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  • Divertirsi in montagna: villeggiatura su Capracotta

    Capracotta, stazione climatica e sciistica a 1.460 metri di altitudine, posta al centro di un sistema montuoso delimitato dai complessi di Monte Capraro e Monte Campo, è oggi un equipaggiato punto di riferimento per tutto lo sci di fondo del Centro Italia. Nello splendido scenario naturale di Prato Gentile, godibilissimo d'estate e innevato d'inverno, sono stati infatti ospitati nel 1997 i Campionati Nazionali di Sci di Fondo, consacrando Capracotta tra le località di elezione per tale disciplina; la recente apertura di una pista per lo sci alpino ha inoltre arricchito l'offerta estiva. Capracotta ospita uno storico Sci Club, fondato nel 1914 e che si fregia della Stella d'Oro CONI e del Distintivo d'Oro FISI. Architettura in pietra locale, paesaggi brumosi della montagna appenninica, neve che oltrepassa i piani delle case in inverno ed aria fresca in estate, ottimi latticini e pecorino locali, caratterizzano questo centro le cui origini risalgono all'Età del Ferro, come testimoniato dai reperti venuti alla luce in località Le Guastre. Invece, in località Fonte del Romito (o Fonte Romita) è stata rinvenuta, nel 1848, la famosa Tavola Osca o Tavola di Agnone, tavola bronzea in osco recante un'iscrizione sacra. Un cenno particolare merita senza dubbio la sagra de la Pezzata, piatto tipico della civiltà della transumanza a base di pecora bollita e aromi; i sapori della civiltà pastorale portano migliaia di persone, anche da fuori Regione, al verde di Prato Gentile la prima settimana di agosto, da quasi un quarantennio. Questa specialità veniva preparata dai pastori in alta montagna, rappresentandone uno degli alimenti principali. La ricetta è di semplice esecuzione, ma richiede una lunga cottura a fuoco lento, magari in un paiolo messo a bollire su un all'aria aperta. Degna di visita è la chiesa parrocchiale dell'Assunta, che al suo interno conserva artistiche statue. Rilevanti sono i portali del campanile e il portale della Cappella della Visitazione. Tra gli edifici civili si segnala la casa baronale, del primo Cinquecento dei nobili Gualtieri-Budone. La festa più cara ai capracottesi è quella che si tiene in onore della Madonna di Loreto. Le celebrazioni hanno cadenza triennale e si svolgono nei giorni 7, 8 e 9 settembre. L'origine di questa festa è legata alla leggenda di un albero su cui apparve, miracolosamente, la Vergine e il cui tronco divenne poi la statua che oggi si venera. Fonte: http://molise.italiaguida.it/ .

  • Riscoperta la Madonna di Montevergine a Canosa

    Giaceva sconosciuta una tela in alto nella sacrestia della Cattedrale di S. Sabino di Canosa con un'immagine mariana annerita dal tempo. Nel corso di uno spostamento per restuari, il quadro ha rivelato agli occhi attenti di mons. Felice Bacco la sua identità. Infatti in basso sulla cornice lignea è scritto: "S. M. DI MONTE VERGINE", mentre in alto si riporta "AD A.D. FC 1863", forse con le iniziali dell'autore della cornice ottocentesca. L'abbiamo fotografata con l'amico Sabino Mazzarella il giorno successivo al distacco dalla parete della Sacrestia. Ma l'esame obiettivo di don Felice indica una tela più antica, ristretta, quasi ritagliata dalla cornice di epoca successiva. L'immagine della Madonna in trono riporta somiglianza alla Madonna in trono col Bambino, che nel suo splendore artistico e religioso è venerata dal XII secolo nel Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino. Il dipinto di Canosa ritrae la Vergine Maria tra due santi, che possiamo riconoscere nella simbologia agiografica. A destra viene rappresentato san Guglielmo da Vercelli (1085-1142), fondatore del monastero benedettino di Montevergine, e che intorno al 1115 si ritirò in vita monastica «in monte quod vocatur virgine», sui 1.500 metri dell'Appennino. Ai suoi piedi figura accovacciato il lupo, secondo la tradizione della vita eremitica nei boschi. A sinistra viene rappresentato san Benedetto nella classica iconografia del Santo con il libro della Regola e con il corvo con pane nel becco, come riporta il "volgarizzamento" (scritto in volgare) dei Dialoghi di Gregorio Magno (libro II, cap. IX): «il corvo pigliò il pane col becco e portollo via», a rappresentare il tentativo vano di avvelenamento di san Benedetto. La tela con la devozione risulta "forestiera" nella Cattedrale di S. Sabino, non ritrovando fino ad oggi alcuna citazione o memoria liturgica e riteniamo improprio collegare il dipinto all'Abbazia benedettina di S. Quirico di epoca precedente citata dal Tortora e dipendente direttamente da Monte Cassino. Abbiamo svolto, senza frettolose valutazioni, una ricerca storica contattando direttamente il Santuario di Montevergine e la Biblioteca prestigiosa, cui abbiamo offerto la lettura dello stesso dipinto ritrovato nella sua identità. Dall'Archivio di Montevergine abbiamo ritrovato l'anello di congiunzione del culto legato a possedimenti benedettini del Monastero di Montevergine a Canosa, «in silva canusia» . Il Santo di Montevergine e la comunità benedettina virginiana estesero la devozione nell'Irpinia, nella Campania, nella Puglia. Il Regesto (registro) delle Pergamene con estratti dei Registri Angioini, nel 1279 cita: «Monasterio Montevirginis mentio de quibusdam terris in silva canusia», dove, dal Monastero di Montevergine, si fa «menzione di alcune terre nel bosco di Canosa». Ringraziamo l'Archivista di Montevergine per la preziosa e fondata collaborazione. Nei mesi scorsi, studiando i Sette Colli di Canosa e il Colle storico dei Quaranta Martiri di Sebaste del rione Castello, abbiamo apprezzato la pubblicazione del prof. Morea del 1969, in cui si riporta la descrizione del paese nel Tabulario di Onofrio Papa del 1694. Il funzionario del tribunale napoletano ricevette in scriptis (per iscritto) i dati dal Prevosto che corrisponde al Nicolai, il cui nome è inciso nella lapide documetale della Cappella della Madonna della Fonte della Cattedrale di S. Sabino. «La città, posta sulla collina dei Santi Quaranta Martiri», con circa 1.000 abitanti nello stato di indigenza, viene descritta in un percorso dalla Chiesa di S. Teodoro  (Chiesa del Purgatorio e attualmente di S. Lucia), di S. Caterina, sede della Confraternita del Santissimo e della Chiesa del Carmine, legata al Convento dei monaci Carmelitani dove era riconosciuto lo «jus patronato degli Abruzzesi di Capracotta». «La Chiesa era ad una navata grande, con a destra l'altare della Madonna di Montevergine e a sinistra quello della Madonna del Carmine, seguito dal pulpito». La ricerca storica viene sostenuta e illuminata dall'emerito studioso Michele Menduni da Firenze, che esclude l'appartenenza all'Abbazia San Quirico, ormai rudere nel '700 ed allega il documento della Santa Visita del giugno-luglio 1677 per ordine del Prevosto Giangiacomo Silicio al Monastero di S. Maria del Montecarmelo. Il delegato «visitò l'Altare della Beata Maria di Monte Vergine, della famiglia De Zocchis, con la Cappella di legno e l'immagine della Beata Vergine». Nel '700 il Prevosto Tortora cita sulla collina della Rocca i Monasteria inhabitata (monateri abitati) a Fratribus Montis Carmeli (dai Frati del Monte Carmelo) e S. Francisci Minoribus (dai Frati conventuali di S. Francesco). Forse dopo la soppressione dei Monasteri, come asserisce Menduni, l'immagine viene trasferita alla Cattedrale di S. Sabino, dove oggi l'abbiamo riscoperta con la destinazione del Museo dei Vescovi. Consegniamo queste conoscenze riscoperte a don Felice Bacco e a don Peppino Balice, Parroco della Chiesa del Carmelo, proponendo il recupero della devozione a S. Maria di Montevergine, che si celebra il 1° settembre, in comunione con il Santuario di Montevergine, meta ancora oggi di pellegrinaggi della Chiesa canosina. Riteniamo che nell'Archivio Storico della Chiesa del Carmine, siano presenti tracce e riferimenti al culto e all'immagine della Madonna di Montevergine. Le due sacre  immagini riportano in comune l'ascesa sul "monte", di quel monte biblico originario del Karmel, del Carmelo nella visione mariana: «Alla fine dei giorni, il monte del Tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti» (Isaia, 2,2). L'arte, la storia, la devozione hanno radici, recuperate anche oggi in questo tassello di devozione mariana nella Chiesa canosina, dal 1115 al 2015 nella continuità di fede tra passato, presente e futuro. Giuseppe Di Nunno Fonte: https://www.canosaweb.it/ , 12 luglio 2015.

  • Il matrimonio

    Nel trasferirsi da Castel del Giudice a Sant'Angelo del Pesco, Filomena cercò di raccontare parte della sua vita. Ci tenne a far presente a suo marito che la sua esistenza non era stata molto facile. – Sai, come ti ho detto, sono rimasta orfana di madre a un anno di vita. Mia madre ebbe una forte febbre e, in quel periodo, più di cinquant'anni fa, le medicine di oggi non c'erano e per una forte febbre, se non si avesse avuto una fibra corporea molto forte, si finiva per morire. A mia madre fecero fare un bagno a freddo in una tinozza. Quello fu il segno della sua fine. Dopo, anche mio padre, in un bombardamento in Africa, l'unico a morire, sfortunato, fu lui. A questo punto, priva di genitori, fino a quando non son potuta andare in collegio, sono rimasta sballottata da Castel del Giudice a Sant'Angelo perché una settimana dovevo stare con la nonna materna ed una con la nonna paterna. Tutto ciò perché la mia nonna materna, grazie a me, al fatto che doveva badare a me, alla mia crescita, riuscì a non raggiungere mio nonno in America... che minacciava di non inviarle più i soldi per vivere e per far studiare mio zio, suo unico figlio! A dire la verità, mi è sembrato di capire che lei avesse una storia con il padre del mio amico dottor Antonio Di Nardo, di Capracotta! Io fui costretta a fare il giro dei due comuni portata in bicicletta da mio zio, che mi veniva a prendere e a riportare! Sai, è stata molto dura... Questa strada, che sale verso destra, è il bivio per Capracotta e fra poco siamo arrivati a Sant'Angelo. Ora che arriviamo dai miei parenti, non ti spaventare. Sai, è gente alla buona. Non hanno avuto la possibilità di studiare, però sono molto buoni d'animo! Lo riscontrerai da solo. Questa, che vedi davanti a te, è la periferia del piccolo comune dell'alto Molise... Infatti erano entrati nel centro abitato, incontrando due filari di case sia dal lato destro che da quello di sinistra. Quindi, dopo aver percorso quasi cinque chilometri, avevano raggiunto la località di Sant'Angelo del Pesco, l'ultimo comune del Molise, prima di potersi immettere nella regione Abruzzo. Il comune si estendeva e si estende con esposizione verso est-nord-est, a differenza di quello lasciato che si estendeva solo verso nord. A un centinaio di metri, dopo l'entrata, rimaneva il municipio, a destra, preceduto dalla cattedrale locale. Anche il comune di Sant'Angelo del Pesco era abbarbicato ad un cocuzzolo dell'Appennino centrale. Alle falde della collina su cui era il centro abitato, passava la ferrovia privata: la Sangrina. – Sai, laggiù, in fondo, rimane Gamberale, il paese di mia zia Clora, la moglie di zio Angiolino. I suoi parenti fanno i commercianti, padroni della zona e stanno abbastanza bene, economicamente parlando. Allora Elio capì che lo zio l'aveva sposata per interesse! – Ora gira a sinistra e parcheggia l'auto. Dopo a piedi, raggiungiamo la casa della mia cara cugina Filomena. Elio parcheggiò l'auto, e, dopo essersi rinfilati nel cappotto, perché l'aria era ancora molto fresca, lei avanti e lui dietro, si portarono a far visita alla cugina di lei di nome Filomena. Era la figlia degli zii Di Lucente, il padre Fiore e la madre Giuseppa, che chiamavano za Pippina. Il padre di lei aveva sposato una Di Giulio, zia Giuseppa, appunto. Filomena, nel vederli, li abbracciò caramente, esprimendo la sua gioia e felicità. – Che gioia avervi qui da me! Grazie per essere passati a salutarmi. Ora chiamo anche mio marito, che sta giù in cantina. Intanto, visto che noi ancora non abbiamo pranzato, preparo anche per voi. Sono convinta che non avete ancora pranzato e perciò pranzeremo insieme. Sono, inoltre, convinta che rimarrete con noi qualche giorno. Io vi preparo la camera da letto e sarò felicissima di farlo per voi. Vi prego, non dietemi di no! Recandosi da Filomena, la cugina della moglie, Elio poté notare che molte case del paese risultavano ancora distrutte dai bombardamenti dell'ultima guerra mondiale. Rimasto solo per qualche attimo, mentre la cugina era scesa a chiamare il marito per il loro arrivo, il giovane chiese a sua moglie: – Scusami, perché qui le case risultano tutte distrutte e non sono state ancora ricostruite con i contributi dello Stato? – Qui la gente è alla buona. Le leggi non le conoscono. Non sanno neanche che esistano certe leggi, che possano sfruttare a proprio beneficio! A proposito, Filomena, oltre al pranzo, ci preparerà anche il letto per la notte. Non ti dispiace rimanere qui, fra loro? – Se non sbaglio, siamo venuti per far loro visita e trattenerci un poco con loro. Quindi, se ti va, possiamo rimanere fino a domani e, poi, si vedrà... – Allora faremo le visite di prammatica con una certa lentezza, senza fretta, con molta calma. Questo fatto mi fa molto piacere, stare un poco con i miei parenti, che mi hanno voluto sempre molto bene. Per esempio, il fratello di zia Antonia e marito di zia Peppina, zio Fiore, mi veniva a prendere e a riportare a Castel del Giudice con il cavallo. Quando ci penso, mi commuovo. Mi fa molta tenerezza ricordare tutte quelle attenzioni, che hanno avuto per me, quando ero piccola! – Non ci sono problemi. Se il loro letto sarà confortevole, potremo rimanere qualche giorno con loro, così potrò conoscerli ed apprezzare le loro doti di magnificenza... – Quando ha sentito che eri venuta qui, mio marito si è messo ad affettare prosciutto e salame per il nostro antipasto. Quando sale, porterà anche il vino e potremo mangiare tutti insieme. – Non ti preoccupare troppo, Filomena, noi sappiamo accontentarci. Per noi basta anche il solo primo piatto. A proposito, cosa hai preparato? – Ho preparato un ottimo sughetto. Per quanto riguarda la pasta, la lascio scegliere a te. Tu sai i gusti di tuo marito. Io, è la prima volta che lo vedo! – Fammi vedere che tipo di pasta tieni conservato. Così ti posso dire quale tipo Elio gradisce di più. Hai spaghetti, maltagliati e rigatoni... Penso che fra tutti questi tipi... Elio sentì confabulare le due donne ed intervenne per dire: – A me stanno bene i rigatoni. Oggi potete cuocere quelli. Mi stanno benissimo, li gradisco molto più del resto. Allora le due donne presero un chilo di rigatoni e li buttarono nella pentola, la cui acqua bolliva, rimestandoli, di tanto in tanto, fino a quando non furono sicure che erano cotti. Allora li tirarono fuori dal fuoco e li condirono, buttandovi sopra molto parmigiano. Dopo di che: – Ora, tutti a tavola, essendo pronto, prima che la pasta si raffreddi molto! Prima mangiamo qualche fetta di prosciutto e di salame. Dopo metteremo nel nostro stomaco i rigatoni. Dopo qualche attimo che ognuno ebbe ingurgitato qualche fetta di prosciutto e di salame, la padrona di casa pensò a riempire i piatti con i rigatoni. Intanto Luigi, il marito della cugina, pensò a versare il vino nei bicchieri ed invitò a fare un brindisi insieme. – Io, quando mangio, non parlo. Sono stato abituato a farlo in silenzio, perché, quando si mangia, si combatte con la morte. Se il cibo va di traverso, si finisce per distendere le gambe! Io voglio farlo il più tardi possibile. Non ho fretta. Penso che voi la pensiate come me! – Disse il giovane sposo. In coro gli risposero: – Condividiamo e sottoscriviamo il desiderio – e si proseguì nel completamento del pranzo, che risultò squisito. Dopo il pranzo i due sposi furono invitati a fare il giro, che si erano promessi di fare, arrivando in paese. Così uscirono per svoltare a destra e raggiungere la casa della comara Lisetta, vedova con tre figli: due figlie ed un figlio. Il figlio era nato menomato nell'uso degli arti inferiori, per cui fu impiegato al Municipio locale. Rimasero con lei una diecina di minuti per poi proseguire l'incontro con i parenti di lei, risalendo verso il centro del paese e raggiungere, così, via Madonna per recarsi dallo zio Fiore e "za Peppina" o zia Giuseppa, che trovarono intorno al fuoco, vicino al camino. – Caro zio Fiore e za Peppina, vi presento mio marito. Il vecchio e la vecchia, alzandosi, andarono loro incontro per abbracciarsi e baciarsi. – Siamo felici di vedervi ed accogliervi qui, in questa povera casa. Come sai, siamo soli perché Carmine e Graziella, con i loro figli, sono in Svizzera. Felice con la moglie e i figli sono a curare la loro pizzeria a Francoforte. Da Filomena ci siete stati a pranzo... la mia famiglia è tutta qui. – Sedetevi. Voi sapete che piace anche a me stare seduta vicino al fuoco, così potremo chiacchierare un poco e sentire i vostri racconti sui vostri figli, che si trovano a lavorare all'estero... – Intanto che parleremo degli assenti, ditemi: cosa posso offrirvi mentre chiacchieriamo del più e del meno. – Non vi preoccupate. Abbiamo finito di pranzare da poco e per ora non desideriamo nulla. Così dicendo, Filomena si sedette intorno al fuoco, invitando anche gli zii ad imitarla. Dopo essersi seduti intorno al focolare, i tre hanno iniziato a farsi delle confidenze. Lo zio Fiore e la zia Giuseppa hanno raccontato che i figli avevano scritto e telefonato per far loro sapere che stavano bene e che, forse, sarebbero tornati per far visita a loro e rimanere un pochino con loro, almeno per le festività del Natale. La chiacchierata si protrasse per una buona mezz'ora, fu il tempo che rimasero con gli zii Di Lucente. Dopo di che si riportarono in via Madonna per andare a fare visita alla sorella di sua zia Antonia, che si trovava in Venezuela: zia Concetta. Uscendo dagli zii Di Lucente, si trovarono davanti ad una casa diroccata, distrutta dalle vicende belliche dell'ultima guerra mondiale. – Guarda, questa casa distrutta dai bombardamenti americani, era nostra. Mio padre morì, mia madre ugualmente e la casa rimase così. I miei parenti, che sono rimasti, avrebbero potuto ricostruirla. Ma, se ne sono lavati le mani perché proprietari erano diventate molte altre persone... per cui nessuno se l'è sentita di preoccuparsi per un qualcosa che direttamente non gli apparteneva! Come vedi, quando una persona rimane da sola, perché sfortunata, incorre in certe realtà... – Cosa vuoi, sono i casi della vita. C'è chi ci rimette per alcune cose ed altri per altre... – Questa a destra, è la casa, che hanno ricostruito i miei zii con i sacrifici, che hanno dovuto sopportare in Venezuela con tanti anni di lavoro... A sinistra rimane la casa della sorella di mia zia Antonia, dove stiamo andando, per salutare gli altri parenti. Questa strada, in fondo, termina al cimitero locale, dove sono sepolti tutti i miei parenti di questo paese. Gli altri, quelli di Castel del Giudice, sono lì, compresa mia madre che mia nonna ha voluto al suo paese e non a quello del marito... cioè mio padre! – A riflettere su certe realtà, devo dirti che un certo amaro in bocca lo lascia... e, non sempre si riesce a sopportarlo senza subirne le malefiche consequenze! Così s'immisero in un vicoletto, che conduceva sulla strada provinciale, che portava verso la regione Abruzzo. Un attimo prima di finire sulla strada asfaltata, Filomena, a bassa voce disse: – Dietro a quelle imposte, che vedi tinte di colore verde, vi abita una donna, che dicesi sia amante delle donne e non degli uomini! Mi sono sempre chiesta come sia, se diversa da me o come me! Io sto bene solo con un uomo e non con una donna. Con lei non saprei proprio cosa fare... – Evidentemente questa donna ha un imene molto prominente, che le consente di avere un quasi rapporto sessuale con le donne. Sai, voi donne non siete tutte uguali. Molte di voi godono il sesso anche solo sfregandosi esternamente e non internamente! – Però, farlo internamente, è molto più bello ed interessante... – Infatti, è proprio per tale modo che si riesce ad avere i figli... Diversamente gli eredi non ci sarebbero, in quanto la donna, non può dare ad un'altra donna ciò che non ha! – E sarebbe? – Lo sperme per la riproduzione, mia cara... Senza di esso, non si produce nulla! – Ed è per questo che alcune donne non riescono ad avere figli? – No. Non è solo questo il motivo. Le cause sono diverse. Ci vuole la predisposizione della donna che cade: a chi dal giorno otto al giorno ventidue di ogni ciclo mestruale e a chi va dal giorno dodici al diciotto. C'è poi chi, avendo per motivi di salute il prolungamento improprio dello stesso ciclo, finisce per divenire sterile. In tal caso nessun uomo, a mio avviso, potrebbe inseminarla... Inoltre c'è da dire un'altra cosa. Come voi donne siete diverse l'una dall'altra, anche noi uomini siamo diversi l'uno dall'altro... – In che senso voi uomini siete diversi l'uno dall'altro? Chi è pederasta e chi no? – No. Non mi riferivo a questo. Intendevo dire che lo sperme degli uomini non è uguale. La potenza di esso è varia. C'è chi ce l'ha di centomila e chi dieci milioni. Quello che ha una potenza di centomila è sterile e i suoi ovuli non attecchiscono mai in una donna. Se, invece, l'uomo ha la potenza di dieci milioni, finisce per attecchire anche se fa sesso durante il periodo mestruale della donna. – Allora questo è quello che è capitato a me? Io e te, quando siamo stati la prima volta insieme, ero stata indisposta da poco, perciò non mi riuscivo a spiegare il fatto di essere rimasta incinta! – Ora, se ti chiedono se sei incinta o meno, cosa rispondi ai tuoi parenti? – Dirò loro la verità. Dovranno pur saperlo, prima o poi... Tanto vale che glielo dica subito, se me lo chiederanno. No? Elio non ebbe il tempo di rispondere alla moglie perché aveva già suonato al campanello della sua comara. Da su chiesero al citofono: – Chi è? – Sono io, Filomena. – Sali, comara. Ho riconosciuto la tua voce e sono felice della tua visita. Sali, così parliamo un poco di tante cose, che ti voglio chiedere e di cui voglio parlare con te. – Salgo subito, anche perché voglio farti una sorpresa. I due salirono la stretta scalinata, che portava al primo piano della casa. Arrivati al pianerottolo, attesi dalla donna, che aveva risposto al citofono, dopo essersi abbracciate le due comare, Filomena, all'amica: – Ti presento mio marito. Mi auguro che ti sia simpatico! – Oh, che piacere... Ma, dimmi, quando vi siete sposati? E non avete fatto sapere niente a nessuno! Vi siete sposati alla chetichella? – Sai, comara Concetta, incominciavo a sentire il peso della solitudine, così, incontrando lui, ho perso la testa e mi sono decisa a sposarlo. Penso che tu condivida il fatto, la realtà che ho realizzato e tu mi dica che ho fatto bene a concludere questo grande ed importante passo, che non ho voluto fare mai prima... – Hai fatto benissimo. In compagnia si sta sempre molto meglio e per tante ragioni, mia cara comara. Ora, certamente, non vorrai raccontarmi come è andata la prima notte di nozze, ma, in seguito, me lo dovrai raccontare con tutti i particolari. Penso che ora vi tratterrete qualche giorno con noi... – Si vedrà!? – Cosa vuoi vedere comara mia? Se qualcuno vi ospiterà? Qui tutti sono disponibili. Anch'io, se ti va, posso offrirti un letto matrimoniale per tutti i giorni che tu vorrai. Non avrai solo che da scegliere dove e con chi vorrete stare, mia cara. Tu sai che questa rimane sempre la casa a tua completa disposizione sia per te che per tuo marito. Noi siamo povera gente, che non ha studiato, ma il nostro cuore è sempre aperto e molto grande per te. – Grazie comara. Lo so che siete molto ospitali perché mi volete molto bene ed anche io ne voglio a voi tutti, che siete sempre così cari con me e mi volete riempire sempre di notevolissime attenzioni, che, forse, non merito! – Non dire schiocchezze. Anzi, scusatemi, per parlare, siamo rimasti in cima alla scalinata. Entrate, che ci mettiamo vicino al fuoco, visto che fa ancora molto freddo qui da noi. Accanto al focolare si sta molto meglio, anche se voi, dopo il matrimonio, siete arroventati! Così tutti e tre entrarono nella camera,che fungeva da sala da pranzo e da cucina con un grande focolare sempre ricco di legna arroventata. – Sai, mio marito è andato in campagna e non sarà qui molto presto perché dopo, dovrà accudire alle bestie. Tu avrai saputo che Antonia ha deciso, assieme al genero e alla figlia che stanno pensando di tornare definitivamente in Italia?! – Antonia è mia zia ed è sua sorella, che ha sposato mio zio, il fratello di mio padre di nome, anche lui, Antonio! E sembra che abbiano deciso di tornare definitivamente in Italia per godersi in pace la loro vecchiaia! – Mi farà piacere conoscerli, se sono, come dici sempre tu, delle persone meravigliose, che ti hanno voluto molto bene... – Ora su, cosa posso offrirvi, mentre parliamo e ci raccontiamo un poco di pettegolezzi del luogo, miei cari amici? – A me, basta un bicchiere d'acqua. Ad Elio puoi offrire un bicchierino di liquore. Naturalmente secco, cioè cognac o whisky. Lui non beve liquori dolci. Non gli piacciono. Se non li hai, non fa niente. Non è che sia un grande bevitore per cui non possa farne a meno. Visto che l'aria, qui, è molto più rigida di Campobasso ed umida, penso che gli farebbe piacere e, bere un bicchierino, fa bene per riscaldarsi un poco... – Non occorre. Non è necessario. Certo, col freddo che fa qui oggi, non ci starebbe male un bicchiere di cognac... Intanto Concetta si apprestò alla credenza e tirò fuori una bottiglia di liquore svizzero, dicendo: – Questa me l'hanno riportata dalla Svizzera i miei nipoti. Mi fa molto piacere aprirla per te e mi dirai se sarà di tuo gradimento o meno. L'ho conservata per le grandi occasioni e questa è, per me, una grandissima occasione. Così dicendo, prese il cavatappi ed aprì la bottiglia. Poi prese un bicchiere dalla credenza e lo riempì per offrirlo ad Elio. – Così pieno e grande... è troppo. È meglio meno! – Non occorre che tu lo beva tutto d'un fiato, puoi bertelo un poco per volta e con molta calma, mentre noi chiacchiereremo... – Non datevi disturbo. Saprò stare in silenzio, mentre voi spettegolerete fra voi. Il giovane sorseggiò il suo cognac e le donne incominciarono a spettegolare fra di loro. – Dimmi, comara, dove siete già stati? Raccontami come ti hanno accolta al tuo paese di Castel del Giudice e da chi siete stati. I tuoi amici cosa ti hanno detto quando ti sei presentata da loro con un meraviglioso marito? Certamente avrai scatenato anche una certa invidia! – Forse sì. Mi hanno guardata con certe facce... Per prima ci siamo fermati dalla signora della posta, mia vecchia e carissima amica. Infatti ci ha anche invitati a rimanere a pranzo da loro. Elio ha preferito proseguire per completare il giro e poi venire qui. Evidentemente non ha gradito rimanere fra loro. Dopo siamo passati a trovare Leonilde e la vecchia zia con figlio e nipoti. Poi siamo passati a fare visita a Cleonice, comara Antonietta e Teodora. – Da tua zia Censa non ci sei stata? – Ma, za Censa non sta a Napoli? Sai, da quando i figli si sono sistemati con il padre presso la Esso Oil Petroli, si sono trasferiti tutti in quella città. Quando torneranno farò visita anche a lei. Può darsi che si possa andare a trovarla addirittura a Napoli, se Elio lo gradirà... Dopo, per evitare che si facesse molto tardi, siamo venuti qui. La prima visita l'abbiamo fatta a Filomena di za Peppina che è stata molto gentile. Oltre al pranzo, ci hanno preparato anche il letto per la notte. Speriamo di stare bene. Elio ha un sonno molto leggero... – Da Filomena, che non ha figli, starete benissimo. Luigi esce molto presto la mattina per andare in campagna a lavorare. Perciò rimarrete padroni di casa voi! – Tutto ciò l'ho considerato molto bene. Perciò ci siamo diretti da lei, certa di non essere disturbati e di essere trattati divinamente. Infatti non mi sono sbagliata. – E qui? – Dopo aver pranzato da Filomena, siamo andati a trovare la comara Siria e la sua famiglia. Sai, il figlio lavora in Comune e può sempre essere utile! Dopo siamo passati dagli zii Di Lucente e successivamente siamo venuti qui da te. – E a me fa molto piacere avervi qui e poter chiacchierare con te piacevolmente. – A proposito. Dimmi, la levatrice si comporta sempre allo stesso modo? – Cosa vuoi sapere, se fa combutta sempre con la sua amica? – Sai, sono curiosa e perché certe cose non me le so spiegare. Elio, prima di salire, ha cercato di farmi capire cosa avviene di diverso fra donne e cosa non si può realizzare se non solo con l'uomo... – Ha perfettamente ragione. La gioia e il piacere che ti può dare un uomo, una donna non potrà in nessun modo darteli... Il discorso fu interrotto perché, proprio in quel momento, suonò alla porta l'amica dell'ostetrica. Elio, mentre le due donne ciarlavano fra loro, accanto al fuoco, appoggiato con il gomito al tavolo, sorseggiò il suo cognac. Poco dopo rientrò anche il padrone di casa con il quale si salutarono, dopo le presentazioni ed Elio, visto che era rientrato dal lavoro nei campi, disse alla moglie: – È il caso che si vada via. È tornato dalla campagna stanco ed avrà bisogno di cenare ed andare a riposarsi, dal momento che al mattino si alza molto presto... – Hai ragione. Andiamo. Intanto a Campobasso, la famiglia Scarlatelli, composta da Angelo, capofamiglia, dalla moglia Clorinda e dai figli Oreste, Antonio, Rosina e Franco si stava trovando in una situazione molto delicata. Angiolino, come in famiglia lo chiamavano, era segretario comunale con un sindaco sfegatato democristiano. Ultimamente avevano effettuato una gestione alquanto allegra. Nell'aria si incominciò a paventare un problema giudiziario. Così, stando in famiglia, si decise a parlarne con la moglie, che amava, anche se a modo suo, visto che continuava a tradirla con la stessa nipote, che, ora, lo aveva tradito, ingannato, per essersi andata a sposare senza seguire la tradizione familiare del matrimonio religioso, bigotto e senza chiedere, prima a lui, il permesso di farlo! C'è da dire che l'allegra amministrazione dei sindaci democristiani, aveva portato anche l'amico di Angiolino a comportarsi con una certa leggerezza amministraiva. Don Arturo, come lo chiamavano, era un dirigente del provveditorato agli studi del capoluogo molisano. Elia Giuseppe Del Gatto Fonte: http://orsetto-grigio.blogspot.com/ , 2 dicembre 2011.

  • Due passi fuori dall'Abruzzo... a Capracotta

    Ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar; in fondo basta il minimo, sapessi quant'è facile, trovar quel po' che occorre per campar! Mi piace girare, ma ovunque io sia mi sento di stare a casa mia... Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar, lo puoi trovar! Così cantava Baloo nel "Libro della Giungla" ed aveva ragione! Oggi vi portiamo in una regione nascosta che ha dei posti bellissimi da visitare. Siamo in Molise, a Capracotta, tra le cime più alte dell'Appennino. Con i suoi 1.460 m. di altitudine rappresenta una stazione invernale di sci nordico ed alpino e una stazione per passeggiate ed escursioni nelle altre stagioni. È una regione molto ospitale e specialmente in estate... sempre in festa! Un appuntamento da non perdere è la sagra della Pezzata, un evento pastorale che si svolge sul pianoro di Prato Gentile e per farvi capire meglio di cosa si tratta vi citiamo qualche numero: 700 kg. di pecora, 800 kg. di agnello consumati, 100 persone impegnate nell'organizzazione e tante tante altre a degustare questo piatto simbolo delle civiltà della transumanza e a fare "baldoria". A Capracotta è inevitabile cimentarsi in un viaggio culinario perché la regione vanta tanti prodotti tipici, dal pecorino ai latticini. Cucina, artigianato e tradizioni che si uniscono ai paesaggi suggestivi e alle montagne incontaminate. Da un lato Monte Capraro, dall'altro Monte Campo, due giganti che si fronteggiano quasi a protezione del paese. E proprio in questi luoghi nel 2015 ci fu la più abbondante nevicata in un giorno: 256 cm. di neve in 16 ore. Un record mondiale! Siamo venuti da queste parti in una soleggiata domenica d'autunno. La prima sosta è stata nel paese, una buona colazione e una passeggiata tra i vicoli e le numerose fontane fino ad arrivare nel parco giochi comunale, tappa fissa di ogni meta per un po' di divertimento. Ad un passo da Capracotta c'è il Giardino della Flora Appenninica, qui la passeggiata è nella natura. Un rigoglioso orto botanico naturale che custodisce tutte le specie vegetali dell'Appennino centro meridionale. Lungo il percorso si trovano interessanti tabelle illustrative con spiegazioni e curiosità. Un viaggio straordinario nella biodiversità. Viaggiando si impara... sempre! Usciti da questo giardino ci dirigiamo verso l'Hotel Monte Campo perché proprio dietro la struttura parte una piacevole escursione con veduta del borgo e della valle sottostante. In questa zona ci sono tanti percorsi da fare e tanti sport da poter praticare. Ripresa la macchina andiamo verso Prato Gentile; qui d'inverno si pratica sci di fondo e per chi vuole esplorare in tranquillità i paesaggi innevati c'è la possibilità di camminare con le ciaspole, mentre per i più piccoli è presente uno snow park con gonfiabili e giochi. In estate è possibile praticare nordic walking , divertirsi nel Parco Avventura tra ponti tibetani, funi e carrucole oppure semplicemente rilassarsi distesi sui prati. Noi siamo arrivati in questo grandissimo prato in una stagione che lo rende magico: l'autunno. I colori trasmettono un senso di pace, quasi a far pensare che il bosco ora si stia riposando dopo il frenetico fulgore estivo. La natura si prepara all'inverno e alle sua abbondanti nevicate rallentando i ritmi. E così anche noi facciamo lo stesso, rallentiamo e ci concediamo attimi di pace, ascoltando i suoni che regala la natura, cercando nelle foglie figure di fantasia, giocando a nascondino fra gli alberi e ogni tanto restando anche in silenzio. Sì, ancora una giornata meravigliosa! E se non ne avete ancora abbastanza, prima di riprendere la via di casa potete fermarvi anche a Pescopennataro che oltre ad essere un borgo autentico ha una pineta che vi farà immergere nello scenario del "Parco di Pinocchio". Elisa Col Fonte: https://ingiroapiunonposso.it/ , 25 novembre 2019.

  • Il masso caduco di Franceschiello

    Per inaugurare la serie di escursioni esplorativo-letterarie da me ideata, ho pensato di dedicare la prima uscita del 25 luglio scorso a un evento storico che ebbe vasta risonanza nel Molise ottocentesco: la visita del principe e futuro re Francesco Gennaro Giuseppe Saverio Giovanni Battista Borbone (1777-1830) nel 1824 a Capracotta. Il 16 settembre di quell'anno, infatti, il principe ereditario delle Due Sicilie, che da alcuni giorni soggiornava a Montedimezzo, entrò a cavallo a Capracotta dal Rione S. Antonio, scortato dal suo fedelissimo codazzo e accolto dal sindaco Leonardo Antonio Conti e dall'arciprete Vincenzo Campanelli. Francesco aveva deciso di visitare la nostra cittadina perché intenzionato ad osservare dal punto più alto le sette province del Regno, quel Regno che quattro mesi dopo sarà suo per la morte improvvisa del padre Ferdinando I (1751-1825). La nostra escursione ha quindi avuto come obiettivi quello di ripercorrere una parte del sentiero borbonico dall'abitato di Capracotta alla croce di Monte Campo e, soprattutto, quello di cercare la grossa pietra sulla quale il principe Francesco aveva appoggiato l'augusto piede due secoli fa mentr'era intento ad ammirare il panorama: quel masso era rimasto sulla sommità del Campo almeno fino al 1900 quando alcuni sacerdoti e cittadini capracottesi di idee liberali non decisero, in sfregio al Borbone, di precipitarlo nel dirupo a settentrione. Per cercare il "masso caduco di Franceschiello" (così lo definì erroneamente la scrittrice Lina Pietravalle) ci siamo basati su due fotografie: una scattata sulla vetta di Monte Campo dal cav. Giovanni Paglione prima che il macigno venisse scaraventato giù, l'altra realizzata da Alfredo Trombetta nel 1910 subito dopo il "fattaccio". Partiti alle 8:15 da piazza Emanuele Gianturco, siamo stati guidati dagli esperti Erberto Paglione e Achille Conti fin sulla cima del Campo dove abbiamo cercato e trovato il luogo esatto in cui poggiava il "masso caduco": al di sotto di quella cresta una conca in cui poteva trovarsi l'agognato masso. Tornati a Portella Cieca abbiamo velocemente attraversato la faggeta a nord di Monte Campo e, poco prima di toccare la Selletta, ci siamo diretti al valico esistente tra il Campo e il Ciglione. A quel punto abbiamo nuovamente asceso, al di fuori della sentieristica convenzionale, la parete rocciosa del Cuandóne Pezzùte per giungere perpendicolarmente sotto la croce di ferro, dove pensavamo che stesse il pietrone. Dopo alcune indagini legate alla conformazione, alle dimensioni e alla sua posizione, abbiamo individuato un papabile "masso caduco di Franceschiello". A ciò si aggiunga che Luigi Campanelli scrisse nella sua monografia capracottese del 1931 che su quel macigno esisteva forse un'iscrizione a ricordo dell'evento del 1824, il che la renderebbe unica e inconfondibile. Tuttavia, giacché la pietra che abbiamo identificato come quella più probabile è conficcata orizzontalmente nel terreno ed offre all'escursionista il suo "lato b", sarebbe necessario capovolgerla per verificare la presenza di una qualche incisione: operazione che non può avvenire se non grazie all'aiuto di molte braccia. Carichi di timido ottimismo ci siamo diretti sulla strada che porta a Prato Gentile e, intrapreso un sentiero della Guardata, siamo rientrati a Capracotta alle 12:00, certi che serviranno ulteriori indagini per confermare o confutare la nostra modesta scoperta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca,  Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1 gennaio 1924.

  • La Fonte Brecciaia e la Guardata

    L'origine del nome Brecciaia deriva sicuramente dalla roccia sgretolata dai normali processi di erosione da parte degli agenti atmosferici, molto attivi nelle nostre zone, contraddistinti da sbalzi di temperature molto accentuati e dall'inclemenza del tempo. La Fonte Brecciaia caratterizzava, assieme al Pilone Vecchio, la vita agreste della zona chiamata Guardata, situata a nord di Capracotta, che nei tempi passati veniva scommessa l'8 maggio, in cui generalmente coincideva il primo e completo disgelo primaverile. Essendo la zona sottoposta all'esercizio del pascolo e del legnatico (uso civico), essa era riservata nei mesi estivo-autunnali sequenzialmente ai buoi aratori, ai cavalli, alle mucche ed infine a pecore e capre. Nella stagione primaverile c'era un notevole flusso di acqua sorgiva che, oltre ad alimentare la fontana, allagava tutta la zona sottostante dove era ubicato un edificio adibito alle normali operazioni di mungitura, che per tale motivo fu poi abbandonato. Ingenui, ardimentosi e incoscienti, quand'eravamo bambini ci addentravamo in quell'edificio nella speranza di trovare qualche baule pieno di dobloni d'oro, e, rischiando l'osso del collo poiché era fatiscente e pericolante, cercavamo di imitare i cercatori d'oro di quei libri di avventura che ci affascinavano e ci ammaliavano. Negli anni '60, nelle vicinanze della fontana, furono messi in opera dei bagni con acqua corrente, utilizzati dai campeggiatori sistemati nel campo sportivo in disuso e quasi mai utilizzato in quel periodo. L'acqua della fontana è tuttora alquanto leggera e generalmente fredda, caratteristica che faceva sì che quando ci dissetavamo come cammelli, dopo la fine del primo tempo di qualche partita di calcio effettuata sotto un cocente sole estivo, accadeva che qualche malcapitato sperimentasse a suo spese gli effetti diuretici dell'acqua! Filippo Di Tella

  • La ribellione "buona" di Maria Assunta

    «Qualche volta persino le previsioni del tempo ci saltano: una cosa che non mi è mai andata giù». Maria Assunta Padula, vulcanica massaia nata e cresciuta in un paesino di 700 anime arroccato a 820 metri sul mare, Pescolanciano, ha scelto di ribellarsi allo spopolamento del Molise. «Una regione sconosciuta più che dimenticata», commenta Maria Assunta. E aggiunge: «Sono sempre stata una ribelle. A 10 anni volevo leggere "L'amante di Lady Chatterly", ma dovetti aspettare i 25. Nel 1964, imitando la tv, iniziai a portare la minigonna nel mio paese. Mi sposai solo a 27 anni, ormai "zitella"; a 47 anni, dopo la nascita del secondo figlio, conclusi da privatista gli studi che avevo dovuto abbandonare in seconda media perché mia madre volle mettere a tacere le false voci di professori ventenni innamorati di me, ragazzina cresciuta precocemente. Da allora non mi sono mai fermata». Missione: recuperare le tradizioni locali, a cominciare dalle antiche sementi, e far conoscere un territorio e una civiltà a rischio di cancellazione. Pescolanciano, il paese in provincia di Isernia, è abitato soprattutto da pensionati e «qualche ragazzo di 50 anni che lavora tra Isernia e Campobasso»; ma Maria Assunta non è sola. Accanto a lei il marito, per cinquant'anni muratore, i figli (Nicola, 38 anni, carabiniere a Capracotta, e Gianfranco, 34 anni, metalmeccanico a Val di Sangro), e un gruppo di amiche e vicini di casa. Assieme hanno iniziato a piantare su un terreno, poi due, quest'anno tre terreni per complessivi 4 ettari, granturco, fagioli e ceci di cui si erano perse le sementi. E, sempre in movimento tra gli studi di storia e tradizioni, la militanza politica e la partecipazione come attrice a cortometraggi amatoriali, Maria Assunta ha  recuperato ricette di una volta, quando non si trovava pane fresco tutti i giorni. «Il pane raffermo veniva bagnato nei pomodori e farcito con un soffritto – spiega Maria Assunta – di salsicce secche (conservate nel lardo del maiale), frigitelli (i peperoncini verdi) e pancetta. Ed ecco il panunto, perfetto per la domenica sera». Perfetto se nel frattempo hai smaltito il pranzo respirando l'aria buona di montagna, magari passeggiando in una delle due riserve naturali: Montedimezzo e Collemeluccio. Da vedere il castello del 1400, in cui i duchi d'Alessandro costituirono un'importante pinacoteca e una fabbrica di ceramiche che iniziò a fare concorrenza a quella di Capodimonte. Tradizione a cui è dedicato uno dei tre musei inaugurati nel 2014: quello della ceramica, appunto; il museo didattico dei castelli e quello della civiltà contadina, che ospita un centinaio di pezzi - dall'aratro alla macchina da cucire - raccolti dal marito di Maria Assunta, Franco. Intorno a loro una rete virtuosa (soprattutto donne) che sta abbracciando il Molise. « Per fortuna – dice Maria Assunta – ci sono ragazzi che tornano, o semplicemente restano » . Come Loreto e Luca Beniamino, rispettivamente 31 e 29 anni, che hanno scelto di non lasciare Capracotta, un paese a 1.421 metri di altitudine, e iniziare a coltivare come facevano i nonni. Così è nata l'azienda agricola Le Miccole, nome dialettale delle lenticchie che a Capracotta sono piccolissime e policrome. Laurea in Economica, tesi sulle "Donne del latte", undicesima generazione del pluripremiato caseificio di famiglia, anche Serena Di Nucci è in campo per la riscossa del Molise. È la prima di tre figli che sta affiancando Franco Di Nucci nella promozione di Agnone, il paese di pietra un tempo capitale del rame, attraverso la sua storia e le sue tradizioni, come le campane della fonderia Marinelli, la seconda impresa più antica del pianeta, e la festa della 'Ndocciata, un fiume di fuoco che attraversa il paese la sera dell'Immacolata e quella della Vigilia di Natale, oltre che attraverso i loro caciocavalli. Massaie illuminate anche le signore di San Giuliano del Sannio, che per le feste di famiglia preparano i fiadoni, caratteristico dolce-rustico tipico dei matrimoni. « Il segreto – dice Carmela Di Soccio, ex insegnante – è nell'abilità delle massaie di intuire il momento giusto per il formaggio semi-fresco di mucca che, unito a zucchero e limone, offre un retrogusto inimitabile ». Matrimonio o fidanzamento. Il Molise festeggia con la danza del contromalocchio, in ricordo della fattucchiera che debellava il male con una formula e una danza isterica. Ambasciatori nel mondo di balli, canti e strumenti tipici del Molise i 34 elementi del gruppo folcloristico di San Giovanni in Galdo, i Zig-zaghini. « Un nome evocatore del nostro girovagare, dagli Stati Uniti al Venezuela, dal Canada al Medio Oriente, e del passo della quadriglia, ballo portato dai francesi » , racconta Marco Messone, che ha acquisito la direzione del gruppo dal nonno, Nicolino Di Donato, autore delle ricerche etnografiche e etnomusicali che hanno permesso di riscoprire il folclore locale. Dalla provincia di Isernia siamo arrivati a quella di Campobasso. Ad unirle il tratturo, per i molisani segno forte di riconoscimento in quanto vera e propria orma lasciata dalla transumanza. Dalle donne del Molise l'invito a scoprire un mondo che credevamo scomparso. Caterina Ruggi d'Aragona Fonte: https://27esimaora.corriere.it/ , 15 dicembre 2014.

  • Per Elvira

    Lo scorso maggio si è spenta a Campobasso Elvira Tirone Santilli, una delle voci letterarie più significative del Novecento molisano. Elvira si è spenta serenamente come era vissuta. La sua lunga esistenza è stata ricca di affetti familiari, piena di successi professionali come docente, e di sinceri apprezzamenti per la qualità della sua attività culturale. Certo, come a ognuno di noi, non le erano mancati dolori, lutti e sofferenze, ma aveva  affrontato ogni ostacolo con fronte serena e passo lieve. Con lo stesso spirito aveva vissuto i bagliori e i capovolgimenti del Novecento, sforzandosi incessantemente di comprenderli, pur senza mollare la barra della coerenza e dell'intimo convincimento. Sta di fatto che in pieno 1968, in perfetta dissonanza con l'aria che tirava e le barricate materiali e ideologiche alzate in mezzo mondo, aveva dato alle stampe il suo primo romanzo, che con voce cristallina e scrittura piana affrontava un argomento di tutt'altro tenore, mettendo in scena un territorio ai più misconosciuto - Capracotta e l'Alto Molise - e un mondo di affetti percorso da problematiche familiari e scosso dai radicali mutamenti imposti dal travaglio bellico. Nelle intense pagine di "Oltre la valle" (1968, III ristampa 1999) si coglieva il profondo, assoluto amore della protagonista per la natura e il suo paese natale, così come affiorava - elemento da non sottovalutare - l'atteggiamento distintivo di Elvira verso la vita e le cose, ovvero l'esigenza di far bene, ma con il dono del sorriso, del pizzico di ironia, che, oltre a stemperare i drammi e a condire la giornata, è sempre segno sicuro di intelligenza. Giunta alla svolta dei quarant'anni, lei  aveva avuto urgenza di narrare delle sue radici, di soffermarsi sul suo privato - inquadrato nella più vasta trama della storia  lungo le tappe più importanti del secolo, dagli albori del Fascismo fino alla ricostruzione del secondo dopoguerra - e lo ha fatto con grande onestà intellettuale. Dopo "Oltre la valle" la sua penna, grazie al suo «cervello a scacchi» non si è fermata più. In occasione del centenario della battaglia di Dogali ha appuntato la sua attenzione sul dramma vissuto allora dal prozio del marito Giovanni Tirone curando la riedizione delle lettere ("Un molisano a Dogali", 1987, ristampa 1988). Si è inoltrata in sentieri da lei quotidianamente praticati come docente, quando ha intavolato un colloquio con Belzebù, simbolo della nostra cattiva coscienza, quella che rende incapaci di affrontare le conseguenze delle nostre scelte ("A colloquio con Belzebù", 1991, Premio "Scopri l'Autore"). Nel 1996, riprendendo il mito di Aracne, ha esaminato il cammino muliebre verso il riconoscimento delle proprie attitudini nel romanzo "Il sentiero di Aracne". La raccolta poetica "L'ora dei sogni", dopo molti ripensamenti, perché Elvira rimaneva sempre con i piedi ben piantati per terra, e non presumeva di sé, finalmente ha visto la luce nel 2005. E poiché «vividi di luce, i richiami allo spirito guizzano come le minuscole stelle del cui palpito trema il silenzio cupo della notte» si è sentita sempre spronata alla conoscenza, dandone prova con i suoi meditati contributi sulla stampa, con il suo fattivo sostegno alle associazioni di cui ha fatto parte, come la Fidapa, di cui è stata presidente, con la sua presenza agli incontri culturali. Era anche un voler dire: "Ci sono...", ma negli ultimi tempi notavo con tristezza che, pur conservando  la figura snella e svelta di sempre, la massa dei capelli corvini un po' ribelli che la distingueva tra mille adesso era meno folta e sembrava troppo docile al pettine. Ci siamo conosciute nel 1969, quando, fresca di nomina come docente sono giunta all'Istituto Magistrale, e, sull'onda lunga del successo ottenuto da "Oltre la valle" , volli leggerlo subito . Non mi è capitato spesso di acquistare svariate copie dello stesso libro, ma quella volta tornai in libreria per farne gradito dono a sorelle e amiche. Erano tanti i motivi che mi avevano affascinato dell'opera, e alcuni li espressi in una lettera (mi è più congeniale la penna della parola) alla collega Elvira; è nata così la nostra lunga amicizia, anche se ondivaga, perché diverse volte ci siamo perse di vista, ma ci siamo spesso ritrovate davanti a nuovi interessi da condividere o impegni da portare avanti. Nell'ultima nostra telefonata, io ero in partenza, aveva scherzato sul suo novantesimo compleanno, festeggiato nell'affetto della numerosa parentela. Per attutire il cocente rammarico di non averla potuta accompagnare all'ultima dimora, ho ripreso in mano qualcuna delle sue poesie. Che dire? Mi hanno avvolta le immagini della madre giovinetta, le lucciole della sua infanzia, il suo orgoglio di madre, il suo affetto per i morti di tutte le guerre civili, il gentile ricordo della suocera, e ogni pagina, illuminando un angolo del suo prezioso scrigno segreto, mi ha restituito Elvira, rivelandomi, grazie alla ricchezza del suo sentire, i tanti fili che tessono la trama dorata del suo canto sommesso e palpitante. Rita Frattolillo Fonte: https://ritafrattolillo.blogspot.com/ , 27 giugno 2013.

  • Corpi di Gloria

    Quando ero una ragazzina passavo buona parte della mia estate in un piccolo paesino di montagna, Capracotta, luogo d'origine di mia madre. Non saprei spiegare, se non con le immagini suggerite dalla nostalgia, quei mesi caldi passati lontano dal mare. C'è una villa comunale a Capracotta, piccola come è piccolo quasi tutto, ma il cielo no, quello è davvero immenso. Mi stendevo sull'erba, nessun palazzone all'orizzonte - non ne esistono - attenta che l'occhio non incontrasse altro che l'azzurro, davanti, dietro e intorno a me. In quei momenti ero niente e tutto, cielo infinito e nuvole, mi annullavo nell'impressione che tutto mi appartenesse e che io stessa non appartenessi a niente. Potevo avvertire una sola emozione: la malinconia. Credo non esista uno stato d'animo più appropriato all'adolescenza della malinconia, quel magone di cui è difficile spiegare l'origine, ma che afferra la bocca dello stomaco: nessuno è più tormentato e provato come chi alla vita si è da poco affacciato. In questo suo esordio letterario, Giuliana Altamura dipinge con tratti sicuri emozioni impalpabili, stati d’animo evanescenti eppure scuri e forti, perché a vent'anni ogni cosa è enorme, tranne forse la morte. "Corpi di Gloria" è un lungo racconto: Gloria e Andrea sono due fratelli riunitisi in vacanza dopo un periodo di separazione, attorno a loro amici, amanti, genitori, ognuno con la propria vertigine, il proprio senso d'impotenza, le potenzialità che non riescono ad esprimersi. Non solo le persone fanno da cornice, ma anche una Puglia amica e nemica, e Riva Marina, luogo della villeggiatura di Gloria e della sua famiglia, pare usuale e ignota nello stesso identico momento. L'indolenza d'agosto lascia spazio solo ai tormenti interiori fino a che la vita non decide di squarciare il caldo con la sua manifestazione più violenta e naturale: la morte. Eppure "il cielo sulle spalle di Gloria è immenso", così come il suo amore per il fratello e il vuoto dentro di lei: un buco nero che la fagocita. E Gloria ama, e lotta con il cibo e con se stessa. E in fin dei conti in una storia che parla di ventenni come poteva non rivelarsi forte, distruttivo, tracimante, enorme e fugace l'amore? Morboso, torbido, gentile, ingenuo, l'amore fraterno, quello carnale, quello materno. Tutto è amore, proprio perché ognuno dei protagonisti di questa storia crede di non meritarlo, lo insegue e non lo avverte, lo cerca nelle ferite e nelle pieghe nel grembo materno, nel frigorifero, in un corpo morto che galleggia sull'acqua. È una lettura incalzante e scorrevole insieme quella di questo breve testo, che mercoledì arriverà in libreria, in cui per forza di cose si finisce per riconoscersi, ricordare la propria giovinezza nel senso più vero del termine, un'immedesimazione che toglie il velo della nostalgia per restituire quello crudo della realtà all'età più feroce dell'esistenza. Non si è mai così grandi, e soli, e disperati, e capaci di tutto come quando si è inesperti e nuovi al mondo. Dialoghi riuscitissimi, un ritmo sostenuto che non permette distrazioni ed esige un finale; uno spaccato tanto breve eppure capace di donare identità completa ad ogni personaggio e a lasciarci intravedere il futuro possibile di ognuno, quasi si trattasse di conoscenti o amici del passato: noi stessi e quelli che erano con noi, nella nostra villeggiatura. Quante volte vi siete chiesti come sarebbe tornare indietro? Io molte, e molte volte avrei voluto la possibilità di ripetere daccapo tutto, per cambiare e trovarmi oggi diversa. Ma dopotutto, non vi pare già un miracolo essere sopravvissuti all'adolescenza? Marina Vitale Fonte: https://www.letteratu.it/ , 27 gennaio 2014.

  • La nuova linea telegrafica di Capracotta

    Il 17 luglio vi è stata l'inaugurazione di questo nuovo servizio di comunicazione elettrica, ma sia per la fama nazionale che lo precede, sia per l'ubicazione della linea, da esso poco d'utile e di comodità ci attendiamo. A parte le difficoltà d'avere le comunicazioni coi maggiori centri, per giunta questo posto telefonico è stato collegato - con quale criterio e perché non sappiamo - al centralino di Carovilli con cui Capracotta quasi non ha nulla a che vedere, sia sotto il punto di vista privato, sia commerciale. Quando si doveva allacciare ad un altro mandamento vicino, sarebbe stato opportuno prescegliere il centralino d'Agnone, con cui Capracotta ha anche linea telegrafica diretta, la cui palificazione che scende a valle si sarebbe prestata bene per l'appoggio della linea telefonica e l'Amministrazione avrebbe economizzato tutta la spesa per l'impianto a nuovo della linea telefonica Capracotta-Carovilli. Linea che l'Amministrazione si vedrà subito costretta a rimuovere perché corre tutta in alta montagna e specie il tratto che percorre Monteforte d'inverno è inaccessibile ai guardafili ed esposto agli effetti di continue e violentissime bufere. E non esageriamo: una linea telegrafica che un tempo collegava Capracotta a Carovilli passante per lo stesso Monteforte, l'Amministrazione dei telegrafi dové togliere; l'attuale linea telefonica costruita nell'estate-autunno del 1921, fu subito nell'invernata scorsa abbattuta dall'intemperie per oltre 2 chilometri. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Echi molisani , in «Eco del Sannio», Agnone, 4 agosto 1922.

  • Il confine settentrionale del Regno di Sicilia

    Le due province del Regnum Siciliæ , dette Ducatus Apuliæ e Principatus Capuæ , erano tagliate in senso orizzontale da un confine la cui esistenza non fu mai formalmente riconosciuta nell'organizzazione militare ed amministrativa della monarchia ruggieriana, ma che rappresentò invece, per il Papato fino al trattato di Benevento del 1156 e per l'Impero d'Occidente, il confine settentrionale del Regno normanno. Tale confine può essere così ricostruito: dopo aver seguito il corso del fiume Garigliano, dalla foce sul mare Tirreno fino alla confluenza del Liri con il Gari, piegava verso nord-est e poi verso nord, così come procede l’attuale confine tra le province di Gaeta-Caserta, Isernia-Frosinone; al monte La Meta deviava verso nord-est e raggiungeva prima il fiume Sangro, poi il Trigno, che percorreva fino alla foce sul mare Adriatico, secondo come è tracciata l'attuale divisione tra il Molise e l'Abruzzo, ad eccezione del fatto che questo antico confine abbandonava il fiume Sangro all'altezza di Castel del Giudice e raggiungeva il Trigno da Capracotta seguendo la valle del fiume Verrino, ponendo così al nord i paesi di Pescopennataro e Belmonte del Sannio, che oggi sono inclusi nel Molise. Questo confine, dal punto di vista romano, come mostra il Liber Censuum , separava dal Regnum Siciliæ le terre di Marsia e ultra Marsia, il cui possesso fu riconosciuto a re Guglielmo I di Sicilia soltanto nel trattato di Benevento del 1156 dal pontefice Adriano IV. Le terre di Marsia erano costituite dalle diocesi di Aprutium, Penne, Chieti, Valva, Forcone, Marsia, Gaeta, Fondi; quelle ultra Marsia erano costituite da una parte delle diocesi di Rieti e di Ascoli Piceno. Secondo il punto di vista imperiale, in particolare di Federico I di Svevia, tale confine segnava il limite settentrionale del Regno normanno per due motivi: perché era questo il confine settentrionale riconosciuto dall'imperatore Enrico II al principato di Capua, ed al ducato di Puglia da lui stesso creato per Melo di Bari; perché tutte le terre a nord di questo confine, cioè le terre di Marsia e ultra Marsia del Liber Censuum , appartenevano all'impero, essendo state parti del ducato di Spoleto, a sua volta parte del Regnum Italicum . Errico Cuozzo Fonte: http://www.cesn.it/ , 16 febbraio 2004.

  • Laura Carnevale, una donna contro il clero di Capracotta

    Dai regesti del notariato e del decurionato frentano relativi al XVII secolo ho estratto un testamento davvero curioso, datato 10 aprile 1617 e firmato da Laura Carnevale di Capracotta, vedova di Marco Antonio Coccio di Sant'Angelo del Pesco. In realtà Laura era al secondo matrimonio perché in prime nozze aveva sposato un capracottese, Lazzaro Di Bucci, colui che diversi anni prima aveva patrocinato, all'interno dell'antica Chiesa Madre, una cappella posta al di sotto dell'organo, poi donata al clero locale. Il testamento di Laura cominciava con una formula di rito: «In terra Sancti Angeli de Pesco Pennatario et proprie in domibus Marci Antonij Cocci» tanto che è possibile notare, sin dall'incipit, come la terra di Sant'Angelo del Pesco debba il suo nome (e la sua stessa esistenza) alla vicina Pescopennataro. La disposizione testamentaria continuava così: Lassa essa testatrice che si faccia una cappella et quatro nella chiesa matrice di St° Agnelo in detta terra di St° Agnelo per detti suoi heredi con l'imagine della Trinità S.ma e de St° Martino, et ai piedi di essa farci fare l'immagine di essa testatrice e di detto Marco Antonio Coccio suo marito, de prezzo et valore de cinquanta docati. Item essa Laura testatrice dechiara et asserisce li anni passati haver fatto una certa donatione allo Clero et preti di Capracotta de docati quattro cento per mano de don Prospero Carfagno di Capracotta in beneficio de detto Clero; la quale donatione essa testatrice vole espressamente che sia nulla et invalida. A quanto pare Laura Carnevale disponeva che alla sua morte gli eredi innalzassero nella Chiesa di Sant'Angelo una cappella dedicata alla Santissima Trinità e a san Martino e realizzassero dipoi un'immagine dei coniugi Coccio a testimonianza del lascito. Al contempo la signora chiedeva l'annullamento della donazione fatta dal primo marito al clero di Capracotta, cioè quando Lazzaro Di Bucci aveva elargito 400 ducati a don Prospero Carfagna, canonico di Santa Maria. Laura ne aveva già parlato col vescovo di Trivento, il francescano Paolo del Lago, e la sua strana richiesta era dettata dal fatto che «la volontà de Lazzaro de Buccio suo primo marito [...] di lasciare ogni cosa alla Chiesa non fu vero, atteso che li preti di Capracotta lo sedussero a far fare detta declaratione et fu ingannata». Che fine ha fatto la cappella della Trinità a Sant'Angelo del Pesco? E il quadro di Marco Antonio e Laura? E della cappella dei Di Bucci a Capracotta che ne è stato? Tutto perduto, ché omnia fert ætas . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Cocozza, Dai vertici degli Ordini al Regio Patronato: il caso di Paolo Bisnetti de Lago e la diocesi di Trivento (1606-1621) , in «Mediterranea», XII:35, dicembre 2015; C. Delle Donne, Nostalgia: Sant'Angelo del Pesco , San Leucio, Isernia 2002; C. Marciani, Regesti marciani: fondi del notariato e del decurionato di area frentana (secc. XVI-XIX) , voI. I, Japadre, L'Aquila 1987; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; F. Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Il Verrino e le sue cascate

    Il fiume Verrino, con la sua sorgente posta a quota 1.250 m.s.l.m., ai limiti dell'abitato di Capracotta in località Ara Petracca, si sviluppa per circa 24 km., bagna i territori dei Comuni di Capracotta, Agnone, Castelverrino, Poggio Sannita, Pietrabbondante e Civitanova del Sannio, per poi confluire nel fiume Trigno in località Sprondasino. Il nome Verrino ha sicuramente origini romane. Ci sono due contrastanti versioni di derivazione, la prima attribuisce l'origine al console romano Lucerio Verino, mentre la seconda, più verosimile, al maschio della specie suina adibito alla riproduzione, il verro (lat. verres ), visto che nessun animale, come il maiale, ha rivestito un'importanza così fondamentale nell'economia alimentare di tante popolazioni. Dalla corruzione dell'antica denominazione verres si è dunque passati al nome Verrino, diminutivo di "verro". Pensare che Comuni come Agnone e Capracotta utilizzassero l'acqua del Verrino come unico bene primario per la sopravvivenza umana e dell'ambiente è alquanto riduttivo, in quanto le caratteristiche orografiche del terreno permisero di sfruttare le cascate delle sue acque mettendo in opera nel XVII secolo opifici come ramere e mulini, e, all'inizio del XX secolo, delle centrali idroelettriche. Basti pensare che l'illuminazione elettrica pubblica nel Comune di Capracotta risale al 1901, mentre a Milano arrivò soltanto nel 1905! Ai piedi delle due cascate del Verrino si erano formati dei piccoli invasi che venivano usati ad inizio stagione per lavare le pecore, i cosiddetti bagnaturi . Non bisogna dimenticare che negli anni '50 quello fu il teatro di tragedie umane, come l'annegamento di due bambini caduti in questi piccoli laghetti in località Pisciarello. Nelle vicinanze del mulino di Santa Croce, precisamente sotto la masseria Amicone, a 1.050 metri di quota, mio nonno Domenico sperimentò per un triennio la coltivazione del caffè. Fu costretto a malincuore a più miti propositi perché, sebbene l'appezzamento di terreno fosse piccolo, a quei tempi era necessario sfamare nuove bocche, non soddisfare il suo fine palato! E così tornò presto a tostare e macinare l'orzo per il buon caffè mattutino. Con l'avvento della Seconda guerra mondiale il territorio prospiciente il fiume Verrino fu interessato, suo malgrado, da episodi bellici sia a favore dei prigionieri alleati scappati dal campo di prigionia di Sulmona, sia da episodi ostili agli occupanti tedeschi. Durante l'occupazione tedesca, nell'ottobre del '43, il luogo fu teatro di un episodio di belligeranza da parte degli occupati che, con i moschetti prelevati nella notte del 10 settembre dal fabbricato del Tiro a Segno di Capracotta, operarono nei pressi della cascata del Verrino un agguato a una pattuglia nemica intenta a requisire vettovaglie ferendo quasi mortalmente un militare. Fu un'azione alquanto avventata che comportò la reazione da parte dei belligeranti con le batterie antiaeree, adiacenti la casa cantoniera ubicata centralmente alle due stazioni ferroviarie Verrino-Cassillo, che si scatenarono per quasi tre settimane ad "alzo zero" contro la frazione Guastra al minimo sospetto o movimento. Di conseguenza la messa in opera di postazioni militari nelle case coloniche lasciate disabitate per le conseguenze dell'attentato fece sì che la frazione diventasse terra di nessuno. Filippo Di Tella

  • Neve da record a Capracotta

    Capracotta, chi altri se no? Il paese più alto degli Appennini, con i suoi 1.421 metri sul livello del mare, annualmente si mette in evidenza per la quantità di neve che lo ricopre. Non solo centimetri, ma metri. La sua web camera, collocata in piazza Falconi, è un legame imprescindibile per i tanti emigrati che hanno così modo, quotidianamente, di controllare il loro piccolo angolo di Paradiso. Tra un camion e qualche automobile, d’inverno il vero protagonista è il manto bianco. Tra il 7 e l'8 marzo scorsi, in appena sedici ore, sono caduti più due metri e 56 centimetri di neve, tanto da far parlare di primato mondiale che il paese avrebbe strappato a due località statunitensi. Proprio partendo da questo record - in fatto di guinness gli americani sono particolarmente sensibili - la notizia ha avuto forte risonanza soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. La CNN, tra le maggiori e più note emittenti a stelle e strisce, ha mandato in onda più servizi video e ha pubblicato una news apposita sul proprio sito web. Altri giornali - quali Mirror, Telegraph, Time - hanno diffuso la notizia, accompagnandola al "timore" che cada il primato attualmente detenuto da Boston e da Silver Lake, in Colorado, per la nevicata del 1921 (193 centimetri di neve in 24 ore). A decidere a chi andrà il primato dopo l'evento italiano sarà l'Organizzazione meteorologica mondiale. Il Mirror ha intervistato una residente del posto, la quale ha raccontato di aver vissuto tutta la vita a Capracotta e non di non aver mai visto una nevicata del genere. Il Telegraph ha titolato il proprio pezzo "Il paese che ha raggiunto gli otto piedi (2,5 metri, ndr ) di neve in un giorno", pubblicando le foto della nevicata. « Un paesino italiano – si legge sul quotidiano inglese – potrebbe diventare uno dei luoghi più nevosi del mondo dopo essere stato ricoperto da 2,56 metri di neve in meno di 24 ore. Gli abitanti salgono su grossi cumuli di neve per entrare nelle finestre ai primi piani e vanno in giro con ciaspole e sci » . I giornalisti di TeleAesse, la dinamica web-tv dell'Alto Sangro, hanno fatto sapere di essere stati contattati dalla giornalista Margot Haddad della CNN, in possesso di molti scatti fotografici sulla nevicata molisana reperiti attraverso la rete, ma a corto di immagini. Facendo una ricerca su Youtube, la giornalista americana ha scoperto il video dell'emittente con le spettacolari immagini della neve a Pescopennataro, paese vicino a Capracotta, convincendosi di poterle utilizzare sulla piattaforma CNN. La redazione della tv ha rilasciato l'autorizzazione a Mrs. Haddad con la promessa che, nel mandare in onda le immagini, citi il riferimento della fonte. Gabriele Di Nucci Fonte: G. Di Nucci, Neve da record a Capracotta , in «Forche Caudine», Roma, aprile 2015.

  • La grande tristezza

    Quando arrivò il treno proveniente da Isernia la corriera era ferma già da quindici minuti alla stazione di San Pietro. Corrado aprì le porte e il primo a salire fu il vento che gli assestò un fresco e dolce ceffone. Passato il brivido che lo aveva fatto tremare, si presentò ai suoi occhi un'immagine sconosciuta per quei posti di pecore e di lupi. Davanti alle porte una signora chiedeva se quella fosse la corriera per Capracotta, e quasi balbettando lui le rispose di sì, invitandola a salire. Era diversa dalle femmine che lui conosceva in paese, bella assai, prima di allora una così l'aveva vista solo su qualche giornale. Capelli rossi e lunghi, come la neve che ancora si stava squagliando, le carni erano bianche, di sottile stoffa rossa il vestitino che, partendo dalla balconata che a stento nascondeva, scendeva stretto fasciandole i fianchi e come un fiore riaprirsi a coprir e un poco mostrar la grande piazza per infine fermarsi appena sopra il ginocchio. Col suo piccolo bagaglio la donna si accomodò proprio dietro l'autista, non c'erano altri passeggeri. La corriera partì. Corrado era così rapito dal fascino di quella donna che non riusciva a parlare e non vedeva l'ora di arrivare in paese per liberarsi di quell'imbarazzo. Quando la corriera si fermò in piazza, la signora scese salutando in modo educato e, guardandosi intorno, si diresse subito verso il bar della piazza, la cui insegna recitava "BAR CLUB". All'interno del bar un oste solo, pensoso e assonnato stava spazzando il pavimento: anche quella, come tutte le precedenti, sarebbe stata una giornata tranquilla, troppo tranquilla. – Buongiorno, posso avere una tazza di caffè caldo, per cortesia? La voce, seppur gentile e soave, fece sobbalzare l'oste che, voltatosi di scatto, lasciò cadere la scopa che aveva in mano, ma, superato l'attimo della sorpresa, si mise subito a disposizione dell'avventrice dalla meravigliosa balconata. Come succede in ogni paesello, il forestiero è sempre avvolto da un alone di mistero, oggetto d'attenzione e curiosità da parte dei residenti, e così, senza perder tempo, l'oste iniziò a porre domande alla bella sconosciuta. Il modo di parlare di lei era talmente gentile e suadente che a udirla si rimaneva inebriati e il corpo tutto veniva pervaso da incandescenti bollori. Ella affermò di essere una dottoressa che curava la tristezza e che lì a Capracotta voleva affittare una casa per esercitare la sua professione. Chiedeva quindi di essere aiutata nella ricerca. La casa che cercava doveva essere munita di bagno, di salotto e di camera con letto matrimoniale, e possibilmente non al centro del paese. Dopo essere riuscito a domare con grossa fatica l'incendio che gli era scoppiato dentro, l'oste suggerì alla Dottoressa di rivolgersi al postiere che, conoscendo tutti in paese, avrebbe potuto aiutarla. Il postiere fece bene il suo lavoro e trovò subito la casa giusta. La Dottoressa riceveva solo per appuntamento e, inutile dirlo, solo a pagamento. La sua grande esperienza le consentiva di curare tutte le tristezze, grandi o piccole che fossero. Le terapie erano varie, sempre rapportate alla grandezza del problema, e potevano servire molte sedute per curare un paziente affetto da una grossa tristezza. Non ci volle molto tempo che tutti gli uomini del paese scoprirono d'essere terribilmente tristi, e così... tutti in cura dalla Dottoressa. Erano gli ultimi giorni di ottobre, come lupo famelico il freddo iniziava a morder le carni, e una mattina il paese si svegliò di neve imbiancato. Era arrivato l'inverno. Toc toc, toc toc, toc toc... Le undici del mattino e Anastasio, di pino silvestre cosparso, senza ricevere risposta, bussava con insistenza a quella porta, ma quel giorno nessuno gli avrebbe aperto. In altri paeselli la Dottoressa era andata a curar tristezze. E per il paesello... fu di nuovo la grande tristezza. Leo Giuliano

  • L'arte della seduzione

    Come già visto, nella sua Sala Jesurum alla Biennale di Venezia del 1927, Giulio Rosso affrontò la sfida di creare uno spazio che, pur suggerendo un interno domestico, funzionasse anche da showroom. I suoi murali sulla "Leggenda di Lacco" trasformavano le origini mitiche dell'artigianato nella storia di un'azienda; raffigurare un'illustre tradizione - un passato reale o leggendario - si rivelò una potente forma di promozione. Quando un avvenimento storico o una leggenda non erano disponibili, Rosso ne inventava una. La bottega da sarto di Ciro Giuliano (1928), ad esempio, è stata animata e nobilitata da due pitture murali: "La scelta dell'abito" e "La storia dell'abito". Nel primo Rosso aveva raffigurato un sarto nell'atto di trattare col cliente e con un amico di quest'ultimo, e che, sdraiato su un divano, dispensava consigli ora utili ora fastidiosi circa l'abito. Nel secondo murale il decoratore raccontava invece una storia in cinque episodi: un giovane comprava un abito che, nell'ultimo pannello, veniva guastato da un goffo cameriere, con le scene separate da forme geometriche e motivi floreali. Come evidenziato dalla moda sartoriale, le storie dei dandy , fossero impazienti o sfortunati, sono tutte ambientate agli albori del XIX secolo. A metà strada tra i generi dell'illustrazione satirica e della pittura murale storica, i murali di Giulio Rosso hanno offerto a Ciro Giuliano due miti ancestrali fatti su misura per il mondo della moda. Erano divertenti, ma anche sottilmente moralistici, riflettendo probabilmente la visione del padrone, uno dei sarti allora più richiesti. Antonio David Fiore (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: A. D. Fiore, "In Defence of the Decorator": Giulio Rosso (1897-1976) in Italy in the Interwar Period , The Open University, Milton Keynes 2017.

  • La Madonna di Loreto a Capracotta

    Ogni tre anni Capracotta festeggia Santa Maria di Loreto, la «protettrice dei viaggi » e, quindi, dei transumanti. La festa si tiene nei giorni sette, otto e nove settembre, a cavallo della data di celebrazione della Natività di Maria. Il primo giorno, una processione conduce la statua della Madonna di Loreto dalla sua piccola dimora fino alla Chiesa Madre, dove resta fino al nove, quando, con una seconda processione - un tempo caratterizzata da una sfilata di muli, oggi sostituiti da cavalli - viene riportata alla chiesetta di provenienza, posta extra moenia , a meno d'un chilometro dall'abitato. Luigi Campanelli attestò come la chiesa rurale sia stata il luogo sacro di raduno dei pastori transumanti di Capracotta: Vuolsi che fosse stata eretta per più intensa devozione dei nostri maggiori verso quella Madonna protettrice dei viaggi, perché in quei dintorni eran soliti di radunarsi con gli armenti per condurli a svernare ai bassi piani nei principii dell’autunno, ed ivi, dopo qualche giorno di permanenza, si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii, raccomandavano nella preghiera l'incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine. Anche Oreste Conti segnalò la consuetudine per i pastori di partire, da ottobre, dal Santuario capracottese: «L'ottobre s'avanza. [...] Tutte le mattine ci s'imbatte in gruppi di partenti, seguiti da donne accorate, e [...] vanno sino al santuario della Madonna di Loreto e ivi si distaccano » . La festa di Capracotta è un limpido esempio di fitoculto mariano. Lina Pietravalle la definì festa del legno poiché la «Madonna di Loreto [...] con la sua aria di idolo immobile [...] cela un simbolo. Il suo corpo è un tronco d'albero». Secondo una radicata tradizione, infatti, la statua della Vergine (datata 1634) avrebbe fattezze inconsuete, il suo scheletro interno sarebbe costituito da un tronco di pero selvatico che, sebbene sbozzato, mostrerebbe la sua originaria forma arborea; così come scrisse la viaggiatrice italo-inglese Estella Canziani: «Il corpo è fatto con la parte superiore di un albero tagliato nella foresta, e il piedistallo con la parte inferiore del tronco. Questo perché la Madonna era apparsa su quest'albero nel bosco». Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, Madonne, santi e pastori. Culti e feste lungo i tratturi del Molise , Palladino, Campobasso 2000.

  • Capracotta, la comunità della neve

    Le foto spettacolari di questa pagina rimbalzano da alcune ore su siti e social network. Anche le tv nazionali hanno mandato inviati a Capracotta (1.421 s.l.m., il secondo più alto dell'Appennino, il tetto dell'Altosannio), paese della provincia di Isernia, sepolto il 5 e 6 marzo da una nevicata straordinaria: sono caduti quasi due metri e mezzo di neve in meno di 18 ore (pare abbattendo così il limite storico di 193 centimetri in 24 ore misurato nel 1921 a Silver Lake, in Colorado). Tuttavia sotto quella neve ci sono alcune cose che i media distratti non sanno riconoscere e vedere. Capracotta, come molti paesi dell'Appennino, è prima di tutto una comunità che resiste, un paese sempre più disabitato. Dei quasi 5.000 residenti negli anni Venti ne sono rimasti 600. La scuola elementare e quella media (per lo Stato sono solo piccole aziende in perdita), la farmacia comunale, le piste di sci di fondo, il meraviglioso Giardino della flora appenninica, le strade (la cui spalatura, con la soppressione delle province, è ora priva di responsabili), i sentieri dell'antica transumanza, la casa degli anziani, sono alcuni presidi intorno ai quali i cittadini costruiscono ogni giorno relazioni solidali. Qui una Casa della paesologia potrebbe diventare qualcosa di bello. In un paese come questo, segnato dalla migrazione all'estero e nelle grandi città italiane, la parola comunità ha per molti ancora un significato importante. Non è un caso che quando la neve rende impossibile uscire di casa sono molti a prendere ciaspole e sci per portare soccorso ai più anziani. Non sono neanche trenta i chilometri che separano Capracotta da Roccaraso (L'Aquila), ma la distanza tra le due località di montagna è abissale. Gli oltre cento chilometri di piste da discesa, gli alberghi e ristoranti di lusso, gli impianti per l'innevamento artificiale che hanno reso nota la piccola località abruzzese per alcuni capracottesi sono motivo di invidia. Per altri, invece, la fortuna di Capracotta è di non averli. Da queste parti prevale ancora un'idea di turismo leggero, poco urlato, in grado di rispettare il respiro delle montagne (da Monte Campo a Monte Capraro passando per Prato Gentile) e di intrecciarsi con la vita quotidiana degli abitanti. Qui sciare significa prima di tutto sci da fondo, cioè camminare in montagna, muoversi lentamente per prendersi cura di boschi di abeti e faggi e prati. Via Fratelli Fiadino è una piccola traversa del quartiere San Giovanni di Capracotta. Per sapere chi sono Rodolfo e Gasperino Fiadino basta percorrere un chilometro della strada che porta a San Pietro Avellana e che accoglie una lapide importante. Subito dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943 numerosi prigionieri di guerra alleati, fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, vagavano per i boschi abruzzesi e molisani cercando di ricongiungersi alle truppe alleate che risalivano la Penisola. Nel loro vagabondare e nel nascondersi ai tedeschi furono spesso aiutati e sfamati dai contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta (comune situato all'interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi, citato anche da Ernest Hemingway in "Addio alle armi") il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati fuori dal paese e fucilati per aver nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della Memoria di questa gente di montagna, amica delle neve e dello sci da fondo. Gianluca Carmosino Fonte: https://comune-info.net/ , 11 marzo 2015.

  • Il meccanico Giuseppe in terra d'Africa

    Quando un capracottese si stabilisce in un luogo diverso dal paese natale la prima cosa che fa è cercare i propri conterranei, di cui si è informato con largo anticipo. Perché, si sa, «quando Colombo scoprì l'America vi trovò un capracottese». E noi capracottesi siamo proprio così: siamo ebrei, siamo zingari, siam montanari, insomma ŝtéme buóne fra de nù. Al pari di tanti compaesani, Giuseppe Potena dovette viaggiare in lungo e in largo prima di trovare il suo posto nel mondo. Egli era nato a Capracotta da Pasquale e Filomena Di Lorenzo; di famiglia numerosa, divenne operaio meccanico con tanto di diploma e nel 1947 convolò a nozze con Filomena Paglione. Ma prima di sposarsi venne inviato in Africa Orientale, in quel Corno d'Africa italiano da mezzo secolo e nel quale Benito Mussolini aveva concentrato la maggior parte degli sforzi coloniali della nuova Italia in camicia nera. Giuseppe era stato inviato in Etiopia dall'azienda per la quale lavorava dal 1° luglio 1939, la Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale (Citao), per essere inserito come operaio specializzato montatore meccanico nel reparto diesel dell'Officina principale di riparazioni automobilistiche del Regio Esercito (Oprare) ad Addis Abeba, la Roma d'Africa. I camion italiani che percorrevano migliaia di chilometri sugli altipiani d'Abissinia e d'Eritrea, ad oltre 2.000 metri d'altitudine, avevano bisogno di meccanici specializzati che fossero in grado di risolvere ogni problema, ricorrendo spesso all'inventiva e a un certo talento manuale, dati i gravi problemi d'approvvigionamento tra la Madrepatria e le sue colonie africane. C'è da dire che i nebulosi monopoli nelle colonie italiane appartengono a un mondo che soltanto negli ultimissimi anni la ricerca storica e storiografica sta approfondendo. La Citao, ad esempio, fortemente criticata persino da Roberto Farinacci, deteneva il monopolio sul trasporto di persone, merci e posta, sulla vendita e distribuzione di lubrificanti, combustibili e rottami, sulla riparazione di mezzi militari e civili, oltre ad avere il diritto speciale ad assicurare mezzi e dipendenti. La cattiva fama della Citao era tale che l'acronimo aziendale era spesso oggetto di satira, tant'è che veniva storpiato in Sciftao , «gioco di parole basato sulla parola della lingua locale scifta , "brigante"». Ciò nonostante, Giuseppe Potena lavorò di buona lena in quel reparto fino al 10 luglio 1941, quando, per cause di forza maggiore, il suo rapporto di lavoro venne risolto unilateralmente dall'Azienda. Le cause di forza maggiore consistevano nella requisizione dell'intera officina da parte dell'Autorità Militare Britannica, che aveva appena occupato la capitale etiope. Di quei due anni sotto il solleone africano, Giuseppe conservò una bella fotografia scattata il 26 febbraio '41 in compagnia di altri due capracottesi, che in Etiopia erano giunti in veste militare e che egli aveva presto incontrato: il sergente maggiore Sebastiano Di Bucci (1909-2010) e il soldato semplice Vincenzo Di Rienzo. Una volta tornato in Italia, sul retro della foto Giuseppe scrisse: Vani gli infiniti sacrifigî per la Conquista di quella Terra d'Africa. Molti lasciarono la propria Vita, in quella lontana Terra senza avere nessuna speranza. L'Italia Madre della Civiltà e della Dottrina Cristiana, sparsa nel mondo intero, volle portare anche in quella perduta Terra la Civiltà. Sotto questa didascalia un pochino demagogica, certamente figlia del periodo storico e della frustrazione per la sconfitta militare, Giuseppe annotò anche un detto popolare molto singolare: «Producete molto e spendete poco». Se egli tornò subito in Patria, diversa fu la sorte di Sebastiano Di Bucci, ritratto con lui in quella stessa fotografia, il quale, fatto prigioniero dagli Inglesi, rivide la propria famiglia soltanto nel 1946. Nel dopoguerra Giuseppe Potena tenne per ben dieci anni la Cooperativa Popolare di Capracotta, dopodiché emigrò in Venezuela per diversi anni ma, a causa di un infortunio sul lavoro, fu costretto a tornare in Patria, dove riprese in mano la gestione della suddetta società fino agli inizi degli anni '70 per poi essere eletto consigliere comunale. Giuseppe morì il 4 gennaio 1989. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Di Bucci, Il primo capracottese a Caracas: Sebastiano Di Bucci , in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo , Cicchetti, Isernia 2017; P. Giovannini e M. Palla, Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo , Laterza, Bari 2019; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Da Redipuglia fin Sotto il Monte

    Redipuglia: una doverosa visita a uno scenario fuori del tempo in cui si avverte un irreale e ossequioso silenzio. L'acqua, che in un canale sovrastato da un ponte, scorre placida, senza alcuna increspatura o sciacquio durante il suo lento cammino; si immette nell'Isonzo e con grande deferenza sembra che voglia rispettare il sonno dei circa 100.000 caduti. I cipressi, alti quasi 50 metri, si stagliano a mo' di lancia verso il cielo, ondeggiano flessuosamente e ballano in compagnia del cinguettio degli uccelli nascosti fra i rami come a ricordare che la vita continua. È qualcosa di inesprimibile l'ambiente che ci circonda, non ci sono parole nel delineare lo stato d'animo che ti attanaglia e ti pervade nel leggere i nomi di alcuni dei 39.857 soldati inumati, riconosciuti e ricordati singolarmente con le targhe di bronzo allineate sui 22 gradoni (alti 2,5 m. e larghi 12 m.) e le ripetute scritte "PRESENTE" che si protendono verso il visitatore di turno come a chiedere un abbraccio misericordioso che purtroppo non arriverà mai. I caduti di Capracotta "presenti" e percepibili all'appello in questo smisurato sacrario sono: Carfagna Calzella, 34 anni, gradone 4; Carnevale Michele, 24 anni, gradone 4; Di Tella Martino, 21 anni, gradone 7; Evangelista Vincenzo, 28 anni, gradone 7; Santilli Vincenzo, 34 anni, gradone 18. I gradoni sono esposti a sud, forse per essere riscaldati dai raggi del sole, nell'intento di mitigare la fredda terra di sepoltura dei presenti, mentre gli altri 60.330 caduti non identificati sono stati tumulati in due fosse comuni e, purtroppo, non hanno avuto la stessa "sorte". La stessa sensazione la si avverte stazionando davanti alla lapide intitolata ai fratelli Gasperino e Rodolfo Fiadino in località Sotto il Monte, fucilati per aver dato ospitalità a prigionieri fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona. Nelle vicinanze non c'è alcun fiume o canale in cui scorra silenziosamente l'acqua ricca di vita, bensì una fontana intitolata loro, posizionata di fronte alla lapide al di sotto della strada provinciale, per il cui raddrizzamento fu necessario abbattere i due alberi a cui i fratelli Fiadino erano stati legati per l'esecuzione della condanna capitale e che si trovavano a circa 10 m. ad ovest dell'attuale targa in marmo. Li ricordiamo tutti con fierezza e in gran debito di riconoscenza perenne, perché per il coraggio e gli atti di eroismo, sfociati spesso, a causa di scellerate scelte politiche piovute dall'alto, nella morte o nell'inabilità fisica, hanno contribuito a donarci un bene incommensurabile: la libertà. Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie. [G. Ungaretti, "Soldati", 1918] Filippo Di Tella

  • Scout a Capracotta

    Le cime innevate di Capracotta hanno fatto da cornice all'uscita invernale, il 17 febbraio scorso, fatta da un gruppo di giovani scout, composto dal clan-fuoco DOC del CB5, dal noviziato Ariel del CB5, dal noviziato del CBl, e dal noviziato del CB7. L'orario della partenza previsto per le 7 e 30, con grande dispiacere dei nottambuli del sabato sera, ha fatto desistere alcuni elementi che nella lotta contro il sonno hanno avuto la peggio. Dopo circa 2 ore di viaggio trascorse tra chiacchiere e dormiveglia, si è arrivati a destinazione. L'accoglienza non è stata delle più calde dati gli 11 sotto zero registrati dalle colonnine. Nonostante tutto si sono svolte senza grandi problemi prima le scivolate in stile libero, a bordo di slittini artigianali e sacchi di immondizia, e successivamente le "olimpiadi" che prevedevano diverse discipline, tra cui un percorso con racchette da neve realizzate dai partecipanti. I rover e le scolte si sono poi rifocillati con un pranzo sulla neve a base di piatti freddi!!! Dopo il pranzo ci si è raccolti in clima di riflessione sulle parole di mons. Bregantini, per avvicinarci così al momento importante della promessa di una scolta. Grande è stata l'emozione della stessa, e la suggestione offerta dal paesaggio innevato e dalla croce che vegliava sulla cerimonia. Lo stesso clima ha accompagnato la messa, svoltasi nella chiesa madre di Capracotta raggiunta dopo il necessario cambio di abiti. Svanite le speranze di gustare una tanto desiderata cioccolata calda, i ragazzi si sono preparati per il rientro a Campobasso. Tanti sono i ricordi e i pensieri che rimarranno nella memoria dei ragazzi ancora oggi irrigidita dal freddo. Forse qualcuno avrà messo in dubbio le famose parole di Baden-Powell che recitano: «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento! » . Andrea Borrelli Fonte: A. Borrelli, Scout a Capracotta , in «Vita Diocesana», XI:6, Campobasso, 30 marzo 2008.

  • Pastorizia lecita alle Chiese, ed a' Clerici

    Né si dica, che, se detta industria di Dogana fusse negoziazione, sarebbe vietata alle Chiese, ed alle persone Ecclesiastiche; conciosiaché, ponendo da parte, che la negoziazione si esercita dal Fisco, e gli Ecclesiastici solamente comprano, e contraono, quando li pare, si aggiunge, che per dirsi illecita una negoziazione, si richiede, e che la cosa, che si vende, non sia nata da' proprj beni, e che si compri per il solo fine di rivendersi senz'altro artificio a maggior prezzo, e col pregiudicio degli altri, come avvertisce il cit. Sperelli. Or esercitandosi detta negoziazione dalle Chiese, e persone Ecclesiastiche in cose nate da' proprj beni, e nudrendosi le proprie pecore, ed altri animali, o negli alieni, o ne' loro erbaggi, che non mancano all'Annunziata di Sulmona, Badia di S. Spirito de' PP. Celestini, Madonna di Capracotta, Santissimo di Castel di Sangro, di Pesco Costanzo, ed altri luoghi pii in Abruzzo; e vendendosi poi con somma industria, applicazione, e pericolo la lana, i castrati, l'agnelli, ed altri frutti, non solo senza far ad altri alcun pregiudizio: ma col giovare al pubblico, ed al privato interesse, ne siegue per necessario conseguente, che detta industria di Dogana sia una negoziazione lecita, non vile, religiosa, ed onesta. Stefano Di Stefano Fonte: S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris , libro I, Roselli, Napoli 1731.

  • Lettera a Sua Santità Papa Francesco

    Capracotta, febbraio 2014. Sua Santità, mi chiamo Concetta, un'orfanella sola che vive in un "paesino" dell'Alto Molise: Capracotta. Che bello... che emozione... in paese si vocifera (il paese è piccolo, la gente mormora) che Sua Santità del mio paese ne ha sentito parlare da miei compaesani che vivono in Argentina a B. Aires e che hanno avuto l'altissimo privilegio di incontrarLa e conoscerLa. Non so se questi compaesani hanno approfittato della mia senile ingenuità ma hanno sussurrato di averLa invitata a visitare Capracotta a settembre in occasione dei festeggiamenti triennali della SS.ma Madonna di Loreto... una ricorrenza che tutti i nostri emigranti onorano con il loro ritorno. Tantissimi capracottesi che vivono in Argentina hanno fatto di questa festa una tappa importante della loro vita. IncontrarLa a Capracotta... un sogno... non voglio essere svegliata... Con queste poche righe non voglio distrarLa dalla Sua altissima missione, voglio solo chiederLe una supplica: mi ricordi nelle Sue preghiere, sono una fedele che vive da sola, timorata di Dio; andando avanti negli anni mi sto accorgendo che la solitudine non è certamente la mia compagna ideale. È brutto dirlo... con le mie preghiere non riesco a raggiungere una pace interiore che conforti la mia solitudine. Nel periodo invernale sono ospite della locale residenza per anziani "Santa Maria di Loreto", un vero gioiello di struttura per anziani dove gli altri ospiti e soprattutto il calore umano delle maestranze diventano la mia famiglia... quella famiglia che non ho avuto e solo adesso in età avanzata mi sto chiedendo se è stata una mia scelta o una volontà di Nostro Signore. Santità, un cruccio mi logora: se è stato un volere di Dio Le chiedo una preghiera particolare che spazzi via la tentazione di abbandonare la Fede, fino ad oggi la mia compagna di vita. Santità, mi permetto di allegare un opuscolo della residenza "Santa Maria di Loreto" dove trascorro il freddissimo inverno di Capracotta. Io e tutti gli ospiti della Residenza preghiamo quotidianamente per Lei. Sarei contentissima di incontrarLa a Capracotta prima del mio lungo viaggio di andata... posso sperare nel ritorno? Scherzo... Devotissimi saluti in preghiera, Concetta De Simone Vaticano, 29 aprile 2014. Gentile Signora, il Santo Padre Francesco ha accolto con sentimenti di spirituale vicinanza l'atto di devota confidenza che Gli è stato presentato, accompagnati altresì, dal gradito dono di un opuscolo. Sua Santità, nel ringraziare per il gesto filiale, incoraggia ad abbandonarsi con rinnovata fiducia tra le braccia paterne del Signore, che sempre ascolta la supplica di chi, con pazienza e umiltà, bussa alla sua porta e, mentre invoca l'intercessione della Madre di Dio, di cuore imparte l'implorata Benedizione Apostolica, propiziatrice di ogni bene, volentieri estendendola alle persone care, con particolare pensiero per gli Ospiti della Residenza Anziani. Con sensi di distinta stima, Peter B. Wells

  • Mari e monti in Molise

    La premessa è che il giro nasce dalla voglia di fare un po' di km. in moto e successivamente alla rinuncia ad una 3 giorni di moto in Basilicata e Puglia. La premessa ci vuole perché altrimenti nel vedere il percorso, un giretto a zonzo per quasi tutto il Molise e sanza meta, potreste pensare che sono pazzo... Mercoledì sera mi chiama Vincenzo, e mi conferma la sua presenza per il giorno dopo. Ieri mattina mi chiama e "Marco, il tempo è bello, partiamo per le 9:30?", erano le 9:00 e io ero in mutande in giro per casa e "ok Vincè, ci vediamo da me". La successiva mezz'ora in casa mia è trascorsa come un film guardato a 2x, roba che io e Maria siamo partiti già sudati... Il percorso prevedeva la SS87, la mitica Statale Sannitica che nel tratto di Cerro Secco (verso Casacalenda) e successivamente da Casacalenda a Larino è di una bellezza tale da togliere il fiato in qualsiasi stagione dell'anno. Ed infatti l'abbiamo percorsa tutta ad andatura allegra ma sempre prudente, perché le zone d'ombra non sono poche e con le foglie a terra l'asfalto può diventare insidioso (come ben saprà quel fesso che venendo in direzione opposta alla nostra per poco non ci veniva addossso avendo perso l'alteriore in uscita di curva). Arrivati a Termoli ci fermiamo per un caffettino e un pipìstop e all'uscita dal bar troviamo due vigili accanto alle moto (parcheggiate in una isola di sosta) e Vincenzone gli dice "andiamo via subito", e il vigile "e chi v'ha detto niente"... si stava guardando le moto, e poi giù di chiacchiere e scopriamo che è di CB ma trasferito a Termoli, conosce Giancarlo ed è mezzo parente di Toni. Perché s'era avvicinato alla moto? È un motociclista e voleva sapere dove si vende questo adesivo. Ripartiti in direzione Nord mi faccio guidare dal Conte che lascia l'Adriatica a San Salvo per svoltare verso Cupello, e da lì prendiamo la SS86 che avevo rinunciato a fare nel giretto di fine ottobre (ma m'era rimasta lì). La strada si snoda subito con curve piacevoli, una carreggiata un po' più stretta a tratti ma sempre scorrevole. Purtroppo l'asfalto quasi mai è degno della bellezza dei panorami e delle curve che, altrimenti, farebbero della 86 la gioia di tutti i motociclisti, ma il peggio doveva ancora arrivare! Infatti appena passato Castiglione Messer Marino si entra in Molise, e quasi magicamente l'asfalto si trasforma in una groviera di buche, spaccature, frane e quanto di peggio si possa immaginare. Insomma, ancora una volta noi molisani ci siamo fatti riconoscere... Da Castiglione M. M., dove ho venduto un rene per fare benzina alla moto (mortacci...), volevamo prendere per il Mugellino, ma poco prima abbiamo sentito Toni al telefono e avendo preso appuntamento con lui si è optato per proseguire sulla 86 così da arrivare prima alla meta prescelta: Pescopennataro (perché strano ma vero, non c'ero mai stato!). Superata l'odissea di asfalto indegno, nel tratto prima di Pescopennataro e poi verso Capracotta abbiamo potuto sfogare un po' la cavalleria perché a tratti la strada migliora, ma l'altitudine iniziava a farsi sentire e le zone d'ombra erano mooolto umide e infide. Arrivati a Pescopennataro proviamo prima a farci accordare un tavolo dal noto "Lo Scamorzaro", che in quanto noto è talmente pieno che ci promette un tavolo non prima del cenone di Natale... al che riprendiamo la strada verso il paese e, arrivati al belvedere, mi si apre il cuore e mi parte l'embolo... voglio arrampicarmi verso la statua sullo sperone di roccia. La vista dal belvedere è fantastica e merita da sola il viaggio, ma anche le case tra le rocce sono molto suggestive, però la cosa che mi ha divertito di più è stato sentire l'apprensione di mia moglie mentre facevo lo scemo arrampicandomi su un terreno fangoso e pietroso solo per fare una foto vicino al guerriero sannita. Ma che volete farci, ogni tanto le mogli vanno fatte preoccupare, così poi ti coccolano ancora di più. Risceso indenne abbiamo ripreso la moto e ci siamo diretti verso Capracotta alla ricerca di un pasto. Arrivati in paese non abbiamo trovato nulla di decente aperto, tranne un negozio di formaggi che ha fatto la nostra gioia. Finiti gli assaggini di formaggi (e che formaggi!) abbiamo deciso di andare a pasteggiare al Rifugio Prato Gentile, che dalla bellezza dei suoi 1.567 m.s.l.m. ci ha accolto con una arietta fresca che ha stuzzicato ancor più il nostro appetito. Entrati dentro ci ha accolto un signore dalla faccia gioviale, Vincenzo si è informato sui panini e m'ha chiesto "prosciutto e pecorino o prosciutto e caciocavallo?", e io "tutti e due no?"... detto fatto arrivano dei megapanini pieni di fantastico formaggio! Mi avvicino al gestore e gli ordino una birra, "preferibilmente Forst". Lui mi guarda, fa una pausa alla Celentano e mi risponde "abbiamo solo Forst" (miitico)! Ma me lo dice con un orgoglio strano, tant'è vero che portandoci la birra al tavolo inizia a declinarci la gestione straniera di tutte le birre teoricamente italiche, l'unica ancora veramente italiana è la Forst. A me piace e basta, ma me la bevo con più gusto sapendo che fa di me anche un patriota. A fine pasto ci raggiunge Toni che, non avendoci trovato ad Agnone s'era già fatto il giro per Pescopennataro e Capracotta (ovviamente a velocità codice... sì, codice Intergalattico per salti nell'Iperspazio). Vista l'ora riprendiamo la strada di casa ma senza rinunciare ad una capatina a Torella del Sannio, dove sappiamo di poter trovare dei dolci degni di una chiusura di giornata come questa. Ed infatti arrivati alla pasticceria ordiniamo code di aragoste (se quelle erano le code, tutta l'aragosta era grossa almeno come un coccodrillo...) e cioccolata calda. Peccato che i cellulari non prendevano, perché era già pronto il post su FB per sfottere il nostro President... Con la pancia piena e le papille gustative appagate ci siamo rimessi in marcia e alle 17:15 eravamo alle porte di Campobasso, saluto veloce e poi a casa a rimettere i destrieri in garage, ma solo dopo averli ringraziati per averci regalato un'altra bellissima giornata di libertà, con 304 km. di libidine allo stato puro! Saluti a tutti e jamm' bell' ... in moto! Musum Fonte: http://www.jammbell.it/ , 8 dicembre 2011.

  • La struttura dei feudi

    Nell'Alto Molise erano ubicati i feudi di Caccavone e Vastogirardi, appartenenti - come si è detto - alla famiglia Petra: nel 1702 si traevano circa 260 ducati dal feudo di Vastogirardi e poco più di 280 da quello rustico di Caccavone. Nel primo caso, la rendita scaturiva per il 50% dalle giurisdizioni e per l'altra metà dalle rendite fondiarie e produttive; nel secondo caso, essa derivava per oltre i 2/3 dal comparto fondiario e particolarmente dai terraggi in grano, mentre l'altro terzo proveniva da due mulini e dal valcatoio . Le grandi rendite provenienti dall'attività economica dei complessi territoriali dei Petra rientravano nell'ambito dei quattro feudi rustici di Pizzi: S. Mauro e S. Maria Elisabetta, che «formavano un sol corpo»; Bralli (o Varaldo), Civitella. Erano estesi comprensori a pascolo, dove venivano fidati i greggi medio-grandi appartenenti alla "Doganella delle quattro province", e da cui scaturivano rendite ragguardevoli: oltre 530 ducati dal primo, più di 430 dal secondo, oltre 60 dal terzo e 420 dal quarto. Nella montagna di Campobasso erano insediati, invece, i feudi di Campolieto e Campodipietra: nel Settecento, il duca di Andria, Riccardo Carafa, percepiva una rendita dalla prima comunità di poco superiore ai 350 ducati, di cui oltre il 60% proveniva dalle giurisdizioni, mentre dal secondo centro scaturivano poco meno di 230 ducati; in ambedue le località, oltre il 60% della rendita era tratto dall'esercizio delle giurisdizioni e quella restante quasi esclusivamente dai terraggi . Tale composizione era dovuta al fatto che la popolazione dell'università di Campolieto, all'indomani della crisi del Seicento era pervenuta a oltre 2.100 unità; a Campodipietra, confinante con i feudi di Civitella e S. Felice posseduti dal barone Japoce di Campobasso, la popolazione ammontava a 1.400 abitanti. Nel medesimo territorio uno dei feudi più importanti era quello di Capracotta, che, appartenuto fino al 1669 alla famiglia Cantelmo, faceva parte del seggio dei Capuana, poi estinti nella famiglia Piromallo. Alla morte, nel 1681, di Andrea Capece Piscitelli, nel relevio presentato dal figlio Giuseppe per la successione feudale, il possedimento esibiva una rendita di tutto rispetto, pari a 2.596 ducati. Di questi solo 213 provenivano da diritti giurisdizionali, di cui una buona parte dalla colletta di S. Maria . Pure la rendita del comparto manifatturiero non era delle più solide, ammontando a poco più di 284 ducati, che oltretutto provenivano sia dalle attività di follatura tessile nella gualchiera sia dalla macina del grano nei mulini, strumenti operativi messi in funzione ed adoperati per animare il lavoro rurale all'interno del feudo. In tal modo, la fonte principale di reddito derivava dagli erbaggi degli enormi distretti compresi nei demani feudali: erano, infatti, i grandi demani provenienti dai feudi rustici di Monteforte, Macchia, Ospedaletto, Guastre, Orto Jannino, Cannavina e Cannaviniello a dare un gettito di ben 2.100 ducati. Si trattava, in tal caso, di un composito sistema di grandi difese , sovente condivise con l'università: ad esempio, per i grandi feudi rustici di Macchia, era di nove morre (una morra corrispondeva a un gregge di 100 pecore); per quelli di Ospedaletto di cinque; di Guastra e Orto Jannino di tredici. Il barone percepiva solamente i proventi derivanti dal "pascolo della sola erba estiva", mentre quelli relativi al pascolo praticato nei mesi autunnali e invernali spettavano all'università e una morra su nove veniva riservata ai cittadini locali. Alla conclusione del XVII secolo lo spopolamento delle campagne aveva fatto sì che anche i terraggi esercitati su questi demani si fossero di molto ridotti; si terraggiavano , per così dire, solo i feudi di Monteforte e di Guastra, dai quali derivavano appena 448 tomoli di grano. Marco Trotta Fonte: M. Trotta, Stato moderno e baronaggio nel Regno di Napoli: aspetti e problemi della feudalità nel Contado di Molise (secc. XVI-XVIII) , in «Mediterranea», XIV:39, aprile 2017.

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