LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Canzone in lode di Giovanna Caracciolo (II)
Così a guardo mortale adorna espose Questa alta Donna, che cogli atti suoi È fida scorta a noi Nel corso incerto de l'umane cose; Ch'indi s'apprendon pure, e giuste voglie, Indi eletti pensieri, indi si toglie L'esempio d'onestà, ch'è in Lei più chiara, E verace virtute indi s'impara. Ben'Ei, che l'ampio Ciel mosse, e le stelle, E trasse il die da cieco orror profondo, Per sua ministra la natura elesse, Che producendo empia, e sostenga il Mondo; Ma serbò a se l'opere grandi, e belle; Onde a ritirar le sue sembianze espresse Costei si vaga, e di man propria impresse; E così varie in Lei mise, e distinse Le virtù, gli atti vari, e i bei costumi; Come di vari lumi, E d'eterne vaghezze il Ciel dipinse. Taccia la prisca età quelle, ond'accrebbe Il Ciel di nuovi numi, e d'empietade, E qual mai d'onestade In maggior pregio, e di bellezza crebbe; Che ben Costei lor chiara fama adombra, E 'l Mondo tutto di sua gloria ingombra, Ed altr'idee produce a' nostri tempi, Ed altre meraviglie, ed altri essempi. Se da' bei giri eterni Ella movea In quell'età, cui 'l Ciel riposta tenne La vera fede, e nel futuro involta, Che poi le carte a illuminar ne venne; Onde il suo culto, e gli onor suoi volgea La, vè più scorse alta virtù raccolta; Che non v'hà gente in suoi pensier s'incolta; E si barbara, e fera, ove non mette Raggio ndel suo splendore il Sole eterno; A Lei, quasi a superno Nume del Ciel, sì avrebbe il Mondo erette E statue, e tempi, ed archi eccelsi, e degni, Che stati foran scarsi al gran lavoro E bianchi marmi, ed oro, E stanca l'opra de' più industri ingegni. E tu Italia sublime in tanta gloria Veduto avresti a sua eterna memoria Le meraviglie erette, e 'l tempio indritto D'Efeso, e l'opre del famoso Egitto. Ma s'a noi toglie or d'adorar Costei Santa legge del Ciel, che 'l Mondo ha volto Al vero culto, per vie certe, e conte; Pur quasi in ampio, e nobil tempio accolto Il primo Ver fia, che s'adori in Lei; E scolpirmela in mezo al nostro monte, O dove più l'alpestra, e dura fronte, Ch'al più cocente ciel verna, ed agghiaccia Il superbo Appenino altera estolle; E ben sì nobil colle È degno, che di sé statua a Lei faccia; Poicché per Lei in tanto pregio ei viene; Ch'in contesa d'onor via men risuona Parnaso, ed Elicona, Nonch'Ato, Olimpo, Atlante, Alpe, e Pirene Ella qual nuovo Febo in guardia l'ave, E con sua cetra, in suon chiaro, e soave L'empie d'onore; e d'alte palme adorna Il gentil Sangro, e in Ippocrene il torna. Quanto empierà d'invidia il secol nostro Color, ch'a più tard'anni il Ciel destina, Che lor sie tolta, a noi concessa in sorte La vista, in che virtù se stessa affina, Di questo altero al mondo, e raro mostro. Né fia, che speme lor giammai conforte, Che 'l volger d'anni ugual sembianze apporte; Con questo suo mirabil magistero Il Ciel prescrisse a le grand'opre il segno, E disperse il disegno, Ch'al bel lavoro finse il gran pensiero. Qual dunque or fia, che si lontane, e parta Suoi pensier da virtù, ch'eterna loda Al ciel porger non s'oda, Che tanta grazia a gli anni suoi comparta, Degnandol di mirar si altera Donna, Vestita appena di terrena gonna, Speglio d'alta virtute, e d'onor tempio, Vera laude di Dio, e vero essempio. Canzon'anco talor Pittore industre, Se brieve tela i suoi pensier non stringe, Altri ei colora, altri n'accenna in parte, E con mirabil'arte Quasi in lontano altri ombreggiando finge; Sì ch'al pensier de' risguardanti lassa, Ch'ov'egli tace imaginando vegna. S'or mio stil non disegna Appien costei, e mille onor trapassa; E in te di Lei il men sublime appare; Pur fia, ch'indi ciascuno ancor comprenda Quanto suo merto in sù poggia, ed ascenda. Giovanni Battista Palma Fonte: G. B. Palma, Canzone in lode dell'Ill. ed Eccellentiss. Signora Giovanna Caracciolo , Roselli, Napoli 1693.
- A Prato Gentile con nonno Cianuccio
Un lungo steccato ai bordi del prato l'accogliente Rifugio e l'ombrosa via nel bosco silente. Quel remoto mattino di un mese di luglio appena iniziato non conosce tramonto nel mio giovane cuore. Sebastiano Giuliano
- La Pezzata di Capracotta: buon appetito!
A mici cari, ci spostiamo in Molise e più precisamente a Capracotta, piccolo borgo in provincia di Isernia dove si tiene da quasi un cinquantennio la tradizionale Pezzata. Migliaia di persone accorrono da diverse parti del Molise, Abruzzo, Lazio ma anche da tutto il mondo per partecipare a questo evento. Le origini sono lontane ed si ricollegano al mondo bucolico e alla transumanza che i pastori facevano per portare le greggi dagli altipiani del Molise alle pianure del Tavoliere. Durante la traversata capitava che qualche animale si potesse ferire o azzoppare e per non lasciarlo morire abbandonato veniva "depezzato" e cucinato per essere mangiato. La genuinità delle erbe brucate dagli animali ne fortificava i muscoli e ne addolciva le carni. Oggi sulla bellissima spianata di Prato Gentile vengono predisposti numerosi stand dove viene preparata la carne della pecora e dell'agnello secondo le antiche ricette. Grandi pentole vengono allestite per far cuocere la carne a fuoco lento per parecchie ore. Gli anziani tramandano a qualche giovane volenteroso la preparazione di questo piatto e poi si adoperano per mescolare costantemente la carne facendo sì che venga ben cotta in tutti i punti. Altri si offrono volontari per stare alle braci e servire l'agnello. La gente accorsa si diverte visitando gli stand dove possono essere gustati altri prodotti tipici come il pecorino ed altri formaggi stagionati. Gli avventori possono sedersi alla stessa tavola o sul prato per fare un piacevole picnic condividendo questo buon cibo e l'aria salubre, e poi fare una rilassante passeggiata nei boschi che circondano la piana. La festa si svolge la prima domenica di agosto ma i preparativi cominciano dal mese prima. Le autorità del luogo e le associazioni si prodigano inoltre nell'organizzazione contemporanea di eventi culturali e spettacoli nel piccolo borgo affinché possano accompagnare e rendere liete le ore passate insieme da grandi e piccini. Non vi resta dunque che organizzarvi e venire a Capracotta per provare con noi questa esperienza. Boris Gagliardi Fonte: https://www.vaghis.it/ , 4 giugno 2017.
- Sfondato dopo sei giorni il "muro bianco"
Capracotta, 13 febbraio. Da sei giorni tutta la loro speranza era concentrata su quel tozzo mostro d'acciaio azionato da un motore poderoso e munito d'una prua lucida e tagliente. Senza lo spartineve ricevuto in dono dagli emigranti d'America oggi i cinquemila abitanti di Capracotta sarebbero tuttora prigionieri della morsa di ghiaccio e neve che da domenica scorsa si era chiusa sulla montagna. Se fosse passato ancora un giorno la situazione si sarebbe trasformata da critica in drammatica. Uno scambio di parole che poteva significare molte cose: scarsità di rifornimenti alimentari, impossibilità di trasportare all'ospedale gli ammalati gravi e un'opprimente sensazione di angoscia di chi, di ora in ora, si sentiva sempre più tagliato fuori dal resto del mondo. A Capracotta, situata a quota 1.450, sull'estremo sperone roccioso della montagna che domina la vallata del fiume Sangro, non c'è da sperare in un miracoloso atterraggio di un elicottero. L'impresa di ripristinare i collegamenti è stata invece portata a termine, ancora una volta, dallo speciale spartineve giunto dall'America. Ha cominciato a vibrare da lunedì colpi su colpi contro la barriera alta fino a tre metri, e ieri ha vinto la battaglia, una battaglia tatticamente studiata con un lungo anticipo e condotta poi con lo stesso slancio disperato di una vicenda militare che non ammette vie di scampo per chi perde. E anche questa volta ha avuto i suoi protagonisti di prima linea, quelli che in silenzio hanno rischiato più di ogni altro e in silenzio sono poi rientrati nei ranghi. Alle porte del paese c'era la neve più alta e lì si sarebbe decisa la lotta. Se i cantonieri si fossero fermati anche per poco, allora la tormenta avrebbe in un momento rinchiuso il passaggio ed il fresaneve - che seguiva a breve intervallo il primo mezzo - non avrebbe più potuto avanzare e completare il lavoro. Sulle strade del Molise coperte da una densa coltre bianca, dove agisce la più numerosa e attrezzata sezione di mezzi dell'ANAS abbiamo visto come si lotta contro la neve per riattivare il traffico: lo spartineve ha il ruolo dell'urto iniziale, segue il fresaneve che con la sua ruota vorticosa allarga e spiana le pareti di ghiaccio ai bordi della carreggiata; irrompe poi lo spazzaneve che sgrombra definitivamente la sede stradale spianandola con la sua grande spatola. A Capracotta il lavoro è stato completato dal fresaneve giunto da Castel di Sangro; ma ai capracottesi, isolati da cinque interminabili giorni, il tracciato scavato dal loro spartineve era già apparso come la più importante meta realizzata. Quelli di Capracotta, andati oltre Oceano a cercar lavoro, ricordano assai bene l'amara esperienza dell'assedio provocato dalla neve. Hanno perciò raccolto danaro e così, invece della solita preziosa campana e del solito asilo che gli emigranti, invariabilmente, donano al loro paese, i capracottesi di Brooklin e di Pittsburg hanno progettato e fatto costruire il loro formidabile spartineve. Abbiamo raggiunto Capracotta alle ore 18 di ieri risalendo un tracciato somigliante ad una pista di bob, sbalzati con l'auto da un lato all'altro come su un mare in tempesta. Più di un'ora per percorrere sedici chilometri, intervallati da frequenti soste per sgombrare le piccole valanghe che si erano addensate sulla strada. Il paese, oltre lo sbarramento di foschia, è apparso all'improvviso nel suo allucinante aspetto siberiano. Nelle prime case del borghetto Santa Lucia la neve raggiunge le finestre dei primi piani. Gallerie alte cinquanta centimetri collegano attraverso una rete di cunicoli una casa all'altra. In tutto il paese non si vede in giro una persona. Impossibile affacciarsi fuori dell'uscio di casa per la tormenta accecante che crea mulinelli nelle strade: Capracotta è avvolta da un vento gelido che flagella le abitazioni e le cime degli alberi affioranti fra tre, quattro e anche cinque metri di neve. Quando la bufera a tarda sera si placa qualcuno si avventura all'aperto, per necessità. Un ragazzo con un secchio si arrampica sulla candida collinetta che soffoca la facciata di una casa, bussa sul vetro di una finestra del primo piano e consegna il latte ad una donna. Poco oltre, un'altra donna raccoglie la neve dentro una pentola dal davanzale del balcone: in questo modo si provvede all'approvvigionamento idrico nelle zone dove sono scoppiate le condotture. Qui la fanghiglia imperante di Campobasso e Isernia è meno che un ricordo lontano. A Capracotta l'inverno è tragico ma è anche pieno di nobiltà e purezza. Per secolare consuetudine d'inverno le case qui sbarrano gli ingressi prima dell' Ave Maria e nessuno che non sia il medico e il prete può facilmente superarli. Qui la cronaca può indugiare solo nel club degli sciatori che si raggiunge slittando attraverso un cunicolo di cinque-sei metri. Sembra quasi di penetrare in una catacomba e invece il locale, oltre i due pesanti portoni, si rivela affollato e luminoso; il più forte contrasto con la silenziosa opacità che pesa sul resto del paese. Si è sparsa la voce che Capracotta non è più isolata e tutti hanno una domanda pronta. Dalla strada si sfiorano poi una infinità di argomenti: per diverso tempo è mancata la luce e da una settimana niente giornali. Il Sindaco dottor Carmine Di Ianni stenta a credere che la critica vicenda del suo comune bloccato dalla neve abbia suscitato tanto interesse su tutti i giornali. Basterebbe rettificare la strada e condurre a termine i lavori per la sciovia - dice il Sindaco - e buona parte dei nostri problemi sarebbero risolti. L'impianto della sciovia costa cinque milioni, per ora ne hanno raccolti solamente tre. Durante i cinque giorni di isolamento e di bufera la vita è stata difficile per tutti gli abitanti e in particolare per il medico, dottor Di Nardo, che si è dovuto spostare spesso per tutta la notte sotto la tormenta, anche quando la temperatura era scesa a meno dodici. Il suo mezzo fondamentale di locomozione? Lo sci: «Per fare il medico da queste parti – dice il dottor Di Nardo – occorrono buona salute, una grande volontà e, soprattutto, essere quasi campioni di sci». E con gli sci è corso mercoledì alle tre e mezzo di notte in casa di Giuseppina Riccio, trenta anni, prossima a divenire madre per la quarta volta. Quando è giunto il medico in casa non c'era nessuno perché il marito si trova a lavorare in Calabria e i tre figli erano stati affidati ad una vicina. Il parto si presentava difficilissimo e non c'era nessuna possibilità di trasportare, con la bufera, la donna all'ospedale neanche per mezzo di una slitta. Il dottor Di Nardo è dovuto intervenire senza indugio ed operare al lume di una candela. È venuta alla luce una bambina che rischiava di morire per asfissia pallida, il più temibile tipo di asfissia che possa seguire una nascita. Fino alle sette il medico si è adoperato per strappare la bimba alla morte. «La natura è provvida ed ogni tanto la madre quanto la bambina stanno bene», afferma il dottor Di Nardo. Il giorno successivo, sempre con gli sci, si è recato a soccorrere i passeggeri di un pullman rimasto bloccato per molte ore a dieci chilometri da Capracotta. Una comitiva di gitanti a bordo del pullman che ha scoperto, attraverso questa brutta esperienza, come la montagna da piacevole amica possa trasformarsi all'improvviso in terribile nemica. Mario Scacciavillani Fonte: M. Scacciavillani, Sfondato dopo sei giorni il "muro bianco" , in «Il Giornale d'Italia», Roma, 14 febbraio 1965.
- La mia vita
Cara Francesca, da giorni tu mi chiedi il curriculum della mia vita. Io non sono un letterato, le mie parole sono semplici, non occorre il vocabolario per conoscere il significato. Ti accontento. Incomincio da quando ero bambino. Ero abbastanza discolo, mia madre mi portava sempre con se quando andava alla terra a portare il concime per migliorare la crescita del grano, patate, piselli, fagioli ed altro. Io mi rendevo molto utile nei piccoli servizi, come andare a prendere l'acqua alla fontanella. Il 13 gennaio 1913 fece il terremoto, noi eravamo in 5, tutti piccoli, Giorgio, Emilia, Nicola, Rosaria era la più grandicella per aiutarci; tutti aravamo attaccati alla gonna di nostra madre per la salvezza. Andammo a S. Liberata, per essere sicuri di non andare a finire sotto le macerie. Il terremoto finì. Tornammo a casa. Il 24 maggio 1915 scoppiò la Prima guerra mondiale, io avevo appena 5 anni. Al compimento del sesto anno di età andai a scuola; tutto il mio necessario era composto da una cartella fatta di stoffa con uno spallaccio senza fronzoli, un quaderno a righi e uno a quadretti, una penna (non biro) che si intingeva al calamaio e una matita, detto lapis, nera per incominciare a fare le aste. Era periodo di guerra, tutto ciò che i bambini hanno oggi a quell'epoca era soltanto un sogno. Avevo 8 anni, mio fratello Nicola faceva il pastorello, era con un pastore (pecoraio) sulla Maiella vicino alla cima di Monte Amaro a circa 2.500 metri sul livello del mare; qui si potette ammirare tutte le bellezze della terra abruzzese. Si dice che lo studio è la via del sapere, il mio sapere di scuola elementare era talmente poco. Finita la scuola, la terza elementare, mio padre, pastore (non di anime) ma di pecore, mi prese con sé perché occorreva al fabbisogno di famiglia. Avevo 9 anni, incominciai a girare tutti i boschi della zona di Palena, di Pizzoferrato, di Gamberale, di S. Pietro Avellana, di Capracotta, di Pescopennataro e parte di quello di Roccaraso. Il bosco era la mia città. Luigino Giovannelli Fonte: http://www.rivisondoliantiqua.it/ .
- Gödel e il Molise
L'identità culturale di un popolo è l'insieme degli elementi genetici, fisiologici, che quel popolo ha e, insieme, i mutamenti prodotti dalle scelte fatte o subite, dalle stratificazioni culturali che, nel corso dei secoli, si sono disposte una sull'altra nella storia di quel popolo. Le due cose non sono mai disgiunte. Io, per esempio, mi mangio la pezzata come mio zio di Capracotta ma poi, quando sono stato in Argentina, ho imparato anche a mangiare il vitello al brodo come a Miguel, il mio compagno di stanza a Rosario. La pezzata l'ho avuta geneticamente, il brodo di vitello è stato un fatto culturale. Alcuni movimenti di lavoro del corpo dei contadini meridionali, impegnati nella cura della vite, sono identici a quelli dei contadini greci. Ruzzone sarchia come a Kalamarata, un amico mio di Lucito che viene da Salonicco. Partendo da un momento di convidisione del lavoro, quei gesti si sono trasmessi per via culturale, insegnati dai padri ai figli, passando di generazione in generazione. Altri movimento del corpo - gesti propriamente fisici che possono essere considerati addirittura elementi caratteriali, di stile (muovere la mani, sedersi, camminare ecc.) - vengono invece trasmessi geneticamente. L'identità (naturale e culturale) del Molise del 1963 era una cosa. Quella del 2004 è la somma di quella del 1963 e dei quarant'anni di Democrazia Cristiana che hanno modificato in maniera importante il DNA del popolo molisano. IM2004 = IM1963 + DC40 Le scelte politiche e culturali, nel lungo periodo, producono modificazioni genetiche. Ruzzone era figlio di un ramaio di Agnone: attonnava attonnava finché non usciva la forma che diceva lui. Da quando sta con me, e ci sta da quarant'anni, dice pure qualche endecasillabo. Una volta il critico Strippone, al premio di poesia di Petrella, disse che Ruzzone scriveva versi tondi e morbidi. Ecco: Ruzzone è un poco poeta perché è stato con me e un poco attonnatore perché il padre faceva il ramaio. Se l'Università del Molise diventasse uno "stipendificio" - considerato e resto tale da docenti che partono da Roma Termini alle tre del pomeriggio, fanno lezione alle sei del pomeriggio e ripartono con il treno delle otto - ci ritroveremmo da cinquant'anni a parlare di una certa identità molisana: IM2054(1) = IM1963 + DC40 + UMST50 dove UMST50 sta per "Università del Molise 50 anni di stipendificio". Se invece l'Università del Molise diventasse un luogo importante di cultura, con i docenti disposti a vivere la nostra realtà, a rimanere fisicamente in Molise, a partecipare alle scelte culturali e politiche, a dare il proprio contributo di scienza e di idee anche in dibattiti come questo, ci ritroveremmo, tra cinquant'anni, un Molise diverso e una diversa identità: IM2054(2) = IM1963 + DC40 + UMCUL50 dove UMCUL50 sta per "Università del Molise 50 anni di cultura". Ecco perché è tanto importante il ruolo del politico: perché dipende da lui se l'Università del Molise, nei prossimi anni, sarà un luogo di cultura o uno stipendificio. E se me ne frega di una qualche identità, quella che mi interessa di più è proprio quella del 2054 che la possiamo costruire e non quella di oggi che sta già bell'e fatta. L'identità della Toscana ai tempi di Dante era una cosa; dopo l'esperienza di Lorenzo il Magnifico è diventata un'altra cosa. Noi abbiamo Michele Iorio che, prima di fare il politico, faceva parte de' Medici, nel senso che faceva il medico. E di Magnifico teniamo il rettore Cannata. «Frekate», direbbe Ruzzone che tiene un cugino a Pescara. Io dico solamente: tanti auguri Molise. Giovanni Petta Fonte: G. Petta, Turzo Ten. Dieci anni di Molise nella cantina Iammacone , Il Bene Comune, Campobasso 2011.
- Io e i Cavalier King: come, quando e perché
Correva l'anno 2007 e come gli anni precedenti trascorrevo le mie vacanze estive a Capracotta. Capracotta è un comune di alta montagna del Molise nel quale, come in tutta la Regione, è purtroppo comune il problema del randagismo. A dire il vero la maggior parte dei randagi si facevano gli affari loro, niente aggressioni, anzi scene caratteristiche, come il cane che accompagnava tutti i funerali. Quell'anno avevo fatto amicizia con una randagetta molto schiva, direi terrorizzata dagli altri randagi maschi e anche dagli umani dai quali non si faceva avvicinare facilmente. Le portavo da mangiare e tutte le sere si piazzava seduta in strada guardando verso la mia finestra... mi aveva conquistata! Cominciarono le battaglie in famiglia perché volevo portarmela a casa a Roma, ma andavo a sbattere contro un muro di chiusura totale da parte di mio marito. Confesso che mi sono lasciata andare anche a qualche crisi isterica, la volevo! Non ci fu nulla da fare, in effetti i problemi che si sarebbero presentati non erano pochi: prenderla senza usare la forza, farla visitare da un veterinario prima di portarla via e sottoporla a un bagno antiparassitario... ma a Capracotta non ci sono studi veterinari e nemmeno toelettature per cani e in ultimo, ma non trascurabile, il problema di trasferirla in città, in un ambiente estraneo e caotico per lei abituata a quel paesino di montagna. La vicenda si concluse con la promessa da parte di mio marito di adottare un cagnolino, ma di razza! Fortunatamente la randagetta venne adottata dal vicino di casa che poco per volta lasciandole l'androne aperto per dormire la notte se la fece amica... e "tutti vissero felici e contenti". Da quel momento cominciò la ricerca del cagnolino di razza, ma quale razza? Doveva essere di taglia piccola e caratterialmente adatto alle mie abitudini. Da bambina avevo avuto una femmina di barboncino, ma troppo vivaci, cercavo una soluzione diversa... La prima scelta cadde sul bassotto a pelo ruvido e sull'allevamento della Zerlina. Cominciai anche a visitare i pet-shop per farmi un'idea sugli articoli da comprare, anche se tardavo a contattare l'allevamento, volevo essere sicura del passo che stavo per fare. Ed ecco l'imprevisto, una battuta del negoziante di turno che mi aveva chiesto che cane avrei preso: – Auguri! Avrà il suo bel da fare a educarlo, i bassotti hanno un bel caratterino. Da inesperta questo aspetto non lo avevo considerato... poi il carico da 90 che mi ha fatto desistere: mentre facevo la spesa vedo un bassotto legato fuori a un negozio con una cicatrice fresca sulla schiena... Mi informo meglio e capisco che questo è il problema principale con il quale i bassotti devono fare i conti, la maggior parte prima o poi avrà problemi alla colonna e niente scale, niente salti, niente affaticamento motorio. Da quel momento abbandono l'idea e mi metto alla ricerca di una razza meno problematica... Il Cavalier King non lo conoscevo, in quegli anni a Roma non se ne vedevano. Passo in rassegna su internet i cani di piccola taglia e mi imbatto in questo affascinante sconosciuto. Mi interessava il carattere, l'indole, l'aspetto fisico lo avevo messo in secondo piano. Lette le notizie (generiche) che circolavano in quegli anni, capii che avevo fatto tombola! Ottimo carattere e aspetto più che soddisfacente per i miei gusti... ora dovevo cercare un buon allevamento... Non ho mai pensato di risparmiare, desideravo il meglio, la ricerca durò circa un paio di mesi fino a quando la Domus Aventina di Roma fece capolino tra le mie ricerche e prenotai una visita all'allevamento... era il mese di dicembre. Ci fu un lungo colloquio e alla fine uscii con l'assicurazione che dopo circa 4 mesi avrei avuto il mio cucciolo tra le braccia. Il 21 gennaio 2008 sarebbe nato Scott, 2 mesi dopo, prima di Pasqua, lo avrei portato a casa. Ho avuto fortuna nella mia scelta, ma la fortuna me la sono cercata, valutando diversi allevamenti e scartandone molti che non mi convincevano. Nessuna malattia genetica, problemi dell'invecchiamento perfettamente controllabili e non insorti prematuramente, la sfortuna ha riguardato altro... il cancro, come chi mi conosce sa. Nel 2013 è arrivato Francis, nipote di Scott... e l'amore per i Cavalier è destinato ormai ad accompagnarmi per tutta la vita. Ho voluto scrivere questi ricordi convinta che quello che ci succede spesso segua strade tortuose, ma al destino non si sfugge. Se avessi visto un Cavalier e avessi pensato "Lo voglio!" sarebbe sembrata una semplice scelta... invece non è stata una scelta semplice, passata attraverso una tenera randagetta e la ricerca del mio cane ideale. Oggi sono sempre più convinta della scelta fatta 10 anni fa, di un allevatore che, guarda caso, punta su valori che condivido, che ha Cavalier di una longevità di tutto rispetto se analizziamo la vita media di questa razza... allora non lo sapevo ancora, diciamo che l'istinto mi ha dato una mano. Francis oggi, il mio orgoglio per la sua intelligenza davvero speciale, per il suo spirito di osservazione, nulla gli sfugge e impara solo osservando e perché no, anche l'aspetto fa la sua parte... per dirla tutta mi sciolgo quando lo guardo! Tra non molto entrerà a far parte della mia famiglia anche Harry... Harry Potter della Domus Aventina e il nome non è stato scelto a caso, un piccolo mago che mi ha conquistato da quando è nato. Cristina Tiso Fonte: https://cavalierkingharrypotter.jimdofree.com/ , 26 giugno 2018.
- Capracotta nell'arte di Gaetano Bocchetti
Uno degli ultimi pittori della cosiddetta "scuola napoletana", Gaetano Bocchetti (1888-1990), morì ultracentenario nella sua città natale e rimase fortemente legato a Capracotta. Il suo stile si fonda su un elevato pittoricismo che punta non tanto alla resa naturalistica di oggetti e paesaggi quanto alla rappresentazione della loro essenza. Pur ritraendola, Bocchetti non dà una lettura oggettiva della realtà circostante ma ne suggerisce una versione, e riesce a far ciò distorcendo la prospettiva, di modo che la cosa dipinta venga sostanzialmente a trovarsi su un piano bidimensionale. Infatti l'arte di Gaetano Bocchetti non presenta una medesima profondità spaziale per ogni soggetto, bensì ognuno di questi crea il proprio volume tramite le pennellate che costruiscono i volumi e che si dispongono su differenti piani. La stesura di Bocchetti caratterizza i soggetti rappresentati di intensi afflati esistenziali e, in questo modo, il suo dipingere va oltre la realtà sensibile per scavare a fondo nella vera essenza delle cose. Nel 1920 Gaetano Bocchetti partecipò alla Biennale di Venezia, nel 1921 alla quadriennale di Roma, nel 1923 e negli anni successivi alle biennali nazionali di Napoli. Proprio tra il '20 e il '21 vennero esposte in tutta Italia cinque opere che presentavano l'artista e che oggi ci danno il metro di misura della sua pittura: "Capracotta", "Capracotta vicolo", "Paese", "Capracotta fuori il paese" e "Piazza di Capracotta" (oggi tutte in collezioni private a Napoli). È chiaro che per giungere a una produzione pittorica di questo spessore, Bocchetti abbia soggiornato più o meno lungamente a Capracotta, il che fa ipotizzare la sua presenza in paese nell'estate del 1919. Andiamo ora ad analizzare l'opera "Capracotta" del 1920 (che una casa d'aste ha erroneamente datato al 1960), firmata a mano dall'Artista in basso a sinistra. È una Capracotta deformata quella di Gaetano Bocchetti, lontana dalle linee reali della nostra cittadina. Egli ha infatti mantenuto inalterati soltanto due elementi che la contraddistinguevano: l'antica torre orologiaria che svettava su piazza Mercato e la vista panoramica sulla Maiella innevata. Qualora si volesse ricostruire Capracotta attraverso le pennellate dell'Artista direi che la scena prende in prestito dalla realtà diversi scorci per poi assemblarli in una nuova versione di Capracotta. La strada centrale che portava alla Torre e che nella realtà era il corso Sant'Antonio, qui viene sostituita dal borgo della Terra Vecchia. Bocchetti sembra posizionato in quello che un tempo era largo della Chiesa, lo spiazzo antistante la Chiesa Madre da cui si dipartivano via Carfagna e via San Sebastiano, le due stradine che poi scendevano verso la torre di Porta Nova. La catena della Maiella, che nella realtà sta ad ovest della parrocchiale, nella tela la ritroviamo in posizione opposta. Il boschetto sulla sinistra del dipinto è invece ispirato al lussureggiante Poggio dei Grilli. La scena, tra l'altro, è animata. A sinistra vi sono due uomini seduti, al centro ve n'è un altro in cammino, diretto verso la scalinata che collegava la Terra Vecchia con via Sannio (l'attuale via Roma), a destra si vedono un uomo e una donna accompagnati da due asini da soma. Nell'arte del colorista Gaetano Bocchetti, pur restando un borgo contadino d'alta montagna, Capracotta è immaginaria ma non immaginata, è fenomenale ma non fenomenica. Il grande pittore napoletano ha voluto lasciarci una veduta privata (da "privazione") della nostra cittadina a futura memoria di ciò che poteva essere e non è: la Capracotta mancata, la Capracotta che ci manca. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Mammucari, Napoli: il paradiso visto dall'interno , Ler, Marigliano 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Parisi, Alife e le sue chiese. Itinerario storico-artistico alle radici del sacro , Bandista, Piedimonte Matese 2006; M. Picone Petrusa, Arte a Napoli dal 1920 al 1945: gli anni difficili , Electa, Napoli 2000; P. Ricci, Arte e artisti a Napoli (1800-1943) , Guida, Napoli 1983.
- Una fresca primavera a Capracotta
Ludovica Betti, 21enne di Villanova, è una giovane studentessa universitaria di Scienze della Formazione all'Università Roma Tre. Amante degli animali e dei luoghi naturali, ci consiglia di passare una giornata di primavera nella sua amata Capracotta. Paesino situato in provincia di Isernia, in Molise, e secondo comune più alto degli Appennini a 1.421 m. (dopo Rocca di Cambio a 1.424 m.), è un luogo fresco e piacevole che permette di respirare aria pulita e di mangiare prodotti sani e genuini. Ludovica consiglia la sua località preferita oltre che per la sua bellezza naturale, anche per l'ottimo cibo che si può gustare tra cui le mozzarelle di bufala del Caseificio Pallotta di una «bontà sopra la media». Se invece volete mangiare dell'ottima carne alla brace o un buon piatto di pasta, il posto adatto è il ristorante "L'Elfo", che la nostra intervistata ritiene il migliore. Ma Capracotta non finisce qui: il punto più alto del territorio comunale è Monte Campo (1.746 m.) dove Ludovica ama andare in primavera insieme alla sua famiglia per fotografare il bellissimo panorama e la particolarità di Prato Gentile che è l'unico pezzo di terreno visibile senza alberi. Proprio in questo prato ogni anno ha luogo la tradizione tipica di Capracotta: la Pezzata, ovvero la sagra della pecora bollita che quest'anno si terrà il 6 agosto. Come raggiungere Capracotta da Tivoli: prendere l'A24 direzione l'Aquila-Teramo. Girare a destra verso A25 Chieti-Sulmona-Pescara-Avezzano. Prendere l'uscita verso Pratola Peligna-Sulmona e prendere a sinistra la SR5DIR. Girare a destra sulla SS17. Attraversare Roccaraso e girare a sinistra in direzione Pietransieri-Ataleta. Uscire a Roccaraso sulla SP84, attraversare Pietransieri e Ateleta. Girare a destra sulla SP2, poi girare sul SP3 ed entrare a Capracotta. Valerio Moro Fonte: https://www.tiburno.tv/ , 2 agosto 2017.
- Il paesaggio agropastorale di Capracotta
Le terre alte di Capracotta hanno visto transitare nei secoli i guerrieri sanniti e carecini, i pastori transumanti, i prigionieri di guerra in fuga, gli emigranti e gli inurbati di ritorno e oggi gli sciatori e i fondisti, i naturalisti e i forestali, i pellegrini, i trekker e gli amanti delle passeggiate in solitudine. I motivi di attrazione di questo paese, che con i suoi 1.416 metri di quota è uno dei più alti d'Italia, sono numerosi: il bosco degli abeti soprani e le rilassanti faggete, Prato Gentile e l'eremo di San Luca, il Monte Capraro e il Monte Campo, il Giardino della Flora appenninica, il Parco fluviale e le fonti del Verrino, le ciclopiche cinte murarie sannitiche, le antiche fonderie del rame, le sorgenti dell'acqua zolfa, le masserie e i fontanili. La panoramica passeggiata che proponiamo è un anello che va alla scoperta delle vestigia pastorali di Capracotta. Alle pendici del Monte Campo e del San Nicola si riconoscono i resti di una piccola cittadella agro-pastorale, con i suoi recinti, i campi coltivati, gli stazzi e le capanne in pietra a secco, le sorgenti e i fontanili. Passava di qui il tratturello che lasciava l'Ateleta-Biferno a Castel del Giudice e saliva a Capracotta, intercettando così un ampio comprensorio di pascoli estivi. Le greggi transumanti proseguivano poi lungo la valle del Verrino, toccavano Agnone e Poggio Sannita e confluivano nel grande tratturo Celano-Foggia al ponte di Sprondàsino sul fiume Trigno. Lo scenario della passeggiata è l'ampio declivio che dalla cresta che collega il Monte Campo (m. 1.746) al Monte San Nicola (m. 1.517) scende verso la strada Capracotta-Agnone e la valle del Verrino. L'anello è la combinazione di due sentieri del Cai, il 310 e il 312. Essi restano comunque un riferimento di massima, con ampie possibilità di variazione. Punto di partenza è la chiesetta di Santa Lucia (1.543 m), a fianco dell'Hotel Monte Campo, raggiungibile dalla strada Capracotta-Prato Gentile, con una breve diramazione all'altezza del Giardino della Flora appenninica. Il primo obiettivo è la vetta di Monte Campo, dopo 40 minuti di ascesa. Una larga pista supera a tornanti un breve e ripido gradino e prosegue nel bosco con minore pendenza. Tocca una piccola baita ristrutturata e raggiunge un bivio (Piana di Monte Campo, 1.635 m.). Si continua sul sentiero di sinistra che arriva in cresta, supera un impianto di antenne e sbuca sulla vetta di Monte Campo dov'è una grande croce di ferro. Il panorama circolare che si gode dalla croce è grandioso. Spiccano la Maiella e i monti del parco nazionale d'Abruzzo oltre la valle del Sangro; sull'altro versante si osservano il Matese e tutti monti e i colli abruzzesi e molisani intorno al solco del Trigno. La seconda parte del percorso segue fedelmente la cresta che congiunge il Monte Campo al Monte San Nicola. Tornati al bivio della Piana di Monte Campo si segue il sentiero segnato di sinistra, trascurando i diversi bivi che riportano verso Santa Lucia o Prato Gentile, e si seguono le indicazioni per la Portella Ceca, il Guado Spaccato, e più oltre il monte San Nicola e il Guado Cannavina. Il sentiero serpeggia nel fitto bosco e sfiora spesso la cresta delle rocce alte sui vertiginosi precipizi del versante settentrionale, con panorami sull'alto Molise e l'alto Vastese. Le rocce sono solcate da spaccature, incisioni, profonde fenditure e fratture. Si ha la sensazione di trovarsi in un campo trincerato ben occultato sottobosco. Più avanti si giunge anche sull'orlo di una voragine, dove le rocce sono sprofondate in un abisso. Il contesto è spettacolare ma richiede un minimo di attenzione. Il sentiero progredisce contorto in lieve discesa fino a sbucare in campo aperto al Guado Spaccato (1.545 m.; 1,20 h. da Monte Campo). A questo punto si può decidere di percorrere il sentiero di ritorno, scendendo nel solco della Val Rapina, dov'è un rifugio, e proseguendo verso i recinti e gli stazzi dello Jaccio dell'Orso. A chi ha ancora desiderio di proseguire si consiglia di raggiungere in 30 minuti il successivo valico (1.446 m), punto di massima depressione della cresta e snodo di sentieri. Siamo sotto la ripidissima parete di rocce e terra che regge la piramide del Monte San Nicola. Il guado invita a dedicare tutto il tempo necessario all'osservazione dei magnifici panorami dei due versanti: a nord, la Maiella, la valle del Sangro, i paesi dell'alto Vastese, la lunga cresta del monte Castel Fraiano segnato dall'interminabile rosario delle pale della centrale eolica; sul versante molisano lo sguardo segue invece le valli del Verrino e del Trigno con i profili dei paesi che si rincorrono dall'alto Molise fino ai monti del Matese. In discesa conviene seguire inizialmente il percorso diretto che fiancheggia le rocce e gli sgrottamenti del San Nicola. L'obiettivo è il bellissimo trullo, la capanna a tholos che troneggia pochi metri sopra la Fonte del Forno (m. 1.356), restaurata nel 2005. Si cambia poi decisamente direzione e ci si dirige verso est lungo gli antichi tratturi inerbati e in parte lastricati che solcano magnifici pascoli frequentati ancora oggi da greggi di pecore e mandrie di bovini. Ci si tiene più o meno a mezza costa tra la cresta e la strada, senza perdere quota, utilizzando magari come riferimento i triangoli gialli del metanodotto Snam. Recinzioni e muretti di pietre fanno da quinte alle numerose capanne in pietra a secco che costellano il percorso. Alcune capanne sono inserite nei tratti rialzati dei macereti di pietrame. Altre sono poste a guardia dei recinti e degli stazzi. L'occhio si esercita subito a scovarle e a cercarne gli ingressi architravati e mimetizzati tra gli ammassi di pietre, in una sorta di appassionante "caccia al tesoro". La nascita di queste costruzioni nel Comune di Capracotta è legata prevalentemente all'azione di bonifica del territorio montano operata dai contadini e dagli allevatori ai fini dell'incremento delle loro attività produttive. L'attività di spietramento del territorio alle quote più alte voleva garantire una maggiore disponibilità di pascolo, mentre più a valle i terreni vennero utilizzati prevalentemente per fini agricoli. Le capanne affiancavano i muretti che delimitavano i fondi coltivati e le recinzioni di pietra degli stazzi all'aperto. Avevano quindi una funzione di deposito dei materiali di lavoro e di protezione delle risorse necessarie alla vita quotidiana. Gli studi dedicati alle capanne di Capracotta da Edoardo Micati e Donatella Cialdea aiutano a decifrare la storia e i modelli di questa tipologia di architettura spontanea. Proseguendo sulla via del ritorno si traversano lo Jaccio dell'Orso e l'Orto Ianiro e si ritrovano i segnali del sentiero 302. Lungo il tratturo segnato si tocca la croce devozionale del Procuoio e poco oltre la gradita Fonte Fredda, recentemente restaurata e ampliata a servizio delle greggi che pascolano nella zona. Appare nel frattempo il profilo di Capracotta e più in alto l'Hotel Monte Campo. Se si punta verso quest'ultimo, si risalgono un po' faticosamente le tracce di sentiero lungo i prati di sfalcio e si tocca infine la strada che riporta in breve al punto di partenza. L'intero anello ha tempi di percorrenza pari a 5-6 ore. Sono naturalmente possibili percorsi più brevi e obiettivi di visita più limitati e concentrati. Sono di aiuto le cartine pubblicate nel sito dei sentieri di Capracotta e la Carta tecnica regionale in scala 1:5.000 prodotta dal settore Pianificazione territoriale ed urbanistica della Regione Molise. Carlo Finocchietti Fonte: https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/ , 21 luglio 2019.
- In ricordo di Antonio
Narra Plutarco che Alessandro Magno, caduto malato, convocasse presso di sé il medico Filippo perché lo guarisse. In una lettera recapitata il giorno prima, uno dei suoi generali, Parmenione, lo metteva in guardia da Filippo, accusandolo di essersi venduto al re Dario di Persia in cambio di ricchezze e di un matrimonio vantaggioso. Nonostante l'avvertimento, guardato in viso Filippo, Alessandro bevve la pozione che il medico gli aveva prescritto, e in pochi giorni guarì dal male. La fiducia riposta in Filippo era stata più forte del veleno delle accuse di Parmenione. Questo aneddoto è emblematico del rapporto che dovrebbe instaurarsi tra medico e paziente; un patto che sfida i timori e le incertezze della malattia e che consiste nell'affidarsi totalmente alle competenze e all'umanità del medico. Specialmente il rapporto perdurato col medico di famiglia costituisce la massima espressione di questa fides : tramite la frequentazione assidua negli anni, il medico entra a far parte della vita familiare, diventandone una sorta di membro aggiunto. La conoscenza reciproca tra "chi cura" e "chi viene curato" dà origine ad un percorso denso di ricordi e rimandi significativi: la biografia di una persona è ricca di ricordi riguardanti l'intervento del medico di fiducia nelle situazioni più disparate, dal mal di denti del lattante alla sciatalgia dell'anziano. Medico e paziente diventano, così, i protagonisti di un dialogo autentico, che inaugura nuove prospettive clinico-assistenziali, dal momento che il patto non è mai unilaterale, ma gestito da entrambi, tramite la condivisione di un processo di cura basato sulla conoscenza e la narrazione reciproche: Il medico libero [...] dialogando con il malato e i suoi cari, impara qualcosa egli stesso dai malati e nel contempo impartisce nozioni all'infermo per quanto gli è possibile e non dà alcuna prescrizione prima di averlo convinto: solo allora, rassicurando il malato tramite la persuasione e un'assidua preparazione, cerca di restituirlo alla perfetta salute. È questo un quadro in cui la scienza si mescola concretamente alla vita, e la competenza professionale assume l'aspetto di un "prendersi cura" dalle implicazioni quasi filosofiche. La medicina sfugge così alla rigidità delle scienze dure, come la chimica, la fisica, la biologia e diventa arte, esplorazione, avventura. In memoria del dottor Antonio Pasquale Potena, collaboratore di "Cuore e Salute", medico di alta professionalità, umano e poliedrico, padre amorevole. Anna ed Egle Potena Fonte: A. Potena e E. Potena, In ricordo di Antonio , in «Cuore e Salute», XXXV:10-11-12, Roma, ottobre-novembre-dicembre 2017.
- I provvedimenti del Triumvirato
Il Triumvirato del P.N.F. del Molise, a seguito della diretta ispezione compiuta per la Sezione di Capracotta, preso atto con ogni plauso delle solenni manifestazioni di civismo compiute dagli esponenti di quella cittadinanza alla presenza del capo del Triumvirato; e il pieno loro consenso al programma fascista; Mentre dispone che attenendosi alle norme che successivamente verranno impartite, si riaprano le iscrizioni a quella Sezione Fascista; Considerato le informazioni attinte da cittadini ed autorità circa l'opera deleteria svolta ai danni di quella cittadinanza e del partito dal fiduciario incaricato dalla Federazione Provinciale per la costituzione della Sezione di Capracotta, avv. Giacinto Carnevale, il quale, anziché ispirarsi ai fini ed ai metodi del partito, osava condizionare la formazione della Sezione alla supina accettazione della desistenza di vertenze giudiziarie di carattere del tutto private, creando in tal modo la situazione faziosa ed insostenibile finora perpetuatasi; Considerato, conforme alla riserva di cui a precedente deliberazione, che al medesimo sig. avv. Giacinto Carnevale deve farsi risalire il completo e fazioso disordine della Sezione di Isernia, nonché le controversie personali che hanno sin ora straziato la compagine di vari altri Fasci dell'isernino; Delibera l'espulsione dal P.N.F. dell'avv. Giacinto Carnevale per indegnità politica. Fonte: I provvedimenti del Triumvirato , in «Le Aquile», III:4, Campobasso, 10 febbraio 1926.
- Coronavirus, il caso virtuoso del Molise
«Da noi il distanziamento sociale è naturale», dice il governatore del Molise, Donato Toma. Trecentomila abitanti, suddivisi in 136 comuni, sparsi in 4.500 chilometri quadrati, paesini isolati, case con giardino, gente di montagna che non soffre la quarantena, «a Capracotta, 1.420 metri d'altezza, ci devi arrivare se proprio vuoi...». Una densità così scarsa che da sola funziona più di un miliardo di mascherine. Così, ecco che 100 comuni su 136 oggi sono già virus-free, tra i loro abitanti cioè non figura neppure un malato di Covid. Il Molise da Pasqua è a contagio zero: secondo i dati della Protezione civile per due giorni non ci sono stati nuovi casi. «Ma incrociamo le dita perché a ore avremo i risultati di oltre 200 tamponi», non si sbilancia il Presidente di centrodestra. Al momento però per fortuna è così. Invariato da giorni anche il numero dei decessi: appena 15 dal 3 marzo, «tutti anziani tra gli 80 e i 96 anni», chiosa il governatore. Come si spiega? «In tanti modi – dice Toma – . Tamponi mirati, isolamento rapido dei focolai, zone rosse dove si entra e si esce solo con la mascherina. Ricordate il nostro paziente 1? Il medico che se ne andò a sciare in Val di Fassa? Indagammo subito la catena dei contagi per arrestare il virus». E poi non vanno dimenticate le risorse del territorio: «Chessò – continua il governatore – penso al paese di Belmonte, si ammala il panettiere, sette in isolamento, panificio chiuso. La gente che fa? Resta comunque in casa, perché qui le donne all'occorrenza il pane se lo sanno fare da sole». Altri esempi? «L'autodisciplina dei nostri giovani. Tra l'8 e il 9 marzo tanti studenti universitari fuori sede fecero ritorno da Milano e altri atenei del Nord. Si autodichiararono in 470 mettendosi subito in quarantena». Eppoi c'è il servizio «Record» della Protezione civile regionale, che consegna la spesa e i farmaci a domicilio agli over 65. Così si batte il Covid, nonostante la sanità regionale sia commissariata dal 2009: «A Bonefro, uno dei 100 comuni virus-free, noi le mascherine abbiamo deciso di autoprodurcele – racconta l'avvocato Nicola Montagano, 35 anni, il primo cittadino – . Abbiamo stanziato 700 euro, comprato cotone ed elastici e 1.400 mascherine verranno cucite in casa dai volontari». «Eppure si poteva fare anche meglio – eccepisce Michele Pietraroia, presidente dell'associazione "Giuseppe Tedeschi" che fa parte della rete "Libera" di don Ciotti – . In fondo, a oggi, siamo solo a 2.500 tamponi in tutta la regione. Troppo pochi! Quando esplose il focolaio nella casa di riposo di Cercemaggiore, prima che morissero 5 vecchietti, mandammo una lettera al premier Conte chiedendo di far eseguire subito i tamponi ai degenti. Cinque morti che si potevano evitare...». Le case di riposo in Molise sono una sessantina. «Però in altri casi la risposta è stata pronta – reagisce il sindaco Montagano – , da noi a Bonefro la direttrice della casa "Padre Minozzi", Paola Marraffino, chiuse tutto già alla fine di febbraio, salvando la vita a 50 persone». Fabrizio Caccia Fonte: F. Caccia, Coronavirus, il caso virtuoso del Molise: da Pasqua zero contagi , in « Corriere della Sera » , Milano, 14 aprile 2020.
- La scaletta e l'ascensore
Era appena cominciata l'estate del '70 e il piccolo Michele aveva i capelli ormai troppo lunghi per la stagione calda; fu così che la mamma decise di portarlo dal barbiere per una bella accorciata. In paese il parrucchiere maschile più a buon mercato era a quel tempo Gabriele Di Tella, z' Brièle re Barbiére per l'appunto. In realtà Gabriele non era un barbiere di professione ma praticava quell'arte nei pomeriggi liberi, e non tanto per soldi lo faceva, quanto per la zùlla : era infatti un vero e proprio compagnone, nel senso che il suo "salone" - il soggiorno di casa - era un viavai di personaggi e caricature capracottesi. Coi bambini non si andava tanto per il sottile e, in quattro e quattr'otto, z' Brièle tagliò i capelli a Michele. Vincenza, sua madre, non aveva portato lì il figlio per un taglio alla moda, per una rasatura di tendenza o, che so, per fare delle mèches . Al bambino serviva giusto una rinfrescata e il barbiere quello fece: tagliare alla meno peggio i capelli di Michele. Costo del servizio: 500 lire. Ma quando Michele, levatosi il mantellino da barbiere, scese dallo sgabello e si voltò verso la madre, questa ebbe un sussulto. Sulla fronte del ragazzino, infatti, il taglio dei capelli appariva completamente irregolare, sfumato malissimo, quel che si definisce - e non solo a Capracotta - una "scaletta". Ovviamente Vincenza rimproverò subito Gabriele: – Briè, i sié fatta la scalétta! La risposta del barbiere buontempone fu tanto lapidaria quanto memorabile: – E pe' cinguciénte lire vulìve pure l'ascensóre? Francesco Mendozzi
- L'Elfo a Capracotta: la buona tavola nell'Alto Molise
Un luogo del cuore, ritornare tra queste montagne molisane è sempre un piacere, ripercorrere poi i trascorsi della buona cucina in un'Osteria Slow Food come l'Elfo, un tassello importante che contribuisce a valorizzare questa cittadina montana a oltre 1.400 metri di altitudine nella provincia di Isernia. Godere del panorama prima di arrivare in paese vale il viaggio, la vista spazia verso le Mainarde molisane e abruzzesi, Prato Gentile fa la sua parte con le cime innevate tutt'intorno. L'ultimo viaggio a Capracotta è stato proveniente dall'Abruzzo per raggiungere questa meta, che recentemente sta registrando un incremento turistico favorevole allo sviluppo dell'area molisana interna, a volte poco conosciuta ma di fatto meritevole di una visita, che consiglio di fare a chi non vi è mai stato. Il bel centro storico di Capracotta ha il suo fascino, le abitazioni con pietra a vista e legno, le cascine rurali qui compongono il paesaggio. Dall'area pedonale si arriva al vicoletto dove troviamo l'Elfo, un'Osteria che annovera esperienza trentennale riconosciuta anche sulla guida Slow Food, segnalata anche tra i ristoranti d'Italia dell'Espresso e sul Gambero Rosso, una location gestita dallo chef Michele Sozio e la moglie Franca. Giù dopo le scale troviamo il caseificio storico Pallotta, altro punto fermo del luogo per i formaggi di alta qualità. L'Osteria è ricavata dalle cantine di un palazzo settecentesco, qui l'atmosfera che si respira è antica, come se vi fosse una presenza magica, del resto il fascino dell'Elfo ben in vista sul banco di ingresso fa la sua parte, insieme ad un quadro rappresentativo sulla parete. Dopo l'ingresso vi è la sala che suddivide in due parti l'Osteria, presentando alcune volte e l'angolo camino che lascia trasparire il forte legame di un luogo tipico come questo con la montagna, dove troviamo pure la possibilità di far desinare gli ospiti negli spazi esterni nella bella stagione e al fresco, come ho avuto modo in passato di fruirne con amici. Aria fine, paesaggi naturali d'alta quota, attività agropastorale d'alpeggio, ma è la buona tavola dell'Elfo che si lascia raccontare con le sue proposte che nascono principalmente tra le composizioni dei prodotti di questa terra difficile ma generosa, con carni provenienti da alti pascoli e formaggi, trovando qui anche le pregiate lenticchie di Capracotta. Inoltre, le erbe e verdure selvatiche di montagna sono di casa, gli orapi, aspraggine, crescione, poi funghi prugnoli, porcini e il tartufo nero o bianco, che insieme alla tipica preparazione della "pezzata" di pecora costituiscono quanto di meglio il Molise offre sulle proprie tavole. Le proposte culinarie principali del locale, che seguono la stagionalità con le materie utilizzate, affondano da sempre le radici in questo territorio altamente vocato all’attività agricola e alla pastorizia, le preparazioni di paste e dolci sono proprie della cucina dell'Elfo. Tra gli antipasti del periodo possiamo trovare, oltre ai notevoli taglieri di formaggi e salumi tipici della zona che compongono parte dell'antipasto all'Elfo, anche un pasticcio di patate con pane raffermo, pancetta e lenticchie di Capracotta. Ma la scelta va al carpaccio di vitello con agrumi, valeriana e scaglie di caciocavallo, dove ritroviamo l'insieme dei sapori della montagna uniti ad un extravergine del frantoio molisano Pallotto dell'areale di Bagnoli del Trigno nella provincia di Isernia. Tra i primi del periodo si possono trovare i tipici cicatelli al ragù di cinghiale e la zuppa di lenticchie di Capracotta con patata e cicoria selvatica. Una scelta è andata verso la classica chitarrina con cime di broccolo nero, guanciale e mollica di pane e il mio orientamento verso i ravioli con mousse di stracciata, melanzana, pomodorini passiti e granella di mandorle, ben inseriti in un contesto di pietanze locali rivisitate a modo e senza stravolgimenti di gusto. Una bella cantina fornita, tra etichette locali e regionali italiane, con qualche bollicina. Riflettori puntati sul vitigno Tintilia sempre più intrigante e di ottima beva, storicità e territorio insieme, da riscoprire in concomitanza con il Montepulciano d'Abruzzo anch'esso notevole. Nel calice dunque la preferenza all'etichetta principe del Molise che ben ha rappresentato l'abbinamento con la cucina presentata dallo chef Michele Sozio dell'Elfo. Le carni con gli eccellenti secondi lasciano l'imbarazzo della scelta, tra l'agnello, il maiale, e vitello, la grigliata tipica, così come il cosciotto degustato di castrato brasato agli agrumi, ecco i sapori della montagna e le note agrumate che chiudono in freschezza, dopo per finire i dolci preparati in casa che variano in base al periodo e un buon caffè prima di riprendere la strada. Una bella esperienza sicuramente da rifare ancora, l'Elfo è una Osteria con cucina autentica ben inserita nel contesto dei locali caratteristi. Il tempo per ritornare a Capracotta in futuro ci sarà, il fascino delle montagne molisane, contigue alla storia e alla conformazione di quelle campane e abruzzesi, ci riporta a tempi antichi fatti di transumanze e ricordi della vita dei pastori e di popoli come i Sanniti, che nel tempo hanno distribuito e mantenuto tra queste terre le tradizioni e la cultura contadina, arrivate sino a noi. Da qui i valori da preservare, per mantenere intatte le peculiarità di biodiversità e della consistenza abitativa di queste aree interne, spopolate nel corso degli ultimi decenni, dove resistono ancora quelle famiglie inserite storicamente tra questi piccoli centri. Imperativo l'impegno della valorizzazione sotto l'aspetto del turismo montano che è ben rappresentato da Capracotta, una località che vale il viaggio per gli appassionati della montagna e non solo, ma anche con la possibilità di vacanze sulla neve per cui è attrezzata a Prato Gentile, poi la visita d'obbligo alla bella e storica cittadina di Agnone quale centro più importante dell’area, collocata a vista a pochi chilometri di distanza e siamo scesi ai 900 metri. L'Elfo: il confronto spesa e qualità delle materie è confacente, per un menù, la carta dei vini e il servizio adeguati alla circostanza. Sarebbe comunque auspicabile maggiore cordialità, che una Osteria ultra trentennale e di pregio dovrebbe avere, magari anche con una breve presenza dello chef ai tavoli che potrebbe porre in evidenza le peculiarità complessive del locale, tenendo conto di quei visitatori occasionalmente presenti che affrontano un bel viaggio per arrivare in questa località non facilmente raggiungibile, felici poi di portare via con sé bei ricordi e i sapori della terra visitata. Franco D'Amico Fonte: https://www.lucianopignataro.it/ , 23 febbraio 2018.
- Il Senatore Falconi
Ci giunge graditissima la notizia della nomina a Senatore del Regno del comm. Nicola Falconi. Non dobbiamo noi dire ai Molisani chi sia l'egregio Uomo che S. M. il Re à chiamato a far parte dell'alta Camera Vitalizia. Deputato per ben trentadue anni, consigliere e presidente del maggior Consesso della Provincia, magistrato che per la sua integrità e per la sua dottrina congiunta ad una grande esemplare modestia ha saputo pervenire ai più alti gradi dell'ordine giudiziario, tutti conoscono i pregi ond'è adorno questo vero tipo sannita: galantuomo cioè sempre, con tutti, generoso cogli avversarii, che il bene ha saputo e voluto fare alla sua provincia, senza ostentazioni, senza posa, senza che nubi d'incenso lo avvolgessero mai. Ora che la voce dei tempi nuovi è data dalla schiera dei così detti radicali, i quali, come le selve degli eucaliptus dovrebbero purificare l'aria, e, per ripetere la loro frase stantia, rigenerare il Molise, noi saremmo ben lieti che gli uomini nuovi sapessero far tanto bene quanto al Molise ha fatto il neo Senatore Falconi e soprattutto riuscissero a imitare la grande bontà e la grande modestia di chi onora veramente la nostra regione. È questo l'augurio che c'inspira la meritata nomina di questo illustre figlio della nostra terra, innalzato agli onori del laticlavio, né aggiungiamo altro per non offendere la natural modestia di lui. La lettera di ringraziamento e di congedo da lui indirizzata agli elettori del suo fido collegio di Agnone è documento della sincerità e della bontà del suo animo nobilissimo. Egli sente vivo il bisogno del cuore d'essere considerato sempre il rappresentante di questa regione, pronto sempre a spendere l'efficace opera sua a vantaggio di essa. Nessuno perciò dubiterà che con l'autorità che gli viene dalla nuova nomina egli anche negli anni della sua verde vecchiezza, saprà difendere e tutelare i nostri bisogni. A lui l'omaggio reverente del Molise. Orazio Vietri Fonte: O. Vietri, Il Senatore Falconi , in «La Provincia di Campobasso», XIII:6, Campobasso, 7 aprile 1909.
- Il mio amore per la valle del Verrino
La valle del Verrino nell'Alto Molise è ormai qualcosa di radicato nell'anima mia. Tanto l'ho vista e rivista durante la mia vita che mi è entrata nel cuore. È un amore che è sempre più aumentato quanto più l'ho esplorata e conosciuta. Non potevo non emozionarmi di fronte alle tante attrattive di questa valle. Protagonista di essa è soprattutto il fiume che l'attraversa e che pare portare il nome d'un personaggio romano. Con il trascorrere del tempo le acque del Verrino, che sorge sotto Capracotta, corrodendo il terreno, hanno creato un corso che, modellando il paesaggio, ha dato origine ad un'ampia e attraente vallata. Sono ormai scolpite nella mia mente le cascate di questo fiume, site verso le sue sorgenti, e il suo greto con l'acqua che scorre ora placida tra massi levigati di ogni dimensione, ora rumorosa presso le briglie, ora nascosta tra la vegetazione. L'acqua spesso scintilla alla luce del sole e pare così diventare più preziosa. Intorno al greto del fiume è gioioso restare d'estate, quando il caldo invita non solo a fare dei bagni nei vari cutini , ma anche ad esporsi al sole. Un'usanza che soprattutto avevano i nostri avi. L'acqua di questo fiume non è servita solo per "gite balneari", ma è stata importante per la realizzazione della centrale elettrica del Verrino, che ha illuminato per la prima volta Agnone, per azionare i mulini, le ramiere e le gualchiere, che tanta importanza hanno avuto per gli abitanti del luogo. È magico vedere in funzione il Mulino Scatozza, azionato dall'energia elettrica prodotta da se stesso. Un'acqua quella del Verrino anche contesa, come è accaduto in passato nelle animate dispute giudiziarie tra il Comune di Agnone e il suo feudatario Caracciolo. È bello guardare il corso suggestivo del Verrino, che va a sfociare nel Trigno. La sua sinuosità ha un fascino particolare se la si vede in tutta la sua lunghezza. Ma soprattutto colpisce laddove si insinuano nella valle le colline di Agnone e di Poggio Sannita. Certamente un importante affluente del Verrino è il Vallone Zelluso, le cui acque, provenienti per la maggior parte dalla suggestiva gola del Serrone, erano rinomate in passato perché venivano considerate salutari per la pelle e forse anche per gli occhi. Infatti nei pressi del suo sbocco nel Verrino c'è la chiesetta di S. Lucia. Chissà se, in nome di questa Santa, gli occhi dei malati venivano un tempo bagnati e puliti nelle acque credute medicamentose del Zelluso! La valle del Verrino è sovrastata da un anfiteatro di monti sulla maggior parte dei quali nell'antichità furono costruite fortificazioni sannitiche. In particolare è bene menzionare il monte Saraceno, che, a fianco delle maestose morge di Pietrabbondante, una delle visioni magiche di quest'area, domina dall'alto la zona archeologica di Calcatello, esposta verso la valle del Trigno e ricca di notevoli e artistici resti sannitici e romani. Agnone è al centro e a dominio della valle del Verrino, così come è assorta su un'erta collina. È la vera risplendente regina di questo paesaggio, come si può notare dall'ampio e meraviglioso belvedere de La Ripa. Da esso si può ammirare in cerchio la vallata con tutte le sue bellezze. Il mio sguardo però non può non andare per prima verso Fontesambuco, contrada a cui sono legato da affetti familiari, che è lì dirimpetto a La Ripa. Chi conosce questa valle ben sa che vi sono altri siti da cui è possibile osservarne la bellezza con stupore. Essa è sovente nell'appagato e suggestivo tormento geologico della sua natura, che la rende selvaggia, varia e seducente con i suoi differenti colli, con le sue dolci convalli, con le sue suggestive rocce e con i suoi ampi boschi. Il mio amore per la valle del Verrino è dipeso anzitutto dall'attrazione contemplativa che essa è riuscita a esercitare sulla mia anima. Oltre a La Ripa ci sono posti, come Colle Croce di Castelverrino, Colle S. Chiara di Fontesambuco e altri, in cui l'anima si sente sovrastata dalla bellezza paesaggistica ed è indotta alla preghiera in lode del Creatore. Ovunque aleggia un non so che di religioso, che ha portato durante la storia a erigere, in particolari siti, chiese e conventi, oggi in buona parte scomparsi, ma di cui si hanno sicure notizie. Io amo questa valle anche per l'interesse culturale che ha suscitato in me, soprattutto per la sua storia antica. Nella sua imprevedibilità e misteriosità la valle è capace di riservarci vere sorprese, come per esempio, sul piccolo colle Vernone, quasi sul letto del Verrino, venne nell'antichità eretto un santuario dedicato ai Dioscuri, divinità che proteggevano gli uomini nelle difficoltà. Non dimentico mai anche l'emozione sentita quando scoprii non lontano dalla gola del Serrone, il cippo funerario dedicato a Vibia Bonitas, nobildonna romana famosa per le sue doti morali. Particolare curiosità ho poi provato, durante le mie ricerche archeologiche, nei luoghi della Tavola di Agnone, cioè Fonte del Romito e Monte S. Nicola, sulla cui vetta c'è la più alta fortificazione di tutto il Sannio. Il mio amore per la Valle del Verrino mi ha portato anche a difenderla, come quando, intorno agli anni '80 del secolo scorso, mi impegnai intensamente a lungo per impedire che venisse realizzato un progetto dell'ANAS, che prevedeva numerosi e alti pilastri che investivano la collina di Agnone. Ricordo che riuscii a persuadere dello sfascio ecologico, che si stava per compiere, uno dopo l'altro tutti i membri del Consiglio Comunale della mia città. Accadde che per la prima volta una decisione presa dai vertici dell'allora imperante Democrazia Cristiana venne da me impedita con un'azione nonviolenta esterna, che riuscì a sensibilizzare nella direzione del bene le forze politiche del tempo. Prima però di questo mio vittorioso impegno ero rimasto già amareggiato quando avevo visto costruire il viadotto che attraversa la valle, costituito da pilastri, perché si poteva trovare una soluzione con un impatto ambientale più dolce. Ricordo che mia madre, per ridurre il mio dispiacere, cercò di consolarmi dicendo: – Considera il viadotto come un segno di civiltà. Oggi, dopo tanti anni, una nuova strada, la Fondovalle Verrino, attraversa il cuore di questo caro paesaggio, spesso contestata per certi aspetti del suo tracciato, nonché per i problemi di non rispetto della natura e di esagerata spesa economica che essa ha comportato. Tanto la valle del Verrino è impressa nella mia anima che mi appare come una creatura viva e amica che, per quanto in parte violata della sua verginale bellezza, continua ad avere un fascino che mi rende comunque in qualche modo suo prigioniero. Tra noi ormai c'è come un tacito rapporto di fiducia e di intesa. E talvolta questa mia cara valle pare che voglia anche dirmi di non lasciarla e tradirla, cioè di tenere sempre vivo il mio amore per il suo paesaggio e per la sua storia. Remo de Ciocchis Fonte: http://www.nuovomonitorenapoletano.it/ , 11 marzo 2013.
- Elogio dell'oblio
Il 25 aprile del 1945 mio padre s'era, da poche settimane, lasciato alle spalle tre anni di servizio militare ma indossava ancora lo sbrindellato grigioverde dei badogliani, infestato di pidocchi. Ai piedi aveva un paio di scarpe con i lacci che tenevano insieme suola e tomaia. La casa l'aveva persa un anno prima quando i nazisti in ritirata avevano minato e raso al suolo il suo paese, Capracotta in Molise. Sotto le macerie erano stati sepolti per sempre tutti i ricordi e le foto dell'infanzia e dell'adolescenza. Non sapeva che fine avessero fatto la madre vedova e l'unica sorella, sfollate da qualche parte in Puglia. In tasca non aveva una am-lira che fosse una. Non sapeva dove andare e non aveva un posto dove tornare. Aveva 22 anni e il futuro gli sembrava facile come trovare la via d'uscita da un labirinto con gli occhi bendati. Ma quel giorno di primavera, raccontava, provò una delle gioie più forti e colorate della sua vita. Per lui e per gli italiani ai quali il destino aveva concesso il dono di sopravvivere alla barbarie della guerra il 25 aprile fu un'alba di indicibile dolcezza, un giorno di festa indimenticabile, la follia di una porta che si apre su un futuro al quale si chiedeva, prima di ogni altra cosa - prima del pane e del vino, prima ancora di un tetto - la grazia dell'oblio. Sessant'anni dopo, gli italiani sembrano aver dimenticato per sempre l'arte di dimenticare. In un Paese ossessionato dalla memoria, la ricorrenza della Liberazione che nasce da quella gioia incontenibile di gettarsi alle spalle il ricordo della violenza, sembra aver smarrito - se mai l'ha posseduto - il suo senso originale (pagano e insieme cristiano) di festa per la riconquistata libertà, per quella povera patria vestita di stracci sottratta al delirio di sopraffazione dei nazisti occupanti e restituita agli italiani, a tutti gli italiani. Dimenticare, abbandonarsi al flusso insignificante della vita è il senso e il segreto della festa che, per un giorno, infrange l'ordine strutturato del tempo. Le feste nazionali sono questo, nascono per essere questo: una deliberata sospensione del ricordo dei torti reciproci che, se continuamente sottolineato, perpetua la violenza, rinvia la pacificazione. Il 14 luglio, il 4 luglio sono giornate in cui i francesi e gli americani festeggiano ballando nelle strade, andando nei parchi a mangiare e bere fino a notte quando i fuochi d'artificio chiudono, con la sapienza perfetta dei riti, quella taumaturgica sospensione dell'ordinario. In Italia il 25 aprile è il giorno del ripiegamento sul passato per scovare altri torti subiti, altre ragioni non riconosciute, per fare la conta di chi stava (sta) dalla parte giusta e chi da quella sbagliata, per ricavarne, infine, un rendiconto, aggiornato di anno in anno, di quanti sono legittimati a festeggiare e di quanti, invece, devono tacere, disertare le cerimonie. Il feticismo della memoria che invade il discorso pubblico italiano - il dibattito culturale si esaurisce quasi interamente nelle rievocazioni e negli anniversari - paralizza la coscienza nazionale e la insterilisce, inchiodandola a un culto del passato che ha sacerdoti inflessibili. Si smarrisce così, in questo perpetuo censimento dei giusti, il senso di un futuro che, 60 anni dopo la fine della guerra civile e della Resistenza all'occupante nazista, può germogliare solo sul terreno irrorato della virtù laica dell'oblio che i cristiani chiamano perdono. "Angelus Novus" è il nome di un acquerello di Klee che raffigura un angelo che sembra sul punto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. L'angelo ha le ali dispiegate e la bocca aperta. Walter Benjamin possedeva quel dipinto amato sopra ogni altro e non riuscì mai a staccarsene. Dovette farlo alla fine, il filosofo ebreo di Berlino, prima di togliersi la vita a Port-Bou alla frontiera tra Francia e Spagna, in fuga dai nazisti. L'aveva ritagliato dalla cornice e infilato in una valigia. A quell'angelo l'autore dei "Passages" dedicò una delle sue «Tesi di filosofia della storia», la nona: «C'è un quadro di Klee che si intitola "Angelus Novus"», scrive Benjamin. «Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, lui vede una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta, che si è impigliata nelle sue ali, spira dal paradiso, ed è così forte che non può più richiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui in cielo». Quell'angelo assomiglia a noi, italiani del 2005, ammaliati dalla memoria, lo sguardo fisso sulle macerie di risentimento del passato, sospinti dalla storia verso un futuro che ci rifiutiamo perfino di guardare. Giuliano Di Tanna Fonte: G. Di Tanna, Elogio dell'oblio , in «Il Centro», Pescara, 25 aprile 2005.
- Il mio Iaco
Non sappiamo bene cosa sia rimasto di quel giorno di febbraio. Da qui, dall'anno duemila-diciotto, non sembra chiara la trasmissione delle immagini. Alcuni sono troppo giovani, e comunque per molti la visione dei ricordi appare sfocata, sbiadita, proprio come una foto vecchia di quaranta anni fa, quando gli scatti venivano fatti con macchine che oggi apparirebbero improponibili. E poi c'era la stampa delle foto, la camera oscura, e fuori da quelle luci rosse e dalla puzza degli acidi di sviluppo la società sembrava vivere una improvvisa modernità che faceva ancora i conti con la polvere e l'austerità di un passato di stenti. In quei tempi Taranto profumava di far west, e proprio come nella conquista quotidiana di una frontiera, la città si trasformava di giorno in giorno. Cresceva Taranto, mutava a vista d'occhio, e lo faceva incoscientemente vivendo l'illusorio miraggio di un futuro di prosperità sintetica. Operai, impiegati e marinai si affannavano nel traffico di uno stabilimento, diretti in arsenale, indaffarati nelle caserme. Il ricordo è sbiadito, sfocato, ma quello che invece è rimasto cristallino è l’impatto con il senso frustrante degli eventi avversi, e forse solo per questo motivo qualcuno ricorderà il sapore più amaro del caffè di quel mattino del sei febbraio, quando si apprese la notizia. Erasmo non era una semplice persona: da qui, dal duemila-diciotto, è ancora più chiara la sua figura-simbolo. Certamente era una persona semplice, ma questo era un dettaglio del suo intimo, un elemento che segna il limite del privato, e che qui non compete. Una persona semplice, dunque, ma non semplicemente una persona. È stato un condottiero vestito da calciatore, un uomo che ha profondamente incarnato il destino di una città intera, una città che lo ha adottato in un rapporto intimo, come uno sposo, un compagno di vita. Il suo passaggio è stato tristemente profetico, annunciato dalla combinazione degli eventi, dal momento storico di una città e dal destino amaro di una notte. Lui ha sposato la città, ne è diventato compagno di vita, assumendo spontaneamente parte del suo intimo urbanistico: è nei suoi occhi buoni e su quel volto che si staglia il fervore di quei giorni, il traffico per le strade, il mare di cristallo che brilla sotto i riflessi del sole. Era una città laboriosa, Taranto, in quei giorni. Era una città che si riscopriva improvvisamente ricca e importante. Il fervore economico, culturale, demografico, urbanistico, sembravano fenomeni inarrestabili. C'era l'effetto esponenziale di una serie di moltiplicatori che interagivano tra di loro e amplificavano di anno in anno l’importanza del capoluogo, lasciando credere a tutti che Taranto avesse una voce giovane e forte, capace di urlare il riscatto di un sud che improvvisamente parlava al resto di Italia in maniera insolente e autorevole. Era una città dai connotati impertinenti, irruenti, implacabili, tutti effetti di un fermento che non poteva restare sopito, una rincorsa che nessun muretto a secco avrebbe mai arrestato. Erasmo, si diceva, indossando quella maglietta non rappresentò solo il simbolo di una città in crescita. Egli incarnò quello stesso fervore, quella stessa esplosione incorreggibile che Taranto viveva con entusiasmo, con lo stesso entusiasmo con cui il pubblico esultava al vedere i suoi stacchi dal suolo. Uno stadio senza nome, un destino segnato, la pioggia battente. È stata lei, la pioggia, la compagna dei tanti momenti tristi del calcio di città. La pioggia, come un pianto, ha bagnato cento, mille volte, le guance di Taranto, e cento, mille altre volte ancora ci ritrovammo ad annaspare nella sofferenza di quelle gocce, senza però mai annegarvi. Anche quel giorno pioveva, e fu in quel giorno che quello stadio senza nome, bagnato da tutta quell’acqua, come in un rituale sacramentale, ricevette il suo battesimo. E come in ogni battesimo, quello stadio ricevette in dote un nome, il nome di Erasmo Iacovone. Beffarda coincidenza di eventi: un uomo nel destino di uno stadio. Nel funerale, il battesimo. Nella fine, l'inizio. Era scritto nel Cielo il nome di Erasmo Iacovone da Capracotta, eroe di Taranto. Passeggiando intorno allo stadio, nel silenzio interrotto dai rumori urbani della Salinella, la senti ancora la sua voce che, dal lontano di quel giorno di febbraio del millenovecento-settantotto, filtrando attraverso i baffi parla e dice: – Io sono rimasto qui. Resto ad aspettare. E Taranto, che ha conosciuto ancora una volta il senso dell'irrisolto, come è successo centinaia di altre volte ancora nella sua storia millenaria, come accade ancora oggi, come è stato da sempre e fino ad ora nel nostro destino, ha un cuore che continua a pulsare a dispetto di tutto il male sopportato. E come quel giorno, lui è rimasto lì ad aspettare a dispetto di quella Citroën accartocciata, a dispetto di quel sogno irrealizzato, di quel senso di incompiuto che pervase gli animi dei tarantini dalla domenica di Rimini in poi. – ...io resto qui, ad aspettare. A dare un senso all'inespresso destino del Taranto. Io resto qui. Ad aspettare... Per noi, tifosi del Taranto, Erasmo è una specie di semidio, una figura che è uscita dal campo ed è entrata nella mitologia, una sagoma indelebile, una profezia fatta centravanti, la chiave di lettura di tutta la nostra storia calcistica. Oltre i dolori personali, lui è la promessa incarnata. La pioggia, quel giorno, ha bagnato quel campo e la città intera. Erasmo non è stato semplicemente un uomo. È il numero nove. Quando quelle maglie annasperanno in un campo intriso di fango, nel recupero di una finale triste che perderemo per qualche altro dannato imprevisto del destino, sugli sviluppi di un calcio d'angolo, allora, in quel momento pronunciatelo il nome di Erasmo Iacovone, chiamatelo sottovoce... gonfiate il petto allo scandire di quelle otto lettere, perché per noi, tifosi del Taranto, lui è l'unica bandiera , ed è tutto lì: uno stadio, la storia (ancora), incompiuta di una città, il suo eroe! IACOVONEVIVE Alessio Blasi Fonte: http://www.fondazionetaras.it/ , 9 febbraio 2018.
- I discendenti capracottesi di Innocenzo XIII
Michelangelo Conti, dei duchi di Poli (in provincia di Roma), dove nacque il 13 maggio 1655, era il secondogenito di Carlo. Aveva fama di attività, onestà e accortezza diplomatica. Eletto papa, con voto unanime, l'8 maggio 1721, si scelse il nome di Innocenzo a ricordo di Giovanni Lotario Conti, suo antenato, che, eletto papa nel 1198, fu il grande papa Innocenzo III (successori di Innocenzo III furono anche Ugolino, eletto papa nel 1227 col nome di Gregorio IX; Rinaldo, eletto papa nel 1254 col nome di Alessandro IV; il beato Andrea, francescano, morto nel 1302). Michelangelo ebbe tre fratelli, di cui due, Michele e Lotario, si trasferirono ad Arpino (FR), donde alcuni loro discendenti vennero a stabilirsi a Capracotta. Ercole Conti
- Era mio nonno
Mio nonno Loreto Patriarca nacque ad Isoletta, frazione di Arce (FR), e giunse in Agnone con la qualifica di "guardiafili", l'operaio addetto alla manutenzione delle linee telegrafica e telefonica di quei tempi. Tante le difficoltà incontrate in circa trent'anni sotto il sole, la pioggia e le bufere di neve. Oppure pericoli vari, come la caduta da un palo che aveva ceduto . Smarritosi durante una tormenta di neve a Capracotta, la solidarietà dei capracottesi fu tale che, al suono delle campane al calar del buio, essi uscirono per cercarlo ed egli fu ritrovato vivo, assieme a un suo collaboratore, entrambi quasi privi di sensi. Nonno Loreto morì a 60 anni, colto da un male inguaribile dopo una vita dedicata alla famiglia con i suoi sei figli e facendo tante opere di carità verso le persone bisognose. Alessandro Patriarca
- Iacci, salere e lamature
Dopo aver illustrato l'etimologia di natura agricola dei toponimi della Vicenna, delle Cese e della Cannavina ( qui ), oggi mi cimento nei toponimi a carattere pastorale, ovvero lo Iaccio di Vorraine, le Salere e la Lamatura. Per quanto riguarda il primo, a Capracotta ne abbiamo due di jeàcce , di cui il più noto è quello di Vorraine, localizzato sul costone più morbido e fertile di Monte Capraro. Il suo nome (in italiano "stazzo") deriva banalmente dall'addiaccio, ovvero il recinto nel quale i pastori tenevano il gregge di pecore durante la notte. Per quanto riguarda il nome Vorraine questo potrebbe avere un duplice significato ma il primo sembra il più probabile: mi riferisco alla borragine (in capr. vurràigna ), una pianta erbacea piuttosto comune sul nostro territorio. Lo Iaccio di Vorraine potrebbe dunque riferirsi a un antico stazzo di grosse proporzioni contornato da Borago officinalis . Un secondo jacce è quello dell'Orso, presso le falde meridionali di Monte Campo, lì dove il bosco cede il passo al cosiddetto Orto Ianiro. Anche in questo caso il nome dell'orso fa pensare tanto al plantigrado appenninico quanto alla "razza" capracottese dell'Urse , ipotesi quest'ultima onestamente improbabile. Passando al secondo toponimo, quello delle Salere, avverto che viene così indicata un'area oggi inutilizzata della Guardata, dove fino a pochi decenni fa pascolavano in gran numero i bovini. Difatti il termine si riferisce alla vasca di pietra nella quale si posizionava il sale per le bestie d'allevamento: molti di voi sapranno che mucche, cavalli, pecore e capre hanno bisogno, di tanto in tanto, di leccare il sale per trarne potassio ed altri minerali ad integrazione della loro dieta. Per quanto concerne infine la Lamatura, a Capracotta vi sono due località contraddistinte da questo nome (a cui va aggiunta la Fonte la Lama): la prima si trova al di sotto del cosiddetto Munnezzàre , sulle coste del vallone Molinaro. La seconda Lamatura è quella situata a destra della strada che mena ad Agnone, al di sotto del cimitero. Il suo nome non ha niente a che vedere con la levigatura della superficie e forse nemmeno con la franosità del terreno, bensì deriva dal latino lama , "pantano", e si riferisce a zone paludose nelle quali l'acqua ristagna in pozzanghere più o meno estese: in primavera, infatti, la prima Lamatura conosce la dirompente acqua del Molinaro mentre la seconda, un perfetto impluvio, si gonfia pel disgelo delle nevi appenniniche. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Almagià, Studi geografici sulle frane in Italia , in AA.VV., Memorie della Società geografica italiana , vol. XIV, Civelli, Roma 1910; U. Fraccacreta, Nuovi poemetti , Cappelli, Bologna 1934; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali: 1593-1744 , Palladino, Campobasso 2015; G. Tardio, Lama, Lamae... Lamis: Locus Lamæ , Smil, S. Marco in Lamis 2010.
- Coi binari fra le nuvole
Per quanto mi riguarda, l'unica consolazione nel tornare a farmi prendere a sputi in faccia dal vento è che posso tornare ad addentare la salsiccia con cui avevo lasciato un conto aperto all'ingresso in stazione. Per il resto la marcia è una messa da morto. Procediamo a oriente, imbucandoci fra le colline di una terra di mezzo che si stacca dalla linea di crinale fra Abruzzo e Molise. Una terra di saliscendi privi di precisa metrica, in cui i rovi hanno mangiato da tempo le antiche vestigia agricole. L'acqua balla impazzita dappertutto. Sopra, ma soprattutto sotto. Nelle canaline di scolo giù dalla massicciata, nei torrenti che si trasformano in Niagara tagliando campi ormai incolti con una potenza innaturale. È acqua che scende selvatica, alla boia d'un Giuda, menefreghista e strafottente, spinta a calci da un Poseidone appenninico che se la sta spassando alle nostre spalle. Rimbalza sulle traversine e infilza le scarpe come fossero puntaspilli, s'insinua misteriosamente nei calcagni, superando lo sbarramento dell'orlo dei pantaloni. Ogni tanto qualche goccia riesco a sentirla persino lungo la linea della spina dorsale, fino alle mutande. Procedo praticamente ad occhi chiusi, ma ad un certo punto Stefano mi scuote. Siamo arrivati a una stazione. O meglio, a quella che fu una stazione. "Montalto di Rionero Sannitico", recita l'insegna scrostata sul muro, una frazione di neppure duecento abitanti, molti chilometri più a monte. Ci fermiamo per un paio di foto d'ordinanza, facendoci largo fra le robinie che avvolgono il piccolo marciapiede. Dagli appunti scritti prima di partire in un notes ormai zuppo, ricavo che la stazione fu realizzata nel 1960, alla riapertura della linea dopo i disastri bellici e soppressa nel 2002. Anche questa, come altre lungo la linea, ebbe una vocazione prettamente agricola, dal momento che non esiste alcuna apparente via d'accesso all'edificio. Camminiamo contando i centimetri che ci separano dalla galleria di Monte Pagano, la più lunga di tutta la linea, con i suoi oltre tre chilometri. Fino a questa mattina, tunnel sinistro e temuto, ma poi riparo quanto mai sospirato. A neppure un chilometro dalla galleria, la beffa. Sul versante opposto della Val di Sangro le nuvole, in due e due quattro, scoperchiano Castello, improvvisamente illuminato a giorno da un sole vendicatore. Lo stesso sole che in breve viene a fare giustizia con una folgore anche sopra le nostre teste bagnate, risvegliando in un attimo la natura attorno come un mantra. Anche il cuculo ritorna a cantare. Nella pancia della montagna rimbalzano sulle pareti della galleria le nostre chiacchiere di apprendisti padri, su figli e social network. Ma ad ogni minuto ci giriamo per una veloce occhiata alla sfera di luce dell'imbocco, che mano a mano si fa sempre più minuscola, come terra che scompare all'orizzonte. Davanti a noi l'oceano nero che separa Abruzzo e Molise. Sopra, le mani invisibili che dividono la acque fra Sangro e Volturno, cioè fra Adriatico e Tirreno. E che devono avere un gran da fare in questo momento, almeno a sentire lo scroscio tutto attorno che sale con la potenza di una dinamo. Più avanti, in una nicchia ricavata fra le pareti, apriamo un'imposta che ci spalanca un gorgo primordiale, dove acqua scartata con rabbia dai numi del monte, precipita giù per centinaia di metri e mulinella indemoniata sotto i nostri occhi, prima di farsi inghiottire nuovamente dalla tenebra. Quando probabilmente raggiungiamo il centro della galleria, qualcuno abbassa il volume. Tutto torna a farsi d'ovatta, così da sentire la flebile nenia delle nostre suole sulle pietre. Il calcare sedimentato sulle volte disegna profili umani e mostri mitologici che ci divertiamo a interpretare, come nuvole nei cieli di marzo. Ritorniamo per venti minuti bambini, affascinati da streghe alate, tartarughe cammellate, polli famelici ed elefanti sciatori. Quello che invece è senz'altro vero sono le due lucine intermittenti che in un orizzonte indefinito davanti a noi si accendono e spengono irregolari. Minuscole. Ma nel buio più assoluto e sconfinato sono sufficienti a farci tremare le gambe. Che cazzo c'è là in fondo? Stefano si avventura in un timido «c'è nessuno?» ma tutto tace. Avanziamo con circospezione assoluta, certi che se fossimo stati soli qua sotto ce la saremmo già fatta addosso. Le luci scompaiono per un po', poi eccole di nuovo. Più ci avviciniamo, più sembrano basse, quasi sui binari. Ancora una cinquantina di passi e ne siamo certi: sono sui binari. Appena il fascio di luce delle nostre torce arriva a lambire l'oggetto non identificato, il nostro UFO di terra esce allo scoperto. Con uno squittio e uno zampettare veloce sguscia dal cono di luce e si mette a correre leggero verso di noi. Poi, prima d'incrociare i nostri passi, scarta improvviso e s'infila dentro a una fessura del camminamento laterale. La montagna questa volta ha, letteralmente, partorito il topolino. E noi, finalmente, vediamo la luce del Molise. L'umido di cui si è impregnata l'aria anche da questa parte del crinale esalta l'odore selvatico dei boschi. È l'odore con cui la terra da tartufo che stiamo calpestando vuole farsi riconoscere. Tartufo Bianco per l'esattezza, che proprio a San Pietro ha una sua Betlemme. La stazione San Pietro Avellana-Capracotta è davvero a un tiro di schioppo dall'uscita della galleria. Quando ci arriviamo, un cielo blu petrolio, reso fosforescente dal sole accecante, ci fa capire che il peggio, meteorologicamente parlando, potrebbe ancora venire. Ma intanto eleva a potenza ogni colore attorno a noi, come quello dell'intonaco della stazione, che in altri giorni sarebbe stato forse uno scialbo color salmone, ma che oggi esce dall'anonimato con un arancio intenso. Un omaggio della natura a una stazione fra le più gloriose della linea, da anni, come la stragrande maggioranza, "impresenziata". Gloriosa per tanti motivi. Uno è proprio sotto la scorza di calce. L'edificio infatti fu raso al suolo dalla furia rabbiosa dell'esercito nazista nell'ottobre 1943, che con mine ed erpice, devastò buona parte del tratto molisano della ferrovia, piazzata proprio a cavallo della linea Gustav. Quando alla fine degli anni Cinquanta, la stazione venne ricostruita, lo si fece utilizzando i mattoni sfornati della Fornace Santilli, il laterificio che aveva sede proprio lì accanto, distrutto anch'esso dalla ferocia tedesca e da poco riattivato. La rinascita della stazione (il tratto ferroviario Carovilli-Castel di Sangro fu inaugurato dopo la ricostruzione il 9 novembre 1960) si andava così ad incrociare con quella della fornace, da cui uscivano mattoni con inciso il nome del paese: San Pietro Avellana. Mattoni che portavano un pezzo di Molise in tutta Italia proprio grazie alla ferrovia, visto che la fabbrica era collegata alla linea con un binario dedicato. Ai mattoni del posto si aggiunsero le mani del posto: quelle dei tanti operai sanpietresi che lavorarono all'opera. E così quella ricostruzione, che contribuì a rompere un isolamento ferroviario durato diciassette anni, fu l'edificazione di una specie di tempio laico. Un tempio alla libertà dell'uomo e alla conoscenza. Un tempio alla Grande Rete che, nell'Italia del boom economico, non cominciava con www, ma sapeva di nafta e ferro. Una costruzione mitica nella memoria del paese, che inevitabilmente si porta dietro leggende da cantastorie. Come quella dell'ingegnere delle Ferrovie, capo cantiere, talmente preciso da voler controllare tutte le otto facciate di ogni singolo mattone, perché il tempio non ammetteva imperfezioni. Mentre Stefano scatta qualche foto, mi stravacco sulla panchina sotto la pensilina del marciapiede. Riccardo Finelli Fonte: R. Finelli, Coi binari fra le nuvole. Cronache dalla Transiberiana d'Italia , Neo, Castel di Sangro 2012.
- Il ritorno a Capracotta
La partenza per Capracotta avvenne da S. Nicandro Garganico, con il carretto della famiglia Potena. I Potena erano imprenditori di industria boschiva, residenti a Lesina e Poggio Imperiale, sempre nel Foggiano. Guidavano il carretto i figli di Raffaele, Domenico e Marco; il carretto era trainato da un cavallo che faceva da timoniere, ed un mulo che aveva la funzione del volanzino , dalla parte destra guardando la strada da percorrere. Il carretto era carico di masserizie varie, probabilmente qualche sacco apparteneva anche a noi con dentro qualche coperta, lana per materassi, oppure qualche litro di olio, tutto materiale di sopravvivenza. Con mia madre e mia sorella, che aveva quasi un anno, eravamo stivati verso la fine del carretto. Il viaggio durò quattro giorni con tre pernottamenti in una delle taverna dove di solito si fermavano anche i pastori durante la traversata del tratturo, che da Capracotta raggiungevano o tornavano dalle Puglie. Arrivati alla taverna, di fronte all'entrata, a circa trenta metri di distanza, vi era una piccolissima casetta, anche con il tetto ed una finestrella con il vetro oscurato; incuriosito andai subito a visitarla, anche per dare sfogo alla fantasia, pensando che fosse una casa per bambini. Nulla di quanto pensavo, appena aprii la porta, che era senza chiave dall'esterno, osservai con sorpresa, rimanendoci male, che si trattava di un bagno tipo latrina. Era sicuramente un segno di accoglienza, pulizia e civiltà della taverna, per il periodo in cui si viveva, perché altrimenti bisognava andare per la campagna, per soddisfare i propri bisogni fisiologici. Questo avveniva appunto durante il cammino della giornata, quando dovevano far mangiare o riposare i cavalli e capitava che gli uomini si allontanassero per la campagna per adempiere ai propri bisogni. Sul carretto alloggiavamo solo io, mamma e Lina, non ricordo se mio padre veniva con noi, mentre gli altri camminavano a piedi, oppure di tanto in tanto con una mano attaccata al carretto interrompevano la fatica del lungo viaggio. La sorellina aveva indosso una specie di giacca di seta abbottonata sul davanti, fatta di un filo recuperato da un paracadute americano, e con delle stelline colorate ricamate sullo spallone del davanti, lavoro fatto ai ferri da mamma e ricamato dalla zia Rosa. La stessa maglietta fu poi indossata dall'altra sorella nata nel '49, e poi passata alla cuginetta, figlia di zia Rosa, anche lei dal nome Lina come la sua nonna. In più aveva delle scarpe fatte a sandali di colore avorio e bianche, che ogni tanto se ne uscivano, perché fatte fare di una misura più grande dal calzolaio per la crescita. Mamma raccontava spesso che avevano fatto grossi sacrifici per farle fare quelle scarpe su misura: allora non vi erano negozi con scarpe pronte per bambini, almeno in quei paesi. Più di una volta abbiamo dovuto interrompere il viaggio, perché una delle scarpette era caduta fuori dal carretto, fino al punto di dovergliele togliere, per non dare troppo fastidio ai vetturini, ma soprattutto per paura di perderle. Non ricordo l'arrivo a Capracotta, ma l'abitazione provvisoria dei nonni Sebastiano e Pasqualina era una stanza a piano terra vicino alla nostra, diroccata e ridotta a maceria. Era rimasto in piedi solamente il muro della facciata posteriore della casa, ma tutto annerito dal fumo. Quella stanza era di proprietà di Peppina Caporicci, donna molto anziana che aveva vissuto la sua lunga vita a Napoli con il marito, che faceva il conduttore di tram, senza avere figli. Dopo la morte del marito, si era ritirata a vivere a Capracotta. Non avevo mai visto una stanza così buia e priva di luce, anche se vi era una piccola finestra tipo buccìtte , che dava sulla strada. Sul camino, che veniva acceso quotidianamente dal mattino alla sera sia per cucinare che per scaldare l'acqua, ricordo che c'era quasi sempre il chettùre di rame appeso alla catena; anche quando non si cucinava, si usava per sfruttare il fuoco e nello stesso tempo si aveva sempre l'acqua calda a disposizione. Il camino era anche un luogo di raccolta per i famigliari, perché ci sedevamo in semicerchio intorno al fuoco. Al posto del camino vi era messo davanti al buco uno sblandóne di zinco che terminava ripiegato, che fungeva da mensola. Il fumo era più quello che usciva dai lati di quello che entrava nella canna fumaria: le pareti erano completamente annerite. Probabilmente, vivendo da soli, e anziani per l'epoca, non si rendevano conto della stanza così angusta. In un angolo della stessa, sempre con una tenda appesa, c'era il letto matrimoniale dei nonni. Papà e mamma avevano affittato una stanza al primo piano dalla parte posteriore rispetto all'entrata del portone, sempre di Peppina Caporicci, di cui mia madre si prendeva cura, essendo Peppina molto anziana. In breve tempo mio padre fece costruire il camino dal muratore dando una imbiancata con la "calce spenta", che dava contemporaneamente anche una disinfettata. La stanza riacquistò luce e vivibilità. In questa abitazione siamo rimasti tutto il periodo necessario per ricostruire la nostra casa, anche se quando andammo finalmente ad abitarci l'intonaco era ancora umido sulle pareti: in quell'occasione tutti in famiglia ci prendemmo una bella bronchite. Quando iniziammo la ricostruzione della casa la struttura portante fu affidata alla ditta Antonio Pettinicchio, cugino in seconda di nonna Pasqualina. La seconda fase fu fatta in economia ed i lavori ce li faceva Nicolino di Tanna detto "la Tosca". Questo nomignolo gli fu dato perché amava la musica lirica. Nel lavoro sapeva fare un po' di tutto, anche la pittura. Durante questo periodo chi aveva parenti negli Stati Uniti riceveva dei pacchi contenenti soprattutto vestiario e scarpe. Nonna Adelina Battista aveva una sorella in America, a Burlington, nel New Jersey. Si chiamava Antonietta ma noi la chiamavamo Mamma Ninetta perché aveva tenuto a battesimo mia madre. Era partita nel 1921 e una sola volta nella sua vita è tornata in Italia, nel 1960, in occasione delle Olimpiadi. Avendo lasciato diversi parenti in Italia, doveva accontentare un po' tutti, ma da quando scrivevano la lettera che avevano inviato il pacco, passavano altri due mesi prima che arrivasse a casa: il viaggio avveniva con nave mercantile che si fermava in diversi porti prima di giungere a destinazione. Nel pacco che inviò alle famiglie Sanità e Battista vi era abbastanza merce, non tutta utilizzabile e troppo raffinata per il momento che si viveva. Vi erano due abiti, forse per le zie, di colore diverso, in velluto dévoré ; scarpe con il tacco un po' alto (nonna le teneva sotto il letto e quando mia sorella Lina andava da lei le metteva sempre per gioco). Sapendo che c'erano due bambini in famiglia, pensarono anche a noi e ci mandarono due palle di gomma del diametro di 10-15 centimetri di colore rosa; erano molto particolari, avevano nella mezza sfera raffigurato un viso di una donna. Di queste due palle una la perdemmo (o ce la rubarono), l'altra, dopo qualche anno, mentre giocavamo nella nostra cucina molto piccola, andò a finire nel fuoco; non si bruciò, ma si afflosciò da non poterci più giocare. Anche al Comune arrivavano pacchi dagli U.S.A. da distribuire alla popolazione. Era naturale che gli addetti alla distribuzione, gli impiegati comunali, forse i consiglieri facessero la prima cernita. A mio padre toccò un bel cappotto a quadri sul marrone, che fu rigirato e aggiustato da Giovanni Borrelli, il quale mise due giuntine al giro della spalla del dietro per portarlo alle sue misure. Invece a zio Nicolino "la Tosca", nel pacco che gli toccò, trovò anche una giacca da camera tipo smoking, che qualche volta veniva indossata per andare alla Società. Successivamente la metteva per lavorarci, constatata la poca praticità. Certo, era singolare vedere un muratore che lavorava con lo smoking... Sempre in quel periodo ricordo un uomo, sempre presente e laborioso, di nome Domenico Di Giovanni detto Pappascióne . Di lavoro faceva il netturbino o, come si dice oggi, l'operatore ecologico. Quando passava davanti casa nostra in via Santa Maria di Loreto 30, avendo assegnata quella zona, per Domenico il lavoro era più lungo, soprattutto nei giorni in cui cadevano le foglie dagli alberi. Con il ramone che lui stesso si fabbricava con le vétiche , riuniva le foglie in tanti mucchietti, per poi incendiarle. Non portava mai fiammiferi nelle tasche, e se c'era il sole usava sempre una lente solare per dare fuoco, stessa cosa avveniva quando si sedeva sul posto di pietra accanto al nostro portone per accendersi la pipa di creta con la cannuccia lunga e curva. Se il sole mancava si faceva prestare un po' di fuoco da noi oppure dal vicinato, essendo il fuoco sempre acceso. In quel periodo l'immondizia che producevano le famiglie era quasi zero: non si buttava via nulla. La plastica non esisteva, le bottiglie erano di vetro, quel poco di carta per gli involucri, insieme ad eventuali gusci di noci e scorza di arance e mandarini, si mettevano al fuoco cosicché lasciavano una scia di profumo. Le scorze delle patate o le bucce della frutta (per chi se la poteva permettere) si mettevano insieme alla vrénna per farla mangiare al maiale. Le rare volte in cui si produceva immondizia era per la cenere del fuoco o quando si faceva la culàta , praticamente il bucato fatto con la cenere. L'acqua che usciva dalla culàta era la lusciòla , ottima per lavare i capelli. In questo caso, con una carriola di legno con l'interno a forma di V, dopo averla caricata la si andava a buttare sotto a l'acila terra , dietro alle stalle di Paglione detto re Lióne . Mi piace poi ricordare zio Peppino (Giuseppe Mosca). Faceva il pastore, ma amava filosofare. Parlava sempre in italiano e quando si recava alla Società dei Pastori, che era unita a quella degli Artigiani, i suoi colleghi erano sempre attenti ai discorsi e alle cose che diceva; a volte con l'invidia e la strafottenza di qualche artigiano. Tutti i pastori avevano una sana cultura contadina ma in taluni era speciale: alcuni sapevano interpretare il rutilio , altri conoscevano un latino appena abbozzato, il cantoniere Nicolino Cacchione scrisse dei versi che, a suo dire, erano come la Divina Commedia. Il suo pensiero era anche rivolto ad un figlio morto ragazzo. Zio Peppino si dedicava allo studio dei binocoli, aveva sempre delle lenti dentro le tasche della giacca e degli abbozzi di telescopio. Una volta vicino alla fontana-abbeveratoio di fronte la casa di Giuseppe Del Castello, gli era caduta una lente: essendo vetro non era facile ritrovarla e lui portava gli occhiali ed era già anziano. Chiese a me di ritrovargliela, cosa che feci. Appena riconsegnata la lente, dalla tasca interna della giacca egli estrasse il portafoglio e, apertolo alla piegatura, estrasse una sigaretta che mi regalò. Non fumava ma io rimasi sorpreso e felice del nobile gesto, tuttavia, essendo piccolo, la portai subito a mio padre. Fu in questo periodo che accompagnavo nonno Sebastiano con l'asinella, nella zona di Fonte Malcorpo, dove vi era una cava di pietre dalla quale si rimediava anche qualche liscia per il tetto. Nell'andare alla cava mi mettevo dietro al nonno sulla groppa dell'asinella, mentre al ritorno venivamo a piedi accanto alla vettura carica di pietre. L'asinella era di colore beige, che dava sul grigio, era molto mansueta ed io le passavo anche sotto la pancia quando era ferma; era un po' vecchia di età e non poteva portare grossi carichi di soma. Abitando di fianco alla nostra casa in ricostruzione mi intrufolavo nel cantiere dei lavori che avvenivano quotidianamente e così avevo modo di ascoltare i ragionamenti che si facevano. Seppi che per rifare la casa contribuiva il Genio civile, per completare la casa qualche volta si barattava il lavoro del "la Tosca" o con quello di papà che gli spaccava la legna da ardere oppure con patate e legumi. Sempre in quel periodo si usavano le tessere, sia per acquistare il pane che la pasta. Erano di colore giallo scuro per gli adulti e per noi bambini erano celesti. Somigliavano un po' alle schede elettorali di oggi ma non ricordo la durata del tempo, vi era scritto su ogni scheda in tanti piccoli rettangolini varie volte "pane pane pane", "pasta pasta pasta", ed ogni volta che si andava al negozio di Rosa Mendozzi, dopo averci dato la quantità stabilita, tagliavano con le forbici un rettangolino con la scritta di pane o pasta ad ogni tessera del componente della famiglia. Nell'autunno 1945 iniziai a frequentare l'asilo d'infanzia dalle suore del Sacro Cuore di Maria, in un bellissimo edificio tutt'uno con la scuola elementare, risparmiato dalla devastazione bellica. La decana e più conosciuta delle suore si chiamava suor Assunta Posso, che ha vissuto un lunghissimo periodo in questa casa. La madre superiora o presidente dell'asilo noi ragazzi non la vedevamo quasi mai perché si dedicava alla scuola di ricamo che tante giovani donne del posto frequentavano. Facevamo il tempo pieno e quindi il giorno mangiavamo nella mensa. Ricordo questi tavoli lunghissimi alla mia vista, dove ogni quaranta centimetri vi era un buco, che serviva per infilarci il fondo dei piatti, in modo che stessero fermi, senza la possibilità di rovesciarsi. Era la Chiesa che mandava questi aiuti all'asilo per sostenere i ragazzi, specialmente quelli delle famiglie bisognose. Fu un anno interessante e fruttuoso per me, c'erano le regole di convivenza, con tutti gli altri bambini, l'accostamento alla religione, i canti, le piccole poesie, il saggio finale ed infine, a noi più grandicelli, ci fecero riempire un quaderno di "bastoncini" e di vocali. Poi c'era Seppa, l'aiutante delle suore, donna tuttofare che a volte aiutava anche con qualche ceffone (cosa naturale in quel periodo) a gestire i ragazzi: erano anzi i genitori stessi che sollecitavano gli educatori a comportarsi in un modo così energico. Seppa aiutava i più piccoli a mangiare, ad andare nel bagno e a pulirli quando se la facevano sotto. Aveva trascorso la sua vita con le suore; mio padre mi raccontava che era stata anche la sua bidella durante la sua infanzia nell'asilo. Quando, nel giugno del 1946 l'asilo chiuse per le vacanze, ricordo che mamma mi venne a prendere, forse dopo il saggio di fine anno, e in quella occasione le venne consegnato il quaderno a quadretti con la copertina nera, con tutte quelle vocali scritte a matita. Mamma fu felicissima, salutò e ringraziò suor Assunta. A me diede un forte abbraccio con un bacio. Vincenza Di Rienzo Fonte: V. Di Rienzo, Il ritorno a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- L'arciprete don Matteo Brunetti
Don Matteo Brunetti nasce ad Alfedena (AQ) nella casa avìta di Borgo Veroli 6, dal m. Annibale, artista scalpellino in servizio per l'ornato alla Fabbrica di San Pietro in Vaticano (1850-1894) e da Rachele di Laura Frattura, genitori di dieci figli, il 3 maggio 1883. Tenuto al fonte battesimale col nome del nonno, Matteo (benestante, proprietario dell'intero fabbricato e di cospicue aree terriere in Alfedena), maestro di scuola. Fu avviato dopo le elementari, dagli zii ecclesiastici (fratelli del padre Annibale), il Reverendo Don Gaetano Brunetti, Religioso Missionario della Congregazione di San Gaspare del Bufalo, ed Arciprete Don Filippo Brunetti Parroco di Alfedena (decorato al Valor Civile per l'opera prestata durante l’epidemia colerica che colpì Alfedena e gli Abruzzi nel 1884), alla vita ecclesiastica. Nel 1894 fu ammesso al Seminario Diocesano di Trivento, segnando così la tradizione familiare che diede nei secoli ed anche nelle precedenti generazioni, dal '700 e '800, numerosi sacerdoti di casato Brunetti. Ricevuta l'ordinazione sacerdotale nel 1910, restò in servizio al Seminario di Trivento. Nel 1915, fu chiamato alle armi come Cappellano Militare con il grado di Tenente. Seguì tutte le vicissitudini dei fronti di guerra fino alla vittoria di Vittorio Veneto del 4 novembre 1918. Tornato in sede ad Alfedena, con dignità di canonico, fu nominato Curato Parroco di Civitella Alfedena. Officiò altresì in Villetta Barrea, in Diocesi di Montecassino. Promosso alla dignità ecclesiastica di Arciprete fu incardinato nella Diocesi di Trivento per reggere la Parrocchia di Castel del Giudice nel Molise. Ivi regge il suo sacro ufficio, contrastando la penetrazione protestantica e fondando la scuola, attuale Casa di Riposo. Comandato ad officiare al Convento delle Suore in Capracotta il 12 febbraio 1938, si recava a cavallo percorrendo lo scosceso sentiero di montagna che congiunge Castel del Giudice alla sovrastante Capracotta, per circa mille metri di dislivello. Fu investito da violenta tormenta di neve, che lo sommerse con la stessa cavalcatura. Soccorso nella notte da carabinieri e volontari, viene riportato in canonica a Castel del Giudice assiderato, preda di nefrite acuta, cui seguì il fatale blocco renale. Ivi morì il 25 febbraio 1938. Sepolto nel cimitero di Alfedena, ricordato con lapide all'interno della Cappella funeraria di Famiglia Brunetti, di cui il Vescovo di Sulmona autorizzò, nel 1989, l'officiatura privata della Santa Messa. Fernando Crociani Baglioni Fonte: F. Crociani Baglioni, Labaro e Medagliere. I Cruciani o Crociani (Crociani Baglioni) di Serravalle di Norcia nel Ducato di Spoleto , Laurum, Pitigliano 2008.
























