LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
Cerca in questo sito
2372 risultati trovati con una ricerca vuota
- La Dogana di Foggia e i maggiori locati di Capracotta dal 1600 al 1800
La Dogana delle pecore di Puglia, abolita all'inizio del XIX secolo, era un'istituzione attraverso la quale si disciplinava l'attività economica che ruotava attorno al transito delle greggi che specialmente dall'Abruzzo e dal Molise, scendevano a svernare nel Tavoliere delle Puglie. Ai fini fiscali, rappresentava una delle maggiori entrate per il Regno; ogni anno la Regia Corte affittava gli erbaggi per il pascolo delle pecore e degli animali grossi. Nel 1592 furono censiti nei pascoli del Tavoliere 4.471.496 pecore e 9.600 animali grossi, che fruttarono al governo 622.173 ducati e 7 carlini. Questo tipo di finanziamento esisteva già al tempo dei romani, come narra Varrone, e in epoca normanno-sveva il transito degli animali provenienti dall'Abruzzo è indicato nelle costituzioni del re Ruggiero e dell'imperatore Federico. Le lunghe guerre che afflissero il paese portarono alla rovina la dogana che fu ricostituita solo nel 1447 da Alfonso d'Aragona, Re di Napoli. In origine la proprietà dei terreni era ripartita tra il fisco, i baroni, le chiese e altri proprietari particolari; il governo li acquistò e li ricondusse ad unità, realizzando una vasta estensione di terreno denominata Tavoliere che si estendeva per circa 70 miglia di lunghezza e 30 di larghezza. Inizialmente le terre furono divise in 43 porzioni, poi ridotte a 23, dette locazioni e locati erano coloro che fruivano dei terreni a pascolo. Il Sovrano aragonese intenzionato a ricostituire la dogana, nominò Francesco Maluber come commissario riformatore e primo doganiero, assegnandogli, per quest'ufficio, la rendita di 700 ducati e il diritto di pascolare mille pecore. Con singolare lungimiranza il sovrano aragonese istituendo la dogana, assicurò la protezione ad un'industria naturale che si svolgeva tra i pascoli estivi d'Abruzzo e quelli invernali di Puglia. In cambio dell'uso dei pascoli del Tavoliere e dietro pagamento di una discreta tassa a favore del fisco, i locati ricevevano protezione dal governo anche lungo il percorso della transumanza, che si snodava lungo i tratturi. Il Doganiere aveva piena giurisdizione sui possessori degli animali doganali, sui pastori e sugli altri addetti. La giurisdizione speciale del doganiere dette vita al Tribunale doganale di Foggia. Il doganiere era coadiuvato da due credenzieri con l'incarico di riscuotere la fida dei pascoli ed un uditore per l'amministrazione della giustizia. Il doganiere inoltre eleggeva gli ufficiali minori e subalterni detti cavallari perché accompagnavano a cavallo il bestiame e l'assistevano d'inverno nelle locazioni. Il pascolo del bestiame e l'esercizio dell'agricoltura (una porzione di terre fu espressamente riservata all'attività agricola) nelle terre fiscali di Puglia, erano disciplinate dalle istruzioni doganali che costituivano il codice del Tribunale di Foggia. Lo snellimento delle procedure previste per il funzionamento del Tribunale doganale fece incrementare anche il numero di coloro che sceglievano di condurre le greggi nei pascoli fiscali, perché in questo modo le loro cause venivano emendate dalla giurisdizione ordinaria e ricondotte in quella doganale; l'aumento dei locati contribuì ad incrementare ulteriormente le entrate del Regno. Ma il ricorso al tribunale doganale aveva anche un altro merito: quello di rappresentare per i cittadini delle terre baronali uno strumento idoneo per liberarsi dalle vessazioni commesse nelle corti locali a causa del governo feudale. Nei primi tempi dell'istituzione della Dogana, il pagamento dell'affitto dei terreni era effettuato con il metodo della professazione; ogni possessore di pecore professava, cioè rivelava, in un giorno determinato, il numero delle sue greggi e i terreni migliori erano riservati a chi ne possedeva il maggior numero. Nel 1788 si decise di cambiare sistema stabilendo un periodo transitorio con pagamento di un affitto sessennale, per passare quindi alla ripartizione di tutte le terre concedendole in enfiteusi perpetua. L'arrivo dei francesi a Napoli sancì l'emanazione della legge con la quale si aboliva la dogana del Tavoliere (legge del 21 maggio 1806) e si commercializzavano le terre assegnandole con preferenza a coloro che già le utilizzavano. Da questo momento e fino al 1865, quelli che prima erano chiamati locati, presero il nome di censuari. Il periodo della Restaurazione fu caratterizzato da una pressione fiscale senza precedenti, che unita all'andamento negativo di diverse annate sia per le colture che per il bestiame, contribuì ad impoverire la ricca industria che il Tavoliere aveva alimentato negli anni precedenti, con l'inevitabile ricaduta sulle finanze del Regno: a tutto il 1823, lo Stato doveva ancora incassare dai censuari, che non riuscivano più a far fronte alle esazioni fiscali, un arretrato di oltre un milione di ducati. I tentativi e gli sforzi del governo di porre rimedio a questa situazione, non riuscirono a restituire all'istituzione della dogana i fasti del passato e il Tavoliere vide diminuire, di anno in anno, fino a scomparire quasi completamente, l'afflusso delle greggi ed il numero dei pastori che scendevano dai pascoli invernali. Le pecore molisane, fin da quando la dogana fu istituita (1447), furono qualificate gentili e soggette a discendere nei pascoli fiscali. A quest'obbligo faceva da contrappeso, come abbiamo visto, la garanzia di transiti sicuri, erbaggi sufficienti, difesa assicurata da un foro particolare affidato al doganiere, nonché lo smercio garantito dei prodotti legati all'attività della pastorizia. Gli allevatori erano considerati piccoli se possedevano fino a 200 pecore, medi da 200 a 2.000 e grandi se superavano questo numero. Capracotta fu uno dei paesi molisani da cui proveniva il maggior numero di greggi, ed infatti qui troviamo molti dei grandi proprietari. I documenti relativi alla dogana, sono conservati presso l'Archivio di Stato di Foggia, di cui è stato direttore Pasquale di Cicco, autore del volume "Il Molise e la transumanza", dal quale ho tratto i dati che riguardano i maggiori locati e il numero di animali che possedevano, in un periodo compreso tra il 1600 ed il 1800, che per quanto riguarda Capracotta sono riassunti nella tabella che segue. Non sorprenda vedere nell'elenco i nomi del duca e della duchessa di Capracotta, o quelli di enti ecclesiastici come la cappella della Madonna di Loreto e quella del Santissimo, perché l'attività legata alla pastorizia, quando raggiungeva certe dimensioni, era molto redditizia. Il primato assoluto per il maggior numero di pecore posseduto spetta alla Cappella della Madonna di Loreto con 17.980 capi nel 1750 e ben 21.210 nel 1700, seguita nello stesso anno dal dott. Giacomo Antonio del Baccaro (16.900) e dal Duca (14.900). La Cappella della Madonna di Loreto, nel 1700, secondo una classifica riferita all'intera regione Molise, risultò seconda, preceduta da Giovanni Petitto di Campobasso (21.973) e seguita dal Monastero di S. Martino di Napoli in Vastogirardi (17.500). Nell'elenco dei nomi ne figurano tre che non corrispondono a quelli dei nuclei familiari pervenutici attraverso alcuni documenti del XVIII secolo (Libro dei Fuochi, stati delle anime, Catasto Onciario): si tratta del cognome di Marzo, che appare due volte ed è probabilmente da leggere come di Marco, e dei cognomi di Rinaldo, e Galdieri. Considerato, però, che risalgono a un'epoca antecedente (XVII sec.) a quella dei documenti consultati è probabile che nel corso degli anni siano scomparsi, oppure che siano stati modificati, come nell'ipotesi dei di Marzo cambiati in di Marco. Generalmente queste famiglie univano al benessere economico, una certa distinzione sociale ed erano composte d'individui con un elevato grado di cultura. Proviamo ad esaminare la situazione di una di questi nuclei familiari. Nel 1743 troviamo Mattia Pizzella di anni 52, locato nella regia dogana di Foggia, figlio di Giovanni e Vincenza Pollice (a quell'epoca entrambi deceduti); nel 1712 aveva sposato Antonia d'Andrea (n. 1690 ca.) ma era rimasto vedovo. Sua moglie portò una dote consistente che ammontava a 360 ducati, che comprendeva 150 ducati in contanti ed il resto in oro e pannamenti. Avevano sei figli: Giovanni e Nicola, rispettivamente di anni 18 e 14, erano chierici e studiavano a Roma; Francesco Saverio, sedicenne, studiava anche lui a Roma; Giuseppe Maria di nove anni e Anna Rosa la più grande, di anni venti, monaca in S. Chiara ad Agnone. L'altro figlio, Alessandro (n. 1730 ca.) era deceduto prima del 1743. Il loro nucleo familiare era composto anche dal fratello maggiore di Mattia, D. Bernardo Antonio, canonico di S. Pietro in Roma e vescovo di Costanza, ricordato da Pasquale Albino nel suo libro "Biografie degli uomini illustri della provincia di Molise". Abitavano con loro anche due persone di servizio, Stella ormai settantaquattrenne e Carmine trentaquattrenne. Oltre la casa d'abitazione, una casa palaziata di 28 membri, che si trovava nella contrada di S. Maria delle Grazie, Mattia possedeva circa 46 tomola di terreni, oltre una vigna in territorio di Agnone. I greggi e gli armenti contavano 2.640 pecore e 178 animali grossi. Quest'industria aumentò esponenzialmente fino alla metà del 1700 quando i Pizzella possedevano 10.000 capi. Dal 1760 a Mattia subentrò il figlio Giovanni; da questo momento in poi il numero dei capi posseduti andò diminuendo fino a raggiungere i livelli di partenza, attorno al 1780. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: http://www.casadalena.it/, 27 febbraio 2014.
- La Casa delle Erbe di Capracotta
Sempre più in questi ultimi anni si nota un ritorno alla terra, alla natura, ai ritmi lenti che i borghi e le campagne sanno ancora regalare a chi cerca benessere e tranquillità lontano dalla città e dai suoi ritmi frenetici. Il mercato vede crescere la domanda di vacanze green, esperienze all'insegna del verde e delle attività all'aria aperta, dei sapori genuini e del recupero dei gesti antichi della tradizione artigiana ed enogastronomica. Si inizia anche a notare un ritorno alla vita nei paesi, migrazioni che vanno in direzioni contrarie rispetto a qualche anno fa, quando dal piccolo borgo ci si spostava verso la città: oggi si inizia, al contrario, a vedere processi opposti nei quali le persone scelgono di abbandonare i contesti urbani per trasferirsi in piccoli paesi, alla ricerca di modalità di vita più sostenibili. È in questo contesto che è stata aperta la Casa delle erbe di Capracotta (IS), uno spazio interamente dedicato alle erbe spontanee, alla loro ricerca, all'essicazione e alla lavorazione, ma non solo: lo spazio diventa anche luogo di ritrovo, trasformandosi per l'occasione in una tisaneria, a volte in una trattoria, dove cucinare insieme e gustare i piatti nati dalla collaborazione e dall'impegno di tutti, un luogo in cui organizzare escursioni, iniziative culturali e scambi di idee... insomma, un posto unico che racchiude tutte quelle azioni che hanno in comune una visione della vita legata alla natura e ai suoi ritmi. La Casa delle Erbe nasce dall'impegno dell'associazione "Vivere con cura", che nasce a Milano ma nel borgo di Capracotta ha trovato il contesto ideale per crescere e incontrare le persone che cercano un luogo come quello per coltivare i propri interessi e approfondire le proprie conoscenze dell'ambiente e della natura. Inoltre la Casa delle Erbe è tra i promotori del Festival delle Erbe, manifestazione che riunisce diversi borghi molisani, che nei giorni dell'evento diventano protagonisti di un percorso volto alla valorizzazione dell'ambiente naturale e delle sue proprietà benefiche per l'organismo. Sempre più punto di riferimento per chi cerca un'alternativa alla città, Capracotta e la sua Casa delle Erbe sono un esempio di buona pratica che altri contesti simili potrebbero adottare, incontrando un pubblico in crescita e una tendenza che riporta al centro della vita il contatto con la natura. Valeria Zangrandi Fonte: http://www.baiblog.it/, 19 maggio 2016.
- La canonica della discordia
Non fatelo sapere a Tobias Piller e a Udo Gumpel, i due "pilastri" del giornalismo tedesco allevati in Italia, che ciò che i loro connazionali tentano di fare a Limburg con un arcivescovo, su un cucuzzolo di montagna italiana è già realtà con un parroco. Chi se l'aspettava, infatti, che la mitica Capracotta finisse al centro di un feuilleton dove dentro c'è un po' di ogni cosa? Nella «Cortina in miniatura», come tra il serio e il faceto Alberto Sordi battezzò ne "Il conte Max" il paesino a 1.500 metri sul mare, esiste un parroco potente, ma così potente da volersi costruire una canonica da un milione di euro (più dell'intero bilancio municipale) riuscendo in un colpo solo a: far sbattezzare un "oppositore" cancellandolo dai registri parrocchiali, ottenerne addirittura la scomunica con un provvedimento autoritativo ad hoc, trascinare la curia vescovile tutta - o quasi - dalla sua parte, mantenere in vita un progetto edilizio partorito nel 2001 a dispetto di un quarto della popolazione col pollice verso e, infine, godersi lo spettacolo del getto della spugna da parte del sindaco, contrario all'opera ma sconfitto dal regime delle «autorizzazioni già rilasciate verso cui non c'è più nulla da fare». Ma di cosa parliamo e cosa c'entra la Germania? Stiamo parlando dell'intricata quanto esilarante vicenda con protagonista don Elio Venditti, agguerrito parroco che a ridosso della chiesa dell'Assunta risalente alla seconda metà del '700 immagina la sua nuova canonica: nulla a che vedere con le scarne stanze della casa del guareschiano don Camillo, qui siamo a circa 500 metri quadri di casa, in più a spese del contribuente perché l'opera dovrebbe essere realizzata con i fondi dell'8x1000. La Germania entra in questa storia solo per identità di uno strambo destino tra Limburg e Capracotta: l'arcivescovo teutonico Franz-Peter Tebars-van Elst, come un don Venditti qualsiasi, pure non ne ha voluto sapere delle proteste contro la costruzione della nuova residenza episcopale prevista con un costo di 5 milioni subito lievitati a oltre 30. Logico: nel progetto del connazionale di Piller e Gumpel, è prevista una «reggia con cappella privata, giardino, cantina per le reliquie, stanze per il vicariato e per i suoi assistenti» come scrive il sito Lettera43.it che ha già trattato la storia. Non esattamente il paradigma della così detta Chiesa povera del Papa in carica ma neppure la potente aspirazione alla magnificenza della bellezza divina attraverso l'oggettività dell'arte sacra di quello emerito. Insomma, una gatta da pelare, che qui da noi subito abbiamo girato all'italiana. In che senso? Questo: intanto don Elio sembra abbia smentito l'importo di 1 milione anche se non ha ufficializzato quello reale, così come pare non abbia neppure confermato che 200 capracottesi avessero già sottoscritto una petizione contro il progetto, considerato pericoloso per la conservazione della chiesetta. Poi incontriamo il valzer della politica e dell'amministrazione locale, che si somiglia un po' ovunque: il sindaco del 2001 licenziò infatti il progetto contestualmente all'approvazione di una variante al PRG che rese i suoli edificabili. La stessa Sovrintendenza, alla fine, s'è dovuta arrendere concedendo i nulla osta, al pari del vescovo di Trivento (la diocesi di appartenenza) monsignor Scotti. Le benedizioni, insomma, c'erano tutte. E oggi? Oggi c'è un mistero, appunto, tutto italiano: i soldi chi li tira fuori se dalla Cei sono arrivati soltanto 400mila euro (prelevati dal fondo per gli edifici di culto del ministero degli Interni) e qui ce ne vogliono almeno altri 600mila? Il comune? Non sembrerebbe, anzi. La curia, dal suo canto, vorrebbe metterci di suo altri 350mila euro ma sarebbe impensabile - raccontano da quelle parti - visto che il budget dell'episcopato ammonta proprio a quella cifra e deve bastare per circa 70 parrocchie. E dunque? Il mistero va avanti arricchendosi anche della strenua opposizione di un filantropo della zona, l'imprenditore Ermanno D'Andrea che pur di bloccare il progetto s'è spinto a chieder per sé lo sbattezzo. Subito accontentato, con l'aggiunta di una scomunica formale piovuta dalla curia vescovile: un knock out per il D'Andrea che, forse, mai avrebbe immaginato tanta impuntatura da parte del clero locale. Una ragione, altra, forse ci sarà. E chissà che non risieda più in alto. Peppe Rinaldi Fonte: P. Rinaldi, La canonica della discordia, in «Libero», Milano, 18 ottobre 2013.
- L'impianto della luce elettrica a Capracotta
Abbiamo finalmente assicurato l'impianto della luce elettrica in Capracotta, imperocché fra le diverse istanze presentate per ottenerne la concessione, le quali per verità aveva scopi reconditi o davano al Comune garenzia di sorta, ne è stata prodotta una dai Signori Giovanni Vendittelli, Leonardo Falconi e Tommaso Conti, su progetto tecnico compilato dall'intelligente e provetto Ingegnere Sig. Achille Fazio, che ha dissipato ogni dubbio, ed è stata accolta da calde e generali manifestazioni di simpatia e di fiducia. Infatti i nomi dei richiedenti compendiano tutto quello che è necessario ad un'Impresa che si rispetta: ingegno, attitudine, zelo, serietà e ricchezza vera per conseguire il fine. I concessionari hanno assunto formale impegno di completare l'impianto nel termine massimo di un anno, assoggettandosi in contrario ad una penale di £ 6.000 a favore del Comune. Pare quindi che non si è voluto scherzare!... Il Consiglio Comunale nella seduta dei 2 corrente approvò, ringraziando, il proposto impianto, assumendo l'impegno trentennale per la pubblica illuminazione di n. 40 lampade da 16 candele, mediante l'annuo canone di £ 1.600, con facoltà di aumentarle fino a 100. Prese altresì atto di una tariffa massima per la distribuzione ai privati di £ 1,50, di £ 2,75 e di £ 3,50 mensili per lampade rispettivamente di 5, di 10 e di 16 candele. L'impresa, che per l'impianto spenderà circa £ centomila, non ha scopo di speculazione, ma quello di rendersi benemerita al paese, assicurando un modesto interesse sui capitali impiegati. Quindi diminuirà i prezzi di tariffa se, come si spera, vi saranno molte richieste per impianti privati. Sappiamo che anche i limitrofi Comuni di S. Angelo del Pesco e di Pescopennataro si sono affrettati a conchiudere identici per la pubblica illuminazione. E siccome dalle acque della sorgente "Agnoli" potrà ottenersi una forza di 230 cavalli, protraendo lo sviluppo della conduttura in discesa fino al Sangro, e per i tre Comuni ne bastano appena cento, l'Impresa terrà disponibile altri 130 cavalli per soddisfare le richieste di altri paesi. Noi esprimiamo una parola di encomio al Consiglio che unanimemente e senza inutili difficoltà ha approvato il nuovo sistema d'illuminazione, da cui l'economia privata ritrarrà considerevoli vantaggi, e ci rallegriamo di cuore con i bravi e volenterosi amici dell'Impresa, ai quali raccomandiamo altresì di caldeggiare con la loro solita serietà di propositi l'idea degli automobili pel servizio postale per rendersi doppiamente benemeriti del paese. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, In giro per la provincia: da Capracotta, in «L'Alba», I:25, Isernia, 7 luglio 1901.
- La voce del pastore
Il clima a La Piana dei Mulini, l'antica struttura recuperata da Michele Lucarelli e trasformata in ristorante, albergo, luogo d'incontro, era quello del Natale che è nella nostra mente: la neve, la stradina ghiacciata, il gelo, i suoni della zampogna e della ciaramella, la voglia di stare insieme ed ascoltare "La voce del Pastore". Non c'erano i pastori della transumanza né quelli che ancora oggi portano al pascolo le pecore, ma due pastori dell'anima, mons. Giancarlo Bregantini, della Diocesi di Campobasso-Bojano, e mons. Angelo Spina, molisano che guida la Diocesi di Sulmona, e presiede la Conferenza episcopale del Turismo Abruzzo- Molise, con il direttore di questa importante espressione dei vescovi delle due regioni, l'avv. Mario Ialenti, che il mondo dello sport molisano e quello dell'atletica Italiana conosce essere stato uno dei suoi dirigenti più capaci e più attivi. Il tema, il territorio con i suoi valori e le sue risorse, la possibilità di accarezzarlo con i passi di cammina per conoscere questo patrimonio di bontà e di bellezza, espressione della nostra identità. Un bene comune che ha bisogno di essere curato perché possa diventare eredità delle future generazioni e non essere sperperato per dare ragione a un sistema, che mostra sempre più il suo fallimento avendo un unico fine da raggiungere, il denaro. Bisogna, per salvare il territorio, i territori, la madre terra, far sì che il denaro torni ad essere un mezzo e non un fine. È stata citata più volte dai relatori "Laudato si'", l'enciclica di Papa Francesco nei suoi passaggi più significativi, a dimostrazione che c'è una strada percorribile per ridare alla natura quella pace di cui ha urgente bisogno l'umanità. Una strada che la politica, presa com'è a seguire altre indicazioni, non ancora riesce a individuare. Ieri, in un incontro di grande interesse per i temi trattati e le importanti riflessioni fatte, la politica e la classe dirigente del Molise era, con la sola eccezione del vicesindaco di S. Polo Matese, completamente assente, perdendo così una grande opportunità di ascolto delle tante possibilità che, pur ci sono, per dare al Molise la sicurezza del domani. Non è il numero di abitanti che può definire un'istituzione, ma il ruolo che è in grado di svolgere per affermare il suo domani e contribuire al domani delle altre regioni e del Paese. Soprattutto oggi nel pieno sviluppo della globalizzazione. Un fenomeno che, in questa fase, non si può fermare, ma che, però, è d'obbligo indirizzare verso obiettivi di pace e di buonsenso; promozione e valorizzazione di quei territori che compongono il glocale; possibilità di camminare, viaggiare, vivere e godere del tempo libero per fare sport, turismo, movimento così come è nello spirito della Conferenza del tempo libero, turismo e sport che ha organizzato l'incontro a La Piana dei Mulini. Una pastorale - a livello nazionale diretta da don Mario Lusek che il Molise conosce bene - che non è un'agenzia di viaggio, ma lo strumento capace di immettere in questi campi i valori cristiani e umani proclamati dal Vangelo di Gesù cristo. Oggi, parlando di tempo libero, sappiamo che c'è uno spazio molto più ampio del passato, soprattutto di creatività e di realizzazione personale che il turismo e lo sport alimentano. Uno spazio che contribuisce a dare pienezza alla dignità umana e, come tale, da seguire con grande attenzione. L'ampia e approfondita riflessione è solo in parte riportata in questa nota. In particolare quella centrale sui borghi, cioè - parlando soprattutto di quelli molisani - un insieme di tesori di arte, paesaggi, storia, architettura, cultura, tradizioni, che possono essere recuperati unendo il campanile e la torre attraverso le case abitate da chi trova nei sogni la speranza; nella piazza l'incontro; nella campagna, che circonda ognuno dei 136 borghi, la bellezza e la bontà; nelle tradizioni, l'espressione di una propria cultura. Sono questi i caratteri propri di una Regione che, grazie alla sua accentuata ruralità, è una "città-campagna", un'immagine che, con un'attenta strategia di comunicazione, ha tutto per essere spesa sul mercato globale. Certo un'immagine che non passa nella testa della classe politica e dirigente del Molise, se è vero che solo qualche giorno fa, in un incontro a Campobasso, ha rilanciato l'industrializzazione come la sola idea di sviluppo di questa nostra regione. Pochi giorni fa, dicevo, e non anni fa, quando nessuno poteva prevedere i guai di uno sviluppo - tutto concentrato su questa importante attività e incurante della perdita della centralità dell'agricoltura e della sua ruralità, oggi le grandi modernità - che ha fallito, al pari del sistema che l'ha promosso. Prima di chiudere due parole per Dino Angelaccio, architetto di Capracotta, nipote di Agostino per lungo tempo presidente della Camera di Commercio d'Isernia, che vive e opera Firenze ed è un membro di un'associazione a carattere mondiale, la T.F.A. (Turism for All o, in italiano, "Turismo per Tutti") impegnata nella promozione, diffusione e attuazione di una cultura volta a migliorare la qualità turistica in un'ottica tesa a garantire ai camminanti e ai pellegrini l'accessibilità. La possibilità, cioè, di riempire e appagare un'esperienza turistica al di là dell’età, della funzionalità del proprio corpo e dello stato di salute. A chiudere, dopo una serie di intermezzi, il Gruppo di S. Polo Matese, che il 14 dicembre u. s., hanno avuto l'onore di far sentire il canto della zampogna e della ciaramella a Papa Francesco. È anche questo il Molise. Pasquale Di Lena Fonte: P. Di Lena, La voce del Pastore, Atti del convegno, Colle d'Anchise, 7 gennaio 2017.
- «Un paese vuol dire non essere solo»
Un paese vuol dire non essere solo, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ho riscoperto il mio paese nel volto dei capracottesi emigrati negli Stati Uniti e in Canada durante una visita compiuta qualche mese fa da una delegazione a Burlington, Leamington e Hamilton. Ho rivissuto con essi, in un caldo colloquio fatto di parole e di sguardi, il tempo dell'infanzia e della prima giovinezza. Non saprei scrivere una riga se rompessi il filo d'oro che mi lega all'infanzia. La vita è memoria: spesso i ricordi dell'infanzia si sposano alle speranze per non abbandonarsi alle nostalgie. La memoria genera speranza. Nei ricordi non c'è rimpianto, ma un riportare al cuore il mistero della vita e dell'amore. A me interessa tanto la storia dei cuori, la vita del popolo semplice, il cammino delle famiglie e della gente comune: per questo mi piace accostare tutti senza distinzione e dare a tutti una parola di speranza e di gioia. L'esperienza vissuta tra i miei paesani d'America e gli incontri "faccia a faccia" sono stati un'occasione propizia per una dilatazione della capracottesità e per un arricchimento di umanità. I sei fratelli Paglione (Carmine, Pasquale, Giuseppe - l'instancabile animatore del meeting e promotore del Monumento all'Emigrante insieme alla stupenda moglie Peggy -, Mario, Franco, Colomba con il "grande marito" Ennio), i sei fratelli Sozio (con il vulcanico Bruno), i dieci figli di Angeluccio Paglione con le loro famiglie e tanti altri amici mi hanno fatto rivivere il tempo passato, hanno ampliato l'orizzonte della memoria e dilatato il cuore. "Io sono del paese della mia infanzia": paese di montanari e di nomadi. L'unica patria in cui mi riconosco, dove ho succhiato il latte materno e attinto la linfa vitale, che mi hanno dato la forza, la capacità e la grazia di essere sacerdote della Chiesa universale e cittadino del mondo. Il paese: il luogo delle nostre origini, il punto in cui iniziamo, il punto in cui siamo "maiuscoli". Non conosco nessuno che viva senza un inizio. Nessuno che sia "libero" del tutto. I punti di inizio più facilmente reperibili, poiché comuni a tutti, sono: la famiglia e il luogo di origine, cioè quel luogo dotato di nome che compare sulla prima carta di identità. Appena nasciamo possiamo essere localizzati e indicati. Abbiamo subito un "da chi" e un "qui". E quando il tuo "qui" è un paese di montagna, come nel mio caso (Capracotta) il tessuto sociale ti fa credere che di solito si viva nel posto in cui si è nati. Ogni ritorno è motivo di gioia, perché in quel posto antico e sempre nuovo si avverte che la solitudine scompare e si riacquista una dimensione umana, assaporando i ricordi dell'infanzia, che fanno parte ormai del mondo dei propri sogni. Quelli che incontri e che ti gridano "ben tornato" hanno un po' la tua fisionomia e parlano non solo il tuo stesso dialetto ma con il tuo stesso accento, le stesse sfumature e la tua stessa cadenza. Incontrando gli emigrati ho avuto la sensazione - per una sorta di operazione di "chirurgia geografica mentale" - che continuano a vivere nel posto in cui sono nati, frequentando persone che provengono dalla loro terra, con cui condividono la lingua e forse anche i pensieri. Sentono che il luogo di origine, il paese, inteso come suoni, come odori e come sapori è vicino. Anche i figli ed i nipoti degli emigrati del primo Novecento, degli anni '20 e degli anni '50 desiderano tornare in Italia, a Capracotta, perché la sentono come patria, perché sta scritto sulla loro identità, perché credono che sia il posto in cui possono sentirsi maiuscoli. In una società liquida che inaridisce le sorgenti del nostro essere, il paese fa crescere l'anima, la strappa dalla tirannia dell'avere e la innesta nella liberante dimensione del gratuito. Il paese, in tutte le sue espressioni multiformi, appare ancora la vera, la sicura, la profonda forza che invita alla speranza. Non è solo argomento delle nostalgie, la terra lontana e abbandonata, dove la prima infanzia e la pensosa adolescenza sognarono lungamente davanti al candore dei suoi monti, sotto la dolcezza delle sue lune di primavera, più dolci e più lievi del grano maturo. È il custode prodigioso di tutte le energie della propria famiglia, è la culla, lo scrigno di tutti i germi della vita e della potenza, della bellezza e del valore, dei sentimenti e delle passioni. Nel cerchio dei monti, come all'ombra dei faggi, come nelle case raccolte, la meditazione del montanaro non è triste. Ogni pietra nasconde una sorgente di ricchezza, ogni silenzio vi genera un'idea, ogni angolo traduce una riflessione che nutre sempre un sogno di forza e di vita. L'uomo di paese è possente nella sua rudezza perché ha fede, è vigoroso nella sua fierezza perché è semplice. Proprio in questi giorni un giovane regista italiano, Federico Ferrone, ha presentato al TER Festival a Roma un suo nuovo lavoro, "Merica", che affronta il tema del cambiare il proprio "qui" nel desiderio pressante di ritorno alla propria terra di origine. Sembra tradurre i pensieri accorati di un poeta molisano, Sabino D'Acunto, che in "Elegia molisana", così si esprime: Come vorrei lungo i tuoi tratturi, terra mia dolce, unirmi ai tuoi pastori che lenti vanno e muti come numi antichi nel silenzio sopra l'erbe; o per le strade unirmi ai pellegrini a ritrovar la fede dei miei padri dietro un ramo intarsiato fatto croce... Il capracottese emigrato immagina che Monte Campo e Monte Capraro veglino da millenni sulla sua gente che ha vissuto di rinunce e di miseria, in una terra dove la fatica è dura e la speranza amara, ed ora assistono ai ritorni e quasi rispondono con la loro voce, l'eco, alle loro invocazioni esaudite, alle preghiere ascoltate, alle loro speranze realizzate. C'è sempre una profonda corrispondenza tra l'armonia della natura e quella dei valori spirituali. La natura e la religione hanno impastato e plasmato tutta la storia del nostro popolo, anche quella più minuta e quotidiana. La fede, le feste liturgiche, il suono delle campane hanno ritmato la vita e il tempo del nostro paese. Chi sa liberarsi dai pregiudizi di una malintesa cultura e dalle morse della globalizzazione sente nel profondo che le origini e le radici sono lì, nel paese e nella lunga storia di lavoro e di fede che si distende, viva, silenziosa e feconda, lungo il fluire del tempo e delle stagioni. Avverte fortemente il desiderio di unirsi ai pellegrini verso il Santuario di Santa Maria di Loreto per ritemprare la fede dei padri e rivivere i canti e le preghiere imparate da bambino. Luntàne me ne vaje, luntàne assàje, de Te, Madonna, nen me scòrde maje! La voce della campana della chiesa sembra scandire il suo passo in terra lontana, quasi a rendere più sicuro il suo cammino e più certa la sua speranza. Il Monumento all'Emigrante, voluto e realizzato dai capracottesi sparsi nel mondo, sotto lo sguardo materno della Madonnina, è il segno di una presenza continua e vigile di tanti figli di questa terra, dove non esiste lavoro senza fatica né esiste amore senza dolore. Quanta risonanza di alti sentimenti, di fede e di viva solidarietà in due semplici versi della letteratura popolare capracottese: Se iéme 'nziembr'a spasse a la Madonna, paréme tutte e ddù figlie a na mamma. Anche i versi di un altro grande poeta molisano, Eugenio Cirese, esprimono vivamente il dramma esistenziale della partenza e la fiducia nella Provvidenza, simboleggiata in una lampada che sempre arde, dà luce e compagnia: I' parte pe na terra assai luntana l'amore m'accumpagna e me fa lume. perciò mó vaglie spierte e nen me lagne ca tu me rieste amore benedette. Te sole m'à lassate ru destine lampa che scalla e nzegna ru camine. Tu famme core a core compagnia nen fa stutà la lampa pe la via. Quanto spirito di verità, direi meglio di umanità e di coraggio traspare in questi versi pieni di schiettezza e scevri di artifici e di contorsioni: si snodano con sicurezza, si spezzano e si riannodano con bravura. L'amore è una lampada che riscalda, dà luce, indica il cammino nei vari sentieri dell'esistenza. Chi non arde, non vive. Per essere luce e calore bisogna consumarsi, spendersi e spandersi. Chi non si consuma, non si spende per gli altri, ma rimane chiuso nel suo terrificante individualismo, rimane una pietra fredda, un cero bianco e spento, un seme avvizzito. Il popolo capracottese appare quasi l'eco fedele, l'interprete armoniosa dell'antico popolo sannita sempre ricco di passioni, sempre nutrito di quell'intima forza morale che ha prodotto e produce ancora intelletti sani, lavoratori robusti, cittadini seri, aperti alla vita, al prossimo, al mondo intero. Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: A. O. Di Lorenzo, Un paese vuol dire non essere solo..., in «Voria», II:1, Capracotta, febbraio 2008.
- La Confraternita Santa Maria di Loreto
Inizialmente, quando ho deciso di scrivere un articolo sulla Madonna di Loreto per questo giornale, avevo in mente di ricostruire le origini storiche e religiose della festa. La mancanza di documenti e di studi in questo senso mi ha però obbligato a indirizzare la mia attenzione verso un argomento altrettanto interessante e cioè le vicende storiche della Confraternita Santa Maria di Loreto. Si tratta di una istituzione laica che ha svolto un ruolo importante per Capracotta, avendo contribuito in maniera fondamentale al mantenimento del clero capracottese, al primo restauro della Chiesa Madre nel '700 e alla istituzione dell'Asilo infantile. Come si evince dalla lettura del libro di Luigi Campanelli, "Il territorio di Capracotta", le prime notizie sulla Chiesa di Santa Maria di Loreto risalgono al 1622. A partire da questa data la Confraternita Santa Maria di Loreto accumulò un cospicuo patrimonio fatto di terreni e bestiame sia a seguito di lasciti da parte di devoti sia per la oculata gestione dei beni da parte degli amministratori della Confraternita. Bisogna sottolineare che mentre nel 1622 il clero capracottese era composto da un parroco e da sette sacerdoti aggregati, nel corso degli anni il numero di prelati era aumentato arrivando nel 1743 a sedici. Poiché il mantenimento del clero era strettamente legato alle sovvenzioni della Confraternita, all'aumentare dello stesso corrispose quindi il proporzionale aumento del patrimonio della Confraternita. Secondo il Campanelli, nel corso del Settecento, tale patrimonio raggiunse la quota di circa ottomila capi di bestiame, soprattutto pecore e capre, 125 ettari di terreno nel territorio di Capracotta, più una vigna nel territorio di Agnone. La Confraternita, essendo proprietaria di bestiame, era iscritta alla Dogana di Foggia per la pratica della transumanza e possedeva proprietà fondiarie in Puglia, precisamente nel Comune di Minervino Murge. Parte di questo patrimonio fu venduto nel 1735 e nel 1754 per finanziare la ricostruzione e l'ornamento della Chiesa Madre, mentre la rendita ottenuta dalla vendita della tenuta pugliese di "Bosco da Capo" nel 1876, in agro del Comune di Minervino Murge, fu utilizzata per finanziare l'ammodernamento della vecchia "Casa della Madonna" in modo da renderla utilizzabile come asilo infantile. Un momento di svolta per la Confraternita Santa Maria di Loreto fu rappresentato dal raggiungimento nel 1861 dell'Unità d'Italia, in seguito alla quale lo Stato unitario iniziò ad interessarsi dell'assistenza per i poveri cercando di sostituirsi alla Chiesa. Con la legge del 3 agosto 1862, n. 753, venne istituita presso ogni comune del Regno una congregazione di carità con lo scopo di curare l'amministrazione dei beni destinati all'erogazione di sussidi e altri benefici per i poveri. La congregazione di carità era un ente morale sostenuto con donazioni e lasciti; curava gli interessi dei poveri e ne assumeva la rappresentanza legale davanti all'autorità amministrativa e giudiziaria; amministrava i beni che le erano assegnati per elargire le rendite. Fonte e sostentamento dell'istituto erano le somme assegnate da enti pubblici (comune, istituti di credito) e le rendite dei beni donati o lasciati da privati. Le congregazioni di carità tra l'altro erano anche incaricate dell'amministrazione delle opere pie preesistenti, come nel caso della Confraternita Santa Maria di Loreto. La gestione della congregazione era affidata a un consiglio d'amministrazione, composto da un presidente e da un numero variabile di componenti (dipendente dall'entità della popolazione residente) eletti dal consiglio comunale, in parte al proprio interno, e disponeva di un segretario e di un tesoriere per la gestione rispettivamente della corrispondenza e della contabilità. Lo spirito della legge del 1862 non era certo quello di coinvolgere direttamente lo Stato nell'assistenza, visto che la gestione delle congregazioni, come detto, era affidata ad un consiglio di amministrazione formato dagli esponenti della borghesia cittadina. La scelta dello Stato unitario sembrava quindi rispondere a due esigenze: da una parte il rafforzamento della borghesia e dall'altra un ridimensionamento del potere della Chiesa. Questa politica di secolarizzazione della società italiana divenne ancora più esplicita nel 1867, durante il governo Rattazzi, quando tutti i beni della Chiesa furono espropriati a vantaggio del demanio statale. I beni della Confraternita Santa Maria di Loreto, confluiti nel 1862 nella Congregazione di Carità, rischiarono di andare incontro a questo destino ma, dopo una dura battaglia legale, la Congregazione riuscì a mantenere il proprio patrimonio dimostrando in tribunale che si trattava di un'istituzione puramente laica e che quindi i propri beni non rientravano in quelli della Collegiata di Capracotta e pertanto non erano espropriabili dallo Stato. I beni rimasero quindi della Congregazione di Carità che continuò ad amministrarli in piena autonomia con i propri amministratori laici. Come sottolinea il Campanelli, nel libro "La Chiesa collegiata di Capracotta", fu fondamentale nella ricerca dei documenti atti a dimostrare la laicità dell'istituzione il ruolo svolto dal prelato Filippo Falconi, presidente della Congregazione di Carità. Con legge del 3 giugno 1937, n. 847, le congregazioni di carità vennero soppresse e le loro competenze passarono ai nuovi Enti Comunali di Assistenza (E.C.A) che acquisirono l'intero patrimonio delle congregazioni stesse. Nell'ambito del trasferimento in mani pubbliche dei compiti di assistenza, l'Ente si dotava di un proprio statuto e si poneva lo scopo di assistere coloro che si trovassero in condizioni di particolare necessità, inoltre doveva promuovere il coordinamento delle varie attività assistenziali esistenti nel comune. Con il trasferimento dell'assistenza sanitaria alle Regioni si ebbe nel 1978 la soppressione di tali Enti i cui beni residui furono trasferiti ai comuni. I beni che erano stati dell'ex Confraternita Santa Maria di Loreto confluiti da ultimo nell'E.C.A. e che fino all'800 avevano rappresentato un cospicuo patrimonio fondiario e immobiliare, nel corso del '900, in seguito a varie vicissitudini che sarebbe opportuno approfondire in maniera più puntuale, si erano ridotti notevolmente e si riducevano ultimamente solo all'amministrazione di alcuni terreni in Capracotta, mentre l'organizzazione dei festeggiamenti rimase di pertinenza di un apposito comitato feste. Achille Conti Fonte: A. Conti, La confraternita Santa Maria di Loreto, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- Uno dei vardari capracottesi
Ricordare personaggi che hanno fatto la storia di una piccola località come la nostra è un enorme piacere. E, per la verità, di uomini che nel tempo hanno dato lustro alla nostra Capracotta, facendola conoscere al mondo intero, ce ne sono tanti, anzi tantissimi. Poi, però, ce ne sono stati tanti altri, uomini e donne, che in silenzio hanno vissuto la loro vita dedicandosi alla famiglia, al loro lavoro, adoperandosi in mestieri oggi dimenticati o addirittura sconosciuti alle nuove generazioni. Ecco, proprio a uno di questi vorrei rivolgere il mio ricordo, che in questo è certamente più profondo e sentito in quanto l'uomo al quale rimando i miei pensieri è mio padre Mario. Nato nel 1909, dapprima vardàre come tanti, poi diventato manovale ed infine addetto di portineria. Un uomo come tanti, dicevo, che da giovane intraprese il mestiere di famiglia, quello appunto del vardàre, il mestiere di mio nonno di cui porto il nome. Un mestiere che ha accomunato diverse generazioni della mia famiglia, intrapreso dai miei antenati. Dei sei figli di mio nonno Antonio, quattro maschi e due femmine, mio padre Mario fu l'unico a diventare vardàre. Gli altri tre figli maschi si dedicarono a mestieri molto diversi: uno divenne falegname, mentre gli altri due intrapresero la professione del sarto. Questi ultimi emigrarono poi negli Stati Uniti d'America. Erano vardari il fratello di mio nonno ed i suoi figli, altri parenti acquisiti erano anch'essi vardari come Zazóne, cognato di mio padre. Mio nonno, mia nonna e mio padre che era ancora in tenerissima età, si trasferirono a Faeto, in provincia di Foggia. Ed è lì che sono nati tutti i miei zii, compresa la secondogenita, Angiolina, che vi ebbe i natali nel 1912. Il rientro a Capracotta ci fu alla fine del 1934, a Faeto mio padre aveva imparato da mio nonno quel mestiere, che continuò a fare anche a Capracotta. Le varde, in questo caso, erano destinate ad acquirenti locali - contadini e boscaioli - senza però disdegnare altri "mercati" quali quelli del vicino Chietino. L'attività era svolta nella casa paterna, in via Nicola Mosca; successivamente, dopo il matrimonio, venne trasferita in un casotto a ridosso dell'abitazione dove sono nato, la casa di Buttiglióne, in via San Giovanni. Anche mio padre, come tantissimi capracottesi, visse i tristi eventi del 1943. Catturato dai tedeschi, fu portato dapprima a Rivisondoli, poi a Pescocostanzo, quindi a Roccaraso. Ma il suo peregrinare lo portò a conoscere altre località di quell'area dove, sotto gli scambi dell'artiglieria tedesca ed inglese, fu addetto a scavare trincee, insieme ad altri compaesani, fatti anch'essi prigionieri dai nazisti. Dopo lunghe peripezie giunse in Puglia, a Bari, dove, insieme ad altri concittadini lavorò alla costruzione della linea telefonica Bari-Taranto. Fece rientro a Capracotta nella primavera del 1944. Nel settembre del 1945 sposò mia madre, Benedetta Assunta Vizzoca. La vita matrimoniale fu rattristata dalla perdita dei primi due figli, entrambi scomparsi nel 1949: il primo quando aveva poco più di due anni, il secondo di appena nove mesi. Purtroppo con mio padre ho vissuto solo pochi anni della mia vita, perché ci ha lasciati quando avevo appena 18 anni, e del suo primo mestiere, il vardàre, non ho grossi ricordi. Dal 1957, e per alcuni anni, lavorò a Roma come manovale nell'edilizia. Tanti sacrifici. – Con tuo padre ho dormito in un appartamento in via Novara, – mi ha raccontato Mario Sozio – in una stanza siamo arrivati a dormire fino a 17 persone, tre nello stesso letto. Più ne eravamo e più si risparmiava, perché il costo della camera si divideva per più persone. Ricordo i suoi rientri a Capracotta, specialmente in occasione delle festività. Tornava con la valigia carica di regali utili: quaderni, pastelli stipati in contenitori che si aprivano a libro. Poi, a seconda della festività, arrivava con i dolci tipici della ricorrenza. Ma ricordo bene anche i miei pianti ogni volta che doveva ripartire. Nel 1962 fece definitivamente ritorno a Capracotta, dove riprese il vecchio mestiere del vardàre, lavorando prevalentemente per clienti di Vastogirardi e delle sue frazioni - Villa San Michele e Cerreto - ma aveva lavoro anche da Sant'Angelo del Pesco e finanche da Pizzoferrato. Nel 1963, appena un anno dopo il rientro a Capracotta, partì per la Germania, seguendo così le orme di tantissimi altri capracottesi. Il ricordo della partenza della corriera da Capracotta diretta alla Stazione di San Pietro Avellana, con tanti uomini che partivano per la Germania, rimane indelebile nella mia memoria. Ho il vivo ricordo di quando, insieme ad altri ragazzini, prendemmo a calci la corriera che ci portava via i nostri papà, mentre sui volti delle nostre mamme scorrevano velate lacrime, che tentavano di nascondere per non addolorarci ancor di più. Poi il lungo viaggio verso la Germania, di cui conservo qualche vecchia foto che ritrae i volti afflitti di mio padre e dei suoi compagni di viaggio diretti verso quel paese allora molto lontano. Le lunghe attese, non meno di quindici giorni per ricevere una lettera da Wangen, una cittadina tedesca situata nella parte sudorientale del Land del Baden-Württemberg, posta sulle coste del lago di Costanza. Poi il rientro definitivo in Italia, dovuto anche al fatto che in Germania fu vittima di un infortunio sul lavoro. Nel 1965 la mia famiglia decise di trasferirsi ad Isernia, per far studiare me e le mie sorelle. Qui, dopo un lungo e triste periodo di disoccupazione, iniziò prima a lavorare da manovale edile, poi l'affidamento di una portineria in uno dei primi palazzi che furono costruiti ad Isernia nella metà degli anni '60. Non potrò mai dimenticare l'arrivo della mia famiglia ad Isernia: era il 2 ottobre 1965. Una casa in affitto - cucina e camera da letto per cinque persone - di proprietà del compianto Franco Ciampitti, in via Marcelli, nelle vicinanze della Chiesa di Santa Chiara. Da Capracotta portammo ciò che era indispensabile, ma non mancò di essere caricato sul camioncino un discreto quantitativo di legna. Quel giorno, era di sabato, avemmo alle costole i vigili urbani che ci imposero di liberare, con immediatezza, il luogo dove avevamo scaricato la legna perché lì doveva posizionarsi qualche bancarella per il tradizionale mercato del sabato che ancora oggi si tiene nel capoluogo di provincia. Dopo due giorni iniziò l'anno scolastico. Accompagnato da mio padre, iniziai a frequentare la prima media presso la Giovanni XXIII. Tuttavia vorrei tornare al mestiere originario di mio padre, molto fiorente fino alla fine della Seconda guerra mondiale, poi, però, lentamente scomparso a causa dello spopolamento del mondo agricolo. Osservo spesso una varda in miniatura, regalo di un mio parente, che conservo nel mio studio. La osservo in tutti i suoi particolari. Re vardàre era quello che realizzava il basto per gli asini ed i muli. Per i cavalli, oltre alle varde, venivano usate anche le selle. La varda veniva realizzata su misura; molto semplicemente era costruita così come si realizza un vestito per una persona. Veniva costruita per lo specifico animale, sia esso asino, mulo o cavallo, che veniva impiegato nel lavoro dei campi o per il trasporto della legna. Per realizzare una varda occorrevano le corve (pezzi di legno di faggio), pelli di animali, paglia, tessuto traspirante e abilità nell'adattarla all'animale che doveva indossarla. I vardari capracottesi preferivano il faggio dei boschi di Matassenete; lo ritenevano, infatti, migliore rispetto a quello di Monte Capraro o di altre località perché era più duro. La parte migliore della pianta era quella più bassa del tronco. Le corve venivano ricavate dalla lavorazione del faggio nella falegnameria di Vincenzo Sammarone, dove veniva usata la sega a vento. Si ricavavano pezzi di legno curvi, chiamati appunto corve. E ne occorrevano quattro per la preparazione di una varda. Impossibile, inoltre, tirar fuori dalla segheria corve uguali. Allora seguiva una dura lavorazione a mano per ottenere coppie di corve che, a coppia, dovevano formare due semicerchi. Le corve, a due a due, venivano unite tra di loro con un incastro a coda di rondine o meglio a meccia. Per forare le corve, sia per il loro incastro che per ottenere fori dove far passare le corde, si usava il verdilacchio ed un trapano a mano. Le corve, chiaramente, si sceglievano a seconda della dimensione della varda da realizzare. I due semicerchi venivano, poi, messi in parallelo tra di loro ad una determinata distanza l'uno dall'altro, ed iniziava il vero montaggio della varda. La distanza tra le due corve era tale che, messe in parallelo tra loro, consentissero al cavaliere di sedersi. Da precisare che degli scarti legnosi derivanti dalla lavorazione delle corve non si buttava nulla. Venivano infatti conservati per accendere o attizzare il fuoco trattandosi di materiale molto sottile, quindi di facile combustione. Le corve, pertanto, erano l'anima della varda. La parte sottostante le corve la si può descrivere in due sezioni ben precise: quella esterna attaccata alle corve era costituita da una pelle di animale (cavallo, asino, mulo o mucca), molto resistente perché doveva reggere agli urti di tutto ciò che veniva caricato sulla varda, dalla legna che veniva prelevata nei boschi, ai raccolti dei frutti della terra (sacchi di patate, grano) o per il trasporto degli attrezzi per la lavorazione della terra. La parte interna, quella più bassa della varda, invece, si doveva adattare alla forma dell'animale da soma come un vestito, pertanto era utilizzata molta paglia che veniva inserita con forza tra la pelle appena sottostante le corve ed un tessuto di forte resistenza che poggiava sulla groppa dell’animale, un telo traspirante che doveva assorbire la sudorazione dell'animale. In pratica si realizzavano due borse laterali rigonfie di paglia, che dovevano poggiare sui fianchi dell'asino o del mulo. Una buona varda, se ben calibrata alla conformazione dell'animale, non provocava danni o escoriazioni. Essa era poi dotata di diverse corde, utilizzate per assicurare il carico da trasportare. Infine non si tralasciava neppure l'addobbo, che veniva chiamato re marrucchìne, perché spesso tendente ad un colore scuro. L'animale veniva liberato dal peso della varda sia durante le ore notturne, sia nelle ore che restava nel bosco o nei campi. Alla fine della giornata, al rientro in paese, veniva ricollocata sul dorso dell'animale, caricata con il raccolto o con altro materiale, ma se restava spazio si poteva sedere qualcuno, dando naturalmente precedenza alle donne o ai bambini. Questo, in conclusione, era il frutto del lavoro di chi, come mio padre, faceva re vardàre. In ricordo di mio padre Mario, che ci lasciò in una fredda giornata di dicembre del 1972. Antonio Vincenzo Monaco Fonte: A. V. Monaco, Uno dei "vardari" carpacottesi, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Saluti dal fronte
In quest'ora solenne in cui il nostro esercito sta coprendosi di gloria sui campi di battaglia, entusiasti di questa guerra contro l'oppressore e che tenne per lunghi anni schiavi di ogni sentimento i figli della bella Trieste e del Trentino, noi automobilisti appartenenti al 10° Battaglione bersaglieri ciclisti, preghiamo il diffuso giornale "La Riscossa" di voler porgere a mezzo suo alle nostre famiglie, parenti e amici tutti i più fervidi saluti rassicurandoli che godiamo ottima salute. Benedetto Giuliano e Amilcare Pinti Fonte: B. Giuliano e A. Pinti, Saluti dal fronte, in «La Riscossa», V:215, Isernia, 10 settembre 1915.
- In ufficio col demonio
Erminio Biffoli ci accoglie nella cucina del suo bilocale. Un piatto sporco ancora nel lavandino, qualche briciola di pane sul tavolo e la sensazione che ricevere ospiti sia una novità. Erminio è un impiegato all'ufficio Fiumi & Fossi di Capracotta in provincia di Isernia. Il suo lavoro consiste nel coordinare gli interventi di spurgo della rete fognaria: «È un lavoro di grande responsabilità», ci tiene a spiegare. «Sono io che li mando, quando c'è un'emergenza. Smisto le chiamate dello spurgo. Ci vuole prontezza, ma soprattutto coraggio» precisa. Da quattro anni, Erminio è quello che la chiesa cattolica definirebbe un indemoniato. Domanda: – Come è iniziato tutto? Risposta: – Al ritorno dalla fiera della zizzola fritta, quell'ormai famigerato 26 giugno 2011, in preda ad una dolorosa indigestione ho cominciato a dare prova di una forza fisica molto superiore alla mia, a parlare lingue sconosciute e molto antiche, a prevedere eventi ancora non accaduti, ma soprattutto a dimostrare una grande avversione al sacro nel nome di satana dominatore della terra, vero dio, onnipotente e ineffabile, signore del male colui che creò l'uomo a sua immagine e somiglianza! D: – È così che si manifesta il demone, lo interrompe mentre parla. Erminio non si scompone, continua a rispondere alle nostre domande come se niente fosse. In che modo la sua... Ehm... possessione lo influenza nella vita di tutti i giorni? R: – A lavoro tutti mi guardano in modo diverso. Mi sembra di essere più rispettato, quasi temuto... Ma forse mi sbaglio. Il direttore del mio ufficio è più accondiscendente, adesso mi offre un caffè tutte le mattine. Quello delle macchinette però, che costa meno stupido mortale, offri la tua anima e satana dalle torri dell'est! A Beelzebub. Dalle torri del nord! A Astaroth dalle torri dell'ovest! A Azazel dalle torri del sud e forse così divoreranno la tua anima per ultimo! D: – E nella vita privata? R: – Mi sento meno solo. Sono parecchi mesi però che non trovo il mio gatto Fuffi. D: – Ha mai pensato a farsi esorcizzare? R: – Una volta mia zia mi ha portato dal prete della sua parrocchia. Sa, è una donna anziana, ci teneva e l'ho accontentata. Il prete è polacco, non credo neanche che abbia capito il problema, ma ci ha fatto pagare 30 euro. Ecco che Erminio si interrompe, gli occhi rovesciati e i denti ben in mostra: R: – Invoco le forze dell'oscurità affinché infondano in me il loro potere infernale! Pochi secondi di silenzio, giusto per riprendersi, e continua: R: – Una volta mi sono improvvisamente ritrovato in una discoteca. Sa, a volte il demone lo fa: prende il sopravvento e non mi ricordo più niente. Insomma, ero in questa discoteca, con il vestito buono, la gelatina nei capelli e un drink in mano. Io non bevo neanche le bibite gasate, si figuri, mi fanno aria nello stomaco. Ero circondato da quattro ragazze che sembravano pendere dalle mie labbra, una mi accarezzava la coscia, una mi passava la mano tra i capelli e l'altra mulinava la lingua nel mio orecchio... Ma dal momento che avevo ripreso conoscenza mi sono scusato e me ne sono andato. Il bello è che non sapevo neanche dov'ero, ho dovuto prendere un taxi per tornare a casa. D: – Signor demone, vuole rilasciare una dichiarazione? R: – Verranno tempi bui in cui gli angeli cadranno e nascerà l'anticristo, creatura orrenda e diabolica, dal ventre di uomo congiunto al maligno. Tempi in cui il confine tra bene e male sarà così sottile che le due entità coesisteranno in armonia. Una sola creatura, un essere speciale, nuovo e senza eguali, concepito dall'odio e dalla gloria, segnerà la fine del regno dei cieli. Sangue di uomo e sangue di demone uniti per la prima volta nell'essere che sembra un paradosso solo per la sua natura. Verranno tempi ancora più bui, dove regneranno il caos e la distruzione. Una volta tornato in sé, con gli occhi ancora iniettati di sangue e la bava alla bocca, facciamo al signor Erminio l'ultima domanda. D: – Perché il demone ha scelto proprio lei? R: – Perché sono una persona tranquilla, che lavora duro, molto responsabile. Forse si sentiva solo e voleva un po' di compagnia. Anche i demoni sono brave persone, sa? Lucrezia Benvenuti Fonte: L. Benvenuti, In ufficio col demonio, in «Beyond», I:1, Scuola Internazionale di Comics, Firenze, febbraio 2016.
- Forcaioli più o meno sinistri: Nicola Falconi
I Borboni son vivi ancora. È un onorevole settantenne, nato cioè nel 1834, che li rappresenta e li continua. Quale puntello più solido per l'ordegno pesante della Forca! Il deputato di Agnone (Campobasso), Nicola Falconi, riassume in sé, nel suo nome, nella sua vita, nella sua carriera, nella sua morale politica la terribile eredità borbonica - raggiunta nelle sue forme e nei suoi effetti micidiali soltanto dai varii gabinetti-fucilatori e sequestratori delle persone e dei giornali - del governo monarchico liberale italiano. Quest'uomo nato a Capracotta (Molise) conta nell'albero di famiglia uno dei pezzi grossi tra i giustizieri del Borbone e precisamente suo zio e dal Borbone fece ancora in tempo ad essere nominato giudice. Adesso, nell'«Italia libera» è arrivato ai gradi più alti della Cassazione. Ed è, ora, quel presidente della III Sezione della Corte d'appello di Roma che negò il rinvio anche di una settimana alla discussione dell'appello nel processo Bettolo-Avanti, da lui fissato proprio nei giorni del Congresso socialista di Bologna. È noto che l'on. Ferri rispose al presidente Falconi ed alla sua corte borbonica non presentandosi all'appello ed infischiandosi tranquillamente della cosiddetta... giustizia. Voi capite da questo esemplare come più che spesso dobbiamo accorgersi e rilevare che le nostre supreme magistrature funzionano animate da uno spirito di equità e di serenità eguale a quello delle Camere di giustizia del passato e famigerato regime borbonico! È il regime che - mutato sigillo - continua negli stessi uomini! Fu appunto sotto lo zio Stanislao Falconi che nel 1848 furono massacrati nelle prigioni i liberali, e fu anche suo zio quel Falconi vescovo di Altamura che - come tale - nel 1859 si trovò padrone del ricco patrimonio delle opere pie di Altamura medesima e di Bitonto. Da questi avi Falconi, usciti da Capracotta poveri, la famiglia ereditava un patrimonio enorme di cui la rendita quei pochi del paese che s'intendono, in tanta miseria di vita proletaria in Italia, affermano ascenda a cento mila lire. E don Nicola, l'onorevole magistrato del regno ha speso ogni sua attività ad aumentare questa sorta di capitale... frutto di onesto lavoro. E adesso Nicola Falconi, deputato per Agnone è il vero feudatario dispotico del suo collegio. Immaginatevi che la sua influenza "morale" penetra sino nel cuore delle famiglie e che i matrimoni dei bravi giovani e tra "famiglie per bene" li ha combinati spesso questo avanzo borbonico. Basta dire ad Agnone, a Capracotta, a Castel del Giudice: – Don Nicolino approva questo matrimonio –, e la cosa è fatta; oppure non fatta se don Nicolino per ragioni di sua privata saggezza le disapprova. Nei paesi del collegio non si nomina il beccamorto senza il consentimento anzi la sovrana iniziativa di don Nicolino. Non si dice poi dei segretarii comunali, degli impiegati postali, dei medici condotti. I rappresentanti dell'on. don Rodrigo vecchio, i suoi grandi elettori non hanno che mostrare il foglietto con lo stemma bleu della Camera e dire: – Falconi ha scritto. Questo talismano è infallibile. Si deve all'on. per Agnone se il ministro Tedesco - commesso viaggiatore in promesse elettorali - è andato a visitare quella parte del Molise ed a promettere edifizii, ferrovie, strade e coserelle di questo genere. Il viaggio del "commesso viaggiatore" si deve all'effetto della campagna socialista contro il vecchio volpesco forcaiuolo. S'intende che non si vedranno né strade, né ferrovie, né edifizii, poiché i milioni per queste cose non si trovano mai; ma intanto vi sono degli ingenui che vi credono e vi crederanno ancora e il deputato feudale avrà anche il tempo di tirare nel collegio il ministro Rava - bonne à tout faire - allungherà il beverone della canzonatura agli elettori dell'emerito Falconi. Il sentimento del dovere politico in don Nicola Falconi è tale che egli si presentò la prima volta nel 1876 agli elettori come candidato di sinistra - perché questa etichetta allora assicurava la riuscita nelle provincie meridionali, che, dall'avvento della "sinistra" al potere, sperarono la risurrezione e non ebbero che delusioni. Ma, appena entrato a Montecitorio, il "sinitro" don Nicola mise il suo sedere politico a destra. Non sappiamo se sia possibile dare un più coraggioso attestato di stima ai proprii elettori. Né sappiamo se a Montecitorio ci siano molti che possano gareggiare col borbonico Nicola Falconi nella quantità dei voti forcaioli. In ogni questione di libertà, egli ha sempre votato insieme con coloro che vogliono il popolo un branco di pecore, e che o rimpiangono il passato borbonico col relativo patibolo o vagheggiano e cercano di rendere possibile un presente che con quel passato di sangue e di oppressioni faccia a gara. Votò contro l'abolizione del macinato... Fu tra i trenta deputati che, in occasione del voto sulla proposta di suffragio universale domandarono - con vigliaccheria pari a pretesca ipocrisia - ed ottennero la votazione segreta. Fu tra coloro i quali, adducendo la sciocca ragione della "incapacità", votarono contro la legge elettorale attuale che, comunque sia, ha messo in mano al proletariato, se esso va diritto per la sua via, una parte dei mezzi legali per la conquista dei pubblici poteri. Dà il voto di fiducia a Depretis, l'11 marzo 1887. Vota il credito di 20 milioni per le spese militari in Africa il 30 giugno 1887. Approva la politica di Crispi il 22 dicembre 1888. Dà il voto di fiducia a Rudini il 21 marzo 1891 e ne approva la condotta nel 1° maggio dell'anno medesimo, il 4 maggio 1891. Dà il voto a Giolitti contro la mozione Bovio, il 28 gennaio 1893, che chiedeva l'inchiesta parlamentare sulle banche. Vota contro la riduzione di 50 mila lire sul bilancio della guerra il 15 maggio 1894. Vota per l'aumento del prezzo del sale il 22 giugno 1894. Vota per i provvedimenti crispini di pubblica sicurezza il 9 luglio 1894. Vota con la Forca per rimandare a sei mesi le mozioni Caetani-Sacchi (questione Crispi-Cavallotti) il 25 giugno 1895. Vota per la sanzione ai decreti-legge il 10 luglio 1895. Approva la politica di Crispi il 3 dicembre 1895. È assente dal voto per accertare i fatti imputati a Giolitti, il 13 dicembre 1895. È contro il ritiro dall'Africa il 28 maggio 1896. Vota per l'appannaggio al principe ereditario il 18 dicembre 1896. Vota contro l'abbandono della Colonia Eritrea il 22 maggio 1897. Vota per Di Rudini e cioè contro l'ordine del giorno Colombo. Vota contro l'abolizione del dazio doganale sul grano il 5 febbraio 1898. Vota contro alla proposta di consegnare Crispi al giudice istruttore il 23 marzo 1898. Vota contro la completa abolizione del dazio cereali. Vota per Pelloux e i suoi provvedimenti di ordine pubblico il 12 luglio 1898. Vota contro l'ordine del giorno Bovio che invita ad abbandonare l'Africa il 16 dicembre 1898. Vota favorevolmente ai fondi segreti ai giornalisti contro l'ordine del giorno Dal Buono. Vota per il passaggio alla seconda lettura dei provvedimenti politici il 4 marzo 1899. Vota per la militarizzazione dei ferrovieri il 9 marzo 1899 e per l'emendamento turco di Pelloux il 17 giugno. Vota contro la proposta ostruzionista di Ferri il 20 giugno 1899. Vota per il decreto reale sui provvedimenti politici il 28 giugno '99. Vota per lo strozzamento-chiusura il 9 marzo '900. Vota col governo Saracco il 23 novembre '900 contro lo svolgimento della mozione Bertesi sul dazio pel grano. Vota con la Forca ontro il ritiro dalla Cina, mozione Bovio, l'11 dicembre 1900. Vota per Zanardelli, il 6 febbraio 1901, contro l'emendamento Fulci che non approva l'azione del governo. Vota contro la mozione Bertesi che invita a presentare un disegno di legge per abolire il dazio sul grano, cereali e farine. Vota contro la mozione Mirabelli che vuol ridotte le spese militari, il 19 febbraio 1903. Vota contro l'ordine del giorno Ciccotti per la riduzione delle stesse spese, il 20 maggio 1903. Vota contro la mozione Pantano che invita a denunciare le convenzioni ferroviarie, il 3 giugno 1903. Vota contro la proposta d'inchiesta d'iniziativa parlamentare Franchetti, il 10 giugno 1903. E dà il voto della paura, astenendosi, il 3 dicembre 1903, dal voto di fiducia a Giolitti, ordine del giorno Cao-Pinna. E vota contro una migliore scuola secondaria, il 24 giugno 1904, ordine del giorno Varazzani. Ecco dunque un altro uomo ed un altro ambiente - questo deputato Falconi del collegio di Agnone - che documentano il peso oppressivo delle sopravvivenze feudali nell'Italia meridionale. Con la stessa disinvoltura con la quale Falconi in Roma dà il voto per il dissanguamento e le fucilate ai lavoratori, ad Agnone, nel collegio egli si ferma alla buona a ragionare come don Abbondio con tutti e si professa, cento volte in un'ora, «servitore umilissimo a tutti quanti». Ecco di che cosa è fatta la coscienza di una metà forse degli uomini che "rappresentano" alla Camera il popolo d'Italia: di gesuitismo, di bonarietà ostentata a casa propria e di metodica rigida reazione in parlamento. Così l'avvilimento ed il favore si alimentano nei collegi; e mentre alla Camera il "governismo" vile della maggioranza permette l'altalena, a perpetuo inganno degli interessi del popolo. Guardando alla stregua di questi il caso vergognoso del feudo falconiano, ci convinciamo una volta ancora che il sistema rappresentativo meriterà di continuare se muterà dalle radici; altrimenti sarà destinato a cadere come l'ultimo palladio delle false libertà borghesi. E a questo sta pensando la vigile e robusta coscienza del popolo socialista. Paolo Orano Fonte: P. Orano, I 508 moribondi, in «Avanti!», VIII:2804, Roma, 24 settembre 1904.
- Un vento strano
Cambio di rotta. Non ci lasciamo sedurre da Bagnoli del Trigno, invero prendiamo ad Ovest e seguiamo sole e cumuli scuri; prossima meta Capracotta, segnalataci da alcuni avventori incontrati per la via. E la strada ci sorprende; si dispiega in curve dolci ed aeree, affiancate da distese di vento e pale eoliche; un vento strano ed una palpabile tensione elettrica ci sospingono veloci. Veniamo sorpresi dalla furia degli elementi mentre entriamo a Capracotta; una pioggia monsonica ed una corsa affrettata dentro il bar del corso, ad attendere che spiova dietro ad una birra e ad una chiacchiera. Poco dopo, lo scontro titanico delle termiche del pomeriggio ci regala un cielo da atlante, luce brillante e sfondi color piombo. Fotografare diventa una lezione di pittura; il paese ora ci appare solitario e ancora impaurito dalla pioggia, con le sue case ordinate e illuminate, su paesaggi sferzati dalla pioggia in lontananza. Portiamo con noi immagini belle e la piacevole sensazione di ore che scorrono tranquille. La strada ci attende, giù verso Isernia... Gianluca Gandini Fonte: http://www.grafingegno.com/, 5 settembre 2015.
- Natura, fascino, tradizioni e sport: Capracotta
Capracotta è un paesino di circa novecento abitanti a circa 1.421 metri s.l.m. in provincia di Isernia, quasi al confine con l'Abruzzo. Nota soprattutto per l'antico Sci Club Capracotta, uno dei più antichi d'Italia, fondato nel 1914, Capracotta rappresenta il giusto compromesso per chi vuole trascorrere una vacanza sulla neve, lontano dal caos delle più tipiche mete dell'Italia centrale. Dopo circa tre ore di macchina da Bari, subito dopo essere usciti dall'autostrada, ci si ritrova ad attraversare un bosco fittissimo, e per chi viaggia con bambini, la vacanza inizia subito, dato che non è difficile scorgere animali selvatici lateralmente alla boscaglia. Ma ecco che poco dopo, i tornanti della montagna, daranno spazio a una zona senza alberi ricca di prati, e sullo sfondo si inizia a intravedere una piccola cittadina dai tetti spioventi, Capracotta vi dà il benvenuto. Una volta entrati nella cittadina, seguendo la strada che si snoda tra le case, sarà quasi istintivo abbassare i finestrini dell’auto e iniziare ad assaporare l’aria di montagna, perfettamente miscelata all'odore di camino tipico dei paesini nel periodo invernale. L'aria sarà tersa, il termometro si aggirerà attorno allo zero, e in base alle temperature dei giorni precedenti, tutt'attorno sarà più o meno, bianco. Il paesaggio è degno di una cartolina medioevale, ma per chi preferisce godere del panorama montanaro al caldo del camino, graziosi hotel offrono un'insolita vista sulla vallata, e tra una cioccolata calda e un the, giunge l'ora di cena. Che soggiorniate in uno degli hotel, o ceniate a uno dei numerosi ristoranti tipici, il menù è sempre lungo e abbondante, e grazie a tartufi, soppressate, formaggi e dolci vi sentirete completamente trasportati nel clima montanaro. Le giornate procedono tranquille e tra una passeggiata e una degustazione tipica dei locali delle vicinanze, d'obbligo è una giornata da trascorrere nella località sciistica della zona: Prato Gentile. A soli dieci minuti di macchina dal centro cittadino, vi ritroverete immersi nelle bellezze di un enorme prato avvolto da un bosco fittissimo. Siamo infatti a 1.567 metri, e a seconda della stagione in cui vi trovate, sarà possibile effettuare un fresco e spensierato pic nic, oppure un'autentica giornata sulla neve. Grazie infatti al nolo dell'attrezzatura da parte della Scuola di Sci Capracotta, sarà possibile imparare lo sci di fondo, o semplicemente trascorrere una divertente giornata dedicata ai più piccoli sugli slittini. Per i più temerari invece, una passeggiata nel bosco non può mancare, che con scarponi e macchina fotografica al seguito, si trasformerà in un'attività rilassante quanto rigenerante. Nella stazione sciistica le infrastrutture sono essenziali, e punto focale risulta essere il Rifugio Prato Gentile, ristoro necessario per chi vuole riposarsi. Ma per chi proprio vuole esser trasportato nel clima alpino e montanaro, d'obbligo è la degustazione del caffè corretto. Una volta terminate le attività sportive mattutine, e dopo un ulteriore pranzo abbondante, una passeggiata nel centro cittadino non può certo mancare durante il vostro soggiorno. Dopo aver imboccato la via centrale, i protagonisti saranno i piccoli negozi di prodotti fatti a mano, dove si distinguono calamite e oggetti di ogni tipo in ceramica. Ma ciò che renderà unica la vostra passeggiata, sarà il punto più esclusivo di Capracotta: il Belvedere. Si tratta di una zona leggermente in altura rispetto al resto, dove sorge la Chiesa Madre. Immediatamente adiacente alla santa struttura, uno spettacolo mozzafiato sta per iniziare davanti a voi, il sole sta per scomparire dietro la Majella. Tutt'attorno sembra all'improvviso tingersi di rosa, rosso e violetto, e ogni attimo che passa descrive sfumature più intense. D'un tratto, quelle cime divengono acquerelli, e tutti sembrano incantati davanti a quello spettacolo che la natura dona ai viaggiatori giunti a quella cima ormai civilizzata. Gli occhi sembrano non volersi staccare da quell'infinita bellezza, ed ecco che pochi attimi prima di prendere la macchina fotografica, la palla di fuoco scompare totalmente. Le cime delle montagne sembrano scomparire, lasciando posto a delle tinte più fredde e lontanamente tristi. Chi non è riuscito a immortalare quell'autentico spettacolo della natura probabilmente rimarrà deluso, e volterà le spalle a quelle cime innevate. I più pazienti invece, noteranno che quelle sfumature continueranno a miscelarsi, ancora qualche attimo e si scorge un familiare luccichio: le prime stelle della sera faranno capolino proprio da dietro quelle imponenti montagne. Chi assiste o ha assistito a questo autentico spettacolo della natura, può dire di aver conosciuto Capracotta in tutta la sua versatilità, bellezza e semplicità. A tutti gli altri invece... non resta che mettersi in macchina! Barbara Rotella Fonte: http://radiomadeinitaly.it/, 22 gennaio 2013.
- Gattina in maschera
Credevo che una breve incursione in chat mi avrebbe tolto la curiosità che avevo da tempo. Se noi maschietti ci tocchiamo il pisello mille volte al giorno, stimolati da pensieri lussuriosi senza fine, qualora volessimo lasciarci andare alle nostre fantasie, ci sarebbero donne in grado di corrispondere ai nostri pensieri più lascivi? Dopo aver scartato qua e là, dribblato autentiche malate di mente, conobbi Gattina, tipico nickname da internauta in calore. Mi aveva incuriosito soprattutto per l'eleganza con cui immediatamente mi raccontò della sua micia, nera come la pece, profonda come un canyon, fresca come una cascata. Ho un punto debole, fotto prima di tutto con il cervello e poi con il cazzo. La sapienza con cui utilizzava i congiuntivi, gli argomenti che mi spiattellava sullo schermo, mi catturarono più di un culo messo a pecora. Prima che me ne rendessi conto, iniziai a cercarla con urgenza in rete, sempre più spesso. Aveva realizzato che l'andirivieni tra il concedersi alle nostre conversazioni e il negarsi, sarebbe già stato un'anteprima del vai e vieni dentro la sua carne. Mi eccitavo già solo per un ciao. Il pallino rosso di una notifica sullo schermo mi provocava erezioni superbe, marmoree che dovevo necessariamente soddisfare manualmente. Dopo circa un mese di spasmodiche seghe di fanciullesca memoria, Gattina mi scrisse per invitarmi ad una cena. Un incontro in piena regola, una festa tra amici, una cosa in giardino, un buffet, «ci si conosce, ci si diverte, ti presento gli amici di Capracotta». Non sarebbe stato semplicissimo per me. La festa era un po' fuori Roma, ma quei cinquecento chilometri tra andata e ritorno li avrei fatti molto volentieri. La sera di sabato di un tredici luglio, alle 21 ero al cancello. Con un sms avevo ricevuto il codice per aprirlo. Alberi antichi e una casa sconosciuta in fondo al giardino, a qualche centinaio di metri, mi confermavano che ero davvero lì, in un luogo estraneo ma desiderabilissimo. La ghiaia crepitava sotto i pneumatici dell'auto, infastidita evidentemente da un viavai non usuale. Sullo slargo vidi altre macchine parcheggiate, mi affiancai all'ultima a sinistra e spensi il motore. Una ragazza in cima alla scale, vestita con una divisa quasi funerea, mi diede il benvenuto con lo sguardo porgendomi una mascherina nera. Mi indicò il passaggio verso il giardino. Ad ogni passo la musica diventava sempre più avvertibile. Il prato era curatissimo. Nessuna luce artificiale. Solo fiaccole e candele, sparse ovunque. Un enorme tavolo offriva ogni ben di Dio. La piscina era già occupata da tre coppie. L'uomo sotto e la donna sulle spalle nell'antico gioco di abbattere il cavaliere, in questo caso l'amazzone, visto che i seni erano già al vento. Mi venne incontro una matrona con un caftano rosso rubino, capelli dello stesso colore. – Benvenuto, scrivi il tuo nick su questo cartellino e dimenticati chi eri fuori dal cancello. Divertiti e vivi adesso. Andò via ridendo come se avesse assistito al migliore degli spettacoli comici. Adesso avevo capito come avrei riconosciuto Gattina dietro la maschera. Partii in perlustrazione. I ragazzi in piscina si baciavano liberamente incrociando baci omo, saffici ed etero. Una vecchia baldracca trans, di bianco stivalata fino all'inguine e con una guêpière in tinta, al mio passaggio si girò su un fianco puntando il dito sul suo buchetto. Altro che buchetto mia cara. Quello ormai è il Frejus, hai solo tolto il casello per il pedaggio adesso. Credevo mi avrebbe assalito l'ansia, invece c'era solo adrenalina in circolo. Lo spettacolo che avevo intorno a me, perché di una rappresentazione si trattava, mi incuriosiva e mi eccitava. Una cavallerizza cinquantenne, con tanto di berretto, imboccava il suo puledro trentenne di un multicolore risotto di mare. Damine settecentesche prive di gonna, si inseguivano fra le siepi, una specie di Camillo Benso portava al guinzaglio la sua Catwoman, ombretti glitterati e parrucche inverosimili ornavano quelli che probabilmente erano padri di famiglia. Insomma, un film d'autore. Avevo già notato in fondo al vialetto una specie di altare. Un letto a baldacchino forse, una sorta di gazebo. Procedevo con calma, non volevo perdermi nulla di quel circo per me così nuovo quanto affascinante. Alla fine arrivai ai piedi del tempio. Una tettoia di legno con tende semitrasparenti aperte. Al centro un enorme letto a due piazze in pelle bianca, ai lati del quale due antichi romani fungevano da guardie del corpo. Al centro lei, Gattina, l'unica con la maschera dorata. L'avrei riconosciuta in ogni caso, per quanto non portasse il badge con il nick. Era la regina della festa, forse la padrona di casa. Tunica romana strizzata sotto alle enormi tette siliconate, capezzoli turgidi, pelle tesa. Un serpente d'oro le avvolgeva la caviglia. Trucco nero, labbra viola. Gambe abbronzate e lucide. Capelli sciolti e ondulati trattenuti dai lacci della maschera. Mi riconobbe subito, vestito com'ero di semplici pantaloni scuri e camicia bianca. Rise, e mi invitò a salire. I centurioni ebbero l'ordine di chiudere le tende. Mi disse solo un ciao. Inginocchiata davanti a me, con premura mi tolse le scarpe lasciandomi scalzo, bottone dopo bottone mi liberò della camicia. Mi baciò di striscio per fiondarsi sui miei capezzoli. Mi morse fino a farmi male, ma neppure un lamento uscì dalla mia bocca. Avevo già i sensi alterati e la percezione del dolore si trasformava in sensazione di attenzione, di desiderio nei miei confronti. Addentò le mie dita succhiandole come un idrovora, mentre con una mano mi teneva stretto il collo. Mi lasciò solo quando capì che non potevo oltre. Volevo afferrarla e per caso, in un attimo di lotta, le graffai i capezzoli con la barba del mento. Emise un miagolio acuto che quasi mi spaventò, credevo di averle fatto male, ma il sorriso che aveva stampato in faccia mi rassicurò sul reale effetto di quella fortunata fottutissima casualità. Le afferrai le braccia mettendola sotto. La tunica romana era ormai un ricordo. Mi tuffai con la testa fra le tette, leccavo e graffiavo, mi fermai a lungo sui suoi enormi chiodi, alternando lingua e barba. Tremava, si divincolava, ma non c'era forza in questa ribellione, semmai un invito ad esplorare altre latitudini. Scesi fino al ventre, al di sotto dell'ombelico sviai volutamente verso le gambe, mi dedicai a graffiare e leccare l'incavo posteriore del ginocchio. A questo punto smise di miagolare per iniziare a ruggire. Nella penombra vedevo agitarsi gli antichi romani al di là della tenda, ma evidentemente le direttive prevedevano di non avvicinarsi qualunque cosa avessero visto o udito. Con un abbraccio bloccai le due caviglie ed iniziai una minuziosa leccata delle palme per poi divorare con lingua e denti le dita dei piedi. Il minuscolo perizoma era ormai fradicio, ridotto ad un cencio semi affondato nella micia, nera come la pece, profonda come un canyon, fresca come una cascata. Mentre mi liberavo dei pantaloni che ancora indossavo mi prese al collo con l'avambraccio spingendomi su quella specie di letto. Mi chiese di rimanere fermo. Con un panno morbido, di una morbidezza mai conosciuta, prese ad ungermi con dell'olio profumato. Non dimenticherò mai quell'aroma. Tagliente, puntuto, penetrante ma dolce allo stesso tempo. Mi sfilò gli slip quasi innervosita. Indugiò tra le mia natiche, succhiò avidamente le palle, mi girai affinché soddisfacesse una mia urgenza, mi masturbò stringendomi il cazzo nel panno intriso d'olio fino a quando dovetti iniziare io a ruggire. Ingoiò ogni centimetro, e fu una vera penetrazione orale. Lo infilò fino alla trachea rimanendo in apnea. Ero stordito. Mi muovevo in su lentamente, in estasi, avrei voluto entrarci con tutto il resto del corpo in quella gola. Si ritrasse di colpo, in cerca di aria. Le infilai la lingua in bocca come mai avevo fatto prima. Stritolavo le tette, arpionavo i glutei. Mi sedetti, la presi in braccio e la feci scendere su di me. Entrai nella sua figa come se fossimo stati fatti da un sarto esperto. L'una accoglieva la forma dell'altro. Rimanemmo così non so per quanto tempo. Avevo i peli delle gambe madidi di olio, sudore e dei suoi umori. Colava come la fontana del giardino, ma i suoi liquidi erano più densi. Roteava il bacino come un'odalisca, posseduta da un ritmo incantatore che le faceva inarcare la schiena. Oramai era vittima delle ondate dei suoi orgasmi. Riusciva solo a dire vai, vai, vai vai, come un mantra. Esplosi liberandomi con un grido rauco, un misto fra un pianto e una risata. Rimanemmo abbracciati, fermi, ansimanti, esausti, appagati, estranei. – Amore? Sei già in cucina? Fai il caffè? – Siiiii! – Come mai sveglia così presto? – Per forza, non hai fatto altro che lamentarti nel sonno! – Scusa, forse un incubo! – Forse, intanto il tuo cellulare continuava a trillare. Hai ricevuto una marea di notifiche. Rispondi e digli che di domenica mattina non si rompe con i messaggi! Hai whatsapp pieno! – Notifiche? Sogno? Oddio! Hai visto per caso chi mi ha scritto??? – Noooo. Cazzi tuoi. – Pfui!!!!!!!!!!!!!! Massivus Fonte: https://www.facciunsalto.it/, 2 aprile 2015.
- La classificazione delle scuole nel Molise
Come la legge prescrive, nel dicembre passato il prefetto di Campobasso, comm. Fecia di Cossato, efficacemente coadiuvato dal provveditore agli studi, prof. Morici, procedette alla revisione della classificazione delle scuole del Molise. In generale, i Comuni hanno fatto buon viso all'iniziativa lodevole del Prefetto. Pochi sono stati i recalcitranti, contro i quali l'autorità saprà far valere il buon diritto. Questo Gruppo magistrale sannitico, dopo che il prefetto di Campobasso emise, in data 30 dicembre 1904, il decreto con cui le scuole dei seguenti Comuni furono inscritte in 3ª urbana, si fece iniziatore di un'inchiesta presso i colleghi interessati allo scopo di conoscere l'atteggiamento dei vari Comuni. All'uopo furono diramate ai rispettivi insegnanti, direttori delle scuole, circolari in cartoline con risposta. Dei 16 Comuni classificati s'ebbe risposta da quasi tutti, meno due. Ecco le risposte pervenute, dando il posto d'onore a Frosolone: Frosolone (ab. 5.897) – «...possiamo rispondere che non solo questo Comune ha accettata la nuova classificazione, ma aveva pronte le somme, credendo che dovesse andare in vigore con l'ottobre scorso (A. Maiorino)». Boiano (ab. 6.498) – «...per quanto si sa da noi maestri Boiano non si è opposto, ricorrendo al Ministero alla nuova classifica delle sue scuole decretata il 30 dicembre u.s. (V. Fonzo)». Baranello (ab. 4.280) – «...mi è grato comunicarle che quest'Amministrazione non ha prodotto alcun ricorso al Ministero, avverso il decreto con cui le nostre scuole venivano elevate di classe (B. de Chiro)». Trivento (ab. 4.925) – «...io fo noto che questo Comune ha accettata la classificazione fatta dall'on. Consiglio provinciale scolastico (B. Florio)». Montenero di Bisaccia (ab. 5.494) - «...ci risulta che questo Consiglio non ha prodotto nessun ricorso contro la classificazione delle nostre scuole in 3ª urbana (G. Graziani)». S. Croce di Magliano (ab. 5.363) – «...nessun ricorso è stato prodotto al Ministero dell'Istruzione da parte di questo Comune, avverso la nuova classificazione scolastica (C. Faccone)». Vinchiaturo (ab. 4.110) – «...questo Comune non ha fatto alcuna opposizione al passaggio di classe ed il decreto è stato emanato senza che contro di esso si sia ricorso (N. Vitale)». S. Elia a Pianisi (ab. 4.012) – «...questo Comune, classificato in 3ª urbana il 30 dicembre u. s., non ha ricorso al Ministero, ma si bene al prefetto della provincia, con esito negativo. Ha nicchiato un pochino ma ora ha pienamente accolta la giusta classificazione (F. di Paluca)». S. Martino in Pensilis (ab. 4.862) – «...questo Comune retto da un R. commissario ha accettata la nuova classificazione. Si spera che il nuovo Consiglio ratifichi il giusto provvedimento (L. Rossi)». Castelmauro (ab. 5.129) – «...questo Comune, sebbene con deliberazione della Giunta del 27 dicembre, ratificata dal Consiglio il 6 gennaio, s'opponesse alla classificazione di queste scuole in 3ª urbana, pure non produsse al Ministero alcun ricorso contro la deliberazione dell'on. Consiglio scolastico (V. Alfano)». Libro nero Il primo posto è per Capracotta. Capracotta (ab. 4.510) – Quantunque vi sia un numero di obbligati nell'ultimo triennio di 345 (di cui 306 dimoranti nel Comune), di 353 iscritti e 330 frequentanti nel corrente anno scolastico; quantunque la popolazione sia raggruppata in un unico centro e il Comune non abbia oltrepassato il limite normale della sovrimposta, il Consiglio comunale si rifiutò di votare la classificazione in 3ª urbana, quando fu interpellato dal Consiglio scolastico e deliberò di ricorrere contro il decreto dell'Ill.mo sig. prefetto di Campobasso. Le scuole di Capracotta hanno la direzione didattica e il patronato. Capracotta è sede di un ginnasio, ha l'asilo infantile, una Società magistrale, quattro fiorenti Società operaie, una Società di tiro a segno, il Circolo dell'Unione, è paese colto e civilissimo, che acquisterà sempre maggiore importanza col divenire stazione climatica di prim'ordine. Non si capisce e non si spiega l'opposizione del Comune. Bagnoli del Trigno (ab. 4.779) – «...sono in grado di assicurarvi che questo Comune non accettò la nuova classificazione di queste scuole e produsse ricorso contro il decreto del prefetto al Ministero dell'Istruzione pubblica». Sepino (ab. 3.648) – «...debbo significarle che questo Comune non accettò la classificazione in 3ª urbana e quindi ricorse alle autorità competenti». Macchiagodena (ab. 4.165) – «...mi pregio farle conoscere che questo Comune, nel mese di dicembre u. s. era retto da un commissario prefettizio, quindi accettò la classificazione in 3ª urbana. Sono però informato che l'attuale Consiglio si opporrà, ricorrendo». Siamo lieti che quasi tutti i Comuni abbiano accettata la nuova classificazione. Speriamo che anche i pochi restii si persuadano che è vano lottare contro la legge e non è certamente onorevole per amministrazioni civili. Auguriamo che il lavoro che si è compiuto in provincia di Campobasso, serva di esempio a tutte le altre province, che hanno bisogno di rivedere la propria classificazione scolastica. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, La classificazione delle scuole nel Molise, in «I Diritti della Scuola», VI:25, Roma, 15 aprile 1905.
- Pietro Di Tanna
È "il personaggio". Colui che si distingue per personalità, aneddoti, spirito d'avventura. Negli anni ha saputo coniugare le ricette e i sapori dei paesi del mondo in cui ha lavorato con la tradizione gastronomica contadina tipica della sua terra di origine. Pietro Di Tanna, originario di Capracotta, è il proprietario di "Papok", ristorante raffinato e accogliente che dall'angolo tra largo Angelicum e la salita del Grillo si affaccia sul foro romano. Il nome "Papok" è il ricordo di un suono o il rimando al papocchio. La storia del nome "Papok" risale a venticinque anni fa quando il piatto forte di un ristorante a Liscia di Vacca, sulla Costa Smeralda, in Sardegna, che aveva per cliente l'Aga Khan, erano appunto le penne alla papok, condite con pesto, pomodorini e pinoli. «Ho deciso di riprendere quel nome, Papok, non tanto per la ricetta quanto per ricordare quel posto incantevole, quando la Sardegna era ancora una terra incontaminata e lontana da quel turismo di massa che oggi ne ha in parte violentato la natura» ci spiega Di Tanna. La storia del ristorante iniziata nel 1985 è passata attraverso tre location: la prima in via Teatina, la seconda in via Sora angolo via del Pellegrino (Campo dei Fiori) e l'ultima qui, con vista mozzafiato sul foro romano. La sua storia di chef inizia da bambino nelle cucine dell'ambasciata australiana, poi nelle case patrizie romane e qui il "sor Pietro" si siede per raccontarci che alla fine dell'Ottocento molti abruzzesi di Rosello e di Villa Santa Maria e molti molisani venivano a Roma per andare a lavorare nelle case dei "signori". C'è stata una migrazione di massa verso la Capitale alimentata anche dal passaparola. Un fenomeno che ha interessato generazioni e generazioni di molisani, spinti da motivazioni diverse (per necessità ieri, per scelta oggi), ma che ha avuto un'unica direzione: Roma. Anche Parigi e Antibes spiccano nella movimentata vita di sor Pietro. Sono gli anni Sessanta. Pietro s'invaghisce di una giovane ragazza francese, complice la romantica cornice di Capri, e la segue a Parigi. Gli anni sessanta sono anche gli anni in cui Di Tanno conosce Perrone, l'allora proprietario del Messaggero. Poi l'esperienza con la famiglia Michelin, fino al 1973, quando viene chiamato alla corte dell'ambasciatore italiano a Mosca. Anche di Mosca ha un aneddoto da raccontare. Era appena arrivato dopo un viaggio lungo tre giorni quando è stato fermato e arrestato per aver portato con sé gli strumenti del mestiere (coltelli e altri arnesi). Pur avendo girato il mondo, Di Tanna conserva ancora i tratti caratteriali tipici dei molisani. Apparentemente timido, si scioglie e si cimenta in piccole gag quando entrano ed escono i clienti dal ristorante. Sfodera un buon inglese, mastica un buon francese e con il giapponese se la cava concedendo un lungo inchino di ringraziamento ad una numerosa tavolata di turisti divertiti. Ma pur con una vena di internazionalità, sor Pietro conserva ancora un legame con Capracotta e la sua tradizione pastorale e così ogni tanto sulla tavola arriva la "Pezzata", a base di carne di pecora, quello che era il piatto d'emergenza dei pastori durante la transumanza tra le montagne dell'Alto Molise ed il tavoliere delle Puglie. Oggi tra i piatti forti: cavatelli con calamari e spinaci, orecchiette con vongole e funghi porcini, trofie con spinaci e pesce spada. Tra i secondi da provare: la pescatrice al forno con patate, olive e pomodorini. Anche se la sua specialità è il pesce, c'è anche la carne: filetto al lardo, carpaccio di manzo al parmigiano. Deliziosi i dolci della casa, dalla coreografica creme brulèe al sorbetto alla mela verde. Ma qual è il segreto del suo successo? «L'esperienza, – ci risponde – la mia cucina si è evoluta, è maturata grazie alla possibilità che ho avuto di girare». Una cucina molinternazionale? "Papok" è stato sulla salita del Grillo, al civico 6/b, fino al 2007. Ida Santilli Fonte: https://www.forchecaudine.com/, 30 maggio 2008.
- Girotondo molisano
Capracotta, 11 gennaio. Cade la neve abbondante su Capracotta. Era tempo. Quassù la neve sta ai nostri Monte Campo e Monte Capraro come l'edera sta al muro. Non stiamo forse a 1.500 metri sul livello del mare? E con la neve a Capracotta si affaccia spontaneo il problema del turismo invernale molisano. I vari enti e uomini responsabili in tali cose dovrebbero già avere per tali fini un piano di lavoro studiato nei dettagli a evitare certi fatti incresciosi anche di nostra conoscenza, verificatisi nel passato. È, per noi, questione di buona volontà e di organizzazione, condite almeno da un pizzico di entusiasmo. Sappiamo che il Molise è indietro rispetto ad altre regioni, limitrofe e non, sorelle e non sorelle. Già altre volte, su questo stesso foglio abbiamo messo in evidenza questo grave fatto di casa nostra e senza peli sulla lingua abbiamo mosso le nostre aspre accuse. Ma a nulla è valso. E ci siamo rivolti ai giovani, i quali soltanto, forse potranno fare cambiare faccia alla nostra regione, meritevole, copiosamente meritevole di attenzioni, di cure e anche di premure. Il problema del turismo invernale di Capracotta è problema molisano. Già lo abbiamo detto e scritto. Né ci stancheremo mai di ripeterlo. Torneremo ancora diffusamente su questo argomento. Per il momento la nostra attenzione è per l'amico Franco Ciampitti, Presidente del'Ente Provinciale per il Turismo e per l'E.N.A.L. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Girotondo molisano. Del turismo invernale e di qualche altra cosa, in «Momento-Sera», IX:10, Roma, 12 gennaio 1954.
- Lettera di un pastore capracottese alla fidanzata
Cara Fedàlma, mamma e tata ŝtieàne buóne, ecche sciòcca e ména viénde. La nève ŝta chiù déndre che fòre, z'è rutte l' vrìte e la porta z'è sfasciàta, la vòria sciùscia miéz'a re piéde. Rieàschie e pedemìa nen te l'appùre, pe' la forte tósce l'uócchie me fieàne lucecappèlle. Ajére eme ŝtùccate l' cude al pècra, a 'l casce c'endràte re sórge ch'è fatte ne pertùse e re viérvene fieàne a cazzuótte. Cara Fedàlma, nen dì niénde a nesciùne ca chésse sò tutte parole d'amóre! Gabriele Di Tella (a cura di Luciano Monaco e Michele Beniamino) Cara Fidalma, mamma e papà stanno bene, qui nevica e tira il vento. La neve sta più dentro che fuori, s'è rotto il vetro e la porta è sfasciata, la bora soffia tra i piedi. Pruriti ed epidemia nemmen te lo dico, per la forte tosse gli occhi vedono a intermittenza. Ieri abbiamo tagliato le code alle pecore, nel cacio è entrato un topo che ha fatto il buco e i vermi vi fanno a cazzotti. Cara Fidalma, non dir niente a nessuno ché queste son tutte parole d'amore. (trad. di Francesco Mendozzi)
- Capracotta: storia, arte e altre notizie
A 1.421 m.s.l.m. è il comune più alto degli Appennini, un centro agricolo e una stazione di turismo e sport dell'alto Molise sede dei campionati nazionali di sci di fondo, su una cresta rocciosa tra i monti Capraro e Campo e tra i bacini dei fiumi Sangro e Trigno. Dal paese si ha un bellissimo panorama sulla valle del Sangro, sulle Mainarde, sulla Maiella e sull'Adriatico. Sono caratteristiche le vie lastricate e le case in pietra. Anziani del paese, esperti scalpellini, hanno contribuito al restauro di un trullo sul monte Capraro. In località Fonte del Romito è stata trovata la tavola in bronzo detta Tavola Osca di Agnone, incisa sulle due facce da caratteri oschi e conservata al British Museum di Londra. Il borgo era già citato in documenti del 1040. Nell'XI e XII sec. fu un feudo dei Borrello; fu poi dei della Posta, dei Carafa, della famiglia d'Evoli (duchi di Castropignano), dei Cantelmo, dei Piscicello, nuovamente dei d'Evoli e dei de Riso. Grande importanza e ricchezza ebbe questo comune con la pastorizia. In particolare s'impose la chiesa della Madonna di Loreto protettrice dei viaggiatori, sorta con le offerte dei pastori e divenuta proprietaria di pecore. Alla costruzione, nel XV sec., i pastori fecero seguire offerte in natura, prevalentemente pecore, che resero presto la chiesa proprietaria di greggi, quindi "locata", iscritta nei registri della Dogana di Foggia come azienda armentizia, con un elevato numero di animali che nel 1794 aveva raggiunto le 15.557 unità ed era talmente ricca da poter svolgere attività creditizie per proprio conto. La chiesa è tuttora aperta al culto. Si trovano i resti di una torre e avanzi della cinta muraria medievale. La settecentesca parrocchiale di Santa Maria in Cielo Assunta, a tre navate, conserva un pregevole fonte battesimale in pietra scolpita, con preziosi intagli nella copertura lignea dorata del XIV-XV sec. e un organo del XVIII sec. riccamente intagliato; l'altare della navata centrale e la balaustra sono di marmo intarsiato. La torre campanaria in pietra a pianta quadrata è della fine del XVI sec. Patrono è san Sebastiano (13 luglio). Fiere avvenivano nel mese di luglio e l'8 settembre. Attualmente la tradizionale processione in onore della Madonna di Loreto, con la duplice processione dei cavalli vestiti, ha cadenza triennale e si svolge nei giorni 7, 8 e 9 settembre. Altra festa religiosa molto sentita era quella di sant'Antonio il 13 giugno. A quella data, infatti, il rientro di pastori e greggi dalla Puglia si riteneva completato; gli assenti erano considerati dispersi, come recitava il detto popolare: «A Sant'Antonio, chi n'è rmnut o z'è murt o z'è prdut» (A Sant'Antonio, chi non è tornato o è morto o si è perduto). La prima domenica di agosto di ogni anno si svolge inoltre la giornata dell'ospitalità. A Prato Gentile di Capracotta, una folla di vacanzieri si aggira incuriosita tra i paioli di rame che emanano un particolare e gradevole profumo dovuto agli aromi utilizzato per la cottura della "pezzata" che viene servita verso mezzogiorno, dopo, cioè, una lunga e attenta cottura a fuoco lento. Si tratta di pezzi di carne di pecora messi a cuocere come bollito nel paiolo con un dosaggio di aromi naturali che finiscono per trasmettere alla carne e al sughetto un sapore unico. La pezzata era una delle pietanze tipiche del mondo della transumanza; era possibile realizzarla solo al altitudine elevata, perché la carne di pecora nutrita con erba di alta montagna è ben diversa da quella di pecora che vive in pianura. Carlo Monti e Sandro Vannucci Fonte: C. Monti e S. Vannucci, Lungo i tratturi del Molise, De Agostini, Novara 1998.
- Il ceppo di Natale
La tormenta si placa. Un raggio di sole filtra, debole, fra le nuvole. Le gente esce di casa e guarda le candide creazioni di tre giorni di abbondanti nevicate e di bufera: i cumuli nevosi a picchi, frastagliati come creste, i muri delle case sopravvento imbiancati, i tetti stracarichi di neve con i comignoli imparruccati. Si spala davanti agli usci e alle finestre basse, sepolti nella neve. La gente cammina in fila indiana sulle piste battute dai primi che sono usciti e che hanno fatto da battistrada. La neve fresca cigola sotto le scarpe. È il pomeriggio della vigilia di Natale. Sentiamo aprire il portone giù, al piano terra. In paese l'uscio di casa non è sprangato e chiunque può entrare senza annunciarsi. Un passo pesante arranca con fatica su per le scale di legno. Apro la porta del pianerottolo per vedere chi sia e per far luce all'ignoto visitatore. È il vecchio compare Ciano che sale, chino sotto un grosso ciocco, che gli grava sulle spalle e che tiene abbrancato con una mano: un ciocco quasi più grosso di lui. Corriamo per aiutarlo, ma ormai è arrivato. È venuto dunque a farci visita il vecchio compare. Ci ha portato il ceppo, un bel ceppo. Chissà da dove proviene! Dopo il riposo forzato, imposto dalla tormenta, la gente va a far visita a parenti, amici e compari. E poi, oggi è la vigilia di Natale! La bufera doveva pure acquietarsi! Chi è, anzi chi era il compare Ciano? Era uno di quei rari uomini la cui immaginazione ti balza sempre davanti quando cerchi un modello per quei valori che sembrano contare sempre meno nella società moderna: l'umiltà, la pazienza, la tolleranza, l'operosità. Essergli stato amico è motivo di onore. "Ecco", mi dico qualche volta, "mi sarebbe piaciuto essere come compare Ciano, un uomo che alla vita chiedeva così poco: gli bastava un niente per vivere, meno di un cantuccio". Aveva fatto tanti mestieri: il contadino, il boscaiolo, il pastore, il carbonaio, il bracciante. Ne aveva ricavato lo stretto necessario per vivere. Il superfluo gli era di troppo: "E che te ne fai?", diceva. Ora che era diventato vecchio, accudiva a qualche lavoretto in casa e, quando poteva, nelle giornate buone, andava nel bosco a raccogliere le fascine per il fuoco. Il ciocco lo aveva raccolto durante una delle sue uscite. Nelle sere d'inverno se ne andava alla Società Pastori, un antico sodalizio, a scambiare qualche parola con gli amici. Di bassa statura, tozzo, pienotto, compare Ciano sembrava come insaccato nel dimesso abito di lana scuro, tessuto forse, chissà quando, nel telaio di casa. Ma il suo tratto buono, onesto, franco, gli conferiva al volto un aspetto simpatico e anche gradevole. Era sobrio, si è detto, e non solo nel mangiare e nel bere; era parco anche di parole: il necessario anche qui. La voce gli usciva come soffiata da un mantice: si vede che faceva fatica. Nella mia famiglia compare Ciano era di casa. Eravamo legati da una vecchia comparizia, di cui ignoro la genesi, e le comparizie paesane, si sa, si rispettavano e ancora si rispettano. Torniamo al racconto della Vigilia. Aiutammo il vecchio compare a scaricarsi di dosso il pesante fardello e, nel far ciò, lo rimproveravamo calorosamente ma con tono affettuoso: – Compare, come hai potuto pensare di fare una cosa simile? Venire con un siffatto peso addosso dall'altra parte del paese, con la neve a terra e le piste fresche non ancora battute? Premurosi, lo facemmo accomodare vicino al camino, sbraciammo e avvicinammo la brace perché si scaldasse. Ancora ansante, il vecchio trasse dalla tasca della giacca un grosso fazzoletto a quadri rossi e blu e cominciò ad asciugarsi il sudore che gl'imperlava la fronte. – Compare, potevi darci almeno una voce da sotto al portone! –, riprendemmo, – saremmo corse a darti una mano! La scala è buia e mezza scassata! Il compare, ripreso fiato, ripose il fazzolettone e rispose, evadendo le nostre richieste: – Eh, l'ho tenuto per voi, questo ciocco: ci tenevo proprio a portarvelo per Natale. – Ma, compare, non sei più un giovanotto! Hai bisogno di riguardarti! – Beh, fintanto che si può...! La conversazione procedeva pacata e cordiale. Ciano accettò un bicchiere di vino e prese a sorseggiarlo, posando il bicchiere, dopo ogni sorsata, sulla mensola del camino: non volle altro. Ci aiutò a collocare il grosso ceppo sul focolare. – Ecco, così, davanti la parte più grossa, la testa –, disse, – si deve prima asciugare bene dentro. Discorrendo discorrendo, non so come, venne a galla il fatto, a tutti noto nel paese, del lupo e della polenta, che ha dato origine al nome della via dove lui abitava, "il Cotturello". È il vicolo più esposto alla bora; il sole d'inverno, non vi penetra mai: un budello di ghiaccio. Qualcuno di noi gli chiese, ora che la conversazione si era fatta morbida, pastosa, se il fatto era avvenuto ai tempi di suo padre. – No –, rispose, – ai tempi di mio nonno. – E che cosa raccontava tuo nonno a riguardo? Ciano cominciò così a narrare la storia: del lupo e della polenta; storia arcinota, ma che in bocca lui, assumeva una colorazione particolare, calda e carezzevole, per cui i personaggi, e lo stesso lupo, sembravano gente di casa. – Doveva essere una sera come questa, con tanta neve, quando i lupi non trovano niente da mangiare e si spingono allora fine allora fino alle prime case. Una donna che abitava nel vicolo, proprio di fianco a noi, fece una bella polenta e, prima di scodellarla, prese il caldaio, il cotturello, e lo posò sulla soglia di casa perché si raffreddasse un po'. Quando va per riprenderlo, non lo trova più. Lì per lì non sa cosa pensare. Ma il marmocchietto, un nipotino, che le s'era attaccato alla gonna, come fanno tutti i bimbi quando batte la fiacchetta, scorge, come in un lampo, un lupo in fondo al vicolo, che corre col caldaio attaccato al collo per il manico. Il bimbo scoppia a piangere e fa segno con la mano, indicando il fondo. Piange non per paura del lupo, ma per la polenta che se va. Era successo proprio questo: un lupo, che vagava nelle vicinanze dell'abitato, spinto dalla fame e attirato dall'odore, si era avvicinato al caldaio e, visto che c'era qualcosa dentro, s'era messo a lappare l'inusitato pasto. Disturbato sul più bello, se l'era filato, portandosi, attaccato al collo, il caldaio, il cosiddetto cotturello (da "cottura"), con la polenta ancora fumante. A primavera, dopo lo scioglimento delle nevi, il cotturello fu ritrovato a valle, sotto il bosco. Da allora il vicolo dove abitava Ciano si chiama "il Cotturello". – Oggi –, concluse il vecchio compare, – di lupi, nei boschi del paese, neppure più l'ombra. È finito il tempo dei lupi e dei fatti. Si trattenne ancora un poco; poi ci scambiamo gli auguri, e se ne andò, contento del dono fattoci. Il ceppo arse allegro tutta la notte di Natale. La mattina dopo ardeva ancora. Al suo calore e alla sua fiamma noi ci scaldammo anche interiormente. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, Capracotta 2016.
- Il racconto di un legionario
Cremona, 31 dicembre. Nuove rivelazioni sulle condizioni di vita delle popolazioni nell'Italia invasa dagli alleati, vengono riferite da "Regime Fascista" di stamane da un legionario fuggito una decina di giorni fa dall'Italia meridionale, attraverso il massiccio della Maiella. Il legionario Gino Mainardi, già segretario politico di Castelmorano, volontario in Libia e in Africa Orientale e combattente in Jugoslavia e in Sicilia, si trovava il 10 settembre a Rogliano, sulla linea Catanzaro-Cosenza, allorché venne preso perché fascista e inviato a Taranto, dove fu messo in un piccolo campo di concentramento insieme ad altri quaranta camerati. Due primi tentativi di fuga furono senza successo, perché il Mainardi venne ripreso dalla polizia e portato al Distretto. Quivi regnava il più spaventoso disordine. All'arrivo degli invasori tutti gli uomini validi e non validi si erano dovuti presentare entro le 48 ore pena la fucilazione o la deportazione. Le classi dal 1912 al 1924 sono state chiamate alle armi e gli uomini inviati a Bari, dove avveniva il concentramento generale. Ma gli ufficiali erano abbandonati a se stessi, i soldati senza vitto, senza alloggio, senza scarpe e senza divise. I pochi coscritti che risposero alla chiamata si videro adibiti alla riparazione delle strade e a rifar i ponti, e trattati in un modo così bestiale che la maggior parte di essi si diede alla macchia. Da allora le chiamate rimasero senza eco. A Morrone del Sannio un parroco ottantaquattrenne ospitava per otto giorni tutti i militari fuggiaschi. Egli raccontò che gli inglesi avevano grandi compagnie di varietà e che, quando non trovavano locali adatti, requisivano le chiese, come era appunto successo a lui, che dalla chiesetta era riuscito a portar via appena in tempo i dipinti e gli arredi sacri prima che ne prendessero possesso le orchestre di jazz e le girls. In quella località erano accantonate truppe canadesi, che non dissimulavano di odiare gli inglesi e di essere arcistufi di una guerra di cui non vedono assolutamente l'utilità per il loro Paese. Anche le truppe indigene si manifestano molto stanche, perché gli inglesi le mandano sempre in prima linea, a sferrare i primi assalti. La terza volta il legionario riuscì a passare attraverso le linee opposte. Il 18 dicembre era a Capracotta, il 19 sulle pendici meridionali della Maiella, ed il 20 raggiungeva gli avamposti tedeschi. Le condizioni della popolazione nei territori occupati, ha riferito il Mainardi, sono terribili. Siccome le truppe di occupazione sono pagate lautamente, e vaste sono le requisizioni di generi alimentari, i prezzi son saliti ad altezze paurose. Un litro di vino si paga 100 lire, il grano nelle provincie di Avellino e di Napoli è a 6.000 lire il quintale, il pane di contrabbando costa 120 lire il chilo, ed è spesso indispensabile ricorrervi, perché la razione di rado supera i 50 grammi giornalieri. Nulla si importa per i bisogni della popolazione civile. Mancano totalmente fiammiferi, tabacchi, sale, che non si ottengono nemmeno ai prezzi più esosi. Si fanno indumenti con le lenzuola tinte. Nessuna linea di trasporto funziona se non per i militari occupanti. Sono stati riattivati solo le strade, i ponti e le ferrovie di interesse bellico, sicché intere plaghe sono tagliate fuori dal mondo e abbandonate nella loro miseria. Le scuole sono tutte chiuse, la posta non funziona, sussidi e pensioni sono totalmente sospesi. Bimbi vengono inviati nell'Unione sovietica, uomini e donne arruolati per i campi di lavoro dell'Africa Settentrionale e dell'America. Tutti deprecano l'orrendo modo di combattere degli anglo-americani, che sono capaci di cannoneggiare e bombardare per giorni e giorni un povero villaggio già evacuato dai tedeschi, pur di non rischiare di incontrarne qualcuno. Fonte: Il racconto di un legionario fuggito attraverso la Maiella, in «Corriere della Sera», Milano, 31 dicembre 1943.
- Il lamentoso
Stabilito che Pattaya non è il paradiso, mi sfugge la motivazione per cui qualcuno torni o permanga in un luogo che non apprezza con tutti i posti che ci sono al mondo. Vi sono più persone che si lamentano di Pattaya. Per sintesi dividiamoli così: L'illuso Kiniau Neofita della Thai, non necessariamente a Pattaya, molto malinformato soprattutto dei costi, si lamenta perché era convinto che qui si spendesse ancora meno di quanto costi effettivamente. È inesorabile... Barboni "go home" assieme ai barboni che lo avevano consigliato. Si consiglia gita domenicale a Capracotta con panini di frittata al seguito o weekend al mare con pernottamento sui sedili dell'auto (aumenti della benzina permettendo). Il Seriale Turista di lunga militanza, si lamenta dei prezzi delle ragazze del cibo e quant'altro. Valuta mete alternative a Pattaya in Thai o paesi limitrofi e non manca di recarvisi. Casualmente qualche giorno a Pattaya però lo fa sempre ad inizio e/o termine delle ferie e passa tutto il tempo a informarvi che altrove è molto meglio di qui, anche se entrando nello specifico le sue spiegazioni sono quantomeno discutibili. Ma se altrove è tanto meglio perché diavolo ci torni a Pattaya? Il Romantico deluso È colui già romantico e/o sponsor, comunque innamorato di una ragazza thai, abbia ricevuto un cocente quanto prevedibile (per chiunque ma non evidentemente per lui) smacco da una precedente storia d'amore, per dedicarsi alla quale aveva abbandonato l'iniziale ruolo del puttaniere. Solitamente si ritiene truffato per aver speso soldi e regalato case, oro ed auto a qualcuna che evidentemente non amava (solo) lui. Non perde tempo a mettervi in guardia sulla pericolosità di relazionarsi con le thai incurante del fatto che a voi interessi poco o niente fidanzarsi con chichessia. È soprattutto deluso non tanto di aver perso la donna amata ma per non aver portato a termine la missione che si prefiggeva, ovvero quella del Redentore di Troia. Spesso ritenta con analoghi risultati con una girl successiva. Il Nostalgico Vive di ricordi. Che di per sé può essere anche divertente, se non esagerasse nel dire che una volta era tutto meglio, tutto più genuino e spontaneo (soprattutto che una volta costasse meno... che facciamo prima). Il nostalgico potrebbe anche avere le sue ragioni, ma non valuta quasi mai due aspetti fondamentali, il progresso e l'evoluzione della società thailandese e mondiale e soprattutto l'inesorabile trascorrere del tempo del proprio orologio biologico. È tipico dell uomo rimpiangere i giorni trascorsi quando non si sanno più cogliere quelli che verranno. E per quanto riguarda gli aspetti prettamente economici perde spesso di vista i valori dell'euro o della lira riferiti ai poteri di acquisto reali delle epoche e dei secoli precedenti. Tutti i lamentosi proseguono l'opera via internet ovunque sia possibile, monotematici a dimostrazione che nel bene o nel male hanno solo Pattaya nel cervello. La cosa paradossale che le lamentele siano per motivi spesso antitetici. Ci sono quelli che si lamentano che le donne scarseggiano di numero e di disponibilità, altri che criticano che ce ne sono troppe e siano troppo diciamo esplicite ad offrirsi. Il mondo è bello perché è avariato. Che dire? I lamentosi non sono mai troppo divertenti. Ognuno ha diritto sacrosanto ad avere proprie opinioni, ma non di stressare il prossimo oltre il limite della tollerabilità. Non Pattaya ma tutta la vita si può affrontare in due modi: illudersi di cambiarla a proprio piacimento; adattarsi e coglierne gli aspetti positivi. Io sono del secondo avviso. Qualora troppi aspetti positivi in questo caso vengano meno, basta prendere un aereo per altre destinazioni, non è nemmeno troppo difficile. Mica è un ospedale o una prigione... Mario Germano Fonte: http://www.monellipattaya.com/.
- La zia smemorata
Spesso e volentieri, complice sicuramente la difficoltà nel reperirli, alcuni film che hanno goduto di un discreto successo all'epoca loro vengon quasi dimenticati, per non dire taciuti, dagli attenti compilatori dei dizionari cinematografici dei giorni nostri. Volendo andare alla ricerca de "La zia smemorata", una pellicola del 1940 diretta da Ladislao Vajda e sceneggiata da Andy di Robilant, su un affidabile compendio come il Morandini, ci si accorge ben presto che non solo il film non è recensito ma addirittura non figura nemmeno tra i lungometraggi realizzati in quell'anno. Una nemesi davvero un po' esagerata per una commediola godibile e non priva di arguzie di genere. La storia è quella tipica della commedia degli equivoci: ci sono due amici, l'avvocato Alberto Moretti (Carlo Campanini) e l'ingegnere Paolo Ravelli (Osvaldo Valenti) che hanno l'abitudine di innamorarsi delle stesse donne. Ma Alberto è da poco fidanzato con Maria Giusti (Nelly Corradi), una ragazza graziosa e posata che ha una zia "picchiatella" (Dina Galli) - uno dei titoli che si volevano dare al film, in prima istanza, era proprio "La zia picchiatella" -, la quale dimentica tutto, o fa mostra di dimenticare tutto, e ingarbuglia situazioni apparentemente semplicissime. Ravelli se ne va a Santa Maura, tra le «montagne d'Abruzzo» (difficile non pensare, qui, alla Capracotta del futuro Conte Max con Sordi e De Sica), a passare qualche giorno di vacanza agostana: nel rifugio si ritrova insieme ad una donna (Alanova) che, per sfuggire ai gendarmi che la inseguono, gli dichiara di essere Maria Giusti, la fidanzata del suo migliore amico (che lui non ha ancora mai vista). Al ritorno a Tivoli, Ravelli va a cercare la fidanzata dell'amico asserendo di esser stato in montagna con lei, scatenando le gelosie del povero Alberto che trascina tutti in un viaggio in treno alla ricerca della misteriosa donna che si è spacciata per la sua fidanzata. Il viaggio terminerà, tra un equivoco ed un gesto galante, in un hotel di lusso di Rimini dove la bella ballerina ricercata è scritturata come danzatrice e dove, grazie ad un forzoso viaggio insieme, Maria scoprirà di preferire il fascinoso e generoso Paolo al sospettoso e pedante Alberto. Si diceva della zia smemorata: come si evince bene dal titolo, è lei il fulcro ed il perno di questa leggera commedia che si basa quasi del tutto sulle prove di attori come la Galli, appunto, ma anche Campanini e, soprattutto, Osvaldo Valenti. È Valenti infatti, sulle prime, a catturare l'attenzione del pubblico: attore a quell'epoca in lieve declino, aveva furoreggiato tra le spettatrici degli anni '30 per il suo charme e i suoi modi spigliati e accattivanti. Se questa zia smemorata non fa che dimenticare le cose («Maria? E dov'è andata Maria? Come, a Firenze da nonna Orsolina? E io che ero sicura di aver assistito al funerale, di nonna Orsolina»...), vien subito chiarito che spesso lo fa di proposito, già presaga della cattiva sintonia tra Maria e Alberto, in questo apparentabile a svariati personaggi femminili austeniani che dedicano la loro vita di zitelle all'arte del perfetto match-making. Valenti non è mai eccessivo, pur considerata la vita di eccessi che conduceva, ed anzi restituisce un'interpretazione pienamente riuscita, anche se spesso tinta di una certa malizia dovuta a quella sua naturale espressione talvolta un po' luciferina. Il quid di mistero lo introduce Alanova, al secolo Alice Allan, già ballerina di Diaghilev imprestata al cinema e scritturata dal marito produttore e sceneggiatore Andy di Robilant. Sebbene le scene di balletto siano forse un poco risibili, alla luce degli standard di oggi, resta il fatto che Alanova compie bene la missione affidatale di introdurre nel film un pizzico di esotismo che ben si addice al suo personaggio di donna misteriosa e in fuga (e del resto, un anno dopo sarà Surama ne "Le due tigri" di Simonelli). Il vero punto forte del film, tuttavia, è la sceneggiatura. Carica di battute spesso brillanti, come ci si aspetta dal genere, non disdegna riferimenti dotti: da un lato, una allusione alla libbra di carne del Mercante di Venezia, da un altro, un più prosaico richiamo al cinema d'allora con una frase che sembra presa di peso da Rebecca di Hitchcock, segno che anche nell'Italia fascista i film stranieri, qualcuno, li guardava. Ma il pregio più inaspettato e forse più appagante per lo spettatore moderno riguarda proprio il contesto di riferimento della pellicola: film di regime, perché altrimenti non poteva essere, all'osservatore acuto non sfuggirà che si tratta al medesimo tempo di un film contro il regime che utilizza ironia e amnesia come antidoti alla stolida ottusità governativa. I due gendarmi alla ricerca della bella Alanova sono i personaggi più insulsi del film, persino più insulsi del cameriere del rifugio montano Taddeo che ripete sempre e solo questa frase: «Benvenuti, questo è un posto bellissimo, molto pittoresco, un vero angolo di paradiso». I due gendarmi vengon presi in giro da tutti, in un modo o nell'altro: da Taddeo, apppunto, che li accoglie al rifugio con la frase che riserva ai turisti; dalla ballerina che riesce a gabbarli e a fuggire; da Valenti che li canzona per tutto il film (e anche nella vita, Valenti, problemi colle autorità fasciste li aveva avuti, pur finendo poi fucilato dai Partigiani nel '45). "Venga Lei, non son tempi di inscenare false identità, questi", dice uno dei poliziotti alla bella Alanova e tanto basta per ricordarci che l'Italietta delle mille lire al mese sta solo nei film e che siamo già in tempo di guerra, quantunque il cinema cerchi di farcelo dimenticare. La chiusura finale è degna di Billy Wilder, regista con cui Vajda aveva cominciato a lavorare in Ungheria, quando era alle prime armi: scoperto che Maria ama ora Paolo, il "povero" Alberto se ne va sconsolato dicendo: «Per me, le donne, sono un capitolo chiuso», salvo poi aprire la porta della stanza ed essere letteralmente assalito da una torma di bionde romagnole che lo hanno scambiato per un produttore del cinema e vogliono da lui una parte in un film. Guia Soncini Fonte: https://www.linkiesta.it/, 25 agosto 2013.
- Franco Ciampitti
Giambattista Faralli, Franco Ciampitti, Marinelli, Isernia 1998. Dice bene Sebastiano Martelli nella prefazione: «Con questo saggio Giambattista Faralli assolve un debito non solo suo ma della comunità molisana nei confronti di un protagonista della vita culturale e civile». Molto garbatamente, Martelli sorvola su un debito più particolare, e forse ancora più difficile da pagare: quello di sottrarre Franco Ciampitti alla retorica del tratturo, del fiume verde, delle pecore, del formaggio, che soffoca ormai da un trentennio Ciampitti come una specie di abbraccio mortale: una stretta che tanto più si rinsalda, quando si accompagna alla retorica ecologista più sbrindellata. Che Ciampitti non sia autore limitabile alla mitologia dei tratturi lo viene appunto a dimostrare, nella maniera più ampia e metodica, il lavoro che Faralli ha condotto sulla sua opera. Lavoro che, anzi, si spinge molto oltre, tentando di aprire qualche crepa nella massiccia zona di silenzio e di mistero che Ciampitti ha posto fra sé e la sua produzione letteraria: un qualcosa di sommamente trattenuto, che si riverbera ora in certe sospensioni del racconto, ora in certi blocchi, certe confusioni, appena percettibili, dell'enorme lavorio mentale che si intravede dietro ogni opera di Ciampitti, dietro la scrittura apparentemente pulita e lineare, a sopperire ad una povertà fantastica così evidente, sin dalla trama fotoromanzesca di lavori come Cerchi o Novantesimo minuto, come Faralli denuncia con una schiettezza a volte anche troppo pronunciata. Altrettanto evidente è che Ciampitti trovasse nel racconto breve la sua cifra essenziale, con un timbro ulteriormente affinato nella parte estrema della sua produzione, i racconti del Grande viaggio, fino a sublimarsi nella storia che dà il titolo alla raccolta: un vero piccolo capolavoro, dedicato al mito che aveva trovato nella Steppa di Cechov (storia di un viaggio) una delle sue migliori incarnazioni. E il grande respiro dell'opera di Cechov sembra tutto addensato nel breve racconto di Ciampitti, i tremori del piccolo Egoruska nello sbalordimento, le paure, le curiosità del citro molisano che viene portato per il "regno delle foreste e delle nevi" che separa Isernia da Capracotta. Piccola steppa molisana, per nulla ridimensionata, nei ricordi di Ciampitti, dalle impressionanti distese della Lapponia che aveva lungamente visitato, lasciandovi tracce egregie, rilevate da un testimone della statura di Indro Montanelli. Sono tutti racconti, quelli del Grande viaggio, condotti "con una modestia, una semplicità di mezzi linguistici, una naturalezza espressiva" che rivelano nel suo approdo ultimo "lo smaliziato inventore di romanzi sportivi, psicologici o sociali". Una parabola, comune a molti grandi scrittori, teorizzata da Borges nell'introduzione ad una sua altrettanto tarda raccolta di racconti, scritti, a suo dire, ad imitazione di quei "laconici capolavori" che erano i primi racconti di Kipling. Qualche volta ho pensato – spiegava Borges – che ciò che ha concepito e eseguito un ragazzo geniale, possa essere imitato senza immodestia da un uomo sulla soglia della vecchiaia, che conosce il mestiere [...]. Ho tentato, non so con quale fortuna, di comporre dei racconti lineari. Non oso affermare che siano semplici; non c'è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l'universo, il cui noto attributo è la complessità. Sono parole che aderiscono bene all'arte di Ciampitti. La sua "naturalezza" di scrittore è una caratteristica assai ben specificata da Faralli, in conformità con un concetto leopardiano cui la dichiarazione poetica di Borges non è certamente estranea: tutt'altro che come condizione "primigenia", non ancora inquinata, cioè, dalla pratica letteraria, quella naturalezza è intesa come "faticosa conquista", "punto d'arrivo" dello scrittore. Perché nella "naturalezza" "leopardiana il mestiere, e questo vale per il Ciampitti de Il grande viaggio, è tutto". Cechov, Kipling, Borges: evocazioni azzardate, potrebbe darsi, ma sarà più opportuno riparlarne, per esempio, dopo un'accurata ristampa dei racconti del Grande viaggio, dell'ellittico La vigna, dell'enigmatico Bambole, dedicato da Ciampitti "alla sorella Dadà" [Ada], cattiva e bella: testo che fa pensare a quale altro scrittore sarebbe diventato, Ciampitti, se avesse voluto sacrificarsi in quella forma di vitreo, allusivo, sintetico sperimentalismo. Altri racconti sono tuttora dispersi in riviste (Venatoria, Ciclismo d'Italia, Motonautica) che oggi suonano così improbabili e lontane. Inevitabile è pure il raffronto con Giose Rimanelli, proposto con tratti assai teneri da Faralli, per l'epoca in cui egli si trovava nella complicatissima posizione mediana fra due personalità così potenti e così ombrose. Poca roba dentro, e molta fuori, nel primo; ritegno, pudore, monacali reticenze, in Franco Ciampitti, che fa pronunciare ad Angelo, il garzone che studia da massaro, nel Tratturo, il precetto morale cui aveva informato la sua carriera letteraria: "Un vero uomo non deve scoprire agli altri come è fatto dentro". Eppure, quando si andranno a tirare le somme, a mettere sui piatti della bilancia i pesi portati dall'uno e dall'altro, fra i due scrittori, si vedrà quanto sia più sorprendente scavare nello scrittore Ciampitti, inseguirne, nell'opera, certe pieghe segrete, scovare le piccole crepe di un granitico sistema difensivo e fissarvi lo sguardo, per rubare qualche piccolo squarcio di un interno che si indovina profondissimo, e per niente tranquillo. L'atmosfera decadente e anche parecchio maledetta in Rimanelli, diciamo da Graffiti in avanti, appare ricreata a bella posta, come bacilli delle peggiori malattie riprodotti in laboratorio, tra fiale, alambicchi, siringhe, microscopi, coloratissimi vapori chimici, e con molta cautela, per il timore di infettarsi veramente. Gli abissi sono sempre in edizione ridotta, mai troppo terrificanti. E anche la straripante fioritura dei sentimenti, fra baci, abbracci, addii interminabili e continuamente rinnovati, con uno spirito sempre un po' tendente alla piagnoneria, ricorda la lussureggiante flora tropicale riprodotta negli orti botanici, quando non nella plastica di certi salottini borghesi di qualche anno fa. In Ciampitti si intuisce una specie di magma pietrificato, come gli enormi blocchi neri che stanno alla base di certi templi, in oriente. Sotto di essi, appoggiato l'orecchio alla superficie, si avverte un remoto, possente ribollire, che nulla sembra avere a che fare con la storia, pure vivissima, vicina, seria, alla quale Ciampitti rimanda con la sua stessa persona: lo zio Nicola Falconi, statuario deputato, poi senatore, perfetta illustrazione delle presenze molisane in parlamento, così massicce e decorative, e così inutili; il padre Giovanni, anticipatore piuttosto misero, all'epoca della sua militanza nel partito popolare molisano, dei bizantinismi, degli acrobatismi dialettici e di tutta la moderna contorta terminologia della sfiducia costruttiva, della non-sfiducia, delle convergenze parallele, degli equilibri più avanzati, tramandata come moroteismo, poi costruttore e fra i primi colossi della DC molisana dell'epoca recente. Del tutto assenti da questa storia, come già osservava il prof. Colapietra, sono le vicende "democristiane" dello stesso Franco Ciampitti, che di quella DC popolata di cannibali fu tra le vittime più illustri, quando ebbe la cattiva idea di candidarsi al Senato. Evento amaro, certamente, ma il rombo di cui arriva solo qualche lontana eco, nell'opera di Ciampitti, sembra avere radici diverse, assai più calate nel ventre della terra, e ricoperte da una crosta imperforabile. Solo Faralli, unendo la sua incisiva strumentazione critica alla familiarità personale, e a una profonda conoscenza del quadro storico e ambientale che fa da sfondo, poteva cominciare a saggiare, a scandagliare, arrivando ai primi, importanti risultati: il tormento del dubbio, l'incertezza e la malattia del vivere, mista in Ciampitti a certe pulsioni segrete, con i relativi contrasti, fra la potenza dell'urto e la rigorosa imposizione etica della loro assoluta inconfessabilità. La faccia di Ciampitti più offerta alla luce del sole, "il modello personale di eticità più o meno eroica, più o meno misticheggiante", pure con le sue ossessioni, troverà la sua risoluzione ultima in quella stupenda immagine di decadenza, di fine, che è la figura del massaro Cola, con il suo dramma individuale, "ultimo scacco di un'esistenza personale che nel tempo ha perso il suo valore, e di una "storia" collettiva che precipita". Rimane da augurarsi che questo lavoro di Faralli riporti all'attenzione anche l'eccellente saggio che su Ciampitti scrisse Giuseppe Caroselli, il quale completa con quel tocco di calore, di umana sensibilità, di simpatia, ciò che in Faralli è rigore di lettura, dissezione a volte impietosa, per quanto affettuosissima e sempre rivolta all'accertamento della reale dimensione letteraria di quello che si può considerare senza ombra di retorica un autentico patrimonio regionale, e di quelli più preziosi, da tramandare. L'opera di Ciampitti, fra gli scrittori molisani degli ultimi decenni, diciamo dopo Francesco Jovine, è forse una delle poche in grado di resistere, uscendone caso mai innalzate, ad operazioni di scavo così rigorose, condotte così in profondità, così filologicamente fondate, avendo di fronte i testi, e non le memorie, le particolarità sentimentali, a volte le finzioni umanitarie, spesso vicine alla pietà. Quelle cose, per essere prosaici, vanno bene con gli scrittori scarsi; o con certi poeti per i quali, a voler sollevare qualcuna delle pietre lisce, asciutte, regolari, di cui è lastricata la loro carriera letteraria, si corre il rischio di vederne sprizzare un nugolo di vipere aggrovigliate, tra getti verdi di veleno, e sibili paurosi. Gli scrittori bravi e intelligenti, e buoni, come Ciampitti, non temono le perquisizioni più meticolose, tanto più quando le svolgono persone accorte, e altrettanto brave e intelligenti, e buone, come Giambattista Faralli. Michele Tuono Fonte: http://xoomer.virgilio.it/francafe/, 1998.
- L'industria estiva del forestiere
Dal 1904 fiorisce in Capracotta l'industria estiva del forestiere: il quale, nei mesi canicolari, non solo trova sull'alta montagna un'aria pura e saluberrima, ma alberghi comodi se non eleganti, genuinità di generi alimentari, ed un buon mercato relativo e certo inconsueto nelle grandi e pretenziose stazioni climatiche. Siffatte condizioni, concrete ed innegabili, rendono simpaticamente frequenti i tre alberghi Cimalte, Montecampo, e Vittoria, costruiti di pianta con ardita iniziativa ed atti ad appagare le esigenze non eccessive dei frequentatori appartenenti alla media ed alta borghesia. Il movimento dei forestieri nei mesi specialmente di luglio e agosto è in continuo crescendo di anno in anno, e fa bene sperare della prosperità dell'industria. Il panorama che si gode da Capracotta e dalla vetta del Monte Campo non si descrive: occorre gustarlo, occorre deliziarsene. Chi ha avuto la ventura di ammirarlo - non è esagerazione - non lo dimentica più, e prova talora un desiderio nostalgico di tornare lassù... Giambattista Masciotta Fonte: G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952.
























