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  • Girotondo molisano

    Capracotta, 11 gennaio. Cade la neve abbondante su Capracotta. Era tempo. Quassù la neve sta ai nostri Monte Campo e Monte Capraro come l'edera sta al muro. Non stiamo forse a 1.500 metri sul livello del mare? E con la neve a Capracotta si affaccia spontaneo il problema del turismo invernale molisano. I vari enti e uomini responsabili in tali cose dovrebbero già avere per tali fini un piano di lavoro studiato nei dettagli a evitare certi fatti incresciosi anche di nostra conoscenza, verificatisi nel passato. È, per noi, questione di buona volontà e di organizzazione, condite almeno da un pizzico di entusiasmo. Sappiamo che il Molise è indietro rispetto ad altre regioni, limitrofe e non, sorelle e non sorelle. Già altre volte, su questo stesso foglio abbiamo messo in evidenza questo grave fatto di casa nostra e senza peli sulla lingua abbiamo mosso le nostre aspre accuse. Ma a nulla è valso. E ci siamo rivolti ai giovani, i quali soltanto, forse potranno fare cambiare faccia alla nostra regione, meritevole, copiosamente meritevole di attenzioni, di cure e anche di premure. Il problema del turismo invernale di Capracotta è problema molisano. Già lo abbiamo detto e scritto. Né ci stancheremo mai di ripeterlo. Torneremo ancora diffusamente su questo argomento. Per il momento la nostra attenzione è per l'amico Franco Ciampitti, Presidente del'Ente Provinciale per il Turismo e per l'E.N.A.L. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Girotondo molisano. Del turismo invernale e di qualche altra cosa, in «Momento-Sera», IX:10, Roma, 12 gennaio 1954.

  • Lettera di un pastore capracottese alla fidanzata

    Cara Fedàlma, mamma e tata ŝtieàne buóne, ecche sciòcca e ména viénde. La nève ŝta chiù déndre che fòre, z'è rutte l' vrìte e la porta z'è sfasciàta, la vòria sciùscia miéz'a re piéde. Rieàschie e pedemìa nen te l'appùre, pe' la forte tósce l'uócchie me fieàne lucecappèlle. Ajére eme ŝtùccate l' cude al pècra, a 'l casce c'endràte re sórge ch'è fatte ne pertùse e re viérvene fieàne a cazzuótte. Cara Fedàlma, nen dì niénde a nesciùne ca chésse sò tutte parole d'amóre! Gabriele Di Tella (a cura di Luciano Monaco e Michele Beniamino) Cara Fidalma, mamma e papà stanno bene, qui nevica e tira il vento. La neve sta più dentro che fuori, s'è rotto il vetro e la porta è sfasciata, la bora soffia tra i piedi. Pruriti ed epidemia nemmen te lo dico, per la forte tosse gli occhi vedono a intermittenza. Ieri abbiamo tagliato le code alle pecore, nel cacio è entrato un topo che ha fatto il buco e i vermi vi fanno a cazzotti. Cara Fidalma, non dir niente a nessuno ché queste son tutte parole d'amore. (trad. di Francesco Mendozzi)

  • Capracotta: storia, arte e altre notizie

    A 1.421 m.s.l.m. è il comune più alto degli Appennini, un centro agricolo e una stazione di turismo e sport dell'alto Molise sede dei campionati nazionali di sci di fondo, su una cresta rocciosa tra i monti Capraro e Campo e tra i bacini dei fiumi Sangro e Trigno. Dal paese si ha un bellissimo panorama sulla valle del Sangro, sulle Mainarde, sulla Maiella e sull'Adriatico. Sono caratteristiche le vie lastricate e le case in pietra. Anziani del paese, esperti scalpellini, hanno contribuito al restauro di un trullo sul monte Capraro. In località Fonte del Romito è stata trovata la tavola in bronzo detta Tavola Osca di Agnone, incisa sulle due facce da caratteri oschi e conservata al British Museum di Londra. Il borgo era già citato in documenti del 1040. Nell'XI e XII sec. fu un feudo dei Borrello; fu poi dei della Posta, dei Carafa, della famiglia d'Evoli (duchi di Castropignano), dei Cantelmo, dei Piscicello, nuovamente dei d'Evoli e dei de Riso. Grande importanza e ricchezza ebbe questo comune con la pastorizia. In particolare s'impose la chiesa della Madonna di Loreto protettrice dei viaggiatori, sorta con le offerte dei pastori e divenuta proprietaria di pecore. Alla costruzione, nel XV sec., i pastori fecero seguire offerte in natura, prevalentemente pecore, che resero presto la chiesa proprietaria di greggi, quindi "locata", iscritta nei registri della Dogana di Foggia come azienda armentizia, con un elevato numero di animali che nel 1794 aveva raggiunto le 15.557 unità ed era talmente ricca da poter svolgere attività creditizie per proprio conto. La chiesa è tuttora aperta al culto. Si trovano i resti di una torre e avanzi della cinta muraria medievale. La settecentesca parrocchiale di Santa Maria in Cielo Assunta, a tre navate, conserva un pregevole fonte battesimale in pietra scolpita, con preziosi intagli nella copertura lignea dorata del XIV-XV sec. e un organo del XVIII sec. riccamente intagliato; l'altare della navata centrale e la balaustra sono di marmo intarsiato. La torre campanaria in pietra a pianta quadrata è della fine del XVI sec. Patrono è san Sebastiano (13 luglio). Fiere avvenivano nel mese di luglio e l'8 settembre. Attualmente la tradizionale processione in onore della Madonna di Loreto, con la duplice processione dei cavalli vestiti, ha cadenza triennale e si svolge nei giorni 7, 8 e 9 settembre. Altra festa religiosa molto sentita era quella di sant'Antonio il 13 giugno. A quella data, infatti, il rientro di pastori e greggi dalla Puglia si riteneva completato; gli assenti erano considerati dispersi, come recitava il detto popolare: «A Sant'Antonio, chi n'è rmnut o z'è murt o z'è prdut» (A Sant'Antonio, chi non è tornato o è morto o si è perduto). La prima domenica di agosto di ogni anno si svolge inoltre la giornata dell'ospitalità. A Prato Gentile di Capracotta, una folla di vacanzieri si aggira incuriosita tra i paioli di rame che emanano un particolare e gradevole profumo dovuto agli aromi utilizzato per la cottura della "pezzata" che viene servita verso mezzogiorno, dopo, cioè, una lunga e attenta cottura a fuoco lento. Si tratta di pezzi di carne di pecora messi a cuocere come bollito nel paiolo con un dosaggio di aromi naturali che finiscono per trasmettere alla carne e al sughetto un sapore unico. La pezzata era una delle pietanze tipiche del mondo della transumanza; era possibile realizzarla solo al altitudine elevata, perché la carne di pecora nutrita con erba di alta montagna è ben diversa da quella di pecora che vive in pianura. Carlo Monti e Sandro Vannucci Fonte: C. Monti e S. Vannucci, Lungo i tratturi del Molise, De Agostini, Novara 1998.

  • Il ceppo di Natale

    La tormenta si placa. Un raggio di sole filtra, debole, fra le nuvole. Le gente esce di casa e guarda le candide creazioni di tre giorni di abbondanti nevicate e di bufera: i cumuli nevosi a picchi, frastagliati come creste, i muri delle case sopravvento imbiancati, i tetti stracarichi di neve con i comignoli imparruccati. Si spala davanti agli usci e alle finestre basse, sepolti nella neve. La gente cammina in fila indiana sulle piste battute dai primi che sono usciti e che hanno fatto da battistrada. La neve fresca cigola sotto le scarpe. È il pomeriggio della vigilia di Natale. Sentiamo aprire il portone giù, al piano terra. In paese l'uscio di casa non è sprangato e chiunque può entrare senza annunciarsi. Un passo pesante arranca con fatica su per le scale di legno. Apro la porta del pianerottolo per vedere chi sia e per far luce all'ignoto visitatore. È il vecchio compare Ciano che sale, chino sotto un grosso ciocco, che gli grava sulle spalle e che tiene abbrancato con una mano: un ciocco quasi più grosso di lui. Corriamo per aiutarlo, ma ormai è arrivato. È venuto dunque a farci visita il vecchio compare. Ci ha portato il ceppo, un bel ceppo. Chissà da dove proviene! Dopo il riposo forzato, imposto dalla tormenta, la gente va a far visita a parenti, amici e compari. E poi, oggi è la vigilia di Natale! La bufera doveva pure acquietarsi! Chi è, anzi chi era il compare Ciano? Era uno di quei rari uomini la cui immaginazione ti balza sempre davanti quando cerchi un modello per quei valori che sembrano contare sempre meno nella società moderna: l'umiltà, la pazienza, la tolleranza, l'operosità. Essergli stato amico è motivo di onore. "Ecco", mi dico qualche volta, "mi sarebbe piaciuto essere come compare Ciano, un uomo che alla vita chiedeva così poco: gli bastava un niente per vivere, meno di un cantuccio". Aveva fatto tanti mestieri: il contadino, il boscaiolo, il pastore, il carbonaio, il bracciante. Ne aveva ricavato lo stretto necessario per vivere. Il superfluo gli era di troppo: "E che te ne fai?", diceva. Ora che era diventato vecchio, accudiva a qualche lavoretto in casa e, quando poteva, nelle giornate buone, andava nel bosco a raccogliere le fascine per il fuoco. Il ciocco lo aveva raccolto durante una delle sue uscite. Nelle sere d'inverno se ne andava alla Società Pastori, un antico sodalizio, a scambiare qualche parola con gli amici. Di bassa statura, tozzo, pienotto, compare Ciano sembrava come insaccato nel dimesso abito di lana scuro, tessuto forse, chissà quando, nel telaio di casa. Ma il suo tratto buono, onesto, franco, gli conferiva al volto un aspetto simpatico e anche gradevole. Era sobrio, si è detto, e non solo nel mangiare e nel bere; era parco anche di parole: il necessario anche qui. La voce gli usciva come soffiata da un mantice: si vede che faceva fatica. Nella mia famiglia compare Ciano era di casa. Eravamo legati da una vecchia comparizia, di cui ignoro la genesi, e le comparizie paesane, si sa, si rispettavano e ancora si rispettano. Torniamo al racconto della Vigilia. Aiutammo il vecchio compare a scaricarsi di dosso il pesante fardello e, nel far ciò, lo rimproveravamo calorosamente ma con tono affettuoso: – Compare, come hai potuto pensare di fare una cosa simile? Venire con un siffatto peso addosso dall'altra parte del paese, con la neve a terra e le piste fresche non ancora battute? Premurosi, lo facemmo accomodare vicino al camino, sbraciammo e avvicinammo la brace perché si scaldasse. Ancora ansante, il vecchio trasse dalla tasca della giacca un grosso fazzoletto a quadri rossi e blu e cominciò ad asciugarsi il sudore che gl'imperlava la fronte. – Compare, potevi darci almeno una voce da sotto al portone! –, riprendemmo, – saremmo corse a darti una mano! La scala è buia e mezza scassata! Il compare, ripreso fiato, ripose il fazzolettone e rispose, evadendo le nostre richieste: – Eh, l'ho tenuto per voi, questo ciocco: ci tenevo proprio a portarvelo per Natale. – Ma, compare, non sei più un giovanotto! Hai bisogno di riguardarti! – Beh, fintanto che si può...! La conversazione procedeva pacata e cordiale. Ciano accettò un bicchiere di vino e prese a sorseggiarlo, posando il bicchiere, dopo ogni sorsata, sulla mensola del camino: non volle altro. Ci aiutò a collocare il grosso ceppo sul focolare. – Ecco, così, davanti la parte più grossa, la testa –, disse, – si deve prima asciugare bene dentro. Discorrendo discorrendo, non so come, venne a galla il fatto, a tutti noto nel paese, del lupo e della polenta, che ha dato origine al nome della via dove lui abitava, "il Cotturello". È il vicolo più esposto alla bora; il sole d'inverno, non vi penetra mai: un budello di ghiaccio. Qualcuno di noi gli chiese, ora che la conversazione si era fatta morbida, pastosa, se il fatto era avvenuto ai tempi di suo padre. – No –, rispose, – ai tempi di mio nonno. – E che cosa raccontava tuo nonno a riguardo? Ciano cominciò così a narrare la storia: del lupo e della polenta; storia arcinota, ma che in bocca lui, assumeva una colorazione particolare, calda e carezzevole, per cui i personaggi, e lo stesso lupo, sembravano gente di casa. – Doveva essere una sera come questa, con tanta neve, quando i lupi non trovano niente da mangiare e si spingono allora fine allora fino alle prime case. Una donna che abitava nel vicolo, proprio di fianco a noi, fece una bella polenta e, prima di scodellarla, prese il caldaio, il cotturello, e lo posò sulla soglia di casa perché si raffreddasse un po'. Quando va per riprenderlo, non lo trova più. Lì per lì non sa cosa pensare. Ma il marmocchietto, un nipotino, che le s'era attaccato alla gonna, come fanno tutti i bimbi quando batte la fiacchetta, scorge, come in un lampo, un lupo in fondo al vicolo, che corre col caldaio attaccato al collo per il manico. Il bimbo scoppia a piangere e fa segno con la mano, indicando il fondo. Piange non per paura del lupo, ma per la polenta che se va. Era successo proprio questo: un lupo, che vagava nelle vicinanze dell'abitato, spinto dalla fame e attirato dall'odore, si era avvicinato al caldaio e, visto che c'era qualcosa dentro, s'era messo a lappare l'inusitato pasto. Disturbato sul più bello, se l'era filato, portandosi, attaccato al collo, il caldaio, il cosiddetto cotturello (da "cottura"), con la polenta ancora fumante. A primavera, dopo lo scioglimento delle nevi, il cotturello fu ritrovato a valle, sotto il bosco. Da allora il vicolo dove abitava Ciano si chiama "il Cotturello". – Oggi –, concluse il vecchio compare, – di lupi, nei boschi del paese, neppure più l'ombra. È finito il tempo dei lupi e dei fatti. Si trattenne ancora un poco; poi ci scambiamo gli auguri, e se ne andò, contento del dono fattoci. Il ceppo arse allegro tutta la notte di Natale. La mattina dopo ardeva ancora. Al suo calore e alla sua fiamma noi ci scaldammo anche interiormente. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, Capracotta 2016.

  • Il racconto di un legionario

    Cremona, 31 dicembre. Nuove rivelazioni sulle condizioni di vita delle popolazioni nell'Italia invasa dagli alleati, vengono riferite da "Regime Fascista" di stamane da un legionario fuggito una decina di giorni fa dall'Italia meridionale, attraverso il massiccio della Maiella. Il legionario Gino Mainardi, già segretario politico di Castelmorano, volontario in Libia e in Africa Orientale e combattente in Jugoslavia e in Sicilia, si trovava il 10 settembre a Rogliano, sulla linea Catanzaro-Cosenza, allorché venne preso perché fascista e inviato a Taranto, dove fu messo in un piccolo campo di concentramento insieme ad altri quaranta camerati. Due primi tentativi di fuga furono senza successo, perché il Mainardi venne ripreso dalla polizia e portato al Distretto. Quivi regnava il più spaventoso disordine. All'arrivo degli invasori tutti gli uomini validi e non validi si erano dovuti presentare entro le 48 ore pena la fucilazione o la deportazione. Le classi dal 1912 al 1924 sono state chiamate alle armi e gli uomini inviati a Bari, dove avveniva il concentramento generale. Ma gli ufficiali erano abbandonati a se stessi, i soldati senza vitto, senza alloggio, senza scarpe e senza divise. I pochi coscritti che risposero alla chiamata si videro adibiti alla riparazione delle strade e a rifar i ponti, e trattati in un modo così bestiale che la maggior parte di essi si diede alla macchia. Da allora le chiamate rimasero senza eco. A Morrone del Sannio un parroco ottantaquattrenne ospitava per otto giorni tutti i militari fuggiaschi. Egli raccontò che gli inglesi avevano grandi compagnie di varietà e che, quando non trovavano locali adatti, requisivano le chiese, come era appunto successo a lui, che dalla chiesetta era riuscito a portar via appena in tempo i dipinti e gli arredi sacri prima che ne prendessero possesso le orchestre di jazz e le girls. In quella località erano accantonate truppe canadesi, che non dissimulavano di odiare gli inglesi e di essere arcistufi di una guerra di cui non vedono assolutamente l'utilità per il loro Paese. Anche le truppe indigene si manifestano molto stanche, perché gli inglesi le mandano sempre in prima linea, a sferrare i primi assalti. La terza volta il legionario riuscì a passare attraverso le linee opposte. Il 18 dicembre era a Capracotta, il 19 sulle pendici meridionali della Maiella, ed il 20 raggiungeva gli avamposti tedeschi. Le condizioni della popolazione nei territori occupati, ha riferito il Mainardi, sono terribili. Siccome le truppe di occupazione sono pagate lautamente, e vaste sono le requisizioni di generi alimentari, i prezzi son saliti ad altezze paurose. Un litro di vino si paga 100 lire, il grano nelle provincie di Avellino e di Napoli è a 6.000 lire il quintale, il pane di contrabbando costa 120 lire il chilo, ed è spesso indispensabile ricorrervi, perché la razione di rado supera i 50 grammi giornalieri. Nulla si importa per i bisogni della popolazione civile. Mancano totalmente fiammiferi, tabacchi, sale, che non si ottengono nemmeno ai prezzi più esosi. Si fanno indumenti con le lenzuola tinte. Nessuna linea di trasporto funziona se non per i militari occupanti. Sono stati riattivati solo le strade, i ponti e le ferrovie di interesse bellico, sicché intere plaghe sono tagliate fuori dal mondo e abbandonate nella loro miseria. Le scuole sono tutte chiuse, la posta non funziona, sussidi e pensioni sono totalmente sospesi. Bimbi vengono inviati nell'Unione sovietica, uomini e donne arruolati per i campi di lavoro dell'Africa Settentrionale e dell'America. Tutti deprecano l'orrendo modo di combattere degli anglo-americani, che sono capaci di cannoneggiare e bombardare per giorni e giorni un povero villaggio già evacuato dai tedeschi, pur di non rischiare di incontrarne qualcuno. Fonte: Il racconto di un legionario fuggito attraverso la Maiella, in «Corriere della Sera», Milano, 31 dicembre 1943.

  • Il lamentoso

    Stabilito che Pattaya non è il paradiso, mi sfugge la motivazione per cui qualcuno torni o permanga in un luogo che non apprezza con tutti i posti che ci sono al mondo. Vi sono più persone che si lamentano di Pattaya. Per sintesi dividiamoli così: L'illuso Kiniau Neofita della Thai, non necessariamente a Pattaya, molto malinformato soprattutto dei costi, si lamenta perché era convinto che qui si spendesse ancora meno di quanto costi effettivamente. È inesorabile... Barboni "go home" assieme ai barboni che lo avevano consigliato. Si consiglia gita domenicale a Capracotta con panini di frittata al seguito o weekend al mare con pernottamento sui sedili dell'auto (aumenti della benzina permettendo). Il Seriale Turista di lunga militanza, si lamenta dei prezzi delle ragazze del cibo e quant'altro. Valuta mete alternative a Pattaya in Thai o paesi limitrofi e non manca di recarvisi. Casualmente qualche giorno a Pattaya però lo fa sempre ad inizio e/o termine delle ferie e passa tutto il tempo a informarvi che altrove è molto meglio di qui, anche se entrando nello specifico le sue spiegazioni sono quantomeno discutibili. Ma se altrove è tanto meglio perché diavolo ci torni a Pattaya? Il Romantico deluso È colui già romantico e/o sponsor, comunque innamorato di una ragazza thai, abbia ricevuto un cocente quanto prevedibile (per chiunque ma non evidentemente per lui) smacco da una precedente storia d'amore, per dedicarsi alla quale aveva abbandonato l'iniziale ruolo del puttaniere. Solitamente si ritiene truffato per aver speso soldi e regalato case, oro ed auto a qualcuna che evidentemente non amava (solo) lui. Non perde tempo a mettervi in guardia sulla pericolosità di relazionarsi con le thai incurante del fatto che a voi interessi poco o niente fidanzarsi con chichessia. È soprattutto deluso non tanto di aver perso la donna amata ma per non aver portato a termine la missione che si prefiggeva, ovvero quella del Redentore di Troia. Spesso ritenta con analoghi risultati con una girl successiva. Il Nostalgico Vive di ricordi. Che di per sé può essere anche divertente, se non esagerasse nel dire che una volta era tutto meglio, tutto più genuino e spontaneo (soprattutto che una volta costasse meno... che facciamo prima). Il nostalgico potrebbe anche avere le sue ragioni, ma non valuta quasi mai due aspetti fondamentali, il progresso e l'evoluzione della società thailandese e mondiale e soprattutto l'inesorabile trascorrere del tempo del proprio orologio biologico. È tipico dell uomo rimpiangere i giorni trascorsi quando non si sanno più cogliere quelli che verranno. E per quanto riguarda gli aspetti prettamente economici perde spesso di vista i valori dell'euro o della lira riferiti ai poteri di acquisto reali delle epoche e dei secoli precedenti. Tutti i lamentosi proseguono l'opera via internet ovunque sia possibile, monotematici a dimostrazione che nel bene o nel male hanno solo Pattaya nel cervello. La cosa paradossale che le lamentele siano per motivi spesso antitetici. Ci sono quelli che si lamentano che le donne scarseggiano di numero e di disponibilità, altri che criticano che ce ne sono troppe e siano troppo diciamo esplicite ad offrirsi. Il mondo è bello perché è avariato. Che dire? I lamentosi non sono mai troppo divertenti. Ognuno ha diritto sacrosanto ad avere proprie opinioni, ma non di stressare il prossimo oltre il limite della tollerabilità. Non Pattaya ma tutta la vita si può affrontare in due modi: illudersi di cambiarla a proprio piacimento; adattarsi e coglierne gli aspetti positivi. Io sono del secondo avviso. Qualora troppi aspetti positivi in questo caso vengano meno, basta prendere un aereo per altre destinazioni, non è nemmeno troppo difficile. Mica è un ospedale o una prigione... Mario Germano Fonte: http://www.monellipattaya.com/.

  • La zia smemorata

    Spesso e volentieri, complice sicuramente la difficoltà nel reperirli, alcuni film che hanno goduto di un discreto successo all'epoca loro vengon quasi dimenticati, per non dire taciuti, dagli attenti compilatori dei dizionari cinematografici dei giorni nostri. Volendo andare alla ricerca de "La zia smemorata", una pellicola del 1940 diretta da Ladislao Vajda e sceneggiata da Andy di Robilant, su un affidabile compendio come il Morandini, ci si accorge ben presto che non solo il film non è recensito ma addirittura non figura nemmeno tra i lungometraggi realizzati in quell'anno. Una nemesi davvero un po' esagerata per una commediola godibile e non priva di arguzie di genere. La storia è quella tipica della commedia degli equivoci: ci sono due amici, l'avvocato Alberto Moretti (Carlo Campanini) e l'ingegnere Paolo Ravelli (Osvaldo Valenti) che hanno l'abitudine di innamorarsi delle stesse donne. Ma Alberto è da poco fidanzato con Maria Giusti (Nelly Corradi), una ragazza graziosa e posata che ha una zia "picchiatella" (Dina Galli) - uno dei titoli che si volevano dare al film, in prima istanza, era proprio "La zia picchiatella" -, la quale dimentica tutto, o fa mostra di dimenticare tutto, e ingarbuglia situazioni apparentemente semplicissime. Ravelli se ne va a Santa Maura, tra le «montagne d'Abruzzo» (difficile non pensare, qui, alla Capracotta del futuro Conte Max con Sordi e De Sica), a passare qualche giorno di vacanza agostana: nel rifugio si ritrova insieme ad una donna (Alanova) che, per sfuggire ai gendarmi che la inseguono, gli dichiara di essere Maria Giusti, la fidanzata del suo migliore amico (che lui non ha ancora mai vista). Al ritorno a Tivoli, Ravelli va a cercare la fidanzata dell'amico asserendo di esser stato in montagna con lei, scatenando le gelosie del povero Alberto che trascina tutti in un viaggio in treno alla ricerca della misteriosa donna che si è spacciata per la sua fidanzata. Il viaggio terminerà, tra un equivoco ed un gesto galante, in un hotel di lusso di Rimini dove la bella ballerina ricercata è scritturata come danzatrice e dove, grazie ad un forzoso viaggio insieme, Maria scoprirà di preferire il fascinoso e generoso Paolo al sospettoso e pedante Alberto. Si diceva della zia smemorata: come si evince bene dal titolo, è lei il fulcro ed il perno di questa leggera commedia che si basa quasi del tutto sulle prove di attori come la Galli, appunto, ma anche Campanini e, soprattutto, Osvaldo Valenti. È Valenti infatti, sulle prime, a catturare l'attenzione del pubblico: attore a quell'epoca in lieve declino, aveva furoreggiato tra le spettatrici degli anni '30 per il suo charme e i suoi modi spigliati e accattivanti. Se questa zia smemorata non fa che dimenticare le cose («Maria? E dov'è andata Maria? Come, a Firenze da nonna Orsolina? E io che ero sicura di aver assistito al funerale, di nonna Orsolina»...), vien subito chiarito che spesso lo fa di proposito, già presaga della cattiva sintonia tra Maria e Alberto, in questo apparentabile a svariati personaggi femminili austeniani che dedicano la loro vita di zitelle all'arte del perfetto match-making. Valenti non è mai eccessivo, pur considerata la vita di eccessi che conduceva, ed anzi restituisce un'interpretazione pienamente riuscita, anche se spesso tinta di una certa malizia dovuta a quella sua naturale espressione talvolta un po' luciferina. Il quid di mistero lo introduce Alanova, al secolo Alice Allan, già ballerina di Diaghilev imprestata al cinema e scritturata dal marito produttore e sceneggiatore Andy di Robilant. Sebbene le scene di balletto siano forse un poco risibili, alla luce degli standard di oggi, resta il fatto che Alanova compie bene la missione affidatale di introdurre nel film un pizzico di esotismo che ben si addice al suo personaggio di donna misteriosa e in fuga (e del resto, un anno dopo sarà Surama ne "Le due tigri" di Simonelli). Il vero punto forte del film, tuttavia, è la sceneggiatura. Carica di battute spesso brillanti, come ci si aspetta dal genere, non disdegna riferimenti dotti: da un lato, una allusione alla libbra di carne del Mercante di Venezia, da un altro, un più prosaico richiamo al cinema d'allora con una frase che sembra presa di peso da Rebecca di Hitchcock, segno che anche nell'Italia fascista i film stranieri, qualcuno, li guardava. Ma il pregio più inaspettato e forse più appagante per lo spettatore moderno riguarda proprio il contesto di riferimento della pellicola: film di regime, perché altrimenti non poteva essere, all'osservatore acuto non sfuggirà che si tratta al medesimo tempo di un film contro il regime che utilizza ironia e amnesia come antidoti alla stolida ottusità governativa. I due gendarmi alla ricerca della bella Alanova sono i personaggi più insulsi del film, persino più insulsi del cameriere del rifugio montano Taddeo che ripete sempre e solo questa frase: «Benvenuti, questo è un posto bellissimo, molto pittoresco, un vero angolo di paradiso». I due gendarmi vengon presi in giro da tutti, in un modo o nell'altro: da Taddeo, apppunto, che li accoglie al rifugio con la frase che riserva ai turisti; dalla ballerina che riesce a gabbarli e a fuggire; da Valenti che li canzona per tutto il film (e anche nella vita, Valenti, problemi colle autorità fasciste li aveva avuti, pur finendo poi fucilato dai Partigiani nel '45). "Venga Lei, non son tempi di inscenare false identità, questi", dice uno dei poliziotti alla bella Alanova e tanto basta per ricordarci che l'Italietta delle mille lire al mese sta solo nei film e che siamo già in tempo di guerra, quantunque il cinema cerchi di farcelo dimenticare. La chiusura finale è degna di Billy Wilder, regista con cui Vajda aveva cominciato a lavorare in Ungheria, quando era alle prime armi: scoperto che Maria ama ora Paolo, il "povero" Alberto se ne va sconsolato dicendo: «Per me, le donne, sono un capitolo chiuso», salvo poi aprire la porta della stanza ed essere letteralmente assalito da una torma di bionde romagnole che lo hanno scambiato per un produttore del cinema e vogliono da lui una parte in un film. Guia Soncini Fonte: https://www.linkiesta.it/, 25 agosto 2013.

  • Franco Ciampitti

    Giambattista Faralli, Franco Ciampitti, Marinelli, Isernia 1998. Dice bene Sebastiano Martelli nella prefazione: «Con questo saggio Giambattista Faralli assolve un debito non solo suo ma della comunità molisana nei confronti di un protagonista della vita culturale e civile». Molto garbatamente, Martelli sorvola su un debito più particolare, e forse ancora più difficile da pagare: quello di sottrarre Franco Ciampitti alla retorica del tratturo, del fiume verde, delle pecore, del formaggio, che soffoca ormai da un trentennio Ciampitti come una specie di abbraccio mortale: una stretta che tanto più si rinsalda, quando si accompagna alla retorica ecologista più sbrindellata. Che Ciampitti non sia autore limitabile alla mitologia dei tratturi lo viene appunto a dimostrare, nella maniera più ampia e metodica, il lavoro che Faralli ha condotto sulla sua opera. Lavoro che, anzi, si spinge molto oltre, tentando di aprire qualche crepa nella massiccia zona di silenzio e di mistero che Ciampitti ha posto fra sé e la sua produzione letteraria: un qualcosa di sommamente trattenuto, che si riverbera ora in certe sospensioni del racconto, ora in certi blocchi, certe confusioni, appena percettibili, dell'enorme lavorio mentale che si intravede dietro ogni opera di Ciampitti, dietro la scrittura apparentemente pulita e lineare, a sopperire ad una povertà fantastica così evidente, sin dalla trama fotoromanzesca di lavori come Cerchi o Novantesimo minuto, come Faralli denuncia con una schiettezza a volte anche troppo pronunciata. Altrettanto evidente è che Ciampitti trovasse nel racconto breve la sua cifra essenziale, con un timbro ulteriormente affinato nella parte estrema della sua produzione, i racconti del Grande viaggio, fino a sublimarsi nella storia che dà il titolo alla raccolta: un vero piccolo capolavoro, dedicato al mito che aveva trovato nella Steppa di Cechov (storia di un viaggio) una delle sue migliori incarnazioni. E il grande respiro dell'opera di Cechov sembra tutto addensato nel breve racconto di Ciampitti, i tremori del piccolo Egoruska nello sbalordimento, le paure, le curiosità del citro molisano che viene portato per il "regno delle foreste e delle nevi" che separa Isernia da Capracotta. Piccola steppa molisana, per nulla ridimensionata, nei ricordi di Ciampitti, dalle impressionanti distese della Lapponia che aveva lungamente visitato, lasciandovi tracce egregie, rilevate da un testimone della statura di Indro Montanelli. Sono tutti racconti, quelli del Grande viaggio, condotti "con una modestia, una semplicità di mezzi linguistici, una naturalezza espressiva" che rivelano nel suo approdo ultimo "lo smaliziato inventore di romanzi sportivi, psicologici o sociali". Una parabola, comune a molti grandi scrittori, teorizzata da Borges nell'introduzione ad una sua altrettanto tarda raccolta di racconti, scritti, a suo dire, ad imitazione di quei "laconici capolavori" che erano i primi racconti di Kipling. Qualche volta ho pensato – spiegava Borges – che ciò che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale, possa essere imitato senza immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere [...]. Ho tentato, non so con quale fortuna, di comporre dei racconti lineari. Non oso affermare che siano semplici; non c'è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l'universo, il cui noto attributo è la complessità. Sono parole che aderiscono bene all'arte di Ciampitti. La sua "naturalezza" di scrittore è una caratteristica assai ben specificata da Faralli, in conformità con un concetto leopardiano cui la dichiarazione poetica di Borges non è certamente estranea: tutt'altro che come condizione "primigenia", non ancora inquinata, cioè, dalla pratica letteraria, quella naturalezza è intesa come "faticosa conquista", "punto d'arrivo" dello scrittore. Perché nella "naturalezza" "leopardiana il mestiere, e questo vale per il Ciampitti de Il grande viaggio, è tutto". Cechov, Kipling, Borges: evocazioni azzardate, potrebbe darsi, ma sarà più opportuno riparlarne, per esempio, dopo un'accurata ristampa dei racconti del Grande viaggio, dell'ellittico La vigna, dell'enigmatico Bambole, dedicato da Ciampitti "alla sorella Dadà" [Ada], cattiva e bella: testo che fa pensare a quale altro scrittore sarebbe diventato, Ciampitti, se avesse voluto sacrificarsi in quella forma di vitreo, allusivo, sintetico sperimentalismo. Altri racconti sono tuttora dispersi in riviste (Venatoria, Ciclismo d'Italia, Motonautica) che oggi suonano così improbabili e lontane. Inevitabile è pure il raffronto con Giose Rimanelli, proposto con tratti assai teneri da Faralli, per l'epoca in cui egli si trovava nella complicatissima posizione mediana fra due personalità così potenti e così ombrose. Poca roba dentro, e molta fuori, nel primo; ritegno, pudore, monacali reticenze, in Franco Ciampitti, che fa pronunciare ad Angelo, il garzone che studia da massaro, nel Tratturo, il precetto morale cui aveva informato la sua carriera letteraria: "Un vero uomo non deve scoprire agli altri come è fatto dentro". Eppure, quando si andranno a tirare le somme, a mettere sui piatti della bilancia i pesi portati dall'uno e dall'altro, fra i due scrittori, si vedrà quanto sia più sorprendente scavare nello scrittore Ciampitti, inseguirne, nell'opera, certe pieghe segrete, scovare le piccole crepe di un granitico sistema difensivo e fissarvi lo sguardo, per rubare qualche piccolo squarcio di un interno che si indovina profondissimo, e per niente tranquillo. L'atmosfera decadente e anche parecchio maledetta in Rimanelli, diciamo da Graffiti in avanti, appare ricreata a bella posta, come bacilli delle peggiori malattie riprodotti in laboratorio, tra fiale, alambicchi, siringhe, microscopi, coloratissimi vapori chimici, e con molta cautela, per il timore di infettarsi veramente. Gli abissi sono sempre in edizione ridotta, mai troppo terrificanti. E anche la straripante fioritura dei sentimenti, fra baci, abbracci, addii interminabili e continuamente rinnovati, con uno spirito sempre un po' tendente alla piagnoneria, ricorda la lussureggiante flora tropicale riprodotta negli orti botanici, quando non nella plastica di certi salottini borghesi di qualche anno fa. In Ciampitti si intuisce una specie di magma pietrificato, come gli enormi blocchi neri che stanno alla base di certi templi, in oriente. Sotto di essi, appoggiato l'orecchio alla superficie, si avverte un remoto, possente ribollire, che nulla sembra avere a che fare con la storia, pure vivissima, vicina, seria, alla quale Ciampitti rimanda con la sua stessa persona: lo zio Nicola Falconi, statuario deputato, poi senatore, perfetta illustrazione delle presenze molisane in parlamento, così massicce e decorative, e così inutili; il padre Giovanni, anticipatore piuttosto misero, all'epoca della sua militanza nel partito popolare molisano, dei bizantinismi, degli acrobatismi dialettici e di tutta la moderna contorta terminologia della sfiducia costruttiva, della non-sfiducia, delle convergenze parallele, degli equilibri più avanzati, tramandata come moroteismo, poi costruttore e fra i primi colossi della DC molisana dell'epoca recente. Del tutto assenti da questa storia, come già osservava il prof. Colapietra, sono le vicende "democristiane" dello stesso Franco Ciampitti, che di quella DC popolata di cannibali fu tra le vittime più illustri, quando ebbe la cattiva idea di candidarsi al Senato. Evento amaro, certamente, ma il rombo di cui arriva solo qualche lontana eco, nell'opera di Ciampitti, sembra avere radici diverse, assai più calate nel ventre della terra, e ricoperte da una crosta imperforabile. Solo Faralli, unendo la sua incisiva strumentazione critica alla familiarità personale, e a una profonda conoscenza del quadro storico e ambientale che fa da sfondo, poteva cominciare a saggiare, a scandagliare, arrivando ai primi, importanti risultati: il tormento del dubbio, l'incertezza e la malattia del vivere, mista in Ciampitti a certe pulsioni segrete, con i relativi contrasti, fra la potenza dell'urto e la rigorosa imposizione etica della loro assoluta inconfessabilità. La faccia di Ciampitti più offerta alla luce del sole, "il modello personale di eticità più o meno eroica, più o meno misticheggiante", pure con le sue ossessioni, troverà la sua risoluzione ultima in quella stupenda immagine di decadenza, di fine, che è la figura del massaro Cola, con il suo dramma individuale, "ultimo scacco di un'esistenza personale che nel tempo ha perso il suo valore, e di una "storia" collettiva che precipita". Rimane da augurarsi che questo lavoro di Faralli riporti all'attenzione anche l'eccellente saggio che su Ciampitti scrisse Giuseppe Caroselli, il quale completa con quel tocco di calore, di umana sensibilità, di simpatia, ciò che in Faralli è rigore di lettura, dissezione a volte impietosa, per quanto affettuosissima e sempre rivolta all'accertamento della reale dimensione letteraria di quello che si può considerare senza ombra di retorica un autentico patrimonio regionale, e di quelli più preziosi, da tramandare. L'opera di Ciampitti, fra gli scrittori molisani degli ultimi decenni, diciamo dopo Francesco Jovine, è forse una delle poche in grado di resistere, uscendone caso mai innalzate, ad operazioni di scavo così rigorose, condotte così in profondità, così filologicamente fondate, avendo di fronte i testi, e non le memorie, le particolarità sentimentali, a volte le finzioni umanitarie, spesso vicine alla pietà. Quelle cose, per essere prosaici, vanno bene con gli scrittori scarsi; o con certi poeti per i quali, a voler sollevare qualcuna delle pietre lisce, asciutte, regolari, di cui è lastricata la loro carriera letteraria, si corre il rischio di vederne sprizzare un nugolo di vipere aggrovigliate, tra getti verdi di veleno, e sibili paurosi. Gli scrittori bravi e intelligenti, e buoni, come Ciampitti, non temono le perquisizioni più meticolose, tanto più quando le svolgono persone accorte, e altrettanto brave e intelligenti, e buone, come Giambattista Faralli. Michele Tuono Fonte: http://xoomer.virgilio.it/francafe/, 1998.

  • L'industria estiva del forestiere

    Dal 1904 fiorisce in Capracotta l'industria estiva del forestiere: il quale, nei mesi canicolari, non solo trova sull'alta montagna un'aria pura e saluberrima, ma alberghi comodi se non eleganti, genuinità di generi alimentari, ed un buon mercato relativo e certo inconsueto nelle grandi e pretenziose stazioni climatiche. Siffatte condizioni, concrete ed innegabili, rendono simpaticamente frequenti i tre alberghi Cimalte, Montecampo, e Vittoria, costruiti di pianta con ardita iniziativa ed atti ad appagare le esigenze non eccessive dei frequentatori appartenenti alla media ed alta borghesia. Il movimento dei forestieri nei mesi specialmente di luglio e agosto è in continuo crescendo di anno in anno, e fa bene sperare della prosperità dell'industria. Il panorama che si gode da Capracotta e dalla vetta del Monte Campo non si descrive: occorre gustarlo, occorre deliziarsene. Chi ha avuto la ventura di ammirarlo - non è esagerazione - non lo dimentica più, e prova talora un desiderio nostalgico di tornare lassù... Giambattista Masciotta Fonte: G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952.

  • Quilli iurni: tra S. Pietro Avellana e Capracotta due delle più antiche parole italiane

    Il memoratorium, per dirla in latino, è una «notitia brevis pro modernis et fucturis temporibus [...] ad memoriam retinendam» ovvero è una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo. Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso. Brevemente vediamo prima il contesto storico. Nei territori di questi due comuni molisani si trovano due montagne che si fronteggiano e che una volta fecero parte della giurisdizione monastica di Montecassino, ma che più anticamente avevano una propria organizzazione amministrativa dipendente dalla prepositura dell'abbazia di S. Pietro Avellana, una delle più importanti di questa parte dell'Italia. Su Monte Capraro vi era una chiesa dedicata ai santi Simone e Giuda Taddeo che apparteneva al cenobio di S. Giovanni Battista che si trovava su quella montagna. Probabilmente nel 1171 nacque una qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa e il priore di quell'eremo volle compilare un documento da lasciare, come si suol dire, a futura memoria per ricordare che la chiesa dei Santi Simone e Giuda faceva parte dell'eremo di S. Giovanni. Il priore era un certo Ruele ed era figlio di Ugone proprietario di Montemiglio, la montagna che sta di fronte, dove era posta un'altra importante chiesa dedicata a S. Nicola ed egualmente dipendente dalla prepositura di S. Pietro Avellana. Il memoratorium fu trascritto la prima volta dall'archivista p. Mauro Inguanuez. Il memoratorium di monte Capraro è stato variamente interpretato, ma una esauriente analisi si trova in un saggio, ormai introvabile, di Arrigo Castellani e da esso ho tratto queste note. La pergamena, riferisce l'archivista di Montecassino Inguanuez, era molto rovinata per l'umidità, ma la macchia non si estendeva alle parole in volgare. Questo è il testo: Fr(ater) Ruele prior heremitus S(an)c(t)i Ioh(ann)is de Monte Caprarum [...] s(an)c(t)orum ap(osto)lo(rum) Sy/monis (et) Iude in t(er)ritorio de S(an)c(t)i Ioh(ann)is p(ro) subdita (ecclesia) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is fesit pro ipsu(m) (et) p(ro) / aliis fr(atribu)s heremit(is) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is li quali laborasseru p(ro) ip(s)i (et) p(ro) aliis fr(atribu)s li quali fusseru / in S(an)c(ti) Ioh(anni)s (et) p(ro) facere or(ationem) quilli iurni li quali no(n) gisseru a llabore. Qualunq(u)a h(om)o volsesse depa(r)/tire ista eccl(esi)a da S(an)c(t)u Ioh(ann)e scì scia exco(m)municat(us). Questa la traduzione: Frate Ruele priore dell'eremo di San Giovanni del Monte Capraro fece (questa chiesa) dei Santi Apostoli Simone e Giuda nel territorio di S. Giovanni quale (chiesa) dipendente (dal detto monastero) di San Giovanni per sé e per gli altri frati eremiti di San Giovanni i quali lavorassero per loro e per gli altri frati i quali fossero in San Giovanni e per fare orazione quei giorni in cui andassero al lavoro. Chiunque volesse separare questa chiesa da San Giovanni sia scomunicato. Castellani sostiene che iurni costituisce la più antica attestazione italiana del tipo "giorno" che verrebbe da diurnum che era usato come sostantivo nel tardo latino imperiale. Il memoratorium di Capracotta-S. Pietro Avellana riapre i termini della questione sulla originalità dell'uso del termine e certamente mette in discussione la sua più antica attestazione retrodatando di una quarantina di anni l'uso che se ne era fatto agli inizi del Duecento in un verso marchigiano di S. Alessio. Per il momento a noi fa piacere prendere conoscenza di questa circostanza che restituisce una notevole importanza alla documentazione archivistica che, conservata a Montecassino, proviene dal Molise Alto. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/, 6 dicembre 2012.

  • Gara mandamentale di tiro a segno

    Nei giorni 5 e 6 c. venne eseguita, come negli anni scorsi, la solita gara mandamentale. Presiedevano sul campo di Tiro il Direttore di Tella, il vice Direttore Castiglione, il vice Presidente Conti e il Segretario di Nardo. Dell'ordine e del procedimento più che militare delle gare va data lode a la squisita gentilezza ed alla massima lealtà dei componenti la presidenza, che, sempre instancabili, nulla trascurano perché progredisca la bella ed utile istituzione. Ecco intanto il risultato della gara nelle diverse categorie. Categ. I - Incoraggiamento Conti Gaetano - Medaglia d'argento Sammartino Antonio - Medaglia d'argento Liberatore Liberatore - Medaglia d'argento Di Pietro Francesco - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia di bronzo Di Tanna Loreto - Medaglia di bronzo Ianiro Vincenzo - Medaglia di bronzo Ianiro Saverio - Medaglia di bronzo Categ. II - Campionato Carugno Sebastiano - Medaglia d'oro Sammarone Savino - Medaglia d'argento Conti Gaetano - Medaglia d'argento Ianiro Vincenzo - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia di bronzo di Tella Croce - Medaglia di bronzo Castiglione Salvatore - Medaglia di bronzo Di Pietro Francesco - Medaglia di bronzo Categ. III - Serie di Tella Croce - Medaglia d'oro Conti Donato - Medaglia d'argento Carugno Sebastiano - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia d'argento Di Pietro Francesco - Medaglia di bronzo Castiglione Salvatore - Medaglia di bronzo Conti Fortunato - Medaglia di bronzo Conti Gaetano - Medaglia di bronzo Categ. IV - Tiro di squadra Conti Donato - Medaglia d'argento Conti Fortunato - Medaglia d'argento Castiglione Salvatore - Medaglia d'argento Ballo al Circolo d'Unione La sera del 6 c. m. per desiderio di alcune signore e ad iniziativa di intelligenti giovanotti fu tenuta nelle sale del Circolo d'Unione una soirée di ballo, che riuscì gaia e divertente per il concorso di gentili signore e signorine, tutte in elegantissime toilette, e per l'armonia e famigliarità senza pari, cui è improntato qualunque trattenimento di questo nostro paese. Intervennero l'On. Falconi, l'on. Maurg con la gentile sig.ra, l'Avv. Pallotta con la famiglia; la signora Giulia Falconi, la signora Rosina Falconi, la signora Colasanti e signorine, la signora Carmela Conti, la signora di Ciò, la signora Giulia Paglione e signorina Ines, la signora Buonfiglio, le signorine Gemma ed Elisa di Ciò, Luisa Falconi, Lina Conti, Lida Carugno, Clelia Antenucci, Silvia di Rienzo, Maria Conti, Maria Falconi. Suonatore instancabile fu l'illustre Prof. Falconi: scelti ballabili vennero eseguiti anche dalla signorina Luisa Falconi e dalla signora Buonfiglio. Furono offerti rinfreschi, liquori e dolci. Chiuse il ballo uno svariato cotillon. Di tutto, lodi e grazie infinite alle signore promotrici ed ai giovanotti, che dimostrarono massima operosità per la riuscita splendida della serata. Claudiano Giaccio Fonte: C. Giaccio, Fuori di Agnone, in «Il Cittadino Agnonese», IV:8, Agnone, 18 settembre 1903.

  • Il memoratorio di Monte Capraro

    In merito alla storia, alla distribuzione geolinguistica e alla tipologia dei primi testi in volgare, Rosa Casapullo, sull'Enciclopedia dell'Italiano (2011), scrive che «un terzo gruppo è costituito da testi, risalenti alla fine del XII e all'inizio del XIII secolo, che segnano la fine dell'affioramento episodico del volgare e l'inizio di vere e proprie tradizioni discorsive [tra cui il] memoratorio di Monte Capraro (1171)». L'insigne professoressa dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa si riferisce a un memoratorio, ovvero a «una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo. Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso». Di quel memoratorio, prima della Casapullo, se n'è infatti occupato nel 1973 il filologo Arrigo Castellani (1920-2004), e prima ancora, nel 1942, l'archivista di Montecassino don Mauro Inguanez (1887-1955), il quale, primo fra pochissimi, trascrisse il prezioso documento facente parte del «fondo di pergamene della Prepositura cassinese di S. Pietro Avellana». In Molise c'ha invece pensato l'arch. Franco Valente a rispolverare e divulgare questa perla della storia e della lingua italiane in un bell'articolo online del 6 dicembre 2012. È complicato aggiungere qualcosa a quanto detto da Valente, e sarebbe oltraggioso rimettere le mani sulle congetture del Castellani - linguista tra i migliori del nostro Paese - o dell'Inguanez - archivista per precisa scelta dello Spirito Santo. Ciononostante, posso offrire qualche ulteriore elemento di riflessione, a mio avviso sfuggito al fluir dei decenni, sia sulla chiesa intitolata a Simone e Giuda sul Monte Capraro, sia sui germi della lingua italiana da sempre esistiti (spesso allo stato letargico) sul territorio dell'Alto Molise prima ancora che in altri lontani luoghi d'Italia. Per fare ciò mi baserò direttamente sulla relazione di padre Inguanez, giacché Castellani e Valente, nei rispettivi contributi, hanno approfondito quel documento esclusivamente per quanto concerne la parte redatta da frate Ruele, ovvero la notitia sulla Chiesa dei SS. Simone e Giuda, che riportava quanto segue: Fratel Ruele prior heremitus sancti iohannis de monte caprarum [...] sanctorum apostolorum Symonis et Iude in territorio de sancti iohannis p. subdita [...] de sancti iohannis fecit pro ipsum et pro aliis fratibus heremitis de sancti iohannis li quali laborasseru pro ipsi et pro aliis fratribus li quali fusseru in sancti iohannis et pro facere orationem quilli iurni li quali non gisseru al labore. qualunqua homo volesse departire ista ecclesia da sancto iohanne sci scia excommunicatus. Se, come ha rivelato Franco Valente, il memoratorio sembra riferirsi ad una «qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa», esso tratta soprattutto della sua consacrazione, avvenuta probabilmente il 28 ottobre 1171, giorno in cui ricorre la memoria liturgica dei due santi apostoli. Dirò di più: detta consacrazione fu celebrata da Raone, vescovo di Trivento, il quale, in memoria di ciò, «concesse una indulgenza di un anno, da lucrarsi dai fedeli ogni anno in detto giorno». La consacrazione avvenne alla presenza del succitato Ruele (o Raele), priore di S. Giovanni di Monte Capraro e di S. Nicola di Vallesorda nel 1160 e riconfermato a quella carica dieci anni dopo. Nel nostro memoratorio v'è poi la donazione di un feudo - probabilmente quello di Vicennepiane - effettuata da Ugo di Montemiglio, padre di Ruele, allo stesso monastero di S. Giovanni di Monte Capraro. Dal punto di vista lessicale, Castellani mise in evidenza le forme volgari terminanti in -ru (laborasseru, fusseru, gisseru), la prima attestazione italiana di «quilli iurni» e le curiose forme di «qualunqua» e della palatalizzazione di «sci scia». A queste mi sento di aggiungere il «fratel» iniziale, che Castellani aveva riportato come «frater» per via d'una macchia di umidità presente sulla pergamena che rendeva illeggibile le lettere che seguono fr-. Trovo che il «fratel Ruele» del memoratorio richiami prepotentemente san Francesco d'Assisi e quel frate presente tre volte nel suo eterno Cantico (frate sole, frate vento, frate focu), il tutto mezzo secolo prima! Non solo. Il sostantivo latino frater, che col suffisso diminutivo -lus diventa fratellus, nella pergamena cassinese viene impiegato in un'accezione modernizzante che forse non è da intendere in senso diminutivo. Dirò di più. Dalla lettura dell'intero memoratorio emerge un'ulteriore notizia che, soprattutto per i capracottesi, appare compenetrata di fascino e mistero. Mi riferisco al fatto che la chiesetta montana intitolata agli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo era in realtà dedicata anche a una terza martire: Lucia di Siracusa. Alfonso Di Sanza d'Alena, proprio in riferimento al feudo di Vicennepiane, aveva già fatto rapida menzione a questa terza intitolazione. Il memoratorio, nella prima parte, quella realizzata dal vescovo Raone, recita dunque così: In nomine summe et individue trinitatis. Ad futuram memoriam declaramus et notum facimus quod deo propitio et auctore Ego Rao dei gratia sancte triventine sedis licet indignus antistes cum maxima clericorum et laycorum baronum et nobilium virorum turba ac utriusque concidionis status et etatis frequentis ecclesiam quandam dedicavimus et consecravimus multis sanctorum reliquiis ibi conclocatis ad honorem dei et perpetue virginis marie et precipue vocabulo sanctorum apostolorum idest Symonis et Iude, et Sancte Lucie virginis vocabulo est consecrata. Manet autem ecclesia ipsa in territorio montis qui dicitur caprarum. Negli scorsi mesi sono stato invitato a produrre una pubblicazione sul culto di santa Lucia a Capracotta e nei comuni limitrofi. L'attestazione di questo culto sul suolo capracottese-sampietrese a partire dalla seconda metà del XII secolo, certificata dal memoratorio di Monte Capraro, sposta di almeno tre secoli indietro le lancette dell'indagine storica, che allo stato attuale vuole l'arrivo della martire siciliana a Capracotta sul finire del Quattrocento e la costruzione di una chiesa a suo nome soltanto nel 1948. Insomma, gli echi della regola di Monte Capraro erano in realtà più ampi di quelli che oggi gli studiosi riconoscono loro. Tuttavia, il passo successivo da compiere sta nel confrontarli, dal punto di vista amministrativo e linguistico, e da una prospettiva altomolisana, coi Placiti Capuani, e questo è un compito per me piuttosto difficile da assolvere. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Castellani, I più antichi testi italiani. Edizione e commento, Pàtron, Bologna 1973; B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX, in «La Critica», I:1, Dir. della Critica, Napoli 1903; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; M. Inguanez, Memoratorio della consacrazione della Chiesa dei SS. Simone e Giuda sul Monte Capraro, in «Bollettino ufficiale della Diocesi di Trivento», XIX:1, Trivento, gennaio 1943; G. Marcato Politi, La sociolinguistica in Italia, Pacini, Pisa 1974; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; R. Simone, Enciclopedia dell'Italiano, vol. II, Ist. dell'Enciclopedia Italiana, Roma 2011; B. Terracini, I segni, la storia, Guida, Napoli 1976.

  • Conti Claudio, professore e compositore

    Nacque a Capracotta nel marzo del 1836. Di undici anni dimostrandosi appassionato per l'arte musicale, suo padre (nel 1847) lo inviava a Napoli alle scuole esterne del Real Collegio di S. Pietro a Majella, e in men di un anno il piccolo Claudio si fece ammirare per ingegno svegliato, tanto che il Mercadante lo volle fra i pochi allievi cui egli stesso insegnava finché stette in Collegio (anno 1860). Dei sette anni in cui fu a scuola dal Mercadante, quattro ne spese nell'insegnamento, poiché gli fu commesso l'onorato ufficio di primo maestrino con l'incarico d'insegnare le prime nozioni di contrappunto ai più giovani; la pratica di un tale esercizio lo ha avviato a un metodo savio e severo d'insegnamento, anche quando uscì dal Collegio. Dopo molta musica che il Conti compose pel Collegio sia sacra che profana, ebbe a scrivere un Inno per l'avvenimento al trono di Francesco II (anno 1859) e nell'anno stesso compose una Messa, un Credo ed un Inno. Scrisse poi molta musica per chiesa, molta vocale per camera pubblicata dall'editore Clausetti. È autore dell'opera applauditissima datasi al teatro Bellini di Napoli "La figlia del Marinaro". Nel 1867-68 pubblicò due bellissimi Album di musica per camera, l'uno pei tipi Ricordi, e l'altro per quelli di Cottrau. Nel 1869 ebbe commissione dall'impresario del teatro San Carlo di comporre l'Inno per la nascita del Principe di Napoli e quest'Inno fu vivamente applaudito. Scrisse ancora il Conti un'Elegia a grande orchestra uin memoria della morte di Mayerbeer di cui egli era grande ammiratore. Sarebbe lungo l'enumerare a una a una le sue accurate composizioni, poiché egli è indefesso scrittore. Nel gennaio 1871 Vittorio Emmanuele II gli conferì la croce di Cavaliere nell'ordine equestre della Corona d'Italia. Giovanni Masutto Fonte: G. Masutto, I maestri di musica italiana del secolo XIX, Cecchini, Venezia 1884.

  • Vale la pena andare a Capracotta domenica?

    La musica... una parola dolce, di tre sole sillabe, ma che può avere un significato immenso, perché la vita stessa, perché tutto ciò che ci circonda è musica. La musica è melodia, è una poesia infinita, la vita stessa è una sinfonia che non ha mai fine... Se la musica ingenere rispecchia e accompagna le nostre vere emozioni e i nostri comuni stati d'animo, se la musica profana diventa una interpretazione del tutto personale di un insieme di note e pause, se la musica è in grado di trasmettere sentimenti, immagini, pensieri, ricordi, perché non è rumore di fondo, se Alfred de Musset confidava che «è stata la musica che mi ha fatto credere in Dio». Abbiamo tutti bisogno di musica seria, di musica vera, di musica rigenerante. Sebastian Johann Bach ha lasciato scritto: «Io ho lavorato molto. Chiunque si applicherà tanto potrà fare quello che ho fatto. La musica mi aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori», e Ludwig van Beethoven ha aggiunto che «la musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia». Il nostro papa Benedetto, quando era ancora cardinale, con lungimirante profondità, ha scritto: «La Chiesa non può appagarsi dell'ordinario e dell'usuale: deve ridestare la voce del cosmo, glorificando il Creatore e svelando al cosmo la sua magnificenza, renderlo splendido, e quindi bello, abitabile, amabile. L'arte che la Chiesa ha espresso è, accanto ai santi che vi sono maturati, l'unica reale "apologia" che essa può esibire per la sua storia. La magnificenza che esplose ad opera sua accredita il Signore, e non le acute scappatoie che la teologia escogita per gli aspetti terribili di cui purtroppo tanto abbonda la sua storia. Se la Chiesa deve convertire, migliorare, "umanizzare" il mondo, come può farlo e rinunciare nel contempo alla bellezza, che fa tutt'uno con l'amore e con esso è la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa non deve accontentarsi facilmente; dev'essere un focolare del bello, guidare la lotta per la "spiritualizzazione", senza la quale il mondo diventa "il primo cerchio dell'inferno". Perciò il problema dell"'adatto" deve essere anche e sempre il problema del "degno" e la provocazione a cercare questo "degno"». Un pomeriggio di musica religiosa a Capracotta: perché? Non trovo altre parole più adeguate di quelle con le quali ce lo spiegava bene Leonard Bernstein: «La musica può nominare l'innominabile e comunicare l'inconoscibile». Dio deve essere sempre la musica dell'anima, come la musica nell'universo è vita... Dio è musica, dolce e soave, ai nostri cuori, Lui ci suggerisce sempre ciò che è giusto e cosa non lo è... È bello pensare a Lui, è bello lodarLo, ma è altrettanto bello dedicargli tutta la vita come un'unica canzone, una canzone infinita. Domenicantonio Fazioli Fonte: https://www.diocesitrivento.it/, 23 novembre 2008.

  • La luce nera

    Nel Policlinico dell'Università di Roma. Siamo alloggiati a Roma, tutta la famiglia, nella pensione Villa alle Terrazze di via Giovan Battista Morgagni. La pensione giornaliera è di seimila lire a testa. Una spesa eccessiva per il nostro portafoglio. Il mio stipendio è di 200.000 mensili. La pensione per tutti e 4 di famiglia ne richiederebbe 800. Comunque non oso dire nulla a mia moglie. La prenotazione era stata già fatta da mio cognato Rinaldo. Si vedrà poi con l'aiuto di Dio. Intanto è necessario sottoporre a visita sia me che mia figlia Beatrice, la quale per le numerose assenze fatte deve ormai rinunziare all'anno scolastico. La mattina del 30 mi visita il cardiologo Prof. Angelini, amico di Rinaldo. Non c'è nulla da fare. La pressione sanguigna è crollata dai 140-150 di Orbetello a poco più di 100. Ho uno svenimento. Si impone il ricovero. E vengo infatti ricoverato nella 1a clinica medica Malattie Infettive, letto n. 7. È per me un colpo, perché malgrado l'azotemia elevata (0,70) non avevo avvertito disturbi di sorta e i dolori al torace si erano ormai notevolmente attenuati, tanto da permettermi di muovermi con una certa facilità. A letto dovevo però ancora conservare solo la posizione supina. Compagni di corsia erano un napoletano Ispettore delle ferrovie in pensione, il Signor Bove Luigi, residente a Roma, il Signor Giambattista Veronese, funzionario dell'Agricoltura della Regione Siciliana residente a Siracusa e 2 ragazzi, Gianfranco e Carlo, convalescenti di epatite virale. Il vecchio Ispettore chiamava tutti col numero del letto. Io instaurai subito il sistema nominativo e si fraternizzò presto. Ma cominciò subito la rotazione: al posto di Carlo venne un altro ragazzo, Pietro Capogna di Torre Gaia, al posto di Gianfranco venne un sacerdote di Ascoli Piceno, Gilberto D'Angelo, che passò poi subito alla chirurgia, al posto di Giambattista venne un Signor Lorenzo Renzi impiegato postale, malato anch'egli di epatite, al posto del sacerdote venne un geometra di Campobasso, Di Nucci, la cui famiglia è oriunda di Capracotta. Oh come è diventato piccolo questo nostro mondo! Oltre al Di Nucci di Capracotta avevo conosciuto nel reparto il Medico De Simone di Schiavi d'Abruzzo. Sono paesi a me familiari, perché visibili dalla mia natia Pietrabbondante, anche se per raggiungerli, essendo paesi di alta montagna, si debbono fare 22 chilometri per Capracotta e 50 per Schiavi! Dopo una settimana di osservazione, ebbe inizio, sabato 9 maggio il trattamento della mia azotemia ma, fatto strano, invece di un miglioramento avvertii un peggioramento delle mie condizioni generali con crisi di vomito e perdita totale dell'appetito. Il 15 maggio si dovette smettere ogni terapia senza per altro che il vomito cessasse. Ricordo di aver detto a qualche mio parente che la settimana più brutta della mia vita è stata quella dal 10 al 17 maggio. E il 19 maggio in um momento di crisi psicologica approfittando della venuta di mio figlio Gennarino mi feci dimettere dalla Clinica e rientrai a Porto S. Stefano. Chiedo scusa anche in questa sede al Direttore Prof. Giunchi, al Prof. Avella, al Prof. Maddaluno, al Dott. De Simone e alla Dott.ssa Ciarla e ad altri di cui mi sfugge il nome per aver abbandonato la loro clinica in un momento di choc psicologico e li ringrazio per le cure che sapientemente mi prodigarono. Ma occorre a questo punto precisare come arrivai alla fuga dalla Clinica. Nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 maggio avevo sofferto più del solito per il vomito ed avevo dovuto passeggiare a lungo nel corridoio del reparto. C'era nella sala medica una statua della Madonna. Tra le due e le tre le mie sofferenze erano divenute pressoché insopportabili. Mi rivolsi allora alla Madonna chiedendole che se era venuta la mia ora ero preparato a ricercare la morte "corta e netta" come diceva il povero mio padre, se invece la mia ora non era ancora venuta - mi sarebbe piaciuto - che allora mi avesse concesso un po' di respiro e mi avesse alleviato le sofferenze. Mi parve di udire nel mio inconscio una voce che mi diceva: tu stai bene, tornatene a casa. E così fu infatti il 19 a mattina quando arrivò mio figlio Gennarino, tra la meraviglia dei compagni di corsia e la costernazione dei miei parenti romani: mio cognato Rinaldo e moglie Irene, mio cognato Franceschino, la moglie Therese e la figlia Maria Pia, mio fratello Gino, moglie e suocera. Quando arrivai a Porto S. Stefano trovai mia moglie sul pianerottolo che mi ricevette sì a braccia aperte ma aveva il volto della disperazione. Poco dopo venne il Dott. Birardi e, dopo aver esaminato il foglio di uscita dell'Ospedale, data l'azotemia notevole (più dell'1%) sconsigliò assolutamente la cura domestica. Sentii letteralmente cadermi le braccia, perché ero convinto di aver ricevuto una grazia della Madonna. Intanto mia figlia Beatrice era rimasta a Roma a casa di mio cognato Francesco. Le sue condizioni di salute, dopo le visite e l'inizio della cura, sembravano tornate alla normalità, Dio ne sia ringraziato. La permanenza nella clinica universitaria era durata esattamente 20 giorni. Altri fatti degni di menzione, verificatisi in tale periodo, sono la conoscenza di un ebreo canadese ricoverato per epatite virale, la comunione presa a letto Domenica 2 maggio, la partecipazione alla recitazione del SS. Rosario la sera di Martedì, quando rimasi profondamente colpito dalla potenza martellante dell'ora pro nobis della litania in onore della Madonna. Gennaro Di Jacovo Fonte: http://ksantomo.blog.kataweb.it/, 8 febbraio 2006.

  • A pesca di fario italica col cucchiaino rotante lungo il corso del Verrino

    Agli amanti della pesca a spinning oggi noi di Piscor.com vogliamo presentare un itinerario insolito, in un territorio ancora non urbanizzato, caratterizzato da un'orografia prettamente montuosa, con foreste incontaminate di abeti, faggi e cerri (non a caso alcune di esse si fregiano del prestigioso appellativo di M.A.B.) e torrenti cristallini: parliamo dell'Alto Molise, area geografica conosciuta da pochi ma con un potenziale attrattivo enorme, soprattutto nei confronti di quegli appassionati che amano la natura "vera"! La catena montuosa dell'Appennino centro-meridionale è contraddistinta dalla presenza di numerosi corsi d'acqua a carattere tipicamente torrentizio (come il Verrino, torrente che sorge nel comune di Capracotta, sviluppando pienamente il suo corso nel comune di Agnone e confluendo a valle nel fiume Trigno) che ospitano quella specie ittica che viene definita da noi pescatori la regina delle acque dolci: stiamo parlando della trota fario italica autoctona. La fario italica autoctona differisce dalla "cugina" inibridata d'allevamento anzitutto per la colorazione della propria livrea: premesso che la pigmentazione può variare a seconda dell'ambiente in cui essa vive si può asserire che generalmente nella fario italica la puntinatura dorsale e laterale assume un colore rosso vivo contornata da un cerchio bianco, mentre, nella zona ventrale, padroneggia il giallo canarino; tali colorazioni così marcate sono del tutto assenti nelle fario immesse dalle associazioni di pesca durante il preapertura. La fario autoctona, essendo tale, è molto più smaliziata e diffidente rispetto alla corrispettiva da allevamento, di conseguenza molto più difficile da insidiare: elegge come habitat ideale in cui vivere acque molto ossigenate e tendenzialmente fredde, ha abitudini territoriali e si ciba prevalentemente di insetti ma in età adulta può prediligere anche piccoli anfibi o addirittura suoi simili, inizia a riprodursi intorno al secondo anno di età, nel periodo che va da ottobre a febbraio. Di contro questo pesce è molto delicato, non ha la "pellaccia dura" di cavedani e barbi ed è stato capace di resistere all'estinzione (come invece non è avvenuto altrove) proprio grazie alla purezza delle acque in cui vive ed alla presenza in esse di microrganismi ed insetti di ogni tipo che rappresentano il suo sostentamento: nel momento in cui noi (esseri umani) smetteremo di salvaguardare la sanità delle nostre acque, allora cesserà di esistere in esse anche la Fario Italica, il discorso è drammaticamente semplice! Con l'avvento della buona stagione (e con la speranza che gli effetti della pandemia con i vaccini possano mitigarsi permettendoci di tornare alla nostra libertà) inizia anche la stagione di pesca relativa allo spinning in torrente. Tale categoria di pesca nel Verrino è molto più praticabile in estate anziché in inverno, la motivazione è da ricercare nella presenza d'acqua nei piccoli e tortuosi corsi idrici dell'Appennino italiano: in inverno infatti, la loro portata troppo imponente rappresenta un serio rischio per lo spinnerista che deve "risalire" il torrente, inoltre, l'eccessiva presenza d'acqua e la forte corrente condizionano non poco la visibilità dell'esca stessa in acqua, con conseguente e giustificato "disinteresse" da parte della trota fario, la quale al contrario, in estate, quando l'acqua scarseggia ed è più chiara, attacca con molta più voracità (con scatti che possono raggiungere i 50 km orari) il nostro cucchiaino, per il semplice motivo che "lo vede". Se in acqua limpida la trota vede il nostro cucchiaino vuol dire che può vedere anche noi, quindi l'approccio giusto ad una piccola pozza del Verrino è cercare di non avvicinarsi troppo all'argine in fase di lancio, di avanzare chinati e lanciare con precisione, possibilmente senza incagliare, altrimenti il frastuono che ne deriva fa si che la suddetta pozza sia "bruciata". Nella pesca a spinning alla trota lungo il corso del Verrino, in Alto Molise, occorre montare un cucchiaino rotante dal peso e dalla dimensione riferibili alla portata idrica presente in quel determinato periodo. Con più acqua utilizzeremo un rotante più pesante, anche se, è sempre preferibile applicare al nylon misure più piccole (misura 1 è l'ideale) in quanto più reali, più simili alla grandezza effettiva di un insetto acquatico, quindi più appetibili per la trota. La paletta del cucchiaino può essere prevalentemente argentata o dorata, con o senza puntini (quelle neutre di solito hanno un effetto più attrattivo, in quanto i puntini sulla paletta vorrebbero richiamare la colorazione di un avannotto) ma non dobbiamo dimenticare che il cucchiaino rotante viene impiegato dal pescatore con l'auspicio che sembri il più possibile un insetto, se si vuole esortare la trota fario al cannibalismo bene, ma servono altre tipologie di esche artificiali (ad esempio piccoli minnow, crank e ondulanti). I modelli di cucchiaini rotanti possono essere vari nella forma e nel peso e di diversi marchi, tra i più noti annoveriamo gli inossidabili (nel vero senso della parola) Mepps, i Martin ed i Mapso; io personalmente ho una leggera propensione per i primi, ai quali, con una pinza, schiaccio gli ardiglioni affinché la slamatura del pesce sia indolore e la sua reimmissione in acqua più rapida ed agevole possibile. Per praticare tale tipologia di pesca, oltre al cucchiaino, dobbiamo disporre di un moschettone al quale applicarlo che faciliti la possibilità di cambiare rotante ogni qual volta lo riteniamo opportuno, senza dover spezzare la lenza. Il suddetto moschettone va fissato ad un nylon che abbia un diametro ideale compreso tra gli 0,12 e gli 0,16 mm, non si necessita di diametri maggiori in quanto la taglia delle trote fario italiche che vivono nel Verrino non è mai troppo elevata; in ogni caso, nelle pozze più profonde e capienti, può aggirarsi tranquillamente qualche "pezzo da novanta", e, nel caso mangi, occorre giocare di frizione senza forzare il recupero. La canna ideale per effettuare spinning al Verrino può essere una "due sezioni" che non superi 2,10 m aperta, in quanto la vegetazione è molto fitta e una canna più lunga sarebbe impossibile da gestire; l'ingombro della stessa è altresì importante, la pesca in queste tipologie di torrenti è un continuo ed impegnativo trekking, di conseguenza bisogna avere meno impedimenti possibili in fase di "risalita" (in questo caso mi sento di consigliare l'utilizzo di piccole canne da spinning telescopiche). Infine il mulinello: va benissimo un mille front drag marcato Trabucco, Tubertini, Colmic, Shimano, Daiwa o qual si voglia grande marchio tranquillamente reperibile presso Piscor. In ultimo ma non meno importante: per "risalire" il Verrino è giusto indossare un paio di Waders soprattutto in primavera ed autunno e accertarsi di possedere la licenza di pesca nelle acque interne, che ha validità su tutto il territorio nazionale. Questo itinerario del Verrino, nel cuore del Sannio altomolisano, è un'esperienza di pesca che dovrebbe compiere chiunque ami lo spinning alla fario in torrente almeno per due motivi fondamentali. La prima ragione sta nella dilagante emozione che può comportare l'incontro, la cattura di un essere vivente a dir poco ancestrale come la trota fario autoctona; la seconda sta nell'avere l'occasione di poter pescare, e di godere in generale di un territorio splendidamente incontaminato, un eden che rappresenta con forza ed orgoglio una delle ultime realtà ambientali capaci di conservare quell'habitat originale pre-urbanizzato, che sta diventando sempre più raro nel nostro bel Paese. Alessandro Scarponi e Luca Caslini Fonte: https://www.matchfishing.it/, 26 maggio 2021.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: l'Acqua Zolfa

    Capracotta vanta almeno una sorgente di acqua sulfurea, una serie di splendide vasche naturali al confine col territorio di Castel del Giudice che, in dialetto, prendono il nome di Acca Sólfa o Solfanàra. Queste acque termali furono riconosciute pubblicamente da Lorenzo Giustiniani nel lontano 1797, quando il grande erudito napoletano scrisse che «alla distanza di un miglio dall'abitato verso settentrione vi sorge un'acqua sulfurea, della quale fanno uso gli abitanti, e quegli altresì di altri luoghi vicini, per varie loro indisposizioni». Da quel momento l'Acqua Zolfa venne menzionata in quasi tutti i dizionari che si occupavano di acque termali e terapeutiche: da Salvatore De Renzi a Giovanni Battista Carta, da Luigi Marieni ad Antonio Perone, da Guglielmo Jervis a Luigi Tioli. All'indomani dell'unificazione italiana, persino il Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio, nella Statistica ufficiale del 1868, riportò una fonte solforosa situata in territorio di Capracotta e detta di Castel del Giudice, caratterizzata da una portata giornaliera di 3.000 litri. Ne scrisse persino il prof. Giovannangelo Limoncelli sulla rivista "Il Manicomio Moderno", organo ufficiale dell'Ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, a proposito della cura delle malattie mentali nei comuni della Provincia di Molise. Colui che più di tutti studiò la nostra fonte sulfurea fu Senofonte Squinabol, il quale, diventato professore di storia naturale presso il Regio Istituto Tecnico di Foggia, compì una lunga escursione a Capracotta, la cui dotta relazione venne pubblicata in francese, nell'estate del 1903, su "La Géographie", la rivista ufficiale della Société de Géographie, la più antica società geografica del mondo. Dopo aver tradotto il suo contributo, si legge che «nel letto del torrente Molinaro si trovano altre sorgenti fortemente mineralizzate che, sebbene note e descritte da tempo, sono attualmente trascurate; queste potrebbero essere utilizzate in ragione della loro elevata altitudine (1.000 m.s.l.m.) per dar vita a una stazione climatica. Tali sorgenti sgorgano a pochi metri dal confine tra Capracotta e Castel del Giudice, sul talweg [mezzo del confine fluviale, N.d.T.] del Molinaro, sotto una piccola cascata nei pressi della masseria Campanelli. Ci si arriva, seguendo un sentiero molto faticoso che funge da strada laterale tra Capracotta e Castel del Giudice, dopo un'ora buona di cammino. Le sorgenti in questione sono di tre tipi: solforose, magnesiache e ferruginose. Le prime sono fortemente mineralizzate e abbondanti. Ho effettuato delle misurazioni in loco da cui è emersa, senza contare l'acqua che si perde nella roccia, una portata di oltre 4.000 litri al giorno. Effettuando piccoli lavori di captazione, tale quantità potrebbe essere raddoppiata e, inoltre, potrebbe essere molto maggiore nella stagione non umida. La temperatura dell'acqua era di 16,5 °C mentre la temperatura dell'aria era di 21,5 °C». Il prof. Squinabol, dunque, riconobbe tre diverse sorgenti sulfuree e certificò che la loro portata giornaliera era di oltre 4.000 litri! Tuttavia resterebbe confermata la nozione secondo cui l'Acqua Zolfa di Capracotta presenta una temperatura uguale o addirittura minore di quella esterna e che è fortemente «indicata negli erpeti», ossia contro l'herpes cutaneo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. B. Carta, Dizionario geografico universale, tratto e compendiato dalle opere più accreditate e recenti di geografi insigni, Stamp. del Fibreno, Napoli 1843; A. Ciccone (a cura di), Statistica del Regno d'Italia. Acque minerali: anno 1868, Tofani, Firenze 1869; S. De Renzi, Guida medica per la città di Napoli e pel Regno, Filiatre, Napoli 1838. F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, vol. III, Manfredi, Napoli, 1797; G. Jervis, Guida alle acque minerali dell'Italia centrale, Loescher, Torino 1876; G. Limoncelli, La pazzia nei Comuni della Provincia di Molise, in «Il Manicomio Moderno», IV:1, Nocera Inferiore, maggio 1888; L. Marieni, Geografia medica dell'Italia: acque minerali, Vallardi, Milano 1870; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Perone, Dizionario universale topografico storico fisico-chimico terapeutico, Trani, Napoli 1870; É. Reclus e A. Brunialti, L'Italia nella natura, nella storia, negli abitanti, nell'arte e nella vita presente, vol. II, Ed. Libraria, Milano 1904; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi, in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903; L. Tioli, Le acque minerali e termali del Regno d'Italia, Hoepli, Milano 1894.

  • Gli stemmi delle città sono fantastici

    Gli stemmi delle città sono fantastici, ma alle volte per capirli bisogna documentarsi. I miei preferiti in realtà sono quelli che si spiegano da soli. Lo stemma di Capracotta è una capra che arrostisce sul fuoco, punto. Quello di Canegrate, un cane dietro le grate. Quello di Strangolagalli, un gallo strangolato. Ci pensavo questo weekend, un catino in cima a un monte: infatti ero a Montecatini. C'era la presentazione della "Guida Slow Wine" 2017 e la Vitovska di Zidarich è un bianco macerativo che, a differenza degli stemmi, non si coglie in un secondo. Anche in un contesto entropico come una degustazione è obbligatorio ritagliarsi qualche minuto per ragionare, perché ha un'ampiezza tale da far saltare in aria la scheda dell'Ais. Al naso c'è davvero di tutto: dagli agrumi alla paglia, al miele, fino a una sfumatura caramellata e all'odore delle strade di pietra quando ci piove sopra. È grezzo e fine allo stesso tempo, freschezza e sapidità se la giocano alla pari su uno sfondo di tannino appena accennato e riverberi quasi di ruggine. Questa Vitovska la fanno in provincia di Udine, a Prepotto: lo stemma della città mostra un bell'albero verde. Belsedere, in provincia di Siena, invece è solo una frazione e purtroppo non ha uno stemma. Graziano Nani Fonte: https://gutin.it/, 2017.

  • Il bandito Antonio Fonsetti da Agnone

    Il bringantaggio è un fenomeno antico che ha assunto una marcata impronta politica a metà Ottocento in seguito alla propagazione delle istanze liberali da un lato e di quelle lealiste dall'altro, in merito alla sempre meno taciuta possibilità di unire gli stati della penisola italiana sotto un'unica bandiera. In realtà, però, il fenomento del brigantaggio fu sempre e comunque, prima di ogni altra cosa, mero banditismo, ossia l'unione in bande, squadroni, finanche eserciti, col preciso intento di arricchirsi a danno delle popolazioni, il che portava spesso ad uccidere e/o violentare. Il bringantaggio nello Stato pontificio fu uno dei più virulenti della storia e, difatti, venne quasi sempre punito con metodi altrettanto forti e definitivi: la pena di morte. Nei diari e nelle cronache giudiziarie spicca il nome di «Antonio di Arcangelo Fonsetti da Agnone in Regno». A ben vedere, infatti, Agnone era una città estera in quanto apparteneva al Regno di Napoli. Il Fonsetti, dunque, non era solo un bandito ma presentava anche un'aggravante, quella di essere straniero, acuendo il sentimento sciovinista delle popolazioni pontificie. Egli fu inquisito (leggasi "torturato") finché non confessò i propri reati, ovvero «più crassationi da lui fatte in compagnia di altri in più tempi e strade». Nonostante la confessione estorta con la violenza, il 27 novembre 1665 Fonsetti fu condannato alla pena di morte per impiccagione, quindi condotto sulla «scomparsa piazza di Ponte» - adiacente Ponte Castel Sant'Angelo - «et ivi impiccato et poi squartato per portarsi i quarti a luoghi di delitti commessi». La punizione per i banditi - per lo meno dopo il Sacco di Roma del 1527 - non consisteva infatti nella "mera" uccisione per mano del boia, bensì nel depezzamento dei cadaveri (il più delle volte veniva tagliata la testa) e nella conseguente macabra esposizione dei brandelli di corpo, divisi in quattro pezzi proprio come le bestie macellate, come monito per tutti i passanti. Una delle più antiche tradizioni del popolo romano era proprio quella di dare uno scappellotto ai propri figli quando si era di fronte a un condannato a morte, di modo che quel piccolo gesto di violenza li avvertisse sulla fine che facevano i briganti. L'agnonese Antonio Fonsetti, dunque, conobbe la morte per ordine di Fabio Chigi, papa Alessandro VII, che comunque non figura tra i pontefici più spietati come i precedenti Pio V e Sisto V. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Gigli, Diario romano (1608-1670), a cura di G. Ricciotti, Tumminelli, Roma 1958; O. Grossi, I boia di Roma. Crimini, torture e "giustizie" dal Quattrocento a Mastro Titta, Netwon & Compton, Roma 1997; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Moretto, Mastro Titta: il boia del papa re, Polo, Roma 2009.

  • Il bello del Molise ritrovato tra borghi e sapori di casa

    Certo non stupisce che tra le destinazioni must per questo 2020 ci siano Parigi o la Mongolia, il Lake District di Wordsworth e il Borneo degli oranghi, mentre ha fatto notizia la scelta del New York Times di inserire il Molise tra le 52 places to visit per quest'anno. L'annuale short list della testata americana suggerisce spesso ai lettori di scoprire città o regioni meno battute dal turismo di massa e dai vacanzieri prêt-à-porter. Eppure da Campobasso a Termoli è ancora fonte di (compiaciuto) stupore l'inserimento della piccola regione tra le Asturie e le Bahamas. Ondine Cohane è conscia della peculiarità della propria scelta e per questo rassicura i lettori. «Mai sentito parlare del Molise? Nessun imbarazzo. Pure molti italiani non ci sono mai stati – scrive la giornalista –. Ma quelli che compiono il pellegrinaggio possono scoprire una delle aree più spettacolari del paese». Fra le attrazioni, oltre alle feste tradizionali, la Cohane menziona gli insediamenti romani come Sæpinum, la costa incontaminata (in primis Termoli), le montagne per lo sci e le vie della transumanza. «Abbandonate l'auto e ammirate i paesaggi dal treno», suggerisce infine esaltando la "Transiberiana d'Italia" che tra Sulmona e Isernia attraversa foreste e villaggi di montagna. Il viaggio attraverso le terre molisane può toccare il borgo di Castel del Giudice, dove case e stalle in pietra sono state recuperate dall’abbandono creando l'albergo diffuso Borgotufi, circondato da filari di mele, piante di luppolo e orzo (per la birra agricola Maltolento) e arnie colorate dell'Apiario di Comunità. E poi le foreste attorno a Capracotta, il Bosco degli Abeti Soprani e il Museo della Pietra a Pescopennataro, il paesino di Pietrabbondante nato sulle morge rocciose, ma anche la Riserva della Biosfera dell'Alto Molise (Mab Unesco) tra il bosco di Collemeluccio e la foresta protetta di Montedimezzo. Tra i siti preistorici a Isernia e il Museo della Campana della Pontificia Fonderia Marinelli ad Agnone si respira invece la storia di queste terre. Viene da chiedersi, allora, come i molisani doc sentano la propria terra e quali siano i sapori e i luoghi capaci di restituire il genius loci. Marco Giannantonio e Maurizio Mastrangelo sono due molisani emigrati a Dublino, portando i sapori di casa al ristorante Pinocchio e con corsi di cucina, mentre con Flavour of Italy accompagnano gli irlandesi nel Belpaese. «I piatti della memoria sono legati al maiale, da sempre sulle tavole del Molise contadino – dice Giannantonio –. Viene usato per il ragù sui cavatelli, gran piatto regionale come il torcinello di agnello». I luoghi dell'anima sono i borghi di San Giovanni in Galdo, dove alcuni giovani combattono lo spopolamento, e Ripalimosani con le sue tradizioni culinarie. «La nostra è una cucina povera, legata alla tradizione contadina – riecheggia Pasquale Moscufo del Vecchio Tratturo a Montefalcone nel Sannio, un piccolo borgo di montagna che merita una visita –. I salumi sono la base e la punta di diamante è la ventricina, fatta con il guanciale e il peperone piccante». Partita per studiare economia, Stefania Di Pasquo è tornata nel 2013 (dopo la scuola di Niko Romito) per aprire Locanda Mammì ad Agnone e tra i sapori fondanti cita i formaggi, «in particolare vanno assaggiati il caciocavallo e la stracciata, ma poi anche la zuppa alla santé e le ostie», dice la chef che invita a scoprire la città della 'Ndocciata e della fonderia pontificia di campane. Anche Stefano Rufo ha girato fuori regione, ma poi un richiamo ancestrale lo ha riportato alle pendici delle Mainarde - che invita a scoprire per un'esperienza slow - dove ha aperto la Locanda Belvedere; prepara anche un piatto della memoria: il raviolone scapolese ripieno di patate, bieta, salsiccia, pancetta, carne macinata, scamorza, formaggio e uova. A Isernia, Existo nasce con lo chef Marx Di Nella in cucina e il sommelier Carlo Pagano in sala che rivela: «il tartufo bianco delle nostre terre è straordinario, ottimo con i piatti semplici» e suggerisce una piccola chicca: il castello dei Principi Pignatelli di Monteroduni. A Termoli lo chef dello Svevia, Massimo Talia (presidente regionale della Federazione Italiana Cuochi) gioca la carta del mare con un "intruso" originale e autoctono. «Qui sull'Adriatico i piatti della tradizione come il brodetto, 'u pappone, la pescatrice e le seppie ripiene hanno un elemento in comune – spiega – il peperone: cornetto verde fresco o peperoncino pestato». Sulla costa è rimasto solo uno dei tradizionali trabocchi e per raggiungere il luogo dell'anima Talia si allontana verso il santuario di Castelpetroso, «un pezzo di gotico fiabesco incastonato tra le montagne». Giambattista Marchetto Fonte: G. Marchetto, Il bello del Molise ritrovato tra borghi e sapori di casa, in «Il Sole 24 Ore», Milano, 20 gennaio 2020.

  • D'Acchille, la tabaccheria n. 1 di San Salvo

    La tabaccheria D'Acchille, la tabaccheria n. 1 di San Salvo, non è solo un'attività commerciale, ma una delle memorie storiche della nostra città. Mario D'Acchille rilevò la licenza della tabaccheria, da «quelli di Capracotta», nel 1960. Aveva aperto a soli 18 anni con il fratello un frantoio su corso Garibaldi, negli anni in cui la città praticamente finiva con la fine del corso. A 25 decise di rilevare la licenza del tabacchino che allora sorgeva sul muraglione di corso Umberto, la tabaccheria n. 1 di San Salvo. Dopo pochi giorni sposò Anna Maria Sterlicchi, teramana, nipote del comandante della stazione dei Carabinieri, che allora sorgeva anch'essa sul corso. La famiglia D'Acchille crebbe con la città, da avamposto di periferia si trasformò, negli anni '80, diventando centrale rispetto alla "zona nuova", quella che divenne la 167. Sansalvesi e "forestieri" passavano dalla tabaccheria da Mario e Anna Maria, raccontando le loro storie, le storie di un paese che si stava anno dopo anno trasformando in città e segnavano i legami tra chi c'era e chi arrivava. Sandra, la figlia, dopo gli studi, ha continuato a lavorare nell'attività di famiglia. Ancora oggi, se ti fermi a fare due chiacchiere, è grazie a loro che riesci a conoscere le storie delle famiglie storiche, di quelli nati sansalvesi e quelli che questa città la sentono loro per averci investito il loro presente e il loro futuro. Un avamposto che è memoria storica, che è punto di osservazione di una città che cambia, che continua a resistere su un corso che da crocevia, si è piano piano svuotato, anticipando ciò che sarebbe accaduto al resto del centro della città. Antonia Schiavarelli Fonte: https://www.sansalvo.net/, 12 novembre 2016.

  • La Madonna del Carmelo di Agnone

    Nella Chiesa dell'Annunziata, o del Carmelo, edificata nel 1505, si celebra la festa in onore della Madonna del Carmine. La chiesa custodisce la preziosa statua settecentesca di Maria SS. del Carmelo, opera dell'artista Colombo. La Vergine indossa una bellissima corona e con una mano sorregge il Bambino incoronato, vestito con un abitino decorato, mentre con l'altra porta un fiore e lo scapolare. L'abito è di colore carminio, a ricordo del paramento dei Carmelitani, mentre il manto decorato è di colore bianco. Secondo la tradizione la Vergine del Carmelo è protettrice particolare dei carbonai (nel giorno della festa, i carbonai di Capracotta spegnevano la carbonaia e si recavano in pellegrinaggio ad Agnone) e dei muratori, salvaguardando anche da terremoti e smottamenti. Nel secolo scorso e fino agli anni Venti, grazie al contributo degli emigranti, questa ricorrenza viene ricordata come la più bella di Agnone, festeggiata anche dagli agnonesi residenti in Argentina. Ogni anno il 16 luglio viene celebrata la Santa Messa a cui partecipano i pellegrini dalle zone del Sangro e, in seguito, si procede in processione attraversando il paese seguiti dalle bande musicali locali. Per la ricorrenza viene organizzata la tradizionale fiera e il paese viene addobbato a festa con decorazioni e luminarie. Maria Carosella Fonte: https://www.cilentontheroad.it/, 16 luglio 2019.

  • Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (IV)

    PARTE III Proposte di riforme ed opere igieniche Perché non si possa dire che io noto il male senza additare rimedi opportuni mi sforzerò di esporre ora alla meglio i provvedimenti più economici e modesti immaginabili. Questa è veramente la parte difficile e spinosa del mio compito, non potendo proporre alcuna spesa eccessiva. I. Nettezza dell'abitato Avanti tutto s'impone la necessità superiore a tutte le altre di dover allontanare, per quanto più è possibile, rapidamente e completamente, i materiali organici di rifiuto degli uomini e delle bestie domestiche. Fognatura? – Una condottura cloacale estesa a tutte le case e per tutto il sottosuolo stradale del paese sarebbe il maximum desiderabile, ma disgraziatamente ciò è inattuabile: Perché la ristrettezza delle abitazioni non consente la costruzione di cessi ben fatti nell'interno di esse e che poi abbiano comunicazione con la fognatura del sottosuolo stradale. Per la buona igiene è indispensabile che il cesso sia posto in un luogo appartato della casa; e qui intanto una sola stanzetta serve per lo più per cucina, dormitorio e dispensa. Dato e non concesso che l'ampiezza della casa permettesse la costruzione della latrina mancherebbero i mezzi pecuniari a quasi tutte le famiglie. Un cesso igienico deve avere una canna in ferro fuso, impermeabile, o in gris verniciato accuratamente, una vaschetta di seduta in porcellana con valvola; due tubi a sifone innestati uno al punto di immissione nel cesso, e l'altro al punto di emissione nella fogna sotto la strada, forniti bene di acqua; una canna di ventilazione portata sin sopra al tetto ecc. ecc. Ora, se il cesso non risponde regolarmente a simili esigenze igieniche (ottenibili solo un forte dispendio e perciò incompatibili per la grande maggioranza dei cittadini), non servirà che qualche sifone di richiamo nelle stanze di abitazioni di tutti i gaz deleterî della fogna e del pozzo nero. Una buona condottura cloacale richiede una proporzionata e sufficiente quantità di acqua: molta più acqua di quella ora condotta in paese. Le cloache del sottosuolo dovrebbero essere costruite dal Municipio, il quale è oberato di debiti e non ha risorse sufficienti per sostenere una spesa così ingente come questa della fognatura generale, fatta a regola di arte e di scienza. Pozzi neri – Per la raccolta dei materiali di rifiuto potrebbero farsi dei pozzi neri, il cui uso generale non è però consigliato dagli igienisti, perché anche quando è in muratura impermeabile pure non raggiunge sempre lo scopo di evitare le esalazioni malsane. Tuttavia se qualche ricco possidente volesse sostenere la spesa di una buona latrina in casa, di una buona condottura esterna e di un pozzo nero, lontano discretamente dall'abitazione, non crederei giusto il contrariarlo. Se poi anche il Comune volesse costruire qualche latrina pubblica isolata con sottostante pozzo nero impermeabile, da votarsi frequentemente e senza condottura stradale e senza congiunzione con le case, al versante sudest del paese, farebbe a mio credere una cosa molto savia. Di tali latrine se ne potrebbe costruire almeno una all'anno, a cominciare dal rione S. Rocco. Gettito ai Ritagli – Un vantaggio naturale per l'esito delle immondezze gode il versante occidentale del paese per la rupe a picco su cui è piantato. Infatti in molti punti dei Ritagli i rifiuti domestici gettati dalle finestre vanno a finire giù in fondo al precipizio lontano dalle case e direttamente nei campi. Dove una tale comodità non si raggiunge è facile accomodare un selciato col pendio sufficienti a che i rifiuti non si soffermino a piedi delle case. Sbocchi – Il Municipio dovrebbe riaprire quegli sbocchi dei Ritagli (aperture sulle ripe) che una volta erano di dominio pubblico e poi improvvidamente furono serrati in tutto o in parte. Attualmente esistono solo la Cavuta della Cioppa, la Rua di Piscella, la Rua di Rascia, e furono chiuse quelle dei Carugno, Palazzo, Guado di Scionna, Campanile, Rifolta ecc. con criterio vandalico. Il Municipio dovrebbe costruire dei semicanali in pietra o legno incatramato, su cui i materiali gettati passino rapidamente e vadano a cadere Sotto la Terra, dove sono i campi coltivati. Va senza dire che questi sbocchi dovrebbero essere forniti di cancelli di ferro atti ad impedire disgrazie, e di porte metalliche sufficienti per impedire il riflusso dei venti dalle ripe alle vie interne. Con le latrine pubbliche ad est, e con gli sbocchi ad ovest, il Municipio senza una spesa eccessiva otterrebbe in gran parte lo scopo della nettezza urbana. Mi permetto però di consigliare qualche altro espediente per la pulizia del paese, e primieramente quello delle botti mobili. Botti mobili – Il Prof. A. Celli, l'insigne igienista di Roma, encomia il sistema delle botti in ferro o in legno incatramato esternamente ed internamente e con una buona valvola. I nostri paesani che si recano in Puglia, sanno che un tal sistema ivi è comunissimo e lodevole. Spazzamento – Gli spazzini municipali dovrebbero essere obbligati a girare, ognuno con una botte, dalla mattina alla sera per raccogliere le immondezze delle case e delle strade; indi dovrebbero portarle, quando fossero colme, direttamente nei campi designati dalle autorità, e disseminare il contenuto in tante piccole fosse superficiali e poscia ricoprirle di terra. Due raccomandazioni sono indispensabili: che le botti abbiano una chiusura a valvola per impedire i cattivi odori;che gli spazzini siano impiegati esclusivamente a tale servizio (oltre quello di necrofori) con retribuzione migliore dell'attuale e con obbligo di spazzare non solo le vie principali, ma anche le secondarie e le più vicine al paese. Deposito delle botti – Ognuno di essi dovrebbe poi avere, a spese del Comune, l'uso di una stalla per il ricovero delle bestie adottate al tiro delle botti e per il deposito delle botti stesse; le quali così servirebbero, specialmente di notte, per comodo di quelle persone, abitanti nelle vicinanze, che volessero portarvi a buttare direttamente le immondezze. II. Obblighi dei privati A raggiungere lo scopo eminentemente civile della nettezza urbana non deve solamente provvedere il Municipio con le spese su mentovate delle latrine pubbliche, degli sbocchi ai Ritagli, degli spazzini, delle botti mobili e delle strade pubbliche, ma devono contribuire del proprio e cooperare allo stesso lodevole intento anche i privati cittadini. In conseguenza io qui mi farò ad indicare alle famiglie quei provvedimenti più opportuni che essi dovrebbero adottare. Vasi portatili – Ogni famiglia dovrebbe raccogliere le materie escrementizie in vasi di porcellana o smaltati, usando il metodo semplice, economico e igienico di mescolare delle terre secche (arena, argilla, cenere) con un po' di calce viva alle immondezze. Il cattivo odore e la vista ributtante sono così impediti, e viene pure impedito qualsiasi danno igienico, se al più presto possibile, e mai più tardi di 24 ore, i vasi siano vuotati o nelle botti portate in giro dagli spazzini, o in quelle depositate nelle stalle o latrine pubbliche, o negli sbocchi ai Ritagli, o direttamente nei campi. Poubelles – A raccogliere le spazzature di casa, i rimasugli di cucina, lo scarto delle erbe, frutte, patate ecc., ogni famiglia dovrebbe tenere al portone di entrata o nella stalla una cassetta, di un modello rassomigliante a quelle che si usano a Parigi dette poubelles. Il contenuto delle cassette dovrebbe essere vuotato giornalmente nel modo indicato per i vasi portatili. Stalle – Le stalle dovrebbero essere sgombrate giorno per giorno del concime, ed i proprietari dovrebbero uniformarsi alle disposizioni del regolamento di igiene che proporrò al Consiglio Comunale. Castri – È indispensabile che nelle stalle del centro del paese non debbano restare nella buona stagione né i maiali né le pecore. A tale uopo bisognerebbe procedere come è costume in Toscana. Il possidente tiene il maiale nel suo podere; il povero costruisce nelle viuzze poco lontane dal paese un castro di legno occupante due metri quadrati di suolo ed alto un metro e mezzo. Perché qui non si potrebbe fare altrettanto? Ogni proprietario di maiali dovrebbe costruire a sue spese una cassettina alla Guardata o altrove; ed a spese comuni di tutti i proprietari dovrebbero esservi dei guardiani notturni, come ora ve ne sono dei diurni. Così solo si potrà rimediare ad una schifosa bruttura! Ma si obietterà che gli abitanti non vedranno di buon occhio una novità tanto incomoda per essi, che sarebbero obbligati almeno due volte al giorno al recare il nutrimento alle bestie. Alla mia volta io faccio notare che è naturale il malcontento negli ignoranti, ma che non si può e non si deve più oltre tollerare un simile abuso nocivo alla salute. «L'igiene pubblica – diceva il Bertani – deve essere comandata». Non possiamo arrestarci nella via del progresso per seguir l'aura del favore popolare. Letamai – È assolutamente da proibirsi l'accumulo del concime presso l'abitato e sulle vie del traffico; e deve essere combattuto l'errore volgare della innocuità del letame bovino e ovino. Se nello inverno, essendo le vie impraticabili per le nevi, si deve tollerare che i letami si facciano presso le stalle più esterne del paese (ma sempre in prati, orti o campi e non sulle vie) non si deve permettere che si facciano depositi nel centro quando le vie sono sgombre dalle nevi. Vi è poi una ragione economica efficace per obbligare i proprietari di bestiame al trasporto diretto del concime dalle stalle ai campi, ed è che in tal modo non si disperderà tanto di materiali fertilizzanti quanto se ne disperde ora. Il sole, i venti e l'acqua steriliscono presentemente quello che sarebbe un tesoro per l'agricoltura se se ne sapesse trarre profitto. III. Acqua potabile Occore, per impedire l'inquinamento e l'intorbidimento dell'acqua, che in tutta la zona acquifera, circa un km. di diametro, sia fatta una piantagione foltissima di arbusti, come biancospini, rovi, vimini, salici e robinie. Attorno alla zona bisognerà costruire un muro a secco, ovvero piantare una stretta staccionata per impedire il passaggio alle persone ed il pascolo alle bestie. Sono convinto che solo con questo mezzo da me indicato si potrà ottenere l'acqua limpida anche dopo gli acquazzoni. L'attuale filtro a ghiaia e carbone è addirittura meschino e insufficiente, onde bisogna ampliarlo e rimutare spesso il carbone. L'acqua di rifiuto dei fontanini deve essere incanalata in grossi tubi di ghisa, altrimenti il ristagno dell'acqua in S. Rocco e all'Agio della Terra, dove sono tanti fossi di calce e concime, produrrà una vera palude pestifera. Gli abbeveratoi per le bestie non dovrebbero essere vicini ai fontanini, ma un poco più lontani. L'acqua della Fontegiù non dovrebbe servire per gli abitanti, se prima non son rimessi i letamai soprastanti in S. Rocco, S. Giovanni, e S. Sebastiano. IV. Cimitero Bisogna scavare un fosso, nelle parti più alte del terreno fuori le mura di cinta a ovest e a nord, lontano due metri dalle mura e profondo due metri; e in tal modo si otterrà lo scolo delle acque fuori del cimitero. Scavando poi un canale, e lasciandolo aperto, dalla porta della galleria settentrionale direttamente in giù sino al muro di cinta ad oriente, che è il punto più basso del terreno, si otterrà il deflusso delle acque sorgenti dal terreno d'inumazione. V. Macello È vero che per ora il Municipio non ha obbligo di costruire il macello pubblico, ma stante il continuo aumento della popolazione è da sperarsi che venga presto il tempo dell'edificazione. Intanto sarebbe utile affittare un locale verso la Fontegiù e destinarlo a macello pubblico, imponendo una lieve tassa di macellazione, e ricavando così un qualche utile oltre la retribuzione del custode e l'affitto. VI. Carceri e Scuole Le carceri non dovrebbero stare nel centro del paese, ma in qualche località più remota o recondita, come ad esempio alla Fontegiù. Le scuole dovrebbero essere riunite in un solo edifizio appositamente eretto; e così si avrebbero un'efficace sorveglianza didattica e una frequente ispezione igienica. VII. Disinfettanti A norma dell’art. 111 del Regolamento generale igienico il Municipio dovrà provvedere all'acquisto dei materiali ed apparecchi di disinfezione per locali infetti; come per esempio calce viva, sublimato corrosivo, acido fenico, solfato di ferro e di rame, acido solforico, qualche pompa spruzzatrice ecc. VIII. Locali di isolamento L'art. 112 dello stesso Regolamento prescrive che ogni Comune deve preparare e arredare un locale per isolamento di infermi affetti da malattie contagiose, che non possono essere convenientemente tenuti nelle proprie abitazioni. La casa annessa alla Cappella della Madonna di Loreto potrebbe essere ampliata e accomodata a questo scopo. Potrebbesi pure sopraelevare un piano sull'Asilo Infantile, e destinarlo ad uso di ricovero e di ospedale. IX. Ufficio sanitario Secondo la Legge sanitaria e i vari Regolamenti vigenti in materia bisogna che il Municipio fornisca all'Ufficiale sanitario un locale idoneo per ufficio. Il locale può essere nella sede del Municipio, ma starebbe meglio nella piazza principale, e ciò specialmente per facilitare l'esame dei commestibili che dai forestieri si portano qui a vendere. Il Municipio ha pure l'obbligo di fornire all'Ufficiale sanitario quei mezzi materiali che servono all'esercizio delle sue funzioni, vale a dire gli oggetti di cancelleria, i registri, gli stampati ecc. ecc. come pure la suppellettile tecnica. X. Piano regolatore e Società edilizie Le case del paese sono poche ed insufficienti, e perciò è necessario erigerne molte ed ampie. Mancando i suoli edificatorii bisogna che il Municipio, in base ad un piano regolatore, proceda all'espropriazione per pubblica utilità di zone di terreno circondanti l'attuale abitato, aprendo così nuove vie e vendendo suoli al pubblico. Spero che, al pari di altre società qui create, voglia sorgere una società per l'erezione di case operaie economiche. Simili imprese sono riuscite bene anche in piccoli centri; oltre che nelle grandi città; onde in questo Comune, dove sono varî cospicui capitalisti e molte piccole fortune, è da sperarsi che con un poco di buona volontà si possa un giorno tradurre in atto il voto dello scrivente, e si possa dire, come esclama il Bovio per altra ragione: «L'utopia dell'oggi la realtà di domani». Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.

  • Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (III)

    PARTE II - Passivo I. Morbilità e mortalità La cifra della morbilità, è molto alta, come è alta quella della mortalità del trenta per mille, paragonabile solo alla percentuale delle grandi città e dei luoghi insalubri. In forza della nativa robustezza una gran parte degli infermi guarisce, specialmente tra gli adulti; ma i bambini soccombono alle malattie infettive e contagiose che qui dominano sovrane sopratutto in estate e in autunno. Ora è precisamente su questo punto della frequenza e insità anormale delle malattie infettive che ho il dovere di richiamare l'attenzione dell'autorità comunale. Noi siamo al livello delle località più insalubri, mentre potremmo essere naturalmente e con un poco di buona volontà a livello dei paesi più sani. È doloroso osservare come non vi sia morbo infettivo che qui non si verifichi anno per anno, e non prenda subito carattere epidemico. Da quando io esercito la professione medica ho avuto l'agio di osservare qualsiasi caso di morbo infettivo di origine nostrale. Morbi infettivi più diffusi – Avanti tutto è da notarsi che la febbre tifoidea solamente da due anni, e cioè da quando l'acqua potabile è stata incanalata in tubi di ghisa, è diminuita; ma prima era frequentissima e più grave, e circa 200 persone erano attaccate annualmente e molti ne soccombevano. Il morbillo fa spessissimo la sua comparsa. La tosse convulsiva nel 1887 menò strage fra i bambini. La scarlattina, da tre anni sino ad ora, miete numerose vittime. Presentemente vi è un'epidemia di vajuolo, che per fortuna è di forma benigna. I casi di difteria o crup spesseggiano. Nell'inverno dell'anno scorso 1890 infierì l'influenza, che attaccò quasi tutti gli abitanti, ma non fu mortale che per qualche vecchio sofferente negli organi respiratori. La diarrea estiva dei bambini è una malattia diffusa e pericolosa, che, specialmente nelle famiglie povere, ora con decorso acuto, ed ora cronico, miete il maggior numero di vittime in questo paese. Una malattia non rara è la pustola maligna, che si verifica specialmente nei pastori, nei bastieri e nei vetturali, vale a dire con le persone che hanno maggior contatto con le bestie domestiche o che maneggiano cuoi non conciati. Degno di nota è il fatto che la verminazione (non veramente malattia d'infezione ma d'invasione) è comunissima non solamente nei bambini ma anche negli adulti. Sarebbe un cattivo medico curante in questo paese, chi, sconoscendo la costituzione medica locale, non somministrasse in qualsiasi caso di malattia qualche antielmintico. Lo Ascaris lumbricoidese lo Oxyuris vermicularis sono gli ospiti immancabili degli organi digerenti, che o costituiscono una malattia a sé, ovvero complicano e spesso in forma stranissima altre malattie. In paesi più civili, dove la nettezza pubblica e personale è lodevole, è difficile riscontrare tanti casi di verminazione, ed io ho avuto occasione di osservare un tal fatto in Toscana. Invece dove la pulizia è trascurata, come in Capracotta, gli esseri inferiori della scala zoologica trovano maggior facilità di nascita, sviluppo e propagazione, e negli organi digerenti degli uomini trovano il terreno favorevole di coltura. Morbi infettivi meno diffusi – La febbre solo da pochi anni è diventata rara; la pneumonite non è molto frequente, e le malattie tubercolari sono poco estese: di tisi non muoiono annualmente che due o tre persone; la sifilide però si va diffondendo ogni anno di più per opera specialmente dei domestici residenti nelle grandi città. La malaria non esiste su questi nostri monti; però i 1.500 e più cittadini, che nelle stagioni fredde emigrano in Puglia, presentano al loro ritorno in patria varie forme di infezioni malarigene, dalle semplici primaverili alle gravi autunnali. Alcuni anni fa il tracoma era molto diffuso, ma ora la grave malattia va lentamente a sparire. Lo stesso debbo dire della tigna favosa. Il reumatismo articolare acuto è raro. Le malattie cutanee da infezione o invasione si osservano spessissimo. Morbi comuni – I catarri acuti e cronici delle vie respiratorie sono frequentissimi con tutte le loro conseguenze. I vizi cardiaci non sono rari. I catarri acuti e cronici delle vie digerenti sono comuni. La debolezza congenita, e la cloranemia nella pubertà si avverano ben più spesso che non nei tempi anteriori, il che deve pur dirsi delle psicopatie e delle malattie nervose in generale. I morbi di spettanza chirurgica sono abbastanzi rari, ad eccezione delle ernie, più acquisite che congenite, delle varici emorroidarie e delle lesioni traumatiche, sopratutto delle scottature nei bambini. Conseguenza – Da quanto ho esposto chiaramente risulta che la morbilità e la mortalità, così alte in questo paese, sono dovute più che altro ad infezioni. Ora poiché le acque potabili sono buone, la posizione e l'esposizione sono eccellenti, la ventilazione non è impedita, l'aria è asciutta e vivificante, la natura del suolo è lodevole, il vitto è sano e nutritivo ecc. ecc., e tutti codesti sono fattori favorevoli alla buona salute, dobbiamo trovare altrove le cause delle malattie e delle morti eccessive. Ora quando io avrò detto delle condizioni delle case, della densità della popolazione, dell'accumulo del bestiame nell'abitato, del difettoso e mancante allontanamento dei rifiuti organici, della strettezza e lordura delle vie interne o prossime al centro, della macellazione degli animali, del cimitero, delle carceri, delle scuole, delle sorgenti dell'acqua potabile, della trascuranza di pulizia personale, ognuno potrà spiegarsi il fenomeno anormale delle malattie e delle morti. II. Abitazioni Reca immensa meraviglia il vedere come in uno spazio tanto ristretto vivano oltre 4.000 persone abitanti in meschine casupole, il cui esterno è di fabbrica e l'interno per l'ordinario è di legno. Le case hanno un pian terreno e un piano sovrapposto, e spesso dalla parte di occidente, il cui livello è più alto, restano interrati ambidue i piani con conseguente mancanza di luce e infiltrazione di umidità. La densità della popolazione è pareggiabile a quella delle grandi città, dove l'agglomerazione spesso è eccessiva. In una sola stanza alle volte non dorme una sola coppia di sposi, ma anche tutta la famiglia, e qualche volta, divisi con leggeri tramezzi di legno, abitano altri individui estranei a quella famiglia. Oltre poi alla popolazione umana, vi è nelle case un'altra popolazione più numerosa: vi è l'arca di Noè delle bestie domestiche: maiali, cavalli, pecore, capre, vacche, galline ecc. ecc. La stalla sul pian terreno non sempre è un vano isolato, ma serve pure per l'entrata e per il passaggio degli inquilini. Qualche rara volta serve pure da dormitorio e da cucina. Tra la stalla e le camere di abitazioni vi è sempre diretta e libera comunicazione, la quale diventa tanto più intima in quanto che l'interno delle case è costruito per lo più da pavimenti e tramezzi di solo legno; e perciò le esalazioni delle stalle si diffondono pienamente e profumatamente per tutta la casa. Intanto il letame si lascia nella stalla per molti giorni di seguito, specialmente nell'inverno; né vi sono fognuoli e pozzi impermeabili per lo scolo e per la raccolta delle orine. Tutto è abbandonato lì con le feci, finché l'accumulo stesso non costringa i proprietari al trasporto… in un luogo più possibilmente vicino. Nelle case esiste pure il deposito della paglia e del fieno, onde lo spazio disponibile per le persone viene ad essere sempre più ristretto. Le camere sono piccole, basse, con finestre meschine, ingombre di mobili e di viveri. Le pareti e il cielo delle stanzette erano prima lodevolmente imbiancate a calce; ora con mal vezzo si tappezzano di carte colorate. I camini mal costruiti danno fummo in quasi tutte le case del paese. Deve notarsi che non vi sono latrine. La stalla per lo più serve all'agio degli adulti, e la via pubblica è il cesso dei bambini. Quando gli escrementi sono deposti in casa allora vige il comodo sistema di gettarli sotto le finestre sulle vie pubbliche, dove risiedono spesso per molto tempo. Qualche famiglia usa raccogliere gli escrementi in vasi di terraglia, e li tiene in casa per vari giorni con evidente maggior danno igienico per essa; e quindi li manda a buttare nelle vicinanze immediate del paese, dove certamente non sono meno pericolose alla salute pubblica. Per i soli abitanti ai Ritagli vi è il vantaggio che i rifiuti domestici possono essere sbalzati direttamente nei campi giù in fondo al precipizio, dove dall'aria e dalla luce sono rapidamente ossigenati, assorbiti dalle piante in crescenza, e resi così innocui alla popolazione. Pochissime case, appartenenti alle famiglie più facoltose sono ampie e rispondenti mediocremente alle necessità igieniche. Però le latrine non esistono che in alcune di esse, e poiché difettano di molte cose indispensabili sono più dannose che utili. Una lodevole eccezione è da farsi per le latrine dell'Asilo Infantile. III. Strade Le vie principali del paese sono abbastanza larghe e diritte, e vanno da settentrione a mezzogiorno, all'infuori del rettilineo che va da occidente ad oriente. Sono per lo più pavimentate alla Romana, vale a dire con piccole selci giustaposte, di forma piramidale, con la base in fuori di otto centimetri quadrati e con l'apice in sotto. Sarebbe questo un buon pavimento stradale impermeabile, qualora non venisse così sovente guasto e deteriorato dai grossi carri e fosse riparato annualmente. Le vie secondarie sono mal tenute, anguste e tortuose. Lasciano specialmente a desiderare la Terra Vecchia, le Sorcherie, la Via Nuova, perché tutte a rialzi e a fossi che permettono il ristagno di acque immonde. Le località private, come cortili e passaggi riservati, esistenti alla parte opposta alla strada pubblica delle case, sono nelle più cattive condizioni immaginabili. Le più schifose sono quelle situate alle ripe tra la Rifolta e le ultime case Sammarone a S. Giovanni, e la viuzza sotto la Pretura, che pure potrebbero essere facilmente riparate. Le così dette tombe (passaggi coperti) come quella di Rascia, di S. Giovanni, di Piscella, detta Piazza, di Grifa meritano bene il nome loro dato; esse sono il ricettacolo di ogni putridume, e servono come canali per cui l'aria passa con maggior impeto pregna di nauseabondi odori. Allo spazzamento e alla nettezza delle principali vie interne del paese sono destinati alcuni spazzini del Municipio. Ma quattro o cinque spazzini poco valgono contro le antiche e sudicie usanze degli abitanti, i quali si permettono appena dopo il passaggio e l'opera degli spazzini, di lordare di nuovo con altre immondezze le vie pubbliche; onde queste costituiscono così la cloaca massima ed unica, dove sono abbandonate tutte le specie dei rifiuti organici. Innumerevoli letamai esistono tanto nell'interno del paese quanto nelle immediate vicinanze dell'abitato, liberamente ed alteramente scoperti all'aria in colossali piramidi. Nei rioni di S. Giovanni, di S. Rocco e di S. Antonio, i tre Santi Protettori del luridume paesano, si vedono e pur troppo si sentono, gli enormi mucchi di concime, che spesse volte sono situati sui corsi dell'acqua di rifiuto e sulle vie di passeggio. La quantità enorme di tutti i materiali di rifiuto abbandonati dentro e presso l'abitato vizia ed ammorba tutto l'ambiente del paese, onde ne consegue la maggior parte delle malattie e delle morti. Affermo con sicurezza, che se si provvedesse ad eliminare questo gravissimo avanzo di barbarie tanto lo stato di salute quanto lo stato economico dei cittadini ne guadagnerebbero immensamente. IV. Acqua potabile L'acqua condotta in paese è buona e sarebbe sempre buona se qualche volta non s'intorbidasse al sopravvenire dei grossi acquazzoni. L'intorbidamento dell'acqua avviene precisamente nel bacino acquifero prima ancora di entrare nei pozzetti di raccolta e poscia nei tubi di ghisa. È un inconveniente serio a cui bisogna riparare, e si può riparare facilmente. È deplorevole la mancanza di tubi chiusi per l'allontanamento delle acque di rifiuto dei fontanini esistenti in paese, ma non è deplorevole la distruzione del lavatoio della Fonte S. Giovanni, avvenuta nel 1887 e la mancanza attuale di altri lavatoi pubblici nell'interno del paese. I lavatoi devono esser fatti in modo inappuntabile rispetto all'igiene, altrimenti riescono di danno. Il lavare, come ora si costuma, nelle acque correnti è più commendevole che il lavare in cattivi lavatoi dentro l'abitato, in prossimità degli abbeveratoi per le bestie e delle fontanine pubbliche. L'acqua della così detta Fonteione è inquinata per i depositi di concime soprastanti. V. Cimitero L'attuale cimitero ha un gravissimo inconveniente: nel terreno, verso i lati occidentale e settentrionale, vi sono delle sorgenti di acque che si spandono nel suolo addetto alle inumazioni. Perciò i cadaveri, specialmente quando sono interrati un poco più profondamente, restano circondati a permanenza dalle acque, ed il consumo di essi non avviene già per rapida ossidazione ma per lenta putrefazione. Una scelta più infelice di suolo per inumazione non potea avvenire! VI. Carceri e Scuole I locali presentemente adibiti all'uso di carceri mandamentali sono angusti e insufficienti, perché privi di sale di lavoro, di celle separate, di cortili o logge adatte per dare aria in qualche ora del giorno ai detenuti, di abitazione per i custodi; sono malsani poi, per mancanza di latrine; e in ultimo sono indecenti e immorali, perché posti nel centro del paese. Le scuole sono sparpagliate in varie case, piccole, anguste, mal ventilate, male esposte, mal riscaldate, mancanti di cessi, di palestre, di giardini, di buoni banchi e di tante altre cose necessarie. VII. Abusi riprovevoli dei cittadini Macellazione – Non essendovi macello pubblico, le bestie sono ammazzate sulla via pubblica di pieno giorno. Gli stessi venditori di carne, non tutti e non sempre ammazzano gli animali in luoghi lontani alquanto dall'abitato, ma spesso e volentieri nei loro spacci. Questi ultimi non sono lodevoli per pulizia, specialmente quando servono per depositi di pelli e residui di vendita o quando servono per cucina! Commestibili – È deplorevole il fatto che le femminucce del popolo preferiscano la compra e l'uso di olii rancidi e puzzolenti, del vino mosto, del vino cotto o dolciastro ed abusano straordinariamente di frutte e verdure o immature o fradicie. Non hanno poi l'accortezza di far osservare le vettovaglie cattive alle guardie municipali o all'ufficiale sanitario. Vestiario – Il vestito è per lo più in lana lavorata nel paese. Ora si va deplorevolmente sostituendo con cotone. La biancheria non è sempre ben netta, specialmente nell'inverno. Le donne del popolo usano una pessima calzatura (pedali) ed una mantelletta (panno) impropria per il riparo del freddo e dell'acqua. Pulizia personale – La nettezza e la proprietà sono maggiori negli uomini che nelle donne. L'uso di lavarsi almeno le mani ed il viso, non è giornaliero; l'uso dei bagni è ignoto o avversato; l'uso della pezzuola o moccichino è rarissimo. Gli attrezzi da cucina sono sporchi e luridi al pari dei barili o tini per la raccolta dell'acqua potabile da usarsi in casa. Si adopera un solo boccale o maniere o fiasco per bere in comune! Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.

  • Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (II)

    PARTE I - Attivo Sguardo generale su Capracotta Altezza sul mare – Il paese è situato a 1.400 metri circa sul livello del mare, altezza in cui son posti pochi villaggi in Italia. Posizione – A chi viene da oriente (Carovilli - Agnone) si offre in una graziosa posizione, ed in piano moderatamente declive; a chi viene da occidente (fiume Sangro) si presenta spaventosamente situato sopra una rupe altissima tagliata a picco. Esposizione – L'abitato è esteso per oltre un chilometro di lunghezza; e le case sono poste su due linee quasi sempre parallele ed esposte ad oriente; e perciò le strade vanno da settentrione a mezzogiorno, abbastanza larghe nella parte più recentemente costruita, ma molto strette nella parte antica. Panorama – La vista che si gode da questo monte è estesissima; la provincia di Campobasso è tutta ai suoi piedi, e molti paesi delle vicine provincie si scorgono ad occhio nudo. Il mare Adriatico, che pure dista una sessantina di chilometri, sembra vicinissimo. Clima – Il clima è asciutto; e le nebbie non resistono ai venti. Il freddo, relativamente all'altimetria, non è intenso; e il termometro, anche nelle notti più rigide e più lunghe dell'inverno non scende mai al disotto di -6 centigradi. La temperatura ordinaria dell'inverno varia da +6 a -2 °C; la temperatura dell'estate non si eleva mai sopra a +25 °C, e la media è di +15 °C. In tutte le stagioni però, ma specialmente in estate, si avverano brusche variazioni nella temperatura e nella pressione barometrica. Le piogge sono abbondanti e frequentissime; la neve cade in quantità enorme, e da novembre a tutto marzo permane quasi costantemente sul suolo ad uno od anche a più metri di altezza. I venti vi dominano tutti con prevalenza di quelli di nord-ovest. Natura del suolo – Il paese è situato sopra una roccia compatta siliceo-calcarea; lo strato più superficiale è argilloso; la falda acquea è poco profonda, e perciò riuscirebbe molto facile scavare dei pozzi in ogni punto del paese, ma per ora non ne esistono che pochissimi, per buona fortuna stante le sporcizie del soprasuolo. Acque meteoriche – Le piogge, qui tanto frequenti e copiose, non possono produrre ristagno, essendo il paese situato più in alto dei luoghi circostanti; le acque scendono verso occidente e settentrione al fiume Sangro, e verso oriente e mezzogiorno al torrente Verrino, confluente del fiume Sangro. Acque potabili – L'acqua potabile, di uso esclusivo nel paese, proviene da alcune sorgenti lontane 2.000 metri circa, e più alte circa 80 metri sul livello dell'abitato. La condottura è in tubi di ghisa, ed è estesa per quasi tutto il paese con distribuzione al pubblico in otto fontanine ad uno o due gettiti ognuna. Alle sorgenti vi è un filtro a ghiaia e carbone, ed a 300 metri di distanza dall'abitato vi è un serbatoio capace di 2.000 ettolitri. La quantità media giornaliera di acqua per ciascun abitante è di circa 40 litri nell'estate, ma nelle altre stagioni si triplica o quadruplica. Popolazione – La popolazione riunita è di oltre 4.000 persone, ma nelle stagioni fredde si riduce a due terzi per l'emigrazione degli uomini validi al lavoro nelle Puglie. Le nascite in questi ultimi cinque anni sono state in media 150 all'anno, le morti 120, i matrimoni 30. Gli uomini sono addetti ai seguenti mestieri: pastori, carbonai e braccianti nell'inverno in Puglia che nell'estate diventano qui contadini, vetturali, artigiani, domestici. Non vi sono stabilimenti industriali meno un molino meccanico. L'industria armentizia, benché in decadenza rispetto ai tempi anteriori, è sempre la più estesa e copiosa che in qualsiasi altro comune della provincia. Le donne attendono alle cure domestiche; nella stagione fredda filano e tessono nelle proprie case, e nella stagione calda lavorano nei campi. La popolazione stabile di campagna, che è di circa 150 persone, attende solo ai lavori campestri. Possidenza – Vi sono pochi ricchi possidenti, ma vi è pure un discreto numero di famiglie agiate. Anche i più poveri cittadini, possiedono una casuccia propria, un piccolo appezzamento di terreno e qualche animale domestico. L'agro comunale è molto esteso, e la maggior parte (boschi e pascoli) è proprietà comune e indivisa dei cittadini. Vi sono pure latifondi boscosi e pascolativi di uso promiscuo tra feudatari e cittadini. Il resto del suolo, diviso e frazionato esageratamente, carico di tasse fondiarie, di canoni di prestazioni feudali, è coltivato con scarso successo per la freddezza del clima e l'altezza dei luoghi. Le produzioni poche ma buone, sono in ordine d'importanza: grano, patate, legumi, orzo, lupinella, granturco. Per la smania insana delle coltivazioni si sono distrutti i magnifici boschi di abeti e di faggi intorno all'abitato, d'onde le frane sempre più invadenti, e lo sfruttamento del terreno vegetale; e la decadenza dell'industria del bestiame, la sola veramente razionale sulle montagne. Alimentazione – L'alimentazione è in generale sana e nutritiva. Predomina l'uso dei cereali superiore, delle patate, delle erbe e delle frutta, ma anche l'alimentazione azotata è diffusa in ogni ceto della cittadinanza col consumo di buone carni ovine e suine, fresche e salate, di ottimi legumi, di eccellente latte e squisiti latticini e formaggi, e di uova. I grassi per condimento sono quelli di maiale e l'olio d'oliva. L'uso del vino è in continuo aumento, i liquori sono di uso limitatissimo. Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.

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