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  • Longino, soldato romano di Lanciano

    Stella Traynor Moratvska, la scrittrice inglese che ha pubblicato a Gerusalemme, presso la Printing Press dei frati francescani che hanno la cura del Santo Sepolcro, "The Story of Longinus" (La storia di Longino) dice che Cassio Longino apparteneva ad una nobile famiglia di Lanciano, così come avevano riferito anche il Bocache ed il Renzetti e come è stato ampiamente dimostrato dai recentissimi ritrovamenti archeologici nel complesso chiesastico di San Longino / San Legonziano / San Francesco. Egli era addetto alla casa di Ponzio Pilato dove svolgeva molti compiti di fiducia, sia di carattere militare che civile. Al tempo di Gesù, tenne sempre informato Pilato di tutto ciò che accadeva a Gerusalemme. Quando seppe che Anna, il sommo sacerdote giudaico, voleva arrestare Gesù, ebbe l'incarico di seguire tutta la vicenda. Assistette, quindi, all'interrogatorio ed alle violenze fisiche a cui il Nazareno fu sottoposto. Seguì anche il suo trasferimento davanti a Caifa e poi davanti ad Erode. Infine, fu presente al processo giuridicamente valido, davanti a Ponzio Pilato. Insieme ad altri soldati, seguì la Via Crucis, assistette alla crocifissione e, quando si verificò il terremoto, rimase da solo vicino al Crocifisso. Egli già prima del terremoto, era stato toccato dalla grazia! Quando vide arrivare i carnefici, che avrebbero dovuto infrangere le ginocchia dei condannati perché se ne potesse ordinare la deposizione, con la lancia toccò appena il costato di Gesù. Aiutò i discepoli, fino al sepolcro; ed assistette alla Resurrezione del Signore. Si congedò dall'esercito, si fece testimone della verità e collaborò con gli Apostoli. Divenne diacono. Ad un certo momento dovette fuggire da Gerusalemme, per le persecuzioni a cui erano sottoposti i cristiani. Tornò a Lanciano, con un paio di commilitoni, a coltivare la sua vigna e a diffondere la parola di Dio. Un giorno, però, su istigazione del Sinedrio, vennero a cercarlo a Lanciano alcuni suoi commilitoni, i quali dovettero eseguire la condanna a morte. Fu decapitato e la testa fu portata a Gerusalemme a dimostrazione che la sentenza era stata eseguita. I lancianesi, allora, costruirono una chiesa intestata proprio a San Longino, San Legonziano. In quella chiesa, nell'VIII secolo dell'era volgare, si verificò il primo miracolo eucaristico della Cristianità. Non sono coincidenze prodigiose? Domenico Policella Fonte: Farmacia del Verde, Lanciano tra storia e leggenda, Lanciano 2000.

  • Il dentone di Mokul

    Che bella giornata questa domenica mattina. Il fresco tanto agognato è finalmente arrivato. Ci vuole una passeggiatina via dal silenzio di casa. Sono quasi tutti andati via e il silenzio ci accompagna. Al bar dal mio amico, mi siedo davanti ad una bella tazzina di caffè... e chi incontro? Mokul... un mio alunno mongolo! Ma, guarda che strano, proprio qui ti incontro Mokul, mai avrei immaginato! Mokul è un bravo ragazzo venuto dalla Mongolia, a studiare italiano alla nostra Università per Stranieri, e poi, interessato di Geologia, ci siamo conosciuti. Mi ha raccontato tanto delle bellezze della sua lontanissima terra, la Mongolia, e dei ritrovamenti strepitosi di fossili. Mokul è buffo, parla mezzo romano, essendo vissuto anche a Roma a Tor Pignattara... – Oh Mokul, ecché ci fa' tu qui? – Oh er proffe... ma chi s'arvede! (abbraccio) Comme sta? La vedo 'nvecchiatello... ahhh (risata) in effetti me so' rinvecchiato appure io (anche io con lui parlo uno stranissimo linguaggio misto tra romanaccio-tosco-perugino... non so) a forza de sta' a studia' me se so' 'mbiancati li peli! Ahhh – ride Mokul – mejo avecceli li peli che noe! Mejo peloso che spelacchiato... ahhhh (ma che c'avrà da ride?). –Mokul, che mi racconti... – Mortacci proffe, c'ho da faje vede na cosa che la manna 'n visibilio... è un dente fossile de un dinosauro de quilli bestiali! – Oh... davvero! È un dente di un Tarbosaurus. Questi dinosauri (i sauri terribili) furono dei dinosauri carnivori ancora più grandi e terribili dei Tyrannosaurus ritrovati in USA. Il Tarbosaurus (il cui nome significa "lucertola allarmante") è un genere estinto di dinosauro teropode tirannosauride (i tirannosauridi erano i più temibili dinosauri bipedi cacciatori) vissuto nel Cretaceo superiore, circa 70 milioni di anni fa, in quella che è oggi la Mongolia, mentre alcuni resti frammentari sono stati ritrovati anche in Cina. Anche se nel tempo sono state proposte numerose specie, oggi i paleontologi ne riconoscono solo una, il Tarbosaurus bataar, come unica specie valida. Alcuni esperti credono che Tarbosaurus sia in realtà una specie asiatica del ben noto tirannosauride nordamericano Tyrannosaurus; questo renderebbe il genere Tarbosaurus un sinonimo di Tyrannosaurus. Visto che tale ipotesi non è ancora stata accertata, oggi Tarbosaurus e Tyrannosaurus sono considerati strettamente correlati tra loro condividendo molte caratteristiche peculiari. Come tutti i tirannosauridi, il Tarbosaurus era una grande predatore bipede, che poteva raggiungere un peso massimo di 5 tonnellate in peso, 12 m. di lunghezza e dotato di una testa enorme armata di una sessantina di denti. La mandibola non poteva muoversi lateralmente e poteva solo essere aperta e chiusa con un movimento verticale. Come tutti i suoi parenti anche il Tarbosaurus possedeva braccia sproporzionatamente piccole in confronto al corpo e dotate di sole due dita. Le zampe invece erano poderose. I tirannosauridi (chiamiamoli così e mi perdonino i paleontologi tassonomisti puri) erano temibili cacciatori di grandi sauropodi erbivori (e non solo) e si pensa (ancora non ci sono le conferme per il Tarbosaurus) che cacciassero non isolati ma in gruppi, come fanno alcuni grandi felini (leoni soprattutto) aggirando le prede da più lati. Quindi non erano stupidi per niente. Un morso di un Tarbosaurus è peggio de... – Mortacci, debberia (ma come parli Mokul?) azzanna'... peggio de li cani pitbull del mi cugino de Capracotta... lo chiameno er Tarbo! – Ma chi? il cane di tuo cugino? – Noe... è el soprannome de mi cugino che in realtà se chiama Jokul... ma a Capracotta lo chiameno Tarbo = Tarbosauro... quanno magna un pollo je spezza le ossa con un morso solo! Se sente crakkk e se lo 'ngoja intero, ossi e frattaje comprese! È na bestia... è arto dù metri e c'ha na mascella granne così (un metro? impossibile...). – Ma Mokul ma che me stai a racconta'? Te possino acciacca'! Ahhh (risata generale anche degli avventori del bar)... vai, famoce 'sto cafè... ciao Mokul... è stato 'n piacere granne! Ciao, arrivederci... ma li mortacci! Ma tutti a mme me capiteno! Paolo Monaco Fonte: https://www.facebook.com/, 16 luglio 2017.

  • Il manuale del perfetto imbecille: cultura generale

    Al perfetto imbecille si richiede una vastissima cultura generale: assai più vasta che profonda, naturalmente. Ma ci sono degli argomenti, dei problemi sui quali il perfetto imbecille non ha purtroppo il diritto di essere superficiale. Su certe questioni, anzi, gli tocca fare sfoggio d'una vera e propria erudizione: tali l'automobile, il gioco del ponte, le caratteristiche ed i pregi dei luoghi di villeggiatura stranieri, le caratteristiche ed i difetti dei luoghi di villeggiatura italiani. Il trattamento che si riceve nei più famosi alberghi, gli inconvenienti di Viareggio, gli inconvenienti di Riccione, gli inconvenienti di Roccaraso, Terminillo, etc., i vantaggi di Saint Moritz, la differenza tra San Remo e Montecarlo, le meraviglie dei film non proiettati in Italia, il nome - solo il nome - di alcuni reputati alchimisti in giacca bianca detti comunemente barmen. Su tal argomenti, il perfetto imbecille deve essere aggiornatissimo, pena la squalifica. Il suo giudizio vuol'essere rapido e categorico. Non sono opinioni le sue, ma conclusioni cui è pervenuto. Il perfetto imbecille può non possedere un'automobile, ma non ha il diritto di ignorare alcun segreto dell'ultimo tipo sport con compressore né gli inconvenienti delle ultime vetture di serie messe in circolazione a Torino, a Parigi, a Londra, a Detroit, etc. Criterio generale: disprezzo della vettura utilitaria. Linea inelegante, motore poco elastico, etc. Possibilmente criticare i freni, la carrozzeria, la "terza". Non dire mai il nome della fabbrica, ma solo il tipo: l'Astura, l'Augusta, la 1750, la 1500, etc. Non dire mai Alfa Romeo, ma tutt'al più Alfa. «L'altra sera siamo andati ad Ostia in 14 minuti, senza forzare». «Siamo venuti da Firenze in 3 ore e 50 minuti comodamente». «Siamo arrivati a Frascati sempre in presa diretta». «Ha una terza fantastica». Viareggio. Troppa gente. Troppi romani. Meglio a Forte. Manca una spiaggia tranquilla. Ma la sera che fai? Siamo sempre lì. Il solito bridge? Grazie tante, ci gioco tutto l'anno. Non puoi fare un passo, senza trovare un conoscente. Riccione. Troppa gente, troppo caldo. Non mi piace tutta quella sabbia. Una volta c'era qualche straniera di gran classe, ma dopo la crisi... Sa di provincia. Quando sei andato una volta a San Merino, mi dici che fai? Ci son rimaste le maschiette di Bologna che cercano marito, sai che allegria! E poi le zanzare. Come dice? Non ce ne sono più? Forse adesso. Ma io ricordo... Acqua troppo calda. Quella scocciatura della bassa marea. Terminillo, Roccaraso. Roba per dopolavoristi. Mi hanno detto che c'è bella gente a Saint Moritz. Cortina? Carina. Ma, capirai, quando debbo andare a Cortina, preferisco Saint Moritz. Il Kulm. Che gite. Mica tanto caro. Certo, spendi meno a Capracotta, ma vuoi mettere? Saint Moritz d'estate? Carino. Ti ci vuole il soprabito. L'altranno, in pieno agosto, si dormiva con le coperte. La sera si stava in veranda col plaid. Bellissimo. Sì, certe notti eravamo sotto zero. Fantastico. Achille Campanile Fonte: L'Imbecille, Il manuale del perfetto imbecille. Cultura generale, «Il Travaso delle Idee», XXXVI:27, Roma, 5 luglio 1936.

  • Sul mare

    Le onde che mormorano da lontano. C'è una barca che va dondolando, dentro c'è una ragazza che si sta disperando. Un forte grido che prega per il suo mal destino. Chiama il suo amore lontano: – Corri ché stai perdendo la tua bellissima cara! Amore, vorrei vederti per l'ultima volta, per lasciarti un mio ricordo. Quando ritrovi la mia barca, le tue lacrime sul viso scorreranno. Guarda e pensa: – Qui dentro chi c'era? Per il tuo pianto io nulla posso fare. La notte, quando non dormi, pensa alla tua cara che sta marcendo: dov'è, nessuno lo sa. Amore, la mia anima di notte viene a trovarti. Ma il mio corpo si trova nel profondo mare... (12 ottobre 1992) Olindo Paglione

  • Quaranta di Agnone e Cinquecento di Capracotta

    Belli o brutti, sfiziosi o irripetibili, insignificanti o balordi, ancora oggi i soprannomi sono il mezzo più sicuro per identificare una persona. L'origine dei soprannomi coincide forse con l'inizio della vita in comune; essi hanno accompagnato l'uomo da sempre. Basta dare una superficiale occhiata ad un testo di letteratura latina ed ecco che nel 300 a.C. incontriamo Appio Claudio Cieco (poverino oltre che zoppo era anche cieco!); Livio Salinatore nello stesso periodo faceva più o meno coppia con Ottavio Lampadione; il crudele console Publio Claudio fu detto Pulcro (il bello) anche se zoppo, Quinto Fabio Pittore lasciò il pennello e combatté contro i Galli, mentre Lucio Cinico Alimento aveva nel suo nome tutto un programma psicologico e culinario. Sicuramente Marco Porcio Catone detto anche Il Censore doveva aver avuto in famiglia qualcuno collegato ai maiali; Lentulo Lupo (che strano un lupo alquanto lento!) ha ancora tanti discendenti, mentre Licinio Calvo forse già usava una parrucca. E cosa dire del famosissimo Marco Tullio Cicerone (grosso cece), di Caio Sallustio Crispo (riccioluto), di Asinio Pollione e di Messala Corvino? Nel 43 a.C. nacque a Sulmona il grande Publio Ovidio Nasone (grande anche nel naso!); un salto fino al 65 d.C. e ci si imbatte in Anneo Cornuto; Caio Svetonio Tranquillo nel 100 d.C., Quinto Settimio Florente Tertulliano nel 195 d.C. e Claudio Cluadiano (zoppo degli zoppi!) chiudono la breve rassegna storica. Ma fu intorno al secolo IX che la scomparsa del sistema onomastico classico rese importantissimo il soprannome, essendo indispensabile aggiungerlo al solo nome di battesimo per identificare una persona. I soprannomi di allora divennero i cognomi che portiamo oggi, estesi come furono alla famiglia e ai discendenti. Scorrendo l'elenco telefonico di Agnone possiamo farci un'idea di quei soprannomi. I Bartolomeo, D'Ottavio, Di Lazzaro, Di Pietro, Di Mario, D'Ascenzo, Antonelli, Orlando, Paolantonio ecc... sono semplicemente riferiti al nome di qualche antenato; i Bagnoli, Cremonese, Nizzardo, Della Valle, ecc... sono collegati al luogo di provenienza; i Patriarca, Labbate, Iacapraro, Labanca, ecc... danno un chiaro indizio del mestiere o della professione di qualche antenato; i Bianchini, Brunetti, Del Basso, Delli Quadri, Longo, Marcovecchio, Mastronardi, Mastrostefano, Amicone, Amicarelli, ecc... si commentano da soli. Mentre quei soprannomi vecchi di mille anni e più fanno bella mostra, registrati come sono all'anagrafe, tanti altri durano per poche generazioni; spuntano come funghi, vivono una vita intensa e poi scompaiono. Ogni volta che un soprannome cade in oblio, una fetta di cultura, di storia, di tradizioni inevitabilmente svanisce nel nulla. Quale migliore occasione per chiudere il discorso sui soprannomi con un aneddoto che vede coinvolti due soprannomi ed un oste poco previdente? Orbene tanti anni fa, quando il commercio ambulante si muoveva a dorso di mulo e le trattorie erano spesso poste nei punti strategici dei tratturi o delle mulattiere, un oste fu avvisato che nel tardo pomeriggio si sarebbero fermati a pranzare da lui, di ritorno da un fiera che si era tenuta in un paese lì vicino, quaranta di Agnone e cinquecento di Capracotta. L'oste allertò tutti i familiari, mise man forte a tutte le provviste, macellò alcune pecore e sudò letteralmente sette camicie per preparare la cena a 540 persone. Sul fare della sera, arrivarono all'osteria due forestieri ed a mala pena l'oste consentì loro di sedersi ad un tavolo appartato per cenare, euforico ed in attesa com'era di veder comparire quella moltitudine di gente che aspettava. I due, mangiando mangiando, accortisi di tanta agitazione, chiesero all'oste chi mai dovesse arrivare e saputo che dovevano giungere quaranta di Agnone e cinquecento di Capracotta per poco non morirono per le risate, essendo uno dei due Quaranta, di cognome, di Agnone e l'altro Cinquecento, di soprannome, in quel di Capracotta! L'aneddoto non ci riferisce come la prese il povero oste, ma certamente da quel giorno maledì tutti i soprannomi ogni volta che qualcuno alludeva, anche larvatamente, al famoso pranzo dei 540. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, Agnone: il paese dov'era sempre mezzogiorno, Tip. Cicchetti, Isernia 2018.

  • Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (III)

    Per i successivi tre mesi gli avvocati di entrambe le parti sfilarono dentro e fuori le aule dei tribunali, depositando memorie e chiedendo proroghe. Riflettendo la divisione ideologica tra i partiti, i progressisti erano rappresentati da due membri della Lawyer's Guild, mentre l'avvocato dell'AFL era Paul M. Herbert, ex comandante di Stato della Legione americana e ultimo candidato repubblicano alla carica di governatore. Tuttavia, nonostante le argomentazioni piuttosto ingegnose di entrambe le parti, la soluzione non pervenne dal lento sistema giudiziario bensì dagli eventi succedutisi nel Paese sul fronte lavoro. Il 2 marzo 1937, il giorno dopo il voto di fiducia a Di Nucci, la United States Steel Corporation firmò un contratto col Comitato organizzatore dei lavoratori dell'acciaio (SWOC) del CIO. Questo sviluppo, solo poche settimane dopo la drammatica resa della General Motors agli scioperanti di Flint, rese il CIO una forza inarrestabile nel movimento operaio. Di conseguenza, a metà marzo, Green diede incarico agli enti locali e statali di «tracciare una linea tra l'AFL e il SWOC». In risposta il 24 aprile il CIO annunciò che avrebbe iniziato a istituire propri enti cittadini e nazionali. L'annuncio del CIO minò gli sforzi dei progressisti per mantenere unito il movimento operaio di Columbus. Poiché sia l'UAW che lo SWOC si erano organizzati con successo nell'area, l'istituzione di un corpo separato del CIO a Columbus era ormai inevitabile. Di conseguenza la questione divenne come mantenere i progressisti rimasti nell'AFL a capo della CFL. Chiaramente, per placare Green e salvare la barca, Di Nucci doveva andarsene. Fu così che il 5 maggio egli rassegnò le dimissioni e accettò un incarico presso il CIO. Nell'estate del 1937 Columbus, come l'intera nazione, aveva due principali sindacati. A settembre Giorgio Di Nucci divenne presidente del neonato Franklin Country CIO Council, composto da 14 sindacati locali e 3.000 uomini e donne. Nel 1939 mise su un'organizzazione ombrello del CIO in tutto lo Stato, parallela a quella dell'AFL. Molti dei progressisti si unirono a Di Nucci nel campo del CIO, incluso Silvey che divenne segretario tesoriere. Le dipartite diedero alla CFL un tono meno militante ma non divenne affatto conservatrice né abbandonò gli sforzi per organizzare i lavoratori. Ironia della sorte, dopo aver forzato l'allontanamento di Di Nucci, diversi sindacati edili si slegarono dall'ente cittadino. Nel 1938 lo stesso George Strain reindirizzò le sue energie verso il Partito repubblicano e, come ricompensa per aver lavorato all'elezione a governatore di John Bricker, divenne capo del Dipartimento delle relazioni industriali di Stato. La creazione del Franklin Country CIO Council permise a Di Nucci di fare quello che sapeva fare meglio: organizzare i lavoratori. «Amo organizzare, – disse in un'intervista degli anni '70 – non mi importava delle negoziazioni, delle lamentele e cose del genere». Vedeva il suo ruolo come quello di un iniziatore, colui stabilisce contatti e mette in moto le cose. Una volta sicuro che un numero sufficiente di lavoratori in uno stabilimento fosse impegnato nel sindacalismo, chiedeva all'organizzazione competente di inviare il proprio personale e ripartiva per un altro obiettivo. Seguendo questa strategia, aiutò la UAW a organizzare il Columbus Auto Parts e la Textile Workers' Union del CIO gliene diede riconoscimento presso le Columbus Coated Fabrics. Supportò anche i dipendenti statali nella formazione di quella che sarebbe poi diventata la Ohio Civil Service Association. Gli sforzi del Di Nucci per organizzare lo stabilimento Timken di Columbus erano tipici del suo modo di fare. Di tanto in tanto, durante il 1937 e il 1938, visitò i bar che circondavano lo stabilimento, coinvolgendo i lavoratori in discussioni. Tra loro c'era il giovane Harry Mayfield, che voleva fare qualcosa per le condizioni nello stabilimento. Mayfield aveva già provato a lavorare come membro del comitato di reclamo del sindacato aziendale, scartato dopo un incontro col direttore dello stabilimento per aver insistito troppo su un caso. Spiato e seguito, Mayfield aveva comunque accettato di partecipare a un incontro notturno clandestino presso la fattoria di "Red" Malone, lontano dagli occhi degli agenti Timken. Mayfield ricordò che Di Nucci era arrivato al raduno con I. W. Abel, che aveva già fondato una sezione degli Steelworkers alla Timken di Canton. Portava con sé un barilotto di birra per promuovere una discussione completa sui problemi. Quando la riunione fu aggiornata, sotto la guida di Mayfield era stato formato un comitato organizzatore che avrebbe sfidato una delle aziende più antisindacali dello Stato. All'inizio degli anni '40 gli sforzi del Di Nucci per dare sostegno al lavoro organizzato nell'Ohio centrale ricevettero l'aiuto della Chiesa cattolica con l'arrivo del vescovo Michael Joseph Ready e l'istituzione di un dipartimento di azione sociale sotto padre Augustine Winkler. In precedenza, la leadership cattolica locale era stata ostile al CIO e, secondo quanto riferito, aveva persino impedito alla figlia di Di Nucci di frequentare la scuola cattolica a causa dei legami sindacali del padre. Al contrario, sia Ready che Winkler cercarono di convincere i parrocchiani della diocesi che il sindacato era rispettabile. Il vescovo Ready nominò varie mogli di leader sindacali, tra cui Lena Di Nucci, a posizioni importanti nel Consiglio diocesano delle donne cattoliche. Diede avvio una messa annuale del Labor Day, trasmessa anche via radio. Da parte sua, padre Winkler diresse una scuola che insegnava ai dirigenti sindacali locali - molti dei quali non erano nemmeno in possesso di un diploma di scuola superiore - i punti salienti delle trattative contrattuali e del diritto del lavoro in modo che potessero trattare efficacemente coi rappresentanti aziendali più istruiti. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale modificò drasticamente il movimento operaio nell'Ohio centrale e la carriera di Giorgio Di Nucci. Nell'agosto 1940 il governo federale decise di costruire una fabbrica di aerei alla periferia di Columbus per la Curtiss-Wright Corporation. Al culmine della produzione di guerra, nel 1944, questa struttura impiegava 24.684 lavoratori, un numero più o meno uguale a quello di tutti i lavoratori cittadini di produzione prebellica. Cosa più importante per il movimento operaio, la forza lavoro della Curtiss-Wright si unì al sindacato poco dopo l'inizio della produzione nel 1941. Di Nucci aveva iniziato a organizzare la struttura assumendo simpatizzanti nei dipartimenti chiave. La sfida che dovette affrontare non era opporsi all'azienda ma unire una forza lavoro divisa per religione, etnia e razza. A differenza della maggior parte delle sue campagne organizzative, Di Nucci portò questa fino alla conclusione positiva, col riconoscimento aziendale dell'UAW. Quasi dall'oggi al domani i rapporti di potere sia in città che nel movimento sindacale locale cambiarono, dal momento che l'UAW rappresentava ora una percentuale significativa dei lavoratori e poteva mobilitare gli elettori sia alle urne che alle riunioni sindacali. Anche altri sindacati del CIO crebbero notevolmente, in parte perché gli appalti pubblici potevano essere assegnati soltanto ad aziende conformi al Wagner Act. Complessivamente nel 1942 i membri del CIO di Columbus aumentarono del 300%. L'ascesa di sindacati di grandi dimensioni alterò il futuro di Giorgio Di Nucci nel movimento operaio. Quando egli lasciò la CFL nel 1937 per una posizione nel CIO, rinunciò anche all'appartenenza alla United Garment Workers, affiliata all'AFL. Profondamente coinvolto nell'organizzazione del Columbus Auto Parts e bisognoso di un'affiliazione sindacale ufficiale, ottenne una tessera nell'UAW ma la dovette restituire quando il nuovo statuto proibì ai lavoratori non automobilistici di esserne membri. Si unì dunque a una sezione di Cincinnati degli Amalgamated Clothing Workers ma quell'accordo fu insoddisfacente poiché non poteva partecipare alle riunioni. Alla fine, il suo amico Abel lo aiutò ad ottenere una tessera dei siderurgici. Di Nucci, tuttavia, riconobbe che si trattava di un'iscrizione di cortesia, che lo limitava a un ruolo di supporto. Eppure, anche se confinato nello staff, DeNucci fu dinamico. Il governo federale richiedeva la rappresentanza dei lavoratori in comitati, commissioni e consigli di pianificazione, e, con un gran numero di leader sindacali andati in guerra, Di Nucci scalò molte posizioni. Inoltre, in qualità di leader del CIO dell'Ohio centrale, ne era il principale lobbista presso i funzionari statali. Inoltre, quando si arruolò il segretario-tesoriere dell'Ohio CIO Council, Di Nucci ne assunse le funzioni fino al ritorno. Per Di Nucci la guerra fornì ai sindacati l'opportunità di «vendersi alla comunità». Convise i sindacati locali a partecipare al Community Chest e pubblicizzò molto il fatto che i membri del sindacato fossero i maggiori donatori del fondo. Istituì una borsa di studio religione-lavoro in cui i leader di varie fedi si incontravano mensilmente coi rappresentanti dei lavoratori locali per discutere le questioni comunitarie. Di Nucci fece anche pressioni su sua moglie e sulle mogli di altri funzionari sindacali affinché facessero volontariato presso vari enti di beneficenza locali. La fine della guerra portò alla fine dei comitati e dei consigli e al ritorno dei soldati ex attivisti sindacali, desiderosi di riconquistare il proprio posto. Nel rimescolamento postbellico che ne seguì, la mancanza di una base istituzionale rese Di Nucci dipendente dai vertici dei sindacati più grandi. Ebbe incarichi speciali da Phil Murray, presidente del CIO e degli Steelworkers. Alle convention del CIO, ad esempio, mobilitò i voti sull'agenda della leadership. Quando necessario assunse temporaneamente anche vari incarichi fin quando non veniva individuato un sostituto ufficiale. Di Nucci utilizzò sempre più le proprie capacità organizzative in favore della crociata anticomunista, che avrebbe rimodellato il movimento operaio del dopoguerra. Nel 1946 Murray lo nominò amministratore del Cleveland CIO Council con l'ordine di espellere i comunisti. Ancora una volta, durante la convention del CIO dell'Ohio del 1949, Di Nucci raccolse i voti necessari per estromettere i membri del consiglio esecutivo di sinistra. Pochi mesi dopo prese la parola al congresso nazionale del CIO che aveva espulso diversi sindacati internazionalisti controllati dai comunisti. Nel decennio successivo, il CIO inviò Di Nucci a combattere i comunisti in tutti gli Stati Uniti, a Porto Rico e persino nella zona del Canale di Panama. Ironia della sorte, nel 1954 Di Nucci scoprì che il governo federale lo considerava un comunista. In una lettera in cui chiedeva aiuto agli amici, scrisse: «Io, che li ho sempre disprezzati e odiati [i comunisti, n.d.a.], e durante tutti i miei anni col CIO mi è stato assegnato l'incarico di scovare e tenere questi viscidi lontano dalle posizioni di vertice nei sindacati del CIO, mi vedo ora negare il passaporto perché qualche maccartista ha depositato una dichiarazione secondo cui ero o sono un comunista!». Pare infatti che un agente dell'FBI a Portsmouth riferì che Di Nucci aveva partecipato a due riunioni al 3966 di Gallia Street, presso un'impresa di pulizie legata ai comunisti. Da quelle informazioni e dal fatto che il suo nome fosse sulla mailing list del "Daily Worker", l'FBI concluse che era un membro del Partito comunista. Per i due anni successivi Di Nucci fornì dichiarazioni giurate sulle sue attività anticomuniste a una serie di figure di spicco nel movimento operaio e nella vita pubblica. Alla fine fu in grado di produrre copie di vecchie lettere che dimostravano che avesse fatto appello al servizio postale per interrompere la consegna di pubblicazioni comuniste non richieste. Per quanto riguarda la partecipazione alle riunioni del Partito comunista, scoprì che l'accusa era basata su una brutta calligrafia: i numeri 0 dell'informatore sembravano 6. Aveva sì partecipato a due riunioni a Portsmouth, ma non al 3966 bensì al 3900 di Gallia Street, all'Eagles Hall, dove si riunivano gli metalmeccanici locali. La fusione tra AFL e CIO avvenuta alla fine degli anni '50 portò con sé un ulteriore rimescolamento di posizioni che portò Di Nucci a porre fine alla sua carriera sindacale. Anche dopo la pensione, negli anni '70, Giorgio Di Nucci rimase attivo, trascorrendo le giornate, ad esempio, a sfruttare tutti i suoi contatti per promuovere il boicottaggio dell'uva da parte dei Farm Workers dell'Ohio centrale. Morì nel 1979. Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.

  • 16 marzo 1962: la nascita di Mafalda per la Siam Di Tella

    In realtà doveva essere un fumetto, un comic strip. C'era questa grossa azienda di Buenos Aires, la Siam Di Tella, fondata ai primi del '900 da un immigrato italiano, Torquato Di Tella - Siam è l'acronimo di Sociedad Italiana de Amasadoras Mecánicas -, molisano di Capracotta. Il vecchio era partito costruendo impastatrici per la panificazione e in pochi anni aveva formato il conglomerato industriale più importante del Sudamerica. Per farla breve, l'azienda, per diversificare, aveva deciso di produrre elettrodomestici, nella fattispecie una linea di lavatrice chiamata - chissà perché - Mansfield. Per la campagna pubblicitaria avevano incaricato l'agenzia Agnes Publicidad. Norman Briski, il planner strategico responsabile per la campagna, aveva pensato di rappresentare il prodotto casalingo con un testimonial, una famiglia classica, padre, madre, due figli. Si era messo in testa di illustrare la vita della famigliola in compagnia della nuova lavabiancheria con delle strisce, un finto cartone animato redazionale con il messaggio promozionale ben camuffato. E ha chiamato me. Miguel Brascó è stato scrittore, umorista, editore, critico, gastronomo gourmet, avvocato, giornalista, fumettista e collega di Joaquín Salvador Lavado Tejón, Quino per gli amici come lui. Quino era stato il più piccolo dei tre figli di immigrati andalusi, repubblicani battaglieri, il padre semplice impiegato, la madre casalinga. Aveva vissuto un'infanzia molto felice. Abitava in un piccolo quartiere di Mendoza, città andina a più di mille chilometri da Buenos Aires, agricola, popolata da immigrati dell'area mediterranea. Aveva cominciato a conoscere i suoi connazionali argentini solo all'inizio della scuola elementare. È stato un bambino solitario, a tredici anni i genitori l'avevano iscritto alla School of Fine Arts di Mendoza, ma nel 1949, «stanco di disegnare belle ragazze, statue e animaletti di peluche», l'aveva abbandonata, una decisione della quale più tardi si era pentito, e pensò a un'unica possibile applicazione per il suo talento: vignettista e umorista. Ma io avevo altri lavori da terminare, nuovi progetti, e suggerii a Briski di farsi portare il portfolio di Joaquín e di farci due chiacchiere. I due si erano piaciuti, il brief per la campagna era stato chiaro e, dopo pochi giorni, Joaquín si era presentato con una cartella piena di schizzi, abbozzi, ritratti e qualche battuta scritta. Visto il nome della marca, il nome del protagonista doveva iniziare con M e, possibilmente, contenere altre lettere che lo formavano. Quino si era ricordato che in un romanzo - "Dar la cara" - c'era una bambina di nome Mafalda. Non aveva dubbi: il personaggio chiave della striscia sarebbe stata lei, una ragazzina dal viso tondo e i capelli neri, contestatrice del mondo degli adulti e con una particolare repulsione per la zuppa. E poi ci fu quel maledetto, luminoso pomeriggio di fine estate, il 16 marzo del '62 - non bisogna mai presentare una campagna di venerdì... - che, alla fine della riunione, gli uomini del marketing Di Tella avevano comunicato all'agenzia che - per motivi non certo dipendenti dall'ottima strategia, dall'idea geniale e dal ben articolato piano mezzi - purtroppo avrebbero dovuto rimandare tutto a data da destinarsi. Frank Stahlberg Fonte: http://www.stahlberg.it/, 16 marzo 2020.

  • Tempo ed eternità

    Una lampada, lingua di luce rossiccia sonnacchiosa opaca tra i vetri fuliginosi, dondola le tenebre amiche impassibile recando al vento l'ora fugace di questa notte; esaurita l'ultima stilla che irrora la vena in cui pulsa moribondo l'estremo respiro della luce si farà giorno; domani forse passerò muto sotto la lampada spenta sul mio viaggio ricco di albe in un mattino che aggiorna senza fine. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Petali, Sammartino, Agnone 1963.

  • C'era una volta Capracotta, tra acqua e memoria

    Con Filippo Di Tella ho due cose in comune. Innanzitutto proveniamo dal medesimo ramo familiare, re Culieàngele, ossia i discendenti di Nicolangelo Di Tella: si dice che chi appartenga a questa razza non si spaventa del lavoro manuale ma, d'altronde, presenta pure un solo grande difetto: la testardaggine. La seconda cosa che sento di avere in comune con Filippo è qualcosa di non misurabile ed è l'amore per Capracotta. Sono anni che Filippo lavora a questo libro e, assieme, abbiamo rivisto ogni scritto affinché il racconto personale assumesse carattere collettivo, com'è giusto che sia per i ricordi legati a una piccola comunità. In realtà la nostra comunità proprio piccola non è, giacché andrebbe considerata la natura transnazionale della gente capracottese, sparsa ai quattro angoli del pianeta ed ancor oggi legatissima a quella piccola, lontana, patria avita. Nel suo libro Filippo Di Tella ci racconta che "C'era una volta Capracotta" e, per far ciò, passa in rassegna 100 fonti sparpagliate sul nostro territorio. Questo libro, insomma, gronda acqua e memoria. A ben vedere Capracotta è una riserva d'acqua per tutti i paesi di valle - tanti i toponimi legati alla lama (avvallamento acquitrinoso) - ed infatti il suo terreno, dove non vi son pietre, appare spugnoso - Spogna si chiama la più antica tra le sue sorgenti. L'acqua di Capracotta, poi, sa prendere la forma della neve quando le stagioni s'imbufaliscono e le fonti ghiacciano, cristallizzando il ciclo vitale della natura, finché tornano nuovamente a sprigionare in primavera il loro getto dirompente. Tra le righe di Filippo Di Tella vi sono le storie di pastori, di carbonai e di contadini in cui rivedo i miei nonni, vi sono le avventure giovanili del secondo dopoguerra che mi ricollegano a mio padre, vi è insomma tutto il brulichio di chi ci ha preceduto. Il bello è che chi conosce poco la campagna capracottese scoprirà in questo libro fonti di cui nemmeno immaginava l'esistenza. Tante altre, ahimé, sono scomparse dal territorio e dalla memoria. Il maestro Domenico D'Andrea, a suo tempo, denunciava che «per le mutate condizioni di vita e di lavoro, gli interessi sono rivolti altrove e i nomi delle sorgive di campagna sono andati in disuso. Alcune di esse si sono disseccate o disperse. I piloni per l'abbeverata, di cui molte erano dotate, sono in frantumi. Le cannelle dell'acqua, rotte o scomparse. Non c'è più interesse a mantenerle in vita. L'oblio le sta ricoprendo. Forse un giorno, quando l'amore per la montagna e le sue nascoste bellezze prodigiosamente rifiorirà, ci si riprenderà cura delle vecchie fonti campestri e boschive». Prendiamo ad esempio la Fonte del Duca, un "nobile" fontanile, tra i più distanti dall'abitato di Capracotta, il cui nome è dovuto al fatto che si trovava all'interno dei possedimenti del Duca di Capracotta: quella bellissima fonte è oggi in avanzato stato di abbandono e, nel vederla così, duole il cuore. Ma il giorno prefigurato dal maestro D'Andrea sta forse per venire. Grazie al lavoro di ricerca portato avanti in questi anni ho scoperto, su alcune piante topografiche del 31 ottobre 1812, alcune fonti di cui si ignorava l'esistenza, come la Fonte dello Iaccio del Bove, la Fonte del Lupo, la Fonte del Meluccio, la Fonte di S. Maria, la Fonte del Trocco di Lemme, la Fonte della Veticara, tutte localizzate nella contrada di Macchia. Stessa sorprendente scoperta ho fatta circa le aree di Monteforte e dell'Ospedaletto, dove un tempo vi erano la Fonte del Padulone, la Fonte della Parchesana, la Fonte di Pietra Campanile, la Fonte di Pietra Pomponio, la Fonte della Pignatara, la Fonte di S. Simmaco o la Fonte Vecchia. È legittimo pensare che alcune di queste fonti esistano ancora e che magari abbiano solo cambiato nome, com'è già accaduto per la Fonte Ariente (registrata Fonte d'Argenzio) o per la Fonte Cupello (un tempo Fonte delle Cupelle, dal latino cupella, piccolo vaso). È altrettanto legittimo organizzare quanto prima delle spedizioni per rintracciare queste antiche fonti che - giova ricordarlo ancora una volta - rappresentano la memoria dei lavoratori capracottesi. Il libro di Filippo Di Tella, insomma, è sì un esercizio di memoria ma è anche e soprattutto uno sprone a riscoprire con maggior consapevolezza quest'amata Capracotta, la terra dei nostri padri. Francesco Mendozzi Fonte: F. Di Tella, C'era una volta Capracotta con le sue 100 fontane, con i suoi 942 nomignoli, con i miei evanescenti ricordi, Capracotta 2022.

  • Franciszek Rogucki: non lasciamo mai i nostri

    Nel 1943 la 1ª Compagnia Commando Indipendente effettua un pattugliamento nel territorio di Ateleta. La sua missione diventerà un lavoro quando i polacchi si scontreranno per la prima volta coi tedeschi sull'Appennino. Durante lo scontro a fuoco, il tiratore scelto Franciszek Rogucki viene ferito. Per 4 ore i commando portano il ferito a dorso di mulo alla base di Capracotta, ma purtroppo muore durante il trasporto. Nel diario di combattimento, il tenente Czyński scriverà: «Tutti i membri di questa pattuglia hanno fatto del loro meglio per portare fuori dal campo di guerra il collega ferito e per completare questo ordine». Franciszek Rogucki proveniva da Pittsburgh, negli Stati Uniti. Non aveva mai visto la Polonia e aveva una scarsa padronanza della lingua madre. Il patriottismo gli fu instillato dalla madre, in nome dei doveri verso il «paese degli avi». Su impulso materno indossò un'uniforme polacca e si unì ai commando. Fu il primo polacco a morire in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Venne decorato postumo dal generale Kazimierz Sosnkowski con la Croce d'argento dell'Ordine dei Virtuti Militari. Fu sepolto a Capracotta e il suo commando dipinse sulla tomba il segno dell'Operazione Combinata: un'ancora, un mitra e un albatro volante. Il motto «Non lasciamo mai i nostri» è sopravvissuto fino ad oggi ed è uno dei principi cardine dei soldati delle odierne forze speciali. Globalna Sieć Sił Specjalnych (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.cisiiskuteczni.pl/, 9 giugno 2015.

  • A Maria SS. di Loreto

    Quando passo devoto m'inchino là, in quel faro d'immenso splendore; ragionando con l'alma e col cuore sento in me una speranza che avrò sempre viva; speranza ed amore, certamente, fin quando vivrò. Cosa vedi, che c'è di bellezza là in quel posto che dici sì caro? Che cos'è questo splendido faro diran tanti, insistendo, dov'è? Non vedete; dal Monte Capraro verso il Campo, la stella che c'è? È Maria, la Signora del cielo, la Regina di tutto il creato. Dal Suo tempio, eretto isolato, questa eterna bellezza, così, poco lungi dal nostro abitato guarda il posto là dove apparì. Un viavai di fedeli commuove con la muta - eloquente - preghiera. Tu, Maria di Loreto, la vera protettrice, la gioia sei Tu. Per noi prega: il tuo popolo spera, per noi prega il Bambino Gesù. Capracotta, al Tuo fianco sorride, per quel posto, per quell'armonia. La Tua chiesa, la Croce, la via è un assieme, un progetto, un tesor, una grazia voluta, Maria, per chi T'ama con tutto l'ardor. Non si è visto un distratto passare, né un demente corrotto alla fede, che in quel posto, qualcosa non vede di sublime, che chiama al dover. Qualche cosa che all'anima chiede d'inchinarsi! È il divino voler. Piango e rido, m'inchino e saluto quando suona la nota gentile, specie, quella dell'ultimo aprile che ci annunzia il bel mese dei fior la campana! dolcezza virile, chiama, invita, si sente l'amor. Cosa dir del Tuo giorno in settembre, quando vieni da noi, Madre mia? Tutti cantano «Evviva Maria», tutti piangon di gioia, perché? Per la grazia, Signora, e che sia senza fine, la grazia da Te. Corron tutti alla fonte più viva di speranza, conforto. Perdono! Tu, che degni lo sguardo dal trono ove sei, per l'immensa bontà, Madonnina, Ti prego, anch'io sono un indegno, pentito. Pietà! Madre, sposa, figliuola di Dio, sola eletta; gloriosa Signora. Tutto il mondo Ti chiama, Ti onora, tutto il mondo, dal povero al re. Chiamo anch'io. Se ho mancato, da ora voglio viver soltanto per Te. Per portar questa vita a buon fine che sappiamo, è una corsa veloce. Per portar con più forza la croce rassegnato, che il ciel mi assegnò, non lasciarmi. Io, fin che avrò voce, bella Vergine, a Te chiamerò. (1936) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.

  • Capracotta, il paese delle bufere

    In Molise c'è un piccolo borgo che conta meno di mille persone a cui amo tornare, di tanto in tanto, per immergermi nella sua atmosfera unica. Capracotta, parte della Comunità Montana Alto Molise, è il più alto comune della regione e tra i più alti dell'Appennino. Adagiato tra le cime, a 1.421 metri, comprende nel suo territorio la vetta di Monte Campo (1.746 metri) e una stazione sciistica che permette di sfrecciare sulle piste che si articolano in questo tratto di Appennino meridionale. Ma anche questa volta non sono venuto qui solo per sciare. I motivi per indugiare e camminare lentamente nelle vie del borgo sono infiniti e vanno dal clima alla storia, dalla geografia alla flora. Capracotta è infatti chiamato anche il "paese delle bufere", in quanto soggetto a frequenti tormente di neve che lo avvolgono in un candido manto spesso alto sino a un metro. E una bufera di marzo ha travolto il paese proprio ieri, prima del mio arrivo. Mentre percorro la strada principale della cittadina guardo con ammirazione gli abitanti aprire varchi e ripulire le vie e i cortili antistanti le case. Conosco la loro forza e l'armoniosa simbiosi che vivono con la natura che, a queste altitudini, sa essere severa quanto dolce. Tra qualche settimana la primavera arriverà anche quassù e mostrerà il suo volto variopinto nel Giardino della Flora appenninica, appena fuori il paese, un orto botanico che raccoglie le specie floreali più rare e meravigliose dell'Appennino centro-meridionale. La grazia e la forza di queste genti hanno origini antiche che, come quelle di questo borgo, si perdono nel tempo e nella leggenda. Le tracce umane rinvenute risalgono addirittura al Paleolitico, al periodo musteriano, e si ritiene che fin dal IX secolo fosse presente un primo insediamento. Si racconta che il nome Capracotta derivi dal rito di alzuni zingari che catturarono una capra per bruciarla in modo da favorire la fondazione di una nuova città. L'animale però scappò sui monti e fu ritrovato nei pressi dell'attuale borgo, dove gli zingari decisero di stabilire l'insediamento. Più probabilmente Capracotta deriva dal latino castra cocta, indicando la presenza di un accampamento militare in epoca romana. Il paese continuò a vivere con i rigidi ritmi dettati dalla montagna sotto molteplici dominazioni - longobarda, angioina - fino all'annessione all'Italia nel 1860. Durante la Seconda guerra mondiale Capracotta condivise la sorte di martire di altri luoghi arroccati su questi Appennini, come Roccaraso, in Abruzzo, che visse la tragedia della strage di Pietransieri. Anche Capracotta fu saccheggiata e completamente rasa al suolo: i tedeschi in ritirata gettarono dinamite in tutti gli edifici, risparmiando solo le chiese e l'asilo. La chiesa parrocchiale dell'Assunta, meraviglioso esempio di barocco del 1673, rimase fortunatamente in piedi, ma molte furono le case squarciate dalle esplosioni e gli abitanti uccisi. Nel dopoguerra l'incredibile forza di queste genti di montagna seppe far risorgere il borgo dalle fondamenta, diventando ben presto meta turistica per sciatori e amanti della montagna. Camminando tra queste strade posso percepire ancora lo squarcio di quella ferita, ma più forte sento la dignità e l'amore per la loro terra degli abitanti che hanno saputo sanarla. Massimiliano Ossini Fonte: M. Ossini, I monti azzurri. In cammino sugli Appennini, Rizzoli, Milano 2022.

  • Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (II)

    Sfruttando questo slancio, Lew Johnson, presidente dell'ITU 5, invitò Di Nucci, Silvey ed altre cinque persone a una cena il 30 settembre 1935, dalla quale emerse un dinamico caucus progressista. Poco dopo l'AFL nazionale tenne la sua convention ad Atlantic City durante la quale le risoluzioni a favore del sindacalismo industriale furono sconfitte e il presidente della United Mine Workers John L. Lewis prese a pugni il presidente dei Carpenters William L. Hutcheson, un gesto che simboleggiò lo scioglimento della Camera del Lavoro. Il 9 novembre Lewis e i leader di altri sindacati AFL disillusi lanciarono così il Comitato per l'organizzazione industriale (CIO) come blocco organizzato all'interno dell'AFL, dedicato alla sindacalizzazione nelle linee industriali, una linea politica che la maggioranza dell'AFL aveva appena respinto. Quando i progressisti di Columbus tennero una seconda cena il venerdì del Ringraziamento del 1935, a cui parteciparono 25 persone, si consideravano ormai parte di un progetto più ampio. Come scrissero Johnson e Silvey a John Brophy, nuovo direttore del CIO nazionale: «Vogliamo dare il nostro sostegno ai vostri sforzi e fungere da centro di smistamento a Columbus per il vostro lavoro promozionale ed educativo [...] Vogliamo creare un fermento nella federazione locale per istruire e agitare il nuovo assetto industriale del movimento operaio». Nelle settimane successive il "Labour Tribune" pubblicò lettere in cui si discuteva se i lavoratori dovessero essere organizzati per manifattura o per industria, con la stragrande maggioranza propensi a quest'ultima. I progressisti sollecitarono anche la causa del CIO alle riunioni della CFL che, a quanto pare, fu l'unica cosa che animò queste sessioni. Come notò il delegato Silvey nel dicembre 1935, il presidente della CFL Larison «è insuperabile nel condurre una riunione noiosa e stupida. La frequenza [è] in continuo calo». Eppure, in modo ironico, Larison, un oppositore del sindacalismo industriale, aiutò i progressisti alienando tutti col suo costante ghigno. «La nostra paura – osservò Silvey – è che non solo umilierà se stesso per non avere più un lavoro ma allo stesso tempo umilierà l'intera CFL che non esisterà più". Nel gennaio del 1936 Larison annunciò che non avrebbe chiesto la rielezione a presidente della CFL. A quel punto, il caucus progressista aveva deciso di eleggere Di Nucci, che aveva tenuto un commovente discorso pro-CIO alla riunione CFL di dicembre e che presentava un'immagine moderata nel trattare coi cantieri edili. Inoltre Di Nucci, un lavoratore del settore dell'abbigliamento, contrastava con l'immagine del caucus progressista dominato dall'ITU. L'elezione si rivelò una vittoria schiacciante per Giorgio Di Nucci. Degli 84 delegati votanti, 71 votarono per lui, dopodiché il suo avversario chiese che l'elezione di Di Nucci fosse accettata all'unanimità. Oltre alla mancanza di grandi divisioni e rancori, altri due aspetti dell'elezione furono interessanti. In primo luogo non emerse alcun modello di voto, coi delegati dei settori dell'edilizia, della stampa e di vari mestieri che si schierarono in modo schiacciante con Di Nucci. In secondo luogo, mentre 84 delegati votarono, 36 non lo fecero: molto probabilmente questi 36 riflettevano quell'apatia generale che Silvey aveva a suo tempo denunciato. Poco dopo la sua elezione Di Nucci pronunciò un discorso radiofonico che delineava la direzione in cui avrebbe guidato la federazione: «Sono per il sindacalismo industriale e so che alcuni dei sindacati artigiani non sono in sintonia col movimento. Lasciate che vi dica che non anticiperò la Federazione americana del lavoro (AFL), anche se sono convinto che nel movimento operaio siano necessarie nuove politiche e nuovi metodi. Il mio scopo è essere pronto ai cambiamenti quando questi arriveranno, in modo che il lavoro organizzato possa essere rafforzato e andare verso nuove vittorie». Come i fondatori del CIO a livello nazionale, inizialmente Di Nucci considerava se stesso e i suoi alleati come operanti all'interno dell'AFL. Di Nucci non perse tempo a rinvigorire il movimento operaio di Columbus. Spronò ogni sindacato della città ad aumentare i propri membri e cominciò l'opera di ricostruzione delle sezioni affittate durante i giorni dell'NRA. Quando, nell'aprile del 1936, Silvey riferì all'ITU 5 sugli affari della CFL, si mostrò positivamente raggiante: «La nuova amministrazione della federazione cambia l'intera struttura del movimento operaio a Columbus. Assenza di fanatismo e di egoistica ambizione, maggiore preoccupazione per tutti i lavoratori, devozione alla causa e politiche progressiste attive [...] Campagna organizzativa in corso. Differenza tra il trattamento di Larison dei piccoli sindacati e quello dato da Di Nucci. 100 soci paganti in più nelle ultime due settimane e mezzo». A luglio, Silvey diceva ai membri dell'ITU 5: «Le attività generali di Giorgio Di Nucci producono risultati costanti. Lavora con soffiatori di vetro, con macellai, con mobilieri, modellisti, tappezzieri. I bidelli scolastici aumentano i membri da 50 a 100 dalla nuova amministrazione [...] Un'azione rapida e intelligente di Di Nucci ha salvato il contratto della Buckeye Distributing Company coi lavoratori del birrificio [...] Di Nucci ha protestato col governatore Davey per gli appalti di edilizia popolare ad appaltatori non sindacalizzati, col risultato che è stato inviato un ordine dall'ufficio del governatore che richiedeva che tutto il lavoro pubblico fosse contrattualizzato con agenti sindacali. Il lavoro di Di Nucci con l'ufficio del governatore è stato soddisfacente. Rapporti personali buoni». Col Di Nucci attento alle preoccupazioni degli operai edili quanto dei birrifici e dei bidelli delle scuole, i primi 6 mesi del suo mandato furono segnati da entusiasmo ed unità. Vi erano tuttavia personaggi scontenti dell'operato di Di Nucci ma non misero apertamente in discussione la direzione della CFL fino al termine dell'estate del 1936. Questo malumore era incentrato sul Buildings Trades Council e sul segretario dell'organizzazione, George A. Strain. Sarebbe errato concludere, tuttavia, che tutti i lavoratori edili e i loro dirigenti locali si siano opposti alla deriva sindacale della CFL. I sostenitori di Strain tendevano ad essere i capi dei falegnami, degli stuccatori e di pochi altri sindacati. Alcuni delegati del settore edile della CFL sostenevano costantemente le azioni del Di Nucci, un fatto attestato dalla sua rielezione (senza opposizione) a presidente della CFL nel gennaio 1937. Altrettanto importante, tuttavia, che un gruppo più ampio di delegati del settore edile non partecipò alle riunioni della CFL. Questa mancanza di partecipazione potrebbe essere stata una strategia per evitare di rimanere intrappolati tra due forze ma probabilmente rifletteva lo storico distacco delle imprese edili dagli altri sindacati. Le motivazioni di George Strain per sfidare Di Nucci e la deriva del sindacato industriale della CFL erano complesse. Come molti leader sindacali, Strain nutriva un forte impegno nei confronti dell'AFL e non poteva accettare un movimento sindacale diviso. Inoltre, come tanti sindacalisti artigiani, Strain non sentiva alcun legame coi lavoratori della produzione di massa. Una volta disse che «una delle ragioni per cui i cantieri edili sostengono la AFL [...] è il fatto che dobbiamo svolgere un apprendistato di 4 anni prima di diventare dei viaggiatori e siamo riluttanti a mettere il destino dei nostri salari e delle nostre condizioni di lavoro nelle mani di un gruppo predominante di lavoratori non qualificati». L'opposizione di Strain a Di Nucci aveva anche una sua dimensione politica. Strain era impegnato nel Partito repubblicano e la CFL stava chiaramente diventando democratica. L'autunno del 1936, inoltre, fu stagione elettorale. In qualità di rappresentante del BTU nel consiglio di amministrazione del "Labour Tribune", Strain discuteva spesso con Silvey sulle politiche editoriali di quel giornale e se i candidati repubblicani potessero aver accesso alla sua mailing list o fare pubblicità sulle sue colonne. Silvey non era imparziale in queste questioni perché nell'agosto 1936 era diventato direttore della corrente centrista della Lega non partigiana laburista (LNPL) dell'Ohio. La LNPL e la CFL non solo lavorarono per rieleggere Roosevelt ma condussero anche una campagna contro un alto numero di politici locali repubblicani antisindacali. Tutto ciò che faceva Di Nucci sembrava allontanare Strain. Ad agosto Di Nucci partecipò alla creazione della LNPL di Columbus e presiedette il primo grande raduno del CIO in città. Il 31 ottobre Di Nucci tenne un discorso radiofonico esortando i lavoratori locali a rieleggere Roosevelt. E a novembre e dicembre lavorò a stretto contatto coi membri dell'UAW Local 30 per uno sciopero contro la Auld Company, trasformato in uno scontro politico col municipio, controllato dai repubblicani, per le misure antisciopero della polizia locale. Mentre Di Nucci ed altri collaboravano col CIO, l'AFL espulse gli internazionali affiliati al CIO al congresso del novembre 1936. La CFL, tuttavia, continuò ad ospitare rappresentanti delle organizzazioni estromesse. Ciò era in linea con la politica dell'AFL, poiché quando le fu chiesto come gli enti cittadini e statali avrebbero dovuto trattare i locals dei sindacati internazionali espulsi, il presidente dell'AFL William Green rispose che avrebbero dovuto essere autorizzati a restare affiliati. Pertanto, mentre gli United Automobile Workers non erano più affiliati all'AFL, la UAW Local 30 era invece un membro attivo, militante e in crescita all'interno della CFL. L'espulsione dei sindacati del CIO da parte dell'AFL diede a Strain e ad altri sostenitori dell'AFL la speranza che si potesse far qualcosa per i progressisti locali. Allo stesso tempo la militanza degli operai incoraggiò i delegati più radicali della CFL a spingere più in là la loro agenda. Così, nel gennaio 1937, Di Nucci si trovò incuneato tra due posizioni. I leader del BTC lo sfidavano per essere un sostenitore del CIO mentre i delegati radicali lo attaccavano per non essere aggressivo. Le discussioni esplosive tra i sostenitori e i radicali sugli aiuti agli scioperanti di Flint costrinsero Di Nucci a pronunciarsi chiaramente a favore dei progressisti e portarono Strain ed altri leader del settore edile a riconsiderare le loro posizioni. Quando il BTC si riunì, l'8 febbraio 1937, chiese al consiglio esecutivo dell'AFL «di indagare sulle attività del CIO a Columbus e sulle affiliazioni radicali di funzionari e membri del comitato della CFL». Non è chiaro se questa azione sia stata intrapresa dopo aver consultato il quartier generale dell'AFL. Ma il presidente dell'AFL William Green rispose prontamente, notificando tre giorni dopo a Di Nucci che era in arrivo un loro rappresentante. Questa fu la prima volta in cui l'AFL nazionale avviò un'indagine su un organismo centrale per le attività pro-CIO. L'assegnazione dell'incarico da parte di Green a Francis J. Dillon, ex presidente screditato della UAW (che odiava il CIO), suggerisce che Green avesse già determinato l'esito dell'indagine. Nei giorni successivi Dillon incontrò Strain ed altri leader sindacali locali, ma non Di Nucci, Silvey od altri progressisti. Poi, il 23 febbraio 1937, si presentò alla riunione della CFL dove, secondo Silvey, «Dillon chiese a Di Nucci di rinunciare pubblicamente al CIO, di scusarsi per averlo supportato, di promettere di non farlo più e di consegnargli le dimissioni da presidente dell'organo centrale». Giorgio Di Nucci rifiutò. Di Nucci accettò di incontrare Dillon il giorno successivo per vedere se la controversia potesse essere risolta, ignaro del fatto che Green avesse già deciso di non tollerare alcun compromesso. Di conseguenza, mentre Di Nucci era chiuso con Dillon il 24 aprile, Green invitava tutte le federazioni statali e cittadine «a decidere se saranno fedeli all'ente genitore [...] o dare supporto a un'organizzazione classificata come rivale». In linea con la posizione di Green, Dillon chiese nuovamente le dimissioni del Di Nucci e ancora una volta questi si rifiutò aggiungendo, tuttavia, che avrebbe messo il suo futuro nelle mani dei delegati CFL nella riunione ordinaria prevista per il mercoledì successivo. Dillon rispose bruscamente che non ci sarebbe stato alcun incontro, poiché avrebbe revocato lo statuto della CFL. Le forze progressiste si mossero rapidamente per proteggere la loro organizzazione e i suoi leader. Di Nucci spostò immediatamente la riunione programmata per mercoledì a lunedì 1° marzo. Quindi, dopo aver seppellito i registri della CFL nel cortile, nel caso in cui il suo ufficio fosse stato sequestrato, si nascose sotto falso nome al Fort Hayes Hotel, cosicché nessun tribunale gli avrebbe potuto recapitare eventuali atti. Nel frattempo, i leader locali dei barbieri, degli stampatori, dei tipografi e altri sindacati telefonarono ai propri funzionari nazionali per vedere quali pressioni potevano esercitare per fermare Green. I sostenitori del Di Nucci convinsero anche il giudice Cecil J. Randall a emettere un'ingiunzione temporanea che vietava all'AFL nazionale di revocare lo statuto della CFL. La notte del 1° marzo i delegati della CFL si riunirono in seduta straordinaria e rifiutarono le dimissioni del Di Nucci con 51 voti contro 2, i due rappresentanti del settore edile che non avevano votato (con quasi la metà dei delegati non presenti). Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.

  • Lesina, dai bracieri a carbone alle stufe a pellet

    Il capostipite della famiglia Potena si chiamava Domenico. È venuto a Lesina dal borgo molisano di Capracotta nel 1905. Dal figlio Raffaele e dalla moglie Maria sono nati a Lesina cinque figli: Domenico, Marco, Colomba, Agostino e Vincenzo. I Potena hanno sempre lavorato nell'ambito del riscaldamento per uso domestico. A quei tempi non c'era fogna nelle case e non c'era acquedotto, si attingeva l'acqua dai pozzi, i panni si lavavano con la liscivia e per riscaldarsi si usava il camino o il braciere a carbone o a carbonella. I Potena vendevano la carbonella casa per casa, veniva pesata in strada con la stadera. Il carretto trainato dal mulo percorreva tutte le strade del paese, le signore attendevano che si fermasse presso l'uscio di casa per comprare la carbonella che serviva ad accendere il braciere, che dava tepore, cuoceva i cibi sotto la cenere, asciugava i panni e riuniva la famiglia. L'incaricato della vendita era Vincenzo, il più giovane dei Potena, un ragazzo molto sveglio, simpatico e gentile. Con lui lavorava anche un signore di Apricena, Vincenzo Del Giudice, i cui figli e nipoti, in seguito, lavoreranno anch'essi nell'ambito del riscaldamento facendo impianti di termosifoni prima a gasolio e poi a gas metano. Vincenzo, all'inizio degli anni Sessanta, abbandonò il carro e cominciò a vendere il carbone con una robusta moto a tre ruote con un cassone scoperto: era un Gilera 200 a benzina. Passarono gli anni ed il riscaldamento si modernizzò, prima con l'uso delle stufe con le bombole a gas e successivamente con le stufe a pellet. In questi anni c'è stato il passaggio di consegna dal papà Vincenzo al figlio Agostino, che distribuisce ai clienti le bombole di gas ed il pellet con un'auto furgonata, con la stessa precisione e gentilezza del papà. Primiano Clima Fonte: P. Clima, Lesina, dai bracieri a carbone alle stufe a pellet, in «Eccomi!», 5, Lesina, maggio 2022.

  • Resistenza

    Immensa catena d'appartenenza Che oltre il dolore e la penitenza Allertava ogni società del cuore Da Fornelli direzione Capracotta Via di aspetto che tuttora scotta Superava il Vandra e la Vandrella L'intrepido Volturno e il Verrino L'acerba linea delle "Quattro V" Per arenarsi al Trigno e al Saro Dove l'avanzamento tanto avaro Forte si schianta sull'Appennino Là quasi ogni mentre un pennino Con dolore testimonia la morte Ad un calendario di una vile sorte Contro teutonica e rigida armata Da tutti sospettata e mai amata Figurando una via interminabile Su eco che ancora non si dilaga Sui bisbigli di quieta memoria Difficoltosa, pare ancora preistoria... Teodorico Lilli

  • Capracotta all'Esposizione di Caseificio Meridionale del 1910

    Dal 1° al 16 settembre 1910 Campobasso divenne la capitale del formaggio italiano. Si tenne infatti la prima - e credo unica - "Esposizione di Caseificio Meridionale", promossa dalle istituzioni agrarie del Molise, ossia dal dott. Marcello Barone e dal prof. Guglielmo Josa (1870-1961), impareggiabile direttore della cattedra ambulante di agricoltura a Campobasso. Le cattedre ambulanti rappresentarono, per quasi un secolo, la più importante istituzione nel campo dell'istruzione agraria, rivolta in particolare ai piccoli agricoltori, con l'apporto degli ambienti intellettuali supportati da docenti e tecnici. L'attività delle cattedre ambulanti di agricoltura seguì e sostenne lo sviluppo delle aziende zootecniche che, da rozze ed antigieniche, divennero sempre più organizzate ed efficienti. L'esposizione del 1910 fu dunque «l'occasione per il Molise per portare alla ribalta nazionale prodotti caseari che restavano, troppo spesso, solo ad uso familiare. Si sperava che la presenza di caseifici e cooperative di altre parti d'Italia, al pari dei mezzi tecnici per la lavorazione in esposizione, potessero fungere da sveglia rispetto al "sonno eterno" del territorio». Si pensi che alla mostra intervenne persino il ministro dell'Agricoltura Giovanni Raineri (1858-1924), un agronomo prima che un politico, un uomo «che aveva favorito con passione e competenza lo sviluppo dell'associazionismo della cooperazione tra i produttori agricoli». La mostra ottenne un grande successo, sia in termini di aziende presenti che per il concorso di pubblico. Tra le tante aziende premiate, ne spiccano tre capracottesi, uniche in tutto l'Alto Molise: Ditta Conti & Sciullo, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per il pecorino e i caciocavalli; Fratelli Conti fu Ruggiero, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per i caciocavalli; Conti Tommaso, medaglia d'argento dorato del Ministero di Agricoltura per i caciocavalli. L'esposizione, d'altronde, non si limitava ai prodotti caseari (formaggi a pasta filata freschi e stagionati, formaggi di latte pecorino e di latte misto, burri, manteche, ricotte, prodotti secondari e bevande di latte fermentato), alle preparazioni ed attrezzature, macchine e materiali per il caseificio, ai convegni su studi e ricerche in ambito caseario, bensì prevedeva anche una "Mostra dei Tratturi", ossia costumi, attrezzi e fotografie che illustravano la storia dell'allevamento e del caseificio transumante. Questo è il punto che più mi interessa perché - non dobbiamo mai dimenticarlo - la storia gastronomica di Capracotta (dal pecorino alla pezzata) non nasce in paese bensì sul tratturo. Le fotografie dell'Esposizione di Caseificio Meridionale di Campobasso furono commissionate ad Alfredo Trombetta (1879-1962), cresciuto a pane e collotipia nell'atelier del padre Antonio. Ada Trombetta, storica del Molise nonché figlia di Alfredo, affermò che il padre, per conto del Comitato della Transumanza, aveva realizzato la campagna fotografica a Capracotta in agosto, agli stazzi di Iaccio Vorraina e presso quelli della Montagna, al confine con S. Pietro Avellana, oltre ad aver fotografato, parecchi anni dopo, il pastore Sebastiano Di Cesare sulla Maiella. È facile intuire quanto siano preziose quelle fotografie per chi, come me, da anni sta cercando di ricostruire e valorizzare la storia di Capracotta. Stando alla bibliografia di Edilio Petrocelli quelle fotografie sarebbero conservate presso il MATP, il Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma, situato all'Eur, a due passi dall'azienda per la quale lavoro. Per questo motivo quattro anni fa mi recai al museo ma non trovai traccia delle fotografie di Alfredo Trombetta. Forse riposano in qualche polveroso magazzino del museo - pensai. Non mi rimase che scrivere al direttore del Museo delle Civiltà (nel quale era intanto confluito il MATP), prof. Leandro Ventura, per rintracciare quelle preziose testimonianze fotografiche d'una civiltà capracottese che non esiste più. Ventura mi rispose che «non risultano conservate nell'archivio fotografico di questo Istituto lastre di Alfredo Trombetta relative all'Esposizione di Caseificio Meridionale tenuta a Campobasso nel settembre 1910». Il funzionario responsabile, dott.ssa Marisa Iori, aggiunse che «l'archivio fotografico del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari rientra attualmente nelle competenze dell'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale». La ricerca si fece interessante. La Iori, infatti, prese a cuore le mie richieste e andò a spulciare in archivio tra le fotografie storiche del Molise, riscontrando la presenza di «quattro belle immagini sui pastori». Le fotografie erano attaccate a un cartone di supporto, che impediva di vedere completamente il retro. Il lembo in basso a destra risultava leggermente scollato, consentendo di leggere il timbro Fot. Trombetta​ Campobasso, dato confermato anche dal catalogo delle fotografie storiche. Non sappiamo quante siano le fotografie realizzate da Alfredo Trombetta a Capracotta ma da queste quattro si possono desumere informazioni molto particolari sui recinti per la mungitura, sui cani da pastore e, soprattutto, si può ammirare la prima fotografia in assoluto sulla preparazione della pezzata. Ho tentato di entrare in contatto con l'Archivio Alinari, acquisito dalla Regione Toscana, che conserva ormai da molti anni il fondo Trombetta. L'ex responsabile della Direzione Cultura e Ricerca, dott. Roberto Ferrari, si è dimostrato disponibile a favorire le mie ricerche e mi ha dirottato sul dott. Giorgio Van Straten, attuale presidente della Fondazione Alinari. Insomma, il lavoro sull'Esposizione di Caseificio Meridionale di Campobasso del settembre 1910, dopo quattro anni, è appena cominciato! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Esposizione di Caseificio Meridionale a Campobasso, in «La Provincia di Campobasso», XIV:7, Campobasso, 21 aprile 1910; C. Colalucci, Società anonima cooperativa viterbese Ovis fra proprietari di bestiame ovino (salagione, esportazione formaggio pecorino romano): relazione al comitato generale dell'Esposizione di Caseifìcio Meridionale di Campobasso, Agnesotti, Viterbo 1910; O. Conti, Folklorica pastorale capracottese, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910; A. Cravino, L'Esposizione di Caseificio Meridionale e il Congresso di Campobasso, in «Il Coltivatore», LVI:26, Casale Monferrato, 20 settembre 1910; M. L. Di Felice, Il comparto lattiero-caseario sardo tra Ottocento e primo Novecento: l'impatto della modernizzazione, i riflessi sociali e antropologici, in «Rivista di Storia dell'Agricoltura», LV:2, Firenze, dicembre 2015; Esposizione di Caseificio Meridionale in Campobasso. Settembre 1910, De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Saluppo, Il Molise e la Grande Guerra. Speranze, racconti, disillusioni (1911-1919), La Gazzetta, Campobasso 2014; A. Trombetta, L'abbigliamento dei pastori, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999.

  • Il Colle

    Andando nella piazzetta che sta sulla sommità del Colle, l'occhio corre subito al pittoresco verone di pietra, che orna l'antica casa dove una volta abitava zi Quintiliano. La casa, di pietra grigia, a due corpi, con il tetto di lisce, sembra uscita dalla notte dei secoli: gronda vecchiezza da tutte le parti. Di aspetto grave, è piena di dignità nella sua cadente decrepitezza. Vi abitarono anticamente i Baccari, famiglia agiata, di rango elevato, che dette alla Chiesa due vescovi. Il verone, a forma di mezzo cono, esempio unico del genere in paese, guarda ad occidente e si trova proprio sulla cantonata della casa, metà su una facciata, metà dall'altra. Un'aria di mistero avvolge l'antica loggetta e si espande sulle mura, ormai fatiscenti, della vecchia costruzione gentilizia. La Società artigiana La Società artigiana è una delle poche istituzioni che non ha subito contraccolpi dal rapido evolvere dei tempi e dei costumi. La sua sede è ancora nel locale di fianco a Borrelli, sulla loggetta all'angolo. Nei tempi evocati il sodalizio era circondato da un alone di rispetto e di simpatia. Forse lo è ancora: continua infatti a svolgere un'importante funzione sociale e culturale. I ragazzi vi si recavano qualche volta, col permesso dei soci, per ascoltare la radio, non essendoci in paese possibilità di ascoltarla altrove. Appesa ad una parete, in una cornice, c'era una lettera autografa di Garibaldi, ingiallita dal tempo, che faceva sempre molta impressione. Nelle lunghe sere d'inverno i soci, riuniti attorno al braciere, si raccontavano i fatti del giorno e commentavano, spesso con spirito umoristico, le notizie radiotrasmesse. Alcune fra le più belle battute di Tatuccio, Luigiotto, Bettone, mastro Orazio, in auge ancora oggi, sono fiorite proprio lì, intorno al braciere: il grande braciere, testimone non del tutto sordo, se, a detta di zi Donato Tatuccio, doveva sorbirne di cotte e di crude: «Quànta n'ara sentì di chieàcchiare ŝtu vraciére!». Zi Loreto Borrelli Andare da Loreto Borrelli per prendere le misure dell'abito nuovo, era come recarsi ad un appuntamento importante, a cui ci si era preparati da tempo. Imboccato il lungo corridoio dell'ingresso che conduceva alla sua bottega, eri preso da un senso di soggezione, perché, mentre procedevi, ti sentivi addosso gli occhi dei numerosi lavoranti apprendisti che ti guardavano dalla grande vetrata del laboratorio. Ma appena entrato, coglievi sul viso buono di compà Loreto un atteggiamento di affettuosa accoglienza. Sembrava che ti aspettasse. Prendeva il centimetro, il blocchetto di carta e la matita e cominciava a prendere le misure. Mentre misurava, ti parlava con una voce straordinariamente calda e affettuosa, che ti metteva completamente a tuo agio. E andando via, l'eco di quella voce dalle inflessioni dolci e armoniose, ti accompagnava per un pezzo. Seppa Di Seppa era pieno il paese; Seppa di Trasciotta, Seppa di Barabba, Seppuccia Dell'Armi. Quando si diceva Seppa, semplicemente, si voleva indicare Seppa dell'asilo. Era il braccio destro delle suore: la collaboratrice nella custodia e nell'assistenza dei bambini; la "tuttofare" nel disbrigo di ogni sorta di faccende. Non si faceva niente senza la mano di Seppa. Paziente, mite, semplice, laboriosa, si contentava di niente. Era a servizio dei piccoli da quando entravano nell'asilo fino a quando uscivano. Qualche volta li accompagnava a casa, col cattivo tempo. Sistemava i cestini e il vestiario, appena entravano; li accompagnava al bagno; all'ora di pranzo aiutava la conversa a distribuire la minestra. Ogni tanto correva ad asciugare qualche lacrima. Ricordiamola mentre era all'opera in un momento qualsiasi della sua giornata. I bambini hanno appena mangiato la minestra nei piatti di alluminio. Siedono sui banchi a predella, lunghi lunghi. Comincia uno: «Seppa, dammi l'acqua». È il segnale. Tutti gli altri appresso: «Seppa, dammi l'acqua; Seppa, dammi l’acqua». È come una cantilena, che i bimbi ritmano dondolandosi. Seppa, instancabile, corre dall'uno all'altro col bicchiere di stagno e il grosso secchio pieno d'acqua. Passano gli anni. I bambini crescono, si fanno adulti. Quando incontrano Seppa per la via, la chiamano affettuosamente; lei si avvicina e dimenticando per un attimo che non sono più sotto le sue materne ali protettrici, li vezzeggia come una volta: «Fìglie mié! Fìglie mié!». Come su tutte le cose, anche sul mondo piccolo di Seppa cala il sipario. Ma nel cuore di tutti è sempre vivo il ricordo di lei, di Seppa dell'asilo, che col suo fare operoso, si adoperava perché i piccoli di quel mondo fossero lieti e felici. La filodrammatica Durante l'estate di solito venivano in paese piccole compagnie drammatiche che davano spettacolo nella sala "Goldoni", sotto all'asilo o nel giardino di Ruggiero Falconi, sotto a mastr'Amico. Quell'anno non se ne parlava affatto. I ragazzi, che da un pezzo ormai non andavano più nei prati di Conti o al Lago della Vecchia, decisero allora di preparare, essi, una recita per la fine di settembre. L'idea era frullata in mente ad Avedonio Colangelo, che quell'estate si trovava in paese per le vacanze. Ne parlò agli amici, contagiandoli col suo entusiasmo. Scelse il soggetto: il dramma "Il mercante di schiavi"; lo studiò, lo sottopose agli altri, che si trovarono d'accordo, poi assegnò le parti. Cominciò così, sotto la sua direzione, la preparazione della recita, che durò buona parte dell'estate. Niente gite quell'anno. Il regista non transigeva: era severo con gli altri e con se stesso. La preparazione doveva essere accurata: faceva ripetere le parti fino alla stanchezza, suggerendo, correggendo, animando. Sembrava nato sulla scena. Ogni tanto scoppiava qualche baruffa tra gli improvvisati attori e Avedonio doveva correre per sanare i contrasti. Quando si ritenne di aver raggiunto un sufficiente grado di preparazione, si cominciarono ad allestire le scene nel teatrino dell'asilo, il "Goldoni", e si prepararono i costumi. C'era una cert'aria di attesa da parte del pubblico, che aveva notato quel po' po' di tramestio. Quando tutto fu pronto, si fecero le prove generali e si fissò la data. Venne finalmente il gran giorno per la filodrammatica. Antonio zi Monaco interpretava uno schiavo negro e il giorno della recita si procurò del nerofumo e se lo passò senza risparmio su tutto il corpo. Era diventato più nero di un nigeriano. Sulla scena fece un grande effetto e tutti lo applaudirono, anche perché, burlone com'era, buttò giù qualche battuta fuori dello schema del copione. Beh, le cose non andarono tanto male. Il giorno dopo tutti da zi Monaco a vedere se aveva fatto la muta ed era tornato bianco. Era giù in cantina, dentro un tinaccio, nudo, ancora nigeriano nell'aspetto. Stavano cercando con energiche insaponate e secchiate d'acqua calda di asportargli quella patina tirata al nero Brill, che gli stava diventando un po' antipatica. Certo, il grosso andò via, ma qualcosa rimase. Nei giorni seguenti zi Monaco, passando per le vie, richiamava l'attenzione di tutti, perché, pur non essendo più africano di Nigeria, con quelle occhiaie con l'ombretto e quelle sfumature tra il bruno e il viola, sparse un po' dappertutto, sembrava perlomeno un moro d'Arabia o, se si vuole, un meticcio d'America. La signora Luisetta Nell'angolo più tranquillo e soleggiato del giardino delle suore, sporgeva il balconcino della casa della signora Luisetta Falconi Panà. La signora Luisetta nel piccolo salotto dietro a quel balcone impartiva lezioni di pianoforte ai ragazzi. Pochi mobili, il piano di fronte alla finestra del balconcino, vasi di fiori. Vi spirava un'aria di decoro e di lindezza. Da una foto incorniciata, posata su un mobiletto, sorrideva, lieto e felice, uno splendido volto giovanile di donna: una nipote lontana, in città. Le dita della signora Luisetta sfioravano lievi la tastiera del piano come le ali di una farfalla. E, dolci e carezzevoli, si levavano le note della musica, rivelandosi come una cascatella sonora, oltre il balcone, nel giardino dell'asilo. Tutto nella signora Luisetta aveva la lievità e l'armonia di una carezza: le movenze, la voce, il sorriso. Gli allievi ne subivano il fascino. Carnevale: la casa '900 In quegli anni fu ristrutturata la casa di don Pasqualino Conti, sotto al Colle. La nuova casa, di linee moderne, fu subito chiamata "La casa '900", perché, appunto, di stile novecento, quello allora in auge. Con la facciata bianca ad intonaco liscio e le grandi finestre riquadrate con gli stipiti e le mensole di travertino, metteva non poco in soggezione le vecchie case vicine, quelle di Nestorino e di mastro Nicola. Nei ragazzi era forte il desiderio di dare un'occhiata agli interni per vedere com'era fatta dentro. E l'occasione si presentò a Carnevale. Non era certo il tempo, quello, per le grandi mascherate di una volta, le quali, a detta degli adulti, impegnavano tutta la gioventù del paese e si svolgevano, per la complessità e la varietà dell'azione scenica, nelle piazze e lungo le vie principali. Qualcosa tuttavia si faceva, specie da parte dei ragazzi. E questi, approssimandosi l'ultimo giorno di Carnevale, ci si misero di buzzo buono e approntarono alla bell'e meglio una mascherata, riadattando due scenette ripescaste nel vecchio repertorio carnevalesco paesano. Per i costumi, rimediarono frugando nei vecchi trapanni sotto il letto e negli armadioni dei nonni. E così la sera di martedì di Carnevale si fecero coraggio e cominciarono a girare per le case. Giunti a Sant'Antonio, suonarono, con un po' di apprensione, alla casa di don Pasqualino, la casa '900. Furono subito introdotti nell'ampio salone a pianterreno, che piegando a gomito, si prolungava fino alla facciata posteriore, verso i Ritagli. Vennero i figliuoli di don Pasquale, con una cert'aria di curiosa attesa dipinta sui volti. Dopo qualche parola di convenevoli, le povere maschere, venute al dunque, iniziarono lo spettacolo, fortemente suggestionati dall'ambiente, così nuovo e inconsueto. Si stava andando verso un impappinamento generale. Ad un certo punto, come era da prevedersi, si fermò tutto. Gl'impaperati commedianti si guardavano l'un l'altro, confusi. Cominciò a trillare qualche risatina birbona. Finalmente intervenne la signora Conti e con garbo e abilità sbloccò la scalcinata compagnia dall'impasse in cui era precipitata. La recita proseguì. Alla fine la signora offrì, con la stessa abile cortesia, pasticcini e cioccolatini. Uscendo, i commedianti, risollevati, si fermarono un attimo nell'androne, sbirciando, curiosi, attraverso le rampe della scalinata, i vani del piano superiore. Si ritirarono un po' frastornati, ma lieti come pasque per l'accoglienza cordiale e per aver visto finalmente gl'interni della casa '900. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Buon pomeriggio da Capracotta!

    Capracotta, posizionato a circa 1.420 m.s.l.m., uno dei più alti dell'Italia centro meridionale. Un borgo ricco di scorci di una bellezza indescrivibile. Le montagne, che con la neve durante il periodo invernale animano questo meraviglioso scrigno, hanno il potere di lasciare impressi nella memoria un mix di colori unici al mondo che rendono possibile al turista di vivere un'esperienza, non solo una vacanza! A me è bastata una mezza giornata per comprendere che il tempo trascorso in questo luogo è un tempo pieno di sapori, odori, emozioni, storia e tradizioni. Un tempo tutto da vivere, senza fretta, immedesimandosi nel ritmo di chi questo borgo lo popola. Ci sarebbe molto da raccontare, ma una cosa che mi ha colpito profondamente è stato l'unico murales del borgo che racchiude una storia malinconica. In quel punto c'era una meravigliosa torre con l'orologio. Dopo la Seconda guerra mondiale ci fu la ricostruzione di tanti paesi semidistrutti, compreso questo. In quelle circostanze decretarono l'abbattimento della torre. I propriteri della casa dove la torre poggiava tennero duro fino al 1970 quando fu decretato l'abbattimento definitivo con la promessa di rifare integralmente il muro di confine. Esiste a ricordo una miniatura della torre ed il meccanismo dell'orologio. Un congegno meccanico conservato nel museo comunale a memoria di quella "torraccia" - così fu definita - abbattuta per motivi che sono ancora incomprensibili. Oggi un meraviglioso murales che nulla a che fare con la torre, ha ricoperto la parete dell'edificio che doveva essere abbattuto. Un viaggetto che consiglio di fare, amici, per rendersi conto di persona e toccare con mano il bel patrimonio che questa regione conserva e mette a disposizione con generosità. Norma Iannacone Fonte: https://www.facebook.com/, 19 maggio 2020.

  • La macchina del giornalismo italiano e la frana di Ischia

    La perversa macchina del giornalismo italiano funziona così: governata dall'algoritmo e pilotata dagli interessi politici. Il successo delle testate giornalistiche, così come delle trasmissioni è dato dalla formula dell'algoritmo che controlla gli accessi, mentre l'assegnazione dei ruoli (resi professionalmente piatti e marginali dalla sudditanza - appunto! - all'algoritmo) è appaltata esclusivamente alla politica (non dovendo scegliere persone competenti si preferiscono persone ubbidienti). Tutto questo, incrociandosi e miscelandosi perfettamente, dà origine al giornalismo italiano (totalmente privo di idee, personalità e della più pulviscolare onestà intellettuale) Già, perché se anche ce ne fossero (e ben nascosti, in realtà, ce ne sono) i giornalisti onesti intellettualmente, vengono relegati dalle direzioni al ruolo di commentatori di nicchia, marginali, effimeri, perdibili... Ecco allora che non c'è da stupirsi che i titoli (ed i relativi contenuti) schiaffati in prima pagina (come in prima e seconda serata, ma anche al mattino, a colazione, a pranzo, al pomeriggio, etc. - sia dai TG che dalle trasmissioni di intrattenimento soporifero per le «sciure della Val Brembana e le lazzare di Capracotta») siano tutti, ma dico TUTTI splatter e pervasi dalla "sindrome di Èmile Zola", ovvero con vizietto di puntare l'indice ed urlare: «J'accuse!». Se da un lato provo pena e disgusto (più pena che disgusto) per questa paccottiglia che in Italia chiamiamo informazione, dall'altro mi rendo sempre più conto di quanto Ischia sia nuda ed indifesa! Appena poche settimane fa l'Isola era alla ribalta per il ceffone tirato da una suora ad un ragazzino: sembrava che Ischia fosse un lager di sadiche torturatrici... e giù tutti, a testa bassa e lancia in resta, a discettare dal "metodo Montessori a quello Mengele" per processare suor Edda e le sue consorelle! Adesso, per evidenti interessi politici, appare utile graticolare Giuseppe Conte per il suo Decreto Genova (28 settembre 2018, n. 109) imputandogli di aver apparecchiato un condono per sanare gli abusi ischitani. Insomma "tutto fa brodo" pur di dimostrare che la ricca isola d'Ischia è in realtà ricca perché popolata da ladri e fuorilegge. Credo che sia molto comodo affrontare la questione modulando la visione delle cose sul tema: "Ischia, Isola d'Abuso". E trovo risibile la difesa (improbabile) d'ufficio dei sindaci che si sgolano a dimostrare (in modo grottesco) che non sia così. L'Abuso, c'è: evidente, diffuso, recidivo, perdurante. Non possiamo e non dobbiamo negarcelo e negarlo, perché in tal modo ci rendiamo in-credibili! Ma ciò che possiamo dire alle migliaia di tricoteuses (che prendendo fin dall'alba i primi posti davanti alla ghigliottina e alzano i loro capini incorniciati in candide cuffiette solo per gridare al boja: «A morte! A morte!») è che le loro vomitevoli invettive dovrebbero avere il coraggio di indirizzarle non contro la vittima ma contro il carnefice di un sistema corrotto. Corrotto è quel sistema che promuove una burocrazia tanto bizantina quanto marcia; che infittisce il codice di norme inapplicabili; che istruisce la magistratura ad indagare secondo logiche doppiopesiste; che arma la sovrintendenza di superpoteri idioti; che avvilisce le aspettative del cittadino qualunque; che schiaccia il giusto per promuovere il furbo; che imprigiona l'azione dei sindaci negli artigli di consigli comunali fin troppo guasti e viziati; che consente ai notai di vergare atti e contratti criminogeni; che spinge le forze dell'ordine ad agire secondo opportunità e non secondo legalità; che consente che al parlamento assurgano al ruolo di legislatori personaggi incapaci di fare il guardiamacchine; e potrei continuare all'infinito... Il sistema è marcio: però... diomio... com'è comodo prendersela con la Bella Ischia per dimostrare che "sotto il suo vestito, niente"! Ma non è così. Riccardo Sepe Visconti Fonte: https://www.facebook.com/, 28 novembre 2022.

  • Divagazioni sul tema e lo spirito di Giunone Caprotina

    Ma è sicuro che il nome di Capracotta derivi da una capra finita bruciata sul fuoco? Credo che non vi sia persona alcuna che non si sia posto il quesito sull'origine del nome di Capracotta e di fronte alla impossibilità di giungere a una soluzione credibile ci siamo accontentati di fare tesoro di un racconto di cui nessuno conosce l'origine e del quale nessuno garantisce l'autenticità. Tantomeno sono sufficienti i tre scudi sette-ottocenteschi della capra che salta il fuoco nella chiesa madre dell'Assunta. Perciò ogni divagazione è utile per tentare di trovare una qualche traccia che possa aiutarci a capire se in questo toponimo così particolare si nasconda un riferimento diverso da quello conosciuto che sembrerebbe piuttosto banale. Comunque si giri la questione, però, la capra è sempre al centro di qualsiasi ipotesi e se proviamo a trovare nell'immenso mare della tradizione mitologica una divinità che evochi il nome del nostro luogo appare la singolare figura di Giunone Caprotina. Conosciamo la sua esistenza attingendo alla tradizione romana perché Giunone, insieme a Giove e Minerva, costituisce la triade capitolina che è il riferimento costante anche delle fondazioni urbane dei soci latini della Roma conquistatrice della penisola italica. Di Giunone conosciamo varie qualità molte delle quali provengono dall’antichità greca dove era conosciuta con il nome di Era, figlia di Cronos e sorella e moglie di Zeus. Nel nostro immaginario dobbiamo compiere uno sforzo per capire come siano stati suggestionati dalla natura i primi abitatori di luoghi montani particolarmente aspri e che comunque nell'immagine della capra vedevano l'origine della propria esistenza. Non è un caso che Giunone Caprotina nelle poche immagini che si conoscono appaia coperta di pelle di capra, come nella statua che si conserva nella Sala Rotonda del Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani. In un denario romano del 138 avanti Cristo Giunone Caprotina è raffigurata su un cocchio trainato da due caproni. Il 7 luglio nelle Caprotinæ si festeggiava Giunone come dea della fecondità. A Roma, una festa tutta al femminile, si teneva nel Campo Marzio. Franco Valente

  • La narrazione di Capracotta

    Quella che Capracotta sta raccontando negli ultimi anni è una storia. La storia di un piccolo paese, altissimo, isolato, a rischio spopolamento, difficile, tormentato dal gelo, che però con quel gelo deve combattere, tutti gli anni. Da secoli. La narrazione di quel gelo è stata trasformata in una opportunità comunicativa di marketing territoriale. Capracotta è l'eroe che ogni anno attende il "Mostro di Ghiaccio", che sembra quasi soccombere, ma che alla fine vince sempre. E così facendo ha portato l'Italia a provare simpatia, a tifare per lei. Il paese, quel "Mostro di Ghiaccio" non lo vuole sconfiggere, sa che fa parte di lui, lo prende per quello che è: la natura. E questa è ormai la sua vera forza. La neve che soffoca le finestre delle case è arredo urbano, le macchine sepolte sono sculture, le stradine del paese diventano splendidi set fotografici. Nessuna si lamenta, Capracotta dà, Capracotta toglie. Lì hanno capito che però da Capracotta si può anche "prendere" e tanto. Stanno facendo un ottimo lavoro, alla faccia dei milionari piani del turismo che vengono scritti dentro gli uffici da grigi burocrati. Uno storytelling da paura. Chapeau. Umberto Di Giacomo Fonte: https://www.facebook.com/, 10 gennaio 2019.

  • Giorgio Di Nucci e l'ascesa del sindacalismo di massa in Ohio (I)

    Durante gli anni bui della depressione degli anni '30, i lavoratori dell'Ohio presero parte a un movimento nazionale al fine di avere maggior voce sul posto di lavoro e nella società. Sebbene il movimento fosse incentrato su acciaio, automobili, gomma ed altre industrie di produzione di massa, coinvolse invero tutti i lavoratori, dagli impiegati al dettaglio agli insegnanti e bidelli. Dopo anni di rassegnazione ed apatia, la militanza della classe operaia aumentò vertiginosamente nel 1934, cosìcché l'Ohio conobbe più scioperi che in qualsiasi altro anno dopo l'ondata del 1919-20. Nel 1935 i lavoratori ottennero il necessario riconoscimento governativo e legale con l'approvazione della legge Wagner, e un altrettanto importante sostegno istituzionale e finanziario con l'istituzione del Comitato per l'organizzazione industriale, mutato nel 1938 nel Congresso delle organizzazioni industriali (CIO). Questi due processi promossero l'immagine del presidente Franklin D. Roosevelt e del capo del CIO John L. Lewis come salvatori della classe operaia. Tuttavia, per quanto i leader nazionali e le politiche federali siano state importanti nell'avanzata del sindacalismo, vi furono centinaia di uomini e donne relativamente sconosciuti che giocarono un ruolo altrettanto fondamentale a livello di base. In quasi tutti i centri di produzione dell'Ohio una manciata di individui servì da catalizzatore per l'impennata del movimento operaio locale negli anni '30. Iorwith Wilber Abel contribuì ad organizzare lo stabilimento di Canton della Timken Company per la United Steelworkers of America. Ray Ross portò la United Autoworkers nella International Harvester di Springfield, mentre John House guidò i lavoratori della gomma Goodyear in uno sciopero del 1936 che divenne la prima significativa vittoria del CIO. Alcuni di questi attivisti, come Abel che divenne presidente dei lavoratori siderurgici nel 1965, alla fine ottennero posizioni importanti nei sindacati nazionali che avevano contribuito a fondare. Ma molti non si adeguarono al movimento operaio che si era istituzionalizzato dopo la Seconda guerra mondiale. Alcuni scoprirono che le competenze necessarie per organizzare un sindacato non erano le stesse che servivano per guidarlo. Ad altri mancava la base adeguata per raggiungere posizioni di leadership poiché il potere gravitava sui rappresentanti dei sindacati locali e nazionali con più iscritti. Tali uomini e donne hanno trascorso la vita nelle trincee del movimento operaio, vedendo la storia dimenticarsi dei loro nomi. Il mio saggio esplora la vita di uno di questi attivisti, Giorgio Di Nucci, sia per rivendicare l'importanza della sua figura sia per sottolineare alcune significative dinamiche nella storia del lavoro in Ohio. Giorgio Di Nucci, il cui nome di battesimo era Galliano, nacque nella cittadina italiana di Capracotta il 14 febbraio 1902. Pochi mesi dopo la sua nascita, il padre Vincenzo lasciò la moglie Caterina e i due figli e, col denaro preso in prestito, salpò alla volta degli Stati Uniti in cerca di lavoro come sarto. Il padre di Giorgio ebbe difficoltà a stabilirsi in America ma dopo pochi mesi ottenne un lavoro in una sartoria di Baltimora. Tuttavia non guadagnava abbastanza per saldare i debiti e poter richiamare la famiglia. La fortuna di Vincenzo Di Nucci cambiò nel 1904 quando William Hersch, proprietario della United Woolen Mill a Parkersburg (Virginia Occidentale), si mosse ad est per reclutare sarti italiani. Vincenzo fu un acquisto particolarmente prezioso per Hersch. Dopo l'apprendistato di cinque anni, l'anziano Di Nucci era ormai un sarto "completo" in grado di disegnare e assemblare da zero un abito maschile. La maggior parte dei lavoratori della United Woolen erano infatti sarti "parziali", che tagliavano e stiravano nel reparto all'ingrosso della fabbrica, dove giovani donne realizzavano la maggior parte del cucito. Oltre a ricevere una paga più alta grazie alla sua abilità, Vincenzo guadagnò soldi extra reclutando vecchi amici italiani alla United Woolen. Ciò gli permise di saldare tutti i debiti e di far venire la famiglia, che arrivò a Parkersburg all'inizio del 1906. Una volta negli Stati Uniti, Giorgio visse un'infanzia plasmata dallo status del padre, operaio specializzato. La famiglia, la Chiesa cattolica, la comunità italiana locale, le scuole pubbliche e lo sport dominarono la sua giovinezza. A differenza di molti figli della classe operaia, Giorgio disse di non aver mai avuto bisogno di svolgere lavori saltuari da giovane. E diventare cittadino statunitense fu facile, in base alle leggi sulla naturalizzazione, visto che suo padre prese la cittadinanza nel 1918. Nel 1921 Giorgio si diplomò alla Parkersburg High School, non ricevendo onori accademici ma lettere di referenza per il calcio e il baseball. Anche se la United Woolen offrì lavoro a tutti i figli di Vincenzo, Giorgio era determinato a «non voler lavorare mai in nessun impianto, fabbrica o altro, nossignore». In particolare non gli piaceva Hersch, che pensava si approfittasse di suo padre e degli altri 300 italiani che lavoravano per lui. Di conseguenza, poco dopo la laurea, Giorgio si recò ad Akron per entrare a far parte di una squadra di pugilato ma, dopo alcuni incontri, riconobbe che il combattimento a premi non era la sua vocazione. Per quasi un anno visse invece grazie a un'altra delle sue abilità, l'animatore in piscina. Alla fine Giorgio cedette alle pressioni della famiglia, tornando a Parkersburg e lavorando come tagliatore di tessuti. Nel 1925, quando un incendio distrusse la fabbrica, Hersch trasferì l'azienda a Columbus, con Giorgio e il resto della forza lavoro al seguito. Nei primi anni a Columbus, Di Nucci risiedette coi genitori, lavorava alla United Woolen e viveva una vita priva di impegni o di qualsivoglia ideale. La situazione cambiò quando sposò Lena, anch'ella immigrata italiana, nell'ottobre del 1929, poche settimane prima del grande crollo del mercato azionario. Per sbarcare il lunario in tempi che si annunciavano duri, lei lavorava alla cartiera come segretaria mentre lui faceva gli straordinari come venditore part-time al negozio in centro della United Woolen. Di Nucci cominciò anche ad interessarsi al sindacalismo. La United Woolen aveva da tempo riconosciuto gli United Garment Workers, non tanto perché Hersch avesse subito pressioni da parte dell'organizzazione, ma perché aveva ritenuto utile la garanzia sindacale per attirare nuovi affari. Di Nucci divenne automaticamente un membro del sindacato quando iniziò a lavorare allo stabilimento ma partecipò a pochissime riunioni fino al 1930. In breve tempo, tuttavia, divenne presidente del Local 245 perché, disse in seguito, «nessun altro voleva farlo». In realtà, Di Nucci apportò un valore aggiunto a quella posizione: uno col diploma di scuola superiore, quando molti membri del sindacato non lo avevano, poteva svolgere in modo più efficiente le funzioni amministrative richieste. Inoltre le sua abilità atletiche contavano molto nella cultura maschilista del movimento operaio. Dai suoi lavori di animatore e di venditore aveva imparato come trattare con le persone e come motivarle ad agire; l'esperienza con Hersch, invece, gli aveva procurato il giusto sentimento di antagonismo nei confronti delle fabbriche e dei loro padroni. Propizia fu anche la tempistica dell'ingresso di Di Nucci nel mondo sindacale. Nella prosperità generale degli anni '20 vari strati della classe operaia di Columbus non se la passavano tanto bene. Il pregiudizio razziale limitiva significativamente la popolazione afroamericana ad occupazioni marginali. Anche il proibizionismo fece perdere il lavoro a molti impiegati dei birrifici e degli impianti di produzione di bottiglie in città. Inoltre, dopo il boom edilizio della prima parte del decennio, il settore delle costruzione ando giù, trascinando con sé i fornitori di vetri per finestre, di legname, di cemento, di laterizi e di prodotti correlati. In breve, già prima del crollo di Wall Street del 1929, un numero considerevole di lavoratori di Columbus era in seria difficoltà. La seguente depressione non fece che intensificare la situazione. Se negli anni '20 il settore manifatturiero di Columbus contava circa 26.500 unità, nel 1935 il numero dei salariati in quel comparto era sceso a 17.516. «La nostra attuale emergenza – osservava l'"Ohio State Journal" – è maggiore di quella provocata da qualsiasi ciclone, incendio, alluvione od altra catastrofe improvvisa». L'aumento della disoccupazione decimò il movimento operaio cittadino. Nel febbraio del 1931 la Federazione del lavoro di Columbus (CFL), una confederazione di sindacati locali, aumentò le quote pro capite, nominò speciali organizzatori per incrementare gli associati e creò un comitato speciale per abbattere le spese. Ma niente di tutto questo funzionò, costringendo due volte il presidente dell'organizzazione a chiedere le dimissioni, rifiutate perché nessuno era disposto a prenderne il posto. Tale situazione diede vita a due sviluppi paralleli. Innanzitutto le posizioni di vertice ricaddero su uomini anziani, affermati e conservatori che cercarono semplicemente di salvaguardare la CFL dal periodo difficile. In secondo luogo l'apatia generale creò l'opportunità per i sindacalisti più giovani e progressisti di scalare posizioni in comitati ed uffici minori. Nel 1934 i progressisti acquisirono ulteriore forza in conseguenza dell'aumento dell'attività sindacale promossa dal National Industrial Recovery Act. Sebbene molti dei locals formatisi allora svanirono rapidamente dalla scena, singoli progressisti mantennero punti di appoggio nelle organizzazioni locali e all'interno della CFL stessa. In qualità di presidente del Local 245 degli United Garment Workers, Giorgio Di Nucci emerse tra i progressisti. A partire dal 1931 prestò servizio anche come delegato alla CFL, che sembrava interessarlo più del suo stesso sindacato. Lavorando per la CFL nell'indifferenza generale, Di Nucci ne fu eletto segretario nel 1933. Un altro progressista nonché alleato di Di Nucci fu Ted F. Silvey. Nato a Manchester (New Hampshire) nel 1904, Silvey aveva trascorso la prima infanzia a Zanesville, nell'Ohio. Quando il padre di Silvey morì in un incidente sul lavoro, il giovane Ted fece numerosi lavoretti dopo la scuola per aiutare la sua famiglia. La direzione della vita di Silvey imboccò una svolta quando sua madre divenne testimone di Geova e si trasferì con la famiglia a New York per lavorare per The Watchtower, dove Ted venne assunto come apprendista tipografo. All'inizio degli anni '30 si trasferì a Columbus, divenne membro attivo nell'Unione tipografica internazionale (ITU) e fu eletto delegato alla CFL. Al cattolico animatore di piscina italiano e al tipografo testimone di Geova si unirono, nel portare avanti la causa progressista nell'Ohio centrale, circa 25 colleghi, perlopiù dal settore della stampa e dei sindacati vari, ma anche alcuni dal settore edile. Uno o due dei più radicali erano membri del partito comunista locale ma non ricoprivano cariche importanti. Nel 1934 e gran parte del 1935 i progressisti erano solo un insieme di teste simili che condividevano il vago obiettivo di rafforzare il movimento operaio locale attraverso l'organizzazione dei lavoratori dell'industria. Evitarono le sfide aperte alla leadership consolidata della CFL ma lavorarono ai margini. Alla fine del 1934 i progressisti acquisirono il controllo del comitato per l'istruzione della CFL e lo utilizzarono per coinvolgere i sindacalisti di base in discussioni su specifici problemi del lavoro e questioni sociali ed economiche più ampie. Allo stesso modo convinsero la CFL a pubblicare il "Labor Tribune", con Silvey come editore e Di Nucci tra i tre membri del consiglio. Il "Labour Tribune" divenne rapidamente un importante forum di discussione su come organizzare i lavoratori e quali candidati politici sostenere. I progressisti ottennero anche il controllo del comitato organizzativo della CFL, che nel novembre 1934 presentò ai delegati della federazione una mozione che chiedeva «una politica organizzativa su come mettere l'intero personale di un'industria sotto un unico capo». Com'era successo a una mozione simile alla recente convenzione della Federazione americana del lavoro (AFL), i delegati della CFL la emendarono a tal punto da svuotarla di significato. Per tutta la primavera e l'estate del 1935 i progressisti fecero pressioni sulla CFL affinché sostenesse pienamente l'impennata sindacale in atto della classe operaia. Il "Labour Tribune" del 16 agosto 1935 riportava di scioperi alla Columbus Packing Company, giunti alla ventiduesima settimana, alla Hercules Clothing Company, dove 800 lavoratori si opponevano a un taglio salariale del 20%, alla Works Progress Administration, per l'aumento delle retribuzioni dei lavoratori qualificati, e alla Hills Cab, dove un sindacalista era stato licenziato senza udienza in violazione del contratto nazionale. Warren Van Tine (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: W. Van Tine, George DeNucci and the Rise of Mass-Production Unionism in Ohio, in W. Van Tine e M. Pierce (a cura di), Builders of Ohio: a Biographical History, The Ohio State University Press, Columbus 2003.

  • Il lupo mannaro nel Molise

    Uno dei personaggi immaginari più suggestivi e sconvolgenti del folklore mondiale è sicuramente il licantropo, ovvero l'uomo lupo. Le superstizioni intorno ai lupi mannari sono storie meravigliose e terrificanti, che hanno sfruttato il binomio uomo/bestia ed il fascino che la commistione tra "natura umana" e "istinto animale" può suscitare nella fantasia di chiunque. La definizione di lupo mannaro, secondo una delle tesi più seguite, dovrebbe significare uomo-lupo; derivando il termine mannaro dal suffisso man, che significa uomo in lingue come il tedesco e l'inglese. Anche se va sottolineato che il licantropo tedesco è detto wehr-wulf e quello inglese were-wolf. L'accezione italiana lupo mannaro ha larga diffusione nel nostro folklore e si contrappone al termine scientifico e più colto di licantropo; vocabolo quest'ultimo già usato da Plinio, il quale, parlando degli Arcadi, ci fa sapere che essi credevano ad una magia detta appunto licantropia, parola composta dal latino lycaon (licaone) - un canide molti simile al lupo - e dal greco anthropos - che significa, come tutti sanno, uomo. Tale magia faceva mutare le persone in lupi e, dopo un certo tempo, le medesime riprendevano la primitiva forma. Oltretutto, la mitologia greca narra di come Licaone, re d'Arcadia, figlio di Pelasgo e della ninfa Melibea, avendo imbandito a Zeus, suo ospite, le carni di un fanciullo, venisse trasformato in lupo per punizione. Come si può constatare, la credenza nell'uomo-lupo è molto antica ed ha saputo resistere ai tempi, sopravvivendo ancora oggi in molte culture. Anche nel Molise esistono varie testimonianze in tal senso, e nella nostra regione questa superstizione mostra precisi caratteri che possono permettere di disegnare un profilo abbastanza netto del personaggio. La più autentica tradizione folkloristica molisana vuole che sia lupo-mannaro colui che malauguratamente nasce la notte di Natale. Tale credenza è attestata in varie fonti letterarie che trattano argomenti demologici. Già nel 1853, Celestino Mucci, nel descrivere alcune credenze e alcuni pregiudizi di Sepino, ebbe ad annotare: «Chi nasce [...] nella notte di S. Natale è stimato lupo mannaro». Medesima credenza è quella di Capracotta, secondo quanto tramandatoci da Oreste Conti (1911), il quale, parlando degli usi natalizi del suo paese, dice: «Guai allo sventurato che venisse al mondo in questa notte! Sarà lupo-mannaro». In sintonia con questa idea è anche la testimonianza di Gennaro de Francesco, che in un articolo apparso sulla rivista campobassana "La nuova Provincia di Molise" (1885), scrive: «La notte di Natale si fa, com'è usanza, gran festa [...] Però a Campochiaro [...] la donna e l'uomo [...] che stanno sul punto di vedersi riprodotti [...] temono [...] che Domineddio non mandi loro proprio in quella notte un figlio, perché gli toccherebbe, secondo la ferma credenza del popolo, la sorte trista e irrevocabile di Lupo mannaro». La tradizione popolare di Bonefro ci dà indicazione anche del momento esatto in cui il bimbo deve nascere: «Chi nasce la notte di Natale, a mezzanotte precisa, diventa lupo mannaro» (da Colabella 1979). Infine, val bene citare un detto di Vinchiaturo: «Chi nasce la notte de Natale; se nasce mascure lupe menare, s'è femmena è streia» (da Nicotera 1980). Questo legame superstizioso tra il Natale e il lupo-mannaro sembra inquadrarsi male con la più pura tradizione cattolica, essendo il Natale il giorno in cui si festeggia la nascita del Bambino Gesù. Va, però, detto che tale notte è considerata magica, e in essa si possono verificare fenomeni soprannaturali e prodigiosi. Nel suo volume (1903) sulla storia ed il folklore di Riccia, Berengario Amorosa asserisce che il lupo mannaro «è un individuo che, attaccato da grave delirio di forma epilettica, nelle notti, specialmente quelle di marzo, esce urlando per le vie del paese, mordendo e lacerando qualunque cosa gli si fa innanzi. Riesce pericoloso e s'avventa a chi ha la sventura d'incontrarvisi; e cacciando bava dalla bocca, preferisce guazzare nella poltiglia delle pozze ove trova un gran refrigerio». Gennaro de Francesco, nell'articolo prima citato, dà indicazioni dettagliate su come il male si manifesta. Egli scrive: «Alcuni dicono d'averlo visto sotto la forma di un lupo [...] Altri [...] come un cane arrabbiato dalla coda spelacchiata [...] I più però dicono che si tramuti a poco a poco dalla cintola in su, cambiando la sua testa in quella d'un maiale dal brutto grigio e dalle orecchie pelose». De Francesco aggiunge poi: «Non si lasciava vedere che la notte di Natale, perché allora solamente vien preso dalle furie e da quelle trasformazioni [...] Ei corre furibondo per le vie del paese, mandando fuori urli spaventevoli; si getta a terra, sdraiandosi nel fango in mille guise, sino ad imbrattarsi da capo a piedi. Salta gran fossi impavido e lesto, si tuffa nella acque stagnanti per domare l'ardore eccessivo del male». In varie regioni la licantropia è conosciuta anche come "mal di luna", poiché molte credenze vogliono che il "malato" si trasformi in lupo nelle notti di plenilunio. Nel Molise questa caratteristica non sembra riscontrarsi. Infatti, non sono rintracciabili testimonianze chiare ed attendibili che mettano in relazione il lupo-mannaro con gli influssi della luna piena. Solo Nella Colantuono, nella sua tesi di laurea (1980), narrando un episodio di trasformazione di un uomo in lupo, scrive: «Si schiarì un po' il cielo e si vide la luna». Va anche detto che il periodo in cui sembra più facilmente manifestarsi la licantropia "molisana" è il mese di marzo. In tal senso si pronunciano sia la stessa Colantuono che il già citato Amorosa. E occorre sottolineare che le fasi lunari del mese di marzo sono quelle comunemente ritenute tra le più influenti sulla natura e sull'uomo. Il campobassano Enrico Melillo, nel suo volumetto "Otello rusticano" (1887), parlando del lupo mannaro ci fa sapere come sfuggirgli e come calmarlo: «Dicon che sia nemico della luce e che si è liberi dalle sue unghie restando abbracciati ad un lampione acceso, mentre egli passa. Raccontano pure che se uno lo punge con uno spillo, con un coltello, con un ferro qualsiasi, gli ridona immediatamente la calma. Il lupo allora si accosta pian pianino, in atto sommesso, al suo liberatore e lo chiama compare, baciandolo. Quando torna a casa [...] sarà libero del brutto male se viene aperto dalla moglie dopo di aver picchiato tre volte all'uscio. Se, per una qualsiasi combinazione, riesce a guadagnar la camera da letto senza prima aver picchiato, e continuerà la sua vita tormentata continuamente da quella penosa malattia. A meno che, la moglie – così la strana leggenda – non riesca a gettargli avanti una mappa (panno) rossa di lana, che egli, nel furor del male, riduce in pezzi minutissimi». L'uso della mappa per placare il licantropo è segnalata anche da Gennaro de Francesco, che racconta di come una tale «Ntunijèlla, a cui, secondo la leggenda, era toccato in sorte un uomo di simil genere, [...] fosse solita gettare avanti al marito infuriato un pano di lana, che si campochiaresi chiamano mappa, e ch'ei si placasse dopo averlo ridotto a pezzi minutissimi coi denti». Il metodo di difesa con attrezzi appuntiti è pure testimoniato da Eduardo Saverio Di Iorio (1980) il quale dice: «Il lupo mannaro, [...] se punzecchiato da chi avesse avuto il coraggio di affrontarlo, sarebbe tornato in buono stato di salute». Lo stesso Di Iorio indica come anche l'acqua sia rimedio al male. Narra, infatti di un uomo che, avendo confessato d'esser lupo-mannaro alla propria moglie, volle dirle come fare per aiutarlo: «Dovrai farmi trovare dietro l'uscio un grande secchio, pieno colmo di acqua, in modo che io, gettandomici dentro, mi laverà e, rinfrescandomi, tornerò alla perfetta normalità». Questo legame come l'acqua è citato anche in una storiella di Campochiaro (da De Francesco): «La tradizione narra di certo Minchillo che, essendosi imbattuto in una donna, sua conoscente, alla volta di una fontana, le disse: "Buongiorno, comar Tresélla; se venivi un'ora prima mi ti mangiavo; ora mi son lavato e sto bene"». A Bonefro, invece «per far calmare questi tipi (licantropi) bisogna che prendano una chiave in mano» (da Colabella). Abbastanza particolare è la credenza di Riccia (da Amorosa) secondo la quale per salvarsi dal lupo-mannaro bisogna andare sulla sommità d'una scalinata perché «u lupemenare non può salire più di tre scalini». Vogliamo concludere l'analisi del lupo-mannaro nel Molise, con una breve storia; una delle tante che si narrano su tale personaggio. Questo il racconto: C'era una volta un giovane contadino malato di licantropia, perché aveva avuto la sfortuna di nascere la notte di Natale. Era sempre riuscito a tenere segreto quel suo male a tutti, compresa la moglie. Un giorno di marzo, verso l'imbrunire, mentre si trovava con la consorte in campagna per lavorare, l'uomo si sentì assalire dai primi sintomi della mutazione. Prima di trasformarsi in lupo e dare sfogo ai suoi istinti animaleschi, chiamò la moglie e le disse: – Sono molto stanco per il duro lavoro; ho bisogno di bere un po'. Aspettami un attimo da sola che vado a dissetarmi presso il ruscello che scorre non lontano da qui. Stai attenta, però; potrebbe assalirti qualche bestia feroce venuta dal bosco. Se senti arrivarne una, mettiti in salvo salendo sul più vicino albergo. Se si tratta d'un lupo, puoi difenderti dai suoi morsi lanciandogli tra le fauci il tuo scialle. L'animale lo morderà e poi andrà via. Quindi, il contadino si allontanò in fretta. Era appena svanito alla vista della moglie che iniziò a mutarsi. Una febbre gli salì per tutto il corpo; le membra ed il volto si trasformarono in quelle d'un cane selvatico; poi si stracciò di dosso camicia e canottiera, mostrando una folta peluria. Era un lupo-mannaro! Iniziò a correre nei campi, cacciando bava dalla bocca e urlando come un ossesso. La moglie sentì le urla, che parevano proprio ululati di lupo, e si rifugiò impaurita sul più vicino albergo. Improvvisamente le apparve quell'essere bestiale, che cercò di salire sull'albero; ma non vi riuscì. La donna non riconobbe nel lupo il marito, perché mai l'aveva visto in quello stato. Poi, ella rammentò il suggerimento avuto, e lanciò sul muso dell'animale lo scialle. Il lupo azzannò con forza il panno, riducendolo in mille pezzi e dando pieno sfogo alla sua ferocia. Infine, calmandosi, sparì nel bosco. Dopo un po' riapparve il contadino, tornato alla normalità. La moglie appena lo vide, discese dall'albero su cui s'era rifugiata e corse ad abbracciarlo, sollevata per lo scampato pericolo. Giunta vicina al marito poté vedergli tra i denti i pezzi dello scialle morso e stracciato. Allora capì d'aver sposato un lupo-mannaro, e per il grande spavento ne morì all'istante. Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, Il lupo mannaro nel Molise, in «Forche Caudine», 1, Roma, gennaio-febbraio 1990.

  • Quando Capracotta era un atollo cenozoico

    Secondo alcuni geologi gli Appennini si formarono circa 60 milioni di anni prima delle Alpi; altri, invece, ritengono che la storia della catena alpina incominci fra l'Eocene e l'Oligocene inferiore (circa 30 milioni di anni fa), mentre solo tra l'Oligocene superiore e il Miocene inferiore (da 30 a 16 milioni di anni fa) abbia avuto inizio la formazione degli Appennini. Stando alle conoscenze scientifiche attuali, si può tuttavia affermare che circa 24 milioni di anni fa la Corsica e la Provenza, facendo perno sul golfo di Genova, ruotarono in senso antiorario e si distaccarono dall'Europa per portarsi verso l'attuale posizione. Questo fenomeno provocò uno sprofondamento dei territori a ovest del blocco sardo-corso con la conseguente formazione del bacino balearico e del Mar Ligure. Inoltre questa rotazione compresse ed accumulò i materiali verso est, producendo l'orogenesi appenninica, ovvero la nascita dei nostri Appennini, cui seguì l'apertura del Mar Tirreno, che portò al compimento del definitivo assetto geologico dell'Italia per come la conosciamo. Quand'ero un ragazzino mi capitava di scorrazzare in campagna col mio amico Giacomo Carnevale, i cui nonni possedevano un po' di vacche. Proprio lì, tra i pascoli della Guardata e i prati coltivati delle Cese, Giacomo mi fece vedere una pietra che era stata utilizzata per erigere uno dei tanti muretti a secco: vi era chiaramente incisa sopra una conchiglia, un fossile di chissà quale era geologica. Molti anni dopo decidemmo di ritrovare quella pietra ma ogni sforzo fu vano: qualcuno l'aveva certamente presa. Ho scoperto chi l'ha presa e ora possiedo finalmente una testimonianza fotografica di quel sasso che - guarda il caso! - contiene il fossile di una cosiddetta conchiglia di san Giacomo, che nell'immaginario cattolico rappresenta il pellegrinaggio di Santiago di Compostela. Persino san Rocco, il santo invocato contro la peste, viene spesso rappresentato con una conchiglia di san Giacomo appesa al mantello. Questo tipo di conchiglia, infatti, era molto diffusa sulle coste galiziane, dove sorge da mille anni l'importante santuario in onore dell'apostolo Giacomo il Maggiore. E questo significa che milioni di anni fa le condizioni ambientali di Capracotta erano simili a quelle della Galizia: un clima oceanico con inverni relativamente miti e piovosi, ed estati fresche e abbastanza soleggiate. Ed in quest'oceano cenozoico le vette di Monte Campo, Monte Capraro e Monte Ciglione erano probabilmente niente più che gli isolotti d'un piccolo atollo altomolisano. Francesco Mendozzi

  • La Cappella di Santa Lucia a Capracotta

    Santa Lucia è una delle figure più care della devozione cristiana capracottese; la prima statua della santa era collocata nella Chiesa di Sant'Antonio. L'attuale cappella, la cui costruzione è terminata nel 1950, è situata alle falde del Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Nel 1948 ad un abitante di Capracotta apparve in sogno santa Lucia, che gli chiese di costruire una cappella in suo onore sotto le pendici di Monte Campo, a pochi chilometri da Capracotta. Proprio lì, un gruppo di 22 persone decise di costruire la cappella in onore della Santa. Prima della costruzione della cappella, i devoti di Capracotta si recavano in pellegrinaggio presso la Chiesa di S. Lucia di un paese vicino. La cappella fu costruita dalla gente del posto, che contribuì sia con donazioni che col lavoro manuale. In quel luogo non c'era una strada per portare il necessario alla costruzione e tutto il materiale venne portato con muli ed asini. Quando iniziarono i primi lavori, nei pressi dell'angolo destro della facciata, fu trovata una sorgente d'acqua. Fu deviata di circa 30 m ed ancora oggi sgorga dietro all'altare esterno. Per completare la cappella tutto il popolo collaborò, vendendo il raccolto di grano, col cui ricavato fu terminata l'opera nel 1950. La statua di santa Lucia fu donata nel 1952 e in quell'anno fu organizzata una grande festa. Oggi la festa di santa Lucia si festeggia la terza domenica di agosto ed è preceduta da un triduo in onore alla Santa. I festeggiamenti si aprono con la distribuzione del grano cotto benedetto, simbolo di abbondanza e di pace dopodiché, la sera del sabato, la statua della santa viene prelevata dalla cappella e portata in processione alla Chiesa Madre di Capracotta. La processione, lungo la via che conduce dalla cappella al paese, ha sempre qualcosa di strabiliante per via della sentita partecipazione della folla che accompagna la statua, delle macchine che illuminano la notte, della banda, dei bambini che sfilano, delle fiaccole, del sacerdote che scandisce al microfono preghiere e canzoni, della campana che suona a festa. La mattina della domenica la statua della santa viene portata in processione per tutte le vie del paese e la sera della domenica stessa la statua viene riportata nella sua dimora abituale, dove rimarrà per tutto l'anno sotto i rigori dell'inverno capracottese. Marianna Monaco Fonte: https://www.altomolise.net/, 13 dicembre 2014.

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