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  • La Fonte di Santa Croce e la via... della "liscia"

    Nel '500 videro la luce, in luoghi remoti, manufatti di preghiera eretti con mezzi di fortuna da eremiti e mistici che si stabilirono nei nostri problematici e montani territori per sfuggire alle orde barbariche, per avvicinarsi a Gesù e per diffondere la sua Parola. A Capracotta nacquero molti insediamenti abitativi che diedero origine a contrade e fra queste spiccava Santa Croce, con chiesa e relativa fonte. È la prima fontana, attualmente viva ed esistente, che si trovava sulla pietrosa e trafficatissima mulattiera-autostradale che, partendo dalla località Casino, dove sta la croce della famiglia Campanelli, attraversava interamente il territorio di Capracotta (Casino, Lamatura, Santa Croce e Guastra) per poi collegarsi ad altre che terminavano ad Agnone. Il fondo stradale era costituito per la maggior parte da selci tronco-piramidali e da pietre inserite di taglio o di piano a seconda della pendenza, che per la manifesta accidentalità del percorso non permetteva l'uso della ruota, facendo evidenziare la necessità del trasporto di qualsiasi manufatto o della propria persona con quadrupedi, riportando di fatto il tempo alla preistoria. L'uso tradizionale dell'ardesia ( lìscia in dialetto capracottese) come materiale di costruzione era molto diffuso a Capracotta, giacché a Santa Croce esisteva una cava; si ritiene che in questa contrada l'ardesia fosse nota già in età sannitico-romana anche se le prime cave per l'estrazione della pietra grigio-scura si fanno normalmente risalire al X-XI secolo. Le povere "vetture" schiumavano e ansimavano per il peso delle lìsce e, da lontano, si poteva percepire lo sferragliamento degli zoccoli protetti dai curvi ferri che cercavano di aggrapparsi ed arpionarsi alle pietre inserite nel travagliato cammino, dove, sempre in agguato, vi era la minaccia d'un rovinoso scivolone dagli effetti imprevedibili. Era fondamentale l'esperienza del tettaro , il quale doveva essere in grado di riconoscere il corretto verso di posa delle lìsce per scongiurare problemi in corso d'opera, in quanto non era da tutti realizzare una copertura a regola d'arte col sottofondo della falda in legno d'abete. Per quanto concerne la Chiesa di S. Croce di Verrino va detto che la presunta estinzione è da attribuire all'anno 1433, anche se non sempre quello che si trova scritto è attendibile. «L'encomiabile lavoro di geolocalizzazione effettuato dall'associazione culturale capracottese "Terra Vecchia" nel dicembre 2010 - nelle persone di Pasqualino Potena, Michele Carnevale e Sebastiano Conti - ha portato a ipotizzare che il luogo in cui sorgeva la chiesa celestiniana di S. Croce fosse nelle immediate vicinanze dell'odierno Parco fluviale del Verrino». Negli ultimi cinquant'anni Capracotta ha perso gradatamente le sue fattezze di borgo antico: le lisce di colore grigio-nero furono sostituite con i coppi dal colore arancione schiattato! Visto che è sprofondata nell'oblio e visto che a tutti è nota la via della seta, noi possiamo consolarci, anche se in piccolo e come magra consolazione, con la nostra vecchia e cara via... della "liscia"! Filippo Di Tella

  • 2° Capracotta Trail

    In vacanza in Molise, decido di partecipare al Capracotta Trail, giunto alla seconda edizione, insieme a due compagni di team, uno con casa a Capracotta, l'altro che arriverà addirittura da Tivoli. Questa gara di corsa in montagna, organizzata dallo Sci Club Capracotta, prevede ritrovo, partenza e arrivo dallo stadio dello sci di fondo di Prato Gentile che è una località turistica di montagna del comune di Capracotta, nel cuore dell'Appennino molisano, ad un'altitudine di 1.575 m.s.l.m. Arriviamo sul luogo della manifestazione circa un'ora prima rispetto al previsto orario di partenza, ci attende un'atmosfera quasi invernale con nebbia e temperatura intorno ai 12°. Facciamo un po' di fila al ritiro pettorali, con grande stupore ci viene dato il pacco gara ed i pettorali personalizzati con nome e società: a me è assegnato il numero 1, che cercherò di onorare. Dopo esserci cambiati, ci dirigiamo in zona partenza che viene ritardata di circa un quarto d'ora, a causa delle code al ritiro pettorali. La gara è di circa 14 km., con un dislivello totale in salita di 600 m., con percorso completamente su fondo. I primi 3 km. di saliscendi si sviluppano inizialmente lungo la pista di sci di fondo "Mario Di Nucci", sede di numerose gare a livello nazionale ed internazionale, con un circuito in cui si ripassa sul traguardo dopo poco più di 2 km. Mi sento bene, nonostante il freddo, con il primo km in 4'33"; sono superato in discesa, mi difendo in salita, recuperando qualche posizione nei brevi tratti piani. Dopo circa 5 km. con il susseguirsi di saliscendi, ci addentriamo lungo i sentieri alle pendici di Monte Campo; qui ci sono tanti tratti in cui è impossibile correre, dato che è quasi esclusivamente in single track , la mia difficoltà aumenta per la presenza di rocce calcaree, con la presenza di muschio umido, che rendono il mio appoggio irregolare e scivoloso. La grande fatica è ricompensata dal panorama mozzafiato che ci accoglie in vetta a 1.746 m.s.l.m.; un panorama unico dell'Abruzzo e del massiccio della Majella, in cui in lontananza si vede anche il mare Adriatico, dato che nel frattempo sta uscendo il sole e la nebbia si è diradata. Ci sono innumerevoli posti ristoro con sola acqua, anche "alla buona", il percorso è ottimamente segnalato e ben presidiato. Il tracciato scende fino alla chiesetta di Santa Lucia, si passa per il Sentiero degli Stupori e si arriva in prossimità del Monte Ciglione: siamo già al 10° km. Da qui s'imbocca un sentiero ripido che porta alla cima e poi riscende con tratti pericolosi, a causa del fondo irregolare. Nei tratti più impegnativi ho subito il sorpasso di decine di runners , più allenati ad affrontare percorsi del genere; ma la cosa per me più importante è arrivare senza farmi male. Fortunatamente per me, negli ultimi 3 km., ci rimettiamo sulla pista da sci e l'ultimo tratto della gara si sviluppa lungo l'anello turistico di monte, che porta all'arrivo nello stadio di Prato Gentile; in questo tratto recupero 7-8 posizioni, e concludo la mia fatica con il real time di 1h37'25", ad una media di poco inferiore ai 7'/km; classificandomi al 60° posto assoluto su 124 arrivati. All'arrivo ci accoglie un lauto ristoro, con formaggio, bruschette ed acqua. I vincitori risultano essere: Giuseppe Mottillo (Runcard) in 1h10'08", ad una media di 5'23"/km; tra le donne vince, arrivando 18 ª assoluta, Iolanda Ferritti (Nuova Atletica Isernia) a circa dieci minuti dal vincitore. Alessio D'Alessio Fonte: http://magazine.podisti.it/ , 16 agosto 2017.

  • Fiume Trinio

    Questo fiume ora detto Trigno , prima d'irrigare la regione frentana, attraversa buona parte del Sannio , poiché nasce da due sorgenti nel monte di Capracotta, e bagna correndo all'est il circondario d' Isernia , dove ingrossa colle acque di sei altri piccoli fiumi. Prima di entrare nel distretto di Vasto , volgesi al sud presso Montenero , per dirigersi di bel nuovo all'est sino alla foce nel territorio di S. Salvo , fra Termoli e Vasto , dopo il corso di circa 35 miglia. Insino al medio evo imboccavasi nel mare con tre rivi, di cui il più grande riteneva nel X secolo il nome di Trinia maggiore ; e formar doveva un bacino capace di molti navili. Perciò Plinio lo distinse coll'aggiunto di portuoso ; ma non è più tale oggidi pe' naturali sconvolgimenti sopravvenuti alla spiaggia, dove mette foce. Taluno opina che il nome Trinum fosse derivato appunto dalla triplice diramazione del fiume che con tre fauci sboccava nel mare. Pasquale Albino Fonte: P. Albino, Ricordi storici e monumentali del Sannio Pentro e della Frentania , De Nigris, Campobasso 1879.

  • Natale a Capracotta

    Passai a Capracotta un indimenticabile Natale ospite di una coppia di amici; lui era uno stimato farmacista, lei una brava giornalista di Pescara, li avevo conosciuti perché entrambi lavoravano in Abruzzo. Non ricordo i loro nomi, sono passati anni e ci siamo persi di vista ma ho ancora impressa nella mente la gentilezza, l'ironia garbata e sagace non solo dei miei due ospiti ma delle tante persone che ebbi modo di conoscere in quella occasione speciale in cui presentai, nella Biblioteca della cittadina, il mio libro "Terratradita". Ebbi la sensazione di trovarmi fra gente che aveva conservato una identità precisa, gente generosa, accogliente, le qualità tipiche di un popolo antico. Passeggiando per il paese rimasi colpita dallo stemma comunale colorato e vivace, uno stemma così particolare che si riferiva chiaramente al nome del paese e che suscitò in me una tale curiosità da indagare su quel nome, Capracotta, così fortemente ribadito da quel simbolo, forte della convinzione che la tradizione non conserva nulla che non sia significativo. Chiesi ai miei ospiti notizie del paese ed appresi che la famosa Tavola Osca di Agnone in realtà era stata rinvenuta nel territorio di Capracotta nella località Fonte del Romito nelle vicinanze del Monte Cerro, non lontano dal fiume Verrino. Non potemmo visitare quel luogo perché fummo impediti dal cattivo tempo; così decisi di studiare il documento più antico che proveniva direttamente da quel territorio e tentare di trarre dalla Tavola Osca qualche informazione su quel nome di paese così antico, così evocativo di riti arcaici, Capracotta, il paese che si trova nel territorio che fu quello dei Sanniti Pentri. Paola Di Giannantonio

  • Celestino V tra ecologia umana e liturgie campanilistiche

    L'ecologia umana studia l'Uomo nell'ambiente, inteso come insieme di cultura e natura. L'ambiente naturale di Pietro da Morrone, vissuto nel 1200, fu quello del Sannio montuoso con vestigia storiche dell'antica civiltà dei Sanniti là vissuti tra l'VIII ed il III secolo d.C. Dopo Roma li sottomise ma dovette sostenere tre lunghe guerre sannitiche con l'umiliante sconfitta del 321 a.C. alle Forche Caudine. Nel Sannio si sono rinvenuti due significativi reperti religiosi: un'incensiere con scritta osca, forse del V sec. a.C. e offerto da una donna alla divinità segno di un'emancipazione femminile notevole (reperto rinvenuto dalla famiglia Bernardo di Colle d'Anchise, vicino Bojano, ex capitale dei Pentri) e la Tavola Osca di Capracotta (IS) che ad Agnone la fonderia vaticana Marinelli ha riprodotto per i turisti. Nell'ambiente naturale, economico e religioso molisano, dunque, le faville del fuoco di santa Caterina da Siena hanno potuto assecondare anche la religiosità di Celestino V, poverissimo Papa del Sannio. Egli non fu colto come il Papa tedesco, né fu prof. universitario a Bonn, Freising, Monaco, Münster, Tubinga e Regensburg. Entrambi però seppero penetrare il mistero implicito nella relazione Dio-Uomo. L'ex papa Ratzinger afferma: «Dobbiamo di nuovo imparare a riconoscere che tra scienza e superstizione c'è ancora qualcosa d'altro: quel più profondo discernimento morale e religioso e custodirlo sotto la luce di Dio». Dal carattere poco espansivo Benedetto XVI non ha quel carisma del suo predecessore, né quello di Giovanni XXIII. Il teologo Ratzinger, nel libro "Un pensiero al giorno", tratta del problema dei problemi quando scrive, a pag. 529, relativa al 23 dicembre: Il Natale ci chiama a penetrare nella quiete e nel silenzio di Dio, il suo mistero resta celato a così tante persone, perché queste non sanno scoprire quella dimensione di silenzio nella quale Dio agisce. Far silenzio dunque significa sviluppare i sensi interiori, il senso della coscienza, il senso di ciò che è eterno in noi, la capacità di ascoltare Dio. Si dice dei dinosauri che essi si siano estinti perché si erano sviluppati in una maniere sbagliata, molta corazza e poco cervello, molti muscoli ma poco intelletto. Non ci stiamo per caso sviluppando anche noi in una direzione erronea molto tecnica, ma poca anima? Non è assolutamente tempo di una correzione di rotta nella nostra "evoluzione"? Questa correzione di rotta non può, né deve consistere in una stolta rinuncia al lavoro umano, piuttosto nel recupero del posto che spetta al senso morale e al senso religioso nella vita dell'uomo e nel suo rapporto con le cose. Ratzinger ha pubblicato nel 1977 a Colonia "Die Situation der Kirche heute" (La situazione della Chiesa della speranza oggi). Tra gli altri saggi ha pubblicato "La devozione a Maria nella Chiesa" (1979), "Rapporto sulla fede nonché Creazione e peccato" (1987), "La Chiesa. Una comunità sempre in cammino" (1991), "Chiesa, ecumenismo e politica" (1988) ecc. Le inattese dimissioni papali hanno sorpreso. Non soprese, invece, la sua elezione dopo Giovanni Paolo II. L'attuale epoca è foriera di problemi insoluti di evoluzione culturale dell' Homo sapiens e la Chiesa, che ne conosce bene molte sue peculiarità, frena certe scelte e ne conserva altre che alcuni vorrebbero cambiare non sempre in meglio. Lo stesso neodarwinismo è stato frenato da questo papa, mentre è stato favorito da Giovanni Paolo II, che parlò anche di Uomo irripetibile e di non avere paura della verità. Benedetto XVI, dopo 8 anni di pontificato, abbandona il potere di Papa Re tra tante voci, illazioni, accuse, ipotesi, supposizioni di lotte di potere e nodi non sciolti su aborto, fecondazione assistita fuori del matrimonio, coppie di fatto, pedofilia, eutanasia, matrimoni tra gay e adozioni dai gay, Ior, non più celibato dei sacerdoti per risolvere la penuria di vocazioni, ecc. «Anche ai nostri giorni molti sono pronti a "stracciarsi le vesti" di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio "cuore", sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta». Ha il sapore di una denuncia questo passaggio dell'ultima omelia di papa Benedetto XVI, per il mercoledì delle Ceneri, nella Basilica di San Pietro. Il pontefice ha invitato a vivere la quaresima come tempo per «riflettere su come il volto della Chiesa venga a volte deturpato da colpe contro l'unità della Chiesa e divisioni del corpo ecclesiale». Superare individualismi e rivalità può essere un «segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede». La nostra testimonianza allora - ha detto il Papa - sarà «sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l'essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell'incontro faccia a faccia con lui per sempre». Nel particolare rito che apre la Quaresima, durante la messa in San Pietro è stato il cardinale Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano, a cospargere le ceneri sul capo di Benedetto XVI. Quindi il Papa ha fatto lo stesso con alcuni cardinali, tra cui il segretario di Stato Tarcisio Bertone, vescovi, sacerdoti e semplici fedeli. Ma a questo si è aggiunto anche l'appello ai fedeli dell'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra: «Pregate per noi cardinali perché nell'elezione del nuovo Pontefice siamo guidati esclusivamente dall'amore [...] Giunto alla certezza di coscienza, davanti a Dio, di non essere più in grado di svolgere il suo servizio, ha preferito il bene della Chiesa a se stesso, è stato il vero pastore che, come Cristo, non ha ritenuto la sua dignità un tesoro da custodire gelosamente, ma vi ha rinunciato per il bene della Chiesa». Ha parlato anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone: «Tutti noi abbiamo compreso che è proprio l'amore profondo che Vostra Santità ha per Dio e per la Chiesa che l'ha spinta a questo atto». Sfogliando le pubblicazioni del Pastore tedesco si possono leggere le sue visioni sulla Chiesa della speranza, il culto della Madonna, ma il fulmine abbattutosi sulla cupola di San Pietro il giorno dell'annuncio delle dimissioni, la strana morte del Papa veneto Giovanni Paolo I che amava la Madonna, l'attentato al Pastore polacco, le fughe di notizie del maggiordomo papale ecc., sono segni di un cerchio del potere papale. Chi verrà eletto alla Cattedra di Pietro? Nell'antica Roma i migliori imperatori sono stati quelli non ereditari ma scelti per capacità riconosciute, come per il filosofo Marco Aurelio e il generale Traiano. I vescovi medievali erano tutti discendenti da nobili, come Bonifacio VIII dai Caetani, discendente di una nobile famiglia con cappella nella cattedrale d'Anagni e con evoluzione del casato in Gaetani, come il duca di Piedimonte d'Alife, poi Matese. Solo dal XX secolo i papi cominciano ad essere scelti per meritocrazia tra i cardinali e i migliori o più carismatici sono stati quelli d'origine umile e ricca di vissuta esperienza. Il Sannita Celestino V, il 5 luglio del 1294, venne eletto papa, dopo Niccolò IV in un'epoca tormentata da lotte intestine tra gli aspiranti ai regni terreni e a quelli semiterreni come il papato. Lo Stato del Vaticano con propria bandiera, guardie svizzere ecc. si annovera tra le pochissime monarchie assolute, che guida solo 1 su 7 miliardi di individui della specie Homo sapiens . 1 su 7 è stato battezzato e dunque iniziato al Cattolicesimo, che si distingue in ortodosso, protestante luterano, anglicano ecc. L'eremita appenninico Pietro Angelerio dapprima rifiutò la carica a papa, salvo poi tornare sui suoi passi spinto dal dovere di obbedienza. Assunse il nome di Celestino V il 29 agosto 1294, si dimise il 13 dicembre dello stesso anno e gli succedette Bonifacio VIII per mutati equilibri tra conservatori, colti e innovatori. «» Controversi sono i pareri sulle dimissioni di Celestino V. Se si dà credito ad un'interpretazione molto popolare, ma contestata dai critici moderni e contemporanei, Dante Alighieri è quello che, forse, si espresse nella maniera più critica nei suoi confronti. Gli avrebbe contestato di aver provocato, abbandonando il pontificato, l'ascesa al soglio di Bonifacio VIII, del quale egli, in quanto guelfo bianco, disapprovava profondamente le ingerenze in campo politico. Secondo questa ipotesi, infatti, sarebbe proprio Celestino V il personaggio nel III Canto dell'Inferno di cui si dice che: «vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto». Occorre però precisare che Dante applica il concetto di viltà a personaggi tanto diversi da Celestino (come Ponzio Pilato, che pure era Sannita, forse di Telese) e i versi sono soggetti a diverse interpretazioni. Petrarca, invece, diede di questo gesto un'interpretazione diametralmente opposta, ritenendo che si dovesse considerare «il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero, che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino». L'avv. Alessio Spina di Bojano sostiene che Dante si riferisse a Ponzio Pilato e non a Celestino V mentre la prof.ssa salernitana Giuseppina Sconduto è di parere diverso. Ancora oggi, la storiografia fornisce pareri controversi sul gesto di Celestino V. Sulla nascita a Sant'Angelo Limosano, dice Oreste Gentile di Bojano, autore di uno studio accurato in merito, si è espresso a favore anche l'arcivescovo di Campobasso-Bojano M. G. Bergantini. Dopo le dimissioni il Sannita ed ex papa venne catturato mentre stava per lasciare l'Italia, desideroso di tornare a fare l'eremita, e venne imprigionato nella rocca di Fumone, in Ciociaria, dove morì il 19 maggio 1296. Nel 1327 le sue spoglie furono traslate all'Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove sono ancora oggi custodite nell'apposito mausoleo. Celestino V, venerato Santo, si onora il 19 maggio, è patrono d'Isernia e compatrono dell'Aquila, di Urbino e del Molise. Sul luogo di nascita di questo Papa del Sannio le moderne tribù dei Sanniti stanno a disquisire affette da morboso campanilismo come scrive, in presentazione, Brunetti, nel mio saggio dedicato a "Piedimonte Matese e Letino tra Campania e Sannio", con un capitolo dedicato all'antica Diocesi d'Alife-Caiazzo. Ciò che è certa è la sua origine sociale contadina, penultimo di 12 figli. Pietro da Morrone nacque tra il 1209 e il 1215 (la fonte più accreditata è tratta dalla "vita C" che racconta che aveva 87 anni al momento della morte avvenuta il 19 maggio 1296 e ciò vorrebbe dire, che sarebbe nato nel 1209) in Molise. La sua nascita è tradizionalmente rivendicata da due comuni: Isernia e Sant'Angelo Limosano (dei quali è patrono). In seguito altre due località ne hanno anch'esse rivendicato i natali: Sant'Angelo in Grotte (frazione di Santa Maria del Molise) e Castrum Sancti Angeli de Ravecanina, nel casertano, dove hanno posto una statua di Celestino V al bivio dei Quattroventi. Allontanatosi dal suo eremitaggio del Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata "dei frati di Pietro da Morrone", che ebbe la sua povera culla nell'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone, il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito avrebbe preso il nome di Celestini. Nell'inverno del 1273 si recò a piedi a Lione, ove stavano per iniziare i lavori del Concilio II voluto da Gregorio X, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita, tanto che il Papa gli chiese di celebrare una messa davanti a tutti i Padri Conciliari dicendogli che «nessuno ne era più degno». I successivi anni videro la radicalizzazione della sua vocazione ascetica e il suo distaccarsi sempre più da tutti i contatti con il mondo esterno, fino a quando non fu convinto che stesse sul punto di lasciare la vita terrena per ritornare a Dio. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere. Papa Niccolò IV morì il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, composto da soli 12 porporati tra cui Benedetto Caetani, poi si ridussero ad 11 per morte di un porporato per malattia. Passò più di un anno prima che il conclave potesse nuovamente riunirsi, per disaccordo circa la sede in cui convocarlo, stabilendo la nuova sede nella città di Perugia il 18 ottobre 1293. Alla fine del mese di marzo del 1294 si decise anche per le trattative in corso tra Carlo II d'Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re di Aragona, per sistemare le vicende legate all'occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all'indomani dei cosiddetti vespri siciliani, del 31 marzo 1282. Per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d'Angiò aveva necessità dell'avallo pontificio, la qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del conclave. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il conclave, con lo scopo di sollecitare l'elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò ovviamente la riprovazione di tutti i cardinali e il Re fu cacciato fuori, soprattutto per l'intervento del cardinale Benedetto Caetani. Pietro del Morrone aveva predetto "gravi castighi" alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d'Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette rimuovere numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294. È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensando anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio monaco eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento. Sembra ripetersi l'analogia di quel papa con l'elezione di Giovanni XXIII nonché con il veneto Luciani e con il tedesco Ratzinger. La notizia dell'elezione del papa Sannita gli fu recata da 3 vescovi, nella grotta sui monti della Maiella. Sorpreso dall'inaspettata notizia, forse anche intimorito dalla potenza della carica, inizialmente oppose un netto rifiuto che, successivamente, si trasformò in un'accettazione alquanto riluttante, avanzata certamente soltanto per dovere d'obbedienza. Dietro consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino. Probabilmente, nel corso delle sue frequenti meditazioni, dovette pervenire, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato. In effetti il Sannita Celestino V dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) fece precipitare l'amministrazione in uno stato confusionale, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente. Circa 4 mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura di una bolla nella quale si contemplava la possibilità di una rinuncia all'ufficio di romano pontefice. 11 giorni dopo le sue dimissioni il conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse Benedetto Caetani nuovo papa, che aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l'anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino tentò invano di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma questi restò fermo sulle sue decisioni. Celestino si rese conto dell'inutilità delle sue richieste e mentre veniva portato via sussurrò una frase rivolta al Caetani che sembrò essere un presagio: «Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane». Per i nobili Caetani un papa come il povero Sannita era quasi una cosa blasfema e lo appoggiarono solo per preparare le mosse più adatte per la conquista del potere papale come avvenne. Qualcuno suppone che anche le dimissioni di Benedetto XVI siano state volute per preparare l’'elezione di uno dei pochi papabili dei cardinali indicati. Per la morte del "Papa del Gran Rifiuto" si fecero accuse come quella che Bonifacio ne avrebbe ordinato l'assassinio, il Papa in realtà ne ordinò l'arresto che ne causò la morte. Il cranio di Celestino presenta un foro che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di 10 cm. La morte improvvisa di Papa Luciani pure ha fatto ipotizzare molto i contemporanei come riferisce il già dirigente scolastico patavino, Luigi Spolaore, che il papa veneto lo ha conosciuto da vicino. Qualcuno ha fatto il film con connessioni tra Ior e "Il Padrino", ecc. La vita tormentata di questo poverissimo papa del Sannio, Celestino V, non è così lontana dai problemi noti e volutamente occultati presenti nei flussi d'ingresso e d'uscita del Vaticano, che è lo Stato più piccolo del mondo, ma è anche il più potente per l'Autorità morale del Papa. Essa influenza i colleghi dall'ermellino rosso dove il papa è primo tra pari, oltre 5 mila vescovi, quasi 400 mila sacerdoti, oltre 500 mila suore, tanti frati, comitati pastorali, azioni cattoliche, partiti cattolici, teologia della liberazione, crac finanziari, ospedali cattolici, università cattoliche, tante e tante chiese, basiliche, monasteri, missioni in Africa (una è stata diretta da un vescovo emerito di conoscenza diretta dello scrivente) e nel lontano Oriente da indirizzare e sovvenzionare di Cina ed India da capire meglio e convertire dov'è possibile. I problemi dello Stato del Vaticano sono più complessi di qualunque stato nazionale e le lotte di potere come le grandi vedute universali sono là concentrate, là in quella Roma che fu caput mundi. Roma è centro della cristianità mondiale con oltre 1,5 miliardi di fedeli guidati da vescovi e sacerdoti con forte calo dei preti e aumento dei diaconi. L'ecologia umana permette di ridurre la separazione tra saperi scientifici ed umanistici anche su Celetino V, mentre la chiesa universale romana giudica liturgie campanilistiche le diverse ipotesi sul luogo di nascita del papa Sannita. La sacralità, espressa in lingua osca, dall'incensiere di Colle d'Anchise e dalla Tavola Osca di Capracotta fanno ipotizzare un humus culturale sannitico di Celestino V. Giuseppe Pace Fonte: https://caserta24ore.altervista.org/ , 6 settembre 2019.

  • L'oro verde di Capracotta

    Ogni tre anni, nei giorni 7, 8 e 9 settembre, a cavallo della ricorrenza della Natività della Beata Vergine Maria, Capracotta festeggia la Madonna di Loreto. È un culto che ha avuto una origine arborea, così come tramandano le leggende locali. Ve ne racconto una. Un giorno di tantissimi anni fa, alcuni predoni decisero di abbattere gli alberi dei boschi intorno a Capracotta, giacché persuasi che in quei luoghi fossero nascosti antichi tesori. La prima pianta scelta per essere tagliata era meravigliosamente bella e rigogliosa. Non appena l'accetta d'un predone la colpì per reciderne il tronco, cadde invece recisa la mano dell'uomo. Allora, un secondo predone pensò di appiccare fuoco all'albero; ma fu la sua mano che bruciò come fosse di paglia. Gli altri predoni, spaventati, urlarono di paura e fuggirono via. Subito dopo, la figura splendente della Vergine di Loreto apparve in cima alla pianta e illuminò tutti gli alberi intorno. Da quel giorno, nessuno osò più violare i boschi di Capracotta. Sono l'oro verde delle sue montagne. Mauro Gioielli

  • La croce astile della morte e della capra

    Oh come t'inganni se pensi che gl'anni non han da finire: bisogna morire... La croce astile - lo dice l'aggettivo stesso - è una croce simile a quella da altare ma che, al posto del basamento, è fissata a un'asta decorata o dipinta piuttosto alta, funzionale ai riti di processione. La più antica croce astile del Molise è forse quella di Castel del Giudice, come suppone Franco Valente in un suo bell' articolo , il che la rende davvero interessante sotto diversi aspetti teologici. Ma va detto che a Capracotta ne conserviamo una che, francamente, non è niente male. Realizzata in argento fuso cesellato nella prima metà del '700, forse in concomitanza con la consacrazione della nuova Chiesa Madre, la croce astile di Capracotta è un gioiello di fede e artigianato. Accanto ai motivi tradizionali del corpo esanime e crocifisso di Cristo vi sono infatti alcuni dettagli pregni di significato, a partire dal simbolo del teschio con le tibie incrociate presente al di sotto del Nazzareno. Interessanti poi le quattro figure che riposano sul nodo della croce. A destra e a sinistra Sebastiano Trotta riconosce due putti che, sebbene nell'iconografia barocca non sottostiano a regole precise, portano uno l'arco e l'altro il bastone, simboli del martirio del nostro Santo patrono. Sul fronte e sul retro della croce stanno infatti altre due figure che corrispondono alla Madonna Assunta e a san Sebastiano morente, trafitto dalle frecce. Oltre a rappresentare la capracottesità, questa croce raffigura verticalmente il calvario, la morte e la resurrezione di Nostro Signore, i tre momenti fondamentali che fanno del cristianesimo la religione che è, così nuova e blasfema rispetto all'ebraismo, così chiara ed ottenibile rispetto all'islam, così santa e miracolosa rispetto alle dottrine orientali. Ma vi è un dettaglio a rendere ancor più originale questo oggetto d'arte religiosa, ed è l'incisione di un volto caprino sul retro della croce, forse in omaggio al clero che ne aveva commissionato la realizzazione. A differenza della capra giuliva incisa sulla ottocentesca custodia delle ampolline ( qui ), sulla croce d'argento la capra di Capracotta è austera, squadrata, tanto che, più che una capretta, pare un ariete! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Guénon, Il Re del Mondo , Adelphi, Milano 1977; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Severino, Legge e caso , Adelphi, Milano 1979; M. Sgalambro, Dialogo teologico , Adelphi, Milano 1993.

  • Il pilone delle Prata... tra mucche e calciatori

    Quando si parla del pilone delle Pràtera o della sorgente dell'Acca Nera non si può fare a meno di parlare del prato di Monteforte, l'unica prateria in piano, di circa 20 ettari, appartenente al Comune di Capracotta perché posseduta dalla famiglia d'Evoli di Castropignano e facente parte della curia baronale. Il pilone dell'Acca Nera ormai è fuori uso, sicuramente a causa della captazione della sua acqua a pochi metri dall'attuale ubicazione. La definizione del nome derivava dall'acqua torbida che sgorgava in superficie, freschissima, che dopo il previo deposito della terra nel fondo del pilone, diventava potabile. Cosa che invece non avviene nell'altro manufatto distante circa 500 metri ad est, tuttora in piena operatività ed efficienza sia d'estate e tantomeno d'inverno, con le sue acque che provengono dalle alture circostanti. Negli anni '50 con squadre di 30-40 falciatori (commissionati dal Comune) nel giro di 4-5 giorni si effettuava il taglio del prato e il fieno, una volta impacchettato a mano con le imballatrici o le reti, veniva venduto ai residenti. Il caposquadra dettava il ritmo del taglio, tutti si muovevano all'unisono con le dovute distanze di sicurezza per evitare accidentali tagli dovuti agli affilati falcioni che, all'occorrenza, anche per ridar forza e fiato agli astanti sudaticci e accaldati, dovevano essere riaffilati; nei momenti di ristoro il pilone era il luogo utilizzato per rinfrescarsi visto che la cappa di caldo era lì umida, soffocante e insopportabile. Negli anni '70 il prato venne utilizzato come campo di calcio, dato che lo stadio comunale era in fase di rifacimento. La recinzione del campo non era delle migliori, si cercava di fare il possibile ma ben presto si capì che il possibile non era sufficiente, poiché di notte le mucche entravano in campo per brucare quel po' d'erba rimasta, si strusciavano ai pali delle porte e masticavano persino le reti! Era fantastico gonfiare a suon di gol quelle reti rappezzate con nastri sgargianti, il che rendeva l'atmosfera decisamente più festosa. A volte, nel pieno della calura pomeridiana, con l'arsura che tormentava la gola e con le mucche ormai abituate alla nostra presenza, si divideva con loro l'acqua che sgorgava dal pilone delle Pràtera, adiacente al campo sportivo; in quelle circostanze la compartecipazione di un bene prezioso come l'acqua fra uomo e animale diventava la normalità. Filippo Di Tella

  • Da Capracotta a Vastogirardi

    Definita da Alberto Sordi «la Cortina del Sud» nel film "Il conte Max", la pittoresca Capracotta (a 1.420 m. di quota), oltre a essere un paese turisticamente attrezzato, è il centro di un articolato complesso di sentieri molto invitanti per il turista con cane al seguito. Le possibilità sono molte e varie, essendo il paese circondato da una campagna poco abitata, che alterna territori collinosi ad altri più montagnosi, con il Monte Campo (1.746 m.) e il Monte Capraro (1.731 m.) a far da bastioni. Facile ed eccezionalmente panoramico è il sentiero che dal paese conduce al Monte San Nicola (1.521 m.): nelle giornate più limpide lo sguardo si spinge fino alle coste iugoslave (9 km. andata e ritorno, percorribili in circa 4 ore). Più lungo (11 km.) e più impegnativo quello che parte dall'innesto con la provinciale (1.350 m.) e sale subito verso gli alti pascoli del Capraro, per immergersi poi in uno dei boschi più belli della zona. Superati altri pascoli nella zona di Ospedaletti si arriva al tipico borgo di Vastogirardi (ottimi formaggi, concedete un assaggio anche a Fido). Poco fuori, resti del tempietto italico in una bella prateria e poi di un villaggio pastorale altomedievale detto "Terra Vecchia", già sulla via del ritorno. Si supera il passo della Crocetta e si arriva di nuovo all'innesto, circa sei ore dopo la partenza. Un altro percorso facile e adatto a Fido è l'anello tra boschi e radure che si sovrappone alle piste invernali per lo sci di fondo, con partenza e arrivo sul pianoro di Prato Gentile. Saverio Paffumi Fonte: Touring Club Italiano, In Italia con cane e gatto , Touring, Milano 2005.

  • Bella è la mia montagna

    Bella è la mia montagna, sacra la mia foresta, dove la mia compagna a sospirarmi resta, dove abita la bimba mia, la sera e la diman prega, innocente e pia, prega per me lontan. Luigi Ianiro Fonte: O. Conti, Folklorica pastorale capracottese , De Gaglia e Nebbia, Campobasso 1910.

  • Storia della famiglia Di Nucci

    La famiglia Di Nucci, originaria di Capracotta, produce i formaggi tipici della civiltà della transumanza dal 1662. Il primo antenato di cui si ha traccia è Lonardo Di Nucci , già pastore e casaro alla fine del 1600. Per dieci generazioni l'arte casearia di famiglia è stata tramandata di padre in figlio. Così ancora oggi la famiglia Di Nucci produce formaggi a pasta filata con la sapiente manualità antica, custodita e praticata nella sede produttiva di Agnone, nel cuore dell'Alto Molise. Una manualità che si riconosce nella creazione di formaggi artigianali, pezzi unici che conservano sapere antico ed essenze del territorio e che rispecchiano un'etica di produzione pulita e sostenibile. L'Alto Molise da sempre è terra di pascoli, di bovini, di pecore, di pastori, di transumanza. La storia di Capracotta, piccolo e caratteristico centro di montagna a 1.421 metri sul livello del mare, è la storia di questa tradizione e di questa cultura agro-pastorale, con tutti i suoi miti e le sue devozioni. Nell'immaginario collettivo capracottese c'è una moltitudine di greggi, di cavalli, di muli, di butteri, di pastori, di massari e di profonda fede religiosa. Come la chiesa Matrice costituisce un monumento alla civiltà della transumanza, così la chiesetta della Madonna di Loreto è il posto della benedizione, degli arrivi, degli abbracci, dei saluti e delle dolorose partenze lungo le strade erbose dei tratturi, attraversate dagli animali e dai pastori transumanti. Questo è il mondo dei massari della famiglia Di Nucci che per molte generazioni hanno svolto il ruolo di conduttori di aziende della transumanza, sempre di meno in arrivo e sempre di più in partenza per altri territori. Agnone, in questo senso, è stato l'approdo più naturale, storico ed emblematico nello stesso tempo. Città aristocratica dalle solide e colte tradizioni del cibo, Agnone è sempre stata un ampio e competente mercato per i formaggi tipici dei tratturi. Il nonno Giovanni Di Nucci fin dai primi del 1900 vi fa affluire le sue produzioni tramite le più affermate attività commerciali del posto. È nei primi anni Cinquanta, però, che Antonio Di Nucci e Ida vi si trasferiscono e iniziano la storia "moderna" del Caseificio. Una storia di famiglia, quella della famiglia Di Nucci, reinterpretata con innovazione dal figlio di Antonio, Franco Di Nucci, oggi titolare del Caseificio ed ideatore del primo impianto caseario ad Agnone. Dopo alcuni decenni di presenza produttiva nel primo laboratorio al centro della città, nel giugno del 2000 l'attività viene infatti trasferita nella nuova sede nell'area artigianale di Agnone, dove tutt'ora si trova. Affiancato dal solido sostegno della moglie Rosetta, della primogenita Serena e degli altri suoi due figli Antonia e Francesco Glauco, con dedizione, passione, cultura e lungimiranza, Franco Di Nucci ha ampliato l'attività, rafforzando la rete di allevatori fornitori del caseificio e formando generazioni di maestranze locali, giovani del posto cresciuti nel laboratorio artigianale di Agnone. Serena Di Nucci Fonte: https://www.caseificiodinucci.it/ , 2017.

  • L'intreccio familiare

    – Vai. – Dici che possa andare... – Brigitte non era del tutto sicura, poche erano le volte in cui lei, con quel SUV nuovo, viaggiasse da sola verso Perth. – Hai l'appuntamento! Non vorrai che mi sottoponga di nuovo a una seduta psicanalitica io! – Perché? Ti farebbe male? – Senti, Brigitte. Stai tranquilla. Hai detto che vuoi sapere che cosa sia venuto fuori dall'analisi mia, devi riportare indietro il libro al dottore e devi anche saldare, speriamo, la parcella. – Sì, ma se ci serve ancora? – Chi? – Non abbiamo finito. – E allora vorrà dire che daremo altri dollari, che problema c'è? – Non mi sento bene. – La strada la conosci, hai il navigatore... – C'è il cortile condominiale per il parcheggio... – Lo vedi? Non troverai difficoltà per fermarti. – Lo vuoi leggere anche tu? è un bel romanzo, ti farà ridere e ti terrà in tensione positiva. – Mi terrà?... – Adam pensò un attimo che cosa rispondere alla moglie, questa non parte, cerca scuse. – L'ho letto già. – E quando? – Ti dico che l'ho letto... se non lo conosco io! – e si meravigliò verso altri che erano soltanto lei, in quel momento. Ma da come dondolò la testa, in segno affermativo, significò che doveva essere la pura verità. – Vuoi vedere che lo hai scritto tu... ehehe ... – Ehehe ... – risero in due e un piede pigiò sull'acceleratore, il SUV si mosse e la giornata poté cominciare. Che sia benedetto Dio, disse qualcuno nella Swan Valley australiana. Poi due mani si poggiarono sulla faccia, la strofinarono all'altezza degli occhi, più volte, su e giù, e stirarono con i polpastrelli le sopracciglia, quasi che si dovesse vedere meglio il tempo che scorre. Infilò la chiave nella toppa della cantina, la stessa, a piano terra, che aveva il leone seduto a impaurire i ragazzini. " Certo che l'ho combinata grossa. Brigitte non ci arriverà mai a capire il motivo. Lei ha bisogno di un intervento esterno. Con la fissazione di un figlio. Ha passato anche a me questo pensiero, come un raffreddore che non va mai via ". Rise. " Era tutto per il bene della famiglia, perché anche due uniche persone la possono formare, forse anche una sola, chissà ". Tutto legno, Adam non aveva badato a spese, il suo Pollino rosso superiore meritava di essere trattato come un principe dei vini, qual era sul serio. Perciò quel locale era come una enoteca a pagamento, del tipo dove si degusta, si beve, si accompagna un buon bicchiere con qualcosa di appena salato. I tarallucci della Calabria, con rosmarino, peperoncino, cipolle, queste sì, non le ananas di Davide, che lo possano glorificare per ciò che combina! Il deposito con le botti era nell'interrato, un ambiente privo di luce naturale e ben aerato, per custodire il prezioso liquido sempre alla stessa temperatura e umidità relativa. Su questo c'erano stati anche degli studi di tecnici dei vigneti e del vino stezzo. Anzi, persino il sistema dinnaffiatura delle radici, nel terreno, era stato valutato e programmato con cura maniacale, perciò il prezzo delle bottiglie era un tantino alto: ciò che vale, si paga. Tutto computerizzato. Osservò la consolle che governava il fuori e il dentro, tutto il processo dalla natura alla tavola, quasi. Sorrise a sé stesso. Guardò il bancone, tutto in fila, pareva che ci fossero dei soldatini che mostrassero ben in vista l'etichetta: Adam Aricò , azzurra su sfondo color crema e, in basso, la sua Calabria, il piede dell'Italia. " Quello ha ragione, me l'ha detto tante volte, io ho soltanto bisogno di scoprire le mie radici. Secondo lui, ha lo stesso parere di Brigitte, non è nemmeno necessario che davvero sappia chi sia mio padre: basta che ci provi e la mia coscienza di placherà, e così il mal di testa ". Pensava mentre sistemava i bicchieri, come se si aspettasse che qualcuno dovesse arrivare da un momento all'altro. Erano un po' di giorni che nessuno veniva nella sua cantina ad assaporare il Pollino . In genere almeno un paio di visite per settimana c'erano. Osservò l'orologio, quasi che ci fosse un appuntamento oppure una specie di sensazione particolare. Stappò una bottiglia e ne bevve un goccio. Anche a digiuno era speciale, se lo trattenne sulla lingua, bisognava prima riscaldarlo in bocca, era una procedura che gli avevano insegnato i sommelier e che lui stesso indicava agli altri. Così si sente di più il gusto, il vino rosso mai freddo. E poi che colore, in trasparenza si vedono le inflessioni, come nuvole traslucide, allegre, che cambiano timbro inclinando il calice, una musica celestiale. Mette allegria nel corpo, pace nella mente e vita nell'anima. Rise anche lui, mentre sollevava il bicchiere al sole. Fu così che vide salire verso la sua casa un gruppo di ragazze vocianti. Ecco le gitanti, si disse. Bevve di colpo e sciacquò. Si preparò. – Good morning, come in... come in... – con il gesto della mano invitava a entrare. – Good morning – risposero in coro. Poi sorrisi e strette di mano. Adam si espresse in inglese, riempì vino per tutti e brindò alzando il braccio a farsi vedere anche da chi era più indietro. Poche altre parole. – Like an italian wine! – provò a esprimersi per avere qualche commento. – Like ... – rispose una di loro. Erano delle giovanette, un solo uomo era in disparte. – Like che cosa? Ma lo sanno che il linguaggio è anche ridicolo e che ci sono significati differenti per le stesse parole? Like che vale come , oppure che vuol dire gradisco ? – non parlò a bassa voce. Usò l'italiano, come se ce l'avesse con sé. – Gradisco... come no, gradisco, gradiamo tutti qui. – Ma... parlate italiano? – Noi siamo italiani. – Urca... che bella sorpresa! anch'io sono di origini italiane, della Calabria per la precisione, mia madre. – Don Cesare vieni qua, vieni! – quella stessa ragazza invitò il tizio che si apprestò a farsi avanti con il suo organetto. Era un uomo con occhiali e un viso allegro e semplice, sembrava che fosse la guida della situazione, fece un inchino e diede di nuovo la mano. – Sono di Capracotta – disse. – In che senso? – Adam non comprese la battuta. – Il mio paese si chiama così, Capracotta, sulle montagne del Molise, ai confini con l'Abruzzo. Loro sono tutte di Lanciano. Sono il loro parroco. Abbiamo organizzato un viaggio in Australia per venire a visitare i tanti parenti di ciascuno di loro. Qui a Perth. – Ah... ho capito, mi fa molto piacere. Molise? – Io sì. – Un momento. – Adam trovò David sulla rubrica del cellulare e fece squillare il telefono. – Vieni – disse, – ci sono delle amicizie per te... – Ma sto sistemando il locale, oggi è giorno di chiusura e mi dedico alle pulizie... – Dico una sola parola: Italia. – Chiuse senza attendere altro. Non si era accorto che don Cesare stava già intonando una canzone tipica e tutta la comitiva ballava e cantava: " Calabrisella mia, calabrisella mia, calabrisella mia, facimmu ammore ". Fu allora che giunse David il quale scoppiò in una risata irrefrenabile, capì tutto. Non ancora sapeva di don Cesare e della sua Capracotta. Dopo, quando lo spettacolo finì, si scambiarono le rispettive impressioni. Il prete disse del suo luogo di origine, David se ne venne fuori di nuovo con le Civitelle e le mura megalitiche dei Sanniti, talché qualcuna lo guardò, grande e grosso e dovette girarsi per nascondere la propria ilarità. La stessa che, forse anche per un nuovo bicchiere di vino rosso, e due tarallucci piccanti, divenne travolgente e complessiva. Ci volle del tempo per riuscire a sapere come si chiamasse quello strumento così semplice, a prima vista, e capace di accompagnare con musica chi canta. – Si chiama da noi du bott' – illustrò don Cesare, – ha gli accordi in do , sol e fa . – Ah... – Adam alzò la testa a significare che avesse capito bene, ma non era vero. – È facile da impararlo, se è questo che t'interessa. – Oh... – era proprio quello che intendeva. – Come per tutte le cose della vita, ci vuole passione e pazienza. Non s'impara nulla in un giorno, ma poi ci saranno soddisfazioni. – Ne sono più che sicuro. Si dera avvicinata la ragazza che aveva tentato di parlare all'inizio, in inglese. Aveva detto di chiamarsi Carolina. – Mi piacerebbe restare a lavorare qui. Da noi c'è una crisi terribile e non si trovano posti di lavoro. – Ne abbiamo sentito parlare in TV. Se ti piace, qui da noi si lavora, anche molto, però non è tutto immediato come sembra a chi arriva per pochi giorni. Però sai che ti dico? – Che cosa? – Che ciascuno di noi vorrebbe vivere altrove... – si accorse di avere toccato quel tasto di cui si parlava con il dottor Mario. Allora è proprio così. Questo mal di testa è solamente una questione psicologica. Mi passerà. Don Cesare aggiunse altre sue considerazioni che Adam non capì. Non le sentiva, gli pareva di avere le orecchie otturate, vedeva David ridere, le altre ragazze attorno a loro e le parole che parevano ovattate e incomprensibili. La mente pareva che non funzionasse, come se un vetro capace di assorbire i rumori si fosse posto fra sé e gli altri. Gli altri, si disse. " Ma io chi sono? ". Adesso non era più certo di stare bene, che avesse il cervello a posto e che Brigitte non fosse lei a preoccuparsi di lui, non il contrario. Era diventato serio di colpo, certi pensieri non li puoi nascondere a nessuno. – Adam? Sentì. – Adam... come stai? – Era il prete che doveva avere una propensione a leggere l'animo umano. – Adam! – Questa era la voce di David. – Sì, ci sono... – quasi che era assente fino a poco fa. Provò a ridere, si voltò per non farsi guardare in faccia, prelevò sue bottiglie, poi le altre fino a contarne tante quante erano le persone in quel locale. – Ci siamo? – disse alla fine. – Ci fai dei regali? – chiese di nuovo il prete. Era vestito in borghese, non sembrava un parroco italiano. Forse solamente i capelli corti e ben curati dimostravano la sua vocazione religiosa. – Ti sei emozionato? Vero? – Un attimo di distrazione... mi sono... – allargò le dita, le fece frullare come a voler dire di essere andato di qua e di là con la mente, che sono cose che capitano quando hai davanti persone gradite e, in un certo senso, familiari. – Sì, capisco. – Queste bottiglie sono un dono per ciascuno di voi, sperando che ricordiate di me e della mia cantina di origine calabrese: Adam Aricò e il suo vino Pollino rosso superiore – non fece in tempo a finire che ricevette un abbraccio da parte di ciascuno. Quando il vociare di poco prima scemò e finì, la cantina parve risposare come in un cimitero. Si espresse male il proprietario, fu guardato con sospetto da David. – Che c'è? – Sei sicuro che il tuo medico ti abbia consigliato bene? – Senti, non ti ci mettere anche tu. – Mi hai sempre detto tutto, non hai segreti con me. – È vero. Perciò sai pure che ho fatto un mezzo terremoto per Brigitte. – Ma adesso come stanno le cose? – È andata. Stamattina dovrebbe sottoporsi alla seduta. – Così saprai come sta e come curarla, se serve. – Serve, serve, altro che... se serve! – E tu sei sicuro che il tuo dolorino non sia niente... – E tu pensi che abbia speso alcune migliaia di dollari per due maschere di leoni di plastica solo per farti ridere? David non aveva voglia di scherzare. Sapeva tutto. Quello stratagemma era servito per portare lei da Mario Williams che, a Perth, era un luminare della scienza psicanalitica. Aveva risolto molti casi dubbiosi, era arcinoto. Ed era stato lui stesso a consigliare come comportarsi. Perché non bisogna toccare la suscettività delle persone. Ci vuole delicatezza e Adem si era prestato con molta intelligenza. – Lo sai bene che lei si sta fissando con i figli che non abbiamo e che non possiamo avere. Anche se, secondo me, ci sono delle speranze. – Si vive anche senza figli. Noi stessi siamo figli. Tu mi hai sempre detto che vorresti cercare tuo padre. – Sì, questa è una ricerca che dovrei studiare a fondo. Non posso andare in giro senza appigli sui quali attaccarmi. – Conosci il paese di tua madre. – Questo è vero. Ma pensi che possa bastare? Non credi che nessuno mi direbbe una mezza parola in Calabria? – Non lo so. Può darsi, ma se non ci provi nemmeno! – Sì, sì. Sto aspettando... – E che cosa? – Non so di preciso. Certe volte ho dei presentimenti. Io li collego a questo mal di testa persistente, non forte ma come se fosse il pensiero di altri che tentano di penetrare nella mia mente. Strano... – Sono tue impressioni. Si erano spostati più a valle, passeggiavano attorno al vitigno di Adam, osservavano la campagna non ancora di colori spenti. Pareva che stesse per coricarsi e addormentarsi per la prossima stagione, quella chie chiamano cattiva e che, invece, serve a ridare forza e vita alle piante. Si erano seduti su quella stessa pietra dove di solito si fermava Adam. – Qui hai dato il cazzotto? – Te la ridi? – No, che dici? Mi dispiace che ti sei scorticato le nocche – anche se un sorriso affiorava fra le labbra. – E tu? Che mi hai fatto assaggiare ananas e cipolle? – Perché? Che hai da obiettare? – Le stesse cose che tu pensi sul mio pugno a una pietra... megalitica... Si rise in due, il modo migliore di far scemare la tensione. Raffaele Castelli Fonte: R. Castelli, Doppia identità. Un caso di uguale DNA , Lulu, Raleigh 2017.

  • Alfonso Falconi

    È nato a Capracotta (Molise) circa quarantasei anni or sono. È allievo di Beniamino Cesi, come pianista, e ha fatto gli studi di composizione con Paolo Serrao. Esecutore sobrio e preciso, compositore eletto e geniale, stilista nel miglior senso della parola (una sua Giga rigorosamente bachiana è un modello perfetto nel genere classico), insegnante coscienzioso, la cui esperienza è consacrata in lavori didattici sagacissimi, infine persona modesta e gentile, ecco in breve i requisiti del nuovo titolare della cattedra di solfeggio nel R. Conservatorio di S. Pietro a Majella. Attualmente, e da parecchi anni, esercitava l'insegnamento a Firenze, donde i suoi estimatori ed amici lo veggono partire con vivo rimpianto. Achille Brambilla Fonte: A. Brambilla, I quattro vincitori di Roma per Cattedre del R. Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli , in «Ars et Labor», LXII:2, Ricordi, Milano, 15 febbraio 1907.

  • La storia di Prospero Sanità, guardiano del marchese Rota

    Colletorto , il bel paese del Molise orientale, era in passato un marchesato che al principio del XVIII secolo venne acquistato dalla famiglia di Bartolomeo Rota (1704-1762), patrizio cremonese che a Napoli esercitava la professione di «mercante cambiatore nel ramo mercantile», ovvero traeva profitti dalle commissioni sul cambio di valuta. A Colletorto l'eccellentissimo don Bartolomeo fece costruire, sulle rovine di un antico castello angioino, il meraviglioso Palazzo Marchesale, talmente imponente e dotato di sì vasti beni che dovette assumere una schiera di addetti, servitori e guardiani. Il guardiano, in particolare, era l'addetto alla custodia e alla vigilanza dei beni mobili ed immobili del signore del luogo: grazie alle ricerche del prof. Michele Rocco sappiamo che nel caso del Palazzo Marchesale di Colletorto figuravano Tommaso Pietronigro, Domenico Orsogna e Prospero Sanità, quest'ultimo di chiara origine capracottese. Nell'atto di morte di Prospero Sanità, conservato nel quarto libro degli archivi parrocciali di Colletorto, è scritto che egli « è morto nel 1754 proprio nel Palazzo per essere guardiano ». Mi piace pensare che Prospero fosse stato assunto dal Marchese non tanto per la guardiania allo sfarzoso edificio quanto per il governo dei numerosi capi di bestiame che don Bartolomeo teneva in località Fonteceraso, giacché figlio d'un popolo da sempre avvezzo alla pastorizia e alla transumanza. Chi più di un montanaro capracottese poteva "guardare" le centinaia di pecore, mucche e cavalli del marchese Rota? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Melvetti, I Marchesi Rota e la Villa S. Gennariello a Torre del Greco , Calaméo, Paris 2011; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Rocco, Colletorto dalla storia e dai documenti sul territorio, ai racconti, ai ricordi , Etabeta, Lesmo 2020.

  • La fontana dell'Emigrante e... le promesse non mantenute

    All'entrata del paese, di fronte al Santuario della Madonnina, si nota la presenza di una modesta famiglia in bronzo che sta a rappresentare l'emigrazione capracottese, che dagli inizi del '900 ha falcidiato il numero dei residenti passando dalle circa 5.000 unità alle attuali 800. L'opera è stata realizzata dallo scultore Antonio Di Campli e donata dagli emigrati capracottesi sparsi per il mondo su iniziativa di Joseph Paglione. Per dimostrare in modo tangibile questo attaccamento il 7 settembre 2007 fu inaugurato il monumento, vivacizzato dalla presenza di giochi d'acqua e di luci e completamente pagato dagli emigranti, i cui nomi sono stampati su due stele che fanno compagnia ai tre soggetti rappresentati. Tutti, anche se lontani dal luogo natio, hanno cercato e cercano di conservare i ricordi e i legami ancestrali che inevitabilmente riaffiorano nel profondo dei loro cuori. Gli emigranti del Nord America, invece, all'inizio del novembre 1949 completarono la raccolta di 20.000 dollari per l'acquisto dello spazzaneve, noto come "Clipper", da donare alla comunità capracottese. La raccolta fu avviata dal sindaco di Jersey City John V. Kenny con la supervisione del magistrato Edward P. Zampella, che nella riunione finale tenutasi l'11 novembre 1949 ebbe a dire che il sindaco di Capracotta, come segno di riconoscenza, avrebbe intitolato una piazza all'omologo americano e che il primo bambino che sarebbe nato dopo l'arrivo del Clipper si sarebbe chiamato proprio Kenny. L'arrivo del Clipper a Capracotta fu salutato con grande enfasi e con tante manifestazioni di giubilo il giorno 18 gennaio 1950; purtroppo le due promesse non furono mantenute e, come dice il proverbio: passata la festa, gabbato lo Santo. Filippo Di Tella

  • Il documento più antico che attesta l'origine di Capracotta

    Pietro Diacono nel suo "Registrum" riporta la notitia restitutionis con l'elenco delle chiese che esistevano a Capracotta nel 1091. Sono i beni che Gualterio, figlio di Borrello, e suo figlio Oddo restituiscono a Montecassino e al monastero di S. Pietro Avellana. Tra essi anche sei chiese nel territorio di «Capra Cocta»: Sex ecclesias, videlicet Sanctum Laurentium, Sanctum Petrum de Serra, et Sanctum Nycolaum, et Sanctum Angelum, et Sanctum Martinum, adque Sanctum Stephanum cum omnibus pertinentiis earum. Addidit quoque XXVI servitia hominum, obligans enim se ipsos, et suos heredes, si aliquando modo removere quesierint, componere boni auri libras XC, et haberent perditionem cum traditore Juda, et cum omnibus sacrilegis, et excommunicatis si aliter fecerit, simili modo de ecclesia Sancti Nicolay, qua est sita in Monte Capraru, cum terris, sylvis, et vineis ex uno latere fonte, qua vocatur Spongia, et quomodo vadit per ipsam Serram de monte Boaipone usque in vertice de monte Capraro, et conjungit se cum terra Sancti Petri, et quomodo descendit per fine de Capra Cocta, perigit in Fossato de magistros Benedicto et in fluvium Berrini, et revertit in Terra Sancti Petri, et ecclesia Sancti Blasii de Guasto Marsicano ... Il documento a noi interessa prima di tutto perché mette una data certa sull'origine di Capracotta che è sicuramente anteriore al 1091, quando nel suo territorio vi erano almeno sei chiese. Ma poi la descrizione è particolarmente importante perché riferisce che, insieme alle terre e le selve, i monaci si vedevano restituiti anche i vigneti lungo il Verrino. È una notizia che fa riflettere sulle attività economiche del territorio che, accanto alla pastorizia certificata dal nome di Monte Capraro, erano legate anche alla produzione del vino. Si tenga conto che nella Regola benedettina l'uso del vino era obbligatorio nella misura di circa un quarto di litro a pasto perché era considerato un alimento necessario. Per evitarlo occorreva addirittura una particolare licenza da parte dell'abate. Esistono ragionevoli motivi per ritenere che si trattasse di vino bianco, tipico di vigneti di alta quota, come è rimasto nella tradizione dei contadini che ancora oggi coltivano l'uva in quel territorio. Un particolare: insieme alla sottoscrizione di una garanzia di 90 libbre d'oro, i monaci lanciano anche una maledizione. In caso di inosservanza dell'obbligo alla restituzione da parte di Gualterio e di suo figlio Oddo, essi siano condannati alla medesima perdizione eterna disposta per Giuda e per tutti gli scomunicati. Franco Valente

  • Nevicata

    Dovevo star fermo restare lì tutto il tempo della nevicata. Vedere poi se coperto di bianco sarei stato riconoscibile. Pippo Venditti Fonte: P. Venditti, Borotalco , Sovera, Roma 2005.

  • Maria Pia, un nuovo amore

    All'Hotel Cimalte, a Capri, dove hai preso pensione, giochi a scacchi con una ragazzina che osservi da molto tempo. Il che diverte un'altra giovane italiana, Luisa Falconi, che è venuta accompagnata dai suoi genitori e che osserva il giovane uomo in nero col cappello a bombetta. I tuoi occhi espressivi le sembrano spesso tristi e i tuoi sorrisi sono rari. La tua sensibilità, la tua cultura e la tua cortesia fanno effetto. Diventi amico dello zio della ragazza, insegnante di musica. Seduto in giardino, all'ombra di un noce, tu leggi, prendi appunti. A volte vieni in salotto ad ascoltare estasiato i brani suonati dalla pianista Elvira De Lillo. Lei conversa con te in francese e ti racconta dei rigidi inverni di Capracotta. Tu esclami: – Deve essere bello tutto coperto di neve, come vorrei essere lì! L'appuntamento con Luisa è fissato a Capracotta: Capracotta vuol dire "monte delle capre". Il piccolo villaggio di Capracotta è abbarbicato a millequattrocento metri d'altezza negli Abruzzi. Nel corso di un'escursione fai la conoscenza della cugina di Luisa, Maria Pia, e te ne innamori. La tua penna l'immortala sotto il nome di Trianon, perfezione dell'architettura francese. Amante della solitudine pur non rinunciando al mondo, diviso tra celibato e matrimonio, pensi che tra i due vada scelto il primo che si presenti. Durante una gita a cavallo, ogni volta che l'animale si ferma, gli dici: – Mangia il cardo et poi commina, commina! Le giovani ragazze del gruppo ridono di te, dicendo che il cavallo comprende meglio il francese del tuo italiano. Sincronizzi l'andatura del tuo cavallo con quello di Maria Pia, recitando i versi di Nerval: Io sono il tenebroso, il vedovo, l'inconsolato, il Principe d'Aquitania la cui torre è caduta... Sei proprio tu... Quando qualcuno sottolinea un tuo errore in italiano, ringrazi con profondi inchini. Dal piccolo giardino comunale sul fianco della montagna, contempli con un binocolo l'Adriatico, che si vede quando il tempo è soleggiato e senza nebbia. Il giardiniere del villaggio, incuriosito dalla tua presenza, viene da te: – Di che paese sei? – ti domanda. – Della Francia – gli rispondi, sicuro che egli non conosca la Vallonia e dando a quella parola il senso della canzone di Roland. Ma non presti sufficiente attenzione al suo nirvana geografico. – Dov'è la Francia? – riprende quello dopo una pausa. Non detesti spiegare, eppure, a un uomo che nemmeno se l'immagina, come si può dire dove sia la Francia? – È lontana – rispondi evasivo. Egli insiste: – Quanto tempo ci vuole, col treno, per raggiungerla? – Due giorni. – Due giorni? Ora è sgomento. A lui, nonostante il villaggio e l'intera provincia siano pieni di "americani", di ritorno dall'emigrazione, il mondo non è mai sembrato tanto grande. Lasci Capracotta dicendo di volar tornare , ma non vi tornerai mai più. Vorresti chiedere la mano di Maria Pia e di questo informi Louise Gérardy: «A parte Maria Pia, tu sei la sola donna che amo. E hai un vantaggio, dal momento che lei non è ancora stata mia». Maria Pia vive a Roma, in un bel palazzo, ma non puoi farle una proposta cenciosa, quasi fosse un conto dell'albergo da pagare. Stavolta non chiedi aiuto a tuo padre: le sue azioni del caffè han perduto molto del loro valore. E allora perché non invocare i morti, come tuo zio Janetel, scomparso il mese prima? La casa è ancora sigillata e, se non ha fatto testamento - il che è probabile -, un settantesimo della sua fortuna è tuo. Dopo due mesi passati nella città eterna, lasci infelice Roma: Maria Pia non corrisponde al tuo amore. Ha quasi diciannove anni, tu la conosci da oltre un anno e non hai passato una sola ora senza pensare a lei. Voler sposare Maria Pia non ti ferma dal chiedere a Louise di unirsi a te. Deve consolarti: il tuo amore per Maria Pia è troppo elevato perché ella possa esserne gelosa. Perché mai Maria Pia non ti ama? Il tuo amore è così potente che puoi amar per due. Sputi sangue. Il medico che ti controlla dice che non sente alcun rumore anormale nel tuo petto. Amante deluso, dormi con tre donne diverse nello stesso giorno. Questo ti stanca: hai salito molte scale. Vieni informato della morte dello scrittore Charles-Louis Philippe, di tifo, a trentacinque anni. Lo reputi il più dotato della sua generazione. Hai appena finito di scrivere "Le papillon", lo consideri il tuo miglior libro. Tuo padre finanzia le quaranta copie pubblicate a Liegi. Finalmente esclami: – Sono il re della vita! Béatrice Szapiro (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: B. Szapiro, Christian Beck. Un curieux personnage , Arléa, Paris 2010.

  • Usi e costumi di Capracotta: lasagne col sevo

    L'ottobre s'avanza. I villeggianti, ritemprate le forze dello spirito e del corpo all'aria libera de' campi, tornano a farsi servi delle miserie del lusso e della moda, delle tirannìe della civiltà. Nel vedovato borgo comincia allora un altro esodo, quello dell'abbandono (la popolana capracottese, come Proserpina, non passa che sei mesi col marito). Tutte le mattine ci s'imbatte in gruppi di partenti, seguiti da donne accorate, e per le vie si assiste alla scena del congedo, agli addii gravi degli amici. I parenti stretti vanno sino al santuario della Madonna di Loreto e ivi si distaccano, ripetendo gli addii, rinnovandosi i consigli, riaffermando l'affetto. Il lutto dell'anima deve riflettersi su tutte le cose che ci circondano, e la sposa, poi che il suo damo è lontano, per più giorni non pulisce la casa, lascia disfatti i letti, non esce e non mangerebbe, se alla cucina non pensasse la pietà delle... amiche le quali, per riconciliare lo stomaco della bella afflitta, le ammanniscono (indovina, lettore?) un piatto di lasagne condite col sevo e una tazza di caffè fatto con la... fuliggine. Quando, poi, si dice le amiche! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.

  • L'ozzettiembre

    Ogne tre jeànne arvè l'8 settiémbre, sembra n'appuntamènte a tutte quante p'arturnà a re paese bbèlle e sante, p'arvedé la mamma e la Madonna. Sòna campana de la Madunnina, chiama a raccolta re Capracuttìse, farr'armenì 'ncima a st'aria fina, farr'artruvà fratèlle e vere amice. A chi luntàne sta e soffre e spera, voce de mamma sié, voce sencèra. Quande dope la festa ognune arpàrte, ru core chiàgne de malincunìa e pare dì 'nghe tanta pecundrìa: Madonna bella e santa aia 'rmenì! Sòna campana de la Madunnina, quanta tristezza è pe mmé ssu squille, ògne sunata è come na chiagnùta, ògne rentuócche è come nu lamènte, luntàne me ne vaie, luntàne assaie, de Te, Madonna, ne me scòrde maie. Antonio Osman Di Lorenzo Fonte: A. O. Di Lorenzo, L'ozzettiembre , in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.

  • Il monumento funebre a Michelino Campanelli

    Omnia tecum una perierunt gaudia nostra, quæ tuus in vita dulcis alebat amor... Così cantava le sue pene per Clodia il poeta Catullo in una lettera indirizzata all'amico Manlio: «Con te sono perite tutte le nostre gioie, che il tuo dolce amore nutriva in vita». E così recita l'epigrafe incisa sul monumento funebre del giovane Michelangelo Campanelli (1890-1915), posto nella Chiesa di San Vincenzo, affacciantesi su quello che un tempo era il Palazzo Campanelli. Figlio prediletto di Luigi, scrittore, avvocato nonché sindaco capracottese, il dott. Michelino Campanelli, fresco di laurea e di belle aspettative, era morto, come tanti coetanei, pochi giorni dopo l'arruolamento, colpito dal mortaio austriaco sulla piana di Begliano (GO). Sebbene, fino alla fine del XIX secolo, fosse consuetudine seppellire i religiosi di Capracotta al di sotto degli altari e i civili nelle adiacenze della Chiesa Madre, quella di Michelangelo Campanelli è ad oggi l'unica tomba - per di più d'un laico - sita al di fuori della chiesa parrocchiale e del cimitero comunale, la cui prima cappella fu edificata soltanto nel 1879. Inconsolabile, il padre volle infatti ricordare quel fiore della gioventù con un gesto inutile e bellissimo. Inutile perché vano come ogni cosa riguardi la morte, bellissimo perché rappresenta una vera opera d'arte. Il grosso medaglione in bronzo che orna il cippo sepolcrale è infatti firmato da Romeo Pazzini (1852-1942), scultore romagnolo che, negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, produsse diverse opere funebri, soprattutto nel cimitero monumentale di Torino. Non è dato sapere come Luigi Campanelli fosse entrato in contatto con l'artista di Verucchio ma il risultato finale è di grande impatto. La maestria di Romeo Pazzini ha difatti segnato, in qualche modo, i primi vent'anni dell'arte scultorea italiana finché, con l'avvento del fascismo, perse piede in quanto non in linea con la nuova visione trionfalistica della morte. A ben vedere, sul monumento funebre di Michelino Campanelli, Pazzini ha tratteggiato un'alternativa pietà michelangiolesca, dove un'affranta Vittoria alata sparge petali di fiori sul corpo esanime d'un milite. Dietro di loro un cannone abbandonato a se stesso sopra un campo di guerra privo di germogli vitali. Il concetto di guerra come inutile strage contro quello di guerra come sola igiene del mondo. L'interpretazione luttuosa dell'atto bellico non poteva certo convivere con l'ideale guerresco fascista e il Pazzini, effettivamente, pagò il suo realismo col venir estromesso dalla vita artistica italiana. Al di sotto del medaglione bronzeo, l'altare funerario del Campanelli presenta una seconda epigrafe, stavolta scritta di proprio pugno dal padre del ragazzo. Sono parole antiche, sono parole vane, sono le parole di un uomo che ha perduto per sempre l'orgoglio del suo sangue: Splenda di luce eterna lo spirito benedetto del prode ventiquattrenne dott. Michelangelo Campanelli. La granata austriaca il 3 luglio 1915 gli squarciò il petto e gli trafisse il cuore ardente d'affetti di gloria di gagliarda giovinezza sul suo avello ne la redenta Begliano tra l'alterno fragore de la pugna la fuga e la vittoria. Sempre vegliò il dolore dei suoi cari lontani invocati fra gli estremi aneliti de la fuggente vita che questa memoria posero. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Candio, Romeo Pazzini. Un artista che ha saputo creare e una fra le sue più belle opere , in «Il Popolo del Friuli», VIII:88, Udine, 13 aprile 1939; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2015 , Capracotta 2016; A. P. Torresi, Un artista romagnolo a Firenze: Romeo Pazzini (1852-1942) , Romagna Arte e Storia, Rimini 2001; Unione Cattedre Ambulanti d'Agricoltura, I nostri morti in guerra , Tip. dell'Unione, Roma 1921.

  • La Fonte del Capriolo e gli "one dollar men"

    Quando gli Stati Uniti d'America dovettero attraversare la grande crisi economica del '29, compresa tra le due guerre, molti uomini capaci e intelligenti, provenienti dai più diversi strati sociali offrirono il loro contributo volutamente e gratuitamente per salvare la Nazione. Poiché il Governo federale non poteva accettare la fornitura gratuita di servizi, questi uomini chiesero di essere pagati simbolicamente con un dollaro all'anno: sono passati alla storia come gli one dollar men . Fra i tanti one dollar men capracottesi che volontariamente si adoperano nella pulizia, scoperta e definizione di nuovi sentieri e/o nella messa in opera di manufatti caratteristici che richiamino l'antico mondo agreste e lavorativo di Capracotta c'è da annoverare Lucio Carnevale "Caino" a cui lascio la parola... "scritta" nell'illustrare la realizzazione della fontana del Capriolo. Filippo Di Tella Nel sentiero delle quattro fontane, di cui tre sono esistenti da tempo: Fonte Nascosta, Fonte Sambuco e Fonte del Pisciarello, la più recente si chiama "del Capriolo", posta a quota 1.480 m.s.l.m. Nel realizzarla hanno dato un contributo lavorativo notevole Margherita (la mia asina) che ha trasportato pietre, sabbia e cemento, e l'idraulico Sebastiano Di Rienzo "Cianella". D'estate in questa fontana scorre poca acqua e la stessa viene captata più a monte a 150 metri circa nella Guardata tramite un pozzetto posto alla sorgente. Il nome "del Capriolo" è stato dato dal fatto che il luogo è frequentato da molti caprioli. Lucio Carnevale

  • La narrativa meridionale

    Mentre la lezione, linguistica e morale, di Verga è arrivata al Nord, e per esempio con Pavese, che doveva vincere ogni volta il suo alto dilettantismo, e per cui l'opera era di conseguenza una vera e propria assicurazione sulla vita da riscuotere anche con mezzi estremi (aveva il compiacimento del buon combattente che trova, a mali estremi, estremi rimedi), la questione meridionale - filtrata attraverso la lente del relativismo americano - è divenuta la questione settentrionale (e la lezione prosegue coerente per li rami rilevandosi nell'irritazione stilistica di Fenoglio, narrazione in lingua rattrappita con bellissimi effetti sul raccourci gergale di Alba), il Sud si trova a dover compiere, non solo sul piano letterario, un nuovo lavoro di scavo, un lavoro in profondità per preparare quel telaio su cui impostata possa tessersi una fantasia non di riporto. Per questo, di molti narratori nati nel Sud, non potremmo dire che appartengono al risveglio autentico di una narrativa meridionale. In questo senso, ripeto, tanto per proseguire l'esempio, un Fenoglio è più narratore meridionale di tanti indigeni del Sud. Ci pare anzi di dover dire che il verghismo meridionale è più che altro un riflesso del vento critico del Nord, spinto fino a quei luoghi dall'anticiclone atlantico. Quanti post-bellici Home Burns, oltre agli Hemingway che si occuparono di Capracotta come dell'Africa, e ai Faulkner e ai Caldwell, e magari al trasferito Cristo cafone tra i muratori di una civiltà industrializzata all'estremo nel romanzo di Pietro di Donato, han rimesso di moda la Galleria Umberto I di Napoli e le sue vetrate sporche ancora dal fumo degli scoppi e degli spari? Allo stesso modo anche Lawrence, e il suo pansessualismo primitivistico, dovremmo dire che han contribuito a far di Verga un narratore europeo che i nostri scrittori si son letti sulle ali di questo rilancio. Insomma la questione meridionale, seguendo il suo filone autentico, si era presentata nel dopoguerra letterario direttamente attraverso la conversione fortemente lirica - d'altronde comune a tutta la nostra prosa prebellica - degli Alvaro e dei Vittorini. La gente viveva in Aspromonte come in un mito. Il realismo lirico a diretto contatto con la prosa d'arte in ultima analisi non "documentava". E in questo senso, scadute in molti degli scrittori meridionali venuti dopo, quelle ragioni «a fuoco centrale», dovremo anche dire che, invece di vedere piuttosto tipizzato che caratterizzato il Mezzogiorno, noi preferiamo ancora leggere documenti capillari d'una realtà senza sfumature come quello promosso dalla Commissione di inchiesta sulla miseria per il paese di Grassano piuttosto che utilizzazioni a fini evasivi di una situazione che ha ancora in serbo tanta sorpresa di cose. A questo punto, e non sembri impronto, noi vorremmo invitare davvero al realismo il narratore o il poeta che per avventura si trova a far parte di una materia in movimento quale è rappresentata non tanto dalla "questione" quando dall'autentica e ancora oscura sostanza di tutto il nostro Mezzogiorno. Piero Bigongiari Fonte: P. Bigongiari, Prosa per il Novecento , La Nuova Italia, Firenze 1970.

  • La transumanza e l'Alto Molise

    Il territorio dell'Alto Molise, intercettando un ampio comprensorio di pascoli estivi, era ed è percorso ancora da diversi tratturi, bracci e tratturelli, definibili anche l'eredità dei Sanniti. In particolare il tratturo Celano-Foggia attraversa i Comuni di San Pietro Avellana, Vastogirardi, Carovilli, Agnone, Pietrabbondante e Bagnoli del Trigno. Il tratturo Lucera-Castel di Sangro percorre i Comuni di Carovilli e Pescolanciano. Il tratturo Ateleta-Biferno interessa i Comuni di Castel del Giudice, S. Angelo del Pesco e Pescopennataro. Tra i tratturelli si riscontrava il Castel del Giudice-Sprondascino (non reintegrato) che attraversava i Comuni di Castel del Giudice, Capracotta, Agnone, Poggio Sannita e Bagnoli del Trigno, nonché il Pescolanciano-Sprondascino (non reintegrato) tra il Comune di Pescolanciano e Bagnoli del Trigno. Capracotta è il paese più alto del territorio molisano e va da sé che a quell'altitudine la migliore attività agricola possibile è la pastorizia che è stata ed è ancora oggi la più praticata. Da un'antica documentazione, dai ricordi e dagli scritti di P. Trotta, intorno al 1600 il Comune di Capracotta risulta avere il più cospicuo numero di armenti. I Duchi di questo paese erano anche i nobili tra i maggiori locatari, cioè fruitori delle locazioni della Dogana per la Mena delle Pecore. La Madonna di Loreto era tra le più ricche proprietarie con punte di 20.000 capi ovini e una parte dei ricavi derivanti era riservata ai poveri della comunità. Nel periodo tra il 1670 e il 1700 i capracottesi erano i primi venditori di lana alla fiera di Foggia. Sempre nel 1685 tra i primi 10 venditori di lana, al nono posto è presente Leone D'Andrea di Capracotta con 693 rubbi. Capracotta fu anche una delle prime come numero di censuari (Falcone, Di Rienzo, Conti, Di Ciò, Castiglione, Campanelli e Cappella della Madonna di Loreto). Queste famiglie univano al benessere economico, una «certa distinzione sociale e grado di cultura». Le locazioni di Canosa di Puglia accoglievano quasi tutti i pastori di Capracotta. Nell'anno 1600 affrontarono la transumanza 27.500 pecore di locati capracottesi: considerando in media un addetto alla transumanza (butteri, pastori, massari e garzoni) ogni 100 pecore, a Capracotta circa 275 abitanti erano addetti alla pastorizia. Se a questi si aggiungono gli artigiani collegati alla pastorizia, come fabbri, funari, calderari, sarti, calzolai e bastai, la transumanza dava da vivere quasi all'intera popolazione. Nel 1602 l'Università Agraria di Capracotta stipulò un accordo con i Priori di S. Maria del Carmine di Canosa per la sepoltura dei capracottesi addetti alla transumanza. Nell'anno 1874 su iniziativa del sig. Filippo Ianiro fu fondata la Società di Mutuo Soccorso dei Pastori di Capracotta «al fine di stringere vincolo di fratellanza tra i pastori per la solidarietà materiale, intellettuale e morale». I pastori soci all'atto di sottoscrizione ammontavano a 151. Numero davvero considerevole! Ma il mestiere di pastore, da solo, privo del connubio con il territorio, sarebbe esistito? Si direbbe di no! Lo sviluppo dell'attività pastorale è avvenuto in quanto è esistito un forte rapporto animale-risorsa foraggera quale base per orientare l'utilizzazione con animali ovini. Il che ha comportato la valorizzazione delle potenzialità del territorio oltre a fornire prodotti caseari e carni qualificati e ben differenziati tra loro. La monticazione estiva negli areali pascolativi di Capracotta, di M. Campo, M. Capraro, M. S. Nicola, Monteforte, la Cannavina, la Guardata ed altri, consentiva e consente tutt'oggi la produzione di formaggi e carni d'eccellenza. Grazie all'aspetto agronomico, le caratteristiche pedoclimatiche e la componente floristica naturale dei pascoli montani si ottiene, nel periodo estivo, un'erba ricca di sostanze polifenoliche e carotenoidi che consente di ottenere un latte con rapporti più favorevoli per la salute umana. Gli acidi grassi saturi e insaturi e le diversità organolettiche di tutti i suoi derivati sono un plusvalore. Da esperienza diretta, alcuni pastori capracottesi, sostenevano che quei pascoli locati dalle «essenze ricche e minute nelle sviluppo» facevano sì che nel giro di qualche settimana pecore "stressate" dopo l'inverno in Puglia, riprendevano in carne e salute. E grazie al territorio, all'impegno dei gnostri antenati, oggi abbiamo prodotti tipici come il Pecorino PAT di Capracotta e altri latticini, eccellenti carni. Inoltre la tradizione pastorale rivive nella festa della "Pezzata" (carne di pecora bollita con erbe aromatiche), che da oltre 50 anni si tiene in agosto nel pianoro di Prato Gentile e che col tempo è diventata una delle prime dieci sagre tipiche italiane. Il nome "Pezzata" deriva dal fatto che lungo il cammino dei tratturi, qualche pecora, o per incidente o per altri giustificati motivi, venisse "depezzata" e cotta nel caldaio diventando quindi ricco piatto per i pastori. Vincenzo Di Luozzo Fonte: V. Di Luozzo, I tratturi, la transumanza e la loro storia , Capracotta 2017.

  • Capracotta: una perla ineguagliabile della natura

    Capracotta: chi non conosce, per lo meno di nome, questo comune molisano tra i più alti d'Italia (m. 1.421) evocatore di inverni memorabili e di estati dolcissime? Capracotta: un paese risorto dalle ceneri della guerra, bello e lindo, dove alcuni edifici pretenziosi e di scarso gusto mal si accordano con l'architettura sobria dell'abitato. Una volta centro principale di questa zona montana, ora sopravanzato, sulla strada del turismo da località che nulla hanno di più se non, forse, la intraprendenza specifica dei propri abitanti, ma non la natura stupenda dagli immensi panorami. Quali le cause di questo arretramento, quali i fattori? Molti e pochi; ma tant'è: oggi Capracotta si accontenta di un turismo di ritorno, alimentato cioè dai suoi stessi cittadini, da oriundi, amici e conoscenti, di un turismo che si esaurisce in pochi giorni. Le sue strade, vuote per la maggior parte dell'anno, solo in agosto e nei primi di settembre, infatti, si riempiono di gente: di adulti che affollano i bar dando vita ad interminabili partite a tressette e ad accanite passatelle; di giovani che bivaccano nella villa (stupendo palco aereo) o nella piazza (mutilata della torre dell'orologio) in cui portano i sussulti della città in manifestazioni spesso del tutto esibizionistiche, e di forestieri a rimorchio che, per il solo fatto di essere arrivati in paese, esauriscono qui la loro carica vitale, la sete di girare, vedere, conoscere. È un turismo che nulla ha da spartire con quello di un tempo; un turismo rumoroso e fracassone che tutt'al più si spinge fino a Prato Gentile o a S. Luca, lasciando una scia di sacchetti di plastica e di rifiuti. Ma Capracotta non finisce nella piazza, nella villa o a S. Luca; Capracotta è qualcosa di più e merita un altro trattamento, maggiore attenzione e rispetto. Non basta arrivare qui per dire di esserci effettivamente stati. Stare a Capracotta vuol dire fermarsi a guardare il lento fluire di un gregge alle pendici di monte Capraro; posare gli occhi su di un campo fiorito, i cardi violacei, le rapàniche argentate; ascoltare con attenzione il concerto di campanacci dell'armento al pascolo; bivaccare su monte Campo per attendere un'alba mai vista e goduta o alle Crocette dove l'occhio spazia sull'immensa piana di Monteforte, in attesa del tramonto nel cielo di cobalto; sradicarsi dalla macchina e camminare nel bosco dove una lapide ricorda il sacrificio dei fratelli Fiadino; dissetarsi alla sorgente di Pesco Bertino o alla fonte Brecciara dall'acqua medicamentosa; discorrere con i vecchi ed assorbire i sali della loro saggezza, della loro filosofia; colloquiare con le donne veraci, istintive, decise, non contaminate e ammorbidite dalla vita di città. Vuol dire ancora raccogliere fragole aromatiche e lamponi e funghi; vuol dire accorgersi del profumo intenso dei prati; estasiarsi a mirare il cielo stellato e la valle ricca di luci dal belvedere della Chiesa Madre; riempire di aria frizzante, i polmoni umiliati dagli scarichi cittadini, e tante cose ancora. Questa è Capracotta che, forse, a dispetto dei suoi, resta una perla ineguagliabile della natura, un posto felice, un'oasi salubrissima, in un mondo inquinato, capace di far esclamare ad un poeta popolare: « aria de Capracotta, aria gentile: viiate a chi ce te la nnammurata ». In verità l'innamorata qui ce l'hanno tutti i capracottesi: vecchi e bambini, uomini e donne e, incredibile ma vero, in comune; è un amore che non genera gelosie però, ma accomuna e lega gente cresciuta nel culto delle fazioni che ancora tardano a scomparire; è un amore devoto, infinito, che periodicamente si rinnova ed accresce. E Lei, l'oggetto di tanta passione, non tradisce i suoi fedeli; li aspetta da sempre in un piccolo edificio posto qualche chilometro prima del paese, là dove la montagna si restringe aprendosi, a guisa di balconata, sulle valli del Sangro e del Trigno. Da secoli scruta il loro apparire, li segue quando ripartono, li accompagna nel loro atavico andare per il mondo. Chi è questa incomparabile donna, suscitatrice di tanti affetti? È la Madonna di Loreto che poco o nulla dice a quelli che non sono di Capracotta, ma che rappresenta tutto - casa, famiglia, lavoro, gioie, dolori - per quanti su questi monti hanno avuto i natali. Per la Madonnina i capracottesi veraci stravedono; ne hanno fiducia piena, immensa, che niente può scalfire. Valga per tutti un esempio. Quando la furia della guerra si abbatté su Capracotta apportando distruzione e morte, tra gli sfollati accampati alla meglio nel cimitero, una donna si lamentava: – Madonna di Loreto, perché hai permesso questo disastro? Ed una sua amica, quasi scandalizzata: – Non è stata la Madonnina; l'ho sognata stanotte e mi ha detto che è stata la Madonna del Carmine. E non poteva essere altrimenti: Lei che da oltre quattrocento anni veglia su questa gente; gente riunitasi a migliaia per degnamente celebrarla in quest'anno in cui la sua chiesetta è stata elevata a santuario. È stato uno spettacolo unico l'omaggio di tutti alla Madonna di Loreto, con in testa i rappresentanti della vecchia Società pastori i quali, con i loro cavalli l'hanno scortata e salutata, a ricordo di un rito antico che i progenitori rinnovavano ogni volta, prima di iniziare il loro andare lungo il tratturo, diretti in Puglia per ivi svernare con le greggi. Era l'ultima cosa cara che salutavano andando via, era la prima amica che incontravano tornando quassù, quando i prati rinverdivano. Lo è ancora: l'ultima e la prima, per le migliaia di capracottesi, migratori per istinto e per destino, partiti per ogni dove. Ze n'ema ì, z'ema lassà ma la Madonna ema preà, l'ema preà la notte e dì ca a Capracotta ema sempre armenì. Ora la piazza è deserta; tra gli alberi della villa, sgombra e silenziosa, è possibile riudire il cinguettìo degli uccelli; le strade, già invase dalle macchine, sono vuote ed i bambini ne hanno ripreso possesso. I vecchi, sul limitare degli usci, seduti al sole settembrino di questo dolcissimo e delicato scampolo d'estate, commentano e, centellinando il tempo che scorre, sperano nell'estate prossima. Nei boschi le foglie si indorano: l'autunno è alle porte. Nicolino Camposarcuno Fonte: N. Camposarcuno, Capracotta: una perla ineguagliabile della natura , in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.

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