LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Incontaminate bontà
Fa un freddo cane a Capracotta. I tornanti della strada ci spingono sopra i 1.420 metri, nel secondo Comune più alto dell'Appennino. Quassù d'inverno si pratica lo sci da fondo tra silenziosi boschi di faggi e abeti bianchi, ma la sera tutti rintanati in taverna o al calduccio di casa. Noi, a tentoni nella nebbia, ci rifugiamo accanto al camino dell'Elfo, accolti dallo chef Michele Sozio e dalla moglie Franca. La cena è istruttiva sul viaggio appena cominciato: una saporita zuppa di lenticchie di Capracotta con patate e cicoria selvatica; delicati ravioli con mousse di stracciata locale, granella di pistacchi, pomodorini confit e gocce di basilico; a chiudere una gustosa "pezzata", piatto della transumanza, un mix di bocconcini di pecora in brodo, saporiti e morbidissimi, che Sozio fa con le parti nobili dell'animale. Il freddo ora ci fa un baffo. L'indomani andiamo a Pescopennataro, ancora avvolto tra le nuvole siderali di gennaio; un colpo d'occhio incredibile. Il paese degli scalpellini, tradizione mantenuta ormai da un solo giovane, si affaccia sulla valle del Sangro attirando nei suoi giorni migliori scalatori coraggiosi pronti ad agganciarsi come ragni alle pareti naturali a strapiombo. Una manciata di km. e saltiamo sull'altra "sponda" dell'Agnonese-Medio Sangro, terra di confine che ricade in due regioni, l'Abruzzo e il Molise. La buona sosta successiva - dopo aver sgranato vista e udito davanti alle spettacolari cascate del rio Verde - è a Borrello nel negozio con laboratorio della famiglia Mosca, cercatori e trasformatori con il marchio Rio Verde Tartufi. La signora Vittoria ci racconta che in zona «troviamo il bianco pregiato tuber magnatum pico, tra ottobre e dicembre, e il nero scorzone tra maggio e settembre». Ma solo tartufi "naturali", poiché non ci sono tartufaie e campi micorizzati. Il nero cresce sotto i cespugli di ginestre, il bianco tra pioppeti e faggete, trovando condizioni ottimali in un ambiente incontaminato. Lasciata Borrello arriviamo a Rosello, il cui sindaco è lo scrittore Federico Moccia (sì, proprio lui, l'autore di "Tre metri sopra il cielo", il best seller dei liceali 2.0). Fortuna che non ci sono ponti da "lucchettare" e neanche ragazzini "stile ponte Milvio", Roma. L'attrazione di Rosello è piuttosto la riserva di abeti bianchi, un angolo di Scandinavia tra Abruzzo e Molise. Ci guida alla scoperta di questo mondo misterioso il direttore del centro di documentazione, Mario Pellegrini. Avanzando su un letto di foglie e neve tra il canto degli uccelli, il suono del torrente Turcano, le impronte fresche di caprioli, cervi e lupi, dopo la lunga camminata siamo al cospetto di sua maestà l'abete bianco. La fatica è ripagata da alberi maestosi, bellissimi, addossati l'uno all'altro, il più alto (forse d'Europa) di 54 metri. La passeggiata ha stuzzicato anche l'appetito, giusto in tempo sulla strada per Roio del Sangro, il "paese dei cuochi di famiglia", dove ci attende la cucina genuina della cuoca Vincenzina Annecchini, che guida la trattoria Sangri Là, nascosta in una sala interna dell'unico bar di Roio. Piatto d'esordio? Una minestra di sagne "appezze" al pomodoro. Poi rincorsa energetica con un assaggio di sagne "andremap", sempre di farina integrale ma condite con ricotta di capra, cicoria passata in padella, pecorino grattugiato di Capracotta e peperoncino secco. Chiudono in trionfo le delicate "pallotte cacio e ova al sugo". Roio è uno di quei posti dove non si arriva per caso, lontano com'è da ogni strada di passaggio. Ma Enrico Cese, lasciata Roma, vi si è trasferito con la moglie Rosaria - e il figlioletto Elia - per produrre ottimi formaggi artigianali, caprini e caciotte con il latte che il papà Enrico, ex cuoco di famiglia, munge nell'allevamento di capre (incroci di maltesi, alpine, camosciate e ioniche). «Vogliamo fare una piccola produzione di qualità, senza l'uso d'abbattitori, come avviene nelle malghe di montagna con il latte di animali munti a mano, ogni mattina», racconta Enrico con la passione di chi ha fatto una scelta importante. Certo non potevamo lasciare i pascoli di queste vette senza provare gli ottimi formaggi locali. E così, tornando verso Capracotta, facciamo sosta allo Scamorzaro - un nome, una promessa - che ci propone anche salsicce di cotechino, salumi e un'accogliente trattoria. A Capracotta, invece, c'è il caseificio Pallotta, che fa scamorze, stracciate, pecorino e il caciocavallo "macchione": 18-20 kg. di sapore intenso leggermente piccante, stagionato 15 mesi in grotta. Ultima tappa Agnone, paese di chiese, campane, dolci e grandi formaggi. Ne sa qualcosa Franco Di Nucci, che guida il caseificio con i figli Serena, Antonio e Francesco, undicesima generazione. Il latte crudo degli alti pascoli molisani è trasformato a mano in pasta filata. Tra i freschi troviamo ricotta e stracciata (una striscia di mozzarella ripiegata e tagliata). Tra gli stagionati una serie di caciocavalli da 60 a oltre 180 giorni di riposo. E poi il curioso cacio-salame, un salame nascosto in un formaggio fallico, "inventato" negli anni '50 per conto di un emigrante che - poi si scoprì - lo usava per aggirare i divieti d'importazione degli Usa dei derivati di maiale. Non è un caso se Di Nucci fornisce anche il Vaticano: da secoli il paese di Agnone produce campane di bronzo per le chiese di tutto il mondo. Ma suore e preti non sono da sempre ottime forchette? Massimiliano Rella Fonte: M. Rella, Incontaminate bontà , in «Alice Cucina», VIII:1, Roma, gennaio 2015.
- Tempi di guerra: l'incontro con i tedeschi a Capracotta
Mentre i giorni sempre più tiepidi dell'estate del 1943 lasciavano presagire l'imminente arrivo dell'autunno, mio padre Giuseppe, allora diciassettenne, insieme ai genitori Alfonso e Lida, s'incamminava da San Pietro Avellana verso il luogo che da quel momento in poi, e precisamente fino al termine del conflitto mondiale ed alla ricostruzione postbellica, sarebbe stato un sicuro rifugio per la famiglia: la masseria in località Pezzamurata, territorio quasi a metà strada tra il paese natio e Capracotta. L'edificio sorgeva all'interno di un'ampia tenuta, retaggio dell'eredità del suo avo paterno, D. Peppe d'Alena, barone di Vicennepiane. Con loro erano lo zio materno Edoardo Carugno, ed un'altra zia, Olga Carugno (di Saverio), cugina della mamma, insieme a sua figlia Bruna d'Alessandro. Il trasferimento alla masseria fu determinato dalla necessità di allontanarsi dal paese, perché la presenza dei militari era diventata preoccupante, ma anche perché in quel periodo i tedeschi avevano dato il via ad una campagna di rastrellamento di tutti gli uomini abili al lavoro, che venivano "tradotti" oltre la linea del fiume Sangro, e utilizzati come manodopera per approntare trincee e postazioni difensive. Era pertanto opportuno evitare ogni tipo d'incontro con il "nemico", soprattutto per Giuseppe, giovane nel pieno vigore delle forze. Occorreva, però, anche rimediare il necessario per la sopravvivenza quotidiana, e questo lo costringeva a continue, prudenti visite a Capracotta, patria dei nonni materni, Pietro Carugno e Ernestina Antinucci. Un giorno, sulla strada del ritorno, in compagnia dello zio Edoardo, dopo una breve sosta alla chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto, cui aveva affidato una preghiera e donato dei fiori di campo, giunse alla biforcazione che si trova ai piedi del paese, dove le due strade, una a monte e l'altra a valle, si dividono per ricongiungersi al bivio prospiciente l'impianto di risalita di Monte Capraro. All'epoca in cui si svolsero i fatti, esisteva solo la strada a valle, carrabile e non asfaltata, mentre quella che portava in alto sulla collinetta era una semplice scorciatoia, percorribile a piedi o a dorso d'animale. Prudenza e buon senso suggerivano di utilizzare quest'ultima perché permetteva una discreta copertura e al tempo stesso offriva un posto d'osservazione privilegiato per scorgere in lontananza l'eventuale sopraggiungere di pattuglie di controllo in zona. Appena giunti sulla cima della collinetta udirono distintamente il rumore di mezzi in avvicinamento, segno inequivocabile che un'intera colonna motorizzata stava per transitare proprio sotto di loro. Quindi si appostarono in modo tale da poter osservare senza essere visti, e dopo pochi minuti scorsero la colonna di mezzi pesanti, preceduta da lunghe fila di motocicli con il caratteristico sidecar che procedevano piuttosto distanziati gli uni dagli altri. Provenivano da sud, risalendo la strada che sale dal bivio di Staffoli. Erano appena transitate le prime due motocarrozzette che aprivano il convoglio, quando una terza, con due militari a bordo, affrontò scorrettamente la curva a gomito, cadendo rovinosamente nella scarpata sottostante. L'incidente era reso più drammatico dal fatto che la distanza intercorrente tra il passaggio di un sidecar e l'altro, era tale da rendere impossibile agli altri militari del convoglio di avvedersi di quanto accaduto ai loro commilitoni, che pertanto rischiavano di rimanere senza soccorso. In quel momento in Giuseppe si scatenò una battaglia di sentimenti contrastanti; da un lato il turbamento provocato dal fatto che il suo intervento poteva essere decisivo per salvare la vita dei due malcapitati, dall'altro il timore di essere catturato e avviato, come tanti altri, di là delle linee difensive tedesche. Intanto dal punto in cui i due erano precipitati, non perveniva alcun rumore, né voce, né tantomeno si percepiva il benché minimo movimento. In un attimo Giuseppe decise che non poteva restarsene lì a guardare; scese rapidamente il pendio, scivolando di tanto in tanto, senza sapere ancora bene come avrebbe potuto soccorrerli; giunto sulla strada vide arrivare un'altra motocarrozzetta militare facente parte della colonna, e agitando le braccia riuscì a farla fermare. Sempre a gesti, riuscì a far comprendere ai tre tedeschi, cosa era accaduto. Due di loro dopo aver guardato dal ciglio della strada e scorto i loro camerati, si apprestarono a raggiungerli. Trascorsero alcuni minuti durante i quali il terzo militare parlò concitatamente alla radio e al sopraggiungere degli altri mezzi, gli fece cenno di proseguire. Giuseppe si rese conto che la sua presenza non era più necessaria e pensò che fosse meglio riguadagnare il vantaggio risalendo il pendio dal quale era pocanzi disceso. Tuttavia l'arrampicata non fu facile; si procedeva molto lentamente, rischiando di scivolaree precipitare in basso. Per di più ora al rumore dei motori si erano aggiunte le grida dei soldati tedeschi, che Giuseppe non capiva, ma percepiva dirette a lui. Ad un tratto vide che anche lo zio, con estrema difficoltà, cercava di calarsi per aiutarlo a salire più rapidamente. Furono momenti di concitazione e di forte emozione, ma alla fine entrambi riuscirono a riguadagnare la cima e soprattutto la distanza dal pericolo. Si voltarono e guardarono ancora una volta in basso, con un senso di soddisfazione per lo scampato pericolo; videro i tedeschi che agitavano le braccia verso di loro e gridavano ma... con grande sorpresa si avvidero che i loro gesti non erano minacciosi, bensì di saluto e di ringraziamento. Allora anche Giuseppe sollevò la mano dall'alto della collinetta per salutare, e in quello stesso istante si udì la sirena di un'ambulanza che si avvicinava, segno inequivocabile che i militari coinvolti nell'incidente erano ancora in vita, seppur feriti. Prima di allontanarsi per tornare a casa, rivolse lo sguardoverso la chiesetta di S. Maria di Loreto, in segno di saluto e ringraziamento; quindi insieme allo zio riprese la via del ritorno. I gesti gratuiti di amore fraterno, che non tengono conto degli opposti schieramenti, che non guardano al colore della divisa o della pelle, che superano gli ostacoli dei pregiudizi e dei luoghi comuni, sono quelli che più di ogni altro contribuiscono a rendere inequivocabile la dignità e la grandezza della persona umana. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: A. Di Sanza, Tempi di guerra: l'incontro con i tedeschi a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Solidarietà dei capracottesi per i terremotati della Marsica
Nell'inverno del 1915, un violentissimo terremoto sconvolse la Marsica. Avezzano ed altri paesi ne uscirono semidistrutti. A Capracotta venne costituito un Comitato composto dal sindaco Amatonicola Conti, presidente, Giovanni Paglione, Ottorino Conti, Gregorio Conti, Costantino Castiglione, Alfonso Gargiulo (non capracottese), Gianlorenzo Conti, Carmine Sciullo, Saverio Ianiro, Domenico Potena, Giangregorio Carnevale, Salvatore Stabile, Sebastiano Evangelista, Raffaele Policella. Il Comitato organizzò una raccolta di fondi, e due spedizioni di soccorso. La prima spedizione, di cui facevano parte Conti Amatonicola, Conti Ottorino, Paglione Giovanni, Grifa Giovanni e Di Tanna Giovanni, con due autocorriere, messe a disposizione dall'avv. Leonardo Falconi, partì da Capracotta il 20 gennaio, portando ad Avezzano 10 sacchi di pane, coperte nuove, scialli, vestiario. La seconda spedizione partì il 30 gennaio, portando altra roba per il valore di lire 4.000. I capracottesi, oltre ai capi di vestiario, offrirono anche denaro: la somma raccolta fu di lire 1.100. Giambattitsa Carfagna Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.
- Z' Mart'
Qualche tempo fa ho visto una foto degli anni '40, dove ho riconosciuto quasi tutti i giovanotti presenti, nonostante i volti fossero ben precedenti a quelli che ricordavo, mi meravigliavo invece di non riconoscere un anziano col cappello ed un mantello di panno nero che gli avvolgeva la persona. Cercai di ricordare tutti gli abitanti delle case intorno, ma inutilmente, finalmente un pronipote disse chi era, ed allora fui preso da una serie di ricordi. Era Martire Monaco ru vardar' (bastaio). Nella prima metà degli anni '50, nel paese si parlava di lui sempre con piacevole ammirazione, era infatti uno dei rari che insieme alla moglie aveva superato i novant'anni, nonostante la sua vita non fosse stata facile, era vissuto ai tempi in cui per nutrirsi si ricercava anche l' siv' , il grasso che i macellai scartavano perché non si vendeva. Venne da un paese dove la vita era ancora più difficile che a Frosolone: Capracotta a 1.400 metri sull'Appennino, dove la terra produce solo erba e boschi, con alberi i cui tronchi il vento forte si divertiva a contorcere nei modi più strani, buoni solo per il fuoco. Nelle situazioni impossibili, per sopravvivere viene fuori la capacità di utilizzare quanto si ha a disposizione. Quegli alberi andavano bene per l'ossatura delle varde , rendendole più resistenti di qualunque altra soluzione. Durante i lunghi inverni si lavorava in casa per poi andare a vendere nelle fiere. Qualcuno poi si stabiliva a lavorare dove c'era lavoro e smercio tutto l'anno senza bisogno di lunghi e faticosi spostamenti a piedi. Anche a Pescolanciano conobbi e sono amico di una famiglia soprannominata ru vardar' , il cui capostipite Giu'uann' mi incontrava sempre con un sorriso per raccontarmi la sua vita. Era un vecchietto basso dal corpo robusto, con le gambe un po' storte, procedeva ondeggiando da un appoggio all'altro, i piedi andavano un po' in fuori prima di appoggiarsi al terreno, anche le braccia oscillavano un po' lateralmente. Era simpatico a tutti, la mascotte del paese, si divertiva anche a scendere in campo in pantaloncini, per una partita con quelli che potevano essere più suoi nipoti che figli. L'ho visto a 84 anni partecipare alla campestre del paese col numero attaccato a quella che era più una canottiera che una maglietta. Aveva superato anche brutte disgrazie occorsegli ed era benvoluto da tutti. Tornando al nostro paesano ricordo il mio stupore di ragazzo nell'apprendere che aveva un nome inusuale, Martire, e da allora avevo sempre il dubbio se si dovesse dire Z' Mart' o Z' Mart'r' . Quante volte l'ho visto venire alla bottega del nipote Martucc' dove confezionava, un po' al giorno, la sua varda , oppure aiutava a completarne una già iniziata. talvolta c'era qualche discussione su come era meglio fare l'imbottitura di paglia. C'è un quadro che mi viene sempre più spesso in mente: era una di quelle mattine domenicali quando il tempo cominciava a intiepidirsi ed il sole faceva risaltare il candore dello splendido, innocente marciapiede che ornava il mercato e dava pregio al paese. Sotto le acacie della loggia mio padre e Z' Mart' convesavano, io intorno a loro giocavo ascoltando. Ai ferri della scala di Pepp' Nardell' era legato un asino in sosta, qualcun'altro passava carico per andare in piazza a vendere la frutta, quasi tutti i contadini ne avevano con cavalli e muli. Di tanto in tanto passava rumorosamente qualche auto. In paese ce ne erano forse una ventina o poco più. Mio padre fece notare che ormai passava quasi un'automobile ogni cinque o dieci minuti, al che Z' Mart' disse: – Tra quin'c' o vint' iann' d' chist' ciucceriell' n' nc' n' ar'man' manch'un (Tra quindici o venti anni di questi asinelli non ce ne resterà più nessuno). Io ascoltavo stupito, non mi pareva possibile una cosa così strana, ma sopratutto non colsi lo stato d'animo di quel vecchietto. Sono passati sessant'anni ed ogni volta che ripenso a quelle parole mi immergo sempre di più nei sentimenti del personaggio e nel valore di quella che fu allora una profezia amara. Anch'io, insieme alla persona, vedo svanire quel mondo che fu mio, ma per me è facile fare previsioni che ormai nulla sarà più come prima, i cambiamenti saranno continui e sempre più rapidi. Ma p' ru Vardar' era molto difficile constatare che in un mondo, che pareva eterno, il suo mestiere, quello che gli aveva permesso di realizzarsi e crescere una numerosa famiglia, sarebbe scomparso. Solo ora vedo la nostalgia e il rimpianto che c'era in quelle parole. Durante l'inverno successivo la moglie si ammalò, il nipote Martucc' disse a mio padre che un passero batteva sui vetri della camera, forse voleva entrare per ripararsi dal freddo, quando lo raccontammo a casa mia madre si allarmò: quello era un cattivo presagio, avrebbero dovuto far qualcosa per scongiurare. Poco dopo la donna morì e dopo alcuni mesi anche il marito la raggiunse, erano stati insieme una sessantina di anni, forse settanta. Allora non si usavano fiori ed era il numero di luci a dare lustro e prestigio, insieme alla solennità della messa cantata, il trasporto al cimitero avveniva a spalla. Stavo nella sagrestia di San Pietro quando venne un familiare per gli accordi del funerale e ricordo che don Filippo La Gamba frenò le insistenti richieste dicendo che non poteva mettere intorno al catafalco più di venti candele perché queste facevano annerire le pareti della chiesa, rifatte da poco. Il giorno del funerale il cielo era coperto, il sole della stagione precedente non si fece vedere. Al ritorno dal cimitero la gente non gradì la limitazione del parroco. Giuseppe Fazioli
- L'edilizia rurale a Capracotta
Una costruzione molto particolare, una struttura monocellulare con basamento cilindrico e tetto a foggia conica, ovvero con copertura a tolos . Queste costruzioni sono facilmente riscontrabili nel territorio di Capracotta e si tratta di una capanna in pietra a secco, detta "a falsa cupola", che rappresenta un sistema economico e veloce grazie all'abbondanza di materiale e ad una certa predisposizione delle popolazioni locali all'accumulo ed alla sistemazione della pietra. Si tratta di dimore molto modeste destinate soprattutto ad un ricovero temporaneo. Esse hanno mediamente un raggio che non raggiunge i due metri e non superano i tre metri di altezza. La nascita di queste costruzioni nel Comune di Capracotta è senz'altro antica e legata prevalentemente all'azione di bonifica del territorio montano operata dai contadini e dagli allevatori ai fini dell'incremento delle loro attività produttive. Il fenomeno si accentua maggiormente tra il XVIII ed il XIX secolo, allorquando a seguito di un forte incremento demografico, si dette avvio ad una attività di spietramento del territorio alle quote più alte, proprio per consentire una maggiore disponibilità di pascolo, mentre più a valle i terreni vennero utilizzati prevalentemente per fini agricoli. Vale la pena ricordare che tra il 1600 ed il 1700 Capracotta è uno dei paesi molisani con la più alta concentrazione di allevatori di ovini dediti alla transumanza sia stanziale che interregionale. Le capanne a falsa cupola, dette "a tolos", sono realizzate con circoli di pietra aggettanti verso l'interno fino alla completa chiusura della luce. Sono costituite essenzialmente da due elementi strutturali: il basamento e la volta. Il basamento, generalmente a pianta circolare, è costituito da strati di pietre ben sovrapposte; lo spessore della muratura è in funzione dell'ambiente da realizzare in quanto, in parte, il basamento ha una funzione di contenimento delle spinte orizzontali che si ingenerano per la presenza della cupola nonostante questa abbia una struttura tale da renderle realmente minime. Donatella Cialdea Fonte: D. Cialdea, L'edilizia rurale in Molise. Un'ipotesi di catalogazione , La Regione, Ripalimosani 2007.
- Antonio da Capracotta e il problema di Dio
Dio è per l'uomo un problema. E risolvere un problema di siffatte dimensioni è l'aspirazione di ogni buon cristiano. Questo pensa all'alba frate Antonio da Capracotta mentre, scalzo, se ne va in giro per le contrade a sillabare il Verbo e a imbrattar col sangue le nevi primaverili del Capraro. Guarda i prati e gli alberi, le cime innevate oltre la valle, le fiere d'ogni misura, i suoi simili, quasi sempre indaffarati, e si chiede in che modo la realtà circostante possa esser stata creata e perché possieda quelle forme e non altre. L'idea d'un Dio creatore, fattoSi uomo per la nostra redenzione, è cristallina ma inaccessibile. D'altronde Dio che se ne fa della nostra adorazione? Esige forse la deferenza degli inferiori al pari d'un volgare feudatario? E a quel punto, data l'inutilità delle nostre lodi, potremmo forse fare a meno di Dio? Senza di Lui, pensa Antonio, quale sarebbe il senso di un'esistenza umana che non si discosterebbe di molto da quella delle aguzze pietre del Campo? Stringe il cilicio, frate Antonio, lo avvince alla vita, cosicché il dolore gli sia di monito e di carezza. La Fede è la risposta ad ogni interrogativo, la risposta che le Scritture e i Padri della Chiesa ci han lasciato in eredità. Ma la fede non si vede, non si tocca, non si prova. Datemi un tomolo per misurarla, erompe Antonio, e vi farò vedere quant'è grande la mia. – Ma che dico? Pecco di vanità... la mia fede non è superiore a quella di nessuno. Anzi, devo credere ancor di più. Ma come posso, se persino Gesù Cristo, esanime in croce, gridò « Eloì , Eloì , lemà sabactàni »? Anch'Egli dubitò del Padre, anch'Egli provò il terrore, umano, di finire. Cristo morì ma non finì. Due giorni dopo resuscitò ma non si presentò al mondo, né ai potenti o alle tribù, trasecola frate Antonio. Si fece vedere dai Suoi accoliti. La Resurrezione, pecca Antonio, sembra un affare di pochi. E per pochi. Antonio, invece, vorrebbe aver coscienza della propria fine. Vorrebbe compendiarla nell' ars moriendi . Il momento del trapasso, unico e irripetibile, diverso per ognuno eppure sempre uguale, è il suo pensiero principe che si presenta con veemenza nella fase che precede il sonno. Può durare pochi minuti come può durar delle ore: il terrore dal collo gli fascia in fretta la nuca. – Penso a coloro che mi hanno lasciato qui e a coloro che presto nasceranno. Mi rivedo sul letto quando sarà la mia ora e immagino le parole da dire in quel momento. Mi contorco e capisco che non è questo a terrorizzarmi bensì la paura dell'attesa di svegliarmi sapendo che sarà tutto confortevole, come oggi, e sarà tutto diverso, come domani. La morte resta lì, cancello del giardino d'un'isola lontana, oltre il quale non si vede niente, nemmeno la foschia, che pure sarebbe rinfrancante. Vista da qui, riflette frate Antonio, la morte è solo una realtà in potenza, che si farà concreta quando un giorno mi appresterò a oltrepassare quell'inferriata. – Cosa troverò? Dio. Sarò ancora? Io. Mentre la giornata si illumina d'un sole vivido, Antonio piange, e per un attimo dimentica di essere un frutto e non l'albero. Frate Antonio interrompe allora le orazioni e rimembra le agiografie d'Ilarione di Gaza e Malco di Maronia, eremiti d'oriente che vissero agli albori del Cristianesimo, e che aveva letto nell'edizione di san Girolamo quand'era a Monte Sant'Angelo. Il loro distacco dalle passioni terrene è un esempio affinché la materia umana non reiteri se stessa nel tempo, da per sempre simile a sé nei secoli dei secoli. Digiuna e si sferza, Antonio. E poi la sofferenza, che attanaglia l'intero corso dell'esistenza: subirla è tribolare, superarla non vivere appieno. Frate Antonio nella sofferenza si crogiola, il suo è un animo per niente ozioso o rinsecchito, figuriamoci avaro; la sua condizione di assoluta libertà è sigillata dalla propria fede. Egli non ha più una storia precedente che lo condizioni, ne è slegato. Non ha più padri e madri, fratelli e sorelle, nemmeno Capracotta a fargli da patria. Dio è il suo fabbro. – Ma perché mi affanno tanto – si chiede Antonio – a cercare una soluzione al problema di Dio? Lui non fa compromessi con la contemporaneità: Dio è il Classico. E allora frate Antonio, col saio logoro e unto, giunto alla Fonte dell'Orso proprio mentre il sole è alto in cielo, sciorina la sua metafisica a un istrice che s'è fermato un poco a fissarlo. – Siamo ombre, sempre agganciate al Padre, a volte compresse, altre volte distese. Ma, quando il Sole, nel suo giro attorno al mondo, ci è a perpendicolo, le ombre spariscono: così noi svaniamo di fronte alla grandezza di Dio quando Lo adoriamo. Diventiamo un tutt'uno con l'Uno. Ahimé, quella sensazione dura un attimo appena, difatti non appena il grande astro vitale comincia la sua naturale discesa che lo porterà al tramonto, ecco riapparire le ombre. La fede in Dio deve essere costante affinché la contemplazione di Lui duri il tempo d'un battito d'ali a mezzodì. Dopo un attimo di interdizione l'istrice riprende il cammino, non prima di aver lasciato un aculeo sul terreno. Antonio lo raccoglie e, mentre la luce si offusca, scoppia a ridere: – Ho risolto il problema di Dio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Cattaneo, L'uomo della novità , Garzanti, Milano 1968; E. M. Cioran, Sommario di decomposizione , trad. di M. A. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, Milano 1996; S. da Milano, Annali dell'Ordine de' frati minori cappuccini , vol. III, libro II, trad. it. di G. da Cannobio, Frigerio, Milano 1744; A. Di Napoli, I cappuccini di Capitanata in epoca moderna tra slanci riformatori e contaminazioni eterodosse , in R. Parisi, Compagni/e di viaggio. Le associazioni laicali nelle religioni , Angeli, Milano 2020; G. T. Fechner, Il libretto della vita dopo la morte , trad. di E. Sola, Isis, Milano 1921; Girolamo (san), Vite di Paolo, Ilarione e Malco , trad. di G. Lanata, Adelphi, Milano 1975; F. Nietzsche, Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è , a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano 1969; F. Nietzsche, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali , trad. di F. Masini, Adelphi, Milano 1978; M. Sgalambro, Dialogo teologico , Adelphi, Milano 1993; R. Walser, La passeggiata , trad. di E. Castellani, Adelphi, Milano 1976.
- Le sorgenti del Verrino: la tina, la candra e il DDT
Fra tutte le sorgenti esistenti sul suolo capracottese quella del Verrino è la più importante. Questo non toglie che anche le altre - la Spogna, il Cutruglio, la Fonte Fredda, la Fonte Nascosta, la Staccia, l'Acca Nera e l'Acca Solfa - abbiano soddisfatto, per decenni, le richieste delle 100 fonti sparse nell'abitato e sul territorio di Capracotta. A cavallo tra XIX e XX secolo, purtroppo, i capracottesi non riuscirono a beneficiare di questo enorme quantitativo d'acqua, con evidenti problemi igienico-sanitari. L'acqua veniva infatti prelevata a caduta dalle sorgenti poste a monte del paese e, attraverso tubi di pino cavi, veniva immessa nel serbatoio, da dove era convogliata verso i fontanili pubblici all'interno del Comune. Solo a partire dagli anni '50 le abitazioni cominciarono a dotarsi di tubazioni interne con acqua corrente, una svolta tecnica legata alle nuove pompe idrauliche che, dalla sorgente del Verrino, portavano l'acqua al serbatoio comunale. Nel tempo passato uno degli stereotipi più diffusi voleva la donna come "angelo del focolare". A lei era infatti delegata non solo la cura della prole e la conduzione della casa, ma veniva richiesto anche l'accudimento continuo, la protezione, la dolcezza femminile, il calore umano, l'aiuto nei campi, il tutto sempre in subordinazione rispetto all'uomo, che deteneva illecitamente il primato della vita sociale. Alla donna toccava pure di prelevare l'acqua dalla tina col maniére in rame o di trasportarla con la spàra sulla testa in perfetto equilibrio, come le attuali modelle da passerella. E alla donna era demandata l'educazione dei figli che, per l'insofferenza di uscire, magari a causa dell'inclemenza del tempo, a volte vedevano volteggiare nell'aria degli oggetti non identificati aventi le sembianze di zoccoli, manici di scopa o quant'altro! Era sempre la donna che doveva accudirli in caso di malattia e dei quali doveva valutare lo sviluppo psicofisico. A tal proposito ricordo che prima di andare a letto mia madre preparava la borsa dell'acqua calda e, quando necessario, ci invitava, con le buone o con le cattive, a trangugiare l'olio di fegato di merluzzo, oppure, in caso di infortunio, spargeva penicillina in polvere a tutto spiano sulle ferite sanguinanti; in altri casi ancora, in particolare dopo la rasatura, la mamma disinfettava la cute col temutissimo flit , a base di DDT! La cucina di montagna era molto povera ma non mancava mai la farina di grano o di granoturco, tanto che, per approntare un pasto, si impastavano in quattro e quattr'otto dei tagliolini o delle sagne con fagioli, lenticchie o semplice concentrato di pomodoro. A fine pranzo, data la mancanza di frutti di stagione, si mangiavano spesso le peràzze in salamoia, estratte dalla cosiddetta càndra , utilizzata anche come contenitore della salsiccia sotto sugna. Questo era ciò che si aveva a disposizione. Tuttavia mi vien da ridere a pensare che gli uomini di allora non sapevano cucinare nemmeno un uovo fritto mentre oggi sono tutti dei Masterchef! La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'occasione. [Seneca] Filippo Di Tella
- Servitù, fondo dominante-serviente e competenza
Ricorso prodotto dal sig. di Tella avverso sentenza del Tribunale civile e correzionale d'Isernia, nella causa contro il sig. de Francesco: Annibale Giordano avvocato del ricorrente; non essendo intervenuto alcuno pel resistente. È competente il Pretore a conoscere dell'indole e delle conseguenze di una servitù se il valore complessivo del fondo dominante e del serviente non sorpassa quello assegnato alla sua competenza. La Corte di Cassazione osserva in fatto, che in giugno 1867 Luigi di Tella denunziava al Pretore di Capracotta che il di lui vicino Giovanni di Francesco, era per innalzare un muro della sua casa, che induceva a danno del denunziante una servitù di luce e di prospetto. Accorso il Pretore sopra luogo, compose amichevolmente le parti, che si fecero delle scambievoli concessioni, e di Francesco si obbligò di non alzare il muro al di là di mezzo palmo, e di munire una finestra di cancelli di ferro, graticola ed invetriata fissa. Questo accordo si confermò da un proununziato Pretorio. Il di Francesco, lungi dall'adempire alle obbligazioni assunte, si permise una maggiore estensione nell'altezza del muro, di modo che di Tella venne costretto ad adire lo stesso Pretore per demolirse le fabbriche costruite al di là del patto, e chiudersi o munirsi di cancelli la finestra. Il convenuto tra le altre eccezioni dedusse la incompetenza, che il Pretore respinse ordinando una perizia; ma il Tribunale l'accolse sul fondamento che l'azione era petitoriale e di valore indeterminato. Di Tella denunziando siffatta sentenza di censura di questo supremo Collegio, sostiene che il presente giudizio sia un'appendice, un'accessorio del precedente, e quindi invoca la disposizione dell'art. 99 cod. di pr. civile. Pel detto finora il precedente giudizio era già spento sì per l’amichevole accordo, che pel giudicato: quindi il secondo giudizio non può dirsi accessione del primo. L’art. seguente spiega che la causa viva ancora, davanti a cui pende la causa principale . La ragione è semplicissima; siaccede alla lite vivente, non già a quella che più non esiste: quindi questo motivo del ricorso non merita ascolto. Più ragionevole è l'altra proposizione del ricorrente, cioè che nel più sta il meno: e se il pretore può conoscere complessivamente del predio dominante e serviente purché non sorpassino il valore di lire 1.500, molto più può conoscere di una servitù nei rapporti dei due fondi. Dal certificato dell'agente delle tasse si vede apertamente, che il valor complessivo dei due fondi è in lire 1.285, cioè infra le 1.500 lire disegnate a termine della giurisdizione pretoria. Conosciuto il valore dei due immobili dominante e serviente, la giurisdizione era abbastanza determinata; imperciocché la servitù non è che la modalità della cosa, o per dir meglio, la sottrazione di un valore del fondo serviente a pro del fondo dominante. Né giova il dire che siasi innanzi al tribunale esibito il solo certifico del fondo dell'attore, imperciocché ben poteasi ordinare l'esibizione del certificato del fondo del convenuto; ciò che si è praticato dal ricorrente presso questo collegio. Merita quindi annullamento la impugnata sentenza. Poiché annullandosi la sentenza debbe restituirsi il deposito, e riunirsi le spese a quelle sul merito. Luigi Capuani e Vincenzo Napolitani Fonte: L. Capuani e V. Napolitani, Giurisprudenza civile della Corte di Cassazione di Napoli , vol. VII, Marchese, Napoli 1871.
- Il teatro delle rufe
Cos'è il teatro delle rufe? Qual è la sua storia? Per rispondere a queste domande desidero trascrivere quanto mia madre, Peppina, mi ha raccontato nel corso degli anni. Una delle cose che ha sempre messo in evidenza è che la vita a Capracotta, paese di montagna, a 1.421 m., soprattutto fino alla Seconda guerra mondiale, era quasi come un partecipare a un teatro permanente sia per gli accadimenti piccoli e grandi, sia per gli attori e attrici, in questo caso gli abitanti di Capracotta. Migliaia e migliaia sono i fatti, e relativi commenti, che mi ha raccontato di accadimenti che avvenivano nella vita quotidiana, così come i profili dei singoli abitanti, piccoli, giovani o anziani. Chi vive in montagna, soprattutto allora, prima dell'avvento della società dei consumi, era costretto ad ingegnarsi in mille modi per sopravvivere e a cercarlo di fare nel modo più dignitoso, il che portava ad un'arguzia e attenzione al particolare notevole e quindi facilmente ognuno era e diventava una persona eccentrica, particolare. Purtroppo c'è l'immagine che la vita di un paese di montagna sia qualcosa di monotono e basso rispetto alla vita di città, con i suoi mille stimoli, da cui facilmente nascono geni e grandi uomini e grandi soddisfazioni della vita. In realtà, soprattutto tra le donne di montagna, c'è una ricchezza esistenziale e umana notevoli, non è un caso, giusto per fare un esempio, che le apparizioni mariane o comunque di fenomeni cosiddetti paranormali avvengano a donne, il più delle volte bambine, proprio in montagna. Peppina mi ha raccontato in particolare di certe famiglie, allora quasi tutte allargate, in cui andare a trovarle, per qualsiasi motivo, era come andare a teatro per le scene e le battute a cui si assisteva. Ma anche presso la pensione di sua madre, Mammaletta, con al piano di sotto il laboratorio di sartoria di papà Loreto, era un continuo di atti unici fatti di micro/macro-avvenimenti con immancabile corollario di botta-e-risposta, riflessioni particolari, esclamazioni, mimica e movimenti dei corpi con sviluppi successivi. Una vera e propria telenovela e secondo me non è un caso che per tanti anni le telenovelas abbiano tenuto banco in TV proprio perché in ogni famiglia e in ogni paese accadeva di tutto e di più, e i sentimenti e le emozioni erano esaltati e messi a dura prova, nel bene e nel male. Detto questo arrivo a parlare della figura chiave che mi ha ispirato verso la proposta del teatro delle rufe. Una zia paterna di mia madre era Antonietta Borrelli, chiamata Mammà della Rufa. Il termine mammà o simili non erano solo dovuti all'anzianità, ma soprattutto all'autorevolezza che una donna era riuscita a "conquistarsi" per uno o più meriti. La rufa , in dialetto capracottese, è la gradinata che collega le zone alte con quelle poste più in basso. E la rufa principale, a Capracotta, è quella che collega la piazza, la chiazza , ove c'è il municipio, con la via nova, chiamata così perché asfaltata solo dopo la Seconda guerra mondiale. Mammà della Rufa abitava una delle case - purtroppo non c'è più dopo la distruzione avvenuta con la guerra - poste ai lati di questa gradinata principale. Mi dico che chiamarla Mammà della Rufa era un po' come considerarla la "Signora della Gradinata", un po' come Lucia di Milione era considerata la "Signora dei Boschi" per la sua attività di raccoglitrice. E perché era arrivata ad essere la Mammà-Signora di quella gradinata? A detta di Peppina era di un'arguzia e simpatia eccezionali, tanto che la consideravano un'attrice "mancata". Con la verve, dice sempre mia madre, di Tino Scotti, un attore che negli anni '60 faceva la pubblicità per Falqui, un lassativo. Peppina, fin da piccola, frequentava questa zia paterna soprattutto perché andava con lei al torrente Verrino a fare il bucato. Fu lei a iniziarla in questa operazione molto impegnativa e faticosa ma anche ricca di potenzialità magiche. E sì, perché un conto è far fare il bucato alla lavatrice oppure andare in un lavatoio, come è successo fino agli anni '60, già più artificiale; un altro conto è andare a fare il bucato presso la sorgente di un ruscello tra piante e massi dopo oltre mezz'ora di cammino su un sentiero tortuoso e scosceso (tanto che a Capracotta c'è l'espressione "come la via del Verrino" per indicare un qualcosa di veramente tortuoso). Inoltre il Verrino (deriva da un conte della zona che si chiamava all'incirca Verrinus) sta a indicare il cucciolo del maiale, animale sacro nell'antichità, soprattutto nel neolitico matriarcale, perché simboleggiava la potenza delle donne, soprattutto incarnava il senso della ciclicità della vita, in particolare il ciclo mestruale, poi diventato immondo insieme al maiale e al serpente. Quindi abbiamo un torrente che sgorga acqua pura tra massi e alberi dove le donne vanno a fare il bucato, interagendo con l'elemento per eccellenza che simboleggia le donne e la vita: l'acqua. Fare il bucato, con tutte le sue operazioni: ammollo, insaponatura, risciacquo, strizzatura, asciugatura su sassi cantando e parlando è un'attività che potenzia la forza morale e vitale di chi la compie, soprattutto in gruppo. Secondo la studiosa Jutta Voss le donne hanno un campo biopsichico differente e più completo rispetto ai maschi, che viene potenziato se le donne stanno insieme, senza maschi, e se fanno delle attività con la natura selvaggia, in questo caso il bucato, così come potrebbe essere la raccolta della legna, per esempio. Mammà della Rufa faceva il bucato per sé e le sue tre figlie, Lucia, Rosa e Michelina, anche a pagamento. Quindi era anche un lavoro retribuito. Mia madre mi racconta che in tasca portava sempre dei pezzi di sapone e per questa sua attività di lavandaia "mercenaria" non era ben vista, tanto che alcuni parenti del futuro marito di Peppina, Marino, non volevano che la sposasse perché imparentata con una donna quasi strega... L'altra caratteristica di Mammà della Rufa è che il marito, Filippo, era un pastore transumante. A detta di mia madre era un uomo buono come il pane, un buon pastore quindi. Solo che da metà ottobre a metà giugno transumava nelle Puglie e quindi non era in casa, e anche nei mesi estivi doveva stare sul pascolo e faceva poco la vita di famiglia, cioè viveva pochissimo sotto lo stesso tetto della moglie. Questa situazione avrà come conseguenza, più o meno presso tutte le famiglie di pastori, che le donne, le mogli, faranno da reali capofamiglia e tenderanno a frequentare di più i propri alberi-parenti piuttosto che quelli del marito e soprattutto avranno molta più libertà, non dovendo rendere conto al marito di ogni scelta e quindi organizzando la propria vita sui propri ritmi e dedicandosi ai figli con maggior disponibilità. Avendo anche più tempo per sè. Per esempio Peppina cita un proverbio capracottese: " la chiàcchiar'è bella e cara pe la moglie de re pecuràre " e cioè che solo le mogli dei pastori hanno più tempo libero per chiacchierare (e oziare un po'). Mammà non doveva far da mangiare per il marito, né lavargli i panni, né essere disponibile sessualmente se lei non voleva e così via. Questo tipo di amore è per molti versi simile a quello vissuto nelle antiche società matriarcali in cui gli amanti vivevano presso i rispettivi alberi materni con incontri più o meno saltuari. Questo, tra parentesi, ha il vantaggio di lasciare molta autonomia ai partner con il risultato di tenere sempre vivo l'amore che non scade in abitudine e sopraffazione. L'altra particolarità, come avevo accennato, è che dall'unione di Antonietta e Filippo nasceranno tre figlie. E anche questo contribuirà a potenziare la forza e verve di Mammà della Rufa, anche perché, purtroppo, in quelle società il maschio era quello che doveva e voleva comandare e che succhiava le energie della madre. Un contesto tutto femminile creava una atmosfera più egualitaria tra madre e figlie. E ancora: Mammà della Rufa era la sorella di papà Loreto, il padre di Peppina. Ogni giorno, a detta di Peppina, dovevano vedersi per stare un po' insieme, tanto si volevano bene e quindi la sartoria e pensione erano quotidianamente frequentate da madre e figlie. Mammà della Rufa chiamava re fruàte (il fratello) Loreto che a sua volta la chiamava la sora (la sorella), a conferma che avendo libertà lei preferiva stare con i suoi parenti piuttosto che con quelli del marito. Sempre nelle antiche società matriarcali, il rapporto orizzontale principale tra i sessi non era dato dall'amore e quindi tra amanti ma tra sorelle e fratelli. Noto anche che la moglie di papà Loreto, mia nonna, si chiamava Antonietta, proprio come Mammà della Rufa. Peppina mi racconta che una mattina Mammà della Rufa entrò molto turbata nel laboratorio di papà Loreto e gli disse che aveva fatto un brutto sogno: un cane rognoso le mordeva re detóne de re pète (l'alluce) e non lo mollava e lei provava un dolore fortissimo, insopportabile. Il giorno dopo arrivò il telegramma dell'America che annunciava la morte del loro fratello emigrato in America. Riassumendo: Mammà della Rufa sposa un pastore buono e mite che per forza di cose vive raramente in casa con cui ha un rapporto d'amore vivo (e il fatto che nascano sempre femmine, secondo alcune ricercatrici, è un segno di positività del rapporto e di evoluzione). Questa situazione fa sì che lei diventi capofamiglia e s'inventi il lavoro di lavandaia, attività magico-conviviale femminile. Può frequentare a volontà il fratello, papà Loreto, inserito in una grande casa-pensione conviviale. Ha tre figlie femmine. Vive lungo una rufa , che era un viavai di persone, con cui ha tempo di chiacchierare quasi a volontà e stringere bei rapporti di vicinato e mutuo soccorso. Grazie a tutto questo diventa una grande affabulatrice, acuta, saggia, amorevole, simpaticissima, giocosa. Una teatrante. La commedia dell'arte, anzi l'arte della commedia, l'arte di relazionarsi e vivere senza dominare ma riconoscendo e valorizzando i mille accadimenti quotidiani, soprattutto con le donne, i bambini, gli animali e la natura selvatica, o quasi, come protagoniste. E il teatro delle rufe (e nell'antichità la scala-gradinata, vedi anche le piramidi, erano un simbolo di comunicazione tra il cielo e la terra, il basso e l'alto [sud e nord)] gli inferi e la terra, il conscio e l'inconscio...) vuol essere un momento di incontro negli spazi posti tra le rufe ove sia raccontare i fatti e i saperi orali sia quelli attuali, in particolare di Capracotta, senza scadere nel pettegolezzo, sia parlare in dialetto, sia cantare, e ancora: raccontare ninne nanne, scioglilingua, espressioni, intervallandole con presentazioni di libri oppure con canzoni di cantastorie "forestieri". E tutto questo mentre i partecipanti possono fare mille piccole attività ecologiche, per esempio cucire e rammendare, riparare oggetti o pulirli all'aperto, preparare la cena e cuocerla con un bel fuoco acceso, possibilmente dentro un pentolone ( re chettùre ), simbolo di trasformazione, oppure fare e ricevere massaggi leggeri e tanto altro. Sempre più a livello delle "grandi" città il teatro è diventato un qualcosa di alienante, secondo me. Sempre più c'è un apparato di impresari, dirigenti intellettuali che devono programmare e organizzare l'industria della rappresentazione-illusione, che separa gli attori, minicasta particolare, dagli spettatori, passivi. Già Carla Lonzi negli anni '70 denunciava il ruolo allucinatorio dell'attore professionista sia di teatro che del cinema. E sempre Carla Lonzi parlava che solo dalla sconfitta di questo teatro può nascere il vero dialogo e la vera relazione tra gli individui, in particolare con la donna come soggetto e non più come oggetto e con il vissuto e il quotidiano di ciascuna/o come valore immenso. D'altronde il teatro nasce in Grecia con l'avvento delle società guerriere in cui accanto alla violenza dovevano costruire e dare in pasto al popolo sia il divertimento bruto delle arene e delle olimpiadi (che mimavano le dinamiche della guerra) che quelle più raffinate degli spettacoli teatrali e culturali (Iliade e Odissea, per esempio). Ma in esse oltre ai contenuti di disprezzo e subalternità del mondo delle donne, del popolo e degli animali, era proprio necessario che venissero rappresentate in forma di spettacolo che cioè nascesse la categoria di spettatori-passivi che introiettino la visione del mondo e della vita della casta politica religiosa, militare e economica. Con le sue problematiche spacciate come universali e neutre. In particolare, ripeto, con la visione della donna e dei suoi simboli come fonte di tutte le disgrazie. Per esempio l'Iliade racconta della distruzione di Troia città ancora legata a una simbologia femminile, troia è la scrofa, come dicevo simbolo della potenza femminile e della vita generosa e piacevole legata alla natura, alla convivialità e al dialogo. Troia sarà conquistata con il cavallo costruito dal genio di Ulisse (che nell'Odissea sconfiggerà Polifemo, un pastore dipinto come crudele e mostruoso) e quindi l'opera e l'impresa diventeranno gli obbiettivi della realizzazione umana maschile. Invece prima, nel matriarcato, erano le relazioni e la cura delle stesse, sia tra umani che con gli animali e le piante al centro della felicità e del ben vivere e quindi non c'era bisogno delle grandi narrazioni con chissà quali colpi di scena nè c'era bisogno della bravura mostruosa di un attore professionista. Già la vita conviviale era ricca di accadimenti e motivo di riflessione e insegnamento e divertimento e umorismo. Che il vecchio sipario si abbassi e chiuda! E rientrino i corpi e le vite con i loro racconti e saperi, in prima persona, insieme ad animali, piante e fenomeni della natura. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, Il teatro quotidiano di Mammà della Rufa. La lunga lingua di una donna di Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Trapani non trapana
Immaginiamo che un vegetariano si trovi costretto a passare da Capracotta, in Molise. Difficile pensare che in qualche modo non provi disagio. Lo stesso disagio che un astemio proverebbe a Taverna, in Calabria. O che un dente - con uno sforzo di fantasia - proverebbe passando da Trapani. Una battuta per la quale si può sorridere. O finire in tribunale. Già, perché di Trapani si tratta e non di trapani, con la "t" minuscola. è la trovata che un'agenzia pubblicitaria ha escogitato per lanciare la nuova campagna del dentifricio "Neo Emoform", comparsa sul numero della rivista Focus di luglio, in cui due surreali denti a dimensione umana danno vita a una scenetta immaginaria ambientata in una stazione ferroviaria: «Scusi, ferma a Trapani?», «No», «Meno male». Quanto è bastato per mandare su tutte le furie il presidente della Provincia trapanese, il senatore forzista Tonino D'Alì, ex sottosegretario all'Interno, rappresentante di una delle famiglie più note e influenti di Trapani. D'Alì ha colto al volo la segnalazione del vice capogruppo azzurro, Paolo Ruggieri, e ha incaricato l'ufficio legale della Provincia di agire nei confronti dell'ignara agenzia pubblicitaria, accusandola di aver leso con quel messaggio l'immagine della sua città. «È vero, è così – conferma il burbero senatore – perché non vedo la ragione per la quale una simile battuta si debba fare per lanciare un prodotto commerciale a discapito di una città come Trapani. Non so, potevano scegliersi Venezia o chissà quale altra città. Personalmente lo ritengo un fatto lesivo, e per questo ho dato mandato ai nostri avvocati di agire per tutelare l' immagine della nostra città». I legali della Provincia sono al lavoro, e stanno andando a caccia della pubblicità "incriminata" anche su altri giornali e periodici. A giorni partirà la richiesta di risarcimento, indirizzata all'agenzia pubblicitaria che ha avuto il torto di accostare Trapani ai denti e alle testate giornalistiche che hanno avuto l'ardire di pubblicare lo spazio a pagamento. E se magari fosse un escamotage per andare a caccia di soldi nel momento in cui le casse pubbliche languono? «Macché – dice D'Alì, stavolta sorridendo – non è certo questo il problema. A noi non interessa chiedere soldi, ne sia prova che stiamo ipotizzando, come formula di ristoro per l'immagine lesa, uno spazio pubblicitario che offra un'immagine positiva di Trapani e del suo territorio. Per esempio: "Ferma a Trapani? Sì, che bello". Tutto qui». E dire che nella vignetta incriminata tutto lasciava capire che si trattava di una battuta, come quel «Fortunata-dente» posto a chiosa del dialogo. Ma per l'austero senatore tanto non è bastato: il nome di Trapani non si nomina invano. Alberto Bonanno Fonte: A. Bonanno, "Trapani non trapana". L'omonimia in tribunale , in «La Repubblica», Palermo, 17 luglio 2007.
- La vacanza col vescovo di Trivento
Michele andava volentieri a trascorrere alcuni giorni nella casa di montagna del suo suffraganeo di Trivento, sebbene lasciare soli i genitori gli pesava sul cuore. Non pensò, minimamente, di riposare in quel sito. Il vescovo l'avrebbe sottoposto a un interrogatorio martellante. Ci andava soprattutto per conoscere meglio quel confratello. Questi gli aveva promesso di seguirlo nella realizzazione della sua missione, fin dal primo giorno, a Castelpetroso, nel corso del pranzo offerto ai presuli che gli avevano conferito l'episcopato. Se avesse potuto ottenere di più dalla visita, Michele n'avrebbe ringraziato infinitamente il suo Signore. Non gli fu difficile arrivare alla casa. Percorse la superstrada nazionale fino al bivio di Pesche, quindi, imboccl la Fondo Valle del Trigno. Ne uscì e proseguì per Capracotta. Poco dopo tale comune, posto ad oltre mille e quattrocento metri d'altitudine, a sinistra, trovò il bivio che cercava. La casa era immersa nel verde di un bosco di rovere. Dal piano superiore della casa si godeva un vasto panorama, in direzione di Monte Campo, che, con i suoi 1.750 metri, incombeva sulla piccola pianura sottostante. Il vescovo l'attendeva in giardino. Stava leggendo, allorché avvertì il rumore del motore della Jetta. Si fece sulla stradina e sorrise a Michele, che l'aveva riconosciuto e salutato dal finestrino. Cordialissimo l'incontro! – Benvenuto, eccellenza! Le rinnovo il mio vivo grazie per aver accettato l'invito. Qua è bello e fresco: si potrà riposare. Le presento mia nipote, che m'assiste generosamente, da qualche anno. – Sono io a doverla ringraziare, diletto fratello! Ha una bella nipote! Spero che non peseremo troppo su di lei, signora! – No, affatto, eccellenza. Mio zio ed io eravamo ansiosi d'averla qua. Io sono stata presente all'indimenticabile Processione del Corpus Domini della sua città, assieme ad amici, che, la mattina, hanno voluto vedere i "Misteri". Desideravo tanto di conoscerla! Michele guardava, con ammirazione, la nipote del vescovo. Occhi di un verde brillante. Capelli neri, corvini, che gli ricordavano quelli della sua ex fidanzata. Bel viso regolare. Le curve della femminilità erano deliziose. La bella signora, sui trenta anni, era leggermente claudicante, a causa della poliomielite. Ella pure era affascinata dal giovane vescovo, che continuava a guardare, apprezzandone l'alta statura, la conformazione fisica, messa in risalto dal clergyman, il viso misterioso. Il vescovo di Trivento si disse: "Mò, vuoi vedere che mi devo mettere a sorvegliare questi due!". Sedettero in giardino, dove ancora resisteva qualche rosa, dall'intenso profumo Sorseggiarono bibite fresche, poi accompagnarono Michele nella sua camera, al piano superiore. – Eccellenza, va bene il pranzo per le tredici! – chiese la nipote. – Vi prego di mantenere le vostre abitudini, signora. Mi sentirò meno in imbarazzo, per quest'intrusione nella vostra vacanza! – Quale intrusione, quale intrusione! Come ha detto mia nopote, l'aspettavamo. Sono contento, le ripeto, che abbia accettato il mio invito. Io resto in giardino. Cominciò a recitare le Ore. – Se posso, vorrei unirmi a lei, venerabile fratello! Sarò pronto in dieci minuti. Dopo pranzo, tutti andarono a riposare a letto. Michele dormì, come non gli capitava da qualche tempo, nel silenzio e nella frescura di quell'antica casa in pietra in vista, restaurata con molto gusto. Montanaro come si sentiva, Michele era a suo agio a circa 1.400 metri d'altitudine. Nel pomeriggio, il suo ospite si offrì di fargli da guida nel bosco. – Oggi, l'accompagno io, eccellenza, fungendo da guida. Negli altri giorni, si muova da solo, se le aggrada, e si riposi, guardando la bellezza del sito e parlando col Creatore. So che ha bisogno di riposo. L'ho seguita, attraverso la stampa, in questi due mesi. Ha scorrazzato, in lungo e largo per la diocesi. Ha parlato di qua e di là, senza sosta. È giovane, ma sempre bisognoso di riposo! – Grazie, ancora, fratello! Ho già ripreso a dormire, qua. C'è una pace! – Più tardi, sentirà che coro di belati e che effluvi! Arriva il gregge di un pastore che si prende cura della casa, dell'orto, del piccolo frutteto. In cambio, gli consento di utilizzare la vecchia, ma funzionale stalla, sita poco distante dal casolare. La stalla è indispensabile d'inverno, a quest'altitudine. Sono venuto qua, una volta, nel mese di gennaio, dopo l'Epifania. È stata un'avventura che non ripeterò più: neve e neve per una settimana. Stade bloccate e interi comuni isolati, compresa la mia casa. Mi hanno stanato dopo vari giorni. Per fortuna che da Trivento hanno avvertito carabinieri e guardie forestali che ero qua, diversamente, saremmo rimasti senza cibo. Qua non sempre funziona il collegamento per l'uso del telefono cellulare. Il buon pastore, che dorme in una stanza con camino, accanto alla stalla, a guardia del gregge e per il suo governo, cominciò a mattare pecore, per farci nutrire. Qua è buona la carne di pecora. Ha un sapore piacevole, sa! – La conosco. L'ho mangiata a Capracotta, d'inverno, ospite dell'unico albergo della cittadina. Ricordo l'immenso camino della sala da pranzo, al cui fuoco cuocevano le porzioni di carne, servita, poi, nel piatto ancora gocciolante di grasso. Per la sala da pranzo e per le scale dell'albergo si spandeva quel profumo d'arrosto, com'effluvi d'incenso in una cattedrale. – E già, lei è molisano, conosce la sua regione e la relativa cucina. – E lei, fratello, da quale regione proviene? – Ma sono abruzzese! Non si sente? Lanciano è il mio luogo di nascita. – La città di un mio venerato predecessore, il vescovo Caringi, primo metropolita molisano! – L'ho ben conosciuto! Lo stimo molto anch'io. È sepolto nel Santuario di Castelpetroso, come saprà. – Mi reco sempre presso la sua tomba, allorché salgo al Santuario. Ora, gli chiedo di supplicare perché io sia un suo degno successore! – Il Signore l'ha già ascoltata, eccellenza: monsignor Caringi era ed è un ottimo oratore, sa come convincere il Signore! A proposito d'oratori, ho letto in cronaca e nel vostro mensile, "Vita Diocesana", del corso del Casale, come lo definiscono. A sentire il vostro metropolita emerito, esso è stato un successo! Anche i giornalisti hanno parlato molto bene dell'iniziativa, oltre che della lunga intervista, dei suoi interventi presso la Scuola per Allievi Carabinieri, delle sue omelie. I miei seminaristi, poi, hanno sentito i suoi, eccellenza, e vogliono fare la stessa esperienza, quella del ben parlare al popolo. Mi piacerebbe sentire il suo parere. – Positivo, ovviamente. – Non aggiunge altro? Oh, mi scusi: non dobbiamo parlare del nostro lavoro. Mi tapperò la bocca! Cosa difficile, a sentire mia nipote! – Ella è severa! Le prometto, venerabile fratello, che alla fine parleremo del corso e di quant'altro lei gradisce. Restiamo pastori, anche quando ci troviamo innanzi a questo spettacolo! È proprio bello qua! Io abito nella casa di campagna della nostra famiglia; eravamo coltivatori. Da essa, si ammirano le montagne del Matese, Monte Miletto compreso. Abbiamo la città ai nostri piedi; a destra, il Monte, come si chiama da noi, col suo castello ed una chiesa in cui si venera la nostra Castellana. Mi piace stare là, con le mie montagne sempre in vista, sia pure in lontananza. Lei dovrebbe venire, un giorno, a vedere la casa e, magari, a stare con me un poco, appena i suoi impegni pastorali la lasceranno respirare. – Verrò, eccellenza! Non solo per curiosità: verrò, soprattutto, per parlare con lei. Cosa che non dobbiamo fare qua. Questi pochi giorni devono essere di riposo! Stefano Palladino Fonte: S. Palladino, Progetto per la Chiesa che sogno , vol. II, Roma 2001.
- Il collezionista di emozioni
Percorre da anni l'identico tragitto ogni giorno alla stessa ora del mattino e della sera. Il suo turno al negozio finisce alle 19:00, chiude la cassa, si cambia, un saluto alle colleghe, la linea gialla per Zara e poi il 31 fino alla fermata di Bignami. Una volta scesa ha ancora un bel pezzo a piedi da fare prima di arrivare a casa. Ritrova il cordolo rotto e mai riparato, il tombino in strada che sporge e contro il quale impattano autovetture con motori che rombano stressati così come i loro conducenti, il gruppo di extracomunitari nullafacenti davanti al phone center che ridacchiano al suo passaggio, il prato incolto e sporco da attraversare che chiamano "giardino", il barbone indifferente a tutti che prende possesso dell'unica panchina integra per passare la notte. Le è tutto noto e familiare, rassicurante addirittura. C'è poca gente in giro ed il marciapiede davanti al portone di casa è poco illuminato. Sale in ascensore e ricorda che stasera c'è "Ballando con le Stelle" su RAI Uno. In negozio come ogni sabato le hanno permesso di prendere gratuitamente qualcosa dalla gastronomia, sono avanzi che non possono essere tenuti fino alla riapertura del lunedì. Questa sera è vitel tonné, già pronto da mettere in tavola. È dentro casa oramai quando si sente strattonare violentemente, afferrata da dietro e una mano che le serra con forza la bocca. Non riesce a gridare per richiamare l'attenzione, né a difendersi cercando di colpire lo sconosciuto, che richiude dietro di sé la porta ancora aperta dell'appartamento. Cadono per terra, lei cerca di divincolarsi, lui con forza le torce un braccio dietro la schiena, le sferra un pugno. I due corpi sono avvinghiati e lottano come bestie selvagge che ansimano. Grida solo soffocate e la stanchezza che ha lentamente il sopravvento. Sono fermi ora, stesi sul pavimento. I loro cuori che battono all'impazzata. – Se stai zitta ti tolgo la mano dalla bocca. Non voglio farti del male! L'aggressore la fa voltare e lei può vederlo in faccia. È giovane, ben vestito. Lui appoggia un fazzoletto sul labbro tumefatto della donna. Lei reagisce stizzita: – Lasciami stare! Cosa vuoi da me? Va via, non dirò nulla a nessuno, non ti denuncerò, ma vattene! – Non provare a scappare o gridare! Io non voglio farti del male, ma solo prendermi un po' di quello che mi è dovuto e che la vita mi nega. Lei lo guarda con gli occhi sgranati: – Ma come cavolo parli? Non ti capisco. Io vendo salamelle e formaggi tutto il giorno, come posso averti tolto qualcosa? Con chi ce l'hai? – Io ho il diritto di essere qui. Il Mondo mi ha respinto, mi ha bandito. Alzati ora e raccogli la spesa perché è ora di cena – lui ordina con voce decisa. Mentre lei, cercando di non farsi prendere dal panico, inizia a mettere nei piatti il vitel tonné, lui rovista nei vari cassetti ed apparecchia la tavola con due coperti e si siede ad osservarla. Si calma ed inizia come un fiume in piena a raccontare del suo passato infelice, della solitudine, dei suoi ideali traditi. – Ogni mia passione mi è stata restituita col disprezzo, con l'offesa. Le dice che la sua condanna è quella di essere sempre ad un passo dall'eccellenza, senza mai raggiungerla e doversene vergognare. Escluso per questo dalla felicità. Il carisma, la bellezza, la salute, l'intelligenza non ammettono deficienze per primeggiare e per essere amati, per una vita che valga la pena di essere vissuta. – Vado in giro a collezionare emozioni, ma non mi basta mai. Desidero amare una donna più bella di quelle che ho già amato, ma che non conosco ancora. Ho girato il Mondo, ma non tutto. Il posto dove vorrei essere è sempre un altro: ho sognato di viaggiare nelle terre estreme dell'Alaska, di scalare l'Hillary Step sull'Everest. Non conosco l'emozione del ritrovare le cose di ogni giorno, il rito quotidiano, lo stesso sapore del giorno prima. Non esiste per me il porto sicuro, dove rifugiarmi. Non ho chi mi rassicura: sono disperatamente solo. Lei lo guarda esterrefatta. Si avvicina con i piatti e si siede al tavolo con lui. Mentre cenano, lei spiega che per la salsa occorre tritare il tonno, capperi, un filetto d'acciuga. Tutto va amalgamato con la maionese e si aggiunge una spruzzata di limone. Le fettine di vitello devono essere tagliate molto sottili e cosparse con la salsa tonnata, lasciate poi per un po' in frigorifero. Da Peck è uno dei piatti pronti più venduti. Pacatamente poi gli racconta un po' della sua vita, dell'uomo che ha tanto amato e che è sparito, della fatica di arrivare a fine mese, delle vacanze fatte ad anni alterni perché troppo care. – Io non so dove siano le terre estreme dell'Alaska dove vuoi andare tu, ma ti consiglio il viaggio che ho fatto lo scorso anno, una settimana a Sharm El Sheikh. Ricordo ancora il nome dell'albergo: Al Diwan, un tre stelle molto carino a 500 metri dalla baia. Pensa: tutto compreso ho speso solo € 340. Vacci. Sono due esseri umani lontanissimi, con storie diversissime, incapaci di comunicare le loro diversità, ma accomunati dallo stesso destino tragico: l'infelicità. – Andiamo a letto – ordina lui. Lei si irrigidisce, diventa rossa, trema tutta. – Non toccarmi! Hai sentito la mia storia? Sono stufa di uomini che scappano. E poi tu chi sei? Sei entrato in casa mia e mi hai aggredita. Lui la rassicura, chiede solo di poterle dormire accanto, ma lei deve restare sveglia, tutta la notte. Non la toccherà, ma non vuole sentirsi solo. Tutte le persone desiderano dormire la notte con qualcuno. – Sei uno psicopatico. Lei chiede di potersi preparare per la notte, ma vuole essere lasciata sola. Chiude a chiave la porta del bagno, vuole prendere tempo per decidere come gestire la situazione. Ragionandoci su, non crede di trovarsi effettivamente in pericolo o che debba telefonare di nascosto alla polizia. Si convince invece di essere di fronte ad un uomo non cattivo che ha davvero solo bisogno di qualcosa che lei non comprende bene: cosa possiede lei che interessi a questo giovane che ha fatto irruzione nella sua casa? Intanto in camera lui si è spogliato ed ha indossato un pigiama che ha trovato in un cassetto, cimelio della passata vita di coppia della padrona di casa. Si infila sotto le coperte. Lei va a sedersi di fianco al letto, lo guarda rilassarsi e prendere sonno. Più di una volta si sveglia, apre gli occhi smarrito e lei si mostra sorridente, gli offre dell'acqua. Così lui si tranquillizza e riprende a dormire. È stanca e si corica anch'essa sotto le coperte, domandandosi come possa sentirsi sicura e serena con questo sconosciuto in casa, steso di fianco a lei nel suo letto. Dovrebbe restare sveglia, ma non è abbastanza resistente e si addormenta. Alle prime ore del mattino lo sente alzarsi, rivestirsi, ripiegare il pigiama e uscire di casa. Il rumore del portoncino che sbatte non è la fine dell'incubo, ma l0inizio di una Domenica che sente sarà ancor più malinconica delle altre. È passato del tempo oramai da quella sera e lei, recandosi al lavoro, rivede le stesse scene di sempre: il barbone che lentamente riordina le sue povere cose, il prato incolto e sporco, il tombino in strada che sporge, il cordolo rotto, gli extracomunitari davanti al phone center, il 31 che tarda, la linea gialla stracarica di gente fino in Duomo. Un film visto mille volte. Alla cassa conta con attenzione il resto, si inumidisce con una spugnetta i polpastrelli delle dita per essere certa di sfogliare le banconote una per volta. Controlla meticolosamente quelle che riceve, per poi infilarle nel rilevatore di falso. Guarda distrattamente i clienti in fila, senza dar loro chiacchiera per non perdere la concentrazione. Arriva un signore che raccoglie il resto e la ringrazia cordialmente, con un'enfasi particolare, eccessiva. Lei alza lo sguardo e lo riconosce. Lui le sorride dicendo: – La mia collezione di emozioni, quella sera, si è arricchita di un pezzo molto pregiato. Grazie ancora! – Perché ringrazi, di cosa? Io non ti capisco. Massimo Antonarelli Fonte: M. Antonarelli, Racconti di un presuntoso , Lulu, Raleigh 2010.
- I medaglioni di san Biagio e san Carlo Borromeo
Nella primitiva Chiesa di S. Maria Assunta, a Capracotta, «all'entrare à destra è la Cappella di S. Anna della Famiglia di d'Andrea». La prima attestazione del culto di sant'Anna in quel di Capracotta risale quindi alla metà del XVII secolo, quando l'altare in suo onore era prerogativa della ricca famiglia D'Andrea. Quando il tempio principale venne ristrutturato - per non dire completamente riedificato - a destra di quello precedente, e finalmente consacrato a partire dal 1725, l'altare di S. Anna venne a trovarsi sulla sinistra, tra quello di S. Michele Arcangelo e quello dell'Immacolata Concezione. Ma nel corso del XIX secolo molti altari «mutarono di patrono» e infatti quello di S. Anna passò prima nelle mani della famiglia Mosca, poi in quelle dei Di Rienzo, «successori di Sebastianello», finché nel 1919 la famiglia Di Tella ne rilevò lo jus patronatus in seguito a una grazia ricevuta. Dal 2014 l'altare è passato ai Mendozzi, che hanno continuato la festa di sant'Anna , portandola oltre il secolo di vita. Se quell'altare - oggi impreziosito da una tovaglia dell'artista Fabiola Di Tella - nasce chiaramente per adorare la Madre della Madonna, meno chiare appaiono invece le effigi stuccate sui medaglioni ai lati di sant'Anna. Grazie ad una precisa ricognizione di don Geremia Carugno, sappiamo che quello sulla destra è san Carlo Borromeo mentre a sinistra vi è san Biagio di Sebaste. Che rapporto esiste fra questi vescovi con sant’Anna? E, soprattutto, sopravvive un qualche loro culto a Capracotta? L'iconografia di san Biagio, vescovo in Armenia, lo vuole con in mano la palma del martirio e lo scardasso, strumento un tempo utilizzato dai cardatori, attività che a Capracotta era svolta tra la primavera e l'autunno. Difatti «nel passato più remoto la lana veniva cardata col fiore del cardo dei lanaioli, così chiamato per la sua antica funzione. Presso le famiglie più povere, d'altronde, si dormiva sui saccùne , grandi sacchi di canapone, cotone o iuta, riempiti di foglie secche di granturco, da rinnovare ogni anno». Lo scardasso di san Biagio, in realtà, venne utilizzato contro di lui dai suoi torturatori romani. L'arch. Franco Valente sostiene che nella Chiesa Madre «probabilmente vi era un altare o un ex voto legato a questo santo» ma non ve n'è traccia nella passata chiesa, tuttavia san Biagio è il protettore dei cardatori e a Capracotta i De Renzis menavano quell'arte. La memoria liturgica di san Biagio ricorre il 3 febbraio. Carlo Borromeo (1538-1584), invece, nominato cardinale da papa Pio IV, fu l'indimenticabile arcivescovo di Milano durante i terribili mesi della peste del 1576-77, chiamata per l'appunto "peste di San Carlo". La presenza del suo culto non deve sorprendere, innanzitutto perché Carlo aveva vissuto tanti anni a Roma, a due passi dal Sannio, e poi perché fu uno dei maggiori patrocinatori del Concilio di Trento, le cui riforme erano condivise dalle alte sfere diocesane di Trivento. Egli è inoltre il protettore dei seminaristi, il che fa supporre che nel Seicento, gli allievi del ginnasio francescano di Capracotta, lo invocassero in vista degli esami più duri. La memoria liturgica di san Carlo Borromeo ricorre il 4 novembre. Se, partorendo Maria, Anna ha generato Cristo, Biagio e Carlo Lo difesero nei secoli col sacrificio e con la dottrina. A Capracotta, a nord del sud dei santi, la sofferenza delle gnaulanti, dei cardatori e dei malati di stomaco la si leniva con la preghiera, mentre il freddo, di fuori, allestiva nuovi martirî. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bene, Nostra Signora dei Turchi , Bompiani, Milano 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , San Giorgio, Agnone 1986; M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta: luglio 2017-giugno 2018 , Capracotta 2018; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Niccolai, Memorie storiche di s. Biagio vescovo e martire protettore della Repubblica di Ragusa , Salomoni, Roma 1752; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.
- Il cammino della fede
Quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo. Santiago de Compostela è uno dei principali cammini di fede della cristianità. Il santuario accoglie le reliquie dell'apostolo Giacomo e si trova nella parte più ad ovest della Spagna, nella regione della Galizia. Questo cammino ripercorre il viaggio dell'apostolo compiuto per evangelizzare tutto il mondo allora conosciuto, mettendo in pratica la parole di Gesù: «Portate la mia parola fino ai confini del mondo». Il nome della città, che ha origini celtiche ed è carica di un profondo senso di religiosità, viene fatto derivare da San Giacomo, apostolo e martire del Cristianesimo (le cui spoglie, secondo la leggenda, sarebbero giunte miracolosamente via mare in Spagna) e dal termine Compostela (o Campostela, in latino campus stellæ ) che significa campo di stelle. Molte le leggende fiorite nel tempo intorno a questa località; una di esse la vuole come punto di congiungimento delle anime dei morti pronte a seguire il sole nel suo corso per attraversare il mare. In realtà è meta fin dal Medioevo di importanti pellegrinaggi di fedeli, che la ritengono un punto centrale della cristianità. I pellegrini che affrontavano questo viaggio erano spinti dal desiderio di sentirsi più vicini a Dio, e lo compivano senza speranza di ritorno alle loro case. Arrivavano fino ai confini dell'Oceano Atlantico dove bruciavano gli abiti e prendevano una conchiglia come simbolo del viaggio. La conchiglia raccolta in spiaggia, tutt'ora è sui cippi lungo le strade ed indica la direzione da seguire per arrivare a Santiago. La scorsa estate la Diocesi di Trivento ha organizzato questo pellegrinaggio a cui hanno partecipato molti giovani dei comuni diocesani. In venticinque abbiamo intrapreso questo viaggio partendo con molto entusiasmo dall'aeroporto di Milano. Il nostro percorso, però, è andato un po' controcorrente avendo scelto quello meno frequentato delle strade portoghesi perché più impegnativo ed impervio. Siamo partiti da Tuy dove nella cattedrale abbiamo preso la "credenziale", un libretto che ci ha accompagnato per tutto il viaggio accogliendo i timbri di ogni ostello del pellegrino in cui abbiamo alloggiato. Con questa credenziale abbiamo ottenuto, una volta arrivati a Santiago de Compostela, un attestato rilasciato dalla parrocchia che testimonia l'avvenuto pellegrinaggio e l'aver percorso a piedi almeno gli ultimi 100 chilometri del cammino. Voglio terminare questo mio piccolo racconto, e penso di parlare anche a nome dei miei compagni, dicendo che quella da noi affrontata è stata un'esperienza di vita che ci ha inevitabilmente segnato nel profondo dell'animo in quanto ci ha consentito di cercare le risposte o semplicemente di ritrovare noi stessi in una dimensione più umana e più vicina alla natura e a Dio. Anna Comegna Fonte: A. Comegna, Il cammino della fede: Santiago de Compostela , in «Voria», II:1, Capracotta, febbraio 2008.
- L'arte casearia a Capracotta
Capracotta, magica terra di pascoli incontaminati con erbe pregiate dell'Alto Molise; latte proveniente da bovini e ovini alimentati al pascolo, oppure con foraggi dalle ricche essenze prodotti nel medesimo territorio, specialmente durante i mesi primaverili, quando i prati sono gonfi di erba fresca. L'aria, l'ambiente, mucche e pecore controllate e selezionate, la passionale cura nella preparazione dei derivati del latte con prodotti che garantiscono genuinità, sicurezza, rara qualità e inconfondibile sapore, insieme a tanti nutrienti per la salute. Prodotti che costituiscono il risultato di attività dalle lontane origini legate ai riti della transumanza, della storia e della cultura di un popolo, di intere generazioni di pastori, esportata anche al di fuori della nostra nazione. Bontà, sapori e tradizione di questa antica arte che continua attraverso attività a conduzione familiare, artigianale, aziendale. Latte crudo non pastorizzato, al quale si aggiungono caglio o fermenti naturali e sale da cucina, utilizzando caldaie d'acciaio, riscaldandolo alla temperatura tra 37° e 40°. Dietro, però, l'eccellenza dell'intera produzione di rinomati prodotti caseari, c'è da considerare quella che è l'attività lavorativa legata alla produzione di tali specialità, ovvero il casaro, e l'elemento essenziale che è il latte, di mucca o di pecora, che arriva nelle rispettive aziende per essere lavorato. Il primo momento della lavorazione è rappresentato dalla cagliata (la coagulazione del latte, caseina, grassi) che dopo 30 minuti si rompe ed i diversi pezzi si sistemano in ambienti con specifica temperatura ed umidità, procedendo, poi, con successive lavorazioni ad approntare i prodotti, fino al momento della formatura prima e della stagionatura dei formaggi poi, che avviene in locali con temperature intorno a 15°-18°. In tale ciclo produttivo, oltre ad agenti fisici e chimici, il casaro va incontro a tutta una serie di movimentazioni di carichi e movimenti ripetitivi che possono causare disturbi agli arti superiori ed alle spalle, posture incongrue con problemi a livello del rachide cervicale e lombare, microclima sfavorevole, caldo associato ad umidità, problematiche legate all'uso di soluzioni disinfettanti e sanificanti. Durante la manipolazione delle materie prime e la produzione delle citate specialità, si corre il rischio di allergopatie caratterizzate da pneumopatie, in particolare, nei lavoratori del formaggio ammuffito per la presenza di funghi. Lavorare per diverse ore al giorno con il collo o il tronco flessi, o con le ginocchia in posizione obbligata, effettuare movimenti ripetuti ogni pochi minuti, insieme al disagio da posture incongrue significa, a lungo andare, essere esposti a problemi dell'apparato osteo-articolare. Tali situazioni possono sfociare in tutta una serie di patologie fortemente invalidanti, tali da modificare sostanzialmente ed in maniera negativa la qualità della vita del lavoratore stesso. A parte i corsi che, con periodicità, tale tipo di lavoratore deve frequentare presso l'ASL, alla luce delle norme di controllo alimentare basato sui principi del sistema HACCP - D. Lgs. 155/97 e seguenti - nel rispetto dei decreti legislativi vigenti 81/08 e 106/09, sarà necessario programmare un idoneo protocollo di sorveglianza sanitaria, con visite specialistiche periodiche, per le patologie muscolo-scheletriche che sono causa di affaticamento, dolore e altre problematiche che condizionano non poco la vita del lavoratore. Si dovrà impostare un programma di tipo ergonomico finalizzato all'ottimizzazione delle condizioni e dell'ambiente di lavoro, per renderle più consone all'attività dell'uomo. Sarà pertanto utile istituire corsi di formazione-informazione, al fine di diffondere nozioni sui corretti atteggiamenti posturali, oltre all'utilizzo di idonei dispositivi di protezione individuale. In conclusione, l'organizzazione del lavoro, gli eventuali interventi sull'ambiente di lavoro, insieme ad altre procedure prima menzionate, rappresentano un approccio globale che consente di porre l'attenzione sulla cura dei casari, sia in un'ottica preventiva che diagnostica/terapeutica, quale solo il medico del lavoro può garantire. Felice Dell'Armi Fonte: F. Dell'Armi, L'arte casearia a Capracotta: lavoro in azienda, bontà a tavola , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.
- Gente di paese
Prologo Questo breve e romanzato racconto vuole essere un omaggio soprattutto ai miei genitori ed alla famiglia a cui mi onoro di appartenere, anche se con un cognome diverso, ma spero possa essere un omaggio per tutte le famiglie di questo paese che magari si riconosceranno nelle esperienze e nei ricordi. Mi perdoneranno i miei parenti ma non potevo inserire i nome di tutti. Ho scelto le nostre origini. Mia madre Vincenza Di Lullo è deceduta nell'ospedale di Agnone il 16 luglio 2009, ed era, come tutti gli anni della sua vita, durante il periodo estivo, nella sua casa natale di Capracotta. Mio padre Francesco Grillo si è spento sei mesi più tardi, il 27 gennaio 2010, nella residenza per anziani "S. Maria di Loreto" di Capracotta. Gente di paese Nella residenza per anziani "S. Maria di Loreto" il sig. Francesco si trascina stancamente nel corridoio con il cervello attraversato da pensieri, immagini, lampi, alla ricerca di qualcosa che non saprebbe definire. «Franco, Franco dove vai?» Pina, Giuseppina Mosca, è una delle infermiere, badanti, assistenti che operano nella struttura, lo cinge dolcemente per le spalle e gli spiega che lo deve accompagnare dal dottore per la solita visita di controllo. Il dottore, Michele Notario, il medico condotto del paese che aggiunge ai suoi normali compiti di assistenza l'impegno di un presidio presso la struttura, quale servizio integrante delle attività offerte agli ospiti. La struttura è una conquista della comunità che, guidata dal sindaco Antonio Monaco, ha appoggiato l'imprenditore Ermanno D'Andrea e partecipato con un azionariato popolare al finanziamento dell'opera. Michele visita il paziente con gesti veloci ed esperti gli rivolge le solite domande di routine, sostituisce un farmaco con un alto un po' più blando ma che ritiene abbia la stessa influenza su quel povero cervello ormai sommerso dalla demenza senile ed al termine lo affida a Pasquale Paglione, una delle pietre miliari, il factotum dei lavoratori della casa, l'animatore con una battuta per tutti, sempre con un sorriso o una carezza per gli ospiti. Pasquale lo accompagna verso il salone dove si trova la quasi totalità dei degenti. Due figure femminili si avvicinano, zia Ida (l'ha sempre chiamata zia!) con la figlia Angelica. Ida Catalano, moglie di Salvatore Di Lullo, era la più affezionata, più legata e vicina alla moglie di Franco, sua nipote, ed ancora non sa darsi pace della sua scomparsa. Angelica, la figlia, è forse la più conosciuta della dinastia. Ha sposato giovanissima il sarto Sebastiano Di Rienzo che si rileverà munito di grande talento tanto da operare nelle più importanti sartorie ed atelier di grande moda, ancora oggi impegnato ad organizzare eventi e sfilate. Zia Ida si sincera delle condizioni del nipote acquisito e poco dopo si allontana con la figlia. Franco si avvicina e siede di fianco al suo compagno di stanza, Giovanni Borrelli. I due si "intuiscono" ed a modo loro si rispettano, scambiano a volte qualche frase ma sempre persi nei loro sogni. Il sig. Borrelli tenta sistematicamente di scappare, di tornare a casa, la sua casa che probabilmente nemmeno ritroverebbe ma che cerca disperatamente. Franco invece chiama, urla come può urlare un vecchio di 85 anni, il nome della moglie, «Enza, Enza», diminutivo di Vincenza Di Lullo, scomparsa da pochi mesi. Liliana Di Rienzo, un altro angelo della struttura, si avvicina e cerca di tranquillizzarlo. – Stai calmo Franco, è uscita, è andata a comprare, fra poco torna – è la solita gentile bugia che gli dicono tutte le volte che la cerca, cioè almeno ogni mezz'ora. La malattia gli ha annullato il presente, non percepisce il quotidiano, dimentica quello che ha appena fatto o detto, ma non quella figura femminile sempre presente al suo fianco da quasi 60 anni di vita comune. Un matrimonio di altri tempi, si direbbe oggi. Franco si avvicina ad una finestra, guarda il cielo grigio da dove, come per magia, migliaia di fiocchi bianchi scendono volteggiando, nevica, nevica, e i ricordi lontani, chissà perché, riaffiorano, non sono cancellati: sono indelebili. Ricorda ancora la prima volta che arrivò a Capracotta. Aveva conosciuto Vincenza per corrispondenza (allora si usava molto), era una vicina di casa, la sua casa natale a S. Nicola la Strada, un paesino alle porte di Caserta, e aveva il nominativo di una brava ragazza di montagna in età da marito, gli aveva mostrato una foto di lei. Franco era rimasto affascinato da quel volto con una fluente chioma di capelli neri ondulati ed un sorriso caldo e luminoso. Lui si era arruolato nella Guardia di Finanza a 16 anni e non aveva avuto modo di conoscere molte ragazze (come se fosse semplice all'epoca!) ma quel volto lo faceva sognare ed aveva iniziato una fitta ed appassionata corrispondenza. Dopo un anno erano "fidanzati" e lui si accinse a presentarsi ai genitori dell'amata per il fidanzamento ufficiale e per chiederla in sposa. Era il lontano 1951 ed i mezzi di trasporto non erano certamente paragonabili a quelli attuali. Con il treno, dopo due o tre cambi, arriva alla stazione di S. Pietro Avellana da dove gli hanno spiegato deve prendere la corriera per il paese. È ottobre, fa freddo e c'è un po' di neve. Per un casertano la neve è un evento e lui si guarda intorno stupito. Un vocione lo fa sobbalzare: è Onorato Di Lullo (altra branca della famiglia), l'autista che tutti i giorni percorre la stessa strada per due o tre volte caricando i pochi o tanti viaggiatori in arrivo o in partenza, che lo apostrofa e, con un accento strano, gli dice che se deve andare al paese deve salire in fretta ché è in partenza. La corriera dipinta di verde si inerpica per la statale che sale, curva dopo curva, con la neve sempre più alta. Franco è bianco come un cencio, no, non per paura, in fondo ha partecipato anche alla guerra, ma perché non sopporta le curve e la puzza di nafta che fuoriesce dal motore tirato al massimo della vecchia corriera. Onorato lo guarda nello specchietto e, memore di altre esperienze simili, tira fuori un bel limone e glielo porge. – Succhialo, succhialo pianom vedrai che ti aiuta. Nel frattempo la strada diventa stretta, la neve ormai è una massa enorme e altissima: non si passa. Franco non ha mai visto in vita sua tanta neve messa insieme. L'autista invece è calmo e tranquillo, ma come fa a non preoccuparsi? Strano! Improvvisamente un tuono, un rumore assordante ed un filo di fumo grigio compare dall'altra parte della massa di neve, al quale muove come un'onda del mare o come la sabbia di una duna del deserto, ed ecco comparire un trattore enorme, gigantesco, con due lame di ferro a mo' di denti appiccicate sul davanti sembra un enorme squalo! È il famoso spazzaneve dono dei capracottesi emigrati in America e giunto in paese solo l'anno precedente dopo un lungo e avventuroso viaggio. L'autista manovra il macchinario come se fosse un'auto di piccola cilindrata ed in breve la strada è nuovamente libera. Finalmente la corriera arriva in paese, ora a quest'altezza è una bellissima giornata, il cielo è blu, un blu smeraldo, il panorama mozzafiato, l'aria tersa e fredda. Mentre si guarda intorno, un suono di corno attira la sua attenzione. – Udite udite, domani mattina ci sarà il mercato a S. Giovanni. Chi grida quelle informazioni è Vincenzone, cioè Vincenzo Evangelista, di professione falegname ma anche una specie di messo comunale che informa la popolazione degli "eventi" della settimana che si svolgeranno in paese o quelli vicini: quale sistema migliore? Ad attendere il promesso c'è solo una piccola parte della famiglia ma sembrano tantissimi. Il padre della ragazza, Giovanni, con due dei suoi fratelli, Michele e Giuseppe, tutti avvolti in strani cappotti, i famosi cappotti "a rota", le relative mogli Giuseppina, Ida ed Elena Catalano, guarda caso tre sorelle di una famiglia sempre paesana, ed i relativi figli. Il cognome si dice arrivi dalla Spagna, esattamente dalla Catalogna, da dove emigrarono in Campania e da dove, a causa di persecuzioni religiose, si spostarono nell'Alto Molise. Ma lui ha occhi solo per lei, gli pare molto più bella che in foto e, se prima aveva ancora dei remoti dubbi, questi svaniscono come la neve al sole. Enza è in compagnia di sua cugina Lucia Di Rienzo, che sposerà poi Vincenzo Di Lorenzo; il fato porterà le due amiche a vivere insieme, da vicine, a Torino negli anni della prima maturità. Lucia sarà la sorella a cui confessarsi, con cui condividere gli affanni e le gioie della nuova vita, ed in seguito trascorrere le estati nel paese natio. Lo portano a casa dove sul fuoco del camino nel "cotturo" bolle allegramente un'abbondante pasta e fagioli preparata da mamma Giuseppina. Nella casa ricostruita, come quasi tutto il paese dopo la distruzione della guerra, vivono due dei fratelli, Giovanni e Michele, ed infatti Vincenza è cresciuta con i cugini Vittorio ed Antonio, con i quali continuerà a dividere la casa per tutta la vita, e con l'ultima arrivata Maria. La famiglia Di Lullo, come quasi tutte le famiglie del paese, viene identificata con un soprannome, per tutti sono i Mescùne , forse perché essendo in tanti, quando si presentano, sembrano uno sciame, o forse perché il vociare tutti insieme sembrava un ronzio o forse... chissà. Sono sette fratelli e una sorella, Enerina; mancano Salvatore, che emigrerà in Germania, e Raffaele, che vivrà a San Severo. Pasquale, il primogenito, è mancato da qualche anno. Dalla progenie la famiglia conterà fino ad oggi ben 176 individui. Sono uomini duri, avvezzi alle fatiche del lavoro pesante, sono soprattutto carbonai e, per questa attività, stanno spesso lontani da casa per settimane o mesi. I "grandi" sono anche partiti come soldati per partecipare al grande conflitto: Giovanni, Salvatore e Giuseppe sono stati prigionieri per alcuni anni ed in Paesi diversi, provando, oltre ai maltrattamenti e alle privazioni materiali, la fame, la vera fame. Giovanni racconterà al suo primo nipote che «quando trovavo le bucce di patàne nella spazzatura dei Tedeschi mi sembrava un dono del cielo e piangendo me le divoravo». Non sono tanto ciarlieri i fratelli e Giovanni forse più di tutti ma bastano gli sguardi per capirsi. E quel giovanotto venuto per portarsi via la sua unica figlia forse gli sta antipatico, ma nota che la fanciulla è felice, non l'ha mai vista così radiosa, e poi il forestiero è una Guardia di Finanza, ha la divisa dello Stato, uno stipendio sicuro: come resistere? Le donne della famiglia subissano di domande il promesso, non gli danno nemmeno il tempo di rispondere e lui molte volte non capisce nemmeno quel dialetto misto a qualche parola di italiano. Soprattutto Michela Sozio, la futura moglie di Adamo, il fratello giovane, cantoniere sempre in giro a riparare strade e preparare sentieri, lei è donna gentile pronta sempre a sacrificarsi per gli altri, e sempre con il sorriso sulle labbra. Da buon militare Franco deve accorciare di qualche centimetro la lunghezza dei capelli per rimanere nella misura di ordinanza. Lo accompagnano alla bottega, un piccolo ma dignitoso e pulito locale dove opera da barbiere Vincenzino Catalano, il fratello maschio della famiglia, ammalatosi da bambino di nanismo e, pertanto, mai cresciuto nel fisico, ma anch'egli dotato di umanità e calore, oltre che di capacità che lo porteranno a diventare infermiere nella maturità. Certo, il taglio non è da concorso, ma per i paesani va più che bene. La licenza sta per scadere, Franco deve ripartire, ma ecco che... «Nonno, nonno», il richiamo lo riporta per un momento al presente, sono i nipoti Daniele e Riccardo, il primo, impegnato per lavoro, ritorna saltuariamente alla casa dei nonni, Riki invece, diminutivo utilizzato da tutti, è legatissimo al paese dove ha trascorso tutte le estati dell'infanzia e che continua a frequentare non appena ha possibilità di "scendere" dalla sua Torino, conosciuto da tutti per la sua folta e vistosa capigliatura. Franco è tornato con la mente ai suoi ricordi, si vede di nuovo in procinto di salire sulla corriera, ma ora, davanti a lui, ci sono proprio tutti, i figli, i nipoti, tutta la famiglia, vecchi e giovani, quelli ancora presenti e i tanti passati a miglior vita e davanti a tutti c'è lei che gli sorride con uno sguardo dolce. – Vieni nonno, ti accompagno in camera... – gli dice il nipote. Franco gli sorride ed a braccetto del giovane si incammina verso la sua stanza per l'ultima volta. Vincenzo Grillo Fonte: V. Grillo, Gente di paese , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- L'autocandidato
È un uomo di molte speranze quando parte per il Congresso; ma quando ritorna quasi sempre è un altro. Ha i nervi tesi, allora; tutto gli dà fastidio, non può sentir né rumori né suoni, specialmente di... tromba, ed è capace di rimanere a digiuno se sulla tavola apparecchiata fa bella mostra di sé un... fiasco. – Dio mio – gli domandano premurosi gli amici – ma sei matto? – Sì... no... lasciatemi fare. – Ma in tal caso noi facciamo voti... Diventa feroce: – Voti? Voti? Me ne infischio, dei vostri! – Oh, ma perché ci tratti così? Ti abbiamo sempre riguardato come il nostro amico più eletto! Scoppia, allora: – Ma se non mi hanno eletto affatto, bestie che siete! Al Congresso non è difficile conoscerlo: già, non gli sfuggite. Vi guarda, vi scruta, e i suoi occhi sono come due ganci. Quando sa che siete maestro, vi sorride; alla notizia che siete congressista vi stringe la mano... – Delegato? – Sì. Vi cade tra le braccia. – E ti chiami? – Cecco Rocco. – Benissimo, non m'è nuovo il tuo nome: sei... aspetta... aspetta... di... – Capra... – Ah, ecco, di Capracotta! – No, Capracruda. – Ma è lo stesso. Lessi un tuo articolo su I Diritti . – Ma io sono abbonato a Scuola, libertà ... – ...e fratellanza ... – ...No: giustizia . – Ah, ora ricordo bene: proprio in questo giornale vidi il tuo bellissimo articolo su... – Non è possibile! non scrivo mai... Sì, qualche volta il sagrestano mi prega di buttargli giù quattro righe per la moglie che sta lontano a servire... ma questo non c'entra. – Eppure, guarda, mi pareva tanto!... Ah, tu fai amicizia col sagrestano?... – Ma... sai... – Che? Fai benissimo: t'approvo. Finalmente un certo principio di moralità... di religione, ci vuole. Ah, io sono stato sempre per la fede dei miei maggiori, e il prete, tira là, non è quella bestia nera!... E mi fanno ridere quando parlano di scuola. – Oh, oh, ma che credi? Ma no, il mio sagrestano, poveretto, accende le candele e tira le campane per la pagnotta; ma ha un'anima di proletario ed è più rivoluzionario di Braccialarghe! Se non fosse così, non lo guarderei neppure; lo metterei al cantuccio come ho fatto col curato. Amici codini non ne voglio. L'autocandidato spalanca le braccia: – Così, così mi piaci. Volevo ben dire... Io facevo per non avvilirti: ma noi dobbiamo andare verso la vita. Già uno quasi sovversivo: non si dirà mai che Taddeo Bertoli... – Bertoli? Tu sei Taddeo?... Ah, per Bacco, ma a te sì che ti si conosce!... Scrivi da per tutto, su I Diritti , la Tribuna , il Corriere , l' Unione ... La fronte dell'autocandidato si tinge di un rosso che può anche essere di modestia: la sua voce prende un che di untuoso: – Ma... così... qualche volta, butto giù! – Scrivi di politica, di scuola, di letteratura, di cucina... – Troppo buono... – Di scuola pedagogica, di lavoro manuale. Ah, bravo, bravissimo... Ho piacere! – Zitto, zitto; che bravo! I colleghi, piuttosto son buoni con me, e quei signori della stampa!... – E fai dei discorsi anche! – Così... qualche parola; ogni tanto, porto il saluto della Sezione, nei convegni, nei comizi.... – ...Nei congressi. – Già. Ma pel Congresso ho pronti dodici discorsi. Cecco Rocco ha dei segni di spavento. – Che vuoi! bisogna dir tutto e non aver peli sulla lingua: anche la nostra Unione ha bisogno di essere rinnovata dalle radici. – Hai ragione, ci vuole una riforma... – ...Radicale! Ed io apposta mi sono iscritto nel partito radicale, che poi, mentre ha un sapore di sovversivo, permette anche la partecipazione al potere, e se non si conquista il potere non si fa nulla... Se non si è in cima all'albero... – ...Non si possono rinnovare le radici: è naturale! – Bravo! Vedi che le verità non sfuggono alle persone intelligenti. Peccato davvero che un maestro come te debba essere sacrificato laggiù a Capracotta! – Ma no: Capracruda! – Fa lo stesso. Del resto credi tu che se i signori della Presidenza dell'Unione avessero avuto un po' di buona volontà non avrebbero potuto migliorare le condizioni di voi colleghi di Capra...? – ...cruda. – Chi ha mai preso a cuore gl'interessi vostri? La vostra voce lassù non arriva. – Dici bene: bisogna portarcela! Giusto nell'ordine del giorno del Congresso c'è anche l'elezione dei consiglieri... L'autocandidato ha un sorriso un po' amarognolo: – Ah, ma che speri? Sono sempre gli arruffoni che vanno su; gli altri debbono lasciar fare. E t'assicuro che tra quelli che rimangono giù, vi sono dei valorosi che scrivono in tutti i giornali, di politica, di questioni scolastiche... – Di arte, di letteratura, di cucina... – E parlano... – E presiedono Sezioni. Ma lascia fare. Questa volta il mio voto è per te. L'autocandidato protesta: – Che dici mai! Non parlavo mica... Troppo buono. – Via, via, bando ai complimenti: tra colleghi. E poi è ora d'imporsi: ho degli amici, il loro voto non lo negheranno... Peccato, però, che essi siano teste un po' calde, mentre tu... soltanto così radicale! L'autocandidato non si scoraggia: – Oh, finalmente, le idee camminano! Quando si è sulla strada, se occorre un passo di più, io non ci guardo! Ma quasi sempre, al responso delle urne, s'accorge che è proprio la sua candidatura quella che non cammina! Angelo Magni Fonte: Agnolo, L'autocandidato , in «I Diritti della Scuola», VII:44-45, Roma, 30 agosto 1906.
- Gregorio
Il sole ormai alto riscaldava l'aria e la sua luce s'infilava tra le case del corso animato di gente affaccendata oppure desiderosa di trascinarsi pigramente da un estremo all'altro per godere della bella giornata, del cielo azzurro in cui netto si stagliava la sagoma di Monte Campo. Nella piazza del Municipio confluivano in molti dalle strade vicine, qui s'incontravano giovani e anziani, promesse ed esperienze. Un'edicola fornita di pochi numeri di giornali e qualche rivista era una meta importante, un collegamento minimo con il resto del mondo; è proprio di ritorno da qui e diretto verso casa che Gregorio con il giornale in mano si fermava a salutare qualche conoscente e scambiava della chiacchiere; distinto, quasi professionavele coglieva ogni spunto per un'indagine sottilmente filosofica sull'esistenza umana e con altrettanto entusiasmo, se gli si dava l'occasione, si soffermava a celebrare l'arte figurativa che lui da autodidatta coltivava con interesse. Proprio la descrizione accurata della tecnica appresa tradiva un sogno non del tutto realizzato, una passione non pienamente soddisfatta, quanto piuttosto un impegno con se stesso, con la sua naturale inclinazione. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- Caso Fontana: giustizia a orologeria o visione patrimonialistica della cosa pubblica?
Lunedì il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è intervenuto nell'Aula del Consiglio regionale con una lunga comunicazione volta a informare sulle vicende riguardanti le indagini in corso su di lui. In realtà, Fontana non ha affrontato solo questo argomento, ma ha fornito una ricostruzione puntuale di quanto accaduto nei mesi scorsi, nel pieno dell'emergenza da Covid-19 che ha colpito la regione da lui governata più di ogni altra realtà del nostro paese. La Lombardia è nell'occhio del ciclone per la gestione della pandemia e l'inchiesta sui camici e il materiale sanitario prodotto per la Regione dalla ditta di proprietà del cognato e della moglie del Governatore rappresenta soltanto l'ultima di una serie di indagini che stanno interessando la Giunta lombarda. Ma veniamo ai fatti. In piena emergenza la Regione Lombardia, alla disperata ricerca di dispositivi di sicurezza individuale (camici, mascherine ecc.) si rivolge alle imprese della regione. All'appello risponde, fra le altre, l'azienda del cognato e della moglie di Fontana, il quale non si capisce bene se e quando venga informato di questa cosa (si dice che il 10 maggio ne sia informata la sua segreteria, anche se trattandosi di una domenica è piuttosto improbabile, quindi il Governatore ne sarà stato informato lunedì 11 o martedì 12; è inoltre alquanto singolare che debba venire a conoscenza del fatto dall'Assessore Cattaneo e non dalla moglie con cui vive... ma ciò non ci riguarda!). Si tratta di una fornitura di qualche decina di migliaia di camici per poco più di mezzo milione di euro. Un'inchiesta giornalistica di Report mette sotto la lente di ingrandimento su quel contratto, negli stessi giorni in cui Fontana decide di parlarne con il cognato. Gli articoli della stampa riportano che l'iniziativa di Fontana segue e non precede l'avvio dell'inchiesta di Report; anche in questo caso ballano due o tre giorni (fra il 12 e il 15 maggio), ma non è che con i pressanti impegni che in quei giorni il Governatore si trovava ad affrontare per fronteggiare la pandemia dovesse proprio correre ad incontrare il cognato... quindi possiamo in buona fede immaginare che, al di là dell'inchiesta giornalistica, lo avrebbe comunque fatto. Ad ogni modo sentito il cognato, lo convince su due piedi a trasformare la commessa in donazione. Probabilmente il cognato non avrà reagito molto bene, quel che però conta è che chiama e scrive un'e-mail in Regione per comunicare lo storno della fattura (peraltro, già emessa... che straordinaria rapidità!), e lo fa talmente di corsa che la Regione ha finora soltanto accusato ricevuta di quella e-mail, senza aver ancora proceduto alla formalizzazione della donazione secondo le consuete procedure (tra l'altro, non si capisce nemmeno se abbia formalmente risposto alla proposta di donazione, perché - e dobbiamo saperlo - in Italia anche una donazione, se riguarda la Pubblica amministrazione, non è una cosa che si può fare su due piedi!). Infine, a parziale risarcimento della perdita procurata, Fontana decide motu proprio di bonificare alla società del cognato 250 mila euro (circa la metà del compenso perso) da un conto di cui è intestatario in Svizzera. Un conto sul quale sono depositati più di cinque milioni di euro, risparmi di una vita della madre e del padre arrivati dalle Bahamas, dove erano originariamente collocati in due trust (un meccanismo di origini anglosassone, non proprio trasparente, per la gestione di fondi in rapporto strutturato con diversi beneficiari), successivamente sanati con voluntary disclosure per il fisco italiano. Valore e causale del bonifico ("camici") sono così singolari da allertare Banca d'Italia rispetto alle ordinarie procedure di inchiesta per riciclaggio. Dell'attività di Banca d'Italia vengono informati i magistrati che già stavano indagando sul caso dei camici per altre ragioni. E Fontana finisce nell'occhio del ciclone con un'indagine che si fa sempre più articolata e complessa. La vicenda, di per sé, sembrerebbe degna di un feuilleton, o di una telenovelas di quelle che ancora oggi vanno per la maggiore nelle serate del fine settimana delle reti Mediaset. Ed è in parte anche alimentata da dichiarazioni alquanto stravaganti del diretto interessato, che non ricorda esattamente quando fosse venuto a conoscenza della fornitura onerosa di camici da parte del cognato, si dice sorpreso del passaggio dei soldi dalle Bahamas (avendo sempre pensato fossero depositati a Lugano), afferma di non avere operato almeno dagli inizi degli anni Ottanta sul conto svizzero dove si trovavano quei soldi (anche se poi si scopre che di movimenti, e pure per cifre consistenti, su quel conto in anni recenti ci sono stati), e non ricorda neppure di aver pagato all'Anac una multa di mille euro, per aver omesso di dichiararli nel suo stato patrimoniale del 2015, l'anno in cui i cinque milioni di euro depositati a Lugano vennero sanati. Insomma, visto il modo maldestro in cui risponde ai rilievi che gli vengono mossi, c'è proprio da ritenere che Fontana si sia sempre comportato in perfetta buona fede. Anche perché è poco plausibile pensare che un amministratore pubblico di esperienza e un professionista navigato come quale il Governatore della Lombardia è, con un passato ricco di importanti incarichi societari (Missoni, Fiera di Milano, Macchi, SIAE SpA ecc.) e di governo (Sindaco di Induno Olona e Varese, Presidente del consiglio regionale lombardo e infine Presidente di Regione Lombardia), possa essere vittima di svarioni così eclatanti. Non dobbiamo però dimenticare che - piccolo particolare non del tutto indifferente - stiamo parlando del Governatore della Lombardia, mica del Sindaco di Capracotta (con tutto il rispetto per il Primo cittadino e i circa 800 abitanti di quell'ameno comune del Molise). L'indagine giudiziaria farà il suo corso e potrebbe anche non sorprendere (come già accaduto in altre occasioni) che alla fine Attilio Fontana risulterà non aver commesso nessun reato. Ma il problema politico resta ed è grande come una casa. Non si tratta tanto dell'opportunità o meno, per un Presidente di regione, di lasciare via libera a propri congiunti in una cospicua commessa dell'amministrazione di cui si è a capo. In circostanze di emergenza, come quelle in cui si trovava la Lombardia qualche mese fa, potrebbe essere del tutto trascurabile se a rispondere all'appello per risolvere un problema di scarsità di camici fosse anche un'azienda che ha legami familiari con il capo dell'esecutivo. Ciò che è grave sta nel fatto che un amministratore pubblico di lungo corso, nonché un avvocato professionista con tanto di studio affermato, come appunto è Fontana, non abbia deciso di rispettare alcune regole minime di condotta che riguardano chi riveste una carica pubblica. Tenere un comportamento ispirato a principi di trasparenza, evitare improvvisazioni del tutto incompatibili con la gestione della cosa pubblica, non accertarsi - come avrebbe dovuto fare, una volta a conoscenza del fatto - della correttezza delle procedure amministrative seguite dai propri congiunti. Sono aspetti fondamentali che devono ispirare e contraddistinguere l'azione di chi esercita una funzione pubblica di governo come Fontana. E quel che sorprende, nella sua comunicazione di ieri al consiglio regionale lombardo, così come nella difesa della sua condotta esercitata dai suoi colleghi di partito, Matteo Salvini in testa, è che non si intraveda il benché minimo straccio di cultura delle istituzioni e della loro terzietà. Fontana, così come la Lega e Salvini, trattano la cosa pubblica adducendo ragioni di natura privata. Come nel più retrogrado e tradizionale patrimonialismo, nel senso weberiano del termine, il rispetto di principi di trasparenza, correttezza procedurale e separatezza della pubblica funzione dal propria sfera privata, come stile distintivo dell'amministratore pubblico, viene derubricato e messo in un cantone, in virtù di un pratico richiamo alla sostanza delle cose. Una persona non può essere indagata per una donazione. Sì, ma questa donazione non è un semplice affare di famiglia (ciò che, peraltro, per la legge italiana, richiederebbe comunque un atto di certificazione da parte di un notaio). È qualcosa che riguarda un'ente pubblico come Regione Lombardia, così come riguarda Attilio Fontana in quanto Presidente della Giunta di quella regione. Se Fontana e la sua Giunta, la Lega e il centro-destra lombardo, Matteo Salvini non se ne rendono conto è un problema. Pretendere di parlare in nome del "popolo" (italiano o lombardo che sia, poco conta!) non può significare trattare come casa propria le istituzioni della Repubblica. E su questo non del tutto trascurabile aspetto, la magistratura politicizzata, la giustizia ad orologeria e il garantismo non c'entrano assolutamente nulla! Luciano Mario Fasano Fonte: https://blog.ilgiornale.it/ , 29 luglio 2020.
- La febbre di Tommaso
Maria Lucia Santilli era una delle mie trisnonne, nello specifico era la mamma di Maria Giuseppa Di Nucci, a sua volta madre della mia nonna paterna Elena Comegna (1925-2009). Per gli aneddoti che aleggiano sulla sua figura, credo che Lucia dovesse essere una persona piuttosto allegra e sagace, certamente saggia, e l'unica fotografia che conosco la ritrae nella tipica posa dell'epoca, anziana ma ben pettinata, lo sguardo serioso ma un pochino rassegnato. In fondo Lucia sopravvisse dieci anni alla sua prima figlia e quella è una brutta esperienza che segnerebbe chicchessia, in un qualsiasi periodo storico. Tuttavia era imperturbabile e utilizzava spesso l'espressione « via càcchie », come a voler ingentilire l'inflazionato « via càzze »! Si pensi che un giorno, in campagna, si tagliò un dito che le rimase penzoloni; a chi le intimò di andare immediatamente in ospedale, rispose: « Ne tiénghe àrr'e nòve! ». Fatto sta che il 14 giugno 1897 Lucia aveva sposato Tommaso Di Nucci, un umile bracciante. Il loro fu un matrimonio semplicissimo ma felice. L'unico problema risiedeva nel fatto che Tommaso, col passare degli anni, cominciò a soffrire di asma e di forti emicranie, alternate a frequenti stati febbrili. Da perfetta casalinga qual era, Lucia si occupava dell'intero governo della casa e immagino che deve essere accaduto in una grigia mattinata di aprile allorquando, uscita di casa per fare la spesa, si sentì chiedere dalla sua vicina impicciona: – Er Lucì, gnà ŝtà marìttete? – Addumàne i vè la fèbbre a Tumàse! – volendo intendere che lo stato di salute di suo marito era talmente prevedibile, e sempre in senso negativo, che le speranze di vederlo fuori casa erano davvero poche. Ancor oggi, quando una persona sta per ricevere un grave incarico che siamo certi non apprezzerà, a Capracotta si usa dire: « Addumàne i vè la fèbbre a Tumàse ». Una vera e propria cit. , come dicono sui social network! Francesco Mendozzi
- La "Contrada Popolo"
In questi giorni a Capracotta sono venuti alla luce i resti di quello che fu un fabbricato distrutto dalla furia nazista nel novembre del 1943. Il nostro concittadino Lucio Carnevale, dopo un attento intervento di recupero di una vasta area, ha rinvigorito nell'animo di tantissimi capracottesi i ricordi, quasi sopiti, di quelle tristi giornate del 1943 quando la nostra cittadina fu quasi totalmente distrutta dalla follia nazista. Tutto ciò accade a settant'anni dalla distruzione di Capracotta, un lungo periodo durante il quale si è sempre parlato di quei giorni e dei patimenti della nostra gente, ma oggi possiamo vedere nella sua cruda realtà i resti di una delle tante abitazioni che andarono distrutte. Possiamo sicuramente dire che Capracotta ha acquisito al patrimonio collettivo un vero e proprio monumento alla memoria di quelle disperate giornate. Lucio ha voluto ricordare per brevi cenni le vicende di quella abitazione, andando a ritroso nel secolo scorso. Ricorda i protagonisti di questa storia, che sono diversi e fa dei riferimenti ben precisi desunti da atti che custodisce gelosamente tra le sue carte, tra i ricordi della sua famiglia. La casa era molto grande con circa 18-20 vani, dislocati su più piani, già appartenuta alla famiglia Pettinicchio, nella zona chiamata Contrada Popolo. Nel 1924 l'immobile fu acquistato dalla signora Di Ciò Romilde, di Agnone. Di seguito la trascrizione della parte introduttiva dell'atto notarile di compravendita dell'immobile risalente al 1924. Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d'Italia. L'anno 1924 il giorno 18 del mese di Novembre, in Capracotta nel mio studio in via Sant'Antonio 39, avanti a me Filippo Falconi, notaio, si sono presentati Conti Cav. Tommaso, fu Pasquale (nonno dei medici Conti Antonio, Tommaso, Paolo, Letizia e Michelina) e dall'altra la signora Di Ciò Romilde fu Giandomenico da Agnone. Questo il racconto di Lucio: – Dopo soli 19 anni dal suo acquisto (dicembre 1924-novembre 1943) la signora Di Ciò vedeva svanire la sua abitazione minata ed incendiata dai tedeschi, cosa accaduta anche a tante altre abitazioni di Capracotta. Abitazioni che si incastravano l'una con l'altra, con proprietà diverse, che durante la fase della ricostruzione diedero luogo a controversie, anche di natura legale. La furia nazista colpì anche l'abitazione di mio nonno, Antonio Carnevale, che aveva una abitazione che come altre si intersecava con la proprietà altrui, quelle della signora Romilde Di Ciò e della famiglia di Silvestro De Renzis. Nei giorni successivi alla distruzione ci fu un fuggi fuggi generale di tutti. A Capracotta la storia ci ricorda che rimasero pochissimi abitanti, tutti gli altri su ordine delle autorità militari furono trasferiti come sfollati in Puglia ed in altre località. Iniziò la ricostruzione, mio nonno Antonio, che aveva otto figli, impartì ai figli maschi, tra questi anche a Giacomo, mio padre, l'ordine di preparare due fazzoletti, uno per il naso e uno per il sudore. Ma la ricostruzione portò ai problemi dovuti alle proprietà che si incastravano e si intersecavano tra di loro. Così accadde anche per la proprietà di mio nonno che per poter ricostruire quanto di esclusiva proprietà, non potendo assolutamente fare diversamente, dovette ripristinare anche parte delle proprietà di altri, della signora Romilde Di Ciò e della famiglia di Silvestro De Renzis. Mio nonno con al seguito mio padre, che era il più istruito della famiglia (seconda elementare) e sapeva fare di conto, chiese alle famiglie De Renzis e Di Ciò un contributo per le spese sostenute per ricostruire anche parte delle loro proprietà. La risposta fu picche per entrambe le richieste, anzi la signora Di Ciò chiese a mio nonno un risarcimento per un muro di confine che il veterinario, nonché geometra, Turchetti Giuseppe periziò il 14/11/1950 con giuramento davanti al cancelliere Carnevale Mario nella sede della pretura di Capracotta. Copia della perizia a firma di Turchetti è in mio possesso. La perizia fu di 12,6 metri cubi di muro da risarcire, per un totale di 40.320 lire oltre al valore pari a 69.680 lire per un corridoio che la signora di Ciò non volle riprendere cedendolo a mio nonno. L'impiego totale veniva pagato con 80.000 lire contanti e 30.000 lire con cambiale (l'originale è in mio possesso). Alla scomparsa della signora Romilde Di Ciò, la proprietà si trasferisce a favore di altri soggetti. Stiamo parlando di macerie e dell'area di sedime del fabbricato distrutto e di quel poco che restava della casa, dove tra le altre cose nel passato esisteva una oreficeria. Dopo una lunga trattativa nell'aprile del 2013 ho acquistato dall'erede della signora Romilde Di Ciò, unitamente a mia nipote Anna (sovvenzionata dal padre ricco, Franco), le macerie di quello che fu un grande fabbricato prima che fosse distrutto dai nazisti. Dopo l'acquisto mia madre con grande franchezza mi disse: «Figlio mio hai comprato la sterratura». C'è stata una breve pausa. Poi sono iniziati i lavori, con tanta paura perché l'abitazione era stata utilizzata dai tedeschi come deposito per le munizioni, ma grazie ad un accorto lavoro, molte volte manuale, è iniziata l'opera di recupero dell'area. Oggi quel cumulo di "sterratura" come definito da mia madre è stato rimosso, sono tornati alla luce vecchi pavimenti, le basi delle mura perimetrali, un pezzo di muro alto circa 3 metri e resti di oggettistica, tutta recuperata. Un luogo dove tutti si fermano a guardare, dove tutti vogliono sapere. È il nostro passato, la nostra storia, una storia che non è ancora finita. Lucio Carnevale Fonte: L. Carnevale, "Contrada Popolo", da sporca e degradata, riconsegnata a nuova vita , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.
- Mattone dopo mattone
Il narratore, come instancabile mastro carpentiere, deve raccogliere tutte le energie per affilare e cementare le parole giuste e, mattone dopo mattone , la struttura della storia vive sempre in una incredibile combinazione di pensieri, di idee e di volti. Ogni personaggio trova il suo spazio ed è pronto per salpare verso quel viaggio immaginario e simbolico, nel quale porterà come unico e malconcio bagaglio la propria esistenza e, con essa, quella spolverata di fantasia e di leggerezza degli anni lievi; quel carico di malinconia e di solitudine degli anni maturi; quel fardello troppo pesante degli anni di vecchiaia, talora alleggerito dalla magia di uno sguardo a ritroso che fa brillare, tutto d'un fiato, l'incredibile viaggio della vita. Un piccolo paese di montagna fa da sfondo a questa nuova avventura dove i protagonisti sono gli uomini e le donne che, per incanto, rinascono dai ricordi di una grande casa sita nel quartiere di San Giovanni ed ancora brillano come stelle dalla luce inesauribile. La bianca facciata sbruffata, nemmeno intaccata dal grigiore del tempo, rievoca il silenzio ovattato del paese innevato dove il vento e la neve danzano in coppia, intessendo danze vorticose come giri di valzer nell'aria. L'aria, da silente qual era, improvvisamente diviene carica di energia e lungo la strada di San Giovanni, lastricata dalle quadrate pietre regolari e ben tagliate, il vento ruba la scena all'aria mite intessendo mulinelli di folate, tanto poderose e forti da spostare il peso di un uomo vigoroso e dalle spalle possenti. Dalle finestre sulla via di San Giovanni si apre lo spettacolo mozzafiato della Maiella, la "Montagna Madre" degli Abruzzesi o "Padre dei Monti" come la definì Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia . Lo sguardo incantato si perde nella cresta dei monti e nell'orizzonte, ancora più lontano, e, come la memoria, si immerge nei ricordi di una vecchia casa che ancora sa parlare di sé e degli uomini e delle donne che l'hanno abitata. Tutti i componenti della famiglia, vicini e lontani, sono intenti, con le azioni e con il pensiero, a svuotare la grande casa Carnevale dagli infiniti oggetti e dalle suppellettili varie e tutti, chi più chi meno, hanno trovato qualche piccolo segno capace di rinverdire il cuore e di alimentare il ricordo fiero delle proprie radici montane. La sala della bisnonna Michela, fatta di legno scuro ed intagliata con delle minute figure di angioletti sospesi nell'aere, giace lì con appeso un bigliettino giallo con la scritta: "Non buttare". I locali sono vuoti e la memoria li rivive ad uno ad uno come nella sequenza di un vecchio film dalla bobina consunta, del quale solo ora scopro la trama: la vecchia bottega ( putèca ) di falegnameria di nonno Giulio e zio Giacomo, alla quale si accedeva attraverso una curiosa porta angolare di colore chiaro, utilizzata da noi bambini come una specie di altalena rustica per via di un predellino interno; il grande terrazzo dal quale ancora si può godere del verde fogliame dell'albero di noce; l'orto, senza tempo, che un tempo era affollato di fiori dai colori intensi e di belle piante bulbose e rigogliose. L'operazione "svuotamento casa" tira fuori i ricordi e dai cassetti tanti documenti che parlano di quelle persone come se ancora fossero lì a ricordare che una casa si può svuotare ma la memoria no, quella resta salda nella vita di ciascuno e conferisce dignità ed identità a quello che siamo diventati con il trascorrere del tempo. Un prologo più ampio per significare che gli oggetti ed i luoghi sanno parlare e persino raccontare degli uomini e delle donne che un tempo li hanno posseduti. Primiano Carnevale, il mio bisnonno, nonostante ne avessi tanto sentito parlare, l'ho scoperto, anche nell'anima, durante questa strana operazione "svuotamento casa" come persona fiera ed allegra, dotata di forza d'animo e di cuore gentile; sposatosi ben presto con Michela Ianiro, che portò in dote addirittura una parte della vecchia casa, ebbe sette figli: Filomena, l'unica femmina, e sei maschi, dei quali, Giovanni, Cesare, Costantino e Pasqualino seguirono la strada tracciata da Don Bosco e si fecero preti; gli altri due, Giacomo e Giulio, divennero falegnami come san Giuseppe e sposarono le due sorelle Maria ed Anna, detta Annina, la quale, a sua volta, ebbe sette figli. Filomena, l'unica femmina, sposò un cancelliere e ben presto partì per la sua nuova vita. Come in un moderno social network , le loro vite sgorgano, in uno con l'energia ed il dolore di quegli anni, dal linguaggio pacato e forbito delle tante lettere rinvenute nei vecchi cassetti, dal tono aulico e burocratico dei documenti e dai colori sbiaditi delle cartoline d'epoca, tutte conservate con una cura per i ricordi come se celassero ancora istanti di vita non consumati. Nella grande casa abitavano tutti insieme, secondo gli usi del tempo, e tutti insieme dovettero affrontare lo strazio dello sfollamento; lo storico documento rinvenuto tra le vecchie carte, reca la firma del Commissario Prefettizio (data 8 novembre 1943) ed attesta, purtroppo senza possibilità di smentita: ...che la famiglia del Sig. Carnevale Primiano [...] a seguito dell'avvenuta distruzione dell'abitato di questo comune ad opera delle truppe tedesche si trasferisce nel comune di Agnone (prov. Lo Basso). Si rilascia il presente per far constatare quanto è detto e perché la suddetta famiglia possa usufruire dei mezzi di trasporto che le Autorità Anglo Americane potranno mettere a disposizione della stessa per il raggiungimento del Comune di Agnone. Beni perduti: mobili, suppellettili ed effetti personali dell'intera famiglia e abitazione propria. La strada che condusse ad Agnone fu colma di sofferenze perché molti uomini - oltre ai beni perduti - sembrarono avere perso anche la speranza di poter continuare a guardare oltre l'orizzonte; in molti si sentirono incapaci di rimirare le nuove albe dai colori rosati ed i tramonti dalle sfumature cangianti, come se la dolorosa esperienza bellica avesse sbiadito i toni dell'iride e tutto prendeva la configurazione di un film muto, in bianco e nero: niente più voci, niente più colori! Subito dopo lo sfollamento, giunta l'epoca della ricostruzione, nonno Primiano tuttavia non si perse d'animo e allestì una piccola fabbrica di mattoni (detta la Pincera o pinciera ) con la quale aveva in animo di procurare a sé ed ai suoi compaesani il materiale per l'edilizia da riedificare. La lettera (data 13 settembre 1945) indirizzata da nonno Primiano al figlio don Costantino, all'epoca cappellano militare, testimonia la fatica e le preoccupazioni di quel tempo e così, mattone dopo mattone, pare di udirne ancora la voce: Amato Figlio... Domani, a Dio piacente, si darà fuoco alla prima cottura di mattoni. Io sono stato per due giorni al bosco a fare due traini di ceppe per casa ed ho fatto una buona provvista. Cerca di provvedere un po' di potassa se da costà se ne trova [...] Amoroso mi dice che sono sospesi gli attacchi di luce elettrica perciò l'attacco alla chiesa di S. Giovanni non può farlo e sarebbe un guaio se la novena si dovesse fare all'oscuro perciò ti prego di scrivere all'Unione Esercizi Elettrici per tale attacco. Rispondi subito. Ringraziandoti ti bacio. Papà. Che emozione nel leggere le preoccupazioni di quegli uomini, che nel periodo di guerra avevano perso tutto (mobili, suppellettili ed effetti personali dell'intera famiglia e abitazione propria) eppure si preoccupavano della piccola Chiesa di San Giovanni perché sarebbe stato un guaio recitare le novene all'oscuro! Le preoccupazioni non mancavano davvero per questi uomini vissuti negli anni dolorosi ed intensi e nonno Primiano morì di lì a poco per una violenta polmonite cagionata dalla fatica e dall'affanno derivati - come si dice - dall'avere impegnato tutto se stesso, e la propria vigoria, nella organizzazione della festa di san Giovanni. Tra le carte, ecco che spunta un doloroso cordoglio, scritto di pugno dal fratello Vincenzo alla mia bisnonna Michela; la lettera, dai toni intensi e drammatici, riassume il dolore e la fatica di quegli uomini e di quelle donne vissuti nel tempo della guerra e così ora par di ascoltare una voce ferma e dolente declamare: Carissima sorella, il 1943 ci ha fatto andare in rovina, le nostre case ed i nostri averi, il 1944 ci ha mandati esuli e raminghi ed il 1945 ci ha immersi nel lutto privandoci degli affetti più cari. Nel comune dolore piango con voi l'immatura perdita del caro Primiano ed esorto te ed i tuoi ad una santa rassegnazione, unico conforto a tanta sciagura. La rassegnazione, si sa, consente ai saggi di attraversare con passo più leggero il guado doloroso dell'esistenza e di rendere meno grave il peso delle inevitabili fatiche del vivere; così fece nonna Michela negli anni a venire e per superare gli anni difficili ed il lutto prematuro si dedicò alla casa, alle minute cose di ogni giorno, ai figli e ai nipoti. La lunga veste nera, talora grigia, abbellita da piccoli scialli, dai colori pastello, ben confezionati all'uncinetto e sempre appoggiati sulle spalle a scongiurare la potenza dello spiffero montano, agghindavano una femminilità d'altri tempi composta e quasi nascosta. Gli occhi ridenti, dal colore nocciola, lanciavano penetranti scintille di luminosità a chi muto li interrogava e rivelavano tratti sapienti ed arguti, dai modi semplici e raffinati. La tempra dai cromosomi robusti e longevi le aveva consentito di sfidare le intemperie ed il logorio del tempo, come si attraversa un lungo mare, senza mai smettere di tenere ben saldo il remo della piccola barca che conduce alla riva. Il suo passo fermo, mi pare ancora di udirlo rintronare nelle piccole orecchie, calcare il solaio malfermo e ballerino della vecchia sala, tutta ricostruita con le traversine della ferrovia dismessa per fare economia sui materiali al tempo della ricostruzione. Nonna Michela era solita preparare profumati brodini vegetali, quasi anticipando la moda della cucina salutistica; ne ricordo ancora l'odore rimasto impresso nella mia memoria olfattiva di bambina, sempre così impegnata nella ricerca del segreto della vita da immagazzinare i volti, i profumi ed i racconti di quelle belle estati dell'infanzia. La sua ricetta miracolosa era quel profumato brodino, che consumava tutte le sere, segno di una alimentazione essenziale e fatta di pochi e selezionati ingredienti. La casa, superati gli anni difficili, era sempre allietata dal rumore giocoso di molte persone ed era come se vivesse, in uno con gli uomini e le donne che l'abitavano, di una vita allegra ed insolita dove gli umori, gli ardori, i dolori e le gioie, con una imponderabile mescolanza, rivelavano segnali di una vita autentica e di forte socialità. La casa pulsava nei rumori della falegnameria dove i piccoli apprendisti si recavano per imparare il mestiere ed emanava odori intensi: il profumo del legno segato di fresco evoca ricordi teneri ed infantili, come se l'odore di quei trucioli fosse ancora lì a parlare di quelle persone. Nonno Giulio con i suoi petressi (ovvero piccoli pezzi di legno tagliati in modo regolare, proprio come delle pietre quadrangolari, da qui forse il termine dialettale) mi procurava rudimentali giocattoli, per i quali io andavo pazza tanto da custodirli gelosamente come un antico tesoro. La sua maestria artigianale era accompagnata anche da un forte impegno verso la società civile come rivelano i vecchi "Schemi di lezione per la formazione politica e sociale" della nascente Democrazia Cristiana, custoditi nel vecchio cassetto del comò. Pagine sbiadite e giallognole dove si spiega il senso del vivere politicamente, a cui consegue «il dovere di una preparazione morale» e il «dovere di una preparazione culturale». Trovo anche il libro mastro con l'annotazione della contabilità della piccola Chiesa di San Giovanni. In quel quaderno, dal sapore antico, le entrate, le uscite ed i riporti sono indicati in grafia stilografata, bella e precisa, quasi si fosse trattato di redigere un bilancio di una moderna società multinazionale. Quanti volti riemergono dalle stanze vuote della vecchia casa; volti di uomini e di donne legati alla terra ed alle radici inestirpabili delle proprie origini montane; volti che hanno saputo lasciare traccia, come firma indelebile, nei piccoli gesti e nelle povere cose possedute. E così... mattone dopo mattone... tutti i volti cari riappaiono e sembrano ancora parlare di sé, col solo monito di non disperdere i semi della loro esperienza perché, mattone dopo mattone, come casa dalle solide fondamenta, si costruisce l'esistenza e si diventa uomini e si diventa donne... e si impara a camminare con passo fermo sul solaio ballerino della vita. Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Mattone dopo mattone , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Analisi del caciocavallo
Il caciocavallo è il vero e legittimo rappresentante del caseificio dell'Italia Meridionale, dove ebbe la sua origine. Si fabbricano, è vero, caciocavalli in alcune località della Lombardia; ma i centri di produzione più importanti trovansi nell'Agro Romano, negli Abruzzi, nelle Puglie, nella Calabria, nella Basilicata, ecc. Il consumo maggiore di esso viene fatto nell'Italia Meridionale; persino quello che si fabbrica in Lombardia viene quasi intieramente consumato laggiù. Tuttavia è probabile che fra qualche anno la fabbricazione del caciocavallo possa maggiormente estendersi, poiché, indipendentemente dalle sua qualità specifiche, esso si può fabbricare in tutte le stagioni, non dà scarti ed è di facile conservazione. La composizione chimica del caciocavallo non venne fin qui studiata, almeno ch'io sappia, da nessun sperimentatore. Ma se è interessante di conoscere, specialmente nei riguardi della chimica alimentare, la composizione di questo importantissimo tipo di formaggio, non si può pretendere di averne un giusto concetto con le due analisi che ora io presento, poiché è presumibile che le condizioni speciali dei vari centri di produzione, e i metodi di fabbricazione un po' diversi da un sito all'altro, possano esercitare un'influenza anche sulla composizione chimica del formaggio. Il metodo di fabbricazione, ad esempio, usato nell'Agro Romano, è diverso da quello che viene seguito in altri luoghi; il caciocavallo prodotto in Lombardia è ordinariumente preparato con latte mezzo scremato, mentre nell'Italia Meridionale si adopera sempre latte intero. Guidato da queste considerazioni, io infatti mi sono procurato parecchi campioni di caciocavallo nei vari centri di produzione; senonché per molte circostanze, che qui trovo inutile di dire, non mi fu dato di ultimare che due sole delle molte analisi incominciate, e sono quelle appunto cui la presente nota preliminare si riferisce; quanto prima mi sarà possibile, tornerò sull'argomento. I campioni da me analizzati provengono dalla R. Scuola pratica di Agricoltura di Scerni, e furono preparati dal Sig. Agostino Santilli, capo-coltivatore di quella Scuola, al quale devo la cortesia di alcune utili informazioni a loro riguardo. Il campione n. 1 venne fabbricato con latte di vacca intiero; quello del n. 2 con una mescolanza di latte di vacca centrifugato mediante la Baby-Laval e di latte di pecora contenente l'otto per cento di burro. Il n. 1 ha colore giallo-pallido e sapore gradito non molto marcato del caciocavallo; il n. 2 è fortemente colorato, come se lo fosse artificialmente, ed ha sapore leggermente pecorino. È importante, secondo il mio avviso, l'esperimento fatto dal Sig. Santilli col mescolare del latte di vacca centrifugato a quello di pecora intiero, per le conseguenze tecniche ed economiche che ne potrebbero derivare, allorquando questa mescolanza fosse praticata sopra vasta scala, tanto più che, dal lato tecnico, l'esperimento in discorso mi sembra abbia dato buoni risultamenti. Non credo ora né logico né prudente, per la scarsezza del materiale da me analizzato, di soffermarmi a considerazioni speciali, a riavvicinamenti e confronti. Questi saranno da me fatti a suo tempo, allorquando potrò raccogliere in un quadro molte analisi di caciocavalli di varia specie e provenienza. Non posso però fare a meno di notare fin d'ora il grado di concentrazione (se così mi si permette di esprimermi) dei singoli principi alimentari nei campioni da me analizzati, per mettere in maggior rilievo l'importanza di questo tipo di formaggio in riguardo appunto alla alimentazione. Le analisi in discorso furono eseguite seguendo in gran parte il metodo da me adoperato nell'analisi del cacio pecorino; devo soltanto avvertire che la proteina pura fu determinata col metodo di Stutzer mediante l'idrossido di rame fungoso sopra 1 grammo di sostanza secca e digrassata. Il precipitato rameico lavato e disseccato servì alla determinazione dell'azoto col metodo di Kjeldahl. Giuseppe Sartori Fonte: M. Zecchini, Le stazioni sperimentali agrarie italiane , vol. XXII, Bianchi, Asti 1892.
- Squarcione
Poche cassette di frutta e verdura sprigionavano fragranze fresche e pungenti che si diffondevano nella piccola stanza spoglia fino alla porta e poi si mescolavano agli odori della strada. Passando si poteva aspirare quel profumo che nell'aria tersa di montagna acquistava più forza e rappresentava una piacevole alternativa a quello acre del fieno e dello sterco degli animali presente in certe vie del paese. I colori erano inconfondibilmente quelli dell'estate: dei peperoni, delle melanzane, delle pesche, delle pere, che facevano una tavolozza variopinta quando il sole superava la soglia e illuminava l'interno della bottega di Squarcione, piccola e di un gradino sotto il livello della strada. Non c'era certo una folla a fare la spesa, ma le poche donne attratte dalle primizie, alla richiesta di quello o di quell'altro, combinavano un bel cicaleccio tutto intorno. Lui cercava di accontentarle, di rassicurarle sulla qualità, il peso, il prezzo, ma si spazientiva quando qualcuna metteva in dubbio la freschezza e la bontà della merce. Allora Squarcione arrossiva contrariato, scoprendo i capelli tutti bianchi sollevava un po' il berretto come fosse diventato d'impaccio e, nel rimetterlo, lo poggiava leggermente di traverso, intanto si accalorava e il suo aspetto un po' burbero finiva per sciogliersi a qualche compromesso, consapevole di non avere che pochissimi concorrenti in quegli ambulanti che salivano dai paesi vicini fino sulla montagna. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- L'epigrafe di mons. Baccari nel cortile di San Bartolomeo
Casualmente mi è capitato di accedere ad un cortile della chiesa di San Bartolomeo, nel centro storico di Campobasso (non è semplice entrarvi perché non aperto al pubblico). All'interno di esso ho notato, oltre una curiosa nicchia, un'epigrafe settecentesca. Essa è testimoniata anche dal Gasdia che la colloca però «sulla parete che sovrasta gli archi della nave in corno del Vangelo». L'epigrafe si trovava quindi dentro la chiesa, almeno fino al XVIII secolo. Ma cosa c'è scritto? D.O.M. PRINCIPEM HANC ARAM FRANC(iscus) DE BACCARIIS EP(iscop)VS THELES(inus) DIE XXX MAIJ MDCCXXVI NEC NON ECCL(esi)AM HANC CVM RELIQVIS DVOBVS ALT(aribus) S(anctæ) M(ariæ) ANGELOR(um) ET S(ancti) DONATI DOM(inicus) ANT(onius) MANFREDVS EP(iscop)VS BOJANEN(sis) DIE III JVL(ii) MDCCXL SOLEMN(iter) DEDICAVIT IPSAMQVE VISITANTIB(us) DOM(inica) I JVL(ii) XL DIES INDVLGENTIÆ PERPETVO CONCESSIT L'epigrafe è chiaramente settecentesca. Il 30 maggio 1726 il vescovo della diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata dei Goti Francesco Baccari (nato a Capracotta l'8 ottobre 1679 e morto a Cerreto Sannita il 13 maggio 1736) consacrò anche l'altare maggiore di San Bartolomeo. Il 3 luglio 1740 il vescovo di Bojano Domenico Antonio Manfredi consacrò l'intera chiesa ma in particolare due altari: quello della Madonna degli Angeli e quello di San Donato. Interessante come un vescovo di una diocesi campana viene interpellato nella consacrazione della chiesa. Inoltre c'è da dire che il fratello del nostro Francesco Baccari, ovvero Nunzio Baccari, fu vescovo della diocesi di Bojano dal 1716 al 1737 e sotto il pontificato di Benedetto XIII (Orsini, che conosciamo bene) fu vicegerente a Roma. Probabilmente, proprio perché il fratello era vescovo della diocesi di Bojano dal 1716, Francesco Baccari fu invitato a consacrare la chiesa di San Bartolomeo nel 1726. La famiglia Baccari, della quale abbiamo la foto dello stemma, era di origini chiaramente capracottesi. Libero Cutrone
























