LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Il mio Iaco
Non sappiamo bene cosa sia rimasto di quel giorno di febbraio. Da qui, dall'anno duemila-diciotto, non sembra chiara la trasmissione delle immagini. Alcuni sono troppo giovani, e comunque per molti la visione dei ricordi appare sfocata, sbiadita, proprio come una foto vecchia di quaranta anni fa, quando gli scatti venivano fatti con macchine che oggi apparirebbero improponibili. E poi c'era la stampa delle foto, la camera oscura, e fuori da quelle luci rosse e dalla puzza degli acidi di sviluppo la società sembrava vivere una improvvisa modernità che faceva ancora i conti con la polvere e l'austerità di un passato di stenti. In quei tempi Taranto profumava di far west, e proprio come nella conquista quotidiana di una frontiera, la città si trasformava di giorno in giorno. Cresceva Taranto, mutava a vista d'occhio, e lo faceva incoscientemente vivendo l'illusorio miraggio di un futuro di prosperità sintetica. Operai, impiegati e marinai si affannavano nel traffico di uno stabilimento, diretti in arsenale, indaffarati nelle caserme. Il ricordo è sbiadito, sfocato, ma quello che invece è rimasto cristallino è l’impatto con il senso frustrante degli eventi avversi, e forse solo per questo motivo qualcuno ricorderà il sapore più amaro del caffè di quel mattino del sei febbraio, quando si apprese la notizia. Erasmo non era una semplice persona: da qui, dal duemila-diciotto, è ancora più chiara la sua figura-simbolo. Certamente era una persona semplice, ma questo era un dettaglio del suo intimo, un elemento che segna il limite del privato, e che qui non compete. Una persona semplice, dunque, ma non semplicemente una persona. È stato un condottiero vestito da calciatore, un uomo che ha profondamente incarnato il destino di una città intera, una città che lo ha adottato in un rapporto intimo, come uno sposo, un compagno di vita. Il suo passaggio è stato tristemente profetico, annunciato dalla combinazione degli eventi, dal momento storico di una città e dal destino amaro di una notte. Lui ha sposato la città, ne è diventato compagno di vita, assumendo spontaneamente parte del suo intimo urbanistico: è nei suoi occhi buoni e su quel volto che si staglia il fervore di quei giorni, il traffico per le strade, il mare di cristallo che brilla sotto i riflessi del sole. Era una città laboriosa, Taranto, in quei giorni. Era una città che si riscopriva improvvisamente ricca e importante. Il fervore economico, culturale, demografico, urbanistico, sembravano fenomeni inarrestabili. C'era l'effetto esponenziale di una serie di moltiplicatori che interagivano tra di loro e amplificavano di anno in anno l’importanza del capoluogo, lasciando credere a tutti che Taranto avesse una voce giovane e forte, capace di urlare il riscatto di un sud che improvvisamente parlava al resto di Italia in maniera insolente e autorevole. Era una città dai connotati impertinenti, irruenti, implacabili, tutti effetti di un fermento che non poteva restare sopito, una rincorsa che nessun muretto a secco avrebbe mai arrestato. Erasmo, si diceva, indossando quella maglietta non rappresentò solo il simbolo di una città in crescita. Egli incarnò quello stesso fervore, quella stessa esplosione incorreggibile che Taranto viveva con entusiasmo, con lo stesso entusiasmo con cui il pubblico esultava al vedere i suoi stacchi dal suolo. Uno stadio senza nome, un destino segnato, la pioggia battente. È stata lei, la pioggia, la compagna dei tanti momenti tristi del calcio di città. La pioggia, come un pianto, ha bagnato cento, mille volte, le guance di Taranto, e cento, mille altre volte ancora ci ritrovammo ad annaspare nella sofferenza di quelle gocce, senza però mai annegarvi. Anche quel giorno pioveva, e fu in quel giorno che quello stadio senza nome, bagnato da tutta quell’acqua, come in un rituale sacramentale, ricevette il suo battesimo. E come in ogni battesimo, quello stadio ricevette in dote un nome, il nome di Erasmo Iacovone. Beffarda coincidenza di eventi: un uomo nel destino di uno stadio. Nel funerale, il battesimo. Nella fine, l'inizio. Era scritto nel Cielo il nome di Erasmo Iacovone da Capracotta, eroe di Taranto. Passeggiando intorno allo stadio, nel silenzio interrotto dai rumori urbani della Salinella, la senti ancora la sua voce che, dal lontano di quel giorno di febbraio del millenovecento-settantotto, filtrando attraverso i baffi parla e dice: – Io sono rimasto qui. Resto ad aspettare. E Taranto, che ha conosciuto ancora una volta il senso dell'irrisolto, come è successo centinaia di altre volte ancora nella sua storia millenaria, come accade ancora oggi, come è stato da sempre e fino ad ora nel nostro destino, ha un cuore che continua a pulsare a dispetto di tutto il male sopportato. E come quel giorno, lui è rimasto lì ad aspettare a dispetto di quella Citroën accartocciata, a dispetto di quel sogno irrealizzato, di quel senso di incompiuto che pervase gli animi dei tarantini dalla domenica di Rimini in poi. – ...io resto qui, ad aspettare. A dare un senso all'inespresso destino del Taranto. Io resto qui. Ad aspettare... Per noi, tifosi del Taranto, Erasmo è una specie di semidio, una figura che è uscita dal campo ed è entrata nella mitologia, una sagoma indelebile, una profezia fatta centravanti, la chiave di lettura di tutta la nostra storia calcistica. Oltre i dolori personali, lui è la promessa incarnata. La pioggia, quel giorno, ha bagnato quel campo e la città intera. Erasmo non è stato semplicemente un uomo. È il numero nove. Quando quelle maglie annasperanno in un campo intriso di fango, nel recupero di una finale triste che perderemo per qualche altro dannato imprevisto del destino, sugli sviluppi di un calcio d'angolo, allora, in quel momento pronunciatelo il nome di Erasmo Iacovone, chiamatelo sottovoce... gonfiate il petto allo scandire di quelle otto lettere, perché per noi, tifosi del Taranto, lui è l'unica bandiera , ed è tutto lì: uno stadio, la storia (ancora), incompiuta di una città, il suo eroe! IACOVONEVIVE Alessio Blasi Fonte: http://www.fondazionetaras.it/ , 9 febbraio 2018.
- I discendenti capracottesi di Innocenzo XIII
Michelangelo Conti, dei duchi di Poli (in provincia di Roma), dove nacque il 13 maggio 1655, era il secondogenito di Carlo. Aveva fama di attività, onestà e accortezza diplomatica. Eletto papa, con voto unanime, l'8 maggio 1721, si scelse il nome di Innocenzo a ricordo di Giovanni Lotario Conti, suo antenato, che, eletto papa nel 1198, fu il grande papa Innocenzo III (successori di Innocenzo III furono anche Ugolino, eletto papa nel 1227 col nome di Gregorio IX; Rinaldo, eletto papa nel 1254 col nome di Alessandro IV; il beato Andrea, francescano, morto nel 1302). Michelangelo ebbe tre fratelli, di cui due, Michele e Lotario, si trasferirono ad Arpino (FR), donde alcuni loro discendenti vennero a stabilirsi a Capracotta. Ercole Conti
- Era mio nonno
Mio nonno Loreto Patriarca nacque ad Isoletta, frazione di Arce (FR), e giunse in Agnone con la qualifica di "guardiafili", l'operaio addetto alla manutenzione delle linee telegrafica e telefonica di quei tempi. Tante le difficoltà incontrate in circa trent'anni sotto il sole, la pioggia e le bufere di neve. Oppure pericoli vari, come la caduta da un palo che aveva ceduto . Smarritosi durante una tormenta di neve a Capracotta, la solidarietà dei capracottesi fu tale che, al suono delle campane al calar del buio, essi uscirono per cercarlo ed egli fu ritrovato vivo, assieme a un suo collaboratore, entrambi quasi privi di sensi. Nonno Loreto morì a 60 anni, colto da un male inguaribile dopo una vita dedicata alla famiglia con i suoi sei figli e facendo tante opere di carità verso le persone bisognose. Alessandro Patriarca
- Iacci, salere e lamature
Dopo aver illustrato l'etimologia di natura agricola dei toponimi della Vicenna, delle Cese e della Cannavina ( qui ), oggi mi cimento nei toponimi a carattere pastorale, ovvero lo Iaccio di Vorraine, le Salere e la Lamatura. Per quanto riguarda il primo, a Capracotta ne abbiamo due di jeàcce , di cui il più noto è quello di Vorraine, localizzato sul costone più morbido e fertile di Monte Capraro. Il suo nome (in italiano "stazzo") deriva banalmente dall'addiaccio, ovvero il recinto nel quale i pastori tenevano il gregge di pecore durante la notte. Per quanto riguarda il nome Vorraine questo potrebbe avere un duplice significato ma il primo sembra il più probabile: mi riferisco alla borragine (in capr. vurràigna ), una pianta erbacea piuttosto comune sul nostro territorio. Lo Iaccio di Vorraine potrebbe dunque riferirsi a un antico stazzo di grosse proporzioni contornato da Borago officinalis . Un secondo jacce è quello dell'Orso, presso le falde meridionali di Monte Campo, lì dove il bosco cede il passo al cosiddetto Orto Ianiro. Anche in questo caso il nome dell'orso fa pensare tanto al plantigrado appenninico quanto alla "razza" capracottese dell'Urse , ipotesi quest'ultima onestamente improbabile. Passando al secondo toponimo, quello delle Salere, avverto che viene così indicata un'area oggi inutilizzata della Guardata, dove fino a pochi decenni fa pascolavano in gran numero i bovini. Difatti il termine si riferisce alla vasca di pietra nella quale si posizionava il sale per le bestie d'allevamento: molti di voi sapranno che mucche, cavalli, pecore e capre hanno bisogno, di tanto in tanto, di leccare il sale per trarne potassio ed altri minerali ad integrazione della loro dieta. Per quanto concerne infine la Lamatura, a Capracotta vi sono due località contraddistinte da questo nome (a cui va aggiunta la Fonte la Lama): la prima si trova al di sotto del cosiddetto Munnezzàre , sulle coste del vallone Molinaro. La seconda Lamatura è quella situata a destra della strada che mena ad Agnone, al di sotto del cimitero. Il suo nome non ha niente a che vedere con la levigatura della superficie e forse nemmeno con la franosità del terreno, bensì deriva dal latino lama , "pantano", e si riferisce a zone paludose nelle quali l'acqua ristagna in pozzanghere più o meno estese: in primavera, infatti, la prima Lamatura conosce la dirompente acqua del Molinaro mentre la seconda, un perfetto impluvio, si gonfia pel disgelo delle nevi appenniniche. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Almagià, Studi geografici sulle frane in Italia , in AA.VV., Memorie della Società geografica italiana , vol. XIV, Civelli, Roma 1910; U. Fraccacreta, Nuovi poemetti , Cappelli, Bologna 1934; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali: 1593-1744 , Palladino, Campobasso 2015; G. Tardio, Lama, Lamae... Lamis: Locus Lamæ , Smil, S. Marco in Lamis 2010.
- Coi binari fra le nuvole
Per quanto mi riguarda, l'unica consolazione nel tornare a farmi prendere a sputi in faccia dal vento è che posso tornare ad addentare la salsiccia con cui avevo lasciato un conto aperto all'ingresso in stazione. Per il resto la marcia è una messa da morto. Procediamo a oriente, imbucandoci fra le colline di una terra di mezzo che si stacca dalla linea di crinale fra Abruzzo e Molise. Una terra di saliscendi privi di precisa metrica, in cui i rovi hanno mangiato da tempo le antiche vestigia agricole. L'acqua balla impazzita dappertutto. Sopra, ma soprattutto sotto. Nelle canaline di scolo giù dalla massicciata, nei torrenti che si trasformano in Niagara tagliando campi ormai incolti con una potenza innaturale. È acqua che scende selvatica, alla boia d'un Giuda, menefreghista e strafottente, spinta a calci da un Poseidone appenninico che se la sta spassando alle nostre spalle. Rimbalza sulle traversine e infilza le scarpe come fossero puntaspilli, s'insinua misteriosamente nei calcagni, superando lo sbarramento dell'orlo dei pantaloni. Ogni tanto qualche goccia riesco a sentirla persino lungo la linea della spina dorsale, fino alle mutande. Procedo praticamente ad occhi chiusi, ma ad un certo punto Stefano mi scuote. Siamo arrivati a una stazione. O meglio, a quella che fu una stazione. "Montalto di Rionero Sannitico", recita l'insegna scrostata sul muro, una frazione di neppure duecento abitanti, molti chilometri più a monte. Ci fermiamo per un paio di foto d'ordinanza, facendoci largo fra le robinie che avvolgono il piccolo marciapiede. Dagli appunti scritti prima di partire in un notes ormai zuppo, ricavo che la stazione fu realizzata nel 1960, alla riapertura della linea dopo i disastri bellici e soppressa nel 2002. Anche questa, come altre lungo la linea, ebbe una vocazione prettamente agricola, dal momento che non esiste alcuna apparente via d'accesso all'edificio. Camminiamo contando i centimetri che ci separano dalla galleria di Monte Pagano, la più lunga di tutta la linea, con i suoi oltre tre chilometri. Fino a questa mattina, tunnel sinistro e temuto, ma poi riparo quanto mai sospirato. A neppure un chilometro dalla galleria, la beffa. Sul versante opposto della Val di Sangro le nuvole, in due e due quattro, scoperchiano Castello, improvvisamente illuminato a giorno da un sole vendicatore. Lo stesso sole che in breve viene a fare giustizia con una folgore anche sopra le nostre teste bagnate, risvegliando in un attimo la natura attorno come un mantra. Anche il cuculo ritorna a cantare. Nella pancia della montagna rimbalzano sulle pareti della galleria le nostre chiacchiere di apprendisti padri, su figli e social network. Ma ad ogni minuto ci giriamo per una veloce occhiata alla sfera di luce dell'imbocco, che mano a mano si fa sempre più minuscola, come terra che scompare all'orizzonte. Davanti a noi l'oceano nero che separa Abruzzo e Molise. Sopra, le mani invisibili che dividono la acque fra Sangro e Volturno, cioè fra Adriatico e Tirreno. E che devono avere un gran da fare in questo momento, almeno a sentire lo scroscio tutto attorno che sale con la potenza di una dinamo. Più avanti, in una nicchia ricavata fra le pareti, apriamo un'imposta che ci spalanca un gorgo primordiale, dove acqua scartata con rabbia dai numi del monte, precipita giù per centinaia di metri e mulinella indemoniata sotto i nostri occhi, prima di farsi inghiottire nuovamente dalla tenebra. Quando probabilmente raggiungiamo il centro della galleria, qualcuno abbassa il volume. Tutto torna a farsi d'ovatta, così da sentire la flebile nenia delle nostre suole sulle pietre. Il calcare sedimentato sulle volte disegna profili umani e mostri mitologici che ci divertiamo a interpretare, come nuvole nei cieli di marzo. Ritorniamo per venti minuti bambini, affascinati da streghe alate, tartarughe cammellate, polli famelici ed elefanti sciatori. Quello che invece è senz'altro vero sono le due lucine intermittenti che in un orizzonte indefinito davanti a noi si accendono e spengono irregolari. Minuscole. Ma nel buio più assoluto e sconfinato sono sufficienti a farci tremare le gambe. Che cazzo c'è là in fondo? Stefano si avventura in un timido «c'è nessuno?» ma tutto tace. Avanziamo con circospezione assoluta, certi che se fossimo stati soli qua sotto ce la saremmo già fatta addosso. Le luci scompaiono per un po', poi eccole di nuovo. Più ci avviciniamo, più sembrano basse, quasi sui binari. Ancora una cinquantina di passi e ne siamo certi: sono sui binari. Appena il fascio di luce delle nostre torce arriva a lambire l'oggetto non identificato, il nostro UFO di terra esce allo scoperto. Con uno squittio e uno zampettare veloce sguscia dal cono di luce e si mette a correre leggero verso di noi. Poi, prima d'incrociare i nostri passi, scarta improvviso e s'infila dentro a una fessura del camminamento laterale. La montagna questa volta ha, letteralmente, partorito il topolino. E noi, finalmente, vediamo la luce del Molise. L'umido di cui si è impregnata l'aria anche da questa parte del crinale esalta l'odore selvatico dei boschi. È l'odore con cui la terra da tartufo che stiamo calpestando vuole farsi riconoscere. Tartufo Bianco per l'esattezza, che proprio a San Pietro ha una sua Betlemme. La stazione San Pietro Avellana-Capracotta è davvero a un tiro di schioppo dall'uscita della galleria. Quando ci arriviamo, un cielo blu petrolio, reso fosforescente dal sole accecante, ci fa capire che il peggio, meteorologicamente parlando, potrebbe ancora venire. Ma intanto eleva a potenza ogni colore attorno a noi, come quello dell'intonaco della stazione, che in altri giorni sarebbe stato forse uno scialbo color salmone, ma che oggi esce dall'anonimato con un arancio intenso. Un omaggio della natura a una stazione fra le più gloriose della linea, da anni, come la stragrande maggioranza, "impresenziata". Gloriosa per tanti motivi. Uno è proprio sotto la scorza di calce. L'edificio infatti fu raso al suolo dalla furia rabbiosa dell'esercito nazista nell'ottobre 1943, che con mine ed erpice, devastò buona parte del tratto molisano della ferrovia, piazzata proprio a cavallo della linea Gustav. Quando alla fine degli anni Cinquanta, la stazione venne ricostruita, lo si fece utilizzando i mattoni sfornati della Fornace Santilli, il laterificio che aveva sede proprio lì accanto, distrutto anch'esso dalla ferocia tedesca e da poco riattivato. La rinascita della stazione (il tratto ferroviario Carovilli-Castel di Sangro fu inaugurato dopo la ricostruzione il 9 novembre 1960) si andava così ad incrociare con quella della fornace, da cui uscivano mattoni con inciso il nome del paese: San Pietro Avellana. Mattoni che portavano un pezzo di Molise in tutta Italia proprio grazie alla ferrovia, visto che la fabbrica era collegata alla linea con un binario dedicato. Ai mattoni del posto si aggiunsero le mani del posto: quelle dei tanti operai sanpietresi che lavorarono all'opera. E così quella ricostruzione, che contribuì a rompere un isolamento ferroviario durato diciassette anni, fu l'edificazione di una specie di tempio laico. Un tempio alla libertà dell'uomo e alla conoscenza. Un tempio alla Grande Rete che, nell'Italia del boom economico, non cominciava con www, ma sapeva di nafta e ferro. Una costruzione mitica nella memoria del paese, che inevitabilmente si porta dietro leggende da cantastorie. Come quella dell'ingegnere delle Ferrovie, capo cantiere, talmente preciso da voler controllare tutte le otto facciate di ogni singolo mattone, perché il tempio non ammetteva imperfezioni. Mentre Stefano scatta qualche foto, mi stravacco sulla panchina sotto la pensilina del marciapiede. Riccardo Finelli Fonte: R. Finelli, Coi binari fra le nuvole. Cronache dalla Transiberiana d'Italia , Neo, Castel di Sangro 2012.
- Il ritorno a Capracotta
La partenza per Capracotta avvenne da S. Nicandro Garganico, con il carretto della famiglia Potena. I Potena erano imprenditori di industria boschiva, residenti a Lesina e Poggio Imperiale, sempre nel Foggiano. Guidavano il carretto i figli di Raffaele, Domenico e Marco; il carretto era trainato da un cavallo che faceva da timoniere, ed un mulo che aveva la funzione del volanzino , dalla parte destra guardando la strada da percorrere. Il carretto era carico di masserizie varie, probabilmente qualche sacco apparteneva anche a noi con dentro qualche coperta, lana per materassi, oppure qualche litro di olio, tutto materiale di sopravvivenza. Con mia madre e mia sorella, che aveva quasi un anno, eravamo stivati verso la fine del carretto. Il viaggio durò quattro giorni con tre pernottamenti in una delle taverna dove di solito si fermavano anche i pastori durante la traversata del tratturo, che da Capracotta raggiungevano o tornavano dalle Puglie. Arrivati alla taverna, di fronte all'entrata, a circa trenta metri di distanza, vi era una piccolissima casetta, anche con il tetto ed una finestrella con il vetro oscurato; incuriosito andai subito a visitarla, anche per dare sfogo alla fantasia, pensando che fosse una casa per bambini. Nulla di quanto pensavo, appena aprii la porta, che era senza chiave dall'esterno, osservai con sorpresa, rimanendoci male, che si trattava di un bagno tipo latrina. Era sicuramente un segno di accoglienza, pulizia e civiltà della taverna, per il periodo in cui si viveva, perché altrimenti bisognava andare per la campagna, per soddisfare i propri bisogni fisiologici. Questo avveniva appunto durante il cammino della giornata, quando dovevano far mangiare o riposare i cavalli e capitava che gli uomini si allontanassero per la campagna per adempiere ai propri bisogni. Sul carretto alloggiavamo solo io, mamma e Lina, non ricordo se mio padre veniva con noi, mentre gli altri camminavano a piedi, oppure di tanto in tanto con una mano attaccata al carretto interrompevano la fatica del lungo viaggio. La sorellina aveva indosso una specie di giacca di seta abbottonata sul davanti, fatta di un filo recuperato da un paracadute americano, e con delle stelline colorate ricamate sullo spallone del davanti, lavoro fatto ai ferri da mamma e ricamato dalla zia Rosa. La stessa maglietta fu poi indossata dall'altra sorella nata nel '49, e poi passata alla cuginetta, figlia di zia Rosa, anche lei dal nome Lina come la sua nonna. In più aveva delle scarpe fatte a sandali di colore avorio e bianche, che ogni tanto se ne uscivano, perché fatte fare di una misura più grande dal calzolaio per la crescita. Mamma raccontava spesso che avevano fatto grossi sacrifici per farle fare quelle scarpe su misura: allora non vi erano negozi con scarpe pronte per bambini, almeno in quei paesi. Più di una volta abbiamo dovuto interrompere il viaggio, perché una delle scarpette era caduta fuori dal carretto, fino al punto di dovergliele togliere, per non dare troppo fastidio ai vetturini, ma soprattutto per paura di perderle. Non ricordo l'arrivo a Capracotta, ma l'abitazione provvisoria dei nonni Sebastiano e Pasqualina era una stanza a piano terra vicino alla nostra, diroccata e ridotta a maceria. Era rimasto in piedi solamente il muro della facciata posteriore della casa, ma tutto annerito dal fumo. Quella stanza era di proprietà di Peppina Caporicci, donna molto anziana che aveva vissuto la sua lunga vita a Napoli con il marito, che faceva il conduttore di tram, senza avere figli. Dopo la morte del marito, si era ritirata a vivere a Capracotta. Non avevo mai visto una stanza così buia e priva di luce, anche se vi era una piccola finestra tipo buccìtte , che dava sulla strada. Sul camino, che veniva acceso quotidianamente dal mattino alla sera sia per cucinare che per scaldare l'acqua, ricordo che c'era quasi sempre il chettùre di rame appeso alla catena; anche quando non si cucinava, si usava per sfruttare il fuoco e nello stesso tempo si aveva sempre l'acqua calda a disposizione. Il camino era anche un luogo di raccolta per i famigliari, perché ci sedevamo in semicerchio intorno al fuoco. Al posto del camino vi era messo davanti al buco uno sblandóne di zinco che terminava ripiegato, che fungeva da mensola. Il fumo era più quello che usciva dai lati di quello che entrava nella canna fumaria: le pareti erano completamente annerite. Probabilmente, vivendo da soli, e anziani per l'epoca, non si rendevano conto della stanza così angusta. In un angolo della stessa, sempre con una tenda appesa, c'era il letto matrimoniale dei nonni. Papà e mamma avevano affittato una stanza al primo piano dalla parte posteriore rispetto all'entrata del portone, sempre di Peppina Caporicci, di cui mia madre si prendeva cura, essendo Peppina molto anziana. In breve tempo mio padre fece costruire il camino dal muratore dando una imbiancata con la "calce spenta", che dava contemporaneamente anche una disinfettata. La stanza riacquistò luce e vivibilità. In questa abitazione siamo rimasti tutto il periodo necessario per ricostruire la nostra casa, anche se quando andammo finalmente ad abitarci l'intonaco era ancora umido sulle pareti: in quell'occasione tutti in famiglia ci prendemmo una bella bronchite. Quando iniziammo la ricostruzione della casa la struttura portante fu affidata alla ditta Antonio Pettinicchio, cugino in seconda di nonna Pasqualina. La seconda fase fu fatta in economia ed i lavori ce li faceva Nicolino di Tanna detto "la Tosca". Questo nomignolo gli fu dato perché amava la musica lirica. Nel lavoro sapeva fare un po' di tutto, anche la pittura. Durante questo periodo chi aveva parenti negli Stati Uniti riceveva dei pacchi contenenti soprattutto vestiario e scarpe. Nonna Adelina Battista aveva una sorella in America, a Burlington, nel New Jersey. Si chiamava Antonietta ma noi la chiamavamo Mamma Ninetta perché aveva tenuto a battesimo mia madre. Era partita nel 1921 e una sola volta nella sua vita è tornata in Italia, nel 1960, in occasione delle Olimpiadi. Avendo lasciato diversi parenti in Italia, doveva accontentare un po' tutti, ma da quando scrivevano la lettera che avevano inviato il pacco, passavano altri due mesi prima che arrivasse a casa: il viaggio avveniva con nave mercantile che si fermava in diversi porti prima di giungere a destinazione. Nel pacco che inviò alle famiglie Sanità e Battista vi era abbastanza merce, non tutta utilizzabile e troppo raffinata per il momento che si viveva. Vi erano due abiti, forse per le zie, di colore diverso, in velluto dévoré ; scarpe con il tacco un po' alto (nonna le teneva sotto il letto e quando mia sorella Lina andava da lei le metteva sempre per gioco). Sapendo che c'erano due bambini in famiglia, pensarono anche a noi e ci mandarono due palle di gomma del diametro di 10-15 centimetri di colore rosa; erano molto particolari, avevano nella mezza sfera raffigurato un viso di una donna. Di queste due palle una la perdemmo (o ce la rubarono), l'altra, dopo qualche anno, mentre giocavamo nella nostra cucina molto piccola, andò a finire nel fuoco; non si bruciò, ma si afflosciò da non poterci più giocare. Anche al Comune arrivavano pacchi dagli U.S.A. da distribuire alla popolazione. Era naturale che gli addetti alla distribuzione, gli impiegati comunali, forse i consiglieri facessero la prima cernita. A mio padre toccò un bel cappotto a quadri sul marrone, che fu rigirato e aggiustato da Giovanni Borrelli, il quale mise due giuntine al giro della spalla del dietro per portarlo alle sue misure. Invece a zio Nicolino "la Tosca", nel pacco che gli toccò, trovò anche una giacca da camera tipo smoking, che qualche volta veniva indossata per andare alla Società. Successivamente la metteva per lavorarci, constatata la poca praticità. Certo, era singolare vedere un muratore che lavorava con lo smoking... Sempre in quel periodo ricordo un uomo, sempre presente e laborioso, di nome Domenico Di Giovanni detto Pappascióne . Di lavoro faceva il netturbino o, come si dice oggi, l'operatore ecologico. Quando passava davanti casa nostra in via Santa Maria di Loreto 30, avendo assegnata quella zona, per Domenico il lavoro era più lungo, soprattutto nei giorni in cui cadevano le foglie dagli alberi. Con il ramone che lui stesso si fabbricava con le vétiche , riuniva le foglie in tanti mucchietti, per poi incendiarle. Non portava mai fiammiferi nelle tasche, e se c'era il sole usava sempre una lente solare per dare fuoco, stessa cosa avveniva quando si sedeva sul posto di pietra accanto al nostro portone per accendersi la pipa di creta con la cannuccia lunga e curva. Se il sole mancava si faceva prestare un po' di fuoco da noi oppure dal vicinato, essendo il fuoco sempre acceso. In quel periodo l'immondizia che producevano le famiglie era quasi zero: non si buttava via nulla. La plastica non esisteva, le bottiglie erano di vetro, quel poco di carta per gli involucri, insieme ad eventuali gusci di noci e scorza di arance e mandarini, si mettevano al fuoco cosicché lasciavano una scia di profumo. Le scorze delle patate o le bucce della frutta (per chi se la poteva permettere) si mettevano insieme alla vrénna per farla mangiare al maiale. Le rare volte in cui si produceva immondizia era per la cenere del fuoco o quando si faceva la culàta , praticamente il bucato fatto con la cenere. L'acqua che usciva dalla culàta era la lusciòla , ottima per lavare i capelli. In questo caso, con una carriola di legno con l'interno a forma di V, dopo averla caricata la si andava a buttare sotto a l'acila terra , dietro alle stalle di Paglione detto re Lióne . Mi piace poi ricordare zio Peppino (Giuseppe Mosca). Faceva il pastore, ma amava filosofare. Parlava sempre in italiano e quando si recava alla Società dei Pastori, che era unita a quella degli Artigiani, i suoi colleghi erano sempre attenti ai discorsi e alle cose che diceva; a volte con l'invidia e la strafottenza di qualche artigiano. Tutti i pastori avevano una sana cultura contadina ma in taluni era speciale: alcuni sapevano interpretare il rutilio , altri conoscevano un latino appena abbozzato, il cantoniere Nicolino Cacchione scrisse dei versi che, a suo dire, erano come la Divina Commedia. Il suo pensiero era anche rivolto ad un figlio morto ragazzo. Zio Peppino si dedicava allo studio dei binocoli, aveva sempre delle lenti dentro le tasche della giacca e degli abbozzi di telescopio. Una volta vicino alla fontana-abbeveratoio di fronte la casa di Giuseppe Del Castello, gli era caduta una lente: essendo vetro non era facile ritrovarla e lui portava gli occhiali ed era già anziano. Chiese a me di ritrovargliela, cosa che feci. Appena riconsegnata la lente, dalla tasca interna della giacca egli estrasse il portafoglio e, apertolo alla piegatura, estrasse una sigaretta che mi regalò. Non fumava ma io rimasi sorpreso e felice del nobile gesto, tuttavia, essendo piccolo, la portai subito a mio padre. Fu in questo periodo che accompagnavo nonno Sebastiano con l'asinella, nella zona di Fonte Malcorpo, dove vi era una cava di pietre dalla quale si rimediava anche qualche liscia per il tetto. Nell'andare alla cava mi mettevo dietro al nonno sulla groppa dell'asinella, mentre al ritorno venivamo a piedi accanto alla vettura carica di pietre. L'asinella era di colore beige, che dava sul grigio, era molto mansueta ed io le passavo anche sotto la pancia quando era ferma; era un po' vecchia di età e non poteva portare grossi carichi di soma. Abitando di fianco alla nostra casa in ricostruzione mi intrufolavo nel cantiere dei lavori che avvenivano quotidianamente e così avevo modo di ascoltare i ragionamenti che si facevano. Seppi che per rifare la casa contribuiva il Genio civile, per completare la casa qualche volta si barattava il lavoro del "la Tosca" o con quello di papà che gli spaccava la legna da ardere oppure con patate e legumi. Sempre in quel periodo si usavano le tessere, sia per acquistare il pane che la pasta. Erano di colore giallo scuro per gli adulti e per noi bambini erano celesti. Somigliavano un po' alle schede elettorali di oggi ma non ricordo la durata del tempo, vi era scritto su ogni scheda in tanti piccoli rettangolini varie volte "pane pane pane", "pasta pasta pasta", ed ogni volta che si andava al negozio di Rosa Mendozzi, dopo averci dato la quantità stabilita, tagliavano con le forbici un rettangolino con la scritta di pane o pasta ad ogni tessera del componente della famiglia. Nell'autunno 1945 iniziai a frequentare l'asilo d'infanzia dalle suore del Sacro Cuore di Maria, in un bellissimo edificio tutt'uno con la scuola elementare, risparmiato dalla devastazione bellica. La decana e più conosciuta delle suore si chiamava suor Assunta Posso, che ha vissuto un lunghissimo periodo in questa casa. La madre superiora o presidente dell'asilo noi ragazzi non la vedevamo quasi mai perché si dedicava alla scuola di ricamo che tante giovani donne del posto frequentavano. Facevamo il tempo pieno e quindi il giorno mangiavamo nella mensa. Ricordo questi tavoli lunghissimi alla mia vista, dove ogni quaranta centimetri vi era un buco, che serviva per infilarci il fondo dei piatti, in modo che stessero fermi, senza la possibilità di rovesciarsi. Era la Chiesa che mandava questi aiuti all'asilo per sostenere i ragazzi, specialmente quelli delle famiglie bisognose. Fu un anno interessante e fruttuoso per me, c'erano le regole di convivenza, con tutti gli altri bambini, l'accostamento alla religione, i canti, le piccole poesie, il saggio finale ed infine, a noi più grandicelli, ci fecero riempire un quaderno di "bastoncini" e di vocali. Poi c'era Seppa, l'aiutante delle suore, donna tuttofare che a volte aiutava anche con qualche ceffone (cosa naturale in quel periodo) a gestire i ragazzi: erano anzi i genitori stessi che sollecitavano gli educatori a comportarsi in un modo così energico. Seppa aiutava i più piccoli a mangiare, ad andare nel bagno e a pulirli quando se la facevano sotto. Aveva trascorso la sua vita con le suore; mio padre mi raccontava che era stata anche la sua bidella durante la sua infanzia nell'asilo. Quando, nel giugno del 1946 l'asilo chiuse per le vacanze, ricordo che mamma mi venne a prendere, forse dopo il saggio di fine anno, e in quella occasione le venne consegnato il quaderno a quadretti con la copertina nera, con tutte quelle vocali scritte a matita. Mamma fu felicissima, salutò e ringraziò suor Assunta. A me diede un forte abbraccio con un bacio. Vincenza Di Rienzo Fonte: V. Di Rienzo, Il ritorno a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- L'arciprete don Matteo Brunetti
Don Matteo Brunetti nasce ad Alfedena (AQ) nella casa avìta di Borgo Veroli 6, dal m. Annibale, artista scalpellino in servizio per l'ornato alla Fabbrica di San Pietro in Vaticano (1850-1894) e da Rachele di Laura Frattura, genitori di dieci figli, il 3 maggio 1883. Tenuto al fonte battesimale col nome del nonno, Matteo (benestante, proprietario dell'intero fabbricato e di cospicue aree terriere in Alfedena), maestro di scuola. Fu avviato dopo le elementari, dagli zii ecclesiastici (fratelli del padre Annibale), il Reverendo Don Gaetano Brunetti, Religioso Missionario della Congregazione di San Gaspare del Bufalo, ed Arciprete Don Filippo Brunetti Parroco di Alfedena (decorato al Valor Civile per l'opera prestata durante l’epidemia colerica che colpì Alfedena e gli Abruzzi nel 1884), alla vita ecclesiastica. Nel 1894 fu ammesso al Seminario Diocesano di Trivento, segnando così la tradizione familiare che diede nei secoli ed anche nelle precedenti generazioni, dal '700 e '800, numerosi sacerdoti di casato Brunetti. Ricevuta l'ordinazione sacerdotale nel 1910, restò in servizio al Seminario di Trivento. Nel 1915, fu chiamato alle armi come Cappellano Militare con il grado di Tenente. Seguì tutte le vicissitudini dei fronti di guerra fino alla vittoria di Vittorio Veneto del 4 novembre 1918. Tornato in sede ad Alfedena, con dignità di canonico, fu nominato Curato Parroco di Civitella Alfedena. Officiò altresì in Villetta Barrea, in Diocesi di Montecassino. Promosso alla dignità ecclesiastica di Arciprete fu incardinato nella Diocesi di Trivento per reggere la Parrocchia di Castel del Giudice nel Molise. Ivi regge il suo sacro ufficio, contrastando la penetrazione protestantica e fondando la scuola, attuale Casa di Riposo. Comandato ad officiare al Convento delle Suore in Capracotta il 12 febbraio 1938, si recava a cavallo percorrendo lo scosceso sentiero di montagna che congiunge Castel del Giudice alla sovrastante Capracotta, per circa mille metri di dislivello. Fu investito da violenta tormenta di neve, che lo sommerse con la stessa cavalcatura. Soccorso nella notte da carabinieri e volontari, viene riportato in canonica a Castel del Giudice assiderato, preda di nefrite acuta, cui seguì il fatale blocco renale. Ivi morì il 25 febbraio 1938. Sepolto nel cimitero di Alfedena, ricordato con lapide all'interno della Cappella funeraria di Famiglia Brunetti, di cui il Vescovo di Sulmona autorizzò, nel 1989, l'officiatura privata della Santa Messa. Fernando Crociani Baglioni Fonte: F. Crociani Baglioni, Labaro e Medagliere. I Cruciani o Crociani (Crociani Baglioni) di Serravalle di Norcia nel Ducato di Spoleto , Laurum, Pitigliano 2008.
- Fra due plotoni di esecuzione
Nel 1908, di fronte allo squilibrio prodottosi ai nostri danni nel medio e basso Adriatico per effetto dell'annessione della Bosnia-Erzegovina all'Impero austro-ungarico, lo stato maggiore italiano, essendone ancora a capo il generale Saletta, dispose sull'ipotesi di un fortunato sbarco nemico in quegli scali, lo studio di un sistema campale addossato al massiccio abruzzese per la copertura di Roma. Sviluppate le indicazioni tratte dalla relazione sulle grandi manovre eseguite nel Molise sotto la direzione del medesimo generale nei primi anni del regno di Vittorio Emanuele III, fu anzitutto concretato sulla carta il tracciato di massima di una linea principale di resistenza incardinata sull'arpione costiero di Vasto la quale, appoggiandosi alla concatenazione di colli e monti via via più elevati dell'Anti-Appennino frentano fra i tronchi inferiori del Trigno e del Sangro, si sarebbe inoltrata nel centro della regione per comporre un vasto campo trincerato intorno all'anfiteatro alpestre che dalle creste di Capracotta si apre sulla conca di Agnone. Attuata così la guernizione dell'intera riva sinistra del Trigno, la linea sarebbe proseguita verso libeccio recingendo ad arco l'impluvio di Castel di Sangro e, attraversato lo spartiacque appenninico nel passo di Rionero, sarebbe risalita, fiancheggiando i depressi canaloni che defluiscono nel nascente Volturno, a rintracciare fra le paratie delle Mainarde il capo d'acqua della corsia Rapido-Garigliano. Giacomo Acerbo Fonte: G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione. Avvenimenti e problemi dell'epoca fascista , Cappelli, Bologna 1968.
- Capracotta nella Settimana della Montagna
Le origini della "Regina dell'Alto Molise" si perdono nella notte dei secoli. Il nome impostole sembra derivare da carpe copte che significa "rocce nude", bruciate dal sole. Alcuni, invece, sono dell'opinione che l'etimologia di Capracotta sia dovuta alle riunioni di pastori nomadi, sulle balze atte alla difesa e ricche di pascoli odorosi, celebrando il rito propriziatorio col pagano sacrificio di una capra tra le fiamme. Gli studiosi, quindi, per la scarsità dei documenti, non sono d'accordo. I pionieri del cristianesimo si riunirono lassù, costruendo nel 1589 la chiesa principale, la quale ancora oggi raccoglie tra le sue artistiche pareti i fedeli. La graziosa Cittadina, stazione climatica estiva e degli sport invernali, richiama molti turisti da ogni parte d'Italia. È il Comune più alto dell'Italia centro-meridionale, sovrasta la vallata del Sangro e del Verrino, e, nel suo vasto orizzonte, scopre centinaia di paesi di ben sette province. I pendii del Capraro e del Campo, insieme con la vasta zona lussureggiante di Prato Gentile, e l'aria saluberrima dei 1.421 metri e più, invitano gli ospiti del luogo a cimentarsi in ardue escursioni e ad immergersi nel sereno incanto della natura. Una magnifica attrezzatura alberghiera, l'innata ospitalità e la signorile cordialità dei nativi danno a Capracotta la certezza di un sempre maggiore incremento turistico. N. M. Fonte: N. M., Capracotta , in «Alto Molise», 7, La Fucina, Agnone, 14-22 agosto 1954.
- Cese, vicenne e cannavine
Continuando nel solco della toponomastica capracottese, ovvero lo studio dei nomi delle strade, dei monti, delle località e delle frazioni di Capracotta, giungo oggi a parlare di alcuni toponimi che hanno per oggetto l'attività agricola, ovvero la Vicenna, le Cese e la Cannavina. Nel primo caso si può parlare di due aree piuttosto distanti fra loro: una, la Vicenna vera e propria, situata a sud dell'antico abitato, precisamente al di sotto del Rione S. Rocco, l'altra, l'ex feudo delle Vicenne Piane, posta a sud-ovest di Monte Capraro e contigua con l'Ospedaletto, al confine col territorio comunale di Vastogirardi e San Pietro Avellana. Il nome della Vicenna non proviene in alcun modo da vicennium , "ventennio", bensì è il diminutivo di vicem (caso accusativo di vix ), che in latino volgare sta per "vicenda", nell'accezione agricola di avvicendamento di colture (maggese-grano-riposo). È questo un toponimo che si trova frequentemente in Italia centrale, dal Frusinate al Teramano, e che si riferisce a terreni coltivabili piuttosto produttivi. Storicamente parlando, le Vicenne Piane furono vendute il 4 aprile 1740 da Giuseppe Piscicelli, duca di Capracotta, al barone Domenico Antonio d'Alena. La toponomastica locale di Capracotta, tuttavia, rivela ulteriori antichi significanti di romana e preromana memoria, tra cui i prati della Cannavina (e relative selve delle Cannavinelle), il cui nome deriverebbe da cannabis , nel senso di "canapina", ossia il terreno su cui si coltiva la canapa (per farne magari tela per sacchi e cordami in epoca sannita); in un secondo momento queste terre piane, fertili ed irrigue, hanno preso ad indicare le coltivazioni di ortaggi. Per quanto concerne invece le Cese, situate alle pendici settentrionali di Monte Campo - e dette anche, impropriamente, Cèsari - stanno ad indicare le terre coltivate in zone collinose, in opposizione alle cannavine, che stanno spesso in pianura. Nello specifico il termine proviene dal latino cæsa (dal participio di cædere , "tagliare") e indica la particella disboscata: grazie alle foto aeree dell'IGM è infatti evidente il frazionamento dei prati delle Cese, terreni che fino a due secoli fa erano così fitti di alberi da lambirne l'abitato. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Chiappinelli, Lessico idronomastico dell'Abruzzo e del Molise , in «Quaderni di AION», XIV:7, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale", Napoli 2002; A. Germani, Odonimi dei comuni della provincia di Frosinone , in N. Mocanu, D. Loşonţi e E. Beltechi, Lucrările celui de-al XIV-lea Simpozion Internaţional de Dialectologie , atti del convegno, Cluj-Napoca, 16-17 settembre 2010; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali: 1593-1744 , Palladino, Campobasso 2015.
- Belle da "morire"
Il Molise, una regione troppo spesso considerata la meno attraente d'Italia dal punto di vista turistico, una regione poco conosciuta. Ricordo che quando nel 1982 la squadra calcistica del Campobasso passò in serie B i miei amici di Roma facevano confusione con la regione di appartenenza, chi con la Campania e chi con la Basilicata. In Molise ci ritorno spesso e sempre con grande piacere. I miei sono originari di Poggio Sannita, in provincia di Isernia, e si sono trasferiti a Roma prima che io nascessi. Il Molise, dopo la Valle d'Aosta, è la regione più piccola d'Italia con una superficie di 4.438 chilometri quadrati e con 136 comuni. Uno di questi è Poggio Sannita, piccolo comune dell'Alto Molise con 700 abitanti, situato su una collina a 705 metri sul livello del mare che domina la valle del fiume Verrino. Facilmente raggiungibile (200 chilometri da Roma), il paese è meta ambita da quanti cercano una vacanza alternativa per rigenerarsi mentalmente e fisicamente in una natura incontaminata. A circa sei chilometri troviamo Agnone: si capisce da lontano che questo è il "borgo delle campane", 12 sono le torri campanarie di altrettante chiese. È qui che dal 1300 la Pontificia Fonderia Marinelli tramanda di padre in figlio l'arte della fusione di enormi campane, oggi diffuse in centinaia di luoghi sacri nel mondo. Sopra Agnone troviamo Capracotta (diventata famosa per essere stata citata in uno storico film di Alberto Sordi), stazione climatica e sciistica a 1.421 metri di altitudine, anch'essa ricca di tradizioni come quella della Pezzata, pietanza della civiltà della transumanza riproposta da un buon quarantennio la prima domenica di agosto. Ma il Molise non è solo montagna e collina: da Montenero di Bisaccia a Petacciato, da Termoli a Campomarino, in questo lembo di mare pulito, non è soltanto l'integrità della costa - a tratti ancora selvaggia - a fare da richiamo, bensì l'insieme armonico e la possibilità di coniugare i monti e il mare con itinerari inediti e inconsueti tra arte, natura e tradizioni. E poi in Molise non c'è mafia, non c'è pizzo, anche perché è talmente povero che, se ai negozianti molisani venisse chiesto il pizzo, al massimo potrebbero offrire una mozzarella e un buon bicchiere di vino. Dedico questo testo a mio padre. Angelo Amicone Fonte: A. Amicone, Belle da "rubare" , in «Sincronizzando 7», II:3, Telecom, Milano, ottobre 2011.
- La dispettosa marachella della Strega Majella
La Strega Majella è proprio una birbantella sulla sua scopa va e un incantesimo fa. Le piaceva fare i dispetti quando volava sopra i tetti. E agli abitanti del piccolo paesino fece uno scherzo davvero birichino. Nella piazza del paesino tutti si preparavano. Tre piccole Fatine: Emma, Sveva e Margherita volavano e gridavano felici per la festa... prima della notizia funesta! I cavalli della processione erano scomparsi in quella gran confusione. Risuonò nel cielo settembrino solo un malefico risolino. Con un gran cappello e una scopa volante la Strega Majella volteggiava trionfante! "Ha trasformato i cavalli in ranocchi!" urlarono le Fatine non credendo ai loro occhi. Tutti corsero verso il laghetto tristi e sconsolati per questo dispetto. "Come faremo senza i cavalli addobbati?" si chiesero tutti davvero costernati. "Principe Sebastiano faremo la festa?" chiesero gli anziani in preda ad un'ira funesta. "Dobbiamo svegliare i due Giganti" rispose il Principe indicando i monti. "Campo e Capraro aiutateci a rompere il sortilegio" gridò il Principe Sebastiano temendo il peggio. Andarono da Campo in cerca di aiuto sicuri e certi del suo rifiuto. Ma Campo amava la festa settembrina, la sognava ogni mattina. "La Strega troverò e i cavalli vi riporterò". Andarono da Capraro in cerca di aiuto sicuri e certi del suo rifiuto. Ma come Campo anche Capraro amava la festa settembrina, ci pensava dalla sera alla mattina. "Con Campo la Strega troveremo e insieme ai cavalli festeggeremo!” La banda suonava, la gente festeggiava, nel paesino la processione avanzava. Le tre Fatine dalla torre videro avvolti negli scialli non più brutti ranocchi ma solo meravigliosi cavalli. I Giganti avevano trionfato, la Strega Majella avevano scacciato! Le tre Fatine finalmente si riposarono, i due Giganti si addormentarono. Tutti finalmente festeggiarono. Nessuno vide più la Strega Majella dispettosa, puzzolente e monella. La festa terminò e nel paesino la pace ritornò... Emanuele Fusco
- Una tradizione di matrice pastorale
Una delle principali località turistiche della regione Molise è Capracotta, una rinomata stazione sciistica. Capracotta si trova in provincia di Isernia, nell'Alto Molise, ed è il comune più alto dell'Italia centro-meridionale ed il terzo d'Italia. Infatti il punto più alto di tale territorio è rappresentato dalla vetta di Monte Campo a quota 1.730 metri. L'origine di Capracotta sembrerebbe risalire ai primi anni della conquista del Mezzogiorno da parte dei Longobardi di Benevento, nel VII secolo. Il suo nome deriverebbe dall'abitudine dei longobardi di sacrificare una capra al Dio Thor, il dio del tuono, ogni volta che si insediavano in un luogo appena conquistato. Mangiare la carne di questo animale era un rito propiziatorio che allontanava la sfortuna e la carestia, augurando ricchezza e prosperità al nuovo insediamento. Memore di tale antico rito è infatti la rinomata sagra della Pezzata, di matrice pastorale, che si tiene ogni anno la prima domenica di agosto a Capracotta in località Prato Gentile. Tale tradizione attira molti turisti non solo dai vicini paesi, ma anche da altre regioni d'Italia. La Pezzata è una sagra dell'agnello arrostito alla brace e della pecora bollita con erbe aromatiche. Tale pietanza si caratterizza per la sua semplicità e per la facilità con la quale è possibile trovare gli ingredienti necessari per la sua preparazione. La ricetta originale di tale antica pietanza risale a tempi remoti quando gli antichi pastori molisani durante la transumanza delle loro greggi tra le montagne dell'Alto Molise ed il Tavoliere delle Puglie, uccidevano quelle pecore che si ferivano nel corso dell'attraversamento dei guadi e non erano più in grado di proseguire il viaggio. Dopo aver ammazzato gli animali, ne depezzavano le loro carni; sembra che il nome della sagra, "Pezzata", derivi proprio da tale antica usanza. Dopo aver ridotto l'animale a pezzi, i pastori lo cucinavano mettendolo a bollire in grosse pentole con acqua e lo condivano con le poche cose che avevano a disposizione e le erbe aromatiche che riuscivano a procacciarsi ai bordi delle alture che attraversavano. In ricordo di tale remota tradizione, nei primi anni Sessanta il Comune di Capracotta ideò ed organizzò una sagra che potesse far conoscere a tutto il Molise e ad altre regioni una pietanza tipica del paese, la cui ricetta era stata tramandata, all'origine, dal suo popolo di pastori. Fu così che nella realtà odierna della cittadina isernina nacque la sagra della Pezzata che a tutt'oggi è arrivata alla quarantanovesima edizione. Dunque la Pezzata era un pasto di cui gli antichi pastori molisani si cibavano per necessità, ossia quando erano costretti ad uccidere un loro animale non più in grado di proseguire il percorso della transumanza. La Pezzata da pasto d'emergenza si è trasformata ai giorni nostri in una pietanza prelibata. Così come veniva fatta anticamente, ancora oggi la carne di pecora viene ridotta a pezzi grossolani e cotta in grosse pentole di rame ricolme d'acqua. L'operazione più importante da fare nel corso della bollitura, quindi della cottura della carne, consiste nella schiumatura, ossia nell'eliminazione del grasso superfluo che sale a galla man mano che si cuoce. Dopo l'aggiunta di sale vengono messe a bollire alcune patate che aiutano ad assorbire il grasso durante la cottura che può durare anche più di quattro ore. Inoltre vengono aggiunti alcuni pomodori per offrire un po' di colorazione al brodo. Oltre a tutti questi ingredienti, indispensabili, ne possono essere aggiunti altri come cipolle, sedano, peperoncino e carote. Nell'occasione di tale sagra è dunque possibile trascorrere una bella giornata di assoluto relax in una delle zone più alte e più belle del Molise. In tale contesto tutti gli abitanti di Capracotta profondono il massimo impegno per la buona riuscita della Pezzata. Inoltre, i visitatori e i turisti fanno ritorno a casa con un piacevole ricordo, ossia una ciotola ed un bicchiere di terracotta ed una forchetta di legno. Anche se in qualche occasione tale sagra è stata un po' rovinata dal cattivo tempo e dalla pioggia, l'impegno di tutti ha portato sempre ad un risultato positivo e lusinghiero, ricco di buoni auspici per gli anni a venire. Lucia Santelia Fonte: https://equantestorie.wordpress.com/ , 20 novembre 2014.
- Il mistero del Monte Campo
L'indomani si tornò alle occupazioni solite: gli uomini al lavoro dei campi e al pascolo degli armenti; le donne a filar la lana, a sfarinare i legumi, a riassettare la casa, a pulire le madie e i forni per il pane. Erennio e suo padre con alcuni garzoni andarono verso le pendici della montagna più alta della zona, il Monte Campo, in una località chiamata ancora oggi "Procuoio", ove si era soliti radunare le pecore in speciali stazzi durante la notte per difenderle dai lupi. La famiglia Ponzio possedeva un numeroso gregge, che dopo lo svernamento nella terra più mite dei Dauni stava per tornare ai pascoli di montagna per la stagione bella: occorreva preparare le palizzate del procuoio per ospitare le oltre tremila pecore transumanti, divise in tante mandrie con seguito di cani, cavalli, muli e di carri carichi di attrezzature per la lavorazione del latte e del formaggio. Bisognava affrettarsi poiché l'arrivo del gregge si annunciava imminente dal tratturo di Duronia, tanto più che bisognava partecipare alla prossima festa della dea Perna, protettrice degli armenti. La giornata trascorse in questi preparativi, così il giorno seguente; al terzo Erennio girovagò col padre ai piedi di Monte Campo, il monte che assomigliava a un felino accovacciato, curiosando fra le rocce e i cespugli. Fu attratto da un particolare ben visibile sulla parete rocciosa del monte nella parte posteriore che guarda a mezzogiorno. Gli sembrò di vedere sulla fiancata liscia una grotta incavata a forma di capra, molto ampia ma poco profonda. Continuando a osservarla, si convinse sempre più che fosse veramente una capra accovacciata con la testa rivolta a osservare tutto ciò che accadeva nella distesa sottostante fino all'altra montagna dirimpetto. Incuriosito, chiese al padre chi avesse scavato quell'anfratto e perché poi questo avesse la forma particolare di una capra. Il padre, che conosceva l'antica leggenda intorno a quel segno particolare incavernato nel fianco di Monte Campo, si meravigliò del modo come Erennio l'avesse scoperto da solo, rivelando spiccato spirito d'osseriazione, e tentò di dargli la spiegazione nata dall'esaltante fantasia degli antenati. – Una leggenda – disse – tramandataci dai nostri avi racconta di una capra che si avventurò sola, inerpicandosi tra le rocce, per recidere i freschi germogli delle piante di rovo. A un tratto il cielo si oscurò come avviene spesso in montagna, dense nubi avvolsero il Monte Campo annunciando un forte temporale con lampi e tuoni; la pioggia cominciò a scrosciare, aumentò poi con forte intensità battendo sulla fiancata come se volesse lavarla e levigarla; un fulmine guizzò all'improvviso e incenerì la capra, poverina!, incidendo nella parete precipite la sagoma incavata della stessa bestiolina, quasi a formarne della grotta visibile da lontano uno dei misteri della natura. Il "mito della capra incenerita da un fulmine" è il mistero che il Monte Campo nasconde da secoli. Con questo racconto, amplificato ed esaltato dalla fantasia dei nostri avi, s'intese attribuire a quei luoghi una caratteristica indelebile. Erennio, meravigliato e convinto della spiegazione del padre, seppe intendere da quelle parole il significato che «ove le montagne presentassero qualche particolarità nella loro configurazione, era necessario cogliere quella stessa configurazione come il segno di un mistero della natura, capace di persistere oltre i limiti del tempo», così concludeva il genitore. Tale segno è visibile da lontano, ancora oggi, sulla parete del Monte Campo. Erennio volle per questo fare l'ascesa di quella montagna "incantata", perché nascondeva il mistero della capra incenerita. Così in un'ora di cammino, per una sequela di sporgenze di duri massi pietrosi, intersecate da solchi e da vuoti diseguali, padre e figlio raggiunsero la cima, sulla quale, ai nostri tempi, svetta da ormai cento anni una croce di ferro. Quale spettacolo stupendo si aprì al loro sguardo! Monti, valli, fiumi, boschi tutt'intorno: un paesaggio che sfumava all'orizzonte perdendosi in una nebbiolina azzurrognola. Il territorio che si scopriva, dall'Adriatico al Tirreno, dal massiccio della Maiella alla terra dei Dauni, era abitato dalle tribù dei Carecini, dei Pentri, dei Frentani e poi, oltre il Tiferno e il Taburno, dalle tribù dei Caudini, degli Irpini, dei Lucani, che avevano la stessa origine sannitica, la stessa religione, usi e costumi comuni e la stessa lingua; occupavano quella zona dalla notte dei tempi. Assorti per alcuni minuti nello spettacolo del paesaggio, furono attratti poi da un'altra particolarità della montagna: dalla cima dirupata vedevano ai loro piedi un ammasso di blocchi calcarei provenienti dalla stessa cima, che scendeva giù per oltre un chilometro. Il ragazzo chiese spiegazione al padre, come di solito, ma il genitore questa volta non seppe rispondere. Si trattava, e si tratta, di una frattura del crinale causata, durante il cretaceo superiore, da un terremoto che aveva dato luogo a un lento scorrimento dei massi, giacchè questi giacevano su un terreno franoso e che tutt'ora impercettibilmente continuano a scorrere, secondo quanto stabilito dai moderni geologi. Da ciò si può arguire che il Monte Campo, prima della suddetta frattura, avesse altezza e forma diverse da quelle attuali. Lo stesso fenomeno si era verificato là, sulla fiancata che guarda a occidente, ai piedi della nicchia a forma di capra di cui abbiamo parlato. Antonio De Simone Fonte: A. De Simone, Il Sannita. Il coraggio di un popolo , L'Autore Libri Firenze, Scandicci 2009.
- Dove vanno in vacanza i nostri politici
È Ferragosto, e Madetù fa gli auguri ad amici e lettori di "Lettere Meridiane" con una edizione speciale della sua rubrica satirica, che si apre con una trafila di calembour sul tema: dove trascorreranno gli uomini politici le vacanze? In copertina, il commento del nostro disegnatore satirico in versione solo testo ad una notizia d'attualità: la sottoscrizione del CIS (acronimo che sta per Contratto Istituzionale di Sviluppo) Capitanata, avvenuta l'altro giorno in Prefettura, alla presenza del premier, Giuseppe Conte. Leggete, sorridete, e buon Ferragosto. Le vacanze dei nostri politici Pres. del Consiglio, Giuseppe Conte: Cara pelle (Foggia); Vicepremier, Ministro del Lavoro e Previd. Sociale, Luigi Di Maio: Tre palle (Livigno); Ministro dell'Interno, Matteo Salvini: Altolà (Modena) e poi all'estero, a Rublino; Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: Poveromo (Massa); Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: Rivoltella (Brescia); Ministro della Sanità, Giulia Grillo: Super sano (Lecce); Sen. Matteo Renzi: L'ego Maggiore; Europarlamentare, Silvio Berlusconi: Valle delle Fiche (Livorno); Mov. 5 Stelle, Davide Casaleggio: Capo Nerd (Norvegia); Leader Più Europa, Emma Bonino: Popoli (Pescara); Leader PD, Nicola Zingaretti: Purgatorio (Trapani); Leader Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: Pugno chiuso (Foggia); On. Alessandra Mussolini: Bel sedere (Siena); On. Vittorio Sgarbi: Capra cotta (Isernia). Maurizio De Tullio Fonte: http://www.letteremeridiane.org/ , 15 agosto 2019.
- A Capracotta c'era la neve, e il fumo saliva lento
Mi sembrava irriverente, quasi blasfemo, assimilare il titolo di questo breve racconto al brano musicale dedicato al campo di sterminio di Auschwitz; mi sono invece convinto che l'ambiente e lo stato d'animo della nostra gente negli ultimi mesi del 1943 non dovevano poi essere molto diversi da ciò che, in chiave assai più tragica, traspare nella canzone cui ho fatto riferimento; del resto ciò che purtroppo è avvenuto 70 anni fa a Capracotta, quasi un "olocausto minore" di cui sono stato piccolissimo protagonista, era frutto della stessa impietosa "regia di guerra" e, dispiace ripetere ancora, con il testo musicale che citavo: «Quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà?». Ed il pensiero corre spontaneo ai diversi "caduti" che anche il nostro paese ha dovuto purtroppo piangere. C'era comunque davvero, ancor prima del solito, la neve a Capracotta in quel terribile autunno, con tanto, tantissimo e strano fumo che «saliva lento» non dai comignoli, ma dalle stesse case incendiate o fatte saltare con l'esplosivo dai tedeschi: con le sue volute tragicamente mescolate al fumo innocente che il vento (la nostra vòria ) sollevava dai piccoli fuochi di bivacco organizzati in fretta dalle famiglie accampate nei pochissimi luoghi risparmiati da quella inutile rappresaglia: come appunto le chiese o il cimitero. Era infatti passato con la sua tromba per tutte le strade, nel suo cappotto "a ruota", il banditore comunale (Gildonio, che molti certamente ricordano) con l'ordine perentorio di evacuazione emanato dal comando militare tedesco e che tutti, nello sgomento e nella confusione più incredibile, si erano affrettati ad eseguire: per di più senza l'aiuto di diversi tra gli uomini più giovani e validi che avevano dovuto cercarsi un nascondiglio lontano per sottrarsi al continuo rischio di rastrellamento; mio padre Ottaviano, ad esempio, aveva raggiunto insieme ad alcun parenti ed amici, la località di campagna denominata Orto Ianiro, trovandovi rifugio nell'antico trullo di pietra a secco (impropriamente detto "pagliaio"), tuttora esistente e di proprietà della mia famiglia. È in questo scenario che anch'io, a poco più di 3 mesi essendo nato il 3 agosto, dopo essermi trovato con mia nonna materna Guglielma nel fuggi-fuggi generale del 9 settembre dalla Chiesa della Madonna all'arrivo delle truppe tedesche, ho seguito il mesto gruppo di persone che avevano preferito il cimitero: e questa volta senza neppure l'ausilio della mia robusta "carrozzina", ma con la certezza di una piccola cappella privata costruita anni addietro da mio nonno paterno Carmine, che purtroppo (come la nonna Cristina) non ho avuto la gioia di conoscere. Stavo comunque rischiando quotidianamente di morire di fame dal momento che, non potendo essere alimentato al seno da mia madre e con il bestiame tutto requisito, non si riusciva a reperire alcun tipo di latte; in quel frangente così tumultuoso inoltre, era impossibile usufruire dell'aiuto prezioso di alcune balie (a cominciare dalla cara cugina Cecilia) che nei giorni precedenti mi avevano generosamente soccorso: e, di sicuro, non solo per gratitudine nei confronti di mia madre Cesarina, venuta da Ferrara come ostetrica condotta del Comune; mi trovai così, secondo il preciso racconto di tutti, a disporre in esclusiva di una incredibile invenzione della nonna: una culla costituita dal loculo vuoto sovrastante quello occupato dalla mia sorellina maggiore, Antonietta, strappata alla nostra famiglia da una malattia infettiva a soli 14 mesi nel 1942. Suscitai così, da spettatore innocente com'ero, la reazione istintiva e quasi rabbiosa di mia madre che, tornando infreddolita e bagnata dopo aver portato di nascosto dei viveri a mio padre ed agli altri, mi trovò protetto, ma piangente, in quel singolare giaciglio improvvisato. Ho addirittura l'impressione di ascoltare quel concitato colloquio figlia-madre, che mi dispiace non saper riportare nel loro dialetto emiliano (incomprensibile, per i capracottesi più di una lingua straniera) e che recitava, in linea di massima, così: D: – Ma dove hai messo il piccolo Aldo? Vuoi far morire anche lui come Antonietta? R: – Ti sbagli: è esattamente il contrario; sto cercando infatti di proteggerlo almeno dal freddo non potendolo aiutare per la fame, ed il luogo più caldo che abbiamo è il loculo in cui si trova! Forse è proprio Antonietta (che sembra sorridergli come un Angelo) a proteggerlo dal Paradiso! E mia madre, singhiozzando, si rabbonì: costretta persino a raccogliere un po' di neve in una bottiglietta, a scioglierla in seno ed a farmela bere con un po' di zucchero che la signora Carmela De Renzis (mamma del carissimo amico di infanzia Ezio) aveva appena lasciato per me; e sopravvissi anche a questa seconda e più minacciosa prova, cui forse devo gran parte della mia estatica "devozione" per la neve di Capracotta: in cui tuttora, abbastanza spesso, mi trovo piacevolmente immerso anche in sogno. Di lì a poco, come in una favola, comparve davvero un Angelo in sembianze umane: era il valoroso sacerdote salesiano di Capracotta don Carmelo Sciullo che, non è casuale, è stato poi insignito di medaglia d'argento al valor civile per aver salvato delle persone nel Salernitano durante una alluvione degli anni '50; questo sacerdote, più che "buon Samaritano" per tutti e che abitava a poche decine di metri dal cimitero, informò mia madre che la sua casa sarebbe stata certamente risparmiata dalla distruzione essendovi custodite (unico Tabernacolo in quel triste periodo!) le Pissidi dell’Eucaristia con il Santissimo Sacramento; così, dopo avermici condotto, mi affidò a sua madre, la sig.ra Vincenza, che aiutò la mia a farmi cambiare al caldo i pannolini bagnati riuscendo anche a provvedere (non so in che modo) alcune preziose confezioni di latte evaporato. Proseguì poi certamente qualcosa di soprannaturale perché durante la notte mia madre, scorgendo da lontano il fuoco e il fumo di una tenda alla finestra della nostra casa appena incendiata, trovò il coraggio di raggiungerla da sola, nonostante il coprifuoco; con l'aiuto fortuito quanto prezioso, poi, di un cugino di mio padre, Vincenzo Di Tanna (il burbero-benefico mugnaio che molti ricordano), riuscì a spegnerne le fiamme con l'acqua ancora erogabile dalle tubature; così solo la porzione sinistra del tetto e la camera da letto della nonna risultarono bruciate: con la legna stipata in soffitta tuttavia che, precipitando come una colata incandescente al piano sottostante, aveva distrutto ogni suppellettile e addirittura letteralmente fuso un grande letto di ottone: lasciando intatta sulla parete solo la parte superiore di una acquasantiera di ceramica con l'immagine del Sacro Cuore che abbiamo poi sempre custodito come reliquia di quel disastro. Fu così che ciò che restava del nostro edificio di via Nicola Falconi, ancora sufficientemente ospitale, meritò una singolare promozione: diventò infatti un piccolo ospedale da campo autorizzato dallo stesso comando tedesco e con tanto di Croce Rossa disegnata sul portone: mia madre infatti, indossando con fierezza un camice bianco appena recuperato, riuscì a convincere un ufficiale (con un grosso e ringhioso cane al seguito) che, oltre ad alcune persone ammalate o anziane che cercava di aiutare, una spaventatissima vicina di casa (Annina Potena) era già in avanzato travaglio di parto: nacque infatti in quelle condizioni e ad alla luce di un solo piccolo lume a petrolio, una bambina di nome Diomira Angelaccio (per noi tutti la cara Mirella). Mi corre l'obbligo di ricordare che non sono mancate altre vicissitudini e/o ulteriori occasioni di grande disagio nei lunghi mesi che hanno preceduto la fine del conflitto e per di più in un inverno tra i più rigidi che si potessero ricordare: sempre però provvidenzialmente controbilanciate da qualche prezioso, quanto imprevedibile antidoto. Ad esempio allorquando, essendo rimasto in paese solo un centinaio di persone ritenute indispensabili (come mia madre per la sua professione) dopo lo sfollamento in sedi lontane di quasi tutti gli altri abitanti, un terribile ufficiale inglese, rifiutando in malo modo a mia madre l'elemosina di un po' di latte, le rispose nella sua lingua: «Ne muoiono tanti in Russia di bambini, che non possiamo certo preoccuparci di uno in più a Capracotta [sic]»; e tutto ciò con la testimonianza diretta di un nostro concittadino (se non vado errato della famiglia di Pasquale Venditti Bazzarìne ) che, costretto a fungere da interprete, era comprensibilmente restio a tradurre quella tremenda frase. Per passare poi a quando, essendo i tedeschi già lontani da Capracotta nella loro ritirata, fui molto sostenuto dalla generosità di soldati polacchi che non esitavano a condividere le loro razioni di cibo (e di latte evaporato) con la mia famiglia e con me: alcuni di loro anzi, si commuovevano alla mia presenza o mi "accarezzavano" anche dall'esterno dei vetri quando, passando con gli sci, lo spessore elevatissimo della neve consentiva di raggiungere la nostra finestra al primo piano. E di tutto ciò ho sempre informato le diverse persone di nazionalità polacca che ho avuto occasione di seguire e di curare per la mia professione di medico ospedaliero: quasi cercando di colmare, così in ritardo, un immenso debito di gratitudine e tanto più nel fondato timore che diversi di quegli "angeli" fossero poi stati uccisi di lì a poco nella famosa e drammatica battaglia di Cassino. O ancora quando mio padre riuscì ad acquistare dalla famiglia dei signori Campanelli, a prezzo simbolico, una discreta quantità di miele per addolcire in modo naturale e nutriente le prime pappine destinate a me; cominciavo infatti a stare abbastanza bene, tanto che mia madre, non senza una punta di ironia, poté scrivere nel suo diario: «Il mio piccolo crebbe poi sempre abbastanza gracilino, ma non morì come avevo tanto ed a lungo temuto». Ripensando a questi accadimenti, sembra davvero incredibile che da un simile scenario di distruzione potesse in qualche modo risorgere la vita; al termine invece, di questa mia testimonianza (diretta e indiretta al tempo stesso), sono maggiormente convinto che non avesse torto mia madre quando, sempre nel suo racconto del 1993, recitava testualmente: «L'alacre operosità dei capracottesi fece sì che, in pochi anni, il paese che la guerra aveva ridotto ad un cumulo di macerie tornasse ad essere bello e ridente come e più di prima». E, mi sembra superfluo ricordarlo, mia madre non era neppure molisana. Tornando alla mia storia personale, voglio sperare che affiori anche da queste memorie il mio particolarissimo legame di affetto per Capracotta, che mi ha visto nascere nel lontano 1943 (mi chiedo solo come sia possibile che tanti anni siano trascorsi così in fretta?); sempre convinto, per quanto sembri paradossale, che resti grande il debito di gratitudine nei confronti di "quella neve e quel fumo" (o di quella vòria ) da parte della mia generazione: davvero temprata da quei drammatici eventi a percorrere in seguito le diverse strade della vita: spesso (e per tanti) con la pesante valigia dell'emigrante in mano! Posso solo aggiungere che, quando per una visita oltrepasso ora la soglia del cimitero, specie se coperta di neve e di ghiaccio, ho l'impressione che salga sempre un po' di fumo (o di incenso?) dal suo tetto con la Croce e la piccola campana, mentre mi accolgono i bassorilievi della "Via Lucis" (voluti dagli amici sacerdoti don Michele e don Antonio Di Lorenzo); essi mi aiutano a pregustare, nel silenzio della preghiera "all'ombra di Monte Campo", un altro incontro con i miei genitori, la sorellina Antonietta e tanti nonni che cercano ora di proteggermi dal "freddo interiore": facendo a gara da lontano con la nonna Guglielma, che pure ha voluto essere sepolta nel cimitero del suo paese natale. Per concludere, considerando ancora una volta la coincidenza emblematica del mio 70° compleanno con l'anniversario della distruzione di Capracotta, non mi vergogno di ripetere, in tutta sincerità: E il naufragar m'è sempre dolce in quel turbine di guerra... tanto è vero che ho cercato di riviverlo un po' in queste righe che affido di cuore alla memoria dei cari concittadini vicini e lontani ed in particolare dei giovani e dei bambini di oggi: a cominciare dai miei cinque nipotini Lorenzo, Andrea, Elda, Emma e Mattia. Ti abbraccio forte... per 70 volte, Capracotta. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, A Capracotta "c'era la neve, e il fumo saliva lento...": un bambino nel turbine del 1943 , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Regj compassatori di Capracotta
Nella struttura amministrativa della Regia Dogana della Mena delle pecore di Foggia un importante ruolo spettava ai compassatori, tecnici di eterogenea formazione (perlopiù agrimensori) ed estrazione (sia laici che religiosi) che si occupavano di geometrizzare il territorio, e grazie ai quali abbiamo oggi uno spaccato visivo delle campagne dell'Italia centromeridionale tra il XVI e il XIX secolo. Il mastodontico quadro normativo che stava dietro alla strutturazione della trama territoriale della Dogana trovava nel compassatore la figura atta a garantire il giusto equilibro fra gli attori coinvolti. È per questo che poco più di un secolo dopo l'istituzione della Dogana, a partire dalla metà del '500, la figura dei compassatori regi acquisì sempre più rilievo. Come si evince dalla prammatica commentata da Stefano Di Stefano questi erano formalmente esterni alla Dogana e venivano chiamati all'occorrenza secondo le necessità del caso. I loro contributi erano perlopiù concentrati in due momenti: il compasso ex officio , organizzato in primavera, volto alla sistematica ricognizione della situazione dei tratturi e delle locazioni, e il compasso straordinario, teso a risolvere i contenziosi che venivano a crearsi tra i vari soggetti in conflitto sul territorio. La provenienza geografica di questi tecnici era anch'essa piuttosto eterogenea. Ad oggi gli studiosi contano quasi 500 compassatori, il cui profilo professionale caratterizzava le terre di provenienza dei locati, specie nei territori dell'Abruzzo e dell'Alto Molise. Capracotta, Lucoli e Vastogirardi han rappresentato, tra il XVI e il XVIII secolo, i luoghi di origine di un importante numero di tecnici, segno evidente di una specializzazione professionale tipica di quei territori, salvaguardata attraverso la tradizione familiare. I più stimati compassatori capracottesi sono stati probabilmente Giovanni Caporicci, Vincenzo Conti, Giacomo Di Lorenzo, Berardino Ferraro e Loreto Pettinicchio. Il primo, in ordine cronologico, è proprio Loreto Pettinicchio, che nel 1650 figura tra coloro che, su preciso incarico del governatore della Dogana Ettore Capecelatro, devono procedere alla cosiddetta reintegra dei tratturi, ovvero al ripristino fisico della strada d'erba. Le operazioni cominciano il 31 marzo dell'anno successivo e nella relazione che descrive i primi 13.400 passi dell'asse tratturale si legge che, tra Civitanova e il fiume Chiappino, si è resa necessaria l'«assistenza del Regio Compassatore Loreto Pettenicchio de Capracotta». Berardino Ferraro, invece, il 20 maggio 1734 sta in Basilicata, precisamente a Genzano di Lucania, su chiamata del «Reverendo Capitolo» di quella città, la quale intende ordinare la platea di tutti i propri possedimenti. Ferraro è incaricato di redigere il rilevamento della località Festola - dove sorge pure un abitato italico dedicato alla dea Cerere -, compito che egli assolve con assoluta solerzia. Un terzo compassatore del quale è possibile fornire una striminzita biografia è Giovanni Caporicci, classe 1707, ed anch'egli lo troviamo in Basilicata nel 1751 per dirimere una causa tra la badia di S. Maria di Banzi e l'Università di Palazzo S. Gervasio, una disputa per la quale il «Caporiccio» stila la cosiddetta "scrittura di concordia", ossia l'accordo definitivo. Giacomo Di Lorenzo, invece, è un perito che ha esercitato per decenni, in forma privata, «la professione agrimensoria senza alcun riconoscimento pubblico», e che approda alla Dogana soltanto nel 1765 dopo una lunghissima gavetta come «Compassatore del Regio Tavoliere». L'agrimensore Vincenzo Conti, infine, è a Bojano il 26 luglio 1812 per aver ricevuto mandato da Cesare De Gaglia, agente divisore di Cantalupo nel Sannio, di misurare le estensioni in tomoli di alcuni appezzamenti boianesi, tra le Cese Demaniali e la Sterpara . A quanto pare, nella sua storia Capracotta ha dato vita all'intera gamma dei personaggi della transumanza, dai semplici pastori ai butteri, dai massari ai ricchi locati, passando per i «Regj Compassatori», i veri guardiani del tratturo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Bullettino delle ordinanze de' commessarj ripartitori de' demanj ex feudali e comunali nelle province napoletane , vol. V, Trani, Napoli 1861; P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX) , Iannone, Isernia 1997; L. Iannelli, Palazzo S. Gervasio. Microstoria tra fonti e documenti , Pianeta Libro, Potenza 1997; G. Liebetanz, In cammino, passo passo lungo il tratturo Lucera-Castel di Sangro , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1998; E. Lorito, Genzano di Basilicata: cronografia , Tipomeccanica, Napoli 1949; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; M. Petrella, Geometrie e topografie del territorio. I Regi Compassatori della Dogana di Foggia tra misurazione, rappresentazione e gestione , in «Bollettino della Associazione Italiana di Cartogafia», 161, Università di Trieste, Trieste 2017; V. Iazzetti, Le alterne misurazioni, le usurpazioni e gli atlanti delle reintegre , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1998.
- La famiglia Mosca di Capracotta
Nel XII secolo, quando i normanni stabilirono il loro dominio sull'Italia meridionale, il re Ruggero decise di ordinare la ricognizione di tutti i feudatari, dei vassalli e dei loro feudi, esistenti nel regno. Nacque così il Catalogus Baronum , sopravvissuto alle vicende della storia e conservato nell'Archivio di Stato di Napoli fino al 1943, anno in cui andò perso insieme ai manoscritti dei Registri Angioini, a causa dei noti eventi bellici. Fortunatamente gli storici avevano curato delle edizioni nelle quali l'uno e gli altri erano stati trascritti, preservando così il loro prezioso contenuto nonostante l'irrimediabile perdita degli originali. Proprio la consultazione di una di queste edizioni ci ha permesso di rintracciare, tra i tanti nomi di cavalieri e dignitari, quelli di alcuni membri della famiglia Mosca. Ovviamente non è stato possibile stabilire un collegamento tra i Musca del XII secolo ed i Mosca di Capracotta, ma questa scoperta è comunque interessante perché le notizie finora rintracciate sui Mosca riguardavano i signori di Racalmuto, presenti in Sicilia in epoca sveva, ed un Mosca d'Isernia, il cui nome figura in una pergamena conservata nell'archivio dell'Abbazia di Montecassino datata 1335, mentre il Catalogus Baronum ci permette di attestare l'esistenza del cognome Mosca, sul continente, ad una data che precede di oltre duecento anni quella della pergamena cassinese. Ancora più interessante, tuttavia, è stato scoprire le origini più remote di quest'antica famiglia di feudatari. Raynaldus Musca, figlio di Riccardo, discendeva da una famiglia d'origine scandinava, il cui capostipite in Italia fu un tale Turoldus, annoverato tra i signori di Aversa. Rinaldo, detto anche Johel , aveva ereditato dal padre la baronia di Aversa, ed aveva ottenuto dal re il feudo di Arienzo. Oltre questi feudi che possedeva in capite de domino Rege, ne possedeva anche altri in servitio essendo stato feudatario del conte di Buonalbergo e barone di Roberto II di Capua; a sua volta ebbe come vassallo, un certo Guillelmus Fillarinus . Numerose furono le donazioni di terre che fece, da solo o unitamente alla madre Ata ed alla sorella Cottoalda, al monastero di Montevergine, in un periodo compreso tra 1129 al 1163. In un atto datato maggio 1163, dichiara di essere ex genere francorum e figlio di Riccardo. Questa dichiarazione è molto importante. Innanzitutto perché permette di escludere definitivamente l'ipotesi azzardata da qualcuno, di un'ascendenza germanica della famiglia Mosca. In secondo luogo perché non contrasta bensì rafforza, la tesi dell'asserita ascendenza scandinava della famiglia. Infatti, com'è noto, la Scandinavia era la terra d'origine di popoli guerrieri e conquistatori, anticamente noti col nome di Vichinghi e successivamente con quello di Normanni che, attorno al IX secolo, occuparono e si stabilirono nella regione posta a nord-ovest della Francia che da loro prese il nome di Normandia. Era quindi naturale, per Raynaldus, che rappresentava la quarta generazione dei Musca italiani, tentare di richiamare al tempo stesso le sue più lontani origini scandinave, e la provenienza dalla terra di Francia definendosi ex genere francorum . Nei documenti è citata anche una figlia di Rinaldo, Fenicia, che pare gli successe nella baronia di Aversa. È verosimile ritenere che l'antenato di Rinaldo, Turoldus, venne in Italia al seguito dei conquistatori normanni, forse seguendo proprio quel Guglielmo d'Altavilla, primo conte di Puglia, che nel 1042, dopo aver sconfitto i Bizantini, costituì la contea di Melfi. La menzione di Turoldo quale unus ex magnatibus Aversae , inoltre, suggerisce l'idea che egli non fosse il titolare diretto di quel feudo, bensì uno dei maggiorenti o vassalli ( unus ex magnatibus) al seguito del conte di Aversa, che all'epoca era Rainulfo Drengot dei principi di Quarrel. Non a caso la contea di Aversa fu la prima contea normanna fondata in Italia meridionale. Da qui in seguito la famiglia si sarebbe diffusa nel Sud Italia dov'è attualmente presente con i cognomi Mosca e Musco. La storia di questa famiglia, documentata dal Catalogus , si ferma, purtroppo, alla fine del XII secolo, ma ci consegna un enigma ed un'ipotesi affascinanti: è possibile che nei Mosca di Capracotta scorra ancora del sangue vichingo? Questa domanda, probabilmente, non troverà mai una risposta; accontentiamoci, però, di aver scoperto la vera origine di una famiglia, di nome Mosca, la cui esistenza è storicamente documentata. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: http://www.casadalena.it/ .
- Mons. Giandomenico Falconi
Mons. Giandomenico Falconi (1848-1862) di Capracotta, Vescovo di Eumenia in partibus infidelium , fu prima Arciprete di Acquaviva delle Fonti. Il Papa Pio IX con Bolla del 16 agosto 1848, promossa da Re Ferdinando II, unì æque principaliter le due Chiese nullius di Altamura e di Acquaviva e Prelato di entrambe fu nominato Giandomenico Falconi, il quale morì a Capracotta il 24 dicembre 1862. Queste le notizie del Lorena. Il surriferito Canonico Ciccimarra, nella stessa opera citata, confermando le suddette notizie, aggiunge: «Mons. Falconi fu senza dubbio un Prelato di energia e di grandi idee; quegli che fondò il grandioso Seminario e che restaurò completamente la Cattedrale; ma ebbe la disgrazia di vivere in tempi politici difficili e burrascosi. Il laicismo locale imperante fu il suo maggiore nemico che lo contrastò e perseguitò a morte, fino a fargli prendere nel '60 la volontaria via dell'esilio, per cui gli ultimi anni di vita egli li passò in Capracotta, sua patria, ove morì. Fu allo inizio del suo governo che, ad accrescere più lustro alla Chiesa di Altamura, furono creati i due Uffici di Penitenziere e di Teologo, ai sensi del Tridentino». Il restauro fatto alla Cattedrale, indubbiamente per renderla più bella, se allora sembrò ben fatto, se ancora appaga l'cchio di qualcuno, se seguì il corso della moda di quei tempi, in realtà le tolse il pregio artistico primitivo, perché le dorature e le stuccature eseguite guastarono lo stile. Ben si farebbe, come del resto si è fatto in altre Chiese, che subirono le stesse innovazioni, se si togliesse tutto ciò che è di posticcio per rimettere in evidenza le antiche originarie bellezze. Dopo la morte di Mons. Falconi la Chiesa altamurana fu per ben sedici anni (1862-1879) governata dal Vicario Capitolare Don Diego Labriola, Cantore di S. Nicola di Altamura, uomo di aurei costumi che sarà lungamente ricordato e desiderato dai suoi concittadini. Vincenzo Vicenti Fonte: V. Vicenti, I prelati di Altamura , a cura di D. Denora, Schena, Fasano 1987.
- Requiem per un accelerato
Ultimo della classe, pigro, svogliato, si staccava dalla piattaforma, tra la disattenzione generale, alle zero quaranta. Non lo degnavano di un'occhiata nemmeno i facchini che, malgrado i viaggiatori fossero curvi sotto il peso di cassette per militari in licenza, valige di cartone legate con lo spago, spropositati fagotti approssimativi, non avevano mai nulla da trasportare. Treno autarchico, almeno dal punto di vista del facchinaggio. Ed a questa autarchia obbedivano anche alcuni esseri strani e misteriosi che una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto pianeta, apparvero portandosi a spalla due lunghe assi cornute, impattate a due mazze di nocciòlo con alla punta un chiodo e due rotelle di bambù. Pantaloni alla zuàva, scarponi di montagna, sacco alpino, occhialoni scuri appesi al collo o sistemati a nastro sul cappello, andatura di allegria carburata (si vedrà fra poco!) da un solido appetito. Viaggiavano in terza classe e piuttosto che mettersi a dormire intonavano cori della naja. Un cantare dolce, caldo, melodico. Attenuato e in sordina diventava quasi un mugolìo d'una tribù pagana riunita a propiziare gli spiriti della propria divinità: la neve. Una divinità surgelata rispetto al sole di Napoli ma bella, soave, immacolata e castissima, salus infirmorum , lontana e raggiungibile in otto ore. Otto interminabili ore notturne di un viaggio ch'era una veglia d'amore. Non possono intenderlo certo i viaggiatori dei jet che in molto meno trasvolano continenti. Eppure fra quel treno e gli aerei d'oggi non sarebbe cattivo gusto elencare qualche differenza. Quel treno partiva senza rumore e si fermava a tutte le stazioni. Non così fanno gli aerei che non si fermano mai. Quì si dorme, lì non si dormiva. Negli aerei, nessuno oserebbe, anche se folle, mettersi a cantare. In quel treno il canto era un rito, una necessità primordiale, un bisogno religioso. Sugli aerei si consumano pasti, serviti ad aria pressurizzata, leggeri più del vasellame che li contiene, commestibili in pochi minuti, sterilizzati, asettici, lucidi di cellophane, inodori, spesso insapori, ma sempre bilanciati come i mangimi del veterinario. Per quel treno (che dopo molte piccole fermate si concedeva uno scalo di due ore, nel pieno della notte, a Caianello-Scalo) era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione e sentirsi un cavaliere errante accolto da un ospitale signore del medioevo. C'era un camino che vampava come un altoforno. A quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesana. Strizzati nelle pagnotte, prima di essere addentati, gemevano oro suino a 24 carati. Si delibavano melanzane sotto aceto, si vuotavano fiaschi a volontà ed alla fine per stabilire un ordine in tante fonti di energia si ordinavano mozzarelline allo spiedo che nel rosolarsi ingentilivano l'atmosfera già satura di odori patriarcali piuttosto robusti. L'accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all'addiaccio, si rimetteva in marcia alle quattro e dodici. Tùnf, tùnf, Tòra-Presenzanòòò... Buio pesto. Non si vedeva né Tora, né il nobilissimo feudo di Presenzano. Sesto Campanòòò... ciùf, ciùf, ciùfff... Venafròòò... ffffff... tozza, tarchiata, la vaporiera grassotella, annusava la notte con sospiri di faville, con boccate di fumo che somigliavano un poco a quelle del Vesuvio (allora ancora in attività di servizio). Ripartiva per rifermarsi. Ad ogni stazione gli stessi sbuffi, le stesse nubi basse di vapore nelle quali andava a perdersi la lanterna cieca agitata dall'uomo-nero, capotreno, controllore, guardiafreni, l'uomo-tutto, l'uomo-corno-di-ottone che ad ogni partenza soffiava ostinato la carica come il trombettiere d'uno squadrone di cavalleria decimato fino all'unità: una cavalla sola, la locomotiva. Roccaravindolààà, Macchia d'Iserniààà, S. Agapito-Longànòòò. E così sempre avanti nella notte sempre più fredda e sempre più nera. Un favoloso itinerario, una litania di stazioni con due, tre nomi, anzi col nome, il cognome e la paternità. Carpinonééé, Sessàno-Civitanova, Pescolanciano-Chiàuci, Carovilli-Roccasicura, S. Pietro-Avellana-Capracottààà. All'appello non mancava nessuno. Sembrava senza mai fine quella lista di reclute d'un'invisibile Armata del Sogno. Montenéro-Valcocchiara, Alfedéna-Scontrone: il primo brivido. Era già l'ora della madrugada , era cioè quel momento cosmico nel quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire. Gli italiani che sanno tradurre tante cose questa parola non l'hanno assimilata. Bene, alla madrugada si scopriva il primo biancore della terra. Era una luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e più che vedersi s'intuiva. La vaporiera intanto, alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all'ultimo balzo. Sapeva il fatto suo e per questo si faceva controllare da un esperto l'arma segreta dello spazzaneve che sulla bocca le traballava come una dentiera. A S. Ilario Sangro, il miracolo del primo raggio di sole. Il primo raggio del primo sole che insieme al primo treno del mattino saliva a dare il buongiorno alla Rocca sul Ràsine. Altèra, superba questa rocca? No. Tutt'altro. Era un pugno di case raggrumate come un gregge intorno al campanile della chiesa madre. Un timido, umile gregge vegliato dalla pace e dal silenzio. La chiesa di S. Bernardino, a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella dove in solitudine viveva un eremita, nella sua nuda semplicità cantava eterna lode al Signore. Aveva una minuscola campana che nessuno suonava mai. Bastavano già quelle della chiesa madre dove S. Ippolito il guerriero ostentava elmo e corazza, o quelle di S. Rocco che offriva ad esempio le proprie morsicature. Nella voce umana, familiare, intima, universale, sommessa, discreta, malinconica e dolce delle campane, ad ora fissa, parlava la voce di Dio. Quì, alla Rocca sul Ràsine, l'accelerato delle zero quaranta da Napoli depositava alle 8, gli skiatori (sì, proprio, col "k"!) che quando erano numerosi non superavano la ventina. Si avviavano subito al Vallone di San Rocco disseminando nell’aria che odorava d'incenso, odori di catrame e paraffina. Sfoderati due magici nastri fatti con pelle di foca si avventuravano alla Selletta, scendevano all'Aremogna, salivano al Rifugio, alle Toppe del Tesoro, al Pratello, al Monte Greco. Erano pochi ed il silenzio bianco li ingoiava come pesciolini buttati nell'oceano. Nella distanza sembravano puntini, formiche, granelli. Skiavano tutto il giorno col sacco sulle spalle dove portavano viveri, indumenti ed accessori preziosi, come ad esempio una spatola di alluminio a forma di lancia. Era nientemeno che la punta di ricambio di uno ski. La possibilità di rotture era frequente. Quell'arnese stava agli ski come la ruota di scorta alle bucature di un'automobile. Tornavano alla base entro le cinque della sera. L'accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa. Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, Piazza Garibaldi. Ed anche molti sogni! Adesso a Roccaraso si arriva in due ore di automobile. Quel grumo di case addossate l'una all'altra, pecorelle di un gregge infreddolito, è un'esplosione di superbia e di spavalderia, una frenetica gara di condominii e grattacieli, di pentacamere e triservizi. Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano alle falangi di sciatori: boutique, snack, night, coiffeur, bar, all-sports. Parole familiari al linguaggio dell'Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l'Italia atlantica dei drinks, dei cottages, degli ski-lift e degli ski-pass! Nel Vallone di San Rocco c'è la Sitar con i cavi e i seggiolini del Belisario e di Roccalta. Pelli di foca addio! All'Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville sotto l'arcobaleno permanente delle funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non potessero fare in tutta una stagione. Al Pratello, alle Toppe del Tesoro, ci si dà appuntamento come in città ad un caffè del centro. Alla Portella, l'Eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di Tivù. Per quanti si recano in chiesa l'incenso è chimico e le campane hanno la voce dell'Enel. Suonano elettricamente come le chitarre-beat. Il curato indossa il clergy. Sulla neve di quella che fu la bianca, immacolata Rocca del Ràsine si posa un velo funereo di smog. Alle cinque della sera la stazione ferroviaria è deserta e l'ultimo guardiano recita un requiem per un fantasma. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende un'ombra che assume le sembianze di un treno. È quello degli skiatori e chiede di essere ricordato ora che l'orgia del vivere si pasce di altri miti. Emilio Buccafusca Fonte: R. Marchi, Dove lo sci , Ed. Milanese, Milano 1967.
- I nobili di Capracotta
Spesso mi è capitato di sentire in famiglia e più volte, io stesso, faccio mia l'espressione: «I nobili di Capracotta». Naturalmente per rendere la frase ancora più forte, la si fa precedere dall'interiezione sarcastica «ah ah ah». Una locuzione usata per prendere in giro chi si dava troppe arie, tanta era la fama e la notorietà dei nobili di Capracotta. Tra essi probabilmente veniva annoverata la famiglia Baccàri, dal cui ramo, trasferito a Bonefro, io stesso sono un discendente. La famiglia Baccàri da Capracotta (dove erano presenti tra il 1400 e il 1505) si stabilì a Bonefro a causa della rivalità con l'altrettanto prestigiosa famiglia di Majo. Quest'ultima lasciava Capracotta e si trasferiva a Deliceto (FG). Secondo quanto viene raccontato, i due maggiori rivali delle rispettive famiglie, avviatisi per l'esilio, s'incontrarono casualmente nei pressi di una fonte e, qui giunti, vinti dalla tristezza e dalla nostalgia per essere stati costretti ad abbandonare il paese natio, si abbracciarono tra pianti e lacrime. La riappacificazione fu così sentita dagli stessi ed apprezzata dagli abitanti del luogo,dove era posta la fonte, che quest'ultima in conseguenza dell'episodio accaduto, prese nome di Fonte del Pianto. Il cognome della famiglia, di origine bizantina, deriva dai ramoscelli verdi con bacche dipinte sullo stemma. Una pianta aromatica di cui facevano largo uso i Greci. Lo stemma di colore azzurro, al toro passante al naturale, su un prato disseminato da ramoscelli di verde caricati di bacche, ed accompagnato in capo da tre stelle d'oro poste in fascia. Una famiglia nobile e molto antica, la cui esistenza, la leggenda la fa risalire ai tempi dell'imperatrice Elena (madre di Costantino) che, recatasi in pellegrinaggio nei Luoghi Santi della Palestina, nel 326, fece dono proprio agli antenati dei Baccàri una reliquia della Santa Croce. Una famiglia nobile che a Bonefro possedeva un altare di jus patronato nella chiesa matrice, dedicato allo Spirito Santo. Bruno Zappone
- Capracotta, il borgo del Molise sulla cima dell'Appennino
In Molise c'è un borgo antichissimo, le cui origini affondano nella leggenda: è Capracotta, e si trova ad un passo dal Giardino della Flora appenninica. Celebre località sciistica, incastonata tra le cime più alte dell'Appennino, Capracotta è inserita nella comunità montana dell'Alto Molise. Ed è un gigantesco orto ad alta quota, per una località particolarmente ricca di svariate specie di fiori e piante locali. Il suo nome, alquanto particolare, deriva da una leggenda: si racconta che alcuni zingari, intenzionati a dare alle fiamme una capra per un rito, così da favorire la fondazione di una città, catturarono un animale che però riuscì a scappare, per poi morire sui monti. Fu lì che tali zingari diedero vita alla città. Una città che, secondo altre fonti, dovrebbe invece il suo nome all'espressione latina castra cocta , ovverosia accampamento militare. Le tracce più antiche della presenza umana risalgono al periodo Musteriano, con il primo insediamento datato IX secolo. Un'antica storia, delineata ulteriormente da alcuni recenti scavi, che hanno portato alla luce un sito ricco di capanne ed edifici in marmo (risalenti al I secolo d.C.) nei pressi di Fonte del Romito. La caduta dell'Impero romano pose fine alla crescita urbana, con il borgo sottoposto a svariati domini, dai Longobardi agli Aragonesi fino ai Savoia, per poi essere annesso all'Italia nel 1860. Durante la Seconda guerra mondiale il paese venne raso al suolo, eccezion fatta per le chiese, l'asilo e alcune case private. Dinamite sparsa un po' ovunque distrusse gran parte del patrimonio architettonico, senza riuscire però a cancellare del tutto le tracce della storia del borgo. Basti pensare alla chiesa parrocchiale dell'Assunta, risalente al 1673 e ricca di dipinti di pregio e, al suo fianco, alla chiesa di Santa Maria di Loreto. Uscendo dal borgo si potrà ammirare il Palazzo Baronale, realizzato nel XVI secolo al di fuori delle mura cittadine dell'epoca. Capracotta è inoltre particolarmente ricca di fontane, che consentiranno agli amanti di Instagram di realizzare scatti da sogno. Lo stesso si può dire inoltre del Giardino della Flora appenninica, ideale per una passeggiata romantica. Recarsi a Capracotta vuol dire anche cimentarsi in un viaggio in un antico mondo culinario, a partire dalla pezzata , la cui ricetta risale al periodo in cui i pastori effettuavano la transumanza tra i monti e il Tavoliere delle Puglie. Altro piatti da non perdere sono l'agnello alla menta e la zuppa di ortiche. Il tutto accompagnato da uno dei prodotti tipici, il pecorino, che affonda le radici al periodo dei Sanniti. Fonte: https://siviaggia.it/ , 16 febbraio 2019.
- L'oratorio di San Nicola della Macchia
Questa fotografia, scattata dall'architetto capracottese Franco Valente e recentemente diffusa sui social network, riporta in auge un antico presidio religioso di cui si è totalmente persa e traccia e memoria: l'oratorio di San Nicola della Macchia. Alcuni studiosi locali affermano che il reperto litico, adagiato sino al 2005 in un campo della Macchia al confine con la proprietà Pallotta, sia una pietra erratica, proveniente da un altro luogo, nei cui pressi - ammette Franco Valente - «vi sono mucchi di pietre che vengono da uno spietramento per attività agricole, però tutti sanno che l'area è ricca di sepolture cristiane. Sicuramente povere, ma significative per capire cosa sia successo in quella zona un migliaio di anni fa. Il disegno sopravvissuto è troppo poco per capire il contesto architettonico di cui quel rozzo fiorone faceva parte. Però la regolarità della lapide fa immaginare che vi fosse una chiesa di buona architettura». L'errare della pietra, a mio modesto avviso, è presto detto: proviene dalla vetta di Monte San Nicola dove, fino al XVII secolo, resisteva un oratorium dedicato al Santo della carità nativo dell'Asia Minore e adottato dalle Puglie. Il culto di San Nicola sulla cima della nostra montagna, dove c'era un insediamento abitativo di tutto rispetto - detto Spinete o Macchia Strinata o Macchia delle Spinete -, probabilmente giunse al seguito dei pastori transumanti che, molti secoli prima dell'istituzione della Dogana, già transitavano sul "tratturo delle pecore" a nord, parallelo al crinale del detto monte: stiamo parlando del XII secolo, per intenderci. I pochi contributi bibliografici di una qualche autorevolezza su quest'oratorio intitolato al vescovo di Mira sono fondamentalmente quattro: quello di Francesco Saverio Cremonese, all'indomani del rinvenimento della Tavola Osca nel 1848, valido perché ripreso dal Mommsen e dall'Henzen; quello di Antonio De Nino, che nel 1904 effettuò una perlustrazione dalle Guastre alla Macchia alla ricerca di tombe sannitiche; quello di Luigi Campanelli, che da studioso locale, tentò una personale interpretazione dei resti; infine quello di Ivan Rainini, uno dei più validi archeologi italiani, che tra il 1979 e il 1985 certificò l'esistenza di un abitato sannitico a valle di Monte San Nicola in un voluminoso contributo che, per i molteplici aspetti che tocca, analizzerò in altra occasione. Nell'ottobre del 1848 Cremonese scrisse che «s ul vertice di esso Monte della Macchia sorgeva nei tempi andati (e se ne veggono ancora i vestigi) un oratorio dedicato a S. Nicola arcivescovo di Mira; ed io credo che ciò si facesse per mandare in dileguo ogni memoria di falsi Dei annessa a quel luogo ». Se egli si limitò a fornire una spiegazione religiosa circa la presenza d'una chiesetta sul vertice d'un monte di quasi 1.600 metri, oltre mezzo secolo dopo De Nino aggiunse che «sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata». Nel 1904, dunque, vi erano ancora molte suppellettili a testimonianza e delle case e della chiesa, reperti che in un secolo sono stati perduti, dispersi, trafugati. Il nostro Campanelli si rivelò invece semplice e diretto quando ammise che «mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento». Parlando con i più anziani abitanti di quelle contrade capracottesi - ché, come scherza Lorenzo Di Menna, l'Italia sta tra la Macchia e il Casino! - mi è stato rivelato che era prassi comune ricoprire con molta più terra le antiche tombe che venivano a scoprirsi a causa degli agenti atmosferici, e che da quei luoghi ci si teneva a distanza, per evitare di disturbare il sonno dei defunti appestati. Ad oggi ripongo tutte le speranze in Bruno Sardella, validissimo archeologo molisano, che da solo sta ricostruendo, con dovizia filologica, la storia e l'urbanistica di un'area geografica vastissima e puntellata capillarmente da siti abitativi, religiosi e militari oramai cancellati dalla sedimentazione della storia. E di quella pietra fotografata da Franco Valente il 9 settembre 2005 che ne è stato? Ovviamente anch'essa è andata perduta, dispersa, trafugata. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; N. Corcia, Di alcune città greche nel Sannio , in AA.VV., Memorie della Regale Accademia Ercolanese di Archeologia , vol. IX, Stamp. Nazionale, Napoli 1862; F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone , in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica», 10, Roma, ottobre 1848; A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune , in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei , Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904; W. Henzen, Sulla tavola con iscrizione osca, ritrovata in Agnone , in «Annali dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica», XX:5, Roma 1848; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; T. Mommsen, Die unteritalischen Dialekte , Wigand, Leipzig 1850; L. Quilici e S. Quilici Gigli, Fortificazioni antiche in Italia. Età repubblicana , Bretschneider, Roma 2001; I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito , Gangemi, Roma 1996; B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.
- Capracotta, Pasqua 1919
Qua hora non putatis ... la morte è certa ma l'ora è incerta: purtroppo però questa è scoccata pel novello Cristo i di cui resti, nel dì di Giovedì santo, vennero deposti in un tumulo rivestito di gramaglia di vecchia, rancida wilsoniana democrazia. Inopinatamente è scomparso!... Gli amici, desolati, non sanno consolarsi ed attoniti, ma speranzosi, van ripetendo: resurget ... Io invece, punto smarrito, vo replicando con Cicerone: Valeant qui inter milites italicos latentes in insidiis volunt . Si addormentò placidamente e repentinamente nella pace del Signore senza nemmeno dar tempo che alla scienza fosse dato compulsare almeno i battiti del suo cuore e far rifulgere l'emozione dell'animo nostro!... I suoi cari, assenti, non han potuto rivestire le spoglie lasciate in balia delle arpie. Molisani, inchiniamoci tutti riverenti dinanzi a sì grave lutto! Ci consoli che per tanto crudele destino non vi può essere recriminazione di sorta... finì sulla colpa! Benediciamo la memoria di Lui; che la pace sia l'angelo tutelare del suo sepolcro! Requiesce in pace. Thoma, boicoctator belli! Ottava di Pasqua Ricorre sabato 17 entrante il trigesimo della Sua dipartita. Imponentissimi si prevedono i funerali nella cappella di Santa Maria del Bosco. Molte associazioni del Collegio annunziano la loro presenza. La messa di Requiem dalle note monotone ma soavi del Mercadante verrà eseguita dal quintetto rinomatissimo di San Belisario diretto dal prof. V. Ianiro. "La libera", del Iollicella, sarà cantata, a solo, dal baritono apprendista Signor De Gregorio che, col tenore provetto Don Olimpio, ci farà gustare il "De Profundis" del Salandrella. Che il Signore dia forza ai novelli artisti per l'esecuzione di tutto, se no: cantar e lacrimar vedremo insieme! Terrà il pergamo Sua Eccellenza Monsignor Tracca Tracca. Durante la funera cerimonia un Caproni, pilotato dall'uffiziale Tanna Coronato, volerà sulla Cappella e farà cadere una pioggia di manifesti listati a lutto che ricorderanno sempiternamente le virtù dell'Illustre che fu!... Al solerte comitato, composto di valorosi uffiziali reduci da Salonicco e dall'Adamello, diamo lodi anticipate perché saprà degnamente onorare la cara memoria di Lui. Giulio Conti Fonte: G. Conti, Corrispondenze , in «Il Faro», I:9, Isernia, 10 maggio 1919.
- Tratturi, paesi e rovine: una bellezza a lento rilascio
Prima la Puglia, e poi Matera, e adesso il Molise. Continua l'attenzione a un Sud che una volta era poco conosciuto. C'è da sperare che ora arrivi anche la Calabria. In Molise più che altrove si sente il silenzio di chi se n'è andato e quello di chi non è venuto. È una regione senza l'evidenziatore, colore chiaro, umore sincero, atteggiamento poco vanitoso. I molisani non sembrano scalpitare per dare notizie dei loro luoghi. Entrando in Molise sulla strada che collega Benevento a Campobasso compaiono le rovine romane di Sepino. Una piccola Pompei, ma senza file e senza pagare il biglietto. Parcheggi e a venti metri dalla strada sei dentro lo stupore. Un altro sito archeologico pregiato, ma in questo caso meno a portata di mano, è il teatro sannitico di Pietrabbondante. È davvero scandaloso che pochi italiani conoscono questo posto, ma in un certo senso è anche una fortuna. In Molise non vedi mai quella vernice omologante che il turismo fornisce ai luoghi. Il poeta Rimanelli pensa al Molise come alla «freccia d'oro che ho nell'addome». Lui, come tanti, ha vissuto fuori dalla sua terra. La gente è partita e continua a partire, ma i paesi ci sono ancora: Castel San Vincenzo, Capracotta, Fornelli, Roccamandolfi, Montemitro, Frosolone, Larino, Venafro, Agnone, Vastogirardi, Castelpetroso, Oratino, solo per citarne alcuni. Ci puoi andare per strade felicemente poco trafficate, ma li puoi raggiungere spesso anche dai tratturi, le antiche vie della transumanza, da poco riconosciute patrimonio Unesco. Si potrebbe dire: piccola regione, grandi paesi. E sì perché non esistono paesini. Un paese più è piccolo e più è grande. Questi paesi non si travestono da capolavoro, non vogliono stordirti con chissà quali attrazioni. Il Molise è una bellezza a lento rilascio, è la vitamina M. Franco Arminio Fonte: F. Arminio, Tratturi, paesi e rovine: una bellezza a lento rilascio , in «Corriere della Sera», Roma, 10 gennaio 2020.
























