LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Un'escursione in montagna (II)
Quassù l'inverno incomincia assai presto: coi primi di ottobre precipitano frequenti piogge, che assai spesso assumono forma e forza di veri temporali. Le prime nevi non si lasciano aspettare: ordinariamente da Novembre ad Aprile qui tutto è coperto di bianco, e spesso è così alto lo strato di neve che si deposita nelle vie di Capracotta e di Pescopennataro che gli abitanti sono costretti ad uscire dalle finestre, poiché le porte di casa sono sepolte. In Aprile spesso la neve è scomparsa nei dintorni dell'abitato, ma su Monte Campo (1.690 m. sul mare) e su Monte Capraro (1.720 m.), come nelle valli riparate dai venti, la neve vi soggiorna più lungamente. Perciò è relativamente lungo il periodo durante il quale la vita vegetale si arresta, ed il periodo vegetativo rimane quindi sensibilmente accorciato dalla tormenta e dai ghiacci. Quassù non un albero da frutto può venir coltivato per la mancanza di quel dato numero di calorie necessario a ciascuna pianta per vivere e per fruttificare. L'agricoltura può dirsi non esista. I tentativi dei contadini per ottenere quassù il frumento sono stati sempre coronati dal più deprimente insuccesso: il valore del raccolto quasi mai compensa le spese di produzione. Io stesso ho osservato nei primi di settembre le messi ancora verdi e, a maturità, la spiga piccola, vuota, misera. Su queste regioni eccelse dominano dunque i pascoli e le foreste, quand'anche il diboscamento sia iniziato e in alcuni punti anche tanto progredito. I boschi di abete, che arrivano fin quasi l'abitato, sono magnifici, estesi, folti: in alcuni punti sono così fitti che il sole penetra poco a traverso il denso fogliame delle cime che si toccano. In questi punti il sotto bosco quasi non esiste; ma ove il bosco è rado, quivi vivono in associazione promiscua i biancospini, i pruni, i noccioli, la madreselva, l'aquifoglio, i rubi, l'uva spina, la digitale, la belladonna, le genziane, i ranuncoli, i ciclami, l'aconito, l'aquilegia, le fragole, ecc. Ove cessa il bosco degli abeti e quello dei faggi comincia, le due essenze per un certo tratto vivono insieme. I faggi nelle valli, nei punti meno alti, sono dritti, maestosi, ma sulle ultime cime sono più bassi e coi rami piegati al suolo. Associato qua e là ai faggi e agli abeti troviamo i cerri, l'elce, i peri, i meli, l'acero, il tiglio, il tasso, i ginepri, l'evonimo, e sui margini dell'unica via carrozzabile viene su rigogliosa la robinia pseudacacia. Talora in mezzo al più fitto del bosco trovasi una pianura scoperta, di forma circolare od ovale, nella quale si stende il prato formato di erbe che nella massima parte non troviamo nel bosco circostante. Il Prato di Quarto, il Prato Gentile sono due esempi tipici del fenomeno. Parrebbe che queste praterie in forma rotonda fossero dovute all'opera dell'uomo il quale, tolto il bosco, abbia impedito col pascolo il rimboschimento naturale. Viceversa queste pianure corrispondono a brevi depressioni del suolo ove dall'autunno alla primavera l'acqua vi permane e, per lunghi mesi, anche congelata. È naturale che in queste condizioni l'essenza dei boschi vicini non trovi favorevoli condizioni per l'attecchimento. Ma se manca in queste località la vegetazione arborea, i ciperi, le graminace, le piante igrofile vi sono abbondantissime. In questa regione il suolo è vario: argilloso, calcareo, umoso; qui profondo e sciolto, più in là compatto o roccioso. Nelle escursioni fatte nei boschi tra Pescopennataro e Capracotta (1.200-1.400 m. sul mare), sul Monte Campo (1.690 m.), Monte Capraro (1.720 m.), Monte Carovilli (1.400 m.), Canalicchio, San Luca, Grotte, Monte Ciglione, Quarto, Pietrastretta, Prato Gentile, Morgia, Terracinina, Cannavinello, Scurdareccio e Colle Rosso, vi ho annotato le seguenti specie: Ceterach officinarum Willd. - Sulle rupi, sui muri, sul suolo muscoso. Polypodium vulgare L. - Nei boschi, sulle supi. Scolopendrium vulgare Sm. - Nei boschi, lungo le siepi ombrose. Adiantum capillus-veneris L. - Sui muri umidi, sulle rupi. Equisetum arvense L. - In luoghi umidi, acquitrinosi. Juniperus communis L. - Nei boschi. Abies alba Mill. - È l'essenza principale dei boschi di Pescopennataro. Taxus baccata L. - Sporadica qua e là nei boschi. Arum italicum Mill. - Lungo le siepi, in luoghi umidi, ai margini dei sentieri. Colchicum neapolitanum Ten. - Nel sottobosco. C. autumnale L. - Nel bosco, in luoghi erbosi, lungo le siepi. Lilium bulbiferum L. - Nel bosco, in luoghi selvaggi. Paris quadrifoglia L. - Nel bosco, sotto gli abeti. Asparagus officinalis L. - Lungo le siepi, tra i sassi, nel bosco, nei cespugli. Corylis avellana L. - Qua e là associata agli abeti, ai faggi, sulle rupi. Quercus cerris L. - È una delle essenze di questi boschi. Q. ilex L. - Sporadico qua e là nei boschi di faggi e di abeti. Fagus silvatica L. - Forma i boschi più elevati della regione a cui dà la fisionomia caratteristica delle faggete. Daphne laureola L. - Nel sottobosco. Dianthus armeria L. - Sulle rupi. Hypericum perforatum L. - Nei campi incolti, lungo le siepi. Papaver rhoeas L. - Nei psacoli, ai margini delle vie, nei campi. Clematis vitalba L. - Nelle siepi, nei cespugli, nella boscaglia. Thalictrum aquilegifolium L. - Nel sottobosco. Anemone apennina L. - Nel sottobosco. A. hepatica L. - Nel sottobosco, in luoghi umidi. Ranunculus lanuginosus L. - Nei campi incolti, in luoghi selvaggi. Helleborus viridis L. - Nel sottobosco. Aquilegia vulgaris L. - Nel sottobosco, in luoghi selvaggi. Delphinium consolida L. - Nei campi, in luoghi erbosi. Aconitum lycoctum L. - Nel sottobosco. Ribes grossularia L. - Nel sottobosco. R. rubrum L. - Nel sottobosco. Cotyledon umbilicus L. - Sui vecchi muri, sulle rupi. Sedum tenuifolium Strobl. - In luoghi sassosi, sulle rupi. S. album L. - Sui muri e sulle rupi. Prunus spinosa L. - Nelle siepi, nelle boscaglie, nei cespugli. Potentilla sterilis Garcke - Nei pascoli, in luoghi selvaggi. P. reptans L. - In luoghi umidi erbosi, ai margini dei sentieri. Fragaria vesca L. - Nel bosco, lungo le siepi ombrose. Rubus fruticosus L. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Agrimonia eupatoria L. - Luoghi selvaggi, siepi, margini delle vie. Crataegus oxyacantha L. - Nelle boscaglie, in luoghi scoperti, nelle siepi, sui muri a secco. Pirus communis L. - Sporadico qua e là nei boschi. P. malus L. - Qua e là nei boschi. P. aucuparia Ehrh. - Nei boschi, sulle rupi. Cytisus laburnum L. - Nel bosco, qua e là in folti cespugli. Robina pseudo-acacia L. - Inselvatichita sulle scarpate della strada Pescopennataro-Capracotta. Epilobium parviflorum Schreb. - In luoghi umidi erbosi. Hedera helix L. - Sui tronchi degli alberi, sulle rupi, sui muri. Eryngium amethystinum L. - In luoghi incolti aridi. Ilex aquifolium L. - Nei boschi. Evonimus europaeus L. - Tra gli abeti ed i faggi. Acer pseudo-platanus L. - Tra i faggi e le querce. Polygala vulgaris L. - In luoghi erbosi, nel sottobosco. Geranium robertianum L. - In luoghi erbosi, lungo le siepi, nei boschi. G. strictum L. - Nei pascoli, nel bosco dei faggi. Malva moscata L. - In luoghi erbosi incolti. M. alcea L. - Nel bosco. Tilia vulgaris Hayne. - È una essenza non principale di questi boschi associata qua e là ai faggi e alle querce. Euphorbia amygdaloides L. - In luoghi selvaggi, nei boschi. Cyclamen neapolitanum Ten. - In luoghi boschivi ombrosi. Gentiana cruciata L. - Prati e boschi. G. ciliata L. - Colla precedente. Chlora perfoliata L. - Nei pascoli, nei campi, ai margini delle vie. Erythraea centaurium Pers. - Nel bosco, lungo le siepi, in luoghi erbosi. Convolvulus arvensis L. - Nei campi, nei pascoli, ai margini delle vie. Solanum nigrum L. - Margini delle vie, fossi, ruderi, siepi. Hyoscyamus niger L. - Luoghi incolti, ruderi. Atropa belladonna L. - Nei boschi, in luoghi selvaggi aperti. Digitalis ferruginea L. - Nel bosco, in luoghi incolti selvaggi. Mentha pulegium L. - Margini dei fossi e delle strade, luoghi umidi. Brunella bulgaris L. - Luoghi erbosi incolti. Plantago major L. - Lungo le siepi, in luoghi umidi. Sambucus ebulus L. - Sui margini dei fossi, luoghi umidi. S. nigra L. - Nel bosco, nelle siepi. Lonicera caprifolium L. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Centranthus ruber DC. - Sui muri, sulle rocce. Dipsacus silvestris Huds. - Luoghi incolti, margini dei fossi. Bryonia dioica Jacq. - Nelle siepi, nelle boscaglie. Campanula rapunculus L. - Luoghi incolti, nei boschi. C. trachelium L. - Nei boschi, nelle siepi. Tussilago farfara L. - In luoghi incolti umidi argillosi. Cichorium intybus L. - Nei pascoli, comune. Giacomo Albo Fonte: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta, Maltese Abela, Modica 1919.
- Un'escursione in montagna (I)
Nota del dott. G. Albo Su, su in alto, in mezzo ai boschi, al di sopra dei mille metri sul mare, ove il fremito della foresta e lo scroscio dei torrenti sono le voci più comuni; ove le vie, non ampie non frequentate, attraversano boschi e burroni e s'inerpicano su, quasi a perpendicolo, per raggiungere le maggiori altezze; ove l'aria è pura e semplice la vita; ove il fascino della montagna si esercita singolare sull'animo umano, quivi i pensieri nascono più elevati, quivi si sente più forte il piacere della salute e della vita. Scrivendo queste linee, ho nella mente Pescopennataro e Capracotta, due borgatelle del Molise sperdute tra foreste di abeti e di faggi secolari, alle falde di Monte Campo e di Monte Capraro. E ricordo con un senso di profonda nostalgia i magnifici boschi ove passai varie ore ed i monti più alti ed i burroni profondi e precipiti da me visitati. Come muta la scena da valle a valle, da salita a salita: il paesaggio botanico si rinnova continuamente; le specie vegetali che nella pianura hanno maturato i loro frutti, quassù non sono ancora fiorite, e quelle che sono in fiore mutano i colori delle corolle da monte a monte, e coi colori mutano le forme e le proporzioni del loro corpo. Le specie che vivono in pianura hanno caratteri profondamente diversi dalle specie che vivono sui monti. Eppure la differenza, spesso assai marcata, tra gli individui di una stessa specie, di cui alcuni vivono in montagna ed altri giù nel piano, non è ereditaria secondo l'affermazione di molti autori. Intanto, se non sono ereditarie le variazioni notevoli dovute all'influenza dell'altitudine, del clima, dell'ambiente così diverso tra i monti e il piano, e se l'idioplasma specifico per tali fattori neppur esso subisce modificazione di sorta, le differenze somatiche che notiamo negli organismi, debbono considerarsi come variazioni semplicemente individuali, almeno nella loro massima parte. E se ciò ammettiamo, dovremo anche ammettere che l'inizio di nuove specie non dipenderà da condizioni esterne, ma da cause interne a noi sconosciute, contrariamente a tutte le teorie evolutive di tanti naturalisti di grande valore, da Lamark a Naegelis, da Atanasio Kirker a Darwin, da Weismann a De Wries. Ora, considerando la specie vegetale in mezzo ai boschi foltissimi, sulle rupi più alte e più brulle, e nelle valli più profonde e coperte di verde e di fiori; considerando il polimorfismo più o meno accentuato per ogni specie, le forme e le varietà in confronto con le piante corrispondenti dei luoghi ubertosi del piano, abbracciando col pensiero chiaroveggente tutti i lati dell'argomento importantissimo, l'evoluzione della specie spicca con evidenza singolare e, senza dubbi di sorta, s'impone allo spirito degli studiosi. Ma, quando poniamo questa verità in confronto con le varie teorie evolutive che tentano di spiegarne il meccanismo, la quistione si aggroviglia, direi quasi si abbuia: certamente lo spirito non resta pago delle spiegazioni che si danno della filogenesi, per quanto tra le varie teorie quella dell'Ologenesi sembri fra le più accettabili. E poiché ho anch'io qualche cosa da dire in proposito, è mia intenzione tornare con più comodo sull'argomento ed intanto ripiglio l'ascensione sui monti di Capracotta. Giacomo Albo Fonte: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta, Maltese Abela, Modica 1919.
- La contadina di Capracotta
Siamo negli anni di fine '800: da Genova partono i piroscafi diretti verso l'America Latina e, in particolare, per l'Argentina; quasi senza tema di sbagliare, credo che forse in uno di questi viaggi si sia imbarcata anche la nonna italiana, piemontese, di un bimbo, che sarà un grande, in Argentina e poi nel mondo, per la sua missione: papa Bergoglio. Il piroscafo, di cui parla De Amicis nel suo romanzo-diario di bordo, è il Galileo. Partito dal porto di Genova, il piroscafo imbarcava 1.600 passeggeri: in prima classe l'aristocrazia, in seconda classe la borghesia, in terza classe il popolo: 400 fra donne e ragazzi-bambini, da una parte, e, gli uomini, dall'altra parte. Gente che non espatriava per vaghezza di far fortuna: agricoltori, merciaiuoli, pecorai o caprai, contadini diffidenti, fabbricatori, calderai; molti con seggiole pieghevoli, coperte e strane valigie; alcuni bambini ancora allattanti al seno o tenuti stretti per mano. Molti anche senza alcun mestiere, proprio alla ventura: i più destinati a fare, nel Nuovo Paese, facchini, lustrascarpe, menestrelli e lavori minori, ancora più umili, ed anche alcuni suonatori d'arpa o di violino della Basilicata e dell'Abruzzo. Il popolo di un intero villaggio sul piroscafo: fame e coraggio di tutte le province, di tutte le professioni! Compagni di viaggio per tre settimane, sconosciuti e inquieti, confusi nell'affollamento dei corridoi stretti, seduti sulle loro seggiole pieghevoli o sul cordame del piroscafo o sulle coperte; famiglie intere - mariti, mogli e figli - con visi sudici e capelli arruffati. Tutti si guardano tra loro, quasi scrutandosi reciprocamente con aria di smarrimento, di abbandono e di tristezza, con l'aspetto più da deportati che da emigranti. Sui loro visi ancora i segni tangibili di stanchezza e di dolore, dopo gli ultimi addii: – Ti raccomando, vai a salutare mio fratello! – Questo pacchetto per mia nonna, non lo dimenticare sulla nave! – Speriamo di rivederci! – Buon viaggio! Quindi le ultime parole d'ordine: "Chi non è passeggero a terra!". Parole in tante lingue: italiano, francese, inglese si sovrappongono: "Addio! Addio! È la separazione!". Un fremito al cuore di tutti. Il ponte e le scale tolte, l'oscurità più fonda, e il piroscafo salpa, scivolando lentamente... Sulle facce della maggior parte dei passeggeri una struggente amarezza, poi l'apatia in una confusione e disordine inestricabili... Poi le voci cominciano a calmarsi. La maggior parte scende in un intricato dedalo di stanzini, lungo strettissimi corridoi e nella pancia del piroscafo spariscono pian piano tutti: gli occhi velati di tristezza, ora sono velati dal sonno, ancora nel caro mare della patria, per qualche giorno. Nei corridoi del piroscafo resta ancora la voce concitata di qualche cameriere; poi dai recessi profondi e umidi, profumi vari misti a quello maleodorante in verità di animali imbarcati, i cui muggiti o belati si confondono con le grida dei marinai e dei facchini. La misteriosa città galleggiante si muove lentamente! Uffici del personale di bordo di ufficiali e del comandante, bugigattoli, stanzini, depositi di provvigioni, di bagagli, di cavi, laboratori d'ogni sorta, sterminati magazzini di carbone, torrenti di acqua dolce conservata in cisterne, stanze per dormire, numerose cucine, innumerevoli bagni e camerini cominciano tutti a svolgere il loro specifico ruolo. E, in sottofondo, il brontolio sordo della macchina a vapore... Il viaggio di 6.000 miglia inizia e con esso il mal di mare e le inevitabili conseguenze, specie in terza classe. Saranno 24 giorni di riposo (!?) e di mancanza di notizie della terraferma; intanto, si assopisce anche il ricordo di qualche animale o di un pezzo di terra o un vano di casa venduto, per pagare il biglietto. Nella inevitabile familiarità del viaggio, nei giorni seguenti ci si scruta: parole a voce bassa, visi dai quali traspaiono alterni sentimenti: dubbi e noia, tristezza e nostalgia, astuzia o amarezza, soggezione o spigliatezza, che il cattivo tempo amplifica costringendo i passeggeri a stare dentro. Ma sulla terrazza vastissima, come una piazza pensile, orizzonte senza limite, e un mondo sconosciuto su cui sono proiettate le speranze e i sogni. E aria purissima: un senso nuovo di piacere, come se già arrivassero i profumi potenti delle grandi foreste dell'America Latina! Nell'Atlantico, all'aperto, uno sciame saltellante di delfini, grida e fischi, e uno spicchio bianco di luna nella soavità dell'azzurro. Inaspettata a Gibilterra - quel vestibolo dell'oceano dove si baciano i due continenti - la nebbia! Quindi cautela! Altri piroscafi rispondevano con suoni rauchi come ruggiti di leoni o allarmi, come di minaccia o di supplica: visi tesi e famiglie strette di passeggeri, senza sorriso; e il comandante visto come un santo protettore - sospeso tra l'oceano e il cielo. Silenzio pauroso a bordo, mentre lentissimo va il piroscafo... Però la povera gente s'adatta a tutti i vani, come l'acqua. E... nell'eterogenea compagnia di passeggeri nascono relazioni, simpatie, gelosie, contrasti, conoscenze e pettegolezzi come in un grosso villaggio a terra. Nei lunghi viaggi «l'amore è alma del mondo» e alcune donnine allegre, spinte da un'insolita tendenza alla tenerezza per la solitudine, davano maggiore preoccupazione anche al comandante del piroscafo. Ed ecco, nella varietà di facce ridenti o tristi, stanche o allegre, come un covata di gatti, De Amicis notò una donna del nostro Alto Sannio... Ma, l'oceano essendo tranquillo e l'aria limpida e fresca, molti erano allegri. E si poteva notare che, quietata l'agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l'eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America. Pochi uomini stavano rivolti verso il mare; i più̀ passavano a rassegna le passeggiere. I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavano degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l'attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s'erano raccolte, come sopra un palco molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente, pareva, del bel sesso di terza. Fra queste spiccava una bella donnetta, – una contadina di Capracotta – con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva, mirabilmente, un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parean veri e fiammeggiavano agli occhi. E notai due ragazze, l'una bruna e l'altra rossa, due graziose facce sfrontate, messe con una certa civetteria cittadinesca, che discorrevano con grande animazione, dando di tratto in tratto in risate squillanti, dopo aver fissato ora un passeggiere, ora un altro, come se facessero la rivista dei tipi ridicoli dell'"emigrazione". Il Commissario, capitato là mentre le osservavo, mi disse che eran lombarde, sole, sedicenti coriste, due diavolesse che promettevano di dargli molte noie durante il viaggio. E come io non capivo a che genere di noie volesse accennare, egli mi rivelò una delle maggiori piaghe della vita di bordo, in quelle piene d'emigranti: la gelosia delle donne maritate. Una tremenda cosa!... «Miserie! – disse il commissario – Ce n'è da per tutto: ma in mare paion più tristi». Allora, alla fine dell'800, era l'Italia che saliva a bordo, analfabeta, povera, in cerca di fortuna. Oggi altri emigranti arrivano in massa sulle nostre coste... Sul web si trova certo il riassunto completo dell'opera, mentre la mia bustina si ferma a questa pagina: "finqui" si scriveva sul nostro testo di studio ai miei tempi. Ma io mi riprometto di continuare a leggere questo romanzo; anzi, perché qualcuno di voi non mi fa compagnia? Marisa Gallo Fonte: http://www.altosannio.it/, 25 settembre 2016.
- La fondazione romana di Capracotta
Iuppiter, Te hoc ferto obmovendo, audi civium preces et hostes a Patriæ finibus arce! Hæc sunt capras Cottæ! Il titolo del presente articolo è abbastanza eloquente. Vi spiegherò per quale motivo credo che Capracotta sia stata fondata dai Romani due secoli prima della venuta di Cristo e perché debba il suo nome al sacrificio di tre capre in onore del console Gaio Aurelio Cotta. Non pretendo che il mio articolo sia universalmente riconosciuto come scientificamente valido ma, perlomeno, ce la metterò tutta per convincere i lettori. Prima di esporre la mia ipotesi è bene spiegare le ragioni per cui non credo alla validità delle altre numerose teorie sulla fondazione di Capracotta, e la prima motivazione, forse, le racchiude tutte: la capillarità del dominio di Roma sulla religione, la politica e l'esercito delle società sconfitte. Questo presupposto esclude a priori ogni attestazione anteriore alla Repubblica romana. Prendere per buona l'ipotesi osco-pentra e pensare che un qualche sintagma originale sia sopravvissuto alla plurisecolare dominazione romana è, secondo me, un azzardo. Della civiltà dei Sanniti - e degli Osci in particolare - non è rimasto praticamente nulla, se non nelle forme assoggettate, modificate e mutuate dai Romani, e nessun toponimo altomolisano risulta oggi conforme a una qualche lingua preromana, dal Verinus (Verrino, dal prefetto Lucerio Verino) ad Alvastam (Guastra) e Maccla (Macchia) - per citare nostri toponimi propri - con l'eccezione di qualche traslitterazione dalle lingue sannitiche avvenuta comunque dopo l'arrivo dei Romani e per merito della loro intraprendenza mercantile, il cui caso emblematico è quello di Staffoli, una «fermata, al pari di tante altre delle antiche vie romane, [che ricava] il suo nome dalla stalla in cui aveva luogo il ricambio dei cavalli, e che [nel] l'indicazione odierna riproduce fedelmente il grido "ar staflo" (lat. ad stabula), che il mulio osco faceva risonare all'orecchio dei passeggieri in quella località». È necessario comprendere che la sostituzione di valori realizzata dai Romani a danno dei Sanniti dovette essere particolarmente invasiva e intransigente, data l'estrema "riluttanza" con la quale il Sannio si piegò a Roma. Lo stesso discorso vale successivamente per il Cristianesimo quando si premurò di estinguere e sostituire ogni segno romano-pagano. In questo contesto si va sovente ripresentando un errore ricorrente degli studi toponomastici minori. Il case study è quello di Pescopennataro, che deve il proprio pesculum tardo-latino al sannitico pesstlun. I sostenitori dell'ipotesi filosannitica si basano infatti soltanto sull'origine della parola e non sul significante, men che meno sui motivi della mutazione lessicale. Questo errore metodologico li porta a indagare termini via via più antichi e ad allontanarsi dal luogo geografico in cui il nome esiste per definire quel preciso centro abitato, cosicché il Pesculum Pignatari (masso di Pignataro) diventa, nei loro astrusi calcoli sintattici, una semplice sporgenza contornata da conifere, un nome che potrebbe essere destinato a mille altri luoghi italici oltre a quello peculiare di Pescopennataro. In soldoni, il fanatismo degli studi filosannitici vorrebbe presumere che Pescopennataro fu fondata dai Sanniti perché pesculo e pinna sono parole di origine sannitica, il che equivale a dire che l'Eni fu fondato dagli arabi perché la nafta proviene dal latino naphtha, che proviene dal greco náphthas, che proviene in ultima analisi dall'arabo al-naft. Il mio stupido sarcasmo non esclude, ovviamente, che in epoca preromana, tanto Capracotta quanto Pescopennataro fossero abitate, ma, sulla base delle scarsissime vestigia e dell'arretratezza della società sannitica, è lecito pensare che questi luoghi così aspri e inospitali fossero semplicemente accampamenti eterogenei di pastori nomadi, e che quindi non si possa parlare né di un reale atto fondativo né, tantomeno, di un toponimo resistente agli scuotimenti della storia successiva. Saltando a piè pari il millennio che va dal V secolo a.C. al V secolo d.C. - di cui mi occuperò più avanti - abbiamo, dopo la caduta di Roma, leggende e teorie legate agli Unni e ai Longobardi. Le favole della capra che viene fulminata da una folgore o quella della capra che salta sul fuoco restandone illesa, le lascio ai bambini e credo, anzi, che siano delle ottime spiegazioni etimologiche da fornire al turista. Tuttavia, nell'ultimo decennio si è fatta strada una vecchia suggestiva ipotesi toponomastica che farebbe risalire la fondazione di Capracotta proprio al dominio longobardo e il nome di Capracotta al rito del caput capræ, che si svolgeva quando nasceva una comunità stabile in un luogo appena conquistato. Le avvisaglie di questa teoria sono ravvisabili in Luigi Campanelli quando scrive «d'una carnevalesca usanza dei Longobardi di sacrificare capre, o in linguaggio più povero ammazzarle, cuocerle e divorarle, lasciandone la testa per consacrarla al... Demonio!». Tale cerimonia si articolava in diversi momenti, dall'immolazione di una capra a un banchetto rituale che sfociava nell'adorazione della testa della bestia, fino all'accompagnamento di un'intonazione di canti sacri. Questa manifestazione era una delle più importanti del paganesimo germanico e veniva celebrata in onore di Thor, il dio che proteggeva gli uomini dai pericoli della natura, un dio straordinariamente forte che, per i suoi spostamenti, utilizzava un carro trainato da due capre sacre. Dato che i Longobardi conquistarono quasi interamente l'Italia tra il 568 e il 575, appare piuttosto strano che soltanto Capracotta abbia ottenuto quel nome. Di questa teoria, ben strutturata in seguito da altri studiosi locali, mi preme segnalarne quelle che a mio avviso sono due debolezze "narrative". Innanzitutto, l'ipotesi filolongobarda non spiega esaurientemente in quale modo caput si sia trasformato in coctus (i Longobardi speziavano esageratemente gli spiedi e non mangiavano carni semplicemente arrostite); in secondo luogo, essa non tiene conto dei profili comparativi con terze attestazioni, quali, ad esempio, il medaglione rinvenuto sull'isola di Amorgo, nell'arcipelago delle Cicladi, sul quale appare chiaramente «Caput Capræ cum collo, omnia intra lauream» (testa di capra con collo, il tutto nell'alloro): si tenga a mente che nel '600 a Capracotta ricorreva una leggenda secondo cui il toponimo originario fosse proprio Laurea Capra (capra in alloro). Il numismatico Domenico Sestini (1750-1832) credeva però che l'attribuzione di una medaglia col capo caprino sgozzato fosse la città greca di Ægiali, Amorgos, «a cui potrebbe spettare il tipo della testa di Capra». Inoltre, portare a supporto un parallelo germanico tra Capracotta e Gateshead - che, da Beda il Venerabile al dott. Stukely, deriverebbe da ad Capræ Caput - credo che non sia sostanzialmente ammissibile: lo sarebbe se il nostro paese si fosse chiamato Capocapra. L'ipotesi filolongobarda parrebbe dunque valida almeno per Gateshead (UK) se non fosse che il suo primo nucleo insediativo risale proprio all'età romana. Insomma, tutto ciò lascia desumere che quello del caput capræ sia un lemma iconografico che precede di molti secoli le invasioni barbariche sulla penisola italica e, soprattutto, conferma la latinità della semantica caprina stessa. La testa di capra non è appannaggio dei Longobardi ma dei Greci, padri putativi di Roma, un popolo dedito da millenni all'allevamento caprino e che presenta numerosi toponimi riferibili alla capra, un animale che ricopre un grande valore simbolico nell'Ellade. Nella mitologia greca è infatti la capra Amaltea a nutrire Zeus che la madre aveva nascosto a Creta per sfuggire dal padre Crono che divorava la prole. Con una delle sue corna Zeus creò la cornucopia (il corno dell'abbondanza) e alla sua morte la eternò per sempre tra le stelle del Capricorno. Quello del caput capræ è per me un ulteriore motivo per dichiarare che Capracotta sia stata fondata dai Romani al fine di tenere sotto controllo i collerici Sanniti, ormai vicarii di Roma - così venivano chiamati i nemici appena assoggettati, quindi sostituti del generale romano - e che il suo nome derivi da Capræ Cottæ, l'autoconsacrazione di tre capre per la gloria del console Gaio Cotta. Vi spiego ora perché. Stiamo parlando di un momento turbolento nella storia di Roma, caratterizzato dalla Terza guerra sannitica, combattuta dal 298 al 290 a.C. contro i Sanniti in espansione in Lucania, e dalla conseguente fase di stabilizzazione. Nella mia ipotesi il processo fondativo di Capracotta - non in qualità di sparse capanne pastorali ma come luogo abitativo con una qualche organizzazione politica - comincia nel 293 a.C., quando i consoli Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo conducono i rispettivi eserciti, su rotte parallele, verso il Sannio: in particolar modo, quello di Papirio Cursore muove dalla Campania settentrionale in direzione di Aquilonia. Il piano prevede di attaccare contemporaneamente e con la massima durezza. I combattimenti nella battaglia di Aquilonia sono durissimi e costano oltre 50.000 morti, ma a sera i comandanti romani entrano vittoriosi nelle sue rovine. Da qui, dove ha combattuto la Legio Linteata, alcuni superstiti si rifugiano a Bovianum, e non è da escludere che qualcuno di questi esuli abbia intrapreso la via delle montagne a settentrione, salendo fin sulla sella capracottese (il Campanelli per primo scrisse della «vaga reminiscenza di un Caio Cotta giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica»). Arriviamo al 200 a.C., allorquando vengono inviati nel Sannio dieci uomini per lottizzare le terre requisite da Roma dopo l'ultima guerra sannitica. La commissione ripartitrice è costituita dai decemviri Publio, Caio e Marco Servilio, Quinto Cecilio Metello, Lucio e Aulo Ostilio Catone, Publio Villio Tappulo, Marco Fulvio Flacco, Publio Elio Peto e, per finire, Quinto Flaminio. Questi uomini si recano fisicamente in quella vasta area geografica ex dimora di Caraceni, Pentri, Caudini e Irpini, al confine coi Dauni. In quello stesso anno, Gaio Aurelio Cotta, pretore urbano dal 202 a.C., superata la soglia dei quarant'anni d'età, è eletto secondo console di Roma assieme a Publio Sulpicio Galba Massimo. Come provincia gli viene affidata l'Italia, col compito di combattere contro Boi, Insubri e Cenomani, che, sotto il comando di Amilcare, hanno invaso il territorio romano. Il comando viene gestito direttamente dal pretore Lucio Furio Purpureo, che alla fine sarà onorato col trionfo. Cotta, rimasto offeso per non aver ricevuto alcun riconoscimento ufficiale, si darà invece al saccheggio e alla devastazione del territorio nemico, così da guadagnar beni materiali invece della fama. È ora il momento di collegare tutti gli elementi fin qui raccolti: lo farò attraverso il rito romano della devotio hostium. A mio avviso, è questo il cerimoniale che spiega la fondazione romana di Capracotta, avvenuta relativamente tardi rispetto alla vittoria sui Sanniti, probabilmente per via dell'altitudine e dei bellicosi esuli lì nascosti. La fondazione avviene in quella multivalente congiuntura che si pone tra l'arrivo di Publio Villio Tappulo in Alto Molise e la nomina a secondo console di Gaio Aurelio Cotta. Soltanto a partire dal 249 a.C., non appena un territorio veniva requisito dai Romani, era prassi consolidata praticare un rito di devotio hostium, che, a differenza della devotio ducis - in cui il comandante militare si immolava -, «aveva luogo dopo la conquista di una città nemica, solitamente dopo la celebrazione di un'evocatio: alla distruzione "religiosa" della città ne seguiva dunque l'annientamento fisico [anche se] una città privata dei suoi dèi non sempre veniva distrutta». Nei casi di centri molto piccoli, si celebravano altrettanto piccole devotiones. Il rito si svolgeva col sacrificio di tre pecore nere e, quanto agli dèi, «preponderante è la presenza di divinità ctonie quali Dite, Veiove, i Mani e la Terra; l'eccezione è costituita da Giove, che fa la sua comparsa principalmente, è da presumere, in quanto supremo garante dei patti». Giorgio Ferri, uno degli studiosi più preparati sui riti di devotio, conferma che grande importanza avevano «le azioni espiatorie se il devotus fosse sopravvissuto», il che mi fa pensare che gli ovini non dovessero venir consacrati solo per inglobare nel pantheon romano la religione sannitica - e così lasciare senza protezione divina i nemici - ma anche per glorificare un devotus che non aveva ancora ricevuto il giusto tributo dalla capitale repubblicana. Difatti, «il riferimento alla terra traspare anche in senso traslato nel cognomen dei singoli generali che praticarono la devotio». Siccome sul nostro territorio non vi sono pecore nere, probabilmente furono scelte tre capre, mentre il devotus, per interposta persona, non poteva che essere Gaio Cotta, il quale, come hanno segnalato i maggiori studiosi di storia romana, era stato deliberatamente trascurato dalle élite di Roma e relegato a un ruolo minore rispetto al suo prefetto Furio Purpureo, e forse era da poco stato ucciso nelle razzie in Italia settentrionale. I casi più eclatanti di devotio che han dato vita a toponimi sono Beneventum (Benevento), Fregellæ (Ceprano, in onore di Quinto Ovio Fregellano) ed, esempio a noi vicinissimo e illuminante, Carvilius (i nostri Montetti di Carovilli, per la gloria di Spurio Carvilio Massimo). In articoli successivi cercherò di rinforzare la struttura della mia ipotesi, che ad oggi presenta, su tutte, due fragilità: la prima è certificare un'affinità politica tra il ripartitore Publio Villio Tappulo e il console Gaio Aurelio Cotta, poiché sappiamo che nel 199 a.C. il Tappulo sostituì il Galba, "collega" del Cotta, nel seggio consolare e che quindi è possibile che tra i due vi sia stata una sorta di intercessio. La seconda debolezza della mia ipotesi risiede nella scarsissima presenza di vestigia romane sul suolo capracottese, ma non su quello altomolisano, come il teatro di Pietrabbondante, il santuario di Vastogirardi, la villa di S. Lorenzo ad Agnone e la strada romana e il santuario di S. Pietro Avellana. Ciononostante, la carenza di tracce romane potrebbe essere spiegata dallo stesso atto fondativo di Capracotta, il quale potrebbe aver rappresentato un gesto meramente evocativo: scannando capre in nome del console, sul luogo più elevato dell'ager publicus Samnitium, Roma sembra che abbia voluto zittire qualsiasi aspirazione e rivendicazione futura di quei popoli. A conferma di ciò sta la Tavola Osca, risalente al 250 a.C., prova inconfutabile della persistenza osco-sannita sulle vette del Molise, il che fa pensare che, nonostante il territorio fosse già pacificato, i temibili Sanniti continuavano a resistere, rendendo perciò necessario un ulteriore e definitivo gesto dei Romani. Non escludo infine che la mia ipotesi possa riferirsi a un altro Gaio Cotta, vissuto mezzo secolo prima ed eletto console nel 252 a.C., ma che non ebbe alcun coinvolgimento politico evidente nella quæstio Samnitica. Insomma, negli intenti del commissario Publio Tappulo, il rito apotropaico di Capracotta rappresentò forse un gesto politicamente simbolico e un tributo nei confronti del console Gaio Cotta. Con mire romanzesche, mi piace credere che, sulle nostre alture tempestose, al momento dello sgozzamento, i presenti abbiano alzato gli occhi al cielo gridando il seguente carme evocativo: Giove, facendoti questa offerta, ascolta le preghiere dei cittadini e caccia i nemici dai confini della patria! Queste sono le capre di Cotta! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Safinim. I sanniti: vicende, ricerche, contributi, Iannone, Isernia 1993; AA.VV., The Picture of Newcastle upon Tyne, Being a Brief Historical & Descriptive Guide, Akenhead, Newcastle upon Tyne 1812; M. Amari e C. Schiaparelli, L'Italia descritta nel "Libro del re Ruggero" compilato da Edrisi, in AA.VV., Atti della Reale accademia dei Lincei, Salviucci, Roma 1883; Antimo, De observatione ciborum, a cura di V. Rose, Teubneri, Lipsiæ 1877; G. Brizzi, Il guerriero, l'oplita, il legionario. Gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, Bologna 2008; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Ceccarelli, La "devotio" a Roma e un verso di Accio, Japandre, L'Aquila 1995; E. Cocchia, Saggi glottologici. Contributo allo studio del latino arcaico, Rondinella e Loffredo, Napoli 1924; F. Di Rienzo, La fondazione longobarda di Capracotta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008; F. Di Rienzo, Gateshead, la Capracotta d'Inghilterra, in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009; G. Dumézil, Gli dèi dei Germani. Saggio sulla formazione della religione scandinava, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano 1974; G. Ferri, Consacrato alle potenze della Terra: la "devotio", in M. Bettini e G. Pucci, Terrantica. Volti, miti e immagini della terra nel mondo antico, Electa, Milano 2015; G. Ferri, La "devotio": per un'analisi storico-religiosa della (auto)consacrazione agli dèi inferi nella religione romana, in «Mélanges de l'École française de Rome», CVVIX:2, Roma 2017; A. Giardina, L'uomo romano, Laterza, Roma-Bari 2003; T. Livio, Le deche di T. Livio Padovano delle historie romane, trad. di I. Nardi, Giunti, Venezia 1562; E. Mackenzie, The Borough and Parish of Gateshead, in AA.VV., Historical Account of Newcastle-Upon-Tyne Including the Borough of Gateshead, Mackenzie & Dent, Newcastle upon Tyne 1827; A. Maiuri, Deductio-Deletio. Strategie territoriali di Roma repubblicana: il caso Fregellæ, Morcelliana, Brescia 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; E. Menicucci, Toponomastica italica. Due nuove teorie sull'origine del nome Etruschi, in «Polimnia», VI:6, Cortona, 1929; T. Mommsen, Storia di Roma, vol. II, a cura di A. G. Quattrini, Rusconi, Milano 2017; I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito, Gangemi, Roma 1996; E. T. Salmon, Samnium and the Samnites, Cambridge University Press, Cambridge 1967; D. Sestini, Descrizione d'alcune medaglie greche del museo del signore barone Stanislao di Chaudoir, Piatti, Firenze 1831; Soprintendenza archeologica di Roma, Studi sull'Italia dei Sanniti, Electa, Milano 2000.
- Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (I)
Capracotta e la neve: la bufera Nevica: euforia dei giovani e festa degli operatori turistici, preoccupazione degli anziani e degli indigenti. Da queste due sensazioni si può partire per parlare della neve che è attesa da alcuni, temuta da altri. Proviamo ad esaminare i disagi e i vantaggi che ne derivano. La neve arriva col freddo e la temperatura, che da 0° a volte arriva fino a -15°, di per sé è un castigo. La neve obiettivamente è un intralcio, produce disagio, limita il movimento, a volte rappresenta pericolo. Gli anziani in particolare, con gli acciacchi dell'età, entrano in trepidazione temendo un malore in coincidenza di nevicate: l'aiuto sarebbe fatalmente ritardato. Non hanno del tutto torto se accade che alla precipitazione di neve si associa il vento. Guardando fuori della finestra non si vedono altro che mucchi di neve e vortici violentissimi, nessun passante. Timore che vada via l'energia elettrica con il blocco del riscaldamento. Per fortuna l'Enel, già da tempo, ha garantito le linee elettriche tanto che oramai questa evenienza è diventata molto remota. Purtroppo il vento sull'Appennino la fa da padrone e quella che potrebbe essere una piacevole silenziosa nevicata (capita rare volte) si trasforma in una violenta rumorosa tormenta. Di conseguenza tutto diventa molto difficile: se cammini a piedi nella neve soffice, affondi; il vento ti spinge e ti scarica addosso, sul viso e negli occhi, nugoli di neve facendoti mancare il fiato. Un breve tratto di strada diventa una fatica. Per un giovane allenato può essere un gioco, una piacevole sfida, per un adulto è senz'altro una sofferenza. C'era l'usanza che i giovani e i più abili, durante la tormenta, facessero il giro degli anziani del vicinato per portare loro solidarietà e aiutarli in eventuali necessità. Da anni è in funzione il servizio di assistenza domiciliare agli anziani che sopperisce a tale usanza. Clipper: lo spazzaneve Il vento inevitabilmente forma sulle strade grossi accumuli, per cui la circolazione degli automezzi diventa problematica. In passato, inizialmente le strade venivano sgomberate a fine tormenta dagli uomini a forza di braccia; in seguito, prima della guerra il Comune si attrezzò con un piccolo trattore cingolato, ma con scarso successo. La svolta qualitativa ci fu nel 1950 quando i capracottesi d'America regalarono al Comune uno spazzaneve che veramente fece la differenza. Clipper, così si chiama. Sbarcato a Napoli, fu consegnato a Capracotta dall'ambasciatore d'America in Italia. Fu una vera grande festa. Visto all'opera fece veramente la differenza. Una seconda liberazione. A trazione integrale, era alimentato a benzina con una scorta di 8 quintali, che non durava molto. Potente e veloce, esprimeva una tale forza che, con un'adeguata velocità, riusciva a passare anche attraverso mucchi di 4 metri di neve. Fu dotato di una radio ricetrasmittente con la quale gli operatori comunicavano con il Municipio. Inconfondibile la tromba, che faceva pensare al suono di un rimorchiatore marittimo. Era diventato familiare. L'ascolto mi rassicurava e mi emozionava. Costruito per le larghe strade americane, risultava poco maneggevole rispetto alle allora tortuose e strette strade del paese, ed è anche per questo che lo spazzaneve, talvolta, si "piantava", e allora erano dolori. Di episodi ce ne sono stati tanti, per fortuna finiti sempre bene. Le difficoltà erano evidenti. A causa anche di queste avversità atmosferiche molte famiglie, già dagli anni Sessanta, si sono trasferite in altre città. Il Comune conserva gelosamente lo spazzaneve americano, ancora funzionante, e pensa di porlo in esposizione in un "museo della neve". La viabilità oggi Da allora ad oggi c'è stata una grossa evoluzione. Le strade sono più larghe, i mezzi più potenti e specifici, gli uomini hanno imparato a trattare la neve, gli indumenti sono leggeri e caldi, i telefonini hanno completato favorevolmente l'equipaggiamento. Gli automobilisti sono passati dalla sofferenza di montare le catene sulle gomme delle autovetture alle gomme antineve, alle chiodate, fino alle attuali termiche. Quest'ultima preziosa e comodissima invenzione concilia brillantemente l'aderenza delle gomme sulla neve col normale uso anche sull'asfalto. La viabilità extraurbana è assicurata dalla circolazione continua dei mezzi della Provincia. Le strade rotabili nel paese vengono spazzate nottetempo dai mezzi comunali. Prima del Clipper: l'inverno, l'isolamento Brevemente, partendo dall'inizio del secolo e stando così semplicemente ai racconti dei nonni, in paese c'erano circa 4.000 persone. Non c'erano mezzi. I capracottesi, tutti dediti alla pastorizia ed all'agricoltura, alla forestazione ed all'artigianato, vivevano dei propri prodotti. Facevano le provviste per superare l'inverno, non avevano tanta necessità di viaggiare, aspettavano il tempo bello per mettersi in moto e aprire le strade con i propri mezzi: le braccia. Accettavano tacitamente l'isolamento, ma intimamente lo vivevano da incubo. Necessità proprie, impellenti, per viaggiare, la maggioranza dei cittadini non ne aveva. La preoccupazione era (ed in parte lo è ancora adesso, soprattutto per gli anziani) un eventuale urgente trasporto in ospedale durante la bufera. Capracotta cominciava inoltre ad essere meta di villeggiatura non solo estiva ma anche invernale. Napoletani e romani raggiungevano Capracotta per esercitarsi nello sci. Lo Sci Club Capracotta, fondato nel 1914, svolgeva una intensa attività agonistica e movimentava fortemente l'attività turistica. Non si poteva rimanere isolati troppo a lungo. Lo sgombero della neve Il problema della rimozione della neve dalle strade con mezzi meccanici, non solo con le braccia, diventava sempre più pressante. Bisognava affrontarlo. Raccontano i vecchi che un primo esperimento di un mezzo sgombraneve fu fatto nel 1928-29, su idea di un dirigente dello Sci Club, il quale fece costruire un vomere di legno trainato da buoi. L'esperimento funzionò con il tempo bello e con innevamento minimo. La prima volta che i buoi si trovarono nella bufera il conducente fu costretto a sganciare l'attrezzo là dove si trovava, tornare indietro, mettere i buoi in stalla e rifugiarsi in casa. Il generoso tentativo si esaurì così velocemente. Nel 1934-35 il Comune comperò un trattore cingolato, attrezzato con una lama spingineve e con una piccola cabina di protezione per il conducente. Relativamente alle esigenze dei tempi il mezzo risultò adeguato. Questo mezzo funzionò fino a quando i Tedeschi, in ritirata, lo distrussero, contemporaneamente al saccheggio delle abitazioni. Il paese infatti fu distrutto per l'80%, le case bruciate o minate. Gli uomini dovettero tornare a sgomberare le strade dalla neve con le proprie braccia. Raccontano che ne uscivano da 200 a 300 al giorno, pagati dal Comune. A volte impiegavano diversi giorni per ripristinare l'accesso al paese. Non era escluso che dopo aver aperto un pezzo di strada ricominciasse a nevicare e si tornava al punto di partenza. Immaginate la fatica e la sofferenza, al freddo, con l'abbigliamento di quei tempi! In quegli anni (dal 1945 al 1950) l'isolamento del paese era frequente. Le nevicate erano particolarmente abbondanti e gli inverni sembravano sempre più lunghi. Per far fronte alla necessità di viveri e medicinali fu chiesto l'intervento di aerei militari con lanci di paracadute. L'arrivo degli aerei era fortemente atteso da tutti. Per noi bambini avevano un fascino particolare. Eravamo tutti col naso al cielo. Contare i paracadute, seguirne il volo e raggiungere i sacchi atterrati, questa era una festa. Lo spazzaneve: una necessità Un mezzo sgombraneve efficiente e al passo coi tempi era necessario. Dagli atti del Comune risale al 10 marzo 1949 una prima richiesta di preventivo e catalogo di sgombraneve ad una ditta di Milano. Seguono richieste ad altre ditte, in Italia ed anche in Svizzera. Vi sono, agli atti del Comune, diversi cataloghi con illustrazioni e caratteristiche tecniche dei mezzi offerti. Acquisti non ne furono decisi. Le ragioni, ipotizzo, erano due: la prima che gli amministratori, forse, non erano convinti della consistenza e delle prestazioni dei mezzi relativamente alle necessità del luogo; la seconda, la carenza di fondi. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro, in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.
- Dal Kosovo all'Afghanistan
San Severo (FG). Tutto il paese sta aspettando il sergente dei parà Marracino Salvatore, perché tutto il paese lo conosceva e gli voleva bene. Gli amici di Salvatore, quelli dei suoi fratelli Luca e Massimiliano, i ragazzi del quartiere e i conoscenti di Gina e Antonio, i genitori, si sono ritrovati tutti in via Concetta Masselli e per tutto il pomeriggio e la serata di ieri hanno sostato sotto casa Marracino. «Non doveva accadere. È una tragedia incredibile e troppo grande per noi», dice la madre del giovane sergente. Mentre il padre sembra una statua di marmo, le labbra serrate, gli occhi di chi cerca una smentita che non arriva da nessuno. La notizia l'ha portata un soldato, ieri pomeriggio, e la signora Gina prima è svenuta e poi ha pianto disperata. Il papà di Salvatore, Antonio, non voleva crederci. Fa il falegname e per tenere vicino a sé il figlio anche quando era lontano da casa aveva riempito la bottega di tutte le sue foto più belle e importanti, in Afghanistan, Kosovo, Iraq, sempre in divisa, sempre sorridente. Salvatore aveva 28 anni e un'esperienza militare di tutto rispetto, perché questa era la vita che aveva scelto appena compiuti vent'anni. E mai, dicono ora i parenti e gli amici, aveva messo in discussione quella scelta. Nemmeno quando hanno cominciato a mandarlo in missione nei posti più pericolosi. Nemmeno quando Lucio Carnevale, nato nello stesso giorno, mese e anno del nonno di Salvatore, di cui era l'amico più caro, e che per questo aveva fatto da padrino al battesimo del ragazzo, aveva detto a Salvatore di cambiare idea. «Io sono di Capracotta, in Molise – dice Carnevale –, e mi ricordo i bombardamenti dei tedeschi. Avevo dieci anni, le mie gambe furono completamente ustionate. Da allora, ogni cosa che abbia a che fare con la guerra è per me da evitare. Ma Salvatore ha scelto così e io lo rispetto». «Forse era scritto così, forse era questo il suo destino – dice il padre del sergente –. Noi siamo orgogliosi di questo nostro figlio». Però la banalità dell'incidente, quell'arma che si inceppa e da cui parte un colpo che uccide il loro ragazzo, di questo, Gina e Antonio proprio non riescono a farsene una ragione. Sapevano che Salvatore aveva una certa esperienza con le armi, lui stesso glielo ripeteva sempre, l'ultima volta 15 giorni fa, quando è venuto in licenza. Poi è dovuto ripartire per l'Iraq, destinazione Nassiriya, al posto di un altro militare. "Sostituzione" di emergenza, che per i genitori di Salvatore ora è un segno di quel destino che aveva stabilito di strappare loro il cuore. Carlo Vulpio Fonte: C. Vulpio, Dal Kosovo all'Afghanistan otto anni di servizio nelle aree più rischiose, in «Corriere della Sera», Milano, 16 marzo 2005.
- La visita del prefetto Nicola Spadavecchia
Il giorno 30 maggio scorso, proveniente da S. Pietro Avellana, giunse qui in automobile il Prefetto del Molise, Gr. Uff. Spadavecchia in compagnia del Segretario Federale Cav. Uff. Tirone, del Questore Comm. Ena, del Maggiore dei RR. CC. Cav. Romita, del Capitano Sig. De Iasi, del Tenente Sig. Tiberi, del Cav. Fortunato, Ispettore dei Comuni, e del Capo di Gabinetto Cav. Nardella. La popolazione ha atteso l'illustre Capo della Provincia all'entrata del paese, con alla testa il nostro beneamato Podestà Avv. Gregorio Conti, in uno alle autorità e ai sodalizi tutti. Hanno reso gli onori agli ospiti illustri le scuole, coi rispettivi insegnanti, la Sezione dei Balilla, con la fanfara, le Piccole Italiane (che ieri per la prima volta indossarono la candida divisa) e i minuscoli bambini dell'Asilo Infantile, tutti vestiti di bianco, molto ammirati dall'Ill. Sig. Prefetto. Il corteo ha sostato davanti al Palazzo Comunale, rimesso a nuovo da pochi giorni, dove il nostro Podestà ha dato per primo il saluto di questa buona e patriottica popolazione al Primo Rappresentante del Governo Nazionale Fascista, venuto qui a visitare quest'estremo lembo del Molise. Il Podestà gli ha ricordato le opere più urgenti (già esposte nel suo programma) alle quali bisognerà presto dare esecuzione, fidando nel suo valido aiuto ed augurandosi che rimanga a lungo nella nostra Provincia, come ne ha dato affidamento S. E. Mussolini nel suo recente discorso, per portare a compimento la ricostruzione materiale e morale da lui iniziata con tanta nobile fatica. Lo ha seguito il Segretario Federale Cav. Uff. Tirone, il quale dopo aver rievocato, con mirabile sintesi, la venerata memoria di S. E. Tommaso Mosca, legato alla sua famiglia da vincoli di salda e devota amicizia, ha tessuto l'elogio di questi buoni montanari che sempre tutto hanno dato e mai nulla hanno chiesto, considerandosi egli nostro concittadino per la vicinanza che il nostro paese ha con la sua Agnone. Ha alluso alla concordia che esige il Fascismo e di cui danno qui affidamento il Podestà e il Segretario Politico. È sorto dopo a parlare il Gr. Uff. Spadavecchia, che, dopo aver ringraziato il Podestà pel saluto rivoltogli, ha voluto anch'egli ricordare ai cittadini di Capracotta la perdita da essi fatta dell'insigne magistrato Tommaso Mosca, che considerava quasi come suo concittadino, avendo ricoperto nella sua nativa Trani l'alta carica di Capo della Corte di Appello delle Puglie. Assicurò il Podestà che avrà molto a cuore le sorti di questo paese e che darà tutto il suo appoggio per l'attuazione delle opere di riconosciuta necessità. Il Prefetto Spadavecchia, dopo avere minutamente visitato gli ampi locali del Municipio, della Banca Popolare e della Congregazione di Carità, si è recato nell'Edificio Scolastico, soffermandosi in ogni aula, tutto guardando e ammirando, dopo avere osservato con attenzione, nella saletta della Direzione, i ricchi premi guadagnati dai nostri Piccoli Sciatori nelle gare svoltesi nello scorso marzo negli Abruzzi. L'illustre Prefetto ha avuto parole benevoli pei Sigg. Insegnanti, esortandoli a perseverare ancora sulla via intrapresa. Egli si è recato, poi, nei locali dell'Asilo Infantile, ricevuto dal Presidente e dalle Suore del P. S. vere apostole di bontà e di virtù; anche qui il comm. Spadavecchia ha voluto rendersi conto di tutto, visitando le aule e rimanendo ammirato dall'ampiezza della sala della Scuola e del Teatro. Ha anche visitato la Casa del Fascio, il Circolo Sannitico, le Società Operaie e la Caserma dei RR. CC. dove ha esternato la sua viva soddisfazione agli Ufficiali Superiori ed al Tenente Sig. Tiberi, la cui stazione è alla sua dipendenza. Si è poi soffermato, non poco, al Circolo d'Unione dove il Presidente Avv. Cav. Luigi Campanelli ha, con tutta signorilità, voluto offrire a lui ed agli altri ospiti squisitissime paste e dell'ottimo vermouth. Si è compiaciuto, poi, moltissimo con le autorità tutte, specie col Podestà e col Rev. Arciprete quando è entrato nel nostro magnifico Tempio, tutto illuminato, soffermandosi ad ammirare il Coro e il Battistero, dopo essersi a lungo trattenuto sul Sagrato per godersi il vastissimo panorama. Il Comm. Spadavecchia ha voluto anche vedere il busto che, questi riconoscenti montanari, eressero alla memoria del compianto Emanuele Gianturco, strenuo difensore dei loro diritti, sui Feudi ex Ducali. Stamane gli ospiti graditissimi sono ripartiti alla volta del Capoluogo, ossequiati dalle autorità. Si sono qui fidanzati, giorni sono, il Tenente dei RR. CC., di stanza in Agnone, Tiberi Sig. Enrico, con la gentile Signorina Maria Conti, del fu Amatonicola. Auguri alla bella coppia. Le nozze al prossimo autunno. Vincenzo Gallina Fonte: V. Gallina, Dai Comuni della Provincia , in «Il Molise Fascista», II:9, Campobasso, 5 giugno 1927.
- Il maestro
Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore, tu se' solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore... Se a Salvatore Pallotta si nomina Oslavio Di Nucci subito gli si illuminano gli occhi e un attimo dopo gli si velano di malinconia. Senza nulla togliere a suo padre, a Oslavio, che chiamava affettuosamente "zio" come per educazione si fa (faceva!) nei paesi dove ci si conosce tutti, Salvatore ha voluto bene come ad un padre e con lo stesso affetto è stato ricambiato. Ad Oslavio, appartenente alla famiglia Di Nucci, casari dal 1600 che si sono tramandati il mestiere di padre in figlio e che per una vita intera aveva prodotto latticini in una piccola "latteria" di Capracotta, non deve essere sembrato vero che qualcuno gli chiedesse di insegnargli il mestiere dopo che la sua attività era terminata poichè i figli avevano imboccato strade diverse. Si è allora rituffato a capofitto in quel mestiere, felice di poter essere ancora attivo ed utile a qualcuno, di poter tramandare l'esperienza di una vita e i segreti di un'arte difficile ma comunque ricca di soddisfazioni. Deve averne parlato a casa sua e deve essersi sorbito i rimproveri e le raccomadazioni dei suoi congiunti che, a ragione, non volevano si affaticasse troppo ora che era in pensione. Ma felice deve esserlo sicuramente stato quando vedeva che quel giovane, prima solo e poi affiancato dai fratelli, aveva tanta voglia di imparare, non era affatto spaventato dal lavoro duro e cercava di migliorarsi giorno dopo giorno con delle doti innate di umiltà, educazione e pazienza. Soddisfazione deve averla sicuramente provata quando vedeva che quelle giovani mani, che già conoscevano il lavoro manuale delle attività agricole, stavano aquisendo la conformazione callosa propria del casaro, che non si scottavano più quando erano immerse nell'acqua calda per filare la pasta, quando i primi clienti tornavano contenti apprezzando i prodotti... Era sempre prodigo di buoni consigli e Salvatore, insieme ai suoi fratelli, ha un grande obbligo di riconoscenza nei suoi confronti. Le mucche il loro prezioso latte lo danno tutti i giorni. Esse non sanno se oggi è domenica, è Natale o è un giorno qualsiasi. E tutti i giorni quel latte va lavorato. Tra tantissime altre cose questo ha insegnato Oslavio ai Pallotta ed essi lo hanno preso in parola: neanche in occasione degli avvenimenti davvero importanti della vita, come quando ti nasce un figlio, essi hanno trascurato il lavoro. Solo un giorno, nell'ottobre del 1995, quel caseificio è rimasto chiuso. Quel giorno il latte poteva anche andare in malora, non c'era proprio lo spirito per lavorare: dopo una lunga malattia e diverse traversie ospedaliere, Oslavio se ne era andato e loro erano lì a dargli l'ultimo saluto. Salvatore, oggi, nel nuovo, moderno, funzionale ed attrezzato caseificio così diverso da quello piccolo, angusto e sacrificato dove ha imparato il mestiere, vorrebbe avere accanto il suo maestro, se non altro per mostrargli che qualcosa l'ha imparata, anche se nel suo animo è convinto che Oslavio queste cose le sa e sicuramente è felice per lui. Non sappiamo se sia giusto che questi pensieri intimi, carpiti quasi a Salvatore e ai suoi familiari, debbano essere di dominio pubblico. Sono stati pubblicati qui come un piccolo omaggio a Oslavio, maestro d'arte e di vita. Fernando Di Nucci Fonte: http://www.caseificiopallotta.com/.
- La legione ungherese garibaldina
La legione ungherese garibaldina è stato un corpo militare, attivo fino al 1867, creato da Giuseppe Garibaldi col decreto n. 100 del 16 luglio 1860 come parte del suo esercito meridionale e composto da esuli e disertori magiari che avevano combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il Risorgimento. Il più celebre soldato di questa legione era István Türr (1825-1908), colui che, durante la Seconda guerra d'indipendenza italiana (1859), aveva promosso la diserzione presso i suoi commilitoni asburgici, arruolandoli nella brigata dei Cacciatori delle Alpi. Costituita a Palermo, la legione ungherese contava inizialmente 50 volontari che in breve tempo superarono i 500 uomini, comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885). Passata sotto il comando di Türr - divenuto governatore di Napoli su preciso incarico di Garibaldi - la legione fu utilizzata per reprimere i focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino allo svolgimento del cosiddetto plebiscito delle province siciliane del 21 ottobre 1860. Inquadrata nell'esercito sabaudo dopo l'Unità d'Italia col nome di Legione Ausiliaria Ungherese, questa truppa venne infine impiegata per combattere il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, in particolare tra l'aprile 1861 e l'agosto 1862 e, successivamente, dall'ottobre 1865 al giugno 1866. La storia ufficiale del Risorgimento ha effettivamente trascurato un aspetto importante dell'operazione garibaldina: le numerose presenze straniere al servizio della spedizione dei Mille. Inglesi erano infatti il colonnello John William Dunne e John Whitehead Peard. Tanti gli ufficiali ungheresi: oltre ai già citati Türr ed Eber, vi erano Ferdinand Eberhardt, Lajos Tüköry e il Magyarody. Tra i polacchi figuravano invece due ufficiali di spicco: Alexander Izenschmid e il Lauge. Fra i turchi v'era l'avventuriero Kadir Bey e non mancò l'apporto di battaglioni zuavi e indiani, messi a disposizione di Garibaldi da Sua Maestà britannica. La legione ungherese, al massimo del suo splendore, passò dai 3.200 uomini (e 200 ussari) agli oltre 20.000. Tra i tedeschi di varia provenienza assoldati nelle fila legionarie si deve infine ricordare Adolfo Wolff, già al servizio dei Borbone, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri. Oltre a lui, misterioso colonnello e patriota italiano, c'era un secondo Wolff (forse parente del primo), di nome Giovanni, che nel maggio 1864 sedeva nel consiglio d'amministrazione del Mazzini & Garibaldi Club di Londra e che, appena cinque mesi dopo, venne arrestato a Capracotta in contrada Macchia. Ma che storia è mai questa, vi starete chiedendo? È risaputo che il fenomeno del brigantaggio/reazione era ampiamente attivo a Capracotta negli anni a cavallo dell'Unità. A tal proposito Alfonso Battista (1935-2018) ci ha lasciato una preziosa autointervista immaginaria che ci aiuta a comprendere il clima politico venutosi a creare a Capracotta tra i reazionari filoborbonici e i liberali risorgimentali. Nel nostro paese, infatti, da un lato stava la ferocia del mio avo Pasquale Di Ianni, capo indiscusso della reazione borbonica, dall'altro la vitalità del clero: tra i due poli divampò un tale odio che provocò omicidi e scontri violenti, ma anche vere e proprie comiche, come quando «il sindaco liberale Amatonicola Conti ed il padre Gerardo, sorprendentemente, trovano ospitale rifugio durante i moti reazionari in casa del leader borbonico Michelangelo Campanelli, genitore dello storiografo Luigi Campanelli; il comandante della Guardia nazionale Gaetano Conti ed il fratello Gianlorenzo, entrambi fervidi liberali, si sottraggono alla folla minacciosa trovando immediato riparo in casa del vescovo borbonico Giandomenico Falconi; il farmacista liberale Ettore Conti, fratello del sindaco Amatonicola, ferito con un colpo di roncola da un compaesano borbonico, corre a farsi medicare in casa Campanelli». Insomma: a Capracotta ci si faceva la guerra ma in fondo si era tutti della stessa razza! Il folclore insito nei moti capracottesi nulla toglie al fatto che la nostra campagna pullulasse di agguerriti gruppi criminali, la banda Cozzitto, la banda Ferraro e la banda Schiavone su tutti. Una di queste masnade «ammazzò 800 pecore al signor Geremia Conti per non aver prontamente pagata la taglia impostagli»; un'altra compagnia «di circa 80 reazionarii, cercando passare per la via de' monti dalle Puglie agli Abruzzi, s'incontra presso Capracotta con una trentina di guardie nazionali di questo paese, che perdendo nel conflitto quasi una metà di uomini, son costrette a ripiegare». Abigeato, rapine, estorsioni e soprusi erano il pane quotidiano di chi viveva nelle masserie di Guastra e Macchia nel XIX secolo. Proprio qui, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1864, «una comitiva di briganti si trovava a saccheggiare una masseria, in quel di Capracotta, quando sopraggiunse la forza, la quale l'attaccò vivamente, facendo prigione Giovanni Wolff, che poi svelò i suoi complici»; il Wolff, che aveva disertato la Legione Ausiliaria Ungherese, «fu condotto ad Isernia ed ivi giustiziato». Se c'è una colpa che possiamo addossare a Garibaldi è infatti questa: pur di raggiungere l'obiettivo unitario, egli immise nei ranghi militari moltissime persone di dubbia etica e discutibile onestà. Avendo dapprima disertato l'esercito austro-ungarico per combattere in Italia a fianco dei rivoluzionari e avendo poi abbandonato i garibaldini per darsi alla vita fuorilegge, quello di Giovanni Wolff rappresenta un caso emblematico dello scarso attaccamento di alcuni garibaldini alla causa italiana e della faciloneria con la quale furono reclutati. L'Unità d'Italia si fonda perciò anche su questo, sul crimine mascherato da patriottismo. Tuttavia, viva l'Italia repubblicana, una e indivisibile! Ora e per sempre. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia, Gemmagraf 2007, Roma 2012; A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria, One Group, L'Aquila 2011; A. Carteny, La legione ungherese contro il brigantaggio: i documenti dell'Ufficio storico dello Stato maggiore esercito, vol. I, Nuova Cultura, Roma 2012; A. Comandini e A. Monti, L'Italia nei cento anni del secolo XIX, Vallardi, Milano 1900; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Durelli, Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862, Napoli 1863; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. V. Rupnick, Estinzione del brigantaggio, in «Il Diavoletto», XVIII:175, Trieste, 30 luglio 1865; A. Vigevano, La legione ungherese in Italia: 1859-1867, Lib. dello Stato, Roma 1924.
- Mio nonno sì che c'era
Mercoledì, 24 ottobre 1917, Giacomo (detto Berto) Ghirardini, mio nonno, si trovava nella pianura friulana, autista di ambulanza, imbottigliato nel caos immane della ritirata, come Frederic Henry, il protagonista del romanzo "Addio alle armi": entrambi alla guida di un Fiat 18BL, il cavallo da tiro della logistica italiana, entrambi persi nel dedalo degli ingorghi fra Gorizia e Udine, travolti dalla fiumana dei profughi e dei soldati sbandati. Ora non so dirvi se il cappellano di mio nonno fosse di Capracotta come quello ritratto da Hemingway, o se l'ufficiale medico somigliasse al De Sica della versione cinematografica di Vidor del 1957, ma la Caporetto che mi ha raccontato lo inquadra come una inconsapevole comparsa fra i personaggi di "A Farewell to Arms": stesso corpo, identica località dell'accasermamento, fedelissima ricostruzione dell'ospedale da campo avanzato, medesima ignara vita nelle retrovie prima della catastrofe, eguale incoerenza generale il giorno nero della catastrofe. Chi non era a Caporetto quel giorno, era proprio colui che ne avrebbe dipinto il più famoso affresco letterario - il miglior pezzo di prosa «scritto da quando esiste la lingua inglese», secondo lo scrittore John Dos Passos, pure lui volontario sul fronte italiano come conduttore di ambulanze: il 24 ottobre 1917, Ernest Hemingway era nella redazione del Kansas City Star, ove appena una settimana prima aveva iniziato il suo apprendistato di cronista, diciottenne come mio nonno, nati entrambi nel 1899. Un bel ragazzo fiero e paffuto Ho una fotografia di mio nonno sul fronte del Piave, agli inizi dell'estate del 1918. La stampa color seppia lo ritrae in un'uniforme impeccabile, posa da Francesco Baracca, nel bel giardino della villa di Oderzo adibita ad alloggiamento per il personale medico e per gli autieri del reparto, un ragazzo ben piantato, volto fiero ma dalla paffutezza irrimediabilmente adolescenziale: l'ho mostrata a mio figlio Giorgio che, sbalordito, ha sbottato «è uguale a Stella», la sorella, che ha il mio taglio d'occhi malinconico e balcanico, lo stesso di mio padre e di mio nonno. La dedica è per il fratello Ennio. A dispetto però delle apparenze, il Giacomo Ghirardini che incrocia Ernest Hemingway nel giugno 1918 sul Piave, è un'altra persona rispetto al "ragazzo del '99", sbalestrato fra due armate in rotta e un milione di civili in fuga. Proprio in conseguenza alla ritirata di Caporetto è stato inviato sul fronte di Asiago dove, fra il novembre e il dicembre 1917, conosce l'orrore della battaglia delle Melette, facendo quotidianamente la spola da Schio su, fino alle linee arretrate di resistenza sugli Altipiani, con il suo fedele autocarro Fiat 18BL, carico di granate all'andata, stracarico di feriti al ritorno - il camion ha le gomme piene e ad ogni inevitabile sobbalzo gli agonizzanti emettono gemiti strazianti. Lui è un "vecchio" quando Hemingway arriva sul fronte italiano nella prima decade di giugno 1918 con la Section Four della Croce Rossa Americana a Monastier, vicino a Treviso, presso Casa Botter dove il corpo dei volontari americani ha allestito un posto di ristoro per i soldati, oasi delle retrovie, frequentata la sera da mio nonno e dai suoi commilitoni autieri al ritorno dalle loro estenuanti corvée quotidiane. Hemingway a dispetto delle spalle larghe, è un ragazzo che non riempie l'uniforme: la foto lo ritrae immusonito al posto di guida di un'ambulanza - non gliene faranno mai guidare una, farà invece l'inserviente alla cantina di Casa Botter. È in queste serate di giugno che mio nonno e i suoi compagni siedono a mangiare e a bere con i «nuovi arrivi» americani ed Ernest Hemingway, ansiosi di partecipare a uno dei più grandi eventi della storia: si intendono alla meno peggio, ma la stampa americana ha ritratto il fronte italiano come quello più «romantico» della guerra e vogliono sapere tutto, dell'epopea di Caporetto soprattutto - e non mi stupirei che buona parte del materiale servito per la successiva scrittura di "Addio alle armi", sia consistito in queste testimonianze raccolte di prima mano dal giovane Hemingway. Sono invece sicuro che, in un successivo racconto breve, Hemingway racconti una vicenda accaduta a mio nonno. Una missione di trasporto degli arditi di notte al fronte, per una delle loro incursioni nelle trincee nemiche, con pugnali e bombe a mano, ubriachi e fatti di benzedrina: il particolare coincidente è che al loro ritorno, ancora eccitati e fuori di testa, hanno tagliuzzato la tela del camion a strisce e gli hanno quasi demolito l'amato Fiat 18BL. Mio nonno era ancora incazzato e disgustato, mezzo secolo dopo, quando me l'ha raccontato. «Quello della cioccolata» Del resto Ernest Hemingway fa di tutto per vedere la guerra, ogni scusa è buona per inforcare una bicicletta da bersagliere e partire per le prime linee sul Piave col pretesto di consegnare ai soldati al fronte la posta, le sigarette e ogni genere di conforto - cioccolata in particolare, era «quello della cioccolata». Ma durerà poco: l'8 luglio 1918 una granata austriaca lo ferisce a Fossalta di Piave, in località "Buso de Burato". Il 14 luglio arriva a Milano all'ospedale della Croce Rossa, dove dovrà sottoporsi ad una dozzina di operazioni chirurgiche per estrarre un paio di centinaia di schegge penetrate nella gamba. Si innamorerà naturalmente di una infermiera, Agnes von Kurowsky, primo grande amore, ovviamente non contraccambiato, del futuro gigante della letteratura contemporanea. Non c'è il minimo dubbio che questa signorina, riluttante nel prendere sul serio le profferte amorose del futuro scrittore, abbia ispirato il personaggio, coprotagonista in "Addio alle armi", dell'infermiera Catherine Barkley, amante del conducente di ambulanze Frederic Henry che, come Hemingway, sarà ferito al ginocchio e portato a Milano, ma che, diversamente da Hemingway, conduceva le ambulanze e a Caporetto c'era stato. Esattamente come mio nonno. Pier Giacomo Ghirardini Fonte: P. G. Ghirardini, Mio nonno sì che c'era (altro che Hemingway), in «Tempi», Milano, 25 ottobre 2017.
- Le cronache di Narnia sono a Capracotta
Uno dei tanti motivi di fascino delle pagine di C. S. Lewis, l'autore del fortunato "Le cronache di Narnia", è la sapiente descrizione dei paesaggi, che non sono mai distaccati dagli stati d'animo dei protagonisti, ed anzi ne accompagnano e ne sottolineano i mutamenti. In particolare, di grande effetto (così come risultano, del resto, nella trasposizione cinematografica) sono i paesaggi innevati di Narnia, attanagliati nella morsa del gelo. La piccola Lucy, in "Il leone, la strega e l'armadio", ne fa la conoscenza, come tutti ricordano, appena dopo aver varcato la soglia del guardaroba che mette in comunicazione il castello del professore - nel quale è ospitata con i suoi tre fratelli - con il mondo fatato di Narnia. Ad accogliere Lucy, al di là del guardaroba, c'è sì un bosco innevato che rappresenta il gelido effetto di una malia della regina bianca, ma che, ugualmente, toglie il fiato con la propria sublime bellezza, immerso nel silenzio, nel quale fiocchi di neve leggera, di un biancore purissimo, scendono delicatamente da un cielo candido e chiuso di incomparabile suggestione. L'impressione che se ne ricava è a tal punto profonda che, sebbene la piccola Lucy, e con lei il lettore o lo spettatore, non sappiano dov'è che ci si trova, la sensazione del mistero, in un giuoco di rimandi, si stempera nell'ammirazione piuttosto che nel timore. Eppure, noi che amiamo la montagna e soprattutto lo sci di fondo, il che comporta un'attrazione non solo per le vette, le nuvole, l'aria aperta pungente e lo sforzo fisico, ma anche per la bellezza in sé, ed il silenzio in sé, e la magia in sé e, si direbbe, un gusto quasi metafisico, non abbiamo alcun bisogno di spalancare un armadio per sentirci avvolti in un incanto. Perché le nostre "Cronache di Narnia" le incontriamo a Prato Gentile durante la stagione invernale, che, quando si è fortunati, dura almeno quattro mesi: la pista turistica è come un assaggio, un'anticipazione di quel che troveremo inoltrandoci sulle magnifiche salite della pista di Monte e lungo i tornanti di quella di Valle, ma l'effetto è il medesimo. La bellezza della veduta, la compagnia della neve che avvolge le alte fronde degli alberi, che fa da sfondo ai battiti del nostro cuore e all'ansimare del nostro respiro mentre le gambe spingono e fanno scivolare i nostri sci, nel duro eppure inebriante lavoro dello sciatore di fondo, ci regalano dei momenti, delle ore e delle giornate che hanno lo spessore della favola e del mondo magico nel quale tutti, da bambini, abbiano avuto il desiderio di penetrare. Perdipiù ci si rende conto che la semplicità, il rispetto per la natura, quasi una sorta di ascetismo, permettono al vero sciatore di fondo un'illuminazione che, forse, non è alla portata dei discesisti... i quali bruciano troppo in fretta l'opportunità di un vis à vis con il Bello, e, costretti ad un ritmo prefissato, non riescono ad apprezzare anche il piccolo passo che a volte ci s'impone per non lasciarsi sfuggire nulla, un animale selvatico che passa, il gioco di un bambino, un'improvvisa cascata di neve nel folto. È un abbandonarsi totale, in una libertà e in un godimento estetico che ci rendono anche più aperti, più solidali con gli altri che scivolano leggeri accanto a noi, magari superandoci con eleganza oppure - ipotesi decisamente più soddisfacente per l'orgoglio di ogni fondista - ci restano dietro, con una punta di ammirazione dipinta sul viso dalla testa imbacuccata. A Prato Gentile, quando si scia, vive una comunità attratta dallo stesso di tipo di vita, dalle stesse preferenze e interessi, una comunità in cui i sovrani assoluti sono i maestri, nella quale c'è posto per tutti e dove non ci si scoraggia mai, perché la caduta di ieri o dell'altro ieri può facilmente tramutarsi nella veloce scivolata dello skating o nell'eleganza del passo alternato, solo ad avere fede in se stessi. Il piacere maggiore è quello di sentirsi in gara con il proprio "io", e non con gli altri; attendere il giorno successivo o la settimana successiva per misurare i propri progressi, abbandonando a poco a poco l'incertezza dei principianti per prendere possesso dei propri mezzi e dominare i propri sci. E lo si fa con gioia, con gusto, con passione. Perché attorno a noi c'è il Bello. Perché le Cronache di Narnia, con tutta la loro portata di suggestione, sono qui da noi, a Capracotta, a Prato Gentile. E, già quando si infilano gli scarponi, e si agganciano gli sci, la soglia della favola è stata oltrepassata. Simonetta Tassinari Fonte: S. Tassinari, Le cronache di Narnia sono a Capracotta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.
- ...Ve l'avevo detto!
Sono arrivato a Capracotta nel febbraio del 1998 e sono entrato nel vostro paese in punta di piedi. Non c'era la neve, ma durante quella prima notte, passata ad annusare l'aria, è nevicato. Una di quelle fioccate fini fini, dolci dolci, che con il passare degli anni ho scoperto essere una cosa più unica che rara. Da quella notte, ho avuto la percezione che questo paese, di cui non conoscevo neanche i confini, avesse racchiusa in sé un'alchimia particolare, qualcosa da raccontare all'interno di quelle pendici che la mattina seguente si erano imbiancate. Sono passati più di 10 anni da quella prima volta a Capracotta e chi mi conosce sa quanto tempo ho passato, e passo ancora, nei boschi, in cima alle montagne o semplicemente in un prato a guardarmi attorno. Oggi il territorio di Capracotta mi è così familiare che se penso a quando mi sono perso su Monte Campo, scendendo per Portella Ceca per ritrovarmi a San Nicola, mi faccio ancora una risata. Durante le mie prime camminate, ci fu qualcuno che mi suggerì che sull'altra montagna del paese, quella della pista da sci, c'era da fare una bella passeggiata, fino ad arrivare «all'acquasantera». Cosa sarà mai questa "acquasantera", mi chiesi, e mosso dalla curiosità feci anche questa camminata su per il Monte. La prima volta che salii da quelle parti, anch'io, come tanti, non vidi altro che quattro muretti diroccati e una pietra con un buco al centro, che tutti chiamano "acquasantera". In quel momento non vi diedi molta importanza e passai oltre. Era l'inizio dell'estate scorsa quando, all'improvviso, mi sono chiesto: ma perché finisco sempre lassù? Lassù, su Monte Capraro, che è la prima cosa che cerco con gli occhi quando arrivo a Capracotta ed è il mio ultimo sguardo quando lascio il paese. Cosa nascondono quei boschi di Monte Capraro? Nascondono un segreto vecchio almeno di duemila anni, e come immaginato da Antonio De Simone nel suo libro "Il Sannita", quel Mons Caprarum, così chiamato dagli antichi romani, è più vivo che mai. Ho passato ore seduto su quel masso a forma di seggiola rivolto verso le vallate sottostanti, con lo sguardo che a volte arriva fino a Venafro. Sì, proprio fino a Venafro ed anche oltre. Ma la mia curiosità è stata sempre attratta da quei resti, o meglio da quella sagoma in un angolo del bosco che aveva tutta l'aria di essere un pozzo. Un pozzo? A chi poteva servire un pozzo quassù? Semplice, quando era in funzione forniva l'acqua a Padre Ruele e ai suoi confratelli che abitavano quell'eremo intorno al 1100. L'Eremo di San Giovanni di Monte Capraio, così denominato nei testi antichi, è stato distrattamente dimenticato per quasi ottocento anni, finché non venne citato da Luigi Campanelli nel libro che molti conoscono. All'improvviso ho avuto la percezione che parte delle risposte fossero proprio lì, in fondo a quel pozzo. Quel fascino particolare, quell'alchimia strana che ha questo territorio trae origine anche dalla cima di questa montagna. Bisognava cominciare da lì! Ho passato quasi tutto l'agosto del 2008 all'acquasantera per pulire il pozzo profondo più di tre metri, che stava aspettando da qualche secolo di liberare i propri segreti, come il masso che lo alimenta, nascosto sotto venti centimetri di muschio e foglie che con le sue scanalature, al pari delle vene di un braccio, lo alimentano. Forse in quell'acqua si sono ristorate vedette sannite, romane o qualche barbaro di passaggio, e sicuramente qualche soldato longobardo che poi ha lasciato l'acqua ai monaci benedettini. Se Luigi Campanelli fosse ancora fra di noi, e vedesse certe cose direbbe: «...Ve l'avevo detto!!!». Forse lui sospettava, ma sicuramente la modesta conoscenza archeologica di quell'epoca gli ha lasciato dei dubbi. Ebbene sì, caro Campanelli, prima dei fratelli benedettini sul Monte Capraro c'erano i Romani, se non addirittura i Sanniti o comunque entrambi. Lo scorso 16 agosto sono stato invitato da Tiziano Rosignoli ad una gita di gruppo su Monte Capraro in compagnia del sindaco Antonio Monaco. È stato sorprendente vedere tante persone condividere la passione per le nuove scoperte. Quando il sindaco, poi, mi ha chiesto di scrivere questo articolo, ho avuto la conferma che proprio con passione, costanza e professionalità, personalmente arricchita con la collaborazione con gli ambienti delle Gallerie Pontificie e dei Musei Vaticani, si riesce sicuramente a realizzare un sogno: riportare alla luce quello che era nascosto! Certo è che non dobbiamo sognare i Fori Imperiali, ma la dedizione e l'impegno manifestato in occasione della seconda gita guidati dal sindaco, in quella bella domenica del 13 settembre scorso, potrebbero aiutarci a fare di quel "sito archeologico" una ulteriore risorsa per il paese, se non una pagina di storia mai scritta. Piermaria Illariuzzi Fonte: P. Illariuzzi, ...Ve l'avevo detto!!!, in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.
- I contatti tra Luigi Sturzo e Torquato Di Tella
Se in Argentina il nome di Torquato Di Tella è da settant'anni sinonimo di successo industriale ed impegno politico, a Capracotta, suo paese natale, la figura carismatica del Di Tella è stata riconosciuta relativamente tardi anche se gli sono stati tributati i giusti onori. In Italia, invece, il suo nome fatica a ritagliarsi lo spazio che merita nella galassia dell'antifascismo, forse perché operò da oltreoceano, parlando attraverso un altoparlante troppo poco ascoltato dalla nostra Resistenza. Il primo storico italiano che gli ha dedicato uno studio approfondito è stato Bruno Tobia col suo saggio del 1993, in cui presentava il fitto carteggio tra l'imprenditore capracottese e Filippo Turati (1857-1932), leader socialista della Concentrazione antifascista. Pochi anni dopo la ricerca del Tobia, l'Istituto Luigi Sturzo di Roma ha pubblicato un volume di epistole tra il fondatore del Partito popolare italiano e Alcide De Gasperi (1881-1954), cofondatore, venerato come servo di Dio, della Democrazia cristiana, e di cui è tuttora in corso la causa di beatificazione. All'interno di questo carteggio ho rinvenuto una lettera inviata da don Luigi Sturzo il 22 agosto 1945 da Brooklyn e indirizzata a De Gasperi, a quel tempo membro del Comitato di Liberazione Nazionale e che di lì a poco ne diventerà presidente con responsabilità di governo. In quella missiva Sturzo ammette di aver ricevuto una telefonata dall'amico Torquato Di Tella. Torquato, infatti, aveva raccolto le preghiere di Miguel de Andrea (1919-1960), vescovo di Temno (sede oggi soppressa), affinché raccomandasse Giuseppe G. B. Raimondi «per qualche incarico di fiducia da parte del Governo italiano o del Partito della Democrazia Cristiana». Il Raimondi «appartenne al Partito Popolare e nel 1920 fu eletto consigliere provinciale di Alessandria per la circoscrizione di Tortona. Il 1921 fu nella lista dei candidati politici con Scotti e Baracco che riuscirono eletti. Poscia andò in Argentina dove esercita la professione di Ingegnere Enologo ed è vice presidente del Consiglio Agrario Nazionale». Insomma, Di Tella chiese a don Luigi Sturzo di adoperarsi affinché piazzasse l'uomo di fiducia del vescovo sudamericano in un futuro governo della nuova Italia. I contatti tra Torquato Di Tella e Luigi Sturzo non devono stupire. Finora siamo stati abituati a pensare al nostro concittadino come a un fervente socialista. In realtà, nel suo antifascismo, egli manteneva intatta una formazione cattolica e tradizionalista ma, ancor più, era egli un perfetto peronista, seguace di un'ideologia dall'anima contraddittoria, tipicamente argentina, «in cui coabitavano spinte nazionaliste e rivendicazioni sindacali, una politica estera terzomondista unita a una repressione interna di matrice autoritaria». Offrire tuttavia un incarico al Raimondi presentava diversi problemi di natura burocratica, come si evince dal prosieguo della lettera, in cui Sturzo scrive: All'amico Ing. Torquato Di Tella, che mi ha telefonato oggi riferendomi la proposta di mons. De Andrea (che apprezza i sentimenti cattolici e le idee sociali del Raimondi) di metterlo in lista per l'Assemblea costituente, ho risposto che il Raimondi ha la nazionalità argentina. Potrebbe avere degli incarichi speciali (specialmente nel campo tecnico dell'enologia) in quello dei rapporti economici tra Italia e Argentina, ignoro come possa avere dei posti politici essendo tuttora cittadino argentino. Mons. De Andrea lo apprezza molto e insiste con me da vario tempo. Confesso che non avevo compreso fino a oggi, quali le aspirazioni dell'ing. Raimondi, di cui non avevo un ricordo chiaro. Ti prego di rispondere direttamente a mons. De Andrea, un grande amico mio e della Democrazia cristiana, inviandogli una lettera molto amichevole e tenendo conto di quei servizi che il Raimondi potrà rendere alla patria. Ciononostante, di lì a poco Giuseppe Raimondi ebbe effettivamente un ruolo attivo nella Consulta nazionale (dal 25 settembre 1945 al 24 giugno 1946), nella successiva Assemblea Costituente ed infine risulterà eletto come deputato nella I Legislatura del Parlamento repubblicano, presentando ben sei disegni di legge, tra cui uno sulle disposizioni per un più stabile impiego della manodopera agricola disoccupata ed un altro sull'esenzione fiscale per l'Associzione nazionali mutilati civili. L'endorsement di Torquato Di Tella, insomma, andò a segno. Per il bene della Repubblica Italiana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, Torquato Ciro Mario Di Tella, in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; L. Sturzo, Politica di questi anni, a cura di C. Argiolas, Gangemi, Roma 1998; L. Sturzo e A. De Gasperi, Carteggio: 1920-1953, a cura di G. Antonazzi, Ist. Luigi Sturzo, Roma 1999; L. Sturzo e A. De Gasperi, Carteggio: 1920-1953, a cura di F. Malgeri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; B. Tobia, Scrivere contro. Ortodossi ed eretici nella stampa antifascista dell'esilio: 1926-1934, Bulzoni, Roma 1993.
- Seimila lire che prendono il volo
Il rurale cinquantenne Giuseppe Marcovecchio fu Nobile, che risiede ordinariamente nella sua masseria a "Colle Toccio" la mattina del 19 settembre venne con i famigliari in Agnone per godersi la festa dell'Addolorata, che si celebra nella chiesa parrocchiale di S. Antonio. Tornato nella masseria, il Marcovecchio ebbe a constatare che la sua abitazione era stata visitata dai ladri, i quali vi si erano intromessi forzando una finestra che è a metri 1,20 dal suolo, e che saliti al piano superiore, avevano scassinata la porta di uno stipetto che è nella camera da letto dello stesso Marcovecchio ed asportato un portafoglio custoditovi e che conteneva seimila lire, costituite da tre biglietti da £ 500 ciascuno e le rimanenti lire da biglietti di cento e di cinquanta. Il dì seguente il derubato denunziò il furto al solerte comandante di questa stazione dei RR. Carabinieri, vice-brigadiere Salerno Gaetano, facendo cadere i suoi sospetti su certo Paglione Costantino di Giacomo e di Bambina Paglione di anni 42, da Capracotta, residente in contrada "Macchie" agro di questo paese, suo conoscente. Il Paglione, dichiarò Giuseppe Marcovecchio, in agosto scorso gli avrebbe richiesto circa mezzo quintale di grano offrendogli un prezzo irrisorio, da lui rifiutato. Il capracottese risentito del rifiuto, gli avrebbe detto: «ti farò mordere il gomito un giorno di questo». Il vice-brigadiere Salerno fece un sopraluogo nella Masseria Marcovecchio, constatando che quanto costui aveva dichiarato corrispondeva a verità e poi all'abitazione del Paglione in contrada "Macchie", ove eseguì una perquisizione riuscita infruttuosa. Anche una perquisizione alla casa in Capracotta del sospettato, eseguita da quella Benemerita, ebbe risultato negativo. Il vice-brigadiere Salerno fece anche delle abili domande alla moglie del Paglione, Del Castello Michelina, la quale dichiarò che il marito dal 13 settembre per alcuni giorni era stato a lavorare nei pressi di Capracotta e che il giorno 19 non era stato in Agnone. Ma il bravo vice-brigadiere è invece riuscito ad assodare che il Paglione e la moglie il giorno 19 settembre furono in Agnone, come da dichiarazioni di persone che li avevano veduti o che erano state in loro compagnia. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Agnone, in «Eco del Sannio», XLIV:9, Agnone, 27 ottobre 1937.
- Scappo dalla città
Il padrone doveva lavorare anche di domenica. La sua agenda segnava l'impegno più importante tra le 12:30 e le 14:30, fetta di giorno in cui, stranamente, giocava anche la Juventus. Non poteva, quindi, stare con me. Quanto è stato triste vivere il dramma dell'abbandono, palpare la solitudine più nera. Il turbamento emotivo l'ho esternato, attraverso contestazioni di gioia, lacrime di tripudio, coda mossa a mo' di sismografo per dire "no, così non si fa", nel momento in cui, salito in macchina, Signori i genitori hanno annunziato, urbi et Corgi, la partenza per Capracotta. Capracotta è un borgo di 1.300 anime, arroccato tra le vette del Matese. Durante la stagione invernale, è uno dei luoghi del globo terracqueo maggiormente esposti alla furia degli elementi. Pensate, lo scorso marzo, potrebbe aver battuto il record di nevicata più intensa della storia, sottraendolo a una località americana: 256 centimetri in 24 ore. Il primato, purtroppo, non è stato omologato perché mancava un nivometro sul territorio. Eh stranezze di una località sciistica del centrosud. La semprebianca Capracotta rappresenta un piccolo angolo di paradiso per me: dovete sapere che, quando la neve cade dal cielo in maniera tanto intensa da rendere croccante il suolo sotto le zampe, dimentico di essere lazy e corro a perdizampa, faccio capriole, saltello, fino a sprofondare dentro un cumulo troppo alto per un cane dall'assetto ribassato. La sterminata valle che frana dolcemente dal paese, inoltre, rinvigorisce la mia natura di pastore, grazie ai tanti animali che vi pascolano liberamente su e che posso inseguire, libero dai vincoli cittadini del guinzaglio. Dal bestiame, gli abitanti del borgo ricavano salumi pregiati e formaggi raffinati. Domenica, i genitori ne hanno acquistati in grande quantità. Immaginate, quindi, quali odori soavi provenivano dalla tavola, apparecchiata per il pranzo del dì di festa e mancante del padrone. Ho rivendicato il diritto di assaggiare qualcosa, poggiando dolcemente il muso sulla gamba di Signora la mamma. Lei si è girata verso di me, io ho fatto gli occhioni. Pochi attimi e il lievemente piccante di un triangolo di caciocavallo ha solleticato i baffi e il tartufo, danzato sulle labbra, accarezzato la gola. Non contento, mi sono arrampicato sulle ginocchia di Signor il papà. Ho prima abbaiato vigorosamente, poi pianto come Mario Merola al cospetto del figlio Contadino Zapppatoooooooooooore scappato in America. Una mezza salsiccia ha chetato la mia furia. Un trancio di ricotta, infine, mi ha condotto al sonno della beatitudine. Alla sera, ho sgranocchiato per sommi capi: ero sufficientemente sazio e stanco. Mi sono ridestato alle 7 del mattino. Il pranzo l'ha servito la Signora. Mi ha soddisfatto: sapeva ancora d'altitudine. "Che pasti soavi, che pietanze, che sapori, o Capracotta mia. Quale allora ci apparia la vita umana e il cucinato. Quando sovviemmi di cotante cene, una crocchetta mi preme, acerba e sconsolata. E tornarmi a doler di mia sventura". Inebriato ancora com'ero degli odori e dai sapori della natura incontaminata, a ora di cena tutto avrei voluto tranne che vedere la ciotola verde pisello tornare a riempirsi soltanto di croccantini. Erano lì, in tutto il loro splendore, pardon fetore, a ricordarmi che la felicità è come un calice della miglior bottiglia di vino della cantina, servita in una cena di 5 ubriaconi: dura solo due sorsi di vita, prima di rimescolarsi e riassorbirsi nell'aceto dell'esistenza. Quel cane di padrone non si è degnato di condividere alcunché del suo pasto pantagruelico. Lo stesso ha fatto il giorno dopo. Che rabbia, che cattiveria, che insulto alla dignità di una pelosa persona. Bah(rf). Sbuffavo ancora, agli inizi dell'ultima passeggiata giornaliera, fissata per contratto alle ore 21. Mentre passavo sotto un portone, si è alzato un venticello di tramontana. È bastato per convogliare un po' del suo odore verso di me. Era lei, la mia Woody, la bassottina tedesca eletta a frequentantessa senza portafogli, la vispa baffuta che mi fa venire le farfalle alle cime di rapa e pancetta allo stomaco. Mulinando affannosamente sulle corte zampe, l'ho raggiunta. «I miei woooooooooffaggi, egregia» le ho detto, guardandola negli occhi. Lei è arrossita. Ho allungato la zampa destra sul suo dorso riccioluto. Lei si è tirata indietro. Ma era il tipico movimento difensivo che una donna volutamente fa per costringere l'uomo a un abbraccio più forte, più seducente, definitivo, che la obbligherà a lasciarsi andare. Io, però, mi sa che ho stretto troppo. Lei non ha gradito. Ci ho riprovato. Invano. Woody, stizzita, ha preso la via di casa. Io ho fatto lo stesso. Comunque felice. La sera successiva lei avrebbe capitolato. Ne ero certo. Di mercoledì, ho atteso che si facesse buio sull'amplio terrazzo da cui monitoro tutto ciò che accade nel quartiere. Al tramonto, ho cominciato a fremere: la Fanfara di Venere stava suonando. Aspettavo il gioco dei pacchi pre-uscita con la stessa ansia con la quale un cercatore seriale di asparagi attende la seconda quindicina di marzo. Purtroppo, non so se qualcuno si è portato a casa o meno il malloppo. Non sono affari miei. Ben prima dell'inizio del programma, infatti, il padrone ha preso il guinzaglio. Oh qual gentilezza! Una passeggiata in più. Stranamente, fuori c'erano tanti colleghi che solitamente incontro in tarda serata. Il motivo l'ho capito al rientro: incombeva l'oppio dell'italico popolo; stava iniziando il turno infrasettimanale di campionato e il broccardo pacta sunt servanda cedeva al cospetto di un interesse superiore. Ciononostante, arrivata l'ora X, ho rivendicato i miei diritti abbaiando, correndo per casa, frignando, arrampicandomi sul mobile ove giace il guinzaglio. Invano. La proposta transattiva di scendere per una "pisciatella e fuga" all'intervallo tra il primo e il secondo tempo l'ho rifiutata. Non era soddisfacente. Mentre in casa risuonavano urla barbariche di tifosi esultanti, orribili favelle verso le giacchette un tempo nere, insulti al parentame degli avversari dei bianconeri, ho atteso, con dignità, il sonno, accanto al balcone, nella speranza di vedere passare, lungo la strada illuminata a giorno dai lampioni, lei, l'eterea bellezza dalle corte zampe, condotta al guinzaglio dal padrone tifoso della Roma, che aveva giocato di martedì. Non è accaduto. Chissà se la incontrerò stasera. Carmine Tedeschi Fonte: http://welshcorgincontro.blogspot.com, 5 febbraio 2016.
- Francesca
Il viso ambrato e rugoso, la fronte appena incorniciata da una capricciosa onda di capelli bianchi raccolti dietro la nuca, gli orecchini e l'immancabile collana, rendevano Francesca uno straordinario esempio di femminilità. Quando si andava a fare qualche acquisto si passava da casa sua, si salivano tre alti gradini di pietra per accedere in un ambiente dove una scala stretta e ripida portava alle stanze del pavimento di legno. Francesca era vivace, sapeva aneddoti e canzoni, recitava filastrocche, raccontava le vicende di tutto il paese, testimonianze che nella conversazione erano il sale per passare dalla mestizia al riso e viceversa. Il lavoro di sarta insieme al marito Nicolino le aveva permesso di raccogliere un patrimonio di notizie che la sua formidabile memoria sapeva mantenere vive per ripeterle simpaticamente a giovani e vecchi. Raccolta nella mantellina, sempre in ordine e civettuola al tempo stesso, raramente Francesca si incupiva prendendosi il mento tra le mani, assorta. Anche negli anni il suo carattere non perdeva lo smalto, solo lo sguardo si spegneva nei ricordi. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Bianca Santilli, pittrice molisana
Bianca Santilli è tra le espressioni più elevate della cultura molisana per la eccezionalità e la vivacità della sua creatività che nelle opere di pittura trova uno spazio ed una dimensione di grande interesse, per l'acutezza del suo ingegno e del suo spirito di osservazione. Un numero incredibile di opere in una produzione inarrestabile e travolgente fanno di Bianca Santilli uno dei pilastri della cultura artistica molisana del nostro tempo, recependo le istanze di un mondo incerto e travagliato nel passaggio da una società patriarcale e contadina ancorata ad ataviche tradizioni ad una società trascinata in una prospettiva di violente contraddizioni. Personalità complessa ma mai contraddittoria è quella che Bianca Santilli presenta a chi la conosce da vicino, con i suoi mutevoli atteggiamenti esteriori, negli alti e bassi tipici delle personalità emotive e particolarmente sensibili. Inevitabile, per chi voglia capirla, è il collegamento ad altre espressioni artistiche molisane. Valga come esempio Francesco Jovine che nella sua letteratura spesso adopera un linguaggio ed una forma espressiva che ritroviamo nell'opera di Bianca Santilli. Sono due modi di esprimersi diversi che sostanzialmente trovano comunanza di linguaggio e di finalità nella identica capacità di interpretare, fino alla esaltazione, l'umile realtà del proprio popolo. Ma, se tale affermazione può caratterizzarla nel suo essere donna, certamente non è sufficiente per chiarire la sua espressione artistica, che, condizionata dal suo modo di vivere, trascende i suoi problemi esistenziali per raccogliere il senso universale della condizione umana. La sua pittura è, sotto certi aspetti, un'accusa spietata di tutta la società moderna che fonda il suo benessere sulla necessità di esistenza di classi che eternamente sono state sfruttate nella storia dell'umanità. Marcello Paolantonio Fonte: http://www.vociescrittura.it/.
- Il cappello e il sarto di Capracotta
Me la raccontava mio nonno Ruggiero. Era un giovane sarto di cui non ricordo il nome. A Capracotta è famoso. Un giorno a Roma (o forse a Milano) salì su un treno per andare in Puglia. Un treno di emigranti che tornavano al Sud. Una volta vi erano gli scompartimenti per 6 persone. Entrò in uno di essi e trovò 5 posti occupati. Sul sesto vi era un cappello poggiato evidentemente per evitare che altri entrassero nello scompartimento. Il sarto domandò gentilmente: – Di chi è questo cappello? Gli fu risposto: – Di un signore! Ed egli: – Grazie! Quel signore sono io. Dopodichè appese il cappello, si sedette e nessuno lo disturbò... Franco Valente
- Usi e costumi di Capracotta: il bando
Nel nostro borgo, alla sera del Santo protettore di quelli che hanno la casa ornato in "malo modo", non c'è processioni simboliche o cenacoli come a Tagliacozzo, Ortucchio, né la famosa fiera de' becchi di Romagna, ma qualche cosa di più semplice, di meno offensivo e di più efficace, ne' suoi effetti. A notte alta, i giovinastri del paese, tanto per ricordare alle mogli infedeli che, se la legge dorme, c'è la pubblica opinione che veglia, muniti di grossi campanacci, scatole di latta, tamburi e cazzeruole, attraversano il paese, facendo una gazzarra infernale e gridando: «Chiunque appartiene alla Congrega di San Martino, venga in piazza, che si deve risolvere un caso». Ma, il caso resta sempre insoluto! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- L'incarcerazione a Capracotta
E poi andiamo via di lì e ci dirigiamo verso Capracotta. Saliamo verso la cima di fronte Capracotta, sulla quale si trova un'enorme croce in legno. Le guardie si accorgono immediatamente di noi. Poiché sta per abbattersi un acquazzone, deviamo verso il bosco, raccogliamo dei rami di alberi con foglie secche e prendiamo le misure necessarie per poter restare lì fino al crepuscolo e poi riuscire a fuggire prima che faccia notte, evitando Capracotta. Ma ecco che la pioggia incessante, il freddo insistente e la fame atroce mandano all'aria i nostri piani. Decidiamo di recarci a Capracotta e che vada come deve andare. Ormai non possiamo più sottrarci alla catastrofe che incombe su di noi. Avanziamo verso Capracotta. Ci avvistano da lontano e danno il segnale con due rintocchi di campana. Sono sempre all'erta a causa dei briganti e, quando questi si avvicinano, battono tanti rintocchi quanti sono i banditi in arrivo. Entriamo nella piccola osteria vicino alla chiesa consacrata alla Beata Vergine di Loreto. L'eremita però non è lì, oppure si nasconde bene. Ci riposiamo un po'. Dopo essere arrivato a Isernia e aver appreso che si erano persi tre prigionieri, il tenente colonnello aveva scritto alle città e ai villaggi vicini affinché facessero attenzione ai prigionieri evasi, promettendo cento ducati a chi glieli avesse riconsegnati. Per questo motivo le guardie e i soldati di Capracotta erano stati così solerti nel vigilare. Non appena ci allontaniamo dalla chiesa, due di loro ci vengono già incontro. E mentre ci avviciniamo alla croce, ci stanno già aspettando. Quando scorgiamo la forma dei fucili sotto ai mantelli, capiamo di essere nelle mani dei nemici, di essere di nuovo prigionieri. Li salutiamo. Loro rispondono al saluto e ci conducono dritti in città. Nascondiamo tutto e chiediamo, da stranieri, dove possiamo procurarci del pane. Ribadiscono che dobbiamo seguirli e che presto ci indicheranno dove dobbiamo andare. Si fermano nei pressi della farmacia, che chiamano speciaria, mentre i farmacisti vengono chiamati speciales. Il farmacista chiede chi ci abbia donato la libertà. Rispondiamo che ci sentivamo deboli e che siamo rimasti indietro perché ci facevano procedere non come se fossimo prigionieri, bensì peggio di come si fa con le bestie. Ci minaccia ma alla fine ci lascia andare. Da lì in poi i soldati ci conducono in prigione. Nel frattempo abbiamo paura che ci separino, sospiriamo insieme, preghiamo che la sciagura ci venga risparmiata, ci incoraggiamo a vicenda a dimostrar tenacia e, con una stretta della mano destra, ci promettiamo reciproca fedeltà e che nessuno crederà a quanto gli verrà riferito sull'altro. Abbiamo paura di essere condotti in prigioni diverse. Tuttavia, ci scortano nella stessa galera e ci ordinano di entrare. Quando chiediamo quale sia il motivo della nostra incarcerazione, un religioso lì presente ci rivela quanto scritto dal tenente colonnello. E, poiché son sudditi della Spagna, devono obbedire anche ai suoi ufficiali. E così il 4 maggio ci conducono nella prigione di Capracotta. La città di Capracotta in passato si chiamava Laurea Capra. Ma dopo che i briganti la attaccarono e saccheggiarono, abbandonando in una casa una capra lessata e cotta, la città prese il nome di Capracotta. Da quel momento, delle alte mura circondano il suo nucleo interno per difenderlo dagli attacchi dei briganti. Gli abitanti trascorrono l'inverno nelle Puglie col bestiame. Tornano a giugno e rimangono nella loro terra quasi quattro mesi. Niente giova loro quanto il formaggio, che da queste parti ha un sapore, un profumo e una consistenza molto buoni. Non è affatto simile al nostro. Non producono burro e, al suo posto, utilizzano l'olio d'oliva. Gli abitanti del posto hanno costumi rozzi. Ritengono che la devozione e la rispettabilità risiedano unicamente nel portamento e nei gesti. Per tutta l'estate vanno in giro armati per proteggersi dall'esercito, ma anche perché vivono nella paura costante delle scorrerie dei banditi. Del resto, se ne radunano duecento, cinquecento e a volte anche più: provengono dallo Stato della Chiesa e tornano indietro con un ricco bottino. Ancora oggi a Napoli e altrove dipingono, incidono e scolpiscono l'effige di quel famoso capobrigante che aveva riunito circa diecimila banditi ed era arrivato a minacciare perfino la città di Napoli! Alla fine venne catturato e decapitato. Questa città conta a malapena duecento case, un arciprete, dieci sacerdoti e dodici chierici. E ve ne sono in abbondanza anche in tutti i villaggi e paesi. Qui alcuni preti si sposano e fanno figli. Oltre alla messa si dedicano anche ad altre faccende e, quando muore loro la moglie, digiunano e celebrano una messa; tuttavia, si esige che la donna da sposare sia vergine. Le loro mogli hanno delle voci assai stridule e sono piuttosto litigiose. Sbraitano improperi a gran voce, si scoprono il petto e vi battono le mani sopra, si scoprono la testa e, quando si inginocchiano, pronunciano parole turpi e ingiuriose. Lo si poteva vedere quasi tutti i giorni dalla prigione. Confezionano da sole i propri vestiti e si coprono il capo. Hanno parecchi figli. Di domenica fanno le stesse cose che fanno gli altri giorni. Ovviamente, affermano di aver ricevuto il permesso dall'arciprete. Il giorno della solennità della Santissima Trinità, in quattro lavorano nella fucina del fabbro situata nelle immediate vicinanze della prigione. E sicuramente non è un bisogno impellente ad averli spinti lì. Non cuociono quasi mai il pane in altri giorni se non di domenica. La perizia dei fabbri per quanto riguarda le malattie dei cavalli e dei bovini, come anche la loro cura, è ammirevole. Sul dorso e sui fianchi delle pecore imprimono dei marchi a fuoco. La nostra prigione si trovava in questa città e, quel che è peggio, si trattava di una prigione per malfattori. Senza dubbio, era già da un po' di anni che non la mettevano a posto: lo si poteva dedurre dalla grande sporcizia. Sopra la prigione c'era la cappella o - come la chiamavano - l'officium della Beata Vergine Assunta. C'eran tante pulci quanta sporcizia, ricoprivano l'impiantito come formiche. Una parte di quella località era montuosa e molto fredda. Il giorno del Corpus Domini le cime erano ricoperte di neve. Quel giorno in cui ci condussero in catene fuori dalla prigione (come racconterò più tardi), a valle - non ovunque - si intravedevano le prime spighe. Quando, il giorno dopo, ci recammo a Capua, davanti ai nostri occhi si presentò quasi un altro mondo, perché vedemmo il grano già mietuto che veniva riposto nei capannoni e la gente stremata per la forte afa. Ci rinchiusero in quella prigione il sabato sera prima della terza domenica di Pasqua, ovvero il 4 maggio. Per le sei settimane successive non aprirono per farci uscire se non al momento in cui ci condussero via dalla prigione. Una volta chiusa la porta della galera, ecco che si avvicinano alla finestra padre Antonio Cauliano, il rettore del ginnasio, e il naturalis - come qui chiamano i dottori in medicina - e ci interrogano sul motivo della prigionia, della fuga, della deportazione eccetera. I soldati del posto e le guardie della prigione frugano da cima a fondo tra le nostre cose. Non trovano nulla se non dei coltelli, che ci restituiscono per intercessione di padre Cauliano. Al dottore chiediamo dello zenzero per stimolare lo stomaco, che lui ci manda con grande gentilezza. Chiediamo a padre Antonio un sorso d'acqua. Questi prende la nostra borraccia, che ci eravamo procurati quando eravamo ancora a Trieste e che avevamo portato con noi dal Mar Adriatico, e fa in modo che venga riempita di vino, ce la restituisce e ci rifocilla a dovere. Quando questi spettatori andarono via ne arrivarono subito degli altri. Tremavamo a causa del freddo e degli abiti umidi. Quello stesso giorno, al crepuscolo, arrivarono le guardie e ci misero ai piedi dei ceppi di ferro così stretti e scomodi da permetterci a malapena di muoverci dal nostro posto. I blocchi non erano dotati di catena, ma solo di un lungo pezzo di ferro che bastava per serrare il piede di entrambi i prigionieri. Il ceppo che cingeva il piede del reverendo Masnitius era così stretto da non consentire nemmeno di cambiar posizione. Nonostante fosse la prima notte, la passammo in bianco sdraiati per terra. Il pomeriggio del 5 maggio - terza domenica di Pasqua - venne da noi l'arciprete Pietro Paolo Carfagna, al quale avevamo scritto una supplica, affinché ordinasse di trattarci in maniera più gentile. Ce lo aveva consigliato padre Cauliano. Discutemmo con lui di molte questioni, del motivo della nostra deportazione, della religione luterana, la quale, per quanto concerne gli articoli della fede, gli era completamente sconosciuta, e del papa, riguardo al quale in tutta Italia veniva spesso posta questa domanda: crediamo nel papa? Su nostra richiesta diede ordine di rimuovere i ferri e le guardie obbedirono. Promise che ci avrebbero portato pane e acqua. In qualità di suo incaricato nominò il custode della chiesa, il chierico Biagio De Gabriele, a cui affidò il compito di farci visita. Il chierico lo fece e noi provammo in tutti i modi a conquistare la sua benevolenza. Affinché non morissimo di freddo, di tanto in tanto ricevevamo del carbone che poi bruciavamo. Tuttavia, al freddo si aggiunse il fastidio delle pulci, che per notti intere non ci permisero di dormire. Se non lo avessi provato sulla mia pelle, di certo non avrei mai creduto che ne potessero sopravvivere così tante al freddo. Questi e altri disagi avevano tolto il sonno al reverendo Masnitius, il quale cadde in preda a una grave malattia che lo afflisse dal 9 maggio fino alla fine del mese. Per tre settimane dormì a malapena qualche ora, in lotta perenne contro le pulci, i pidocchi, il freddo, la quasi assoluta nudità, la fame, il vaneggiamento, la debolezza e altre sofferenze. Grazie a Dio, pian piano si riprese e riuscì a dormire per un paio di notti su una sporgenza della parete sopraelevata e quasi pulita, fin quando, poco tempo dopo, le pulci non arrivarono anche là. Anch'io fui soggetto a un male simile e alle altre sofferenze e questo molti giorni prima che ci portassero via. Quando cercammo di accendere un fuoco in prigione facendo ardere la legna che ci avevano passato attraverso la finestra, per poco non ci uccise il fumo che scese fin quasi a terra. Per quanto riguarda il vitto, la guardia carceraria aveva il compito di girare tra la gente per chiedere la carità. Tuttavia lo faceva molto di rado. Ma l'arciprete e dottore apostolico Pietro Paolo Carfagna, di cui si è già parlato, e il maestro Antonio Cauliano all'inizio, quando ancora nutrivano un barlume di speranza d'una nostra conversione - se così si può dire -, ci mandavano spesso pane, uova e formaggio, e padre Antonio tre volte ci fece recapitare perfino carne arrosto e olio. Era un'ottima cosa che non impedissero agli studenti di avvicinarsi alla finestra della prigione per darci di nascosto pane, carta, inchiostro e penne, le quali erano costose a causa della scarsità di oche e uccelli. Una penna costava un soldo. A loro piaceva ascoltarci parlare e cantare. Tra questi c'era anche un giovane, il brillante Girolamo Baccari, che fu per noi un vero e proprio corvo sostentatore. Non si presentava mai a mani vuote e, dopo che gli altri erano andati via, ci dava di nascosto pane, formaggio, olio, vino, uova, carta, pesce e, a volte, comprava per noi anche della carne. Non di rado ci elargiva pure del denaro. Che il Signore gliene renda merito! Le donne del vicinato, commosse dal nostro canto, spesso ci dimostravano la propria compassione. Quando chiedevamo del filo, pane e acqua, ce li facevano recapitare tramite i figli. E loro stesse si avvicinavano alla finestra e desideravano fortemente scambiare qualche parola con noi. Ci chiedevano perlopiù delle nostre mogli, se non le avessimo per caso abbandonate. Molto spesso questi discorsi finivano per far piangere sia noi che loro. Girolamo era solito portarci dei pesci d'acqua salata che avevano un aspetto orribile: senza le spine, gli occhi e senza gli altri organi di senso, con sei tentacoli. Mangiavamo anche carne di carcasse. Le capre o le pecore malate che stavano per morire erano destinate al macello. I buoi e le vacche, invece, non venivano destinati alla macellazione e la loro carne veniva mangiata dopo che erano morti da soli. Dicevano che la carne fresca proveniente da bestiame sano fosse stata proibita dalle autorità. Era possibile procurarsela solo nelle città maggiori. I servi e la gente comune si nutrivano anche di gatti. Non preferivano altri tipi di carne come in Spagna. Per questo motivo in una sola casa allevavano dieci, dodici, anche sedici o ventiquattro gatti e gatte, come da noi si allevano i porcellini o altri animali domestici. Anche Girolamo Baccari qualche volta si era vantato con noi di possedere e allevare in casa sedici gatti. Tuttavia, di tutto questo non v'era traccia a Napoli o in città più grandi. Al loro confronto Capracotta era piuttosto rozza ed arretrata. Anche i bambini spesso si avvicinavano alla finestra della prigione, sia maschi che femmine. In bocca avevano, com'era loro consuetudine, del pane intriso di saliva e ci incitavano a cantare. Quando ci davano il pane rosicchiato per metà, lo mangiavamo senza ribrezzo. Questa prigione era più sopportabile rispetto a quella di Leopoldov in Ungheria, perché qui potevamo cantare, pregare, leggere e scrivere liberamente. Inoltre, si poteva anche dare e ricevere del pane senza incorrere in punizioni. Se solo ci fossero state delle persone disposte a darcene più spesso! «Nei primi giorni – disse Masnitius – mi sono cucito la biancheria utilizzando un sacco. Il filo me l'ha dato una donna. La lingeria era utile, necessaria e adeguata, perché temevo fortemente che il mio corpo potesse restare nudo dopo la morte, visto che avevo già perso tutta la biancheria». In prigione svolgevamo le seguenti attività. Ogni giorno ci alzavamo in lacrime, ci lavavamo, pregavamo per due ore, cantavamo in latino, slovacco e tedesco i canti mattutini, le odi (come vengono chiamate in genere) e i salmi penitenziali. Poi leggevamo i libri che ci aveva procurato Girolamo: il "Concilium Tridentinum", Orazio, le Metamorfosi di Ovidio, alcune orazioni di Cicerone e il "Chronicon seu Compendium rerum theologicarum" di Jan van den Bundere Parigino. Quest'ultimo ci era stato inviato dall'arciprete dopo la nostra disputa sul papa e sulla fede luterana, da lui definita una setta. L'arciprete ci fece avere anche un breviario con l'invito a leggerlo per verificare che il nostro modo di battezzarci fosse lo stesso eccetera. Dal breviario trascrivemmo alcuni salmi penitenziali e di altro tipo e qualche preghiera. A mezzogiorno cantavamo di nuovo per un'ora, pregavamo e così facevamo anche la sera. Inoltre, ci piaceva trascorrere del tempo conversando con gli studenti. Molti di loro pendevano dalle nostre labbra e ci aiutavano donandoci pane e altre cose. Per alcuni scrivemmo un esempio di manoscritto e di calligrafia, per altri degli indovinelli e per altri ancora dei versi scherzosi. Per l'arciprete componemmo una poesia con anagrammma triplo. E lo stesso facemmo anche per padre Cauliano e per Biagio De Gabriele, quando ottenne la carica di diacono. Ed anche per Girolamo. Da quei libri prendemmo degli appunti: li conservo ancora. Il tempo che avanzava veniva dedicato alla rimozione dei pidocchi e alla rammendatura degli abiti. Quando implorammo di essere liberati, ci risposero che già il giorno successivo alla nostra incarcerazione un soldato orbo, il quale ci aveva catturati e imprigionati, era andato a Capua in cerca del tenente colonnello per informarlo che eravamo stati catturati e rinchiusi in prigione. Ci dissero che, se non avesse già dato questa notizia, sicuramente avremmo potuto ottenere la grazia. Ma adesso questo non era più possibile perché, probabilmente, la vicenda era giunta perfino alle orecchie del viceré di Napoli. Il soldato in questione non riuscì ad incontrare il tenente colonnello perché quest'ultimo era stato colpito da una febbre fulminante e mortale, per cui il soldato se ne tornò tutto deluso, senza la ricompensa promessa. E, mentre noi due eravamo tenuti prigionieri, il tenente colonnello morì. A quanto pareva, ogni speranza di essere liberati era sfumata e non ci restava altro rimedio se non la pazienza. Ad Agnone (un paesino che dista da Capracotta sei od otto miglia italiane) lasciarono dei soldati malati, che si erano dati al vino a Capracotta. Temevamo che ci facessero andare via con loro. Tuttavia, dopo essersi ripresi, tre settimane dopo si recarono a Napoli senza di noi. Avevamo chiesto a Dio solo una cosa, di non finire più nelle mani dei soldati. Piuttosto ci sembrava preferibile rassegnarci a finire nelle mani del boia. Il giorno dell'Ascensione furono arrestati quattro cittadini e, poiché erano rimasti nella stanza anteriore della prigione, eravamo certi che ci sorvegliassero, perché, presumibilmente, dovevano condurci dagli ufficiali da un momento all'altro. A ciò si aggiunse questo fatto: mentre giocavano a tirar sassi rotondi, ci sembrò senza ombra di dubbio che li stessero tirando verso la nostra prigione o, sicuramente, verso il tugurio più vicino situato accanto a dove ci avevano rinchiusi, in modo da ucciderci. Ma quando venimmo a conoscenza del motivo della loro presenza e di altre circostanze, ci rincuorammo. Intanto ci consolava quella grazia divina che addolcisce i cuori delle persone. E, se per caso avessero avuto intenzione di venderci, non avremmo ceduto allo spavento, dicendoci invece che con la cortesia, la dedizione, l'umiltà e altre qualità non avremmo fatto fatica ad ottenere la grazia di esser liberati da qualunque padrone ci avesse esposti alla stregua di bestiame e messi in vendita. Ma Dio risolse la nostra situazione grazie ad alcune persone pie e nella maniera in cui meno avevamo immaginato la nostra agognata liberazione. Ecco, dunque, il racconto della nostra liberazione. Il 10 giugno, mentre eravamo in prigione, dei banditi saccheggiarono la città vicina. E, poiché sembrava che si stessero avvicinando a Capracotta, suscitarono tra i cittadini caos e terrore. Ovunque risuonavano le grida delle donne. Trasportarono bambini, indumenti ed altre cose verso il centro della città. Gli uomini, presenti perché erano già tornati dalle Puglie col bestiame, impugnarono le armi, spararono e si accingevano a scacciare i briganti. Vicino alla nostra prigione si trovavano sei tiratori. La prigione era infatti situata più in alto e davanti ad essa c'era un viottolo. Diedero dei fucili anche a noi ma ci rifiutammo di prenderli perché non ci intendevamo di armi. Tutti i preti e i religiosi erano armati. Uno di loro, di nome Domenico, che era sempre stato visibilmente benevolo nei nostri confronti, si avvicinò e ci disse che il momento della nostra liberazione stava per giungere, poiché i banditi avrebbero certamente forzato le porte della prigione e ci avrebbero concesso la libertà. Ciononostante, portarono via solo alcuni cavalli e poi lasciarono anche quelli, allontanandosi dalla città in un'altra direzione. Nel momento in cui, di fronte al pericolo incombente, si era creato un gran subbuglio, a Capracotta si trovava un uomo proveniente da Teano, che era giunto l'8 giugno con dei cavalli per prelevarci. Tuttavia, poiché le guardie della città, che volevano condurci via, non potevano allontanarsi a causa dell'attacco dei briganti che in quel momento sembrava imminente, comprò della lana, tornò senza di noi da coloro che lo avevano mandato (di cui racconterò più tardi) e annunciò loro il giorno in cui ci avrebbero condotti via, e che le guardie avevano fissato per la festa del Corpus Domini. I nostri benevoli liberatori e protettori - come avevano già fatto due volte prima di allora, così fecero una terza volta - si presero il disturbo di recarsi da Napoli a Teano per noi, il che non mancò di comportare delle spese. Ján Simonides e Tobiáš Masník (trad. di Roberta Rocchi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.
- L'ingresso nella città di Capracotta
Per le valli e i passi, attraverso le parti più interne, camminando per cinque giorni consecutivi di villaggio in villaggio, ascendendo monti alla maniera dei quadrupedi (quasi tutte le città e i villaggi stanno infatti su cime altissime e inaccessibili alla vista), giungiamo il 29 di aprile presso Capracotta. Questa città è situata sul monte più alto della zona a circa sei miglia da Napoli, per cui dopodomani partiremo per esser tradotti sui triremi. Nel giorno del nostro arrivo a Capracotta, il pastore Gergely Illés da Malomsok soffre già d'una terribile dissenteria e infatti viaggia esanime a dorso d'asino. In quell'istante un soldato grida: «Presto!» ad altri due prigionieri, affinché di grazia lo affianchino, mortificandolo, e lo sorreggano da ambo i lati stringendogli i ferri dei polsi ogniqualvolta ne percepiscano l'instabilità. Ciononostante Illés cade al suolo dove immediatamente spira. Riverso a terra, ha logori il panno della veste e la stoffa della tunica. Steso seminudo, insepolto sulla pubblica via, diventerà senza dubbio alimento pei cani randagi. Ben dopo la mia liberazione, verrò a sapere che una sorte simile è toccata al pastore Mihály Gócs da Kalinów presso la città di Aversa. Sempre quel giorno, a Capracotta, al calar del sole, i prigionieri, attraverso certi ufficiali, supplicano il comandante - che si fa chiamare Feldwebel - che sono disposti a pagare pur di non avere le catene ai piedi, dicendo: «Abbi pietà di noi! Non necessariamente ad entrambi i piedi ma quest'oggi almeno ad uno di essi!». Ed io infine: «Signore, pietà di me soltanto!». È per questo che viene disposto che al tramonto mi venga rimossa una catena, mentre gli altri continuano invano. Il giorno successivo, quello della partenza, un soldato ormai stremato decreta che anche altri prigionieri supplicanti godano - se così si può dire - del privilegio di vedersi sciogliere una catena dal piede. Sebbene la natura d'ogni soldato sia quella di scrollarsi di dosso qualsiasi sentimento d'umanità, essi avrebbero certamente esaudito le nostre preghiere se ci avessero visti rivoltar per la disperazione nelle fortezze gesuitiche, costretti a commettere apostasia, senza comunque ripudiare Cristo. Del resto non abbiamo nulla più dei nostri poveri voti, strumenti che ci procura l'onnipotente Dio, per trovare il modo di portare alla luce del sole questa crudeltà inaudita alle orecchie degli uomini e questa tirannide sconosciuta all'intera Cristianità, se è vero che nessun uomo dei nostri tempi - eccettuate quelle tre settimane in cui l'equivoco sorto per i nostri studi gesuitici compiuti prima dell'incarcerazione ungherese ci ha concesso alcuni privilegi - ha subìto una tale prigionia che, al di là del pessimo viaggio, non prevede alcun rispetto, nonostante ci stiamo avvicinando allo Stato Pontificio, né ci è concessa la facoltà di conversare, costretti a riversare nelle pieghe degli abiti le contumelie per le disgrazie patite. Quali disgrazie? Che trasportati nel Regno di Napoli alla stregua di maghi o stregoni, veniamo prostituiti e diffamati d'aver isterilito le nostre balie ed esercitato venefici incantesimi, e perciò incatenati e condannati alle galee. Oh malvagità più crudele d'ogni empietà! È questa, in generale, la comune sorte dei prigionieri. Quanto a me, confesso che nel viaggio, penosissimo più che barbarico, m'è naturale cercare i segni di benevolenza di qualche soldato, e anche prima, nei giorni del carcere, qualcosa che potesse aver valore ai loro occhi, tant'è vero che gli altri hanno gli abiti lacerati - parte in carcere, parte a Trieste - mentre io ho le vesti germaniche, tunica e mantello, tutte rammendate. D'altra parte, lungi da me le blande persuasioni, quando troppe cose mi hanno spinto all'apostasia, ho meritato davvero il castigo, allorché dapprima con tutti gli altri sulle navi, poi nella restante marcia che da Pescara ci conduce a Napoli, han cominciato a incollerirsi i soldati e più d'una volta, tra i tanti, mi sono state inflitte frustate finché il Signore non ha provato pietà di me e, togliendo mirabilmente forza agli aguzzini, per la Sua ineffabile misericordia e straordinaria Provvidenza, e comprendendo i pianti dei prigionieri, ha portato a quella liberazione miracolosa ch'enarrerò. Percorse più o meno trecento miglia germaniche, raggiungiamo Capracotta e dopodomani raggiungeremo Napoli. È l'alba del 1° maggio - ma il cielo è coperto - coi prigionieri che si accingono a marciare circondati da quattro coorti, cinti di catene dai lombi alle caviglie, con un solo piede libero di camminare. A una distanza di otto-nove stadi da Capracotta, ci mettiamo in cammino con sulla sinistra quella cresta montuosa, per una sorta di declivio apparso in una rada boscaglia, ove il sentiero che percorriamo si divide in due: uno interamente battuto sul quale camminano soldati e prigionieri, l'altro più antico, mai battuto, inclinato a sinistra e ricoperto di erbacce. Visto ciò, non tanto per fuggire, quanto per oltrepassare i miei compagni di schiavitù, prendo subito la palla al balzo: l'ultimo dei nostri si distanzia dal soldato ed io mi sporgo scuotendo non a caso il dorso, visto che in quelle ore estreme in molti vengono bastonati, le cui grida appaiono più barbare dei «Marciare! Marciare!» emessi di frequente durante il viaggio a mo' di ritmica cadenza tra i lamenti dei barcollanti e i sospiri di quelli ubbidienti al gran cuore. Durante questo piccolo avanzamento, ad appena sette piedi, ecco due viottoli contrassegnati da un macigno di non più di cinque cubiti in larghezza ed altezza ivi frapposto: passerei velocemente quand'ecco che, al di là d'ogni mio ragionamento e d'ogni mio desiderio, inaspettatamente devo arrestare il passo. Difatti, alle calighe che indosso si conficcano le spine di un vicino roveto, che vedo nettamente come un dono. Potrei forse strapparne anche i rami? Guardo tosto intorno quelli che mi seguono sul medesimo sentiero. Nessuno di loro mi vedrebbe fermare e imboccare quel viottolo. Immediatamente m'accosto alla scarpata, sicuro di non esser scoperto, e vedo dapprima che quattro centurie muovono da fronte e da dietro - ché i sentieri convergono verso uno spazio unico - poi le spine attaccarsi ai cosciali delle loro armature, infine guardo passare tutti lentamente e non poche vesti stracciarsi per la violenza. Così la divina e meravigliosa Provvidenza dei supremi numi mi sottrae alle mani dei miei persecutori, e senza risparmio inizio a esultare cominciando ben presto a salire la cima della montagna dal versante destro, poi in velocità - il dolore è scomparso - scendo nella vallata successiva, dove esito a lungo, meditabondo, per capire da che parte andare. Alla fine decido che andrò a est, dove credo sia l'Ungheria, e dispongo l'animo alla partenza. A onor del vero il giorno della liberazione m'espongo a tali pericoli che, a rimembrarli, l'anima rabbrividisce dal profondo e la lingua s'arresta tremante. Partito in un tripudio di gioia, dopo tre-quattro ore raggiungo a mezzodì un villaggio ai piedi d'una montagna non troppo elevata. Procedendo sulla sinistra, poste a due-tre pietre miliari più avanti, sempre sotto quel monte, trovo alcune capanne di campagna. Che fare? M'avvicino all'ultima di queste casupole ed ecco che - oh tonante voce divina! - vedo all'improvviso coi miei occhi raccogliersi, nel prato adiacente la capanna, una moltitudine di soldati, alcuni dei quali preparano i posti per mangiare, con altri che passano dirimpetto alla casetta (da cui mi tengo a distanza) impazienti di sdraiarsi anch'essi a mensa. Preda di dubbi e ansie mai conosciute finora, li fisso attonito - sto di fronte a loro ma di sicuro sono abbagliati - ma non posso avanzare né tantomeno arretrare. Non siamo in grado di distinguerci a vicenda a un lancio di sasso. In quel mentre s'avvicina un contadino, in qualità di odogeta o di sostituto del comandante militare, ed immagino che venga perché mi abbia precedentemente visto a Capracotta. Vengo interrogato nella tipica lingua italica: «Dove vai?». Vacillando, rispondo: «Roma». «Vuoi allora – aggiunge – noleggiare un asino?». «No, con me non ho denaro né beni» controbatto. Lasciata quella campagna, allorquando un pigro soldato mi passa davanti, resto sgomento giacché: egli è uno dei miei persecutori o appartiene a un'altra guarnigione? Alla mia sinistra vedo un sentiero piuttosto esposto, diretto al vertice di quel colle, lo seguo e, poiché un fianco di quel montetto è aperto alla vista dei soldati, penso che sia meglio scendere. A quel punto, a dieci passi da una casa a cui mi sto faticosamente avvicinando, resto sbalordito quando rinvengo, in un antro a poco più di quattro cubiti di profondità, una bacchetta divinatoria in grado di guidarmi. Precipitato in quel fosso, mi chino e osservo che è del tipo valetudinario. Sdraiato a terra, vedo lì per lì dei contadini passare per un'altra stradina, e dei soldati trasportare vettovaglie, che potrebbero facilmente scorgermi disteso in quella buca; tuttavia nessuno mi dice niente durante il transito e io non guardo nessuno in volto. Poco dopo aver sentito scorrazzare qui e là i militari intenti a depredare - alcuni dei quali stanno nello stesso casolare in cui sono stato poco prima - e aver percepito muoversi e articolare parole intelligibili da parte di due prigioneri (uno dice all'altro in ungherese: «Szomódí, mio signore, cosa desidera vossignoria?»), vengo assalito dal terrore, dal panico, intuendo che presto mi troverò al cospetto dei miei veri aguzzini. Del resto, grazie a Dio, non c'è alcun soldato a metter piede su quel colle, né pei sentieri né di sghimbescio. La presenza di altri è piuttosto improbabile, ché anzi me ne renderei conto immediatamente. Juraj Lányi (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.
- Narratio brevis
Gergely Illés muore e viene lasciato insepolto Usciti i prigionieri da Pescopennataro, alcuni di essi viaggiavano sugli asini. Un soldato ha intimato a due condannati di sorreggere ai fianchi il vecchio Gergely Illés, ormai moribondo, distrutto dalle sferzate e sfinito dalla dissenteria, e, a sua maggior mortificazione, i due compagni han dovuto impedirgli di scivolare. Tuttavia, in luoghi tanto ripidi, nessuno dei due aiutanti è stato in grado di reggere il peso del malato, sia da un lato per i ferri alle mani, sia dall'altro, cosicché questo è collassato a terra ed è morto. Steso al suolo, per volere dei carnefici, gli hanno strappato le vesti ed è stato abbandonato insepolto e seminudo sulla strada. Parimenti, il piissimo István Séllyei, anch'egli trasportato su asinelli che andavano a passo ancor più lento, non godeva di buona salute ed anzi è stato trattato con ferocia da un soldato chiamato Maximilian. Séllyei aveva il viso deformato dalle piaghe e il naso rotto, da cui fuoriusciva un fiume di sangue che prima era soltanto un rivolo: la sua anima era ormai morta. Questa, più o meno, è la somma delle crudeltà inferte dagli ufficiali militari a questi miseri prigionieri, a cui va aggiunto che non riescono a camminare, costretti come sono a subir vergate da ogni direzione. Quando persino le giumente stesse non riescono più a portare quei pesi morti, sono i condannati, a loro volta flagellati, che devono frustare con vigore le bestie: ciò che gli asini han dovuto sopportare finora, viene ora sopportato dai prigionieri sul proprio corpo. A usar violenza non sono soltanto i soldati semplici ma anche e soprattutto i predetti ufficiali della milizia. Tre ministri augustani fuggono Il 29 aprile i prigionieri sono giunti a Capracotta, in un luogo ignobile ove han sostato per due giorni. Lì comincia l'orazione delle preghiere comuni, e prima e dopo di esse i salmi di Davide: per la precisione gli inni 10, 79, 83, 86, 88 e 94, cantati tra lacrime e singhiozzi. Proprio a Capracotta, con molte preci è stato supplicato il capitano - più duro della roccia - affinché sciogliesse le catene alternatamente dai piedi. Una volta rimosse, i condannati sono arrivati a Napoli con le catene che li cingevano dalle spalle ai lombi. Esattamente al terzo giorno i prigionieri hanno infatti lasciato Capracotta e, durante quel viaggio, a causa delle insopportabili vessazioni, tre ministri della confessione d'Augusta si sono dati alla fuga approfittando della distrazione dei soldati e scampando alla loro efferatezza. A Capua, successivamente, i prigionieri sono stati costretti a subire ingiurie, oltraggi e maledizioni. Essi hanno chiesto la carità ai cittadini di Capua, ma gli è stato risposto che quello non è luogo d'elemosina. «La nostra carità – han detto i capuani – la diamo ai cristiani, non agli eretici!». Bálint Kocsi Csergő (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018.
- Un intero paese va a scommettere
Capracotta (Isernia). Stavano seduti davanti a un bicchiere di birra allo Sci Club. Il funzionario postale, il benzinaio, altri sette o otto amici. Era sei settimane fa. Il jackpot andava sui venti miliardi e uno del gruppo fece la proposta: mettiamo diecimila lire a testa e vediamo se ci va bene. Oggi sono diventati più di trecento, in rappresentanza dell'intero paese, almeno un giocatore per famiglia, compresi don Geremia il parroco e il sindaco. Raccolgono soldi nei bar (tre), dal benzinaio (uno) e allo Sci Club. Alle sette di ieri sera avevano messo insieme sui due milioni, ma si va avanti anche stamattina. Fino a quando il funzionario postale Antonio Potena, quello che ebbe l'idea mentre parlava con gli amici e adesso ha l'incarico di compilare la schedina, non si metterà in macchina e andrà al paese giù giù, perché qui non c'è nemmeno una ricevitoria. Così Capracotta - provincia di Isernia, 1.400 metri di altezza, 1.200 abitanti all'anagrafe ma novecento residenti divisi in circa trecento famiglie - investe sul Superenalotto e sul proprio futuro. Perché qui non c'è uno che speri di diventare miliardario per farsi la villa o trasferirisi ai Caraibi o mandare alla malora il capufficio e roba del genere. Si sono fatti prendere tutti da un sogno che sanno benissimo che è un sogno: investire i miliardi di un eventuale "sei" per aprire una fabbrica che possa dar lavoro ai disoccupati che ci sono in paese (pochi perché pochi sono i giovani rimasti) e ai tanti che da Capracotta sono partiti per andare a lavorare a Milano, Roma oppure all'estero. Dice Antonio Potena che «noi siamo gente di montagna, e quindi siamo testardi. D'accordo il Superenalotto, ma stiamo anche pensando di autotassarci con un milione a famiglia e cercare di mettere comunque in piedi qualcosa». Ne parla con il sindaco, Candido Paglione, e quello gli dice che per lui va bene e che, anzi, «si potrebbe anche provare la strada dei boc (buoni ordinari comunali, ndr)» e far fruttare il denaro raccolto. Intanto, però, il primo pensiero resta lui, l'irraggiungibile jackpot. E allora giù a compilare schedine: un sistema di 808 colonne con sedici numeri che costa 646 mila lire, e con il resto dei soldi altri sistemi integrali da dieci numeri e poi qualche giocata al Lotto (un paio di settimane fa hanno anche vinto 400 mila lire con un ambo) e al Totogol. Il tutto minuziosamente documentato su due o tre fogli esposti in bacheca allo Sci Club, con l'elenco dei numeri giocati e dei giocatori, con nome cognome e pure il soprannome. L'unico che manca è quello di Mario Comegna, il solo abitante di Capracotta che si è tenuto fuori da questa storia. C'è invece quello di donna Maria, la signora che sta al bar del circolo. «E che dobbiamo fare? Ci proviamo», dice. E aggiunge: «Qui di opportunità di guadagno non ne sono rimaste molte. Solo un paio di falegnamerie e nient'altro. Che speranze possiamo avere?». Ma allora ci contate davvero? Antonio Potena sorride: «Siamo come tutti: aspiranti miliardari fino all'estrazione. Ma comunque vada resta un gioco ed è divertente. Anzi, tra due settimane con una parte dei soldi raccolti faremo una grande festa. Con le nostre specialità: porchetta, agnello e formaggio». Fulvio Bufi Fonte: F. Bufi, Un intero paese va a scommettere, in «Corriere della Sera», Milano, 31 ottobre 1998.
- A carte scoperte
Ezio Giorgetti è il primo a scoprire chi sono in realtà quegli "sfollati" che ospita nel suo albergo. I primi sospetti gli vengono, probabilmente, già all'indomani del loro arrivo. Certo, Neumann e Konforti hanno mostrato un regolare permesso di viaggio, firmato dal capitano dei carabinieri di Adria. E per loro garantisce anche la contessina Clara di Asolo. Ma i loro documenti sono strani, con quei cognomi così poco "italiani". Non a caso - comincia a pensare - suo padre lo ha messo in guardia fin dall'inizio, insistendo che c'è qualcosa che non lo convince. «Anche per questo – gli ha spiegato – non li ho mandati da te al "Savoia" e ho detto a Piero di accompagnarli a Igea Marina». E poi si sono aggiunti i dubbi di Libia, sua moglie, che ha sentito alcune delle donne del gruppo parlare in una lingua straniera, forse in croato. Non solo, gli sembra quanto meno singolare anche il fatto che siano arrivati così in tanti, tutti insieme. Bellaria è piena di sfollati provenienti da diverse parti d'Italia, ma si tratta di singole famiglie. Quelli, invece, sono in 27, una specie di piccola comunità. E continuano ad aumentare. Quattro giorni dopo il loro arrivo, se ne presentano altri tre, i Lakembach: raccontano che, tornati a casa ad Adria, hanno avuto l'indirizzo del Savoia dall'autista del camion e di aver deciso di unirsi agli altri, raggiungendo Bellaria in treno. Così, proprio quando arrivano i Lakembach, il 17 settembre, anche loro con un cognome palesemente "straniero", Giorgetti decide di chiedere chiarimenti: se quei trenta che ha in casa non sono "normali sfollati" italiani, come tutto lascia credere, vuole sapere da dove vengono e come sono capitati in Italia. Tanto più che Neumann e Konforti gli hanno appena manifestato l'intenzione di fermarsi a Bellaria per più giorni, sicuramente per un periodo più lungo di quello che avevano inizialmente previsto. E Neumann, a questo punto, decide di giocare a carte scoperte: «Siamo quasi tutti ebrei di Zagabria – gli dice in un colloquio a tre, a cui partecipa anche Joseph – fuggiti dal campo di internamento di Asolo. Ora siamo nelle tue mani». Per Ezio è un "colpo". Sospettava che nascondessero qualcosa, ma non fino a questo punto. È vero che il fascismo è caduto, ma le leggi razziali non sono state mai revocate. E loro sono a tutti gli effetti "internati civili di guerra ebrei" evasi. Anzi, Mussolini è stato appena liberato e corre voce che tornerà anche il fascismo: proprio il giorno prima c'è stata a Rimini la riunione per la costituzione del "fascio" repubblicano. Senza contare i tedeschi. I pericoli sono tanti. Lui ha 26 anni. D'accordo con Libia, ha investito tutto quello che avevano nell'albergo. Se scoprono che sta nascondendo 30 ebrei, come minimo rischia di essere arrestato e di fallire. Ed ha due figlie piccole a cui pensare: Teresa, la più grande, ha sette anni, Giovanna appena tre. Ma non se la sente di tirarsi indietro: ci sono diversi bambini anche tra quegli ebrei. E anziani, donne. Così rassicura Neumann: possono restare. La sua è una decisione presta d'istinto, dettata dal sentimento più che dalla ragione. Ezio non è fascista. Non lo è mai stato. Le sue idee politiche hanno molto del socialismo riformista di Filippo Turati e del grande impegno morale e civile dei repubblicani mazziniani. Due movimenti che in Romagna hanno radici antiche e profonde: non sono riusciti ad estirparle neanche venti di fascismo. Nelle borgate di campagna e nei quartieri popolari delle cittadine più grandi sono ancora tanti i contadini, i salariati, gli operai rimasti in segreto "fedeli all'idea". In particolare a San Mauro, il paese di Ezio, dove c'è quasi una venerazione per Andrea Costa, il deputato socialista di Imola che ha guidato le battaglie di riscatto sociale nel Forlivese e nel Ravennate, «irradiando – dice una targa posta sulla facciata del Comune nel 1913 – luce di bontà e giustizia». Proprio in quei giorni, dopo il disfacimento del fascio e lo sbandamento seguito all'armistizio, molti vecchi antifascisti si stanno organizzando nei primi gruppi di resistenza, per prepararsi alla guerra contro i tedeschi. Ezio non ha mai fatto politica attiva: si è tenuto lontano il più possibile dal regime, ma non ha mai avuto nessun contatto con i piccoli nuclei di antifascisti clandestini. E non entra nella lotta partigiana. Non ha, insomma, una grossa spinta "ideologica". E, benché credente, non ha neanche particolari motivazioni religiose. Ma, di fronte al "grido d'aiuto" di quei trenta ebrei disperati, sente di non poter restare indifferente. «Era una questione di coscienza», ha sempre detto negli anni successivi, cercando di spiegare le ragioni della sua scelta. Si rende conto, tuttavia, di non poter "gestire" la situazione da solo. Prima di tutto si confida con la moglie. Non può tenere all'oscuro proprio Libia: sa bene che la sua decisione coinvolge direttamente anche lei. Ed ha bisogno non solo del suo consenso, ma del suo sostegno morale e di tutto il suo aiuto. Libia è molto preoccupata: manifesta subito le sue paure e la sua cautela, ma, come Ezio, capisce che tirarsi indietro significa, con ogni probabilità, «condannare quelle famiglie». Tuttavia l'aiuto di Libia non basta. Occorre una copertura più vasta. Così, il giorno stesso in cui ha raccolto la "confessione" di Neumann, senza dirgli niente per non allarmarlo, Ezio ne parla con il maresciallo Osman Carugno, che comanda la stazione carabinieri. È un amico e sa di potersi fidare. Carugno è a Bellaria dal 1938. Quarantenne, di origine meridionale, conosce bene la zona perché nei quattro anni precedenti ha prestato servizio nella vicina Savignano sul Rubicone. La moglie, Linda Zazzarini, è insegnante. Anche lui, come Ezio, ha due figli piccoli: Omar, di otto anni, nato a Savignano, e Maria Diomira, di quattro, nata proprio a Bellaria. Ma non ha esitazioni: farà tutto il possibile per aiutare quel gruppo di ebrei. Quasi a sancire questo patto segreto tra lui e Giorgetti, il giorno dopo fa sistemare al Savoia un'altra famiglia ebrea, i Leherer Deutch: padre, madre e due bambine. Arrivati a Bellaria in treno, mentre tentano di raggiungere l'Italia meridionale, sono stati intercettati alla stazione da un carabiniere e accompagnati in caserma. E a Carugno sembra naturale, a quel punto, affidarli a Giorgetti. Il gruppo di ebrei nascosti sale così a 34. Anche i Leherer Deutch sono originari di Zagabria. Ma Neumann e gli altri non li conoscono. Anzi, venuti a sapere che sono stati mandati in albergo dal comandante dei carabinieri, si allarmano: «Evidentemente – pensano – le "autorità" sanno che siamo tutti ebrei». La conferma di questo sospetto arriva l'indomani da Giorgetti: sì, il maresciallo dei carabinieri sa tutto e vuole parlare con qualcuno di loro. «Non preoccupatevi – aggiunge – è soltanto una formalità». In caserma, il giorno dopo, ci va Joseph Konforti. Carugno lo rassicura subito: è pronto ad aiutarli, però vuole sapere esattamente chi sono e pone una condizione: qualunque cosa decidano di fare, prima devono informarlo e consultarsi con lui. Su questo punto il sottufficiale è categorico. D'altra parte - anche se ovviamente non ne fa parola con Konforti - la sua è una posizione estremamente difficile. Dopo lo sbandamento generale dell'8 settembre, ha deciso di restare al suo posto e continuerà poi a comandare la caserma anche durante la Repubblica sociale italiana. Mentre la Wehrmacht ha già occupato tutti i luoghi chiave anche in Romagna, intende porsi come punto di riferimento per il paese, iniziando un pericoloso doppio gioco che lo porta ad affiancare subito i gruppi di resistenza che si vanno formando a Bellaria come in tutto il Riminese: un Gap nato dalla cellula comunista della Cagnona e un forte nucleo di giovani partigiani guidato da Illaro Pagliarani, un ex tenente del Regio Esercito. Proprio nei giorni in cui arriva il gruppo di ebrei a Bellaria, anzi, si sta già organizzando per aiutare i militari italiani sbandati e i soldati alleati evasi dai campi di concentramento a sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi. Diventa "naturale", dunque, proteggere quegli ex internati ebrei fuggiti da Asolo. Glielo impone la sua stessa "storia" personale. Nato nel 1903 a Capracotta, in Molise, dove il padre si era trasferito per assumere l'incarico di segretario generale del Comune, Carugno appartiene a una famiglia napoletana di antichi sentimenti liberali. Sia il nonno, notaio, che il padre, avvocato, erano esponenti della nuova borghesia risorgimentale. Secondo la tradizione familiare, lui e il gratello maggiore, Oscar, avrebbero probabilmente dovuto seguire la stessa "carriera" del padre e del nonno, intraprendendo gli studi di giurisprudenza. Ma quando Osman aveva poco più di dieci anni, suo padre è morto e la famiglia ha subito una serie di traversie. Così i due ragazzi, qualche anno dopo, ormai adolescenti, hanno deciso entrambi di arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri: Oscar è diventato ufficiale, Osman è andato alla scuola sottufficiali, seguendo tutta la trafila, sino al grado di maresciallo comandante di stazione, prima nelle Marche e poi in Romagna. Un incarico che, fin dalla prima nomina, ha svolto con grande senso di autonomia, cercando di contrastare l'invadenza e le pressioni dell'apparato fascista. Nella tempesta seguita all'8 settembre, dunque, per lui schierarsi contro i tedeschi e i fascisti, rimanendo fedele al giuramento fatto al re, è una scelta obbligata. Konforti, che era entrato in caserma pieno di timori, ne esce visibilmente sollevato: ora sa che possono contare anche sulla protezione del maresciallo. È già passata una settimana da quando sono arrivati a Bellaria e gli alleati sono sempre inchiodati a sud di Napoli. Probabilmente si dovrà aspettare più di quanto pensavano all'inizio perché il fronte arrivi in Romagna. Ma problemi economici, per pagare il soggiorno all'albergo Savoia, per il momento non ce ne sono: hanno ancora parte del denaro recuperato a Zagabria e delle 12 mila lire ricevute in prestito dalla contessa di Asolo, oltre a diversi gioielli da mettere in vendita in caso di necessità. Anzi, il gruppo cresce ancora: verso la metà di ottobre sale a 38 "sfollati". Si è aggiunta un'altra famiglia di Zagabria raccomandata a Giorgetti sempre da Carugno: Oskar Frohlich, i suoi due figli (un giovane di 24 anni e una ragazza diciottenne) e la sorella Rura. Basta essere prudenti, come continuano a raccomandare Ezio e il maresciallo. Perché, è vero che fanno tutti una vita piuttosto riservata, trascorrendo la maggior parte della giornata nel giardino dell'albergo o in spiaggia e quasi nessuno va in centro, al di là della ferrovia. Ma quella comunità così numerosa comincia ad attirare ugualmente una certa attenzione in paese. Le "voci" circolano e magari qualcuno comincia a sapere... Non ci vuole molto a tradirsi. Come accade pochi giorni dopo l'arrivo dei Frohlich. Una sera Ezio Giorgetti si accorge che nella sala da pranzo del Savoia non c'è più Franz, il primogenito di Oskar Frohlich. Ne chiede conto al padre, alla sorella, ad altri del gruppo, ma nessuno sa dargli indicazioni. Comincia una ricerca affannosa, insieme a sua moglie. Fino a che Libia ha un'intuizione. Poco lontano dal Savoia, nel salone del "Circolo del bagnanti", sul lungomare, è in corso una festa, alla presenza di numerosi fascisti bellariesi e del circondario, incluso Mirko Mussoni, il segretario del fascio repubblicano che si è costituito qualche settimana prima. Forse Franz è andato lì, nonostante sia stato più volte ammonito a non fare imprudenze. Corre al Circolo e appena entra ha un tuffo al cuore. Franz è al centro della sala: da come è vestito, da come parla e si muove, è difficile prenderlo per un italiano sfollato dal Sud. Libia si sente perduta, ma la rassicura proprio Mussoni, buon amico di Ezio, con uno sguardo d'intesa e un cenno della testa: «Mi ha dato un'cchiata – ha poi raccontato Libia – che voleva dire tutto». La situazione, intanto, si fa rapidamente più difficile. Funzionari fascisti sono tornati ad amministrare la delegazione di Bellaria, Igea Marina e Bordonchio: militi in camicia nera si vedono sempre più di frequente per le strade, mentre il contingente di fanteria tedesco accampato lungo l'argine dell'Uso viene sostituito da reparti più consistenti, che verso la fine di ottobre si sistemano direttamente in paese, occupando numerosi alberghi e case private. Per il comando militare viene requisito l'hotel Milano, sul lungomare, a poche decine di metri dal Savoia. Emilio Drudi E. Drudi, Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano «Giusto tra le Nazioni», La Giuntina, Firenze 2012.
- Conclave, santi padri e uomini santi...
Basse casette di legno e pietra, greggi di pecore a perdita d'occhio, rimbombo di passi sul selciato a rincorrere pennacchi di fumo dai camini. Se per caso desideraste immergervi in un'atmosfera di questo tipo, così lontana da quella nella quale siamo costretti a vivere quotidianamente, dovreste imboccare la tortuosa strada che da Vasto si arrampica verso Isernia, facendo quasi da confine naturale tra la Maiella abruzzese e le montagne del Molise. Magari potreste fermarvi ai piedi del Monte Capraro e gustarvi un piatto di cavatelli al ragù e formaggio caprino nel paesino di Capracotta. Se così appare oggi, immaginatevi come doveva essere ruspante e selvaggia questa zona nel 1200! Proprio in questa terra, aspra ma fascinosa e molto spesso dimenticata da Dio, nacque Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V°. Secondo alcune testimonianze storiche erano all'incirca gli anni nei quali Francesco d'Assisi stava concludendo la sua vita. Pietro era uno dei molti rampolli di Angelerio e di Maria, due piccoli proprietari di poca terra, alcune greggi e molti pidocchi, che avevano bisogno di numerose braccia per tirare avanti la baracca e addolcire la quotidiana miseria. Fin da piccolo però Pietro si era dimostrato un po' stravagante, bizzarro, solitario e soprattutto sfaticato, tanto da attirare spesso le ire dei fratelli che lo chiamavano "fannullone piscialletto" (quest'ultimo epiteto era dovuto ad un suo piccolo difetto, indotto dalle frequenti estasi mistiche che lo colpivano fin dalla più tenera età). Di fronte al caparbio carattere del fanciullo, che sosteneva di essere destinato per volontà divina a studi teologici, la famiglia non sapeva più cosa fare se non sostenere che i soldi si fanno solo lavorando, quindi "niente sudore, niente scuola" (anticipando di secoli lo slogan "no Martini, no party!"). Fu così che nessuno della famiglia si disperò più di tanto quando Pietro, ormai quasi ventenne, fuggì dal suo villaggio, deciso a non fare più ritorno. Salì faticosamente le pendici del monte Palleno alla ricerca di una grotta-monolocale abbastanza ampia per accogliere la sua scarna persona, ma avendole trovate tutte occupate dai seguaci del famoso eremita Flaviano da Fossanova, fu costretto a lavorare per la prima volta in vita sua, scavandosi con le sue stesse mani una caverna nella roccia. Qui, sempre tormentato da dubbi e ossessionato da orripilanti visioni, trascorse tre lunghi anni di meditazioni e preghiere. La presenza su quei monti di Pietro cominciava a emanare odore di santità oltre che di altri aromi non proprio gradevoli (dopo tre anni che non si lavava!) e cominciava ad attirare sempre più pellegrini in cerca di miracoli gratuiti o con basso esborso di obolo, vista la miseria imperante da quelle parti. Ma il sant'uomo era infastidito da quelle rumorose presenze che interrompevano continuamente il suo dialogo con il Signore e perciò decise di fare una vita che attirasse meno l'attenzione popolare. Perciò decise di recarsi a Roma per studiare da sacerdote e apparire un po' più normale agli occhi della gente. Conseguiti i Voti, naturalmente con il massimo dei voti, tornò a vivere in una spelonca ai piedi del monte Morrone (dal quale volle prendere il nome, che di suo voleva il meno possibile). Là Pietro, uomo taciturno e riservato, sperava di condurre la sua vita in contatto con Dio e in attesa di ricongiungersi a lui puro e candido come un neonato. Ma presto fu di nuovo assediato da una rumorosa folla di centinaia di giovani attratti dalla sua crescente fama di santità e vogliosi di condividere con lui le sofferenze e le privazioni della vita eremitica. Però il sant'uomo riteneva che Francesco d'Assisi fosse un esempio poco adatto da seguire, perché per povero era povero, ma non abbastanza per lui, in quanto il poverello non aveva rinunciato alle gioie dei contatti umani, con gli animali e con la natura (come testimoniava il suo "Cantico delle creature"). Perciò iniziò a fuggire dai seguaci cominciando una instancabile ricerca di spelonche inaccessibili sulle vette delle vicine montagne della Maiella (a qualche ingenuo o miscredente potrebbe venire a mente la continua migrazione di grotta in grotta di Bin Laden sui monti dell'Afganistan…). Ma dovunque si fermasse, finalmente convinto di essere solo con Dio, lo raggiungevano folle di poveri, infermi, disperati in cerca di conforto e guarigioni. Fuggendo e pregando Pietro era arrivato ai suoi sessanta anni senza riuscire a realizzare il suo sogno di solitaria santità. Dovette prendere atto che i suoi seguaci si erano ormai organizzati in congregazioni stabili che, come succedeva spesso in quei tempi, non erano ben viste dalle potenti e ricche gerarchie ecclesiastiche per il loro integralismo, il richiamo alla povertà e ai valori del cristianesimo primitivo. Erano in odore di eresia, forse di condanna al carcere o peggio… Fu allora, nel 1293, che decise per la prima volta in vita sua di farsi gli affari degli altri (i suoi poveri seguaci) e di recarsi a piedi a Lione dove il Papa Gregorio X stava tenendo un Concilio proprio per elencare e condannare le sette ereticali. Sospinto e sorretto dall'appoggio divino riuscì a far escludere i suoi seguaci dai sospetti di eresia e addirittura a far riconoscere ufficialmente la sua Congregazione dal Papa. Tornato alla sua spelonca, sempre rigorosamente a piedi, dette la bella notizia ai suoi discepoli e annunciò che sentendosi vicino alla fine dei suoi giorni terreni, sarebbe andato ad aspettare il ricongiungimento a Dio nella sua grotta sul monte Morrone. E che nessuno si azzardasse a seguirlo! E là, felice, sereno, visse in assoluto isolamento per tredici mesi, ignorando che la Storia, quella con la S maiuscola, era in agguato, pronta a guastargli i piani e a metterlo nei guai. Da qualche mese era morto il Papa. Il Conclave, formato da soli undici cardinali, era andato avanti in estenuanti discussioni e votazioni per mesi, senza raggiungere un accordo. Infatti alcuni di loro erano seguaci della potente famiglia Orsini, altri della famiglia Colonna e poi c'era da accontentare anche i desideri di re Carlo d'Angiò, che voleva un Papa che l'aiutasse a riprendersi la Sicilia. Così i mesi erano passati e per paura di una pestilenza (che a quei tempi era frequente e puntuale come un film dei Vanzina oggi) si trasferirono a Perugia, dove l'aria sembrava più salubre. Ne erano passati tanti di mesi, ventisette per la precisione storica, e non si vedeva soluzione. Fu allora che Carlo d'Angiò mandò un suo emissario alla ricerca di Pietro per comunicargli la situazione disastrosa per la sua amata sposa (così il santo eremita chiamava la Chiesa) e per chiedergli un suo intervento, almeno scritto, sperando che le sante parole facessero il miracolo. E lo sventurato rispose (frase ad effetto clonata da un certo Alessandro Manzoni che ha lasciato qualcosa in Arno). Sollecitò, in nome di Dio, la fine della vedovanza della Sposa di Cristo e minacciò sventure (con parole riprese più tardi da Savonarola e da Bertinotti) se non avessero messo immediatamente rimedio alla situazione. I Cardinali, impauriti e incapaci di trovare altre soluzioni, pensarono che quel vecchio santo, con bassa aspettativa di vita vista l'età e gli acciacchi, sarebbe stato l'ideale per chiudere la questione in modo interlocutorio per tutti, in attesa a breve scadenza di tempi migliori. Perciò lo mandarono a prendere di peso nel povero eremo e, trasportatolo a Roma, tra lo stupore suo e di tutto il popolo, lo elessero Papa col nome di Celestino V. Ma non sempre le marionette obbediscono ai comandi dei burattinai e ben presto la vittima Pietro-Celestino sfuggì dalle mani dei potenti elettori. Sequestrato dal re Angioino e portato a Napoli, circondato da faccendieri, questuanti, trafficanti di ogni genere (che spesso utilizzavano le bolle papali con il suo nome per fare soldi a palate, che più tardi ispireranno il paroliere della canzone "Le mille bolle blu") anche se stanco e provato dalla sua vita di stenti e privazioni riuscì a trovare il coraggio e la forza per opporsi fermamente a quello scempio. E con la forza di un guerriero in armi impose in nome di Dio ai suoi cardinali allibiti la sua rinuncia al papato e il suo ritorno all'eremitaggio! Dante, che da buon passionario politico fiorentino, di obiettivo aveva poco , lo sistemerà per questo tra gli ignavi nell'antinferno, bollando il suo gesto come "viltade". In realtà Alighieri era un sostenitore del re angioino e avrebbe desiderato che Celestino seguisse i suoi piani politici. Povero Celestino! Calunniato e offeso in vita e dai posteri, dopo soli dodici giorni dalla sua clamorosa rinuncia dovette assistere alla velocissima elezione del corrotto cardinale Caetani che prese il nome di Bonifacio VIII (che Dante questa volta giustamente metterà nell'inferno vero). Uno dei primi atti del nuovo Papa fu quello di ordinare l'arresto del sant'uomo, che tentò di fuggire verso la Grecia ma, respinto a terra da una mareggiata (i disegni divini sono a volte davvero poco comprensibili!) venne arrestato vicino a Vieste e trasportato nell'orrenda torre di Castel Fumone, nei pressi della residenza papale di Anagni. Nonostante la detenzione durissima la sua bell'anima resistette ancora trecentodiciannove giorni prima di abbandonare l'aborrita carcassa di carne ed ossa e unirsi finalmente a Dio. Era sabato 19 maggio 1296. Fin da subito si sospettò un ruolo attivo di Bonifacio nell'aiutare il santo a realizzare questa dipartita, ma fu solo dopo dei secoli che un suo biografo, Lelio Marini, cercherà di dimostrare che Pietro era stato barbaramente ucciso in cella per ordine del Papa. Quella vicenda (e non solo quella, penserà qualche maligno) rimarrà per sempre irrisolta perché Bonifacio VIII fece ordinare il divieto assoluto di eseguire autopsie sui corpi dei pontefici (passati, presenti e futuri) per non fare scempio e sacrilegio del corpo stesso di Cristo in loro incarnato. Amen. King Arthur Fonte: http://www.liberodiscrivere.it/, 18 aprile 2005.
























