LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- L'avvocato Ninetta (XII)
Atto secondo Salotto in casa di Francesco. Mobilia elegante. Mensole con specchi e candelabri. Molti cestini di fiori sparsi per la stanza. Piccolo divano innanzi alla scena. Sedie tappezzate, portieri alle porte e alle finestre. È sera quindi saranno accese le steariche. Scena I Francesco e Totonno. Francesco – (molto affacendato) Totò, te raccomando, mò che finisce d'accendere 'e lume, miette in ordine tutte sti cestine di fiori, fa' in modo che se vedono tutti quanti, io voglio che quei signori che mò hanna venì, vedano tutti i fiori che ha avuto regalati Maria p' 'o nomme sujo. Totonno – (che accende i lumi e rassetta) Nun ce penzate che mò acconcio io tutte cose. Vuje nun avita fà ato che cumannà surtanto, p' 'o riesto lasciate fà a me. Francesco – 'O saccio che sei un giovane svelto e perciò son sicuro di quello che fai. Totonno – Io aggio servuto tanta case nobile, non pe disprezzà 'a casa di Vostra Eccellenza e tutte m'hanno purtato nchiante 'e mano. Francesco – Lo so, lo so, e perciò ti voglio bene. Oh! Totò, quanno vene 'o surbettiere a purtà 'e gelate, falle mettere dint' 'a cucina. Si vene quacche invitato cchiù priesto tu nun 'o fà assettà dint' 'a galleria, ma fallo aspettà dint' 'a stu salotto. Tu mò 'e capito? Totonno – Va bene, v'aggio ditto nun ce penzate. L'etichetta 'a conosco e saccio 'a mano diritta mia. Francesco – Io me vaco a vedé si Maria s'è vestita, io le vado a dà nu bacio prima che viene qualcheduno. Dì 'a verità, è na bella pupatella chella figlia mia? Totonno – Signó, chella è na gioia che tenite. Francesco – Gioia 'e papà tujo, quanto si aggraziata! Teh! teh! (gitta un bacio con la mano e via) Totonno – Vì quanto è curioso stu signore mio. Ed è pure pazzariello assaje quanno sta 'e genio, e ogge è jurnata che isso sta allegro assaje, te pare, è 'o nomme d' 'a figlia e ce tene na passione pe chella piccerella. E che passione. Stamattina appena s'è scetato m'ha dato 5 lire 'e nferta, fosse ogni ghiurno accussì. (suono di campanello) E chi sarrà? Ah! ha da essere chillo che porta 'e gelate. Jamme ad arapì. (via poi torna) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- O crux, salus nostra!
Dai tuoi rami pendeva la nostra libertà, in Te il mondo fu redento con il Sangue del Signore. Cristiano, non vergognarti della Croce: sia il tuo segno e ti accompagni "dall'alba al tramonto", Innalza lo sguardo, contempla ivi il crocifisso: comprenderai la presenza del dolore nel mondo e la speranza che viene dal Signore risorto. O croce, albero fecondo e glorioso, sorgente di vita immortale, dona ai fedeli la grazia del Signore, ottieni alle genti la pace. Amen. Elio Venditti
- Capracotta, tra storia e gourmet
In un itinerario sull'Alto Molise, non potete non passare dal paese di Capracotta: 1.421 metri sul livello del mare, il secondo comune più alto dell'Appennino. Nonostante sia di impianto medioevale, Capracotta è stato costruito praticamente da zero dopo i danni subiti durante la seconda guerra mondiale e oggi è conosciuto come una delle principali mete sciistiche del Molise, anche se il mio interesse è stato piuttosto rivolto al famoso pecorino di Capracotta. Qui, in altura, passava uno dei tratturi più importanti del Molise, che ha reso il paese uno dei punti nevralgici della transumanza. Oreste Trotta ama definirsi un affinatore d'altura nell'altissimo Molise. Il suo negozio, Trotta Sapori, nasce grazie al papà Sebastiano, un sarto di mestiere con la passione dei formaggi che decise di tornare a Capracotta dopo un periodo di lavoro a Roma, rilevando una piccola bottega alimentare. Da poche forme di formaggio, custodite per alcuni clienti speciali, fino ad arrivare al mestiere di affinatore, il passo è stato breve. Il figlio Oreste ha ereditato la passione paterna. Il suo negozio sembra, a prima vista, un piccolo supermercato di paese, quelli dove puoi trovare un po' di tutto, ma in realtà nasconde dei veri e propri tesori, sia nel bancone di vendita, sia nei locali adiacenti in cui Oreste lascia riposare formaggi e salumi. A distinguere i prodotti affinati da Oreste Trotta è un marchio "T" che viene stampato sui pecorini da ormai 45 anni. I formaggi arrivano direttamente da Carovilli: il caciocavallo è ottenuto dal latte munto a maggio (alto molisano maggengo) e viene proposto nelle tipologie normale, tartufo e alle vinacce (creato direttamente da Oreste con le vinacce dell'uva tipica del Molise, la Tintilia). Tra gli altri formaggi: indimenticabile il profumo dei pecorini canestrati di varie stagionature, fatti con latte di pecore allevate al pascolo libero. Oreste si diverte a prendersi cura anche di alcuni prosciutti, stagionati da 16 a 24 mesi, che arrivano direttamente da produttori abruzzesi e di gustose soppressate. Da non perdere, se volete fare un'esperienza insolita, l'appuntamento del 31 dicembre, quando Oreste apre una forma di pecorino stagionato per almeno due anni e festeggia così, con amici, clienti e turisti, l'anno nuovo. Charles e Joël Pellissier Fonte: https://foodbloggermania.it/, maggio 2017.
- Lavoro a maglia: sono un ribelle
L'allarme lo ha dato l'associazione nazionale degli artigiani: nei prossimi dieci anni sono a rischio estinzione diversi mestieri, tra cui sarti e falegnami. Il paese della moda è diventato uno dei maggiori sostenitori della dittatura dell'industrializzazione del prêt-à-porter (pronto da insossare), mettendo in discussione le sartorie artigianali. Ci sarebbe molto da dire su questo tema e alcune iniziative hanno cominciato a farlo piuttosto bene, come Serpica Naro (il nome inventato di una sconosciuta stilista "giapponese" che nel 2005 ha chiuso la settimana della moda milanese, altri non era che l'anagramma di San Precario, il patrono creato dai lavoratori precari, in questo caso della moda) piuttosto che la campagna internazionale "Abiti puliti" (che sostiene attraverso rapporti, proteste, appelli, boicottaggi le lotte dei lavoratori del settore tessile sfruttati nei sud del mondo da brand del nord). E per alcuni aspetti anche studiosi come il sociologo Richard Sennet con "L'uomo artigiano". Più preoccupante ci sembra il rischio che scompaiano alcuni saperi di base, diffusi tra le persone comuni, a proposito del cucito. Non occorre chiamarsi Valentino per saper rifare un orlo, rimettere un bottone oppure una cerniera, rammendare un calzino, ricavare fazzoletti di stoffa da vecchie lenzuola, ma sempre meno persone sono in grado di farlo. «Un piccolo corso di cucito o qualche ora da una zia abile – scrive Marinella Correggia in "La rivoluzione dei dettagli" – renderebbero lorsignori e lorsignore in grado di modificare una camicia, rifare un orlo, applicare un ghirigoro su una banale maglietta... Macchine da cucire per non professionisti sono a disposizione a prezzo modico, anche usate». Per fortuna in diverse città grazie soprattutto ai migranti si rivede in giro qualche sartoria, spesso inglobata nelle lavanderie. Di certo, occorre un cambiamento culturale profondo, spazi sociali a disposizione (come i «Cafè delle riparazioni») e occasioni per la diffusione dei saperi che riguardano le abilità manuali, considerando lo scarso contributo della scuola pubblica, per altro sempre più massacrata. E allora ben vengono iniziative come quella promossa dalla cooperativa "Occhio del riciclone", «Corsi sartoriali di trasformazione di vestiti usati», che il mese scorso ha suscitato molte attenzioni tra i lettori di Comune, ma soprattutto ben venga la Giornata mondiale della maglia in pubblico, prevista il secondo e il terzo week-end di giugno. Il "fare a maglia" in tutte le sue diverse espressioni (con i ferri piuttosto che con gli uncinetti, con ago e filo oppure con la macchina da cucire... insomma, purché abbia a che fare con il mondo del tessile) non è solo un fatto di mestieri da proteggere o saperi di base da recuperare (in quanto applicazione pratica delle teorie della decrescita e in quanto strumento che riduce le spese dei cittadini aggrediti dalla crisi); c'è anche l’elemento della socializzazione a fare la differenza. D'altronde, in ogni epoca e in ogni angolo del mondo, il cucire è stato spesso vissuto come occasione di incontro tra persone ("inventato" dalle nostre nonne davanti ai portoni dei paesi), di compagnia (soprattutto durante le giornate invernali nei paesi di montagna, come Capracotta, provincia di Isernia, «il paese dei sarti»), di condivisione di materiali, di scambio di saperi e di notizie sulla vita di tutti i giorni. Un microspazio di quotidianità, dal nostro punto di vista, capace davvero di favorire la ricomposizione dei legami sociali e la costruzione di relazioni orizzontali, basate sulle fiducia, attraverso attività in cui il valore d'uso è più importante del valore di scambio, relazioni umane non mediate dai merci, relazioni non capitaliste. Per questo, nella Giornata mondiale della maglia in pubblico, promossa per la prima volta da Danielle Landes nel 2005 a Denver (Colorado), chi lavora a maglia viene invitato a uscire di casa per incontrare altre persone con lo stessa passione e capacità. Il secondo e il terzo week-end di giugno, quindi, in tutto il mondo ci si incontra, magari solo per un paio di ore, nei parchi, nei locali pubblici, nelle piazze, nelle mercerie, nei consigli comunali per cucire, lavorare a maglia e chiacchierare. Nel 2005 gli eventi organizzati in tutto mondo sono stati 25, con il passare del tempo si sono moltiplicati fino a superare il migliaio di appuntamenti. In italia la Giornata si svolge dal 2008: gli incontri (i Kip, cioè i ritrovi, sono annunciati e "catalogati" sul sito ufficiale divisi per paese) sono liberi, aperti a tutti e generalmente non prevedono prenotazioni né pagamenti. Per il 2012 sono già previsti incontri a Roma, Firenze, Prato e Milano. Notizie più complete e aggiornate sono nel sito del Wwkip (World wide knit in public day) e in due pagine facebook, quella ufficiale dell'evento e quella italiana. Organizzare un evento, spiegano i promotori, è semplice. Prima di tutto parlate con proprietari e gestori di caffè, bar, negozi, mercerie, spazi sociali; verificate l'appoggio e soprattutto le autorizzazioni dalle autorità locali; fate l'elenco delle cose che i partecipanti devono portare con loro (cibo, acqua ma anche sedie, cappello da sole, maglieria, ago, filo...); individuate un posto in cui rifugiarsi in caso di pioggia; preparate e diffondete volantini nei negozi e messaggi on line; preparate anche un grande cartello da appendere qualche giorno prima nel luogo destinato a ospitare l'iniziativa pubblica; fornite bene ai partecipanti e ai curiosi le indicazioni per raggiungerlo (a piedi, in bici, con bus). A Roma, la Giornata 2012 sarà promossa almeno in due appuntamenti: dall'Università del Saper Fare sabato 9 giugno dalle 15 a Villa Pamphilii. L'invito è di portare progetti a maglia, sia ai ferri che uncinetto o qualsiasi altro lavoro che riguardi i filati. E sabato 9 e domenica 10 (dalle 18 in poi) con Romammaglia Knit Festival in piazza San Cosimato a Trastevere, grazie all'iniziativa del collettivo The SempliCity, promossa in collaborazione con il Municipio I: durante la festa sono previsti workshop gratuiti con La Banda della Maglia, installazioni ispirate al libro di Stefano Benni "Stranalandia" della texitle designer Alessandra Roveda, la poesia l'arte dell'associazione LeMasque, guerrilla knitting (il movimento che propone di rivestire di lavori a maglia lampioni, panchine, alberi, opere d’arte delle città per diffondere colore, calore e creatività), ma anche animazioni a sorpresa in tutto il quartiere. Concludiamo volentieri citando un post del blog di Emma e Yummy, cioè Emma Pavanelli e Mariaelena La Banca, tradutrice la prima e pedagogista la seconda. Il blog è dedicato alla decrescita e alle personali scelte di downshifting. «Una delle prime esperienze che ho fatto nel mio percorso di decrescita è stata imparare a cucire – racconta Emma – Erano anni che mi riproponevo di farlo ma non avevo mai il tempo di dedicarmi. Così, una volta lasciato il lavoro, e prima di riprenderlo part time, mi sono iscritta a un corso di patchwork. Quella scelta ha radicalmente cambiato la mia vita. Ho cominciato a fare da me lenzuola e coperte, magliette, pantaloni, borse, libri tattili per bambini e tutto ciò che la mia fantasia proponeva. A mano a mano ho cominciato a prendere confidenza con la macchina da cucire, acquistata usata su e-Bay, e devo dire che, oggi, a distanza di due anni, una delle scelte più fruttuose derivate dal downshifting, è proprio il cucito. Rammendare, creare, rattoppare, fare orli... Consiglio a chiunque abbia tempo per frequentare un corso di cucito di buttarsi. Non ve ne pentirete». I motivi per partecipare al World wide knit in public day sono dunque numerosi. Scegliete quello che preferite. A noi convince soprattutto la capacità dell'evento di coinvolgere persone comuni in spazi pubblici, una vera insurrezione di questi tempi: per dirla con gli zapatisti, «siamo persone comuni e pertanto ribelli». Provateci, non ve ne pentirete. Città Invisibile Fonte: https://comune-info.net/, 26 giugno 2012.
- La pietra della masseria Campanelli
Ad integrazione dello scritto "La pietra della masseria Campanelli" apparso sul fascicolo del 4 dicembre 2021 del "Bollettino della Letteratura Capracottese". Ho visto di persona dove si trova quella stele litica, con le sue incisioni. Sono d'accordo con quanto scritto da Francesco Mendozzi tranne per una cosa: la data a cui fa risalire la pietra di confine. Andiamo con ordine. Il confine tra Capracotta e Castel del Giudice si trova più a valle (300-400 m.) rispetto alla pietra. Infatti viene attualmente posto dove è presente la sorgente dell'Acqua Zolfa. Quindi due sono le cose: o il confine tra i paesi una volta era più in alto o la pietra è stata spostata dove si trova adesso a 100-150 m. dalla masseria Campanelli. La seconda ipotesi sembrerebbe quella più veritiera. Ma c'è una terza versione. Analizzando meglio la pietra di confine si nota una A, una V e una retta che starebbe ad indicare la direzione del confine. Mettendo insieme questi tre dati si ottiene l'incisione litica. Ora si tratta di stabilire il periodo nel quale far risalire detta incisione. Dopo aver analizzato il passato, la mia personale convinzione è che si tratti sì di una pietra di confine (come riporta anche Mendozzi) ma non fra due paesi, bensì fra due tribù sannitiche: quella di Aufidena, con la sua grande acropoli, e quella di Bovianum Vetus con il suo teatro, l'odierna Pietrabbondante. Il confine forse fu posto per stabilire una spartizione del territorio tra i due popoli, tribù (touto in lingua osca). Si trattava di un'alleanza civile e forse militare. Le guerre tra Sanniti e Romani durarono circa 260 anni comprendendo le tre guerre sannitiche (la prima dal 343-341 a.C., la seconda dal 326-304 a.C. e la terza dal 298-290 a.C.). Dopo le guerre sannitiche ci fu la guerra sociale dal 90-88 a.C. e poi la guerra civile tra Mario Egnatio (sannita) e Silla (romano) del 83-82 a.C. Lo storico e geografo greco Strabone testimonia la violenza con cui i Romani investirono il Sannio distruggendo tutto, città, santuari, fortezze, scritti, in definitiva la loro civiltà, di cui, a poco a poco, vengono ritrovati attualmente alcuni resti, smentendo Floro (altro storico del II secolo d.C.) che disse che «è vano cercare il Sannio nel Sannio». Secondo Plinio, nel 77 d.C. esistevano due Boiano: Vetus (vecchia) e Undecumanorum (romana), l'odierna Boiano. Gli abitanti del territorio chiamavano se stessi Safineis, per i Romani erano invece tutti Samnites poiché non facevano distinzioni tra le varie tribù; per i Greci erano Saunitai. Facevano parte della lega sannitica, costituita nel V secolo a.C., i Pentri, i Carecini, i Caudini e gli Irpini. Secondo alcuni studiosi i Pentri occupavano un territorio che andava dalla catena delle Mainarde comprendendo l'alta valle del Volturno, la piana tra Isernia e Venafro e buona parte del Matese. Tra i centri abitati più popolosi vi era Isernia, Venafro, Boiano Undecumani e Sepino. I Caracini occupavano un piccolo territorio tra Alfedena e la Maiella, dove Alfedena era tra i centri più popolosi. Noi di Capracottam secondo alcuni storici, facevamo parte dei Sanniti Pentri. L'alto Sannio è considerata area genetica delle genti sannitiche caracene con Alfedena, Castel di Sangro in provincia dell'Aquila, e delle genti sannitiche dei Pentri, Agnone e Pietrabbondante in provincia di Isernia. Il confine sannitico sopracitato coincide con un altro confine, come risulta da una convenzione dell'archivio dei canonici di Isernia nel 964 (periodo longobardo e carolingio): Pandolfo di Capua e Landolfo spartirono il territorio attribuendo il versante tirrenico, con Isernia, a Landolfo, e il versante adriatico, con Agnone e Boiano, a Pandolfo. Sempre secondo la convenzione dell'archivio dei canonici di Isernia il confine tra i due versanti era: Monte Matese - Macchia Godena - Castel Petroso - Monte Capraro - Monte Molinaro (attuale torrentello Molinaro) e Saletto, i cui due punti estremi del confine erano Monte Matese e Saletto. Questo doveva essere stato un tempo il confine di Bovianum Vetus e Aufidena al quale Pandolfo e Landolfo si sarebbero ispirati. L'epoca dell'incisione è quindi antica, forse sannitica, e se così fosse avrebbe un grande valore storico, culturale e archeologico. Lucio Carnevale
- Fattezze della statua della Madonna di Loreto di Capracotta
Quando nei primi anni '80 del secolo scorso si decise di sottoporre a restauro la statua della Madonna di Loreto - il che significava trasferire altrove l'opera lignea - le donne di Capracotta, con mia nonna in testa, si opposero fortemente al parroco di allora ed ottennero che qualsiasi ritocco venisse fatto in situ. Questo timore apparentemente ingenuo dimostrava due cose: da un lato l'attaccamento viscerale dei capracottesi nei confronti della loro Madonna, dall'altro un malcelato atteggiamento di circospezione tipico dei montanari. Va detto che nei decenni molte opere e documenti custoditi nelle nostre chiese hanno lasciato Capracotta per restauro o per inventario e non sono più tornati a casa, quindi, a ben vedere, le donne capracottesi furono allora piuttosto lungimiranti. Quella che vedete in foto è la nostra Madonna di Loreto spogliata della Sua raffinatissima veste azzurra. Come tutte le donne eccezionalmente eleganti - belle senza il trucco e l'abito da sera - anche Lei dimostra il Suo indiscutibile fascino in versione "acqua e sapone". Ciò che primieramente colpisce è scoprire che il manufatto non è «costituito da un tronco d'albero appena sbozzato», come la tradizione orale tramanda da secoli. Il legno, probabilmente di pero, è lavorato dal basamento fino alla sommità ed è iconograficamente vicino a tante altre Madonne presenti sul territorio molisano e abruzzese, tutte databili tra il XII e il XV secolo, un periodo di molto anteriore al 1634, che è la data incisa sul piedistallo. Nel vedere la statua spogliata e seduta della Madonna di Loreto sorgono tanti altri dubbi, uno dei quali riguarda l'onomastica. Potrebbe darsi che la nostra, al pari di tante altre del Sud Italia, sia nata sotto il titolo de lu rito, e che una corruzione lessicale abbia poi mutato la Madonna del Rito in quella di Loreto, una storpiatura che, qualora fosse avvenuta, è antecedente al 1671, visto che in quell'anno il tavolario confermava che la chiesetta all'ingresso del paese stava già «sotto il detto titulo di Loreto». Il rito a cui si farebbe riferimento sarebbe quello orientale di Costantinopoli, il cosiddetto rito greco, portato in Molise nel XV secolo dagli albanesi (oggi arbëreshë), una devozione bassomedievale storicamente dimostrata dal fatto che nell'antica Chiesa Madre di Capracotta c'era una «Cappella di S. Maria di Costantinopoli della Famiglia Carnevale». La possibilità che la Madonna che veneriamo ogni tre anni non sia quella di Loreto bensì quella del Rito bizantino è improbabile ma non impossibile: certamente su questo punto sono costretto a passare il testimone a studiosi più preparati di me. Io ho soltanto scoperchiato il vaso di Pandora... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Gioielli, La cultura musicale e le tradizioni orali dei pastori transumanti, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744), Palladino, Campobasso 2015.
- Il nostro matrimonio
26 febbraio 1934, ore 11, Arsita, parrocchia Santa Vittoria. Il nostro matrimonio è stato benedetto dal parroco di Arsita don Ladislao Partenza, tutti presenti in chiesa: genitori, fratelli, sorelle, perenti di Amedeo e amici, una bella cerimonia, giornata col sole. A casa tanti fiori, un bel cestino arrivato da Chieti da Giacinta e marito Donato Franchi, loro erano presenti. Pranzo a casa di zio Alessandro e zia Raffaella con tanti parenti e amici della mia famiglia e della famiglia di Amedeo. Il fratello, la cognata, le tre sorelle con i loro mariti e figlioli, non era presente il fratello Angelo che risiede in America con la famiglia. In casa tutta in festa, un tavolo con i 13 nipotini di Amedeo così belli, allegri, ed affettuosi con tutti figli di Pietro, fratello di Amedeo, Francesco Antonio, Corrado di Assunta sposata Leone Carlo, Peppino Antonietta, di Anastasia sposata Isotti Ezio Lucia Elia Rina, di Laura sposata Profeta Peppino, Teresa, Alfonso,che gioia guardare questi bei bimbi. Io avevo un solo nipotino di 2 anni Giulio figlio di mia sorella Elvira sposata con Mario Crisanti di Frascati,non erano presenti quel giorno, Elvira aspettava il secondo figlio il prossimo mese(Clementina). Prima del pranzo nel balcone una piccola fotografia fatta da mio fratello Beniamino in divisa da tenente questa fotografia Sandro l'ha fatta ingrandire e trovasi nel soggiorno di Via Regina Margherita di Pescara unica fotografia del nostro matrimonio. Al pranzo era presente pure Adamo De Santis segretario comunale di Arsita portò una bella macchina per fare la pasta all'uovo, venne con la moglie Graziella. Questo regalo ha permesso di fare tanti maccheroni buonissimi, forse era la prima macchinetta arrivata ad Arsita, guardavano tutti questo lavoro nuovo. Prima la pasta si faceva col mattarello. Il pranzo riuscì benissimo tutti applaudivano la cuoca Albina di Marcantonio. Durante il pranzo un lungo discorso di Igino Creati sindaco di Arsita. Poche parole il discorso del dottor Pietro di Marco e del padre insegnante Antonio compare di battesimo di Amedeo. Giacinto Partenza amico di Amedeo parole affettuose bel discorso, la copia la conservo ancora insieme ai telegrammi di auguri, ricordi bellissimi. Dopo il pranzo verso le ore 18 io ed Amedeo ci siamo trasferiti a casa sua con gli ospiti del pranzo. La casa tutta elegante rimessa a nuovo da poco. Preparato un rinfresco per tutti. Amedeo aveva invitato con bigliettini tutte le famiglie di Arsita per partecipare a questo rinfresco. In casa tanti dolci,di Teramo arrivarono paste con la crema e altre qualità. Mamma fece la cicerchiata molto grande una forma bellissima tre piani ricoperta con cioccolata e frutta candida. Sopra un tavolo tre torte ripiene con crema e cioccolata, una della famiglia del dottor De Fulvis medico di Arsita, una del segretario comunale De Donatis compare del mio Battesimo, una della famiglia Franchi Beniamino compare di Cresima di Amedeo. La sorella Assunta di Amedeo restò una settimana ad Arsita prima del matrimonio aveva preparati tanti dolci. Il dottor di Marco Pietro mandò un bottiglione di vino cotto. Nel salotto tutti i regali del matrimonio, 100 telegrammi di auguri di amici e clienti di Amedeo arrivati da paesi che lui frequentava per il suo lavoro, per Arsita una novità Amedeo a Sulmona comperò kg 25 confetti per la sua famiglia e kg 25 per zia Raffaella. Nei giorni che portavano regalini per il matrimonio si offrivano vassoi di dolci e di confetti e si mandavano a casa dolci e sacchetti di confetti per il loro famigliari. Il vestito da sposa e stato confezionato a Teramo insieme a ciò che ho indossato quel giorno cappello, borsa, guanti, scarpe e un vestito di seta nero molto elegante completo di tutto per adoperare la prossima settimana per andare a messa. Io andai con Amedeo 3 volte a Teramo per misurare i vestiti e scegliere altre cose. A Teramo fu comperata la camera da letto, quella da pranzo e tutto ciò che serviva per il matrimonio. Amedeo sceglieva sempre roba buona e insieme con zio Alessandro che pure lui voleva il meglio non guardavano a prezzi alti pagavano insieme tutte le cose che servivano per il nostro matrimonio. In quel tempo nessuna regola per spese di questa cerimonia, spendevano pochissimo. La sposa andava a casa dello sposo abitazione insieme ai genitori, matrimonio in chiesa col parroco del paese, pranzo in casa della sposa, la sera si trasferiva a casa dello sposo con amici e parenti e piccolo rinfresco per gli auguri. Io a casa di Amedeo ho trovato la madre un po' anziana ma buona, ricordava poche cose del passato. Io le volevo molto bene e le stavo sempre vicino se andava nell'orto nel terrazzo mai lasciarla sola era mio dovere. Amedeo ultimo di 6 figli era molto affezionato alla mamma dopo la morte del padre 1926 e della zia Santina 1932 vissuta sempre a casa. Le 3 sorelle sposate, il fratello Pietro a casa sua con moglie e 3 figli, fratello Angelo con la famiglia in America. Lui solo doveva decidere tutto, voleva farsi una famiglia con tanti figli, questo era il suo desiderio. Amedeo mi raccontava di volere bene alla mamma perché non stava troppo bene, lui si preoccupava ed era molto affettuoso. Amedeo a Marzo ha ripreso il suo lavoro la mattina preparava le valigie nella macchina e partiva tornava la sera, stanco del lavoro, raccontava della giornata trascorsa, del guadagno fatto, spesso andava a Bologna dalla ditta. Per me era una tristezza vederlo partire, lui si preoccupava che io non ero contenta mi diceva che poteva cambiare lavoro e restare sempre a casa. Io non volevo cercavo di stare tranquilla,e lui doveva fare il lavoro che tanto gli piaceva. Lo aiutavo a togliere dal campionario gli esauriti, lo facevo prima di sposarci mi portava la valigia da zia Raffaella. Dopo pochi mesi aspettavo un bambino così passavo la giornata preparando il corredino e restare vicino a mamma Elisabetta. Lei si divertiva con fili di stoffa facendo gomito lini e pezzi di carta da piegare giornate di lunga pazienza spesso si alzava e voleva andare a casa sua con i suoi famigliari. Nel mese di febbraio del 1935 un brutto dispiacere, mia suocera morì dopo pochi giorni di malattia, nello stesso mese nacque la mia bambina con poca salute fu visitata dal dottore di Bisenti Vincenzo Barone fu battezzata col nome di Elisabetta madrina zia Raffaella ma dopo pochi giorni volò in cielo. Fu un dispiacere così brutto per me e per Amedeo non si trovava un momento tranquillo, mi sentivo sempre più male il dottore mi assicurava che stava bene non mangiavo persi tanti kili. Amedeo si preoccupava per la mia salute, mi portò a Pescara per farmi visitare dal professore Paolini Renato, lui veniva spesso a casa nostra ad Arsita, la moglie era la figlia del dottore De Fulvis. Mi fece una bella visita la prima fatta durante i miei 25 anni. Mi assicurò che la mia salute era ottima, il mio malessere dipendeva dal dispiacere sofferto. Tutto passerà presto, niente cure, Amedeo insisteva di ordinare ricostituente lui non volle sentire niente, non volle essere pagato. Andammo in salotto a prendere insieme alla moglie ai due bambini Francesco 1929 Fulvio 1932 il caffè pasticcini cioccolatini. Lui salutò e di corsa uscì. Abitavano a via Leopoldo Muzi, adesso conservatorio. Noi ripartimmo per Arsita. Il tempo passato pensando sempre al mio grande dispiacere. Amedeo prese una ragazza Antonietta mi faceva compagnia,mi sentivo meglio. Dopo pochi mesi aspettavo un bambino, Aprile giorno 6 1936 arrivò Sandro lui riportò allegria alla nostra famiglia. Io contenta Amedeo lo stesso si guardava questo bel bambino robusto, venne subito a vederlo il professore De Victoris Francesco amico di Amedeo disse:questo bambino e robusto, il pugno chiuso appena nato, io non sapevo questo detto. Sandro cresceva bene,prendeva il latte, dormiva, ogni 3 ore beveva il latte mio. La ragazza Antonietta mi aiutava nei piccoli lavori di casa e giocava col bambino. Il battesimo di Sandro a Maggio, il compare Angelo De Vittoris, fratello del professor Francesco, lui si offrì di farlo perché non aveva mai assistito al battesimo di un bimbo, era molto giovane studente università di Bologna. Quel giorno solo genitori parenti amici niente festa. Amedeo era contrario, ma in casa tanta allegria, un bel pranzo con il compare sua sorella Norina, i due fratelli, mia sorella Cristina, zia Raffaella, zio Alessandro e parenti di Amedeo. Dopo pranzo rinfresco con fratelli e sorelle di Amedeo, tanti nipotini che portano allegria in casa, e amici di famiglia, bella giornata tutti per festeggiare Sandro. Molti regalini il compare una bella posatina d'argento. I miei genitori da qualche giorno stavano ad Arsita tante cosette per un bambino, una giornata in festa con amici a ricordare tante cose del passato. Furono preparati tanti dolci torta, pasticcini cioccolatini. Al decimo mese di Sandro io aspettavo un bambino, troppo presto, ma pazienza. Ho tolto il latte mio a Sandro, e piano piano cominciava a mangiare col cucchiaio le pappette, cresceva bene e robusto. Il 27 dicembre 1937 arrivò Dario gioia dei genitori guardare 2 figli che portano allegria nella nostra casa. Amedeo contento lo stesso io. Sandro e Dario sono nati nella camera al primo piano. I muratori lavoravano preparando il secondo piano della casa. Amedeo piaceva tanto ultimare i lavori della sua casa e vederla tutta bella. Dario bambino calmo con tanti rumori dormiva bene, prendeva il latte mio e cresceva benissimo. Mia sorella Lucia stava con me, mia madre restò una settimana e ripartì per Palombara. Il battesimo di Dario dopo 2 mesi. Il compare Silvio Sanità di Pescara capitano dei carabinieri in pensione, sposato senza figli, affezionato ai bambini, alla moglie, al cagnolino, molto amico di Amedeo. Il suo pensiero era di venire ad Arsita a fare il padrino al nostro bambino. Amedeo fu contento, venne ad Arsita ma lui solo, la moglie stava poco bene restò a casa con la donna. Per lui fu una giornata allegra, tutto contento di conoscere sorelle e fratelli di Amedeo, vedere tutti i nipotini, si rallegrava della nostra bella famiglia di tanti parenti e amici di Arsita. Io preparai un bel pranzo un bel pranzo a lui piaceva mangiare bene, mi aiutava mia cognata Vincenzina, preparammo tante cose buone, bella torta, molti dolci con mandorle. Dopo pranzo il battesimo fu celebrato nella chiesa parrocchia di Arsita col parroco don Ladislao Partenza. A casa un rinfresco con tutti parenti amici bella giornata di allegria, regalini al bambino il compare una scatola con posatina d'argento, un piattino,porta uova, e altre cosette utile per il pranzo di un bambino, un completino da neonato lavorato dalle suore. Prima di ripartire ci ha invitato di andare presto a casa sua per far conoscere il bambino alla moglie Giovannina Berardi donna brava affettuosa, religiosa, non ha mai ascoltato il marito di prendere un nipotino per compagnia. Il compare a Pescara tante volte dopo di Dario ha fatto il padrino di battesimo e Cresima a figli di amici e trattava questi comparucci con affetto come figli. A Pasqua a Natale compleanni tanti regali. Lui stesso andava a casa a portare auguri e regali. Così era per la nostra famiglia qui a Pescara. Molto affettuoso ma carattere diverso dalla moglie,una coppia poco felice. Io andavo spesso a casa e contracambiavo le gentilezze che loro facevano per noi. Amedeo voleva molto bene e cercava di aiutarlo per tutto quello che gli serviva. Nel mese di Maggio 1938 io, Amedeo, Sandro, Dario, Cristina mia sorella che stava ad Arsita con noi, andammo a Pescara a casa loro, passammo la giornata con gioia, vederci a casa la comara Sanità ci ringraziava della bella visita e si teneva nelle braccia Dario. Con loro in casa c'era la madre del compare, Rita di Capracotta, una bella donna madre di tanti figli rimasta presto vedova, il figlio molto affezionato alla madre e restava sempre a Pescara con loro, fu una bellissima giornata, abitavano a corso Umberto. Il compare prese Sandro di due anni per la mano e volle uscire lungo il corso, rientrò presto, ho paura a portare con me un bambino così svelto, mi lascia la mano e vuole correre lungo la strada. La comara preparava il pranzo con la donna, dolci confezionati da lei, era brava per i dolci a S. Giovanni giorno del suo onomastico invitava comparucci e genitori a casa per un rinfresco. Offriva dolci buonissimi, si rallegrava della visita di tutte le sue amiche, anch'io andavo con i ragazzi mentre stavano a Pescara. Questa famiglia e rimasta affettuosa con tutti noi fino alla fine. Il parroco Ladislao Partenza, la levatrice Mimma Creati sempre vicina al mio parto è per 4 volte, brava signora e molto allegra. La sua prima e unica figlia Ines è stata battezzata da me e Amedeo. Un bel pranzo in casa, torta, dolci, per offrire a parenti e amici nel pomerigio, giornata allegra con tante persone affettuose. Paolo è nato alla camera di sopra la seconda, tempo bello col sole. Un bambino calmo, robusto, dormiva tranquillo, prendeva il latte mio, pesava quasi kg 4 cresceva benissimo. Regalini il compare bella catenina con Madonnina, completino per bambini dai nonni dai zii, tante cosette utili per quei giorni. Niente festa tutto in famiglia con parenti e amici. Il primo Settembre del 1943 arrivò Lucio anche lui bel bambino,robusto, calmo, prendeva il latte mio e dormiva. I primi mesi tutta calma. Gioia dei genitori guardare i primi sorrisi,rivolti alla mamma mentre prende il latte, una gioia affettuosa che non si può spiegare facilmente, solo una mamma lo sa. Dopo tre mesi dalla nascita di Lucio molta preoccupazione per la guerra. Lucio è nato alla camera di sopra al secondo piano la stessa camera di Paolo. La casa già ultimata dai muratori tutta bella. Amedeo fece venire in casa una donna per aiutare (Giuditta) così guardava ai bambini e insieme si faceva tanti lavoretti di casa. Nel giorno della nascita di Lucio a casa nostra da una settimana ci stavano Beniamino e Iole che desideravano fare da padrini al bambino. In settimana fu fatto il battesimo, stessa chiesa di Arsita il parroco lo stesso. Festa in casa con amici e parenti,cugini, zii, un bel pranzo tutti uniti, torta, dolci, regalini al bambino. Rinfresco per tutti. Giorni belli, ma dopo pochi giorni la nostra casa fu occupata dai tedeschi presero le due camere al sole che uscivano dal balcone 4 persone il tenente e 3 militari. Prima camera un lungo tavolo il tenente riceveva tutti i contadini che dovevano ritirare i soldi delle bestie che prendevano, per fare mortadella nel palazzo De Victoris trasformato in mattatoio, servivano per far mangiare i militari che stavano ad Arsita ne erano tanti. I muri delle casa coperti tutti dalle pelle di animali ammazzati per asciugarli dopo trasportati col camion non so dove, tutti impegnati con questo lavoro la gioventù di Arsita. Ricordo Peppino Profeta studente all'università con pacchi di pelle sulle spalle, lo stesso Corrado Pulini lavorava al mobilificio del padre, ma la giornata intera doveva fare questo lavoro,nessuno poteva allontanarsi dai lavori pesanti dei militari, comandavano a tutti. Il tenente brava persona in cucina entrava con Amedeo, si curvava sul lettino di Lucio, di 4 mesi parlava ma il bambino dormiva, tra piccoli sorrisi guardava. Lui sposato ma senza figli, raccontava con poche parole che non aveva figli ma molto affettuoso per i bambini. Prendeva la manina di Paolo di 2 anni lo portava in camera sua copriva la testina con fiocchetti di nastro colorato e tornava a farmelo vedere. Paolo andava volentieri con lui, spesso si tratteneva seduto vicino alla sua scrivania. Io cercavo di stare sempre vicino ai miei bambini, non mi allontanavo un minuto. I primi giorni quasi paura a vedere persone straniere in casa ma dopo visto che erano persone educate si cominciava a stare tranquilli. Il tenente prese una donna Maria Lucci per la pulizia delle 2 camere, il corridoio, il terrazzo dove facevano fotografie con la fotografa signorina De Antonis di Pescara fidanzata del professore Di Prinzio, tutti sfollati ad Arsita a casa di Galileo Franchi. L'interprete sorella di Prinzio. Per il bagno in casa nostra adoperavano quello sotto il terrazzo, adesso rovinato e vecchio, ciò che serviva portavano un catalogo con le fotografie piccole cose, non davano fastidio. Presero il grammofono lo portarono in camera loro. La notte suonavano, cantavano, nulla a casa anno preso. Riscaldamento stufe elettriche notte e giorno, di notte molto divertimento invitavano a casa signorine, signore, si ballava si cantava e offrivano dolci, bevande, panettoni, frutta, scatole colme. Amedeo non voleva cercare niente, ma ci davano, lo stesso zucchero, frutta. Al tenente piaceva la compagnia di Amedeo spesso voleva trattenerlo per parlare, ma lui sempre in fretta poche volte si fermava scendeva al negozio, raccomandava a me di stare sempre in cucina con i bambini, per andare al negozio da Amedeo io non passavo all'ingresso, ma dalla camera da pranzo, scendevo la gradinata e dalla stessa porta salivo alle camere. La porta dell'ingresso chiusa, quella che oggi si entra per salire la gradinata che porta alle camere del secondo piano. Un giorno fece tanta neve non si poteva passare con il camion. Chiamarono tante persone compreso Amedeo, il medico, il sacerdote, tutte le persone che potevano con la pala togliere la neve fino al bivio. Arrivato al bivio il camion andava a Bisenti e altri paesi che dovevano ritirare roba da mangiare. Fu una giornata di lavoro per tutti, Amedeo perse un accendino bellissimo che gli regalai prima del matrimonio facendolo comprare da Beniamino di madreperla, non fu trovato era un caro ricordo per noi. Col camion trasportavano tutte le provviste per mangiare. In quei giorni non potevano andare fuori per la neve. Il tenente mandava per invito a cena dei militari un bigliettino ogni famiglia, secondo la famiglia uno o 2 militari nessuno poteva dire di no. Tante cose della guerra c e da raccontare ma dimenticare tutto e meglio. A giugno 1944 i tedeschi che stavano ad Arsita partirono tutti di notte, lo stesso giorno arrivarono i partigiani terribile paura con fucili sparavano in aria per farci terrore, Arsita coperto di fumo. Loro comandavano orario per chiusura dei negozi, parlavano male di tutti, specie di famiglie che avevano ospitato i tedeschi. Volevano ammazzare molte persone di Arsita compreso Amedeo, il dottore, il sacerdote, non posso ripensare alla tristezza di quei giorni fortuna finì con la pace di tutti, queste cose non lo so spiegare ricordo solo la grande paura. I partigiani erano tanti solo loro si vedevano per Arsita prima di entrare al paese stavano sparsi per la campagna una notte andarono a Palombara con fucili, bussarono a casa nostra e tutti vollero entrare chiedendo di Amedeo, stavano tutti di famiglia a Palombara sfollati. Elvira con la sua famiglia 5 figli, il marito Crisanti Mario. Nicola con la moglie, Cristina, Lucia, Beniamino e Iole,mamma e papà, Beniamino a Palombara faceva lui la scuola ai nipotini tutti, e non fece perdere un anno, compreso Sandro e Dario. Quella notte tutti svegli, i partigiani chiedevano di Pulini e la moglie gli fecero capire che noi stavamo ad Arsita, ma loro con rabbia non credevano e vollero girare tutta la casa per trovare la roba di Pulini trasportata a Palombara. Amedeo parte della mia biancheria fu portata a Palombara pensando che era sicuro una zona dimenticata da tutti piccola frazione. Mamma assegnò ad Amedeo una bella camera vuota dove fu appoggiata tanta roba Biancheria, macchina da scrivere, copiatrice, orologi sopra mobili, tante cose utile, loro presero tutto. Ad Arsita presero l'automobile. Brutti ricordi. Amedeo portò a Palombara tanta roba del negozio biancheria, stoffa per vestiti da uomo da donna, coperte, perché i tedeschi mandavano pacchi di roba alle famiglie Amedeo pensava per i paesani. Questa roba non fu presa per fortuna da loro. Fu nascosta in un sotto scala nello studio di papà, con l'aiuto di un muratore fecero un muro a mattoni nulla si vedeva. Un giorno Amedeo insieme ai partigiani prese tutto e la vendeva a persone bisognose di Arsita, a basso prezzo, con i biglietti si faceva la vendita e con la presenza dei partigiani coi fucili piantati. Così la roba fu data a persone di Arsita e non ai tedeschi, tutti furono contenti. Io non so infine come andò a finire, tanta paura dopo la more delle due guardie comunale di Arsita Emilio Creati 6 figli, Florindo sposato da 12 anni. Furono ammazzati in montagna ma non so da chi per una settimana non si potevano trovare i corpi, dolore per i figli e la moglie, che tristezza per il paese, dopo lo trovarono in un bosco coperti di foglie, di terra, un posto che nessuno ci passava. Ricordi brutti per tutti. Amedeo svuotò il negozio e la roba fu venduta al prezzo del costo, pensò subito di lasciare Arsita e trasferirci in famiglia a Pescara. Amedeo decise di trasferirsi a Pescara. Ringraziammo il Signore che ci ha conservato la salute per raccontare queste cose. Molte persone sono morte lasciando in famiglia miseria, dolore e malattia. Sempre la pace il Signore mai la guerra. Vogliamo dimenticare tutto col tuo aiuto. Ester De Prophetis (a cura di Katiuscia Pulini) Fonte: http://www.mazzamurilli.com/.
- L'avvocato Ninetta (XI)
Scena XI Cesarino e detti, indi Rosina. Cesarino – Ecco ccà 'e carte che m'ha dato l'usciere. Ninetta – Seh! m' 'e faccio fritte c' 'a mente. Cesarino – Embè, tanta pressa pecché 'e vulive, e po’? Ninetta – Stupido, nun capisce niente. Nun 'e capito che tutto chesto se fa pe nu poco 'e reclame. Bettina – Ma tu te 'a persuadé, Ninetta mia, che io nun l'aggio fatto apposta. Ninetta – 'O saccio. Ma io nun m' 'a piglio cu te, m' 'a piglio cu chella stupida 'e Rosina, essa avarria pure capì cierte cose. (chiama) Rosina, Rosì? Giulio – (piano a Cesarino) Tu 'e visto chillo che mò è sciso 'a ccà ncoppa? Cesarino – Sì, 'o saccio. Chillo ch'è venuto stammatina. Giulio – Indovina chi è. Cesarino – Chi è? Giulio – 'O Barone Chiappo! Cesarino – 'O marito 'e Gesummina? (parlano piano) Rosina – Signurì, eccome ccà. Ninetta – Rusì, t'avviso pe l'ultima volta che quando io sto con delle persone non devi venire a... Rosina – Ma chella è stata 'a signora che... Ninetta – Nun ce sta nisciuna signora... quando io ti dico na cosa tu m' 'e 'a sentì... e quanno... sto trattando coi clienti tu non 'e 'a venì a sfrocolià 'o pasticciotto c' 'o ssale, 'o magnà che s'azzecca ncopp' 'o fuoco e 'a criatura che vò zucà...! E meno male c' 'o Barone era nu piezzo 'e scemo... (torna Giacinto per prendersi l'ombrello che à dimenticato) nu turzo, nu battilocchio qualunque... Cesarino – (piano) Zitta, chillo sta llà!... Ninetta – Sì, ho detto bene, e lo ripeto. (a Cesarino) Sei uno scemo, un torsolo, un battilocchio qualunque! Ti ho detto di andare. Cala la tela Fine del primo atto. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Sozio Combustibili, storia di un leader nella distribuzione di carburanti
Le origini della ditta Sozio Combustibili sono datate 1975: in quell'anno il padre di Pasquale, Innocenzo, Carlo e Gianfranco si è trasferito da Capracotta, in provincia di Isernia, a Pescara portando con sé l'esperienza e la conoscenza di boscaioli e carbonai acquisita in una terra dove la principale attività era la pastorizia. Una volta a Pescara questa esperienza diventa un punto di partenza per lanciarsi nel settore della distribuzione di carburanti. Sono necessari solo pochi anni perché la visione imprenditoriale dei quattro fratelli inizi a mostrare i primi frutti e segni del successo e assieme fondano la Sozio snc. L'azienda si sviluppa e cresce prevalentemente a Sambuceto, una piccola frazione di San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti e a pochi chilometri da Pescara. Sfruttando la natura prettamente industriale della zona la ditta Sozio Combustibili decide di investire nel settore della vendita di gasolio, che in poco tempo arriverà a rappresentare il 47% del fatturato dell'azienda. I continui cambiamenti nel settore industriale e civile non hanno fermato la ditta dei quattro fratelli Sozio dal migliorare e aumentare le opzioni proposte dal servizio di distribuzione carburanti. Con uno sguardo all'ecologia e all'ecosostenibilità la ditta avvia la produzione e distribuzione di combustibili ecologici, come pellet, brik e nocciolino, utilizzati spesso sia in ambito domestico sia professionale per riscaldarsi in modo efficiente ed economico. La ditta Sozio Combustibili è oggi disponibile anche per la distribuzione di carburanti liquidi, come il GPL, e il recupero di materiale legnoso di scarti, occupandosi del carico, trasporto e smaltimento trasformando scarti in nuove risorse. Fonte: https://www.soziocombustibili.net/.
- Ritorno al paese
Dopo le note curve del bivio Agnone-Capracotta si apriva l'ampia visione della piana di Agnone, distesa lungo il dorso della montagna come la sella sulla spina dorsale di un somaro: intorno, le creste dei monti più alte, il gradino di Prato Gentile e il folto vello boscoso del cerreto, al di là del quale c'era Roio. Alfio era disturbato nel godimento della vista di quel paesaggio familiare dal continuo parlare di sua moglie, ma comunque il suo animo s'apriva, come sempre, nel respirare quell'aria, l'aria del suo paese, della sua infanzia, del suo passato. Ad Agnone si fermarono sulla piazza Italia, come erano soliti, per comperare qualcosa: un po' di frutta, pomodori, qualche scamorza e mozzarella fresca, una focaccia di pane calda di forno. Ripartiti, la strada s'inerpicava e ridiscendeva in mezzo ad un vasto altopiano senza alberi, costellato qua e là di casali fra il fieno e le rocce. Quante volte aveva fatto quel percorso nella piccola corriera rossa di Cerella, che si prendeva ad Agnone dopo una sosta di circa mezz'ora, scesi dalla più grande corriera azzurra che in circa cinque ore aveva coperto i duecento chilometri o poco più che dividono Roma dalla cittadina molisana! Ad un certo punto la piccola corriera era solita fermarsi, in piena campagna, e l'autista scendeva a prelevare un cestino di ricotta messo sul bordo della strada, in cambio del quale lasciava un contenitore vuoto: tutto intorno, il deserto. Ogni tanto, a una curva, saliva una donna avvolta nello scialle triangolare con una lunga frangia: emanava odore di stalla, di pecora, di formaggio, era bella, molto spesso, con occhi azzurri e capelli chiari, giovane, ma sempre con quell'odore addosso e lineamenti duri, marcati. Oppure era un contadino a salire, con la barba non rasata, la giacchetta aperta su una camicia a quadroni, stile cow-boy, il bordo giallastro della canottiera che si vedeva sotto i primi bottoni slacciati, le mani rugose e callose che penzolavano fuori dalla manica troppo corta. Ogni tanto qualcuno scendeva. La corriera c'era ancora, ma lui era tanto che non la prendeva più, oramai. Si stancava troppo, ora, non ce l'avrebbe fatta a sopportare senza conseguenze un viaggio così pesante e scomodo. Quand'era bambino, ricordava, i vecchi li facevano anche a piedi quei venti chilometri, altrimenti il mezzo adibito era la mula, o al massimo il cavallo. L'aveva fatta anche lui a cavallo quella strada, parecchie volte, dietro suo padre. Ricordava un giorno d'inverno in cui aveva dovuto farla da solo per andare a chiamare il dottore ad Agnone. Era già buio, in inverno le giornate sono corte, specialmente fra i monti. Arrivato all'altezza del cimitero, circondato dal terrore derivante dai racconti terrificanti delle nonne e delle vecchie zie, cominciò a vedere delle luci che si muovevano: i "fuochi fatui" che ballavano la loro macabra danza! Il sangue gli si gelò nelle vene, i peli si rizzarono, un sudore freddo cominciò a colargli da tutti i pori: nascose la testa fra la criniera del cavallo, per non vedere, e via, al galoppo. Ormai il terrore s'era impossessato di lui: dietro ogni curva si aspettava di vedere uscire da un agguato quei briganti che avevano assalito un suo ricco antenato che tornava con un carico di mercanzie e una carovana di muli dall'Adriatico, dal porto di Pescara. La carovana era stata sbaragliata, rapinata, il bisnonno bastonato fino ad avere tutte le ossa rotte ed era morto pochi mesi dopo, fra dolori inenarrabili, circondato comunque dalle cure pietose della moglie e dei figli. La famiglia era stata così ridotta sul lastrico, ed aveva dovuto ricominciare tutto da capo. Se la storia fosse del tutto vera, se fosse un'esagerazione, o addirittura tutta un'invenzione, non l'avrebbe mai saputo: ma allora per lui era vera, era la realtà, e una realtà senza tempo, che poteva essere accaduta cent'anni prima o ieri. Rina parlava quasi senza interruzione e lui, ogni tanto, automaticamente, doveva rispondere. Ma l'anima era fuori dei finestrini della macchina, coi sassi, in mezzo alle macchie di verde, fra gli alberi, fra i radi cavalli che pascolavano. Superato Rosello, con le sue case fra le alte rocce - quasi tutti questi paesi sono costruiti in mezzo a speroni di roccia, pésco nel dialetto locale - ecco che lo sguardo si distende su Roio, addormentato sul costolone della montagna in tutta la sua lunghezza, con le maioliche del campanile luccicanti al sole e l'obbrobrio dell'albergo ormai in rovina, una specie di grattacielo una volta azzurro che supera in altezza persino la torre campanaria. Ecco, sulla sinistra, il cimitero, un piccolo agglomerato di costruzioni bianche, linde e ordinate, dove più di una volta qualche camioncino di venditore ambulante si era incamminato, lasciando la strada principale per la stradina sterrata sulla sinistra, diritta, credendo che quello fosse il paese. Dopo le ultime curve tutte a salire, finalmente il dirizzone del piccolo corso, e la piazza, dove si ferma la macchina. I soliti vecchi sulle panchine bianche di pietra si voltarono a guardare. Nessuno di famiglia, anche se sapevano della sua venuta, anche se abitavano proprio lì, sulla destra, nel primo palazzetto sulla piazza. Eppure era nato lì, in quel paese, quelli erano suo fratello e le sue sorelle, lì aveva ruzzolato e scivolato tante volte sul ghiaccio, aveva fatto a pallate di neve, aveva combinato marachelle, era sceso col padre, sulla mula, fin giù alle vigne, la mattina presto, quando ancora il sole non sfiancava. Ricordava una volta che il padre gli aveva comandato di tornare a casa da solo e lui si era perduto fra i viottoli bianchi che salivano in alto fino al paese. D'altronde lui non c'era cresciuto, lì, a tre anni era stato mandato in Toscana, dai ricchi zii, in Maremma, e lì aveva trascorso il periodo più felice dell'infanzia. Rivedeva ancora sé stesso bambino, di circa sei anni o poco più, aggrappato disperatamente alla gonna della zia, piangente, esserne strappato per tornare in mezzo al freddo e al buio di quei monti, in mezzo a bambini che parlavano un altro dialetto da quello che ormai era il suo. Dovette dire addio per sempre alle spiagge di Cecina, ai cavalli a branco nella pineta, al mare che brillava lontano fra i rami degli alberi. Eppure s'era abituato presto al suo paese: s'era ritrovato fra i sassi dell'Abruzzo, durante le mietiture d'estate, quando i bambini restavano i padroni del paese e giocavano per le strade e le piazze semideserte; durante le tristi giornate invernali, imbiancate solo di neve, che s'andava con le assi delle botti per sci a buttarsi dai pendii, con le gambe nude che uscivano dai pantaloncini corti. Ora i fratelli lo consideravano un estraneo. Aveva tradito. Non aveva più il diritto di tornare, quella non era più casa sua. Aveva studiato in città, ma non aveva messo a frutto i sacrifici del padre per sostenere la famiglia, aiutarla. Se n'era invece fatta un'altra, di famiglia, in città, si era preso una donna della città che guardava con disprezzo al paese, aveva fatto una figlia di città. Era un perfuga. Cosa voleva ora, perché veniva a spiare la loro vita difficile e stentata di montanari, a sbattergli in faccia la sua diversità, il suo incivilimento esteriore, e quella moglie così lontana, così diversa, così sprezzante? Nessuno gli venne incontro, alla macchina. E quando lui bussò ed entrò in casa, solo la sorella gli fece un sorriso inebetito dalla malattia. Lesse l'indifferenza, l'astio quasi nel saluto degli altri. Offrì un pacchetto di dolci. – Non ci servono, grazie. Da te non ci serve niente. Sentì stringerglisi il cuore, raggelarsi. Sentì per la prima volta, dopo settanta anni, che una parte di sé era morta. Si sentì diviso, dimezzato. Una parte percossa, uccisa, morta, sepolta. L'altra parte sopravviveva, ma era sofferente. Era la parte estranea a quei monti, al bosco alto sul colle in faccia al paese, alle scale ripide verso la chiesa, alla porta sgangherata di quella che era stata la sua scuola elementare, ai sassi della strada fatti tante volte di corsa sbucciandosi le gambe. Non diceva niente, a quella parte sopravvissuta, l'aria profumata di prato e di bosco che spirava in quello splendido pomeriggio d'estate, né l'odore della legna da poco tagliata e accatastata per l'inverno. Aveva cominciato a morire, e quella parte di sé che se n'era andata era rimasta sepolta lassù, fra i monti del paese natìo. Nicolino Cese Fonte: https://www.roiodelsangro.com/, 17 aprile 2019.
- Estetica della Trignina
La Trignina, con la SS650, separa l'Abruzzo dal Molise. Con le prime giovanili esperienze in auto, è stata, insieme alla Bifernina, usata per le nostre escursioni a Capracotta, luogo natìo di tanti amici di San Severo, per lo più commercianti in carboni, prima, e gas in bombole, a seguire. Col tempo, anche per collegamenti con Roma. In genere, è stata e restava una via sempre e solo attraversata. È diventata meta, quando ho voluto visitare per la prima volta il Santuario della Madonna di Canneto, in Roccavivara, e Trivento, che ho bisogno di rivisitare. Altri siti conosciuti (Palmoli, Montefalcone e qualche altro) sempre per altri stimoli. Con mente e occhi nuovi, sollecitato da altri tagli e interessi, richiamato dalla 'Ndocciata di Agnone, nel trascorso inverno, e in bella compagnia, ho trascorso un bel weekend in Isernia e dintorni. Visitare quest'area di confine, come tutte le "periferie" che ritengo ricchezza per il futuro, era già nei miei preventivi. E, con tutti i limiti del caso, sto provando con le sollecitazioni che ricevo, come quelle del toponimo "Valle Cupa". Per il primo vissuto, la parte di valle percorsa in salita, con l'accesso in direzione Vasto, è stata un'avventura. E, raggiunta una piccola contrada di case, sono ritornato sui miei passi, con il cartello turistico distrutto e con tanto da approfondire. Per ora, solo emozioni da "estetica dei luoghi", selvaggi, colorati, con scorci di ampia valle, abbandonati, sperduti... senza alcuna presenza umana. Un territorio che lascia tristezza in chi guarda e che cattura per alcune poche case prima vissute, con un uliveto tra tanta selvaggia naturale vegetazione. Interessanti i ponti che attraversano il Trigno, in paesaggi belli. Luigi Gravina Fonte: https://www.facebook.com/, 18 novembre 2020.
- Nostra Me-Dea dei Cagnolini
Entrata in scena da pop star al sound check dell'interprete protagonista. Quando incontri l'amore non dirgli ciao / quando incontri l'amore non dire niente non far rumore quando incontri l'amore. / Quando incontri l'amore / lo riconosci dal sapore: sa di prato bagnato / dove ti rotoli d'ardore. / Non baciare il tuo amore alla stazione / non lasciarlo partire / non perder l'occasione. / Trovare l'amore è un film in produzione / produzione indipendente scommessa vincente / quando incontri l'amore fagli un'audizione. / Quando incontri l'amore digli "chiamo io" e poi fallo davvero / quando incontri l'amore sincero. / Quando incontri l'amore non c'è niente da dire e ti metti a cantare... (cantato) When u meet yr love / you can fly by feet / when you meet yr love / you can see how's great / 'cause true love is fat / like an happy cat / 'cause yr love you're pretty 'nd slim / like a fantastic dream... (così cantando e, inizialmente, recitarcantando, Me-Dea si presenta. La almost pop star è arrivata a casa sua, dove impatta in una invisibile figura inattesa) Me-Dea – Come sarebbe a dire "chi devo annunciare"? Questa è casa mia, fino a prova contraria: tu, piuttosto, chi sei? Oh, il butler.." quello che noi chiamiamo maggiordomo": ma noi chi? Da dove vieni, da Capracotta, butler? Ah, saresti il maggiordomo di Jason: dovresti sapere che, Jason, fino a prova contraria, è mio marito. Come sarebbe a dire "sarebbe meglio fare una telefonata al signore, signora"? (Me-Dea prende comunque un i-phone e chiama) Come sarebbe a dire "chi mi ha dato questo numero privato"? Sir Elton, o Yoko: ci siamo visti ieri all'Harry's dolci alla Giudecca, hai presente Venezia? ...Sono Dea, Jason, o sei troppo fatto per... Guarda che adesso farsi non è + trendy, adesso son quasi tutti vegani, vedi tu. Quelli che non sono ancora passati al cannibalismo neobuddista. Non cambiare discorso, Dea sarà anche un diminutivo eccessivo, ma forse non ti conviene chiamarmi Me-Dea. Lo paghi tu il maggiordomo, Jason? Come sarebbe a dire "che mi dai 24 ore per sgomberare"? Ah, capisco: potevi anche farmelo dire dal butler che hai appena deciso di divorziare. Ti ricordo, Jason, che il disco d'oro per "When u meet yr love" l'hai avuto grazie a me. Gli accordi pre-matrimoniali? Ma non valgono niente... niente vuol dire "un cazzo", Jason: valgono quanto il tuo cazzo, insomma! "Non davanti alla servitù": sarebbe il butler di Secondigliano la servitù? Ah, capisco: "la tua nuova fidanzata la pensa diversamente". Su cosa, Jason, il tuo falletto da fallito, oppure... Come sarebbe a dire "Glauca non pensa affatto che tu sia un fallito"? Non starai mica parlando della figlia di Mr. Creonti, Glauca, Miss Acne Giovanile dell'anno scorso, titolo revocato per superamento dì età massima consentita e peso forma troppo sformato? Stai proprio parlando di Glauca Creonti! No, questa non va detta così, vero Maestro? (ha cambiato tono e si rivolge alla platea) No, certo, io non devo interrompermi se non mi interrompe lei, Maestro, ma volevo dire... lo so, non devo dire "volevo dire", o lo dico o non lo dico, lo so. E allora se lo so perché lo dico? Che faccio, pausa o vado avanti? Ah, passo direttamente al topos, va bene, così non gìoco al gatto col topos... no, Maestro, mi scusi, stavo solo citando... no, niente, sì, certo, non devo fare battute del cazzo. (scioglie la tensione e riprende dal climax) Vedi, Jason, se avessimo dei figli, sarei in grado di vendicarmi su di loro, ma noi non abbiamo figli, solo cagnolini e io non ce la faccio a far del male ai cagnolini, perché con i figli puoi sempre dirti che crescendo magari cambieranno e diventeranno degli stronzi tremendi e allora riesci a farli fuori per vendetta, ma i cani non crescono, non cambiano, sono così innocenti, come si fa ad ammazzare dei cagnolini? Eppure è quello che sto per fare, Jason. E sei tu a farmelo fare, Jason. E soffrirai come un cane, ma io soffrirò come me, che è ancora peggio. (scoppia improvvisamente in singhiozzi) No, scusi, Maestro, non è previsto dal copione... è il pubblico che deve ridere o piangere, non l'attore, lo so... ma è che mi è venuto in mente che da bambina avevo un cucciolo... un cucciolo di cocker, come quasi tutti i bambini di una generazìone prima della mia, che avevano quasi tutti il cocker, mentre i loro genitori avevano avuto il collie... e lo chiamavano Lessie!... (asciugandosi le lacrime) insomma, questo cucciolo di cocker... No, scusi, Maestro, so che non devo mai usare il Metodo in sua presenza, lo so che non c'è altro metodo che la follia... ma non l'ho fatto apposta... (d'un tratto, si mette a ridere, a ridere) L'ho fatto apposta, Maestro! L'ho fatto per te... volevo dire: per lei, Maestro... non mi viene bene il "lei", mi dà una sensazìone femminile che non si addice a lui, cioè a lei, Maestro... insomma, l'ho fatto per darle una soddisfazione: ho fatto finta, insomma! "L'attore è un mentitore, mente anche quando dice la verità". Mai avuto cani da bambina, mia madre diceva... quand'ero bambina, mia madre non parlava mai in italiano e nemmeno in dialetto, parlava con accento francese perché diceva che era chic, très chic: le cagnulen son mignon, me anche figli di mignon, purquà fan pipì dove gli par e alor son dolor, cattivi odor, tu comprand, ma peti? Così, mai avuto cocker da bambina e dunque... Come dici, Paolo? Ah, il Maestro se n'è andato. Quando? Al mio primo singhiozzo, già. E ti ha detto cosa dobbiamo fare adesso? Sei il suo assistente, no? Va bene, non puoi prendere iniziative, sergente; ma io sì: dammi le battute di Jason, che faccìamo la scena del faccia a faccia tra Jason e Me-Dea. (riprende a recitare, come ascoltando battute dalla platea, dette da Paolo, l'assistente) Dunque alfin giungesti, Giason, mosso da pietà del mio o del tuo cuore? Ma tu non hai cuore, Giasone, così come non hai occhi, ma specchi: lo specchio della tua ambizione su cui spargere la neve del tuo infantile delirio di successo. Eppur mi amavi, Jason! Come dici, Paolo? Ah, non sei Paolo: mi pareva che le battute di attacco me le avessi date troppo bene. Ben arrivato, Jason: meglio tardi che... come si dice?... che troppo tardi. Ah, davvero? Eri in camerino, in camerino a concentrarti: con la narice destra o con la sinistra? Siete rimasti solo voi vecchi giovani attori a tirar di coca: voi e i garzoni di panettiere. Oh, risposta pronta, Jason: anche Alain Delon era un garzone di panettiere. Ma sai quante michette e quante marchette ci vogliono a fare un Delon? Certo che lo so bene: sono in vantaggio su di te di un bel numero di punti, sai? No, non sono irritata perché non me l'hai dato... a parte che sono io che non te l'ho data, non essendo tu in grado di darmi granché in cambio, tanto meno piacere... tu la parte, Jason, l'hai avuta solo perché ti chiami come il personaggio e così sta bene in locandina, neanche fosse "Jason as Himselfù"... No, questo non è vero, è una cattiveria consapevole e deliberata, dato che sei bravino, Jason... bravino e potresti diventare persino bravo... bravo, ma codardo, non ti fidi del tuo talento, l'autostima è solo una mascherina per schermare le luci della ribalta... Oh, bella uscita, Jason, la tua: tutta la scenata dimostra che Me-Dea ti ama. Certo che ti ho amato, Jason, fìno a quando mi sono accorta che non hai il coraggio di un cagnolino, un cagnolino capace di buttarsi nel fuoco per salvare dalle fìamme di un incendio la bimbetta di casa... è cronaca... capace di salvarle la vita, donando la sua! Ora, Jason, se non vieni subito a salvarmi dal fuoco della delusione che arde la mia passione, non potrai salvare i tuoi cagnolini dalla mia vendetta. Come dici, Jason? Oh, mi perdoni, Maestro, con le luci in faccia non mi ero accorta che... (di nuovo recita) Ci sono cani che scavano tra le macerie, ci sono cani sotto le macerie, ci sono vite che lottano per vivere e c'è una dignità anche per morire. Ma tu, Jason, lasci morire ì tuoi cani sotto le macerie del tuo stesso monumento virtuale, ingannando me e quella poveraccia schiava della piramide che le fai innalzare... quella poveraccia della tua utile fidanzata: tu sei senza dignità, Jason. Che fai, sorridi? Ridi di me, di Me-Dea? Ridi del mio terribile, orribile gesto? Tu, Jason, avresti già la soluzione?! Tu hai 100mila dollari pronti per clonare ognuno dei tuoi cagnolini: è quello il prezzo richiesto a Tokyo per la loro clonazione. Ma sei tu, Jason, che sei il clone di te stesso: una copia di ragazzo. Da un momento all'altro, la gioventù svanisce e solo Mick Jagger resta Mike Jagger, perché lui è una pietra che rotola, tu uno stronzo che rantola. Applauso: qui è previsto un applauso, vero, Maestro? Sì, va bene, i tempi, i tempi comici, i tempi drammatici, coi tempi che corrono, la scansione, la partitura: queste son cose che interessano solo a noi. Al pubblico no: mi scusi, Maestro. Che cosa interessa al pubblico? E che ne so? Sono un attore, non uno spettatore! Magari, il Regista, invece... Va bene, passiamo direttamente al finale. Me ne vado, Jason: come volevi tu. Ma non l'hai vinta tu: vado via e mi porto via i cani e non saprai mai dove sono e se sono ancora vivi o se sono... se li ho... Me ne vado, Jason: quando vuoi sentirmi, ascolta. Sentirai la mia canzone: "When you meet yor love / you can fly by feet / when you meet your love / your love is big and great / 'cause true love is fat / like an happy cat / 'cause true love is slim / like an happy dream... / But when your love is lost / don't become a ghost / you've lost your lover / don't become a loser / when you lose one love / you can have a break / you can change your look / you can write a book / you can fly to Rome / you can rent an home / where you can live in love / where you can live alone / 'cause you live in Rome / in a room for you own / in a room with view / only you / o-only you / 'cause you live in Rome / 'cause you love in Rome / 'cause you walk in Rome / 'cause you act in Rome / 'cause you dream in Rome / 'cause you drink in Rome / 'cause you sleep in Rome / 'cause you live in Rooome!" ...Ok, ho capito; chiamate voi. Grazie! Fabrizio Sebastian Caleffi Fonte: F. S. Caleffi, Histrio is the girls' best friend, Milano 2018.
- Il tour dei 4 mari
Avevamo progettato una vacanza low cost. Campeggio itinerante fuori dalle aree delle masse vacanziere, alla ricerca del sole in questa estate 2014 in cui in tutta Italia è stato autunno, però dormendo in luoghi freschi. Che toccasse zone di falesie ma anche bei posti di mare. Insomma capra e cavoli, tutto e niente, le nozze con i fichi. Con pochi soldi da spendere e una macchina con 400.000 km. sulle ruote carica di cose. Alla fine saranno 3.800 km. e circa 1.000 euro di spesa (500 a testa) tutto incluso per 18 giorni. Ci possiamo stare. La tenda grande, la cucina, sedie e tavolini per stare comodi e soprattutto il frigorifero portatile. Due ore per montare e due ore per smontare il tutto. Necessità di corrente e quindi niente campeggio libero. Insomma una cosa complicata. Abbiamo anche una tenda piccola, di quelle "2 secondi" per eventuali soste di una notte. Ma l'abbiamo utilizzata una volta sola. Alla fine il risultato dei nostri campi era una cosa così: L'8 agosto partiamo per il Molise. L'idea è montare la tenda nell'agricamping Parco Abete Bianco e scalare nelle falesie dei dintorni. Ho preparato una mappa interattiva con tutte le falesie che sono riuscito a censire dal centro italia in giù. Ho le guide e la documentazione cartacea. Ho anche un computer portatile dietro per aggiornamenti in tempo reale, ma... ha ormai i suoi bei dieci anni, a casa funzionava e appena lo attacco in tenda non vuole saperne. Un bel peso inutile da portarsi dietro. Poi dopo, a casa, al momento di ora attacco la spina e se non ti accendi ti butto riparte come se niente fosse. La logica è quella di aver cercato di prevedere tutto ciò che fosse prevedibile in un ampio ventaglio di scelte possibili, lasciando perciò ampio spazio per l'improvvisazione giorno per giorno, anzi ora per ora, in un itinerario vagamente fissato. Lontano dalle spiagge incasinate, dal caldo del mare, dalle animazioni e dalle discoteche, al fresco se possibile, relativamente vicino a falesie, mare e/o laghi. Il Parco Abete Bianco è in un posto bellissimo. Immerso in una conca erbosa circondata da boschi che sembrano senza limiti. I ragazzi che lo gestiscono gentili e simpatici. Il paese, Pescopennataro, è tranquillo. Subito dopo aver montato la tenda facciamo un giro alle pareti di arrampicata alcune delle quali sono in mezzo alle case del paese. Scopriamo che la guida del Molise è, per questa falesia, piuttosto approssimativa e incompleta. Capire la posizione delle vie presenti nella guida non sarà facile. I gradi sembra siano stati rivisti. E poi ci sono molte altre vie presenti che proveremo a salire senza saperne nulla, né prima né dopo. Il tratto comune è che sono al sole dalla tarda mattinata e che fa veramente caldo. Facciamo quelle in ombra ma sono poche. Una molto facile sul piazzale, una corta poco distante all'ombra di un guerriero, molto intensa, sul 6A+ credo e una fessura sulla parete davanti al piazzale in basso, che la guida indica come 6A e che trovo di un'arrampicata brutta e impegnativa. Il giorno dopo scendiamo più in basso, in una zona della falesia di cui la guida non fa menzione dove ci sono diverse vie (e con notevole potenzialità di future aperture) e prima che venga il sole facciamo un paio di giri su "pietra sannita" e una via accanto più facile. A me sono piaciute, ma non saprei indicarne la difficoltà. Quella che segue un caminazzo verticale direi sul 5C-6A e "pietra sannita" almeno 6B+/6C ma mi rendo conto che è inutile parlare di gradi in un viaggio dove troverò chiodature e valutazioni estemporanee, vie sporche e invase da cespugli, licheni e rovi. Dove magari appigli e appoggi delle valutazioni originarie sono state riempiti da terra e coperte da erba. Entro in modalità: si prende quello che c'è. Quindi basta pensare e quindi parlare di gradi o differenti valutazioni. Anche se a volte, al dovuto ringraziamento di default verso chi chioda, si accompagna la domanda: ma c'era proprio bisogno di fare la "pisciatina" su questa parete? In considerazione di quella ossessione compulsiva di molti chiodatori di andare a bucare la roccia, come a lasciare il segno del proprio passaggio, in "opere" francamente inutili e/o discutibili. Ma tant'è. Non si può pretendere che un trapano in mano faccia diventare artisti o intelligenti. Tornando a Pescopennataro, così com'è come falesia non consiglierei il viaggio, tenendo conto del ben di Dio poco distante. Però ha grandi potenzialità e se al paese vorranno, potrebbe diventare un ulteriore polo arrampicatorio nella zona. In questo caso il Parco Abete Bianco sarà un valore aggiunto per mettere la tenda e per mangiare. Si sta veramente bene. Un altra falesia che volevamo vedere è quella di Capracotta: Pescobertino. Seguendo le indicazioni della guida ho "quasi" azzeccato il sentiero. Trascurando la via più lunga e definita più bella, ho cercato quella più breve. Ho parcheggiato la macchina (come scoprirò al ritorno) in pratica all'attacco del sentiero, ma l'ho scambiato per l'accesso a un campo coltivato. E così ci siamo fatti 40 minuti di ravanata nell'erba alta e bagnata e nel sottobosco di ortiche e zanzare. In pratica parallelamente al vero sentiero. Usciti sulla mulattiera sentiamo un rumore di auto. Mi prende lo sconforto: cazzo... dopo questa ravanata ci si arrivava in macchina? No, era una famigliola col fuoristrada. Moglie e figli scendevano davanti alla macchina indicando al marito alla guida sassi e buche più impegnative, fustigandosi a mo' di flagellanti con dei rami frondosi. Anche il marito dentro, fra una sgassata e l'altra, si fustigava alacremente. Le mosche. Migliaia di mosche. Quelle grosse, insistenti, che tormentano i cavalli e pungono, se, rassegnato, te le lasci passeggiare addosso. Migliaia di mosche sul cofano e sugli sportelli della macchina. E attorno ai fuoristradisti che scappavano verso casa. Il fremito di soddisfazione che mi gratificava a vederli scappare (odio fuoristradisti, quaddisti, motocrossisti e gli auguro ogni male) veniva immediatamente dimenticato quando centinaia di quelle migliaia si trasferivano attorno a noi, obbligandoci ai medesimi movimenti fustigatori con rami di nocciolo. Per tutta la salita, sotto al sole, sudando nell'umidità tropicale, sarà così. Nonostante il liquido repellente di cui ci siamo cosparsi. Alla fine troviamo la falesia. Ci sono un paio di vie lichenosissime. E poi una parete liscissima, sporca, salibile solo dove ci sono delle fessure le quali sono piene di terra e di rovi (lamponi). Questa per esempio sarebbe la più facile (un 6B) ma giuro che per me così com'è potrebbe anche essere 9D. Non ho trovato un appiglio, in quella fessura e la parete era viscida e polverosa. Infatti mi sono calato su una maglia rapida, che poi ho recuperato salendo da una cengia e calandomi. Sopra la cengia ci sono vie più facili, ma francamente non mi è parso valesse la pena. Giudizio sulla falesia: non ci torno nemmeno se mi pagano. Il posto è carino, con una bella vista sulle Mainarde, ma le vie non mi sembra che valgano i soldi spesi in fix. Perlomeno nelle condizioni in cui è la falesia... magari se fosse più frequentata... ma permettetemi di dubitare. Il giorno dopo pensiamo di andare al Lago di Bomba e poi al vicino paese di Pennadomo. Delusione: il lago è bello solo da lontano. Come tutti i laghi artificiali d'estate il bacino si abbassa di livello e le rive diventano una distesa di fango secco. L'acqua è opaca. Non invita a fare il bagno. Fa un caldo bestia e c'è un'umidità che si taglia con il coltello. Ci sdraiamo sotto una pianta per passare le ore più calde, poi andiamo a Pennadomo. Inizio ad avere dei dubbi sul navigatore Waze (gratuito) sul cellulare di Manu. Infatti avevo visto sulla carta che esistevano altre strade ma seguiamo i consigli del navigatore e ci mettiamo una vita e mezza. Arriviamo che fa ancora caldo però e scopro che ovviamente Pennadomo è in Abruzzo e quindi non è sulla guida del Molise e che la guida dell'Abruzzo l'ho lasciata a casa. Facciamo un giro sotto al sole in paese e rinunciamo a scalare. Andiamo a fare un giro all'ombra in un canyon, ma di vie chiodate nemmeno l'ombra (appunto). Il luogo, ma non lo scopriamo noi, è veramente suggestivo. Molto particolare. Pennadomo non è il solo paese dei dintorni che si appoggia a queste lame di roccia. Il giorno dopo andiamo al mare, vicino Vasto, nella riserva naturale di Punta d'Erce. Si traversa la zona industriale di Vasto, si prende una sterrata con divieto di sosta dove tutti parcheggiano, in mezzo a campi di girasole siccitosi e si scende alla spiaggia. Se non fosse per le gru del porto, in lontananza sulla destra, sarebbe un bel posto qualora non ci fosse la gente che c'era. Ce ne andiamo ai margini della spiaggia, vicino agli scogli, senonché immediatamente scopriamo che quella specie di arco che si vede nell'immagine sopra è meta dei pellegrinaggi di tutta la spiaggia per farsi delle foto suggestive. Un viavai continuo di gente che nei cinque minuti che sono stato sdraiato mi ha scavalcato due volte. Prendiamo su tutto e ci spostiamo, camminando in acqua fino a una caletta. Qui non è che manchino i rompicoglioni di passaggio, ma non c'è proprio posto per sistemarsi, oltre quello occupato da noi quindi transitano in acqua e basta, proferendo fra un respiro e l'altro un campionario di fesserie varie che ogni tanto ci fanno sorridere e rinforzare nella nostra acuta sociopatia vacanzieria. C'è da dire però che la sensazione di avere quel conglomerato pendente sulla testa non è piacevole. Specie dopo aver provato a risalire una parte strapiombante sull'acqua in un goffo tentativo di DWS ed essere caduto al terzo movimento con tutta la presa in mano. Ogni tanto viene giù dalle pareti un po' di sabbietta e i grossi pezzi di scogliera a terra testimoniano frequenti distacchi. Fatto sta che preferisco una scomoda posizione sugli scogli piuttosto che quella sulla morbida sabbia ma sotto la parete. Insomma: niente di che. Arrivando lì abbiamo fatto una trentina di km di costa. Tutta costruita, brutta, piena di gente dove accessibile in macchina. Sarà anche piacevole, ma non d'agosto, come molte altre parti d'Italia. Una giornata così così. Di ritorno il navigatore prova a farci prendere una strada nel bosco che dopo i primi km andava riducendosi a sentiero. Riesco a tornare indietro prima che sia troppo tardi. Inizio a diffidare pesantemente dell'applicazione e a insultare ripetutamente la voce meccanica che dà indicazioni. Il giorno dopo partiamo per la seconda tappa del giro: la Basilicata della Val d'Agri con le sue falesie. Voci al Vento Fonte: http://vocialvento.altervista.org/, 2 settembre 2014.
- "Salve Maria", l'unica composizione di Claudio Conti audioregistrata
Da tanti anni, assieme a mio padre - che era un grande patito di musica classica, con una collezione di migliaia di dischi - avrei voluto organizzare a Capracotta una giornata musicale in cui proporre una selezione di opere dei tre maggiori compositori capracottesi: Claudio Conti (1836-1879), Alfonso Falconi (1859-1920) e Vincenzo Sanità (1930-2013). Oltre a ciò, sarebbe stato utile incidere su nastro, su disco o in digitale quelle esecuzioni, così da avere una riproduzione sonora di composizioni finora conosciute soltanto su carta. Quella giornata, poi, si sarebbe potuta ripetere negli anni, variando i brani e, all'occorrenza, anche gli autori. Il progetto ha ancora un posto fisso nella mia mente e spero che l'associazione "Amici della Musica" possa aiutarmi, prima o poi, a renderlo realtà. In virtù di quanto detto sinora, sono sempre alla ricerca di spartiti, libretti e pubblicazioni che riguardino i compositori capracottesi già citati. Ed è per questo che mi sono imbattuto in un CD, "Laudazioni alla Vergine Maria", pubblicato nel 2018 a Lipsia dall'etichetta Rondeau, in cui l'ensemble L'Armonia del Belcanto dà corpo ad un misconosciuto florilegio di devozioni mariane rappresentative, a detta della casa discografica, della tradizione del bel canto ottocentesco italiano: tutti i brani sono stati registrati nella cattedrale di S. Maria a Wurzen, in Sassonia, su un organo del 1932. L'ensemble, tuttavia, è in realtà formato soltanto da due donne, anch'esse tedesche, la soprano Heidemarie Röttig e l'organista da concerto Angela Metzger; quel che più conta è che nella scaletta vi sia una breve ma significativa rassegna sulla scuola napoletana, rappresentata da un giovane Vincenzo Bellini (1801-1835), da Saverio Mercadante (1795-1870) e dal di lui allievo Claudio Conti, che fu un vero e proprio enfant prodige. Di quest'ultimo viene eseguito un "Salve Maria" per mezzo soprano ed harmonium del 1874, cinque anni prima che il Conti morisse prematuramente. Il "Salve Maria" altro non è che una traduzione italiana dell'Ave Maria ma ciò che più interessa è il linguaggio armonico del nostro compositore, che finalmente anche un profano come me ha potuto gustare. Claudio Conti dimostra, in quest'unica e preziosa audioregistrazione, l'importanza della formazione presso il Mercadante, la devozione per il Meyerbeer e, al contempo, lascia emergere alcuni caratteri nuovi del tutto peculiari: si sente che la fine dell'Ottocento è vicina e la scrittura del Conti è infatti più sciolta, quasi irriverente se non fosse che l'oggetto di speculazione è la Madonna. Fraseggio e tessitura vocale sono di alto livello ed anche se la tecnica della Röttig non è sopraffina ne emerge una composizione melodica per nulla austera che, alla sempre più diffusa influenza mitteleuropea, frammischia reminiscenze della tradizione popolare dei natii Abruzzi. Non è un caso se l'amico Francesco Florimo, dotto recensore di musica, due anni prima aveva scritto che Claudio Conti era bravo nell'«informare le novità non di leggerezze ed insipienza, ma a temperarle con dottrina, col gusto, col buon senso, e sovrattutto con quel sentimento d'italianità musicale che è stata una gran gloria nostra, e che ora ci stà sfuggendo». La specialità del nostro era il contrappunto, una pratica musicale che tornerà di gran moda nel primo Novecento per superare la crisi della tonalità e della concezione armonica di fine XIX secolo. Ma, oltre al contrappunto, «il Conti è fra i pochissimi adatti a far cantare, ed a salvar dall'eccidio molte gole e polmoni umani». Adesso, però, non resta che chiuder la bocca ed ascoltare finalmente il "Salve Maria" del maestro Claudio Conti, il più grande compositore di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AcR, Alfonso Falconi, in «Ars et Labor», LXII:1, Milano, gennaio 1907; C. Ambìveri, Operisti minori dell'Ottocento italiano, Gremese, Roma 1998; A. Brambilla, I quattro vincitori di Roma per Cattedre del R. Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli, in «Ars et Labor», LXII:2, Ricordi, Milano, 15 febbraio 1907; R. Cafiero e M. Marino, Francesco Florimo e l'Ottocento musicale, Jason, Reggio Calabria 1999; M. Conati, La Nuova Musica (1896-1919), RIPM International Center, Baltimore 2015; F. D'Ovidio, Rimpianti vecchi e nuovi, vol. II, Casa Ed. Moderna, Caserta 1929; M. Di Rienzo, Il maestro Vincenzo Sanità, in M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta. Luglio 2006-giugno 2007, Capracotta 2007; F. Florimo, Cenno storico sulla scuola musicale di Napoli, Rocco, Napoli 1869; F. Florimo, Claudio Conti di Capracotta, in «Gazzetta della Provincia di Molise», VI:5, Campobasso, 24 gennaio 1872; G. Masutto, I maestri di musica italiana del secolo XIX, Cecchini, Venezia 1884; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2016.
- L'avvocato Ninetta (X)
Scena X Bettina e detti. Bettina – Comme, già ve ne iate? Giacinto - Già me ne vaco?! io stongo 'a meza iurnata ccà ncoppa, n'ata vota me porto 'o lettino. Bettina – E 'a piccerella mia comme v'è parza? Giacinto – Non è una donna, non è un uomo, non è un avvocato... Bettina – Se pò sapé che d'è? Giacinto – È un angelo... è na cosa celeste. Ninetta – Baró jatevenne, mò ve ne caccio io mò. Giacinto – (confuso) Stateve bene... addio, arrivederci... Uh! mò me scordavo... D. Erbè io ve saluto, piacere di aver fatta la vostra conoscenza. (via spinto per forza) Giulio – A forza D. Erbetta me vò chiammà... Ninetta – Ah! se n'è ghiuto finalmente. Mammà, sa che t'avviso, che se io aggia fà 'o paglietta sta storia nun pò j nnanze accussì. Non pozzo fà na figura ridicola pe causa tua. Bettina – Ma figlia mia, sò combinazione che se danno. Ninetta – Ma che combinazione me vaje contanno. Comme, me manne tre, quatto vote a zucarme, mò p' 'o sale, mò p' 'o pepe, 'a criatura che chiagne. Io sto in una posizione falsa, nu poco che nce mettimmo d' 'o nuosto, ccà 'a cosa se piglia a bagattella e nun se magna cchiù. Dì tu Giulio, ho ragione o ho torto? Giulio – Hai ragione perfettamente. Ninetta – E meno male che 'o Barone era nu piezzo 'e scemo, ma se era na persona seria, che figura avria fatta? Giulio – Eppure scemo e buono ha menato na botta, ha ditto: L'avvocato è ghiuto a dà latte a criatura... e rideva!... Ninetta – Avite capito?... Avite capito di chi si tratta? Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il racconto del vino piace ai giovani
Un progetto, purtroppo, ormai chiuso, che ha mostrato di avere enormi potenzialità, soprattutto se sostenuto dalla continuità delle azioni e dalla forza della comunicazione, entrambe necessarie per controbattere il potere strasmisurato, in quanto a pubblicità e coinvolgimento, delle multinazionali delle bevande alternative al vino. Ora, in quella grande sala della scuola di una delle tre città d'arte del Molise, Agnone, la patria delle campane, che una stessa famiglia, i Marinelli, produce dall'anno Mille, risultando la seconda impresa più longeva al mondo, sentivo di rivivere vecchie emozioni. C'erano ragazze e ragazzi di un territorio che, alla fine dell'Ottocento, aveva vigneti sparsi ovunque con la gran parte di uve a bacca bianca, che ben s'abbinavano ai piatti di un territorio dove la pastorizia e la zootecnia erano le attività prevalenti. Poi, a partire dagli inizi del secolo scorso, la vite è andata via via riducendo il suo spazio, fino a scomparire con lo sviluppo della vitivinicoltura lungo la fascia litoranea, segnata dalle dolci colline che guardano le isole Tremiti e il Gargano. Ne ero già convinto da tempo - e l'incontro di quest'ultima metà di novembre me l'ha solo confermato - che il vino, oggi come non mai, ha bisogno dei giovani per poter continuare a raccontare la sua storia, lunga seimila anni, di compagno di vita dell'uomo e che i giovani, in cambio, possono trovare nel vino l'amico di sempre. A partire da qui, da queste aree interne posizionate nella parte alta dell'Appennino, dove la vite può tornare ad abbellire ancor di più il paesaggio montano, che scivola verso il fiume Trigno, dare opportunità d'occupazione e, soprattutto, d'immagine a un territorio fortemente vocato al turismo con le sue campane, la memoria del suo artigianato, l'arte casearia, i tartufi, le preziose lenticchie e le piste da sci di fondo di Prato Gentile, nella vicina Capracotta, il comune più alto (1.400 metri s.l.m.) dell'Appennino. Il vino ha tutto, in particolare in posti simili a questo, per esser opportunità d'impresa e occupazione in un momento in cui tutto sembra andare verso l'orlo del baratro per colpa di un sistema che è giunto da tempo al capolinea, con tanti tentativi tutti falliti. Fallimenti che dovrebbero far capire che è inutile insistere e che, per andar avanti, c'è bisogno di tracciare un nuovo percorso per ripartire. La marginalizzazione, in questo modo, si trasforma in una grande opportunità, che serve per ripartire col piede giusto. In pratica le aree tenute ai margini da un tipo di sviluppo ormai fallito - cioè il territorio con le sue risorse e i suoi valori, a partire dall'agricoltura - devono tornare, se riportate al centro, a svolgere il suo ruolo di volano dell'economia. Senza dimenticare che sono proprio le aree interne ad avere straordinarie potenzialità, tutte ancora da esprimere, in agricoltura con le produzioni biologiche e di qualità, come nel turismo, nel momento in cui entrambe questi campi d'attività trovano nella conoscenza quel legame necessario per la partecipazione alle scelte, nello stimolare la progettualità e la possibilità d'innovazioni. Il vino ha tutte le possibilità di fare il miracolo, se viene posta la stessa attenzione e lo stesso interesse che abbiamo trovato nei giovani dell'area di Agnone, rimasti colpiti dalla storia e dalla cultura di questa nobile bevanda, che deve - e questo spetta al mondo del vino - rilanciare la sua quotidianità, approfittando della crisi. Ed è Dioniso, con questo suo dono ambiguo, a farci dire che è la dismisura dell'ebbrezza (l'esagerazione, lo spreco, lo sballo), a svelare la misura della ragione (la sobrietà, la moderazione). Parlando di vino ai giovanissimi di Agnone mi son reso conto che c'è la possibilità di tornare a credere nelle cose vere, quelle che più ci appartengono, per sentire il gusto della semplicità e vivere l'emozione del tempo, del confronto, del dialogo. C'è, anche, la possibilità di sperare, partendo dalla sola vera ricchezza che uno ha, il territorio, che anche qui, in questa parte alta del piccolo Molise, col rilancio della vigna, può trovare nel vino il suo testimone. Pasquale Di Lena Fonte: P. Di Lena, Il racconto del vino piace ai giovani, in «Oinos», II:7, Arcidosso, ottobre-novembre-dicembre 2013.
- Come "impiegare" il tempo: indicazioni di un percorso esistenziale (II)
2. Attenzione al corpo Abitare il corpo: è il nostro modo di essere al mondo, di rispondere ai suoi molteplici richiami e alle sue sollecitazioni di gioia e di dolore. Siamo chiamati a conoscerlo, ascoltarlo e amarlo perché in esso costruiamo la rete di relazioni che dà senso e contenuto al nostro abitare il mondo. «Divento io dicendo tu», afferma Martin Buber. Il tu ha la forma del visibile naturale, che è principio del riconoscimento di sé. Abitare anche il tempo è un altro passo per ricuperare la dimensione contemplativa dell'esistenza, senza la quale il vivere perde sapore e profumo. Ciò che distingue la vecchiaia dalla età giovanile è il rallentamento dei movimenti del corpo. La vita del vecchio si svolge al rallentatore. Sempre più lenti i movimenti delle mani e delle dita, sempre più lento il passo e il camminare. Sembra che è destinato naturalmente a restare indietro, mentre gli altri avanzano. Anche le idee escono più lente dalla testa. La lentezza è penosa per sé, suscita più compatimento che compassione. Ha bisogno di riposo, si siede, si ferma su una panchina, vorrebbe affrettare il passo ma non può. Quando parla cercando le parole lo si ascolta magari con rispetto ma con qualche segno di impazienza. (N. Bobbio) L'anziano si ripete senza accorgersene, perché anche il meccanismo della memoria si è inceppato, si è rallentato. Non riesce a ricordare le situazioni che un tempo erano familiari. La situazione è aggravata dalla rapidità dei mutamenti dovuta al progresso scientifico e tecnologico: il nuovo diventa subito vecchio. Tenersi aggiornato richiederebbe agilità mentale superiore a quella del tempo passato, invece a poco a poco si rallenta, va diminuendo. Attraverso il corpo si intrecciano le tre grandi esperienze dell'esistenza umana: la sessualità con la sua fisicità e istintualità, l'eros che è tenerezza, bellezza e passione, l'amore, che è dono nella reciprocità, simbolo di trascendenza e di eternità. Il corpo è un dono, non un bene di proprietà, il modo in cui lo trattiamo rende onore a Dio, che ce lo ha donato. Merita di essere amato, non solo nella sua bellezza e salute, ma anche nella sua trasfigurazione, dovuta alla imperfezione, alla malattia, all'età. Ogni corpo esige irrinunciabile rispetto, meravigliata ammirazione, custodia premurosa. Aver cura di sé e del corpo è un dovere e un elemento imprescindibile per parlare di vitalità e amore, e per non ammalarsi di desideri inappagabili. Ogni persona ha un corpo, in modo più preciso dire l'uomo è corpo, perché il corpo non è un involucro, semplice compagno di viaggio, ma parte essenziale della vita. Si espone a sé e agli altri, ha un linguaggio sociale, un linguaggio gestuale che parla con immediatezza. Il gesto è immagine e metafora, azione e simbolo, trasparenza ed evidenza. Il linguaggio espressivo del corpo è il luogo privilegiato per la manifestazione dei sentimenti e dell'universo emotivo della persona. Nel timbro della voce, ad esempio, si concentrano e si riflettono tutte le sfumature della naturalezza e della disinvoltura, dell'abitudine e della capacità di ascoltarsi. Parole e segni del corpo rivelano la verità della persona. La spontaneità con cui si presentano esprimono in modo più forte volontà e intenzioni. Il linguaggio corporeo proviene dal profondo. In alcune espressioni del volto affiora, si vede, si tocca l'inconscio. L'inconscio non inganna, perché non conosce il calcolo e la menzogna. Quando il calcolo e la menzogna intervengono, il corpo ha già parlato. I tempi che viviamo ce li detta il corpo, l'arte di rinunciare e ridurre tutto ciò che comporta e costa forze, va accettato e seguito, anche se è duro e difficile accettare serenamente il rallentamento, la diminuzione e la fragilità. Il consiglio di un medico e l'aiuto dei farmaci aiutano a sostenere le forze fisiche e allungano la vita. Vivere la vita in progetto, come lucidamente afferma E. Mounier, è un atteggiamento essenziale per conservare la dignità della persona. Il futuro è breve e fragile, il vecchio è padrone di un lungo e ricco passato, vive al rallentatore il presente. Il passato nutre il presente ed il presente è solo ciò che ci appartiene. Viverlo con dignità, valorizzarlo, riuscire a goderne la semplicità, capirne l'importanza è un modo di "vivere la vita in progetto". Un vecchio capace di non lamentarsi, di valorizzare ciò che ha, di chiedere aiuto con gentilezza ed esprimere la gratitudine e l'amore alle persone vicine, vive degnamente il presente. Non disprezza o sottovaluta quella specie d'amore che è la compassione, il più alto sentimento secondo la visione cristiana e anche secondo l'insegnamento di Buddha. Numerosi studi mostrano che l'attività fisica volontaria agisce sulla plasticità sinaptica cerebrale e migliora lo stato cognitivo. Corpo e mente non sono due mondi distinti e separati. Uno stato di tensione muscolare può decisamente influenzare il tono muscolare e viceversa, condizionando anche competizioni di alto livello. Una semplice passeggiata comporta non solo attività fisica, ma stimolazione cognitiva e, quasi sempre, interazioni sociali, prevenzione e riduzione del declino cognitivo. Semplici esercizi fisici aiutano a mantenere il tono muscolare (il cervello è il muscolo più grande e più importante) e la flessibilità delle gambe e delle braccia (12 esercizi ripetuti 40 volte ogni esercizio). Eseguiti in casa, non in palestra, con costanza ogni giorno, permettono di mantenere un corpo sufficientemente equilibrato. Anche la danza, che combina insieme aspetti motori, cognitivi, emotivi e sociali, con la stimolazione ritmica, può avere un impatto potenzialmente multidimensionale e un piacevole rilassamento. Attenzione ai tre pericoli che minacciano la stabilità fisica, espressi con tre C dalla psicologia e dalla saggezza popolare: caduta, catarro, cacarella. Prevenzione e cura del proprio corpo permettono di mantenere una padronanza sufficiente di sé e delle fragilità psico-fisiche e attivare le caratteristiche di personalità efficaci e desiderose di vivere, non di campare semplicemente. Corretta e pacata deambulazione, attenzione all'apparato cardio-vascolare e respiratorio, cura dell'apparato genitale e digestivo, delle cistiti e prostatiti, sono semplici consigli da tenere d'occhio. Il pensatore inglese Newman chiedeva in preghiera a Dio una buona e sana digestione e... anche qualcosa da digerire. 3. Crescere in cultura Mettere la cultura al vaglio del tempo e della vita e lasciare un segno gradevole per essere e sentirsi utili agli altri, è compito e impegno di tutti. Non solo la pur valida cultura accademica con lauree e diplomi, ma la coltivazione di valori capaci di dar senso alla vita e alla realtà. Far crescere la conoscenza e l'abilità critica di esaminare e giudicare con spirito pronto e animo sereno gli avvenimenti, il mondo, gli uomini e le donne, tutte le cose che accadono. Acquisire l'abito mentale, far crescere la dimensione critica e mettersi alla ricerca costante del vero, per farlo diventare nostro sangue, quasi nostra natura, questo si chiama sapere, questo è cultura. Apertura al dialogo, ottimismo di fondo, vivere ciò che si insegna e insegnare ciò che si vive, incontro con l'altro nell'ascolto reciproco, positivo e attivo, per scoprire e comprendere il valore delle parole e dei pensieri, questo è anche cultura. Offrire orizzonti per appassionarsi all'arte, alla poesia, alla musica, uscire dall'isolamento, mettersi in relazione, creando comunione di intenti. Il ruolo della cultura oltre che cognitivo diventa rivelativo. La filosofia, la poesia, l'arte, la musica rivelano dimensioni inattese del vivere e dell'agire. «In chi contempla la bellezza si compie il salto verso una certa pienezza propriamente umana». Proporre il Vangelo oggi in una cornice di bellezza è un compito altamente educativo e rigenerante. Il Vangelo è bello e rende bella la vita. La bellezza umanizza, allarga l'anima, crea armonia nell'intimo e lo rinnova, in una parola: «la bellezza salverà il mondo», secondo una celebre affermazione del grande scrittore russo Dostoevskij. «Il Vangelo è poesia», punto d'incontro e sintesi di un rapporto sereno e profondo, osserva e chiosa con acuta sensibilità la poetessa Alda Merini. Educa il cuore, biblicamente centro del pensiero e del sentimento, avvia a quella trasformazione per cui si diventa finalmente umani, educa lo sguardo e lo riempie di senso. La poesia è necessaria come il pane, conclude la poetessa. Accettare le sfide e le svolte culturali del nostro tempo, acquisire una mentalità e un atteggiamento nuovi, attraverso il dialogo e l'inculturazione, è frutto maturo della cultura. L'inculturazione consiste nello sforzo di sviluppare le proprie potenzialità per aprirle ad un umanesimo integrale. La fede non è fatta per spegnere, ma per alimentare le giuste attese degli uomini e dischiuderle verso orizzonti di giustizia vera e di fraternità universale. L'incontro tra Vangelo e cultura moderna è possibile, necessario, utile anche se non facile. Ogni volta che si annuncia il dato della fede si incide in bene, si provoca una conoscenza motivata di valori che toccano la coscienza e invitano a farne esperienza. La sua azione ha grande valenza formativa, incide sulla mentalità e sui comportamenti, genera cultura, fa crescere in umanità. La promozione umana è parte integrante dell'evangelizzazione. La credibilità e l'efficacia dell'annuncio della Parola di Dio dipendono dall'amore cristiano, che non è riducibile a mera filantropia, ma sta nel porre la propria vita al servizio dei fratelli, specialmente i più poveri, amandoli con lo stesso amore con cui Cristo ha amato noi. Dare tempo e spazio alla cultura, usarla bene (bene uti), affermava Agostino, riempie la vita e la valorizza. Desiderare con incredibile ardore del cuore l'immortalità della sapienza. Amare i libri, leggere in profondità e con discernimento, «con desiderio di verità, di bene, di bello», per distinguere ciò che è vero giusto e buono da ciò che è falso, ingannevole, distruttivo. Senza essere manipolato dalle false culture e dalla dittatura del pensiero unico. Una cultura sana e vera educa e rende capaci di libertà e responsabilità. Leggere almeno alcuni quotidiani (Corriere, Avvenire, Repubblica, il Centro ecc.) o settimanali (Panorama, Oggi, La voce e il tempo di Torino, per fare qualche esempio e altro…), alcune Riviste mensili di cultura (Civiltà cattolica, Studi cattolici, Testimonianze ecc.) seguire alcune rubriche della Radio (specialmente Radio3, ad esempio Rassegna della stampa, Prima pagina, Terza pagina, Fahrenheit), alcuni programmi televisivi (TV Uno, L'eredità, Canale 5, TV2000, ecc.) rendono vivi e presenti argomenti attuali e sollecitano la curiosità e l'intelligenza critica. La vita non è il copione di un film, in cui tutte le scene sono già scritte, ma un'avventura nella quale bisogna buttarsi e conoscerne tutti gli aspetti. 4. Esercitare la memoria La memoria è un sistema o struttura in grado di garantire la conservazione e il recupero di informazioni nel tempo. Registrare e recuperare le informazioni ricevute corrisponde alla capacità di riconoscerle e ricordarle nel tempo. Il ruolo dell'attenzione nella memoria a lungo termine (MLT) permette di immagazzinare e trattenere informazioni più a lungo. Anche i fattori emotivi possono interferire, ad esempio l'ansia indebolisce la capacità di ricordare. L'oblio può avere cause organiche come traumi cranici o danni cerebrali. La malattia più nota che riduce la capacità di memoria, soprattutto nelle persone anziane, è il morbo di Alzheimer. Il progressivo declino delle facoltà spirituali, può causare gravi scompensi alla persona, facendola diventare incapace di svolgere qualsiasi attività autonoma, vivere in uno stato di dipendenza dagli altri. Potenziare la memoria umana è pratica da fare ogni giorno. Nell'antichità classica si consigliavano gli espedienti utili a ritenere qualsiasi tipo di nozione difficilmente memorizzabile. L'espediente fondamentale consisteva nell'attribuire alle nozioni da ricordare «la medesima disposizione di un ambiente ben noto e familiare» o mettere in versi ciò che si voleva ricordare, sfruttando le facilitazioni fornite dalle assonanze metriche. Un ulteriore metodo è quello delle parole chiave, in cui si associa una parola nuova ad una di suono simile, o "metodo del luogo", in cui si abbina ciò che si vuole ricordare a luoghi noti. In genere, quando una la persona migliora la propria competenza cognitiva, cioè la coscienza di ciò che fa la mente mentre ricorda, migliora conseguentemente anche le proprie prestazioni. Vivere seriamente il tragico quotidiano significa essere presenti a sé stessi in ciò che si fa, abitare le parole che si pronunciano, essere attenti e vigilanti. Vigilanza e attenzione sono due movimenti essenziali della memoria, di una vita capace di incontrare il reale, di abitare il mondo, di incontrare le persone. Un consiglio viene suggerito da un padre del deserto, Arsenio, «fuge, tace, quiesce», cerca consapevolmente la solitudine, vivi il silenzio come azione interiore, persegui la pace interiore. Evita il chiacchericcio infinito e sterile delle chat, delle comunicazioni futili e inutili dei social, del cinquettii di twitter…e ricorderai meglio la vita che scorre tra la tirannia delle abitudini, che tolgono la libertà responsabile, e paralizzano a volte la persona. È una scelta consapevole dell'essenziale, accresciuto senso di integrità e unità personale, recupero della memoria. Il rapporto col tempo che si vive è determinante, dar tempo al pensare e riflettere, fare unità tra presente e passato, soffermarsi sulle cose per scoprirne la durata, è un atteggiamento da assumere per una esperienza di vita aperta allo stupore. L'uomo di sabbia, di cui parla la psicanalista Catherine Ternynck, per definire l'uomo contemporaneo, sgretolato nella sua soggettività, sembra aver perso la sua capacità e memoria di stupirsi. Non ci si può stupire quando tutto è "a portata di un click". Si perde la lentezza e la lunghezza del tempo e della memoria. La vita si rafforza donandola, si indebolisce nell'isolamento e nell'agio, cresce e matura nella misura in cui la doniamo agli altri. Uscire dall'autoreferenzialità e da sterili passatempi per assumere la spiritualità dell'impegno radicata nella gioia di vivere e sentirsi persona, è compito di tutti e di ciascuno. Gli antichi maestri di vita spirituale hanno dato il nome di A-kedia o accidia, letteralmente assenza di cura, ad un peccato dai tanti volti e soggetto a un incessante cambiamento: dalla solitudine al tedio, dal torpore allo sconforto, dal dubbio al dissenso. È un cadere nella "paralisi dello spirito", nell'inerzia, in una indefinita pigrizia, in un progressivo declino della facoltà spirituali, in una malattia dello spirito che si insinua anche nella psiche. È una perdita della memoria morale nella vita contemporanea, causa la crisi dei vincoli, dell’amore, della famiglia, dell’amicizia, della fedeltà: niente più si radica, niente permane. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Tutto è liquido, tutto è fluido. La Rivista americana "Time" ha scelto papa Francesco come uomo dell'anno 2013, con questa motivazione: «In meno di un anno ha fatto qualcosa di veramente significativo: non ha cambiato le parole, ha cambiato la musica». Essere testimone e portatore di una parola credente e credibile, fondata su un'esperienza diretta «nel donare la vita trovando gioia nel dono», significa "cambiare musica". Anche Piero Angela, personaggio noto a tutti, ha conservato la sua consueta serenità, la memoria e la sua razionalità, affrontando la vita, la scienza e la morte, in piena lucidità e tranquillità, mantenendo intatte la propria coerenza e le proprie idee. La passione per la musica lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza fino all'ultimo, fedele e convinto servitore della facilitazione e volgarizzazione della scienza, della cultura e del sapere. Questa è la sintesi ragionata delle mie modeste riflessioni. Sull'esempio di papa Francesco e di Piero Angela, anche noi siamo invitati a "cambiare musica" ogni giorno del nostro pellegrinaggio terreno, per impiegare bene e con gioia il tempo della terza età. Osman Antonio Di Lorenzo
- Ciro il gatto giocherellone
Ciro è il re della casa. Era solo e non si reggeva in piedi, magrissimo, quando lo vidi per la prima volta abbandonato sul retro di casa. Ero appena tornato da Capracotta nell'Alto Molise, dove da alcuni anni, in estate, organizzo incontri culturali. Quella mattina stavo schiacciando le mandorle, una bella cassetta donatami dall'amica Luciana. Un lavoro paziente e rilassante, quando sentii un miagolio provenire dalla legnaia, mi girai e non senza una comprensibile sorpresa vidi un gattino rosso. Mi avvicinai, lo presi in braccio e vidi che era un maschietto. Entrai in casa per prendere un po' di latte e lo versai in una ciotola. Il gattino si avvicinò subito al cibo e gradì molto. Si vedeva che aveva fame! Ripresi a schiacciare le mandorle con un martello, ero ancora all'inizio del lavoro, ma la mia attenzione era rivolta alle mosse del gatto. Lui tentò più volte di salire sul tavolo, ma senza riuscirci. Poi gli misi uno sgabello più basso e così prima salì su quest'ultimo e poi finalmente sul tavolo. Per tutta la mattinata rimase al mio fianco osservando le varie operazioni che stavo eseguendo. Poi rientrai in casa, ma lui con un balzo mi seguì dappresso e allora capii che mi aveva scelto. Lo chiamai Ciro perché in me vive uno spiritello partenopeo giocoso. La sua vista mi mise subito allegria e da quel lontano Agosto del 2013 non ci siamo più separati. Dopo la morte di Nocciolina, tranne che per un brevissimo periodo in cui s'aggirava intorno casa un gatto nero, non avevo avuto più rapporti diretti con gli animali domestici. Nelle belle giornate di sole Ciro ama sostare sdraiato sull'uscio di casa. Ti guarda, ti scruta e ti porge il capo, desideroso di coccole. Non c'è giorno che non faccia le fusa e angolo di casa che non abbia visitato. Poi lo vedi correre, come una freccia rossa, tra le erbe dei campi, ad inseguire una foglia che vola e un senso di libertà si fa spazio in me a dilatare l'anima. Ciro è un gatto giocherellone, si nasconde dietro la porta e poi all'improvviso ti fa l'agguato! È un incredibile predatore e si muove con una velocità supersonica. Una volta si vide circondato da tre cani e la situazione si stava facendo pericolosa, tant'è che mi rivolsi ai loro padroni invitandoli a richiamare i cani. Ebbene, Ciro con un balzo, davvero felino, è il caso di dirlo, salì su un albero fino all'altezza di circa 4 metri. E ai poveri cagnacci, con un palmo di naso, non rimase che abbaiare! Non c'è topo che transiti nei paraggi che si lasci sfuggire. Una volta portò davanti casa un piccolo serpente e in un'altra occasione anche una bellissima talpa. Un giorno mi accorsi che si era posizionato sul cornicione del terrazzo, in una postazione favorevole, intento a fare un agguato a qualche uccello. È un'ira di Dio! E così, mentre all'esterno non sta fermo un attimo, una volta che rientra dentro casa, mi vien voglia quasi di dire impropriamente, si mette le "pantofole" e diventa pacioso! In questo scorcio invernale non ama uscire di casa preferendo stare al calduccio. Il suo posto preferito è davanti al caminetto. In estate, invece, si posiziona nei posti più ventilati e ombreggiati e a volte lo vedi sopra un albero come una vedetta. Ha imparato ad aprire le porte appendendosi alle maniglie! Addirittura apre l'armadio! Spesso sale sulla mia scrivania e si posiziona a fianco del computer come in questo momento, quasi a suggerirmi le cose che devo scrivere su di lui! A volte sale anche sulla tastiera mandandomi in tilt il computer! In quei momenti mi vien voglia di strozzarlo, poi lo guardi e ti passa l'incazzatura! Tutti i miei amici conosco Ciro, ma lui non ama molto farsi prendere in braccio, come vorrebbero alcuni, preferendo stare in nostra compagnia sdraiato sul divano. Questo è il "mio" Ciro, un gatto anarchico che come tutti i felini ama la libertà. È un gatto adulto e grosso di corporatura, ha un pelo lucidissimo con belle striature ed ha una coda bellissima che sembra un pennacchio! Ormai il gatto fa parte della mia vita, lui sa le mie abitudini ed io le sue, Ciro il fedele compagno delle mia quotidianità. Michele Meomartino Fonte: https://michelemeomartino.wordpress.com/, 19 dicembre 2020.
- L'esosa omiletica nella Capracotta del Settecento
Lo stereotipo dell'antico predicatore è quello del gesuita di nero vestito, del domenicano in veste bianca o del cappuccino francescano coperto da un rozzo saio, in ogni caso quello di un prete che si sbraccia, ammonisce la folla per i peccati del mondo ed annuncia la gloria del mondo che verrà. In realtà la predicazione è stato il mezzo più efficace per diffondere il Vangelo, anche se, dopo la grande crisi religiosa del XVI secolo e le conseguenti guerre di religione, la predicazione assunse, dal Seicento in poi, un valore strumentale. Per le funzioni solenni, ad esempio le prediche dell'Avvento e della Quaresima, occorrevano spazi vasti, capaci di accogliere folle numerose o almeno la totalità dei fedeli di quel dato luogo. Una predicazione gesticolante ed ampollosa, unita alla ricerca di effetti visivi e drammatici, rappresentavano così il modo più semplice per far colpo sul pubblico, quasi sempre analfabeta. I temi tipici dell'omiletica (arte della predicazione) settecentesca erano rivolti a far intravedere delle realtà ottimistiche, come la felicità eterna e la vita nell'aldilà. Nelle prediche si preferiva percorrere il cammino verso il paradiso associando al pensiero della beatitudine celeste quello dell'inferno. Nei sermoni non mancavano elementi spettacolari, come quando, «verso la fine della predica spesso [il predicatore] si calcava in testa una corona di spine e sulle spalle nude con una disciplina di ferro cominciava a pestarsi la carne. Non contento, con un sughero rotondo incassato in una scatola di latta, armato di spille e di aghi, si batteva forte il petto, facendosi uscire il sangue in gran copia davanti a tutto un popolo che piangeva e implorava misericordia». Gli effetti erano strepitosi: confessioni di massa, conversioni a fiotti, paci tra famiglie in guerra, tra paese e paese, bando del gioco e delle canzonette oscene. Il predicatore, dal canto suo, doveva padroneggiare il latino, il greco, l'ebraico e l'italiano. Ma soprattutto era necessario conoscere la dottrina. L'ascendente sociale del predicatore derivava in gran parte dalla sua effettiva capacità di rimproverare gli ascoltatori e di richiamarli all'adempimento dei loro doveri: compito particolarmente delicato quando si trattava di notabili e ricchi proprietari, gente che teneva sotto scacco la popolazione. La predicazione, insomma, era presente in quasi tutte le situazioni della vita collettiva di allora e persino l'aspra e montagnosa Capracotta non sfuggiva a tale consuetudine. In realtà, più che di consuetudine, trattavasi di obbligo per la comunità locale di sostentare il predicatore di turno. E questi, a loro volta, sulla base del loro talento e del successo, avevano dei cachet più o meno alti da corrispondere. Gli eccessi del periodo barocco portarono, nel 1743, il Regno di Napoli ad emettere un «dispaccio per l'affare dei predicatori», col quale si intendeva fissare la contribuzione dell'elemosina da parte della università del Regno. Con quel provvedimento il sovrano Carlo di Borbone intervenne per regolamentare e uniformare le procedure di nomina dei predicatori di Avvento e Quaresima, richiamando vescovi ed amministratori all'osservanza dei rispettivi obblighi. Michele Mancino ipotizza che «fu forse a seguito di queste e di altre misure che cominciarono a manifestarsi più frequentemente, nelle comunità del Meridione, i segni di una progressiva disaffezione nei confronti della prassi secolare dei cicli di predicazione annuale». Grazie agli atti dei processi della Delegazione della Real Giurisdizione, conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli, sappiamo che quella disaffezione portò ad esempio gli amministratori di Capracotta, nel 1785, a chiedere ufficialmente al vescovo Gioacchino Paglione la facoltà di venire esentati dall'obbligo di provvedere al predicatore. Quell'anno, insomma, Capracotta fece la sua piccola Rivoluzione francese, quattro anni prima degli Stati generali che daranno il via al più grande stravolgimento della storia occidentale. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Caruso, La Delegazione della Reale Giurisdizione e il suo archivio, in «Archivi», VII:2-3, Roma 1940; Delegazione della Real Giurisdizione. Processi, vol. III, b. 1550, Archivio di Stato di Napoli; M. Mancino, Il costo della predicazione nell'Italia moderna: criteri di finanziamento e dinamiche conflittuali, in U. Dovere (a cura di), Chiesa e denaro tra Cinquecento e Settecento. Possesso, uso, immagine, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004; C. De Frede, Benedetto Croce e l'Archivio di Stato di Napoli, in AA.VV., Per la storia del Mezzogiorno medievale e moderno. Studi in memoria di Jole Mazzoleni, vol. I, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Roma 1998; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Sebastiano Fantozzi
Biografia Mi chiamo Sebastiano Fantozzi, sono nato a Capracotta, paese dell'Alto Molise, dove comincia la mia carriera come apprendista in una bottega artigiana. Nel '64 mi trasferii a Roma, dove iniziai a frequentare diverse botteghe di artigiani, sempre come apprendista, cambiando spesso, di settimana in settimana, alla continua ricerca di un posto dove poter imparare il mestiere ed iniziare a guadagnare dei soldi. Finalmente lo trovai in una bottega nei pressi di Porta Pia. Ricordo che tutte le mattine passava di lì un anziano signore dall'aspetto distinto che di mestiere faceva l'architetto. Una mattina si presentò con una decina di foglietti sui cui erano disegnati dei mobili da realizzare. Io, giovane ragazzo di bottega, rimasi affascinato nel vedere quei bozzetti fatti a mano che raffiguravano mobili in pianta-sezione e particolari tridimensionali. Da quel giorno la mia vita cambiò: iniziai a disegnare. Disegnavo continuamente, durante la pausa pranzo, sui pezzi di compensato avanzati; disegnavo di tutto: sedie, tavoli, specchiere da restaurare. Un giorno il proprietario della bottega liberò una parete per far spazio ai mobili da montare e vide tutti i pezzi di compensato su cui avevo disegnato. Mentre interpellava gli altri operai per sapere chi era stato a farli, entrò l'architetto il quale, notando i disegni, rimase incuriosito ed espresse pareri molto positivi. Nello scoprire che ero stato io a realizzarli, mi propose di frequentare una scuola serale di disegno, in modo da poter continuare a lavorare di giorno. Così frequentai un corso di quattro anni, dalle ore 6 del pomeriggio alle ore 9 di sera, che mi fornì ottime basi di disegno. Nello stesso tempo crebbe in me la passione per il colore, per la sua straordinaria forza ed espressività. Anche quando disegnavo gli interni di una stanza davo sempre il colore: dai mobili alle pareti, dai quadri agli oggetti. La mia produzione pittorica inizia negli anni '60, con uno stile dai tratti e dai toni vicini all'impressionismo. Negli ultimi tempi, invece, mi dedico maggiormente ad una pittura espressionista. Mi ritengo un visionario della pittura sempre alla ricerca della materia, uno a cui piace dipingere in libertà, senza per forza seguire una precisa corrente. Ritengo che il quadro non appartenga all'artista ma a tutte le persone che lo osservano, perché ciascuno lo interpreta a suo modo, secondo le emozioni che percepisce. Sebastiano Fantozzi Recensione critica Nella grande e sovente anonima molteplicità di linguaggi dell'arte contemporanea, le immagini di Sebastiano Fantozzi si distinguono per l'autenticità, la spontaneità e la velocità. Tre aspetti in lui complementari e subitaneamente riconoscibili. Se è vero che la linea afferma la vita e afferma l'arte, ma che il compito supremo dell'arte è rendere eterno l'uomo, e che, parimenti, di fronte all'arte il tempo non può fare il suo corso, giacché ciò che è moderno è tale perché è degno di diventare antico, di essere trasmesso oltre la stagione cui appartiene, possiamo ineludibilmente affermare che Sebastiano Fantozzi ha già vinto la sua battaglia contro il tempo, si è schierato con ciò che è stabile contro ciò che è effimero, per non cedere alle facili emozioni, agli equivoci dei sentimenti, al sonno della ragione, per dipingere l'istinto, non d'istinto. L'uomo è migliore delle sue azioni, nel pensiero politico e poetico di Sebastiano Fantozzi; e le sue colpe sono emergenze che non disturbano, alla fine, l'armonia del mondo. Ed è questa che gli interessa. Così con un pensiero profondo egli affronta la realtà, ma anche con l’euforia leggera e il segno rapido e infallibile di un De Pisis aggiornato sull'immagine più crudele di uno Schifano. In questo equilibrio si stabilisce il ritmo inconfondibile, continuo, di Sebastiano Fantozzi, in una "durata" inesauribile. Inutile chiedersi quanta resistenza abbia questa durata una volta che si è detto quanto distante sia questo inconfondibile artista molisano dalle mode e dall'esigenza di adeguarsi a una tendenza o a un gusto. Sebastiano Fantozzi è naturalmente artista e in tal modo trasforma i severi in benigni e le sofferenze in gioie. Meritate. Andrea Diprè Fonte: https://www.elenagolliniartblogger.com/.
- L'avvocato Ninetta (IX)
Scena IX Ninetta e detti. Ninetta – Eccomi quà, ho fatto presto presto. Neh! perché state ridendo? Giulio – Il signor Barone mi diceva... Giacinto – (interrompendolo) No... niente... se parlava 'e n'amico mio. È un fatto che ho raccontato a D. Erbetta. Giulio – Già, n'amico suo ha consultato un avvocato, il quale... Giacinto – È na cosa che vuje non putite sapé. Ninetta – Ma perché, sono cose segrete? Giulio – No, niente di segreto, anzi è na cosa curiosa che... Giacinto – Ma quando v'aggio pregato che essa nun 'o pò sapé... Ninetta – Uh! mò m'avite fatto venì 'a curiosità di saperlo. Giulio – Baró, ma io credo che nc' 'o pozzo dì. Giacinto – Ma vi ho detto che è una cosa di famiglia che io non voglio fà sapé, me pare che basta. Giulio – Quando dite così, allora nun ne parlammo cchiù. Giacinto – Ah! m'ha levato na palla 'a copp' 'o stomaco. Dunque, D.ª Ninè... (rimettendosi) avvocato. Nuje restammo comme avimmo cumbinato? Ninetta – Perfettamente, domenica a sera da Lanterna. (forte) In qualunque cosa valgo a servirvi, quì troverete una vostra serva... prego onorarmi dei vostro comandi. Giacinto – Oh, grazie, grazie di tutto cuore. Se ci riesco, ve porto a Capracotta per una gita di piacere! Arrivederci avvocato. Ninetta – Comme me purtasse a Parigi. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il turismo nell'era del Welcome
Una scritta pubblicitaria o un cartello stradale che inizia con «Welcome in...» corredati da belle immagini ambientali ha certamente un forte richiamo esotico per chi la legge, stimola l'attrazione. Può trattarsi di Dubai, Israele, Casablanca, Sicily, Capracotta, ma tutto ciò che viene dopo quell'invito cortese in lingua anglosassone rende desiderabile il luogo presentato, perché sai che chi ti ha augurato quel «Welcome!» ha interesse che tu raggiunga o permanga in quel posto e stia bene, che tu possa portare via un bel ricordo, che tu possa legare quel luogo del mondo ad una sensazione di benessere, bellezza e leggerezza. Se la parola Welfare fosse esotica ed attrattiva come la parola Welcome forse non sarebbe più percepito come un affare relegato alla povera gente, alle persone fragili, ma sarebbe un fattore attrattivo della società, un suo elemento di orgoglio e di bellezza. Come si può fare per legare questi due mondi di significati, apparentemente così distanti come Welfare e Welcome, e provare a farli uscire migliori entrambi? È possibile solo se si inquinano e si contaminano entrambi dei significati dell'altro. Il Welcome che è solo patina colorata, immagine edulcorata e pompata di un luogo, che è solo la prestazione garantita di un piacere di tipo consumistico è di fatto un "nonluogo", una disneyficazione della geografia, per dirla con Augè, in cui tutto è deputato alla consumazione veloce degli oggetti del merchandising. Quando il turista è dentro fa un'esperienza estatica di un momento, ma non porta a casa che una sensazione di consumo che potrà ripetere in qualsiasi altro luogo disneyficato del mondo. Un centro massaggi, un centro commerciale iperattrezzato, un modernissimo parco giochi, una cucina di lusso, una bella piscina riscaldata, sono "oggetti" ripetibili in qualsiasi parte del globo. Se invece il Welcome diventa un po' più Welfare, chi entra nella dimensione del "benvenuto" entra nella sfera relazionale del luogo, fa incontri nuovi con culture e stili di vita, si sente accolto da una diversità che non gli appartiene nella quotidianità e che diventa "magica" per qualche giorno, perché in quella esperienza la persona accolta sente che una parte di sé si fonde con una dimensione ambientale nuova, in cui l'unicità del paesaggio, la comunità che accoglie, la lavorazione dei cibi, l'organizzazione dei tempi di vita, i pensieri che nascono in quel luogo sono parte del Welcome stesso. Il turista non è più un consumatore, un consumer, ma un prosumer, una persona che con il suo contributo unico ed irripetibile "produce" l'esperienza che si genera in quel luogo e l'accoglienza che riceverà sarà legata per sempre a questa interazione tra prestazione (i bisogni vitali soddisfatti) e relazione (il vissuto emotivo e l'arricchimento empatico che ha accompagnato la sua permanenza circondato da persone che lo hanno accolto). A dispetto di tutti gli anglofobi, non si può tradurre senza tradire la parola Welcome: nella lingua anglosassone è l'invito ad entrare in un posto ma anche la risposta ad un «thanks», «you're welcome», è intraducibile in italiano perché la nostra traduzione non ha la stessa intensità, non c'è un rapporto unilaterale come quello che avviene tra un «grazie» ed un «prego», «tu sei il benvenuto» apre alla reciprocità tra chi da e chi riceve. Se il Welfare fosse più Welcome si uscirebbe definitivamente dalla logica prestazionale dei servizi sociali, formativi e sanitari e si entrerebbe nella dimensione relazionale in cui ogni persona potrebbe sentire di essere accolta nel luogo in cui abita, non come utente del Welfare, ma come persona unica ed irripetibile, un prosumer dello stato sociale. Martin Buber scriveva che la vera solidarietà avviene «quando l’uno fa sentire all'altro che approva la sua esistenza», ed è in questa approvazione reciproca che avviene il vero Welcome, quel sentirsi accolti senza pregiudizio dentro una relazione umana, che non è salvifica per le prestazioni che eroga ma perché ristabilisce il riconoscimento reciproco dell'appartenenza ad una comunità. Il buon Welfare non è una casa di riposo eccellente, un carcere efficiente, una clinica pulitissima, un divertente centro per disabili, ma è un condominio in cui una persona anziana sente la solidarietà dei suoi vicini dentro il palazzo abitato, una strada in cui gli abitanti avvertono la corresponsabilità per le barriere architettoniche presenti, un'azienda in cui i fragili trovano lavoro e partecipano con il loro contributo produttivo e così via. Angelo Moretti Fonte: A. Moretti, Il turismo nell'era del Welcome, in «Vita», XXVIII, Milano, maggio 2021.
- Casi di necessità
Carissima Capracotta Immagine che scotta... Ma sei vuoi tu caciotta Utilissima per ricavar... Purtroppo questa è vera La supposizione è nera... Ma siffatto paese in vena Sempre nel primeggiar! Ambiamo che l'inverno Non si vivrà tormento In caso d'asservimento Molte vite rallegrerà! Anche i camin son secchi Al ciel non fanno specchi Per riavviar i caminetti Recuperiam pur i ceppetti... Negli anni a noi passati Quanti sprechi andati Or che siamo rovinati Vogliam pure contestar... Viviamo tanto allontanati Dalle nostre belle chiese Manco un rosario al mese Cosa parliamo a far! Torniamo alla Madonna Col cuore e le preghiere Che mille ciminiere Riscalderanno amor! Teodorico Lilli
- Mini-storia del VII "Campeggio Piedigrotta" del 1956
Siamo arrivati al 7° Campeggio che ha una storia abbastanza notevole cioè per trovare un posto nuovo mi avevano detto di andare ad Agnone nel cuore del Molise. Arrivati ad Agnone, trovammo un paese pelato. Non c'era una pianta a pagarla 1 milione e continuando su quella strada arrivammo a Pescopennataro. Usciti da Agnone si scatenò un uragano ed allora noi andavamo a tentoni proprio. Andavamo in macchina tra una pioggia così intensa che noi avevamo deciso di fermarci a Pescopennataro dove la G.I.A.C. cominciava a fare i suoi corsi estivi. Abbiamo visto ad un certo punto un paese, ci siamo fermati: era Capracotta, avevamo superato Pescopennataro senza accorgercene. Decisi di continuare a scendere e siamo arrivati a Vastogirardi e dopo abbiamo letto fortunosamente un cartello: "Foreste demaniali di Montedimezzo - Luogo per i campeggi". Poiché il posto era magnifico mi precipitai a chiedere il permesso alle guardie forestali. Quell'anno feci una pazzia curiosa; chiesi a Guadagnelli, siccome avevamo molti materiali, di darci un camion con il rimorchio che si dimostrò una mia pazzia per le difficoltà di manovra. Adesso è l'epoca in cui il campeggio comincia a crescere in numero in attrezzature ma lì a Montedimezzo bastavano le tende perché anche se non avessimo avuto niente, la cucina era già montata, la corrente era dappertutto e c'erano perfino i bagni nel bosco con docce. Non eravamo molto uniti perché essendoci poco spazio eravamo sparpagliati un po' qua e un po' là. La gita la facemmo a Capracotta a piedi; fu una camminata abbastanza lunga, però il paese interessante ed ospitale. Come al Matese ci appoggiavamo a Lauro, a Montedimezzo ci appoggiammo ai granatieri di Savoia che disponevano di un'immensa spianata che da San Pietro Avellana va a Castel di Sangro. Vincenzo Giusto Fonte: http://www.madonnadipiedigrotta.it/.
- Finding Molise
Ebbene sì, ogni tanto si va anche in giro in moto e si scrive qualcosa. Dopo che il tour programmato lo scorso anno è saltato per cause di forza maggiore, all'inizio del 2019 ho iniziato a controllare il calendario per vedere di accaparrarmi uno dei primi "ponti" disponibili. Quando ho visto che con soli 3 giorni di ferie (chieste a febbraio, per farvi capire come stavo messo) sarei riuscito ad unire il periodo 25 aprile-1 maggio, ho immediatamente iniziato a sbirciare la cartina per trovare una meta. Dopo aver valutato un po' di opzioni e aver buttato lì la destinazione anche un po' per gioco, abbiamo deciso di arrivare fino in Molise, «per controllare se esiste», come recita la famosa battuta che smette di far ridere dopo la seconda volta che la senti (e già una me la sono giocata). La novità è che Teresa ha voluto smettere i panni della zavorrina per venire con la sua Alpetta, una moto tuttofare ma certo non adattissima a percorrenze chilometriche esagerate, cosa che ci ha fatto ridimensionare un po' le tappe giornaliere senza tuttavia farci perdere molto in termini di piacere... il viaggetto ce lo siamo goduti alla grande. E così siamo transitati da Rieti, dai laghi del Turano e del Salto, abbiamo attraversato il parco d'Abruzzo (senza avvistare orsi, nonostante i cartelli), il parco del Matese in Campania (una bella scoperta!) per poi approdare in Molise, passare da Civitanova del Sannio (paese di Antonio Cardarelli), da Pietrabbondante, da Capracotta, attraversare l'abetaia di Pescopennataro e risalire a Sulmona, attirati dai confetti (ottimi, devo ammettere). Non potevamo farci mancare, nonostante le previsioni meteo discutibili, una capatina al ristoro del Mucciante per fare una scorpacciata di arrosticini e bistecchine di pecora, per poi ripartire sotto la neve, transitare in mezzo alla nebbia e arrivare a L'Aquila (che coraggiosamente piano piano risorge) sotto una pioggia battente. Un bel pranzo nel cuore ferito di Amatrice ci ha accompagnato all'ultima tappa prima del rientro, Spello, uno dei borghi più belli d'Italia. Un bel giro, ad andatura rilassata su strade spesso secondarie e poco transitate, con l'Alpetta che se l'è cavata alla grande e Teresa con il sorriso perenne per il suo primo, vero viaggio di una certa consistenza. Simone Salotti Fonte: https://skizzoinmoto.wordpress.com/, 19 maggio 2019.
























