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  • Papè Satan

    Sul giornale "L'Istrice" di Campobasso del 29 novembre 1891 apparve una corrispondenza da Capracotta firmata Papè Satan. Questi, senza mezzi termini, così esordiva: «Ebbene sì... ci presenteremo con lo stomaco di struzzo, pronti ad affrontare l'ira di tutti e cercheremo di scuotere l'apatia e il generale torpore che ci va di anno in anno assalendo, con discapito dei veri onesti e col trionfo della ciurmaglia, resa ormai insopportabile e oltracontante!». Dopo aver definito Capracotta «paesello guasto e corrotto», e biasimato i giovani «senza principi di libertà, senza impulsi generosi e senza ideali», Papè Satan formulava il suo programma: «Stigmatizzeremo e loderemo quanto si verifica nei vari rami della pubblica amministrazione. Dalla Pretura alla Conciliazione, ove il buon Gaetano Mendozzi redige le citazioni meglio di qualche avvocatucolo in diciassettesimo; dal Municipio all'esattore Di Tella, alla Congregazione di Carità; dall'Ufficio postale al Telegrafo e a quello del Registro e bollo; dall'Asilo Infantile alle Scuole Elementari; dal samoiedico statuto del Circolo dell'Unione a quello del Cinegetico, tutto sarà passato a rassegna per illuminare il "povero popolo" e rendere inefficaci i morsi così dei lupi, come dei parassiti e dei serpentelli». Papè Satan continuava imperterrito: «All'inclito Municipio diremo quali sono i suoi diritti e quali i suoi doveri, e faremo istituire un regolamento per disciplinare tutti gli impiegati comunali, peste del paese!». L'implacabile mattatore concludeva: «A quanti dunque bevete il sangue spremuto del povero popolo, a voi dico: attenti al dies irae : l'alba del nuovo dì è giunta per Dio e a questi miei concittadini non si dirà capre di nome e di fatto!». Tanto per cominciare Papè Satan definiva "medioevale" lo statuto del Circolo dell'Unione, e deplorava la consuetudine «di un lauto regalo che il Comune fa all'impiegato telegrafico, mentre si lasciano in completo abbandono la nettezza e la salute pubblica!». La prosa graffiante ed aggressiva di Papè Satan dovette suscitare non poche reazioni se il Direttore de "L'Istrice", in data 6 dicembre 1891, riferiva che telegrammi si erano succeduti a telegrammi chiedenti con insistenza il nome del corrispondente, che, naturalmente, non venne svelato. Aggiungeva ancora il Direttore di non aver esitato a pubblicare quella corrispondenza sia perché veniva «da persona stimabilissima», sia perché il contenuto di essa, sebbene di forma vivace, non aveva nulla di offensivo. E Papè Satan sullo stesso giornale del 22 dicembre 1891 aggiungeva: «Non si lambicchino il cervello i miei bravi compaesani, dopo il carnevaletto (e sentiranno di che specie!) ci toglieremo la mascherina». Ribadiva che non dovevano temere «gli onesti» ma solo quelli che «cullandosi nel dolce far nulla» vivevano «alla greppia del povero Comune». Papè Satan, fra un digrignare di denti e un azzannare, sapeva diventare quasi poetico: «Pare impossibile che in questo mese, su questi monti, si siano potute avere giornate bellissime, cosa che niente meno, da oltre quarant'anni non s'era mai vista». Riferiva che il giorno 8 dicembre, «dopo otto lustri», si era fatta «una bella processione ad onore e gloria di Maria Santissima» e quelli che avevano seguito la processione (ed ecco che diventa sarcastico) si erano guadagnata «un'indulgenza plenaria» anche se nella buona stagione (e qui diventa maligno) qualche bigotta era stata, di sera, «sorpresa dietro i muri della Fonte Giù» o si era data per i campi «a diradar le messi». Indi, il nostro, passava a parlare del Comm. Nicola Falconi - Consigliere di Cassazione - definendolo «uomo dalla proverbiale bontà, franchezza ed integrità», il quale si presentava come candidato alla Camera dei Deputati. Le elezioni erano fissate per il 27 dicembre 1891 e Papè Satan esortava i Capracottesi a votare per il compaesano. La prima corrispondenza di Papè Satan, intanto, continuava a bruciare, se perfino il dott. Luciano Conti, noto per calma e serenità, scrisse una lettera al Direttore de "L'Istrice". Egli considerava lo scritto di Papè Satan «quanto di più inesatto e fantastico si possa immaginare»; rimase trasecolato per l'affermazione che il paese, cioè Capracotta, «da tutti reputato colto, civile e buono, sia diventato guasto e corrotto», come asseriva Papè Satan. «Non vi si risparmia alcun ordine di cittadini», aggiungeva il dottore, e con spirito classificatore osservava che si omettevano «solo i preti, i carabinieri, le quattro società operaie e, con molto coraggio, il vero e proprio nome». Il dott. Conti illustrava le virtù dei giovani bistrattati da Papè Satan, riferendo che una quindicina di essi erano laureati da circa dieci anni in varie facoltà; che non erano corrotti né corruttori e che tutti nutrivano sentimenti di libertà e generosità. Infine, Luciano Conti, punto sul vivo da Papè Satan quando questi aveva affermato che in Capracotta la nettezza urbana e la salute pubblica erano in abbandono, chiedeva in che consisteva tale abbandono, e prometteva che in qualità di ufficiale sanitario avrebbe saputo rendere ragione. Concludeva rivolgendosi al Direttore del giornale: «Voi con molta onestà promettete di rettificare... Ma vi è tutto da rettificare, da cima a fondo!». La pacata lettera del dott. Conti venne seguita da un'altra lettera di Costantino Castiglione - tutt'altro che pacata - pubblicata sul medesimo giornale il 24 dicembre 1891. Il redattore scriveva che Papè Satan aveva indignato tutti quelli «su cui, con parola bugiarda e provocante», aveva voluto gettare fango. Aggiungeva: «Siamo in un paese tutta pace, tutta amicizia... Rifuggiamo dal chiasso, dagli intrighi, dai pettegolezzi... Onestà, famiglia e dovere sono la prerogativa che tutti si vantano di possedere». E incalzava: «Eppure il bravo corrispondente ha saputo, forse per assecondare un'indole malvagia e snaturata, trovare in questo stato normale, certi difettucci, bagattelle!». Il Castiglione chiedeva che venisse appagata la curiosità sua e degli altri: voleva che si dicesse chi era Papè Satan, il quale aveva dovuto certo «temere che le sue false assertive» gli potessero «essere ricacciate e strozzate nella gola in modo brusco e pari alla sua insolenza». Ironizzando sul vasto programma annunziato da Papè Satan, non ancora avviato, il Castiglione era sorpreso «di vedere il povero corrispondente, dai paroloni di fuoco, nell'imbarazzo, e rimpicciolito a raccomandarsi di non essere svelato». Ed infine, infiammandosi, passava finalmente al contrattacco: «Stolto! Giù la machera e l'ipocrisia, di' pure, se veramente hai lo stomaco di struzzo, dove c'è fradicio; perché il paese è corrotto... Calunniatore, tu hai attaccato coloro che formano il lustro del paese; hai attaccato persone che non hai la capacità di apprezzare». E licenziava Papè Satan con questo viatico: «Ma va, che - a giudizio del paese - sei un vero mattoide». La battaglia giornalistica continuava. Comparve su "L'Istrice" un altro articolo di Papè Satan, il quale però non lanciava i fulmini preannunziati; faceva solo delle accuse generiche e per niente circostanziate. Ciò naturalmente suscitò l'ilarità degli attaccati. Salvatore Castiglione, ad esempio, qualificava Papè Satan Don Chisciotte, Narciso, Fannullone. Tito Conti, definito da Pepè Satan «impiegatucolo telegrafico», ribatteva che le 400 lire annue che riceveva dal Comune non erano un regalo, ma l'assegno che lo stesso Comune si era impegnato a versare all'impiegato in base ad una convenzione stipulata con la Direzione delle Poste nel 1877, quando era stato istituito l'ufficio telegrafico a Capracotta. Di Papè Satan non si sentì più parlare, né si seppe il nome. E la vita politica capracottese continuò il suo corso tormentato. Giambattista Carfagna Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.

  • Quando la città s'infiammava per Iacovone

    In un bell'articolo pubblicato su Progetto Alchimie, la tarantina Valentina Pellegrino ci dice, fra le altre, due cose. La prima: ci sono donne che amano e conoscono il calcio al punto da capire persino la regola del fuorigioco («Le donne non capiscono nulla di calcio. Almeno quanto gli uomini non capiscono nulla di donne», così la giovane autrice smonta il luogo comune dell'incompatibilità fra gentil sesso e offside). La seconda: ci sono dei tarantini che hanno smesso di andare al campo da quando è morto Iacovone. C'è chi, come suo padre, molti anni dopo ha provato a tornare, rinunciando però per troppa malinconia, e c'è chi invece è rimasto fermo nel suo proposito senza neanche un ripensamento. Senza per questo disinteressarsi del Taranto, ma continuando a tifare "a distanza". A occhio e croce, non devono essere pochi quelli che hanno compiuto questa scelta. La morte di Erasmo Iacovone è stata la nostra piccola Superga di provincia. Mai - se non appunto nel caso della tragedia del Grande Torino - un club calcistico aveva visto il punto più alto della propria storia stroncato da un imponderabile evento luttuoso. Se poi si aggiunge che i tardi anni '70 rappresentano il picco della Taranto contemporanea anche al di fuori dei campi di gioco - con l'industria che regalava benessere e non aveva ancora svelato il suo lato oscuro - risulta chiaro il fortissimo valore simbolico della scomparsa del centravanti di Capracotta. E si comprende un po' di più l'atteggiamento di chi ha tirato (calcisticamente) i remi in barca, nella convinzione che niente sarebbe più stato come prima. Ma anche il Torino - club passionale e disgraziato come il nostro Taranto - ha costruito nuovi miti dopo quello di Valentino Mazzola e compagni. Perché allora qui c'è chi è ancora fermo a quella notte del febbraio 1978? Quanto è romantica questa continua negazione del presente, e quanto è invece sintomo di immobilismo mentale? Il perdurante affetto per quel ragazzo dal sorriso buono è una delle cose più nobili e commoventi del tifo tarantino. Ma la memoria di Iacovone va onorata anche guardando avanti, e magari riempiendo un po' di più gli spalti dello stadio che porta il suo nome. Piccola digressione autobiografica: l'articolo di Valentina Pellegrino è corredato da una stupenda foto in bianco e nero, fornita da Francesco Maggio, in cui si vede Iacovone che stacca di testa in Taranto-Ascoli del 31 dicembre 1977. Sullo sfondo, un muro di teste: gli spettatori che affollavano - allora sì - gli spalti del Salinella. Fra quelle teste, c'era anche la mia. Quel Taranto-Ascoli, sestultima partita giocata da Erasmo Iacovone, fu per me, bambino, la prima volta in uno stadio. Domenica scorsa lo scrittore Francesco Piccolo ha raccontato a "Che tempo che fa" che il gol di Sparwasser con cui la Germania Est batté i "cugini" occidentali nei mondiali del 1974, ha in qualche modo fatto sì che la sua vita prendesse una certa direzione. Io non arrivo a tanto, ma mi piace pensare che questo incrocio di striscio fra il grande mito rossoblù e il mio rapporto con il calcio abbia rappresentato una sorta di benefico imprinting. Giuliano Pavone Fonte: http://www.giulianopavone.it/ , 7 novembre 2013.

  • I feudatari di Capracotta: la famiglia della Posta

    Nel 1269 Capracotta era feudo di Francesco della Posta (+ 1276), il quale lo lasciò in successione al figlio Gentile. La signoria di questa famiglia non durò a lungo se si considera che nel 1381 Capracotta era in possesso di Andrea Carafa. Ma la notizia interessante non è tanto la traccia lasciata dai della Posta nella serie cronologica dei feudatari che si sono avvicendati nella signoria del paese, quanto il fatto che i due titolari di Capracotta sono i capostipiti di un ramo che giunge fino ai giorni nostri e che annovera una cospicua discendenza feudale molisana oltre quelle ducali di Civitella Alfedena e di Grottaminarda. Il nome della famiglia deriverebbe dalla terra di Posta o castello della Posta di cui Francesco era titolare feudale, oltre che di Palata e Torrebruna in Abruzzo. Gentile aggiunse, a quelli paterni, i feudi di Roccaspinalveti, Montemiglio e S. Mauro della Civitella. Suo figlio, Bartolomeo, venne qualificato come "milite devoto" ed evidentemente dovette esserlo davvero se si considera che Carlo I gli fece altre concessioni, sempre sottoforma di territori feudali: Civitavecchia, Borrello e Collestefano. Montelupone, il casale di S. Giovanni de Podio Bono e il casale di Cotura, invece, erano già annoverati tra i suoi possedimenti personali. Di sicuro ebbe almeno tre figli: Giacomo che sposò Cantelma Barulo, Fantauzzo «conduttore d'uomini e squadre di re Ferdinando I d'Aragona» e Scipione. Probabilmente fu proprio con quest'ultimo che la famiglia si trasferì a Frosolone, dove risulta abitare fin dal 1500, nel quartiere di S. Leonardo, anche detto il Borgo . All'epoca era barone di Frosolone Francesco Marchesano, la cui figlia Isabella sposò proprio Scipione della Posta. Ebbero due figli, Graziano utriusque iuris doctor «cittadino facultoso e potente, Cavallaro della R. Dogana di Foggia» e Simone, da cui si origineranno il ramo dei baroni di Molise e Frosolone, dei duchi di Civitella Alfedena e dei duchi di Grottaminarda. In particolare da Graziano discendono i primi due rami che sono relativi ai suoi due figli, Francesco e Scipione. Il figlio di Francesco, Graziano sposò Alessandra Tamburri, dei baroni di Cameli, e Francesco, loro figlio, divenne titolare di Molise (1696), feudo materno, nonché di Frosolone (1698). Nel 1747 donò il feudo di Molise al figlio Vincenzo Maria. Gli altri suoi figli erano Filippo, colonnello dei Dragoni di Borbone, Pietro, l'abate Graziano e Isabella. Per quanto riguarda il ramo di Scipione, invece, suo figlio Domenico fu barone di Civitella Alfedena ed ebbe quattro figli: Teresa, Scipione, Nicola e Antonio. La famiglia risiedeva a Napoli e fu decorata del titolo di duca di Civitella Alfedena nel 1715. Uno degli ultimi rappresentanti di questa famiglia, d. Carlo è morto a Roma nel 1983, eleggendo a figlio adottivo d. Marco Theodoli. Infine da Simone, fratello di Graziano, discese Pietro; probabilmente fu proprio lui che fece edificare, a Foggia, tra il 1670 e il 1680, il palazzo della Posta. Pietro sr. ebbe tre figli, il barone Simone coniugato con Livia Scaffa di Lucera, da cui nacquero Giovanna e Romana, Giulia (il cui nomignolo era Ciulla ) e Giovan Battista (+ Foggia 1703) che sposò la cugina baronessa Romana della Posta ed acquistò il feudo di Grottaminarda. Pietro jr. , figlio di Giovan Battista e Romana, ottenne dall'imperatore Carlo VI, il titolo di duca di Grottaminarda (16 gennaio 1716), e fu eletto alla carica, all'epoca molto ambita, di mastrogiurato di Foggia (anni 1713-14, 1722-23).  Suo figlio, Giovan Battista jr . che sposò Silvia del Vasto, ereditò il titolo e il feudo e fu anche lui mastrogiurato (anni 1758-59, 1768-69, 1769-70). Suo figlio Pietro, nel 1729 vendeva il feudo riservandosi, però, espressamente il titolo ducale. I suoi fratelli Michele, Tommaso e Agapito, tentarono invano di opporsi alla vendita facendo ricorso al Sacro Regio Consiglio. Lo stemma della famiglia viene così blasonato: «d'azzurro alla fascia di rosso indivisa accompagnata nel capo da un cavallo corrente, sul quale pende nel canton sinistro una cornetta d'argento e nella punta da un cane d'argento poggiato sul medio e più alto di 3 monti di verde fissante una stella d'argento di 6 raggi posta nel canton destro del capo». Alfonso Di Sanza d'Alena Bibliografia di riferimento: G. Arbore, Famiglie e dimore gentilizie di Foggia , Schena, Fasano 1995; F. Bonazzi di Sannicandro, Famiglie nobili e titolate del napoletano ascritte all'elenco regionale o che ottennero posteriori legali riconoscimenti , Detken & Rocholl, Napoli 1902; A. Borella, Annuario della nobiltà italiana , anno XXX, Sagi, Teglio 2009; M. Colozza, Frosolone: dalle origini all'eversione del feudalismo , Sammartino e Ricci, Agnone 1931.

  • Capracotta e i Sanniti

    Il territorio di Capracotta, in epoca protostorica (età del ferro) ha visto nascere una Nazione che non ebbe eguali nella storia: quella Sannita. La valle del Verrino con gli attuali comuni di Agnone e Pietrabbondante, e la valle del Sente, con Castiglione e Schiavi: fu questa la culla della Comunità genetica della Nazione federata più potente d'Italia dal VI al IV secolo a.C. La potenza che Roma dovette affrontare per strutturarsi e grazie alla quale poté diventare impero. La "sella" appenninica dove oggi si adagia il paese di Capracotta, è uno dei più importanti valichi appenninici tra centro e sud della penisola insieme a quello di Rionero Sannitico, del Guado 7 Porte e di S. Pietro Avellana. Tutti guardati da cinte murarie megalitiche antichissime (dette pelasgiche) sulle quali si adagiarono successivamente quelle sannitiche. Sin dalle origini della pastorizia, chi controllava questi valichi controllava traffici di animali e uomini vitali per ogni tribù appenninica che volesse possedere un certo quantitativo di animale e, dunque, essere ricca e potente. I ritrovamenti archeologici citati normalmente dalle guide turistiche sono importanti ma sono ben poca cosa rispetto alla enormità di reperti sepolti e affioranti tra Guado Liscia, Monte Cerro, Monte S. Nicola, Monte Campo, Guastra, Monte Forte, Civitelle di Agnone ecc. Tutto sepolto, sconosciuto, ignorato. Qui nacque la Nazione e qui, dopo trecento anni di lotte per la libertà, accadde il genocidio e, con esso, la cancellazione di queste terre dalla storia, così come volle Lucio Cornelio Silla. Il dittatore romano tentò con tutti i mezzi - e vi riuscì in gran parte - di far dimenticare i nomi dei luoghi e dei monti che avevano generato la formidabile stirpe che aveva umiliato Roma e che, più volte in tre secoli, aveva messo in forse persino la sua esistenza. Un popolo che amò la libertà più della stessa sua sopravvivenza. Una Nazione che meriterebbe oggi di risorgere nella memoria almeno di quanti hanno avuto la fortuna di vedere la luce nei medesimi, meravigliosi luoghi che tennero a battesimo la sua potenza. Nicola Mastronardi Fonte: http://www.prolococapracotta.com/ , 21 giugno 2013.

  • Mangiare il pesce a Capracotta: le macarelle

    In principio era il preservativo che, sbarcato in Italia assieme alle truppe anglo-americane, venne subito ribattezzato "goldone", storpiatura lessicale del nome originale "Gold One". In realtà sono tanti i casi in cui un termine o un marchio straniero è stato italianizzato dagli strati più bassi del popolo il quale, dopo aver recepito quei prodotti come rivoluzionari, ne ha voluto salvaguardare l'unicità cercando di non corromperne il nome. Puntualmente è accaduto il contrario. A Capracotta è celebre il caso delle macarèlle , un dignitoso ed economico pesce azzurro in scatola meglio conosciuto col nome di sgombro. In un paese di alta montagna il pesce era infatti qualcosa di estremamente esotico, di mai provato, ancor più della frutta, che perlomeno arrivava a singhiozzo dalla vicina Puglia. I contatti di Capracotta con le località marittime erano pressoché assenti finché, al termine della Seconda guerra mondiale, cominciarono a giungere i primi alimenti a base di pesce: probabilmente la scapècia (razza marinata nello zafferano), tipica del litorale molisano, e le macarèlle . Quest'ultime devono il loro nome dialettale alle scatole d'importazione vendute negli spacci di Capracotta negli anni '50, sulle quali era scritto a caratteri cubitali mackerel , che in inglese significa proprio "sgombro". Acquistare un barattolo di macarèlle significava essere al passo coi tempi del boom economico, significava poter variare la dieta, monopolizzata da pane, latte e legumi, significava integrare l'alimentazione con minerali, vitamine e proteine facilmente digeribili. Perché si sa, da che mondo è mondo, che il pesce fa bene. Francesco Mendozzi

  • La fontana della Torre, la spianata della Terra Vecchia e... la Rambla

    Un secolo fa, ognuno dei cinque quartieri di Capracotta (S. Giovanni, S. Rocco, Terra Vecchia, S. Antonio e S. M. delle Grazie) fruiva dell'acqua dissetatrice con la propria acquartierata fontana dispensatrice e, nel prosieguo degli anni, per motivi più o meno validi, più o meno futili, furono tutte smantellate. La fontana della torre medievale fu l'ultima di queste fontane a cadere sotto i colpi della mannaia distruttrice e si intreccia con le travagliate vicissitudini del quartiere della Terra Vecchia, prospiciente la Chiesa Madre di Capracotta. Il rione della Terra Vecchia, in seguito alla tabula rasa effettuata dai Tedeschi dall'8 al 12 novembre 1943, fu minato e fatto saltare, distruggendolo quasi integralmente e riducendolo a un cumulo di macerie. Nei giorni seguenti colpi supplementari di granata furono sparati dai Tedeschi acquartierati a Pizzoferrato e in date circostanze fu colpito persino il campanile della Chiesa Madre con la conseguente rovinosa caduta delle campane giù per i Ritagli. In seguito al piano di ricostruzione post-bellica, il 40% delle vecchie unità abitative della Terra Vecchia fu spianata e non ripristinata, modificando radicalmente il vero antico borgo di Capracotta e realizzando quello che attualmente è chiamato Belvedere. Stessa sorte toccò alle abitazioni che fronteggiavano la Chiesa Madre. Negli anni '60, con l'intento di realizzare "la Rambla capracottese", si pensò di abbattere la Torre, che ormai aveva perso le sue fattezze angioine, e alcuni fabbricati limitrofi per permetterne la realizzazione. Questa lunga strada doveva partire dalla Chiesa Madre per terminare 350 metri dopo di fronte a quella di Sant'Antonio: le due facciate non erano opponibili e quindi non visibili tra loro per la presenza, sul percorso, di una cuspide proprio lì dov'era ubicata la Torre. Purtroppo, come sempre accade, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e nell'agosto 1970 la Torre medievale con orologio e fontana fu completamente rasa al suolo. Per ironia della sorte i fabbricati che dovevano essere abbattuti sono invece ancora lì tanto che, qualora si volesse passeggiare su una Rambla bisognerà continuare a recarsi a Barcellona, dove un lungo viale di 1.400 metri collega plaça de Catalunya al Port Vell! Filippo Di Tella

  • Sciore de jenesctra

    Arremenènne sagliéva pe la via addù le curve so serpendiélle fine, e zig-zagghene e viène arrengemènnese vèrse re Piésche e Capracotta 'n gime. Da là, sotte a Sandagnere, le cuoscte  giallévene de sciùre profumàte e arre core de re miézzejuorne l'ombra ze n'era juta scumbedièta. Sciore ca nièsce a 'ndespettì la terra, ca de la terra sctéssa sié figliasctre, addesertàte addù la terra è cruda e arrecamàta suòle dalle préte. Tu t'addumiènne se la natura è chescta: de cresce che re spìne tutt'attòrne e pe contraddizione sciùre gialle ca viène profumènne notte e juòrne. Re sole c'ha pasciùte ssa jurnàta mo ze ne cala déndre alla vessòra. È n'uove ca le ghiènghe ca sctà attòrne fa la curòna e può re viéspre 'ndora. E tu arremiène fridde, senza luce, suòle, che la falgiglia de 'ssa luna, senza sendìrne voce. T'arrassemìglie a chessa genda mea, ca vecchia, stanga e arremàscta suòla, de vièrne sctruppejèta dalla néve, canda ogni juòrne 'na canzona nòva. T’arrassemìglie a 'sse paisce miè, addù 'ne viénde forte ha scterpenìte scutrènne pazze:  genda, recuorde e suònne ca z'jéne a poche a poche può sctetuate. E chiù 'ne sciòre vola jènne sbattènne cercànne nòva rama ca r'allégna, chiù arréscta vuojeta e lasca chéssa rocchia ca ajètta 'n'ombra sctrèusa e z'appapàgna. Re viénde angòra fisca e va spluchènne le fugletèlle gialle a una a una, le sbatte e le zeffònna chisà addùnna a je facènne terra pe re cice. Ma a te 'ssa sorta è sctata cumenènne, senza né bene e male la tie 'n guòlle, Ma chi è arremàscte mmiézze a 'sse mundagne ne è sctata sorta a farre abbandunàte. È sctata la 'ngurdìzia de "nesciùne" ca ha avùte troppe senza avè semendàte, e ha azzeppuàte a miène cannarùte facenne de prumèsse aldre prumèsse ; può ha lassàte tutte scterpenìte arremanènne miézze prèvete e 'na méssa. E tu sciòr' de jenèsctra ca sié mise radice addùnna n'è la terra tea, abbandunènne pure re recuòrde te sembra ca sié vinde, ma sié pèrse ! E la radice è ecche c'arremàna. Te la speranza ca 'ne juòrne tuòrne che la baligia mmiene e l'alma rotta vascènne  prete, lassànne 'ne delòre. Gustavo Tempesta Fiore di ginestra Tornando, salendo per le strade dove le curve - serpentelli sottili - vanno zuigzagando arrampicandosi verso Pescopennataro e Capracotta. Da li, sotto Sant'Angelo, i rilievi gialleggiano di rovi profumati e allo zenit del mezzogiorno l'ombra era già sparita infastidita. Fiore che cresci in dispetto alla terra e che la terra considera bastardo. Relegato dove il suolo è più crudele gratificato solo dalle pietre. E ti domandi se: natura è questa che ti fa crescere contornato di spine, contraddicendosi con tanti fiori gialli che esalano profumo tutt'intorno. Il sole che ha pascolato il giorno ora precipita nella sua padella. È un uovo con la corolla bianca che fa corona indorando il vespero. E tu rimani freddo, senza luce; solo, con la tua falce di luna; senza sentirne voce. Somigli tanto a questa gente mia che vecchia e stanca, ormai rimasta sola. D'inverno saccheggiata dalla neve canta ogni giorno una canzone nuova. Somigli a tutti questi paesi miei dove un vento impetuoso ha falcidiato scuotendo pazzo: gente, ricordi e sogni, andandosi col tempo, poi spegnendo. E più un fiore vola sbattuto dal vento su un nuovo ramo che lo alligna, più rimane spogliato questo rovo che getta un'ombra strana e si abbandona. Il vento fischia ancora e va spigando le foglie tenerelle una ad una: le sbatte e le precipita chissà dove a fare concime  per un'altra terra. Ma questo tuo percorso è di natura e senza bene o male lo sopporti. Ma per chi è rimasto in mezzo alle montagne non è stata la sorte che ha deciso. È stata l'ingordigia di "nessuno" che ha avuto troppo senza seminare e ha inzuppato con mani egoiste facendo di promesse altre promesse. Poi ha lasciato tutto abbandonato ed è rimasto mezzo prete e una messa. E tu fiore di ginestra che hai messo radici dove non è terra tua, abbandonando anche i tuoi ricordi ti sembra di aver vinto, ma hai perduto. Ma la radice sempre qui è rimasta, è la speranza che tu un giorno torni con la valigia in mano e l'animo rotto, baciando pietre, dimenticando un dolore. (trad. di Enzo Carmine Delli Quadri) Fonte: G. Tempesta, 'Ne cande. Un canto , Simple, Macerata 2014.

  • Pasquinata

    Ma non è Monti dell'Italia il presidente del consiglio, ed in Svizzera ha giaciglio? Cara Italia ti spenno e tasso ma poi in Svizzera me la spasso. Che se l'esempio vuole dare a Capracotta deve stare. Ora che quel che mi indigna che nessun a lui tiri una pigna. Già che lui pure scroccone senatore a vita ho sul groppone. Non bastavano Fini e cognato e Napolitano attovagliato. E mi chiedo professore pure in Svizzera auto blu a tutte le ore? Andrea Leone Fonte: http://secontinuacosilascio.blogspot.com/ , 17 agosto 2012.

  • Un amico di casa

    Cesare Bianchetti, guardia-marina, è ritornato da poco a C..., suo paese natio della Valle Brembana, reduce dalla Cina, e precisamente da Tientsin, dov'è rimasto due anni. Nel frattempo, un grande cambiamento è avvenuto nella sua famiglia. Partendo egli aveva lasciato il proprio padre, il sig. Giacomo, vedovo da molti anni e solo, dappoiché Ida, la minore sorella di lui, fosse in educandato. Dopo un anno, dacché durava la sua assenza, costei gli aveva scritto che, compiuti i proprii studi e restituita alla casa paterna, aveva trovato occupato il posto della rimpianta loro madre da una signora, della quale faceva i più caldi elogi: il loro padre, cioè, s'era riammogliato. Oh, bella! E come succedeva che il signor Giacomo non gli avesse mai annunciato un tale suo secondo matrimonio? Cesare è ritornato però tutto vibrante di curiosità: una matrigna, la sorella uscita di collegio... E poi c'era dell'altro. In un'ultima sua lettera, Ida gli aveva confessato d'amoreggiare con Roberto Arienzi, il figliuolo del farmacista di B..., del quale era già fidanzata. Roberto era stato suo compagno d'infanzia e di scuola ed era pur sempre uno de' suoi più cari amici: una gioia, dunque, divenirne cognato. Il padre l'accolse paternamente, ma un po' burbero e impacciato; la sorella, con la più viva espansione, ma non senza un lieve velo di tristezza. Insieme gli presentarono Ersilia, la matrigna, una bella e gentile signora sulla trentacinquina, che gli fece un'ottima impressione. Ma le presentazioni non finirono lì: vi fu pure quella di certo Onofrio D'Orazio, un pezzaccio d'uomo tra i quaranta e i cinquanta, dai capelli rossi, la fronte depressa, gli occhi grigi, il naso rincagnato, la bocca enorme, che il signor Giacomo disse essere: un amico di casa , venuto a passare qualche po' di tempo in campagna. Cesare non vi ci sapeva troppo raccapezzare. Un amico di casa? Ma s'era abruzzese, abruzzese di Capracotta, mentre il signor Giacomo, salvo un po' di quell'università a Bologna, non s'era mai più mosso dalla bergamasca, se non per dare qualche scappata a Milano, od a Brescia! Com'erano tanto amici? Interrogata a parte Ida, ella gli disse che quel tale era capitato a C... tre o quattro mesi prima e, dopo un lungo colloquio avuto in segreto col babbo, s'era piantato in casa, trinciandola da padrone, sicché non si andava più a tavola, senza che Marta, la cuciniera, avesse ricevuto da lui gli ordini del pranzo e la cena e Lorenzo il giardiniere quelli per le provviste che andava a fare ogni secondo giorno a Zogno. Il giovine guardia-marina storse alquanto la bocca. Si provò a richiederne il padre, ma questi gli rispose secco ch'egli s'era stretto in grande intimità col D'Orazio, sino da quando si trovavano insieme agli studi a Bologna, dove il costui padre occupava un posto nella magistratura. Non ci fu mezzo di saperne di più. Cesare, distraendosi da quell'intruso, volle sollevare il velo di tristezza, che non aveva mancato di notare nella propria sorella. Sulle prime, ella si schernì alquanto, ma poi, incalzata, finì per confessargli ch'era impensierita assai pel contegno del proprio fidanzato, il quale, mentre le nozze erano già state fissate appunto per quel torno, adesso cercava pretesti per rimandarle alle calende greche, adducendo di avere una zia paterna, dalla quale, inoltre, doveva ereditare, gravemente ammalata. – Capirai – conchiudeva la giovinetta – che se tanto ammalata veramente ella fosse, il motivo legittimo per indugiare ci potrebbe essere ma il peggio si è che lo stesso dottor Stefanini, il medico condotto di B..., mi ha assicurato che quella zia, invece, non ha che un po' d'asma, malattia cronica di cuore, che potrà permetterle di campare anche l'età di Matusalem. Si tratta, dunque, di un pretesto. Il giovine ufficiale, usato ad affrontare risolutamente i pericoli, nella sua duplice qualità di marinaio e di soldato, volendo uscire, a quel proposito, d'ogni incertezza, fece una passeggiata sino a B..., onde rivedere l'antico condiscepolo ed amico Roberto Arienzi. Si abbracciarono, si baciarono, si scambiarono le solite botte e risposte; quindi egli abbordò subito il dilicato argomento. Anche il figliuolo del farmacista, più ancora, forse, di Ida, stette sul tirato e non volle sbottonarsi. Ma quello lo investì talmente e sì lo strinse, massime con l'argomento che l'addotta malattia della zia non sussisteva, che, alla perfine, egli pure dovette capitolare la resa. Ebbene, sì, lo diceva col più vivo rammarico e sotto suggello del più assoluto segreto, comunque egli amasse teneramente Ida, esitava a sposarla a cagione della matrigna. Perché? Perché c'erano tutte le ragioni per ritenere che costei ingannasse e tradisse perfidamente il marito, avendo spinto la impudenza sino al punto d'introdurgli in casa, come amico ed ospite, il proprio ganzo. Cesare cascò dalle nuvole. Ma come si aveva una tale presunzione? Era più che presunzione certezza, poiché, già più d'una volta, l'Ersilia fosse stata sorpresa fuori di casa, nei pressi della abitazione maritale, dietro siepi e cespugli, in intimo colloquio col nominato Onofrio D'Orazio, il quale le parlava con la massima confidenza, le cingeva col braccio la vita e le dava del tu. – Ma chi l'ha vista? Chi l'ha udita? – chiese l'ufficiale. – Più d'uno – gli rispose Roberto – ma, se vuoi saperla, io stesso. Rincasato, Cesare, che aveva il cuore gonfio di amarezza e non istava più alle mosse, prese il padre a quattr'occhi, ritornando sull'argomento di quel famoso amico di casa . Il signor Giacomo ripeté la storiella degli studi fatti insieme a Bologna. Ma, da quegli studi all'oggi, tant'acqua era corsa sotto i ponti del Brembo che mal si poteva comprendere come una semplice ed antica amicizia di condiscepoli universitari avesse potuto resistere a tanta ruggine di tempo. Vedendosi come chiuso dentro un cerchio di fuoco, il signor Giacomo, alla maniera di tutti i deboli, non seppe altro rotto della cuffia se non quello di montare in collera. Ma il figliuolo gli amministrò subito una doccia fredda, chiedendogli senz'altro: – E come succede che anche la signora Ersilia, tua moglie, che è toscana, lo conosca pure tanto intimamente? – Come... intimamente? – esclamò Giacomo sconcertato – Cosa vuoi tu dire? – Egli le dà persino del tu. Il padre girò gli occhi torno torno, come cercasse un punto sul quale fissargli; non sapeva che rispondere; era impacciatissimo; ma cosa strana, non dava segno di alcun risentimento. Stupito ed, insieme, irritato da un simile contegno: – Ebbene – uscì a dire il giovine ufficiale – sappi, intanto, che, a cagione della tresca che esiste tra quella donna e quell'uomo, va a monte il matrimonio della povera Ida con Roberto Arienzi. A tali parole, rispose un grido, un lieve grido straziante ed entrò la stessa Ersilia, pallida, terrea, disfatta. – No, no – ella disse, o, piuttosto, balbettò – non sarà mai detto che io abbia fatto la sventura di quell'angelo di ragazza. E cadde come fulminata. L'infelice aveva assorbito, in quel momento, una dose enorme di stricnina. Allora, tutto venne in chiaro. Separata dal marito, ch'era lo stesso Onofrio D'Orazio, una canaglia della peggiore specie, il signor Giacomo se n'era invaghito e l'aveva presa con sé, facendola passare come sua seconda moglie. Da circa un anno e mezzo durava quel loro concubinato, quando lo stesso D'Orazio, ridotto alla più stridente miseria, era giunto, imponendosi: o mantenerlo di sana pianta, come un amico di casa , od egli faceva uno scandalo. Il signor Giacomo aveva dovuto piegare la testa; ma la disgraziata Ersilia, ch'era sempre stata bersaglio d'ogni sorta di sventure, piuttosto che causare quella degli altri, s'era tolta la vita. Cujas Fonte: Cujas, Un amico di casa , in «Corriere di S. Pellegrino», III:18, Bergamo, 3 agosto 1902.

  • Grande Nord in Molise: gli imprevedibili scenari invernali di Capracotta

    Capracotta è nel Molise, in provincia di Isernia, a 1.421 metri s.l.m., ai confini con l'Abruzzo, adagiata su un crinale che divide la valle del fiume Sangro da quella del fiume Trigno, con il Monte Campo (1.746 metri) e il Monte Capraro (1.730) che svettano quasi a volerla proteggere. Il nome di Capracotta rievoca i passaggi nelle cronache nazionali dei tempi passati per le abbondanti nevicate che spesso ne provocano l'isolamento anche per diversi giorni. Oggi, invece, Capracotta si è inserita a pieno titolo tra le località turistiche di importanza nazionale, per il grande lavoro di promozione che è stato portato avanti nell'ultimo decennio e per le infrastrutture che sono state realizzate a sostegno dello sviluppo turistico sia estivo che invernale. In particolare, l'organizzazione dello straordinario evento dei Campionati Italiani Assoluti di Sci di Fondo del 1997 ha sancito il riconoscimento definitivo di Capracotta quale stazione sciistica e punto di riferimento per lo sci di fondo agonistico di tutta l'Italia centro-meridionale. Gli abitanti di questa splendida località hanno saputo valorizzare al meglio la neve, trasformandola da maledizione a risorsa; la neve che nel passato ha creato soltanto problemi, favorendo l'esodo di tanti capracottesi, oggi è diventata un elemento trainante dell'economia locale. Accanto alle piste di sci di fondo, infatti, è sorto da pochi anni su Monte Capraro un moderno e funzionale comprensorio per lo sci alpino che completa l'offerta del turismo invernale e qualifica ulteriormente l'attività del locale Sci Club, uno dei più antichi d'Italia, fondato nel lontano 1914. Capracotta è uno di quei posti che non si dimenticano facilmente, grazie alla straordinaria qualità ambientale, ai paesaggi mozzafiato che si presentano al visitatore, alla ricca varietà di boschi, alle incredibili sensazioni che la natura riesce a provocare con le sue immagini estemporanee, osservabili in tutte le stagioni e che sembrano dipinte da un pittore impressionista, per finire con la grande qualità umana dei suoi abitanti. La montagna di Capracotta crea subito nel visitatore un rapporto di confidenzialità ed al tempo stesso di grande suggestione, mai incutendo timore, quasi a voler sedurre chi l'avvicina per la prima volta. Gli amministratori comunali, insieme alla Comunità locale hanno intrapreso la strada giusta con la piena valorizzazione del proprio territorio, a cominciare dall'ambiente che vede nel Giardino della Flora Appenninica il suo scrigno più prezioso. Si tratta di un orto botanico naturale che si estende su 10 ettari, situato a circa 1.550 metri s.l.m. lungo la strada che porta a Prato Gentile, dove crescono spontaneamente circa 300 specie distribuite in vari ambienti che vanno dalla faggeta, ai cespuglieti, alle zone umide, agli habitat rocciosi e rupestri. Unitamente a queste specie spontanee, con la collaborazione dell'Università del Molise, è in atto un lavoro di introduzione di diverse specie botaniche rappresentative degli habitat montani più interessanti dell'Appennino centrale e meridionale. Il Giardino rappresenta un importante presidio ambientale per lo studio della biodiversità al servizio di tutto il territorio molisano. Questo è, senza dubbio, un segnale forte per lo sviluppo futuro della comunità locale, dove il rapporto tra economia ed ambiente viene messo al primo posto e si punta decisamente su un turismo intelligente e di qualità, escludendo il turismo di massa con il conseguente inevitabile consumo quotidiano del territorio. A breve, nel Giardino sarà realizzato un percorso per disabili e per non vedenti che rappresenta un ulteriore motivo di orgoglio per Capracotta, perché dimostra come sia possibile coniugare le politiche ambientali con le politiche sociali, avendo attenzione per i soggetti più deboli. L'ambiente a Capracotta significa, inoltre, poter percorrere, a piedi, a cavallo o in mountain bike, ben 130 km. di sentieri in mezzo alle aree più significative e suggestive, perfettamente tracciati e segnalati oltreché riportati su una guida pratica. Capracotta è anche qualità delle produzioni alimentari, con le antiche tradizioni del settore lattiero-caseario che vedono nel pecorino di Capracotta e nei vari formaggi prodotti con il latte vaccino, come il caciocavallo dell'Alto Molise, la stracciata, le manteche, alcuni dei capolavori più significativi e rappresentativi dell'arte casearia italiana. Meritano senz'altro di essere ricordate, inoltre, le famose lenticchie di Capracotta, con produzione molto limitata, ma considerate autentiche prelibatezze; così come meritano attenzione le varie produzioni artigianali di salumi ed i prodotti a base di tartufi. Candido Paglione Fonte: http://www.profesnet.it/ , 1999.

  • Madonna degli Alberi

    Dal ricordo di una gita fatta col padre a Capracotta, scaturisce la narrazione della poetica leggenda della Madonna degli alberi, che appunti si venera in questa località montana del Molise. L'immagine della Madonna è costituita da un semplice tronco d'albero che ogni tre anni viene trasportato in processione solenne dalla piccola cappella del bosco alla Chiesa del paese. Il volto della Madonna, scolpito nel legno, è quello stesso che apparve il giorno lontano del miracolo sulla cima del primo albero colpito dall'accetta di un gruppo di briganti intenzionati a distruggere la generosa foresta che ancora oggi invece cresce nella zona, ricchezza di tutti i montanari di Capracotta. Suggestiva la descrizione della festa che si viene sgranando con tono colorito ed insieme mistico. Emergono anche tracce del tradizionale costume popolare del posto, come l'uso da parte delle donne di un pesante panno sul capo, la mantera, per ripararsi dal freddo dell'inverno. I carri sono decorati di fronde e pire di rami secchi bruciano per festeggiare, con la Madonna, lo spirito della foresta, della Natura Madre. Le labbra semiaperte della Madonna, osserva la scrittrice, sembrano unirsi a contadini, a pastori, a signori nel canto che dice: «Venerate l'albero, amate l'albero, foglia per foglia, anch'io sono un albero...». Vecchie, sagge parole che richiedono di essere evidenziate più che mai oggi che l'equilibrio naturale dell'ambiente in cui viviamo si avvia ad essere gravemente compromesso. Il racconto fu pubblicato su "Il Tempo" nel gennaio 1951. Nicoletta Pietravalle Madonna degli Alberi Una grande impressione mi fece, tanti anni fa, in un felice giorno, salire col mio buon padre verso Capracotta che, a 1.400 metri sul mare, invece che di rose, è cinto di burroni: paese antichissimo, solitario, bello. In automobile, arrancando, una piccola cappella boschereccia attirò i miei occhi; sentinella d'una foresta immensa, a un miglio dall'abitato, che ha ancora un nome romantico, Aquilonia. Era la prima volta che la vita dei boschi si accostava a me, terribile, intangibile: un fiato magnifico, cocente quasi (e faceva freddo), usciva dai tronchi compatti, luccicanti, perché il sole entrava come un'insidia dal basso e batteva dall'alto, in zone di fuoco solitarie. Parevano i fuochi di bivacco di quelle legioni che lì si erano attendate, mille anni prima, e pareva ci fossero ancora. La Madonna del legno, la Madonna della foresta le vigilava; tutti, con quel freddo asciuttissimo, tagliente, fanno per pane il fuoco, vivono del fuoco. E di questa Madonna, silenziosa, alla quale i nativi offrono una festa, tra le più singolari del mondo, io voglio parlare. Perché difende i sacri alberi e nello stesso tempo dà la fiamma benefica, la brace d'oro a tutti i fedeli. Vicino a ogni casa della campagna e del paese, infatti, c'è il suo monumento; altissime pire di rami segati per l'inverno. E quel giorno così lontano, limpido, era proprio la sua festa. La cappella era vuota ed aperta; rossa, umida, con piccole candele che bruciavano sull'altare come lacrime di gioia. La Madonna era stata portata al paese. – C'è una leggenda – disse papà – fattela raccontare. Me la raccontarono; odora di resina, è molto poetica ed è barbara. Un dì lontanissimo orde di predoni decisero di abbattere la foresta, di venderla e di fabbricarci uno strano paese: erano anche persuasi che nel suo cuore cupo fossero nascosti antichi tesori. L'albero alfiere era meravigliosamente bello, rigoglioso, giovane. Appena l'accetta del brigante arriva a recidere il tronco, cade recisa pure la mano, e la Madonna compare in cima: il solo viso scintillante, sorpreso, tutto il resto è un ramo, pieno di foglie fresche, beate. Il secondo brigante allora, schiumando rabbia, appicca il fuoco all'albero, ma anche la sua mano nera, contorta, brucia come una foglia secca... Tutti scappano, urlando, inorriditi. Nessuno osa più, da allora, infrangere la legge severa della foresta; la sua ricchezza è di tutti i montanari: appartiene al paese; è l'ornamento invincibile del paese. Però, che bel miracolo! I valligiani di lì, i montanari del tempo di Betlemme, tagliarono il ramo sacro, benedetto. La Madonnina, infatti, ha il corpo d'un tronco d'albero, coperto di seta azzurra, ingioiellata come una regina di campagna. Sui capelli bruni, delicati, dondola un diadema d'oro fino: con la sua aria curiosa e selvatica, quando la portano in processione, di sera, pare che volti gli occhi qua e là, sbigottita dalle luci... Sorride meravigliata; non ha gambe, né braccia, ma nessuno se ne accorge. Spuntano solo due manine rosee dal manto con una fronda di bosco in mano. Con quel sorriso timido di vergine, piena di solitudine, e la bocca semiaperta canta con le contadine, i contadini e i signori che la seguono. – Venerate l'albero, amate l'albero, foglia per foglia, anch'io sono un albero... Mi ricordo quella luce viola fuggente del cielo e delle fiaccole di resina che io guardo molto commossa, e mio padre, che mi stringe la mano, dicendo: – Capisci che cosa è questo? Il popolo si esprime meglio di noi: è vicino alla verità. Mi pare di essere sospesa fra cielo e terra; fa un freddo acutissimo, siamo alle soglie dell'inverno. Ma i fuochi ardono da tutte le parti in onore della Vergine del bosco e i famosi carri del legno, con i muli infioccati e con altre penne barbariche in testa, seguono la Madonna. Sono i carri antichissimi da trasporto. Alte bighe che hanno un ramo tinto di rosso per insegna; tutti di ocra e porpora, brillano di strani disegni guerreschi. Ma come belli quegli aurighi in piedi, a capo scoperto, angolosi giganti, sanguigni d'un sangue vergine come la linfa dei boschi. Sulla piazza tirano le briglie cariche di sonagliere e i muli si arrestano, coi lumicini delle fiaccole negli occhi, scalpitando. Massicci, ombrosi, non paiono neri ma turchini, non biondi ma d'oro antico; muli enormi, babilonesi, attorno a quella piccola Madonna nana che è un tronco d'albero di cui sentono l'odore meraviglioso di resina, da secoli e secoli. Si dispongono in cerchio. Lei passa ondeggiando, si volta, li benedice. Un alto nitrito è il loro evviva, poi la scortano sino alla cappella. Lei torna alle sue foreste; col vento della selva che le canta una canzone, aspra d'inverno, tepida e sussurrante d'amore l'estate. Mi ricordo le donne di Capracotta, così severe, miti. Portano tutte un greve panno in testa, la mantera , per ripararsi. Quella sera mistica, chiedevano il pane del legno, fuoco per le loro case sepolte d'inverno, quando la neve arriva persino alle finestre dei palazzotti e nessuno può uscire più. Le loro voci trafiggevano l'aria lamentose, ma la processione è piena di gioia e di confidenza. Ognuno agita un ramicello, il paese è un grande albero patriarcale, brillante, coi rami di fuoco; la gente stessa, con quei crudi profili, le facce scarlatte, pare scolpita in un legno di presepe. Quando un anno fa, questo paese tanto amico a mio padre, minato e distrutto dalla guerra ultima e ostinatamente riedificato, arrivò agli onori della cronaca cittadina, per lo spazzaneve regalato dai Capracottesi d'America, io capii che era tale e quale come lo rammentavo, e che solo la generosa foresta li ha assistiti quando la neve li ha bloccati e assiderati per mesi. Lina Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, Novelle molisane , a cura di N. Pietravalle, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1975.

  • La trappula de le pecure

    Éva métà settèmbrë, quannë na matina ddu' scàzzuóppëlë ricciaiuólë, Minghë e Rusarië, avènnë n'idèa génialë: apprëparà na trappula pë lë pècurë. 'Štë ddu' uagliunë évënë figlië a unë dë lë tanta parzënaulë chë štèanë a sërvizië dë ciértë signurë 'é Prètacatiéllë. Minghë e Rusarië criscévënë cummé anëmaluccë: a la scóla nn'évënë fattë cchiù dë la prima classë e 'nsàpèanë lèggë e scrivë, évënë 'nalfàbétë. Tënèanë na faccia néra néra ca parèanë ddu' afrëcanë ‘bbëssënìsë. La famiglia lorë eva numérosa: tënèanë n'atë e tré fratë e quattë sórë; in tuttë nòvë figlië e n'autë cëtëlillë rént'a la panza dë la mamma. La fianchétta vattèa cuntinuàmèntë a 'štë ddu' uagliunë, ca 'nzë putèanë sazià 'é pizzë e mënèštra. A chillë tiémpë zë usava ancora fa la tranzumanza dë lë pècurë, dë lë vacchë e dë lë crapë da la Puglia a la muntagna d'éstatë e a u cuntrarië dë viérnë. Da la fine 'é marzëë e finë a tuttë abbrilë lë bèštië saglivënë chi 'ngoppë Supinë, chi 'ngoppë Uardiarèggia, chi 'ngoppë San Polë, chi 'ngoppë Cantalupë, chi 'ngoppë a la Rocca e chi sagliva a Capracotta e all'autë paiše 'e chéll'autë muntagnë. A settèmbrë lë bèštië rëscignèanë abbascë a la chianura e zë fërmavënë a campijà da San Martinë finë a tuttë lë paiscë fuggianë. Mó 'štë ddu' scàzzuóppëlë facènnë la pënzata dë scavà ddu' fuossë dë nu parë 'é mètrë larghë e nu parë 'é mètrë funnë; lë cuprènnë kë lë fraschë e cë appujànnë 'ngoppë cèrtë tòppë 'é jèrva frésca, facènnë mòdë ca lë pècurë pascènnë pascènnë carissërë rént'a la trappula. Lë fuossë lë facènnë nu pochë luntanë da la massaria lorë, cantë cantë a u tratturë chë passa a la cuntrada Grimalda dë Prétacatiéllë. Doppë nu parë 'é juornë, appéna dopë miézëjuornë, arrëvattë la grèggia dë pécurë 'é ciértë pëcurarë dë la Rocca. 'Nnantë ivë u mëntónë e appriéssë tuttë lë pècurë accumpagnatë da ciértë canë ghianchë dë razza 'bruzzésë: chi ija ‘nnantë, chi ija dë fianchë a la grèggia e chi arrétë. La prima partë dë lë pècurë passattë affianchë a la trappula e cuntinuattë a campijà. A nu cèrtë mumèntë nu canë zë n'addunattë d’u fuossë e zë mëttèttë a 'bbajà e subbëtë currènnë l'autë canë ca facèanë l’ira 'é Ddi' attuornë a 'llu fuossë. N'atu canë évë calàtë abbascë a la fòssa e cërcavë dë fa rësaglì lë pècurë 'ngoppë. Dént'a u fuossë évënë carutë na pècura e ddu' ciavarrèllë. Lë pašturë ca ivënë arrétë, cummë sëntènnë lë canë 'uàlijà, subbtë currènnë kë lë fucilë spianatë. Rènnë na 'uardatë attuornë ma nnë vërènnë a nisciunë e accusì rëcacciànnë lë pècurë ‘ngoppë. Po' raccugliènnë nu ramë 'é sambuchë e cë mëttènnë ‘štu biglièttë: "Chi à fattë 'ssu zruvizië è n'assassinë e së mò è përdunatë, appriéssë 'nzë la scampa". Ce arrëtrattànnë sottë na coccia 'é mòrtë chë na crócia cummë a chéllë chë štannë arrëtrattatë 'mbaccë a lë palë dë la lucë. Po' arrëvannë vèrzë Carlantinë e 'ncuntrannë na cócchia 'é carbuniérë e raccuntannë u fattë. Lë carbuniérë chiamannë a lë culléchë 'e Iammatésë, che avènnë purë u suspièttë dë chélla famiglia; jènnë truvarlë, ma chillë négannë e lorë l'avvësannë ca së zë rëpëtèa u fattë lë purtavënë dirèttamèntë 'ngàlabbùscë, sènza capì raggionë. Però da quillë juornë quannë lë pašturë passavënë pë Prétacatiéllë, u tratturë éva sèmpë prësenziatë da carbuniérë e uardië foréstalë e dë trappulë 'nzë në mëttènnë cchiù. A chillë tiémpë 'nzë pazziavë kë la leggë e a lë carcërate zë réva sulë na sbobba e... taccaratë! Ugo D'Ugo Fonte: U. D'Ugo, Le cunte de tatone , Campobasso 2007.

  • Ercole Conti nell'Azione Democratica

    L'Azione Democratica era un settimanale della provincia di Foggia con base a Lucera, in via Umberto I, nato come «campo aperto a tutti coloro che hanno idee da discutere e iniziative da promuovere [e che] vuole sopratutto essere l'eco tersa e sincera delle aspirazioni, degli interessi, delle attività della nostra provincia che ha da risolvere una moltitudine di problemi, nuovi ed antichi». In pratica la bandiera sotto la quale l'Azione Democratica pubblicava (di sabato) i suoi fogli era quella del Partito liberale italiano, che, sciolto dal fascismo, era risorto dopo la guerra sotto l'egida di Luigi Einaudi, Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando. La rivista era diretta da Pasquale Soccio (1907-2001), pedagogo, storico e scrittore di ottimo livello. Il primo numero dell'Azione Democratica uscì il 13 maggio 1944, l'ultimo il 28 giugno 1946, rimanendo in vita per soli venticinque mesi. Ma per tutto il 1945 figurò, come redattore responsabile del settimanale, il nostro Ercole Conti (1918-1997), allora ventisettenne, a cui sono giunto grazie a un trafiletto nel quale la redazione dell'Azione Democratica gli faceva gli auguri per il matrimonio del fratello Achille: Il 1 gennaio u. s., a Capracotta, nella suggestiva cappella dello storico Asilo d'Infanzia il signor Achille Conti, fratello del nostro Redattore, si univa in matrimonio con la distinta signorina Ida Santilli. Celebrò il rito lo zio dello sposo Cav. Arcip. don Leopoldo Conti, che alla fine pronunziò elevate e commosse parole d'augurio. Ai novelli sposi gli auguri sentiti de "L'Azione Democratica". Laureato a Bari in Economia e Commercio, Ercole Conti è stato direttore della Banca Nazionale del Lavoro, prima a Palermo e poi a Benevento, dove si è sposato e ha vissuto. Il suo trascorso da redattore l'ha portato a realizzare due dattiloscritti, frutto di ricerche personali e non pubblicati: uno incentrato sulla famiglia Conti di Capracotta e l'altro sulla Seconda guerra mondiale con riferimento al Molise. Ciononostante i suoi discendenti, consci di provenire da una famiglia di chiara ispirazione liberale, forse non sapevano di questa piccola parentesi giornalistica di Ercole Conti presso l'Azione Democratica di Lucera. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Giuliani, Buon inizio , in «L'Azione Democratica», II:1, Lucera, 6 gennaio 1945; F. Giuliani, Pasquale Soccio e i suoi libri. La biblioteca del Preside , in «La Capitanata», XLV:21, Foggia, giugno 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; Nozze , in «L'Azione Democratica», II:6, Lucera, 10 febbraio 1945; P. Soccio, Direttive , in «L'Azione Democratica», I:1, Lucera, 13 maggio 1944; E. Tirone, Oltre la valle , Cappelli, Bologna 1968.

  • Tutte le fundanelle se so' seccate, povero amore mio, more de sete…

    La musica popolare ha messo spesso al centro delle canzoni le fontane, non quelle preziose e monumentali dell'arte barocca, ma quelle piccole e sconosciute ai più, quelle che troviamo lungo i sentieri di campagna, nei boschi, lungo i tratturi, nelle piazze dei paesini, tutti luoghi di transito, di incontri, di amori, di conoscenze e, perché no, anche di giochi. Il territorio dell'Alto Sannio è ricco di sorgenti, fontanelle, piloni, conche, laghetti e ruscelli. Acque limpide che sgorgano dalla montagna e invitano il viandante a sostare per dissetarsi,  mentre si riposa e mangia il suo pezzo di pane tirato fuori dalla bisaccia. È stanco e il rumore dolce dell'acqua che sgorga lo invita a chiudere gli occhi e a riposare le membra stanche. Va l'innamorata ad attingere il prezioso liquido con la tina in testa; lei sa che lì, poco discosto, sta il giovanotto che la osserva incantato lanciandole timidi messaggi d'amore. Piena di vergogna, la giovanetta lo ricambia con sguardo schivo e con gli occhi bassi, col viso rosso per l'emozione, con le mani tremanti. Il messaggio è stato colto, perché l'amore non ha bisogno di grandi discorsi. Vanno le donne a far provvista di acqua per la casa, si mettono in fila e aspettano pazientemente il loro turno. Nel frattempo chiacchierano, raccontano fatti, fanno un po' di pettegolezzo diffondendo e appurando notizie che poi, a casa, possono raccontare dicendo: "Lo dicevano alla fontana". È per tutti un vero e proprio giornale radio casereccio. Non sempre tra le signore regna l'armonia; spesso scoppiano liti furibonde con grida, insulti, schiaffi e tirate di capelli. Le altre fanno del loro meglio per sedare la "battaglia", prendendosi spesso anche loro qualche spintone. Va il contadino ad abbeverare l'asino, le mucche o le poche pecorelle, più la capretta, nel pilone vicino e anche lui approfitta per dissetarsi. È fresca, limpida, chiara l'acqua della fontanella che distribuisce l'oro vitale a tutti. Un precetto morale e religioso dice: "Dar da bere agli assetati". Ecco, anche a questo provvede la fontana: nei pomeriggi assolati e caldi è un piacere chinare la testa e affondare la bocca sotto lo scroscio dell'acqua pura e cristallina. Anche i pastori di D'Annunzio si dissetavano a lungo alle fonti alpestri prima di incamminarsi lungo i tratturi erbosi che li avrebbero portati in Puglia; il sapore di quell'acqua li avrebbe confortati a lungo nel ricordo della casa, della famiglia e della terra natia. E i bambini? Si rincorrevano e si spruzzavano gridando e ridendo; poi a casa, bagnati e stanchi, avrebbero avuto il resto. Tutto questo erano le fontane, centro di vita della comunità, luogo di conoscenze e di svago, nonché di fatica per le donne la cui immagine, ritta e fiera con la mano sul fianco e il recipiente in testa, è diventata ormai un'icona da cartolina illustrata da mostrare come simbolo di un'altra epoca e di un'altra civiltà. Il nostro territorio è ricco di fontane più grandi e più piccole, situate in punti strategici, lungo i sentieri di montagna, o lungo i pendii boscosi, vera miniera di ricchezza per quei pochi appassionati che ancora salgono sulle montagne nostrane per fare passeggiate, amanti come sono delle alture e dell'aria pura. Quasi  tutte nascono dai due baluardi che circondano Capracotta: Monte Campo e Monte  Capraro, da un versante all'altro. I nomi sono anche fantasiosi e poetici: Fonte del Duca, dove fu trovata la Tavola Osca; Fonte della Gallina, tra Prato Gentile e Pescopennataro; Fonte dell'Orso e Fonte del Cippo, tra Capracotta e Agnone; le Fonticelle, sulla strada per Staffoli; Santa Lucia, ai piedi di Monte Campo; il Cumminice, appena fuori del borgo. Sulla strada boscosa che va da Capracotta a San Pietro Avellana spicca la Fonte di Don Salvatore, vera riserva di acqua scrosciante che nasce alle falde posteriori di Monte Capraro. È un semplice "tubo" che esce dalla montagna sulla strada e porta sempre acqua in grande quantità. D'estate, quando le altre fonti si assottigliano, Don Salvatore è sempre generoso e eroga acqua fresca e e abbondante. Non tutte sono così: alcune, infatti, perdono anche l'ultimo filo, mentre schizzano acqua  copiosa durante lo scioglimento delle nevi. Le fontane più famose del nostro territorio si trovano a Rio Verde e a Montecastelbarone, luoghi di frescura e di alta montagna. La prima, in territorio di Pescopennataro, sgorga dalle falde di Monte Campo, dalla parte opposta di Capracotta. Acqua limpida, freschissima, leggera, rende la località meta di gitanti festosi nel periodo più caldo dell'anno. Tavoli per picnic, altalene per i piccoli, barbecue per cucinare l'arrosto, cocomeri e vino al fresco nella polla. È tutto un fervore di giochi, di cucina, di inviti, di risate. E mentre nell'aria si spande l'odore e il fumo dell'arrosto di agnello, i palati già pregustano le pietanze genuine e caserecce. I bicchieri vanno e vengono, i brindisi e gli inviti si intrecciano. Poi i pranzi sono pronti, l'appetito si fa sentire, alimentato dall'aria fresca di montagna; tutti prendono posto e le allegre brigate cominciano i pasti: ogni cibo  è buono e  squisito. In breve tempo le portate vengono consumate, si fa il bis di pasta e di tutto il resto. La stessa routine si segue a Montecastelbarone. L'abetaia è così fitta che sembra quasi di essere al buio, nel folto di una foresta, con acqua freschissima che scende dalle falde di Monte S. Onofrio. Sono i luoghi cari della mia infanzia e adolescenza, quando bastava una gita in famiglia per procurarsi il piacere della scampagnata e dei giochi all'aria aperta. L'acqua che sgorgava e scendeva dalle cannelle spandeva tutt'intorno allegria e frescura. E qui mi sia permesso di fare un inciso personale. L'ultima volta in cui sono stata lì, in quel luogo magico, è stato nell'agosto del 1964. Mi ero sposata da pochi mesi e da Capracotta raggiunsi la mia famiglia che, con  altri parenti, era lì per la tipica scampagnata estiva. Incontri, saluti, fotografie, abbracci, chiacchiere, buon cibo. Poi la giornata, tra giochi e bevute, si concluse; furono raccolti tegami, piatti, bicchieri e così, tutti fila nelle macchine, percorremmo il tratto di strada che porta sulla provinciale. E qui, io e mio marito ci dirigemmo verso Capracotta, tutti gli altri andarono verso Agnone. A questo punto mi resi conto che il cordone ombelicale col mio mondo precedente si era reciso; ebbi un attimo di scoramento e di nostalgia, allora piansi. A Capracotta c'è una fontana, la Fonte del Brecciaio, da cui sgorga un'acqua limpidissima. Dicono che sia miracolosa, fresca e pura e che faccia bene perché leggerissima. Per questo motivo, in un passato non molto remoto, è sempre stata meta di gite e di passeggiate pomeridiane delle signore, le quali vi si recavano per diporto e per bere l'acqua che sgorga tra grossi sassi, ai piedi di Monte Campo. Si raggiunge la località per un sentiero appena più su del campo sportivo. Si andava, ci si sedeva sulle pietre, si parlava, si rideva, si stava attenti alle vipere che potevano annidarsi fra i massi. Si riempiva la bottiglia da portare a casa e, quando il sole tramontava e la montagna si tingeva di rosa come le Dolomiti, le donne tornavano a casa, scendendo per lo stesso sentiero già percorso cantando canzoni popolari.  I ragazzi e le ragazze andavano con la merenda, si sedevano e consumavano quasi con religiosità quello che la mamma aveva messo nel sacchettino. Il gioco del nascondino era più facile tra le pietre. Poi la gita terminava, tutti a casa ridendo e saltellando. Oggi non penso che queste gite siano ancora di moda, altri sono gli svaghi: il pallone, il telefonino, lo sport e, marginalmente, anche i compiti. La fontana, però, è sempre lì a rammentarci il suo passato glorioso. Sempre a Capracotta, in fondo a piazza Falconi, c'è una fontana moderna, fatta costruire, non molti anni fa, da uomini e donne che, al tempo, avevano compiuto 50 anni. Addossata a un muro, la fontanella getta acqua in una specie di laghetto anteriore. D'inverno la neve copiosa la ricopre per lunghi periodi, ma, passandoci accanto, è possibile sentire il gorgoglio dell'acqua che scorre sotto la coltre bianca. Sembra quasi una voce, un richiamo per la gente che sfida la tormenta. Al mio paese, Agnone, c’è la fontana del Plebiscito, al centro della piazza omonima. Di forma quadrata, ma smussata negli angoli con delle piccole insenature, ha quattro cannelle da cui sgorga acqua pura. La fontana è elegante e raffinata nelle sue linee, in una piazza bella e vivace. Al centro c'è una scultura che, sulla sommità, porta un largo piatto di metallo brunito che raccoglie lo zampillo. Tutto l'insieme è armonico e ricercato e ha la forma di un'anfora sottile e slanciata. Oggi nessuno più va ad attingere  il prezioso liquido con la tina in testa, ma un tempo il flusso era continuo; al ricordo sembra quasi di vedere le donne col costume paesano che vanno e vengono per approvvigionarsi. C'è una cartolina illustrata a colori della piazza che dà l'idea di come era un tempo: la ragazza giovane e snella che porta la tina in testa, sta ritta sotto il peso, guarda davanti a sé con occhio fiero  e compiaciuto. Spiccano i colori del costume, il corpetto scuro sulla camicetta bianca, il fazzoletto a coprire il capo, il grembiule arricchito con le trine. Altra fontana storica di Agnone è la Fonte Rosa che nei miei ricordi era collocata nella salita alle spalle del monumento a Libero Serafini, da cui il nome Costa la Fonte dato a quel tratto di strada. Luogo di giochi e di divertimento, noi ragazzi mettevamo le mani sotto le cannelle o nel pilone e sguazzavamo nel fresco della vasca, mettendoci da parte quando la donna veniva a riempire i recipienti o l'uomo ad abbeverare il mulo. Quando il comune intervenne per aggiustare la strada, la fontana fu spostata davanti alla vecchia chiesa dei Cappuccini, ma non perse la prerogativa di essere punto di riferimento di adulti e bambini. Oggi la stessa, ridotta nelle sue dimensioni e abbandonata a sé stessa, si trova in fondo a piazza del Popolo. Non ha più le cannelle di una volta e la portata d’acqua è ridotta, ma il fascino del piccolo monumento è sempre quello, almeno nei miei ricordi. Anche a largo Marsala un tempo c'era una modesta fontanella che ora non c'è più, molto somigliante all'altra collocata in largo Sabelli, dove si faceva il mercato. Esse serviva ai conducenti di muli e asini che risalivano da sotto la Ripa, mentre la seconda ai frequentatori del mercato: i venditori di frutta, la clientela dei banchi, le donnette che vendevano i prodotti dell'orto.  Oggi le fontane pubbliche non servono più tanto; i rubinetti delle cucine, delle docce, degli scantinati erogano acqua a volontà, la tina  è  scomparsa dagli arredi casalinghi e le pompe innaffiano orti e giardini con dovizia. Il progresso è anche questo. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 17 ottobre 2013.

  • Un'esperienza per il Mezzogiorno

    Già dallo scorso anno "Prospettive Meridionali", in una nota redazionale, prendeva atto dei risultati di Borgo a Mozzano, informando, tra l'altro, che in 65 mesi di attività l'incremento del reddito agricolo, nel comune toscano, aveva superato di 7 volte e mezzo la spesa dell'assistenza tecnica e sociale. Questa aveva infatti gravato per poco più di 25 miloni, mentre il maggior reddito sfiorava i 200 milioni. Rapportata ad ettaro, la spesa era stata di 4.563 lire; il maggior reddito di 30.544 lire. Questi risultati, sottolineava la nota, sono il corrispettivo non solo di buoni consigli, ma anche di adeguate iniezioni di capitale. Infatti i circa 200 milioni di incremento vanno rapportati non solo ai 25 milioni spesi per assistenza tecnica, ma anche agli oltre 50 destinati dagli imprenditori a maggior consumo di carburanti, concimi, anticrittogamici, sementi, mangimi, nonché agli altrettanti assorbiti dai miglioramenti fondiari, dalle macchine, dal bestiame. «Resta comunque il fatto – scriveva "Prospettive Meridionali" – che senza il tecnico questo movimento non ci sarebbe stato». Ecco perché questa rivista aveva accolto con viva simpatia la notizia che l'esperimento Shell verrà ripetuto in provincia di Campobasso, «in quella Capracotta che gli italiani conoscono come meta di pittoresche spedizioni di soccorso invernale». E ci si chiedeva se anche su quelle altitudini il tecnico sarebbe riuscito ad essere il mozzo che avvia la ruota del progresso. Naturalmente, sin da ora, qualche perplessità veniva manifestata: « I parroci del villaggio e i medici di campagna descritti da Balzac come suscitatori di energie latenti in aree depresse, partivano dalla tecnica agricola, ma finivano per essere dei veri pianificatori comunali. Sappiamo che in riunioni ad altissimo livello si parla ora della necessità di dotare il Mezzogiorno di "sviluppatori sociali". Il sostantivo non ci piace molto e l'aggettivo ci insospettisce perché troppe volte esperto di "socialità" è colui che non si intende né di economia né di altro. Ma una esigenza di fondo c'è e si concreta in un interrogativo: fino a che punto l'assistenza tecnica agricola può essere autosufficiente e fino a che punto il tentativo di migliorare l'economia agraria ha potuto prescindere da fattori di sviluppo extra-agricoli o addirittura extra-economici? Fino a che punto l'agronomo può, insomma, limitare l'azione al raggio della propria competenza professionale anche in un comune che sia, per ipotesi, a popolazione totalmente rurale?». Dall'esperimento di Capracotta, ci si sarebbe atteso di conoscere l'incidenza dei fattori extra-agricoli ed extra-economici nella riuscita di un esperimento che apre prospettive di speranza a centinaia e forse a migliaia di comuni italiani poveri. Purtroppo, la preannunciata ripetizione a Capracotta dell'esperimento di Borgo a Mozzano forse non ci sarà più, né le ragioni del ripensamento, sulle quali non abbiamo indagato, potrebbero avere importanza in questa sede. Resta però, a ripagare della delusione, il fatto che tutta la politica meridionalistica di intervento in agricoltura tende a qualificarsi come politica di assistenza tecnica. L'istituzione, nel Mezzogiorno, dei primi nuclei di assistenza tecnica risale al 1957. Essi operano nei comprensori di bonifica integrale, nei comprensori di bonifica montana e nei bacini montani, ossia in tutte quelle unità economico-territoriali nelle quali si svolge l'intervento della Cassa per il Mezzogiorno. Come si sa, l'azione diretta è svolta, nei comprensori, dagli enti di bonifica ai quali la Cassa ha concesso i primi nuclei di assistenza tecnica col compito di operare soprattutto nelle zone irrigue o di riforma, ossia nelle aree suscettive di maggiore sviluppo economico. Questo concetto iniziale è stato successivamente superato, ed ora l'intervento dei nuclei è esteso a tutta l'area di bonifica. Ogni nucleo è costituito da un agronomo e da un perito agrario, dotati di mezzi di trasporto e di somme di rapido impiego per le spese di consulenza economica e di acquisto di materiale audiovisivi. Si cerca ora di integrare i nuclei con un terzo elemento, l'assistente sociale: resperimento è in corso in due nuclei dell'Irpinia, ma ancora non se ne conoscono i risultati. L'iniziativa della Cassa per il Mezzogiorno di rendere produttivi al massimo gli investimenti nei comprensori di bonifica ponendo gli enti nella condizione migliore per conseguire quel risultato, è molto logica. Essa però non avrebbe avuto, in partenza tutte le possibilità di successo se la Cassa avesse dimenticato, affianco ai capitali e ai piani di trasformazione, l'opera da svolgere sul fattore umano, cioè sugli imprenditori consorziati, attraverso la divulgazione tecnica. La nuova situazione economica che la Cassa ha favorito non deve infatti servire unicamente come fine a se stessa (per esempio, l'irrigazione per l'irrigazione) ma deve servire a un interesse generale di tutti gli agricoltori, che si concretizza essenzialmente nel dare ad essi una nuova coscienza di imprenditori moderni. La Cassa ha scoperto che la metodologia seguita dal Centro studi agricoli della Shell a Borgo a Mozzano avrebbe potuto riuscire utile alla formazione dei quadri per l'assistenza tecnica nel Mezzogiorno. Così, da qualche anno, Borgo a Mozzano è sede dei corsi di addestramento in assistenza tecnica agricola, organizzati dalla Cassa per il Mezzogiorno in collaborazione con il Centro studi agricoli della Shell Italiana e con il Centro di specializzazione e di ricerche economico-agrarie per il Mezzogiorno dell'Università di Portici. I corsi hanno lo scopo dichiarato di «addestrare i funzionari tecnici nella metodologia e nella pratica dell'assistenza tecnica in agricoltura per una più intensa azione di propulsione e di assistenza all'agricoltura meridionale e per assicurare, nei comprensori di bonifica, nei quali più intenso è stato il concentramento degli investimenti pubblici e più impegnativi, pertanto, i riflessi di ordine fondiario-agrario aperti nelle aziende agricole, una guida e un aiuto agli operatori economici in agricoltura, sul piano tecnico e su quello organizzativo». Federico Orlando Fonte: F. Orlando, Un esperimento per il Mezzogiorno: Borgo a Mozzano , in «Prospettive Meridionali», VII, Centro democratico di Cultura e di Documentazione, Roma 1961.

  • La forza della vita

    Non dimenticherà mai quei giorni. Il primo, 15 marzo 1970, uno splendido sole, sbucato di sorpresa, spandeva i suoi tepori su cime ancora innevate. Michele, col finestrino aperto per respirare quell'anticipo di primavera, guidava la sua Giulia 1300 verso Scanno, dove aveva appuntamento con un negoziante interessato alla sua merce: articoli di abbigliamento e biancheria intima femminile. Per gran parte del viaggio s'era messo a riflettere sulle ragioni che lo spingevano a fare il venditore. L'impegno e la passione che metteva in quel lavoro avrebbero potuto essere indirizzate sul sogno imprenditoriale che suo padre cercava faticosamente di realizzare, e invece... eccolo lì, scorrazzante in lungo e largo dentro un auto stipata di guaine e reggiseni. Ma perché? Michele sapeva di essere una di quelle persone che parlano dritto negli occhi della gente, con la buona fede di chi non ha nulla da nascondere. Rimuginando, si chiese se non era giunto il momento di farlo anche davanti allo specchio: scavare dentro se stesso e buttar fuori i motivi che lo tenevano lontano dal lavoro di suo padre. Superò Palena e pilotando per strade strette e tortuose, si ritrovò alle pendici del Passo Godi, una via naturale di transito tra l'alta Valle del Sagittario e l'alto Sangro. Deciso a godersi quel sole marzolino, e a rimandare ogni dubbio e riflessione al suo ritorno a casa, Michele si concentrò sul panorama, e solo allora scoprì che qualcosa di misterioso s'era impadronito di quei posti: un silenzio d'attesa, e un cielo così nero da obbligarlo ad accendere i fari. Pazzia del più volubile dei mesi: il tempo era mutato, ma in modo così repentino come mai gli era accaduto di vedere. All'improvviso, cominciò a scendere una neve farinosa ma incredibilmente fitta, piccoli fiocchi che in brevissimo tempo ridussero la visibilità del manto stradale, costringendolo a procedere con il viso incollato al cristallo. Andò avanti così per un paio di chilometri, finché non vide più nulla. Accecato da un bianco assoluto, sentì un sobbalzo, e poi subito un botto, come se qualcosa avesse violentemente picchiato contro la fiancata di metallo della portiera. Un grosso strato di neve cadde da un ramo, centrando il cofano. Sprovvista di catene, l'auto era uscita dai solchi, deviando su un tronco e finendo per giacere con le ruote anteriori sospese su un'ampia cunetta. Michele spinse sull'acceleratore, e il rombo del motore diventò assordante, un misto tra un ruggito e un lamento. Una folata di vento freddo gli soffiò contro il corpo, ricordandogli che tra poco quella macchina sarebbe diventata un frigorifero. Vista l'impossibilità di ripartire, Michele decise di risparmiare la benzina per poter tenere il riscaldamento acceso. Pensò: verrà qualcuno. No. L'altopiano di Passo Godi, che oggi è una stazione di turismo montano, era stato teatro di morti e sparizioni, e anche di un'antica tragedia di guerra: durante una bufera di neve, una divisione tedesca si era smarrita tra quei monti, e i soldati erano morti assiderati. A distanza di quasi trent'anni, quella strada faceva ancora paura, e così, appena il tempo si rabbuiava, veniva chiusa al traffico. Chi aveva la sventura di rimanervi bloccato, era destinato a rassegnarsi e aspettare l'aiuto di un mezzo di soccorso. Arrivarono le tenebre, e il secondo di quegli indimenticabili giorni. La nevicata proseguì ininterrotta, accompagnata da un vento che produceva una musica angosciante. Sibili assordanti, non note. Michele, più spazientito che allarmato, ebbe la forza di rannicchiarsi tra i sedili e dormire, ma intanto la macchina fu quasi interamente ricoperta dalla neve. Uscirne era una sfida. Alle prime luci del mattino, raccolse le sue forze e spinse con i piedi sul cristallo, provando a ribaltarlo. Con immensa fatica, riuscì a tirarsi fuori dall'abitacolo, ma fu come se miliardi di spilli gli venissero buttati in faccia. La neve continuava a scendere, fittissima e incessante, e il suo abitino primaverile non gli offriva alcun conforto. Rientrò in macchina tutto intirizzito e ringraziò il cielo d'essere riuscito a riassestare il cristallo. Nelle ore seguenti, fino al giorno dopo, il terzo, si preoccupò soprattutto di fare entrare aria, abbassando il finestrino, raschiando un po' di neve, o aiutandosi con il calore generato dal fumo di una sigaretta. Rievocando l'insolita avventura, Michele si sofferma su quello che anche allora gli era parso l'aspetto più curioso e sconvolgente: «Guardavo ripetutamente l'orologio, illudendomi ogni volta che fossero passate ore, quando invece si trattava di minuti. Di sicuro, c'erano altri elementi che potevano angustiarmi: la macchina che rischiava di diventare la mia tomba, la fame, la sete, un freddo che cresceva e contro cui difficilmente avrei trovato rimedio. Una situazione da far drizzare i capelli, e invece la mia unica preoccupazione era il tempo che passava. Dentro di me ero convinto che, prima o poi, quella brutta avventura sarebbe finita. Sì, ma quando?». A Lanciano intanto, tra i suoi familiari, montava un'ansia sempre più pensosa. «Conoscendo la mia passione per la velocità, temevano che fossi finito in un burrone. Mia moglie Rosanna si rivolse a nostro cognato, ch'era maresciallo dei carabinieri a Chieti. Insieme, si misero a sfogliare i blocchi delle commissioni e a telefonare ai clienti, finché trovarono un negoziante che affermò d'avermi visto il giorno prima... a Capracotta, a diversi chilometri da dove, in quelle stesse ore, stavo prigioniero sotto metri di neve. Partirono due camionette che scandagliarono la zona, inerpicandosi per passi inaccessibili, sfidando altre burrasche, inutilmente». Ignaro di tutto questo, Michele continuava a vivere il suo personale calvario, non potendo né bere né mangiare. Per i bisogni fisiologici usava un asciugamano, o dei cartoni dai quali aveva estratto biancheria, ma ormai la sua vescica era serrata: urinava un rosso sangue che lo sgomentava, facendogli intuire che il corpo si stava disidratando. Tuttavia, spinto da una straordinaria ragionevolezza, si sforzava di rimanere calmo: se fosse uscito, affrontando la tormenta e provando a raggiungere un posto abitato, sarebbe certamente morto assiderato. C'è un proverbio che Michele conosce bene, e il cui senso ha scandito varie tappe della sua vita: in situazioni estreme, come quella che stiamo raccontando, o nelle corse in moto, un'altra sua passione, o ancora, nelle decisioni che sono richieste a chi dirige un'azienda; un proverbio che è quasi il suo motto, e che recita così: l'uomo codardo muore mille volte, quello coraggioso una volta sola. Michele aveva la gola arsa, la lingua spellata, scosse di mollezza che partivano dai piedi e l'avvolgevano tutto. Ma continuò a tener duro, aspettandosi che qualcosa cambiasse, e così fu. All'alba del quarto giorno ebbe come l'impressione che il tetto dell'auto vibrasse di un calpestio leggero, che poteva essere solo quello di un animale. Ne dedusse ch'era tornato il sereno. La sua tana metallica non era più un involucro di tenebre. C'era qualcosa di rassicurante, finalmente, come un chiarore che cercava di farsi breccia dall'esterno. Michele raccolse le sue forze, e col tacco di una scarpa, cominciò a picchiare sul finestrino, fino a mandarlo in frantumi. Poi, scavando con le dita, si aprì un varco e strisciò fuori. Il sole rimbalzava su un'immensa distesa bianca, obbligando gli occhi a restare semichiusi. A Michele parve di vedere in lontananza una macchia marrone, una struttura in legno, forse un rifugio. Con quel soffio di vita che gli era rimasto, si mise in cammino. Dopo circa cinque ore, strisciando e superando fortunosamente diverse buche e crepacci occultati dalla neve, si ritrovò davanti a una porta serrata. Quel posto era chiaramente disabitato, ma ormai Michele non si fermava davanti a nulla. Ruppe le imposte e riuscì a entrare. Dentro c'era un buio assoluto. Scivolando con le mani sulle pareti di legno, cercò un interruttore e, involontariamente azionò una chiavetta della quale ignorava la funzione, ma che tra poco doveva inopinatamente rivelarsi un pericolo. Continuò a tentoni, inciampando su alcuni oggetti, probabilmente pale e recipienti di metallo, fino a quando si ricordò di avere in tasca un accendino. L'accese, e... improvvisa, una fiammata l'abbagliò. L'aria appestata di gas aveva causato una piccola esplosione, alimentando fortuitamente un lume che spandeva il suo chiarore nella stanza e facendogli scoprire un ricettacolo di provviste: bottiglie di vino, latte, pasta, barattoli di salsa. In pochi minuti, gli spaghetti al pomodoro che aveva tanto sognato furono lì, cotti e fumanti sotto i suoi occhi, ma dopo averli divorati con lo sguardo, non riuscì a ingoiarne neanche uno. Ancora non sapeva che le disastrate condizioni della sua gola l'avrebbero costretto a 15 giorni di brodini. Passata l'euforia, le forze tornarono nuovamente a mancargli, obbligandolo a distendersi sul pavimento di legno, e lì passo la notte. Alle prime luci dell'alba, si destò di scatto, svegliato dal rumore di una turbina. Un uomo? Michele sgranò gli occhi impastati di sonno e vide qualcosa alla finestra, come neve spinta in aria. Pochi secondi, e dalla porta apparve un cantoniere, due occhi pieni di stupore e una voce che gli disse: – Ho visto la tua macchina, laggiù, e ho capito quello che ti era successo. Come hai fatto a uscirne vivo? A quella domanda, Michele non rispose. Tutt'a un tratto, si rese conto di quanto grande fosse stato il rischio corso. Ancora poche ore e avrebbe perso la vita. Oggi, rivivendo quei momenti, ricorda d'aver pensato a un miracolo, a un premio per la sua incredibile tenacia e voglia di vivere. Non certo alla fortuna. «Telefonai a casa. Ero così emozionato che le dita inciampavano sui tasti. Mi ci vollero minuti prima di riuscire a comporre il numero. Minuti interminabili, estenuanti. Minuti di felicità estrema, nell'attesa che mia madre rispondesse: "Dio sia lodato, Michele, sei proprio tu?". Tra un gemito e una lacrima, mi rivelò che in famiglia avevano passato giorni d'inferno, respingendo a fatica l'idea che fossi morto. Ricordo che quando mi vide, scoppiò nuovamente in un pianto convulso, e nonostante cercassi di rassicurarla sul mio stato di salute, non riusciva a smettere e a persuadere se stessa che il peggio era passato, che ce l'avevo fatta. Rosanna mi abbracciò fin quasi a togliermi il respiro. E così mio padre, che forse avrebbe voluto urlarmi di cambiar mestiere, ma tacque. Nicolino invece ebbe paura. Ci mise tempo a convincersi che quell'uomo con la barba lunga e il viso emaciato era davvero il suo papà». Ci sono episodi nella nostra esistenza di mortali che ci segnano nel profondo. Momenti che crediamo di non farcela e che, a distanza di tempo, restano prove inequivocabili del nostro coraggio. Quando ogni preghiera sembra vana, e ogni speranza perduta, scopriamo che una forza misteriosa è in grado di venirci in soccorso, donandoci la calma necessaria a innalzarci alla condizione di vincenti. Pensiamoci: è la forza della vita. Non c'è niente che non possa fare. Niente è impossibile. Neppure trasformare una sfida con la morte in una storia da raccontare ai nipoti. Per Michele, il rischio è sempre stato un'attrattiva, una componente ordinaria della sua vita. La morte sfiorata al Passo Godi è solo una di quelle esperienze che hanno contribuito a forgiare un carattere di successo. Francesco Consiglio Fonte: F. Consiglio, I Botolini. Ricordi di vita aziendale (e non solo...) , Botolini, Rocca San Giovanni 2006.

  • Mappatura delle chiese del Molise: Capracotta

    Capracotta: Chiesa di S. Maria di Loreto Le origini riguardanti il Santuario di Santa Maria di Loreto sono incerte e le poche notizie che abbiamo ci sono pervenute attraverso il racconto degli antenati. L'originaria Cappella di Santa Maria di Loreto, "piccola e rozza", fu sicuramente eretta dove sorge l'attuale Santuario. Detta chiesetta doveva esistere prima del 1600, se il Papa Gregorio XV, nella bolla emanata nell'aprile 1622, proclamava quella Chiesa "venerabile" e "antiquissime constructa". L'iniziale costruzione del sacro edificio è da attribuirsi ai pastori capracottesi dell'antica transumanza, che, in quel luogo, erano soliti salutare le proprie famiglie e affidarle alla protezione della Madonna per il tempo della loro lontananza da casa. Un rito di ringraziamento, poi, si svolgeva nella stessa Cappella, ai piedi della Vergine, quando i pastori, agli inizi della bella stagione, lasciato il Tavoliere delle Puglie, ritornavano ai nativi monti. La primitiva, minuscola Cappella, nel tempo è stata ampliata nella struttura e perfezionata nell'attuale, elegante linea architettonica. L'altare centrale, sormontato da una seicentesca nicchia lignea dorata e rabescata accoglie la venerata statua della Madonna di Loreto (probabilmente di origine anteriore al 1600) elaborata da ignota mano artigianale da un tronco di pero. La notte del 15 settembre 1981, una mano sacrilega privò l'immagine del suo Bambino. Risparmiata dai tedeschi, nella seconda guerra mondiale, la Chiesa, invecchiata dal tempo e danneggiata per le infiltrazioni di acqua, fu consolidata e gli ultimi interventi risalgono al 1973 e 1975. Il 30 agosto 1975, Mons. Enzio D'Antonio, Vescovo di Trivento, la riaprì al culto. Il 30 agosto 1978, il Vescovo di Trivento, Mons. Antonio Valentini, considerata la sentita devozione, riservata alla sacra immagine, dai capracottesi, dai turisti e dagli emigranti, con decreto proprio elevò a Santuario Diocesano la Chiesa Santa Maria di Loreto «perché ricordi a noi e ai posteri che Maria SS.ma è per tutti vangelo vivo e Chiesa viva!». Capracotta: Chiesa parrocchiale dell'Assunta Sulla parte più alta del centro urbano, nel territorio chiamato Terra Vecchia, cioè sede delle prime genti, è stata edificata la Chiesa madre colleggiata. Con molta probabilità questo fu sempre stato un territorio sul quale si edificò per uso sacro infatti prima di questa Chiesa ve ne era un'altra in stile rinascimentale. Le sue tracce sono visibili tutt'ora nella Chiesa attuale. Infatti uno dei campanili reca un bassorilievo sul quale è raffigurato il Cristo simbolo dell'albero della vita; sono presenti ancora i muri adiacenti alla torre dove ora viene riposta la legna oppure è possibile visitare ancora il portale della cappella della Visitazione e le muraglie interne al campanile dove sono ancora visibili le buche delle campane. Alla Chiesa arcaica è riconducibile anche la fonte battistero in noce con decorazioni in oro che fu restaurato nel 1980 e ancora la fonte battesimale in pietra. Lo stemma, su decisione del Comune, fu spostato dal vecchio al nuovo edificio religioso ed è stato collocato sul pilastro posizionato a sinistra dell'altare maggiore. La chiesa con questo simbolo non era solo luogo sacro ma anche il difensore del simbolo di tutta la comunità. La Chiesa antica nel 1673 era divisa in tre navate con un altare maggiore e venti altari paralleli. All'interno era possibile ammirare anche un organo in parte dorato mentre all'esterno era visibile un campanile dedicato all'Assunta dotato di quattro campane. La decisione di rinnovare l'edificio fu presa dopo che si verificarono due eventi: nel 1656 ci fu una terribile peste che decimò la popolazione mentre nel 1657 si verificò l'invasione da parte dei briganti che durante i saccheggiamenti uccisero un anziano sacerdote che celebrava la messa. Il progetto del nuovo edificio fu proposto dal lombardo Carlo Piazzoli. Fu deciso di edificare una chiesa barocca il cui spazio interno era diviso in tre navate la cui lunghezza doveva essere di 35 metri e la larghezza di 18 metri al transetto, la cupola invece fu posta a 15 metri e mezzo da terra. Le pietre che vennero utilizzate erano spesse da uno a tre metri in arenaria e malta. Il tetto fu sostenuto da capriate che costarono la distruzione di un'intera foresta di abeti. La facciata in pietra era fiancheggiata da due statue ed era alta nove metri, larga venti metri e orientata a sud-est. Il dislivello tra le mura ad ovest ed i contrafforti ad est erano di venti metri. A livello architettonico l'edificio fu completato tra il 1749 e il 1757. L'edificio fu stuccato in oro zecchino grazie al lavoro degli artigiani Del Sole di Pescocostanzo; questo stucco però si deteriorò e fu sostituito da porporina intorno la fine del XIX secolo. Le pareti furono dipinte di colore azzurrino ed affrescate con una schiera di quaranta angeli che reggono dei medaglioni dedicati ai vari santi. Gli altari del transetto sono dedicati all'Assunta ed a san Sebastiano. Colombo è non solo l'autore del gruppo ligneo della Visitazione ma anche colui che realizzò l'unico altare in legno dedicato all'Immacolata. All'interno della Chiesa ci sono numerosi dipinti anche se qui ne citiamo solo alcuni: sotto l'organo vi è la tela sulla quale è raffigurata l'ultima cena ricondotta all'autore Solimena che dipinse un'altra tela oggi purtroppo scomparsa. Sopra il battistero è possibile osservare un'altra tela sulla quale è stata dipinta sant'Anna con Maria bambina. Nella sacrestia vi è conservato un dipinto di forma tondeggiante sulla quale è stata riprodotta la Natività. Nella parte sottostante le scale di accesso alla cantoria vi è una delicata pittura floreale con la rappresentazione di una colomba simbolo dello Spirito Santo. La consacrazione definitiva della Chiesa ci fu il 14 settembre del 1755 dopo una serie di eventi che videro protagonista la curia di Trivento. Il vescovo della curia non aveva accettato il gesto delle confraternite capracottesi nel contrastare il tentativo di intromissione nel patrimonio laico in loro possesso. Questo patrimonio era costituito dai doni fatti dalla comunità per consentire la costruzione della Chiesa. Il vescovo anche se messo alle strette dalla legge, proibì la consacrazione della fonte battesimale e la consacrazione dell'altare del santo patrono e stabilì il divieto di utilizzo delle cripte all'interno delle quali erano seppelliti i defunti e facevano da base per l'edificio. Uno storico locale, Campanelli, infatti ci informa che a quel tempo il paese non disponeva di un cimitero. Questi divieti furono aboliti nel 1749 con l'elezione del nuovo vescovo. L'ennesimo altare maggiore fu installato nel 1754 dal napoletano Biagio Salvati interamente in marmo intarsiato con il tabernacolo sul quale poggiano due angeli ed il paliotto che raffigura l'Assunta. La Chiesa fu dichiarata "colleggiata" nel 1786 anche se durò fino al 1867, anno in cui i patrimoni laici delle confraternite e del collegio finirono sotto il controllo dello Stato. Merita di essere citato l'archivio storico delle pergamene come la raccolta di bolle, atti e certificazioni di autenticità delle reliquie. L'organo è posto al centro della navata maggiore e domina il coro ed il grande altare che rappresenta il punto cardine della prospettiva architettonica; fu costruito tra il 1750 e il 1779 ed è dotato di 700 canne posizionate su dodici registri più contrabassi. Secondo alcuni l'organo ingloba quello della Chiesa antica mentre per altri quest'ultimo è stato disposto nella cappella della visitazione. L'autore del progetto è Luca D'Onofrio che lo ha battezzato per le sue dimensioni con il nome di Principalone. Esso ha una interessante disposizione fonica se considerato dal punto di vista organologico. I nuovi restauri ci furono nel 1913; furono rimosse le lapidi e gli ingressi nelle sepolture non più utilizzati e fu restaurato così l'antico pavimento in pietra. Le sepolture prima della costruzione del cimitero avvennero per il clero sotto il presbiterio mentre il popolo seppelliva i suoi cari sotto le navate. La Chiesa nel 1943 divenne luogo di rifugio per le famiglie capracottesi che dovettero abbandonare le loro abitazioni dopo che i tedeschi bruciarono le loro abitazioni. Con le restaurazioni del 1954 e quella del 1983 si diede alla Chiesa il definitivo assetto. Antonella Golino Fonte: http://antonellagolino.blogspot.com/ , 27 settembre 2016.

  • Meluccia

    Carmela, Mela, Meluccia, un nome più adatto non poteva esserle dato; era un diminutivo e un vezzeggiativo insieme che rappresentava bene le proporzioni fisiche, ma anche la delicatezza della piccola donna. La figurina s'incontrava raramente per le strade del paese, talvolta la si vedeva salire alle ultime case del quartiere di S. Giovanni e non passava inosservata, anzi attirava lo sguardo di ognuno per la grazia del suo corpo ben proporzionato, ma piccolo e lieve. Scambiava qualche chiacchiera garbata con le altre donne distinguendosi per il viso rotondo e roseo di bambola, per le mani delicate che si stagliavano nelle vesti scure; proprio quelle mani conoscevano l'arte sapiente della tessitura come poche altre e ad essa Meluccia dedicava la sua vita di nubile, angelo laborioso. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • L'organo "gemello" di Carunchio

    L'organo della Chiesa di S. Giovanni Battista in Carunchio è stato realizzato nel 1775 da Francesco D'Onofrio, maggiore esponente della omonima famiglia di organari presente già in Poggio Sannita a partire dal XV secolo ma di cui abbiamo testimonianze relative all'attività a partire dal 1733 con la realizzazione dello strumento collocato nella parrocchiale di Castelbasso e attiva fino alla fine del XIX secolo. Posizionato originariamente sopra l'ingresso, sostituisce un precedente strumento del 1694 opera di Liberatore Pallotta di Agnone e venne successivamente collocato nella cantoria absidale sovrastante l'altare maggiore per preservarlo dai fulmini e per la maggiore resa sonora, ove trovasi attualmente. È stato restaurato nel 1998 da Inzoli di Crema. Siamo davanti ad un "gemello" del "Principalone", sia nell'estetica del prospetto che della parte fonica. La dotazione dei registri è identica, specie nel registro di Principalone 16, su cui si basa tutta la piramide sonora con la presenza dei registri espressivi di uccelliera, tremolo e tamburo, una volta presenti, molto probabilmente, anche su quello capracottese. Personalmente confermo questa ipotesi ricordando la presenza degli "incastri" per le manette di tali registri che, tappati, facevano mostra sulla consolle del "Principalone", stimolando la mia curiosità di giovane organista. Come a Capracotta, anche in quello di Carunchio gli angioletti suonanti la tromba, posti ai lati della facciata, nascondono i registri della zampogna (o bordone/regale fisso), che i capracottesi chiamano affettuosamente "scopina", chiaramente creati per l'uso Tempore Natali . Identica la meccanica a tirante e pedaletto del tiratutti. Il somiere maestro, la cassa su cui poggiano le canne, che dà transito al "vento" e ospita i meccanismi di alimentazione comandati da tasti e registri, è sdoppiato, mentre a Capracotta è unico. Il prospetto è, come a Capracotta, a tre fornici mostranti le prime canne del registro di Principalone; tuttavia, personalmente, l'organo della collegiata di Capracotta dà maggiore risalto allo svettare delle medesime che nel gemello appaiono soffocate. Chiudendo gli occhi ed ascoltandone il suono si dimentica di essere a Carunchio e si ha la sensazione di esser stati teletrasportati nella cantoria di Capracotta. La voce è garrula e civettuola, tipica degli strumenti D'Onofrio, quasi unica in tutte le famiglie organarie italiane. Tre mantici a cuneo, oggi coadiuvati da un elettroventilatore, provvedevano alla creazione del vento come anticamente a Capracotta. Prossimamente fornirò altre informazioni su questi splendidi strumenti, sui loro costruttori e - perché no? - sulle impressioni di un organista di provincia! Francesco Di Nardo

  • Uno strano personaggio dal grosso naso

    Chissà quante volte, passeggiando per le stradine di Capracotta, avrete notato un altorilievo posto a 1,5 m. di altezza sul muro esterno dell'abitazione di via San Giovanni 40, su una pietra di quello che un tempo era Palazzo Di Loreto, un fabbricato dalle mura spesse come un castello e che oggi sopravvive ridotto di forse la metà. A chi appartiene quello strano volto maschile caratterizzato da un grosso naso, due guance paffute e un paio di occhi all'orientale? Quasi impossibile dirlo. Se si pensa alla storia ufficiale di quel quadrante capracottese viene subito alla mente l'ospedale di Sant'Antonio di Vienne sito in via Arco, nelle immediate vicinanze del volto in pietra di nostro interesse. Ma un ospizio per inabili e viandanti come poteva giustificare la presenza di quell'effige? Che fosse il profilo di un pellegrino importante? Magari quella del proprietario dello stabile? Oppure l'insegna di una bottega? O forse un semplice scherzo da preti, una sorta di gogna perpetua scolpita nella pietra ad perpetuam rei memoriam ? Se si pensa alla tradizione orale tramandataci dai nostri vecchi, quel volto potrebbe invece rappresentare un'antica conoscenza di molti capracottesi, una presenza occulta che i nostri avi chiamavano Fischióne (colui che soffia), uno spettro che si aggirava su via Sannio (l'attuale via Roma), in special modo dopo il tramonto, e che si divertiva a spaventare l'ignaro o l'ignara di turno. Anche mia nonna aveva raccontato di aver fatto, in gioventù, la conoscenza di Fischióne mentre attingeva l'acqua dalla Fonte delle Carceri: voltatasi di scatto, vide dietro di sé un personaggio intabarrato fino al naso che emanava fumo da dietro il bavero rialzato. Probabilmente si trattava di un uomo in cuappòtte a ròta che, intento a pensare ai fatti suoi, s'era spaventato anch'egli dell'improvvisa presenza di mia nonna. Tuttavia, tanto bastò a convincerla di aver visto Fischióne . Il volto in pietra di via San Giovanni, con quelle guance rigonfie nell'atto di soffiare, non potrebbe allora essere un'arcana fotografia in 3D di Fischióne , il fantasma buontempone del borgo antico? Francesco Mendozzi

  • La Fonte dei Pezzenti, il Vallo di Adriano e la miccola

    Prima della realizzazione della strada carrabile Capracotta-Guado Liscia esisteva un'altra mulattiera-autostradale molto trafficata che si snodava nel territorio a nord-est di Capracotta. Partiva dall'ex mattatoio e toccava le zone indicate come Lamatura, Macere, Morrone Alto, Orto Ianiro, Colle Meluccia e La Macchia, posizionate a quote che variano dai 1.300 ai 1.400 metri. Durante il suo percorso ci si imbatteva in due fontane: quella del Procuoio Vecchio e quella dei Pezzenti. Appena dopo la prima fontana, salvo piccole eccezioni, il territorio adiacente alla mulattiera era quasi interamente "foderato" di pietre che spuntavano come funghi appena si smuoveva il terreno per l'aratura, effetto dovuto tanto alla vòria quanto all'erosione delle acque dilavanti. Basta dare un'occhiata al numero degli abitanti di allora per capire la necessità di aumentare il margine di sopravvivenza alimentare con la coltivazione di un qualsiasi appezzamento di terreno: 5.231 ab. nel 1900, 4.706 ab. nel 1920, 3.934 ab. nel 1936. Si cercava di coltivare qualsiasi cosa pur di portare a casa qualcosa da mettere sotto i denti e, per questo motivo, quegli aspri territori battuti dal vento gelido, furono dissodati, arati e coltivati per decenni pur sapendo che l'inclemenza del tempo era dietro l'angolo. Non tutti potevano permettersi di acquistare terreni fertili, posizionati a una quota più bassa; buona parte del popolo coltivava in mezzadria, col rischio di concretizzare dei miseri raccolti che li rendevano ancor più bisognosi, nonostante tutti gli sforzi e i tentativi per cavare il ragno dal buco. Insomma, da queste disgrazie c'era sempre qualcuno che ne approfittava. Tutte le pietre e i piccoli massi che spuntavano venivano costantemente ammucchiati lungo il confine dei terreni fino a ottenere dei muri di separazione alti fino a 2 metri e larghi 1, tanto da farli assomigliare al Vallo di Adriano, un lavoro immane che comportava un dispendio enorme di tempo, di forze e di energie. Il Vallo di Adriano era una fortificazione in pietra, fatta costruire dall'imperatore romano Adriano nella prima metà del II secolo, che segnava il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia: il nome viene ancor oggi utilizzato per indicare il confine tra Scozia e Inghilterra. Tutti questi muri servivano per difendersi, quello messo in opera dai Romani per difendersi dall'invasione nemica, gli altri per evitare l'incursione degli animali che pascolavano allo stato brado allo Iaccio dell'Orso e alle Cimalte e per proteggersi - per quel che valeva - dai venti polari. Ecco che nacque, da parte di qualche buontempone, l'immorale idea di chiamare "dei Pezzenti" quella fonte, che sta lì a ricordare l'immenso sacrificio speso per estrarre da quei terreni pietrosi qualcosa di buono e che pertanto merita rispetto. La Fonte dei Pezzenti rappresenta le nostre radici e la nostra storia contadina. Conoscendo le peculiarità dell'uomo capracottese, tutto gli si poteva togliere tranne l'irreprensibilità e la dignità del "pezzente", di colui che si alzava ogni mattina anche per un altro scopo: coltivare e raccogliere su quelle terre la pianta che attecchiva meglio, la mìccola , ossia la lenticchia autoctona di Capracotta. Filippo Di Tella

  • Attentato al Piccolo Principe

    Così ho vissuto solo, senza nessuno con cui poter davvero parlare a parte Siri, finché sei giorni fa non ho avuto un incidente durante la notte di Capodanno. Era una sera piena di lavoro e, tra una corsa e l'altra, avevo lasciato il taxi in doppia fila vicino a un bar dove fanno i maritozzi più buoni di tutta la città. Sono così buoni che c'è sempre la doppia fila, sia in strada che al bancone. Era ancora presto, ma nel bar già partivano i tappi di champagne, e ne hanno stappati tanti che non avevo sentito il botto che qualcuno aveva fatto andandosi a imprimere nel cofano del mio taxi, andandosene via subito dopo. Il sospetto cadde su quel tizio entrato nel bar poco dopo di me, e che mi aveva chiesto di farlo passare avanti nella fila perché, mi aveva detto, non si sentiva al sicuro a girare in auto per strada a poche ore dalla mezzanotte con tutti i pazzi che ci sono al volante. – Pronto, vigili urbani – mi aveva risposto una bocca piena. – Pronto, salve. Vorrei denunciare un danno arrecato al mio taxi. Le spiego, praticamente... – Ci sono morti, feriti gravi o feriti lievi? – No, per fortuna no. Solo il taxi ha riportato danni piuttosto evidenti. – Allora temo non potremo venire. – Come no? – Ennò. C'abbiamo le piazze con la musica, domani pure Porta Portese e nun me ricordo che artro corteo ce sta. E siamo pure in carenza di personale in quanto in centrale gira l'influenza de stagione. – Ma che vergogna! Ma dove siamo, in Africa? Sembra di stare nel deserto! – Ecco bravo, infatti si ce vedi d'arivà se tratta sicuro de 'n miraggio, guarda. Tant'auguri, eh! Temevo che trovare vigili urbani a Roma la notte di Capodanno sarebbe stato impossibile, perché sapevo già che molti di loro non sono immuni dall'influenza di San Silvestro che ti riduce, in poche ore, a blaterare frasi a caso, fare ignobili trenini e preferire al classico termometro un bengalino scintillante. In giro non c'erano nemmeno i soccorritori dell'amaro Montenegro, e nemmeno l'amaro, perché nel frattempo anche il bar aveva chiuso. Ma il taxi mi serviva per lavorare, era una questione di vita o di morte e avevo scorte d'erba solo per otto ore. Perciò la prima cosa che ho fatto, pieno di maritozzi com'ero, è stata quella di fumare e addormentarmi, a mille miglia da qualsiasi meccanico aperto. Ero più isolato di un nerd su una zattera in mezzo all'oceano senza wi-fi. Potete immaginare la mia sorpresa quando sono stato svegliato da una bocca impestata di tabacco, whisky irlandese e sonno medicinale che mi diceva: – Ehi amico, disegnami una pecora! – Eh? Cosa? Vuoi andare a Capracotta? No mi dispiace, il taxi non va. – Forza amico, una pecora... Sono balzato in piedi come balza in piedi uno che si sta riprendendo da un mix letale di cannabis e maritozzi. Non mi sarei qualificato nemmeno ai preliminari della coppa Oblomov di sollevamento palpebre. Mi sono sfregato gli occhi rossi e ho guardato bene. Non ci potevo credere, chinato sul mio finestrino c'era il mio attore preferito, Matthew McConaughey, ridotto come uno straccio, con capelli lunghi, i baffi come li portava in quella serie troppo figa, True Detective , e la barba appena diserbata che mi fissava con aria urgente mentre fumava. Era lì, presente, avanti a me, i suoi occhi avevano agganciato i miei, ma avvertivo chiaramente che il suo essere lì era spinto da energie universali e flussi senza tempo che avevano trovato in lui un umano punto di raccolta. Ma di certo il mio ritratto è molto meno bello di quello di Nick Pizzolatto. Non è colpa mia. Quando avevo sei anni gli adulti mi avevano dissuaso dall'intraprendere la carriera di artista, perciò non so illustrare altro che cazzi boa eretti o a riposo. Non sono mica uno scrittore, io! Adelmo Monachese Fonte: A. Monachese, Attentato al Piccolo Principe. Un'indagine per True Detective , Les Flâneurs, Bari 2017.

  • Così è il Molise

    Il Molise, Signori, ha l'onore di essere di codesti paesi elementari, rozzi, retrogradi che non dicono nulla al turista: non vi è nessuna preparazione scenica di montagne, di laghi e di giardini da riguardare dalla finestra d’un albergo sia pure non lussuoso. Il giardinaggio è pressoché sconosciuto da noi e gli alberghi di Capracotta Sannita, bellissima a 1.480 metri, e di Rivisondoli rassomigliano alle vecchie case provinciali: l'ospite è così onorato che se vuole la gallina gli cucinano la gallina, e il porco idem, e la capra idem, ma tuttavia, se non è un poeta o un mezzo molisano, non lo contentano perché per un bagno la servitù indigena comincia dal mattino a caricar l'acqua, e tuttavia è necessario calarsi in una tetra vasca di zinco, pelarsi e raffreddarsi ed alla fine avvolgersi in un bel lenzuolo tessuto al telaio preistorico dell'ava, che se mai ti asciuga ti spunta l'orticaria del pizzicore, come dicon da noi. Quindi segregazione del Molise agli sguardi innamorati e indiscreti, e perciò si cammina con un piccolo secolo indietro dolce e testardo come il fanciullo pacioso che non vuole il dolce quando gli si offre, per paura che preceda la medicina cattiva. Così è del Molise che non chiede, non vuole civiltà, nella smania universale. La civiltà lo difforma e lo esaurisce: egli non lo capisce bene quanto lo sente. I secoli prepotenti non hanno scosso la sua opaca e forte struttura di colonia agricola e guerriera, ed egli vuole vivere a suo modo, attaccato alla spina dei suoi monti, e prosperare nel senso antico della Bibbia, tra lanose e pie greggi, in valli spaziose e calme dove il tempo s'arresta a riguardare i miti uomini fedeli che ancora guadagnano il pane col sudore della fronte, rompendo, a piè scalzo, la terra soltanto con la zappa (l'aratro è cieco, essi dicono, e la zappa è femmina guardatora ), e nutrendosi del pane di granturco cotto sotto la cenere, arricchito da un festoso peperoncino rosso assaettato, detto il diavolillo , perché ecciti la forza delle braccia. E se continua così finirà per diventare, io pensio, e Dio lo voglia, una preziosa reliquia d'un passato che l'avidità del presente e l'ardore delle agitate conquiste ha relegato come i prigionieri medioevali nei fossati ciechi delle torri, a morire sepolti vivi. Pur nonostante io cercherò di presentarvi il Molise scindendone la fisionomia dalla nebbia che l'opprime; nebbia grigia della sua ostinazione e della sua apatia che pare si sprigioni dal suo venerabile mutismo e salga dai suoi fiumi capricciosi ed ignari e dalle sue montagne solenni, e nebbia d'oro che lo ha confuso ed umiliato nella figurazione mistica e statuaria dell'Abruzzo di cui non ha mai fatto parte nei secoli veri ossuti della sua storia, ed al quale non assomiglia che in alcunché del dialetto e delle costumanze, costumanze perite quasi tutte nell'Abruzzo e rimaste ancora vive nel Molise, suo verecondo e scalzo confratello. Chiuso infatti tra gli Abruzzi, le Puglie e la Calabria, egli avrebbe dovuto partecipare al magnifico risveglio della razza vicina, assai più gentile ed aperta, almeno per forza d'inerzia. Invece egli è rimasto impenetrabile, asciutto come le argentee selci di cui son fatti i suoi focolari e le sue case, e d'una indifferenza superba, l'indifferenza del solitario d'origine che si astrae sempre anche se capita in mezzo a un baccanale. Lina Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, Molise , Nemi, Firenze 1931.

  • Riannamorarsi della terra

    Il diritto alla speranza è la motivazione umana più potente che conosco. [Karim Aga Khan IV] Una alla volta, giorno dopo giorno, le luci delle case dei nostri paesi si spengono. L'ultima solo qualche giorno fa. La morte, come un ladro di notte, è arrivata all'improvviso e inaspettata a prendere Lucia. E anche la luce della sua casa, che ogni sera vedevo trapelare dalle fessure delle sue persiane e che mi rassicurava, si è spenta. Quando, nei nostri paesi, si spegne la luce significa che in quella casa non abiterà più nessuno. È la storia delle zone interne, che si stanno spopolando dal momento della grande ondata migratoria iniziata, e mai interrotta, subito dopo la seconda guerra mondiale che ha spinto altrove energie giovani, intellettuali impoverendo così un territorio che era ricco di vita e di attività. La mancanza di lavoro ha lasciato una cicatrice che sembra difficile che si possa rimarginare. La popolazione invecchia anno dopo anno con un ritmo accelerato, che provoca inquietudine e solitudine. Non è raro sentire dire da un forestiero di passaggio: «Come fate a vivere in questi paesi?». Se, alla sera, provate a percorrere le vie deserte dei nostri piccoli centri vedrete uno spettacolo che vi farà male al cuore e provocherà tristezza: una finestra illuminata e tante, tantissime altre spente. E il più delle volte quella illuminata è di una casa abitata da una sola persona che non vuole abbandonare il proprio paese oppure non può, non avendo le disponibilità economiche per andare a vivere in una città. Anche questa è una nuova povertà del nostro territorio: persone che vorrebbero andare via ma non hanno i mezzi economici per farlo. E tutto questo può perfino cambiare la nostra natura, spingere alla depressione, muovere all'invidia dell'uno nei riguardi dell'altro, esaltare la cattiveria che si annida nel nostro cuore mettendo a tacere la nostra bontà. La solidità e la sincerità delle relazioni erano una caratteristica formidabile del paese, si sostanziava con la reciprocità, la fiducia, la convinzione che l’azione ben fatta oggi avrebbe avuto il suo ristorno in quella ricevuta domani. E costituiva anche un elemento di forte unione anche con chi se ne era andato, che si portava appresso il rimpianto di aver abbandonato un patrimonio di umanità difficilmente riproducibile altrove, in altre dimensioni. Nei piccoli borghi la solidarietà c'è ancora, ma ormai è solo quella "occasionale", che si esprime in circostanze circoscritte, come lutti o qualche avvenimento di particolare dolore. Ma poi tutto torna come prima. Ognuno torna a chiudersi dentro le proprie tristezze e i propri ricordi quando le vie del paese erano gremite, nel pomeriggio dai bambini che giocavano e la mattina correvano con la loro allegria per andare a scuola. Oggi anche le piccole scuole di paese che per tanti anni hanno educato generazioni alla cultura, si sono chiuse. I pochi ragazzi sono costretti ad alzarsi presto la mattina per raggiungere la scuola in un centro più grande, attraversando strade dissestate, spesso interrotte da frane. Nella memoria degli anziani resta vivo il ricordo del profumo del pane appena sfornato che si diffondeva e entrava nelle case, sempre con la porta aperta. I piccoli greggi di pecore e capre che attraversavano le strade per raggiungere il pascolo. Le botteghe degli artigiani dove si lavorava il legno, il ferro, il rame, e poi i piccoli negozi di frutta e alimentari. Oggi, in molti paesi, tutto questo è solo un ricordo. Nel 1992, dopo la pubblicazione del primo rapporto sull'andamento demografico dei nostri paesi promosso dalla Caritas diocesana di Trivento - è una delle più piccole diocesi formata da 58 parrocchie su una superficie di 1.234 kmq. che abbraccia due regioni, il Molise e l'Abruzzo e tre provincie, Campobasso, Chieti e Isernia, con un territorio prevalentemente montuoso -, un quotidiano nazionale, La Repubblica, pubblicò un articolo con questo titolo: "Ma nell'alto Molise nel 2030 regneranno i lupi". Sono passati ventotto anni e la profezia sembra essere sul punto di avverarsi. Lo spopolamento prosegue, i lupi sono tornati a vagare sulle montagne e i cinghiali che nel 1992 erano quasi assenti sono oggi centinaia e al loro passaggio distruggono tutto, i pochi campi ancora coltivati e gli orti ai quali i pensionati ancora continuano a dedicarsi per arrotondare le misere pensioni. Come l'orto che Lucia, insieme al marito morto solo pochi mesi prima, continuava a coltivare e che era stato, insieme alle piante degli ulivi e di altri frutti, uno dei sostentamenti della loro lunga vita. Non posso dimenticare le parole che, con trepidazione, l'uomo mi disse quando finimmo di trapiantare dei vecchi ulivi, davanti alla nuova chiesa costruita in campagna: «Ora dobbiamo aspettare che la pianta si riannamori della terra». Non trovo parola più pregnante di questa: tornare ad innamorasi della madre terra. Ritornare alla coltivazione della terra, da noi abbandonata per "abbandonarci" allo sviluppo industriale, un processo che sembrava prometterci ogni giorno più benessere, più possibilità per migliorare le nostre condizioni di oggi e quelle future delle generazioni più giovani, ma che ora mostra invece solo tutti i suoi limiti e contraddizioni. E ci induce a capire meglio il senso del nostro passato ma anche le potenzialità che può riaprire per il futuro. È quello che Papa Francesco riassume, quando ammonisce: «Il restare del contadino sulla terra non è rimanere fisso; è fare un dialogo, un dialogo fecondo, un dialogo creativo. È il dialogo dell'Uomo con la sua terra che la fa fiorire, la fa diventare per tutti noi feconda». Le luci si spengono, la neve non cade più sulle nostre montagne. La neve, appunto. Era diventata una piccola e preziosa risorsa turistica, una sorta di compensazione offerta dalla natura ai tanti disagi che le nostre comunità più isolate debbono affrontare nella loro vita quotidiana, dura soprattutto nei mesi invernali. La fine delle grandi nevicate è il manifestarsi da noi dei cambiamenti climatici che fanno impazzire le nostre stagioni e mettono in discussione l'adattamento che avevamo saputo costruire riuscendo, con saggezza, a ricavare da ogni asperità una possibilità da spendere per creare condizioni migliori e trovare una ragione per restare dove siamo nati e cresciuti. Oggi, dicevamo prima, i lupi sono tornati a girare sui nostri monti, i cinghiali che invadono e distruggono tutto, si sono moltiplicati, non hanno paura di arrivare fin nelle nostre piazze, al centro dei nostri paesi, come se anche essi avessero perso il sentimento dei limiti, dei confini, di ciò che si può fare e di ciò che invece deve restare negato. Sono segni che ci raccontano la storia di un territorio abbandonato, perché la desertificazione antropica apre vuoti, ribalta equilibri. Queste catastrofi quotidiane, che si rivelano nelle parti marginali del nostro paese ma lo coinvolgono tutto, dovrebbero diventare il tema di una grande questione politica, il contenuto di un impegno civile capace di coniugare questione sociale con questione ambientale, difesa delle economie dei territori e delle loro positive, aperte, identità culturali. Ci vorrebbe una capacità di lettura dei segni della nostra epoca per governare il globale attraverso il locale; ci vorrebbe uno sguardo lungimirante abituato - forse anche grazie a un sentimento religioso - a vedere nel piccolo la promessa del grande, nel minimo il destino del massimo. La politica, che dovrebbe assicurare quella lungimiranza, trova in queste nostre terre la sua smentita più clamorosa. È una politica, indifferente, cieca, sorda, «indegna di questo nome», come ha detto papa Francesco. È una politica che ha impoverito i nostri piccoli paesi e reso più fragili le nostre comunità, che offende, scoraggia, umilia la nostra gente per le tante promesse mai realizzate. Una politica che quando c'erano risorse da investire le ha dissipate, quando poteva non ha fatto nulla. E che adesso è incapace di attivare energie sociali nuove, proprio perché nei decenni passati le ha scoraggiate o ha tentato di addomesticarle ai propri disegni di potere. Oggi, in molti prevale il sentimento dello scoramento, della rassegnazione che porta a considerare inevitabile e inarrestabile lo spopolamento dei nostri borghi. La soglia dell'emergenza è stata superata ed è molto difficile contrastarla. Ma noi sappiamo che la rassegnazione non è una parola che possa trovare posto nel vocabolario di un cristiano. Siamo obbligati a sperare, per chi ha deciso di restare, per i giovani che vogliono investire qui e non altrove le loro intelligenze e le loro energie. E dobbiamo avere l'umiltà, un'umiltà operosa, che ci faccia individuare nella tavola delle nostre "piccole" questioni i punti su cui attaccare, quelli che possono invertire la tendenza, arrestare la deriva. Dobbiamo riaprire le questioni della sanità pubblica e della presenza di presidi ospedalieri adeguati, che siano messi nella condizione di garantire il diritto alla salute anche a chi vive in montagna. Bisogna riparare, con urgenza, le disastrate strade di montagna, letteralmente impercorribili per grandissimi tratti. Le famiglie e le attività dei pochi imprenditori rimasti andrebbero aiutate con una legge che preveda una fiscalità di vantaggio. Abbiamo bisogno di lavoro per fermare l'emigrazione dei nostri giovani e per far tornare a vivere la gente nei nostri paesi. Un lavoro che abbia rispetto dell'ambiente, dei nostri meravigliosi monti, boschi, fiumi. Noi come Chiesa continueremo ad "alzare il nostro grido" perché questo grido e le tante sofferenze che vuole rappresentare arrivino a coloro che hanno la responsabilità di ascoltarlo e li induca a intervenire, a trovare una risposta risolutiva, e onesta. E questo non domani, ma subito perché domani sarà tardi e le luci si spegneranno per sempre. Papa Giovanni Paolo II che venne nella nostra diocesi, a parlare di umanità e lavoro, il giorno di San Giuseppe del 1995, ci esortò: «Non arrendetevi di fronte ai gravi problemi del momento e non rinunciate a progettare il vostro futuro!». Noi non ci siamo arresi. Abbiamo tentato di mettere a dimora i semi per un progetto di futuro, perché sappiamo che ogni frutto ha bisogno della sua preparazione e di chi possegga l'antica arte di "riannamorarlo" alla terra. Oltre venticinque anni fa abbiamo puntato sulla crescita di una nuova cultura politica, fondando una scuola di Formazione all'Impegno Sociale e Politico intitolata a Paolo Borsellino. Lo scopo era quello di aiutare i giovani a scoprire la politica come servizio reso all'uomo, cominciando dall'uomo che vive, con le sue difficoltà, sul nostro territorio. La nostra scuola opera ancora oggi, ha vissuto delusioni ma ha saputo sopportarle, ha avuto successi ma ha saputo non inorgoglirsene, la sua missione resta attuale. La Caritas diocesana ha costituito la grande cornice di generosità all'interno della quale sono nate e si sono giocate tutte le scommesse di resistenza e riscatto delle nostre comunità. Abbiamo messo in cantiere e realizzato tanti progetti volti a lenire il bisogno, ad aiutare le persone in difficoltà, ma anche a dare loro strumenti, cultura, mezzi per crearsi da soli le condizioni per non ricadere nella povertà e nell'apatia, che è il risultato della perdita della speranza. Abbiano agito sulle piccole dimensioni, consapevoli che una strategia vincente può attuarsi anche con la forza dell’esempio, con la moltiplicazione delle azioni locali, agite all'interno di una prospettiva globale. I nostri piccoli segni per riaccendere le luci delle case dei nostri paesi possono apparire come azioni di una benefica "guerriglia" sociale. È poco? Forse, non possiamo essere noi i giudici delle nostre iniziative. Ma la storia ci ha insegnato che qualche volta anche la "guerriglia" è riuscita a vincere le grandi guerre. Alberto Conti Fonte: P. Beccegato e R. Marinaro, Ci vuole un fiore. Dal degrado alla cura dell'ambiente , EDB, Bologna 2020.

  • La poesia è importante

    Quando ero guaglione non leggeva nessuno. E non potevi leggere che non c'erano nemmeno le insegne davanti ai negozi. Il macellaio si chiamava Carnazziere e il calzolaio Scarparo. Scarparo era anche uno che non faceva bene il suo mestiere. Perciò potevi incontrare anche un medico scarparo: c'era più democrazia. L'unica cosa è che sui muri c'era scritto DUX che per i guaglioni di oggi sarebbe DUPER, cioè non significherebbe niente. A noi quella X, invece, ci impressionava. Io mi sforzavo di imparare e a leggere e a scrivere perché mio padre analfabeta diceva che soltanto così potevo arricchirmi. Io mi sforzavo assai ma non avevo i libri. Mio padre me li faceva lui. Incollava, sui pezzi di compensato fogli di giornale che trovava per strada. E così i miei libri non avevano né capo e né coda. Cominciavano parlando della probabile visita del Re in Molise e finivano dopo una ventina di pagine con un articolo sulla diga di Chiauci. Sì, già dal 1939, quando io ero guaglione, si parlava della diga di Chiauci. Si diceva che dovevano mettere un tappo in culo a Monte Totila così che tutta Civitanova si doveva allagare. E da quel lago tutti avrebbero potuto mangiare pesci di acqua dolce. Poi non se ne fece più niente perché all'epoca dove andavi a trovare lo zucchero per tutta quell'acqua? Dentro un Vangelo che avevo fregato al prete avevo letto del miracolo dei pani e dei pesci. Io mi sentivo in grado di ripeterlo e avevo tanta energia dentro di me che - ne sono ancora convinto - ci sarei riuscito. Ma chi te lo dava il pane da moltiplicare? E, soprattutto, chi te lo dava il pesce? L'unico pesce che ho visto durante tutta la mia adolescenza - e qui non voglio essere volgare - fu la sardina di Pepp' Ritt' che una volta gli abbassarono i calzoni per farlo vergognare. Mia sorella si impressionò e non si è più sposata. Il prete si incazzò come un turrone di Benevento e predicò che certe cose portavano all'inferno. In quel periodo stavo con la mia famiglia a Capracotta e quando in chiesa il prete parlava dell'inferno la gente faceva "aaahhh!" perché pensavano al fuoco. Che a Capracotta si ghiacciava la coccia pure a mezzogiorno quando faceva freddo e quasi quasi l'inferno era meglio. Insomma, leggevo tutto quello che potevo leggere ma si trovava poco perché nessuno sapeva scrivere. Quando i vecchi prendevano la pensione alla posta io mi mettevo in fila per vedere se qualcuno firmava con nome e cognome. Ma era difficile perché tutti mettevano la croce. Ecco perché, forse, mi faceva impressione la X di DUX, perché mi ricordava tutte quelle croci, tutta quell'ignoranza dell'adolescenza. Ecco perché, pure adesso, mi dà fastidio quando qualcuno dice FAX o acciaio INOX. Quando sento FAX è come se chi lo dice non fosse capace di scrivere una lettera e mandarla con posta normale. Quando sento INOX è come se quello che lo dice tenesse 'na coccia d'acciaio che non s'impara manco se cala Gesù. E rimane ignorante e si firma con X. Insomma, l'ignoranza mi ha sempre fatto paura. Ecco perché ho scritto tanti libri. L'ho fatto per il ricordo della carenza di pagine da leggere di quando ero bambino. Giovanni Petta Fonte: http://www.giovannipetta.eu/ , 2 dicembre 2017.

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