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  • Bianca Santilli, pittrice molisana

    Bianca Santilli è tra le espressioni più elevate della cultura molisana per la eccezionalità e la vivacità della sua creatività che nelle opere di pittura trova uno spazio ed una dimensione di grande interesse, per l'acutezza del suo ingegno e del suo spirito di osservazione. Un numero incredibile di opere in una produzione inarrestabile e travolgente fanno di Bianca Santilli uno dei pilastri della cultura artistica molisana del nostro tempo, recependo le istanze di un mondo incerto e travagliato nel passaggio da una società patriarcale e contadina ancorata ad ataviche tradizioni ad una società trascinata in una prospettiva di violente contraddizioni. Personalità complessa ma mai contraddittoria è quella che Bianca Santilli presenta a chi la conosce da vicino, con i suoi mutevoli atteggiamenti esteriori, negli alti e bassi tipici delle personalità emotive e particolarmente sensibili. Inevitabile, per chi voglia capirla, è il collegamento ad altre espressioni artistiche molisane. Valga come esempio Francesco Jovine che nella sua letteratura spesso adopera un linguaggio ed una forma espressiva che ritroviamo nell'opera di Bianca Santilli. Sono due modi di esprimersi diversi che sostanzialmente trovano comunanza di linguaggio e di finalità nella identica capacità di interpretare, fino alla esaltazione, l'umile realtà del proprio popolo. Ma, se tale affermazione può caratterizzarla nel suo essere donna, certamente non è sufficiente per chiarire la sua espressione artistica, che, condizionata dal suo modo di vivere, trascende i suoi problemi esistenziali per raccogliere il senso universale della condizione umana. La sua pittura è, sotto certi aspetti, un'accusa spietata di tutta la società moderna che fonda il suo benessere sulla necessità di esistenza di classi che eternamente sono state sfruttate nella storia dell'umanità. Marcello Paolantonio Fonte: http://www.vociescrittura.it/.

  • Il cappello e il sarto di Capracotta

    Me la raccontava mio nonno Ruggiero. Era un giovane sarto di cui non ricordo il nome. A Capracotta è famoso. Un giorno a Roma (o forse a Milano) salì su un treno per andare in Puglia. Un treno di emigranti che tornavano al Sud. Una volta vi erano gli scompartimenti per 6 persone. Entrò in uno di essi e trovò 5 posti occupati. Sul sesto vi era un cappello poggiato evidentemente per evitare che altri entrassero nello scompartimento. Il sarto domandò gentilmente: – Di chi è questo cappello? Gli fu risposto: – Di un signore! Ed egli: – Grazie! Quel signore sono io. Dopodichè appese il cappello, si sedette e nessuno lo disturbò... Franco Valente

  • Usi e costumi di Capracotta: il bando

    Nel nostro borgo, alla sera del Santo protettore di quelli che hanno la casa ornato in "malo modo", non c'è processioni simboliche o cenacoli come a Tagliacozzo, Ortucchio, né la famosa fiera de' becchi di Romagna, ma qualche cosa di più semplice, di meno offensivo e di più efficace, ne' suoi effetti. A notte alta, i giovinastri del paese, tanto per ricordare alle mogli infedeli che, se la legge dorme, c'è la pubblica opinione che veglia, muniti di grossi campanacci, scatole di latta, tamburi e cazzeruole, attraversano il paese, facendo una gazzarra infernale e gridando: «Chiunque appartiene alla Congrega di San Martino, venga in piazza, che si deve risolvere un caso». Ma, il caso resta sempre insoluto! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • L'incarcerazione a Capracotta

    E poi andiamo via di lì e ci dirigiamo verso Capracotta. Saliamo verso la cima di fronte Capracotta, sulla quale si trova un'enorme croce in legno. Le guardie si accorgono immediatamente di noi. Poiché sta per abbattersi un acquazzone, deviamo verso il bosco, raccogliamo dei rami di alberi con foglie secche e prendiamo le misure necessarie per poter restare lì fino al crepuscolo e poi riuscire a fuggire prima che faccia notte, evitando Capracotta. Ma ecco che la pioggia incessante, il freddo insistente e la fame atroce mandano all'aria i nostri piani. Decidiamo di recarci a Capracotta e che vada come deve andare. Ormai non possiamo più sottrarci alla catastrofe che incombe su di noi. Avanziamo verso Capracotta. Ci avvistano da lontano e danno il segnale con due rintocchi di campana. Sono sempre all'erta a causa dei briganti e, quando questi si avvicinano, battono tanti rintocchi quanti sono i banditi in arrivo. Entriamo nella piccola osteria vicino alla chiesa consacrata alla Beata Vergine di Loreto. L'eremita però non è lì, oppure si nasconde bene. Ci riposiamo un po'. Dopo essere arrivato a Isernia e aver appreso che si erano persi tre prigionieri, il tenente colonnello aveva scritto alle città e ai villaggi vicini affinché facessero attenzione ai prigionieri evasi, promettendo cento ducati a chi glieli avesse riconsegnati. Per questo motivo le guardie e i soldati di Capracotta erano stati così solerti nel vigilare. Non appena ci allontaniamo dalla chiesa, due di loro ci vengono già incontro. E mentre ci avviciniamo alla croce, ci stanno già aspettando. Quando scorgiamo la forma dei fucili sotto ai mantelli, capiamo di essere nelle mani dei nemici, di essere di nuovo prigionieri. Li salutiamo. Loro rispondono al saluto e ci conducono dritti in città. Nascondiamo tutto e chiediamo, da stranieri, dove possiamo procurarci del pane. Ribadiscono che dobbiamo seguirli e che presto ci indicheranno dove dobbiamo andare. Si fermano nei pressi della farmacia, che chiamano speciaria, mentre i farmacisti vengono chiamati speciales. Il farmacista chiede chi ci abbia donato la libertà. Rispondiamo che ci sentivamo deboli e che siamo rimasti indietro perché ci facevano procedere non come se fossimo prigionieri, bensì peggio di come si fa con le bestie. Ci minaccia ma alla fine ci lascia andare. Da lì in poi i soldati ci conducono in prigione. Nel frattempo abbiamo paura che ci separino, sospiriamo insieme, preghiamo che la sciagura ci venga risparmiata, ci incoraggiamo a vicenda a dimostrar tenacia e, con una stretta della mano destra, ci promettiamo reciproca fedeltà e che nessuno crederà a quanto gli verrà riferito sull'altro. Abbiamo paura di essere condotti in prigioni diverse. Tuttavia, ci scortano nella stessa galera e ci ordinano di entrare. Quando chiediamo quale sia il motivo della nostra incarcerazione, un religioso lì presente ci rivela quanto scritto dal tenente colonnello. E, poiché son sudditi della Spagna, devono obbedire anche ai suoi ufficiali. E così il 4 maggio ci conducono nella prigione di Capracotta. La città di Capracotta in passato si chiamava Laurea Capra. Ma dopo che i briganti la attaccarono e saccheggiarono, abbandonando in una casa una capra lessata e cotta, la città prese il nome di Capracotta. Da quel momento, delle alte mura circondano il suo nucleo interno per difenderlo dagli attacchi dei briganti. Gli abitanti trascorrono l'inverno nelle Puglie col bestiame. Tornano a giugno e rimangono nella loro terra quasi quattro mesi. Niente giova loro quanto il formaggio, che da queste parti ha un sapore, un profumo e una consistenza molto buoni. Non è affatto simile al nostro. Non producono burro e, al suo posto, utilizzano l'olio d'oliva. Gli abitanti del posto hanno costumi rozzi. Ritengono che la devozione e la rispettabilità risiedano unicamente nel portamento e nei gesti. Per tutta l'estate vanno in giro armati per proteggersi dall'esercito, ma anche perché vivono nella paura costante delle scorrerie dei banditi. Del resto, se ne radunano duecento, cinquecento e a volte anche più: provengono dallo Stato della Chiesa e tornano indietro con un ricco bottino. Ancora oggi a Napoli e altrove dipingono, incidono e scolpiscono l'effige di quel famoso capobrigante che aveva riunito circa diecimila banditi ed era arrivato a minacciare perfino la città di Napoli! Alla fine venne catturato e decapitato. Questa città conta a malapena duecento case, un arciprete, dieci sacerdoti e dodici chierici. E ve ne sono in abbondanza anche in tutti i villaggi e paesi. Qui alcuni preti si sposano e fanno figli. Oltre alla messa si dedicano anche ad altre faccende e, quando muore loro la moglie, digiunano e celebrano una messa; tuttavia, si esige che la donna da sposare sia vergine. Le loro mogli hanno delle voci assai stridule e sono piuttosto litigiose. Sbraitano improperi a gran voce, si scoprono il petto e vi battono le mani sopra, si scoprono la testa e, quando si inginocchiano, pronunciano parole turpi e ingiuriose. Lo si poteva vedere quasi tutti i giorni dalla prigione. Confezionano da sole i propri vestiti e si coprono il capo. Hanno parecchi figli. Di domenica fanno le stesse cose che fanno gli altri giorni. Ovviamente, affermano di aver ricevuto il permesso dall'arciprete. Il giorno della solennità della Santissima Trinità, in quattro lavorano nella fucina del fabbro situata nelle immediate vicinanze della prigione. E sicuramente non è un bisogno impellente ad averli spinti lì. Non cuociono quasi mai il pane in altri giorni se non di domenica. La perizia dei fabbri per quanto riguarda le malattie dei cavalli e dei bovini, come anche la loro cura, è ammirevole. Sul dorso e sui fianchi delle pecore imprimono dei marchi a fuoco. La nostra prigione si trovava in questa città e, quel che è peggio, si trattava di una prigione per malfattori. Senza dubbio, era già da un po' di anni che non la mettevano a posto: lo si poteva dedurre dalla grande sporcizia. Sopra la prigione c'era la cappella o - come la chiamavano - l'officium della Beata Vergine Assunta. C'eran tante pulci quanta sporcizia, ricoprivano l'impiantito come formiche. Una parte di quella località era montuosa e molto fredda. Il giorno del Corpus Domini le cime erano ricoperte di neve. Quel giorno in cui ci condussero in catene fuori dalla prigione (come racconterò più tardi), a valle - non ovunque - si intravedevano le prime spighe. Quando, il giorno dopo, ci recammo a Capua, davanti ai nostri occhi si presentò quasi un altro mondo, perché vedemmo il grano già mietuto che veniva riposto nei capannoni e la gente stremata per la forte afa. Ci rinchiusero in quella prigione il sabato sera prima della terza domenica di Pasqua, ovvero il 4 maggio. Per le sei settimane successive non aprirono per farci uscire se non al momento in cui ci condussero via dalla prigione. Una volta chiusa la porta della galera, ecco che si avvicinano alla finestra padre Antonio Cauliano, il rettore del ginnasio, e il naturalis - come qui chiamano i dottori in medicina - e ci interrogano sul motivo della prigionia, della fuga, della deportazione eccetera. I soldati del posto e le guardie della prigione frugano da cima a fondo tra le nostre cose. Non trovano nulla se non dei coltelli, che ci restituiscono per intercessione di padre Cauliano. Al dottore chiediamo dello zenzero per stimolare lo stomaco, che lui ci manda con grande gentilezza. Chiediamo a padre Antonio un sorso d'acqua. Questi prende la nostra borraccia, che ci eravamo procurati quando eravamo ancora a Trieste e che avevamo portato con noi dal Mar Adriatico, e fa in modo che venga riempita di vino, ce la restituisce e ci rifocilla a dovere. Quando questi spettatori andarono via ne arrivarono subito degli altri. Tremavamo a causa del freddo e degli abiti umidi. Quello stesso giorno, al crepuscolo, arrivarono le guardie e ci misero ai piedi dei ceppi di ferro così stretti e scomodi da permetterci a malapena di muoverci dal nostro posto. I blocchi non erano dotati di catena, ma solo di un lungo pezzo di ferro che bastava per serrare il piede di entrambi i prigionieri. Il ceppo che cingeva il piede del reverendo Masnitius era così stretto da non consentire nemmeno di cambiar posizione. Nonostante fosse la prima notte, la passammo in bianco sdraiati per terra. Il pomeriggio del 5 maggio - terza domenica di Pasqua - venne da noi l'arciprete Pietro Paolo Carfagna, al quale avevamo scritto una supplica, affinché ordinasse di trattarci in maniera più gentile. Ce lo aveva consigliato padre Cauliano. Discutemmo con lui di molte questioni, del motivo della nostra deportazione, della religione luterana, la quale, per quanto concerne gli articoli della fede, gli era completamente sconosciuta, e del papa, riguardo al quale in tutta Italia veniva spesso posta questa domanda: crediamo nel papa? Su nostra richiesta diede ordine di rimuovere i ferri e le guardie obbedirono. Promise che ci avrebbero portato pane e acqua. In qualità di suo incaricato nominò il custode della chiesa, il chierico Biagio De Gabriele, a cui affidò il compito di farci visita. Il chierico lo fece e noi provammo in tutti i modi a conquistare la sua benevolenza. Affinché non morissimo di freddo, di tanto in tanto ricevevamo del carbone che poi bruciavamo. Tuttavia, al freddo si aggiunse il fastidio delle pulci, che per notti intere non ci permisero di dormire. Se non lo avessi provato sulla mia pelle, di certo non avrei mai creduto che ne potessero sopravvivere così tante al freddo. Questi e altri disagi avevano tolto il sonno al reverendo Masnitius, il quale cadde in preda a una grave malattia che lo afflisse dal 9 maggio fino alla fine del mese. Per tre settimane dormì a malapena qualche ora, in lotta perenne contro le pulci, i pidocchi, il freddo, la quasi assoluta nudità, la fame, il vaneggiamento, la debolezza e altre sofferenze. Grazie a Dio, pian piano si riprese e riuscì a dormire per un paio di notti su una sporgenza della parete sopraelevata e quasi pulita, fin quando, poco tempo dopo, le pulci non arrivarono anche là. Anch'io fui soggetto a un male simile e alle altre sofferenze e questo molti giorni prima che ci portassero via. Quando cercammo di accendere un fuoco in prigione facendo ardere la legna che ci avevano passato attraverso la finestra, per poco non ci uccise il fumo che scese fin quasi a terra. Per quanto riguarda il vitto, la guardia carceraria aveva il compito di girare tra la gente per chiedere la carità. Tuttavia lo faceva molto di rado. Ma l'arciprete e dottore apostolico Pietro Paolo Carfagna, di cui si è già parlato, e il maestro Antonio Cauliano all'inizio, quando ancora nutrivano un barlume di speranza d'una nostra conversione - se così si può dire -, ci mandavano spesso pane, uova e formaggio, e padre Antonio tre volte ci fece recapitare perfino carne arrosto e olio. Era un'ottima cosa che non impedissero agli studenti di avvicinarsi alla finestra della prigione per darci di nascosto pane, carta, inchiostro e penne, le quali erano costose a causa della scarsità di oche e uccelli. Una penna costava un soldo. A loro piaceva ascoltarci parlare e cantare. Tra questi c'era anche un giovane, il brillante Girolamo Baccari, che fu per noi un vero e proprio corvo sostentatore. Non si presentava mai a mani vuote e, dopo che gli altri erano andati via, ci dava di nascosto pane, formaggio, olio, vino, uova, carta, pesce e, a volte, comprava per noi anche della carne. Non di rado ci elargiva pure del denaro. Che il Signore gliene renda merito! Le donne del vicinato, commosse dal nostro canto, spesso ci dimostravano la propria compassione. Quando chiedevamo del filo, pane e acqua, ce li facevano recapitare tramite i figli. E loro stesse si avvicinavano alla finestra e desideravano fortemente scambiare qualche parola con noi. Ci chiedevano perlopiù delle nostre mogli, se non le avessimo per caso abbandonate. Molto spesso questi discorsi finivano per far piangere sia noi che loro. Girolamo era solito portarci dei pesci d'acqua salata che avevano un aspetto orribile: senza le spine, gli occhi e senza gli altri organi di senso, con sei tentacoli. Mangiavamo anche carne di carcasse. Le capre o le pecore malate che stavano per morire erano destinate al macello. I buoi e le vacche, invece, non venivano destinati alla macellazione e la loro carne veniva mangiata dopo che erano morti da soli. Dicevano che la carne fresca proveniente da bestiame sano fosse stata proibita dalle autorità. Era possibile procurarsela solo nelle città maggiori. I servi e la gente comune si nutrivano anche di gatti. Non preferivano altri tipi di carne come in Spagna. Per questo motivo in una sola casa allevavano dieci, dodici, anche sedici o ventiquattro gatti e gatte, come da noi si allevano i porcellini o altri animali domestici. Anche Girolamo Baccari qualche volta si era vantato con noi di possedere e allevare in casa sedici gatti. Tuttavia, di tutto questo non v'era traccia a Napoli o in città più grandi. Al loro confronto Capracotta era piuttosto rozza ed arretrata. Anche i bambini spesso si avvicinavano alla finestra della prigione, sia maschi che femmine. In bocca avevano, com'era loro consuetudine, del pane intriso di saliva e ci incitavano a cantare. Quando ci davano il pane rosicchiato per metà, lo mangiavamo senza ribrezzo. Questa prigione era più sopportabile rispetto a quella di Leopoldov in Ungheria, perché qui potevamo cantare, pregare, leggere e scrivere liberamente. Inoltre, si poteva anche dare e ricevere del pane senza incorrere in punizioni. Se solo ci fossero state delle persone disposte a darcene più spesso! «Nei primi giorni – disse Masnitius – mi sono cucito la biancheria utilizzando un sacco. Il filo me l'ha dato una donna. La lingeria era utile, necessaria e adeguata, perché temevo fortemente che il mio corpo potesse restare nudo dopo la morte, visto che avevo già perso tutta la biancheria». In prigione svolgevamo le seguenti attività. Ogni giorno ci alzavamo in lacrime, ci lavavamo, pregavamo per due ore, cantavamo in latino, slovacco e tedesco i canti mattutini, le odi (come vengono chiamate in genere) e i salmi penitenziali. Poi leggevamo i libri che ci aveva procurato Girolamo: il "Concilium Tridentinum", Orazio, le Metamorfosi di Ovidio, alcune orazioni di Cicerone e il "Chronicon seu Compendium rerum theologicarum" di Jan van den Bundere Parigino. Quest'ultimo ci era stato inviato dall'arciprete dopo la nostra disputa sul papa e sulla fede luterana, da lui definita una setta. L'arciprete ci fece avere anche un breviario con l'invito a leggerlo per verificare che il nostro modo di battezzarci fosse lo stesso eccetera. Dal breviario trascrivemmo alcuni salmi penitenziali e di altro tipo e qualche preghiera. A mezzogiorno cantavamo di nuovo per un'ora, pregavamo e così facevamo anche la sera. Inoltre, ci piaceva trascorrere del tempo conversando con gli studenti. Molti di loro pendevano dalle nostre labbra e ci aiutavano donandoci pane e altre cose. Per alcuni scrivemmo un esempio di manoscritto e di calligrafia, per altri degli indovinelli e per altri ancora dei versi scherzosi. Per l'arciprete componemmo una poesia con anagrammma triplo. E lo stesso facemmo anche per padre Cauliano e per Biagio De Gabriele, quando ottenne la carica di diacono. Ed anche per Girolamo. Da quei libri prendemmo degli appunti: li conservo ancora. Il tempo che avanzava veniva dedicato alla rimozione dei pidocchi e alla rammendatura degli abiti. Quando implorammo di essere liberati, ci risposero che già il giorno successivo alla nostra incarcerazione un soldato orbo, il quale ci aveva catturati e imprigionati, era andato a Capua in cerca del tenente colonnello per informarlo che eravamo stati catturati e rinchiusi in prigione. Ci dissero che, se non avesse già dato questa notizia, sicuramente avremmo potuto ottenere la grazia. Ma adesso questo non era più possibile perché, probabilmente, la vicenda era giunta perfino alle orecchie del viceré di Napoli. Il soldato in questione non riuscì ad incontrare il tenente colonnello perché quest'ultimo era stato colpito da una febbre fulminante e mortale, per cui il soldato se ne tornò tutto deluso, senza la ricompensa promessa. E, mentre noi due eravamo tenuti prigionieri, il tenente colonnello morì. A quanto pareva, ogni speranza di essere liberati era sfumata e non ci restava altro rimedio se non la pazienza. Ad Agnone (un paesino che dista da Capracotta sei od otto miglia italiane) lasciarono dei soldati malati, che si erano dati al vino a Capracotta. Temevamo che ci facessero andare via con loro. Tuttavia, dopo essersi ripresi, tre settimane dopo si recarono a Napoli senza di noi. Avevamo chiesto a Dio solo una cosa, di non finire più nelle mani dei soldati. Piuttosto ci sembrava preferibile rassegnarci a finire nelle mani del boia. Il giorno dell'Ascensione furono arrestati quattro cittadini e, poiché erano rimasti nella stanza anteriore della prigione, eravamo certi che ci sorvegliassero, perché, presumibilmente, dovevano condurci dagli ufficiali da un momento all'altro. A ciò si aggiunse questo fatto: mentre giocavano a tirar sassi rotondi, ci sembrò senza ombra di dubbio che li stessero tirando verso la nostra prigione o, sicuramente, verso il tugurio più vicino situato accanto a dove ci avevano rinchiusi, in modo da ucciderci. Ma quando venimmo a conoscenza del motivo della loro presenza e di altre circostanze, ci rincuorammo. Intanto ci consolava quella grazia divina che addolcisce i cuori delle persone. E, se per caso avessero avuto intenzione di venderci, non avremmo ceduto allo spavento, dicendoci invece che con la cortesia, la dedizione, l'umiltà e altre qualità non avremmo fatto fatica ad ottenere la grazia di esser liberati da qualunque padrone ci avesse esposti alla stregua di bestiame e messi in vendita. Ma Dio risolse la nostra situazione grazie ad alcune persone pie e nella maniera in cui meno avevamo immaginato la nostra agognata liberazione. Ecco, dunque, il racconto della nostra liberazione. Il 10 giugno, mentre eravamo in prigione, dei banditi saccheggiarono la città vicina. E, poiché sembrava che si stessero avvicinando a Capracotta, suscitarono tra i cittadini caos e terrore. Ovunque risuonavano le grida delle donne. Trasportarono bambini, indumenti ed altre cose verso il centro della città. Gli uomini, presenti perché erano già tornati dalle Puglie col bestiame, impugnarono le armi, spararono e si accingevano a scacciare i briganti. Vicino alla nostra prigione si trovavano sei tiratori. La prigione era infatti situata più in alto e davanti ad essa c'era un viottolo. Diedero dei fucili anche a noi ma ci rifiutammo di prenderli perché non ci intendevamo di armi. Tutti i preti e i religiosi erano armati. Uno di loro, di nome Domenico, che era sempre stato visibilmente benevolo nei nostri confronti, si avvicinò e ci disse che il momento della nostra liberazione stava per giungere, poiché i banditi avrebbero certamente forzato le porte della prigione e ci avrebbero concesso la libertà. Ciononostante, portarono via solo alcuni cavalli e poi lasciarono anche quelli, allontanandosi dalla città in un'altra direzione. Nel momento in cui, di fronte al pericolo incombente, si era creato un gran subbuglio, a Capracotta si trovava un uomo proveniente da Teano, che era giunto l'8 giugno con dei cavalli per prelevarci. Tuttavia, poiché le guardie della città, che volevano condurci via, non potevano allontanarsi a causa dell'attacco dei briganti che in quel momento sembrava imminente, comprò della lana, tornò senza di noi da coloro che lo avevano mandato (di cui racconterò più tardi) e annunciò loro il giorno in cui ci avrebbero condotti via, e che le guardie avevano fissato per la festa del Corpus Domini. I nostri benevoli liberatori e protettori - come avevano già fatto due volte prima di allora, così fecero una terza volta - si presero il disturbo di recarsi da Napoli a Teano per noi, il che non mancò di comportare delle spese. Ján Simonides e Tobiáš Masník (trad. di Roberta Rocchi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

  • L'ingresso nella città di Capracotta

    Per le valli e i passi, attraverso le parti più interne, camminando per cinque giorni consecutivi di villaggio in villaggio, ascendendo monti alla maniera dei quadrupedi (quasi tutte le città e i villaggi stanno infatti su cime altissime e inaccessibili alla vista), giungiamo il 29 di aprile presso Capracotta. Questa città è situata sul monte più alto della zona a circa sei miglia da Napoli, per cui dopodomani partiremo per esser tradotti sui triremi. Nel giorno del nostro arrivo a Capracotta, il pastore Gergely Illés da Malomsok soffre già d'una terribile dissenteria e infatti viaggia esanime a dorso d'asino. In quell'istante un soldato grida: «Presto!» ad altri due prigionieri, affinché di grazia lo affianchino, mortificandolo, e lo sorreggano da ambo i lati stringendogli i ferri dei polsi ogniqualvolta ne percepiscano l'instabilità. Ciononostante Illés cade al suolo dove immediatamente spira. Riverso a terra, ha logori il panno della veste e la stoffa della tunica. Steso seminudo, insepolto sulla pubblica via, diventerà senza dubbio alimento pei cani randagi. Ben dopo la mia liberazione, verrò a sapere che una sorte simile è toccata al pastore Mihály Gócs da Kalinów presso la città di Aversa. Sempre quel giorno, a Capracotta, al calar del sole, i prigionieri, attraverso certi ufficiali, supplicano il comandante - che si fa chiamare Feldwebel - che sono disposti a pagare pur di non avere le catene ai piedi, dicendo: «Abbi pietà di noi! Non necessariamente ad entrambi i piedi ma quest'oggi almeno ad uno di essi!». Ed io infine: «Signore, pietà di me soltanto!». È per questo che viene disposto che al tramonto mi venga rimossa una catena, mentre gli altri continuano invano. Il giorno successivo, quello della partenza, un soldato ormai stremato decreta che anche altri prigionieri supplicanti godano - se così si può dire - del privilegio di vedersi sciogliere una catena dal piede. Sebbene la natura d'ogni soldato sia quella di scrollarsi di dosso qualsiasi sentimento d'umanità, essi avrebbero certamente esaudito le nostre preghiere se ci avessero visti rivoltar per la disperazione nelle fortezze gesuitiche, costretti a commettere apostasia, senza comunque ripudiare Cristo. Del resto non abbiamo nulla più dei nostri poveri voti, strumenti che ci procura l'onnipotente Dio, per trovare il modo di portare alla luce del sole questa crudeltà inaudita alle orecchie degli uomini e questa tirannide sconosciuta all'intera Cristianità, se è vero che nessun uomo dei nostri tempi - eccettuate quelle tre settimane in cui l'equivoco sorto per i nostri studi gesuitici compiuti prima dell'incarcerazione ungherese ci ha concesso alcuni privilegi - ha subìto una tale prigionia che, al di là del pessimo viaggio, non prevede alcun rispetto, nonostante ci stiamo avvicinando allo Stato Pontificio, né ci è concessa la facoltà di conversare, costretti a riversare nelle pieghe degli abiti le contumelie per le disgrazie patite. Quali disgrazie? Che trasportati nel Regno di Napoli alla stregua di maghi o stregoni, veniamo prostituiti e diffamati d'aver isterilito le nostre balie ed esercitato venefici incantesimi, e perciò incatenati e condannati alle galee. Oh malvagità più crudele d'ogni empietà! È questa, in generale, la comune sorte dei prigionieri. Quanto a me, confesso che nel viaggio, penosissimo più che barbarico, m'è naturale cercare i segni di benevolenza di qualche soldato, e anche prima, nei giorni del carcere, qualcosa che potesse aver valore ai loro occhi, tant'è vero che gli altri hanno gli abiti lacerati - parte in carcere, parte a Trieste - mentre io ho le vesti germaniche, tunica e mantello, tutte rammendate. D'altra parte, lungi da me le blande persuasioni, quando troppe cose mi hanno spinto all'apostasia, ho meritato davvero il castigo, allorché dapprima con tutti gli altri sulle navi, poi nella restante marcia che da Pescara ci conduce a Napoli, han cominciato a incollerirsi i soldati e più d'una volta, tra i tanti, mi sono state inflitte frustate finché il Signore non ha provato pietà di me e, togliendo mirabilmente forza agli aguzzini, per la Sua ineffabile misericordia e straordinaria Provvidenza, e comprendendo i pianti dei prigionieri, ha portato a quella liberazione miracolosa ch'enarrerò. Percorse più o meno trecento miglia germaniche, raggiungiamo Capracotta e dopodomani raggiungeremo Napoli. È l'alba del 1° maggio - ma il cielo è coperto - coi prigionieri che si accingono a marciare circondati da quattro coorti, cinti di catene dai lombi alle caviglie, con un solo piede libero di camminare. A una distanza di otto-nove stadi da Capracotta, ci mettiamo in cammino con sulla sinistra quella cresta montuosa, per una sorta di declivio apparso in una rada boscaglia, ove il sentiero che percorriamo si divide in due: uno interamente battuto sul quale camminano soldati e prigionieri, l'altro più antico, mai battuto, inclinato a sinistra e ricoperto di erbacce. Visto ciò, non tanto per fuggire, quanto per oltrepassare i miei compagni di schiavitù, prendo subito la palla al balzo: l'ultimo dei nostri si distanzia dal soldato ed io mi sporgo scuotendo non a caso il dorso, visto che in quelle ore estreme in molti vengono bastonati, le cui grida appaiono più barbare dei «Marciare! Marciare!» emessi di frequente durante il viaggio a mo' di ritmica cadenza tra i lamenti dei barcollanti e i sospiri di quelli ubbidienti al gran cuore. Durante questo piccolo avanzamento, ad appena sette piedi, ecco due viottoli contrassegnati da un macigno di non più di cinque cubiti in larghezza ed altezza ivi frapposto: passerei velocemente quand'ecco che, al di là d'ogni mio ragionamento e d'ogni mio desiderio, inaspettatamente devo arrestare il passo. Difatti, alle calighe che indosso si conficcano le spine di un vicino roveto, che vedo nettamente come un dono. Potrei forse strapparne anche i rami? Guardo tosto intorno quelli che mi seguono sul medesimo sentiero. Nessuno di loro mi vedrebbe fermare e imboccare quel viottolo. Immediatamente m'accosto alla scarpata, sicuro di non esser scoperto, e vedo dapprima che quattro centurie muovono da fronte e da dietro - ché i sentieri convergono verso uno spazio unico - poi le spine attaccarsi ai cosciali delle loro armature, infine guardo passare tutti lentamente e non poche vesti stracciarsi per la violenza. Così la divina e meravigliosa Provvidenza dei supremi numi mi sottrae alle mani dei miei persecutori, e senza risparmio inizio a esultare cominciando ben presto a salire la cima della montagna dal versante destro, poi in velocità - il dolore è scomparso - scendo nella vallata successiva, dove esito a lungo, meditabondo, per capire da che parte andare. Alla fine decido che andrò a est, dove credo sia l'Ungheria, e dispongo l'animo alla partenza. A onor del vero il giorno della liberazione m'espongo a tali pericoli che, a rimembrarli, l'anima rabbrividisce dal profondo e la lingua s'arresta tremante. Partito in un tripudio di gioia, dopo tre-quattro ore raggiungo a mezzodì un villaggio ai piedi d'una montagna non troppo elevata. Procedendo sulla sinistra, poste a due-tre pietre miliari più avanti, sempre sotto quel monte, trovo alcune capanne di campagna. Che fare? M'avvicino all'ultima di queste casupole ed ecco che - oh tonante voce divina! - vedo all'improvviso coi miei occhi raccogliersi, nel prato adiacente la capanna, una moltitudine di soldati, alcuni dei quali preparano i posti per mangiare, con altri che passano dirimpetto alla casetta (da cui mi tengo a distanza) impazienti di sdraiarsi anch'essi a mensa. Preda di dubbi e ansie mai conosciute finora, li fisso attonito - sto di fronte a loro ma di sicuro sono abbagliati - ma non posso avanzare né tantomeno arretrare. Non siamo in grado di distinguerci a vicenda a un lancio di sasso. In quel mentre s'avvicina un contadino, in qualità di odogeta o di sostituto del comandante militare, ed immagino che venga perché mi abbia precedentemente visto a Capracotta. Vengo interrogato nella tipica lingua italica: «Dove vai?». Vacillando, rispondo: «Roma». «Vuoi allora – aggiunge – noleggiare un asino?». «No, con me non ho denaro né beni» controbatto. Lasciata quella campagna, allorquando un pigro soldato mi passa davanti, resto sgomento giacché: egli è uno dei miei persecutori o appartiene a un'altra guarnigione? Alla mia sinistra vedo un sentiero piuttosto esposto, diretto al vertice di quel colle, lo seguo e, poiché un fianco di quel montetto è aperto alla vista dei soldati, penso che sia meglio scendere. A quel punto, a dieci passi da una casa a cui mi sto faticosamente avvicinando, resto sbalordito quando rinvengo, in un antro a poco più di quattro cubiti di profondità, una bacchetta divinatoria in grado di guidarmi. Precipitato in quel fosso, mi chino e osservo che è del tipo valetudinario. Sdraiato a terra, vedo lì per lì dei contadini passare per un'altra stradina, e dei soldati trasportare vettovaglie, che potrebbero facilmente scorgermi disteso in quella buca; tuttavia nessuno mi dice niente durante il transito e io non guardo nessuno in volto. Poco dopo aver sentito scorrazzare qui e là i militari intenti a depredare - alcuni dei quali stanno nello stesso casolare in cui sono stato poco prima - e aver percepito muoversi e articolare parole intelligibili da parte di due prigioneri (uno dice all'altro in ungherese: «Szomódí, mio signore, cosa desidera vossignoria?»), vengo assalito dal terrore, dal panico, intuendo che presto mi troverò al cospetto dei miei veri aguzzini. Del resto, grazie a Dio, non c'è alcun soldato a metter piede su quel colle, né pei sentieri né di sghimbescio. La presenza di altri è piuttosto improbabile, ché anzi me ne renderei conto immediatamente. Juraj Lányi (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

  • Narratio brevis

    Gergely Illés muore e viene lasciato insepolto Usciti i prigionieri da Pescopennataro, alcuni di essi viaggiavano sugli asini. Un soldato ha intimato a due condannati di sorreggere ai fianchi il vecchio Gergely Illés, ormai moribondo, distrutto dalle sferzate e sfinito dalla dissenteria, e, a sua maggior mortificazione, i due compagni han dovuto impedirgli di scivolare. Tuttavia, in luoghi tanto ripidi, nessuno dei due aiutanti è stato in grado di reggere il peso del malato, sia da un lato per i ferri alle mani, sia dall'altro, cosicché questo è collassato a terra ed è morto. Steso al suolo, per volere dei carnefici, gli hanno strappato le vesti ed è stato abbandonato insepolto e seminudo sulla strada. Parimenti, il piissimo István Séllyei, anch'egli trasportato su asinelli che andavano a passo ancor più lento, non godeva di buona salute ed anzi è stato trattato con ferocia da un soldato chiamato Maximilian. Séllyei aveva il viso deformato dalle piaghe e il naso rotto, da cui fuoriusciva un fiume di sangue che prima era soltanto un rivolo: la sua anima era ormai morta. Questa, più o meno, è la somma delle crudeltà inferte dagli ufficiali militari a questi miseri prigionieri, a cui va aggiunto che non riescono a camminare, costretti come sono a subir vergate da ogni direzione. Quando persino le giumente stesse non riescono più a portare quei pesi morti, sono i condannati, a loro volta flagellati, che devono frustare con vigore le bestie: ciò che gli asini han dovuto sopportare finora, viene ora sopportato dai prigionieri sul proprio corpo. A usar violenza non sono soltanto i soldati semplici ma anche e soprattutto i predetti ufficiali della milizia. Tre ministri augustani fuggono Il 29 aprile i prigionieri sono giunti a Capracotta, in un luogo ignobile ove han sostato per due giorni. Lì comincia l'orazione delle preghiere comuni, e prima e dopo di esse i salmi di Davide: per la precisione gli inni 10, 79, 83, 86, 88 e 94, cantati tra lacrime e singhiozzi. Proprio a Capracotta, con molte preci è stato supplicato il capitano - più duro della roccia - affinché sciogliesse le catene alternatamente dai piedi. Una volta rimosse, i condannati sono arrivati a Napoli con le catene che li cingevano dalle spalle ai lombi. Esattamente al terzo giorno i prigionieri hanno infatti lasciato Capracotta e, durante quel viaggio, a causa delle insopportabili vessazioni, tre ministri della confessione d'Augusta si sono dati alla fuga approfittando della distrazione dei soldati e scampando alla loro efferatezza. A Capua, successivamente, i prigionieri sono stati costretti a subire ingiurie, oltraggi e maledizioni. Essi hanno chiesto la carità ai cittadini di Capua, ma gli è stato risposto che quello non è luogo d'elemosina. «La nostra carità – han detto i capuani – la diamo ai cristiani, non agli eretici!». Bálint Kocsi Csergő (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.

  • Un intero paese va a scommettere

    Capracotta (Isernia). Stavano seduti davanti a un bicchiere di birra allo Sci Club. Il funzionario postale, il benzinaio, altri sette o otto amici. Era sei settimane fa. Il jackpot andava sui venti miliardi e uno del gruppo fece la proposta: mettiamo diecimila lire a testa e vediamo se ci va bene. Oggi sono diventati più di trecento, in rappresentanza dell'intero paese, almeno un giocatore per famiglia, compresi don Geremia il parroco e il sindaco. Raccolgono soldi nei bar (tre), dal benzinaio (uno) e allo Sci Club. Alle sette di ieri sera avevano messo insieme sui due milioni, ma si va avanti anche stamattina. Fino a quando il funzionario postale Antonio Potena, quello che ebbe l'idea mentre parlava con gli amici e adesso ha l'incarico di compilare la schedina, non si metterà in macchina e andrà al paese giù giù, perché qui non c'è nemmeno una ricevitoria. Così Capracotta - provincia di Isernia, 1.400 metri di altezza, 1.200 abitanti all'anagrafe ma novecento residenti divisi in circa trecento famiglie - investe sul Superenalotto e sul proprio futuro. Perché qui non c'è uno che speri di diventare miliardario per farsi la villa o trasferirisi ai Caraibi o mandare alla malora il capufficio e roba del genere. Si sono fatti prendere tutti da un sogno che sanno benissimo che è un sogno: investire i miliardi di un eventuale "sei" per aprire una fabbrica che possa dar lavoro ai disoccupati che ci sono in paese (pochi perché pochi sono i giovani rimasti) e ai tanti che da Capracotta sono partiti per andare a lavorare a Milano, Roma oppure all'estero. Dice Antonio Potena che «noi siamo gente di montagna, e quindi siamo testardi. D'accordo il Superenalotto, ma stiamo anche pensando di autotassarci con un milione a famiglia e cercare di mettere comunque in piedi qualcosa». Ne parla con il sindaco, Candido Paglione, e quello gli dice che per lui va bene e che, anzi, «si potrebbe anche provare la strada dei boc (buoni ordinari comunali, ndr)» e far fruttare il denaro raccolto. Intanto, però, il primo pensiero resta lui, l'irraggiungibile jackpot. E allora giù a compilare schedine: un sistema di 808 colonne con sedici numeri che costa 646 mila lire, e con il resto dei soldi altri sistemi integrali da dieci numeri e poi qualche giocata al Lotto (un paio di settimane fa hanno anche vinto 400 mila lire con un ambo) e al Totogol. Il tutto minuziosamente documentato su due o tre fogli esposti in bacheca allo Sci Club, con l'elenco dei numeri giocati e dei giocatori, con nome cognome e pure il soprannome. L'unico che manca è quello di Mario Comegna, il solo abitante di Capracotta che si è tenuto fuori da questa storia. C'è invece quello di donna Maria, la signora che sta al bar del circolo. «E che dobbiamo fare? Ci proviamo», dice. E aggiunge: «Qui di opportunità di guadagno non ne sono rimaste molte. Solo un paio di falegnamerie e nient'altro. Che speranze possiamo avere?». Ma allora ci contate davvero? Antonio Potena sorride: «Siamo come tutti: aspiranti miliardari fino all'estrazione. Ma comunque vada resta un gioco ed è divertente. Anzi, tra due settimane con una parte dei soldi raccolti faremo una grande festa. Con le nostre specialità: porchetta, agnello e formaggio». Fulvio Bufi Fonte: F. Bufi, Un intero paese va a scommettere, in «Corriere della Sera», Milano, 31 ottobre 1998.

  • A carte scoperte

    Ezio Giorgetti è il primo a scoprire chi sono in realtà quegli "sfollati" che ospita nel suo albergo. I primi sospetti gli vengono, probabilmente, già all'indomani del loro arrivo. Certo, Neumann e Konforti hanno mostrato un regolare permesso di viaggio, firmato dal capitano dei carabinieri di Adria. E per loro garantisce anche la contessina Clara di Asolo. Ma i loro documenti sono strani, con quei cognomi così poco "italiani". Non a caso - comincia a pensare - suo padre lo ha messo in guardia fin dall'inizio, insistendo che c'è qualcosa che non lo convince. «Anche per questo – gli ha spiegato – non li ho mandati da te al "Savoia" e ho detto a Piero di accompagnarli a Igea Marina». E poi si sono aggiunti i dubbi di Libia, sua moglie, che ha sentito alcune delle donne del gruppo parlare in una lingua straniera, forse in croato. Non solo, gli sembra quanto meno singolare anche il fatto che siano arrivati così in tanti, tutti insieme. Bellaria è piena di sfollati provenienti da diverse parti d'Italia, ma si tratta di singole famiglie. Quelli, invece, sono in 27, una specie di piccola comunità. E continuano ad aumentare. Quattro giorni dopo il loro arrivo, se ne presentano altri tre, i Lakembach: raccontano che, tornati a casa ad Adria, hanno avuto l'indirizzo del Savoia dall'autista del camion e di aver deciso di unirsi agli altri, raggiungendo Bellaria in treno. Così, proprio quando arrivano i Lakembach, il 17 settembre, anche loro con un cognome palesemente "straniero", Giorgetti decide di chiedere chiarimenti: se quei trenta che ha in casa non sono "normali sfollati" italiani, come tutto lascia credere, vuole sapere da dove vengono e come sono capitati in Italia. Tanto più che Neumann e Konforti gli hanno appena manifestato l'intenzione di fermarsi a Bellaria per più giorni, sicuramente per un periodo più lungo di quello che avevano inizialmente previsto. E Neumann, a questo punto, decide di giocare a carte scoperte: «Siamo quasi tutti ebrei di Zagabria – gli dice in un colloquio a tre, a cui partecipa anche Joseph – fuggiti dal campo di internamento di Asolo. Ora siamo nelle tue mani». Per Ezio è un "colpo". Sospettava che nascondessero qualcosa, ma non fino a questo punto. È vero che il fascismo è caduto, ma le leggi razziali non sono state mai revocate. E loro sono a tutti gli effetti "internati civili di guerra ebrei" evasi. Anzi, Mussolini è stato appena liberato e corre voce che tornerà anche il fascismo: proprio il giorno prima c'è stata a Rimini la riunione per la costituzione del "fascio" repubblicano. Senza contare i tedeschi. I pericoli sono tanti. Lui ha 26 anni. D'accordo con Libia, ha investito tutto quello che avevano nell'albergo. Se scoprono che sta nascondendo 30 ebrei, come minimo rischia di essere arrestato e di fallire. Ed ha due figlie piccole a cui pensare: Teresa, la più grande, ha sette anni, Giovanna appena tre. Ma non se la sente di tirarsi indietro: ci sono diversi bambini anche tra quegli ebrei. E anziani, donne. Così rassicura Neumann: possono restare. La sua è una decisione presta d'istinto, dettata dal sentimento più che dalla ragione. Ezio non è fascista. Non lo è mai stato. Le sue idee politiche hanno molto del socialismo riformista di Filippo Turati e del grande impegno morale e civile dei repubblicani mazziniani. Due movimenti che in Romagna hanno radici antiche e profonde: non sono riusciti ad estirparle neanche venti di fascismo. Nelle borgate di campagna e nei quartieri popolari delle cittadine più grandi sono ancora tanti i contadini, i salariati, gli operai rimasti in segreto "fedeli all'idea". In particolare a San Mauro, il paese di Ezio, dove c'è quasi una venerazione per Andrea Costa, il deputato socialista di Imola che ha guidato le battaglie di riscatto sociale nel Forlivese e nel Ravennate, «irradiando – dice una targa posta sulla facciata del Comune nel 1913 – luce di bontà e giustizia». Proprio in quei giorni, dopo il disfacimento del fascio e lo sbandamento seguito all'armistizio, molti vecchi antifascisti si stanno organizzando nei primi gruppi di resistenza, per prepararsi alla guerra contro i tedeschi. Ezio non ha mai fatto politica attiva: si è tenuto lontano il più possibile dal regime, ma non ha mai avuto nessun contatto con i piccoli nuclei di antifascisti clandestini. E non entra nella lotta partigiana. Non ha, insomma, una grossa spinta "ideologica". E, benché credente, non ha neanche particolari motivazioni religiose. Ma, di fronte al "grido d'aiuto" di quei trenta ebrei disperati, sente di non poter restare indifferente. «Era una questione di coscienza», ha sempre detto negli anni successivi, cercando di spiegare le ragioni della sua scelta. Si rende conto, tuttavia, di non poter "gestire" la situazione da solo. Prima di tutto si confida con la moglie. Non può tenere all'oscuro proprio Libia: sa bene che la sua decisione coinvolge direttamente anche lei. Ed ha bisogno non solo del suo consenso, ma del suo sostegno morale e di tutto il suo aiuto. Libia è molto preoccupata: manifesta subito le sue paure e la sua cautela, ma, come Ezio, capisce che tirarsi indietro significa, con ogni probabilità, «condannare quelle famiglie». Tuttavia l'aiuto di Libia non basta. Occorre una copertura più vasta. Così, il giorno stesso in cui ha raccolto la "confessione" di Neumann, senza dirgli niente per non allarmarlo, Ezio ne parla con il maresciallo Osman Carugno, che comanda la stazione carabinieri. È un amico e sa di potersi fidare. Carugno è a Bellaria dal 1938. Quarantenne, di origine meridionale, conosce bene la zona perché nei quattro anni precedenti ha prestato servizio nella vicina Savignano sul Rubicone. La moglie, Linda Zazzarini, è insegnante. Anche lui, come Ezio, ha due figli piccoli: Omar, di otto anni, nato a Savignano, e Maria Diomira, di quattro, nata proprio a Bellaria. Ma non ha esitazioni: farà tutto il possibile per aiutare quel gruppo di ebrei. Quasi a sancire questo patto segreto tra lui e Giorgetti, il giorno dopo fa sistemare al Savoia un'altra famiglia ebrea, i Leherer Deutch: padre, madre e due bambine. Arrivati a Bellaria in treno, mentre tentano di raggiungere l'Italia meridionale, sono stati intercettati alla stazione da un carabiniere e accompagnati in caserma. E a Carugno sembra naturale, a quel punto, affidarli a Giorgetti. Il gruppo di ebrei nascosti sale così a 34. Anche i Leherer Deutch sono originari di Zagabria. Ma Neumann e gli altri non li conoscono. Anzi, venuti a sapere che sono stati mandati in albergo dal comandante dei carabinieri, si allarmano: «Evidentemente – pensano – le "autorità" sanno che siamo tutti ebrei». La conferma di questo sospetto arriva l'indomani da Giorgetti: sì, il maresciallo dei carabinieri sa tutto e vuole parlare con qualcuno di loro. «Non preoccupatevi – aggiunge – è soltanto una formalità». In caserma, il giorno dopo, ci va Joseph Konforti. Carugno lo rassicura subito: è pronto ad aiutarli, però vuole sapere esattamente chi sono e pone una condizione: qualunque cosa decidano di fare, prima devono informarlo e consultarsi con lui. Su questo punto il sottufficiale è categorico. D'altra parte - anche se ovviamente non ne fa parola con Konforti - la sua è una posizione estremamente difficile. Dopo lo sbandamento generale dell'8 settembre, ha deciso di restare al suo posto e continuerà poi a comandare la caserma anche durante la Repubblica sociale italiana. Mentre la Wehrmacht ha già occupato tutti i luoghi chiave anche in Romagna, intende porsi come punto di riferimento per il paese, iniziando un pericoloso doppio gioco che lo porta ad affiancare subito i gruppi di resistenza che si vanno formando a Bellaria come in tutto il Riminese: un Gap nato dalla cellula comunista della Cagnona e un forte nucleo di giovani partigiani guidato da Illaro Pagliarani, un ex tenente del Regio Esercito. Proprio nei giorni in cui arriva il gruppo di ebrei a Bellaria, anzi, si sta già organizzando per aiutare i militari italiani sbandati e i soldati alleati evasi dai campi di concentramento a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi. Diventa "naturale", dunque, proteggere quegli ex internati ebrei fuggiti da Asolo. Glielo impone la sua stessa "storia" personale. Nato nel 1903 a Capracotta, in Molise, dove il padre si era trasferito per assumere l'incarico di segretario generale del Comune, Carugno appartiene a una famiglia napoletana di antichi sentimenti liberali. Sia il nonno, notaio, che il padre, avvocato, erano esponenti della nuova borghesia risorgimentale. Secondo la tradizione familiare, lui e il gratello maggiore, Oscar, avrebbero probabilmente dovuto seguire la stessa "carriera" del padre e del nonno, intraprendendo gli studi di giurisprudenza. Ma quando Osman aveva poco più di dieci anni, suo padre è morto e la famiglia ha subito una serie di traversie. Così i due ragazzi, qualche anno dopo, ormai adolescenti, hanno deciso entrambi di arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri: Oscar è diventato ufficiale, Osman è andato alla scuola sottufficiali, seguendo tutta la trafila, sino al grado di maresciallo comandante di stazione, prima nelle Marche e poi in Romagna. Un incarico che, fin dalla prima nomina, ha svolto con grande senso di autonomia, cercando di contrastare l'invadenza e le pressioni dell'apparato fascista. Nella tempesta seguita all'8 settembre, dunque, per lui schierarsi contro i tedeschi e i fascisti, rimanendo fedele al giuramento fatto al re, è una scelta obbligata. Konforti, che era entrato in caserma pieno di timori, ne esce visibilmente sollevato: ora sa che possono contare anche sulla protezione del maresciallo. È già passata una settimana da quando sono arrivati a Bellaria e gli alleati sono sempre inchiodati a sud di Napoli. Probabilmente si dovrà aspettare più di quanto pensavano all'inizio perché il fronte arrivi in Romagna. Ma problemi economici, per pagare il soggiorno all'albergo Savoia, per il momento non ce ne sono: hanno ancora parte del denaro recuperato a Zagabria e delle 12 mila lire ricevute in prestito dalla contessa di Asolo, oltre a diversi gioielli da mettere in vendita in caso di necessità. Anzi, il gruppo cresce ancora: verso la metà di ottobre sale a 38 "sfollati". Si è aggiunta un'altra famiglia di Zagabria raccomandata a Giorgetti sempre da Carugno: Oskar Frohlich, i suoi due figli (un giovane di 24 anni e una ragazza diciottenne) e la sorella Rura. Basta essere prudenti, come continuano a raccomandare Ezio e il maresciallo. Perché, è vero che fanno tutti una vita piuttosto riservata, trascorrendo la maggior parte della giornata nel giardino dell'albergo o in spiaggia e quasi nessuno va in centro, al di là della ferrovia. Ma quella comunità così numerosa comincia ad attirare ugualmente una certa attenzione in paese. Le "voci" circolano e magari qualcuno comincia a sapere... Non ci vuole molto a tradirsi. Come accade pochi giorni dopo l'arrivo dei Frohlich. Una sera Ezio Giorgetti si accorge che nella sala da pranzo del Savoia non c'è più Franz, il primogenito di Oskar Frohlich. Ne chiede conto al padre, alla sorella, ad altri del gruppo, ma nessuno sa dargli indicazioni. Comincia una ricerca affannosa, insieme a sua moglie. Fino a che Libia ha un'intuizione. Poco lontano dal Savoia, nel salone del "Circolo del bagnanti", sul lungomare, è in corso una festa, alla presenza di numerosi fascisti bellariesi e del circondario, incluso Mirko Mussoni, il segretario del fascio repubblicano che si è costituito qualche settimana prima. Forse Franz è andato lì, nonostante sia stato più volte ammonito a non fare imprudenze. Corre al Circolo e appena entra ha un tuffo al cuore. Franz è al centro della sala: da come è vestito, da come parla e si muove, è difficile prenderlo per un italiano sfollato dal Sud. Libia si sente perduta, ma la rassicura proprio Mussoni, buon amico di Ezio, con uno sguardo d'intesa e un cenno della testa: «Mi ha dato un'cchiata – ha poi raccontato Libia – che voleva dire tutto». La situazione, intanto, si fa rapidamente più difficile. Funzionari fascisti sono tornati ad amministrare la delegazione di Bellaria, Igea Marina e Bordonchio: militi in camicia nera si vedono sempre più di frequente per le strade, mentre il contingente di fanteria tedesco accampato lungo l'argine dell'Uso viene sostituito da reparti più consistenti, che verso la fine di ottobre si sistemano direttamente in paese, occupando numerosi alberghi e case private. Per il comando militare viene requisito l'hotel Milano, sul lungomare, a poche decine di metri dal Savoia. Emilio Drudi E. Drudi, Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano «Giusto tra le Nazioni», La Giuntina, Firenze 2012.

  • Conclave, santi padri e uomini santi...

    Basse casette di legno e pietra, greggi di pecore a perdita d'occhio, rimbombo di passi sul selciato a rincorrere pennacchi di fumo dai camini. Se per caso desideraste immergervi in un'atmosfera di questo tipo, così lontana da quella nella quale siamo costretti a vivere quotidianamente, dovreste imboccare la tortuosa strada che da Vasto si arrampica verso Isernia, facendo quasi da confine naturale tra la Maiella abruzzese e le montagne del Molise. Magari potreste fermarvi ai piedi del Monte Capraro e gustarvi un piatto di cavatelli al ragù e formaggio caprino nel paesino di Capracotta. Se così appare oggi, immaginatevi come doveva essere ruspante e selvaggia questa zona nel 1200! Proprio in questa terra, aspra ma fascinosa e molto spesso dimenticata da Dio, nacque Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V°. Secondo alcune testimonianze storiche erano all'incirca gli anni nei quali Francesco d'Assisi stava concludendo la sua vita. Pietro era uno dei molti rampolli di Angelerio e di Maria, due piccoli proprietari di poca terra, alcune greggi e molti pidocchi, che avevano bisogno di numerose braccia per tirare avanti la baracca e addolcire la quotidiana miseria. Fin da piccolo però Pietro si era dimostrato un po' stravagante, bizzarro, solitario e soprattutto sfaticato, tanto da attirare spesso le ire dei fratelli che lo chiamavano "fannullone piscialletto" (quest'ultimo epiteto era dovuto ad un suo piccolo difetto, indotto dalle frequenti estasi mistiche che lo colpivano fin dalla più tenera età). Di fronte al caparbio carattere del fanciullo, che sosteneva di essere destinato per volontà divina a studi teologici, la famiglia non sapeva più cosa fare se non sostenere che i soldi si fanno solo lavorando, quindi "niente sudore, niente scuola" (anticipando di secoli lo slogan "no Martini, no party!"). Fu così che nessuno della famiglia si disperò più di tanto quando Pietro, ormai quasi ventenne, fuggì dal suo villaggio, deciso a non fare più ritorno. Salì faticosamente le pendici del monte Palleno alla ricerca di una grotta-monolocale abbastanza ampia per accogliere la sua scarna persona, ma avendole trovate tutte occupate dai seguaci del famoso eremita Flaviano da Fossanova, fu costretto a lavorare per la prima volta in vita sua, scavandosi con le sue stesse mani una caverna nella roccia. Qui, sempre tormentato da dubbi e ossessionato da orripilanti visioni, trascorse tre lunghi anni di meditazioni e preghiere. La presenza su quei monti di Pietro cominciava a emanare odore di santità oltre che di altri aromi non proprio gradevoli (dopo tre anni che non si lavava!) e cominciava ad attirare sempre più pellegrini in cerca di miracoli gratuiti o con basso esborso di obolo, vista la miseria imperante da quelle parti. Ma il sant'uomo era infastidito da quelle rumorose presenze che interrompevano continuamente il suo dialogo con il Signore e perciò decise di fare una vita che attirasse meno l'attenzione popolare. Perciò decise di recarsi a Roma per studiare da sacerdote e apparire un po' più normale agli occhi della gente. Conseguiti i Voti, naturalmente con il massimo dei voti, tornò a vivere in una spelonca ai piedi del monte Morrone (dal quale volle prendere il nome, che di suo voleva il meno possibile). Là Pietro, uomo taciturno e riservato, sperava di condurre la sua vita in contatto con Dio e in attesa di ricongiungersi a lui puro e candido come un neonato. Ma presto fu di nuovo assediato da una rumorosa folla di centinaia di giovani attratti dalla sua crescente fama di santità e vogliosi di condividere con lui le sofferenze e le privazioni della vita eremitica. Però il sant'uomo riteneva che Francesco d'Assisi fosse un esempio poco adatto da seguire, perché per povero era povero, ma non abbastanza per lui, in quanto il poverello non aveva rinunciato alle gioie dei contatti umani, con gli animali e con la natura (come testimoniava il suo "Cantico delle creature"). Perciò iniziò a fuggire dai seguaci cominciando una instancabile ricerca di spelonche inaccessibili sulle vette delle vicine montagne della Maiella (a qualche ingenuo o miscredente potrebbe venire a mente la continua migrazione di grotta in grotta di Bin Laden sui monti dell'Afganistan…). Ma dovunque si fermasse, finalmente convinto di essere solo con Dio, lo raggiungevano folle di poveri, infermi, disperati in cerca di conforto e guarigioni. Fuggendo e pregando Pietro era arrivato ai suoi sessanta anni senza riuscire a realizzare il suo sogno di solitaria santità. Dovette prendere atto che i suoi seguaci si erano ormai organizzati in congregazioni stabili che, come succedeva spesso in quei tempi, non erano ben viste dalle potenti e ricche gerarchie ecclesiastiche per il loro integralismo, il richiamo alla povertà e ai valori del cristianesimo primitivo. Erano in odore di eresia, forse di condanna al carcere o peggio… Fu allora, nel 1293, che decise per la prima volta in vita sua di farsi gli affari degli altri (i suoi poveri seguaci) e di recarsi a piedi a Lione dove il Papa Gregorio X stava tenendo un Concilio proprio per elencare e condannare le sette ereticali. Sospinto e sorretto dall'appoggio divino riuscì a far escludere i suoi seguaci dai sospetti di eresia e addirittura a far riconoscere ufficialmente la sua Congregazione dal Papa. Tornato alla sua spelonca, sempre rigorosamente a piedi, dette la bella notizia ai suoi discepoli e annunciò che sentendosi vicino alla fine dei suoi giorni terreni, sarebbe andato ad aspettare il ricongiungimento a Dio nella sua grotta sul monte Morrone. E che nessuno si azzardasse a seguirlo! E là, felice, sereno, visse in assoluto isolamento per tredici mesi, ignorando che la Storia, quella con la S maiuscola, era in agguato, pronta a guastargli i piani e a metterlo nei guai. Da qualche mese era morto il Papa. Il Conclave, formato da soli undici cardinali, era andato avanti in estenuanti discussioni e votazioni per mesi, senza raggiungere un accordo. Infatti alcuni di loro erano seguaci della potente famiglia Orsini, altri della famiglia Colonna e poi c'era da accontentare anche i desideri di re Carlo d'Angiò, che voleva un Papa che l'aiutasse a riprendersi la Sicilia. Così i mesi erano passati e per paura di una pestilenza (che a quei tempi era frequente e puntuale come un film dei Vanzina oggi) si trasferirono a Perugia, dove l'aria sembrava più salubre. Ne erano passati tanti di mesi, ventisette per la precisione storica, e non si vedeva soluzione. Fu allora che Carlo d'Angiò mandò un suo emissario alla ricerca di Pietro per comunicargli la situazione disastrosa per la sua amata sposa (così il santo eremita chiamava la Chiesa) e per chiedergli un suo intervento, almeno scritto, sperando che le sante parole facessero il miracolo. E lo sventurato rispose (frase ad effetto clonata da un certo Alessandro Manzoni che ha lasciato qualcosa in Arno). Sollecitò, in nome di Dio, la fine della vedovanza della Sposa di Cristo e minacciò sventure (con parole riprese più tardi da Savonarola e da Bertinotti) se non avessero messo immediatamente rimedio alla situazione. I Cardinali, impauriti e incapaci di trovare altre soluzioni, pensarono che quel vecchio santo, con bassa aspettativa di vita vista l'età e gli acciacchi, sarebbe stato l'ideale per chiudere la questione in modo interlocutorio per tutti, in attesa a breve scadenza di tempi migliori. Perciò lo mandarono a prendere di peso nel povero eremo e, trasportatolo a Roma, tra lo stupore suo e di tutto il popolo, lo elessero Papa col nome di Celestino V. Ma non sempre le marionette obbediscono ai comandi dei burattinai e ben presto la vittima Pietro-Celestino sfuggì dalle mani dei potenti elettori. Sequestrato dal re Angioino e portato a Napoli, circondato da faccendieri, questuanti, trafficanti di ogni genere (che spesso utilizzavano le bolle papali con il suo nome per fare soldi a palate, che più tardi ispireranno il paroliere della canzone "Le mille bolle blu") anche se stanco e provato dalla sua vita di stenti e privazioni riuscì a trovare il coraggio e la forza per opporsi fermamente a quello scempio. E con la forza di un guerriero in armi impose in nome di Dio ai suoi cardinali allibiti la sua rinuncia al papato e il suo ritorno all'eremitaggio! Dante, che da buon passionario politico fiorentino, di obiettivo aveva poco , lo sistemerà per questo tra gli ignavi nell'antinferno, bollando il suo gesto come "viltade". In realtà Alighieri era un sostenitore del re angioino e avrebbe desiderato che Celestino seguisse i suoi piani politici. Povero Celestino! Calunniato e offeso in vita e dai posteri, dopo soli dodici giorni dalla sua clamorosa rinuncia dovette assistere alla velocissima elezione del corrotto cardinale Caetani che prese il nome di Bonifacio VIII (che Dante questa volta giustamente metterà nell'inferno vero). Uno dei primi atti del nuovo Papa fu quello di ordinare l'arresto del sant'uomo, che tentò di fuggire verso la Grecia ma, respinto a terra da una mareggiata (i disegni divini sono a volte davvero poco comprensibili!) venne arrestato vicino a Vieste e trasportato nell'orrenda torre di Castel Fumone, nei pressi della residenza papale di Anagni. Nonostante la detenzione durissima la sua bell'anima resistette ancora trecentodiciannove giorni prima di abbandonare l'aborrita carcassa di carne ed ossa e unirsi finalmente a Dio. Era sabato 19 maggio 1296. Fin da subito si sospettò un ruolo attivo di Bonifacio nell'aiutare il santo a realizzare questa dipartita, ma fu solo dopo dei secoli che un suo biografo, Lelio Marini, cercherà di dimostrare che Pietro era stato barbaramente ucciso in cella per ordine del Papa. Quella vicenda (e non solo quella, penserà qualche maligno) rimarrà per sempre irrisolta perché Bonifacio VIII fece ordinare il divieto assoluto di eseguire autopsie sui corpi dei pontefici (passati, presenti e futuri) per non fare scempio e sacrilegio del corpo stesso di Cristo in loro incarnato. Amen. King Arthur Fonte: http://www.liberodiscrivere.it/, 18 aprile 2005.

  • Il centro sannitico di Monte S. Nicola e l'abitato medievale di Maccla

    Le aree montane del Molise settentrionale a confine con l'Abruzzo, comprese tra Belmonte del Sannio e S. Pietro Avellana, estremo lembo del territorio Pentro a confine con Carricini e Lucani del Sangro, sono state indagate da chi scrive nel corso del Dottorato in "Metodologie conoscitive per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni culturali" della Seconda Università degli Studi di Napoli. Le ricognizioni, effettuate con grande dispendio di energie in un territorio vasto e spesso impervio, con picchi che raggiungono i 1.700 metri di altitudine, hanno rilevato la presenza di circa 140 siti, compresi in un lungo arco temporale che va dalla Preistoria al Medioevo e oltre. La ricerca ha permesso di gettare nuova luce sul popolamento di quest'area in età Sannitica e di ricostruire le dinamiche dell'insediamento tra il IV e il I secolo a.C. In epoca Sannitica si nota un'occupazione più articolata e sistematica del territorio, basata su insediamenti rurali diffusi capillarmente anche a quote elevate, luoghi di culto e centri fortificati. La realizzazione degli insediamenti fortificati di sommità è il risultato di uno sforzo intenso che nel IV secolo ha coinvolto l'intera comunità Pentra per la creazione di un sistema difensivo complesso in un lasso di tempo piuttosto limitato. L'uniformità delle tecniche costruttive impiegate e la strategia adottata, mirante ad un controllo totale del territorio e delle vie di transito, sono le caratteristiche fondamentali che accomunano questi insediamenti. Oltre ad una valenza strategico-militare, le fortificazioni avevano forse un valore di rappresentazione visiva del potere ribadita attraverso queste manifestazioni di architettura monumentale: esse dominavano il paesaggio circostante, erano distinguibili anche da lunghe distanze e forse ebbero un ruolo simbolico rilevante nel definire il senso di appartenenza a comunità emergenti. Esse rappresentarono pertanto dei marcatori territoriali, simboli dell'occupazione e del controllo del territorio da parte delle comunità ivi insediate. Non necessariamente furono luoghi d'insediamento abitativo, ma strutture difensive per la popolazione diffusa nel territorio e inaccessibili rifugi in caso di pericolo. Nel nostro comprensorio sono presenti le fortificazioni di Monte Miglio (S. Pietro Avellana), Monte Cavallerizzo (Capracotta), Monte S. Nicola (Capracotta), Guado Ogliararo-S. Margherita (Agnone) e Monte Rocca l'Abate (Belmonte del Sannio). Alcune fortificazioni sono note sin dal XIX secolo, quando studiosi abruzzesi come Vincenzo Balzano e Antonio De Nino o l'agnonese Francesco Saverio Cremonese le visitarono, pubblicando in seguito brevi resoconti. Il primo a raggiungere Monte Miglio e Monte Cavallerizzo fu il De Nino nel 1904 durante le sue escursioni nel Molise settentrionale, cui seguì il Balzano l'anno successivo. Monte S. Nicola fu visitato per la prima volta dal Cremonese nel 1848 il quale segnalò la presenza sul "Monte della Macchia" (com'era allora denominato) dei resti di un oratorio, di «mura in opera poligonale terminanti ad est in una struttura semicircolare» e frammenti di ceramica comune e scorie di fusione. Anche il De Nino effettuò una ricognizione sulla vetta del monte nel 1904 rinvenendo frammenti fittili e un'acquasantiera spezzata tra i ruderi di strutture antiche («Sulla sua vetta, di forma quasi conica, sono ancora visibili alcune tracce di mura poligoniche, che s'interrompono e si rannodano a scogliere naturali schistose. Una di queste scogliere prende il nome di Segone. I massi delle mura scomposte rotolano a valle. Sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi prova certa che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata»). Luigi Campanelli, nel suo lavoro del 1931 dedicato a Capracotta e al suo territorio, fa una generica descrizione dei resti delle mura in opera poligonale e segnala la presenza di tombe: «Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! Triste spettacolo!». Ad eccezione di Monte Cavallerizzo tutti i centri fortificati della zona furono rioccupati nel Medioevo. A Guado Ogliararo si sviluppò un esteso abitato di cui restano le rovine: sulla sommità dell'altura si distingue una struttura a pianta rettangolare, identificabile probabilmente con la chiesa di S. Margherita, il cui ricordo è ancora vivo nella memoria della gente del posto, e i resti di una torre a pianta quadrata. Tali resti appartengono all'insediamento di Staffum (chiamato anche Stafele o Stafili), citato alla metà del XII secolo nel Catalogus Baronum, nelle Rationes Decimarum per il 1328 e in altri documenti coevi e successivi. Sulla vetta di Monte S. Nicola sono presenti i resti di un esteso abitato di cui si riconoscono numerose strutture e un circuito murario dotato di una torre a pianta circolare. Nella spianata di sommità è invece presente un edificio a pianta rettangolare posto in posizione particolarmente panoramica, con lati di 5x9 metri circa, identificabile probabilmente in un edificio di culto, e una grande torre a pianta circolare realizzata sulle strutture di una precedente torre quadrata con lati di 7x7 metri. I resti delle strutture individuate appartengono all'insediamento medioevale di Maccla Strinata o Maccla Spinetarum con la chiesa di S. Nicola della Macchia, abbandonato forse in seguito alla peste del 1656. La rioccupazione medievale dei centri fortificati del comprensorio indagato sta ad indicare un rinnovato ruolo strategico delle posizioni già occupate in età Sannitica e la sopravvivenza e l'utilizzo costante di certe direttrici viarie, quasi sempre obbligate in aree di montagna. Si tratta perlopiù di mulattiere, molte delle quali riconosciute dalla gente del posto come "tratturelli", in modo particolare lo Sprondasino-Castel del Giudice e l'Ateleta-Biferno, utilizzati ancora oggi negli spostamenti dei pastori del luogo e fino ad alcuni decenni fa dalla grande transumanza. Bruno Sardella Fonte: B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla, in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.

  • Sci di fondo a Capracotta

    Capracotta regina del fondo. Cala il sipario sui recenti Campionati italiani assoluti di sci di fondo nell'incantevole cornice di Prato Gentile, ai piedi di Monte Campo. Un successo che non trova riscontro negli annali dello sport molisano. Tutto organizzato in maniera perfetta e con alta professionalità dall'Amministrazione Comunale capeggiata dal giovane e dinamico sindaco Candido Paglione che si è perfettamente calato nei panni del manager più navigato, dimostrando un eccezionale spirito d'intraprendenza e genialità. È questa, infatti, la prima volta che il Molise si apre ad un avvenimento sportivo d'eccezionale portata. La scrupolosità della macchina organizzativa ha raggiunto un tale grado di efficienza da entusiasmare sia i molti atleti presenti alla manifestazione, quanto i responsabili della federazione, soddisfatti delle infrastrutture messe a disposizione dell'amministrazione. Capracotta ha dimostrato di avere le carte in regola per fare il salto di qualità nel turismo invernale e proiettarsi verso il 2000 nel ruolo di protagonista. Ora l'input alla rivitalizzazione del movimento c'è stato e non bisognerà fare come un vecchio adagio ci insegna "passata la festa gabbato lo santo". È giunto infatti il momento di fare delle scelte di fondo se si vuole esportare al di fuori dei confini regionali il marchio "DOC" delle meravigliose piste di sci che si snodano in un paesaggio quasi fiabesco dove gli alberi sono la più bella nota di colore. Gli enormi sforzi compiuti da Capracotta in occasione dei Campionati di sci di fondo sono valsi a dare un'immagine diversa d'una zona finora scarsamente valorizzata sia dalla Regione, quanto dalle precedenti amministrazioni che hanno tirato come si suol dire a campare. Mettiamo una pietra sul passato e cerchiamo di pensare all'avvenire. Bando dunque a qualsiasi sorta di entusiasmo in un clima di comprensibile euforia. Occorre continuare il lavoro iniziato dal dinamico sindaco e dall'intera amministrazione, perché si possa sperare in un futuro migliore per Capracotta e per il Molise. L'efficienza degli impianti di risalita e le piste tecnicamente valide hanno retto bene all'assalto dei più quotati fondisti italiani. Tutti gli atleti sono stati concordi nell'apprezzare l'impeccabile organizzazione ed il calore del pubblico caprecottese generoso nell'elargire applausi ed affetto ai vari Fauner, Zorzi, De Zolt, Di Centa, Valbusa, Paruzzi, Del Fabbro, Albarello, Pozzi e l'olimpionico Vanzetta. Un grande e caloroso applauso per questo civettuolo centro appollaiato su una roccia dalla quale si domina la sottostante vallata del Sangro. I nostri rallegramenti vanno all'indirizzo di Candido Paglione e di tutti i suoi validi collaboratori che non si sono sottratti agli impegni e si sono dannati l'anima notte e giorno perché tutto filasse a puntino, come era nei loro desideri. Non va comunque sottaciuto il merito della federazione regionale ch'è stata capace di far disputare i campionati italiani di fondo nel Molise. Un particolare ringraziamento alla Telecom Italia ed a La Molisana, i due più grandi sponsor di questa bellissima manifestazione che apre una nuova pagina di storia nello sport molisano. Onore e gloria a Capracotta ed alla sua generosa gente che ha saputo dimostrare la validità del famoso detto alfieriano «Volli, sempre volli, fortissimamente volli». E così, infatti, è stato. Grazie di cuore Capracotta. Arrivederci a presto! Camillo Viti Fonte: C. Viti, Sci di fondo a Capracotta, in «La Vianova», IV:1, Roma, gennaio-febbraio 1997.

  • "Coccia di bronzo" si racconta (I)

    È la prima volta che Alice e Alessandro vengono a stare in vacanza, per una settimana si spera, con i nonni (io e mia moglie Gabriella) a Capracotta: sono pieni di entusiasmo e curiosità. Siamo partiti da Pescara: lungo il viaggio in autostrada racconto loro quando ho visto per la prima volta il mare. La narrazione avviene in terza persona, dove il personaggio si chiama "Coccia di bronzo", ché spiego durante i ricordi. Comincia il racconto. Aveva undici anni, era il giorno di san Luigi Gonzaga, il 21 giugno. Insieme a suo padre Enrico andava dai frati minori conventuali, alla parrocchia di S. Antonio di Pescara per trascorrere dieci giorni di colonia estiva e decidere sul suo futuro o meglio sulla sua vocazione religiosa, se diventare missionario, figlio di san Francesco. Non aveva mai visto il mare da vicino. Salirono sul treno sulla Sangritana alla stazione di S. Angelo del Pesco e, dopo aver attraversato i vari paesi nella Valle del Sangro e la città di Lanciano, giunsero a San Vito Chietino. Dai tornanti del paese verso la marina si vedeva una distesa verde sotto il loro sguardo che ondeggiava al vento. – Mamma mia, – disse il ragazzo rivolto al padre – beato il padrone di tutto questo grano; chissà quanti mietitori ci vogliono per raccoglierlo! – Fessacchiotto, – precisò il padre – questo è il mare: il colore verde è dato dalle alghe! La nipotina Alice guarda sbalordita e sussurra: – Veramente nonno? – Sì – rispondo. – Sono poi diventato un caro amico del mare, ci vivo vicino da oltre quarant'anni. Sapete infatti che io e la nonna Gabriella stiamo a San Salvo, un paese che ha un bel mare con una spiaggia ampia e piacevole. Alessandro si associa dicendo: – Anch'io amo il mare! So nuotare e vado anche in piscina. Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.

  • Spal, ci sono tre imprenditori

    Ferrara. Roberto Benasciutti calma il gioco. Vice-presidente e amministratore unico della Spal (possiamo evitare di chiamarla Real visto che nei comunicati di questi giorni non l'ha fatto nemmeno la Lega Nazionale Dilettanti), il dirigente ferrarese si trova in prima linea dopo la rottura con Oreste Pelliccioni e la conseguente necessità di cercare soci-finanziatori. Benasciutti però smorza i toni: «Chiedo un po' di serenità, a tutti. Evitiamo gli allarmismi. La società è nuova, pulita, senza debiti e – cosa fondamentale – ha perfezionato l'iscrizione. Siamo sereni, ve lo assicuro». Benasciutti è stanco, la voce provata («Sono giorni infernali, adesso fino a lunedì voglio solo vedere la squadra»), però fa professione di fiducia: «Non abbiamo bisogno di tanta gente, se fosse necessario riusciremmo anche ad autofinanziarci: siamo la Spal, non il... Capracotta, gli sponsor li troviamo. La società non è in vendita, ed in ogni caso suscita interesse». Benasciutti e Ranzani in questi giorni hanno tessuto contatti, avuto incontri. Uno, in particolare: con Claudio Molinari, ex diesse biancazzurro all'epoca-Tomasi, che potrebbe portare dei soci finanziatori. Il vertice com'è andato? Benasciutti spiega: «Molinari è legatissimo alla Spal, gli piacerebbe tornare. Ha due amici, trentini, appassionati di calcio, imprenditori con aziende importanti che insieme a lui e ad un altro amico di Verona sono già venuti a vedere la Spal, la scorsa stagione. Potrebbero entrare, sembra ne abbiano l'intenzione, ci siamo conosciuti ed è nata una simpatia reciproca. Se son rose, fioriranno». Quanto al capitolo Pelliccioni, all'ormai sempre più probabile e definitiva estromissione del manager sammarinese, Benasciutti è molto cauto, anche se - interpretandone la prudenza e qualche silenzio - una ricucitura pare proprio da escludere: «Pelliccioni? Non posso litigare con lui, di Oreste sono amico e gli sono affezionato. Non voglio sbilanciarmi». Ok, si è capito come stanno le cose. Il "Ben" in ogni caso sparge positività a piene mani: «Ma sì, non mi piacciono le polemiche. Evitiamole, pensiamo solo al bene della Spal. Anche il discorso con Pasetti... Gli ho e gli abbiamo parlato, non è stato trovato un terreno d’intesa, e allora guardiamo avanti, lui e noi. Chi mi conosce sa che il mio sogno è sempre stato quello di un settore giovanile forte, capace negli anni di esprimere la base di giocatori per la prima squadra, per una Spal sempre più ferrarese. Con calma, con il lavoro, ci arriveremo. Tutte le altre questionilasciamole perdere. Credetemi, il più era fare l’iscrizione. Adesso siamo a posto, la squadra è in ritiro, il mister è contento». Benasciutti lavora anche su altri fronti: «Lo stadio lo stanno sistemando, al Centro abbiamo un nostro uomo che lavora, lunedì spero ci diano le chiavi per iniziare a verniciare e sistemare tutto. Voglio che quando la squadra tornerà dal ritiro trovi delle strutture adeguate». Se i discorsi sul fronte ferrarese sono questi, Oreste Pelliccioni - nonostante le chances di rientrare siano al momento minime - non resta con le mani in mano e continua a lavorare per garantire i capitali con cui correbbe rilevare la maggioranza delle quote societarie e finanziare la stagione. Già ieri scrivevamo dei suoi contatti avanzati con Luciano Gubbioni, imprenditore ternano che ha già dato la disponibilità a sostenerlo nell’avventura Spal. Ma se Benasciutti e Ranzani privilegiano altre opzioni, allora il discorso rischia di cadere ancor prima di fare una proposta. Paolo Negri Fonte: https://www.lanuovaferrara.it/, 11 agosto 2012.

  • Il miracolo di Niccolò Comegna

    Nel 1715 il predicatore domenicano Serafino Montorio (1647-1729) pubblicò lo "Zodiaco di Maria", un'opera monumentale che, dividendo le province del Regno di Napoli nei dodici segni dello zodiaco, passava in rassegna i principali santuari mariani dall'Abruzzo alla Calabria. Ad ogni santuario il Montorio attribuì una stella descrivendo leggende fondative, miracoli e icone venerate, trasformando in dati storici una serie di informazioni e cronache che probabilmente non sarebbero altrimenti giunte ai giorni nostri. Al segno dei pesci, la settima stella, venne attribuito il Santuario di S. Maria della Valle di Stignano, nel territorio di S. Marco in Lamis, un centro religioso che fa da sfondo a una storia miracolosa che ha per protagonista un capracottese, Niccolò (o Nicola) Comegna, uno dei tantissimi emigranti stagionali del nostro disgraziato paese d'altura. Siamo nella primavera del 1566 e l'umile Niccolò Comegna, assieme a pochi compagni, camminava sulla strada che da Canosa lo avrebbe riportato a Capracotta, felice di poter presto riabbracciare la propria famiglia e di riposare un pochino dopo le sfiancanti fatiche della lunga traversata. Giunto in una delle tante osterie poste parallelamente al regio tratturo, Niccolò si imbatté in una masnada di banditi piuttosto aggressivi che subito cominciarono ad inveire contro la sparuta comitiva. Quando il Comegna, per spaventarli, gridò: «Alto alla corte», vide fuoriuscire dall'osteria altri quaranta ladroni, tutti attirati dagli strepiti e dalle urla. La banda di malviventi così raccolta decise di gettarsi all'assalto di Niccolò e dei suoi colleghi, sparando persino un colpo d'archibugio. Attorniati da decine di banditi, Niccolò Comegna e compagni non videro altra via d'uscita se non quella d'invocare «la gran Madre di Dio Maria di Stignano, facendo voto di visitare la sua chiesa con donativi, e messe da celebrarvi». Fatto sta che non «appena fatto tal voto, mancò l'ardire a quei scellerati, e coll'ardire ogni forza», finché ai briganti caddero le armi di mano e restarono alfine «immobili come statoe», quasi avessero incrociato gli occhi d'una Gorgone. Il miracolo a cui assistette Niccolò Comegna in quella assolata primavera di quattro secoli e mezzo fa, fu soltanto uno tra le decine di prodigi acclarati riconosciuti alla Vergine di Stignano. Certo è che il nostro compaesano e i suoi fedeli compagni non mancarono di portare al santuario garganico i dovuti ringraziamenti. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Montorio, Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli, Severini, Napoli 1715; A. Pellicano, Geografia e storia dei tratturi del Mezzogiorno. Ipotesi di recupero funzionale di una risorsa antica, Aracne, Roma 2007; P. Soccio e T. Nardella, Stignano: storia e vita di un santuario garganico, Adda, Bari 1975.

  • Il ritorno di Tata

    24 giugno, San Giovanni. Il lastricato di via Santa Maria di Loreto risplende sotto il primo sole, dalle inferriate verdi la biancheria sventola nell'aria asciutta e fresca dell'estate capracottese. Tata Giuann' è intento dall'alba a scaldare il latte appena munto nella quiete della cucina al piano terra di casa Di Nucci. Con le dita saggia la temperatura del latte, la consistenza del coagulo. Prende il suo cucchiaio di legno e vi adagia un primo pezzo di cagliata. Aggiunge un po' di acqua bollente, ed ecco che la magia della filatura si ripete incessante. Lo sguardo serio e penetrante dell'anziano massaro, si posa sul cutturo di rame e dolcemente le sue mani estraggono il miracolo che l'ha accompagnato una vita. Il siero bollente cola tra le dita, lasciando sui palmi l'impasto lucido e liscio della cagliata. Lo osserva e in un attimo la sua memoria si perde nel rosa dell'alba alla Masseria Don Salvatore, nel verde delle Puglie, nel calore dei falò notturni e nel sapore scialbo di quei pancotti serali che non saziavano la fame, ma la nostalgia, quella sì. Si perde nell'incedere lento e ostinato dei suoi animali, nella melodia dei loro campanacci, nello sguardo fisso e benevolo della sua Madonna e nei baci dati a quel manto azzurro invocandone la protezione. Si perde ancor più nel grigio di quella mattina a Campobasso e nello stridìo cupo di un carro merci. Nelle urla strazianti dei "suoi ragazzi" sotto il patapum patapum di quei cannoni maledetti. Nel pianto dei suoi bambini «Tata non partire...». Ma ecco, Tata è tornato e non c'è più tempo per i pensieri: da lontano il vociare festoso dei nipotini annuncia il loro arrivo, la moglie Letta abbandona il suo incessante moto per accogliere i fanciulli con un bacio. Un attimo dopo le strisce candide e perfette di stracciata sono già tra i loro dentini. Tata li guarda compiaciuto del suo personalissimo omaggio al santo del suo nome. Tata è tornato e torna ogni giorno nei nostri gesti, veglia sul nostro andare e tornare. È in Tata Giovanni il nostro ritorno. Serena Di Nucci Fonte: U. Martino, Ritorno in Molise, Di Nucci, Agnone 2018.

  • Passeggiata a Pratogentile

    Noi ci faremo un po' di compagnia se voi vorrete con il nostro cuore; poiché solo significa l'amore essere in due per una stessa via. E voi sorridete. Mi ascoltate attentamente mentre io dico i versi di Giuseppe Valentini, del giovane poeta romagnolo e sorridete. Non è certo propizio questo momento per recitare dei versi, col respiro spezzato dalla salita e con una neve ghiacciata come questa. Da ieri sera, da quando è caduto lo scirocco umido e nebbioso, ha cominciato a soffiare il maiellese. Così chiamano la tramontana quassù e difatti viene dalla Maiella questo vento gelido, che spazza le nuvole e fa ghiacciare la neve. Si cammina male. Gli sci sfuggono di lato e non vogliono seguire la direzione che ad essi imprime il piede. Voi faticate molto: puntate i bastoni e colpi di anca e si va a spina, a scaletta, su per la costa. Vi siete sbarazzata del giubbetto e, nonostante il freddo, avete il viso accaldato: siete quasi rossa. Così il vento vi brucerà la pelle... – No, Lia, non è lontano Pratogentile. Per la seconda volta vi rispondo così e poi ho quasi timore che ancora mi chiediate quanto è lontana la meta. Ho paura che da un momento all'altro voi abbiate a decidere di rinunziare alla gita e di tornare indietro. – Fermiamoci un poco. Voi accogliete l'invito ed un ciuffo di alberi, prima sentinella avanzata di un bosco imminente, ci ripara dal vento. Siamo alle Salere e qui la salita finisce. Ma prima di lanciarci nella discesa noi c'indugiamo ad ammirare lo scenario di questi meravigliosi monti d'Abruzzo: la Maiella è un enorme groppone, che s'alza da una linea di mare lontano. Di qua la cortina più bassa dei monti Lupari e poi l'ampia, solenne vallata del Sangro. Vicinissimi sovrastano i dirupi di Monte Campo, da cui un giorno si sgretolarono i macigni, rotolando per i declivi della Guardata. Ora sui declivi e sui macigni è caduta la neve. Che bella cosa la neve! Senza di essa voi non avreste mai pensato di andare in mia compagnia a Pratogentile. Ha fruscii di seta e di ala lo sci sulla neve farinosa del pendio; s'alzano ai lati del legno sottili orlature di bianco e la traccia lunga, diritta rimane. Ai lati della pista gli argini di terra si alzano ammantati di bianco. Voi scivolate leggera, felice, ridente sotto i rami protesi sul vostro cammino. I rami sono nudi: appena qualche foglia ingiallita, tenace è restata. Però tutti i rami hanno una riga di neve. I più sottili sono stanchi e si curvano al peso. Che cosa strana un peso di neve! Ricordate: quando vi siete arrestata (gli sci non volevano saperne proprio) c'era un ramo che vi sfiorava quasi la spalla ed in punta aveva delle foglie patinate di bianco. Voi le avete staccate perché vi piacevano molto. Ma presto la vernice di neve è sparita; soltanto è restata quella tristezza cartacea di giallo. Pratogentile. Levigata radura nel folto del bosco. Faggi ed abeti intorno, vicinissimi tra loro, intreccianti i lunghi rami protesi. Immota, estatica folla messa in giro a quel prato rotondo, in attesa di chi sa qualche cosa. Ora c'è il sole sul prato e sul bosco, un sole velato, discreto, invernale. Ma a notte, quando la luna vestirà d'argento le cose di questa scena ed i silenzi ovattati di neve sentiranno le canzoni dei lupi e del vento, che cosa accadrà a Pratogentile? Forse davvero da questi alberi «le ninfe usciran fuori». Chi lo sa? Ma voi l'avete notata, Lia, quell'aria di attesa che c'è a Pratogentile. Io ho visto nelle vostre iridi assorte il colore di un sogno lontano. Ora passano, a tratti, folate di vento. Il sole si vela di più, si lascia quasi guardare: è una grande moneta di luce. Il vento reca dei granelli minuti, una polvere bianca: nevischio. Quanta cipria sui vostri capelli! Per un attimo vi vedo in crinolina ed in parrucca bianca. Perché non danzate in minuetto? Ma voi avete i calzoni e siete qui per sciare. Altro che languida fragilità del Settecento! Del resto: mutatis mutanda. E voi siete intonata all'ambiente. Torniamo. Dal bosco ai declivi squallidi delle Salere. Il vento c'investe in pieno ora e gli orli della giacca svettano nella discesa difficile tra i macigni. Bisogna fare lo slalom. – Piano, Lia! Per carità fate piano. Voi ridete ed io invece ho paura per voi. Dalla cuffia sono sfuggiti i capelli e vi ricadono ogni tanto sugli occhi: allora voi non vedete la pista. Vi fermate a rimetterli dentro, ma per i guanti un po' grosso non vi riesce di farlo ed io allora vi aiuto. S'indugia appena la mia mano nella dovizia dei capelli neri e già il volto par che scolori... Ora che la pista va verso il muro delle Cese e si mette accanto a quella linea dritta di pietre che, si dice, i montanari costruirono in una notte per segnare la via ad un re, che volle salire a Monte Campo. – Ma perché non avete voluto appoggiarvi? Due volte v'ho offerto il mio braccio per questa ultima discesa ghiacciata. Non avete voluto. Eppure mi sareste piaciuta di più un po' stanca, bisognosa d'aiuto. Invece... Su, via, confessatelo, un po' stanca siete. Coraggio, ci ristoreremo arrivando. Capracotta è vicina ed io vi condurrò nella casa che m'ospita. È una grande casa all'antica, dove ogni tanto ritorno: ci sono nato quasi (forse in un vecchio solaio c'è ancora una culla di legno che mi accolse marmocchio). La casa ha una vasta cucina. Non ci sono fiammelle di gas o radiatori di termosifone. C'è un grande camino coi ciocchi di legno che ardono ed una catena nera di ferro che regge una pentola. Oh, umile poesia! Oh, infinita potenza dei focolari domestici! Il mio cuore è un po' catenato al passato! Io amo, per esempio, quelle figure di donne, che vivono sane nella grande pace casalinga dei paesi d'Abruzzo e la domenica si vestono a festa e vanno ad ascoltare la Messa e dormono nei letti che hanno spalliere di ferro o d'ottone e non sono sepolti sotto tanti molli cuscini e lavorano nelle madie di legno con la bianca farina il buon pane col sale. Ogni canto di gallo le sveglia al mattino per le sante fatiche da compiere nella vasta cucina. Venite. Basterà una gonna per intonarvi all'ambiente. Venite. Lì dentro può darsi che io mi innamori di voi. Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Passeggiata a Pratogentile, in G. Titta Rosa e F. Ciampitti, Prima antologia degli scrittori sportivi, Carabba, Lanciano 1934.

  • Tombe la neige

    Cade la neve, non verrai stasera. Cade la neve e il mio cuore si è vestito di nero. Passò più di un anno tra lettere e cartoline. Poi: un giorno d'inverno che dirvi non so... decisi di andarla a trovare. Si trattava (in realtà lo so) di un inverno molto speciale, quello compreso tra il 1968 e il 1969. L'autunno dopo quell'estate 1967 era stato l'inizio vero della mia vita politica e il poster di Che Guevara che il settimanale comunista "Vie Nuove" aveva inserito come inserto nella sua edizione del 19 ottobre era affisso nella mia cameretta in attesa di quello di Ho Chi Minh. Cominciai anch'io a portare la barba e il 1968 mi trovò pronto ma, anche un anno dopo, non ero certamente diventato adulto e indipendente. Il mio proposito di raggiungere Geert non era di facile attuazione perché: non avevo i soldi per il viaggio; perché sapevo che non avrei mai avuto il permesso dei miei. Ad impedirlo non sarebbe stato tanto il fatto di dover attraversare un po' di Europa da solo (l'estate precedente ero stato un mese in Romania e Ungheria in 500 con Prist) su quello avrei forse avuto l'appoggio di mio padre anche contro l'opposizione di mia madre. Ma di andare senza soldi a vivere una settimana a casa di altri... no, questo non me l'avrebbero mai permesso, almeno così pensavo. Non ne ho mai avuto la prova perché mi servii di un sotterfugio che poi non confessai mai. I miei compagni di classe avevano organizzato per Capodanno un settimana in montagna. Convinsi così i miei a darmi in anticipo il "Buon anno" , mi feci prestare dagli zii scarponi e giacca a vento e, una volta a Bologna, invece di andare a Trento, presi il treno per Bruxelles. Viaggiai tutta la notte in uno scompartimento pieno di caciotte dirette ai parenti che lavoravano in Belgio, assaggiandone di ogni tipo e bevendo, per la prima volta in vita mia, Aglianico del Vulture, in compagnia di lucani e campani. Non ci fu molto da dormire ma certo non dovetti intaccare i pochi soldi rimasti dopo aver pagato il biglietto A/R per comprare da mangiare. Fuori nevicava ininterrottamente. Quando arrivai alla stazione della capitale belga era mattina piena e i binari erano bianchi. Salutai i miei compagni di viaggio diretti in qualche paese vallone e presi un treno locale per Anversa. Mi sedetti in prima classe senza accorgermene e stranamente il controllore non disse nulla: era passato da poco Natale? Oppure era il mio improbabile abbigliamento da sciatore (stile Sordi a Capracotta) ad averlo intenerito? Arrivai così, comodo comodo, alla stazione di Anversa. Dove da un telefono pubblico chiamai il numero che mi aveva mandato Geert. La risposta fu pronta ed entusiasta: venivano a prendermi. La famiglia De Jong però viveva a Retie che non era precisamente vicinissimo ad Anversa. Così ebbi il tempo di bere un caffè pestilenziale di fumare molte Bastos che si vendevano a pacchetti da 25 e costavano pochissimo. Portavo già con me un ritratto di Mao e un libro Samonà e Savelli, le "Lettere da lontano" di Lenin. Edizioni trozkiste e santini di Mao. Diavolo e acqua santa. Ma chi era il diavolo? Dopo un'attesa che mi pare durasse un paio d'ore lei irruppe, con tutti gli occhi blu che aveva, nel buffet della stazione. Anche se c'erano i treni e c'era molta neve il nostro incontro non fu alla Vronskij e Karenina. C'era il babbo lì presente che aveva guidato la R4 nella tormenta e, anche se assente perché impegnato a sciare, lui davvero, in Svizzera, incombeva la presenza di un fidanzato ufficiale: Luc. Di quelle giornate del capodanno 1968-69 ricordo la casa di Retie con le tavole di legno e il soffitto spiovente, le escursioni sulla neve e i paesaggi alla Brueghel, ma ricordo soprattutto la distanza di Geert attenta a non baciarmi più come aveva fatto in Italia. Non rimase neanche sempre con me perché aveva scelto recitazione al liceo e doveva fare delle prove. Alla festa di capodanno, in una bella casa di amici, fu ad un passo dal lasciarsi andare tra le mie braccia ma si fermò. Più tardi mi disse che aveva fermamente giurato che non saremmo mai potuto essere altro che amici. Me ne convinsi anch'io, il che dimostra, come capii mio malgrado troppo tardi, che le decisioni hanno spesso ragioni contrarie alla loro ragione. Quel soggiorno non mi risparmiò altre lezioni alla scuola della borghesia colta. A casa di un ricco mercante di legname, amico di famiglia del padre di Geert, discutemmo a lungo della sua tesi: il Belgio andava meglio ora che non aveva più colonie. Mentre confutavo questa tesi rivelatasi probabilmente giusta (il capitalismo ha tratto maggior profitto dal controllo delle economie del terzo mondo senza gli oneri coloniali), arrivò un carrello con un fornello fiammeggiante. In breve vennero servite tartine con foie gras e altre prelibatezze. Mi abbuffai, lo confesso. Rimasi così molto sorpreso quando alla fine di questo banchetto fummo invitati a tavola pour le souper. Venni così a conoscenza degli hors d'oeuvre, la cui esistenza è tutt'ora ignota ad Alfonsine. Procedendo in questo racconto apprenderemo come la cosa ebbe poi conseguenze disastrose in un'altra occasione. Lo so che avevo 18 anni belli compiuti e la barba della rivoluzione ma, anche se vi aspettavate di più, le cose andarono così, solo così. Mestamente ripresi il treno e tornai a casa e alla nostra rivoluzione giovanile. Alla stazione di Bologna incontrai i miei compagni di scuola di ritorno dalla montagna e seppi che Beppe Masetti aveva raggiunto l'apice della perfezione falsaria inviando a casa mia una cartolina da Moena con tanto di mia firma autografa. Apparentemente la mia storia con Geert era finita ed era così in effetti anche se ho l'obbligo di aggiungervi ben altri tre capitoli. Per quanto ricordo il capodanno lo passai qui, senza bere la famosa birra locale. Guido Pasi Fonte: http://alfonsinemonamour.racine.ra.it/.

  • La drammatica "favola" di Capracotta

    Capracotta 16 dicembre, notte. Questo paesetto del Molise, il più alto della regione (è a quota 1.421), è al centro d'una singolare storia che, divulgata attraverso gli emigrati negli Stati Uniti, sta divenendo una favola soprattutto nel New Jersey dove è concentrata una "colonia" di capracottesi di oltre Atlantico. Come in ogni inverno, con le prime tempeste di neve, l'abitato rimane spesso isolato a lungo e, talvolta, con drammatiche conseguenze non tanto per il cibo ed i medicinali, quanto per gli interventi chirurgici che non possono essere ritardati. E, invece, per giungere all'ospedale più vicino, quello di Agnone, vi sono ventidue chilometri con un itinerario molto aspro mentre più facile sarebbe recarsi a Castel di Sangro, pur distante trentacinque chilometri, se non vi fosse, su entrambi i percorsi, la neve che, non rimossa, perdurando il gelo, diventa una barriera. Proteste degli abitanti A Capracotta una commissione ha l'abitudine di segnare in nero sulle facciate la data e l'altezza raggiunte dalla neve nei varii inverni. Nel '56 la neve giunse a cinque metri. In piazza Stanislao Falconi, sul palazzotto del notaio Michele Conti, vi è il livello del '65: oltre sei metri. In quel periodo il divertimento di molti giovani fu di arrampicarsi sulla massicciata, in cui veniva aperto un sentiero con il piccone e, dopo essersi riscaldate le mani ai globi della luce elettrica, tenere comizi caricaturali sulle promesse delle prossime elezioni. Questo dell'isolamento di Capracotta, dietro cui è il dramma di centinaia di paesi del Molise, dell'Abruzzo e della Calabria, è infatti un problema aperto da secoli. Nel libro "Il territorio di Capracotta: note, memorie, spigolature" di Luigi Campanelli - stampato nel 1931 - si legge che nel 1909 il presidente del consiglio provinciale di Campobasso, Nicola Falconi, «dopo lunga insistenza e opposizione, ottenne che la spesa per la manutenzione dell'intera rete fra i comuni fosse a carico di quella amministrazione». Nel primo dopoguerra il ministro dei lavori pubblici Umberto Tupini, martellato dalle interpellanze di un parlamentare democristiano del collegio, Remo Sammartino, rispose che il problema non riguardava l'ANAS. Allora i capracottesi documentarono che i tedeschi in ritirata innanzi alle truppe del maresciallo Alexander s'erano impadroniti di un loro spazzaneve e chiesero l'indennizzo. Ma il dicastero del tesoro, tramite il sottosegretariato ai danni di guerra, chiarì che uno spazzaneve non rientrava nell'elenco ufficiale degli oggetti da risarcire. Il governo militare alleato su cui pesava la responsabilità della sopravvivenza della popolazione risolse il problema con aerei che lanciavano soccorsi. E con la seta dei paracadute - bianca, rosa e celeste - molte famiglie confezionarono veli da sposa e corredi per bimbi dove si leggeva "U.S. Army". Nel dopoguerra venne al paese la signora Eva Dinucci, moglie di un emigrato, Giovanni Paglione. Ritornata a Jersey City informò i compaesani di quanto continuava ad accadere. Fu organizzata allora una sottoscrizione e il sindaco di Jersey City, John V. Kenny, poi nominato cittadino onorario di Capracotta, accettò la presidenza di un comitato, Frank Sinatra cantò per spronare la gente e in tre mesi si raccolsero ventiquattromilaseicento dollari, con i quali si acquistò uno spartineve, chiamato Walter, che fu trasportato con il "treno dell'amicizia" organizzato sin dal '48 da Drew Pearson e caricato sull'Exiria che, quando lasciò l'Hudson, fu salutato da una speciale delegazione (ne faceva parte il sindaco di Nuova York, Vincent Impellitteri). A Napoli l'Exiria fu ricevuto da una folla di autorità fra cui l'ambasciatore degli Stati Uniti James Clement Dunn che, insieme alla moglie Mary, si recò a Capracotta (era il 16 gennaio del '50) con un corteo di lussuose auto nere. Guidava Walter un italo-americano, Armando Gaito, venuto per consegnare di persona lo spartineve "nelle mani" dei concittadini d'origine. Cominciò così, dal 16 gennaio del '50, il calvario di Capracotta. Quando infatti, partiti gli ospiti, quei montanari si studiarono ben bene il dono, constatarono che avendo esso un'apertura di otto metri su vie larghe al più sei, occorreva almeno smontare i vomeri secondari, cioè farlo funzionare a capacità ridotta ma con pieno, spaventoso consumo - tre quintali di nafta al giorno - oltre l'olio più il costo del guidatore e del suo aiuto e di una massa (anche cento persone) di spalatori che completassero il lavoro dello spartineve, sostituendosi quei manovali alla macchina a turbina che, dopo la rottura del muraglione (operata dallo spartineve), polverizza il ghiaccio. L'assedio dell'inverno In un paesetto poverissimo dove un tomolo di terra costa trentamila lire ma nessuno lo compra, la spesa dello spartineve è stata per sedici anni un'emorragia di milioni. L'anno scorso, durante il Natale, centinaia di studenti, operai, impiegati venuti per le feste, non potendo rientrare, organizzarono una manifestazione di protesta ma il comune non si piegò: se la prefettura garantisce il rimborso - disse il sindaco Carmine di Ianni - lo spartineve e gli spalatori escono, altrimenti il paese continuerà a rimanere isolato. La prefettura intervenne, il varco fu aperto. «Tutti i comuni dell'Alto Molise, come Pescopennataro, San Pietro Avellano, Vastogirardi e altri, non hanno mai avuto regalato uno spartineve e ottengono dalla provincia, secondo il loro diritto, senza una sola lira di spesa, che sia mantenuto sgombro almeno un tratto delle strade, quando c'è neve alta. Ma dopo il clamore internazionale di quella festa, nel '50, di cui parlarono anche riviste straniere, il nostro diritto è ignorato e una lettera per garantirci il rimborso, scritta dall'amministrazione provinciale in ottobre, non ha ricevuto ancora risposta». Questo osserva il vice-sindaco Vittorino Giuliano, professore di scuola media. Che accadrà ora che è ricominciato il lungo assedio dell'inverno? La solita guerra di telegrammi, telefonate, disordini, finché si provvederà per un'altra stagione. E ciò perché sedici anni fa gli emigrati di Capracotta ebbero l'idea generosa di alleviare i disagi dei loro compaesani rimasti in Italia. Crescenzo Guarino Fonte: C. Guarino, Da anni isolato dalla neve un comune del Molise, in «Corriere della Sera», Milano, 17 dicembre 1967.

  • Il nome di Capracotta

    «Capracotta. Un nome ridicolo, fanciullesco, ideale per cominciare una filastrocca o una ninna nanna»: questo scrissi nella prefazione al primo volume della mia Guida. Ancor oggi credo che una delle fortune della nostra cittadina risieda proprio in quel toponimo bello e bislacco, che richiama fortemente un succulento capretto cucinato sul fuoco. Oggi voglio effettuare una lunga panoramica degli studi più accreditati sulle origini di questo toponimo, fornendo tutti i riferimenti scientifici e letterari che sono riuscito a intercettare. La prima informazione degna di nota è datata 1676 ed è contenuta nella "Incarceratio, liberatio et peregrinatio" del teologo slovacco János Simonides (1648-1708), uno dei protagonisti del mio "L'inaudito e crudelissimo racconto". Mentre si trovava nelle carceri di Capracotta, il Simonides venne a sapere che «Capracotta in passato si chiamava Laurea Capra. Ma dopo che i briganti la attaccarono e saccheggiarono, abbandonando in una casa una capra lessata e cotta, la città prese il nome di Capracotta». Il curatore dell'antica opera di Simonides, Jozef Minárik (1922-2008), annota che nell'etimo popolare Laurea Capra starebbe per "capra d'alloro", ma non è affatto chiaro come il latino laurus (alloro) sia sparito dal toponimo in favore di coctus (cotto). In epoca moderna, fu il vicepretore Giambattista Campanelli a dare una prima spiegazione a quel nome così buffo. Nel 1877 egli tramandò su carta la leggenda orale secondo cui quattro paesini, distrutti dalle invasioni barbariche, si riunirono in un centro posto sulla sommità del monte in cui v'era la tradizione di far sacrifici in favore di Diana e, durante i lavori di costruzione del nuovo paese, videro una capra vagante, «poscia s'intese lo scroscio di una folgore e la capra fu rinvenuta bruciata». Per avvalorare la sua teoria, Campanelli sottolinea che nelle adiacenze di Capracotta vi sono numerose rovine di centri antichi e che l'emblema comunale di Capracotta è proprio una capra che salta tra le fiamme. Nel luglio del 1906 lo storico Antonio De Nino (1833-1907), nello splendido reportage contenuto ne "Il Secolo XX", scrisse che «la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie [...]. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti». Egli basava le proprie affermazioni tralasciando il fatto che due anni prima era stato a Capracotta per visitare le tombe sannitiche di Guastra. Le Alpi Cozie devono infatti il loro nome a Marco Giulio Cozio, re delle tribù liguri e præfectus romano, un'eco lontanissima dal nostro paese abruzzese e quindi assai improbabile. Il quarto contributo - questo sì, con valenza scientifica - è quello del filosofo Antonio Sarno (1887-1932) che nella "Filosofia poetica" ammise che in Italia alcuni villaggi «sorsero come città federali, come luoghi di raccolta dei capi», per cui si ebbe Capriracolta, Capracolta ed infine Capracotta. Non è infatti infrequente trovare il nostro paese sugli antichi documenti col nome di Capracolta, ma ho sempre creduto che fosse un refuso, tanto dell'amanuense quanto del tipografo. Assieme a quella del Sarno devo sottolineare la contemporanea ricerca dell'archeologo Edoardo Menicucci, ben più organica e condivisibile. Egli ravvisava infatti che nell'etimo di Capracotta vi fosse «un radicale osco, carp (vetta), seguito da una forma aggettivale hot (alto), il che può esser comprovato dalla denominazione di luoghi vicini, come Carpinone, Carovilli (in dialetto Carvigli), dal nome del più antico popolo del Molise, i Caraceni». Menicucci, come vedremo, è infatti l'unico studioso a riconoscere un'origine sannitica - osca, per la precisione - al nostro toponimo. Ed è inutile ricordare che nel 1848 a Capracotta fu rinvenuta la Tavola Osca, oggetto di revisionismo storico da parte di odierni strampalati polemisti. Nel 1931 la celeberrima monografia di Luigi Campanelli (1854-1937) provocò ancor più trambusto. Egli passò in rassegna teorie diametralmente opposte fra loro. La prima era anteriore al 1492 e confrontava Capracotta con Capraia, Capri, Capralba, Capranica, Caprarola, Capriati e Serracapriola, «tutte di natura favorevoli alla pastorizia [e] corrisponde ad asprezza di sito adatto alle capre». Un'altra vedeva discendere Capracotta dai Caprotinia, l'antica festività romana celebrata il 7 luglio in onore delle schiave. Una terza ipotesi sosteneva che capra derivasse dal greco kapros (cinghiale) e a Campanelli piaceva parecchio perché la grande presenza «di porci selvatici nel nostro territorio poteva aver dato lo spunto al nome»; a conferma di ciò ammetteva che «nel nostro territorio c'è anche il Verrino ossia la denominazione derivante dal diminutivo del maschio della scrofa». L'illustre avvocato non ricordava però che il Verrino deve il suo nome al prefetto Lucio Verino, che presso il nostro fiume aveva compiuto una strage di disertori. Pare che nel dopoguerra gli studi toponomastici abbiano preso una piega ludica. A far da apripista è stato lo storico Renato Lalli (1928-2010) che, con spirito leggero, raccontò mirabilmente la leggenda fondativa di Capracotta che tutti conosciamo a menadito, ovvero che, al tempo della sua fondazione, «sbucò improvvisamente una capra; essa si fece largo tra i pastori incuriositi, si fermò davanti al fuoco, spiccò un salto e cadde nel fuoco, poi con un balzo improvviso ne uscì fuori e si allontanò lentamente dalla parte opposta da cui era venuta. I pastori la seguirono con lo sguardo fino a quando disparve ai loro occhi. Cercarono di rintracciarla, ma ogni loro ricerca fu vana. La capra non c'era in nessun luogo. Ritornarono attorno al fuoco e cercarono di interpretare l'accaduto. Era chiaro che si trattava di un segno divino. Uno dei pastori, quello che più si era opposto ai nomi trovati dai loro compagni, propose allora di chiamare il paese Capracotta». Sempre nel 1966 il capracottese Attilio Mosca (1905-1991) diede alle stampe un libello dal titolo fulminante: "Monografia su Caprasalva". Al suo interno, infatti, il Mosca riprendeva la leggenda tanto cara a Giambattista Campanelli, Renato Lalli ed Egidio Finamore, aggiungendovi una nota ancor più stravagante, ovvero che la capra dei tempi antichi avesse saltato sul fuoco restando illesa, e che Capracotta dovesse giustappunto chiamarsi Caprasalva, nome avvalorato - secondo lui - dalle memorie del cancelliere Nicola Mosca (1698-1782), sulle quali è scritto che l'origine del nome è «dovuta alla riunione di nomadi pastori su queste impervie terre [carpe cocte] atte alla difesa e ricche di pascoli odorosi, celebrando il rito propiziatorio col pagano sacrifizio di una capra tra le fiamme. Ma nei tempi antichi la capra era un simbolo sacro che non s'addiceva al celebre avvenimento di una consacrazione di nome, poiché avrebbe così assunto un carattere eminentemente barbaro, non confacente colla nobile indole dei nostri avi». A quanto pare il Mosca cancelliere non avvalorava assolutamente la tesi del Mosca imprenditore boschivo. Semmai, la confutava. Nel 1967 l'editore Cappelli di Bologna pubblicò l'esordio letterario di Elvira Tirone Santilli (1923-2013), un toccante viaggio familiare in cui l'autrice offrì anche una suggestiva interpretazione toponomastica del suo paese natale. Nonostante fosse convinta che Capracotta fosse stata fondata dagli zingari, per la Santilli «sembra che il nome derivi dal latino: castra cocta ossia accampamento protetto da un ager coctus, che era un muro di cinta fatto di mattoni. Non è da escludere infatti, che un distaccamento romano stesse di stanza in quelle alture per utilizzare le possibilità strategiche della località, che domina la vallata del Sangro fino al mare». Al pari del Sarno, anche Elvira Santilli individua nell'epoca romana il momento fondativo e del nome e del paese di Capracotta. Difficile darle torto visto che Roma estinse i Sanniti militarmente, culturalmente e religiosamente, sostituendo ad ogni residuo preesistente un più potente tratto repubblicano e imperiale. L'ultima ipotesi, in ordine cronologico, è quella fornita dall'Istituto Geografico De Agostini all'interno del dizionario dei "Nomi d'Italia" curato da Renzo Ambrogio. A corona di tutte le teorie e le leggende fin qui esposte, Ambrogio afferma che Capracotta «è stato inteso come composto di capra e del latino coctus nel senso di seccato, secco, dunque capra seccata, forse con riferimento all'uso dei pastori di salare ed essiccare al sole la carne degli ovini»: una spiegazione tanto semplice quanto illuminante. Per quanto concerne invece gli articoletti che è possibile reperire in rete sulla toponomastica di Capracotta, dirò che non li ho nemmeno presi in considerazione perché privi di bibliografia, e non capisco come si possa pubblicare qualcosa di vagamente interessante senza i precisi riferimenti bibliografici! Vi invito pertanto a diffidare sempre dagli scribacchini e dai gazzettieri. L'ipotesi a mio avviso più affascinante resta quella proposta da Luigi Campanelli e legata a un certo Caius Cotta, «giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica». Bene: ho preso "La storia romana" di Tito Livio e ho cercato al suo interno notizie sulla famiglia Cotta. Ho rinvenuto diversi esponenti tra cui un Gaio Aurelio Cotta, nominato senatore nel 200 a.C. assieme a Publio Sulpicio Galba, al tempo in cui furono inviati «dieci huomini per misurare, & dividere le terre de Sanniti, & della Puglia: le quali erano state confiscate dal popolo Romano». Visto che questo console romano è di mezzo secolo posteriore alla Terza guerra sannitica, dovrò approfondire per bene la faccenda ma, a ben vedere, questa sembra un'ipotesi etimologica brillante, che farebbe discendere Capracotta direttamente da Roma caput mundi. Per ora, dunque, lascio in sospeso ogni ulteriore divagazione su questa ammaliante teoria promettendo di pubblicare presto un articolo su Capræ Cottæ, le capre di Gaio Aurelio Cotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Ambrogio, Nomi d'Italia. Origine e significato dei nomi geografici e di tutti i comuni, De Agostini, Novara 2004; G. Campanelli, Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta. Brevi nozioni di questo paesetto, Guttemberg, S. Maria Capua Vetere 1877; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Cervesato, Latina tellus: la campagna romana, Mundus, Roma 1910; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; E. Finamore, Italia medioevale nella toponomastica. Dizionario etimologico dei nomi locali, Bibliograf, Rimini 1992; R. Lalli, Il Molise tra storia e leggenda, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1966; T. Livio, Le deche di T. Livio Padovano delle historie romane, trad. di I. Nardi, Giunti, Venezia 1562; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; E. Menicucci, Toponomastica italica. Due nuove teorie sull'origine del nome Etruschi, in «Polimnia», VI:6, Cortona, 1929; J. Minárik, Väznenie, vyslobodenie a putovanie Jána Simonidesa a jeho druha Tobiáša Masníka, Tatran, Bratislava 1981; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; C. Orlandi, Delle città d'Italia e sue isole adjacenti, libro I, Riginaldi, Perugia 1770; A. Sarno, Filosofia poetica, Sarno, Napoli 1928; E. Tirone, Oltre la valle, Cappelli, Bologna 1968; G. Tommasetti, La città sacra, Polizzi e Valentini, Roma 1906.

  • Attualità di Capracotta

    Capracotta, agosto. L'avvenire di Capracotta non deve riguardare solamente i cittadini di Capracotta. Il problema turistico di questo paese è problema regionale, problema molisano. Non vorremmo che quanto è successo ieri per Termoli si debba verificare anche per Capracotta. Ieri Termoli dava dei punti a Pescara. Poi Pescara protetta dal fascismo si impose. Oggi un'altra protetta città abruzzese è in concorrenza con Termoli: Vasto. E Termoli deve sostenere sforzi non comuni per poter andare dignitosamente avanti, vale a dire con una certa coerenza al suo bel mare ed alla industriosità dei suoi cittadini ed alle esigenze della vita moderna. E Di Bitonto, apprezzato sindaco di questa nostra rilucente città marinara ne sa qualcosa. E quel che abbiamo scritto per Pescara nei confronti di Termoli potremmo ripeterlo per Roccaraso nei confronti di Capracotta. Ma Roccaraso ormai è satura e quindi Capracotta potrebbe avere via libera. Niente affatto: la via non è libera. Ecco Scanno, ecco Pizzoferrato... Enti potenti e uomini autorevoli proteggono ancora oggi, come ieri, gli Abruzzi. Chi protegge Capracotta? Che si sappia, nessuno. Non sarà certo la locale così detta industria in evidente decadenza, né quella del legno che assicureranno a Capracotta, quell'avvenire turistico che merita e che dovrebbe essere nei voti di tutti i molisani. Avvocato Franco Ciampitti che ne dite? Sappiamo che è intenzione dell'E.N.A.L. organizzare a Capracotta una gran festa che dovrebbe rientrare nel programma di valorizzazione del Molise nel cui senso l'E.N.A.L. stesso si muove. Attendiamo dagli amici Mucci e D'Alessandro una conferma. Siamo convinti che i cittadini di Capracotta ed i loro amministratori accoglieranno con piacere questa notizia. Fra una graziosa villeggiante a Capracotta e l'asiatico Confucio non ci deve essere accordo se, nonostante una certa saggia massima da quel Dio dettata e che bene andrebbe al caso nostro, o meglio, al caso della graziosa villeggiante, costei continua ad essere tormentata da un dubbio tremendo. Ovidio, il dolce Ovidio, quando era lasciato da un amore o egli stesso lasciava, non se la prendeva tanto e se ne procurava un altro. E così come delicata farfalla passava da fiore a fiore. Oppure beveva. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Attualità di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:194, Roma, 15 agosto 1952.

  • Un sarto per Gary Cooper

    L'applauso più lungo che si ricordi, in uno studio televisivo italiano, è quello che accolse Gary Cooper al "Musichiere" a fine anni Cinquanta. Il duetto con Mario Riva iniziò a sorpresa. Appena seduto sullo sgabello, l'attore accese una sigaretta, un gesto proibito nelle dirette da via Teulada. Gelo e imbarazzo in sala e dietro le quinte, che il conduttore risolse imitando subito l'ospite: «Se fuma Gary Cooper, vuoi vede' che non posso fuma' io?». Roma ha sempre amato, contraccambiata, il divo americano. C'era già venuto subito dopo la guerra, diretto a Cassino e Mignano di Montelungo, un paese incuneato fra Lazio e Molise, martoriato per nove mesi dai nazisti: qui incontrò la bambina Raffaella Gravina, che aveva adottato a distanza attraverso il Foster Parents Plan per l'assistenza ai "War Children". A Roma tornò tante volte, anche pochi mesi prima della morte. Si spense cinquant'anni fa a Beverly Hills per un tumore. Era nato nel Montana nel maggio 1901 e, da una settimana, aveva compiuto sessant'anni. Nel maggio '59 era stato battezzato nella religione cattolica dopo una conversione maturata gradualmente. Finito il tempestoso amore con Patricia Neal, che scandalizzò l'America benpensante, si era riunito nella fede e nella vita alla moglie Veronica "Rocky" Balfe, nipote dello scenografo Cedric Gibbons, vincitore di undici Oscar, l'artista che aveva disegnato la celebre statuetta. A Roma Cooper aveva incontrato Pio XII: «Quando il Papa venne al suo fianco –, ha raccontato la figlia Maria, – papà ha voluto inginocchiarsi per baciargli la mano e ha perso l'equilibrio tanto da incespicare nella scarpa scarlatta e nel lembo del mantello». Rosari, santini e souvenirs, dei quali si era caricato le braccia, caddero tutti a terra. Ma a Roma ci furono anche incontri profani. L'americana Dorothy Dentice di Frasso, sposata a un conte italiano, s'innamorò dell'attore, lo "requisì" a Villa Madama dove abitava e ne divenne la "maestra d'eleganza": buttata l'orribile giacca verde mela dell'attore, convocò per lui barbiere, camiciaio, calzolaio e lo accompagnò dall'inarrivabile Ciro Giuliano, che dettava legge dalla sua sartoria in corso Italia dopo essere arrivato a Roma da Capracotta, a quindici anni, come apprendista. Indro Montanelli lo ha immortalato nei suoi "Busti al Pincio", fissandone «il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, la riservatezza e la soavità dei modi da diplomatico vecchia scuola, il metro pendulo dalla spalla destra e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra... Era un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati». Inventò uno stile nuovo: appoggiava le giacche alle spalle del cliente, senza imbottiture, e le lasciava cadere per gravità, sciolte e leggere, invece di rialzarle con telette rigide e imbottiture di bambagia. Montanelli ebbe «il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora». Gary Cooper anche. Le foto mostrano l'attore mentre percorre via Veneto a piedi, in blazer blu, e perfino a cavallo, nei pantaloni di pelle francese confezionati da Mammini, lo specialista di abbigliamento per equitazione che vestiva i fratelli D'Inzeo. Elegantissimo, ma il viso ormai sciupato dalla malattia. Nell'aprile '61 James Stewart ritirò per l'amico l'Oscar alla carriera che, in punto di morte, si aggiungeva a quelli vinti per "Il sergente York" ('41) e "Mezzogiorno di fuoco" ('52). Si racconta un episodio dell'infanzia: una sera, Gary fissava incantato la fiamma del camino; la madre entrò nella stanza e, notando lo sguardo assorto ma pieno d'espressione, gli chiese: «A che cosa stai pensando?». «A niente, mamma». E lei, di rimando: «Tu puoi diventare un grande attore». Pietro Lanzara Fonte: P. Lanzara, Un sarto per Gary Cooper, in «Corriere della Sera», Milano, 18 settembre 2011.

  • Le nozze di Emilio Conti e Clelia Antenucci

    Il 20 Dicembre scorso si celebrarono le nozze dei giovani sposi signor Conti Emilio, Ricevitore postelegrafico e distinta signorina Clelia Antenucci. La simpaticissima festa dell'amore si svolse sotto i più lieti auspicii, sciogliendo il voto ardente di due anime elette, realizzando il sogno dorato di due cuori che lo cullarono nella fede e nella costanza per ben dodici anni. Nel pomeriggio si convenne nella casa della sposa ove furono serviti confetti e dolci squisitissimi. Poi si formò un corteo pittoresco sulla neve altissima accumulata dalla furiosa tormenta del giorno precedente, tutta smagliante di splendidi candori, in una giornata incantevole di calma e di sereno, tutta piena dei miraggi della luce, tutta vibrante di gioia e di poesia! Vi partecipò uno stuolo di elegantissime signorine ed una numerosa rappresentanza di parenti ed amici delle famiglie degli sposi. La signorina Antenucci indossò un elegantissimo abito di velluto scuro con splendidi ornamenti di ricamo in stile floreale, e la sua bellissima siluette si profilava decisa sullo sfondo chiaro dell'ambiente nevoso. Compiutasi la cerimonia civile al palazzo comunale (testimoni il pretore avv. Senerchia e l'insegnante Paglione), la simpatica comitiva pervenne in casa dello sposo, ricevuta dal Cav. Tito Conti e dalla sua distintissima signora D. Carmela. A causa dell'impraticabilità della strada d'accesso alla Chiesa la cerimonia religiosa si solennizzò nella sala di casa Conti, addobbata con fine buon gusto ed in cui fu improvvisato l'altarino. La sposa indossò l'abito bianco col serto di fiori d'arancio, e il rito della religione si svolse in un commosso e mistico raccoglimento. Dopo l'Arciprete D. Leopoldo Conti rivolse agli sposi parole bellissime di augurio e di morale cristiana e lo scrivente disse molto modestamente l'elogio nuziale affettuosamente benaugurante agli sposi carissimi. Furono quindi fatti gli onori di casa con squisita signorilità dai genitori dello sposo e specialmente dalla sua gentilissima sorella signorina Lina che fu infaticabile di cortesi insistenze nel far servire agl'intervenuti a profusione varie specie di dolci finissimi e di rinfreschi. La serata indimenticabile si protrasse fino a tardi lasciando in tutti il più gradito ricordo. Agli sposi gentili, cui sorride la vita in fiore, ancora e sempre gli augurii fervidi di immensa ed imperitura felicità. Doni Sposo: Fede e ricchissimo collier con perle orientali e brillantini; Genitori dello sposo: artistico servizio da toilette in argento e cristallo e chéques; Gentitori della sposa: orecchini con perle e brillantini; Avv. Giovannino Conti, fratello dello sposo, e signora: ricchissimo servizio da toilette montato in argento ed artistico cofanetto porta gioie; Avv. Giuseppe Antenucci, fratello della sposa: ricchissimo bracciale in oro verde; Nicola Antenucci, fratello della sposa, e signora: splendido anello con brillanti; Lina Conti, sorella dello sposo: elegantissimo paracqua per signora in seta S. Leucio con montatura di avorio; Remigio e Sindaco Conti, zii dello sposo: chéques; Pietro Carugno e famiglia, zio della sposa: ricco servizio per dolci in argento dorato; Edelia Carugno-Antenucci, zia della sposa, e figli Arturo, Giovannina e Maria: broche in oro con brillanti e rubini ed artistico servizio da caffè per sei in argento dorato; Ins. Giovanni Paglione e famiglia, zio dello sposo: elegantissima valigia in cuoio inglese con necessaire da viaggio in cristallo molato con guarnitura d'argento; Vincenzo e Marianicola Bonanotte, zii dello sposo; chéque e broche in oro con perle; Illuminata vedova Ditella, zia della sposa; chéque; Giovanni Antenucci, cugino della sposa: artistica mensoletta da salotto con paesaggio e statuetta; Antonino Antenucci, cugino della sposa, e signora; elegantissimo servizio di coltelli da tavola per dodici in acciaio con montatura di corno; Maria Potena-Ditella, cugina della sposa: chéque; Luigino ed Elio Antenucci, nipoti della sposa: scialle di crêpe de Chine; Ferdinando e Federico De Socio, parento dello sposo: elegantissimo portabiglietti per signora in marocchino ed oro e portafoglio; Antonetta Margherita Guarino e famiglia, parenti della sposa: ricco anello con rose; Giacinto Conti, parente dello sposo: servizio di cucchiaini per sei, in argento dorato; Arciprete D. Leopoldo Conti, parente dello sposo: pregevolissimo album di fiori naturali di Gerusalemme; Giudice avv. Giovanni Senerchia: artistica anfora in argento; Gaetano Bocchetti e signora: artistico portavaso in maiolina, dipinto a mano; Can. D. Gaetano d'Aquila: servizio di cucchiaini per sei in argento dorato; Giacomo Ditella e famiglia: servizio di cucchiaini per sei in argento dorato; Giuseppe Falconi: servizio da scrittoio in argento; Giangregorio Carnevale e signora: portafiori in argento cesellato; Costantino Giuliano e signora: medaglioncino sacro con montatura in osso; Cesare Mosca e famiglia: chéque; Sebastiano Sammarone: elegante scatola con profumeria. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVII:12, Agnone, 3 febbraio 1920.

  • «Tutta Capracotta scomparsa ogni divisione personale»

    La moderna storiografia è quasi del tutto concorde nel far risalire le origini ideologiche del fascismo nella contemporanea presenza, tra le diverse correnti di pensiero, del decadentismo, del futurismo, del sindacalismo rivoluzionario e del sentimento di frustrazione, interno agli ambienti del nazionalismo italiano, derivante dalla cosiddetta vittoria mutilata. L'arma con la quale il fascismo si impose all'Italia fu lo squadrismo ma, dopo il 1921, esso cominciò il proprio iter di legittimazione attraverso un'azione propedeutica: la capillare costituzione dei Fasci italiani di Combattimento in ogni comune d'Italia con la relativa inaugurazione del cosiddetto gagliardetto. A Capracotta, all'indomani della conclusione della Grande Guerra, il concittadino Giovanni Paglione (1867-1941) aveva presto dato notizia della fondazione del Circolo "Cesare Battisti" in favore dei reduci; poi, sul finire del 1922, nacque il locale Fascio di Combattimento, alla cui segreteria sedeva inizialmente Francesco Paglione (1898-1958), giovane medico capracottese figlio del succitato Giovanni. L'inaugurazione del gagliardetto avvenne invece domenica 7 ottobre 1923 attraverso una grandissima adunata che coinvolse i direttòri di molti comuni limitrofi. L'obiettivo era quello di «ridare a Capracotta quella nobile e signorile fisionomia di civica correttezza che da un decennio di ignominioso sgoverno della cosa pubblica era divenuto un mito sperduto nella notte dei tempi e della leggenda». In quella splendente domenica autunnale giunsero quattro camion con a bordo tantissimi fascisti, che subito affluirono per le strade di Capracotta; ad ogni arrivo i ragazzi erano ricevuti dal Manipolo Capracottese con tanto di fanfara preceduta dalla squadra a cavallo e dalla squadra di skiatori. A presenziare a quella che doveva essere una prova scenica del fascismo montanaro c'erano tantissime autorità, dal seniore Ottorino Iannone, console della 131a Legione, all'avv. Eugenio Iannone, dal prof. Giovanni Cuccumo all'avv. Domenico Di Tullio, dal ten. Corradino Terreri all'avv. Giovanni Tirone. Intervennero alla parata i manipoli di S. Pietro Avellana, Vastogirardi, Pagliarone, Castel del Giudice, S. Angelo del Pesco, Pescopennataro, Carovilli, Roccasicura, Pescolanciano, Sessano del Molise, Civitanova del Sannio, Forlì del Sannio, Rionero Sannitico, Acquaviva d'Isernia, Agnone e Belmonte. Questi reparti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale erano guidati dai decurioni Biagio Pecorelli, Francesco Zacchia, Eliseo Percario, Felice Liscia, Ido Vento, Sestino Melaragno, Felice Andrea Cerimele, Pasqualino Conti, Giuseppe Falconi e Gennaro Carnevale, futuro sindaco di Capracotta nel dopoguerra. Il servizio sanitario venne invece affidato al dott. Emanuele Bardare, ufficiale medico della 1a Coorte che impiantò per l'occasione un posto di pronto soccorso al Rione Grilli, da dove partì la sfilata. Il grosso della festa doveva ancora venire. Giunsero infatti a Capracotta tutti i membri della Federazione fascista, a partire dal proconsole cav. David Lembo, capo indiscusso del fascismo molisano, ovvero segretario federale del Partito nazionale fascista. Durante l'austera cerimonia fu consegnata dal capitano Livio Di Nardo una medaglia d'argento al valor militare al padre di Pasquale Giuliano (1893-1918), un eroico giovane capracottese morto in combattimento e disperso a Ponte Metali in Albania. Ovviamente non mancò il tipico saluto a tutti i 64 caduti capracottesi - «Presente!» - a partire dai primi tre morti in operazioni belliche: Giuseppe Di Tanna (1894-1915), Michelangelo Campanelli (1890-1915) ed Enrico Monaco (1895-1915). Venne finalmente inaugurato il gagliardetto, «in fondo nero e diagonale tricolore, fu dono generoso e spontaneo della distinta famiglia del signor Giovanni Fiore, operoso ed industre artista che pur oltre l'Oceano, nelle lontane Americhe, sente e segue il palpito e la passione della Patria; e l'ispiratrice e la realizzatrice dell'offerta fu l'amatissima sua figliuola sig. Mena, nel cui giovane cuore si ripercuote l'attaccamento del padre al paese natio e palpita l'amore più vivo per il sacro suolo e per il bel cielo d'Italia». Furono infine sparate diverse «bombe pirotecniche annunzianti l'inizio della bella festa; le vie del paese si animano vivamente e le mura delle case sono ricoperte di cartellini multicolori inneggianti a S. M. il Re, a S. E. Mussolini, agli eroici caduti, al cav. Lembo, al comandante della Legione "Matese", al comandante della Coorte "Aquilonia"». Difatti, ai muri del paese, da alcuni giorni era affisso un manifesto del Fascio di Combattimento locale che preannunciava l'evento e sul quale si leggeva: Cittadini! Domenica, 7 corrente, sarà consegnato il Gagliardetto alla nostra fiorente Sezione. Il Fascismo travolgente e trionfatore, che non lascia insensibile nessun animo di vero italiano, abbattute le cinte delle rocca dagli innominati, porta la sua fede pura nella nostra rocciosa Capracotta, che fu esempio di abnegazione in ogni tempo per le sorti gloriose della nostra Patria, ad onta degli infidi elementi che tentarono corrompere l'anima eroica. Si ispirino i cittadini alla nuova fede, ne comprendano la forza e la bellezza, e - raccolti tutti in un solo palpito di fede, di Patria, d'indipendenza, di rinnovata Giustizia, di ribellione a quanti ardirono ritentar la tratta degli schiavi - ascoltino il grido possente che il Gagliardetto lancerà garrendo ai nostri venti Appenninici: "Ex altis ad altiora evoco!". La festa terminò in un tripudio di saluti romani e di evviva al Duce: «nel complesso - scrisse il Paglione - una giornata attiva piena di gloriosa esultanza e di commozione intensa, esuberante di superbe soddisfazioni morali che lasceranno una traccia luminosa nella storia del nostro paese». Un telegramma inviato nel febbraio 1926 da Filiberto Castiglione, Giovanni Tirone ed Ottorino Iannone a Roberto Farinacci, segretario generale del Partito nazionale fascista, recitava: «Tutta Capracotta scomparsa ogni divisione personale». Non era vero. Al di là della cerimonia del gagliardetto, il fascismo capracottese fu piuttosto litigioso e non mancarono quelle diatribe familiari che avevano caratterizzato il decennio precedente e che caratterizzeranno il primo dopoguerra. Anzi, negli anni del Littorio si acuirono tutti quegli odi familiari che si concretarono in espulsioni dal Partito, in ammonizioni, in rapidi avvicendamenti al ruolo di podestà e all'interno dello stesso direttorio del Fascio, in scaramucce più o meno pesanti che divennero la quotidianità, una quotidianità lontanissima dalle esigenze del popolo, come invece chiedeva Mussolini. Nel Ventennio capracottese furono comunque completati i lavori di realizzazione della rete fognaria e vennero portate avanti tante attività di supporto ai caseifici, alla cultura e agli sport invernali. Per quanto concerne un giudizio generale sul fascismo, questo non può che scaturire dalla storia stessa ed è oggettivamente disonorevole. Mussolini e il fascismo hanno approvato le leggi razziali e ci hanno condotti in una tragica e inutile guerra. Il resto è folclore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Alatri, Le origini del fascismo e la classe dirigente italiana, in «Belfagor», V:4, Firenze, 31 luglio 1950; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016; Capracotta 2016; E. Gentile, Il culto del Littorio: la sacralizzazione della politica nell'Italia fascista, Laterza, Roma 1993; M. Giampaoli, 1919, Libreria del Littorio, Roma-Milano 1928; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; B. Mussolini, La mia vita, Rizzoli, Milano 2003; G. Paglione, Tornano i giovani, in «Il Faro», I:7, Isernia, 10 aprile 1919; G. Paglione, Dovunque un gagliardetto nero si levi, ivi è l'Italia, in «La Nostra Ora», III:29, Campobasso, 18 ottobre 1923; G. Saluppo, Il Molise nel ventennio fascista, Blob, Campobasso 2012; G. Saluppo, I comuni molisani sotto il simbolo del Littorio. Amministrazioni, podestà e politica nella costruzione del consenso, La Gazzetta, Campobasso 2015; Uff. Stampa Pentarchia Fascista, I provvedimenti del Triumvirato, in «Le Aquile», III:4, Campobasso, 10 febbraio 1926.

  • Voci di guerra

    I prigionieri del campo di concentramento di Sulmona, abbandonati a se stessi, fuggono. Molti passano alla spicciolata per Sant'Angelo del Pesco diretti verso sud dove le truppe alleate stanno avanzando. Giorno per giorno, io, Angela Preziosi e mia sorella Giuseppina, li attendiamo e li soccorriamo dando loro dei viveri. Un giorno arriva un prigioniero malato, è stremato, sta male. Lì vicino c'è una masseria, lo facciamo distendere sulla paglia e gli facciamo capire che saremo tornate presto. Andiamo a casa per chiedere a nostro padre Luigi Preziosi se possiamo portarlo in casa perché possa riprendersi. Egli, dal cuore aperto a tutti, acconsente anche se conosce il rischio che corre. Di notte noi torniamo a prendere il prigioniero e lo facciamo entrare in casa dalla parte posteriore che dà sulla campagna e nessuno se ne accorge. Lo facciamo rifocillare, gli diamo biancheria e indumenti civili e lo accompagniamo in camera. Si commuove, si inginocchia e resta raccolto in preghiera. Poi andiamo a nascondere, sotto un mucchio di pietre, ma ben protetti, la sua divisa e i suoi documenti per poterglieli restituire in seguito, perché se ripreso con i documenti durante il tentativo di raggiungere gli alleati, sarebbe stato considerato ancora prigioniero, altrimenti sarebbe stato fucilato perché considerato una spia. Resta in casa fino a quando non arriva la prima pattuglia tedesca, su potenti motociclette, venuta per fare un giro di perlustrazione e requisire le case. La sera stessa facciamo uscire il prigioniero e lo nascondiamo in un fienile. Dopo pochi giorni arrivano molti tedeschi in ritirata, occupano altre case e nella nostra casa si stabilisce il comando. I tedeschi occupano le stanze dell'ultimo piano che sono libere e il salone che ha un grande tavolo intorno al quale si possono riunire e discutere piani di guerra. A mio padre, segretario comunale, viene rilasciato un lasciapassare. Un giorno i tedeschi portano a casa un soldato molto giovane che sta molto male. Mia madre gli prepara il brodo, il latte con il miele e dice a me e Giuseppina di fargliene ingoiare un po' e di non lasciarlo solo. Si chiama Gunder. Invoca la mamma, lo confortiamo con una carezza, un bacio e rispondiamo: «Ja Gunder, ja» per dargli l'illusione della presenza della mamma. Strappato ai suoi affetti, ai sogni della sua giovinezza, scaraventato fra gli orrori della guerra, lo portano via a morire chi sa dove. E ci chiediamo: perché la guerra? A che cosa serve la guerra se semina per gli uni e per gli altri solo distruzione e morte? Intanto la presenza del prigioniero nel fienile diventa pericolosa, e di notte lo portiamo provvisoriamente in casa di Antonio Di Lucente fu Carmine in attesa di poterlo trasferire altrove. Proprio durante questo nuovo trasferimento, una sentinella tedesca, sentendo dei passi nella notte, intima l'alt. Mio padre dice al prigioniero di fermarsi e di nascondersi e va verso la sentinella, fa vedere il lasciapassare e la sentinella lo lascia andare, così egli riesce a portare il prigioniero alla "Cioppa" dove rimane nascosto per un po' di tempo. La situazione diventa sempre più pericolosa e il prigioniero viene portato in un altro casolare lì vicino. Alcuni contadini portano lì le loro mucche per nasconderle ed evitare che vengano prese. Un giorno passano di lì i tedeschi, portano via tutte le mucche e lasciano il prigioniero pensando, forse, che fosse il propietario delle mucche. A Sant'Angelo arrivano altri tre prigionieri. Pensando di aiutarli alcuni santangiolesi danno loro indumenti civili ma bruciano le loro divise e i loro documenti. Faccio sapere che posso accompagniarli dov'è l'altro prigioniero e che sarei passata a prenderli. Qualcuno segnala ai tedeschi la casa dove si trovano i prigionieri. I prigionieri vengono presi e portati via. Chiedo ad un ufficiale dove sono stati portati e mi risponde: «Caput, nix document, nix uniform, spie, spie caput». Quel giorno stesso arrestano mio padre e il podestà Eugenio Di Ninno e incominciano a ricercare l'altro prigioniero di cui era stata segnalata la presenza. I tedeschi incominciano a girare per il paese con i mitra spianati. Sul Colle della Lama fermano Nicolino Di Giulio e, scambiandolo per il prigioniero, vogliono fucilarlo. I figli gli gridano, piangono e si raduna la gente. I tedeschi capiscono che è uno del luogo e lo lasciano libero. I tedeschi continuano a cercare l'altro prigioniero. Mia madre si dispera e mi dice: «Ti fucileranno». Il prigioniero non viene trovato. Mio padre e il podestà vengono rilasciati. Ci arriva la notizia che a S. Luca, nel rifugio dell'eremita, vi sono diversi prigionieri alleati fuggiti anch'essi dal campo di concentramento di Sulmona. Insieme a Silvia De Palatis decidiamo di portare loro dei viveri. Il rifugio si trova a circa una quindicina di chilometri da Sant'Angelo, la strada è tutta in salita. Riempiamo una valigia di viveri e ci avviamo. La valigia è pesante e la porta Silvia in testa. Il marito è prigioniero e spera che qualcuno aiuti anche lui. Quando arriviamo alla valle troviamo un'autocolonna tedesca ferma lungo la strada. Ci fanno cenno che possiamo passare. Fra gli automezzi c'è anche un pieno di giovani napoletani che ci pregano di portare loro delle sigarette, ma noi non ripassiamo più di lì. Arriviamo a S. Luca e troviamo diversi prigionieri neozelandesi in divisa. Non avevano nulla da mangiare e si commossero quando videro ciò che avevamo portato loro, ma più di tutto il rischio che avevamo corso perché essi, che avevano un cannocchiale, da sopra il campanile della chiesetta, ci avevano visti passare in mezzo all'autocolonna tedesca. Questi prigionieri venivano aiutati anche dai fratelli Fiadino di Capracotta. Una spia li accusò e i tre fratelli furono arrestati e condannati a morte dal tribunale militare tedesco. Mentre venivano riportati a Capracotta, uno dei tre fratelli balzò dalla camionetta e riuscì a dileguarsi. I fratelli Gasperino e Rodolfo Fiadino furono portati in località "Sotto il Monte" di Capracotta e furono fucilati alla presenza del parroco don Leopoldo Conti il quale si era offerto per sarvarli. I prigionieri neozelandesi erano in divisa e furono ripresi come prigionieri e si salvarono. Joseph Forster, che aveva ricevuto molte cure da me e dai miei, dopo la guerra, segnalò all'Alto Comando Inglese il nostro operato ed il generale in capo, Alexander, ci fece avere un attestato. Angela Preziosi Fonte: http://www.vivisantangelo.com/.

  • Pezzata di Capracotta

    La pecora è protagonista indiscussa della tradizione agropastorale molisana. La cucina dei pastori prende corpo in questo piatto a base di pecora, fatta a pezzi e cucinata a fuoco lento con erbe aromatiche. La pezzata di Capracotta è un piatto rustico che trae origine dalle antiche epoche di transumanza tra le montagne dell'Alto Molise e il Tavoliere delle Puglie. Accadeva talvolta che nel guadare un fiume o nell'attraversare un punto più impervio, qualche animale si azzoppasse e non fosse più in grado di proseguire il viaggio. Diventava irrimediabilmente allora la cena dei pastori che potevano cucinarlo, dopo averlo "depezzato", con le poche cose disponibili a una carovana in viaggio. Per preparare la pezzata occorre carne di pecora, preferibilmente di coscia o di spalla, patate, pomodori, peperoncino piccante, sedano, carota, cipolla, aromi di montagna a piacere, sale. La carne viene tagliata a pezzi grossolani, sgrassati facendoli bollire per 10 minuti circa. Sgocciolata la carne, viene messa a cuocere insieme alle patate, il sedano, i pomodori, gli aromi e il sale. Quando l'acqua è evaporata e il sugo ha acquistato la giusta cremosità, si può servire la pezzata con fette di pane da intingere nel sughetto. A Capracotta, per cuocere la pezzata tradizionalmente si adopera un paiolo di rame stagnato, posto su un treppiedi sul fuoco di legna. La cottura è lenta (occorrono almeno 4 ore), e la carne viene schiumata accuratamente, di tanto in tanto; così facendo insieme al grasso, perde l'odore e il gusto forte e intenso tipico della pecora. La Sagra della pezzata di Capracotta si celebra ogni anno la prima domenica di agosto a Capracotta, in provincia di Isernia, nella splendida cornice del pianoro di Prato Gentile, richiamando migliaia di persone anche dalle regioni limitrofe. È la sagra gastronomica più caratteristica del Molise. Oltre alla famosa pezzata, vengono offerti al visitatore piatti dell'antica cucina della civiltà pastorale. Capracotta con i suoi meravigliosi scenari naturali, in estate è il paradiso degli amanti del trekking: i circa 130 km. di sentieri consentono di contemplare paesaggi incontaminati di rara bellezza! Amparo Machado e Chiara Prete Fonte: A. Machado e C. Prete, 1001 specialità della cucina italiana da provare almeno una volta nella vita, Newton Compton, Roma 2015.

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