LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Tracce domenicane a Capracotta
La storia che mi appresto a raccontare prende le mosse da Roma, precisamente dalla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, una grande chiesa gotica edificata dai domenicani che nel 1557 aveva acquistato il titolo cardinalizio e nel 1566, su volere di papa Pio V, era stata eretta a basilica minore. Nel 1583 l'inquisitore Tommaso Zobbio da Brescia, già vicario dell'intero Ordo fratrum prædicatorum domenicano, fu nominato commissario della universale inquisizione nonché Maestro del Sacro palazzo apostolico, una carica - storicamente affidata dai pontefici a un religioso dell'ordine dei predicatori - che indicava la funzione di reggente della facoltà di Teologia, facoltà che probabilmente aveva sede tra le mura del Convento di piazza della Minerva. Fu proprio frate Zobbio, il 16 aprile 1583, a scrivere «manu propria» la bella pergamena conservata nell'archivio parrocchiale di Capracotta e che potete ammirare in fotografia. Si tratta fondamentalmente di una licentia (concessione) emessa dall'Ordine dei frati domenicani di Roma in favore della Confraternita del S. Rosario di Capracotta, una delle sei congreghe presenti allora nel tessuto civile e religioso della cittadina altomolisana. Ogni confraternita - sarebbe meglio dire "pia associazione laicale" - aveva amministrazione, gerarchia e insegne proprie, bensì, dopo gli olocausti documentali del 1867 e del 1943, non ci è dato oggi sapere chi fossero i fondatori, quali gli intenti o i colori della Confraternita del Rosario. Sorge spontaneo chiedersi cosa c'entri san Domenico con l'orazione del rosario; e in particolare, che rapporti esistevano tra l'Ordo fratrum prædicatorum e la congrega di Capracotta? Nel 1212 Domenico di Guzmán, durante la permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Madonna con la conseguente consegna di una corona di rosario da utilizzare come arma per combattere l'eresia albigese senza spargimenti di sangue. Dopo questa apparizione san Domenico divenne ancor più uno strenuo difensore del rosario allorché, intento a predicare in Spagna, venne rapito dai pirati. La notte del 25 marzo 1214, festa dell'Annunciazione di Maria, una tempesta rischiò di far naufragare la nave su cui era costretto coi bucanieri, finché la Beata Vergine gli comunicò che l'unica salvezza per l'intero equipaggio era di affidarsi alla sua Casa: essi accettarono e il mare si calmò. Paradossalmente, stando a questa leggenda, furono i pirati i primi membri della confraternita di san Domenico. Nel tentativo di riallacciarmi alla ricerca sulla congrega capracottese, appare evidente che una confraternita dedita alla recitazione del rosario, al fine di ottenere benefici e prerogative di qualunque tipo, ne avrebbe dovuto chiedere il permesso agli alti papaveri dell'Ordo fratrum prædicatorum. Nella pergamena oggetto del mio studio vengono infatti concessi vari privilegi alla confraternita di Capracotta, evidentemente richiesti in una precedente missiva. Il primo, e forse il più importante, stava nell'erezione di una cappella e di un altare «sub dicto titulo beatæ Mariæ de Rosario» sia all'interno della Chiesa Madre che della Cappella della Madonna di Loreto - «in Altari sanctæ Mariæ de Laureto» - per interposizione del magister Giulio Nelli da Pistoia, frate minore che evidentemente operava a Capracotta e che, dopo una turbolenta esperienza in Francia, diventerà nel 1590 guardiano del convento di S. Francesco di Siena. Inoltre, ai confratelli capracottesi «utriusque sexus» di quella congrega venivano confermate le grazie, i privilegi e le indulgenze dei fratelli dell'ordine domenicano. La licentia manoscritta prevedeva pure l'istituzione della festa del Rosario, da celebrare la prima domenica d'ottobre, in vista della quale erano fortemente richieste, per decreto di papa Gregorio XIII, opere d'indulgenza - «gratiarum actionem præteritæ» - per commemorare «Victoriæ contra Turcas» con tutte le liturgie e i riti del caso nell'intero mese. Al contempo, veniva proibita la pittura di un'immagine di san Domenico, procrastinando la decisione a quindici anni dopo, in quanto l'iconografia del Santo doveva essere sottoposta a scrupolosa «recognitione». Infine, frate Tommaso Zobbio dispose che oqniqualvolta un domenicano si fosse trovato a Capracotta o all'interno delle sue chiese - «quandocunque contigerit Fratres nostros intus vel extra dictam Terram Capræ Coctæ Ecclesiam» -, gli si sarebbero dovuti riconoscere i privilegi e le indulgenze verso il nuovo altare e la nuova cappella che la dichiarazione stessa stava ora concedendo all'associazione laicale di Capracotta. Ad oggi di san Domenico di Guzmán e dei predicatori domenicani pare non esser sopravvissuto nulla a Capracotta e quasi nulla in Alto Molise: la maggior parte delle tracce domenicane si riferiscono a san Domenico di Sora, che molto operò sull'Appennino abruzzese. A partire dal 1854, la Confraternita del S. Rosario - che molti secoli fa edificò probabilmente la prima Chiesa Madre e il Santuario della Madonna di Loreto fuori le mura - smise di comparire persino sui documenti d'archivio. Tuttavia, nella Chiesa di S. Antonio di Padova v'è un altare dedicato alla Madonna del Rosario, altresì nota col nome di Beata Vergine del Rosario di Pompei: è forse questo lo scolorito ultimo ricordo della nobile associazione capracottese. Tutto il resto è stato cancellato dalle stratificazioni della historia. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; U. Dovere, Chiesa e denaro tra Cinquecento e Seicento. Possesso, uso, immagine, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004; W. A. Hinnebusch, I domenicani. Breve storia dell'Ordine, Ed. Paoline, Milano 1992; J. Lafon, L'année dominicaine, ou Les vies des saints, des bienheureux, des martyrs, et des autres personnes illustres, ou recommandables par leur pieté, de l'un et l'autre sexe, Morgan, Amiens 1716; B. Longo, Storia del Santuario di Pompei dedicato alla Vergine SS. del Rosario, vol. I, Longo, Valle di Pompei 1890; V. Lusini, Storia della Basilica di S. Francesco in Siena, S. Bernardino, Siena 1894; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, vol. XI, Tip. Emiliana, Venezia 1846; G. Palmerio e G. Villetti, Storia edilizia di S. Maria sopra Minerva in Roma: 1275-1870, Viella, Roma 1989; P. Scaramella, Le lettere della Congregazione del Sant'Ufficio ai tribunali di fede di Napoli: 1563-1625, Ist. italiano per gli Studi filosofici, Napoli 2002.
- La Corriera
5:50. Tititi titititi tititititi. Come tutte le mattine, anche in quella gelida giornata d'inverno la sua sveglia suonò puntuale alle 5:50. Adorava restare altri dieci minuti sdraiato nel suo letto, da sveglio, a guardare il giorno che nasce. Indossò la camicia bianca stirata con perizia, i pantaloni blu, il maglione altrettanto blu con scollo a V, le scarpe nere perfettamente lucidate. Ogni mattina che si sedeva alla guida della sua corriera sognava di essere l'autista di un0auto "importante". Così diceva lui. Fosse stata importante l'auto o chi c'era dentro, poco importava. Ed invece era lì, su quel sedile cigolante ad accontentarsi di una corriera azzurra, mezza scassata e completamente vuota! La sua Corriera. Aveva superato i cinquant'anni, viveva solo con sua madre in una piccola casa all'inizio del paese, aveva un gruppo di amici maschi, tutti scapoli, la mattina guidava la Corriera ed il pomeriggio faceva la "passatella". A Capracotta dicevano che era un buono a nulla, uno sfaticato che viveva sulle spalle della povera vecchia madre; lui non aveva mai reclamato di fronte a tali commenti, lasciava correre. Tanto era certo che a Capracotta era nato e lì avrebbe trascorso fino all'ultimo dei suoi giorni, nonostante le malelingue. Tanti anni prima, appena finita la scuola, sua madre aveva provato a mandarlo a Roma da una vecchia zia, ma dopo tre settimane di lacrimosissime telefonate era tornato indietro, forse per paura della grande città, forse per un senso di riconoscenza nei confronti della solitudine di sua madre, o forse, semplicemente, perché lui era di Capracotta e lì voleva stare. E fu così che iniziò a fare l'autista della Corriera. Erano passati ventisei anni da quella famosa mattina di "inizio carriera"; il precedente autista era andato in pensione e nessuno voleva quella tratta: Capracotta-San Pierto Avellana Stz. Nessuno voleva guidare una corriera che portava non più di dieci passeggeri al giorno, se tutto andava bene, nessuno voleva andare in una stazione dove dai treni non scendeva mai nessuno, nessuno voleva trasportare pacchi anziché cristiani, a nessuno interessava scarrozzare quel piccolo trabiccolo su per le impervie curve di una dissestata strada di montagna. Ma a lui piacque l'idea, tanto più che era un tipo solitario e silenzioso. Nessuno rimase sorpreso nel sapere che fu l'unico candidato per quel posto di lavoro. Mise in moto ed attese qualche minuto prima di partire, in inverno il motore fa fatica a compiere bene il suo lavoro se non gli si dà quel minuto per scaldarsi un po'; così lui ebbe il tempo di osservare con attenzione il cielo, era ancora buio ma già si potevano notare i nuvoloni carichi di neve. Sperò in una copiosa e concitata nevicata, magari addirittura in una bufera! E sì! La bufera! A Capracotta la bufera era temuta come la carestia, come un'epidemia, come la più acerrima di tutte le nemiche. La gente provava paura e fastidio per questo fenomeno atmosferico. In tanti erano andati via da Capracotta proprio per questa ragione perché, dicevano, i disagi dovuti alla bufera erano troppi. Lui non aveva mai appoggiato quest'idea, anche perché la bufera, oramai era diventata spettacolo raro, rarissimo. Ed in quelle rare volte che accadeva, tutti i mezzi del Comune venivano spiegati per liberare le strade dalla neve, come fosse pieno agosto. A lui la bufera era piaciuta da sempre, sin da quando, piccolino, la guardava da dietro i vetri che tremavano per l'impetuoso vento. Con gli anni imparò che il posto migliore per godersi la neve soffiata dal vento era Prato Gentile, o meglio, la pista di sci di fondo. Non era un gran campione ma sciava tutti i giorni che poteva farlo. E quando c'era la bufera era una gioia per lui essere su quella pista con i suoi sci ai piedi. I due soliti studenti dell'Istituto Agrario erano già a bordo, infreddoliti e assonnati come sempre, il Forestale era in malattia da qualche giorno e lo sarebbe stato anche oggi, Lei saliva alla fermata "sotto la Posta". Eccola! C'era! "Ora sale... che le dico??? La neve...? Il freddo...? Come stai...?" Pensò lui. Ma, mentre si chiedeva cosa dirle, Lei era già comodamente seduta nel suo posto, dietro di lui vicino al finestrino. Lui la osservava dallo specchietto retrovisore e Lei fingeva di dormire; quando Lei improvvisamente si svegliava, lui voltava gli occhi e guardava dritto la strada. Accadeva così, tutte le mattine e tutti i pomeriggi che Lei saliva sulla Corriera. Ma quella mattina era diverso, si sentiva carico come le nuvole di neve. E tra se e se si promise: "Se oggi fa la bufera le parlo, glielo dico. Solo se fa proprio una bella bufera!". Lei era piccolina, non più tanto giovane, portava gli occhiali e i capelli corti sempre in ordine, spesso indossava i pantaloni scuri, era timida e parlava a voce bassa. Anche Lei viveva con la madre e aveva solo amiche donne, tutte zitelle. Amava ballare quei balli popolari alle feste di piazza ed ai matrimoni, faceva sempre coppia con una delle sue amiche. Non era bellissima ma a lui piaceva da morire. Erano ventisei anni che voleva dirglielo. La seggiovia era chiusa, c'era ancora poca neve e pochi avventori infrasettimanali; dalla fontana un sottile filo di acqua gelata ne simulava il flusso, le pale eoliche giravano, qualche grande cane, che una volta doveva esser stato bianco latte, sedeva sul ciglio della strada, e poi solo curve fino alla stazione di San Pietro Avellana, il piazzale antistante. La larga curva per fare manovra. La corriera frena. Si aprono le porte. I passeggeri si alzano. Si salutano. Scendono. Quel pomeriggio, al ritorno, i due studenti non c'erano, erano già tornati a casa perché le scuole le avevano chiuse per mal tempo. Chiuse in tanti comuni lì intorno, meno che a Capracotta! Un controsenso!? O forse no! Comunque, accadeva spesso così! Il cielo era rimasto immobile, le nuvole grigie, leggeri e costanti fiocchi di neve durante la giornata, il termometro stabile appena sotto lo zero. Niente bufera. Addio promessa. Dopo qualche minuto Lei salì a bordo avvolta in una colorata sciarpa-cappello, si dissero un "Ciao" frettoloso. Lei si mise a sedere e lui, delusissimo per la mancata bufera, mise in moto e iniziò la risalita verso il paese. Durante il tragitto la nevicata pian piano si fece più intensa, i tergicristalli si affannavano sul grande vetro, l'aria calda spruzzata sul cruscotto tentava di aiutare gli stanchi tergicristalli affinché la neve non chiudesse gli occhi della Corriera. E faceva un gran rumore. Lui iniziò a crederci, ora ci sperava davvero nella bufera, era felice ed immaginava addirittura di sorridere. Il rumore dell'aria calda lo aiutava a prepararsi un ipotetico discorso. E poi eccola, finalmente arrivò! La bufera arrivò. Una bella bufera! Lei fingeva tranquillità, seduta nel suo solito posto, ma aveva una gran paura. Lui scese un attimo dalla Corriera e finse di dover controllare chissà cosa ma lo fece solo per farsi dare un po' di coraggio dal freddo della neve che scendeva. E poi di nuovo in marcia: l'Osservatorio, il Bosco, i fratelli Fiadino, la seggiovia, "meglio passare dalla strada di sotto” ragionò lui. La Madonnina. La Scuola. Sentiva il cuore battergli fortissimo nel petto, lo sentiva muoversi, sentiva il suo rumore nelle orecchie. Fermata "sotto la Posta" , la Corriera tirò dritto, Lei balzò in piedi e disse, quasi ad voce alta: – Hai dimenticato la mia fermata! – Ti prego, stai seduta. Tra poco ti riporto a casa. Guarda com'è bella la bufera! Arrivarono dritti a Prato Gentile, senza troppi problemi. Ventisei anni alla guida della Corriera lo avevano reso esperto. Fermò la Corriera. La prese per mano e scesero nella bufera, assieme. Le fece il discorso più bello che avesse mai pronunciato in vita sua, non ricordava di conoscere tante parole diverse. Poi si rese conto che a causa del forte vento Lei non aveva potuto sentire niente. Scoppiarono a ridere, si abbracciarono e lei gridò: – Finalmenteeeeeee! Esattamente un anno dopo era una serena serata d'inverno, un po' di neve a terra, il cielo pieno di stelle e il termometro ancora fisso sotto lo zero. Una schiera di amici scapoli ed amiche zitelle presero a ballare in coppia al loro matrimonio. Michela Notario Fonte: M. Notario, La Corriera, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Molise, fine anno tra gli zampognari
Autunno inoltrato, quasi Natale. Ci sono diversi motivi, in questa stagione, per andare alla scoperta del Molise. Intanto per i paesaggi. Il territorio qui è prevalentamente montuoso, quindi nevica e tanto, anzi fiocca, come dicono da queste parti e come recita l'inizio di una filastrocca in dialetto locale: "Hiocca hiocca a la muntagna de la Rocca...". E la neve ricopre i tetti e le strade dei borghi arroccati su spuntoni rocciosi, definiti peschi, con un termine che ricorre anche nella toponomastica. Ricopre i resti archeologici delle città che furono degli Osci, dei Sanniti e dei Romani e la fitta rete di tratturi erbosi destinati alla transumanza delle greggi. E imbianca i boschi di querce, faggi, pini, abeti, quella vegetazione che rappresenta un''altra importante attrattiva del Molise, che, grazie alla ridotta densità abitativa e alla scarsa industrializzazione, è riuscito a salvaguardare i suoi habitat naturali. Il Parco Nazionale delle Mainarde, sul confine col Lazio, è in termini naturalistici e paesaggistici, con i suoi alberi monumentali e le sue faggete secolari, una della aree più interessanti dell'Appennino, caratterizzata dalla presenza di animali come l'orso bruno marsicano, il camoscio, il lupo, il cervo, la lontra, l'aquila reale e il picchio di Lilford. Ai confini con l'Abruzzo, tra i comuni di Pescolanciano e Vastogirardi, in provincia di Isernia, la Riserva Naturale della Biosfera di Collemeluccio-Montedimezzo, una delle otto istituite dall'Unesco in Italia, è costituita da foreste di abeti bianchi ed è popolata di cinghiali, lepri, martore, volpi, poiane, gufi, barbagianni, scoiattoli, ghiri e ghiandaie. Ancora abeti bianchi poco lontano: sono quelli del Bosco degli Abeti Soprani di Pescopennataro. Bellissimi con la chioma piramidale dal colore verde cupo e dai riflessi argentei e con il tronco ricoperto da una corteccia bianco-cenerina. Insieme con Pietrabbondante, Pescopennataro è arroccata a circa mille metri di altitudine e annidata tra enormi macigni che i molisani chiamano morge. In mezzo c'è Agnone, conosciuto come il paese delle campane per via di una tradizione millenaria che sopravvive nella Pontificia Fonderia Marinelli, che pare sia l'azienda a conduzione familiare più antica d'Europa. Qui si realizzano preziosi prodotti di artigianato artistico, ancora oggi rifiniti a mano pezzo per pezzo. Assistere ad una colata di bronzo è un'esperienza affascinante: fornaci a riverbero in mattoni refrattari, il legno di rovere per alimentare il fuoco, il crepitio delle fiamme, il rosso intenso del bronzo incandescente, tutto contribuisce a creare un'atmosfera densa di emozioni. I rintocchi delle campane fuse ad Agnone risuonano in tutto il mondo: da Roma a Sapporo. Attiguo alla fonderia, c'è il Museo Internazionale della Campana, che conserva una ricca collezione di esemplari databili dal Medioevo ad oggi, antichi attrezzi di lavorazione e calchi per la decorazione. Sempre in provincia di Isernia, Scapoli, è il paese degli zampognari, i musicisti girovaghi che bussano alla nostra porta in prossimità del Natale, e delle zampogne, che qui si fabbricano da tempo immemorabile. Restando in tema d'inverno, a Capracotta, uno dei paesi più elevati dell'Appennino, si scia. Le piste da fondo di Prato Gentile, a 1.573 metri di altezza, regalano eccezionali panorami sulla Valle del Sangro. E si scia anche a Campitello Matese, sul confine con la Campania, tra boschi di conifere e castagneti. Dove i rilievi appenninici lasciano spazio alle colline, gli alberi più alti cedono il posto agli ulivi. E l'olio novello, insieme agli altri prodotti dell'enogastronomia, tipici della tradizione contadina, è un altro ottimo motivo per venire in Molise. Sulle tavole di Natale, ad Agnone, non può mancare la Zuppa alla Santè: brodo di gallina ruspante con scarola lessa e uovo sbattuto che si versa su polpettine di carne, pezzi di caciocavallo arrostito e crostini di pane. Come dolce, le Ostie di Agnone, preparate con dei particolari stampi di ferro montati a forbice. Le ostie si mangiano a coppie con un ripieno di mandorle, noci, miele, cioccolato e buccia d'arancia. Intanto fuori, l'8 e il 24 dicembre, all'imbrunire, si rinnova un rito antichissimo di purificazione, la 'Ndocciata. Al suono delle campane della città, gli uomini accendono le 'Ndocce, gigantesche torce di abete bianco e fasci di ginestre secche e si incamminano verso il corso principale della città, trasformandolo in un fiume di fuoco che culmina in un enorme falò. La partecipazione degli abitanti del paese, e non solo, come per ogni festa della tradizione, è straordinaria. Del resto a proposito del Molise e dei molisani molti parlano di attaccamento alle origini e alle radici, autenticità, genuinità, termini che oggi possono suonare fuori moda o un po' retorici. A meno che a pronunciarli non siano persone arrivate da molto lontano, al riparo da qualsiasi sospetto di malinconico rimpianto. Gente del nord dell'Europa come gli olandesi e i belgi, che hanno scoperto nel Molise la nuova Toscana, la meta ideale di un sogno bucolico. Vengono qui non solo a trascorrere periodi di vacanza ma addirittura vi prendono casa, inventandosi un nuovo lavoro e lasciandosi la vecchia vita alle spalle. Scelgono di emigrare in quella che era la terra degli emigranti, quasi a riscattarne il passato, attratti dalle giornate luminose, dalla natura, dalla semplicità e dalla quiete dei posti. Come Adriaan e Hildegard van Overmeiren-Declercq, che hanno abbandonato il Belgio per trasferirsi a Morrone del Sannio, in provincia di Campobasso, dove hanno creato La Casa Molisana, albergo e ristorante. Scelta simile per Janine Foppes, artista olandese che dopo aver viaggiato per mezzo mondo, ha deciso di fermarsi a Ripabottoni, dove ha fondato La Casa Grande di Janine, un originale art-breakfast con camere a tema, laboratorio per le lezioni di scultura e galleria per le mostre d'arte. Altri olandesi, con famiglia al seguito, hanno deciso di venire a vivere in questo paese che conta poco più di seicento abitanti, quasi tutti anziani, ed è un incoraggiamento non da poco, per chi già viveva qui, a cancellare i segni del terremoto di sette anni fa. Ancora altri stranieri si sono stabiliti a Bonefro o a Guglionesi o a Castelverrino. Merito del passaparola e merito anche dell'AADI-Molise, l'Associazione Amici dell'Italia, che promuove il territorio regionale all'estero. E così vanno rinascendo a nuova vita questi borghi lontani, anzi lontanissimi dal turismo di massa. Nicoletta Speltra Fonte: N. Speltra, Molise, fine anno tra gli zampognari, in «La Stampa», Torino, 17 dicembre 2009.
- Guida alla lettura cormonese
Quando Ippolito Nievo afferma che il Friuli «è un piccolo compendio dell'universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì», mi viene in mente il mio Molise, per niente lagunoso, ma sinceramente meno produttivo e attraente di quel Nordest tanto ricco e vario. Il Friuli mi ricorda il Molise non solo per la completezza della sua geografia ma anche perché rappresenta appieno un contenitore etnico-linguistico - pure in Molise sopravvivono molte comunità arbëreshë - raccontando un'ibridazione culturale che è sia arricchimento che rivendicazione, sia cosmopolitismo che identità territoriale. Grazie all'incessante attività di promozione di "Tocs di Cormons" ho conosciuto meglio Massimo Coloso e la sua Cormons - che pensavo fosse celebre solo per il vino - in provincia di Gorizia, e con essa ho provato a cimentarmi in un'impresa pari a quella che ho portato avanti negli ultimi quattro anni nei confronti del mio paese altomolisano, Capracotta. L'impresa era quella di scovare ogni possibile citazione letteraria che la riguardasse, dal primo all'ultimo libro stampato nel mondo. Ma per rendere completo, autorevole ed originale un lavoro del genere, si rende necessaria una conoscenza approfondita dei luoghi oggetto della ricerca, e quindi mi scuso anticipatamente coi cormonesi per la superficialità e parzialità dei miei risultati, visto che Cormons non l'ho neppure mai visitata (purtroppo!). Voglio soltanto renderli partecipi di questa breve bibliografia commentata sul loro comune, invitandoli a portare avanti la ricerca, affinché i nostri paesi, tutti i paesi italiani, non muoiano d'inedia culturale. Dopo una spedita ricerca bibliotecaria e bibliografica su Cormons ho selezionato poco più di venti romanzi e racconti del XIX e XX secolo che menzionano il paese friulano, spesso importanti per la storia letteraria italiana e firmati quasi tutti da grandi scrittori nostrani. Ecco l'elenco in rigoroso ordine cronologico di pubblicazione: C. Percoto, Il pane dei morti, in Racconti, Le Monnier, Firenze 1858; M. Gianelli, Regina. Storia di una fanciulla, Coana, Rovigno 1866; P. Tedeschi, Per un'effe. Viaggio in istrada ferrata da Venezia a Trieste, Lampugnani, Milano 1871; L. Beha, Memorie d'un garibaldino. Campagna 1866 - Tirolo, Paolini, Roma 1884; M. Bontempelli, Dallo Stelvio al mare, Bemporad, Firenze 1915; Haydée, Vita triestina avanti e durante la guerra, Treves, Milano 1916; A. Baldini, Nostro Purgatorio. Fatti personali del tempo della guerra italiana: 1915-1917, Treves, Milano 1918; A. Soffici, La ritirata del Friuli, Vallecchi, Firenze 1919; G. Reina, Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. Combattendo sull'Isonzo e sul Carso con la Brigata Perugia, Ausonia, Roma 1919; L. Capello, Per la verità, Treves, Milano 1920; F. T. Marinetti, L'alcòva d'acciaio. Romanzo vissuto, Vitagliano, Milano 1921; U. Ojetti, Confidenze di pazzi e savii sui tempi che corrono, Treves, Milano 1921; G. Caprin, Il sogno del sottotenente, in Storie e moralità, Mondadori, Milano 1926; M. Moretti, Il trono dei poveri, Treves, Milano 1928; G. Comisso, L'italiano errante per l'Italia, Parenti, Firenze 1937; U. Zannoni, La meridiana, Cappelli, Bologna 1951; R. Alessi, La speranza oltre il fiume, Cappelli, Bologna 1959; G. G. Napolitano, Un colpo di luna, Bompiani, Milano 1967; M. Soldati, L'attore, Mondadori, Milano 1970; F. Burdin, Antropomorfo, Marsilio, Padova 1979; M. Milani, La fine della battaglia, Camunia, Milano 1993; M. Hack, L'amica delle stelle. Storia di una vita, Rizzoli, Milano 1998; E. Bartolini, Corinna, Aragno, Milano 2005; M. Brunelli, La pianista di Sambor, Carte Scoperte, Milano 2008. Francesco Mendozzi Fonte: https://tocsdicormons.org/, 29 maggio 2017.
- Caro Higuain, invece sei proprio un traditore
Le ragazze dei calciofili e la loro condanna Scrivo questo pezzo di mia iniziativa, dopo aver letto quello di Luigi Rusciano, "Grazie Higuain per me non sei un mio traditore". È una risposta a quelle parole, ma anche una chiarificazione necessaria in vista di Napoli-Juventus. E poi lo devo alla mia ragazza. Voi direte: e cosa c'entra? C'entra, c'entra. Lei è una specie di condannata al calcio, io e suo fratello la costringiamo a sentir parlare di questo sport praticamente da sempre. Poi ci si è messo il fatto che io abbia iniziato a lavorarci, col pallone. Quindi, la sentenza definitiva: lei, attraverso me, è costretta a sentir parlare di calcio giocato, di calciomercato, di reazioni dei tifosi e tutto il resto della storia. Povera figlia. Le devo questo pezzo perché una sera, sotto casa sua, siamo stati un'ora a parlare di Higuain alla Juventus. Lei è siciliana, ma si è laureata a Napoli e quindi apprezza la nostra città e i suoi abitanti. Quella volta, però, insisteva su un concetto su cui non ero d'accordo. Su cui io, personalmente, non ero d'accordo. Il concetto che sta alla base di questo pezzo, che mi ha permesso di costruire un certo titolo. Lei diceva che i napoletani «si sono incazzati in questo modo, per Higuain, solo perché è stato ceduto alla Juventus». Le ho spiegato che a me, che sono napoletano, non importa una mazza della Juventus. Il fatto che sia andato ai bianconeri è un'aggravante, se vogliamo, ma non è il nocciolo del problema. Higuain resta un traditore per il modo in cui è andato via. Avrei detto lo stesso se fosse andato, nella stessa identica maniera, all'Arsenal o al Bayern Monaco. Rifiutare lipocrisia Con questo, ovviamente, non voglio dire che sia felice che Higuain abbia scelto la Juventus. Sono stato perfettamente d'accordo con un mio amico che su WhatsApp, il giorno del suo sbarco a Torino, l'ha apostrofato con un napoletanissimo "Faccia Gialla". Ma è stata una reazione a caldo. Come ho letto nei commenti sotto il pezzo di Rusciano, il tifo è bello per questo. Perché è irrazionale. Però non è detto che debba esserlo per forza, e in maniera perpetua. E allora ho ragionato un po', mi sono fatto due conti (economici) e due domande (esistenziali) e sono arrivato alla mia conclusione sulla vicenda: Gonzalo Higuain è un traditore? Assolutamente sì. Ma la Juventus non c'entra niente. Gonzalo Higuain è un traditore perché si è fatto vedere solo ed esclusivamente a cose fatte. Per le visite mediche a Madrid, come un ladro, di notte. Perché non si è mai assunto la responsabilità di questa sua scelta nei confronti del suo pubblico. Non di quello con cui saltava, cantava i cori della città: stigrancazzi, la prima parte del pezzo di Rusciano è perfetta e Higuain è un professionista. Il suo mestiere è giocare a calcio, non sentire l'amore di 55mila persone in uno stadio e tutte quelle altre fuori. Non ha disatteso promesse, ha fatto quello che si sentiva di fare, sempre. Prima e dopo. Ci sarà un motivo per cui i tifosi della Roma amano così tanto Totti, no? Ecco, è lo stesso motivo per cui noi non amiamo così tanto Ferrara o Cavani, ma magari Hamsik sì. Ognuno, dal punto di vista emotivo, si qualifica per quello che è attraverso quello che fa - è la frase simbolo dello splendido film Batman Begins. E i calciatori sono professionisti dello sport, non dei sentimenti. La cosa più facile Gonzalo Higuain è un traditore perché ha fatto una scelta "normale", per alcuni pure condivisibile, nel modo peggiore possibile. Sentendosi in diritto di spiegarne i motivi solo dopo, dicendo che non è stata colpa sua, anzi soprattutto non dicendo niente quando era il momento. Quando mi sono espresso sulla vicenda, i miei interlocutori (compresa la mia ragazza) mi hanno sempre chiesto: "E cosa avrebbe dovuto fare?". Una cosa semplice, ma al tempo stesso difficilissima. Dopo Napoli-Frosinone, dopo Argentina-Cile, o comunque anche un'ora prima di sbarcare a Caselle, avrebbe dovuto presentarsi in conferenza stampa o rilasciare un'intervista al Corriere di Capracotta. E avrebbe dovuto dire quello che ha detto a Vinovo, in giacca e cravatta prima di abbracciare Marotta: «Vado via per colpa di Aurelio De Laurentiis». Vi dimostro la mia buona fede: avrebbe potuto dire questo senza menzionare la Juventus. Della Juventus, vi giuro, a me non importa. L'ho capito dopo: non è mai importato davvero. Invece Gonzalo ha scelto la cosa più facile. Il silenzio, prima. E dopo, sparare sul bersaglio più facile da colpire. Qualcuno mi e vi riporterà con la memoria a giugno, alle parole di quell'altro bel tipo di Nicolas Higuain. Le prime avvisaglie. Mi potreste dire "Sì, ma lui aveva avvertito". Facendo parlare chi, Nicolas? E facendogli dire cosa? Che «a queste condizioni noi non rinnoviamo»? Perdonatemi, non è la stessa cosa. Il suo è stato puro opportunismo mascherato da professionismo. Sì, perché uno è professionista e professionale quando si assume la responsabilità di questa sua condizione. Quando è il momento, però. Non dopo. Il ritorno Ora Higuain tornerà a Napoli, e per me è solo il centravanti di un'altra squadra. Il fatto che sia un ex calciatore del Napoli fa parte del ciclo della vita. Il calcio, del resto, è una riproduzione delle dinamiche umane con dentro un pallone che rotola e rimbalza su un prato. Quindi capirei e capirò i fischi del San Paolo. Anzi, fischierei anch'io. Ma avrei fischiato comunque, qualsiasi colore avesse avuto la sua maglia da avversario. Probabilmente fischierei un po' di più perché ora gioca con "loro"? Non lo so, a quasi un anno di distanza credo di aver riflettuto così tanto a freddo che la reazione calda oramai sia superata. Ci sono altri che proprio non ce l’hanno fatta, non li comprendo ma non è cosa che mi riguarda. Io sono del Napoli, ma a modo mio. Non ne farei nemmeno una questione di città "etichettabile" o troppo radicata nel passato, come scrive Rusciano. Perché è successo ovunque, e succederà ovunque. Barcellona (Figo), Milano (Ronaldo e Leonardo), la stessa Torino. La Juventus, con Pogba. In parecchi scrivono e hanno scritto che Paul è un professionista, è andato a Manchester per soldi quindi tutto giusto. Intanto, però, gioca l'Europa League e noi la Champions. È un odio più sottile, un vaffanculo più subdolo, se vogliamo meno eticamente condannabile e più etimologicamente raffinato di quello dei napoletani. Questo posso dirlo anch'io, lo riconsoco. Ma è lo stesso genere di cosa: noi viviamo nella retorica dell'amore, loro in quella delle vittorie. A ognuno la propria autonarrazione. Vedrete: succederà, presto o tardi, con Dybala. Che non verrà a Napoli, e questo è normale. Normale, come Higuain che va alla Juventus. Ma si è sempre meridionali di qualcuno. Basta rendersene conto, esattamente come quando si ha a che fare con la gente. Con certa gente. Perché non è tanto chi sei, ma quello che fai, e come lo fai, che ti qualifica. Professionista, uomo, traditore o salvatore della patria. Ognuno, facendo, decide qual è il proprio destino. Alfonso Fasano Fonte: https://www.ilnapolista.it/, 29 marzo 2017.
- Capracotta, cummara Ida e l'educazione di Manduccio
La famiglia di mia nonna era fatta di gente notoriamente distratta. Mia nonna Nietta faceva l'anisetta in casa a S. Pietro Avellana mettendo insieme nell'alcol semi di anice con cannella e buccia di limone, agitando ogni mattina per quindici giorni il vaso di vetro ermeticamente chiuso. Poi vi aggiungeva lo zucchero sciolto nell'acqua calda e lo faceva riposare per una quarantina di giorni, passati i quali filtrava tutto e versava in bottiglie trasparenti. Su ogni bottiglia incollava un'etichetta fatta con un foglietto ricavato da una pagina a quadretti con la scritta "Anisetta" e la data della preparazione. La trasparenza del liquore era motivo di orgoglio! Avendo dieci figli ne faceva anche per regalarla. Così pensò di regalarne una bottiglia a zia Iduccia, la figlia che stava a Capracotta. Nonna Nietta, però, non si accorse che quella bottiglia confusa tra le altre, pur avendo l'etichetta fatta a mano con la scritta "Anisetta", conteneva acqua. Semplice acqua. Zia Iduccia, ricevuta la bottiglia, la mise nella cristalliera, in mezzo ai bicchierini che usava per gli ospiti, senza sapere che contenesse acqua pura. La mattina dopo passò a consegnare la posta Manduccio, il postino, e zia Iduccia si sentì in obbligo di offrire un bicchierino di anisetta: – Grazie, cummara Iduccia, che ŝtu fridde ce va bbuóne – e con un sorso Manduccio vuotò il bicchierino. Zia Iduccia ne fu contenta e con la bottiglia in mano, disse: – Mandu', fatte n'ate bicchierine ca ŝte liquore nen fa male. – Cummara Iduccia, se è pe chésse me pòzze véve tutta la buttiglia! Franco Valente
- Il gran cuore di Donato Del Castello
Donato Del Castello nacque a Capracotta il 7 marzo 1858 e morì a L'Aquila il 26 giugno 1949. La sua famiglia di origine, pur avendo casa a Capracotta, dimorò stabilmente in Puglia, precisamente a San Nicandro Garganico, probabilmente dalla fine del 1800. Il padre, Celestino, morì a San Nicandro il 19 dicembre 1914. Il soprannome di famiglia, Fazzèlla, sicuramente deriva dal nome della nonna, Eufrasia, vezzeggiato in Eufrasiella, capracottesizzato in Fazzella. Di Donato Fazzella si è sempre sentito favoleggiare a Capracotta, poiché è stato definito dagli anziani come il più importante e ricco imprenditore boschivo del paese. Uomo tutto d'un pezzo, molto rigoroso ed esigente con i soci e con i dipendenti, ma altrettanto serio, di parola e generoso. A Capracotta, durante una serata estiva del 2015 davanti al bar, un nostro compaesano residente da molti decenni a Milano, discorrendo su questo famoso conterraneo ha sostenuto che nella piazza di un paese del Gargano vi è un monumento posto dalla popolazione locale in suo ricordo e per gratitudine. In verità, con l'indispensabile e comodo aiuto di internet, cliccando il nome "Del Castello Donato" emerge che nel centro storico di San Nicandro Garganico c'è l'Istituto Scolastico intitolato a questo nome. Per avere certezza che si trattasse proprio di Donato Del Castello di Capracotta è stata necessaria una visita in loco durante una bella giornata di primavera di quest'anno. Individuato il fabbricato, un gentile signore sannicandrese ha riferito che la scuola accoglie i bambini del popoloso paese (15.700 abitanti effettivi) ed è gestita ancora dalle suore, le quali vengono denominate in paese «le suore Del Castello». Suonato il campanello del portone principale, una suora molto gentile non ha saputo dire molto su questo benefattore, salvo che aveva molto a cuore la cura, l'istruzione e l'educazione dei bambini, specie i più poveri. Donato Del Castello - il quale non aveva figli - donò la sua grande casa sannicandrese alle suore a condizione che venisse adibita ad asilo infantile e che accogliesse tutti i bambini del paese. Il fabbricato nel corso degli anni è stato sopraelevato, tanto che oggi accoglie più di cento bambini. A domanda se esista in istituto qualche documento in ricordo di Del Castello, la suora ha detto di non saperlo ma (fortunatamente per il visitatore) ha parlato dell'esistenza di una vecchia fotografia incorniciata del benefattore. Chiestole il permesso di poterla visionare, dopo un attimo di incertezza la sorella ha consentito di entrare, di visionare il fotografia e, addirittura, di fotografarla. La fotografia incorniciata ritrae con certezza Donato Fazzella, poiché riconosciuta da Angela Venditti, figlia di Eufrasia, pronipote del famoso conterraneo. Serafino Trotta
- Un colpo infame per l'atleta capracottese
Questa è una storia degli anni Venti del '900 che il roccolano Ugo Del Castello - responsabile del settore finanziario del Comune di Pescocostanzo, nonché appassionato studioso di storia locale - decise di non inserire nel bel libro "Cinque Miglia di nostalgia", scritto a quattro mani col giornalista di La7 Stefano Buccafusca. L'autore ancor oggi afferma di essere «sconvolto e amareggiato» da ciò che il suo amico Alberto gli raccontò, ovvero la storia di un "incidente" occorso a uno sciatore capracottese sulle nevi di Roccaraso. Il racconto proviene dalle vive parole di Del Castello, il quale cita a memoria un ricordo di Alberto: Un giorno dei primi anni Sessanta, Alberto si trovava a Sulmona, lungo una stradina del centro storico che lo conduceva alla fermata dell'autobus per tornare a Roccaraso e, a metà percorso, stretto in mezzo a due file di case, incontrò una persona ormai anziana, che scambiò con lui alcune parole e appresa la sua origine roccolana lo fermò e incominciò ad agitarsi. Mentre si toglieva la giacca, la camicia e la maglia intima di lana gli disse che era di Capracotta e da giovane aveva partecipato a tante gare di sci di fondo; ma una, in particolare, lo aveva segnato nello spirito e soprattutto nel fisico: quella che si svolse a Roccaraso nei primi anni Venti. L'uomo si calmò, in silenzio scoprì, nonostante l'età, un fisico da atleta e sulla schiena possente apparve un segno spesso e violaceo che sbiadiva nel rosa da una scapola all'altra. Alberto non capì cosa gli fosse accaduto e, disorientato per quell'improvviso gesto, chiese timidamente una spiegazione. La spiegazione gli fu data mentre dovette aiutare quella persona a rivestirsi, e lo fece con tanta attenzione quasi per chiedere scusa a ciò che non avrebbe mai immaginato di sentirsi dire. La ferita, ormai rimarginata, era il segno lasciato da una catena di ferro vibrata di nascosto lungo il percorso della gara per far sì che quell'uomo abbandonasse la competizione; era uno degli atleti più forti e forse avrebbe vinto. Alberto finì di aiutare il vecchio atleta e a malapena riuscì a mormorare qualche incomprensibile parola che esprimeva tutta la sua amarezza. In un attimo gli apparvero davanti agli occhi quelle valli, quei pendii, quei prati pieni di fiori, percorsi mille volte per appagare un suo costante desiderio di vivere giornalmente la natura che rigogliosa circondava il suo paese e cercò con lo sguardo perso e annebbiato, come se ci fosse un turbinio di neve indefinita, di capire dove si fosse trovato quell'uomo nel momento in cui fu colpito. Fu un breve momento, Alberto tornò alla realtà e cercò di vedere con gli occhi, umidi di commozione, ma anche di indignazione, dove fosse l'uomo di Capracotta per chiedergli il luogo preciso dell'episodio. L'uomo non gli era più vicino, lo vide appena scomparire in fondo al vicolo. Alberto corse, cercò di raggiungerlo per esprimergli tutta la sua solidarietà, ma dietro l'angolo non c'era più nessuno, l'uomo si era infilato in uno dei tanti vicoli lì d'intorno dove era scomparso per sempre. Cerchiamo adesso di capire chi possa essere quello sciatore che subì l'infame cinghiata a Roccaraso negli anni '20. Dal racconto si evince che il colpo di catena precluse una vittoria al nostro atleta e che nei primi anni '60 questi era anziano, il che mi costringe a ricercarlo negli annali anteguerra dello Sci club Capracotta. È risaputo che Capracotta, prima della Seconda guerra mondiale, partorì su tutti due grandi sciatori che si distinsero oltre i nostri confini: Mario Di Nucci (1918-1975) e Noè Ciccorelli (1895-1976). È da escludere il primo per motivi anagrafici; Ciccorelli, al contrario, venne alla luce sul finire dell'Ottocento e certamente gareggiò a Roccaraso negli anni '20, ma i suoi risultati furono quasi sempre di ottimo livello e, visto che fu a lungo attivo sulla scena culturale e politica capracottese anche nel dopoguerra, probabilmente non avrebbe taciuto il triste ricordo dell'incidente. D'altronde, nella seconda metà degli anni Venti un altro capracottese fece molto parlare di sé per i risultati agonistici, anche se in pochi si ricordano di lui: ci riferiamo a Giuseppe Potena, vincitore il 7 marzo 1927 della Coppa Mussolini, disputata sulle nevi dell'Aremogna. Da un articolo dell'epoca del Corriere della Sera sappiamo che il Potena percorse i 10 km. della gara in 50'13''. Tuttavia credo di poter escludere anch'egli dall'indagine perché, effettivamente, la gara la vinse. Dopo diverse interviste ho scoperto che l'atleta in questione era - con un'approssimazione vicina alla certezza - Teodoro D'Alessio (1900-1990), per tantissimi anni residente a Sulmona e anagraficamente compatibile con l'infame evento sulle nevi di Roccaraso. Ugo Del Castello termina il suo racconto chiedendo perdono, a nome della comunità roccolana - anche se non è dato sapere se il vigliacco fosse di Roccaraso! - al nostro sciatore e a tutta la comunità capracottese. Dopo quasi un secolo non possiamo far altro che accettare le scuse e ringraziarlo di cuore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Conti, Per non dimenticare, in «Voria», II:2, Capracotta, marzo 2008; U. Del Castello e S. Buccafusca, Cinque Miglia di nostalgia. Nevi e skiatori d'altri tempi a Roccaraso, Biallo, Castel di Sangro 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; T. Paolone, 1914-2014: cento anni di sport. Cronache e storia dello Sci club Capracotta, Volturnia, Cerro al Volturno 2015; Ultime di sport, in «Corriere della Sera», Milano, 8 marzo 1927.
- Amate(vi)
Occhi che avrebber dat'occhi Per languire al fianco suo E uomini e sterili e scarafaggi, Inetti d'un tempo che non fu tempo, Ché le donne eran di sacro e di profano, Tanto che il martirio de' padri nostri Sembrava ciano al Suo veleno. «O voi, uomini, insulsa casta critica solenne, Che ricercate nel quotidiano il vostro gaudio, Sappiate che son qui per sorvegliarvi come guida O mentore di Giuda, Come apostolo e discepolo ad un tempo A ricordare che imparare è un insegnare a qualcun d'altro Se qualcuno è lì a sentire, Ad ascoltare, mirabile visione, In cielo aperto e nuvole e tifoni». Pellegrino non fu lui che venne a voi Ma Colui che ricercando trovò il senso delle cose E nulla è tutto, in egual peso, tanto Storia ci comanda, Sfiorisce, appanna e disincanta Come dama presta al tradimento. Francesco Mendozzi
- Nel bosco degli Abeti Soprani, da Pescopennataro all'eremo di San Luca
Pescopennataro è un piccolo centro dell'Alto Molise, arroccato su uno sperone di roccia a 1.200 metri di altitudine, un nido d'aquila che domina la valle del Sangro, al confine tra l'Abruzzo e il Molise. La definizione di «paese degli abeti e della pietra» individua due suoi elementi identitari. Da un lato il grande bosco di abeti bianchi che risale il pendio del Monte Campo. Dall'altro, l'antica tradizione degli scalpellini locali, capace di promuovere anche una scuola di scultura della pietra. La nostra passeggiata può allora cominciare proprio con la visita al Museo della Pietra. Percorriamo le sale dedicate alla geologia delle rocce, alle selci lavorate dalle locali genti preistoriche e alle realizzazioni degli scalpellini pescolani. Una curiosità è l'originale presepe assemblato con pietre naturali, levigate esclusivamente dall'acqua e dal tempo, che suggeriscono i vari personaggi della tradizione natalizia. La scuola di arte della pietra convertì molti agricoltori e allevatori in artigiani, con conseguenti benefici economici alle famiglie e l'acquisizione di prestigio per i mastri, chiamati a realizzare balaustre, acquasantiere, fontane, cappelle gentilizie, cippi funerari, portali, stucchi e decorazioni di case e chiese. L'uscita dal paese può seguire un doppio percorso allo scoperto - una pista ciclabile e il sentiero di Pinocchio - entrambi accompagnati dalle opere realizzate dagli artisti partecipanti ai simposi di scultura in pietra, tenutisi in paese per alcuni anni. Davanti a noi è ben visibile il bosco degli abeti soprani con l'eremo di San Luca che costituisce l'obiettivo dell'escursione. All'inizio del bosco facciamo tappa all'ostello "Montagna Amica", una recente struttura turistica di ospitalità rivolta ai gruppi di ragazzi. L'ostello è l'erede di una più antica colonia estiva, dove tanti giovanissimi abruzzesi hanno vissuto momenti di formazione e di vita all'aperto negli anni Sessanta. Una fotografia nel museo di Pescopennataro documenta puntualmente quei campeggi in tenda della Gioventù italiana di Azione cattolica (Giac). Seguendo le bandierine bianco-rosse del sentiero Cai n. 311 ci inoltriamo nel bosco degli Abeti Soprani, dove s'incontrano dei cippi in pietra che segnano il percorso dell'acquedotto; poi il sentiero si allarga e comincia a salire. Tralasciando alcune deviazioni minori, si affronta un pendio più ripido e si supera un fosso con un ponticello e qualche tornante. Quando il viottolo rimpiana raddrizzandosi, si giunge presto a un bivio con un pozzo di cemento sulla destra. Dopo un breve tratto pianeggiante il sentiero torna a salire, conducendo rapidamente ai piedi di un muraglione di sostegno della strada sovrastante. Adiacente al muro, una scalinata sale ripida a sinistra. Percorrendola, al suo culmine si sbuca su un piccolo piazzale all'altezza di un tornante della strada di Prato Gentile, davanti all'eremo di San Luca. Il pregio del bosco che attraversiamo è rappresentato dagli abeti bianchi, alberi di grandi dimensioni con chioma sempreverde, autentiche piramidi di color verde cupo. Questi abeti hanno il fusto diritto e colonnare, con la corteccia dal caratteristico colore bianco cenerino. Con la definizione di abeti "soprani" si vuole indicare la loro superiorità per qualità e pregio. E si tratta anche di un bosco da seme, utilizzato per la riproduzione della specie in vivaio. L'eremo di San Luca è stato edificato sfruttando uno sgrottamento naturale della parete rocciosa dell'omonima montagna. Nelle immediate vicinanze dell'eremo sorge poi la cappella dedicata all'Evangelista. Nella tradizione leggendaria fu luogo di sosta e di rifugio per san Luca in un suo viaggio da Roma alla Palestina quale latore delle lettere di san Paolo. In assenza di notizie documentate sulla sua storia, si racconta di alcuni eremiti che sarebbero vissuti a lungo in solitudine e povertà nell’antica cappella rupestre. All'interno, un semplice altare in pietra, un camino e una piccola scala a chiocciola che conduce al piano-soppalco superiore adibito ad abitazione. Nell'anno 1943, quando la località era inserita nella Linea Gustav di difesa tedesca, l'eremo fu utilizzato come rifugio da un gruppo di soldati neozelandesi fuggiti dal campo di prigionia di Fonte d'Amore a Sulmona che cercavano di ricongiungersi agli alleati traversando il fronte. Non mancò a essi la solidarietà degli abitanti dei vicini villaggi. Solidarietà che fu pagata con la vita dai fratelli Fiadino di Capracotta, fucilati dai tedeschi per aver loro offerto ospitalità. Il sentiero 311 da Pescopennataro a San Luca sale dai 1.200 metri del paese ai 1.500 dell'eremo, con un dislivello di circa 300 metri; sviluppa una lunghezza di 3,5 km con un tempo di percorrenza di un'ora e trenta minuti in salita e poco meno in discesa. Carlo Finocchietti Fonte: https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/, 20 agosto 2019.
- Cosa vedere in Molise: itinerario 7 giorni on the road
Vi avevo già parlato del mio viaggio in Molise e di cosa mi ha portato alla scoperta della regione che non c'è. Per una settimana ho girato in lungo e in largo con l'auto tra le sue colline verdi e i suoi borghi, e finalmente mi sento di proporvi un itinerario per aiutarvi in cosa vedere in Molise. Allacciate le cinture, perchè sarà un on the road indimenticabile alla scoperta di tradizioni e borghi dimenticati. Sono sicura che farete fatica a dimenticarvi di odori e sapori tipici di questa terra. Io ho avuto l'opportunità di soggiornare in questa regione meravigliosa grazie all'iniziativa "Regalati il Molise", pertanto il punto di partenza del mio viaggio è stato San Giovanni in Galdo, il paese che ci ha ospitato. Se dovessi consigliarvi, vi direi di fare base a Campobasso. Per via della sua posizione centrale, vi permette di raggiungere facilmente sia l'entroterra che la costa. Pensare di vedere tutto quanto il Molise ha da offrire in poco meno di 7 giorni è assolutamente riduttivo. Tuttavia, ci sono delle tappe obbligate che credo ogni viaggiatore debba includere nella lista di cosa vedere in Molise. Giorno 1 Per quanto piccolo sia, il Molise si divide in due aree ben distinte: l'alto Molise e il basso Molise. Pietrabbondante, Agnone e Capracotta sono tutti nell'alto Molise, e per questo vi consiglio di trascorrere un'intera giornata da queste parti. Iniziate da Pietrabbondante, che è il primo paese che troverete sul percorso partendo da Campobasso. Qui si trova una delle aree archeologiche più importanti di tutto il Molise. Perfettamente conservato, infatti, qui sorge un anfiteatro che risale all'epoca sannitica che merita certamente una visita. Trasferitevi poi ad Agnone, borgo molisano dalla fama mondiale. Qui si trova infatti la Fonderia Pontifica Marinelli, un'eccellenza italiana che forgia campane dal 1339. Approfittate delle visite guidate ogni ora per un viaggio indietro nel tempo. Se avete ancora tempo, fermatevi a Capracotta. È il secondo paese più alto di tutti gli Appennini e per via delle numerose nevicate che cadono da queste parti in inverno, è detto borgo delle bufere. Ideale per prendere un po' di fresco in estate, e per fare un giro in uno dei borghi italiani più autentici. Giorno 2 Nella lista di cosa vedere in Molise non può certo mancare il suo capoluogo, Campobasso. Pur essendo il centro amministrativo regionale, Campobasso è molto piccola se paragonata ad altre città. Se volete un po' di romanticismo, vi consiglio di percorrere al tramonto via Matris. Camminando fino alla fine, raggiungerete il belvedere che fa da davanzale al Castello Monforte. Visitatelo e salite in cima alla sua torre: la vista sulla città è magica e imperdibile. Dal castello scendete poi per addentrarvi nel centro storico di Campobasso, è imperdibile e intriso di storia. Vicinissima a Campobasso c'è Ferrazzano. Tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino sono d'accordo sull'affermare che è uno dei borghi meglio conservati di tutto il Molise. La pietra bianca che lo avvolge e le moltissime terrazze panoramiche lo rendono il posto ideale per una passeggiata rigenerante. Giorno 3 Se siete stanchi della città e vorrete rifugiarvi nella natura, Carpinone e le sue cascate sono la soluzione che fa per voi. I ragazzi del luogo, infatti, da qualche anno hanno risollevato le sorti di alcuni sentieri naturalistici. Tra questi, proprio quelli che conducono alla cascata di Carpinone e alla cascata Schioppo. I percorsi sono meravigliosi e tenuti in maniera eccellente grazie al lavoro dei volontari. Addentrandovi nella natura potrete arrivare fin sotto alle cascate - e perché no - godervi anche un bagno rinfrescante. A pochissimi passi da Carpinone, vi consiglio di visitare Castelpetroso e il suo Santuario. Noi ci siamo finiti per puro caso: percorrendo la statale che riporta a Campobasso, è impossibile non vederlo. Sorge infatti anch'esso nella natura, lontano dal centro abitato. Il Santuario di Maria Santissima Addolorata ha delle caratteristiche architettoniche uniche, con forti richiami allo stile gotico. Non fatevi ingannare però: è di recente costruzione, essendo stato inaugurato nel XIX secolo. Giorno 4 Nonostante siano poco pubblicizzate, le aree archeologiche in Molise sono moltissime e non hanno nulla a che invidiare a siti più famosi. Altilia ne è l'esempio. Questa piccola città sannitica - poi trafugata e passata in mani romane - ci è stata tramandata in condizioni esemplari. Si può ancora camminare per le sue stradine, fare una visita al tempio cittadino e sedersi sugli spalti del suo anfiteatro. Il tutto, gratuitamente. Non che questo sia l'unico motivo per cui dobbiate passare da qui. Nella zona, vi suggerisco poi di fare un piccolo trekking naturalistico all'Oasi WWF di Guardiaregia. Quest'area, al confine con la Campania, è una riserva naturalistica protetta. Prima di partire per l'esplorazione del territorio, vi consiglio una tappa all'agriturismo "La Fattoria dell'Oasi": un pasto tipico molisano è quello che ci vuole prima di una bella passeggiata. Giorno 5 Civitacampomarano credo che meriti una visita di una giornata. Non perché il borgo sia così grande, anzi. Ma questa piccola parte di mondo che sempre essere stata dimenticata, ha bisogno di essere esplorata in ogni suo piccolo dettaglio. E per farlo bene, ci vuole del tempo. La piccola Civitacampomarano deve la sua ritrovata ribalta grazie al concept che sta dietro al "CVTà Street Fest", un festival di street art che si svolge qui ogni anno. Tutto il borgo è caratterizzato dalla presenza di murales e installazioni a cura dei più grandi artisti di fama mondiale. A capo di questo progetto Alice Pasquini, che l'ha fatto nascere e che ora è direttrice artistica dell'evento. A Civita inoltre sorge il Castello Angioino, che vive ancora grazie all'instancabile lavoro dei volontari che si occupano della sua gestione. Non perdetevi la visita. Giorno 6 So bene che questo è un post su cosa vedere in Molise, e forse vi sorprenderà vedere in questa lista le Isole Tremiti. Ma partiamo con ordine. Termoli è forse il centro marino più importante della costa molisana. A parer mio non può non essere presente sul vostro itinerario. La città al tramonto si dipinge di un colore ocra intenso, il centro storico è illuminato dalle sue famose luminarie di colore blu. Qui troverete numerosi ristorantini di pesce, adatti per scoprire ricette molisane che certamente farete più fatica a trovare nell'entroterra. Dal porto di Termoli è possibile raggiungere le Isole Tremiti, che geopoliticamente appartengono alla Puglia, anche se in questi giorni ho sentito più volte che leggenda narra che sorgano proprio sull'ideale proseguimento del confine tra Molise e Puglia. Contese a parte, in ogni caso non potete perdervi questo angolo di paradiso in terra. Prendete un battello direttamente da Termoli per raggiungere le Isole di San Domino e San Nicola. Giorno 7 Spostandosi verso ovest, sin quasi al confine con il Lazio, è possibile raggiungere Castel San Vincenzo. La località è nota soprattutto per l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, una versione restaurata di un monastero medievale ricostruita proprio sui suoi resti. I suoi archi e la Cripta di Epifano che sorge nei pressi, sono tra i luoghi più suggestivi che non vorrete perdervi durante il vostro soggiorno in Molise. Dopo aver visitato l'abbazia, dirigetevi verso il lago di Castel San Vincenzo. Si tratta di un lago artificiale balneabile, a cui potrete avere facile accesso anche in auto. Grazie alle piccole spiaggette riparate dal sole, potrete trascorrere qualche momento di relax. Se viaggiate in camper, esiste anche un comodo campeggio con accesso privato alla riva. Spero che il mio itinerario ti sia piaciuto, ma questo non toglie che esistano altri mille luoghi che potrebbero aggiungersi alla lista! Fabiana Palmieri Fonte: https://www.travelsandotherstories.com/, 26 agosto 2020.
- La casa del vento
Flora ed io, una settimana prima, sveglia con la luce del mattino, pronti ad andare a controllare lo stato di maturazione delle olive, importante, dopo essersi accertati dell'apertura del frantoio della Cooperativa Olearia Larinese, di cui la Casa del Vento è socia, per decidere quando iniziare la raccolta. Il periodo giusto, per avere la migliore qualità di olio dalle olive frante, è per noi quello dell'invaiatura, cioè quando le olive sono tinte di rosso per un buon 50% con il resto ancora verdi o nere. Larino apre la campagna olearia e prima degli altri paesi mette a disposizione l'olio nuovo. Un momento magico è stato quello di raggiungere e fermarsi sul punto più alto (504 m. s.l.m.) del colle e da lì puntare lo sguardo sulle cime delle Mainarde lontane, per poi saltare su quelle di Capracotta e Agnone, il Monte Mauro con sotto il Lago del Liscione e, più in là, la Maiella e il Gran Sasso. E ancora, sempre continuando verso destra, San Felice del Molise, Mafalda, Palata, Montecilfone, con Vasto e il mare lontano, Guglionesi, le isole Tremiti, il Gargano, il Tavoliere delle Puglie e le dolci colline che da San Martino in Pensilis portano a Ururi e poi girano per salire verso Montorio nei Frentani, Casacalenda e ancora più su verso Morrone del Sannio. Dolci colline infestate dalla miseria culturale, prima ancora che dalla mancanza di sensibilità, di chi ha sfregiato con le pale eoliche un paesaggio incantevole che, pur se ferito, per fortuna, ancora appare. Il rosso trasparente, che copre la campagna e rimbalza dalle foglie pregne di olive, assorbe il sonno residuo e lascia il posto a quella serenità che solo la bellezza ti può dare. Flora, puntando il suo nuovo telefonino, raccoglie, in un giro a 360°, questi orizzonti lontani, fonti di emozioni, da raccontare, poi, ai suoi amici padovani. Arriva il giorno dell'inizio del raccolto, con la minuta valle, quella che separa il Monte dal Monte Arone e Monte Arcano, coperta con un manto di nebbia che l'alba farà svanire coprendola di colori. Davanti alla baracca, il tutto preparato la sera prima, troviamo le reti, i cestelli, i rastrelli, che usiamo solo in caso di necessità, le cassette, che ci dividiamo per andare a mungere le prime olive dagli alberi ancora sofferenti della gelata di due inverni fa. La tecnica è quell'antica della mano che scivola lungo il ramoscello e stacca le drupe, nella gran parte invaiate e, come si diceva, dal colore rossastro. Intanto, il sole uscito da dietro il Gargano, sale e comincia a far sentire il bisogno di spogliarsi di qualche panno per il caldo e poi di acqua per dissetarsi. Io e Flora siamo molto concentrati in questa attività e le parole che ci scambiamo sono dirette a indicare un albero o un ramoscello dove sono rimaste ancora olive attaccate per nostra distrazione. Torna alla memoria la raccolta di un tempo con gli olivi grandi come querce; le lunghe scale e i grandi teli ricavati dal mettere insieme sacchi di iuta, quasi tutti rattoppati, stesi sotto gli alberi rallegrati dal canto con le voci di quelli che erano sulle scale e quelli sotto. Donne e uomini a cantare i loro racconti, e, soprattutto le donne, a stuzzicare gli uomini con il canto all'amore che, qui a Larino, la patria dell'olivo "Gentile", della Salegna o Saligna e della San Pardo, si ripete con "A fronne da uelive", cioè «il ramoscello di olivo che – dice il canto – dà l'olio, tu cerca di sposarti perché io non ti voglio». Un canto bello che, da qualche tempo, soffocato dai rumori dei pettini e nuovi strumenti per la raccolta, non lascia ascoltare l'eco che arrivava dalla campagna olivetata che veste di verde intenso la mia antica città, capitale dei frentani secoli fa e culla, nel 1994, dell'Associazione Nazionale delle Città dell'Olio. Di tanto in tanto il silenzio è interrotto dallo scarico delle olive dal cestello, che portiamo a tracolla, alla cassetta e da Lina e Andrea, i nostri cani, che giocano sotto l'albero a fianco a quello dove noi siamo concentrati a raccogliere. Poi la sosta salutare, soprattutto per chi non è abituato a fare sforzi inusuali e vive la giornata seduto a scrivere o a parlare. Non manca la visita all'amico Antonio che, ben attrezzato, sta raccogliendo con tutta la famiglia in un oliveto poco lontano, quello da dove sono arrivati gli olivi secolari trapiantati davanti casa. Reti grandi; pettini che s'incrociano in cima a un bastone alimentato con la batteria, che staccano dolcemente gli olivi e le lasciano cadere sulle reti ben stese; cassoni capaci di contenere tre quintali di olive e non, come noi, cassette da venti chili; mani per prendere le reti e riportare al centro tutte le olive raccolte, da scaricare, poi, nel cassone. Anche qui grande concentrazione con il pensiero prevalente al mercato che non ancora decide il prezzo delle olive. Esso è un elemento decisivo, importante per capire il risultato di un'annata di cure e di amore per questa pianta generosa e, con il suo olio, ricca di significati. Un olio che, per colpa della mancanza di organizzazione dei produttori e del vuoto di programmazione da parte delle istituzioni, non è premiato dal mercato con un prezzo adeguato alla sua qualità, che oggi, diversamente dal passato, è diffusa e non, come fino a qualche decennio fa, riservata solo a pochi. A questi limiti di una realtà basata sul baratto, è da aggiungere quello espresso dalla grande, purtroppo ancora maggioranza dei consumatori, che dell'olio sa poco o niente, tanto da scartare il migliore perché "piccante e amaro"; preferire quello di semi, soprattutto per la frittura e alcune elaborazioni; non dare importanza a una sana e corretta alimentazione che, è bene tenerlo presente, è tale se moderata e sostenuta da prodotti di qualità, in primo luogo l'olio, non solo per i suoi caratteri salutari ma, anche, per essere il filo conduttore del buon mangiare per eccellenza, la Dieta mediterranea. La sera, dopo il carico delle cassette e il trasporto delle stesse al frantoio, ci ha trovato stanchi ma felici per la degustazione dell'olio nuovo, rigorosamente baciato prima di essere assaggiato. Poco profumo perché ancora chiuso dal trauma della frangitura, ma già ricco di sapori come il sedano, il carciofo, il pomodoro, l'aglio e altro ancora. Un rito che si è ripetuto per tre giorni, tutt'e tre pieni di sole e di speranze riposte in questo prodotto prezioso che ti sazia con una fetta di pane, con o senza pomodoro; uno spaghetto con solo aglio e prezzemolo; un pezzo di caciottina o mozzarellina, stracciata o caciocavallo fresco dei nostri maestri casari e del latte dei nostri bravi allevatori; riso in bianco con prezzemolo; insalata di pomodoro con peperone fresco, sedano, basilico e cipolla; pasta con le verdure o, meglio, con le patate; linguine con frutti d mare e olio a crudo o, immenso, pesce crudo di cui io vado pazzo. Tre giorni di amore per la natura circostante, l'ambiente e il paesaggio dagli spazi ampi, il silenzio interrotto di tanto in tanto dal volo della gazza ladra offesa dalla nostra presenza, per loro invasione di campo, o dai discorsi di coppie di uccelli che si sentono arrivare come un cicalio lontano. L'aria della sera dondola i rami degli ulivi e noi soddisfatti come siamo della raccolta e grati alle nostre mani delicate. Risplende il tramonto che attende la notte stellata. Anche questo è amore... amore per una vita sana e sobria, che solo la campagna, con i suoi silenzi, può donare. Pasquale Di Lena Fonte: https://pasqualedilena.blogspot.com/, 21 ottobre 2013.
- Abetina di Rosello e cascate del Verde
Diciamocelo, Rosello e Borrello, comuni della Provincia di Chieti a pochi chilometri di distanza tra loro, non sono proprio dietro l'angolo. Anche partendo da molte località in Abruzzo, un'ora e mezza o due di auto e curve vanno messe in conto. Lasciate le autostrade e le superstrade, però, non si guarda più il contachilometri e gli occhi vengono rapiti dal paesaggio incredibile che si svela davanti. Un antico mosaico ambientale, commoventi borghetti medievali abbarbicati sulle alture, Madama Majella a chiudere l'orizzonte: la valle del Sangro è davvero lo Shangri-La d'Abruzzo. Sono venuto sin qui per fotografare due piccole, ma importanti riserve naturali: l'oasi delle Cascate del Verde di Borrello e l'Abetina di Rosello, parte delle ultime foreste di Abete Bianco dell'Appennino Centrale, che caratterizzano quest'area di confine tra Abruzzo e Molise. Con tre salti che insieme superano i 200 metri, quelle del Verde sono le cascate naturali più alte d'Italia. A ragione attirano quindi ogni anno migliaia di turisti e una cooperativa di giovani locali si occupa della gestione e dell'accoglienza dell'oasi. Ho dato appuntamento qui anche al regista de "L'Altro Versante TV" Marco Rossitti e alla sua troupe che arrivano dal lontanissimo Friuli per filmarmi in azione in questi luoghi. Ad attenderci e guidarci, l'amico Giuseppe Di Renzo della cooperativa "Rio Verde Ambiente e Turismo", profondo conoscitore della zona nonché appassionato fotografo. Ci avviciniamo lentamente ai salti d'acqua, saltellando su massi e graffiandoci tra i cespugli, carichi di attrezzatura come muli. Il rumore dell'acqua si fa sempre più forte. La cascata si rivela, con la sua acqua pulitissima. Foglie morte che danzano nei gorghi come poesie haiku e bellissimi aceri ed ornielli che crescono sui massi scolpiti delle rive, quasi consapevoli delle regole della composizione fotografica... E io ho nemmeno due giorni per fotografare 'sta meraviglia! Tempi lunghi o brevi? Inquadrature larghe o dettagli? Classiche o creative? Il cervello fa automaticamente le sue scelte e alla fine la virtù come sempre, sta nel mezzo. Decentrabile e 50 mm la faranno da padrone. Alla fine, tutto sommato, sono soddisfatto. Peccato, una puntina di colori nel bosco in più non avrebbe guastato: ma con quest'autunno pazzo, non mi posso lamentare. Le foglie sarebbero potute già essere a terra! Ci avviciniamo a Rosello e ammiriamo i crinali boscosi che vanno da Castiglione Messer Marino fin verso Pescopennataro e Capracotta, il Molise. I boschi di faggio, acero e altre caducifoglie stranamente ancora verdi in alcune parti e rossi in altre, sono tutti punteggiati dal verde scuro degli abeti bianchi. Abies alba, che in queste zone raggiunge altezze ragguardevoli, è un albero bellissimo, che mette soggezione e tranquillità al suo cospetto. Per esplorare da vicino la Riserva Naturale dell'Abetina di Rosello e avventurarci nei suoi angoli più nascosti, non potevamo non farci condurre da una guida d'eccezione, il grande Mario Pellegrini, profondo conoscitore della natura appenninica e vero e proprio genius loci di queste zone. A lui va il merito della creazione di questa bellissima area protetta quasi vent'anni fa e della conoscenza del suo complesso ecosistema. Mentre camminiamo verso la forra del torrente Turcano, Mario snocciola dei numeri: 450 specie di funghi, 600 di coleotteri, una marea di specie vegetali, tra cui il bellissimo acero di Lobel. E poi anfibi, rettili, uccelli e mammiferi: una fauna d'eccezione, che vanta l'orso bruno marsicano, il lupo, l'astore, il picchio nero, quello mezzano e il dorsobianco. Troviamo tante tracce delle presenze faunistiche, ma l'unico incontro ravvicinato è con una microscopica Salamandrina di Savi, anfibio urodelo che si trova solo in Italia peninsulare e piuttosto raro nel versante Adriatico. Qui, nel regno dei muschi e del legno morto, abbondantissima. Entriamo nella forra, passando accanto a enormi tronchi di abete che sembrano zampe di elefante. Alcuni alberi, ci rivela Mario, superano i cinquanta metri di altezza e un paio, sembra, superano addirittura i 56 metri. Guadagnando così il titolo di alberi più alti d'Italia e rivaleggiando con simili in Croazia per quello di alberi più alti d'Europa. Non è facile fotografare questo bosco. È tutto un intrico di alberi morti, rami, foglie e ostacoli. Ma questa è natura selvatica e quindi bisogna farsene una ragione. Come non concentrarsi sulle foglie morte in una pozza o sui funghi giganti che crescono sui tronchi? E i licheni su quel rametto? Mamma mia, quanto è alto quell'albero! Dovrò tornare diverse volte nella riserva per portare a casa delle immagini che mi soddisfino. La prima volta una nebbia fittissima ha avvolto tutto per tre giorni. Poi, sole e luce forte. Ogni volta nuove soluzioni da cercare. Ogni decina di metri ha richiesto un'ora di esplorazione visiva per le infinite possibilità che questo ricco ecosistema offre. È difficile non cadere nella banalità con una foresta del genere e quindi ci si sforza di mantenere una visione fresca e creativa. Ma quando arriviamo ad un ansa del torrente Turcano, dove due abeti enormi coperti di muschio sono crollati mettendosi di traverso e i colori dell'autunno dei faggi appaiono sullo sfondo, non voglio sentire nessuno: treppiedi, grandangolo, polarizzatore e grande profondità di campo. Immagini classiche e semplici. La contemplazione estatica, infatti, non tollera distrazioni. Bruno D'Amicis Fonte: https://laltroversante.blogspot.com/, 2014.
- Vivere con cura a Capracotta
Gli albori di "Vivere con cura" a Milano Nel 1987, dall'incontro e dalla successiva collaborazione tra il gruppo di Legambiente di Milano e quello del Movimento degli Uomini Casalinghi (di cui faccio tuttora parte), era nata la proposta di organizzare incontri sia per denunciare e contrastare l'inquinamento crescente e le devastazioni ambientali e sia, soprattutto, per divulgare culture, pratiche e stili di vita ecologici. Chiamammo "Vivere con cura" sia il gruppo promotore che i programmi che avremmo proposto, facendo nostro il pensiero di Carla Lonzi, che invitava non semplicemente a vivere, ma a vivere con cura se si vuole veramente essere in sintonia con se stesse/i, le altre/i e la natura. La modalità scelta fu quella di organizzare cicli di conferenze, con dibattito e discussione a seguire, strutturati in calendari della durata di circa tre mesi con incontri settimanali o quindicinali da tenersi verso sera o dopo cena, per permettere una più larga partecipazione. E con ingresso gratuito. Le conferenze erano tenute da esperte/i che da anni ormai facevano ricerca, o come docenti universitari, o come amanti del sano vivere che sperimentavano in prima persona gesti e pratiche "sostenibili" e possibilmente a "impatto zero" sull'ambiente, in tutti i campi dell'agire umano. A partire dall'economia domestica e dai gesti quotidiani - appunto di cura - che riguardano tutti, e riflettendo sul dato di fatto inequivocabile che la società in cui viviamo esalta il momento della produzione di serie - sia essa per il mercato che per il sociale - e del consumo, ignorando, banalizzando, disprezzando (o addirittura a danno) il momento della cura, relegata da circa 5.000 anni solo alle donne, per una presunta inferiorità e incapacità esistenziale a creare e progettare, prerogative del "genio" maschile. Ma dalla fine degli anni '60, le donne sempre più hanno rifiutato il ruolo di angeli del focolare per scoprire e costruirsi un'altra identità, vita ed esistenza. La risposta della grande industria è stata l'immissione massiccia degli elettrodomestici, del macchinismo industriale e di sostanze chimiche. Per cui, mentre si cercava di divulgare le ultime ricerche su una coerente pratica di vita ecologica quotidiana, a partire dai piccoli gesti, ci si interrogava sul senso dei lavori di cura e sulla differenza sessuale e i possibili sbocchi che potevano nascere. Gli anni del consolidamento Il primo periodo di "Vivere con cura" a Milano è durato sei anni, durante i quali, per circa sette-otto mesi l'anno, presso il centro di quartiere "Il Ponte delle Gabelle", grazie all'impegno generoso e intelligente della responsabile, Graziella (originaria della Sicilia e figlia di una sapiente madre "tuttofare"), sono passate decine di esperte/i toccando sostanzialmente tutti gli argomenti possibili. In particolare soffermandoci sui temi fondamentali dell'alimentazione e agricoltura biologica, erboristeria e medicine naturali, massaggi e ginnastiche dolci, cosmesi e bioarchitettura. Buona la partecipazione (con una media di cinquanta presenze a incontro), ma soprattutto sono nate tante prese di coscienza individuali e di gruppo, amicizie e collaborazioni, gruppi di studio, e per qualcuno anche l'inizio di nuovi lavori o lo spostarsi a vivere in campagna o montagna. In quei sei anni, abbiamo verificato quanto sia importante un'acculturazione di massa concreta sui temi ecologici, sia per realizzare reali cambiamenti, sia per creare una rete di vita ecologica, perché da soli si può fare troppo poco. Per me, personalmente, fu un periodo di grande arricchimento umano e culturale perché di solito i professori, i docenti e gli appassionati della natura frequentano ambienti "ristretti", invece con le conferenze popolari davamo la possibilità di aprirsi - e confrontarsi in modo anche polemico - a un pubblico eterogeneo, o meglio come si diceva al popolo, il vero motore della storia e dei cambiamenti. Dopo la verifica e il consolidamento di quei primi sei anni, ci sono state: la diffusione di programmi anche in altre realtà; la nascita di un gruppo di acquisto di prodotti biologici direttamente dai produttori (con benefici reciproci), che annaspano per via della globalizzazione; l'organizzare campi di vacanze ecologiche presso agriturismi autentici, in cui cioè realmente si sperimenta la vita naturale, e anche in paesi in via di abbandono; la pubblicazione del libro "Vivere con cura" e dibattiti e polemiche con le altre associazioni ambientaliste che ci criticavano di fare troppo poco e di essere troppo legati al passato. La nascita di "Vivere con cura" a Capracotta Nell'autunno del 2002, l'allora assessora alla Cultura del Comune di Capracotta, Patrizia Rainone, mi chiese (e pose la domanda a tutti gli emigrati) se avessi delle proposte da dare per contribuire alla "rinascita" dell'amato paese e territorio di Capracotta, che, come molti - se non tutti - comuni montani, soffre del fenomeno dello spopolamento e del disfacimento, ormai quasi allo stadio finale, dello storico tessuto sociale, e con una crisi d'identità culturale ed esistenziale, soprattutto come prodotto della globalizzazione forzata delle multinazionali e dei miti sempre più accentuati del consumismo, dell'urbanizzazione, del progresso a tutti i costi e del gigantismo a tutti i livelli. Condannando a morte quei tesori umani, naturali e culturali che sono i piccoli comuni montani, forse gli ultimi baluardi di resistenza e base per una possibile vita bella e degna di questo nome. A Patrizia risposi che da molti anni a Milano - dove mi ero trasferito con la famiglia dall'età di un anno e mezzo, con la prospettiva di un futuro "radioso", di "emancipazione" dalla natura selvaggia e dura - collaboravo all'organizzazione degli incontri di "Vivere con cura" e che ormai conoscevo oltre cento esperte/i (che considero mie maestre/i) in tutti i campi della cultura ecologista e delle sue varie correnti (quella più scientista, quella spiritualista, quella radicale-intransigente, ecc.) e che avremmo potuto promuovere a Capracotta, e possibilmente in tutto l'Alto Molise, per affinità di territorio e problematiche, una specie di scuola popolare sui saperi pratici, locali e non, relativi a una vita coerentemente sana ed ecologica, perché al giorno d'oggi è quasi ridicolo parlare di vita ecologica in città, anche se fai la raccolta differenziata, compri i prodotti bio (falsi o semi-falsi) al supermercato, usi il tram, ecc. E aggiungevo che Capracotta e l'Alto Molise, come tante zone ormai "marginali", paradossalmente grazie allo spopolamento e alla mancanza di concentrazione di attività produttive ha un ambiente ancora quasi intatto con boschi, montagne verdi, acqua buona, aria impareggiabile uniti alla bellezza del luogo e alla proverbiale ospitalità e calore umano (penso per esempio ai fratelli Fiadino). Patrizia acconsentì all'esperimento, e ragionando con lei e le/gli animatori (soprattutto di Milano) con cui ero in stretto rapporto, organizzammo il primo ciclo di "Vivere con cura" a Capracotta, con queste differenze rispetto agli incontri di Milano: mentre in città erano strutturati solo come conferenze (e quasi non poteva essere diversamente), a Capracotta, lontano dalle grandi città, pensavamo a incontri strutturati come corsi-laboratori della durata minima di una settimana, con almeno tre ore di "lezione" pratico-teorica al giorno, dal lunedì al sabato, con esposizione o saggio finale la domenica. Un'occasione diversa per imparare Il termine "corso-laboratorio" vuol significare sia trasmettere nel concreto il sapere da parte dell'esperta/o, sia possibilmente attivare, attualizzando e innovando sui saperi già dati, un laboratorio sperimentale, facendo in altre parole ricerca, unendo saperi accademici-cittadini con quelli locali e con i vissuti delle singole persone partecipanti, realizzando tutto questo all'interno del paese-territorio con i suoi abitanti (soprattutto con le/gli anziane/i, che sono le/i vere/i maestre/i di vita ecologica, con i loro preziosi racconti di fatti, memorie e testimonianze), animali, vegetali e minerali. Una scuola totale, insomma, privilegiando gli incontri all'aperto, sotto la chioma e l'ombra di un albero, oppure in piazza, o durante una camminata, o alla villa, o presso una sorgente, o all'orto botanico; dando quindi molta importanza alla sensibilità, all'emotività, all'intervento diretto o indiretto delle forze della natura che non solo non disturbano ma permettono un apprendimento complessivo e più efficace del sapere da trasmettere. Anche perché tutte le esperte/i si rifanno alla cultura e didattica non solo ecologista ma anche nonviolenta e quindi, tranne rari casi, è un piacere enorme partecipare da studenti, senza barriere di età, credi religiosi, colori politici o della pelle e senza limiti di tempo (la famigerata campanella scolastica che interrompeva, il più delle volte, le belle discussioni che nascevano). Autoeducazione permanente e conviviale Questo modo di fare ed essere scuola ha profonde radici, anche se purtroppo poco conosciute e riconosciute. Per esempio la scuola di don Lorenzo Milani a Barbiana, nel Mugello, per l’emancipazione dei figli di contadini e operai; oppure le università popolari in Argentina promosse dalle Madres de Plaza de Mayo per resistere alla dittatura militare dal 1976 al 1983; oppure la scuola di Ipazia, in Alessandria d'Egitto, nel IV sec. d.C., considerata la più grande matematica e scienziata dell'antichità, che oltre a insegnare ai suoi studenti, teneva lezioni per strada e anche per questo fu perseguitata e massacrata dal fondamentalismo religioso. Così come fu uccisa Meena, una ventina di anni fa, un'insegnante afghana che con altre promuoveva corsi di alfabetizzazione tra le donne sotto il regime dei talebani. Ma forse l'esempio più significativo è quello del Tiaso di Saffo (600 a.C.), la poetessa, con la sua scuola per ragazze in Grecia, ove si trasmetteva tutto il sapere pratico femminile in modo interdisciplinare si direbbe oggi, in quanto si univano gli aspetti della cura e produzione quotidiana agli aspetti artistici in stretto rapporto con la natura, insieme alle buone maniere e alla cura del corpo, fondendoli con la musica, il canto, la danza e la poesia (molte delle sue composizioni furono distrutte dai fondamentalisti religiosi), oltre alla riflessione sulla gestione dei sentimenti, vissuti come elevazione sia personale che relazionale, in particolare l'amore, che chiamava «la bestia dolce-amara» (perché occorre saggezza nel saperlo vivere), insegnamenti in contrasto con i miti bellici della società militarista che ormai si era instaurata in Grecia e il teatro greco è lo specchio del passaggio dalle antiche e pacifiche società conviviali dell'antica Europa a quelle violente indoeuropee. Pastorizia transumante, economia del bosco, artigianato e grande economia domestica Uno degli aspetti degli incontri di "Vivere con cura" a Capracotta (come in qualsiasi altro contesto) è che bisogna partire dal riconoscimento di quanto nel passato, remoto e/o recente, è stato fatto sia per la salvaguardia della natura che per quanto riguarda uno stile di vita sostenibile per l’ambiente, utilizzando i doni che offre la natura e il territorio del luogo. La vita e l'economia di Capracotta, posta a 1.421 m sul mare, è ruotata per molti secoli sulla pastorizia transumante (fenomeno straordinario da un punto di vista ecologico e umano), l'industria boschiva (con lunghi periodi di vita nei boschi, quasi come gli Indios, quindi un altro fenomeno da riscoprire e rileggere), l'artigianato e una sapiente e ricca economia domestica (per esempio il fatto che ogni nucleo familiare avesse una capra, pascolata assieme alle altre, che soddisfaceva una parte del fabbisogno alimentare di alto valore biologico; così come l'avere un orto o della terra da coltivare; fare il pane, ecc.) gestita dalle donne di Capracotta (e su questo tema, a differenza degli studi sulla transumanza e l'industria boschiva, non ci sono ricerche e riflessioni, e il desiderio è di attivarle) che permetteva una qualità della vita notevole soprattutto in termini di convivialità e mutuo sostegno e soccorso, nonostante la durezza delle condizioni di vita e le disuguaglianze sociali. La cellula di quella economia era la famiglia patriarcale allargata. Secondo l'antropologa Michela Zucca, venuta più volte dal 2003 a Capracotta a tenere incontri per "Vivere con cura", il declino della montagna con relativo spopolamento, è dato dall'insieme di due fattori: l'avanzare dell'economia di mercato globale in montagna, che ha reso non più redditizie quelle attività, e il rifiuto di donne e giovani di sottostare all'autoritarismo patriarcale, preferendo l’emigrazione e il matrimonio e la famiglia nucleare in città. La ricetta di Michela Zucca è nel riconoscere la centralità delle donne con i loro saperi e percorsi esistenziali in libertà, perché sono le donne che fanno società e civiltà. Anche su questi temi continua la ricerca attuale di "Vivere con cura" a Capracotta. Lucia di Milione, la signora dei boschi Nel 2003, alla nascita del primo programma di "Vivere con cura" a Capracotta, abbiamo dedicato il circolo promotore a Irene e Lucia di Milione, forse l'esempio più significativo per quanto riguarda la possibilità di vita in montagna senza inquinare ed essere felici. Perché questo è il grande gioco: costruire possibilità di lavoro e reddito non solo in armonia con la natura, ma con grande passione e gioia. Ebbene la vicenda di Lucia di Milione e di sua sorella Irene, secondo me è quella che più deve far riflettere. Tutti a Capracotta ricordano Lucia De Renzis, chiamata Lucia di Milione perché il padre, Emilio, era un omone e quindi Emilione, in dialetto Milione o meglio M'glion'; non passava inosservata, era una forza della natura (senza nulla togliere a tutte le altre abitanti di Capracotta). Personalmente da anni sto lavorando a un libro su di lei per cogliere bene la grandezza del suo esempio di vita. Per non dilungarmi dico che lei, da giovane, per sostenere economicamente la famiglia caduta in ristrettezze per via della malattia di Emilione, si inventa il lavoro di raccoglitrice per i boschi e i campi di Capracotta. Molte/i o quasi tutti vivevano con l'arte - personalmente la considero una scienza divina - di raccogliere ciò che la natura ci dona (a differenza dell’agricoltura, per esempio): legna, erbe selvatiche, frutti di bosco, funghi; ma era praticata per uso familiare e come integrazione al reddito. Per lei diventerà invece il lavoro della sua vita. Tempo e stagione permettendo, partiva al mattino e tornava in paese prima di sera, sempre a piedi, carica di ciò che aveva trovato e raccolto. Ricordo che quando entrava in paese era ornata di mazzi di erbe (cassèll', voccarùsc'...) e quant'altro, portando a bella vista i doni e i profumi del bosco, una meraviglia che vendeva per poche lire, unite ai racconti di ciò che le era accaduto o aveva visto, perché nel bosco è sempre un'avventura continua, almeno se hai occhi, cuore e testa per viverli. Viveva con la sorella che faceva saltuari lavori di bracciante e altri lavori precari. Hanno entrambe vissuto oltre gli ottant'anni. Vivendo nei boschi e all’aria aperta aveva preso le caratteristiche delle forze della natura: fierezza, forza, coraggio, accettazione, amore per il mondo... e sprizzava una vitalità incontenibile. La figura della raccoglitrice è la figura forse più ecologica che ci sia. È il mestiere più antico, insieme alla caccia che però integrava la dieta e allora non era squilibrante, né praticata come sport, ma come necessaria. Mammaletta, maestra nell'arte di ammacunà Altra figura di riferimento, a cui personalmente dedico una settimana l'anno è mia nonna Antonietta, chiamata Mammaletta, vissuta da fine Ottocento fino al 1945. Di lei mia madre, Peppina, mi racconta che era maestra nell'arte di ammacunà. Solo da mia madre sono venuto a conoscenza di questa parola, caduta in disuso come tante altre, insieme al dialetto (e un altro desiderio è di rilanciarne l'uso, iniziando con una settimana di "Vivere con cura"). Mammaletta gestiva una pensione, di fianco al municipio di Capracotta. A pianterreno c'era il laboratorio-scuola di sartoria di mio nonno Loreto, con sempre almeno sette-otto giovani che andavano a imparare il mestiere in cambio di lavoro. Nei due piani superiori c’erano due camere adibite a pensione e il salone dove si mangiava. L'abilità, la sapienza e l'amore di mia nonna con l'aiuto delle sei figlie/i, in particolare di mia madre Peppina, permetteva che tutto andasse per il meglio, accogliendo spesso parenti o conoscenti che cadevano in disgrazia e coinvolgendoli nelle mille produzioni e cure domestiche. In sostanza, nonostante circolasse poco denaro, attorno alle due attività di scuola-sartoria e piccola pensione si costruiva una vita decorosa, viva e gioiosa e a dimensione umana: era una specie di alveare attorno alla figura di mia nonna che fungeva da ape regina. E il miele è il prodotto dell'armonia stupefacente che si crea tra le api e tra le api e i fiori. Così come il buon andamento, l'equilibrio tra le esigenze delle attività e quelle della famiglia allargata, con mille attenzioni particolari e stimoli culturali perché gli ospiti annuali erano insegnanti e ostetriche che trasmettevano i loro saperi "per osmosi" a tutti gli abitanti della casa-pensione (in media 20-25 persone di ogni età); erano il frutto di quell'arte, anche questa secondo me divina, di relazionarsi e di costruire, giorno dopo giorno, tra le mille difficoltà e penurie, una vita appagante, bella, aperta al meraviglioso. Credo che a Capracotta ci siano state e ci sono molte altre storie di donne eccezionali come Mammaletta. "Vivere con cura" a Capracotta dovrebbe riprendere quei saperi di Lucia e Irene, di Mammaletta, delle altre donne e anche dei pastori, boscaioli e artigiani, continuando il cammino; invece gli ideologi del "modernismo" li hanno bollati come superati, e li hanno condannati a sparire o a nascondersi nei musei, tacciando di idealismo romantico chi vuole (come gli aderenti al movimento eco-pacifista) non solo restituire loro valore esistenziale e culturale ma, e questo è il punto, farli dialogare con i saperi delle tante altre realtà simili nel mondo - cioè la globalizzazione dei popoli - e anche con le moderne scoperte e innovazioni scientifiche, in modo da coniugare possibilità di lavoro e reddito in montagna in armonia con la natura, e rapporti di collaborazione (e non più di dominio e sottomissione) tra i sessi. Antichi e nuovi sanniti Un altro aspetto fondamentale di "Vivere con cura", oltre alla rivisitazione dell'economia e vita sociale-conviviale a Capracotta negli ultimi due secoli, è il rilanciare gli studi e ricerche esperienziali, cioè non più nel chiuso dei circoli intellettuali, sul popolo sannita (o meglio ancora Safini, che era il nome autoctono, mentre Sanniti era il nome dato dagli antichi Romani), che viveva anche nell'Alto Molise; dalla scoperta della tavola Osca emerge che per la bellezza e salubrità del posto questi era considerato, come d'altronde un po' tutti i territori montani, una zona sacra o almeno quella principale dei Sanniti, tanto che c’erano ben quattro siti religiosi con al centro il culto per la dea Kerres (la Cerere romana, la Demetra greca) e per altre divinità prevalentemente femminili che incarnavano i cicli e i doni della natura, con molti riti di ringraziamento e propiziatori. Quindi l'Alto Molise, come un po' tutto l’entroterra appenninico e alpino, sempre secondo Michela Zucca, ha resistito maggiormente alle invasioni indoeuropee prima e dell’impero romano poi, conservando credenze, riti e culture arcaiche che per una serie di motivi giungono ancora a noi, e che possono essere attuali e attualizzabili; per esempio l'amore e il rispetto che avevano per la natura e il mondo femminile, attuali più che mai visto gli scempi ecologici e la violenza sessuata verso le donne. La memoria fertile, il vero sponsor Uno dei problemi di "Vivere con cura" è il finanziamento dei programmi. Mentre a Milano gli esperti venivano gratuitamente, tranne rari casi, qui invece per il soggiorno, il viaggio e per alcuni anche un gettone di presenza, oltre che per pagare i costi delle locandine dei programmi annuali, le riviste che facciamo dal 2004 - chiamate anch'esse "Vivere con cura" - e le tante altre piccole spese, c'è il problema del reperimento dei fondi. Abbiamo calcolato che per ogni anno di attuazione del programma occorrono circa 4.000 euro, facendo tutto con la massima sobrietà e cercando di riattivare la vita eco-conviviale; metà li ha messi il Comune, ma gli altri 2.000? La soluzione che di solito si dà è il cercare gli sponsor, che il più delle volte sono delle attività commerciali-industriali, oppure l'amministrazione comunale o fondi regionali ed europei, che però vorremmo evitare perché c’è il rischio che se non gradiscono il programma potrebbero negare o ridurre il finanziamento, come era accaduto a Milano nel 1993 con l'interruzione di "Vivere con cura" al Ponte delle Gabelle, che ripartì poi molto ridimensionato e "addomesticato". Ecco perché, a parte il far pagare una quota, anche se irrisoria, ai partecipanti (dieci euro a settimana), comunque non si riesce a coprire i 4.000 euro, e la soluzione che più ha preso corpo, già dal primo anno, è quella di dedicare ogni settimana-corso a una donna o a un maschio - a partire dalle/dagli abitanti di Capracotta - che si sono distinti per il proprio amore per la natura o perché semplicemente parenti o amiche/i vogliono ravvivare la memoria dedicandole/gli appunto una settimana di iniziativa in suo nome. Con "Vivere con cura" si vogliono ricordare le singole donne o pastori o boscaioli o artigiani o altri, il loro profilo e i relativi insegnamenti. A ogni parente o conoscente che desidera fare questo gesto chiediamo di tracciarne un profilo scritto o sottoforma di video per farne un archivio, scegliere l'argomento da trattare, essere presente, accogliere nella propria casa e seguire l'animatrice o animatore (o proporsi lei/lui stessa/o) e contribuire con almeno cento euro. Considerazioni sui primi cinque anni Invito prima di tutto a rileggere i programmi di questi primi cinque anni per rendersi conto della ricchezza e profondità di argomenti e la vita conviviale che si riaccende o addirittura esplode, in particolare come accade con l’animazione con le bambine/i. Purtroppo un 20% dei corsi è saltato per cause di forza maggiore. La partecipazione è stata spesso imprevedibile, ora affollata, ora meno, per tanti motivi. Sono venute molte persone a partecipare anche da regioni lontane e spesso a loro volta hanno promosso incontri di "Vivere con cura" nelle loro realtà, attivando quelli che chiamiamo "gemellaggi eco-conviviali" con Capracotta, casa madre di "Vivere con cura", a cui si è affiancata Triora, il paese delle fate-streghe in Liguria, con la straordinaria coppia di ecologiste tedesche Karin e Rainer e le sorelle Cugge, che tramandano i saperi legati alla lavanda e alle piante aromatiche di montagna. I commenti di animatrici, animatori e partecipanti sono unanimi: piace il clima conviviale, non formale e a misura umana, in stretto rapporto con la meravigliosa natura di Capracotta e l'ospitalità e calore umano dei residenti. Senza dimenticare il gioiello dato dal Giardino di Flora appenninica (e Flora era una dea dei Sanniti...). Al momento stiamo preparando il programma del 2008, ma nel frattempo desidero ringraziare tutte le animatrici e animatori di "Vivere con cura", Patrizia Rainone e l'attuale assessora comunale Maria D'Andrea, le autorità, le donne e gli abitanti di Capracotta, mia madre Peppina e infine anche il sottoscritto! Cari saluti e buon anno! Antonio D'Andrea Fonte: https://www.vivereconcura.org/, 2008.
- Riunione attira 400 persone legate ad una cittadina italiana
James Carnevale emigrò da Capracotta, in Italia, nel 1925, quando aveva 11 anni. Suo padre si era già stabilito a Burlington Township ed era tornato in Italia un'ultima volta per i familiari. Come molti residenti del piccolo paese di montagna a metà strada tra Roma e Napoli, i Carnevale lasciarono l'Italia in cerca di lavori migliori e di una vita migliore. E come molti capracottesi, si stabilirono nel South Jersey. Domenica, Carnevale ed altri 400 immigrati da Capracotta coi loro discendenti si sono riuniti per la prima volta presso l'Enlisted Club della base aeronautica McGuire. Hanno rivisto vecchi amici e parenti e hanno ricreato collegamenti col proprio passato. La maggior parte di essi erano più vecchi, più grigi e persino più calvi di quando s'erano incontrati l'ultima volta, ma erano comunque tutti entusiasti di essere lì. «Non potevamo perdercelo», ha detto Joseph Di Rienzo, che è volato da San Marcos, California. Di Rienzo ha vissuto a Burlington Township per 39 anni prima di trasferirsi in California quasi 40 anni fa. Tra il 1890 e il 1930, dozzine di famiglie di Capracotta immigrarono a Burlington Township, Burlington, Trenton e Bristol, in Pennsylvania. Membri di una famiglia o gruppi di famiglie sono venuti insieme. Di solito gli uomini partivano per primi e mandavano i soldi a casa in modo che i membri della famiglia potessero poi unirsi a loro. In America molti vivevano nelle stesse strade e frequentavano le stesse scuole. Molti discendenti vivono ancora nelle città dove si sono stabiliti i loro antenati. Altri vivono a Moorestown, Cherry Hill e in altre parti del South Jersey. Carnevale, 87 anni, ricorda vividamente il viaggio in nave di 10 giorni attraverso l'Oceano Atlantico fino a Ellis Island, un percorso che suo padre ha affrontato più volte prima di trasferire la famiglia in America. È stato suo padre ad aiutare la famiglia ad integrarsi. Oltre a fornire consigli ed orientamento, gli immigrati si aiutavano a vicenda nell'imparare una nuova lingua, ma anche no. «Mia nonna non parlava mai inglese», ha detto Janet Sozio, la cui nonna emigrò nel 1907 dopo che suo nonno si era stabilito a Willingboro. Non dovevano parlare inglese, disse, perché tutti parlavano italiano. Joe Paglione, 59 anni, ha contribuito ad organizzare l'evento di domenica, inviando gli inviti a persone lontane in California, Arizona e Canada. Paglione conosceva già molte persone di Capracotta e le loro famiglie a Burlington Township e dintorni. Era facile riconoscerli quando li incontrava nel corso degli anni, ha detto. Conosceva i loro nomi: Sozio, Costello, Di Rienzo, Carnivale, Comegno e Deone. L'interesse per la riunione è stato così grande che gli organizzatori hanno dovuto respingere centinaia di persone. «Spero solo che continuino così – ha detto Di Rienzo. – Vedo così tante persone. Alcune non le vedevo da 50 anni. Devo guardare le targhette coi nomi!». Christina DeNardo (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: C. DeNardo, Reunion draws 400 with ties to Italian town, in «Courier-Post», Cherry Hill, 5 giugno 2000.
- Il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino
Il "tratturello" caratterizza in maniera sostanziale il territorio, che, da sempre, è stato sfruttato in modo compatibile e sostenibile con forme di agricoltura rispettose dell'ambiente e pronte ad essere incluse in un processo di produzione agro-alimentare e zootecnia, opportunamente certificata in termini di qualità. Così emerge una straordinaria rete di percorsi legati allo spostamento stagionale delle greggi (e dunque legati alla principale attività economica costituita dall'allevamento ovino, soprattutto, ma anche caprino, bovino ed equino) ma anche alla gran mole delle attività indotte e collaterali, oltre alle più generali esigenze di spostamento e controllo dell'intera fascia centro meridionale dell'Appennino in generale e del Molise in particolare. Il percorso tratturale di Poggio Sannita è da considerarsi di terzo livello, costituito dal tratturello Castel del Giudice-Sprondasino. Il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino collega due importanti tratturi che attraversano ed interessano il territorio dell'Alto Molise: l'Ateleta-Biferno, in agro di Castel del Giudice, ed il Celano-Foggia, in agro di Civitanova del Sannio. Lo sviluppo del tratturello, che ha una larghezza variabile fra i 18 ed i 36 metri, è di circa 30 chilometri interamente percorribili. Il punto di partenza è nei pressi del Vallone Molinara di Castel del Giudice a quota 800 metri s.l.m.; seguendo in parallelo il vallone, costeggia la sorgente dell'Acqua Zolfa e arriva, dopo un'aspra ascesa, a Capracotta (quota 1.400 metri s.l.m.). Costeggiando la base di Monte Campo, giunge alle falde del Monte San Nicola e da qui, dopo aver intercettato la Fonte del Duca e la Fonte Romita (zone di interesse storico-archeologico italico-sannita, dove è stata ritrovata la celeberrima Tavola Osca), scende verso l'agro di Agnone; incontrando le masserie di Ciccotondo e di Tedeschi e scendendo ancora fino al Vallon del Cerro che attraversa a quota 650 metri per risalire fino agli 800 metri di Agnone. Il tratturello lascia il capoluogo altomolisano e si dirige verso Villa Canale dopo aver costeggiato le mura megalitiche-italiche nella zona di San Lorenzo. Dalla Fonte Minaldo entra poi nell'agro di Poggio Sannita dalla sua porta principale, la contrada Fascianella a quota 735 metri. Si snoda per oltre dieci chilometri seguendo il crinale che va dal Colle Sant'Elia al Colle del Sorbo, scendendo poi a valle della contrada Mucchi fino al torrente Verrino e quindi al fiume Trigno a quota 350 metri s.l.m.; infine termina il suo percorso innestandosi sul regio tratturo Celano-Foggia, in località Terra Vecchia di Bagnoli del Trigno. La caratteristica principale del tratturello Castel del Giudice-Sprondasino, nel tratto che interessa le campagne poggesi, è l'elevata ed intensa panoramicità che si evidenzia percorrendolo: ad est la vallata del Trigno fino a Trivento; ad ovest la vallata del Verrino che risale fino a Capracotta. Comune di Poggio Sannita Fonte: https://comune.poggiosannita.is.it/.
- La Regina del villaggio
Conosci quella vipera che chiaman la Regina per l'eleganza e l'ordine di quella sua cantina? Quella che tutti dicono che sia tra le più belle per la geniale sagoma di quelle sue mascelle? Che sembran dirti: «Ménami quanti ne vuoi di schiaffi... su questa faccia maschia che mancan solo i baffi!». Quella, che, maritandosi, disse al suo pretendente: «Ti accetto, ma ricordati, non devi contar niente!». Che se vorresti fare talvolta osservazione t'impareresti a leggere le note del bastone... Sapete dove abita? Lungo la ferrovia, là, dove a grandi lettere c'è scritto: "Trattoria". Del resto per trovarla la cosa è molto spiccia perché, si riconosce, è corta ed è massiccia! E poi, si vede subito qual è quella cantina perché la... marionetta sta sempre alla vetrina. Presenta le sue chiccare, la faccia tosta vera... urtante, col ripetere: «Sono la Caffettiera... C'è da mangiar, c'è tutto. Entrate qui signori». E sempre questa predica ripete ai viaggiatori. Che, dopo colazione, non solo hanno appetito, ma ognun, per quelle chiacchiere rimane stupidito... Dispetti e villanie è il suo pensier del giorno... Non pensa che allo sfratto di chi gli sta d'intorno, compreso un panettiere, a cui mirava questa, il quale le ha promesso di torcerle la testa!... Che bene inestimabile. Nettato quel passaggio, sarebbe la fortuna di chi si mette in viaggio. Non ho capito bene, dirà, forse, il lettore: spiegatemi la vipera, più chiaro, per favore. Ecco, di spalle mettiti contro quella stazione e non ti devi muovere da quella posizione, fino a che un viso splendido vedrai alla vetrina... E tosto allora inchinati, che quella è la Regina! (1932) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Una montagna di neve sulla porta di casa
Campobasso, febbraio. La carrozzabile dopo Castel di Sangro era un angusto e candido corridoio scavato tra due pareti di neve alte dai due ai tre metri. Il fondo era ghiacciato. Impossibile sbandare. Tutt'al più ci si incastrava nelle pareti. In tal caso occorreva rimuovere la nostra macchina con una corda applicata al radiatore e così facemmo più volte. Se avessimo incontrato qualche auto proveniente in senso inverso ci saremmo giocata la strada. Ma chi scendeva da Capracotta? A un bivio, a dieci chilometri, si alzò d'improvviso un vento perfido e insistente come la pertosse. La neve ci turbinava addosso con la violenza di una grandinata. Picchiava sui vetri, sembrava la sabbia del ghibli. Non si vedeva nulla. Il tergicristallo agghiacciò e, addio, smise di funzionare. Dovemmo aprire i finestrini e pulire il vetro, arabescato di ghiaccioli, con le mani, la neve irrompeva dentro la macchina. La strada improvvisamente scomparve, non se ne scorgevano più le curve. Scendemmo, per ricercarla, con la vanga e ci mettemmo a spalare. La neve era alta, affondavamo sino al ginocchio. Fummo presto fradici e ci demmo il cambio al volante. La bufera durò quasi un'ora. Quando si calmò e, tra le nuvole, filtrò un esangue, pallidissimo sole, lassù, aggrappato alla montagna a 1.420 metri apparve finalmente Capracotta, una specie di miraggio. Ma un miraggio non era. Arrivammo e subito ci si strinse il cuore. Ma questa, pensammo, è ancora Italia o un altro mondo, o un villaggio scoperto su libri di favole? Le strade, strade non erano, ma strette, bianche e freddissime gallerie nella neve. Le case, case non erano perché dalla neve tetti, porte e finestre erano incredibilmente nascosti. Le donne camminavano spedite negli scarponi, il viso riparato in uno scialle che si serravano al petto, le mani giunte come l'officiante sull'altare alla benedizione. Gli uomini erano avvolti in mantelline tenebrose e ampie come quelle dei flik di Parigi e per far largo alla nostra macchina si scostavano affondando nella neve sin quasi alla pancia e ancora, e tuttavia, ci salutavano chinando il capo. Scendemmo e incominciammo a stringere le amicizie che si intrecciano quando forestieri come noi arrivano in paesi, isolati dal mondo, come questo. Una donna, per farci riscaldare «Gesù – esclamò, – come siete ridotti») ci invitò a casa sua. Benedetta ospitalità del Molise. Avrà avuto una quarantina d'anni, aveva un viso affilato e reso più dolce dai capelli spartiti e metà sulla fronte. «Di qua» disse e, a un tratto, si incurvò come per raccogliere qualcosa da terra e si infilò in un buco, in una specie di galleria nel ghiaccio. La sua casa o, meglio, la sua unica stanza era al di là di quell'impensabile cunicolo ricavato nella neve. Ci curvammo anche noi ed entrammo. «Ecco – disse aprendo le braccia, – io abito qui». Ci voltammo. Era un umido, squallido vano illuminato da una luce ad olio. Quella donna era una maglierista. A Capracotta le maglieriste - le uniche donne che lavorano - sono numerose e solo d'estate guadagnano qualcosa con i forestieri perché, in poche ore, vi danno il golf, o la pancera, o le calze che volete ma questa preziosa, abilissima attività loro non basta - è chiaro -, sono povere, molto povere e vivono in case come quella che vedevamo, con il lume ad olio e le pareti umide. La donna ci raccontò che a Capracotta, ogni anno bloccata per mesi dalla neve, la gente fa come le formiche, si prepara cioè ad affrontare l'inverno con le scorte dell'estate. «Ma io – disse – che scorte mi faccio?», e si aspettava una nostra risposta. Noi davvero non sapevamo che dire e guardavamo la finestrella della sua casa ricoperta di neve e intanto pensavamo: ma come può, ancor oggi, della gente vivere come lei, in una stanza così piccola e così fredda con la neve che fino a primavera oscurerà la finestra e bloccherà la porta al punto che oggi per uscire ella deve chinarsi e percorrere un cunicolo gelido come la pista del bob. «Tutti gli anni è così – disse. – Nel 1954 fu peggio. La neve arrivò a quattro metri. Se ne parlò assai». Noi pensavamo a quanto, allora, scrissero i giornali governativi, alle trasmissioni della radio, alle promesse del governo che promesse rimasero, perché oggi, 15 febbraio del 1956, tutto è come prima, né più né meno, e se la neve non ha raggiunto la vetta di due anni fa la gente entra ugualmente in casa sua curvandosi come se dovesse tornare in una miniera o ne esce saltando da una finestra perché la porta non si può aprire. Capracotta, a guardarlo così, sotto la neve che turbinava, nella nebbia gelida, aveva un'aria desolante, l'aspetto di un paese tagliato fuori dal mondo, isolato, paralizzato, chiuso nel ghiaccio, nella solitudine, nella sofferenza di chi vi abita. Isernia è lontana di qui una settantina di chilometri eppure era irraggiungibile. Chiedemmo notizie della corriera. «Chissà quando potrà arrivare» ci dissero. «Piuttosto, deve arrivare un elicottero: l'ha detto Radio Pescara». La voce dell'elicottero si sparse rapidamente e molta gente andò su uno spiazzo ad aspettarlo. Doveva portare viveri, coperte, medicinali. Alcuni uomini di misero a spalare per preparare un piccolo campo di atterraggio. Avrebbero guadagnato qualche soldo. Ma, dopo un po' arrivarono i carabinieri e li fecero smettere. «L'elicottero non arriva più – avvisarono, – c'è troppa foschia, non può volare. Tornatevene a casa». Così sfumò anche quella possibilità di lavorare e se ne andò la speranza di ricevere qualcosa. Uno disse: «Ma l'ha detto Radio Pescara che l'elicottero sarebbe arrivato». «Fesserie – rispose il carabiniere, – la radio dice solo fesserie». Su questa storia delle «fesserie» della radio ci parlò anche il sindaco Vittorino Conti. Il sindaco di Capracotta è democratico cristiano, un uomo di mezza età, un po' calvo, loquace, simpatico. «qui – ci disse – Radio Pescara la chiamiamo la radio milionaria perché d'inverno si inventa i milioni che lo Stato distribuisce ai paesi isolati dalla neve. Il nostro Comune non ne ha ancora visti, e la gente sta male, molto male. Troppi disoccupati: 400 su 4.000 abitanti». Ci disse inoltre che per risolvere la cronica situazione di indigenza di Capracotta occorrerebbe qualche industria. «La Cassa del Mezzogiorno – aggiunse – dovrebbe pensare un po’ a noi, invece niente». Le parole di quest'uomo erano semplici e amarissime. Sintetizzavano la realtà di questo paese e di cento paesi come questo, abbandonati a sé stessi non solo in momenti eccezionali ma tutto l'anno e da anni. Salendo a Capracotta ne avevamo incontrati alcuni lungo la strada, paesi affondati nella neve, dimenticati nel ghiaccio, colla gente chiusa nelle case, più ingrate degli altri giorni ove lo squallore di questo inverno si univa alla mancanza della luce, dell’acqua, del gas. Nevicava sempre. Riparammo in un piccolo caffè, accanto a una stufa di maiolica. Vi era della gente che ascoltava la radio. Piovevano notizie di centro d'ogni regione, dal Fucino al Salento. L'annunciatore elencava nomi di paesi che, in quello stesso momento, stavano vivendo le identiche ore di Capracotta e ne veniva fuori un panorama d'Italia nuovo e desolato, con chilometri di strade interrotte, centinaia di villaggi e di paesi bloccati, senza viveri e senza medicinali; e dietro a tutto questo vedevamo gli italiani, uomini, donne, bambini, vecchi, sani e infermi che avevano gli stessi volti, lo stesso freddo e la stessa miseria di coloro che andavamo conoscendo a Capracotta. E intanto pensavamo che una volta ancora il maltempo, con i disastri e le vittime mietute, stava condannando i governi che abbandonano a sé stessa questa povera gente del sud. Poi ci alzammo e uscimmo. Era notte ormai e nevicava ancora. La levatrice della bufera Questa donna è la levatrice di Capracotta. Si chiama Cesarina Lanzoni, è nata a Ferrara. Arrivò a Capracotta diciannove anni fa. Quando una sera di dicembre scese dalla corriera in piazza si mise a piangere perché non immaginava di finire in un paese così isolato dal mondo, con la neve che arrivava alle finestre del primo piano, con la gente che parlava in un dialetto inesplicabile. Ma il lavoro non lasciò molto tempo al suo sconforto. Poche ore dopo il suo arrivo, nel pieno della notte, la chiamarono urgentemente per assistere a un parto. La neve per le strade era altissima. La bufera scongolveva Capracotta. Cesarina Lanzoni si fece coraggio e uscì. Impiegò un'ora per arrivare al non lontano letto della puerpera; affondava nella neve sino al petto. Il parto era difficile ma andò bene. Da quella sera lontana centinaia di chiamate urgenti hanno fatto percorrere molti chilometri nella neve, sotto la tempesta, di notte, alla levatrice di Capracotta. Durante la guerra, mentre i tedeschi in ritirata minavano le case del paese, ella raccolse sei gestanti nelle tre stanza della sua casa, andò dal comandante e disse che almeno la sua casa fosse risparmiata. Il comandante non credette che quelle donne stessero per partorire e volle sincerarsi di persona, guardandole una per una. Cesarina Lanzoni guadagna 27 mila lire. Le è stata negata la indennità perché Capracotta non è ritenuta una località disagiata. A Capracotta non v'è l'ospedale e quando la neve, d'inverno, interrompe le comunicazioni i malati gravi vengono trasportati in barella ad Agnone o a Castel di Sangro, fra mille ovvie difficoltà. Recentemente la moglie del medico condotto di un villaggio vicino a Capracotta fu urgentemente ricoverata ad Agnone per subire un taglio cesareo. Vi arrivò con uno spartineve. Questo è un aspetto della odierna situazione nel Centro-Sud. Precaria è anche l'edilizia popolare. Migliaia di persone in Abruzzo, nel Molise, in Calabria abitano in case prive delle più indispensabili attrezzature domestiche, dall'acqua al riscaldamento e alla luce. Si calcola che il 60% delle case sia inadeguato alle necessità di chi le abita. Guido Quaranta Fonte: G. Quaranta, Una montagna di neve sulla porta di casa, in «Noi Donne», XI:9, Parigi, 26 febbraio 1956.
- Cosa accade a un mondo senza bambini?
A Capracotta, un piccolo comune nel Molise, un cartello in lettere rosse su un edificio in pietra del XVIII secolo che guarda gli Appennini recita: "Scuola materna". Ma adesso, racconta il New York Times in un lungo e devastante articolo di due giorni fa, l'edificio è stato trasformato in una casa di cura. «C'erano tante famiglie, tanti bambini», dice Concetta D'Andrea, 93 anni, che è stata allieva e insegnante della scuola e ora è residente dell'ospizio. «Ora non c'è più nessuno». La popolazione di Capracotta è drammaticamente invecchiata e si è contratta, da 5.000 persone a 800. «A circa mezz'ora di distanza, nella città di Agnone, il reparto maternità ha chiuso una decina di anni fa perché aveva meno di cinquecento nascite all'anno, il minimo nazionale per rimanere aperto. Quest'anno, sei bambini sono nati ad Agnone. «Una volta si poteva sentire il pianto dei bambini nella nursery, ed era come una musica», ha detto Enrica Sciullo, un'infermiera che aiutava nelle nascite e che ora si occupa dei pazienti più anziani. «Ora c'è silenzio e una sensazione di vuoto». Di questo vuoto, di cosa accade a un "paese che scompare" come Mario Draghi ha definito l'Italia del futuro ai recenti Stati generali della natalità, si occupa in un libro la giornalista Cal Flyn, "Islands of Abandonment". Sottotitolo: "La vita in un paesaggio postumano". Flyn ha girato mezzo mondo per vedere cosa accade a una società quando la vita umana si ritira e si contrae. Per molti anni è sembrato che la sovrappopolazione fosse la crisi incombente della nostra epoca. «Già nel 1968, i biologi di Stanford Paul e Anne Ehrlich predissero in maniera infame che milioni di persone sarebbero presto morte di fame nel loro libro bestseller "The Population Bomb" e da allora i brontolii neo malthusiani di imminenti disastri sono stati un continuo ritornello in alcune sezioni del movimento ambientalista, paure che di recente hanno trovato voce nel documentario di David Attenborough "A Life on our Planet"», spiega Flyn al Foglio. Quelle previsioni si sono rivelate false. Nei giorni scorsi è arrivato l'annuncio del nostro ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi: «Nei prossimi dieci anni avremo un milione e 400 mila ragazzi in meno». Vuol dire che una città come Milano, ma abitata solo da under trenta, svanirà nel nulla. Se mettiamo assieme Roma, Torino, Palermo e Napoli troviamo quello che perderemo entro il 2065 secondo l'Istat: sei milioni di italiani. E ci saranno 2,1 milioni di italiani in meno già nel 2025. E se poi vogliamo affacciarci ancora più avanti nel futuro c'è uno studio della rivista medica Lancet: «L'Italia si dimezzerà nel 2100». Trenta milioni di italiani in meno. In Corea del Sud, il tasso di natalità è sceso a 0,84 per donna, un minimo storico nonostante gli ampi sforzi del governo per promuovere le nascite. Il tasso di fertilità sta diminuendo drasticamente anche in Inghilterra e Galles, da 1,9 figli per donna nel 2012 a soli 1,65 nel 2019. Lancet prevede che ventitré paesi vedranno la propria popolazione più che dimezzarsi prima della fine di questo secolo, tra cui Spagna, Italia e Ucraina. Anche la Cina subirà un massiccio calo della popolazione nei prossimi anni, del 48 per cento stimato entro il 2100. Ma che aspetto assume il declino della popolazione sul campo? «L'esperienza del Giappone, un paese che mostra questa tendenza da più di un decennio, potrebbe offrire qualche spunto» dice Flyn. «Ci sono già troppo poche persone per riempire tutte le case: una casa su otto in Giappone ora è vuota. Chiamano questi edifici vuoti akiya: case fantasma. Con la popolazione che dovrebbe scendere da 127 milioni a cento milioni o anche meno entro il 2049, le akiya sono destinate a crescere sempre più e si prevede che rappresenteranno un terzo di tutto il patrimonio immobiliare giapponese entro il 2033». In Europa, dice Flyn, «un'area delle dimensioni dell'Italia dovrebbe essere abbandonata entro il 2030. La Spagna è tra i paesi europei che dovrebbero perdere più della metà della loro popolazione entro il 2100; già tre quarti dei comuni spagnoli sono in declino. La pittoresca Galizia e Castilla e León sono tra le regioni più colpite, poiché interi insediamenti si sono gradualmente svuotati dei loro residenti. Più di tremila villaggi fantasma infestano ora le colline, in vari stati di abbandono». Nel 2016 un rapporto di Legambiente rivelò che anche un terzo dei villaggi e borghi italiani scomparirà a causa del cambiamento demografico. Come in Giappone, in Spagna la natura sta già tornando. «Secondo José Benayas, professore di Ecologia presso l'Università di Alcalá di Madrid, le foreste spagnole sono triplicate in superficie dal 1900, espandendosi dall'8 al 25 per cento del territorio man mano che il terreno non viene lavorato. Un orso bruno è stato avvistato in Galizia lo scorso anno per la prima volta in 150 anni». In molte parti d'Europa stiamo assistendo a enormi cambiamenti demografici. «La popolazione sta invecchiando e molti giovani si stanno trasferendo nelle città» dice Flyn. «L'effetto è lo spopolamento rurale e, quando ciò accade su scala sufficientemente ampia, vediamo villaggi e comunità abbandonati. È triste, ma ha anche dei vantaggi ecologici. Linci e orsi bruni hanno registrato un aumento della popolazione in tutta l'Europa continentale. In Italia, l'abbandono dei terreni agricoli ha portato a un rapido rimboschimento in alcune regioni: il Molise ha visto aumentare la copertura boschiva del 17 per cento dal 2005; la Sicilia, del 16 e la Basilicata dell'11. Questa trasformazione può essere sorprendentemente rapida». C'è un paese che sta fisicamente morendo. Si prevede che la popolazione dell'Estonia scenderà da 1,3 milioni nel 2020 a 1,2 milioni nel 2050, con un calo del 12,7 per cento. «Ho visitato l'Estonia per vedere come le foreste stanno ricrescendo su ex terreni agricoli collettivi dal crollo dell'Urss. In breve, il sistema agricolo sovietico combinava piccole aziende agricole a conduzione familiare a gigantesche imprese statali. Dopo il crollo, il terreno è finito in disuso. Di conseguenza, la copertura arborea in Estonia è aumentata rapidamente: dal 21 per cento del paese nel 1920 al 54 per cento del paese del 2010, guadagnando in tutto circa cinquecentomila ettari di foresta dalla caduta dell'Unione sovietica. L'Estonia è ora uno dei paesi più boscosi d'Europa e il 90 per cento di quella foresta si è "rigenerata naturalmente". Ci sono stati almeno dieci milioni di ettari di ricrescita forestale solo nell’Europa orientale e nella Russia europea. Dove mi trovavo, nell'Estonia settentrionale e centrale, queste nuove foreste sembrano ancora incompiute, irregolari e un miscuglio di specie diverse». L'ex Ddr sta letteralmente "scomparendo". «Sì, si prevede che molte regioni della Germania orientale perderanno tra il 10 e il 25 per cento della popolazione entro il 2035». Il Giappone, dicevamo. «Si prevede che un terzo di tutto il patrimonio abitativo sarà vacante entro il 2033 e molte scuole stanno già chiudendo a causa della mancanza di bambini. Nel 1958 c'erano 13,4 milioni di bambini giapponesi nelle scuole elementari, scesi a 6,77 milioni nel 2011, e continua a diminuire. Esistono programmi che offrono gratuitamente case sfitte alle famiglie se sono disposte a trasferirsi in campagna». Hoyerswerda, una città dell'ex Ddr a due ore da Dresda, vicino al confine con la Polonia, ha perso la metà della sua popolazione negli ultimi vent'anni. Si tratta di una città fantasma invecchiata. I giovani se ne sono andati. La popolazione da 70 mila è passata a 32 mila. Dei 22 mila appartamenti, settemila sono stati distrutti. Hoyerswerda sembra una città senza scopo, in un angolo di Europa senza futuro. La classica piramide della popolazione a Hoyerswerda si è rovesciata e assomiglia a un fungo atomico. Che il sogno dei neo malthusiani non si sia avverato? Giulio Meotti Fonte: G. Meotti, Cosa accade a un mondo senza bambini?, in «Il Foglio», Milano, 26 maggio 2021.
- Esploriamo i borghi del Molise: Capracotta
Il nostro viaggio di oggi ci porta a Capracotta, comune in provincia di Isernia. Capracotta è il comune più alto dell'Appennino, ubicato ad oltre 1.400 metri di altitudine. Il Monte Campo arriva a superare i 1.700 metri sul livello del mare. Capracotta è famosa per essere una località sciistica ed è conosciuta anche per la manifestazione "La Pezzata", che si svolge la prima domenica di agosto in località Prato Gentile. Si tratta di un evento che ruota intorno ad un piatto locale tipico di queste zone, la pecora bollita, una tradizione che risale alle antiche pratiche della transumanza quando le greggi in autunno si spostavano dai freschi pascoli montani dell'Abruzzo verso quelli più caldi del Tavoliere delle Puglie, mentre in estate il cammino era inverso e ritornavano alle fresche montagne dell'Abruzzo. Tra i prodotti tipici legati alla pastorizia ricordiamo anche il pecorino che si fa risalire addirittura ai Sanniti. Da non perdere è, senza dubbio, il Giardino della Flora appenninica, uno dei pochi esempi di "orto botanico naturale" in Italia. Nel centro storico, sono inoltre presenti il palazzo baronale e la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta in Cielo, che presentano la tipica architettura dei posti di montagna. Lia Montereale Fonte: https://www.ilgiornaledelmolise.it/, 1 novembre 2020.
- La nuova avventura dell'A.S.D. Capracotta
Tutto è partito nell'estate 2023, quando Vincenzo Carnevale, Alfredo Di Tella e i due omonimi Sebastiano Fiadino, mi hanno chiesto se avessi accettato la nomina a presidente di una nuova A.S.D. Capracotta. L'idea era quella di riportare in auge in paese il calcio a 5, dopo la lunga e felice esperienza della precedente squadra, nata nell'ormai lontano 2005, alla cui presidenza era stato il buon Vincenzo Sozio. Figuriamoci se potevo tirarmi indietro di fronte a una cosa così bella. E ad un onore così grande. Più dei nomi, più delle cariche, più dei risultati, per me contava una cosa sola: l'impegno. È stata questa la parola che, da agosto, ho utilizzato maggiormente nel rivolgermi agli atleti e ai dirigenti dell'A.S.D. Capracotta: mettere su una squadra significava prendere un impegno con se stessi e col paese, non cedere allo sconforto, non arrendersi alle avversità, allenarsi tutte le settimane, raggiungere qualsiasi luogo per disputare le partite, reggere lo stress fisico e psicologico, sopportare le critiche dei detrattori, rimetterci ovviamente soldi... e neanche pochi. L'A.S.D. Capracotta doveva essere un'esperienza calcistica da vivere con impegno e con spirito di sacrificio: fisico, psicologico ed economico. Niente piagnistei, quindi, né colpi di testa, nessuna arrendevolezza e nessun rimorso. Certo, i risultati calcistici sono stati oggettivamente pochi: solitamente le sconfitte non aiutano il morale, anzi, il più delle volte lo deprimono. Però quando tutto va storto, stortissimo, ci sono soltanto due strade: piangersi addosso o stringere i denti. La seconda, a mio modesto parere, era l'unica che poteva portare a risultati tangibili. Nel suo piccolo, l'A.S.D. Capracotta ha portato a casa tre vittorie fantastiche, una contro lo Sporting Venafro, una contro l'Æsernia Fraterna ed una contro il Montagano, squadre di tutto rispetto nel panorama regionale. Tutto questo è stato merito anche dei due allenatori, Lucio Fiadino prima e Sebastiano Fiadino poi. Il primo, proveniente da una generazione abituata al sacrificio, crede ad un calcio di prossimità, con una idea ben definita di fraseggio e di palleggio e una spiccata impronta atletica; il secondo che, tramite un contatto più stretto con gli atleti, certamente più vicini alla sua generazione, ha messo a frutto le idee e gli insegnamenti di mister Lucio, valorizzando i cambi e velocizzando il gioco. Il calcio, infatti, è pur sempre un gioco, prima che un impegno, quindi l'obiettivo finale è innanzitutto quello di divertirsi. Per riuscirci, però, è necessario l'allenamento. Da che mondo è mondo, gli allenamenti sono propedeutici alla buona riuscita della partita: si aumenta il fiato, si migliorano le prestazioni, si affina la tecnica, si studia la strategia, si fa gruppo. Così si fa squadra. Essere il presidente dell'A.S.D. Capracotta mi ha quindi portato in un mondo nuovo, di cui ignoravo codici e leggi. Non ho fatto null'altro che rappresentare questa squadra, aiutato da una validissima dirigenza, primo fra tutti mister Sebastiano Cianóne, accorto e lungimirante, un uomo che subodora gli imminenti problemi e ne cerca subito le soluzioni, inflessibile al momento giusto ma disposto a cambiare idea di fronte al dato oggettivo. Ringrazio, dal profondo del cuore, l'altro Sebastiano, il Lupo, vero factotum della squadra: senza di lui non mancherebbe l'olio agli ingranaggi ma gli ingranaggi stessi. È lui che si occupa delle divise sociali, della palestra comunale, dei quotidiani rapporti istituzionali, dello spogliatoio, di tenere alto il morale quando questo va giù e di riportarlo a terra quando vola troppo alto. È lui che si occupa di tutte quelle cose che un occhio disattento non vede ma che invece danno il metro di misura della sua disponibilità. Mi complimento pubblicamente con Vincenzo Novanta perché, sin dall'inizio, ha messo dentro e fuori il campo un entusiasmo non comune, attirando a sé quelli meno convinti e dando vita a un gruppo di atleti e di tifosi che, di settimana in settimana, si divertono a giocare e a tifare, a sopportare e supportare. Vincenzo, tra l'altro, è il nostro indiscusso capocannoniere! C'è poi Alfredo Panucci, il jolly di questo piccolo grande gruppo, un ragazzo che, con la sua adorabile follia, rende tutto più leggero, anche quando le cose assumono una tinta fosca e sembra di star lì lì per mollare tutto. Alfredo ci ricorda che la vita, nonostante tutto, è più bella di qualsiasi avversità. Ringrazio Marco Paglione, generalissimo della squadra ed allenatore in seconda, il più "vecchio" in un mondo di "giovanissimi", un uomo di grande esperienza, di inaudita generosità, di debordante allegria. Ringrazio allora tutti i nostri calciatori. I portieri Walter Iarusso e Mattia Carlini (quest'ultimo anche bomber), avvicendatisi con grande intelligenza, e poi Paolo Fiadino, stopper con una geniale visione di gioco, Ezio Maria Trotta, avvocato dal piede gentile, Antonio Giuliano, mastino giallorosso, Marco Iarusso, attento equilibrista, Graziano Carnevale, infaticabile commerciante di passaggi filtranti, Italo Mosca, il nostro treno ad alta velocità con destinazione "porta avversaria", Pasquale Sammarone, che alle parole preferisce i fatti, Paolo Di Nucci, ingegnere dei recuperi palla e delle ripartenze, Alessio Pallotta, toro scatenato in area avversaria, Ermando Paglione, che cucina gli avversari sulla fiamma viva, Alessio Lemme, matto da legare ma stracolmo di talento, Davide Giuliano, elegantissimo nel tocco e nel possesso. E poi Luigi Angelaccio, Pasquale Brunetti, Raimondo e Ubaldo Carnevale, Patrizio Fiadino, Gianluigi Migliori, Luca e Samuele Paglione, Federico Sozio, Giangregorio e Lorenzo Vizzoca. E che dire a Luca Giuliano, il nostro sarcastico cameraman ufficiale, e a Nestore Sammarone, social media manager dal cuore grondante? Ed a Luca Santilli, il grafico di professione? Semplicemente grazie! Ognuno di essi, a modo suo, ha contribuito a dar colore alla stagione dell'A.S.D. Capracotta che, giova ricordarlo, è migliorata col passare dei mesi, dimostrando che quando un gruppo si cementa, i risultati, prima o poi, arrivano. Ringrazio i 37 sponsor commerciali - come pure i donatori "anonimi" - che, con impegni economici diversi, ci hanno aiutato a onorare gli obblighi finanziari per registrare l'associazione sportiva all'Agenzia delle Entrate, per iscrivere la squadra e i suoi atleti alla F.I.G.C., per acquistare l'equipaggiamento sportivo, per organizzare gli eventi, per pagare le multe, per realizzare i calendari, per organizzare lo streaming video e per tante altre cose. Ringrazio infine il Comune di Capracotta, che ha soddisfatto molte delle nostre richieste in termini di praticabilità del campo, facendo sì che i nostri atleti - così come quelli delle squadre ospiti - trovassero sempre un ambiente confortevole, caldo e sicuro. Ora è il tempo del riposo, consci che non possiamo certo fermarci qui. Contiamo di dar vita anche ad una squadra juniores, affinché i colori rossoblù possano brillare ancora a lungo. Quelli sono infatti i colori sociali del Taranto dell'eterno Erasmo Iacovone, a cui ci ispiriamo quotidianamente, così come un pensiero ricorrente va ai calciatori capracottesi scomparsi prematuramente: Daniele Carlig, Massimo Di Nucci, Sebastiano Mendozzi, Attilio Mosca e Mariano Napoleoni. Forza Capracotta! Francesco Mendozzi
- Testimonianza di Raymond Sherk
Un brevissimo resoconto di Raymond Sherk che fornisce i nomi di coloro con cui è fuggito e i dettagli della sua via di fuga. Fu catturato a El Alamein e trascorse diverso tempo in vari campi. L'unico che specifica è il PG 78 di Sulmona. Fui catturato a El Alamein il 29 settembre 1942 dopo una lunga camminata attraverso la Depressione di Qattara a seguito di una sortita a lungo raggio verso Charing Cross con altri due commilitoni del 601° Spitfire Squadron, durante la quale distruggemmo uno Ju-52. Ho incontrato Don McLarty (pilota dell'Hurricane) a Mersa Matruh circa una settimana dopo mentre ero in transito per Derna come prigioniero di guerra. Da quel momento in poi McLarty ed io siamo stati insieme in vari campi gestiti da Mussolini. Siamo fuggiti dal PG 78 a Sulmona durante la confusione per la capitolazione italiana nel settembre 1943. Siamo stati catturati in montagna dai Tedeschi ma, con uno stratagemma, siamo riusciti a scappare. Dopo un paio di settimane, in una grotta nei pressi di Roccacasale, abbiamo evitato tammo la ricattura durante un'incursione tedesca. Più tardi, in montagna, abbiamo incontrato Uys Krige e Sammy Rochberg (entrambi ex PG 78). Poi abbiamo proseguito per Campo di Giove, dove abbiamo evitato per un pelo di essere ricatturati durante un'ulteriore incursione. Da lì abbiamo superato la montagna fino a Palena, Gamberale ed Ateleta. Rochberg ci ha lasciati al fiume Sangro e da allora è scomparso, anche se ho sentito che ce l'ha fatta. Uys, McLarty ed io abbiamo continuato oltre Capracotta, Agnone ed oltre il fiume Trigno e poi abbiamo trovato una guida vicino a Salcito (Pasquale Tucci), il quale ha condotto noi e un certo numero di italiani di notte attraverso le linee fino a Lucito dove il 26 ottobre abbiamo incontrato i Seaforth Highlanders della Divisione Canadese. "The Way Out" di Uys è una delle prime storie di fuga della Seconda guerra mondiale. Nel libro troverai una foto mia e di McLarty. Raymond Sherk (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://archives.msmtrust.org.uk/.
- L'importanza di "Vivere con cura"
Da molti anni Antonio D'Andrea, per gli amici Furbetto, coordina a Capracotta l'associazione "Vivere con cura", che attua una serie di iniziative volte a recuperare le tradizioni rurali del paese prevenendo la perdita di un patrimonio di conoscenze che andrebbero altrimenti dimenticate e provvedendo così ad una maggiore coscienza ambientale e civile dei villeggianti. A volte si tratta di proposte molto originali che nascono da una genialità a volte incompresa dalla maggior parte dei residenti. Vorrei in queste righe sottolineare il valore aggiunto di queste attività che, anche se apparentemente non aggiungono molto all'economia reale dei residenti, sono capaci di generare una rivalutazione del cosiddetto "capitale sociale". Il momento storico che tutto l'Alto Molise si accinge ad affrontare è uno dei più duri dal punto di vista economico con la spesa sociale per istruzione e sanità in drastica riduzione in tutta la regione. Il Comune sta cercando di utilizzare tutte le risorse naturali che consentano al paese di sopravvivere allo spopolamento sfruttando sia le risorse naturali che quelle fiscali mentre per la comunità montana si avvicina il momento di lanciarsi nella green economy, unica speranza di crescita nel contesto di una economia globale. La valorizzazione del patrimonio di tradizioni rurali del paese, che ancora oggi è apprezzato per la sua aspra e incontaminata bellezza, è tesa ad un recupero delle pratiche di vita quotidiana di epoca pre-industriale e ad uno sviluppo secondo i criteri della cosiddetta crescita sostenibile. "Vivere con cura" rimanda nel proprio nome ad una maggiore attenzione alla qualità della vita. Ciò può essere tradotto anche come una maggiore attenzione alla qualità delle cose piuttosto che non alla loro quantità. È utile ricordare che è stato proprio questo recupero della qualità che ha permesso al nostro Paese di uscire da un altro periodo buio: quello della crisi petrolifera del '73; è stato proprio il recupero del lavoro artigianale nella lavorazione dei tessuti e del legno, della ceramica e del cuoio che l'Italia rurale è riuscita a creare quel nuovo miracolo economico poi chiamato del Made in Italy. Il recupero delle antiche tradizioni attuato da "Vivere con cura" consente non solo la conservazione e lo sviluppo del patrimonio culturale locale, ma contribuisce anche alla crescita di una maggiore coscienza civica. Tale coscienza è oggi considerata fondamentale per lo sviluppo economico perché è attraverso di essa che una comunità può regolare ed incrementare gli scambi economici. La carenza di senso civico si evidenzia nelle piccole frodi quotidiane che sono indice di un senso di pessimismo che si traduce in un "prendi i soldi e scappa". Chi approfitta delle altrui buone intenzioni e spaccia dei prodotti industriali per prodotti della tradizione locale rivendendoli ad un prezzo maggiorato, crea un danno che non è limitato solo alla propria reputazione, ma anche all'immagine della popolazione e a tutte le filiere della produzione locale. L'importanza dell'affidabilità sociale nello sviluppo sostenibile è quindi basilare se si vuole tutelare le produzioni locali. La carenza di senso civico è comunque diffusa in tutto il meridione italiano ed è da decenni occasione di studio per sociologi internazionali che intravedono nel cosiddetto "familismo amorale", e nel conseguente scollegamento dalla società più allargata, le ragioni dell'arretratezza sia culturale che economica. Tale lacuna è per molti sociologi la causa del fallimento dei patti territoriali nelle zone del meridione italiano. Nel caso di Capracotta le relazioni sociali, oltre a risentire di un generale isolamento del paese, stanno conoscendo un drastico calo a causa della forte emigrazione che si sta verificando. La possibilità di mantenere i rapporti anche attraverso forme di associazione di vario tipo è quindi un evento da guardare con soddisfazione non solo per la conservazione di antichi saperi, ma anche per la creazione di una maggiore coscienza civile. È per questo motivo che "Vivere con cura" rappresenta un valore che deve essere misurato soprattutto sotto forma del capitale sociale che esso genera. I corsi di botanica, ceramica, falegnameria, musica organizzati da Furbetto e che coinvolgono bambini e non, oltre ad ampliare la conoscenza delle tradizioni rurali in via di estinzione, ampliano la rete di rapporti sociali del paese permettendo l'allaccio di nuove ed inaspettate amicizie. È proprio l'associazionismo il valore aggiunto di questi corsi che si traducono nella creazione del capitale sociale. L'esistenza di queste relazioni di tipo "orizzontale" è oggi riconosciuto come un valore fondamentale per la crescita non solo democratica ma anche economica della società. Chi è più conosciuto ha motivi maggiori per comportarsi bene e non infrangere le regole del vivere comune; ragion per cui più associazioni esistono sul territorio più il tessuto sociale è "incastrato" in una serie di legami che impediscono la trasgressione e rendono la società più coesa ed affidabile. In tale contesto inoltre, proprio per i legami di fiducia e di reciprocità allacciati, lo scambio di informazioni è più efficace e responsabile. Le reti di impegno civico, come le associazioni sportive, i cori, le cooperative, i partiti di massa ed altri simili che rappresentano una componente del capitale sociale sono l'espressione di interazioni orizzontali e rappresentano una componente essenziale del capitale sociale. Questi valori sono perciò quelli che danno all'investitore privato maggiore affidabilità nell'acquisto di immobili o nella creazione dell'impresa e che possono tradursi in occupazione e sviluppo. Le tradizioni rivalutate da "Vivere con cura" si muovono quindi nella direzione già intrapresa da molte regioni con la rivoluzione post-industriale: quella di ridare valore ai sistemi della tradizione rurale nella produzione dei beni di utilità giornaliera per riscoprire e rivalutare l'identità locale divenuta ancora più preziosa nell'era della globalizzazione. È per questo che l'identità locale è un valore che può portare ad una reale crescita economica sia attraverso le produzioni eno-gastronomiche sia attraverso i flussi turistici che può generare. Il mio augurio è che le attività di "Vivere con cura" si estendano oltre i confini del Comune di Capracotta. Che raggiungano, attraverso i tratturi, che oggi vengono riscoperti come moderne green ways, i comuni dell'Alto Molise e tutte le aree che ancora testimoniano la tradizione millenaria della montagna appenninica. Che attraverso un laboratorio multidisciplinare veicoli interesse nei produttori e nei consumatori delle produzioni locali e rivaluti il lavoro di quanti sono ancora attaccati alla propria terra ed hanno nel proprio lavoro e nella propria onestà il loro credo. Capracotta, agosto 2010. Gregorio Venditti
- Battute e motti spiritosi dei capracottesi (VI)
– Mó comincia il tritume. Così diceva sor Paolo nelle sere di festa, quando i giovanotti fidanzati facevano a gara a comprare i nocellini americani da offrire alle sposine e parenti, tanto da rendere la strada piena di bucce. – Gnà ara passà auoànne san Giuvieànne che tutta ŝta nève? Come deve passare al 24 giugno san Giovanni? Così diceva ingenuamente Valentino, altro domestico di don Sebastiano Conti, quando in febbraio vidde tutta quella neve e non si rendeva conto che a giugno si sarebbe da molto tempo sciolta. – Se vè na caraŝtia ru prìme a murì ejéra èsse tu... – Ma se vè na gràscia ru prìm'a magnieà aja èsse ì! Mast'Orazio al bravo nipote Mario: se viene una carestia il primo a morire devi essere tu e ciò perché Mario, pezzo di giovane, mangiava parecchio. Mario rispose: ma se viene un'abbondanza il primo a mangiare debbo essere io. Il poverino fu fatto prigioniero nella guerra 1915-18 e raccontava che la miseria la provò ma che rimediò facendo il bovaro presso una cascina (e lui era sarto). – Uaglió, nen scupà sa farina che ŝta 'n dèrra ca se fà nu poche de paŝta córta e ze pòrta a Crapacòtta. Diceva il pastaio al garzone: ragazzo, non buttare la farina che sta sotto i piedi, perché ci facciamo un poco di pasta corta e si porta a Capracotta. Così raccontava Luiggiotto con tutti i commenti. – Èsse ŝtieà tu, e mógliete mó ze mòre? Lì stai tu, e tua moglie sta morendo (ma non era vero). Così mast'Orazio tolse dall'imbarazzo un suo parente che stava per avere tante botte fra amici. – Sò fissarìe, cumbà. Così disse Vincenzo Campana al compare Amatonicola del Circolo quando vide che i tanti bicchieri rotti per terra non erano i suoi, ma del compare, durante la gestione comune del circolo stesso. – Mànghe se fósse zùccare. Nemmeno se fosse zucchero. Così rispose Giovanni Ianiro quando gli offrirono gli stuzzicadenti dopo il pranzo. – Auóje nen fatìje? Oggi non lavori? Non lavoro perché fa festa pure Peppino Ciccalone, che era un grande lavoratore. – Ru cuandóne gruósse è ammàscia appàr'alla còccia de quìre! Il masso grosso è ovatta in confronto alla testa di quello. Così diceva Fafitto in riferimento a un suo amico o parente. – Tu vuó mamma? Così diceva il padre pastore al figlioletto di nove anni che era in Puglia con le pecore e che invocava la mamma lasciata per la prima volta al paese. – Pecché Denatùccio è jùte a quìre spusalìzie? – È pecché ca h... hh... hhh... hh... h... Sempre Tatuccio: perché Donatuccio è andato a quel matrimonio? Qui non è facile descrivere con le parole le aspirazione delle acca... – Miése o sàne? Ghieànghe o rùsce? Mezzo o intero? Bianco o rosso? Così Vincenzo ripeteva alla mamma in due volte per accertarsi meglio se dovesse comprare il vino bianco o rosso e che la povera mamma aveva raccomandato al figlio di comprare di nascosto non per un vizio, ma soltanto perché ci si poteva permettere di berlo in occasione di festa. Infatti, le povere donnette potevano bere solo quando vi erano tutti gli uomini in casa. Quando poi questi non c'erano, alzando il bicchiere dicevano: «Alla salute degli uomini nostri!» (che erano tutti in Puglia). – Tu cùnde còme la boccalà ru juórne de Pasca. Tu vali come il baccalà il giorno di Pasqua. Vale a dire che non conti nulla, in quanto in quella festa non si mangia altro che carne ecc. – Ì cónde còme l'ultime buttóne de la vrachétta. Altrettanto non valgo nulla, in quanto se l'ultimo bottone dell'apertura davanti al pantalone resta abbottonato, il pantalone non scende... – Nen n'àja fa niénde! S'intendeva dire che non doveva fare alcun bisogno. Così disse Tatuccio allo sciame di mosconi che ronzolavano nei pressi di una cava di pietra sotto l'attuale villa comunale, adibita a gabinetto pubblico all'aperto (quando non vi erano le fogne), mentre lui volle solo chinarsi per rimuovere alcune lastre di pietra. Gregorio Giuliano
- Ieri le comiche, oggi pure
«Consentitemi uno sfogo, vi prego. Direi che me lo posso permettere dopo tanti anni di onorato servizio nel mondo del vino, tra degustazioni, appassionati a volte un po' maniacali, bevitori simpatici e produttori che qualche volta confondono le loro bottiglie con dei prolungamenti alcolici della loro personalità». Così esordisce Daniele Cernilli, ex Gambero Rosso ed ex AIS Bibenda di Roma, nel suo ultimo articolo, "Enosnob", firmato Doctor Wine sul relativo portale. Il deus ex machina del giornalismo enologico ha curato una rubrica, "Taste Italy", in occasione dell'ultimo Vinitaly, dove ha intervistato alcuni tra i più importanti produttori di vino dello Stivale, con tanto di video in HD sulla web TV del Vinitaly e live in fiera. A onor del vero, già in quell'occasione, ho avuto modo di ascoltare alcune interviste ai produttori italiani blasonati chiedendomi, tra l'altro, se anche qualche produttore dello sconosciuto Molise fosse stato baciato dalla dea bendata e si fosse seduto sulla poltrona del comodo salottino del famoso guru. In realtà, l'iniziativa promossa da Verona Fiere con lo scopo di selezionare, per gli operatori esteri e giornalisti accreditati, le migliori 100 cantine del Bel Paese, prevedeva già in scaletta un'azienda molisana, la "Di Majo Norante", vero simbolo dell'enologia regionale. Purtroppo, ho avuto modo di vedere il video solo oggi, scovandolo, per caso, dopo aver visionato un video di Pasquale Di Lena sulla Tintilia. Senza voler fare della demagogia, cosa che non mi appartiene, posso affermare che quanto emerge dal video, come amici che l'hanno visto mi hanno confermato, è a dir poco paradossale e non fa altro che confermare quello che vado dicendo da qualche tempo, certificato nero su bianco nei miei post del blog e sugli articoli nei giornali online. Non voglio anticiparvi niente sul contenuto, lasciandovi il (dis)gusto della scoperta guardando il relativo video. A dopo per alcune considerazioni irrinunciabili. «È proprio vero che in Italia si fa il vino dappertutto» esordisce Cernilli e, quindi, perché non potrebbero farlo anche nello sconosciuto e piccolo Molise, dove le colline degradano dolcemente verso il mare, affacciandosi sulle isole Tremiti, «tu pensa un po'», dove, guardate un po' il caso, esiste un bravo produttore come Alessio Di Majo Norante. Che il produttore in questione sia un top player dell'enologia è un fatto acclarato, lo certificano i riconoscimenti e il prestigio internazionale della relativa azienda e lo stesso Di Majo tiene a precisare, inoltre, che ci sono delle potenzialità inespresse nel territorio regionale. Il simpatico Cernilli, poi, si sbilancia nella descrizione orograftca regionale, definendo il relativo territorio, tranne che per la fascia costiera, «molto montagnoso» (secondo le convenzioni europee, per definire montagna, l'altezza deve essere di almeno 600 metri sul livello del mare e il suo aspetto deve essere almeno parzialmente impervio, nel Molise collina e montagna sono pressoché equivalenti come superficie). Forse avrà frequentato le piste di sci alpino a Campitello Matese o quelle di fondo di Capracotta, cosa di cui dubito fortemente, citando solo alcuni dei comuni più vicini alla costa, guarda caso dove ci sono buona parte dei produttori, probabilmente quelli che conosce, quantomeno nel bicchiere, si spera. A parte le lacune geografiche, quello che lascia più perplesso è che, secondo l'erudito giornalista, nel territorio interno, a parte le zone più impervie, non ci siano le condizioni di fare viticoltura di qualità, quando si possono citare decine di esempi, nel nostro Paese, che dimostrano il contrario. La cosa più grave, a mio avviso, è la completa superficialità con cui è stato trattato l'argomento Tintilia, anche da Alessio Di Majo - nuovi vini da antichi vitigni, era lo slogan della sua azienda - un po' superficiale, considerandolo forse più un fardello, devo pensare, ignorando completamente il fatto che la Tintilia "è" il vitigno delle zone interne, quello che la storia, la scienza e l'abnegazione di un manipolo di produttori, tra cui lo stesso Di Majo, hanno portato alla ribalta con fatica, che forse qualcuno voleva estenderne la coltivazione fino alla costa, dove si fa la viticoltura di qualità, secondo il ben informato Cernilli. L'apoteosi si è raggiunta quando lo stesso Cernilli, nel descrivere uno dei vini di punta dell'azienda, il Don Luigi, afferma candidamente che «è fatto con Montepulciano d'Abruzzo e qualcos'altro», ignorando forse il fatto che si tratta di uve del vitigno Montepulciano e non d'Abruzzo, essendo questa, invece, una denominazione d'origine di un'altra regione, naturalmente. Dopo quest'affermazione sconcertante, grave per un esperto come lui, non posso fare altro che astenermi da ulteriori commenti, lasciandoli a voi, evitando di porre l'accento su aspetti che non fanno altro che confermare quelli che erano i miei dubbi sulla nostra produzione regionale e sull'assenza dalle luci della ribalta, in senso generale, «tranne che per Di Pietro e il terremoto». Per citare Cernilli, «consentiremi uno sfogo, vi prego. Anche se non me lo posso permettere non avendo tanti anni di onorato servizio nel mondo del vino bla bla bla...», di certo non mi manca l'onestà intellettuale, la cultura e la sobrietà con cui ho affrontato diversi aspetti del mondo vitivinicolo. Sono stufo, come molisano, di sentire sciocchezze, approssimazione e superficialità sulla nostra terra e sulle sue produzioni di qualita, che non hanno nulla da invidiare a quelle delle altre realtà produttive nazionali. E finiamola, definitivamente, di commiserarci e flagellarci con le nostre mani; urge una svolta decisiva condivisa a tutti i livelli che, stranamente, sento riecheggiare sulle pagine dei giornali, sulle bocche di tutti produttori e su quelle dei rappresentanti istituzionali, ma che di fatto, non si concreta se non con iniziative estemporanee, a comparti stagni, nei diversi settori produttivi della Regione. Le comiche lasciamole agli enosnob bacchettoni. Sebastiano Di Maria Fonte: http://www.scuoladelgusto.net/, 10 novembre 2012.
























