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  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte di Carminantonio

    «Ed ora, la Fonte di Carminantonio. Chi sa dire dov'è o dov'era? Seguiamo il gioco dell'immaginazione. Carminantonio forse un giorno, mentre vangava nel suo campo, ebbe la gradita sorpresa di vedere affiorare dal terreno una polla d'acqua. Pieno di entusiasmo, scavò, cercò le altre vene acquifere, le convogliò verso la polla principale, fece una conca e vi applicò una cannella: era nata la sua fonte, la Fonte di Carminantonio». Questo scrisse il maestro Domenico D'Andrea, ignaro di dove fosse localizzata questa ennesima fonte del territorio capracottese. Il suo quasi coetaneo Gregorio Giuliano, però, nel compilare un elenco dei toponimi del quadrante sud di Capracotta, la inserì tra la Fonte Nascosta e la Fonte della Staccia, motivo per cui si può ragionevolmente affermare che la Fonte di Carminantonio sia quella che alcuni chiamano oggi Fonte di Monte Civetta. Pasqualino Di Vito mi informa che nei primi anni '90, nel realizzare la segnaletica della mulattiera, ampliata e modificata in alcuni tratti, che, dalla strada provinciale, circumnaviga la montagna, su iniziativa del compianto Giovanni Di Nucci, si costruì l'esistente manufatto. Alle operazioni parteciparono, oltre a lui, Aldo Casciero, Donato Di Tella, Vincenzo Di Tella e Mario Fiadino. Prima di quel restauro, infatti, la fonte era un semplice corso d'acqua a pelo libero che si gettava in un piccolo bacino di raccolta. Oggi è difficile dire chi potesse essere il Carminantonio che, per primo, ha dato il nome a quella sorgente, ma è bene ricordare il suo nome affinché non si perda la memoria di questa freschissima fonte. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; G. Giuliano, Appunti di storia di Capracotta, dattiloscritto, Capracotta 1970; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • I cavallucci

    Le sorelle Milione mi raccontarono, con dovizia di particolari, che da bambine trovarono una mazzetta intonsa di cartamoneta stretta nello spago. La raccolsero e, sulla via del ritorno, nei pressi del portone di casa, si misero a giocare con quegli strani foglietti, così bellamente stampati. Con occhi colmi di meraviglia, erano attratte dai "cavallucci" disegnati sul denaro, tanto che, piegandoli in modi diversi, sembravano prender vita ed elevarsi, permettendo loro di inventare storie e di divertirsi moltissimo. Per qualche giorno, Lucia ed Irene giocarono con quella mazzetta di banconote finché qualcuno notò che si trattava di denaro sonante. E così, tra una bugia e l'altra, riuscì a sfilargliela in cambio di poche caramelle. Anche quando, col passare degli anni, le due donne realizzarono che quei soldi erano tanti e avrebbero potuto soddisfare molti bisogni familiari, non provarono risentimento né inveirono contro l'uomo che le aveva raggirate, essendo abituate a vivere onestamente e umilmente del poco che guadagnavano. Mi viene da pensare a quanti invece si sono rovinati in seguito a una vincita milionaria, a causa della quale hanno iniziato a spendere e spandere, e a condurre una vita talmente esosa da portarli rapidamente alla bancarotta. Ho riflettuto a lungo sulla disavventura dei "cavallucci" e sui signorotti che a Capracotta conducevano una vita talmente agiata da permettersi di portare i soldi a mazzette. E alla fine ho fatto una ulteriore scoperta, rivelatami da un anziano del paese. Verso la fine dell'Ottocento e fino agli anni Venti del XX secolo, in una masseria capracottese di contrada Guastra o di S. Croce, un uomo aveva allestito una zecca clandestina. La cartamoneta arrivava in treno da Napoli e giungeva alla stazione di S. Pietro Avellana, a 13 chilometri da Capracotta, quindi veniva caricata su un asino fino a destinazione. Alla fine della lavorazione, le banconote venivano smazzettate, come fossero nuove di... zecca. È probabile che la mazzetta rinvenuta dalle sorelle De Renzis provenisse da quella stamperia. Per desiderio di cronaca, il responsabile della zecca clandestina si arricchì molto ed acquistò immobili a Napoli e Roma, finché, per i tanti errori commessi e per il vizio del gioco, perse ogni cosa. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.

  • 10 agosto 1908: Carlo Conti e la tragedia della "York Rolling Mill"

    La contea di York, nello Stato della Pennsylvania, negli Stati Uniti, ha una popolazione di circa 400.000 abitanti. È un luogo all'europea, con una lunga storia fatta di industrie ed immigrazione. In quei territori i confederati e gli unionisti contarono oltre 300 vittime nella battaglia di Hannover del 30 giugno 1863. Altre cinque persone persero la vita durante la tempesta tropicale Agnes del 1972. Negli anni '90, infine, Paul Gamboa-Taylor, confessò di aver ucciso cinque persone con martello da macchinista nella sua casa di York, capitale della contea. Tuttavia, l'esplosione della York Rolling Mill, avvenuta il 10 agosto 1908, fu il peggior incidente industriale mai registrato in quella contea. L'esplosione dello stabilimento, situato nei pressi di Codorus Creek, uccise dieci persone e ne ferì altre diciannove. L'esplosione squarciò la fabbrica a metà, scagliando una pezzo di caldaia da due tonnellate diversi isolati più in là, abbattendosi sul retro di una casa in Hay Street. I giornali dell'epoca scrissero che l'esplosione era stata avvertita in gran parte della contea. Anton Sidler, uno dei sopravvissuti, disse che l'acqua fredda era entrata in una caldaia rovente, provocando la formazione di vapore sotto pressione. «Stavo lavorando vicino ai grandi rulli accanto alla caldaia – disse Sidler – poi mi sono svegliato due settimane dopo in ospedale col cranio fratturato, il lato sinistro del viso bruciato, ustioni profonde e gravi su braccia e gambe, ed una costola rotta nel punto in cui un chiodo da 20 mi ha perforato il polmone». Gli ispettori dissero semplicemente che la caldaia era difettosa. In quella immane tragedia dell'estate 1908 rimase ferito anche un nostro compaesano, Carlo Conti, emigrato da Capracotta nel 1902 a soli 22 anni e registrato ad Ellis Island sotto il nome di «Carl Condes». Carlo era infatti nato il 14 aprile 1880 a Capracotta, in «strada Sannio» (attuale via Roma), da Vincenzo e Luisa Di Tella, proprietari terrieri ed armentizi. Fa infatti specie trovare il suo nome nelle liste dell'immigrazione ma è assai probabile che egli non fosse un semplice operaio della York Rolling Mill ma che rivestisse una posizione di controllo o direzione, il che spiegherebbe anche le sue lievi ferite. Carlo Conti, grazie all'interprete John V. Sunday, rivelò infatti al cronista della gazzetta cittadina che «la forza dell'esplosione, mentre ha spaccato in mille pezzi la finestra di Butcher Shewell, all'angolo tra Chestnut st. e Pine st., ha invece fatto cadere solo qualche barattolo dagli scaffali della drogheria Fauth, all'angolo opposto. Molte canne fumarie sono state colpite verso l'impianto di raffreddamento, ma non hanno subito danni». Nel 2008, nel ricordare l'esplosione della York Rolling Mill, alcuni gazzettieri americani scrissero che «la tragedia di York [...] è stata parte dell'amaro tributo pagato per una legislazione più giusta in tema di sicurezza industriale». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Boiler Explosion at Rolling Mill Kills Nine and Injures Twenty, in «The York Daily», York, 11 agosto 1908; AcR, Death List of Rolling Mill Explosion Has Now Reached 10, in «The Gazette», XLIII:7186, York, 12 agosto 1908; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Relazione sul feudo di Vicennepiane

    In questa  pagina viene pubblicata la trascrizione, fedele all'originale, della "Relazione sul Feudo Vicennepiane fatta al Supremo Tribunale delle Finanze in Napoli" dal barone Donato d'Alena (1746-1822). Dal documento è possibile trarre informazioni sull'estensione del feudo ed i suoi confini. Eccellenza. Per la dovuta ubbidienza agli ordini di Cotesto Supremo Tribunale delle Finanza, mi do l'onore io Donato d'Alena della terra di Frosolone di rimetterle la mappa adempita del feudo rustico di Vicennepiane, che si tiene da me, qual Barone, ed utile possessore del medesimo. E perché comanda V. E. che la stessa venghi accompagnata da una circostanziata relazione, son'io in seguito ad umiliarle lo stato di detto Feudo nella maniera prescritta delle sacrisante istruzioni a tal uopo emanate. Il mentovato Feudo di Vicennepiane sito nell'Abruzzo citeriore in Provincia di Contado di Molise, tenimento di S. Pietro d'Avellana, confina con molti altri Feudi rustici di Padroni particolari, e luoghi demaniali delle convicine Terre di Vastogirardi, Capracotta, e S. Pietro l'Avellana. La confinazione esatta poi, tal quale l'ho ricavata dall'istrumento dell'acquisto, è la seguente. Cominciando il suo confine dal Monte detto del Prato dalla cima d'una Murgia grande, quale fa tré confini, cioè Demanio di Capracotta, Montagna di San Pietro e Vicennepiane; e dandosi cammino da detta Murgia grande discendendo per dirittura nella terra di S. Pietro Avellana, poco di sotto a detta Murgia grande vi sono da mano in mano molti alberi di Faggio signati con croce, e con intacche fatte con accetta, dinotantino essere il confine fra la montagna di San Pietro e Vicennepiane, e proseguendo la medesima dirittura verso S. Pietro sempre calando per alcune macerine di pietre movibili s'arriva al capo d'un canale d'acqua, e principio di un vallone, ove vi sono molti alberi di Pera, uno dé quali sta segnato con croce; e caminando per il corso dell'acqua di detto Vallone a destra il territorio della predetta Montagna, ed a sinistra quello di esso Feudo di Vicennepiane, curvando come cammina l'acqua, sin dove si riunisce coll'altro Vallone, ed acqua, che viene dal feudo de' Bralli, detto Capodacqua, e dal detto luogo rivoltando a sinistra per detto Vallone in su contro il corso dell'acqua, a sinistra, v'è il detto Feudo di Vicennepiane, ed a destra altro territorio di S. Pietro. S'arriva alla dirittura di sotto la Masseria di detto Feudo di Vicennepiane, ove si lascia il Vallone suddetto che viene dalli Bralli, e si rivolta a destra verso il Monte per una picciola semina, come stanno da mano in mano alberi signati con croce, ed intacche fatte con accetta, si giunge ad una pietra grande inamabile, sopra la quale vi sta scolpita una croce fatta con istromento di ferro, che denota i confine fra il suddetto Territorio di S. Pietro, ed il detto Feudo di Vicennepiane; continuando per detto confine anche per la medesima serrina, s'arriva alla strada di sotto, no quella di sopra, per esserci due strade, dalla quale serrina rivoltando a sinistra, sempre strada strada verso il Vasto, s'arriva ad una pianozza larga smacchiata di benigno, dove si lascia la strada a destra, e si cammina per sinistra per una serretta di [...] di pietre, si giunge ai piedi della suddetta pianozza larga, ove fa tre fini S. Pietro l'Avellana, Feudo de' Bralli tenimento del Vasto e Vicennepiane; da quel luogo calando a bascio fra il confine del suddetto Feudo de' Bralli, e Vicennepiane per alcuni alberi signati con croce, ed intacche, si trapassa il Vallone suddetto di Capodacqua e poi salendo per altri alberi intaccati, si passa la strada che viene dal Vasto, e va a Castel de' Giudici, si cammina per una semina con macerine di pietre mobili, e poi si lascia essa serrina a sinistra, e si rivolta alquanto a destra continuando per altre macerine sino ad una Murgia grande con alberi di Faggio, la quale fa tre confini, Feudo predetto de' Bralli, Feudo dello Spedaletto, e Feudo di Vicennepiane, ed alla detta Murgia grande rivoltando a sinistra camminando sempre serra serra, come acqua pende per li confini dell'Ospidaletto, e Vicennepiane, si trapassa la strada che va dall'Ospidaletto a Castel de' Giudici, si sale all'ultimo monte eminente dell'Ospidaletto, quale fa altri tre confini, Ospidaletto, Demanio di Capracotta, e Vicennepiane; e rivoltando a sinistra come acqua pende, si va al primo luogo nominato di tre confini, cioè Demanio di Capracotta, e Vicennepiane; e rivoltando a sinistra come acqua pende, si và al primo luogo nominato di tre confini, cioè Demanio di Capracotta, Montagna di S. Pietro, e Vicennepiane, propriamente nominato Monte del Prato; dentro detti quali confini stà detto Feudo di Vicennepiane. La estensione del medesimo è di carra ventidue [...] quattro o sia di moggi di terra 1776, che misurati all'usanza del luogo, alla ragione di passi 720 a tomolo, formano moggi 2220 circa. Per rispetto alla confinazione ci è stata da più anni una picciola controversia con D. Donatantonio Angelone Barone dell'altro Feudo rustico denominato la Valle, verso la contrada di Montemiglio. Ma sin'ora si è trattato sempre il punto di questione con amichevol maniera; e benché non si trovi assodato, pur tuttavolta non si è dedotto in giudizio. Circa anni dieci addietro l'Università della terra di Vastogirardi comparve in [...] e pretese d'impedire il passaggio pel suo Demanio agli Animali, che dovevano portarsi a pascere gli erbaggi di detto Feudo, nonché alle Vetture, che da tempo in tempo trasportar doveano le diverse derrate necessarie per lo mantenimento dei Pastori, e degli uomini addetti alla picciola coltura ivi introdotta. Il che tendea a rendere il Feudo inutile per ogni verso; giacché l'entrata degli Animali, e Vetture non potea senza massimo incomodo procurarsi altrove. Siccome però da tempo immemorabile i Baroni per di esso avean goduto un tal passaggio, così la [...] decretò, che si fosse conservato il solito, e contro la forma del solito niente si fosse innovato, con avere soltanto soggiunto che si fosse presa l'informazione tendente a vedersi se ci fosse altra strada più breve per l'introduzione degli Animali. Dopo di che l'Università, conoscendo forsi il torto che avea, si acchetò, non curò di fare accertare l'ordinato informo, e permise così l'osservanza del solito. Tranne queste due piccole controversie non ne ha nissun'altra con le popolazioni e feudi confinanti. L'è esso poi libero da ogni servitù. Non vi ha menomata porzion di terreno, che dir si possa soggetto alla Regia Dogana di Foggia. Non vi sono né [...], né tratturi, né luoghi di qualunque sorte riserbati a pascoli dé locati per la stagion d'inverno. Vi sono tre fontane denominate Fonte dell'Orso, i Pandoni, e la Fonte dell'Ara. E solo la terza parte di esso viene circondata da un picciol fiume perenne. Ma questa serve solo per comodo degli Animali, senza che dia moto a Molini, o altre Macchine idrauliche, che non vi sono. L'aria è salubre, ma il clima è rigidissimo. E ciò per esser sito nell'Abruzzo, ed in una Montagna di non picciola altezza. Ci si è introdotta la coltura in piccioilissima parte. Non si è stimato pur tuttavolta di accrescerla perché la esperienza ha fatto conoscere, che il fruttato è stato sempre minore delle spese a tal uopo erogate. Le continue nebbie, che in tempo di està, e specialmente in quello prossimo alla raccolta s'innalzano, ed inondano l'intiero Feudo, son di ostacolo alla pienezza della messe. Questa viene a maturo prima del tempo, si vede scolorita, e sfatta, allorché avrebbe bisogno maggiore di vegetazione, si anticipa molto più del dovere, e per conseguenza a causa di quella, che volgarmente si dice regina, viene ad essere sempre scarsa, perché mancante nella piena. Perciò un tal luogo non si è stimato adatto allo accrescomento della coltura. Né si vede i come possa a tanto adattarsi: poiché le nebbie, o per causa del fiume Sangro, o delle altre acque che scorrono né vicini Luoghi, o de' Boschi che l'intero Feudo circondano, sono inevitabili, ed allora compariscono più, quando più nuocciono. Per siffatta ragione detto Feudo si tiene riserbato ad uso del pascolo nella sua massima parte. Ed esso è capace di nutrire da circa duemila tra pecore e capre, solo però per quattro mesi di està, cioè da' principi di Giugno, per tutto settembre; giacché nell'inverno, ed in quasi tutta la primavera si trova per lo più coverto di nevi, e la rigidezza del clima è troppo grande. Ciò non ostante vi si mantengono da circa sei Bovi aratori per uso della picciola coltura, che mantener ci si possono anche d'inverno, ma coll'aiuto del fieno, che si mette in serbo nell'estiva stagione, e dé ricoveri a fabbrica, che vi esistono: siccome nel solo tempo estivo ci si mantengono da circa quindici pezzi di Giumente. Le derrate che ci si sono introdotte nella maniera di sopra divisata non consistono che in grano, ed orzo, non essendo il terreno, per le divisate ragioni, di altro capace. Allorché le nebbie sono minori, la raccolta suole uscire alla ragione della cinque a tomolo, e quando sono violenti, colla due e mezzo in circa; onde siccome la coltura si riduce ad una cinquantina di tomola di grano in ogni anno, ed una decina di orzo, così nelle annate abbondanti la ricolta può produrre circa [...]. Il boscoso che abbraccia quasi la maggior parte del luogo è nel tempo istesso adatto al pascolo. Gli alberi poi che vi  allignano consistono in Faggi, oppi, agrifogli, mela e pera selvaggi, cerri e ginepri. E tutti questi in tempo di carica abbondante sogliono ingrassare da circa sessanta [...], e nelle annate sterili, che sono le più frequenti, una ventina in circa de' [...] Il che accade per che i Cerri con ispezialità per loppiù vengon meno rispetto al frutto, essendo del continuo [...] a forti intemperie gelate. Questo è adunque lo stato attuale del Feudo di Vicennepiane che umilio a V. E. in adempimento del mio dovere; in atto che coll'aspettativa delle sovrani salutari provvidenze, mi do l'onore di farle profonda riverenza, e col dovuto ossequio di ripetermi qual sono Umilissimo Devotissimo Servitore Vostro, Donato d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • La Madonna di Loreto: una mamma

    Mi ha sempre commossa la grande devozione che, fin da piccola, ho colto nei volti e nei cuori dei miei familiari e di tutti i capracottesi verso la Madonna di Loreto. Una semplice devozione ad una santa? No. Era ed è molto di più. È qualcosa di diverso, di profondamente diverso. La bellezza di questo sentimento è nella naturalezza con cui ciascuno di noi sente istintivamente di volerLe bene, di esserne legato. Sente la necessità di recarsi alla sua chiesetta anche solo per una preghiera. Così recitano alcuni versi, datati ma fortemente attuali, della poesia "A Maria Ss. di Loreto" scritta da Nicola D'Andrea nel settembre 1936. Righe intrise di significato che esprimono quello che è ed è sempre stato l'attaccamento del popolo capracottese alla Madonna di Loreto. È naturale il gesto del saluto quando ogni mattina passiamo davanti alla sua chiesa. Ed è bello la sera quando, rientrando in paese, ci dà il bentornati a casa come le nostre mamme ci riaccolgono nelle nostre dimore. Al primo sguardo la chiesetta sembra uguale alle altre, anzi sicuramente molto più semplice di tanti altri santuari mariani. Per i capracottesi non è stato mai così. In quella chiesetta sono passate migliaia di persone. Ognuna con la propria storia che ha condiviso anche solo per un momento con la Madonna. Chissà quante preghiere ha sentito! Chissà quante confidenze! Quanta disperazione! Quanto dolore! Ma chissà anche quanta gioia. Tante, tantissime e come una mamma le ha fatte proprie. Il gran numero di giovani che, commossi, affollano le Sue processioni, credo, sia la dimostrazione più bella e tangibile della fede che tutti, ad ogni età, nutrono verso di Lei. E non importa essere a Capracotta o vivere altrove: ci si sente comunque legati a Lei anche se la lontananza ne acuisce la nostalgia. È stato davvero commovente vedere nelle case dei nostri compaesani oltreoceano foto, quadri, statuine della Madonna di Loreto a testimonianza del legame, quasi viscerale, che hanno verso la Santa e verso il paese. Nen de ne puó scurdà de la Madonna, pènsace spìsse e va a chéla chiesétta, ce ŝta na mamma ch'aspètta e sèmbre spèra che pòzza arvedé quìre ch'aspètta... Maria D'Andrea Fonte: C. Carnevale, La Madonna di Loreto onorata da secoli a Capracotta, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Juve Stabia in ritiro precampionato: la possibile sede

    Juve Stabia, lunedì sera il "rompete le righe" in occasione della cena di fine stagione presso il "Lido la Limpida". Molti calciatori hanno già lasciato la città e il tecnico Pagliuca lo farà nella giornata di domani per le meritatissime vacanze. È il tempo quindi di iniziare a programmare il da farsi per la prossima stagione. In attesa che si risolvano i problemi che riguardano lo stadio Romeo Menti che dovrà essere oggetto di diversi lavori di ristrutturazione per metterlo a norma con i parametri richiesti dalla Serie B, sono giorni anche in cui si sta decidendo la sede del prossimo ritiro precampionato. Secondo indiscrezioni raccolte dalla nostra redazione, giovedì 4 luglio sarebbe la data fissata per le visite mediche per il nuovo gruppo di calciatori che dovrà affrontare il prossimo campionato di Serie B mentre domenica 7 luglio sarebbe la data della partenza per il ritiro precampionato. Il ritiro precampionato della Juve Stabia potrebbe svolgersi, sempre secondo indiscrezioni raccolte dalla nostra redazione, a Capracotta in Molise. Capracotta, a confine con l'Abruzzo, è il comune più alto del centro-sud con i suoi 1.421 m s.l.m. nonché uno dei più nevosi (da qui l'appellativo "Regina delle nevi"). Il punto più alto è la vetta di Monte Campo a 1.730 metri. Cosa vedere a Capracotta? Per gli amanti dell'arte è da visitare la chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta che sorge nella parte alta del paese. L'interno, a tre navate, presenta un altare con la balaustra e un fonte battesimale con una notevole copertura lignea; oltre ciò un gruppo scultoreo, la Visitazione, davvero interessante. Sempre in paese, all'ingresso, si trova la chiesa della Madonna di Loreto. Fuori paese, ai piedi di Monte Campo, proprio dove parte il sentiero per raggiungere la vetta, sorge la chiesa di Santa Lucia. A Monte Cavallerizzo ci sono tracce di mura sannitiche mentre a Fonte Romito, nel 1848, fu rinvenuta una Tavola Osca, ora conservata nel British Museum di Londra. Meravigliose sono le località di Prato Gentile, della Guardata e del Giardino della Flora appenninica oltre ai monti Capraro e Campo. I pascoli sono rigogliosi, d'estate è il verde che domina mentre d'inverno è il bianco della neve; piste da sci si snodano dai luoghi più alti verso la valle ed offrono a numerosi atleti e appassionati di sci di fondo la possibilità di praticare questo sport. Capracotta è anche un centro molisano dalle grandi tradizioni. Bella e suggestiva è la festa della Madonna di Loreto che ricorre il 7, 8 e 9 settembre e che richiama i paesani lontani per la processione che si snoda lungo le vie del paese. Nel periodo natalizio si svolgono le maitunate: cantatori girano per le case augurando buon anno e ricevendo in cambio doni vari. Importantissima è la Pezzata, sagra della carne di pecora, cotta alla brace o in umido, che si svolge la prima domenica di agosto sulla verde distesa di Prato Gentile. Nelle tante bellezze naturalistiche di Capracotta, se fosse confermata la nostra indiscrezione, ci sono tutti gli ingredienti insomma per i calciatori per poter preparare nel migliore dei modi una stagione come quella del prossimo torneo di Serie B molto impegnativa. E per i tifosi delle Vespe è una buona occasione di poter seguire da vicino la preparazione precampionato dei propri beniamini e di poter contemporaneamente godere delle bellezze naturalistiche che Capracotta e i suoi dintorni possono sicuramente offrire. Natale Giusti Fonte: https://vivicentro.it/, 23 maggio 2024.

  • Le guaritrici di paese

    La mia indagine sulle guaritrici dei paesi non ha avuto grande successo. Nonostante mi sia fatta aiutare da amiche originarie di questi luoghi, è stato molto complicato trovare donne disponibili a raccontare le loro esperienze e conoscenze sulle pratiche di guarigione del territorio, anche con coloro con le quali si è instaurato un rapporto di fiducia e confidenza. Alcune di loro non si sono sentite di rispondere alle mie domande perché il prete del paese ritiene questi temi sconvenienti e sacrileghi. Questo mi ha fatto capire quanto gli argomenti legati alle arti magiche e alla guarigione siano tutt'ora un tabù che fa paura e quanto si cerchi di allontanarli semplicemente relegandoli nei luoghi più reconditi della mente. Insomma, la questione è tutt'oggi in sospeso e il silenzio non aiuta a fare chiarezza. A livello individuale la disponibilità e la voglia di parlare e condividere è forte, ma lo è altrettanto il timore di risvegliare antiche questioni sopite nella memoria. Sono soprattutto le donne che ancora praticano le arti di guarigione e, fino a qualche decennio fa, ogni paese aveva anche più figure di riferimento, generalmente ognuna con compiti e poteri diversi. La loro arte sta nel percepire ciò che porta il maleficio, che nei casi più comuni è l'effetto di un'azione più o meno volontaria nata dall'invidia o dalla cattiveria e che si riversa sul destinatario, il quale può essere sia una persona che un oggetto. Uno sguardo, un gesto o una parola, molto spesso agiti senza consapevolezza, possono avere conseguenze nefaste sulla riuscita di un lavoro, sull'integrità di un oggetto o sulla salute di chi li riceve. La parola stessa malocchio spiega in modo efficace questo processo che, se ci riflettiamo profondamente, è una pratica pressoché quotidiana che tutti eseguiamo senza accorgercene ancora oggi e che anche i moderni percorsi di consapevolezza tentano di riportare all'attenzione di chi la agisce. Intuisco come le donne in passato prestassero molta attenzione ai rapporti umani nella comunità, mantenendo la connessione viva e attiva tra i mondi, non solo attraverso le pratiche dei rituali di guarigione ma nelle azioni quotidiane: questa sensibilità, che oggi potremmo considerare "speciale", era parte naturale della vita, il sesto senso che era il senso stesso della vita perché le dava significato. La modernità, perciò, non ha affatto cancellato queste dinamiche ma le ha celate e allontanate dalla consapevolezza collettiva, denigrandole e fingendo che non esistono. Il maleficio diventa magheria quando è esercitato da un mago, una maga o da una qualsiasi entità non fisica. A San Buono, un paese medievale sulle colline abruzzesi, mi è stato riferito di donne che, così come potevano curare le malattie, le potevano anche provocare: intorno a loro si era perciò creato un clima di terrore, alimentato da coloro che venivano presi di mira per dispetti, vendette e inimicizie di paese. Il compito della guaritrice perciò è di fare da tramite tra il mondo visibile e invisibile per identificare la causa del problema e ristabilire un nuovo equilibrio sia dell'individuo che della comunità attraverso il corpo del/la malato/a. Le segnature sono i riti di cura utilizzati da sempre non soltanto per guarire ferite, malanni, herpes, sciatica, ascessi etc.. ma anche per ritrovare oggetti perduti, calmare gli agenti atmosferici, togliere le paure e il malocchio. Il loro nome deriva dai gesti ripetuti durante la recitazione delle formule, tra cui il segno della croce. Tali formule sono sussurrate a voce bassa in dialetto e si fondono con la gestualità rituale e con l'utilizzo di attrezzature casalinghe facilmente reperibili negli ambienti rurali e di uso quotidiano. Le formule mormorate sottovoce sono spesso cariche di riferimenti religiosi: si invoca la Madonna, Gesù, sante e santi a cui si chiede intercessione, oppure si racconta una breve storia che li vede protagonisti, oppure ancora ci si riferisce direttamente al malanno chiedendogli di andarsene. La ripetizione dei gesti e delle litanie è parte integrante del rito ed è legata al numero tre e ai suoi multipli. Conosciamo bene la simbologia di questo numero associata al ciclo lunare che in ambito contadino è sempre stato il punto di riferimento anche per la coltivazione e la predizione delle stagioni, pratica fondamentale per evitare di perdere i raccolti stagionali e assicurarsi il cibo in inverno. La transizione della luna è osservata anche per la scelta del momento adatto per fare il rito: alcuni in luna calante, altri in crescente e altri ancora con la luna nera. Queste conoscenze nel tempo hanno assunto una forma religiosa che ha permesso il tramando fino ai giorni nostri, ma la loro origine è indubbiamente arcaica e magico-sciamanica e, inoltre, rivela una conoscenza profonda dei movimenti celesti legati ai cicli della terra: come sopra, così sotto. La pratica più diffusa dalle guaritrici sannite è quella di incantare il malocchio per scacciare malanni e allontanare invidie e cattiverie. Il verbo "incantare" che si usa nei dialetti locali è un esplicito rimando agli incantesimi e la dice lunga sul potere della parola e del in-canto come forma di espressione dell'intenzione magica del canto. Queste formule vengono tutt'ora trasmesse oralmente dalle donne in giorni particolari della settimana oppure nei periodi delle feste religiose, facilmente riconducibili alle celebrazioni contadine della ruota dell'anno: al di fuori di queste occasioni, la litania è solo sussurrata e non può essere pronunciata ad alta voce o al di fuori del rito, pena la capacità stessa di poterlo operare. Il potere di questa pratica consiste nel connettere la malattia o l'evento al mito di riferimento e ai suoi simboli, annullando il distacco della comunità dalla sua fonte di Vita: l'intento della guaritrice consiste, infatti, nel ricordare e ripetere le azioni primordiali che hanno garantito l'ordine primevo, riproponendo la narrazione che da significato alla comunità stessa e che, in qualsiasi momento, sa riconnetterla al tempo delle origini. Un'altra pratica molto comune, che nel tempo è diventata parte integrante del linguaggio dialettale, è quella dello scongiuro: un gesto o una formula apotropaica utilizzati per allontanare gli influssi maligni non solo dalle guaritrici, ma dalle donne in generale. Considerato prettamente scaramantico per i canoni della modernità, in realtà lo scongiuro rappresenta un vero e proprio atto di pulizia del campo morfogenetico che porta anche alla guarigione fisica. Può essere una breve esclamazione oppure un gesto come il segno della croce e, di solito, viene usato preventivamente per allontanare l'esito negativo di un evento. Anche queste formule sono state nel tempo inglobate dal linguaggio cattolico, anche se nelle loro forme dialettali rimangono riminiscenze arcaiche. "Che Dio lo/la benedica" è una delle frasi più usate tutt'oggi, anche quando si fanno complimenti e lodi che potrebbero derivare dall'invidia - e perciò maledire - il pane in lievitazione, il raccolto dei campi o i bambini appena nati. Lo scongiuro, quindi, pone l'attenzione a ciò che si nomina o che viene nominato perché il potere della parola è quello di portare il pensiero nella materia, creando la realtà. Infine, in diversi paesi si parla di donne con veri e propri poteri taumaturgici, come nel caso di Marianna di Castiglione Messer Marino, un paesino di montagna sull'Appennino abruzzese. Conosciuta come "la Mammina", Marianna era la levatrice di paese che curava anche dolori articolari, massaggiando la parte lesa e, nei casi di rottura, ingessando l'arto. La sua manipolazione portava ad una riduzione del dolore, tanto che anche medici e dottori si curavano da lei e ne consigliavano i trattamenti ai pazienti più difficili. A Capracotta, nell'Alto Molise, si racconta di Vincenza detta "Cenzella la Fata" - classe 1895 - che aveva poteri pranoterapici e utilizzava piante e oggetti della tradizione contadina per curare i mali più complessi. In questi casi il verbo dialettale non è incantare ma risanare e il trattamento avveniva attraverso l'uso delle mani e in silenzio, sottolineando una natura più fisica e, allo stesso tempo, un potere specifico e innato della guaritrice. Ciò che accomuna queste pratiche è l'assoluta gratuità: la guaritrice si mette al servizio della comunità per il bene della stessa e il chiedere denaro è sentito come una rottura dell'equilibrio tra malato/a, malattia, guarigione e guaritrice. Maria figlia di Adriana Fonte: Maria figlia di Adriana, Donne, guarigione e comunità nel Sannio, Scuola delle Donne, 2022.

  • Capracotta, luogo dell'anima

    Da noi l'emigrazione è un fatto costante e antichissimo e, quantunque gli abitanti amino i loro monti, nondimeno, ai primi di autunno, sentono come le rondini, il bisogno imperioso di lasciare le proprie case e andare in cerca di lavoro fuori. E non è il solo bisogno materiale che li spinge a questo. I capracottesi hanno come un istinto per l'emigrazione e però sono sparsi in quasi tutti i comuni del mezzogiorno. La ricordo come fosse adesso quella sensazione che provavo da bambina: d'inverno faceva notte presto in città. Ero introversa, silenziosa e passavo interi pomeriggi a disegnare, a lavorare la plastilina, a fare le costruzioni. Sembrava che giocassi. In realtà stavo solo aspettando. Aspettavo allora come aspetto adesso. Come quando hai la testa sott'acqua e trattieni il respiro e aspetti. Aspetti di poter finalmente risalire, aprire la bocca e respirare. Rompere quella coltre d'acqua immensa che ti tiene giù e tornare al tuo elemento naturale, l'aria, quella che ti è indispensabile per vivere. Aspettavo che le giornate finalmente tornassero ad allungarsi. Che il freddo abbandonasse le strade per lasciare il posto alla primavera. Che tornasse maggio. Con le sue rondini e le prime gemme sugli alberi spogli. Aspettavo di salutare la maestra e le quattro mura della scuola. Abbandonare quella vita piena di paure: non fare quello, non dare confidenza a quell'altro, non uscire se fa buio, non attraversare la strada è pericoloso, chiudi la porta a chiave, non accettare le caramelle, stai a casa che è meglio, metti la canottiera di lana se no prendi freddo, non correre se no sudi e ti ammali... Abbandonare il cemento, l'asfalto, il grigio, l'aria pesante di smog, la folla, il rumore, la tristezza. Abbandonare quella specie di prigione che era la mia città. E finalmente tornare a casa. Tra le mie montagne. Questa è la sensazione che non scorderò. Che se ne sta ben piantata al centro di me anche adesso. Sapere che quella dove vivi non è casa tua. Perché casa tua è un piccolo paesino di montagna arroccato a 1.421 metri sul livello del mare e ti aspetta sepolto sotto metri di neve per tutto l'inverno. È lontano ma c'è. Non lo vedi ma c'è. E prima o poi, come dice sempre mia nonna, arriverà maggio a riportarti in quel luogo. Che non è solo un nome scritto sulla cartina geografica ma è un posto dell'anima. Da bambina era una liberazione. Niente più paure. La porta sempre aperta. Le corse sul prato. Bambini e bambine sempre diversi con cui giocare. Ginocchia sbucciate da leccare e rondini che fanno il nido sotto il tetto di casa tua. Il cielo immenso, quasi senza confini. Il silenzio profondo e in lontananza i campanacci delle mucche, qualche cane che abbaia, un mosca che ronza che pare un aereo e il vento che attraversa i rami degli alberi e muove le spighe di grano, bionde. Una farfalla che ti si posa sulle mani e poi vola via, schizzi di papaveri rossi e tramonti da mozzare il fiato. E tu, che anche se sei bambina, ti senti come se fossi una regina, una guerriera che sguaina la spada sul tetto del mondo, un gigante con le gambe talmente lunghe da poter saltare con un passo solo da una valle all'altra... In città sei meno che niente. Piccola e indifesa. Qui sei forte come un cavallo bianco che galoppa sui prati al tramonto. Altro che bambole e disegni e costruzioni. Adesso, invece, è una consapevolezza. Ti porti dentro le tue montagne tutto l'anno e sai che ti accompagneranno per tutta la vita. Sono la tua porta sull'infinito. Sono la certezza che qualcosa ci dev'essere che va oltre la nostra semplice vita terrena se qualcuno ha creato le nostre valli, i nostri alberi secolari, le rocce scavate dalla neve che si scioglie, la nebbia che avvolge le nostre case costruite con il sacrificio dei nostri antenati. E dico nostre e non mie, perché lo so che questa sensazione, questa consapevolezza non la porto dentro da sola. Sono sicura che tutti quelli che come me sono nati in una grande città e vivono tutto l'anno in una grande città perché la Storia con i suoi tortuosi percorsi li ha allontanati dalle montagne, si sentono in qualche modo come sospesi in una parentesi. E aspettano di poter respirare la loro aria, di nuovo. E di tornare, di nuovo, alla vita. Marcella Russano Fonte: M. Russano, Capracotta, luogo dell'anima, in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.

  • Un'escursione in montagna (III)

    Un'altra grande categoria di vegetali, quella dei Licheni, attira l'attenzione del botanico; e quassù i Licheni pare abbiano nel loro insieme qualche cosa non osservata altrove: De l'aurore au couchant, parcourons l'univers, tous des divers climats, ont des Lichens divers. I Licheni, risultato della simbiosi di speciali ascofiti con alghe, vivono sulle rupi brulle, sul suolo arido, tra i muschi, sui sassi; i tronchi e i rami degli alberi ne sono coperti, tanto che una volta si dubitava dovessero soffrirne e si cercavano i mezzi per combatterli. Qui essi si estendono in forma leprosa, in croste, in grumi gelatinosi; lì sono fogliacei irregolari, mollicci, coriacei; ora a forma d'imbuto, ora in filamenti lunghi e sottili pensolanti dagli alberi. Sempre numerosi e abbondanti, ciò che spiega l'interesse di tanti biologi, di tanti chimici per lo studio di queste piante, non solo a scopo scientifico, ma anche industriale ed economico. Sin dal 1786 l'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Lione bandiva un concorso a premio per la migliore opera sull'utilità dei licheni nella medicina e nelle arti. D'allora i lavori sui licheni si sono moltiplicati di anno in anno: ora sono numerosissimi e la bibliografia è vastissima. Molti sono i principii immediati estratti dai licheni: di soli acidi se ne sono ricavati una cinquantina, oltre la lichenina e tante altre sostanze tra cui molti colori. Ed è strana la vita di questi esseri simbiotici: durante la està quando quassù i fiori sbocciano, essi sono come morti, sono secchi friabili. Viene l'autunno, mentre le altre piante si assopiscono pel ritmo invernale o muoiono, essi riattivano rapidamente la loro vitalità, si sviluppano in tutto il loro vigore e fruttificano. Una pioggia di està li desta alla vita attiva subito, ma, subito eliminando l'acqua, ritornano ad assopirsi se le piogge non continuano. Ciò permette ad essi di vivere sotto tutti i climi. La facilità singolare di riproduzione permette a queste piante di diffondersi largamente. Vivono le une accanto alle altre le varie specie in associazioni numerose, anche su pochi cm. quadrati di superficie, ma senza confondersi le une colle altre. Anzi una linea quasi sempre di demarcazione netta divide i licheni vicini. Taluni sono bianchi, altri gialli od aurati, rossi, grigi, verdi, cerulei con tutte le sfumature tra una tinta e l'altra, tinte poi che mutano di tempo in tempo colle stagioni. Ed io raccolsi sui monti e nei boschi silenziosi di Capracotta e di Pescopennataro un certo numero di licheni, li ho studiati, e qui ne riporto l'elenco. Lichenes Collema melaneum Acharius - Sulle rupi calcaree, comune tra Pescopennataro e Capracotta, Monte Ciglione (1.400 m.) C. jacobeaefolium (Schrank) Koerber - Colla forma tipica. Synechoblastus vespertilio (Trevisan) Koerber - Sui tronchi di Faggio e di Abete; Bosco Soprano, boschi di Capracotta, Monte Campo fino a 1.690 m. sul mare. Leptogium hildebrandii (Garovaglio) Nylander - Sui tronchi dei faggi e degli abeti nei boschi di Pescopennataro e di Capracotta, Canalicchio, Pietrastretta, 1.300-1.400 m. Usnea articulata Hoffmann - Sugli abeti, sui ginepri, nei boschi presso Pescopennataro tra 1.000 e 1.400 m. U. plicata Hoffmann - Sui tronchi e sui rami degli abeti di Bosco Soprano 1.200-1.400 m. Bryopogon jubatum (Acharius) Koeber - Sui rami e sui tronchi degli abeti, S. Luca, Canalicchio, tra 1.200-1.400 m. B. implexum Acharius - Sui tronchi dei vecchi alberi, qua e là sui sassi muscosi, boschi di Canalicchio, Morgia. B. canum Acharius - Qua e là col tipo sui rami e sui tronchi degli abeti tra 1.200 e 1.400 m. Evernia furfuracea Fries E. - Sui tronchi degli abeti delle querce e dei faggi nei boschi di Capracotta, Bosco Soprano di Pescopennataro, sui faggi di Monte Campo a 1.200-1.690 m. sul mare. Ervenia prunastri Acharius - Sui tronchi degli abeti nel bosco di Pietrastretta, S. Luca. E. divaricata Acharius - Sugli abeti di Bosco Soprano tra 1.200 e 1.400 m. e nel bosco di S. Angelo di Pesco. Ramalina calicaris Fries E. - Sui tronchi degli abeti e dei ginepri a Terracinina, Canalicchio, Capracotta, da 1.200 a 1.400 m., comune. R. subfastigiata Nylander - Col tipo sui tronchi dei vecchi abeti nei boschi di Pescopennataro e di Capracotta 1.100-1.400 m. R. fastigiata Acharius - Sugli abeti, sui tronchi e sui rami, nei boschi di S. Angelo di Pesco, di Capracotta e nel Bosco Soprano 1.000-1.400 m. R. pusilla Fries E. - Sui tronchi degli abeti e dei ginepri, nel Bosco Soprano, a Canalicchio da 1.100 a 1.300 m. R. fraxinea Acharius - Colla precedente sui tronchi degli abeti nei boschi intorno a Pescopennataro, S. Luca, 1.200-1.300 m. R. calicariformis Nylander - Sui tronchi e sui rami di abete nei boschi di Capracotta. R. farinacea Acharius - Sui vecchi tronchi di abete e di faggio nei boschi di Pescopennataro, Canalicchio, Monte Ciglione, Monte Campo, 1.200-1.690 m. sul mare. Nephromium tomentosum (Hoffmann) Nylander - Sui tronchi degli abeti e dei faggi e sul terreno muscoso, Canalicchio, Monte Ciglione, Bosco Soprano; 1.200-1.300 m. N. rameum Schaerer - Sui vecchi tronchi degli abeti, delle querce e dei faggi e sul suolo ruprestre muscoso; Pietrastretta, Terracinina, Monte Ciglione, S. Luca, boschi di Capracotta; Monte Campo, m. 1.690 sul mare. Peltigera rufescens (Weiss) Hoffmann - Sul suolo umoso tra i muschi, sulle rupi e sui tronchi degli abeti; a Capracotta, Canalicchio, S. Luca. P. scutata (Dikson) Tuchermann - Sui tronchi muscosi dei vecchi abeti e delle querce; Bosco Soprano, Canalicchio, Capracotta; 1.200-1.400 m. P. canina H. - Sulla terra muscosa e sulle rupi di Monte Campo, S. Luca, Capracotta; sui tronchi degli abeti nei boschi a Canalicchio, Morgia. Lobaria pulmonacea (L.) Hoffmann - Sui tronchi degli abeti nei boschi di Pescopennataro, S. Luca, Scurdareccia, 1.200-1.300 m. Parmelia tiliacea (Hoffmann) Acharius - Sui tronchi e sui rami degli abeti, sulle rupi tra Pescopennataro e Capracotta. P. saxatilis (L.) Acharius - Sui tronchi degli abeti, sui sassi; Canalicchio, S. Angelo del Pesco, boschi di Capracotta. P. sulcata (Taylor) Nylander - Sui tronchi degli abeti e dei ginepri, sui sassi nei dintorni di Pescopennataro, nel Bosco Soprano; 1.200-1.400 m. P. acetabulum (Necker) Duby - Sui tronchi degli abeti e delle querce nel Bosco Soprano, Capracotta 1.100-1.400 m. sul mare. P. exasperata De Notaris - Nei boschi sui tronchi di abete, di quercia, di faggio; faggeta di Capracotta, abetina di Pescopennataro; 1.200-1.400 m. P. physodes (L.) Acharius - Sui tronchi di abete, nei boschi intorno a Pescopennataro, Pietrastretta, Canalicchio, 1.200-1.400 m. P. tubulosa Schaerer - Col tipo nei boschi di Pescopennataro e di Capracotta sui tronchi e sui rami degli abeti; 1.200-1.400 m. sul mare. Anaptychia ciliaris (L.) Koeber - Sui tronchi degli abeti e delle querce, sui sassi e sul suolo muscoso tra Pescopennataro e Capracotta; 1.200-1.400 m. sul mare. A. crinalis (Schleicher) Schaerer - Sui tronchi degli abeti e delle querce nei dintorni di Pescopennataro, Canalicchio, S. Luca 1.200-1.300 m. Physcia pulverulenta (Schreber) Fries E. - Sui tronchi degli abeti, delle querce e dei faggi, Capracotta, Pescopennataro, S. Angelo del Pesco. P. venusta (Acharius) Nylander - Sui tronchi dei faggi e degli abeti; Canalicchio, faggeta di Monte Carovilli, boschi di Capracotta 1.000-1.400 m. sul mare; Monte Campo m. 1.690; Monte Capraro m. 1.720. Pannaria coeruleo-badia Massalongo - Sui tronchi degli abeti e dei faggi nei boschi di Capracotta e di Pescopennataro; 1.200-1.400 m. sul mare. Lecanora subfusca Acharius - Sui tronchi degli abeti, sui faggi nei boschi tra Pescopennataro e Capracotta; 1.200-1.400 m. sul mare. L. chlarona Acharius - Sui tronchi degli abeti, Canalicchio, S. Luca, Pietrastretta, Capracotta; 1.200-1.400 m. L. angulosa Acharius - Sui faggi di Capracotta a 1.400 m. sul mare, faggetto Cannavinello. Pertusaria amara Acharius - Sui tronchi e sui rami degli abeti nel Bosco Soprano di Pescopennataro. P. communis De Candolle - Sui tronchi degli abeti, Canalicchio, Pietrastretta, Monte Ciglione 1.200-1.300 m. Cladonia pungens Floerke - Sul suolo arido, Monte Ciglione, Pescopennataro, Capracotta. C. degenerans (Floerke) Sprengel - Suolo muscoso; Canalicchio, Monte Ciglione, Capracotta. C. lepidota (Acharius) Nylander - Sulla terra muscosa, nei dintorni di Pescopennataro e su Monte Campo a m. 1.690 sul mare. C. pyxidata Fries E. - Sul suolo, sui sassi, sui muri, sui tronchi muscosi; Capracotta, Monte Capraro, M. Campo, Canalicchio; 1.200-1.720 m. sul mare. C. pocillum (Acharius) Floerke - Col tipo nei boschi di Capracotta, sul suolo e sulle rocce muscose; Canalicchio, Cannavinello, Monte Ciglione. C. fimbriata Fries E. - Sui tronchi, sui sassi, sul suolo muscoso; Pescopennataro nei boschi. C. prolifera Floerke - Col tipo nei boschi di Pescopennataro. C. abortiva (Floerke) Acharius - Sui vecchi tronchi di abete e di faggio, sul legno in disfacimento, sulla terra e sulle rupi muscose; Monte Campo 1.690 m.; Monte Capraro m. 1.720; Bosco Soprano, faggeta di Capracotta 1.400 m. C. alcicornis Fries E. - Sul suolo arido muscoso nei dintorni di Pescopennataro e sul Monte Capraro m. 1.720 sul mare. Lecidella enterolenca Acharius - Sui tronchi degli abeti nei boschi intorno a Pescopennataro. L. rugulosa Schaerer - Sul tronco degli abeti e dei faggi nei boschi di Capracotta e di Pescopennataro. L. euphorea Schaerer - Sui tronchi degli abeti e dei faggi; Canalicchio, Capracotta, Monte Carovilli. L. microcarpa (Massalongo) - Sui tronchi annosi dei faggi nel bosco di Capracotta e di Cannavinello. Giacomo Albo Fonte: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta, Maltese Abela, Modica 1919.

  • Un'escursione in montagna (II)

    Quassù l'inverno incomincia assai presto: coi primi di ottobre precipitano frequenti piogge, che assai spesso assumono forma e forza di veri temporali. Le prime nevi non si lasciano aspettare: ordinariamente da Novembre ad Aprile qui tutto è coperto di bianco, e spesso è così alto lo strato di neve che si deposita nelle vie di Capracotta e di Pescopennataro che gli abitanti sono costretti ad uscire dalle finestre, poiché le porte di casa sono sepolte. In Aprile spesso la neve è scomparsa nei dintorni dell'abitato, ma su Monte Campo (1.690 m. sul mare) e su Monte Capraro (1.720 m.), come nelle valli riparate dai venti, la neve vi soggiorna più lungamente. Perciò è relativamente lungo il periodo durante il quale la vita vegetale si arresta, ed il periodo vegetativo rimane quindi sensibilmente accorciato dalla tormenta e dai ghiacci. Quassù non un albero da frutto può venir coltivato per la mancanza di quel dato numero di calorie necessario a ciascuna pianta per vivere e per fruttificare. L'agricoltura può dirsi non esista. I tentativi dei contadini per ottenere quassù il frumento sono stati sempre coronati dal più deprimente insuccesso: il valore del raccolto quasi mai compensa le spese di produzione. Io stesso ho osservato nei primi di settembre le messi ancora verdi e, a maturità, la spiga piccola, vuota, misera. Su queste regioni eccelse dominano dunque i pascoli e le foreste, quand'anche il diboscamento sia iniziato e in alcuni punti anche tanto progredito. I boschi di abete, che arrivano fin quasi l'abitato, sono magnifici, estesi, folti: in alcuni punti sono così fitti che il sole penetra poco a traverso il denso fogliame delle cime che si toccano. In questi punti il sotto bosco quasi non esiste; ma ove il bosco è rado, quivi vivono in associazione promiscua i biancospini, i pruni, i noccioli, la madreselva, l'aquifoglio, i rubi, l'uva spina, la digitale, la belladonna, le genziane, i ranuncoli, i ciclami, l'aconito, l'aquilegia, le fragole, ecc. Ove cessa il bosco degli abeti e quello dei faggi comincia, le due essenze per un certo tratto vivono insieme. I faggi nelle valli, nei punti meno alti, sono dritti, maestosi, ma sulle ultime cime sono più bassi e coi rami piegati al suolo. Associato qua e là ai faggi e agli abeti troviamo i cerri, l'elce, i peri, i meli, l'acero, il tiglio, il tasso, i ginepri, l'evonimo, e sui margini dell'unica via carrozzabile viene su rigogliosa la robinia pseudacacia. Talora in mezzo al più fitto del bosco trovasi una pianura scoperta, di forma circolare od ovale, nella quale si stende il prato formato di erbe che nella massima parte non troviamo nel bosco circostante. Il Prato di Quarto, il Prato Gentile sono due esempi tipici del fenomeno. Parrebbe che queste praterie in forma rotonda fossero dovute all'opera dell'uomo il quale, tolto il bosco, abbia impedito col pascolo il rimboschimento naturale. Viceversa queste pianure corrispondono a brevi depressioni del suolo ove dall'autunno alla primavera l'acqua vi permane e, per lunghi mesi, anche congelata. È naturale che in queste condizioni l'essenza dei boschi vicini non trovi favorevoli condizioni per l'attecchimento. Ma se manca in queste località la vegetazione arborea, i ciperi, le graminace, le piante igrofile vi sono abbondantissime. In questa regione il suolo è vario: argilloso, calcareo, umoso; qui profondo e sciolto, più in là compatto o roccioso. Nelle escursioni fatte nei boschi tra Pescopennataro e Capracotta (1.200-1.400 m. sul mare), sul Monte Campo (1.690 m.), Monte Capraro (1.720 m.), Monte Carovilli (1.400 m.), Canalicchio, San Luca, Grotte, Monte Ciglione, Quarto, Pietrastretta, Prato Gentile, Morgia, Terracinina, Cannavinello, Scurdareccio e Colle Rosso, vi ho annotato le seguenti specie: Ceterach officinarum Willd. - Sulle rupi, sui muri, sul suolo muscoso. Polypodium vulgare L. - Nei boschi, sulle supi. Scolopendrium vulgare Sm. - Nei boschi, lungo le siepi ombrose. Adiantum capillus-veneris L. - Sui muri umidi, sulle rupi. Equisetum arvense L. - In luoghi umidi, acquitrinosi. Juniperus communis L. - Nei boschi. Abies alba Mill. - È l'essenza principale dei boschi di Pescopennataro. Taxus baccata L. - Sporadica qua e là nei boschi. Arum italicum Mill. - Lungo le siepi, in luoghi umidi, ai margini dei sentieri. Colchicum neapolitanum Ten. - Nel sottobosco. C. autumnale L. - Nel bosco, in luoghi erbosi, lungo le siepi. Lilium bulbiferum L. - Nel bosco, in luoghi selvaggi. Paris quadrifoglia L. - Nel bosco, sotto gli abeti. Asparagus officinalis L. - Lungo le siepi, tra i sassi, nel bosco, nei cespugli. Corylis avellana L. - Qua e là associata agli abeti, ai faggi, sulle rupi. Quercus cerris L. - È una delle essenze di questi boschi. Q. ilex L. - Sporadico qua e là nei boschi di faggi e di abeti. Fagus silvatica L. - Forma i boschi più elevati della regione a cui dà la fisionomia caratteristica delle faggete. Daphne laureola L. - Nel sottobosco. Dianthus armeria L. - Sulle rupi. Hypericum perforatum L. - Nei campi incolti, lungo le siepi. Papaver rhoeas L. - Nei psacoli, ai margini delle vie, nei campi. Clematis vitalba L. - Nelle siepi, nei cespugli, nella boscaglia. Thalictrum aquilegifolium L. - Nel sottobosco. Anemone apennina L. - Nel sottobosco. A. hepatica L. - Nel sottobosco, in luoghi umidi. Ranunculus lanuginosus L. - Nei campi incolti, in luoghi selvaggi. Helleborus viridis L. - Nel sottobosco. Aquilegia vulgaris L. - Nel sottobosco, in luoghi selvaggi. Delphinium consolida L. - Nei campi, in luoghi erbosi. Aconitum lycoctum L. - Nel sottobosco. Ribes grossularia L. - Nel sottobosco. R. rubrum L. - Nel sottobosco. Cotyledon umbilicus L. - Sui vecchi muri, sulle rupi. Sedum tenuifolium Strobl. - In luoghi sassosi, sulle rupi. S. album L. - Sui muri e sulle rupi. Prunus spinosa L. - Nelle siepi, nelle boscaglie, nei cespugli. Potentilla sterilis Garcke - Nei pascoli, in luoghi selvaggi. P. reptans L. - In luoghi umidi erbosi, ai margini dei sentieri. Fragaria vesca L. - Nel bosco, lungo le siepi ombrose. Rubus fruticosus L. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Agrimonia eupatoria L. - Luoghi selvaggi, siepi, margini delle vie. Crataegus oxyacantha L. - Nelle boscaglie, in luoghi scoperti, nelle siepi, sui muri a secco. Pirus communis L. - Sporadico qua e là nei boschi. P. malus L. - Qua e là nei boschi. P. aucuparia Ehrh. - Nei boschi, sulle rupi. Cytisus laburnum L. - Nel bosco, qua e là in folti cespugli. Robina pseudo-acacia L. - Inselvatichita sulle scarpate della strada Pescopennataro-Capracotta. Epilobium parviflorum Schreb. - In luoghi umidi erbosi. Hedera helix L. - Sui tronchi degli alberi, sulle rupi, sui muri. Eryngium amethystinum L. - In luoghi incolti aridi. Ilex aquifolium L. - Nei boschi. Evonimus europaeus L. - Tra gli abeti ed i faggi. Acer pseudo-platanus L. - Tra i faggi e le querce. Polygala vulgaris L. - In luoghi erbosi, nel sottobosco. Geranium robertianum L. - In luoghi erbosi, lungo le siepi, nei boschi. G. strictum L. - Nei pascoli, nel bosco dei faggi. Malva moscata L. - In luoghi erbosi incolti. M. alcea L. - Nel bosco. Tilia vulgaris Hayne. - È una essenza non principale di questi boschi associata qua e là ai faggi e alle querce. Euphorbia amygdaloides L. - In luoghi selvaggi, nei boschi. Cyclamen neapolitanum Ten. - In luoghi boschivi ombrosi. Gentiana cruciata L. - Prati e boschi. G. ciliata L. - Colla precedente. Chlora perfoliata L. - Nei pascoli, nei campi, ai margini delle vie. Erythraea centaurium Pers. - Nel bosco, lungo le siepi, in luoghi erbosi. Convolvulus arvensis L. - Nei campi, nei pascoli, ai margini delle vie. Solanum nigrum L. - Margini delle vie, fossi, ruderi, siepi. Hyoscyamus niger L. - Luoghi incolti, ruderi. Atropa belladonna L. - Nei boschi, in luoghi selvaggi aperti. Digitalis ferruginea L. - Nel bosco, in luoghi incolti selvaggi. Mentha pulegium L. - Margini dei fossi e delle strade, luoghi umidi. Brunella bulgaris L. - Luoghi erbosi incolti. Plantago major L. - Lungo le siepi, in luoghi umidi. Sambucus ebulus L. - Sui margini dei fossi, luoghi umidi. S. nigra L. - Nel bosco, nelle siepi. Lonicera caprifolium L. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Centranthus ruber DC. - Sui muri, sulle rocce. Dipsacus silvestris Huds. - Luoghi incolti, margini dei fossi. Bryonia dioica Jacq. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Campanula rapunculus L. - Luoghi incolti, nei boschi. C. trachelium L. - Nei boschi, nelle siepi. Tussilago farfara L. - In luoghi incolti umidi argillosi. Cichorium intybus L. - Nei pascoli, comune. Giacomo Albo Fonte: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta, Maltese Abela, Modica 1919.

  • Un'escursione in montagna (I)

    Nota del dott. G. Albo Su, su in alto, in mezzo ai boschi, al di sopra dei mille metri sul mare, ove il fremito della foresta e lo scroscio dei torrenti sono le voci più comuni; ove le vie, non ampie non frequentate, attraversano boschi e burroni e s'inerpicano su, quasi a perpendicolo, per raggiungere le maggiori altezze; ove l'aria è pura e semplice la vita; ove il fascino della montagna si esercita singolare sull'animo umano, quivi i pensieri nascono più elevati, quivi si sente più forte il piacere della salute e della vita. Scrivendo queste linee, ho nella mente Pescopennataro e Capracotta, due borgatelle del Molise sperdute tra foreste di abeti e di faggi secolari, alle falde di Monte Campo e di Monte Capraro. E ricordo con un senso di profonda nostalgia i magnifici boschi ove passai varie ore ed i monti più alti ed i burroni profondi e precipiti da me visitati. Come muta la scena da valle a valle, da salita a salita: il paesaggio botanico si rinnova continuamente; le specie vegetali che nella pianura hanno maturato i loro frutti, quassù non sono ancora fiorite, e quelle che sono in fiore mutano i colori delle corolle da monte a monte, e coi colori mutano le forme e le proporzioni del loro corpo. Le specie che vivono in pianura hanno caratteri profondamente diversi dalle specie che vivono sui monti. Eppure la differenza, spesso assai marcata, tra gli individui di una stessa specie, di cui alcuni vivono in montagna ed altri giù nel piano, non è ereditaria secondo l'affermazione di molti autori. Intanto, se non sono ereditarie le variazioni notevoli dovute all'influenza dell'altitudine, del clima, dell'ambiente così diverso tra i monti e il piano, e se l'idioplasma specifico per tali fattori neppur esso subisce modificazione di sorta, le differenze somatiche che notiamo negli organismi, debbono considerarsi come variazioni semplicemente individuali, almeno nella loro massima parte. E se ciò ammettiamo, dovremo anche ammettere che l'inizio di nuove specie non dipenderà da condizioni esterne, ma da cause interne a noi sconosciute, contrariamente a tutte le teorie evolutive di tanti naturalisti di grande valore, da Lamark a Naegelis, da Atanasio Kirker a Darwin, da Weismann a De Wries. Ora, considerando la specie vegetale in mezzo ai boschi foltissimi, sulle rupi più alte e più brulle, e nelle valli più profonde e coperte di verde e di fiori; considerando il polimorfismo più o meno accentuato per ogni specie, le forme e le varietà in confronto con le piante corrispondenti dei luoghi ubertosi del piano, abbracciando col pensiero chiaroveggente tutti i lati dell'argomento importantissimo, l'evoluzione della specie spicca con evidenza singolare e, senza dubbi di sorta, s'impone allo spirito degli studiosi. Ma, quando poniamo questa verità in confronto con le varie teorie evolutive che tentano di spiegarne il meccanismo, la quistione si aggroviglia, direi quasi si abbuia: certamente lo spirito non resta pago delle spiegazioni che si danno della filogenesi, per quanto tra le varie teorie quella dell'Ologenesi sembri fra le più accettabili. E poiché ho anch'io qualche cosa da dire in proposito, è mia intenzione tornare con più comodo sull'argomento ed intanto ripiglio l'ascensione sui monti di Capracotta. Giacomo Albo Fonte: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta, Maltese Abela, Modica 1919.

  • La contadina di Capracotta

    Siamo negli anni di fine '800: da Genova partono i piroscafi diretti verso l'America Latina e, in particolare, per l'Argentina; quasi senza tema di sbagliare, credo che forse in uno di questi viaggi si sia imbarcata anche la nonna italiana, piemontese, di un bimbo, che sarà un grande, in Argentina e poi nel mondo, per la sua missione: papa Bergoglio. Il piroscafo, di cui parla De Amicis nel suo romanzo-diario di bordo, è il Galileo. Partito dal porto di Genova, il piroscafo imbarcava 1.600 passeggeri: in prima classe l'aristocrazia, in seconda classe la borghesia, in terza classe il popolo: 400 fra donne e ragazzi-bambini, da una parte, e, gli uomini, dall'altra parte. Gente che non espatriava per vaghezza di far fortuna: agricoltori, merciaiuoli, pecorai o caprai, contadini diffidenti, fabbricatori, calderai; molti con seggiole pieghevoli, coperte e strane valigie; alcuni bambini ancora allattanti al seno o tenuti stretti per mano. Molti anche senza alcun mestiere, proprio alla ventura: i più destinati a fare, nel Nuovo Paese, facchini, lustrascarpe, menestrelli e lavori minori, ancora più umili, ed anche alcuni suonatori d'arpa o di violino della Basilicata e dell'Abruzzo. Il popolo di un intero villaggio sul piroscafo: fame e coraggio di tutte le province, di tutte le professioni! Compagni di viaggio per tre settimane, sconosciuti e inquieti, confusi nell'affollamento dei corridoi stretti, seduti sulle loro seggiole pieghevoli o sul cordame del piroscafo o sulle coperte; famiglie intere - mariti, mogli e figli - con visi sudici e capelli arruffati. Tutti si guardano tra loro, quasi scrutandosi reciprocamente con aria di smarrimento, di abbandono e di tristezza, con l'aspetto più da deportati che da emigranti. Sui loro visi ancora i segni tangibili di stanchezza e di dolore, dopo gli ultimi addii: – Ti raccomando, vai a salutare mio fratello! – Questo pacchetto per mia nonna, non lo dimenticare sulla nave! – Speriamo di rivederci! – Buon viaggio! Quindi le ultime parole d'ordine: "Chi non è passeggero a terra!". Parole in tante lingue: italiano, francese, inglese si sovrappongono: "Addio! Addio! È la separazione!". Un fremito al cuore di tutti. Il ponte e le scale tolte, l'oscurità più fonda, e il piroscafo salpa, scivolando lentamente... Sulle facce della maggior parte dei passeggeri una struggente amarezza, poi l'apatia in una confusione e disordine inestricabili... Poi le voci cominciano a calmarsi. La maggior parte scende in un intricato dedalo di stanzini, lungo strettissimi corridoi e nella pancia del piroscafo spariscono pian piano tutti: gli occhi velati di tristezza, ora sono velati dal sonno, ancora nel caro mare della patria, per qualche giorno. Nei corridoi del piroscafo resta ancora la voce concitata di qualche cameriere; poi dai recessi profondi e umidi, profumi vari misti a quello maleodorante in verità di animali imbarcati, i cui muggiti o belati si confondono con le grida dei marinai e dei facchini. La misteriosa città galleggiante si muove lentamente! Uffici del personale di bordo di ufficiali e del comandante, bugigattoli, stanzini, depositi di provvigioni, di bagagli, di cavi, laboratori d'ogni sorta, sterminati magazzini di carbone, torrenti di acqua dolce conservata in cisterne, stanze per dormire, numerose cucine, innumerevoli bagni e camerini cominciano tutti a svolgere il loro specifico ruolo. E, in sottofondo, il brontolio sordo della macchina a vapore... Il viaggio di 6.000 miglia inizia e con esso il mal di mare e le inevitabili conseguenze, specie in terza classe. Saranno 24 giorni di riposo (!?) e di mancanza di notizie della terraferma; intanto, si assopisce anche il ricordo di qualche animale o di un pezzo di terra o un vano di casa venduto, per pagare il biglietto. Nella inevitabile familiarità del viaggio, nei giorni seguenti ci si scruta: parole a voce bassa, visi dai quali traspaiono alterni sentimenti: dubbi e noia, tristezza e nostalgia, astuzia o amarezza, soggezione o spigliatezza, che il cattivo tempo amplifica costringendo i passeggeri a stare dentro. Ma sulla terrazza vastissima, come una piazza pensile, orizzonte senza limite, e un mondo sconosciuto su cui sono proiettate le speranze e i sogni. E aria purissima: un senso nuovo di piacere, come se già arrivassero i profumi potenti delle grandi foreste dell'America Latina! Nell'Atlantico, all'aperto, uno sciame saltellante di delfini, grida e fischi, e uno spicchio bianco di luna nella soavità dell'azzurro. Inaspettata a Gibilterra - quel vestibolo dell'oceano dove si baciano i due continenti - la nebbia! Quindi cautela! Altri piroscafi rispondevano con suoni rauchi come ruggiti di leoni o allarmi, come di minaccia o di supplica: visi tesi e famiglie strette di passeggeri, senza sorriso; e il comandante visto come un santo protettore - sospeso tra l'oceano e il cielo. Silenzio pauroso a bordo, mentre lentissimo va il piroscafo... Però la povera gente s'adatta a tutti i vani, come l'acqua. E... nell'eterogenea compagnia di passeggeri nascono relazioni, simpatie, gelosie, contrasti, conoscenze e pettegolezzi come in un grosso villaggio a terra. Nei lunghi viaggi «l'amore è alma del mondo» e alcune donnine allegre, spinte da un'insolita tendenza alla tenerezza per la solitudine, davano maggiore preoccupazione anche al comandante del piroscafo. Ed ecco, nella varietà di facce ridenti o tristi, stanche o allegre, come un covata di gatti, De Amicis notò una donna del nostro Alto Sannio... Ma, l'oceano essendo tranquillo e l'aria limpida e fresca, molti erano allegri. E si poteva notare che, quietata l'agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l'eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America. Pochi uomini stavano rivolti verso il mare; i più̀ passavano a rassegna le passeggiere. I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavano degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l'attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s'erano raccolte, come sopra un palco molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente, pareva, del bel sesso di terza. Fra queste spiccava una bella donnetta, – una contadina di Capracotta – con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva, mirabilmente, un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parean veri e fiammeggiavano agli occhi. E notai due ragazze, l'una bruna e l'altra rossa, due graziose facce sfrontate, messe con una certa civetteria cittadinesca, che discorrevano con grande animazione, dando di tratto in tratto in risate squillanti, dopo aver fissato ora un passeggiere, ora un altro, come se facessero la rivista dei tipi ridicoli dell'"emigrazione". Il Commissario, capitato là mentre le osservavo, mi disse che eran lombarde, sole, sedicenti coriste, due diavolesse che promettevano di dargli molte noie durante il viaggio. E come io non capivo a che genere di noie volesse accennare, egli mi rivelò una delle maggiori piaghe della vita di bordo, in quelle piene d'emigranti: la gelosia delle donne maritate. Una tremenda cosa!... «Miserie! – disse il commissario – Ce n'è da per tutto: ma in mare paion più tristi». Allora, alla fine dell'800, era l'Italia che saliva a bordo, analfabeta, povera, in cerca di fortuna. Oggi altri emigranti arrivano in massa sulle nostre coste... Sul web si trova certo il riassunto completo dell'opera, mentre la mia bustina si ferma a questa pagina: "finqui" si scriveva sul nostro testo di studio ai miei tempi. Ma io mi riprometto di continuare a leggere questo romanzo; anzi, perché qualcuno di voi non mi fa compagnia? Marisa Gallo Fonte: http://www.altosannio.it/, 25 settembre 2016.

  • La fondazione romana di Capracotta

    Iuppiter, Te hoc ferto obmovendo, audi civium preces et hostes a Patriæ finibus arce! Hæc sunt capras Cottæ! Il titolo del presente articolo è abbastanza eloquente. Vi spiegherò per quale motivo credo che Capracotta sia stata fondata dai Romani due secoli prima della venuta di Cristo e perché debba il suo nome al sacrificio di tre capre in onore del console Gaio Aurelio Cotta. Non pretendo che il mio articolo sia universalmente riconosciuto come scientificamente valido ma, perlomeno, ce la metterò tutta per convincere i lettori. Prima di esporre la mia ipotesi è bene spiegare le ragioni per cui non credo alla validità delle altre numerose teorie sulla fondazione di Capracotta, e la prima motivazione, forse, le racchiude tutte: la capillarità del dominio di Roma sulla religione, la politica e l'esercito delle società sconfitte. Questo presupposto esclude a priori ogni attestazione anteriore alla Repubblica romana. Prendere per buona l'ipotesi osco-pentra e pensare che un qualche sintagma originale sia sopravvissuto alla plurisecolare dominazione romana è, secondo me, un azzardo. Della civiltà dei Sanniti - e degli Osci in particolare - non è rimasto praticamente nulla, se non nelle forme assoggettate, modificate e mutuate dai Romani, e nessun toponimo altomolisano risulta oggi conforme a una qualche lingua preromana, dal Verinus (Verrino, dal prefetto Lucerio Verino) ad Alvastam (Guastra) e Maccla (Macchia) - per citare nostri toponimi propri - con l'eccezione di qualche traslitterazione dalle lingue sannitiche avvenuta comunque dopo l'arrivo dei Romani e per merito della loro intraprendenza mercantile, il cui caso emblematico è quello di Staffoli, una «fermata, al pari di tante altre delle antiche vie romane, [che ricava] il suo nome dalla stalla in cui aveva luogo il ricambio dei cavalli, e che [nel] l'indicazione odierna riproduce fedelmente il grido "ar staflo" (lat. ad stabula), che il mulio osco faceva risonare all'orecchio dei passeggieri in quella località». È necessario comprendere che la sostituzione di valori realizzata dai Romani a danno dei Sanniti dovette essere particolarmente invasiva e intransigente, data l'estrema "riluttanza" con la quale il Sannio si piegò a Roma. Lo stesso discorso vale successivamente per il Cristianesimo quando si premurò di estinguere e sostituire ogni segno romano-pagano. In questo contesto si va sovente ripresentando un errore ricorrente degli studi toponomastici minori. Il case study è quello di Pescopennataro, che deve il proprio pesculum tardo-latino al sannitico pesstlun. I sostenitori dell'ipotesi filosannitica si basano infatti soltanto sull'origine della parola e non sul significante, men che meno sui motivi della mutazione lessicale. Questo errore metodologico li porta a indagare termini via via più antichi e ad allontanarsi dal luogo geografico in cui il nome esiste per definire quel preciso centro abitato, cosicché il Pesculum Pignatari (masso di Pignataro) diventa, nei loro astrusi calcoli sintattici, una semplice sporgenza contornata da conifere, un nome che potrebbe essere destinato a mille altri luoghi italici oltre a quello peculiare di Pescopennataro. In soldoni, il fanatismo degli studi filosannitici vorrebbe presumere che Pescopennataro fu fondata dai Sanniti perché pesculo e pinna sono parole di origine sannitica, il che equivale a dire che l'Eni fu fondato dagli arabi perché la nafta proviene dal latino naphtha, che proviene dal greco náphthas, che proviene in ultima analisi dall'arabo al-naft. Il mio stupido sarcasmo non esclude, ovviamente, che in epoca preromana, tanto Capracotta quanto Pescopennataro fossero abitate, ma, sulla base delle scarsissime vestigia e dell'arretratezza della società sannitica, è lecito pensare che questi luoghi così aspri e inospitali fossero semplicemente accampamenti eterogenei di pastori nomadi, e che quindi non si possa parlare né di un reale atto fondativo né, tantomeno, di un toponimo resistente agli scuotimenti della storia successiva. Saltando a piè pari il millennio che va dal V secolo a.C. al V secolo d.C. - di cui mi occuperò più avanti - abbiamo, dopo la caduta di Roma, leggende e teorie legate agli Unni e ai Longobardi. Le favole della capra che viene fulminata da una folgore o quella della capra che salta sul fuoco restandone illesa, le lascio ai bambini e credo, anzi, che siano delle ottime spiegazioni etimologiche da fornire al turista. Tuttavia, nell'ultimo decennio si è fatta strada una vecchia suggestiva ipotesi toponomastica che farebbe risalire la fondazione di Capracotta proprio al dominio longobardo e il nome di Capracotta al rito del caput capræ, che si svolgeva quando nasceva una comunità stabile in un luogo appena conquistato. Le avvisaglie di questa teoria sono ravvisabili in Luigi Campanelli quando scrive «d'una carnevalesca usanza dei Longobardi di sacrificare capre, o in linguaggio più povero ammazzarle, cuocerle e divorarle, lasciandone la testa per consacrarla al... Demonio!». Tale cerimonia si articolava in diversi momenti, dall'immolazione di una capra a un banchetto rituale che sfociava nell'adorazione della testa della bestia, fino all'accompagnamento di un'intonazione di canti sacri. Questa manifestazione era una delle più importanti del paganesimo germanico e veniva celebrata in onore di Thor, il dio che proteggeva gli uomini dai pericoli della natura, un dio straordinariamente forte che, per i suoi spostamenti, utilizzava un carro trainato da due capre sacre. Dato che i Longobardi conquistarono quasi interamente l'Italia tra il 568 e il 575, appare piuttosto strano che soltanto Capracotta abbia ottenuto quel nome. Di questa teoria, ben strutturata in seguito da altri studiosi locali, mi preme segnalarne quelle che a mio avviso sono due debolezze "narrative". Innanzitutto, l'ipotesi filolongobarda non spiega esaurientemente in quale modo caput si sia trasformato in coctus (i Longobardi speziavano esageratemente gli spiedi e non mangiavano carni semplicemente arrostite); in secondo luogo, essa non tiene conto dei profili comparativi con terze attestazioni, quali, ad esempio, il medaglione rinvenuto sull'isola di Amorgo, nell'arcipelago delle Cicladi, sul quale appare chiaramente «Caput Capræ cum collo, omnia intra lauream» (testa di capra con collo, il tutto nell'alloro): si tenga a mente che nel '600 a Capracotta ricorreva una leggenda secondo cui il toponimo originario fosse proprio Laurea Capra (capra in alloro). Il numismatico Domenico Sestini (1750-1832) credeva però che l'attribuzione di una medaglia col capo caprino sgozzato fosse la città greca di Ægiali, Amorgos, «a cui potrebbe spettare il tipo della testa di Capra». Inoltre, portare a supporto un parallelo germanico tra Capracotta e Gateshead - che, da Beda il Venerabile al dott. Stukely, deriverebbe da ad Capræ Caput - credo che non sia sostanzialmente ammissibile: lo sarebbe se il nostro paese si fosse chiamato Capocapra. L'ipotesi filolongobarda parrebbe dunque valida almeno per Gateshead (UK) se non fosse che il suo primo nucleo insediativo risale proprio all'età romana. Insomma, tutto ciò lascia desumere che quello del caput capræ sia un lemma iconografico che precede di molti secoli le invasioni barbariche sulla penisola italica e, soprattutto, conferma la latinità della semantica caprina stessa. La testa di capra non è appannaggio dei Longobardi ma dei Greci, padri putativi di Roma, un popolo dedito da millenni all'allevamento caprino e che presenta numerosi toponimi riferibili alla capra, un animale che ricopre un grande valore simbolico nell'Ellade. Nella mitologia greca è infatti la capra Amaltea a nutrire Zeus che la madre aveva nascosto a Creta per sfuggire dal padre Crono che divorava la prole. Con una delle sue corna Zeus creò la cornucopia (il corno dell'abbondanza) e alla sua morte la eternò per sempre tra le stelle del Capricorno. Quello del caput capræ è per me un ulteriore motivo per dichiarare che Capracotta sia stata fondata dai Romani al fine di tenere sotto controllo i collerici Sanniti, ormai vicarii di Roma - così venivano chiamati i nemici appena assoggettati, quindi sostituti del generale romano - e che il suo nome derivi da Capræ Cottæ, l'autoconsacrazione di tre capre per la gloria del console Gaio Cotta. Vi spiego ora perché. Stiamo parlando di un momento turbolento nella storia di Roma, caratterizzato dalla Terza guerra sannitica, combattuta dal 298 al 290 a.C. contro i Sanniti in espansione in Lucania, e dalla conseguente fase di stabilizzazione. Nella mia ipotesi il processo fondativo di Capracotta - non in qualità di sparse capanne pastorali ma come luogo abitativo con una qualche organizzazione politica - comincia nel 293 a.C., quando i consoli Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo conducono i rispettivi eserciti, su rotte parallele, verso il Sannio: in particolar modo, quello di Papirio Cursore muove dalla Campania settentrionale in direzione di Aquilonia. Il piano prevede di attaccare contemporaneamente e con la massima durezza. I combattimenti nella battaglia di Aquilonia sono durissimi e costano oltre 50.000 morti, ma a sera i comandanti romani entrano vittoriosi nelle sue rovine. Da qui, dove ha combattuto la Legio Linteata, alcuni superstiti si rifugiano a Bovianum, e non è da escludere che qualcuno di questi esuli abbia intrapreso la via delle montagne a settentrione, salendo fin sulla sella capracottese (il Campanelli per primo scrisse della «vaga reminiscenza di un Caio Cotta giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica»). Arriviamo al 200 a.C., allorquando vengono inviati nel Sannio dieci uomini per lottizzare le terre requisite da Roma dopo l'ultima guerra sannitica. La commissione ripartitrice è costituita dai decemviri Publio, Caio e Marco Servilio, Quinto Cecilio Metello, Lucio e Aulo Ostilio Catone, Publio Villio Tappulo, Marco Fulvio Flacco, Publio Elio Peto e, per finire, Quinto Flaminio. Questi uomini si recano fisicamente in quella vasta area geografica ex dimora di Caraceni, Pentri, Caudini e Irpini, al confine coi Dauni. In quello stesso anno, Gaio Aurelio Cotta, pretore urbano dal 202 a.C., superata la soglia dei quarant'anni d'età, è eletto secondo console di Roma assieme a Publio Sulpicio Galba Massimo. Come provincia gli viene affidata l'Italia, col compito di combattere contro Boi, Insubri e Cenomani, che, sotto il comando di Amilcare, hanno invaso il territorio romano. Il comando viene gestito direttamente dal pretore Lucio Furio Purpureo, che alla fine sarà onorato col trionfo. Cotta, rimasto offeso per non aver ricevuto alcun riconoscimento ufficiale, si darà invece al saccheggio e alla devastazione del territorio nemico, così da guadagnar beni materiali invece della fama. È ora il momento di collegare tutti gli elementi fin qui raccolti: lo farò attraverso il rito romano della devotio hostium. A mio avviso, è questo il cerimoniale che spiega la fondazione romana di Capracotta, avvenuta relativamente tardi rispetto alla vittoria sui Sanniti, probabilmente per via dell'altitudine e dei bellicosi esuli lì nascosti. La fondazione avviene in quella multivalente congiuntura che si pone tra l'arrivo di Publio Villio Tappulo in Alto Molise e la nomina a secondo console di Gaio Aurelio Cotta. Soltanto a partire dal 249 a.C., non appena un territorio veniva requisito dai Romani, era prassi consolidata praticare un rito di devotio hostium, che, a differenza della devotio ducis - in cui il comandante militare si immolava -, «aveva luogo dopo la conquista di una città nemica, solitamente dopo la celebrazione di un'evocatio: alla distruzione "religiosa" della città ne seguiva dunque l'annientamento fisico [anche se] una città privata dei suoi dèi non sempre veniva distrutta». Nei casi di centri molto piccoli, si celebravano altrettanto piccole devotiones. Il rito si svolgeva col sacrificio di tre pecore nere e, quanto agli dèi, «preponderante è la presenza di divinità ctonie quali Dite, Veiove, i Mani e la Terra; l'eccezione è costituita da Giove, che fa la sua comparsa principalmente, è da presumere, in quanto supremo garante dei patti». Giorgio Ferri, uno degli studiosi più preparati sui riti di devotio, conferma che grande importanza avevano «le azioni espiatorie se il devotus fosse sopravvissuto», il che mi fa pensare che gli ovini non dovessero venir consacrati solo per inglobare nel pantheon romano la religione sannitica - e così lasciare senza protezione divina i nemici - ma anche per glorificare un devotus che non aveva ancora ricevuto il giusto tributo dalla capitale repubblicana. Difatti, «il riferimento alla terra traspare anche in senso traslato nel cognomen dei singoli generali che praticarono la devotio». Siccome sul nostro territorio non vi sono pecore nere, probabilmente furono scelte tre capre, mentre il devotus, per interposta persona, non poteva che essere Gaio Cotta, il quale, come hanno segnalato i maggiori studiosi di storia romana, era stato deliberatamente trascurato dalle élite di Roma e relegato a un ruolo minore rispetto al suo prefetto Furio Purpureo, e forse era da poco stato ucciso nelle razzie in Italia settentrionale. I casi più eclatanti di devotio che han dato vita a toponimi sono Beneventum (Benevento), Fregellæ (Ceprano, in onore di Quinto Ovio Fregellano) ed, esempio a noi vicinissimo e illuminante, Carvilius (i nostri Montetti di Carovilli, per la gloria di Spurio Carvilio Massimo). In articoli successivi cercherò di rinforzare la struttura della mia ipotesi, che ad oggi presenta, su tutte, due fragilità: la prima è certificare un'affinità politica tra il ripartitore Publio Villio Tappulo e il console Gaio Aurelio Cotta, poiché sappiamo che nel 199 a.C. il Tappulo sostituì il Galba, "collega" del Cotta, nel seggio consolare e che quindi è possibile che tra i due vi sia stata una sorta di intercessio. La seconda debolezza della mia ipotesi risiede nella scarsissima presenza di vestigia romane sul suolo capracottese, ma non su quello altomolisano, come il teatro di Pietrabbondante, il santuario di Vastogirardi, la villa di S. Lorenzo ad Agnone e la strada romana e il santuario di S. Pietro Avellana. Ciononostante, la carenza di tracce romane potrebbe essere spiegata dallo stesso atto fondativo di Capracotta, il quale potrebbe aver rappresentato un gesto meramente evocativo: scannando capre in nome del console, sul luogo più elevato dell'ager publicus Samnitium, Roma sembra che abbia voluto zittire qualsiasi aspirazione e rivendicazione futura di quei popoli. A conferma di ciò sta la Tavola Osca, risalente al 250 a.C., prova inconfutabile della persistenza osco-sannita sulle vette del Molise, il che fa pensare che, nonostante il territorio fosse già pacificato, i temibili Sanniti continuavano a resistere, rendendo perciò necessario un ulteriore e definitivo gesto dei Romani. Non escludo infine che la mia ipotesi possa riferirsi a un altro Gaio Cotta, vissuto mezzo secolo prima ed eletto console nel 252 a.C., ma che non ebbe alcun coinvolgimento politico evidente nella quæstio Samnitica. Insomma, negli intenti del commissario Publio Tappulo, il rito apotropaico di Capracotta rappresentò forse un gesto politicamente simbolico e un tributo nei confronti del console Gaio Cotta. Con mire romanzesche, mi piace credere che, sulle nostre alture tempestose, al momento dello sgozzamento, i presenti abbiano alzato gli occhi al cielo gridando il seguente carme evocativo: Giove, facendoti questa offerta, ascolta le preghiere dei cittadini e caccia i nemici dai confini della patria! Queste sono le capre di Cotta! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Safinim. I sanniti: vicende, ricerche, contributi, Iannone, Isernia 1993; AA.VV., The Picture of Newcastle upon Tyne, Being a Brief Historical & Descriptive Guide, Akenhead, Newcastle upon Tyne 1812; M. Amari e C. Schiaparelli, L'Italia descritta nel "Libro del re Ruggero" compilato da Edrisi, in AA.VV., Atti della Reale accademia dei Lincei, Salviucci, Roma 1883; Antimo, De observatione ciborum, a cura di V. Rose, Teubneri, Lipsiæ 1877; G. Brizzi, Il guerriero, l'oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, Bologna 2008; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Ceccarelli, La "devotio" a Roma e un verso di Accio, Japandre, L'Aquila 1995; E. Cocchia, Saggi glottologici. Contributo allo studio del latino arcaico, Rondinella e Loffredo, Napoli 1924; F. Di Rienzo, La fondazione longobarda di Capracotta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008; F. Di Rienzo, Gateshead, la Capracotta d'Inghilterra, in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009; G. Dumézil, Gli dèi dei Germani. Saggio sulla formazione della religione scandinava, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano 1974; G. Ferri, Consacrato alle potenze della Terra: la "devotio", in M. Bettini e G. Pucci, Terrantica. Volti, miti e immagini della terra nel mondo antico, Electa, Milano 2015; G. Ferri, La "devotio": per un'analisi storico-religiosa della (auto)consacrazione agli dèi inferi nella religione romana, in «Mélanges de l'École française de Rome», CVVIX:2, Roma 2017; A. Giardina, L'uomo romano, Laterza, Roma-Bari 2003; T. Livio, Le deche di T. Livio Padovano delle historie romane, trad. di I. Nardi, Giunti, Venezia 1562; E. Mackenzie, The Borough and Parish of Gateshead, in AA.VV., Historical Account of Newcastle-Upon-Tyne Including the Borough of Gateshead, Mackenzie & Dent, Newcastle upon Tyne 1827; A. Maiuri, Deductio-Deletio. Strategie territoriali di Roma repubblicana: il caso Fregellæ, Morcelliana, Brescia 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; E. Menicucci, Toponomastica italica. Due nuove teorie sull'origine del nome Etruschi, in «Polimnia», VI:6, Cortona, 1929; T. Mommsen, Storia di Roma, vol. II, a cura di A. G. Quattrini, Rusconi, Milano 2017; I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito, Gangemi, Roma 1996; E. T. Salmon, Samnium and the Samnites, Cambridge University Press, Cambridge 1967; D. Sestini, Descrizione d'alcune medaglie greche del museo del signore barone Stanislao di Chaudoir, Piatti, Firenze 1831; Soprintendenza archeologica di Roma, Studi sull'Italia dei Sanniti, Electa, Milano 2000.

  • Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (I)

    Capracotta e la neve: la bufera Nevica: euforia dei giovani e festa degli operatori turistici, preoccupazione degli anziani e degli indigenti. Da queste due sensazioni si può partire per parlare della neve che è attesa da alcuni, temuta da altri. Proviamo ad esaminare i disagi e i vantaggi che ne derivano. La neve arriva col freddo e la temperatura, che da 0° a volte arriva fino a -15°, di per sé è un castigo. La neve obiettivamente è un intralcio, produce disagio, limita il movimento, a volte rappresenta pericolo. Gli anziani in particolare, con gli acciacchi dell'età, entrano in trepidazione temendo un malore in coincidenza di nevicate: l'aiuto sarebbe fatalmente ritardato. Non hanno del tutto torto se accade che alla precipitazione di neve si associa il vento. Guardando fuori della finestra non si vedono altro che mucchi di neve e vortici violentissimi, nessun passante. Timore che vada via l'energia elettrica con il blocco del riscaldamento. Per fortuna l'Enel, già da tempo, ha garantito le linee elettriche tanto che oramai questa evenienza è diventata molto remota. Purtroppo il vento sull'Appennino la fa da padrone e quella che potrebbe essere una piacevole silenziosa nevicata (capita rare volte) si trasforma in una violenta rumorosa tormenta. Di conseguenza tutto diventa molto difficile: se cammini a piedi nella neve soffice, affondi; il vento ti spinge e ti scarica addosso, sul viso e negli occhi, nugoli di neve facendoti mancare il fiato. Un breve tratto di strada diventa una fatica. Per un giovane allenato può essere un gioco, una piacevole sfida, per un adulto è senz'altro una sofferenza. C'era l'usanza che i giovani e i più abili, durante la tormenta, facessero il giro degli anziani del vicinato per portare loro solidarietà e aiutarli in eventuali necessità. Da anni è in funzione il servizio di assistenza domiciliare agli anziani che sopperisce a tale usanza. Clipper: lo spazzaneve Il vento inevitabilmente forma sulle strade grossi accumuli, per cui la circolazione degli automezzi diventa problematica. In passato, inizialmente le strade venivano sgomberate a fine tormenta dagli uomini a forza di braccia; in seguito, prima della guerra il Comune si attrezzò con un piccolo trattore cingolato, ma con scarso successo. La svolta qualitativa ci fu nel 1950 quando i capracottesi d'America regalarono al Comune uno spazzaneve che veramente fece la differenza. Clipper, così si chiama. Sbarcato a Napoli, fu consegnato a Capracotta dall'ambasciatore d'America in Italia. Fu una vera grande festa. Visto all'opera fece veramente la differenza. Una seconda liberazione. A trazione integrale, era alimentato a benzina con una scorta di 8 quintali, che non durava molto. Potente e veloce, esprimeva una tale forza che, con un'adeguata velocità, riusciva a passare anche attraverso mucchi di 4 metri di neve. Fu dotato di una radio ricetrasmittente con la quale gli operatori comunicavano con il Municipio. Inconfondibile la tromba, che faceva pensare al suono di un rimorchiatore marittimo. Era diventato familiare. L'ascolto mi rassicurava e mi emozionava. Costruito per le larghe strade americane, risultava poco maneggevole rispetto alle allora tortuose e strette strade del paese, ed è anche per questo che lo spazzaneve, talvolta, si "piantava", e allora erano dolori. Di episodi ce ne sono stati tanti, per fortuna finiti sempre bene. Le difficoltà erano evidenti. A causa anche di queste avversità atmosferiche molte famiglie, già dagli anni Sessanta, si sono trasferite in altre città. Il Comune conserva gelosamente lo spazzaneve americano, ancora funzionante, e pensa di porlo in esposizione in un "museo della neve". La viabilità oggi Da allora ad oggi c'è stata una grossa evoluzione. Le strade sono più larghe, i mezzi più potenti e specifici, gli uomini hanno imparato a trattare la neve, gli indumenti sono leggeri e caldi, i telefonini hanno completato favorevolmente l'equipaggiamento. Gli automobilisti sono passati dalla sofferenza di montare le catene sulle gomme delle autovetture alle gomme antineve, alle chiodate, fino alle attuali termiche. Quest'ultima preziosa e comodissima invenzione concilia brillantemente l'aderenza delle gomme sulla neve col normale uso anche sull'asfalto. La viabilità extraurbana è assicurata dalla circolazione continua dei mezzi della Provincia. Le strade rotabili nel paese vengono spazzate nottetempo dai mezzi comunali. Prima del Clipper: l'inverno, l'isolamento Brevemente, partendo dall'inizio del secolo e stando così semplicemente ai racconti dei nonni, in paese c'erano circa 4.000 persone. Non c'erano mezzi. I capracottesi, tutti dediti alla pastorizia ed all'agricoltura, alla forestazione ed all'artigianato, vivevano dei propri prodotti. Facevano le provviste per superare l'inverno, non avevano tanta necessità di viaggiare, aspettavano il tempo bello per mettersi in moto e aprire le strade con i propri mezzi: le braccia. Accettavano tacitamente l'isolamento, ma intimamente lo vivevano da incubo. Necessità proprie, impellenti, per viaggiare, la maggioranza dei cittadini non ne aveva. La preoccupazione era (ed in parte lo è ancora adesso, soprattutto per gli anziani) un eventuale urgente trasporto in ospedale durante la bufera. Capracotta cominciava inoltre ad essere meta di villeggiatura non solo estiva ma anche invernale. Napoletani e romani raggiungevano Capracotta per esercitarsi nello sci. Lo Sci Club Capracotta, fondato nel 1914, svolgeva una intensa attività agonistica e movimentava fortemente l'attività turistica. Non si poteva rimanere isolati troppo a lungo. Lo sgombero della neve Il problema della rimozione della neve dalle strade con mezzi meccanici, non solo con le braccia, diventava sempre più pressante. Bisognava affrontarlo. Raccontano i vecchi che un primo esperimento di un mezzo sgombraneve fu fatto nel 1928-29, su idea di un dirigente dello Sci Club, il quale fece costruire un vomere di legno trainato da buoi. L'esperimento funzionò con il tempo bello e con innevamento minimo. La prima volta che i buoi si trovarono nella bufera il conducente fu costretto a sganciare l'attrezzo là dove si trovava, tornare indietro, mettere i buoi in stalla e rifugiarsi in casa. Il generoso tentativo si esaurì così velocemente. Nel 1934-35 il Comune comperò un trattore cingolato, attrezzato con una lama spingineve e con una piccola cabina di protezione per il conducente. Relativamente alle esigenze dei tempi il mezzo risultò adeguato. Questo mezzo funzionò fino a quando i Tedeschi, in ritirata, lo distrussero, contemporaneamente al saccheggio delle abitazioni. Il paese infatti fu distrutto per l'80%, le case bruciate o minate. Gli uomini dovettero tornare a sgomberare le strade dalla neve con le proprie braccia. Raccontano che ne uscivano da 200 a 300 al giorno, pagati dal Comune. A volte impiegavano diversi giorni per ripristinare l'accesso al paese. Non era escluso che dopo aver aperto un pezzo di strada ricominciasse a nevicare e si tornava al punto di partenza. Immaginate la fatica e la sofferenza, al freddo, con l'abbigliamento di quei tempi! In quegli anni (dal 1945 al 1950) l'isolamento del paese era frequente. Le nevicate erano particolarmente abbondanti e gli inverni sembravano sempre più lunghi. Per far fronte alla necessità di viveri e medicinali fu chiesto l'intervento di aerei militari con lanci di paracadute. L'arrivo degli aerei era fortemente atteso da tutti. Per noi bambini avevano un fascino particolare. Eravamo tutti col naso al cielo. Contare i paracadute, seguirne il volo e raggiungere i sacchi atterrati, questa era una festa. Lo spazzaneve: una necessità Un mezzo sgombraneve efficiente e al passo coi tempi era necessario. Dagli atti del Comune risale al 10 marzo 1949 una prima richiesta di preventivo e catalogo di sgombraneve ad una ditta di Milano. Seguono richieste ad altre ditte, in Italia ed anche in Svizzera. Vi sono, agli atti del Comune, diversi cataloghi con illustrazioni e caratteristiche tecniche dei mezzi offerti. Acquisti non ne furono decisi. Le ragioni, ipotizzo, erano due: la prima che gli amministratori, forse, non erano convinti della consistenza e delle prestazioni dei mezzi relativamente alle necessità del luogo; la seconda, la carenza di fondi. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro, in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.

  • Dal Kosovo all'Afghanistan

    San Severo (FG). Tutto il paese sta aspettando il sergente dei parà Marracino Salvatore, perché tutto il paese lo conosceva e gli voleva bene. Gli amici di Salvatore, quelli dei suoi fratelli Luca e Massimiliano, i ragazzi del quartiere e i conoscenti di Gina e Antonio, i genitori, si sono ritrovati tutti in via Concetta Masselli e per tutto il pomeriggio e la serata di ieri hanno sostato sotto casa Marracino. «Non doveva accadere. È una tragedia incredibile e troppo grande per noi», dice la madre del giovane sergente. Mentre il padre sembra una statua di marmo, le labbra serrate, gli occhi di chi cerca una smentita che non arriva da nessuno. La notizia l'ha portata un soldato, ieri pomeriggio, e la signora Gina prima è svenuta e poi ha pianto disperata. Il papà di Salvatore, Antonio, non voleva crederci. Fa il falegname e per tenere vicino a sé il figlio anche quando era lontano da casa aveva riempito la bottega di tutte le sue foto più belle e importanti, in Afghanistan, Kosovo, Iraq, sempre in divisa, sempre sorridente. Salvatore aveva 28 anni e un'esperienza militare di tutto rispetto, perché questa era la vita che aveva scelto appena compiuti vent'anni. E mai, dicono ora i parenti e gli amici, aveva messo in discussione quella scelta. Nemmeno quando hanno cominciato a mandarlo in missione nei posti più pericolosi. Nemmeno quando Lucio Carnevale, nato nello stesso giorno, mese e anno del nonno di Salvatore, di cui era l'amico più caro, e che per questo aveva fatto da padrino al battesimo del ragazzo, aveva detto a Salvatore di cambiare idea. «Io sono di Capracotta, in Molise – dice Carnevale –, e mi ricordo i bombardamenti dei tedeschi. Avevo dieci anni, le mie gambe furono completamente ustionate. Da allora, ogni cosa che abbia a che fare con la guerra è per me da evitare. Ma Salvatore ha scelto così e io lo rispetto». «Forse era scritto così, forse era questo il suo destino – dice il padre del sergente –. Noi siamo orgogliosi di questo nostro figlio». Però la banalità dell'incidente, quell'arma che si inceppa e da cui parte un colpo che uccide il loro ragazzo, di questo, Gina e Antonio proprio non riescono a farsene una ragione. Sapevano che Salvatore aveva una certa esperienza con le armi, lui stesso glielo ripeteva sempre, l'ultima volta 15 giorni fa, quando è venuto in licenza. Poi è dovuto ripartire per l'Iraq, destinazione Nassiriya, al posto di un altro militare. "Sostituzione" di emergenza, che per i genitori di Salvatore ora è un segno di quel destino che aveva stabilito di strappare loro il cuore. Carlo Vulpio Fonte: C. Vulpio, Dal Kosovo all'Afghanistan otto anni di servizio nelle aree più rischiose, in «Corriere della Sera», Milano, 16 marzo 2005.

  • La visita del prefetto Nicola Spadavecchia

    Il giorno 30 maggio scorso, proveniente da S. Pietro Avellana, giunse qui in automobile il Prefetto del Molise, Gr. Uff. Spadavecchia in compagnia del Segretario Federale Cav. Uff. Tirone, del Questore Comm. Ena, del Maggiore dei RR. CC. Cav. Romita, del Capitano Sig. De Iasi, del Tenente Sig. Tiberi, del Cav. Fortunato, Ispettore dei Comuni, e del Capo di Gabinetto Cav. Nardella. La popolazione ha atteso l'illustre Capo della Provincia all'entrata del paese, con alla testa il nostro beneamato Podestà Avv. Gregorio Conti, in uno alle autorità e ai sodalizi tutti. Hanno reso gli onori agli ospiti illustri le scuole, coi rispettivi insegnanti, la Sezione dei Balilla, con la fanfara, le Piccole Italiane (che ieri per la prima volta indossarono la candida divisa) e i minuscoli bambini dell'Asilo Infantile, tutti vestiti di bianco, molto ammirati dall'Ill. Sig. Prefetto. Il corteo ha sostato davanti al Palazzo Comunale, rimesso a nuovo da pochi giorni, dove il nostro Podestà ha dato per primo il saluto di questa buona e patriottica popolazione al Primo Rappresentante del Governo Nazionale Fascista, venuto qui a visitare quest'estremo lembo del Molise. Il Podestà gli ha ricordato le opere più urgenti (già esposte nel suo programma) alle quali bisognerà presto dare esecuzione, fidando nel suo valido aiuto ed augurandosi che rimanga a lungo nella nostra Provincia, come ne ha dato affidamento S. E. Mussolini nel suo recente discorso, per portare a compimento la ricostruzione materiale e morale da lui iniziata con tanta nobile fatica. Lo ha seguito il Segretario Federale Cav. Uff. Tirone, il quale dopo aver rievocato, con mirabile sintesi, la venerata memoria di S. E. Tommaso Mosca, legato alla sua famiglia da vincoli di salda e devota amicizia, ha tessuto l'elogio di questi buoni montanari che sempre tutto hanno dato e mai nulla hanno chiesto, considerandosi egli nostro concittadino per la vicinanza che il nostro paese ha con la sua Agnone. Ha alluso alla concordia che esige il Fascismo e di cui danno qui affidamento il Podestà e il Segretario Politico. È sorto dopo a parlare il Gr. Uff. Spadavecchia, che, dopo aver ringraziato il Podestà pel saluto rivoltogli, ha voluto anch'egli ricordare ai cittadini di Capracotta la perdita da essi fatta dell'insigne magistrato Tommaso Mosca, che considerava quasi come suo concittadino, avendo ricoperto nella sua nativa Trani l'alta carica di Capo della Corte di Appello delle Puglie. Assicurò il Podestà che avrà molto a cuore le sorti di questo paese e che darà tutto il suo appoggio per l'attuazione delle opere di riconosciuta necessità. Il Prefetto Spadavecchia, dopo avere minutamente visitato gli ampi locali del Municipio, della Banca Popolare e della Congregazione di Carità, si è recato nell'Edificio Scolastico, soffermandosi in ogni aula, tutto guardando e ammirando, dopo avere osservato con attenzione, nella saletta della Direzione, i ricchi premi guadagnati dai nostri Piccoli Sciatori nelle gare svoltesi nello scorso marzo negli Abruzzi. L'illustre Prefetto ha avuto parole benevoli pei Sigg. Insegnanti, esortandoli a perseverare ancora sulla via intrapresa. Egli si è recato, poi, nei locali dell'Asilo Infantile, ricevuto dal Presidente e dalle Suore del P. S. vere apostole di bontà e di virtù; anche qui il comm. Spadavecchia ha voluto rendersi conto di tutto, visitando le aule e rimanendo ammirato dall'ampiezza della sala della Scuola e del Teatro. Ha anche visitato la Casa del Fascio, il Circolo Sannitico, le Società Operaie e la Caserma dei RR. CC. dove ha esternato la sua viva soddisfazione agli Ufficiali Superiori ed al Tenente Sig. Tiberi, la cui stazione è alla sua dipendenza. Si è poi soffermato, non poco, al Circolo d'Unione dove il Presidente Avv. Cav. Luigi Campanelli ha, con tutta signorilità, voluto offrire a lui ed agli altri ospiti squisitissime paste e dell'ottimo vermouth. Si è compiaciuto, poi, moltissimo con le autorità tutte, specie col Podestà e col Rev. Arciprete quando è entrato nel nostro magnifico Tempio, tutto illuminato, soffermandosi ad ammirare il Coro e il Battistero, dopo essersi a lungo trattenuto sul Sagrato per godersi il vastissimo panorama. Il Comm. Spadavecchia ha voluto anche vedere il busto che, questi riconoscenti montanari, eressero alla memoria del compianto Emanuele Gianturco, strenuo difensore dei loro diritti, sui Feudi ex Ducali. Stamane gli ospiti graditissimi sono ripartiti alla volta del Capoluogo, ossequiati dalle autorità. Si sono qui fidanzati, giorni sono, il Tenente dei RR. CC., di stanza in Agnone, Tiberi Sig. Enrico, con la gentile Signorina Maria Conti, del fu Amatonicola. Auguri alla bella coppia. Le nozze al prossimo autunno. Vincenzo Gallina Fonte: V. Gallina, Dai Comuni della Provincia , in «Il Molise Fascista», II:9, Campobasso, 5 giugno 1927.

  • Il maestro

    Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore, tu se' solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore... Se a Salvatore Pallotta si nomina Oslavio Di Nucci subito gli si illuminano gli occhi e un attimo dopo gli si velano di malinconia. Senza nulla togliere a suo padre, a Oslavio, che chiamava affettuosamente "zio" come per educazione si fa (faceva!) nei paesi dove ci si conosce tutti, Salvatore ha voluto bene come ad un padre e con lo stesso affetto è stato ricambiato. Ad Oslavio, appartenente alla famiglia Di Nucci, casari dal 1600 che si sono tramandati il mestiere di padre in figlio e che per una vita intera aveva prodotto latticini in una piccola "latteria" di Capracotta, non deve essere sembrato vero che qualcuno gli chiedesse di insegnargli il mestiere dopo che la sua attività era terminata poichè i figli avevano imboccato strade diverse. Si è allora rituffato a capofitto in quel mestiere, felice di poter essere ancora attivo ed utile a qualcuno, di poter tramandare l'esperienza di una vita e i segreti di un'arte difficile ma comunque ricca di soddisfazioni. Deve averne parlato a casa sua e deve essersi sorbito i rimproveri e le raccomadazioni dei suoi congiunti che, a ragione, non volevano si affaticasse troppo ora che era in pensione. Ma felice deve esserlo sicuramente stato quando vedeva che quel giovane, prima solo e poi affiancato dai fratelli, aveva tanta voglia di imparare, non era affatto spaventato dal lavoro duro e cercava di migliorarsi giorno dopo giorno con delle doti innate di umiltà, educazione e pazienza. Soddisfazione deve averla sicuramente provata quando vedeva che quelle giovani mani, che già conoscevano il lavoro manuale delle attività agricole, stavano aquisendo la conformazione callosa propria del casaro, che non si scottavano più quando erano immerse nell'acqua calda per filare la pasta, quando i primi clienti tornavano contenti apprezzando i prodotti... Era sempre prodigo di buoni consigli e Salvatore, insieme ai suoi fratelli, ha un grande obbligo di riconoscenza nei suoi confronti. Le mucche il loro prezioso latte lo danno tutti i giorni. Esse non sanno se oggi è domenica, è Natale o è un giorno qualsiasi. E tutti i giorni quel latte va lavorato. Tra tantissime altre cose questo ha insegnato Oslavio ai Pallotta ed essi lo hanno preso in parola: neanche in occasione degli avvenimenti davvero importanti della vita, come quando ti nasce un figlio, essi hanno trascurato il lavoro. Solo un giorno, nell'ottobre del 1995, quel caseificio è rimasto chiuso. Quel giorno il latte poteva anche andare in malora, non c'era proprio lo spirito per lavorare: dopo una lunga malattia e diverse traversie ospedaliere, Oslavio se ne era andato e loro erano lì a dargli l'ultimo saluto. Salvatore, oggi, nel nuovo, moderno, funzionale ed attrezzato caseificio così diverso da quello piccolo, angusto e sacrificato dove ha imparato il mestiere, vorrebbe avere accanto il suo maestro, se non altro per mostrargli che qualcosa l'ha imparata, anche se nel suo animo è convinto che Oslavio queste cose le sa e sicuramente è felice per lui. Non sappiamo se sia giusto che questi pensieri intimi, carpiti quasi a Salvatore e ai suoi familiari, debbano essere di dominio pubblico. Sono stati pubblicati qui come un piccolo omaggio a Oslavio, maestro d'arte e di vita. Fernando Di Nucci Fonte: http://www.caseificiopallotta.com/.

  • La legione ungherese garibaldina

    La legione ungherese garibaldina è stato un corpo militare, attivo fino al 1867, creato da Giuseppe Garibaldi col decreto n. 100 del 16 luglio 1860 come parte del suo esercito meridionale e composto da esuli e disertori magiari che avevano combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il Risorgimento. Il più celebre soldato di questa legione era István Türr (1825-1908), colui che, durante la Seconda guerra d'indipendenza italiana (1859), aveva promosso la diserzione presso i suoi commilitoni asburgici, arruolandoli nella brigata dei Cacciatori delle Alpi. Costituita a Palermo, la legione ungherese contava inizialmente 50 volontari che in breve tempo superarono i 500 uomini, comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885). Passata sotto il comando di Türr - divenuto governatore di Napoli su preciso incarico di Garibaldi - la legione fu utilizzata per reprimere i focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino allo svolgimento del cosiddetto plebiscito delle province siciliane del 21 ottobre 1860. Inquadrata nell'esercito sabaudo dopo l'Unità d'Italia col nome di Legione Ausiliaria Ungherese, questa truppa venne infine impiegata per combattere il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, in particolare tra l'aprile 1861 e l'agosto 1862 e, successivamente, dall'ottobre 1865 al giugno 1866. La storia ufficiale del Risorgimento ha effettivamente trascurato un aspetto importante dell'operazione garibaldina: le numerose presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille. Inglesi erano infatti il colonnello John William Dunne e John Whitehead Peard. Tanti gli ufficiali ungheresi: oltre ai già citati Türr ed Eber, vi erano Ferdinand Eberhardt, Lajos Tüköry e il Magyarody. Tra i polacchi figuravano invece due ufficiali di spicco: Alexander Izenschmid e il Lauge. Fra i turchi v'era l'avventuriero Kadir Bey e non mancò l'apporto di battaglioni zuavi e indiani, messi a disposizione di Garibaldi da Sua Maestà britannica. La legione ungherese, al massimo del suo splendore, passò dai 3.200 uomini (e 200 ussari) agli oltre 20.000. Tra i tedeschi di varia provenienza assoldati nelle fila legionarie si deve infine ricordare Adolfo Wolff, già al servizio dei Borbone, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri. Oltre a lui, misterioso colonnello e patriota italiano, c'era un secondo Wolff (forse parente del primo), di nome Giovanni, che nel maggio 1864 sedeva nel consiglio d'amministrazione del Mazzini & Garibaldi Club di Londra e che, appena cinque mesi dopo, venne arrestato a Capracotta in contrada Macchia. Ma che storia è mai questa, vi starete chiedendo? È risaputo che il fenomeno del brigantaggio/reazione era ampiamente attivo a Capracotta negli anni a cavallo dell'Unità. A tal proposito Alfonso Battista (1935-2018) ci ha lasciato una preziosa autointervista immaginaria che ci aiuta a comprendere il clima politico venutosi a creare a Capracotta tra i reazionari filoborbonici e i liberali risorgimentali. Nel nostro paese, infatti, da un lato stava la ferocia del mio avo Pasquale Di Ianni, capo indiscusso della reazione borbonica, dall'altro la vitalità del clero: tra i due poli divampò un tale odio che provocò omicidi e scontri violenti, ma anche vere e proprie comiche, come quando «il sindaco liberale Amatonicola Conti ed il padre Gerardo, sorprendentemente, trovano ospitale rifugio durante i moti reazionari in casa del leader borbonico Michelangelo Campanelli, genitore dello storiografo Luigi Campanelli; il comandante della Guardia nazionale Gaetano Conti ed il fratello Gianlorenzo, entrambi fervidi liberali, si sottraggono alla folla minacciosa trovando immediato riparo in casa del vescovo borbonico Giandomenico Falconi; il farmacista liberale Ettore Conti, fratello del sindaco Amatonicola, ferito con un colpo di roncola da un compaesano borbonico, corre a farsi medicare in casa Campanelli». Insomma: a Capracotta ci si faceva la guerra ma in fondo si era tutti della stessa razza! Il folclore insito nei moti capracottesi nulla toglie al fatto che la nostra campagna pullulasse di agguerriti gruppi criminali, la banda Cozzitto, la banda Ferraro e la banda Schiavone su tutti. Una di queste masnade «ammazzò 800 pecore al signor Geremia Conti per non aver prontamente pagata la taglia impostagli»; un'altra compagnia «di circa 80 reazionarii, cercando passare per la via de' monti dalle Puglie agli Abruzzi, s'incontra presso Capracotta con una trentina di guardie nazionali di questo paese, che perdendo nel conflitto quasi una metà di uomini, son costrette a ripiegare». Abigeato, rapine, estorsioni e soprusi erano il pane quotidiano di chi viveva nelle masserie di Guastra e Macchia nel XIX secolo. Proprio qui, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1864, «una comitiva di briganti si trovava a saccheggiare una masseria, in quel di Capracotta, quando sopraggiunse la forza, la quale l'attaccò vivamente, facendo prigione Giovanni Wolff, che poi svelò i suoi complici»; il Wolff, che aveva disertato la Legione Ausiliaria Ungherese, «fu condotto ad Isernia ed ivi giustiziato». Se c'è una colpa che possiamo addossare a Garibaldi è infatti questa: pur di raggiungere l'obiettivo unitario, egli immise nei ranghi militari moltissime persone di dubbia etica e discutibile onestà. Avendo dapprima disertato l'esercito austro-ungarico per combattere in Italia a fianco dei rivoluzionari e avendo poi abbandonato i garibaldini per darsi alla vita fuorilegge, quello di Giovanni Wolff rappresenta un caso emblematico dello scarso attaccamento di alcuni garibaldini alla causa italiana e della faciloneria con la quale furono reclutati. L'Unità d'Italia si fonda perciò anche su questo, sul crimine mascherato da patriottismo. Tuttavia, viva l'Italia repubblicana, una e indivisibile! Ora e per sempre. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia, Gemmagraf 2007, Roma 2012; A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria, One Group, L'Aquila 2011; A. Carteny, La legione ungherese contro il brigantaggio: i documenti dell'Ufficio storico dello Stato maggiore esercito, vol. I, Nuova Cultura, Roma 2012; A. Comandini e A. Monti, L'Italia nei cento anni del secolo XIX, Vallardi, Milano 1900; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Durelli, Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862, Napoli 1863; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. V. Rupnick, Estinzione del brigantaggio, in «Il Diavoletto», XVIII:175, Trieste, 30 luglio 1865; A. Vigevano, La legione ungherese in Italia: 1859-1867, Lib. dello Stato, Roma 1924.

  • Mio nonno sì che c'era

    Mercoledì, 24 ottobre 1917, Giacomo (detto Berto) Ghirardini, mio nonno, si trovava nella pianura friulana, autista di ambulanza, imbottigliato nel caos immane della ritirata, come Frederic Henry, il protagonista del romanzo "Addio alle armi": entrambi alla guida di un Fiat 18BL, il cavallo da tiro della logistica italiana, entrambi persi nel dedalo degli ingorghi fra Gorizia e Udine, travolti dalla fiumana dei profughi e dei soldati sbandati. Ora non so dirvi se il cappellano di mio nonno fosse di Capracotta come quello ritratto da Hemingway, o se l'ufficiale medico somigliasse al De Sica della versione cinematografica di Vidor del 1957, ma la Caporetto che mi ha raccontato lo inquadra come una inconsapevole comparsa fra i personaggi di "A Farewell to Arms": stesso corpo, identica località dell'accasermamento, fedelissima ricostruzione dell'ospedale da campo avanzato, medesima ignara vita nelle retrovie prima della catastrofe, eguale incoerenza generale il giorno nero della catastrofe. Chi non era a Caporetto quel giorno, era proprio colui che ne avrebbe dipinto il più famoso affresco letterario - il miglior pezzo di prosa «scritto da quando esiste la lingua inglese», secondo lo scrittore John Dos Passos, pure lui volontario sul fronte italiano come conduttore di ambulanze: il 24 ottobre 1917, Ernest Hemingway era nella redazione del Kansas City Star, ove appena una settimana prima aveva iniziato il suo apprendistato di cronista, diciottenne come mio nonno, nati entrambi nel 1899. Un bel ragazzo fiero e paffuto Ho una fotografia di mio nonno sul fronte del Piave, agli inizi dell'estate del 1918. La stampa color seppia lo ritrae in un'uniforme impeccabile, posa da Francesco Baracca, nel bel giardino della villa di Oderzo adibita ad alloggiamento per il personale medico e per gli autieri del reparto, un ragazzo ben piantato, volto fiero ma dalla paffutezza irrimediabilmente adolescenziale: l'ho mostrata a mio figlio Giorgio che, sbalordito, ha sbottato «è uguale a Stella», la sorella, che ha il mio taglio d'occhi malinconico e balcanico, lo stesso di mio padre e di mio nonno. La dedica è per il fratello Ennio. A dispetto però delle apparenze, il Giacomo Ghirardini che incrocia Ernest Hemingway nel giugno 1918 sul Piave, è un'altra persona rispetto al "ragazzo del '99", sbalestrato fra due armate in rotta e un milione di civili in fuga. Proprio in conseguenza alla ritirata di Caporetto è stato inviato sul fronte di Asiago dove, fra il novembre e il dicembre 1917, conosce l'orrore della battaglia delle Melette, facendo quotidianamente la spola da Schio su, fino alle linee arretrate di resistenza sugli Altipiani, con il suo fedele autocarro Fiat 18BL, carico di granate all'andata, stracarico di feriti al ritorno - il camion ha le gomme piene e ad ogni inevitabile sobbalzo gli agonizzanti emettono gemiti strazianti. Lui è un "vecchio" quando Hemingway arriva sul fronte italiano nella prima decade di giugno 1918 con la Section Four della Croce Rossa Americana a Monastier, vicino a Treviso, presso Casa Botter dove il corpo dei volontari americani ha allestito un posto di ristoro per i soldati, oasi delle retrovie, frequentata la sera da mio nonno e dai suoi commilitoni autieri al ritorno dalle loro estenuanti corvée quotidiane. Hemingway a dispetto delle spalle larghe, è un ragazzo che non riempie l'uniforme: la foto lo ritrae immusonito al posto di guida di un'ambulanza - non gliene faranno mai guidare una, farà invece l'inserviente alla cantina di Casa Botter. È in queste serate di giugno che mio nonno e i suoi compagni siedono a mangiare e a bere con i «nuovi arrivi» americani ed Ernest Hemingway, ansiosi di partecipare a uno dei più grandi eventi della storia: si intendono alla meno peggio, ma la stampa americana ha ritratto il fronte italiano come quello più «romantico» della guerra e vogliono sapere tutto, dell'epopea di Caporetto soprattutto - e non mi stupirei che buona parte del materiale servito per la successiva scrittura di "Addio alle armi", sia consistito in queste testimonianze raccolte di prima mano dal giovane Hemingway. Sono invece sicuro che, in un successivo racconto breve, Hemingway racconti una vicenda accaduta a mio nonno. Una missione di trasporto degli arditi di notte al fronte, per una delle loro incursioni nelle trincee nemiche, con pugnali e bombe a mano, ubriachi e fatti di benzedrina: il particolare coincidente è che al loro ritorno, ancora eccitati e fuori di testa, hanno tagliuzzato la tela del camion a strisce e gli hanno quasi demolito l'amato Fiat 18BL. Mio nonno era ancora incazzato e disgustato, mezzo secolo dopo, quando me l'ha raccontato. «Quello della cioccolata» Del resto Ernest Hemingway fa di tutto per vedere la guerra, ogni scusa è buona per inforcare una bicicletta da bersagliere e partire per le prime linee sul Piave col pretesto di consegnare ai soldati al fronte la posta, le sigarette e ogni genere di conforto - cioccolata in particolare, era «quello della cioccolata». Ma durerà poco: l'8 luglio 1918 una granata austriaca lo ferisce a Fossalta di Piave, in località "Buso de Burato". Il 14 luglio arriva a Milano all'ospedale della Croce Rossa, dove dovrà sottoporsi ad una dozzina di operazioni chirurgiche per estrarre un paio di centinaia di schegge penetrate nella gamba. Si innamorerà naturalmente di una infermiera, Agnes von Kurowsky, primo grande amore, ovviamente non contraccambiato, del futuro gigante della letteratura contemporanea. Non c'è il minimo dubbio che questa signorina, riluttante nel prendere sul serio le profferte amorose del futuro scrittore, abbia ispirato il personaggio, coprotagonista in "Addio alle armi", dell'infermiera Catherine Barkley, amante del conducente di ambulanze Frederic Henry che, come Hemingway, sarà ferito al ginocchio e portato a Milano, ma che, diversamente da Hemingway, conduceva le ambulanze e a Caporetto c'era stato. Esattamente come mio nonno. Pier Giacomo Ghirardini Fonte: P. G. Ghirardini, Mio nonno sì che c'era (altro che Hemingway), in «Tempi», Milano, 25 ottobre 2017.

  • Le cronache di Narnia sono a Capracotta

    Uno dei tanti motivi di fascino delle pagine di C. S. Lewis, l'autore del fortunato "Le cronache di Narnia", è la sapiente descrizione dei paesaggi, che non sono mai distaccati dagli stati d'animo dei protagonisti, ed anzi ne accompagnano e ne sottolineano i mutamenti. In particolare, di grande effetto (così come risultano, del resto, nella trasposizione cinematografica) sono i paesaggi innevati di Narnia, attanagliati nella morsa del gelo. La piccola Lucy, in "Il leone, la strega e l'armadio", ne fa la conoscenza, come tutti ricordano, appena dopo aver varcato la soglia del guardaroba che mette in comunicazione il castello del professore - nel quale è ospitata con i suoi tre fratelli - con il mondo fatato di Narnia. Ad accogliere Lucy, al di là del guardaroba, c'è sì un bosco innevato che rappresenta il gelido effetto di una malia della regina bianca, ma che, ugualmente, toglie il fiato con la propria sublime bellezza, immerso nel silenzio, nel quale fiocchi di neve leggera, di un biancore purissimo, scendono delicatamente da un cielo candido e chiuso di incomparabile suggestione. L'impressione che se ne ricava è a tal punto profonda che, sebbene la piccola Lucy, e con lei il lettore o lo spettatore, non sappiano dov'è che ci si trova, la sensazione del mistero, in un giuoco di rimandi, si stempera nell'ammirazione piuttosto che nel timore. Eppure, noi che amiamo la montagna e soprattutto lo sci di fondo, il che comporta un'attrazione non solo per le vette, le nuvole, l'aria aperta pungente e lo sforzo fisico, ma anche per la bellezza in sé, ed il silenzio in sé, e la magia in sé e, si direbbe, un gusto quasi metafisico, non abbiamo alcun bisogno di spalancare un armadio per sentirci avvolti in un incanto. Perché le nostre "Cronache di Narnia" le incontriamo a Prato Gentile durante la stagione invernale, che, quando si è fortunati, dura almeno quattro mesi: la pista turistica è come un assaggio, un'anticipazione di quel che troveremo inoltrandoci sulle magnifiche salite della pista di Monte e lungo i tornanti di quella di Valle, ma l'effetto è il medesimo. La bellezza della veduta, la compagnia della neve che avvolge le alte fronde degli alberi, che fa da sfondo ai battiti del nostro cuore e all'ansimare del nostro respiro mentre le gambe spingono e fanno scivolare i nostri sci, nel duro eppure inebriante lavoro dello sciatore di fondo, ci regalano dei momenti, delle ore e delle giornate che hanno lo spessore della favola e del mondo magico nel quale tutti, da bambini, abbiano avuto il desiderio di penetrare. Perdipiù ci si rende conto che la semplicità, il rispetto per la natura, quasi una sorta di ascetismo, permettono al vero sciatore di fondo un'illuminazione che, forse, non è alla portata dei discesisti... i quali bruciano troppo in fretta l'opportunità di un vis à vis con il Bello, e, costretti ad un ritmo prefissato, non riescono ad apprezzare anche il piccolo passo che a volte ci s'impone per non lasciarsi sfuggire nulla, un animale selvatico che passa, il gioco di un bambino, un'improvvisa cascata di neve nel folto. È un abbandonarsi totale, in una libertà e in un godimento estetico che ci rendono anche più aperti, più solidali con gli altri che scivolano leggeri accanto a noi, magari superandoci con eleganza oppure - ipotesi decisamente più soddisfacente per l'orgoglio di ogni fondista - ci restano dietro, con una punta di ammirazione dipinta sul viso dalla testa imbacuccata. A Prato Gentile, quando si scia, vive una comunità attratta dallo stesso di tipo di vita, dalle stesse preferenze e interessi, una comunità in cui i sovrani assoluti sono i maestri, nella quale c'è posto per tutti e dove non ci si scoraggia mai, perché la caduta di ieri o dell'altro ieri può facilmente tramutarsi nella veloce scivolata dello skating o nell'eleganza del passo alternato, solo ad avere fede in se stessi. Il piacere maggiore è quello di sentirsi in gara con il proprio "io", e non con gli altri; attendere il giorno successivo o la settimana successiva per misurare i propri progressi, abbandonando a poco a poco l'incertezza dei principianti per prendere possesso dei propri mezzi e dominare i propri sci. E lo si fa con gioia, con gusto, con passione. Perché attorno a noi c'è il Bello. Perché le Cronache di Narnia, con tutta la loro portata di suggestione, sono qui da noi, a Capracotta, a Prato Gentile. E, già quando si infilano gli scarponi, e si agganciano gli sci, la soglia della favola è stata oltrepassata. Simonetta Tassinari Fonte: S. Tassinari, Le cronache di Narnia sono a Capracotta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • ...Ve l'avevo detto!

    Sono arrivato a Capracotta nel febbraio del 1998 e sono entrato nel vostro paese in punta di piedi. Non c'era la neve, ma durante quella prima notte, passata ad annusare l'aria, è nevicato. Una di quelle fioccate fini fini, dolci dolci, che con il passare degli anni ho scoperto essere una cosa più unica che rara. Da quella notte, ho avuto la percezione che questo paese, di cui non conoscevo neanche i confini, avesse racchiusa in sé un'alchimia particolare, qualcosa da raccontare all'interno di quelle pendici che la mattina seguente si erano imbiancate. Sono passati più di 10 anni da quella prima volta a Capracotta e chi mi conosce sa quanto tempo ho passato, e passo ancora, nei boschi, in cima alle montagne o semplicemente in un prato a guardarmi attorno. Oggi il territorio di Capracotta mi è così familiare che se penso a quando mi sono perso su Monte Campo, scendendo per Portella Ceca per ritrovarmi a San Nicola, mi faccio ancora una risata. Durante le mie prime camminate, ci fu qualcuno che mi suggerì che sull'altra montagna del paese, quella della pista da sci, c'era da fare una bella passeggiata, fino ad arrivare «all'acquasantera». Cosa sarà mai questa "acquasantera", mi chiesi, e mosso dalla curiosità feci anche questa camminata su per il Monte. La prima volta che salii da quelle parti, anch'io, come tanti, non vidi altro che quattro muretti diroccati e una pietra con un buco al centro, che tutti chiamano "acquasantera". In quel momento non vi diedi molta importanza e passai oltre. Era l'inizio dell'estate scorsa quando, all'improvviso, mi sono chiesto: ma perché finisco sempre lassù? Lassù, su Monte Capraro, che è la prima cosa che cerco con gli occhi quando arrivo a Capracotta ed è il mio ultimo sguardo quando lascio il paese. Cosa nascondono quei boschi di Monte Capraro? Nascondono un segreto vecchio almeno di duemila anni, e come immaginato da Antonio De Simone nel suo libro "Il Sannita", quel Mons Caprarum, così chiamato dagli antichi romani, è più vivo che mai. Ho passato ore seduto su quel masso a forma di seggiola rivolto verso le vallate sottostanti, con lo sguardo che a volte arriva fino a Venafro. Sì, proprio fino a Venafro ed anche oltre. Ma la mia curiosità è stata sempre attratta da quei resti, o meglio da quella sagoma in un angolo del bosco che aveva tutta l'aria di essere un pozzo. Un pozzo? A chi poteva servire un pozzo quassù? Semplice, quando era in funzione forniva l'acqua a Padre Ruele e ai suoi confratelli che abitavano quell'eremo intorno al 1100. L'Eremo di San Giovanni di Monte Capraio, così denominato nei testi antichi, è stato distrattamente dimenticato per quasi ottocento anni, finché non venne citato da Luigi Campanelli nel libro che molti conoscono. All'improvviso ho avuto la percezione che parte delle risposte fossero proprio lì, in fondo a quel pozzo. Quel fascino particolare, quell'alchimia strana che ha questo territorio trae origine anche dalla cima di questa montagna. Bisognava cominciare da lì! Ho passato quasi tutto l'agosto del 2008 all'acquasantera per pulire il pozzo profondo più di tre metri, che stava aspettando da qualche secolo di liberare i propri segreti, come il masso che lo alimenta, nascosto sotto venti centimetri di muschio e foglie che con le sue scanalature, al pari delle vene di un braccio, lo alimentano. Forse in quell'acqua si sono ristorate vedette sannite, romane o qualche barbaro di passaggio, e sicuramente qualche soldato longobardo che poi ha lasciato l'acqua ai monaci benedettini. Se Luigi Campanelli fosse ancora fra di noi, e vedesse certe cose direbbe: «...Ve l'avevo detto!!!». Forse lui sospettava, ma sicuramente la modesta conoscenza archeologica di quell'epoca gli ha lasciato dei dubbi. Ebbene sì, caro Campanelli, prima dei fratelli benedettini sul Monte Capraro c'erano i Romani, se non addirittura i Sanniti o comunque entrambi. Lo scorso 16 agosto sono stato invitato da Tiziano Rosignoli ad una gita di gruppo su Monte Capraro in compagnia del sindaco Antonio Monaco. È stato sorprendente vedere tante persone condividere la passione per le nuove scoperte. Quando il sindaco, poi, mi ha chiesto di scrivere questo articolo, ho avuto la conferma che proprio con passione, costanza e professionalità, personalmente arricchita con la collaborazione con gli ambienti delle Gallerie Pontificie e dei Musei Vaticani, si riesce sicuramente a realizzare un sogno: riportare alla luce quello che era nascosto! Certo è che non dobbiamo sognare i Fori Imperiali, ma la dedizione e l'impegno manifestato in occasione della seconda gita guidati dal sindaco, in quella bella domenica del 13 settembre scorso, potrebbero aiutarci a fare di quel "sito archeologico" una ulteriore risorsa per il paese, se non una pagina di storia mai scritta. Piermaria Illariuzzi Fonte: P. Illariuzzi, ...Ve l'avevo detto!!!, in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.

  • I contatti tra Luigi Sturzo e Torquato Di Tella

    Se in Argentina il nome di Torquato Di Tella è da settant'anni sinonimo di successo industriale ed impegno politico, a Capracotta, suo paese natale, la figura carismatica del Di Tella è stata riconosciuta relativamente tardi anche se gli sono stati tributati i giusti onori. In Italia, invece, il suo nome fatica a ritagliarsi lo spazio che merita nella galassia dell'antifascismo, forse perché operò da oltreoceano, parlando attraverso un altoparlante troppo poco ascoltato dalla nostra Resistenza. Il primo storico italiano che gli ha dedicato uno studio approfondito è stato Bruno Tobia col suo saggio del 1993, in cui presentava il fitto carteggio tra l'imprenditore capracottese e Filippo Turati (1857-1932), leader socialista della Concentrazione antifascista. Pochi anni dopo la ricerca del Tobia, l'Istituto Luigi Sturzo di Roma ha pubblicato un volume di epistole tra il fondatore del Partito popolare italiano e Alcide De Gasperi (1881-1954), cofondatore, venerato come servo di Dio, della Democrazia cristiana, e di cui è tuttora in corso la causa di beatificazione. All'interno di questo carteggio ho rinvenuto una lettera inviata da don Luigi Sturzo il 22 agosto 1945 da Brooklyn e indirizzata a De Gasperi, a quel tempo membro del Comitato di Liberazione Nazionale e che di lì a poco ne diventerà presidente con responsabilità di governo. In quella missiva Sturzo ammette di aver ricevuto una telefonata dall'amico Torquato Di Tella. Torquato, infatti, aveva raccolto le preghiere di Miguel de Andrea (1919-1960), vescovo di Temno (sede oggi soppressa), affinché raccomandasse Giuseppe G. B. Raimondi «per qualche incarico di fiducia da parte del Governo italiano o del Partito della Democrazia Cristiana». Il Raimondi «appartenne al Partito Popolare e nel 1920 fu eletto consigliere provinciale di Alessandria per la circoscrizione di Tortona. Il 1921 fu nella lista dei candidati politici con Scotti e Baracco che riuscirono eletti. Poscia andò in Argentina dove esercita la professione di Ingegnere Enologo ed è vice presidente del Consiglio Agrario Nazionale». Insomma, Di Tella chiese a don Luigi Sturzo di adoperarsi affinché piazzasse l'uomo di fiducia del vescovo sudamericano in un futuro governo della nuova Italia. I contatti tra Torquato Di Tella e Luigi Sturzo non devono stupire. Finora siamo stati abituati a pensare al nostro concittadino come a un fervente socialista. In realtà, nel suo antifascismo, egli manteneva intatta una formazione cattolica e tradizionalista ma, ancor più, era egli un perfetto peronista, seguace di un'ideologia dall'anima contraddittoria, tipicamente argentina, «in cui coabitavano spinte nazionaliste e rivendicazioni sindacali, una politica estera terzomondista unita a una repressione interna di matrice autoritaria». Offrire tuttavia un incarico al Raimondi presentava diversi problemi di natura burocratica, come si evince dal prosieguo della lettera, in cui Sturzo scrive: All'amico Ing. Torquato Di Tella, che mi ha telefonato oggi riferendomi la proposta di mons. De Andrea (che apprezza i sentimenti cattolici e le idee sociali del Raimondi) di metterlo in lista per l'Assemblea costituente, ho risposto che il Raimondi ha la nazionalità argentina. Potrebbe avere degli incarichi speciali (specialmente nel campo tecnico dell'enologia) in quello dei rapporti economici tra Italia e Argentina, ignoro come possa avere dei posti politici essendo tuttora cittadino argentino. Mons. De Andrea lo apprezza molto e insiste con me da vario tempo. Confesso che non avevo compreso fino a oggi, quali le aspirazioni dell'ing. Raimondi, di cui non avevo un ricordo chiaro. Ti prego di rispondere direttamente a mons. De Andrea, un grande amico mio e della Democrazia cristiana, inviandogli una lettera molto amichevole e tenendo conto di quei servizi che il Raimondi potrà rendere alla patria. Ciononostante, di lì a poco Giuseppe Raimondi ebbe effettivamente un ruolo attivo nella Consulta nazionale (dal 25 settembre 1945 al 24 giugno 1946), nella successiva Assemblea Costituente ed infine risulterà eletto come deputato nella I Legislatura del Parlamento repubblicano, presentando ben sei disegni di legge, tra cui uno sulle disposizioni per un più stabile impiego della manodopera agricola disoccupata ed un altro sull'esenzione fiscale per l'Associzione nazionali mutilati civili. L'endorsement di Torquato Di Tella, insomma, andò a segno. Per il bene della Repubblica Italiana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, Torquato Ciro Mario Di Tella, in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; L. Sturzo, Politica di questi anni, a cura di C. Argiolas, Gangemi, Roma 1998; L. Sturzo e A. De Gasperi, Carteggio: 1920-1953, a cura di G. Antonazzi, Ist. Luigi Sturzo, Roma 1999; L. Sturzo e A. De Gasperi, Carteggio: 1920-1953, a cura di F. Malgeri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; B. Tobia, Scrivere contro. Ortodossi ed eretici nella stampa antifascista dell'esilio: 1926-1934, Bulzoni, Roma 1993.

  • Seimila lire che prendono il volo

    Il rurale cinquantenne Giuseppe Marcovecchio fu Nobile, che risiede ordinariamente nella sua masseria a "Colle Toccio" la mattina del 19 settembre venne con i famigliari in Agnone per godersi la festa dell'Addolorata, che si celebra nella chiesa parrocchiale di S. Antonio. Tornato nella masseria, il Marcovecchio ebbe a constatare che la sua abitazione era stata visitata dai ladri, i quali vi si erano intromessi forzando una finestra che è a metri 1,20 dal suolo, e che saliti al piano superiore, avevano scassinata la porta di uno stipetto che è nella camera da letto dello stesso Marcovecchio ed asportato un portafoglio custoditovi e che conteneva seimila lire, costituite da tre biglietti da £ 500 ciascuno e le rimanenti lire da biglietti di cento e di cinquanta. Il dì seguente il derubato denunziò il furto al solerte comandante di questa stazione dei RR. Carabinieri, vice-brigadiere Salerno Gaetano, facendo cadere i suoi sospetti su certo Paglione Costantino di Giacomo e di Bambina Paglione di anni 42, da Capracotta, residente in contrada "Macchie" agro di questo paese, suo conoscente. Il Paglione, dichiarò Giuseppe Marcovecchio, in agosto scorso gli avrebbe richiesto circa mezzo quintale di grano offrendogli un prezzo irrisorio, da lui rifiutato. Il capracottese risentito del rifiuto, gli avrebbe detto: «ti farò mordere il gomito un giorno di questo». Il vice-brigadiere Salerno fece un sopraluogo nella Masseria Marcovecchio, constatando che quanto costui aveva dichiarato corrispondeva a verità e poi all'abitazione del Paglione in contrada "Macchie", ove eseguì una perquisizione riuscita infruttuosa. Anche una perquisizione alla casa in Capracotta del sospettato, eseguita da quella Benemerita, ebbe risultato negativo. Il vice-brigadiere Salerno fece anche delle abili domande alla moglie del Paglione, Del Castello Michelina, la quale dichiarò che il marito dal 13 settembre per alcuni giorni era stato a lavorare nei pressi di Capracotta e che il giorno 19 non era stato in Agnone. Ma il bravo vice-brigadiere è invece riuscito ad assodare che il Paglione e la moglie il giorno 19 settembre furono in Agnone, come da dichiarazioni di persone che li avevano veduti o che erano state in loro compagnia. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Agnone, in «Eco del Sannio», XLIV:9, Agnone, 27 ottobre 1937.

  • Scappo dalla città

    Il padrone doveva lavorare anche di domenica. La sua agenda segnava l'impegno più importante tra le 12:30 e le 14:30, fetta di giorno in cui, stranamente, giocava anche la Juventus. Non poteva, quindi, stare con me. Quanto è stato triste vivere il dramma dell'abbandono, palpare la solitudine più nera. Il turbamento emotivo l'ho esternato, attraverso contestazioni di gioia, lacrime di tripudio, coda mossa a mo' di sismografo per dire "no, così non si fa", nel momento in cui, salito in macchina, Signori i genitori hanno annunziato, urbi et Corgi, la partenza per Capracotta. Capracotta è un borgo di 1.300 anime, arroccato tra le vette del Matese. Durante la stagione invernale, è uno dei luoghi del globo terracqueo maggiormente esposti alla furia degli elementi. Pensate, lo scorso marzo, potrebbe aver battuto il record di nevicata più intensa della storia, sottraendolo a una località americana: 256 centimetri in 24 ore. Il primato, purtroppo, non è stato omologato perché mancava un nivometro sul territorio. Eh stranezze di una località sciistica del centrosud. La semprebianca Capracotta rappresenta un piccolo angolo di paradiso per me: dovete sapere che, quando la neve cade dal cielo in maniera tanto intensa da rendere croccante il suolo sotto le zampe, dimentico di essere lazy e corro a perdizampa, faccio capriole, saltello, fino a sprofondare dentro un cumulo troppo alto per un cane dall'assetto ribassato. La sterminata valle che frana dolcemente dal paese, inoltre, rinvigorisce la mia natura di pastore, grazie ai tanti animali che vi pascolano liberamente su e che posso inseguire, libero dai vincoli cittadini del guinzaglio. Dal bestiame, gli abitanti del borgo ricavano salumi pregiati e formaggi raffinati. Domenica, i genitori ne hanno acquistati in grande quantità. Immaginate, quindi, quali odori soavi provenivano dalla tavola, apparecchiata per il pranzo del dì di festa e mancante del padrone. Ho rivendicato il diritto di assaggiare qualcosa, poggiando dolcemente il muso sulla gamba di Signora la mamma. Lei si è girata verso di me, io ho fatto gli occhioni. Pochi attimi e il lievemente piccante di un triangolo di caciocavallo ha solleticato i baffi e il tartufo, danzato sulle labbra, accarezzato la gola. Non contento, mi sono arrampicato sulle ginocchia di Signor il papà. Ho prima abbaiato vigorosamente, poi pianto come Mario Merola al cospetto del figlio Contadino Zapppatoooooooooooore scappato in America. Una mezza salsiccia ha chetato la mia furia. Un trancio di ricotta, infine, mi ha condotto al sonno della beatitudine. Alla sera, ho sgranocchiato per sommi capi: ero sufficientemente sazio e stanco. Mi sono ridestato alle 7 del mattino. Il pranzo l'ha servito la Signora. Mi ha soddisfatto: sapeva ancora d'altitudine. "Che pasti soavi, che pietanze, che sapori, o Capracotta mia. Quale allora ci apparia la vita umana e il cucinato. Quando sovviemmi di cotante cene, una crocchetta mi preme, acerba e sconsolata. E tornarmi a doler di mia sventura". Inebriato ancora com'ero degli odori e dai sapori della natura incontaminata, a ora di cena tutto avrei voluto tranne che vedere la ciotola verde pisello tornare a riempirsi soltanto di croccantini. Erano lì, in tutto il loro splendore, pardon fetore, a ricordarmi che la felicità è come un calice della miglior bottiglia di vino della cantina, servita in una cena di 5 ubriaconi: dura solo due sorsi di vita, prima di rimescolarsi e riassorbirsi nell'aceto dell'esistenza. Quel cane di padrone non si è degnato di condividere alcunché del suo pasto pantagruelico. Lo stesso ha fatto il giorno dopo. Che rabbia, che cattiveria, che insulto alla dignità di una pelosa persona. Bah(rf). Sbuffavo ancora, agli inizi dell'ultima passeggiata giornaliera, fissata per contratto alle ore 21. Mentre passavo sotto un portone, si è alzato un venticello di tramontana. È bastato per convogliare un po' del suo odore verso di me. Era lei, la mia Woody, la bassottina tedesca eletta a frequentantessa senza portafogli, la vispa baffuta che mi fa venire le farfalle alle cime di rapa e pancetta allo stomaco. Mulinando affannosamente sulle corte zampe, l'ho raggiunta. «I miei woooooooooffaggi, egregia» le ho detto, guardandola negli occhi. Lei è arrossita. Ho allungato la zampa destra sul suo dorso riccioluto. Lei si è tirata indietro. Ma era il tipico movimento difensivo che una donna volutamente fa per costringere l'uomo a un abbraccio più forte, più seducente, definitivo, che la obbligherà a lasciarsi andare. Io, però, mi sa che ho stretto troppo. Lei non ha gradito. Ci ho riprovato. Invano. Woody, stizzita, ha preso la via di casa. Io ho fatto lo stesso. Comunque felice. La sera successiva lei avrebbe capitolato. Ne ero certo. Di mercoledì, ho atteso che si facesse buio sull'amplio terrazzo da cui monitoro tutto ciò che accade nel quartiere. Al tramonto, ho cominciato a fremere: la Fanfara di Venere stava suonando. Aspettavo il gioco dei pacchi pre-uscita con la stessa ansia con la quale un cercatore seriale di asparagi attende la seconda quindicina di marzo. Purtroppo, non so se qualcuno si è portato a casa o meno il malloppo. Non sono affari miei. Ben prima dell'inizio del programma, infatti, il padrone ha preso il guinzaglio. Oh qual gentilezza! Una passeggiata in più. Stranamente, fuori c'erano tanti colleghi che solitamente incontro in tarda serata. Il motivo l'ho capito al rientro: incombeva l'oppio dell'italico popolo; stava iniziando il turno infrasettimanale di campionato e il broccardo pacta sunt servanda cedeva al cospetto di un interesse superiore. Ciononostante, arrivata l'ora X, ho rivendicato i miei diritti abbaiando, correndo per casa, frignando, arrampicandomi sul mobile ove giace il guinzaglio. Invano. La proposta transattiva di scendere per una "pisciatella e fuga" all'intervallo tra il primo e il secondo tempo l'ho rifiutata. Non era soddisfacente. Mentre in casa risuonavano urla barbariche di tifosi esultanti, orribili favelle verso le giacchette un tempo nere, insulti al parentame degli avversari dei bianconeri, ho atteso, con dignità, il sonno, accanto al balcone, nella speranza di vedere passare, lungo la strada illuminata a giorno dai lampioni, lei, l'eterea bellezza dalle corte zampe, condotta al guinzaglio dal padrone tifoso della Roma, che aveva giocato di martedì. Non è accaduto. Chissà se la incontrerò stasera. Carmine Tedeschi Fonte: http://welshcorgincontro.blogspot.com, 5 febbraio 2016.

  • Francesca

    Il viso ambrato e rugoso, la fronte appena incorniciata da una capricciosa onda di capelli bianchi raccolti dietro la nuca, gli orecchini e l'immancabile collana, rendevano Francesca uno straordinario esempio di femminilità. Quando si andava a fare qualche acquisto si passava da casa sua, si salivano tre alti gradini di pietra per accedere in un ambiente dove una scala stretta e ripida portava alle stanze del pavimento di legno. Francesca era vivace, sapeva aneddoti e canzoni, recitava filastrocche, raccontava le vicende di tutto il paese, testimonianze che nella conversazione erano il sale per passare dalla mestizia al riso e viceversa. Il lavoro di sarta insieme al marito Nicolino le aveva permesso di raccogliere un patrimonio di notizie che la sua formidabile memoria sapeva mantenere vive per ripeterle simpaticamente a giovani e vecchi. Raccolta nella mantellina, sempre in ordine e civettuola al tempo stesso, raramente Francesca si incupiva prendendosi il mento tra le mani, assorta. Anche negli anni il suo carattere non perdeva lo smalto, solo lo sguardo si spegneva nei ricordi. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

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