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  • Parola di Miss Italia: questi vestiti mi vanno a pennello

    La sera di sabato 7 settembre dovrà lasciare lo scettro alla nuova Miss Italia. Ma, fino a quel momento, la più bella d'Italia è sempre lei: Anna Valle. E prima che una nuova reginetta le "rubi la scena", ecco Anna nelle vesti di modella, in una sfilata davvero originale. La organizzano a Capracotta, in provincia di Isernia, un piccolo centro che vanta due "titoli": è il paese più alto del Centro-Sud (per questo la manifestazione si chiama "Moda ad alta quota") ed è il paese dei sarti: cucire è il mestiere d'obbligo, a Capracotta. Da qui centinaia di sarti sono partiti a cercare fortuna nel mondo (qualcuno ce l'ha fatta, come Ciro Giuliano e Gaetano Terreri, diventati firme famose nella moda sartoriale maschile dagli anni '20 agli anni '70). Ma, con questa sfilata, il paese ha reso omaggio a tutti, ai più celebri e agli sconosciuti. "Ospite d'onore" non poteva che essere Anna Valle, modella, Miss e figlia di un sarto. Ha portato per le vie di Capracotta gli abiti-quadro dipinti a mano da Sebastiano Di Rienzo: ogni vestito è uno scorcio del paese. Dalla chiesa alla vecchia torre, dai palazzi al verde di Prato Gentile, la località che dal prossimo 27 gennaio al 2 febbraio ospiterà gli Assoluti di sci di fondo. Indossati dalla più bella d'Italia (che ha "rischiato" di diventare anche la più bella del mondo, partecipando in aprile a Miss Universo), gli abiti sono diventati dei panorami indimenticabili. Le stavano, è il caso di dirlo, a pennello. All'orizzonte di Anna, che cosa si profila ora? Sarà a Salsomaggiore, naturalmente, per consegnare scettro e corona alla nuova reginetta. Con qualche lacrima, forse, però senza rimpianti: quel titolo, ha detto Miss Italia '95, serve: «È una grande spinta. Per un anno sei al centro dell'attenzione. Poi devi dimostrare di valere. A settembre, dopo Salsomaggiore, comincerò a frequentare l'accademia di arte drammatica: voglio diventare attrice». Anna pare determinata. Del resto, tante ex reginette prima di lei ce l'hanno fatta. E tante, dopo di lei, sogneranno di farcela. Fonte: Parola di Miss Italia: questi vestiti mi vanno a pennello , in «Oggi», Milano 1996.

  • Il turismo delle radici

    C'è un turismo del ritorno, fa numeri che non si erano mai visti prima. È il turismo dell'identità, anche della nostalgia. È un fenomeno molto italiano, di italiani all'estero o italo-discendenti che fanno vacanza nei luoghi della loro infanzia. Sono andati a vivere a Montpellier e Vancouver. A Rio, a Sydney. Hanno trovato lavoro in città spesso belle e che, spesso, funzionano meglio delle nostre. Ma ogni anno - ogni santo anno, a volte anche due volte l'anno - rientrano in Italia. Da papà e mamma, se ci sono ancora. Al paesino. Capracotta in provincia di Isernia, per esempio, per tre stagioni l'anno fa 871 abitanti e in estate arriva a 2.700. La differenza la fanno i turisti di ritorno. Molti italiani sono migranti recenti perché la crisi iniziata nel 2007-2008 ha riempito di nuovo le ambasciate di "richiedenti visti per l'estero". Negli ultimi vent'anni, poi - complice la diffusione dei voli low cost -, il fenomeno si è irrobustito. Stratificato. L'Enit, che è l'Agenzia nazionale del turismo e monitora i passaggi di visitatori nel nostro Paese, conta un mercato potenziale di 80 milioni di "italiani". Venticinque milioni di "italiani" dal Brasile, venti milioni dall'Argentina. Diciassette milioni dagli Stati Uniti. Ecco, dal continente americano nel 2017 si sono contati arrivi consolidati di 670 mila persone l'anno. Rappresentano il dieci per cento di tutti i turisti di quell'ampia area. Come si vede, il coming back visitor è una nicchia, ma d'altro canto il turismo contemporaneo vive di specializzazioni sempre più raffinate: il turismo congressuale, il turismo sportivo e quello estremo, il cineturismo. Ecco, ora bisogna prendere in considerazione e lavorare sul "turismo del ritorno". «Crescerà esponenzialmente nel breve periodo», dice Gianni Bastianelli, direttore esecutivo di Enit. Il giro d'affari del turismo del ritorno dall'intero continente americano vale 650 milioni di euro. La fonte è un lavoro di Banca d'Italia. Gli Stati Uniti pesano per 434 milioni, la stessa voce applicata al Canada vale 86 milioni, l'Argentina 75 milioni, il Brasile 49 milioni. Guardando alle statistiche sui flussi turistici verso l'Italia da parte di nazioni di lungo raggio che sono state storicamente meta di emigrati italiani, l'Italia è al primo posto per pernottamenti tra i Paesi appartenenti all'area Schengen. In generale l'Enit dice che da quegli aeroporti il turismo organizzato verso l'Italia quest'estate è in crescita: tra l'8 e il 20 per cento dagli Usa, tra il 5 e il 32 per cento dal Brasile. Tra il 10 e il 15 per cento dall'Argentina. Un'aliquota interessante dipende dal "ritorno". I rientri naturali raggiungono, nell'ordine, il Veneto, la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Lombardia, il Lazio e il Molise. «Gli italiani residenti all'estero – ancora Bastianelli – sono i primi ambasciatori del brand Italia presso potenziali nuovi turisti in ingresso. Negli italo-discendenti vive la tradizione del nostro Paese come un luogo turisticamente attrattivo insieme alle diverse dimensioni culturali dell' italian way of life ». Il turismo può trasformarsi in imprenditoria del ritorno, investimento nei Paesi d'origine, ripopolamento di borghi con numeri residuali di abitanti. La Regione Abruzzo lo ha compreso e sta portando avanti un progetto con i comuni che governa: potranno realizzare piani di ristrutturazione nei centri storici abbandonati per favorire emigranti-investitori di ritorno laddove i proprietari delle case non siano interessati al manufatto. «Gli italiani all'estero, se sono partiti poveri, molte volte sono diventati abbienti e possono aver voglia di far crescere il Paese d'origine». Corrado Zunino Fonte: C. Zunino, Il turismo delle radici. Così gli italiani all'estero riscoprono il nostro Paese , in «La Repubblica», Roma, 30 luglio 2018.

  • Clipper a cavallo

    Era il dicembre del 1973 ed era lunedì. Dell'anno sono certo poiché era il mio primo anno d'insegnamento ad Isernia dove tornavo ad inizio di settimana, ma non ricordo quale lunedì fosse. Per conoscere il giorno con precisione mi vengono incontro Angelina Monaco e Giuseppina Buccigrossi. Angelina, che quel giorno si trovò in viaggio, ricorda bene che era il lunedì 3, lo collega ad un anniversario celebrato in famiglia sabato 1° dicembre. Anche Giuseppina, moglie di Michele Sozio ( Cicélla ), autista di Clipper, ricorda con certezza la stessa data perché quel giorno lei aveva preparato un dolce per festeggiare il compleanno della figlia Rosanna che ricorreva tre giorni dopo. Al mattino, intorno alle ore 8, estrassi la mia Autobianchi A112 dalla rimessa, con le catene già montate, mi portai alla piazza de re Ferrieàre (attuale via Monte Campo) per rendermi conto della viabilità. Dopo brevissimo tempo giunse Clipper che era diretto a Staffoli. Al suo seguito due autovetture: la Fiat 850 di Michele Conti diretto a Isernia. Nella sua auto c'erano un professore universitario e un'assistente sociale, i quali erano stati a Capracotta per organizzare l'assistenza domiciliare: un servizio che in quegli anni il Comune stava mettendo in piedi. L'altra la Fiat 500 di Enzo Di Ianni che era diretto a Termoli: con lui viaggiavano Aldo Di Ianni e Giampietro Fiadino. Partito Clipper ci accodammo io, con la mia A112, e Bruno Di Rienzo, con la sua Fiat 500, anche lui diretto ad Isernia. Con Bruno viaggiava Angelina Monaco. Lo spazzaneve era guidato dalla guardia municipale-autista Michele Cicélla, a fianco l'altra guardia-autista Ennio Di Nucci e Oreste Ianiro che faceva loro compagnia. Solo dopo ho appreso che Clipper, appena uscito al mattino, seguito dalle prime due autovetture, si era indirizzato verso Castel del Giudice, perché quella strada era più facile da aprire. Pina ricorda che il marito Michele quel giorno era uscito da casa già prima delle ore 5:00 perché l'orario di partenza della corriera diretta a Castel di Sangro era alle 5:30. Ma a quanto pare, quel giorno non uscirono corriere, nessuno dei presenti le menziona. Racconta Enzo che il mattino presto, con lo spazzaneve avanti, procedettero speditamente verso il fondovalle Sangro. Ebbero difficoltà solo in due punti, che lui definisce "le strette", una alle due curve prima della masseria di Concezio, l'altra al Colle Pecoraio. Superati questi due punti, già conosciuti difficili, pensavano che l'avventura fosse finita ed avrebbero potuto tranquillamente continuare il viaggio per le rispettive destinazioni. Giunti sulla statale 558, al bivio tra Sant'Angelo del Pesco e Castel del Giudice, e quando pensavano che il difficile fosse stato superato, ebbero la sorpresa. Inaspettatamente trovarono la strada non percorribile, perché non era stata sgomberata dalla neve, dovettero così arrestarsi. Nessun mezzo dell'Anas era transitato. Dice Enzo: – Siamo rimasti stupiti in quanto, partiti dai 1.400 metri e arrivati agli 800, ci sembrava ridicolo dover tornare indietro. Non era possibile procedere oltre con Clipper perché il mezzo del Comune non era autorizzato a percorrere altre strade. Constatato il paradosso, decisero di tornare in paese. Per uscire da Capracotta non c'era altro da fare che tentare di indirizzarsi verso Staffoli. Così lo spazzaneve avanti e noi tutti accodati partimmo verso Staffoli. Enzo dice: – La tormenta era forte ma eravamo tranquilli perché davanti c'era Clipper. Devo dire, a onore del vero, che il clima non era poi tanto inclemente, così come lo descrive Enzo. C'era molta neve, soffiava il vento, il cielo era coperto, l'aria era un po' umida, non nevicava quasi più e la temperatura non era poi tanto bassa. Le prime difficoltà le avemmo alle località Fossata e a Iaccio della Vorraina. Punti questi ben noti ai capracottesi per le particolari difficoltà che provocano agli automobilisti. In questi punti la strada è sotto un crinale dove l'accumulo della neve è massimo. Per noi che seguivamo con le nostre piccole auto era un tormento sia per i grossi grumi di neve che ricadevano nel varco aperto dallo spazzaneve al suo passaggio e che bloccavano le nostre piccole autovetture; sia per la neve che il vento alzava, producendo effetto bufera, e che rendeva difficile la visibilità. Per uscirne dovevamo arretrare, "prendere la rincorsa" e superare di slancio quei tratti di strada che risultavano mal puliti. E dice Enzo: – Il guaio era che questa manovra veniva fatta con visibilità zero. Tale manovra si ripetette diverse volte, fino a quando entrammo nel bosco di Vallesorda, ove trovammo la tregua. Comunque ci avvicinavamo a Monte Forte e lì ci aspettava il peggio. Superammo con relativa facilità il tratto di strada tra l'uscita dal bosco fino alla cresta esposta a vento di Monte Forte. Appenainiziata la discesa, sotto il crinale verso sud c'era, come immaginato, un accumulo di neve veramente alto. E qui Clipper non riuscì a sfondare. Per aprire un varco nel muro di neve il buon Michele Sozio tentò più volte con lo spazzaneve la manovra dell'arretramento, rincorsa e spinta. Infatti, Clipper arretrava, partiva deciso, "tuzzava" e il vomere si incuneava nella muraglia di neve, arrestandosi. Così facendo più volte, a ogni manovra di andirivieni, sulla carreggiata ricadeva della neve sotto lo spazzaneve, che lui stesso comprimeva al suo ripetuto passaggio. Si formò così sotto la "pancia" di Clipper uno strato di neve, compattata, fin sotto il telaio, al punto che gli impedì di arretrare. Lo spazzaneve si era messo a cavallo (definizione specifica), le ruote non toccavano più il fondo della strada e giravano a vuoto. Il potente Clipper si era adagiato con la parte centrale del telaio sulla neve dura e non andava più né avanti né indietro. Lo scoramento di tutti con le parole di Enzo: – Ci cascò il mondo addosso perché tutti capimmo che eravamo in una situazione molto critica. La prima cosa che si pensò di fare fu quella di andare a chiedere aiuto. Michele Conti, Ennio e Oreste con la 500 di Enzo, portando con sé due badili, pensarono di tornare in paese per chiedere soccorso. I tre percorsero qualche centinaio di metri, ma presto dovettero rinunciare. Lì la carreggiata si era già ricoperta e con quella piccola autovettura non ce la fecero. A questo punto io con la mia A112 pensai di andare verso Staffoli. Sperando di bypassare quel tratto di strada ricolma di neve percorrendo la cresta parallela di Monte Forte che era spazzata dal vento e completamente libera dalla neve. Speravo che una volta superato il "muro" di Monte Forte sarei rientrato sulla strada, più avanti, là dove il manto di neve sarebbe stato regolare e meno consistente. In macchina con me vennero Giampietro e Ennio. Ed Enzo dice: – Sopra il colle di Monte Forte completamente sgombro di neve quell'A112 sembrava un fuoristrada. Infatti, percorremmo circa duecento metri senza problemi ma, giunti là dove pensavamo di trovare un passaggio che ci permettesse di rientrare sulla strada, la neve era alta. Come'era ovvio, dovemmo tornare indietro. Quindi, fallito il tentativo macchina, non ci rimase che andare a Staffoli, sempre noi tre, questa volta a piedi. Ci avviammo spediti, anche se affondavamo abbastanza nella neve fresca. Eravamo giovani, allenati e ben equipaggiati. Il manto di neve, oltre il muro di Monte Forte, era omogeneo, si affondava fino al ginocchio. Arrivammo alla Civitella e pensammo di chiedere aiuto al proprietario della stalla che era lì, verso sinistra, a circa cinquanta metri della strada provinciale. Ci indirizzammo verso quella stalla, io ero avanti e mi seguivano Giampietro ed Ennio. Giunti in vicinanza della stalla cominciammo a sentire dei cani abbaiare. Eravamo certi che c'era l'allevatore. Io mi sentivo protetto perché dietro avevo due giovani forti e avvezzi a ogni tipo di fatica e li ritenevo anche coraggiosi. E qui accadde un fatto inaspettato che smentì la mia fiducia riposta in loro. Camminando lungo il lato sinistro del fabbricato eravamo arrivati quasi all'estremità. I cani si sentivano abbaiare sempre più vicini: io non avevo paura, ma non ero nemmeno completamente tranquillo. Per rinfrancarmi e proseguire, mi girai verso i compagni che erano dietro di me, e la sorpresa fu che i due, su cui io contavo molto, non mi seguivano più. Non li vedevo. Ebbi un momento di smarrimento, cominciai a preoccuparmi. Poi guardando bene li ho visti che erano rimasti indietro ed erano appollaiati, come due rondoni, sotto il cornicione della stalla. Appoggiati al muro della struttura, in verticale, c'erano dei pannelli metallici di carpenteria i quali nel retro avevano dei rinforzi che formavano una scala. Loro si erano arrampicati ciascuno su uno di questi e stavano lì fermi e muti, nel punto più alto possibile. Al che chiesi: – Uagliù che facéte èsse? E loro due: – Tenéme paura de re chieàne. E subito, dall'iniziale paura, passai al riso. Dopo qualche minuto, tranquillizzai i due compagni, anche perché i cani si sentivano, ma non si vedevano. Finalmente Giampietro ed Ennio scesero. Proseguimmo e, svoltato l'angolo, apparve l'allevatore il quale allertato dai cani, che si agitavano e latravano, si aspettava una visita. Ci presentammo, gli raccontammo ciò che era successo al nostro spazzaneve e gli chiedemmo di accompagnarci con il suo trattore a Staffoli. Fu consenziente e subito tirò fuori dalla stalla un trattore Fiat gommato, non molto grande e senza cabina, comunque idoneo al nostro scopo. Ci sedemmo tutti e tre sui parafanghi, due da un lato uno dall'altro. In quel tratto di strada verso Staffoli, il vento era attenuato dal bosco e il manto della neve sulla strada era alquanto regolare. Il trattore avanzava tranquillamente e sul nostro viso si sentiva solo l'aria fredda e qualche fiocco di neve mossa dalle ruote del mezzo. Arrivammo a Staffoli oltre mezzogiorno. La strada statale era libera e lì al bivio, parcheggiati, c'erano due mezzi sgombraneve dell'Anas. Subito chiedemmo agli autisti, che erano rifugiati nella casa cantoniera, se potevano "fare uno strappo" e salire con i loro mezzi verso Capracotta per tirare fuori dagli impicci Clipper. La risposta fu perentoria: – Noi con questi mezzi non possiamo uscire dalla strada statale per nessun motivo. Il discorso si chiuse lì. A questo punto cominciaia fare delle telefonate. Chiamai subito il 113 raccontando la nostra necessità. Dall'altro capo del telefono mi assicurarono che avrebbero provveduto in qualche modo. L'attesa mi sembrava lunga e non ricevendo risposte ogni tanto richiamavo, e lo feci più volte a distanza di 10-15 minuti. Ogni volta dall'altro capo del telefono mi aggiornavano sul loro operato, ma gli esiti erano sempre negativi. L'ultima volta, era trascorsa circa un'ora dal nostro arrivo, gli interlocutori mi riferirono che non avevano trovato nessuno che ci potesse aiutare, nemmeno i pompieri, per cui loro stessi avevano comunicato al Comune e ai Carabinieri di Capracotta l'arresto di Clipper, annunciandomi che dal paese ci avrebbero raggiunti in qualche modo. A noi tre non restò altro che tornare a monte. Il bravo allevatore col trattore ci riaccompagnò fin dove fu possibile. Arrivò fin sotto il muro di Monte Forte (là dove ora c'è la carrareccia di accesso al campo eolico). Per noi fu breve il tratto da percorrere a piedi per raggiungere lo spazzaneve. Giunti sul luogo della nostra carovana ferma, avemmo una piacevole sorpresa. Clipper era stato liberato. Il bravo Michele Cicélla , aiutato da Oreste e da quel professore, assistiti da Michele Conti, avevano estratto tutta la neve sotto la "pancia" dello spazzaneve tirandolo fuori dall'impaccio ed era pronto per ripartire, ovviamente verso Capracotta. Per Michele Cicélla fu una vera sfacchinata rimuovere la neve compattata sotto lo spazzaneve. Riferì che in certi momenti aveva dovuto scavare con le sole mani. Immaginate la fatica per lui, allungato sotto lo spazzaneve, in quella posizione così disagiata? Una delle conseguenze per Michele fu il congelamento del pollice della mano destra, che gli causò la perdita della sensibilità di quel dito. Menomazione diventata poi permanente. Michele ricordava che anche quel professore ospite, forestiero, "si era dato da fare" e purtroppo Ennio, secondo e giovane autista, aveva deciso di venire a Staffoli e non aveva pensato di aiutarlo a liberare Clipper. E gli altri passeggeri come trascorsero tutto quel tempo? Lo racconta brevemente Enzo : – Nel frattempo le ore passavano, si era creata questa situazione: Michele Sozio, Michele Conti e Oreste Ianiro erano in prossimità dello spartineve, per cercare di liberarlo da quella montagna di neve che aveva intorno... noi altri eravamo nelle macchine. Dentro le macchine succedeva che, essendo la strada in discesa, si doveva tirare il freno a mano il quale ogni 20 minuti si ghiacciava con conseguente blocco delle ruote. Si era costretti a muovere le macchine di continuo. Incominciammo a sentire il freddo alle gambe e anche un po' di fame. Qualcosa da mangiare lo avevamo solo Giampietro e io. Mi ricordo che ci dividemmo un pezzo di pane e un paio di mele. Bruno ricorda che la signora assistente sociale al principio dell'avventura era euforica e diceva: – Che bello, che bello! – e ancora – Questa notte resteremo qua! – ed Enzo le rispondeva: – Così domani mattina ci trovano ridendo, – e poi – noi siamo maschi, possiamo andare a urinare, ma voi come farete? Verso le ore 17:00 circa, invertita la direzione di marcia, ripartimmo verso Capracotta. Poco prima di entrare nel bosco incontrammo la piccola ruspa del Comune seguita dalla campagnola dei Carabinieri che ci venivano in soccorso. Il maresciallo dei carabinieri Mele distribuì delle bustine di cognac. Ed Enzo dice: – Non dimenticherò mai quanto ho gustato quella bustina di cordiale. Il giorno dopo arrivato a Termoli la prima cosa che feci fu quella di comperare un copripantalone che ho portato sempre in macchina, perché quando cominciano a ghiacciare le gambe è terribile. Mi ero ripromesso che con la bufera non sarei mai più andato verso Monte Forte, invece ci sono ricaduto altre 4 o 5 volte. Più avanti nel bosco di Vallesorda ci venivano incontro il mitico Marco Potena e il giovane atleta Mario Fiadino. Erano usciti con gli sci da fondo, non sapevano dell'arresto dello spazzaneve. Marco aveva invitato Mario a uscire con lui semplicemente perché gli piaceva stare nella bufera. Ritornammo in paese che era già buio. Noi tutti tornammo alle rispettive case, ma solo qualche anno fa ho appreso, in un breve colloquio con Pina, che suo marito giunto in paese si trovò a dover far fronte ad un'altra emergenza. Michele era passato sbrigativamente per casa, intorno alle ore 20:00, aveva avvisato la moglie del suo rientro e le aveva detto: – Iètta la pasta ca mó vàie a armétte re spazzanève e viénghe sùbbete. Invece poi percorse tutt'altra strada. Fu inviato alla Macchia a portare il gasolio per la ruspa di Giovanni Venditti. Il viaggio non fu poi così celere, tanto è vero che tornò in paese oltre la mezzanotte. E Pina dice: – Ma quando tornò a mezzanotte passata, zuppe zuppe come ne ciéglie , bagnato. Z'avètta cagnieà . Freddo. Stanco morto. Stette male male dopo. A digiuno senza niente, io gli mettevo le mele assai, solo mele mangiava, perché non voleva colazione. Michele Potena Fonte: M. Potena, Clipper a cavallo , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • Una Pasquetta con i fiocchi

    Eravamo un po' più che adolescenti, spensierati, e non vedevamo l'ora che arrivavano le vacanze per tornare in montagna; non avevamo ancora la coscienza che quelle giornate erano un po' uniche, ma solo la spensieratezza di quegli anni. L'incoscienza di allora ha ceduto il posto alla consapevolezza di un'età più matura. Ricordo il giorno di Pasquetta di circa venti anni fa, quando andammo tutti insieme a pranzo al rifugio a Prato Gentile; fuori cadeva la neve che imbiancava il paesaggio e all'interno del locale era stata imbandita una lunga tavolata. Un gruppo di amici un po' guasconi, cantava e brindava al pranzo di Pasquetta, intonando le canzoni dei cartoni, mentre le tipiche pietanze locali venivano servite nei piatti. Ci sono dei luoghi, nella vita, dove ci sentiamo sempre un po' a casa e dove ritroviamo quel giusto calore ed affetto. Marinella Sammarone

  • La "Pastorale per organo" del maestro Vincenzo Sanità

    La "Pastorale per organo" è stata composta dal compianto e stimato M° Vincenzo Sanità in occasione dell'avvenuto restauro dell'organo ligneo "Principalone" nel dicembre 2000 con dedica "a Francesco Di Nardo" - a quel tempo organista titolare della Chiesa Collegiata di Capracotta - ed ispirata ad una sua precedente composizione, come raccontato dallo stesso Maestro al destinatario della dedica. L'ignoto copista che la mise in stampa, pur nella sua estrema diligenza, non era avvezzo alla notazione organistica, per cui si è reso necessario un adattamento nel totale rispetto della vena artistica del compositore così come nella scelta dei registri. La tonalità è in fa maggiore ma, come in tutta la produzione dell'Autore, prevalgono variazioni e modulazioni in toni minori. La melodia, gelosamente custodita, non era stata ancora mai eseguita, per cui la presente registrazione è da considerarsi una prima assoluta realizzata da me agli organi "Fedeli-Zanin" della Cattedrale di Rieti, di cui sono titolare, in onore della comunità di "Letteratura Capracottese" in occasione dell'Epifania 2021 ed in memoria del M° Vincenzo Sanità. Francesco Di Nardo

  • 20 e 20

    È possibile avere due volte vent'anni senza averne quaranta? Sì, per me lo è stato, anche se i primi furono una gita noiosa e silenziosa nell'Italia borghese degli anni Dieci. Venni alla luce di primo pomeriggio, il 30 luglio del 1902, a Capracotta, negli Abruzzi, da una famiglia modesta e severa, e conobbi ben presto una personalissima inquietudine, accentuata da mia madre e dalla Grande Guerra del 1915, una catastrofe di così immani proporzioni dalla quale uscimmo vincitori perdenti e a cui non partecipai né con le idee né col sangue. Presto qualcosa in me cambiò e il fremito degli anni mi portò ad ascoltare gli echi provenienti da Salcito, dove in agosto s'era appena costituito il primo fascio del Meridione, al quale - si diceva - lo stesso Mussolini aveva inviato un telegramma di gratificazioni. Nel mio paese, noto ai più per essere una ridente stazione climatica in cui villeggiare, i primi vagiti di fascismo tardarono ad arrivare. Alcuni notabili capracottesi, socialisti d'adozione per vezzo e non per fede, criticarono fin da subito il movimento dei fasci e, spesso, scambiavano battute sulla natura proletaria di quei vagiti. – In altura le idee terra terra faticano ad arrivare – ridacchiavano. Per me che cominciavo ad interessarmi di politica Benito Mussolini, questo romagnolo dall'aria sicura e dalle idee incendiarie, stava diventando sempre più un punto di riferimento. La sua primitiva sintonia con Nenni sui temi sociali incendiava anche il mio di spirito: la situazione contadina ed operaia in Italia era stata trattata sempre con un certo fastidio, finanche con terrore, quando uomini di terra e di fabbrica avevano deciso di far valere i propri diritti di fronte all'autorità statale. Basti pensare che nelle grandi città la violenza per le strade era divenuta la norma, ma per me quello era il sintomo del marcio, il prologo ad una violenza ben maggiore. E così le risposte di Mussolini mi sembravano le più concrete e innovative a un tempo. Il mio animo, da sempre proteso alla novità, venne travolto dalla foga giovanilistica ed impetuosa di questo reduce che si stava imponendo come un capo, un primo, un geniale e sopraffino uomo di altissima caratura internazionale. Le mie scarne convinzioni in materia trovarono conferma dopo la marcia su Roma. E ancor di più dopo l'infuocato discorso di Mussolini al Parlamento, quando si dichiarò responsabile dell'omicidio di Giacomo Matteotti e si autodefinì, non senza sarcasmo, a capo d'una banda di briganti ed assassini. Una nuova epoca stava fiorendo ed io volevo esserne protagonista. Dopo l'iniziale resistenza (acuita proprio dall'assassinio del deputato veneto) del comune di Capracotta ad iscriversi al Pnf, retto allora da un commissario, nel 1926 il mio paese normalizzò il proprio status inserendosi nell'orbita fascista, anche grazie al contributo del conterraneo Roberto Farinacci, decisamente più dinamico e intraprendente di David Lembo. A quel punto la mia vita quotidiana si fece tumulto. Le rare volte in cui ebbi la sfortuna di intrattenere una discussione con i signorotti del luogo la mia indole violenta e anticonformista veniva fuori in tutto la sua aggressività e, spesso, dalle scaramucce verbali si arrivava agli schiaffoni in pieno volto. Trovavo insopportabile che i benestanti, che basavano la propria ricchezza sui sacrifici dei pastori e dei contadini, si dichiarassero socialisti, mantenendo al contempo inalterata la loro protervia verso le classi più deboli e disagiate, spesso non degnando nemmeno d'un cenno di saluto, chessò, gli spazzini, i caprai, gli storpi. I loro interessi erano rivolti solo all'amministrazione della cosa pubblica, alle licenze delle farmacie e delle relative condotte mediche, ai dividendi della Banca di Capracotta e del monte dei pegni, alla gestione dei soldi della Congrega di Carità e delle diverse società grondanti denaro, dalla Montesangrina a quella del Verrino, da quella automobilistica alla Cooperativa di Consumo. Insomma: soldi, soldi, soldi. Nei primi anni Trenta il mio disappunto divenne sconfortante quando vidi quegli stessi appoggiare il regime fascista, sicuri di poter ottenere vantaggi e benefici economici, dissentendo totalmente dagli auspici di Farinacci. Vederli vestire il nero fascista era un'offesa ai miei ideali, che avevo aderito al fascismo per indole, non per convenienza. Più tardi capii che quello era un segnale di degrado che non avrebbe lasciato scampo all'intero progetto politico del Duce. A Capracotta, nel 1937, il podestà Filippo Castiglione aveva deciso, in gravoso ritardo su moltissime podesterie più virtuose, di cominciare i lavori della fognatura, portati a compimento in tempi brevi e tradottisi in un indiscutibile miglioramento igienico dell'intero abitato. Oggi, che di anni ne ho quasi cento, v'è ancora un fascio littorio sul tombino di piazza Stanislao Falconi. A ben vedere, l'unica traccia lasciata dal fascismo capracottese sta proprio sulla fogna, e mi riesce facile abbandonarmi all'ilarità... Sono vecchio, vecchissimo, e tuttora i miei nipoti mi domandano un giudizio di valore sul mio lontano trascorso fascista. Cosa posso dir loro? Fu la mia giovinezza quella, e credo che nessuno può maledire la propria giovinezza, figuriamoci chi ha avuto l'ardire di avere vent'anni nel Ventennio. Curzio Malaparte affermava che «è certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla». L'Italia la guerra la perse nel peggiore dei modi, col tradimento delle alleanze, con l'occupazione e con la guerra civile, il tutto dopo aver deportato e ucciso migliaia di connazionali per il solo fatto di appartenere a un'altra religione. Tutti hanno pagato un prezzo altissimo, in termini di vite e di beni. Capracotta, ad esempio, pagò il suo tributo non soltanto coi soldati mandati al fronte ma anche e soprattutto con la distruzione. E allora il mio giudizio sul fascismo non può che essere negativo. Il fascismo tradì l'Italia e gli italiani, portandoli alla più completa rovina. Lontano me ne andrò; sul mare e sulla terra, per dire no alla guerra a quelli che vedrò. E li convincerò che c'è un nemico solo: la fame che nel mondo ha gente come noi. Se c'è da versar sangue versate solo il vostro; signori, ecco il mio posto: io non vi seguo più. E se mi troverete, con me non porto armi: coraggio, su, gendarmi, sparate su di me. [B. Vian, "Il disertore", 1954] Francesco Mendozzi

  • Un filmato inedito sui soldati polacchi a Capracotta

    Sabato 10 giugno si è tenuto a Pescopennataro un importante convegno sui luoghi della memoria, ossia sull'operato dei soldati polacchi in Alto Molise nell'autunno-inverno del 1943-44. Dopo gli ottimi interventi degli amici Giovanni Artese e Antonio Salvatore, è stata la volta dello storico polacco Krzysztof Piotrowski, da tanti anni residente in Italia, uno studioso di cui ho già pubblicato un importante articolo . Nel suo intervento il dott. Piotrowski ha mostrato alla platea un filmato inedito, girato dall'esercito polacco tra Capracotta e Pescopennataro. Si tratta di riprese eccezionali (nel verso senso della parola) poiché questi fotogrammi ci confermano alcune testimonianze di guerra: l'utilizzo dei muli che, partiti dal piazzale antistante la Chiesa di S. Antonio e incamminatisi in via Monte Capraro, aiutarono i polacchi nel trasporto di vettovaglie e materiale bellico; la distruzione di molti edifici in piazza Ruggiero Conti e via Rione Grilli e, di sfuggita, si vede persino la vasca della vecchia fontana di Poggio dei Grilli; il funerale di Franciszek Rogucki, il primo soldato polacco morto in Italia, sepolto nel cimitero di Capracotta, in cui sono ben visibili le croci di 5 soldati nazisti, anch'essi precedentemente seppelliti nel nostro camposanto. Con riguardo a quest'ultimo punto, si riescono a leggere i nomi di almeno due soldati del Reich: Heinz Duhme e Karl Lehner (1924-1943), probabilmente non responsabili della distruzione di Capracotta in quanto giunti feriti nel nostro paese a seguito di operazioni militari. Francesco Mendozzi

  • Il nome del fiume Verrino

    Da questa balza che s'eleva ardita ti guardo, o Sannio mio, e in cor mi sento rifiorir la vita con ardente disìo. [G. d'Annunzio, "Al fiero Abruzzo", 1879] Lo studio degli idronimi è particolarmente interessante nell'ambito degli studi sulle etimologie in quanto mantengono, non si sa bene perché, elementi di antichità e si presentano molto più resistenti e duraturi dei toponimi. Nel nostro caso la radice -rn è un'antichissima radice etimologica che ha a che fare con l'acqua e i corsi d'acqua. Sembra essere particolarmente presente nel Centro-Sud Italia ma non solo. Se guardiamo i fiumi nella nostra zona notiamo, oltre al Verrino, il Biferno, Trigno, Volturno, Averno, Titerno, Sarno, Torano, Aterno, Turano, Tirino. Poi andando più a nord Tronto, Burano e i più celebri Santerno, Reno, Arno, e sicuramente ce ne saranno altri. Anche il Tevere, probabilmente, ha origine da qui, può essere visto come una forma ablativa di quello che poi è rimasto come forma aggettivale tiberinus , che era anche il nome dell'antica divinità che prendeva il nome dal fiume e così possiamo intendere derivati da questa radice con la perdita della n anche, per esempio, il Sangro, il Fortore e tantissimi altri. La radice -rn , avendo a che fare con lo scorrere delle acque, rimane anche in italiano in "torrente". Il latino, essendo una lingua "morbida", ha abbandonato i rotacismi e per indicare ciò che ha una corrente (anche qui c'è -rn ) ha preferito dire "flusso", quindi flumen . Rimangono però parole rotacizzate per riferirsi a corsi d'acqua come appunto torrente, rio, rivo, o in inglese river , dove c'è anche la sillaba ver , come d'altronde anche in Tevere. Se quindi la parte finale di Verrino indica un corso d'acqua, la prima parte ver cosa indica? Se consideriamo che c'è anche in inglese, o anche in Tevere, che se italianizziamo tiberinus con la fonetica attuale diventa "teverino", possiamo immaginare che sia già di per sé qualcosa che ha a che fare con i corsi d'acqua, forse dalla radice dwer , rimasta nell'inglese door , porta, ma che indica anche uscita, verso (anche qui c'è ver ), quindi potrebbe indicare "sorgente". Infatti il Verrino ha diverse sorgenti da dove sgorga l'acqua, pur essendo un piccolo torrente. Per quanto riguarda l'ipotesi che derivi da "verro", il maiale, non la reputo attendibile perché come parola è di acquisizione abbastanza recente nell'italiano, soprattutto nelle nostre zone, avendo un'origine più nordica. I romani dicevano porcus , o ancora, più antico, utilizzato anche dalle popolazioni italiche, sus , da cui "suino". In latino ver vuol dire "primavera", quindi potrebbe indicare il carattere primaverile, da disgelo, del Verrino. Oppure la stessa parola latina ver potrebbe derivare dalla radice dwer , la porta, l'inizio dell'anno, e siccome nell'antichità la si poneva in primavera, i significati fanno ambedue parte dello stesso concetto. Oppure ver potrebbe indicare qualcosa che ha a che fare con l'agricoltura e nello specifico con la lavorazione del terreno. Ricordiamo per esempio il Giove Veruactor degli antichi Romani (per i Sanniti verasiui , vedi Tavola Osca) a cui si sacrificava quando si sacrificava a Cerere, che aveva a che fare con il rovesciamento della terra per il maggese. Quindi in questo caso Verrino significa un corso d'acqua nella cui zona sono presenti delle coltivazioni o, per lo meno, una qualche forma di coltivazione che implichi lavorazioni del terreno, che nei fatti ci sono: la morfologia lo consente più che in altre zone limitrofe, maggiormente utilizzate per il pascolo. Io propendo più per le prime due ipotesi, ovvero la presenza di più punti di fuoriuscita dell'acqua e il carattere più primaverile e da disgelo, ma il bello del ricercare le etimologie è proprio quello di poter vedere diversi significati, ognuno dei quali ti può aprire diverse letture, e magari a volte sono veri tutti i significati che hai trovato. Non è per esempio anche vero che nelle pozze naturali del Verrino si vanno a bagnare i cinghiali? Sì, è vero. Non è forse vero che ci passò un console romano chiamato Verino? Sì, è vero. Ogni parola contiene in sé il mondo e la storia. Riccardo Mordeglia

  • Capracotta in versi: Zì Culitte

    Rade volte risurge per li rami l'umana probitate; e questo vole quei che la dà, perché da lui si chiami. [Dante, "Purgatorio", canto VII, 121] La citazione di Dante, nella terzina del Purgatorio della Divina Commedia, rivela che «l'umana probitate» e il talento dei genitori rivivono nei figli , vanno dal tronco ai rami. Lo vuole Dio , da cui la virtù ci è data in dono , non si creda di averla ricevuta in eredità solo dai padri. Il talento e le virtù di Nicola D'Andrea "risorgono" e rivivono nel figlio Marino e nei nipoti Ermanno, Nicola, Maria Bambina e Antonio. Il figlio Marino ha avuto la prima intuizione del brevetto, il nipote Ermanno ha prodotto le "teste rosse" e il "sistema modulare", esportati in due milioni di esemplari in tutto il mondo. «Occhio, orecchio, cervello, estro e naso», per dirla con un lessicologo di professione, Mario Cannella, sono "mediatori" di inventiva e creatività, trasmessi dal nonno, Zì Culìtte . L'occhio vede e coglie l'originalità, l'orecchio capta la realtà, il cervello sa analizzare, semplificare e riassumere con chiarezza, il naso fiuta e intuisce l'importanza di un termine, l'estro e la fantasia aiuta a creare e inventare. La limpida vena della poesia, ricca di toni, di movenze e di risonanze petrarchesche di Nicola D'Andrea, si colloca tra la vivacità coloristica del sentire capracottese e la concisa fermezza del poeta artigiano. Facilità dei sentimenti semplici, gusto della bella parola nel suo effetto di sonorità sono l'eco fedele e l'interprete armoniosa del popolo sannita, ricco di passioni e nutrito di quella forza morale che produce intelletti sani e genera buone qualità. Poeta autodidatta e falegname di professione, artigiano inventivo, fotografo e creatore di versi di taglio petrarchesco: questo il profilo sintetico di Zì Culìtte . Il "petrarchismo" indica un fenomeno letterario di imitazione del Petrarca, che ripropone modi stilistici, temi e forme ispirati alla produzione lirica del grande poeta. Anche Nicola D'Andrea ha subito l'influsso, il fascino e l'attrattiva. La lavorazione del legno nella bottega di famiglia e la parola, curata e modellata nella lettura dei testi poetici, impiegavano gran parte della giornata ed ispiravano le sue poesie. Sempre attento e vivacemente curioso guardava la vita e le persone con chiaro realismo, cauta ironia e benevolo sarcasmo. Una bottega, la sua, che portava l'impronta del suo spirito inventivo e concreto, fornita di attrezzi e oggetti del mestiere e... in un cassettino "Il canzoniere" di Petrarca, la guida spirituale, ispiratore e modello delle sue poesie. Quando parlava di poesia e di argomenti di alta spiritualità, «gli occhi si accendevano e la voce vibrava di emozioni. Con l'occhio intento all'opera e col pensiero rivolto ai misteri insondabili dell'Universo e le nascoste profondità dell'animo umano», scriveva Domenico D'Andrea. Le sue poesie sono pervase da sano realismo e soffuse di sottile ironia, animato sempre da spirito di ricerca e di inventiva. Scritte di notte, al buio, per non disturbare e non essere disturbato, in piena e pacata ispirazione. Nelle pause di lavoro si dedicava alla lettura, leggendo di tutto. Il libro e il giornale erano i suoi "migliori amici". Negli ultimi anni, inforcati gli occhiali, «si assorbiva nella lettura fino a tanto che prendeva sonno e si appisolava reclinando il capo sul vecchio banco, divenuto ormai il suo leggio». La storia del paese, i personaggi più in vista e meno noti, i fatti più significativi, le vicende più strane sono la materia del suo poetare. Sempre col coraggio di affrontare le varie situazioni, con l'umiltà di non sentirsi superiore a nessuno, il coraggio di affrontare le varie situazioni della vira, la saggezza di tacere di fronte alla stupidità dei chiacchieroni. Natura, cultura del territorio, memorie del passato e attenzione al presente si fondono in un intreccio indissolubile e in armoniosa sintesi. Osservatore attento della vita e delle abitudini dei suoi paesani usa la parola semplice per farsi capire, anche quando tratta temi religiosi. Nei suoi versi risuona l'anima della sua gente, suscitando emozioni e sensazioni condivise. Rinsaldano il legame con la comunità di Capracotta per il valore di umanità che contengono. Partecipazione empatica, ironia sottile, umorismo gentile, senso della misura accompagnano le sue descrizioni e i suoi personaggi. Essenziale e stringato il linguaggio riesce a trasmettere partecipazione e condivisione. I suoi versi traducono sentimenti e passioni comuni, valori morali radicati e vissuti. Trasmettono la sua affettuosa attenzione, quasi la compiacenza e la tenerezza, con cui trascrive l'umile realtà che fu anche la sua. I vocaboli scelti posseggono ricchezza espressiva, calore umano, proprio della parlata capracottese. L'uso di qualche termine dialettale viene scelto per dare maggiore risalto al tema trattato. Arguzia e sapienza popolare, insieme a tormenti e sofferenze, affiorano nei suoi "quadretti" di vita paesana. Scritti da un artigiano che ama la vita semplice, i valori e le passioni di ogni giorno, traducono ricchezza espressiva, calore e significato del "sentire" del popolo schietto e semplice. Molte poesie tratteggiano persone di spicco e gente semplice con ricchezza di particolari e con sapido humour all'inglese. Fra i personaggi noti e stimati ricorda Mario Conti, Leonardo Falconi, Ruggero Santilli, Gregorio e Claudio Conti. Una particolare poesia è dedicata a don Giacinto, il più acuto e caustico dei fratelli Conti, in risposta ad una provocazione. Un brano poetico, di intonazione sacra e soffusa di grande rispetto, è dedicato a padre Placido, un francescano "tutto di un pezzo". Predicatore dotto e forbito, originale servitore della Parola di Dio, consigliere saggio e fidato, educatore empatico, maestro di vita e testimone fedele del Vangelo. Ha ricoperto vari incarichi nei conventi francescani, dove ha prestato il suo servizio. Una poesia degna di essere ricordata perché evoca la sofferenza e le privazioni della guerra, "Tristi ricordi", lo sfollamento e i disagi della "cacciata" da Capracotta, la sorpresa dei saccheggi e... il disagiato ritorno. Una poesia semplice e soffusa di amore paterno, "Una cara memoria", è dedicata al figlio Marino, «amante del bello e inventore», geniale   sempre e... «con qualche nuova idea... ha posto in alto l’onor dei D'Andrea». Nel concludere questa modesta introduzione, desidero riportare il giudizio da me pienamente condiviso, di Domenico D'Andrea, suo nipote e acuto insegnante di scuola primaria. «Perfetto accordo, dunque, in te, fra le facoltà precipuamente pratiche e quelle speculative: la visione scientifica del mondo... si conciliava compiutamente con quella romantica e poetica». Osman Antonio Di Lorenzo

  • Firme di capracottesi sui puntoni della Chiesa Madre

    Monaci, saette, puntoni e catene (da cui cuatenàre ) sono i classici elementi costitutivi del tetto. Su questi elementi, soprattutto quelli delle chiese cattoliche, non è infrequente rinvenire le tracce di chi ci ha preceduto, tanto che in quelle più famose si trovano firme di architetti, progettisti, costruttori, stuccatori, affrescatori, capimastri o semplici muratori. Si tratta, in fondo, di un'abitudine atavica, se pensiamo che oggi la medesima usanza sopravvive sui muretti, sulle ringhiere, sulle facciate, sui ponti, nelle carceri, nei conventi, nelle scuole e su qualsiasi altra superficie in grado di accogliere la sigla del firmatore di turno, il quale è più spesso un vandalo che non un artista. Nel caso del tetto della Chiesa Madre di Capracotta, in alcuni tratti fedele all'originale settecentesco, in altri ricostruito nel Novecento, è possibile ammirare alcune firme di compaesani che, nelle più disparate occasioni dello scorso secolo, hanno pensato bene di lasciare un "ricordo" - spesso corredato di data - della propria visita. Facciamo una rapida rassegna. Era l'Epifania del 1952, infatti, quando Pasquale Venditti lasciò la propria firma; il 6 gennaio di sette anni dopo anche Antonio Angelaccio impresse la sua. Giuseppe Casciero, invece, firmò una trave in legno durante la Santa Messa di Pasqua del 24 aprile 1943, aggiungendo alla data gregoriana la cifra romana "XXI", segno tangibile che il fascismo aveva indottrinato i più giovani col suo calendario rivoluzionario. Dopo la fine delle ostilità abbiamo un'altra firma a tema "pasquale", quella di Corrado D'Andrea, che il 24 aprile 1949 incise il proprio nome. Anche se al di fuori del periodo pasquale, anche Remo Sammarone, prima di emigrare negli Stati Uniti, aveva firmato, il 25 marzo 1947, la travatura in legno. Curiosa, poi, la firma di Nicola Bonanotte, realizzata il 26 luglio 1943, probabilmente durante la messa per la memoria liturgica di sant'Anna, una festa relativamente "recente", istituita appena ventiquattro anni prima. In estate, invece, abbiamo la firma di Bernardo Ianiro, apposta il 15 agosto 1995 e realizzata probabilmente durante la santa messa di Ferragosto in onore della Beata Vergine Maria Assunta in cielo, la festa religiosa più importante della comunità parrocchiale di Capracotta, visto che la nostra Chiesa Madre è dedicata proprio al dogma dell'Assunzione della Madonna. E ancora, per quanto riguarda il periodo natalizio, abbiamo le firme di Angelo Ianiro (11 dicembre 1938) e di "Alfio 66" (24 dicembre 1985), il quale preferì evidentemente celarsi dietro un nickname piuttosto che scrivere il proprio cognome, il che l'avrebbe inequivocabilmente identificato. Tra le firme incomplete o non pienamente datate, infine, abbiamo quelle del sartore Cesare Di Rienzo (1949), di Antonio Comegna, di Donato Pettinicchio, di Luigi D'Onofrio, di Mario Di Lorenzo e di Sebastiano Evangelista. Francesco Mendozzi

  • Papà Culì

    – Papà Culì!... Papà Culì!!... Papà Culì!!! Per oltre dieci anni, fino al 1973, chiamavo così per il pranzo e per la cena, mio nonno del ramo paterno, affinché lasciasse le sue occupazioni e venisse a tavola. Era uno dei miei piccoli compiti, assegnatomi da mia madre Peppina e zia Elena, che intanto mettevano il cibo nei piatti. Come un piccolo muezzin domestico, mi accingevo con gioia e un po' di imbarazzo a questo che per me era uno strano gioco venutosi a creare quasi da sé, imbarazzo perché dovevo calibrare il tono. In un crescendo rossiniano partivo con un tono basso, aspettavo una sua risposta che non arrivava, anche perché gli si era ridotto l'udito, ma ci speravo sempre, perché mia madre e mia zia tendevano ad avere mal di testa e dovevo evitare toni forti. Dopo alcuni secondi ripartivo con tono maggiore e aspettavo, invano, così dovevo dare sfogo a tutto il fiato che avevo. « Papà Culì » diventava allora un urlo dalla savana, scandito e squillante, e così accadeva che ricevevo una doppia risposta in simultanea: da una parte mio nonno Nicola che urlava spiazzato: « Ohé », suono che sembrava uscire dall'oltretomba o da una caverna (di solito era intento a leggere o scrivere poesie e talvolta si addormentava); d’altra parte mia madre e zia Elena quasi mi sgridavano, stizzite: «Ma è modo di chiamarlo e d'alleccuà a ssa manèra? ». E allora mi mettevo a ridere tra me e me perché altrimenti si sarebbe innescata una discussione sul perché non fossi andato a chiamarlo in camera con gentilezza. Ma tant'è... avevo preso quell'abitudine da galletto monello e mi piaceva farlo, soprattutto nei 3-4 mesi, da giugno a settembre, che ero a Capracotta. Dal primo piano, affacciato alla ringhiera della tromba delle scale, lo chiamavo, proprio come un muezzin (anche se allora neanche sapevo della loro esistenza), a lui che era nel suo stanzino, intento negli ultimi anni a leggere e scrivere. Negli anni precedenti papà Culìtte  era invece impegnato nei lavori di falegnameria e, nonostante non avesse macchinari elettrici, il mio richiamo era tuttavia coperto dai rumori. Ma chi era papà Culìtte ? Cosa è stato per me? Da parte mia non posso far altro che raccontarlo così come l'ho vissuto nei vent'anni che l'ho conosciuto, riflessioni che ho fatto di volta in volta su di lui mentre crescevo e ascoltavo i commenti di mia madre e mia zia che si prendevano cura anche di lui, commenti di donne a cui solitamente non si dava retta, al contrario mio, che ne avevo preso coscienza. Su papà Culìtte  accumulavo notizie sia dall'interno delle mura domestiche che dall'esterno: parenti, vicini e conoscenti che ne lodavano la creatività - o, meglio, la genialità - e la coerenza. Questo lavorio mi ha accompagnato per anni, un'attività di archeologia familiare alla ricerca delle mie radici e degli insegnamenti che ho tratto, un gioco che suggerisco a chiunque per essere sempre più consapevole di sé. Antonio D'Andrea

  • Il ritiro dei Corallini a Capracotta

    Dopo la Juve Stabia, anche la S.S. Turris 1944 ha svolto a Capracotta il proprio ritiro estivo. Nell'ultimo anno ha disputato il campionato di Serie C, salvandosi all'ultima giornata con la vittoria 2-1 a Brindisi. La società campana si è allenata a 1.421 m s.l.m. dal 25 luglio al 3 agosto, restando piacevolmente sorpresa dalla tenuta del campo e dal posto. Tranquillo, con aria buona ma anche ben organizzato e accogliente, per essere solo al primo anno di ripartenza. Anche gli uomini di mister Mirko Conte, come le Vespe di Castellammare di Stabia, hanno soggiornato presso l'Hotel Conte Max. Nei giorni del ritiro, i Corallini hanno disputato due amichevoli nel nostro Campo comunale "Erasmo Iacovone". Il 28 luglio con la Rappresentativa Alto Molise, comprendente ragazzi di Capracotta, Agnone e Carovilli e guidata da mister Aniello Capiluongo, la Turris si è imposta per 9-1, ma i nostri ragazzi hanno ben figurato nonostante l'ampia sconfitta. Il divario tecnico era già noto, ma la squadra non ha mollato un centimetro ed è andata su ogni pallone: da altomolisani insomma, non dandosi mai per vinti. Da sottolineare la prova di Antonio Di Nucci, autore della nostra unica, e spettacolare, rete. Mentre il 2 agosto ha affrontato il Termoli, squadra molisana militante nel campionato di Serie D, vincendo 2-0. Bella prova da parte di entrambe le squadre, con la Turris a più riprese vicina al gol e la compagine termolese sempre pronta a respingere gli attacchi avversari. Due i gol annullati per fuorigioco, uno per parte. In entrambi i test l'Erasmo Iacovone si è riempito di appassionati, giovani e meno giovani. Spensierati, felici. Perché non è solo calcio, è molto molto di più. È aggregazione, è felicità, è gioia e dolore, è rispetto dell'avversario, è lealtà e sacrificio. È, e può essere, una grande fonte di rinascita per il nostro territorio. È tante, tante cose. Tutto racchiuso in un pallone. Nestore Sammarone

  • Vorrei

    Io vorrei intestare un mio libro "Vorrei" per cantare le piccole cose del mondo; non molto io vorrei dalla vita per viver la vita di un giusto! Non vorrei, per esempio, conquistare la luna ma riempire vorrei la bocca di un bimbo affamato, ridonare la gioia ad un cieco, confortare il trapasso di un cuore morente. Vorrei solo bere acqua pura di sorgente, camminare su prati impregnati di pioggia, ad alta voce gridare tra montagne ammantata di neve perché la mia prece salisse vicina al Signore e vorrei che il Signore ascoltasse il mio pianto e mi desse affetto di mamma ed amore di sposa. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , S. Giorgio, Campobasso 1979.

  • Quattro vite

    Come prima cosa la mattina vedemmo una riserva, il Giardino della Flora appenninica: era una passeggiata piacevole in mezzo alla natura, ad agni passo del sentiero c'erano cartelli di legno con immagini e descrizioni delle piante. Lirio e Mariposa perlopiù si divertirono a correre nella neve, io sfidai León a chi conosceva i nomi di più piante: non ne sapeva quasi nessuno. – Questo gioco non mi piace. E le bambine saranno tutte infreddolite dopo. – Ci tenne a precisare. – Te la prendi subito però eh. – Scherzai io, e con la coda dell'occhio vidi che tratteneva un sorriso. Vedemmo anche il museo e visitammo le due chiese del paese: la chiesa di Santa Maria di Loreto e la chiesa parrocchiale dell'Assunta. Ci fermammo in quest'ultima per la messa di Natale. Mentre passeggiavamo per il paese, Mariposa ci disse che quel paese era proprio un bel posto per giocare a nascondino, pieno di stradine e angoli in cui nascondersi. Mi ritrovai a pensare a quanto era bello vedere il mondo con gli occhi dei bambini. Verso l'una le piccole iniziarono a lamentarsi perché avevano fame. – Fermiamoci in qualche ristorante aperto allora. – Propose León. Ci fermammo in un locale carino su una delle strade principali: assaggiammo agnello alla menta e zuppa di ortiche, che per quanto fossi scettico all'inizio, devo ammettere che mi piacque. León invece apprezzò molto la pezzata con la carne di capra. – In estate fanno la sagra della pezzata. – Gli dissi. – Ah, capito. Ma insomma, non potevamo venirci quando le temperature erano sopra lo zero? Almeno mi sarei fatto una scorpacciata di capra. – Disse ridendo. – Ma questo posto si chiama Capracotta perché cucinano la capra? – Chiese Lirio, che era stata piuttosto silenziosa tutta la mattina. – Non proprio. – Dissi io. – C'è una leggenda che racconta che alcuni zingari avessero deciso di bruciare una capra come rito di fondazione, nel luogo esatto in cui avevano deciso di costruire la loro città. La capra fuggì sui monti, dove morì, e gli zingari decisero di fondare lì quella città. Lirio adorava quando le raccontavo delle leggende. – Hai visto? Ho ragione a dire che è google vivente? – Disse León. Risi. In realtà non lo sapevo, avevo cercato quelle informazioni apposta prima del viaggio. – Posso dargli un soldino? – Mi chiese Lirio. All'inizio non capii subito a chi si stesse riferendo, poi però realizzai: c'erano tre uomini ad un angolo del ristorante, che avevano suonato i canti natalizi per tutta la durata del pranzo. Uno, quello al centro, aveva una riccia barba grigia, era il più anziano. Gli altri due invece erano più giovani, quello sulla sinistra non aveva dieci anni più di me. – Non sono come quelli che chiedono l'elemosina in mezzo alla strada, tesoro. Loro sono pagati per stare qui. Però se ti è piaciuto come hanno suonato e vuoi farglielo sapere, tieni, portagli una monetina. Mettila nella custodia della chitarra. Lei mi sorrise, prese la moneta e andò. L'uomo in mezzo le fece un inchino e le sorrise, e lei lo salutò con la mano prima di andarsene. Nel pomeriggio andammo alla stazione sciistica: era la prima volta che León provava a sciare, ma non andò poi così male. Mariposa correva felice da una parte all'altra, scendendo con lo slittino e risalendo. Era letteralmente instancabile, Lirio invece si fece sempre più silenziosa. Curioso di capirne il motivo, mentre aspettavamo seduti nella neve che Mariposa risalisse con León sulla cima della collina da cui si erano lanciati con lo slittino, provai a parlarne. – Che c'è che non va piccola? – Le chiesi. Lei fece spallucce. Non è facile parlare a una bambina di quattro anni, ma lo feci lo stesso. – Se hai qualche problema puoi parlarmene, lo sai. – Continuai. Lei mi guardò e notai che aveva gli occhi lucidi. Le feci passare un braccio attorno alle spalle e me la tirai sulle gambe: la lieve pressione del suo peso era familiare, mi ricordava di quando era più piccola e la tenevo nella stessa posizione. – Mariposa è la sorella di León. Al convento lo sanno tutti che ha un fratello che la pensa sempre. – Io annuii. – Spesso mi hanno chiesto tu invece chi sei. – Disse piano poi. – Io non lo sapevo e ho detto che tu eri mio fratello perché... alla fine stai con me come León sta con Mariposa. Però mi sento un po' in colpa perché è una bugia e poi non ti ho chiesto il permesso. – Mi disse. Io le sorrisi nel modo più dolce che conoscevo. – Tesoro, a volte vogliamo bene a qualcuno in un determinato modo anche se non fa parte della nostra famiglia. Io sono stato con te fin da quando eri piccola, e in un certo senso sei diventata come una sorellina minore per me, quindi non ho problemi se vuoi dire agli altri che sono tuo fratello. In fondo poi, siamo tutti i bambini della Mater Orphanorum , no? In un certo senso è come se fossimo tutti fratelli. Lei mi sorrise e si strinse contro il mio petto. – Hai freddo? – Chiesi. Lei scosse la testa. – Ma... suor Anna dice che tu hai conosciuto la mia mamma. Le posai istintivamente una mano sulla testa, sopra l'orecchio, come per proteggerla da un dolore perfido che conoscevo bene. – L'ho incontrata una volta sola, il giorno in cui ti ha lasciata al convento. Vi somigliavate molto sai? Aveva i tuoi stessi occhi. Quando sarai più grande se vuoi ti dirò di più di lei. Lei annuì, poi si staccò. In quel momento arrivarono León e Mariposa: lui si era accorto che parlavo con Lirio e si era attardato apposta. – Sarebbe quasi ora di spostarci all'ultima tappa della giornata. – Disse. – Nooo! Voglio fare un ultimo giro con Lirio! Posso??? Iniziò a pregare Mariposa. – Certo, ma dovete scendere in quel punto, dov'è meno ripido, capito? – Dissi io. La piccola dai riccioli neri sbuffo. – Uff, volevo fare la discesa grande! Io scossi la testa. – No, no, quella solo con i grandi si fa. Se volete fare un giro da sole, la discesa piccola, niente storie! Lei allora un po' a malincuore prese lo slittino con una mano e prese per mano Lirio con l'altra, e tirandosi dietro lo slittino e la sua amica andò alla discesa piccola. – Però... allora lo sai che ogni tanto ci vogliono anche le regole. – Commentò Leó1n. Io gli tirai una manciata di neve sui pantaloni. L'ultima tappa della giornata era l'osservatorio di Capracotta. Si trovava appena fuori dal paese, non era molto grande, ma la visita fu bellissima. Si saliva su per una scalinata stretta che portava in cima alla torretta, dove c'era spazio per appena una decina di persone, o poco più. L'ultimo piano era circolare, sopra c'era una cupola che si apriva rivelando il cielo stellato. C'era un signore anzianotto che faceva da guida, a prima vista molto simpatico. Quando aprì la cupola, per un attimo stemmo tutti zitti, col fiato sospeso. Al centro della stanza c'era un cannocchiale. – Guarderete a turno. – Ci spiegò. Perfino Mariposa, che non stava mai zitta, rimase in silenzio per un po' guardando il cielo stellato. La prima volta che guardai nel cannocchiale, mi fermai poco tempo, perché avevo l'ansia che gli altri si irritassero ad aspettare. Dopo aver visto però quanto si fermavano gli altri, decisi di concedermi di guardarlo bene anche io. La cosa che più mi rimase impressa fu Andromeda: sembrava una macchina lattiginosa nel cielo, eppure era una galassia, un'intera galassia, ed era lì, sembrava così vicina. – L'hai vista? – Chiesi a León sotto voce. Per qualche motivo, sussurravano tutti. Lui annuì. – Hai idea di quanto sia lontana? – Mi chiese. – Circa due milioni e mezzo di anni luce. – Dissi io, mentre la guida faceva salire Lirio su una sedia perché potesse guardare anche lei. – Non pensavo avessi cercato anche questo. – Disse León. Io mi feci scappare una risata, che soffocai subito. Lo guardai e vidi che si era girato anche lui verso di me: nel buio della notte, mi sembrò di vedere Andromeda ancora riflessa nei suoi occhi. Quando scendemmo la guida ci indicò alcune costellazioni con un puntatore laser. Lirio e Mariposa, stanche, erano in braccio a me e León. – Presumo conosciate tutti l'Orsa Maggiore e l'Orsa Minore... ma qualcuno di voi conosce la storia di come quelle due costellazioni sono finite in cielo? – Chiese. Non rispose nessuno. León mi guardò, ma non la sapevo neanche io. – La leggenda vuole che Callisto, figlia del re di Arcadia, fosse una delle tante amanti di Zeus. Ella suscitò l'invidia di Giunone per la sua bellezza tanto che la dea decise di tramutarla in un'orsa. Ma un giorno Arcade, figlio di Callisto, durante una battuta di caccia s'imbatté nella madre e, non riconoscendola, stava per ucciderla. Ora, per quanto la morale di Zeus fosse discutibile, era un po' brutto anche per lui che una delle sue amanti venisse uccisa dal suo stesso figlio. Il re degli dei trasformò anche Arcade in un orso. E allora Zeus li mise ad inseguirsi per sempre nel cielo: Callisto divenne l'Orsa Maggiore e Arcade l'Orsa Minore. Lirio si era svegliata. I suoi occhi brillavano più delle stelle sopra di noi mentre ascoltava quella storia. – La aggiungiamo ai racconti della buonanotte fratellone? – Chiese. – Certo. – Le sussurrai. Maria Teresa Montuori Fonte: M. T. Montuori, Quattro vite , Albatros, Roma 2024.

  • Bilancia ascendente gemelli

    Mi ero alzato prestissimo quella mattina, ansioso di partire. Partire significava avvicinarsi a casa, seppur di poco, ma quest'idea così dolce era guastata dalla mole di ostacoli che mi dividevano dalla sua realizzazione. Una volta sciacquata la faccia pensai che finché l'uomo resta un animale, vive per il combattimento, a spese degli altri, teme e odia il prossimo: la vita, dunque, è guerra. Una guerra inutile, forse. Quella maledetta notte di settembre aveva cambiato per sempre gli esiti della storia, tanto che da un paio di giorni i nemici del popolo italiano indossavano una casacca uguale alla mia. A denti stretti, cercando di non farmi udire dai miei compagni di camerata, bofonchiai: – La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari. Nessuno diede seguito alla mia satira, segno evidente che nessuno aveva udito. E nessuno aveva udito perché tutti erano troppo indaffarati a prepararsi per il viaggio. La partenza era fissata a metà mattinata. Quando l'autocolonna finalmente si mise in marcia, l'operosa città d'Isernia non sapeva ancora che di lì a poco sarebbero arrivati gli aerei anglo-americani che l'avrebbero bombardata, lasciando senza vita migliaia di persone. Non capivo dunque cosa avessero da esultare gli italiani alla nostra partenza. La nuova destinazione dell'unità cui appartenevo era un piccolo villaggio sui monti abruzzesi. L'obiettivo era quello di cercare un luogo dove pianificare una fuga, una resistenza, una vittoria, un avamposto, qualcosa insomma. Il viaggio durò poco più di un'ora. Il paesaggio non sempre rigoglioso che affiancava gli automezzi ricordava la mia Kürten, sia nelle spigolose valli che nei verdeggianti campi destinati al pascolo. Kürten non distava molto da Colonia, ma a differenza di quest'ultima non ospitava le grigie fabbriche della Deutz. Era un paesino tranquillo, abitato da contadini e pastori, anche se durante gli anni d'oro del Reich si era popolato di operai. Quando fummo per entrare in paese si fece evidente un certo progresso di anime chiassose di fronte a quella che sembrava una normale chiesetta di montagna. – Il paese è in festa, gli italiani fanno sempre festa! – disse Heineke, senza che nessuno ricambiasse la sua battuta, se non un capitano con un'occhiata raggelante. Poche ore prima di noi erano infatti partite da Isernia due vetture in avanscoperta e ci avevano comunicato che da quelle parti gli italiani avevano appena finito di festeggiare un'importante ricorrenza religiosa con decine e decine di cavalli bardati. E al nostro arrivo i cittadini presenti scapparono in ogni dove gridando e spingendo. L'ordine era perentorio e prevedeva di requisire tutte le abitazioni, ricercare popolazione maschile non arruolata e soprattutto incutere timore nella cittadinanza, per evitare che gli italiani, suscettibili per genìa, accogliessero qualche nemico nelle loro case. Assieme all'ordine era infatti arrivata la notizia di un pernicioso avvicinamento degli inglesi e di altre truppe miste. Ma io non volevo pensare alla guerra, volevo solo tornare a casa il più presto possibile. I primi giorni in Capracotta mi diedero modo di riflettere su alcune questioni che in Germania tenevano banco da diversi mesi. Dov'erano gli aurighi di Mussolini? Dov'era la gloriosa Italia fascista che Churchill temeva? Dov'erano i littori che inneggiavano al nome di Roma? Era forse questo l'unico villaggio italiano a non subire il fascino del sogno fascista? Non era possibile: o la realtà delle cose era diversa dalla propaganda dei cinegiornali tedeschi o erano tutti matti. In effetti di matti ce n'erano pochi in paese e la realtà mi costringeva a capire che la rivoluzione italiana s’era arrestata troppo presto, forse per sfiancamento, alle medie e grandi città senza mai radicarsi negli arcaici ritmi contadini della campagna. Quest'idea mi venne naturale perché anche in Germania era successa una cosa simile: a Kürten non si respirava la stessa aria di esaltazione gioiosa che a Berlino aveva trasfigurato il volto della città. I contadini erano ancora contadini. Gli operai, operai. E l'apposizione di uno swastika sulle insegne delle aziende agricole non rendeva di certo nazionalsocialisti tutti coloro che l'abitavano. Mi rendevo conto, con animo sincero, che queste elucubrazioni non sarebbero mai dovute arrivare alle orecchie dei miei superiori e, visto il carattere infermo di Heineke, nemmeno alle sue. Era un bravo ragazzo ma non avrebbe mai capito la differenza tra una rivoluzione e un'occupazione, tra la libertà e il giogo, tra un mito di carta e l'ineludibile declino che avevamo tutti di fronte. I miei giorni abruzzesi trascorsero dunque nella più inutile preparazione al peggio, che sarebbe arrivato comunque. La guerra non è una questione di preparazione, figuriamoci se può esserlo una fuga. La guerra è una questione di fortuna. Eppure, alla vista di queste montagne, stringevo gli occhi per guardare più definitamente, cercando, più con l'immaginazione che con gli occhi, la grotta di Pietro Angelerio, il santo del candido eremitaggio, anacoreta per vocazione, papa per obbligo, la cui leggenda m'era stata inculcata dai miei genitori come monito. Attraverso l'umiltà di Celestino V, dicevano, potrai sempre separare ciò che c'è di buono da ciò che è andato a male. Mentre riflettevo sulla santità che aveva regnato tra queste montagne oltre sei secoli fa, mi venne alla mente, come un lampo improvviso, l'espressione da mentecatto che si formava sul viso di Heineke ogniqualvolta gli parlavo di cose difficili. E me ne rallegrai. La sera bevevamo alcuni intrugli portati dall'Austria ma il clima era sempre teso e la voglia di ridere e scherzare, che l'anno prima aveva reso indimenticabile la mia giovinezza a Kürten, era pressoché relegata in un anfratto minuscolo del mio spirito. Quella sera, dopo aver requisito un maiale, si parlò a pancia piena di una fuga di pecore che c'era stata in paese, e che aveva seminato un vero e proprio finimondo, con pecore che rincorrevano ansiose i propri agnelli, pastori imprecanti che rincorrevano le proprie pecore e ragazzini festanti che rincorrevano tutto e tutti. Sembrava quasi che l'intero villaggio fosse diventato un presepe mal composto. In tanto chiacchiericcio provai a colloquiare con Heineke. – Se la guerra fosse una persona, di che segno zodiacale sarebbe? – chiesi. – Ti prego, non cominciare con le tue ossessioni. Per me la guerra è una cosa buona. E poi lo sai che questi discorsi, prima o poi, ci metteranno nei guai – rispose seccato. Fingendo di non aver ascoltato una sola parola di quello che aveva detto, aggiunsi: – Secondo me è bilancia. È bella e brutta. È vincere o perdere. Rincorrere e fuggire. Uccidere o morire. Sai che ti dico? La guerra è bilancia, bilancia ascendente gemelli. Essa è il regno dell'ambiguità. – Come le donne – prolungò Heineke con indolenza. – Bravo Heineke, proprio come le donne, quelle di Berlino però! – e la nostra risata fu contenuta ma saporita. Questo bastò per rasserenarci gli animi in vista dei prossimi gravosi impegni di cui si cominciava a parlare sempre meno sottovoce. Sottovoce non si parlò più quando ci furono confermati i sospetti di un'infiltrazione inglese. Era ormai certo che almeno un paio di soldati di Sua Maestà Giorgio VI, o canadesi o mori o americani, erano rifugiati presso alcuni contadini del luogo, tre fratelli dai nomi buffi. In un villaggio dove il fascismo era arrivato a malapena, doveva essere arrivata a malapena anche la voglia di rovesciarlo ed eravamo dunque certi che i traditori stavano prestando asilo ai nemici più per una possibile ricompensa futura che non per un'ideologia cui aderire. Per quanto mi riguardava, credevo invece che la carità cristiana non conoscesse ricompense materiali. Ma quando i fratelli furono stanati e fucilati, senza che il povero parroco di paese fosse riuscito in alcun modo ad ammorbidire la decisione del capitano, sentii una fitta lancinante al petto e, per non mostrare un sintomo così evidente di debolezza umana, abbassai il capo e pregai che il terzo traditore (che era riuscito ad evitare la sua sorte scappando come una lepre di campagna) potesse in futuro godere una vita piena e felice. Il ricordo di quei corpi a terra rovinò molte nottate ma molte altre nottate mi aspettavano su strade insanguinate e popolazioni in rivolta. Nevicava. Lì a Capracotta abitavo assieme ad altri cinque soldati, tra cui il fido Heineke, presso una famiglia di commercianti. Quando bussammo la prima volta, senza troppa delicatezza, si sentì una rapida corsa per le scale interne e, non appena cominciammo a picconare il portone, una signora ben piantata a terra e per niente impaurita, con un nugolo di ragazzini e altre donne a farle da ventaglio, ci fece entrare. Avevo subito intuito che quello scalpitio per le scale altro non era che la fuga di un uomo adulto, maschio, e ne ebbi la certezza quando di notte, tra veglia e sonno, captai un uomo camminare in punta di piedi ed uscire dalla porta sul retro. Se avessi detto a tutti che il padrone di casa era scappato nella notte per rifugiarsi chissà dove, è probabile che avremmo dovuto trattarlo come i fratelli traditori e il pensiero mi disturbò a tal punto che, pure sotto tortura, avrei detto che quella notte dormivo della grossa. Solo qualche giorno dopo che ci eravamo insediati in casa della signora le chiesi il nome e per farmi capire utilizzai il linguaggio dei gesti. Mi colpii leggermente il petto e pronunciai il mio nome, dopodiché, col palmo rivolto verso l'alto, diressi la mano verso la donna che, senza turbarsi minimamente, pronunciò: – Rosa. Modificai presto il suo nome in Frau Rosa, alzando la voce quel poco che bastava per farle intendere che in futuro l'avremmo chiamata in quel modo. Anche se la Frau Rosa era molto gentile e ci preparava il caffè, ci guardava spesso con sospetto ed ormai, senza più bisogno di ricordarglielo, assaggiava sempre il tè, la minestra o il caffè prima di noi, a sigillo di fiducia, anche se non ho mai creduto all'eventualità che la Frau Rosa volesse avvelenarci tutti. I miei giorni abruzzesi volgevano al termine ed ormai la soluzione era una, definitiva. Con gli inglesi alle calcagna il paese doveva sprofondare nella distruzione. Solo così saremmo riusciti a prender tempo per organizzare una solida linea di difesa in Italia. A fare il lavoro sporco sarebbero arrivati i corpi speciali delle Schutzstaffel . Quando ci preparammo in fretta e furia per ripartire, con la foga che hanno le bestie quando sono impaurite, trovai il tempo di congedarmi dalla Frau Rosa e in un italiano stentato provai a dirle: – Germania kaputt, mia famiglia niente kaputt, ma Germania kaputt. Non avere paura, noi stasera partire. Lasciammo quelle genti in balia di un destino crudele, a pagare una colpa che non avevano, a versare sangue lacrime sudore invano, a piangere morti sbagliati, a rinnegare amicizie e parentele, a diventare ladri sciacalli faine. Lasciammo quel mucchietto di case innevate col vuoto negli occhi e il terrore nel cuore. Arrivare per distruggere. Com'è infame la vita: non si fa in tempo a rappacificarsi col mondo che subito bisogna raderlo al suolo per crearne uno nuovo, senza la garanzia che sia migliore di quello precedente. Fu così che mi convinsi che la guerra non mi piaceva affatto. Mi chiamo Wilhelm Oberndorfer, soldato semplice dell'esercito del Reich. Il 22 marzo 1945, a vent'anni, mi hanno ucciso a Cravasco con un colpo alla nuca. Non ho più rivisto mia madre né la mia Kürten. E le mie ultime parole non le ho mai pronunciate. Il soldato Wilhelm Oberndorfer è realmente esistito ma non ha operato a Capracotta, il che lascia intuire come il racconto debba considerarsi di fantasia, seppur ispirato ai terribili fatti capracottesi dell'autunno-inverno '43. Al contrario, la Frau Rosa è realmente vissuta; se così non fosse, io non sarei mai nato, visto che Rosa Anna Di Tella era mia nonna. Il presente racconto fu presentato nel 2012 alla terza edizione del concorso letterario "Capracotta si racconta", vincendo il primo premio con la seguente motivazione: «Il racconto, giocando su un finale spiazzante, rievoca una delle pagine più dolorose della storia di Capracotta e declina con lucida vivacità un giudizio perentorio sull'orrore della guerra, tra umanità, memoria e ricostruzione delle vicende. "Bilancia ascendente gemelli" incornicia sullo sfondo di un paesaggio innevato l'estraneità di una comunità coesa al dramma del fascismo, vissuto come eco lontana e dramma presente». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artese, La guerra in Abruzzo e Molise 1943-1944 , vol. I, Carabba, Lanciano 1993; M. Di Ianni, 1943-1993: per non dimenticare , voll. I e II, Studio Artemide, Isernia 1993; R. Guénon, Il Re del Mondo , Adelphi, Milano 1977; F. Mendozzi, Bilancia ascendente gemelli , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013; F. Romagnuolo, La Resistenza del Molise , EIL, Milano 1979; I. Silone, L'avventura d'un povero cristiano , Mondadori, Milano 1968.

  • Una scena vivace rompe il silenzio...

    Una scena vivace rompe il silenzio di quel tratto in discesa che dalla fonte del Comunicio curva più avanti nelle pieghe del pendio: voci di donne e bambini animano l'aria mentre in ordine sparso raggiungono il corso d'acqua che più in basso tra i sassi e gli arbusti offre pozze cristalline nelle quali strofinare i panni; hanno fatto prima una sosta al pilone, poi hanno lasciato il posto alle vacche assetate, allo scampanio accresciuto dai capi scossi che mandano schizzi ovunque. Alle grida, le risa, i colpi e gli sbuffi della giostra festosa e laboriosa si aggiunge il muggito degli animali che lentamente si allontanano. Il sole manda bagliori tra le pietre e gli specchi d'acqua; le donne chine nei loro gesti ripetuti si bagnano la fronte godendo di quel refrigerio mentre si raccontano... La confusione poi cede il posto alla stanchezza e il piccolo gruppo raccogliendo le proprie cose sparse qua e là si ricompone per riprendere la via del paese. Flora Di Rienzo

  • La nonna di Dio

    Buonasera a tutti e grazie di essere venuti così numerosi alla presentazione del romanzo "La nonna di Dio" di Franco Pasquale, giornalista chietino che abbiamo l'onore di ospitare oggi a Capracotta in questa nuova biblioteca parrocchiale, realizzata nei locali dell'ex carcere mandamentale. La più importante festa molisana in onore di sant'Anna è certamente quella di Jelsi, la quale è annoverata anche come "festa del grano". Questo perché la memoria liturgica di sant'Anna cade sul finire del periodo legato alla trebbiatura, tanto che le veniva portato in dono proprio del grano. Lo stesso avviene a Pescolanciano, dove si tiene la festa in onore di sant'Anna che registra la maggior eco nella provincia d'Isernia. Entrambe queste feste, quella di Jelsi e quella di Pescolanciano, hanno però una precisa data d'inizio, ossia il 26 luglio 1805, giorno in cui un tremendo terremoto sconquassò il Molise. Da quel momento, la nonna di Dio, oltre ad essere invocata contro la sterilità e a protezione della maternità - tanto da essere chiamata Grande Madre -, venne pregata anche contro i terremoti e le calamità naturali in generale. Questo sentimento si rafforzò quando, nella primavera del 1814, il Molise registrò un raccolto memorabile oltre ogni previsione, il che confermò il potere propiziatorio di Anna. A Capracotta, invece, la festa di sant'Anna ha un'origine diversa, in quanto, come tutti sapranno, nasce dalla grazia chiesta da nonna Carmela Sciullo affinché i suoi quattro figli maschi, partiti per la Grande Guerra, tornassero sani e salvi. Così fu e mammuccia Carmela decise di organizzare ogni anno una festa in onore di sant'Anna. Come il grano è il bene più prezioso delle società contadine, così è la legna in quelle montanare, poiché un inverno senza legna da ardere significava, perlomeno a Capracotta, andare incontro a gravi problemi di sopravvivenza. Il fuoco che ieri abbiamo acceso in onore della Santa, ed a cui molti di voi hanno partecipato, è stato acceso proprio con la legna che ognuno ha portato. E così avveniva ai fuochi che in passato venivano accesi in ogni rione di Capracotta. Tuttavia, una cosa è la festa, un'altra il culto di sant'Anna, il quale ha radici antichissime ed è più ampio di quanto non si pensi, allargandosi ad Abruzzo, Campania e Puglia. A Capracotta abbiamo testimonianza di questo culto almeno sin dal 1671, ossia da quando il nostro feudo, di proprietà di Aurelia d'Eboli, morta senza figli ma con debiti, venne incamerato dal Fisco. Prima di rimetterlo in vendita si procedette ad una stima, per cui venne incaricato un tavolario napoletano, Donato Antonio Cafaro, il quale indicò come base d'asta un valore di 64.000 ducati ed il cui apprezzo rappresenta oggi una preziosissima fonte di informazioni sulla società capracottese del Seicento. Per quanto attiene alla materia di oggi, dirò solo che in quell'apprezzo è presente una descrizione della precedente chiesa dell'Assunta di Capracotta, al cui interno vi era già un altare di sant'Anna, con la famiglia D'Andrea che ne deteneva il giuspatronato. Nella nuova chiesa, poi, quella consacrata nel 1725 - tanto che l'anno prossimo ricorrerà il 300° anniversario -, l'altare di sant'Anna presenta uno stemma con tre stelle a triangolo, che don Geremia Carugno riteneva appartenente alla famiglia Mosca. Da lì il giuspatronato passò ai Di Rienzo, quindi, dal 1919, ai Di Tella. Dal 2014 questo diritto è dei Mendozzi, la famiglia di cui faccio parte. Per quanto riguarda la statua, anche se risulta piuttosto approssimata in alcuni particolari come la fattura delle mani e dei volti, rivela un panneggio abbastanza curato ma che tende forse ad appesantire le figure. Riferibile ad un ignoto artefice operante a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, la nostra sant'Anna è raffigurata in piedi nell'atto di mostrare la Beata Vergine bambina con le mani incrociate sul petto. Ora, però, è giunto il momento di lasciare la parola al prof. Sebastiano Paglione, che ci illustrerà la figura di sant'Anna da un punto di vista storico ed artistico. Grazie. Francesco Mendozzi

  • Antonio Di Nucci, grazie nonno

    Ho scritto queste parole tutte di getto, come un fiume, la mattina del tuo funerale, frastornata e confusa, con una sensazione addosso di smarrimento, provando la sensazione fisica di avere le spalle scoperte, di non avere più equilibrio. Tu eri il mantello che mi copriva le spalle, l'ultima radice rimasta, quella che mi teneva dritta. Il dispiacere di perderti una settimana prima del mio matrimonio attutito solo dalla certezza che tu ci saresti stato - infatti eri nel cielo di un azzurro perfetto e nel sole sfolgorante che il 4 maggio ci ha scaldato il cuore. Tre mesi per rielaborare - in tre mesi son successe cose che neanche in dieci anni - ed eccomi, come tre mesi fa a dirti ancora di più: grazie nonno. Antonio Di Nucci, nato a Capracotta il 5 giugno 1925, nato al Cielo il 28 aprile 2024. Per tutti, affettuosamente, Z 'Ndogn o Mast 'Ndogn , o Ndogn ru Lattar . Per noi nipoti, il nonno highlander, il nonno eternamente giovane, appassionato di politica, complice nei nostri giochi e scherzi, incredibile spaccatore di legna, dedito all'orto, a rhe chieapp' , insomma: un appassionato entusiasta della vita. Il nome Antonio significa "combattente" e questo tu sei stato durante tutta la tua lunga e appassionata vita. Che grande privilegio essere tuoi nipoti, avere nel nostro DNA la tua fibra, la tua forza incredibile (che abbiamo verificato anche in questi giorni tristi in cui ti abbiamo visto indebolirti inesorabilmente), la tua determinazione, la tua forza d'animo, il tuo coraggio, la tua intraprendenza, la tua grande capacità relazionale e commerciale, la tua memoria strepitosa capace di ricordare e collegare tra loro le centinaia, forse migliaia di persone che hai visto passare per il tuo negozio, provenienti da tutti i paesi del circondario. Oggi va moda il termine "resilienza", ecco se dovessi pensare ad una persona resiliente quella sei davvero tu nonno, sempre pronto a rialzarti, a ripartire, a buttarti a capofitto in una nuova avventura, un nuovo progetto, fosse anche solo piantare un albero in giardino. Negli ultimi giorni ci hai detto, tra le altre cose preziose, «la miseria si vince con il lavoro»: lo prendiamo come il tuo testamento professionale e di vita. Te ne sei andato il giorno della festa dell'Incoronata di Foggia, e non è un caso, è come se un cerchio si fosse chiuso. Tu, capracottese fiero delle sue origini, sei stato l'anello di congiunzione tra le generazioni precedenti di massari e pastori, appartenenti alla Civiltà della Transumanza, e la modernità, il dopo guerra, il mondo cambiato per sempre. Hai dovuto e saputo adattarti alle nuove condizioni e hai lavorato notte e giorno per mantenere la tua famiglia, per dare ai tuoi figli l'istruzione che tu avevi ricevuto da bambino a casa da tuo padre. Parlare con te è stato vivere ed attraversare la storia, questo lungo secolo che hai vissuto. E non potremo mai ringraziare abbastanza per questo grande privilegio. La sensazione che proviamo ora è quella di non avere più punti d'appoggio, riferimenti sicuri. Tu eri l'ultima radice rimasta, la terra sotto i nostri piedi. Stamattina mi è venuto da pensare che è un processo naturale: ora è tempo per noi nipoti di diventare radici di qualcosa. A partire dalla tua, robusta, profonda ed inestimabile. Quanto a me, stavi aspettando il mio matrimonio con tanto entusiasmo, lo dicevi a tutti! Da uomo saggio e di parola quale eri però ci dicevi, con quella tua espressione indimenticabile, alzando gli occhi al cielo, e aprendo le mani: «Io non vi posso promettere niente, ho quasi cento anni. Se sto bene, però, sto in prima fila!». Ecco, anche stavolta saprò che avrai mantenuto la tua parola. Sabato starai da Dio, e quindi non solo in prima fila, ma con me e Giordano sull'altare, insieme a tua moglie e a tutti coloro che non possiamo più vedere ma sono sempre con noi. E farai più festa di noi. Farò tutto il possibile per rendere sempre onore a questo nome bellissimo che porto, il tuo. Ti voglio e ti vorrò sempre bene. Grazie di cuore a tutte le persone che ci hanno fatto sentire il loro affetto e la loro vicinanza in questi giorni, davvero ci ha commosso nel profondo! Antonia Di Nucci

  • Dove sta papà ora?

    Giovannantonio Sozio, che oggi compie 100 anni, è quello che suol definirsi una persona senza fissa dimora. In questo momento vive in cima alle tortuose scale di una casa di 1.000 metri quadrati in Embassy Drive, a est di Hamilton Mountain. Lassù c'è la sua stanza col balcone con vista sulla piscina. Ma tra un mese o due Giovannantonio uscirà dalla porta principale e girerà l'angolo di Knights Court. Anche lì, in un'altra grande casa, ha una stanza in cima alle scale. Un paio di mesi dopo, andrà a Bosna Court. Più tardi potresti trovarlo in una casa sulla First Road West. O in Barton Street, a Stoney Creek. Cinque figli, cinque grandi case, ciascuna dotata di una stanza per papà. Poche probabilità di solitudine qui. A Giovannantonio piace che il suo nome sia scritto per esteso - pensa a John-Tony in inglese. È nato a Capracotta, un paesino di montagna nel centro Italia. Erano dieci figli in una casa di pietra. La famiglia lavorava, affittava terreni e d'inverno se ne andava via a tagliare la legna. A volte i bambini giocavano. Nessuno aveva un pallone da calcio ma scavavano una buca, facevano un passo indietro e vedevano chi riusciva a lanciarci dentro un bastoncino o un sasso. Giovannantonio andò a scuola fino all'età di 11 anni, poi iniziò a pascolare le pecore. Nel 1935 sposò Elena ed acquistò un terreno tutto suo. Ogni cosa cambiò alla fine del 1943 quando arrivarono i Tedeschi che intimarono a tutti di evacuare il villaggio. Che poi i soldati fecero saltare in aria. I Sozio ricominciarono da zero ad Alberona (FG), non lontano. Ed è lì che poi sarebbero rimasti. C'erano Giovannantonio, sua moglie e i cinque figli: Giovanni, Fiore, Giuseppe, Silvio e Carmela, l'unica figlia. A metà anni '60 arrivò un giovane da Hamilton, il quale disse a Carmela che conosceva un ragazzo che sarebbe stato un buon marito per lei. Accettò di ricevere una sua foto. Vi fu uno scambio di lettere per un anno intero. Poi Leonardo Checchia arrivò, sposò Carmela e la portò via con sé. Alla fine dei conti, l'intera famiglia Sozio li seguì. A Giovannantonio e a sua moglie, il posto piacque subito, ma solo per sei mesi l'anno. Per 25 anni consecutivi, infatti, la coppia svernò qui. Ma non appena era maggio, ripartivano per la piccola casa in pietra di Alberona. Non rimanevano soli a lungo. Dopo la fine della scuola, i nipoti di Hamilton andavano a trovarli. Tutti i giovani Sozio parlano italiano. Fino a non molto tempo fa Giovannantonio si presentava regolarmente all'officina meccanica dei figli. Puliva quel posto come se fosse la sala da pranzo di qualcuno. Le sue mani sono ferme come quelle di un tiratore scelto, prende solo aspirina, ama soprattutto la pasta, usa raramente il bastone, non ha bisogno né vuole l'assistenza dei figli. Quando gli dicono di fare attenzione mentre sale le scale, li scaccia via. È ancora un grandissimo narratore. «Forse questa te l'ho già raccontata», esordisce, poi racconta di quella volta, tanto tempo fa, quando un trattore gli schiacciò una gamba e lui continuò a camminare. È morto una volta, l'anno scorso, all'ospedale "St. Joe's". Un intervento per rimuovere del liquido dai polmoni finito male. I suoi reni smisero di funzionare e il corpo s'intossicò. I medici dissero che non c'erano speranze. Con il supporto vitale, poteva campare al massimo altri due o tre giorni. «No, no – disse la famiglia. – Lasciatelo andare in pace!». Circa quindici di loro si riunirono nella stanza e nel corridoio, aspettando la fine. Alle 5 del mattino Giovannantonio aprì gli occhi e disse: «Che ne dite di sedervi?». La longevità è una caratteristica di famiglia. Tornando all'Italia, il fratello Michele ha 97 anni, il fratello Americo 93 e la sorella Raffaella 91. Giovannantonio ha stretto la mano di sua moglie quando è morta quasi tre anni fa. La veglia da Friscolanti [una casa funebre, N.d.T ] avvenne proprio nel giorno in cui lei avrebbe compiuto 89 anni. Ha avuto una vita felice e la famiglia lo sa. Lì, al funerale, le hanno cantato "Buon compleanno". «Quando ami qualcuno prima, non hai nulla di cui pentirti dopo», dice il figlio Giuseppe. Sarà lo stesso quando arriverà il giorno per suo padre. E così come hanno fatto con la mamma, rispediranno in patria il suo corpo. Questa è una condizione che Giovannantonio pose molto tempo fa, prima di venire a vivere qui. In realtà, fa ritorno oggi nella cittadina di Alberona, grazie ad internet. Il sindaco del suo paese ha organizzato un videosaluto in diretta. Oggi a mezzogiorno - 18:00 ora italiana - Giovannantonio saluterà le persone a casa e queste gli augureranno buon compleanno. Gli abitanti di quel paese sanno che tornerà. Ma in cinque case qui a Hamilton ci sono persone che sperano che continui a rimandare l'ultimo viaggio verso casa. Paul Wilson (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: P. Wilson, Where's Papa Now? , in «The Hamilton Spectator», Hamilton, 5 ottobre 2005.

  • Cicche Muorte e la tanatosi

    La tanatosi è uno spettacolare stratagemma a cui ricorrono molti animali quando l'aggressore ha precluso loro ogni possibilità di fuga. Alcuni predatori, di fronte ad una preda morta, ricevono segnali che istintivamente inibiscono la propria aggressività offrendo in tal modo ai finti morti una possibilità di sopravvivenza. Allo stesso stratagemma fece ricorso un gigante di Capracotta, Francesco Sozio, che ne sapeva una più del diavolo! È una storia tutta da raccontare e da gustare. Un giorno, Mario Sozio chiese al nonno Ciano (Sebastiano Sozio) perché il soprannome della loro famiglia fosse Cìcche Muórte . Mario Sozio ricorda così il racconto dell'avo: – Nipote mio, devi sapere che i soprannomi non nascono per caso ma sono sempre legati a qualcosa o qualcuno: il soprannome della nostra numerosa famiglia ricorda una bella storia, allo stesso tempo quasi tragica e comica. Mio padre Francesco nacque a Capracotta il 15 luglio 1818; era un gigante e i suoi geni lo avevano dotato di un misto di forza, di prepotenza e di astuzia. Era forse uno dei più forti capracottesi del suo tempo e appena cresciuto fu messo subito a lavorare. Di mestiere faceva il vaccaro e non si sa se qualche volta aveva osservato che certe bisce, presenti anche nei nostri pascoli, per sfuggire ad un pericolo si fingono morte. Non so nemmeno se pascolava le sue mucche o quelle di altri. L'episodio che generò il soprannome Cìcche Muórte avvenne intorno al 1840, ed è rimasto legato alla storia della nostra famiglia e dell'intera comunità. Di solito mio padre, chiamato da tutti Cicche , portava a pascolare le mucche nella zona limitrofa alla masseria de Cambaniéglie (Campanelli) sotto a re Retiàglie (sotto il dirupo) verso la valle del Sangro. Anche altri pastori di Capracotta e di Castel del Giudice usufruivano della stessa zona di pascolo e poiché i confini comunali all'epoca erano molto approssimativi, spesso si innescavano astiose discussioni sul diritto di pascolo, che quasi sempre sfociavano in scazzottate; logicamente mio padre le dava e difficilmente le prendeva. I pastori avversari, a furia di prenderle sia quando erano sui pascoli di Castel del Giudice che quando sconfinavano sui pascoli di Capracotta, decisero che dovevano liberarsi, una volta per tutte, di quel gigante e gli tesero un agguato per ucciderlo. E così un bel giorno si riunirono in quindici e lo sorpresero in compagnia di 4 amici capracottesi. – Uagliù nen ve 'mbauréte – disse Cìcche ai suoi compaesani, – pegliàtene une pe d'une cà all'ieàrre ce pènze ì! (ragazzi non vi preoccupate, prendetene uno a testa perché agli altri ci penso io!). Te lo immagini che spettacolo era quando lottava? E poi teneva una parròcca (bastone del pastore) lunga e pesante che solo lui poteva manovrare: quando la faceva roteare metteva veramente paura! Ma alla prima schermaglia gli amici capracottesi se la diedero a gambe levate e lo lasciarono solo: le dette ma ne ricevette tante e, a un certo momento, prima di essere completamente sopraffatto si finse morto stecchito! I pastori avversari non infierirono più di tanto sul presunto cadavere: lo abbandonarono e si allontanarono soddisfatti. Tornarono, dopo qualche tempo ed a pericolo passato, gli amici capracottesi che erano fuggiti: mio padre, però, li vide arrivare e volle punirli continuando a fare il morto. – Madonna, z'è muórte Cìcche... e mó ch'éma fà? (Madonna, Francesco è morto... e adesso che facciamo?) – si chiedevano ad alta voce. Non potevano certo lasciarlo lì e decisero di trasportare il cadavere a Capracotta. Recuperarono una scala a pioli abbandonata in un vecchio casolare disabitato e lo stesero, legandolo ben bene, sopra quella improvvisata barella: lo portarono a spalla e, piano piano, si diressero verso Capracotta. Lungo il percorso ogni tanto si fermavano e tra le lacrime ripetevano come una nenia: – Cìcche z'é muórte, Cìcche muórte! (Francesco è morto, Francesco morto!). Fecero una fatica immane e, dopo qualche ora, finalmente giunsero alla periferia di Capracotta e si fermarono alle prime case del quartiere di San Giovanni. E, sempre con la scala a spalla, si interrogarono: – Ch'éma fà, re purtàme a la casa o a re cuambesànde? (Che dobbiamo fare, lo portiamo a casa sua o direttamente al cimitero?) E, mentre stavano decidendo, Cìcche all'improvviso smise di fingere ed esclamò: – Lassàteme ascégne ch'àie arrevieàte! (Lasciatemi scendere ché sono arrivato!). E così, da allora, Francesco il gigante, forte e astuto, fu soprannominato Cìcche Muórte (Francesco Morto): nomignolo trasmesso poi a tutti noi suoi discendenti. La storia non ci ha tramandato come la presero i pastori di Castel del Giudice quando se lo ritrovarono davanti, per la prima volta, dopo averlo... ucciso! Il gigante morto e resuscitato continuò a picchiare ancora e sempre più forte. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, Cicche Muorte e la tanatosi , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • La Fonte della Fundione e... il fuoco amico

    Capracotta, come tutti i centri contadini, ha dovuto ringraziare il fuoco per la sua sopravvivenza ma, a volte, ha anche dovuto maledirlo per le tragedie che ha causato. Il nostro paese fu fondato intorno al 750 e abitato per più di tre secoli dai Longobardi che, prima della conversione, utilizzavano il fuoco nei loro riti pagani, tanto che lo stemma comunale con una capra sopra le fiamme trae probabilmente origine da quegli eventi. Nel 1656 la popolazione capracottese ha utilizzato il fuoco per bruciare i vestiti degli appestati e, tra l'8 e il 12 novembre del 1943, l'ha maledetto per l'uso che ne fecero i Tedeschi. L'agricoltura che si praticava a Capracotta era di sussistenza, ovvero di autoconsumo. Lo scopo era quello di ottenere cibo sufficiente per sfamare i membri della famiglia contadina (si consumava ciò che si produceva o si allevava) e non si produceva per vendere ma solo per alimentare il nucleo familiare, interamente coinvolto nel duro lavoro di produzione. Il grano, le patate e i legumi erano le colture più praticate ma anche le meno redditizie, sia per il clima che per il terreno montano. L'alto numero di abitanti capracottesi è stato sempre il riflesso della propria autosufficienza alimentare. Negli anni '20 i siti di raccolta dei covoni - ammucchiati alla bell'e meglio - seguivano un ordine prestabilito che potesse facilitare la trésca in quegli stessi spiazzi o aie sui quali i contadini facevano girare, sui covoni ammassati, coppie di cavalli al trotto i quali, calpestando le spighe, ne facevano uscire i chicchi, per poi ventilare con pale di legno e grossi crivelli al fine di separare il grano dalla pula. In via Pescara, di fronte al Market Di Nucci, è tuttora visibile una di quelle aie di circa 1.000 mq,, foderata con selci tronco-piramidali ( re zìppe ) e utilizzata fino agli anni '50, quando la meccanizzazione cancellò in breve tempo usanze che avevano radici secolari: la mietitura a mano e la trebbiatura con gli animali, chiamate da qualcuno "a sangue". D'altronde bastava una qualche calamità per gettare nella più cupa disperazione una famiglia contadina, come ciò che accadde il 4 settembre 1921 all'estremità meridionale del Rione San Rocco o il 6 agosto 1961 nel "prato di Rusulina", di fronte all'attuale caserma dei Carabinieri: l'incendio dei covoni di grano. Negli anni '50, infatti, c'erano a Capracotta ben quattro siti di raccolta dei covoni, poiché si produceva molto grano (esistevano pure tre forni e tre mulini), e questi cumuli, ben squadrati, ordinati e coperti con enormi teli (copertoni), venivano sorvegliati notte e giorno per prevenire "accidentali" prelievi. Solitamente verso mezzogiorno la sorveglianza si allentava per il pranzo quotidiano e, proprio in quel frangente, scoppiò un furioso incendio che, alimentato da un leggero vento di scirocco, distrusse nel giro di poche ore il sacrificio di un anno di duro lavoro. Entrambi i siti, distanti circa 500 metri l'uno dall'altro, si trovavano nei pressi di due fonti, quella della Fundióne e quella delle Croci, che non potettero essere d'aiuto per l'esiguo accumulo d'acqua esistente all'interno delle loro vasche. Le fontane furono letteralmente prese d'assalto dai contadini disperati, consci dell'impossibilità di salvare il loro prezioso raccolto. Si pensi che nell'agosto '61 la motopompa giunse solo nel tardo pomeriggio quando ormai non c'era più nulla da fare! La disperazione di chi aveva perso il raccolto era tangibile e la si notava negli occhi gonfi di lacrime degli uomini, nei capelli che le donne si strappavano e in coloro che, in un grande slancio di umanità e di coraggio, cercavano di rincuorare gli sventurati. Anche in quella occasione, però, il popolo capracottese dette sfoggio del suo innato senso di solidarietà, cosicché quelli che erano stati più fortunati reintegrarono la quota di grano andato perduto. Un gesto che ricorda quello della distruzione di Capracotta, quando circa 1.000 persone furono ospitate nelle masserie di Guastra e di Macchia senza alcuna contropartita. Si può ben dire che ciò che il fuoco distrusse, la solidarietà umana ricompattò! Le cause dell'incendio non furono mai chiarite. Di certo non fummo noi ragazzi ad appiccare le fiamme e anzi si suppose che fosse stata colpa della sbadataggine di qualche anziano appisolato con la pipa in bocca, il che non è da escludere visto che i capracottesi erano dei gran fumatori! Dopo tanti anni mi ritrovo di fronte alla Fonte della Fundióne , che negli della mia infanzia era sempre bistrattata o mal considerata dai compaesani perché si diceva che gli animali non ne apprezzassero la qualità dell'acqua. Oggi è invece la fontana più bella di Capracotta, sempre ornata e ben curata, circondata da un verde rigoglioso, da un frequentato campo di bocce, da una casetta di legno sull'albero e da un ambiente bucolico e rasserenante. Quando mi sono fermato per la prima volta a osservarne la beltà, deve aver notato il mio stupore e ha assunto, a modo suo, un tono di sussiego per quelle umiliazioni ricevute in gioventù. La fonte mi ha fatto notare che, pur avendo un cuore di pietra, ricorda con affetto persone e fatti passati, e mi ha anche rammentato che ognuno di noi è destinato a diventare un "suo" ricordo. Con malcelata inquietudine le ho risposto che... è meglio mai che tardi. Però so che la mia è soltanto una pia illusione. Filippo Di Tella

  • La guerra di Antonio

    Durante la Seconda guerra mondiale le storie di tanti uomini in uniforme si sono sommate, intrecciate e si sono sviluppate al fianco di quei fatti d'arme che sono per lo più noti a molti e, se i fatti d'arme sono la storia, i fatti degli uomini che hanno combattuto e vissuto la guerra sono la parte più intima ed umana. Ho avuto, tempo fa, l'opportunità di conoscere Antonio Dell'Armi, bersagliere, reduce della Seconda guerra mondiale, il nostro incontro non ha percorso i fatti della sua vita militare, ma mi ha dato modo di conoscere però la persona, una figura di uomo che si impone all'attenzione. Infatti, ad Antonio Dell'Armi appartiene il profilo solido e concreto dell'uomo che ha vissuto un rapporto privilegiato con la natura, il rapporto fatto di fatica, di passione e di rispetto ed è cresciuto in quel mondo contadino e montanaro dove c'è poco spazio per sogni pindarici o velleità. Recentemente, ho saputo che aveva lasciato una memoria, uno scritto in cui raccontava della sua vita militare dal 1937 al 1945. Ho letto attentamente il suo scritto e sento da subito il desiderio di anticipare una considerazione che va poi a ricongiungersi con il profilo dell'uomo. In Antonio Dell'Armi in primo piano emerge il senso del dovere e della fatica di una vita militare che ossequia, ma che non fa per lui e che soffre molto, seppure con dignità. Non è un antieroe, anzi in una dimensione diversa lo è comunque anche lui, ma nelle sue parole, nel suo scritto salta agli occhi quel pragmatismo ed il senso di sacrificio al quale la vita del contadino lo aveva abituato fin da giovanissimo. Antonio Dell'Armi ha perso suo padre Felice durante la Prima guerra mondiale e nel 1919 a suo padre viene riconosciuta una pensione di guerra, ma per una famiglia contadina è essenziale il lavoro con il bestiame e nei campi ed Antonio giovanissimo è elemento importante per la sua famiglia e quindi chiamato ad un dovere severo ed impegnativo. Capracotta è un piccolo paese dell'Alto Molise in provincia di Isernia, tutt'intorno le montagne dell'Appannino, il paese raggiunge i 1.421 m. di quota. Questa precisazione è importante perché, nel susseguirsi degli eventi, Capracotta sarà durante la guerra un punto strategico per il fronte, e fondamentale per quel fenomeno che in molti abbiamo incontrato sui libri di scuola, definito "transumanza e alpeggio". Infatti il paese di Capracotta fa parte di quell'area da cui le greggi si muovevano verso il Tavoliere delle Puglia per superare il rigido inverno per poi tornare alle soglie della primavera. Strategicamente, quindi non è trascurabile neanche il fatto che pecore, maiali, mucche e cavalli si trasformassero in guerra come la "logistica" di qualunque esercito che avesse potuto attingere a quelle risorse. È questo il punto di congiunzione tra la storia della guerra e la storia di una realtà contadina che nella guerra stessa si fonde. Antonio Dell'Armi viene arruolato nel 1937 nella 4ª Compagnia del 2° Battaglione del 1° Reggimento Bersaglieri di stanza a Napoli e poi, successivamente a Roma; la 4ª Compagnia era quella che aveva in dotazione le armi pesanti, sostanzialmente mitragliatrici Breda e qualche mortaio, ed Antonio scrive: «Non solo eravamo dotati di armi pesanti, ma per disgrazia stavamo sempre in bicicletta» . Antonio è un uomo di montagna, passo lento e misurato, e la bicicletta è proprio un'afflizione e con mestizia confessa di non aver mai usato una bicicletta prima della chiamata alle armi. I suoi ricordi si riallacciano al giorno in cui arrivò in treno a Roma, Caserma Lamarmora, a piedi ed affardellati fino in caserma, ma era solo l'antipasto, e ciò che segue, lui lo definisce «tremendo»: disciplina ferrea, senza pace, una ginnastica sfrenata, però comunque si ritiene un fortunato poiché la compagnia era alloggiata nelle camerate a pian terreno e, quindi, non doveva salire al secondo e terzo piano con la fune, sì, perché è immediata la comprensione del fatto che le scale erano vietate. Tutto l'insieme dell'addestramento campale lo definisce un insieme di diavolerie in cui si inseriva un percorso di circa 100 km. in bicicletta una volta a settimana La libera uscita a Roma era un momento solenne, ma non era per tutti perché chi non otteneva buoni risultati in bicicletta rimaneva in caserma a pedalare nel cortile grande per allenarsi. Alla fine di luglio Antonio Dell'Armi viene promosso Caporale, e, nonostante il suo raccontarsi inadeguato a quella vita, i fatti e la promozione mi fanno pensare al suo caparbio ed apprezzato impegno. In un tratto del suo racconto emerge la sua straordinaria e semplice umanità ed è precisamente quando fa riferimento all'incarico di portare documenti e posta agli altri ministeri, a Roma, tra binari del tram e vetture in movimento, non raramente cade e di quelle "paure" gli rimase un trauma di cui soffrì per lungo tempo. Poi, arrivò il congedo ed il ritorno a Capracotta, siamo agli inizi del 1939, e a maggio 1940 arriva il richiamo per la mobilitazione e viene inviato al 1° Reggimento Bersaglieri a Napoli. Il reggimento parte per la frontiera Alpino-Occidentale e come i suoi commilitoni partecipa alle azioni di guerra e, nel suo racconto sfugge i particolari di quei combattimenti in territorio francese, sicuramente è un altro momento di sacrificio e sofferenza, un ricordo che lui stesso definisce «offuscato». Poi la Francia chiese l'armistizio ed è il 22 giugno 1940: la Francia si arrende alla Germania. Il Reggimento viene quindi trasferito a Ferrara; nel frattempo altri due fratelli più grandi erano stati arruolati e per Antonio arriva l'inaspettato congedo. Ed è evidente, in quello che scrive, la sua riverenza nei confronti di una sorte benigna, poiché da li a poco dal suo congedo, il 1° Reggimento venne impiegato in Albania; molti suoi commilitoni ed amici morirono in quella Campagna di Guerra e noi tutti ne conosciamo i dettagli più tristi. Ma la "guerra di Antonio" non era finita perché gli eventi bellici impongono la mobilitazione ed in tanti vengono richiamati alle armi; è il 1942. Il 1° Reggimento viene riorganizzato a Napoli, man mano che arrivavano i richiamati e venivano ricostituiti i quadri. Ma Napoli era sotto le bombe ed i Bersaglieri furono tra i primi soccorritori della popolazione civile. Riorganizzato il reggimento i Bersaglieri furono avviati a Ponte Cagnano e da lì ad Alba in provincia di Cuneo. Un nuovo spostamento colloca il reggimento a Borgo San Dalmazio, Antonio e pochi altri possono andare in licenza e, mentre è in licenza, ordini immediati muovono il reggimento verso le stazioni dei treni diretti in Russia, «tutti partiti, tutti gli amici, i commilitoni, un compaesano, gli ufficiali, tutti e, nonostante Antonio non ami la guerra, vive quel momento con rammarico, ed attende, appena rientrato al reparto, di ricongiungersi ai suoi Bersaglieri. Ma non fu così, le notizie dalla Russia erano amare, quasi nessuno tornò da quell'inferno di neve e ghiaccio. Il Reggimento, seppero poi, che arrivò al fronte mentre gli eventi peggioravano ed il fronte veniva travolto dalla controffensiva russa. Le notizie confermavano ormai che non avrebbe raggiunto i suoi amici, e nella incertezza di quei giorni tutti si chiedevanocosa sarebbe accaduto. Ciò che rimaneva del l° Reggimento, in parte ricostituito, venne aggregato alla 4ª Armata e la mattina dell'11 novembre 1942, giorno di san Martino, arrivò l'ordine di occupare il dipartimento della Provenza in Francia e, l'inciso di Antonio è paradigmatico: «Per noi Bersaglieri Ciclisti fu un massacro». Il racconto è da girone dantesco e le parole di Antonio sono queste: Con le biciclette affardellate in assetto di guerra dovemmo affrontare la irta salita che passa per Limone del Piemonte, oltre cinquanta chilometri, più sei o sette chilometri di galleria, e poi tutta la discesa per arrivare la sera a Nizza, l'unica strada era percorsa dalla cavalleria, dai carri armati, da cannoni montati su camion e tutto ciò che era della IV Armata. Per me fu la fine, non ce la facevo ad andare in bicicletta, rimanevo sempre indietro dalla compagnia, non ce la facevo neanche quando mi attaccavo alla moto dell'Aiutante Maggiore, dovetti rinunciare e proseguire la salita a piedi. Erano molti quelli che come Antonio si stavano arrendendo alla fatica, tutto il trasferimento in bicicletta durò tre o quattro giorni, 600 km. di martirio fino a Draguignon Pegomas, e quando vi arrivarono tutti, tutti erano stremati ed affamati, e, purtroppo senza viveri. Era vietatissimo, ma qualcuno mangiò la razione di riserva individuale, anche se gli ufficiali imponevano una dura disciplina, si rendevano conto di quanto la fame fosse cattiva. Antonio racconta che il territorio era impoverito e non si trovava nulla da mangiare e per lui fu il crollo: il grande sforzo in bicicletta con le ruote piene, la fame, le privazioni lo portarono allo stremo fino poi al ricovero. Rientrato in servizio continuava a stare male, ma non lo diceva a nessuno e continua a fare il suo dovere con grande sacrificio, un sacrificio apprezzato dai suoi superiori, infatti arrivò la promozione a Caporal Maggiore ed una sognata seppur breve licenza. Il suo reparto rimase in Francia fino alla fine di agosto 1943, poi lasciarono la Provenza per rientrare in Italia, nel frattempo era caduto il Governo Fascista e con non poche difficoltà raggiunsero Torino proprio nei giorni dell'Armistizio voluto da Badoglio, il 9 settembre a Torino in molti pensavano con euforia alla fine della guerra ed al rientro a casa. Le notizie sull'andamento della guerra erano confuse e contraddittorie, aleggiavano già i venti di una guerra civile ed, in oltre, cercando di tenersi lontano dai tedeschi, si muovevano per strade impervie e lontano dai grandi centri abitati. Raggiunsero una fattoria nella zona di Vercelli e lì trovarono ospitalità per qualche giorno, il mangiare era poco, ma latte, riso e polenta era più di quanto era per loro immaginabile; qualche giorno ancora, ma il senso di incertezza spinse il gruppetto a lasciare la fattoria e raggiungere una stazione. Antonio non ricorda quale stazione, ma da quella stazione, dopo qualche notte passata a nascondersi, si infilarono su di un treno che forse andava Roma, un vagone merci nel quale si serrarono dentro legando le maniglie con le cinghie dei pantaloni. Una sosta alla stazione di Milano, il dubbio sulla destinazione del treno e poi tanta paura di essere scoperti; a Milano la stazione era un formicolio di soldati tedeschi e italiani, di polizia e carabinieri, le voci che si sentivano accrescevano la paura e Antonio e gli altri si rannicchiavano negli angoli del carro merci per diventare invisibili. Il treno ripartì in direzione Roma e fece una sosta ad Orte, saltarono giù dal treno ed ognuno prese la strada di casa. Ma le sorprese non finiscono qui, la guerra di Antonio continua perché, nel frattempo, Capracotta è diventata la sede di un comando di prima linea tedesco e fa parte della linea difensiva che arriva fino a Montecassino, il via vai di truppe tedesche era intenso e costante e la paura di esseredeportato era costante, i suoi 27 anni lo ponevano tra quelli che rischiavano di più e quindi decise di nascondersi fuori del paese. Nel frattempo un proclama delle forze tedesche ordinava di radunare tutti cavalli, poi le mucche ed i maiali, le requisizioni continuavano, con la preoccupazione di tutti di rimanere senza sostentamento per l'imminente inverno. Poi il paese fu segnato dalla fucilazione dei due fratelli Fiadino, che avevano nascosto soldati americani fuggiti da un campo di prigionia. La famiglia Dell'Armi aveva salvato dalla requisizione due mucche, un cavallo, un maiale e quattro pecore; le mucche Antonio le aveva murate in una stalla, ed il maiale lo nascondevano in casa, ma quando aveva fame quel maiale si faceva sentire bene e la sua presenza era diventata un vero e grave rischio e non ci fu altra soluzione che ucciderlo. Antonio non sapeva come fare e, anche se ai nostri giorni il racconto risulta ruvido, Antonio racconta in modo asciutto che gli tirò una gran botta in testa con uno zappone e poi lo lavorò tutta la notte nascondendo le carni in tini e tinozze preparando le carni per la conservazione. Quel maiale fu la salvezza della famiglia in quell'inverno del 1943; le notti erano insonni e non ci si abitua alla paura e, infatti, una mattina presto Antonio sentì bussare alla porta di casa, intravide dei tedeschi, uno di questi bussava insistentemente, non c'era modo di fuggire, allora raggiunse il fienile e si nascose nel fieno, nel frattempo l'anziana madre aveva aperto e cercava di convincere il tedesco che non c'era nessuno, che Antonio era fuggito, ma non bastarono le parole ed il tedesco lo cercò per tutta la casa, poi andò nel fienile e con una baionetta innestata tirava di punta nel fieno, la paura è indescrivibile e di quella lama e la paura il ricordo restò indelebile. Nella nottata precedente erano stati rastrellati un centinaio di uomini del paese e, caricati sui camion, furono portati via tra la disperazione dei familiari. Saputo dell'evento notturno e a questo punto Antonio non può più esitare, esce dal fienile, corre in casa, si barrica dentro, poi, presi i vestiti di sua madre, si veste da donna e scappa in campagna, giù per i dirupi nel vallone fino a raggiungere una casa a circa due chilometri dal paese. Lì si ritrovò con altri che erano scappati, una ventina in tutto, ma da dove erano non potevano controllare i movimenti dei tedeschi e decisero quindi di salire in alto. La ricorda come una notte terribile, dolorosa ed angosciante; salirono il monte fino alla quota di 1.600 m. al rifugio di Prato Gentile. Ma la giornata non andò meglio, furono avvistati da una pattuglia tedesca e crepitarono le raffiche di mitra, tutti fuggirono per i boschi sparpagliandosi, poi Antonio, rimasto solo, nell'incertezza di quei momenti, attanagliato dalla fame e stremato, decise di tornare in paese. Nel frattempo gli Alleati avevano attaccato con forza Cassino e nella zona alle spalle del fronte transitavano le truppe tedesche di retrovia e di rinforzo e forse si preparavano anche ad una imminente ritirata. Le nubi all'orizzonte divennero nere e poi furono tempesta: Capracotta fu razziata e poi devastata dalle esplosioni, i genieri fecero saltare con la dinamite il 70% delle case ed altre furono incendiate, e tutto il cibo e le provviste rimasto andò distrutto, la popolazione si rifugiò nelle due chiese, molti altri così come la sua famiglia si rifugiarono nel cimitero. Le forze tedesche si ritirarono sul fiume Sangro facendo saltare i ponti alle loro spalle. A Capracotta si affacciano le truppe inglesi ed un nutrito contingente di Goums, i soldati marocchini. Antonio ricorda i piccoli muli, ma ricorda anche i cannoni, gli obici che furono piazzati dietro il paese sparando in continuazione verso le postazioni tedesche al di là del fiume Sangro e per giorni e giorni martellarono quelle postazioni. Una mattina, improvvisamente, arrivò l'ordine del Comandante inglese che la popolazione civile avrebbe dovuto abbandonare il paese, tutti ed in fretta, il paese doveva essere sfollato. Molti furono trasportati con i camion e furono evacuati in provincia di Lecce, chi poté si spostò con i propri mezzi (cioè anche a piedi con animali e carretti) nelle retrovie del fronte. Antonio con un cavallo e una decina di persone della sua famiglia si rifugia ad Agnone, e, particolare non da poco, porta con se un po' di quella carne di maiale che aveva salvato dalla requisizione dei tedeschi, quell'inverno fu durissimo con tanta neve e poco cibo. Rimasero ad Agnone dal dicembre 1943 al marzo del 1944, quattro mesi terribili poi il tuono dei cannoni si affievolì ed il Comando inglese consentì ai più giovani e alle famiglie che avevano le case ancora in piedi di fare ritorno in paese, ripercorrendo la mulattiera da Agnone la famiglia. Dell'Armi rientrò a Capracotta con il nonno Pasquale in sella al fedele cavallo che ogni tanto affondava nella neve alta, ancora un viaggio duro e memorabile. Il fronte avanzava lasciando dietro di se solo rovine e, forse, ora la "guerra di Antonio" era davvero conclusa, come la guerra di molti altri italiani, ma, ancora una volta, possiamo dire che, per molti altri, non solo non era conclusa, ma viveva i suoi momenti più tragici. Roberto Geminiani Fonte: R. Geminiani, La guerra di Antonio , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • A sera casa kaputt!

    La bimbetta dai riccioli biondi raggiunse il ragazzo che, con circospezione, aveva finalmente attratto la sua attenzione, ebbero un breve dialogo, lui le consegnò una giacca da uomo, la salutò con una carezza visibilmente commosso. La piccina attonita, seguì con lo sguardo il ragazzo che indossava la divisa delle Schutz-Staffeln , le famigerate SS, e quando svanì alla sua vista corse dai genitori, consegnò la giacca al padre e, con precisione, riferì il sinistro messaggio che aveva appena ricevuto: dovevano immediatamente lasciare la casa e fuggire lontano perché "A sera casa kaputt!". Era un giorno del novembre 1943 e a sera, dalla vaccaréccia dove si era rifugiata con la sua famiglia, quella bimba vide il susseguirsi delle esplosioni che dilaniarono tutti gli stabili nei pressi dello scalo ferroviario S. Pietro Avellana-Capracotta. Divampò un incendio che si propagò illuminando a giorno il borgo tanto che ru catuózze , sapientemente assemblato dai carbonai di Cervinara per trasformare la legna in carbone, e la fornace, con la sua ciminiera che sembrava quasi lambisse il cielo, continuarono a fumare per molti giorni a seguire. Era una guerra oltremodo atroce che aveva fatto emergere un mondo di barbarie e comportato alla popolazione civile le più assurde traversie. Enrico, il padre della bambina, fissando il polveroso cumulo di macerie ed intercettando il punto in cui sorgeva la casa che lui stesso aveva costruito, ripensò alla sua vita e a quell'autunno del 1929 quando decise di trasferirsi, transitoriamente credeva, da Capracotta allo scalo ferroviario con la moglie e i figli, un riccioluto furfantello e due fanciulline, una ancora in fasce. La nuova sistemazione era dettata dall'esigenza di ultimare dei lavori nella zona e la cattiva stagione non gli avrebbe permesso di spostarsi agevolmente. Non si allontanava però a cuor leggero poiché avrebbe disertato gli incontri con i suoi fraterni amici, con i quali trascorreva il poco tempo libero che gli rimaneva, si trattava di preziose occasioni per parlare di letteratura, filosofia e politica e di tenersi informato sugli accadimenti del mondo che seguiva con molta attenzione. Un suo facoltoso amico poi, gli dava libero accesso alla sua fornita biblioteca e ciò gli aveva consentito di appassionarsi ad Hugo, Hegel, Dumas, Marx, Kant dai quali, insieme all'unico libro che possedeva, la Sacra Bibbia, prendeva spunto per le sue riflessioni che annotava su qualsiasi pezzo di carta. In campo politico mal tollerava l'ideologia di quel periodo, non condivideva le scelte e non lo nascondeva, al contrario propendeva con vigore all'affermazione dei diritti dei lavoratori, quasi sempre calpestati, ed aveva simpatie per le dottrine che si andavano diffondendo nell'est europeo, pur manifestando una profonda fede cattolica creando così un evidente paradosso. Alla fine cercava di convincersi che lo scalo non era poi così lontano da Capracotta ed all'epoca era una località particolarmente vivace con i numerosi lavoratori della fornace e tutti quei passeggeri dei treni e del postale. Maria, la moglie di Enrico, colpita dal gran traffico di gente e guardandosi attorno, capì che nella zona mancava qualcosa che soddisfacesse le esigenze di tutti quegli avventori ed ebbe un'intuizione: c'era bisognodi una locanda! Per lei però, con tre bambini in tenera età e con gli scarsi mezzi economici di cui disponeva, era impensabile intraprendere un'avventura simile. Provvidenziale fu la sorella che, accompagnata dal marito, scese allo scalo da Capracotta per farle visita, ad essa Maria partecipò la sua idea, vi fu un "summit" familiare, allargato alla cugina pugliese Caterina e a suo marito Marco, avente ad oggetto il definitivo trasferimento allo scalo con conseguente realizzazione delle rispettive dimore. Nel confronto gli uomini ebbero la peggio, ma solo perché dotati di buon senso e consapevoli dell'ostinazione delle due sorelle, ed alla fine l'intuizione di Maria divenne realtà! A poche centinaia di metri dalla Stazione S. Pietro Avellana-Capracotta, mast'Enrico fabbricò uno stabile con tre portoni, a destra c'era la sua casa, a sinistra quella dei cugini ed al centro c'era la locanda di Olinda e Giulio, noti ai più come mamma Linda e papà Giulio. Olinda e Maria erano le figlie di Pietro il fabbro che, rimasto vedovo, nei lunghi e rigidi inverni capracottesi per sbarcare il lunario, era costretto ad emigrare in Puglia portando con sé il figlio maschio e affidando le figlie alla signora Adelina che insegnava loro l'arte di condurre adeguatamente una casa e quella culinaria. Ciò tornò utile a mamma Linda per gestire la locanda prendendo letteralmente per la gola i clienti, anche i più esigenti, sopperendo così ai limiti del suo caratterino. Le peculiarità che emergevano nelle due sorelle, ereditate sicuramente dal padre, erano la pervicacia e la risolutezza, occorreva conoscerle profondamente per capire che la loro asprezza era il risultato di un vissuto doloroso, senza madre e con un padre particolarmente autoritario, al contrario la bontà, la saggezza e la flessibilità erano prerogative dei mariti che compensavano così le loro carenze. Passarono gli anni e il tempo allo scalo trascorreva più o meno tranquillamente perché, insidiosi, arrivavano gli echi di quanto accadeva nel resto dell'Italia e dell'Europa, si cominciava a parlare di Hitler, di nazismo, di Asse Roma-Berlino fra Italia e Germania, mentre l'attività della locanda era oramai decollata e mamma Linda poteva annoverare fra i suoi clienti personalità di un certo rilievo, dal comandante della vicina Forestale, al Podestà e persino il Prefetto, con i quali era addirittura entrata in confidenza. Quando mast'Enrico, per lavoro a Pantelleria, fu ospite delle patrie galere per le sue idee anti regime, mamma Linda lasciò la locanda, cosa che faceva raramente, e si recò personalmente a Campobasso, proprio dal Prefetto, per intercedere per quel buon uomo del cognato e grazie al suo intervento fu liberato. In seguito, con la sua grinta, lo metteva in guardia affinché non si trovasse in analoghe situazioni ed in effetti quell'esperienza lo aveva molto segnato ed avrebbe dovuto aspettare fino al 1947 per vedere garantito, all'art. 3 della Costituzione Italiana, il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche. Intanto in lui cominciava a montare l'angoscia, seguiva con preoccupazione gli eventi che vedevano come protagonista la Germania con le sue manie espansionistiche: rimase sbalordito quando nel marzo del '38 perpetrò l' Anschluss , ossia l'annessione dell'Austria, percepiva la pericolosità del Patto d'acciaio sancito con l'Italia che, a suo avviso, non aveva ben compreso che per i tedeschi quel patto militare significava fare la guerra senza riserve. Sbottò con gli amici di sempre che, come poteva, raggiungeva a Capracotta nel settembre '39, dopo la scellerata invasione della Polonia ad opera della Germania da cui ebbe origine la seconda guerra mondiale e, successivamente, nel giugno '40 con l'entrata in guerra dell'Italia esprimendo tutte le perplessità e i dubbi su quanto stava accadendo. La guerra non risparmiò niente e nessuno, neanche quel paradiso che era il territorio di Capracotta tant'è che un infausto giorno, allo scalo ferroviario, arrivarono le SS. La prima cosa che fecero, dopo aver posizionato un carro armato proprio di fianco alla casa di mast'Enrico, fu quella di sequestrargliene una parte che divenne il loro quartier generale, questa volta le suppliche di mamma Linda presso le autorità caddero nel vuoto! La non facile convivenza con la limitata libertà esasperava gli animi: in una stanza, dormivano, chiuse a chiave per precauzione, numerose persone e quando una notte i soldati tedeschi, in preda ai fumi dell'alcol, irruppero in casa di mast'Enrico in cerca di frauen . Il sangue freddo di Maria fu determinante: impose ai familiari silenzio di tomba... non dovevano quasi respirare finché il fracasso non cessò. Dopo quell'episodio mast'Enrico, che era sempre stato un fifone, se di notte udiva il minimo cigolio sentenziava: – È giunta la nostra ultima ora! La carenza di cibo di quei tempi li vide anche audaci: in assenza dei soldati tedeschi, papà Giulio trovò in cantina innumerevoli casse che contenevano polvere bianca, chiamò Maria e convennero che si trattava di farina, così ne sottrassero tre. Appena i tedeschi si resero conto dell'accaduto gridarono al sabotaggio perché avevano rubato esplosivo e, senza alcun indugio, sequestrarono papà Giulio, mast'Enrico e Marcucce . Mamma Linda, con un self control degno di una English lady , condusse i tedeschi alle casse per restituirle facendo loro capire che avrebbe voluto fare quel pane che, non di rado, avevano condiviso e questi, nonostante avessero compreso l'equivoco, per la liberazione dei tre malcapitati pretesero ed ottennero tre vacche che mamma Linda, Caterina e Maria si procurarono, con gran fatica, presso le masserie limitrofe. Le preoccupazioni però per Enrico e Maria si estendevano anche sul fronte familiare infatti, con l'entrata in guerra dell'Italia, il loro unico figlio maschio che era cresciuto, ma riccioluto e discolo era rimasto, con sempre maggior insistenza manifestava l'intenzione di arruolarsi. Enrico, che nel primo conflitto mondiale era stato reclutato come combattente nelle fila del patrio esercito, con molta pazienza, cercava di fargli capire l'inutilità e la crudeltà della guerra ma anche che non aveva l'età giusta per poterla fare, con Maria, invece, erano veri e propri litigi. Sembrava che quel ragazzo provasse soddisfazione a fare il contrario di ciò che era giusto oppure a dire di no solo per far dispetto al suo interlocutore, forse perché non voleva essere considerato accomodante. Fu per questo che quando in età adulta divenne un apprezzato personaggio pubblico (con grande stupore di tutti!) era considerato un abile negoziatore? Fuggì per "andare a fare la guerra" ma, secondo pronostico, fu rispedito a casa dove continuò a combinarne delle belle... Oltre ai soldati tedeschi, allo scalo, arrivarono anche quelli francesi, inglesi, turchi ed i polacchi e, dopo l'iniziale reciproca diffidenza, incominciarono a manifestare l'esigenza di stabilire dei contatti con la piccola comunità locale, avevano nostalgia delle proprie case, delle famiglie, delle loro abitudini. I soldati polacchi, ogni sera, si riunivano alla locanda per recitare il rosario tutti insieme, quelli tedeschi mostravano le foto delle fidanzate, delle mogli o dei figli ma se mast'Enrico le guardava immedesimandosi nelle loro sensazioni di tristezza, suo figlio, sfoderando un sorriso a trentadue denti esclamava: – Madonna gnà è brutte, pare nu ciucce! – suscitando ilarità nei presenti che avrebbero potuto pagarla anche cara, a niente valevano le raccomandazioni dei genitori. Si sfiorò la tragedia quando un giorno il ragazzo si imbattè in una camionetta di soldati tedeschi travestiti da inglesi, mast'Enrico che aveva compreso l'inganno cercava invano di richiamarlo a sé, il ragazzo con gran foga li esortava a raggiungere i tedeschi per "ucciderli tutti", li avrebbe condotti lui, e per farglielo capire mimava una mitragliatrice. Questa "performance" gli costò una lunga permanenza in un nascondiglio in montagna, dove lo condusse papà Giulio, per timore di eventuali ritorsioni. La piccola di casa frattanto, che aveva solo cinque anni, memorizzava quanto le accadeva attorno, solo anni più tardi avrebbe compreso che quel mezzo in cui si calava per riemergere con il bavaglino pieno di leccornie, cioccolato e dolciumi vari, che le donavano i soldati tedeschi e che poi divideva con il resto della brigata familiare, era un carro armato delle SS e che il messaggio del soldato che incontrò quel mattino del novembre '43 avrebbe, inevitabilmente, deviato il corso della vita della sua famiglia. Qualche giorno dopo i terribili fatti, mast'Enrico decise di trasferirsi, lui che era nato al mare pensava di raggiungere la costa con la sua famiglia; con le pochissime cose che riuscì a recuperare e a caricare su ru traìne , dopo tre giorni di cammino, fece sosta in una cittadina del centro Abruzzo dove si incontrò con alcuni paesani che lo convinsero a non continuare il viaggio poiché, generosamente, gli avevano trovato un alloggio e, allettato dalla presenza delle scuole superiori grazie alle quali avrebbe potuto garantire un'adeguata istruzione ai figli, si convinse a fermarsi. Rimase legatissimo a Capracotta, tant'è che quando ne parlava riusciva a trasmettere la magia e l'ardore che si impadronivano di lui. Tornò allo scalo per ricostruire lo stabile che per bieca logica militare era stato distrutto ed oggi, dopo 70 anni, è ancora là con quel che resta dell'insegna a bandiera della locanda di mamma Linda. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, "A sera casa kaputt!" , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Il sogno di Mucce

    Da piccolo, quando tornavo a Capracotta per trascorrere quasi tre mesi con mia zia Elena, ritrovavo un caro amico, Giacomo, di uno o due anni più grande di me. A differenza mia, che trascorrevo le vacanze giocando e oziando, Giacomo non aveva vacanza perché lavorava aiutando i suoi genitori, contadini, nei lavori agricoli. Per esempio lo vedevo spesso, con un suo cavallo, trasportare ora grano ora fieno. E mi raccontava le sue attività e avventure in campagna e il fatto che non avesse mai un attimo per giocare. Già, perché giocare era un privilegio dei figli dei capracottesi emigrati in città. Essendo maschietti noi dedicavamo molto tempo a giocare a pallone; meglio sarebbe dire "lottavamo al pallone", attività tristemente esaltata dalla TV e dai mass-media e considerata scuola di vita. In realtà, con il senno di poi, quella occupazione fatta passare per ludica ed educativa, non era altro che dannazione e perversione; scuola di lotta, rude, banale e violenta, che non insegnava nulla se non lo scontro e la rivalità. "Gioco" in cui i corpi dei giovani piuttosto che essere amorevolmente curati e coccolati sono messi alla prova in una lotta continua al solo scopo di vincere e sopraffare gli avversari ricorrendo spesso a inganni e furbizie. Purtroppo il mio genitore, Marino, investì molto denaro per trasformare un fertile terreno coltivato a patate e orzo in un campo, conosciuto come il "campetto", per far "giocare" - pardon "lottare" - al pallone. Nonostante quelle vite così differenti io e Giacomo eravamo amici e mi piaceva la sua autenticità di giovane contadino di montagna, anche se avvertivo una certa durezza di vita e mi imbarazzava la mia condizione falsamente privilegiata. Poi non ci siamo più visti per tanti anni ma in questi ultimi quattro-cinque, da quando cioè sono tornato a vivere a Capracotta, mi è capitato di incontrarlo spesso e di frequentarlo, non fosse altro per la vicinanza delle nostre case. Talvolta l'ho incrociato alla Masseria Campanelli dove abitavano i suoi suoceri Michelina e Dantuccio, che andavo a trovare ogni tanto. E così raccontandoci tanti episodi e ricordando vite di antenati venne fuori la storia della Crocetta che mai avevo sentito e che continua a intrigarmi e, autorizzato dal mio amico, la racconto con la collaborazione dell'amica Anna Montaruli di Ruvo. Ecco la storia. Giacomo aveva il nonno paterno che si chiamava come lui ma siccome c'era l'uso del dialetto e quello di dare i diminutivi, quest'uomo veniva chiamato Giacomuccio, abbreviato Muccio, in gergo Mucce . Ricordo che mia madre mi raccontava di lui quando, sfollati durante la seconda guerra mondiale e rifugiati nel cimitero di Capracotta per alcuni giorni, Mucce si mise due bastoncini, due pezzetti di legno, tra la gota e le sopracciglia per tenere gli occhi aperti durante la notte e restare sveglio; non so, per timore dei morti o dei topi o di possibili furti o di incursioni di tedeschi o soldati. E ogni tanto mia madre lo ricordava come un vero contadino di montagna, infaticabile ed energico, arguto, saggio e felice del suo lavoro e della sua vita anche se dura e in balia della natura. Mia madre, evidentemente apprezzandolo, spesso mi diceva che il suo vero desiderio era di vivere in campagna e fare la contadina. Ma torniamo a Mucce . Accadde che in una notte del 1923 fa un sogno particolare: gli appare Gesù che gli dice - come fosse un ordine - di costruire una croce in un punto di Capracotta da cui si possano vedere tre paesi: Capracotta, Agnone e Vastogirardi. E aggiunge che questa croce doveva essere finanziata da lui, dal Parroco di allora, mi pare un certo don Antonio, e da una certa signora Colomba, benestante. Nei giorni successivi il nostro protagonista si premura di raccontare il sogno alle altre due persone coinvolte. Mucce e la signora Colomba sono d'accordo per realizzare la richiesta ma il sacerdote tentenna e, mese dopo mese, alla fine non se ne fa niente. Passa un anno e una notte torna in sogno a Mucce Gesù che rinnova la richiesta di costruire una croce. Durante quei dodici mesi era morto il sacerdote don Antonio e la signora Colomba aveva perso un figlio, mi pare nella guerra d'invasione della Libia o Eritrea. Aveva perso anche molti animali, essendo proprietaria di armenti. Gesù aggiunge che se non sarà eretta la croce i danni saranno maggiori. Mucc si premuradi andare da Colombaa raccontare il sogno e questa voltai due si attivanoper installare una croce di ferro alta circa due metri in un punto da cui in teoriasi dovrebbero vedere i tre paesi anche se attualmente questa vista è interdetta, essendo la zona per una parte circondata da alberi. A detta del nipote Giacomo, il nonno si indebitò perché la croce venne a costare tanto, mi pare 50 mila lire: una fortuna per quei tempi. Non si sa da dove fu fatta arrivare e fu molto impegnativo anche portarla e conficcarla nel terreno. E per di più ogni anno richiedeva pulizia e manutenzione. Comunque fu messa lì dove si trova tutt'ora, a cavallo tra Monte Capraro e Monte Cavallerizzo in una località che si chiama "La Crocetta" - in dialetto "Crucétta” - a ridosso di un crocicchio di sentieri, alcuni che portano nei boschi e uno che porta al vicino paese Vastogirardi. Secondo un amico rabdomante di Venafro, che si chiama anche lui Giacomo, Giacomino per gli amici, sotto quel crocevia scorre una vena d'acqua e quindi è un luogo particolarmente carico di energia vitale, insomma un posto magico, avrebbero detto i sacerdoti osci che, secondo l'antropologa Lorena Bianchi, proprio lì vicino, sul monte Cavallerizzo, avevano il loro centro di direzione spirituale dentro a quelle che sono conosciute come mura ciclopiche. Questa storia della Crocetta, dopo diversi mesi, mi è stata ripetuta ancora da Giacomo proprio lì, dove era intento ai lavori di cura della croce, attività della quale si occupa personalmente. Qualche settimana dopo ho sentito il bisogno di realizzare una video-intervista che raccontasse del sogno e della sua realizzazione; tanto volevo essere sicuro di non aver sognato anch'io. E quando poi mi è capitato di raccontarla in giro per Capracotta nessuno la conosceva, tanto meno i sacerdoti. Certo si sa, la Chiesa in circostanze come questa è sempre un po' scettica e diffidente, anche perché l'evento non è solo legato al sogno ma ha come protagonista la figura di Gesù, quasi sminuita dalla figura del povero e forse analfabeta contadino al quale è ordinata addirittura una croce. Ma queste cose non sarebbe meglio che il figlio di Dio le chiedesse direttamente ai Suoi ministri? Per non parlare poi dei segni quasi "punitivi" della morte del parroco e della disgrazia accaduta alla signora Colomba. Come se la punizione si abbatte sul parroco che non ha creduto al sogno di un povero di spirito e alla donna benestante che non ha utilizzato la sua ricchezza per realizzare quanto chiesto. Mucce , invece, non sarà punito, quasi come se Gesù, parlando attraverso un umile, avesse mandato un messaggio e con esso un ordine che necessariamente doveva essere realizzato con l'approvazione della Chiesa ufficiale e con i mezzi economici di chi li possedeva in abbondanza. A Mucce il compito di comunicare e diffondere ciò che gli era stato ordinato e lui questo lo aveva fatto. Lui sì, ebbe fede. Ma c'è dell'altro circa questo nonno Mucce che il nipote Giacomo mi ha raccontato e che me lo fa apparire come un piccolo-grande vecchio, saggiamente legato ed in contatto con una memoria antica ed ancestrale. Giacomo mi raccontava che questo nonno, amante e fiero del suo essere contadino e che viveva nella masseria appena sotto Capracotta, dove io stesso sono stato da piccolo con Giacomo, ebbene questo nonno dimostrava ammirazione e rispetto per i rospi tanto che quando li trovava li prendeva e li portava in masseria per tenerli in camera da letto e in caso gli procurava del cibo. Gli animali si collocavano sotto il letto e nonno Mucce era molto attento a che nessuno li disturbasse: se il nipote si fosse permesso di toccarli o scacciarli, egli sarebbe stato capace persino di... alzargli le mani... e anche i piedi! Da dove questa usanza con i rospi? Mi vengono in mente reminiscenze di antichi culti matriarcali, probabilmente anche del popolo osco, che vedevano nelle rane e nei rospi manifestazioni del divino. Perché gli anfibi sono animali della metamorfosi che si trasformano da girini viventi in acqua a rane-rospi che abitano anche sulla terra; simboli, quindi, dell'eterno mutare, divenire, morire e rinascere e quindi monito a saper accettare e vivere le stagioni della natura e della vita. Saper accettare e vivere la ciclicità degli eventi, evidente e presente nelle esistenze delle donne, legate alle ciclicità lunari del ciclo mestruale. Un'altra simbologia legata alle rane e ai rospi ce la indica la mitoantropologa Marja Gimbutas. Dalle sue rigorose ricerche nota che fin dall'antichità rane e rospi, per la loro somiglianza con l'utero, erano considerati uteri vaganti e perciò simboli di dispensatori di vita, di rigenerazione e trasformazione Anche i serpenti in quella cultura erano sacri sia perché cambiavano pelle sia perché vivevano tra il sottosuolo e la superficie e quindi simboleggiavano la potenza dell'umidità della terra, terra a cui dovremmo essere grati e che dovremmo curare e conoscere con la massima apertura. Purtroppo l'avvento delle arroganti società patriarcali, guerriere e maschiliste, riterrà tutto ciò immondo e peccaminoso: le donne, gli animali, il ciclo mestruale, la sessualità. Mucce , contadino in simbiosi con la terra, nonostante uomo, evidentemente sentiva profondamente ancora il senso di quei segni e la sacralità della natura e ne era ancora incantato e attratto... Maria, una cugina o parente stretta di Giacomo, infine, non so se figlia o nipote di Mucce , mi ha raccontato che lo stesso Mucce dedicava un intero giorno all'anno per la seguente pratica di prevenzione e potenziamento salutare. Prendeva una grande coperta di pura lana locale e di colore rosso e, senza vestiti, vi si avvolgeva come fosse una mummia o un bruco nella crisalide e per tutto il giorno restava così disteso sul letto, digiunando, sudando e bevendo solo dell'acqua o infusi. Con questa forma di "sauna a secco" egli sosteneva di disintossicarsi e rinforzare, diremmo oggi, le sue difese immunitarie. Fatto sta che non si ammalava mai o quasi mai. Una donna di oltre novant'anni di Pescopennataro mi ha raccontato che anche il suo nonno faceva la stessa pratica, probabilmente non sapendo di Capracotta e di nonno Mucce . Mi chiedo se si conoscessero e si fossero trasmessi questa pratica. Anche in questo caso abbiamo segni inequivocabili: il digiuno come morte e rinascita, l'immobilità volontaria (è noto che i contadini non sono mai fermi, tranne in caso di malattia), la nudità, la coperta di lana rossa simbolo del sangue; colore che la moderna cromoterapia legge come energetico e rivitalizzante. Importante, infine, la figura simbolo del bruco-farfalla, altro animale sacro, che muore bruco per rinascere farfalla e volare, anche se solo per un giorno. Quando Mucce morì, nella sua masseria, suo figlio Vincenzo - è sempre Giacomo, il mio amico, che me lo ha raccontato - lo prese e lo sdraiò sul cavallo così caro e prezioso e lo portò così a Capracotta per la veglia funebre e il funerale. Scrivere questi racconti mi ha dato qualche brivido e mi ha tanto emozionato. Sento perciò di dover dire grazie a Mucce e a Giacomo e Maria per avermi messo a parte di queste storie. Magari possono essere considerate di poco conto, inattuali, vane e sciocche ma io le ritengo ricche di insegnamenti stimolanti per continuare una ricerca incessante sulle mie radici e sul popolo osco, pacifico e riconoscente verso le dee Kerres e le altre dee simbolo della generosità e della potenza della natura. Storie cariche di vita e di preziosi spunti di riflessioni su cui investire per recuperare una dimensione più sana e più profonda della nostra presenza sulla terra. Antonio D'Andrea e Anna Montaruli Fonte: A. D'Andrea e A. Montaruli, Il sogno di Mucc'. Ode e lode a un contadino di Capracotta custode della sacralità della natura e quindi vero erede del popolo osco , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • La storia di Carmela Mendozzi DiCianno

    – Dio mi ha messa al mondo per realizzare certe cose. Mi trovo così indietro con il lavoro che non morirò mai. Proprio questo era uno dei modi di dire preferiti di Carmela DiCianno, la mia carissima nonna, che ha speso la sua intera esistenza nel prendersi cura dei membri della sua famiglia e di molte altre persone. In queste pagine cercherò di condividere alcune delle vicissitudini di questa donna appassionata ed eccezionalmente dedita agli altri. La storia di Carmela ha inizio a Capracotta in Italia. È un paese che noi nipoti abbiamo imparato a conoscere, poiché lei ci raccontava le vicende del suo luogo natio, anche se era partita da lì quando aveva 10 anni appena. Carmela partecipava devotamente alle funzioni religiose con le suore e percorreva qualche chilometro per raggiungere la chiesetta. Frequentò la scuola del paese sino alla quarta classe. Fino agli ultimi anni di vita, nonna è stata in grado di leggere e scrivere in italiano. Infatti scambiava lettere nella lingua madre con i suoi parenti di Capracotta e Roma. Giangregorio Mendozzi, il padre di Carmela, era immigrato negli USA nel 1913. Nel 1920 lavorava come operaio siderurgico a Youngstown nell'Ohio, quando mia nonna e sua madre, Maria Loreta Di Tanna Mendozzi, si imbarcarono sul "Cretic" per raggiungerlo in America. Carmela ha sempre conservato un ricordo vivido della traversata, dal momento che si imbatterono in una tempesta che fece quasi affondare la nave. Nonna raccontava sempre che non si è mai resa conto di come erano riusciti ad arrivare sani e salvi nel porto di Boston. Carmela incontrò suo marito Amedeo DiCianno nel 1927 a Youngstown, quando aveva 17 anni. Il loro fidanzamento durò otto mesi e finalmente i due si sposarono il 14 aprile del 1928. Nonna aveva 18 anni e nonno - o Papi, come affettuosamente lo chiamavamo - 22. Sono rimasti insieme per 57 anni. Nonna diceva che il momento più felice della sua vita era stato il suo primo incontro con Papi e il più triste la sua morte. Il loro matrimonio ha resistito proprio tanto. Mia nonna non ha avuto una vita facile. Per cominciare sua madre morì di parto a 38 anni. Allora nonna aveva 19 anni e si era sposata da poco. Dopo la morte della madre, Carmela si fece carico del difficile compito di crescere le sorelle e i fratelli più piccoli e i suoi due figli, Riccardo e Romolo, mio padre. Nel 1929, circa nello stesso periodo in cui Carmela si prendeva sulle spalle il peso di molte altre responsabilità, il paese fu colpito dalla Grande Depressione. È stata una catastrofe di cui nonna non ha mai smesso di parlare. Amedeo era senza lavoro, la famiglia non aveva niente da mangiare e il governo non poteva aiutarli. Papi aveva un fratello, senza figli, nel Nuovo Messico; per fortuna riusciva a mandargli venti dollari al mese. Pagavano dieci dollari al mese per l'affitto di casa e utilizzavano i restanti dieci per tutte le altre spese. Furono costretti a vendere le loro cose per comprarsi da mangiare. Nonna raccontava sempre che erano sopravvissuti grazie alle verdure coltivate nell'orto, il riso, il latte e la pasta fatta in casa da lei. Non c'erano soldi per comprare la carne. Durante la Grande Depressione il presidente era Herbert Hoover, un repubblicano. Credo proprio che questa sia stata la vera ragione per cui nonna sia stata una fervente democratica. Spesso narrava l'episodio del commesso viaggiatore che bussò alla porta per cercare di vendergli un aspirapolvere Hoover. Papi disse a quel tipo di levarsi dalle scatole e stare alla larga dalla casa, poiché non voleva mai più riascoltare o rileggere la parola "Hoover"! Per tutto il resto della sua vita Carmela avrebbe parlato della Grande Depressione come se fosse stato un evento accaduto il giorno prima. Nonna raccontava molti fatti sulla mafia. È stato un periodo che avrebbe preferito dimenticare. Allora la mafia e altre organizzazioni criminali come la Mano Nera erano tristemente note per i loro ordigni esplosivi. Un giorno, mentre il suo bimbo più grande dormiva nella culla, lei e Amedeo udirono un forte boato. Si precipitarono in camera da letto e trovarono il bambino ricoperto da schegge di vetro. Le finestre erano state distrutte da un'esplosione avvenuta lungo la strada. Papi non faceva parte della mafia ma loro lo "proteggevano". In un altro spaventoso attentato, una bomba della mafia esplose accanto alla casa di Carmela ed Amedeo, con lo scopo di uccidere l'uomo che vi abitava. Nonna raccontava che la mafia chiedeva a Papi di lavorare come portatore di bare ai funerali. Lui non voleva farlo e tanto meno gli piaceva ma obbediva, dal momento che gli davano in cambio del denaro per comprar da mangiare. Papi e nonna lasciarono l'Ohio nel 1934, quando Amedeo riuscì ad ottenere un posto di lavoro presso la Compagnia delle Ferrovie del Nord Nevada (Nevada Northern Railway) ad Ely nel Nevada. Traslocarono in un cosiddetto "modulo abitativo", un alloggio che la società ferroviaria forniva ai dipendenti. Questa modesta casetta aveva la cucina, il soggiorno e la camera da letto. I figli dormivano sulla poltrona letto del soggiorno. L'acqua calda non c'era. Per fare un bagno caldo i nonni riscaldavano l'acqua con la stufa a legna. Il gabinetto si trovava in una baracca. Nel 1938 venne alla luce una bimba, Marie, e così la famiglia fu completata. Nonna è stata la nostra roccia, la prima pietra su cui si è fondatala fede della nostra famiglia. Ha vissuto tutta la sua esistenza in compagnia di Gesù, la Vergine Maria e san Giuseppe - insieme agli altri santi che venerava - tutti al suo fianco. Non ha mai saltato una domenica in chiesa e quando stava talmente male da non potersi recare alle funzioni religiose, guardava la messa sul canale TV cattolico. Non si faceva scrupolo di rammentarci i nostri doveri verso Dio e la chiesa e voleva esser certa che i nostri figli ricevessero i giusti sacramenti. – Sei andata in chiesa oggi? – questa era la domanda che spesso ci poneva la domenica sera. Ed era molto meglio per te se non mentivi! Tanto lei lo sapeva. Sempre. Anche se abitavi a 500 chilometri di distanza. Carmela non ha mai avuto nessuna paura di esprimere liberamente il suo pensiero. Se lei aveva un'opinione, tu dovevi starla a sentire - non importa chi tu fossi e se volevi ascoltarla oppure no. Nonna non aveva alcun timore di fare domande personali ai nostri amici. Non temeva nemmeno di dire ai preti che anche a loro doveva essere concesso di sposarsi. Prima di partire per la guerra, un soldato di Ely diede in affitto la sua stazione di rifornimento ad un uomo. Quando nonna e sua cognata, parente del soldato, vennero a sapere che l'affittuario non pagava, andarono a fargli visita. Nonna lo rimproverò con tanta asprezza che quel tizio promise che avrebbe pagato regolarmente l'affitto ma soltanto a condizione che lei non si facesse mai più vedere dalle parti del distributore di benzina. Che vergogna! Un soldato rischiava la propria vita, mentre il suo affittuario lo stava fregando. Stava sempre dalla parte degli ultimi: i vecchi, i poveri, i malati. Era la portavoce delle persone che non avevano voce. Mi ricordo delle numerosissime volte che telefonò al suo rappresentante al Congresso per lamentarsi del fatto che i farmaci delle prescrizioni erano così costosi che agli anziani non restava che pochissimo denaro per comprarsi da mangiare. Nonna disprezzava gli esponenti dei "poteri forti", che spesso appellava con il termine "ladroni". Carmela era altruista e si è spesa molto sacrificandosi per il prossimo. È stata una "supermamma" ante litteram. Uno degli scopi principali della sua vita è stato quello di accertarsi che chiunque metteva piede a casa sua avesse qualcosa da mettere sotto i denti. Non importava se quella persona avesse già mangiato. Doveva mangiare ancora. E a quel punto un'altra porzione di cibo arrivava sul suo piatto. Le sue orecchie erano sorde anche se l'ospite implorava "no, grazie". Noi la pregavamo di mettersi a sedere a tavola accanto a noi e lei lo faceva ma soltanto quando eravamo a fine pasto. Quando si andava via dalla casa di nonna, di solito ci si sentiva ben sazi. Infatti ancora mi viene in mente quella volta in cui io e il mio precedente datore di lavoro ci stavamo recando dalle parti di Ely in viaggio di lavoro. Lo condussi a conoscere i miei diletti nonni. Nonna insistette perché il mio capo bevesse un bicchierino di anisetta e assaggiasse qualche biscottino italiano. Erano le otto di mattina e lui non era in vena di iniziare la giornata in quel modo. La sera prima aveva bevuto un po' troppo alcol. Appena ripartiti incominciò a farsi pallido per poi mettersi tranquillo. Qualche minuto dopo lungo la strada disse: – Se un giorno mi capitasse di essere costretto a scegliere soltanto una persona con cui stare su una scialuppa di salvataggio, ebbene, quella persona sarebbe tua nonna. Fui d'accordo con lui. Aveva saputo riconoscere la forza di Carmela al primo incontro. Nonna era una persona estremamente generosa. Faceva delle offerte a tutte le associazioni di beneficenza che le chiedevano una donazione, anche se si trattava di un dollaro appena. Inoltre mandava biglietti d'auguri per tutte le occasioni, anche quelli con la scritta "In bocca al lupo per il tuo primo giorno di scuola". Tanti amici mi telefonavamo per dirmi che avevano ricevuto il primissimo biglietto d'auguri di Natale da mia nonna. Ha avuto un'ottima calligrafia fino al termine dei suoi giorni e ha scritto almeno una lettera alla settimana alla sua famiglia e agli amici e nella busta erano sempre compresi due dollari «per il gelato». Rammento che ha inviato pure al suo medico dieci dollari con il biglietto d'auguri per la festa del papà! Non si andava mai via da casa sua a mani vuote. Persino mentre era ricoverata in ospedale verso la fine dei suoi giorni, infilò la mano nel borsellino, tirò fuori un pettine giallo e me lo diede. In quel momento quell'oggetto fu tutto ciò che riuscì a trovare per donarmelo. Quel pettine ancora lo conservo. Noi nipoti abbiamo avuto il grandissimo piacere di essere lasciati a casa sua e affidati a lei, mentre i nostri genitori erano al lavoro. Ci siamo divertiti un mondo senza mai annoiarci. Nonna ci dava sempre le caramelle e i cioccolatini, anche se mia madre le chiedeva di non farlo perché non ci mancasse l'appetito a tavola. Carmela ha vissuto un'esistenza semplicissima e ha rappresentato un vero tesoro per tutte le persone che l'hanno conosciuta. Il suo lavoro è stato quello di occuparsi di figli, nipoti, pronipoti e chiunque altro. Quando nonno si ammalò, si prese cura di lui per 27 anni, accertandosi che mangiasse, facendogli le medicazioni e soprattutto... tenendolo lontano dal tetto di casa! Molta gente mi ha avvicinato dopo la morte di nonna per farmi sapere che lei si era occupata anche di loro o dei loro genitori. Purtroppo non è stata altrettanto brava nel prendersi cura di se stessa. Un giorno che zia Marie stava facendo le pulizie di casa dopo la sua morte, spostò la cucina e scoprì tante pasticche che sua madre avrebbe dovuto prendere. Credo che Carmela le gettasse via dietro la cucina appena mia zia se ne andava. Nel tempo libero mia nonna ha lavorato come bidella presso la Murray Street School, è stata custode della banca e ha fatto anche il bucato al Domingo's Market. Questi posti erano facilmente raggiungibili a piedi da casa sua. Papi e nonna non hanno mai posseduto una macchina e nemmeno imparato a guidare. Mi torna in mente che mi permetteva che io l'aiutassi a pulire all'interno della scuola. Mi dava uno straccio per spolverare i banchi ma poi tornava indietro per "rispolverarli" mentre io andavo nell'aula successiva. Il suo amore per il prossimo comprendeva anche un fortissimo amor di patria. "America the Beautiful" è stata il primo canto che ha imparato appena giunta negli USA. Ha continuato a intonarlo fino al giorno della sua morte. Un'altra melodia che ci cantava quando eravamo piccoli (e anche da grandi) era "Tu scendi dalle stelle", «la canzone di nonna», come la chiamavamo noi. Non dimenticherò mai la prima volta che ha stretto tra le braccia la sua prima pronipote, la mia figlioletta. Si mise a piangere e non la smetteva. Le chiesi perché piangesse. – Piango – mi rispose – perché la tua povera madre non potrà mai tenere questa bimba tra le sue braccia. Mamma era scomparsa mentre ero incinta e scoppiai a piangere con nonna. Ancora custodisco una piccola cornice con la foto di nonna posta sul ripiano della cucina. Mi sorride mentre cerco di realizzare le sue ricette. Ho parecchie varianti della stessa ricetta con dosi diverse. Per quanto ci abbia provato, i miei dolci non potranno mai avere il sapore di quelli di nonna. Con il suo straordinario esempio, Carmela Mendozzi DiCianno ci ha insegnato come prendersi cura gli uni degli altri nella famiglia e nel mondo. Verso di lei provo un sentimento d'immensa gratitudine per le innumerevoli e preziose lezioni di vita che ci ha trasmesso durante tutta la sua straordinaria esistenza. Nonna, mi manchi tanto... Carmela DiCianno (trad. di Felice Santilli) Fonte: C. DiCianno, La storia di Carmela Mendozzi DiCianno , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

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