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  • Il centro sannitico di Monte S. Nicola e l'abitato medievale di Maccla

    Le aree montane del Molise settentrionale a confine con l'Abruzzo, comprese tra Belmonte del Sannio e S. Pietro Avellana, estremo lembo del territorio Pentro a confine con Carricini e Lucani del Sangro, sono state indagate da chi scrive nel corso del Dottorato in "Metodologie conoscitive per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni culturali" della Seconda Università degli Studi di Napoli. Le ricognizioni, effettuate con grande dispendio di energie in un territorio vasto e spesso impervio, con picchi che raggiungono i 1.700 metri di altitudine, hanno rilevato la presenza di circa 140 siti, compresi in un lungo arco temporale che va dalla Preistoria al Medioevo e oltre. La ricerca ha permesso di gettare nuova luce sul popolamento di quest'area in età Sannitica e di ricostruire le dinamiche dell'insediamento tra il IV e il I secolo a.C. In epoca Sannitica si nota un'occupazione più articolata e sistematica del territorio, basata su insediamenti rurali diffusi capillarmente anche a quote elevate, luoghi di culto e centri fortificati. La realizzazione degli insediamenti fortificati di sommità è il risultato di uno sforzo intenso che nel IV secolo ha coinvolto l'intera comunità Pentra per la creazione di un sistema difensivo complesso in un lasso di tempo piuttosto limitato. L'uniformità delle tecniche costruttive impiegate e la strategia adottata, mirante ad un controllo totale del territorio e delle vie di transito, sono le caratteristiche fondamentali che accomunano questi insediamenti. Oltre ad una valenza strategico-militare, le fortificazioni avevano forse un valore di rappresentazione visiva del potere ribadita attraverso queste manifestazioni di architettura monumentale: esse dominavano il paesaggio circostante, erano distinguibili anche da lunghe distanze e forse ebbero un ruolo simbolico rilevante nel definire il senso di appartenenza a comunità emergenti. Esse rappresentarono pertanto dei marcatori territoriali, simboli dell'occupazione e del controllo del territorio da parte delle comunità ivi insediate. Non necessariamente furono luoghi d'insediamento abitativo, ma strutture difensive per la popolazione diffusa nel territorio e inaccessibili rifugi in caso di pericolo. Nel nostro comprensorio sono presenti le fortificazioni di Monte Miglio (S. Pietro Avellana), Monte Cavallerizzo (Capracotta), Monte S. Nicola (Capracotta), Guado Ogliararo-S. Margherita (Agnone) e Monte Rocca l'Abate (Belmonte del Sannio). Alcune fortificazioni sono note sin dal XIX secolo, quando studiosi abruzzesi come Vincenzo Balzano e Antonio De Nino o l'agnonese Francesco Saverio Cremonese le visitarono, pubblicando in seguito brevi resoconti. Il primo a raggiungere Monte Miglio e Monte Cavallerizzo fu il De Nino nel 1904 durante le sue escursioni nel Molise settentrionale, cui seguì il Balzano l'anno successivo. Monte S. Nicola fu visitato per la prima volta dal Cremonese nel 1848 il quale segnalò la presenza sul "Monte della Macchia" (com'era allora denominato) dei resti di un oratorio, di «mura in opera poligonale terminanti ad est in una struttura semicircolare» e frammenti di ceramica comune e scorie di fusione. Anche il De Nino effettuò una ricognizione sulla vetta del monte nel 1904 rinvenendo frammenti fittili e un'acquasantiera spezzata tra i ruderi di strutture antiche («Sulla sua vetta, di forma quasi conica, sono ancora visibili alcune tracce di mura poligoniche, che s'interrompono e si rannodano a scogliere naturali schistose. Una di queste scogliere prende il nome di Segone. I massi delle mura scomposte rotolano a valle. Sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi prova certa che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata»). Luigi Campanelli, nel suo lavoro del 1931 dedicato a Capracotta e al suo territorio, fa una generica descrizione dei resti delle mura in opera poligonale e segnala la presenza di tombe: «Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! Triste spettacolo!». Ad eccezione di Monte Cavallerizzo tutti i centri fortificati della zona furono rioccupati nel Medioevo. A Guado Ogliararo si sviluppò un esteso abitato di cui restano le rovine: sulla sommità dell'altura si distingue una struttura a pianta rettangolare, identificabile probabilmente con la chiesa di S. Margherita, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria della gente del posto, e i resti di una torre a pianta quadrata. Tali resti appartengono all'insediamento di Staffum (chiamato anche Stafele o Stafili), citato alla metà del XII secolo nel Catalogus Baronum, nelle Rationes Decimarum per il 1328 e in altri documenti coevi e successivi. Sulla vetta di Monte S. Nicola sono presenti i resti di un esteso abitato di cui si riconoscono numerose strutture e un circuito murario dotato di una torre a pianta circolare. Nella spianata di sommità è invece presente un edificio a pianta rettangolare posto in posizione particolarmente panoramica, con lati di 5x9 metri circa, identificabile probabilmente in un edificio di culto, e una grande torre a pianta circolare realizzata sulle strutture di una precedente torre quadrata con lati di 7x7 metri. I resti delle strutture individuate appartengono all'insediamento medioevale di Maccla Strinata o Maccla Spinetarum con la chiesa di S. Nicola della Macchia, abbandonato forse in seguito alla peste del 1656. La rioccupazione medievale dei centri fortificati del comprensorio indagato sta ad indicare un rinnovato ruolo strategico delle posizioni già occupate in età Sannitica e la sopravvivenza e l'utilizzo costante di certe direttrici viarie, quasi sempre obbligate in aree di montagna. Si tratta perlopiù di mulattiere, molte delle quali riconosciute dalla gente del posto come "tratturelli", in modo particolare lo Sprondasino-Castel del Giudice e l'Ateleta-Biferno, utilizzati ancora oggi negli spostamenti dei pastori del luogo e fino ad alcuni decenni fa dalla grande transumanza. Bruno Sardella Fonte: B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla, in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.

  • Sci di fondo a Capracotta

    Capracotta regina del fondo. Cala il sipario sui recenti Campionati italiani assoluti di sci di fondo nell'incantevole cornice di Prato Gentile, ai piedi di Monte Campo. Un successo che non trova riscontro negli annali dello sport molisano. Tutto organizzato in maniera perfetta e con alta professionalità dall'Amministrazione Comunale capeggiata dal giovane e dinamico sindaco Candido Paglione che si è perfettamente calato nei panni del manager più navigato, dimostrando un eccezionale spirito d'intraprendenza e genialità. È questa, infatti, la prima volta che il Molise si apre ad un avvenimento sportivo d'eccezionale portata. La scrupolosità della macchina organizzativa ha raggiunto un tale grado di efficienza da entusiasmare sia i molti atleti presenti alla manifestazione, quanto i responsabili della federazione, soddisfatti delle infrastrutture messe a disposizione dell'amministrazione. Capracotta ha dimostrato di avere le carte in regola per fare il salto di qualità nel turismo invernale e proiettarsi verso il 2000 nel ruolo di protagonista. Ora l'input alla rivitalizzazione del movimento c'è stato e non bisognerà fare come un vecchio adagio ci insegna "passata la festa gabbato lo santo". È giunto infatti il momento di fare delle scelte di fondo se si vuole esportare al di fuori dei confini regionali il marchio "DOC" delle meravigliose piste di sci che si snodano in un paesaggio quasi fiabesco dove gli alberi sono la più bella nota di colore. Gli enormi sforzi compiuti da Capracotta in occasione dei Campionati di sci di fondo sono valsi a dare un'immagine diversa d'una zona finora scarsamente valorizzata sia dalla Regione, quanto dalle precedenti amministrazioni che hanno tirato come si suol dire a campare. Mettiamo una pietra sul passato e cerchiamo di pensare all'avvenire. Bando dunque a qualsiasi sorta di entusiasmo in un clima di comprensibile euforia. Occorre continuare il lavoro iniziato dal dinamico sindaco e dall'intera amministrazione, perché si possa sperare in un futuro migliore per Capracotta e per il Molise. L'efficienza degli impianti di risalita e le piste tecnicamente valide hanno retto bene all'assalto dei più quotati fondisti italiani. Tutti gli atleti sono stati concordi nell'apprezzare l'impeccabile organizzazione ed il calore del pubblico caprecottese generoso nell'elargire applausi ed affetto ai vari Fauner, Zorzi, De Zolt, Di Centa, Valbusa, Paruzzi, Del Fabbro, Albarello, Pozzi e l'olimpionico Vanzetta. Un grande e caloroso applauso per questo civettuolo centro appollaiato su una roccia dalla quale si domina la sottostante vallata del Sangro. I nostri rallegramenti vanno all'indirizzo di Candido Paglione e di tutti i suoi validi collaboratori che non si sono sottratti agli impegni e si sono dannati l'anima notte e giorno perché tutto filasse a puntino, come era nei loro desideri. Non va comunque sottaciuto il merito della federazione regionale ch'è stata capace di far disputare i campionati italiani di fondo nel Molise. Un particolare ringraziamento alla Telecom Italia ed a La Molisana, i due più grandi sponsor di questa bellissima manifestazione che apre una nuova pagina di storia nello sport molisano. Onore e gloria a Capracotta ed alla sua generosa gente che ha saputo dimostrare la validità del famoso detto alfieriano «Volli, sempre volli, fortissimamente volli». E così, infatti, è stato. Grazie di cuore Capracotta. Arrivederci a presto! Camillo Viti Fonte: C. Viti, Sci di fondo a Capracotta, in «La Vianova», IV:1, Roma, gennaio-febbraio 1997.

  • "Coccia di bronzo" si racconta (I)

    È la prima volta che Alice e Alessandro vengono a stare in vacanza, per una settimana si spera, con i nonni (io e mia moglie Gabriella) a Capracotta: sono pieni di entusiasmo e curiosità. Siamo partiti da Pescara: lungo il viaggio in autostrada racconto loro quando ho visto per la prima volta il mare. La narrazione avviene in terza persona, dove il personaggio si chiama "Coccia di bronzo", ché spiego durante i ricordi. Comincia il racconto. Aveva undici anni, era il giorno di san Luigi Gonzaga, il 21 giugno. Insieme a suo padre Enrico andava dai frati minori conventuali, alla parrocchia di S. Antonio di Pescara per trascorrere dieci giorni di colonia estiva e decidere sul suo futuro o meglio sulla sua vocazione religiosa, se diventare missionario, figlio di san Francesco. Non aveva mai visto il mare da vicino. Salirono sul treno sulla Sangritana alla stazione di S. Angelo del Pesco e, dopo aver attraversato i vari paesi nella Valle del Sangro e la città di Lanciano, giunsero a San Vito Chietino. Dai tornanti del paese verso la marina si vedeva una distesa verde sotto il loro sguardo che ondeggiava al vento. – Mamma mia, – disse il ragazzo rivolto al padre – beato il padrone di tutto questo grano; chissà quanti mietitori ci vogliono per raccoglierlo! – Fessacchiotto, – precisò il padre – questo è il mare: il colore verde è dato dalle alghe! La nipotina Alice guarda sbalordita e sussurra: – Veramente nonno? – Sì – rispondo. – Sono poi diventato un caro amico del mare, ci vivo vicino da oltre quarant'anni. Sapete infatti che io e la nonna Gabriella stiamo a San Salvo, un paese che ha un bel mare con una spiaggia ampia e piacevole. Alessandro si associa dicendo: – Anch'io amo il mare! So nuotare e vado anche in piscina. Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.

  • Spal, ci sono tre imprenditori

    Ferrara. Roberto Benasciutti calma il gioco. Vice-presidente e amministratore unico della Spal (possiamo evitare di chiamarla Real visto che nei comunicati di questi giorni non l'ha fatto nemmeno la Lega Nazionale Dilettanti), il dirigente ferrarese si trova in prima linea dopo la rottura con Oreste Pelliccioni e la conseguente necessità di cercare soci-finanziatori. Benasciutti però smorza i toni: «Chiedo un po' di serenità, a tutti. Evitiamo gli allarmismi. La società è nuova, pulita, senza debiti e – cosa fondamentale – ha perfezionato l'iscrizione. Siamo sereni, ve lo assicuro». Benasciutti è stanco, la voce provata («Sono giorni infernali, adesso fino a lunedì voglio solo vedere la squadra»), però fa professione di fiducia: «Non abbiamo bisogno di tanta gente, se fosse necessario riusciremmo anche ad autofinanziarci: siamo la Spal, non il... Capracotta, gli sponsor li troviamo. La società non è in vendita, ed in ogni caso suscita interesse». Benasciutti e Ranzani in questi giorni hanno tessuto contatti, avuto incontri. Uno, in particolare: con Claudio Molinari, ex diesse biancazzurro all'epoca-Tomasi, che potrebbe portare dei soci finanziatori. Il vertice com'è andato? Benasciutti spiega: «Molinari è legatissimo alla Spal, gli piacerebbe tornare. Ha due amici, trentini, appassionati di calcio, imprenditori con aziende importanti che insieme a lui e ad un altro amico di Verona sono già venuti a vedere la Spal, la scorsa stagione. Potrebbero entrare, sembra ne abbiano l'intenzione, ci siamo conosciuti ed è nata una simpatia reciproca. Se son rose, fioriranno». Quanto al capitolo Pelliccioni, all'ormai sempre più probabile e definitiva estromissione del manager sammarinese, Benasciutti è molto cauto, anche se - interpretandone la prudenza e qualche silenzio - una ricucitura pare proprio da escludere: «Pelliccioni? Non posso litigare con lui, di Oreste sono amico e gli sono affezionato. Non voglio sbilanciarmi». Ok, si è capito come stanno le cose. Il "Ben" in ogni caso sparge positività a piene mani: «Ma sì, non mi piacciono le polemiche. Evitiamole, pensiamo solo al bene della Spal. Anche il discorso con Pasetti... Gli ho e gli abbiamo parlato, non è stato trovato un terreno d’intesa, e allora guardiamo avanti, lui e noi. Chi mi conosce sa che il mio sogno è sempre stato quello di un settore giovanile forte, capace negli anni di esprimere la base di giocatori per la prima squadra, per una Spal sempre più ferrarese. Con calma, con il lavoro, ci arriveremo. Tutte le altre questionilasciamole perdere. Credetemi, il più era fare l’iscrizione. Adesso siamo a posto, la squadra è in ritiro, il mister è contento». Benasciutti lavora anche su altri fronti: «Lo stadio lo stanno sistemando, al Centro abbiamo un nostro uomo che lavora, lunedì spero ci diano le chiavi per iniziare a verniciare e sistemare tutto. Voglio che quando la squadra tornerà dal ritiro trovi delle strutture adeguate». Se i discorsi sul fronte ferrarese sono questi, Oreste Pelliccioni - nonostante le chances di rientrare siano al momento minime - non resta con le mani in mano e continua a lavorare per garantire i capitali con cui correbbe rilevare la maggioranza delle quote societarie e finanziare la stagione. Già ieri scrivevamo dei suoi contatti avanzati con Luciano Gubbioni, imprenditore ternano che ha già dato la disponibilità a sostenerlo nell’avventura Spal. Ma se Benasciutti e Ranzani privilegiano altre opzioni, allora il discorso rischia di cadere ancor prima di fare una proposta. Paolo Negri Fonte: https://www.lanuovaferrara.it/, 11 agosto 2012.

  • Il miracolo di Niccolò Comegna

    Nel 1715 il predicatore domenicano Serafino Montorio (1647-1729) pubblicò lo "Zodiaco di Maria", un'opera monumentale che, dividendo le province del Regno di Napoli nei dodici segni dello zodiaco, passava in rassegna i principali santuari mariani dall'Abruzzo alla Calabria. Ad ogni santuario il Montorio attribuì una stella descrivendo leggende fondative, miracoli e icone venerate, trasformando in dati storici una serie di informazioni e cronache che probabilmente non sarebbero altrimenti giunte ai giorni nostri. Al segno dei pesci, la settima stella, venne attribuito il Santuario di S. Maria della Valle di Stignano, nel territorio di S. Marco in Lamis, un centro religioso che fa da sfondo a una storia miracolosa che ha per protagonista un capracottese, Niccolò (o Nicola) Comegna, uno dei tantissimi emigranti stagionali del nostro disgraziato paese d'altura. Siamo nella primavera del 1566 e l'umile Niccolò Comegna, assieme a pochi compagni, camminava sulla strada che da Canosa lo avrebbe riportato a Capracotta, felice di poter presto riabbracciare la propria famiglia e di riposare un pochino dopo le sfiancanti fatiche della lunga traversata. Giunto in una delle tante osterie poste parallelamente al regio tratturo, Niccolò si imbatté in una masnada di banditi piuttosto aggressivi che subito cominciarono ad inveire contro la sparuta comitiva. Quando il Comegna, per spaventarli, gridò: «Alto alla corte», vide fuoriuscire dall'osteria altri quaranta ladroni, tutti attirati dagli strepiti e dalle urla. La banda di malviventi così raccolta decise di gettarsi all'assalto di Niccolò e dei suoi colleghi, sparando persino un colpo d'archibugio. Attorniati da decine di banditi, Niccolò Comegna e compagni non videro altra via d'uscita se non quella d'invocare «la gran Madre di Dio Maria di Stignano, facendo voto di visitare la sua chiesa con donativi, e messe da celebrarvi». Fatto sta che non «appena fatto tal voto, mancò l'ardire a quei scellerati, e coll'ardire ogni forza», finché ai briganti caddero le armi di mano e restarono alfine «immobili come statoe», quasi avessero incrociato gli occhi d'una Gorgone. Il miracolo a cui assistette Niccolò Comegna in quella assolata primavera di quattro secoli e mezzo fa, fu soltanto uno tra le decine di prodigi acclarati riconosciuti alla Vergine di Stignano. Certo è che il nostro compaesano e i suoi fedeli compagni non mancarono di portare al santuario garganico i dovuti ringraziamenti. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Montorio, Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli, Severini, Napoli 1715; A. Pellicano, Geografia e storia dei tratturi del Mezzogiorno. Ipotesi di recupero funzionale di una risorsa antica, Aracne, Roma 2007; P. Soccio e T. Nardella, Stignano: storia e vita di un santuario garganico, Adda, Bari 1975.

  • Il ritorno di Tata

    24 giugno, San Giovanni. Il lastricato di via Santa Maria di Loreto risplende sotto il primo sole, dalle inferriate verdi la biancheria sventola nell'aria asciutta e fresca dell'estate capracottese. Tata Giuann' è intento dall'alba a scaldare il latte appena munto nella quiete della cucina al piano terra di casa Di Nucci. Con le dita saggia la temperatura del latte, la consistenza del coagulo. Prende il suo cucchiaio di legno e vi adagia un primo pezzo di cagliata. Aggiunge un po' di acqua bollente, ed ecco che la magia della filatura si ripete incessante. Lo sguardo serio e penetrante dell'anziano massaro, si posa sul cutturo di rame e dolcemente le sue mani estraggono il miracolo che l'ha accompagnato una vita. Il siero bollente cola tra le dita, lasciando sui palmi l'impasto lucido e liscio della cagliata. Lo osserva e in un attimo la sua memoria si perde nel rosa dell'alba alla Masseria Don Salvatore, nel verde delle Puglie, nel calore dei falò notturni e nel sapore scialbo di quei pancotti serali che non saziavano la fame, ma la nostalgia, quella sì. Si perde nell'incedere lento e ostinato dei suoi animali, nella melodia dei loro campanacci, nello sguardo fisso e benevolo della sua Madonna e nei baci dati a quel manto azzurro invocandone la protezione. Si perde ancor più nel grigio di quella mattina a Campobasso e nello stridìo cupo di un carro merci. Nelle urla strazianti dei "suoi ragazzi" sotto il patapum patapum di quei cannoni maledetti. Nel pianto dei suoi bambini «Tata non partire...». Ma ecco, Tata è tornato e non c'è più tempo per i pensieri: da lontano il vociare festoso dei nipotini annuncia il loro arrivo, la moglie Letta abbandona il suo incessante moto per accogliere i fanciulli con un bacio. Un attimo dopo le strisce candide e perfette di stracciata sono già tra i loro dentini. Tata li guarda compiaciuto del suo personalissimo omaggio al santo del suo nome. Tata è tornato e torna ogni giorno nei nostri gesti, veglia sul nostro andare e tornare. È in Tata Giovanni il nostro ritorno. Serena Di Nucci Fonte: U. Martino, Ritorno in Molise, Di Nucci, Agnone 2018.

  • Passeggiata a Pratogentile

    Noi ci faremo un po' di compagnia se voi vorrete con il nostro cuore; poiché solo significa l'amore essere in due per una stessa via. E voi sorridete. Mi ascoltate attentamente mentre io dico i versi di Giuseppe Valentini, del giovane poeta romagnolo e sorridete. Non è certo propizio questo momento per recitare dei versi, col respiro spezzato dalla salita e con una neve ghiacciata come questa. Da ieri sera, da quando è caduto lo scirocco umido e nebbioso, ha cominciato a soffiare il maiellese. Così chiamano la tramontana quassù e difatti viene dalla Maiella questo vento gelido, che spazza le nuvole e fa ghiacciare la neve. Si cammina male. Gli sci sfuggono di lato e non vogliono seguire la direzione che ad essi imprime il piede. Voi faticate molto: puntate i bastoni e colpi di anca e si va a spina, a scaletta, su per la costa. Vi siete sbarazzata del giubbetto e, nonostante il freddo, avete il viso accaldato: siete quasi rossa. Così il vento vi brucerà la pelle... – No, Lia, non è lontano Pratogentile. Per la seconda volta vi rispondo così e poi ho quasi timore che ancora mi chiediate quanto è lontana la meta. Ho paura che da un momento all'altro voi abbiate a decidere di rinunziare alla gita e di tornare indietro. – Fermiamoci un poco. Voi accogliete l'invito ed un ciuffo di alberi, prima sentinella avanzata di un bosco imminente, ci ripara dal vento. Siamo alle Salere e qui la salita finisce. Ma prima di lanciarci nella discesa noi c'indugiamo ad ammirare lo scenario di questi meravigliosi monti d'Abruzzo: la Maiella è un enorme groppone, che s'alza da una linea di mare lontano. Di qua la cortina più bassa dei monti Lupari e poi l'ampia, solenne vallata del Sangro. Vicinissimi sovrastano i dirupi di Monte Campo, da cui un giorno si sgretolarono i macigni, rotolando per i declivi della Guardata. Ora sui declivi e sui macigni è caduta la neve. Che bella cosa la neve! Senza di essa voi non avreste mai pensato di andare in mia compagnia a Pratogentile. Ha fruscii di seta e di ala lo sci sulla neve farinosa del pendio; s'alzano ai lati del legno sottili orlature di bianco e la traccia lunga, diritta rimane. Ai lati della pista gli argini di terra si alzano ammantati di bianco. Voi scivolate leggera, felice, ridente sotto i rami protesi sul vostro cammino. I rami sono nudi: appena qualche foglia ingiallita, tenace è restata. Però tutti i rami hanno una riga di neve. I più sottili sono stanchi e si curvano al peso. Che cosa strana un peso di neve! Ricordate: quando vi siete arrestata (gli sci non volevano saperne proprio) c'era un ramo che vi sfiorava quasi la spalla ed in punta aveva delle foglie patinate di bianco. Voi le avete staccate perché vi piacevano molto. Ma presto la vernice di neve è sparita; soltanto è restata quella tristezza cartacea di giallo. Pratogentile. Levigata radura nel folto del bosco. Faggi ed abeti intorno, vicinissimi tra loro, intreccianti i lunghi rami protesi. Immota, estatica folla messa in giro a quel prato rotondo, in attesa di chi sa qualche cosa. Ora c'è il sole sul prato e sul bosco, un sole velato, discreto, invernale. Ma a notte, quando la luna vestirà d'argento le cose di questa scena ed i silenzi ovattati di neve sentiranno le canzoni dei lupi e del vento, che cosa accadrà a Pratogentile? Forse davvero da questi alberi «le ninfe usciran fuori». Chi lo sa? Ma voi l'avete notata, Lia, quell'aria di attesa che c'è a Pratogentile. Io ho visto nelle vostre iridi assorte il colore di un sogno lontano. Ora passano, a tratti, folate di vento. Il sole si vela di più, si lascia quasi guardare: è una grande moneta di luce. Il vento reca dei granelli minuti, una polvere bianca: nevischio. Quanta cipria sui vostri capelli! Per un attimo vi vedo in crinolina ed in parrucca bianca. Perché non danzate in minuetto? Ma voi avete i calzoni e siete qui per sciare. Altro che languida fragilità del Settecento! Del resto: mutatis mutanda. E voi siete intonata all'ambiente. Torniamo. Dal bosco ai declivi squallidi delle Salere. Il vento c'investe in pieno ora e gli orli della giacca svettano nella discesa difficile tra i macigni. Bisogna fare lo slalom. – Piano, Lia! Per carità fate piano. Voi ridete ed io invece ho paura per voi. Dalla cuffia sono sfuggiti i capelli e vi ricadono ogni tanto sugli occhi: allora voi non vedete la pista. Vi fermate a rimetterli dentro, ma per i guanti un po' grosso non vi riesce di farlo ed io allora vi aiuto. S'indugia appena la mia mano nella dovizia dei capelli neri e già il volto par che scolori... Ora che la pista va verso il muro delle Cese e si mette accanto a quella linea dritta di pietre che, si dice, i montanari costruirono in una notte per segnare la via ad un re, che volle salire a Monte Campo. – Ma perché non avete voluto appoggiarvi? Due volte v'ho offerto il mio braccio per questa ultima discesa ghiacciata. Non avete voluto. Eppure mi sareste piaciuta di più un po' stanca, bisognosa d'aiuto. Invece... Su, via, confessatelo, un po' stanca siete. Coraggio, ci ristoreremo arrivando. Capracotta è vicina ed io vi condurrò nella casa che m'ospita. È una grande casa all'antica, dove ogni tanto ritorno: ci sono nato quasi (forse in un vecchio solaio c'è ancora una culla di legno che mi accolse marmocchio). La casa ha una vasta cucina. Non ci sono fiammelle di gas o radiatori di termosifone. C'è un grande camino coi ciocchi di legno che ardono ed una catena nera di ferro che regge una pentola. Oh, umile poesia! Oh, infinita potenza dei focolari domestici! Il mio cuore è un po' catenato al passato! Io amo, per esempio, quelle figure di donne, che vivono sane nella grande pace casalinga dei paesi d'Abruzzo e la domenica si vestono a festa e vanno ad ascoltare la Messa e dormono nei letti che hanno spalliere di ferro o d'ottone e non sono sepolti sotto tanti molli cuscini e lavorano nelle madie di legno con la bianca farina il buon pane col sale. Ogni canto di gallo le sveglia al mattino per le sante fatiche da compiere nella vasta cucina. Venite. Basterà una gonna per intonarvi all'ambiente. Venite. Lì dentro può darsi che io mi innamori di voi. Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Passeggiata a Pratogentile, in G. Titta Rosa e F. Ciampitti, Prima antologia degli scrittori sportivi, Carabba, Lanciano 1934.

  • Tombe la neige

    Cade la neve, non verrai stasera. Cade la neve e il mio cuore si è vestito di nero. Passò più di un anno tra lettere e cartoline. Poi: un giorno d'inverno che dirvi non so... decisi di andarla a trovare. Si trattava (in realtà lo so) di un inverno molto speciale, quello compreso tra il 1968 e il 1969. L'autunno dopo quell'estate 1967 era stato l'inizio vero della mia vita politica e il poster di Che Guevara che il settimanale comunista "Vie Nuove" aveva inserito come inserto nella sua edizione del 19 ottobre era affisso nella mia cameretta in attesa di quello di Ho Chi Minh. Cominciai anch'io a portare la barba e il 1968 mi trovò pronto ma, anche un anno dopo, non ero certamente diventato adulto e indipendente. Il mio proposito di raggiungere Geert non era di facile attuazione perché: non avevo i soldi per il viaggio; perché sapevo che non avrei mai avuto il permesso dei miei. Ad impedirlo non sarebbe stato tanto il fatto di dover attraversare un po' di Europa da solo (l'estate precedente ero stato un mese in Romania e Ungheria in 500 con Prist) su quello avrei forse avuto l'appoggio di mio padre anche contro l'opposizione di mia madre. Ma di andare senza soldi a vivere una settimana a casa di altri... no, questo non me l'avrebbero mai permesso, almeno così pensavo. Non ne ho mai avuto la prova perché mi servii di un sotterfugio che poi non confessai mai. I miei compagni di classe avevano organizzato per Capodanno un settimana in montagna. Convinsi così i miei a darmi in anticipo il "Buon anno" , mi feci prestare dagli zii scarponi e giacca a vento e, una volta a Bologna, invece di andare a Trento, presi il treno per Bruxelles. Viaggiai tutta la notte in uno scompartimento pieno di caciotte dirette ai parenti che lavoravano in Belgio, assaggiandone di ogni tipo e bevendo, per la prima volta in vita mia, Aglianico del Vulture, in compagnia di lucani e campani. Non ci fu molto da dormire ma certo non dovetti intaccare i pochi soldi rimasti dopo aver pagato il biglietto A/R per comprare da mangiare. Fuori nevicava ininterrottamente. Quando arrivai alla stazione della capitale belga era mattina piena e i binari erano bianchi. Salutai i miei compagni di viaggio diretti in qualche paese vallone e presi un treno locale per Anversa. Mi sedetti in prima classe senza accorgermene e stranamente il controllore non disse nulla: era passato da poco Natale? Oppure era il mio improbabile abbigliamento da sciatore (stile Sordi a Capracotta) ad averlo intenerito? Arrivai così, comodo comodo, alla stazione di Anversa. Dove da un telefono pubblico chiamai il numero che mi aveva mandato Geert. La risposta fu pronta ed entusiasta: venivano a prendermi. La famiglia De Jong però viveva a Retie che non era precisamente vicinissimo ad Anversa. Così ebbi il tempo di bere un caffè pestilenziale di fumare molte Bastos che si vendevano a pacchetti da 25 e costavano pochissimo. Portavo già con me un ritratto di Mao e un libro Samonà e Savelli, le "Lettere da lontano" di Lenin. Edizioni trozkiste e santini di Mao. Diavolo e acqua santa. Ma chi era il diavolo? Dopo un'attesa che mi pare durasse un paio d'ore lei irruppe, con tutti gli occhi blu che aveva, nel buffet della stazione. Anche se c'erano i treni e c'era molta neve il nostro incontro non fu alla Vronskij e Karenina. C'era il babbo lì presente che aveva guidato la R4 nella tormenta e, anche se assente perché impegnato a sciare, lui davvero, in Svizzera, incombeva la presenza di un fidanzato ufficiale: Luc. Di quelle giornate del capodanno 1968-69 ricordo la casa di Retie con le tavole di legno e il soffitto spiovente, le escursioni sulla neve e i paesaggi alla Brueghel, ma ricordo soprattutto la distanza di Geert attenta a non baciarmi più come aveva fatto in Italia. Non rimase neanche sempre con me perché aveva scelto recitazione al liceo e doveva fare delle prove. Alla festa di capodanno, in una bella casa di amici, fu ad un passo dal lasciarsi andare tra le mie braccia ma si fermò. Più tardi mi disse che aveva fermamente giurato che non saremmo mai potuto essere altro che amici. Me ne convinsi anch'io, il che dimostra, come capii mio malgrado troppo tardi, che le decisioni hanno spesso ragioni contrarie alla loro ragione. Quel soggiorno non mi risparmiò altre lezioni alla scuola della borghesia colta. A casa di un ricco mercante di legname, amico di famiglia del padre di Geert, discutemmo a lungo della sua tesi: il Belgio andava meglio ora che non aveva più colonie. Mentre confutavo questa tesi rivelatasi probabilmente giusta (il capitalismo ha tratto maggior profitto dal controllo delle economie del terzo mondo senza gli oneri coloniali), arrivò un carrello con un fornello fiammeggiante. In breve vennero servite tartine con foie gras e altre prelibatezze. Mi abbuffai, lo confesso. Rimasi così molto sorpreso quando alla fine di questo banchetto fummo invitati a tavola pour le souper. Venni così a conoscenza degli hors d'oeuvre, la cui esistenza è tutt'ora ignota ad Alfonsine. Procedendo in questo racconto apprenderemo come la cosa ebbe poi conseguenze disastrose in un'altra occasione. Lo so che avevo 18 anni belli compiuti e la barba della rivoluzione ma, anche se vi aspettavate di più, le cose andarono così, solo così. Mestamente ripresi il treno e tornai a casa e alla nostra rivoluzione giovanile. Alla stazione di Bologna incontrai i miei compagni di scuola di ritorno dalla montagna e seppi che Beppe Masetti aveva raggiunto l'apice della perfezione falsaria inviando a casa mia una cartolina da Moena con tanto di mia firma autografa. Apparentemente la mia storia con Geert era finita ed era così in effetti anche se ho l'obbligo di aggiungervi ben altri tre capitoli. Per quanto ricordo il capodanno lo passai qui, senza bere la famosa birra locale. Guido Pasi Fonte: http://alfonsinemonamour.racine.ra.it/.

  • La drammatica "favola" di Capracotta

    Capracotta 16 dicembre, notte. Questo paesetto del Molise, il più alto della regione (è a quota 1.421), è al centro d'una singolare storia che, divulgata attraverso gli emigrati negli Stati Uniti, sta divenendo una favola soprattutto nel New Jersey dove è concentrata una "colonia" di capracottesi di oltre Atlantico. Come in ogni inverno, con le prime tempeste di neve, l'abitato rimane spesso isolato a lungo e, talvolta, con drammatiche conseguenze non tanto per il cibo ed i medicinali, quanto per gli interventi chirurgici che non possono essere ritardati. E, invece, per giungere all'ospedale più vicino, quello di Agnone, vi sono ventidue chilometri con un itinerario molto aspro mentre più facile sarebbe recarsi a Castel di Sangro, pur distante trentacinque chilometri, se non vi fosse, su entrambi i percorsi, la neve che, non rimossa, perdurando il gelo, diventa una barriera. Proteste degli abitanti A Capracotta una commissione ha l'abitudine di segnare in nero sulle facciate la data e l'altezza raggiunte dalla neve nei varii inverni. Nel '56 la neve giunse a cinque metri. In piazza Stanislao Falconi, sul palazzotto del notaio Michele Conti, vi è il livello del '65: oltre sei metri. In quel periodo il divertimento di molti giovani fu di arrampicarsi sulla massicciata, in cui veniva aperto un sentiero con il piccone e, dopo essersi riscaldate le mani ai globi della luce elettrica, tenere comizi caricaturali sulle promesse delle prossime elezioni. Questo dell'isolamento di Capracotta, dietro cui è il dramma di centinaia di paesi del Molise, dell'Abruzzo e della Calabria, è infatti un problema aperto da secoli. Nel libro "Il territorio di Capracotta: note, memorie, spigolature" di Luigi Campanelli - stampato nel 1931 - si legge che nel 1909 il presidente del consiglio provinciale di Campobasso, Nicola Falconi, «dopo lunga insistenza e opposizione, ottenne che la spesa per la manutenzione dell'intera rete fra i comuni fosse a carico di quella amministrazione». Nel primo dopoguerra il ministro dei lavori pubblici Umberto Tupini, martellato dalle interpellanze di un parlamentare democristiano del collegio, Remo Sammartino, rispose che il problema non riguardava l'ANAS. Allora i capracottesi documentarono che i tedeschi in ritirata innanzi alle truppe del maresciallo Alexander s'erano impadroniti di un loro spazzaneve e chiesero l'indennizzo. Ma il dicastero del tesoro, tramite il sottosegretariato ai danni di guerra, chiarì che uno spazzaneve non rientrava nell'elenco ufficiale degli oggetti da risarcire. Il governo militare alleato su cui pesava la responsabilità della sopravvivenza della popolazione risolse il problema con aerei che lanciavano soccorsi. E con la seta dei paracadute - bianca, rosa e celeste - molte famiglie confezionarono veli da sposa e corredi per bimbi dove si leggeva "U.S. Army". Nel dopoguerra venne al paese la signora Eva Dinucci, moglie di un emigrato, Giovanni Paglione. Ritornata a Jersey City informò i compaesani di quanto continuava ad accadere. Fu organizzata allora una sottoscrizione e il sindaco di Jersey City, John V. Kenny, poi nominato cittadino onorario di Capracotta, accettò la presidenza di un comitato, Frank Sinatra cantò per spronare la gente e in tre mesi si raccolsero ventiquattromilaseicento dollari, con i quali si acquistò uno spartineve, chiamato Walter, che fu trasportato con il "treno dell'amicizia" organizzato sin dal '48 da Drew Pearson e caricato sull'Exiria che, quando lasciò l'Hudson, fu salutato da una speciale delegazione (ne faceva parte il sindaco di Nuova York, Vincent Impellitteri). A Napoli l'Exiria fu ricevuto da una folla di autorità fra cui l'ambasciatore degli Stati Uniti James Clement Dunn che, insieme alla moglie Mary, si recò a Capracotta (era il 16 gennaio del '50) con un corteo di lussuose auto nere. Guidava Walter un italo-americano, Armando Gaito, venuto per consegnare di persona lo spartineve "nelle mani" dei concittadini d'origine. Cominciò così, dal 16 gennaio del '50, il calvario di Capracotta. Quando infatti, partiti gli ospiti, quei montanari si studiarono ben bene il dono, constatarono che avendo esso un'apertura di otto metri su vie larghe al più sei, occorreva almeno smontare i vomeri secondari, cioè farlo funzionare a capacità ridotta ma con pieno, spaventoso consumo - tre quintali di nafta al giorno - oltre l'olio più il costo del guidatore e del suo aiuto e di una massa (anche cento persone) di spalatori che completassero il lavoro dello spartineve, sostituendosi quei manovali alla macchina a turbina che, dopo la rottura del muraglione (operata dallo spartineve), polverizza il ghiaccio. L'assedio dell'inverno In un paesetto poverissimo dove un tomolo di terra costa trentamila lire ma nessuno lo compra, la spesa dello spartineve è stata per sedici anni un'emorragia di milioni. L'anno scorso, durante il Natale, centinaia di studenti, operai, impiegati venuti per le feste, non potendo rientrare, organizzarono una manifestazione di protesta ma il comune non si piegò: se la prefettura garantisce il rimborso - disse il sindaco Carmine di Ianni - lo spartineve e gli spalatori escono, altrimenti il paese continuerà a rimanere isolato. La prefettura intervenne, il varco fu aperto. «Tutti i comuni dell'Alto Molise, come Pescopennataro, San Pietro Avellano, Vastogirardi e altri, non hanno mai avuto regalato uno spartineve e ottengono dalla provincia, secondo il loro diritto, senza una sola lira di spesa, che sia mantenuto sgombro almeno un tratto delle strade, quando c'è neve alta. Ma dopo il clamore internazionale di quella festa, nel '50, di cui parlarono anche riviste straniere, il nostro diritto è ignorato e una lettera per garantirci il rimborso, scritta dall'amministrazione provinciale in ottobre, non ha ricevuto ancora risposta». Questo osserva il vice-sindaco Vittorino Giuliano, professore di scuola media. Che accadrà ora che è ricominciato il lungo assedio dell'inverno? La solita guerra di telegrammi, telefonate, disordini, finché si provvederà per un'altra stagione. E ciò perché sedici anni fa gli emigrati di Capracotta ebbero l'idea generosa di alleviare i disagi dei loro compaesani rimasti in Italia. Crescenzo Guarino Fonte: C. Guarino, Da anni isolato dalla neve un comune del Molise, in «Corriere della Sera», Milano, 17 dicembre 1967.

  • Il nome di Capracotta

    «Capracotta. Un nome ridicolo, fanciullesco, ideale per cominciare una filastrocca o una ninna nanna»: questo scrissi nella prefazione al primo volume della mia Guida. Ancor oggi credo che una delle fortune della nostra cittadina risieda proprio in quel toponimo bello e bislacco, che richiama fortemente un succulento capretto cucinato sul fuoco. Oggi voglio effettuare una lunga panoramica degli studi più accreditati sulle origini di questo toponimo, fornendo tutti i riferimenti scientifici e letterari che sono riuscito a intercettare. La prima informazione degna di nota è datata 1676 ed è contenuta nella "Incarceratio, liberatio et peregrinatio" del teologo slovacco János Simonides (1648-1708), uno dei protagonisti del mio "L'inaudito e crudelissimo racconto". Mentre si trovava nelle carceri di Capracotta, il Simonides venne a sapere che «Capracotta in passato si chiamava Laurea Capra. Ma dopo che i briganti la attaccarono e saccheggiarono, abbandonando in una casa una capra lessata e cotta, la città prese il nome di Capracotta». Il curatore dell'antica opera di Simonides, Jozef Minárik (1922-2008), annota che nell'etimo popolare Laurea Capra starebbe per "capra d'alloro", ma non è affatto chiaro come il latino laurus (alloro) sia sparito dal toponimo in favore di coctus (cotto). In epoca moderna, fu il vicepretore Giambattista Campanelli a dare una prima spiegazione a quel nome così buffo. Nel 1877 egli tramandò su carta la leggenda orale secondo cui quattro paesini, distrutti dalle invasioni barbariche, si riunirono in un centro posto sulla sommità del monte in cui v'era la tradizione di far sacrifici in favore di Diana e, durante i lavori di costruzione del nuovo paese, videro una capra vagante, «poscia s'intese lo scroscio di una folgore e la capra fu rinvenuta bruciata». Per avvalorare la sua teoria, Campanelli sottolinea che nelle adiacenze di Capracotta vi sono numerose rovine di centri antichi e che l'emblema comunale di Capracotta è proprio una capra che salta tra le fiamme. Nel luglio del 1906 lo storico Antonio De Nino (1833-1907), nello splendido reportage contenuto ne "Il Secolo XX", scrisse che «la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie [...]. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti». Egli basava le proprie affermazioni tralasciando il fatto che due anni prima era stato a Capracotta per visitare le tombe sannitiche di Guastra. Le Alpi Cozie devono infatti il loro nome a Marco Giulio Cozio, re delle tribù liguri e præfectus romano, un'eco lontanissima dal nostro paese abruzzese e quindi assai improbabile. Il quarto contributo - questo sì, con valenza scientifica - è quello del filosofo Antonio Sarno (1887-1932) che nella "Filosofia poetica" ammise che in Italia alcuni villaggi «sorsero come città federali, come luoghi di raccolta dei capi», per cui si ebbe Capriracolta, Capracolta ed infine Capracotta. Non è infatti infrequente trovare il nostro paese sugli antichi documenti col nome di Capracolta, ma ho sempre creduto che fosse un refuso, tanto dell'amanuense quanto del tipografo. Assieme a quella del Sarno devo sottolineare la contemporanea ricerca dell'archeologo Edoardo Menicucci, ben più organica e condivisibile. Egli ravvisava infatti che nell'etimo di Capracotta vi fosse «un radicale osco, carp (vetta), seguito da una forma aggettivale hot (alto), il che può esser comprovato dalla denominazione di luoghi vicini, come Carpinone, Carovilli (in dialetto Carvigli), dal nome del più antico popolo del Molise, i Caraceni». Menicucci, come vedremo, è infatti l'unico studioso a riconoscere un'origine sannitica - osca, per la precisione - al nostro toponimo. Ed è inutile ricordare che nel 1848 a Capracotta fu rinvenuta la Tavola Osca, oggetto di revisionismo storico da parte di odierni strampalati polemisti. Nel 1931 la celeberrima monografia di Luigi Campanelli (1854-1937) provocò ancor più trambusto. Egli passò in rassegna teorie diametralmente opposte fra loro. La prima era anteriore al 1492 e confrontava Capracotta con Capraia, Capri, Capralba, Capranica, Caprarola, Capriati e Serracapriola, «tutte di natura favorevoli alla pastorizia [e] corrisponde ad asprezza di sito adatto alle capre». Un'altra vedeva discendere Capracotta dai Caprotinia, l'antica festività romana celebrata il 7 luglio in onore delle schiave. Una terza ipotesi sosteneva che capra derivasse dal greco kapros (cinghiale) e a Campanelli piaceva parecchio perché la grande presenza «di porci selvatici nel nostro territorio poteva aver dato lo spunto al nome»; a conferma di ciò ammetteva che «nel nostro territorio c'è anche il Verrino ossia la denominazione derivante dal diminutivo del maschio della scrofa». L'illustre avvocato non ricordava però che il Verrino deve il suo nome al prefetto Lucio Verino, che presso il nostro fiume aveva compiuto una strage di disertori. Pare che nel dopoguerra gli studi toponomastici abbiano preso una piega ludica. A far da apripista è stato lo storico Renato Lalli (1928-2010) che, con spirito leggero, raccontò mirabilmente la leggenda fondativa di Capracotta che tutti conosciamo a menadito, ovvero che, al tempo della sua fondazione, «sbucò improvvisamente una capra; essa si fece largo tra i pastori incuriositi, si fermò davanti al fuoco, spiccò un salto e cadde nel fuoco, poi con un balzo improvviso ne uscì fuori e si allontanò lentamente dalla parte opposta da cui era venuta. I pastori la seguirono con lo sguardo fino a quando disparve ai loro occhi. Cercarono di rintracciarla, ma ogni loro ricerca fu vana. La capra non c'era in nessun luogo. Ritornarono attorno al fuoco e cercarono di interpretare l'accaduto. Era chiaro che si trattava di un segno divino. Uno dei pastori, quello che più si era opposto ai nomi trovati dai loro compagni, propose allora di chiamare il paese Capracotta». Sempre nel 1966 il capracottese Attilio Mosca (1905-1991) diede alle stampe un libello dal titolo fulminante: "Monografia su Caprasalva". Al suo interno, infatti, il Mosca riprendeva la leggenda tanto cara a Giambattista Campanelli, Renato Lalli ed Egidio Finamore, aggiungendovi una nota ancor più stravagante, ovvero che la capra dei tempi antichi avesse saltato sul fuoco restando illesa, e che Capracotta dovesse giustappunto chiamarsi Caprasalva, nome avvalorato - secondo lui - dalle memorie del cancelliere Nicola Mosca (1698-1782), sulle quali è scritto che l'origine del nome è «dovuta alla riunione di nomadi pastori su queste impervie terre [carpe cocte] atte alla difesa e ricche di pascoli odorosi, celebrando il rito propiziatorio col pagano sacrifizio di una capra tra le fiamme. Ma nei tempi antichi la capra era un simbolo sacro che non s'addiceva al celebre avvenimento di una consacrazione di nome, poiché avrebbe così assunto un carattere eminentemente barbaro, non confacente colla nobile indole dei nostri avi». A quanto pare il Mosca cancelliere non avvalorava assolutamente la tesi del Mosca imprenditore boschivo. Semmai, la confutava. Nel 1967 l'editore Cappelli di Bologna pubblicò l'esordio letterario di Elvira Tirone Santilli (1923-2013), un toccante viaggio familiare in cui l'autrice offrì anche una suggestiva interpretazione toponomastica del suo paese natale. Nonostante fosse convinta che Capracotta fosse stata fondata dagli zingari, per la Santilli «sembra che il nome derivi dal latino: castra cocta ossia accampamento protetto da un ager coctus, che era un muro di cinta fatto di mattoni. Non è da escludere infatti, che un distaccamento romano stesse di stanza in quelle alture per utilizzare le possibilità strategiche della località, che domina la vallata del Sangro fino al mare». Al pari del Sarno, anche Elvira Santilli individua nell'epoca romana il momento fondativo e del nome e del paese di Capracotta. Difficile darle torto visto che Roma estinse i Sanniti militarmente, culturalmente e religiosamente, sostituendo ad ogni residuo preesistente un più potente tratto repubblicano e imperiale. L'ultima ipotesi, in ordine cronologico, è quella fornita dall'Istituto Geografico De Agostini all'interno del dizionario dei "Nomi d'Italia" curato da Renzo Ambrogio. A corona di tutte le teorie e le leggende fin qui esposte, Ambrogio afferma che Capracotta «è stato inteso come composto di capra e del latino coctus nel senso di seccato, secco, dunque capra seccata, forse con riferimento all'uso dei pastori di salare ed essiccare al sole la carne degli ovini»: una spiegazione tanto semplice quanto illuminante. Per quanto concerne invece gli articoletti che è possibile reperire in rete sulla toponomastica di Capracotta, dirò che non li ho nemmeno presi in considerazione perché privi di bibliografia, e non capisco come si possa pubblicare qualcosa di vagamente interessante senza i precisi riferimenti bibliografici! Vi invito pertanto a diffidare sempre dagli scribacchini e dai gazzettieri. L'ipotesi a mio avviso più affascinante resta quella proposta da Luigi Campanelli e legata a un certo Caius Cotta, «giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica». Bene: ho preso "La storia romana" di Tito Livio e ho cercato al suo interno notizie sulla famiglia Cotta. Ho rinvenuto diversi esponenti tra cui un Gaio Aurelio Cotta, nominato senatore nel 200 a.C. assieme a Publio Sulpicio Galba, al tempo in cui furono inviati «dieci huomini per misurare, & dividere le terre de Sanniti, & della Puglia: le quali erano state confiscate dal popolo Romano». Visto che questo console romano è di mezzo secolo posteriore alla Terza guerra sannitica, dovrò approfondire per bene la faccenda ma, a ben vedere, questa sembra un'ipotesi etimologica brillante, che farebbe discendere Capracotta direttamente da Roma caput mundi. Per ora, dunque, lascio in sospeso ogni ulteriore divagazione su questa ammaliante teoria promettendo di pubblicare presto un articolo su Capræ Cottæ, le capre di Gaio Aurelio Cotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Ambrogio, Nomi d'Italia. Origine e significato dei nomi geografici e di tutti i comuni, De Agostini, Novara 2004; G. Campanelli, Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta. Brevi nozioni di questo paesetto, Guttemberg, S. Maria Capua Vetere 1877; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Cervesato, Latina tellus: la campagna romana, Mundus, Roma 1910; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; E. Finamore, Italia medioevale nella toponomastica. Dizionario etimologico dei nomi locali, Bibliograf, Rimini 1992; R. Lalli, Il Molise tra storia e leggenda, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1966; T. Livio, Le deche di T. Livio Padovano delle historie romane, trad. di I. Nardi, Giunti, Venezia 1562; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; E. Menicucci, Toponomastica italica. Due nuove teorie sull'origine del nome Etruschi, in «Polimnia», VI:6, Cortona, 1929; J. Minárik, Väznenie, vyslobodenie a putovanie Jána Simonidesa a jeho druha Tobiáša Masníka, Tatran, Bratislava 1981; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; C. Orlandi, Delle città d'Italia e sue isole adjacenti, libro I, Riginaldi, Perugia 1770; A. Sarno, Filosofia poetica, Sarno, Napoli 1928; E. Tirone, Oltre la valle, Cappelli, Bologna 1968; G. Tommasetti, La città sacra, Polizzi e Valentini, Roma 1906.

  • Attualità di Capracotta

    Capracotta, agosto. L'avvenire di Capracotta non deve riguardare solamente i cittadini di Capracotta. Il problema turistico di questo paese è problema regionale, problema molisano. Non vorremmo che quanto è successo ieri per Termoli si debba verificare anche per Capracotta. Ieri Termoli dava dei punti a Pescara. Poi Pescara protetta dal fascismo si impose. Oggi un'altra protetta città abruzzese è in concorrenza con Termoli: Vasto. E Termoli deve sostenere sforzi non comuni per poter andare dignitosamente avanti, vale a dire con una certa coerenza al suo bel mare ed alla industriosità dei suoi cittadini ed alle esigenze della vita moderna. E Di Bitonto, apprezzato sindaco di questa nostra rilucente città marinara ne sa qualcosa. E quel che abbiamo scritto per Pescara nei confronti di Termoli potremmo ripeterlo per Roccaraso nei confronti di Capracotta. Ma Roccaraso ormai è satura e quindi Capracotta potrebbe avere via libera. Niente affatto: la via non è libera. Ecco Scanno, ecco Pizzoferrato... Enti potenti e uomini autorevoli proteggono ancora oggi, come ieri, gli Abruzzi. Chi protegge Capracotta? Che si sappia, nessuno. Non sarà certo la locale così detta industria in evidente decadenza, né quella del legno che assicureranno a Capracotta, quell'avvenire turistico che merita e che dovrebbe essere nei voti di tutti i molisani. Avvocato Franco Ciampitti che ne dite? Sappiamo che è intenzione dell'E.N.A.L. organizzare a Capracotta una gran festa che dovrebbe rientrare nel programma di valorizzazione del Molise nel cui senso l'E.N.A.L. stesso si muove. Attendiamo dagli amici Mucci e D'Alessandro una conferma. Siamo convinti che i cittadini di Capracotta ed i loro amministratori accoglieranno con piacere questa notizia. Fra una graziosa villeggiante a Capracotta e l'asiatico Confucio non ci deve essere accordo se, nonostante una certa saggia massima da quel Dio dettata e che bene andrebbe al caso nostro, o meglio, al caso della graziosa villeggiante, costei continua ad essere tormentata da un dubbio tremendo. Ovidio, il dolce Ovidio, quando era lasciato da un amore o egli stesso lasciava, non se la prendeva tanto e se ne procurava un altro. E così come delicata farfalla passava da fiore a fiore. Oppure beveva. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Attualità di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:194, Roma, 15 agosto 1952.

  • Un sarto per Gary Cooper

    L'applauso più lungo che si ricordi, in uno studio televisivo italiano, è quello che accolse Gary Cooper al "Musichiere" a fine anni Cinquanta. Il duetto con Mario Riva iniziò a sorpresa. Appena seduto sullo sgabello, l'attore accese una sigaretta, un gesto proibito nelle dirette da via Teulada. Gelo e imbarazzo in sala e dietro le quinte, che il conduttore risolse imitando subito l'ospite: «Se fuma Gary Cooper, vuoi vede' che non posso fuma' io?». Roma ha sempre amato, contraccambiata, il divo americano. C'era già venuto subito dopo la guerra, diretto a Cassino e Mignano di Montelungo, un paese incuneato fra Lazio e Molise, martoriato per nove mesi dai nazisti: qui incontrò la bambina Raffaella Gravina, che aveva adottato a distanza attraverso il Foster Parents Plan per l'assistenza ai "War Children". A Roma tornò tante volte, anche pochi mesi prima della morte. Si spense cinquant'anni fa a Beverly Hills per un tumore. Era nato nel Montana nel maggio 1901 e, da una settimana, aveva compiuto sessant'anni. Nel maggio '59 era stato battezzato nella religione cattolica dopo una conversione maturata gradualmente. Finito il tempestoso amore con Patricia Neal, che scandalizzò l'America benpensante, si era riunito nella fede e nella vita alla moglie Veronica "Rocky" Balfe, nipote dello scenografo Cedric Gibbons, vincitore di undici Oscar, l'artista che aveva disegnato la celebre statuetta. A Roma Cooper aveva incontrato Pio XII: «Quando il Papa venne al suo fianco –, ha raccontato la figlia Maria, – papà ha voluto inginocchiarsi per baciargli la mano e ha perso l'equilibrio tanto da incespicare nella scarpa scarlatta e nel lembo del mantello». Rosari, santini e souvenirs, dei quali si era caricato le braccia, caddero tutti a terra. Ma a Roma ci furono anche incontri profani. L'americana Dorothy Dentice di Frasso, sposata a un conte italiano, s'innamorò dell'attore, lo "requisì" a Villa Madama dove abitava e ne divenne la "maestra d'eleganza": buttata l'orribile giacca verde mela dell'attore, convocò per lui barbiere, camiciaio, calzolaio e lo accompagnò dall'inarrivabile Ciro Giuliano, che dettava legge dalla sua sartoria in corso Italia dopo essere arrivato a Roma da Capracotta, a quindici anni, come apprendista. Indro Montanelli lo ha immortalato nei suoi "Busti al Pincio", fissandone «il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, la riservatezza e la soavità dei modi da diplomatico vecchia scuola, il metro pendulo dalla spalla destra e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra... Era un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati». Inventò uno stile nuovo: appoggiava le giacche alle spalle del cliente, senza imbottiture, e le lasciava cadere per gravità, sciolte e leggere, invece di rialzarle con telette rigide e imbottiture di bambagia. Montanelli ebbe «il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora». Gary Cooper anche. Le foto mostrano l'attore mentre percorre via Veneto a piedi, in blazer blu, e perfino a cavallo, nei pantaloni di pelle francese confezionati da Mammini, lo specialista di abbigliamento per equitazione che vestiva i fratelli D'Inzeo. Elegantissimo, ma il viso ormai sciupato dalla malattia. Nell'aprile '61 James Stewart ritirò per l'amico l'Oscar alla carriera che, in punto di morte, si aggiungeva a quelli vinti per "Il sergente York" ('41) e "Mezzogiorno di fuoco" ('52). Si racconta un episodio dell'infanzia: una sera, Gary fissava incantato la fiamma del camino; la madre entrò nella stanza e, notando lo sguardo assorto ma pieno d'espressione, gli chiese: «A che cosa stai pensando?». «A niente, mamma». E lei, di rimando: «Tu puoi diventare un grande attore». Pietro Lanzara Fonte: P. Lanzara, Un sarto per Gary Cooper, in «Corriere della Sera», Milano, 18 settembre 2011.

  • Le nozze di Emilio Conti e Clelia Antenucci

    Il 20 Dicembre scorso si celebrarono le nozze dei giovani sposi signor Conti Emilio, Ricevitore postelegrafico e distinta signorina Clelia Antenucci. La simpaticissima festa dell'amore si svolse sotto i più lieti auspicii, sciogliendo il voto ardente di due anime elette, realizzando il sogno dorato di due cuori che lo cullarono nella fede e nella costanza per ben dodici anni. Nel pomeriggio si convenne nella casa della sposa ove furono serviti confetti e dolci squisitissimi. Poi si formò un corteo pittoresco sulla neve altissima accumulata dalla furiosa tormenta del giorno precedente, tutta smagliante di splendidi candori, in una giornata incantevole di calma e di sereno, tutta piena dei miraggi della luce, tutta vibrante di gioia e di poesia! Vi partecipò uno stuolo di elegantissime signorine ed una numerosa rappresentanza di parenti ed amici delle famiglie degli sposi. La signorina Antenucci indossò un elegantissimo abito di velluto scuro con splendidi ornamenti di ricamo in stile floreale, e la sua bellissima siluette si profilava decisa sullo sfondo chiaro dell'ambiente nevoso. Compiutasi la cerimonia civile al palazzo comunale (testimoni il pretore avv. Senerchia e l'insegnante Paglione), la simpatica comitiva pervenne in casa dello sposo, ricevuta dal Cav. Tito Conti e dalla sua distintissima signora D. Carmela. A causa dell'impraticabilità della strada d'accesso alla Chiesa la cerimonia religiosa si solennizzò nella sala di casa Conti, addobbata con fine buon gusto ed in cui fu improvvisato l'altarino. La sposa indossò l'abito bianco col serto di fiori d'arancio, e il rito della religione si svolse in un commosso e mistico raccoglimento. Dopo l'Arciprete D. Leopoldo Conti rivolse agli sposi parole bellissime di augurio e di morale cristiana e lo scrivente disse molto modestamente l'elogio nuziale affettuosamente benaugurante agli sposi carissimi. Furono quindi fatti gli onori di casa con squisita signorilità dai genitori dello sposo e specialmente dalla sua gentilissima sorella signorina Lina che fu infaticabile di cortesi insistenze nel far servire agl'intervenuti a profusione varie specie di dolci finissimi e di rinfreschi. La serata indimenticabile si protrasse fino a tardi lasciando in tutti il più gradito ricordo. Agli sposi gentili, cui sorride la vita in fiore, ancora e sempre gli augurii fervidi di immensa ed imperitura felicità. Doni Sposo: Fede e ricchissimo collier con perle orientali e brillantini; Genitori dello sposo: artistico servizio da toilette in argento e cristallo e chéques; Gentitori della sposa: orecchini con perle e brillantini; Avv. Giovannino Conti, fratello dello sposo, e signora: ricchissimo servizio da toilette montato in argento ed artistico cofanetto porta gioie; Avv. Giuseppe Antenucci, fratello della sposa: ricchissimo bracciale in oro verde; Nicola Antenucci, fratello della sposa, e signora: splendido anello con brillanti; Lina Conti, sorella dello sposo: elegantissimo paracqua per signora in seta S. Leucio con montatura di avorio; Remigio e Sindaco Conti, zii dello sposo: chéques; Pietro Carugno e famiglia, zio della sposa: ricco servizio per dolci in argento dorato; Edelia Carugno-Antenucci, zia della sposa, e figli Arturo, Giovannina e Maria: broche in oro con brillanti e rubini ed artistico servizio da caffè per sei in argento dorato; Ins. Giovanni Paglione e famiglia, zio dello sposo: elegantissima valigia in cuoio inglese con necessaire da viaggio in cristallo molato con guarnitura d'argento; Vincenzo e Marianicola Bonanotte, zii dello sposo; chéque e broche in oro con perle; Illuminata vedova Ditella, zia della sposa; chéque; Giovanni Antenucci, cugino della sposa: artistica mensoletta da salotto con paesaggio e statuetta; Antonino Antenucci, cugino della sposa, e signora; elegantissimo servizio di coltelli da tavola per dodici in acciaio con montatura di corno; Maria Potena-Ditella, cugina della sposa: chéque; Luigino ed Elio Antenucci, nipoti della sposa: scialle di crêpe de Chine; Ferdinando e Federico De Socio, parento dello sposo: elegantissimo portabiglietti per signora in marocchino ed oro e portafoglio; Antonetta Margherita Guarino e famiglia, parenti della sposa: ricco anello con rose; Giacinto Conti, parente dello sposo: servizio di cucchiaini per sei, in argento dorato; Arciprete D. Leopoldo Conti, parente dello sposo: pregevolissimo album di fiori naturali di Gerusalemme; Giudice avv. Giovanni Senerchia: artistica anfora in argento; Gaetano Bocchetti e signora: artistico portavaso in maiolina, dipinto a mano; Can. D. Gaetano d'Aquila: servizio di cucchiaini per sei in argento dorato; Giacomo Ditella e famiglia: servizio di cucchiaini per sei in argento dorato; Giuseppe Falconi: servizio da scrittoio in argento; Giangregorio Carnevale e signora: portafiori in argento cesellato; Costantino Giuliano e signora: medaglioncino sacro con montatura in osso; Cesare Mosca e famiglia: chéque; Sebastiano Sammarone: elegante scatola con profumeria. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVII:12, Agnone, 3 febbraio 1920.

  • «Tutta Capracotta scomparsa ogni divisione personale»

    La moderna storiografia è quasi del tutto concorde nel far risalire le origini ideologiche del fascismo nella contemporanea presenza, tra le diverse correnti di pensiero, del decadentismo, del futurismo, del sindacalismo rivoluzionario e del sentimento di frustrazione, interno agli ambienti del nazionalismo italiano, derivante dalla cosiddetta vittoria mutilata. L'arma con la quale il fascismo si impose all'Italia fu lo squadrismo ma, dopo il 1921, esso cominciò il proprio iter di legittimazione attraverso un'azione propedeutica: la capillare costituzione dei Fasci italiani di Combattimento in ogni comune d'Italia con la relativa inaugurazione del cosiddetto gagliardetto. A Capracotta, all'indomani della conclusione della Grande Guerra, il concittadino Giovanni Paglione (1867-1941) aveva presto dato notizia della fondazione del Circolo "Cesare Battisti" in favore dei reduci; poi, sul finire del 1922, nacque il locale Fascio di Combattimento, alla cui segreteria sedeva inizialmente Francesco Paglione (1898-1958), giovane medico capracottese figlio del succitato Giovanni. L'inaugurazione del gagliardetto avvenne invece domenica 7 ottobre 1923 attraverso una grandissima adunata che coinvolse i direttòri di molti comuni limitrofi. L'obiettivo era quello di «ridare a Capracotta quella nobile e signorile fisionomia di civica correttezza che da un decennio di ignominioso sgoverno della cosa pubblica era divenuto un mito sperduto nella notte dei tempi e della leggenda». In quella splendente domenica autunnale giunsero quattro camion con a bordo tantissimi fascisti, che subito affluirono per le strade di Capracotta; ad ogni arrivo i ragazzi erano ricevuti dal Manipolo Capracottese con tanto di fanfara preceduta dalla squadra a cavallo e dalla squadra di skiatori. A presenziare a quella che doveva essere una prova scenica del fascismo montanaro c'erano tantissime autorità, dal seniore Ottorino Iannone, console della 131a Legione, all'avv. Eugenio Iannone, dal prof. Giovanni Cuccumo all'avv. Domenico Di Tullio, dal ten. Corradino Terreri all'avv. Giovanni Tirone. Intervennero alla parata i manipoli di S. Pietro Avellana, Vastogirardi, Pagliarone, Castel del Giudice, S. Angelo del Pesco, Pescopennataro, Carovilli, Roccasicura, Pescolanciano, Sessano del Molise, Civitanova del Sannio, Forlì del Sannio, Rionero Sannitico, Acquaviva d'Isernia, Agnone e Belmonte. Questi reparti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale erano guidati dai decurioni Biagio Pecorelli, Francesco Zacchia, Eliseo Percario, Felice Liscia, Ido Vento, Sestino Melaragno, Felice Andrea Cerimele, Pasqualino Conti, Giuseppe Falconi e Gennaro Carnevale, futuro sindaco di Capracotta nel dopoguerra. Il servizio sanitario venne invece affidato al dott. Emanuele Bardare, ufficiale medico della 1a Coorte che impiantò per l'occasione un posto di pronto soccorso al Rione Grilli, da dove partì la sfilata. Il grosso della festa doveva ancora venire. Giunsero infatti a Capracotta tutti i membri della Federazione fascista, a partire dal proconsole cav. David Lembo, capo indiscusso del fascismo molisano, ovvero segretario federale del Partito nazionale fascista. Durante l'austera cerimonia fu consegnata dal capitano Livio Di Nardo una medaglia d'argento al valor militare al padre di Pasquale Giuliano (1893-1918), un eroico giovane capracottese morto in combattimento e disperso a Ponte Metali in Albania. Ovviamente non mancò il tipico saluto a tutti i 64 caduti capracottesi - «Presente!» - a partire dai primi tre morti in operazioni belliche: Giuseppe Di Tanna (1894-1915), Michelangelo Campanelli (1890-1915) ed Enrico Monaco (1895-1915). Venne finalmente inaugurato il gagliardetto, «in fondo nero e diagonale tricolore, fu dono generoso e spontaneo della distinta famiglia del signor Giovanni Fiore, operoso ed industre artista che pur oltre l'Oceano, nelle lontane Americhe, sente e segue il palpito e la passione della Patria; e l'ispiratrice e la realizzatrice dell'offerta fu l'amatissima sua figliuola sig. Mena, nel cui giovane cuore si ripercuote l'attaccamento del padre al paese natio e palpita l'amore più vivo per il sacro suolo e per il bel cielo d'Italia». Furono infine sparate diverse «bombe pirotecniche annunzianti l'inizio della bella festa; le vie del paese si animano vivamente e le mura delle case sono ricoperte di cartellini multicolori inneggianti a S. M. il Re, a S. E. Mussolini, agli eroici caduti, al cav. Lembo, al comandante della Legione "Matese", al comandante della Coorte "Aquilonia"». Difatti, ai muri del paese, da alcuni giorni era affisso un manifesto del Fascio di Combattimento locale che preannunciava l'evento e sul quale si leggeva: Cittadini! Domenica, 7 corrente, sarà consegnato il Gagliardetto alla nostra fiorente Sezione. Il Fascismo travolgente e trionfatore, che non lascia insensibile nessun animo di vero italiano, abbattute le cinte delle rocca dagli innominati, porta la sua fede pura nella nostra rocciosa Capracotta, che fu esempio di abnegazione in ogni tempo per le sorti gloriose della nostra Patria, ad onta degli infidi elementi che tentarono corrompere l'anima eroica. Si ispirino i cittadini alla nuova fede, ne comprendano la forza e la bellezza, e - raccolti tutti in un solo palpito di fede, di Patria, d'indipendenza, di rinnovata Giustizia, di ribellione a quanti ardirono ritentar la tratta degli schiavi - ascoltino il grido possente che il Gagliardetto lancerà garrendo ai nostri venti Appenninici: "Ex altis ad altiora evoco!". La festa terminò in un tripudio di saluti romani e di evviva al Duce: «nel complesso - scrisse il Paglione - una giornata attiva piena di gloriosa esultanza e di commozione intensa, esuberante di superbe soddisfazioni morali che lasceranno una traccia luminosa nella storia del nostro paese». Un telegramma inviato nel febbraio 1926 da Filiberto Castiglione, Giovanni Tirone ed Ottorino Iannone a Roberto Farinacci, segretario generale del Partito nazionale fascista, recitava: «Tutta Capracotta scomparsa ogni divisione personale». Non era vero. Al di là della cerimonia del gagliardetto, il fascismo capracottese fu piuttosto litigioso e non mancarono quelle diatribe familiari che avevano caratterizzato il decennio precedente e che caratterizzeranno il primo dopoguerra. Anzi, negli anni del Littorio si acuirono tutti quegli odi familiari che si concretarono in espulsioni dal Partito, in ammonizioni, in rapidi avvicendamenti al ruolo di podestà e all'interno dello stesso direttorio del Fascio, in scaramucce più o meno pesanti che divennero la quotidianità, una quotidianità lontanissima dalle esigenze del popolo, come invece chiedeva Mussolini. Nel Ventennio capracottese furono comunque completati i lavori di realizzazione della rete fognaria e vennero portate avanti tante attività di supporto ai caseifici, alla cultura e agli sport invernali. Per quanto concerne un giudizio generale sul fascismo, questo non può che scaturire dalla storia stessa ed è oggettivamente disonorevole. Mussolini e il fascismo hanno approvato le leggi razziali e ci hanno condotti in una tragica e inutile guerra. Il resto è folclore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Alatri, Le origini del fascismo e la classe dirigente italiana, in «Belfagor», V:4, Firenze, 31 luglio 1950; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016; Capracotta 2016; E. Gentile, Il culto del Littorio: la sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, Laterza, Roma 1993; M. Giampaoli, 1919, Libreria del Littorio, Roma-Milano 1928; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; B. Mussolini, La mia vita, Rizzoli, Milano 2003; G. Paglione, Tornano i giovani, in «Il Faro», I:7, Isernia, 10 aprile 1919; G. Paglione, Dovunque un gagliardetto nero si levi, ivi è l'Italia, in «La Nostra Ora», III:29, Campobasso, 18 ottobre 1923; G. Saluppo, Il Molise nel ventennio fascista, Blob, Campobasso 2012; G. Saluppo, I comuni molisani sotto il simbolo del Littorio. Amministrazioni, podestà e politica nella costruzione del consenso, La Gazzetta, Campobasso 2015; Uff. Stampa Pentarchia Fascista, I provvedimenti del Triumvirato, in «Le Aquile», III:4, Campobasso, 10 febbraio 1926.

  • Voci di guerra

    I prigionieri del campo di concentramento di Sulmona, abbandonati a se stessi, fuggono. Molti passano alla spicciolata per Sant'Angelo del Pesco diretti verso sud dove le truppe alleate stanno avanzando. Giorno per giorno, io, Angela Preziosi e mia sorella Giuseppina, li attendiamo e li soccorriamo dando loro dei viveri. Un giorno arriva un prigioniero malato, è stremato, sta male. Lì vicino c'è una masseria, lo facciamo distendere sulla paglia e gli facciamo capire che saremo tornate presto. Andiamo a casa per chiedere a nostro padre Luigi Preziosi se possiamo portarlo in casa perché possa riprendersi. Egli, dal cuore aperto a tutti, acconsente anche se conosce il rischio che corre. Di notte noi torniamo a prendere il prigioniero e lo facciamo entrare in casa dalla parte posteriore che dà sulla campagna e nessuno se ne accorge. Lo facciamo rifocillare, gli diamo biancheria e indumenti civili e lo accompagniamo in camera. Si commuove, si inginocchia e resta raccolto in preghiera. Poi andiamo a nascondere, sotto un mucchio di pietre, ma ben protetti, la sua divisa e i suoi documenti per poterglieli restituire in seguito, perché se ripreso con i documenti durante il tentativo di raggiungere gli alleati, sarebbe stato considerato ancora prigioniero, altrimenti sarebbe stato fucilato perché considerato una spia. Resta in casa fino a quando non arriva la prima pattuglia tedesca, su potenti motociclette, venuta per fare un giro di perlustrazione e requisire le case. La sera stessa facciamo uscire il prigioniero e lo nascondiamo in un fienile. Dopo pochi giorni arrivano molti tedeschi in ritirata, occupano altre case e nella nostra casa si stabilisce il comando. I tedeschi occupano le stanze dell'ultimo piano che sono libere e il salone che ha un grande tavolo intorno al quale si possono riunire e discutere piani di guerra. A mio padre, segretario comunale, viene rilasciato un lasciapassare. Un giorno i tedeschi portano a casa un soldato molto giovane che sta molto male. Mia madre gli prepara il brodo, il latte con il miele e dice a me e Giuseppina di fargliene ingoiare un po' e di non lasciarlo solo. Si chiama Gunder. Invoca la mamma, lo confortiamo con una carezza, un bacio e rispondiamo: «Ja Gunder, ja» per dargli l'illusione della presenza della mamma. Strappato ai suoi affetti, ai sogni della sua giovinezza, scaraventato fra gli orrori della guerra, lo portano via a morire chi sa dove. E ci chiediamo: perché la guerra? A che cosa serve la guerra se semina per gli uni e per gli altri solo distruzione e morte? Intanto la presenza del prigioniero nel fienile diventa pericolosa, e di notte lo portiamo provvisoriamente in casa di Antonio Di Lucente fu Carmine in attesa di poterlo trasferire altrove. Proprio durante questo nuovo trasferimento, una sentinella tedesca, sentendo dei passi nella notte, intima l'alt. Mio padre dice al prigioniero di fermarsi e di nascondersi e va verso la sentinella, fa vedere il lasciapassare e la sentinella lo lascia andare, così egli riesce a portare il prigioniero alla "Cioppa" dove rimane nascosto per un po' di tempo. La situazione diventa sempre più pericolosa e il prigioniero viene portato in un altro casolare lì vicino. Alcuni contadini portano lì le loro mucche per nasconderle ed evitare che vengano prese. Un giorno passano di lì i tedeschi, portano via tutte le mucche e lasciano il prigioniero pensando, forse, che fosse il propietario delle mucche. A Sant'Angelo arrivano altri tre prigionieri. Pensando di aiutarli alcuni santangiolesi danno loro indumenti civili ma bruciano le loro divise e i loro documenti. Faccio sapere che posso accompagniarli dov'è l'altro prigioniero e che sarei passata a prenderli. Qualcuno segnala ai tedeschi la casa dove si trovano i prigionieri. I prigionieri vengono presi e portati via. Chiedo ad un ufficiale dove sono stati portati e mi risponde: «Caput, nix document, nix uniform, spie, spie caput». Quel giorno stesso arrestano mio padre e il podestà Eugenio Di Ninno e incominciano a ricercare l'altro prigioniero di cui era stata segnalata la presenza. I tedeschi incominciano a girare per il paese con i mitra spianati. Sul Colle della Lama fermano Nicolino Di Giulio e, scambiandolo per il prigioniero, vogliono fucilarlo. I figli gli gridano, piangono e si raduna la gente. I tedeschi capiscono che è uno del luogo e lo lasciano libero. I tedeschi continuano a cercare l'altro prigioniero. Mia madre si dispera e mi dice: «Ti fucileranno». Il prigioniero non viene trovato. Mio padre e il podestà vengono rilasciati. Ci arriva la notizia che a S. Luca, nel rifugio dell'eremita, vi sono diversi prigionieri alleati fuggiti anch'essi dal campo di concentramento di Sulmona. Insieme a Silvia De Palatis decidiamo di portare loro dei viveri. Il rifugio si trova a circa una quindicina di chilometri da Sant'Angelo, la strada è tutta in salita. Riempiamo una valigia di viveri e ci avviamo. La valigia è pesante e la porta Silvia in testa. Il marito è prigioniero e spera che qualcuno aiuti anche lui. Quando arriviamo alla valle troviamo un'autocolonna tedesca ferma lungo la strada. Ci fanno cenno che possiamo passare. Fra gli automezzi c'è anche un pieno di giovani napoletani che ci pregano di portare loro delle sigarette, ma noi non ripassiamo più di lì. Arriviamo a S. Luca e troviamo diversi prigionieri neozelandesi in divisa. Non avevano nulla da mangiare e si commossero quando videro ciò che avevamo portato loro, ma più di tutto il rischio che avevamo corso perché essi, che avevano un cannocchiale, da sopra il campanile della chiesetta, ci avevano visti passare in mezzo all'autocolonna tedesca. Questi prigionieri venivano aiutati anche dai fratelli Fiadino di Capracotta. Una spia li accusò e i tre fratelli furono arrestati e condannati a morte dal tribunale militare tedesco. Mentre venivano riportati a Capracotta, uno dei tre fratelli balzò dalla camionetta e riuscì a dileguarsi. I fratelli Gasperino e Rodolfo Fiadino furono portati in località "Sotto il Monte" di Capracotta e furono fucilati alla presenza del parroco don Leopoldo Conti il quale si era offerto per sarvarli. I prigionieri neozelandesi erano in divisa e furono ripresi come prigionieri e si salvarono. Joseph Forster, che aveva ricevuto molte cure da me e dai miei, dopo la guerra, segnalò all'Alto Comando Inglese il nostro operato ed il generale in capo, Alexander, ci fece avere un attestato. Angela Preziosi Fonte: http://www.vivisantangelo.com/.

  • Pezzata di Capracotta

    La pecora è protagonista indiscussa della tradizione agropastorale molisana. La cucina dei pastori prende corpo in questo piatto a base di pecora, fatta a pezzi e cucinata a fuoco lento con erbe aromatiche. La pezzata di Capracotta è un piatto rustico che trae origine dalle antiche epoche di transumanza tra le montagne dell'Alto Molise e il Tavoliere delle Puglie. Accadeva talvolta che nel guadare un fiume o nell'attraversare un punto più impervio, qualche animale si azzoppasse e non fosse più in grado di proseguire il viaggio. Diventava irrimediabilmente allora la cena dei pastori che potevano cucinarlo, dopo averlo "depezzato", con le poche cose disponibili a una carovana in viaggio. Per preparare la pezzata occorre carne di pecora, preferibilmente di coscia o di spalla, patate, pomodori, peperoncino piccante, sedano, carota, cipolla, aromi di montagna a piacere, sale. La carne viene tagliata a pezzi grossolani, sgrassati facendoli bollire per 10 minuti circa. Sgocciolata la carne, viene messa a cuocere insieme alle patate, il sedano, i pomodori, gli aromi e il sale. Quando l'acqua è evaporata e il sugo ha acquistato la giusta cremosità, si può servire la pezzata con fette di pane da intingere nel sughetto. A Capracotta, per cuocere la pezzata tradizionalmente si adopera un paiolo di rame stagnato, posto su un treppiedi sul fuoco di legna. La cottura è lenta (occorrono almeno 4 ore), e la carne viene schiumata accuratamente, di tanto in tanto; così facendo insieme al grasso, perde l'odore e il gusto forte e intenso tipico della pecora. La Sagra della pezzata di Capracotta si celebra ogni anno la prima domenica di agosto a Capracotta, in provincia di Isernia, nella splendida cornice del pianoro di Prato Gentile, richiamando migliaia di persone anche dalle regioni limitrofe. È la sagra gastronomica più caratteristica del Molise. Oltre alla famosa pezzata, vengono offerti al visitatore piatti dell'antica cucina della civiltà pastorale. Capracotta con i suoi meravigliosi scenari naturali, in estate è il paradiso degli amanti del trekking: i circa 130 km. di sentieri consentono di contemplare paesaggi incontaminati di rara bellezza! Amparo Machado e Chiara Prete Fonte: A. Machado e C. Prete, 1001 specialità della cucina italiana da provare almeno una volta nella vita, Newton Compton, Roma 2015.

  • La grandiosa apoteosi di Domenico Savio a Roma

    Si dice che quando piove scende dal Cielo una benedizione speciale. Ebbene la sera del 3 marzo, mentre i due eleganti e capacissimi autopulman sono fermi davanti all'Oratorio Salesiano e il fischietto del Direttore Don Sciullo fa sentire più volte il suo sonorissimo richiamo, una pioggia intermittente ci accompagna nella notte sino a Pompei, dove, invece, troviamo il sole splendente e invitante a glorificare la taumaturga Regina del Cielo e della terra. Quando entriamo nel grande Santuario e ci raccogliamo intorno a quell'Altare splendente di luci e di marmi, intima e quasi misteriosa sale la preghiera sulle labbra del pellegrino... Intanto Don Sciullo è già su l'Altare centrale e la Messa procede fervidamente ascoltata dai presenti. Usciamo dal Tempio ebbri di santa letizia, anche per il sacrifizio di essere rimasti digiuni lungo il percorso Andria-Pompei, onde soddisfare all'ardente desiderio del Cibo Celeste, prima di quello comune! Rivediamo con grande piacere il nostro sempre simpatico Don Villani, il quale ci saluta con il suo abituale sorriso... Egli attende i suoi siciliani, che da Palermo, via mare, son venuti a Napoli e poi a Pompei... Intanto quando parliamo da Pompei egli ci accompagna sino al bivio di Castellamare, dovendo rientrare in sede. Lo salutiamo calorosamente con un arrivederci a Roma. A Napoli, inondata di sole, ammiriamo le bellezze naturali di quella Città canora e sempre in autopulman attraversiamo le vie principali, sostando solo per cinque minuti al Vomero, dov'è la Casa Salesiana. Verso le ore 12, si riparte da Napoli per Gaeta, dove si giunge alle 14 circa. Ci dirigiamo al Santuario della SS. Trinità, sulla famosa Montagna che secondo la tradizione si spaccò dopo la morte di Gesù, per il terremoto che ne seguì, accolti festosamente dagli altri Salesiani di quella Città e dal Rettore dello stesso Santuario, il nostro concittadino Padre Francesco D'Amato. Dopo una frugale colazione e le diverse pose fatte dal Dott. Fattibene, riprendiamo posto in macchina per dirigerci verso la Città eterna: Roma. Le prime luci della sera appaiono allo sguardo ricercatore dei gitanti, che tra canti e commenti non si accorgono del lungo viaggio e del susseguirsi di Città e paesi che s'incontrano lungo la strada. A Terracina, una brevissima sosta per il rifornimento, mentre i cittadini si fermano attratti dalle grosse scritte che portiamo sul cielo delle macchine: Andria-Oratorio Salesiano-Andria. Sarà forse meraviglia che Andria abbia un Oratorio così fiorente, oppure che la nostra Città, tanto diffamata, vada a Roma ad assistere ad un avvenimento religioso così importante? Non riusciamo a spiegarci quella curiosità... Siamo già sulla Via Appia Nuova; le grandi mostre al neon dei negozi romani destano sorpresa ai giovanissimi, particolarmente, a chi visita la prima volta Roma! Attraversiamo già Via Nazionale, il tunnel, Piazza Venezia, il Corso Vitt. Emanuele, per fermarci nei pressi di San Pietro, dove si prende alloggio. L'appuntamento è di rivederci la mattina seguente, 5 marzo, alle ore 8, per assistere alla grande e magnifica cerimonia della Beatificazione del Servo di Dio Domenico Savio. La Beatificazione Indimenticabile la giornata del 5 marzo, quando in San Pietro migliaia e migliaia di giovani Oratoriani, Sacerdoti delle varie Case Salesiane d'Italia e dell'estero, nonché pellegrini giunti da tutto il mondo, assistettero alla grandiosa cerimonia della mattina e del pomeriggio. L'interno della Basilica di S. Pietro, nell'addobbo festosissimo, illuminato dai nidi foltissimi di luci, è a noi apparso, con tutti quei Santi affacciati coi volti beati alle nicchie, come quasi lo splendido vestibolo del Paradiso: un luogo non terreno, dove l'anima gode i primi saggi di una beatitudine senza tempo. Ma due volte l'entusiasmo dei giovani è scoppiato irrefrenabilmente in applausi: al mattino, allorché, terminata la lettura del Breve il velario è caduto dalla "Gloria" del Bernini ed ha scoperto il Beato Giovinetto quindicenne contornato nei cieli dai cori degli Angeli; alla sera, allorché, il Papa è disceso nella Basilica per venerare il novello Beato: gli evviva dei ragazzi coprivano gli squilli argentini delle trombe, le note più alte dell'inno trionfale: la gioia e la emozione erano in tutti i volti, anche su quello del Papa, dinanzi alla spontanea manifestazione di quell'affetto giovanile e fragrante. Il lunedì, 6 marzo, dopo la visita alle Basiliche di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano, per l'acquisto del Giubileo, si ritornò in S. Pietro per la grande udienza del Papa a tutta la gioventù Salesiana. Tra le decine di migliaia di fedeli che gremivano le navate e la crociera del Tempio, erano circa 50 mila persone, in gran parte giovani, con Religiosi Salesiani, e lo stesso Rettor Maggiore Don Ricaldone, convenuti a Roma per il grande avvenimento. Sua Santità fu ricevuto al Suo ingresso nella Basilica da S. Em. il Card. Tedeschini. Assistevano Cardinali e Vescovi. Allorché il Sommo Pontefice, in Sedia Gestatoria, apparve nella navata centrale, tutti i presenti tributavano al Vicario di Cristo una imponentissima manifestazione di giubilo. Salito sull'Altare della Confessione, mentre nel Tempio illuminato eccezionalmente si spegnevano i grandi riflettori, che precedentemente avevano proiettato fasci luminosi abbaglianti per ritrarre le scene più belle della cerimonia, il Santo Padre pronunziò un paterno discorso in lingua italiana, a cui facevano seguito gli altri in lingua francese, tedesca, inglese, spagnolo e portoghese, impartendo alla fine la Sua particolare Apostolica Benedizione. Identica dimostrazione si ripeteva al Suo ritorno nel Palazzo Apostolico. Nel pomeriggio, altre due visite giubilari a San Pietro e a San Paolo. Non mancò la escursione alle Tre Fontane, dove apparve la Madonna della Rivelazione ai tre figli e allo stesso famoso tranviere Bruno Cornacchiola, il quale la sera del 9 dicembre, nella Cappella privata del Papa, terminava la sua crisi spirituale, chiedendo perdono dell'insano gesto che voleva compiere e consegnando una bibbia e il pugnale, miracolosamente non macchiato di sangue. Il giorno seguente una gita a Tivoli, per ammirare la Villa d'Este, con tutte le sue bellissime fontane e giardini olezzanti, sublimava l'indovinatissimo numero dell'attraente programma. Si ripartì da Roma nella serata, con l'animo pervaso da evidente sconforto, perché la Capitale del Mondo Cattolico ha un fascino particolare, un'attrattiva miracolosa. La mattina seguente, fummo sulla via di Capracotta, paese natio del Sig. Direttore D. Sciullo. È inutile qui ricordare le varie peripezie e la neve che ci salutò al primo apparire del più alto paese delle montagne dell'Appennino. Non da tralasciare nella cronaca il famoso spazzaneve americano che ci aiutò a raggiungere il tanto desiato paese. Fummo accolti dal Sindaco Dott. Gennaro Carnevale e dal Parroco Arciprete Don Nicola Angelaccio i quali resero la escursione interessantissima, anche per l'appetito che si era sviluppato, a 1.421 m., e per la neve che si disgelava al sole di marzo. Dopo la S. Messa e la S. Comunione de lo stesso Direttore, la comitiva raggiungeva l'Albergo Vittoria, dove si consumava un pranzo eccezionale, tanto che il giovane Cappabianca non poté far a meno di elevare il suo vit, vit, vit all'ottimo capretto al sugo capracottese... Al levar dei bicchieri parlarono il Can. Saccotelli, il Prof. Morgigni, invitato dalle Dame Patronesse, il Parroco del posto, che salutò bellamente la nostra Città fedele e l'Avv. D'Oria, a nome dell'Oratorio e dei laureati Cattolici. Una doverosa visita alla mamma di Don Sciullo fu contraccambiata da dolci e liquori, nonché dalla benevolenza sincera di tutti i famigliari del Direttore, amato dai suoi concittadini. Alle ore 16, le macchine erano già sotto pressione: si ripartì tra grida ed evviva, rifacendo i lunghi gironi per raggiungere nella serata Campobasso e poi S. Severo, Lucera, Foggia ed Andria, che era immersa nel sonno profondo delle ore 2 di notte, quando giungemmo saturi di impressioni vive, di gioie intime e di speranza di riveder Roma... Eligio Morgigni Fonte: E. Morgigni, La grandiosa apoteosi di Domenico Savio a Roma, in «L'Idea di Andria», XIV:3, Andria, 19 marzo 1950.

  • Il ricordo

    Questa è una storia che parla di amicizia. Non tra due esseri umani o tra due animali e neanche tra due piante. I protagonisti di questa vicenda sono la scuola e il cinema di un paesino, Capracotta. A Capracotta la vita scorreva tranquilla. La gente si alzava, andava al lavoro o a scuola, insomma la solita routine. Tra tutto questo affaccendarsi, si affaccendavano anche gli edifici di questo paese. La scuola era proprio fiera di se stessa. Era un'antica, bellissima e signorile costruzione e sapeva di esserlo. Tra le sue mura, tutti i giorni, da almeno cento anni, pulsava la cultura. Quello però che stava più a cuore alla scuola, che si chiamava Agnese, erano i rapporti umani che nascevano e si sviluppavano al suo interno. Aveva visto amori nascere, finire, aveva visto persone piangere e ridere e durante gli esami, sentiva anche lei le emozioni e la tensione degli studenti. Aveva visto professori andare in pensione e giovani professori venire assunti. Aveva assorbito praticamente parte dello spirito vitale di tutte le persone che avevano trascorso una parte della loro vita al suo interno. Era il ritratto della saggezza. Anche il suo amico, Amilcare, il cinema, era veramente fiero della sua vita. Certo, era più recente come costruzione ma aveva vissuto bellissime esperienze anche lui. Nella penombra della sua sala, le persone vivevano intense emozioni, tanto che il suo cuore era carico di tenerezza e di amore. La notte, quando Agnese e Amilcare avevano finito di lavorare, si incontravano nel silenzio del paese. Amilcare raccontava bellissimi films ad Agnese che si divertiva tantissimo nel vederlo mimare le scene. Lei gli raccontava storie antiche o lo portava con l'immaginazione in luoghi geografici fantastici o ancora gli raccontava bellissime poesie. Amilcare osservava con dolcezza Agnese e si rendeva sempre più conto che la sua amica stava invecchiando. Le crepe nelle sue mura erano sempre più profonde e grosse e anche se gli uomini la curavano, tra poco tempo l'avrebbe persa. Qualche mese dopo, infatti, la scuola venne abbattuta in una fredda mattinata di novembre. Amilcare pianse, ma continuò a proiettare films, anche allegri, poiché il mondo non si era fermato. Tempo dopo arrivò al suo interno una nuova pellicola, un bellissimo film girato proprio lì, a Capracotta. Quella sera, tutto il paese era al cinema per vederlo. Amilcare assisteva alla proiezione con la solita tristezza quando apparve sullo schermo Agnese in tutto il suo splendore. Fu allora che sentì due bambini dire: – Hai visto, è la nostra scuola, com'è bella! Non la dimenticheremo mai! Mamma guarda la scuola dove sei andata anche tu! Com'è bella! Teresa Odette Fonte: http://blog.libero.it/laviaggiatrice/, 30 maggio 2011.

  • Sant'Antonio e il prodigio del fosso

    Il settimanale romano de "Il Divin Salvatore" è stato pubblicato dal 1871 al 1894. Era diretto da Paolo Mencacci, validissimo storico italiano che nel XIX secolo ha scritto quattro volumi di "Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana", oltre a una monografia su san Gregorio e ai bellissimi cenni storici de "L'Italia senza il papa". Ebbene, proprio Mencacci, nella personale retrospettiva su Antonio di Padova (1195-1231), santo francescano tra i più venerati del cattolicesimo, riprese una missiva del nostro Gaetano Conti, canonico primicerio del capitolo francescano di Capracotta, datata 27 giugno 1887 e inviata al periodico romano. Dalla breve lettera del Conti è possibile desumere alcune informazioni di matrice storico-religiosa altrimenti difficili da reperire. Innanzitutto si teneva annualmente a Capracotta la cosiddetta Tredicina, ovvero i tredici giorni di preparazione alla festa di S. Antonio, che cadeva il 13 giugno, «in maniera, che in qualunque giorno dovesse ricadere, viene sempre riguardato siccome festivo». Questo rito, assieme all'esposizione del santo, si teneva di sera «nell'ora tarda, per dar comodo a tutti di potervi intervenire». Il cappellano della Chiesa di S. Antonio era a quel tempo Giandomenico Vizzoca il quale, nel giorno della memoria liturgica, raccontò al popolo assiepato «il fatto miracoloso avvenuto in Padova la sera del 20 scorso mese di Maggio; e il popolo di Capracotta ivi raccolto ne rimase profondamente intenerito». Dalle ricerche effettuate, non mi è stato possibile capire di quale miracolo si trattasse, non avendo rinvenuto alcuna testimonianza storica a riguardo. D'altronde, frate Gaetano Conti ci tiene a precisare un fatto prodigioso avvenuto in quei giorni a Capracotta nelle adiacenze della Chiesa di S. Antonio. Nella primavera del 1887 si stavano infatti effettuando dei lavori di costruzione di un palazzotto «non molto lungi da quella chiesa» il cui proprietario, «per non mandare ad attingere l'acqua, di che la fabbrica ha bisogno, dalla fontana che resta un chilometro distante», aveva deciso di scavare sul cantiere un fosso di 2 mq. di superficie e di 1,5 m. in profondità, con la speranza che le piogge lo riempissero il prima possibile per far continuare i lavori di edificazione. Ebbene, la pioggia «non si fece molto attendere, ed il fosso ne rimase perfettamente riempito». Miracolo o divinazione popolare? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; P. Mencacci, S. Antonio di Padova, in «Il Divin Salvatore», XXVI:73, Salviucci, Roma, 11 giugno 1890; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Un ricordo di don Gennaro Di Nucci

    Don Gennaro Di Nucci nasce a Capracotta il 10 settembre 1920. Fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Trivento il 25 giugno 1944 e fu parroco di Sant'Angelo dal dicembre del 1944 fino a metà anno 1948, quando, per malattia, fu costretto a lasciare la parrocchia. La casa di riposo "San Bernardino" che lui dirigeva era tutta opera sua e molti agnonesi a don Gennaro gli volevano bene e spesso gli regalavano frutta, medicine, vestiti e quanto occorreva per la casa di riposo che ancora oggi funziona ed ospita tra donne ed uomini quaranta persone. La casa di riposo era nata come convitto per studenti orfani di figli di marinai ed ha ospitato fino al 1970 studenti in numero di cento. Era un seminario estivo della Diocesi di Trivento ed oggi ad amministrarla è la Curia. Il ricordo, comunque, degli anni della guerra è sempre vivo, limpido e ricco di particolari, e la figura di don Gennaro, come vedremo in seguito, fu di grande stimolo e coraggio per tutti i santangiolesi impegnati in quei anni nella difficile e dolorosa ricostruzione delle proprie case. Don Gennaro muore ad Agnone il 30 marzo del 1994. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Capracotta, suo paese natale. Da un racconto di don Gennaro Don Gennaro ricorda con estrema precisione gli anni difficili del suo sacerdozio a Sant'Angelo, dove tutti gli volevano bene. Un certo mastro Domenico, durante i sacri riti, si incantava ed al termine di ogni funzione si alzava in piedi e diceva ad alta voce: «Bravo don Gennaro». I santangiolesi erano e sono molto devoti alla religione cattolica; tuttavia alcuni abitanti gravitanti su Sant'Angelo ma pertinenti al Comune di Pizzoferrato, avevano alcune consuetudini. In caso di morte di un familiare, solevano offrire il pranzo funebre; ogni persona che entrava in casa, per rendere omaggio al morto, doveva mangiare nella stanza attigua; sembrava una rievocazione di rito pagano, ma comprensibile se si pensa che il cadavere doveva essere riportato a Pizzoferrato con una scala che serviva da portantina e le persone addette a questo tipo di trasporto dovevano avere sufficiente forza fisica. Inoltre, le donne di questi casolari avevano la strana abitudine (questa sì di origine pagana) di graffiarsi il volto e strapparsi ciocche di capelli fino alla fuoriuscita del sangue, per dimostrare agli astanti ed ai familiari anche il loro dolore. Don Gennaro impedì queste usanze, come l'altra di mettere nella bara gli oggetti più cari appartenenti al defunto. A tal proposito si verificò un grave episodio: morì un giovane e i familiari misero nella bara anche la fisarmonica, a lui molto cara in vita; alcuni compagni del giovane, di nottetempo, disseppellirono la bara e rubarono la fisarmonica. Vi fu la denuncia e le indagini sortirono il loro effetto, ma, da allora, anche questa usanza fu abolita. Alessandro Patriarca Fonte: http://www.vivisantangelo.com/, febbraio 2009.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte delle Croci

    Il piccolo quartiere delle Croci prende il nome dalla croce del Calvario eretta nel 1907 dall'eremita Gaetano Fiadino a monte delle case, sul cosiddetto Colle Liscio. Ai suoi piedi, infatti, si trova la Fonte delle Croci, una vasca oggi in pietra e cemento in cui cade un'acqua sempre molto fredda, che origina dal serbatoio comunale. Sul fianco sinistro della fonte, infatti, si apre la Guardata, mentre su quello destro, si estendono le Cese. La Fonte delle Croci è il crocevia d'obbligo per l'escursionista che si appresti a salire verso Prato Gentile o che faccia ritorno in paese. È interessante rilevare, poi, come questa fonte presenti un mascherone pressoché identico a quello, doppio, della Fontana di San Giovanni, situata nell'omonimo rione. Probabilmente, i tre fauni dalle cui bocche sgorga l'acqua condividono fabbricante, periodo di fabbricazione ed acquirente. A poche decine di metri dalla fonte, verso est, si forma stagionalmente il cosiddetto Lago della Vecchia. Chissà chi è la "vecchia" che gli ha dato il nome. Una donna che vi è caduta dentro? Una signora che era solita recarvicisi? Un'anziana che possedeva qualche appezzamento nelle vicinanze? Sta di fatto che questo specchio d'acqua, a cui i capracottesi hanno affibbiato un nome così altisonante, è un semplice stagno che si gonfia in autunno con le piogge e in primavera col disgelo. La caratteristica più importante del Lago della Vecchia è che esso è l'habitat perfetto per la riproduzione di piccoli anfibi. La dott.ssa Gabriella Paglione, in una recente ricognizione scientifica, ha individuato le uova di almeno due specie: il rospo comune (Bufo bufo) e la rana alpina (Rana temporaria). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • If the ocean gets rough

    Son giorni che son persa nella bulimica attività di questo sito... Leggi e leggi, mi son detta, anch'io voglio prendermi il lusso di scrivere qualcosa, anche perché vedo scarsa presenza di noialtra metà del mondo... e talvolta a lasciar troppo spazio a "re censori" mal si fa e diventa una monarchia sfasata... è tempo di "regine", di riequilibrio e di pari opportunità anche nel campo della critica musicale... Ho letto cose valide e sostenibili, ma anche un mare di ovvietà e di reiterazione dei soliti ambaradan linguistici. Che palle tutte 'ste linee-up, 'sti mainstream, groove e amenità similari, stereotipi di freddi tecnicismi che perdono senso nella reiterazione, come da psicolinguistica. E meno male che ogni tanto si realizza una epifania del Rabdomante di Carbonia! Giocare all'imitazione fa perdere qualcosa e senso a questa pur valida esperienza di vera democrazia. Io darei un consiglio agli editori; impedire più di una recensione della stessa persona sulla home; é impossibile, oltre che incredibile, che uno passi il tempo a inviar scritti, a inflazionarsi e a rubare spazio ad altri. Ma se state sempre a inviar testi, il tempo per trombare come fate a trovarlo? Accidenti a voi! È chiaro che poi il mondo pullula di donne insoddisfatte con tutti 'sti segaioli da tastiera! Io voglio scrivere così come parlo... fluida e scevra da arzigogolature che appesantiscono il tutto; sgarrupata, ma leale con me stessa. Sono una istintiva e la musica la vivo in questo modo. Sentire e partecipare una attrazione musicale è qualcosa che ci travalica e spesso poco cerebrale... quasi come quando un maschio ci piace solo per il suo profumo animale. Il mio amico Eugenio sostiene che «l'amore non è nel cuore... è riconoscersi dall'odore»... è cosi che vi voglio presentare il disco di questo cantautore, ebbene sì lo voglio chiamare così, americano. Giovane e con un faccino perbenino... ma poi, appena canta, una voce ruvida e forte sorte fuori da misteriose alchimie glottidee.. Willy Mason ha appena pubblicato "If the ocean gets rough" e il mio fiuto mi ha portato a comprarlo. Adoro la musica raccolta e intima... magari con una chitarra e poco altro, che mi ricorda i miei campeggi a Capracotta quando, complice la luna misterica, s'intonava «Sentiam nella foresta il cuculo cantar». Willy adora la natura e si sente e traspare dai suoi testi insufflati di bucolico semplice. Ha inciso questo disco con lo spirito di chi vi sta suonando davanti... vero e nudo musicista folk senza orpelli e solo con la forza delle idee e della sua voce che ha qualcosa che gli Bruce dentro. La cosa buffa è che fa dei tour casalinghi. Basta fissare e viene a suonarvi nel vostro appartamento. Non intendevo il citofono, cretini! Tra musica artefatta che viaggia nel digitale, Willy si incide il suo lavoro nel capanno vicino casa col fratello alla batteria, e amici... e quando piove si debbono fermare, se non vogliono incidere pure il picchiettare dell'acqua sulla tettoia che segue, come è noto, anarchicamente e indisciplinata, un ritmo tutto suo. Appena è partito il primo brano "Gotta keep walking" ho sentito un tremolio al velopendulo... mi son sentita titillare in quel punto.... coi suoi G americani nostri sol... Che good vibrations, che serendipity! Cercavo musica e mi sono eccitata! Questo ragazzo ha talento e ha conservato lo spirito dei veri cantastorie di una volta... Mason rappresenta il perfetto equilibrio tra dionisiaco e apollineo e rende l'idea di uno bravo, ma con il pieno controllo delle sue facoltà, senza l'aggravio di autodistruzioni nemmeno intuite... Riesce ad alternare luci ed ombre... sa regalare pezzi di sogni narrati e tesse buona poesia... Accordi semplici e espressività vocale... Nuvoloso e sereno in una alternanza naturale... L'essenza denudada e priva di luccichìi depistanti... Vi piace l'ispido blues? Tollerate lo spleen senza immalinconirvi? Sapete orecchiare un barrè quasi faticato, ma sudato e reale... Vi siete mai inumidite ascoltando musica? Qualcuno si è talvolta inturgidito? Tollerate essenze agrumate per lei e Fahrenheit per lui? Godete nel bosco? Il profumo di resina vi regala piacevoli straniamenti stendhaliani? Allora Willy Mason fa per voi... E vi conviene scoprirlo da sole/i senza stupide didascalie guidate brano per brano. Regalatevi la vostra soggettiva fruizione e createvi una personale atmosfera. E se per idea vi dovesse capitare ascoltandolo il "Cry in your beer" andatene fieri perchè state rivivendo un topos del blues... Fidatevi della vostra bionda Topa! E ora avanti... massacratemi! Laura Fiesolana Fonte: https://www.debaser.it/, 19 aprile 2007.

  • Salire, ma soprattutto scendere...

    Salire, ma soprattutto scendere con i muli dalle pendici della Difesa a nord del paese per i taglialegna è un motivo di destrezza straordinaria che fornisce anche argomenti da tragicommedia. È infatti una prova di equilibrio inerpicarsi con animali notoriamente abili ma testardi che se si adattano bene alle asperità del terreno, al tempo stesso tra un raglio e l'altro s'impuntano proprio quando tutto sembra andare per il meglio e portare il carico in salvo è una scommessa per nervi saldi. La cocciutaggine si sa è proverbiale, una bella lotta tra gli animali e gli uomini forgiati dall'esperienza rinforzata da qualche imprecazione; dopo una gran sudata unico sollievo è a tratti l'aria fresca che sale dal bosco e una fermata alla Fonte Sambuco che circondata dagli arbusti diffonde proprietà magiche visti i risultati e persuade anche più riluttanti. Il ritorno a casa con fasci di ceppe e tronchi ridotti è la conclusione della giornata come Dio ha voluto! Flora Di Rienzo

  • Capracotta bella

    Paesello di sogni e di amore, dove senti odore di fiori, la Maiella ti guarda invidiosa, di questo mondo sei re. Rit.: O Capracotta bella, sono lontano da te, notte e giorno piango, il tempo non passa per me. O Capracotta bella, ti penso e ti sogno e la Madonna nostra non la posso scordare. La montagna ti dà l'aria fina, l'acqua fresca fatta di brina, hai il cielo coperto di stelle, ti incorona come una reginella. Rit. Il dialetto è sincero e nostrano, il pane sa di "cappelle", questo è il paese più bello e più bello al mondo non c'è. Rit. Paese mio rimani come sei, dove trovi giovanette belle, facce rotonde di figli belli per l'aria buona che hai. Rit. Amore, ti voglio portare dove nasce l'acqua più fresca e che canta: «La vita è festa se a Capracotta stai». Rit. Questo mio componimento è piaciuto molto a qualcuno, che forse lo ha adottato e adattato in qualche canzone paesana abruzzese. L'originale è scritto in dialetto. Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.

  • Il nemico siamo noi

    Adesso proviamo a calmarci e a ragionare. Partendo dalla premessa che di questa riforma o ribollita o insalata russa (o rumena, alla Ceaucescu?) ancora non ci ho capito nulla, diciamoci francamente che l'agosto del calcio non è stato un altro 11 settembre, non è una nuova Hiroshima, non è lo sbarco dei marziani a Capracotta e neppure l'invasione dei cosacchi a piazza San Pietro. Il calcio italiano era un porcaio in luglio e resta un porcaio in settembre. La sola differenza è che ora lo vedono tutti, anche quei giornalisti che, per avere un invito a pranzo, una comparsata in un programma TV, una cassetta della fortuna Stock a Natale o un orologetto al quarzo con stampato sopra il simbolo della Figc o della squadra preferita, lo vedono e lo ammettono. A Milano dicono: bravi, dopo tre piatti hanno capito che era risotto. Ma in tutte le storie c'è sempre un rovescio, un'altra faccia e la faccia nascosta di questo grottesco pianeta Calcio potrebbe anche avere effetti positivi. Alcuni scenari si possono azzardare. 1) Il collasso degli introiti e l'esplosione delle "rose" necessarie per mettere in campo 42 squadre tra A e B (42 x 24 = 2016 piedi) costringeranno a far giocare più giovani italiani, anziché minacciare lo spopolamento dell'Africa e dell'America latina. Il disastro morale e finanziario del nostro calcio ha già cominciato a far sentire i propri effetti. Il parco campioni che giocano in Italia si è paurosamente impoverito, gente come Zidane, Crespo, Ronaldo, Veron, Mutu, hanno preso il volo, Stam scalpita, Chivu non è ancora stato pagato, Vieri ha le palle in giostra, Beckham ha preferito Madrid e i procuratori dei pochi, veri big resteranno alla larga dalla porcilaia del football italiano. Dunque, spazio finalmente ai nostri giovani, a parte il Milan che sta diventando una malinconica succursale del Brasile. 2) Lo svuotamento di significato delle classifiche potrebbe contribuire a tagliare il cordone ombelicale tossico che nell'Italia eterna dei Guelfi e dei Ghibellini lega una cittadinanza a un gruppo di vagabondi a tassametro. Dall'incubo della "salvezza" (ma "salvezza" da che? Dalla peste?) nascono le finali di campionato a colpi di sanpietrini e di macchine incendiate per difendere l'onore del Santo Patrono e del Gonfalone. Meno campanilismo mal riposto, meno violenza. 3) La pretesa di essere "sport" che ancora il calcio di Lega fingeva di indossare per nascondere malamente la verità come un tanga nasconde il sedere di una brasiliana a Ipanema, sarà smascherata. Il calcio professionale è un circo, detto con il massimo rispetto per acrobati, atleti, cavallerizze, cavalli e tigri, che si deve guardare appunto come un film, una rappresentazione, un balletto, una piroetta, un varietà. Lo sport è quello che praticate voi, le vostre figlie e i vostri figli, in bicicletta, nel campo di calcetto, in palestra o in piscina. Il calcio professionale è catch, teatro Kabuki, video game Fifa 2003 con spruzzi di sudore. Game over, play, reset. 4) Cambieranno i connotati del "calcio mercato", spostando l'attenzione dei presidenti, anche dei più fessi, dagli scambi di giocatori inutili ad acquisti di utili trafficoni. Anziché inseguire un terzino Lappone o un centrocampista Libico, i ricchi scemi si dedicheranno allo scambio estivi di deputati e sindaci di maggioranza e opposizione, al prestito temporaneo di ministri, alla compravendita di magistrati, già peraltro praticata con successo in Italia, secondo le sentenze del Tribunale di Milano. Non importa più chi giochi centravanti. Importa soltanto chi scrive la classifica a fine torneo e chi rimedia una fetta della torta piovuta dal cielo della Sky. 5) La tenace e patetica illusione di tante anime innocenti che "sport" e "politica" siano due vergini, due entità separate e diverse, sarà seppellita una volta per tutte. Non lo sono mai state, ai livelli massimi, dalla Atene di Pericle alla Romania di Ceaucescu (mero proprietario della Steaua Bucuresti) passando per la Germania di Adolfo. Il merito storico di questo nostro governo di disperati è di avere dimostrato a tutti che sport e politica dividono lo stesso letto. Al massimo possono variare, nel tempo, le dimensioni del talamo e le teniche del Kamasutra. 6) La violenza potrebbe attenuarsi, passate la furia e le smanie di queste ore, di fronte a classifiche fatte su misura per accontentare cani e porci. Se tutti possono essere ripescati, promossi, sbalzati da una serie all'altra a capocchia, l'ordine pubblico ne trarrà profitto. Basteranno un esposto a un tribunale e la raccomandazione di qualche gerarca locale, non serve più incendiare la stazione. 7) Metterà fine agli strazi settimanali sugli "errori arbitrali" e sui "gomblotti" perché nessun errore di De Santis, di Collina o dell'assistente Ivaldi potrà mai raggiungere il grado di scelleratezza che questi giorni hanno rivelato e prodotto. Ora, forse, anche i più ingenui si persuaderanno che le isteriche zuffe sugli arbitraggi erano alibi dietro i quali i guardiani della porcilaia nascondevano le loro porcate e la loro inettitudine. 8) Aprirà il gioco. Svanito l'incubo della retrocessione, è possibile che i mister rinuncino alle barricate per l'inutile punticino in trasferta. Poiché il pubblico dovrà essere attirato con il divertimento e lo spettacolo, come fanno i direttori del circo o i produttori cinematografici, forse, con il tempo, ci sarà meno da sbadigliare e più da divertirsi. Sarà un caso, ma persino la cachettica nazionale coreana del Commissario Trappoloni si è messa a pedalare come se i Celesti Lazzaroni avessero capito che ora devono conquistare il pubblico. 9) Contribuirà alla salute della famiglia italiana e alla ripresa demografica del Paese, inducendo il papà a rinunciare alla trasferta in truppa con sfilatino, petardi, fiasca e sciarpetta per inutili partite che verranno poi annullate e riscritte in estate da nuovi dirigenti ammaestrati messi al posto di vecchi dirigenti ammaestrati. I più ottimisti possono immaginare addirittura una crescita nella vendita e nella lettura dei libri, compreso il mio, una più assidua frequentazione di genitori e di nonni (ammetto qui un altro conflitto di interesse, avendo scoperto in questo agosto di essere in attesa di ben due nipotini due) o penniche rilassanti e utili alla salute. 10) Assisteremo a una potatura delle ormai ripugnanti trasmissioni cosiddette sportive che infestano le domeniche e i lunedì. Come effetto negativo, ci sarà un lieve aumento della disoccupazione provocato da legioni di scaldasedie televisive con minigonna e di giornalisti bercianti senza minigonna, ma ne guadagneranno il lavoro nei campi, la manovalanza edile e lo scarico delle cassette ai Mercati Generali. In conclusione, cari amici e fratelli disperati, il risultato di questa porcheria sarà, come sempre, nelle nostre mani. Se, passata la rabbia, torneremo con la codina fra le zampe e la lingua fuori a leccare i piedini ai nostri "idoli" e dunque a inghiottire tutto in cambio di uno straccetto di vittoria nel nome della "fede", avremo la conferma che il disastro civile e morale del pallone italiano non dipende da Carraro, da Galliani, da Matarrese, dalla ditta Ucci & Ucci, dal povero "Corto Rotondo", come lo chiamano quando sta nella sua villa in Sardegna, o da un magistrato di Catania, ma da noi, cittadini, abbonati, tifosi ed elettori. E il nemico del calcio siamo noi. Volete scommettere con me, che i tifosi inghiottiranno anche questa storia e il nemico vincerà anche questa guerra? Buon divertimento a tutti. Vittorio Zucconi Fonte: V. Zucconi, Il nemico siamo noi, in «La Repubblica», Roma, 25 agosto 2003.

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