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  • Di chi era lo stemma sul portale dello Sci Club di Capracotta?

    Non è da poco tempo che cerco di capire per quale motivo lo scudo araldico che sormonta il portale settecentesco dello Sci Club di Capracotta non contenga alcuna insegna araldica. Un solo elemento, di non poco conto, ci aiuta a capire qualcosa: la data 1755 impressa sul concio centrale dell'archivolto. Ma se è semplice datare il portale, non altrettanto semplice è stato per me capire a quale famiglia appartenesse l'emblema scomparso e il motivo per cui sia stato cancellato. Le vicende architettoniche del palazzo sono state ampiamente illustrate da Alfonso Di Sanza ( qui ), il quale ha spiegato il motivo per cui il portale di quella parte dell'edificio che corrisponde all'attuale casa municipale abbia uno stemma che sicuramente non ha nulla delle famiglie feudali del Molise: È composto da figure completamente estranee al blasone della casa ducale di Capracotta. Vi sono rappresentati una torre, un falco, un cuore trafitto e due stelle; l'esatta descrizione araldica è la seguente: d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte. Ben diversa, quindi da quella dei Capece Piscicelli che è: di rosso alla banda d'oro caricata dal girello d'azzurro e accompagnata in capo da un rastrello a tre pendenti d'oro. Per quanto riguarda i Capece Piscicelli duchi di Capracotta: Andrea Giuseppe (1646-1684), comprò il feudo di Capracotta, divenendone 1° Duca il 29-10-1674; Giuseppe (1674 -1693), 2° Duca di Capracotta post 1680; Giacomo (1650-1711), 3° Duca di Capracotta dal 1693; Giuseppe (1696-1755), 4° Duca di Capracotta dal 1711; Giacomo (1727-1777), 5° Duca di Capracotta dal 1755; Giuseppe (1757-1773); Carlo (1758-1799), 6° Duca di Capracotta. L'ultimo feudatario di Capracotta era stato Carlo Capece Piscicelli. Alla sua morte, avvenuta nel 1799, la vedova Mariangela de Riso cedette parte del palazzo al suo amministratore Diego di Ciò. Aggiunge Alfonso Di Sanza: «Stanislao Falconi, Avvocato Generale presso la Corte di Cassazione nel 1848, elevato al rango di Pari del Regno, acquistò il palazzo direttamente dai Capece Piscicelli e, di conseguenza, per lasciare scolpita nella memoria collettiva questo storico passaggio, fece incidere sul portone d'ingresso, lo stemma della sua famiglia». Il palazzo fu ceduto al Municipio di Capracotta da Federico, figlio di Stanislao. Presumo che in quella occasione fu ceduta anche la parte che era dei di Ciò. Non so se è quella corrispondente all'attuale Sci club che divenne comunale. Proprio in questa parte sopravvive il pregevole portale che è privo degli attributi araldici. La data 1755 non ammette equivoci, ma, pur essendo certi che in origine vi fosse lo stemma di famiglia, potrebbe rimanere il dubbio su quale dei diversi stemmi dei Piscicelli-Capece vi fosse rappresentato. I Piscicelli-Capece, duchi di Capracotta, infatti, ne ebbero uno che in qualche modo, pur richiamandosi a quello di origine, aveva qualche differenza. La soluzione si trova in una parte quasi nascosta della navata laterali della chiesa dell'Assunta dove si conserva lo stemma originale dei Piscicelli-Capece feudatari di Capracotta. Si tratta dello scudo partito. Reca nel campo di nero a destra (sinistra guardando) un leone rampante d'oro appartenente ai Capece. Quello di sinistra, dei Piscicelli, ha il campo di rosso e la banda cuneata d'oro e d'azzurro con una stella di oro nel capo in luogo del lambello. Va tuttavia considerato che il titolo comitale di Capracotta per oltre due secoli è appartenuto ai Caracciolo di Santobuono: Alfonso (1603-1660), 3° Principe di Santobuono, 6° Marchese di Bucchianico, 1° Conte di Capracotta; Ferrante (1605-1647), 2° Conte di Capracotta dal 1624; Marino (1646-1694), 3° Conte di Capracotta; Carmine Niccolò (1671-1726), 4° Conte di Capracotta; Marino (1696-1745), 5° Conte di Capracotta; Gregorio (1724-1791), 6° Conte di Capracotta; Ferdinando (1757-1814), 7° Conte di Capracotta. Franco Valente

  • Vi racconto Capracotta

    Mi piacerebbe essere uno scrittore per descrivere con proprietà di linguaggio ed in modo forbito come farebbe un professionista della penna, invece, ogni volta che scrivo, è una sofferenza per cercare di essere sulle rotaie della forma e della grammatica. Quando mi lascio andare dalla scorrevolezza della spinta creativa, rischio di essere incomprensibile anche a me stesso. Per essere sincero non amo rileggere quello che scrivo, un po' per pigrizia e un po' per una inconscia presunzione perché credo che sia compito degli addetti o tecnici, come gli insegnanti di lettere, fare le correzioni. Immagino, pertanto, la presenza di scrittori qualificati. Tale idea l'ho espressa anche al Sindaco in occasione della presentazione del Diario di Capracotta, invitati per un concorso letterario, a scrivere in una di quelle tipiche case di pietra le cui mura superano anche il metro di spessore e che ben isolano dal freddo e dal caldo e nel loro interno conservano lo spirito del passato ricco di sofferenze, gioie ed anche rassegnazione. Comunque non ci sono impedimenti per poter dire il mio rapporto con questo singolare paese d'alta montagna dal nome di Capracotta. Quando alcuni decenni fa ci andai per la prima volta non sapevo niente, nemmeno l'ubicazione, lo conoscevo solamente per il suo clima, le nevicate storiche che lo isolavano e la bontà delle melucce chiamate limoncelli ed il caciocavallo. Fui piacevolmente impressionato dalla natura circostante consistente prevalentemente di boschi ed anche di piccoli paesi stretti intorno ad uno spuntone di roccia o ad essa accostato come Villa Santa Maria. La strada impervia passava attraverso l'unico paese di mia conoscenza: Bomba. Curioso per natura, chiesi se intorno ci fossero i lupi e le aquile, ma fui deluso dalle risposte vaghe. Che fascino mettere piede dove il passato era chiuso, immobile, in un clima piovigginoso e freddo, fra ordinate cataste di legna da ardere e case legate a treno con la pietra viva dello stesso colore del cielo. Esse non sono più alte di due o tre piani che aumentano nella parte retrostante di un ambiente dove venivano custoditi animali, prevalentemente maiali, galline e pecore. Il profumo dell'aria mescolava quello della stalla alle erbe selvatiche ed al legno, però leggero e purificato. Avido di sensazioni ho fissato alcune immagini con la fotografia ed in modo dettagliato le radici nude di alberi ai lati della strada. Una lieve foschia dava una spinta alla comunione con le cose. Questa sorta di unicità con la natura si è disfatta col tempo: sono scomparse le stalle che contribuivano ad una sorta di indipendenza economica ed anche i cumuli di legna, perché la modernità ha imposto il consumo di gas, rivestite le pareti con intonaco colorato, rifatto i tetti che erano altamente pittorici con pietre fissanti ed annullati i piacevolissimi e fantasiosi comignoli. Il tempo ha incominciato a scorrere più velocemente tranne che nel periodo invernale. Si aveva la sensazione come di una unicità del tempo non scandito da ritmi dovuti al pranzo od altro, nemmeno dalla notte. Tutto a rilento, una continua dilatazione dal sapore di attesa, magari di una risposta, di una notizia, di una pensione e chi sa di che altro... magari astratto, oppure, senza tragicità, la morte. Ho scoperto ogni cosa che per me era fuori di ogni concezione, come il simbolo di un maschio ed una femmina, stilizzati e posti in bassorilievo piatto sulla porta di una chiesa, per indicare dove dovevano disporsi i diversi sessi all'interno della navata. Le vie non sono molte, ma ben tenute, anche se le indicazioni sono scritte in minuscolo, come ad esempio: Dante Alighieri. Magnifiche le scalinate arredate con vasi di fiori e panche disseminate un po' da per tutto. Non mancano angoli molto pittorici, come un paio con un'arcata fra le case, che dà modo di collegare pedonalmente due strade. Pochi i balconi per ovvie ragioni di neve e gelo ma ornati con vasi di fiori. Il silenzio è esaltante alla stregua dell'aria pulita che delicatamente leggera invita a porsi sulle ali di una farfalla. Ho scoperto l'ancestrale piacevolezza del profumo delle foglie di una pianticella che nasce ai margini delle strade della quale nessuno, per anni, ha saputo darmi notizia. Poi, finalmente, nell'orto botanico, vengo a conoscenza trattarsi della famosa artemisia o assenzio dalla quale in passato si ricavava una bevanda, poi proibita, che era fortemente usata nella Parigi fine Ottocento dagli artisti amanti di droghe. La cucina locale è povera per motivi dovuti all'altitudine, ma ho mangiato le pappardelle al sugo di cinghiale, il cui sapore è rimasto indelebile nella mia memoria. A Capracotta si produce la rinomata treccia, la stracciata, il caciocavallo, i burrini, le scamorze, la ricotta ed altri formaggi che sono di una bontà ineguagliabile. Dimenticavo la pezzata, sagra della pecora cotta alla callara con alcune erbe, che tiene la prima domenica di agosto e richiama troppi turisti. Qui ho scoperto un frutto per me eccezionale, una prugna verde chiamata vangròca , che non conosce il senso dell'acre, del quale sono ghiotto. Non oso descrivere la perdita della pizza coi peperoni rossi del forno a legna. L'aria fresca e pura crea una grande metamorfosi di piacevolezza agli insaccati lasciati ad asciugare anche al fumo. A Capracotta è stata l'unica volta che ho mangiato la scapece, attratto dal suo colore zafferano. Il clima, si sa, è per undici mesi fridde e uno frische . Bello il dialetto, che ha assonanze con quello napoletano e alcune durezze che hanno il sapore di montagna. Contemplare l'alba e il tramonto è un momento d'alta poeticità che lega agli altissimi livelli religiosi e alle riflessioni profonde. Ho ammirato in un anfratto un giglio tigrato, che mi ha sorpreso per il fatto che non fosse stato scoperto e colto da mani sacrileghe. Nello stesso luogo, un po' sopra, ho goduto la visione in primavera di una lunga cascata d'acqua. Che meraviglia il cielo stellato. Consente l'avvicinamento e la partecipazione dell'infinito e permette di seguire le rapide traiettorie dei satelliti artificiali. D'estate la notte è animata da rappresentazioni teatrali, concerti, balletti e sfilate di moda in piazza con un tocco di internazionalità. Godibile il suono dell'orologio civico che si lega a momenti con quelle delle campane. Ma il fulcro è la neve. Questo fenomeno atmosferico, ogni tanto, si manifesta in modo sproporzionato tanto da raggiungere e superare gli otto metri. Gli abitanti si sono attrezzati per conviverci perché, a volte, perdura per diversi mesi. Basta osservare come sono fatte le imposte: le porte hanno una lastra di legno rivestito di metallo posta in basso in modo leggermente obliquo. Le finestre sono con sportelloni incorniciati da portanti in legno colorato verde che si sposano perfettamente con la squadrata pietra. Guai ad uscire durante le bufera da una porta che guarda la direzione del vento; non si rientra, tanta è la neve che s'accumula in pochi minuti e non consente di richiuderla. Ma quando esce il sole, la neve ghiacciata determina un mondo incantato, soprattutto nella Villa dove gli alberi splendono come fate. Altro ambiente esaltante è di certo la pista di fondo su Prato Gentile, così ben messa da disputarci gare anche internazionali. Io che non sono uno sciatore, la percorro d'estate a piedi tra la frescura del faggeto dove si scorgono le fragoline selvatiche fra le alte erbe. I funghi li vedo ma non li colgo, tutt'al più li fotografo. Sorrido al ricordo di un giorno che sono andato dietro la banda, la quale si esibiva dopo uno scroscio di pioggia per la festa di San Sebastiano, per le vie del paese. Ero insieme ad un cane, con un po' di commozione fino ad umidire gli occhi, tra l'esaltato e lo sconcertato mi chiedevo perché gli altri fossero così insensibili alla musica. Il tutto condito dalla tenerezza nel vedere alcune ragazze bandiste. Invece ho capito il detto che dice: li cannéle si cunsùme e la prucissiòne nin parte , tanto sono stati lenti da ritardare di un'ora. Pazienza. Nella pinetina, dove quasi quotidianamente vado a leggere, scrivere ed anche disegnare, ho assistito al litigio di due scoiattoli che si rincorrevano tra i rami, intorno al tronco e la cosa più spettacolare è stato il salto da una albero all'altro. Più che godibile è il silenzio venato dal suono in lontananza dei campanacci, che portano al collo le mucche al pascolo e il richiamo di un rapace passante. Alcuni cani pastori abruzzesi gironzolano liberi per il paese e per evitarli a volte ho fatto marcia in dietro. Piacevolissimo è stato invece l'incontro notturno che ho avuto con una volpe, che faceva a nascondino in attesa del mio allontanamento per andare ai bidoni della spazzatura. Un angolo suggestivo e vertiginoso è il terrazzo-belvedere a lato della Chiesa Madre che spazia sulla valle del Sangro fino alla Maiella ed è il luogo dove i ragazzi esibiscono spavalderia sedendosi sul muretto di protezione che cade spiovente per centinaia di metri. Esso è anche lavagna di messaggi amorosi, sociali e sportivi scritti prevalentemente con pennarelli. È terrificante il suono del tuono durante i temporali come voler ricordare la supremazia della natura e l'onnipotenza di Dio. Al contrario è accogliente e misericordiosa la chiesetta della Madonna di Loreto, ben tenuta in un luccichio dorato degno della santità. La Chiesa Madre, come per miracolo, si erge al limite del precipizio su una roccia che sovrasta il paese. La sua aria severa, quasi di rimprovero, con un tocco di goticismo abbandonato su una facciata laterale, cambia nel suo interno barocco con dipinti moderni della Via Crucis. In uno stato di quasi totale abbandono, che più volte l'ho trovata chiusa, è la chiesetta oratorio di San Vincenzo Ferreri. A pianta quadrangolare, disadorna, presenta la statua del Santo con le ali e una fiammella sul capo alla stregua di un arcangelo. Ho chiesto spiegazioni a diverse persone e sacerdoti del luogo sul perché questo santo avesse tali caratteristiche. Un anziano mi ha dato lumi, dicendo che è un angelo dell'Apocalisse, glorioso apostolo e taumaturgo. Come ho già detto non sono uno scrittore, ma un poeta, anche se autodefinirsi è più che antipatico, e come tale trovo Capracotta un ambiente che offre stimoli riflessivi, meditativi, contemplativi e creativi. Ciò avviene prevalentemente su quelle panche, anche attrezzate per il picnic, mancante di manutenzione, poste ai margini delle strade periferiche a ridosso di pinete. In questi luoghi ho avuto piacevoli incontri tra cui uno con un sacerdote, insegnate di filosofia, il quale ha apprezzato quanto avevo appena prodotto in versi. A Prato Gentile una comitiva di Cuma si è seduta dove ero io per consumare il pranzo all'aperto ed ha voluto che leggessi quanto avevo appena scritto e, con mia sorpresa, mi sono ritrovato a declamare con giusto tono vocale e cadenza, cosa che non avviene quando sono invitato alla lettura in pubblico. Certo la comunione con la natura benevola ha agevolato ad esprimermi in modo disinvolto e disinibito e quei signori, tra cui diversi insegnanti ed ex poetesse, hanno preteso la copia dei miei versi. Nel territorio spiccano: la contrada Macchia, nella cui zona archeologica fu ritrovata la famosa tavoletta osca bronzea, attualmente a Londra. Quando ne sono venuto a conoscenza è stata tanta la suggestione, che su di essa ho scritto il poemetto "Cerealia" con illustrazioni. Monte Campo che, come San Marino, si erge con la croce ferrea sulla sommità e da qui si riesce a scorgere nei giorni limpidi l'Adriatico e il Tirreno. I resti di mura ciclopiche su Monte Capraro, dove c'è aria di mistero e di religiosità. Il torrente Verrino con il fascino selvaggio misto a spettacolarità fiabesca dovuta alle cascatelle. A confine nel territorio di Pescopennataro c'è l'Eremo di San Luca, qui la roccia fa da padrona tra i boschi, mentre l'aria incontaminata sembra ferma ai tempi di Gesù. Il precipizio a lato dà le vertigini col fascino del dominio sul sottostante e un senso di elevazione di tipo levitazionale e spirituale. I cittadini sono molto cortesi e disponibili con momenti di distacco totale tra la superbia e il non voler essere toccati dalla loro solitudine. Quanto ho cercato succintamente di descrivere con (suppongo) scarso risultato, è un suggerimento per far vivere direttamente a chi mi legge il contatto diretto con Capracotta e trarne la sua anima, oggi mascherata da un aspetto svizzero che sa di asettica pulizia. Via méne . Resto in attesa di un eventuale concorso, da me suggerito agli amministratori comunali (consistente nell'ospitare, almeno per una settimana, alcuni scrittori in paese per scrivere un racconto che traduca quanto dettato dal paese o altro), per avere il piacere di leggerli. Vinicio Verzieri Fonte: http://www.vinicioverzieri.com/ , 6 febbraio 2009.

  • La compagnia del Conte di Caserta nella Capracotta spagnola

    Le compagnie di ventura erano truppe mercenarie utilizzate dai nobili, sin dal Basso Medioevo, per difendere o espandere il proprio dominio. Formate dai cosiddetti soldati di ventura e guidate da un capitano, tali compagnie avevano come scopo principale quello di gonfiare le proprie tasche, sulla base degli ingaggi che via via venivano loro proposti dalle famiglie aristocratiche. Grazie alla riscoperta delle cedole dell'antica Regia tesoreria generale, custodite presso l'Archivio di Stato di Napoli, ho desunto che nel 1567 una compagnia assoldata da Baldassarre Acquaviva d'Aragona (1540-1577), conte di Caserta, soggiornò per alcuni giorni a Capracotta. Baldassarre subì giovanissimo la cosiddetta reazione spagnola, che colpì tutti i suoi familiari, finché la madre Anna Gambacorta non riuscì, dopo una lunga causa col fisco e dietro il versamento d'una ingente somma, a riottenere l'infeudamento di Caserta e degli altri feudi dalle mani di Carlo V. Fedele agli Spagnoli, Baldassarre Acquaviva combatté nella guerra di Siena (1554-55) e in quella contro Paolo IV (1556), tenendo a libro paga ben duecento cavalieri e cinquecento fanti per la difesa dei confini abruzzesi. Per quanto riguarda una delle sue compagnie di ventura, dirò solo che il 31 ottobre 1567 egli dispose il pagamento dei salari per i 52 soldati che ne facevano parte i quali, guidati dal luogotenente Vincenzo Pandone, erano acquartierati ad Isernia dal 26 settembre. Tuttavia, oltre allo stipendio, il Conte, attraverso «Sigismondo Molinaro, de mio officio pagatore extraordinario», ordinò di rimborsare le dieci università che avevan fornito loro il vitto al tempo che «in quelle sono state alloggiate». Le località da risarcire erano «Crapacotto de contado de Molise, San Giovanni in Gaudo de detta provincia, Tuoro de detta provincia, Isernia de detta provincia, Rocca Sant'Antonio de Principato Ultra, Celera d'Apruzo Ultra, Civitella de l'Abbazia de detta provincia, Bessea de detta provincia, Carpineta de detta provincia, Brittoli de detta provincia». Se poi si scorre la lista dei soldati di quella compagnia, tra i tanti nomi ne spicca uno davvero illustre: quello di «Gioan Bruno», ovvero Giovanni Bruno, padre del filosofo Giordano (1548-1600), morto sul rogo a Campo de' Fiori. Partita dagli estremi confini del fiume Tronto e diretta a Lucera, la colonna militare dovette soggiornare in diverse località abruzzesi, molisane e pugliesi. Difatti il comune a cui spettava la somma più alta era Rocchetta Sant'Antonio (FG), con ben 128 ducati, 3 tarì e 1 grano; era seguita da Isernia con poco più di 109 ducati; in terza posizione troviamo invece Capracotta, a cui vennero saldati 24 ducati. Qualora si volesse attualizzare il valore della valuta, si potrebbe ipotizzare che un ducato d'argento corrisponda, sulla base della materia prima, a 100 euro. A Capracotta, dunque, la compagnia dell'Acquaviva pagò 2.400 euro (quasi 50 euro a testa), lasciando immaginare che sia rimasta sul nostro territorio 2-3 giorni. Per quanto riguarda il nostro feudo, invece, nel dicembre del 1567 morì Giovan Vincenzo d'Evoli, barone di Castropignano e Capracotta, che lasciò tutti i beni al figlio Andrea il quale, accusato a sua volta di fellonia, dovette alienarli l'anno successivo in favore della figlia Aurelia. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Memorie historiche di diverse famiglie nobili, così napoletane, come forastiere , Raillard, Napoli 1691; E. Bacco, Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano, Napoli 1644; E. Capecelatro, Decisiones novissimæ Sacri Reg. Cons. Neap. in quibus abstrusiores iuris quæstiones , vol. I, Gaffari, Napoli 1640; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Spampanato, Vita di Giordano Bruno, con documenti editi e inediti , vol. II, Principato, Messina 1921.

  • Spigolature e curiosità dal Libro dei Fuochi di Capracotta del 1732

    Circa tre anni fa annunciai l'inizio di un progetto che avrebbe consentito la ricostruzione della consistenza dei nuclei familiari capracottesi a partire dal 1800 per arrivare alla fine del 1600. Una parte consistente del progetto era costituita dal database che incrociava le informazioni provenienti da tre fonti diverse: il Libro dei Fuochi del 1732, lo Status Animarum del 1741 ed il Catasto Onciario del 1745. Il lavoro è stato finalmente concluso ed il database relativo al 1700 si è rivelato una fonte oltremodo ricca d'informazioni. L'incrocio dei dati permette di ricostruire con facilità la consistenza dei nuclei familiari di quel periodo e rintracciare i legami di parentela che li collegano, consentendo di riunirli facilmente al comune capostipite. Oltre alle informazioni di carattere genealogico, il lavoro consente di ricostruire la situazione economico-sociale delle varie famiglie, la loro dislocazione sul territorio e gli eventi che ne hanno tracciato la storia. La consistenza delle informazioni ricavabili è davvero notevole e sarebbe impossibile riassumerle in poche righe. Possiamo però toglierci il gusto di "pescare", tra i tanti dati, qualche piccola curiosità. Per esempio in cosa consisteva ed a quanto ammontava la dote delle donne capracottesi? La consistenza media si aggirava sui 90 ducati. Normalmente consisteva in un letto, una o più vesti e pannamenti, ai quali si aggiungevano spesso oro e rame lavorato. Più raramente la dote consisteva anche in contanti, in una casa ed in terreni, e ciò non valeva necessariamente per le famiglie più ricche. Potevano essere aggiunti, per aumentare la consistenza dei beni dotali anche animali quali pecore, vacche, cavalli, buoi, ecc. La dote in assoluto più ricca fu quella assegnata ad Angela Mosca (1685-1708, figlia di Giuseppe ed Agnese Castiglione) che andò in sposa a Domenico Antonio di Maio: ammontava a ben 1.300 ducati e consisteva in animali pecorini, vaccini, giumentivi e altri corredali . In seconda posizione troviamo la dote di 1.000 ducati di Eugenia Gualtieri di Vastogirardi (n. 1676) moglie di Francesco Cassiero. Altra appartenente alla famiglia Mosca, Agnese (n. 1713, figlia di Giovanni Mosca e Vincenza del Vecchio di Vastogirardi) portò al marito, il medico Giovanni Paolo Cassiero, una dote di 700 ducati. Per sua madre, Vincenza del Vecchio, i beni dotali  ammontarono a 300 ducati. La dote di Agata Baccari (n. 1697) moglie del medico Nicola Mosca, fu di 500 ducati. Altre doti di 300 ducati spettarono a Lucia Melocchi (n. 1698, di Gregorio e Apollonia del Baccaro), Geltrude del Vecchio moglie dello speziale Mattia Mosca, Antonia Baccari (+ 1724) moglie di Pascantonio Melocchi, e Francesca de Saviis (n. 1669) moglie di Salvo Campanelli. Doti ricomprese tra i duecento ed i trecento ducati furono assegnate a donne delle famiglie di Lorenzo, Melocchi e Mosca. Altra curiosità riguarda le case di abitazione. Il libro dei fuochi le censisce in base al numero dei "membri" di cui erano costituite, con riferimento non al numero delle persone che vi abitavano, bensì al numero delle stanze o vani che le componevano, specificando se si trattava di casa "palaziata" o meno. In media la maggior parte delle abitazioni contava 2 o 3 stanze. Nel paese solo 18 di queste superavano i 10 vani. Iniziando dalle più grandi troviamo in contrada Sant'Antonio Abate la casa palaziata di 37 vani, del medico Amicantonio Pettinicchio, ed in contrada San Giovanni, la casa di 37 vani con spezieria, di Giovanni Mosca, locato della Regia Dogana. Spostandoci in contrada Santa Maria delle Grazie troviamo un altro casamento di 31 vani appartenente a Filippo Baccari, professore utroque iuris , che però abitava ad Introdacqua. Nella stessa contrada c'erano la casa palaziata di Mattia Pizzella (18 vani), locato della Regia Dogana, e l'abitazione di 12 vani del pastore Marsilio Ferrelli di Roccaspinalveti. La zona con maggior concentrazione di abitazioni di grandi dimensioni era il "Ristretto della Terra"; qui si trovavano: la casa palaziata (20 vani) di Giovanni Castiglione, locato della Dogana, le case di Antonio di Tella, anche lui locato, e del fabricatore Nicola Labbate, entrambe di 15 vani, nonché la casa di Silvestro Police, fabricatore (14 vani). Altre tre abitazioni in contrada San Rocco, rispettivamente di 17, 15 e 12 vani, appartenevano al medico Giovanni Paolo Cassiero, al massaro Mattia Venditto e ad Alessandro Campanelli. Gioacchino de Laurentiis (censito con questo cognome nel Libro dei Fuochi del 1732, e come di Lorenzo nello Status Animarum del 1741) e Francesca de Saviis, vedova di Salvo Campanelli, abitavano in contrada Sant'Antonio Abate due abitazioni rispettivamente di 21 e di 15 vani. Due fabbricati di 12 vani ciascuno in contrada San Giovanni erano di proprietà di Giovanni di Marco e Giustiniano Caporiccio, vaticale . Gli ultimi due fabbricati di generosa consistenza, erano ubicati nelle contrade di Sant'Antonio di Padova e delle Ionche ed erano abitate da Crescenzio di Rienzo (12 vani) e dall'arciprete D. Francesco Antonio del Baccaro (11 vani). Un'ultima curiosità: quanti capracottesi utilizzavano personale di servizio? Il censimento del 1732 ha una risposta anche a questa domanda. Si trattava in genere di persone provenienti da altri paesi e che vivevano in casa con le famiglie che, in cambio dei loro servigi, le ospitavano fornendogli vitto e alloggio oltre ad una seppur minima rendita. Quali erano le famiglie che utilizzavano l'ausilio di personale per le faccende di casa? Andiamo a conoscerli: Filippo Baccari e Barbara Iusi potevano contare su una balia, un custode ed altre due persone di servizio. Gli aiutanti erano solo due in casa dei coniugi Giovanni Castiglione e Teresa Iavicoli, Giovanni Mosca e Vincenza del Vecchio, e di Domenico di Maio e Angela Mosca. Impiegavano, invece, una sola persona le famiglie di: Girardo Baccari e Leandra di Maio, Mattia Pizzella e Antonia d'Andrea, Mattia Venditto e Nunzia Campanelli, Nicolantonio di Lorenzo e Isabela Lucarella, Amicantonio Pettinichio e Agnese Mosca, Antonio di Tella e Margherita Castelli, Crescenzio di Rienzo ed Eufrasia Mosca, Domenico Melocchi e Nunzia Rosa Mosca, ed infine Enrico d'Andrea ed Eufemia di Maio. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: http://www.casadalena.it/ , 10 maggio 2018.

  • Don Carmine Sciullo, salesiano

    Don Carmine Sciullo nacque a Capracotta (Isernia) il 20 novembre 1915. Durante gli studi liceali entrò a far parte della Congregazione salesiana nell'Ispettoria meridionale con la "professione" temporanea (1933 e 1936) e perpetua (1937). Dopo il tirocinio svolto tra Roma e Portici frequentò gli studi teologici a Torino, dove nel 1942 fu ordinato sacerdote dal cardinale Maurilio Fossati. Ebbe poi l'incarico di aiutante Maestro dei novizi nella casa di Portici. Durante il secondo conflitto mondiale, tra il 1943 e 1944, subito dopo lo sbarco, in cui Capracotta fu distrutta dall'esercito tedesco in ritirata, operò quale volontario nella Resistenza. Da giovane sacerdote si mise a disposizione della chiesa locale per sopperire alle necessità del clero; preziosa fu la sua opera nell'assistenza spirituale alla popolazione. Per questo nel dicembre del 1943 ottenne il permesso di circolazione per la campagna, nelle ore di coprifuoco. Terminata questa esperienza assunse l'incarico di Direttore delle case salesiane di Portici (1944-1947) e di Andria (1947-1953). Dall'autunno 1953 all'autunno 1959 esercitò poi a Vietri due mandati nell'incarico di Direttore dell'Oratorio, e per il 1955-56 anche quello di vicario economo nella parrocchia di San Giovanni. La presenza di don Sciullo fu preziosa anche per la trasformazione del parco della Villa Carosino, del campo da giochi, nella realizzazione della chiesa di S. Maria Ausiliatrice e dell'ambiente destinato a teatro, il tutto unito a viali panoramici, frequentati anche dalle famiglie. Per l'azione di salvataggio ed assistenza alla popolazione durante i giorni dell'alluvione dell'ottobre 1954 gli fu conferita dal Presidente della Repubblica la medaglia d'argento al valore civile. In occasione del 30° anniversario del doloroso evento, il Comune di Vietri gli assegnò la medaglia d'oro. Completati i 6 anni vietresi prestò la sua opera di Direttore, unita ad altri incarichi in Puglia (Manduria, Cerignola, Taranto, Bari e Lecce) ed a Piedimonte Matese. In età matura, sessantenne, coronò anche il vecchio sogno di svolgere la sua attività pastorale da missionario, trasferendosi nel nord dell'Argentina (Formosa), ove si trattenne per 15 anni, costruì per riconoscenza anche una cappella mariana. Nel 1990 fece rientro in Italia operando per lo più nella pastorale parrocchiale nei centri di Andria e Caserta fino al 2015. Il 27 maggio 2012, nonostante l'avanzata età, volle essere presente per inaugurare, alla presenza del Sindaco e della comunità locale la mostra documentaria rievocativa della storia dell'Oratorio salesiano. Il 13 agosto di quello stesso anno, il Consiglio comunale di Vietri sul mare, gli conferì la cittadinanza onoraria. Suggerì e collaborò con gli ex-allievi per la realizzazione della nuova vetrata della chiesa con l'immagine di santa Maria Domenica Mazzarello, che fu inserita il 23 maggio 2010. Nel 2015 fu trasferito nella comunità salesiana di Salerno, nella sezione geriatrica, ove ha continuato sempre molto apprezzato, compatibilmente con l'età e con la salute, a collaborare, come confessore soprattutto del clero diocesano. Il Signore lo ha chiamato a sé il 19 aprile del 2018. A Salerno, nell'estate dello scorso anno aveva celebrato i suoi 75 anni di sacerdozio. In occasione della festa per i 100 anni, incontra Papa Francesco nella reggia di Caserta. Andrea Pellegrino Fonte: http://biesseonline.sdb.org/ , 19 aprile 2018.

  • In cima a Monte Campo

    La mia prima salita alla vetta di Monte Campo fu nel dicembre del 2015. Viaggiavo per la prima volta tra le montagne dell'Alto Molise e mi innamoravo di questo territorio intatto e bellissimo, semplice e vero. Ci torno ogni anno con amici carissimi ed ogni volta l'ascesa a Monte Campo è un po' come un pellegrinaggio. Il sentiero, segnavia 310 , parte all'altezza dell'Hotel Monte Campo, che si trova qualche tornante dopo aver superato il paese di Capracotta. Lasciati sulla sinistra la piccola Chiesa di Santa Lucia e un abbeveratoio in pietra con acqua sempre zampillante, si inizia a salire. Il percorso è facile e ben segnato, con un dislivello di 200 metri (si parte da quota 1.550 per arrivare a 1.746 m.), circa 45 minuti di cammino. Dopo i primi due tornanti si attraversa un bosco di pino nero, faggi e aceri montani. Ad un certo punto, dopo aver superato un casolare di pietra, una rimessa agricola, il sentiero si sdoppia: il 310B porta direttamente alla Croce della vetta di Monte Campo, il 310 prosegue in discesa fino a Portella Ceca prima per poi ricongiungersi con il 310B che conduce alla vetta. Io ho sempre proseguito dritta sino alla cima sul 310B. Il bosco di dirada e si apre uno scenario ampio di faggi ed abeti, in autunno i colori sono bellissimi, in inverno si cammina nella neve alta. Poco dopo si scorge la grande croce di ferro che svetta sulla cima. Si raggiunge quota 1.746 metri, è il punto più alto del comune di Capracotta: la vista a volo d'aquila sulla dorsale appenninica spalanca occhi e cuore. Si domina l'intera valle del Sangro e si scorge il paesino di Pescopennataro aggrappato alla roccia come un nido. La croce di Monte Campo ha una bella storia: la prima fu costruita in legno nel 1900, alta ben tredici metri, fu abbattuta da una bufera di vento e neve nel 1911. Tra il 1929 e il 1932 ne fu costruita un'altra in ferro, ma nel 1981 fu nuovamente abbattuta dal vento. La croce attuale è stata eretta nel 1982, benedetta il 1 novembre del 1982. È un simbolo molto caro agli abitanti di Capracotta, sorveglia dall'alto l'abitato, da oltre un secolo è la storia del luogo e icona per tanti escursionisti. Il 31 dicembre, ogni anno, la Pro Loco di Capracotta organizza l'ascesa alla cima nel primo pomeriggio, brindisi in vetta e discesa con le fiaccole. Un rito collettivo, un pellegrinaggio laico, una devozione verso la montagna. Un grazie speciale va a Filippo e Francesca che mi hanno iniziato al Molise e che ogni volta mi ospitano tra queste montagne. Monte Campo è una conquista che facciamo insieme ogni volta. Donatella Bernabò Silorata Fonte: https://www.donatellabernabo.it/ , 3 gennaio 2020.

  • Agnone-Pietrabbondante e Capracotta-S. Pietro Avellana

    Nella seduta del 27 Novembre 1900 l'On. Comm. Falconi presentò alla Camera dei Deputati un progetto di legge pel distacco dei due Comuni di Pietrabbondante dal Mandamento di Agnone, e di S. Pietro Avellana da Capracotta per aggregarli al fortunato Carovilli. Questo semplice atto di malintesa lealtà del nostro illustre rappresentante verso una larga parte di elettori, ha dato luogo a varii e sfavorevoli comenti, e gli avversari hanno presa la palla al balzo per accusarlo presso a poco di alto tradimento ; donde la necessità di eliminare gli equivoci e le esagerazioni, e di rimettere le cose al loro posto, dando alla volontà dell'On. Falconi l'esatto significato. Che Agnone e Capracotta debbano con ragione essere dolenti di questo progettato distacco non è neppure a dubitarne, perché la perdita di un Comune arreca un aggravio di ratizzi, diminuisce l'importanza del Mandamento, danneggia i privati interessi. Ma che per tenere affermati i loro dritti di unione nei rapporti della circonscrizione giudiziaria debbano sconoscere gli altrui, è come volere cercare di addolcire con le spine le ferite che i reclamanti hanno o credono di avere. Il Comune di Pietrabbondante fin dal 1875 cominciò ad agitarsi presso il Consiglio Provinciale per separarsi dal Mandamento di Agnone, ed altrettanto ha fatto S. Pietro Avellana pel Mandamento di Capracotta dopo l'apertura della ferrovia per Isernia. I provvedimenti su questi voti furono da prima sospesi per dare tempo ai Comuni interessati di produrre memorie confutatrici, e per preparare dopo una discussione seria, ragionata; ma invano. Finalmente il Consiglio Provinciale finì col dare in diverse sedute i voti favorevoli. Per la presentazione alla Camera del relativo progetto di legge fu fatto appello alla giustizia dell'On. Falconi, il quale, lungi dal volere arrecare uno strappo alla dignità di Agnone e di Capracotta, non trovò difficoltà, ma senza impegno e senza spirito di partegianeria, imperocché se altri Comuni per tarda resipiscenza si fossero creduti lesi sugl'interessi erano nel pieno dritto di esporre liberamente le loro ragioni, dal cui [...] poteva meglio emergere la verità. Quanto a me osservo che, sollevata da tanti anni la quistione del distacco, era tempo oramai di farla risolvere, anche perché una corrente di poco benevoli relazioni si stava formando tra paesi i quali per la comunità di origini, di costumi e d'interessi sono destinati a porgersi il vicendevole aiuto, anziché ad odiarsi. E noi dobbiamo riputarci fortunati se la presentazione del progetto è stata fatta da persona autorevole e disinteressata, non con animo ab irato , ma tranquillo, per ottenere che una grave quistione che appassiona due Comuni fosse portata sull'ambiente sereno del Governo, dove si spuntano le armi delle false pretese, e si decide con quei criteri di equità e di legalità che sono la più salda garenzia delle nostre istituzioni. Il Consiglio Comunale di Capracotta fin dal Dicembre ultimo volle con seria correttezza esaminare obbiettivamente la quistione, ed al solo motivo addotto da S. Pietro Avellana di volersi distaccare (comodità di viaggiare in ferrovia) ne contrappose altri importanti o meno validi, che furono rassegnati non ai favori, ma al giudizio imparziale del Governo. Se anche Agnone ha fatto altrettanto, smettendo gli attacchi che non menano a nulla quando vibra l'interesse di paesi interi, mi sembra che si sia messo nella via legale, che neppure agli avversari deve dispiacere. L'On. Falconi, siamo sicuri, rimarrà estraneo innanzi alle ragioni che esporranno i Comuni, ed impedirà qualunque illecita ingerenza. Il Governo, unico arbitro della vertenza, esaminerà con deferente diligenza ogni motivo ed ogni circostanza, e provvederà. Auguriamoci frattanto che le ragioni di Agnone e di Capracotta avranno una sufficiente prevalenza per evitare la minacciata iattura, se non altro per non snaturare le relazioni dei Comuni del Mandamento col Capoluogo, per la storia e per l'unità delle circonscrizioni, e per mantenere il loro equilibrio acquisito nell'importanza giudiziaria anche per decoro della Magistratura. All'epoca delle strade e dell'elettricità, alla vigilia delle Sezioni di Pretura e del Magistrato circolante i motivi di viabilità, se non sono completamente inattendibili, debbono avere una minima importanza in questa complessa e scabrosa quistione. Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Agnone-Pietrabbondante Capracotta-S. Pietro Avellana , in «L'Alba», I:4, Isernia, 3 febbraio 1901.

  • Archeologia postmedievale in provincia di Benevento

    Sul monte Pugliano, in territorio di Castelvenere, al confine tra Telese e San Salvatore Telesino, è ubicata la "Masseria delle Grotte". L'edificio ha come sostruzione una serie di ambienti ipogei e non, pertinenti ad una villa romana tardorepubblicana di notevole estensione. Tra i vari ambienti è presente un portico a quattro bracci, privo di finestre, probabile cisterna e sostruzione dell'edificio sovrastante. Nel muro di un braccio del portico è stato rinvenuto, inserito a poco più di un metro da terra, un piccolo pannello maiolicato policromo, sconosciuto ad oggi, prodotto a Cerreto Sannita (BN). Il pannello, di 35x26 cm., è realizzato con due piccole riggiole di poco più di 15 cm., che al centro hanno un foro in quanto prodotte per una fontana. Le due mattonelle presentano una cornice a rilievo, in parte murata, dipinta con fasce in blu, giallo e arancione. Nel campo decorativo è delineato in bruno il volto di un fauno, con grossi occhi dati in nero, grandi ciglia, ed enormi orecchie e baffi. Ai lati sono inseriti dei motivi naturalistici con foglie e fiori, dati in bruno, arancione, blu e verde. Nella parte bassa è presente una lunga iscrizione, disposta su tre righe, di dimensioni decrescenti e con ductus molto preciso: ANNO DOMINI 1721 È RITROVATO (a)D 1717 SIG. GIO. BATTISTA GIZZIO Si tratta quindi di un pannello maiolicato policromo fatto realizzare da Giovan Battista Gizzio nel 1721 a ricordo della sua scoperta, avvenuta nel 1717, degli ambienti ipogei della villa romana. Sappiamo che un Giovan Battista Gizzio affittò a Cerreto il fondaco del suo palazzo a Giuseppe Bonanotte per impiantare bottega. Questi, faenzaro abruzzese, originario di Capracotta, a sua volta, nel 1727 la affittò ad Antonio Giustiniano, dopo aver avuto una affermazione notevole della sua attività tale da poter prestare anche una rilevante cifra al Giustiniano. È ipotizzabile che il pannello, che per ora è il più antico conosciuto dell'area cerretese, fosse stato commissionato a questo faenzaro di cui purtroppo non conosciamo la produzione. Se questo pannello è un suo lavoro ci sembra che alcune opere assegnate in modo generico al Giustiniano e al Russo, noti faenzari provenienti da Napoli, possano essere dovute al Bonanotte. Luigi Di Cosmo Fonte: M. Milanese e L. Biccone, Archeologia postmedievale in Italia: schede , in «Archeologia Postmedievale», XVI:2012, All'Insegna del Giglio, Firenze 2014.

  • Il Cholera morbus nella provincia di Molise

    Il Cholera morbus si sviluppò nella provincia di Molise il dì 26 maggio, ed ha avuto termine il 21 ottobre 1837. I comuni attaccati dal morbo sono stati al numero di 138, la di cui popolazione è di 349.667 individui. Sono rimasti vittima del morbo: Sesso maschile 7.304; Sesso feminile 8.580. Il numero de' collerosi guariti è asceso a 43.266. Si sono erogati: Per spese in massa ducati 10.067,81; Per sovvenzioni, e medicinali a' poveri ducati 7.038,60. L'esito è gravitato: Sulle casse comunali in ducati 12.575,56; Sulle casse di beneficenza in ducati 3.540,38; Offerte volontarie ducati 990,47. Il danaro speso secondo le categorie riportate è stato amministrato ne' rispettivi comuni da' funzionari locali colla vigilanza, e responsabilità de' sindaci. Il conto sarà discusso dal Consiglio d'Intendenza, come ogni altra branca di amministrazione comunale. Il male è stato più feroce ne' luoghi di maggior sudiciume, ed ove il seppellimento de' cadaveri si faceva nell'abitato, come nelle comuni di S. Elia, di S. Croce di Magliano, e di Ripabottoni. La malattia si osserva inoltre aver colpito di preferenza i luoghi prossimi al mare, a' fiumi, ed in generale presso tutte le grandi masse di acqua. Pochi siti di montagna furo aggrediti, e se vi è stato in qualcheduno di essi una forte invasione, come nel solo comune di Capracotta, ciò è derivato per cause estranee alla sua posizione, come per esempio, lo spavento ed un negligenza assoluta di un buon sistema igienico, a fronte della fatica in tempi estivi, cui gli abitanti si addicevano nella pianura, sì che ritornando nel comune defatigati eran colpiti dalla forza di una diversa temperatura, che gli faceva infermi. E per ultimo si è osservato, che nei comuni ove gli attaccati dal cholera hanno avuto maggiori soccorsi, il numero dei morti non ha serbato quella istessa proporzione che generalmente è conosciuta. E questo si è provato precipuamente ne' comuni di Campobasso, e di Ripalimosani. Se nello specchio di qualche comune trovasi riportato un numero troppo esteso di ammalati colerosi guariti, facilmente ciò si comprende esser un errore, poiché la poca conoscenza di questo male al principio della invasione, ha contribuito a far denunziare tutti gl'infermi come collerosi. Domenico Antonio Patroni Fonte: D. A. Patroni, Quadro statistico della invasione, cammino e termine del Cholera morbus 1837. Campobasso 2 Dicembre 1837. Lavoro dell'Intendente di quella provincia , in «Il Fliatre-Sebezio», 86, Napoli, febbraio 1838.

  • Selvicoltura

    Prefazione Del mio manuale di selvicoltura , che vide la luce nel 1891, presento oggi al pubblico, questa nuova edizione, completamente rifatta ed ampliata, col frutto della mia personale esperienza, in una materia della quale mi sono sempre occupato, con amore ed interesse. In questi ultimi anni ho avuto il piacere di stimare boschi di notevole importanza, di seguire da vicino delle piccole e grandi exploitations , e di occuparmi un po' del commercio dei legnami. Egli è perciò che mi auguro possa questo lavoro essere utile: ai proprietari di boschi, agli studenti di agricoltura, ai periti forestali e a tutti coloro che s'interessano o si occupano del rimboschimento. A che cosa giovano le foreste ce lo dice - fra l'altro - il grido angoscioso dei superstiti del terremoto calabro-siculo, i quali invocano legname e legname, per far risorgere le distrutte città e borgate. Orbene, tutto questo legname dobbiamo importarlo dall'estero, con grave sagrificio dell'economia nazionale. Conserviamo perciò i boschi che ancora ci rimangono, e cerchiamo di aumentarli dovunque è possibile «Sylvæ montibus restituendæ». Oltre che opera rimunerativa, per noi, e più per le future generazioni, faremo opera patriottica. Capracotta (Molise), Agosto 1909. La ricostruzione del patrimonio forestale è diventato problema di grande attualità; e noi salutiamo con gioia l'interessamento che - finalmente - esso desta. Il Re nell'inaugurare la presente legislatura, se ne è occupato. Il Governo italiano ha pronta una legge speciale per la sistemazione idraulica e forestale dei nostri monti. Uomini eminenti si occupano del rimboschimento, come di uno dei più grandi bisogni nazionali. La Società degli agricoltori italiani ha testè bandito un concorso a premi, per un manuale pratico di selvicoltura. Che tanto nobili sforzi abbiano il meritato successo. Agostino Santilli Fonte: A. Santilli, Selvicoltura. Estimo ed economia forestale , Hoepli, Milano 1910.

  • Quattro capracottesi alle poste canosine nel 1487

    Il 9 aprile 1487 l'Università di Canosa inviò a Ferdinando d'Aragona, meglio conosciuto come re Ferrante I, una supplica affinché alcune terre convicine venissero liberate da un divieto imposto da Ludovico d'Afflitto, regio doganiere. La questione stava nei seguenti termini. Al tempo del passaggio degli eserciti sul suolo pugliese per contrastare i Turchi, «la Università et homini di Canosa [...] hanno rotte doe poste di Abruzise, cioè del Puzzo et di Sancta Croce». Il popolo canosino, insomma, aveva convertito per necessità le due poste di Puzzo e Santa Croce in seminativi, tanto che i due ex pascoli producevano ora «maisse interamente in circa da cinquanta carra». Le poste erano degli appezzamenti di pascolo che la Dogana - istituita quarant'anni prima - dava in affitto ai transumanti dietro il pagamento della fida, un canone annuo. Queste poste, per ovvi motivi, non potevano quindi venir coltivate dagli abitanti del luogo e, in merito a ciò, il doganiere d'Afflitto aveva esplicitamente «proibito dicta Università et homini de quella, che non debbiano arare, né fare le maisse, come hanno fatto per lo passato». I canosini ritenevano però che tale decisione «redunda in grande ruina de la dicta Università» e così proposero un compromesso affinché «non ce lo sia lo danno de la Università, né detrimento de la dohana». La proposta era quella di destinare una parte delle due poste a «li bovi aratorii», garantendo un utilizzo minimo di questi animali che, è risaputo, distruggono i pascoli; al contempo la città di Canosa assicurava «quanto tocca a la mutazione de le poste», nella speranza che il re potesse «comodamente provedere ad l'uno et ad l'altro». La supplica del popolo canosino rese necessaria l'emanazione di un'ordinanza, datata 7 gennaio 1499, firmata dallo stesso Ludovico d'Afflitto, nella quale la Regia Dogana della Mena delle pecore di Foggia confermava l'uso pascolativo delle poste di Puzzo e Santa Croce. Per giungere a questa decisione il doganiere aveva ascoltato tutti gli stakeholders : da un lato gli «honorabilis viris [...] Nicolao Rosæ, Panelo Ciotta, Berardino Procacino, Antonio Jannis de Crapa Cotta, Alexandro de Visito et Petrucio de lo Castiglione», tutti «patronibus pecudum dictæ dohanæ», ovvero proprietari d'armenti iscritti alla Dogana e usufruttuari delle poste nella locazione di Canosa; dall'altra la controparte, ovvero i «nobilibus viris Pasquale de Caro, vice Duce dictæ Civitatis, Petrucio Gentilis, et Jacobone de Planca de dicta Civitate». Più che la norma giuridica prodotta dal doganiere d'Afflitto, è qui interessante rilevare come quattro imprenditori capracottesi, nei primi anni di vita della Dogana, fossero già ampiamente attivi e tenuti in considerazione dalla regia amministrazione doganale. Dei quattro nomi menzionati posso fornire notizie biografiche soltanto su Nicola Rosa, camerlengo di Capracotta - l'ufficiale che in quegli anni amministrava il fisco - e sul mio avo Antonio Di Ianni, il quale conferma come la nostra famiglia fosse stata operativa sul mercato della transumanza dall'alba del Quattrocento fino al tramonto del Cinquecento, quando smisero di comparire sui registri e sulle cedole doganali, finché il mio bisnonno Carmine Di Ianni (1877-1943), con l'omonima ditta, tornò a calcare i tratturi per produrre e vendere carbone. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Bullettino delle ordinanze de' commessarj ripartitori de' demanj ex feudali e comunali nelle province napoletane , vol. VII, Trani, Napoli 1862; L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico , S. Giorgio, Agnone 1986; D. Di Nucci et al. , Gli accordi militari del 1495 di Agnone, Capracotta e Vastogirardi , Cicchetti, Isernia 2018; S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris , libro I, Roselli, Napoli 1731; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Russo, Federico d'Aragona: 1451-1504. Politica e ideologia nella dinastia aragonese di Napoli , Federico II University Press, Napoli 2018.

  • Alla terra molisana

    Molise, terra nobile. Tutta da scoprire nei suoi paesaggi, nel sue folclore, e nell'archeologia e nell'artigianato. Molise marittimo, spiagge dorate e infinite a Termoli, Petacciato e Campomarino, bellisime perle sono i paeselli che si affacciano al mare. Così è fatta la costa molisana. Molise, terra antica. Isernia è l'origine delle origini. Dunque lì si sono ritrovati i resti umani più antichi d'Europa: l' Homo Aeserniensis costituisce il segnale della presenza delle prime civilizzazioni 730.000 anni fa. Isernia sannitica e poi romana. Oggi moderna. Quattromila anni di vita. Moltissime distruzioni, l'ultima nella Seconda Guerra, sottolineando l'importanza geostrategica di queste citta. Isernia artigiana: merletti al tombolo nei lavori delle donne, ceramiche, ferro battuto, rame. Campobasso, capoluogo della Regione. L'antico e il moderno si contendono spazio ed importanza; rispecchiano però le caratteristiche dell'intera regione ancora radicata nel passato eppure in fase di profonda trasformazione. Una trasformazione. Una volta nel tipico rione medievale, che si dipana a ferro di cavallo intorno al monte, si respira l'atmosfera più autentica di un passato ancora ben custodito. Caratteristici vicoletti ci trasportano al Castello Monforte, che offre un'ampia veduta panoramica della città. Campobasso è festa grande nel dì del Corpus Domini, quel giorno si fa la sagra dei Misteri, rappresentazioni medievali di quadri viventi dei diversi santi e chiese della città. Molise, particolare nelle tue minoranze etniche. Parlate slave ed albanese, sembra davvero di trovarsi nel cuore più antico del Molise. Montemitro, San Felice e Acquaviva Slava. Gli albanesi si trovano a Montecilfone, Campomarino, Ururi e Portocannone, peculiarità di una terra ricca di storia. Molise, terra di castelli. Pescolanciano, Cerro al Volturno, Monteroduni, Civitacampomarano, Termoli e tantissimi paesi che furono nel passato borghi fortificati. Stili architettonici diversi ci fanno vedere la varietà di costruzioni e le differenti epoche: castelli angioini, longobardi e aragonesi tra i più importanti della terra molisana. II Molise nella Fede, forte e tradizionalista, ogni paese è festa nel giorno del suo patrono, ed il popolo rivive quando avvengono queste celebrazioni. Castelpetroso, e il suo imponente santuario dedicato alla madonna Addolorata, Santa Maria della Strada a Matrice, Santa Maria di Canneto, l'antichissima Abbazia di San Vincenzo al Volturno, sono i santuari più visitati del Molise, luoghi che ci fanno sentire la presenza e la testimonianza eterna della Fede. Molise artigiano, lavori di uomini capaci. Tradizione nei coltelli di Frosolone e Campobasso, le famosissime campane di Agnone, che si fanno da mille anni, i canestri di San Massimo, pignatari a Guardiarlegia, finimenti in cuoio a Sant'Elia a Pianisi, le millenarie zampogne a Scapoli, lavorazioni del rame a Isernia. Molise sannitico e poi romano. Pietrabbondante nell'origine dei sanniti, prima epopea delle stirpi italiche. Sepino, Bojano, esempi della dominazione romana. Ruderi e scavi che ci fanno rendere conto dell'antichita di questa terra. Molise, dove su ogni montagna e ogni colle sta un paesello che sembra voglia di raggiungere il cielo: Duronia l'antica Civitavecchia, e proprio nel cuore del Sannio e domina con la sua altitudine un'ampia zona di vallate e fiumi. Mafalda la Ripalta Vecchia, ci porta verso il mare. Riccia, in mezzo ai boschi più profumati. Carpinone focloristica e tradizionale. Campitello Matese, il piacere della neve e dello sci. Venafro ci offre i suoi verdi ulivi. E tanti, tanti paesi che ci fanno sentire la presenza reale della vita, una vita non contaminata. Dal mare alla montagna, da Termoli al Matese. Dalla pianura di Bojano alle alture di Capracotta, il Molise ha tanto da offrire... Molise terra di forte emigrazione. Seicentomila dei tuoi figli sono fuori di casa. Ma non piangete terra molisana che noi, tuoi figli, siamo qui in Argentina, in Canada, in Venezuela e in Brasile, oppure in Australia, negli Stati Uniti o sparsi in Europa. Non piangete perché mai ti dimentichiamo, sei la nostra origine e la nostia vita; perciò attraverso i nostri sodalizi facciamo continuiti della nostsa cultura. Oggi uno dei tuoi figli ti ha scritto queste parole. Claudio Auciello Fonte: http://www.duronia.com/ , dicembre 2007.

  • Tornano i giovani

    Capracotta. Si è costituito nella nostra alpestre cittadina un nuovo Circolo, fra tutti i giovani che hanno preso parte alla guerra, che si è chiamato "Cesare Battisti". Il nome del martire eroe è l'esponente delle più alte idealità patriottiche: è il simbolo sacro della virtù, il vessillo dell'onore, il segnacolo della gloria. La società novella sorge, come pura ed irresistibil scaturigine che si apre una via tra le balze del granito alpino, nell'effervescenza dell'entusiasmo giovanile, coll'abbacinante fiaccola del progresso nel pugno, per dissipare le obbrobriose tenebre dell'oscurantismo che ci avvolgono e c'impediscono di scorgere ciò che dobbiamo e vogliamo scorgere. Perciò la nostra modesta parola si volge commossa a voi, giovani e baldi pionieri, araldi, antesignani di un'era novella: a voi dal braccio forte e dal cuore leonino, tutti, umili ed ignorati eroi del nume divino che si noma Italia, della Patria adorata a cui lietamente votaste la giovinezza e la vita! A voi tutto il nostro pensiero memore, esultante di gratitudine, a voi tutta l'anima nostra fervida di entusiasmo e di affetto. Noi, maestri, nelle nostre scuole ricordiamo alle crescenti generazioni, il nostro orgolio di avere fatto scintillare le prime faville, di avere accesa la prima fiamma d'amore nei vostri cuori per la nostra gran Madre Italia, quando, ancor piccini sedevate sui banchi delle nostre aule. Noi infondiamo nelle tenere menti il devoto e santo rispetto riconoscente che vi si deve; noi insegnamo ai nostri piccoli che devono scoprirsi riverenti quando incontrano un glorioso mutilato, un ferito di guerra, qualunque soldato, che ha assolto con onore il suo dovere. Dovremo turbare la serenità del loro spirito ingenuo coll'inculcare nelle anime loro l'indifferenza, anzi il disprezzo per i patrioti teorici e verbosi dell' armiamoci e andate! ; per coloro che, quantunque validissimi, furono assenti all'appello della Patria, invasi dal panico del coraggio della paura , rintanati e nascosti nelle loro conigliere; per coloro che, nella dolorosa epopea della nazione, trovarono modo di impinguare e di divertirsi. Dunque, giovani carissimi, soldati dell'onore, dicevo che la vostra bella associazione nasce col nome augusto di Cesare Battisti, del martire della definitiva redenzione italica. La vostra eletta coorte di prodi si unisce in un fascio di civile fratellanza, sotto gli auspici più belli, precursori del vostro statuto, in seguito, quando avrete una sede più degna, vi sarà dato svagarvi con giuochi leciti e con onesti trattenimenti; vi saranno coloro che, simpatizzando per voi, metteranno a vostra disposizione la loro modesta cultura per conferire con voi in conversazioni e lezioni famigliari, in conferenze popolari istruttive; vi saranno dati modesti spettacoli di proiezioni varie, ricordandovi specialmente le scene della guerra; si creerà per voi una biblioteca popolare affinché da voi stessi possiate accrescere il patrimonio delle vostre cognizioni; si farà rivivere la sospesa Cooperativa di consumo per sorreggere le vostre famiglie nell'acquisto dei generi alimentari. Tutto questo bel programma di rinascita e di riscossa suonerà ostico ai furbi e ai tristi, è un monito severo per essi che tremano al vostro cospetto e non sostengono lo sguardo della luce adamantina che brilla negli occhi vostri di simpatici conquistatori della... Vittoria! Finora, voi avete data la scalata alle impervie cime alpine sotto le raffiche rabbiose della mitraglia austriaca, avete travolto col vostro impeto magnifico tutti gli ostacoli e avete trionfato su tutto. Ora non dimenticatevi che in casa nostra abbiamo, se non altri austriaci da debellare, dei signorotti da contenere in limiti più ragionevoli, infondendo anche nell'animo loro il rispetto e la considerazione che vi si deve in qualsiasi espressione e contingenza della vita pubblica. Dobbiamo dunque perseverare e lottare e ci proponiamo di farlo con modo educato e civile, improntato a correttezza di metodo ed a grande signorilità, con la pura obbiettività del comune pubblico bene; ma stigmatizzando, come ben si merita, con tenacia, vivacità e risolutezza la soggettività personale che vorrà ancora frapporsi, con indebite ingerenze, al trionfo del libero programma dei liberi cittadini. Tutti sanno e giudicano severamente uomini e cose del nostro ambiente che, purtroppo, non è nel migliore dei mondi possibili dell'ottimista filosofo di Voltaire; però si ha il torto di parlare troppo sommesso e pavidamente. Se, a ragione, dobbiamo avere un rigido concetto dei nostri doveri, dobbiamo avere altresì un migliore criterio dei nostri diritti, saperli apprezzare e farli valere efficacemente nelle competizioni della vita sociale, affinché possa conseguirsi l'incremento morale del nostro carattere, per poter acquisire il giusto spirito d'indipendenza, per poterci fieramente e superbamente proclamare cittadini coscienti, dignitosi, insofferenti di qualsiasi torto e di ogni abuso. La nostra spina dorsale è ben dritta e forte e non deve mai piegarsi ad inchini adulatori e servili, poiché soltanto le mezze coscienze e le incoscienze s'inginocchiano davanti ai padroni che li hanno prezzolati, solo gli spregevoli domestici turibolano l'incenso avanti alla votiva dei loro fantocceschi santi di cartapesta. Dobbiamo poter proclamare con orgoglio ai quattro venti l'integrità dell'anima capracottese fiera e salda come la roccia granitica dei nostri monti. All'occorrenza bisogna colla fronte scoperta, levare alto lo sguardo e protestare vibratamente, con voce stentorea contro chiunque voglia seguitare a fare del popolo uno strumento cieco per le sue mollezze, per le sue comodità e per i suoi personali interessi. Il popolo non vuole più sopportare da chicchessia angherie, soprusi, prepotenze di qualsiasi sorta; esso lavora ed è fonte di benessere per la comunità ed ha perciò il dritto di vivere senza lo scherno e l'oltraggio dell'imposizione e con quella relativa agiatezza che è frutto del suo sudore. Bisogna alfine far comprendere a certi autocrati da operette che il medio evo è molto lontano, che è tempo di finirla coi vieti sistemi dello scaltro asservimento del popolo, di questo paria collettivo, che si vorrebbe seguitare a considerare da chi non ne ha il prestigio morale, né il fascino dell'intellettualità, come l'asino paziente e bastonato che non si decide ancora a recalcitrare. Si ricordi dai nostri don Rodrigo in miniatura, che fanno la ruota dei tacchini e si atteggiano a... spaventapasseri, che la pazienza e la tolleranza hanno dei limiti, che il popolo vilipeso e oppresso (secondo la gran maestra della vita che è la storia) talvolta diventa l'iconoclasta che infrange i falsi idoli di creta. Si rammenti ancora che non siamo più ai tempi nefasti delle galere borboniche, delle torture e dei roghi della santa inquisizione, né delle famigerate forche austriace; quando si tarpavano le ali al pensiero, quanso si soffocava il fremito ardente delle parole ribelli, quando si conculcavano nel doloroso martirio le divine aspirazioni della patria libera. Si ricordi che sulla nostra terra gentile di fiori e di armonie sono passati turbini di ferro e valanghe di fuoco, che son corsi fiumi di sangue generoso di martiri e di eroi per le conquiste supreme dell'anima umana: l'indipendenza e la libertà! Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Tornano i giovani , in «Il Faro», I:7, Isernia, 10 aprile 1919.

  • Stage e inglese, accoppiata di successo

    Un corso di inglese abbinato a un'esperienza di stage. Questa è stata la mia parentesi irlandese nello scorso luglio. Fin dall'inizio mi sono sentito immerso nella cultura dublinese avendo scelto di spendere questo periodo all'estero in host family . Consiglio molto questa scelta, perché aiuta a superare le prime difficoltà con la lingua e a familiarizzare col particolare accento irlandese. È stato divertente scoprire nuove tradizioni, modi di fare, partecipare alle feste di famiglia, i compleanni, le cene. Mi sono sentito accolto e coccolato proprio come fossi a casa. Il primo mese di corso di inglese all'Emerald Cultural Institute è stato molto interessante: ho scoperto un nuovo approccio allo studio della lingua. Ho scelto il corso di inglese Gen4, che prevede lezioni mattutine su grammatica e pronuncia e lezioni pomeridiane strutturate come conversazioni in gruppo su vari temi di attualità. In questo modo, ho potuto sia rafforzare le basi di grammatica sia sfidarmi nell'inglese parlato. In questo primo mese ho conosciuto moltissimi amici di nazionalità diverse (Sud Korea, Japan, China, Russia), con i quali abbiamo condiviso le prime esperienze a Dublino. È stato emozionante scambiarsi punti di vista, tradizioni, usanze, ma soprattutto provare cibi diversi e ascoltare gli aneddoti e i racconti nascosti dietro ogni piatto e ogni sua preparazione. Credo che questo scambio di opinioni sia molto importante per la crescita personale e culturale di un individuo. L'esperienza di stage è stata stimolante. Mi sono ritrovato catapultato in un ambiente di lavoro innovativo, inaspettato. Ho trascorso due mesi come Intern nella società O'Callaghan Collection, un'azienda con circa 500 dipendenti che gestisce un portafoglio composto da luxury hotels , bar, palestre e della gestione di oltre 85 proprietà sparse per il territorio irlandese. I colleghi di lavoro sono stati accoglienti e disponibili, soprattutto il piccolo Monty, il bulldog francese mascotte dell'O'Callaghan. Abbiamo partecipato a moltissime iniziative, tra le quali il torneo aziendale di ping-pong e un'attività di beneficenza nella quale sono stati raccolti circa 47 mila euro, un grande risultato per tutti noi! Durante questi mesi ho cercato di partecipare attivamente a tutte le attività e tour che mi sono stati proposti. Con gli amici conosciuti il primo mese all'Emerald Cultural Institute abbiamo visitato le magnifiche scogliere irlandesi di Cliff of Moher, uno spettacolo della natura, e abbiamo trascorso una notte nella magica Galway, nata come paesino di pescatori ma che si presenta ora come una città universitaria ricca di vita, con tanti pub caratteristici e musica locale. Abbiamo avuto l'opportunità di visitare anche il Nord dell'isola, dove si trovano le particolarissime formazioni rocciose del Giant Causeway, il Rope Bridge, il villaggio di Howth e la città di Belfast. La mia inseparabile compagna di viaggio è stata la bici, acquistata la prima settimana a Dublino. Grazie a lei sono riuscito a spostarmi agevolmente anche nel traffico, non ero legato agli orari del pullman e non ero costretto a dover prendere un taxi per tornare a casa nel weekend, ma soprattutto mi ha permesso di svegliarmi un'ora più tardi al mattino! Contrariamente a quanto si possa immaginare, Dublino è una città molto attenta ai ciclisti: in quasi tutte le strade sono presenti corsie, segnaletiche e semafori dedicati. Inoltre, la richiesta di bici è molto alta, quindi è molto facile vendere la bici al termine dell'esperienza. È stata un'esperienza molto formativa, nella quale ho conosciuto alcuni miei limiti e imparato a superarli. Mi ha dato la motivazione per fare altre esperienze e per ripartire già nei prossimi mesi per nuove mete. Emilio De Renzis Fonte: https://www.cattolicanews.it/ , 31 ottobre 2019.

  • Monti di Capracotta

    M. Capraro m. 1.721 ed Il Campo m. 1.647. Queste due vette sono le estremità di una grandiosa sella, diretta da O. ad E. i cui fianchi dechinano nella valle del Sangro a N. e nei piani di Agnone a S. La parete O. del Capraro e quella E. del Campo sono verticali. Fra le due montagne è adagiata Capracotta. Il 22 agosto, insieme al dott. Conti ed al sig. Mannelli, partiti alle 6:10 da Pescocostanzo, e, traversata la catena di Monte Secine (m. 1.883) e la valle del Sangro, alle 13:30 giungemmo a Capracotta. In due ore e mezzo ci recammo sulla vetta del M. Capraro, ad assistere al tramonto di quel giorno, ed all'alba del mattino successivo ci trovammo sul Campo ad ammirare il grandioso panorama ed il sorgere del sole dall'Adriatico. In carrozza poi mi recai alla stazione di Vastogirardi, a prendere il treno per Napoli. Vincenzo Campanile Fonte: V. Campanile, Cronaca alpina: ascensioni varie , in «Le Alpi», Club Alpino Italiano, XVIII:1, Torino 1899.

  • Un'estate da sei e mezzo

    Dopo la fine della scuola siamo rimasti una comitiva unita e insieme abbiamo passato un'estate un po' particolare, l'estate del quinto superiore, l'ultima estate da liceali, subito dopo l'esame di maturità. Come facciamo dal primo anno abbiamo preso un ombrellone tutti insieme (il costo diviso tra tutti è di 10 euro a testa). E pazienza se qualche domenica sotto l'ombrellone pensato per dieci persone al massimo ci si ritrova in quaranta, tra amici e amici di amici. La mattina, finalmente, dopo un anno di sveglie per andare a scuola, si è dormito, anche se i più sportivi di noi hanno approfittato per fare una corsetta. Poi al mare il calcio è lo sport più gettonato, nelle sue varianti balneari, dal sabbione al calcio tennis. Ma c'è anche il gruppo degli irriducibili delle carte che, birra in mano, passa il pomeriggio a giocare a tressette, scopa e briscola. Qualche volta abbiamo organizzato dei sangria party sotto l'ombrellone. A casa di qualcuno si è mescolato vino con frutta e si sono portati secchi enormi da bere tutti insieme. Ma per il divertimento è la sera il momento giusto. Locali e stabilimenti, per bere e per parlare, magari per conoscere ragazze straniere (questa estate abbiamo conosciuto due ragazze norvegesi). Non sarebbe male se Pescara riuscisse ad attirare più stranieri e turisti. Sarebbe un momento di scambio tra ragazzi di Paesi diversi. Pescara dopo un po' annoia. È ripetitiva, mancano locali, mancano concerti, eventi particolari. C'è poco da fare, sempre le stesse cose. Pescara non avrebbe niente da invidiare a Rimini o Riccione. Ma dovrebbe essere organizzata meglio. Anche per quanto riguarda i trasporti. Noi siamo costretti a muoverci con macchine e motorini, anche quelle sere che forse si è bevuto un po' troppo. Mancano mezzi notturni pubblici. La bici va bene, ma non per chi abita ai Colli. Un evento che ci ha divertito è stato il botellon , tanti ragazzi nella spiaggia libera che si sono dati appuntamento in maniera spontanea da tutta Italia, grazie a Facebook e ai social network. L'obiettivo era quello di bere in compagnia, suonare, ballare e chiacchierare in semplice allegria in uno spazio della città senza la necessità di spendere molto denaro in locali, pub o discoteche. Ma il nostro Ferragosto è stato a Capracotta, nel verde, in mezzo al bosco. Perché il bello di Pescara è che è vicina a posti incontaminati e verdi. E pure questo andrebbe fatto sapere ai ragazzi di tutta Europa. La maggior parte di noi si sono concessi una vacanza fuori. I più fortunati hanno approfittato di un volo low cost per Barcellona o per Corfù. Ma anche il Gargano e soprattutto il Salento sono mete a portata di portafoglio. Ma intanto abbiamo pensato a cosa fare ora che il liceo è finito. La maggior parte di noi vuole continuare a studiare, andando all'università. Ingegneria, Scienze motorie e Giurisprudenza sono le facoltà più gettonate. Ma c'è chi pensa al lavoro e anche chi potrebbe tentare di entrare nell'Esercito. C'è chi si trasferirà a vivere fuori Pescara, a Bologna o a Roma. C'è paura per i soldi. Gli affitti sono alti e le stanze ancora da trovare. È stata un'estate strana, con tanta voglia di divertirsi, certo. Ma anche con una grossa nostalgia perché a settembre sapevamo che, per la prima volta, non ci sarebbero stati più zaini, corridoi, professori, interrogazioni, filoni e giornate di studio insieme. Un'estate da sei e mezzo. Alessio Romano Fonte: A. Romano, Un'estate da sei e mezzo , in «Vario», 76, Pescara, novembre-dicembre 2011.

  • L'ospizio di San Rocco dei terziari minori

    Com'è noto, al civico 26 di via Roma è possibile ancor oggi ammirare lo stemma dell' Ordo Franciscanus sulla chiave di volta di un arco che in passato doveva rappresentare l'ingresso a un edificio della confraternita di san Francesco d'Assisi. Invece di fornire generiche informazioni sul francescanesimo a Capracotta, cercherò ora di circostanziare questa vicenda dal punto di vista simbolico, architettonico e funzionale. Per quanto concerne lo stemma esso rappresenta chiaramente due braccia che si incrociano davanti la croce: le mani sono quelle di Cristo e di Francesco, giunte da un sacro vincolo al crocifisso, che così sigilla l'unione. Una simbologia universalmente riconosciuta come quella dell'ordine dei frati minori. Dal punto di vista architettonico è invece difficile dire come apparisse un tempo l'edificio dietro lo stemma. Certamente si trattava di un palazzo dall'ampia metratura, a due livelli, ma che, sulla base dei resti in muratura, forse occupava meno della metà dell'area oggi vuota tra via Roma e via Nicola Falconi. I miseri ruderi rimasti in piedi lasciano tuttavia trasparire un secondo arco (oggi intonacato alla bell'e meglio) retrostante quello principale e in posizione ribassata di un piano, come se tra i due vi fosse stato un passaggio in pendenza a collegare le due strade parallele (via Roma e via Nicola Falconi), cioè i Rinforzi col Rione San Rocco, ovverosia la Capracotta fortificata con la campagna circostante. Salendo per quella tomba probabilmente si accedeva all'edificio attraverso una porta sulla parete destra, visto che l'arco di sotto è sensibilmente più ampio di quello di sopra, lasciando immaginare che il passaggio coperto era a forma d'imbuto (comunque non carrabile) e che nel mezzo vi era un elemento architettonico di disturbo, quale una porta d'ingresso. Dirò di più. Quel passaggio coperto è, urbanisticamente e funzionalmente, in parte simile a quello di via Arco: come quello, anche questo veniva a creare un ingresso laterale a meridione del castrum di Capracotta e, come quello, anche questo contemplava lateralmente forse un ospizio gratuito per pellegrini e poveri malati. Difatti fu proprio Nicola Mosca (1698-1782) che, nel trascrivere una causa intentata dal servizio ospidaliero dell'Università di Capracotta e presentata alla Regia Camera della Sommaria il 24 maggio 1736, citò terre pertinenti ad essa situate «avanti la Chiesa di S. Rocco», nel medesimo rione - la zona intermedia tra le attuali via Nicola Falconi e via Verrino -, chiesa allora già in rovina e della quale non vennero forniti ulteriori dettagli utili a localizzarla. Ma a ben vedere, questa potrebbe essere una storia del tutto simile a quella dello xenodochio di via Arco ( qui ), strettamente apparentato anch'esso ad una chiesa oggi scomparsa, quella dedicata a sant'Antonio di Vienne. Per collegare lo stemma francescano di via Roma alla vaporosa Chiesa di S. Rocco bisogna addentrarsi nel culto di san Rocco di Montpellier, che si diffuse proprio grazie ai terziari minori, i laici francescani, i quali più di tutti erano dediti ad opere penitenziali e di soccorso dei deboli e dei malati in ospedali e ospizi per pellegrini. Dopo l'abbandono di quella chiesa - magari dovuto al fatto che i francescani lasciarono definitivamente Capracotta per il convento di S. Bernardino in Agnone - il titolo di san Rocco passò prima all'attuale Chiesa di San Giovanni (nel 1671 questa era infatti intitolata ai santi Giovanni, Sebastiano e Rocco) e poi a un altare della Chiesa Madre, nella quale sopravvive tuttora un fregio di san Rocco sulla nicchia della Madonna del Monte Carmelo, lasciando intuire che quello fosse un tempo l'altare dedicato al santo francese, la cui statua, stando alla tradizione orale, pagò il pegno della superstizione popolare ( qui ). Se non fosse abbastanza chiaro, la mia ipotesi, per quanto vaga (perché basata su un'insegna, due archi e un manoscritto), è questa: lo stemma francescano di via Roma potrebbe essere l'ultima testimonianza della Chiesa di San Rocco, la quale contemplava un modesto ospizio, entrambi gestiti dai laici del Terz'ordine francescano tra il XV e il XVII secolo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Montesano, San Rocco del popolo. Il culto del Santo nel territorio lucano , Osanna, Venosa 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742.

  • Il tormentoso idillio di Elisa e Salvatore

    Senza poggiare troppo sul pedale dell'elegia, dei giorni perduti, degli incanti sospesi, vorrei dare un addio a donna Elisa Avigliano. Sino a pochi anni fa non andavo a Napoli senza mandarle a casa, alla Riviera di Chiaia, un mazzo di garofani rossi. M'aveva detto di preferirli, forse perché lui , don Salvatore, li preferiva ad ogni altro fiore. Donna Elisa, diciamolo subito, fu la vedova di Salvatore Di Giacomo ed anche la superstite rappresentante del mondo digiacomiano e di ciò che esso, nella penultima Napoli significò. Le mandavo, dunque, un fascio di garofani e le telefonavo, prima di andare a vederla. «Venite, vi aspetto», mi rispondeva. «I vostri garofani sono lì, al loro posto». Il «loro» posto era la scrivania del Poeta, un piccolo mobile di mogano intarsiato, con applicazioni in ottone, nello stile del "secondo Impero", mi pare; forse autentico. La camera conteneva un gran ritratto del Poeta, di mano di Vincenzo Irolli e altri quadri: tra questi un ritrattino strano e delicato, dipinto a Villa Majo da Luca Postiglione, in quella sua maniera letteraria e smaltata. Donna Elisa era già in là con gli anni. Era nata a Nocera Inferiore il 13 di ottobre del 1879, dal magistrato Antonio Avigliano, consigliere di Corte di Appello e dalla baronessa Silvia Falcone, di Capracotta, morta a Napoli nel '98, tredici anni prima del marito, ucciso da un attacco cardiaco sulla soglia di casa, nella via dell'Incoronata numero 34. Era la prima di sei figli: i cinque fratelli furono o ufficiali effettivi del Regio Esercito o professionisti: un medico, Raffaele; un ufficiale di cavalleria, Alfonso, vivente; un ufficiale di artiglieria, Roberto; un funzionario delle poste, Carlo; un avvocato, Mario, vivente. Si vede da qual ceppo borghese venisse la futura moglie del Poeta: borghesia provinciale del Mezzogiorno che, al tempo dei Borboni, veniva chiamata con una certa diffidenza, dei "galantuomini" e durante la lotta risorgimentale aiutò con gli scritti e con l'azione la Rivoluzione liberale. Ma scrivendo di donna Elisa si è indotti a ritenere inutile cercare di situarla nelle sue coordinate storiche. Nel caso presente, poi, si deve rilevare come nessuna biografia di donna fu più "poetica", cioè influenzata e quasi assorbita nella poesia da lei stessa ispirata. Pure quasi mai, e nemmeno in occasione della morte, donna Elisa, posta di fronte alla poetica digiacomiana, viene identificata per le sue relazioni con questa. È vero: la lirica di don Salvatore giace fuori del tempo e, perciò, della biografia. E talune poesie strettamente legate alla persona di Elisa Avigliano e alla lunga traversia dei suoi rapporti e del suo amore col Di Giacomo, servono anche a scoprire, criticamente, una svolta, un mutamento, una crisi, starei per dire, nell'artista. Esse riscattano nel complesso dell'intera opera poetica digiacomiana quel vago e un po' frigido alito di "non partecipazione" che ne può costituire un carattere rilevante. In più di due terzi delle poesie di don Salvatore, insieme col sempre rinnovato incantamento della melodia e dell'emozione, si scopre un distacco invisibile, una separazione cristallina tra l'animo del poeta e la cosa creata. L'epoca digiacomiana fu anche quella della tranche de vie e del verismo obiettivo. Di Giacomo, è ben noto, s'era fatto un abito mentale di attento trascrittore della vita dolorosa e minuta della strada napoletana. Tra l'altro, sino a quando il Croce non lo rivelò a lui stesso, ignorò le sue magiche facoltà di trasfigurare, come diceva Matilde Serao, in oro di poesia le vili e, sovente, piatte realtà di cui si faceva, con l'appunto e la fotografia, collezionista. Nei confronti dell'amore umano, della passione sofferta, Di Giacomo capì tutto e soffrì tutto: da poeta ma anche da estraneo. Nei suoi drammi teatrali, che sono drammi di desiderio, di violenza, di sangue, di vendetta, era, prima di tutto, lo spettatore. Il contrario, insomma, del suo contemporaneo Gabriele d'Annunzio al quale riusciva impossibile di non travolgere la biografia nella poesia, lasciando emergere dal sinfoniale dei versi e delle immagini, quasi sempre voci note e volti identificabili. L'amore del Di Giacomo per Elisa Avigliano modificò, spesso, la natura e il modo del suo canto. Stavolta è lui stesso a soffrire: si vede che il suo spirito non genera più ariette miracolose di raggelata purità o, anche, quadri di rembrantesca violenza espressiva, visto, però, traverso la trasparenza di un cristallo. Stavolta il verso s'allunga, diventa ansioso; s'appoggia a cesure e si dilunga in echeggiamenti, reticenze, ritorni. Il Poeta soffre le sue proprie pene d'amore perduto. Ne vedremo più avanti alcuni esempi. Giovanni Artieri Fonte: G. Artieri, Penultima Napoli , Longanesi, Milano 1963.

  • Una causa penale contro il dott. Michele Cervone

    Il giorno 28 u. s. fu trattata innanzi questa Pretura una causa penale contro il Dottor Michele Cervone di costà, imputato d'ingiurie verbali, con l'aggravante della presenza dell'offeso, in danno del Sig. Luigi Tirone fu Achille, chirurgo-dentista, anche di Agnone. La causa fu trattata qui anziché costà, perché tra i testimoni figuravano il vostro distinto Pretore avv. Saviotti e l'egregio Vice-Pretore avv. Marinelli. Le ingiurie, come forse a molti dei lettori è già noto, furono pronunziate nel vostro Casino dell'Unione la sera del 2 Gennaio ultimo, perché il Tirone si rifiutò di firmare un mandato di pochi centesimi presentatogli dal Cervone - nella qualità di Direttore del Circolo - che urtò la suscettibilità del Tirone stesso per la forma, con cui era redatto. Per tale rifiuto reciso, il Cervone rivolse le seguenti parole: «Si vede proprio che sei un imbecille, un cretino!». Riuscite vane le premure di questo distinto Pretore avv. Di Giuseppe per la remissione della querela, ebbe luogo il dibattimento, di cui risultò la colpabilità del Cervone, che fu condannato alla multa in lire cinquanta, alle spese processuali, e ai danni verso il querelante, costituitosi parte civile, da liquidarsi in separata sede. Difese l'imputato l'avv. Michele Falconi di qui; la parte civile fu sostenuta dall'avv. Nicola Turilli di Castiglione M. M. Il Dottor Cervone ha prodotto appello. Donatantonio Amicone Fonte: D. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:5, Agnone, 10 marzo 1900.

  • Un funerale abruzzese

    Ritornai verso il villaggio di Capracotta. Dei muli tornavano trascinando carichi di fogliame. Il mulattiere baciò la mano della vecchia madre che lo stava aspettando sulla soglia. Una capra si grattava la schiena con le corna. Una donna era intenta a spidocchiare la sua vicina. Alla fine del Corso alcune persone erano raggruppate davanti ad una casa. Alcuni guardavano in aria, altri parlavano fra di loro. Tre preti in cotta, con le spalle rivolte all'abitazione, si scambiavano delle parole con aria indifferente. In mezzo al gruppo scorsi una specie di barella circondata d'un drappo nero. Rimbombavano delle grida lugubri e rapide. Alla sua finestra una vecchia si strappava i capelli a piene mani e, col braccio teso e le dita largamente aperte, li lasciava cadere sul morto. La faccia era tutta insanguinata. Alla sua destra una giovane donna gridava più debolmente, tirandosi i capelli senza strapparli. La vecchia lacerava uno straccio bianco i cui pezzetti cadevano nel vuoto. E mentre si graffiava le guance un'altra donna cercava di afferrarle le braccia. Le grida erano via via interrotte da delle pause. Una vicina lanciò dalla finestra una manciata di confetti zuccherati sulla bara. Alla fine, in un crescendo di urla, il morto fu portato via. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: C. Beck, Rome et l'Italie Méridionale, vues par les grands ècrivains et les voyageurs célèbres: Rome, Naples, Sicile, Sardaigne, Malte , Mercure de France, Paris 1914.

  • A Grace Quinlan

    Chicago, 21 luglio 1921. Cara Vecchia Gee, devi avermi pensato uno sporco barbone perché non ho risposto all'impagabile nota tua e di Pudge - ma immagino che la lettera a entrambe vi abbia spiegato come mai. Vi avrei scritto a tutt'e due insieme - ma non posso certo farlo bene - siete sempre divise nella mia mente e oltre tutto ci sono cose da dirvi a entrambe. Proprio perché mi hai detto che non ti scrivo ti allego una lettera che ti ho scritto un giorno dello scorso febbraio quando mi sentivo giù - così non penserai che ti ho semplicemente lasciato cader di mente. Immagino che tu voglia sentire tutto quel che c'è da sentire di Hadley - be' il suo soprannome è Hash - è una meravigliosa tennista, la miglior pianista che abbia mai sentito, è in genere un tipino maledettamente in gamba. Nonostante la castrante profezia di un gran matrimonio in autunno a St. Louis gli faremo lo scherzo di sposarci alla Bay in quella piccola chiesetta che hanno lì. E poi ce ne andremo in giro senza far niente per tre settimane e quindi torneremo a Chicago - un appartamento con Kenley Smith - ci staremo fino al primo novembre e poi allez in Italia per un anno o forse due anni. Da quando sono venuto giù da Petoskey sto risparmiando semini e comprando soldi spaghettari e recentemente ho avuto una borsa dalla King e me ne sto abbastanza bene in quel senso. Andremo a Napoli e staremo lì finché non arriverà il caldo della primavera. Suppongo a Capri, e poi negli Abruzzi. Probabilmente Capracotta - c'è un bel torrente per le trote lì - il Sangro - i campi da tennis ed è a 1.200 metri sopra il livello del mare - il posto più bello di cui tu abbia mai sentito. Ho tutte le notizie sui prezzi eccetera dal mio miglior amico, Nick Neroni, che è appena arrivato qui, siamo stati insieme in guerra, e se ne è rimasto un po' con me e mi ha dato tutte le informazioni. Lui tornerà in primavera e ci organizzerà tutto. Suona mica male, no? Per il matrimonio non abbiamo fissato la data ma sarà ai primi di settembre - intorno alla prima settimana - e naturalmente ci sarai. Non posso invitare moltissima gente perché sposeremo a Nord proprio per evitare tutto quel genere di roba - ma tu verrai, vero? Gli inviti e tutta quella roba lì arriverà nel corso degli umani eventi. Non vorrai pensare che ho buttato via tutta la gente a cui voglio bene lì a Nord perché quest'inverno non ho scritto. È stato per certi versi un inverno infernale - un paio di volte sono stato anche molto male - ho portato avanti un lavoro di giorno e un altro di notte per farmi più semini - inoltre ho scritto delle cose per conto mio e ho avuto talmente da fare e una tale stanchezza che non ho più scritto una riga se non a Hash per tutto l'inverno. Adesso ho quello che è un lavoro proprio in gamba - forse faccio uno sbaglio a lasciarlo perdere per andare in Italia - ma ho abbastanza seme da poter durare lì per un paio d'anni - e con quelli potrò scrivere e così avrò la possibilità di arrivare da qualche parte. Irene Goldstein è stata qui e ci siamo fatti una buona sessione di tennis e dovevo rivederla quando improvvisamente mi hanno ordinato di andare a Est per l'incontro e così sono dovuto partire in fretta e in furia - ho dovuto fare la valigia di corsa e non ho neanche avuto la possibilità di telefonarle. Ho perduto 700 e qualche seme in quella battaglia - il che non ha certo agevolato la mia tranquillità mentale. È stata una buona scommessa a 3-1 però - Carp l'ha dimostrato quando l'ha quasi steso al 2° round. Siamo stati sfortunati - non si è forse fatto male alla mano con quel primo destro che ha piazzato? Ma a che servono i post mortem? Preferirei tu non mi dicessi niente per aver perso i semi - sai - c'è tanta di quella gente che non vede l'ora di saltarti addosso se appena appena gliene dai la possibilità. Be' cara vecchia fagiolina meglio che smetta - devo scrivere a Useless - ci vedremo a settembre - Irene mi dice che ti stai facendo bellissima - il che non sarebbe una novità - devi essere proprio bella perché lo dica un'altra fanciulla. Scrivimi, vuoi? E ricordami a tuo Papà e alla Mamma. Vi voglio molto bene a tutti - e tu sai quanto ne voglio a te. Sempre, Stein. Ernest Hemingway (trad. di Francesco Franconeri) Fonte: E. Hemingway, Lettere: 1917-1961 , a cura di C. Baker, trad. it. di F. Franconeri, Mondadori, Milano 1981.

  • A Capracotta c'era una volta...

    Da Capracotta si può vedere anche il mare. Basta andare su Monte Campo in una giornata limpida e con un po' di buona volontà riesci a vedere anche la costa da cui comincia l'Oriente. Più difficile è vedere ciò che non c'è più. Ha provato a farcelo vedere questa estate Cesare Di Bucci con la sua generosa retrospettiva di immagini della Capracotta di qualche anno fa. A Capracotta i capracottesi tornano quando possono e, poiché non si fermano alla Madonna di Loreto, compiono la liturgia di andare dall'altra Madonna, quella Assunta, che splende come un cigno bianco sulla valle del Sangro. In cima a Terravecchia. Una volta per compiere il rito si doveva passare sotto la Torre dell'Orologio, che altro non era che il residuo circolare dell'impianto murario che Francesco della Posta, all'epoca di Carlo d'Angiò, aveva fatto costruire per difendere il paese. Francesco morì nel 1276, ed ebbe come successore il figlio Gentile e poi Bartolomeo « milite devoto » della casa francese. Probabilmente costoro completarono l'opera con un fossato che difendeva la porta sul lato occidentale. Nel tempo Capracotta si è ingrandita. Le mura persero la funzione militare mentre il fossato veniva interrato e i Capece Piscicelli costruivano il loro palazzo baronale fuori del nucleo antico, esattamente nell'area dell'attuale Sci Club. È in questo periodo che lo spazio esterno a Terravecchia si definisce urbanisticamente come piazza. Poi la guerra e la ricostruzione. Il Piano di Ricostruzione di Capracotta, notificato al sindaco Carnevale il 31 gennaio 1949, era stato redatto dall'architetto Ferruccio Rossetti su incarico del Ministro per i Lavori Pubblici. Ferruccio Rossetti era un architetto di fama nazionale. Insieme a Pier Luigi Nervi aveva progettato l'ampliamento del Palazzo italiano della Cultura a Stoccolma. Tra le cose più significative del Piano dell'architetto Rossetti vi era la previsione della demolizione di tutto il cuore del nucleo antico di Capracotta, dal sagrato della Chiesa di S. Maria Assunta fino a piazza Falconi, compresa la storica Torre dell'Orologio. Fatto sta che a un certo punto l'amministrazione comunale di Capracotta decide di abbattere la Torre dell'Orologio, senza rendersi conto che i tempi erano cambiati e che probabilmente il problema andava affrontato diversamente. Una volta fatto il disastro si è aperto il dibattito e ogni anno, specialmente quando la piazza si popola di visitatori occasionali o di capracottesi che ritornano al paese, si discute (senza particolare fervore) su cosa si dovrebbe fare. Perciò chi ha qualche dimestichezza con Photoshop si diverte a fare ricostruzioni virtuali nella consapevolezza che il murale che copre la vergogna della demolizione è peggiore della vergogna stessa. Capracotta merita, invece, una soluzione che sia proporzionale all'intelligenza media dei capracottesi. Intelligenza che è alta... Un murale non è la soluzione. Occorre un colpo di genio di un grande architetto di levatura internazionale. Usciamo dal fai-da-te locale e cerchiamo di volare alto. Franco Valente Fonte: https://www.facebook.com/ , 19 settembre 2023.

  • Il pilone delle Fonticelle parla...

    Il pilone delle Fonticelle parla a chi passa, a chi semplicemente sosta per uno sguardo al paese che disteso non lontano sembra in una perenne attesa. La bocca d'acqua fresca è la linfa vitale che scorre nelle vene di Monte Cavallerizzo, attraversa il suo corpo robusto e si getta in parte in un invaso di pietra, in parte continua la sua corsa perdendosi giù nell'abbraccio rugoso della valle. La fonte vive la mutevolezza delle stagioni: silenzi innevati, tormente, disgeli, refoli tiepidi, aliti caldi; confonde il suo linguaggio con scampanii, belati, calpestii di zoccoli, gridi di rapaci in volo e poi di nuovo resta a mormorare tra sé e sé aspettando ancora il pastore, il passante, il forestiero che arriva dal bosco vicino oppure dalla strada aperta che si snoda verso l'abitato, insomma qualcuno che cerca una tregua momentanea, che si ristora prima di riprendere il cammino e gli dà il benvenuto o l'arrivederci. Flora Di Rienzo

  • Il Municipio di Capracotta e lo stemma dei Falconi

    Il Municipio di Capracotta è, per ovvi motivi, uno dei luoghi più noti e frequentati del paese. Eppure, nonostante il viavai quotidiano di coloro che attraversano il portone principale per raggiungere gli uffici amministrativi, esiste un particolare che probabilmente pochi osservano e conoscono. È noto, ad esempio, che la Casa comunale in passato era la residenza dei locali feudatari, il cui ultimo rappresentante fu Carlo Capece Piscicelli. È altrettanto risaputo che sua moglie, Mariangela de Riso, fu l'unica a risiedere nel palazzo di Capracotta, ed avendola eletta a sua residenza, seppure per temporanei periodi di villeggiatura, volle abbellirla assecondando il suo gusto personale. Come ricorda il Campanelli, la duchessa arredò il palazzo con mobili dorati, e trasformò l'antico fondaco in un teatrino, nel quale invitava comici che, a beneficio di tutti i cittadini, organizzavano giochi e spettacoli. Alla morte del marito, avvenuta tra il 1795 e il 1797, incaricò il dottor Diego di Ciò, di tutelare i suoi interessi patrimoniali in loco, e per compensare la sua oculata e fedele gestione, gli donò una parte del palazzo ed una casa di campagna sita nell'ex feudo di Macchia, nota col nome di Masseria del Duca. Tutti sanno, infine, che i palazzi nobiliari venivano decorati con lo stemma del proprietario, per cui nessuna meraviglia nel constatare che anche sull'ingresso del Municipio, già palazzo ducale, fa bella mostra di sé uno stemma araldico. Qual è, allora questo particolare poco considerato, che sfugge ai più? Se ci fermiamo ad osservare lo stemma sul portone d'ingresso, notiamo che è composto da figure completamente estranee al blasone della casa ducale di Capracotta. Vi sono rappresentati una torre, un falco, un cuore trafitto e due stelle; l'esatta descrizione araldica è la seguente: «d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte». Ben diversa, quindi da quella dei Capece Piscicelli che è: «di rosso alla banda d'oro caricata dal girello d'azzurro e accompagnata in capo da un rastrello a tre pendenti d'oro». Verrà quindi spontaneo chiedersi a chi mai apparterrà quello stemma, e perché è posto sul palazzo che appartenne ai locali feudatari? Non bisogna andare molto lontano per trovare la risposta; addirittura basterebbe voltarsi, guardare la lapide posta sul vicino edificio che fa da spartiacque con corso S. Antonio, per leggere il nome della famiglia alla quale appartiene lo stemma: i Falconi. Stanislao Falconi, a cui è dedicata la piazza su cui insiste il Municipio, era infatti uno dei rappresentanti dell'illustre famiglia capracottese. Avvocato generale presso la Corte di Cassazione nel 1848, elevato al rango di Pari del Regno con regio decreto del 26 giugno 1848, era fratello dell'altrettanto famoso mons. Giandomenico e zio del Senatore Nicola. Egli acquistò il palazzo direttamente dai Capece Piscicelli e, di conseguenza, per lasciare scolpita nella memoria collettiva questo storico passaggio, fece incidere sul portone d'ingresso lo stemma della sua famiglia. L'edificio, come ricorda il Libro delle Memorie di Capracotta, fu poi ereditato dal figlio di Stanislao, Federico, e questi, che non ebbe discendenti diretti, istituì eredi delle sue sostanze i Greco. Furono proprio quest'ultimi, in tempi più vicini a noi, a cedere il palazzo al Comune di Capracotta, che ne fece la sede dell'attuale Municipio. A volte anche un particolare, che può sembrare trascurabile, diviene un indizio importante, capace di raccontare la storia della civiltà e del tempo passato. Alfonso Di Sanza d'Alena Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Bonazzi di Sannicandro, Famiglie nobili e titolate del Napolitano ascritte all'elenco regionale o che ottennero posteriori legali riconoscimenti , Detken & Rocholl, Napoli 1902.

  • I nomi delle montagne capracottesi

    Vi siete mai chiesti il perché dei nomi dei nostri monti? Oggi proverò a fare una panoramica di tutte le montagne di Capracotta, fornendo per ognuna dati storici e ipotesi toponomastiche. Bisogna innanzitutto partire dall'assunto che ciò che per qualcuno è un monte, per altri è una collina. A Capracotta vi sono ben tre monti che chiamiamo colli, anche se colli non sono, visto che superano abbondantemente gli 800 metri di altezza: mi riferisco a Colle San Nicola, a Colle Cornacchia, a Colle Liscio o a Colle Campanella. Ma andiamo per ordine di altezza, considerando soltanto quei rilievi più alti dell'abitato di Capracotta. La montagna più alta del territorio capracottese è chiaramente Monte Campo - o semplicemente Il Campo (in capr. Re Cuoàmbe ) - che tocca i 1.746 metri di altezza. Fino ai primi anni del XX secolo la sua altezza era attestata dall'IGM a 1.645 metri, finché Senofonte Squinabol (1861-1941) non segnalò, sulla base dei calcoli effettuati con l'aneroide, «une étrange erreur», un'anomalia altimetrica «de 100 mètres en plus». Nonostante sia un rilievo molto frastagliato, il suo nome deriva dal latino campus e non nell'accezione di "pianura", bensì in quella, scenicamente più suggestiva, di "teatro", dato che dalla vetta si può ammirare un panorama praticamente sconfinato, che va dalle coste balcaniche alle «sette provincie sue da Aquila a Gargano», quelle terre che il principe Francesco Borbone scrutò nel settembre 1824 quando visitò Capracotta e ascese su Monte Campo. Il secondo rilievo è Monte Capraro (in capr. Re Mónde ) - in passato chiamato anche Monte San Giovanni - la cui cima sta a 1.732 metri di altezza. Secondo Antonio De Nino (1833-1907) il Capraro deve il suo nome a «la ripidezza dei monti», senza spiegare alcunché. Banalmente è assai più probabile che il nome della montagna, Caprarum , sia strettamente legato a quello di Capracotta e, in generale, al Monte delle Capre, senza dover tirare in ballo improbabili suffissi sanniti o proto-italici. Il precedente nome di San Giovanni era invece legato al monastero benedettino situato sulla sommità del monte e oggi completamente diruto. La terza altura è Monte Ciglione, situato a nord di Monte Campo, la cui altezza si pone a 1.692 metri. Il suo nome, attestato anche come Montecilioni, deriverebbe dagli uccelli (in capr. ciéglie , accr. in cegliùne ) che in stormo spiccano il volo dalle fronde dei suoi alberi. La quarta montagna è Monte Civetta (1.680 m.), posta a nord della catena di Monte Capraro, il cui nome rimanda anch'esso a interpretazioni ornitologiche, ovvero alla civetta, uccello considerato segno di malaugurio per l'attività notturna e per il suo canto lugubre. Il quinto rilievo sono i cosiddetti Montetti di Carovilli (in capr. Mundiétte de re Carvìglie ) a 1.598 metri di altezza, la cui etimologia è legata al generale romano Spurio Carvilio Massimo che, assieme a Lucio Papirio Cursore, sconfissero definitivamente i Sanniti proprio sul nostro territorio, tra Cominio e Aquilonia, per cui rimando il lettore all'articolo sulla fondazione romana di Capracotta . La sesta altura è Monte San Luca (1.584 m.), che prende il nome dall'antico romitorio lì fondato in onore dell'Evangelista e abitato fino ai primi anni del '900 dall'eremita capracottese Gaetano Fiadino. La settima montagna è Monte Cavallerizzo (1.522 m.) - anticamente detto Monte Boaipone -, anch'esso facente parte della catena del Capraro e situato a sud-est di questo, il cui nome fa subito pensare ai cavalli. Dichiarato nel 2011 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali sito di interesse archeologico per via dei resti di mura ciclopiche (ovvero le fondamenta delle strade sannitiche) ospitati sulla sua cima, il nome può invece spiegarsi tramite la teoria dell'ispettore scolastico Raffaele Conti, per il quale quei ruderi non sarebbero le mura poligonali dei Sanniti, bensì «un recinto ove si custodivano i puledri, onde quella regione fu detta Cavallerizza». Questa teoria del Conti, che agli inizi del '900 gli costò una sassaiola di critiche da parte di Luigi Campanelli (che pure l'aveva promossa in un primo tempo), appare ancor oggi la più verosimile, sebbene l'antico nome del Boaipone (o Hoaipone) non sia ancora perfettamente conoscibile, se non come derivato di hippos , quindi Monte Ippone, il Monte dei Cavalli. L'ottavo rilievo è Monte San Nicola (1.517 m.), il cui nome è legato all'esistenza, in epoca altomedievale, di una chiesa dedicata a san Nicola di Mira, il cui obiettivo era quello di sradicare i culti pagani che, soprattutto in quell'area (la stessa della Tavola Osca e dell'abitato sannitico di Fonte Romita), dovevano essere particolarmente duri a morire. La nona altura è Monte Cornacchia (1.472 m.), la montagna da cui in primavera sgorgano le cascate del Pisciariéglie . Come già anticipato, anche questo monte ha un nome ornitologico, legato al corvo nero, un altro uccello che simboleggia la sventura, perché Apollo seppe del tradimento della sua Coronide proprio per mezzo di un corvo bianco, nell'occasione tramutato in nero. Concludendo, si può affermare che Il Campo prenda il nome dalla vista teatrale che offre; i monti Capraro, Cavallerizzo, Ciglione, Civetta e Cornacchia dagli animali loro peculiari; i monti (ex) San Giovanni, San Luca e San Nicola dai siti religiosi che un tempo sorgevano su quelle alture; i Montetti di Carovilli dal console romano Spurio Carvilio. Si può infine dichiarare che le nostre montagne, a parte quelle dedicate ai santi e incluso Monte del Cerro (1.250 m.), cominciano tutte con la lettera C di Capracotta: una coincidenza davvero affascinante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Notizie del territorio di Capracotta , Sannitica, Agnone 1899; R. Conti, Osservazioni intorno alle "Notizie del territorio di Capracotta" raccolte da Luigi Campanelli , Alterocca, Terni 1902; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; J. M. Martin et al. , Registrum Petri Diaconi , vol. III, École Française de Rome, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Milano, 1° gennaio 1924; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Masson, Paris, 15 luglio 1903.

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