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  • Toponimi

    – Altolà – disse il commissario di polizia Strangolagalli a un poveruomo che aveva appena rubato una capracotta . – Trepalle ! – disse l'uomo. – Ho solo rubato una capracotta , perché non va ad arrestare coloro che rubano veramente! – ...Forse non è chiara la situazione, lei è in stato di fermo . – Amata moglie mia, chi l'avrebbe detto che per una misera capracotta sarei finito in galera! Qui, i detenuti peggiori ramazzano le pulci , mentre i migliori li mandano al buonconvento a fare meditazione. Nei giorni di festa, per l'ora d'aria, ci portano a l'isola di Mortorio in Costa Smeralda... bella, bella davvero! Paperino , l'amico mio di cella, dice che sarò un omomorto se non mi adatterò al più presto a questo clima bomba ; avrà anche ragione, ma è dura! Sai, siamo un po' come cane e gatto , discutiamo sempre, però, in fondo in fondo, ci vogliamo bene. Sono certo che saprai prenderti cura del nostro bel campodimele , del cavallino e della dolcissima bufalina . Nel caso in cui tu avessi bisogno, potrai sempre contare sull'aiuto del nostro buonvicino Pallino . Donnadolce , innamorata , è ora ch'i ovada , ti abbraccio e ti auguro una buonanotte . P.S.: Domenica, quando verrai a trovarmi, portami un bel piatto di cozze ripiene, una coscia di toro avvolta nel lardarello e, poiché ho spesso la golasecca , un litro di latte appena munto della nostra cara bufalina . Ti ringrazio. A presto topina mia! Anny Maria Gonnet Fonte: A. M. Gonnet, Scrittura creativa , Università delle Tre Età, Pinerolo 2017.

  • Muscisca: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!

    Al solo rievocare la parola, a molti compaesani, ne sono convinto, verrà l'acquolina in bocca. Sono senz'altro quelli di una certa età, perché, purtroppo, ai più giovani l'antico sapore, derivante dalla carne di pecora essiccata, è pressoché sconosciuto. Eppure per secoli, oserei dire, al pari della pezzata, la muscìsca ha caratterizzato fortemente la tradizione e la cultura culinaria del popolo capracottese. Essa, come la pezzata, quasi sempre, veniva realizzata per conservare la carne delle pecore che venivano abbattute perché impossibilitate a muoversi, per motivi traumatici, o per sopraggiunta vecchiaia. La carne veniva disossata, sgrassata, finemente tagliata e abbondantemente salata. Dopodiché, posta in un capiente contenitore, la si lasciava a macerì almeno un giorno; infine, dopo averla lavata ed asciugata, la si cospargeva di abbondante peperoncino tritato. Prima di metterla ad essiccare all'aria aperta la si distendeva per benino con l'ausilio di rami e rametti a mo' di stecche; tale operazione era definita di vruccatùra . La muscìsca ha un alto valore proteico e veniva usata non solo per insaporire verdure e minestre (come foglie e patàne ecc.), ma anche come companatico per i tanti mulattieri e carbonai di Capracotta dell'epoca; vuoi anche per la facilità del trasporto. Era, a quei tempi, una pietanza se non preziosa, senz'altro pregevole e che non tutti si potevano permettere. Chi aveva tale possibilità spesso la ostentava, ponendola ad essiccare, specie di notte, alla seréna . A riprova di ciò, quando una cosa era bella fuori e brutta dentro o si pensava di trasmettere un'immagine autorevole, che in effetti non si aveva, a Capracotta si diceva: « Z'è méssa la muscìsca 'ngàpe e la pezza 'ngùre! ». Spesso le muscìsche alla seréna erano oggetto di ruberie da parte dei giovani, spinti più che dalla goliardia, dalla secolare fame! I pastori erano certamente quelli che più riuscivano ad averne e, non a caso, a quei tempi (non solo per questo, chiaramente), erano il "partito" più ricercato dalle giovani fanciulle per trovare marito. Ma i tempi cambiano! Allora, dire a una ragazza «Sei magra come una muscìsca », significava scatenare una guerra tra famiglie. Oggi, invece, le nostre ragazze tirano avanti con ortaggi e insalatine, riducendosi al limite dell'anoressia e, dir loro quella che allora era un'offesa, appare come un complimento. Eh, sì... i tempi cambiano davvero! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Muscisca: la ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità! , in «Voria», II:1, Capracotta, febbraio 2008.

  • Muscisca di Capracotta

    La muscìsca è un salume essiccato diffuso in Molise, nel territorio dell'alta Puglia e delle basse Marche, zone tipiche della civiltà pastorale della transumanza. Il nome così strano deriva dal termine arabo mosammed , "cosa dura", che è anche la radice della parola mosciame , la carne secca di tonno. La sua storia però è antecedente alla dominazione araba; infatti la tecnica dell'essiccazione della carne è vecchia quasi quanto l'esistenza dell'uomo, fin dal Paleolitico. La muscìsca , chiamata anche misciska , o micischia , ha una particolare tradizione a Capracotta, in provincia di Isernia; la sua produzione, comunque, è rimasta molto limitata. La tradizione di questo tipo di produzione nasce con la necessità di conservazione delle carni in un'epoca in cui non esistevano frigoriferi; carni piuttosto magre di pecora o di capra, ed a volte anche bovine, che venivano tagliate in pezzi lunghi 20-30 centimetri e dallo spessore di tre-quattro centimetri. Una volta preparate, venivano salate e insaporite con peperoncino piccante, finocchio selvatico e aglio, quindi, coperte per evitare l'assalto degli insetti, messe al sole o all'aria per qualche settimana fino alla loro essiccazione. Durante la transumanza, alcuni di questi pezzi di carne venivano scaldati e magari aromatizzati con erbe spontanee di campo, colte lungo i tratturi, oppure masticati così com'erano se non era possibile accendere il fuoco. Ancora oggi viene mangiata arrostita o seccata, così com'è; il termine, inoltre, indica un po' spregiativamente una carne povera e dura. Fonte: http://www.mondodelgusto.it/ , 31 maggio 2016.

  • Huomini illustri ne' tempi delli Re Aragonesi

    Nella Terra di Capracotta del Contado di Molisi fioriva in quelli tempi la famiglia Carfagna, la quale producendo alcuni huomini insigni nella toga, e nell'armi, ha dato a quella non poco honore, e riputatione, & havendo fatto acquisto di molte ricchezze, fè compra di buone terre, e feudi. Bernardino Carfagna prese lo grado di Dottore in Napoli alli 5 di Giugno 1490 e per esser divenuto famoso nelle leggi, li furono commesse le più importanti cause di quelle parti, & adoperato in Regij ufficij. La Regina Giovanna Infanta d'Aragona Principessa di Sulmona commise a Bernardino, & a Constantino d'Airola Regio Consigliere à 28 di Maggio 1494, una causa di Confini, che si litigavano tra Tiberio Caracciolo Signore del Casale di Rocca d'Abbate, e la Comunità d'Agnone. Nel 1499 fu dal Re Federigo fatto Giudice, & Auditore della Provincia d'Abruzzi, e poi provisto d'altri Regij ufficij. Salvitto Carfagna comprò da Bartolomeo Carrafa li Castelli di Pietrabondante, e di Caccavone, e il Casale delli Pizzi, e n'ottenne il Regio assenso alli 8 di Gennaro 1515, e poi dal medesimo li furono vendute le Terre delli Carovilli, e Castiglione, e n'hebbe l'assenso a 7 di Marzo 1515. E nell'anno 1518 comprò dallo stesso Bartolomeo una parte di Castel di Sangro col vassallaggio, e con tutte le ragioni feudali. Nelli medesimi tempi visse ancora Calzella Carfagna Capitano di gran valore, il qual mentre serviva l'imperador Carlo V, nell'ufficio delle artigliarie, fu chiamato da Papa Clemente VII che lo creò Prefetto, e general Capitano di tutte l'artegliarie, machine, e monitioni da guerra dello Stato Ecclesiastico a tempo che teneva l'esercito in Toscana contra Fiorentini, come si vede in un ampissimo Breve, che ne li spedì in Bologna alli 8 di Novembre 1529 sub anulo Piscatoris, che da suoi discendenti in Capracotta si conserva nel cui principio è Dilecto filio Calzellæ de Carphaneis nostro, & Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Tormentorum bellicorum, seu Artelleriarum Præfecto, seu Capitaneo Generali. E poi oltre altre vi inserisce con sua non poca lode. Nemo se nobis obtalis nec aptior, nec magis dignus, quam tua devotio, cui curam huiusmodi demandaremus, quiq. maiori cum studio, fide, ac peritia cum nobis, tum Serenissimo ipsi Cæsari sis satisfacturus, cuius quidem Serenitas & si te à se demoveri, tuoque ministerio tam egregio, & fido si aliqua ex parte privari ab alijs non facilè pateretur, pro eo tamen benevolentia, & amicitia vinculo, quod inter eam, & nos intercedit, proque perpetuo eius nobis, & S. Rom. Ecclesiæ, cuius optimum, & observantissimum filium se præstat gratificandi studio libenter permisit, ut nos quoq. & eadem Ecclesia hos tuæ virtutis fructus perciperemus. Da questo si vede, che pe 'l suo molto sapere, e virtù fu carissimo alli due supremi Capi della Christianità, i quali sapendo ben conoscere i meriti delle persone, facevano elettione de i migliori, che trovar si potessero per lor servigio. E mentr'egli perseverava in si degno carico, venne a morte nell'assedio di Volterra in Toscana, come riferisce il Giovio, che ne fa honorata mentione. Produsse etiandio tant'altri valorosi personaggi, che dir si può essere stata questa casa un Seminario di Guerrieri, e fra gli altri Gio. Battista, che militando nel 1517 in Lombardia sotto D. Antonio di Leva, con carichi al suo valor convenienti, infermatosi nella Città di Pavia, dopo c'hebbe dal suo Generale ricevuto ogni gran honore, vi venne a morire, e nel suo funerale furono fatte quelle dimostrazioni, che a gran soldati far si sogliono; e volendo in parte mostrarseli grato, fè subito nel medesimo luogo, e grado assentare un nipote di quello per nome Desiderio quantunque giovanetto, ch'ivi assisteva. Giovanni Vincenzo Ciarlanti Fonte: G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio , Cavallo, Isernia 1644.

  • «Per ogni dove squallor discerno: questo è l'inverno»

    Parafrasando il cantautore Antonello Venditti, si può affermare che certi libri non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Il caso è quanto accaduto ad Antonello Iannotta che, rovistando tra i ricordi del bisnonno, ha ritrovato un logoro "Secondo libro di lettura per le Scuole popolari austriache" compilato dal consigliere di reggenza Giuseppe Defant, con la collaborazione degli insegnanti Giuseppe de Manincòr, Francesco Mosna e Lorenzo Gonano, e edito nel 1903 dal Deposito Libri Scolastici di Vienna: evidentemente si tratta di un sussidiario per gli alunni di lingua italiana dell'Alto Adige, per coloro che vivevano in quella terra di mezzo che Austriaci ed Italiani rivendicavano ma di cui nessuno realmente si prendeva cura. Ora, avere tra le mani un vecchio testo scolastico non è un'esperienza particolarmente trascendentale, se non fosse che a pagina 32 v'è un appunto a matita che mi ha fatto strabuzzare gli occhi. Si legge chiaramente: Questo libro gli abbiamo letto io, Giovanni e Paglione Gennarino di Capra Cotta in zona di guerra nel 1918 nella Venezia Giulia e Trieste e Monfalcone. A quanto pare, in un italiano infantile e maccheronico, il bisnonno di Antonello Iannotta, nei tremendi giorni della guerra di trincea, ha sfogliato quel libro assieme a due compagni, uno dei quali si chiamava Gennaro Paglione, un capracottese che effettivamente partì soldato e che tornò sano e salvo nel 1918. Sulla pagina successiva a quella dell'annotazione comincia una dissertazione sulle stagioni, per lo studio delle quali i curatori, attentissimi ai segni grafici, scelsero il seguente componimento: Di vaghi fiori s'adorna il prato; torna la rondine al nido amato; canta d'amore la capinera: è primavera. Ardente è il sole, i campi d'oro miete il villano, ferve il lavoro; il dolce rezzo voi ricercate: ecco l'estate. Di bruni grappoli carca è la vite; cadon le foglie inaridite; cerca la rondine lontane arene: l'autunno viene. Fiocca la neve, è fosco il cielo; il poverino muore di gelo; per ogni dove squallor discerno: questo è l'inverno. Guarda caso l'appunto in lapis di un milite capracottese alle prese con la bufera della guerra si va a fissare su una pagina lisa ove son cantati i rigori dell'inverno. Mi sembra di sentirlo Gennarino Paglione, capracottese robusto, che sotto il fuoco nemico, con una lacrima di troppo a rigargli il viso di fango, ripete tra sé e sé: «Per ogni dove squallor discerno: questo è l'inverno»... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Defant, Secondo libro di lettura per le Scuole popolari austriache , Dep. Libri Scolastici, Vienna 1903; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • A proposito della famosa tavola osca trovata nel territorio di Capracotta

    Capracotta, 31 Marzo. La pubblicazione apparsa su un giornale romano il 6 Marzo corr., riprodotto integralmente dalla Tribuna del 13 Marzo, sul doppio bronzo osco di Agnone, mi porge l'opportunità di apportare un'obbiettiva rettifica ai fatti esposti dall'egregio corrispondente da Isernia. All'uopo riferisco fedelmente quello che raccontava il cav. Giangregorio Falconi, nella cui proprietà in contrada Macchia, fu trovato il famoso bronzo, a cinque chilometri da Capracotta, abbastanza a nord del confine di Agnone. In una sera dell'autunno 1848 il bovaro Pietro Tisone da Capracotta, che era al servizio del Falconi, si recò da lui e gli disse: – Signor padrone, arando oggi il terreno sopra alla masseria presso il vallone di Fonte Romito, il vomere ha urtato e messo alla superficie questo mattone di metallo. Il Falcone esaminò il mattone, si assicurò che non era d'oro e disse al Tisone: – Posalo sul camino perché dopo vedremo di che cosa si tratta. Intanto nel paese e dintorni si sparse la voce che il mattone fosse d'oro non ostante che gli orefici l'avessero smentito. Dopo pochi giorni si vide arrivare a cavallo il signor Francesco Saverio Cremonese, suo caro compare di Agnone che dispensò molti dolci ai piccoli figli del Falconi e dissegli: – Compare, ho saputo che il tuo bifolco ha trovato un pezzo di metallo nelle tue terre della Macchia. Per curiosità, me lo fai vedere? Il Falconi andò a prendere il mattone. Frattanto scese in cucina per far preparare il caffè. Sul tavolo ove il Cremonese faceva le sue osservazioni, aveva posato in precedenza una scatola di legno di circa quaranta centimetri di lato e cinque di altezza, contenente fogli di piombo per calchi. Rientrò il Falconi proprio al momento in cui il compare aveva disteso un foglio di piombo sul mattone per farvi incidere i segni impressi. Ma l'ospite si affrettò a far rilevare che avrebbe fatto decifrare da persone competenti quei segni. Il Falconi non dette alcuna importanza al calco eseguito. Il Cremonese ripartì e tornò dopo una decina di giorni, recando in dono diversi oggetti d'oro alle figliuole del Falconi, al quale chiese poi il mattone per un miglior esame che avrebbe affidato ad abili amici di Napoli. Nessuna difficoltà per la consegna e non se ne parlò più. Il Cremonese fece come aveva detto. Ma il mattone passando di mano in mano, ne trovò delle poco scrupolose, che ne fecero commercio. E si seppe poi che era stata venduta per trecento ducati. In seguito fu riconosciuta di eccezionale valore, perché conteneva dei geroglifici senza dei quali non era possibile spiegare molte lapidi ed iscrizioni osche. Discordi furono le voci del vero valore. Si disse che prima passò al Kaiser Friedrich Museum di Berlino, e poi al British Museum di Londra. Prescindendo dal valore che pure procurava qualche rimprovero di amarezza al Falconi, forse più pel motivo che aveva tolto una relativa agiatezza al fido bovaro Tisone, che per interesse proprio, certo non bisognoso, si mostrava dispiaciuto pel fatto che il mattone rinvenuto nelle proprie terre fosse conosciuto non col nome di Capracotta. Egli mi ripeteva spesso che prima di morire avrebbe scritta la storia del rinvenimento del bronzo. Era allora Sindaco di Capracotta (1891) e l'avevo pregato di scrivere al riguardo sull'antico libro delle memorie cittadine che si conserva nell'archivio comunale; ma disgraziatamente cadde e si ruppe un piede. In seguito la grave età e le sofferenze non gli permisero più di uscire; ma io e gli altri ammiratori della grande probità del reverendo uomo, raccogliemmo da lui le principali notizie sopra esposte. Gli anziani guardaboschi del paese che avevano avuto occasione di conversare col bovaro Tisone confermano i fatti. Anche il defunto Agostino Falconi, che possedeva vaste proprietà nella contrada Macchia, aveva trovato colà oggetti di valore e diverse tombe antiche. Molte monete d'epoche remote furono raccolte e vendute a Napoli dai figli del cav. Giangregorio Falconi che erano avvocati, magistrati e professori, ripetendo così la vicenda del bronzo. Nel pregevole libro pubblicato dal colto avv. cav. Luigi Campanelli sul Territorio di Capracotta , vi sono esaurienti notizie sul Bronzo di Capracotta, con la riproduzione dei caratteri oschi impressi sulle due facce. E per mezzo del valoroso giovane dr. Franco Ciampitti fu mandato al neo congresso storico molisano del 1931 in Aquila collo scopo di avere precisi precedenti ed elementi per ampliare e rettificare fatti acquisiti alla storia degli Abbruzzi-Molise, una memoria sulla località vera ove fu trovato il bronzo: ma sventuratamente il congresso era stato chiuso il giorno prima. Salvo qualche parere diverso, sono molti gli storici affermanti che Aquilonia sorgesse proprio nell'amena località Macchia identificata col nome Lamacchia nella carta geografica degli Abbruzzi del Vaticano, distante circa venti miglia da Aufidena. Dalla monografia storica n. 98 di Capracotta, conservata in un antichissimo archivio di Piedimonte d'Alife si legge: «Alla regione dei Caraceni appartenne Capracotta, popolata dai superstiti abitanti della distrutta Aquilonia». E più sotto: «Dalla distruzione, dunque, di Aquilonia e dai superstiti abitanti sorse Capracotta». L'erudito prof. Giaccio d'Agnone, trovandosi ad insegnare nell'ex Ginnasio di Capracotta nel 1873, attratto dalla descrizione del bronzo, dalle tome, dalle monete rinvenute alla Macchia, vi si volle recare e vi esaminò attentamente l'agro, convincendosi che se ivi fosse stata Aquilonia, doveva essere situata nella vasta conca, ricca di acque e ben esposta ad est del Monte S. Nicola. Propose di scavarle longitudinalmente una profonda trincea di almeno seicento metri, sicuro di trovare qualche autorevole avanzo, in funzione di filo d'Arianna, dal quale agevolmente si sarebbe potuto identificare l'ubicazione della Città caracena distrutta dall'ira di Silla. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, A proposito della famosa tavola osca trovata nel territorio di Capracotta , in «Il Mattino», Napoli, 31 marzo 1937.

  • Canzone in lode di Giovanna Caracciolo (I)

    Principessa di S. Buono; Duchessa di Castel di Sangro; Marchesa di Bucchianico; Contessa di Schiavi, di S. Vito, di Capracotta, & c. Si sovra il basso stil tento inalzarmi Ne' miei pensieri, e di sì bei colori Mandarli adorni a le future genti, Che d'alta Donna i più riposti onori, Accolti in guardia di ben degni carmi, Per volger d'anni non rimangan spenti. Voi che movete il Ciel superne menti, E i vaghi lumi per gl'immensi giri Reggete il mio pensier, che senza oltraggio Per sicuro viaggio A questo nuovo Sol d'intorno giri, E da' begli atti, e dal divin sembiante Tragga forme immortali, e lume prenda, Onde poi scorto ascenda E sovra Olimpo, e sovra il mauro Atlante, Lasciando dietro a se le nubi, e 'l gielo, Ed oltre passi poi di Cielo in Cielo; Così mio dir per lui fatto sublime Basti a portare i suoi gran pregi in rime; Che ben s'affida a brievi, e tarde piume, Per far d'illustre nome adorni i mari, Chi senza diva scorta a volar prende La vè tutto di raggi ardenti, e chiari Sfavilla intorno il bel celeste lume. Ei, ch'ogni voglia a vera gloria accende, Soverchia il capir nostro, e infermo il rende; Come raggio divino occhio mortale. Ben talor vacillando ivi s'affisa Mente audace, e s'avvisa Mirar sceso dal Cielo spirto immortale, Che d'un candido vel manto si face; Ond'in bel foco di desire accesa S'attenta a l'alta impresa, E 'l volo scioglie oltre il costume audace; Ma poi delusa il van pensier disperde, E de l'altezza ogni speranza perde; Ch'anzi di fornir l'opra il vol si stanca, E spesso rompe a mezo il corso, e manca. Ma io per Voi con piena aura seconda Già lieve fatto, ecco m'inalzo, ed ergo; E qual'Aquila fermo in quel bel Sole Altero il guardo, onde m'affino, e tergo. Così miro, com'ei virtù n'infonda, Virtù, che da' bei rai discender suole, E veggio quai pensieri, atti, e parole Crea, e com'ogni cor torne gentile. Il bel seren, che da sua vista muove Tal dolcezza in noi piove, Che ben sembra tutt'altro infermo, e vile. Ne così nebbia d'arto umor terreno Al Sol dinanzi si dilegua, e fugge, Come si sperde, e strugge Al raggiar del suo vago, e bel sereno Ogni turbato, ond'è 'l pensiero oppresso. L'aria, l'acqua, la terra, e 'l Cielo istesso S'allegra da' suoi rai, ch'un più lucente Aprono al mondo, e più chiaro oriente. Io più m'interno, e 'l ben conforme corso Scorgo del nuovo Sole, e 'l carro ornato, U' son gli eccelsi suoi atti dipinti, Sol d'onor veggio, e di virtù formato; E con destrier non mai ristrosi al morso Scorrere il miro sovra i mostri estinti, E trionfando altri menarne avvinti; Pur come invitto, e glorioso Duce. Talché Lui, che ne spiega il chiaro giorno, Invidia preme, e scorno, E par chiuda nel duol l'alma sua luce; Ch'altro Sole, altro corso, e d'altro intesto Che d'ostro, e d'oro scorge un più bel carro. Ma dove son? che narro? Già paventa il pensier, ch'era si desto, E si conturba in se stesso discorde; Dunque nuovo furor deste, e concorde, E molcia, e tempre le mie parti interne; Date nuov'aure al vol virtù superne. Quest'almo Sol, ch'in tanta gloria siede In sì bel carro, e fuor d'errore, e d'ira Per vie sublimi, e non segnate ancora Lo muove, e regge, ed a sua voglia gira; Ben sovr'ogn'altro n'apre eterna fede De l'increato ben, che 'l mondo adora; Che più chiaro, o simil non tornò fuora Giammai altro splendor da l'alta, e pura, Eterna luca, ond'ogni bel deriva, E s'informa, ed avviva L'alma che fora tenebrosa, e impura. Però a qual mente il Ciel grazia comparte Fissarsi oltre nostr'uso al bel splendore, Non pur d'alto stupore Carco, e di gioja indi il pensier si parte; Ma più leggiadra, e nobil forma veste; Anzi in quel, ch'ivi appar del ben celeste, Ogni vaghezza sua ferma, ed acqueta, Ned altro objetto mai di se l'asseta. Dappoi che 'l Fabbro eterno a formar tolse Si bel lavoro, in ch'Ei segnato scopre De l'infinita sua mente superna Il gran concetto, e sue mirabil'opre, Tra le forme, che varie in se raccolse, Ebbe egli eletta, a dar lui vita interna, La più sublime, e l'alta imago eterna Quasi più chiara, e viva in lei scolpio; Indi l'accose in sì leggiadro manto, Che già più vago, o tanto Non sà, né può bramar nostro disio. Giovanni Battista Palma Fonte: G. B. Palma, Canzone in lode dell'Ill. ed Eccellentiss. Signora Giovanna Caracciolo , Roselli, Napoli 1693.

  • Canzone in lode di Giovanna Caracciolo (II)

    Così a guardo mortale adorna espose Questa alta Donna, che cogli atti suoi È fida scorta a noi Nel corso incerto de l'umane cose; Ch'indi s'apprendon pure, e giuste voglie, Indi eletti pensieri, indi si toglie L'esempio d'onestà, ch'è in Lei più chiara, E verace virtute indi s'impara. Ben'Ei, che l'ampio Ciel mosse, e le stelle, E trasse il die da cieco orror profondo, Per sua ministra la natura elesse, Che producendo empia, e sostenga il Mondo; Ma serbò a se l'opere grandi, e belle; Onde a ritirar le sue sembianze espresse Costei si vaga, e di man propria impresse; E così varie in Lei mise, e distinse Le virtù, gli atti vari, e i bei costumi; Come di vari lumi, E d'eterne vaghezze il Ciel dipinse. Taccia la prisca età quelle, ond'accrebbe Il Ciel di nuovi numi, e d'empietade, E qual mai d'onestade In maggior pregio, e di bellezza crebbe; Che ben Costei lor chiara fama adombra, E 'l Mondo tutto di sua gloria ingombra, Ed altr'idee produce a' nostri tempi, Ed altre meraviglie, ed altri essempi. Se da' bei giri eterni Ella movea In quell'età, cui 'l Ciel riposta tenne La vera fede, e nel futuro involta, Che poi le carte a illuminar ne venne; Onde il suo culto, e gli onor suoi volgea La, vè più scorse alta virtù raccolta; Che non v'hà gente in suoi pensier s'incolta; E si barbara, e fera, ove non mette Raggio ndel suo splendore il Sole eterno; A Lei, quasi a superno Nume del Ciel, sì avrebbe il Mondo erette E statue, e tempi, ed archi eccelsi, e degni, Che stati foran scarsi al gran lavoro E bianchi marmi, ed oro, E stanca l'opra de' più industri ingegni. E tu Italia sublime in tanta gloria Veduto avresti a sua eterna memoria Le meraviglie erette, e 'l tempio indritto D'Efeso, e l'opre del famoso Egitto. Ma s'a noi toglie or d'adorar Costei Santa legge del Ciel, che 'l Mondo ha volto Al vero culto, per vie certe, e conte; Pur quasi in ampio, e nobil tempio accolto Il primo Ver fia, che s'adori in Lei; E scolpirmela in mezo al nostro monte, O dove più l'alpestra, e dura fronte, Ch'al più cocente ciel verna, ed agghiaccia Il superbo Appenino altera estolle; E ben sì nobil colle È degno, che di sé statua a Lei faccia; Poicché per Lei in tanto pregio ei viene; Ch'in contesa d'onor via men risuona Parnaso, ed Elicona, Nonch'Ato, Olimpo, Atlante, Alpe, e Pirene Ella qual nuovo Febo in guardia l'ave, E con sua cetra, in suon chiaro, e soave L'empie d'onore; e d'alte palme adorna Il gentil Sangro, e in Ippocrene il torna. Quanto empierà d'invidia il secol nostro Color, ch'a più tard'anni il Ciel destina, Che lor sie tolta, a noi concessa in sorte La vista, in che virtù se stessa affina, Di questo altero al mondo, e raro mostro. Né fia, che speme lor giammai conforte, Che 'l volger d'anni ugual sembianze apporte; Con questo suo mirabil magistero Il Ciel prescrisse a le grand'opre il segno, E disperse il disegno, Ch'al bel lavoro finse il gran pensiero. Qual dunque or fia, che si lontane, e parta Suoi pensier da virtù, ch'eterna loda Al ciel porger non s'oda, Che tanta grazia a gli anni suoi comparta, Degnandol di mirar si altera Donna, Vestita appena di terrena gonna, Speglio d'alta virtute, e d'onor tempio, Vera laude di Dio, e vero essempio. Canzon'anco talor Pittore industre, Se brieve tela i suoi pensier non stringe, Altri ei colora, altri n'accenna in parte, E con mirabil'arte Quasi in lontano altri ombreggiando finge; Sì ch'al pensier de' risguardanti lassa, Ch'ov'egli tace imaginando vegna. S'or mio stil non disegna Appien costei, e mille onor trapassa; E in te di Lei il men sublime appare; Pur fia, ch'indi ciascuno ancor comprenda Quanto suo merto in sù poggia, ed ascenda. Giovanni Battista Palma Fonte: G. B. Palma, Canzone in lode dell'Ill. ed Eccellentiss. Signora Giovanna Caracciolo , Roselli, Napoli 1693.

  • A Prato Gentile con nonno Cianuccio

    Un lungo steccato ai bordi del prato l'accogliente Rifugio e l'ombrosa via nel bosco silente. Quel remoto mattino di un mese di luglio appena iniziato non conosce tramonto nel mio giovane cuore. Sebastiano Giuliano

  • La Pezzata di Capracotta: buon appetito!

    A mici cari, ci spostiamo in Molise e più precisamente a Capracotta, piccolo borgo in provincia di Isernia dove si tiene da quasi un cinquantennio la tradizionale Pezzata. Migliaia di persone accorrono da diverse parti del Molise, Abruzzo, Lazio ma anche da tutto il mondo per partecipare a questo evento. Le origini sono lontane ed si ricollegano al mondo bucolico e alla transumanza che i pastori facevano per portare le greggi dagli altipiani del Molise alle pianure del Tavoliere. Durante la traversata capitava che qualche animale si potesse ferire o azzoppare e per non lasciarlo morire abbandonato veniva "depezzato" e cucinato per essere mangiato. La genuinità delle erbe brucate dagli animali ne fortificava i muscoli e ne addolciva le carni. Oggi sulla bellissima spianata di Prato Gentile vengono predisposti numerosi stand dove viene preparata la carne della pecora e dell'agnello secondo le antiche ricette. Grandi pentole vengono allestite per far cuocere la carne a fuoco lento per parecchie ore. Gli anziani tramandano a qualche giovane volenteroso la preparazione di questo piatto e poi si adoperano per mescolare costantemente la carne facendo sì che venga ben cotta in tutti i punti. Altri si offrono volontari per stare alle braci e servire l'agnello. La gente accorsa si diverte visitando gli stand dove possono essere gustati altri prodotti tipici come il pecorino ed altri formaggi stagionati. Gli avventori possono sedersi alla stessa tavola o  sul prato per fare un piacevole picnic condividendo questo buon cibo e l'aria salubre, e poi fare una rilassante passeggiata nei boschi che circondano la piana. La festa si svolge la prima domenica di agosto ma i preparativi cominciano dal mese prima. Le autorità del luogo e le associazioni si prodigano inoltre nell'organizzazione contemporanea di eventi culturali e spettacoli nel piccolo borgo affinché possano accompagnare e rendere liete le ore passate insieme da grandi e piccini. Non vi resta dunque che organizzarvi e venire a Capracotta per provare con noi questa esperienza. Boris Gagliardi Fonte: https://www.vaghis.it/ , 4 giugno 2017.

  • Sfondato dopo sei giorni il "muro bianco"

    Capracotta, 13 febbraio. Da sei giorni tutta la loro speranza era concentrata su quel tozzo mostro d'acciaio azionato da un motore poderoso e munito d'una prua lucida e tagliente. Senza lo spartineve ricevuto in dono dagli emigranti d'America oggi i cinquemila abitanti di Capracotta sarebbero tuttora prigionieri della morsa di ghiaccio e neve che da domenica scorsa si era chiusa sulla montagna. Se fosse passato ancora un giorno la situazione si sarebbe trasformata da critica in drammatica. Uno scambio di parole che poteva significare molte cose: scarsità di rifornimenti alimentari, impossibilità di trasportare all'ospedale gli ammalati gravi e un'opprimente sensazione di angoscia di chi, di ora in ora, si sentiva sempre più tagliato fuori dal resto del mondo. A Capracotta, situata a quota 1.450, sull'estremo sperone roccioso della montagna che domina la vallata del fiume Sangro, non c'è da sperare in un miracoloso atterraggio di un elicottero. L'impresa di ripristinare i collegamenti è stata invece portata a termine, ancora una volta, dallo speciale spartineve giunto dall'America. Ha cominciato a vibrare da lunedì colpi su colpi contro la barriera alta fino a tre metri, e ieri ha vinto la battaglia, una battaglia tatticamente studiata con un lungo anticipo e condotta poi con lo stesso slancio disperato di una vicenda militare che non ammette vie di scampo per chi perde. E anche questa volta ha avuto i suoi protagonisti di prima linea, quelli che in silenzio hanno rischiato più di ogni altro e in silenzio sono poi rientrati nei ranghi. Alle porte del paese c'era la neve più alta e lì si sarebbe decisa la lotta. Se i cantonieri si fossero fermati anche per poco, allora la tormenta avrebbe in un momento rinchiuso il passaggio ed il fresaneve - che seguiva a breve intervallo il primo mezzo - non avrebbe più potuto avanzare e completare il lavoro. Sulle strade del Molise coperte da una densa coltre bianca, dove agisce la più numerosa e attrezzata sezione di mezzi dell'ANAS abbiamo visto come si lotta contro la neve per riattivare il traffico: lo spartineve ha il ruolo dell'urto iniziale, segue il fresaneve che con la sua ruota vorticosa allarga e spiana le pareti di ghiaccio ai bordi della carreggiata; irrompe poi lo spazzaneve che sgrombra definitivamente la sede stradale spianandola con la sua grande spatola. A Capracotta il lavoro è stato completato dal fresaneve giunto da Castel di Sangro; ma ai capracottesi, isolati da cinque interminabili giorni, il tracciato scavato dal loro spartineve era già apparso come la più importante meta realizzata. Quelli di Capracotta, andati oltre Oceano a cercar lavoro, ricordano assai bene l'amara esperienza dell'assedio provocato dalla neve. Hanno perciò raccolto danaro e così, invece della solita preziosa campana e del solito asilo che gli emigranti, invariabilmente, donano al loro paese, i capracottesi di Brooklin e di Pittsburg hanno progettato e fatto costruire il loro formidabile spartineve. Abbiamo raggiunto Capracotta alle ore 18 di ieri risalendo un tracciato somigliante ad una pista di bob, sbalzati con l'auto da un lato all'altro come su un mare in tempesta. Più di un'ora per percorrere sedici chilometri, intervallati da frequenti soste per sgombrare le piccole valanghe che si erano addensate sulla strada. Il paese, oltre lo sbarramento di foschia, è apparso all'improvviso nel suo allucinante aspetto siberiano. Nelle prime case del borghetto Santa Lucia la neve raggiunge le finestre dei primi piani. Gallerie alte cinquanta centimetri collegano attraverso una rete di cunicoli una casa all'altra. In tutto il paese non si vede in giro una persona. Impossibile affacciarsi fuori dell'uscio di casa per la tormenta accecante che crea mulinelli nelle strade: Capracotta è avvolta da un vento gelido che flagella le abitazioni e le cime degli alberi affioranti fra tre, quattro e anche cinque metri di neve. Quando la bufera a tarda sera si placa qualcuno si avventura all'aperto, per necessità. Un ragazzo con un secchio si arrampica sulla candida collinetta che soffoca la facciata di una casa, bussa sul vetro di una finestra del primo piano e consegna il latte ad una donna. Poco oltre, un'altra donna raccoglie la neve dentro una pentola dal davanzale del balcone: in questo modo si provvede all'approvvigionamento idrico nelle zone dove sono scoppiate le condotture. Qui la fanghiglia imperante di Campobasso e Isernia è meno che un ricordo lontano. A Capracotta l'inverno è tragico ma è anche pieno di nobiltà e purezza. Per secolare consuetudine d'inverno le case qui sbarrano gli ingressi prima dell' Ave Maria e nessuno che non sia il medico e il prete può facilmente superarli. Qui la cronaca può indugiare solo nel club degli sciatori che si raggiunge slittando attraverso un cunicolo di cinque-sei metri. Sembra quasi di penetrare in una catacomba e invece il locale, oltre i due pesanti portoni, si rivela affollato e luminoso; il più forte contrasto con la silenziosa opacità che pesa sul resto del paese. Si è sparsa la voce che Capracotta non è più isolata e tutti hanno una domanda pronta. Dalla strada si sfiorano poi una infinità di argomenti: per diverso tempo è mancata la luce e da una settimana niente giornali. Il Sindaco dottor Carmine Di Ianni stenta a credere che la critica vicenda del suo comune bloccato dalla neve abbia suscitato tanto interesse su tutti i giornali. Basterebbe rettificare la strada e condurre a termine i lavori per la sciovia - dice il Sindaco - e buona parte dei nostri problemi sarebbero risolti. L'impianto della sciovia costa cinque milioni, per ora ne hanno raccolti solamente tre. Durante i cinque giorni di isolamento e di bufera la vita è stata difficile per tutti gli abitanti e in particolare per il medico, dottor Di Nardo, che si è dovuto spostare spesso per tutta la notte sotto la tormenta, anche quando la temperatura era scesa a meno dodici. Il suo mezzo fondamentale di locomozione? Lo sci: «Per fare il medico da queste parti – dice il dottor Di Nardo – occorrono buona salute, una grande volontà e, soprattutto, essere quasi campioni di sci». E con gli sci è corso mercoledì alle tre e mezzo di notte in casa di Giuseppina Riccio, trenta anni, prossima a divenire madre per la quarta volta. Quando è giunto il medico in casa non c'era nessuno perché il marito si trova a lavorare in Calabria e i tre figli erano stati affidati ad una vicina. Il parto si presentava difficilissimo e non c'era nessuna possibilità di trasportare, con la bufera, la donna all'ospedale neanche per mezzo di una slitta. Il dottor Di Nardo è dovuto intervenire senza indugio ed operare al lume di una candela. È venuta alla luce una bambina che rischiava di morire per asfissia pallida, il più temibile tipo di asfissia che possa seguire una nascita. Fino alle sette il medico si è adoperato per strappare la bimba alla morte. «La natura è provvida ed ogni tanto la madre quanto la bambina stanno bene», afferma il dottor Di Nardo. Il giorno successivo, sempre con gli sci, si è recato a soccorrere i passeggeri di un pullman rimasto bloccato per molte ore a dieci chilometri da Capracotta. Una comitiva di gitanti a bordo del pullman che ha scoperto, attraverso questa brutta esperienza, come la montagna da piacevole amica possa trasformarsi all'improvviso in terribile nemica. Mario Scacciavillani Fonte: M. Scacciavillani, Sfondato dopo sei giorni il "muro bianco" , in «Il Giornale d'Italia», Roma, 14 febbraio 1965.

  • La mia vita

    Cara Francesca, da giorni tu mi chiedi il curriculum della mia vita. Io non sono un letterato, le mie parole sono semplici, non occorre il vocabolario per conoscere il significato. Ti accontento. Incomincio da quando ero bambino. Ero abbastanza discolo, mia madre mi portava sempre con se quando andava alla terra a portare il concime per migliorare la crescita del grano, patate, piselli, fagioli ed altro. Io mi rendevo molto utile nei piccoli servizi, come andare a prendere l'acqua alla fontanella. Il 13 gennaio 1913 fece il terremoto, noi eravamo in 5, tutti piccoli, Giorgio, Emilia, Nicola, Rosaria era la più grandicella per aiutarci; tutti aravamo attaccati alla gonna di nostra madre per la salvezza. Andammo a S. Liberata, per essere sicuri di non andare a finire sotto le macerie. Il terremoto finì. Tornammo a casa. Il 24 maggio 1915 scoppiò la Prima guerra mondiale, io avevo appena 5 anni. Al compimento del sesto anno di età andai a scuola; tutto il mio necessario era composto da una cartella fatta di stoffa con uno spallaccio senza fronzoli, un quaderno a righi e uno a quadretti, una penna (non biro) che si intingeva al calamaio e una matita, detto lapis, nera per incominciare a fare le aste. Era periodo di guerra, tutto ciò che i bambini hanno oggi a quell'epoca era soltanto un sogno. Avevo 8 anni, mio fratello Nicola faceva il pastorello, era con un pastore (pecoraio) sulla Maiella vicino alla cima di Monte Amaro a circa 2.500 metri sul livello del  mare; qui si potette ammirare tutte le bellezze della terra abruzzese. Si dice che lo studio è la via del sapere, il mio sapere di scuola elementare era talmente poco. Finita la scuola, la terza elementare, mio padre, pastore (non di anime) ma di pecore, mi prese con sé perché occorreva al fabbisogno di famiglia. Avevo 9 anni, incominciai a girare tutti i boschi della zona di Palena, di Pizzoferrato, di Gamberale, di S. Pietro Avellana, di Capracotta, di Pescopennataro e parte di quello di Roccaraso. Il bosco era la mia città. Luigino Giovannelli Fonte: http://www.rivisondoliantiqua.it/ .

  • Gödel e il Molise

    L'identità culturale di un popolo è l'insieme degli elementi genetici, fisiologici, che quel popolo ha e, insieme, i mutamenti prodotti dalle scelte fatte o subite, dalle stratificazioni culturali che, nel corso dei secoli, si sono disposte una sull'altra nella storia di quel popolo. Le due cose non sono mai disgiunte. Io, per esempio, mi mangio la pezzata come mio zio di Capracotta ma poi, quando sono stato in Argentina, ho imparato anche a mangiare il vitello al brodo come a Miguel, il mio compagno di stanza a Rosario. La pezzata l'ho avuta geneticamente, il brodo di vitello è stato un fatto culturale. Alcuni movimenti di lavoro del corpo dei contadini meridionali, impegnati nella cura della vite, sono identici a quelli dei contadini greci. Ruzzone sarchia come a Kalamarata, un amico mio di Lucito che viene da Salonicco. Partendo da un momento di convidisione del lavoro, quei gesti si sono trasmessi per via culturale, insegnati dai padri ai figli, passando di generazione in generazione. Altri movimento del corpo - gesti propriamente fisici che possono essere considerati addirittura elementi caratteriali, di stile (muovere la mani, sedersi, camminare ecc.) - vengono invece trasmessi geneticamente. L'identità (naturale e culturale) del Molise del 1963 era una cosa. Quella del 2004 è la somma di quella del 1963 e dei quarant'anni di Democrazia Cristiana che hanno modificato in maniera importante il DNA del popolo molisano. IM2004 = IM1963 + DC40 Le scelte politiche e culturali, nel lungo periodo, producono modificazioni genetiche. Ruzzone era figlio di un ramaio di Agnone: attonnava attonnava finché non usciva la forma che diceva lui. Da quando sta con me, e ci sta da quarant'anni, dice pure qualche endecasillabo. Una volta il critico Strippone, al premio di poesia di Petrella, disse che Ruzzone scriveva versi tondi e morbidi. Ecco: Ruzzone è un poco poeta perché è stato con me e un poco attonnatore perché il padre faceva il ramaio. Se l'Università del Molise diventasse uno "stipendificio" - considerato e resto tale da docenti che partono da Roma Termini alle tre del pomeriggio, fanno lezione alle sei del pomeriggio e ripartono con il treno delle otto - ci ritroveremmo da cinquant'anni a parlare di una certa identità molisana: IM2054(1) = IM1963 + DC40 + UMST50 dove UMST50 sta per "Università del Molise 50 anni di stipendificio". Se invece l'Università del Molise diventasse un luogo importante di cultura, con i docenti disposti a vivere la nostra realtà, a rimanere fisicamente in Molise, a partecipare alle scelte culturali e politiche, a dare il proprio contributo di scienza e di idee anche in dibattiti come questo, ci ritroveremmo, tra cinquant'anni, un Molise diverso e una diversa identità: IM2054(2) = IM1963 + DC40 + UMCUL50 dove UMCUL50 sta per "Università del Molise 50 anni di cultura". Ecco perché è tanto importante il ruolo del politico: perché dipende da lui se l'Università del Molise, nei prossimi anni, sarà un luogo di cultura o uno stipendificio. E se me ne frega di una qualche identità, quella che mi interessa di più è proprio quella del 2054 che la possiamo costruire e non quella di oggi che sta già bell'e fatta. L'identità della Toscana ai tempi di Dante era una cosa; dopo l'esperienza di Lorenzo il Magnifico è diventata un'altra cosa. Noi abbiamo Michele Iorio che, prima di fare il politico, faceva parte de' Medici, nel senso che faceva il medico. E di Magnifico teniamo il rettore Cannata. «Frekate», direbbe Ruzzone che tiene un cugino a Pescara. Io dico solamente: tanti auguri Molise. Giovanni Petta Fonte: G. Petta, Turzo Ten. Dieci anni di Molise nella cantina Iammacone , Il Bene Comune, Campobasso 2011.

  • Io e i Cavalier King: come, quando e perché

    Correva l'anno 2007 e come gli anni precedenti trascorrevo le mie vacanze estive a Capracotta. Capracotta è un comune di alta montagna del Molise nel quale, come in tutta la Regione, è purtroppo comune il problema del randagismo. A dire il vero la maggior parte dei randagi si facevano gli affari loro, niente aggressioni, anzi scene caratteristiche, come il cane che accompagnava tutti i funerali. Quell'anno avevo fatto amicizia con una randagetta molto schiva, direi terrorizzata dagli altri randagi maschi e anche dagli umani dai quali non si faceva avvicinare facilmente. Le portavo da mangiare e tutte le sere si piazzava seduta in strada guardando verso la mia finestra... mi aveva conquistata! Cominciarono le battaglie in famiglia perché volevo portarmela a casa a Roma, ma andavo a sbattere contro un muro di chiusura totale da parte di mio marito. Confesso che mi sono lasciata andare anche a qualche crisi isterica, la volevo! Non ci fu nulla da fare, in effetti i problemi che si sarebbero presentati non erano pochi: prenderla senza usare la forza, farla visitare da un veterinario prima di portarla via e sottoporla a un bagno antiparassitario... ma a Capracotta non ci sono studi veterinari e nemmeno toelettature per cani e in ultimo, ma non trascurabile, il problema di trasferirla in città, in un ambiente estraneo e caotico per lei abituata a quel paesino di montagna. La vicenda si concluse con la promessa da parte di mio marito di adottare un cagnolino, ma di razza! Fortunatamente la randagetta venne adottata dal vicino di casa che poco per volta lasciandole l'androne aperto per dormire la notte se la fece amica... e "tutti vissero felici e contenti". Da quel momento cominciò la ricerca del cagnolino di razza, ma quale razza? Doveva essere di taglia piccola e caratterialmente adatto alle mie abitudini. Da bambina avevo avuto una femmina di barboncino, ma troppo vivaci, cercavo una soluzione diversa... La prima scelta cadde sul bassotto a pelo ruvido e sull'allevamento della Zerlina. Cominciai anche a visitare i pet-shop per farmi un'idea sugli articoli da comprare, anche se tardavo a contattare l'allevamento, volevo essere sicura del passo che stavo per fare. Ed ecco l'imprevisto, una battuta del negoziante di turno che mi aveva chiesto che cane avrei preso: – Auguri! Avrà il suo bel da fare a educarlo, i bassotti hanno un bel caratterino. Da inesperta questo aspetto non lo avevo considerato... poi il carico da 90 che mi ha fatto desistere: mentre facevo la spesa vedo un bassotto legato fuori a un negozio con una cicatrice fresca sulla schiena... Mi informo meglio e capisco che questo è il problema principale con il quale i bassotti devono fare i conti, la maggior parte prima o poi avrà problemi alla colonna e niente scale, niente salti, niente affaticamento motorio. Da quel momento abbandono l'idea e mi metto alla ricerca di una razza meno problematica... Il Cavalier King non lo conoscevo, in quegli anni a Roma non se ne vedevano. Passo in rassegna su internet i cani di piccola taglia e mi imbatto in questo affascinante sconosciuto. Mi interessava il carattere, l'indole, l'aspetto fisico lo avevo messo in secondo piano. Lette le notizie (generiche) che circolavano in quegli anni, capii che avevo fatto tombola! Ottimo carattere e aspetto più che soddisfacente per i miei gusti... ora dovevo cercare un buon allevamento... Non ho mai pensato di risparmiare, desideravo il meglio, la ricerca durò circa un paio di mesi fino a quando la Domus Aventina di Roma fece capolino tra le mie ricerche e prenotai una visita all'allevamento... era il mese di dicembre. Ci fu un lungo colloquio e alla fine uscii con l'assicurazione che dopo circa 4 mesi avrei avuto il mio cucciolo tra le braccia. Il 21 gennaio 2008 sarebbe nato Scott, 2 mesi dopo, prima di Pasqua, lo avrei portato a casa. Ho avuto fortuna nella mia scelta, ma la fortuna me la sono cercata, valutando diversi allevamenti e scartandone molti che non mi convincevano. Nessuna malattia genetica, problemi dell'invecchiamento perfettamente controllabili e non insorti prematuramente, la sfortuna ha riguardato altro... il cancro, come chi mi conosce sa. Nel 2013 è arrivato Francis, nipote di Scott... e l'amore per i Cavalier è destinato ormai ad accompagnarmi per tutta la vita. Ho voluto scrivere questi ricordi convinta che quello che ci succede spesso segua strade tortuose, ma al destino non si sfugge. Se avessi visto un Cavalier e avessi pensato "Lo voglio!" sarebbe sembrata una semplice scelta... invece non è stata una scelta semplice, passata attraverso una tenera randagetta e la ricerca del mio cane ideale. Oggi sono sempre più convinta della scelta fatta 10 anni fa, di un allevatore che, guarda caso, punta su valori che condivido, che ha Cavalier di una longevità di tutto rispetto se analizziamo la vita media di questa razza... allora non lo sapevo ancora, diciamo che l'istinto mi ha dato una mano. Francis oggi, il mio orgoglio per la sua intelligenza davvero speciale, per il suo spirito di osservazione, nulla gli sfugge e impara solo osservando e perché no, anche l'aspetto fa la sua parte... per dirla tutta mi sciolgo quando lo guardo! Tra non molto entrerà a far parte della mia famiglia anche Harry... Harry Potter della Domus Aventina e il nome non è stato scelto a caso, un piccolo mago che mi ha conquistato da quando è nato. Cristina Tiso Fonte: https://cavalierkingharrypotter.jimdofree.com/ , 26 giugno 2018.

  • Capracotta nell'arte di Gaetano Bocchetti

    Uno degli ultimi pittori della cosiddetta "scuola napoletana", Gaetano Bocchetti (1888-1990), morì ultracentenario nella sua città natale e rimase fortemente legato a Capracotta. Il suo stile si fonda su un elevato pittoricismo che punta non tanto alla resa naturalistica di oggetti e paesaggi quanto alla rappresentazione della loro essenza. Pur ritraendola, Bocchetti non dà una lettura oggettiva della realtà circostante ma ne suggerisce una versione, e riesce a far ciò distorcendo la prospettiva, di modo che la cosa dipinta venga sostanzialmente a trovarsi su un piano bidimensionale. Infatti l'arte di Gaetano Bocchetti non presenta una medesima profondità spaziale per ogni soggetto, bensì ognuno di questi crea il proprio volume tramite le pennellate che costruiscono i volumi e che si dispongono su differenti piani. La stesura di Bocchetti caratterizza i soggetti rappresentati di intensi afflati esistenziali e, in questo modo, il suo dipingere va oltre la realtà sensibile per scavare a fondo nella vera essenza delle cose. Nel 1920 Gaetano Bocchetti partecipò alla Biennale di Venezia, nel 1921 alla quadriennale di Roma, nel 1923 e negli anni successivi alle biennali nazionali di Napoli. Proprio tra il '20 e il '21 vennero esposte in tutta Italia cinque opere che presentavano l'artista e che oggi ci danno il metro di misura della sua pittura: "Capracotta", "Capracotta vicolo", "Paese", "Capracotta fuori il paese" e "Piazza di Capracotta" (oggi tutte in collezioni private a Napoli). È chiaro che per giungere a una produzione pittorica di questo spessore, Bocchetti abbia soggiornato più o meno lungamente a Capracotta, il che fa ipotizzare la sua presenza in paese nell'estate del 1919. Andiamo ora ad analizzare l'opera "Capracotta" del 1920 (che una casa d'aste ha erroneamente datato al 1960), firmata a mano dall'Artista in basso a sinistra. È una Capracotta deformata quella di Gaetano Bocchetti, lontana dalle linee reali della nostra cittadina. Egli ha infatti mantenuto inalterati soltanto due elementi che la contraddistinguevano: l'antica torre orologiaria che svettava su piazza Mercato e la vista panoramica sulla Maiella innevata. Qualora si volesse ricostruire Capracotta attraverso le pennellate dell'Artista direi che la scena prende in prestito dalla realtà diversi scorci per poi assemblarli in una nuova versione di Capracotta. La strada centrale che portava alla Torre e che nella realtà era il corso Sant'Antonio, qui viene sostituita dal borgo della Terra Vecchia. Bocchetti sembra posizionato in quello che un tempo era largo della Chiesa, lo spiazzo antistante la Chiesa Madre da cui si dipartivano via Carfagna e via San Sebastiano, le due stradine che poi scendevano verso la torre di Porta Nova. La catena della Maiella, che nella realtà sta ad ovest della parrocchiale, nella tela la ritroviamo in posizione opposta. Il boschetto sulla sinistra del dipinto è invece ispirato al lussureggiante Poggio dei Grilli. La scena, tra l'altro, è animata. A sinistra vi sono due uomini seduti, al centro ve n'è un altro in cammino, diretto verso la scalinata che collegava la Terra Vecchia con via Sannio (l'attuale via Roma), a destra si vedono un uomo e una donna accompagnati da due asini da soma. Nell'arte del colorista Gaetano Bocchetti, pur restando un borgo contadino d'alta montagna, Capracotta è immaginaria ma non immaginata, è fenomenale ma non fenomenica. Il grande pittore napoletano ha voluto lasciarci una veduta privata (da "privazione") della nostra cittadina a futura memoria di ciò che poteva essere e non è: la Capracotta mancata, la Capracotta che ci manca. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Mammucari, Napoli: il paradiso visto dall'interno , Ler, Marigliano 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Parisi, Alife e le sue chiese. Itinerario storico-artistico alle radici del sacro , Bandista, Piedimonte Matese 2006; M. Picone Petrusa, Arte a Napoli dal 1920 al 1945: gli anni difficili , Electa, Napoli 2000; P. Ricci, Arte e artisti a Napoli (1800-1943) , Guida, Napoli 1983.

  • Una fresca primavera a Capracotta

    Ludovica Betti, 21enne di Villanova, è una giovane studentessa universitaria di Scienze della Formazione all'Università Roma Tre. Amante degli animali e dei luoghi naturali, ci consiglia di passare una giornata di primavera nella sua amata Capracotta. Paesino situato in provincia di Isernia, in Molise, e secondo comune più alto degli Appennini a 1.421 m. (dopo Rocca di Cambio a 1.424 m.), è un luogo fresco e piacevole che permette di respirare aria pulita e di mangiare prodotti sani e genuini. Ludovica consiglia la sua località preferita oltre che per la sua bellezza naturale, anche per l'ottimo cibo che si può gustare tra cui le mozzarelle di bufala del Caseificio Pallotta di una «bontà sopra la media». Se invece volete mangiare dell'ottima carne alla brace o un buon piatto di pasta, il posto adatto è il ristorante "L'Elfo", che la nostra intervistata ritiene il migliore. Ma Capracotta non finisce qui: il punto più alto del territorio comunale è Monte Campo (1.746 m.) dove Ludovica ama andare in primavera insieme alla sua famiglia per fotografare il bellissimo panorama e la particolarità di Prato Gentile che è l'unico pezzo di terreno visibile senza alberi. Proprio in questo prato ogni anno ha luogo la tradizione tipica di Capracotta: la Pezzata, ovvero la sagra della pecora bollita che quest'anno si terrà il 6 agosto.   Come raggiungere Capracotta da Tivoli: prendere l'A24 direzione l'Aquila-Teramo. Girare a destra verso A25 Chieti-Sulmona-Pescara-Avezzano. Prendere l'uscita verso Pratola Peligna-Sulmona e prendere a sinistra la SR5DIR. Girare a destra sulla SS17. Attraversare Roccaraso e girare a sinistra in direzione Pietransieri-Ataleta. Uscire a Roccaraso sulla SP84, attraversare Pietransieri e Ateleta. Girare a destra sulla SP2, poi girare sul SP3 ed entrare a Capracotta. Valerio Moro Fonte: https://www.tiburno.tv/ , 2 agosto 2017.

  • Il paesaggio agropastorale di Capracotta

    Le terre alte di Capracotta hanno visto transitare nei secoli i guerrieri sanniti e carecini, i pastori transumanti, i prigionieri di guerra in fuga, gli emigranti e gli inurbati di ritorno e oggi gli sciatori e i fondisti, i naturalisti e i forestali, i pellegrini, i trekker  e gli amanti delle passeggiate in solitudine. I motivi di attrazione di questo paese, che con i suoi 1.416 metri di quota è uno dei più alti d'Italia, sono numerosi: il bosco degli abeti soprani e le rilassanti faggete, Prato Gentile e l'eremo di San Luca, il Monte Capraro e il Monte Campo, il Giardino della Flora appenninica, il Parco fluviale e le fonti del Verrino, le ciclopiche cinte murarie sannitiche, le antiche fonderie del rame, le sorgenti dell'acqua zolfa, le masserie e i fontanili. La panoramica passeggiata che proponiamo è un anello che va alla scoperta delle vestigia pastorali di Capracotta. Alle pendici del Monte Campo e del San Nicola si riconoscono i resti di una piccola cittadella agro-pastorale, con i suoi recinti, i campi coltivati, gli stazzi e le capanne in pietra a secco, le sorgenti e i fontanili. Passava di qui il tratturello che lasciava l'Ateleta-Biferno a Castel del Giudice e saliva a Capracotta, intercettando così un ampio comprensorio di pascoli estivi. Le greggi transumanti proseguivano poi lungo la valle del Verrino, toccavano Agnone e Poggio Sannita e confluivano nel grande tratturo Celano-Foggia al ponte di Sprondàsino sul fiume Trigno. Lo scenario della passeggiata è l'ampio declivio che dalla cresta che collega il Monte Campo (m. 1.746) al Monte San Nicola (m. 1.517) scende verso la strada Capracotta-Agnone e la valle del Verrino. L'anello è la combinazione di due sentieri del Cai, il 310 e il 312. Essi restano comunque un riferimento di massima, con ampie possibilità di variazione. Punto di partenza è la chiesetta di Santa Lucia (1.543 m), a fianco dell'Hotel Monte Campo, raggiungibile dalla strada Capracotta-Prato Gentile, con una breve diramazione all'altezza del Giardino della Flora appenninica. Il primo obiettivo è la vetta di Monte Campo, dopo 40 minuti di ascesa. Una larga pista supera a tornanti un breve e ripido gradino e prosegue nel bosco con minore pendenza. Tocca una piccola baita ristrutturata e raggiunge un bivio (Piana di Monte Campo, 1.635 m.). Si continua sul sentiero di sinistra che arriva in cresta, supera un impianto di antenne e sbuca sulla vetta di Monte Campo dov'è una grande croce di ferro. Il panorama circolare che si gode dalla croce è grandioso. Spiccano la Maiella e i monti del parco nazionale d'Abruzzo oltre la valle del Sangro; sull'altro versante si osservano il Matese e tutti monti e i colli abruzzesi e molisani intorno al solco del Trigno. La seconda parte del percorso segue fedelmente la cresta che congiunge il Monte Campo al Monte San Nicola. Tornati al bivio della Piana di Monte Campo si segue il sentiero segnato di sinistra, trascurando i diversi bivi che riportano verso Santa Lucia o Prato Gentile, e si seguono le indicazioni per la Portella Ceca, il Guado Spaccato, e più oltre il monte San Nicola e il Guado Cannavina. Il sentiero serpeggia nel fitto bosco e sfiora spesso la cresta delle rocce alte sui vertiginosi precipizi del versante settentrionale, con panorami sull'alto Molise e l'alto Vastese. Le rocce sono solcate da spaccature, incisioni, profonde fenditure e fratture. Si ha la sensazione di trovarsi in un campo trincerato ben occultato sottobosco. Più avanti si giunge anche sull'orlo di una voragine, dove le rocce sono sprofondate in un abisso. Il contesto è spettacolare ma richiede un minimo di attenzione. Il sentiero progredisce contorto in lieve discesa fino a sbucare in campo aperto al Guado Spaccato (1.545 m.; 1,20 h. da Monte Campo). A questo punto si può decidere di percorrere il sentiero di ritorno, scendendo nel solco della Val Rapina, dov'è un rifugio, e proseguendo verso i recinti e gli stazzi dello Jaccio dell'Orso. A chi ha ancora desiderio di proseguire si consiglia di raggiungere in 30 minuti il successivo valico (1.446 m), punto di massima depressione della cresta e snodo di sentieri. Siamo sotto la ripidissima parete di rocce e terra che regge la piramide del Monte San Nicola. Il guado invita a dedicare tutto il tempo necessario all'osservazione dei magnifici panorami dei due versanti: a nord, la Maiella, la valle del Sangro, i paesi dell'alto Vastese, la lunga cresta del monte Castel Fraiano segnato dall'interminabile rosario delle pale della centrale eolica; sul versante molisano lo sguardo segue invece le valli del Verrino e del Trigno con i profili dei paesi che si rincorrono dall'alto Molise fino ai monti del Matese. In discesa conviene seguire inizialmente il percorso diretto che fiancheggia le rocce e gli sgrottamenti del San Nicola. L'obiettivo è il bellissimo trullo, la capanna a tholos  che troneggia pochi metri sopra la Fonte del Forno (m. 1.356), restaurata nel 2005. Si cambia poi decisamente direzione e ci si dirige verso est lungo gli antichi tratturi inerbati e in parte lastricati che solcano magnifici pascoli frequentati ancora oggi da greggi di pecore e mandrie di bovini. Ci si tiene più o meno a mezza costa tra la cresta e la strada, senza perdere quota, utilizzando magari come riferimento i triangoli gialli del metanodotto Snam. Recinzioni e muretti di pietre fanno da quinte alle numerose capanne in pietra a secco che costellano il percorso. Alcune capanne sono inserite nei tratti rialzati dei macereti di pietrame. Altre sono poste a guardia dei recinti e degli stazzi. L'occhio si esercita subito a scovarle e a cercarne gli ingressi architravati e mimetizzati tra gli ammassi di pietre, in una sorta di appassionante "caccia al tesoro". La nascita di queste costruzioni nel Comune di Capracotta è legata prevalentemente all'azione di bonifica del territorio montano operata dai contadini e dagli allevatori ai fini dell'incremento delle loro attività produttive. L'attività di spietramento del territorio alle quote più alte voleva garantire una maggiore disponibilità di pascolo, mentre più a valle i terreni vennero utilizzati prevalentemente per fini agricoli. Le capanne affiancavano i muretti che delimitavano i fondi coltivati e le recinzioni di pietra degli stazzi all'aperto. Avevano quindi una funzione di deposito dei materiali di lavoro e di protezione delle risorse necessarie alla vita quotidiana. Gli studi dedicati alle capanne di Capracotta da Edoardo Micati e Donatella Cialdea aiutano a decifrare la storia e i modelli di questa tipologia di architettura spontanea. Proseguendo sulla via del ritorno si traversano lo Jaccio dell'Orso e l'Orto Ianiro e si ritrovano i segnali del sentiero 302. Lungo il tratturo segnato si tocca la croce devozionale del Procuoio e poco oltre la gradita Fonte Fredda, recentemente restaurata e ampliata a servizio delle greggi che pascolano nella zona. Appare nel frattempo il profilo di Capracotta e più in alto l'Hotel Monte Campo. Se si punta verso quest'ultimo, si risalgono un po' faticosamente le tracce di sentiero lungo i prati di sfalcio e si tocca infine la strada che riporta in breve al punto di partenza. L'intero anello ha tempi di percorrenza pari a 5-6 ore. Sono naturalmente possibili percorsi più brevi e obiettivi di visita più limitati e concentrati. Sono di aiuto le cartine pubblicate nel sito dei sentieri di Capracotta e la Carta tecnica regionale in scala 1:5.000 prodotta dal settore Pianificazione territoriale ed urbanistica della Regione Molise. Carlo Finocchietti Fonte: https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/ , 21 luglio 2019.

  • In ricordo di Antonio

    Narra Plutarco che Alessandro Magno, caduto malato, convocasse presso di sé il medico Filippo perché lo guarisse. In una lettera recapitata il giorno prima, uno dei suoi generali, Parmenione, lo metteva in guardia da Filippo, accusandolo di essersi venduto al re Dario di Persia in cambio di ricchezze e di un matrimonio vantaggioso. Nonostante l'avvertimento, guardato in viso Filippo, Alessandro bevve la pozione che il medico gli aveva prescritto, e in pochi giorni guarì dal male. La fiducia riposta in Filippo era stata più forte del veleno delle accuse di Parmenione. Questo aneddoto è emblematico del rapporto che dovrebbe instaurarsi tra medico e paziente; un patto che sfida i timori e le incertezze della malattia e che consiste nell'affidarsi totalmente alle competenze e all'umanità del medico. Specialmente il rapporto perdurato col medico di famiglia costituisce la massima espressione di questa fides : tramite la frequentazione assidua negli anni, il medico entra a far parte della vita familiare, diventandone una sorta di membro aggiunto. La conoscenza reciproca tra "chi cura" e "chi viene curato" dà origine ad un percorso denso di ricordi e rimandi significativi: la biografia di una persona è ricca di ricordi riguardanti l'intervento del medico di fiducia nelle situazioni più disparate, dal mal di denti del lattante alla sciatalgia dell'anziano. Medico e paziente diventano, così, i protagonisti di un dialogo autentico, che inaugura nuove prospettive clinico-assistenziali, dal momento che il patto non è mai unilaterale, ma gestito da entrambi, tramite la condivisione di un processo di cura basato sulla conoscenza e la narrazione reciproche: Il medico libero [...] dialogando con il malato e i suoi cari, impara qualcosa egli stesso dai malati e nel contempo impartisce nozioni all'infermo per quanto gli è possibile e non dà alcuna prescrizione prima di averlo convinto: solo allora, rassicurando il malato tramite la persuasione e un'assidua preparazione, cerca di restituirlo alla perfetta salute. È questo un quadro in cui la scienza si mescola concretamente alla vita, e la competenza professionale assume l'aspetto di un "prendersi cura" dalle implicazioni quasi filosofiche. La medicina sfugge così alla rigidità delle scienze dure, come la chimica, la fisica, la biologia e diventa arte, esplorazione, avventura. In memoria del dottor Antonio Pasquale Potena, collaboratore di "Cuore e Salute", medico di alta professionalità, umano e poliedrico, padre amorevole. Anna ed Egle Potena Fonte: A. Potena e E. Potena, In ricordo di Antonio , in «Cuore e Salute», XXXV:10-11-12, Roma, ottobre-novembre-dicembre 2017.

  • I provvedimenti del Triumvirato

    Il Triumvirato del P.N.F. del Molise, a seguito della diretta ispezione compiuta per la Sezione di Capracotta, preso atto con ogni plauso delle solenni manifestazioni di civismo compiute dagli esponenti di quella cittadinanza alla presenza del capo del Triumvirato; e il pieno loro consenso al programma fascista; Mentre dispone che attenendosi alle norme che successivamente verranno impartite, si riaprano le iscrizioni a quella Sezione Fascista; Considerato le informazioni attinte da cittadini ed autorità circa l'opera deleteria svolta ai danni di quella cittadinanza e del partito dal fiduciario incaricato dalla Federazione Provinciale per la costituzione della Sezione di Capracotta, avv. Giacinto Carnevale, il quale, anziché ispirarsi ai fini ed ai metodi del partito, osava condizionare la formazione della Sezione alla supina accettazione della desistenza di vertenze giudiziarie di carattere del tutto private, creando in tal modo la situazione faziosa ed insostenibile finora perpetuatasi; Considerato, conforme alla riserva di cui a precedente deliberazione, che al medesimo sig. avv. Giacinto Carnevale deve farsi risalire il completo e fazioso disordine della Sezione di Isernia, nonché le controversie personali che hanno sin ora straziato la compagine di vari altri Fasci dell'isernino; Delibera l'espulsione dal P.N.F. dell'avv. Giacinto Carnevale per indegnità politica. Fonte: I provvedimenti del Triumvirato , in «Le Aquile», III:4, Campobasso, 10 febbraio 1926.

  • Coronavirus, il caso virtuoso del Molise

    «Da noi il distanziamento sociale è naturale», dice il governatore del Molise, Donato Toma. Trecentomila abitanti, suddivisi in 136 comuni, sparsi in 4.500 chilometri quadrati, paesini isolati, case con giardino, gente di montagna che non soffre la quarantena, «a Capracotta, 1.420 metri d'altezza, ci devi arrivare se proprio vuoi...». Una densità così scarsa che da sola funziona più di un miliardo di mascherine. Così, ecco che 100 comuni su 136 oggi sono già virus-free, tra i loro abitanti cioè non figura neppure un malato di Covid. Il Molise da Pasqua è a contagio zero: secondo i dati della Protezione civile per due giorni non ci sono stati nuovi casi. «Ma incrociamo le dita perché a ore avremo i risultati di oltre 200 tamponi», non si sbilancia il Presidente di centrodestra. Al momento però per fortuna è così. Invariato da giorni anche il numero dei decessi: appena 15 dal 3 marzo, «tutti anziani tra gli 80 e i 96 anni», chiosa il governatore. Come si spiega? «In tanti modi – dice Toma – . Tamponi mirati, isolamento rapido dei focolai, zone rosse dove si entra e si esce solo con la mascherina. Ricordate il nostro paziente 1? Il medico che se ne andò a sciare in Val di Fassa? Indagammo subito la catena dei contagi per arrestare il virus». E poi non vanno dimenticate le risorse del territorio: «Chessò – continua il governatore – penso al paese di Belmonte, si ammala il panettiere, sette in isolamento, panificio chiuso. La gente che fa? Resta comunque in casa, perché qui le donne all'occorrenza il pane se lo sanno fare da sole». Altri esempi? «L'autodisciplina dei nostri giovani. Tra l'8 e il 9 marzo tanti studenti universitari fuori sede fecero ritorno da Milano e altri atenei del Nord. Si autodichiararono in 470 mettendosi subito in quarantena». Eppoi c'è il servizio «Record» della Protezione civile regionale, che consegna la spesa e i farmaci a domicilio agli over 65. Così si batte il Covid, nonostante la sanità regionale sia commissariata dal 2009: «A Bonefro, uno dei 100 comuni virus-free, noi le mascherine abbiamo deciso di autoprodurcele – racconta l'avvocato Nicola Montagano, 35 anni, il primo cittadino – . Abbiamo stanziato 700 euro, comprato cotone ed elastici e 1.400 mascherine verranno cucite in casa dai volontari». «Eppure si poteva fare anche meglio – eccepisce Michele Pietraroia, presidente dell'associazione "Giuseppe Tedeschi" che fa parte della rete "Libera" di don Ciotti – . In fondo, a oggi, siamo solo a 2.500 tamponi in tutta la regione. Troppo pochi! Quando esplose il focolaio nella casa di riposo di Cercemaggiore, prima che morissero 5 vecchietti, mandammo una lettera al premier Conte chiedendo di far eseguire subito i tamponi ai degenti. Cinque morti che si potevano evitare...». Le case di riposo in Molise sono una sessantina. «Però in altri casi la risposta è stata pronta – reagisce il sindaco Montagano – , da noi a Bonefro la direttrice della casa "Padre Minozzi", Paola Marraffino, chiuse tutto già alla fine di febbraio, salvando la vita a 50 persone». Fabrizio Caccia Fonte: F. Caccia, Coronavirus, il caso virtuoso del Molise: da Pasqua zero contagi , in « Corriere della Sera » , Milano, 14 aprile 2020.

  • La scaletta e l'ascensore

    Era appena cominciata l'estate del '70 e il piccolo Michele aveva i capelli ormai troppo lunghi per la stagione calda; fu così che la mamma decise di portarlo dal barbiere per una bella accorciata. In paese il parrucchiere maschile più a buon mercato era a quel tempo Gabriele Di Tella, z' Brièle re Barbiére per l'appunto. In realtà Gabriele non era un barbiere di professione ma praticava quell'arte nei pomeriggi liberi, e non tanto per soldi lo faceva, quanto per la zùlla : era infatti un vero e proprio compagnone, nel senso che il suo "salone" - il soggiorno di casa - era un viavai di personaggi e caricature capracottesi. Coi bambini non si andava tanto per il sottile e, in quattro e quattr'otto, z' Brièle tagliò i capelli a Michele. Vincenza, sua madre, non aveva portato lì il figlio per un taglio alla moda, per una rasatura di tendenza o, che so, per fare delle mèches . Al bambino serviva giusto una rinfrescata e il barbiere quello fece: tagliare alla meno peggio i capelli di Michele. Costo del servizio: 500 lire. Ma quando Michele, levatosi il mantellino da barbiere, scese dallo sgabello e si voltò verso la madre, questa ebbe un sussulto. Sulla fronte del ragazzino, infatti, il taglio dei capelli appariva completamente irregolare, sfumato malissimo, quel che si definisce - e non solo a Capracotta - una "scaletta". Ovviamente Vincenza rimproverò subito Gabriele: – Briè, i sié fatta la scalétta! La risposta del barbiere buontempone fu tanto lapidaria quanto memorabile: – E pe' cinguciénte lire vulìve pure l'ascensóre? Francesco Mendozzi

  • L'Elfo a Capracotta: la buona tavola nell'Alto Molise

    Un luogo del cuore, ritornare tra queste montagne molisane è sempre un piacere, ripercorrere poi i trascorsi della buona cucina in un'Osteria Slow Food come l'Elfo, un tassello importante che contribuisce a valorizzare questa cittadina montana a oltre 1.400 metri di altitudine nella provincia di Isernia. Godere del panorama prima di arrivare in paese vale il viaggio, la vista spazia verso le Mainarde molisane e abruzzesi, Prato Gentile fa la sua parte con le cime innevate tutt'intorno. L'ultimo viaggio a Capracotta è stato proveniente dall'Abruzzo per raggiungere questa meta, che recentemente sta registrando un incremento turistico favorevole allo sviluppo dell'area molisana interna, a volte poco conosciuta ma di fatto meritevole di una visita, che consiglio di fare a chi non vi è mai stato. Il bel centro storico di Capracotta ha il suo fascino, le abitazioni con pietra a vista e legno, le cascine rurali qui compongono il paesaggio. Dall'area pedonale si arriva al vicoletto dove troviamo l'Elfo, un'Osteria che annovera esperienza trentennale riconosciuta anche sulla guida Slow Food, segnalata anche tra i ristoranti d'Italia dell'Espresso e sul Gambero Rosso, una location gestita dallo chef Michele Sozio e la moglie Franca. Giù dopo le scale troviamo il caseificio storico Pallotta, altro punto fermo del luogo per i formaggi di alta qualità. L'Osteria è ricavata dalle cantine di un palazzo settecentesco, qui l'atmosfera che si respira è antica, come se vi fosse una presenza magica, del resto il fascino dell'Elfo ben in vista sul banco di ingresso fa la sua parte, insieme ad un quadro rappresentativo sulla parete. Dopo l'ingresso vi è la sala che suddivide in due parti l'Osteria, presentando alcune volte e l'angolo camino che lascia trasparire il forte legame di un luogo tipico come questo con la montagna, dove troviamo pure la possibilità di far desinare gli ospiti negli spazi esterni nella bella stagione e al fresco, come ho avuto modo in passato di fruirne con amici. Aria fine, paesaggi naturali d'alta quota, attività agropastorale d'alpeggio, ma è la buona tavola dell'Elfo che si lascia raccontare con le sue proposte che nascono principalmente tra le composizioni dei prodotti di questa terra difficile ma generosa, con carni provenienti da alti pascoli e formaggi, trovando qui anche le pregiate lenticchie di Capracotta. Inoltre, le erbe e verdure selvatiche di montagna sono di casa, gli orapi, aspraggine, crescione, poi funghi prugnoli, porcini e il tartufo nero o bianco, che insieme alla tipica preparazione della "pezzata" di pecora costituiscono quanto di meglio il Molise offre sulle proprie tavole. Le proposte culinarie principali del locale, che seguono la stagionalità con le materie utilizzate, affondano da sempre le radici in questo territorio altamente vocato all’attività agricola e alla pastorizia, le preparazioni di paste e dolci sono proprie della cucina dell'Elfo. Tra gli antipasti del periodo possiamo trovare, oltre ai notevoli taglieri di formaggi e salumi tipici della zona che compongono parte dell'antipasto all'Elfo, anche un pasticcio di patate con pane raffermo, pancetta e lenticchie di Capracotta. Ma la scelta va al carpaccio di vitello con agrumi, valeriana e scaglie di caciocavallo, dove ritroviamo l'insieme dei sapori della montagna uniti ad un extravergine del frantoio molisano Pallotto dell'areale di Bagnoli del Trigno nella provincia di Isernia. Tra i primi del periodo si possono trovare i tipici cicatelli al ragù di cinghiale e la zuppa di lenticchie di Capracotta con patata e cicoria selvatica. Una scelta è andata verso la classica chitarrina con cime di broccolo nero, guanciale e mollica di pane e il mio orientamento verso i ravioli con mousse di stracciata, melanzana, pomodorini passiti e granella di mandorle, ben inseriti in un contesto di pietanze locali rivisitate a modo e senza stravolgimenti di gusto. Una bella cantina fornita, tra etichette locali e regionali italiane, con qualche bollicina. Riflettori puntati sul vitigno Tintilia sempre più intrigante e di ottima beva, storicità e territorio insieme, da riscoprire in concomitanza con il Montepulciano d'Abruzzo anch'esso notevole. Nel calice dunque la preferenza all'etichetta principe del Molise che ben ha rappresentato l'abbinamento con la cucina presentata dallo chef Michele Sozio dell'Elfo. Le carni con gli eccellenti secondi lasciano l'imbarazzo della scelta, tra l'agnello, il maiale, e vitello, la grigliata tipica, così come il cosciotto degustato di castrato brasato agli agrumi, ecco i sapori della montagna e le note agrumate che chiudono in freschezza, dopo per finire i dolci preparati in casa che variano in base al periodo e un buon caffè prima di riprendere la strada. Una bella esperienza sicuramente da rifare ancora, l'Elfo è una Osteria con cucina autentica ben inserita nel contesto dei locali caratteristi. Il tempo per ritornare a Capracotta in futuro ci sarà, il fascino delle montagne molisane, contigue alla storia e alla conformazione di quelle campane e abruzzesi, ci riporta a tempi antichi fatti di transumanze e ricordi della vita dei pastori e di popoli come i Sanniti, che nel tempo hanno distribuito e mantenuto tra queste terre le tradizioni e la cultura contadina, arrivate sino a noi. Da qui i valori da preservare, per mantenere intatte le peculiarità di biodiversità e della consistenza abitativa di queste aree interne, spopolate nel corso degli ultimi decenni, dove resistono ancora quelle famiglie inserite storicamente tra questi piccoli centri. Imperativo l'impegno della valorizzazione sotto l'aspetto del turismo montano che è ben rappresentato da Capracotta, una località che vale il viaggio per gli appassionati della montagna e non solo, ma anche con la possibilità di vacanze sulla neve per cui è attrezzata a Prato Gentile, poi la visita d'obbligo alla bella e storica cittadina di Agnone quale centro più importante dell’area, collocata a vista a pochi chilometri di distanza e siamo scesi ai 900 metri. L'Elfo: il confronto spesa e qualità delle materie è confacente, per un menù, la carta dei vini e il servizio adeguati alla circostanza. Sarebbe comunque auspicabile maggiore cordialità, che una Osteria ultra trentennale e di pregio dovrebbe avere, magari anche con una breve presenza dello chef ai tavoli che potrebbe porre in evidenza le peculiarità complessive del locale, tenendo conto di quei visitatori occasionalmente presenti che affrontano un bel viaggio per arrivare in questa località non facilmente raggiungibile, felici poi di portare via con sé bei ricordi e i sapori della terra visitata. Franco D'Amico Fonte: https://www.lucianopignataro.it/ , 23 febbraio 2018.

  • Il Senatore Falconi

    Ci giunge graditissima la notizia della nomina a Senatore del Regno del comm. Nicola Falconi. Non dobbiamo noi dire ai Molisani chi sia l'egregio Uomo che S. M. il Re à chiamato a far parte dell'alta Camera Vitalizia. Deputato per ben trentadue anni, consigliere e presidente del maggior Consesso della Provincia, magistrato che per la sua integrità e per la sua dottrina congiunta ad una grande esemplare modestia ha saputo pervenire ai più alti gradi dell'ordine giudiziario, tutti conoscono i pregi ond'è adorno questo vero tipo sannita: galantuomo cioè sempre, con tutti, generoso cogli avversarii, che il bene ha saputo e voluto fare alla sua provincia, senza ostentazioni, senza posa, senza che nubi d'incenso lo avvolgessero mai. Ora che la voce dei tempi nuovi è data dalla schiera dei così detti radicali, i quali, come le selve degli eucaliptus dovrebbero purificare l'aria, e, per ripetere la loro frase stantia, rigenerare il Molise, noi saremmo ben lieti che gli uomini nuovi sapessero far tanto bene quanto al Molise ha fatto il neo Senatore Falconi e soprattutto riuscissero a imitare la grande bontà e la grande modestia di chi onora veramente la nostra regione. È questo l'augurio che c'inspira la meritata nomina di questo illustre figlio della nostra terra, innalzato agli onori del laticlavio, né aggiungiamo altro per non offendere la natural modestia di lui. La lettera di ringraziamento e di congedo da lui indirizzata agli elettori del suo fido collegio di Agnone è documento della sincerità e della bontà del suo animo nobilissimo. Egli sente vivo il bisogno del cuore d'essere considerato sempre il rappresentante di questa regione, pronto sempre a spendere l'efficace opera sua a vantaggio di essa. Nessuno perciò dubiterà che con l'autorità che gli viene dalla nuova nomina egli anche negli anni della sua verde vecchiezza, saprà difendere e tutelare i nostri bisogni. A lui l'omaggio reverente del Molise. Orazio Vietri Fonte: O. Vietri, Il Senatore Falconi , in «La Provincia di Campobasso», XIII:6, Campobasso, 7 aprile 1909.

  • Il mio amore per la valle del Verrino

    La valle del Verrino nell'Alto Molise è ormai qualcosa di radicato nell'anima mia. Tanto l'ho vista e rivista durante la mia vita che mi è entrata nel cuore. È un amore che è sempre più aumentato quanto più l'ho esplorata e conosciuta. Non potevo non emozionarmi di fronte alle tante attrattive di questa valle. Protagonista di essa è soprattutto il fiume che l'attraversa e che pare portare il nome d'un personaggio romano. Con il trascorrere del tempo le acque del Verrino, che sorge sotto Capracotta, corrodendo il terreno, hanno creato un corso che, modellando il paesaggio, ha dato origine ad un'ampia e attraente vallata. Sono ormai scolpite nella mia mente le cascate di questo fiume, site verso le sue sorgenti, e il suo greto con l'acqua che scorre ora placida tra massi levigati di ogni dimensione, ora rumorosa presso le briglie, ora nascosta tra la vegetazione. L'acqua spesso scintilla alla luce del sole e pare così diventare più preziosa. Intorno al greto del fiume è gioioso restare d'estate, quando il caldo invita non solo a fare dei bagni nei vari cutini , ma anche ad esporsi al sole. Un'usanza che soprattutto avevano i nostri avi. L'acqua di questo fiume non è servita solo per "gite balneari", ma è stata importante per la realizzazione della centrale elettrica del Verrino, che ha illuminato per la prima volta Agnone, per azionare i mulini, le ramiere e le gualchiere, che tanta importanza hanno avuto per gli abitanti del luogo. È magico vedere in funzione il Mulino Scatozza, azionato dall'energia elettrica prodotta da se stesso. Un'acqua quella del Verrino anche contesa, come è accaduto in passato nelle animate dispute giudiziarie tra il Comune di Agnone e il suo feudatario Caracciolo. È bello guardare il corso suggestivo del Verrino, che va a sfociare nel Trigno. La sua sinuosità ha un fascino particolare se la si vede in tutta la sua lunghezza. Ma soprattutto colpisce laddove si insinuano nella valle le colline di Agnone e di Poggio Sannita. Certamente un importante affluente del Verrino è il Vallone Zelluso, le cui acque, provenienti per la maggior parte dalla  suggestiva gola del Serrone, erano rinomate in passato perché venivano considerate salutari per la pelle e forse anche per gli occhi. Infatti nei pressi del suo sbocco nel Verrino c'è la chiesetta di S. Lucia. Chissà se, in nome di questa Santa, gli occhi dei malati venivano un tempo bagnati e puliti nelle acque credute medicamentose del Zelluso! La valle del Verrino è sovrastata da un anfiteatro di monti sulla maggior parte dei quali nell'antichità furono costruite fortificazioni sannitiche. In particolare è bene menzionare il monte Saraceno, che, a fianco delle maestose morge di Pietrabbondante, una delle visioni magiche di quest'area, domina dall'alto la zona archeologica di Calcatello, esposta verso la valle del Trigno e ricca di notevoli e artistici resti sannitici e romani. Agnone è al centro e a dominio della valle del Verrino, così come è assorta su un'erta collina. È la vera risplendente regina di questo paesaggio, come si può notare dall'ampio e meraviglioso belvedere de La Ripa. Da esso si può ammirare in cerchio la vallata con tutte le sue bellezze. Il mio sguardo però non può non andare per prima verso Fontesambuco, contrada a cui sono legato da affetti familiari, che è lì dirimpetto a La Ripa. Chi conosce questa valle ben sa che vi sono altri siti da cui è possibile osservarne la bellezza con stupore. Essa è sovente nell'appagato e suggestivo tormento geologico della sua natura, che la rende selvaggia, varia e seducente con i suoi differenti colli, con le sue dolci convalli, con le sue suggestive rocce e con i suoi ampi boschi. Il mio amore per la valle del Verrino è dipeso anzitutto dall'attrazione contemplativa che essa  è riuscita a esercitare sulla mia anima. Oltre a La Ripa ci sono posti, come Colle Croce di Castelverrino, Colle S. Chiara di Fontesambuco e altri, in cui l'anima si sente sovrastata dalla bellezza paesaggistica ed è indotta alla preghiera in lode del Creatore. Ovunque aleggia un non so che di religioso, che ha portato durante la storia a erigere, in particolari siti, chiese e conventi, oggi in buona parte scomparsi, ma di cui si hanno sicure notizie. Io amo questa valle anche per l'interesse culturale che ha suscitato in me, soprattutto per la sua storia antica. Nella sua imprevedibilità e misteriosità la valle è capace di riservarci vere sorprese, come per esempio, sul piccolo colle Vernone, quasi sul letto del Verrino, venne nell'antichità eretto un santuario dedicato ai Dioscuri, divinità che proteggevano gli uomini nelle difficoltà. Non dimentico mai anche l'emozione sentita quando scoprii non lontano dalla gola del Serrone, il cippo funerario dedicato a Vibia Bonitas, nobildonna romana famosa per le sue doti morali. Particolare curiosità ho poi provato, durante le  mie ricerche archeologiche, nei luoghi della Tavola di Agnone, cioè Fonte del Romito e Monte S. Nicola, sulla cui vetta c'è la più alta fortificazione di tutto il Sannio. Il mio amore per la Valle del Verrino mi ha portato anche a difenderla, come quando, intorno agli anni '80 del secolo scorso, mi impegnai intensamente a lungo per impedire che venisse realizzato un progetto dell'ANAS, che prevedeva numerosi e alti pilastri che investivano la collina di Agnone. Ricordo che riuscii a persuadere dello sfascio ecologico, che si stava per compiere, uno dopo l'altro tutti i membri del Consiglio Comunale della mia città. Accadde che per la prima volta una decisione presa dai vertici dell'allora imperante Democrazia Cristiana venne da me impedita con un'azione nonviolenta esterna, che riuscì a sensibilizzare nella direzione del bene le forze politiche del tempo. Prima però di questo mio vittorioso impegno ero rimasto già amareggiato quando avevo visto costruire il viadotto che attraversa la valle, costituito da pilastri, perché si poteva trovare una soluzione con un impatto ambientale più dolce. Ricordo che mia madre, per ridurre il mio dispiacere, cercò di consolarmi dicendo: – Considera il viadotto come un segno di civiltà. Oggi, dopo tanti anni, una nuova strada, la Fondovalle Verrino, attraversa il cuore di questo caro paesaggio, spesso contestata per certi aspetti del suo tracciato, nonché per i problemi di non rispetto della natura e di esagerata spesa economica che essa ha comportato. Tanto la valle del Verrino  è impressa nella mia anima che mi appare come una  creatura viva e amica che, per quanto in parte violata della sua verginale bellezza, continua ad avere un fascino che mi rende comunque in qualche modo suo prigioniero. Tra noi ormai c'è come un tacito rapporto di fiducia e di intesa. E talvolta questa mia cara valle pare che voglia anche dirmi di non lasciarla e tradirla, cioè di tenere sempre vivo il  mio amore per il suo paesaggio e per la sua storia. Remo de Ciocchis Fonte: http://www.nuovomonitorenapoletano.it/ , 11 marzo 2013.

  • Elogio dell'oblio

    Il 25 aprile del 1945 mio padre s'era, da poche settimane, lasciato alle spalle tre anni di servizio militare ma indossava ancora lo sbrindellato grigioverde dei badogliani, infestato di pidocchi. Ai piedi aveva un paio di scarpe con i lacci che tenevano insieme suola e tomaia. La casa l'aveva persa un anno prima quando i nazisti in ritirata avevano minato e raso al suolo il suo paese, Capracotta in Molise. Sotto le macerie erano stati sepolti per sempre tutti i ricordi e le foto dell'infanzia e dell'adolescenza. Non sapeva che fine avessero fatto la madre vedova e l'unica sorella, sfollate da qualche parte in Puglia. In tasca non aveva una am-lira che fosse una. Non sapeva dove andare e non aveva un posto dove tornare. Aveva 22 anni e il futuro gli sembrava facile come trovare la via d'uscita da un labirinto con gli occhi bendati. Ma quel giorno di primavera, raccontava, provò una delle gioie più forti e colorate della sua vita. Per lui e per gli italiani ai quali il destino aveva concesso il dono di sopravvivere alla barbarie della guerra il 25 aprile fu un'alba di indicibile dolcezza, un giorno di festa indimenticabile, la follia di una porta che si apre su un futuro al quale si chiedeva, prima di ogni altra cosa - prima del pane e del vino, prima ancora di un tetto - la grazia dell'oblio. Sessant'anni dopo, gli italiani sembrano aver dimenticato per sempre l'arte di dimenticare. In un Paese ossessionato dalla memoria, la ricorrenza della Liberazione che nasce da quella gioia incontenibile di gettarsi alle spalle il ricordo della violenza, sembra aver smarrito - se mai l'ha posseduto - il suo senso originale (pagano e insieme cristiano) di festa per la riconquistata libertà, per quella povera patria vestita di stracci sottratta al delirio di sopraffazione dei nazisti occupanti e restituita agli italiani, a tutti gli italiani. Dimenticare, abbandonarsi al flusso insignificante della vita è il senso e il segreto della festa che, per un giorno, infrange l'ordine strutturato del tempo. Le feste nazionali sono questo, nascono per essere questo: una deliberata sospensione del ricordo dei torti reciproci che, se continuamente sottolineato, perpetua la violenza, rinvia la pacificazione. Il 14 luglio, il 4 luglio sono giornate in cui i francesi e gli americani festeggiano ballando nelle strade, andando nei parchi a mangiare e bere fino a notte quando i fuochi d'artificio chiudono, con la sapienza perfetta dei riti, quella taumaturgica sospensione dell'ordinario. In Italia il 25 aprile è il giorno del ripiegamento sul passato per scovare altri torti subiti, altre ragioni non riconosciute, per fare la conta di chi stava (sta) dalla parte giusta e chi da quella sbagliata, per ricavarne, infine, un rendiconto, aggiornato di anno in anno, di quanti sono legittimati a festeggiare e di quanti, invece, devono tacere, disertare le cerimonie. Il feticismo della memoria che invade il discorso pubblico italiano - il dibattito culturale si esaurisce quasi interamente nelle rievocazioni e negli anniversari - paralizza la coscienza nazionale e la insterilisce, inchiodandola a un culto del passato che ha sacerdoti inflessibili. Si smarrisce così, in questo perpetuo censimento dei giusti, il senso di un futuro che, 60 anni dopo la fine della guerra civile e della Resistenza all'occupante nazista, può germogliare solo sul terreno irrorato della virtù laica dell'oblio che i cristiani chiamano perdono. "Angelus Novus" è il nome di un acquerello di Klee che raffigura un angelo che sembra sul punto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. L'angelo ha le ali dispiegate e la bocca aperta. Walter Benjamin possedeva quel dipinto amato sopra ogni altro e non riuscì mai a staccarsene. Dovette farlo alla fine, il filosofo ebreo di Berlino, prima di togliersi la vita a Port-Bou alla frontiera tra Francia e Spagna, in fuga dai nazisti. L'aveva ritagliato dalla cornice e infilato in una valigia. A quell'angelo l'autore dei "Passages" dedicò una delle sue «Tesi di filosofia della storia», la nona: «C'è un quadro di Klee che si intitola "Angelus Novus"», scrive Benjamin. «Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, lui vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta, che si è impigliata nelle sue ali, spira dal paradiso, ed è così forte che non può più richiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui in cielo». Quell'angelo assomiglia a noi, italiani del 2005, ammaliati dalla memoria, lo sguardo fisso sulle macerie di risentimento del passato, sospinti dalla storia verso un futuro che ci rifiutiamo perfino di guardare. Giuliano Di Tanna Fonte: G. Di Tanna, Elogio dell'oblio , in «Il Centro», Pescara, 25 aprile 2005.

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