LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Governare lo smart working
Secondo voi, se una giovane coppia che inizia la propria avventura di vita in comune avesse la possibilità di organizzare il proprio lavoro a distanza anche a prescindere dall'emergenza, evitando le file per entrare e uscire dalla città sei giorni su sette, preferirebbe prendere una casa spaziosa in un bel palazzetto d'epoca nel centro di Tagliacozzo, e qui far crescere i figli in un ambiente sicuro e salubre, o affitterebbe per un costo quasi doppio un bilocale nella periferia di Roma? Oggi il quesito si può porre; fino a poco tempo fa, invece, lo smart working era un tabù, o meglio un sinonimo di "fancazzismo". Il rischio - diciamoci la verità - in alcuni casi persiste, soprattutto in certe branche della pubblica amministrazione. Nell'era post-Covid, però, il rischio va corso e, soprattutto, esso si inserisce in un quadro decisamente più articolato. Per affrontare il tema senza scivolare negli opposti eccessi, bisognerebbe evitare che lo smart working si trasformi in una nuova ideologia perdendo concretezza e rapporto con la realtà. Anche perché, tra il pendolarismo senza fine e il restare a casa a oltranza contro ogni razionalità, sono immaginabili vie di mezzo di mero buon senso. Come quella che potrebbe ben attagliarsi alle esigenze della giovane coppia sopra immaginata: avere la possibilità di lavorare da casa per una parte dei giorni e recarsi nella vicina città solo alcune volte a settimana. Ciò renderebbe molto attrattiva la residenza nei piccoli comuni, dove la qualità di vita è elevata e i costi sono inferiori alla media, aiutando così la lotta allo spopolamento. Questa spinta, d'altra parte, sta nascendo spontanea da nord a sud. Ecco alcuni esempi, riferiti al pieno dell'emergenza Covid del 2020. L'architetto Stefano Boeri ha riferito al «Sole 24 Ore» di un progetto del Politecnico di Milano e del Touring Club che prevede la mappatura dei borghi della Val Trebbia siti a non più di 60 chilometri da un centro urbano o da un aeroporto, immaginando per piccoli agglomerati in stato di abbandono contratti di reciprocità con la vicina Milano. Il sindaco di Cerignale, comune di 121 anime in provincia di Piacenza, così riferisce la sua esperienza: «Il lockdown ha fatto capire l'importanza degli spazi, dei rapporti umani e dell'aria pura, ed è arrivato pure lo smart working. Insomma, gli elementi per il ripopolamento ci sono tutti, ma per metterli a frutto serve il lievito normativo». Gli fa eco il suo collega sindaco di Candela, comune dell'Appennino Dauno che percorrendo di notte l'autostrada Bari-Napoli sembra assumere in lontananza le sembianze di una farfalla fosforescente a un passo dal cielo. Nel lavorare alla mappatura delle case vuote e sfitte, egli racconta dell'esperimento di un "bonus di residenza" che in passato ha dato buoni risultati: «Vogliamo continuare in questo verso, perché abbiamo un territorio da raccontare». Mentre il sindaco di Capracotta, affascinante località della montagna molisana assai più ricca di storia che di abitanti, parla dei piccoli borghi alla prova dello smart working come di «laboratori viventi di tradizioni e di accoglienza». Per non parlare di Santo Stefano di Sessanio, in provincia dell'Aquila: all'indagine di mercato promossa dal Comune per agevolare cittadini italiani e stranieri che intendano trasferirsi lì e avviare un'attività imprenditoriale, al momento di scrivere queste pagine avevano già risposto circa ventimila persone da tutto il mondo. Si potrebbe continuare. Questi esempi tuttavia, se da un lato danno conto di una spinta spontanea dal basso verso la rinascita dei borghi, dall'altro segnalano ciò di cui ci sarebbe bisogno: un coordinamento e rafforzamento del processo attraverso norme che prevedano tra l'altro sgravi fiscali e vantaggi per le persone che decideranno di intraprendere questa strada, nonché finanziamenti aggiuntivi per i comuni delle zone interne che censiscano le abitazioni abbandonate e trovino il modo per cederle a prezzi vantaggiosi, o addirittura gratis, a chi dia garanzie di trasferirsi e magari di portare con sé la propria attività o parte di essa. Il tutto ponendo estrema attenzione a che un intervento legislativo si mantenga a un livello di "quadro", di "contesto", e non imbrigli con tentazioni dirigiste e ipertrofie burocratiche una tendenza i cui moventi restano la libertà e l'intraprendenza delle persone. C'è però una premessa necessaria affinché il fenomeno non venga ucciso nella culla: questi territori devono essere collegati col mondo e, a tal fine, servono infrastrutture, anche immateriali. Oggi "la rete", in alcuni casi, può essere addirittura più importante di strade e autostrade. Gaetano Quagliariello Fonte: G. Quagliariello, Strada facendo. In cammino lungo i sentieri dell'Italia di mezzo , Rubbettino, Soveria Mannelli 2021.
- Da Mazzini a Mussolini
La mattina del 23 marzo, "Il Popolo d'Italia" pubblicò una intera pagina con il titolo Plebiscito per la nostra adunata , che sovrastava sei colonne fitte di lettere e telegrammi, provenienti da varie regioni d'Italia, formanti un coro di entusiastica adesione. Precedeva una nota, nella quale si confermava l’'dunata per le ore 10 in piazza San Sepolcro n. 9, precisando che «le prime file di sedie, saranno riservate ai delegati di associazioni venuti dal resto d'Italia e ai combattenti. Il resto del salone al pubblico degli amici e consenzienti muniti di regolare biglietto d'ingresso. La stampa è ammessa. Sono già arrivati molti amici da varie città d'Italia». La serie delle lettere e messaggi iniziava con il biglietto di un veterano del patriottismo risorgimentale e dell'irredentismo trentino, Ergisto Bezzi, mazziniano e garibaldino, il quale telegraficamente dava la sua adesione tramite Mario Gioda, incaricato di «portare la mia adesione all'adunata di domani. Sono un trentino del Brennero e non di Salorno». Seguiva un commento, probabilmente di Mussolini, che arruolava il patriota risorgimentale «col battaglione dell'arditezza adunato attorno a questo foglio», contro i rinunciatari: «La nostra adunata non poteva ripromettersi maggiore onore quale quello che le viene con l'adesione di Ergisto Bezzi», che aveva «cospirato con Mazzini e combattuto con Garibaldi per la libertà d'Italia», mantenendo una fede incrollabile nell'attendere «la nuova ora d'Italia, l'ora del ritorno di Mazzini che in oggi la muta rinunciataria ha addentato per inscriverlo socio onorario in qualche club croatofilo». Vi erano altri «superstiti delle prime battaglie del Risorgimento italiano», come un circolo di veterani di Castiglione delle Stiviere, che si professavano «immutabilmente inspirati alle Sante Dottrine del Grande Maestro che vigila a Staglieno, ed ai generosi sentimenti dell'Eroe che aleggia a Caprera, con fede ardente nella vita nuova di redenzione sociale e d’operosità feconda», mentre da Venezia il presidente di un circolo garibaldino esprimeva la «piena solidarietà» della città, che «auspice Daniele Manin dittatore profeta, prepara ormeggi al naviglio del dominatore antico del nemico di ieri, apre alla storia pagine nuove di vita nazionale». Da Roma, un avvocato aderiva dichiarando: «Democrazia vuol essere creazione e non distruzione di valori. Mazzini è ancora presente ed è sulla via segnata da lui che gli uomini di buona volontà da qualunque parte vengano possono trovarsi insieme, senza pregiudiziali fossilizzate e senza appetiti più o meno mascherati». E un amico massone telegrafò da Firenze: «Ove sono trinceristi aleggia spirito libertà. Contami fra i tuoi ora presente. Lotte future». Il motivo risorgimentale, direttamente o indirettamente collegato alle rivendicazioni territoriali dell'Italia e alla esaltazione della libertà dei popoli, echeggiava in molte adesioni di reduci interventisti, combattenti, mutilati, invalidi, che provenivano da ogni parte d'Italia. Da Capracotta, piccolo comune del Molise, il presidente del Circolo «Cesare Battisti» telegrafò: «Invalidi e combattenti capracottesi aderiscono entusiasticamente adunata 23 corrente». Un invalido «interventista della prima ora, combattente entusiasta sugli Altopiani, sul Carso ed al Piave» dava la sua «incondizionata e fiduciosa adesione ai Fasci di Combattimento: saranno di esempio ai timidi, di monito ai vili e sapranno trascinare la parte sana e virile della Nazione nella lotta di pensiero e di azione contro la razzamaglia bolscevica». Un caporale in convalescenza, interventista e volontario «per la guerra rivoluzionaria», si diceva prontissimo a rinunciare alla licenza «per combattere in una guerra italo-jugoslava», «qualora i diritti d'Italia e delle genti non vengano riconosciuti dalla cricca diplomatica», e aderiva «con tutta l'anima e con tutta la forza» all'adunata, alla quale avrebbe partecipato personalmente. Il motivo prevalente nelle adesioni, soprattutto dei giovani, era, insieme con la difesa della guerra e della vittoria, l'esaltazione dei combattenti come la nuova classe dirigente dell'Italia nuova, che doveva spodestare la vecchia classe dirigente. Da Catania, studenti e reduci aderivano con «pieno entusiasmo», formulando l'augurio che «da un alto e sereno dibattito possa sorgere quel vigoroso e sano indirizzo politico, che abbia come punto essenziale di programma la "smobilitazione" della invalida e lercia burocrazia e la conquista dei poteri pubblici da parte di tutte le forze vive e fattive della gioventù combattente». Ai giovani di Catania facevano eco da Firenze Ernesto Rossi e un gruppo di amici fiorentini, fra i quali il pittore futurista Primo Conti, che si dolevano di non poter partecipare all'adunata, ma inviavano la loro «entusiastica adesione», dicendosi «certi che dalla sincera ed appassionata discussione fra giovani, ché solo i giovani potranno rispondere all'appello del Popolo d'Italia , verrà nuovamente una parola di Fede Italiana contro la voce ormai rauca dei nostri vecchi cristallizzati nella loro inutile saggezza». Da Roma, il capitano degli arditi Mario Carli inviava l'adesione della sezione romana dell'Associazione degli arditi, pronti a dare «addosso alle nuovissime congiure clericali camuffate di patria, addosso alle vecchie congiure pussiste e giolittiane camuffate di umanità! Fiuto odore imminente di polvere. L'anima esplosiva che rugge in noi, nostalgici guerrieri, è scossa da una grande speranza di lotta». Quasi tutte le adesioni erano indirizzate personalmente a Mussolini. Alcuni erano vecchi compagni di lotte politiche, dal socialismo all'interventismo, come il «vecchio amico» Celso Morisi, proveniente dal sindacalismo rivoluzionario, interventista volontario combattente nella Legione garibaldina prima dell'entrata in guerra dell'Italia, che nella lettera di adesione, parlando di sé come «chi è stato per non breve tempo, prima in carcere, poi in trincea, sempre e soltanto per un'alta idealità», descriveva il tipo dei più ferventi collaboratori mussoliniani: Da più di quindici anni ho combattuto per le mie idee rivoluzionarie e come organizzatore e come uomo di parte, ho sempre cercato di dare tutto quello che potevo e non ho mai chiesto nulla a nessuno. Tutto ciò affermo non per vanagloria personale; io rifuggo sempre dalle pose e dalla falsa modestia, ma soltanto perché in questo momento in cui si richiede continuamente il foglio di servizio, si sappia che alla tua adunata non aderiscono gli ultimi arrivati. Un romagnolo di Meldola, che aveva partecipato al Fascio interventista ed era stato volontario di guerra, scrisse a Mussolini: «Versai il mio sangue per il diritto delle genti e il riscatto delle italiane terre, aderisco e approvo fin d'ora tutte le deliberazioni che saranno prese nel convegno indetto dal battagliero Popolo d'Italia , dispiacente di non potere intervenire». Così un capitano smobilitato gli scriveva da Milano: «Come durante la neutralità, come per 40 mesi di trincea, così sono e sarò sempre con voi, con la mia anima, col mio cuore, con i miei pugni. Voglio intervenire al vostro convegno». Un avvocato scriveva di aderire «con tutta l'anima a quanto il popolo italiano, da Lei radunato in Milano, delibererà per la nuova grandezza d'Italia». Ex combattenti da Santa Maria Capua Vetere telegrafarono la loro adesione: «Plaudiamo nobile tuo apostolato augurando che nostra Terra di Lavoro segni magnifico movimento destinato a redimerla da servitù politica». Alcune lettere di adesione designavano in Mussolini l'interprete e la guida della rinnovazione dell'Italia. Da Udine, un volontario e ferito di guerra e un mutilato di guerra, profughi entrambi, non potendo intervenire, inviarono «un saluto fraterno e la solidarietà incondizionata ed entusiastica al nobilissimo e storico convegno», delegando Mussolini a «rappresentare i volontari friulani dell'America, gli invalidi e mutilati di guerra, e la gioventù friulana tutta. Viva il nostro Popolo d'Italia !». Il sindaco di un comune dell'Abruzzo aderiva «per la elevazione morale e materiale del nostro popolo e per la redenzione dei nostri fratelli Dalmati», ed elogiava Mussolini perché, proclamando «la concordia nel popolo dopo la disgrazia di Caporetto, voi avete contribuito ad infondere nuovo vigore ed eroismo nell’Esercito, che vittorioso ha salvato la civiltà latina dalla barbarie teutonica; confido che con l'odierna azione inspirerete nei cittadini la fermezza nell'esigere dagli altri Stati maggiore rispetto per la nostra Italia e dal nostro governo giustizia e diritto al lavoro, e nel provvedere a che nelle pubbliche amministrazioni sia tenuta in rilievo la differenza fra i combattenti che hanno versato il sangue per la patria ed i vampiri che l'hanno succhiato». Da Novara, un sergente maggiore degli arditi, invalido di guerra, dopo esser stato interventista e volontario, scriveva a Mussolini, conosciuto nel 1915: «Aderisco anch'io e sarò presente all'adunata. Ai trinceristi occorre una mano sicura che li guidi a rinnovare l'Italia così come vittoriosamente debellarono il nemico esterno. Tu devi essere quella mano». La pagina plebiscitaria delle adesioni si chiudeva con una breve nota non firmata, ma certamente di Mussolini: Questa magnifica pagina di adesioni, non ha bisogno di essere illustrata o commentata. È chiara. È eloquente. È decisiva. Basterà rilevare: 1. che le adesioni ci sono giunte da tutta Italia; 2. che sono numerosissime; 3. che rappresentano il fior fiore della nuova generazione italiana, poiché si tratta nella maggior parte dei casi di combattenti o ex combattenti. Ci sia concesso di dire che la realtà ha superato le nostre aspettative. Rimane sul banco un altro mucchio di adesioni individuali e collettive. Le daremo domani, insieme con quelle che ci arriveranno durante l'adunata. Davanti a così vasto e vibrante movimento, possiamo gridare che l'interventismo è ancora capace di impegnare una nuova e vittoriosa battaglia! Emilio Gentile Fonte: E. Gentile, Quando Mussolini non era il Duce , Garzanti, Milano 2020.
- Rassegna di cognomi capracottesi (1522-2024)
Questi sono 273 cognomi presenti nell'ultimo mezzo millennio a Capracotta, cognomi di persone nate o stabilmente dimoranti nel nostro paese. Le fonti da cui sono stati tratti sono: le numerazioni dei fuochi del 1522, del 1545 e del 1561, desumibili da "Il territorio di Capracotta" di Luigi Campanelli; il "Catalogus omnium rerum memorabilium iuxta rituale Romanum ad curam animarum pertinentium" del 1644 e il "Liber confirmatorum" del 1660, redatti dall'arciprete Pietro Paolo Carfagna e conservati nell'archivio parrocchiale; il libro dei fuochi del 1732, lo "Status animarum" del 1741 ed il castato onciario del 1745, contenuti nel "Libro delle memorie" di Nicola Mosca e ricostruiti da Alfonso Di Sanza d'Alena; tutti i registri dello stato civile dal 1809 al 1899, consultabili online al sito Antenati . Di ogni cognome è stata scelta la versione "italianizzata" o la più recente, inserendo tra parentesi le eventuali variazioni antroponimiche. Per espandere l'elenco, è necessario cliccare sulla lettera iniziale: A Aduasio (d') Agostino (var. de Augustino ) (d') Alena (d') Alessio (d') Aloisio (var. de Loysio ) Amicarelli Amichella (d') Amico (var. de Amicis ) Amicone (d') Andrea Angelaccio Antenucci Antilino Antonelli (d') Armata (dell') Armi B Baccari (var. Baccarius e del Baccaro ) Bardaro Battista (var. de Baptista ) Beniamino (di) Bernardo (var. de Birardo ) Bonanotte Bonavolta Borrelli Botta Brinzio (di) Bucci (var. di Buccio ) Buccigrossi Buono Burlone C Cacchione Cafardo (de) Cagno Calzaro Campana Campanelli (var. de Campanello ) Campato (de) Camplo Caporicci (var. Caporeccio e Caporiccio ) Capraro Caraccio Caracciolo Carapellino Carapelluccio Cardamone Carfagna (var. de Carphaneis e Carfagno ) Carlini (var. de Carlino ) (di) Carluccio Carmosino Carnevale (var. de Carnevale ) (di) Carpinone Carugno Caruso Casciato Casciero (var. Cassiero ) Cascinelli Castelli (del) Castello (del) Castelluccio Castiglione Catalano Celano (var. de Cigliano ) Cerrone (di) Cesare Ciaccio Ciarielo Cicchella Ciccorelli (var. Ciccoriello ) Ciella (di) Ciò (di) Ciocco (de) Cioce Cioffi Ciolfi (var. Ciolflo e Ciolfo ) Cipollone Coccia Colacelli (var. Colai Ciechi e Colaciello ) Colagrossi Colamago (var. Colamajo ) Colangelo Comegna (var. Commegna e Scommegna ) Conti (var. Comitis e de Conte ) Crapone (di) Criscenzio D (di) Domenica (var. de Dominica ) Donatone E Evangelista F Fabrizio (var. Fabritius ) Falcone (var. Falconi ) Fantino Fantozzi Ferrante Ferraro Ferrelli Ferretti Fiadino Filacchione (di) Fiore Flesca Forgione (di) Fonzo Franceschelli (di) Francesco (var. de Francisco ) Frezza G (de) Gabriele Gambacorta Garzone Gaudini Gavatta Gello Gentile Gigliani (di) Giovanni Giuliano Grifa Grilli I Iacapraro Iaciancio Iacovone (var. de Iacobone ) Iafaio Iafurro Ianicella Ianiro (var. de Ianigro e Ianiri ) Ianotti (di) Ianni (var. de Janne e de Ianno ) Iannone Iarusso Iavicoli Inchingoli Ionata (d') Isernia (de) Juliis Izzo L Labbate (var. de Labbato ) Latino Leccese Lemme Leonardi Leone Liberatore (var. Liberatoris ) (de) Lillo Lombardo (di) Lorenzo (var. de Lorentio ) (di) Loreto (var. de Lorecto ) (di) Luca Lucarella (di) Lucente (di) Lullo (di) Luozzo (var. de Lozzo ) M Macera (di) Macchia (var. de Maccla ) Magno (de) Majo Malavolta Manaro Mancini (var. de Mancino ) Maranzano Marchetta Marco (di) Marcovecchio Margiotta Mariano Marinella Marino (var. Marinis ) Marracino Masciotra (var. de Masciotore ) Masso Mastracchio Mastrillo Matteo (var. de Matthæo ) Mazzocchi Melocchi (var. Melocco ) Melone Mendozzi (var. de Mindozzo ) (di) Menna Merola Milone Ministro Minuto Miscuccio Monaco Morrone Mosca (var. Mosche ) Musacchio N (di) Nardo (di) Nucci (var. di Nuccio ) O (d') Onofrio (var. de Nofrio e de Honofrio ) P (di) Pacentro Paglione (var. Paglionus ) Pagnotta Pallotta Palmiero Palumbo Paolone Papaccio Parisio Peccio (de) Pede Pepe Perilli (var. Perillus ) Perruzzi (de) Peschio Petracca Pettinicchio (var. Pettenicchio ) Pezza Piccirillo (var. Piccirillus ) (di) Pietro Pigliente Pirrella Pizzella (var. Pezzella e Pizzelli ) Pizzoferrata Polcino Policella Pollice (var. Police ) Potena (var. Potenæ e Poteno ) Potenicchio Procaccino (var. Porcazzino ) Q Quaranta Quatrino R Ramiero Ranallo Recchiuto (de) Renzis (di) Rienzo (var. de Rentio e Rentii ) Rojo Rosa Rubbino Ruggiero (var. de Ruggiera ) (di) Ruscio (var. de Russo ) S Sabbatino Sacchetta (de) Salvatore (di) Salvo Salzano Sammarone Sanità Santilli Savazio (var. Savattio ) Scalzitti Schinelo Sciullo (var. di Sciullo ) Scocchera (de) Scorcitto Scuffe Selvaggio Serlenga (var. de Sirlenga ) Silvestro (di) Simeone (de) Simone (var. Simonis ) Sozio Spada Spallato Spagnolo Stabile Stallone Suriano T Talone (di) Tanna (var. di Tanno ) Tartaglia (var. de Tartalia ) (di) Tella Terreri Tisone Tofera (di) Trani Trazza Trotta V Varrata Vecchio (del) Venditti (var. de Vendicto e Venditto ) Verrone (var. de Virrone ) (di) Vito Vizzoca Z Zarlenga Francesco Mendozzi
- Bernardo Di Bucci e Maria Luigia Di Rienzo, miei bisnonni italiani
Da quando ho memoria, la piccola azienda agricola di 12 ettari situata nel Comune di Los Cardozo, nel dipartimento della Capitale, in provincia di Santiago del Estero, nella quale mio padre ci portava fin da bambini, egli l'aveva ereditata - dopo varie divisioni con altri eredi - dai suoi nonni, i proprietari originari, gli immigrati italiani Bernardino Bucci (alias Bernardo Di Bucci) e María Luisa Direncio (alias Maria Luigia Di Rienzo), entrambi nati a Capracotta, in Molise. Nel 1989, mentre studiavo Ingegneria stradale presso l'Università Nazionale di Santiago del Estero (UNSE), ottenni una borsa di studio per studiare a Rimini, in Italia. Questo viaggio fu l'occasione per cercare quei documenti che dimostrassero le nostre origini italiane, giacché nessuno in famiglia aveva documenti ufficiali. Sapevamo solo che i nostri bisnonni erano originari di Capracotta e conoscevamo i nomi dei loro genitori, che erano stati dichiarati sui rispettivi certificati di morte argentini. Bernardino era il figlio di Sebastiano Di Bucci e di Maria Giuseppa Potena; María Luisa era figlia di Luigi Di Rienzo e di Maria Rosa Carfagna: dati che trovavano conferma nelle copie degli atti di nascita conservati presso l'Archivio di Stato di Isernia. Grande fu la mia sorpresa, a Rimini, quando ricevetti la copia dell'atto di nascita di Bernardo Di Bucci, poiché lui ed io avevamo la stessa data di nascita. Egli era nato il 15 maggio 1860 a Capracotta, in Italia, ed io, esattamente 105 anni dopo, a Santiago del Estero, in Argentina. Inoltre, sono stato il primo discendente argentino ad ottenere la cittadinanza italiana e a mettere piede in terra capracottese nel 1990. Per me, un grandissimo motivo di orgoglio. Il primo figlio nato dal matrimonio italiano tra Bernardo e Maria Luigia si chiamava José ed era mio nonno, padre di mio padre. Nacque il 23 ottobre 1893 e il suo certificato di nascita argentino fu rilasciato il 29 ottobre 1906, quando aveva già 13 anni, il che porta a domandarmi se Bernardo e Maria Luigia non fossero arrivati in Argentina già sposati (non siamo riusciti a reperire il certificato di matrimonio argentino) con un figlio registrato in Argentina all'età di 13 anni. Questo mistero mi ha spinto a cercare ulteriori informazioni presso il Centro studi sulle Migrazioni latinoamericane ma senza risultati, poiché gran parte dei dati sono andati perduti. Forse questo dubbio potrà essere chiarito qualora a Capracotta venissero ritrovati gli atti di matrimonio di Bernardo e Maria Luigia e l'atto di nascita di Giuseppe. Mio padre racconta che suo nonno italiano, appena arrivato a Santiago del Estero, aprì una bottega di fabbro in Mendoza, tra Independencia e 24 de Septiembre. Curioso il fatto che, nell'atto di nascita, egli risultasse figlio di « Sebastiano di Bucci di professione ferraio » , il che significa che si dedicò ad un mestiere che aveva imparato dal padre. Pochi anni dopo acquistò alcuni ettari di terreno tra i comuni di La Vuelta de la Barranca, Los Cardozo e San Pedro, tutti sulle rive del Rio Dulce. Lì si dedicò all'agricoltura e all'allevamento di animali da cortile e coltivava anche un vigneto per la produzione del vino. Oggi, parte di quella terra è di proprietà mia e dei miei fratelli e la conserviamo in quanto eredità dei nostri bisnonni italiani. Carlos Enrique Bucci (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .
- Una giornata a San Vito
Negli anni '30, almeno una volta la settimana, mio padre portava a San Vito Marina la sua mercanzia (carbone vegetale, carbonella, ruscia , legna da ardere e fascine di ceppe) con un carretto trainato da un puledrino nervoso e scattante, che noi chiamavamo Moretto. Durante l'estate, poiché ai numerosi clienti della Marina si univano i clienti dì Lanciano in villeggiatura, mio padre faceva anche tre o quattro viaggi la settimana; allora, portava anche me, sebbene fossi ancora un ragazzotto. Egli si alzava molto presto, andava al magazzino e preparava il carico; poi andava a strigliare il cavallo e gli riempiva di biada il bucco ; quindi veniva a casa a prendere il caffè ed ad aspettare che io fossi pronto e perfettamente desto. Da via Valera, quasi dovevamo spingere il carretto sulla salita di Pozzo Bagnaro; all'Ospedale potevamo arrampicarci sul carico di sacchi, dato che la strada era pianeggiante o in discesa, fino alla Marina. Mio padre aveva clienti dappertutto ed impiegava molto tempo a distribuire la merce; fra l'altro era un amabile conversatore con tutti gli acquirenti. Durante le lunghe soste che facevamo nei pressi della Stazione ferroviaria, alle Fornaci, al Cercone (dove vi era una ragazzetta bellissima, di cui ero segretamente e pudicamente innamorato) al Villino Breber, all'Eremo Dannunziano, io dovevo restare accanto al cavallo e al carretto e un po' mi scocciavo. Finita lì la distribuzione, perché la strada brecciata non andava oltre e tutti i sacchi erano vuoti, verso le due del pomeriggio andavamo vicino al porto, per mangiare qualcosa da zia Camilla, che gestiva una cantina proprio sulla spiaggia. Zia Camilla faceva un brodetto di pesce favoloso, che io mangiavo con grande piacere, ed un piatto di pastasciutta al pomodoro, che era la fine del mondo per tutti, eccetto che per me; io, infatti, odiavo assolutamente quella quantità incredibile di semi e di pellicine dei pomodori freschi che ella adoperava. Prima di mangiare, comunque, io e mio padre facevamo il bagno e, per spogliarci e rivestirci, ci industriavamo a farlo tra le paranze , che numerose affollavano la spiaggia ed utilizzando un paio di asciugamani. I bagnanti veri e propri, che comunque erano di numero limitato, di solito portavano sulla spiaggia quattro robuste canne ed un paio di lenzuola bianche, con cui costruivano dei casotti che sembravano capanno indiane. All'inizio del Molo, vi era una costruzione solenne ed elegante, che per noi era il Castello; un poco più in là, vi era sempre il gigantesco scheletro ligneo di un veliero in costruzione o di una grossa barca in riparazione. Molte volte ho visto attraccare o salpare grandi barche o velieri a due o tre alberi certamente molto belli. Da quei natanti spesso venivano scaricati a terra cavalli e somari, tronchi giganteschi e grandi pacchi di tavole o di juta; quando ripartivano, il carico era costituito da granaglie, legumi, lane, cotoni, telerie ed altri manufatti. Tornavamo a casa nel tardo pomeriggio, lentamente. Mio padre si stendeva sul carretto, e subito si addormentava; io reggevo le redini e credevo davvero di guidare il cavallo, il quale, per la verità, sapeva sempre scegliere meglio di me la strada giusta. Qualche volta, durante il viaggio verso San Vito Marina, al passo o al piccolo trotto, venivamo sopraggiunti ed oltrepassati dal calessino elegantissimo guidato dal Barone Cocco e trainato da un focoso cavallo di razza. Forse allora Morettino diventava rosso per la vergogna, mentre io e mio padre potevamo diventare rossi solo per il troppo sole che prendevamo durante il giorno per le vie di San Vito Marina. Domenico Policella Fonte: D. Policella, Una giornata a San Vito , in «La Ginestra», S. Vito Chietino 1992.
- Polvere di cantoria: Operazione NTS
Dedicato alla Maestra Annalisa e ai suoi allievi Tanto per cambiare, anche questa storia è ambientata nel periodo natalizio, un racconto che mi sta a cuore non solo perché come molti a Natale torno ad essere un ragazzino, ma anche perché, avendo prestato servizio nell'Aeronautica Militare, ne porto ancora la divisa nel cuore. Questa novella è dedicata a tutti coloro che fanno parte e hanno prestato servizio nelle forze aeree: il fermo pragmatismo della Difesa aerea qualche tempo fa ha incontrato la fantasia e ne è nata la leggenda. Operato tramite il coordinamento tra la U.S. Air Force e la Royal Canadian Air Force , il Norad ( North American Aerospace Defense Command ), precedentemente denominato Conad, di stanza in Colorado, ha il compito di sorvegliare lo spazio aereo e marittimo del Nord America, identificando tramite radar, satelliti geostazionari sensibili anche agli infrarossi ed aeromobili appositi, qualsiasi oggetto volante e marittimo che possa costituire una minaccia per la sicurezza degli Stati rappresentati. Le minacce vengono contrastate con mezzi atti alla dissuasione e, se necessario, all'intercettazione e all'abbattimento. Analoga sorveglianza viene svolta in Italia dalla Aeronautica Militare tramite la Brigata di Controllo aerospaziale integrata tramite la Difesa aerea, il Controllo traffico operativo e il Reparto mobile di Comando, il tutto in relazione agli altri reparti della Nato. Nei giorni precedenti il Natale del 1955, il negozio "Sears" di giocattoli a Colorado Springs pubblicò un volantino con il quale si annunciava ai piccoli clienti la possibilità di telefonare e parlare con Babbo Natale (ovviamente un operatore addestrato). Il caso volle che a causa di un errore nella stampa, il numero telefonico indicato non fu quello del negozio ma, per una semplice cifra sbagliata, venne a coincidere con una linea non pubblicata in elenco rivelatasi essere quella diretta del colonnello Harry Shoup, comandante della sala operativa Norad. In particolare, una bambina chiese di poter conoscere la posizione in volo della slitta di Santa Klaus per sapere il momento in cui si sarebbe librata sulla sua casa. Il Colonnello stette al gioco e ordinò agli operatori di creare un tracciato fittizio mediante il quale si potesse osservare tutto il tragitto nei cieli di Babbo Natale durante la notte del 24 dicembre. La realtà aveva incontrato la fantasia. Da allora, tutte le notti di Natale il Norad, tramite l'operazione NTS ( Norad Tracks Santa ), svolta da operatori militari e civili, mostra in tempo reale il tracciato radar della mitica slitta. Tale operazione si è via via evoluta di pari passo con la tecnologia: al collegamento telefonico si è aggiunto il collegamento via e-mail e web tramite il sito apposito del comando Norad, operativo dal 30 novembre fino al 1° gennaio. Si sono poi aggiunte le app scaricabili per iOS e Android. Il supporto economico non dipende dai bilanci pubblici ma da una catena di sponsor, tra cui la stessa Nasa. Parliamo di circa 70.000 telefonate (111.000 nel 2022) e 12.000 mail da oltre 200 nazioni, con una media di 40 telefonate per operatore all'ora e una punta massima tra le 2 del mattino del 24 dicembre e le 3 del mattino del 25 dicembre. Oltre un milione di followers sulla pagina Facebook. E qui parte la leggenda: Norad tiene a specificare che il segnale della partenza di Babbo Natale dal Polo Nord viene comunicato direttamente dal "Comando Elfico". Il tracciamento satellitare in appoggio a quello radar viene anche adiuvato dal segnale infrarosso emanato dal luminosissimo naso fendinebbia della renna caposlitta Rudolph. La rotta abituale parte dalla Linea del cambiamento di data, dirigendosi poi verso il Pacifico, la Nuova Zelanda, il Giappone, l'Asia, Europa, Nord America ed America del Sud. Norad tiene a precisare che la slitta sui cieli canadesi e statunitensi viene scortata dai caccia F15 USAF e i CF18 RCAF. Da bordo degli aerei vengono scattate fotografie e riprese video (computer grafica) che illustrano paesaggi e località sempre nuovi. Ovviamente Santa Klaus, che si sposta velocissimo mediante una curvatura dello spazio-tempo, rallenta per farsi vedere dai piloti che lo scortano. Norad diffonde anche dei dati specifici su tutta l'operazione: dalle misure antropometriche di Babbo Natale al numero e nome delle renne, compresa la potenza della slitta, espressa in "renne-vapore"; il peso al decollo e all'arrivo considerando anche le libbre di biscotti mangiati da Santa di casa in casa. Nel 2023 sono stati consegnati, scendendo dal camino, ben 7.883.693.263 regali! Le voci narranti del sito sono affidate di volta in volta a famosi personaggi dello spettacolo. Norad ha calcolato anche la data del primo viaggio: la notte di Natale del 343 d.C. Sul sito NTS tantissimi altri dati e informazioni vere e "vere"... La pagine della app e web, durante l'inattività mostrano il countdown al Natale. Non so voi ma io me la sono scaricata e quest'anno durante il servizio di mezzanotte all'organo le darò una occhiatina: magari riesco a vedere la slitta sulla Cattedrale con la scorta dei Tornado dell'Aeronautica Militare... Ho-ho-ho! Francesco Di NardoP
- Canti popolari di Capracotta (III)
E quante tenere frasi, quanti dolci sospiri tengono dietro a questo triste annunzio! Come se lo sposo che parte volesse fermare il tempo e imprimere in esso la immagine dell'amata, e suggellare il voto solenne con una più solenne riprotesta. 25 Vuccuccia 'nzuccarata damme nu vuoàce, damme nu vuoàce ca ddumane m' ne parte, pe cumpagnia ru tu' còre mi pòrte; sapétela cunservà la vostra parte, i me guvèrne chéla che me pòrte. 26 Oh, quanta è dulurosa la partènza, ma chiù è dulurosa la luntananza! 27 La mamma dell'amore me porta l'òdie, i' pe dispiétte vu ó glie amà la figlia. 28 Se me vu ó bene, amore, damme la féde, ch'alle paròle nen me c'assecure. 29 Amore, amore, parlare te vlarrìa déntr'a su còre – Recordate de me na vòlta all'ora. 30 I t'haie amate n'anne e m ó sò due, s'avésse amate Die sarébbe sante. 31 Oh! se chiuvésse e ce fosse la l ó ta, p'arrecan ó sce l'amore alla pedata. 32 Tenéva r' còre e r'hai date all'amore: rémaste è senza còre ru piétte mié. 33 E che me pu ó ne giuvà re suoni e r' canti? L'amore sta luntane e nen me sènte? 34 U ó cchi nire, capiglie a castagnòla, me fieà pròpria murì de passione. 35 Nu retratte de te me vu ó glie fare, accante me re vu ó glie fa ddurmire. 36 La dònna, quanda canta, vò marite, l'òmmene, che passéia, fa all'amore. 37 Quanda se strécciane se biégli capiglie, pe l'aria vieàne còme 'e campanèlle. 38 Scié u ó cchi nire e canna trafilate, capiglie ricci; attire a calamita. 39 Nen stieàne tanta sciure 'n tèrra nate, quanta ne stieàne 'ntorne a su vestite. 40 Mi é ditte de menì e n' scié menute: 'nsin'alla mesanòtte t'ài aspéttate. 41 I vu ó glie fa còme fa ru ricce, che r' iu ó rne dòrme e la nòtte va a caccia. 42 Nen te fedieà dell'acca pennènte, né de la dònna che fa la piet ó sa. 43 I vu ó glie fa na léttera arru sòle, pecché alla fèsta nen calasse mai. 44 Èsce ru sòle e sopra a nu s'appoia; èsce la luna e se métte in vieàie. 45 Scior de pentùccia, viieàte a chi te strégne e a chi t'abbraccia, viieàte a chi te vacia sa vuccuccia! 46 I vu ó glie fa na lettera e n' tiénghe carta, n' tiénghe manche curriére che me la pòrte. 47 Se iéme n' ziémbra a spasse alla Madònna, paréme tutte e du figli a na mamma. 48 Ròsa de tre culure forma na chieànta, fate 'mpazzir'a chi ve tèn'a mènte. 49 Svégliate da ru su ó nne, nen chiù durmire; tròppe su ó nne d'amor t' arrèca danne. 50 So' du le cose che n'iène paràgge: la luna de iennàre e r' sòle de magge. 51 Ru nide mié sta sott'a nu sasse, chi vè appriésse a me pèrde re pieàsse. 52 Quant'è bèlla la fémmina alla nuda! Te pare n'angelétta arrecamàta. 53 Che pu ó zz'avé tanta benedeziune pe quanta mòtte ze scriven' all'anne! 54 Amore mié, nen me ne fa tante: s ó piccerélla e le diche a mamma. 55 È nòtte, è nòtte e ru sòle è calate, chi n'ha fatt'all'amore ze r'ha perdute. 56 Quanda scié bèlla e nen te pòzz'avé: a cummarèlla me te vu ó gli fa. 57 Sèmp'alla via d' la Puglia tiéng'a mènte: quanda vò rreturnà quir care amante! 58 L'amore m'ha dunate quattre cose: caròfane, cannèlla, gigli 'e ròse. 59 Ru sòle m ó z'è misse a calature: l'amore sta alla chieàzza e conta l'ora, e conta l'ora e conta re menute, l'amore sta alla chieàzza e me saluta. Ru sòle mo z'è misse a capabballe, l'amore sta alla chieàzza e iòca a palle. Ru sòle m ó re fa ru gire tunne... quant'è fedele l'amore... e pure te 'nganna. 60 Vola, suspire 'n gòppa a chire pieànne, abbada che n' te puse pe la via, e se re tru ó ve a tàvula magnieànne, te piglia nu buccon pe parte mia; e se re tru ó ve a liétte, e sta 'n supore, daglie un vuoàce, e lassare durmire. e se re tru ó ve 'n chieàzza e fa ll'amore, daglie nu colpe, e lassare mutire. 61 Dimme a chi piénze, amore, se t'arcu ó rde de me na vòlta all'ora ; se t'arcu ó rde de me tre vòlte arru iu ó rne, la matina, la séra e r' mesuiu ó rne se t'arrcu ó rde de me tre vòlte all'anne, la Pasca, ru Natale e r' Capedanne. 62 Férmate, o rundenèlla, agge paciénza, va da r'amore mié, alla sua stanza, vide che fa, che dice e vi' che pènza, vi' che re pare chésta luntananza, e pòrtaie sta léttera d'amore, d ó pe seggille c'hai pu ó ste ru còre. 63 O nennerèlla, che spacca ru mare, férma, te vu ó gli dì quatte paròle: cavà vlarria na penna alle tue ale, scrivere vu ó gli na lettr' a l'amore, dòppe che l'haie scritta e seggillata, tu, nennerèlla, pòrtal'a l'amore. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- Giacinto Venditti
È il fratello di Pasquale Venditti ( Cellitto ). S'è trasferito definitivamente a Capracotta dall'estate del 2003 dopo la morte della moglie. Giacinto, classe 1916, diploma magistrale, studente universitario, in gioventù, alla Facoltà di Lingue, ha vissuto la sua vita a Napoli, ma ha voluto far ritorno alla sua Capracotta per godersi il resto della vita. È in pensione da molti anni dopo aver lavorato a Napoli all'INAIL come ispettore capo generale del lavoro. Orgoglioso ricorda sempre che al concorso da ispettore, su circa 900 concorrenti, risultò undicesimo, brillando, in particolare agli scritti dove, riferisce, arrivò secondo. Con piacere ricorda l'esperienza lavorativa di quegli anni, che gli consentì di conoscere tutte le realtà produttive campane, dalle più grandi aziende come l'Alfa Sud, l'Aeritalia alle più piccole come gli artigiani della mozzarella di Sant'Anastasia, i produttori di scarpe di Napoli, i manifatturieri di San Giuseppe Vesuviano. Ha svolto il suo lavoro sempre con onestà. « Con questo lavoro – ha raccontato Giacinto – molti si sono fatti un posizione, ma molti sono finiti male » . Il suo curriculum, però, è ricco di riconoscimenti e di titoli maturati anche in altri ambiti legati alle tante esperienze della sua vita. Durante la Seconda guerra mondiale è stato ufficiale dell'Aeronautica. Nel dopoguerra ha ricoperto importanti cariche legate alla vita militare. È stato: vicepresidente regionale della Campania delle Associazioni Nazionali A.N.C.R. e A.N.M.I.G.; presidente regionale della Campania della Concentrazione Nazionale Combattenti e Reduci dell'INAIL. È stato decorato di Croce al Merito di Guerra; gli è stato conferito il titolo di Commendatore della Repubblica Italiana e di Guardia d'onore alle Reali Tombe del Pantheon. A tutto questo non poteva mancare il riconoscimento più importante per un uomo nato e cresciuto in montagna: il titolo di Provetto Atleta dello "Sci di Fondo" e della Montagna. In gioventù, infatti, Giacinto Venditti è stato uno dei primi iscritti allo Sci Club locale e « prese parte – certificò il presidente dello Sci Club, Ottorino Conti nel 1935 – a molte gare sociali, centro meridionali e nazionali, guadagnando dei premi con capacità e zelo » . Giacinto Venditti, oltre a questo, è stato anche una buona penna cimentandosi in recensioni e scritti su personaggi della storia d'Italia come Gabriele D'Annunzio e Amedeo Duca d'Aosta. Ora, nella quiete di Capracotta, speriamo che Giacinto Venditti trovi la serenità e l'ispirazione per aiutarci a ricordare il passato della nostra Capracotta. Il giorno di Pasqua l'abbiamo incontrato allo Sci Club. Nonostante l'età, conserva ancora l'umorismo pacato e sottile della stirpe dei Venditti e, coniugando la determinazione genetica con i tratti positivi della cultura napoletana, assorbiti in tanti anni vissuti nel capoluogo campano, sfoggia simpatia che gli hanno consentito di conquistare l'affetto e la stima dei capracottesi. Non ha espresso grande ammirazione per gli uomini illustri di Capracotta del secolo scorso evidenziando che hanno fatto quasi niente per il paese. Ha espresso, invece grande ammirazione per il suo maestro Ottorino Conti, che fu anche il fondatore dello Sci Club di Capracotta e la cui foto esposta nel sodalizio sciistico è stata donata propria da lui allo Sci Club. È orgoglioso del suo passato di sciatore nelle fila dello Sci Club di Capracotta che onorò conquistando importanti posizioni nelle classifiche locali e nazionali dello sci di fondo. Il commendatore Giacinto Venditti continua a frequentare lo Sci Club e, tra una battuta e l'altra, vive serenamente il suo tempo in compagnia di tutti i capracottesi, giovani e meno giovani. Bentornato commendatore e auguri di lunghissima vita. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta. Luglio 2004 - Giugno 2005 , Capracotta 2005.
- Gli occhiali all'asino
« Non voglion più la paglia, – diceva a suo fratello l'addetto a governare i muli e l'asinello. – Appena che mi vedono col sacco della paglia, i muli solo annusano e l'asinello raglia... » Rispose suo fratello: « Dovresti, o cominciare curarli a bastonate... o, se non va, provare a cucinargli i pasti!... quand'han poco appetito, fino a che si riprendono. Così tutto è finito... » Si offese l'altro, e disse: « Da oggi ci andrai tu!... o soffriran la fame, ch'io non ne posso più... » Si stava litigando. Anch'io c'ero presente. Proposi un mio consiglio che esposi immantinente. « Avevo anch'io un asino, – spiegai, – fate attenzione, risolse un caso simile, la mia bella invenzione: gli "occhiali a vetro verde". Solo questo bastava, per l'appetito all'asino... Però, quando mangiava meglio era sorvegliarlo ché, quando avea più fame, era possibilissimo provare anche il letame!... Il verde fa qualcosa come pei pesci l'esca. Gli fa sembrar la paglia simile all'erba fresca! » Crescendo l'uditorio, mi vidi circondato da molti che volevano meglio esserlo spiegato... Intanto ai genitori corsero i due fratelli contenti a raccontarglielo... Però trovaron quelli, meno di lor contenti, e meno entusiasmati. E molto allegramente ci risero beati! (1972) Nicola D'Andrea Fonte: F. Mendozzi (a cura di), Prima antologia di poeti capracottesi , Youcanprint, Lecce 2023.
- 2 ottobre 1862: Giovanni Di Tella scrive alla baronessa Carosi Manieri
Su eBay ho trovato una lettera tassata che il 3 ottobre 1862, da Capracotta, è stata spedita «all'Egregia Signora Baronessa Donna Maddalena Carosi Manieri», in quel di Castel di Sangro, provincia d'Aquila. Il contenuto della lettera è il seguente: Stimatissima Signora Baronessa, con questa mia vengo a dirvi quanto siegue, passai i docati 36.00 al fattore Vincenzo Ardenti, in tutto avete in mane docati 224.00, per il resto spero che mi farà il favore un mio amico di Torricella chiamato Angelo Piccone di Camillo, che tiene sezzioni in cotesta città, e io ce li passerò qui che ne abbiamo fatto un appuntamento, perciò vi prevengo che qualunque persona si presentasse sotto il nome di Angelo Piccone, e vi consegnerà summe Vostra Eccellenza ve le riceverete e gli rilascerete il ricevo, mi dovete perdonare a non avervi adempiuto, secondo i dati della scrittura ma dovete rimettervi alle circostanze dei tempi correnti, che non mi ò potuto mettere in rischio né con lettere affrancate, né poter venire io costà, e credo che ne siete persuasa, e Iddio sa quanti guai ò sofferto, uccisione di pecora, e ricatti, che il padrone quasi deciso vendersi il rimanente delle industrie. Io, dimani a Dio piacente vado a partire per Campomarino colle industrie perché [...] dalla forza e ò dovuto lasciare le cacerie in abbandono, e se questo tempo perseguita così tempestoso facile che l'anno ventura resterà in tutto in abbandono. Disposto sempre ai venerati comandi di Vostra Eccellenza, e con rispetto vengo a baciarvi la mano. Capracotta, li 2 Ottobre 1862 Vostro servo vero Giovanni Di Tella Innanzitutto vediamo chi è la destinataria della lettera. Maddalena Carosi Amorosi Manieri, infatti, era una nobildonna di Sulmona a cui era spettato, per successione, il feudo dei Pizzi, situato tra Colledimacine, il torrente Luparello e un «altro territorio denominato Pietrabbondante». Quel territorio era conosciuto anche col nome di Cascerie, un toponimo che certamente si rifà alla produzione di formaggio e, dunque, all'attività transumante. La baronessa Maddalena, dunque, era probabilmente una ricca proprietaria di armenti. È lecito presumere, allora, che il capracottese Giovanni Di Tella fosse il suo massaro, il quale si premura di inviare l'ultima parte del ricavato (36 ducati su 260 totali, circa 13.000 € attuali) alla titolare dell'azienda o, per meglio dire, dell'«industrie», come allora venivano definite le pecore, dimostrando che quella armentizia fu la maggiore e più fiorente industria del Meridione. Ma perché il Di Tella non si è «potuto mettere in rischio né con lettere affrancate, né poter venire io costà, [...] e Iddio sa quanti guai ò sofferto, uccisione di pecora, e ricatti»? D'altronde, Giovanni Di Tella confessa alla baronessa di aver «dovuto lasciare le cacerie in abbandono», come se fosse stato costretto a fuggire. Aggiunge infine che «se questo tempo perseguita così tempestoso facile che l'anno ventura resterà in tutto in abbandono». Siamo nell'ottobre 1862 e, molto probabilmente, nelle campagne abruzzesi imperversano i briganti. Si pensi che ancora nell'ottobre 1864, capitanata da Giovanni Wolff, «una comitiva di briganti si trovava a saccheggiare una masseria, in quel di Capracotta», oppure si pensi al brigante Primiano, anch'egli attivissimo in Abruzzo tra il 1862 e il 1864. O ancora il temibile Chiavone, denunciato dal capracottese Felice Mosca nell'aprile 1863, per non parlare dei briganti Croce di Tola e Cuzzitto. Il 15 febbraio 1862, inoltre, era stata finalmente decapitata la banda brigantesca di Giuseppe Marinucci, provocando forti reazioni in città dopo l'uccisione del fratello Felice, poiché «la mattina del giorno dopo gli abitanti furono costretti ad assistere ad un macabro rituale. Il corpo dell'ucciso fu posto sulla scalinata dell'Annunziata, monumento simbolo della città, e sulle gambe un cartello a monito contro i briganti». A ciò si aggiunga che il visconte francese Oscar De Poli pubblicò un dossier sui «misfatti che portarono alla violenta annessione del Regno delle Due Sicilie, in particolare sugli accadimenti luttuosi dell'anno 1862». De Poli era infatti di estrazione liberale e, nel suo viaggio al Sud, rimase impressionato dalla congerie di reati perpetrati, soprattutto dai sabaudi, a danno delle popolazioni locali, analizzando giorno per giorno gli eventi e restituendo alla memoria nomi e fatti. L'autunno del 1862, insomma, dovette rappresentare un coacervo di avversità per il povero Giovanni Di Tella, coi briganti liberi di taglieggiare i proprietari di pecore mentre i sabaudi mettevano in campo azioni al limite della legalità, il tutto sotto condizioni meteorologiche proibitive, forse un inverno anticipato, di quelli che il popolo capracottese conosce fin troppo bene. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Battaglini, Il brigantaggio fra il 1799 e il 1865. Movimento criminale, politico o rivolta sociale? Storia di fatti briganteschi fra l'Arianese, l'Irpinia, il Vallo di Bovino, Melfi nel Vulture e la Calabria , Procaccini, Civitella S. Paolo 2000; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello chietino, dal 1848 al 1870 , Di Sciullo, Chieti 1902; O De Poli, Viaggio nel Regno di Napoli nel'anno 1862. Le drammatiche verità sull'unificazione italiana nella inedita traduzione delle memorie di un osservatore francese del tempo , a cura di G. De Crescenzo, Stamp. del Valentino, Napoli 2019; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mezzanotte, Briganti della Maiella. Personaggi, luoghi ed avventure , Parco Naz. Maiella, Guardiagrele 2019; G. Tabassi, I Tabassi: una famiglia nel mito e nel tempo , Sulmona 2022.
- Ha riaperto il Museo "Padre Carmelo Sciullo" di Formosa in Argentina
Formosa celebra con orgoglio la riapertura del Museo Salesiano "Padre Carmelo Sciullo", uno spazio rinnovato dedicato a preservare la ricca storia della presenza salesiana in città. Questo museo, simbolo del lavoro congiunto tra i missionari salesiani e la comunità locale, riapre le sue porte come testimonianza dell'impegno e dell'eredità di coloro che hanno dedicato la propria vita al servizio della popolazione di Formosa. La cerimonia di riapertura ha avuto luogo lo scorso 22 ottobre ed è stata presieduta da don Carlos Bosio (SDB), direttore della casa salesiana di Formosa, dal parroco Guillermo Estavilla (SDB), da Néstor Rastelli, pronipote di don Carmelo, dal coordinatore del museo sig. Rafael Nuñez Ibarrola e dal gruppo di lavoro e dai membri delle diverse aree pastorali della Parrocchia. La comunità scelse il nome del museo 19 anni fa in omaggio a don Carmelo Sciullo, sacerdote missionario salesiano arrivato a Formosa nel 1976, dove lavorò instancabilmente fino al 1991, essendo stato un grande difensore dei diritti delle popolazioni indigene della regione. Il suo lavoro pastorale nella capitale Formosa e nell'entroterra ha lasciato un segno indelebile, l'amore per i poveri e per gli esclusi è sempre stato la sua priorità, amando con la parola del Santo Vangelo in mano e aiutando con la carità cristiana chi aveva meno. «Essere riconoscenti a chi ci ha preceduto per non dimenticare le nostre radici», diceva sempre il caro e ricordato padre Francesco Tiberi (SDB). Questo progetto del museo fu avviato dal sacerdote insieme a due giovani della comunità nel 2005. Il museo si trova nella sede della parrocchia di María Auxiliadora, un edificio storico del 1957 che nei suoi primi anni ospitò i primi salesiani a Formosa. Questo spazio ospita un prezioso patrimonio che fa parte dell'opera di Don Bosco in città, tra cui spiccano le reliquie di Domenico Savio, Zeffirino Namuncurá e Maria Domenica Mazzarello, oltre al certificato guinness per la Via Crucis più lunga del mondo, effettuata a Formosa, ad oggetti e costumi degli uomini che hanno lavorato instancabilmente coi primi salesiani arrivati in queste terre il 18 febbraio 1949. Ogni angolo e pezzo del Museo salesiano "Padre Carmelo Sciullo" racconta una storia e onora l'impegno, la dedizione e l'eredità dei salesiani di Formosa, presenza che quest'anno ha celebrazto il 75° anniversario. La riapertura invita l’intera comunità a riscoprire la propria storia e a conoscere meglio coloro che sono stati pilastri del servizio e dell'istruzione nella regione. La nostra gratitudine al padre direttore Carlos Bosio (SDB), a tutta la Famiglia Salesiana per averci permesso di continuare questo bellissimo sogno per la gloria di Dio e la memoria di tanti fratelli salesiani che già riposano nella Gerusalemme Celeste e che hanno fatto tanto bene in questa città. Maria Ausiliatrice e san Giovanni Bosco pregano per la nostra bella congregazione sparsa nel mondo. Rafael Núñez (trad. di Francesco Mendozzi)
- Pane per tutti
Se le mani che sventagliano il grano per la fame del mondo non preparano la mensa per il pane quotidiano per tutti: raccogliete gli avanzi; passeranno come cani vagabondi i poveri a radunar sotto le tavole i tozzi nei sacchi avidi come stomachi vuoti, e... tornerà il miracolo della moltiplicazione. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Petali (poesie) , Tip. Sammartino, Agnone 1963.
- Il vento impetuoso, quasi autunnale...
Il vento impetuoso, quasi autunnale, sferza la montagna, spinge le nuvole basse lungo le pendici rocciose di Monte Campo e più in basso spettina gli arbusti, le foglie rinsecchite, costringendole ad una danza vorticosa; anche il getto d'acqua della Fonte del Procoio s'infrange fuori dell'invaso in tante increspature capricciose che bagnano tutto intorno. Il gregge poco distante sbanda un poco in un belato come un lamento che prosegue nel sentiero per raggiungere lo stazzo, unico precario rifugio. Giù la valle sembra proteggere le masserie sparse che sono altrettante presenze solide, rassicuranti; le forme familiari del paesaggio con i campi lavorati modellano le certezze di una vita ruvida ma promettente per il pastore solitario. Flora Di Rienzo
- Ultimi fuochi di ferocia nazista
«Plünderer müssen sterben!», ovvero: «i saccheggiatori devono morire!». È questo il titolo di un articolo apparso sulla "Hildesheimer Zeitung" il 27 marzo del 1945. Nell’articolo in questione si legge che era stato annunciato più volte, in una forma che non contemplava possibilità di equivoci, che il saccheggio veniva punito con la pena di morte. Nonostante ciò, nella notte precedente, nel corso di un’operazione di polizia condotta nel centro della città, erano stati arrestati alcuni saccheggiatori. Quattro di essi, stranieri, colti con le mani nel sacco, erano stati subito giustiziati, mediante impiccagione. Un altro, di cui si ammetteva, con rincrescimento, che era tedesco, era stato invece ucciso mentre tentava di fuggire. La richiesta del giornale di ricorrere senza indugio alla forca per punire quanti fossero stati sorpresi a saccheggiare fu prontamente accolta dalle autorità locali. Nei giorni seguenti furono infatti più di duecento le persone impiccate, o passate per le armi perché si rifiutavano di salire sul patibolo. Si trattava, in massima parte, di internati militari italiani, che furono sbrigativamente mandati a morte con l’accusa di saccheggio. Il massacro di Hildesheim non fu peraltro l’unico, poiché nelle ultime settimane di guerra eccidi dalle caratteristiche analoghe si registrarono in varie località. Ad ondate, mentre la Germania era ormai ridotta ad un cumulo di macerie, la furia omicida nazista si abbatté su migliaia di lavoratori stranieri, e quindi anche su alcune centinaia di ex internati militari italiani. Ad esempio, proprio mentre i «martiri di Hildesheim», come sono abitualmente ricordati, erano costretti a salire sul patibolo, il 31 marzo venivano uccisi settantotto italiani a Kassel, con l’accusa di aver assaltato un vagone merci che conteneva generi alimentari. Agli inizi di aprile, un altro gruppo di ex internati italiani, fra i venti e i trenta, che provenivano, in parte, dal campo di rieducazione al lavoro di Lahde, furono massacrati all’interno del Seelhorster Friedhof, cimitero di Hannover. Il 23 seguente ci fu la strage di Nikel Treuenbtrietzen. Alle 13 di quel giorno, unità della Wehrmacht o delle Ss fecero irruzione nel lager di Sebalduschof di Treuenbtrietzen, nelle vicinanze di Berlino. Una volta entrati, presero gli italiani, circa centocinquanta, comunicarono loro che da quel momento non dovevano essere più considerati lavoratori civili ma internati, e infine li portarono nel giardino dove li fucilarono. Le cause scatenanti degli eccidi furono molteplici, ma di sicuro vi concorse una direttiva generale, che autorizzava la Gestapo a passare per le armi tutti coloro che commettevano atti di sabotaggio, gli stranieri colpevoli di saccheggio e i prigionieri che tentavano di fuggire. Contestualmente, via via che la catena del comando si spezzava, poiché venivano colpiti i sistemi di comunicazione, gli organi di governo regionali non erano più sottoposti ad alcun controllo. E, di fatto, si ritrovavano investiti di un potere pressoché assoluto riguardo alle decisioni da assumere e alle azioni da compiere. Un potere che esercitavano senza indugi anche quando si trattava di adottare misure draconiane, poiché erano stati educati per anni al principio che anche il ricorso al terrore si rendeva necessario, talvolta, per il bene della «comunità di popolo»; erano stati indottrinati ad agire non avendo alcun dubbio di «fare sempre "ciò che era giusto" nel senso dell’ideologia nazionalsocialista». Ancor più che in tempo di pace, divenne «fonte di diritto», così, nello stato di incertezza generale provocato dalla guerra, il «sano sentimento del popolo». Sentimento a cui ci si appellava per sentirsi legittimati a compiere i massacri più orrendi. A questa componente di carattere sistemico, bisogna poi aggiungere un fattore di ordine esistenziale. Per molti tedeschi, fossero essi ai vertici dello Stato o nelle varie branche dell’amministrazione, membri della Nsdap o cittadini comuni, il crollo del Terzo Reich rappresentava una vera e propria catastrofe personale. Divorati dalla rabbia, dalla frustrazione e dalla paura per la propria sorte, perché l’ora della disfatta stava per scoccare, erano assetati di vendetta, accecati dalla volontà di farla pagare a coloro che ritenevano corresponsabili della loro sconfitta. Uno degli ultimi fuochi di ferocia nazista divampò ad Hildesheim, una città della Bassa Sassonia, dove circa duecentotrenta italiani furono impiccati perché ritenuti colpevoli di essere dei saccheggiatori. Ad un esame ravvicinato dei fatti si scopre, tuttavia, che erano completamente innocenti. E ancorché non sia facile ricostruire come siano andate le cose, perché gli avvenimenti tragici della settimana santa di Hildesheim si verificarono nel contesto, davvero apocalittico, del crollo del Terzo Reich, se si incrociano i dati a disposizione (atti processuali, testimonianze, memorialistica) una verità fattuale emerge con forza. Una verità che può essere riassunta così: gli italiani impiccati non si erano macchiati di alcun crimine, ma furono uccisi per vendetta, perché erano i «traditori» del 25 luglio e dell’8 settembre; erano i «galoppini di Badoglio», i «maledetti divoratori di spaghetti», i «porci italiani». L’accusa di sciacallaggio con cui furono mandati a morte era completamente priva di fondamento. Gli italiani non avevano compiuto alcun saccheggio, ma erano stati autorizzati a prendere delle scatolette di formaggio bruciato dai soldati che erano di guardia ai magazzini di viveri della Wehrmacht, che erano andati in fiamme dopo i bombardamenti a tappeto degli anglo-americani del 22 marzo. Emblematico è, in tal senso, il caso del sergente maggiore Francesco Paolo Potena, un eroe «semplice» dell’Italia profonda, l’Italia degli umili che fanno fino in fondo il loro dovere. La sua condotta attesta infatti, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli italiani si sentivano, ed erano realmente, innocenti. Confidando nel potere disarmante della verità, e sorretto altresì, da uomo religioso qual era, da una grande fede in Dio, Potena aveva creduto fino all’ultimo che sopravvivesse, in quelli che sarebbero stati i suoi carnefici, un granello di ragionevolezza e di umanità. E dunque, ancorché fosse stato avvertito da un altro italiano del fatto che le SS e la Gestapo stavano arrestando tutti coloro che venivano trovati in possesso di due o tre scatolette di formaggio bruciato, non aveva scelto di disfarsene, o di cambiar strada, come qualcun altro aveva fatto, salvandosi. Al contrario, con la buona fede e l’ingenuità che sono proprie delle persone che sanno di essere pienamente innocenti, aveva pensato di poter spiegare di non aver rubato o saccheggiato nulla, ma di essere stato autorizzato a prendere quelle scatolette. Figlio di Leonardo Potena e Maria Giuseppa Sozio, Paolo, come veniva chiamato, era nato il 19 maggio 1910 a Capracotta, un paese evocato da Hemingway in "Addio alle armi". In apertura del libro, si incontra un cappellano militare che si rivolge ad un giovane ufficiale americano con queste parole: «mi piacerebbe che vedesse gli Abruzzi e andasse a trovare i miei a Capracotta». L’ufficiale promette di farlo, ma poi, rammaricato, comunica al cappellano di non esserci andato: «avevo desiderato andare negli Abruzzi. Non ero andato in nessun posto dove le strade fossero gelate e dure come il ferro, dove vi fosse un freddo sereno e asciutto e la neve fosse asciutta e farinosa e sulla neve peste di lepre e i contadini si levassero il cappello e vi chiamassero signoria e ci fosse una buona caccia». Paolo Potena aveva cinque fratelli e una sorella, e faceva di mestiere il «negoziante in carboni». Era un uomo di una mitezza profonda, che aveva il dono della fede ed una innata fiducia nel prossimo. Basti ricordare che si recava a messa tutte le mattine e che, di norma, non controllava di persona a quanto ammontasse la quantità di legna o di carbone che consegnava. Si limitava a fare le consegne; dopodiché, fidandosi ciecamente, se ne andava e lasciava che fossero direttamente i clienti a compiere le operazioni di peso e a calcolare i relativi importi. Nel momento in cui fu richiamato alle armi, il 4 settembre del 1939, per «esigenze militari di carattere eccezionale», Paolo Potena era un caporalmaggiore che, come si legge sul foglio matricolare, «aveva tenuto buona condotta» e aveva «servito con fedeltà ed onore». Era sposato con Nunziatina Ciccorelli, di Capracotta, ed era padre di una bambina di poco più di un anno, Giuseppina. Altri due figli sarebbero venuti in seguito: Lorenzo, nel 1940, e Michele, concepito durante l’ultima licenza e nato nell’ottobre del 1942, che non avrebbe mai conosciuto. Assegnato al 18° Reggimento artiglieria di divisione fanteria, con sede a L’Aquila, il 15 giugno del 1940 fu destinato al 51° reparto salmerie dell’Armata ovest, 26 ª Divisione fanteria mobilitata. Arrivò in zona di guerra, in Albania, tre giorni dopo, ma il 21 settembre dello stesso anno ottenne una licenza illimitata straordinaria, «per avere alle armi due fratelli». Di nuovo richiamato alle armi per «mobilitazione» presso il 18° Reggimento artiglieria Pinerolo il 2 febbraio del 1941, si imbarcò a Brindisi il 9 marzo successivo. Sbarcò a Valona all’indomani e venne poi assegnato al 1° Reggimento di artiglieria «Cacciatori delle Alpi». L’8 giugno del 1941 il suo reparto giunse in Grecia, dopo diciotto giorni e diciotto notti di cammino a piedi, con i muli, e fu mandato a presidiare un grande lago nei pressi di Kastoria, una città della Macedonia occidentale. Un compagno d’armi, che racconta di aver fatto più volte «l’abbeverata dei muli» insieme a Potena, lo descrive come un uomo «bravo», «calmo», «buonissimo», incapace di fare un rimprovero ad un suo soldato. In Grecia rimase fino agli inizi dell’anno successivo: il 3 gennaio del 1942 riuscì infatti ad avere una licenza straordinaria di «30+4» giorni. Durante il viaggio, incontrò allo scalo ferroviario di Karditsa, Igino Paglione, un soldato del suo paese. Rientrato al corpo, passando per Lubiana, il 7 aprile seguente, a distanza di qualche mese, il 25 luglio del 1942, fu promosso sergente maggiore. Il giorno successivo all’8 settembre fu «catturato prigioniero di guerra dalle truppe tedesche nei fatti d’arme in Albania» e deportato in Germania. Dopo vari giorni di viaggio giunse a Wietzendorf, dove incontrò, in un grande campo di concentramento, dieci compaesani, fra cui, di nuovo, Igino Paglione. Insieme a quest’ultimo, il 25 settembre fu internato nello Stammlager XI B, 6068, di Groß Bülten, vicino a Groß Ilsede, circondario di Peine, nella zona di Hannover. Al pari di molti altri prigionieri, Paolo Potena e Igino Paglione erano impiegati a riempire di sabbia a Groß Ilsede le gallerie di miniere, collocate a centoventi metri di profondità, da cui erano estratti materiali ferrosi. Erano costretti a lavorare come bestie, e per lo più in condizioni impossibili, per il freddo, la fame, i pidocchi, i maltrattamenti. Non ricevevano posta da casa, perché i tedeschi non consegnavano loro le lettere, ma non si perdevano d’animo perché erano sorretti dalla fede. Ogni sera recitavano il rosario. Trattati come schiavi, nel periodo in cui rimasero a Groß Bülten erano talvolta utilizzati per sgomberare le macerie provocate dai bombardamenti nelle città vicine, come Peine o Hannover. Il 15 marzo del 1945, in seguito al massiccio bombardamento alleato in precedenza richiamato, furono trasferiti ad Hildesheim, ridotta ad un cumulo di rovine da rimuovere. Ad Hildesheim, furono alloggiati in una scuola, un edificio di tre piani che era fra i pochi ad essere rimasto in piedi. Il 22 marzo seguente, dopo un nuovo bombardamento a tappeto, anche la scuola fu colpita, sicché furono sistemati in due capannoni di una «fattoria agricola». Lasciati a digiuno per tre giorni, ricevettero un pasto caldo la sera della Domenica delle Palme, che quell’anno cadeva il 25 marzo. A distribuire una scodella di zuppa, una brodaglia con qualche pezzo di rapa, uguale per tutti, fu, come testimonia Paglione, Paolo Potena, che era un ufficiale, era un anziano del campo e, soprattutto, «era buono come non ve ne erano pari». Fu l’ultima volta che Igino Paglione lo vide, poiché il giorno seguente si ammalò e rimase nel suo pagliericcio. In quel tragico lunedì santo Paolo Potena fu invece arrestato e in seguito ucciso insieme a più di duecento altri connazionali con un’accusa infamante, ma totalmente priva di fondamento. Il massacro di Hildesheim, che è un episodio, ai più sconosciuto, della gigantesca deportazione dei militari italiani dopo l’8 settembre, fu compiuto nell’arco di una decina di giorni, tra il 27 marzo e il 7 aprile del 1945. Ma le prime avvisaglie di un ricorso massiccio e indiscriminato al terrore da parte dei nazisti si ebbero nel febbraio precedente. Il 15 di quel mese la radio annunciò infatti che i reati commessi dai civili sarebbero stati giudicati, a partire da quel momento, da una Corte marziale. L’adozione di un provvedimento così drastico fu giustificata con l’aumento dei saccheggi. Non si può escludere, in effetti, che negli ultimi giorni della guerra si sia registrato un accrescimento del numero degli sbandati sorpresi a frugare tra le macerie per procurarsi del cibo. Ma nel caso degli italiani non fu alcuna ruberia a condannarli alla forca, quanto piuttosto il convincimento, radicato in tutte le autorità locali del regime nazionalsocialista, che essi, prima perché responsabili di non aver dato, da alleati, alcun contributo ad una condotta vittoriosa della guerra, nel corso della quale, anzi, erano stati addirittura di impaccio, e poi perché traditori, erano doppiamente colpevoli dell’inveramento della profezia di Churchill. Ovvero del fatto che la Germania nazionalsocialista fosse ormai ridotta ad un «ammasso di rovine». Churchill aveva impiegato questa espressione in un discorso tenuto agli ufficiali dell’Ottava armata, al Cairo, nell’agosto del 1942. Annunciando un piano di rilancio dei bombardamenti, Churchill aveva detto testualmente: «la Germania se l’è cercata questa guerra di bombardamenti... il paese sarà ridotto a un ammasso di rovine». La scelta di martellare le città tedesche con attacchi dal cielo sempre più massicci era stata approvata da Stalin, nel corso di un incontro che aveva avuto con Churchill, a Mosca, il 12 di quello stesso mese. Inizialmente, il «grande capo rivoluzionario» aveva attaccato Churchill, dicendogli brutalmente che gli inglesi avevano paura dei tedeschi. In risposta, il primo ministro inglese aveva ricordato la «battaglia di Inghilterra» e subito dopo aveva dispiegato una carta dell’Europa meridionale, del Mediterraneo e dell’Africa settentrionale, per far capire che cosa dovesse intendersi con «apertura del secondo fronte». A suo giudizio, non doveva necessariamente significare uno sbarco su una costa fortificata di fronte all’Inghilterra. Per illustrare meglio il suo ragionamento, aveva disegnato un coccodrillo e con l’aiuto di questo disegno aveva spiegato che gli inglesi, insieme agli americani, avevano intenzione di «attaccare il ventre molle dell’animale, pur continuando a colpirlo sul muso duro». Stalin, a questo punto, aveva detto: «che Dio benedica questa impresa». E così, una volta ritornato a Londra, il primo ministro inglese aveva chiesto che fossero fatti tutti gli sforzi possibili per intensificare i bombardamenti. L’offensiva aerea fu in effetti rilanciata, ma non v’è dubbio che una vera e propria svolta nella battaglia per il dominio dei cieli, che si rivelò decisiva ai fini della vittoria finale degli anglo-americani, si realizzò con la Conferenza di Casablanca del gennaio 1943, quando Roosevelt e Churchill decisero di dare una priorità assoluta alla «campagna delle bombe». L’impiego delle «superfortezze volanti» al fianco della Raf consentì a Churchill di tener fede a una promessa fatta ai londinesi nel corso della «battaglia di Inghilterra», quando aveva giurato solennemente vendetta. Nel corso della guerra la vendetta fu in effetti consumata, e con modalità spietate, come ammise lo stesso Churchill: «Il debito fu pagato in misura dieci volte, venti volte superiore, nei terribili bombardamenti continui delle città tedesche, i quali crebbero sempre più d’intensità con lo sviluppo della nostra potenza aerea, con le bombe che si facevano sempre più pesanti e gli esplosivi sempre più potenti. Certo, il nemico fu ripagato, e ad usura». Come aveva riconosciuto Speer, i bombardamenti avevano trasformato la Germania in un gigantesco «secondo fronte». E, a suo giudizio, non v’era dubbio che quella dei cieli fosse stata «la più grande battaglia persa dai tedeschi». Un momento di svolta importante, in tale battaglia, fu rappresentato dall’autunno del 1944, quando gli attacchi aerei presero di mira il sistema delle comunicazioni. La rete ferroviaria fu spezzata e questo contribuì a mettere in ginocchio l’economia del paese. Sempre più isolati gli uni dagli altri, i diversi territori riuscivano a mala pena a sopravvivere, attingendo alle scorte predisposte per tempo. Contestualmente, si facevano sforzi immani per far fronte alle necessità belliche, dislocando, ad esempio, comparti della produzione in grotte, miniere di sale o grandi caverne di cemento, costruite, fra gli altri, dagli internati militari italiani. Gli effetti dei bombardamenti si facevano sentire su una molteplicità di piani. In modo mirato, le bombe colpivano le fabbriche d’armi, riducendo, quando non impedendo del tutto, la produzione. Ma, oltre ad essere bersagli veri e propri degli attacchi aerei, le industrie belliche erano danneggiate in forma indiretta. Per riparare i danni dei bombardamenti venivano infatti distratte ingenti risorse e, naturalmente, questo significava avere a disposizione meno mezzi finanziari per fabbricare aerei, carri armati e cannoni. Devastanti erano inoltre le ripercussioni delle bombe sullo spirito pubblico. Ancorché gli abitanti delle città tedesche dessero prova di una resistenza eroica, nell’ultimo scorcio di guerra a prevalere furono la paura, la rabbia e la rassegnazione. Sia che si trattasse di bombardamenti a tappeto delle «superfortezze volanti», che distruggevano uomini e cose, sia che fossero bombardamenti chirurgici, che colpivano, selettivamente, acquedotti, stazioni dell’elettricità, centrali del gas, depositi viveri, le conseguenze per i cittadini erano pesantissime. Tutti, indistintamente, combattevano una lotta disperata per la sopravvivenza, dopo notti insonni passate in alloggi sempre più precari, senza luce, senza acqua corrente e senza cibo. Anche Hildesheim contribuì, per la sua parte, a pagare il debito con interessi da usura di cui parla Churchill. Nella primavera del 1945 la città era ridotta ad un cumulo di macerie. Tre ondate di bombardamenti, che si erano abbattute su Hildesheim il 3, il 15 e il 22 marzo, avevano sbriciolato quanto era rimasto ancora in piedi. Nel primo attacco, era stato preso di mira un vecchio caseggiato, chiamato Himmelsthur. Si trattava di un monastero, ma gli anglo-americani non avevano esitato a colpirlo perché erano convinti che nascondesse una sede militare. Una seconda incursione si registrò il 15 marzo, ma il bombardamento più distruttivo fu quello del 22 successivo, che fu sferrato da trecento aerei, durò tre giorni e di fatto rase al suolo l’intera città. A colpire furono dapprima i cacciabombardieri, pare a gruppi di sette, che, fra le altre cose, abbatterono le due torri del Duomo. Fu poi la volta dei quadrimotori, i quali sganciarono bombe incendiarie che trasformarono la città in un grande falò. Fra gli edifici danneggiati in modo pressoché irreparabile vi furono una grande fabbrica, in cui venivano prodotti componenti di motori di aerei, e il lager 6001, formato da nove baracche, contrassegnate da lettere comprese fra la A e la I. Secondo alcune stime, la città fu distrutta per l’85-90%; secondo altre, più prudenti, per il 70. Le persone uccise furono un migliaio; i senzatetto 50.000. Ad andare in frantumi, peraltro, non erano state soltanto le case, le chiese e i palazzi pubblici, ma anche le residue vestigia dell’ordine sociale nazionalsocialista. Oltre a disseminare morte e distruzione, gli attacchi aerei avevano infatti comportato una pressoché assoluta scomparsa dei beni alimentari primari e, in conseguenza di ciò, si era registrato un aumento degli episodi di saccheggio. Per arginare il fenomeno, i funzionari locali del regime nazionalsocialista avevano deciso di adottare talune misure draconiane. Sui muri della città che non erano ancora crollati per effetto delle bombe vennero affissi, per iniziativa della Nsdap, dei manifesti con cui si lanciava un severo monito in dieci lingue. In italiano, l’avvertimento suonava così: «il saccheggio viene punito colla pena di morte». Che non si trattasse soltanto di una minaccia, lo si capì di lì a poco, quando il borgomastro della città, Georg Schrader, indisse una riunione di emergenza dopo lo sciame di attacchi aerei del 22 marzo. Alla riunione in questione, che affrontò il problema del saccheggio, presero parte le massime autorità locali del regime nazionalsocialista. E fra queste il responsabile del circolo della Nsdap, Meyer; Heinrich Huck, SS-Hauptsturmführer ; il maggiore di polizia Schmitz, con il capitano Ballauf e il dottor Fritz, primo procuratore. Sia il capo del partito, sia quello dell’amministrazione, sollecitarono in quella circostanza una repressione più dura nei confronti dei saccheggiatori. Aderendo alla loro richiesta, Huck promise agli altri membri dell’unità di crisi di impiccare senza alcun riguardo i saccheggiatori che fossero stati colti sul fatto. Il borgomastro dal canto suo rilanciò, suggerendo, come misura di dissuasione, di impiccare pubblicamente nella piazza del mercato tutti i saccheggiatori che fossero stati catturati. Divorati dall’ossessione di farsi giustizia, o meglio, di vendicarsi al più presto, i partecipanti alla riunione decisero che il primo rastrellamento sarebbe stato effettuato la stessa sera, a partire dalle 21. Un gruppo composito, di cui facevano parte membri delle SS, della Gestapo, della Nsdap e di altre formazioni, comandato dalla polizia di difesa, passò al setaccio la città. La battuta di caccia agli «sciacalli» si sviluppò secondo un andamento a cerchi concentrici, ma questa prima retata non ebbe alcun esito. La prima impiccagione pubblica, nella piazza del mercato, dove era stata eretta una forca, avvenne, come si evince dal trafiletto apparso sulla «Hildesheimer Zeitung», in precedenza richiamato, nella notte tra il 25 e il 26 marzo. A placare la sete di vendetta nazista non potevano tuttavia bastare quattro cadaveri lasciati a penzolare da una forca nella domenica delle palme del 1945. All’indomani, infatti, una nuova ondata di furore percorse le vie della città e si abbatté, infine, su un gruppo di «badogliani». Gli italiani, circa 500, erano, in parte, prigionieri del campo della città; e, in parte, provenivano da campi vicini. I primi, che erano rinchiusi nel lager 6001, insieme a polacchi, francesi, russi, erano obbligati a lavorare in una fabbrica d’armi, la Vereinigte Deutsche Metallverke, che, come già accennato, produceva pezzi di motori di aerei. Sottoposti a turni di lavoro massacranti, anche di 12 ore al giorno, morivano di sfinimento, denutrizione o tubercolosi. I secondi, provenivano principalmente dai lager di Barienrode, Peine, Groß Ilsede, Groß Bülten, e, come nel caso di Groß Ilsede, lavoravano come schiavi in miniere di ferro. Impiegati per trasportare i cadaveri al cimitero, dopo averli estratti dalle macerie, rimuovere i cumuli dei detriti provocati dai bombardamenti e ripulire le strade, il 26 marzo, lunedì santo, erano stati portati a sgomberare i resti di un magazzino viveri della Wehrmacht in Wachsmutstraße. L’edificio era andato completamente distrutto, e i molti generi alimentari che vi erano conservati erano divenuti inservibili a causa dell’incendio. Per questa ragione, i soldati di guardia al deposito avevano autorizzato gli abitanti del quartiere e gli italiani a prendere delle scatolette di formaggio bruciato. Si trattava di formaggio oramai ridotto in carbone, ma sia i tedeschi, sia gli internati militari italiani, che erano a digiuno da giorni a causa dei bombardamenti, non esitarono a mangiarlo. Neanche lontanamente sfiorati dal dubbio che stessero commettendo una qualche infrazione, e tanto meno un reato, poiché avevano ricevuto una regolare autorizzazione, molti italiani, alla fine della giornata di lavoro, avevano preso due o tre scatolette di formaggio bruciato, con l’intenzione di consumarle una volta ritornati ai campi. In questo modo, del tutto incolpevolmente, avevano fornito ai nazisti il pretesto, a lungo cercato, per accanirsi contro di loro, per vendicarsi dei «badogliani» traditori. Intorno alle 22, mentre facevano ritorno ai loro alloggi, alcuni degli internati militari si imbatterono in pattuglie di polizia, che avevano intrapreso una grande operazione di rastrellamento. Gli uomini della Gestapo e delle SS fermavano gli italiani, li perquisivano e poi portavano in prigione tutti coloro che venivano trovati in possesso di scatolette di formaggio bruciato. In un clima sempre più concitato, e carico di terrore, la voce che erano stati allestiti dei posti di blocco corse veloce per la città. Nel volgere di poco tempo, raggiunse anche i prigionieri italiani, e questo consentì ad alcuni di essi, che non si fidavano dei tedeschi, di mettersi in salvo, tornando indietro, cambiando direzione o buttando via le scatolette. È in questo contesto drammatico che bisogna collocare la scelta del sergente maggiore Paolo Potena, che, sapendo di non aver fatto nulla di male, proseguì per la sua strada. Forte della sua buona coscienza, poiché non aveva violato nessuna regola, non soltanto non immaginava di poter essere vittima di una qualche rappresaglia, ma pensava, anzi, di poter spiegare tranquillamente ai tedeschi come erano andate le cose e di essere creduto. Questa scelta, che lo avrebbe condotto alla morte, si spiega certo con la sicurezza della propria innocenza e con un tratto caratteriale, ossia con una naturale disposizione d’animo a conservare, anche nelle condizioni più estreme, una fiducia nel prossimo, ma rimanda anche ad un profondo senso del dovere. Potena faceva parte dei cosiddetti Lagerälteste, «anziani di campo», che erano i «fiduciari» scelti dai tedeschi fra gli ufficiali ed erano responsabili per la disciplina, l’ordine e la pulizia dei prigionieri di guerra nella baracca del loro campo. Sentendo la responsabilità che derivava da questa carica istituzionale, è assai probabile che il sergente maggiore Paolo Potena abbia sentito come un insopprimibile dovere di coscienza la difesa, a viso aperto, della onorabilità sua e dei suoi soldati, dall’accusa, infamante, di saccheggio. Ovvero di essersi appropriati di taluni generi alimentari mentre tutti, tedeschi e prigionieri, morivano, letteralmente, di fame. Nel momento in cui iniziò il rastrellamento, il sergente maggiore Potena si trovava alla guida di un gruppo di una dozzina di uomini, ma, secondo talune testimonianze, sarebbero stati un centinaio. Bloccati dalla polizia, furono portati nella prigione vicino al cimitero e furono lasciati in cortile ad aspettare. In quel cortile, gli italiani gridarono con forza la loro innocenza, sottolineando, in particolare, la circostanza di essere stati autorizzati a prendere quelle scatolette di formaggio bruciato. Ma fu tutto inutile, poiché la Gestapo non fece neanche un interrogatorio. Gli italiani furono condotti nella piazza del mercato e capirono immediatamente che cosa li attendeva. Nella piazza del mercato, dove si era radunata una piccola folla plaudente, incominciarono le impiccagioni, con modalità raccapriccianti. I prigionieri venivano fatti sdraiare faccia a terra, in attesa di andare al patibolo. Quando arrivava il loro turno, prima dovevano partecipare al recupero della salma di chi li aveva preceduti e poi erano costretti a salire su un bidone alto sessanta centimetri. A questo punto, un funzionario della Gestapo, o lo stesso Huck, metteva loro un cappio intorno al collo, il bidone veniva spostato e iniziava l’agonia del condannato. Per velocizzare le operazioni, un aiutante del boia tirava i prigionieri per le gambe. Gli ultimi cadaveri vennero lasciati penzolare dalla forca, con un cartello in cui era scritto: «chi saccheggia muore». Molte altre esecuzioni ebbero luogo nella prigione vicino al cimitero; coinvolsero, oltre agli italiani, belgi, francesi e polacchi, e durarono fino al giorno prima dell’arrivo degli alleati. Allarmato perché il nemico era alle porte, il 5 o 6 aprile Huck si recò alla prigione, per partecipare di persona all’ultimo massacro. Fece capire, innanzitutto, che il problema della colpevolezza aveva perso oramai qualsivoglia rilevanza, poiché dispose che non si registrassero più i capi di imputazione dei detenuti ma soltanto i loro dati personali. Subito dopo, comunicò agli italiani che sarebbero stati impiccati, avvalendosi di un prigioniero che parlava tedesco. Eseguendo gli ordini, gli uomini della Gestapo tolsero agli italiani gli oggetti di valore e gli effetti personali, che vennero raccolti in una cesta comune. Dopodiché li condussero verso il lato sud della prigione. La forca era costituita da una sbarra di ferro, incastonata nel frontone ovest dell’edificio e sorretta da un palo. Questa volta, non c’era un bidone per salire al patibolo, ma un ceppo quadrato, un tronco di legno alto quaranta centimetri. Le esecuzioni avvenivano in questo modo: il «candidato alla morte» doveva salire sul tronco; il boia gli metteva il cappio attorno al collo e poi dava un colpo al ceppo. Mentre stava morendo il primo, saliva sul tronco, nel frattempo rimesso in piedi, il secondo condannato a morte, che veniva a trovarsi vicinissimo al compagno di sventura che lo aveva preceduto. Questa procedura, davvero disumana, veniva ripetuta fino a veder pendere tutti e cinque i corpi dalla sbarra di ferro. Quelli che si rifiutavano di salire sul patibolo, venivano passati per le armi. Per non far sentire i colpi di pistola, veniva acceso un motore, che si trovava dietro l’angolo della prigione. Le esecuzioni durarono dalle 19 alle 3 del mattino, ma fra le 22 e le 24, dopo aver ucciso i primi trenta, Huck e i suoi uomini interruppero il massacro per cenare. A svolgere il ruolo di carnefici erano due russi, che impiccavano gli italiani, li caricavano su un carretto e poi gettavano i loro corpi in una fossa comune. Stando agli studi più recenti, che riportano stime attendibili, duecentootto cadaveri furono sepolti nella fossa centrale del cimitero. Fu fatta eccezione per un tedesco, poiché, ribadendo fino all’ultimo la gerarchia razziale nazista, fu sepolto separatamente e con una lapide. La fossa comune fu scoperta dagli altri internati militari italiani, scampati al massacro, fra cui Igino Paglione, l’8 aprile, all’indomani dell’arrivo degli anglo-americani. Paglione ritrovò anche, nella prigione, taluni effetti personali appartenuti a Paolo Potena: i fregi del berretto, il grado che aveva sulla giubba e la posta che era arrivata dalla famiglia. Luigi Tedeschi trovò invece gli stivali, dai quali il sergente maggiore Potena non si separava mai. La notizia della morte di Paolo Potena fu data da Igino Paglione, che ne scrisse a sua madre nel giugno del 1945. Quest’ultima, dopo aver letto la lettera la restituì al postino, supplicandolo di informare lui la moglie di Potena. Il postino non se la sentì, e incaricò una cugina di lei, Annina. Alla vista di Annina che, stravolta, piangeva insieme al postino, Nunziatina Ciccorelli capì che era la «sua» notizia. Annichilita dal dolore, si chiuse nella sua camera da letto e vi rimase per quattro mesi. Nel frattempo, il responsabile del massacro, benché si fosse macchiato di un crimine così orrendo, non veniva punito severamente come avrebbe meritato. Huck si consegnò agli americani il 27 maggio del 1945. Internato fino al settembre del 1947, fu estradato in Francia con l’accusa di omicidio, deportazione e saccheggio. Il procedimento fu sospeso nel 1948. Il 10 novembre del 1949, la Corte d’Assise di Hannover gli inflisse una condanna a un anno e sei mesi di reclusione, per «crimini contro il genere umano» sottolineando, in particolare, il «modo insolente» con cui l’imputato aveva respinto le accuse. Tenendo conto di questa sentenza, il tribunale per la denazificazione di Bielefeld lo condannò ad una pena complessiva di due anni e sei mesi di reclusione, per aver fatto parte, «sciente», della Gestapo e delle SS. In questi due processi, non si parlò della strage degli internati militari italiani, che fu affrontata in altra sede. Per quella vicenda, la Corte d’assise di Hildesheim condannò Huck, il 30 novembre del 1951, a cinque anni di reclusione e alla perdita per due anni dei diritti civili, ma nel 1953 la Corte d’appello della stessa città lo assolse. La Procura fece ricorso, ma il 9 febbraio del 1954 la quinta sezione della Corte federale respinse la richiesta di revisione perché «chiaramente infondata». Loreto Di Nucci Fonte: L. Di Nucci, Ultimi fuochi di ferocia nazista. Il massacro degli internati militari italiani di Hildesheim nel marzo 1945 , in «Ricerche di Storia Politica», 1, Il Mulino, Bologna, aprile 2011.
- I soprannomi di famiglia
Nell'accezione moderna, con "soprannome" s'intende un elemento onomastico aggiunto al nome personale. Può essere riferito a un individuo o a una famiglia intera; in determinati ambienti può sostituire il vero nome e cognome. Non sono rari i casi di persone che possiedono più di un soprannome, per es. quello ereditato per via paterna e quello per via materna, nonché un soprannome individuale. Il termine, attestato in italiano fin dal 1304-1308, era nominato "soprannome" nel latino medievale, in latino supernomen , che designava un'aggiunta ai tre elementi che formavano il sistema onomastico latino ( pr æ nomen , nomen o gentilizio, cognomen ). Nell'italiano antico è attestato anche con varianti, come "sopra a nome", inteso quale elemento aggiunto a un nome di persona per designarla più precisamente (quindi con una funzione simile a quella che sarà assunta dal cognome) e anche come epiteto di sovrani e persone illustri, o designante le caratteristiche di chi lo porta. Attraverso il soprannome un individuo è noto nella comunità e con esso viene distinto da omonimi; esso può avere anche la funzione di segnalare l'appartenenza a un dato ramo della famiglia. Il sistema anagrafico "vernacolare", orale e quasi mai documentato nell'uso scritto, è «l'uso combinato del prenome dialettale e del soprannome di famiglia», che «permette di individuare con precisione ogni persona all'interno della comunità e non lascia spazio all'omonimia»; questo sistema, complesso nei suoi segmenti, è funzionale all'identificazione dei rapporti parentali. Il soprannome può dunque integrare il sistema antroponimico ufficiale o sostituirlo, formando così una sorta di anagrafe parallela a quella ufficiale. D'altra parte, come vedremo, il cognome è spesso un originario soprannome, e lo dimostrano bene quelle forme che in taluni luoghi sono ancora soprannomi mentre in altri sono diventate cognomi. Ogni tanto mi è capitato di riscontrare qualche personaggio, nostro ascendente, con un diverso soprannome che non si riscontra in famiglia. Il soprannome de re Sciàlpe appartiene alla famiglia per indicazioni, tanto che a volte era scritto anche in forma ristretta Scialp' . Mario Di Nucci Fonte: https://dinuccimario.altervista.org/ .
- Alberto Sordi e quelle battute su Capracotta
– Hai già scelto il posto dove passare il Capodanno? – A Capracotta! – A Capracotta? Mai sentito nominare... – È il paese de nonno, signor Conte. È un paese turistico, alta montagna, bello eh... lo chiamano la piccola Cortina degli Abruzzi! – Sarà... ma questo nome... Capracotta... – Beh, certo, viene da "capra", c'è Capracotta e Caprarola, sono paesi di caprai... però, signor Conte, le assicuro che è una vera Cortina in miniatura! – Tu hai mai visto Cortina? – No... – E allora perché dai dei giudizi? Prima vedi e poi dai dei giudizi, senti a me! – Scusi, lei ha ragione, signor Conte. A me piacerebbe molto viaggiare, conoscere gente più elevata di me, ma lei sa la mentalità di mio zio: è tranviere e me manda a Capracotta! Questo è uno dei primi dialoghi tra il giornalaio Alberto Boccetti, impersonato da Alberto Sordi, e Vittorio De Sica, nei panni di Max Orsini Varaldo. Ovviamente il film è proprio "Il Conte Max", diretto da Giorgio Bianchi e distribuito nelle sale cinematografiche italiane e spagnole nell'autunno del 1957. Tutti sappiamo che in quella pellicola Capracotta viene menzionata ben dodici volte poiché il protagonista, da buon italiano medio, dopo anni di villeggiatura nel paese di suo zio, sogna qualcosa di più esclusivo, magari Cortina d'Ampezzo o, addirittura, Chamonix. La trama del film è quella tipica della commedia degli equivoci, in cui l'edicolante Alberto viene scambiato a Cortina per il conte Max, nobile squattrinato e scroccone. Qui conosce la baronessa Elena di Villombrosa, la quale lo invita a unirsi alla compagnia di nobili, diretta a Siviglia, ma fa la conoscenza anche della loro governante Lauretta. Tempo dopo, tornato a Roma, Alberto rincontra Lauretta, che però rimane sorpresa dalla somiglianza tra lui e il conte che aveva conosciuto a Cortina. Dopo una serie di trasformismi, durante i quali Alberto indosserà i panni del Conte Max per corteggiare Elena e quelli del giornalaio per non perdere Lauretta, egli sarà costretto a scegliere chi essere davvero: un falso nobile o un genuino edicolante. A Capracotta ci siamo sempre domandati come mai la nostra cittadina, regina degli Appennini, fosse stata scelta per fare da contraltare narrativo a Cortina d'Ampezzo, perla delle Dolomiti; ci chiedevamo insomma chi, all'interno della produzione cinematografica, avesse imbeccato gli sceneggiatori circa quel buffo nome, Capracotta, che davvero "buca lo schermo" perché casereccio ed evocativo allo stesso tempo. Oggi siamo forse in grado di risolvere l'arcano. Il nostro Franco Evangelista, classe 1938, ci ha confidato che il noto produttore e regista cinematografico Raffaello Matarazzo (1909-1966) aveva trascorso, nei primi anni '50, una lunga vacanza a Capracotta, attrezzatissima stazione climatica, affinché sua figlia, che soffriva di nevrastenia, ne traesse giovamento. A tal fine egli aveva affittato l'intero palazzo di via Rione Grilli 1. La ragazzina effettivamente guarì e Matarazzo, quando se ne presentò l'occasione, in segno di riconoscenza, fece inserire nei dialoghi de "Il Conte Max" il rimando a Capracotta. Raffaello Matarazzo aveva infatti già diretto Vittorio De Sica ne "L'avventuriera del piano di sopra" (1941), così come risulta soggettista del remake "Buonanotte... avvocato!" (1955), diretto proprio da Giorgio Bianchi, il che dimostra che aveva stretti rapporti professionali sia col cast che con la regia de "Il Conte Max". Il regista romano, insomma, aveva provato con mano che la nostra cittadina era sì famosa per le vacanze invernali ma era anche abbastanza rustica per dar vita a quel divertente siparietto che Alberto Sordi renderà poi immortale. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; M. Spagnoli, Alberto Sordi. Storia di un italiano , Adnkronos, Roma 2003.
- Mario Di Nucci, il più grande atleta di sport invernali di Capracotta
Nato nel 1918 si arruolò volontario, appena ventenne, nella Guardia di Finanza dove fu subito inserito nel gruppo sportivo degli sport invernali delle Fiamme Gialle. Divenuto istruttore di sci di Casa Savoia spesso fu al seguito del Principe Umberto di Savoia. La sua brillante attività sportiva fu enormemente penalizzata dagli eventi della Seconda guerra mondiale. Nonostante tutto, ottenne ottimi risultati agonistici annotati negli archivi delle Fiamme Gialle che danno l'idea di un crescendo di prestazioni che lo portarono a vestire la prestigiosa maglia azzurra della Nazionale Italiana. Dal 1939 al 1943 fece parte di una formidabile e vincente staffetta con Scandola e De Cassan, cimentandosi anche in gare di combinata fondo/discesa. Prese parte ai Campionati Mondiali di Cortina del 1941, manifestazione non riconosciuta dalla FIS a causa del secondo conflitto mondiale. Si congedò dalla Guardia di Finanza nel 1945. Questi i maggiori risultati ottenuti: 14 gennaio 1940, Val Gardena, Trofeo "Guardia di Finanza": 6° classificato; 29 aprile 1941, Val Brembana, sci alpinistico a coppie: 2ª classificata Scuola Alpina (Di Nucci, Secchi); Passo Rolle, 22 gennaio 1942, discesa del gran costone Categoria Nazionali: 2° posto; 4-8 marzo 1942, Cortina d'Ampezzo, staffetta 4x10: 4ª classificata Scuola Alpina (Mosele, Di Nucci, De Cassan, Scandola); 20 marzo 1942, Trofeo "Campi di battaglia": 1ª classificata Scuola Alpina (Scandola, Di Nucci, De Cassan); 3 aprile 1942, Coppa Peyron: 2ª classificata Scuola Alpina (Scandola, Di Nucci, De Cassan); 23 febbraio 1943, San Candido, fondo: 5° classificato; XVII Staffetta dello Stelvio: 1ª classificata Scuola Alpina (Scandola, Di Nucci, De Cassan). Tante altre notizie sono andate perse a causa delle distruzioni della Seconda guerra mondiale. Resta il fatto che Mario Di Nucci è stato senz'altro il più grande atleta di sport invernali di Capracotta. Per tale motivo il Comune di Capracotta, a ricordo del grande sciatore, gli ha intitolato la prestigiosa pista di fondo di Prato Gentile. Fonte: Mario Di Nucci, il più grande atleta di sport invernali di Capracotta , in «Voria», II:2, Capracotta, marzo 2008.
- Amore e gelosia (XXIII)
XXIII La campagna filava veloce sotto gli occhi di don Salvatore: alberi, verde, poi una stazioncina, e di nuovo alberi e qualche casa, poi una fila lunga di costruzioni e ancora alberi... Un monotono languore avvolse l'uomo che quasi si addormentò al rumore cadenzato della locomotiva che trainava i vagoni sulle rotaie. Ma il sonno vero non venne, solo un torpore che si accompagnò a pensieri tristi, malinconici... Ormai era un uomo che si avviava verso la cinquantina, età che a quei tempi era già quasi una vecchiaia, e lo spirito inquieto ma vivido del poeta gli mostrava la realtà e allo stesso tempo la esagerava. “Ma.... in fin dei conti, io che cosa ho avuto dalla vita fino a questo momento? E che razza di gioventù è stata la mia? Ho parlato e scritto di amore, con i miei versi e con le mie canzoni ho fatto trepidare centinaia di cuori, innamorare migliaia di giovani ma per me? Niente, proprio niente!”. Per un attimo distolse lo sguardo dal paesaggio che fuggiva via al di là del finestrino e poggiò lo sguardo su una bella giovane seduta dirimpetto a lui. "Ecco, questa bella ragazza... Sarà felice, avrà un ragazzo al suo paese, col quale canterà le mie canzoni?". Poi riprese il filo dei pensieri precedenti: "ho dovuto attendere che una ragazza di provincia venisse a Napoli, nel luogo dove io lavoro, per trovare l'amore... E anche il primo passo l'ha fatto lei, la mia Elisa". Emise un sospiro: "no, non posso rischiare di perderla, stasera stessa le dirò che dobbiamo sposarci al più presto, se ne deve venire a Napoli a casa mia, in pochi mesi". Era convinto di ciò che pensava, ma sotto sotto sapeva che tra il dire e il fare... C'era la madre in mezzo, un ostacolo non di poco, ma scacciò questo pensiero con un gesto di stizza... Intanto il treno, tra nugoli di vapore emessi dalla locomotiva, avanzava verso Nocera, aveva ormai già superato Angri e mancavano pochi chilometri alla meta. – Scusatemi signore... – Era la giovane belloccia seduta dirimpetto a lui. – Mi dica signorina, come posso aiutarla... – No... è che io devo scendere a Nocera Inferiore... Ma questa è la prima volta che prendo il treno, volevo sapere quando arriviamo, la stazione è lontana? – Non si preoccupi, anch'io scendo a Nocera, l'avviserò e scenderemo insieme. La ragazza s'imporporò in viso, poi riprese a parlare. – Ma voi siete... Scusate signo', io non mi posso permettere... È così tanto per chiedere... Voi siete il grande poeta, Salvatore Di Giacomo, il... fidanzato della signorina Elisa? Io conosco tutte le vostre canzoni, come sono belle! Le canto sempre! Il poeta fu compiaciuto dalle parole della ragazza – Sì sono io... Ma come mi conoscete? La ragazza si fece ancora più rossa. – Vado a servizio a casa Avigliano, ogni tanto... a Nocera tutto il paese parla di voi! Don Salvatore stava per replicare ma il quel momento il treno cominciò a rallentare vistosamente. – Ecco qua, stiamo arrivando in stazione, prepariamoci. Senza continuare il discorso di prima, i due si alzarono, la ragazza seguì Di Giacomo fino allo sportello, il treno frenò, poi si fermò con un lacerante stridio di freni e con un sussulto in avanti infine si bloccò. Erano a Nocera Inferiore. Francesco Caso
- Gli operai di Capracotta e la Cassa Nazionale di Previdenza
Più che riferire la cronaca cittadina, la quale nei piccoli paesi si riduce a ben magra cosa, e parlare delle feste che ci hanno allietati, feste che si somigliano tutte e consistono nel solito concerto musicale, nella solita processione e nel solito sparo, e che sarebbe meglio limitare ad una o due durante l'anno, purché fatte per bene, tratterò, o meglio accennerò ad alcune quistioni di maggiore importanza, le quali, se risolute, accrescerebbero il benessere dei cittadini e darebbero lustro e decoro del paese, che mi piacerebbe fosse iniziatore di ogni opera civile e di progresso. Pur tuttavia non posso trattenermi dal riferire una scenetta avvenuta vicino al Circolo sociale la sera del 2 luglio, festa della Visitazione. Il Concerto musicale di Bomba aveva allora allora terminato di sonare, quando ad un rappresentante del nostro Consiglio Comunale piacque di dire al maestro che intuonasse l'inno di Garibaldi. Al che, avendo taluno dei presenti fatto osservare la inopportunità in quel momento di tale inno, il detto consigliere riprese: – Eh! D. M... bisogna ricordare i patriarchi! Fatta questa breve digressione, la quale però ho voluto riferire per dimostrare come nel nostro consiglio siedano persone, le quali o per ignoranza o per incapacità, pare non abbiano alcun diritto al titolo di consigliere, entro subito in argomento. Vi è qui, costituita fin dal 1877 ed eretta ad ente morale nel marzo 1896, una società artigiana, la quale, se ne togli qualche soccorso in caso di sventura, di malattia, di funerali, quale altro benefizio apporta ai soci? È sufficiente al giorno di oggi la funzione che esercita? Perché non si fa essa, cui è affidata la tutela degli operai, iniziatrice della loro iscrizione alla Cassa Nazionale delle pensioni , alla provvida istituzione andata fin dall'anno scorso in attività? Perché, e con conferenze ai soci, e nominando un comitato di patronato, e, iscrivendo cogli stessi fondi sociali alla detta cassa i soci, non li persuade, non li incoraggia a sacrificare annualmente una piccola somma, che nell'avvenire frutterà una discreta pensione o preparerà l'aiuto in caso di invalidità al lavoro ? Ecco la prima quistione. Valga quest'accenno a scuotere i dormienti, e vadano gli operai ad iscriversi tutti alla Cassa, malgrado le proteste dell'Ufficiale postale, il quale, con vero spavento, vede di giorno in giorno aumentare le sue incombenze. Donatantonio Amicone Fonte: D. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:13, Agnone, 10 luglio 1900.
- E poi secondo me è un bell'uomo
Buonasera. Mi chiamo Elena Marinelli, abito a Milano, stasera sono arrivata proprio da Milano su un'auto di cortesia perché quella solita è dal carrozziere e sono qua perché gli amici della Casa Lettrice Malicuvata mi hanno chiesto di presentare la serata di oggi dell'Alfabeto Letterario di Zammù. Li ringrazio molto, sono contenta che me l'abbiano chiesto, ci tenevano che io dicessi qualcosa e ringrazio anche lo Zammù che è un bel posto per leggere e dire delle cose, si sta bene e infatti ci vengo spesso. Ora che ci penso sono ormai due anni che ci vengo spesso. Questa serata è dedicata ad Azael che è un Poeta. Azael scrive le sue poesie e poi le pubblica su internet. Oddio: non so esattamente se lo fa immediatamente però in generale diciamo che fa così. Il suo sito si chiama "Poesie da decubito: una roba" scrive lui testuale in fondo in fondo alla prima pagina «di poesie e cose fini, fatta da Azael per suo diletto», perché di mestiere lui non fa il Poeta, ha un lavoro normale, di quelli che durano otto ore, non fa nemmeno il Filosofo anche se è laureato in Filosofia; in effetti non so bene che lavoro fa ma ogni tanto si mette la cravatta, quindi deve essere un lavoro serio. Le poesie di Azael su internet stanno all'indirizzo www.decubito.org . Ha pubblicato tre ebook scaricabili tutti gratis con dentro le cose quotidiane, «scritte in due anni passati ad aspettare il lunedì» dice lui e poi ha pubblicato anche un libro di carta - che è anche un ebook - dal titolo "Favola d'amore triste per malati di mente" come questa serata, che è poi il titolo di una sua poesia bellissima - spero la legga questa sera - a cui sono molto affezionata. In realtà ci sarei venuta lo stesso qua allo Zammù stasera da Milano con l'auto di cortesia del carrozziere a sentire Azael leggere, perché mi piace molto, è la prima volta che legge qua allo Zammù, e poi, devo dire, è anche un bell'uomo secondo me, soprattutto quando indossa gli occhiali - stasera non li ha messi è un peccato, ma fidatevi - e dicevo mi piace molto, è bravo, diciamo che sono proprio una sua fan, anche perché è davvero un bell'uomo secondo me. Probabilmente non sono obiettiva: non sono un critico, non sono un poeta, com'è che hanno chiamato proprio te, direte voi, poi arrivi da Milano e insomma se uno è fan di qualcun altro certe cose, le criticità come si dice, non le vede. Ecco: non so, forse avete ragione, ma mi hanno chiesto di presentare Azael, gli amici di Malicuvata che son poi persone a modo e io ho detto semplicemente sì, mi sembrava una cosa bellissima da fare e non avevo ancora mai presentato nessuno in vita mia. E ho detto sì. E poi Azael è un bell'uomo. Ecco ora che ci penso non sono proprio sicura di essere la persona adatta, scusate, è che ho detto sì, non me l'aveva mai chiesto nessuno, capitemi, uno prende gli impegni poi ci pensa due minuti in più e la decisione già vacilla. Ci ho pensato su da quando ho detto sì - sono tre settimane circa - e in effetti non sapevo da dove cominciare - il mio problema è sempre cominciare - né tantomeno come vestirmi, così mi son vestita di blu, che è un colore che mi sta bene di solito e mi sono messa i tacchi che è una cosa che fa sempre il suo effetto. C'è da dire che io i discorsi non li so fare, ho studiato un po' prima di venire qua, ci tengo a fare bella figura, dovrebbe essersi capito, quindi se questa presentazione non vi piace abbiate pazienza e non me lo dite. Ora comincio. Azael non so bene bene quanti anni ha, è più saggio di me e io ne ho 29 di anni, vive a Perugia ma è abruzzese e i suoi nonni sono di Capracotta che è in Molise e anche io sono molisana, ma non di Capracotta. Lui no, lui è di Penne, un paesino in provincia di Pescara, un paesino bruttissimo, io ci sono stata un giorno con la scuola, alle elementari: ci portarono lì per farci visitare una centrale eolica - mi pare - stavamo studiando le energie rinnovabili in Geografia, eravamo una scuola elementare moderna e molisana che detta così sembra un paradosso, moderno e molisano insieme, ma tant'è. Prima di arrivare a Penne, siamo passati con l'autobus attraverso un altro paesino che si chiama Collecorvino e ora voi magari vi immaginate un colle pieno di corvi. Pure i miei compagni di classe, io invece mi immaginavo un colle color corvino, tutto nero nerissimo senza niente sopra. Non mi ricordo bene quella giornata a Penne, a parte Collecorvino, ricordo solo che avevo dimenticato il pranzo al sacco sull'autobus, non mangiai quasi nulla e ero molto contrariata. Azael, però, quel giorno lì non l'ho incontrato. Azael non so proprio bene da quanti anni sta a Perugia, ci lavora questo lo so, ci cucina, ha una casa in cui cucina spesso, oggi ha mangiato le orecchiette, io la frittata, ce lo siamo detti proprio stamattina e ha una connessione internet perché ogni tanto alla sera ci scriviamo in chat e ci diciamo due o tre cose; non di più ché a me sembra sempre di disturbarlo se sto lì troppo a far domande - io ci vorrei sempre parlare tantissimo e quando cominci non puoi mica smettere subito: questo stesso effetto me lo fanno solo i taralli. A Perugia la prima volta ci sono stata a trovare la mia amica Valentina che studiava lì, era quasi Natale, io invece studiavo qua a Bologna all'epoca, era il 2002 e a Perugia faceva un freddo ma un freddo che Bologna mi sembrava Palermo - anche se io a Palermo non ci sono mai stata ma dicono che fa sempre caldo a Palermo - e era piena di salite e discese Perugia, aveva una stazione dei treni bruttissima, presi il raffreddore e sul treno del ritorno stetti malissimo perché dimenticai l'aspirina a casa della mia amica Valentina. Mi comprai un cappello verde scuro, ma di Azael nemmeno l'ombra. Azael la prima volta che l'ho incontrato dal vivo era in mezzo a tantissima gente, beveva una birra e mi disse "l'Elena!" col punto esclamativo; sembrava contento di conoscermi, a me tremavano un po' le gambe anche perché è un bell’uomo e poi mi chiamò per soprannome che è una cosa intima, se ci pensate: a me fa sempre un certo effetto. O forse mi ha fatto effetto perché è un bell'uomo. La prima volta che l'ho incontrato in assoluto, invece, era su internet. Avevo letto una sua poesia che mi sembrava illuminante. Non me la ricordo tutta, si intitola "I vecchi rigati" è della primavera 2010 mi pare; a un certo punto diceva così: I vecchi in ciascuna ruga delle molte ci son passati mucchi di vita esistenziale sofferenze, lutti, amori tragici, amori divertenti, guerre, scudetti del Cagliari e della Cavese Vietnàm ma io invece io lo so i vecchi son solo morti troppo giovani e i vecchi se li fanno rigati solo per fargli meglio trattenere il sugo. Ecco: secondo me una persona umana in carne e ossa che porta pure gli occhiali e che è un bell'uomo, che scrive una cosa del genere quanto meno, ho pensato, quanto meno vede il mondo, le cose del mondo, gli oggetti, i bicchieri sul tavolo, i portici per strada, i lampioni, i piatti, le posate, i lobi delle orecchie, vede le cose del mondo - tutte - in un modo speciale. E deve saper cucinare. Non strano o stravagante o sorprendente, ma speciale, nel senso di qualcosa che tutta insieme forma una specie a sé e anche nel senso di "speziale", quello che preparava le cose con cura e metteva insieme elementi che in natura stavano ognuno per conto suo e poi li donava, quasi come un regalo, in un modo nuovo. Dalla volta de "I vecchi rigati" non ho più smesso di leggere Azael, sono tornata indietro, ho letto tutto, le cose prima e quelle dopo, fino all'ultima che aveva pubblicato in quel periodo lì che era "Favola d'amore triste per malati di mente" che è poi il titolo di questa serata che devo presentare e quindi torna tutto. Quello che volevo dire, in sintesi - ho letto che a un certo punto nei discorsi bisogna arrivare alla sintesi finale - è che da quel giorno in avanti ho letto ogni cosa di Azael avidamente perché volevo sapere, mi sono accorta, cosa c'è dietro alle cose. Dentro è facile: basta smontarle, ma per guardare dietro bisogna avere un po' di coraggio e di forza a spostarle, ché, ho capito poi dopo, le cose piccole, quelle delle poesie di Azael, sono macigni. Grazie, ho finito. Elena Marinelli Fonte: https://barabba-log.blogspot.com/, 4 novembre 2011.
- Immagini dal Sannio: la processione di Santa Lucia a Capracotta
È la Santa della luce e non a caso viene festeggiata proprio durante quello che, prima del calendario gregoriano, era considerato il giorno più corto dell'anno. Santa Lucia, martire cristiana morta durante le persecuzioni di Diocleziano, è molto celebrata in molte città del Nord, in cui quella del 13 dicembre in qualche modo è la data che anticipa il Natale, con tanto di regali ai bambini. Prima delle correzioni introdotte dal calendario gregoriano, il solstizio d'inverno, che segna l'inizio della stagione più fredda, cadeva proprio nella giornata del 13 dicembre, spostato ora alla notte tra il 21 e il 22 dicembre. Nelle campagne, durante la giornata del 13, vi era una consuetudine molto solidale: gli agricoltori che avevano avuto raccolti più abbondanti ne donavano una parte a chi invece aveva avuto una stagione meno fortunata. Si racconta anche che nel Bresciano, dopo un periodo di carestia, alcune signore di Cremona inviarono ai cittadini sacchi di grano a bordo di un carro trainato da asinelli con la distribuzione porta a porta che sarebbe avvenuta proprio nella notte tra il 12 e il 13 dicembre. Fu quello il momento in cui si cominciò a parlare di un intervento della Santa, che in vita donò i suoi averi a molte persone bisognose, dando origine alla tradizione dei doni in occasione del giorno di santa Lucia. Inoltre, secondo la leggenda, nella notte che precede il 13 dicembre la Santa vola sui campi con una corona di luce per riportare fertilità. Un'altra leggenda racconta che in un non precisato luogo, durante un non precisato anno (qualcuno sostiene a Siracusa, città della Santa, nel 1646), durante una fortissima e tremenda carestia che stava decimando la popolazione, proprio nella giornata del 13 dicembre arrivò nel porto cittadino una nave carica di grano. Subito questo "dono" prezioso fu che fu distribuito alla popolazione che era talmente affamata da non perdere minuto alcuno per macinare il grano e produrne farina per preparare il pane. Eppure, mentre il grano bolliva, la gente lo mangiava per acquietare la fame, divorandolo appena cotto. È per questo che in occasione dei festeggiamenti di santa Lucia, in molte zone d'Italia è tradizione mangiare il grano bollito, simbolo di abbondanza e di pace, per ricordare che santa Lucia, portatrice di luce nel buio, con il grano ha vinto la carestia. Questo è quanto accade anche a Capracotta, piccola e ridente località montana in provincia di Isernia, dove la Santa è una delle figure religiose più amate. La tradizione ci racconta che nel 1948 a un cittadino di Capracotta apparve in sogno la Santa, che gli chiese di costruire una chiesetta in suo onore sotto le pendici di Monte Campo. Fu proprio lì che un nutrito gruppo, composto da 22 abitanti del piccolo paese molisano, decise di costruire la cappella in onore di santa Lucia, i cui lavori videro il termine nel 1950, con muratura portante in pietra, una pianta rettangolare a capanna, un portale architravato e un campanile a vela. Furono molti altri i cittadini a contribuire alla realizzazione della cappella, sia come manodopera, sia con donazioni in denaro, provenienti dalla vendita del grano. Nei pressi dell'area in cui sorge la cappella fu scoperto un corso d'acqua fresca e leggera, la cui sorgente si trova ai piedi della montagna, bevibile da una fontana dedicata alla Santa, che sembra abbia proprietà terapeutiche. L'attuale statua presente nel borgo fu donata nel 1952 in occasione di una grande festa in suo onore. Si tratta di una bellissima effige, bella come la tradizione descrive la Santa. A Capracotta, le celebrazioni di santa Lucia si svolgono durante la terza domenica di agosto. Una tradizionale processione, una festa molto sentita. All'inizio dei festeggiamenti viene distribuito il grano cotto benedetto. La statua, che per tutto l'anno resta nella chiesetta, la sera del sabato viene portata in processione presso la Chiesa Madre. Un momento molto toccante e sentito, con i cittadini commossi, le automobili che illuminano la notte, i bambini che sfilano, le fiaccole che illuminano il suono della banda, le preghiere recitate dal sacerdote e dai fedeli, la campana che suona a festa e si fa sentire per tutto il paese. La domenica la statua viene trasportata per le vie del paese, e la sera fa ritorno alla cappella. Un momento molto toccante be sentito da tutti i cittadini del piccolo borgo molisano. Barbara Serafini Fonte: https://www.fremondoweb.com/ , 13 dicembre 2021.
- Or che mesta è la terra
Or che mesta è la terra e il ciel si oscura, ed un'aura commossa il bosco sfronda, nell'alma io sento il duo della natura, sempre nascente e sempre moribonda. Deh! perché il sole, al par del sentimento che il cor mi irraggia, ma non scalda più, tra fosche nubi, in mezzo al firmamento, triste all'aere sorride a noi quaggiù! Questo vento che geme alla campagna, trasvolando leggier di cosa in cosa, parmi l'alma del mondo che si lagna perché la vita è dura e faticosa. Oh, tutto tutto a sospirar mi invita nelle profonde intimità del core: perché in principio è il bello della vita e nell'opre di Dio entra il dolore? Oreste Conti Fonte: O. Conti, Liriche , Detken & Rocholl, Napoli 1910.
- L'Eracle di Capracotta, difensore degli armenti
Nel suo ricchissimo "Archeologia di Agnone" Bruno Sardella ci informa che in una località imprecisata tra Agnone e Capracotta fu ritrovata una statuetta in bronzo di Ercole, un manufatto oggi irreperibile a seguito della vendita che nel 1970 ne fece il possessore Giuseppe Marcovecchio. L'archeologo sostiene che la statuetta appartenesse all'età sannitica (III-II sec. a.C.) e raffigurasse il dio Ercole con la gamba destra rigida e l'altra flessa; il braccio destro era sollevato in avanti e piegato ad angolo, e la mano probabilmente impugnava una clava (di materiale diverso); il braccio sinistro era invece spostato di lato, verso il basso, mentre reggeva la leontè , la pelle di leone nemeo, trofeo della sua prima fatica. La testa dell'eroe, infine, presentava una capigliatura a riccioli ondulati ben rilevati. Bruno Sardella afferma che «la vicinanza al Gruppo Tufillo fa propendere per una datazione medio-ellenistica [e] secondo quanto riferiscono persone di Agnone, lo scopritore possedeva dei terreni in località Macchia, a sud della Fonte Romita, luogo di rinvenimento della Tavola di Agnone, e non è da escludere che l'oggetto possa provenire proprio da quella zona». Il rinvenimento di una statuetta di Eracle (diventato Ercole in epoca romana) in territorio capracottese rimanda dunque alla possibilità che sorgesse un tempio a lui dedicato su un punto molto alto, presumibilmente la vetta di Monte San Nicola, luogo nel quale si è andato evolvendo, nel corso dei secoli, un qualche culto eracleo, la cui «dimensione collettiva, sociale, [...] si inserisce all'interno della tradizione e si impone come modello di riferimento». Eracle era infatti l'eroe greco per eccellenza, assunto dalle popolazioni indigene dell'Italia Meridionale come cerniera di collegamento tra i Greci delle colonie e la madrepatria, il che fa pensare che il suo mito possa esser giunto in Alto Molise in seconda battuta, attorno al III sec. a.C. Oltre al coraggio, Eracle rimandava anche alla fertilità femminile. L'eroe, difatti, era considerato nel mondo antico un protettore del ventre, sia maschile che femminile. A tal proposito, una particolare attenzione merita il suo simbolo più noto, la clava (purtroppo assente nell'esemplare altomolisano), che in epoca romana veniva usata come amuleto, e che aveva anche un certo ruolo nel proteggere alcune funzioni vitali del corpo umano. Nel Meridione, la diffusione dell'Ercole, affievolitasi a partire dal IV secolo a.C., dovette riprendere nel II secolo a.C. grazie al definitivo stanziamento dei Romani, in concomitanza con la sostituzione etnica operata da questi ultimi. Ma in Alto Molise, dove la romanizzazione fu molto più lenta, il culto eracleo probabilmente rimase appannaggio dei Sanniti, i quali, abitando le montagne interne e riconoscendo un ruolo fondamentale alla pastorizia, vedevano in Eracle non più un eroe bensì un semidio funzionale al loro modus vivendi : il mito lo tramanda infatti come colui che recupera le mandrie per riportarle all'interno del cosmos cittadino. In veste di difensore degli armenti Eracle può essere assimilato alle molteplici e non ben definite divinità autoctone, spesso riconducibili alla tradizione di Silvano. Almeno fino al II secolo a.C., poi, si sviluppò in tutto il Meridione una grande produzione di bronzetti figurati perlopiù collegati a santuari o a forme diffuse di ritualità. Eracle era generalmente rappresentato in nudità eroica, nella posizione dell'attacco. Questa iconografia si addice perfettamente alla costumanza sannita di porre particolare attenzione alla robustezza giovanile: gente forte in grado di pascolare le pecore e, al contempo, combattere i nemici. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. D'Andria, L'antica Acerenza, tra paganesimo e cristianesimo , in «Studi Meridionali», 3-4, Roma, luglio-dicembre 1975; P. Di Giannantonio, La Tavola Osca di Capracotta , Lampo, Ripalimosani 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Ramanzini, La clava d'oro di Ercole , in «Mythos», 10, Palermo 2016; B. Sardella, Archeologia di Agnone , Scienze e Lettere, Roma 2021.
- Erasmo da Taranto
Erasmo Iacovone non è un martire, nessuno lo considera tale a Taranto. La sua presenza però è tutt'oggi visibile, tangibile. Un ricordo scolpito non solo nelle memorie dei tifosi ma dell'intera città, che ne fa un vanto: un simbolo in un territorio oggi sfortunato, ma che un tempo sognava di recitare nel più importante palcoscenico del calcio italiano, la massima serie. La storia di Iacovone è la storia di Taranto, in un legame inscindibile. Due elementi che si trovarono per caso, si rincorsero intensamente, danzarono tra gli odori acri dei fumogeni in curva e, quando tutto sembrò idilliaco, si abbandonarono; materialmente distanti ed emotivamente vicini, la fede per la squadra non si slegò mai dal ricordo del suo profeta. I rossoblu, come tante altre provinciali in quegli anni, coltivavano grandi ambizioni. I presupposti vi erano tutti nella stagione 1977-78, in una serie cadetta entusiasmante che proprio in quel decennio raggiunse il massimo splendore. Il calcio di allora era completamente diverso da quello odierno: allo spettacolo sul terreno di gioco si affiancava quello sugli spalti, generando un binomio coreograficamente perfetto. Non c'era ancora, quantomeno in Italia, quell'ossessione tattica che condizionerà il calcio moderno. Le compagini mostravano una spiccata propensione difensiva, con quasi tutta la squadra che si faceva carico delle bagarre in mezzo al campo, per poi servire il terminale offensivo a cui era affidato il solo compito del gol. L'undici del Taranto non faceva eccezione, sobbarcandosi tutte le responsabilità del gioco per poi servire fiducioso un tridente composto da Gori-Selvaggi-Iacovone, che quasi sempre mandò in estasi il popolo che calcava i gradoni dello Stadio delle Saline , specie in quella stagione. Il più temuto era proprio il centravanti, un ragazzo non molto alto, proveniente da un freddo paesino nel Molise, Capracotta. Di strada in effetti ne fece molta il giovane Erasmo, che ebbe il suo battesimo calcistico a Tivoli (dove si trasferì in infanzia insieme alla famiglia). Nel girò di qualche anno, dopo un po' di esperienza nei dilettanti, passò per Trieste, Carpi e Mantova. Giunse in Lombardia consapevole che quella tappa avrebbe inevitabilmente condizionato la sua carriera, in meglio o in peggio: la gavetta d'altronde è utile solo quando è di passaggio, ed Erasmo in cuor suo aspettava il salto di qualità. Le 24 reti in due stagioni confermarono le sue sensazioni, e diedero prova del suo spiccato fiuto per il gol. Il feeling con la porta divenne naturale, continuativo. All'inizio della stagione 76-77, a fine ottobre, segnò già sei reti in altrettanti incontri: fu allora che, nel mercato di novembre, il Taranto decise di acquistarlo. Un acquisto esoso per il parsimonioso presidente rossoblu che però, attraverso una serie di contropartite, riuscì a convincere la dirigenza del Mantova. Per il giovane si aprirono dunque le porte della cadetteria. In città vi fu un iniziale scetticismo: Chi è questo? L'abbiamo pagato troppo! In serie B serve esperienza! Iacovone esordì il 31 ottobre del 1976 a Novara, presentandosi ai suoi nuovi tifosi con uno straordinario stacco aereo che impressionò tutti, compresi i difensori che non riuscirono ad arginare l'esplosiva forza nelle gambe. Rete. Proprio l'elevazione fu una delle sue doti chiave. Nonostante non avesse il physique du role di un saltatore, era dotato di un baricentro basso che rendeva i suoi movimenti fluidi e scattanti, virtù comune a tanti grandi calciatori: la sua fu un'agilità atletica mista a forza fisica. Quel gol rappresentò il biglietto da visita a Taranto, che lo iniziò a conoscere dentro e fuori dal campo, rispettandolo e supportandolo. Con il suo prezioso aiuto (8 reti), il Taranto riuscì ad evitare la retrocessione, ponendo le basi per un campionato di vertice nella stagione successiva; certo non fu un amore a prima vista, e anzi ad essere onesti il sentimento sbocciò definitivamente in un altro storico incontro. La stagione successiva i delfini gravitavano nelle zone alte della classifica, trascinati dall'oramai solito goleador, e il 20 Novembre 1977 ad attenderli c'era una storica rivale come il Bari. I galletti erano una squadra rognosa, difficile da affrontare. Inoltre, l'attesa fu febbricitante per un derby tra i più sentiti e pericolosi di Puglia. Il Bari rispettò le attese della vigilia schierando una squadra compatta e solida, attenta a non prendere gol e che tentava il contropiede. Si presentò una situazione di stallo molto simile a quelle che lo stesso Erasmo, grande appassionato di film western, vide tante volte; non solo lui, ma anche la stessa produzione cinematografica di quel genere viveva il suo massimo splendore in quel momento. L'attaccante sapeva come eludere la cavalleria avversaria e lo fece in pieno stile Far West . Punizione battuta veloce sulla trequarti, Iacovone cavalcò velocemente verso l'area di rigore superando le maglie avversarie; poi, una volta ricevuto il pallone, ebbe il tempo di alzare lo sguardo ed incrociare quello dell'estremo difensore del Bari, e la pistola più veloce a sparare fu la sua. Pallonetto delicatissimo che si infilò dolcemente in porta. Taranto trovò il suo eroe ed iniziò a sognare quell' eldorado chiamato Serie A. C'è un'Italia profonda e terribilmente affascinante, unita dal pallone, che vive anche per momenti come questi. Fin quando, il 5 febbraio del 1978, la complessità del destino si manifestò nell'incontro tra Taranto e Cremonese, un punto di svolta per il sogno Serie A e per la vita di Erasmo. Una partita sfortunata, giocata intensamente, in un campionato che vedeva i delfini proiettati verso il secondo posto, valevole insieme al primo e anche al terzo per la promozione diretta. La squadra procedeva spedita verso un traguardo che la città tanto agognava, fiera soprattutto di quel Iacovone primo nella classifica marcatori del torneo. L'estremo difensore degli avversari però quel giorno ci mise del suo: Alberto Ginulfi, infatti, prima di difendere i pali della Cremonese, fu portiere della Roma. Con i giallorossi si mise in luce nell'universo calcistico mondiale in una particolare situazione, ovvero quando parò un rigore al grande Pelè, in occasione di un'amichevole nel Marzo del 1972 tra Roma e Santos. Il lavoro dell'attacco, che già di per sé apparve arduo, si complicò a causa dei due legni colpiti dal numero 9, che costrinsero i padroni di casa a rallentare leggermente la propria corsa. Il triplice fischio del direttore di gara sentenziò l'amara conclusione dell'incontro. I mugugni provenienti dai vecchi parterre si levarono minacciosamente nell'aria, malgrado si trattasse di rammarico, e non di rabbia. Il tifo in fondo è da sempre uno dei più spiccati esempi di irrazionalità, alimentato da un pericoloso elemento quale la speranza, capace di mantener sempre negli affezionati un'innata fiducia nel futuro. I seguaci dello stadio quel giorno ne furono la prova, i calciatori meno. Diretti protagonisti delle sorti della stagione, consapevoli dell'occasione sprecata, uscirono dal terreno di gioco delusi ed amareggiati. Iacovone in particolare, l'uomo più determinante sino ad allora, parve tra tutti quello meno soddisfatto della prestazione. Entrò negli spogliatoi privo della solita grinta che lo contraddistingueva in campo e fuori. Come se percepisse qualcosa nell'aria, qualche energia negativa o semplicemente una sensazione. Del resto, quel giorno fu un ménage à trois tra portiere, attaccante e sorte. Fu quest'ultima ad imporsi, non durante il match ma poche ore dopo. Verso la fine degli anni Settanta c'era una filastrocca che tutti i bambini della vostra età, che abitavano da queste parti, conoscevano a memoria. Faceva così. Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Fanti, Iacovone, Selvaggi, Caputi. E l'accento cadeva su Iacovone. La sera stessa parte dei calciatori decise di concludere insieme la giornata, cenando in un ristorante alle porte della città. Erasmo dapprima rifiutò l'invito, d'altronde era stato un giorno lungo e snervante, non aveva voglia di allungarlo ulteriormente. Furono i suoi compagni a convincerlo, quasi a trascinarlo fisicamente, per la vicinanza ad un amico ancor prima che ad un collega. Due giorni dopo sarebbe iniziata la preparazione per la sfida contro il Rimini, sicuri che con lui in campo le cose sarebbero andate per il verso giusto. Ormai i destini di Iacovone e di Taranto erano legati indissolubilmente, tant'è che la società ricevette un'importantissima offerta da parte della Fiorentina, a gennaio, per il suo talentuoso numero 9. Il presidente rifiutò categoricamente: se Erasmo avesse dovuto raggiungere la massima serie, lo avrebbe con i rossoblu. Ed anche lui fu subito d'accordo. Forse non fu una cattiva idea. Forse distrarsi serviva a scrollare di dosso qualche peso, a concentrarsi sul futuro. Il suo futuro, fatto da una missione calcistica e dal figlio nel grembo di sua moglie. Decise di rientrare a casa prima dei suoi compagni, ed in quel momento la sua storia s'incrociò inevitabilmente con quella di un altro ragazzo. Si chiamava Marcello Friuli, sfrecciava sulla Statale Taranto-Lecce con un'Alfa Romeo 2000 rubata, inseguito da una volante della polizia. L'auto viaggiava a circa 200 km\h con i fari spenti. In quello stesso istante la Dyane 6 del calciatore si apprestava ad uscire da una stradina secondaria. L'impatto fu terribile, e il corpo di Erasmo venne catapultato fuori dall'abitacolo con una violenza inaudita. Fu subito chiaro per le forze dell'ordine, che riconobbero il corpo del giovane centravanti, che non c'era più nulla da fare: così morì il Re di Taranto, ai cui funerali partecipò tutta la città. La moglie Paola poco tempo dopo diede alla luce il suo unico figlio: una volta cresciuto, andando allo stadio Erasmo Iacovone , ascoltando i cori della curva, osservando quel volto estraneo ma familiare sui vessilli colorati, siamo certi che quella distanza gli sia pesata di meno; potreste chiedervi questo a cosa serva, ma invece fa tutta la differenza del mondo. Taranto fu sfortunata, Taranto è sfortunata. Con lei anche il suo profeta. Una città che vive di calcio ma che dal calcio non ha mai avuto gioie; che proprio quell'anno sembrava lanciata verso il supremo coronamento insieme al suo condottiero, un traguardo che non raggiungerà mai più. Il campionato si concluse a meno sei punti dall'ultimo posto utile per la promozione: la città perse il suo simbolo, e la squadra non fu più la stessa. Il presente, poi, non è meno amaro del passato. Dopo tanti anni a cavallo tra C2 e C1, oggi il Taranto gravita nei dilettanti. Una categoria di certo non consona ad una piazza così calorosa, così innamorata del pallone. Ad un popolo che continua a subire le angherie del destino e della fratricida mano dell'uomo, annebbiata dai fumi tossici dell'Ilva, quell'industria che proprio negli anni ottanta risollevò temporaneamente la città e che poi, come un boomerang, si è scagliata sulla sua stessa popolazione. Domenico Rocca Fonte: https://www.rivistacontrasti.it/ , 6 febbraio 2021.
- Amore e gelosia (XXII)
XXII Si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore, don Salvatore. Faticosamente si erse sul letto con la sola forza delle braccia puntellandosi alla spalliera: non ricordava quasi nulla dei sogni fatti in quella ora circa di dormita, ma un senso di urgenza lo attanagliava: c'era una cosa che doveva fare, anzi due, ma non ricordava nessuna delle due. Il sogno gli aveva risvegliato dentro qualcosa cui doveva mettere mano e subito: ma che cosa? Un'ansia strana, indefinibile lo possedeva e quasi gli mozzava il fiato: doveva ricordare, doveva! In quel mentre la porta si riaprì e la faccia grinzosa della madre, in una maschera sorridente gli fece: – Salvato' è pronto in tavola... Vieni? – Subito mammà, subito... Due minuti e vengo. Non era più tempo di mettersi a riflettere, così si alzò dal letto, infilò le scarpe e si recò in cucina. Il pranzo si svolse silenziosamente, nonostante i tentativi di donna Patrizia di tirare fuori il figlio dal suo mutismo. – Mammà, mi fai portare il caffè nello studio? Aggia fa' qualcosa di importante... Due minuti dopo era seduto alla sua scrivania, tra i suoi amati libri, le penne, i calamai pieni di inchiostro e i suoi fogli bianchi che attendevano di essere vergati dalla sua grafia e colmati della sua poesia. Ma non scrisse niente: se ne stava lì seduto a pensare: Assunta... Ma sì, ora ricordava! La sua novella "Assunta Spina", un vero dramma della gelosia! Perché non adattarlo per il teatro? Bastava renderla più forte, più tragica, con più gelosia e... E insieme con la parola gelosia ricordò l'altra priorità: Elisa! Doveva vederla, subito! Doveva andare a Nocera Inferiore, non poteva attendere il sabato e la domenica... Che cosa stava facendo, con chi stava, chi le gironzolava attorno? Decise: vado alla stazione, prendo il primo treno e scendo a Nocera... Poi si vedrà... Dieci minuti dopo era già in strada: sotto casa c'era un suo amico col carrozzino a due posti, gli chiese un passaggio e con uno schiocco di frusta il cavallino partì... clop clop clop... facevano gli zoccoli sul selciato e il carrozzino avanzava svelto lungo le strade. Giunse alla stazione: c'era un accelerato entro un quarto d'ora, fece il biglietto e salì nella carrozza di seconda classe. Il treno partì in orario con uno sbuffo di vapore: era in viaggio... Francesco Caso
























