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  • Capracotta, 25 aprile 1893

    A solennizzare le Nozze d'argento dei Reali d'Italia, avvenimento fausto e memorabile per la Nazione, questa Società del Tiro a segno indisse una gara con sette premii, tra cui una medaglia d'oro, due d'argento, tre di bronzo ed una menzione onorevole. Ridire il brio che animava tutti sul Campo, è difficile assai. Si gareggiava come per una nobile azione: tutti sarebbero voluto essere fortunati; ma la dea scelse i suoi. Per le armi son fatti quelli che hanno braccio di ferro e precisione nella vista; e per ciò l'egregio Sig. Ottaviano Conti ottenne il primo premio. Gareggiò con il Sig. Croce di Tella, ma rimase soccumbente ed ottenne la medaglia di argento di primo grado. Toccò al Sig. Amatonicola Conti quella anche d'argento di secondo grado, che strappò con un colpo ben tirato al Sig. Giovannantonio Paglione, Direttore del Tiro, che si ebbe quella di bronzo di primo grado. Le altre due medaglie di bronzo furono guadagnate dai Signori Francesco Vizzoca e Gabriele di Tella, e la menzione onorevole si ebbe dal Sig. Ubaldo Di Nardo, che pure dové contenderla con altri due. Questo fu il risultato del Tiro, che non poteva essere più soddisfacente; e dopo, tutti si ritornò in paese accompagnati dalla Banda musicale cittadina, al suono della marcia reale. Come di regola, i vincitori erano più allegri di tutti, ed il primo tra essi, il Sig. Ottaviano Conti, volle addimostrarlo con i fatti. Fece distribuire del vino ai suonatori, ed apparecchiò per la sera nel Circolo d'Unione un complimento per i Socii, che riuscì divertitissimo, essendo stato seguito da suoni di violini e pianoforte. E dopo la splendida tornata musicale avuta luogo a soli sei giorni di distanza, vi voleva la Gara del Tiro per rendere sempre più gaio questo paese, e mostrare ai lontani che ancora qui risplende il raggio della civiltà: quella civiltà che vi fu rintrodotta dai seguaci del Mazzini con la «Italia unita», di cui si conserva ancora una bandiera, e vi progredì con i seguaci di Garibaldi. Capracotta è il secondo paese del Molise, che ha una Società di Tiro a segno ben costituita ed ordinata, mercè l'opera indefessa di molti volenterosi, tra cui va ben lodato il Vicepresidente Sig. Saverio Carugno, abile tiratore, quantunque nella gara fosse stato niente fortunato. E noi, cui piacciono le cose buone e utili, non possiamo ristarci dall'augurare a tutti gli altri paesi una Società come questa, tendente a sviluppare le membra e ad educare il cuore. Per nostro conto poi dobbiamo col medesimo compiacimento rilevare, che la tornata musicale eseguita a cura di quella filarmonica a beneficio del violinista bavarese Eugenio Schmitgberger, la sera del 16 Aprile, riuscì a meraviglia, e di ciò va altamente lodato l'egregio Prof. Falconi, che è il Direttore dell'orchestra. Nell'ampia sala della Congrega di Carità convenne il fiore dell'intelligenza di Capracotta ed anche il bel sesso era largamente rappresentato. Il Presidente del Comitato Sig. Avv. Martino Vincenzo, Pretore del Mandamento, fece degnamente gli onori di casa, ed il Battagliere si compiace che in poco tempo di sua dimora in Capracotta, ha saputo conquistare la stima e la simpatia di tutti, per le sue precipue doti di mente e di cuore. Ras Fonte: Ras, Corrispondenza, in «Il Battagliere Indipendente», II:10, Isernia, 1° maggio 1893.

  • Le ferite del cuore

    Vi arrivo per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta, fresco di maturità classica, in corriera, l'unico mezzo di trasporto pubblico. L'arrivo della corriera in paese è motivo di festa. Accorrono in tanti. Abbracci, baci, lacrime di gioia. Visi nuovi, visi antichi. Stati d'animo di chi arriva, chi parte, chi resta. Stupendo trittico di Umberto Boccioni. Sono ospite di due zii e di tanti cugini. I saluti e le solite notizie sulle vicende familiari. Qualche giorno di ambientamento, poi le prime conoscenze e le prime amicizie. Tanti ragazzi e ragazze, tutti desiderosi di vivere una bella estate. Un gran bel gruppo, dove, col trascorrere dei giorni e con la complicità delle tante gite tra i boschi di Monte Capraro, Monte Campo e Prato Gentile, sbocciano i primi amori. Un mattino è in programma una scarpinata su Monte Capraro e, nell'attesa di partire, si unisce a noi una ragazza stupenda. Occhi dolci, sorriso candido, lineamenti delicati, capelli fluenti e dorati, movenze aggraziate. Una ninfa del Botticelli, una ninfa dei boschi che emana sensazioni meravigliose. Gli amici che la conoscono, la dicono felicemente promessa. Inavvicinabile, intoccabile. I convenevoli, una stretta di mano, un cenno del capo. Su per la salita nessun contatto, soltanto qualche occhiata furtiva. Finalmente in cima, una piccola radura per rifocillarsi e riposare. Seduti sull'erba, casualmente ci ritroviamo fianco a fianco, silenziosi e stanchi. Intorno a noi amaranti, borrigene, campanule, ginestrine, giunchiglie, primule, valeriane, viole, nontiscordardimè sono in fiore e non negandosi ad api e farfalle ci inondano dei loro mille profumi. Un soave venticello ci accarezza. Un'atmosfera magica. Tutto ad un tratto un refolo impertinente mi scompiglia i capelli e mette in evidenza un piccolo neo sulla mia fronte. Lei si volta verso me, lo nota e mi si avvicina per osservarlo. Non credo ai miei occhi. Mi dico: sto sognando. Il cuore, incontenibile, batte freneticamente. Piccole gocce di sudore mi imperlano la fronte. Le mani tremanti. Non oso, non posso osare. Il timore di un possibile diniego mi paralizza. Ma una forza irresistibile mi spinge verso lei. Gli occhi negli occhi, una breve dolcissima esitazione e... labbra sulle labbra. Un brivido meraviglioso ci pervade. Una musica celestiale si leva nell'aria. Campanelli, arpe, violini, ci accompagnano in un mondo lontano. Poi il brusco ritorno alla realtà, con il mormorio degli amici, già pronti alla discesa. Confusi ed imbarazzati, raccogliamo le nostre cose e inziamo a scendere. La ninfa, abbandonato il suo regno tra i boschi, mi segue per mano. Il rientro in paese, il tempo di un rapido ristoro a casa, ed ancora insieme. Insieme, insieme, insieme. Per giorni, giorni, giorni. Lunghe passeggiate, silenzi interminabili, carezze indicibili. Balli serali al suono di un vecchio grammofono e con dischi di vinile. Mattonelle sempre più piccole. Non pensiamo. Non pensiamo a cosa dovrà accadere. Ci rifiutiamo di farlo, pur sapendo che gli usi, i costumi, le famiglie, imporranno il loro volere. Il volere dei tempi. L'estate, intanto, volge alla fine e, con le prime piogge, le prime partenze. Parte prima lei. Mani nelle mani, occhi negli occhi, come sempre. Il cielo nuvoloso ed un vento fastidioso sembrano partecipi della nostra sofferenza. Un silenzio mesto e surreale. Poi, incuranti di tutto e di tutti, un ultimo dolce bacio ed un lieve sussurro: – Mi mancherai sempre. Una breve risposta: – Anche tu. Non l'ho più rivista. Tutte le volte che son tornato in paese, ho sperato d'incontrarla. Invano. Forse avrei dovuto cercarla, lei ninfa, tra i boschi e la radura di Monte Capraro. La mia partenza in corriera è particolarmente triste. Il distacco dal paese, dagli amici, dai parenti. E poi il doloroso epilogo. La bella estate, la meravigliosa, indimenticabile estate, ha preteso le sue vittime: due cuori feriti, due ferite profonde e dolorose. Ferite che soltanto il tempo potrà lenire, ma che nessun cardiologo, neppure il più bravo, riuscirà mai a guarire. Antonio Pasquale Potena Fonte: A. P. Potena, Le ferite del cuore, in «Cuore e Salute», XXXIII:1-2, Roma, gennaio-febbraio 2015.

  • Vacanze estive negli Abruzzi

    Da Castel di Sangro la spaziosa automobile si snoda in linee serpeggianti a est verso Capracotta, la mia destinazione, a 1.400 metri di altezza. Inaspettatamente, in pieno luglio, ci si immerge in panorami di monti innevati: Monte Amaro e Monte Greco, alti rispettivamente 2.800 e 2.280 metri. E poi sullo spoglio altipiano, che dovrebbe certamente essere Capracotta. Al di là di tutta questa bellezza, ho dimenticato di chiedere dove soggiornerò per i prossimi otto giorni, proprio mentre la vettura attraversa la piazza. Un compagno di viaggio sembra che attendesse questo momento per consigliarmi la casa di donna Bianca, dove una torre semicircolare pone fine alla piazza mercato. Là una donnina avvizzita mi prese la valigia in modo raggiante, mentre io, attraversando la cucina, uscii su un piccolo balcone aperto. Che sorpresa! Schiantate a perpendicolo su alte scogliere, case stipate strettissime fra loro. Il ripido muro della casa si affaccia a 500 metri su un'ampia valle, da cui emergono brulli pendii e prati di pietre, sopra cui s'innalza la cima innevata di Monte Amaro. – Vorrei pranzare su questo balcone – dissi alla padrona di casa che, quasi indignata, esclamò: – Non si può proprio fare, nessuno l'ha mai fatto. C'è un tale vento che è impossibile mangiare. Inutile: non c'era niente da fare! Il suo ospite dovette pranzare nell'elegante salotto al coperto, con le persiane chiuse, senza vento. Ma quella fu l'unica volta, poiché la signora, dopo un lungo battibecco, la sera mi ha servito la cena al tavolino sul balcone. Subito dopo, la padrona e altre tre donne, assiepate fuori della porta in cucina, han voluto vedere il forestiero che mangiava al vento. – Madonna mia, non è possibile! – gridavano con stupore, ma poi si sono rassegnate. In compenso, il piccolo abbaino nella stanzetta del forestiero venne sempre chiuso dalla governante: – Il vento non fa bene – ha detto. Io aprivo, lei chiudeva; e così ci alternammo per tutta la settimana. Eppure, in vita mia, non ho mai alloggiato bene come qui. L'estesa valle con prati delimitati da muretti a secco e arbusti, in lontananza le montagne innevate e sotto di me, verticalmente, in una fenditura nelle rocce, un tiglio in fiore - che porto con me da quell'estate, come un tesoro prezioso. Ovviamente, dovetti subito salire sul campanile della chiesa, da cui alla luce si vede il paese sul piano assoluto, con le sue case grigie dai tetti in pietra su una roccia a ferro di cavallo. Nelle strette vie, dove le donne portano sul capo grandi caldaie in rame, ero conosciuto come il forestiero bianco, per via dell'abito bianco che probabilmente ha fatto buona impressione presso questa gente, ma forse anche per il fatto che li ho spesso aiutati a far legna. Per pochi spiccioli un uomo mi ha noleggiato un cavallo per l'intera giornata. Salire in montagna, che grande idea! La mattina seguente ero già in sella, anche se la padrona mi ha consigliato di non farlo perché i lupi potevano sbranarmi. – I lupi? Ci sono di sicuro, – l'ho confortata – ma solo in inverno. Anche il contadino che mi ha prestato il cavallo mi ha avvisato dei lupi e di un grande prato tra i boschi in cui portare il cavallo al galoppo. Anche sui Monti Sabini ho sentito parlare dei lupi. Oh, se solo potessi incontrarne uno! Detto questo, iniziai la cavalcata. Trottando, la mia volpe [il cavallo] mi portò fuori paese, sulle alture di Capracotta, sempre tra basse siepi. All'improvviso ho veduto ancora una volta il villaggio e, in un sol colpo, ho conosciuto le peculiarità della mia bestia, ovvero che si incammina, senza destar sospetto, verso la sua stalla. Questo perché guardavo sempre in lontananza. L'ha fatto un paio di volte, sempre quando i miei occhi erano imbevuti d'oro, e non vi prestavo attenzione. In quel momento salimmo con difficoltà, ancor più immersi tra sassi e rocce, nei meandri della montagna. Dopodiché né il cavallo né il cavaliere han saputo continuare; son dovuto scendere da cavallo e, passando sotto la sua pancia, l'ho tirato per le briglie dietro di me fin quando sono giunto in una conca selvaggia con rocce a strapiombo e gruppi di semplici faggi bassi che somigliavano a grossi cespugli. La macchia si faceva ancor più fitta e ho faticato a tener d'occhio il percorso. Improvvisamente il sentiero era sparito e, se non avessi abbassato la testa dietro il collo del cavallo, un ramo, cadendo, mi avrebbe di sicuro disarcionato. Dunque son rimasto a lungo accovacciato dietro il collo dell'animale poiché questi rami pendenti aumentavano. Dove mi portasse la mia volpe non sapevo. Ero a disagio finché finalmente i cespugli cominciarono a diradarsi e, come aveva detto il contadino, un prato favoloso si stese nel bel mezzo della foresta. Nel momento stesso in cui il cavallo ha raggiunto il confine della faggeta, è scattato verso il prato come una freccia, galoppando per tutto il pianoro. Da ultimo, sono riuscito a fermare il cavallo ansimante, l'ho legato a un albero e mi son sdraiato vicino a lui. Ho pensato che fosse strano che dopo quattro ore di ardite ascese il cavallo avesse ancora la volontà di galoppare. Probabilmente era proprio quello ad affascinare la volpe: avere la via libera. Poco prima della stalla - non abbiamo visto nemmeno un lupo! - l'astuta volpe m'ha giocato un altro brutto tiro: salendo com'era sua abitudine le dure scale fuori casa si è intrufolata dalla porta sul retro, mentre io probabilmente ero intento a guardare qualche bella donzella. E anche lì mi son dovuto abbassare in fretta, come ormai avevo imparato a fare. Gli amici di donna Bianca erano seduti in cucina e ho raccontato loro la mia giornata e altre avventure; le donne conoscevano invece storie lupesche. All'improvviso ho notato che una vecchia, ascoltando indifferente, grattava una forma di formaggio che, una volta aperta, brulicava di larve. Quando gliel'ho fatto notare, lei, tutta compiaciuta, ha elogiato il suo ottimo formaggio, che deve il suo sapore proprio alla presenza di questi animaletti. Io la pensavo diversamente. Una volta - era il giorno prima della partenza -, ho scalato all'alba la vetta più alta della zona che poco prima avevo perlustrato in sella. Ho assistito ad uno spettacolo magnifico: lontano, a oriente, dove la costa digrada, il sole sorge creando una fascia luminosa sul Mare Adriatico. E, sul lato opposto, dove il monte si arresta perpendicolarmente, mi si è presentata, non senza stupore, una visione altrettanto potente: una foresta, una vera e propria abetaia tedesca, per quanto il mio sguardo poteva spaziare! Gli occhi vagavano in un emiciclo che dal picco montano si spingeva oltre le colline e le foreste di faggi, fino a quella verdissima radura circolare, incastonata nei boschi, dove avevo cavalcato giorni addietro. Mi arrampicai sulle rocce lì intorno e vagabondai per i boschi senza prestare attenzione al tempo. Solo nel pomeriggio vidi riemergere Capracotta. Anche se avevo detto alla padrona di casa dove sarei andato e che sarei tornato tardi, la fedele donna Bianca si fece irrequieta e mandò diverse persone a cercarmi. E quando finalmente tornai a casa, pianse come una madre, convinta che i lupi mi avessero sbranato. Eugen Nestle (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Il frac del principe

    Il racconto è come un abito di alta sartoria, pregiato lavoro nelle mani di un esperto tagliatore, forgiato e interamente cucito a mano: le misure proporzionate, la giacca ben accostata al collo, il pantalone maschile diritto a lasciare intravedere la gamba secondo le regole del buon vestire. Ed ecco che prende corpo e vita il modello, la prima prova, la seconda prova sartoriale e poi... punto dopo punto, perfezionismo dopo perfezionismo, tra punti lenti e punti ripassati, si intravede la figura del protagonista, il quale comincia a muoversi seguendo la trama della propria esistenza. Il tagliatore crea il prodotto e gli rende vita propria: così accade nello scritto, le emozioni passano dal cuore di chi racconta al cuore di chi scrive; dal cuore di chi scrive alla penna; dalla penna allo scritto e dallo scritto - per un inverso gioco di pensieri e per la magia delle parole - prendono corpo e scivolano silenziosamente nel cuore di chi legge, sol che il lettore sia ben disposto ad emozionarsi ed a rivivere quanto dal racconto prende vita. Claudio Del Castello mi racconta la sua storia densa di emozioni ed io, incantata, mi permetto di usare la mia penna con la speranza di riprodurre, in un sol tratto, una sua creazione di alta sartoria. Claudio, tagliatore e sarto, partì adolescente da Capracotta quando, dopo due anni di apprendistato, già sapeva mettere qualche punto. L'arte non era perfezionata perché l'età era ancora acerba e vi era molto da apprendere. Negli anni Quaranta, il piccolo paese di Capracotta era un laboratorio di sartoria. Si narra - di voce in voce - che in quegli anni talvolta capitasse di vedere Ciro Giuliano in giro per il paese con il somaro: colui che insegnò come vestirsi a Gary Cooper, il re dei sarti europei, colui che aveva, con talento e con gusto, interpretato criteri e tecniche inglesi, liberando la giacca dalle spalle finte, fatte di bambagia, sostegni e telette. A Capracotta era facile imbattersi nei sartori; ivi lavoravano dieci sarti o più e ogni sarto tramandava la propria arte a dieci, o al massimo, dodici apprendisti. Ai piccoli apprendisti veniva legato il dito nel quale doveva essere infilato il ditale; non certo per imporre loro odiose torture, ma per favorirne l'abilità nell'utilizzo del prezioso strumento di lavoro, destinato da sempre ad accomodare l'ago sul tessuto con velocità, ritmo e compostezza quasi ad inseguire senza sosta la linea della cucitura, già tracciata ed imbastita con maestria dalle mani perite dell'artigiano. L'apprendistato era molto faticoso; si partiva dal pantalone, poi si passava al gilet ed infine alla giacca. Quanta fatica e quanta determinazione per confezionare una giacca: per trapuntare un petto, occorrono circa ottocento punti e la ribattitura a puntino evidenzia il tratto pregiato e regale dell'artigiano. Una cucitura storta è sufficiente per rovinare la creazione e per imporre un lento ma inesorabile disfacimento del lavoro già avviato... e così si ricomincia! Quanta analogia con la vita, dove qualche punto mal messo o di traverso impone un nuovo inizio ed un diverso cammino. Claudio avrebbe voluto studiare e mi racconta della sua famiglia, del papà Pasqualino, profugo della Cirenaica, e della necessità di apprendere un mestiere. Nel marzo del 1951: partenza da Capracotta con direzione Roma. L'unico piccolo bagaglio era l'esperienza di apprendista nel paese natio, che aveva consentito a Claudio di approntare la seconda prova ovverosia la prova della mezza giacca con i tre pezzi sciolti: i due pezzi del davanti ed il dietro; mancavano ancora le maniche (e quanta strada) per poter confezionare una giacca. Del mestiere restava molto da imparare e soprattutto - come ricorda Claudio - «a quel tempo restava da imparare a vivere». Si impara a vivere in molti modi ma dai sacrifici, per quanto nessun uomo possa desiderarli, spesso si trae la forza e la convinzione di camminare lungo il giusto tracciato. A ventiquattro anni la scuola di taglio in via del Tritone 102, dove si imponeva studio e dedizione. Non era sufficiente saper cucire ma occorreva studiare; Claudio cominciò ad affinare le proprie cognizioni geometriche e ad imparare a memoria le frazioni: un quinto di quarantotto, di cinquantadue, di sessanta. L'arte del taglio era così avviata. In quel periodo, ricorda Claudio, chiedevano un tagliatore da Teheran. Chiunque avrebbe esitato ma Claudio, sostenuto dalla complicità e dall'affetto della moglie, decise di partire, questa volta con destinazione Teheran. Non restava che affidarsi a sant'Omobono, il primo sarto martire, e dare inizio a questa avventura. Un breve viaggio di nozze a Frascati ed il 9 settembre 1961 la partenza per la Persia, così ancora la chiama Claudio. La città di Teheran, ai piedi dei monti Elburz, appariva diversa dalle nostre città; la luce con i pali di legno; l'acqua trasportata con le botti ed i venditori di sale blu (namach), che appoggiavano le bisacce sul dorso dei somari e strillavano a gran voce: «namaché namaché» ("sale sale"). Il primo contratto fu di tre mesi quasi a voler tenere ben custodita l'intenzione di fare presto ritorno in Italia, ma così non fu. Sullo sfondo... oltre ai monti ed al tramonto di mille colori sulla città di Teheran, la storia di un paese che, di lì a poco, avrebbe vissuto gli anni della Rivoluzione Bianca avviata da Mohammad Reza Pahlavi. I latifondi sottratti alle classi privilegiate ed al clero (mullah) furono ben presto distribuiti anche ai contadini. Una riforma giusta e sensata, allora lo pensarono in molti e lo pensò anche Claudio. La storia però offre percorsi che, inesplorati, si rivelano impervi ed accidentati solo dopo averli calpestati: fu quella l'origine storica di molti eventi successivi, che ebbero una profonda eco anche nella vita di Claudio e della sua famiglia. La sartoria, presso la quale Claudio aveva trovato il suo primo impiego, era una sorta di società di persone costituita da un socio persiano - senatore e direttore di banca - e da un immancabile socio italiano. Allo scadere del primo contratto, dopo molte esitazioni, la decisione di mettersi in proprio prese concretezza grazie anche ai preziosi suggerimenti di uno dei fratelli dello Scià, che Claudio aveva già conosciuto, ben servito e ben vestito presso la vecchia sartoria. Così, superate le incertezze ed i comprensibili timori, il sarto italiano Claudio del Castello iniziò la sua lunga e pregiata attività di tagliatore e sarto alla corte dello Scià. Gli inizi furono difficili tanto che il giornale più importante di Teheran, per bloccare la sua ascesa, dedicò al sarto italiano un articolo, dal contenuto vagamente denigratorio, nel quale si denunciava che un sarto persiano guadagnava solo 350 tomani ed un sarto italiano ben 24.000 tomani. Il giorno successivo la smentita grazie ai buoni uffici del principe. Per ottenere il permesso di soggiorno i problemi non furono pochi; Claudio fu sottoposto al controllo serrato della temibile Savak (la Sicurezza Nazionale), che allora svolgeva le funzioni di polizia politica. In un primo momento, il Ministro non acconsentì al rilascio del permesso di lavoro ma l'arte e la bravura di Claudio, ben presto, finirono per convincere anche le inflessibili autorità persiane che sarebbe stato un grave errore non accogliere nel paese l'abilità e la maestria del sarto italiano. E così, taglio dopo taglio, punto dopo punto, abito dopo abito, la sartoria Del Castello era divenuta celebre, meritando persino la categoria di eccellenza (montaz), che solo Claudio possedeva in tutto il territorio nazionale. Ivi erano addetti quaranta dipendenti che gestivano ventidue separati tavoli da lavoro e tremilaseicento cartelle di clienti davvero eccellenti: ministri dell'epoca, capi del petrolio, deputati, senatori e governatori regionali. Tra i nomi eccellenti Amir Abbas Hoveida, Ministro del Petrolio, poi divenuto primo ministro e severamente giustiziato con la Rivoluzione assieme ad altri venti ministri. Claudio - senza saperlo - aveva impostato il suo laboratorio sartoriale su una celebre frase, pronunciata più di un secolo fa, da uno degli uomini che hanno reso celebre la moda maschile nel mondo, tale Henry Sand Brook, che era solito dire: «Commerciare solo merce della migliore qualità, venderla con un profitto equo e fare affari solo con gente che cerchi questa merce e che la sappia apprezzare». In sartoria si riproduceva tale perfezionismo: ogni tavolo da lavoro aveva un responsabile con addetti a lui sottoposti, si trattava stoffa della migliore qualità e l'abito fatto a mano aiutava il portamento e lo stile! L'orario di lavoro era serrato; dalle ore 8 alle 13 taglio; il pomeriggio a disposizione del cliente con almeno trenta prove. La mattina successiva le correzioni; era importante annotare e ricordare, correggere e modificare, per giungere al prodotto finito costruito su pregiate stoffe inglesi e su tessuti di Zegna. Claudio poi non smetteva mai di studiare, senza sosta e non curante della stanchezza, si dedicava allo studio anche nei giorni di festa, era questa l'unica irrinunciabile risorsa per migliorare il lavoro e per passare dalla misura geometrica regolare, così ben descritta nei manuali di taglio, alla vera taglia del cliente per mitigare, e persino rendere invisibili, le inevitabili imperfezioni dei corpi di re e ambasciatori. Per nostra fortuna, anche tra i re e gli ambasciatori vi era chi aveva la gobba, chi aveva un fianco cadente, chi aveva una spalla sbilenca, chi era panciuto, chi aveva la gamba corta e storta ed è proprio questo il vero miracolo di un sarto: carpire i difetti fisici del proprio cliente senza lasciarglielo troppo intendere ed abilmente camuffare, dietro un abito di mirabile fattura, le inevitabili imperfezioni che da sempre connotano l'uomo e che lo rendono, povero o re che sia, unico e prezioso nel suo genere! Sono davvero tanti i personaggi in cui Claudio si è imbattuto nel corso degli anni, ne cita alcuni ed io annoto incuriosita: Pompidou, Breznev, l'attuale Re di Svezia, Hussein di Giordania e molti molti altri. Da un paese così piccolo ed esposto ai venti, la Capracotta degli anni Cinquanta, inorgoglisce pensare che tanti suoi figli siano ancora in giro per il mondo a seminar talenti! Un abito non è solo un abito... racchiude e rivela storie di vita, le anima e... una tra tutte spicca e ha il sapore di una favola alla corte di un Re, morale e senso di una storia che passa ma che insegna a vivere: «A quel tempo non restava che imparare a vivere», ricorda Claudio! Il frac del principe Abdul, realizzato punto dopo punto, per il fratello dello Scià inorgoglisce Claudio che, nel descrivere il prezioso capolavoro, fatica a celare l'emozione e la sana fatica di quegli anni. La marsina principesca fu indossata da Abdul per lo storico giorno dell'incoronazione dello Scià di Persia Reza Pahlavi e meritò persino i complimenti della Regina Madre che, rivolgendosi al figliolo, con voce imperiosa e flebile al tempo stesso, come solo le madri sanno intonare (poco importa se regine o popolane), lodò quel pregevole abito così «ben accostato al collo». Il Principe Abdul, rivoltosi alla madre, esclamò con fierezza che il sarto italiano Monsieur Del Castello, aveva realizzato e cucito per lui l'abito principesco. La marsina del principe incarna storie private e drammi della storia: il tragitto da Capracotta a Roma, da Roma a Teheran, per quanto difficile fosse, guardato con gli occhi nostalgici e periti di un domani già vissuto, ha avuto un senso. Le gioie ed i dolori privati si sono legati a doppio nodo con la storia di un popolo, caldo e generoso; l'inizio della Rivoluzione, l'abbuiamento dei pensieri, l'uccisione di tutti gli uomini che Claudio aveva così ben vestito, la difficoltà di continuare a lavorare in un paese che improvvisamente diventa inospitale e... ancora oggi, così difficile e tormentato da raccontare. Quel frac, simbolo di regalità e di vita, diviene all'improvviso il simbolo di un tempo che passa e che travolge il tempo stesso e la storia di un popolo. La sartoria di Claudio è rimasta in attività dagli anni della rivoluzione sino al 1993 quando, a malincuore, Monsieur Del Castello liquida tutti i suoi collaboratori e riprende il cammino, non senza perigli, per l'Italia ove il suo talento è ancora oggi ricercato ed apprezzato da molti uomini. L'ascolto di preziose esperienze di vita cela in sé una ricchezza ed un sapore unici: dagli altri si impara a vivere e si comprende che nessuna vetta può essere scalata senza fatica. Dopo il racconto di Claudio, lo ammiro passeggiare per le strade di Capracotta; il caldo sole estivo della montagna fa luce sull'eleganza che nasce e che si nutre nelle profondità dell’anima; uno stile di vita che insegna e che tramanda l'arte della vera nobiltà che Monsieur Del Castello aveva appreso, non alla corte di principi e regine, ma dal papà Pasqualino profugo della Cirenaica. Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Il frac del principe, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • El Mazoury mette le ali

    Lecco, 9 settembre 2011. È uno dei volti dell'atletica azzurra. Ahmed El Mazoury, nato in Marocco nel 1990 e residente a Brivio dall'età di tre anni, è un ragazzo di talento, destinato a una brillante carriera internazionale sia nelle lunghe distanze su pista, sia nelle competizioni di cross-country. Lo scorso luglio agli europei under 23 di Ostrava ha conquistato la medaglia d'argento sui 10.000 metri con il personale di 28'46''97, confermando un'evoluzione costante. Cresciuto nella Virtus Calco sotto l'abile guida del tecnico Oscar Colombo, si è trasferito all'Atletica Lecco Colombo Costruzioni dove ha cominciato la sua ascesa. Da due stagioni è alle Fiamme Gialle, ma nei campionati societari difende ancora i colori dell'Atletica Lecco. Attualmente è seguito anche dal tecnico Luciano Di Pardo nel ritiro delle Fiamme Gialle a Capracotta in provincia di Isernia. Il forte atleta brianzolo, grazie a una straordinaria forza di volontà, ha recuperato pienamente dopo un infortunio molto serio. «Un paio di stagioni fa ho rotto lo scafoide del piede – spiega Oscar Colombo che ha scoperto le qualità di Ahmed vedendolo giocare a calcio –. È stato costretto a una lunga sosta e a prima vista il recupero fisico sembrava una scommessa. Ha impiegato sei mesi per effettuare la riabilitazione, subendo due operazioni ma alla fine è riuscito a rientrare con rinnovata grinta». Il ventunenne italo-marocchino ha cominciato a fare incetta di titoli italiani e maglie azzurre sin dalla categoria allievi. «La sua bacheca è già carica di trofei. In poche stagioni ha collezionato una serie di maglie tricolori, indossando più volte l'azzurro – precisa Colombo –. Quest'anno ha rinunciato ai campionati nazionali assoluti per puntare agli europei giovanili. Una scelta azzeccata visto che ha messo al collo uno splendido argento». Fonte: El Mazoury mette le ali, in «Il Resto del Carlino», Lecco, 9 settembre 2011.

  • VIII Convegno invernale della Sucai di Roma a Capracotta

    Capracotta, 6 Gennaio 1930. Per la seconda volta Capracotta ha avuto il piacere di ospitare i simpatici goliardi romani, facendo loro, con la consueta cordiale signorilità, gli onori di casa. Il Convegno, svoltosi nei giorni 3, 4, 5 e 6 Gennaio, è stato favorito da un tempo splendido. La neve, caduta copiosamente nei giorni precedenti Natale, si sciolse in parte verso gli ultimi di dicembre, lasciando spazi scoperti nelle adiacenze del paese, ma serbandosi abbastanza efficiente nella zona montana, distante un chilometro dall’abitato intorno alla quota 1.600. Ciononostante vi è stato numeroso concorso di persone che hanno assistito alle animate competizioni sciistiche dalle vicinanze del traguardo collocato nei pressi del baraccamento del pozzo artesiano. Come nell'anno scorso il paese pulito, colla dignità di piccola città, ha inneggiato agli ospiti graditissimi coi numerosi cartelli tricolori affissi ovunque, irradiata alla notte da una festosa illuminazione. Esso è stato gioiosamente vivificato dalla giovanile esuberanza delle audaci signorine immolanti la loro grazia muliebre sotto le mentite spoglie mascoline, dal brio scapigliato dei baldi giovani universitari, tra cui ha fatto capolino perfino l'esoticismo di un piccolo lembo del remoto Oriente nella persona di un incomprensibile ed autentico seguace di Confucio! I nostri ospiti sono stati lietissimi nell'albergo Vittoria, nelle pensioni private e nel nostro Circolo d'Unione di cui hanno sempre affollate le sale; sono stati felici sui campi e campetti di neve in esibizioni di bravura non immuni da svariati e molteplici capitomboli. E ieri sera nel nostro Circolo d'Unione, dal locale Sci-Club, fu dato un modesto ma cordialissimo ricevimento a tutti gl’intervenuti al Convegno, coll'offerta di dolci e rinfreschi. Il trattenimento si protrasse fin dopo mezzanotte tra suoni, canti e danze. Nel pomeriggio di oggi gli studenti romani sono partiti in autoveicoli alla volta della viciniore stazione di San Pietro Avellana-Capracotta per giungere a Roma verso mezzanotte. A tutti il saluto fervidissimo di Capracotta ospitalissima, con il voto augurale del ben arrivederci l'anno futuro. Nell'occasione si ha l'onore di rivolgere una viva preghiera alla spettabilissima Federazione Italiana dello Sci, Sezione di Aquila, presieduta tanto degnamente dall'egregio Avv. Iacobucci: di volersi compiacere di fissare le future riunioni invernali a Capracotta non all'inizio della stagione invernale ma nel periodo fine Gennaio-principio di Febbraio, epoca in cui la neve abbonda anche nelle adiacenze dell'abitato, affinché alle belle feste delle competizioni invernali possa partecipare agevolmente tutta la nostra popolazione, che con tanto entusiasmo segue lo sviluppo sempre crescente degli sports invernali nella nostra regione. Sempre encomiabile l'opera solerte del presidente dello Sci-Club Prof. Ottorino Conti, del direttore sportivo sig. Noè Ciccorelli e dei Socii tutti, nonché quella del signor Tomiselli rappresentante della Sucai e dell'Avv. Ciampitti rappresentante della F.I.S. Eccovi i risultati delle varie gare: Giorno 4 Gennaio - Gara della Coppa del Consiglio della Sucai di Roma. Iscritti 43. Partiti 25. Arrivati 10. Premiati 8. Bondi Gianfranco Fiammingo Sergio Passante Massimo Migliore Giovanni Gerardi Fulvio Ferniani Rodolfo Marturano Sergio Bardzki Gino Giorno 5 Gennaio - Coppa la Porta a Coppie. Coppie iscritte e partenti 15. Arrivate in tempo utile 11. Premiate 7. Gerardi Fulvio, Vivaldi Ugolino Rosa Sandro, Castelnuovo Ugo Passante Massimo, Migliore Giovanni Marturano Serguio, Marroni Marcello Bondi Gianfranco, Pacchiarotti Umberto Ferro Raul, Persichetti Luigi Vicinelli Giorgio, Levizzano Norberto Giorno 6 Gennaio - Gara a Coppie (sciatore e sciatrice). Coppie partite ed arrivate 7. Graduatoria delle prime quattro coppie. Albini Alice, Bondi Gianfranco Orazi Giulia, Tomiselli Mainardo Milano Wanda, Frascari Onorio Fugazza Giulia, Fiammingo Sergio Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, VIII Convegno invernale della Sucai di Roma a Capracotta, in «Eco del Sannio», XXXVII:1, Agnone, 16 gennaio 1930.

  • La trave del Verrino

    Diversi profughi rientrarono a Capracotta e riattarono le poche case che fu possibile rimettere su. Tra essi fecero ritorno anche i familiari del fidanzato di Ida. Come ho già detto, questi era stato catturato dai Tedeschi, ma riuscì a fuggire e con i suoi ricostruì la casa per potersi stabilire in paese, ove riprese il posto di segretario comunale. Il matrimonio di Ida, nel capodanno del '45 fu per noi, in proporzioni molto ridotte, qualcosa di simile alla spedizione di Napoleone in Russia. Ci avventurammo, alla fine di dicembre, una trentina di persone, tra fratelli, cognati e nipoti, verso il paese natale ove non avevamo più una casa. I pochi che vi avevano fatto ritorno, ci offrirono l'ospitalità e noi pensammo di usufruire della loro cortesia per un giorno, ma la notte si scatenò la tradizionale bufera del 31 dicembre, la cosiddetta scucchiatùra (separazione dei due anni), che riempì in meno di ventiquattr'ore tutte le strade e ci tagliò la via del ritorno. Achille venne verso le nove a picchiare sui vetri di una finestra della casa di mia nonna che la neve aveva portato al livello stradale. – Beh! ci sposiamo? – chiese facendo passare la testa incanutita insieme ad un'ondata di nevischio dallo sportellino, che in quei luoghi portano le finestre per non far entrare troppo vento quando queste si aprono. Con la bufera che imperversava, era un'impresa raggiungere la chiesa e la casa delle suore, ove era stato allestito il ricevimento, ma il matrimonio si doveva celebrare a tutti i costi, prima che venisse giù altra neve a chiudere per mesi la strada di Agnone. Dare alloggio per molto tempo ad una trentina di persone in un paese distrutto, in cui le poche abitazioni riattate erano appena sufficienti per gli abitanti, richiedeva da parte di questi spirito di sacrificio e senso eccezionale di ospitalità. E poi c'era tutto quel ben di Dio già pronto per il banchetto che sarebbe andato a male. Dopo un breve ed animatissimo colloquio tra gli sposi, si decise di celebrare le nozze. Fu necessario rintracciare i familiari, che dormivano chi presso un congiunto, chi presso un amico, e gli invitati, che si presentarono solo di sesso maschile, perché alle donne mancò il coraggio di affrontare la tormenta. La cerimonia, celebrata nella chiesa parrocchiale a noi tanto cara, ebbe una nota intima e commovente; il resto assunse un carattere paesano, originalissimo in quell'atmosfera imbiancata dalla vorticosa danza del nevischio. A sera la bufera fu sollevata con nuove e più poderose forze dai venti gelidi della notte imminente e solo i più arditi poterono scortare gli sposi alla loro dimora. Noi raggiungemmo le case vicine al palazzo delle suore e solo dopo tre giorni avemmo la possibilità di rivedere Ida, tanto a lungo imperversarono le forze della natura. Sorgeva ora il problema del ritorno. Bisognava affrontare il viaggio a piedi attraverso le masserie di Guastra, che menavano giù verso la vallata del Verrino. Don Olindo, in quell'occasione si dimostrò espertissimo in materia di neve capracottese. Quando decidemmo di partire, ci disse che non sarebbe stato possibile: – Comarelle, è una pazzia voler partire – affermava gridando per avvalorare la sua competenza. Poi continuava con tono più convincente: – Dovete sapere che gennaio è il mese più omogeneo: o c'è sempre il sole o fiocca ogni giorno. Noi ci guardavamo in viso sgomente, mentre in cuore speravamo che il buon tempo smentisse le sue convinzioni; ma ad ogni alba che sorgeva, la neve veniva giù a dispetto del cielo stellato della sera avanti, su cui, viandante solitario e pensoso, passava uno striscione cupo di nuvole nere che si partiva dalle pendici di Monte Capraro, dirigendosi verso il fiume. Anche la nonna diceva: – Domani fioccherà, perché è andata la "trave" al Verrino – e noi ci sentivamo intrappolati; chiusi, in verità, in una trappola piena di gentilezze e di premure, perché i pochi abitanti del paese, quasi tutti erano stati nostri ospiti a S. Pietro ed ora si mostravano lieti di ricambiare le cortesie. Ma il disagio era grande sia perché sapevamo di essere un peso non indifferente, sia perché avevamo bisogno di tante cose di cui i nostri ospiti appena disponevano per sé. Verso la metà di gennaio la "trave" di nubi continuò a fare la sua passeggiatina serale, forse per affogare la noia tra le onde ballerine del fiume e la neve veniva ancora giù, puntuale, all'alba a distogliere i nostri propositi, destando il ricordo di "Zimpa" e delle altre vittime intirizzite tra le sue spire capricciose. Un giorno, però, la sua comparsa ritardò di qualche ora e noi ci avviammo. La nipotina Edvige, caricata a spalla in uno zaino, fu portata da Giovannone, un nostro ex autista, grosso e forte come un lupo di montagna, e la mamma si appoggiò con un braccio al consorte e con l'altro affondò il bastoncino tra la coltre bianca. La neve ci apparve di lontano, ma quel giorno sembrò avere tanto sonno e forse perciò scese lenta e pigra lungo la china. Elvira Santilli Fonte: E. Tirone, Oltre la valle, Cappelli, Bologna 1968.

  • Cinque giorni di vita sucaina al VII Convegno invernale d'Abruzzo

    Il VII convegno invernale d'Abruzzo appartiene ormai al passato, ma su di esso non scenderà molto presto la nebbia dell'oblio. Abbiamo vissuto per quasi una settimana in un'oasi di pace e di allegria, in un'atmosfera di entusiasmo e di armonie, che di per sé sole valgono a rendere indimenticabile il breve soggiorno a Capracotta. Capracotta si presenta all'occhio del visitatore come una piccola città, linda, sorridente, anche elegante. Strade ampie, rese più leggiadre dall'aspetto invernale, caseggiati ben messi, panorama invidiabile. Capracotta vive su un costone che separa Monte Campo da Monte Capraro, di fronte a Monte Amaro, cima più alta di tutta la Maiella, con ai fianchi il gruppo svelto delle Mainarde, che mettono nel sangue il desiderio delle ardite ascensioni, e la linea azzurro-cupa dell'Amarissimo. È in questo scenario incantevole che una centuria e mezza di sucaini e sucaine ha trascorso l'Epifania dell'Anno VII. Qual è stata la trama semplice e gioiosa di questi giorni di vita bianca? Partimmo - e parlo della carovana romana, che costituì il grosso della truppa - alla mezzanotte di giovedì 3 Gennaio, in due vagoni speciali, che non tardarono a divenire una specie di serraglio viaggiante. Trascorremmo sette ore in treno, sette ore notturne che a tutto servirono fuorché a dormire. Ed alle 7 del mattino, con puntualità ammirevole, fummo deposti alla stazione di San Pietro Avellana: la prima tappa era compiuta. Senonché qui cominciarono - e fortunatamente finirono - le dolenti note. Una mezza tormenta aveva imperversato nella notte ostruendo completamente la via, che avrebbe dovuto condurci alla meta. Il telefono non fu risparmiato e tra Capracotta e San Pietro in una continua trasmissione di notizie, l'una più contraddittoria dell'altra. Gli autobus dovevano giungere da un momento all'altro; ma i momenti furono parecchi e significarono un'attesa di sei ore. In capo alle quali gli autobus non si fecero vivi. Intendiamoci: nessuna colpa deve essere addossata agli organizzatori. Essi lottarono con ogni mezzo contro la avversità della sorte, ma la squadra di operai addetta allo sgombro della strada non garantì la sicurezza del trasporto e la prudenza ci costrinse a fare di necessità virtù. Cosicché gli autobus non li incontrammo che a mezza strada, quando esaurita quella dose di pazienza di cui i sucaini sono mediocremente forniti, affrontammo coraggiosamente i tredici chilometri di montagna e di neve che ci separavano dall'abitato. E non potemmo neppure usufruire perché la strada non permise che gli automezzi potessero fare il necessario dietrofront. Credete forse che la prospettiva della non agevole camminata spaventasse oltremodo la comitiva? Disingannatevi. Sucaino è sinonimo di giovane, di forte, di coraggioso, sucaino è soprattutto una parola italiana, perché è della razza nostra proprietà assoluta. Sucaina è quella tribù che ha dato tanti suoi figli alla Patria, che ha spedito il fiore dei suoi adepti al Polo, per concorrere alla salvezza degli eroici volatori dell'Italia. E fu tra canti e risa che, alla spicciolata, gli sciatori inaugurarono, entrando in Capracotta, il VII Convegno d'Abruzzo. Che dire dell'accoglienza della cittadina? Qualunque elogio, qualunque gratitudine sarebbero inadeguati. Le gentilezze, le cortesie, le premure usateci furono all’ordine del giorno. I cittadini di Capracotta ci trattarono tutti - e le eccezioni confermano la regola - come parenti od amici cari. Chi non fu sempre clemente con noi fu il tempo. La neve cadde nella notte del giovedì ed una giornata meravigliosa, incantevole, la domenica successiva, si compensò con una cortina di brume nei due giorni seguenti. Non esitiamo a dire che i campi di neve furono egualmente affollati, così domenica che fu una giornata ideale, come il giorno successivo, nel quale avreste potuto passare a due metri di distanza dalla persona in cui riponete più affetto, senza accorgervi della sua presenza. Capracotta è magnifica non sol dal punto di vista logistico ed estetico, ma anche da quello tecnico; i suoi campi di sci sono buonissimi, i percorsi innumerevoli e di ogni tipo: piani o i forti dislivelli, duri o facili, a seconda delle intenzioni degli organizzatori e delle qualità dei concorrenti. È per queste ragioni e per tante altre di non minore importanza, che non esitiamo a prevedere un roseo avvenire per Capracotta, sulle cui cartoline illustrate vedremo presto sparire la dicitura: Capracotta, stazione climatica estiva, per vederla sostituita da quella a noi più gradita di Capracotta, stazione di sports invernali. Il risultato tecnico delle prove disputatesi in questa breve villeggiatura sciatoria, può e deve essere considerato eccellente. Esso ha segnalato avanti tutto il ritorno in efficienza di Giuseppe Bavona, che dello sci centro-meridionale dev'essere considerato per ora il più bel prodotto, senza alcun nocumento al valore dei valligiani, taluni dei quali sono già in grado di far parlare di sé in un ambiente ben più vasto di quello delle proprie vallate. La maggior parte di essi si misureranno domenica prossima nel campionato abruzzese e sapremo quindi cosa pensarne. Dal punto di vista organizzativo nulla da eccepire. Ma non basta. Non criticare non è sufficiente quando questa organizzazione si dimostra ben costrutta, grazie al lavoro continuo e disinteressato di alcuni uomini, votatisi alla causa pura dell'incremento degli sports della neve nelle masse giovanili. E se al Consiglio romano della S.U.C.A.I. va il merito di aver rivelato al centro-meridione d'Italia le possibilità di Capracotta, bisogna pure non dimenticare le benemerenze del comitato locale, di cui è stata l'anima il maestro Ottorino Conti, presidente dello sci Club, coadiuvato da Pasqualino Conti, Noè Ciccorelli, Giuseppe Falconi e dal milanese Iskachi. Efficacissima fu anche l'opera del podestà di Capracotta, avv. Gregorio Conti e del vice-podestà Nicola Ianiro. Dobbiamo anche un sentito ringraziamento a Emilio Conti, direttore dell'Ufficio Telefonico, mercè la cui squisita cortesia ci fu possibile trasmettere, con alacrità e precisione, il resoconto fedele ed esatto della importante manifestazione sciatoria goliardica. Giuseppe Sabelli Fioretti Fonte: G. Sabelli Fioretti, Cinque giorni di vita sucaina al VII Convegno invernale d'Abruzzo, in «La Gazzetta dello Sport», Milano, 11 gennaio 1929.

  • Calzella condottiero rinascimentale

    Il cinquecentoquarantesimo della nascita di Calzella Carfagna (1469-1530), può essere occasione per perpetuare la memoria di uno dei personaggi illustri di Capracotta, la cui fama travalica la dimensione locale. È Vincenzo Ciarlanti a introdurci alla conoscenza del capitano di gran valore che, al tempo dell'imperatore Carlo V e di Papa Clemente VII, «pe'l molto suo sapere, e virtù fu carissimo alli due supremi capi della christianità, i quali ben sapendo conoscere i meriti delle persone, facevano elettione de i migliori che trovar si potessero per lor servigio». Ulteriori note bibliografiche ci consegnano Calzella, all'età di 53 anni, vedovo e padre di una figlia, a sua volta sposata in Sulmona con il nobil uomo Francesco Andrea de Baccaris. Dal "Liber Focorum" e dal "Giornale del Principe d'Oranges delle guerre d'Italia" si apprende che nel 1522 il nostro condottiero, sotto la guida di Antonio de Leyva, prestava servizio, per pubblico bando in Lombardia, come maestro bombardiere nell'esercito di Carlo V. Era coadiuvato nell'«uffizio delle artigliarie» da suo genero, dal fratello Pietro Paolo di anni 42, dal nipote Giovan Battista di anni 32 e da altri commilitoni della casa baronale, antico castrum di Capracotta, oggi attuale palazzo municipale. Dal Segni si desume che, in occasione dell'incoronazione di Carlo V, ancora sotto il comando di De Leyva, si trovava in Bologna insieme con altri seimila fanti. Qui, in virtù dei suoi meriti, l'8 novembre 1529 ricevette da Papa Clemente VII un breve pontificio di lode e nomina a «Prefetto e General Capitano di tutte le artigliarie, macchine e monizioni da guerra dello Stato Ecclesiastico». Destinato in Toscana per ripristinare la Signoria dei Medici, militò tra le fila del Marchese d'Avalos al fianco del Principe d'Oranges. Le sue gesta eroiche trovano tuttora menzione nelle opere letterarie di molti importanti autori dell'epoca come Amidei, Ammirato, Moisè, Guicciardini, Giovio, Guerrazzi, Muratori, Pignotti, Valori e Vasari, e dei molisani Albino, oltre il già citato Ciarlanti. Da queste apprendiamo che Carfagna nel 1529 dovette misurarsi con le fortificazioni poste da Michelangelo Buonarroti a difesa della Repubblica fiorentina. Risulta anche che tra il 27 e il 28 maggio 1530 partecipò alla presa di Empoli, avvenuta ad opera dell'artiglieria, da lui diretta, che in tale occasione sparò circa duecento colpi di cannone, per abbattere «molini e pescaie», onde prosciugare i fossati colmi d'acqua antistanti le mura della città e creare varchi nelle stesse cinte, al fine di favorire l'assalto finale. Trova anche menzione che Calzella, probabilmente il 12 luglio 1530, «mentre perseverava in sì degno incarico, venne a morte nell'assedio di Volterra» insieme con molti altri valorosi come Sarmento e Donato da Trotti. Fu definito in assoluto il più valente uomo che fosse in quell'esercito. Considerato sin dal 1522 persona privilegiata, non assoggettabile al pagamento delle tasse, sicuramente si adoperò in un'arte redditizia. Dal "Giornale Storico degli Archivi Toscani" si apprende che nel 1530 gli vennero destinati, da parte di Sua Santità, 450 ducati (400 ducati corrispondevano probabilmente al costo di un appartamento) da ripartire con l'altro capitano d'artiglieria Benedetto da Ravenna. Inoltre il 15 maggio 1530 gli furono attribuiti 200 ducati per il pagamento di «bombardieri e altri ufficiali di artiglieria». Il 26 maggio vennero anche pagati a suo genero de Baccaris 56 ducati per aver fornito «sette para di bufoli e un paro di bovi per l'artiglieria». Non è noto se ebbe modo di imbattersi nell'antagonista Amico S. Barbara di Venafro, colonnello nell'esercito italiano sotto Malatesta Baglioni per la difesa della Repubblica fiorentina, deceduto nel 1529, sotto le mura di S. Miniato, per mano di Stefano Colonna. Il fatto che fosse appellato in più modi come Calzella, Caecella, Capsilla, Calcella il Pugliese, Calcina, ci rende partecipi della dimensione della sua popolarità, ma non riesce a dirimere i dubbi che si affollano sulla sua figura. Ad esempio Calzella viene citato come personaggio illustre anche della cittadina di Montella, in provincia di Avellino, e risulta che Troiano Cavaniglia, feudatario del luogo, si sarebbe adoperato per la sua carriera militare. L'Archivio Storico delle Province Napoletane riporta inoltre che il breve pontificio sarebbe stato conservato presso la famiglia Carfagni in Montella, mente Ciarlanti riferisce che l'ampissimo breve, prima di andare smarrito, era sicuramente conservato dai discendenti di Calzella in Capracotta. Inoltre il "Giornale del principe d'Oranges delle guerre d'Italia" menziona che Calcella, peraltro stessa persona che il Calcina, era oriundo delle Puglie, perciò chiamato il pugliese, mentre per Luigi Campanelli tale confusione sarebbe originata dalla scarsa conoscenza dell'epoca delle regioni meridionali, visto che il Contado del Molise era aggregato, per ordinamento amministrativo-giudiziario, alla Capitanata. Viene da chiedersi anche se lo stemma dei Carfagno, un leone rampante con la spiga di grano in bocca, rilevabile sulla porta lignea della Collegiata di Montella, fosse appartenuto anche al nostro condottiero. Sarebbe pertanto importante approfondire l'ulteriore conoscenza del percorso umano e storico del Carfagna, tentando la contestuale ricostruzione del periodo storico aragonese fonte di ricchezza e sviluppo per Capracotta, legati alla notevole presenza di masserie armentizie di proprietà feudataria. Se poi al turista, insieme con le bellezze della natura e le bontà del posto, provassimo anche ad offrire un simbolico monumento culturale (un semplice bassorilievo commemorativo sul palazzo baronale!), potremmo anche essere soddisfatti di aver permesso la fruizione di uno spaccato di storia locale dagli interessanti connotati nazionali. Franco Carugno Fonte: F. Carugno, Calzella condottiero rinascimentale, in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.

  • Un lupo dinanzi al Municipio!

    Sulmona, 15 febbraio. Nelle valli dell'Abruzzo e dell'Alto Molise, la settimana tra il cinque e il dodici febbraio è stata la più drammatica. I paesi isolati erano quasi cento. Sulle strade di montagna, le squadre di soccorso lavoravano anche di notte, alla luce dei fari o delle fiaccole, per aprire un varco nella neve che, in molti punti, era alta più di tre metri. Ma avanzavano lentamente: soffiava la tormenta; accadeva spesso che le raffiche di vento riempissero la trincea alle spalle degli uomini che l'avevano scavata; per tutti quei giorni, sull'Appennino abruzzese, la colonnina rossa dei termometri ad alcool ha registrato temperature di 35-40 gradi sotto lo zero. (Gli altri termometri non avevano resistito. Il mercurio era diventato solido, riducendo in frantumi la piccola ampolla ed il tubetto di vetro nei quali era chiuso. Lo si poteva intaccare con la lima; lo si scalfiva con la punta del coltello; lo si ammaccava con un sasso. Ma stringerlo tra le dita era impossibile: al tepore della pelle fondeva; tornava ad essere una materia irrequieta ed inafferrabile). Si temeva che i paesi isolati dalla neve non avessero una scorta sufficiente di viveri: che vi mancassero i medicinali. Si pensava che i lupi, spinti dalla fame, sarebbero scesi a valle. All'Aquila, ad Avezzano, a Sulmona, a Campobasso, che erano i centri dai quali si controllava l'organizzazione dei soccorsi, arrivava di tanto in tanto qualcuno ch'era riuscito a rompere l'assedio ed aveva affrontato le fatiche ed i rischi di una drammatica marcia nella neve perché si sapesse che il fornaio del suo villaggio non aveva più farina; o che una donna era in pericolo per un parto difficile: soltanto un medico avrebbe potuto salvarla. E i lupi? A quella domanda i montanari abruzzesi rispondevano con un gesto che era lecito tradurre in diversa maniera. Sembrava talvolta un gesto di orrore. E non si pensava, certo, a Cappuccetto Rosso; ma a certe stampe popolari, alla tragica scena della slitta che sfugge nel desolato squallore della steppa coperta di neve, mentre la famelica torma l'insegue, implacabilmente, sempre più da vicino. Il cocchiere tiene la frusta per la parte sottile e l'adopera come un randello sperando invano di tenere a bada la pattuglia che galoppa in testa alla muta; ma uno dei tre cavalli è già stato azzannato alla gola, e si impenna; un passeggero si sporge dalla spalliera della slitta, stringendo nel pugno una grossa pistola. Ha sparato; ed ora fa di nuovo il conto delle cartucce che gli restano. Un lupo è caduto riverso macchiando di rosso la neve. Ma un altro ha già spiccato un balzo e sta piombando su uno dei viaggiatori. Non si tratta, naturalmente, dell'uomo della pistola. La prima ad essere sbranata sarà la donna giovane e bella che trema di orrore, stringendosi nella pelliccia. Storie come questa sono avvenute davvero in Russia; quei tragici personaggi sono realmente esistiti e si può supporre che talvolta le loro sofferenze siano state ancor più lunghe e crudeli. Potrà mai accadere qualcosa di simile, nel nostro Paese? Sulle montagne d'Abruzzo quest'anno la neve è più alta, e più grande è la fame dei lupi: saranno spinti ad aggredire l'uomo? Ecco l'unica risposta che si possa dare: non avverrà mai. E ne diremo in seguito le ragioni più convincenti. La testimonianza del pastore Vincenzo Sozio è la più recente; non la più importante. Quattro giorni fa, all'una di notte, un lupo è entrato in paese; è arrivato a metà della via Nicola Falcone, cioè a due passi dal Municipio: è riuscito ad aprirsi una breccia smuovendo la traversa più bassa di un cancelletto (il legno era fradicio) e ad entrare in un ovile. Ha sgozzato quindici pecore; ma si è accorto che non era possibile passare attraverso il varco reggendo con le zanne una delle vittime. Allora è entrato in una stalla vicina; ha ucciso una capra e l'ha trascinata via. L'altra sera, in un'osteria di Sulmona, il pastore Vincenzo Sozio ha raccontato la storia del lupo che andava a caccia in via Nicola Falcone. Ha detto: – La stanza nella quale dormiamo io e mia moglie e quella nella quale dormono i miei figli sono proprio sopra l'ovile. Mia moglie, anzi, è sicura che quando è riuscita a prender sonno, la strage era già stata compiuta da un pezzo. Che ci volete fare? Non abbiamo sentito nulla. Qualcuno ha commentato: – Pazienza voi, che dormivate. Ma vostra moglie? Come ha potuto non sentire il tramestio, i belati, i lamenti delle pecore sgozzate? Il pastore Vincenzo Sozio ha evitato di dire che certi ragionamenti sciocchi è meglio tenerli per sé: nel suo sguardo, però, si è letto chiaramente che lo pensava. – Le pecore belano soltanto in due casi – ha spiegato –. Quando hanno bisogno di sale e quando stanno per partorire. Se il gregge è aggredito da un lupo, battono la zampa in terra, come fa il coniglio impaurito. Se possono, scappano; e si disperdono in ogni direzione. Ma quando comprendono che la fuga è impossibile, si stringono una contro l'altra; e si lasciano scannare in silenzio. Uno degli ascoltatori, a quel punto, ritenne opportuno affermare: – Non voglio dire che vi abbia fatto un regalo, il lupo di Capracotta. Ma, di fronte al rischio che avreste potuto correre, che sono quindici pecore? Pensate se, per una combinazione, quella notte, a quell'ora, vi foste trovato nell'ovile. Solo: senz'armi. Perché nessuno si mette a tracolla la doppietta, quando deve andare nella stalla per governare le bestie. Immaginate cosa vi sarebbe potuto capitare? Il pastore Sozio fece un gesto che non presentava difficoltà di interpretazione. Significava: «Dove sono capitato!». Rispose: – Se, per una combinazione, quella notte, a quell'ora, mi fossi trovato nell'ovile; e se non avessi avuto a portata di mano un fucile, o un tridente, o un bastone, o una pietra da lanciargli addosso, non so come avrei fatto. Forse avrei detto: «Maledetto porco!». O, forse, avrei tirato uno sternuto. Oppure avrei fatto un'altra cosa: la prima che mi fosse venuta in mente. Comunque, mettetevi bene in testa che, anche se avessi tirato uno sternuto, le mie pecore sarebbero ancora vive; ed io sarei qui: senza un graffio. Il lupo che vive sulle nostre montagne non aggredisce l'uomo. Quel procaccia che, una settimana fa, arrivò trafelato a Pogliana gridando d'essere sfuggito per miracolo ad un branco di lupi che lo avevano inseguito per quasi sei ore ha l'aria di un buontempone, di quelli che non vanno tanto pel sottile. La tragica storia del soldato sbranato sulla strada di Alfedena che fu riportata, sei anni fa, da parecchi giorni era pura favola. E tante altre drammatiche avventure che si raccontano (la più classica è quella del contadino costretto a passar la notte appollaiato in cima ad un albero, assediato dai lupi) sono vecchie frottole che di tanto in tanto vengono rimesse in circolazione. Una solta volta il lupo aggredì l'uomo. Accadde a Vastogirardi nell'agosto del 1949. Un lupo entrò in paese, di pieno giorno; raggiunse di corsa la piazza; azzannò alla gola quattro persone, che morirono tutte. Era idrofobo. Gli si diede per qualche tempo la caccia, inutilmente. Poi si finì per perdere le sue tracce e si pensò che fosse morto. Ma tre mesi dopo riapparve nelle campagne di Vastogirardi; ed un giorno aggredì un contadino che stava arando, a poche centinaia di metri dal paese. L'uomo, non avendo via di scampo, sfilò il timone dell'aratro ed affrontò risolutamente la lotta. Fu una scena drammatica che durò parecchi minuti. Ma alla fine, il lupo colpito alla nuca da una violenta randellata cadde a terra, morto. Il contadino si credette salvo. Era stato addentato ad una coscia e ad un bracco, ma le lacerazioni erano superficiali. Giudicò di potersele curare da solo. Lo portarono all'ospedale di Sulmona quando, trascorso il periodo di incubazione, apparvero le prime violente crisi dell'idrofobia. Ma ormai era troppo tardi perché i medici lo potessero salvare. Fece una morte atroce. Ululava; perché non scappasse dall'ospedale gli si dovette mettere la camicia di forza; tentava di mordere chiunque si avvicinasse al suo letto. Di tanto in tanto riacquistava l'uso della parola. In quei momenti urlava: – Io, ho ucciso il lupo! Io, ho ucciso il lupo! Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, Un lupo, un lupo dinanzi al municipio!, in «Corriere d'Informazione», Roma, 15-16 febbraio 1956.

  • Quest'anno in piazza portateci i nostri artisti

    Non è una provocazione né un provincialismo di segno opposto a quello al quale abbiamo assistito in questi anni. Ma ora che inizia la giostra delle feste di piazza e ogni paese ne avrà una se non di più, invece di portare le polente musicali riscaldate che vengono da fuori e che ogni anno ci rifilano a suon di soldoni. Scegliamo i nostri musicisti, facciamolo secondo i nostri gusti, prendiamoli tra i tanti bravi solisti o gruppi che popolano il panorama musicale calabrese. Ne guadagneremo di tasca e d'orecchio. Per anni abbiamo portato sui nostri palchi gente che fuori dalla Calabria sarebbe potuta andare solo alla sagra del caciocavallo di Capracotta, li abbiamo pagati decine di milioni di lire prima e decine di migliaia di euro dopo. Cantanti che avevano fatto qualche passaggio a Sanremo o qualche comparsata in televisione e ci venivano presentati come virtuosi della musica. Ovvio che se portate musicisti di qualità e a prezzo contenuto, anche se vengono da fuori tutti saremo contenti. Ma basta con dinosauri che altrove riescono a fare venti spettatori paganti e da noi si riempiono le tasche, loro e dei loro agenti. Di artisti calabresi veramente bravi ce ne sono tanti, noi non vi faremo dei nomi perché dimenticheremmo qualcuno facendogli un torto. Ce ne stanno tanti, a prezzi abbordabili, che le piazze le riempiono e suonano strumenti e anime. Tanti musicisti di valore, e di cuore che non si tirano mai indietro e sono sempre pronti ad affiancare gratuitamente iniziative meritevoli. Per quest'anno scegliete i calabresi, non perché sono i migliori in assoluto ma perché non sono inferiori agli altri e a quelli che ci portano di solito li fregherebbero anche suonando il coperchio di una pentola. Si facciamocelo un regalo, questa estate in piazza solo calabrian sound. Pascal Charmot Fonte: P. Charmot, Quest'anno in piazza portateci i nostri artisti, in «La Riviera», XIV:27, Siderno, 1 luglio 2012.

  • La domanda più temuta: che cosa fai a Capodanno?

    C'è chi inizia a sudare nonostante che ci siano tre gradi sotto lo zero. C'è chi si guarda intorno e chiama un taxi anche se si trova a Pietracamela o Capracotta. C'è chi inventa mete esotiche e poi si riempie di lampade durante i giorni precedenti e successivi. C'è chi critica ogni anno l'abbronzatura di Carlo Conti... tutto ma non rispondere alla... domanda delle domande "Che cosa fai a Capodanno?". C'è chi la spara grossa, parlando di una fantomatica festa in Villa di amici, aprendosi al rischio delle seconde e terze domande più temute "Possiamo venire anche noi? Possiamo portare qualcuno?". C'è chi fa il somelier e porta il vino imbustato tanto sono tutti uguali. C'è chi in realtà è single e non ha voglia di uscire e che parla di un incontro a due e pubblica su facebook la classica tavola di mostra romantica. C'è chi è in crisi ma come fai a non trascorrere il Capodanno insieme e che in realtà si lasceranno il primo Gennaio a sera. C'è chi è in coppia e ha programmato un fine settimana da sogno, pieno di lucette, cioccolata, rum agricolo di 60 anni, lenzuola abbinate all'intimo, candele soffuse, sapone in tinta con le candele e gli asgiugamanini, che si lasceranno nel pomeriggio del primo Gennaio. C'è chi si lascerà alla mezzanotte con un bacio sbagliato. C'è chi era troppo ubriaco ma ti ama da morire. C'è chi ha studiato Kant e Aristotele e ti risponde chiedendoti il motivo del festeggiamento, dell'inizio e della fine. C'è chi è sempre in ritardo e che si vanta di decidere all'ultimo secondo, quello che ti chiama alle 23 e 30, che sta arrivando, di aprire il portone, che ti fa sentire come l'ultima scelta. C'è chi per paura di replicare un altro Natale in famiglia e parenti, s'inventa un figlio sconosciuto. C'è chi è disoccupato da 20 anni e racconta, con tanto di sorrisi e urla, di un'incredibile opportunità lavorativa.  C'è chi acquista tanti botti da fronteggiare una guerra e che parla durante l'anno di pace, amore, ambiente, fratellanza. C'è chi come molti, i botti li sentono durante l'anno, tra Equitalia e nuove tasse e che sventolano bandiera bianca.  C'è chi la Caritas è aperta e in fondo quella panchina non è esposta a vento.  C'è chi è in cerca della domanda, chi è contento di lavorare e di poter far sentire tutti in colpa.  C'è chi ti parla della crisi mondiale. C'è chi invoca una seduta spiritica con tanti buoni auspici. C'è chi come il politico democristiano si programma l'anno nuovo, sulla sua agendona di pelle umana, per presenziare ad eventuali e futuribili matrimoni, funerali, comunioni, battesimi e cresime.  C'è chi ha paura dell'Isis perchè il Corano che aveva letto in uscita domenicale in Edicola sarebbe contrario tra un meridiano e un parallelo. C'è chi ha sentito Papa Francesco vietare di fare festa con prodotti non acquistati in saldi. C'è chi ha disdetto all'ultimo momento per il solito lutto della nonna. C'è chi è più furbo e disdice all'ultimo momento per la caduta della nonna. Morirà il prossimo capodanno. C'è chi non ha una nonna. C'è chi va a prendere la nonna a una festa. Queste nonne.  C'è chi si coccola. C'è chi coccola il proprio animale domestico. C'è chi ha scoperto l'acqua calda e deve mostrarla in un convegno.  C'è chi viene guardato male perchè vuole iniziare la lettura di un libro. C'è chi afferma risoluto e deciso che farà esattamente quello che ha fatto l'anno scorso. C'è chi deve cambiare l'acqua al pesce. C'è chi non ha nulla da mettersi. C'è chi ha iniziato ad ascoltare musica da camera. C'è chi ha vissuto troppo e ora ha voglia di riposare. C'è chi ha fatto già tutto e ora tocca a voi altri.  C'è chi si è dichiarato prigioniero politico e si è arreso. C'è chi ti guarda con l'occhio furbetto e si sistema sotto le coperte... C'è chi ti dice addio, a te e all'Italia. In cerca di un lavoro e di civiltà. Che cosa fai a capodanno? Sopravvivo... al capodanno. Voi? Giancarlo Falconi Fonte: https://iduepunti.it/, 26 dicembre 2015.

  • L'ascensione al Monte Campo

    Il territorio di Capracotta, nei suoi 42,38 kmq. interamente montuoso, è percorso da una rete di stradicciole, viuzze, sentieri di campagna, piccoli tratturi che conducono a poggi, alture, balconate, cime di monti, da dove il panorama che si gode infonde nell'animo un senso di liberazione, d'appagamento, di sublimazione. La prima balconata, o punto d'osservazione, è situata nel centro del paese su alcuni rupi formate da strati sovrapposti di elementi calcarei, che scendono a strapiombo per centinaia di metri verso la Valle del Sangro. È il belvedere, a lato della Chiesa matrice, da dove lo sguardo spazia per la valle e si eleva poi per ammirare le cime più alte dei monti abruzzesi e molisani: la Maiella, spoglia, arida e pietrosa; i Monti della Meta; le Mainarde, che sembrano tagliate orizzontalmente da una linea che segna il limite della vegetazione di alta quota; il Monte Capraro, coperto di faggi, alla cui sommità si trovano i resti di un antico monastero che ospitò quel frate Ruele, autore della Regola di Monte Capraro datata 1171, e si ammira il monte Cavallerizza che nasconde tra i suoi boschi le Mura Ciclopiche di una fortezza sannitica del V secolo a.C.. Dalla stessa cima di monte si può ammirare la Valle dell'Alto Volturno, il Matese, la Valle del Trigno in cui confluisce quella del Verrino, dominata quest'ultima da due centri d'importanza archeologica: Pietrabbondante, la Bovianum vetus con l'anfiteatro italico e i templi pagani, ed Agnone, l'osca Akudunniad, ultimo baluardo contro la potenza romana, distrutta nella terza guerra sannitica. Ma l'osservatorio più prestigioso e più frequentato rimane quello di Monte Campo, una montagna dall'aspetto di un grosso felino accovacciato, ove svetta un'imponente croce metallica costruita agli inizi del '900 quale testimonianza di fede religiosa. Osservatorio più prestigioso, poiché dalla sua cima si scopre il territorio delle sette province circostanti e, nei giorni più sereni, anche «il tremolar della marina adriatica», e non c'è capracottese che almeno una volta in vita sua non abbia fatto l'ascensione al Monte Campo per assistere al meraviglioso sorgere del sole. All'età di sette anni l'ho fatta anch'io in compagnia di mio padre (Simona, mia sorella, troppo piccola per una simile avventura, era rimasta a casa). La giornata era bellissima, limpida, serena, una delle poche che, nel corso dell'anno, regalano una visione panoramica totale. Parcheggiata la macchina ai piedi della montagna, presso il minuscolo santuario di Santa Lucia, e, da una fonte zampillante tra le rocce attinta l'acqua per rinfrescarci nella fatica dell'ascesa, abbiamo iniziato ad inerpicarci per un viottolo tortuoso. Ero felice. A mano a mano che salivamo, il panorama si allargava; il paese ai nostri piedi ci appariva sdraiato sui tre colli o speroni rocciosi che costituiscono il suo supporto. Vedevamo la Chiesa matrice dominare il paese e il campanile massiccio sul colle centrale; ai suoi piedi distinguevamo, tra un gruppo di case, anche la nostra, piccola, bianca, dal tetto rosso. Mio padre me l’indicava e mi raccontava che anche lui, all'età di sette anni, fece la prima volta «la salita al Monte Campo» in compagnia di suo nonno e di tanta altra gente nel giorno tradizionale della gita paesana, che cadeva il 10 settembre a conclusione delle feste patronali. Superato non senza fatica il tratto più scosceso, ecco aprirsi al nostro sguardo «la piana del monte», apparentemente in leggera salita, ma «fastidiosa per il cammino delle persone e pericolosissima ai grossi quadrupedi, per una sequela di sporgenze di duri massi pietrosi, intersecata da solchi e da vuoti disuguali, in direzione del declivio, nei quali si rischia di aver serrati i piedi o rompersi le gambe». Prima di affrontarla abbiamo sostato per riprendere fiato e poi di buona lena su per quel percorso lungo, fastidioso, interminabile, culminante sulla cima, da dove una possente croce metallica, con i suoi due bracci legati al suolo da tiranti di ferro, c’indicava la meta da raggiungere. Ho saltellato finché ho potuto su quelle sporgenze, poi sono crollata; non conveniva più tornare indietro ad un passo dalla cima: mio padre, costretto a prendermi sulle spalle, mi ha portato fin sulla vetta, guadagnandosi una bella sudata. Nel frattempo altri gruppi di ragazzi, tra i quali un mio cuginetto di nome Loreto, ci hanno raggiunto, ed insieme, abbiamo percorso l’ultimo tratto, fino a toccare il vertice, a quota 1.746 metri. All'orizzonte brillava già una sottile striscia di colore; le stelle nel cielo ancora non erano scomparse del tutto. A poco a poco il sole, innalzandosi dalla parte orientale, gradatamente inondava di luce il territorio delle sette province. Che visione stupenda! Ci sembrava di non trovarci più con i piedi sulla terra, ma di essere sospesi nel cielo con il corpo più leggero! Dopo aver ammirato per alcuni minuti il panorama straordinario, fummo costretti a ripararci dal vento freddo dietro alcune ròcchie (così i Capracottesi chiamano i cespugli) e a rifocillarci. Lo spazio era lì in tutta la sua sovrumana bellezza, goduto da quell'osservatorio ideale del Monte Campo; ma, mentre ammiravo il panorama, tornai con la mente all'Ascensione del Monte Ventoso del Petrarca, il quale, con la complicità di S. Agostino, passò dall'ammirazione dei panorami stupendi della Provenza «agli scenari dell'anima» ben più interessanti e profondi, passò alla scoperta dell'intimo dell'uomo, e dicevo tra me: se da questo stesso osservatorio, oltre ad ammirare il panorama attuale, fosse possibile anche considerare «gli scenari della storia», andando a ritroso negli anni, penetrare «la siepe del tempo», squarciare il velo dei secoli, risalire alle generazioni trascorse, in modo da poter osservare da quest'angolo suggestivo la vita che si svolse nei secoli passati, allora sì che lo spettacolo si presenterebbe completo e sarebbe una sequenza cinematografica fascinosa della vita di quei popoli che si sono avvicendati in questa regione mitica del centro-Italia! È quello che ha tentato di fare l'autore del romanzo storico "Il Sannita", cercando di rimuovere la polvere dei secoli, rompendo il silenzio di duemila e quattrocento anni, di ricostruire su questi stessi luoghi - reperti archeologici e testimonianze letterarie lo hanno autorizzato - la straordinaria vicenda dei Sanniti, (nella saga della famiglia Ponzio delle Guastre), il loro ideale di vita associata, le battaglie per conseguirlo e, purtroppo, il loro tragico fallimento. A chi mai potrebbe interessare una storia così lontana anche se affascinante, i cui protagonisti Romani e Sanniti, Italici ed Italioti, Etruschi e Celti sono stati, già da lungo tempo, assorbiti dal fiume della storia? Se si considera, però, che il IV secolo a.C. fu decisivo per la nostra penisola, in quanto due popoli giovani se ne contendevano il predominio: i Romani con l'egemonia imperialistica, i Sanniti con l'espansione federale; se si considera che in quella lotta intervennero, direttamente, personaggi di alto valore militare, come l'eroe delle Forche Caudine, Gavio Ponzio, figlio di Erennio; Decio Mure con Gellio Egnazio, duci coraggiosi di opposti schieramenti, caduti entrambi a Sentino nella battaglia campale delle nazioni, e intervennero altresì personaggi d'indiscusso livello culturale e filosofico, come Archita di Taranto, (il Leonardo dell'antichità); Erennio Ponzio, l'intellettuale, padre di Gavio; Dione di Siracusa, discepolo devoto di Platone, i quali, discutendo con Platone stesso a Taranto, e sotto la sua supervisione, immaginarono diversi sistemi politici, tra cui quello del "federalismo", da realizzare per le popolazioni del nostro territorio, non è fuori luogo, allora, ricordare fatti e personaggi, remoti nella storia, le cui proposte politiche, anche se non furono realizzate ai loro tempi, potrebbero considerarsi di viva attualità e costituire perennemente la "luce ideale" di ogni vita associata. L'autore propone, quindi, alla nostra attenzione, fatti, personaggi ed ideali, sotto forma di romanzo misto di storia ed invenzione, in cui il protagonista, il Sannita, rivive ed assimila la cultura della Magna Grecia nei suoi aspetti storici, filosofici, letterari, politici, scientifici e di costume, diventando una "figura" notevole di quell'epoca, purtroppo in seguito dimenticata, ma che ora merita almeno un piccolissimo "spazio" ed un tenue "ricordo" nella storia del nostro paese. Il romanzo è preceduto da un prologo di carattere storico, in cui sono ricordate le ipotesi di vari studiosi intorno alle origini delle popolazioni appenniniche; ed ha un'appendice conclusiva, dal titolo "La Tavola osca di Capracotta", ove si parla del ritrovamento di un prezioso reperto archeologico e del consistente materiale linguistico che contiene, sufficiente ad un'organica interpretazione della lingua osca, utilizzata peraltro dall'autore stesso nella ricostruzione dell'avventurosa storia dei Sanniti e del suo protagonista, Erennio Ponzio. Il lavoro, quindi, può appagare la curiosità del lettore non solo dal punto di vista archeologico, ma anche storico, linguistico ed ideologico. Allora l'invito caldo e pressante: venite a Capracotta, l'osservatorio ideale, per ammirare e rivivere nel presente una meravigliosa avventura del nostro glorioso passato. Raffaella De Simone e Simona De Simone Fonte: R. De Simone e S. De Simone, L'ascensione al Monte Campo, in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.

  • Lina

    Lina Assessore: un turbine innovativo che dentro la cultura trascina passione. Lina creativa, che spazia in ogni ambito con scrosciante fantasia e la capacità di far emergere e valorizzare la creatività degli altri. Lina, che volge la politica al femminile imprimendo freschezza e improvvisa fecondità. Lina, che con coraggio scardina il vecchio congegno obsoleto, trasformandolo sapientemente in un meccanismo fluido e costruttivo. Lina, che della pace ha fatto una bandiera. Lina e la sua umanità. Il suo calore ti abbraccia, ti dà solidità. Ti fa sentire al sicuro. Lina, che ti attrae e coinvolge e poi ti strapazza come un vortice impetuoso. Lina: la stima, l'affetto, l'amore che resiste e si rinnova con il trascorrere del tempo. Lina, che meraviglia. È questa la Lina che conosciamo... e tanto più. Lina e la sua storia, quella di una ragazzina che dal solare e spento Sud lucano è sospinta nel suo percorso di studi dalla sola volontà. Un percorso inaccessibile, per alcune categorie sociali e di genere. Impensabile dal suo punto di partenza. Una maturità classica raggiunta mangiando il pane amaro della guerra. E poi l'università tra stenti, condivisioni generose e la tenacia di un ariete. E a Roma l'insegnamento con le battaglie buone anche per trovare un modello di integrazione sconosciuto alle classi differenziali. Battaglie, per la loro vitalità, ancora presenti nella memoria di tanti. E l'impegno politico, la sua forza: fuoco vivo nei quartieri prima e nelle istituzioni poi. E l'energia del cambiamento che penetra nei luoghi della cultura dei tanti comuni amministrati dove mette radici e cresce. Lina, delegata all'immigrazione negli anni caldi della "Pantanella". Il suo "Cielo Azzurro" dove i "colori" dei bimbi sono tutti rappresentati. Un asilo nido che diventa esperienza/faro per chi vuole instillare gocce di democrazia, capace di stendersi lievemente sulla città e dintorni. Lina e il carcere. Le prime aperture. I primi sostegni al reinserimento. Concreto appiglio per superare la devianza. Lina, detenuta honoris causa. Ed è ancora qui, la Lina di sempre. Indomita, che spazia nel volontariato, alle prese con i piccoli del nido di Rebibbia. Sempre pronta con leccornie e manicaretti, gustati dai bimbi e golosamente divorati dai grandi. La Lina che non si risparmia e continua a dare la sua esperienza e se stessa per la costituzione di un nuovo centro culturale nel suo amato quartiere, intuendo, con le sensibili antenne, le istanze che premono la società di oggi, come quella dei suoi inizi. La Lina che sa amare. Leda Colombini Fonte: L. Colombini, Lina, in Provincia di Roma, Il ruolo della Provincia di Roma nella politica culturale: 1976-1985, Herald, Roma 2008.

  • Gianni e Pinotto story

    Se a qualche buontempone venisse in mente di istituire un premio "Peggior Giornalista d'Italia", avrebbe i suoi grattacapi. Per l'esubero di cialtroni che il nostro Bel Paese "offre" e per la varietà infinita. Abbiamo gamme di peggiori che vanno da una tipologia all'altra: dalla glacialità artefatta di una crucca ex finta Rifondazione infiltrata nel club degli stronzi, il Bilderberg, alla napoletana sempre incarognita coi 5 stelle, che quando appare sullo schermo ti viene voglia di urlare "facce 'a mossa!", una spuntata dal nulla con marito pidiota. Poi abbiamo l'ospite immancabile: una bulletta e che se sputa per terra fa un cratere tanto è piena di acido muriatico. Tra gli uomini: il bilioso itterico iracondo e sleale peggio di Giuda, il "Giornalista" con la puzza sotto il naso convinto di essere pronto per il Pulitzer, l'ossessionato dai conti, il gran ciambellano che si sente sopra tutto e tutti, il silurato dalla RAI che fa la vittima ma in realtà è un barracuda. Eccetera, eccetera, eccetera... Vari dunque, ma tutti con un minimo comune denominatore: il sistema marcio e corrotto che li mantiene in vita. Tolta la spina al sistema, finito tutto. A dirigere "Caccia grossa e pesca d'altura" o a fare i tarocchi a Tele Capracotta. Ora, a candidarsi con convinzione per il "Premio Peggior Giornalista d'Italia" abbiamo Sallusti, quell'incrocio tra Nosferatu e Igor di "Frankenstein Junior". La cosa più ridicola di Sallusti, è come lui creda convintamente alle enormi stronzate che dice e pubblica per conto del padrino suo padrone, e di come, per un eccesso di zelo e saliva, si faccia dei clamorosi autogoal. Adesso, dopo la tinozza di casa Di Maio, Igor/Sallusti ha nientepopodimenoche esibito sul suo giornalaccio per bolliti di destra, la visura camerale della micro azienda del papà di Di Battista, visura che attesterebbe che l'aziendina è piena di debiti. Embè??? Benvenuto al coglione Sallusti nel mondo reale!!! Ma poi... no... lui sa bene cosa vuol dire avere aziende piene di debiti visto che fino a poco tempo fa conviveva con Miss Buffi Daniela Santanchè che però è fallita con un'azienda ben più grossa e non ci ha detto che ne è stato dei debiti, degli operai e dei creditori. Io so per certo che, mentre la signora falliva, qui in Versilia lei ordinava una Mini modificata da un quotato architetto di auto di lusso, costata 50 milioni di euro. Ma sui debiti di Miss Silicone, vige la consegna del silenzio stampa. Ma tornando al Di Battista, che autogoal caro Nosferatu! E già, perché se papà Vittorio è in cattive acque, vuol dire che il figlio, Parlamentare per 5 anni, oltre a tagliarsi lo stipendio per gli italiani, non ha lucrato coi soldi e i destini del Popolo, agevolato com'era dalla sua posizione, poteva farlo come hanno fatto tutti gli altri, non crede emerita testa di cazzo? Nella foga idiota e dissennata di colpire Dibba, in realtà il coglione rinsecchito, ha acceso i riflettori su un Uomo perbene che ha fatto il suo dovere di Parlamentare in maniera onesta, magari con il cuore rattristato per le condizioni in cui si dibattevano i suoi, ma fermo nella sua convinzione che questo Paese abbia urgentemente e solamente bisogno di persone corrette ed oneste fino in fondo. Ma siccome si usa dire che le sciagure non vengono mai sole, nemmeno i coglioni possono essere soli, vanno a due a due. E infatti, a commentare gli articoli dello sveglione autolesionista, arriva lui, il Capponcello di Rignano che, nel solito tweet alla Macron scornacchiato, giubila (lui giubila sempre, un finto ebete rancoroso) e trilla che dopo il reo Di Maio, ecco il reo Di Battista. Come se aver rovinato l'Italia, essere coinvolti nel più grande scandalo d'Europa, Consip, avere fatto fatture false, avere assunto in modo truffaldino il figlio Matteo in modo che si fottesse una pensione senza aver mai lavorato, fossero la stessa cosa. A peggiorare, il coglione 2, s'impermalisce pure perché la RAI non ha dato l'incredibile scoop su Di Battista. E non si accorge nemmeno che gli hanno fatto un favore. Pensi a come reagirebbero gli italiani di fronte ad un figlio che non ruba per aiutare il padre e, al contrario, si taglia lo stipendio per darlo ai cittadini? Per questo, vi invito a fare girare la notizia noi. È bene, molto bene che la gente sappia chi è Dibba, chi sono i suoi e chi è il M5S. Grazie Ale, bentornato! Claire Felugo Fonte: https://m5stelle.com/, 18 dicembre 2018.

  • Tempo da lupi ovvero: sogno di fine gennaio

    Capracotta, gennaio. Era di sera e la bufera, una bufera infernale che non ha riscontro nel ricordo dei vecchi del paese, si scatenò improvvisa, violenta, tremenda su Capracotta. Pertanto a casa mia restarono bloccati Ruggero, il Comandante e Romeo. Eva, Ada e Cesira sapevano che i loro congiunti sarebbero tornati a casa col calmarsi della eccezionale tormenta. Si fece un po' tardi e mia moglie preparò una cena di circostanza: brodino di pecora, alcune soppressate, noci e fichi secchi. Avevamo a disposizione anche alcuni fiaschi di buon vino tonico della mia vigna di Lupara. Mia moglie aveva lo stomaco un po' in disordine e dopo aver consumato una tazza di latte caldo andò a riposare. I miei figlioli dormivano già da qualche ora. A un certo punto, Ruggiero, fregandosi le mani, esclamò: «Tempo da lupi». Io subito ribattei: «Fuori, ma dentro è tempo da amici». L'ambiente era caldo. Due ciocchi, uno appiccicato all'altro, ardevano con gioia nel focolare. Dava ad essi vita una magnifica fiamma. Una fiamma che li avrebbe a lungo andare inceneriti. Erano quindi uniti dalla fiamma per la vita e per la morte. Era però una nostra impressione perché era la fiamma a ricevere vita dai ciocchi: un unico destino quello della fiamma e dei due ciocchi. Durante la cena parlammo di alta politica e di piccoli fatti personali. Subentrò il tressette, ma restarono le noci, i fichi secchi e il vino. Il contrasto era interessante: fuori, l'ira di Dio; dentro, la pace del Signore. Il tempo passò senza che ce ne accorgessimo e toccammo così le punte più avanzate delle ore piccole. Fu qui che la tormenta così come si era improvvisamente scatenata, si placò. Aprimmo la finestra. Non dimenticherò ma quella prima boccata di aria fresca che ci costrinse ad un ampio respiro di salute, né dimenticherò quello schiaffo freddo, sottile, improvviso dato di primo mattino alla nostra faccia. Non era possibile agli amici di tornare a casa. Il portone era ricoperto dalla neve ed uscire comunque a quell'ora sarebbe stato pericoloso: era tempo da lupi. Infatti in circostanze come queste sogliono scendere da Monte Capraro queste brutte bestie affamate. E non rispettano allora neanche gli uomini. Ma gli uomini lo sanno e danno la caccia al lupo dalle finestre. Fu Romeo a proporla. La proposta di Romeo venne subito accettata e il Comandante studiò e suggerì un turno per la posta alla finestra. Ognuno doveva restare alla posta dieci minuti. Gli altri tre sarebbero restati al focolare. Se la fortuna avesse assistito l'appostato, costui avrebbe dovuto con un cenno avvertire gli altri tre: a lui però l'onore della schioppettata. Questi gli accordi. Si caricò quindi il fucile, si spensero le luci e si sorteggiò. Capitò a me. Fummo fortunati... Io ero alla terza posta quando lo vidi di fronte, dall'altra parte della strada. Stava fermo sotto una finestra. Guardava dalla parte mia. Mi accorsi che aveva la bocca aperta. Feci subito un cenno agli amici che si accostarono piano piano. Puntai il fucile e presi la mira. Ma non riuscivo a mirare: quel mirino non era fermo, si muoveva troppo. Ma forse non era il mirino che si muoveva: forse non era fissato bene sul fucile. Il Comandante avrebbe però dovuto avvertirmi. Cominciavo a sentire freddo e pure lo stomaco faceva dei piccoli strani movimenti. Se questa è l'emozione, io evidentemente ero emozionato. Tanto emozionato che non riuscivo a vedere più neanche il lupo che pure era grosso e nero. E stava lì fermo. Ruggero fortunatamente se ne accorse, e fu tempestivo a strapparmi il fucile di mano, a mirare e a sparare. Quel colpo improvviso nella notte silenziosa mi ridonò la calma e così anche io potetti partecipare alle grida di gioia dei miei amici per il colpo riucito. Mi sveglio inondato da un fascio di tiepido sole di questo gennaio eccezionale. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Tempo da lupi ovvero: sogno di fine gennaio, in «Momento-Sera», X:24, Roma, 28 gennaio 1955.

  • Due poesie per Monte Campo

    Una delle scoperte più rilevanti che mi vanto di aver compiuto coi miei studi è stata quella riguardante il soggiorno capracottese di Amelia Rosselli (1930-1996), grandissima rappresentante della cosiddetta "generazione degli anni Trenta", che ha dato i natali a Umberto Eco, Giovanni Raboni o Alda Merini. Ciò che ho scoperto sulla Rosselli è contenuto nel secondo volume della mia "Guida alla letteratura capracottese" e sarebbe inutile riproporlo pedissequamente su questo sito; tuttavia, voglio oggi porre un confronto tra la sua (immensa) opera poetica e quella di Elvira Santilli (1923-2013), orgoglio letterario del popolo capracottese. La Santilli, infatti, non è stata soltanto una valida scrittrice ma anche una raffinata poetessa. La maggior parte dei suoi componimenti è contenuta ne "L'ora dei sogni", una silloge che l'autrice non avrebbe forse nemmeno pubblicato se non l'avessero spronata. Fatto sta che le 84 poesie de "L'ora dei sogni" sono molto più che orecchiabili: sono bellissime. Tra di esse ve n'è una dedicata "A Monte Campo", la più alta vetta capracottese, una montagna che per l'orografia e la sua croce rappresenta qualcosa di mistico per ognuno di noi. La poesia di Elvira Santilli è la seguente: Stammi di fronte, fermati sulle schegge dei tuoi macigni, non increpuscolarti nel fondo di smarrite memorie. Noi, popolo antico, e tu, gigante vivo, restiamo sugli arvali silenzi delle primavere morte e le nivee ghirlande posate sui tetti. La Santilli afferma che «questa poesia è venuta così, superba come un monte, come Monte Campo, un peccato di vanagloria». L'autrice era infatti assai modesta riguardo la propria produzione poetica, non essendo convinta appieno della validità letteraria. Per quanto mi riguarda, trovo che "A Monte Campo" rappresenti in modo superlativo l'orgoglio del popolo capracottese, la sua immodestia, il suo paradosso meteorologico e, di conseguenza, antropologico. La Santilli tratta il Campo come persona vivente e il capracottese come popolo imperscrutabile, il tutto senza ombra di malinconia ma con un deciso sguardo verso l'avvenire. Il suo linguaggio, seppur ricercato da un punto di vista grammaticale, è essenziale ed intelligibile per tutti: nel componimento non v'è infatti manierismo e non vi sono chiaroscuri. Elvira Santilli canta Monte Campo come un sacerdote canterebbe la venuta del Salvatore. V'è poi un ulteriore elemento ad elevare l'opera - questa opera - di Elvira Santilli e di cui qualcuno poco accorto o digiuno d'arte nemmeno si accorgerebbe. Mi riferisco a quegli «arvali silenzi delle primavere morte», ovvero il riconoscimento di una tradizione precristiana alle pendici di Monte Campo. Gli arvali erano infatti, nella Roma antica, i sacerdoti addetti al culto della dea Cerere, la divinità protagonista della Tavola Osca di Capracotta, il bronzo che qualche stravagante ricercatore locale vorrebbe oggi ridimensionare sia in termini geografici che cultuali. La Santilli riporta al proprio posto il culto osco/romano di Kerres/Cerere, ampiamente rispettato e invocato in quella fascia territoriale che da Monte Campo scendeva a Guastra, passando per S. Nicola, Cannavina e Macchia. Di più: la Santilli ne certifica la morte, definitiva e assoluta, seppur suggestiva. A questo punto devo proporVi la poesia di Amelia Rosselli da me selezionata in quanto rappresentativa del suo "periodo capracottese", una produzione confluita nella "Serie ospedaliera". Il seguente "Si staglia netto il campo, e il" è un componimento complesso ed ermetico che alla fine tenterò, in parte, di chiarificare: Si staglia netto il campo, e il cielo (color pattume) rifiorisce nell'altitudine, permettendoti noie, silenzi, e gioconde risate interiori, mentre il sole scava. Di sera s'alza un vento perspicace ribelle di sua natura, ma umilmente impiegato a spazzarmi gli occhi di pulci. S'attende la sera ch'io sia meno brava, ch'io possa ancora alzare gli occhi a tanta serenità la quale non è per niente nei giornali annunciata come pericolosa vergine. Ma io nel mio armadio ho cose buone friabili per la vista di queste montagne inoperose che tutto dànno al mio sovvenirmi della fame. Ho anche una tristezza nel ginocchio che non si piega a tutte le passeggiate ma infedele domanda grazia e anche costanza. Si siede e sviene, non hai alzato le tende ancora? E purgatorio non è così ribelle che non tenti ancora di vestirsi di gramaglie per poi sapere che non è cosa vana questo amare, incauta. Dirò subito che non c'è alcuna prova che suffraghi la teoria secondo cui «il campo» della Rosselli sia Monte Campo ma è legittimo pensare che le «montagne inoperose» che ella ammirò dalla camera della pensione in cui soggiornava fossero le nostre vette, minori per altitudine a quelle dell'Abruzzo. Il linguaggio dell'autrice è prevalentemente ermetico - uno stile fortemente osteggiato da Elvira Santilli - e si nutre di allegorie che è ancor oggi difficile decifrare. Il forte vento che le spazza «gli occhi di pulci», le lunghe escursioni che costringono le sue ginocchia a domandar «grazia e anche costanza», quella serenità invocata «come pericolosa vergine» e mai giunta, fanno di questa poesia una vera e propria perla del movimento ermetico italiano. Capracotta, nella fraseologia di Amelia Rosselli, è uno sfondo indefinito e sbiadito di impressioni cupe ed ammonimenti, di nera nostalgia e nero avvenire, il contrario esatto di quanto espresso dalla semantica santilliana. Diverse - se non agli antipodi - per gusto e per temi, per vita vissuta e per morte raggiunta, Elvira Santilli ed Amelia Rosselli sono accomunate non dall'anagrafe ma da questa parallela esperienza con l'Appennino abruzzese che ha prodotto nei loro inconsci risultati poetici tanto diversi. Monte Campo sta invece sempre lì, crudo ed immutabile, roccioso e mistico, guardiano dell'intero Alto Molise e della valle del Sangro. A quanto pare, la sua staticità provoca sentimenti fortemente contrastanti. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Cortellessa, La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell'autrice, Le Lettere, Firenze 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; A. Rosselli, Serie ospedaliera, Il Saggiatore, Milano 1969; E. Santilli, L'ora dei sogni, Oxiana, Anacapri 2005.

  • Vacanze invernali, relax e natura: Capracotta

    Hi everybody! Oggi vi porto in un posto davvero speciale! Si tratta di Capracotta, in provincia di Isernia, Molise. I follower più veterani ricorderanno che vi ho già parlato di questo posto, in particolare l'anno scorso, parlando delle mie vacanze invernali! Ricordate? Facendo ordine tra le foto però, ho ritrovato queste foto, scattate in particolare dalla macchina mentre ero in viaggio, e alcune proprio nel paesino di Capracotta. Il paesaggio è mozzafiato e per essere in Molise, si respira davvero aria di montagna! Quindi bastano poco più di 300 km. da Bari e vi ritroverete lontani dal frastuono della città, e dallo smog quotidiano. Consiglio a tutti questo tipo di vacanza per chi vuole rilassarsi e staccare la spina, non ve ne pentirete! Per i più sportivi è possibile anche praticare sci di fondo a qualche chilometro dal paesino, nella località di Prato Gentile. È davvero comodo, dato che è possibile affittare l'attrezzatura e prenotare una lezione privata con un maestro personale! Per i più pigri invece, visitare la città con le luci della sera, magari gustando le specialità tipiche della zona, per poi proseguire con una serata in compagnia del caminetto, sarà il massimo del relax! Da non perdere, è la strada che sale su per il paesino, una volta usciti dall'autostrada. Un percorso tutto curve, ma una volta in cima, prima di arrivare al paesino, il paesaggio non vi deluderà! Un'altra cosa per cui sicuramente vale la pena vistare questo piccolo paese, sono gli scorci che si vedono tra i vicoli, un autentico panorama montanaro, tutto natura e avventura! Perdetevi tra i vicoli e acquistate le originali calamite con le mattonelle di Capracotta, oltre che i prodotti tipici da gustare al ritorno della vacanza! Ma dulcis in fundo di quella vacanza, fu sicuramente uno dei momenti più spettacolari della giornata: il tramonto. Per la prima volta, affrontare una salita con la reflex al collo ne valse davvero la pena, il cielo era davvero rosa, lilla, l'atmosfera era surreale, e non restava che... fotografare! Che ne dite del risultato? E voi? Avete consigli su vacanze invernali non lontane dalla Puglia! Fatemelo sapere, alla prossima! Barbara Rotella Fonte: http://thenaturejotter.blogspot.com/, 15 gennaio 2014.

  • La casa del signore di Capracotta

    Nelle mie ricerche non-letterarie su Capracotta mi ero imbattuto anni fa in un'opera di Rosina Artese (1939-2014), brava pittrice sansalvese che nel 2005 aveva realizzato un acquerello della cosiddetta "Casa del signore di Capracotta". L'artista aveva infatti voluto ritrarre il suo quartiere natio, al centro del quale spiccava un palazzotto dal nome fortemente evocativo per noi capracottesi. Avevo chiesto a diversi compaesani residenti a S. Salvo e ad alcune associazioni del luogo ma nessuno era riuscito a svelare l'arcano creato da quell'intitolazione così bizzarra. Chi era questo benedetto signore di Capracotta? Era forse un ricco possidente? Capracotta ne era forse il soprannome? O era soltanto una storpiatura lessicale? Grazie al prof. Giovanni Artese, da tanti anni residente nella cittadina marittima abruzzese dove insegna, sono riuscito a risolvere questo simpatico dilemma. Egli si è infatti recato dalla sorella della pittrice, la signora Ada Artese, la quale ha confermato che il cosiddetto "signore di Capracotta" era in realtà un certo Michelino Fabrizio, il quale, volendo cercar moglie nei dintorni della cittadina, giunse fino a Capracotta: non soddisfatto, finì per sposare una ragazza del posto. A tal fine i compaesani gli affibbiarono il soprannome di «quelle de Crapacotte», in quanto i soprannomi non solo si ereditavano ma spesso venivano dati per via di un'affermazione bislacca o di una battuta su cui si appuntava la curiosità e la malizia popolare. Quando, negli anni Novanta del Novecento, il prof. Artese ed altri ricercatori hanno compiuto degli studi sul centro storico di S. Salvo, non ricordando il nome del proprietario del palazzo (ormai defunto), lo chiamarono "casa del signore di Capracotta", dove per signore non si intendeva dunque un feudatario o un ricco possidente bensì un agiato anonimo proprietario d'immobile. Quella casa, che si trovava all'angolo tra via Fontana e via Savoia, ed era architettonicamente barocca, è stata purtroppo demolita e ricostruita circa quindici anni fa. Ora è sede del B&B Savoia. Con questa bizzarra spigolatura capracottese intendo salutare tutti gli amici che vivono nella bella cittadina di S. Salvo, in cui Capracotta può contare una foltissima rappresentanza di propri figli. Francesco Mendozzi

  • Variazioni di attualità: Capracotta sotto la neve

    Capracotta, gennaio. Abbiamo già scritto che d'inverno quassù la neve cade in abbondanza. Abbiamo anche scritto che la neve quassù è molto diversa dalla volgarissima neve che cade giù a valle. Qui cade la neve vera, la neve d'alta montagna, la Neve con la N maiuscola; la neve Aristocratica. Saranno due o tre metri di neve. In alcuni posti si notano banchi di neve alti cinque-sei metri. È la neve di Capracotta, la rinomata neve di Capracotta delizia di sciatori, che resiste sino ad aprile, a volte sino a maggio. E quando quassù cade la neve e tira forte il vento che ogni cosa sconvolge, è la bufera. È la bufera che acceca, è la bufera che arresta il respiro, è la bufera che ti fa fare mezzo passo innanzi e due o tre passi indietro o di lato. Guai a cadere nella bufera sulla neve sconvolta. Eppure la vita quassù si svolge assai regolarmente con la neve e nella bufera. Di giorno e di notte. Sposano anche in quest'ira di Dio. Dicono che porti fortuna. Lo spartineve, il potente spartineve di Capracotta, che pure in queste condizioni quasi ogni giorno va al bivio di Staffoli, fa miracoli. E i miracoli glieli fa fare il buon Leo Conti che, impassibile all'ira che lo circonda, sembra un monumento quando sta alla guida di questo "tritatutto". E con Leo, intorno alla spartineve, manovrano e operano alcuni uomini di carattere che hanno di acciaio i nervi e i muscoli. Costoro quasi ogni giorno vivono un dramma. E lo vivono quasi sempre di notte. Noi, se ne avessimo il potere, daremmo a questi uomini un premio per il loro valore civile. Certo, bisogna esserci abituati. Perciò gli uomini in montagna sono forti. A volte neanche i lupi resistono e preferiscono scendere a valle. Vanno in Agnone, come ha riferito il nostro Mastronardi; vanno in Isernia in cerca del nostro buon Sabino il quale, perché sindaco e poeta, di lupi mastica poco. Che fanno alcuni nostri amici quando quassù fa brutto? Andiamo a vedere. Al Circolo Sannitico sempre aperto nonostante tutto, Vincenzo sta preparando strane calde miscele, mentre intorno alla stufa si parla di politica. Tengono banco don Vincenzino Conti, Ciccio Pettinicchio, Michele Ianiro e Arnaldo Sammarone. Di Arnaldo dobbiamo dire che se non tratta la politica come tratta il ramino e lo sport, non la tratta bene. Eppure la politica è femmina... Però dobbiamo aggiungere che Arnaldo conosce bene il "quaranta". È pure un appassionato delle corse di cavallo. Di queste preferisce il trotto. Ma che ci facciamo di questa passione del nostro Arnaldo per le corse dei cavalli a Capracotta dove tutto al più si può assistere a qualche gara di fondo o di slalom più o meno gigante? Ci può dire, ripetiamo, il nostro Arnaldo Sammarone che ci facciamo quassù della sua passionaccia per le corse dei cavalli? Questi sopracitati quattro amici naturalmente in politica non vanno d'accordo. Hanno idee diverse e seguono naturalmente programmi diversi e giudicano i fatti più o meno salienti della politica nazionale e internazionale non nella stessa maniera appunto perché non la pensano allo stesso modo. Sono però d'accordo in questo: sono anticomunisti. Anche qui spontanea nasce una domanda: che ci facciamo dell'anticomunismo, se l'anticomunismo non va d'accordo? Non conviene, forse a queste condizioni, fare il comunista? No, non conviene; ma intanto... Comunque, lasciamo questo argomento che nel suo piccolo rispecchia una piaga nazionale. Salutiamo gli amici del Circolo e andiamo da Romeo Paglione. Sappiamo che la stufa di Romeo sta a Romeo (e viceversa) come l'edera sta al muro. S'era messo in testa di piazzarla lì e lì l'ha piazzata. Alcuni consigli di persona a lui molto cara non sono valsi a nulla: aveva stabilito così e basta. Intanto se la mira, se la rimira, l'accarezza e convenientemente la tratta. Al vederci non dice: «Come vai... buon giorno... ma perché sei uscito con questo tempo...» e altre cose del genere. No. Fa: «Uè... ma è una delizia 'sta stufa... che magnificenza... qui si sta proprio bene... e chi esce?». Salutiamo il nostro Romeo, quello stesso che d'estate fa il centauro per via della sua tenera Vespa, e andiamo in pretura. Anche qui la solita calda stufa. Troviamo l'amico "cancelliere di ferro", il nostro Mario Carnevale, nel pacato atteggiamento di chi è abituato a pensare con ordine. Gli fanno doverosa compagnia don Pasqualino ed Enrico. Don Pasqualino è un giovanissimo napoletano che sta quassù perché di quassù è l'ufficiale giudiziario. Lo chiamano «il pericolo pubblico n. 1», ma tutti però lo trattano con stima e benevolenza perché il buon don Pasqualino merita stima e benevolenza. Però c'è in lui qualche cosa che non va... non conosce Jepperson né lo ha sentito mai nominare, né sa che il Napoli va forte. E questo è molto grave per un napoletano. In ciò è d'accordo anche Mario. Diamo alla stampa, quale primizia, un "si dice" che interessa il nostro don Pasqualino: sta per fidanzarsi ufficialmente con una graziosa fanciulla di Capracotta. Sarà vero? Non sarà vero? Per essere più sicuri dobbiamo aspettare il rientro di Gorizion. Per finire. Sono le ore 20. Fuori la tormenta. Azzardiamo ad aprire la finestra. Guardiamo da dentro quel che succede fuori. Un uomo solo si muove a stento. È tutto coperto dal mantello a ruota. Si ferma e cerca di guardare lontano. Poi sconsolato, torna, come può, indietro. Ci riconosce e ci saluta. È il segretario comunale di Capracotta, Achille Conti, preoccupato per lo spartineve e la corriera che non sono ancora rientrati. In nottata una chiamata d'urgenza per via di un poveretto che oltre la Madonnina, oltre lo spartineve, se l'è vista brutta. Quando verranno pubblicate queste note? Vero è che la corriera è bloccata, ricolma forse di neve, a Vallesorda, e lo spartineve pure è bloccato a due passi dalla Madonnina. Questa volta proprio non ce l'ha fatta! Siamo sempre del parere che gravi inconvenienti non si verificherebbero se potessero funzionare le grandi ali dello spartineve. E queste grandi ali potrebbero funzionare solamente se si allargasse almeno sino agli otto metri la strada che da Staffoli mena a Capracotta. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Variazioni di attualità: Capracotta sotto la neve, in «Momento-Sera», IX:16, Roma, 19 gennaio 1954.

  • Annunzio giudiziario

    L'anno milleottocentonovantasei il giorno, nove febbraio in Capracotta e Miranda. Sulla istanza del signor Vincenzo de Maio, proprietario, e della signora Elisabetta de Maio, autorizzata dal marito Consigliere Francesco Paolo d'Ambrosio domiciliati in Napoli, e tutti elettivamente presso l'avv. sig. Vincenzo Gennarelli alla Via Port'Alba n. 18. Io Luigi di Donato usciere presso la Corte di Appello di Napoli ivi residente per la carica. A norma e per gli effetti degli articoli 352 e 474 Cod. proc. civ., ho nuovamente dichiarato ai sigg. Silvio Conti anche quale erede di Gerardo Conti domiciliato nel Comune di Miranda, Vincenzo Castiglione fu Giuseppe domiciliato in Rio Janeiro, Giovanni Castiglione fu Giuseppe domiciliato in Santiaco, Francesca, Costantino, Salvatore e Carmela Castiglione domiciliati nel Comune di Capracotta. La Corte di Cassazione di Napoli nel giudizio tra gli istanti ed essi intimati pronunziò a' 18 giugno e pubblicò a' 7 luglio 1894 la seguente sentenza: «La Corte di Cassazione senza attendere all'alligata inammessibilitá dei ricorsi delle parti, rappresentate dall'avv. sig. Emmanuele Gianturco, accoglie il quarto motivo dei ricorsi medesimi e per difetto di motivazione il terzo motivo del ricorso delle parti, rappresenta e dall'avv. sig. Vincenzo Gennarelli, e senza discutere il secondo motivo di tale ricorso, e rigettando gli altri motivi degli uni e dell'altro ricorso annulla la denunziata sentenza in relazione ai motivi accolti, e rinvia la causa quanto ai motivi medesimi per novello esame ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli, e perché provegga anche sulle spese di Cassazione. Libera all'Erario dello Stato il deposito fatto per Stanislao Santilli fu Sisto ed ordina la restituzione di tutti gli altri depositi». Con atti del 17 e 18 dicembre 1891 per l'usciere Cerchione del Tribunale d'Isernia gl'istanti adirono la Corte di Appello di Napoli per la spiega delle provvidenze rinviate dal Supremo Collegio, e cioè per il rigetto dello appello. La causa venne assegnata alla quarta Sezione, ed era pronta per la decisione allorché con un certificato del Sindaco di Capracotta, la difesa degli intimati provò che nelle more del giudizio eran morti Gerardo Conti e Giuseppe Castiglione. Dovette quindi la causa cancellarsi per riassumersi l'istanza nelle persone di Silvio Conti erede di Gerardo e di Vincenzo, Giovanni, Francesca, Costantino, Salvatore e Carmela Castiglione eredi di Giuseppe. Interessando agl'istanti por termine al giudizio e riuscendo dall'altra parte sommamente difficile la citazione nei modi ordinari si è chiesta ed ottenuta dalla Corte l'autorizzazione a far la citazione con pubblici proclami, giusta deliberazione resa in Camera di Consiglio del dì 1 maggio 1895 così concepita: «La Corte deliberando nella Camera di Consiglio uniformemente alla requisitoria del Pubblico Ministero, autorizza i richiedenti Vincenzo ed Elisabetta de Maio e costei debitamente autorizzata dal marito Paolo d'Ambrosio a citare per comparire nel termine di giorni centottanta i convenuti signori Monaco, Conti, de Nuccio, Falcone ed altri a norma degli articoli 116 e 152 del codice di proeedura civile. Benvero ordina citarsi nei modi ordinari soltanto i signori Francesca Castiglione, Costantino Castiglione, Salvatore Castiglione, Silvio Conti, nell'assunta qualità e Francesco Falcone». È perciò sulla medesima istanza, io usciere ho novellamente citati essi Silvio Conti, Vincenzo, Giovanni, Francesca, Costantino, Salvatore e Carmela Castiglione, a comparire innanzi alla quarta sezione della Corte d'appello di Napoli nell'udienza del 17 agosto corrente anno 1896 per sentire emettere i seguenti provvedimenti. Per la morte di Gerardo Conti e Giuseppe Castiglione, sentir dichiarare riassunta l'istanza nelle persone de' loro eredi Silvio Conti e Vincenzo, Giovanni, Francesca, Costantino, Salvatore e Carmela Castiglione. Sentir rigettare l'appello prodotto da essi intimati avverso la sentenza del Tribunale d'Isernia dell'agosto 1890, e per l'effetto confermarsi l'impugnata sentenza ordinandosene l'esecuzione. Sentirsi condannare solidalmente alle spese del giudizio di appello, di Cassazione e di rinvio nonché ai relativi compensi di avvocato. Con dichiarazione che non comparendo si procederà in contumacia come per legge. L'avvocato signor Domenico d'Agostino, procuratore iscritto presso i Collegi Giudiziari di Napoli procederà per gl'istanti. Salvo ogni altro dritto, ragione ed azione. Copie quattro del presente atto da me firmate le ho lasciate nei sopraindicati domicili reali di essi notificati e citati signori Silvio Conti, Francesca, Costantino e Salvatore Castiglione, ivi consegnandole a persone rispettive loro familiari capaci a riceverle che non hanno declinato i loro nomi. Altra simile copia pure da me firmata per tutti gli atti notificati e citati per pubblici proclami l'ho fatta inserire nel giornale degli annunzi Giudiziari di questa Regia Prefettura, giusta la copia in istampa che verrà alligata. Altra consimile copia pure da me firmata l'ho fatta inserire nella "Gazzetta Ufficiale" del Regno sedente con l'ufficio in Roma, giusta la copia in istampa che verrà alligata. Il tutto ai termini di legge e dell'articolo 146 del Codice di procedura civile. Luigi Di Donato Fonte: L. Di Donato, Annunzi, in «Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia», 34, Roma, 11 febbraio 1896.

  • Don Anselmo Di Ciò tra scienza e fede

    Anselmo Di Ciò fu un prete capracottese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Egli fu anche docente e pubblicista di matematica ma, a differenza dei suoi colleghi laici, nelle proprie dissertazioni scientifiche non poteva utilizzare gli strumenti di calcolo dell'analisi e della geometria analitica perché considerati contaminati da batteri cartesiani e newtoniani, ovvero da teorie che avevano messo in discussione l'autorità della Chiesa. Nonostante ciò, il nostro Anselmo fu davvero un bravo insegnante, al punto da aprire una scuola privata a Napoli e poter annoverare come suoi allievi Vincenzo Cuoco (1770-1823), il più grande studioso molisano d'ogni tempo, e Benedetto Croce (1794-1854), nonno del celeberrimo intellettuale abruzzese. Il 15 settembre 1796 apparve sul "Giornale Letterario di Napoli" una lettera di Anselmo Di Ciò pubblicata in risposta a un quesito geometrico lanciato dall'eminente periodico universitario partenopeo. Quelli erano gli anni in cui padre Anselmo si dedicava con fervore alla cosiddetta trisezione dell'angolo - vale a dire la costruzione di un angolo di ampiezza un terzo di un altro angolo qualsiasi dato - utilizzando gli obsoleti strumenti aritmetici in suo possesso. In quella missiva di fine '700 egli scrisse: La brama di giovare al Pubblico mi rende solamente temerario a dirigere a Vs. Illustr. questa mia umilissima lettera, acciò, per mezzo de' suoi giornali, a notizia venga de' Letterati di essersi da me fortunatamente trovata la uguale trisezione dell'angolo con li seguenti Problemi: 1) Dato un triangolo equilatero, dividere uno de' suoi angoli in tre parti uguali. 2) Dato qualunque arco circolare, ugualmente trisecarlo. 3) Dato qualunque angolo, ugualmente trisecarlo. 4) Data qualunque retta terminata, dividerla in tre parti uguali. Inoltre molte iscrizioni regolari nel cerchio da altri Geometri insegnate impossibili, che fra breve usciranno alla luce. Intanto ho l'onore di dedicarle la mia servitù, e costantemente mi raffermo di Vs. Illus. Div. serv. vero, obblig. Anselmo di Ciò Sacerdote. Voglio pensare Anselmo Di Ciò in bilico su di un rasoio, un sacerdote combattuto tra una scienza che faceva progressi da gigante e una fede che si andava secolarizzando. La trisezione di padre Anselmo non fu che l'ultimo colpo di coda di un mondo ecclesiastico unico detentore della cultura, immediatamente prima che l'illuminismo dilagasse in ogni angolo d'Europa, deflagrando tutti i principi d'autorità. L'umile Di Ciò, perennemente in viaggio tra Capracotta, Roma e Napoli, cercò di difendere la sua vecchia idea di Dio attraverso calcoli complessi ed arzigogolati: «cogito ergo Deus est» piuttosto che «cogito ergo sum». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Albino, Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise, vol. I, Solomone, Campobasso 1864; C. De Lisio, Anselmo Di Ciò da Capracotta, in «Quaderni di Scienza e Scienziati molisani», V:8, Campobasso, marzo 2010; A. Di Ciò, La trisezione generale dellangolo poggiata sulle teorie ed operazioni fondamentali della geometria elementare, Napoli 1796; A. Di Ciò, Lettera diretta al Giornalista, in «Giornale Letterario di Napoli», IV:59, Nobile, Napoli, 15 settembre 1796; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • La vendetta di Barbalupo

    Tra il 1942 e il 1956 sono apparse in America ed Inghilterra alcune guide che avevano un modo tutto loro di invogliare gli aspiranti turisti a visitare i paesi europei, come l'Irlanda, la Spagna, l'Austria e l'Italia. I volumi erano firmati da James Reynolds (1891-1957), uno scrittore itinerante di cui ho pochissime informazioni biografiche ma che, stando ai titoli delle sue pubblicazioni, posso immaginare fanatico di «santi, streghe e diavoli», come direbbe l'antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani. Questo è ancor più vero dopo aver letto il suo "Pageant of Italy" (Corteo d'Italia), un entusiasmante itinerario della nostra Penisola sulla scia delle arcane leggende che la caratterizzavano agli occhi dei forestieri. In quel lungo e dettagliatissimo viaggio Reynolds ha visitato anche gli Abruzzi e, da Sulmona, si è ritrovato ad Agnone «in the Conca di Capracotta». Qui l'autore ci ha voluto raccontare una storiaccia truce e violenta che, in base alle sue convinzioni, confermerebbe che gli abitanti di questa regione sono austeri e introversi, e tengono vivi antichi rancori e vendette «come fossero pane quotidiano». La sua vignetta prende vita quand'egli, alla fine di un giorno di fiera, si ritrovò a passare per il centro di Agnone. Alcuni contadini provenienti dalle campagne sedevano ai tavoli della piazza bevendo un vino a buon mercato, un vino «troppo verde per chiunque tranne che per i nativi». La sua attenzione fu attirata da un uomo che «sembrava la versione barbuta di Giove fulminante». Sin da subito Reynolds ci tiene a mantenere questo paragone pagano tra un omaccione barbuto e il burbero dio dei Romani. Il protagonista si chiama infatti Barbalupo, nomignolo col quale l'autore tentò forse di proteggerne la privacy ed anche perché «il suo nome proprio suona stranamente simile alla parola lupo». Pare che Barbalupo fosse un tempo il più ricco contadino agnonese grazie a un'eredità che aveva ricevuto e che consisteva in una masseria. Egli era però molto ambizioso e voleva diventare più ricco. Per questo motivo - dice Reynolds - Barbalupo sposò Elvinia, una ragazza giovane e bellissima, con l'intento di entrare in possesso dei beni della donna. Passarono alcuni anni e Barbalupo dovette allontanarsi da casa per sbrigare alcuni affari. Quando, dopo settimane di assenza, tornò a casa, vide le luci accese a tarda notte nella sua magione e, sfumata nella foschia mattutina, vide sgattaiolare fuori dalla porta un'ombra maschile. Qui nasce la «vendetta abruzzese» di Barbalupo, una vendetta «antica quanto gli Appennini». Nel giorno di una grande fiera di bestiame in Agnone, Barbalupo chiese ad Elvinia di accompagnarlo sul suo grosso carretto dalle ruote rosse. Lasciò che la moglie visitasse in autonomia tutte le bancarelle, stando molto attento ad ogni suo movimento. Ad un certo punto la vide infatti chiacchierare con un giovane agricoltore, li vide sorridere, poi la vide sussurrare qualcosa all'uomo, e lui sussurrarle di rimando. Senza alcuna esitazione Barbalupo si avvicinò da tergo ad Elvinia e, afferratala per le spalle, le piegò la schiena sul suo ginocchio e, sfilando il coltello dalla sua cintura, le tagliò la gola «da un orecchio all'altro come avrebbe fatto con uno qualunque dei suoi vitelli». La folla rimase attonita e muta. Poi, «lenti come la nebbia che si dirada sotto una brezza vagabonda», ogni uomo e ogni donna si allontanarono dalla fiera e dal cadavere. Ci vollero tre giorni prima che i carabinieri venissero a conoscenza dell'omicidio, tanto che Barbalupo ebbe il tempo di chiudere tutto e far le valigie. Tornò ad Agnone appena tre anni dopo - nessuno lo denunciò mai - tanto che James Reynolds lo vide camminare per le vie della cittadina altomolisana dietro ai suoi vitellini, come se non fosse successo nulla. Chiedo a tutti i cittadini agnonesi, soprattutto ai più anziani, se conoscono questa storia criminosa e se hanno idea di chi possa essere Barbalupo, un «grosso contadino dalla barba nera gioviana». Sarebbe interessante capire se James Reynolds, nel suo "Pageant of Italy", ci ha raccontato una storia verosimile, una vera leggenda o se invece s'è inventato tutto di sana pianta per convalidare la sua teoria riguardo l'indole vendicativa e violenta del popolo abruzzese. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Canziani, Attraverso gli Appennini e le terre degli Abruzzi. Paesaggi e vita paesana, De Feo, Roma 1979; P. Della-Piana, Witch Daze. A Perennial Pagan Calendar, Lulu, Raleigh 2009; E. Giancristofaro, Totemàjje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese, Carabba, Lanciano 1978; L. M. Lombardi Satriani, Santi, streghe e diavoli. Il patrimonio delle tradizioni popolari nella società meridionale e in Sardegna, Sansoni, Firenze 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Moffa, La notte di San Silvestro, in «Molise Nuovo», XVI:1-2, Napoli, gennaio-giugno 1938; G. Pinguentini, Bonumore triestino: 284 narrazioni popolari, Ghidini e Fiorini, Verona 1958; J. Reynolds, Pageant of Italy, Hale, London 1956.

  • La festa di Sant'Anna a Capracotta

    Storia e rappresentazione Nata nell'attuale Distretto Nord d'Israele, secondo alcuni vangeli apocrifi Anna era figlia di Achar, della tribù di Levi, nonché sorella di Esmeria, madre di santa Elisabetta e nonna del Battista. Giuseppe d'Arimatea era suo zio materno. Fu sposata con Gioacchino, uomo virtuoso e molto ricco della tribù del Regno di Giuda e della stirpe di Davide, ma non produsse prole a causa della sterilità del marito. Umiliato pubblicamente, Gioacchino si ritirò nel deserto, tra i pastori. Mentre erano separati - in piena similitudine col mistero mariano - un angelo sarebbe apparso ad Anna e Le avrebbe annunciato l'imminente concepimento d'un figlio: lo stesso angelo sarebbe apparso contemporaneamente in sogno anche a Gioacchino. I due si incontrarono presso la Porta Aurea di Gerusalemme: la maggior parte degli autori medievali vede nel loro casto bacio il momento dell'immacolato concepimento di Maria. Secondo la tradizione Anna e Gioacchino, con Maria bambina, abitavano a Gerusalemme nei pressi dell'attuale Porta dei Leoni, nella parte nordorientale della città vecchia, laddove ci sono i resti della piscina di Betzaeta. Oggi nel luogo dove avrebbero abitato e dove sarebbe cresciuta Maria sorge una chiesa costruita dai crociati nel XII secolo, dedicata a sant'Anna e custodita oggi dai cosiddetti padri bianchi. In un viaggio compiuto nel settembre 2013 in Terra Santa ho avuto modo di visitare questa chiesa e di soffermarmi su alcune peculiarità della figura di Anna. Innanzitutto la chiesa vede sventolare un tricolore d'Oltralpe, visto che i padri bianchi (o missionari d'Africa) sono nati per mano di un vescovo francese e si occupano da secoli di custodire luoghi situati in zone monopolizzate da altre confessioni. La piscina probatica (VIII secolo a.C.) situata nel cortile della chiesa è proprio quella nominata nel Vangelo secondo Giovanni come il luogo in cui avvenne il miracolo del Nazzareno a favore del paralitico. Prima degli eventi biblici, la piscina si rendeva necessaria per la pulizia e lavaggio dell'area limitrofa, visto che lì venivano compiuti numerosi sacrifici di sangue. All'interno della chiesa, che sorge esattamente sull'abitazione di Anna e Gioacchino, è possibile ammirare una bellissima statua in marmo di Anna, costruita da P. Potet di Nantes verosimilmente alla fine del XIX secolo. Sul portone della chiesa è poi visibile una lunga iscrizione in arabo, retaggio dell'occupazione ottomana: si narra che Saladino decise di non radere al suolo questo luogo infedele per la grandiosa acustica interna, tanto che decise di trasformarlo in una madrasa, la scuola coranica. La tradizione vuole che le reliquie della Santa furono salvate dalla furia distruttiva di Longino, lo stesso centurione che trafisse il corpo esanime di Cristo. I resti furono poi custoditi in Terra Santa finché ad opera di alcuni monaci non giunsero in Francia dove rimasero per anni. Durante le famose incursioni ottomane, l'intero corpo fu chiuso in una bara di cipresso e murato, per precauzione, in una cappella scavata sotto la nascente cattedrale di Apt, in Provenza. Molti anni dopo avvenne il ritrovamento, preceduto e seguìto, secondo i racconti, da diversi miracoli che portarono all'identificazione del corpo, grazie perlopiù ad una scritta in greco. In seguito ne avvenne la smembratura e divisione fra i nobili ed il clero, anche se attualmente il teschio è custodito nella Cappella Palatina del castello dei Ventimiglia di Castelbuono, in provincia di Palermo. Tra i presunti miracoli si annovera quello del lumino, rimasto acceso accanto alla bara di cipresso per anni nonostante l'assenza di aria. Celeberrime sono le raffigurazioni di Anna eseguite da Giotto nel 1305 nella cappella degli Scrovegni, a Padova. Ma, a partire dall'Alto Medioevo, si diffuse l'iconografia di sant'Anna Metterza (con Maria e il Bambino Gesù), ripresa anche dal Masaccio e da Leonardo. Denominata per il rango in ordine di importanza, la Santa, "messa a fare da terza", sostiene in grembo la Madonna che a sua volta regge il Bambino Gesù seduto sulle ginocchia. Chi volesse ammirare una delle più importanti sculture lignee di sant'Anna Metterza (fine XIII sec.) può recarsi presso la curia arcivescovile di Chieti. Festa di popolo A Capracotta, la festa di S. Anna nacque probabilmente il 26 luglio 1919, su insistenza della mia bisnonna Carmela Di Tella, nata Sciullo, per grazia ricevuta. Questa consisteva nella preghiera di nonna Carmela di far tornare dalla Grande Guerra quattro dei suoi sette figli maschi, arruolati nel Regio Esercito. Tornarono tutti vivi (alcuni familiari dicono che rientrarono a Capracotta proprio nel giorno di sant'Anna) e, anche se due di loro morirono poco dopo per malattie comunque non contratte in guerra, la mia ava si adoperò per rendere grazie alla Santa tramite l'istituzione di una festa religiosa popolare. I quattro figli di Carmela impegnati sul fronte erano Giuseppe (classe 1891), Raffaele (1893), Michele (1897) e Costantino Di Tella (1900, arruolato negli alpini ma in addestramento). Nel corso degli anni l'organizzazione della festa è passata, di mano in mano, da nonna Carmela a suo figlio Pasqualino Di Tella (re Furnàre), quindi ai nipoti Michele (re Curredóre, figlio di Pasqualino) e Gabriele Innocente (re Barbiére, figlio di Giuseppe Di Tella). È questo uno dei motivi per cui la giornata in onore di sant'Anna si configura come una festa tradizionale del quartiere capracottese di S. Giovanni, con la statua della Santa che staziona in piazza Emanuele Gianturco e attende l'esplosione dei fuochi pirotecnici (oggi aboliti). Nei miei ricordi è ancora viva l'immagine di mia nonna Rosa Anna (1911-1996), undicesima ed ultima figlia di Carmela Sciullo, che attendeva sulla soglia della sua abitazione di via Guglielmo Marconi l'avvicinarsi della figura lignea di Anna, così da poter esprimere in cuor suo l'intimo caloroso ringraziamento per quei fratelli tornati vivi dalla logorante esperienza bellica. Accanto alla liturgia religiosa in onore di sant'Anna - che si celebra ogni anno l'ultima domenica di luglio, con la statua che viene portata a spalla da sole donne - esiste anche una festività eminentemente popolare, che fino a pochi anni or sono si svolgeva tra via della Repubblica, via Pescara e via Michelangelo, mentre oggi si tiene in via Leonardo Falconi. Pire di fuochi, panini imbottiti, musica tradizionale, patàne sott'a re cuóppe, fiumi di vino, balli di coppia con l'organetto e molta cordialità trovavano nella figura di ze Brièle il loro rappresentante massimo. Oltre a quello del quartiere S. Giovanni venivano accesi altri fuochi in tutti i rimanenti quartieri di Capracotta (ogni cittadino offriva un po' della sua preziosa legna da ardere in onore della Santa) ed era prassi girovagare per il paese per visitarli tutti. Alcuni anni dopo l'improvvisa morte di Gabriele, avvenuta nel 2008, la volontà di suo cugino Michele, presidente del Comitato di S. Anna, è stata quella di lasciare l'organizzazione a leve più giovani. Per motivi non esclusivamente logistici la festa è dunque passata, dopo l'edizione del 2013, nelle mani della mia famiglia che, assieme ad altri discendenti diretti di nonna Carmela, ha sempre coadiuvato i Di Tella nello svolgimento della processione. Affievolitasi la fede religiosa, rimane dunque saldissimo il legame con la terra e la comunità di Capracotta e soprattutto con quella grazia chiesta e ricevuta dalla mia bisnonna, alla cui memoria lego saldamente l'impegno a proseguire, nei decenni a venire, la festa capracottese in onore di Anna di Tsipori, tanto che domenica 28 luglio 2019, per il centesimo anno, sant'Anna tornerà una volta ancora sulle strade di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. V, Proforma, Isernia, 2014; L. Arbace et al., Grandi madri, grandi donne: percorsi d'arte dalla preistoria al Rinascimento, Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Abruzzo, Pescara 2014; S. Brancato, Sant'Anna: vita, culto, iconografia, Sellerio, Palermo 2004; C. S. Lewis, Il cristianesimo così com'è, trad. it. di F. Salvatorelli, Adelphi, Milano 1997; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Romanazzi, Guida alla Dea Madre in Italia. Itinerari fra culti e tradizioni popolari, Venexia, Roma 2005.

  • Il fruttarolo

    A blackened shroud, a hand-me-down gown Of rags and silks, a costume Fit for one who sits and cries For all tomorrow's parties... (Nick Cave, "All Tomorrow's Parties", 1986) È un periodo difficile questo. Siam tutti, bene o male, nella merda ma tutti, bene o male, ancora galleggiamo. Tuttavia c'è aria di decadenza in giro. C'è voglia di godere, distrarsi, farsi male. C'è esigenza di stare insieme con l'unico collante dei bisogni primari: bere, mangiare, scopare. Si, vabbè, ci sono quelli che si occupano di arte, di politica, di letteratura, di teatro, di danza, di risvolti ai pantaloni, scelta di vestiti usati o acconciature fastidiose. Ma anche loro, fidatevi, vivono seguendo la decadenza: mangiare, dormire, bere, scopare. Non sono migliori di un caciottaro discotecaro in nulla, però si travestono di "interessi", come se questo potesse renderli diversi dal resto della specie umana. Poracci… che pena. Io preferisco quelli che non si vestono di nulla tranne che di se stessi. Almeno sono onesti, sinceri. E non sono brutti da vedere volontariamente, se son brutti non lo sono per scelta ma per genetica o carenze socioculturali. Io ho scelto di vivere questa fase della mia vita cercando un ruolo da interpretare. Ho scelto di mollare l'affanno e di godere. Ho scelto di travestirmi non di cultura o sovrastrutture ma da buffone. Non so se questo regali un senso alla mia esistenza, ma almeno sto bene, mi diverto, non trovo un "perché" ma un ben più fondamentale "come". So, che quando sono fruttarolo pulp, senza umiltà o mestizia, sono utile a me stesso così come lo ero da fruttarolo vintage, tamarro e selvatico. È così che sopravvivo. Così riesco a mandare affanculo tutti, tutta l'aria che li sovrasta e di cui si vestono. Io sono il mio mercato, la mia legge, il mio passatempo preferito. E stasera sto accasciato, appoggiato alla colonna del portico, davanti al Baraccio, con gente più o meno sbronza ma certamente molto parlante tutta intorno. Sto qua con la camicia mezza sbottonata, la cravattina allentata, senza più stile, senza più decoro. Scomposto. E fumo, lentamente. Tutto intorno insulsità restano sospese come soffioni dopo un zaffata di vento. Le parole degli sconosciuti a volte fanno sorridere, a volte fanno riflettere, a volte sono rumore di fondo indistinguibile, spesso ti fanno incazzare. Rabbia vera, profonda, totalitaria. La democrazia ha fallito. L'istruzione di massa ha fallito. Il benessere ha fallito. Non sono disposto a dare la mia vita affinchè sto coglione che mi sta di fianco continui a sproloquiare di "spazzi, diritti, cioèvogliodìèningiustizzia". Amico mio, i tuoi ragionamenti sono forse anche giusti, ma tu non sei adatto a pronunciarli. Non sono utili, fidati, a nessuno. E neanche a te, guardati, è solo moda, non c'è ciccia in quello che dici. Ne parleremo fra 4 anni e mezzo, quando e se troverai un lavoro e ti conterai gli spicci per pagare le bollette. A quel punto avrai un perchè per indignarti. Non sono disposto a morire affinchè quell'altra, quella troietta tutta infighettita (ma dove cazzo credevi di essere in piazzetta a Capri?) continui a dire che, niente, secondo lei Bologna è una città di "casi umani", "poveri falliti", "ubriaconi", perché lei che vive a Milano ma viene da Capracotta del Cilento, ha saggiato il cazzo nel culo della modernità, della città europea, del mercato, dell'efficienza, dell'eleganza, dello stile ecc. ecc. Bella mia, nessuno ti ha chiamato, nessuno sente o mai sentirà l'esigenza di ascoltare la tua critica al decadentismo postmoderno (ammesso tu capisca la parola postmoderno). Nessuno è interessato ad altro che non sia il tuo culo (tra l'altro rispettabile, molto) e forse, e dico forse, altro. Non ti sforzare. Non sei quello che non sembri. Sei una troia, con una laurea triennale in marketing e la speranza di berti Milano. Ne parleremo fra 10 anni, quando a Capracotta parlerai di imprenditoria seduta dietro lo sportello delle Poste del tuo paese mentre paghi le pensioni ai vecchi. Pensione che tu, mi spiace darti sta brutta notizia, non vedrai mai. Ma si sa, papà c'ha i contatti e un posto lo fa saltar fuori, almeno uno stipendio lo porti a casa. Io? Morire per loro? Morire per permettere loro di votare, dire, esprimere? Manco se mi pagano. Non ci sono cazzi: la democrazia, cari miei, ha fallito. E la cosa mi fa incazzare. Povero mio nonno. Il Tappo forse mi ha letto nel pensiero o forse sta pensando le stesse cose. Si avvicina, si prende la paglia per farsi due tiri, sospira, e mi da una semplice, calda, rassicurante, pacca sulla spalla. La ragazza del pesto mi lancia uno sguardo e mi sorride mentre continua a chiacchierare col Sardo. Che fortuna essere me. Francesco Conte Fonte: https://franchinosway.wordpress.com/, 10 giugno 2013.

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