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  • Biblioteca altosannita #5: Vastogirardi

    «Vastogirardi è uno dei paesi più pittoreschi dell'Alto Molise, forse non sufficientemente apprezzato», così esordiva l'arch. Franco Valente nel 2003 in merito alla scheda storico-descrittiva di Vastogirardi contenuta nei suoi "Luoghi antichi della Provincia di Isernia". Effettivamente Vastogirardi sembra ricevere, almeno in termini mediatici, meno di quel che realmente offre. Noi capracottesi, ad ogni modo, siamo molto legati da antica amicizia ai vastesi. Per quanto riguarda la presenza di Vastogirardi nella storia della letteratura italiana ed internazionale, al netto dei libri che parlano della Seconda guerra mondiale, della sua squadra di calcio o degli importanti scavi archeologici in località S. Angelo, il nome di Vastogirardi resta indissolubilmente legato ai Petra, la famiglia ducale che trovò in Augusta Caterina Piccolomini Petra la punta massima nell'arte delle lettere. Nel '700 ebbero infatti una certa risonanza i suoi "Avvertimenti ad Ugone suo figlio", un pamphlet pubblicato in prima edizione nel 1765 a Firenze dallo stampatore Andrea Bonducci (1715-1766). In quell'amabile libello la «Duchessa del Vastogirardi» dava vari consigli al figlio: se, nel primo canto, si trattava di raccomandanzioni di carattere generale, nel secondo gli confidava come vivere nel mondo per raggiungere la felicità, mentre nel terzo lo ammoniva sul matrimonio e sulle qualità che doveva possedere la sposa ideale. Tuttavia, Vastogirardi fa capolino in almeno due romanzi, pubblicati entrambi nel terzo millennio. Mi riferisco a "La distanza fra noi" della scrittrice britannica Maggie O'Farrell e di "Chewing gum in holy water" (da tradurre come "Gomma da masticare in acqua santa") dell'australiana Cheryl Hardacre. Nel primo caso trattasi di una storia ai limiti dell'impossibile, che diventa possibile grazie alla bravura dell'autrice. Due mondi distanti, due luoghi lontani, due persone inconsapevoli l'una dell'altro: è un freddo pomeriggio di febbraio quando Stella scorge a Londra un uomo dai capelli rossi che non vede da molti anni ma che pur riconosce; nello stesso istante, dall'altra parte del mondo, a Hong Kong, Jake sente che la sua vita è in pericolo. I due protagonisti, Stella e Jake, saranno accomunati dalla fuga e da un nome che finirà per segnalre il loro destino, una fuga che comunque li porterà ad unirsi. È proprio Stella il personaggio che più ci interessa in quanto, alla ricerca delle origini di sua madre Francesca, aveva già tentato, appena diciannovenne, una fuga in Italia: I genitori di Francesca, Valeria e Domenico Iannelli, provengono da un paesino di una zona montuosa e ricca di boschi dell'Italia. Se la nazione è uno stivale, il paesino si trova nel punto in cui la caviglia è più sottile e l'osso si restringe sopra i tendini del piede. Nella piazza principale, dove di sera la gente si ritrova per la passeggiata e per parlare degli eventi del giorno, c'è un ponte a doppia arcata: lì il torrente che scende dai monti si divide in due, una metà scorre verso l'Adriatico, l'altra verso il Tirreno. Dopo cinquant'anni Valeria sapeva ancora riconoscere qualcuno della sua zona, dote che non mancava mai di stupire Stella. «Agnone – le sussurrava quando una donna entrava nel bar, – potrei giurarci. Oppure Vastogirardi». Stella sbirciava oltre il bancone per vedere la donna di mezza età con il fazzoletto di seta, i lgolfino e l'aspetto di qualsiasi altra donna di Musselburgh, poi guardava la nonna che si protendeva a salutarla in italiano, speranzosa. Valeria sposò Domenico nella chiesa della piazza dove il torrente di divide in due. Indossava l'abito della madre e le scarpe della cugina. Durante la cerimonia, suo padre, proprietario della farmacia del paese, non sorrise nemmeno una volta. Non voleva che la figlia sposasse un contadino , un uomo la cui famiglia lavorava la terra da generazioni. Domenico aveva trovato lavoro da un padrone all'estero e dopo due giorni sarebbe sparito in un posto chiamato Edimburgo. Lui non riusciva a capacitarsi del fatto che sua figlia si offrisse di diventare una vedova bianca , una donna abbandonata dal marito che andava a servire gelati ai miscredenti. "La distanza fra noi" avrebbe un buon canovaccio se non fosse che la narrazione è poco lineare: troppi i salti temporali che la rendono frammentata e confusa. Inoltre le vite dei due protagonisti sono raccontate in parallelo e, a volte, si fatica a capire quando si parla di avvenimenti passati od attuali. Non si tratta, insomma, di un romanzo indimenticabile, ma conserva una sua dignità nel novero della letteratura continentale contemporanea. Il secondo libro, "Chewing gum in holy water" è la biografia di Mario Valentini scritta da sua moglie Cheryl. Valentini - si legge nel risvolto - è stato un valido attore e sceneggiatore cinematografico che ha partecipato a diversi film di Federico Fellini, e d'altronde la sua infanzia si è svolta tutta negli Abruzzi. Purtroppo non esiste una traduzione italiana di questo romanzo pubblicato nel 2006 da Allen & Unwin ma posso comunque presentarvi due passaggi in cui viene menzionato il paese di Vastogirardi, il primo dal punto di vista naturalistico, il secondo per via della celebre festa del Volo dell'Angelo, che si tiene nei primi tre giorni di luglio: We are on the peak of the hill, the highest point of the village of Vastogirardi. No less a position for the most consecrated of buildings. The road ends at the church and spirals downward, twirling around the mountaintop in ever-widening circles. The shortest way to the manse, our house, is via a narrow path that goes directly down the hill, creeping between buildings and intersecting with the road at each of its loops around the peak. The Festa is an annual religious festival that the village of Vastogirardi holds to give thanks to the Madonna, and each year a young girl is picked from the village to be the flying "angel". I thought it was funny when I first saw this girl tied to a wire dangerously high from the ground. She flew from a rooftop down to the church door where a wooden statue of the Madonna was waiting to greet her. The "angel" - dressed in white - flies three times along the wire into the arms of the Madonna, each time bearing a different gift. That night there is a procession and fireworks and the next day the angel's flights are repeated, but this time she's dressed in blue. Insomma, dopo la rapida e sommaria ricerca effettuata nelle biblioteche digitali, Vastogirardi appare inserita in almeno due libri, ognuno di essi memorabile a modo suo: da un lato una sorta di galateo settecentesco, dall'altro una storia struggente di affetti e radici ritrovate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Hardacre, Chewing gum in holy water , Allen & Unwin 2006. M. O'Farrell, La distanza fra noi , trad. di S. De Franco, Guanda, Modena 2015; F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Biblioteca Altosannita #1: Agnone

    Dopo quattro anni di ricerche, tra il 2016 e il 2017 ho pubblicato la " Guida alla Letteratura Capracottese ", una bibliografia ragionata e commentata (in due tomi) in cui ho raccolto frammenti letterari provenienti da circa 780 volumi (in prima edizione) che nei modi più disparati trattano di Capracotta e dei capracottesi. La Guida tenta di abbracciare innumerevoli discipline - dalla corografia all'archeologia, dalla storia patria alla narrativa, passando per la giurisprudenza, la teologia, la toponomastica e la scienza - nella speranza di segnalare al lettore quanti più riferimenti bibliografici legati alla cittadina altomolisana. La mia vanità sta oggi nel poter dire che ho fatto luce su buona parte della bibliografia che riguarda il mio paese, con una percentuale forse superiore al 75%. Adesso è la volta di tentare quell'operazione da una cima più alta, da una prospettiva più ampia. Lancio oggi i germi di quella che definisco Biblioteca Altosannita, una sistematica indagine e collezione dei più importanti romanzi, racconti e poesie sui 63 comuni dell'Alto Sannio. Se avrete voglia di seguirmi in questo esperimento di ricerca, cercherò di stuzzicare ogni vostro appetito letterario e sono certo che qualcuno, incuriosito, vorrà alfine approfondire i miei pochi primitivi risultati. Il primo capitolo della Biblioteca Altosannita è dedicato a «la culta Agnone» - come la definì il Perrella nel suo studio sul 1799 molisano. Cominciamo subito con l'"Orlando furioso", il poema cavalleresco per eccellenza pubblicato dall'Ariosto nel 1516. La fama e la portata del poema furono talmente vaste che la sua eco si riverberò nell'opera di decine di autori successivi, volenterosi di cimentarsi in un'epopea simile. Uno di questi, Sigismondo Paolucci, detto il Filogenio, ideò un vero e proprio sequel dell'Orlando ariostesco pubblicando nel 1543 a Venezia la sua personalissima "Continuatione di Orlando furioso, con la morte di Ruggiero". Scritto in lingua italiana mista a voci dialettali dell'Umbria e dell'Italia settentrionale, l'Orlando del Paolucci è diviso in 63 canti in ottava rima; alcuni critici letterari, tra cui Francesco Saverio Quadrio (1695-1756), han parlato di «uno stile incolto e rozzo». Nello specifico, nel canto LVII, il Filogenio scrisse: Manfredonia, Nucera, Troia, Ariano, / e Fundi, e Sessa, e Sora, e 'l vecchio Agno, / Sermoneta, Nottuni, e san Germano, / Cipran, Salerno, Agnone, & a Bovino / alza poi un volo, e tornasi a Thiano, / Boian, Caiazzo, Venafri vicino, / Procida, Ischia, Puzzuol, Castell'a mare / e l'Isole Inarin, si vaghe in mare. L'Agnone del Paolucci, ahimé, potrebbe essere tanto la località cilentana nei pressi di Salerno quanto quella altomolisana e purtroppo propendo per la prima ipotesi, vista la contiguità con altre località del versante tirrenico di Lazio e Campania; quel «Venafri vicino» lascia comunque intatti altri sentieri interpretativi. Credo quindi che l'opera del Filogenio, seppur così evocativa, vada per ora estromessa dalla Biblioteca Altosannita. Un caso analogo - che qui non approfondirò - è quello di Giovanni Verga (1840-1922) il quale, nell'incipit della novella "Malaria" (1883), scrisse «come della terra grassa che fumi, là, dappertutto, torno torno alle montagne che la chiudono, da Agnone al Mongibello incappucciato di neve», riferendosi chiaramente alla splendida Agnone Bagni, località siracusana. Un caso ancor più famoso è quello del "De viris illustribus" (40 a.C. circa) di Cornelio Nepote, nel quale compare sì Agnone ma stavolta in veste di personaggio storico, ovvero esponente di spicco del partito pericleo, figlio di Nicia e padre di Teramene. Passiamo ora ad un'altra ipotesi, maliziosa e insolente a un tempo. Dopo aver letto "La pietra lunare" di Tommaso Landolfi (1908-1979), mi è parso naturale porre l'accento sull'ambientazione di questo piccolo splendore dell'ermetismo fiorentino. "La pietra lunare" racconta infatti la vicenda di Giovancarlo che, tornato al suo paese per trascorrere le vacanze, si invaghisce di Gurù, una misteriosa ragazza che nelle notti di plenilunio si trasforma in un essere caprino, e che accompagna Giovancarlo in cima ad un monte, introducendolo in un mondo pericoloso e fatato, abitato da esseri strampalati. Nel romanzo v'è dunque una sottilissima dicotomia tra borghesi e libertini, tra il peccato cristiano e il caos panico, tra tabù ed erotismo. Ma durante l'ascesa dei due protagonisti abbiamo modo di leggere alcuni luoghi - frutto della fantasia di Landolfi - che richiamano in maniera prepotente l'Alto Molise: vi sono infatti le Cannavine dei Preti, il Vallone del Cerro Bianco, la Cesa degli Agnonesi, il Morrone delle Vaglia, la Serra Capriola, l'eremo di Sant'Onofrio; v'è poi, nell'ottavo capitolo, una descrizione del tugurio, posto in cima alla montagna, che ricorda insistentemente i rifugi/pagliari/tholos dei nostri brulli monti: È tutto qui? – si disse Giovancarlo vedendo che entravano in una delle capanne in rovina. La capanna era simile a tutte le altre che, lassù, servono non d'abitazione ma di rifugio ai pastori; ossia quasi circolare, col tettuccio di stipa rastremato, e tanto bassa allo stacco di questo tetto, che s'entrava piegandosi in due e solo verso il centro ci si poteva tener ritti. Nel poco spazio di dentro, fra le pareti a secco dai cui pertugi s'insinuava il vento, nessuna suppellettile. Mentre nell'oscurità il giovane cercava alla meno peggio di sistemarsi, urtato e stretto dagli altri, qualcuno armeggiava da un lato, smovendo sassi sembrava . Ciociaro di nascita ma con diverse pubblicazioni sulla rivista abruzzese "Vigilie Letterarie", non sono riuscito a scoprire se il Landolfi abbia mai visitato i nostri luoghi né se abbia subìto una qualche influenza in questo senso, il che mi costringe ad effettuare ulteriori indagini su "La pietra lunare". Arriviamo ora a una vera e propria menzione letteraria sull'Atene del Sannio, probabilmente ignota alla maggior parte dei suoi cittadini. Mi riferisco a Dino Segre (1893-1975), meglio conosciuto come Pitigrilli, e al suo romanzo "Mosè e il cavalier Levi", pubblicato nel 1948 per i tipi di Sonzogno. In quell'opera Pitigrilli riprese la vena dissacrante degli anni '20, con una lettura manichea dell'Olocausto, visto attraverso gli occhi di due famiglie ebraiche, una di saldi principi etici, l'altra caratterizzata da uno sfacciato intuito commerciale. A pagina 264 del romanzo, dopo l'infame promulgazione delle leggi razziali e lo scoppio della guerra, la famiglia Levi (quella di sani principi) cade nello sconforto, tanto che «nel 1942, a seguito dei martellanti bombardamenti alleati, Miryam sfolla con la madre e i bambini ad Agnone, in Molise, mentre Franco e Giuliano si recano a Roma». Il romanzo di Pitigrilli - mai ripubblicato - non riscosse molto successo anche per la polemica che lo coinvolse, in quanto accusato (non senza fondamento) di aver fatto parte della polizia segreta fascista OVRA. È l'ora del conterraneo Francesco Jovine (1902-1950) - probabilmente il più grande scrittore molisano del Novecento - che, dopo il tragitto che lo portava ad Agnone, ebbe modo di fotografare, in bilico tra prosa e antropologia, i vari opifici presenti lungo le sponde del Verrino e le botteghe del borgo agnonese. L'articolo in questione, "Le campane di Agnone", era contenuto in una raccolta postuma di scritti inediti intitolata, per l'appunto, "Viaggio nel Molise". Vi propongo un paio di frammenti in cui Jovine scrive: Di qui si vede tutta la vallata del Verrino, ampia, austera, solitaria, a boschi, a macchie, a burroni, a botri. Terra varia, tormentata da rocce, da valloni, da frane, ma tutta coltivata con una sapienza antica; quella stessa che conoscevano i Sanniti che qui ebbero il centro più cospicuo della loro civiltà. Incontriamo capanne di carbonai, fornaci che fumano blandamente nel sole e donne curve con i sarchi sul grano verde, intente a zappettare con ritmica e pacata bravura. [...] Quest'ampia strada così piena di luce e della aria del vastissimo orizzonte è senza case volgari. Città antica, solitaria, con difficili vie, Agnone ha trovato una sua particolare armonia, una sua autonoma dignità di piccola repubblica che provvede completamente a se stessa per i suoi bisogni materiali e quelli spirituali ed estetici. Segnalo poi la citazione dallo scrittore Antonio Pascale, promessa mantenuta della letteratura contemporanea. "Non è per cattiveria" è il diario di bordo d'un viaggiatore indolente, un itinerario senza scopo turistico, una guida priva di consigli: in effetti questo libro è l'intimo viaggio d'un romanziere per le città, i paesi, i monti, i pascoli, i lidi e i campanili molisani. Partendo dal Matese, Pascale ha visto anche Agnone - e tantissimi altri comuni - mettendone in risalto la tradizione artigiana e le bellezze architettoniche e scrivendo che: Agnone, con le fonderie per la fabbricazione delle campane, uniche fonderie a possedere il brevetto. E poi sparsi qua e là ritrovamenti archeologici, alcuni dei quali rivoluzionerebbero gli studi sul Medioevo, eccetera, eccetera. [...] Migliaia di persone all'anno che percorrono quei vicoli sempre così (felicemente) fuori squadro, che guardano le ringhiere di Campobasso, o i portici di pietra di Agnone, o si siedono con i panini in mano e la birra sui gradoni dell'anfiteatro di Pietrabbondante. Giungiamo infine a uno scrittore di cui si parla molto bene, Paolo Piccirillo, finalista del Premio Strega nel 2014. Quasi tutte le maggiori testate italiane hanno speso parole di elogio ed esaltazione per il suo secondo romanzo, "La terra del Sacerdote". Piccirillo ha partorito un'opera di finzione ambientata nella campagna di Monteroduni, in cui la schiava Flori, costretta a pagare il riscatto del suo viaggio in Italia attraverso il cosiddetto utero in affitto, viene ospitata in malo modo presso la squallida masseria di Agapito, un ex prete tornato dalla Germania, custode di un inconfessabile segreto. A pagina 104 del romanzo si legge che: Oggi il Sacerdote ha i fiori nella testa. Dato che la terra sta andando bene, ha deciso che pianterà una rosa in un punto particolare della sua campagna. Poco dopo Flori è pronta. Indossa un paio di jeans a zampa d'elefante e con gli interni felpati, un paio di scarpe coi tacchi e un grosso maglione azzurro con una N enorme bianca, simbolo del Napoli calcio. Persino Agapito è basito da come si è conciata. Armando dice che tanto hanno un cappotto nuovo, bello, che coprirà almeno il maglione con la N. Flori cerca di spiegare nel suo italiano che quello è il miglior compromesso tra calore ed estetica. Prima che i due vadano via, Agapito chiama Flori: – Fiori. – Che? – Guarda che l'ospedale sta ad Agnone, e là il mondo è tale e quale a qua. Armando annuisce. È pienamente d'accordo con queste parole, e aggiunge, tipo guida turistica: – Bisogna andare su – dice a Flori, – Roma, Milano. Là diverso . Se adesso passiamo alla letteratura internazionale, ad eccezione dei racconti di guerra - tantissimi quelli che riguardano i comuni copiti dalla Seconda guerra mondiale - posso offrire al lettore un romanzo della giovane scrittrice nordirlandese Maggie O'Farrell, "The Distance between Us", pubblicato nel 2004 e tradotto da Stefania De Franco col titolo "La distanza fra noi". In questo romanzo, ambientato tra la Scozia, l'Inghilterra, Hong Kong e l'Italia, riaffiorano persino i ricordi personali della O'Farrell legati alla terribile infezione virale che la colpì ad otto anni. Durante la narrazione la cittadina di Agnone (come pure il paesino di Vastogirardi) compare un paio di volte, soprattutto quando Stella, l'irrequieta protagonista, decide di visitare i luoghi originari di sua madre e dei suoi nonni prima che la sorella Nina convoli a nozze: In una città di cui conosceva il nome grazie ai racconti del nonno sulla sua partenza per la Scozia prese un autobus che, secondo l'uomo del chiosco dei biglietti, l'avrebbe portata nella regione dei parenti. Non fu facile raggiungere il paese. Nessuno ci andava, le disse l'uomo. Ad Agnone cambiò autobus, poi fece l'autostop e una famiglia la portò nei paraggi. Stella si sedette dietro, incastrata fra i bambini, il borsone sulle gambe. Via via che l'auto saliva, l'aria si faceva sempre più rarefatta e gli speroni dei monti cominciavano a incombere sulla strada. Al netto degli scrittori agnonesi ed oriundi tali - da Marino Jonata a Chiara Gamberale, passando per Baldassarre Labanca, Luigi Gamberale o Nicola Mastronardi - e al netto de "Il prete giusto" di Nuto Revelli (che tanto ha fatto parlare di sé) spero che questo primo articolo sulla Biblioteca Altosannita (zoppicante e non esaustivo) abbia perlomeno chiarito qual è il mio ambito di ricerca. L'obiettivo, oltre a quello di stuzzicare la vostra curiosità letteraria, sta nel valorizzare e rendere manifesta la cultura altosannita non attraverso una stantia promozione turistica ma tramite un profondo rinnovamento civile e culturale. Ora, prima di congedarmi, vi saluto con la traduzione della poesia "Campane d'Agnone" dell'indimenticato Giose Rimanelli (1925-2018), composta il 29 giugno 1984 proprio nella cittadina altomolisana e contenuta nella sua "Moliseide" del 1992: C'è un paesello sopra i monti che canta come gli uccelli per la gaiezza: ti manda per i mondi una canzone che è piena di passione, di gentilezza. Sono le campane che fabbrica Agnone, di terra di cielo, arcane campane! Questo paesello bello del Molise, (ginestra che t'incanta di ricordi,) col ferro e con il fuoco crea il sonno e un suono che addolcisce tutta la vita. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Di Costanzo, Istoria del Regno di Napoli , Gravier, Napoli 1769; F. Ettari, " El giardeno" di Marino Jonata agnonese: poema del secolo XV , Morano, Napoli 1885; M. Farioli, Mundus alter. Utopie e distopie nella commedia greca antica , Vita & Pensiero, Milano 2001; G. Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria e dei poemi romanzeschi d'Italia , Battelli, Firenze 1830; F. Jovine, Viaggio nel Molise , Casa Molisana del Libro, Campobasso 1967; T. Landolfi, La pietra lunare , Adelphi, Milano 1995; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; C. Nepote, Vite dei massimi condottieri , trad. di C. Vitali, Rizzoli, Milano 1961; M. O'Farrell, La distanza fra noi , trad. di S. De Franco, Guanda, Modena 2015; C. Orlandi, Delle città dItalia e sue isole adjacenti. Compendiose notizie sacre, e profane , vol. I, Perugia 1770; S. Paolucci, Continuatione di Orlando furioso, con la morte di Ruggiero , Venezia 1543; A. Pascale, Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro , Laterza, Bari 2006; A. Perrella, L'anno 1799 nella provincia di Campobasso. Memorie e narrazioni documentate con notizie riguardanti l'intiero ex Regno di Napoli , Majone, Caserta 1900; P. Piccirillo, La terra del Sacerdote , Neri Pozza, Vicenza 2013; V. Pinto, La terra ritrovata. Ebreo e nazione nel romanzo italiano del Novecento , Giuntina, Firenze 2012; Pitigrilli, Mosè e il cavalier Levi , Sonzogno, Milano 1948; N. Revelli, Il prete giusto , Einaudi, Torino 1998; G. Rimanelli, Moliseide. Songs and Ballads in the Molisan Dialect , trad. di L. Bonaffini, Lang, Bern 1992; L. Tufari, Olimpia, in continuazione al romanzo storico Ercole Branducci , vol. III, Napoli 1856; G. Verga, Novelle rusticane , Casanova, Torino 1883.

  • Biblioteca altosannita #2: Sant'Angelo del Pesco

    La mia ricerca sulla Biblioteca Altosannita prosegue imperterrita e quest'oggi investe un paese piccolo e spesso relegato in un oblio forse riconducibile al suo stesso nome, che è appendice d'un altro. Mi riferisco a S. Angelo del Pesco, remoto presidio umano medievale, un tempo chiamato Sant'Angelo in Grifone. Per i suoi antichi strettissimi rapporti amministrativi, demografici ed economici con Pescopennataro, si vide "costretto" a mantenere nel toponimo quel pesculum di latina memoria. Al netto dei libri di storia bellica e dei saggi di ecologia, il paesino di Sant'Angelo sembra non aver avuto molto spazio nella letteratura italiana, eppure c'è stato almeno un momento di riscatto. Nonostante la picciolezza, S. Angelo del Pesco è entrato trionfalmente nel giro della grande letteratura internazionale grazie al vate Gabriele d'Annunzio (1863-1938), il primo poeta italiano che fece della vita stessa un'opera d'arte, rappresentando l' oltre dell'arte. Egli incarnò il trionfo della vita ed esaltò il gesto guerresco, il piacere fisico, il bello universale, il prodigio della tecnica, finanche la tradizione pastorale. D'Annunzio, infatti, non è soltanto il folle trasvolatore, l'amante insaziabile, il vessillo dell'italianità: egli è primamente il figlio prediletto dell'Appennino abruzzese, il cantore delle acque adriatiche, il poeta-massaro della transumanza appenninica. Tra i tantissimi componimenti, odi e poesie del vate, ai miei occhi spicca un carme inserito nelle "Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d'Annunzio tentato di morire" edito da Mondadori nel 1935: il "Carmen votivum". Inestricabilmente legato alla tradizione neoclassica, il carme dannunziano può - e deve - essere considerato un vero e proprio testamento, in quanto il poeta, che sentiva vicina la propria fine terrena, inserì in questa poesia non soltanto il proprio (super)io, ma l'intero suo Es, il doppio sé nascosto e bizzoso, tradizionale e bambino, certamente inconsueto nella produzione dannunziana degli anni '30. Ma appare superbo davvero d'Annunzio quando, per vezzeggiare la sua amata - la Piacente  diva Elena Sangro (1897-1969) - utilizza il fiume a mo' di metafora, quel «gentil Sangro» già cantato da Giovan Battista Palma oltre due secoli prima nella canzone per Giovanna Caracciolo. Ora, basandomi sull'edizione manoscritta del "Carmen votivum", riporto: Tu parli: «Io generata fui diurna dal fiume che dà il nome alla mia gente. Tal fiume non il cubito su l'urna preme, né torvo guata la corrente. Con mille volti e senza volto arride a quel che vede e a quel che mai non vide. Sovvienti: un tempo era nomato Sangue il Sangro. Sotto il ponte del Crudele scorre. Alle mie due bocche allude? Lambe le soglie di Sant'Angelo del Mele. Chiara al sole, s'intorbida alla nube; e s'increspa più lene del mio pube». Io dico: Figlia del tuo chiaro fiume, Elena Sangro, all'ombra dell'alcova nelle mie braccia sei color di fiume turbato appena dalla prima piova. Fatta sei di quell'oro avido e fresco che passa per Sant'Angelo del Pesco. Anche passa turbato sotto l'erte rupi de' Marsi, recusando il cielo. Ma il sasso per te figlia si converte in quel marmo ineffabile che a Delo incensatrice unto di flavo unguento facea le iddie colore di frumento. In conclusione, l' oppidum Sancti Angeli de Pesculo , cuneo dell'area sannitico-frentana, uno dei 63 piccoli comuni dell'Altosannio - da sempre uno dei meno popolosi - può vantare una menzione letteraria di tutto rispetto e da lì ripartire per una maggiore coscienza di sé e della propria cultura, affrancandosi dai terribili ricordi della guerra e dalla preoccupante tendenza allo spopolamento, un dramma in corso che riguarda l'intera regione abruzzo-molisana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Comuni d'Italia. Molise e appendice: testimonianze sui Sanniti , Ist. Enciclopedico Italiano, Acquaviva d'Isernia 1998; G. d'Annunzio, Libro segreto , Mondadori, Milano 1935; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; G. B. Palma, Canzone in lode dell'ill. ed eccma signora Giovanna Caracciolo , Roselli, Napoli 1693.

  • Biblioteca Altosannita #3: Pescopennataro

    La Biblioteca Altosannita giunge al terzo episodio e stavolta l'oggetto della mia ricerca è un meraviglioso comune dell'Alto Molise, frontiera d'Abruzzo. Infatti, nel proseguire la mia rassegna sull'immaginaria Biblioteca Altosannita - quella scaffalanatura di romanzi sui 63 comuni dell'Alto Sannio - giungiamo a Pescopenntaro, il paese degli abeti e della pietra, come amano definirlo i suoi abitanti per via degli sterminati e ricchi boschi di conifere e per la secolare maestria nell'artigianato litico. Ed è proprio la tradizionale lavorazione della pietra a produrre la prima grande menzione letteraria a Pescopennataro. La ritroviamo infatti ne "Le terre del Sacramento", il capolavoro postumo di Francesco Jovine (1902-1950) che fece di Guardialfiera un centro di grande attenzione mediatica, poiché la vicenda si svolgeva nel paese campobassano. Quando la protagonista Laura - donna astuta e molto pratica, moglie del viveur Enrico Cannavale - decide di rimettere in sesto quelle terre del feudo Sacramento, saccheggiate dai contadini in cerca di legna, chiamerà i muratori di Pescopennataro. Ecco uno dei passaggi del romanzo di Jovine in cui fanno la loro comparsa: Con l'avvicinarsi della primavera, i danni a Macchia Loreto diminuirono. Le notti si facevano più brevi e i contadini del Frassino vigilavano meglio. Nei pressi della cappella diruta del Sacramento, da qualche giorno lavoravano una diecina di operai di Pescopennataro, e si vedeva l'ingegner Tallei percorrere l'immensa tenuta seguito da due aiutanti che gli piantavano pali, e da don Primiano Lazazzera, agrimensore di Pietrafolca. L'ingegnere guardava nel suo strumento, faceva segni misteriosi sulla carta e proseguiva. Lavoravano sotto un cielo vario di nuvole e di vento; rare le giornate di sereno, più frequenti quelle di pioggia, con ritorni improvvisi di freddo pungente. Laura, di tanto in tanto, arrivava sulle terre a cavallo. L'ingegner Tallei le faceva vedere i lavori di scavo fatti dagli operai di Pescopennataro per rintracciare le vecchie condutture dell'acqua sepolte un secolo prima. Più tardi i pescolani ricompaiono nella narrazione allorquando i contadini Antonio Antonacci e Michele Casalfiore effettueranno un sopralluogo sulle terre del Sacramento per sincerarsi dei lavori di riqualificazione voluti dalla famiglia Cannavale. Essi si imbattono nel gruppo di muratori di Pescopennataro, i quali risponderanno alle loro domande in tono bonario ma sarcastico: – Buongiorno, – disse Casalfiore. – Siete stanchi? Uno degli sterratori si volse lentamente e rispose: – Eh, piano piano. – Rifate la cappella? – Noi sterriamo e scegliamo le pietre buone. Dicono che rifanno la cappella. Quelli lo sanno, – aggiunse lo sterratore indicando un gruppo di uomini che accatastavano mattoni sotto una baracca di legno. – Non sono né di Pietrafolca né di Calena, – disse sottovoce Casalfiore ad Antonacci. Casalfiore e il compagno si avvicinarono alla baracca: – Venite di lontano? – chiese Antonacci. – Siamo di Pescopennataro, – rispose uno dei muratori. – E voi di dove siete? – aggiunse dopo aver esaminato con uno sguardo apparentemente distratto i due braccianti. – Siamo di Morutri, – disse Casalfiore indicando vagamente l'orizzonte. Il muratore ammiccò al compagno e quello fece con caricata gravità: – Questa volta vi facciamo una cappella che non avrà paura dei fulmini. – E come fate? – disse Casalfiore. – Ci mettiamo i parafulmini, – fece ridendo il muratore di Pescopennataro. Mentre percorrevano la strada del ritorno i due braccianti ripensavano alla risposta del muratore di Pesco. Casalfiore disse: – Ma perché la rifanno questa cappella? – Ci dicono messa. Dev'essere la nuova padrona che lo vuole. Servirà per i suoi peccati e per quelli della Capra del Diavolo. – Il parafulmine, – continuo Antonacci, – scaccia i fulmini e i fulmini vanno a cascare in un altro posto. Noi che siamo più in basso, a Morutri, ce li prenderemo tutti noi. E poi ci sono le saette pregne. Quelle girano e vanno a scoppiare qua e là come i fuochi d'artificio. A detta di Francesco D'Ovidio (1849-1925), tra le altre cose, Pescopennataro fu certamente uno dei rifugi di Ippolito Amicarelli (1823-1889), il quale, dopo aver rischiato l'arresto in Agnone, «si fece dare un cappello di paglia da un contadino che incontrò, e via a gambe fino al bosco di Pescopenantaro. Ivi passò la notte, tra il freddo e la fame, acuita dalla corsa e dall'aria fina [...] e tra gli urli minacciosi dei lupi». Un'ulteriore menzione letteraria è riscontrabile nel volume "Da Pal Piccolo a Monte Cengio", ovvero le memorie belliche del soldato siciliano Giovanni Guzzardi, che a lungo combatté su quella triste famosa vetta che è il Pal Piccolo, in prossimità del Passo di Monte Croce Carnico, al confine tra Italia e Austria. Nel trasmetterci le emozioni di un'operazione offensiva avvenuta il 25 marzo 1916, Guzzardi tira in ballo un cittadino di Pescopennataro, tale Eliseo Percario, classe 1895: All'alba del 26 le nostre batterie di tutti i calibri, dai monti retrostanti, aprivano un fuoco violentissimo d'interdizione sul rovescio di Pal Piccolo, impedendo ai rincalzi degli Austriaci (che erano già su Pal Piccolo quasi in mille) di accorrere. Nella notte erano giunti a Colletta Pal Piccolo, da Costanzo, due aspiranti ufficiali, due ragazzetti del 95: Natale Procopio di Floresta in Sicilia, ed Eliseo Percario di Pescopennataro. Abbandonando il romanzo di Francesco Jovine e le memoria di Francesco D'Ovidio e Giovanni Guzzardi, propongo una quarta menzione letteraria sul paesino di Pescopennataro, contenuta in un libello del 1919 firmato dal cosentino Giacomo Albo (1872-1969), un insigne botanico che in quell'anno si era recato in Alto Molise per un'escursione in montagna alla ricerca di rarità floristiche. Ne rintracciò parecchie e, a tal proposito, egli scrive nel suo pamphlet : Su queste eccelse dominano dunque i pascoli e le foreste, quand'anche il diboscamento sia iniziato e in alcuni punti anche tanto progredito. I boschi di abete, che arrivano fin quasi l'abitato, sono magnifici, estesi, folti: in alcuni punti sono così fitti che il sole penetra poco a traverso il denso fogliame delle cime che si toccano. In questi punto il sotto bosco quasi non esiste; ma ove il bosco è rado, quivi vivono in associazione promiscua i biancospini, i pruni, i noccioli, la madreselva, l'aquifoglio, i rubi, l'uva spina, la digitale, la belladonna, le genziane, i ranuncoli, i ciclami, l'aconito, l'aquilegia, le fragole, ecc. Ove cessa il bosco degli abeti e quello dei faggi incomincia, le due essenze per un certo tratto vivono insieme. I faggi nelle valli, nei punti meno alti, sono dritti, maestosi, ma sulle ultime cime sono più bassi e coi rami piegati al suolo. Associati qua e là ai faggi e agli abeti troviamo i cerri, l'elce, i peri, i meli, l'acero, il tiglio, il tasso, i ginepri, l'evonimo, e sui margini dell'unica via carrozzabile viene su rigogliosa la robinia pseudacacia. Al netto degli scritti di Antonio Arduino, validissimo studioso pescolano, e di Gustavo Tempesta, poeta dagli accenti nichilistici quando non apertamente anarchici, da uno sguardo superficiale alla bibliografia nazionale e internazionale si evince che Pescopennataro presenta numerose menzioni soprattutto nella saggistica, proprio per via dei suoi scalpellini, le cui tracce sono presenti in tantissimi libri editi in ogni parte d'Italia. Per quanto concerne invece i romanzi, credo che quella de "Le terre del Sacramento" sia la citazione letteraria più importante per il paese altomolisano, una presenza letteraria che i pescolani spero conoscano a memoria, vista l'importanza del libro di Jovine e l'influenza che questo ha esercitato sulla cultura meridionalistica. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Albo, Un'escursione in montagna: Pescopennataro-Capracotta , Maltese Abela, Modica 1919; A. Arduino, Pescopennataro: appunti di storia e di cronaca paesana , De Camillis, Bojano 1972; G. Cherubini, Il cardinal Mazzarini , in «L'Album», XXIII: 24, Roma, 9 agosto 1856; F. D'Ovidio, Rimpianti , Sandron, Milano-Palermo-Napoli 1903; I. Dear, Ten Commando 1942-45 , Cooper, London 1987; G. Guzzardi, Da Pal Piccolo a Monte Cengio. Memorie di un figlio dell'Etna , Giannotta, Catania 1918; S. Jossa, Un paese senza eroi. L'Italia da Jacopo Ortis a Montalbano , Laterza, Roma-Bari 2013; F. Jovine, Le terre del Sacramento , Einaudi, Torino 1950; D. I. Kertzer e R. P. Saller, The Family in Italy from Antiquity to the Present , Yale University Press, New Haven-London 1991; G. Tempesta, ' Ne cande. Un canto , Simple, Macerata 2014; G. Tempesta, Fuochista , Youcanprint, Tricase 2017.

  • Biblioteca Altosannita #4: Carovilli

    È passato molto tempo dall'ultima volta. Mi riferisco alla promessa di offrire alle comunità altomolisana ed altosangritana una raccolta di riferimenti letterari che menzionassero tutti i 63 comuni di quell'area geografica. Accanto al lunghissimo lavoro ancora in corso su Capracotta, molti avranno avuto modo di leggere quel che ho pubblicato per Agnone , S. Angelo del Pesco e Pescopennataro ; oggi torno, dopo quasi un anno e mezzo, a proporre nuove scorribande nella letteratura italiana e internazionale che, stavolta, citino in qualche modo il paese di Carovilli. La prima menzione letteraria è del 30 dicembre 1781, rinvenibile in una missiva di William Hamilton (1730-1803), uomo dalle mille passioni e dai tanti uffici, al tempo in cui era ambasciatore di Sua Maestà Britannica presso il Re di Napoli. Persino Goethe, nel far visita a Hamilton, giudicò vastissima e disordinata la sua collezione di reperti archeologici stipati nei locali sotterranei della sua abitazione. Fatto sta che Sir Hamilton si occupò del mito di Priapo in quel di Isernia, visto che dal 1780 era stata sospesa un'antica festa, ritenuta indecente, che aveva per protagonisti i Santi Medici e per i quali non si sprecavano oggetti e simboli fallici. Bene, nel raccontare la bellezza delle donne della provincia isernina, William Hamilton citò brevemente le ragazze «puelle di Carovilli», definendole armene , come a dire che rispecchiano la perfezione dei tratti caucasici, i più ricchi e delicati del mondo. Restando tra le pagine della letteratura internazionale segnalo il saggio di Eliot Lord (1851-1928) - agente speciale del 10° censimento della popolazione statunitense - sull'immigrazione italiana negli States agli albori del Novecento, intitolato semplicemente "The Italian in America". Parlando delle miniere di Krebs, cittadina ancor oggi definita Oklahoma's Little Italy , Lord ammette di aver conosciuto un ispettore che «saw affixed to the wall a list of seven thousands francs that an Italian priest had collected for the construction of a new church at Castigleone di Carovilli». In pratica vi era a Krebs una nutrita comunità di carovillesi, tanto che un prete si era preso la briga di raccogliere una bella somma da spedire in patria per ricostruire la Chiesa di S. Nicola nella frazione di Castiglione. Altre storie di emigrati carovillesi si possono trovare in "Immigrants in the Lands of Promise" di Samuel L. Baily, in "Pittsburg County" di Larry J. Hoefling od anche in "Back on the Farm" del rev. Madlyn Barry Ruch. Se ci spostiamo dalla letteratura d'emigrazione a quella bellica, dirò che in seguito alla Grande Guerra furono tanti i licei, le università e le accademie che pubblicarono epigrafi e biografie degli studenti caduti sul campo di battaglia. Nella raccolta del Regio Liceo Ginnasio "Scipione Maffei" di Verona v'è il ricordo, firmato dal cav. Floriano Grancelli, di tal Adolfo Hornbostel - carovillese dal cognome teutonico, forse figlio d'un pretore di colà -, un ricordo praticamente scomparso nell'attuale memoria storica di Carovilli: Adolfo Hornbostel ebbe i natali a Carovilli (Campobasso) il 6 gennaio 1897. Fino dai primi suoi anni diede prova di «singolare intelligenza, di esemplare bontà e di insuperabile attitudine». Così gli scriveva il suo professore di latino del ginnasio di Lecce, dolendosi che avesse dovuto passare alle scuole d'altra città. Pertanto il continuo mutar d'istituto (fu a Lecce, a Cuneo, ad Altamura, a Verona), conseguenza dei molti trasferimenti del padre, non nocque al progredir dei suoi studii, onde, quando fu alunno del 3° corso nel liceo di Verona, l'anno 1912-13, riuscì subito tra i migliori: carissimo a noi insegnanti ed ai condiscepoli per l'eccellenza nello studio, per l'esemplare diligenza nell'adempimento dei suoi doveri, per la squisita gentilezza dell'animo. La docente Maria Burani, nota ai più per esser stata deputata e senatrice nelle file del centrodestra, ha pubblicato nel 1993 un romanzo storico su Celestino V, il papa-eremita che abruzzesi e molisani amano più di ogni altro padre spirituale, e che, a detta dell'autrice, non avrebbe compiuto alcun rifiuto, ma al massimo un'abdicazione. In quel bel libro a parlare è proprio Pietro del Morrone che, chiamato a Roma, descrive così un tratto del suo viaggio: – Mi ero messo in viaggio in quei giorni perché, pur essendo freddo, il cielo, fin dalle calende, era luminoso e terso e la neve non era ancora caduta tanto copiosa da confondere le strade e rendere troppo faticoso il cammino. Ma il motivo più pressante era la tarda età di papa Gregorio, che le voci arrivate anche tra noi dicevano forte di spirito e di salute, ma dicevano anche pronto a una nuova lotta con l'imperatore Federigo che avrebbe reso le strade di nuovo insicure e preda del sanguigno spirito di guerra. Avevamo deciso di seguire la valle del Trigno fino a Carovilli, poi verso la valle del Volturno, cercando di evitare i monti più aspri e difficili in quella stagione. Anche se non si tratta di una scrittrice di grido e, forse, non si tratta nemmeno di letteratura nel senso pieno del termine, c'è un caso ancor più eccezionale, quello dell'austriaca Katharina Tangari (1906-1989), terziaria dell'ordine domenicano che, dopo aver vissuto la tremenda esperienza dei lager nazisti, si prodigò in opere di bene, missioni nei Paesi comunisti e traduzioni in tedesco di opere letterarie italiane . Credo che Katharina Tangari sia stata una sorta di "santa laica" e nel 1996 sono state pubblicate - postume e in lingua inglese - le sue storie su Padre Pio, il santo più amato nel Sud Italia, che ella conobbe da vicino e per il quale nutriva una vera e propria venerazione. Nel parlare del viaggio di ritorno da una visita a S. Giovanni Rotondo, la Tangari, nel capitolo "Visits without a particular request to make", scrive di un avvocato carovillese strenuamente anticlericale presso il quale ella trovò ricetto: This villa was located in the Avelline mountains, in the vicinity of the little vacation resort of Carovilli, and belonged to a lawyer. Before we got there, my friend advised on how to behave. We were not to say that we had come from Padre Pio; in fact, we were supposed to avoid any subject having to do with faith and religion. For the lawyer was a noted freethinker and an implacable enemy of religion and would not tolerate any such discussion in his house. Further, dear Rosaria advised us not to take any flowers from the garden in the villa or to ask the lawyer for any, because he would not be willing to give them away. He kept his garden jealously and had never given away a flower from that garden to anybody. With these instructions and admonitions from Rosaria, we reached Carovilli. Chi proseguirà nella lettura di quel racconto, scoprirà che alla fine l'avvocato di Carovilli, dopo aver ospitato Katharina, si convertirà e in successivi scambi epistolari, trasparirà tutta la sua ritrovata «reconciliation with Christ». Insomma, al netto della letteratura bellica sulla Seconda guerra mondiale e di quella autoctona, e sebbene non si evidenzino, a una prima scrematura, menzioni letterarie di rilievo che collochino Carovilli nella grande narrativa italiana o internazionale, posso testimoniare una continua presenza del paese altomolisano nella saggistica d'ogni tempo e, soprattutto, d'ogni luogo, il che pone nelle mani degli studiosi locali di storia patria una mole di materiale non indifferente per approfondimenti storici, nuove interpretazioni e aneddoti bibliografici. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. L. Baily, Immigrants in the Lands of Promise. Italians in Buenos Aires and New York City: 1870-1914 , Cornell University Press, Ithaca-London 1999; M. Burani, Celestino V. Papa, eremita e santo , Città Nuova, Roma 1993; L. J. Hoefling, Pittsburg County , Arcadia, Charleston 2008; R. P. Knight, Account of the Remains of the Worship of Priapus , Spilsbury, London 1786; R. Liceo Ginnasio "Scipione Maffei", Nostri eroi: 1915-1918 , Mondadori, Verona 1921; E. Lord, J. J. D. Trenor e S. J. Barrows, The Italian in America , Buck, New York 1905; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; M. B. Ruch, Back on the Farm. Inspirational Short Stories and Songs , a cura di H. R. Coleman, FriesenPress, Victoria 2014; K. Tangari, Stories of Padre Pio , Tan, Rockford 1996.

  • Nella campagna dell'uomo estinto

    Una trattoria con pergola e vino gelato dei colli. Intorno zanzare, ciclisti in fuga, rombo di camion verso la piana operosa. Accanto, quattro avventori che battono carte a "conchino" e sembra parlino uzbeco. Sullo sfondo, Castell'Arquato, turrito guardiano della Val d'Arda. L'auto non va bene, tossisce, fatica a ripartire, ha le batterie scariche. Uno degli indigeni, in canottiera regolamentare, si tuffa felice in quel motore arcano, armeggia, spiega che la dinamo non ricarica. Diavolo, chi si ricordava della dinamo. È un marchingegno estinto, oggi c'è l'alternatore. Un magnifico nome di una volta. Contiene un mondo perduto, muscolare, privo di carenature e microchip. Evoca i corridori di Olimpia, il fascio littorio e le squadre di calcio ex comuniste di Kiev e Zagabria, la meccanica del ferro. La corazzata Yamamoto, Marinetti, le ardite campate del viadotti, Nowa Huta e il sol dell'avvenir. Sul pianale posteriore ho la valigia con i ricambi. Albero motore, differenziale, frizioni, pulegge, chiavi inglesi, guarnizioni. E anche la dinamo, ovviamente d'epoca. Arriva il meccanico, mi racconta la storia della sua vita, dice che in mezza giornata è fatta. Penso: mezza giornata, se continuo così arrivo in Calabria fra un anno. Intanto, alla spicciolata, affluisce mezzo paese a godersi la scena. Sono già le undici, mi prende lo sconforto, non sono ancora entrato nel fatalismo del nomade. Non ho ancora capito che le soste forzate, ignote ai contemporanei, sono la benedizione del viaggiatore. Il topo meccanico, di nuovo in piena forma, risale la Val d'Arda alla ricerca dell'Arca perduta. L'Appennino è una fattoria degli animali, lo capisci dai nomi di luogo. Capracotta, passo del Cifalco, colle dell'Agnello, Cantalupo, Orsomarso, Caniparola, Gole della Gatta, Vaccarizza, perfino Strangolagalli. Ho davanti una penisola di montagne che raglia, grugnisce, abbaia, ulula, bela, fa chicchirichì. L'immaginario si popola di cori animali, genera araldiche sovrapposizioni di mammiferi e uccelli come il mostro dei musicanti di Brema. "Zwanzig Personen / in Automobil / das ist zuviel / das ist zuviel". La strada verso Bardi è così solitaria che per vincere l'angoscia mi sgolo con una vecchia canzone triestina in pseudo-tedesco. Tempo mazurca, allegro con brio. "In eine Svolten / Auto se volten / zwanzig Personen / sind alle kaputt". Ah, magari guidassi un'auto con venti persone, qui la notte si avvicina con un buio pieno di balene che ti entra nell'anima, e la Topo, piccolina, con le sue lucette, è solo un "mouse" che esplora l'immensità. In Africa, anche in pieno deserto, c'è sempre qualcuno sulla strada. Qui no. La vita è altrove. L'uomo pare estinto come l'elefante di Annibale. Viaggio in uno spazio incomparabilmente più ancestrale e arcano delle Alpi. Queste non sono montagne-bomboniera. Niente alberghi a cinque stelle, niente gerani alle finestre. Solo locande anni Cinquanta con Bartali in fotografia, il manifesto dell'assemblea dei cacciatori, e qualcosa di balcanico nell'aria. La notte m'inghiotte in un villaggio di nome Noveglia, con un maledetto vento di mare che rimesta temporali. Davanti alla locanda "Geppetto", un cuoco che gli somiglia mi accoglie così: "Benvenuto nel posto dove il mondo finisce". Sembra un sinistro avvertimento. Invece è il prologo di un'accoglienza da re. "La gente scappa da qui e non sa cosa perde", spiega scodellando una pizza al pesto. "Io vengo dall'inferno romagnolo e qui ho ritrovato la vita. Sa cosa le dico? Pianura mai più". Come la balena, sembra uscito anche lui dalla storia di Collodi. E tu ti senti, fatalmente, Pinocchio. Paolo Rumiz Fonte: P. Rumiz, Nella campagna dell'uomo estinto , in «La Repubblica», Roma, 2 agosto 2006.

  • Usi e costumi di Capracotta: scopa alla finestra

    Le donne, in genere, sono loquaci; quelle del popolo, specialmente, perché piene d'impulsività, sono facili all'amore ed all'ira, onde, per una parola, per un gesto, per un malinteso trascendono subito all'alterco, all'insulto, che finisce in rissa. L'arma della donna è la lingua e con questa accanitamente combatte. Le offese, limitate dapprima alle loro poco rispettabili persone, si estendono ben presto ai parenti vivi e morti. – La faccia téia è capace de chésse e chiù de chésse, ca nen tié un ó re e manche vergógna e tutte ru munne è ru tié. – Chigna? Ertù, dissiparr ó bba, iuste tu vuó parlà, che nen te sié saputa fa mieà re cunde e nen piénze che a fa panunte e vèvete de vine? E qui, mentre una delle protagoniste seguita la diatriba feroce, e voi credete che sia il principio della fine, ecco che la terribile avversaria ricompare dall'alto della finestra, con una compagna invero poco ragguardevole,... la scopa, che lascia penzoloni di fuori, non senza farsi sfuggire, evidentemente soddisfatta, un: – Parla che chésta, ca è la para téia. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.

  • Le ampolline della Collegiata di Capracotta

    Mentre ero alla ricerca di tutt'altro, nello spulciare l'inventario dei beni storici e artistici della diocesi di Trivento, la mia attenzione è stata attratta da tre ampolline d'argento fuso e ancor più dalla relativa custodia in piombo sbalzato di 47x16 cm., tutte provenienti dalla cosiddetta Collegiata di Capracotta con l'indicazione dell'anno 1838. La mano che le ha realizzate è di un argentiere attivo allora nel Napoletano ma l'Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici e l'Edilizia di culto non ha saputo dirmi chi fosse. A me che subisco fanciullescamente il fascino della liturgia, pur non essendone un profondo conoscitore, le tre ampolline non sembravano quelle utilizzate per il servizio liturgico all'altare in quanto custodite in una cassetta di piombo, per cui mi si è presentato un indovinello. Gli unici elementi in mio possesso erano le incisioni visibili sul davanti della custodia, ossia "CAT", "CRIS" e "INF". Ed ecco che il piccolo mistero è stato subito risolto. Probabilmente le tre ampolline contenevano gli oli benedetti: la prima per il catecumenato (CAT), il battesimo degli adulti; la seconda per il santo crisma (CRIS), in occasione di battesimi, cresime e consacrazioni; la terza per l'unzione degli infermi (INF). Evidentemente mons. Achille Conti, arciprete di Capracotta tra il 1836 e il 1846, tirava fuori quella custodia quando battezzava nuovi catecumeni, quando confermava i fanciulli nella fede cattolica, quando giungeva il vescovo o un alto presbitero, oppure la portava con sé quando si recava in casa di qualche malato grave per rafforzarne il credo in vista della lunga sofferenza. Difatti i sacerdoti del capitolo capracottese avevano ben chiara la distinzione tra l'unzione degli infermi e l'estrema unzione - ribadita dalla riforma liturgica del XX secolo - in quanto soltanto la prima rappresenta l'esatta dicitura del sacramento cattolico che avvicina Cristo al malato, mentre la seconda è un involgarimento popolare dovuto al fatto che il prete che giungeva in casa a celebrare l'unzione equivaleva spesso a una sentenza di morte. L'ultima curiosità su questo gioiellino dell'arte ecclesiastica sta nella vistosa incisione frontale in cui si staglia una capra, con tanto di barbetta e corna, a passeggio su fiamme che paiono fili d'erba: l'indiscusso stemma della nostra cittadina dagli albori del XVIII secolo ad oggi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Bonanotte, Risposte ai quesiti proposti da sua eminenza reverendissima pro-datario cardinale Spinola per mezzo dell'illustr. monsignore vescovo di Trivento in ordine alla chiesa di Capracotta che s'intende di eriggere in collegiale , Sangiacomo, Napoli 1853; Catechismo della Chiesa cattolica , Lib. Vaticana, Città del Vaticano 1992; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il calcio giocato a Monteforte... con le mucche

    Un articolo di giornale del Gazzettino di Ripalimosani, firmato da Nicolino Camposarcuno e fattomi recapitare dal "topo" di biblioteca Francesco Mendozzi, mi ha fatto tornare indietro nel tempo, alle partite di calcio disputate a Capracotta nel bacino di Monteforte, dato che il campo sportivo comunale era momentaneamente inutilizzabile per i lavori di rifacimento che si protrassero dal 1974 a tutto il 1978. La necessità di un campo alternativo era alquanto indifferibile, visto che dal 1970, data di svolgimento della 1ª Olimpiade Lauretana - nata da una geniale idea di don Geremia Carugno -, nel periodo estivo si giocava un torneo interno a due gironi costituito da ben 16 squadre, composte mediamente da 15-18 calciatori, per un totale di circa 250 atleti. L'idea cadde sull'opportunità di poter sfruttare un campo di riserva messo a punto alla buona a circa 7 chilometri dal centro abitato nella zona più fertile e pianeggiante di Monteforte la quale, prima di venir utilizzata a scopo ludico, doveva essere ben falciata e guardata a vista, data la presenza di numerosissime mucche libere di pascolare su quel ben di Dio. In quegli anni il calcio popolare rappresentò per Capracotta un evento aggregante e socializzante, basti pensare che, in occasione delle partite, il paese si svuotava totalmente e a frotte, chi a piedi chi in auto, si percorrevano quei 7 chilometri per vedere un po' di calcio giocato ad alta quota. I nomi delle squadre erano a volte bizzarri, fra le più titolate spiccavano La Passatella - in questo caso sono di parte! - e TNT. Quando si era in procinto di arrivare a Monteforte, risaltava il marrone del rettangolo di gioco che emergeva dal verdeggiante paesaggio circostante, perché quello era sì un campo di calcio ma era soprattutto un terreno di battaglie campali. Trovare un solo filo d'erba, alla fine dei tornei, equivaleva a cercare il celebre ago in un pagliaio! La recinzione del campo non era delle migliori - si cercava di fare il possibile - e ben presto si capì che il possibile non era sufficiente, poiché di notte le mucche entravano in campo per brucare quel po' d'erba rimasta, si grattavano addosso ai pali delle porte e, spesso, masticavano anche le reti! Era fantastico gonfiare a suon di gol quelle reti rappezzate con nastri sgargianti, che rendevano l'atmosfera decisamente più festosa. A volte, nel pieno della calura pomeridiana, con l'arsura che ti tormentava la gola e le mucche ormai abituate alla nostra presenza, si divideva con loro l'acqua che sgorgava dal pilone delle Pràtera, adiacente al campo sportivo; in quelle circostanze la compartecipazione di un bene prezioso come l'acqua fra uomo e animale diventava la normalità. Monteforte fu utilizzato come campo sportivo comunale per il torneo della "Coppa Selvaggi", organizzato da Vastogirardi, paese dotato di una squadra di grande caratura tecnica, e, nell'agosto del 1978, per il 1° trofeo intitolato a Erasmo Iacovone, scomparso prematuramente nella notte tra il 5 e il 6 febbraio. I ricordi felici di quel periodo mi tornano alla mente e mi fanno star bene. Spero facciano felici anche tanti altri, giacché ritengo di esser stato fortunato a godere di tanta spensieratezza, a rincorrere una palla assieme agli amici. Fu un sogno o una chimera? Filippo Di Tella

  • Una sorpresa naturalistica nel cuore dell'Alto Molise

    Il Giardino della Flora Appenninica di Capracotta è un orto botanico naturale eccezionale. Non solo perché è fra i più alti di Italia (1.550 s.l.m.) ma soprattutto perché conserva e tutela le specie vegetali della flora montana e alto montana autoctona dell'Appennino centro-meridionale. Gestito egregiamente dal Dipartimento di Bioscienze e Territorio dell'Università del Molise ed il Comune di Capracotta, fu fondato nel 1963 dal naturalista Valerio Giacomini e si sviluppa sul versante ovest del Monte Campo, in località Prato Gentile, ospitando numerosi habitat naturali insieme a diverse zone tematiche. Qui sono presenti più di 500 specie vegetali: la protezione degli ambienti in cui vivono (conservazione in-situ ) e la raccolta dei loro semi (conservazione ex-situ ), ne garantiscono la propagazione nel tempo. La visita didattica è molto ricca e studiata per essere comprensibile a tutti. Tutti i percorsi sono stati realizzati per consentire la visita anche ai portatori di handicap e alle persone non vedenti fornendo una lettura Braille per ogni pannello. Un'ultima nota sul paesaggio circostante, che si apre su un profondo orizzonte naturale meraviglioso verso le maestose faggete dei Monti del Matese e della catena de Le Mainarde. Fabio Masotta Fonte: http://www.fabiomasotta.it/ .

  • Il patrono della montagna

    Un uomo è in compagnia di se stesso quando volutamente elude le folle ingombranti e i luoghi dove si venerano gli idoli del denaro, del potere e della gloria. Un uomo è in compagnia di se stesso quando possiede coscientemente il nulla e procura con il lavoro delle sue mani il cibo che gli serve per vivere. Il resto, il soverchio, è scoria di tempo destinata al macero. Un uomo è in compagnia di se stesso quando si acquatta ad ascoltare la voce del vento e ne comprende le non trascrivibili melodie. È così discreto e nascosto quell'eremo che si incontra percorrendo la strada che sale da Pescopennataro e si getta a Capracotta. Così recondito e umile da non ostentarsi agli occhi di visitatori occasionali che passano distratti. Qui un tempo, un eremita si era ritirato in un anfratto di roccia. Aveva lasciato un suo braccio al mondo di sotto Gaetanuccio Fiadino. Il mondo che sarebbe quattordici anni dopo stato sventrato da una guerra mondiale. Quale fosse stato il motivo del suo ritiro in un anfratto del monte San Luca in quel lontano 1903 non ci sarà dato mai di saperlo. Continuatore di una tradizione di eremiti che annotavano chissà cosa su un diario chiamato retiglie (probabilmente un libro di meditazioni e preghiere)? Anacoreta di un post industriale, divoratore di forza lavoro e dispensatore di ingiustizia sociale? Redivivo stilita alla ricerca di un'anima massacrata dai processi di produzione? Doveva certo dedicarsi alla preghiera, Gaetanuccio, per avere motivo di costruire la chiesetta che ancora si rende visibile. Costruì l'altare e il lampadario di legno con la sola mano che gli rimaneva. Forse celebrava una solitaria messa su quell'altare privo di "pietra sacra", sconosciuto al potere di Roma e alla curia vescovile. Si intratteneva con il Dio dei sacerdoti privi di tonaca, preti che si resero muti per non bestemmiare. Sacerdoti che non accettarono ordini e non dimorarono sotto gli ori degli altari. La neve lo seppelliva durante l'inverno nascondendolo alla unità di una patria costruita da sapienti politici circa quarant'anni prima, che al dominio dei Borboni prima, e a quello di Napoleone dopo, aveva sostituito l'arroganza e il ladrocinio dei Savoia. "Un nuovo unico re per vecchi feudatari e profittatori, per un popolo dominato con la fame e l'ignoranza. Un potere che ne scaccia un altro e si sostituisce al precedente. Che umana miseria!". Gaetanuccio aveva una capra e un lettuccio fatto di tavole di abete. Il mesto ruminare dell'animale e il suo periodico belare mitigavano l'ululato del lupo, che affamato durante l'inverno aggirandosi nel bosco si soffermava davanti alle robuste tavole che chiudevano l'anfratto di roccia avvertendo l'odore della carne viva. L'uomo beveva il latte della capra che gli nutriva il corpo e gli imbiancava l'animo. L'evangelista Luca guidava la penna di gallo nella unica mano dell'eremita, eludendo la colta rozzezza di uomini che guidano civiltà. La guerra finì e di Gaetanuccio si seppe più nulla. La rigogliosa natura riprese il sopravvento sull'orticello curato e i semi indisturbati trasportati dal vento svilupparono di nuovo erbe e arbusti davanti alla chiesetta che si coprì di verde nascondendosi ad occhi estranei. Il sentiero nel bosco che portava alla dimora del "romito" lascia ancora trasparire il calpestio di gente del paese che andando per boschi e passando per il pozzo dove Fiadino attingeva l'acqua si soffermava e faceva visita alla cassetta con le ossa dello scomparso anacoreta. Qualcuno dovette averle raccolte dopo averlo trovato morto, mosso non dalla pietà ma da un istinto di venerazione verso l'immensità della solitudine. Lasciato per anni all'incuria e dopo avere azzannato il bosco di abeti soprani costruendo la strada che da Pescopennataro porta a Capracotta, è oggi visibile e i pochi vecchi che sapevano trasmisero a figli e nipoti il rispetto per quel luogo dove il giorno dieci settembre di ogni anno si festeggia il patrono della montagna, con canti, balli e abbondanti fiaschette di vino. Gustavo Tempesta Fonte: G. Tempesta, Fuochista , Youcanprint, Tricase 2017.

  • Un medico condotto a Capracotta: Durante Antonarelli

    La sua famiglia era così composta: la moglie Pina de Paola (1920-2009), i figli Michele (1946) ed Enzo (1949) nati a Lupara, Massimo (1953) e Marcello (1956) nati a Capracotta e Maria Teresa (1962) nata a Termoli. Nei primi anni '50 Capracotta, dopo l'abbandono delle postazioni da parte dei tedeschi nel '43, si presentava in gran parte distrutta e solo parzialmente ricostruita. Il contesto era di una povertà diffusa che servì a plasmare il carattere dei capracottesi permeato da uno spirito di solidarietà importante. In questo quadro papà continuò la sua opera di giornalista riferendo di questa situazione e citando le difficoltà di un paese (all'epoca Capracotta contava circa 4.000 abitanti) che doveva affrontare inverni lunghi e nevosi, mitigati dall'arrivo del Clipper, il grande spazzaneve americano regalato al paese dai suoi emigranti d'America. Narrava, sulle pagine molisane di alcuni quotidiani, di episodi eroici quando il paese veniva a trovarsi isolato ed in difficoltà per le abbondanti nevicate; noi bambini dell'epoca vivevamo questa atmosfera quasi eroica tanto e vero che il conduttore dello spazzaneve, Leo Conti, era considerato un vero supereroe. Attraverso la sua opera giornalistica, papà indicava le possibili risorse per avviare uno sviluppo economico del paese individuandole principalmente nel settore turistico; allora la ricettività alberghiera si limitava al solo Hotel Vittoria gestito dalla famiglia Ianiro; si tentò anche la realizzazione di un altro albergo (penso si chiamasse Stella Alpina) che non ebbe però seguito. Il turismo, quindi, si limitava al rientro nei mesi estivi di "villeggianti" capracottesi residenti in varie città italiane. Il legame della nostra famiglia con Capracotta era profondo; la cerchia di amici che frequentavamo annoverava il maresciallo dei Carabinieri Lino Nafra, il direttore didattico Romeo Paglione (fratello dell'artista e pittore Leo tragicamente scomparso nel 2004), il maresciallo in pensione De Mura, il barone d'Alena; questo gruppetto si incontrava allo Sci Club o al bar da Ciro dove si scatenavano furibonde partite a tressette. La sua attività di medico, poi, lo portava soprattutto d'inverno, a compiere delle vere e proprie avventure; ricordo che nelle fredde notti invernali doveva a volte recarsi per urgenze sanitarie fuori paese; con gli sci si recava quindi alla caserma dei Carabinieri (vicino casa) per farsi accompagnare dai militi dotati di torce e armati di moschetti per proteggersi da probabili incontri con i lupi; a volte mancava la luce e, per dargli un segnale per il suo ritorno a casa, mettevamo delle candele dietro ai vetri delle finestre per dargli un punto di riferimento. La vita di noi ragazzi a Capracotta era serena, eravamo felici, grandi giochi, grandi sciate al "prato di Conti" (più o meno a valle dell'Hotel Capracotta), grandi divertimenti, grandi comitive... Il suo impegno sociale papà lo svolgeva non solo come medico ma anche come giornalista e scrittore. Ha pubblicato articoli su riviste scientifiche nazionali di medicina sociale dove segnalava la difficile vita di alcune categorie di lavoratori, come per esempio i carbonai, particolarmente disagiata ed al limite della condizione umana. Poi, purtroppo, ci siamo dovuti separare da Capracotta per il problema della scolarità di noi ragazzi e ci trasferimmo a Termoli. Capracotta però ci è rimasta nel cuore e nelle nostre visite quasi annuali, fino a qualche anno fa incontravamo ancora persone che ricordavano papà con grande piacere se non con grande affetto. Michele Antonarelli

  • Da Pietrelcina a Sant'Elia a Pianisi

    Finito il giro per un paese, si recava in un altro paese e così via, fino a quando non li aveva visitati tutti. Tanti erano i disagi e le mortificazioni, ma, rassegnato a tutto, continuava a svolgere il suo compito. Completato il giro di tutti i paesi, ritornava in convento e anche lì non mancavano le sofferenze e le mortificazioni che offriva a Gesù con il silenzio, con il lavoro e con la preghiera. E il Signore non lo abbandonava mai: provvedeva a tutto e tanti sono gli episodi che hanno lasciato in fr. Modestino segni tangibili della sua grazia. Fare la questua in quei paesi era un vero calvario, perché la maggior parte delle volte era costretto a riposarsi sotto un albero. Con preghiere e meditazioni si immergeva nell'immenso oceano d'amor di Dio e sentiva la reale presenza di Gesù in lui, che con gioia gli faceva sopportare fame, sete, freddo, paura, solitudine e tutto ciò che può vivere una persona costretta a dormire all'aperto di notte. Lui regalava a Gesù le sue paure e la sua umiliazione e Gesù, in cambio, gli dava la forza per sopportarle con gioia e rassegnazione, come frutto del suo camminare in lui e per lui. Così al mattino il giovane frate era tanto felice del suo patire, offerto con amore a Gesù, che si disponeva interiormente a vivere un nuovo giorno con lui e per lui. Inoltre il Signore faceva piovere su fr. Modestino tanta provvidenza. Infatti il frate riusciva sempre a riempire la bisaccia e il recipiente per l'olio e ad accumulare grano in grande quantità, che vendeva poi nello stesso paese, per ricavarne denaro da portare in convento. Una sera, dopo una giornata di lavoro a Capracotta (IS), doveva trovare un posto per dormire. Essendo Capracotta un paese turistico, per via dei campi da sci, era ricca di alberghi, ma quella sera erano tutti al completo e per lui non c'era posto, neppure una piccola cameretta per ripararsi dal freddo e dal brutto tempo, in quanto continuava a nevicare senza sosta. In cuor suo, però, fr. Modestino era sereno, perché sapeva che Gesù non lo avrebbe abbandonato e lasciato senza riparo. Con tale convinzione e confidando in pieno nella divina Provvidenza, andò alla funzione serotina in chiesa, dicendo a se stesso: «Ci penserà Gesù!». E Gesù ci pensò subito, perché fr. Modestino incontrò una signora che gli sembrava di conoscere. Per esserne sicuro, le chiese se fosse la madre di padre Emanuele e lei gli rispose di sì. Le chiese, poi, ospitalità che, con tanta generosi-tà, non gli fu negata. Una grande Provvidenza divina, dunque, ripagava il suo peregrinare in quei 18 paesi alquanto disagiati (in cui arrivava a bordo di un pullman, con bisaccia, borsa e un grande recipiente per l'olio, che gli tenevano compagnia lungo il cammino di questuante, per essere riempiti del ben di Dio che gli era concesso) e diceva a se stesso: «Benedetto ogni mio passo su quelle vie che mi conducono ad obbedire per amor di Dio; benedetti i miei digiuni e ogni mia azione che conosce solo il fiat voluntas Dei ». Operava sempre a fin di bene e il Signore, con le sue grazie infinite e traboccanti, lo ricompensava dandogli il dono di un fiorente apostolato. Angioletta Parrilla Fonte: A. Parrilla, Frate Modestino da Pietrelcina. Una vita sotto lo sguardo di san Francesco, di san Pio e della Madonna , Ed. Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo 2014.

  • Soldato 1943

    Campo di riordinamento, Penisola Salentina, 9 novembre 1943. Abbracciai la mamma che mi stringeva con violenza, e le dissi: – Non mi prenderanno. E agli altri pure, con certa spensierata spavalderia: – Non mi prenderanno; vivo. E partii. La prima sera, a *; sotto la pioggia torrenziale, col suo viso negli occhi, che mi parlava, mi ricordava. E il risveglio nella camera estranea, al mattino così doloroso. Il fumo del treno, dai vetri rotti. L'incontro casuale con l'amico; e tutti e tre, con l'ex-prigioniero inglese, in viaggio oltre Faenza. Notizie di bombardamento di Bologna: tremila morti sotto le macerie. I Tedeschi dovunque. Scendemmo a Senigallia per evitare Ancona. Espediente per far entrare l'Inglese nell'albergo: uno in cima alle scale, uno in fondo; un fischio e via. Pescara, povera città distrutta. All'improvviso, mitraglia, in aria, mentre sull'erba si consuma un po' di pane e olio: un trimotore tedesco che si schianta al suolo. Corro, corriamo, abbiamo incontrato la guerra. Avanti, a piedi; venti chilometri; di più. Stanchi. È notte. Chieti. Sulmona. Capracotta. Magnifica campagna abruzzese. Castel di Sangro. Fosse anticarro costruite dai tedeschi. Reclutano gli uomini per il lavoro; è pericoloso sostare. Villa Santa Maria: ho appena il tempo di guardarla nella cuna adagiata. A Casoli si dorme in una sagrestia, su un tappeto da cerimonia. E la lunga attesa chiusi nell'albergo di Lanciano mentre la rivolta dei partigiani si accendeva nelle vie. I Tedeschi giungono infine con le mitragliere e il cannone. Le sparatorie alle persiane del nostro albergo; la dinamite per far saltare le porte delle case di fronte, per rastrellare le famiglie. Cacciati in branco, le braccia alzate, uomini in pigiama, fanciulletti piangenti... Ecco una madre che trasporta su un carretto, sotto la sparatoria, il figlio riverso, ferito. La fidanzata avanza fra i Tedeschi chiedendo il passaggio per l'ospedale. Ognuno, dentro l'albergo, è spaventato. Io striscio sul pavimento fino alla finestra per osservare. I Tedeschi sparano col cannone appoggiato alla nostra porta. I vetri si sbriciolano. Ora temiamo, siamo certi, che saliranno a prenderci. Salgo di corsa in soffitta per cercare un'uscita sul tetto. Avverto l'Inglese che è rinserrato in camera. Nascondiamo certe carte pericolose. No, i tedeschi non salgono; s'è fatto buio ed hanno ricevuto l'ordine di ritirarsi. Si allontanano. Bruciano il paese. Dalle finestre si vede già il fumo. Fuggiamo. Tutti fuggono come noi portandosi le masserizie su carrettini, sulle spalle. E dalla campagna, di lontano, inoltrandoci, grosse fumate si levano a nord e a sud. Poi, a piedi, ottanta chilometri, per raggiungere il fronte. Nascosti per tre giorni, in attesa, dormendo all'aperto, mangiando di rado, indeboliti. I tedeschi ci sparano se tentiamo di passare. Pattuglie ci cercano. Infine si decide di attraversare. Si parte all'alba... Fu assai facile in fondo, perché quella notte stessa il fronte s'era messo in movimento, ma fu necessario coraggio e decisione. A Bari, dopo alcuni giorni, superato lo sgomento che migiunse a vedere il nostro esercito disfatto e umiliato dinanzi al comportamento benevolo ma altezzoso degli Inglesi, pensai che forse potevamo ancora salvare il salvabile, e i nuovi governanti davano a sperarlo. E così mi arruolai. E ora eccomi in questo povero paese della penisola salentina. Rodolfo Doni Fonte: R. Doni, Faccia a faccia , Casini, Firenze 1964.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte Fredda

    «Sei proprio tu, Fonte Fredda, col tuo pilone per l'abbeverata. Intorno ti crescono giunchi ed erbacce. Che movimento di mandriani, di pastori, di armenti, di gente dei campi c'era da te! Che pace, che solitudine oggi», scriveva il maestro Domenico D'Andrea nel suo testo sulle sorgive di campagna. Questa fonte, che sulle mappe troviamo spesso scritta nella forma «Fontefredda», era in passato molto più piccola di quanto non appaia oggi, protetta com'è da una casetta in cemento armato recintata da una rete metallica. Tuttavia, è ancora possibile intravedere l'originario arco in pietra sotto il quale, nel dopoguerra, era posto un bancale in legno al di sopra di una pila in cui traboccava l'acqua sorgiva. La Fonte Fredda, con una portata media annua di 0,17 l/s, è una delle tre fonti che riempiono il serbatoio comunale di Capracotta ma è stata protagonista di una vera e propria svolta nella storia idrica del nostro paese, poiché la conduttura che dirigeva le sue acque nell’abitato migliorò grandemente l'atavico problema di approvvigionamento idrico. Il prof. Senofonte Squinabol, infatti, agli albori del Novecento, sosteneva che « i guasti alle tubature hanno corrotto l'acqua con agenti patogeni che lasciano che il tifo domini la cittadina. Inoltre, la quantità di acqua scaricata da queste sorgenti è troppo piccola, soprattutto nella stagione secca. Questi pericoli potrebbero essere evitati utilizzando l'acqua della Fonte Fredda, di cui ho già parlato, che è sempre molto abbondante; ovviamente ci sarebbe da rifare completamente la tubatura e ripulire le sorgenti odierne qualora si volesse continuare a utilizzarle». Seppur tardi, il consiglio di Squinabol venne ascoltato dagli amministratori cittadini e, a partire dal 1935, anno in cui fu inaugurato il sistema di pompaggio dal Verrino, anche la Fonte Fredda venne intubata e collegata alla conduttura cittadina. A tal fine, il falegname-fotografo Nicola D'Andrea scrisse anche una poesiola, intitolata "Da mezzo secolo", che recitava così: « Salute al Sindaco, / che il suo dovere / l'ha dimostrato / senza temere / nessun ostacolo / nei suoi confronti. / Vinse quell'ordine: / acqua alle fonti! ». La Fonte Fredda, il cui nome è probabilmente legato alle basse temperature della sua sorgente, è situata sull'antica mulattiera che collegava Capracotta con Agnone, all'altezza delle cosiddette Macerie. Nei suoi pressi avvenne una delle tragedie che più sconvolsero l'opinione pubblica (non solo locale) del tempo, allorché il 3 dicembre 1931 gli anziani coniugi Sebastiano Di Luozzo e Sinforosa Casciato, di ritorno dalle masserie di Agnone, vi morirono assiderati. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi , D'Andrea, Lainate 1995; N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903.

  • Un capracottese ai vertici del trust Matarazzo

    Se fate una rapida ricerca su internet circa l'azienda IRFM del conte Francesco Matarazzo, scoprirete in un battibaleno che essa è stata la maggiore delle realtà imprenditoriali del Brasile dal 1891 ai tardi anni Sessanta. Nonostante le crisi finanziarie (endemiche in Sudamerica) abbiano praticamente dissolto l'azienda, ancor oggi i brasiliani, e in particolare i paulisti, considerano la IRFM la più grande parabola industriale del loro Paese, un'azienda che «contava trentamila addetti sparsi in circa cento aziende che operavano nei settori metallurgico, chimico, tessile, alimentare, edile e terziario». Insomma, una vera e propria holding d'altri tempi. Nel 1951 l'Enciclopedia Britannica arrivò a qualificare l'impero delle Industrie Riunite Francesco Matarazzo come uno dei cinque principali gruppi aziendali del mondo. La ditta nacque per mano di un agiato italiano emigrato in Brasile nel 1881, tuttavia quel che ci interessa non sta tanto nella favola industriale della IRFM quanto sapere che, all'apice del successo commerciale dell'azienda negli anni '30, il direttore generale dell'area Italia fosse un capracottese: l'avvocato Guglielmo Conti. La contessa Claudia Matarazzo (1899-1935), figlia dell'industriale Francesco e moglie di Francesco Ruspoli, VIII principe di Cerveteri, al pari della famiglia del marito, era un'assidua frequentatrice di Capracotta, rinomata stazione climatica e degli sports invernali negli anni '20-'30. Non è peregrino credere che i coniugi Ruspoli abbiano conosciuto l'avv. Conti proprio a Capracotta e che l'abbiano infine presentato a Francesco Matarazzo, padre di Claudia, quando questi tornava di tanto in tanto in Italia. Purtroppo la principessa morì precocemente, a soli 36 anni, lasciando due figli piccoli; il marito si risposò con una signora borghesissima persino nel nome: Maria Rossi. Fatto sta che Guglielmo Conti dovette durar poco alla direzione della IRFM poiché, giunto nei primi anni '30 alla corte di Francesco Matarazzo, nel 1936 navigava già in cattive acque, come dimostra la sua iscrizione nel registro dei protestati e dissestati d'Italia e Tripolitania. Evidentemente le aziende Matarazzo e tutti i loro alti papaveri avevano già cominciato quella rovinosa discesa che, dalle aule giudiziarie, portò dritti alla bancarotta. E viceversa. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Annuario d'Italia , Bontempelli, Roma 1936; W. Dean, The Industrialization of São Paulo: 1880-1945 , University of Texas Press, Austin 1969; D. Fasani, Annuario dei protesti e dissesti , vol. VIII, Annuario Gen. Contenzioso Commerciale, Milano 1937; C. A. Jones, The Global Work of Art. World's Fairs, Biennials, and the Aesthetics of Experience , The University of Chicago Press, Chicago-London 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; H. Szlajfer, Economic Nationalism and Globalization. Lessons from Latin America and Central Europe , Brill, Leiden 2012.

  • Molise Aglianico: tanti ricordi di una terra mai visitata

    L'altro giorno, mentre mi accingevo a intraprendere la scrittura del nuovo intervento per questa rubrica, mi è sopraggiunto un dubbio amletico: Molise o non Molise, che cosa mi ricordo del Molise? Questo è il problema! Appunto, che cosa mi ricordavo del Molise: quando sono andato a Vasto non ero molto distante da questa regione e quando mi sono recato a Lecce ci sono passato, in treno, sul litoraneo. Il mio approccio con il Molise è tutto qui. Poi avevo letto che una località montana di questa regione, in provincia di Isernia, si chiama Capracotta. Nel dubbio, visto il mio cognome, ho pensato, palesando qualche remora, che era meglio non rischiare la... cottura. Allora ho provato a scandagliare tra le mie tante amicizie se qualcuna fosse di origine molisana ma non mi è venuto in mente nessuno. Ero nelle condizioni di dover pensare a qualcosa che mi legasse al Molise altrimenti che cavolo scrivevo per la rubrica? Qui il rischio diventava grosso: l'involuzione "capriniana"... da Capra Enoica a Capra Astemia, a Capra Ignara... (capperi ho scritto tre volte Capra... non è che divento come Sgarbi e mi auto insulto?). Ho anche pensato alla scuola... allora! Geografia: è una delle regioni d'Italia (e fin lì ci arrivano tutti), ha due province (almeno fino a quando resistono, ma si sa in Italia non c'è nulla di più stabile di ciò che si vuole eliminare); quando ho iniziato le scuole era una regione monoprovincia dove Campobasso faceva da capoluogo unico. E mi ricordo che su vecchie cartine il Molise era accorpato in un unico ensemble con l'Abruzzo... il noto "Abruzzi e Molise", così come era stata concepita dalla Costituzione Italiana, ma mai attuata. Per il resto buio completo. Storia: ricca, interessante... me la sono riletta, non tutta, un riassunto, ma niente che destasse in me quel qualcosa che mi consentiva di accendere la lampadina ed esclamare ca...spita mi ricordo questo. Ho solo incrociato (tanto per cambiare) la figura di Federico II di Svevia che quando scrivi di vini del sud appare ovunque. Giuro che non siamo parenti e tra noi non ci lega alcun conflitto d'interessi o joint venture o conti a Panama, perché, anche se sono anzianotto, tra me e Federico passano circa settecento anni di differenze. Ormai ero allo sbando. Mi è venuta in mente anche la pasta, La Molisana, ma l'avrò acquistata giusto un paio di volte (quando era in offerta), nulla più. Ho anche pensato di prendere un treno, arrivare in Molise, appoggiare i piedi in suolo molisano e ritornare immediatamente, giusto per avere un qualcosa da dire... ma se poi non posso, per i soliti motivi che mi hanno portato a diventare "La Capra Astemia", assaggiare alcun vino (e tanto meno succulenti specialità gastronomiche) cosa ci andavo a fare? Ero già pronto a gettare la spugna (come sul ring l'allenatore di un pugile suonato) quando mi è sovvenuto che alcuni anni fa, una decina, frequentavo un locale alessandrino che proponeva una ricca carta dei vini con proposte di tutte le regioni italiche ed uno dei vini che ogni tanto degustavo (giusto una bottiglia, cenando) era il Molise Aglianico. Eureka: trovato un aggancio che non era solo Federico II di Svevia (scusa Fede ma la tua presenza inizia a diventare un po' ingombrante). Occasione questa per andare a leggere qualcosa su questo vino prodotto in un territorio limitato, i cui antenati (del vino) erano già patrimonio dei Sanniti, che appresero la coltivazione della vite da Greci ed Etruschi, coltivazione poi diffusasi ulteriormente con l'avvento dei Romani. L'Aglianico, in particolare, fu introdotto in Italia dalla Grecia per mano dei Fenici (non mi pare tanto una novità) e fu decantato da Papa Paolo III (guarda caso un pontefice a cui piaceva il vino, il Santo Padre che convocò il Concilio di Trento, magari dopo una gran bevuta di Aglianico). Potrei ora scrivere che il Molise Aglianico è un vino dal colore intenso, dal profumo gradevole e dal sapore armonico e morbido... proprio come la gente molisana (ma se non ne conosco nessuno di abitante del Molise come faccio a scrivere questa caz... cosa?). Vorrei terminare, allora, questo inconcludente articolo con un proverbio molisano che dice: «Tale patre, tale figlie, tale vite, tale magliuolo» (traduzione: "Tale padre, tale figlio, tale vite, tale tralcio")... e leggendo qua e là del Molise Aglianico ho notato il grande attaccamento che i produttori del posto hanno per la loro terra, un attaccamento che si tramanda di padre in figlio e che ha permesso di mantenere «una natura che vigila sulla storia e sulla civiltà millenaria del Molise». Eh sì! Mi è proprio venuta voglia di andarci... E per ora continuiamo a vivere di ricordi... anche quando questi non ci sono: ma noi italiani siamo bravissimi a viaggiare con la fantasia (a volte solo con quella)! Fabrizio Capra Fonte: https://rpfashionglamournews.com/ , 21 dicembre 2018.

  • Il dolore si fa gioia

    Come Padre Pio, dieci ore prima del suo decesso, il 22 settembre 1968, era andato in spirito a Genova al capezzale di padre Umile, seriamente infortunato, così Mamma Natuzza, durante la sua atroce agonia, non smise di offrire le sue sofferenze per il prossimo. Don Alfredo De Renzis, sacerdote a Taranto, scomparso il 31 maggio 2012, che fu in contatto per diversi anni con la mistica di Paravati, ha lasciato una commovente testimonianza al riguardo. Una dichiarazione ufficiale in cui afferma di aver ricevuto un vero e proprio miracolo il 31 ottobre 2009, con l'intercessione di Natuzza morente. Negli ultimi tempi della sua vita De Renzis vergò, con grafia tremula e quasi illeggibile, anche un pensiero che sembra una possibile ragione del prodigio di cui fu beneficiario e testimone diretto: «Il malato è colui che è più caro al Signore, perché Lo rappresenta non nella Sua grandezza, ma nella Sua umiltà». Mentre la Evolo sta per essere trasferita dalla Sant'Anna di Catanzaro alla sede della Fondazione di Paravati, dove spirerà, don De Renzis da cinque giorni si trova in ospedale, gravissimo, sospeso tra la vita e la morte, dopo un ictus. Lì vive nel dormiveglia un'esperienza singolare: non solo percepisce a distanza l'agonia di Natuzza, di cui non sapeva nulla, ma anche che qualcuno l'ha raccomandato alle sue preghiere. Cosa che poi risulterà vera. In seguito a questa strana visione il sacerdote, contro ogni previsione medica, si ristabilisce e vive per altri tre anni. Ma ecco, da un opuscolo tuttora distribuito nella parrocchia di De Renzis, il racconto in prima persona del sacerdote: Nell'ospedale civile della Santissima Annunziata di Taranto, dove mi trovato ricoverato per un ictus cerebrale verificatosi in data 26 ottobre 2009, ho misteriosamente percepito la malattia e il ricovero di Natuzza. Il mio pensiero era quello di essere chiamato anch'io all'eternità e questa intuizione poggiava sul primo incontro avuto con Natuzza molti anni prima. In quella occasione Natuzza, incontrandomi, aveva detto: – Questi anni che il Signore ci dà usiamoli per fare del bene agli altri. Quindi io ero convinto che, se moriva Natuzza, anche io sarei morto. Poi è risuonata dentro di me la voce: "Natuzza è morente" e io ho detto: – Adesso muoio anche io. Quindi ho sentito una voce d'uomo che mi diceva: – Io ti ho raccomandato a Natuzza prima che lei partisse da Catanzaro a Paravati. Ho potuto constatare tutto ciò che ho detto telefonando a Paravati e parlando con quell'uomo. Durante la mia malattia ho visto girare intorno a me una grande ruota su cui era posta una grande scritta: æternitas . Ero sicuro che si trattava degli ultimi istanti della mia vita e che, di lì a poco, mi sarei trovato davanti al Signore per essere giudicato da Lui. Invece la preghiera di intercessione a mio favore fatta da Natuzza in punto di morte mi ha salvato, facendomi gradualmente riacquistare la salute che stavo perdendo per sempre. Luciano Regolo Fonte: L. Regolo, Il dolore si fa gioia. Padre Pio e Natuzza: due vite, un messaggio , Mondadori, Milano 2013.

  • Ricordi capracottesi

    Capracotta 1961: avevo 18 anni, per la prima (e unica) volta interrompevo il mio lavoro estivo che facevo per mantenermi agli studi, e tra tutti i ragazzi presenti (tranne il capo responsabile) ero il più grande. Come sempre in tutta la mia vita, mi sentii subito responsabile di quei ragazzi, per cui mi caricai dei lavori più pesanti e feci anche il cuoco. Con il piccone ho scavato la roccia per piantare l'albero dell'alzabandiera; le tende comuni; quelle per dormire; la guardia di notte. Le prime tre notti volli farle sempre io, per sembrare coraggioso e non caricare di responsabilità ragazzini di 15-16 anni. Ci avevano detto che potevano esserci i lupi, e una accetta era la mia impropabile arma, e forse c'erano davvero, perché la notte molti rumori e richiami provenivano dal bosco che ci circondava. Quando arrivava qualche nuvola, tutto l'accampamento ne veniva avvolto, e poi restavo solo io, fuori dalla tenda, grondante d'acqua e tremante per il freddo: in fondo anch'io ero solo un ragazzo. Uno di quei ragazzi che a me sembrava che proteggessi con coraggio, è venuto qualche tempo fa, da un altro continente, dopo moltissimi anni, e mi ha detto (più che a me, a un mio figlio presente): – Non ho mai dimenticato che tu ci hai sempre difeso; adesso ho saputo che hai bisogno di aiuto, dimmi cosa posso fare per te. Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che avevamo nel cuore... I ricordi ormai sono in po' labili, ma i sogni di allora, quelli no, sono incancellabili. Come un viandante di una volta che si rialzava dal suo momentaneo riposo e riprendeva la via, così mi si ripresenta il giorno dell'escursione in uno dei boschi vicino a Capracotta. La zona era a noi sconosciuta, ma la baldanza giovanile ci prospettava tutto facile da affrontare. Questa foto rende l'idea del nostro marciare, con il vento in faccia, verso una meta sconosciuta, verso mete ancora nebulose ma affascinanti e ricche di promesse. Non mi chiedete i nomi dei posti, ricordo solo che, scesi dal Monte Campo aggrappandoci timorosi alle falesie, questi grandi massi che sembravano incombere su di noi, entrammo in un bosco che percorremmo un po' avventurosamente, smarrendo spesso il sentiero. Con me e il capo, c'erano ragazzini di 14-15-16 anni che ad un ennesimo smarrimento di sentiero, incominciarono a fare domande preoccupate, alle quali io non sapevo assolutamente rispondere, come spesso il nostro capo. Ma la fortuna audaces iuvat e il primo sospiro di sollievo lo provammo quando trovammo un pozzo, mezzo diroccato, al quale attingemmo con le nostre borracce. Ripreso il cammino, difficoltoso nei punti di risalita per le foglie bagnate sul terreno che ci facevano sdrucciolare, pian piano riprendemmo coraggio fino ad uscire a « riveder le stelle » , come dice il sommo poeta: in questo caso era il sole caldo che ci accolse luminoso dopo tanta penombra. Non chiedetemi l'itinerario, ricordo solo che ci ritrovammo a Prato Gentile, dove, stesi al limitare del bosco, godemmo del riposo e della vista di quel vasto prato appunto "gentile". Eravamo stanchi, ovviamente, soprattutto i ragazzini, ma qualcuno del posto ci lanciò l'idea di proseguire verso un versante di un monte là vicino, per andare a visitare/esplorare una angusta grotta che si apriva su quel lato del monte. Un po' meno baldanzosi, ma spronati dalla curiosità e dall'amore per l'avventura, seguimmo più o meno le indicazioni ricevute e ci ritrovammo sulla cima di un costone, che dovevamo scendere per raggiungere, a metà percorso, questa famosa grotta. La discesa non era agevole per via dello strato di pietre lisce sovrapposte le une sulle altre, per cui il piede non poggiava su un terreno fermo. Comunque ce la facemmo, pian piano, ad arrivare a questa grotta: una stretta fessura che si incuneava profondamente nel monte. L'aspetto non si presentava rassicurante, con una entrata stretta sormontata da pietre visivamente instabili. La paura fece novanta, come suol dirsi, e così si decise di non entrare e tornare indietro. Ma indietro, dove? E come? La risalita scoprimmo subito che era impossibile, con quelle pietre che scivolavano da sotto i piedi, per cui non ci restava che continuare a scendere il pendio fino alla sua base e alla strada che correva sotto, lì vicino. Incominciammo a scendere con molta circospezione e paura, ma ad ogni passo qualcuno prese a scivolare e si fermava a stento, qualcuno si sedeva e si rifiutava di continuare, e qualcun'altro incominciava a piangere. Uno in particolare, un bravissimo ma fragile ragazzo, non aduso a sforzi fisici e molto timoroso. Mi chiamò in soccorso e si aggrappò al mio braccio tanto da farmi male, e benché tentassi di calmarlo, non riuscii a fargli lasciare la presa: la sua mano era diventata un forte artiglio e la sua paura incontrollabile. Non ci restò che pregare e riprendere con infinita cautela, la discesa. Ci volle tempo, ma un poco alla volta, con il sedere per terra, scivolando, riuscimmo a raggiungere la base della parete. Eravamo stremati, ma felici di essere riusciti a superare una prova così difficile. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve le siete scordate v'aiuto a ricordarle... Flash di ricordi, di nomi, di visi e il pensiero che corre a quei ragazzini oggi anziani, e che nella vita hanno raggiunto mete importanti, li conosco e li ricordo uno per uno, e li ho tutti davanti agli occhi e affollano la mia mente e il mio cuore. Ragazzi, se il caso vi porta a leggere queste poche righe, vorrei che pensaste a quell'escursione come ad un primo gradino verso il raggiungimento dei vostri sogni, e a ricordare chi vi ha dato una mano a scendere quella china, che talvolta lui non ha saputo affrontare con la stessa vostra determinazione nei confronti della vita. Afono. Completamente afono al ritorno dell'escursione. Il vento che ci soffiava contro mentre marciavamo fieri verso la montagna; il vento che ci aveva dato baldanza e sussurrato "andate, il mondo è vostro"; il vento che spazzava la cima di Monte Campo, mentre aggrappati alla croce immortalavamo la nostra gioventù; il vento, lì sopra, spazzò via il mio sudore e la mia voce. Afono, non ruiscivo a pronunciare nemmeno una parola, mentre c'era tanto da fare, a incominciare a pensare cosa e come cucinare il mezzogiorno. Non è che sapessi cucinare, in quanto il mio rapporto con il cibo è stato sempre all'insegna dell'essenziale: detto brutalmente, riempire lo stomaco, voracemente e quantitativamente. Alla partenza per Capracotta, ovviamente portammo con noi parecchi viveri, costituiti soprattutto da scatolame proveniente dal Vaticano, che a sua volta l'aveva ricevuto dagli USA, perché allora era ancora il tempo dell'aiuto economico e alimentare dell'America per un'Italia uscita devastata dalla guerra. A me è sempre piaciuta molto la pasta con il ragù, che imparai, anche sulla pelle dei miei ragazzi del campeggio, a condire con molti pezzi di mortadella che ci era stata fornita in grosse lattine: tagliavo e buttavo nella pentola, e mi sembrava sempre poco, così pure per la pasta. Ovviamente partivo dal presupposto che anche gli altri avessero il mio stesso appetito, o meglio fame; con la conseguenza che la metà di quello che cucinavo avanzava. Gli altri erano tutti ragazzi provenienti da famiglie, come dire, benestanti, e a casa loro certamente non mangiavano solo pasta, avendo a disposizione diverse tipologie di cibo. Faccio una disgressione, per far capire e per sorridere: uno di quei ragazzi era figlio di un medico, amico di scuola e un bravo studente. Io non studiavo molto, mi piaceva giocare a pallone e quando c'erano da portare le versioni di latino e di greco, spesso andavo a casa sua, e mentre lui si affannava a tradurre il brano, nell'attesa io venivo portato dalla sua magnifica madre, gentilezza e umanità fatte persona, in cucina, dove, aperto il frigorifero (e cos'era il frigorifero? io non lo avevo mai visto?) mi diceva: – Vuoi qualcosa? Un panino? E c'era il caciocavallo, e c'era la mozzarella, e c'era, e c'era, e c'era... Perciò avanzava mezzo pentolone di pasta: cosa farne? Qualche volta, dalle parti del campo, erano passati dei pastori con le greggi, protette da grossi cani da guardia, che portavano collari di ferro con delle punte lunghe, per proteggersi da un eventuale attacco di qualche lupo, quei lupi che io sentivo, o immaginavo di sentire la notte, quando facevo la guardia. Allora svuotavo il mezzo calderone un po' lontano dal campo, e potete credermi, dopo poco tempo tutti gli avanzi erano spariti! Vicino al campo c'era una sorgente limpidissima di acqua super fredda, tanto che la mattina riempivo la borraccia, l'appendevo alla tenda refettorio, e a mezzogiorno, pur esposta al sole, era ancora freschissima. I giorni passavano velocemente, il tempo lo trascorrerevamo tra giochi, canti, scherzi, preghiere e lavoro. La sera, i nostri canti, stonati, si alzavano alle stelle, mentre di fronte a noi si ergeva il Monte Capraro al quale avevo dedicato una poesia che non ho più trovato. «Quando sul campo discende la sera e l'ombra si fa più nera, una rondinella va a riposar e noi tutti cantiamo» o «Bianco Padre che da Roma, ci sei meta, luce e guida, in ciascun di noi confida, un esercito all'altar. Siamo arditi della Fede, siamo araldi della Croce, a un cenno e alla tua voce, un esercito all'altar». Canti innocenti, canti di Fede, canti ignari della vita reale, canti di ragazzi allevati con amore da insegnanti, educatori, religiosi, che hanno saputo instillare in loro le regole dell'onestà e del bene, e non uno, per quanti mi risulta, non uno, dico, ha preso vie traverse nella vita: si era poveri, ma bastava un canto, una partita a pallone, una serata nella nostra Associazione, una lezione su Dante, un panino, e il mondo era nostro! «Vi ho parlato di un tempo, che vorrei tornasse, ma è impossibile», come diceva lo scrittore Giovanni Mosca. Ogni giorno si scendeva a Capracotta dal nostro campo per comprare pane e frutta e, per effettuare il tragitto, occorreva, mi sembra, circa un'ora. Avevo sempre paura di smarrirmi, delle serpi e di essere spesso solo. Un giorno, arrivato in paese, mi ricordai di andare a salutare, come desiderio e raccomandazione di mio padre, un vecchio massaro che aveva lavorato anni prima nella masseria di Torre dei Giunchi a San Severo e a cui lui era molto affezionato. Ma probabilmente era già morto, pensavo, in quanto doveva essere molto anziano, vicino ai cent'anni. Per le strade spesso mi fermavo a chiedere notizie e così, poco per volta, riuscii a farmi ben indirizzare. Mi sembra di ricordare che vicino casa sua ci fosse una specie di torrione dove era segnato sul muro l'altezza della neve di qualche inverno passato. Trovata la casa, bussai timidamente e chiesi del signor Luigi, e con mia grande sorpresa mi dissero che era vivo ma che, però, era allettato. Mi avvicinai al suo letto, feci il nome di mio padre, e quella bocca con pochi denti si aprì in un sorriso: ricordava ed era contento di essere stato ricordato! Ah, l'amicizia di una volta, fatta di cose semplici e vere: qualche volta il fondo di una ricotta, un po' di latte, qualche pezzo di formaggio fresco (che spettava a noi, poi, salarlo) quattro chiacchiere tra due uomini semplici, ambedue provenienti da una cultura e una vita umile e montanara (mio padre era originario di San Marco in Lamis, sul Gargano) e un pancotto fatto con pane duro ed erbe trovate nel pascolare le pecore, legavano cuori semplici, uniti dalla povertà e dal duro lavoro. Il signor Carnevale mi raccontò alcuni suoi ricordi di quella vita e mi raccomandò di salutare il suo antico amico. Mi sorrise e andai via. Risalii la montagna e, nell'avvicinarmi al campo, ebbi modo di farmi una bella risata, assieme ai ragazzi che mi avevano raggiunto, quando spuntò dal bosco il nostro assistente spirituale, con i pantaloni mezzo abbassati, che correva gridando: – La vipera! La vipera!!! Cos'altro dire o scrivere? Solo un'immensa malinconia e nostalgia, per un tempo dove tutto era semplice e a dimensione d'uomo. Non c'erano gli eroi, i divi, la politica gridata, l'indifferenza verso il prossimo o il diverso: tutti appartenevamo ad uno stesso continente che aveva nome Umanità. Luigi Sales

  • L'organo ligneo di Capracotta

    L'antico organo della Chiesa Collegiata di Capracotta è collocato al di sopra del coro, in fondo all'abside al di sopra dell'altare maggiore ed è, certamente, la più ricca e preziosa opera d'arte presente sul suolo capracottese. La sua imponente mole corona e completa la visione architettonica della navata centrale e la stella intagliata nel legno al di sopra dell'armadio, diviso in tre fornici da due paraste  simmetriche, guarda idealmente verso il nord come una piccola Stella Polare. Due finestroni danno luce alla bella cantoria lignea decorata a foglie di acanto e oro zecchino. La stessa mano tuttora ignota intagliò e decorò la cassa ingentilendola con due cherubini  posti a sostegno della stella e due angioletti musicanti siti ai lati dei fornici piccoli raffigurati nell'atto di suonare la tromba e celanti il registro di cornamusa. La parte fonica fu realizzata tra il 1750 ed il 1780 da Francesco D'Onofrio, valente organaro di Poggio Sannita la cui firma appare sulla tavola delle riduzioni della catenacciatura, che realizzò numerosi strumenti di fattura analoga negli Abruzzi, nel Molise, nelle Puglie ed in Campania ponendosi tra i capiscuola della tecnica organaria del Centro e del Sud. Una tradizione locale vuole invece che lo strumento sia stato costruito da Luca D'Onofrio autore anche di altri due strumenti simili a Trivento e a Poggio Sannita di dimensioni più ridotte; curiosamente anche il suo nome appare inciso sulla base delle paraste che sorreggono il somiere maestro. Non è da escludere che entrambi gli organari abbiano collaborato, nell'ambito della stessa famiglia, alla costruzione di questo grande e pregevole strumento. Lo schema costruttivo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non appartiene alla scuola organara napoletana. Le misure delle canne, la pressione del vento, la fattura dello stagno e la accuratissima  finitura dei legni del somiere maestro nonché la ripartizione dei registri fanno pensare ad una enorme  influenza delle scuole organare venete con cui gli organari molisani ed abruzzesi ebbero notevoli scambi. Il nome imposto a questo strumento è "Principalone" per la presenza del registro di Principale 16' a base della fonica, cosa rara negli strumenti coevi, le cui canne fanno bella mostra di sè sulla facciata. Il "Principalone" dispone di ben dodici registri, azionati a pomello di ottone, contrabassi e due cornamuse per il periodo natalizio, azionati da tirante ad incastro, per un totale di 700 canne forse in parte mutuate dal vecchio organo della chiesa rinascimentale poste su somiere maestro a tiro, un manuale di 45 tasti e pedaliera a leggìo "corta" costantentemente unita al manuale. Anticamente erano presenti due "uccelliere", ora scomparse, azionate da tirante ad incastro. La pressione del vento, fornito anticamente da tre mantici a cuneo azionati da stanghe ed attualmente erogato da moderno elettroventilatore, è di 45 mm. di acqua. Sono presenti i registri: Principale (16'); Ottava (8'); Decimaquinta (4'); Decimanona (2-2/3'); Vigesimaseconda (2'); Vigesimasesta ( 1-1/3'); Vigesimanona (1'); Trigesimaterza; Trigesimasesta; Voce Umana; Flauto XV (4'); Flauto XIX (2-2/3'); Tiratutti (da ottava); Contrabassi; Tiratutti a pedaletto con bilanciere. La fattura e la precisione delle finiture meccaniche e tecniche ne fanno uno dei più belli e grandi strumenti del Centro Italia del XVII sec. Riguardo lo stemma sul frontone, una leggenda vuole che il costruttore della cassa lignea appartenesse alla famiglia Campanelli, tant'è che nello stemma si vede una colomba portare un campanello. Qualora non fosse lo stemma del costruttore, quantomeno può esser quello dell'arciprete committente, ovvero Giuseppe o Liborio Campanelli. Inoltre nell'archivio della Chiesa Madre è conservata una lettera dell'organaro, figlio o nipote di Francesco D'Onofrio, che rammenta al Capitolo la sua disponibilità alla manutenzione dello strumento. Francesco Di Nardo

  • La prima ferrovia a trazione elettrica in Molise

    La linea ferroviaria Agnone-Pescolanciano era alimentata da un sistema di elettrificazione in c.c. a 1.200 V. Prese regolare servizio il 7 giugno 1915 ma fu inaugurata il 24 maggio dello stesso anno con un viaggio gratuito in occasione della partenza dei giovani militari agnonesi che si recavano in guerra! In Agnone e Pescolanciano furono costruite le stazioni di testa costituite ognuna dal fabbricato viaggiatori, dal magazzino merci col relativo piano caricatore, dalla rimessa per le vetture, dalle relative officine di riparazione e dai dormitori del personale. La rimessa di Agnone era più grande rispetto a quella di Pescolanciano in quanto l'entità del servizio merci era maggiore e ogni sera dovevano essere rimesse tutte le vetture e i carri merce. Le principali fermate erano Capracotta, Pietrabbondante e Trivento e tutte costituite oltre che dal fabbricato viaggiatori anche dal magazzino merci coperto e dal relativo piano di carico. Fu adottato lo scartamento ridotto di 950 mm. La linea si estendeva per circa 37 km. con raggi minimi di curvatura pari a 30 m. e una pendenza massima (livellette) del 60-70‰ tra le più ripide d'Italia e forse d'Europa. L'armamento era costituito da rotaie Vignolle da 22 kg. per metro lineare per il tratto con sede propria, mentre per i circa 10 km. in cui il binario era parte integrata con la strada (negli abitati di Agnone e Pietrabbondante e sui ponti stradali), furono adottate rotaie tipo Phoenix a gola da 35 kg. per metro lineare. La velocità massima consentita era di 25 km/h, il tempo di percorrenza dell'intera tratta Agnone-Pescolanciano era poco più di 2 ore alla velocità media di circa 10 km/h. La linea aerea era del tipo a "semplice filo di contatto" con sospensione longitudinale costituita da conduttori con sezione di 80 mm2, la corrente necessaria era fornita dalla centrale idroelettrica del Verrino, già attiva da tempo e tra le prime in funzione nell'Italia centro-meridionale, che aveva tre gruppi raddrizzatori da 75 kw di potenza oraria, il terzo fu aggiunto proprio per servire meglio la nuova linea ferroviaria. Il materiale rotabile era composto da 2 locomotori elettrici da 110 kw (utilizzati per il servizio merci di cui, però, non si hanno riscontri fotografici o documenti di archivio), 3 elettromotrici da 110 kw, 3 carrozze passeggeri (rimorchiate) a due assi e 18 carri merci: 6 chiusi e 12 aperti. Aveva come sede di deposito Agnone, mentre Pescolanciano era la corrispondente stazione con scartamento ordinario di 1.435 mm. Le vetture automotrici avevano una capienza di 20 posti a sedere e di 18 posti in piedi nelle piattaforme, mentre le rimorchiate avevano 30 posti a sedere e 12 nelle piattaforme. Le vetture motrici erano equipaggiate con due motori, ciascuno della potenza di 35 cavalli alla tensione di 1200 volts con controller. Ciascuna vettura fu equipaggiata con lampade a incandescenza per l'illuminazione interna. A causa della forte pendenza tutte le automotrici erano dotate oltre che di un freno a mano anche di un freno elettromagnetico a chiusura idraulica, brevettato A.E.G. Thomson Houston che aveva vantaggi enormi rispetto agli ordinari freni continui a chiusura meccanica. In caso eccezionale, ovvero di pericolo, era possibile azionare il freno per corto circuito dei motori. Per il servizio merci furono adottati carri chiusi a due assi, distanti 1,80 metri, capaci di portare fino a sei tonnellate di peso utile. Anche questi carri avevano lo stesso sistema di frenatura delle altre vetture ed era comandabile dal macchinista direttamente dalla vettura motrice. Di solito i treni avevano una composizione mista, una vettura motrice e un carro merci ma nei periodi di grande affluenza venivano aggiunte una o più rimorchiate e carri merce. Tutte le opere in muratura furono costruite in pietrame calcareo che abbondava e abbonda tutt'ora nella zona. La denominazione esatta della ditta concessionaria e proprietaria era: SFAP (Soc. An. per azioni per la ferrovia Agnone Pescolanciano). Il costo totale per la costruzione dell'intera linea fu di £ 3.400.000 e quindi con un costo chilometrico di circa £ 91.000. Per questa cifra fu chiesta e ottenuta la sovvenzione da parte del Governo del Re nel 1907. Fabrizio Minichetti Fonte: F. Minichetti, Una ferrovia di montagna. La Società ferroviaria Agnone-Pescolanciano 1909-1943 , Iannone, Isernia 2010.

  • Aristide il padrino

    Nell'Archivio Vescovile di Teramo è stata ritrovata una lettera che, una volta analizzata, ha monopolizzato la mia attenzione. Si tratta di una richiesta di chiarimento, inviata il 27 maggio 1946 da Aristide Castiglione (1899-1949) a mons. Gilla Vincenzo Gremigni, allora vescovo di Teramo. L'eccezionalità della scoperta risiede proprio nella figura del Castiglione, figlio del maestro capracottese Salvatore (di cui ho parlato qui ) che, una volta trasferitosi a Giulianova (TE), vide divampare in sé la fiamma del socialismo, tanto da diventare corrispondente dall'Abruzzo per l'Avanti. Ragioniere capo della ditta De Santis, a quel tempo leader nel commercio di ferramenta, nel '46 Aristide Castiglione era un esponente di spicco del Partito socialista, in particolare di quell'area riformista che aveva avuto come punti di riferimento Filippo Turati e Giacomo Matteotti. Dopo essere stato in lizza per ricoprire la carica di sindaco a Giulianova, nella primavera del 1946 Castiglione era impegnato, in quota Psi, come candidato alle elezioni per l'Assemblea Costituente, la cui lista era capeggiata da Secondo Tranquilli, meglio conosciuto come Ignazio Silone. Nella lettera menzionata in apertura Aristide chiedeva al Vescovo se, in quanto militante socialista, egli fosse libero di far da padrino alla cresima del nipote, che aveva tenuto a battesimo nel 1936. Pochi giorni prima, infatti, le diocesi d'Abruzzo avevano diramato una comunicazione, rivolta a clero e fedeli, sulle nuove norme comportamentali da tenere nei confronti di personaggi anticlericali e marxisti. Quel documento, datato 9 maggio, prevedeva che chi seguiva tali dottrine non potesse far da padrino nel battesimo e nella cresima, amministrare i beni ecclesiastici e far parte di comitati e commissioni di feste religiose . La risposta alla lettera di Aristide Castiglione, scritta dal vicario generale del Vescovo, non tardò. Il 3 giugno 1946, infatti, don Adolfo Binni comunicò al ragioniere che «le censure quindi comminate la riguardano se la S. V. in coscienza aderisce a quelle idee». Aristide Castiglione non tentennò. Nonostante avesse ricevuto la benedizione di mons. Gremigni, rinunciò a fare il padrino al nipote e riferì l'episodio anche al suo referente politico, Ignazio Silone, un uomo troppo saggio per lasciarsi andare a facili improperi verso la Chiesa e i suoi rappresentanti. La storia finisce qui ma voglio sottolineare come la Chiesa, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, abbia cambiato rotta, diminuendo sensibilmente il numero di condanne e scomuniche impartite. Decisa, in una visione cosmopolita, a perdonare tutti e ad accogliere tutti tra le proprie braccia, la Chiesa di Roma ha rinunciato al suo ruolo etico e, se è vero che oggi difficilmente porrebbe il veto a un padrino socialista, è altrettanto vero che un padrino socialista mai si sognerebbe di chiedere il consenso al clero per cresimare un parente. I muri ideologici che sono stati innalzati - tanto dalla Chiesa quanto dai partiti di massa - nel primo dopoguerra, non solo hanno dilaniato il tessuto sociale dell'Italia, portando allo scontro (non solo verbale) cittadini dello stesso Paese, ma hanno ottenuto il risultato di indebolire tutti, indistintamente, indefinitamente. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Biagi, I quattordici mesi. La mia Resistenza , a cura di L. Mazzetti, Rizzoli, Milano 2009; G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana: settembre 1943-maggio 1945 , Feltrinelli, Milano 2012; A. V. Castiglione, La inmigración italiana en Santiago del Estero. El inmigrante Giovanni Castiglione (1858-1903) , El Liberal, Santiago del Estero 2006; O. Di Stanislao, Clero e fascismo nella Diocesi aprutina , in C. Felice e L. Ponziani, Intellettuali e società in Abruzzo tra le due guerre. Analisi di una mediazione , Bulzoni, Roma 1989; E. Marinaro, I socialisti (e gli altri) nell'Abruzzo teramano: 1896-1949 , Verdone, Castelli 2011; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; I. Silone, L'avventura d'un povero cristiano , Mondadori, Milano 1968.

  • Santilli e il MagneGas

    Ruggero Maria Santilli è nato a Capracotta, nella regione italiana del Molise. Santilli ha conseguito la laurea in Fisica presso l'Università di Napoli, proseguendo i suoi studi post-laurea presso la facoltà di Fisica dell'Università di Torino, terminandoli nel 1966. Nel 1967 è stato invitato dall'Università di Miami a condurre una ricerca per conto e finanziata dalla NASA. Dal 1968, Santilli è stato professore di Fisica presso l'Università di Boston, insegnando Fisica e Matematica e conducendo ricerche per l'aviazione militare statunitense. Durante questo periodo ha acquisito anche la cittadinanza americana. Nel 1976 e 1977 ha insegnato presso l'Istituto di Fisica teorica del Massachusetts "Institute of Technology". A partire dal 1978 ha svolto attività di ricerca presso la Harvard University. Nel 1983 ha formato ed è diventato presidente dell'Istituto per la Ricerca di Base. Sebbene Santilli abbia pubblicato numerosi lavori in tutta la letteratura scientifica, una buona parte dei quali incentrati sulla sua creatura, la "meccanica adronica", rappresenta una nuova teoria di base dell'universo. Ha pubblicato centinaia di lavori e libri su questo tema e correlati, incluse applicazioni alla chimica, superconduttività, biologia e cosmologia. La gran parte del suo lavoro è stata pubblicata nell'Hadronic Journal, un giornale di cui Santilli è il fondatore e l'editore responsabile. Santilli ha anche creato i giornali "Hadronic Journal Supplement" e "Algebras, Groups and Geometries", nei quali pubblica altrui e suoi documenti. Santilli ha sviluppato nuovi combustibili, chiamati MagneGas e MagneHydrogen. Questi fluidi sono composti principalmente da magnecole, i quali atomi e molecole sono legate dalla "polarizzazione toroidale delle orbite degli elettroni valenti". Di Ruggero Maria Santilli e delle sue realizzazioni ha parlato Michele Sacerdoti, laureato in Fisica, ambientalista impegnato politicamente nei Verdi di Milano. Nel suo sito c'è un'intera sezione dedicata a Ruggero Maria Santilli, alle sue teorie e soprattutto alle sue realizzazioni concrete, come il Magnegas, in cui si possono trovare anche tutte le slide preparate per questo Convegno, articolate nei seguenti punti: il MagneGas; la struttura dell'atomo; le ricerche di Santilli; l'ostracismo scientifico a cui è stato sottoposto e l'oscurantismo delle istituzioni. Il documento accenna anche al fatto che Santilli, guarda un po' il caso, ha sviluppato una sua teoria sull'etere. Di questa teoria Sacerdoti al Convegno ne ha solo accennato, avendo focalizzato il suo intervento sull'argomento MagneGas, per rimanere in tema di realizzazioni concrete, vero obiettivo del Convegno. Sacerdoti, parlando di Santilli, ha sottolineato che «non appena si distaccò dagli schemi scientifici ufficiali (per esempio con una sua teoria dell'etere, sull'antimateria, sulla velocità della luce e sulle "magnecole") venne pesantemente osteggiato e "buttato fuori" dal mondo scientifico. Tutte i suoi lavori scientifici vennero respinti e non pubblicati. Santilli pubblicò così una sua rivista scientifica a cui collaborano fisici di diversi paesi che però non viene recepita dal mondo accademico ufficiale». Franco Squeri e Luca Botta Fonte: https://energiesottili.it/ , 10 maggio 2008.

  • Capracotta style

    Ebbene sì... alla fine siamo riusciti ad andare, ospiti di Finferla ed Evandro, in quel di Capracotta, ridente paesino di montagna della regione Molise. Posto incantevole, a mio parere meriterebbe o un piccolo raduno o un piccolo incontro, ci sono delle aeree attrezzatissime, con tanto di panche, grill, prati immensi. La vegetazione mista, dai bellissimi abeti bianchi alle stupende faggete, per scendere poco sotto il paese ed immergersi in passeggiate bellissime nei prati. Ma veniamo al dunque. Ci stavamo recando in località Cascate del Borrello, scendendo ci accorgiamo di parecchie macchine a bordo strada. Io ingenuamente ho detto subito: «Questi so' fungaroli... e vai!...». Adesso ci mettiamo in cerca. Invece no, carabinieri, protezione civile, ruspe e trattori, probabilmente anche il sindaco. Ma che sarà successo mai? Un abete bianco di altezza pari a 25 metri, di una maestosità unica. L'albero che troverete a Roma in piazza San Pietro proviene dal comune di Pescopennataro, orgoglio del popolo molisano. Noi stupiti da cotanta bellezza possiamo affermare con certezza divina di aver visto questo regalo per il Papa Benedetto XVI. Ma adesso passiamo al paesaggio che ci ha stupito domenica mattina al nostro risveglio. In inverno a Capracotta ci si può dilettare con delle bellissime piste da sci di fondo, e in estate vengono sostituite da bellissimi prati dove ci si può attrezzare per pranzi all'aperto. E così la giornata è passata splendidamente... Al risveglio tutto bianco, e qui c'è una dichiarazione di sfida ufficiosa a tutti coloro che hanno partecipato alla famosa partita di Leonessa svoltasi al campetto olimpionico del tiro alla sedia. Capracotta gode di una posizione ottimale e si affaccia su tre versanti: versante abruzzese, adriatico e molisano, con vista sulla città di Agnone. Non conosco micologicamente bene queste zone ma sono per certo che si raccolgono degli ottimi marzuoli. Giuliano Piccio Fonte: http://www.apasseggionelbosco.it/ , 4 dicembre 2012.

  • L'Italia vuota: Capracotta

    Capracotta è un comune con poco più di 800 abitanti a 1.421 metri di altitudine che lo rendono il comune più alto dell'Appennino dopo Rocca di Cambio. La provincia è quella di Isernia e la superficie comunale è di 42,55 kmq. Gli abitanti di Capracotta si chiamano capracottesi. Le origini del nome seguono varie ipotesi; una di queste è la combinazione dei due termini italici kapp , luogo alto, e kott , luogo roccioso; un'altra è la combinazione dei due termini latini castra cocta , accampamenti protetti da una recinzione in mattoni. Per altri il nome proviene dalla fondazione della località da parte dei Longobardi che per tradizione religiosa sacrificavano una capra al loro dio Thor e ne mangiavano le carni appena insediati in un luogo conquistato. L'ultima ipotesi è legata alla consacrazione di tre capre in onore di Gaio Aurelio Cotta che nel 200 a.C. divenne secondo console nello stesso momento in cui venivano inviati dieci commissari ripartitori nel Sannio per spartire le terre requisite ai Sanniti; per questo il nome originario sarebbe stato Caprae Cottae , le capre di Cotta. La presenza umana nel territorio di Capracotta risale al Paleolitico e sono stati trovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Il primo insediamento stabile si ebbe nel IX secolo a.C. e fu scoperto con degli scavi che mostrarono delle capanne circolari che nel I sec. d.C. divennero edifici in marmo. La Capracotta attuale nacque sullo sperone della Terra Vecchia ad inizio Medioevo durante la conquista longobarda del Sud Italia. Ai Longobardi nei secoli successero i Normanni, gli Aragonesi, il Regno delle Due Sicilie e nel 1860, con lo sbarco di Garibaldi, Capracotta passò al Regno di Sardegna che nel 1861 divenne Regno d'Italia e da allora segue le sorti dello Stato italiano. Appena annessa al Regno d'Italia si ebbe un forte aumento delle tasse che favorì l'esplosione del brigantaggio nei dintorni e nel tempo anche il fenomeno dell'emigrazione. La Seconda Guerra Mondiale portò bombardamenti e la popolazione dovette sfollare verso le regioni più a sud e quando nel 1945 gli esuli tornarono si misero a ricostruire il paese, ma poi ricominciarono a emigrare verso il Nord Italia o i paesi dell'Europa Centrale e questo fenomeno si è arrestato a inizio anni Settanta. Dopo gli anni Cinquanta il paese fu ricostruito e vi fu installato un impianto sciistico sul Monte Capraro che diede impulso al turismo, che già a fine Ottocento attirava l'aristocrazia napoletana e roimana. Capracotta fu citato anche nel film "Il Conte Max" di Alberto Sordi quando il celebre attore la definiva la Piccola Cortina d'Ampezzo degli Abruzzi. Nel marzo del 2015 in 17 ore sono caduti più di due metri di neve, con i quali è stato battuto il primato della località statunitense Silver Lake nel Colorado, che raggiunse 193 centimetri nel 1921. Nel comune sono presenti svariate chiese, tra queste la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta costruita nel 1725 su rifacimento di una precedente e dotata di alcuni dipinti; la Chiesa di Sant'Antonio di Padova del Settecento con tele di scuola napoletana e statue dei santi; la Chiesa di San Giovanni Battista nella parte alta con campanile a vela; la Chiesa di giuspatronato di San Vincenzo Ferreri con facciata semplice a capanna; la Chiesa di Santa Lucia di Siracusa del Settecento, chiesa campestre fuori del paese con campanile a vela e il Santuario della Madonna di Loreto presente già dal 1622 e ricostruito nel 1950 dopo i bombardamenti in stile negromantico e neogotico dal quale partivano gli armenti durante la transumanza. I cognomi più diffusi a Capracotta sono Carnevale, Paglione, Di Nucci, Di Rienzo e Sozio. I dolci tipici di Capracotta sono re ceciariéglie , delle sfere a base di farina, zucchero, burro e uova, sale e rivestite dopo la frittura in olio bollente con del miele di alta montagna, tipici del Carnevale. Nonostante tutte queste attrattive e la possibilità di sciare in inverno e fare vacanze estive, anche Capracotta è soggetta a spopolamento e iscritta a pieno diritto nell'Italia vuota. Ma nel settembre del 2019 si è mosso qualcosa nella Regione Molise per attrarre nuovi residenti nei comuni con meno di duemila abitanti dei quali Capracotta è parte. La Regione Molise ha introdotto il reddito di residenza attiva e lanciato un bando pubblico il 16 settembre del 2019 con scadenza il 30 novembre per i comuni sotto i 2.000 abitanti con 700 euro a chi sceglierà di prendere la residenza o aprire un'attività per almeno cinque anni nei comuni a rischio spopolamento fino a un massimo di 24.000 euro in tre anni con rate da 8.000 euro l'anno dei quali Capracotta è parte. In data 8 settembre il Consiglio Comunale di Capracotta capeggiato dal sindaco Candido Paglione ha approvato un ordine di fiscalità di vantaggio per attività commerciali e artigiani presenti. In Molise e a Capracotta si sta provando a fare qualcosa, ora bisogna vedere se questo provvedimento arginerà lo spopolamento. Marco Riccardi Fonte: M. Riccardi, L'Italia vuota , Ali Ribelli, Gaeta 2020.

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