top of page

I risultati della tua ricerca

Cerca in questo sito

2372 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Don Geremia e il compagno Togliatti

    Sulle pagine del "Candido" il geniale Giovannino Guareschi (1908-1968) inventò due personaggi destinati a riprodurre il clima sociopolitico del dopoguerra italiano: don Camillo e Peppone, amici-nemici divisi dalla fede. Don Camillo rappresentava infatti l'archetipico prete del dopoguerra, che aveva vissuto le traversie del fascismo, dell'occupazione nazista, della Resistenza e della guerra civile, e che perciò non disdegnava, tra un'omelia e l'altra, di fare un po' di propaganda elettorale per la DC. Peppone impersonava invece il classico sindaco comunista di provincia, smanioso di modernizzare e collettivizzare, ma nei fatti legato agli arcaici ritmi della consuetudine contadina, lontanissima dalla spocchia elitaria e dall'utopia rivoluzionaria del PCI. Seppur lontana dalla grande e sempiterna lotta politica tra democristiani e comunisti, anche Capracotta, nel suo piccolo, ha allestito nel dopoguerra un lungo e divertente spettacolo guareschiano. Mi riferisco soprattutto al periodo in cui don Geremia Carugno era il parroco di Capracotta e Sebastiano Di Lullo il più autorevole "compagno" della sezione locale del Partito Comunista Italiano, composta da una quarantina di giovani. L'Unità, il glorioso quotidiano oggi caduto in malora, dedicò, tra il 1985 e il 1989, tre trafiletti alla situazione capracottese, che credo rispecchino fedelmente da un lato il clima di latente ostilità tra la Chiesa e Marx, dall'altro il folclore insito nei loro provincialissimi siparietti di propaganda e lotta politica. È mercoledì 19 agosto 1987 e siamo nel bel mezzo della bella stagione, quando a Capracotta si festeggia santa Lucia, e, mentre «duecento persone seguono l'immagine della santa per le stradine del centro sotto lo sguardo incuriosito di numerosi turisti», ecco che don Geremia, «con scatto rabbioso tira giù da un muro un paio di manifesti del PCI. Poi ritorna nel gruppo e visibilmente più sereno ricomincia a cantare "Viva, viva Santa Lucia"». Il manifesto strappato era quello della Festa dell'Unità, che si sarebbe tenuta il 21-22 agosto seguenti proprio a Capracotta, per la terza volta consecutiva. Intervistati dal quotidiano romano sul gesto stizzoso del prete, i compagni della sezione capracottese risposero con sarcasmo: «Faceva molto caldo e il sole, si sa, tira brutti scherzi». Fatto sta che don Geremia proseguì la sua opera pastorale e i comunisti di Capracotta perdurarono nel loro programma su «gli allevamenti, le attività artigianali e soprattutto un turismo equilibrato». Trascorrono poco più di due anni e, il 12 novembre 1989, giunge una notizia mortale per molti comunisti italiani: il segretario nazionale del PCI Achille Occhetto annuncia la "svolta", ovvero la necessità di archiviare l'esperienza del vecchio partito comunista per dar vita a una nuova entità capace di interpretare la crisi politica ed economica che sta investendo con inaudita forza la tanto amata Unione Sovietica. Da quella svolta nascerà infatti il Partito Democratico della Sinistra (1991) e, a cascata, i DS (1998) e infine il PD (2007). Quando l'eco traditrice del verbo di Occhetto giunge sui monti di Capracotta, Sebastiano Di Lullo, iscritto al partito dal 1953 e soprannominato "Togliatti" per la sua ortodossia ideologica, si precipita «nei locali della sezione del PCI di Capracotta e impossessandosi della bandiera tornava a casa, sostenendo che tale dimora fosse più sicura!». Don Geremia Carugno e il compagno Sebastiano Di Lullo non sono più tra noi, ma l'uno e l'altro sono rispettivamente compianti dai parrocchiani e da coloro che a malincuore votano oggi il Partito Democratico, versione edulcorata del vecchio glorioso PCI. Personalmente conservo vivi ricordi del parroco, uomo dal carattere lunatico ma dalla fede incrollabile, e conservo pure una reminiscenza dei funerali di "Togliatti", quando dai finestrini di automobili e furgoni che salivano la via del camposanto vidi sventolare decine di bandiere rosse, quasi fossimo in un paesino della Camciatca. Che possano entrambi riposare in pace... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Festa dell'Unità, la "prima volta" di Capracotta, in «L'Unità», Roma, 8 settembre 1985; Il parroco strappa manifesti Pci, in «L'Unità», Roma, 21 agosto 1987; Al sicuro, in «L'Unità», Roma, 11 dicembre 1989; E. Soncini, I rossi e il nero: Peppone, don Camillo e il ricordo del dopoguerra italiano, Lupetti, Milano 2009.

  • Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta

    Capracotta, agosto. Abbiamo avuto con il professore Eliseo Sciarretta di Termoli, consigliere provinciale, assessore al Turismo per il Molise, una simpatica conversazione che ci piace divulgare perché pensiamo che così facendo impegniamo pubblicamente il nostro amico di Termoli a non trascurare in seno al Consiglio provinciale il problema di Capracotta, che è problema essenzialmente turistico, e non solo in seno al Consiglio provinciale. Abbiamo avuto l'impressione che anche il nostro Sciarretta sia uno di quei "molisani nuovi", le cui file si vanno via via ingrossando, antitradizionalisti dinamici, pensosi e standiosi delle cose di casa nostra per il passato sempre neglette, fiduciosi nell'avvenire della nostra Regione. La conversazione si è svolta intorno ad un tavolo di ping-pong nel giardino dell'Albergo Perla Montana, in una cornice stupenda di monti: la massiccia Maiella, la catena incantatrice delle Mainarde, Monte Campo e Monte Capraro; e giù la storica vallata del Sangro, fiume ricco di trote prelibate. Alla nostra domanda se è la prima volta che viene a Capracotta, Sciarretta risponde affermativamente. E aggiunge che il primo contatto con l'Alto Molise lo ebbe il 6 luglio in occasione della Festa della Montagna che si tenne nella foresta di Montedimezzo; queste montagne, questi boschi, quest'aria fresca, questo luminoso panorama favorevolmente lo impressionarono e sin dall'allora che sarebbe venuto quest'anno a trascorrere con la famiglia le vacanze a Capracotta. Alla nostra insinuazione che Termoli gemma di Molise e Capracotta perla di Molise, sembrano avere uno stesso destino perché comune è il nemico delle due nostre graziose cittadine e comuni sono le loro aspirazioni, Sciarretta ci risponde che queste due città sono turisticamente le più interessanti della nostra Regione. Hanno in seno, Capracotta e Termoli, tante e tali ricchezze che il non vederle sfruttare rende i molisani in genere e particolarmente i responsabili di casa nostra colpevoli. Le Autorità provinciali dovrebbero rivolgere particolare attenzione al problema di Capracotta e Termoli, che in fono è un unico problema, e incrementare al massimo il turismo in queste due città. «Quali sono – abbiamo chiesto – le deficienze riscontrate a Capracotta?». Ci risponde che l'essenziale c'è: mancano le sfumature. Fortunatamente tutte le strade rotabili di accesso a Capracotta sono in via di allargamento e di bitumazione: il che è senz'altro molto importante e onora chi ha promosso la risoluzione di questo problema. Si sente però qui la necessità di un grande albergo, attrezzato e sotto ogni riguardo confortevole; è da stupirsi perché questa lacuna non sia stata ancora colmata. Si sofferma poi sulle strade interne che andrebbero subito sistemate, lamenta la mancanza di un piano regolatore e quindi muove la sua aspra critica al servizio pubblico automobilistico che è affidato alla S.I.M.A. A tale proposito ricorda la sua lunga sosta dopo un lungo viaggio a Staffoli (3 ore) per una coincidenza che non avveniva. Abbiamo ribattuto che questo è un tasto doloroso per Capracotta e per tutti i paesi circostanti: dipende, per noi, dal fatto che si vuole assicurare un pubblico servizio a tutto l'Alto Molise con pochi e antichi mezzi. Una ultima domanda abbiamo posto al prof. Sciarretta. «Perché in maggior parte i molisani preferiscono altre montagne come a volte altro mare, alle nostre montagne e al nostro mare?». Il prof. Sciarretta afferma che questo è un argomento che andrebbe dalla stampa regionale studiato, trattato e divulgato. Sembra, secondo lui, che questi molisani... altruisti facciano una questione ambientale, vale a dire che intendono evadere dal solito ambiente molisano: vogliono in povere parole... cambiare aria. Il che è un male. Ringraziamo Sciarretta della importante conversazione e lo salutiamo con reciproco augurio di vedere quanto prima Termoli e Capracotta avviate decisamente verso quel destino che meritano nell'interesse del Molise. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:204, Roma, 28 agosto 1952.

  • In visita ai giardini botanici dell'Appennino

    A poche decine di chilometri dalle spiagge adriatiche, affollate in queste settimane di piena estate, ci sono mondi appenninici che riservano quiete, ombra fresca e piacevoli sorprese per gli amanti del territorio e della botanica. Uno di questi è il Giardino della flora appenninica a Capracotta, a 1.550 m. di quota in provincia di Isernia, a breve distanza dal Parco della Majella. È un'oasi di una decina di ettari di superficie cui nel 2011 è stato dedicato un francobollo della serie "Parchi, giardini ed orti botanici d'Italia". L'immagine che lo ritrae ricorda proprio certe giornate di luglio tra le montagne mediterranee: sotto un cielo blu intenso, un viottolo bianco si inoltra tra aiuole verdi e assolate, perdendosi poi tra filari di alberi, forse i rari aceri di Lobelius (Acer cappadocicum lobelii), endemici dell'Appennino meridionale e simbolo del giardino. È questo il momento migliore per visitarlo: colori e sviluppo delle piante sono al massimo splendore, minima è la probabilità di pioggia, essendo luglio il mese più secco dell'anno, gradevoli le temperature, in genere tra 20 e 23 °C di massima, mentre di notte, data l'altitudine, si scende spesso sotto i 10 °C anche nel mezzo dell'estate. E pensare che al solare volto estivo di questa località si oppone un clima invernale severo come pochi immaginano. I frequenti venti freddi dai Balcani, infatti, dopo essersi caricati di umidità sull'Adriatico, risalgono i fianchi dell'Appennino generando furiose bufere di neve, con accumuli di neve fresca tra i più imponenti che si possano registrare in Europa e perfino al mondo. Misurare correttamente l'altezza della neve in queste condizioni di tormenta, con il vento che scompiglia il manto nevoso creando dune irregolari, è però molto difficile: nel marzo 2015 si diffuse la notizia di oltre 2 m. di neve caduti in meno di 24 ore, dati tuttavia rilevati in condizioni non standard, mentre le misure ufficiali indicavano più verosimilmente apporti di circa 1 m. Le piante ospitate nel giardino, ben adattate al clima appenninico di media-alta quota, non si spaventano comunque di condizioni così aspre. Protette dalla coltre di neve che le isola dalle temperature esterne che possono scendere sotto i -15 °C, aspettano quiescenti fino al disgelo, solitamente entro inizio aprile, a meno che burrasche di scirocco o libeccio facciano fondere la neve anzitempo come talora avviene in queste montagne del Sud. Luca Mercalli Fonte: L. Mercalli, In visita ai giardini botanici dell'Appennino, in «Gardenia», 399, Milano, luglio 2017.

  • Il fotografo che sviluppò le foto con la penna

    Le stagioni si inseguivano in maniera incoerente era la mattina di un giugno piovoso alla fine di quattro impervi tornanti e vide apparire come una fotografia sfocata il piccolo Paese che resisteva alle montagne quella mattina era avvolto da folte nuvole basse da lontano poteva scorgere il campanile bianco maestoso guardiano del burrone misterioso ed infinito piccole case dalle facciate bianche erano sormontate da tetti rossi geometrici e scintillanti all'ombra di quell'insolita nebbia la macchina procedeva adagio adorava scrutare particolari che conosceva a memoria l'incoerente casa gialla all'entrata del Paese l'antenna dietro casa sua la grande croce arrugginita sull'estremità del monte con accanto quel piccolo colle che lui aveva sempre ritenuto inutile e brutto arrivò all'innesto crocevia impervio di quattro strade una conduceva a valle le altre due ingannevoli e gemelle verso la stessa direzione il Paese la pioggia aumentò d'intensità e scelse la ripida salita di sinistra il cartello indicava meno di un chilometro all'ingresso del Paese lo scorse fra la nebbia il cartello bianco con dieci caratteri stampati in nero sospirò profondamente era l'unico molo dove attraccava sempre volentieri dove nessuna burrasca poteva mai metterlo in pericolo dove il vento spirava sempre in direzione del cielo sereno nonostante le nuvole basse attraversò il viale diritto come disegnato da un righello la piccola chiesa rosa a sinistra il parco artificiale a destra una nuova statua ma vecchia si stagliava al centro di piccoli pini appena tagliati la strada saliva leggermente a destra poi rallentò la svolta a sinistra la salita che si perde a batter di ciglia poche macchine testimoni del suo passaggio l'asfalto bagnato una signora vestita di nero uscì da un portone verde al suo passaggio rallentò per salutarla anche se non la conosceva quelle case erano la sua famiglia erano i suoi rifugi salì con la seconda marcia amava indovinare i cambiamenti dall'ultima volta non ne vide molti la macelleria sulla sinistra continuò fino a giungere all'ennesima chiesa guardiana del corso principale quattro macchine erano parcheggiate sul lato sinistro lasciò la sua vicino alla chiesa e scese si avvicinò al bar principale correva per non bagnarsi centrò in pieno due pozzanghere che i sampietrini neri non erano riusciti a smaltire imprecò era il suo Paese e sorrise aprì il portone verde una musica ripetitiva fuoriusciva dallo stereo salutò il proprietario perennemente imbronciato indossava una polo azzurra a maniche corte nonostante il giugno incoerente pantaloni stretti con scarpe marroni di marca i capelli neri tenuti assieme dalla brillantina si abbracciarono con un fragoroso affetto bevve il caffè bruciato specialità tipica del bar salutò due avventori di mezz'età troppo presi con l'azzardo virtuale pagò con quattro piccole monete e se ne andò riprese la macchina la salita fu dolce la strada svoltava a destra il vecchio asilo sulla sinistra poi la sua enorme casa bianca il terrazzo era sempre lì nessuna macchina parcheggiata rallentò abbassò il finestrino le persiane vestite di marrone erano sigillate l'enorme portone anch'esso marrone era zuppo di pioggia richiuse il finestrino e senza spingere l'acceleratore si diresse in discesa verso la piazza l'orologio bianco batteva i suoi minuti in anticipo come se volesse anticipare l'ora del riposo serale il bar sulla sinistra era chiuso superò la casa girevole ai confini della piazza nascosto un timido vicolo portava verso la chiesa un tempo macerie fumanti avevano preso il posto del piccolo borgo brulicante di artigiani e raccontatori di leggende attorno a grandi fuochi ora il belvedere aveva sostituito le case in pietra amava quell'angolo amava immaginare tutti gli anziani che ancora si aggiravano per quella strada amava immaginare quelle pietre vecchie di sessantacinque anni spazzate via dal disprezzo teutonico fermò la macchina la nebbia minacciosa sembrava cascasse dal cielo la campana enorme ed immobile si intravedeva dentro il campanile scese senza fretta salì la piccola scalinata che portava al piazzale arrivò col cuore in gola l'emozione della valle lo investì così come il profumo di prato bagnato così come la maestosità delle montagne di fronte ai suoi occhi lucidi era il suo Paese si affacciò sporgendosi leggermente lungo il muretto bianco truccato con vecchie scritte sciocche la valle di un verde accecante la piccola masseria proprio al centro e mentalmente ripercorse tutti i nomi dei paesi vicini poté scorgere la grande roccia sulla quale poggiava la sua grande casa bianca prese la macchina fotografia aprì l'obiettivo poi lo richiuse non poteva immortalare ciò che conosceva nei minimi dettagli impresse le immagini nella sua testa e tornò nella sua macchina color turchese la sua camera oscura molto privata prese il suo vecchio blocco bianco e la matita cominciò a scrivere del suo Paese la mano tremava sotto l'impeto di quella grande chiesa impressa di una solitudine impietosa e immersa in un assordante silenzio fece scorrere la matita sul foglio bianco decise il titolo il fotografo che sviluppò le foto con la penna e cominciò a scrivere di quelle case nascoste di quello sperduto promontorio in un angolo di nubi chiamato Capracotta... Emanuele Fusco Fonte: E. Fusco, Il fotografo che sviluppò le foto con la penna, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Agrestis calamus

    Vi è una poesia che costituisce un monumento più perenne del bronzo, più eccelso delle piramidi regali, per la quale il poeta può esultare nella speranza di non morire intero, perché il suo nome si immedesima e forma una cosa sola con la nobiltà dell'oggetto cantato, con la soave armonia del canto che vince il silenzio dei secoli. Vi è un'altra poesia, anch'essa eterna, che agile e snella moltiplica le sue movenze gentili, nel tempo e nello spazio, pur restando sostanzialmente uguale; una poesia che va senza nome d'autore, perché quanti la sentono se la appropriano e l'usano come cosa loro; una poesia che ha un obbietto che mai non cessa né muta, ed un poeta che si rinnovella e si perpetua oltre i limiti angusti della vita dell'individuo: il popolo. La poesia popolare risponde ad un bisogno ideale collettivo, traducendo in una forma, che meglio della lingua scritta si adatta alle pieghe del pensiero, i sentimenti più delicati e più vivaci; non ricercatrice di preziosità ridicole o di immagini lambiccate, ma sicuramente fondata sopra un ampio sostrato di concetti universali e tradizionali. A questo elemento universale si innestano, per lo stesso principio e nella maniera istessa, i sentimenti particolari di una intera nazione, ed anche di una sola regione. Si intende poi di leggieri come questa forma d'arte spontanea, anzi necessaria, resista meglio di ogni altra alle infiltrazioni di elementi estranei, assai meglio della poesia aulica, che facilmente o troppo dilaga nell'universalizzare o troppo risente dell'individuo. Il popolo, che ha taccia di esser tanto propenso alla novità, di fronte alla importazione artistica è assoluto, in virtù di quel peculiare carattere che esso sente, senza conoscerlo e senza poterlo mutare; di fronte alla importazione artistica esso rigetta, trasforma, o accoglie interamente, secondo che la forma nuova si adatti più o meno a dar ricetto al suo genio. Ecco perché certe forme di poesia popolare cavalleresca, tanto fortunate altrove, non ebbero mai fortuna tra questi monti, dove trovarono più o meno larga ospitalità la cantilena Siciliana e lo stornello balzante della Toscana. La poesia del popolo ha per carattere distintivo la sincera spontaneità; quindi essa coincide con le origini di tutte le letterature e ne forma quasi il substrato. In seguito si separa dalla poesia aulica la quale si fa ardita e sfolgorante, quanto quella è umile e rimessa; ma non si spegne per questo, ma continua a svolgersi per suo conto nel breve ambito di quel vero, di quel buono, di quel bello che sono eterni ed accessibili a tutti. Così quando la immaginazione dei poeti esulta ed aberra, tentando Icarici voli, l'intelletto stanco dietro quella corsa insana, ripensa questa limpida fonte perenne, in cui troverebbe balsamo e vigore novello il genio abbruciacchiato dal sole che ha voluto mirare da presso, più che natura non consenta. Gli studi della storia letteraria si iniziarono sempre dalla prisca poesia popolare, e questo studio ci rivelò la grandezza dei poeti greci che, pur dando alla forma squisitezze non mai raggiunte, si discostarono meno di ogni altro dalla fonte della ispiriazione popolare. Il tempo nostro, affaticato dalle stranezze poetiche di superuomini e di decadenti, rinnovellò e rese costante lo studio di questa arte umile che non muore mai: il follclore scoprì e rivelò bellezze nove, sulle quali il Rubieri ed il D'Ancona han già iniziata l'opera geniale. Abbiamo detto che qualità essenziale della poesia popolare è la sincerità; ne nasce di conseguenza che questa poesia sarà specchio fedele del carattere del popolo che l'ha creata o che l'ha fatta sua. Ed il carattere immutato dell'antico sangue Sannita si rivela intero nei canti che noi siamo andati raccogliendo per le campagne dell'alto Molise, dalle bocche rustiche dei villici e dei pastori, e da quelle porporine delle virili fanciulle, intese alle rudi fatiche del campo. Noi dividiamo quesi canti in sei classi: religiosi, leggendarii, morali, didascalici, amorosi, satirici: che rispondono ai diversi atteggiamenti dell'anima di quei semplici montanari; però questi generi si intrecciano e si confondono; tanto la fede, la tradizione, la pratica della vita, la virtù ed il sentimento si confortano l'un l'altro là dove una falsa civiltà non ponga l'uno sopra tutti. Volendo dare un piccolo saggio di quei canti, ci limiteremo per ora a quelli d'amore, e perché sono i più caldi ed i più belli, come quelli che esprimono i moti più forti dell'anima, e perché ci sembrano più adatti a piacere ai giovani pei quali precipuamente è fatto questo giornale; i quali apprenderanno che uopo non è di delitti, perché nobili e puro si riveli un sentimento che naturalmente rivendica a sé tutta la esuberante energia di giovinezza. Il verso non nasce che col canto, una melopea per lo più, dal ritmo lento, pieno di passione; di rado diventa allegro e balzante: d'altra parte il popolo nostro evidentemente predilige le note tenute lungamente e tende ad allargare il tempo fin dei motivi noti. La strofe è per lo più un breve distico rimato di endecasillabi, che racchiude tutto un concetto come il distico elegiaco classico, ma di questo più conciso; di rado si ha la forma di quartina, di sestina e quella del rispetto toscano. Nella canzone il dialetto evidentemente si eleva: abbiamo quindi un dialetto poetico che s'accosta di più alla lingua. Ad ogni modo nelle citazioni seguenti noi abbiamo tolto non le forme, ma certe inflessioni di voce dialettali difficili ad esprimere con lo scritto e che avrebbero reso necessaria una traduzione intera per la intelligenza del testo, ove non si fossero volute moltiplicare all'infinito le note. Quando fa calle è l' meglio di dormije, quando fa frische è l' meglio di cantaje. L'amore si sposa all'affetto del luogo natio: A Capracotta non ci tengo niente e a lu Castiello ci tengo l'amante. E l'aria a lu Castiello è assai gentile: beato chi ce te' la nnamurata. Da Napole m'è venuto 'nu cartiello: la meglio gioventù stà a lu Castiello. O varca col desiderio i monti: Vurria spianaje l' colle di Tulete pe' vedeje l'amore se si vede. Vurria salì l' colle di Capracotta pe' vedeje l'amor che mi riporta. Questo è l'amore quale nasce, vive, si svolge nelle anime semplici dei miei buoni Molisani: amore puro, pieno di idealità; che scerhza talora ardito, ma che nei sentimenti della famiglia e della religione trova due argini potenti alla foga della passione. Ché per il fallo d'amore non v'è perdono, ma disprezzo, onta, sarcasmo crudele: Jesce, serpa nera, da 'ssu muro: non tie' marito e ti' la criatura. Se un giorno mi sarà concesso di mostrarti, cortese lettore, come questo popolo senta, creda, voglia, operi, rispecchiato in altri semplici versi, non meno degni del tuo esame, tu comprenderai, come io comprendo, quanto si possa sperare ed attendere dalla nostra gente, che nella sua rozzezza si meritò il doppio titolo di lode: forte e gentile. Alberto Salvi Fonte: A. Salvi, Agrestis calamus, in «Italica», I:2, Sulmona, 15 marzo 1906.

  • La chiaroveggenza di Padre Pio

    Un giorno, mentre mi preparavo per andare alla messa del Padre, mamma ebbe una crisi di cuore, tanto forte da far temere la fine. Io volevo fermarmi a casa, mamma però insistette: – Va' in convento dal Padre e digli che pregasse per me. Ubbidii. Arrivata in chiesa, andai al confessionale, al quale mi avevano permesso di accedere, ma piangevo soltanto. Finalmente dopo tanto, il Padre riuscì a farmi parlare. Poi disse quasi con distacco, senza dare importanza alla cosa: – Tu vedi sempre tutto nero! Lei sta bene e forse sta ragionando con le vicine. Padre Pio riprese a confessare ed io mi allontanai: presi posto su una panca della chiesa, ma non mi calmai. Padre Luciano De Paola da Capracotta, che regolava l'ordine delle confessioni ed aveva ascoltato quello che il Padre mi aveva detto, vedendomi ancora piangere, si avvicinò e disse: – Non ti fidi della Parola del Padre? Scommettiamo che tua madre sta bene? Terminato il suo compito, Padre Luciano si offrì di accompagnarmi a casa. Quando entrai, vidi che mamma stava conversando con delle amiche. La chiaroveggenza che guarì il cuore Da giovane, mentre mi preparavo un giorno per andare alla Santa Messa da Padre Pio, mia madre ebbe una crisi di cuore, tanto forte da far temere la fine. Io volevo fermarmi a casa, ma mia madre insistette dicendomi: – Va' in convento dal Padre e digli che pregasse per me. A tale richiesta, prontamente gli ubbidii e, arrivata in chiesa, andai presso il confessionale e, vedendomi soltanto piangere, mi permisero di accedere, dandomi la precedenza alla confessione. Finalmente, in seguito al mio silenzioso e continuo pianto, padre Pio, rincuorandomi e tranquillizzandomi, riuscì a farmi parlare. Poi, quasi con distacco, senza dare importanza alla cosa, mi disse: – Tu vedi sempre tutto nero, ma lei sta bene e forse sta anche ragionando con le vicine di casa. Congedandomi da padre Pio, mi allontanai e presi posto su una panca della Chiesa, rimanendo molto preoccupata. Padre Luciano De Paola, da Capracotta, che regolava l'ordine delle confessioni e che aveva ascoltato quello che il Padre mi aveva detto, vedendomi ancora piangere, si avvicinò e mi disse: – Non ti fidi della Parola del Padre? Scommettiamo che tua madre sta bene? Terminato il suo compito per Padre Pio, Padre Luciano si offrì di accompagnarmi a casa. Quando entrai, vidi che mamma stava conversando con delle amiche di vicino casa e, da quel giorno, non ebbe più alcun dolore al cuore. Giovanna Russo Fonte: https://www.p-pio.myblog.it/, 5 gennaio 2013.

  • La commemorazione di Tommaso Mosca

    Venerdì 25 marzo 1927, anno V° della rivoluzione fascista. La Camera dei Deputati è stracolma di camicie nere. L'aria è pesante. Il fascismo, dopo l'omicidio Matteotti, ha gettato la maschera, imprimendo una svolta totalitaria al governo dell'Italia, di cui Benito Mussolini ne è l'indiscusso Duce. Nella tornata ordinaria di lavori parlamentari, dopo aver discusso circa l'opportunità di convertire in legge il decreto di riforma del regolamento legislativo dell'Opera Nazionale Combattenti, qualcuno si avvicina al presidente della Camera e gli comunica qualcosa all'orecchio. Il presidente Antonio Casertano (1863-1939) ferma l'aula e dichiara: «L'onorevole Josa ha chiesto di parlare per commemorare il defunto ex-deputato Tommaso Mosca. Ne ha facoltà». Il nostro uomo, nipote dell'illustre Nicola Falconi, è infatti deceduto nella notte nella sua casa romana. A quel punto l'on. Guglielmo Josa (1870-1961), futuro presidente del Consiglio provinciale del Molise e camicia nera della prima ora - un molisano che parteciperà attivamente alla vita politica fascista del Molise e di Capracotta - comincia a leggere il suo intervento di condoglianze in morte dell'amico Tommaso Mosca: Onorevoli colleghi, ieri si è spento in Roma l'onorevole Tommaso Mosca, che appartenne a questa Camera per due legislature inviatovi dal mio Molise. Alto magistrato, portò nell'esercizio del suo lungo, difficile, delicato ministero la forza di una coscienza intemerata e la luce di un poderoso intelletto. Deputato, fu specialmente studioso di problemi giuridici ed economici e si deve citare di lui sovratutto la relazione per il disegno di legge sul bene di famiglia e sulla piccola proprietà terriera, che resta ancora oggi una pregevole monografia dell'importante questione, la quale tuttavia ci appassiona e attende di essere risolta. Tommaso Mosca viveva lontano dalla vita politica da molti anni, ma è morto credendo nel Fascismo ed io, anche a nome dei colleghi del Molise, compio il dovere di ricordarlo alla Camera fascista. Prego la Camera di esprimere il proprio rimpianto alla famiglia dell'estinto ed al comune nativo, Capracotta. Pietro Fedele (1873-1943), ministro dell'Istruzione, si associò al commiato a nome di tutto l'esecutivo, mentre per la Camera dei Deputati fu lo stesso presidente Casertano ad unirsi alle condoglianze, affermando di voler mettere «a partito la proposta di inviare le condoglianze della Camera al comune di Capracotta ed alla famiglia dello illustre estinto». Quattro giorni dopo, infatti, nella tornata di martedì 29 marzo 1927, Antonio Casertano legge un telegramma giunto alla Camera dal podestà di Capracotta, Gregorio Conti (1871-1943): «A nome di questa cittadinanza mi onoro ringraziare vivamente V. E. Governo Nazionale Camera Deputati per commemorazione e condoglianze inviate perdita nostro illustre e beneamato concittadino S. E. Tommaso Mosca. Ossequi». Tommaso Mosca, a cui è dedicata la scuola media statale di Capracotta, fu uno studioso e un uomo politico di gran pregio. Ma, se in campo politico visse alterne fortune ed amare esperienze - tanto da esser costretto a rimettere il proprio mandato in occasione delle accuse mossegli dopo la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma nel 1913 -, in ambito giurisprudenziale la chiarezza della sua fama fu invece universalmente riconosciuta. Oltre agli studi sul pignoramento e il sequestro, sulla costituzione della parte civile, sulla trascrizione, sui servizi pubblici automobilistici e sul bilancio della Pubblica istruzione, il nostro fu tra i primi a teorizzare su carta un opportuno accordo tra il Regno d'Italia e la Chiesa, accordo che troverà concretezza nei Patti Lateranensi sottoscritti l'11 febbraio 1929. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia, S. Giorgio, Agnone 1986; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XXVII, 1a sessione, Discussioni, 25 marzo 1927; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XXVII, 1a sessione, Discussioni, 29 marzo 1927; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Mosca, Sull'inchiesta per la costruzione del palazzo di giustizia, Colombo, Roma 1913; T. Mosca, Della intangibilità sostanziale e permanente della legge delle Guarentigie, Dir. della Nuova Antologia, Roma 1915.

  • Assisto e resisto

    Tra le mie volatili chicche estive eccelle il Capracotta's new age day, svoltosi in data sedici agosto, manco a dirlo a Capracotta. Spiego. La mattina del sedici Rita ed Enrico, due cari amici tra loro sposi, mi invitano a fare una gita a Capracotta, tanto più che si sarebbe tenuto un concerto in un bosco nelle prossimità del paese. L'idea mi piace e accetto. Si parte dunque per Capracotta. Durante il viaggio mi raccontano di esservi già andati il giorno precedente e di aver casualmente conosciuto un gruppetto di garbate signore non molisane cosiddette naturopate, raccoglitrici di erbe spontanee, appassionate di medicina naturale e di metodiche alternative al raggiungimento del benessere: bello, bene, vegani sì, vegani no, omeopatia sì, omeopatia no, tra pareri discordi ma vicendevolmente rispettosi il discorso cade lì. Arrivati a Capracotta, corroborante camminata in salita per il bosco e giungiamo in una radura tra il verde, dove suona un'orchestra niente male di cinque giovani, tutti fiati. Concluso il concerto, i miei amici mi chiamano da parte e mi presentano ad una delle signore conosciute il giorno prima, anzi alla maestra raccoglitrice di erbe selvatiche, dicendole che sono insegnante. La signora, con ancora la destra nella mia, pronuncia una energica tirata contro gli insegnanti, perché non saprebbero vedere il bicchiere mezzo pieno e trasmetterebbero ai loro allievi il sapore della delusione e del disfattismo. Con questo grave sul capo, basita e lievemente piccata, annuisco e resto zitta, un po' per educazione, un po' perché non ho esattamente compreso il senso della sua ramanzina. Subito dopo Rita ed Enrico mi riportano l'invito che ella ha appena fatto loro, affinché insieme all'intero gruppetto di raccoglitrici partecipiamo ad un banchetto di erbaggi in un casale nei pressi. L'invito è accolto; intanto sono le due e mezza del pomeriggio, ho una fame da lupi e sbocconcello dei biscotti al finocchio di fattura industriale, mentre le naturopate, che ancora raccolgono iperico e achillea sotto lo schioppo del sole, mi guardano con un certo stupore. Si arriva alle tre al casale, che gode di una posizione incantevole, circondato da boschi e sovrastante la valle del Verrino. La raccoglitrice maestra ordina e dispone apparecchiatura e cottura di erbe varie, nel frattempo divaga a proposito di concordia universale né manca di lanciare appelli in pro del celeberrimo bicchiere mezzo pieno anziché non. La tavola è preparata, colma di ogni varietà di verde e, prima di mangiare, bandito il salutare comunissimo "buon appetito", i commensali sono invitati ad alzarsi in piedi, ognuno sollevando in alto un bicchiere d'acqua, per ringraziare cielo e terra madre e non so chi o cos'altri; ci si accomoda finalmente e io assaggio pane, pomodoro e tarassaco, mentre la conversazione si incentra su una presunta svolta epocale imminente, sulla necessità di equilibrio degli elementi cosmici e di stili di vita alternativi, meno consumistici e più rispettosi dell'ambiente inteso in senso lato. Il pranzo si conclude col necessario caffè. Intermezzo temporalesco maestoso a fronte delle montagne e a pochi passi dal cielo, quindi la maestra ci mette seduti in cerchio e con occhio indagatore e vagamente imperativo, per sondare e magari curvare la nostra attitudine alla concentrazione, dopo aver recitato una lettura su Maria di Magdala e citato en passant i Vangeli apocrifi, invita una raccoglitrice di erbe pure presente a prendere il suo harmonium indiano, strumento d'accompagno per cantare tre mantra, nel mentre che una seconda raccoglitrice ci passa intorno con un grande recipiente di bronzo che, battuto con un martelletto, produce una piccola vibrazione atta ad entrare in sintonia con e misurare la nostra interiore vibrazione, mi viene poi riferito. Io fatico a chiudere gli occhi e a cantare i mantra, né mi persuado a rispondere a qualsivoglia dictat della signora maestra. Semplicemente assisto e resisto, in qualche modo. Segue un girotondo ondeggiante scandito da un canto degli Indiani d'America, con parole in inglese, naturalmente. Il rito si conclude con un paio di minuti di sornione unanime silenzio, ma non è finita, perché dopo il rito vengono il mito e la storia, meglio un mix di mito e storia intessuto con propositi didattici, nel corso del quale ho sentito di troppo e il cervello mi è andato in pappa. Ho sentito, per esempio, che si può ricostruire la storia di Italia only sannitica, ovviamente; ho sentito che Sanniti e Mongoli del Khan - sic - avrebbero avuto contatti tra loro, come confermerebbero - sigh - le forme dei rispettivi altari votivi; ho sentito di spade nella roccia, di cappellini artigianali di Capracotta stranamente identici a taluni di fattura indiana e ho sentito di tavole osche e rune celtiche che riprodurrebbero parole di identica armonia sonora; ho sentito dell'om e dell'amen, e via così, per arrivare alla morte di Giovanni Paolo II, cui avrebbe fatto seguito un sollevarsi di non meglio specificati fogli, certo segno della fine di un'epoca e dell'inizio della successiva. Infine, ci si congeda, non prima che la maestra abbia presentato qualche sua pubblicazione, distribuito mazzetti di erbe varie, caldeggiato la palingenesi benefica del mondo, da ottenersi anche tramite il collegamento ad un sito web ("Mezzo pieno" il suo nome, per chi ne avesse intenzione). Alle sei e mezza del pomeriggio si riparte. Sulla strada del ritorno in prossimità delle fonti del Verrino chiediamo un'informazione ad un pastore: lui ha negli occhi l'armonia composta di chi fatica, la tensione contemplativa pura cui ascende chi lavora duro ed è semplice, non conosce contorsioni ambientaliste e teosofiche, geo-storiche e mistico-filosofiche, non ostenta, offre quel che sa né pecca, come io pecco, di insofferente scetticismo. Mi sono "ritrovata" dopo una insolita giornata, ho pensato di essere fortunata, perché ho degli amici che mi vogliono bene, non importa il mio caratterino pepato, e mi aiutano a conoscere di più e diversamente; ho pensato di essere felice perché di lì a poco, a casa, avrei letto "Signora Ava", che ho ripreso tra le mani qualche giorno fa e che mi pare ancor più bello della prima volta che l'ho letto: ho pensato a don Matteo, al Colonnello, a don Beniamino, a Pietro ed Antonietta e agli altri attori di quella commovente saga molisana, così diversi tra loro, così concreti, eppure poetici senza presumerlo, tale la prosa instancabilmente precisa di Iovine, chiara e complessa, come la vita. A presto. Luciana Zingaro Fonte: L. Zingaro, Assisto e resisto, in «La Fonte», XIII:8, Ripabottoni, settembre 2016.

  • Vita scolastica di Capracotta

    È stato nostro gradito ospite il comm. Pera, provveditore agli Studi per il Molise e che in rappresentanza del Prefetto è venuto a presenziare alla inaugurazione della magnifica sopraelevazione dell'edificio scolastico, che su progetto dell'ing. Vincenzo Castiglione, ha risolto, con sole novantamila lire di spese, il problema di fornire alla scuola di Capracotta aule sufficienti e degne del Regime. La cerimonia si è aperta in Piazza, con la lettura del Messaggio del Duce fatta dal Segretario politico sig. Noè Ciccorelli, in presenza del Podestà avvocato G. Conti, del presidente della sezione mutilati, del presidente della sezione combattenti, del rev. Arciprete, di tutte le organizzazioni giovanili e delle altre autorità cittadine al completo. Il lungo corteo si è recato quindi in contrada Guardata per l'inaugurazione del Parco dei Pini, dove oltre 3.000 pianticine furono trapiantate in primavera e che, un giorno, speriamo, formeranno la gioia dei cittadini e dei villeggianti. Proseguendo oltre, si è inaugurato nel Cimitero, su progetto dell'ing. Agostino Conti, lo scalone fra due ali di alti pini. In ultimo si è inaugurata una bella sopraelevazione della Casa della Scuola completa dell'impianto di un moderno termosifone e nelle opere di pittura ed abbellimento. Le Organizzazioni Balilla e Piccole Italiane hanno cantato in presenza del commendator Pera, il quale ha portato col saluto del Prefetto, il suo augurio per gli alti destini della scuola fascista, così come è voluta dal Regime. Nelle prime ore del mattino è stata benedetta in forma solenne dal reverendo arciprete Leopoldo Conti, la nuova bandiera della Società Operaia. Hanno pronunziato applauditi discorsi il presidente del Sodalizio sig. Felice Santilli e l'insegnante Ettore Conti. L'ottimo insegnante Dante Nerone riuniva tutti gli scolari delle varie classi e commemorava ai piccoli l'annuale della Marcia su Roma. Sulla cima di Monte Campo, che dai suoi 1.700 metri guarda il territorio di otto provincie e la lontana Dalmazia italiana, è stato acceso, a cura del Fascio di Capracotta, un enorme rogo. Ernesto Codignola Fonte: E. Codignola, Vita scolastica italiana, in «La Nuova Scuola Italiana», XI:8, Firenze, 12 novembre 1933.

  • L'agnello

    È un animale leggendario ancor più della salamandra e dell'unicorno. Nei primi giorni si regge a malapena, poi, malfermo sulle gambe lunghe e deformi, tenta i capezzoli materni fino all'ora in cui, oramai svezzato, si protende a brucare. Eppure non arriva a conoscere l'erba salata dai pastori per assetare la pecora e gonfiarla di latte. Il coltellaccio spegne i suoi belati e, solo sul piatto, ritrova le insalate offerte a contorno. Una infanzia corta. «L'agnello comincia ad essere buono in dicembre – dice Artusi – e per Pasqua o è cominciata o sta per cominciare la sua decadenza». Il suo incontro con il lupo è ancorché ipotetico. Il solo episodio della sua puerizia degno di una certa letteratura, vuoi che ammonisca a non lasciar anzitempo le lane materne e a ritener la sete, vuoi che esprima il sacro egoismo del carnivoro. È stato glossato per secoli fino a giunger al sottilissimo argomento di Pellegrino Artusi che invoca la decadenza dei deboli come giusta e naturale causa del loro sacrificio, facendo omaggio alla filosofia (e alla cucina) del tardo Ottocento. Dopo di che, il lupo, vera vittima del progresso, figurerà come una specie in estinzione, e l'agnello, incrociato con razze anglosassoni, crescerà di statura, di peso, di lombi. Non pochi segni di questa tardiva rivincita delle greggi sui naturali persecutori, uomini e fiere, si ritrovano nelle migliori pagine di questo secolo. Un certo spirito di rivolta serpeggia persino nelle favole. Di Carlo Emilio Gadda, codesta dedicata non già ai forchettoni ma alle matrone: «L'agnello di Persia incontrò una gentildonna lombarda che prese a rimirarlo con l'occhialino. "Fedro Fedro", belava miseramente l'agnello: "Prestami il tuo lupo!". Che il vate sia o no profeta, il nero e ricciuto vello sciita si è rarefatto per le strade e nelle chiese senza che, per altro, sia andata estinguendosi la razza delle signore milanesi. La moda, si sa, è uno dei segni della decadenza». In cucina invece è disponibile tutto l'anno. Da Pasqua all'Avvento, si possono preparare costolette che hanno forma e profumo uniformi. La pecora, aromatizzata dai ciuffi d'erba e dall'aria pungente dei pascoli di Capracotta nelle montagne del Molise, è invece scomparsa. Qualche peregrino cuoco, nato fra i sassi, stipendiato a Roma o al nord, ne conserva memoria e ne omaggia, di rado, gli ospiti. Secondo il principio per cui solo il latte della madre garantisce l'autenticità e la salute dei suoi pargoli, bisognerà ammettere che anche in questo caso si parla oggi, per convenzione, di agnello ma s'intende in realtà: lamb, un bambinone vaccinato e svezzato. Nelle pagine della "Cucina molisana" di Anna Maria Lombardi e Rita Mastropaolo (Arti grafiche La Regione editrice, 1986, due volumi, lire 25.000), nei ricettari dei dirupi e dei fianchi montani, nei manuali della gastronomia pastorale, talora invece, rispuntano i colori retorici della stagione, del prato e delle margherite e si ha l'illusione di una carne aromatizzata da sapide essenze e preparata "alla furnacella", "alla tiana", "alle olive", "con i carciofi", con la cicoria, il luppolo selvatico o "i lampasciune". Va sottolineato che, oggi, al goloso si risparmiamo i belamenti, il sangue e tutti i riti suscitatori di immagini tormentose, lupi, croci, strazi. Il cadavere del nostro lamb, generalmente decollato, porta la morte con pulizia e astratta insensibilità. La sua preparazione, in altri tempi e in altre cucine, è stata invece un piccolo riflesso delle esecuzioni capitali. Ne citiamo solo uno, in uso alla corte di Francia fino al '700, per il giorno di Pasqua appunto. La fonte è "Il grande dizionario di cucina" di Alexandre Dumas. «Si dissossava il collo di un agnello di sei mesi, spezzato il petto, vi venivano sistemate le due spalle, legandole con una cordicella, lo stesso si faceva con le cosce, dopo averne rotto l'osso. Quindi si apprestava un ripieno con carne di agnello pestata, rossi d'uovo sodi, pane raffermo, erbe aromatiche e spezie. Il tutto lardellato, passava ad arrostire a fuoco vivo, su di uno spiedo». Sulla ruota, le membra del criminale venivano frante a colpi di mazza ferrata, e da lì spedite al rogo, poi giudici più umani decisero di bandire tali spettacoli, molto goduti, molto applauditi. Anche l'agnello non venne più dissanguato, scuoiato e franto in famiglia. Lo si compra e prepara già a pezzi. Sarà un sintomo di sensibilità, un indice di infiacchimento delle razze umane ed ovine, ma ormai i belati non fanno venire l'acquolina a nessuno né accettiamo di ripulire un cranio, inghiottire un occhio o masticare un budello. Restano le reminiscenze e alcuni rimescolamenti simbolici, fra cui, dal Molise e da ricettario sopracitato, "casce e ova". «Un chilogrammo di agnello, un bicchiere di olio di oliva, una cipolla, un ciuffo di prezzemolo, un bicchiere di vino, otto uova, 200 grammi di formaggio pecorino grattugiato, una spolverata di pepe, un odore di noce moscata e sale. Versate l'olio in un tegame da forno, aggiungetevi cipolla affettata a velo e fatela appassire a fuoco moderato, unitevi l'agnello tagliato a pezzi e, dopo averlo fatto rosolare a fuoco vivo, spruzzatelo col vino. Salate la carne e lasciatela cuocere bagnandola con qualche mestolo d'acqua calda. Intanto, in una terrina battete le uova con il formaggio ed il prezzemolo tritato, salate, pepate, profumate il composto con una grattata di noce moscata, fatelo amalgamare bene e versatelo sulla carne quando sarà ben cotta, smuovendola con una forchetta affinché le uova penetrino dappertutto. Lasciate bollire alcuni minuti, quindi infornate il "casce e ova" a 150 gradi circa fino a quando sulla superficie si sarà formata una crosticina dorata». Contro la decadenza, se non dell'ovino, almeno di suo fratello Abele, in questa ricetta fioriscono i simboli della Pasqua e del pascolo, le uova, l'erba (il prezzemolo), il latte (il pecorino). I poveri aggiungevano alla poca polpa infilzata su schegge di ossa o alle frattaglie, altro formaggio e molta mollica. È un'idea da tenere in caldo, un sotterfugio vegetariano che lascia intatto il mistico agnello pur perpetuandone il sacrificio. La cucina, in fondo, è conservatrice, rispetta santi e feste senza andare in chiesa tutte le domeniche, e solo di tanto in tanto, ha qualche impennata filosofica, modernista, che si smorza in un rosario di ricette, intonate da più voci sulla stessa cadenza, sulla medesima cantilena. Alberto Capatti Fonte: A. Capatti, L'agnello, in «L'Unità», Roma, 31 marzo 1988.

  • Davanti al camino si racconta...

    Ricordo che una sera d'inverno, a Capracotta, mentre ero in vacanza a casa dei miei nonni, sedendo sui morbidi cuscini della poltrona della cucina, accanto al fuoco scoppiettante del camino, mi sono stati narrati alcuni episodi dei tempi passati, lontani ormai quasi un secolo, il cui risvolto, a volte tragico, ma a volte anche comico, vale la pena che la tradizione tramandi. Correva l'anno 1920, la guerra era finita da poco lasciandosi alle spalle uno dei periodi più tristi e difficili da dimenticare della storia di Capracotta. Agli inizi del secolo scorso non c'erano le comodità di oggi, lo stile di vita era semplice, ma richiedeva molti sacrifici. Mancavano l'abbondanza e la varietà dei cibi che troviamo sulle nostre tavole, i pasti erano più frugali e le portate più contenute. Le rinunce e le ristrettezze erano parecchie e riportano la mia mente ad una vicenda reale che ha del curioso e lascia un lieve sorriso amaro sulle labbra. La mia bisnonna si chiamava Maria, la chiamerò nonna Maria, era una donna che viveva agli inizi del secolo scorso. Era lei il perno della famiglia in una società matriarcale che attribuiva alla donna molte responsabilità. A sentire i racconti di chi l'ha conosciuta, doveva essere abile nel gestire la vita domestica. Aveva delle mani forti segnate dalla fatica quotidiana. Dedita alla casa ed alla famiglia, indossava gonne larghe e lunghe che formavano delle leggere onde che accarezzavano il pavimento. Un abito che, caratteristico di quell'epoca, si può trovare ancora esposto in qualche museo di arti e tradizioni popolari. Nonna Maria sul capo portava un ampio fazzoletto scuro che serviva a raccogliere i capelli e che teneva caldo, specialmente nelle fredde giornate d'inverno. La vita a Capracotta si intrecciava su rapporti sociali molto intensi, le visite erano solite tra le persone del vicinato ed era facile, in tempi di carestia e miseria, rivolgersi ai propri conoscenti per ricevere un po' di cibo da mettere sotto i denti ed avere qualche parola di conforto. Bisognava darsi molto da fare per procurarsi le provviste, la terra era una risorsa preziosa che riusciva a dare un po' di sostentamento. La parte più pesante del lavoro veniva lasciata alla forza maschile, mentre le donne, dedite principalmente alla casa, si dedicavano alla raccolta dei prodotti giunti al punto di maturazione. Il lavoro segnava le mani ed anche il viso di chi, chino sotto il calore del sole, si dedicava quotidianamente alla terra con gesti lenti e faticosi che scandivano un ritmo di vita che rimane il ricordo di un tempo lontano. Così la vita anche per nonna Maria aveva i suoi lati meno dolci e la miseria, a volte, contribuiva a renderli aspri. Organizzare la vita di famiglia richiedeva impegno, come seguire l'educazione e la crescita dei figli. I divertimenti erano pochi ed i bambini si dovevano accontentare di piccoli passatempi inventati sul momento per movimentare le ore pomeridiane. Si faceva a gara per vedere chi tirava il proprio sassolino più lontano, oppure si saltava a corda, oppure ancora, le bambine si divertivano a creare le bambole con quello che riuscivano a trovare per terra, anche piccoli sassi. All'ora di pranzo, come a quella di cena, la tavola apparecchiata era accompagnata, specialmente nelle giornate d'inverno, dal calore del camino acceso, le cui scintille formavano tante piccole luci che si indirizzavano velocemente verso l'alto. La legna, accatastata in una cesta, accanto al focolare, emanava un intenso odore di bosco e su alcuni rami si trovavano ancora pezzi di muschio che vi si erano attaccati, formando un morbido ed elegante mantello di velluto. Allora non c'era la televisione che informava sui principali avvenimenti del giorno, ma il chiacchiericcio del buon vicinato era efficiente, quasi come i moderni canali televisivi, per riferire le notizie locali. Si veniva subito a sapere se la raccolta delle lenticchie di comare Santina era stata abbondante, oppure se la vacca grassa di zio Pietro aveva partorito il vitello od ancora quanta farina di grano donna Lena aveva prodotto in quella stagione. Una signora che abitava nelle vicinanze della casa di nonna Maria, Nella (nome di fantasia), era solita farle visita ogni sera, e verso l'ora di cena, puntualmente bussava alla porta di casa, sapendo che qualcosa già bolliva in pentola e trovando la tavola apparecchiata. Superata la soglia di casa, Nella entrava, parlava un po' con nonna Maria e tra una chiacchiera e l'altra, prima di andare via, recuperava delle provviste da portare alla sua famiglia: un po' di pane oppure una manciata di patate od ancora, un pezzo di formaggio che riponeva nelle ampie tasche della sua lunga gonna, avvolgendo tutto in un foglio di carta recuperato da nonna Maria nella credenza. Nella ripeteva la scena ogni sera e, quando si avvicinava l'ora di cena, nonna Maria l'attendeva puntuale come un orologio svizzero. Erano gesti abituali, specialmente tra vicini che si dividono il cibo e si conoscono da lunga data. Fu una sera d'inverno, però, quando accadde un episodio curioso che avrebbe cambiato questi buoni rapporti. Nella aveva bussato, come solito, all'uscio della porta di nonna Maria, per farle visita prima della cena. Nonna Maria, avendola vista arrivare da dietro la tenda beige, ricamata ad uncinetto, della finestra della cucina, e avendo già messo a cuocere sul camino la pizza di granone (pizza randìgne), tipico piatto locale, il cui impasto era fatto di farina di mais, sale, olio extravergine di oliva, acqua calda, e il cui odore invitante si spargeva nella stanza, in un men che non si dica, la tolse via dal fuoco, nascondendola sotto la sua ampia gonna lunga. Nel frattempo Nella aveva raggiunto l'uscio di casa e dopo aver bussato era entrata in cucina. Iniziò a parlare del più e del meno, della giornata appena conclusa e di cosa nonna Maria stesse preparando per la cena, sentendo il buon odore di cucina e trovando la tavola già apparecchiata che la invogliava a sedere. Passava da un argomento all'altro con la disinvoltura di cui era propria, la chiacchiera di certo non le mancava, incurante, però, dell'ora già tarda e delle condizioni del tempo che promettevano poco di buono. Nonna Maria, che sotto la gonna aveva nascosto la pizza di granturco, non poteva più resistere per il calore che emanava e per la sgradevole sensazione di bruciore che avvertiva sulle gambe. Così cercando di arginare il fiume di parole di Nella, tentava di metterle fretta facendole dei lievi cenni ed indicandole le cattive condizioni del tempo, disse: «Sciòcca e maltiémpe fà, alla casa dell'ieàrre è mal'a stà!». Però, come si è soliti dire, peggio che parlare ad un sordo, Nella non ne voleva proprio sapere di andar via. Nonna Maria, allora, non potendo più resistere per il caldo che arrivava dalla pizza, ad un tratto alzò la gonna della sua veste facendo scoprire la stessa pizza di granone. Si può immaginare l'imbarazzo che si creò in casa in un attimo e, da quello che era sempre stato un luogo ospitale, per Nella era diventato solo un luogo da cui era meglio andar via. Allora, capite le intenzioni, ed un po' seccata, si rivolse a nonna Maria, parlandole in dialetto, con una frase che mi sembra doveroso riportare: «Figlia méja, te vuó còce l' còsse, pe nen me dà nu cóne de pizza!». Non aggiunse altro, ma in un attimo e, più veloce di una saetta, corse verso la porta di casa ed uscì. È facile prevedere quali furono le conseguenze di questa vicenda narratami da mia nonna. Infatti l'episodio mi è sembrato curioso e divertente, lasciandomi pensare come, in tempi di miseria, quando il cibo scarseggiava, era più solito nascondere quel poco di cui si disponeva che offrirlo agli altri, incuranti però del fatto che, a volte, le vicende possono assumere dei risvolti insoliti ed anche bizzarri, che fanno sorridere chi li racconta. Così penso che tramandare questo aneddoto, accaduto tanto tempo fa, sia un segno di rispetto nei confronti della tradizione orale che mi è stata trasmessa e degli affetti che mi continuano a legare a Capracotta. Marinella Sammarone Fonte: M. Sammarone, Davanti al camino si racconta..., in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Paesaggi dell'anima

    Ci piace illustrare, in questa rubrica, il tentativo di un'alternativa esperienza scolastica in cui si è cercato di intrecciare - con atteggiamento spontaneamente interdisciplinare - l'italiano, la storia, la geografia, le scienze naturali, la storia dell'arte, l'informatica: il tutto inserito in una proposta di turismo responsabile (e consapevole delle proprie radici), che mirasse alla conoscenza e alla valorizzazione del territorio regionale molisano, troppo comunemente "snobbato" da quanti lo considerano inadatto ad ospitare delle visite culturali di spessore. È così che gli alunni dell'Istituto Comprensivo "G. Pallotta" di Boiano (quelli della classe 3E della scuola secondaria di primo grado) hanno avuto l'opportunità di scoprire - attraverso un percorso letterario - un pezzo della loro terra e della loro storia. "Oltre la valle", della scrittrice molisana Elvira Tirone Santilli - nata e a lungo vissuta a Capracotta - è una deliziosa, lirica autobiografia che, stemperando nel sorriso i momenti più drammatici della storia personale della protagonista, ripercorre tutte le tappe principali del Novecento molisano e italiano, dal ventennio fascista al secondo dopoguerra, sullo sfondo di un paesaggio poetico per sé e reso assolutamente indimenticabile dalla penna innamorata dell'autrice: siamo nell'Alto Molise. La lettura del romanzo, che ha accompagnato i ragazzi durante tutto l'arco dell'anno scolastico e ha dato modo di approfondire al meglio l'analisi del testo letterario come strumento per "godere" di più il testo - non per farne un'autopsia di dubbia utilità - si è conclusa con una visita "interattiva" ai luoghi in cui è ambientata la vicenda, in cui il romanzo ha costituito una sorta di vademecum in un cammino di ricerca e di verifica dei luoghi nominati e dei paesaggi descritti, sulle tracce dei tanti personaggi divenuti - nel frattempo - autentici compagni di viaggio degli studenti. Un itinerario "emotivo", insomma, che, a dispetto della frequente distrazione che accompagna i ragazzi durante le "gite", li ha coinvolti e suggestionati in maniera insolita. All'imbocco del paese, la chiesetta di S. Maria di Loreto - che nel romanzo è protagonista di una singolare scena di panico collettivo quando, nel settembre del '43, si diffuse la notizia dell'arrivo imminente di un gruppo di tedeschi - ha costituito la prima tappa del cammino. Qui, nel silenzio della cappellina, gli studenti hanno osservato il pregevole altare e la nicchia in legno dorato che custodisce la statua della Madonna, ancora oggi portata in processione presso la chiesa parrocchiale - al centro del paese - in settembre, ma solo ogni tre anni, durante una grande festa mariana che richiama i capracottesi da tutto il mondo. Interessante è anche il recente e suggestivo monumento all'emigrante - famosa è la definizione di "zingari" data ai capracottesi, a causa della loro capillare presenza in tutti i continenti - situato proprio di fronte alla chiesina, soprattutto perché ai suoi piedi vi sono incise le distanze reali di quel preciso punto da alcune città europee o d'oltreoceano che sono state mèta degli abitanti di Capracotta. Guerra, emigrazione, geografia delle culture, problemi relativi all'integrazione in comunità "altre" (un argomento quanto mai attuale), religiosità popolare, arte barocca e… testo narrativo. Ma c'è di più. Dopo la visita alla casa natale dell'autrice - oggi ristrutturata e occupata da altri - e alla cappella funeraria dei Santilli, dove la famiglia si rifugiò per tre giorni nel '43, insieme a molte altre, prima dello sfollamento - suggestivo è stato rileggere proprio in quella sede, come davanti ad ogni tappa, le pagine del romanzo che "toccano" quei luoghi - i ragazzi hanno ammirato lo spettacolo mozzafiato della vallata del Sangro dal belvedere della chiesa parrocchiale, esaminando per altro alcuni aspetti della tutela e della valorizzazione di quei beni ambientali e paesaggistici di cui tanto si parla oggi, specialmente in relazione alla politica di scarsa valorizzazione che ne facciamo nel Molise: se un luogo c'è e può fare da sfondo all'accorato, ripetuto appello di mons. Bregantini a «trasformare la marginalità del Molise in specificità», è sicuramente questo. Qui, nella vallata, bruciarono nel '43 alcuni paesi incendiati dai tedeschi, in una danza di falò che viene drammaticamente ricordata dalla Tirone in una delle pagine più suggestive del romanzo. Infine, una puntata a Prato Gentile - un'immensa radura verde, teatro invernale dei campionati di sci di fondo - ha offerto agli studenti una pausa pranzo immersa nella natura e nel clima tipicamente montani, prima di scendere a visitare le macerie della fornace "Vallesorda", dove lavorava il padre della scrittrice, presso lo scalo ferroviario di S. Pietro Avellana. Lungo il tragitto, l'imponente parco eolico nei pressi di Capracotta ha rappresentato uno spunto di riflessione sulla questione energetica attuale, sulla dibattuta diffusione dell'eolico selvaggio molisano, l'antropizzazione del paesaggio e quant'altro. Il ricordo di questa piacevole mattinata capracottese, spesa tra la storia e la natura, ha lasciato una traccia nei colloqui orali degli esami finali di alcuni studenti, durante i quali - con l'ausilio di una presentazione in PowerPoint costruita da loro - hanno documentato e illustrato con fotografie, didascalie e sottofondo musicale tutti i momenti salienti dell'itinerario, mettendo alla prova anche le loro competenze informatiche. Gabriella De Lisio Fonte: G. De Lisio, Paesaggi dell'anima, in «Glocale», 1, Il Bene Comune, Campobasso 2010.

  • Suggestioni del bosco: estate

    Al bordo del prato, ombre contorte danzano al vento ed emanano fresche fragranze legnose che invitano ad entrare. Basta affacciarsi e subito si aprono fitte braccia verticali di un tempio straordinario. La luce tremula attraversa intrecci d'edera e taglia colonne arboree, illumina radure erbose e riflette lampi dorati. Il passo si fa cauto a calpestare vaghi sentieri mentre le fronde protese lasciano passare refoli tiepidi, poi si arresta davanti ad antri, cunei di roccia come tabernacoli e  rifugi di creature sconosciute, per riprendere il cammino ascoltando solo il battito del cuore. Lo sguardo ammirato scopre nuove meraviglie e in esse si perde a cercare fattezze umane, segni del tempo, prodigi divini; le mani scorrono lungo i fusti scolpiti negli anni a cercarne un contatto vitale, un'energia miracolosa mentre si celebra una straordinaria fusione spirituale: il petto si riempie di un respiro nuovo, un ritmo che dilata il tempo in una sospensione magica dell'anima come in attesa. Poi d'improvviso il volo di un uccello, sorpreso da voci umane, rompe il silenzio e l'incanto. Flora Di Rienzo

  • L'illusione dell'umanità

    Nel giorno di capodanno tre coppie partirono per una gita, decisi ad andare lontano. La prima coppia eran due giovani amanti; nella seconda l'uomo era sì fidanzato ma non con la donna che l'accompagnava; la terza coppia era infine formata da moglie e marito. Partirono tutti insieme, ogni coppia con la propria automobile, finché ad un certo punto giunsero ad un trivio. Le prime due coppie, le più giovani, scelsero le due strade migliori, quelle più belle, ornate di fiori profumati. Lungo il percorso per vie splendide e odorose, contenti come boccioli in piena maturazione, arrivarono in un hotel di gran lusso, tutto ricoperto d'edera e fiori, dove trascorsero un buon capodanno. I due amanti, qualche giorno dopo, decisero di andar via, ma la mattina della partenza, all'ora del risveglio, non appena aprirono gli occhi, realizzarono di non trovarsi più nella loro camera d'albergo. Stavano ora dentro un mondo oscuro, un'immensa foresta precipitosa, ai lati della quale si ergevano due monti altissimi che a malapena lasciavano intravedere un gruppetto di stelle in cielo. Non trovando alcuna via d'uscita, gridarono pietosamente, senza che anima viva li sentisse. Dopo cento giorni, riusciti chissà come a fuoriuscire da quella foresta, non gli erano rimasti che i soli vestiti indosso. La seconda coppia - quella costituita da un fidanzato infedele e una donna - alloggiava nel medesimo albergo e si svegliò anch'essa di buon mattino, pronta per riprendere la strada di casa. Proprio quella mattina i due si svegliarono però in un castello situato sulla cima d'un colle a forma di cono, circondato da un grande specchio d'acqua. Anch'essi gridarono come matti, senza che nessuno riuscisse a sentirli. Dopo trenta giorni, mangiando con disperazione soltanto erba selvatica, videro passare un'aquila a bassa quota e, quando il rapace si venne a trovare sopra le loro teste, s'aggrapparono alle sue zampe, riuscendo a tirarsi fuori da quella situazione e a mettersi in salvo. Moglie e marito avevano invece imboccato una piccola stradella brecciata. Dopo un lungo tragitto trovarono un modesto albergo e fu lì che trascorsero il capodanno, dopodiché tornarono felici e contenti nel loro paesino. Il cuore, la dolcezza e il loro sorriso vennero davvero a trovarsi tra i fiori e le rose. La mattina della partenza s'erano infatti levati al sorgere del sole e dopo la giornata di festa erano tornati al paese natio, percorrendo la stessa piccola stradella brecciata dell'andata. A loro sembrò di tornare dal viaggio di nozze. Giunti a casa, cercarono i compagni di gita ma ogni tentativo risultò vano. Solo dopo tantissimi giorni fu possibile rincontrarsi ma il viso dei primi quattro non era più quello di una volta. Olindo Paglione (a cura di Francesco Mendozzi)

  • Io, il Vesuvio

    Sono una carogna. Perfido e bizzoso. Un condensato di crudeltà letali. E per secoli e secoli - non ricordo quanti, ho perso il conto - ho seminato lutti, disperazione e inganni. L'inganno! Ecco la virtù cardinale, l'espediente con il quale distillo il mio genio perverso. Per un po' me ne sto in quiete, do a intendere di essere finito, un vecchio arnese che sonnecchia o guarda il mare... Poi, quando i miei figli credono sia morto, mi desto di colpo, gonfio i polmoni e li accoppo. Con tutta la rabbia, la brutalità e il disprezzo che la loro vista mi suscita. E come godo, quanto mi diletto nel vederli scappare, levare supplici le braccia al cielo, crollare al suolo stecchiti! Un brivido orgiastico mi scuote le viscere, un orgasmo assassino mi inebria la mente, sento gli umori pulsare, quegli stessi umori che accecarono Efesto, quando afferrò mia madre e la possedette alla maniera caprina. Sono immortale! Torme di folle mi fanno oggetto di culto, mi onorano con riti diversi, a seconda di mode e stagioni. Un tempo, ad esempio, salivano a me in processione, irrorando l'aria di profumi, disseminandomi i fianchi di viole, le mammole per l'esattezza, le prime a fiorire. E imploravano i numi, Zeus con quale foga!, elevavano orazioni, allestendo danze e innalzando pire. Le pire! Il loro fumo allietava il mio olfatto, la gioventù migliore, il fiore gentile della stirpe che mi formicola addosso, ne cibava il fuoco. In estasi ne udivo il crepitio, cupido ne annusavo l'afrore, ebbro ne assaporavo i balsami. In un'orgia di urla, gemiti e invocazioni. Il fuoco! Gea ed Efesto ne hanno infuso a fiotti nei labirinti del mio pensiero. E quando la noia mi assale, se la nausea tracima, allora sì mi arrabbio!, e li distruggo, quei pigmei, li sotterro sotto le mie coltri. Niente, neppure gli arnesi che sciocchi sacerdoti moderni mi appiccicano ovunque, modera i miei istinti. Già, gli istinti. Ma siamo sicuri, o meglio, sono essi certi che agisco per capriccio? O la mia collera non è un castigo, una giusta punizione per i delitti di cui si macchiano? Da quassù li seguo, ne osservo il dibattersi, la mescola di odio, rabbia e violenza bestiale - sono pur sempre miei figli, per Bacco! - che ne acceca i pensieri. E non è tutto: devo assumere la coramina, o correre al bagno, dinanzi al perenne desiderio di fregare, alla dionisiaca ebbrezza che provano nel trasgredire. Zeus, Papà, e tu, zio Nettuno, voi siete testimoni, voi, voi soltanto potete comprendere il mio sdegno! Tutto, tutto il santo giorno li vedo salire da dove si esce e scendere da dove si entra. Tutte, tutte le volte che irrompe il controllore si scatena un fuggi fuggi: chi corre a timbrare, chi si butta dal finestrino, chi si finge pazzo, o storpio, o cieco, o invoca l'esenzione in quanto vedova di guerra. Ma passi per questo, in fondo negli inganni mi riconosco. La cosa che mi fa letteralmente impazzire è l'ignoranza. Sentite un po' cosa succede: – Vedova di guerra? –, si insospettisce il controllore, – e di quale, per l'esattezza? – 15/18! – Vi ho preso, è una bugia! – E perché, dove stanno le prove? – Perché quella si è svolta fra nordisti e sudisti! – E io sono di Capracotta, a due passi da Foggia. Statevi bene –, fa la tizia e se la svigna. Maledetti! Ladri di auto, falsificatori di borse, abusivisti incalliti, adoratori di feticci, il mio odio è così grande da avermi provocato l'ulcera, con relativi conati e rigurgiti. Tempo fa il dolore è aumentato. Sentivo come un peso allo stomaco, non so, uno spasmo che si irradiava alla schiena. Colpa di quei foruncoli che mi spuntano ovunque, di questa smania di starmi addosso, insomma di venire a vivere dalle mie parti. Una vecchia storia: pensano così di fregarmi, di intenerirmi con falsi abbracci, ignorando che una volta o l'altra starnutisco e li mando in pasto ai pesci. Ma lasciamo perdere, torniamo al dolore. Sinceramente ho avuto paura. «Ci siamo!», mi sono detto, «m'è venuto l'infarto». Essì perché devo stare attento, se mi arrabbio. Me l'ha detto anche mio padre: – Non fare sforzi, modera le eruttazioni, altrimenti rischi il collasso e poi sono cavoli miei andare con mamma e rifarti nuovo. A dire il vero mi sono un po' offeso. E gliel'ho anche detto: – Guarda papà, i tuoi affari di letto sono un problema che non mi tange. Non è colpa mia se ti è passata la voglia. – La voglia? –, si è rabbuiato da fare paura. – Vacci un po' tu con quella donna, brutta e selvatica come si è fatta. Purtroppo sono un tipo che non si trattiene. Secondo me quel vecchio sporcaccione è diventato impotente e non vuole si sappia. – E tu vorresti farmi credere che non vai più a donne? Con tutte le ninfe, le vacche sacre e i satiri che inchiappetti? –, gli ho risposto sarcastico. – Che c'entra –, ha scrollato le spalle, – quelle sono avventurette. Con Hea ormai c'è solo affetto. Non ci ho più visto: – E allora prenditi le pillole, fanno miracoli –, ho concluso. Provocandogli un travaso così imponente che l'aerofagia è venuta a mio fratello, quello in Sicilia, con il seguente bollettino: tre paesi distrutti, la città di Catania da rifare nuova e Binnu Provenzano in rianimazione per ciottolo di lava non riferisco dove. E va bene, ingoiamo ancora, fingiamo di niente. Pure il padre con problemi di attrezzo mi doveva capitare. Ma come si fa, dico io, come è possibile voltarsi e non guardare? Una per tutte. Anche stamattina mio fratello il Sole - per inciso, un bravo ragazzo: ogni giorno, senza eccezioni, mi carezza la nuca appena mi sveglio - anche oggi, dicevo, si è alzato di buon umore. Che giornata splendente! una di quelle che i miei figliastri portano a esempio in tutto il mondo. La luce era così obliqua e intensa da illuminare anche i Decumani, certi vicoli dove mio fratello non arriva mai – Ho paura –, mi ha confidato, – l'ultima volta che ci sono stato mi hanno scippato quattro raggi per venderli di contrabbando agli svedesi. Pare sia l'affare del millennio. Questa mattina, dicevo, l'aria era tersa e il profumo di fresie apriva il cuore alla speranza. Di che speranza si tratti lo ignoro, quei briganti sperano sempre, vattelappesca in che cosa. Un espediente, a parer mio, una pera alla buona per sollevarsi il morale. A un tratto ho avuto un colpo, ho visto un ragazzetto, tutto riccioli e occhi, inginocchiato a un tabernacolo nel muro. In quella zona ce ne sono molti, di questi altarini, dedicati spesso a un loro compare, uno scavezzacollo che si vantano li protegga: dai guai e dalle mie, diciamo così, esternazioni. La cosa devo ammettere mi ha indispettito. Non lo sopporto quel pataccaro, lui e le sue trovate da circo, e li ho anche avvertiti: – Uno di questi giorni pianto il casino! –. Mi sono perciò schiarito la gola, tanto per farmi notare, in attesa che il ragazzino si voltasse. Buca con acqua. Quel delinquente se n'è fottuto, ha proseguito con le sue giaculatorie come nulla fosse. Anzi, accortosi della mia presenza con la coda dell'occhio, a bella posta ha alzato la voce: – Aiutaci, solo tu puoi farci la grazia! –, si è messo a urlare, conoscendo bene il mio carattere. Come già spiegato, tra i miei difetti c'è la gelosia. Prima li maledico, faccio pensieri cattivi, medito di sterminarli, ma poi, non so perché, ci resto male. Se appena appena mi sento trascurato, se vedo che privilegiano quel tizio, vengo preso da un cupo rancore. – Possibile? –, mi sono detto, – possibile, credano ancora alle sue panzane? alla manfrina della granita di more che si scioglie? Avevo il fiato corto e l'alito pesante - colpa della scarsa motilità intestinale, suppongo - ma la curiosità, un cieco istinto di guardare hanno prevalso. Ho premuto sul diaframma e mi sono chinato alla sua altezza. Numi di Olimpo, non ci crederete!, non c'era nessuna effigie del rivale in quella nicchia. Niente. Solo un tamarro, egualmente ricciuto, che giocava a palla come una foca. "Capello originale di Maradona", c'era scritto sulla foto, e un filo lungo e sottile, scurissimo come gli occhi del ragazzino, ne orlava il bordo. – Ma basta! finiamola con gli dei pagani! –, sono sbottato, – Anche la foca, adesso? Tale era la rabbia che ho sentito gli umori salirmi in gola. «Una botta, terribile come mai, e la facciamo finita, una volta per tutte», ho pensato. E sarei esploso, avrei scatenato un putiferio se lui non si fosse girato, lentamente, arricciando il naso per il fetore, e proferito: – Traditore! lui sì che ci tiene a noi, anche da lontano. Tu, invece, tu che stai vicino, che dovresti conoscere i guai, le sofferenze che proviamo, tu ci hai venduti per la carriera! – Iooo? –, ho risposto appena. – E levati, che puzzi! – Ma... a che ti riferisci? – chiesto, e ho furtivamente ingoiato una mentina. – Come! –, ha incalzato, con un risolino, – fai anche finta, adesso? o hai persa la memoria? – Qualche giramento di testa, gulp, la vecchiaia… –. Maledette mentine! Quando ti vanno di traverso ti rovinano il condotto. – Te la faccio venire io la tua bella memoria. Ti dice niente il calendario padano? – No, non mi sovviene, ti andrebbe una liquirizia? – Puhh! –, è stata la sua ultima affermazione. Dopo di che ha girato i tacchi e mi ha piantato. Là, in quel cesso buio - al solito quel caino di mio fratello se l'era svignata - scuro, dicevo, e anche puzzolente; come i loro piedi, e le ascelle, e il sedere, che non lavano mai, esposto al pubblico dileggio, preso a schiaffi, caccole e rifiuti tossici in faccia. – E salutaci quella zoccola! –, mi hanno oltraggiato mentre scappavo e allora, non so perché, ho pensato a mia madre. È notte. Disteso sul sofà e con la boule premuta sulla testa, sono al buio e penso. Penso al mio destino, a questa vita di cacca che mio nonno il Fato ha voluto consumassi insieme a 'sti bruti. Certo, adesso che sono calmo, a condotto freddo, devo convenire che qualche ragione ce l'hanno. Ma che posso farci, non è colpa mia se papà mi diceva sempre «devi fare la carriera!». E io, da quel fesso che sono, gli credevo pure. Metteteci quei fetenti di amici, certi maligni che soffiano sul fuoco, e il guaio è fatto. – Sei un fallito –, mi stuzzicavano, – nessuno ti calcola. È più bravo l'altro –. «Non è vero, la vostra è tutta invidia», a momenti svenivo, «l'hanno anche tolto dal calendario, quell’impostore». Il calendario! Ecco la causa dei miei guai. Viene a trovarmi un tipo un po' alticcio, gran simpaticone però, non c'è che dire. – Ti andrebbe un posto nel nostro calendario? –, chiede col suo vocione. – Chi, quello di Playboy? –, gli faccio, come a dire: a chi vuoi sfottere? . – No, quello Padano! –, risponde lui, serio e impettito. Com'è come non è, colpa anche del vino che scorre a fiumi, facciamo amicizia. – Qualche brontolio, un po' di scena per mettergli paura –, pretende in cambio, – e ti inseriamo fra i nostri –. Malgrado l'alcol provo a resistere. – Voglio le garanzie, qua nessuno è fesso –. E lui, quasi aspettasse il momento, mostra i filmati. Strade, ponti, città intere, tappezzate con scritte inneggianti a me e quel bestione di mio fratello. Roba da non dormirci, l'occasione della vita. – Acchio! –, mi esce spontaneo, – qui il fatto è serio –, e, tra un rutto e l'altro, andiamo dal notaio. Da allora, a intervalli regolari, tiro qualche calcio, a volte mi storco pigramente, oppure mi scolo un litro di quello suo. Così, tanto per fare scena, come da contratto. E devo dire che le soddisfazioni non mancano. A ogni colpo, anche solo strumentale, l'uomo del vino m'invia telegrammi di incitamento, tipo: "Ad maiora!" oppure "Alla prossima!", un bel tonico per il mio egotismo. Dovrei essere felice, fare salti di gioia, gridare «ce l'ho fatta, sono conosciuto all'estero, altro che quel provinciale!» e invece... …invece da stamattina, da quando ho avuto l'alterco col monello, penso e rivedo i suoi occhi lucenti. Sono due dardi che acuiscono l'ulcera. – Assassino –, stanno lì a ripetere, – ci hai abbandonati! Assassino? Nonò, scusate, aspettate un momento. Orfano, semmai, al più senza affetti, al limite nostalgico del tempo antico. Quando eravamo tutti uniti, io, mamma, papà e zio Nettuno. Ricordo che l'acqua e il fuoco erano una cosa sola e giocavo a palle di fango con mio cugino il Po. Poi venne la crisi, zio Nettuno fu licenziato ed emigrò al Nord in cerca di lavoro. E io restai quaggiù, solo, intristito, senza compagno di giochi. Questa, fu solo questa la causa dei dissapori con i miei figliastri. Sì, è una serata speciale, è l'occasione giusta per i mea culpa: ho sfogato su di loro le mie nevrosi, la mia ansia, la rabbia impotente che mi porto dentro da quando non gioco più con il cugino. E non è giusto, adesso capisco: la mia è stata cattiveria, cinismo allo stato puro. Sapete allora che faccio? prendo una vacanza e vado a trovare Popi. – Fammi un piacere –, magari gli dico, – datti anche tu una scrollatina. Una cosuccia da niente, poche migliaia di alluvionati. E se mi chiede il motivo, se mi domanda: «scusa, per quale ragione, proprio ora che sei ricco e famoso?», so già cosa rispondergli: – Per lenire i bruciori. Carlo Capone Fonte: http://carlocapone.altervista.org/, 1 settembre 2014.

  • Capracotta, la Festa della Pezzata (II)

    Ma poi, lentamente, le cose sono cambiate. La pastorizia nomade è andata spegnendosi; i tratturi, le larghissime vie di erba (m. 110 di larghezza costante), che, con andamento quasi rettilineo, scavalcando fiumi e colline, inerpicandosi e scendendo lungo i fianchi scoscesi di monti altissimi, congiungevano gli opimi pascoli della Daunia agli aspri monti del Molise e dell'Abruzzo, sono diventati deserti; la pastorizia è stata anche essa inesorabilmente decimata dallo spopolamento dell'Appennino e si è perfino motorizzata; e di conseguenza la Festa di Prato Gentile ha cambiato forma e significato. Da festa e sagra pagana e poi cristiana è diventata oggi un convegno turistico annuale fissato alla seconda domenica di agosto con la consumazione ormai tradizionale della "pezzata". Con questo termine viene indicato l'arrosto all'aperto, su immensi mucchi di brace, di carne ovina, servita da gentili fanciulle in costume, entro improvvisati chioschi di vendita, in ciotole di terra cotta appena appena verniciata, recanti il nome "Capracotta" inciso nel fondo, e accompagnate da una rustica forchetta in legno con lo stesso nome impresso a fuoco sul manico. La carne non è di agnellini lattanti; proviene da pecore, forse cariche di anni, eppure è buona! Dipende probabilmente dal fatto che si mangia all'aria aperta e balsamica dei 1.550 metri di altitudine, oppure dall'appetito che là inevitabilmente si irrobustisce od anche dal boschetto di essenze resinose che circonda il bordo nord del prato, o forse da tutte queste cause messe insieme. Una cosa è certa; che quella carne, così arrostita, è senz'altro un piatto prelibato. In questi ultimi anni Capracotta ha cercato di sfruttare il Prato Gentile e il fianco di Monte Campo che la sovrasta di almeno 300 metri, come località sciistica invernale, ma con scarsa fortuna, cause le difficoltà di accesso. È stata progettata una funivia di allacciamento alla ferrovia Sangritana; ne è stata progettata un'altra per la Stazione F.S. di S. Pietro Avellana, ma la loro lunghezza eccessiva e i dislivelli da superare pare abbiano scoraggiato un po' tutti. Vi sarebbe però a mio parere una soluzione che potrebbe anche essere quella dell'uovo di Colombo. Le vie del cielo sono le vie dell'avvenire. Ed allora, se non è possibile raggiungere Capracotta e i campi di neve da Prato Gentile per via terra, perché non si tenta di raggiungerli in elicottero? È una idea e potrebbe anche essere quella buona! Capracotta però, d'estate, è abbastanza frequentata da turisti anche stranieri e il lancio della Festa della Pezzata ha avuto un certo successo. Se ne è impadronito l'Ente Provinciale del Turismo, che nel 1962 l'ha abbastanza propagandato, convogliando da tutta la Provincia larghe masse di turisti e le immancabili autorità per il crisma rituale. Attratto dai manifesti policromi e dai volantini distribuiti a josa, vi andai anch'io. Raggiungemmo Capracotta. E già prima di arrivare al Paese sembrava di essere saliti nel regno delle nuvole. Dai due lati le vallate del Trigno e del suo affluente Verrino e quella del Sangro sembravano solchi immensi e profondi. Le cime dei monti all'intorno si trovavano al di sotto di noi. Usciti dal Paese, incominciò una scalata da sesto grado sui tornanti di una carrozzabile bitumata di fresco. Il motore dell'auto friggeva sotto lo sforzo. La carrozzeria gemeva e sembrava volesse spaccarsi da un momento all'altro. E la strada continuava inesorabilmente a salire. Ecco quota 1.450, poi quota 1.500, infine quota 1.550. Una scalata di 150 metri in poco più di due chilometri. Una cosa meravigliosa! Le cime dei monti erano ora tutte al di sotto di noi. Soltanto l'arcigno e roccioso Monte Campo sembrava inaccessibile lì davanti. E nelle vallate profonde qualche diafana nuvoletta si dondolava anche essa, spinta da qualche alito di vento, al di sotto della nostra quota. Prato Gentile era tutto un immenso parcheggio di macchine. Al centro fumigavano i cumuli di brage ove arrostivano le carni ovine. Le ragazze in costume erano pronte a distribuirle tra un sorriso e un complimento. Cataste di ciotole e mazzi di forchette, con la scritta augurale "Capracotta", erano accanto a loro. E la gente sfilava, in lunga fila, dinanzi ai chioschi improvvisati, a prendere la propria porzione. Al centro del prato vi era una pedana. A mezzogiorno vi salirono le autorità locali e provinciali. Gli stereotipati discorsi cominciarono a rintronare dagli altoparlanti e l'oratore di turno ricamò il volo pindarico sulle «immancabili fortune di Capracotta», che un immancabile battimani coronò, benedicendolo. Ma tra il rumore assordante degli applausi una amara considerazione mi folgorò la mente. L'immancabile fortuna auspicata a Capracotta non è certo una manna che cade dal cielo. Ed allora da quale parte può essa venire? È comodo e facile pronunziare un discorso e inneggiare alle immancabili fortune. Non costa nulla. È come fare un brindisi in un banchetto nuziale! Però gli sposi, per le immancabili fortune, sono assistiti da genitori e parenti, pronti a dare una mano. Ma a Capracotta chi gliela dà? La notorietà di località turistica in campo nazionale ed internazionale è come una mensa lautamente imbandita e protetta da una invalicabile transenna. Al di qua vi è una folla vociante e ondeggiante che vuole assidersi alla mensa luccicante. A spintoni, a gomitate, forse anche a calci, tutti cercano di farsi avanti, di conquistare la prima fila, di aggrapparsi a qualcuno che li aiuti a scavalcare la transenna. Molti vi riescono. Ma Capracotta, purtroppo, si trova nelle ultime file, e gli oratori, le autorità, gli eletti del popolo, anziché limitarsi ad augurare le immancabili fortune, perché non la prendono per mano, traendola dalla folla vociante e ondeggiante ed assidendola alla mensa luccicante? Capracotta ha buone cose da dare ai turisti nostrani e stranieri. Campi di neve di inverno; frescura, montagne, prati e feste particolari di estate. Vale la pena prenderla per mano. Ma vi è qualcuno pronto a raccogliere questo invito? L'eco del lungo applauso all'oratore si stava spegnendo e questi miei pensieri svanirono su di esso, facendomi tornare alla realtà. Salirono in pedana alcuni cori in costume venuti da lontani paesi della provincia. Cantarono e danzarono. Ma sulla via del ritorno mi sorpresi a dire a me stesso a bassa voce: – È bella la Festa della Pezzata. Ma chi dà una mano a Capracotta? Tarquinio Del Matto Fonte: T. Del Matto, Capracotta, la Festa della Pezzata, in M. Gastaldi, L'Italia centrale, meridionale e insulare viste da centinaia di poeti e scrittori italiani contemporanei, Gastaldi, Milano 1967.

  • Capracotta, la Festa della Pezzata (I)

    Sull'acrocoro di Monte Campo, nell'Appennino Altomolisano, a 1.421 metri sul livello del mare, sorge Capracotta, uno degli otto o dieci Comuni italiani posti a livello delle nuvole. Ad altitudini superiori, sulle Alpi, vi sono parecchi altri nuclei abitati ma nessuno di essi raggiunge i 1.000-1.500 abitanti. Qualcuno, anzi, come Moncenisio, a metri 1.461 sul l.m. tocca appena i 60 abitanti. Non possiamo quindi considerarli veri e propri comuni. Gli unici agglomerati urbani, sulle Alpi, suf­ficientemente popolati per poterli definire Comuni stratosferici sono: Cogne, in provincia di Aosta, ab. 1.898, alt. 1.534, e Livinnalongo Col di Lana, in provincia di Belluno, ab. 1.879, alt. 1.475. Se poi fermiamo la nostra attenzione sui Capoluoghi di Mandamento troviamo che quello più alto d'Italia è proprio Capracotta, che con i suoi 3.201 abitanti (cens. 1961), è senz'altro il più grosso Comune stratosferico d'Italia. Nel 1872 il Paese contava 3.238 abitanti. Possiamo quindi concludere che il triste fenomeno dello spopolamento dell'Appennino non ha troppo danneggiata Capracotta che ha presso a poco conservato lo stesso numero di anime, non ostante le proibitissime condizioni di vita che ne rendono addirittura polari i lunghi mesi d'inverno. Fatta questa breve presentazione del paese, ed attribuitagli la palma del più popoloso Comune stratosferico d'Italia, passiamo a darne una idea più esatta dal punto di vista sto­rico-geografico e climatico-turistico. Notizie storiche sicure non ve ne sono. Silla il grande ave­va punito il Sannio in maniera così radicale che sarebbe stato impossibile ritrovare il Sannio nel Sannio. Quindi non si possono in proposito fare altro che congetture sulle ori­gini del Comune. Comunque forse non si sbaglia di molto attribuendo l'origine del Paese ai Sanniti Caraceni che popola­vano, duemila anni or sono, le aspre montagne dell'Alto Molise, e vi avevano fondato fiorenti centri quali Aquilonia, Bovianum Vetus, Volanum, Terventum, etc. La posizione geografica del Paese, a 1.421 metri s.l.m., se nel passato forse era una delle migliori perché i centri abitati arroccati sulle cime delle montagne potevano essere meglio difesi e sperare in una tranquillità non sempre possibile sulle colline o in pianura troppo esposte agli eserciti nemici o alle bande di predoni, banditi e pirati, nell'epoca attuale, invece, scomparse queste calamità, è diventata un serio ostacolo alla stessa esistenza. Per secoli i paesi montani, e fra essi Capracotta, sono vissuti in una sorta di isolamento e di autosufficienza, più o meno difficile, più o meno penosa specialmente durante i lunghi, rigidi inverni. Oggi tutto ciò è impossibile a causa delle mutate condizioni della vita collettiva. E di conseguenza le difficoltà di approvvigionamento sui monti, lontano dalle grandi vie di comunicazione e dalla ferrovia, sono diventate insormontabili. Capracotta, da secoli, aveva brillantemente risolto il problema, creandosi una fiorente industria zootecnica bovina, equina ed ovina e servendosi dei tratturi per andare a svernare nelle pianure della Daunia (prov. di Foggia) e ritornare di estate sui monti natii ai pascoli verdi ed ossigenati. I pastori, dopo la lunga parentesi invernale, tornavano così a rivedere i figli, le mogli, i vecchi genitori, rimasti nell'interminabile inverno polare di Capracotta, sotto un gelido manto di 4, 5 ed anche 6 metri di neve, tagliati completamente fuori dal resto del mondo, tappati sempre in casa e costretti ad uscire non più dalle porte, ma addirittura dalle finestre. Ritornavano con gli armenti e i greggi, con gli agnelli novelli e col gruzzolo in danaro sonante ricavato dal latte, dalla lana, dal formaggio, dopo settimane e settimane di lento cammino dal piano al monte. Oggi anche questa secolare vita arcaica è scomparsa, travolta dal progresso, dalla motorizzazione perché i pastori superstiti oggi trasportano su autocarri il loro bestiame decimato, e gli altri sono andati via attratti dal richiamo sirenico delle luccicanti metropoli nelle lontane pianure. E Capracotta cerca ora di farsi faticosamente una nuova vita, un nuovo volto, sfruttando d'inverno quella coltre di 4, 5 ed anche 6 metri di soffice neve altre volte considerata una vera maledizione ed oggi, invece, una irresistibile attrazione turistico-sportiva. Lo sforzo è immenso, ma il successo è ancora lontano perché il Paese, a quella incredibile altitudine, è fuori dalle grandi arterie stradali, e dalle ferrovie, e per accedervi d'inverno, con le strade bloccate dalla neve, non ostante il colossale spartineve donato dagli U.S.A., il problema da risolvere è grosso, è immenso. Ma chi riesce a risolverlo si vede premiato dai magnifici campi di sci di Monte Campo (m. 1.720 s.l.m.) e dal confortevole rifugio di Prato Gentile a 1.550 metri di altitudine e circa due chilometri dall'abitato. Prato Gentile. Di estate vi si celebra la "Festa della Pezzata", la cui origine che potrebbe anche essere pagana perché strettamente legata alla pastorizia ed alla zootecnia nomade si perde nella notte dei tempi. Per secoli e forse per millenni si davano convegno sullo sconfinato prato i pastori di ritorno dal piano al monte, dopo giorni e giorni di faticoso viaggio sui tratturi alla testa degli armenti e dei greggi come generali e quella dei loro eserciti. Erano diecine e diecine di migliaia i capi ovini che andavano a popolare il vastissimo prato, brucandone l'erbetta fresca e odorosa di rugiada. I pastori andavano e venivano indaffarati. Urgeva tosare le pecore, preparare il formaggio, curare gli agnelli, badare ai muli ed ai cavalli della someggiata, ed ai cani, sì, anche ai cani da pastore col bianco pelo impillaccherato ed il collare di ferro irto di punte acuminate per non essere sgozzati nelle lotte contro i lupi famelici che seguivano da lontano le greggie snodantesi lungo gli interminabili tratturi. Urgeva fare in fretta questo lavoro perché il tempo a disposizione era poco. L'inverno era di nuovo imminente perché l'estate lassù è troppo breve. E gli agnellini più belli venivano sacrificati in ringraziamento agli Dei che avevano concesso loro, stanchi pastori, di tornare ancora una volta ai patri lari con il bestiame accresciuto di numero e con il frutto da esso prodotto perché le famiglie potessero nuovamente e tranquillamente affrontare la breve parentesi estiva; avrebbero, come sempre ogni anno, ripreso la via del piano per svernarvi tranquilli insieme ai loro armenti e greggi. Ed il loro pensiero era sempre rivolto alla prossima estate, al ritorno sul prato, al ricongiungimento con le famiglie che per circa un anno li avrebbero speranzosamente aspettati. E così per secoli, per millenni, in una immutabile eternità, di padre in figlio, la faticosa spola tra il monte ed il piano si è ripetuta all'infinito. Tarquinio Del Matto Fonte: T. Del Matto, Capracotta, la Festa della Pezzata, in M. Gastaldi, L'Italia centrale, meridionale e insulare viste da centinaia di poeti e scrittori italiani contemporanei, Gastaldi, Milano 1967.

  • Sci d'erba a Capracotta

    Con i suoi 1.421 metri sul livello del mare, Capracotta è il più alto Comune dell'Appennino. Conta poco più di 2.500 anime e, nei mesi invernali, la neve è talmente alta, che c'è chi preferisce uscire di casa dalla finestra anziché dal portone. Ma a Capracotta mancano le grandi infrastrutture di una stazione invernale, ma l'ospitalità della gente è sufficiente a soddisfare le necessità del turista più esigente. Lo Sci Club Capracotta è, infatti, uno dei più antichi d'Italia: fu costituito il 19 febbraio del 1914 e, dal 1949, è affiliato alla Fisi. Vittorio Giuliano, presidente dello Sci Club, ne ricorda con entusiasmo la storia parlando «del distintivo d'oro concesso dalla Fisi nell'84 e della Stella d'oro del Coni, al merito sportivo, assegnata l'anno successivo». Capracotta ha deciso di puntare in alto: «Con un investimento di soli 7 miliardi è possibile realizzare a Monte Capraro una invidiabile stazione sciistica, sia invernale che estiva». L'idea è del dr. Ezio D'Onofrio, ex vice presidente della Comunità Montana "Alto Molise", il quale quando era nel pieno delle sue funzioni fece predisporre un interessante progetto «che rischia, però, di rimanere al palo», sottolinea amareggiato D'Onofrio, convinto che «gli attuali amministratori della Comunità Montana hanno immotivatamente messo da parte l'idea di valorizzare Monte Capraro». Se l'iniziativa pubblica lascia a desiderare, i privati però non stanno a guardare. È stato infatti istituito un campo scuola di sci alpino (discesa) e da quest'anno è entrato in funzione anche un piccolo impianto di risalita (appena 200 metri), realizzato e gestito dalla competitiva "Monte Civetta". Ezio D'Onofrio, ovviamente, è uno dei promotori dell'iniziativa convinto che «con l'apporto dei cittadini sarà possibile disporre di un capitale tale da avviare il discorso della valorizzazione di Monte Capraro». Stazione di sport invernali, dove lo sci di fondo è veramente di casa, ma anche stazione climatica estiva dove lo sci d'erba si pratica da anni. Fernando Fabrizio Fonte: F. Fabrizio, Sci d'erba. Capracotta, stazione invernale in funzione solo... d'estate, in «Il Mattino», Napoli, 7 aprile 1987.

  • Paese mio

    Il freddo dell'inverno si fa sentire. Fuori sta nevicando, fiocchi di neve che si legano ai miei ricordi di un'infanzia remota. Da queste sbarre ghiacciate si nota un panorama suggestivo pennellato dallo scorcio delle campagne, con l'orizzonte che completa questo quadro con l'immenso mare Adriatico. Mi rendo conto della fortuna della vista che ho dalla mia cella, che occupo ormai da un anno e mezzo. Non passa giorno che non pensi che oltre questo muro c'è il mondo di fuori, che non si ferma mai. Per noi invece il tempo si è fermato, qui solo i nostri ricordi mantengono viva la nostra esistenza. È arrivato il Natale, di questo magico periodo sento il calore del fuoco del camino della casa di montagna dell'Alto Molise, Capracotta, il paese dei pastori e dei sarti. Quanta nostalgia provo per le miei tradizioni e per il mio paese… «non c'è paese più bello del creato, del paese di dove sei nato». Avevamo l'inverno che ci salutava con bufere di neve, fino ad accatastare metri e metri dentro il paese… fino a sei metri. E i vecchi giravano con indosso il famoso cappotto di lana nero, con il collo di pelliccia, che veniva abbottonato con una catenella dorata. Questo era il cappotto delle bufere di neve. Il paese spesso era isolato per moltissimi giorni, nei lontani anni '60 anche per un mese, finché gli emigrati in America, da New York fecero una colletta e mandarono via nave un gigantesco spazzaneve… attraversò l'oceano arrivando al porto di Napoli, e così Capracotta poté essere liberata dall'abbondante neve. Finalmente non c'era bisogno dell'elicottero per portare i viveri. I caminetti erano sempre accesi in ogni casa, il fuoco trasformava i ciocchi di legna che ardevano in brace ardente e si usava mettere la brace nei bracieri per riscaldare le stanze. Mentre fuori finiva la tempesta di neve, la quiete arrivava, il panorama diventava magico. Da quell'altezza sembrava di poter toccare le stelle. Essendo il comune più in alto del Sud, 1.500 metri sul livello del mare, si poteva avere l'impressione di stare sopra le nuvole. Dal belvedere della Chiesa Madre si vedono le luci e le forme dei 13 paesi sotto di noi, si confondono con le costellazioni. La Maiella e le sue montagne ci salutano. Tutto totalmente imbiancato proprio per Natale, dà l'impressione di vedere la forma di un pandoro, era il nostro pandoro di Natale. Nelle vie i paesani iniziavano l'infrenabile lavoro con le pale, per spalare la neve e scolpire le scale del paese. Per ritrovare la porta di casa si formavano delle gallerie di neve, tutto era così immensamente bello, era il nostro paese di pastori, il nostro presepe vivente. Ricordo Rivisondoli, un suggestivo spettacolo del presepio vivente della vigilia del Santo Natale. Elisabetta Sozio Fonte: E. Sozio, Paese mio, in «Voci di Dentro», VIII:20, Chieti, dicembre 2013.

  • «Con una pietra fù ferito alla Terra di Capracotta»

    ...e perché io aspettavo l'occasione, occorse, che nel principio del mese di Settembre di dett'anno, con una pietra fù ferito alla Terra di Capracotta da un'altro Paggio, e ne morse, dolendomi Io di non haver saputo intender l'avvertimenti di detto Padre... Vi racconto una storia speciale, una storia che ha tanti protagonisti, alcuni dal nome altisonante perché uomini di fede e di potere, altri di persone comuni che hanno subìto disgrazie e accidenti. È una storia di sangue e di miracoli in cui, su tutti, fanno la loro comparsa in qualità di protagonisti san Camillo de Lellis e don Marino IV Caracciolo, principe di San Buono e conte di Capracotta. Il paesino di Bucchianico (CH) aveva infatti dato i natali ad entrambi: il 25 maggio 1550 vi nacque Camillo, di lì a poco il conte Marino IV. Ora vi faccio vedere in che modo Capracotta legò il destino di questi due personaggi con quello di un giovanissimo disgraziato di nome Lelio. Camillo de Lellis fu proclamato santo nel 1746 da papa Benedetto XIV, oltre mezzo secolo dopo che il cardinale Leandro Colloredo (1639-1709), capo della Sacra Congregazione dei Riti e quindi responsabile dell'istruttoria di canonizzazione, aveva approntato una dettagliata positio super dubio, ovvero una lista di testimonianze da cui emergesse l'incontrovertibilità della santità del religioso abruzzese. Fra queste prove v'erano due interviste fatte a una coppia di Bucchianico - Giovan Maria de Lellis, cugino del sacerdote, e sua moglie Santa Bucciarola - che confermavano l'effettiva realizzazione di una torva previsione di Camillo, il quale aveva loro intimato di richiamare a casa Lelio, il loro figliolo, mentre questi prestava servizio presso la casa del nobile Caracciolo. La signora Bucciarola, di anni 56, matrigna di Lelio, affermò infatti che nel 1612 il ragazzo lavorava a Napoli per il principe di San Buono in qualità di paggio. Il paggio era il servitore personale dell'uomo d'arme, una figura che dopo il servizio poteva aspirare a diventare scudiero ed anche cavaliere. Sempre in quell'anno, Camillo de Lellis, vecchio e malato, aveva ormai lasciato la direzione dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (da egli fondato nel 1583) e si trovava nel suo paese natio. Santa se ne stava in casa quando vide passare a cavallo il santo Camillo che, a sua volta, la chiamò. La signora Bucciarola scese trafelata in strada - che brulicava di gente, a giudicare dai vicini che in seguito confermarono la testimonianza - per baciare i piedi di Camillo ma questo le ordinò con voce stentorea: «Santa dite al vostro marito, che levi il figliuolo dalli servitij del Signor Prencipe, e che lo facci ritornare, perche corre gran pericolo». Fatti pochi passi a cavallo, si voltò e di nuovo intimò alla donna: «Santa, averti di non scordarti di dire à vostro marito quello, che v'hò detto». Camillo pronunciò quattro volte il nome di Santa, forse presagendo la sventura che le sarebbe toccata in sorte, ovvero quella di seppellire il figliastro. La donna rientrò a casa in preda a una forte agitazione, tanto che, non appena rientrò pure il marito Giovan Maria, di anni 61, subito gli confidò quanto ordinato da Camillo, pregando per ben dieci volte il consorte di adoperarsi affinché richiamasse Lelio a Bucchianico. Giovan Maria, sottovalutando le parole della moglie o forse per non urtare la magnanimità di don Marino, non fece nulla. E agli inizi di settembre di quell'anno il fosco presagio si concretizzò. La disgrazia avvenne proprio a Capracotta, dove il principe Caracciolo si era recato, assieme a tutto il suo stuolo, per ammirare le proprietà di fresco (ri)acquistate dalla famiglia d'Evoli di Castropignano. Lelio de Lellis - chissà perché - litigò col buffone di corte e questo, per tutta risposta, gli scaraventò addosso un sasso acuminato, colpendolo alla testa e procurandogli un'agonia che terminerà nel peggiore dei modi il 29 settembre. La nefasta predizione che Camillo de Lellis aveva fatto a quella "santa donna" di Santa e a suo cugino Giovan Maria gli valse la santità ma il povero nipote Lelio perse la vita per una stupida lite tra servitori, poveracci che subivano ogni tipo di angherie dal padrone di turno. Insomma, quello di san Camillo fu un miracolo pagato a caro prezzo in famiglia. Ciononostante, credo che questo resoconto porti alla luce un elemento importantissimo per la cultura e la storia capracottesi: dato che il fattaccio avvenne «in casa del detto Signor Prencipe à Capracotta», posso affermare che Marino IV Caracciolo, secondo principe di San Buono, quinto marchese di Bucchianico, conte di Capracotta e patrizio napoletano, soggiornò nel palazzo ducale del nostro paese d'alta montagna. Posso inoltre aggiungere che, sebbene questo soggiorno possa apparire storicamente trascurabile, rappresenta invece un importante dato storiografico, perché confuta la tesi di Luigi Campanelli secondo cui la duchessa Mariangela de Riso «fu la sola feudataria che ci onorò della sua presenza». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane, vol. I, Massi, Firenze 1630; R. Aurini, Dizionario bibliografico della gente d'Abruzzo, Andromeda, Colledara 2002; G. Brancaccio, Il Molise medievale e moderno. Storia di uno spazio regionale, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; D. Casera, San Camillo de Lellis rivisitato secondo la "Positio" dei processi canonici, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003; L. Colloredo, Sac. Rituum Congregatione Romana, seu Theatina Beatificationis, & Canonizationis Ven. Servi Dei Camilli de Lellis Fundatoris Clericorum Regularium Ministrantium Infirmis: positio super dubio, Typ. Reverendæ Cameræ Apostolicæ, Romæ 1690; F. De Pietri, Cronologia della famiglia Caracciolo, Simoniana, Napoli 1803; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Ma che brutte quelle pubblicità alla radio

    Cosa racconta la pubblicità radiofonica di noi? Facile. Siamo ossessionati dalle tariffe dei telefonini cellulari, visto che le varie offerte e promozioni ci inseguono a tutte le ore e in ogni dove; siamo sempre in automobile con l'ossessione di fare il pieno di carburante ad ogni stazione di servizio per partecipare alle irresistibili raccolte punti per sacche, sacchette, sacconi, telecamerine, tutone e quant'altro, ma corriamo anche in officina per i trenta controlli estivi da fare assolutamente prima di partire (per dove?) o nella concessionaria per non lasciarci sfuggire la city car bicolore che aspetta solo noi. Insomma, siamo così: irrecuperabilmente consumisti. Ma anche inevitabilmente rimbecilliti se dalle nostre radio escono messaggi pubblicitari che sembrano avere tutti lo stesso obiettivo commerciale: colpire nel mucchio ad alzo zero poiché il livello è (presumibilmente e presuntuosamente) basso. Sarà per questo che la pubblicità radiofonica è, generalmente, molto brutta, sciatta, priva di originale creatività: la radio è il non luogo privilegiato della parola, dell'evocazione, dei silenzi, dei suoni, fatto di evocazioni, di figure da costruire dentro di sé, di emozioni. E invece arrivano giù sparati sempre gli stessi spot che quando si credono spiritosi diventano uno sfracello. Esempi? A carrettate. Ci sono le assicurazioni monarchiche che non hanno promotori ma ciambellani: gli stessi, si immagina, che in casa usano rotoli di carta asciugatutto tempestati di cuori per insegnare a parlare d'amore (in braille?), magari dopo aver tirato a lucido il tinello marrone con l'ormai insopportabile sapone che arriva da quel porto maledetto francese che un tempo ci sapeva di Gitane e Jean Gabin mentre oggi puzza d'un pulito globalizzato. Sarà passato di lì anche il buon Miguel de Cervantes (autore dell'epico Don Quichotte) che nel valicare le Alpi ha lasciato ai posteri un epitaffio in favore dell'acqua minerale che un tempo faceva fare tanta tin-tin. E sempre nell'acqua - minerale, s'intende, ché ormai si beve solo quella, che diamine! - c'è la tristissima storia di una particella di sodio costretta a giocare da sola a battaglia navale. Ma subito veniamo messi di buonumore dai morsi strappati a wurstel che assicurano l'allegria anche nei funerali. Nel caso potremmo digerire con un'opportuna Ram aziendale: sempre meglio che inseguire un mistico Maestro che ci informa su olio per motori che, giura, è l'evoluzione della perfezione. È campionario generalizzato che non tiene conto dell'orrendo scempio della targetizzazione inseguito dai pubblicitari che giurano di irretire gli imprenditori con la proposta di «software gestionali ad altissima sensibilità» recitati da roche voci femminili o interi equipaggi di sommergibili con un detersivo che lavora per due («ma come fanno i marinai?» si chiedevano Dalla & De Gregori…). Meglio, molto meglio, la ruspante antologia delle radioline commerciali di paese (Radio Capracotta International in the World) che ci invitano nella pizzeria Stella Alpina con specialità marinare egiziane e vini piemontesi dove «lo chef Giuseppe soddisferà prontamente ogni vostra esigenza». Non osiamo chiedere tanto. Un applauso al creative copy della pizzeria! Alberto Gedda Fonte: A. Gedda, Ma che brutte quelle pubblicità alla radio, in «L'Unità», Roma, 22 giugno 2001.

  • L'industria boschiva

    Il mestiere del carbonaio (l'arte du chèrvunére), oggi scomparso, consisteva nel trasformare in carbone la legna ottenuta dagli alberi dei boschi. Fra i tanti carbonai che nel corso dei secoli operarono in paese consideriamo tre famiglie, di stampo patriarcale, ancora presenti nella memoria collettiva, che nel primo Novecento emigrarono da Capracotta a Serracapriola per intraprendere il mestiere di produrre e commerciare il carbone e la legna. In ordine di tempo si stabilirono in paese, incrementando con la prole i nuclei familiari e l'attività lavorativa: i Giuliano, i Carnevale e i Santilli. 1) Filomeno Giuliano (n. il 24-7-1859), cgt. Colomba Paglione (figli: Mira, Serafino, Alfonso, Sebastiano, Angeloantonio), era un uomo buono, alto oltre un metro e 90. Rispecchiava i semplici della Verità Evangelica quando accompagnava la vendita del suo prodotto con la parlata capracottese, mèrechè pèriénte, per far capire all'acquirente povero che poteva pagare la merce con comodo. L'attività finì con il figlio Angeloantonio (1899-1990) che, passato poi a lavorare presso i Santilli con il suo carretto come trasportatore di carboni, negli anni '50, assegnatario di un podere dell'Ente Riforma, diventò coltivatore diretto. 2) Costantino Carnevale, cgt. Michela Carnevale (figli: Ernesta, Marietta, Fortunata e Gaetano), già dal 1910 commerciava legna e carboni a Serracapriola. Gaetano (2-7-1894/9-2-1976), coniugato con Assunta Comegna (1896-1973), sviluppò l'industria boschiva paterna, cooperando successivamente con i figli, Costantino junior (1920-1975) cgt. Colomba Potena (1929), Michela (1922), Sebastiano (1924-1993), Giuseppe (1927-1997) cgt. Adelia Rendine (1934), Antonia (1929), Pasquale (1931) cgt. Teresa Mosca (1945), Ersilia (1937). Nella famiglia di Gaetano Carnevale vigevano i motti "Uno per tutti, tutti per uno", "Donne e buoi dei paesi tuoi". Si viveva sotto lo stesso tetto e ci si sposava facendo la scelta nel paese natio: a Capracotta. L'unico componente della famiglia patriarcale a fare eccezione alla regola fu Giuseppe che sposò la serrana Adelia. Ma questa libertà non turbò minimamente l'armonia e l'unità della famiglia. 3) I tre fratelli Santilli arrivarono a Serracapriola nel 1924 con un basto (mmàste) e una frusta (screjète). Erano boscaioli-taglialegna ed esperti carbonai. Producevano il carbone, realizzando la carbonaia (chètòzze), e lo commerciavano: Geremia cgt. Giuseppina Sozio (figli: Sebastiano e cinque femmine); Carmine (22-03-1893/22-12-1980) cgt. Giuseppina Sammarone (figli: Esterina (1920), quattro maschi morti in tenera età, Laura (1928), Nunzia (1930); Giampietro cgt. Margherita Fiadino, trasferitosi dopo pochi anni a Bonefro (CB). La ditta si radicò bene in paese. I Santilli lavoravano con due carretti (trèine), un mezzo più leggero, dotato di balestre (scèrèballe), cinque cavalli e un mulo. Ma la mala sorte, procurata dalla mano dell'uomo, li investì. Negli anni '30 gli animali da tiro morirono per avvelenamento e i carbonai, precipitati sul lastrico, dovettero risalire la china. Nel 1948 Geremia si divise da Carmine. La figlia di quest'ultimo, Nunzia, sposò nel 1953 Sebastiano Paglione (1925-1990), già dipendente della ditta, il quale continuò a lavorare con il suocero. Svolgeva la mansione di capo carbonaio (chèpòcce) Paolo Caputo. Questi, proveniente da Sant'Irico Raparo (PT), venne a Serracapriola nel 1956. Inizialmente commerciava la legna, ottenuta dal disboscamento delle fantine di Benedetto Maresca, poi passò alle dipendenze di Carmine Santilli, come esperto nella preparazione della carbonaia. Ma nel 1962 una fiammata gli procurò una grave e permanente lesione agli occhi e per invalidità fu costretto ad abbandonare questo lavoro. Sebastiano Paglione, ultimo titolare della ditta, continuò l'attività fino al 1990, anno della sua prematura morte. Nel dopoguerra (fine anni '40) un altro carbonaio, Gabriele di Rienzo, si trasferì a Serra per lavorare. L'industria boschiva dei Carnevale La ditta Carnevale iniziava il lavoro acquistando il prodotto per uso combustibile, dopo che un componente della famiglia aveva visitato e stimato il valore del bosco ceduo (sottoposto per il rinnovo a tagli periodici) in questione. Stabilito l'accordo con il proprietario del bosco, bene demaniale controllato dal Corpo Forestale dello Stato, iniziava il lavoro di trasformazione della legna ad uso combustibile. Dal bosco ceduo si ricavavano fusti per paleria, legna da ardere e legna da trasformare in carbone. Le essenze "forti" (querce, cerri, lecci e carpini) erano maggiormente impiegate perché per la produzione del carbone i legni dolci, come castagni, tigli e olmi sono meno pregiati. Per organizzare l'attività la ditta assumeva i taglialegna, i mulattieri e i carbonai. I taglialegna Taglialegna (spacchélène), venivano da Chieuti e da Capracotta. Lavoravano "a squadra" e venivano pagati a cottimo per non far rallentare il ritmo del lavoro. Dopo aver segnato un albero, prima si sfrondava la chioma con la roncola (runge) o con l'accetta (ccettélle) per facilitare la caduta senza danneggiare le piante circostanti. Per abbatterlo c'erano due modi: il taglialegna procedeva alla scalzatura, che consisteva nell'assottigliare la base dell'albero per poi segarla più facilmente; o a intaccarla con la scure a lama lunga (ccétte) da una parte, mentre dal lato opposto altri due boscaioli azionavano una lunga sega (u strungóne). Man mano che procedeva il lavoro, per evitare l'inceppamento della lama, s'inserivano dei cunei (zéppe). Quando si arrivava con il taglio vicino all'intaccatura, già procurata, l'albero cadeva dalla parte opposta ai segantini. Si segavano i rami della lunghezza di circa un metro e si accatastavano a "canne". I rami più sottili venivano utilizzati per fare la carbonella o fascine (fàsce de céppe). Questo lavoro si eseguiva d'inverno quando la linfa scende nel tronco. I boscaioli rispettavano la natura. Sembra un paradosso per chi abbatte degli alberi per vivere. Ma proprio per questo si guardavano bene dal distruggerli irrazionalmente, curando il bosco ceduo con tagli, a turni da 3 a 18 anni, senza toccare gli alberi di alto fusto. I mulattieri Dopo l'abbattimento delle piante operavano i mulattieri, che venivano da Chieuti (Donato Florio, Pietro Leone), da Capracotta e Monte Sant'Angelo. Essi trasportavano la legna appezzata secondo i suggerimenti dati dai carbonai. Erano molto abili nell'accatastarla secondo l'uso. La catasta non doveva superare un metro di altezza. I pezzi di legno da convertire in carbone, lunghi circa cm.75, venivano separati in base alla natura del legno ed alla grossezza. Il lavoro proseguiva nel legare le fascine per i forni del pane e i fascinotti di frasche per le fornaci di mattoni, nell'accatastare legna grossa da carbone, rami sottili per la carbonella e nella raccolta della sterpaglia (rovi, ginepro, spine) per la brace. I carbonai I carbonai, provenienti da Cervinara e da San Martino Valle Caudina (AV), assicuravano alla ditta Carnevale l'approvvigionamento del prodotto mediante la produzione del carbone e della carbonella (chèrvunèlle), molto richiesta durante il periodo invernale per alimentare i bracieri. Questi artigiani dalla faccia nera, riscattata dalla luminosità degli occhi e dai denti bianchissimi, restavano nel bosco da ottobre a maggio e dormivano nei pagliai (pègghjère) da loro stessi realizzati. Si cominciava con lo scegliere il sito per la carbonaia (chètòzze), un terreno piano, ampio e solido, la "piazza" o "area del fornello", protetto dai venti e vicino ad una sorgente d'acqua o ad un pozzo. Si tracciava una linea circolare della grandezza della carbonaia voluta, impostando una canna fumaria al centro del cerchio, intorno al quale venivano accatastati i legni di leccio, già tagliati, e opportunamente accostati. Si erigeva così a chètòzze, una catasta di forma conica. Si copriva tutta la superficie esterna di foglie, di altro materiale del sottobosco e infine di terra, la così detta camicia, per impedire la penetrazione dell'aria. La carbonaia veniva accesa, salendo sulla cima con una scala e introducendo la brace nella canna fumaria. Si chiudeva la buca con una pietra piatta. I carbonai giorno e notte controllavano il procedere della combustione sostituendo la terra che si staccava dalla camicia. Nella prima fase dell'essiccazione dalla carbonaia usciva un fumo bianco, si diceva che sudava. Nella seconda fase, quando la legna era diventata asciutta, e all'interno della catasta il calore aveva raggiunto i 350°, la carbonaia emetteva fumi acri, gialli e marrone. Iniziava la distillazione del legno, che emetteva gas, fra cui il biossido di carbonio. Nella terza fase i vapori, trasparenti azzurrognoli, usciti dalla canna fumaria annunciavano che era iniziata la distillazione (combustione del carbone). Questo era il momento più delicato in cui i carbonai dovevano praticare dei fori intorno al cono per far carbonizzare anche gli strati inferiori della catasta e per darle sfogo contro il rischio di un eventuale scoppio. Questo duro lavoro durava ininterrottamente giorno e notte per due settimane. Terminata la combustione si gettava terra sulla massa di carboni e si attendeva pazientemente la "sfornatura". Completato il raffreddamento il carbone veniva valutato dai carbonai e dal datore di lavoro. Se si presentava leggero, asciutto, sonoro, scuro con bellissimi riflessi blu, era di ottima qualità. Da 100 quintali di legna si ricavavano 12-16 quintali di carbone. Il prodotto (carbone e carbonella), in sacchi di iuta da 25 Kg cadauno, veniva caricato sui carretti e consegnato alla ditta Carnevale che lo vendeva oltre che a Serracapriola anche nei paesi limitrofi. I carbonai intanto provvedevano a preparare una nuova carbonaia. La ditta Carnevale si adeguava all'evoluzione tecnologica che portava man mano a sostituire i mezzi per il lavoro e lo stesso combustibile: le seghe e le accette con le motoseghe e la sega elettrica a nastro per il taglio della legna; i cavalli e i muli, i carretti (per il trasporto del prodotto dal bosco al paese) e i scèrèballe (per la vendita in giro per il paese), con i camion Fiat (il 626 nel 1948, il 642 nel 1955, il nuovo 643 nel 1964 e il 160 nel 1970). Si vendeva, cu scèrèballe in giro per il paese, tanta carbonella per alimentare i bracieri, i carboni e la legna per i camini, le cucine (in muratura ed "economiche") e le stufe. Questi combustibili di origine vegetale vennero man mano sostituiti da altri: il gas in bombole per uso civico (butano e propano G.P.L.), il kerosene e la sansa. Oggi Pasquale Carnevale ed il figlio Antonio continuano l'attività atavica della famiglia soltanto con la vendita della legna e di poche bombole di gas. Il lavoro si è ridotto dal 1998, quando la Italcogim compì l'impianto cittadino del gas metano. Ma la vendita della legna continua, grazie alla diffusione del termocamino e al revival del caminetto tradizionale, che in molte case e ville, non più per necessità, arricchisce l'ambiente insieme con il termosifone, il condizionatore e qualche stufa al pellet o al nocciolino. Giuseppe Gentile Fonte: G. Gentile, L'industria boschiva (i carbonai), in «La Portella», XIII:6, Serracapriola, dicembre 2006.

  • Piccolo poliorama capracottese

    Ben prima delle Pagine Gialle esisteva l'Annuario generale d'Italia, ovvero l'«unica guida generale amministrativa, professionale, commerciale e industriale del Regno e delle colonie, autorizzata e compilata col concorso degli organi dello Stato». Pubblicato fin dal 1886, ho avuto modo di dare uno sguardo all'annuario del 1933 e intendo condividere le tantissime informazioni contenute su Capracotta (comune n. 5177), che restituiscono un quadro dell'intero tessuto sociale della nostra cittadina negli anni di massimo consenso del regime fascista, un tessuto fatto di numeri, persone ed esercizi commerciali. Passiamo dunque alla disamina vera e propria dei dati dell'anno 1933, a partire da quelli corografici, forniti agli uffici dell'Annuario dal corrispondente Ubaldo Di Nardo. Capracotta conta 3.067 abitanti ed è capoluogo di mandamento giudiziario con una superficie di 4.232 ettari. Il paese «è sull'alto di un monte al settentrione di Isernia ed è stazione climatica estiva e di sport invernali con campi sciatori». Tra le industrie figura soltanto «la pastorizia [che] vi è stata sempre fiorentissima: i suoi armenti svernano nel Tavoliere di Puglia, dove i capracottesi hanno vasti possedimenti. Sono rinomate le sue carni pecorine e i suoi latticini». In ambito amministrativo leggiamo che il podestà è il cav. Gregorio Conti (1871-1943), il segretario Felice Liscia. Le tasse vengono esatte direttamente dalla Banca di Capracotta, le carceri mandamentali sono dirette dal pretore (nome non pervenuto) e il ricevitore dell'ufficio del Registro è il rag. Aldo Galli. Le scuole elementari sono dirette da Ottorino Conti, le biblioteche stanno al Circolo d'Unione in corso S. Antonio e l'unico teatro è rappresentato dalla sala Goldoni interna all'asilo infantile di via S. Maria delle Grazie. Per quanto concerne le tipologie di attività commerciali, merceologiche e imprenditoriali, ne vengono contate ben 60, dai negozi di acque gassose agli assicuratori, passando per caffettieri, commissionari, frantoi, mediatori, ramai e tabaccai. Non mi sorprende leggere tra gli agronomi il nome di Agostino Santilli (1871-1962), visto che possiedo una copia del suo "Manuale dell'agricoltore" del 1898. Non mi sorprende leggere tra gli apicoltori il nome di Alessandro Campanelli - di cui ho riportato un contributo nella mia Guida - né mi sorprendono Filiberto Castiglione (1889-1973) tra i farmacisti, visto che era il proprietario della farmacia della Terra Vecchia, o Leonardo Falconi (1862-1932) tra gli impresari di autotrasporti, visto che nel 1912 aveva inaugurato il servizio automobilistico per la stazione di Carovilli. Tuttavia, i nomi fin qui proposti erano tutti notabili del paese, signorotti, persone benestanti che a volte si facevano la guerra a vicenda. I nomi che più mi colpiscono sono invece quelli della minuscola borghesia, semplici cittadini che avevano un'attività in paese che garantiva loro accettabili standard di vita. Parlo ad esempio degli albergatori Elisabetta Giuliano, Giovanni Grifa e Carmela Di Nucci; parlo di Alessandro Di Rienzo tra gli «apparecchiatori di tessuti»; parlo di Vincenzo Vizzoca che vendeva «vini di lusso»; parlo dei bastai, tutti appartenenti alla famiglia Monaco (Franco, Primiano, Achille e Antonio); parlo dei calzolai, tra cui Quintiliano Mosca, Errico Di Rienzo ed Erasmo Iacovone (il nonno del calciatore?); parlo degli elettricisti Costantino Giuliano e Domenico Potena; parlo della latteria di Luigi Di Nucci; parlo dei falegnami Giacomo Casciero, Giovanni D'Andrea, Celestino Monaco e Sebastiano Evangelista; parlo della levatrice Concetta Battista; parlo della maestra di musica Lisetta Falconi; parlo del panettiere Santino D'Onofrio; parlo dei fabbri Michele Trotta, Vincenzo Casciero e Agostino Giuliano; parlo dei parrucchieri Ercole Trotta e Sebastiano Sammarone; parlo dei venditori di vernice Giangregorio Carnevale e Galileo Conti; parlo della Società Monaco che riparava le automobili e si occupava di trebbiatrici. Se poi mi soffermo sui miei familiari, vedo il nome del pizzicagnolo Saverio Ianiro ma, soprattutto, leggo straordinariamente quello di una vedova, Carmela Sciullo (1868-1940), la mia bisnonna - colei che ha istituito la festa di S. Anna - annoverata tra i venditori di cemento e gesso, attività che fino ad oggi tutti i miei parenti ignoravano. Mi ha sempre affascinato il passato più del futuro: considero ciò che è stato più misterioso di ciò che sarà. Il futuro ha sempre qualcosa di deludente, mentre il passato lo si può immaginare ricco di novità, di rivoluzioni, di stravolgimenti. E con questo piccolo poliorama capracottese che ho offerto ai miei lettori, spero di aver regalato la stessa emozione che provo io quando leggo di persone a me vicinissime nel sangue eppur sconosciute, perché, come afferma suor Maria nel film "La grande bellezza": «Sa perché mangio solo radici? Perché le radici sono importanti». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Annuario generale d'Italia, vol. II, Soc. Anonima Ed., Genova 1933; A. Campanelli, Risposta all'articolo del sig. ing. Marrè sul grande telaio italiano, in «L'Apicoltore», XXVII:37, Catania 1904; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-17; A. Santilli, Manuale dell'agricoltore, Casanova, Torino 1898.

  • Il viaggio della riconoscenza

    Un ex prigioniero di guerra neozelandese è tornato a Capracotta a rivisitare i luoghi dove trovò rifugio durante la Seconda Guerra Mondiale. È noto che nei giorni immediatamente seguenti all'Armistizio dell'8 settembre 1943 innumerevoli prigionieri di guerra alleati, fuggiti, approfittando della confusione, dal campo di concentramento di Fonte d'Amore di Sulmona, vagavano per la campagna abruzzese e molisana cercando di ricongiungersi alle truppe alleate che stavano rapidamente risalendo la Penisola. Nel loro vagabondare e nel nascondersi ai Tedeschi essi furono spesso aiutati e sfamati dai contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano benché minacciati di morte da un'ordinanza tedesca. È anche noto come a Capracotta il 4 novembre 1943 ciò portò alla fucilazione dei fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino la cui unica colpa era, appunto, quella di aver sfamato, per carità cristiana, alcuni prigionieri alleati. Dopo 56 anni, il 20 ottobre 1999, si è presentato a Capracotta un arzillo signore di 81 anni, Francis "Bill" Parker, accompagnato da due dei suoi sei figli, Francis jr e Lindsay. Ha esordito, lasciandoci per qualche momento impietriti, dicendo: «Io sono la causa della morte dei fratelli Fiadino, prima di morire dovevo tornare qui a rendere loro omaggio». Passato il primo momento di stupore, abbiamo trascorso insieme a lui quasi un'intera giornata. Ci ha raccontato di essere neozelandese e di aver trovato ospitalità, con altri sette connazionali, presso i Fiadino dopo essere fuggiti da Sulmona nel settembre del 1943. I particolari narrati corrispondono a quanto era già noto a Capracotta su quei tragici fatti. Ha lasciato al Comune una prima memoria scritta con l'impegno di ampliarla successivamente con altri particolari. Ha voluto visitare la tomba dei Fiadino ed il luogo della loro esecuzione. Ha voluto rivedere la loro masseria e ripercorrere, benché le sue gambe fossero alquanto malferme, il sentiero che porta ad un capanno in pietra che fu il suo rifugio da fuggiasco nell'Italia occupata dai Tedeschi. Quello stesso sentiero che tante volte aveva percorso per andare incontro alle donne dei Fiadino che per quella strada portavano loro quotidianamente da mangiare, quello stesso sentiero percorso tra le urla, i calci e la disperazione di quella notte che lo vide, insieme ai suoi benefattori, di nuovo prigioniero dei Tedeschi. Ha affrontato un viaggio di oltre 15 mila chilometri durato più di 23 ore di volo per sciogliere un voto di riconoscenza nel suo cuore tornando a rendere omaggio alla terra ed alla gente che più di altri lo aveva aiutato in un triste frangente della sua vita. Molti ex prigionieri sono tornati in Italia dopo la guerra e sono rimasti legati ai loro benefattori. Molti episodi sono stati da loro trascritti in memorie che, a volte, sono anche dei piccoli capolavori letterari. Altri hanno addirittura costituito delle fondazioni che ancora oggi cercano di ricambiare l'aiuto ricevuto offrendo stages nei Paesi anglofoni, per l'apprendimento della lingua inglese, ai discendenti dei loro benefattori. Tutti gesti che dovrebbero far ben riflettere e meditare le generazioni che hanno avuto la fortuna di non conoscere direttamente la guerra, che non sono state da essa segnate nell'animo e che vivono un'epoca ed in Nazioni libere grazie al sacrificio di chi li ha preceduti. Grazie, Bill. Grazie per essere tornato, da uomo libero, in questi luoghi. Grazie per la grande lezione di vita che ci hai dato. In un racconto di uno scrittore russo si legge di un giovane che appena arrivato in Paradiso è colpito dall'avvenenza di due donzelle, una bionda e l'altra bruna, che vanno liete a braccetto. Gli sembra di averle già incontrate sulla Terra ma non rammenta dove e chi fossero. Il suo Angelo Custode, meravigliato, gli ricorda che la prima è la Generosità e l'altra la Riconoscenza. «Ora le riconosco – esulta il giovane – ma è la prima volta che le vedo andare insieme!». Sul quel sentiero percorso oggi con l'incedere ansimante di un vecchio e calpestato tanto tempo fa con il vigore della gioventù, la Generosità e la Riconoscenza si sono incontrate ed hanno fatto, anche sulla Terra, un pezzo di strada insieme. Bill Parker è morto nell'agosto del 2000. Fernando Di Nucci Fonte: http://www.capracotta.com/, novembre 1999.

  • Se pensi che il Molise non esista, non sei mai stato alla Pezzata di Capracotta

    In questi giorni io e Donatella siamo in viaggio per documentare le sagre più interessanti (o sconosciute) d'Italia. Da appassionati di grafica ci diverte un sacco - la loro comunicazione amatoriale e colorata - mentre da appassionati di cibo ovviamente ci interessano i loro piatti, espressione di una cultura locale e genuina. Da qui l'idea di documentare il viaggio sulla nostra pagina The Italian Case. L'informazione online sulle sagre è spesso frammentata e imprecisa, ma siamo riusciti a tracciare un itinerario affrontabile umanamente, facendo combaciare tragitti e date. Ci siamo dati poche regole: una sagra al giorno, preferibilmente piatti impronunciabili (o mai sentiti prima) e amore per la provincia! Per questo quando abbiamo sentito parlare della Pezzata di Capracotta abbiamo deciso che sarebbe stata la prima tappa del nostro viaggio. La Pezzata è un evento alla sua 54^ edizione, che si svolge la prima domenica di agosto nel pianoro di Prato Gentile, un grande pascolo sull'Appennino molisano nella provincia di Isernia. È una festa della montagna legata alla transumanza, momento in cui i pastori spostavano i greggi dalla Puglia al Molise. Spesso in questa occasione dovevano macellare e consumare gli animali infortunati durante il lungo cammino. Arriviamo a Capracotta alle dieci del mattino, l'aria fresca di montagna e tanta gente sparpagliata per il grande prato. Il primo impatto con l'area fuochi è suggestivo e fotogenico. In uno spazio di circa cento metri quadrati, giustamente transennati, il team della Pezzata ha organizzato una ventina di bracieri su cui cuociono diversi tipi di carne. Il personale è numeroso e tutto funziona alla perfezione: c'è chi tiene le braci sempre accese rifornendosi da un unico cumulo di carboni roventi, chi gira le griglie, chi tiene la carne, chi mescola i grandi pentoloni, chi carica e chi scarica la carne dalle griglie. Siamo completamente circondati dal fumo bianco delle braci e dal vapore che sale dai pentoloni oscurando il sole. Mentre i nostri vestiti assorbono gli aromi del barbecue, parliamo con il mastro focaio, facile da riconoscere perché passa il suo tempo a dare indicazioni a tutti. Ci racconta i tempi di cottura e le tecniche da vero pit master. Tipicamente i giovani, ci spiega, fanno il lavoro più pesante, spostando pentole e griglie, mentre gli anziani danno istruzioni e controllano la cottura della carne. Conviene con noi che mettere d'accordo i trenta maschi alfa che dicono la propria davanti ai barbecue non sia la cosa più semplice, ma tutti sono felici e rispettosi, sanno quando intervenire o quando stare al proprio posto. Dall'area fuochi passiamo alla cucina, una zona un po' più riservata all'ombra del bosco, dove il personale macella e prepara la carne per la cottura, la toglie dai paioli e dalle griglie roventi, la suddivide in piccole portate che vengono servite poi in una sorta di bancone self service. Noi corriamo da un punto all'altro dell'area, spesso intralciando le operazioni e rischiando di ustionarci vicino ai ferri roventi, ma tutti sono estremamente gentili, il clima è rilassato e alla fine ci viene offerto un vassoio fumante e un bicchiere di vino rosso. Il menù della festa è ridotto ma indimenticabile, puoi mangiare quello che vuoi, basta che sia pecora o agnello! La pezzata, ovvero il bollito di pecora Il piatto forte della sagra molisana è sostanzialmente un bollito di pecora, che viene messa a cuocere a fuoco lento per almeno 4 ore in grandi pentole di rame annerite dal fuoco, i cotture, che vengono appesi a tre tronchi posizionati a piramide sul fuoco. Queste strutture fanno sembrare la festa un rito ancestrale, ma sono indispensabili perché i cotture sono così pesanti da essere spostati da 6 persone alla volta. Periodicamente durante la bollitura, una persona preposta si occupa di togliere la schiuma bianca che affiora dall'acqua, spostandola in un secchio di plastica. Oltre alla carne nel paiolo ci sono acqua, gli odori, il sale, le patate per assorbire il grasso e qualche pomodoro per dare colore al brodo. Il risultato è simile a un bollito, dove la carne è morbidissima e il sapore molto forte poiché l'animale ha pascolato e mangiato erba di montagna. L'alternativa: l'agnello grigliato La carne di agnello viene disposta dentro griglie di circa un metro quadrato, così grandi e pesanti da aver bisogno di due robusti manici per essere girate da altrettante persone. In questo caso la carne viene salata a freddo e poi cotta rapidamente, circa 22 minuti secondo il mastro focaio. Durante la cottura la griglia viene girata frequentemente e irrorata con una soluzione di olio, aceto e limone. Il boccone del pastore Interiora di agnello, tra cui fegato e cuore, vengono cotte per circa 2 o 3 ore in un piccolo bidone posto sulle braci. Al loro interno, oltre alla carne, vino bianco, cipolle, alloro, sedano carote e peperoni. Oltre ad assaggiare i 3 piatti della festa, le persone portano il proprio cibo da casa e organizzano dei barbecue indipendenti. Passeggiando per il pianoro sentiamo quindi musiche e profumi diversi provenire dai vari boschetti che circondano gli stand. Quindi non serve nulla per partecipare a questo evento ma se proprio dobbiamo dare un consiglio portatevi un bel telo per digerire in pace sul prato dopo il pranzo! Giorgio Mininno Fonte: https://www.vice.com/, 20 agosto 2018.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | Statuto | Contattaci

​

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943​​​

bottom of page