top of page

I risultati della tua ricerca

Cerca in questo sito

2372 risultati trovati con una ricerca vuota

  • La questione dei boschi di Capracotta

    L'uso civico è un diritto di godimento collettivo spettante ai membri di una comunità che si concreta in varie forme (caccia, pascolo, legnatico, semina) su terreni di proprietà pubblica o privata (perlopiù nobiliari di origine feudale). Per quanto riguarda gli usi civici del bosco, Capracotta vanta una storia giurisprudenziale antica quanto la nobiltà e dolorosa come un'ingiustizia reiterata. Nei secoli il nostro problema è stato via via risolto da due campioni del foro, Biase Zurlo (1755-1835) nel 1811 ed Emanuele Gianturco (1857-1907) nel 1902. Oggi il problema si è ripresentato in forme nuove - con un'azienda campana che taglia e vende legna capracottese a Capracotta! -, ma diverso è stato l'effetto sulla popolazione, non più spaventata dall'inverno polare capracottese, potendo contare sul metano e sulle altre forme di riscaldamento casalingo. Della eccezionale presa di posizione del Zurlo ne ho accennato in un precedente articolo, ma voglio comunque raccontarVi qualcosa di più, partendo ab ovo, dalle origini della questione dei boschi di Capracotta alla storica causa che valse a Emanuele Gianturco la cittadinanza onoraria e un bellissimo busto bronzeo nell'omonima piazza del rione S. Giovanni. Vi racconto cioè del contenzioso sorto tra Stanislao Falconi (1794-1880) e il Comune di Capracotta, al termine del quale la Corte d'Appello di Napoli aveva pubblicato, il 6 marzo 1901, una sentenza «contraria alle ragioni dei nostri concittadini in quanto che ha confermata un'ordinanza emessa il 19 giugno 1863 dal Prefetto, quale Commissario demaniale, ordinanza che prescriveva la divisione dei boschi ex feudali, attribuendone due terzi al Falconi ed un terzo al Comune». Quella sciagurata sentenza d'appello - che sembrava non tenere conto dei precedenti giudicati - suonò in un primo momento come una fanfara di morte per il popolo capracottese, ormai rassegnato a crepare di freddo per la testardaggine di alcuni signorotti. I feudi di Capracotta, proprietà della famiglia ducale Capece-Piscicelli, valevano a quel tempo 250.000 lire (circa 1.200.000 euro). Con l'approvazione delle cosiddette leggi eversive della feudalità, la Commissione feudale determinò nel 1810 la natura di questi feudi e ne propose la divisione secondo i criteri stabiliti. Il commissario demaniale Biase Zurlo s'accorse però di due cose: la prima era che la Commissione s'era ingannata sulla natura di due feudi dichiarati separati; la seconda stava nel fatto che Capracotta meritava forse un trattamento speciale, «onde sciogliendo e compensando diversi usi civici, ne lasciò intatto uno, quello di legnare». A tutto ciò il Zurlo provvide con un'ordinanza del 19 dicembre 1811. Pochi anni dopo, nel 1815, i Capece-Piscicelli, ormai decaduti, cedettero uno dei feudi (Ospedaletto) al sig. Liberio Scocchera di Vastogirardi, mentre gli altri feudi furono acquistati dal nostro Stanislao Falconi nel 1854. Dovete ora capire che né i Capece-Piscicelli né i sigg. Scocchera e Falconi godettero mai dell'uso dei boschi. Nonostante ci fosse stato un formale passaggio di proprietà, «i padroni assoluti ed esclusivi delle piante arboree sono stati i cittadini di Capracotta, ed il Municipio, provvedendo alla conservazione dei boschi, ne ha sempre disciplinato il modo di godimento». È così che i nostri concittadini, a ragione o a torto, si sono sempre considerati i veri proprietari del bosco di Capracotta. Arrivati al periodo unitario, in ciascuna provincia del Regno fu richiamato l'esame delle pendenze demaniali esistenti. Tra il 1861 e il 1863 il prefetto di Campobasso richiese di incontrare un rappresentante in grado di addivenire, coi successori dell'ex duca, a una conciliazione per quanto riguardava la promiscuità boschiva nell'agro feudale del Comune. Il sindaco di allora, Croce Conti, cercò di battersi all'arma bianca finché, preoccupato, inviò a Campobasso un uomo di fiducia, Amato Nicola Conti - già sindaco nel 1860-62 e di nuovo nel 1867-69 - come persona pratica di legge, senza alcun mandato ufficiale né facoltà di definire o transigere sui diritti del Comune. Ciononostante, l'audace Conti eccedette i limiti del proprio incarico e il 20 aprile 1863, davanti al prefetto Giuseppe Arditi, trattò personalmente col procuratore legale di Liberio Scocchera, consentendo la divisione del bosco di Ospedaletto, dandone due terzi al proprietario di Vastogirardi e un terzo al Comune di Capracotta. Fallirono invece le trattative di conciliazione con Stanislao Falconi, perché questi non riconobbe alcun diritto al Comune di Capracotta, obbligando il prefetto a pronunciarsi in via contenziosa sulla fallita conciliazione. Non appena queste notizie giunsero alle orecchie dei capracottesi, si generò un diffuso malcontento, e le proteste furono così accese che il Governo dovette emettere un nuovo decreto, il 20 settembre 1864, che annullava il precedente, quello che aveva omologato il concordato con Liberio Scocchera. La motivazione del secondo decreto di revoca risiedeva nel fatto che Amato Nicola Conti «non aveva ricevuto mandato determinato, e la sua nomina a rappresentante era stata fatta dalla Giunta e non dal Consiglio contrariamente alle leggi amministrative sulla competenza». Stanislao Falconi, borbonico fino all'osso, se ne infischiò delle rimostranze dei capracottesi, dell'ordinanza regia del 1863 e persino del bosco di Capracotta. Dal canto suo, invece, Liberio Scocchera ritentò nel 1875 a dividere ed accantonare quanto poteva spettargli dell'Ospedaletto e riuscì a sospendere il taglio del bosco, il che causò nuovi tumulti e violenze a Capracotta. La 1° Sezione della Corte di Napoli, con sentenza del 24 maggio 1875, confermò la legittimità delle aspirazioni di Scocchera e con successiva sentenza del 6 aprile 1877 intimò di verificare se i capracottesi godevano dell'Ospedaletto conformemente agli usi ed alle leggi forestali. Da questa sequela di decreti, revoche e ordinanze, risulta evidente la contrarietà dei diversi giudicati. Annullando la conciliazione del 1863 Conti-Scocchera per irregolarità di forma negli atti, perché non si è considerata nulla anche l'ordinanza sulla vertenza Conti-Falconi una volta che sussistevano gli stessi difetti di forma, visto che a trattare fu sempre Amato Nicola Conti, all'infuori del suo incarico ufficiale? E perché nessuna sentenza ha mai preso in considerazione la possibilità di revocare l'ordinanza di Biase Zurlo, emessa in condizioni non dissimili? La Corte ne aveva forse rilevato l'effettiva giustezza ed equità? Nel 1901 il Comune di Capracotta ingaggiò Emanuele Gianturco per ricorrere in Cassazione e, quando ogni cosa sembrava perduta, la grande perizia dell'avvocato lucano ci garantì la vittoria su tutto il fronte: i boschi di Capracotta tornavano ufficialmente nelle mani dei capracottesi e il diritto legnatico, regolamentato dal Municipio, veniva assicurato a tutti i suoi abitanti. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C., La quistione dei boschi, in «L'Alba», I:14, Isernia, 21 aprile 1901; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; L. Filidei, Dei demani comunali, vol. II, Volpe, Salerno 1890; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Mosca, In memoria di Emanuele Gianturco. Discorso pronunziato in Capracotta il 9 settembre 1912, Bertero, Roma 1912.

  • Attacco intestinale

    Un altro episodio molto divertente, che mi ha visto come protagonista, è accaduto quando io avevo solo otto anni. In quel periodo mio padre, nella sua qualità di Ufficiale Giudiziario, pur essendo applicato presso la Corte di Appello di Napoli, doveva recarsi due volte al mese presso la sua sede di designazione, che era la Pretura di Capracotta, un piccolo paesino dell'alto Molise posto a 1.421 metri sul livello del mare. In quel periodo, qualche volta, io e mio fratello lo accompagnavamo. Per raggiungere Capracotta, dopo aver superato l'attuale provincia di Isernia, si dovevano percorrere molti chilometri di stradine di montagna, stradine quasi sempre deserte, dove raramente si incrociavano altri autoveicoli. Un lunedì, al mattino presto, io e mio fratello ci preparammo per accompagnare mio padre, proprio a Capracotta. Una ventina di chilometri dopo Isernia, io fui colto da un terribile mal di pancia, e dissi a mio padre di fermarsi perché dovevo espletare un mio bisogno corporale. Mio padre, in considerazione del fatto che avevo solo otto anni, mi disse che potevo scaricare il mio intestino anche sul ciglio della strada, tanto soprattutto a quell'ora (erano da poco passate le otto del mattino) non sarebbe passato nessuno. Io, senza indugiare, seguii il consiglio paterno. Poco dopo però accadde l'imprevedibile. A circa trecento metri dalla mia persona, mentre io ero ancora accovacciato, spuntò improvvisamente da una curva una corriera stracolma di studenti, probabilmente in gita scolastica. D'istinto mio fratello prese dall'automobile di mio padre il mio cappotto e me lo lanciò sul viso, ed in tal modo mi coprì solo dalla testa all'addome, mentre il mio sedere rimase completamente scoperto. Al passaggio della corriera ci furono delle sonore strombazzate di clacson, e delle prolungate risate di derisione rivolte alla mia persona. In quel momento volevo scomparire dalla faccia della terra, mentre mio padre e mio fratello unirono le loro risate a quelle degli studenti, perché la scena alla quale avevano assistito, era effettivamente troppo comica. Luciano Testa Fonte: L. Testa, Storie vissute, Booksprint, Buccino 2011.

  • I fratelli Fiadino eroi di Capracotta

    Uno zio che lavorava in una azienda agricola del Molise, alcuni anni dopo la fine della guerra tornò a Milano. Io, scolaro di terza elementare, ascoltavo affascinato i suoi racconti perché arrivavano da un mondo lontano. Fra le tante storie, una in particolare è rimasta scolpita nella mia memoria. Il fatto si era verificato nel novembre del 1943 (cioè poco dopo l'armistizio dell'8 settembre) a Capracotta, oggi provincia di Isernia. In quei giorni, approfittando della confusione che si era creata, molti prigionieri di guerra alleati, rinchiusi in un campo di concentramento a Sulmona, riuscirono a fuggire. A piccoli gruppi vagavano sui monti fra Abruzzo e Molise. Alcuni di loro arrivarono a Capracotta dove trovarono famiglie contadine disposte ad aiutarli, nascondendoli. Fra queste i tre fratelli Fiadino. Ma una spia li denunciò ai tedeschi che ancora imperversavano nella zona. I militari subito andarono ad arrestare i tre fratelli e li condannarono a morte. Durante il trasferimento in paese, Alberto, uno dei tre fratelli, riuscì a fuggire saltando dalla camionetta in corsa. Gli altri due, Gasperino e Rodolfo, furono portati in una località fuori dal paese e fucilati. Prima dell'esecuzione, al comandante dei tedeschi si presentò il parroco di Capracotta, don Leopoldo Conti, il quale offrì la propria vita in cambio della libertà dei due fratelli. Ma la sua generosità non convinse i tedeschi e l'offerta fu respinta. Questo di Capracotta è uno dei tanti episodi che dimostrano come anche l'Italia è patria di eroi. Poco conosciuti, ma grandi. Da ricordare. Giovanni Locatelli Fonte: G. Locatelli, I fratelli Fiadino eroi di Capracotta, in «Il Giornale», XLIV:81, Milano, 6 aprile 2017.

  • I funebri di Francesco Mascia

    Riuscirono solenni ed imponentissimi. Tutta Sansevero, senza distinzione di classi e di partito, volle rendere un estremo tributo di compianto al giovane buono e modesto, dall'animo mite e gentile, aperto così volentieri alla voce del bisogno dei miseri, al soccorso pei numerosi operai e contadini, che da lui ricevevano pane e lavoro. È stato un vero pellegrinaggio di simpatia e di affetto, e di tenerezza e di compianto infinito per la nobile donna Teresa Mascia-Masselli - mater dolorosa, nel vero significato storico e pietoso della ineffabile parola. Parlarono sulla bara gli studenti signori Malice, Leone, Salcito e l'amico Francesco Mollica. Ed a proposito della morte del nostro distinto amico sig. Francesco Mascia e delle cause che la determinarono, dobbiamo rettificare che l'egregio ed infelice giovane fu prima colpito da auto-intossicazione intestinale, la quale ebbe un'azione riflessa sul cuore, sicché la morte fu conseguenza d'una paralisi cardiaca, auto-intossicazione confermata dall'analisi chimica e microscopica dell'urina, eseguita a Napoli. La malaria venne anche ammessa come malattia sopravvenuta tanto vero che essa fu opportunamente ed efficacemente combattuta in tempo dall'egregio dott. Mangione, il quale, pur non essendo stato chiamato come medico curante dall'infermo (tanta era l'ansia in lui di recarsi la dimane a ritemprare la sua fibra nelle salubri e montanine aure di Capracotta), ma accorgendosi, in una visita familiare, che era affetto da febbre, consigliò e somministrò subito una prima dose di chinino per bocca, e poscia iniettò pel mezzo ipodermico altre generosissime dosi di chinina, ricordando all'infermo la imperiosa necessità di detto farmaco, dacché egli, frequentando un sito eminentemente malarico, doveva stare sempre in guardia contro una possibile insidia di infezione palustre. Il metodo di cura adottato dal bravo dottor Mangione trovò piena approvazione dai distinti dottori Gervasio e Morrone, i quali confermarono la diagnosi del nostro amico pur approvando la cura preventiva di chinino adoperata dall'egregio dott. Mangione. Era fatalità che l'ottimo giovane doveva soccombere, tanto vero che fin dal Maggio scorso, senza che alcun dottore fosse edotto del fatto, si ebbero a deplorare fenomeni di lipotimia con minaccia di paralisi cardiaca (dovuti al cuore oltremodo adiposo) mettendo lo sgomento e destando seriissime apprensioni, pel momento, in coloro che si trovavano presenti. Ci piace, intanto, pubblicare la seguente lettera che l'on. Antonio Masselli, zio dell'estinto, ed a nome della desolata famiglia dirigeva al dottor Mangione: Carissimo Felice, trascorso il primo momento di abbattimento e di sconforto per la tremenda sventura, che ci ha colpito, sento il dovere di ringraziarti delle pronte, complete, intelligenti e più che fraterne cure da te e dai colleghi Gervasio e Morrone prodigate al mio diletto, per quanto disgraziato nipote, Ciccillo. Io, come medico, non avrei saputo fare di più e meglio di quel che avete fatto per non fargli perdere la vita. Era così destinato, che la cara esistenza dovesse finir tanto presto!... Giuseppe Polverino Fonte: G. Polverino, Su e giù per la città, in «Il Vaglio», II:32, San Severo, 3 settembre 1905.

  • Perché il passato possa vivere ancora

    Molti i ricordi nostalgici che affiorano alla mente dopo la scomparsa di mio padre; ricordi accompagnati dal rimpianto di non aver annotato i tanti aneddoti riguardanti la sua fanciullezza, Capracotta e i suoi abitanti. Come vorrei ascoltare di nuovo i suoi racconti, rivivere ancora quel mondo lontano, fare in modo che quello che fu possa vivere ancora per sollecitare la fantasia dei miei figli. Nelle lunghe sere d'inverno, mio padre, con gran divertimento, raccontava le sue marachelle goliardiche, molto spesso risultato dell'indigenza del tempo, comune a moltissime famiglie e in netto contrasto con l'alta moralità e rettitudine di cui è stato emblema durante la sua vita da adulto. Ricordo che una sera, mentre fuori imperversava una terribile bufera e i vetri delle finestre erano come finemente ricamati da un sottile strato di ghiaccio dalle mille forme, rallegrato dalla vivace fiamma del caminetto, con un largo sorriso, cominciò a raccontare una serie di aneddoti. Pendevo dalle sue labbra, la mia fantasia cominciò a volare immaginando mio padre come uno dei bricconcelli coprotagonisti di Charlot in alcuni suoi film. La càndra Benché la famiglia di mio padre non fosse tra le più povere del paese, solo raramente sul desco comparivano prosciutto, salsicce, salami e altri cibi prelibati, custoditi gelosamente da mia nonna nelle càndre (giare), per le grandi occasioni, per fare bella figura con i mietitori, nel periodo della trésca (trebbiatura), o pe re ualàne (per l'aratore coi buoi) durante la semina. Ai ragazzi l'acquolina in bocca saliva ogniqualvolta passavano dinanzi alla dispensa, dove erano stipate le panciute giare. Un giorno, mio padre non resistette: entrò di soppiatto, aprì uno dei recipienti e un odore di strutto lo pervase. Si scatenò un impulso irrefrenabile: con un coltello tagliò la patina di sugna che ricopriva le succulente salsicce, la mise su un coperchio e cominciò, dapprima, con timore, ad assaggiarne un pezzettino, poi, con crescente fame e avidità, ne mangiò diversi anelli. L'operazione fu ripetuta quotidianamente finché nella càndra non rimase altro che lo strutto solidificato tutt'intorno alle pareti, su cui, con grande perizia, riposizionò la patina che aveva tolto il primo giorno. Intanto si avvicinava il tempo della trésca, per lui temutissimo perché il suo furto sarebbe stato sicuramente scoperto. Così fu! La madre, vedendo la càndra vuota, immediatamente capì chi fosse l'autore di tale misfatto: il figlio più piccolo, in quel periodo risparmiato dalle durissime fatiche del bosco, già artefice indisturbato di precedenti marachelle. Fu subito sgridato dalla madre, ma il timore più grande era suo padre, il cui solo sguardo lo inceneriva. Quella sera, quando tornò stanco dal lavoro, lo rimproverò duramente, ma si notò subito il tremolio del suo labbro superiore, che tradiva un celato sorriso. La gallina Mio padre, come era costume del tempo, viveva in una famiglia patriarcale con nonni, zii, cugini... e a volte anche con i vicini di casa. Egli ne era contento, perché molto cordiale, e aveva un ottimo rapporto con i fratelli, i cugini e... i vicini di casa. Tra i vicini, quello che maggiormente ricordo era Pasqualìne de Tòtta, figlio della madrina di mio padre, Pupettóna de Tòtta. Durante il giorno, quando gli uomini erano al lavoro e le donne nei campi, i ragazzi si riversavano nelle strade, la loro seconda casa, dove le galline beccavano indisturbate. All'epoca ciò che poteva infastidirle era solo il cigolio de r' traìne (dei carretti), che di tanto in tanto passavano. In quei tempi i bambini di quattro, cinque anni e così anche il mio papà, indossavano un camiciotto, tipo tunica, che arrivava fino al ginocchio e ai piedi i più fortunati avevano dei sandali. In un pomeriggio assolato, mio padre e il suo clan di amici e parenti decisero di rubare una gallina alla comare Pupetta. Al furto partecipò anche il figlio Pasqualino. I più grandicelli scelsero e catturarono la loro preda tirandole il collo e la nascosero sotto il camiciotto di mio padre, che fu messo sulle spalle del cugino più grande per meglio nascondere la refurtiva. Alle persone, che chiedevano spiegazioni del perché re cìtre (il bambino) fosse portato sulle spalle, rispondevano, accompagnati dal finto pianto di mio padre, che si era ferito ad un piede, per l'occasione scalzo. La loro bravata continuò nella stalla di Pasqualino, dove la gallina fu privata del suo piumaggio e arrostita. La comare scoprì dapprima le piume, poi, quando si accorse che le era stata rubata la gallina (i furti di animali da cortile erano frequentissimi in quei tempi) cominciò a maledire i furbastri, augurando loro di fare la fine del pennuto. A quel punto il figlio, mentre con piede lesto se la dava a gambe, la esortò a non jettà asctéme (augurare la malasorte), perché anche lui aveva partecipato al banchetto. La madre non profferì più parola; il figlio non si sa come fu accolto a casa la sera, ma di certo le galline mancarono ancora. Mazza e panelle... Tutte le sere, puntualmente, si recava a casa di mio nonno qualche signora a protestare per un misfatto delle "simpatiche canaglie". A iniziare l'interrogatorio era il fratello di mio nonno, z' Chiuvìtte, uomo dalla bassa statura e di corporatura esile. Quando il colpevole o i colpevoli venivano smascherati, cominciava l'espiazione della colpa; molto spesso si trattava di legnate a cui assistevano solo i membri della famiglia, ma quando la colpa da espiare era grave venivano messi alla gogna, i rei erano costretti a marciare a piedi scalzi per lunghi tragitti, anche impervi, scortati dal severissimo zio e dal suo implacabile bastone. Quando ancora bruciavano le ferite della punizione, le piccole pesti architettavano la ritorsione per colei che aveva osato andare a protestare. Molto spesso la attendevano in prossimità della loro casa (dove ora abitano Minguccio e Angela). Una volta avvistatala, come fulmini uscivano dal portone; con grande sincronia uno alzava le lunghe gonne e l'altro vi infilava sotto un cartone acceso, cosicché le frisciùte (ricche) vesti si incendiavano tra le grida e lo spavento della malcapitata. Per fortuna gli abiti del tempo non erano sintetici, altrimenti le povere donne sarebbero divenute delle pire umane! A quel punto alle punizioni già citate si aggiungeva quella del digiuno per più giorni. L' péra all'acìte Pupettóna aveva la figura di una vera e propria matrona: non molto alta, ma piuttosto robusta. Indossava sempre, sulla lunga sottoveste, una gonna altrettanto lunga e arricciata in vita, su cui poggiava un grembiule nero, che diventava di raso nei giorni di festa. Anche suo marito, compà Gianfeleppóne era di corporatura massiccia. Saccheggiare la loro casa era sicuramente un'attività molto redditizia, perché stipavano cospicue quantità di cibo. Comare Pupetta trattava mio padre come un vero e proprio figlio, che aveva libero accesso in ogni angolo della casa. Spesso la madrina lo incaricava di portare qualcosa nelle camere, dove conservava ogni ben di Dio. Il discolo, mentre stava assolvendo ad una commissione nella camera da letto della padrona di casa, scoprì una grossa pentola in terracotta nella quale erano conservate l' péra all'acìte (le pere sottaceto). Stava per mangiarne qualcuna quando fu interrotto dalla voce della padrona di casa che lo richiamava dal piano sottostante. Con grande sconforto fu costretto a rimettere tutto a posto e con quattro salti fu presto giù. Nella sua mente subito si delineò il piano per gustare una simile prelibatezza. Aspettò pazientemente la sera tarda e piano piano si recò nella camera da letto, cominciò a mangiare una pera matura, dolce e acre nello stesso tempo. Quando sentì che il compare e la comare stavano andando a dormire, con l'agilità di un grillo, in men che non si dica, si infilò sotto il letto. Assistette alla svestizione del compare, che con un tonfo fece sobbalzare il letto fin quasi a schiacciarlo. Il povero bimbo, impaurito non osava respirare. Con piccoli movimenti, riuscì a portarsi in corrispondenza del posto della comare, che non aspettò molto a coricarsi. Con il cuore che batteva all'impazzata e tutto tremante aspettò che i suoi padrini fossero nel regno di Morfeo, ma il sonno tardava ad arrivare. Gianfilippone si girava e rigirava nel letto, Pupetta aveva una tosse tremenda e di tanto in tanto si alzava per bere. Ogni loro movimento era amplificato dal rumore delle frùsce (foglie di granturco) del giaciglio e faceva aumentare la tachicardia del loro figlioccio. Dopo molto tempo, finalmente si addormentarono. Al buio e in punta di piedi mio padre uscì dalla stanza, ma chiudendo l'uscio, fece un tale rumore che i due si svegliarono di soprassalto. Il monello prontamente imitò la voce del figlio Pasqualino, che era uscito, rassicurandoli e i due si addormentarono tranquilli. Non c'è che dire, la pera sottaceto non fu solo aspra, risultò anche indigesta! Beato te... Compà Pasquale, zizì compà per me e mio fratello, carissimo amico di mio padre fino alla fine dei suoi giorni, non amava molto andare a scuola. Ogni mattina inventava un malanno nuovo per non assolvere al suo compito di scolaro. In un giorno d'inverno, quando i cumuli di neve raggiungevano i primi piani delle case, la madre di compare Pasquale, esasperata, andò a chiamare il maestro, perché esercitasse opera di convincimento su quel figlio così poco amante dell'istruzione e del suo sistema. Il finto malato si trastullava beatamente nel letto. Quando udì la severa voce del maestro, senza esitare, mise le scarpe, inforcò gli sci e uscì di corsa dalla finestra. La sua latitanza durò pochissimo, fu subito catturato e, mentre recalcitrante veniva condotto a scuola, udì i grugniti disperati di un maiale che veniva barbaramente macellato. In lacrime, urlando e singhiozzando disse: – Vieàt'a te, puórche, ca nen vieà alla scòla! (Beato te, maiale, che non vai a scuola!). R' melóne Le scorribande non finivano mai! Erano un po' tutti in paese a mostrarsi... ehm... vivaci. Un anno, prima della Seconda guerra mondiale, in occasione della fiera dell'8 settembre, i venditori ambulanti, come loro consuetudine, con i loro carretti, giunsero a Capracotta la sera prima. Rimasero a dormire all'aperto, in un cantuccio, per fare la guardia ai prodotti della loro terra. Tra questi c'era un contadino che vendeva i cocomeri di sua produzione. Una combriccola di giovinastri gli si avvicinò cercando di mercanteggiare il prezzo di un cocomero. Non raggiunsero alcun accordo e, ben presto, decisero che avrebbero rubato il cocomero durante la notte. Quando fu buio, mentre alcuni facevano la guardia altri si avvicinarono al carretto. Le angurie erano state coperte da un telo piuttosto pesante. Si guardarono intorno e, non vedendo nessuno, misero le mani su una forma tondeggiante ricoperta dal telone. Grande fu la sorpresa nel costatare che non si trattava del cocomero ma... della testa del contadino! Ci furono urla e colluttazioni. In aiuto del coltivatore arrivarono altri commercianti. Volarono frutti e furono rotolati cocomeri, dopodiché i giovani spavaldi corsero a nascondersi nelle loro case. Fu esposta una denuncia verso ignoti, ma l'anonimato durò pochissimo. Furono presto individuati perché per le strade cantavano a squarciagola: – Vulavàme arrubbuà r' melóne, ma era la còccia de r' padróne... (Volevamo rubare il cocomero, ma era la testa del proprietario...). Condotti in caserma, dopo poco furono rilasciati, con la promessa di non commettere più simili azioni. È proprio vero ciò che recita un noto aforisma africano: "Ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia". Rosalba Carnevale Fonte: R. Carnevale, Perché il passato possa vivere ancora, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Bando per vendita giudiziale di immobili in Capracotta

    Sulla istanza dei signori D. Michelangelo, D. Giangregorio, D. Giampietro, D. Nunzia, Rosa e D. Colomba di Rienzo fu Sebastiano, nonché di D. Elisabetta Carnevale rappresentante il minore suo figlio D. Costantino, procreato col defunto D. Sebastiano di Rienzo, proprietarii domiciliati in Capracotta, e per elezione in casa del loro procuratore D. Ferdinando Buccini sita in Isernia largo Santa Lucia, nella odienza che il Tribunale Civile e Correzionale del Circondario d'Isernia terrà nel giorno 27 vegnente aprile, assegnata con ordinanza del Presidente del Tribunale istesso del dì tre corrente mese, si procederà in danno di Michelino Antenucci fu Pasquale e dei coniugi Giovanni Antenucci fu Pasquale e Maria Nicola Comegna fu Felice anche di Capracotta, elettivamente domiciliati in Isernia presso il loro procuratore D. Giacomo Marracino, alla vendita dei fondi appresso descritti, posti nell'agro del suindicato comune e specificati nel precetto per l'usciere Nicola De Stefano del 28 settembre 1866, registrato il 28 detto, numero 666, debitamente trascritto nell'ufficio Ipotecario di Molise al dì 30 detto mese ed anno. Tale vendita fu autorizzata con sentenza del Tribunale suddetto addì 7 marzo 1867, pubblicata il 10 aprile successivo e registrata il 15 detto mese ed anno num. 806, notificato poscia ad essi debitori espropriati il 17 febbraio 1868 con atto dell'usciere De Stefano registrato il 18 detto n. 379, passata in giudicato dietro decisione confermativa della Corte d'Appello del 1 settembre 1869, registrata in Napoli li 9 detto numero 8261, notificato, come di regola, il 12 dicembre stesso anno con atto del suddetto usciere, reg. N. 998 il dì seguente, e debitamente annotata il 15 gennaio scorso in margine della trascrizione del precetto. Gl'immobili che saranno esposti in vendita sono i seguenti. 1) La intera casa da cima a fondo di cinque membri ed accessorii, e per quella che è in effetto, sita nell'abitato di Capracotta alla contrada Sant'Antonio, cioè quella che da Bellonia od Apollonia di Ciò e dal fu Michele Casciero fu venduta a Giovanni Antenucci con istrumento di Notar Filippo Carugno di Capracotta del 24 ottobre 1845, quivi registrato numero 419 il 28 detto mese ed anno, confinante coi beni degli eredi di Donato di Tella, degli Eredi di Giuseppe di Tella ed Orto adiacente. 2) Detto orto adiacente o piccolo giardino nella stessa contrada, esteso per una misura circa di antico sistema, pari ad ara una e metri quadrati cinquantacinque, confinante colla casa anzi detta, coi beni dei medesimi eredi di Tella, e di Vincenzo di Ciò. Tali fondi sono appunto quelli che i debitori spropriati assoggettarono a speciale ipoteca in sicurezza del credito dei creditori esproprianti con istrumento del 15 luglio 1860 pel summenzionato notaio, registrato in Capracotta il 18 detto n. 389, e che trovansi rivelati nel Catasto fondiario di quel comune in testa di Alessandro di Ciò, articolo 119, sezione F e G, numeri 27 e 558 coll'imponibile antico di Duc. 4,50 il primo, pari a lire 19,13, e per l'imponibile antico di grana due il secondo, pari a lire 0,09, e che attualmente sono soggetti all'annio tributo di lire 5,02, secondo l'ultima mappa censuaria, in cui se ne è elevato la rendita imponibile a lire 20,53. Le condizioni della vendita sono le seguenti: 1) Gl'incanti si apriranno sul valore legale offerto per amendue i fondi in lire 302,00. 2) Il compratore prenderà i fondi ed accessorii nello stato in cui si troveranno nel giorno della vendita diffinitiva. 3) Godrà delle servitù attive e soffrirà le passive, quantunque non dichiarete, però con dritto all'indennizzo. 4) I fondi saranno venduti nello stato in cui si trovano, e nella loro materiale continenza e confinazione sopra indicate, senza aver diritto l'acquirente a riduzione di prezzo. 5) Danneggiandosi gl'immobili in pendenza del procedimento, il compratore avrà la sola azione contro l'autore del danno per lo ristoro di esso, non quello di ritenere cosa sul prezzo. 6) Tutte le spese della vendita, incluse quelle di tassa vanno a carico del compratore; il quale perciò prima della licitazione dovrà fare deposito dell'ammontare approssimativo di esso presso il Cancelliere del Tribunale, in lire quattrocento. 7) Le locazioni esistenti, se avranno data certa, saranno rispettate dal compratore, come per legge. 8) Il tributo fondiario ed ogni altro peso inerente andranno a carico dello stesso, e trattandosi di canoni, censi od altri prestazione insita ai fondi, sarà dal prezzo dedotto il capitale corrispondente agli oneri istessi. Chiunque vorrà concorrere alla subastazione, che seguirà nel 27 aprile, come sopra è detto, dovrà inoltre previamente alla stessa depositare anche presso detto Cancelliere il decimo del prezzo già offerto, uniformandosi per tutt'altro alla legge. Restano invitati i creditori iscritti a depositare fra giorni 30 dalla pubblicazione del bando i loro titoli di credito, e le domande motivate di collocazione, trovandosi pel giudizio di graduazione, già aperto, incaricato il giudice presso detto Tribunale signor Giuseppe Carrelli, surrogato con decreto Presidenziale del 10 corrente marzo all'altro destinato con la sentenza e passato ad altra residenza. Isernia, 10 marzo 1870. Francesco Tierno Fonte: F. Tierno, Inserzioni legali, in «Gazzetta della Provincia di Molise», IV:11, Campobasso, 17 marzo 1870.

  • Leggenda del Natale

    Un vecchio pastore di Capracotta aveva vagato per tutta la regione con la sua cornamusa per raggranellare dei regali per i suoi nipotini. Con la bisaccia carica di ogni ben di Dio si accingeva a ritornare, allorché la notte lo sorprese stanco da morire al margine di un canalone; si buttò a terra per prendere fiato, ma un sinistro rumore indistinto giunse al suo orecchio. Egli si mise in ascolto e non ci fu dubbio, una torma di lupi si avvicinava ululando in cerca di preda; prima ancora di poter riflettere sul da farsi egli vide nelle tenebre gli occhi sanguigni delle bestie che brillavano. Con uno sforzo sovrumano riuscì ad arrampicarsi su un vicino albero, ai piedi del quale il famelico drappello si accampò. Il vecchio rivolse una calda preghiera a Gesù Bambino, poi mise la cornamusa sulle labbra e cominciò a suonare una nenia melanconica, la "Leggenda del Natale"; i lupi smisero i loro ululati e si accovacciarono sulla neve sollevando le loro teste verso i rami nudi dai quali pioveva su di loro quella melodia angelica, poi si ricomposero in gruppo e si allontanarono; allora il pastore discese e senza mai smettere di suonare si avvicinò al suo abituro, dove non ebbe bisogno di bussare perché la sua famiglia ne aveva sentito la presenza di lontano: la sua vecchia moglie lo rifocillò e gli disse che non lo aveva mai sentito suonare così bene e i nipotini fecero strage del suo tascapani di sorprese. Rosario Francesco Esposito Fonte: R. F. Esposito, Fantasie del Natale, in «La Famiglia Cristiana», XXII:50, Alba, 21 dicembre 1952.

  • Tra Fortunato e Mariarosa non era amore

    In ogni tempo e in ogni cultura del mondo un matrimonio privo d'amore è un inferno da scontare in vita. Di certo anche un matrimonio felice può diventare un paradiso al contrario, ma quando ci si sposa per convenienza, per denaro, per costrizione o per salvar l'onore, le basi della coppia sono compromesse sin da subito: è come una casa nelle cui fondamenta vi sia più sabbia che cemento. È il caso di Fortunato Maria Conti, capracottese, e di sua moglie Mariarosa, sposatisi nel maggio 1810 a Orta (FG), e di come la ragazza sia riuscita a far annullare il matrimonio dopo poco più di sei mesi. Sulla base delle annotazioni giurisprudenziali, ho scoperto che Mariarosa era sedicenne e adì il Tribunale civile di Lucera già nel dicembre dello stesso anno, tanto che nei due primi gradi di giudizio la corte le diede ragione. Fortunato non voleva assolutamente dargliela vinta e produsse ricorso per ben due volte. Probabilmente, sapendo di essere nel torto, egli non poteva tornare a Capracotta senza la donna che aveva sposato: il suo onore ne avrebbe risentito negativamente. Fatto sta che gli argomenti di Mariarosa erano molto più che convincenti. Erano schiaccianti. Essendo il divorzio un fatto moralmente ripugnante, la ragazza impugnò il matrimonio per farlo dichiarare nullo e a tal fine presentò tre validi motivi: che le nozze si erano celebrate in casa di suo padre e non presso il Comune; che il consenso le era stato estorto dal padre con la violenza; che a riprova del suo dissenso, si era rifiutata di sottoscrivere l'atto dinanzi all'ufficiale dello Stato civile. Con sentenza del 7 gennaio 1811 il Tribunale di primo grado annullò il matrimonio e Fortunato si appellò. A quel punto, per evitare qualsiasi unione col presunto marito, Mariarosa si rifugiò in un conservatorio, tanto che il procuratore regio di Trani dovette recarsi presso di lei per esplorarne gli intenti e la volontà. Con sentenza del 25 settembre 1811 il Tribunale di secondo grado ordinò che il matrimonio restasse annullato e che Mariarosa venisse sciolta da qualsiasi unione, libera «di ritirarsi in propria casa». Fortunato, tuttavia, nella persona del suo avvocato Giovan Battista Bomparola, presentò nuovamente ricorso. La Corte di Cassazione di Napoli prese atto che nel frattempo, il 19 dicembre 1811, Mariarosa si era regolarmente sposata in chiesa con Giuseppe Giovene e, senza alcuna necessità di rinvio a giudizio, rigettò il ricorso di Fortunato perché le testimonianze precedentemente fornite da Francesco Giampietro, avvocato della ragazza, erano più che sufficienti e i due processi si erano svolti con perizia. Sulla decisione cassativa del 22 aprile 1812 pesava quindi un principio di chiara ispirazione cattolica, secondo cui «non vi è matrimonio, ove non vi è consenso», ma vi fu anche l'intenzione del magistrato di esautorare una volta per tutte le riunioni private - in linea col diktat napoleonico - visto che a norma di legge non era obbligatorio sposarsi nella «casa del comune» ma bastava la «presenza dell'uffiziale civile pubblicamente». Provo ora a immaginare cosa sia realmente successo. La giovanissima Mariarosa conviveva con Giuseppe. Suo padre, per evitare che la figlia facesse una vita grama e disonorevole col fidanzato troppo giovane e squattrinato, la obbligò a maritarsi con un uomo benestante, magari un proprietario capracottese di armenti in Puglia. Ovviamente, il padre non poteva portare Mariarosa e Fortunato davanti a un prete o al Municipio, e decise così di celebrare le nozze tra le mura di casa alla presenza di diversi testimoni e di un ufficiale dello Stato civile. Il progetto di Fortunato e del padre di Mariarosa, tipicamente maschilistico e patriarcale, si infranse però contro la testardaggine di Mariarosa, innamoratissima del suo Giuseppe. Spero soltanto che i due giovani abbiano vissuto una vita felice perché, loro sì, s'erano sposati per amore. Alfonso Di Sanza d'Alena mi ha infine rivelato che, visto l'insuccesso di questo matrimonio, nel 1813 Fortunato Conti sposò Maria Teresa Di Ciò, figlia del medico e giudice di pace Diego e di Vincenza Mosca. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Croce, Il divorzio nelle province napoletane: 1809-1815, in «Scuola Positiva», I:11-12, Napoli, ottobre 1891; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Nicolini, F. Parrilli e G. V. Englen, Supplimento alla collezione delle leggi, vol. I, Stamp. della Segreteria di Stato, Napoli 1818.

  • Informatore farmaceutico

    M: – Avanti. I: – Buon giorno dottore, sono Giovanni Pecorini della Stronzer, come va la famiglia, la barca va bene? M: – "Questo è nuovo, non l'ho mai visto prima, quale barca?" I: – ...oggi sono venuto a parlarle di una novità che rivoluzionerà la terapia dell'ipertensione: il Pressongiù. M: – Ma quale novità, lo conosco bene: è un farmaco uscito sul mercato quindici anni fa, un farmaco discreto come tanti altri. I: – Secondo questi studi condotti dal prof. La Quaglia dell'Università di Capracotta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla... e ancora bla bla bla... e poi bla bla bla... infine bla bla bla... ma non ultimo bla bla bla. Allora, che ne dice dottore? M: – Non mi pare che emergano grandi novità da questo studio, il farmaco lo conosco da quando mi sono laureato e devo dire che funziona discretamente, come tanti altri, d'altronde. I con tono risentito: – Ma come, allora non mi è stato a sentire! Secondo questi studi condotti dal prof. La Quaglia dell'Università di Capracotta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla... e ancora bla bla bla... e poi bla bla bla... infine bla bla bla... ma non ultimo bla bla bla. Allora, che ne dice dottore? M: – Vabbè vabbè. I con fare circospetto, si guarda intorno furtivamente e tira fuori la foto di una borsa da medico in finta pelle: – Le piace questo oggetto? M: – Mmmmh!? I: – Questa è solo per lei, non è per nessun altro. Se lei mi prescrive almeno tre pezzi di Pressongiù l'avrà tutta per lei. M: – La ringrazio molto, ma credo che potrà essere più utile a qualcun altro. I: – Ma come, allora non ha capito! Questa è solo per lei, non è per nessun altro; è un meraviglioso regalo se lei prescrive almeno tre pezzi di... M: – Si accomodi pure e mi faccia il piacere di non tornare più. Avanti il prossimo... Ioni McCall Fonte: I. McCall, A dotto', me fa male er Biafra? Ovvero confessioni di un malandrino, Ciesse, Maserà di Padova 2013.

  • Il molino ad acqua di Capracotta

    16 ottobre 1892. Si è aperto all'esercizio del pubblico qui in Capracotta un Molino ad acqua da cereali degno di una città commerciale. Viene animato dalle acque del torrente Verrino, le quali mediante una tubazione forzata di m. 0,60, con una caduta di m. 20, arrivano ad una bellissima turbina sistema Girard, che ha la velocità di 300 giri al minuto primo. La forza minima dell'opificio, in qualche mese della stagione estiva, è di 13 cavalli a vapore. Ma la costruzione d'un serbatoio della capacità di 420 metri cubici d'acqua, dà al Molino una forza nominale costante di 20 cavalli. È corredato di due bellissimi palmenti della pietra majella e bresciana capaci d'una produzione minima giornaliera di 50 Ettolitri di farina. Il sistema di trasmissione della forza è semplicissimo: sono perciò eliminate tutte le perdite di forza dovute agli attriti d'una complicazione d'ingranaggi, e noi ci sentiamo nel dovere di fare a mezzo della pubblica stampa meritati elogi al provetto e laborioso costruttore di Molini Sig. Giuseppe Ing. Ferella di Aquila, direttore dell'opera. Maggiormente è poi degno di elogi, inquantoché lo abbiamo visto, da mane a sera, lavorare come un operaio, con piena coscienza e precisione al montaggio delle macchine, e dirigere, nel tempo istesso, così bravamente, un lavoro difficile ed importante con una squadra di operai bravi sì, ma profani di simili costruzioni. Facciamo ancora le nostre congratulazioni col Sig. Salvatore di Tella che, con vero sentimento commerciale, ha sostenuto immense spese, per portare, nello spazio di poco tempo, a compimento un'opera che fa onore al nostro paese. Sappiamo pure che lo stesso Sig. di Tella abbia già dato incarico al sullodato sig. Ingegnere Ferella di eseguire il progetto per l'impianto d'una dinama elettrica; ciò ci ha fatto sommo piacere e speriamo che il nostro Comune ne voglia trarre profitto per illuminare il paese, potendosi solo con l'elettricità avere qui all'altezza di mille e più metri, dove il vento è all'ordine del giorno, un po' di luce nelle ore notturne, massime nella stagione invernale tanto lunga per noi. Alberto Cimorelli Fonte: C., Corrispondenze da Capracotta, in «Il Grillo», VII:31, Isernia, 27 novembre 1892.

  • Il vescovo Gioacchino Paglioni

    C'è un vescovo nella storia di Agnone che continua a monopolizzare una parte del mio interesse. Sto parlando di Gioacchino Paglioni, nato il 20 marzo 1723 e morto tra il dicembre 1790 e i primi mesi del 1791: è giunto il momento di fare un po' di luce. Nel libro delle memorie conservato presso il Municipio di Capracotta, nel maggio 1937 il maestro Giovanni Paglione lo annotò - col cognome Paglione - tra i vescovi capracottesi assieme al Pizzella, ai fratelli Baccari e al Falconi. Trent'anni dopo anche Attilio Mosca inserì Gioacchino nell'elenco dei vescovi di Capracotta, ma probabilmente basava le proprie affermazioni sul precedente manoscritto del cav. Paglione. Sulla scia di questi due studiosi, anch'io, per principio d'autorità, menzionai Gioacchino Paglione nel primo volume della mia Guida, per poi eliminarlo nel secondo volume con una pubblica ammenda nell'errata corrige. Tuttavia le origini del Vescovo continuano a turbarmi, per cui urge un approfondimento. L'abate Vincenzo D'Avino, nei suoi Cenni del 1848, lo segnò, tra i vescovi di Trivento, al numero 47°, effettivamente nominato vescovo il 23 settembre 1771 e rimasto in carica dall'anno seguente fino alla dipartita, quando Gioacchino «morì in Agnone, e fu sepolto nella chiesa di S. Antonio Abate. Nella lapide della sua tomba si legge questa breve, ma espressiva iscrizione: Hic Joachim Paglione expectat diem resurrectionis». Nella cronotassi ufficiale della Diocesi di Trivento è poi scritto che il Paglioni «ottenne per i suoi canonici l'uso della cappa magna, fu uno zelante raccoglitore di reliquie ed è sepolto in Agnone, nella chiesa di Sant'Antonio. Insieme a mons. Giuseppe Carafa Spinola e mons. Giuseppe Pitocco si preoccupò di rivalutare le prebende dei canonici e dei mansionari, di ammodernare gli arredi sacri e di curare l'aggiornamento delle linee pastorali in applicazione del Concilio di Trento». Insomma, la Diocesi non fornisce alcuna informazione anagrafica sul suo vescovo di fine XVIII secolo. Altre informazioni le ricaviamo dalla biografia di Pasquale d'Alessandro, duca di Pescolanciano, visto che il 24 dicembre 1787 ottenne il consenso dal vescovo Gioacchino a ricomporre i resti mortali di sant'Alessandro, collocandoli in una urna di vetro nella cappella ducale. Per scoprire il luogo d'origine del Vescovo dobbiamo quindi affidarci al cosiddetto Cracas, un periodico ecclesiastico che veniva stampato a Roma nel XVIII secolo e che informava la popolazione della Capitale della Cristianità su tutto ciò che combinava il clero. In qualsiasi edizione del Cracas tra il 1775 e il 1790 il vescovo Gioacchino Paglioni risulta nato a Civita Reale in diocesi di Rieti. Questo significa che la cittadina di Cittareale (RI), a quel tempo posta sulla dogana tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, produsse un prelato poi collocato a Trivento. Ma allora perché Giovanni Paglione, che quando vestiva i panni del giornalista era accurato nelle ricerche e nelle fonti, lo inserì tra i religiosi capracottesi? E perché se Gioacchino viveva a Trivento, morì ad Agnone? Alla prima domanda è quasi impossibile rispondere, ma è probabile che Giovanni Paglione abbia consultato i Cenni del D'Avino e, vedendo quel cognome a lui familiare, abbia deciso di farlo suo. Per quanto riguarda la seconda domanda, dirò invece che Gioacchino Paglioni nutriva certamente un forte attaccamento con l'Atene del Sannio, prova ne sia l'altare maggiore della Chiesa di S. Antonio, che «reca nel retro una lapide che ricorda il restauro dell'edificio ad opera del vescovo di Trivento Gioacchino Paglioni nel 1782». Probabilmente egli era così legato a quella chiesa da volervi essere sepolto. Ma siccome non è pensabile che la sua salma sia stata trasportata da Trivento ad Agnone, o Gioacchino si trasferì nella cittadina altomolisana presagendo la fine o si trovò a morirvi per combinazione, essendo egli un instancabile pellegrino sin da quando era abate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. Ambrasi, Riformatori e ribelli a Napoli nella seconda metà del Settecento. Ricerche sul giansenismo napoletano, Regina, Napoli 1979; V. Casale, "Perfezionare tutti li colori delle pietre": il commesso marmoreo in Abruzzo e Molise, in V. Casale, Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell'età barocca, Colacchi, L'Aquila 1995; V. D'Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie, Ranucci, Napoli 1848; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, libro XXI, Antonelli, Venezia 1870; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, libro LXXXI, Tip. Emiliana, Venezia 1861; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947. Notizie per l'anno MDCCLXXV, Cracas, Roma 1775; F. Venturi, Settecento riformatore. La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti (1758-1774), Einaudi, Torino 1998.

  • La ricetta di Capracotta

    Un famoso cuoco, noto nel mondo per il suo gustosissimo brodo di non so cosa, ottimo e appetitoso davvero, ma che nessuno ha mai scoperto come fosse cucinato, fu invitato a inventare una nuova ricetta a base di capretto. – Ci penserò su –, rispose il cuoco, che però non sembrava avere alcuna intenzione di mettersi lì e cucinare alcun capretto. Del resto i capretti sono bestiole così simpatiche e carine che trangugiarsele in un boccone sarebbe un gran peccato. Comunque ci pensò su e... E succede sempre così: quando uno comincia a pensare non si sa mai quando finirà. Tant'è che il tempo passò e del cuoco non si ebbe notizia. Né, tanto meno, della ricetta. Ma il cuoco era persona di parola: dopo sette mesi e una settimana, a mezzogiorno in punto, ricomparve tutto vestito di bianco e con un mestolo nella tasca posteriore dei calzoni. – Ho la ricetta, – affermò, – la ricetta di Capracotta. – La ricetta della capra cotta, vorrai dire –, lo corresse il presidente della giuria. – No, no, – riaffermò il cuoco, – la ricetta che mi avete chiesto di inventare si chiama proprio ricetta di Capracotta, con la ci maiuscola. E se la volete assaggiare, – continuò, – pongo due condizioni necessarie. O così, – concluse, – o pane e marmellata. Certo, anche il pane e marmellata faceva abbastanza gola, ma ormai avevano aspettato talmente tanto che non avrebbero rinunciato al capretto per nulla al mondo. E poi due semplici condizioni non avrebbero tolto loro l'appetito. – Sentiamo, dunque –, dissero tutti in coro e con l'acquolina in bocca. – Innanzitutto, – sentenziò il cuoco, – la mia ricetta del capretto potrà essere cucinata solo ed esclusivamente nelle trattorie e nei ristoranti di Capracotta, dove l'aria è frizzante e si cucina meglio. – Va bene –, acconsentì il comitato di giuria, che pur di riempirsi lo stomaco sarebbe andato a piedi anche più in là. – Inoltre, – risentenziò il cuoco, – potrà essere servita soltanto il giorno di riposo. Ecco, questa seconda richiesta era un po' insolita, ma a pensarci bene il giorno di riposo ci sarebbe stata meno gente nel ristorante e più capretto per abbuffarsi. Quindi si acconsentì di buon grado. Fu così che si recarono a Capracotta. Come nei piani, i ristoranti erano tutti chiusi per turno. Il presidente del comitato chiese un attimo di silenzio e, con un tocco solenne, bussò alla porta della trattoria proprio nel centro del paese. Nessuno rispose. Allora si rivolse al ristorante di fronte alla fermata dell'autobus, ma anche lì nessuno aprì. Certo, era il giorno di riposo! Nessun cuoco è così pazzo da mettersi a spadellare l'unico giorno in cui se ne può stare a poltrire nel letto. Nemmeno a Capracotta! Fu così che, affamato e inviperito, l'intero comitato si rifugiò in un bar e ordinò per tutti un panino con la marmellata. Il cuoco famoso, invece, felice di vedere i capretti saltellare arzilli per i campi poco fuori Capracotta, si bevve una tazza del suo celebre brodo di non so cosa e si coricò soddisfatto. Ed è divertente il fatto che anche per lui, che ne conosceva la ricetta, il brodo di non so cosa si chiamava brodo di non so cosa. Una cosa, comunque, è sicura: non era certo brodo di capretto. Andrea Valente Fonte: A. Valente, Pazza Italia, Gallucci, Roma 2006.

  • Il risveglio

    Ho vissuto per molto tempo il mio rapporto con Capracotta come un grumo di sentimenti di natura essenzialmente familiare: mia madre Maria, mio padre, mio fratello, le mie due sorelle. Ma proprio il rapporto con la mia famiglia mi ha, via via, restituito quel senso di appartenenza che va oltre. E ti riporta alle origini: l'odore del fumo della legna; i tunnel scavati nella neve davanti ai portoni per poter raggiungere la strada ghiacciata; i pentoloni di rame chiusi ermeticamente per cuocere le patate. E il gioco della pignatta, quando, bendati ed emozionati, ci si diverte con un po' di apprensione per appropriarsi, in un colpo solo, di un tesoro di dolcetti. E poi e poi... quell'ascoltare i discorsi delle donne sedute così vicine al camino da farsi tradire dal fuoco che, attraverso le pesanti calze di lana, disegnava sulle loro gambe le vesciòle, vescichette acquose da curare con la camicia dell'aglio. Tante di loro lavoravano la dura terra per spremerne patate o lenticchie, le uniche risorse di questi nostri luoghi, o raccoglievano nel bosco fascine che trasportavano poi sulla testa, in miracoloso equilibrio sulla spara, una ciambella di stoffa. Per portare tutto quel peso, dovevano camminare dritte dritte, con la testa alta e il busto eretto che metteva in evidenza i seni formosi, così che la caratteristica espressione austera della nostra gente poteva sembrare, qualche volta, ammorbidita da un pizzico di nascosta civetteria sostenuta dalla salubre prosperità dipinta nel colorito bianco e rosso. Apparivano, insomma, forti e, nello stesso tempo, femminili, perfettamente a loro agio come mogli e madri. E poi cantavano, e si rimpallavano le battute a doppio senso, nel linguaggio allegro di certi stornelli carichi di scherzoso erotismo. Ma non erano solo stornelli. Certe volte scoppiavano fra loro forti liti, e volavano parole pesanti quando, camminando e camminando con la mina di legno o con le canestre di vimini ricolme, andavano a lavare i panni al vallone - un torrentello stagionale formato dallo sciogliersi delle nevi di Monte Campo, là dove oggi sono gli impianti sportivi - o addirittura al fiume Verrino. Una corsa contro il tempo per prendere il posto più in alto, per lavare e risciacquare meglio e più in fretta nell'acqua chiara. E, poi, mi colpiva tanto il loro parlare della vita di ogni giorno con la stessa naturalezza con la quale si scambiavano i tanti ricordi di leggende fantastiche e di eventi misteriosi, «[…] il poetico fardello delle credenze popolari che racchiudono un capitolo della storia del pensiero […]», come ci ha insegnato George Sand. Eppure, giovanissima, volevo scappare da quei luoghi per studiare, e non solo per me ma - me lo dicevo sempre - per donare ai miei familiari anche la forma di una dignità di cui possedevano già la sostanza. Mi costò tanto prendere le distanze da quella cultura che era anche la mia, e dai giochi "poveri ma belli" con mia sorella Emilia, piena di fantasia e "leader" non solo per me; dai balli improvvisati negli spazi lontani da occhi indiscreti; dalle letture con un'amica. Anche dal mio primo grande amore e da tante altre cose preziose. Un contrasto di sentimenti per tanti anni rimasto irrisolto e, nei primi anni, attenuato dall'affettuosa generosità con la quale mi ospitarono a Lucera, Marietta, la mia sorella maggiore (davvero una "seconda mamma") e il suo carissimo marito Vincenzo (per tutti: Cenzitto). Gliene sarò grata per sempre. Ora che ho imparato l'italiano e parlo un dialetto un po' addomesticato, ammiro chi lo conosce bene e lo sa anche scrivere come Lina de Cellìtte, donna colta e amabile. Una sera della scorsa estate stavo proprio pensando a queste cose quando, come per magia, mi trovai davanti quella caratteristica sagoma del mio paese, lunga e adagiata, dalla fluente chioma di faggi di Monte Capraro ai lunghi piedi di sassi e sterpaglia di Monte Campo. «Salve, come va?», gli faccio un po' smarrita, sopresa per la surreale naturalezza del mio stesso saluto. «E come vuoi che vada, con tutti questi anni addosso! Vado avanti», risponde. «Tu sei la figlia di Tonitto e Maria "la Caccia"», sentenzia con soddisfazione, «e qui da me ci vieni poco… però da un po' di anni ti vedo più spesso, evviva!». È irritante, e lo sa. Allora, per recuperare, si complimenta furbescamente con me per le parole spese per lui nel mio piccolo romanzo. Si stabilisce una tregua. «Ma, per caso, mi vuoi intervistare? Beh, potrebbe essere lìoccasione giusta − dice, col tono vanesio di chi si aggiusta la chioma −, perché oggi sono proprio di buonumore. Ho saputo che in tanti racconterete di me…». Vanitoso. Ma subito (e con non celata malizia) riprende a stuzzicarmi: «Però… cominciamo da te, piuttosto… non avrai mica paura dei tuoi ricordi! Tuo padre e soprattutto tua madre ti hanno nutrito delle loro vite e di quelle dei loro vecchi». Coglie subito nel segno, naturalmente. «Lo so, lo so. Dopo la tua "fuga" ti sei sentita addosso il peso di certe critiche banali e ingiuste di alcuni… lo so. Molti ti hanno frainteso e ferita, ma mi pare che hai avuto la forza di fregartene e di andare per la tua strada…». Sento il sapore di un certo sarcasmo, e decido di considerarlo comprensibile, in fondo. «Ma andiamo avanti», continua. «Tu lo sai che qui quasi tutte le famiglie hanno un soprannome che le caratterizza? Se cerchi di Pina Monaco, pochi sanno di chi si tratta. Ma se dici Pina "la Caccia" sanno chi sei e dove abiti. Così per quelli di Paciglie, Precuorie, Zappitte, Barabba, la Scturna, la Pizzuta, Ciummenera e, a San Giovanni, Caine, Trasciotta, Furchitte, Sguglize, Trieane e tanti ancora. Vedi che ricchezza, come dite voi oggi! Forse manco lo sai come nascono questi soprannomi...». Silenzio da parte mia. Prosegue: «Alcuni provengono da cognomi o nomi più o meno storpiati come: "quelli di Trotta", "quelli di Trieane" (che sta per Adriano), proprio come la famiglia di tuo cognato; altri si riferiscono a mestieri, caratteristiche di questa o quella famiglia», conclude con pazienza. La mia espressione un po' inebetita è l'immagine di quanta fatica io stia facendo per riconoscere tutte le famiglie citate. Decide che ci vuole una nuova zampata, e mi fa: «L'origine de "la Caccia", almeno, la conosci, si o no?!». «Sì… – ma la mia incertezza ce l'ho stampata in faccia −, me ne ha parlato mamma, e a lei nonna Mariuccia e poi...». «Vabbè, ho capito. Allora te la racconto per bene, perché tu non c'eri, ma io sì...». «Cavolo, quanto è tronfio», penso irritata. Ma la cosa m'intriga assai e sull'irritazione prevale la curiosità e un sentimento profondo che sento affiorare sempre più forte. E così, attacca con la storia del trisavolo di mio padre. «Si chiamava Carmine. Era alto, robusto. Un bell'uomo. E anche un po' prepotente. Aveva scelto come sua futura sposa una delle ragazze più belle della Terra Vecchia. Una ragazza con i capelli rossicci, proprio come tua zia Nenna, quella di Villa S. Maria, e con la pelle chiara come la luna. Non come quelle che andavano a zappare e avevano la faccia cotta dal sole. Lei passava il tempo della sua gioventù ricamando e sognando di sposarsi. Carmine, come tutti i giovani, sapeva che era stata promessa a un altro. Non mi guardare così. Non lo sai che, allora, quasi tutti i matrimoni erano combinati dalle famiglie? Lui però era furbo. In occasione della festa della Madonna di Loreto incrociò in chiesa lo sguardo di lei, stretta tra la madre e la nonna. E poi ci rifece, mentre andavano a vedere il gioco della fune al quale lui avrebbe partecipato. Per l'occasione spese tutte le sue forze. E di forza ne aveva! Lei, sempre scortata dai genitori, rimase turbata e diresse lo sguardo altrove per nascondere il rossore del viso. È fatta, pensò Carmine. Baldanzoso e spaccone, non rispettò le regole, pur sapendo che lo scontro con la famiglia di lei sarebbe stato feroce. Così, con alcuni amici scavezzacollo come lui, attuò il suo piano. Sapendo che la ragazza dormiva con la nonna - e conoscendo la finestra della camera -, una sera organizzò una sorta di torre umana: un ragazzo sulle spalle di un altro e di un altro... le case erano piccole, non ci vollero molti uomini, e quando arrivò al davanzale gli applausi e gli evviva si sprecarono, mentre alte grida si levavano dall'interno della casa. E vogliamo parlare dei commenti vivaci - più o meno inventati - che il giorno dopo dilagarono per tutto il paese? Pensa... si disse che lui l'aveva vista in camicia da notte! Ma poi si sposarono e così lei non perse la "sorte", come si diceva delle giovani che avevano "dato confidenza" a qualcuno senza poi potere o volere sposarlo. Allora erano guai: considerate di "facili costumi" potevano restare zitelle per tutta la vita, o dovevano accontentarsi di un matrimonio di "serie B" con uno più vecchio, o particolarmente brutto, o povero o sfortunato… ma loro si sposarono e, da allora, lui fu "la Caccia". Si sposarono, però… al di fuori della tradizione, come capirai tra poco». Ascoltavo sempre più coinvolta, e pensavo a mio padre, a papà Tonitto che, per convincere i miei nonni, aveva scelto una strategia di persuasione più garbata ma non meno determinata, organizzando, con altri giovani, una serenata con il suo organetto e con un repertorio ricco di canzoni che, per "far colpo", erano anche in castigliano, essendo nato e avendo vissuto da piccolo in Argentina. Insomma - pensavo -, vengo proprio da una famiglia di "dongiovanni"! «Beh, bisogna dire − continua − che gli uomini de "la Caccia" sono stati tutti piuttosto belli e, soprattutto, intraprendenti. Ma non tutti avevano la tendenza alla provocazione. Stai pensando a tuo fratello Gaetano, vero? Anche lui era alto, bello, con lineamenti decisi, in quella divisa che sembrava disegnata su misura per lui. Ma aveva lo sguardo dolce di chi ha sofferto la guerra da piccolo e distribuiva sorrisi a tutti, giovani e anziani. Era stato anche lui assediato da molti sospiri amorosi, ma era mite e lagato alla famiglia proprio come tuo nonno, Gaetano pure lui». Sento un dolce e delicato alito del vento profumato di Capracotta asciugarmi i nascenti lacrimoni. Poi, con una specie di colpo di tosse, riacquista il suo recitato distacco. «Ma non lo vuoi sapere il resto della storia? Carmine, come ti ho detto, riuscì a sposare la sua Carmela e non ho mai saputo di dissapori tra loro, anzi! Eppure rimase in lei un cruccio grande: la mancanza del cerimoniale tradizionale che si svolgeva, a quei tempi, prima del matrimonio», concluse - mi sembrò - con un pizzico di indulgente severità. «Scusa, di quale cerimoniale parli?». «Ma allora le hai dimenticate le tante tradizioni che, certo, non hai vissuto (risatina soffocata) ma dovresti aver conosciuto dai racconti e dalle letture di cui ti fai tanto vanto, anche a proposito delle nostre donne! O pensi che certe tradizioni riguardassero altri luoghi − specie del "Sud del mondo" – e non il tuo paese?» Incuriosita, mi dispongo dunque all'ascolto di nuove rivelazioni. «Allora, se due giovani decidevano di sposarsi si facevano la "promessa" al municipio. Insomma si svolgeva lì una specie di pre-matrimonio con tanto di firma, a cui seguiva una festicciola. Passavano poche settimane prima del matrimonio e, nel frattempo, la famiglia della sposa allestiva le stanze con oggetti di valore, biancheria e persino vestiti che pendevano dalle pareti. Ma già tempo prima i genitori della sposa avevano stilato l'impegno solenne del duddieàrie - la lista, più o meno ricca, della dote - con l'elenco dettagliato dei quattrini sonanti e soprattutto degli oggetti - ciascuno col relativo valore: quante paia di lenzuola, quanti asciugamani, quante tovaglie, quanti materassi, quanti mobili, quanti gioielli e quanto oro, ecc. - che la sposa avrebbe portato con sé». «Lo sai − intervengo, orgogliosa di poter dire la mia e con un pizzico di saccenteria − che mio cognato Adriano ha conservato quella di sua madre Carmela per tanti anni, addirittura dal 1921, e me ne ha fatta vedere una copia? Non credevo ai miei occhi! Pensa che rispetto amorevole per le tradizioni e per la sua famiglia!», concludo un po' commossa. Lui resta per un attimo silenzioso. Ma non vuole darmi soddisfazione, e continua imperterrito il suo racconto. «Il giorno del matrimonio le spose vestivano di bianco, e sulla testa avevano una corona semplice semplice dalla quale discendeva un ampio velo. Le più fortunate - diciamo pure le più ricche - ricorrevano alla sarta, ma tante altre il vestito se lo facevano prestare». «Ma anche qui, il giorno dopo la prima notte, c'era la verifica dell'avvenuta perdita della verginità?». «Certo, il lenzuolo nuziale veniva esposto alla finestra». «Che tortura – replico − e che barbarie!». E penso ai tanti riferimenti letterari che mi era capitato di incontrare al proposito. Non mi tengo: «E quanta disuguaglianza sociale, a quei tempi! Più di oggi, e ce ne è ancora tanta!». E quello: «Non esagerare, adesso. Le usanze sono usanze e, poi, le persone non correvano appresso a tutte quelle idee che hai in testa tu. E già, ma tu sei figlia di Tonitto, che era comunista come te!». Mi irrito sul serio, stavolta, e sto per rispondergli per le rime ma, come se mi avesse letto nel pensiero, mi anticipa presumendo di darmi una lezione di saggezza: «Bada, Pina "la Caccia", io sono tutto e tutti voi. Sono conservatore e rivoluzionario, e voi siete tutti, tutti figli miei!». Spiazzamento, emozione e… risveglio. Vidi le valige pronte, detti uno sguardo all'orologio e, confusa ma più serena del solito, balzai giù dal divano dove mi ero assopita trascorrendovi tutta la notte e, sorridendo dentro di me, mi affrettai a prepararmi. Mi sentivo un po' stanca, ma dovevo partire per Capracotta. Era già tardi. Ma non troppo tardi. Pina Monaco Fonte: P. Monaco, Il risveglio, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Cuori nel bosco

    Il mondo delle serie televisive italiane è patetico e affascinante a un tempo. Mentre il cinema nostrano si è rivelato di altissimo livello sin dagli esordi, gli sceneggiati hanno sempre sofferto di provincialismo. Soltanto di recente la qualità dei telefilm di casa nostra è giunta a un livello mondialmente accettabile, spesso prodotti da case private o addirittura straniere (scritte e dirette da italiani). La Rai si muove infatti alla velocità d'una tartaruga e il suo prodotto di punta resta "Il commissario Montalbano", che personalmente trovo scarsissimo nella recitazione, nei dialoghi e nei personaggi. Ma veniamo al dunque. Nel 1988 il giornalista Enrico Menduni, oggi professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione al D.A.M.S. dell'Università di Roma Tre, propose al gruppo Mondadori un soggetto televisivo per una fiction che avesse come fuoco narrativo il Corpo forestale dello Stato. Si sa che le forze armate vanno forte in TV e, a ben vedere, una serie televisiva sui forestali è stata, in ordine di tempo, l'ultima a venir confezionata in Italia: siamo nel 2011 quando la Rai decide di produrre "Un passo dal cielo", la smaccata fiction con Terence Hill, Miriam Leone, Francesco Salvi e Katia Ricciarelli. Il soggetto di Menduni si intitolava invece "Cuori nel bosco" ed era ambientato quasi interamente a Capracotta. Ve lo racconto. I protagonisti di questo telefilm mai girato sono Carmelo, un molisano disoccupato, e Rosaria, una maestra precaria. Su istigazione della madre, Rosaria rifiuta le avance di Carmelo perché, spiantato com'è, Assunta vorrebbe un partito migliore per la figlia, e il partito ci sarebbe pure: si chiama Umberto, un nobiluomo dissoluto ed inetto. Sconvolto dal rifiuto, Carmelo decide di prendere in pugno la propria vita e partecipa con successo al concorso per il Corpo forestale dello Stato. Nella scuola forestale viene sottoposto alla ferrea disciplina di un sottufficiale cattivo e frustrato ma, nonostante le angherie e il suicidio del suo compagno Marcello, riesce a superare il corso, venendo assegnato alla guarnigione di Capracotta, sotto il comando dell'irreprensibile maresciallo Arturo. Durante il servizio a Capracotta, Carmelo conosce Lucia, una parrucchiera del posto, che si innamora immediatamente di lui. Carmelo è combattuto, pensa ancora a Rosaria, il suo grande amore non corrisposto: non riesce davvero a dimenticarla. In una scellerata battuta di caccia Umberto provoca un incendio che brucia il bosco e minaccia l'abitato di Capracotta, per cui accorrono le guardie forestali del posto. Umberto muore tra le fiamme ma Carmelo riesce a salvare Rosaria, che il barone aveva portato con sé nel bosco per indurla a capitolare. Adesso Rosaria, tra le braccia del suo eroe salvatore, sa a chi deve concedere il suo cuore. Lucia, intanto, venuta a conoscenza del profondo amore che lega i due, si dispera e va a farsi suora. Finalmente, Carmelo sposa Rosaria. Dopo il viaggio di nozze in Puglia, la coppia si ritrova in una difficile condizione economica finché non vince un ricco montepremi a un gioco a premi; il direttore Eugenio Scalfari (che impersona se stesso) consegna loro la somma e i due vivono felici e contenti nella caserma forestale di Capracotta. La storia immaginata da Enrico Menduni era questa e se la trovate particolarmente stucchevole, salterete sulla sedia quando leggerete i nomi degli attori proposti nei vari ruoli. Carmelo, il protagonista maschile, sarebbe stato impersonato da Julio Iglesias, sogno erotico della "casalinga di Voghera"; a vestire i panni di Rosaria, la protagonista femminile, sarebbe invece stata Kim Basinger, sogno erotico di chi, come me, è nato negli anni '80. La parte di Assunta, la mamma di Rosaria, era di Katia Ricciarelli (che ritroviamo anche nella odierna fiction sui forestali!), mentre l'immorale Umberto sarebbe dovuto essere Gigi Sabani. Abbiamo poi Pippo Franco nei panni del sadico sottufficiale del corso forestale, Ricky Tognazzi in quelli del suicida Marcello ed Enrico Montesano in quelli di Arturo, il probo maresciallo di Capracotta. Infine c'è Lucia, la parrucchiera innamorata di Carmelo, la cui parte spettava alla biondissima Raffaella Carrà. Provate per un attimo a immaginare sullo schermo del vostro televisore una fiction del genere, ambientata nel nostro adorato paese, e ditemi cosa provate: disgusto, divertimento od orgoglio? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; E. Menduni, Cuori nel bosco, in «Panorama», XXVI:1139, Milano, 14 febbraio 1988.

  • Per una spelonca ridotta in cimiterio in tempo di contagio

    Al Signor D. Francesco Cantelmo, Duca di Capracotta. D'un Baratro letal dentro a gli abissi, ove con fauci immonde il Tempo ognhora pestilenti cadaveri dimora, Francesco, a pena i mesti lumi affissi; che dal timor mal consigliato dissi, sospendi o Ciel, del mio passaggio l'hora, dover non è, che'n breve spatio io mora, se lunga serie d'anni al Mondo vissi. Secchi lauri, armi rose, ostri languenti giaceano a terra, e de' lor pregi intanto, favellavan colà marmi eloquenti. E quivi, in contemplar di Morte il vanto, poco mancò, che tra sospiri ardenti, naufrago io non restassi in mar di pianto. Giovan Battista Teodoro Fonte: G. B. Teodoro, Poesie, Passaro, Napoli 1679.

  • La pecora con le corna d'oro

    C'era una volta un vedovo, il quale, pur avendo due figliuoli giovanetti, un maschio e una donna, volle a tutti i costi riprender moglie. E così fece. Ma i figliuoli erano mal visti dalla matrigna, tanto è vero che costei, sgravatasi di un maschietto, seppe tanto calunniarli, da indurre il marito a liberarsene. I due fratelli, insospettiti, potettero scoprire il piano nefando, e corsero dalla buona zia e l'informarono del pericolo che correvano. La vecchia li baciò e, riassicuratili, disse: – Quando sarete nella boscaglia, ognuno di voi gitterà ad ogni passo un chicco del granturco, che io vi ho messo in un sacchetto: vi sarà facile così di ritrovar la via. Abbandonati i bimbi nella boscaglia, ne uscirono senza fatica, con grande meraviglia dei genitori, i quali decisero di darli in pasto alle belve. I due fratelli, che avevano tutto udito, tornarono a raccontar tutto alla buona nonna, e la vecchietta loro consigliò di lasciar crusca sui propri passi. Purtroppo, però, quando i due giovanetti furono lasciati soli nel bosco, il vento portò via la crusca, ond'essi si smarrirono. Camminarono sino a tarda ora, arrestandosi davanti ad una fontana, perché assetati. E, mentre il maschio si accingeva a bere, apparve improvvisamente un bel vecchietto, il quale disse: – Per carità, non bevete di cotesta acqua, altrimenti diverrete pecorelle con le corna d'oro. Ma, Beppe, così chiamavasi il maschio, volle bere, e lì per lì fu cambiato in pecora. Figurarsi come rimanesse la sorella! La poveretta seguitò la sua marcia verso l'ignoto, seguita da Beppe, ossia dalla pecorella dalle corna d'oro, come d'ora innanzi la chiameremo. Dopo aver camminato per vari giorni, nutrendosi di erbe, giunsero alla capitale di un gran regno. La fanciulla, Elena, che era bellissima, e più l'era diventata per non aver bevuto di quell'acqua fatale, invaghì di sé l'erede del trono. Quando a Corte si riseppe dell'innamoramento del Principe, avvenne il finimondo, ma l'erede del trono tenne duro, tanto che ottenne dalla famiglia reale il consenso di sposare Elena. Costei, impose come condizione che la pecorella non dovesse separarsi da lei. Le nozze furono celebrate con gran pompa. Dopo nove mesi la principessa era prossima a partorire. Nei giorni vicino allo sgravo, una cameriera, annoiata delle cure che richiedeva la pecorella dalle corna d'oro, pensò di toglier di mezzo lei e la principessa. Invitò una sera costei a dar quattro passi sulla loggia, che dava sul mare, per godere il meraviglioso spettacolo del tramonto del sole. Còlto il momento in cui l'augusta padrona era curvata, le confisse in capo uno spillone. La principessa cadde svenuta, e l'infame ne profittò per buttarla a mare, dove morì. La brutta megera ebbe la sfacciataggine di mettersi a letto, al posto della principessa, ed a chi meravigliavasi del cambiamento di viso e della diversa voce, rispondeva: – È venuto il sole e cambiommi colore, è venuto il vento e cambiommi l'accento. La pecorella, intanto, che con terrore aveva assistito alla morte della sorella, angosciosamente belava da mane a sera. E la falsa principessa di quei lunghi belati profittava, scongiurando tutti di ammazzare la pecora oramai importuna. Grande fu la meraviglia del Principe per questo repentino cambiamento della supposta moglie; pure, ordinò che la pecorella dalle corna d'oro venisse ammazzata. Questa, intanto, esterrefatta, sulla loggia, diceva: – Sorella, mia sorella, ora affilano le coltella, ora lavano il bacino, per tagliarmi il cannarino. Tosto una voce velata uscì dal mare: – Fratello mio, fratello mio, non posso aiutarti, perché mi trovo nel ventre di un grosso pescecane, vicino alla reggia, ed ho in mano due bambini. Il Principe, che si trovava in quel momento a passare di lì, udì tutto e, vinto dalla curiosità, fece pescare il pescecane, donde viva uscì la principessa con due gemelli. Il Principe, saputa la dolorosa storia, indignato, fece ardere in una botte di catrame la perfida cameriera. La pecora colle corna d'oro, grazie all'intervento dell'ignoto vecchietto, tornò ad essere Beppe, e tutti uniti vissero felicemente. L'Anonimo finì: – A me diedero una moneta bianca ed un pugno di confetti. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • Epigrafi di illustri capracottesi

    Se volessimo intraprendere un tour internazionale sulle tracce dei capracottesi, questo sarebbe infinito, e non tanto perché i capracottesi, com'è noto, stanno ai quattro angoli della terra, ma soprattutto perché sono tantissimi, migliaia. E allora Vi propongo un tour virtuale alla ricerca delle epigrafi in onore dei capracottesi illustri, di quelle iscrizioni dirette a conservare o esaltare il ricordo dei compaesani resisi celebri al di fuori dei nostri piccolissimi confini. In ordine cronologico, la prima epigrafe riguarda il matematico Nicola Trudi (1811-1884), tra i più illustri cittadini di Forlì del Sannio. Nel secondo volume della mia Guida ho fornito le prove che dimostrano come suo padre Stefano, mentre era maestro elementare a Capracotta, sposò nel 1803 la capracottese Rachele Carugno. Nonostante sia nato a Campobasso, Nicola Trudi deve quindi essere annoverato tra i cittadini insigni di Capracotta. Diventato nel 1850 professore al collegio di Marina di Napoli, un anno più tardi ottenne la cattedra di Calcolo infinitesimale presso l'università parteneopea. Sulla base dei rapporti intessuti con Carl Jacobi e Jakob Steiner, che nel 1844 avevano soggiornato a Napoli, fu tra i primi a tentare di migliorare la condizione in cui versavano gli studi matematici napoletani. I suoi contributi concernono principalmente la teoria delle funzioni ellittiche e i connessi poligoni di Poncelet; fu inoltre autore di uno dei primi trattati sui determinanti (i cosiddetti determinanti di Trudi), numeri che descrivono alcune proprietà algebriche e geometriche della matrice, pubblicato a Napoli nel 1862. La sua città natale gli ha tributato una lapide marmorea, posta all'ingresso del Convitto nazionale "Mario Pagano", che recita: Oriundo di Forlì del Sannio nacque in Campobasso il XXI di Luglio del MDCCCXI Nicola Trudi che con l'insegnamento e nei molteplici scritti acquistò fama di matematico insigne presto conseguendo la cattedra che tenne con onore nell'Università di Napoli dopo che col vigore dell'ingegno e la tenacità del volere aveva trionfato degli ardui inciampi che circondarono la sua povera fanciullezza la sua laboriosa adolescenza. Il secondo cittadino illustre è Michelangelo Campanelli (1891-1915), morto giovanissimo durante la Grande Guerra e seppellito nella Chiesa di S. Vincenzo. A Capracotta si parlò molto di lui perché il padre Luigi era stato sindaco del paese e più tardi avrebbe dedicato alla memoria del figlio l'irrinunciabile "Il territorio di Capracotta". Michelangelo - che portava lo stesso nome del nonno paterno - si era laureato il 4 luglio 1912 in Scienze agrarie, trattando nella propria tesi di laurea l'argomento che più lo appassionava: "Il miglioramento del bestiame nel Molise", tesi oggi conservata presso l'archivio storico dell'Università di Perugia. Nel 2015 il Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali di Perugia ha pensato bene di riportare alla luce una lapide del '19, oggi posta nel complesso monumentale di S. Pietro - che vedete in fotografia - che omaggia Campanelli e 12 suoi compagni. Sulla lapide è scritto: Alla memoria degli allievi del Regio Istituto Superiore Agrario Sperimentale: Balsari Andrea, Campanelli Michelangelo, Comez Alfredo, Duca Tarcise, Manganelli Luigi, Marini Adolfo, Frezza Vincenzo, Muzi Andrea, Pallotta Sesto, Pastore Tito, Sagramoso Pietro, Tassinari Pietro, Terrosi Mario, caduti per la Patria nella Guerra MCMXV-XVIII questo tributo d'onore Fondazione e Istituto decretarono IV Novembre MCMXIX. La terza targa in memoria di un capracottese è certamente quella dedicata al maresciallo dei Carabinieri Osman Carugno (1903-1975), che partecipò, assieme a Ezio Giorgetti, al salvataggio di un gruppo di profughi ebrei iugoslavi, spediti in Italia in residenza coatta come internati liberi. Per quell'eroico gesto il 17 giugno 1964 Giorgetti divenne il primo italiano ad essere iscritto nell'albo dei Giusti tra le Nazioni allo Yad Vashem di Gerusalemme. Analogo riconoscimento fu conferito nel 1986 alla memoria di Carugno. Il 6 marzo 2014 il Comune di Rimini appose un'ulteriore targa nel Parco XXV Aprile che recita: Chi salva una vita salva l'Umanità intera per questo è un Giusto. La città di Rimini dedica questo giardino a tutte le persone che, durante le persecuzioni nazi-fasciste, non esitarono a rischiare la propria vita pur di salvare quella altrui ingiustamente minacciata e, in particolare, a quanti dal settembre 1943 al settembre 1944 accolsero, protessero e salvarono, fra il territorio riminese e il Montefeltro, 41 ebrei stranieri. La quarta epigrafe della mia sintetica rassegna è quella che si può ammirare sul muro perimetrale del Richmond County Bank Ballpark di New York. A futura memoria, trovate infatti scolpita l'effige di Raffaele Di Lullo (1911-1999), nato a Capracotta ed emigrato negli Stati Uniti a soli dieci anni. In America divenne un ottimo giocatore di baseball professionistico ma, una volta appesa la mazza al chiodo, diede il meglio di sé nel ruolo di talent-scout. Grahame Jones, una delle più grandi firme del giornalismo sportivo, lo definì «il più grande scopritore di talenti». Sulla targa americana è scritto: Ralph Dilullo is a familiar figure in the New York and New Jersey area. A great ambassador for the game of baseball. He gave many individuals within the industry their initial start. Dilullo scouted for over 50 years with the majority of service time between the Chicago Cubs and the Major League Baseball Scouting Bureau. Among the many players signed were Hall of Famers Bruce Sutter and Phil Niekro. L'ultima pietra è quella che i tifosi del Taranto Football Club 1927, gli Angeli della Sud, apposero sulle mura dello stadio cittadino in ricordo di Erasmo Iacovone (1952-1978), indimenticabile bomber capracottese scomparso prematuramente in seguito a un incidente automobilsitico. Va detto che anche lo stadio della squadra tarantina e la via in cui è localizzato sono dedicate alla memoria del calciatore, e all'interno dell'impianto c'è persino un monumento in bronzo. Dopo questo brevissimo tour virtuale, invito chiunque sia a conoscenza di epigrafi pubbliche in memoria di capracottesi illustri, a comunicarmi il sito esatto della lapide o della targa, così da poter aggiornare questo articolo e aumentare l'eco di Capracotta nel mondo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; M. Capaccioli et al., L'astronomia a Napoli dal Settecento ai giorni nostri, Guida, Napoli 2009; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2015, Capracotta 2016; E. Drudi, Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano "Giusto tra le Nazioni", La Giuntina, Firenze 2012; N. Fergola, Trattato geometrico delle sezioni coniche, Flauti, Napoli 1851; A. Goldis e R. Wolff, Breaking Into the Big Leagues, Leisure Press, Champaign 1988; I. Gutman et al., I giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Mondadori, Milano 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-17; G. Pittarelli, Nicola Trudi ed Achille Sannia, in «Giornale di matematiche di Battaglini», III:61, Napoli 1923; P. Post, Foresight 20/20. The Life of Baseball Scout Ralph DiLullo, The Author, Los Angeles 1995; R. Riccardi, Il prezzo della fedeltà. Storia di Giuseppe Giangrande, Mondadori, Milano 2016; N. Trudi, Teoria de' determinanti e loro applicazioni, Pellerano, Napoli 1862; Unione Cattedre Ambulanti d'Agricoltura, I nostri morti in guerra, Tip. dell'Unione, Roma 1921.

  • Passi di memoria

    La memoria si confonde tra i ricordi come nello stordimento che segue una perdita, un tradimento, al punto che rincorrendo cose, luoghi, tempi, persone, si muove in una giostra vorticosa e quasi sfinita vacilla attorno ad un'identità sempre più irrisolta e misera nel tentativo di fare un bilancio fra cosa rimane e cosa è finito. La sciònna (culla di legno) che una notte di luna piena ha accolto nelle fasce un fagottino rosa è stata demolita insieme alla radio di legno stinto, alla macchina fotografica americana, alla bicicletta militare e altro ancora nella foga modernista degli anni '60; pure la valchèra (tavola per lavare i panni) consumata dall'uso è finita nel fuoco. Le cose sopravvissute sono poche: panni, ricami, merletti riposti in un cascióne (cassa) da cui mandano zaffate di naftalina. Superstite anche un bastone d'avellana, un vecchio distintivo dello Sci club, una sola racchetta, un orinale di ceramica, alcune fotografie, delle cartoline ingiallite. È triste contare le presenze e le assenze perciò la mente cerca altri approdi in immagini apparentemente slegate che si rincorrono e quasi si sovrappongono. Donne spingono capre e pecore fuori dal paese per la strada sassosa in un allegro tintinnio che si perde lontano dalle ultime case. Maiali trascinati a stento muovono le loro rotondità scomposte, sfuggono ribelli alla presa, rotolano a terra mentre più mani li riducono a fermarsi tra le imprecazioni e le risa. La confusione di uomini, mezzi e animali rompe la quiete del primo mattino alla fiera dell'8 settembre tra i grugniti, il belare, i nitriti, il muggito; forti gli odori nella baldoria generale, forte persino il silenzio quando tutto finisce. Un colpo secco fa tremare l'aria e la montagna fa eco, un altro lo segue, ancora, ancora… sembra che le rocce vogliano rotolare a valle, è invece il segnale della festa a cui presto rispondono le note vibranti delle campane spinte nel vuoto. Quel giorno l'abito inamidato di bambola è una civetteria per la fanciulla, come un confetto riccio di zìta (matrimonio). Le lenticchie stese al sole scricchiolano, il grano indora, le foglie di granturco seccano, il bucato imbianca rubando il prato alle farfalle, ma se il vento e la pioggia improvvisi rivoltano, allora è un correre quasi disperato e le braccia femminili si affannano al raccolto. Gli uomini tornano dai campi o dalla montagna trascinando il passo: carichi e scarichi, portano e riportano arnesi, ceste; rovesciano fasci di céppe (rami secchi), ciocchi di legna, balle, sacchi, mentre in un sollievo che sa di resa anche gli animali si scuotono, mostrano il dorso nudo e lucido. Gli zoccoli del cavallo battono sul selciato per l'impazienza, la stanchezza e il caldo; l'uomo lo colpisce sui fianchi a fargli sentire di essere il padrone; l'animale legato si rivolta assestando un calcio potente che ferisce: la giornata di duro lavoro a trasportare fieno si conclude tra le urla, il dolore, per l'uno, per l'altro, per una fatica che talvolta abbrutisce. Il cielo è pieno di stelle, le pietre delle case sono calde, l'aria è ferma nella notte di agosto e un mietitore riposa a terra, libero, sfatto nei suoi panni, forestiero e padrone del buio. I bambini rincorrono i galli per poi fuggire, affascinati assistono al pigolio dei pulcini intorno alla chioccia, accarezzano il muso umido di latte dei vitelli, prendono a sassate i nidi delle rondini, catturano le lucciole tra tenerezze e sfide; vanno in cerca di rospi al lago della Vecchia per le viarèlle (sentieri) segnate dalle vacche, tra le cataste della legna odorosa di taglio a fare pipì pensando di compiere imprese eroiche, a nascondersi nel fieno, a stare nei campi per il taglio del grano, ad assistere alla trebbiatura sulla spianata del Cuasìne (piccola casa con aia) riportando nei calzini e nei capelli triti avanzi di paglia. Il sonno sereno, felice di giornate intense, spensierate, prende quasi di colpo sul letto di frùscia (seccume di granoturco) che manda odore acre e sfrigola ad ogni movimento; al mattino il latte caldo appena munto, quasi giallo di panna riempie di odore zuccherino le narici. Il risveglio è sentire l'aria frizzante, l'acqua fredda sul viso, il profumo dei pini, il vento nelle gambe per precipitarsi fuori. Quando il temporale scuote gli alberi, la nebbia poi scende avvolgente, il cuore si spaventa un poco e pensa ad una magia, la stessa del fuoco che danza nel camino: gli stessi bagliori, le stesse trasparenze misteriose mandano brividi in corpo; allora il rifugio è un portone, una rùfa (vicolo), una stalla, un abbraccio, una risata, una favola breve. Piove, le nuvole basse, minacciose, confondono gli spazi; l'acqua lava, ruscella, allora 'Ntunina (Antonina) si fa il segno della croce e si stringe nella mantellina mentre guarda fuori e subito si ritrae al lampo che taglia Monte Campo. S'invocano sant'Antonio, santa Lucia, san Sebastiano, san Giovanni, quei santi protettori, familiari come fossero tanti zii quanti il vicinato, una parentela fitta, inspiegabile, ma rassicurante anche nella statuaria immobilità delle processioni e delle immaginette sacre. L'odore dell'incenso e dei lumini che emanano le chiese è inconfondibile e penetrante; dentro si parla a bassa voce, a capo coperto si recitano orazioni e si sorride impertinenti al latino degli adulti. Le mani torte dei vecchi ai quali si rivolge uno sguardo distratto sono virtuose: lavorano la calzetta in un intreccio veloce di ferri, dal vapore del caldaio traggono forme di scamorza, modellano la pietra ruvida e il legno fino a mostrarne il nobile cuore. Tatuccio (nonno) racconta di streghe, di briganti, di lupi, allora il tempo si arresta tra verità e fantasia mentre dalle tasche tira fuori pochi gioielli di bosco, lamponi e fragole profumate. Nel portone sempre aperto si stagliano volti più o meno conosciuti che riempiono le giornate estive di curiosità, di faccende, in un presepe contadino dove incontrarsi significa ritrovarsi ancora dopo i rigori dell'inverno. L'aria s'impregna di profumi domestici che risvegliano il corpo e lo spirito a piacevoli convivi nella tradizione di una realtà agreste e pastorale. La comunella è l'occasione della crescita, l'esperienza di un breve viaggio, la scoperta di complicità che si articolano come i passi tra le rocce: da San Giovanni a Santa Lucia, andata e ritorno passando per la Uardata (zona di pascolo); assetati e felici della libertà ci si ritrova a consumare pane e supresciàte (salame), a cogliere fiori e uva spina, a scacciare insetti e a bagnarsi alla fonte Brecciaia, poi l’accogliente frescura della pineta è già il paese: le vacche rientrano pesanti alle stalle per la mungitura e i ragazzi tornano alle case per ripassarsi il giorno. Bastano poche stagioni e il fiocco tra i capelli si scioglie inseguendo le note di una canzone e le distanze si dilatano verso altri orizzonti. La valigia dell'infanzia è un po' consunta e non basta più: ci si allontana per altre vie e il bagaglio cresce, l'anima sorniona però custodisce ancora il ricordo del passato. Il cuore in aiuto della memoria si annoda e si apre di continuo, poi sul punto di sciogliersi in lacrime fa gli ultimi sforzi di salvare quello che rimane degli affetti sognando di poterli ancora condividere. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Passi di memoria, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Il ritorno dei pastori

    La guerra del 1915-18 ci aveva lasciato orfani di nostro padre. Io ero appena nato, perché sono del dicembre 1915 e mio padre forse morì nei primi mesi del 1916, ma una data precisa non si è mai conosciuta. Negli archivi del Ministero della Difesa la data di morte è addirittura registrata al 23 maggio 1917, per niente attendibile. Comunque sia, non l'ho mai conosciuto, così mi diceva sempre mia madre, perché sono il quarto figlio dopo tre maschi e una femmina, scomparsa all'età di sei anni. Posso quindi confermare la disperazione di una giovane donna che a ventisei anni, con quattro figli, perde il suo compagno. Mio padre e mio nonno Pasquale erano agricoltori d'estate e carbonai d'inverno grazie a mio nonno materno Alfonso Carugno, che risiedeva a Torremaggiore (FG), dove era rivenditore di carbone. Quel carbone e quella carbonella, che mio padre e suo padre facevano nei boschi della Daunia - nell'entroterra e sulle alture pugliesi - veniva rivenduto a Torremaggiore, grande comune agricolo nel quale nonno Alfonso abitava e possedeva la rivendita. Dopo il matrimonio dei miei genitori, avvenuto il 30 luglio 1906 a Capracotta, paese di origine di entrambe le famiglie, si sviluppò fra le stesse quella reciproca stima e cordialità che però ebbe fine alla morte di mio padre. Mio nonno Alfonso, occupato dalla vendita del carbone, in estate s'interessava anche alla compera di piccoli appezzamenti di bosco dove mio nonno Pasquale e mio zio Filippo Di Rienzo potevano lavorare d'inverno e rifornire così la rivendita di Torremaggiore, per poi far ritorno in primavera nell'Alto Molise. In quel lasso di tempo che va dal 1906 al 1916 mio padre affittò una casa in largo Riccianti, a Casalvecchio di Puglia (FG), un paese nelle vicinanze dove teneva i lavori invernali. È lì che tutti noi siamo nati, ad eccezione di mio fratello Pasquale, che è nato a Capracotta. È lì che in dieci anni di giovinezza mia madre e mio padre, che lavorava d'inverno, crescevano i figli facendo la spola tra Casalvecchio a Torremaggiore, ove invece risiedevano i nonni materni. Alla morte di mio padre non potemmo più andare in Puglia perché nonno Pasquale, non più giovane, avendo perso il figlio in guerra non se la sentiva di affrontare lavori boschivi così faticosi. Questa fu la ragione per cui la famiglia non si mosse più da Capracotta. Avendo perso il sostegno di nostro padre, benché non ce ne rendessimo conto, ci venne a mancare quell'amore paterno e quelle carezze attraverso le quali ogni bambino trova conforto. Nonostante nonno Pasquale e nonna Angelarosa non ci facevano mancare niente, mia madre, poveretta - una di quelle donne piene d'amore verso i figli - aveva sofferto un dolore troppo grande che l'aveva distrutta. Ancor oggi ricordo, come in sogno, gli strazi di mia madre, specie in estate quando il paese era in festa, e passava la statua del santo e c'era la banda, lei, al suono delle note musicali, mentre tutti erano in vena di festeggiare, si straziava tirandosi i capelli e graffiandosi il volto. Io la guardavo attonito ma ero così piccolo da non capirne il significato. Anno dopo anno, ormai grandicelli, io e i miei fratelli maggiori cominciammo la scuola andando incontro a qualche difficoltà. Non che lo Stato a quei tempi avesse tanta solerzia verso i figli di chi, per difendere la Patria, ci aveva rimesso la pelle. La pensione di guerra per mia madre - non ricordo con precisione -, considerando i tempi, la si può valutare attorno al centinaio di lire mensili. Non finimmo nemmeno le scuole elementari ché, uno dopo l'altro, seguimmo la strada di tanti ragazzi del paese, cioè la custodia dei greggi. Capracotta, a quota 1.421 metri sul livello del mare, era un paese emigrante. D'inverno dovevi andare via per guadagnarti da vivere, perché l'invernata era lunga, noiosa e senza risorse. Un paese in maggioranza dedito alla pastorizia, all'agricoltura ma anche all'artigianato. Per tradizione i capracottesi custodivano ed amministravano quasi tutto il patrimonio zootecnico pastorale delle grandi famiglie terriere del Tavoliere, precisamente delle famiglie Mascia di San Severo, Petrilli di Lucera ed altre. Non saprei indicare con precisione quante persone erano impegnate attorno a questa massa enorme di animali che si doveva custodire, ma eravamo in tanti, quasi un terzo del paese, perché si trattava di custodire oltre 15.000 pecore, e poi vacche, capre, cavalli, muli: tutto ciò che faceva parte del patrimonio pastorale. Ecco, a proposito dei ragazzi di Capracotta del 1925-30 e del loro destino, dirò che tantissimi seguivano le orme del genitore, cioè la custodia del gregge, ed anche coloro che non avevano parenti adulti nella pastorizia seguivano spesso la stessa sorte perché quello era l'unico mestiere che non richiedeva specializzazioni. Era sufficiente la robustezza fisica perché si trattava di affrontare una vita piena di incognite e di sacrifici, specialmente da ottobre, quando si intraprendeva a piedi il lungo viaggio sul tratturo per recarsi nella provincia di Foggia, a giugno dell'anno successivo. Per un ragazzino in tenera età erano dolori, soprattutto il primo anno, poi, col passare del tempo, ci si abituava a quella vita e sembrava una cosa normale. Anche perché - debbo dire la verità - io che ho fatto quella vita per cinque-sei anni, fino a quando sono diventato giovanotto, mi ci trovavo alquanto bene (ma forse perché non conoscevo vita migliore!). La cosa certa è che alla fine del mese portavi a casa qualcosa. Un qualcosa che era molto poco, era niente per noi ragazzi, ma i pastori adulti avevano un salario. Non ricordo a quanto ammontava, ma la parte più sostanziosa era quella in natura: 40 chili di pane al mese, un litro di olio ed un chilo di sale ma anche la lana e il formaggio, perché quando era il periodo della mungitura, non mancava il latte o la ricotta. Credo che a quell'epoca l'unica via da intraprendere, la più sicura e anche la più economica e redditizia, era proprio quella pastorale. I vecchi pastori erano dei saggi padri di famiglia. Ricordo che per noi ragazzi quella era una vita spensierata ed armoniosa, e ci sembrava di stare in famiglia perché per ogni grande partita di pecore il personale era costituito da circa 20-30 persone di ogni età. I butteri erano figure prestigiose nell'azienda. Ogni partita di pecore aveva un elemento addetto al disbrigo di tutte le faccende e al trasloco delle masserizie: questi era il buttero. Essi tenevano in custodia dai quattro ai cinque muli, ben custoditi e nel massimo ordine. Il loro dovere era di accudire a tutte le necessità di cui aveva bisogno un'azienda di quel tipo. Da quando si partiva dalla Puglia per ritornare in montagna, essi si preparavano accuratamente, operosi e zelanti, e durante il tratturo facevano e disfacevano le mandrie e caricavano sui muli ogni cosa, compreso il fardello (cioè il pagliericcio), e niente doveva rimanere a terra. Quando tutto era finito si mettevano in cammino una retina dietro l'altra, già sapendo dove bisognava accamparsi per la sera. Appena arrivati, scaricavano le mule e componevano le mandrie per le pecore e la tenuta comune per i pastori, e così via sul tratturo per sei-sette giorni, fin quando non si arrivava a destinazione, dove il gregge avrebbe sostato tutta l'estate. A Capracotta, d'estate, con i muli si compievano tanti lavori che cominciavano a giugno, dal trasporto del fieno a quello della legna. Si trasportava la legna dai boschi comunali alle case dei pastori e non solo, dal sindaco a tutte le autorità pubbliche, le suore, i fornai e gli altri tanti paesani che erano interessati allo scambio con l'attività pastorale. Dopo di ciò avveniva la mietitura e i butteri trasportavano sui muli i covoni dai terreni dell'agro capracottese alla trebbia. A quel tempo c'era tanta operosità, talmente tanta che era difficile trovare una persona che girava per strada senza far niente. Tutti, grandi e piccoli, avevano premura di rimettere in casa tutto ciò che si raccoglieva nei campi perché sapevano che presto sarebbe arrivato l'inverno e chi non aveva da mangiare o non aveva la legna da ardere passava un'invernata triste. I pastori e il personale interessato allo sviluppo aziendale, dopo aver trascorso l'estate in montagna con serenità ed armonia, all'avvicinarsi dell'autunno cominciavano a mettersi in moto verso la dimora invernale perché c'era una percentuale di pecore prossima al parto. Benché siano passati sessant'anni, ricordo i nomi di tanti vecchi pastori che ho conosciuto e di cui ebbi modo di apprezzare l'operosità e la bontà. Poco fa dicevo che ho fatto questa vita per cinque-sei anni: ero insomma abbastanza grande quando abbandonai il mestiere per dedicarmi ad altro. Ero già grande per meditare ed osservare. Ripenso spesso ai fatti di quella vita semplice. Quando, a fine maggio, si avvicinavano i giorni della partenza dalle Puglie verso le montagne, pareva che gli animali se ne accorgessero, perché davano segni di insofferenza. I pastori, che per tanti mesi erano stati lontani dalle loro case e dalle loro donne, aspettavano con impazienza quei giorni contandoli sulla punta delle dita come fa il soldato quando deve andare in congedo. E lo stesso facevano le mogli, le sorelle, le madri, le fidanzate dei pastori, che aspettavano con ansia il giorno del ritorno per andare incontro ai propri cari con un canestro, accuratamente preparato, colmo di ogni ben di Dio, e si mangiava in campagna, raccontandosi le emozioni della lunga assenza, specie tra i più giovani e tra i novelli sposi. L'intero paese era interessato al ritorno dei pastori perché lo sviluppo di Capracotta era per tanti motivi legato a questa grande fetta di popolazione. Il calzolaio aspettava i pastori con ansia perchè si trattava di calzare centinaia di persone che tornavano dalle Puglie - i calzolai di Capracotta facevano le scarpe a mano ed erano rinomati per la loro bravura. Anche i sarti aspettavano i pastori, coi quali scambiavano il lavoro col formaggio fresco e profumato, come i fornai rifornivano in estate tutta la pastorizia del loro pane profumato. I contadini dei paesi vicino Capracotta aspettavano le greggi per raccogliere il letame di pecora, prelibato per la campagna e in special modo per la vigna. È stata una vita che è andata avanti fino al 1943, quando l'ultima guerra ha distrutto tutto il patrimonio pastorale. Antonio Dell'Armi (a cura di Francesco Mendozzi)

  • Con la Balilla a Chieti

    Nei giorni che seguirono la mia prima elezione al Parlamento, tra gli amici che, per la verità, da ogni parte della regione e delle aree limitrofe, mi diedero l'onore di venire a complimentarsi della vittoria, era venuto anche il comm. Ciro D'Agnone, ingegnere capo dell'Amministrazione Provinciale del Molise. Accommiatandosi, nell'andirivieni di quei giorni di fine aprile 1948, lo accompagnai oltre la soglia del portone di casa, fino alla macchina. Fu in quel breve percorso che l'illustre amico, vecchio non tanto d'anni quanto di esperienza e conoscitore profondo di progetti dormienti nei cassetti, fermandosi, mi disse: ora che siete onorevole avrete molte cose da fare. Ma una ve la voglio segnalare particolarmente, perché la sua realizzazione gioverà molto ad Agnone ed alla zona dei paesi alti. Nella limitrofa provincia di Chieti era stata costruita, prima della guerra, la strada provinciale n. 100, che, partendosi da Monteferrante, per Roio del Sangro e Rosello, avrebbe dovuto raggiungere la nostra strada Montesangrina (nei pressi del Guado Liscia, da dove si sarebbe dipartita la strada, allora ancora nella mente di Dio, per Capracotta). Sta di fatto che la provinciale n. 100, partita da Monteferrante, s'era fermata, da oltre un trentennio, a Rosello. Fino a quei giorni, quei Comuni del versante Sangro, legati per antica tradizione di studi e di commerci con Agnone, potevano raggiungere il mio paese soltanto a dorso di mulo, per vie mulattiere, o, per via rotabile verso S. Angelo del Pesco, salire poi a Pescopennataro e di lì scendere le balze del Monte S. Onofrio fino ad Agnone. L'invito del vecchio funzionario, perché io mi fossi dato da fare a realizzare il completamento della strada stessa, che s'era fermata a Rosello, mi suonò imperioso. Si trattava di costruire quei sette chilometri di strada rotabile, che, dal Guado Liscia, raggiungessero il Comune di Rosello. Su quei paesi la guerra era passata lasciando terra bruciata. Le popolazioni, pur essendo di altra giurisdizione politica ed amministrativa - non era ancora spuntata la stella di Remo Gaspari, che sarebbe stato eletto nel 1953 - vedevano nel parlamentare agnonese l'amico geograficamente più vicino, che potesse non ricusare la domanda di aiuto. I miei contatti con quelle comunità e le rappresentanze locali erano divenute frequenti e persino intensi. In tale contesto, tutto assolutamente umano, il consiglio dell'ing. D'Agnone non fece che sollecitare in me le spinte dovute. In definitiva, quel nastro di strada rotabile avrebbe avvicinato alle nostre zone montuose quelle popolazioni, allora bisognose di tutto e collocate in area geografica assai distante dai centri di governo della provincia. E diedi inizio all'azione. In quell'epoca non avevo una macchina mia. Nei viaggi, che ormai si imponevano, vari amici si offrivano di accompagnarmi con la propria automobile. Per raggiungere Roma, il martedì mattina, salivo sull'autolinea Vasto-Gissi-Agnone-Roma, in partenza verso le otto e in arrivo nella capitale verso le ore 16. Fu in uno di questi viaggi che conobbi l'avv. Remo Gaspari, proveniente dalla sua Gissi. Faceva anche lui, nella provincia di Chieti, politica democristiana e studiava a diventare Ministro. L'amicizia tra noi due diventò salda in quei giorni. Neppure gli steccati che si sarebbero alzati negli anni seguenti, nell'ambito dello stesso partito, sono valsi ad offuscarla. Viaggiando insieme per Roma, facevamo sosta a Cassino prima di riprendere la vecchia via Casilina. Là, in un quasi baraccone della martoriata città, consumavamo il pasto: era di rito la zuppa di fagioli. Noi due, l'autista e il fattorino, ci sentivamo soddisfatti e quella sosta, in quel meandro di fumo e di cucina verace, costituiva un autentico ristoro. Per realizzare dunque la strada da Rosello all'innesto con la Montesangrina (bivio Pescopennataro-Agnone) bisognava prendere contatti con le autorità di Chieti. E, un bel giorno, vi andai. Mi portò la Balilla di don Federico e, utile compagno di questo, penso che il problema possa essere affrontato ed inserito nei programmi per le aree interne del Mezzogiorno. Con questo suggerimento, condito da fiduciose affermaioni di solidarietà, torno ad Agnone. Penso a quale professionista possa dirsi disposto ad approntare lo studio progettuale richiesto, senza alcuna certezza di compenso in denaro. Ne individuo due: Sergio Iadanza e Giacomo Di Pasquo, ingegneri all'inizio della professione, quindi senza cumuli eccessivi di lavoro. Li chiamo al mio studio, espongo loro il problema, dico chiaramente che il lavoro dovrà essere fatto senza alcun impegno né mio né del Comune. Resta comunque sincero il mio impegno ad adoperarmi che cada su di essi la scelta per l'incarico del progetto esecutivo quando e se l'opera sarà stata inclusa nei programmi ufficiali della Regione. I due interlocutori accettarono ed assolsero l'impegno. Due mesi dopo - ottobre 1976 - sono io stesso a portare l'elaborato al presidente della Giunta regionale. Lo trovo che sta allestendo una valigia di documenti. Sei fortunato, mi dice, sto preparandomi a partire. Domani vado alla Cassa per il Mezzogiorno. Porterò quindi anche questo progetto e la domanda. A dicembre dello stesso anno, la realizzazione della strada di fondovalle Verrino, passata attraverso il vaglio degli Organi esecutivi della Regione, entrò nel Progetto Speciale 33 per le aree interne del Mezzogiorno e fu assunta ai numeri P.S. 33/P/897/SC. Il resto si sa. Grazie a Dio, la strada si sta realizzando. È arrivata al santuario di S. Lucia. Quando sarà arrivata al viadotto dell'A.N.A.S. sul Verrino, per proseguire verso Colle Lapponi, a servizio di Capracotta e di Pescopennataro, l'area agnonese sarà stata arricchita di questa arteria. Della quale... si parlava, si riparlava e, accomiatandoci dopo gli incontri, fatti di parole e di auspici fumosi, ci si salutava con la frase fatta e consunta: ne riparleremo la prossima volta. Remo Sammartino Fonte: R. Sammartino, Il Molise dalla ricostruzione allo sviluppo. Spigolando tra i ricordi, Cinque Lune, Roma 1992.

  • Capracotta... ah... ah!

    Durante le elezioni del presidente della Repubblica, ho sempre trovato oltraggiosi i voti "perditempo", cioè quei nomi di personaggi estranei alla politica che appaiono nelle schede anonime delle votazioni plenarie, quando il Parlamento non è ancora addivenuto a un candidato condiviso, inclusivo, capace di convogliare i due terzi dei consensi nei primi due scrutini e, più spesso, la maggioranza assoluta negli scrutini successivi. Nei decenni il Parlamento italiano ha votato di tutto: Sabrina Ferilli, Ezio Greggio, Francesco Totti, Gianfranco Magalli, Gianni Versace e via discorrendo. Certo è che in assenza di un nome condiviso, si pone il problema di chi votare, ma ritengo comunque offensivo e controproducente per l'autorevolezza dell'istituzione legislativa la prassi di scegliere nomi ridicoli, rendendo di fatto ridicola l'elezione stessa del presidente. E non dobbiamo pensare che questo volgare comportamento sia un vezzo recente: esso veniva messo in pratica anche sotto il Regno d'Italia quando si discutevano disegni di legge, decreti e interpellanze. Tale premessa vale per confermare la mia ipotesi secondo cui le camere, dall'Unità d'Italia ad oggi, hanno spesso scherzato troppo, deridendo l'alta funzione parlamentare e, di conseguenza, coprendo di scherno il popolo italiano. Capracotta sta lì a confermarcelo, per via di quel nome certamente buffo, ma che pur rappresenta una popolazione dignitosissima, che nutre e pretende rispetto. Quando il nome del nostro paese è stato menzionato in aula, a volte le risate sono state scroscianti. Il primo episodio è datato lunedì 27 febbraio 1888, quando il deputato abruzzese Pietro d'Ayala Valva (1848-1923) presentò una relazione che stabiliva la misura del dazio di confine sui semi oleosi. Al momento della presentazione dei documenti diplomatici e dei disegni di legge, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Francesco Crispi (1818-1901) intervenne: «Mi onoro pure di presentare alla Camera un disegno di legge per autorizzare il Comune di Capracotta ad eccedere il limite della sovrimposta fondiaria». Stando ai resoconti stenografici, Crispi non fece in tempo a terminare la frase che, non appena nominò Capracotta, dalla Camera si alzarono forti risate, come quando i bambini ascoltano un adulto che pronuncia una parolaccia. Appena un anno dopo, sabato 30 marzo 1889, giunti allo svolgimento delle interrogazioni e delle interpellanze, il deputato Alberto Cavalletto (1813-1897) chiese di interrogare il ministro dell'Interno circa l'omicidio di un turista su un convoglio della ferrovia ligure. L'on. Cavalletto disse: «Nella sera della scorsa domenica 24 del corrente mese, sulla ferrovia da Genova a Ventimiglia, e pare, sotto la galleria di Caprazoppa...», ed ecco che dai banchi di Montecitorio alcuni gridarono divertiti "Capracotta!", interrompendo di fatto il deputato che stava spiegando nei dettagli il fattaccio avvenuto sul treno. Un'interruzione davvero cretina e inopportuna! E che dire poi di quella volta in cui l'on. Ruggiero Bonghi (1826-1895), candidatosi nel collegio elettorale d'Agnone ed accolto freddamente dalla popolazione capracottese, scrisse stizzito: «Ov'è poca acqua e punto fiori, ivi la civiltà è ancora lontana»? Insomma, a chi trova tanto esilarante il nome di Capracotta, risponderò in dialetto: rìde 'mbàccia a sa fila de bettùne! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XVI, 2a sessione, Discussioni, 27 febbraio 1888; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XVI, 3a sessione, Discussioni, 30 marzo 1889; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino, 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Nel Sannio mistico (I)

    Capracotta, novembre. Io non ho veduto Capracotta colla neve perché era una giornata dell'autunno redivivo, chiara come un cristallo appena soffiato. Mi figuravo di vederla avvolta nella nebbia lattea dei paesi del gelo quand'è alle porte l'inverno. Nulla. Essa mi apparve opalina nell'aria collo sguardo sereno di chi spazia dall'alto e da lungi; e senza asprezza, assai buona. La raggiunsi in automobile per poter meglio godere la salita a grandi volute verso la sua altezza di nido d'aquila e poter battere le orme del Sannio Pentro e Caraceno d'immemorabile vetusta sapienza e semplicità nei graniti delle sue roccie sempre più scoscese e nel fosco abbraccio delle sue boscaglie sempre più chiuse. Inesplorabili ancora ed inestricabili. La strada Aquilonia, dal bel nome latino, corre con la decauville agile della tramvia elettrica che congiunge da Trivento i paesi delle alture più impervie e con la giovinezza dei suoi pensieri e dei suoi passi sfida la tenebra della foresta appenninica più intensa e bella del Molise. La filosofia della selva La striscia del cammino che percorreva il cuore remoto della selva era scarsa di luce perché la vita possente arborea era ai suoi due lati un intangibile dominio a stento percorso ed obbediente alle necessità degli eventi e degli uomini. Il sole come un cacciatore insidioso la percorreva, filtrando fra le anime dei tronchi, a scatti, a fendenti, a lunghi brividi amorosi ed essa appariva iridata di biondo, ed immensa, policroma come se un arcobaleno rifrangesse fra i rami l'ilarità liquida dei suoi sette colori. Non si donava, no, la selva buia e mitologica del Sannio, conscia di serrare una grande storia nei suoi intrighi e nelle sue chiome innumerevoli ed un eguale mistero. Pareva essa nata coll'universo stesso. Io sentivo passando il suo profumo di resine incorrotte e l'umidore delle sue radici e della sua terra che tormentava il fiuto più alacre d'un fermento. La vita perenne delle sue piante, l'una addossata alle altre come greggi taciturne, mi pareva più giusta e più sacra della nostra mortale: così scarsa, frammentaria e caduca. La sua moltitudine immobile aveva più fiato e più onda di quella di un popolo in coorti armigere attendato e vigilante nella notte. Fuochi occulti di bivacco parevano le chiome sanguigne degli alberi perituri confusi nel suo verde eterno, accesi dall'autunno come fiaccole splendenti di porpora nella severità delle sua gramaglie venerabili. Quando sparì ai nostri sguardi e riapparve la lapidaria bellezza della roccia nuda che ci avvicinava a Capracotta, il più alto paese dell'Appennino, questa foresta lasciò dietro di sé la significazione e l'espressione religiosa dell'antico Sannio Pentro e Caraceno, più vera delle piccole fugaci molecole d'uomini che per lei erano passate e che non lasciarono né potranno lasciare dietro di sé la traccia del suo pensiero, la virtù del suo segreto e la logica della sua filosofia. Poiché è solo in questi tempi della madre-terra infiniti liberi e intransitivi, d'una religione senza fine e senza principio, che si può credere a qualche verbo di fede e di salute eterna invano tradotto dalla carta sapiente dei piccoli uomini sacri. Una radice sola, d'una di queste ermetiche e severe conifere, sa e contempla più di loro. Il masso caduco di Franceschiello Ecco Capracotta pianeggiante a 1.421 metri e più. A 12 km. dalla ferrovia, ad essa congiunta dal servizio automobilistico, se vi viene vaghezza di venirla a visitare. Chiusa tra Monte Capraia a sinistra e Monte Campo a destra alto 1.700 metri, dov'era un masso celebre che l'ultimo dei Borboni, il prode Franceschiello premé col suo piede mortale corto come la sua regalità, guardando le sette provincie sue da Aquila a Gargano, sconosciute come gli era sconosciuto tutto lo scibile umano al di là delle sue ingorde casseruole e dei nèi finti delle sue dame. Lì si video poco prima di tramontare, signore potente ed augusto, colla vallata del Sangro, taurina, spaginata davanti come un evangelio ov'erano le lettere maiuscole rosse e nere dei paesi delle sette provincie turriti dal feudalesimo antico, così brutti e scuri da vicino, così belli da lontano nel cerchio degli orizzonti faticosamente conquistati, a picco d'una rupe, penduli sul baratro, o proni verso il fiume pensierosi come fanciulli che spiano il corso della corrente. Qui vide, nella chiarezza di un mattino chiaro come oggi, le coste lontane della Dalmazia e stendendo la mano gli parve di toccare la Maiella e Monte Amaro ammantellato di misticismo con la pia tonaca delle sue nevi perenni. E mangiando il pane schietto ed il prosciutto di Capracotta Sannita, porporino e fresco come un cocomero, divisò di fabbricare lassù il suo castello più invitto e di diventare così in quel modo una cima ed un'aquila. Ché non v'era per lui diverso mezzo per farsi alto ed acuto. Ma il macchiavellismo non lo divisero i montanari sanniti che lo videro passare imperturbati e mostrarono, in piedi sui lor singolari carri di trasporti del legname tinti d'ocra e di porpora, decorati di nero come le terracotte etrusche, i loro petti gagliardi dai polmoni ampi, la loro statura di giganti schematici e angolosi come alberi, nascondendo nei cappucci di fra-diavoli la loro sardonica indifferenza di solitari gelosi. Cosiché il masso su cui l'ultimo dei Borboni poggiò il piede di corta misura e regalità, seguendo la radice del suo più augusto belvedere turrito, ai primi squilli della libertà sopravveniente, venne rotolato giù senza misericordia nella vallata insieme al ricordo della sua insalutata visita e predilezione. Per non essere visto o per scansare i contatti vili e non inquadrare i suoi panorami ultra-mirabili della più pura e robusta Svizzera italica quei di Capracotta si sono isolati lassù a 1.430 metri e più; ma la civiltà e l'orgoglio delle famiglie medioevali che l'hanno costruito nei secoli e che oggi ancora lo compongono, Falconi, Mosca, Conte e Campanella, l'hanno anche isolato dalla configurazione del paesotto-presepe tarlato, selvaggio e primitivo. E per lottare coi venti belluini della montagna, scagliati attraverso le sue strade seppellite d'inverno dai cumuli della neve, tutte le case sono costruite della sua pietra asciutta di selce, coi tetti d'egual natura, solidissime ed alcune martellate come graniti argentei dalla radice al tetto. Venite a Capracotta Venite a Capracotta o voi che siete affaticati e stanchi e volete un parco ristoro. D'estate vi è ancora una piccola e tenace colonia di soli amatori. Vi erano prima tre belle case sincere sannitiche accomodate ad albergo. Ma qui non si conosce che la piccola frode, e per essere albergatori è troppo poco. I tre alberghi si mangiarono per la concorrenza tra di loro come i famosi leoni battaglieri dei quali non rimasero che le code. Non vi sono più, ma c'è il desiderio di far posto a qualche volenteroso. Quand'è agosto i prati sono pingui e verdi come un liquore smeraldino congelato, e nuvolosi delle belle greggie biondette reduci dalla Puglia, mentre le capre ostili interrogano dei loro puntigli ansiosi i poggi scoscesi e le rupe glabre e grigie come cippi funebri. I giovenchi solcano i margini delle foreste di Roccacigliana e del bosco di Pescopennataro ai due estremi del paese e distesi nelle macchie, lunati e bianchi, ruminano erbe aromatiche ed onesti pensieri alla teoria dei muli impetuosi e agli asinelli incanutiti di bigio che passano trasportando le legna da seccare per l'inverno. Così ogni porta ha dinanzi a sé o al fianco il suo monumento e l'indice della sua ricchezza nella catasta delle legna recise e da lontano Capracotta appare virgolata di scuro da queste pire che attendono di glorificare e di benedire, al primo sussulto del freddo, tutti i suoi focolari deserti. Deserti, sì. Perché i gagliardi maschi di ogni casa, pastori, carbonari e bastari, con incorrotta secolare tradizione vanno alla Puglia, ai pascoli aviti e censiti per le loro greggi, o nei boschi del Lazio e della Calabria a fare i carboni e vendere i basti pastorizi dei quali sono maestrevoli costruttori. È il capracottese, un caratteristico basto tondeggiante munito di rampini per i trasporti delle masserizie armentizie. E gli armenti sono e saranno la ricchezza e la vocazione ed il giudizio del luogo. La mandra è la loro seconda natura. Le donne si lagnano della vedovanza impassibile di metà anno, dall'ottobre al maggio, invano. Dice una lor canzone: Marito mè 'nce pozzi arivenì vuo' bene chiù all'aino che no a mi La risposta di una logica caparbia e proficua è questa: Mogliera mè, te puozze consulà senza dell'aino nun se pò campà. E perciò le vermiglie femmine di Capracotta hanno da secoli l'aria consolata e passano, col capo avvolto dalla significativa mantera bruna, ammantellate e monastiche come la "Figlia di Jorio", con lo stesso passo angolare ed imperioso che essa segna nello sfruscio seguace della gonna. Quando v'è la neve che le seppellisce e le lastre di gelo s'induriscono con marmi per terra, esse sortono dalle finestre e per procedere così, come le fiere rappresentanti deserte del più inaccessibile Sannio montagnardo esule verso i paesi del sole, si recano alla Chiesa colle calze sulle scarpe per non scivolare. E due cose esse cantano, nei melanconici e rassegnati stornelli del loro paese nevoso e mugghiante di venti, due cose per loro hanno paraggio. La "Luna di jennaro" e la "Campana di maggio". E la campana di maggio nell'allegoria soave dei lor parlari quieti e misurati, non è che il din don dan delle mandre che tornano... Lina Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, Nel Sannio mistico, in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1 gennaio 1924.

  • Le vergini prudenti e le vergini imprudenti

    Le allora signorine Elena e Caterina, meglio conosciute come Lenuccia e Nina, erano belle, spigliate e simpatiche. Furono le dame di cortesia in piazza, sul palco e al ristorante il giorno dell'arrivo dello spartineve. Ai nostri giorni diremmo che fecero l'accoglienza agli ospiti illustri giunti per la consegna di Clipper. Volentieri raccontano la loro esperienza di quel giorno memorabile. Quella mattina le ragazze più belle del paese furono invitate a indossare i costumi d'epoca e sul palco, allestito in piazza, cantarono i canti popolari, fino all'arrivo delle autorità e dello spartineve. Il gruppo, che comprendeva anche alcuni maschi, era il coro del paese che si esibiva in chiesa durante le cerimonie religiose e in occasione dei matrimoni. Si esercitava per lo più presso l'asilo, guidato da suor Assunta Possa, e presso la chiesa eseguendo canti sacri. Per quella occasione, diretto dal reverendo don Gennaro Di Nucci, il coro aveva preparato anche canti popolari e al repertorio classico aveva aggiunto il canto inedito "L'inno dello spazzaneve", scritto e musicato dallo stesso sacerdote. Intorno alle tredici, all'arrivo di Clipper in piazza, fu cantato l'inno che diede così inizio alla cerimonia ufficiale della consegna. A questo punto il comitato festeggiamenti, per fare spazio alle autorità, invitò le coriste a lasciare il palco, tranne Lenuccia e Nina. A loro dissero: «Vu armanéte ca séte le chiù cenénne». Le altre erano poco più alte di loro. Elena commenta: «Nu eravàme piccole di statura, putavàme sctà». «Eta armanì ecche ca mó vè quire ch'è purtàte re spazzanève e r'avéta rengrazieà personalmente, e puó eta ije all'albergo a servì r'Ambasciatore, e v'avéta sapé presentà». Stando a quanto riferito da Lenuccia, la loro selezione fu determinata dalla statura. Sembra quasi una valutazione "di ingombro". Fu senz'altro una motivazione di copertura per chi decise: di fatto, fu una scelta di simpatia. Loro erano naturali e disinvolte, certamente non timide. Possedevano i requisiti indispensabili per animare la cerimonia e intrattenere gli ospiti al fine di far ben figurare Capracotta. Elena ricorda che Michele Ianiro le incoraggiò dando loro qualche consiglio e raccomandando di presentarsi bene per evitare cattive figure. E lei di rimando: «Ma che jéma dice a quìre, mica sapéme parlà amerecàne?». «Nóne, c'avéta parlà amerecàne! Quanda ve presentàte all'autista, sapétece stà vecìne, facéte vedé ca nen facéte le vergugnóse». È da dire che si chiedeva a Elena e Caterina di ringraziare in particolare l'autista dello spazzaneve, Armond Gaito, che si era offerto spontaneamente di venire in Italia per guidare Clipper, perché da Capracotta, anche se gli americani avevano richiesto un conducente, non erano riusciti a inviare nessuno. Ma la sua spedizione assunse un significato rilevante, perché la moglie di Gaito era in attesa di partorire proprio in quei giorni, e lui ebbe il coraggio di lasciarla per compiere questa missione. Infatti, la cicogna arrivò il 18 gennaio e lui ebbe la notizia della nascita di sua figlia il 24 gennaio, al rientro in albergo a Roma, sulla strada per il ritorno in America. L'autista arrivò ed Elena dice: «Quìre arrevieàtte, puvriéglie, era ne bell'òmmene, sagliètte e venne vecìne a me e Nina e je dètte na mieàne pedùna». E loro tennero per mano l'autista, una a un lato e una all'altro. Sul palco una persona di Capracotta le disse: «Come rengraziamènte vaciàtere l'autista». Elena, che si vedeva piccola vicino a quest'uomo, pensò: «Che m'aja métte la scala pe vacieàrre quìscte?». In quel momento non pensò minimamente a cosa avrebbero potuto pensare i compaesani se l'avesse fatto. Si fece coraggio e, piano piano, si girò verso quel bell'uomo e lo baciò: «Disinvolta le faciétte! Puó re vaciàtte pure Nina». L'autista, al bacio, lasciò le loro mani e si mise ad applaudire. Con lui applaudirono anche le autorità e il pubblico. Nina però istintivamente rivolse lo sguardo al parroco don Nicola che era sul palco e: «Notai che si urtò». Lenuccia, sentendosi colpevole, pensò che forse, con quel bacio, lei e Nina erano andate oltre la soglia della morale comune. Disse a Nina: «Mo chisà ch'ena dice a Capracotta ca séme vaciàte quìscte, te l'emmieàggene a Capracotta». E Nina pronta: «Pecché, nu che séme fàtte? Nen séme fatte niénte de male!». Intanto la festa continuava. Ci furono i vari discorsi, i ringraziamenti, i saluti, la benedizione dello spartineve. Anche il parroco fece il suo discorso, loro temevano un suo appunto, ma lì sul palco don Nicola non fece alcun riferimento al bacio. Finita la cerimonia in piazza, Clipper rimase lì in bella vista, ammirato dai tanti curiosi anche di altri paesi. Le autorità in corteo e gli addetti all'accoglienza si trasferirono al ristorante presso l'albergo Vittoria di Antonino Ianiro. Le due signorine servirono a tavola insieme ad altre persone. Dice Nina: «Gli ospiti occuparono due sale piene, stavano stretti stretti». Loro servirono gli ospiti della sala principale, là dove sedevano l'Ambasciatore americano con la consorte e altre autorità. C'era un tavolo a ferro di cavallo. Tra una pietanza e l'altra cantarono i canti che avevano già fatto ascoltare in piazza. Ripeterono l'inno allo spazzaneve ed anche una ninna nanna al ritmo del dondolio di una culla, che era a un angolo della sala, e sembrava messa lì a posta per quella circostanza. La culla fu messa al centro del ferro di cavallo e loro, una di qua una di là, la spingevano e cantavano. Tra le pietanze ricordano bene che ci furono le sagne e faciuóle e pure le pezzelle. Ricordano che l'Ambasciatore era una persona austera e stette quasi sempre silenzioso. La moglie invece, vivace e allegra, fu colpita piacevolmente dai costumi delle ragazze, ma soprattutto le piacquero molto gli orecchini che indossava Nina. Continuava a dire: «Belli belli hooo…!». La Signora manifestò il desiderio di averli per sé e portarli in America per ricordo. Più volte rivolta a Nina disse: «Money money». Li voleva comprare. Ovviamente Nina, garbatamente, a gesti, fece capire alla signora che i suoi orecchini non erano in vendita. Quegli orecchini facevano parte della parure di famiglia indossata da lei per l'occasione, avevano un grande valore affettivo, senza prezzo e non commerciabili. Nina dice dei suoi orecchini: «Sono di oro antico, di buona fattura artigianale, hanno delle perle e terminano con una frangia di fili d'oro». Erano un dono della sua bisnonna, lei ci teneva tanto a conservarli e non l'avrebbe mai venduti ad alcuno. Infatti, quegli orecchini sono ancora in famiglia. Però, trascorsa la festa, dice Nina: «Don Nicola, in chiesa, solo quattro giorni dopo l'arrivo dello spazzaneve, il giorno di santa Agnese, che ricorre il 21 gennaio, fece la predica e commentò la parabola delle vergini prudenti e delle vergini imprudenti. Le prudenti avevano conservato l'olio per la lampada, le imprudenti no». Fu chiaro il riferimento al comportamento delle due ragazze per quel bacio. E commenta Nina: «A quel tempo quel bacio ad uno sconosciuto fu senz'altro un'imprudenza». Loro avevano baciato, sulla guancia, quell'americano ingenuamente come segno di benevolenza e di amicizia senza alcuna malizia, eppure il gesto fu ritenuto da alcuni sconsiderato e impudente. Per Nina non ci fu alcuno strascico. Lei era fidanzata felicemente con Michele, ingegnere, uomo colto ed evoluto, che non diede alcun peso a quel gesto. Lo considerò per quel che era realmente stato. Un semplice gesto di saluto e ringraziamento. Nina dice: «Quel bacio doveva essere portato dall'autista a tutti gli americani benefattori». Nelle famiglie delle due ragazze nemmeno ci furono censure, conoscevano bene le loro figlie, semplici e spontanee, niente affatto avventate. I familiari si sentirono orgogliosi della simpatia e cordialità che le loro ragazze riuscirono ad esprimere agli ospiti illustri, facendo ben figurare il loro paese. Però, come sospettato, nei giorni successivi le chiacchiere non mancarono. D'altronde, l'innesco l'aveva dato il parroco; la gente fece il resto. Ci furono pettegolezzi e maldicenze fastidiose per Lenuccia. A domanda diretta: «Per questo fatto hai subìto delle conseguenze?». La risposta è stata: «Sì, perché la gente nen ze facéva la masciàta séja». In giro per il paese c'era chi diceva: «Èssele vì! Je dieàne tutta la libertà, era necessieàrie ca évane vacià quìre?». È per questo che il suo papà si mortificava. Suo padre non era risentito nei suoi confronti e le voleva bene. E lei gli diceva: «Papà, mica l'aje fàtte sol'ije, e mica l'aje fàtte de nascuóscte. Sopra a re palche annieànde a tanta gente!». Erano soprattutto le persone anziane che facevano questi ragionamenti. «Quìre, Ze Ndunìne che facéva re pucràre, quìre era che ze metteva a Cacature e deceva: "vìde scte mammòcce che ze mìttene a fà sopra a re palche! Addò scta chiù la moralità?"». «Allora era la moralità!?» esclama Elena, e racconta che dopo quel fatto ogni cosa che succedeva in famiglia ricadeva su di lei e i genitori non la volevano fare uscire più di casa. Tanto è vero che ci fu un episodio increscioso per il padre. Il padre, noto come Cianotto, era il custode del cimitero. Pochi giorni dopo che era giunto lo spartineve, morì un certo Carmine. Dopo i funerali fu portato al cimitero, però i familiari chiesero al papà di Lenuccia di non tumularlo e di non inchiodare il coperchio della bara, poiché l'indomani sarebbero arrivati i figli dalla Puglia, per dare l'ultimo saluto al padre. Il fatto è che l'indomani Cianotto, recatosi al cimitero, trovò la bara scoperta e il morto completamente svestito. Gli avevano lasciato solo re sottecualzóne. Qualche mascalzone durante la notte aveva pensato bene di impossessarsi dei vestiti del defunto. Questo fatto dai più fu ritenuto un segnale sfavorevole a seguito del "peccato" commesso da Lenuccia. Don Nicola, sempre convinto dell'impurità del gesto, voleva insistentemente che le ragazze si confessassero. Una volta Lenuccia, seccata e risoluta, gli rispose: «Ma dìmme ne po', che cósa z'avéma cunfessà?». Michele Potena Fonte: M. Potena, Le vergini prudenti e le vergini imprudenti, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Un totem chiamato Madonna

    Ogni tre anni Capracotta festeggia Santa Maria di Loreto, la cui statua ha fattezze inconsuete. Il busto della Vergine, infatti, è costituito da un tronco d'albero appena sbozzato e che mostra la sua originaria forma arborea. Una leggenda ne spiega il motivo. Si narra che un giorno, in un avvallamento che si estende fuori da Capracotta e di fronte al quale si ergeva una piccola e rozza cappella, la Madonna sia apparsa ad un carbonaio intento a tagliare un pero selvatico. Al primo colpo di scure, l'uomo sentì una voce: – Perché vuoi tagliarmi? Il carbonaio si guardò intorno ma non vide nessuno. Quindi, colpì ancora la pianta con l'ascia. – Che fai? Così mi ferisci –, udì stavolta. La voce proveniva inequivocabilmente dall'albero. Incredulo e impaurito, il carbonaio buttò la scure e scappò via. Ma fatti alcuni metri si fermò, attratto da una luce alle sue spalle. Si voltò e vide tra i rami del pero l'abbagliante figura della Madonna che, dopo pochi istanti, svanì. L'uomo, allora, corse in paese e raccontò l'accaduto. La mattina seguente, molta gente incuriosita si recò nel luogo dell'apparizione. Alcune donne si inginocchiarono davanti all'albero, pregando e invocando la Madonna. La cosa si ripeté per circa un mese, finché un bel giorno esse non trovarono più la pianta. Nella vicina cappella rurale, però, era apparsa magicamente una scultura lignea che raffigurava la Madonna di Loreto. E si vuole che essa sia nient'altro che il tronco del pero. Infatti, chi avesse la ventura di poter osservare la statua priva delle proprie vesti, noterebbe distintamente le fattezze dell'albero originario. Ma solo alcune pie donne del paese hanno questo privilegio quando, nel giorno della festa, svestono la Madonna per rivestirla con l'abito elegante della processione. Quella statua testimonia un'antica idolatria pastorale. La sua "anima" è un totem. Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, La cultura musicale e le tradizioni orali dei pastori transumanti, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998.

  • Come una favola

    Il fuoco, la sabbia, il vetro. Conosco da lontano la storia della SIV e di San Salvo. Ne avevo sentito dire perché nel paese dell'Alto Molise dove sono nato, quando ci tornavo, riprendendo conto di chi era partito, mi sentivo rispondere «lavora a San Salvo», «lavora alla SIV», «si è trasferito a San Salvo», «ha comprato casa a San Salvo». Ascoltavo distrattamente. Non capivo bene se era Abruzzo o Molise. Sembrava fosse Molise. E all'inizio mi ero fatto l'idea di un fuoco fatuo, che si sarebbe presto spento. Una emigrazione ravvicinata. Come di chi non ce la fa ad andare troppo lontano. Ma il fuoco non si spegneva. Anzi sembrava prendere piede. A San Salvo e alla SIV si aggiungeva Termoli e la FIAT. Nel Molise la divisione tra Alto e Basso era diventata, negli anni Sessanta, divisione tra allevamento e agricoltura. Fino agli anni Sessanta del Novecento, per millenni, i nuclei di case erano costretti all'autarchia. Dovevano intanto disporre di acqua e di fuoco. Poi dovevano poter produrre, nel raggio del loro territorio, le cose essenziali: lana e pelli per i vestiti, grano per il pane, latte per i formaggi, carne per sé, non solo per orsi e lupi. Ma con le prime macchine la divisione del lavoro poteva diventare "regionale" e così l'allevamento era diventato appannaggio delle montagne e l'agricoltura era propria dei terreni collinosi e in piano, scendendo al mare. Ma tra Alto e Basso una tradizione continuava a mantenersi: d'inverno vacche e pecore scendevano al mare, d'estate salivano o risalivano in montagna. Ma le macchine prendevano piede anche in montagna. Alle trebbiatrici si aggiungevano le falciatrici. Non erano più i cavalli che sulle are staccavano il grano dalle spighe. Non erano più i falciatori a falciare l'erba con i "falcioni", né i mietitori a mietere il grano con le roncole. Si diceva che i trattori e le macchine erano il nuovo, continuo, inarrestabile, "raccolto" delle fabbriche. Sembrava una favola, lì in montagna, ma i trattori e le macchine arrivavano anche lì e il paesaggio cambiava e l'autarchia cedeva alla divisione del lavoro. In alto i pascoli rubavano spazio ai campi di grano e alle altre colture, il verde rubava spazio al giallo, in basso le colture rubavano spazio ai pascoli, ai boschi, ai luoghi incolti e coloravano il paesaggio. Ma fin a quel punto le macchine e i vetri, potevano anche arrivare da un altro mondo, per chi viveva da quelle parti. Nella fantasia di allevatori e agricoltori potevano continuare ad essere strane diavolerie, che certo "davano una mano" ma venivano da chissà dove. Solo che quando lì sotto gli occhi, la misura dei "luoghi di produzione" eccedeva le misure consuete, quando enormi costruzioni e torri si vedevano da lontano e non erano paesi o chiese o campanili, quando a certe ore masse di uomini, come mandrie di pecore o di vacche, si raccoglievano per entrare in quei luoghi o si disperdevano uscendo da quei luoghi, e anzi lo spettacolo si ripeteva ogni giorno e sembrava che quei luoghi non avessero pace, perché si vedevano luci e bagliori anche di notte, beh, allora non era più faccenda di racconti, di favole, qualcosa era davvero cambiato. Anzi, alcuni provavano ad entrarci in quei luoghi, "a farsi assumere alla SIV". E se riuscivano ad entrare il loro sconcerto era grande. Lo stesso di quelli a cui lo raccontavano: «Lì dentro dalla sabbia, col fuoco, si ricava una strana pasta, un po' come dal latte si ricava la pasta per fare mozzarelle, scamorze e caciocavalli. Anche lì la pasta si tira, si stende, ma, cosa miracolosa, diventa trasparente, diventa vetro, e poi finisce per avere la forma di lastre utili, per le case o per le macchine». Per la cultura millenaria di agricoltori e allevatori di quelle zone dell'Italia l'impatto di una fabbrica di quella natura e di quelle dimensioni può essere paragonato al fuoco mitico che Prometeo ruba agli dei per darlo agli uomini. Sì, si sapeva che da quelle parti era stato trovato il metano, la "materia prima" del fuoco, di sabbia ce n'era sempre stata in abbondanza, abbondante e inutile. Che l'acqua non mancasse, tra Trigno e Sangro, non era una novità, acqua chiara, trasparente, che fa pensare certo al vetro. Ma che tutto si potesse combinare, e prendere forma e produrre qualcosa di utile, beh, questo doveva essere il dono di un dio o di Dio. E il vicario di Cristo arrivò dal cielo, con un elicottero e si incaricò di confermarlo. Non c'era solo Torino e Terni e Taranto, i luoghi nei quali i forni di Vulcano erano stati riaperti, c'era anche San Salvo. Niente fu più come prima. La dura disciplina del lavoro spesso solitario del contadino diventava lavoro di squadra. I "raccolti" non avevano la lentezza e l'imprevedibilità delle stagioni. Le produzioni si chiudevano rapidamente, giorno per giorno. C'era, adesso l'imprevedibilità dei mercati e alla tradizione delle buone pratiche di lavoro si doveva coniugare la capacità e il coraggio di innovare, di cambiare gli strumenti, i processi, i prodotti. Al destino, alle disgrazie, alla fatalità della cultura contadina, si sostituiva il rischio, il coraggio, la responsabilità della cultura industriale. Ma non si può rimirare se stessi in quelle superfici trasparenti come l'acqua del Trigno eppure resistenti. Occorre ripetere il miracolo in altri luoghi sconosciuti, occorre accettare le regole dei cambiamenti di proprietà. Ma si può conservare la durezza, la chiarezza e la trasparenza delle origini. Francesco Paolo Di Nucci Fonte: F. P. Di Nucci, Come una favola, in U. Marrami, Dalla povertà ad una buona vita. Una storia della gente d'Abruzzo, Gangemi, Roma 2015.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | Statuto | Contattaci

​

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943​​​

bottom of page