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  • Ricordi della festa della Madonna di Loreto

    Non sono il primo a dirlo e non sarò l'ultimo a farlo, ma sono uno dei tanti che quando ritorna a Capracotta la prima fermata è quella d'entrare nella chiesa per ringraziare la Madonna. E quando si lascia il paese, dopo aver salutato amici e parenti, l'ultima cosa da fare, è salutare la Madonna pregandola e chiedendole che ci faccia ritornare e che ci protegga e guidi verso le nostre case. Adesso che di fronte all chiesa della Madonna c'è il Monumento all'Emigrante, che rappresenta tutti noi che viviamo fuori da Capracotta sia vicino o lontano, ci fa sentire ancora piú vicini alla Madonna. Sin da ragazzino mi ricordo la festa della Madonna. I tre giorni della festa. Tutto il paese era in allegria; le bancarelle, le montagne dei cocomeri, le nocelline americane, il gelato. Ma la cosa più memorabile era la processione. Le candele si accendevano la sera del 7 settembre e noi ragazzini tutti accorati ad aspettare con ansia che usciva la Madonna. Questi sono i ricordi che ci portiamo con noi in giro per il mondo. Io ho lasciato Capracotta a undici anni per Terracina (LT) per poi a diciotto anni partire per gli Stati Uniti d'America, nel 1958. I miei ricordi più vivi sono sempre quelli del paese natio. L'asilo, la scuola elementare, la Prima comunione, la Pasqua, il Natale, e la festa della Madonna, dove si rivedono tutti i parenti. Questo l'ho visto e sentito anche dai vecchi capracottesi venuti qui in America nel principio del 1900. Ogni famiglia aveva, in casa, il quadro della Madonna di Loreto. Io ho avuto sempre il desiderio di portare la Madonna durante la processione, ma non mi era mai stato possible, nonostante le raccomandazioni a mio zio, anche lui di Capracotta, di mettere il mio nome sull'elenco dei portatori. Sei anni fa ebbi la sorpresa della mia vita. Come altre volte, ritornai a Capracotta per la festa. Il 6 settembre andai nella Chiesa Madre con cugini e altri venuti dagli Stati Uniti e dal Canada. Li incontrammo il parroco, don Elio Venditti, il quale ci informò che noi avremmo avuto l'onore di portare in processione la Madonna non solo una volta, ma due volte, il giorno 8 e il giorno 9 nove settembre. Immaginate la mia gioia dopo tanti anni passati pensando che questo non si sarebbe mai realizzato. Per me fu una cosa bellissima perché fin da ragazzino sognavo sempre che un giorno avrei portato la Madonna. Comunque, per noi che viviamo cosi lontano, non è facile venire ogni anno. Quando non è possible ritornare, il giorno dell'8 settembre la Madonna è nel nostro cuore e nella nostra mente. Con gli occhi della mente, rivediamo tutto dal principio dei nostri anni all’autunno della nostra vita. Ringrazio le amministrazioni comunali e le autorità religiose per tutto quello che oggi è il bel paese di Capracotta. La Madonna è sempre al centro di noi tutti. Giuseppe Paglione Fonte: G. Paglione, Ricordi della festa della Madonna di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi (IV)

    CAPITOLO IV I sarti capracottesi possono ancora lasciare un'eredità alle generazioni future? Dell'epopea della sartoria capracottese descritta in queste pagine resta oggi, salvo i casi eccezionali di chi ancora prosegue la propria attività (come Sebastiano Di Rienzo, Alfio Paglione, Antonio Mosca) solo un mare di ricordi, talora già divenuti frammentari, a causa della scomparsa di alcuni tra i protagonisti di queste vicende. D'altronde, lasciare che l'immenso patrimonio di conoscenze accumulato dai sarti capracottesi vada perduto insieme ai suoi ultimi esponenti sembra essere inevitabile, alla luce dell'attuale stato delle cose. Al giorno d'oggi, in effetti, in paese non esistono sartorie; non è certo se i pochi laboratori od aziende, gestiti da emigrati, ancora attivi in Italia, sopravviveranno ai loro fondatori; nessuna istituzione locale ha avviato alcun progetto finalizzato all'incentivazione della nascita o dello sviluppo di attività artigianali od imprenditoriali nel settore dell'abbigliamento; le poche manifestazioni svoltesi in paese, perlopiù su iniziativa di Sebastiano Di Rienzo, come la rassegna "Moda ad alta quota", da lui organizzata nel mese di agosto del 1996, la "Sfilata delle toghe" (che egli ha ridisegnato, rinnovandone lo stile ed i colori) dell'anno seguente, oppure il convegno dell'Accademia dei Sartori tenuto nel 2002 (vale a dire nel periodo della presidenza di Seby), paiono purtroppo rimanere isolate ed in ogni caso in grado più di accendere i riflettori sulle attrattive turistiche del paese, che a proporla per l'insediamento e la rinascita di attività sartoriali, benché occorra dar merito a Di Rienzo di aver tenuto alto il nome di Capracotta in innumerevoli occasioni e di averlo sempre associato alla tradizione dei suoi sarti, cui il Comune dedicò, nel 2000, persino una via, denominata appunto "largo dei Sartori". Anche nelle testimonianze raccolte nell'ambito dell'attività di ricerca in loco, finalizzata alla realizzazione del presente lavoro, si percepisce una quieta rassegnazione degli ultimi sarti viventi a veder scomparire ogni traccia di un fenomeno che ha caratterizzato la recente storia economica e sociale di Capracotta: del resto - è l'opinione comune - cosa potrebbe ormai fare ancora un gruppetto di pensionati, per di più sparpagliati prevalentemente tra Capracotta stessa, Roma e Pescara, per impedire tutto questo? Eppure, analizzando le attuali direttrici del sistema moda italiano ed in particolar modo le tendenze del mercato del lavoro nel settore del tessile-abbigliamento, paiono comunque esistere le premesse ed i margini di iniziativa affinché si facciano strada almeno un paio di progetti. Il made in Italy sta oggi vivendo una situazione di grave crisi economica ed occupazionale, che colpisce prevalentemente le piccole e medie imprese. Le cause sono molteplici, ricollegabili a numerosi fattori: da un lato la competizione di Paesi emergenti (specialmente la Cina) sempre più aggressivi nelle politiche di prezzo, grazie al bassissimo costo della manodopera, ma capaci anche di registrare continui miglioramenti sul versante della qualità dei loro prodotti, dall'altro un sistema della moda italiana che stenta a reagire, ma che soprattutto non investe sistematicamente sulla ricerca e sviluppo dell'innovazione e della creatività e sul costante miglioramento della qualità, che nei decenni trascorsi hanno invece costituito i fattori determinanti per l'affermazione del made in Italy nell'abbigliamento su scala mondiale. La delocalizzazione e la progressiva estinzione delle piccole e medie imprese e dei laboratori sta inoltre determinando una drammatica perdita delle competenze tecniche in ambito sartoriale. Già si muovono i primi appelli, affinché si verifichi un immediato cambiamento di rotta e si ritrovi l'identità culturale smarrita, fondata sul saper fare. « Manca il maestro e, soprattutto, mancano i giovani desiderosi di andare a bottega. Non ci sono abbastanza scuole, né abbastanza iscritti. Gli istituti tecnici industriali sono stati chiusi e la scuola sta livellando verso il basso le competenze. Tutto ciò a fronte di un mercato del lavoro sempre più saturo di laureati senza una chiara focalizzazione e sempre più alla ricerca di manodopera specializzata. [...] Oggi la formazione, soprattutto quella dei tecnici di produzione e dei periti tessili, è scolastica e distante dalle reali esigenze delle imprese; il sistema formativo è incredibilmente frammentato, con competenze sovrapposte e fondi che transitano dall'Europa, dalle regioni, dalle associazioni, dal sindacato, dalle province. Per recuperare l'enorme ricchezza del patrimonio dei nostri mestieri è necessario pensare a politiche di formazione diverse rispetto a quelle attuali. Più mirate, maggiormente legate al territorio ed alle sue microeccellenze. Il territorio per primo deve partire dalla propria identità e sapere come valorizzarla e trasferirla ai giovani. La formazione tecnica deve essere fatta da chi sa fare, le aziende si devono impegnare accanto alle istituzioni fornendo il loro personale migliore ». Il contesto qui descritto costituisce l'ultimo stadio di un processo involutivo che affonda le sue radici nella progressiva scomparsa, quasi trent'anni addietro, dell'artigianato sartoriale, di cui costituisce evidente dimostrazione la chiusura di tutti i laboratori capracottesi. Eppure di sarti ve n'è stato e ve ne sarà ancora bisogno, considerato che anche le industrie dell'abbigliamento che realizzano capi di elevata qualità hanno avvertito questa esigenza e (nel caso delle aziende più illuminate e lungimiranti) attuato scelte concrete per farvi fronte. È questo il caso della Brioni Roman Style e della sua Scuola interna di Sartoria, realizzata sin dalla metà degli anni Ottanta, quando divenne improcrastinabile l'esigenza di garantire il ricambio occupazionale della prima generazione di sarti, i quali, dopo aver contribuito in maniera decisiva alla crescita ed al successo della Brioni per oltre un quarto di secolo, si avviavano verso un pensionamento collettivo, rischiando di lasciare completamente sguarnite le posizioni di responsabilità nella linea produttiva; né costoro potevano essere integralmente sostituiti con operai specializzati, che avevano ben altra formazione e competenze. Dopo oltre vent'anni, la Scuola sforna periodicamente giovani sarti in grado di realizzare capi interamente a mano, quindi secondo tecniche artigianali, ma che vengono interamente assorbiti dall'azienda, dove occupano immediatamente incarichi di rilievo nel ciclo produttivo, laddove sono richieste maggiori conoscenze di prodotto. Proprio l'esigenza appena delineata può rappresentare l'ultima speranza di sopravvivenza per la tradizione sartoriale di Capracotta. Tale speranza deriva dall'immenso patrimonio di competenze tecniche dei sarti capracottesi e potrebbe concretizzarsi nella costituzione di una scuola di alta formazione tecnica, mirata alla creazione di nuove leve di artigiani, che sappiano però agire all'interno di un contesto produttivo di tipo industriale; insomma di sarti-operai specializzati in grado di coordinare il lavoro di altri operai all'interno di un settore o di un reparto, ponendosi come punto di riferimento per la soluzione di specifici problemi tecnici ed organizzativi, come la verifica del rispetto degli standard qualitativi del prodotto, ma anche l'attrezzaggio di una macchina e l'affiancamento di nuovo personale a quello già presente sulla linea produttiva. I corsi dovrebbero quindi presentare un approccio fortemente pratico, consentendo l'acquisizione di competenze relative al capo di abbigliamento, ma anche alle tecnologie industriali impiegate per confezionarlo e, da ultimo, alle problematiche legate all'organizzazione del ciclo produttivo. Una simile figura professionale, oggi sempre più rara e ricercata, godrebbe, a parere dell'autore del presente studio, di un sicuro sbocco occupazionale, specialmente nelle aziende che, per fronteggiare la crisi economica in atto del settore, puntano ad un prodotto di qualità sempre superiore. Ancor maggiore sarebbe la richiesta da parte del mercato del lavoro se, accanto all'acquisizione di competenze di tipo pratico, il piano didattico fosse anche indirizzato a fornire una conoscenza teorica del settore moda, ad esempio relativamente alle peculiarità che esso presenta sul piano economico, oppure sotto il profilo della gestione dei sistemi di produzione. Come testimoniato anche dall'esperienza della Scuola di Sartoria della Brioni Roman Style cui si è precedentemente accennato, l'idea qui esposta non rappresenta certamente una novità assoluta. Che l'esigenza di garantire un ricambio generazionale alle vecchie schiere di sarti e di impedire l'abbandono dell'artigianato da parte dei giovani sia sentita da decenni lo prova un articolo di Giuseppe De Pascale pubblicato proprio sul numero della rivista "Il Maestro Sarto" dedicata alla scomparsa di Ciro Giuliano (risalente, come si ricorderà, alla fine del 1978), laddove si legge, a pag. 7: « L'occupazione giovanile è uno dei problemi più assillanti del momento. Se non si dovessero prendere urgenti e seri provvedimenti per ovviare a questa crisi, si potrebbero avere conseguenze non certo trascurabili per lo stato di disagio e di insofferenza da parte dei giovani bisognosi di lavorare. La dissennata politica fatta negli anni passati, [...] ci ha portato al brillante risultato che oggi possiamo constatare. Tanti diplomati - anche col sei politico - e pochissimi operai specializzati. La tecnologia prepara macchine altamente sofisticate e noi manchiamo di operatori capaci di farle funzionare. Si aggiunga l'assoluta indifferenza verso l'artigianato in generale e si ha il quadro completo della situazione che si è venuta a creare [...] Eppure in tutti questi anni non sono mancate voci di allarme e di appelli da parte delle associazioni e degli stessi artigiani che, al di là delle promesse di circostanza, vedevano ridursi sensibilmente la schiera dei loro addetti, che abbandonavano il lavoro artigianale per cercare un qualsiasi posto fisso con stipendio sicuro. La scelta dei nostri governanti è stata esclusivamente di carattere politico. Si è voluta la nazione industriale a tutti i costi, senza prevedere i difficili problemi che avrebbe comportato una scelta di questo genere. Si è continuato ingiustamente a trascurare l'artigianato che, in caso di difficoltà, sarebbe pur diventato la valvola di sicurezza per l'occupazione giovanile. Specialmente nel sud Italia, dove l'artigiano ha sempre avuto la sua collocazione naturale » . Anche gli operatori del settore ed i rappresentanti delle istituzioni locali più legati a Capracotta, inoltre, hanno avanzato da alcuni anni la medesima proposta. In occasione del meeting dell'Accademia nazionale dei Sartori tenutosi tra Isernia e Capracotta nel novembre 2002, infatti, sia Sebastiano Di Rienzo che un altro compaesano, Agostino Angelaccio, allora presidente della Camera di Commercio di Isernia, hanno proposto ufficialmente (ma già un paio di anni addietro Seby aveva discusso il progetto con alcuni esponenti politici), sebbene in termini diversi, la realizzazione di corsi di studio mirati a formare le nuove leve della sartoria. Il celebre sarto, infatti, sostenne in quella circostanza l'opportunità di costituire ad Isernia una "Facoltà della Moda", che, tuttavia, non ricalcasse corsi di laurea breve già istituiti in altre università italiane del Paese, ma mirasse ad una formazione tecnica dei suoi iscritti, mentre Agostino Angelaccio, pur condividendo nella sostanza la proposta, affermò: « Un buon risultato potrebbe essere già quello di organizzare, da subito, corsi di qualità di formazione professionale per i giovani che vogliono avvicinarsi al lavoro di sartoria su misura. La Facoltà di Moda, naturalmente, sarebbe il massimo per la nostra Regione » . Volendo ipotizzare alcune caratteristiche di questa possibile futura scuola di formazione, l'eccellenza nell'offerta formativa dovrebbe essere garantita, in primo luogo, attraverso la collaborazione tra diverse Istituzioni, per cui sarebbe auspicabile il coinvolgimento non solo dei tradizionali enti locali presenti sul territorio, ma anche di università, fondazioni e aziende. La professionalità dell'insegnamento, poi, dovrebbe discendere principalmente dall'esperienza maturata dai docenti nella loro carriera lavorativa; il nucleo principale di costoro, anzi, non dovrebbe essere formato da professori di formazione prettamente accademica (ai quali dovrebbe comunque essere riservato l'insegnamento di materie a carattere teorico), ma proprio da tecnici esperti. In tale contesto, i capracottesi potrebbero recitare un ruolo estremamente significativo, dato che le ultime generazioni di sarti di questo piccolo grande paese molisano hanno acquisito infinite specializzazioni: tra di loro sono infatti presenti esperti di modellistica, ma anche responsabili dei tempi e metodi di produzione o del controllo di qualità, stiratori e tagliatori: uomini che, nati tutti artigiani e non operai, hanno comunque, in alcuni casi, vissuto per decenni l'esperienza del ciclo produttivo industriale. Tra di loro non manca neppure chi, sebbene in differenti contesti, ha già istruito le nuove leve dell'industria della moda: Sebastiano Di Rienzo è infatti attualmente docente di modellistica presso l'Istituto Europeo del Design e presso la Scuola di taglio dell'Accademia nazionale dei Sartori, Eutimio Mosca è stato per diversi anni responsabile dell'addestramento del personale all'interno della Sangro Moda. Senza dubbio, il rigido clima e l'isolamento geografico (il centro abitato di rilievo più vicino a Capracotta è Agnone, distante una ventina di chilometri) non favorirebbero l'insediamento di un simile centro, ma nulla impedirebbe di localizzarlo, con il contributo delle istituzioni locali molisane, nella stessa Agnone, oppure in un altro centro della provincia di Isernia, o magari ancora proprio nel capoluogo, insomma in città più sviluppate sul piano infrastrutturale e soprattutto più vicine ad importanti direttrici di viabilità, come ad esempio la Trignina e la Bifernina, strade statali che collegano la costiera adriatica al Lazio ed alla Campania, attraversando tutto il territorio molisano. La cooperazione tra diversi centri urbani non è sempre agevole; ragioni campanilistiche, interessi economici o politici generano spesso la volontà di assumere individualmente il comando di un simile progetto per dare risonanza e far affluire finanziamenti al proprio Comune, impedendo una visione strategica collegialmente elaborata e condivisa e quindi l'attuazione dell'idea in linea con l'iniziale concezione. La collocazione di questo ente formativo proprio nella provincia di Isernia è comunque resa necessaria da due ragioni: in primo luogo, la possibilità per tutti i sarti capracottesi di raggiungere agevolmente la scuola per tenervi lezioni o, più in generale, di seguirne l'attività, posto che tutti possiedono un'abitazione a Capracotta (e vi tornerebbero volentieri); fissare la sede a Roma od Pescara, invece, creerebbe notevoli problemi logistici e disincentiverebbe tutti gli emigrati che vivono sul versante dell'Appennino non interessato dall'iniziativa. Va inoltre evidenziata anche la sempre più incalzante esigenza di valorizzare un'area nella quale, al giorno d'oggi, non è stato attuato alcun progetto concreto allo scopo di promuovere la nascita e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali nel settore dell'abbigliamento, nonostante la presenza di un polo industriale di produttori di moda, dominato dalla presenza della Ittierre. Ovviamente, l'istituzione di una struttura di questo tipo deve essere supportata attraverso una campagna di comunicazione che evidenzi la sua specializzazione e l'alta qualità della sua offerta formativa. A tal proposito, l'ipotesi di una scuola di alta formazione tecnica in ambito sartoriale, che richiederebbe sicuramente almeno due o tre anni per la sua realizzazione, potrebbe beneficiare di un progetto di minore portata, ma di più rapida attuazione (un anno circa) e in grado di calamitare un notevole interesse in ambito nazionale e, forse, perfino internazionale, in modo da trainare l'attività della scuola prima della sua inaugurazione e di costituirne uno strumento di costante promozione in seguito. Ci si riferisce all'idea di realizzare un Museo della sartoria capracottese. Tale iniziativa, che non avrebbe eguali in Italia, potrebbe, questa sì, trovare la sua sede a Capracotta, che offrirebbe così un ulteriore motivo di visita o di permanenza ai tanti turisti che oggi vi si recano solo per la sua aria pura e le bellezze naturali, ma non certo per le sue attrattive culturali. L'allestimento espositivo potrebbe essere magari ospitato in ambienti arredati in modo tale da riprodurre fedelmente i laboratori sartoriali, per ricreare così quella stessa atmosfera nella quale sono cresciute intere generazioni di sarti capracottesi. Il Museo, oltre a contenere una ricca mostra di fotografie e documenti di ogni sorta (come bozzetti e disegni), ma anche di attrezzature tecniche (come le macchine da cucire), godrebbe di una sicura forza attrattiva, se al suo interno fosse allestita un'esposizione permanente degli abiti della tradizione popolare molisana e centroappenninica (ad esempio il celebre cappotto a ruota, di cui era specialista, ad esempio, Giovanni Borrelli), ma anche delle migliori creazioni mai realizzate dai sarti capracottesi. Capo tipico della tradizione popolare molisana ed appenninica, il cappotto a ruota, detto anche mantella o tabarro, era particolarmente apprezzato per la sua estrema funzionalità negli ambienti montani, essendo stato progettato in ogni minimo particolare per proteggere il corpo dal freddo e dalle intemperie di ogni sorta. In primo luogo, infatti, il tessuto, che generalmente era di lana cardata o pettinata, ma che negli esemplari più elaborati e preziosi poteva anche essere di castorino, veniva disegnato e tagliato in due ampi semicerchi (o semiruote, da cui la denominazione) che venivano poi cuciti insieme, in modo da formare un mantello estremamente lungo, che scendeva giù lungo il corpo fin oltre le ginocchia. Il tessuto presentava poi un duplice verso sui due lati della pezza; a capo finito, infatti, la fitta peluria del tessuto avrebbe dovuto presentare, nella parte che ricopriva la schiena, un verso discendente (cioè dall'alto verso il basso), in modo da lasciar scivolare pioggia e neve senza bagnare il mantello; la parte anteriore del cappotto (cioè quella che proteggeva il petto) doveva essere invece "contropelo". Il bavero, irrigidito con tele e variamente foderato, era alto anche una decina di centimetri e sollevabile, in modo da riparare il viso da acqua e vento. Così congegnato, il cappotto a ruota, che si indossava ruotando una metà del mantello sulla spalla opposta, offriva la massima protezione, a tal punto che, molto spesso, non veniva neppure foderato internamente, se non all'altezza del colletto. Per tale ragione, alcuni anziani capracottesi ancora lo indossano d'inverno. A tal proposito, basti pensare che nel solo laboratorio di Sebastiano Di Rienzo sono presenti decine e decine di opere preziose ed uniche, alcune delle quali risalenti agli anni Sessanta. Per evitare il rischio (reale) che l'esposizione venga considerata da alcuni come una celebrazione della carriera del solo Di Rienzo, sarebbe comunque necessario collocarvi le creazioni originali (magari donate gratuitamente) o, quantomeno, le fedeli riproduzioni dei capi con cui tutti i più famosi sarti capracottesi hanno conseguito i principali riconoscimenti, sia a livello accademico che commerciale: tra i tanti, si possono citare i cappotti double-face di Alfio Paglione, oppure i frac di Ezechiele Di Lullo per Caraceni. Alla realizzazione delle riproduzioni potrebbe collaborare chiunque si offrisse volontario, allo scopo di sottolineare e di esaltare il contributo collettivo all'attuazione di un progetto che deve essere avvertito dalla comunità capracottese, sia quella residente in paese che quella emigrata, come una celebrazione ed un racconto, a futura memoria, di se stessa e di una vicenda che ne ha segnato la storia e l'identità rispetto ad ogni altro paese d'Italia. Proprio la partecipazione spontanea all'allestimento museale consentirebbe di contenere sensibilmente i costi per la realizzazione del progetto, che in ogni caso non presenta significative difficoltà, nemmeno nella gestione dei rapporti con le istituzioni, poiché il principale partner dell'iniziativa sarebbe il Comune di Capracotta, il quale dovrebbe incaricarsi principalmente di fornire uno spazio espositivo di dimensioni adeguate (magari individuandolo al pianterreno di un edificio già esistente). Anzi per agevolare le varie fasi di progettazione e realizzazione del progetto, si può ipotizzare la costituzione di struttura che riunisca soggetti privati (imprenditori locali) e pubblici (come la Pro Loco ed il Comune di Capracotta). Tale alleanza potrebbe sorgere nella forma della fondazione, la quale si preoccuperebbe anche di amministrare il museo dopo la sua inaugurazione. Grazie alle economie previste, dunque, una richiesta di finanziamento ad un ente locale (come lo stesso Comune, la Provincia di Isernia, o addirittura la Regione Molise), in buona sostanza, ammonterebbe a poche decine di migliaia di euro e sarebbe finalizzata esclusivamente a reperire i fondi per l'acquisto di materiali e di attrezzature da impiegare nell'arredamento dei locali della mostra, per la retribuzione di un'impresa e di consulenti incaricati di realizzare l'allestimento espositivo. A tal riguardo, va sottolineato che Capracotta è anche patria di valenti falegnami ed arredatori, che, dopo essere anch'essi emigrati, come i sarti, un po' in tutta Italia ed in particolare a Roma, hanno in molti casi conseguito una buona fama e notevoli apprezzamenti. Esiste dunque la concreta possibilità di realizzare ulteriori e consistenti economie negli investimenti necessari alla realizzazione dell'arredamento di questo ipotetico museo, grazie alla fitta rete di rapporti di parentela, amicizia ed in generale di "paesanità" che legano falegnami e sarti capracottesi. Anche per l'organizzazione di un servizio di sorveglianza e manutenzione del museo non dovrebbe essere difficile convincere un gruppo di capracottesi di tutte le età a prestarsi, in cambio di un rimborso spese o di un piccolo compenso, alla custodia ed alla cura del museo, magari sulla base di una periodica turnazione. Da ultimo, gli incassi derivanti dalle visite al museo potrebbero essere gestiti dalla fondazione non solo per il suo autofinanziamento, ma anche, per l'appunto, per la manutenzione e custodia del museo medesimo. Eventuali eccedenze potrebbero infine essere impiegate per dar vita al più ambizioso progetto della scuola di alta formazione tecnica. In prospettiva, entrambe le iniziative qui presentate dovrebbero ricevere un'accoglienza entusiastica e registrare una consistente partecipazione, sia da parte dei sarti capracottesi (ancora in attività od in pensione non importa), ma anche da parte del resto della popolazione del paese, poiché tali progetti non sono meramente protesi alla valorizzazione del territorio ed all'incremento occupazionale, ma si accompagnano alla riscoperta di una parte assai rilevante dell'identità culturale di Capracotta. Chi non presterebbe la sua collaborazione per far sì che venga raccontata una storia che ha coinvolto familiari ed amici, quando non se ne è stati addirittura protagonisti in prima persona? Per le generazioni di sarti che, con il loro lavoro, i loro sacrifici e l'arte espressa nelle creazioni realizzate dalle loro mani d'oro, tanto hanno contribuito alla notorietà di questo paese, vi sarebbe una ragione ulteriore per contribuire attivamente al buon esito del progetto inerente al museo od a quello relativo alla scuola di alta formazione tecnica. Chiunque giunga al termine della sua carriera professionale avverte infatti il desiderio di essere circondato da giovani che apprendano la nobile arte che ha forgiato la loro manualità ed il loro spirito. Scrisse Luigi Barzini, nel già citato elzeviro su Ciro Giuliano: « Si lamentava, in vecchiaia, di una cosa sola, di non avere quasi più clienti esigenti e conoscitori che insegnassero il mestiere a lui. – È finita – diceva. – Sono io ora che devo insegnare a loro. Devo consigliare le stoffe e inventargli l'abito. E quelli accettano tutto. È finita – . Non aveva capito che, in una società aperta in cui l'élite si rinnova tumultuosamente di continuo, l'artigiano ed il mercante hanno il compito di tramandare le regole del saper vivere agli uomini nuovi » . Questa possibilità, vale a dire trasmettere alle nuove generazioni la propria esperienza e le proprie abilità, non l'hanno mai avuta, purtroppo, i sarti capracottesi, che nel tempo hanno assistito alla progressiva desertificazione delle sartorie, a differenza di quanto avvenuto per altri mestieri, come la falegnameria, che in paese conta ancora diversi laboratori, gestiti da giovani artigiani, che garantiscono la giusta continuità per il futuro di questa professione a Capracotta. A tal proposito, è interessante notare come tra la storia dei falegnami e quella dei sarti si possano individuare numerosissimi punti di contatto (anch'essi emigrarono in massa per raggiungere Roma, che costituiva la meta privilegiata) e parallelismi: identica la tradizione secolare, che ha consentito di acquisire un immenso patrimonio di conoscenze; identica la maestria nella realizzazione di lavori, che hanno procurato anche ai falegnami, così come ai sarti, infiniti riconoscimenti professionali, tanto da far definire Capracotta la "capitale dei falegnami"; identico, infine, anche il desiderio, espresso dagli artigiani più celebri ed apprezzati, come Vincenzo Di Tella, arredatore e realizzatore di scenografie per importanti opere teatrali, di costituire una scuola di formazione tecnica nel settore dell'arredamento, che rappresenti un punto di riferimento formativo per le nuove leve di giovani falegnami . L'unica differenza tra l'epopea dei sarti e quella dei falegnami, dunque, sta nel suo epilogo, poiché in paese l'arte della lavorazione del legno è ancora viva, mentre quella del taglio e cucito sta per dissolversi e diventare semplice memoria storica. Non tutto è perduto; occorrono, tuttavia, determinazione, capacità organizzativa e soprattutto spirito di collaborazione tra persone ed enti, partendo magari da piccoli progetti concreti per realizzare poi iniziative di più ampio respiro e creare quell'humus culturale necessario alla proliferazione di nuove attività imprenditoriali. L'Italia, infatti non sta dimenticando solo la capacità di fare, di realizzare prodotti artigianali belli come opere d'arte. Sta dimenticando anche le ragioni per cui sa fare queste cose e in che modo. Bisogna perciò iniziare ad ascoltare ed attuare le proposte e le richieste dei nostri più valenti artigiani, che di giorno in giorno assumono sempre più il tono di invocazioni, se non addirittura di preghiere disperate. Il futuro di un settore industriale, come quello del tessile-abbigliamento, che costituisce ancora una colonna portante dell'economia del Paese, sta, paradossalmente, nella riscoperta della propria identità culturale, nel riesumare prima e nel valorizzare e rifondare poi patrimoni comuni di conoscenze ed abilità artigianali come quello che ha consentito ai sarti capracottesi di eccellere. È ora di rinfrescare la nostra memoria, per rinverdire il nostro futuro. Luigi D'Onofrio Fonte: L. D'Onofrio, Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi , tesi di master, Università degli Studi di Teramo, Penne 2004.

  • Il monumento a Emanuele Gianturco

    Nell'arte urbana Capracotta vanta diversi piccoli capolavori. Ho già parlato della Vittoria alata dell'incisore Mario Nelli, affissa sul muro esterno del Municipio ( qui ), come pure del monumento funebre di Michelangelo Campanelli, ubicato nella Chiesa di San Vincenzo e realizzato dallo scultore Romeo Pazzini ( qui ). Il maggiore dei monumenti in bronzo presenti nell'abitato di Capracotta è certamente il busto di Emanuele Gianturco, opera del grande Gaetano Chiaromonte (1872-1961), posto al centro dell'omonima piazza del Rione S. Giovanni. Quell'opera venne realizzata allorché, scomparso l'insigne giurista che nel 1902 aveva difeso la comunità di Capracotta contro una sentenza di tribunale che le negava l'accesso agli usi civici del bosco, i nostri concittadini decisero di immortalare nel metallo imperituro il loro sentimento di gratitudine per l'avv. Emanuele Gianturco (1857-1907). La cerimonia fu solenne e si tenne il 9 settembre 1912, in concomitanza con la festa liturgica della Madonna di Loreto. Forse pari, in termini di partecipazione popolare, all'adunata del 17 gennaio 1950 quando si salutò l'arrivo del Clipper, l'inaugurazione del monumento a Gianturco vide la presenza di altissime personalità locali e nazionali, dal ministro del Tesoro on. Francesco Tedesco al nostro sen. Nicola Falconi. In quell'occasione il ministro addirittura disse: All'incantevole Capracotta, cordialmente, gentilmente ospitale, io venni col migliore animo, non solo per l'amicizia fraterna che mi legava ad Emanuele Gianturco, ma per espresso desiderio vivissimo di S. E. il Presidente del Consiglio On. Giolitti, che volle non mancasse un rappresentante del Governo a questa bella e civile cerimonia. Per quanto riguarda l'opera artistica in sé, sottolineo che ha un'altezza totale di 2,68 m., di cui 1,78 m. sono rappresentati dal basamento in pietra e 90 cm. dal busto bronzeo. Il basamento è in pietra locale, «opera riuscitissima ed ammirevole del giovanissimo capracottese Evangelista Astolfo, il quale vi ha impressa tutta la sua arte e vi ha dedicato tutto il suo entusiasmo fervente». Nel monumento in bronzo, partorito presso la fonderia artistica Chiurazzi di Napoli, il Chiaromonte «ha trasfuso tutta la sua anima sensibile di artista fine e cosciente, riuscendo felicemente ad imprimere all'immagine, all'atteggiamento, all'occhio di Emanuele Gianturco una espressione di verità e di vitalità che colpisce profondamente chiunque conobbe in vita il Grande Scomparso, e che suscita in tutti la più grande ammirazione per la stupenda manifestazione d’arte di questo figlio del nostro Mezzogiorno». Il primo bozzetto realizzato da Gaetano Chiaromonte, che ho visionato in un fascicolo de "L'Illustrazione Popolare" del 4 dicembre 1910, mostra però che l'idea originaria era leggermente diversa dal prodotto finale. L'effigie del giurista aviglianese era davvero un busto in quanto immortalato fino alla vita, vestito nella tradizionale toga - simbolo del diritto di difesa - col monocolo all'occhio destro e l'arringa vincente tra le mani. Non so perché Chiaromonte cambiò idea al momento della fusione: forse emersero problemi statici nel sorreggere un monumento così pesante o forse chi commissionò l'opera non aveva denaro sufficiente per una colata più consistente. Fatto sta che dal lontano 1912 il volto di Emanuele Gianturco sta lì a ricordare, tanto ai semplici cittadini quanto ai loro amministratori, che il bosco di Capracotta è un bene prezioso che va sempre difeso. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Belle arti: nuove sculture , in «L'Illustrazione Popolare», XLI:47, Milano, 10 settembre 1912; L. Conti, Centenario di Emanuele Gianturco , in «Voria», I:3, Capracotta, novembre 2007; Cronaca italiana , in «Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia», 214, Roma, 4 dicembre 1910; E. Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti: opere da loro esposte, vendute e premii ottenuti in esposizioni nazionali e internazionali , Melfi e Joele, Napoli 1916; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Mosca, In memoria di Emanuele Gianturco. Discorso pronunziato in Capracotta il 9 settembre 1912 , Bertero, Roma 1912.

  • Le fonti di Monte Capraro: ciak si corre!

    Monte Capraro e Monte Civetta sono detentori di tre fonti che han fatto la storia di Capracotta nel bene e male. La Fonte Civetta, coi suoi 1.480 m.s.l.m. è la più alta di tutte quelle presenti sul territorio occidentale di Capracotta, mentre la Fonte di Sotto il Monte è l'unica a trovarsi sulla strada carrabile e testimonia, con la presenza della omonima lapide nelle vicinanze, il sacrificio dei fratelli Fiadino. È posizionata questa in un luogo dove la luce solare è soltanto fittizia e la cui superficie è perennemente incrostata per effetto dell'umidità; per tanti anni ha svolto comunque la sua funzione, dissetando soprattutto gli automobilisti di passaggio. Ai piccoli mandriani che abbeveravano gli animali e li conducevano al pascolo la fonte incuteva apprensione per la presenza, in sua prossimità, degli alberi ai quali erano stati legati e fucilati Rodolfo e Gasperino, la cui triste vicenda si legava ai racconti dei nonni, infarciti di spiriti maligni, papone e streghe. La terza fonte di Monte Capraro è quella dello Iaccio della Vorraine, che prevede anche un grande tholos - oggi ristrutturato - e un massiccio recinto in pietra a secco, che negli anni addietro consentiva di proteggere le mucche dagli attacchi notturni dei lupi. Anche la presenza dei sorveglianti che pernottavano all'interno del riparo, per noi novellini, fu motivo di un'inquietudine nascosta. Quel pilone mi porta a ricordare le mucche di Oslavio ed Ezio Di Nucci, casari dal 1660, che pascolavano generalmente in quelle zone, e alla loro latteria, inizialmente ubicata al di sopra di quella odierna dei Pallotta, a cui quasi tutti gli allevatori, compresa la mia famiglia, portavano ogni giorno il latte appena munto. Oslavio Di Nucci era per me una figura carismatica, in quanto mi rendeva estasiato e m'incantava per il fatto che riuscisse a "misurare la febbre" delle vacche con un grande "termometro" inserito all'interno dei contenitori di latte appena consegnati e depositati, senza peraltro vedere fisicamente le mucche. Ho assistito a molteplici discussioni allorché quel "termometro" veniva estratto dal bianco liquido, non prima di aver rilevato il valore numerico - in rosso a caratteri cubitali - ed io, nella mia ingenuità, pensavo che i proprietari non fossero stati accorti nel curare le vacche dalla febbre. Solo dopo tanti anni ho capito che quel "termometro" era un densimetro e serviva per rilevare la presenza di acqua, che a volte veniva aggiunta fraudolentemente al latte per sbarcare il lunario: i tempi di allora erano molto magri... Ancor di più rimanevo affascinato dal fatto che i fratelli Di Nucci avessero un guardiano, Pasquale Di Nucci ( Curdìsche ), che suonava ininterrottamente la fisarmonica, al fine di aiutare le vacche, grazie alla musica, a produrre «il miglior latte di Capracotta», diceva lui, e per giunta era accompagnato da un cane di nome Ciak, dal carattere tutt'altro che socievole. Ciak era un cane che partiva a razzo verso chiunque provasse ad avvicinarsi alla mandria, abbaiando coi denti aguzzi in bella mostra. Altre volte si avventava con intenti minacciosi verso di noi, innocui mocciosi che, con i capelli al vento, cercavamo di distanziarlo per evitare spiacevoli conseguenze e che, quasi fossimo in una scena da cinema, invece del consueto "ciak si gira" potevamo esclamare, correndo a gambe levate: «Ciak si corre!». Filippo Di Tella

  • La bambola di pezza

    Stringevo forte al mio petto come l'ultimo regalo della mia infanzia la bambola che ritrovai schiacciata sotto le macerie. Sentivo ancora intorno a me la puzza delle bombe e la polvere che mi copriva tutta la mia scarna fanciullezza devastata, sbranata, incontaminata da questa maledetta guerra. Anche se era ancora autunno, nell'aria già si preannunciava l'ingresso dell'inverno che sicuramente avrebbe peggiorato di male in peggio la mia "fragile" salute. Camminavo senza badare che i miei piedi erano talmente stanchi di calpestare, continuamente, i miei pensieri azzannati dalla ferocità di una bomba nonostante la terra mi bruciava tutta. Anche il cielo si rifiutava di guardarmi. Anche lui come me aveva smesso di giocare perché non credeva più nella bontà degli uomini. Anche lui come me osservava lo strazio che si respirava sulla terra. Anche il cuore non mi parlava più dall'ultima volta che gli avevo confidato che non avevo più tempo per colloquiare con lui. I miei pensieri li affidavo ad una bambola di pezza perché almeno lei mi capiva e non provava il significato della parola "dolore" che fa parte solo negli esseri umani. Io la immaginavo come una piccola fatina che ogni notte veniva e mi cullava per alleviare il rumore assordante delle bombe e le grida della gente che mi riportavano, nuovamente, alla cruda realtà. La chiamavo, la imploravo, la stringevo fino ad attutire i miei singhiozzi e le mie lacrime che andavano giù da sole. Che ci potevo fare se mi veniva da piangere! (A volte penso che piangere fa bene perché manda via una parte malinconica, malata, sofferente del tuo essere, perciò, sfogo tutt'ora con il pianto). Mi asciugavo gli occhi per nascondere la mia fragilità. Mi sentivo anch'io come una bambola di pezza. Mi sentivo anch'io come lei schiacciata dal peso delle macerie. Però lei a differenza mia è più fortunata. Lei almeno è fatta di pezza! Non sente dolori, frustrazioni, non piange, non mangia e neanche dorme. Beata lei! Magari fossi stata anch'io una piccola bambola! Almeno "non sentivo" e soprattutto "non vedevo" l'orrore che mi gironzolava intorno! E poi non è sola. Qualcuno si prende cura di lei. E poi la cosa più importante era che non sentiva il freddo e non soffriva di geloni ai piedi e alle mani. E non parliamo dei capelli che non avevano più colore, forma e infastiditi dal continuo prurito della polvere che cadeva come fiocchi di neve in tutte le ore della giornata. Mi sembrava di vivere in un luogo che non aveva né nome e né odore, perché tutto era stato ricoperto, seppellito, bruciato, cancellato dalla guerra. A volte mi sentivo anch'io "fredda e dura" come le pietre del mio paese a forza di ricordare quello che purtroppo ho vissuto proprio sulla mia pelle. Questa pelle che oggi ha tracciato, setacciato, scavato la mia strada e calcolato i miei sogni dispersi in un labirinto che ho faticato a trovare la via d'uscita. Sono trascorsi molti anni, troppi, direi. Quindi... anche la mia bambola di pezza ha la mia stessa età. A guardarla ora mi viene da ridere. Vederla lì addormentata tra i ricordi di quel lontano 1943. Infatti... proprio il... 1943. Ah! Quanti anni! Ricordo come se fosse ieri quando la liberai da quella montagna di pietre. Mi ricordo che mi facevano male le mani a furia di scavare. Era quasi notte e il buio non mi faceva affatto paura, anzi, ci convivevo da quando tutto ebbe inizio a Capracotta. Ricordo che quelle rare volte che il cielo era pulito e sereno, mi divertivo a guardare con il naso all'insù le stelle che mi riempivano di quella gioia infinita che solo loro ti sanno dare nel loro massimo splendore. Io cercavo in tutti i modi di scappare da quell'orrore. Mi sentivo addosso il peso della pioggia e i pezzi di miliardi di detriti saltare furiosamente da una parte all'altra come i grilli. Faceva molto freddo. Molto freddo che non riuscivo nemmeno a muovere le dita dei piedi e delle mani già minate dal gelo dei giorni scorsi. Il mio unico pensiero era quello di scappare da quell'inferno. Invece di cercare un riparo, sprecavo il mio tempo per una cosa che sicuramente non avrebbe gioito il dolore che più passava il tempo e più seminava, tanto ma tanto, atrocità e morte. Non so se è stato il coraggio!? Purtroppo, non ricordo, dove e quando ho trovato la forza di non demordere, la volontà di continuare a sperare che non ti succedeva niente di serio. Anzi, sforzavo al massimo che potevo i miei poveri cinque sensi pur di non cadere anch'io vittima innocente di una sporca e letale bomba. Mi sforzavo pur di salvare la mia unica amica e compagna di viaggio, per modo dire, perché questo non è stato affatto un viaggio. Ah! Quanti ricordi, ma tanti ricordi che... mi viene il mal di testa. Il classico mal di testa che in giornate come queste non vuole andare proprio via dalla tua vita. Io ricordo che da bambina soffrivo spesso di mal di testa a causa del rumore assordante delle bombe. Ricordo che correvo come una matta, di qua e di là, senza sosta, scappavo più di tutti, scappavo a tal punto che mi sembrava di volare. Ritornando al discorso della bambola di pezza, mi ricordo che ero felicissima, anzi, di più perché finalmente avevo ritrovato la mia unica amica. Infatti non piangevo più. Non avevo più paura delle strane ombre di notte. Non gridavo più. Non avevo più paura di rimanere, appunto, da sola in quell'inferno. Gestivo le mie emozioni, le mie speranze, i miei sogni pur di mantenere viva dentro di me la grinta di guardare avanti. Pregavo perché era l'unico modo per sperare che tutto questo, prima o poi, finiva... ma quando?! Spesso... mi domandavo a malincuore: – Grazie che sei qui con me! Ti ringrazio che mi fai compagnia! Grazie! Ti voglio bene. Stringevo forte al mio petto la mia piccola bambola di pezza, seduta per terra davanti al camino con gli stracci lacerati e sporcati del grembiulino rosa e bianco regalato da mia madre. Grazie! E finivo per addormentarmi da sola in compagnia della bambola di pezza, infatti, proprio come ho detto, con la bambola di pezza al posto di una carezzao di una calda coperta (sfruttando un tantino la mia immaginazione), dopodiché chiudevo gli occhi per troppa stanchezza. Il giorno seguente mi svegliavo tutta infreddolita. Infatti non smettevo di tremare per il troppo freddo non dimenticando dello stomaco che brontolava per la fame e per la sete di affrontare un'altra "dura" giornata. Il mio primo pensiero era per la bambola. Immediatamente mi alzavo dal pavimento e subito le confidavo qualcosa di me. La prima cosa che facevo prima di iniziare il nostro confidenziale colloquio, la pettinavo delicatamente le sue trecce che erano simili alle mie, curandola nei minimi dettagli, prima di uscire a respirare l'aria fresca di prima mattina. Il mio pensiero subito andava ad annidarsi alle cose più difficili che dovevo affrontare contro la mia volontà, però, c'era lei la mia bambola di pezza che mi distoglieva da tutti i mali del mondo. Qualsiasi rumore strano, anche minimo, subito mi allarmavo. Alcune volte potevo anche esagerare, ma in certe situazioni la paura fa la sua parte. Sentire anche un semplice sbadiglio, oppure, una persiana sbattere che subito scappavo veloce come una gazzella. Non ci credete, ma avevo l'udito super sviluppato, riuscivo a sentire qualsiasicosa da catturarela mia attenzione. Perciò dormivo poco. Mangiavo poco e dialogavo molto con la mia bambola di pezza. Sono sincera. Parlare con lei mi rendeva più forte. Sembrava che mi ascoltava quando le dicevo che avevo paura della guerra. Ahimè! Ho la sensazione di aver detto troppe cose orribili di me, della mia infanzia, di quello che ho vissuto in prima persona, cancellando una buona parte della mia vita passataper non ricordare. Non mi basta un foglio bianco e una penna per scrivere questa storia. Non mi basta nemmeno una pila infiniti di fogli ingialliti. Desidero soltanto che queste storie non si dimenticano mai. Infatti non si dimenticano mai, come non si dimenticano mai le speranze che ho raccontato io stessa e non mi vergogno affatto, alla mia amica-bambola di pezza. Quando ho nostalgia del passato vado nella camera dei miei ricordi, apro la scatola e una volta che prendo in mano la mia bambola di pezza, subito mi passa quel malumore. Mi emoziona ogni volta che la guardo. Mi tremano le mani, la voce e riprovo la stessa sensazione che ho vissuto quando l'ho portata fuori da quell'ammasso di sassi. Ancora sono visibili i segni stampati di una guerra passata come sono visibili, incancellabili come sempre anche dentro la mia memoria che non vanno mai via. Mi piace ogni tanto chiudere gli occhi per stuzzicare la mia immaginazione, un modo per tenere sempre in allenamento me e la mia instancabile "memoria" per trascrivere su carta vergata le pagine di una lunga storia fatta di reciproco affetto, di amicizia, di dolore, di tenerezza, di conversazione, di angoscia, di confessione e di... e niente più... Infatti... niente più! Scrivere... la parola... "fine"... È un dilemma!? Dopo questo... non aggiungo... altro?! Claudio Esposito Fonte: C. Esposito, La bambola di pezza , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Sfidando il covid

    A Capracotta Gare di sci attraggono Adulti e piccoli Gennaio in pieno inverno Prato Gentile si anima Di tanta gente Antica tradizione Persone illustri Convenivano qui Pur con gli sci di legno D'estate poi In uniforme verde Disteso e tenero Giochi e turismo accoglie Questo Prato Gentile Risuonan voci Di liete compagnie Della "pezzata" S'alza il fumo odoroso Fino a Monte Capraro. Marisa Gallo

  • La pianta che non c'è, un animale che non c'è più e un mondo che va scomparendo

    Mentre mi deliziavo a leggere il 5° fascicolo del Bollettino della Letteratura Capracottese rimasi per un attimo interdetto quando appresi, dall'articolo " Iacci, salere e lamature ", che il toponimo dello Iaccio di Vorraine potrebbe «riferirsi a un antico stazzo di grosse proporzioni contornato da Borago officinalis », perché questa è «una pianta erbacea piuttosto comune sul nostro territorio». Trasalii. Dopo qualche giorno ebbi il piacere di incontrare l'autore del testo, Francesco Mendozzi, e gli riferii le mie perplessità in merito. Gli espressi i miei dubbi sulla presenza della borragine a Capracotta e mi ascoltò interessato, tanto che, quando terminai, tra il serio e il faceto, accompagnandosi con un gesto, disse: – Scrivi Pasquà, scrivi! Aggiunsi alle mie argomentazioni ulteriori prove ma lui, serafico, mi ribadì l'invito. Un vero e proprio guanto di sfida che non potevo non raccogliere! Mai avrei immaginato di disputare con Francesco, di cui ammiro la scrupolosità delle argomentazioni, ma gli jeàcce sono una materia della quale, senza presunzione, sento di poter dire la mia. Iniziai così a raccogliere notizie, orali e scritte, a supporto della mia tesi. È fuor di dubbio che la Borago officinalis sia una pianta erbacea preziosa. Cresce spontanea nei campi e nei terreni incolti e la si può seminare negli orti. Diffusa in tutta Europa ha innumerevoli proprietà: cura l'insonnia, il nervosismo, lo stress e la tosse. È diuretica, depurativa, lenitiva e cicatrizzante. Inoltre è usata per combattere il mal di gola, la gengivite, la febbre, l'artrite e i disturbi mestruali. È presente in cucina per frittate, insalate, zuppe e come ripieno per i ravioli. I fiori, di un bel colore azzurro intenso, sono utilizzati per guarnire le pietanze. Anche Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C., riteneva questa pianta capace di allontanare la tristezza e di donare gioia di vivere: per questo è chiamata anche "pianta del buonumore". La borragine ha un solo difetto: si trova ad altitudini non superiori agli 800-900 metri! Quindi a Capracotta, ahimè, non c'è! Ho evitato di citare le fonti da cui ho attinto notizie per non appesantire il testo. Mi limito a citare soltanto "L'uso tradizionale delle piante nell'Alto Molise”, scritto da Paolo Maria Guarrera, Simone Medori e dal prof. Fernando Lucchese, responsabile scientifico, per conto dell'Università del Molise, del nostro Giardino della Flora appenninica sul finire degli anni '90. Il nostro botanico locale Mariolino Di Rienzo, consultato in merito, dopo ampia e circostanziata disamina scientifica, ha concluso che tale pianta non trova dimora a Capracotta e che la parola vurràigna gli era sconosciuta. Il termine vurràigna non è riportato nemmeno nel dizionario di don Ninotto e Felice Dell'Armi ma è invece presente in quello di Agnone: verràina . Dichiarazione che mi veniva confermata dal segretario dell'associazione "Vivere con cura" Antonio D'Andrea. L'assenza di borragine in quel di Capracotta mi è stata infine ribadita anche da Maria Ricci, dottoressa in scienze forestali. Non restava che fare una capatina al Giardino della Flora appenninica di Capracotta. Qui ho incontrato la gentilissima dott.ssa Carmen Giancola che, interrompendo per un attimo l'amorevole cura che riserva alle piante, oltre ad informarmi dell'assenza di Borago officinalis in Giardino, mi ha confermato che l'habitat locale non ne consente la presenza. Dopo queste testimonianze scientifiche (e non) ho fatto una riflessione: com'è possibile che i capracottesi - che han vissuto all'insegna del motto " tutte jèrve cuóglie, cuóglie e puó màgnatele che sale e uóglie! " - non conoscessero tale pianta? Poteva mai sfuggire agli occhi aquilini e al naso adunco di Lucia di Milione? Bene, assodato questo, resta l'incognita del toponimo dello Iaccio di Vorraine. Potrebbe derivare da un animale? È improbabile! O dal fiume Verrino che scorre non molto lontano? Appare insolito il fatto che lo stazzo, solitamente usato d'estate e in altura, prenda il nome da un fiume che scorre a valle! E se derivasse invece proprio da una pianta? È possibile! Su Voria, il giornale di Capracotta, riportai il nome di una pianta: la merruoàina , suggeritami da Americo Sozio (1912-2014). Una pianta erbacea, mi disse, buona contro l'inappetenza e che ai suoi tempi era ampiamente utilizzata per curare re varlìse , ossia le piaghe che gli animali da soma si procuravano a seguito dello sfregamento del basto. Ho provato ad avere conferma parlando con alcuni paesani che hanno posseduto animali da soma. Luigi Carnevale (1941-2020), recentemente scomparso, mi disse che per guarire re varlìse si usava rimestare la paglia all'interno del basto con l'intento di rimuovere il grumo che aveva procurato la piaga o, in alternativa, il vescicante , un unguento che preparava il veterinario di allora, don Giuseppe Turchetti. Questi rimedi mi sono stati confermati da Filippo "la Pezzuta" Mendozzi, da Carmine "Dolce" Santilli ed infine da Mario "Ze Schina" Carnevale. Stavo per perdere le speranze quando, interpellato Davide "Davione" Carnevale, mi disse che conosceva la merruoàina e che suo padre la usava, giustappunto, per curare le escoriazioni degli animali. Non solo! La andavano a raccogliere alla Guardata nei pressi del Cuandóne Gruósse . Aggiungeva che è presente in molte zone di Capracotta, anche nei pressi della sua casetta di legno allo Iaccio di Vorraine. Era proprio quello che volevo sentire! Da merruoàina a verruoàina il passo è stato breve! La dott.ssa Giancola, informata della ricerca, mi ha riferito che la nonna Ermelinda Fantozzi, figlia di Carmela Dei Cenna (famiglia "Cianone"), le raccontava che a Capracotta usavano la merruoàina per curare le ferite da basto degli animali. Bene, dopo aver acquisito anche il supporto della scienza botanica, potevo sentirmi soddisfatto! Per quanto riguarda lo Iaccio dell'Orso, è chiaro che l'orso che terrorizzava le nostre montagne - stando alle parole di Giuseppe Altobello - era quello «bruno marsicano, endemico dell'Italia Centrale». Probabilmente la sua presenza nei pressi di quello stazzo diede il nome a re jacce . Disporre gli stazzi in montagna esponeva le pecore a pericoli mortali, causa la presenza di lupi ed orsi, ma tali rischi venivano compensati dalla qualità e varietà di erbe che i pascoli, a quelle altitudini, offrivano. Tali erbe conferivano ai formaggi proprietà organolettiche eccellenti. I pastori sapevano bene, come narra Elvira Santilli nel suo "Oltre la valle", che «la pecora che si pasce nei prati ondulati e nei pendii scoscesi di Capracotta, ha la possibilità di brucare erbe che sono privilegi dei pascoli di alta montagna e può offrire un latte ricco di sostanze nutritive e di sapore speciale». A differenza dell'orso, il lupo era il nemico più sanguinario e più temuto dai pastori. Una volta entrato in un branco di pecore - narra Antonino Di Iorio - questo «non si limita a sgozzarne una, per portarsela via, ma ne sgozza a decine perché si sfama anche succhiando il sangue delle pecore uccise». L'orso, invece, incurante delle grida e minacce dei pastori e dei latrati dei cani, avanzava con passo sicuro all'interno dello stazzo e, carpita con le potenti zampe una sola pecora, se ne andava via, come se quel tributo gli spettasse di diritto. Spesso, da ragazzo, insieme ai miei fratelli, ascoltavo a bocca aperta le storie che vecchi pastori quali Gaetano Perruzzi (1894-1973) o Domenico Mendozzi (1905-1986) raccontavano a mio padre nel loro tipico italiano pastorale. Sostenevano che in quei frangenti era pericoloso avvicinarsi all'orso perché, se infastidito, poteva lasciare la pecora e attaccarli. Era lui il re della montagna e, da buon re, nolente o volente, pretendeva la tassa di occupazione temporanea. Nonostante non sia più presente sulle nostre montagne, l'orso incute ancor oggi timore e paura ed è oggetto di tabù. Così si esprime in proposito Matteo Righetto ne "Il passo del vento", scritto insieme a Mauro Corona: «preconcetti e superstizioni arcaiche fanno di questo splendido mammifero il capro espiatorio per eccellenza di tutti i pericoli insiti nella montagna, in un mondo che, pur di rendere tutto domestico e artificiale, sarebbe disposto a rinunciare alla bellezza della natura». Ma anche la figura del pastore, al pari dell'orso, sta scomparendo! Mi piace ricordare quanto questa categoria di lavoratori abbia dato al nostro paese. Oreste Conti, nella sua "Letteratura popolare capracottese", li descriveva «bella gente, sana e forte, fiera e onesta, un po' rozzi, ma cordiali». Fu soprattutto grazie alle loro elargizioni, a cui si unirono quelle dell'intera popolazione, se la chiesetta della Madonna di Loreto, come sostenne Luigi Campanelli, divenne da «piccola e rozza a vero e proprio Tempio». I pastori nutrivano una forte devozione per la Madonna. A Lei si rivolgevano per la protezione prima di avviarsi per la transumanza e dagli inizi del '600 cominciarono ad offrirLe doni d'ogni genere: terre, animali, oro. La confraternita che amministrava l'ingente patrimonio della Madonna di Loreto riuscì, pertanto, ad iscriverla alla Regia Dogana delle pecore di Foggia per ottenere il diritto, in quanto locata , d'una estensione pascolativa di terre del Tavoliere. Nel 1700 questa contava ben 21.210 pecore. Divenne una vera e propria industria armentizia, dando lavoro e benefici a molte famiglie. Successivamente, grazie ai suoi finanziamenti, fu possibile non solo ristrutturare la vecchia "Casa della Madonna" in modo da renderla utilizzabile come asilo infantile (oggi dimora dell'omonima residenza per anziani) ma soprattutto ricostruire ed ampliare la Chiesa Madre, vanto ed orgoglio di ogni capracottese. In conclusione, voglio scusarmi con Francesco se questi miei appunti possano urtare la sua sensibilità: non è assolutamente nei miei proponimenti ma non posso tacere di fronte a un'imprecisione che rischia di scalfire l'impegno che sempre profonde nei suoi studi. A coloro che non condividono quanto asserito, rispondo come fece Francesco con me: – Scrivi Pasquà, scrivi! Pasquale Paglione Bibliografia di riferimento: G. Altobello, Fauna del Molise e dell'Abruzzo , Pasquini, Livorno 1925; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911; M. Corona e M. Righetto, Il passo del vento. Sillabario alpino , Mondadori, Milano 2019; A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019; A. Di Iorio, La pastorizia transumante , Grafikarte, Roma 2007; O. A. Di Lorenzo e F. Dell'Armi, Piccolo dizionario del dialetto di Capracotta. La dolce favella del "scì" , Rotostampa, Nusco 2011; P. M. Guarrera, S. Medori e F. Lucchese, L'uso tradizionale delle piante nell'Alto Molise , Tipar, Roma 2009; F. Mendozzi, Iacci, salere e lamature , in «Il Bollettino della Letteratura Capracottese», II:5, Capracotta, 4 luglio 2020; D. Meo, Vocabolario del dialetto di Agnone , Cicchetti, Isernia 2003; P. Paglione, Voccarusce 'mpanicce: la ricetta, fatti, aneddoti e... , in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007; E. Tirone Santilli, Oltre la valle , Pagine, Roma 1993.

  • Pastori e scrittura

    La società pastorale dell'Italia centro-meridionale, sia pure prevalentemente analfabeta, ha praticato forme di alfabetismo, ed ha generato figure di intellettuali pastori. L'apprendimento della lettura e della scrittura poteva avvenire attraverso modalità non ufficiali e non istituzionalizzate, come lo studio autodidatta praticato durante il servizio militare; l'alfabetizzazione poteva invece essere inserita in scuole "interne" alla cultura pastorale: in esse la trasmissione del patrimonio culturale del gruppo, effettuato dai pastori anziani nei confronti dei bambini e dei giovani, comprendeva, almeno in tempi recenti, anche l'apprendimento della lettura e della scrittura. Questo uso è documentato, ad esempio, in Abruzzo (a Pescasseroli, dove il pastore Cesidio Gentile scrive, nei suoi quaderni autobiografici, di aver imparato l'alfabeto «nella capanna dei pastori»). Nel Molise, a Capracotta (Isernia), si hanno notizie di una scuola di pastori, che aveva luogo nel periodo della transumanza invernale in Puglia, e nella quale i giovani apprendevano, tra l'altro, a leggere e a scrivere. La scuola dei pastori sembra essere orientata in una direzione fondamentalmente progressista, di avvicinamento all'italiano corretto e ufficiale: Perché veramente mio padre e mio zio non sono andati a scuola per niente, e mio nonno aveva imparato alla scuola che gli avevano imparato gli altri pastori, un'alfabeta alla volta; e tanto è vero che mio zio, quando leggeva, trovava a leggere Giacomo, diceva: «GIA gia, CO co, MO mo, Gia-co-mo» diceva tutte queste parole quando leggeva mio zio; mio padre sapeva un po' di più e non le diceva; ma poi quando mio nonno faceva scuola ai figli, quando erano ragazzi, arrivò una sera, e insegnava a mio padre, e diceva che dovevano cambiare la lingua, che si doveva cambiare per imparare; dovevano fare i cambiamenti, ecco; e allora diceva, dice «pa-ne» e mio padre diceva «pa-no» e mio nonno diceva «PA pa, NE ne, pa-ne» e mio padre diceva «pa-no, pa-ne, pa-no». Mio nonno, allora si davano delle botte, prese un pane: e gli fece sentire tante panate, e tante di quelle botte; mio padre cominciò a scappare e come scappava diceva «pa-ne pa-ne»; «e mò pa-ne è, prima ti ho detto tanto tempo pa-ne e era pa-no, mò è pa-ne», e mio padre scappava [intervista a Giacomo Venditti]. Nel periodo della transumanza invernale, comunque, altre nozioni venivano trasmesse dagli adulti ai più giovani, in modo più o meno istituzionale: tra queste, le conoscenze empiriche e scientifiche necessarie all'esplicazione dell'attività pastorale, i miti e le narrazoni relative all'ambiente circostante e alla storia del gruppo. L'insegnamento era probabilmente affidato ai pastori particolarmente esperti in certe attività o conoscenze, come la lavorazione del latte, l'intaglio del legno per la costruzione e decorazione degli oggetti, la conoscenza delle capacità terapeutiche delle erbe, e delle cognizioni astronomiche e astrologiche per la previsione del tempo; l'abilità nel narrare. In Sardegna la scuola pastorale si concretizzava nella coppia mere-theracu , maestro e apprendista, in una forma diretta e esclusiva di insegnamento; nella cultura pastorale appenninica, caratterizzata da una azienda transumante complessa e fortemente organizzata, la trasmissione della cultura ai più giovani avveniva in forme più complesse e collettive. Il patrimonio culturale dei pastori era d'altra parte estremamente variato e ricco; le conoscenze astronomiche e astrologiche non si basavano, ad esempio, solo sull'osservazione empirica degli astri e del clima, ma si fondavano sulla lettura dei lunari, sia annuali, sia perpetui. Tra questi ultimi molto usato era il Rutilio Benincasa , che conteneva soprattutto informazioni astronomiche, astrologiche, meteorologiche, con spiegazioni figurate delle fasi lunari e delle eclissi; il lunario forniva anche nozioni di aritmetica, di anatomia, di fisiognomica, e dati di storia locale e universale, come l'elenco dei papi - con le profezie relative ai pontefici futuri - e la storia del Regno di Napoli. Tra i pastori, il Rutilio Benincasa era ritenuto, sembra, anche un libro diabolico, non ortodosso rispetto al cattolicesimo ufficiale, probabilmente per i suoi contenuti profetici. Nell'area meridionale il Benincasa era usato, da pastori e contadini, come testo profetico e di consultazione magica; in Calabria, suo luogo di edizione, esso era considerato in ambito popolare una emanazione diretta del demonio: secondo i dati raccolti da Renda alla fine del secolo scorso, il libro aveva le proprietà di evocare e domare gli spiriti, e di fornire a chi lo leggesse la capacità di vedere avvenimenti a distanza o di spostarsi fulmineamente in altri luoghi: Una popolana di Radicena mi assicurava di avere assistito proprio lei ad un curioso esperimento: col libro alla mano si riuscì a vedere cosa facesse una data persona in Napoli, e poi davvero si trovò che fosse così. Un tale da Zagarise, adesso quasi pazzo, ha una storia intera per qusto benedetto Rutilio. Avuto il libro da uno zio, arricchitosi in grazia di esso, sapeva quanto si macchinava nel paese, sventando delitti e ruberie. Ma poi confessandosi, fu costretto dai Padri a bruciare il libro maledetto in pubblica piazza. Una volta leggendolo si trovò senza saper come sulla cupola di San Pietro in Roma. Alcuni contadini fecero una spedizione da Cosenza a Miglierina, dove speravano di ritrovare il vello d'oro che li avrebbe arricchiti, permettendo loro di impossessarsi dei tesori, custoditi dagli spiriti. La familiarità che i pastori avevano con l'astronomia e l'astrologia, strumentale alla pratica dell'allevamento e agli spostamenti con il bestiame, contribuiva probabilmente, nei secoli passati, alla loro fama di detentori di poteri magici. Alcuni pastori praticavano anche letture dei poemi epici del Tasso e dell'Ariosto, di storie cavalleresche come il Guerin Meschino e i Reali di Francia, dei poemi omerici, dell'Eneide e della Divina Commedia, dei romanzi storici; questo fervore di letture - secondo il pastore Francesco Giuliani - toccò il suo culmine tra il 1860 e il 1920 circa, per poi decadere in seguito. Come è noto, i pastori componevano testi poetici orali, per lo più in ottave; non a caso i componimenti a braccio e le gare poetiche, pur essendo comuni nelle società agricole, erano particolarmente diffusi nelle aree pastorali (Sardegna, Lazio, Abruzzo). Alcuni tra i pastori mettevano anche per scritto i testi dei loro componimenti: così i pastori di Leonessa (Rieti), e Cesidio Gentile (1847-1914) di Pescasseroli, che in un suo cenno autobiografico asserisce di aver scritto nella sua vita circa centomila versi. I temi di questa letteratura scritta pastorale, che in alcuni casi veniva stampata, erano assai vari: storie di santi e fondazioni di santuari, raccolte di miti e leggende; storie di briganti, argomenti di storia locale, storie moraleggianti, dialoghi satirici, dialoghi di pastori. Questi scritti, oggi purtroppo quasi totalmente perduti, potrebbero gettare luce, oltre che sui rapporti con la letteratura colta, anche sulle componenti dell'ideologia pastorale, in cui sembra prevalere un atteggiamento etico-filosofico, un orientamento alla riflessione, certamente collegabile alle soste periodiche imposte dell'attività pastorale; sono infatti prevalenti, nei titoli enunciati dal pastore Cesidio Gentile, gli argomenti filosofici e moraleggianti. La produzione letteraria dei pastori comprende anche diari, anch'essi andati in gran parte perduti, che traevano particolare ispirazione nelle vicende della guerra: così è avvenuto per Francesco Giuliani (1888-1969) di Castel del Monte (Aquila), che ha scritto della Grande Guerra, e per Serafino Di Tanno di Capracotta, che ha scritto dell'ultima guerra e della prigionia in America. I diari dei pastori, ancora da studiare dal punto di vista letterario, denunciano certamente un intenso rapporto con la scrittura, anch'esso da mettere in relazione con le soste nell'attività pastorale, e con il senso di solitudine che comportano i lunghi periodi passati al pascolo; non a caso il diario di Serafino Di Tanno è stato scritto durante la prigionia, in una situazione di emarginazione e di isolamento, che evidentemente ha favorito l'esercizio della scrittura. Il diario di Francesco Giuliani, secondo Annabella Rossi che lo ha pubblicato, è privo di cancellature, perché, in caso di errore, l'autore preferiva ricopiare l'intero testo piuttosto che guastare l'aspetto della pagina scritta. Elisabetta Silvestrini Fonte: E. Silvestrini, Pastori e scrittura , in «La Ricerca Folklorica», III:5, Grafo, Brescia, aprile 1982.

  • Terra antiqua, potens armis, non ubere glebæ

    Primieramente dei quattro lati, i quali circondano il Contado di Molise, l'Orientale, ed il Meridionale sono al tutto aperti, e ben ventati. I due rimanenti sono come arginati da una lunga catena niente interrotta di altissime, ed asprissime montagne diramate dagli Appennini d'Italia. Quella, che da Settentrione si propaga a mezzo giorno dal Monte Sangro fino a Morcone, e divide la Provincia da Terra di Lavoro, si chiama Matese . L'altra, che da Ponente si distende a Levante dall'istesso Monte Sangro a Ripalta, e la separa dall'Apruzo Citra, è detta Majella . Son amendue con neve anche ne' mesi di Luglio, ed Agosto. Sembrano esse tante montagne l'una sull'altra così ammonticchiate, che direste il Pelio, e l'Olimpo sull'Ossa, le cui cime sono nudissime roccie perpendicolari, ed inaccessibili, o poco inclinate; e le loro valli, e pianure si veggono ricoperte di foltissimi arbori di quercie, di cerri, di faggi, d'abeti, fargne, aceri, roveti, e spineti. Il terreno ancorché sassoso è negro, e grasso. Le loro falde come spremute de' loro succhi nutritivi per la caduta delle pioggie, sono sterilissime. Oltre alle due preallegate catene di montagne non mai interrotte, si costuma da que' Popoli chiamare anche montagne quelle, che rispetto alla Majella, e al Matese non sono se non che alture notabili. Tali sono la montagna di Campolieto, di Castelluccio, di Ripalimosani, Frosolone, Cerce, Gildone ec., ed altrettali. Ma che son esse rimpetto al Matese, ed alla Majella? Di queste adunque non se ne dee tenere conto. Da qualunque parte che entrasi nel Contado, eccetto l'Orientale, sempre si scende. Ma per la via di Occidente, e di Settentrione bisogna calare per dirupi, e Montagne sassose. Giunto il Viaggiatore nel Contado gli si presenta un terreno estremamente ineguale. Perocché per quanto scorre, e guarda coll'occhio tutto è colle, o valli, o picciole pianure. A Ponente si trova la valle di Bojano, la quale non è altro, che una lunga pianura di circa quindeci miglia lunga, e di larghezza media due. Essa comincia dal molino di Sepino, passa la Guardia Regia, Campochiaro, Sanpolo, Bojano, Sannmassimo, Roccamandolfi, Cantalupo. Da questa valle, o t'incamini a Settentrione, conviene salire per trovare Macchiagodena, Castelpetroso, Santangelo in Grotte, lo Pezzuto, lo Spinete, e Frosolone. Indi bisogna scendere per vedere Carpinone, Sassano, Castel Ciprani, la Rocchetta, Castropignano. Data i luoghi conviene nuovamente salire per osservare Pescolanciano, il Vastogirardo, Rocca Sicura, Sanpietro l'Avellana, Capracotta, e Pescopennataro. Da questi nuovamente si cala per vedere Civitanova, Bagnoli, Fossaceca. Di nuovo si sale per trovare Civitavecchia, Torella, Molisi, Sanbiase, Santangiolo Limusani, Salcito. E da tutti cotai luoghi anche bisogna più volte salire, e calare per portarsi in Lucito, Civita Campomarana, Castelbottaccio, Lupara, Guardia Alfiera, Castelluccio. Altrettanto conviene fare, volendo visitare Triventi, Sanfelice, Ripalta, Montenegro, Montefalcone, Acquaviva, Tavenna, e la Palata. Non meno di tanto è necessario, che si soffrisca, volendo dal Vallo di Bojano portarsi al mezzo dì di detta Provincia. Perocché dal Rio Tammaro nel piano di Sepino, bisogna, che si salga per portarsi in Sangiuliano, o in Santacroce di Morcone. Indi si cala per vedere Baranello, o il Vinchiaturo. Da questi deesi salire per condursi nel Busso: E volendo o dal Vinchiaturo, o dal Busso vedere l'Oratino, Campobasso, ed altre Terre, è d'uopo altresì che sempre si cali, e si salga: Come dall'Oratino alla Ripalimosani, da questa a Montagano, alla Petrella, a Matrice, a Sangiovanni Ingaldo, in Campodipietra, in Gildone, Gambatesa, nella Riccia, ed in Cerce. Questo stesso hassi a fare volendosi da Campobasso condurre in Colletorto, in Montelongo, in Morrone, in Montorio, in Casacalenda. Dalle cose piuttosto accennate, che esposte, manifestamente se ne ritrae, che la nostra Provincia da epoche, le quali si perdono nell'abisso del tempo, ha sofferto straordinarie convulsioni. Il che si deduce non che dalla semplice vista della Majella, e del Matese, le quali montagne in tutta la loro estensione si ammirano come tagliate a distanze uguali, ma altresì dall'orride fenditure di sassi nel fianco Settentrionale della Guardia Regia, e nel Meridionale d'Isernia. Una terza si ammira a Settentrione di Carpinone. Una quarta tra Civitanova, e Civita Vecchia, e due nella Ripalimosani. Una al suo Oriente, dove quasiché a perpendicolo si vede scisso un masso di tufo alto più di cento piedi; ed un gran sasso al suo mezzodì. In tali fenditure si osservano le convessità a capello corrispondere alle loro concavità. A tutto l'anzidetto si aggiunge, che nella sommità stessa del Matese s'incontrano lunghi strati di pesci petrificati tra le cave delle pietre. Dalle cose dette anche facilmente si raccoglie, che i terreni di tal Contado debbano variare all'indefinito. Generalmente son essi tutti cretosi, colla differenza, che nei luoghi alpestri sono asciutti, leggieri, e sterili, e nei monti freddi e sassosi. Nelle valli i terreni sono caldi, e grassi. V'ha delle terre acquose, magre, ed arenose. Dai saggi da me fatti in molti luoghi, ho trovato nella valle di Bojano, la terra essere arenosa, e magra, la quale vie più resta dimagrata colla caduta delle acque del Matese. Migliora il terreno verso Macchiagodena, lo Spinete, e Sassano, massime nella sua pianura, ed in quella di Carpinone tanto verso Isernia, che verso Sassano. Frosolone ha la Montagna tutta sassosa, ma con terreno grasso, il quale migliora verso Molisi. Pescolanciano ha terre fredde, ma buone. Pescopennataro, Capracotta, Vastogirardo, Rocca Sicura, e Sanpietro Lavellana, e luoghi adjacenti non si possono gloriare, se non che di una gran copia di sassi. Civitanova, Civitavecchia, Torella, e Castropignano hanno il terreno in parte buono, ed in parte cattivo. Quelli di Fossaceca, di Pietra Cupa, Salcito, e Trivento in generale sono buoni, altrettanto è da dirsi di Santangiolo Limosani, di Limosani, di Sanbiase, e Lucito. In fine è ottimo nella Civita Campomarana, nella Lupara, in Castelluccio, in Acquaviva, Palata, Sanfelice, Montenegro di Bisaccia, e in Montefalcone. Francesco Longano Fonte: F. Longano, Viaggio per lo Contado di Molise nell'ottobre 1786, ovvero Descrizione fisica, economica e politica del medesimo , Settembre, Napoli 1788.

  • Il fiume Verrino di Ian Watson

    "Urania" è una collana editoriale di Arnoldo Mondadori dedicata al genere fantascientifico - la più nota e longeva in Italia - nata nell'ormai lontano 1952. La serie ha pubblicato migliaia di romanzi e promosso centinaia di scrittori, alcuni dei quali si sono affermati a livello internazionale. Per dare un'idea di quanto "Urania" si avvicini all'epica dirò che persino la sua veste grafica è un cult , per via di quel semplice cerchio rosso in copertina, sempre uguale a se stesso. Ma quello che vedete in alto è solo un fotoritocco, ché troppo bello sarebbe pubblicare un libro per una collana tanto gloriosa, anche se, a ben vedere, la fantascienza non è il mio genere. Ciò di cui voglio parlare oggi sta però tutto qui o, per meglio dire, sta nell'uscita editoriale numero 1036 di "Urania" del 23 novembre 1986, "Il libro del fiume", firmata dallo scrittore britannico Ian Watson, classe '43, e tradotta in italiano da Laura Serra. Professore di futurologia al Politecnico di Birmingham, Watson è uno scrittore che, dal 1973 ad oggi, ha partorito una trentina di libri, e il suo nome viene sovente avvicinato a quelli di Stanley Kubrick e Steven Spielberg per aver approntato la screen story del film capolavoro "A.I. – Intelligenza artificiale" (2001), rilettura in chiave cyborg di Pinocchio. "The Book of the River" fa parte di una trilogia - assieme a "The Book of the Stars" e "The Book of Being" - in cui il fiume, che solo le donne possono navigare, è l'unica via di collegamento fra le città: agli uomini è concesso un viaggio unico, pena la follia o la morte. La Corrente Nera, un flusso vivo e melmoso, impedisce ogni contatto con la riva occidentale, popolata da misteriosi esseri appena visibili dalla sponda destra. Essere ammessi nella "corporazione del fiume" significa addentrarsi nel cuore della Corrente Nera e, chissà, arrivare a una folgorante rivelazione sulla natura del pianeta. Il romanzo si basa infatti su un affascinante mistero che soltanto al termine del terzo libro verrà completamente svelato. Quel che mi preme evidenziare è che una delle città adagiate sul citato fiume si chiami Verrino, come il torrente altomolisano che nasce dalle tre sorgenti di Capracotta: la Fonte dei Cementi, la Spogna e la Fonte delle Moree. La mia curiosità è capire se il nome scelto da Watson sia frutto del suo flusso di coscienza o una scelta geografica mirata. Prendiamo ad esempio questo dialogo tra la barcaiola che accompagna i coraggiosi viaggiatori e il protagonista: – A Verrino, eh? È una lunga camminata, per un ragazzo. – Nella voce della donna colsi un certo astio, come se Verrino fosse una sorta di roccaforte di ribelli che criticavano la retta via, la via del fiume. Se Capsi fosse voluto andare a Verrino, avrebbe dovuto percorrere a piedi cinquanta leghe, a meno che, per un caso fortuito, una ragazza di Verrino a caccia di un marito non avesse deciso di fare una capatina a Pecawar, non si fosse innamorata follemente del giovane Capsi e non se lo fosse portato a casa per sposarselo. Più avanti Ian Watson scrive che «la città di Verrino era popolatissima, ma nonostante questo sembrava stranamente disabitata, come se la gente non potesse più credere veramente in essa, pur facendo finta di crederci». Per risolvere l'arcano sulla città di Verrino ho chiesto direttamente al prof. Ian Watson di chiarire gentilmente la faccenda. In meno di 24 ore, con una gentilezza fuori dal comune, ecco la traduzione di quel che mi ha risposto: Ciao Francesco! È un piacere sentirti. La verità è che ho buttato giù i nomi delle città sul lato del fiume di Yaleen in non più di un minuto. I nomi mi sono semplicemente venuti in mente. Sapevo che dovevano sembrare culturalmente diversi - Pecawar mi sembra pakistano e Verrino mi sembra italiano, mentre Ajelobo potrebbe essere africano e Umdala tibetano - ma questa è stata l'unica regola di fondo; poi mi sono rilassato e ho scritto tutti i nomi uno dopo l'altro in verticale, spontaneamente. Questo è certamente il mito che mi racconto. È ciò che ricordo e potrebbe anche esser vero. A Capracotta mangiate capre cotte? Oh, sul vostro stemma vedo che c'è una capra al fuoco! Prima dei computer e prima di Google ho dovuto inventare tutto nella mia testa. Così come ho inventato il nome delle città. Ciao! Ian W. A quanto pare, dopo che l'autore ha fissato un blando schema fonetico, i nomi delle città gli sono scaturiti automaticamente, o perlomeno «this is certainly the mythology which I tell to myself. This is what I remember, and it may even be true». Watson, dunque, non esclude che quel nome così Italian sounding , Verrino, non possa provenire da reminiscenze lontane, evocazioni sopite, da precedenti subconsci... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Minieri Riccio, Biblioteca storico-topografica degli Abruzzi , Priggiobba, Napoli 1862; I. Watson, Il libro del fiume , trad. it. di L. Serra, Mondadori, Milano 1986.

  • Il pilone del Procoio, la Fonte Fredda e... un posto al sole!

    Poche fonti presenti sul territorio capracottese hanno la caratteristica di sgorgare dalla medesima sorgente o, per meglio dire, dalla stessa "vena d'oro blu": fra queste figurano la Fonte Fredda, utilizzata per l'approvvigionamento del serbatoio comunale, il pilone del Procoio (nuovo e vecchio), la Fonte del Cippo ed infine la Fonte di Santa Croce. Il sostantivo "procoio" (o "procuoio"), di etimologia incerta, si riferisce certamente al recinto per il bestiame o comunque ad altri significati assimilabili a "mandria" e "cascina", la costruzione rustica con stalla per le mucche e attrezzata per la produzione dei formaggi. Il vecchio pilone del Procoio, dopo aver donato il suo "sangue blu" per tantissimi anni, è attualmente in disuso, in quanto non riusciva a soddisfare la sete degli animali di grande taglia, poiché la sua vasca presentava uno scarso volume. Negli '60 venne invece messo in opera, a circa 70 metri dal vecchio, un nuovo pilone che con le sue due vasche differenziate poteva soddisfare l'abbeverata di ovini, bovini, equini e persone, quali escursionisti o semplici contadini che lavoravano quei terreni di scarsa redditività, dovuta questa all'alta quota e alla presenza di venti gelidi che spirano inesorabilmente da settentrione. A 1,5 km. dal centro abitato, dopo aver oltrepassato il vecchio fonte, ci si imbatte in una croce che accoglieva la speranza dei lavoratori di riuscire a ricavare qualcosa di buono dai terreni circostanti utilizzando coltelli fra i denti spuntati contro fame e povertà. Chiamarli terreni agricoli è infatti un eufemismo, giacché queste erano terre d'alta montagna strappate alla pietra e liberate dai massi che spuntavano come funghi e che in molti casi venivano ridotti in briciole con l'uso delle polveri da sparo (residui dell'ultima guerra!) fatte detonare nei giorni di pioggia assieme a tuoni e fulmini, oppure a mezzogiorno in concomitanza col rintocco delle campane, di modo che coprissero l'assordante rumore dell'esplosione, preceduta spesso da un colpo di fucile. Che contrasto tra quei perseveranti agricoltori, curvi, intenti a scavare con zappe, bidenti e mazze di ferro, quasi fossero i cercatori d'oro del Far West, e il vocìo dei bambini intenti innocentemente a giocare o ad aiutare i genitori nel trasporto delle pietre da porre sui confini. Visto che le pietre non mancavano, infatti, lungo i confini degli appezzamenti venivano costruiti dei ricoveri da utilizzare come riparo momentaneo, utilizzati eventualmente anche nelle notti d'estate, e che contemplavano l'entrata a sud per avere l'opportunità di godere della luce e del calore solare. Sembrava quello un ambiente distensivo e armonioso dove la conduzione era prettamente familiare e... c'era sempre chi si crogiolava al sole. Adesso attorno a quella croce e a quel pilone l'ambiente è surreale, solo il cinguettìo degli uccelli spezza il silenzio; a causa dell'emigrazione del dopoguerra, proseguita fino ai giorni nostri, la realtà circostante non è più quella di una volta. I cadenti muri di confine e i ricoveri in pietra a secco, ormai degradati e abbandonati all'incuria del tempo, lasciano l'amaro in bocca per i sacrifici fatti dai nostri avi, i quali, sperando nella clemenza del tempo e in una qualche forma di abbondanza, cercavano appena di ricavare il "sangue rosso" dalle rape... Queste costruzioni rurali - circa 200 sono i pagliai, i casotti e i tholos presenti sul territorio di Capracotta - potrebbero essere ripristinate, utilizzate per trascorrere periodi in perfetta solitudine, per ritrovare lo spirito interiore smarrito davanti a un PC, od anche per vedersi protagonisti di "un posto al sole" su un territorio semilunare, di certo non come semplici spettatori della celebre soap opera ! Filippo Di Tella

  • Vite capracottesi: Raffaele Di Lullo

    Raffaele Angelo Di Lullo nasce a Capracotta il 31 marzo 1911 da Sebastiano e Giuseppina Di Tanna. Come tanti commilitoni, il padre muore subito dopo esser tornato dalla Grande Guerra, costringendo la moglie, nel 1921, a raggiungere alcuni parenti emigrati negli Stati Uniti. A 10 anni Raffaele è in America, dove presto s'innamora del baseball, che diverrà la ragione della sua esistenza. Firma nel 1931 il primo contratto in lega minore coi St. Louis Browns e poi gioca, come ricevitore, nei Pittsburgh Pirates , nei Paterson Emblems , nei Newark Bears e nei Wagner Seahawks , dove nel 1959 disputa la sua miglior stagione di sempre, terzo a livello nazionale per basi rubate. Chiusa la carriera da giocatore, Raffaele, soprannominato "Corp" in onore del papà caporale perduto ad 8 anni, diventa un validissimo manager sportivo nonché uno straordinario scout, l'equivalente dell'osservatore nel nostro calcio: è difatti lui a scoprire campioni del calibro di Joe Niekro, Bruce Sutter e Jim Bunning. Alla sua morte, avvenuta a Paterson il 9 agosto 1999, gli viene intitolato il Ralph DiLullo Memorial Award , un premio consegnato periodicamente al miglior allenatore della East Coast , ed il suo nome viene iscritto sul Professional Baseball Scout's Wall of Fame . Una delle più grandi firme del giornalismo sportivo, Grahame Jones del "Los Angeles Times", lo definirà «il più grande scopritore di talenti». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. J. Dragseth, Eye for Talent. Interviews with Veteran Baseball Scouts , McFarland, Jefferson 2014; A. Goldis e R. Wolff, Breaking Into the Big Leagues. How to Make Pro Scouts Notice You , Leisure, New York 1988; T. Kepner, K: a History of Baseball in Ten Pinches , Doubleday, New York 2019; J. Maddon e T. Verducci, The Book of Joe. Trying Not to Suck at Baseball and Life , Twelve, New York 2022; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; B. Nowlin e J. Sandoval, Can He Play? , The Society for American Baseball Research, Phoenix 2011; P. Post, Foresight 20/20 , San Diego 1995; D. Scala e J. Cain, One-on-One Baseball. Fundamentals Made Simple for Players and Coaches , McGraw-Hill, New York 2009; D. Schlossberg, Baseball Stars , Contemporary Books, Chicago 1985; D. Siroty, The Hit Men and the Kid Who Batted Ninth. Biggio, Valentin, Vaughn & Robinson: Together Again in the Big Leagues , Diamond, Lanham 2002.

  • Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi (III)

    CAPITOLO III I sarti capracottesi e l'industria della moda A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta il sistema moda italiano era attraversato da un profondo processo di ristrutturazione e in esso già iniziavano ad intravedersi quei fattori che avrebbero, qualche anno più tardi, caratterizzato l'esplosione dell'industria del tessile-abbigliamento: ad esempio, la collaborazione tra stilisti ed imprenditori, il cui primo episodio viene fatto risalire al 1969 ed alla sfilata a Palazzo Pitti della collezione Misterfox, ideata appositamente dallo stilista Albini per la produzione in serie da parte dell'industriale Papini. Gli anni in questione furono tuttavia caratterizzati anche da significativi stravolgimenti sociali. L'abbigliamento, da sempre specchio dei valori, degli stili di vita, dei costumi di una popolazione, ne uscì radicalmente trasformato. Le proteste operaie, le rivendicazioni giovanili, la crescente emancipazione della donna ed il conseguente nuovo rapporto tra i sessi, segnarono infatti l'avvento, in particolar modo tra i giovani, dell'abbigliamento informale, in particolar modo del jeans e della maglieria, spesso unisex. L'alta moda, che poneva invece in primo piano i concetti di femminilità ed ostentazione, espressi da un abbigliamento elegante che da alcuni stilisti (come Valentino) veniva addirittura concepito come un'opera d'arte, segnò il passo ed attraversò un momento di profonda crisi; lo stesso Valentino, ad esempio, iniziò una nuova esperienza all'interno di una delle principali aziende di confezioni italiane di qualità, il Gruppo Finanziario Tessile di Torino, dando vita peraltro ad uno dei più felici connubi tra alta moda e industria dell'abbigliamento. Anche la sartoria maschile non uscì indenne dai cambiamenti indotti dall'autunno caldo del Sessantotto, subendo un profondo ridimensionamento della propria domanda, causato non soltanto da un progressivo abbandono del tradizionale completo costituito da pantalone e capospalla in favore di jeans e maglie, ma anche da altri fattori sociali, meno prevedibili: « I nostri clienti più facoltosi, intimoriti dalle rivendicazioni studentesche ed operaie e dai primi episodi di terrorismo, abbandonarono Milano per trasferirsi in località come Sanremo o St Moritz. Ciò voleva dire perdere commesse per decine di capi l'anno » racconta Alfio Paglione. All'inizio degli anni Settanta, proprio il capoluogo lombardo divenne rapidamente il centro di gravità della moda europea e mondiale, costituendo terreno fertile per la nascita di una miriade di nuove industrie ed attirando l'attenzione dei compratori internazionali, attraverso le sue sempre più affollate manifestazioni. Il Paglione, pertanto, intuì, a ragione, che la tradizionale sartoria artigianale aveva esaurito il suo corso e che il futuro sarebbe stato dominato dall'industria del prêt-à-porter . Nonostante le reticenze della moglie, Angela Mottadelli, anch'ella sarta di altissimo livello (era infatti première della prestigiosa sartoria Gandini di Milano), egli mise in piedi un'azienda che da quasi trent'anni realizza capi di elevata qualità artigianale, collaborando con marchi prestigiosi come Agnona, Mila Schön, Cerruti, Loro Piana e perfino Gucci e Prada, realizzando in particolare cappotti double-face. « Sono stato uno dei primi a produrre in serie questa tipologia di capo. Grazie a ciò, ho avuto il privilegio di conoscere il Prada degli anni d'oro. Patrizio Bertelli veniva, personalmente, nel mio laboratorio, oppure inviava gruppi di tecnici, poiché la sua azienda era estremamente interessata a conoscerne i processi produttivi e le tecnologie di lavorazione ». Il Paglione ha saputo, quindi, cogliere con successo le nuove, stimolanti opportunità offerte dal mercato della moda italiano, coniugando la propria abilità artigianale con lo spirito imprenditoriale e sfruttando un'ulteriore condizione che in quegli anni volgeva decisamente a favore della creazione in una piccola impresa nel settore dell'abbigliamento: l'elevata sindacalizzazione ed il conseguente aumento del costo del lavoro che seguirono all'autunno caldo del 1968 avevano infatti spinto molti titolari di aziende di grandi dimensioni ad attuare un sistematico decentramento produttivo, allo scopo di fronteggiare la perdita di competitività sui costi e ridurre la conflittualità interna. Questo processo di de-integrazione conobbe un notevole successo, poiché le piccole imprese, cui veniva commissionata buona parte della produzione, rivelarono una capacità di flessibilità operativa ed un grado di innovazione del prodotto decisamente inaspettati. A ciò va aggiunto che il ruolo primario assunto dalla piccola impresa era reso possibile anche dal minor livello tecnologico incorporato nelle nuove produzioni e dalla più bassa soglia degli investimenti produttivi necessaria rispetto ai capispalla formali. Alfio Paglione fu tuttavia uno dei pochi capracottesi a solcare l'onda dei cambiamenti in atto nel proprio settore ed a trasformarsi da artigiano ad imprenditore, specializzandosi, peraltro, in un prodotto di nicchia che pochi realizzavano, ancor meno rispettando elevati standard qualitativi. La maggior parte di loro proseguì infatti l'attività di sartoria, pur ottenendo eccellenti risultati, come ad esempio Alberto Sammarone (ed i suoi colleghi Fernando Giuliano e Giovanni Sanità), ma soprattutto Sebastiano Di Rienzo. All'interno dell'atelier di Valentino, nel quale lavorava anche la sorella Lina, "Seby" (il diminutivo con cui è noto) aveva raggiunto a soli ventitré anni la qualifica di tagliatore, una delle massime cui potesse aspirare un sarto. Egli, tuttavia, era fermamente deciso a compiere il grande salto ed a mettersi in proprio. Nel 1963, sempre in compagnia della sorella ed in seguito anche della moglie Angelica Di Lullo, la prima particolarmente abile nella realizzazione di abiti in tessuto leggero, la seconda specializzata in quelli più pesanti, lasciò così Valentino (con cui rimase sempre in ottimi rapporti) ed aprì la sua prima sartoria nei pressi di piazza Fiume, realizzando abiti per le sue prime clienti, in prevalenza frequentatrici dello stesso atelier di Valentino, rimaste affascinate dalla straordinaria perizia dimostrata da questi giovani capracottesi. Da oltre quarant'anni, il laboratorio di alta moda dei Di Rienzo (la cui sede venne in un secondo momento trasferita in via Piana, nell'elegante quartiere Parioli, e di lì in via Calcinaia, dove si trova ancora oggi), realizza creazioni esclusive per le donne dell'alta borghesia romana, benché abbia annoverato, tra le sue clienti, anche celebri dive del cinema, come Britt Ekland (moglie di Peter Sellers) od Ingrid Thulin. La classe e l'eleganza mai opulenta o volgare delle sue opere hanno procurato a Seby una pioggia di prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale: nominato cavaliere della Repubblica già nel 1982 dall'allora presidente Sandro Pertini, insignito del prestigioso titolo di "Miglior sarto dell'anno" nel 1999, egli è attualmente segretario generale della Federazione mondiale dei Sartori, dopo avere rivestito negli ultimi anni la carica di presidente dell'Accademia nazionale, la stessa che fu di Ciro Giuliano. Unico paese d'Italia, Capracotta può dunque vantarsi di aver donato ben due presidenti all'autorevole Istituzione, che dal 1575 rappresenta e tutela gli interessi della nobile categoria dei sarti. A cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, Sebastiano Di Rienzo, così come Alfio Paglione, tentò di ritagliarsi un ruolo di prestigio anche nell'industria dell'abbigliamento; a differenza del suo compaesano, tuttavia, egli provò a chiudere il cerchio della sua avventura di emigrante, il quale, dopo aver lasciato il paese che gli aveva insegnato e trasmesso l'amore per l'arte sartoriale, cercava di resuscitarla quando essa aveva, purtroppo, già esalato l'ultimo respiro. Nacque così l'esperimento di Coats Capra , la prima e finora unica azienda di abbigliamento con sede a Capracotta. « Avevo concepito quest'azienda come un grande laboratorio di sartoria, nel quale avrebbero dovuto lavorare al massimo una trentina di addetti – racconta Seby, che in quel periodo continuò a curare anche l'attività del suo laboratorio romano – per alcuni anni l'azienda funzionò: potevamo contare su sette od otto sarte che confezionavano abiti di ottima qualità per una clientela facoltosa, anche straniera, visto che comprendeva anche alcune ricche famiglie arabe ». Tuttavia egli non fu in grado di consolidare l'iniziale sviluppo dell'impresa, non solo perché i continui trasferimenti tra Roma e Capracotta comportavano enormi sacrifici, ma in parte anche per l'assenza di una visione strategica di lungo termine. « Mi sono sempre sentito un artigiano, non un imprenditore – confida lo stesso Di Rienzo, il quale, comunque, al momento di cessare l'attività di Coats Capra , nei primi anni Ottanta, provò a lanciare un nuovo progetto –. Proposi alle mie sarte di costituire con loro una cooperativa. Non avrei ricavato alcun guadagno da questa iniziativa, ma non se ne fece ugualmente nulla ». A Seby, che oggi si divide tra il suo storico atelier, l'insegnamento di modellistica presso l'Istituto Europeo del Design e di taglio all'omonima scuola costituita all'interno dell'Accademia nazionale dei Sartori, nonché gli incarichi di rappresentanza della Federazione mondiale, di cui ricopre, come detto, la carica di segretario generale , va senz'altro riconosciuto il merito di essere stato l'unico, tra i sarti capracottesi, ad aver progettato e realizzato un'azienda di abbigliamento nel suo paese natale, oltre ad essere uno dei rari casi di sarto che abbia tentato anche l'esperienza imprenditoriale (i soli altri esempi individuati a seguito dell'attività di ricerca preordinata alla realizzazione del presente lavoro sono quelli del già citato Pierino Campana e di Antonio Mosca, detto "Ciccone", che ha costituito ed è stato per qualche tempo titolare di un'azienda specializzata nel taglio con sede a Ciampino, in provincia di Roma e denominata M.G.M.). In materia di modellistica, Di Rienzo ha anche pubblicato tre volumi particolarmente apprezzati: "La tecnica della moda" e "Professione moda", concepiti come manuali per studenti ed operatori della moda, e "La moda nell'industria", che testimonia il suo nuovo interesse per la modellistica applicata alla confezione industriale. Da alcuni anni Seby partecipa anche a progetti di cooperazione italo-cinese, volti a realizzare corsi di formazione nella modellistica e nel cucito, sia maschile che femminile. L'azienda è attualmente ancora attiva, ma Antonio Mosca ha ceduto la propria quota ad altri soci. Non per questo è ammissibile biasimare i suoi colleghi e compaesani che non hanno manifestato lo stesso spirito d'iniziativa, poiché a mancare spesso non era il coraggio, ma i soldi; anche quando fosse stato possibile disporne, poi, abbandonare un'avviata sartoria per avventurarsi in un'impresa nata dal nulla poteva rappresentare un rischio fatale, soprattutto per chi, come il sarto, aveva consolidato una mentalità e (soprattutto) un'organizzazione del lavoro di stampo artigianale. Di ciò i capracottesi erano ben coscienti: « Non ci si improvvisa imprenditori da un giorno all'altro » afferma Alfio Paglione. Per alcuni, anche la sorte avversa giocò un ruolo determinante: « Quando fummo informati che la Monti avrebbe chiuso i battenti, io ed alcuni miei colleghi ci accordammo per chiedere che, al posto della buonuscita che ci veniva offerta, ci venisse ceduto uno degli stabilimenti dell'azienda, nel quale avremmo avviato una nostra attività – confida Nicola D'Onofrio – ma la nostra proposta non venne accolta dai dirigenti ». Non si può comunque tacere del fatto che i sarti capracottesi fossero estremamente individualisti e gelosi delle proprie abilità, retaggio, questo, dei loro anni di apprendistato, quando l'elevato numero dei lavoranti nelle botteghe e le poche opportunità di lavoro, accompagnate ad una diffusa povertà, generavano un'accanita competizione. Tale individualismo pregiudicò la costituzione di cooperative, ma anche la semplice conduzione collettiva di sartorie già avviate: una delle rare eccezioni che si ricordi, a tal proposito, è rappresentata dal laboratorio di Alberto Sammarone, Giovanni Sanità ed Alfredo Giuliano, i quali, tra l'altro, scelsero di cooperare per non perdere la clientela ereditata dal precedente titolare del laboratorio, Pasqualino De Renzis. Sull'assenza di collaborazione pesò non solo la mentalità, ma anche le diversità nella tecnica sartoriale: la presenza di tante botteghe a Capracotta significava anche esistenza di tante diverse scuole di pensiero sartoriali, ognuna convinta depositaria di un particolare metodo di realizzazione di questo o quel capo. Il rapporto tra i sarti capracottesi e l'industria dell'abbigliamento non è stato comunque caratterizzato solo da un totale rifiuto o dall'avvio, riuscito o meno, di esperienze imprenditoriali. Un piccolo gruppo, infatti, trovò lavoro e fece carriera all'interno importanti realtà del settore delle confezioni maschili, soprattutto in Abruzzo: ci si riferisce, in particolare, ai sei capracottesi che vissero l'esperienza delle Confezioni Monti. L'azienda deve il suo nome al fondatore e titolare, Vincenzo Monti, il quale, iniziando nel 1951 in un piccolo stabilimento situato nella zona nord di Pescara, in seguito dislocato a Roseto, aveva creato in pochi anni un gigante dell'industria delle confezioni, che arrivò a contare anche quattromila dipendenti all'inizio degli anni Settanta, quando la linea produttiva, dopo essere stata nuovamente trasferita a Pescara, in piazza Alessandrini (nell'edificio che ancora oggi viene definito "Palazzo Monti") era stata infine definitivamente insediata a Montesilvano. Il rapido sviluppo produttivo dell'azienda avvenne in misura principale all'inizio degli anni Sessanta, quando la Monti, la Lubiam, la Sanremo, il Gruppo Finanziario Tessile di Torino con la sua linea Facis, si resero protagoniste dell'esplosione di una nuova metodologia produttiva nel settore dell'abbigliamento, la confezione, che ben rispondeva alle esigenze di una sempre più numerosa schiera di persone che, grazie al diffuso benessere indotto dal "boom" economico di quel periodo, si interessarono dell'estetica della propria immagine, ma prestando particolare attenzione al rapporto qualità - prezzo dei prodotti acquistati. La realizzazione di abiti da parte di queste aziende era caratterizzata dalla serialità, dall'assenza di particolari connotati moda, da una lentissima velocità di mutazione modellistica, ma la qualità dei capi realizzati cresceva di giorno in giorno, grazie soprattutto all'uso di materiali, di origine italiana, continuamente migliorati e capaci di competere con quelli inglesi. In tal modo la confezione aveva soppiantato, nel giro di pochi anni, la sartoria artigianale e la casa di alta moda, la prima destinata ad un pubblico sempre più ristretto ed anziano, la seconda ad una fascia d'élite. Di questo settore, la Monti non costituiva una delle massime realtà italiane solo per le dimensioni, ma anche per la sua produzione di elevata qualità (come quella contrassegnata dal marchio VM), e per l'eleganza del suo stile, che le consentì di ottenere importanti riconoscimenti in ambito internazionale, come il premio conferitole per la realizzazione delle divise della delegazione italiana partecipante alle Olimpiadi estive di Montreal, nel 1976; per un breve lasso di tempo, l'azienda realizzò anche le prime collezioni di Versace. Il suo slogan "Monti: abiti belli, abiti pronti" era così noto che perfino papa Paolo VI lo pronunciò in occasione di un incontro con le maestranze, avvenuto a metà degli anni Sessanta, mentre alle inaugurazioni delle sue nuove sedi produttive o dei punti vendita presenziavano anche gli uomini politici (ed autorità istituzionali) più importanti, come Emilio Colombo o Giulio Andreotti. Non era comunque facile, per le aziende di confezioni, convincere dei sarti a lavorarvi, neppure per quelle che, come la Brioni Roman Style, sorta nel 1959, scelsero di posizionarsi sin dall'inizio al vertice strategico del mercato, combinando il sistema su misura con il meccanismo seriale, all'interno di quella concezione del fare abbigliamento che lo stesso Versace, alla fine degli anni Novanta, chiamerà prêt-couture (alta moda pronta firmata). I sarti, infatti, erano diffidenti verso il lavoro in fabbrica, temendo uno snaturamento della loro professione; d'altra parte, essi risentivano già del calo di clientela causato dalla confezione che, in quegli anni, proponeva capi a costi più bassi di quelli dell'artigiano. Un nutrito gruppo di sarti capracottesi, spinti dalla fama acquisita dalla Monti, scelse tuttavia, sin dai primissimi anni Sessanta, di inserirsi nella struttura produttiva dell'azienda. Trasformarsi in operaio specializzato, d'altronde, garantiva minore fatica ed uno stipendio fisso rispetto al lavoro in sartoria; proprio l'esperienza accumulata in laboratorio, inoltre, apriva ampie prospettive di carriera. L'unica eccezione è rappresentata da Antonio "Ciccone" Mosca, tuttora responsabile del taglio presso lo stabilimento dell'azienda di abbigliamento femminile romana Le Group. In effetti, tutti i sarti capracottesi impiegati nelle Confezioni Monti occuparono presto posizioni di responsabilità: Pasqualina Carnevale, Nicola Di Luozzo, Nicola D'Onofrio, Antonio Di Nucci, Eutimio Mosca erano inquadrati come caposezione o caporeparto, mentre Carmine Di Tanna, come si è precedentemente accennato, era stato invece incaricato della supervisione della linea di abiti su misura dal responsabile della produzione, Luigi Zulli, che lo aveva convinto personalmente a tornare in Abruzzo dagli Stati Uniti, dove era emigrato. La fortuna delle Confezioni Monti, comunque, non durò a lungo. Episodio chiave, chiaro sintomo dei primi segnali di crisi, fu l'occupazione della fabbrica nel 1971, che segnò l'inizio di una lunghissima agonia, contrassegnata da continui ridimensionamenti e riduzioni di personale. A partire dal 1973, l'azienda passò sotto il controllo dell'Eni e venne smembrata in due tronconi: il nucleo della Monti rimase a Montesilvano, mentre altre maestranze furono assorbite da un'altra realtà produttiva, la "Vela", che produceva abbigliamento per bambini a Roseto. Essa conservò comunque per un certo periodo una buona fama ed una clientela importante, formata da ministri, parlamentari, notabili vari e manager delle aziende statali od a partecipazione statale, come la stessa Eni. « Ricordo perfettamente quando io e Carmine di Tanna realizzammo un cappotto per il presidente dell'Eni – racconta Antonio Di Nucci –. Venne fuori un autentico capolavoro, che suscitò l'ammirazione di tutti i dipendenti dell'azienda ». Al termine degli anni Ottanta, tuttavia, l'Eni annunciò l'intenzione di cedere la sua partecipazione nell'azienda alla Gepi S.p.A., holding parastatale (che ha recente assunto la denominazione di Sviluppo Italia) e che all'epoca svolgeva il compito di acquisire partecipazioni di controllo in grandi aziende in crisi, al fine di tentarne il risanamento. Quello della Monti, tuttavia, sembrava impossibile: prima della chiusura della fabbrica, alle maestranze venne offerta una liquidazione od una ricollocazione in altri contesti produttivi. Iniziò così la piccola diaspora dei capracottesi, che con il loro prezioso lavoro avevano contribuito alla fama ed al successo che la Monti aveva riscontrato per alcuni decenni. Alcuni di loro, come Eutimio Mosca ed Antonio Di Nucci, peregrinarono negli anni seguenti in molte realtà dell'industria dell'abbigliamento abruzzese: il primo, ad esempio, rimase per cinque anni, dal 1989 al 1994, presso la Sangro Moda di Castel Di Sangro (azienda licenziataria di note marche di confezioni maschili, tra cui la Tombolini), che fu prematuramente costretta a chiudere a causa delle vicende giudiziarie che travolsero il suo titolare, Gargano, all'epoca sindaco della cittadina sangritana. Successivamente il Mosca lavorò o prestò la sua preziosa consulenza per altre importanti imprese abruzzesi e non, come la "Confezioni Stella" di Villanova di Cepagatti (PE), che operava come façonista per Loro Piana od Escada, oppure la M.B.M. di Francesco Marcotullio, fratello di quel Lucio che, oltre ad essere tra i soci fondatori, da sempre riveste l'incarico di amministratore delegato della Brioni. Antonio Di Nucci, invece, operò, sempre negli anni Ottanta, come responsabile del controllo di qualità per la Radar di Ortona, all'epoca licenziataria delle linee 012 di Benetton e Laura Biagiotti Junior, mentre in seguito visse altre esperienze di lavoro in importanti aziende terziste, quali l'Eurostyle di Pianella, produttrice per il noto marchio tedesco Hugo Boss, oppure la Aerre di Montesilvano, dove ha poi concluso la sua carriera. Per un breve periodo, egli ricoprì anche l'incarico di responsabile del controllo di qualità per la linea Ferré Sport, all'interno della Ittierre, importantissimo complesso industriale fondato ad Isernia dal vulcanico imprenditore locale Tonino Perna, che attualmente si può considerare come una delle prime aziende terziste del mondo nel settore dell'abbigliamento, essendo licenziataria della produzione di stilisti di fama mondiale, come Dolce&Gabbana, Versace (per cui realizza rispettivamente le collezioni contrassegnate dai marchi D&G e Versus), o Romeo Gigli e che da diversi anni ha iniziato a lanciare proprie collezioni, già divenute famose con il marchio Exté. Ovunque si recarono, quindi, i sarti capracottesi ricoprirono sempre incarichi di rilievo. Ciò fu merito della straordinaria esperienza acquisita sin da ragazzi, che i giovani tecnici d'oggi non possono vantare quasi mai: « I nuovi responsabili del controllo di qualità sanno solo prendere le misure dei capi, peraltro in base a tabelle che vengono loro consegnate dall'azienda, ma non sono assolutamente in grado di tagliare e cucire un abito » confida Antonio Di Nucci. Luigi D'Onofrio Fonte: L. D'Onofrio, Storia dei sarti di Capracotta dal dopoguerra ad oggi , tesi di master, Università degli Studi di Teramo, Penne 2004.

  • Molise venatorio

    Molise: terra aspra e selvaggia, ove la caccia serba ancora il sapore eccitante della conquista e il fascino sottile dell'avventura... Nello scenario maestoso dei suoi monti, nel silenzio sconfinato dei suoi boschi, l'uomo si sente infinitamente piccolo e meschino; e in quel paesaggio così primitivo, in quelle forre e in quei dirupi ove nessuno sembra abbia posto mai piede, la caccia gli appare sotto un aspetto romantico e avventuroso, per il quale è quasi indotto a credere di dover uccidere per sfamarsi, come faceva, migliaia di anni prima, il suo lontano progenitore... A far rivivere nel nostro animo questa sensazione nuova e appassionante concorrono tanti elementi: anzitutto la bellezza pittoresca e selvaggia dei luoghi, poi il clima così ostile e mutevole alla cui mercè ci sentiamo abbandonati in ogni istante, e infine la certezza che spesso abbiamo di esser soli, col nostro cane e col nostro fucile, in una località deserta ove neppure i pastori son soliti avventurarsi. Ma la causa prima di questo sentimento è data da quel senso di selvatico e di primitivo che scorgiamo un po' dovunque: nel burrone ingombro di massi ciclopici che ci si spalanca improvvisamente innanzi, nelle orme profonde lasciate dal lupo sulla neve, nello sconnesso pagliaio di pietre eretto dal pastore per difendersi dalle intemperie. E quando il cacciatore di Molise raccoglie tra i sassi del pietraio la coturnice colpita a morte, ha l'impressione di aver strappato alla montagna nuda e ostile che lo sovrasta una gemma rara e preziosa: e si rallegra d'una gioia un po' crudele e animalesca, la stessa forse che provava l'uomo delle caverne quando abbatteva gli esseri giganteschi del suo mondo... E davvero nel Molise manca del tutto quel senso di artificiosità che spesso accompagna la caccia di oggigiorno; così tra i mezzi di locomozione il cavallo di San Francesco è di gran lunga il più diffuso, i cani non posseggono certificato di origine e hanno nomi modesti e paesani, e le riserve e le zone non suscitano alcuna critica pel semplice motivo che non esistono. Né, almeno per ora, v'è bisogno di tali provvidenze, ché la selvaggina è ancora abbondante sui nostri monti, e lo sarebbe ancora di più se non esistessero tanti bracconieri... Il contadino molisano è infatti per istinto o per necessità un bracconiere; e a ciò lo spinge la limitata sorveglianza cui va incontro (causata dalla grande estensione di territorio da guardare) e il bisogno che prova di procurarsi a poco prezzo un buon piatto di carne fresca, così preziosa nel rigido inverno. È in quell'epoca, quando la neve copre ogni cosa e i lavori agricoli sono sospesi che il massariaro esce a caccia alla pedata , e seguita instancabilmente, le gambe avvolte nei cosciali di lana, le nitide impronte lasciate dalla lepre sul candido; e difficilmente torna a casa a mani vuote. Ma anche durante la buona stagione i pastori e i bovari hanno sempre a portata di mano un fucile col quale uccideranno la sera all'aspetto la lepre di cui conoscono l'itinerario, o le starne sorprese in gruppo presso la fonte. Eppure, nonostante l'insidia degli uomini e dei rapaci e la rigidezza del clima, la selvaggina stanziale è, come ho detto, ancora abbondante in terra di Molise. È però necessario aggiungere che, per poter ottenere dei buoni carnieri occorre conoscere bene i luoghi ed essere sovratutto abituati a camminare in montagna, ché le cacciate da noi si svolgono in un terreno rotto e accidentato, che fiacca uomini e cani. In ispecie questi ultimi, se non sono allenati, si spedano con grande facilità a causa del suolo arido e sassoso, senza contare che nell'estate si rendono spesso inservibili dopo poche ore di caccia per la mancanza di acqua, ché le fonti non sono molto frequenti sulle nostre montagne. Se poi a tutto ciò si aggiunge il fatto che il tiro si presenta generalmente difficile a causa dello spazio ristretto in cui si mostrano i selvatici, si vedrà che il raggiungimento di buoni carnieri è subordinato alla presenza di numerosi fattori, che in definitiva si possono restringere a tre: buone gambe, cani allenati e sveltezza di tiro. A queste condizioni i carnieri di otto o dieci starne a testa, accompagnate da qualche lepre, possono ottenersi senza grandi difficoltà; e spesso ad esse si affianca il manto vivido della regina del monte: la coturnice. Questa, il cui numero è assai diminuito in questi ultimi anni, vive nei pietrai diruti dei monti, e solo qualche volta, durante la buona stagione, scende alle prime magre ristoppie che sorgono alle pendici della montagna. Le starne, poi, prediligono nell'autunno inoltrato i seminati, ove si spollinano riscaldandosi al sole, mentre in agosto e settembre amano rifugiarsi all'ombra dei folti ginepri e dei felciai di cui è cosparsa la campagna. Le lepri hanno invece nel Molise una rimessa caratteristica, la macèra , specie di ammasso di pietre e rovi di cui è punteggiata abbondantemente tutta la regione. Lì si rifugiano durante l'autunno, specie quando soffia la tramontana e nella notte il terreno ha gelato ; mentre invece nella buona stagione si rimettono un po' dovunque, in una ristoppia in un fosso erboso, e anche al pulito. Quando poi l'ottobre comincia a sfoltire le chiome degli alberi e le prima pioggie fanno nascere l'erba nelle radure dei boschi, le lepri abbandonano il largo e si rifugiano all'ombra dei faggi, pronte e fuggire non appena la voce squillante del segugio incrina il silenzio in cui è immersa la foresta. È quello il mese della caccia alla seguita, di cui i cacciatori molisani sono appassionatissimi, tanto che può affermarsi che su cinque di essi solo uno preferisce la caccia col cane da ferma. Questo per quel che riguarda la stanziale: ma ad essa fanno corona quasi tutte le specie della selvaggina di passo, e primissima la folta compagine delle quaglie. Queste giungono in Molise in giugno e vi si soffermano in buon numero a nidificare, attirate sovratutto dal clima umido e fresco. In agosto si aggiunge a questa schiera che chiameremo indigena un'altra ancora più numerosa, costituita dalle quaglie di ripasso, che si fermano spesso per vari giorni nelle ristoppie alte e folte, negli sporchi e nei medicai. Il ripasso tocca il suo culmine nella prima quindicina di settembre e generalmente termina ai primi di ottobre: e durante questo periodo si possono ottenere carnieri invidiabili. Non a scopo esibizionistico, ma solo a titolo di esempio, posso citare le cifre da me raggiunte in questi ultimi anni, in una ventina di cacciate a stagione, limitate alla sola mattinata: 280 quaglie nel '36, circa 300 nel '37 e quasi 200 quest'anno. Come si vede, la media si aggira per ogni cacciata sulle quindici quaglie, numero che ritengo tutt'altro che disprezzabile. Tutte le altre specie della selvaggina migratoria, eccezion fatta per l'allodola, si soffermano poco nella nostra regione, ché il maltempo le fa subito emigrare per climi più temperati. Ed è per questo che molte cacce, assai fruttuose in altre regioni, non sono praticate dai nostri cacciatori. Così la caccia al palombaccio coi richiami è sconosciuta nel Molise, mentre potrebbe essere esercitata con ottimi risultati, che questi volatili passano numerosi sui nostri valichi montuosi; e così pure vi è scarsamente popolare la caccia alle allodole con la civetta, poiché i cacciatori molisani nella stragrande maggioranza non stimano degna di una cartuccia una preda così modesta. E anche per la beccaccia non v'è quella passione che ho riscontrato ad esempio tra i cacciatori del Lazio, benché le fulve regine passino numerose in terra di Molise. Questo scarso entusiasmo è dovuto, come ho detto più sopra, al fatto che esse si soffermano solo poche ore o al massimo qualche giorno nelle nostre foreste, e ripartono poi subito verso paesi più caldi, eppure, quanta malia si prova a cercarle sui nostri monti! Nella lieve penombra che si stende sotto i grandi faggi si segue benissimo, nel bosco sgombro di macchie, il lavoro del cane, le sue filate appassionanti e infine la ferma scultorea che fa battere il cuore... Nell'ampia volta intessuta dai rami, il tiro è poi meno difficile che altrove, e più facile è anche indovinare la rimessa dell'animale, di cui spesso si segue distintamente tra gli alberi il volo sfalchettante. I beccaccini sono invece piuttosto rari a causa della scarsezza di paludi e terreni propizi, ma in compenso quei pochi che si incontrano sono così poco spauriti da lasciarsi avvicinare e fermare a distanze inverosimilmente brevi. Di paludi veri e propri ve n'è infatti soltanto uno, ed è quello di Montenero, ove si raggiungono buoni carnieri, ma ad opera essenzialmente di forestieri, ché il cacciatore molisano preferisce generalmente dedicare le sue ore alla ricerca della lepre. Nel campo degli animali da posta, poi, la specia più diffusa è la volpe, forse pel fatto che i nostri cacciatori non la perseguitano con quell'accanimento col quale viene cacciata in altre regioni, ad esempio nella Lucania. Ma v'è un rapace che essi perseguitano con quella passione e quella tenacia, ed è il bandito crudele e sanguinario delle nostre foreste, il lupo. Delle feroci abitudini di questo predone ho scritto altre volte e diffusamente su queste colonne, sicché non mi ripeterò: solo desidero narrarvi di un vero e proprio... primato (del quale ho controllato io stesso la veridicità) raggunto da uno di questi animali nello scorso settembre. Un solo lupo, riuscito a penetrare una notte nell'ovile di una masseria poco distante dal paese, ha scannato in breve tempo ben ventidue pecore, e questo pel gusto del sangue poiché non ne divorò che una! Giulio Conti Fonte: G. Conti, Molise venatorio , in «Venatoria», VIII:44, Roma, 3 novembre 1938.

  • In questo "guazzabuglio" dell'anima mia

    La storia delle persone racchiude l'essenza della vita ed il racconto, come un vento che spira leggero, alita sul personaggio e ne abbozza il volto, ora corrucciato ora lieto; ne fa uscire la voce, altisonante o flebile; ne delinea il sorriso, mite o scanzonato, o persino beffardo; ne traccia le maniere, rudi o principesche, sino a disegnare un bel ritratto costruito su una speciale impalcatura di parole e di emozioni. Le parole poi, ben assestate e scelte, dipingono l'interiorità, delicato involucro con tutto il mondo di idee e di pensieri che, sole, danno gusto e forza al vivere. È certo un'arte difficile, non bastano poche pennellate per dipingere un personaggio ma occorre ricreare il miracolo di un'esistenza che continua ad avere forza oltre il vissuto ed emoziona quanti siano disposti a ricordare e a raccontare... Non occorre essere stati famosi o avere compiuto gesta eroiche per entrare nel mondo della parola che si trasforma in racconto e che diventa storia, tra le tante piccole ed infinite storie, che avrebbero potuto essere scelte e raccontate. Lucia di Milione, così soprannominata per la corpulenta stazza del padre Emilio, detto anche Emilione, prima ancora che un personaggio, era una persona che merita di essere ricordata, non solo per l'imponenza ed altisonanza della sua voce, ma per uno stile di vita particolare ed insolito. Volendola dipingere con accuratezza si potrebbe definire quasi la protagonista di una fiaba senza tempo; il suo mondo, carico di simbolismo e di spiritualità, è stato compreso solo a distanza di molto tempo da quanti, allora bambini, sono cresciuti ed hanno compreso che, nonostante le apparenze, la vera bellezza promana solo dall'anima. Ancora oggi la identifico con i miei ricordi di bambina e con le paure infantili. Si trattava di paure alimentate certo dalla sua presenza fisica, che poteva incutere anche molto timore, dalla sua voce potente, altisonante e cavernosa, e dalla costante frequenza delle sue visite presso la casa materna di Capracotta, ove pare che Lucia fosse solita portare le mercanzie dei boschi, precorrendo i tempi con una insolita forma di vendita porta a porta! Lucia, instancabile lavoratrice, partiva al mattino presto e - con una sorta di rituale sacro - percorreva le belle strade di paese ed i vicoli ed i sentieri, si addentrava nei boschi e si inerpicava sui monti per raccogliere erbe e verdure, per poi sceglierle e selezionarle con cura. Nella preparazione della sua mercanzia, Lucia impiegava una particolare attenzione: preparava dei piccoli mazzetti, li porzionava e li consegnava alle famiglie del paese che, numerose, richiedevano i suoi prodotti. Lucia, anche bendata, avrebbe potuto percorrere i tracciati dei sentieri di montagna e, anche bendata, avrebbe potuto riconoscere la vegetazione di ogni località intorno a Capracotta. Lei, con ritmo musicale e sincronico, seguiva il continuo avvicendarsi delle stagioni e l'alternarsi dei prodotti della terra e portava sul suo capo, come trofei da esibire, grandi ceste piene di fasci di legna e di prodotti sempre freschi. Si può persino immaginare quale fosse il suo portamento con un simile addobbo! « La rr...óbba méja se vénne da sòla! » così era solita declamare in dialetto stretto e con un moderno slogan pubblicitario degno della migliore delle imprese multinazionali! Mamma ricorda sempre questa frase e, nel pronunciarla, quasi involontariamente, mima la voce di Lucia, che era di intonazione e spessore vocale inimmaginabili! Ancora la ricordo. Una sorta di tuono in un cielo sereno che produce le sue vibrazioni anche a distanza, creando sonorità e percussioni tutto intorno. La voce di Lucia si sentiva da lontano; al solo sentire della sua voce, io e mia cugina Anna, ancora piccole, correvamo a nasconderci sotto il letto di zia Fernanda, nella parte ultima e forse più nascosta della casa. Lì restavamo senza nemmeno parlare e cercavamo di respirare piano, non so dire per quanto tempo, finché l'eco del suo vociare piano piano andava ad affievolirsi. Prima di fare capolino da sotto il letto dovevamo avere la certezza che la povera Lucia avesse definitivamente abbandonato l'edificio, e persino il quartiere di San Giovanni, perché tanta era la paura che provavamo al suo cospetto. Io, poi, a differenza di mia cugina Anna, avevo ancora più paura perché nonno Giulio era solito scherzare e spesso mi ripeteva che Lucia era una mia lontana parente (in effetti il cognome è lo stesso!) e che dunque da grande avrei assunto le sue sembianze e avrei girato per i boschi con il capo coperto di fascine. Solo con il trascorrere del tempo, quando le paure infantili cedono il passo alla trama inspiegabile della vita, ho compreso quanto Lucia potesse avere sofferto ad essere considerata lo spauracchio dei bambini: un'anima mite con una voce grossa che può essere capita solo da grandi e solo da persone ben addestrate a superare le inutili parvenze! Ma torniamo al mestiere di Lucia. Una piccola e fantasiosa ditta individuale costituita dalla sola Lucia, che aveva dedicato tutta la sua vita a quella particolare arte della raccolta delle erbe: la cicoria selvatica, l'iperico (detta anche erba di San Giovanni), l'origano, l'achillea, gli spinaci selvatici, le foglie di tarassaco, erano questi alcuni dei suoi prodotti destinati al mercato locale. Quella particolare arte (in dialetto definita arte di ammacunà , ovvero arte di arrangiarsi), mescolata con sapienza ad antiche e preziose logiche, le consentiva di vivere con molta semplicità: la logica del baratto e del dono ha permeato l'esistenza di Lucia e la riconoscenza, verso quanti erano disposti a darle qualche spicciolo per le sue verdure ed i suoi funghi, era la principale caratteristica di questa donna, così diversa dalle altre e perciò unica. La storia di Lucia è di inimmaginabile spessore umano e raccontare questa donna, servendosi delle sole parole, non aiuta a fare luce sulla profondità della sua anima. La sua esistenza potrebbe essere musicata su un adagio degno di una colonna sonora di musica sacra, intensa e drammatica al tempo stesso. Lucia infatti amava cantare canti di chiesa; raccoglieva le erbe e cantava; sapeva appena leggere e scrivere eppure intonava lo Stabat Mater con intensa drammaticità, segno di un vissuto doloroso e di un encomiabile abbandono alla Provvidenza. Il latino certo non era il suo forte ma dal canto, con le sue note altisonanti, promanava il fiducioso abbandono a Dio nella tempesta della vita. Mamma ha sempre raccontato che, durante l'officio delle quaranta ore, Lucia era solita declamare a gran voce una preghiera particolare, che consisteva nel totale affidamento a Dio di tutte le angustie della propria anima e così, scandendo ogni sillaba, ripeteva ed intonava al cospetto della platea atto-nita: «In questo guazzabuglio dell'anima mia»... Il guazzabuglio, poi, veniva pronunciato con enfasi, raddoppiando vocali e consonanti così da ottenere un vero e proprio guazzabbugglio degno di una vita complicata e dolorosa ma, al tempo stesso, degno di una fiducia e di un abbandono nell'esistenza che solo i grandi uomini sanno avere. Ecco già che nelle mie intenzioni comincia a delinearsi il volto di Lucia; la sua esteriorità a dir poco incuteva timore: pettinata alla moda dell'epoca con i capelli grigi raccolti, la lunga veste sempre grigia, di stoffa non raffinata, le scarpe grosse, dilatate e sformate dai molti sentieri percorsi, il volto dai lineamenti irregolari e distorti, solcato dalle numerose rughe e invaso dalla peluria, la facevano somigliare ad un personaggio fiabesco e non proprio ad una principessa. Eppure, discostandosi da quella superficiale apparenza, si svelava una donna carica di entusiasmo e di passione per la vita, che conduceva la sua esistenza vagando tra i boschi e scrutando i segni premonitori del tempo così da conoscere alla perfezione il momento in cui rincasare per evitare la tempesta di neve o la pioggia o la vòria (bora). Lucia aveva tre fratelli, Fiore, Irene ed una sorella della quale si sa poco o nulla. Il fratello Adamo Fiore fu vittima di un ordigno bellico. Lucia, poveretta, nella qualità di collaterale di Adamo Fiore, provò anche ad ottenere il riconoscimento della mitica pensione di guerra che forse avrebbe cambiato la sua esistenza. Le autorità dell'epoca, in persona del Ministro del Tesoro, nella rigorosa, doverosa e stretta applicazione della legge 10 agosto 1950 n. 648, visto l'art. 71, non accolsero la domanda per difetto dei presupposti sicché Lucia continuò ad arrangiarsi senza nemmeno poter contare su una modesta pensioncina di guerra! Il fratello Adamo Fiore è stato una delle tante vittime civili della guerra. In occasione del recente conferimento al Comune di Capracotta della medaglia di bronzo al valore civile, ho provato una particolare emozione nel sentire menzionato il nome di Adamo Fiore tra i caduti. La memoria di una storia dolorosa può essere di monito e di esempio a quanti siano disposti ad avere compassione anche di eventi non vissuti, ad emozionarsi sino a comprendere il significato autentico di certi gesti e di taluni avvenimenti. È il simbolo della vita che si dipana nella storia e che fa rivivere gli anni e con essi i personaggi. Nello scrivere ciò, mi viene in mente l'introduzione de "I promessi sposi" e l'antico manoscritto del Seicento che definisce l'«Historia come una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia». Mi perdoneranno quei pochi lettori se ho preso in prestito parole ben più illustri delle mie tuttavia - giunti a questo punto del racconto - mi sembrano le uniche parole per spiegare che il mondo di pensieri, di idee e di emozioni ben traspare dalla storia della povera gente, che solo in apparenza nulla ha da tramandare ai posteri! Continuiamo con la storia di Lucia e della sua famiglia. La mamma di Lucia, Maria Rosa Ianiro, detta Marosa (nome ottenuto dalla contrazione di Maria Rosa), sul finire dell'Ottocento, sposa tale Emilio De Renzis, il quale, poveretto, muore in seguito ad un violento attacco di mal di pancia. La morte del padre costringe Lucia ad arrangiarsi ed a sperimentare la forma più autentica dell'abbandono a Dio: la Provvidenza. La sua religiosità non era certo di facciata: nel ripercorrere i suoi sentieri ed i suoi pellegrinaggi si sperimenta un'esperienza di fede autentica, vissuta oltre le apparenze. I pellegrinaggi erano molti: a Sant'Onofrio, Casalbordino, Castelpetroso, a San Luca, a Castel del Giudice, a Montenero Val Cocchiara. Lucia era dappertutto. La processione a piedi verso Sant'Onofrio si faceva in primavera e Lucia camminava e cantava in prima fila con la sua voce grossa e cupa; il pellegrinaggio verso Casalbordino richiedeva più impegno perché occorrevano tre o quattro giorni di cammino; si partiva la mattina presto, si dormiva per la via e si invocava la buona sorte. La devozione dei capracottesi per la Madonna di Casalbordino ha una tradizione piuttosto antica e Lucia ne era ben consapevole. Dopo una fortissima scrosciata d'acqua, con un cielo che lasciava ancora intravedere il tumulto della tempesta ma già aperto ai colori dell’arcobaleno, la Madonna apparve al contadino Alessandro e lo pregò di andare dal parroco del paese perché invitasse tutto il popolo ad affollare la messa per pregare ed onorare e rispettare Dio. Era il mese di giugno e, da allora, ogni anno, a Casalbordino si celebra questo evento e Lucia certo non perdeva l’occasione per mettersi al seguito dei pellegrini capracottesi camminatori. Ai capracottesi infatti spetta uno speciale privilegio: il trasporto della Madonna di Casalbordino. Particolare devozione poi per la Madonna di Castelpetroso: era la meta preferita di Lucia, che nel percorso cantava inni prodigiosi alla Madonna di Loreto e qui il suo cuore si scioglieva in un canto poderoso. Era tutto un intrecciarsi di lodi e preghiere, di salmi e di canti, con il fiducioso abbandono che solo il cuore dei semplici sa riporre nella Provvidenza e nella infinita misericordia di Dio. Nel racconto di Lucia si possono aggiungere altri particolari intensi quasi a voler musicare il suo cammino, nel pentagramma della vita, con le note appropriate e con la giusta intonazione. Lucia era nata e cresciuta in una piccola dimora nei pressi dell'antica chiesa madre, in quella che ancora oggi viene definita la "terra vecchia" di Capracotta. Uno scorcio antico di paese, all'ombra del bel campanile; un angolo nascosto, al quale si accede da un piccolo arco che si dilunga fino a formare un andito in pietra che, a sua volta, conduce ad un cortile interno, dal quale si dipanano gli accessi alle case. Uno spazio intimo e custodito, che ha conservato negli anni inalterato il fascino dei piccoli cortili di paese, dove a parlare sono ancora le pietre di un tempo che, posizionate dai vecchi "mastri", non si sono mai scomposte. La casa, collocata all'interno del piccolo cortile, era tutta annerita dal fumo ed una scaletta in legno conduceva al piano superiore dell'abitazione, anch'esso tutto affumicato e scuro. La dimora di Lucia, durante la Seconda guerra mondiale, fu requisita dalle truppe polacche di liberazione e fu utilizzata come "gabinetto" non certo per le funzioni ministeriali! E pensare che Lucia aveva riposto tutti i suoi piccoli tesori in quella casa! Dopo molti anni, il "tesoretto" di Lucia è venuto alla luce: alcuni piccoli sacchetti, ben inseriti e custoditi all'interno delle travi di legno del soffitto, con tante piccole monetine, tutte oramai fuori corso! Sembra una storia d'altri tempi e persino una fiaba e - come in ogni fiaba che si rispetti - la morale traccia il percorso del cammino: dal cuore dei semplici sgorgano ricchezze ineguagliabili e dalle sofferenze preziose lezioni di vita. I frutti delicati e preziosi di ogni vita vanno saputi cogliere per non disperdere quel patrimonio di umanità che sempre si cela nel "guazzabuglio" dell'anima! Luisa De Renzis Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.

  • Piccoli skiatori

    Capracotta, aerea rocca del Molise, a 1.421 m. sul livello del mare, ha il suo piccolo drappello di skiatori di quel ricreatoro scolastico, allenati e accompagnati in ardite escursioni dal loro gagliardo istruttore, il collega Ottorino Conti. Eccoli, nella fotografia che riproduciamo, in gita sul monte Capraro, a 1.721 m. d'altezza. Il ricreatorio di Capracotta (sezione piccoli skiatori) figura alla Mostra di Firenze con cinque paia di ski al completo (delle quindici che possiede), con lo statuto-regolamento, i bilanci, i programmi e i risultati delle gare svoltesi a Capracotta e a Roccaraso, e parecchie fotografie documentarie. Questa è ginnastica buona, tempratrice di corpi e di spiriti, al cospetto delle altitudini, in mezzo alla neve, al freddo e al vento purificatori. Altro che le... battute di mano sul banco! Annibale Tona Fonte: A. Tona, Piccoli skiatori , in «I Diritti della Scuola», XXVI:19, Roma, 8 marzo 1925.

  • Cenni storici sul Giardino della Flora appenninica di Capracotta

    Costituito nel 1963, realizzato da Paolo Pizzolongo su idea di Valerio Giacomini, il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta, posto a 1.525 m.s.l.m., è tra i più alti d'Italia. Si fregia del simbolo dell'Acero di Lobelius, albero diffuso nei nostri boschi ed esclusivo dell'Appennino centro-meridionale. Si estende per oltre dieci ettari fino ai margini di una foresta di abete bianco - estremo lascito dell'era quaternaria - che riveste il versante settentrionale di Monte Campo. Il Giardino è un orto botanico naturale, in cui vengono conservate e tutelate le specie vegetali della flora autoctona dell'Appennino centro-meridionale. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto. Il Consorzio, costituito nel 2003, dall'Università degli Studi del Molise, la Regione Molise, la Provincia d'Isernia, la Comunità Montana dell'Alto Molise e il Comune di Capracotta, ne assicura la promozione e la gestione attraverso il Dipartimento S.T.A.T. della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell'Università degli Studi del Molise con sede a Pesche (IS). Il Giardino è impegnato in diversi progetti di ricerca e di conservazione della biodiversità. Conservazione in situ: ricostruzione di habitat naturali e recupero di piante tutelate e a rischio d’estinzione. Conservazione ex situ: in collaborazione con la Banca del Germoplasma del Molise (membro della rete italiana banche del germoplasma per la conservazione ex-situ della flora spontanea R.I.B.E.S.), conservazione dei semi e propagazione di specie naturali e coltivate a rischio di estinzione. In stretta sinergia con il Museo dell'Erbario dell'Università (Herbarium Universitatis Molisii), conservazione della biodiversità floristica regionale. Campi di colture tipiche per il recupero e la valorizzazione delle essenze agroalimentari locali, in collaborazione con l'ARSIA Molise. Il Giardino, che rappresenta un inestimabile bene per la comunità e il territorio dell'Alto Molise, un'opportunità straordinaria di conoscenza del mondo delle piante, promuove l'educazione ambientale e il turismo naturalistico attraverso percorsi didattici, visite guidate, eventi di divulgazione scientifica e persegue il potenziamento della propria ricettività e fruibilità. Giovanni Pelino Bibliografia di riferimento: F. Conti et al. , An Annotated Checklist of the Italian Vascular Flora , Palombi, Roma 2005; S. Pignatti, Flora d'Italia , voll. I-III, Edagricole, Bologna 1982.

  • Capracotta: sci di fondo e settimana bianca in Molise

    Capracotta è una rinomata stazione sciistica particolarmente votata allo sci di fondo, con i suoi 1.421 metri sul livello del mare detiene il primato di comune più alto dell'Appennino. In epoca relativamente recente, precisamente alla fine degli anni Novanta, il piccolo comune in provincia di Isernia si è aperto anche allo sci alpino; sono stati infatti installati due impianti di risalita che permettono di sciare sul Monte Capraro. I fondisti troveranno a Capracotta uno splendido tracciato che in passato ha ospitato anche gare di rilevanza nazionale. Il regno dello Sci di Fondo nel Molise è l'impianto di Prato Gentile, i 15 chilometri della pista " Mario Di Nucci" propongono diversi gradi di difficoltà, l'anello è considerato di altissimo livello tecnico ed è anche una pista agonistica omologata F.I.S.I. Il tracciato per esperti è affiancato da un anello per amatori che regala, oltre al divertimento sportivo, eccezionali panorami sulla Valle del Sangro. Chi ama lo sci alpino potrà dilettarsi, come già accennato, sui tre chilometri delle due piste servite da skilift e seggiovia; ma nel comprensorio di Capracotta possiamo considerare anche gli impianti di Campitello Matese, ragionevolmente vicini e che supportano il divertimento dei discesisti con 40 chilometri di piste ed efficienti impianti di risalita. Capracotta è quindi una località ideale per una settimana bianca a tutto tondo, inoltre non è da sottovalutare il grande patrimonio naturalistico di questo territorio che offre numerosi spunti per escursioni, trekking e arrampicate. Una visita merita sicuramente l'orto botanico d'alta quota "Giardino della Flora Appenninica" il quale si trova poco distante dal centro cittadino. Al momento la neve scarseggia sugli impianti di Capracotta, ma la zona è rinomata per le nevicate massicce che riescono a depositare sul terreno fino a tre metri di manto nevoso. Il Turista Fonte: http://www.turismo-italiano.com/ , 16 novembre 2009.

  • Il pilone di Trasciotta: i ricordi negli odori e nei rumori

    Il quartiere di San Giovanni, oltre alla fontana destinata all'utilizzo domestico d'acqua situata nei pressi dell'omonima chiesa, tanti anni fa contava un'altra fonte, atta a soddisfare la richiesta d'abbeveraggio degli animali. Era questa adiacente al fabbricato della famiglia di Berardino Carnevale, col negozio di lana B&B, e che, in virtù del nomignolo familiare, divenne il cosiddetto pilone di Trasciòtta . A quel tempo non vi era l'acqua corrente nelle abitazioni, perciò si usavano come contenitori le tine di rame per l'uso domestico e le conche, sempre in rame, per l'abbeveraggio, riempite alla meno peggio con l'acqua del pilone che ininterrottamente appagava quotidianiamente ogni richiesta. Quando giro a piedi nel rione sangiovannaro tornano a galla i ricordi della mia fanciullezza e una parte del cervello sembra diventare una cineteca nella quale sono racchiusi gli odori e i rumori d'un tempo e che posso percepire inspirando profondamente e chiudendo per un istante gli occhi. In quel preciso istante, in perfetta sintonia e con invidiabile sincronismo, scorrono nella mia mente le immagini di allora. Gli odori stallatici presenti in qualche fattoria spediscono il mio corpo evanescente al piano terra dei fabbricati, dove la maggior parte delle persone sopperiva alla mancanza dei termosifoni col calore sprigionato dalle mucche, o il loro alito che veniva usato come aerosol terapeutico contro la pertosse, oppure la stalla che veniva usata nel lungo e freddo periodo invernale come bagno padronale. Annusando l'odore del pane appena sfornato da qualche panificio i ricordi tornano a librarsi nel cervello e mi conducono nel forno di Pasqualino Di Tella ( re Furnàre ) che, in qualsiasi periodo dell'anno, mi accoglieva col calore del suo forno a legna e che immancabilmente si finiva con lo spuntino delle 2 di notte: questa era infatti l'ora in cui lui si destava e noi rincasavamo. Lo sferragliare degli attrezzi di lavoro portano la mia mente a Giovanni Casciero e a suo padre, intenti a ferrare muli, cavalli e asini, e dando il nome allo spiazzo de re Ferrieàre , utilizzato dai ragazzi anche per giocare con un rudimentale pallone. Il rumore metallico dei cuscinetti a sfera logori mi porta invece verso Emilio De Renzis ( Ciccióne ) che ce li forniva per la costruzione delle carrozze di legno costruite a mano. Con queste elementari autovetture ecologiche "a impatto zero", con l'incoscienza tipica dell'età e l'adrenalina a mille, si partiva dal serbatoio comunale, quindi si scendeva per la calata delle Croci e, dopo aver abbordato la curva che tante volte ci ha visti sanguinanti e coi vestiti lacerati, si infilava la discesa di Criŝtenèlla dove in fondo la folle corsa, lunga circa 440 metri, si arrestava. La vita quotidiana scorreva lenta, dettata dalle cadenze stagionali di neve, vento, acqua e sole, sempre attorno al pilone, che quasi imperiosamente faceva notare che lì dove c'è acqua, c'è vita. Il quartiere, con i suoi 400 abitanti, poteva essere paragonato a un uovo che non subiva influenze o condizionamenti esterni, finché non lo si rompeva, lasciando fuoriuscire il suo contenuto: la vita. Adesso il Rione S. Giovanni sembra il guscio di quell'uovo, ma al di sotto della sua membrana interna protettiva vi è ancora una grande carica di vitalità e di resilienza, e forse sarebbe il caso di riavvolgere una parte di quella pellicola per veder ripristinato il pilone di Trasciòtta e... vedere l'effetto che fa! Filippo Di Tella

  • Il Capracotta-Clipper è stato scaricato a Napoli

    Napoli, 16 gennaio. Si è concluso stamane a Napoli un delicato episodio, che si direbbe ricavato da uno di quegli album che contengono la serie d'oro delle favole per i più piccini: «C'era una volta un piccolo paese del Molise, Capracotta, che per sei mesi dell'anno restava sepolto sotto la neve...». La favola è ormai famosa come quella di Cappuccetto rosso perché sia necessario raccontarla per intera. Ad ogni modo essa dice press'a poco così: «Questo piccolo paese non aveva uno spazzaneve e nemmeno i soldi per acquistarlo... e la neve durante quei sei mesi dell'anno si faceva sempre più alta ed ostruiva l'ingresso dei casolari e nascondeva i sentieri...». È una favola tenue e delicata e giacché generalmente i piccini sono impazienti e vanno subito a leggere la fine, noi faremo come loro: salteremo all'ultima pagina per vedere come la favola è finita. Apprenderemo così che essa si è conclusa stamane a Napoli, con l'arrivo della nave "Exiria" che ha recato lo spazzaneve offerto a Capracotta da una piccola città americana, la città di New Jersey. Come vedete gli album d'oro non esistono soltanto nelle vetrine dei librai e di belle favole rilegate in azzurro, anche la vita si diverte talvolta a scriverne. Se l'"Exiria" fosse giunta con qualche giorno di anticipo (sarebbero bastati solo 10 giorni), avremmo potuto dire che essa recava ai cittadini di Capracotta la befana sotto la forma di quel dono che tra il più atteso ed il più gradito. Ma anche se qualche altro foglietto del calendario è caduto da quel 6 gennaio sacro alla generosità della befana, quella di stamane è una strenna che ha un gande valore pratico ed umano. La presenza dell'Ambasciatore Dunn è una conferma. E il sindaco di Capracotta, il buon avvocato Caporali, non riusciva a nascondere la sua commozione mentre si guardava intorno e scorgeva tanta gente, tante autorità intorno a lui che era il festeggiato, il protagonista dell’avvenimento. L'"Exiria" avrebbe dovuto giungere ieri mattina ma è una piccola nave da carico e naviga assai lentamente. Così è giunta soltanto nelle ultime ore del pomeriggio. Oramai era buio e si è preferito rimandare a stamane alle 11 la cerimonia ufficiale. Una cerimonia che per altro è stata ridotta alla sua più scarna e essenziale semplicità: la consegna del Capracotta Clipper - così lo spazzneve è stato chiamato - da parte dell'Ambasciatore Dunn al sindaco del piccolo comune montano e quattro o cinque minuti di discorsi. Vittorio Ricciuti Fonte: V. Ricciuti, Il "Capracotta-Clipper" è stato scaricato a Napoli , in «Il Giornale d'Italia», XLIX:14, Roma, 17 gennaio 1950.

  • Il vestito del sarto Giovanni

    Il Maresciallo si alzava alle sei in punto ogni mattina, faceva colazione e subito, cravatta munito, per il paese gironzolava chiacchierando con questo e con quell'altro. Tutti ne parlavano bene, gran bella persona era. Aveva servito l'Arma in quel di Roma e da pensionato era rientrato a Capracotta. Quella mattina di agosto Mariannina, entrando, aveva subito pensato che c'era qualcosa di strano, la colazione stava ancora sul tavolo come l'aveva preparata la sera prima. Lo aveva trovato in camera, ancora nel letto, immobile, sembrava dormisse serenamente. La grande mietitrice era arrivata e aveva portato con sé il Maresciallo. Il Notaio di Carovilli, presso cui era custodito il testamento, aveva mandato subito a chiamare l'unico destinatario del lascito. Trattavasi di un tale Alfredo, figlio dell'unica sorella non più in vita del Maresciallo. Alfredo, 47 anni, viveva a San Pietro, mai lavorato, non sposato, senza casa, devoto al dio Bacco, perennemente squattrinato. La sua dimora da qualche anno era la stazione ferroviaria. Appresa la notizia l'uomo aveva subito contattato il Notaio, il quale lo aveva informato dell'eredità. Una casa di tre vani, camera cucina bagno con stalluccia per il maiale in giardino, un piccolo terreno da coltivare e un piccolo deposito, circa quindici mila lire, all'ufficio postale, il tutto a Capracotta. Così Alfredo, che quasi non conosceva lo zio defunto, si ritrovava all'improvviso con una casa e un gruzzolo di soldi, senza avere fatto nulla. Che fortuna! Era settembre quando era andato a vivere nella nuova casa di Capracotta, ed essendo il nipote di quel brav'uomo del Maresciallo, tutti lo rispettavano e si rendevano disponibili. Decise di tenere come domestica Mariannina, tanto costava poco. Dormiva fino mezzogiorno e anche oltre, pranzava, riposava ancora e poi a bere vino in questa o quell'altra taverna fino a notte tarda. Presto però i paesani scoprirono che aveva una brutta malattia, una delle più terribili, si trattava del morbo del "braccino corto". Per timore che le lire dello zio potessero finire, Alfredo aveva la libretta in tutti i negozi e presso molti artigiani. – L'ufficio postale non mi permette ancora di poter prendere le lire che ho ereditato, dovete avere pazienza, è questione di qualche settimana poi pagherò tutti e tutto – diceva ai suoi creditori. E così il fornaio, il macellaio, il fruttivendolo, la domestica e tanti ancora non potevano far altro che aspettare. Chi più di tutti doveva avere era il sarto Giovanni, ben sessantamila lire per un meraviglioso tabarro che Alfredo sfoggiava come un pavone per tutto il paese. Questa cosa, però, al sarto non lo faceva dormire, proprio non la mandava giù, ma cosa fare? Era il pomeriggio del primo sabato di ottobre, il sarto stava davanti alla bottega quando vide passare Alfredo con un porchetto al guinzaglio. – Dove hai preso quel porchetto? – gli chiese, – E cosa ci devi fare? Alfredo si avvicinò e iniziò a spiegare. Era stato alla fiera di Carovilli e vedendo il bel porchetto aveva deciso di comperarlo ma costava troppo. Conversando col mercante questi gli aveva detto che a Capracotta conosceva bene il Maresciallo Giuseppe, gran brava persona. Quindi dopo essersi presentato come il nipote del Maresciallo, il mercante gli aveva dato il porchetto: – Non ti preoccupare, me lo pagherai sabato prossimo quando andrò alla fiera di Agnone. Una stretta di mano e... addio porchetto. Avendo una comoda stalluccia nel giardino, avrebbe fatto ingrassare ben bene il porchetto e poi, a dicembre, salsicce e prosciutti. Alfredo lo salutò e, con tabarro e porchetto, si avviò verso casa. Il sarto, seguendo con lo sguardo il porchetto, ma soprattutto il tabarro, si lisciava il mento e scuoteva la testa... Quella sera dietro la finestra che dava sulla bottega del sarto, Pinella, con le sese gonfie di latte, aspettava che si svegliasse il piccolo Enrico. Di solito era un orologio svizzero, a mezzanotte esatta si svegliava, quella sera però tardava e così , mentre lo aspettava, vide due tabarri che quasi furtivamente si infilavano nella bottega del sarto. Chi potrà mai essere a quest'ora, pensò ad alta voce, ma subito ne arrivò un altro, più alto di quelli di prima, che sicuramente doveva essere il postiere, pensò. Dopo qualche minuto altri due, poi tre, poi uno solo e altri due ancora, poi all'improvviso, come una sirena, il pianto di Enrico. Subito attaccò il piccolo alla sesa e si riaffacciò, ma non si vedevano altri movimenti, solo s'intravedevano una flebile lucina accesa e ombre muoversi nella cucina sopra la bottega. Chissà cosa mai andavano facendo a quell'ora di notte, pensò Pinella. Con le sese ormai prosciugate si addormentò stringendo a sé il piccolo Enrico. Da quando i paesani avevano scoperto la "malattia" di Alfredo, tendevano a tenerlo lontano, d'improvviso però, stranamente, tutti diventarono nuovamente molto disponibili nei suoi confronti. Alfredo non si spiegava quel cambiamento, ma ne era contento, poteva continuare a non pagare nessuno: meglio di così! Non sapendo come allevare il porchetto, aveva chiesto al macellaio Mario qual era la migliore alimentazione e quale poteva essere il periodo migliore per "fargli la festa". – Granone e patane ci vogliono, all'Immacolata gli facciamo la festa e poi lo facciamo tutto a salcicce e ventresche, senza fare i prosciutti – gli aveva detto Mario. – I prosciutti era meglio non farli perché – aveva spiegato, – tu sei solo Alfre', e quando te li finisci due prosciutti grandi? Le salcicce invece le fai seccare bene, quindi le mettiamo dentro allo strutto e si mantengono pure un anno. E così una bella mattina Minguccio il fruttivendolo gli aveva portato a casa un bel sacco di granone e due sacchette di patane: – Poi me le paghi, pensa a fare ingrassare il porchetto – gli aveva detto andando via. Qualche giorno dopo anche Nicola, il boscaiolo, gli aveva portato un bel mucchio di legna di faggio, per far seccare bene le salsicce e, come Minguccio, aveva detto: – Non ti preoccupare, mi pagherai dopo, pensa a seccare bene le salsicce! Il porchetto era diventato un porchettone, ingrassava ogni giorno di più, cosicché Alfredo chiese a Mario di compiere il cruento gesto il giorno successivo all'Immacolata Concezione, il 9 dicembre. Così fu. Mario fece un bel lavoro. Dal soffitto della cucina di Alfredo penzolavano ora decine di salsicce e di pancette, tante erano che si dovettero appendere anche in camera da letto e per il corridoio. Terminato il lavoro Mario aveva raccomandato ad Alfredo di tenere sempre un fuocherello acceso e di usare solo legna di faggio. Tempo un mese si sarebbero seccate al punto giusto per essere messe sotto strutto. Alfredo prese molto sul serio la cosa, la mattina accendeva il camino e quando usciva chiedeva a Mariannina di badare al fuoco. Era il 20 dicembre quando il Postiere gli consegnò una lettera da parte del Sindaco. Nella lettera era scritto che, in onore del compianto Maresciallo, uomo benvoluto da tutta la comunità capracottese, l'amministrazione comunale voleva consegnare una targa commemorativa a lui, unico nipote. La cerimonia era stata fissata per il giorno 12 gennaio, alle sei del pomeriggio presso la sala della Società Artigiani. Il programma prevedeva un discorso del Sindaco con consegna della targa e successivo piccolo rinfresco, qualche bottiglia di vino e panini per tutti. Alfredo accettò l'invito del sindaco con molto entusiasmo e assicurò la sua partecipazione. Intanto continuava di giorno in giorno il suo impegno per seccare le salsicce e le pancette. Si festeggiò il Natale, si festeggiò il Capodanno, arrivò la Befana e pure il pomeriggio del 12 gennaio. Le salsicce gli sembravano seccate al punto giusto ma, su consiglio di Mario, da qualche giorno metteva meno legna al fuoco perché altrimenti sarebbero diventate troppo dure. – Hai fatto un bel lavoro, bravo, qualche giorno ancora e le mettiamo sotto strutto – gli aveva detto Mario. Erano le cinque e mezza del pomeriggio, dopo aver attizzato il fuoco Alfredo prese il suo meraviglioso tabarro e si avviò verso la Società Artigiani. Quando entrò nella sala, lo stupore fu grande. Tante erano le persone ad aspettarlo che per l'emozione non riusciva a parlare. La cerimonia ebbe inizio. Il Sindaco fece il suo bel discorso, parlò del Maresciallo defunto e parlò anche di lui, nipote di quell'uomo che tanto era stato amato da tutto il paese. La gioia di Alfredo era incontenibile. Terminata la cerimonia, erano circa le sette e mezza, il rinfresco. Sopra un lungo e ampio tavolo due damigiane di vino rosso dominavano la scena, cesti di pane, tante salsicce e belle ventresche, quanta bontà. Tutti bevevano e mangiavano con appetito, nulla avanzò alla fine della serata, pure le cotiche delle pancette avevano mangiato. Alfredo aveva bevuto così tanto di quel buon vino rosso che, a fatica, traballando, scivolando e sbagliando via, riuscì dopo molte ore, quasi all'alba, a rientrare a casa. Senza nemmeno accendere la luce, tanto era sbronzo, si buttò sul letto e iniziò a russare come un porchetto. La mattinata era splendida, il sole splendeva alto nel cielo, Alfredo aprì gli occhi e... si udirono urla! Intanto, seduto accanto alla stufa, il sarto Giovanni sorridendo nella sua bottega si lisciava il mento. Pensò che aveva confezionato un vestito davvero perfetto... Leo Giuliano

  • Un'escursione a Capracotta in Molise (IV)

    La pseudo grotta di San Nicola Sul versante settentrionale del Monte San Nicola si apre una grotta detta anch'essa di San Nicola, situata a poche centinaia di metri dalla cima. Di questa grotta si parla in modo esagerato in un opuscolo sulla famosa Tavola Osca, in cui è riportata anche l'immagine dell'ingresso. L'autore, che non sembra aver visitato la grotta ma che l'ha descritta sulla base di informazioni, riferisce che era formata da un cumulo di massi ciclopici. Domenico Cremonese dice che questa grotta è infestata e abitata dai diavoli, che secondo la tradizione sono i custodi d'un tesoro. Dà anche una descrizione fantastica della volta della grotta e dei precipizi circostanti; parla di tenebre perpetue e di uccelli notturni. Niente di tutto questo. L'ingresso alla grotta, a quota 1-375 metri, si trova in un punto in cui la montagna scende con un pendio abbastanza ripido, ma senza formare un precipizio, ed è abbastanza facile arrivarci. L'ingresso, un tempo più ampio, è ora parzialmente bloccato da un masso caduto, quindi ci si entra solo strisciando. Appena entrati ci si accorge subito di essere al cospetto non di una vera grotta scavata dall'acqua ma di un enorme crepaccio nella montagna rimasto spalancato proprio per i blocchi rimasti incastrati tra le due pareti e che sono stretti a tenaglia. Lo stesso fenomeno che abbiamo segnalato a Monte Campo si ripete qui; l'unica differenza è che i crepacci del Campo sono a cielo aperto mentre a S. Nicola le rocce e la terra sgretolata hanno formato un arco sopra il crepaccio, creando una sorta di galleria. Le pareti a strapiombo di questa grotta sono raramente a più di un metro di distanza e in diversi punti il ​​passaggio è anche molto difficile. La direzione generale di questa galleria mostra che anch'essa è una frattura. Infatti il ​​fianco della montagna ha una direzione ovest-est, e la fenditura, che dapprima va in direzione est-sud-est, prende, dopo i primi 30 m., l'allineamento ovest-est, rimanendo pressoché invariato in direzione 80° nord-est fino al punto estremo che è possibile raggiungere, e tendendo addirittura fino al fianco della montagna, così delimitando completamente un'enorme fetta di roccia distaccata. Ho anche verificato, a oltre 200 metri dall'ingresso, osservando attentamente il fianco della montagna, la presenza di anfratti che potrebbero ben indicare il punto terminale della grande frattura. Questa farebbe quindi una sorta di curva di cui il lato della montagna ne sarebbe la corda. Ho detto che in punti come questo è molto difficile passare tra i muri; il fondo della pseudo grotta non presenta grandi difficoltà per i primi 10 o 15 m. ma l'esplorazione diventa poi estremamente pericolosa. Il terreno è disseminato di blocchi di tutte le dimensioni che sono caduti e che tuttora cadono ininterrottamente dal soffitto, formando un selciato la cui pendenza in alcuni punti è superiore al 50%. Inoltre, non appena uno dei blocchi non è più in equilibrio, si verificano molto facilmente le frane. Questo è ciò che mi è successo durante la mia visita. Devo esser rimasto per più d'un quarto d'ora con una gamba intrappolata tra un masso inferiore e un mucchio di rovine che vi si sgretolano sopra, contento di averne ricavato solo piccoli lividi. Sono riuscito a penetrare per circa 90 m. dall'apertura, scendendo 37 m., ovvero a quota 1.338 metri. Le pareti ancora intatte e fresche, ricoperte qua e là da una debole incrostazione calcarea, dimostrano che la grotta, che è solo una specie di crepaccio, è di origine abbastanza recente e molto probabilmente contemporanea alle Fosse del Campo. Mi è stato impossibile, a causa delle precauzioni che ho dovuto prendere durante la discesa, raccogliere alcuni insetti sotterranei che ho visto nascondersi sotto i massi e nelle fessure della roccia. Tuttavia, ho riconosciuto Anophthalmus , quindi sarebbe stato molto interessante essere in grado di determinarne la specie. I presunti Laghi dell'Anitra Avrei terminato di presentare i principali risultati della mia escursione a Capracotta e il territorio meriterebbe certamente uno studio più completo e soprattutto più ampio; voglio soltanto correggere un altro errore che ho trovato sulle mappe dell'Istituto geografico italiano, che indicano la presenza di due laghetti a nord del guado della Cannavina, tra il Monte Cerro e il Monte San Nicola, che vanno sotto il nome dei Laghi dell'Anitra. Questi laghi non esistono, come ho potuto convincermi durante un'escursione che ho fatto proprio per studiarli. Ho trovato solo paludi insignificanti formate da un piccolo ruscello che scende dal Monte S. Nicola; queste paludi possono, senza dubbio, espandersi nella stagione delle piogge, ma non sono permanenti e non hanno i confini precisi mostrati sulle mappe. La prova di ciò è che al momento della mia visita si stava lavorando per costruire, proprio sulla presunta ubicazione di questi laghi, una strada statale che presto collegherà il borgo di Pescopennataro a quello di Castiglione Messer Marino. Senofonte Squinabol (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

  • Un'escursione a Capracotta in Molise (III)

    Le Fosse del Campo Torniamo ora sulla vetta di Monte Campo per studiare un curioso fenomeno. La piega da cui è formato, il cui asse ha direzione sud-sud-ovest-nord-nord-est, sul versante prospiciente Capracotta, fa un angolo acuto dirigendosi, dalla sommità, verso ovest-est. Seguendo il crinale che sovrasta l'abetaia del versante nord si giunge al varco di Portella Cieca, tra il Monte Campo e il Monte S. Nicola, che funge da passo, molto difficile e quasi abbandonato, tra il versante di Pescopennataro e quello del Verrino. Oltrepassato questo valico ci troviamo al cospetto di un'enorme frattura nella montagna dove si giunge a una serie di abissi spalancati, ben noti in paese col nome di Fosse del Campo. La feritoia principale, lunga oltre 450 metri, segue la direzione del crinale, che allo stesso tempo è quella dell'asse della piega; alla sua destra compaiono fratture parallele più piccole. Questo fatto, non raro nelle regioni piegate, è tuttavia molto difficile da cogliere, come qui; la freschezza della fessura mostra chiaramente che il fenomeno si è verificato di recente. La larghezza della fessura è raramente superiore al metro e mezzo, mentre la profondità, in alcuni punti, è superiore a 20 m. Devesi però notare che non si può raggiungere da nessuna parte il fondo reale, perché i blocchi caduti sono rimasti sospesi - come incastrati in una tenaglia - ben prima di toccare il fondo e formano una specie di soffitto a metà altezza, oppure, in ogni caso, ricoprono il fondo di uno spessore non trascurabile. La direzione generale della frattura è ovest-est; la sua apertura è spalancata in ogni punto, tranne che per una lunghezza di circa 80 m. dopo i primi 250 (fig. 6). Questa parte è riconoscibile all'esterno a causa del superficiale abbassamento del terreno a seguito della frattura. Le profondità maggiori che sono riuscito a raggiungere in corda sono quasi all'inizio della rottura, a Portella Cieca, dove son presenti tre pozzi aperti uno sotto l'altro, profondi in totale 20,9 m. ma non si ferma qui. Le altre profondità principali si trovano dopo l'interruzione della frattura, dove ci sono due voragini lunghe rispettivamente 15 e 18 m. Le fessure parallele sono naturalmente molto più corte di quella principale. La fine della grande fenditura è a circa 300 m. dal Monte S. Nicola. Questa montagna è formata da una piega parallela a quella del Monte Campo, anch'essa fratturata lungo quell'asse e che ripete la stessa serie di terra dell'altro. L'asse della piega, giacente e diretta dapprima sull'asse nord-sud, curva bruscamente in direzione ovest-est non appena si supera la sommità del Monte S. Nicola. Gli scisti argillosi intrappolati tra la piega di S. Nicola e quella del Campo hanno subito ogni sorta di torsioni: si possono vedere, presso la base del Monte San Nicola, nella regione denominata Orto Janiro (non Jannero, come indicato sulla mappa), pieghe di bellissima arenaria, marne e scisti, il cui aspetto è parallelo a quello dei calcari del Monte S. Nicola. La figura 7 mostra una di queste pieghe, il cui arco è ancora conservato. In questa località si osservano due curiosi fenomeni dovuti al deflusso delle acque. Si tratta, in prima battuta, di una doppia cascatella formata da un ruscello che alimenta solitamente una misera sorgente, ma che, nella stagione delle piogge, acquista un discreto potere erosivo e il cui corso segue la piega ad angolo pressoché retto. Attualmente la volta della piega, come si vede nel profilo di fig. 8, è formata da uno strato di arenaria abbastanza dura, sormontata da strati di scisto molto morbidi e in parte erosi, in cui è interposto, a poco distanza e sopra, un nuovo strato di arenaria. Finora l'acqua non è stata in grado di erodere lo strato di arenaria della volta ma ha scavato in profondità gli scisti e ha formato una prima cascata di circa 3 m. di altezza, seguita da un secondo salto di 4 m., determinato dallo strato superiore di arenaria, che serve, per così dire, a sostenere gli scisti intercalati. Il secondo fenomeno si manifesta poco più lontano, sempre sul prosieguo della piega, e consiste in varie forme di erosione create dai canali che solcano il pendio della montagna. Verso sud, il monte è formato dagli stessi scisti e dalle stesse arenarie quasi verticali, che sono la continuazione della parete orientale della piega. La pendenza della montagna è di circa 40° mentre l'incorporamento degli strati è di quasi 80°: pendenza e incorporamenti si dirigono verso est. I numerosi ruscelli che si formano durante le piogge han determinato la formazione di piccoli solchi la cui inclinazione è inferiore a quella degli strati; questi, di conseguenza, sporgono sotto forma di altrettante creste a forma di V rovesciata e, osservate a una certa distanza, potrebbero essere facilmente prese per vere pieghe degli strati stessi (fig. 9). Così si ripete in piccolo, per ciascuno di questi canali, ciò che avviene su larga scala nello scavo delle valli, quando queste e gli strati hanno la stessa direzione di immersione, e quando gli strati sono più fortemente inclinati del talweg di valle. Ho citato questo fenomeno non tanto per la sua importanza ma perché è difficile trovare riunite, in un'area relativamente piccola, caratteristiche forme di erosione così numerose, così recenti, così chiare. Senofonte Squinabol (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

  • Un'escursione a Capracotta in Molise (II)

    Un'altra località sul versante occidentale del Monte Campo, ai piedi del Monte delle Cornacchie, è stata pur'essa appena colpita da una frana. Anche il Monte delle Cornacchie si è formato da una piega che è il prolungamento di quella di Capracotta. Questa frana ha parzialmente distrutto la strada Capracotta-Pescopennataro, tracciata negli scisti argillosi del flysch . Il risultato presenta spostamenti di terra piuttosto importanti: un piccolo ponte sul quale passa la strada è stato messo fuori servizio. La dislocazione del ponte mostra la potenza della pressione esercitata da questo scivolamento e, senza dubbio, minaccerà la nuova strada, costruita un po' più giù sullo stesso terreno. Dopo la mia ultima visita a Capracotta ho saputo della completa distruzione del ponte. In questa stessa località, sopra la strada, alle pendici del Monte Campo si vede un enorme ammasso di blocchi calcarei provenienti da uno smottamento della cima; la frana è stata determinata dalla rottura della piega che forma la sommità del Monte Campo e che è parallela e identica a quella del Monte delle Cornacchie (fig. 4). Questi prodotti coprono un'area di 150.000 mq. per una lunghezza di 1 km. e una larghezza di 150 m.; sono in gran parte formati da brecce calcaree con denti di pesci, frammenti indeterminati di Pecten , nummuliti, numerosi frammenti di selce e da conglomerati con elementi molto grandi. La frana, la cui origine è di certo recente, ha netto il margine meridionale; il limite settentrionale, invece, è piuttosto indefinito. Il trasporto dei blocchi alla distanza di circa un chilometro non può certo essere spiegato dalla spinta originaria; l'altezza della caduta e la pendenza sono troppo basse perché i blocchi possano rotolare. A mio avviso il trasporto dei massi è stato successivo alla frana, prodotto da un carico lento e continuo, a seguito della frana su cui si sono appoggiati. Qui, come sotto, il terreno è costituito da scisti argillosi eocenici sempre in movimento. Negli scisti argillosi tra le due pieghe parallele del Monte Campo e del Monte delle Cornacchie e che formano un altopiano dolcemente inclinato verso il secondo sono disseminate piccole depressioni palustri. Alla base del Campo, dove le brecce calcaree della piega di cui ho già parlato sono state spogliate del loro manto di scisti e marne, appaiono dei veri e propri imbuti doliniformi, che non ho rinvenuto in nessun'altra parte della regione. Si trovano principalmente sulla sommità del monte, a destra del passo tra Capracotta e Pescopennataro, oltre che sul versante settentrionale, in una magnifica pineta. Il burrone del Monte Campo, che può essere scalato con difficoltà, ha alla base calcari dolomitici con rognoni di selce dello spessore di circa 18 m. La selce è nera negli strati inferiori e grigiastra verso la parte superiore, dove gli strati sono piuttosto notevoli. Questi calcari contengono fossili molto piccoli, fortemente cementati nella roccia e impossibili da determinare; in alcuni strati più scistosi, invece, ho trovato abbondanti Bryozoa e numerose tracce di Taonurus tenuestriatus , che permettono di datare l'insieme al tardo Cretaceo (fig. 5). Al di sopra si trovano strati molto forti di conglomerati con elementi abbastanza grandi (a volte da 60 a 70 cm. di diametro), contenenti anche rognoni di selce. Il cemento di questo conglomerato, che deriva indubbiamente dall'erosione degli strati sottostanti a una forza di 15 m., è argilloso-calcareo. La parte alta del Monte Campo è invece costituita da una breccia calcarea con molte schegge di selce e con rari rognoni intatti. Queste fratture contengono denti di Chrysophrys e Oxyrhina e nummuliti mal conservati. In alcuni blocchi sciolti di questa roccia ho visto anche Pecten e frammenti di Ostrea che non sono riuscito a rimuovere a causa dell'estrema durezza del cemento. Questo insieme di conglomerati e brecce deve appartenere al basso Eocene e non al Cretaceo, come indicato nella carta geologica del Comitato geologico italiano (ed. 1890). Lo spessore di queste fessure è compreso tra 35 e 40 m., la loro superficie è irta di punte aguzze di frammenti di selce e presenta in tutta la sua bellezza il fenomeno del lapiaz , o karren [campi solcati, n.d.t. ]. Questi sono ben visibili sia su un piano al di sotto della vetta del Campo, risalendo il fianco della frana, sia sul versante meridionale del monte stesso. Detti lapiaz presentano solchi paralleli che talvolta raggiungono 2 o 3 m. di profondità e, dalla morfologia dei bordi, indicano che son dovuti all'allargamento e alla confluenza di più fori in serie lineari. Si tratta quindi di una superficie molto spugnosa che assorbe tutta l'acqua piovana e dà origine a sorgenti sottostanti più o meno importanti come la Fonte del Duca, sulla mulattiera per Agnone, la Fonte Fredda, che sgorga a 1,5 km. ad est di Capracotta, le acque sorgive sotto la frana del Campo od infine alcune altre sul versante settentrionale del monte. Alcune di queste sorgenti restano attive anche dopo periodi straordinari di siccità e forniscono una grande quantità di acqua; altre, al contrario, si stanno prosciugando. Due o tre di queste sorgenti sono state sfruttate per fornire acqua potabile a Capracotta, ma i guasti alle tubature hanno corrotto l'acqua con agenti patogeni che lasciano che il tifo domini la città. Inoltre, la quantità di acqua scaricata da queste sorgenti è troppo piccola, soprattutto nella stagione secca. Questi pericoli potrebbero essere evitati utilizzando l'acqua della Fonte Fredda, di cui ho già parlato, che è sempre molto abbondante; ovviamente ci sarebbe da rifare completamente la tubatura e ripulire le sorgenti odierne qualora si volesse continuare a utilizzarle. Più in basso, sul versante occidentale del massiccio del Monte Campo, nel letto del torrente Molinaro, si trovano altre sorgenti fortemente mineralizzate che, sebbene note e descritte da tempo, sono attualmente trascurate; queste potrebbero essere utilizzate in ragione della loro elevata altitudine (1.000 m. sul livello del mare) per dar vita a una stazione climatica. Tali sorgenti sgorgano a pochi metri dal confine tra Capracotta e Castel del Giudice, sul talweg [mezzo del confine fluviale, n.d.t. ] del Molinaro, sotto una piccola cascata nei pressi della masseria Campanelli. Ci si arriva, seguendo un sentiero molto faticoso che funge da strada laterale tra Capracotta e Castel del Giudice, dopo un'ora buona di cammino. Le sorgenti in questione sono di tre tipi: solforose, magnesiache e ferruginose. Le prime sono fortemente mineralizzate e abbondante. Ho effettuato delle misurazioni in loco da cui è emersa, senza contare l'acqua che si perde nella roccia, una portata di oltre 4.000 litri al giorno. Effettuando piccoli lavori di captazione, tale quantità potrebbe essere raddoppiata e, inoltre, potrebbe essere molto maggiore nella stagione non umida. La temperatura dell'acqua era di 16,5 °C mentre la temperatura dell'aria era di 21,5 °C. Senofonte Squinabol (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

  • Un'escursione a Capracotta in Molise (I)

    Osservazioni di geografia fisica su un territorio malmesso Il borgo di Capracotta si trova a quota 1.400 m., tra le due vette più alte dell'altopiano di Carovilli, vale a dire tra il Monte Capraro (1.721 m.) ed il Monte Campo (1.645 m.). Si trova a circa 1.300 m. in linea retta dal versante occidentale del Monte Campo, mentre dista più di 3 km. dal primo. La montagna, sul lato sud-est della città, digrada dolcemente verso il fondovalle del Verrino, le cui sorgenti primarie sono a breve distanza sotto il piccolo Santuario della Madonna di Loreto, situato circa 500 m. a sud di Capracotta, a destra della strada che conduce a Carovilli. Sul lato nord-ovest, al contrario, le case di Capracotta sono praticamente sospese su una ripida parete alta un centinaio di metri, tanto che le finestre del piano terra di alcune abitazioni dominano verticalmente la roccia. Questa situazione ha causato deplorevoli incidenti. A volte dei bambini, dopo essersi avventatamente sporti, son scivolati giù rimanendo orribilmente uccisi dalla caduta. Questa scarpata, vista frontalmente, è formata da strati, apparentemente orizzontali, che, verso il basso, son costituiti da calcari con rognoni di selce grigiastra, probabilmente del Cretaceo, e più in alto da conglomerati con grossi elementi calcarei ricchi di frammenti di selce appartenenti all'Eocene inferiore. Tali strati, come mostrato in fig. 1, sono però inclinati verso sud-est e fanno parte di una piega, parte della quale compare in fondo al precipizio; di conseguenza la scarpata è formata dalla frattura della sommità della piega, che è stata, su questo lato, spogliata dall'erosione del suo mantello di marna e scisto di flysch a Chondrites intricatus e Chondrites affinis , mentre il mantello è in gran parte rispettato sul versante sud-ovest, di cui ho parlato prima. Le pieghe di questo insieme di formazioni scisto-marnose che formano l'inizio della valle del Verrino sono tipiche; in questa regione sono molto frequenti cedimenti e smottamenti causati dalle infiltrazioni. La disposizione originaria degli strati è stata quindi profondamente modificata e il risultato è un insieme del quale è assai difficile farsi un'idea precisa. A sud-ovest di Capracotta, tra il bosco di Vallesorda e l'area di Malcorpo, 200 m. più in basso rispetto al Santuario della Madonna di Loreto, e ad un'altitudine di 1.197 m., una frana, in parte probabilmente bloccata da uno sperone più solido di arenaria, ha dato alla luce un piccolo specchio d'acqua, che gli abitanti chiamano Lago di Mingaccio (fig. 2). Questo lago si è formato tra il 1812 e il 1815 poiché non appare sulla mappa catastale del 1812, mentre viene rilevato in una carta topografica manoscritta del 1815, conservata presso gli archivi municipali di Capracotta ("Carta topografica numerica dell'intero territorio di Capracotta fatta dagli Agrimensori fratelli Di Nucci"). Nel 1858 il laghetto era completamente prosciugato, nel 1868 si riempì di nuovo: da allora è sopravvissuto. Il suo volume e, di conseguenza, la sua forma sono cambiati, sia per i lavori agricoli intrapresi sulle sue sponde, sia per nuovi smottamenti. La fig. 3 riporta il Lago di Mingaccio come appariva nel 1858 in una mappa catastale dell'epoca, poco prima che l'acqua scomparisse: l'area occupata era di circa 4.000 mq. Oggi il lago occupa circa 2.750 metri quadrati, con una profondità massima di 0,70 m., secondo una tavola che ho disegnato grazie a una bussola. Il lago è ricoperto di foglie di Potamogeton , ché l'acqua è visibile solo ai bordi della falda acquifera. Sul versante del monte i Potamogeton sono particolarmente abbondanti. Altrove il profilo del lago è indicato da una fitta cintura di canne e Typhaceae . Senofonte Squinabol (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

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