top of page

I risultati della tua ricerca

2291 risultati trovati con una ricerca vuota

  • De Maio avverso Falconi, Santilli ed altri

    All'eccellentissima Corte di cassazione di Napoli. Vincenzo de Maio, propr. domiciliato in Deliceto, ed Elisabetta de Maio, autorizzata dal marito consigliere Francesco Paolo d'Ambrosio, proprietaria domiciliata in Trani, rappresentati dal sottoscritto avvocato espongono. Nella causa tra essi de Maio ed i signori Stanislao Santilli, Angelo e Serafina Santilli fu Sisto, quest'ultima autorizzata dal marito Giovannangelo Sammarone, Cesarina Antoldi, ved. di Pasquale Santilli fu Sisto, Eustachio Monaco, Agostino e Croce Conti fu Antonio, Filippo Falcone fu Francesco, Francesco Falcone fu Agostino, Filippo e cavaliere Ruggiero Conti fu Giampietro, e questi due anche come eredi del defunto Gregorio Conti, Gerardo, Ettore, Eugenio, Silvio ed Ortenzia Conti fu Raffaele, quest'ultima maritata a Nicola d'Onofrio, Francesco Buonanotte fu Salvatore, Vincenzo Buonanotte di Francesco, Pasquale e Donato di Tella fu Vincenzo, Eufrasia Conti, madre e rappresentante i figli minori Raffaela, Sebastiano ed Innocenzo, procreati col defunto marito Vincenzo di Tella, Vito e Sebastiano di Tella fu Domenico, Leonardantonio Falconi, Pasquale, Domenicangelo ed Agnese Fantozzi fu Giuseppe, Caterina Fantozzi fu Vincenzo, Mariannina Carugno ved. di Michelangelo di Loreto, Remigio, Salvatore, Luigi, Tito, e Lindoro Conti fu Giovanni, e costoro come eredi della defunta loro madre Carolina Falconi, nonché quali succcessori del testè defunto fratello Cesare e tutti nella qualità di eredi del sig. Carlo Conti, Filippo, Ferdinando ed Alfonso Monaco fu Gaetano, Pietro Labbate fu Francesco, Giuseppe Castiglione, Tito di Ciò fu Giuseppe in nome proprio e quale gestore di negozio del germano Giacomo, Pasquale di Rienzo e Benedetto di Rienzo, autorizzata dal marito Eugenio Vizzoca, e costoro quali eredi del defunto loro padre Agostino di Rienzo fu Saverio, Pasquale e Sebastiano Carnevale, figli della fu Angela di Rienzo, Francesco Rosa figlio della fu Mariantonia Paglione, Giovanni e Giacomo Bucci fu Emiliano, Princiano e Francesco Monaco fu Angelo, ed il primo come tutore pure dei minori Angela e Teresa Monaco, fu Mariano, eredi del defunto avv. Michelangelo Monaco per l'interposta persona della loro madre defunta Chiara Monaco, Pietro e Raffaele di Nucci fu Amicantonio, dom. tutti in Capracotta ad eccezione di Salvatore Conti dom. in Carovilli, la Corte di appello di Napoli in 1ª sezione ha profferito a 18 febbraio 1800novantuno e pubblicata a 6 aprile detto anno la seguente sentenza: Uditi i procuratori delle parti, senz'attendere alle dedotte eccezioni d'inammessibilità e di nullità che rigetta, provvedendo sull'appello proposto da Pasquale Fantozzi, Stanislao Santilli ed altri con atti diciasette e diciotto settembre 1800novanta avverso la sentenza del tribunale d'Isernia de 14-22 agosto 1800novanta, respinte tutte le altre istanze ed eccezioni, ordina che i signori Primiano e Francesco Monaco fu Angelo Ruggero e Filippo Conti fu Giampietro, Pietro Raffaele di Nucci, Filippo Falcone fu Francesco, Francesco Falcone fu Agostino, Gerardo, Ettore, Eugenio, Silvio ed Ortensia Conti fu Raffaele, Leonardantonio Falcone, Cavalier Cesare, Remigio, Salvatore, Luigi Tito e Lindoro Conti fu Giovanni e Giuseppe Castiglione fra il termine di giorni sessanta dalla pubblicazione della presente esibiscono a mezzo della cancelleria i titoli di particolari acquisti che assumono aver essi fatto dei fondi dei quali fu loro ingiunto il rilascio con l'apposto precetto. E riserba all'esito dell'esibizione ed esame di siffatti titoli i diffinitivi provvedimenti in merito dello appello per quanto riguarda i predetti individui. Rigetta poi lo appello nel rapporto di tutti gli altri, ed ordina che la impugnata sentenza sia contro di essi eseguita. Condanna questi ultimi alle spese del presente giudizio che col relativo onorario di avvocato saranno tassate dall'estensore della presente. Le riserba nel rapporto degli altri appellanti all'esito del disposto mezzo istruttorio. Contro la trascritta sentenza, registrata uff. atti giudiziari di Napoli al numero 4600, non notificata, gli esponenti propongono parziale ricorso per cassazione per i motivi che saranno indicati dopo sommaria esposizione del fatto. Nel 1828 Vincenzo de Maio, seniore, istituì giudizio di revindicazione contro alcuni detentori dell'ex feudo di S. Croce in Capracotta. Nel 1829 simigliante domanda libellò contro altri detentori dello stesso ex feudo. Con sentenza 28 gennaio 1830 il tribunale di Molise pronunziando su questa seconda domanda in contumacia dei citati li condannò al rilascio delle porzioni occupate, ed alla restituzione dei frutti disponendo mezzi istruttorii per la liquidazione. Con altra sentenza 23 novembre 1830 lo stesso tribunale pronunziando sulle opposizioni prodotte contro la contumaciale, sull'altra istanza del 1828, e sull'intervento del Comune di Capracotta, dichiarò inammessibile in quanto al rito l'intervento, rigettò le opposizioni alla contumaciale, condannò gli altri detentori citati nel 1828, al rilascio delle altre porzioni occupate, si riserbò di pronunziare sui frutti in esito dei disposti mezzi istruttori, e condannò gli opponenti e tutti i convenuti nelle spese. Nel 1837 produssero i condannati appello da ambedue le sentenze. Nel 1856 Giuseppe de Maio, erede di Vincenzo ne domandò la perenzione. Una decisione del 1860 la profferì nel rapporto del Comune, la rigettò nell'interesse degli altri possessori. I quali dal 1864 lungi di promuovere la discussione dell'appello limitaronsi ad interromperne la perenzione, riassumendo l'istanza degli appellanti nella qualità di eredi alcuni, e di aventi causa altri. Nel 1888 per irritualità dell'atto notificato nel 1886, gli eredi di Giuseppe de Maio, Vincenzo ed Elisabetta, rinnovarono la domanda di perenzione. E con sentenza della Corte di appello di Napoli dei 23 novembre 1888, confermata la sentenza della Corte di Cassazione dei 12 aprile 1890, fu dichiarato perento l'appello. Notificate le sentenze del 1830 e 1836, precettaronsi a 30 e 31 luglio 1889 pel rilascio delle rispettive porzioni coloro che avevano riassunta l'istanza in qualità di eredi ed aventi causa dei condannati. Il precetto fu opposto con atto dei 12 agosto 1889. Il Tribunale d'Isernia rigettò con sentenza 14 agosto 1890 le opposizioni. E sulle appellazioni la Corte d'appello pronunziò la sentenza su trascritta, che mentre conculca il diritto dei ricorrenti viola la legge per i seguenti Motivi: Deducono i ricorrenti l'inammissibilità dell'appello per inosservanza delle forme prescritte dall'articolo 703 cod. proc. civ. in ordine al termine a comparire, e per inappellabilità della sentenza in quanto rigettava eccezioni di nullità di procedura e di forma, ai termini dell'articolo 702 n. 3 cod. proc. civ. La sentenza impugnata mentre non ha dubitato nel fatto dell'irritualità della citazione a comparire nel termine di un mese, del rigetto di eccezioni di nullità di procedura e di forme, ha ritenuto inapplicabili al rilascio forzato degli immobili gli articoli citati relativi agli appelli da sentenze pronunziate nei giudizi di spropriazione. Ma se il rilascio forzato degli immobili costituisce una esecuzione, se in nessun altro luogo il Codice regola la materia, se l'applicazione delle norme comuni avverserebbe il fine della legge, la celerità richiesta dal sociale interesse, non potea negarsi l'applicazione al rilascio forzato degli immobili delle suddette disposizioni. Violazione degli articoli 703, 702, n. 3, fallace applicazione dell'art. 153 e violaz. dell'art. 56 cod. proc. civile. Ritenendo la Corte l'inefficacia dei giudicati del 1830 e 1836 nel rapporto degli aventi causa a titolo particolare abilitò alcuni degli appellanti ad esibire i titoli di acquisto. Ma la dottrina, che afferma e non dimostra, si ribella ai più certi canoni del dritto. Il successore a titlo particolare rappresenta l'autore, ed il giudicato reso con quest'ultimo non può non avere autorità ed efficacia contro il primo. Violazione 360, 361 e 517 proc. civile, violazione degli articoli 1350, 1351 cod. civ. e delle leggi 9 p. 2 lire, 11 p. 9 e 10 e legge 22 ff de essep rei judic. Ma non era questa la questione della causa. Bisogna esaminare, ed a questo esame fu formalmente invitata la Corte con capo speciale di conclusione se gli aventi causa potessero reputarsi terzi dopo aver riassunta l'istanza degli antichi appellanti. Seguita la riassunzione essi divennero parte del giudizio, ed in loro contraddizione furono dichiarati dal giudicato 23 novembre 1888 cosa giudicata le sentenze 1830 e 1836. Onde l'esame dottrinale intorno la efficacia dei giudicati verso i successori a titolo particolare era accademico ed esaurito. Ha osservato la Corte che colla riassunzione non avesse potuto venir meno la qualità di terzi acquirenti. Ma o rinnega l'effetto della riassunzione, quelli cioè di render comune l'istanza a chi la riassume, o fraintende l'eccezione ed omette di motivare. Ritenendo pure la qualità di terzi acquirenti eran parti nel giudizio ed il giudicato profferito in loro contraddizione dove a sortire effetto. Violazione degli art. 519, 360, 361, 262 e seg. c. p. civ., 1350 e 315 c. civ. Per tali motivi chieggono i ricorrenti accogliersi il presente ricorso, costarsi la sentenza nei capi impugnati, rinviarsi la causa per nuovo esame ad altra sez. della corte d'app. di Napoli, restituirsi il deposito e condannarsi i resistenti nelle spese. Fatto con ampia salvezza di ogni altro dritto nel più ampio senso. Napoli, 30 gennaio 1892. Vincenzo Gennarelli Fonte: V. Gennarelli, Inserzioni a pagamento , in «Gazzetta Ufficiale», 68, Roma, 21 marzo 1892.

  • Sul Campo

    Alla fine, eccomi giunto sulla vetta del Campo, a 1.710 metri di altezza, dopo un'ora di faticosa ascensione, fra rocce scoscese e macerie rotte. Riesco appena a toccare colla mano l'alta croce di legno che si leva, modesto monumento di semplicità e di fede, diritta in mezzo alla sommità del monte, allorché il sole luminoso s'affaccia sulla volta limpida ed azzurra del cielo e spande intorno i suoi raggi d'oro, apportatori di beatitudine e di vita. Per me quel primo bacio di sole è come una calda benedizione dell'Eterno; non so perché, mi si riempie l'anima di una soave esultanza, il cuore mi sobalza forte nel petto. Stando ai piedi della modesta croce di legno, in alto, molto in alto, ammirato nella contemplazione dell'incantevole panorama che mi circonda, io sento piovermi sul capo, benefica rugiada, un'onda purissima di beatitudine, che eleva, che nobilita e sublima. Più splendido e magnifico spettacolo non si offrì mai al mio sguardo; né provai, altra volta, quell'ammirazione per la bellezza del creato, quella pace, quella serenità della solitudine, quell'incantamento che ora mi hanno conquiso e inebriato. Non mai, come ora, io sentii di essere felice. Vedo ai piedi di questo monte maestoso, Capracotta, la colta e gentile Capracotta, distesa placidamente fra il verde cupo dei boschi rigogliosi, fra il verde chiaro delle vaste praterie, lieta in mezzo al trionfo della luce del sole. Qui non giunge da essa alcun rumore di carri, non grida umane, non schiamazzi di bimbi, non vocio di donne, non fragore di fucina: essa pare una bella donna addormentata in mezzo allo splendore di profumata stanza, e sorridente, nel sogno, ad una celeste visione. Quanta calma, quanta quiete, quanta pace in quelle fitte boscaglie, lontane lontane, in quei monti elevatissimi, in quelle valli popolate di casette bianche, in quei pendii verdeggianti, disseminati di buoi e di pecore, in quelle immense e gioconde praterie, che fanno, intorno alla piacente cittadina, una smagliante e sublime cornice! È un quadro veramente grandioso, splendidissimo! È uno di quei quadri che solo dalle alte vette delle Alpi è dato di ammirare a chi va in cerca della salute e della felicità... Oh, mi fosse dato di erigere qui, su questa vetta, una modestissima casetta e passarvi il resto di mia vita, lontano dagli uomini, ma più vicino a Dio, senz'affanni, senza amarezze e senza dolori! O, almeno, di ascendere ogni giorno questo monte incantevole, nelle ore di travaglio, nelle ore di sconforto, per venire a chiedere a questa semplice e modesta croce di legno, segno di fede, di amore, di pace, la salute dello spirito, la beatitudine dell'anima, col pensiero a Dio e alle persone amate, e lo sguardo perduto, lontano lontano, nella immensa calma di tutte le cose create... Miosotide Fonte: Miosotide, Fiori e spine , in «L'Alba», I:38, Isernia, 29 settembre 1901.

  • Viaggio a Capracotta

    All'arrivo mi accolgono i cavalli: puledri e adulti, dal mantello scuro, che emergono tra il verde di un paesaggio già mitologico... e subito penso a Ovidio e mi viene da chiedermi se siano proprio cavalli quelli lì davanti, o non, forse, una famigliola sannita, trasformata dagli immortali per punire la fedeltà dei coniugi e il loro rifiuto, soprattutto di lei, di giacersi con gli dei. Già... "giacersi con gli dei"... chissà con questa espressione, gli antichi, quante "esperienze" del corpo avranno fatto! Risalgo in macchina e arrivo in paese. Antonio, l'anima e la vestale di tutte le iniziative di Capracotta, mi accoglie in una casa a due piani, dove si respira una tranquilla aria sibillina. Mi parla subito della Tavola Osca; non afferro bene lì per lì di che si tratta, se non che è una iscrizione antica, che ha a che fare con quel luogo. Fino a che, qualche giorno dopo, non la vedo: non quella originale, che se mai devo aver vista - ma non notata - quando appena diciottenne visitavo il British Museum a Londra, no, quella gigante, riprodotta fedelmente sulla porta di bronzo fuori dal laboratorio della Fonderia Marinelli, ad Agnone, Isernia. I Marinelli! Loro sì che sono i discendenti oschi di Mercurio: continuano a fondere bronzo per farne oggetti di culto, uno in particolare, a noi molto familiare: la campana, che come il calice è il più femminile degli oggetti della nostra liturgia cattolica (la quale, invece, tanto femminile non è!) E non è colpa dei Marinelli se ora tutto è regolato dalla Pontificia Sede, che di femminile, sia in forma che in merito, ha ormai proprio poco. E più che le campane dei vari papi, a me colpiscono le varie fasi artigianali di lavorazione della campana - affascinanti - e poi il laboratorio, il forno, il fosso tracciato per la colatura del metallo. Ma soprattutto quel momento della fuoruscita del bronzo fuso, che al grido di "Ave Maria!" (già, proprio Lei, la Madonna) scende, come la lava dal vulcano, lungo il canaletto scavato dagli operai, per arrivare a tuffarsi e a riempire, come una torta farcita, l'intercapedine fra i due calchi: un vuoto sottile riempito di fuoco bronzeo che poi, freddo, diventerà campana. Si, è tutta all'insegna dell'antica mitologia femminile questa estate a Capracotta! Anche Antonio, che pure è un uomo e ha un figlio grande, è molto attaccato alla sua genealogia femminile e anche al valore delle donne e a quello della cura, attribuita nei secoli solo alle donne. Il giorno che siamo andati a piedi a lavare al ruscello mentre lo fotografavo a strusciare i panni vedevo, fusi nella stessa immagine, un impavido esploratore con la barba e una efficiente lavandaia. Per la centrifuga dei panni sciacquati abbiamo improvvisato una danza dervisci con la retina che avevamo portato con noi: Antonio è pieno di fantasia e rende ogni attività da fare, anche la più semplice, una preziosa scoperta e un modo personale di dare il nostro ritmo al tempo, senza essere schiacciati dai doveri. Più tardi mi porta a visitare la sua casa di famiglia piena di oggetti e suppellettili che raccontano storie e quasi quasi riesco a respirare quell'aria matriarcale di cui mi parla, mentre ci perdiamo nel labirinto di scale ed ammezzati. Anche a casa dell'assessore qui a Capracotta a muovere il mondo sembrano le donne: arriviamo quasi all'ora di pranzo e sono tutte gentili e ospitali e Maria, la giovane assessore alla cultura del comune, mostra subito quel senso pratico di cui la nostra politica avrebbe un gran bisogno! Le spiego che sono qui per mostrare la mia versione teatrale del mito di Circe: uno spettacolo in forma di affabulazione che ruota tutto attorno al pensiero, antico e nuovo, del femminile. Con una coincidenza incredibile avevo scoperto alcuni mesi prima su internet, che, per altre vie e con altre forme, anche Antonio si era occupato del libro della Yutta Voss, storica delle religioni e antropologa. La Voss era la stessa studiosa svizzera, che, con il suo libro "La luna nera", aveva guidato la mia esplorazione teatrale sulla maga Circe, dove la scoperta della sacralità antica del maiale si legava a quella del sangue femminile e alle scomparse dee della luna nera. "Scomparse?!" Maria, lì davanti a noi, con la camicia colorata dal disegno rotondo, a metà tra un mandala e il ricordo di una coda di pavone, sorride e ci invita a pranzo. Non è il caso: io e Antonio abbiamo tante cose da fare e io vorrei pure trovare un'oretta per un'altra prova di memoria, prima di mangiare. Più tardi, a tavola mentre mangio con i nuovi ospiti arrivati a Capracotta per le iniziative della rassegna di quest'anno, tutta dedicata alle religioni antiche del maiale e delle gorgoni, penso che nelle antiche religioni della rinascita e del ciclo vita-morte-vita, di cui racconto nel mio viaggio teatrale su Circe, c'è come un'eco della Tavola Osca. È come se i Sanniti mi avessero richiamato quassù. La Tavola Osca parla del culto a Cerere, alla dea delle messi, alle religioni naturali: l'antica codificazione di una cultura naturale e metamorfica, di cui Circe è rappresentante. Il giorno dopo cammino per le strade del paese come Iride, la messaggera degli dei: mi immagino che gli abitanti di Capracotta, sia quelli che ci stanno sempre, sia quelli che ci tornano d'estate - puoi riconoscere gli uni dagli altri, perché coi secondi hai uno scambio intellettuale, coi primi invece basta uno sguardo silenzioso per condividere tutto un pensiero - bè immagino che tutti avvertano che sono lì per portare un messaggio, per riaccendere quella memoria ancestrale del femminile, che, mai sopita, alimenta il nostro mondo profondo, nascosto, inconscio e impercettibile. La prima notte a Capracotta avevo sognato di un cinghiale... poi di nuovo quel mare in tempesta che sale minaccioso e invade le terre... Due giorni dopo, mentre cerchiamo alcuni reperti per una mostra sul maiale, Antonio mi fa conoscere Salvo, un boscaiolo. Ecco quando lo vedo capisco che la nostra specie ha dovuto pagare un alto prezzo per avere computer e aereoplani. Salvo è un omone giovane e forte, sanguigno: ma soprattutto è un uomo antico: forte come una roccia, vicino a lui si sente la stessa energia che circola attorno agli ulivi della valle d'Itria, o vicino alla culla di un bambino. Mi attrae e mi spaventa per la sua forza e la sua innocenza barbara. Ci racconta della caccia al cinghiale, della sua durezza, della fatica. Ci racconta di averne catturati a volte anche da solo: gli credo, lo vedo capace, e per la prima volta, nonostante il pensiero di quei labirinti verdi che sembrano giardinetti curati, e invece sono fatti ad hoc per attirare i cinghiali in un tranello, mi riappacifico con un cacciatore. Vedo con quanto amore, anche se rude, parla di quella testa di cinghiale, di quelle zanne, di quel pelo duro, di quegli occhi vivi di animale. E come san Francesco, prima di salutarci, indicandoci un albero cinguettante, ci parla degli uccelli, che sono scappati dai boschi, perché i cinghiali son diventati troppi, visto che i loro predatori non ci sono più, e la catena si è squilibrata. Così tordi e storni, rondini e passerotti, si avvicinano alle case, agli uomini, temono meno da loro che dai boschi, infestati da cinghiali. Salvo conosce bene il bosco e il suo è un pensiero pratico e schietto: parla di equilibrio naturale senza ideologie. Squilla il telefono e anche Salvo si intenerisce, orgoglioso, parlando con sua figlia, una giovanissima infermiera che ha già girato il mondo, anche come volontaria (buon sangue non mente, penso io) e, guarda le coincidenze, vive nel paese dei miei genitori e suo padre mi ci fa parlare. Il giorno dopo Cerere è con noi e brillano tra i raggi di sole mille tavolette osche: i campi, freschi di mietitura, hanno partorito infinite balle di grano. Il colpo d'occhio lungo il lieve pendio è da istallazione di museo d'arte contemporanea. Tra quei rotoloni giganti verrebbe voglia di allestire uno spettacolo, grande e maestoso, con il cielo per graticcio, da cui, a notte, calare le stelle. Ma mi accontento di abbracciarlo, il grano e mi distendo a pancia in giù sopra la balla rotonda, come attorno alla mia tata ciccia, da bambina e lascio che l'odore delle spighe penetri la pelle... fino a che la gioia si scioglie in un canto, che regalo ai miei compagni di viaggio e a tutto il campo. Laggiù in fondo alla collina, lontano, c'è la casa: quella delle due sibille che Antonio ci vuol far conoscere. Nella passeggiata di tutto un giorno, senza tempo, né rumori, né automezzi, la sosta è come quelle stazioni da pellegrinaggio, che rifocillano l’'nima più ancora che il corpo. Due anziane signore vivono sole, laggiù, con un pollaio, una piccola stalla e campi intorno: vendono uova, latte, formaggio e, ogni tanto, quando non possono farne a meno, un vitellino da latte. In casa l'odore della carne che cuoce per cena - sebbene il sole sia ancora alto - si mescola a un buon odore di fermentato: solo dopo alcuni minuti mi accorgo che dietro di me riposa in una gerla quella parte di latte che, come un baco da seta, lavora al suo mutamento. Sul soffitto le forme appese di caciocavallo gli indicano la strada, come stelle comete. Quando, dopo due ore, raggiungiamo l'asfalto, avverto ancora il rossore sulle guance, del momento in cui ho chiesto... un bagno: la più giovane delle donne, la figlia, più che settantenne, mi ha indicato il campo, l'aperto e mentre mi accovacciavo dietro casa per "cambiare la mia acqua" pensavo a Rilke, alle sue elegie e allo sguardo degli animali. Il giorno dopo Antonio propone un picnic alla fonte sulfurea: per fortuna non ho il costume, così posso ravanare fra la vecchia biancheria di casa, pulita e profumata, dove trovo un paio di mutandone di lino pesante, rifinite al giornino, su cui le mie cosce, più tardi alla fonte, faranno bella figura, molto più che sotto bikini alla moda. La fonte è lontana, nascosta nel bosco, e i fili bianchi che colorano l'acqua, rendono la pelle tonica e pulita. Quando con Mery cominciamo a inerpicarci, a piedi nudi, verso l'origine della fonte, ritrovo intatta la mia natura capricornina di arrampicatrice, e che gioia quando arriviamo lassù in alto alla piccola sorgente, che è nascosta dentro un cratere di pietra, come lava trasparente in un vulcano bianco e levigato. Il sole ci riscalda dai brividi di quell'acqua gelata e rimettersi le scarpe giù in basso al ruscello, per riprendere la marcia, sarà come incartare il mondo. La strada del ritorno è cambiata, ci dice Antonio, mentre raccolgo ciuffi di coda cavallina. Dopo un po' infatti siamo costretti a seguire un tracciato grande e polveroso, una ferita nel bosco che chiameranno strada. Il giorno dello spettacolo arriva presto: carico sulla macchina una bella sedia rossa che ho trovato a casa di Antonio e salgo nella parte alta del paese, verso la chiesa: là vicino, ho adocchiato, qualche giorno prima, una minuscola piazzetta in fondo a un vialetto a scale, tra le case, che gli abitanti che vi si affacciano sembrano contenti di cedermi per un'ora come palcoscenico. Le quinte saranno i muri delle loro case e ogni oggetto, lì intorno, diventa un mio elemento scenico, da far entrare nel racconto, nelle mie storie, dentro le scene. Quando scarico la sedia dall’auto una frotta di bambini mi segue incuriosita, come avessi il flauto magico, poi mi aiutano, sistemano e qualcuno si piazza seduto proprio in mezzo a quello che dovrebbe essere il palcoscenico. Spiego loro dove sarà lo spazio scenico, dove mi muoverò io e dove si metterà il pubblico, lì sugli scalini che portano alla piazzetta: allora vanno lì a sedersi, dal più piccolo al più grande: non se ne andranno più, mentre io comincio a preoccuparmi di come potrò gestire i più piccoli durante lo spettacolo, sola in scena, senza rete! né musica o luci. Ma Cerere e le divinità osche sono con me (o forse io divento Cerere): tutti sono incollati alle mie labbra e mi seguono con interesse mentre passo da Omero a Pavese, da un quadro a una favola, dal buffo al misterioso e parlo delle Scritture e dei maiali, di Ulisse e delle Sirene, di Circe e dell'amore, di Maddalena e del sangue delle donne, e quando comincio a cantare si avvicinano anche le anziane signore che tornano dalla Messa. Il prete però, anche se l'ho invitato, non viene. Ma la serata non finisce certo con i complimenti. Di corsa ci spostiamo in un palazzo del centro a vedere come ancora si ammazza il maiale, in campagna: questa volta ritroviamo sul video quel racconto che poco prima, nello spettacolo, avevo fatto "solo" immaginare! Con un'altra lingua, quella del cinema di Dino Viani, attraversiamo altri sentieri di poesia, in bianco e nero: un mondo sincero, ci riporta in una campagna dove uomini e donne, bestie e paesaggio, hanno ancora un ritmo comune. Poi la sera, a casa di Antonio, mangiamo prelibatezze semplici e genuine, preparate con cura e attenzione e la torta è una testa di Gorgone. Come quella di bronzo che porto al collo: dono simbolico e prezioso che mi brilla in petto come un sole-femmina! Isabella Carloni Fonte: http://www.vivereconcura.org/ , 2007.

  • Capracotta e la nuova Italia

    Capracotta, comune del Molise, provincia, e distretto di Campobasso, circondario di Isernia, mandamento di Capracotta, collegio elettorale di Agnone, diocesi di Trivento, parrocchia unica dedicata a S. Maria Assunta; popolazione (cens. 1901) 4302 abitanti. Giace nel versante Adriatico, in montagna, diramazione dell'Appennino Centrale, a 34 km. da Isernia. L'abitato è a 1.420 m. sul livello del mare. L'agro comunale varia da un'altezza minima di 890 m. ad una massima di 1.721. Le case, che si trovano a nord-ovest, s'innalzano a picco su rupi inaccessibili, sotto le quali si stende in forte declivio l'ala destra della valle del Sangro, le cui acque a 2 km. serpeggiano in fondo in linea retta. Il torrente Verrino, uno dei rami che formano poi il Trigno, sgorga a 1.500 m. a sud del paese. Il clima è assai fresco all'estate, rigido all'inverno. La caduta della pioggia e della neve di cui si hanno veri turbini viene favorita dalla prossimità di tanti gruppi montani e specialmente da quelli selvosi del Campo e Montecapraro. In mezzo a burroni scavati dal torrente Molinaro zampilla una sorgente d'acqua solfurea e vicino a questa alcuni fili di acqua ferruginosa e piombina. Allo sciogliersi delle nevi si formano delle bellissime cascate, fra cui notevole quella che si precipita fra le balze della Difesa . Meritevole di speciale attenzione a mezz'ora dall'abitato è la vetta del monte Campo che offre agli sguardi un orizzonte vastissimo e un panorama stupendo a nord-est, la distesa dell'Adriatico dalle spiagge del Teramano fino a quelle del Barese, a nord-ovest, tutta la catena di monti che va dal nucleo della Maiella alle Mainarde, poi a sud-ovest, le montagne fra Isernia e Venafro con la valle del Volturno e tutto il nucleo del Matese, e a sud-est, le diramazioni appenniniche del Beneventano e le alture della Basilicata e ad est, il Gargano che digrada nel piano pugliese. Si vedono avanzi di mura ciclopiche sulla spianata in vetta al monte Vallesorda o Cavallerizza. Alle falde del monte S. Nicola si rinvennero parecchi oggetti antichissimi, stoviglie, monete, strumenti e una pregiatissima tavoletta in bronzo con una doppia iscrizione in lingua osca. Il comune è fornito di ottima acqua potabile che gli viene trasmessa per conduttura metallica, ed avrà fra breve un osservatorio meteorologico. Il territorio ha una superficie di circa 4.700 ettari, dei quali 3.500 coltivati a cereali, legumi, patate, foraggi; 800 boschivi, 400 incolti, a pascolo, che alimentano numeroso bestiame. Si esportano legumi, latticini, lane. S'è incominciato a introdurvi ed esercitare con metodi razionali l'apicoltura e vi si ricava in copia miele squisito. Prodotti agricoli prelibati e rari sono le ciliege di agosto e di settembre, i piselli freschi in settembre ed ottobre. V'è un molino a gas, cui è annesso un piccolo lanificio e una piccola segheria a macchina. La sola industria locale è quella della fabbricazione dei basti per animali da soma. Una strada rotabile comunale lunga 13 km. mena alla stazione ferroviaria di Carovilli, una delle più vicine, sulla linea Isernia-Sulmona; un'altra strada lunga 11 km. conduce alla nazionale lungo il Sangro a Pescopennataro. Per la stazione di Carovilli vi è servizio di vettura. Le stazioni ferroviarie più vicine sono quelle di Vastogirardi e S. Pietro Avellana, ma non vi sono strade rotabili di comunicazione, né servizio normale di trasporto. Vi sono Pretura e Ufficio Registro. La popolazione vive dell'industria, della custodia del bestiame e del lavoro di trasporto e commercio dei prodotti dei boschi. Tre quarti della popolazione maschile nel novembre emigrano temporaneamente per le Puglie in cerca di lavoro. Vi sono scuole elementari comunali, il corso completo per la maschile, il corso inferiore per la femminile, un Asilo infantile retto da Suore, un Ginnasio privato coi 3 corsi inferiori, un Circolo d'Unione con piccola Biblioteca, una Società di tiro a segno, una Società di mutuo soccorso fra pastori, artigiani, operai, domestici, una congregazione di carità. Giovanni Battista Magrini Fonte: G. B. Magrini et al. , La nuova Italia. Dizionario amministrativo, statistico, industriale, commerciale dei comuni del Regno e dei principali paesi d'Italia oltre confine e colonie, illustrati nei ricordi storici e nelle bellezze naturali ed artistiche , vol. I, Vallardi, Milano 1908.

  • Sulla guarigione perfetta della demenza

    Al Signore Giacomo Maria Paci Dottore nella facoltà fisico-matematica, Professore di scienze fisico-chimiche, Socio onorario della Società economica della Provincia di Molise. Dopoché la demenza, questa malattia che mette l'uômo al di sotto dei bruti, un tempo abbandonata alla cura delle battiture e delle catene, ha richiamato l'attenzione de' Medici filosofi, ed ha meritato i riguardi de' Governi civilizzati, la sua guarigione è divenuta il soggetto delle ricerche di varii Dotti, i quali ai rimedii fisici congiungendo i morali, hanno cercato di giovare in ogni modo agli infelici affetti dall'alienazione mentale. Ad onta però di tanti sforzi questa guarigione non è stata mai perfetta, in modo che è passata in proverbio presso del volgo, demens semper demens ; e si esporrebbe al ridicolo chiunque pensasse il contrario. Non potendosi intanto caratterizzare assolutamente per incurabile una infermità refrattaria ai rimedii impiegati, senza rinunciare al buon senso, ne segue, che non si dee disperare della guarigione completa de' mentecatti, per non potersi questa con facilità ottenere colle cure finora adoperate. L'esperienza infatti è venuta in appoggio di questa consolante conseguenza. Essa ha provato che la malattia in discorso, la quale non si vince con i comuni metodi che con difficoltà, cede assolutamente all'ustione a ferro rovente praticata sul vertice della testa del paziente. I seguenti fatti mostrano ad evidenza la forza di questo rimedio, e l'importanza di un tal ritrovato. Ventidue anni fu, mia moglie puerpera e poppante di quindeci giorni, per un grave disastro avvenuto in famiglia, soffrì la soppressione improvvisa de' lochii e del latte, e fra quarantott'ore cadde nella demenza, in cui restò stazionaria per tre mesi. Essendosi invano praticati i più accreditati ed opportuni rimedii, coll'accennata ustione, e col metodo dietetico, fra un mese dal giorno della stessa, ricuperò l'uso della ragione; né mai più ha palesato alcuna alterazione in esso. Un'altra donna di Pizzoferrato, contadina, e demente furiosa, fu da me guarita collo stesso rimedio perfettamente, ed in un periodo più breve; né mai più è ricaduta nella stessa disgrazia. Rosa di Lullo moglie di Michele d'Atria, contadina del Comune di Bonanotte due anni addietro fu guarita dalla demenza egualmente, e non ne ha mai più dato alcun segno. Quattro miei concittadini del Comune di Villa S. Maria, mia patria in Abruzzo Citeriore, dei quali due celibi, e due ammogliati, cioè Domenico di Nozze del fu Giuseppe Nicola, Nicolangelo Fantini del fu Domenico, Nicolangelo d'Agostino del fu Innocenzo, e Pasquale Nardizzi del fu Carlantonio, furono da me liberati dalla malattia in quistione collo stesso mezzo. Luca del Peschio soprannominato Luchitto uômo atletico e furente del Comune di Pietraferrazzana nel Distretto del Vasto, restò guarito nella maniera medesima. Nello scorso Aprile operai un demente di Carunchio nomato Giuseppe Mosca; e fin da più giorni sono stato accertato dal mio pregiatissimo amico sig. D. Diego di Ciò da Capracotta della sua perfetta guarigione. Il pregio del nuovo metodo curativo consiste meno nella perfetta, che nella breve guarigione, ottenendosi questa fra un mese circa dopo che si è praticata l'operazione. Io ignoro se il calorico eccentrico sviluppato dal ferro rovente, qual reagente eguale e contrario all'azione morale del morbo lo raffreni, o arresti: se producendo sul fisico animale un'alterazione, e questa cagionando un'azione irritativa, richiami nel suo perimetro le interne ed esterne famiglie de' secernenti disordinati, ostrutti, o intorpiditi, per deporvi le particolari secrezioni affine di riparare la distruzione della parte usta, per cui gli assorbimenti, e le secrezioni nell'intera regione animale a grado a grado vadano a ripristinarsi. Ciò che è incontrastabile si è che il demente per qualunque causa idiopatica operata coll'ustione ricupera l'uso della ragione fra un mese o poco più dal giorno dell'operazione. I particolari dell'operazione sono i seguenti: dopo d'avere assicurato il demente alla custodia di validi assistenti, e precauzionato principalmcnte la testa onde non sfugga all'atto operativo; premesso l'apparecchio a roventare il ferro chirurgico comunemente detto bottone , ed una piastra, rasi all'ampiezza di un dodici carlini i capelli sul vertice della testa ove corrisponde la sutura coronale, in questo luogo si applica prima il bottone , fortemente roventato, a perpendicolo con stabile contegno, e sino ad approfondirlo prossimamente al pericranio, che sarà manifestato dai segni, che il demente darà di percepire una sensazione positivamente dolorosa. Ciò eseguito si fa lo stesso colla piastra, che deve impegnare il rimanente dello spazio raso dai capelli, e pervenire allo stesso sito dell'ultima impressione del primo ferro, e formare un piano eguale fra di loro. Terminata questa operazione, sulla parte usta si applica il butiro loto, o assuorgia con degli sfilati, e così si prosegue mattina e sera sino alla perfetta cicatrizzazione, che avviene dopo un mese, o forse più. Di tempo in tempo si appresta un purgante salino, che è stato sempre per me il catartico Anglicano (solfato di magnesia), per rimuovere dalle intestina dei materiali, che stazionandovi possono, come cause irritative, simpaticamente fomentare, e sostenere il disordine del sistema animale; e per nudrimento non permettere legumi, né abuso di vegetabili di qualunque natura, e pochissimo vino temperato per quanto si crede analogo ed atto alla digestione. Con questo semplice metodo senza mistero alcuno i miei dementi si sono perfettamente, e stabilmente guariti. Benché non siasi da me adoperato, che sui pochi soggetti che la posizione locale mi ha presentato, pure mi sembra talmente sicuro, che non esiterei a metterlo in pratica a pro degli infelici rinchiusi nei pubblici stabilimenti, se il saggio Governo mel permettesse. Ciò non potendo per ora verificarsi, ho creduto opportuno di comunicare le mie osservazioni ad un soggetto, che ogni riguardo merita per qualità di spirito e di cuore che lo distinguono, aspettando dal tempo la sua applicazione pel bene dell'umanità sofferente. Spero che Ella, o Signore, curando meno i miei lumi, che l'impegno di rendermi utile, troverà degno di qualche considerazione il mio esposto. E con questa lusinga, che con sensi di profondo rispetto passo a dirmi per sempre Div. Obbl. Servo, ed Amico vero. Nicolangelo Sabatini Fonte: N. Sabatini, Sulla guarigione perfetta della demenza , Manzi, Napoli 1828.

  • Novembre: paesi

    Gli scolari, seduti sull'erba sbocconcellavano la colazione e scrivevano con le matite sul diario. Le donne, in circolo, si scambiavano porzioni di cibo. Il maestro aveva acceso un sigaro e guardava col binocolo. – Guarda – disse a Luigino che gli sedeva a lato, porgendogli il binocolo – che cosa vedi lì, a nord, pel fianco di quel monte? – Un paese molto lungo. – È Poggio Sannita – precisò il maestro. – E più su? – Sulla cima del monte vedo alcune case. – Come corri! – disse ridendo il maestro. – Ma giacché ci sei arrivato sappi che lì su trovasi Capracotta, il paese più in alto del Molise, perché situato a circa 1300 metri sul livello del mare. – Brrr! Che freddo! – disse una bimba. – Ma che aria pura! Capracotta, è una stazione climatica molto frequentata dai forestieri durante l'estate. – Come ci si arriva? – Si scende alla stazione di Carovilli sulla linea ferroviaria Carpinone-Sulmona. Da Carovilli una comoda strada carrozzabile conduce a Capracotta. Carmela, prendi il binocolo e guarda più in giù, a sinistra... così. Che cosa vedi? – Un altro paese molto grande. – Agnone. Mentre gli alunni si contendevano il binocolo, il maestro riordinò alcune carte. Saziata la curiosità fece sedere tutti e disse: – Agnone è uno dei centri più importanti della nostra provincia; è stata ed è madre d'ingegni eletti e ha dato in ogni tempo eroi e martiri alla causa della indipendenza italiana. La bella cittadina va ricordata specialmente per le sue antiche industrie del bronzo, del rame, del ferro e dell'oro. Ad Agnone si fondono campane, si fabbricano utensili e attrezzi di rame e di ferro, si fanno monili d'oro molto apprezzati. Rimasta quasi staccata dai maggiori centri della provincia, perché lontana dalla ferrovia, ha visto intristire le cento botteghe , illanguidire il suo commercio; ma, per la volontà e la tenacia dei suoi figli, Agnone ha oggi la sua ferrovia, e vedrà presto le sue industrie tornate all'antico splendore. Eugenio Cirese Fonte: E. Cirese, Gente buona. Libro sussidiario per le scuole del Molise , Carabba, Lanciano 1925.

  • L'ultimo tratturo del nonno

    Da piccolo volevo tanto bene a mio nonno materno, Giangregorio Mendozzi, metalmeccanico allora pensionato a Youngstown, proveniente da una fabbrica il cui fumo tossico copriva la città giorno e notte. Prima della mia nascita, nonno abbandonò il suo lavoro faticoso per una poltrona accogliente e per piccoli sigari neri che gli davano tanto piacere. Era molto simpatico. Parlava o cantava a tutti suoi nipoti in uno zoppicante inglese con forte accento italo-molisano. Mi sedevo sul suo ginocchio ad "andare a cavallo" e mi chiamava piccirìlle . A dispetto delle ore che passavo con il mio caro nonno, non sapevo del suo passato in Italia, di quello che vi faceva o non faceva. Più avanti, arrivò il triste momento, gli 80 anni di mio nonno, in cui prendemmo atto che non poteva più vivere da solo: la sua senilità si faceva sentire mentre riaffioravano ogni volta gli episodi della sua giovinezza a Capracotta. Per di più faceva vari capricci che spaventavano la famiglia. Purtroppo, nell'abitazione del nonno c'erano il fornello a gas e un sacco di altri pericoli domestici. Perciò, si decise di non lasciarlo senza compagnia e di farlo soggiornare a turno dai suoi figli: una settimana da zia Norma, un'altra da zio Mario, e le due ultime settimane del mese da noi. Durante una triste serata soffrì un attacco di panico nel cercare in fretta il suo ciùcce , o asino, stranamente perduto. In quell'epoca abitavamo in un quartiere di case modernissime, tutte. Era difficile convincerlo che la sua bestia non si era perduta, ma che in realtà non esisteva. Inoltre credeva che a pochi metri, lì alla fine della nostra strada, sarebbe stato trovato l'amato animale smarrito. Voleva che lo cercassimo. Più tardi nella primavera dello stesso anno, me ne andai a trovare lavoro a Juneau, la capitale dell'Alaska, dove il costo della vita era altissimo ma con salari minimi. Facevo l'operaio in un panificio ma il tutto non era sufficiente per pagare l'affitto. Senza aver avuto successo in quella terra, decisi di ritornare a Youngstown. Prima di salire in aereo passai in un piccolo negozio di ricordi cento per cento fatti nell'Alaska. Questo stato degli U.S.A. è noto per gli ovini selvaggi, chiamati "Dall sheep". Parecchie volte li vidi nel loro saltare qua e là nelle montagne. Perciò mi comprai due ricche pelli fitte di lana alba da regalare alla famiglia. Ritornato a Youngstown, trovai che il nonno era già arrivato a casa nostra e si era sistemato nella mia stanza da letto. Pover'uomo, in quei tempi passava le notti nel terrore di una morte improvvisa. Di giorno camminava su e giù nei corridoi prendendo e controllandosi il polso. Quando i rassicuranti battiti venivano meno, lui diceva: «Aiuto, il polso non ci sta!». Siccome mi trovavo senza letto dovevo dormire sul divano. Dunque non restavo molto a casa più del necessario. Uscivo con i miei amici, assorto nell'egoismo dei giovani. Quindi non prestavo molta attenzione ai disagi del nonno. Il curarsi del vecchietto era faccenda degli adulti della famiglia. Però una sera, lui disteso sul mio letto con la mano al polso come sempre, vide per la prima volta le pelli da poco tirate fuori dai miei bagagli. In un attimo si tolse la mano dal polso e si animò alla vista del biancore dei due velli portati dall'Alaska. Subito si accese una scintilla insolita negli occhi. Poi articolò la parola «Capracotta» e qualche altra che non capii. Nel corso della sera, con l'aiuto di mamma mi resi conto che mio nonno faceva il pastore in Italia in un tempo lontano di cui io non ebbi idea. Insomma, in quell'anno, prima che morisse, Giangregorio Mendozzi mi regalò un tesoro: gli ondulanti tratturi verdi della sua giovinezza fitti di bianchissime pecore che belavano qua e là nell'aria fresca dell'Alto Molise. Fu proprio un'eredità. Ben Lariccia Fonte: B. Lariccia, L'ultimo tratturo del nonno , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Si chiamava Balmamion

    Quel nome gliel'avevano affibbiato in onore del grande ciclista a lui quasi coetaneo Franco Balma Mion, uno che portò a casa due edizioni consecutive del Giro d'Italia senza mai vincere una tappa! Invece i più giovani storpiavano spesso il suo soprannome in Barbabiòn , per via del barbone bianco che randagio lasciava crescere su un profilo bellissimo e sempre abbronzato, tagliato da due occhi siberiani. All'anagrafe si chiamava Carmine Di Tanna, un nome come tanti a Capracotta, col quale si stentava a identificarlo. Infatti ancor oggi, per tutti, lui è Balmamion. Dir che fosse un personaggio eccentrico è riduttivo. Balmamion era un originale ai limiti dell'immaginabile. Negli anni della maturità dormiva su un pagliericcio adagiato su una catràscia di legna all'interno del suo garage. Nei mesi estivi, ai piedi portava spesso degli zoccoli in legno di sua fabbricazione e, quasi sempre, lo si vedeva a petto nudo, con pantaloncini rossi sbrindellati che bastavano a malapena a coprir le pudenda. Quando passeggiava per la campagna o se ne andava in bicicletta per il paese c'era sempre un branco di cani randagi a fargli codazzo. E la notte suonava soavemente l'organetto, le cui note, da Fonte Giù, si udivano fino in piazza Municipio. Da giovane aveva vissuto nei Paesi Bassi - come il fratello che poi è rimasto ad Haarlem - e, stando agli strampalati racconti del suo amico (e parente) mastro Giovanni, lì Balmamion si era fidanzato con una stupenda ragazza olandese finché, deciso a ritornare in Italia, si era accomiatato da lei con un paradossale: «Addio mia bella, ci vediamo l'anno scorso!». Balmamion era il cugino carnale di mio padre e a volte pranzava da noi: invitarlo non era facile, perché era un gran timidone e per averlo a tavola bisognava pregarlo. Alle persone in carne e ossa preferiva il resto del creato. Balmamion era di pochissime parole e quelle poche che pronunciava andavano interpretate con la giusta dose di leggerezza e sarcasmo. Perché lui, senza volerlo, era nichilistico, libertario e tollerante. Senza alcun evidente substrato culturale, Balmamion era Friedrich Nietzsche quando sbeffeggiava il cristianesimo alle porte del 2000, era Charles Bukowski quando parlava apertamente di sesso non convenzionale, era Erasmo da Rotterdam quando giungeva all'argomento, intoccabile per tanti, della morte e delle sue conseguenze. Balmamion era un "personaggio" e questa fama non gli dispiaceva affatto. E, dissacrante com'era, chissà cos'avrebbe detto di quest'assurda pandemia... Francesco Mendozzi

  • Dell'Ospizio di S. Maria delle Grazie di Capracotta

    In questa Terra, la quale è situata nella Montagna sopra Castel del Giudice, Provincia di Chieti, Diocesi di Trivento, ed è abitata da numeroso Popolo, e da famiglie nobili, ricche, e Letterate, fu con Breve di Paolo V Sommo Pontefice dalla nobile famiglia Baccari edificata una Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, arricchita di molti privilegj, come leggesi in detto Breve Appostolico, la quale fu benignamente data a' Religiosi di questa Provincia a titolo di Ospizio, e colla Appostolica facoltà di potervi edificare un Convento; ma i Frati non vi abitano, e solamente vi albergano, quando capitano in detta Terra per limosinare le Lane, o altro bisognevole pe 'l Convento di S. Bernardino di Agnone. Ed ecco quanto si è potuto scarsamente, e con isterilezza raccogliere, compilare, e descrivere della Fondazione, Santità, Riforma, Beati Religiosi, ed illustri Servi di Dio di questa Santa Provincia di S. Angelo, e de' Conventi, che contiene, e delle Città, e Terre, dove sono edificati. Il tutto sia ad onore, e gloria di Dio, della Beata Vergine Maria, di S. Michele Arcangiolo, del P. S. Francesco, e di tutti i Santi del Paradiso. Arcangelo da Montesarchio Fonte: A. da Montesarchio, Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia , libro III, Mosca, Napoli 1732.

  • C'era una ri-volta a Capracotta...

    A Capracotta non si capita per caso. E non solo perché sia piuttosto "fuori" rispetto alle linee di transito turistico, dell'industria del consumo, del divertimento e del relax; stazione sciistica minore rispetto alle pur non lontane mete dell'Appennino centrale. Roccaraso, per esempio, che da Capracotta non è poi così lontana ha, diciamo così, una diversa vivibilità, destinata ad accogliere clienti più mondani. Lì il territorio, quello proprio delle pietre e della terra, delle acque e delle piante; il meno antropizzato, insomma, oggi è solo quel che resta degli spazi non utilizzati dall'edilizia della vacanza, piste incluse. Anche nella bella stagione è più facile ed accattivante raggiungere altre mete, pur scegliendone di montane, a cercare rifugio dalla calura. È che Capracotta ha davvero poca "vetrina". A Capracotta ci devi proprio voler andare. A me, che è successo di partire da un grande paese appena a nord di Bari, a bordo della mia auto e rinunciando per scelta alla veloce autostrada, è toccato di attraversare strade ormai desuete al grande traffico, frequentate quasi solo da mezzi destinati al lavoro. Attraversata con qualche fatica Campobasso, puntando verso Pescolanciano, direzione Vastogirardi poi lasciata ad ovest, la segnaletica indica bene la bella Agnone, famosa per campane, e solo un po' più avanti, la deviazione per Capracotta. Gli ultimi chilometri, però, appagano di tanto labirintico affanno. La strada provinciale sale sicura, snodandosi sinuosa e aprendo a panorami montani silenziosi e placidi, larghi e chiari, a perdita d'occhio, pur con la corona dei vicini monti. E sì che siamo a quota 1.421! Il paese, tuttavia è ancora invisibile per un bel tratto di strada così che quando le prime case appaiono da lontano, introdotte da un grazioso giardinetto, si ha la gioiosa sensazione di aver ottenuto un dono. Io ci sono andata per la prima volta nel giugno del 2009 per tante pressanti ed inquiete sollecitazioni: la ricerca di un posto antico di montagna, il sogno di un ecovillaggio, vecchie tentazioni femministe, nostalgie anarco-libertarie, qualche promessa di una possibile vita da vivere prendendomene cura. Ma fin da quando ho imboccato la strada che porta diritta al paese mi è sembrato di aver perso, curva dopo curva, tutte quelle buone ragioni. Capracotta mi apparve, nella breve sosta orientativa di coordinate stradali ed emotive, sospesa e immobile, come assorta, nel paesaggio ondulato e plastico, nell'aria frizzante e inondata di sole. La casa-laboratorio, costruzione torre di "Vivere con Cura", mi accolse con la facilità delle cose buone, con la semplicità del fare famiglia, con la seria giocosità delle scoperte importanti. Il tempo di tirar fuori la felpa più pesante ed ero... a casa. Nelle successive ore dei pochi giorni seguenti, nei quali sono rimasta quella prima e poi le altre volte ancora, andavo realizzando, piano piano e a poco a poco, quello che poi mi è sembrato di poter individuare come "cifra" caratteristica di questa casa e di Capracotta insieme. Un entrare ed uscire, un viavai di persone, volti e corpi, giovani, vecchi, bambini, rughe, sorrisi, capelli bianchi, radi, folti, chiacchierate, letture, musiche, odore di pane, di erbe, di fuoco, suoni di campane e campanelli. Ogni volta gruppo, ogni volta sinceri incontri di compagni di strada. Entrare e uscire dalla casa al paese e dal paese alla casa era ed è un tutt'uno, una rete senza soluzione di continuità, nell'avvicendarsi e mescolarsi di storie, piccole e preziose. Doveva essere così la vita di una volta! Entrando a piccoli passi nella quotidianità della piccola comunità, a pranzo da amici, al bar per un caffè caldo, all'orto botanico con bimbi e mamme, al ricovero con gli anziani del paese, portandoti dietro tutti i ferri del mestiere: cesti per raccogliere, bacche e piante officinali, argilla e semi profumati, tu conosci il paese e riconosci voci e volti. Benché nascosti dal pudore della gente di montagna, allora, tra le pieghe delle rughe della pelle, cominciano a prender corpo anche i fatti, le storie, e si animano di aneddoti, dicerie, leggende: è il salvataggio della memoria nella tradizione orale che salva il passato consegnandolo al presente, in una trama ordita all'infinito. Ora, si sa, a tessere sono state da sempre le donne. Si sa che senza le donne la trama non s'intreccia con l'ordito e i racconti restano laceri e senza suono. Io ne ho conosciute due davvero singolari. Madre e figlia assai avanti negli anni, vivono nella cura della casa nella campagna, della piccola stalla e di un piccolo pollaio. Sono rimaste sole, dicono; gli uomini non ci sono più: la vita se li è portati via ed ha lasciato lì, ferme, loro due. Ma da queste parti pare che le donne da sempre restino e che gli uomini da sempre vadano. Perché gli uomini erano pastori e camminavano per tratturi in transumanza. Verso le masserie dell'alta Puglia, in provincia di Foggia, uomini e ragazzi, non appena non si è più bambini. O facevano i carbonai, e partivano lo stesso. In paese solo artigiani, negozianti, parroco e sacerdoti, maestri, medico, segretario comunale... e qualche signore benestante. Restavano forse a... vegliare sulle donne? Che poi le donne avessero bisogno di protezione, è tutto da vedere; pare che le donne, insieme, sappiano proteggersi straordinariamente bene; che, anzi, quella maschile, qualche volta, più che protezione abbia tutta l'aria di essere un controllo. Ma poi difenderle da chi, se non da altri, pur sempre, uomini? E che protezione è mai quella quando chiude le mura domestiche per nascondere violenze e tendere trappole mortali? Le donne si incontrano, meglio se sono più libere da obblighi maritali, quando i mariti si allontanano col gregge. Strappano il tempo alle faccende domestiche e con un fagotto di lana o... "vivo" vanno dalle altre donne di famiglia: mamme, sorelle, zie, comari. Qualcuno ha scritto «Gli uomini relazionano a piramide e organizzano comunità gerarchiche di potere; le donne relazionano in piano e organizzano comunità educanti». E sì, che raccontano di soprusi e di violenze, tirannie, abusi. Le donne raccontano ciò che gli uomini tacciono, storie che fanno vergognare e forse piangere. Storie come questa, portate addosso e cucite come una seconda pelle. Per esempio a Capracotta son vissuti fino a qualche decennio fa, una moglie e un marito che per convenzione chiameremo con falsi nomi: Bianca e Bruno. Bruno era un bravo artigiano; lavorava il legno e scriveva poesie. Voleva sentirsi libero di poter scegliere il lavoro e il committente ed era talmente poeta che lasciava qualche ora per le letture e i versi. La sua bottega, come d'uso, sotto casa. Sua moglie gli era fedele per... necessità: non che fosse brutta, anzi! Lui l'aveva sposata tardi, quando, dopo aver passato diversi anni in America, se ne era tornato al paese e cercava moglie. Bianca, non più giovanissima, non era sposata né promessa. La cosa poteva non esser grave, quel che era grave, piuttosto, era la ragione, non detta, di questa condizione. Quando era ragazza era accaduto che Bianca avesse perso la "purezza" e quindi l'onore. Successe in occasione della festa del paese, durante la processione, in pubblico. Tra i fedeli che seguivano la statua c'era anche lei e fu così che sotto gli occhi di tutti un ragazzo, certo uno spasimante, approfittando del fatto che la donna era in qualche modo "bloccata", le si avvicinò e lanciandole addosso un telo tentò di baciarla. Bianca visibilmente si sottrasse e forse nulla accadde, se non che questo orribile evento dette adito ad un vero processo; una cosa durata così a lungo da non aver avuto esito né sentenza alcuna. Per quella condanna sospesa, di fatto nessun uomo pensò poi di chiederla in moglie. Vittima due volte, quindi, Bianca; nell'aver subito l'assalto e nell'essere restata nubile. Fino a quando Bruno, pur avendo al suo ritorno conosciuto questa circostanza, non la chiese in moglie comunque, forse spinto dalla necessità. Ma forse Bianca fu vittima tre volte e la terza fu dell'esser maritata a quel marito che la trattò sempre solo come una moglie: ultima creatura nella graduatoria dei suoi valori, certo dopo il suo creativo lavoro, le chiacchiere con gli amici e la sua passione per le rime. Bianca: lei aveva finalmente preso marito e forse persa la libertà. Bisognava che fosse restata nubile per non essere dominata? Se ne raccontano di storie a Capracotta. Quella che sto per raccontare, ancora una volta ha a che fare con fatti di donne e comincia con riferimenti precisi di cronaca locale, altro che chiacchiere. Era il 1974 e a Capracotta la vita politica era vivace. Il paese attraversava il suo '68, con qualche anno di ritardo, è vero, ma qui tutto è più lento, anche il tempo delle rivoluzioni. Nel '74 dunque, sull'onda lunga della stagione di protesta, molti giovani di Capracotta costituiscono un Collettivo di paese. Si incontrano, dibattono le grandi questioni e lottano intanto per conservare l'apertura quotidiana della Farmacia Comunale, cosa che incontrava varie difficoltà. Tra i diversi partecipanti, militanti di sinistra, uomini di lotta dura e di chiassose goliardate, ce n'è uno, anziano, dal temperamento un po' diverso; silenzioso e sensibile, le sue idee di giustizia sociale non avevano la rigidissima intransigenza dell'ortodossia. Attento alle piccole cose, certo doveva pensare che non esistono solo le grandi sfide e che la politica vera si fa a partire dal prestare voce alle storie di ingiustizia ridotte al silenzio. Fu forse questa la ragione per cui una sera questo amico volle raccontare, quasi come una confidenza, in privato, la storia di un riscatto personale conseguito da una donna. Una sorta di denuncia e di postuma rivendicazione di giustizia, un fatto piccolo e importante, strappato così al mutismo e alla dimenticanza. Eccolo. Siamo agli inizi del secolo scorso; primo '900. Nella varia compagine sociale di Capracotta, come dappertutto, si trovano uomini di ogni posizione e condizione: abitano poveramente la prima modernità i paesani, e resistono ancora, nelle campagne, i signorotti proprietari di terre e masserie. Oggi non sono più tanto abitate queste costruzioni, sono raggiungibili dal paese in qualche minuto, in auto; una volta non era così. Una volta la masseria era tanto distante dal paese da poter includere le terre coltivate e non tanto da non poter essere raggiunta per il lavoro quotidiano. Poteva essere facile che dal paese venisse in masseria manodopera per i lavori stagionali o per qualche lavoro occasionale, anche domestico, richiesto alle donne. Il signorotto locale della nostra storia, offrendo lavoro a uomini e donne, contribuiva certo al possibile benessere delle famiglie locali, ed era perciò garanzia di una qualche stabilità economica. Non si poteva che esserne grati e riconoscenti e benedirne la presenza. Perciò passava opportunamente sotto silenzio l'abuso fatto alle donne che il signore chiamava presso di sé con la scusa di "lavori" e che poi tratteneva e molestava con la complicità di una serva. Avrebbero potuto ribellarsi le vittime? Parlarne? Ammettere disonore e vergogna? Se l'avessero fatto non avrebbero soltanto sottratto alla famiglia un pur minimo contributo ma sarebbero state accusate di facilità di costumi, additate come donne svergognate e perdute, ammesso che si fosse dato loro un qualche credito! E così l'usanza andava avanti al sicuro da ogni denuncia. Caso mai se ne parlava altrove, tra uomini al Circolo, dove la cosa poteva destare ammirazione e onorevole vanto, nonché tutti i colori dell'emulazione. In una circostanza la cosa, però, andò assai diversamente. Andò che una giovane donna, invitata alla masseria con una qualche promessa di lavoro, reagì prontamente al tentato sequestro. Pare che non appena la serva avesse chiuso la porta per evitarle l'eventuale fuga e permettere così al suo padrone indisturbate molestie, ella stessa, la serva cioè, fosse dovuta prontamente correre a riaprirla all'ordine urgente e spaventato del signorotto che le urlava « Jeàpre, jeàpre, ca mó m'accìde! » (Apri, apri, che adesso mi uccide!). La ragazza, dunque, non si era piegata alle profferte e si era evidentemente difesa dagli assalti offensivi, in maniera proprio decisa e forte, sferrando pugni e calci con tutte le sue forze. Così andò quella volta; che il signorotto non solo non poté godere dei soliti piaceri proibiti ma ebbe dalla sua vittima quel che gli avrebbe tolto ogni vanto nel parlarne, per dolersi della sua sventura. Ma la storia non finisce qui. La prigioniera, intanto, approfittando dell'uscio aperto e della impedita disinvoltura del suo antico aggressore, fuggì velocemente in paese dove, piuttosto che tacere, ebbe il coraggio di raccontare l'accaduto alle altre donne. È certo che molte di esse si riconobbero nelle simili circostanze; così che la denuncia diventò corale tanto che il signorotto fu costretto a lasciare la masseria ed il paese, per sempre. Togliendo certo qualche compenso per lavori stagionali ma restituendo alle donne dignità e fierezza. Di questa storia, a Capracotta, non c'è traccia alcuna. Della donna non si conosce neanche il nome. Solo la rotta omertà dell'amico la ha salvata, e la tradizione orale, ben più forte dell'altra, l'ha consegnata a queste pagine. Di Aracne il bel mito narra di come, per aver vinto nell'arte della tessitura di una straordinaria tela, in cui erano meravigliosamente ricamati gli amori degli dei, fosse stata, per dispetto, trasformata in ragno dalla sua stessa rivale che ella aveva osato sfidare: la divina Atena. Ma a ben vedere la condanna di Aracne non fu quella di diventare un insetto bensì di restare "per sempre" a tessere racconti, immortali con lei, benché appesi ad un filo! Anche questa storia, allora, vissuta e denunciata da una donna ad altre donne, poté essere per una volta raccolta e raccontata e raccontata ancora. Perché solo in questo modo la cultura orale si arricchisce di un valore in più, quello della comunicazione passata e condivisa senza distinzioni di sesso e gerarchie, e può promuovere una relazione di crescita che scelga la memoria come cura. Perché possa essere "esperienza" quella che, attraverso la cura della memoria, cura la vita. Anna Montaruli Fonte: A. Montaruli, C'era una ri-volta a Capracotta... , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La distruzione di Capracotta (II)

    La mattina del 4 novembre Gasperino e Rodolfo Fiadino, per aver ospitato prigionieri inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, furono fucilati da un plotone tedesco in località "Sotto il Monte" dove a distanza di un anno, a ricordo del fatto, fu posta una lapide. L'unico presente all'esecuzione fu l'Arciprete di Capracotta don Leopoldo Conti che venne condotto sul luogo dell'esecuzione per somministrare i Sacramenti ai condannati. Sul posto era già pronta la fossa, fatta scavare dagli stessi Fiadino, e due ceppi, due giovani faggi troncati, così come dovevano essere troncate le vite di due giovani lavoratori della terra, i Colaizzo di Capracotta. A don Leopoldo, per la fortissima emozione, riuscì impossibile confessare i condannati; ebbe però la forza di avvicinarsi ad essi con il crocifisso, che Rodolfo e Gasperino baciarono. Cominciarono così le giornate di terrore e di spasimo. Squadre di S.S. andavano di casa in casa a prelevare uomini. Molti si diedero alla montagna, molti altri si tennero nascosti nei sottotetti e nelle cantine, ove a suo tempo erano stati nascosti viveri, biancheria ed oggetti di valore. Le donne provvedevano ai rifornimenti e a dare notizie. La stessa sera di quel giorno ci fu la prima partenza di capracottesi razziati. Il giorno successivo sarebbero dovuti partire tutti gli altri. Senonché accadde l'imprevisto: alcune donne erano andate a portare il caffè ai loro congiunti sorvegliati dai Tedeschi e ne offrirono anche a costoro, che gradirono l'offerta e pertanto si distrassero dai sorvegliati. Ci fu chi se ne accorse e saltò dalla finestra. Quest'esempio fu seguito da altri. I Tedeschi si accorsero di essere stati gabbati: nella sala non erano restate che poche persone che avevano avuto paura della fuga. Si diedero per il paese a ricercare uomini, altri uomini, tutti gli uomini. Ma gli uomini validi erano tutti fuggiti da Capracotta o si tenevano prudentemente nascosti. E allora presero vecchi e ragazzi che caricarono su alcuni camion e condussero in Ateleta, dove vennero rilasciati perché ritenuti non idonei al lavoro. Dovettero fare a piedi la strada del ritorno. Molte famiglie di capracottesi residenti a Roma, a Pescara, a Napoli ed in altre città erano qui tornate perché, così facendo, pensavano di stare lontano dai pericoli della guerra. Lo stesso ragionamento avevano fatto molti forestieri che in gran numero erano venuti quassù: moltissimi di costoro furono presi dai Tedeschi e deportati. Fu allora che il generale Kesserling decise la distruzione di molti paesi dell'Alto Sangro, in previsione di una ritirata. Di questa decisione Capracotta fu la prima ed illustre vittima. L'alba dell'8 novembre stentava a nascere quasi presaga di quel che doveva succedere. Fu una giornata grigia e fredda. Alle 8 ci fu il bando: bisognava abbandonare le case perché dovevano essere minate, nessuna esclusa. Allora si assistette ad una dolorosa lunga sfilata di vecchi, donne, ragazzi, bambini, infermi che abbandonavano il loro tetto. Nessuno sapeva dove si dovesse andare. Faceva molto freddo e c'era la neve. Da lontano ognuno poteva sentire il crollo di una casa. A sera la maggior parte della popolazione era nelle chiese ed al cimitero. Qui già erano rifugiati uomini validi che si tenevano nascosti. Bisognava stare sempre in guardia per poter fuggire al primo allarme. Si passò una nottata indescrivibile. Chi non l'ha vissuta difficilmente può comprendere. Freddo e fumo irrespirabile... i vivi con i morti... si dormiva per terra... si dormiva pure nei loculi, sugli altari... si ammazzavano pecore e si appendevano alle Croci... dappertutto legna, materassi, coperte e tutto ciò che si era riuscito a salvare prima che arrivassero i Tedeschi... e un vociare continuo fatto di dolore e di preoccupazione... e lamenti di bambini... e richiami di madri... molte preghiere... qualche imprecazione: triste bivacco. Come Dio volle il nuovo giorno scacciò la notte. Si disse che si poteva rientrare. Si disse pure che una Commissione avrebbe fatto il giro del paese per constatare l'entità delle distruzioni: questa Commissione avrebbe dovuto esprimere il suo parere a proposito di altre distruzioni. Rientrati a Capracotta si vide che mezzo paese era stato distrutto. Si fece a gara ad ospitare chi aveva avuto la casa crollata. Alcuni annerivano le mura delle case ancora in piedi per dare l'impressione che fossero già state bruciate. Purtroppo Capracotta fu giudicata ancora capace di ospitare il nemico e a mezzanotte i Tedeschi cominciarono di nuovo a minare. Nessuno dormiva. Al primo giorno ricominciò il triste esodo di quanti erano rientrati in paese. Cinque giorni impiegarono i Tedeschi a distruggere Capracotta. Qualche particolare di rilievo... L'ostetrica Cesarina Trotta ricoverò tutte le gestanti nella sua casa già mezza bruciata, e perciò alcune case vicine furono rispettate; si prodigò pure assai il sacerdote salesiano don Carmelo Sciullo portando a tutti aiuti e parole di conforto. Il 13 novembre i Tedeschi, lasciando lutti, lacrime, terrore e distruzioni, si ritirarono oltre il Sangro. Quel giorno si respirò. Si abbandonarono definitivamente cimitero e chiesa dove tutti si erano abituati a stare, da dove avevano osservato, impotenti, i crolli e roghi immensi. Due donne però rimasero per sempre nel nostro cimitero a dormire il sonno eterno, vittime del dolore e del male. La distruzione di Capracotta fu quasi completa: restarono in piedi solo le chiese ed alcune abitazioni. Per tre giorni il paese fu terra di nessuno. Il 17 novembre avanguardie canadesi occuparono a loro volta Capracotta. Da allora ebbe inizio l'opera di ricostruzione. Tutti lavoravano: dai ragazzi ai vecchi alle donne e il miracolo si compì. Perciò, forse, della distruzione di Capracotta poco si è parlato, mentre di altre distruzioni ancora oggi si tratta: il capracottese ama il lavoro silenzioso. Fu di allora la morte del capraio Fiore De Renzis, ritrovato in località "Difesa" orribilmente mutilato per lo scoppio di una mina anticarro. Cominciarono intanto ad arrivare i primi autocarri alleati. Verso la fine di novembre arrivarono i paracadutisti che piazzarono le loro artiglierie nei prati della "Vicenna". Vi furono altre ore di panico dovuto al cannoneggiamento dei Tedeschi schierati oltre il Sangro. Le strade erano tutte ingombre di macerie ed era difficile stabilire dove era la tal casa ed ove tal'altra. Venivano anche rimosse le salme dei Fiadino e ad esse veniva data degna sepoltura. Il 6 dicembre ci fu l'ordine inglese di sgomberare il paese: "Tutti quelli che non sono considerati necessari dal Comando alleato si debbono preparare per partire subito". I Carabinieri, da poco rientrati in servizio, giravano di casa in casa per convincere tutti ad andare via. L'8 dicembre lo sfollamento era quasi completo. Una parte dei capracottesi si rifugiò nella vicina Agnone. La maggior parte dei capracottesi venne trasportata su camion nelle Puglie (Lecce, Brindisi, Taranto). Molti avevano nelle Puglie una casa e la raggiunsero (Lucera, San Severo, Canosa). A Capracotta intanto erano rimaste solo 75 persone che potevano girare per il paese con uno speciale permesso. A febbraio cominciarono a rientrare gli sfollati. A maggio il fronte si spostò più su e Capracotta fu completamente abbandonata dalle truppe alleate. Corrado D'Andrea Fonte: C. D'Andrea, Le tragiche giornate di Capracotta nella furia devastatrice della guerra , in «Momento-Sera», XI:5, Roma, 5-6 gennaio 1956.

  • La distruzione di Capracotta (I)

    Capracotta, novembre. Il pomeriggio dell'8 settembre 1943 a Capracotta fu momento di gioire per tutti, grandi e piccoli: la Radio Nazionale rese noto l'Armistizio, dichiarò la fine della Guerra e inosservate le condizioni imposteci dagli Anglo-Americani, tanto il desiderio di pace. Nel pomeriggio di quell'8 settembre i capracottesi, festanti, si riversarono in processione alla Madonna. Si voleva ad ogni costo riprendere, per ringraziamento alla Madonna, la ricorrenza che sta a cuore ad ogni capracottese. Ci furono animate discussioni con le forze dell'ordine: alla fine fu deciso di portare la statua della Madonna dalla cappella al paese il giorno stesso e di riportarla il 10 alla cappella. Così avvenne con la partecipazione di tutto il paese. Mentre si svolgevano i festeggiamenti della Madonna, stormi di aerei Anglo-Americani passavano su Capracotta con il loro carico micidiale. Non si sapeva, né si poteva supporre, che quel carico fosse destinato alla città di Isernia. Quattromila vittime civili di quella sfortunata città molisana. Anche qualche capracottese vi trovò la morte. Vi lasciò la vita un militare di questo nostro paese mentre tornava in famiglia. Era il giorno della festa quando una macchina di militari tedeschi di passaggio per Capracotta si fermò nei pressi di una casa. I Tedeschi scesero per chiedere l'acqua e chiesero la strada per Bomba, in provincia di Chieti. Vi fu un malinteso: girò voce che i Tedeschi avrebbero sparato. Vi fu subito un fuggi-fuggi generale. Molta gente, pur ignorando cosa succedesse, sol perché vedeva altri fuggire, fuggiva anch'essa. La località preferita di raccolta (almeno per quanti si trovavano in Piazza o per il Corso) fu la piazzetta dietro i "Grilli". Anche i cavalli fuggivano e correvano all'impazzata ancora con nastri, merletti e coperte di seta. Quindi si poté constatare che le intenzioni dei militari germanici erano tutt'altro che bellicose e tutti uscirono dal nascondiglio. Nei giorni successivi rientrarono a Capracotta quasi tutti i nostri militari sbandati a seguito dell'Armistizio. Verso la metà di ottobre i nazisti occuparono anche Capracotta. Il palazzo delle scuole fu adibito ad ospedale. L'arredamento scolastico fu gettato dalle finestre. Le piante furono tagliate per mascherare gli automezzi. Pure allora cominciò la razzia del bestiame, migliaia di pecore furono razziate. Vaccine e maiali seguivano la stessa sorte. Il rilevante patrimonio zootecnico di Capracotta, unica vera risorsa e ricchezza di questo paese venne così distrutto in poco tempo. Giornalmente si assisteva al rientro di pastori senza il gregge. Tornavano con la sola parròcca e molte lacrime. All'ovile, intanto, centinaia di agnelli belavano e aspettavano la poppata: non sapevano che uomini malvagi avevano ad essi tolto madre e nutrimento. Fu, quello, un tristissimo spettacolo che ancora oggi, nel ricordo, intenerisce e rattrista. Qualche pastore riuscì a salvare parte del gregge, ma a prezzo di fortunati duri sacrifici: rimanendo cioè per qualche mese (ed era d'inverno) nascosto tra grotte, boschi e burroni, spostandosi ad ogni allarme. Gli occupanti affissero per il paese un manifesto. Era scritto: "Si avvertono i cittadini che è severamente proibito dare asilo a prigionieri Anglo-Americani. I trasgressori saranno puniti con la pena di morte". Si sapeva che la zona di Capracotta era piena di Inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona. La popolazione capracottese, subito dopo l'Armistizio, fu molto ospitale con questi prigionieri. Ma, dopo, la prudenza consigliava di starne lontano o di essere alquanto circospetti. Un giorno un uomo (era italiano e spia dei Tedeschi) si presentò nella masseria dei fratelli Fiadino. E per indagare se i Fiadino avessero dei prigionieri nascosti, disse che faceva passare il fronte a molti Inglesi prigionieri, ricevendo rilevante compenso. I Fiadino, convinti dal ragionare semplice, umano e pratico di quell'uomo, gli dissero che anch'essi avevano dei prigionieri nascosti nel bosco vicino. Fu la loro rovina. La stessa notte di quel giorno la spia si ripresentò ai Fiadino insieme ai militari tedeschi. Sotto la minaccia delle armi costoro si fecero accompagnare là dove i prigionieri inglesi erano tenuti nascosti. Tutti vennero caricati su un camion che ripartì subito. I Fiadino avevano aiutato i prigionieri inglesi per un atto di umana solidarietà e nulla sapevano del divieto tedesco. Dopo un sommario processo i tre Fiadino, Alberto, Rodolfo e Gasperino, furono condannati a morte e ricondotti a Capracotta per l'esecuzione della condanna. Durante il ritorno Alberto esortò i fratelli a saltare dal camion in corsa e a darsi alla fuga: si trattava di giocare l'ultima carta, visto che la loro condanna a morte avrebbe avuto imminente esecuzione. I fratelli esitarono ma egli, con eccezionale prontezza, fu giù sulla strada e nel bosco vicino. Fu impossibile ai soldati ritrovarlo. Corrado D'Andrea Fonte: C. D'Andrea, La distruzione di Capracotta , in «Momento-Sera», XI:5, Roma, 5-6 gennaio 1956.

  • Macchia Strinata

    Per chi si reca a Capracotta passando lungo la  provinciale che da Guado Liscia porta al paese, passata la contrada Macchia, il Monte San Nicola appare come un'erta propagine montana spoglia e brulla, vocata al pascolo, imponente e silente. Sulla sommità il panorama è grandioso, maestoso, mozzafiato. Posto sul crinale a confine tra Abruzzo e Molise, domina la valle del Sangro a nord e del Trigno a sud. A sapere ascoltare si scopre la millenaria storia e le voci di una umanità passata che ci ricordano, ammonendoci, la nostra fugacità nei confronti delle stagioni. Il rinvenimento alle falde del monte, durante lavori agricoli, e il recupero di una tabula con iscrizioni in osco (la notissima Tabula Agnonensis ora al British Museum) nell'anno 1848, attira l'attenzione degli studiosi dell'epoca su questi luoghi. In una relazione in Bollettino dell'Istituto di Corrispondenza Archeologica del 10 ottobre 1848, uno studioso, F. S. Cremonese, descrive il monte e cita le mura ciclopiche lunghe 1.300 palmi, i resti di un oratorio, i resti di una torre rotonda ed il detrito archeologico in vista sulla sommità. In "Notizie degli scavi" del 1904, il celebre De Nino, alla voce Capracotta, racconta la survey a Monte San Nicola e le emergenze archeologiche rinvenute. Di sepolture scoverchiate e di ossa umane mosse dal vento e bagnate della pioggia ne parla L. Campanelli nel 1931 in un libro su Capracotta. Sul monte, le mura poligoniche (denominazione presa a prestito dal De Nino) attestano quindi un centro fortificato sannitico ad una sola cinta. Otticamente è collegato con le fortificazioni di Monte Cavallerizzo ad ovest e Rocca dell'Abate ad est, site sullo stesso crinale orogenetico. Le diverse campagne di scavo della Soprintendenza per i Beni archeologici del Molise a Fonte del Romito, il luogo del rinvenimento della tabula, attestano la presenza inaspettata di un insediamento sannita protrattosi fino al I° secolo d.C. La fortificazione sulla vetta nasce come centro di difesa, controllo e riparo, per la popolazione residente a valle, soprattutto in relazione all'espansione coloniale romana. Attualmente rimangono minimi tratti affioranti ma il terreno, accumulato alle spalle della struttura rende una soil-crop del manto erboso e rimarca la linea delle mura. Il rilievo mostra 320 m. a semicerchio tra i 1.500 e i 1.450 m. di altitudine racchiudendo un'area di circa tre ettari di terreno. Allo stato attuale non è possibile stabilire se abbia assolto funzione abitativa in epoca sannitica. Ben attestata invece la presenza di un abitato in epoca medievale il cui nome è Macchia Strinata. Nel noto Catalogus Baronum normanno, Roberto di Macchia e suo fratello tengono a nome di Guglielmo Borrello di Agnone, figlio di Borrello IV, Macchia feudo di un milite. Fiscalmente corrisponde a 24 fuochi o famiglie che, dato 5 come media del nucleo famigliare, dà una popolazione di circa 120 persone. Siamo nella metà del XII secolo. Da un diploma regio di Carlo I° d'Angiò, datato 1° gennaio 1270, si ha notizia della infeudazione del paese a Riccardo di Annibaldi, barone romano, insieme a metà di Agnone. Altre notizie tratte dal Sella nel volume "Aprutium-Molisium: le decime del secolo XIII-XIV", sotto la voce della diocesi di Trivento, nell'anno 1328 al n° 4991, «Clericis de Macla tarini VI». Questa è la tassazione «urgente aliqua necessitate» che il Papa impone sugli ecclesiastici, a causa dei redditi dei loro benefici. Il valore espresso in tarini mostra una tassazione pari e/o superiore ad altri paesi limitrofi. Maggiore di: Castel Barone, Pilo, Pesco Pignataro, Civita Burrello, Bellomonte, Monforte, Castro Iudicis, Calcasacco e Schiavis. Uguale: Capra Cocta. Minore di: Castellione, Rodio, S. Angelo de Pesculo, Cantalupo e Anglono. L'esplosione pandemica dell'infezione causata dal bacillo delle peste nel 1348, i violenti terremoti e le carestie alimentari causate dal cambiamento climatico, sinergicamente connesse, causano una terribile contrazione demografica con il relativo abbandono di molti abitati nella maggior parte d'Europa, fenomeno noto come wustungen . Spariscono intere comunità; una parte di quelle su elencate vengono disertate. Solo nella Valle del Sangro se ne censiscono oltre 50. È una cesura storica, paragonabile al II conflitto mondiale. Ci vorranno alcuni secoli per tornare alla consistenza demica del secolo anteriore. L'Abruzzo angioino, nel 1268, conta 720 terre ; nel 1505, nella numerazione dei fuochi vicereale, 267. Ma il nostro paese sopravvive, anche se i tempi sono durissimi come documentato dai diplomi inerenti Agnone sul finire del XIV secolo. Autunno 1376: la regina Giovanna I d'Angiò concede esoneri fiscali agli abitanti di Agnone «causa epidemie mortali ed scorrerie di diverse compagnie di ventura». Ottobre 1395: Giacomo Marzano ammiraglio del regno a seguito di una supplica concede la dispensa dal pagamento della colletta di S. Maria ad Agnone «ridotta alla massima povertà e desolazione»; il re Ladislao di Durazzo concede l'indulto all'Università di Agnone la vigilia del Natale del 1395. Nel 1438 Macchia viene citata nella descrizione dei confini in un atto di vendita che il condottiero Jacopo Caldora, signore della Contea di Trivento, maritali domini , perfeziona con un cittadino di Agnone ed ha come oggetto il feudo di Castel Barone. Il nuovo re di Napoli, Alfonso il Magnanimo, convoca nel 1443 il Parlamento Baronale e istituisce con il beneplacito nobiliare una riforma fiscale innovativa. La fiscalità sveva e poi angioina, basate su onerose e molteplici collette, viene abrogata. Un censimento a scadenza triennale (numerazione) impone un'unica imposizione per fuoco (o famiglia) pari ad 1 ducato per anno in cambio di una distribuzione di un tomolo di sale a nucleo familiare. 230.000 fuochi corrispondono alla popolazione tassata nel 1443. Un libro manoscritto, inerente questa numerazione, è conservato a Genova presso la Biblioteca Civica Berio ed è intitolato Liber Focorum Regni Neapoli. Il nostro paese, feudo di Antonello de Ebulo, è tassato per 65 fuochi, che, lasciando il fattore arbitrario 5 come consistenza del nucleo familiare, dà una popolazione di 325 persone con 3 once di tassazione. Confrontando i  fuochi di Macchia con i paesi limitrofi viene in evidenza come uno dei più ricchi e popolosi: 8 fuochi in più di Capracotta; 23 in più di Castel del Giudice; 30 in più di Belmonte del Sannio; 17 in più di Rosello; 50 in più di Pilo; 3 più di Borrello; 3 più di Quadri; 22 in più di Villa Santa Maria; 1 in più di Caccavone, l'odierna Poggio Sannita; 13 fuochi in meno di Pesco Pignataro; 48 in meno di Castiglione Messer Marino. Agnone, terra demaniale e sede episcopale, è la più popolata con 434 fuochi, vero centro di riferimento, non solo economico, del territorio circostante. Nel 1447 il re aragonese riordina la pastorizia transumante tra l'Abruzzo ed i verdi pascoli della Capitanata pugliese. La vecchia istituzione angioina viene arricchita e integrata da innovazioni provenienti dalla transumanza in voga in Aragona chiamata mesta , la regione iberica di provenienza della dinastia. Nella complessa normativa viene delimitata la rete tratturale; i pastori vengono sottratti al potere dei feudatari e posti sotto la giurisdizione statale regia con l'istituzione della Dogana delle pecore. L'affitto dei pascoli nel Tavoliere sarà l'imposta più remunerativa per il fisco napoletano, anche in epoca vicereale, fino alla fine del '700. Il tratturo Ateleta-Biferno, che si collega sia al tratturo magno LAquila-Foggia sia al Celano-Foggia, posto a nord di Macchia, è direttrice viaria di primaria importanza, foriera non solo di commerci ma probabilmente, in ambito culturale, della titolazione dell' ecclesia castri dedicata a San Nicola, venerato nel santuario pugliese di Bari. La ripresa socio-economica e demografica continua durante tutto il secolo seguente. Lo sviluppo agricolo e l'aumento della popolazione, strettamente legate, trasformano il territorio. Si creano nuovi paesi e si ripopolano alcuni precedentemente abbandonati, con migrazioni alloctone slave ed albanesi nella fascia costiera abruzzese. Si mettono a coltura vigneti, oliveti e, lungo le fasce costiere, i "giardini" con gli agrumeti. Vaste aree boschive vengono cesizzate, si impiantano  nuove cultivar come il gelso che è foriero della sericoltura, la nostra seta è ritenuta una delle migliori nella Firenze medicea. Nelle pianure alluvionali si coltiva il riso. Il commercio fa da volano. Commercianti veneziani, ragusei, bergamaschi, con le loro mercanzie, invadono le nostre fiere; si esporta grano, cavalli, pelli, soprattutto lana. L'aristocrazia del Regno investe nell'allevamento degli ovini. L'industria armentizia legata alla transumanza assicura alta reddittività. A fine secolo la temperatura media scende generando la "piccola età glaciale". Inverni rigidi e più lunghi ed estati piovose comportano distruzioni di raccolti con conseguenti carestie. Forti gelate primaverili bruciano le piante da frutto. Per i centri d'altura inizia una lenta decadenza. Inizia un trend negativo, a metà secolo arriva una drammatica crisi demografica, la peste del 1656. Il bacillo della peste viene dal mare, nel mese di marzo, come quella del 1348, proveniente dalla Sardegna. Questa volta è la capitale ad essere colpita per prima. Ed è subito un'ecatombe. Napoli è la terza città europea come popolazione dopo Londra e Parigi. È sede della corte vicereale, abitata dall'alta nobiltà del mezzogiorno e da una moltitudine di gente indigente, sede di commerci e di mercanti. È esente dalle imposte dirette e non paga il focatico. Il tentativo da parte del viceré, nove anni prima, di imporre una gabella sulla frutta e verdura, scaturisce in una rivolta popolare capitanata da Tommaso Aniello pescivendolo che per alcuni giorni soggioga le guarnigioni spagnole terrorizzando la corte e la nobiltà. Vera rivoluzione popolare, la prima e l'unica della nostra penisola. Non possediamo le numerazioni, le rilevazioni fiscali, perché ne è esente. Da recenti studi si stima che l'indice di mortalità fosse del 50%. Dai 200.000 ai 600.000 individui deceduti. Il focolaio infettivo dura fino all'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione. Lo spopolamento della capitale acuisce ancor di più l'abbandono delle aree regionali periferiche nel periodo post-peste. I vuoti a Napoli si colmano con le migrazioni interne. Flussi che contribuiscono a ripopolare la città partenopea a danno di una periferia già spopolata dal morbo. Nel Contado del Molise la peste arriva tra maggio e giugno: si calcola che il 50% dei paesi viene infettato. Il dato più prossimo per Macchia possiamo desumerlo dal paese di Capracotta, il più vicino anche per le caratteristiche socio-economiche e demografiche. Nella numerazione fiscale del 1648, otto anni prima dell'infezione, Capracotta ha 254 fuochi (esenti i nobili e gli ecclesiastici), nella successiva del 1669, tredici anni dopo, 183. Sembra che la perdita sia di 71 fuochi. Un documento conservato nell'archivio parrocchiale ci da una realtà storica molto diversa. Il libro dei battezzati e dei morti di quel tempo ci dà notizie certe di prima mano. Il contagio inizia in piena estate il 4 agosto e continua fino al 13 settembre; 41 giorni di severo contagio con 1.126 decessi. Calcolando i fuochi del 1648 per il fattore 5 come indice familiare, la popolazione risulta di 1.270 anime, che contrasta con i numeri reali dei decessi del 1656, 1.126. La differenza è di 144 anime, pochissime per giustificare i 183 fuochi del decennio successivo. Se si stima una mortalità generale nel viceregno intorno al 43% e l'applichiamo al numero dei decessi del 1656, diviso i fuochi, ci dà un indice familiare del 6,3. Se consideriamo che il nucleo famigliare post-peste, ovvero nei fuochi ancora accesi, ha un fattore molto più basso, 2,6, nel 1669 il paese conta 183 fuochi, 475 anime. Per altri due anni diversi focolai nel Regno si riaccendono. La vicina Rosello è contagiata da gennaio del 1657 a febbraio del 1658 e solo a giugno dello stesso anno è considerata libera dal morbo. Aurelia d'Eboli, feudataria di Macchia, nominata delle Spinete , paga ducati 3, grani 1, cavalli 16, come adoha, tassa proporzionale al valore pecuniario del feudo. Notizia tratta dal libro redatto il 1 gennaio del 1669 per la Regia Camera della Sommaria, organo amministrativo di controllo, competente a giudicare in materia fiscale come la nostra Corte dei Conti. Macchia non compare nell'elenco dei fuochi dei paesi, né tra quelli disabitati del Contado del Molise. Forse già in fase di avanzato stato di spopolamento e declassamento a feudo rustico, il nostro paese viene disertato e abbandonato. Un notaio di Castel di Sangro annota in un atto: «onde mancarono abitanti e coloni, ché non così facilmente si trovavano le case e gli stabili a darle in affitto o venderle e per conseguenza andarono a terra o in distruzione». La popolazione residua si trasferisce, probabilmente, nei centri vicini di Agnone e Capracotta condannando ad una lenta ed inesorabile distruzione l'abitato. Solo il ricordo della titolazione ecclesiastica resta a testimoniare la pietas degli abitanti e la presenza dell'abitato. Giosa Menna Fonte: https://giosamenna.wordpress.com/ , 12 gennaio 2015.

  • La misura del mondo fra Chieti e Capracotta

    Il teodolite, inventato nella seconda metà del Settecento, è uno strumento ottico a cannocchiale per la misurazione degli angoli azimutali e zenitali, utilizzato per rilievi geodetici e topografici. Il teodolite è costituito essenzialmente da una base, un'alidada e da due cerchi graduati, uno orizzontale e uno verticale. La base è dotata di una livella e di viti per regolare la verticalità dell'asse principale dello strumento. L'alidada è montata sulla base in modo da poter ruotare attorno all'asse verticale e a sua volta è munita d'un cannocchiale che ruota su di un asse orizzontale. Con la fine del principio d'autorità aristotelico e l'affermarsi della rivoluzione copernicana, il teodolite consentì la rappresentazione del geoide terrestre, fondando la sua autorevolezza sulla posizione esatta di alcuni punti del territorio conseguita con minuziosi rilevamenti topografici. Nella seconda metà del XVIII secolo furono condotte delle operazioni geodetiche anche nel Regno di Napoli e, al fine di piazzare le colonnine geodetiche utili ai rilievi del caso lungo una perfetta linea latitudinale nord-sud, la scelta cadde sulle località di Chieti e Capracotta, che riposano su di un asse di simile latitudine con uno scarto altimetrico di 1.090 metri. Il 15 ottobre 1786, infatti, dal bastione settentrionale del monastero dei frati cappuccini di Chieti, con un angolo di 11°19'36'', fu possibile «osservare il passaggio del centro del sole sulla verticale di un segnale posto sulla torre di Capracotta» a 58 km. di distanza aerea, provando a tutto il Meridione che la Terra era effettivamente di forma sferica e che ruotava attorno alla sua stella. Con una battuta si può arguire che se la Terra è tonda, lo dobbiamo anche alla geomisurazione avvenuta quasi due secoli e mezzo fa sulla sommità della torre campanaria di Capracotta, da cui si poteva guardare in linea retta cosa facevano i francescani teatini lontani 60 chilometri! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Coppola, Un contributo per la storia della tecnica cartografica: inquadramento geodetico per la Gran Carta del Regno di Napoli , in C. Clivio Marzoli, Imago et mensura mundi , vol. II, Ist. della Enciclopedia Italiana, Roma 1985; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Robotti, Chieti: città d'arte e di cultura , Ed. del Grifo, Lecce 1997.

  • Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli (II)

    Le "attese" Hanno scritto che la santità di una persona si misura dallo spessore delle sue "attese". Ebbene, se la perfezione cristiana si valuta anche in questi termini, cioè, se la santità significa "attesa" di qualcuno, di un evento, di una sorpresa, allora zia Elvira e Giuseppina vissero realmente la veglia mattutina di chi non deve perdere il tempo destinato a pensare agli altri. Se il paragone può dire qualcosa, zia Elvira e Giuseppina erano come quelle finestre che vedi illuminarsi prima che spunti l'alba, e non sai se aspettarti che dietro i vetri debba apparire il profilo di un volto. Ci sono "attese" proprie delle "mamme" e altre legate alla vocazione nello "stato religioso", squisitamente umane le une e altamente spirituali le altre. Vocatività alla "maternità" e alla "consacrazione" che, nel loro genere, per le "attese" che le coinvolgono rispettivamente, sono proposte alla perfezione. Zia Elvira e Giuseppina non erano né "madri", né "suore". Ebbene, tutte e due, sul percorso dell'amore, impersonarono le due vocazioni, esprimendo nella loro vita le caratteristiche alterne della donazione materna e dello stile di vita consacrata. Una sorta di sacramento umano di trasparenza, che te le faceva indovinare come creature fatte per donarsi e fino al sacrificio di sé, a servizio di chiunque fosse in "attesa" del loro passaggio. "Attese" come servizi Tuttavia era l'età ad evidenziare meglio le loro "attese" come riserve del servizio da prestare. Quella della "maternità", in vero, si accreditava in maniera più evidente a zia Elvira. Era, infatti, la voce del popolo che la identificava con l'appellativo di "mamma santa", forse in risposta alla sua maniera di chiamare figlie mije e figlia meija chiunque l'accostava in particolari circostanze, specie se di bisogno o di dolore. L'altro servizio, quello relativo ad una forma di virtuale "consacrazione" religiosa, si confaceva meglio a Giuseppina, con un significato più credibile. Si trattava, infatti, di un servizio che nella chiesa, anche nella semplice donazione laicale, riveste un particolare significato, anche se senza investitura monacale e senza partire dalle soglie di un monastero. Servizio al quale Giuseppina si donò come risposta alle "attese" di una vocazione che la nostra comunità distinse come donna chiamata ad una missione di frontiera. Tutte e due, però, accomunate in un gratuito servizio, quasi antecipazione del moderno "volontariato", per il gusto di sapersi utili e disponibili. L'ambiente di famiglia Sarebbe un vuoto imperdonabile se, per Giuseppina in particolare, non accennassi alle radici familiari dalle quali trasse la linfa per la sua formazione umana. Le immagini che animarono quell'ambiente di famiglia che ebbe il suo percorso da S. Pietro Avellana a Capracotta, da focolare a focolare, amo incentrarle in colei che era il cuore naturale della casa: mamma Antonietta, zia Letta , nella traduzione e tradizione familiare e popolare. Zia Letta, una di quelle regine di focolare che, in altri tempi, si facevano oggetto di onore e di amore; simili a quelle icone di Madonne, che nelle chiese attirano lo sguardo, prima dell'altare maggiore - come a dire la presenza di un padre -, e prima che gli occhi si perdano tra volte e colonne del tempio - come a dire il resto dei componenti la famiglia. Io l'ho conosciuta a Capracotta, nella casa in via Pescara. Dove l'accoglienza si traduceva "a porte sempre aperte", prodigata nel segno dell'ospitalità conviviale che Giuseppina gestiva a nome suo e secondo i suoi gusti. Zia Letta, una norma di vita dettata in silenzio, delegata alla figlia prediletta sempre al suo fianco. Un esemplare di virtù umane e cristiane, delle quali Giuseppina, senza retorica, in scala ridotta, per non dire altro, illustrava l'annosa e sacrificata esperienza. Chi ne volesse sapere la storia, vada a quelle pagine nelle quali la figlia scrittrice, nell'opera "Oltre la valle", traccia con disinvoltura soddisfatta, i cambi alterni che mutano il cammino di una vicenda di famiglia. Una vicenda non facile a narrarsi, dalla quale zia Letta riemerge come una forza aggregante, un simbolo di coraggio non rassegnato, un'esperienza insieme, amabile e dura, popolata di figli e di batticuori, e di speranze esaudite. Finché, come chi non ha più nulla da dire e da fare, esaurita, come quelle cisterne che, dall'alto, ti accorgi non hanno più acqua da donare, zia Letta si ricompose visibilmente in quell'abbandono quasi mistico che se può preludere la fine dei giorni, confina con l'attesa di una vita che va oltre la valle... oltre la morte. L'eredità Toccava a Giuseppina, ora, gestire quella eredità spirituale; una eredltà senza cose che arricchiscono, tanto la povertà solenne come una virtù evangelica luminosa di provata dignità, aveva dato spazio più al culto delle virtù che alla pena di apparire agiati senza essere ricchi. In una casa dove la fede si era respirata a pieni polmoni, dove la preghiera era stata una specie di anima della conversazione, dove l'animazione della carità era stato il filo conduttore della convivenza, se un giorno mi avessero detto che in vita, zia Letta era stata mediatrice di un miracolo, non solo ci avrei creduto, ma lo avrei ritenuto un fatto normale. Messaggio Se la santità non si eredita si eredita certamente il suo messaggio che, come oggi, si fa voce, richiamo e umile riferimento di stima e venerazione. In quel messaggio di zia Letta, convissero zia Elvira e Giuseppina, continuando le tradizioni del vissuto umano e cristiano della sorella e della madre. Mi piace ora rivederle insieme, in uno di quegli appuntamenti - come a Lourdes - dove lo spirito di fede trova stimoli per alimentare le scelte personali, alla luce della comune devozione mariana. L'episodio che ricordo e che ha sapore di "fioretto", riguarda il racconto che ne faceva Giuseppina per zia Elvira che, dopo l'ascolto di una predica in lingua straniera, commentò, alla fine: «Come ha parlato bene!». In confidenza, chiesi a Giuseppina se aveva chiesto... qualche miracolo a Lourdes. Con la franchezza spassosa che le era propria mi rispose con una frase che voleva dire che «Dio non è tale da fare regali gratuiti!». Sulla linea del messaggio lasciato da zia Letta, in casa di via Pescara, continuava a regnare il senso partecipato dell'accoglienza, della convivialità, della letizia partecipata, della festosità. Specie quando tutta la famiglia Santilli, patriarcale nel senso più originario delle tradizioni di un tempo, si raccoglieva a riannodare i vincoli della familiarità, di cui Giuseppina, artefice della convivialità, era come l'anello di congiunzione tra tutti i membri e, tra essi, simbolo dell'intimità del focolare domestico e quasi oracolo di un "messaggio" materno udito e vissuto, e ora da raccontare. Era allora che, anche se di vecchia data, storie e fatti di famiglia avevano la loro ricapitolazione ufficiale. E se il soggetto immancabile era zia Elvira, o Ida, famosa per le sue "distrazioni", allora l'ilarità, lungi da sembrare canzonatura, si risolveva in commenti che giustificavano, più che la logica della risata, il gusto di un ascolto tutto di famiglia. Conclusione E per finire, mi piace riprendere l'immagine dalla quale sono partito: zia Elvira e Giuseppina in cammino "mano nella mano". Come quei due viandanti di Emmaus a colloquio con lo sconosciuto che era il Risorto. E che, ignorando il suo nascondimento, aspettavano la fine del viaggio per trovarselo di fronte per dirgli: «Resta con noi, ormai si fa sera!». «Ormai si fa sera». Il sipario che scende su quello scenario di vita evangelica, per zia Elvira, il 3 agosto 1983, per Giuseppina, 1'8 novembre 1983. Nelle due chiese, c'era quell'atmosfera di partecipata tenerezza simile ad una corrente melodica che valica il pensiero della morte. Un raccoglimento affollato da quelle immagini carissime che il rimpianto mutava in lodi di glorificazione, dopo un viaggio così stancante, così sofferto, così santificato. Le mani benefiche stringevano la corona del rosario come era sempre stato fino «all'ora della nostra morte», per cinquanta e cinquanta "ave Maria" e fino a quella temuta frazione di tempo in cui ognuno di noi si gioca il suo destino eterno. Il destino così profetizzato da Giuseppina e valido per zia Elvira che «chi non ha sofferto sulla terra non potrà gustare le gioie del Paradiso». Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli , Capracotta 1993.

  • Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli (I)

    Premessa Questa indovinata commemorazione promossa dalla famiglia Santilli e caldeggiata calorosamente da me, ha dello straordinario, non tanto per il modo col quale si è voluto organizzarla, quanto per il fatto che desterebbe stupore, proprio in coloro che, insieme, abbiamo inteso riportare alla nostra memoria, con sensi di devota ammirazione e gratitudine: zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli. Insieme nel ricordo Il primo decennale della loro morte, distanziata di pochi mesi nel 1983, ci consente di accomunarle in un unico familiare ricordo. Anche se nella diversità della loro immagine, come per età ed esperienza di vita, anche se da vie diverse, come vario era stato il tracciato del loro cammino umano nella storia della loro esistenza terrena e della loro testimonianza cristiana, tuttavia, ci ritornano idealmente riavvicinate nella complementarietà della loro affinità di sangue e di fede, in una parola, in quello che meglio si definisce "santità della vita": occhi al Cielo e piedi a terra. E se potessi suggerire una "scultura" che le ritragga in questo accostamento, amerei contemplarle "mano nella mano". E per dare un significato leggibile al "gruppo", suggerirei la scritta: «L'uomo guarda la statura, Dio guarda il cuore!». E sì, perché se il motivo immediato con cui gli uomini sono adusi a valutare la prestanza fisica aveva poco spazio per fissare sulla carta la loro statura a lettura di metro, c'era e c'è un'altra misura per graduare lo stile della loro personalità, con i doni che l'arricchivano, da sorprendere come in uno spazio corporeo così brevemente circoscritto dalla natura, e poi, così impoverito dall'afflizione dei mali, così mortificato, potesse convivere elevatezza di spirito e dinamismo interiore, tanto segreti e pur tanto attraenti. Profilo Per tentare un loro giusto profilo, conviene partire appunto da quel "dinamismo", cioè dalla loro "spiritualità", gestita con varia iniziativa, come filo conduttore, nella composizione armonica delle "realtà terrene", sempre valutate nella giusta dimensione, e finalizzate per la ricerca della propria e altrui santificazione. Ho detto "realtà terrene", perché nessuno pensi che «gli occhi al Cielo» poteva loro impedire di sentirsi ed agire con «i piedi a terra». Chi le accostava, provava immediatamente di trovarsi con persone lontane dall'astrattezza dei "visionari": con donne "feriali" senza aureola, piene di sollecitudini familiari comuni a tutte le donne del paese; persone cioè della normalità. Donne, in una parola. Dove la "femminilità" andava poi argomentata guardandole negli occhi. Zia Elvira e Giuseppina ignoravano di portare avanti un loro personale "messaggio", che sarebbe poi stato raccolto - come facciamo ora - in eredità benedetta, una sorta di testamento spirituale non dettato. Come quei fiori di campo che ti devi piegare per scovarli nel fogliame, e solo quando li hai tra mano, ti sorprendi del loro raro profumo e delle gradazioni di colore delle povere corolle. Zia Elvira L'una, zia Elvira, se ne andava per le strade del paese ammantata di nero, sempre, come chi non può dimenticare certi simboli dettati dalla tradizione o da una storia di famiglia, sofferta; con quello scialle che, oltretutto, le serviva anche da schermo per difendere e celare quella deturpazione della parte di volto dove restava sbarrato nel vuoto l'occhio inservibile da tanto tempo. Se la meta non erano le chiese, lo erano notoriamente le case che l'attendevano a farsi voce di consolazione o in attesa di un soccorso, modesto finché si vuole, ma offerto con quel distacco sorridente che bastava a soddisfare l'attesa. Ci volle una caduta banale quanto mirata a porre fine a un'esistenza che si sgranò in una sequenza di episodi da identificare francescanamente come "fioretti", ad alcuni dei quali mi provo a dare una propria intitolazione. Eccoli: "sorella acqua", una passione più che ecologica; la "scorta per una cieca", atto di carità eroico; "furtarelli benedetti", quello che supera... Da interpretare così: quella che poteva passare per una "mania" per l'uso frequente dell'acqua, andava letta in chiave simbolica di pulizia purificante; quello che poteva apparire un "assurdo", di una cecuziente che accompagnava una cieca, era un'opera di misericordia, ai confini del rischio; quello che poteva interpretarsi come "abuso" proprio in famiglia, che sapeva e tollerava liberamente, aveva lo scopo evangelico di donare il superfluo. Tutta una strategia condotta con una semplicità sconcertante, quando, vedendosi tradita dalle fette di salame sfuggite alla presa o dalle gocce di olio che svelavano, traditrici, il segreto, i suoi sussurri indistinti come preghiere a fior di labbra, commentavano l'accaduto, quasi a chiedere scusa. Sono questi, alcuni tratti di un profilo che meriterebbe ben altre considerazioni ma che, pur nella loro brevità, nella loro essenzialità, nella loro modestia, nella loro voluta parsimonia, quasi attinti da un guardaroba di poche cose eleganti, sono bastevoli ad incorniciare l'immagine di una donna del popolo così piccola e così amabile. Giuseppina L'altra, Giuseppina, vulnerata da piccola da un handicap generato da una banale caduta, divenuto poi un male che le sarà per sempre compagno, e che, come scrive la sorella Elvira nel suo "Oltre la valle" «nel contatto con la vita» le aveva «fatto conoscere la ragione dell'esistenza nella fede», convinta, Giuseppina, «che chi non ha sofferto in terra, non potrà gustare le gioie del Paradiso». E col tempo si appropriò di quello spirito di donazione che nella spiritualità dell'ascetica cristiana spinge fino al sacrificio. Ed è sempre la scrittrice Elvira a sottolineare per sua sorella l'inconcepibile "idea paradossale" della "sofferenza" sposata all'idea della "felicità", «forse perché la gioia perenne – scrive – ha qualcosa di monotono». Lo spirito di donazione di cui ho detto si concretizzò in zelo per le "missioni", fino a farla protagonista di un ideale che pur essendo di frontiera, non castiga chi, amante di Cristo, può concorrere alla salvezza del mondo, commisurando l'infermità corporale con la forza esuberante dell'entusiasmo. E non è da credere che Giuseppina giocasse sul risparmio di sé; ed è qui, sotto certi aspetti, il "paradosso" della scrittrice: e cioè, dove altri aveva le carte in regola per suggerirle cautela, prudenza, riguardo al proprio stato, per lei era affare suo non dispensarsi dal sentirsi "missionaria". II coinvolgimento era assicurato. Un "missionario" giunto in parrocchia, sapeva a quale porta picchiare. II parroco ci stava, perché la riteneva il suo "braccio destro". Le "missioni", per suo merito, erano diventate il crocevia di ogni attività pastorale. La sua casa, una specie di "porto di mare", per dir così, non perché le porte erano sempre aperte, ma perché tutti sapevano che più di quelle era spalancato il cuore! Forse è nello stile caratteriale dei Santilli, il "senso dell'umorismo", ma in Giuseppina direi che si manifestava con contenuti di giovialità simbolica, quasi associata fisiologicamente ad eludere il suo stato di sofferenza, sulla quale, se il caso lo richiedeva, giocava scherzosamente la carta della nota umoristica. Quasi a dispensare gli altri da quei sentimenti di gratuita compassione, se non sono, poi, sorpresa o rifiuto. Particolari d'insieme Per tutte e due, questi sono profili essenziali, rapidi come graffiti, che risultano veridici quanto più si è avuto la fortuna di accostarle. Accostandole, infatti, ti accorgevi che ti suggerivano, ognuna a modo proprio, il gusto dell'ascolto, il desiderio spontaneo della familiarità, la naturalezza della convivialità. E il tutto condito dalla compiacenza invitante che suggerisce un dipinto, come quello della sorella pittrice Bianca, dove il paesaggio si carica di folgorazioni dell'arcobaleno. Se avevi un po' di fede - ma se non ne avevi ti coinvolgevano con una manovra conciliante - se avevi fede, dunque, dovevi renderti conto di come, su un terreno così fragile umanamente, fiorissero virtù morali che, assommate, rifluivano nell'unica dimensione evangelica, che dire amore , è lì meglio per sottolinearle. È in questa dimensione che le due immagini, senza perdere nulla della loro personalità e della loro identità, quasi si soprapponevano, ai confini di una spiritualità tutta personale e che, tuttavia, le convogliava nell'accordo di un comune ideale di servizio di carità. Tra mormorii oranti per l'una, ed espansive manifestazioni d'intima letizia per l'altra. E tutto per amore , ricco nella trama dell'esperienza per l'una, innamorata del Cuore di Cristo, arricchito da vivace operosità, per l'altra, presa dall'ideale missionario. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Zia Elvira Janiro e Giuseppina Santilli , Capracotta 1993.

  • La sfida delle nuove povertà

    Le parole di quei frati sulla povertà mi hanno richiamato alla mente un incontro vissuto anni prima in territorio molisano, proprio nella provincia di Isernia da cui la comunità proveniva. Mi trovavo a Capracotta, il comune più alto dell'Appennino, famoso per i suoi impianti sciistici. Ero andato lassù per un servizio in occasione della più grande nevicata registrata dagli anni Sessanta: la città era nascosta sotto 2 metri e 56 centimetri di neve, un record assoluto che aveva reso necessario l'arrivo di uno spazzaneve di ultima generazione direttamente dagli Stati Uniti. Il borgo, di origine medievale ma completamente ricostruito in seguito alle devastazioni della Seconda guerra mondiale, è oggi baitato da quasi 800 persone che, assediate in un biancore irreale, vivevano quell'anno uno dei loro inverni più difficili. In quel deserto abbagliante ricordo di aver visto la figura di un anziano che tornava lentamente verso casa, facendosi strada a fatica nella neve. Si trattava di un ottantenne, ex preside, che con una cortesia d'altri tempi si è fermato a discorrere con me in quello scenario surreale. Oggi che da qualche tempi ci ha lasciato, conservo con commozione il ricordo della sua luminosa dignità e le parole che mi ha consegnato. Attraverso i suoi racconti ho conosciuto il dramma di quel piccolo paese di pastori, occupato dai nazisti in ritirata subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. In ottobre i tedeschi entrarono in città e insediarono un ospedale militare nella scuola, buttando dalle finestre i banchi e il resto dell'arredamento scolastico. Poi tagliarono quasi tutte le piante del paese per mascherare i loro automezzi. Nelle settimane che seguirono si diedero alla razzia di bestiame. L'anziano che mi ha raccontato questa storia, all'epoca era bambino e viveva con la famiglia in una povera casa contadina. non possedevano, come altri, un gregge di ovini, ma vivevano del frutto della loro terra e facevano affidamento per sostentarsi sull'allevamento di un unico maiale che, una volta macellato, avrebbe sfamato la famiglia per un anno intero. Quel giorno i nazisti, dopo aver depredato del loro gregge altre famiglie di Capracotta, si diressero anche verso la casa del mio interlocutore che si trovava da solo insieme alla madre. I militari perlustrarono la casa rendendosi conto che l'unico possedimento di un qualche valore della famiglia era il maiale che razzolava in cortile e non esitarono a prenderlo. L'anziano, dopo più di sessant'anni da quell'evento, ancora piangeva nel raccontarmi come la madre si fosse messa sulla strada degli occupanti, tentando con tutte le sue forze di opporsi al furto del maiale, rischiando la sua stessa vita. Lui era rimasto nascosto come gli aveva intimato la mamma, ma, dopo tutti queli anni, poteva ancora sentire le urla della donna come pugnalate nella carne. Mentre mi parlava, ho immaginato quella madre che rientrava in casa, tentando di asciugarsi le lacrime, per rimanere forte di fronte al figlio a cui, nei mesi successivi, non sapeva cosa avrebbe dato da mangiare. Tornato ad Ascoli dopo quella trasferta di lavoro, avevo deciso di prendermi alcuni giorni di riposo da passare con i miei figli. Vedere gli occhi pieni di lacrime di quell'uomo era stato come essere preso e scosso per le spalle, risvegliato da un torpore in cui mi stavo accomodando. Avevo bisosgno di ricordarmi cosa avesse davvero valore nella mia vita. Dopo la mattinata all'eremo, con in testa le parole di padre Roberto e il volto dell'anziano preside, abbiamo deciso di fare una passeggiata verso un luogo che i frati ci avevano descritto come magico, quasi incantato. Avevo bisogno di immergermi dentro la natura, ne sentivo la necessità. Massimiliano Ossini Fonte: M. Ossini, Kalipè. Il cammino della semplicità , Rai Libri, Roma 2020.

  • Angel Island

    Ogniqualvolta mi capitava di parlare con amici o conoscenti romani del mio ultimo viaggio a San Francisco, ove viveva mio figlio Vittorio con la moglie Katie e con i figli Lilly e James, il loro immancabile commento riguardava il fascino del tutto particolare di quella città californiana, che la distingueva, secondo loro, da tutte le altre città degli Stati Uniti e la rendeva la più simile a quelle europee. L'osservazione, comune a tutti, che voleva essere un complimento per la bella vacanza trascorsa, ma che sottintendeva anche un più sottile e malizioso giudizio negativo sull'America in generale, non era naturalmente suffragata da nessuna esperienza diretta della vita del "nuovo mondo". Nel migliore dei casi, si basava su un unico viaggio compiuto dall'interlocutore a New York o a Los Angeles, o addirittura su uno scontatissimo viaggio di nozze a Cuba, la patria del castrismo internazionale. A me risultava, ad ogni modo, del tutto priva di fondamento. Niente mi sembrava, infatti, che potesse giustificare un giudizio tanto superficiale, da distinguere nettamente San Francisco da Chicago e Detroit, ma anche da Boston e Sacramento. Secondo la mia esperienza, pur tenendo conto delle ovvie differenze, erano più numerose e importanti le caratteristiche che univano le città americane di quelle che pur distinguevano le grandi metropoli di New York e di Los Angeles da quelle di provincia come Reno e Carson City. Ciò valeva anche nel confronto delle città industriali come Chicago e Detroit con quelle a economia agricola e commerciale come Sacramento, dei centri dell'alta cultura e dell'innovazione, quali San Francisco e Boston, con quelli del gioco e del divertimento, quali Las Vegas e Disneyland, dei centri del Nord con quelli del Sud, di quelli delle due coste con quelli delle pianure centrali e delle zone montuose. Dappertutto io avevo avvertito l'orgoglio degli abitanti di sentirsi americani, il piacere del proprio stile di vita, la generosità e la solidarietà delle persone, il rispetto per l'ordine e per le regole del vivere civile, la pulizia delle strade e la cura dei giardini, il modo di funzionare e la precisione dei servizi pubblici e di quelli privati, la vastità degli spazi e il silenzio della notte, la varietà, fin dentro i centri abitati, degli uccelli e degli animali selvatici, l'integrazione delle razze occidentali, asiatiche e africane, i moderni grattacieli accanto alle abitazioni di legno. Comuni a tutti i centri urbani erano i supermercati e i grandi centri commerciali, che sostituivano quasi completamente i piccoli esercizi, negozi e mercatini rionali. Dappertutto risuonavano il jazz, il rock, il folk, il country, lo spiritual e il gospel. Ovunque i grossi pick up avevano sostituito il primitivo calesse, le moderne villette di legno continuato la tradizione del forte e del ranch dei tempi della conquista del West , i grandi autocarri con o senza rimorchio preso il posto delle vecchie carovane. Alle vie carovaniere erano subentrate le larghe autostrade, per lo più gratuite, direttamente accessibili dai centri cittadini e libere dai caselli di blocco. Le linee ferroviarie avevano ceduto il primato al traffico aereo. Quasi nulla di tutto questo era proprio delle città europee. Spontaneo in me sorgeva il confronto con la vita di Roma, la città in cui vivevo, rumorosa e caotica, con lo stile di guida degli automobilisti, le automobili parcheggiate ovunque, quasi come se l'intera città fosse un immenso garage. Quivi dominava l'angustia degli spazi, il brulicare della gente specialmente intorno al Colosseo, alla Fontana di Trevi, a piazza San Pietro o nei quartieri tradizionali di Borgo Santo Spirito, di Trastevere, di San Lorenzo e del Ghetto ebraico. Dappertutto sorgevano monumenti e antichi resti storici. Rare erano le specie di uccelli nei parchi e del tutto assenti gli scoiattoli e i caprioli, per non parlare dei leoni marini, dei falchi e dei tacchini selvatici. Pressoché spariti erano anche i tradizionali gatti di Roma! Nessuna presenza di razze straniere era paragonabile alla China Town di San Francisco o alla comunità di messicani presente, numerosissima e perfettamente integrata in tutta la California. Ciononostante, quel pregiudizio tanto diffuso fra gli amici e i conoscenti romani doveva pur avere qualche fondamento, che io mi sforzavo ogni volta di scoprire. Nel mio quarto o quinto soggiorno a San Francisco (non ricordo esattamente) accadde un episodio illuminante, che in qualche modo spiegò quel luogo comune, per me ancora oscuro. Dopo aver visitato, mia moglie ed io, nei precedenti soggiorni, quasi tutto quanto era possibile vedere, almeno dall'esterno, in San Francisco e nei dintorni, avevamo deciso di compiere una gita panoramica nella vicina Angel Island, situata all'interno della baia. Saliti di buon'ora sul traghetto che partiva da Tiburon, eravamo sbarcati, dopo alcuni minuti, nella piccola radura dell'isola, destinata all'approdo. In un apposito piazzale era situata la costruzione in legno adibita a centro visitatori. Quivi era anche il botteghino per la vendita dei biglietti e la distribuzione dell'attrezzatura necessaria ai diversi tipi di escursione: a piedi, in bike , in mountain scooter elettrico, in tram. A poca distanza era visibile un tratto di costa sabbiosa, dove alcuni turisti erano sdraiati al sole. La scarsa padronanza della lingua inglese mia e di mia moglie provocò un equivoco nell'acquisto dei biglietti. Invece di quelli per il tour in tram, che noi intendevamo chiedere, ci furono consegnati dei biglietti per il noleggio di due mountain scooter . Ce ne accorgemmo quando ci offrirono un casco da indossare per sicurezza e ci fecero firmare una dichiarazione che eravamo capaci di pilotare senza assistenza il mezzo di trasporto a due ruote. Francamente, anche il costo eccessivo di sessanta dollari da noi pagato per ogni biglietto ci aveva lasciati dubbiosi. I chiarimenti necessari a sciogliere l'equivoco occorso ci fecero perdere tempo, pazienza e anche il tram dell'unico tour giornaliero. Della nostra reazione piuttosto stizzita si era accorto l'autista di un pullman privato, destinato a un giro turistico di una comitiva di persone anziane, che aveva assistito alla discussione. Con qualche esitazione ma con grande affabilità e cortesia quell'uomo si avvicinò a noi e chiese, in un italiano stentato e imperfetto, se eravamo italiani. Alla nostra risposta affermativa ci confidò di avere anche lui origini italiane, perché suo nonno materno era immigrato prima della grande crisi del 1929 dal Molise, esattamente dal paese di Capracotta a San Francisco, negli Stati Uniti d'America. Aggiunse che questo suo avo aveva tentato di insegnare, a lui ancora bambino, a parlare italiano, ma inutilmente. Dopo lunga fatica, definitivamente scoraggiato, aveva preso gusto a ripetere, in ogni occasione: – Tu testa dura, troppo dura per imparare italiano! Dopo aver simpatizzato con queste poche battute e aver appreso che io ero nato in Abruzzo, che all'epoca di suo nonno formava un'unica regione con il Molise, il nostro compaesano ci chiese se volevamo approfittare gratuitamente di due posti liberi sul suo pullman privato, che, ancora vuoto, sostava in attesa dell'arrivo della comitiva che lo aveva noleggiato. Naturalmente noi accettammo la generosa offerta con grande sollievo e quel signore ci fece sistemare in prima fila, sui due sedili dai quali si sarebbe potuta godere la vista migliore. Trascorsi pochi minuti, vedemmo scendere, da un traghetto appena approdato, una quarantina di persone, tutte donne, di un'età non certo giovane, tra i settanta e gli ottanta anni, dall'abbigliamento immancabilmente americano. Dopo che costoro, tra un vocio e un brusio, ebbero occupato i loro posti sul mezzo di trasporto, l'autista porse a tutti un saluto di benvenuto e avviò il pullman, che, lentamente, si addentrò nel verde dell'isola, per uno stretto sentiero, che dall'alto della costa affacciava sul mare. L'autista, assunte anche le vesti di guida turistica, continuando a guidare illustrava in inglese il panorama e le belle vedute di San Francisco, di Sausolito, di Tiburon e del West della baia, con lo sfondo del Golden Gate Bridge. La storia dell'isola era altrettanto interessante. Riuscimmo a comprendere che fu sede dei Miwok, di comunità di allevatori, dello United States Army, ma che era divenuta celebre soprattutto per aver ospitato una «stazione di aspirazione per gli immigrati asiatici» e per un museo che raccontava la storia della loro introduzione in America. L'autista parlava, parlava, con facondia e con vera passione. Noi comprendevamo (poco), più dai gesti che dalle parole. Le turiste americane appartenenti alla comitiva parlottavano fra loro con un brusio continuo e non distinguibile. Sicuramente avevano compreso che i due ospiti che le avevano precedute nella sistemazione sul carro erano italiani. Alla prima sosta effettuata in uno spiazzo panoramico adatto alle foto ricordo, infatti, una donna, tra le più giovani (si fa per dire) e ardite si avvicinò a mia moglie e a me e ci chiese se eravamo italiani. Alla nostra risposta affermativa ci confidò di aver sposato, in gioventù, un italiano, di aver visitato con lui durante il viaggio di nozze Napoli e l'isola di Capri e di conservare di quei luoghi un ricordo tenero e incantevole. Purtroppo - concluse - aveva perduto quel marito da oltre vent'anni. Ci fermammo una seconda volta per visitare il museo che conservava la storia dell'immigrazione asiatica in America. Prima di entrare nel fabbricato ci si accostò un'altra signora, sui settantacinque anni. Dopo aver avuto da noi la conferma che eravamo italiani, volle raccontarci di aver compiuto a Venezia il viaggio più bello della sua vita, con l'uomo che più di tutti aveva amato, e che purtroppo era deceduto tragicamente in giovane età, quando si accingeva a raggiungerla in America. Commossa dai ricordi, più che dalla nostra partecipazione compita, prima di accomiatarsi volle abbracciarci affettuosamente. Alla terza sosta del pullman, che avrebbe dovuto servire per fotografare da posizione favorevole il Golden Gate Bridge, ne fummo impediti da una donna, forse la più anziana, sicuramente prossima agli ottanta anni, che volle graziosamente informarci anche lei dei suoi passati amori, sbocciati a Portofino, a Firenze, a Positano, a Roma e, dulcis in fundo , a Catania. Quest'ultimo amore, anch'esso finito da lungo tempo causa decesso, era il padre delle sue figliole, due perle del Mediterraneo, che lei aveva voluto chiamare, dal nome della località siciliana dove aveva abitato felice, rispettivamente Aci e Trezza. Queste due filie, che la venivano a trovare regolarmente alla casa di riposo per anziane residenti a San Francisco, ove lei aveva dimora ormai fissa, erano la consolazione della sua vecchiaia. Risaliti dopo il commiato sulla vettura, mia moglie ed io evitammo di scendere alla quarta e ultima fermata, frastornati da tanto turbinio di sentimenti forti e concorrenti di amore, di cordoglio e di nostalgia, che ci avevano convinto che, se San Francisco non si poteva ancora dire la più europea delle città americane, avrebbe potuto essere almeno considerata la città americana più innamorata degli italiani. Roberto Melchiorre R. Melchiorre, Tre lettere per Irene e altri racconti , Armando, Roma 2014.

  • In fondo ad un burrone

    San Pietro Avellana, 12 ottobre. Il giorno 7 corrente, il nostro concittadino Quintiliano Di Giacomo, recatosi a Capracotta, per testimoniare dinanzi a quella pretura, nel ritorno, colto da malore per la stanchezza del viaggio e la rigidezza della temperatura, lasciava miseramente la vita, in fondo ad un burrone senza ricevere alcun soccorso. Egli era caduto dall'alto della mulattiera d'accesso a Capracotta, sul monte Capraro, a m. 1.421. Ciò è avvenuto perché ancora non si è voluto l'aggregazione di questo Comune a Carovilli per non dispiacere al feudatario on. Nicola Falconi. Ora il compagno on. Giacomo Ferri ha ripresentato il progetto per aggregare San Pietro a Carovilli, da cui dista soli 13 chilometri di ferrovia, e speriamo che, con l'approvazione di questa leggina cessi l'imperio del feudalismo su questo Comune. Al procuratore del re d'Isernia poi domandiamo: Perché si lasciò il cadavere del Di Giacomo in quell'aperta campagna fino alla sera del giorno appresso? Perché il pretore non si recò sopraluogo in accesso? Perché i signori rappresentanti la giustizia di classe non possono esporsi a pericoli, che sono riserbati al proletariato? Augusto Salustri Fonte: A. Salustri, In fondo ad un burrone , in «Avanti!», IX:3186, Roma, 14 ottobre 1905.

  • I luoghi dove amo tornare

    «Siamo persone semplici, semplici sono i nostri paesaggi e la cucina. In nessun altro luogo al mondo ho ritrovato questo mood». A raccontare il suo Molise da quella Monaco di Baviera dove vive oggi è Paolo Paolino, manager 40enne, che dopo gli studi a Roma e a Siena ha iniziato il suo percorso professionale altrove. Prima a Milano in Microsoft, come controller finanziario, poi il trasferimento negli Usa, a Redmond. «Avevo 18 anni quando ho lasciato Pettoranello, un piccolo centro in provincia di Isernia di 300 abitanti, che ha alle spalle una lunga storia di emigrazione. Non è un caso se il comune dove sono nato sia gemellato con Princeton in New Jersey. È in quella città universitaria che si sono insediati, tra le due guerre, molti compaesani e parenti. La stessa sorte è toccata a me, ma con una destinazione diversa». Nel 2011 il nuovo trasloco a Monaco di Baviera come finance leader e nel 2015 l'approdo a Nvidia, leader mondiale nei microprocessori e nell'intelligenza artificiale, come direttore finanziario per il mercato Emea. La sua vita oggi è tra Monaco, Londra e San Francisco e questa sconosciuta regione italiana da 300mila abitanti (come un quartiere di Milano o Roma)di cui si parla poco, ma che il New York Times ha portato inaspettatamente alla ribalta. Continua l'amarcord: «Il centro storico di Isernia dove giocavo a calcio con gli amici tra i vicoli mentre le donne lavorano al tombolo testimoniano questo piccolo mondo antico, una terra pura ma povera di infrastrutture e aziende. Niente lavoro oggi, come allora. Restano i ricordi candidi di Capracotta, paese a 1.400 metri, noto per le piste di fondo, dove ho imparato a sciare tra le bufere». Sul cammino della formazione spirituale del manager c'è la Basilica di Castelpetroso, sorta dove ci fu la prima apparizione della Madonna a fine '800 (che ora trasmette le dirette della messa e dei rosari via Facebook). Il Molise è anche natura selvaggia, rintracciabile a Staffoli dove si pratica il trekking a cavallo in un paesaggio incontaminato. Ad agosto su questi pendii c'è la Corsalonga, una manifestazione in stile western, con cowboy e feste da ballo. Tutte cose in agenda per Paolino, come il festival jazz "Eddie Lang" a Monteroduni, che continua a tenersi informato sulla vita molisana. L'ultima tappa è al teatro sannitico di Pietrabbondante dove si svolge una rassegna teatrale. «Qui si può godere di una magnifica veduta della vallata. Davvero breathless » dice. «Ci ho portato anche mia figlia» chiude il molisano expat riportandosi all'oggi, «che è nata e vive con me in Germania e mi ha detto: qua papà è bellissimo». Luisanna Benfatto Fonte: L. Benfatto, Amarcord del giovane manager: "I luoghi dove amo tornare" , in «Il Sole 24 Ore», Milano, 20 gennaio 2020.

  • Capracotta, in moto sulle vette del Molise

    Nonostante le piccole dimensioni, il Molise offre ai suoi visitatori uno straordinario paesaggio naturale, costituito, nell'entroterra, dall'Appennino e, sulla costa adriatica, dalle bellissime spiagge di sabbia e di roccia. Tra i borghi più preziosi disseminati nel territorio, anche quello di Capracotta, che, sulla vetta del Molise, è meta particolarmente ghiotta ai motociclisti amanti delle curve e delle strade montante. Una parentesi in particolare merita di essere aperta, prima di descrivere un possibile itinerario per giungere alla meta, per ricordare l'origine di un nome "buffo" che significa di fatto ciò che sembra a primo ascolto significare e che, usando le parole dell'artista Luigi Campanelli, provoca a chi lo sente «sollazzevoli motteggi al nostro arrivo fra nuovi condiscepoli del Ginnasio o del Liceo». Leggenda narra (l'origine del nome è incerta e potrebbe essere rintracciata anche nel latino castra cocta , cioè un accampamento militare) che alcuni zingari, avendo deciso di fondare una cittadina, per compiere un rito in uso presso di loro, bruciarono una capra, che riuscita a fuggire dal rogo si rifugiò sui monti, ove stremata di forze, esalò l'ultimo respiro. Gli zingari costruirono, dove essa si era fermata, il paese e, da qui, Capracotta. «Non è difficile – scriveva nel 1930 il già citato Luigi Campanelli – scorgere su di una qualsiasi carta geografica d'Italia il territorio di Capracotta: basta seguire con lo sguardo da sinistra a destra la linea della latitudine di Roma, e da sotto in su quella longitudinale di Napoli per incontrarlo nella convergenza delle due linee». Finite le citazioni, sottolineiamo la posizione geografica particolarmente fortunata che, oltre a fare di Capracotta il secondo comune più alto dell'Appennino, regala una vista incredibile su tutto il territorio circostante. Motivo in più per concedersi una gitarella domenicale sulle strade dell'Appennino... Capracotta, sul tetto del Molise Il comune molisano di Capracotta si trova a soli 220 chilometri da Roma ed è raggiungibile dalla Capitale in circa tre ore di A1 e A5. Ancor più vicina è Napoli, distante solo 150 chilometri e collegata al comune tramite A1 e E45. Il pezzo forte, parlando di strada e due ruote, comincia però a pochi chilometri dal comune: sul versante adriatico, Capracotta è raggiungibile dalla Fondovalle del Trigno e da quella del Sangro, che, nei suoi ultimi 40 chilometri assume i connotati della vera strada montana, passando da 200 metri sul livello del mare ai 1.421 di Capracotta. Tra i percorsi più divertenti da affrontare per raggiungere la meta, va sicuramente ricordata anche la Strada Provinciale 38 che, arrotolandosi in tornanti e snodandosi in curve più veloci, attraversa parte dell'Appennino collegando tra loro la miriade di borghi e paesi arroccati in quota. Oltre al nome particolare e alle belle strade che lo collegano agli altri borghi molisani, il comune di Capracotta può anche vantare una storia antica ed importante. Se le più antiche tracce della presenza umana nel territorio risalgono al Paleolitico, i più recenti scavi archeologici hanno svelato l'esistenza di un sito con una vitalità di circa mille anni. A causa della distruzione operata durante la Seconda guerra mondiale dall'esercito tedesco in ritirata, il paese di Capracotta è stato però quasi interamente ricostruito nel dopoguerra e, tra i monumenti perduti, purtroppo c'è anche la torretta dell'orologio, ultimo residuo delle antiche mura di cinta. Riccardo Allegro Fonte: https://www.trueriders.it/ , 12 aprile 2017.

  • Prohibir la prohibitione del macellaro

    Per un patito di storia patria, sfogliare il "Libro delle Memorie" di Capracotta - la cui compilazione cominciò nel 1742 per mano di Nicola Mosca, che vi trascrisse cose passate e presenti - è un piacere immenso, una gioia per l'intelletto che a malapena si può esplicar con le parole. E, nello sfogliare quel manoscritto, delle volte accade che una trascurabile cronaca torni illuminante quando si è concentrati su tutt'altra indagine, in una sorta di serendipità d'archivio. Oggi voglio infatti parlarvi del consiglio pubblico tenuto a Capracotta il 25 febbraio 1735, quando, con «licenza del Sig. Luogotenente, ab intervento de Magnifici del Governo, e di quella quantità de Cittadini, che hanno voluto intervenire», molti capracottesi chiesero l'interdizione del macellaio Giuseppe Santilli, poiché essi non avevano «potuto haver carne dal passato macellaro, e ne hanno ricevuto ingiurie, e villanie». Praticamente il Santilli fu accusato di non aver soddisfatto la domanda di carne e, alle rimostranze dei clienti, di essersi rivelato sgarbato ed offensivo. Il popolo chiese anche che il macellaio non potesse aver voce «nella candela, che si accenderà per tal affare, e perciò ogn'uno, che vorrà rispondervi, habbia à spiegarsi per qual persona dica alla candela, e dicendo, per il suddetto, habbia à ributtarsi». La candela , per chi non lo sapesse, era il processo. Difatti fin dal Medioevo, come rimborso delle spese giudiziarie, si richiedeva la cosiddetta tassa della candela , in base alle candele consumate dal giudice durante lo studio della causa. Ascoltate le ragioni della popolazione, l'Università di Capracotta, nelle persone di Pasquale Melocchi, Giuseppe Di Lorenzo, Nicola Bonanotte, Antonio Di Tella e Gennaro Labbate, si riunì e produsse un parere in merito alla «prohibitione del macellaro». Il cancelliere di allora, Santo de Santis, mise a verbale che i capracottesi non potevano pretendere dal governo cittadino l'emanazione di un atto di interdizione nei confronti di Giuseppe Santilli e che quest'ultimo non poteva essere escluso dalla candela . Soprattutto veniva stabilito: Che se Giuseppe Santillo coll'esercitio di macellaro, che hà fatto per l'addietro, havesse fatto rimanere qualche Cittadino deluso, ò poco sodisfatto, potria quel tale ricorrere dal Governatore, ò da Catapani rispettivamente per farlo stare à dovere, con astringerlo à mandare la carne di buona qualità, al prezzo convenuto, e di giusto peso, secondo i capitoli del macello, e le conventioni fatte, e non prohibire da per loro, come fussero Legislatori, le persone ad offerire in discapito, e danno del Pubblico, e così sia. Qualora non fosse abbastanza chiaro, gli amministratori pubblici di Capracotta stavano ribadendo un concetto fondamentale per il liberismo e per gli ordinamenti moderni di civil law , soprattutto se messo in relazione a quell'imprescindibile movimento politico, sociale, culturale e filosofico che si stava allora sviluppando in tutta Europa: l'illuminismo. L'Università di Capracotta, infatti, con un semplice parere sull'opportunità o meno di vietare a un commerciante l'esercizio della propria attività, stava di fatto codificando la separazione dei poteri, rimettendo la volontà del popolo nei limiti della legge e demandando al mercato l'aggiustamento di quell'inefficienza. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento:. F. Chabod, Storia dell'idea di Europa , Laterza, Bari 1999; J.-J. Chevallier, Le grandi opere del pensiero politico. Da Machiavelli ai nostri giorni , Il Mulino, Bologna 1989; G. Conti Odorisio, Famiglia e Stato nella "République" di Jean Bodin , Giappichelli, Torino 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; S. Rokkan, Stato, nazione e democrazia in Europa , Il Mulino, Bologna 2002.

  • Per la verità

    Si crede dai volponi spelacchiati che i giovani che tornano sieno ancora gl'imbelli ragazzi di qualche anno fa, dimenticando che nel loro petto palpita e rugge un cuore di leone! Tornano in congedo a Capracotta i soldati troveranno i prodi compagni stretti e concordi in un patto fiero e leale di fede e di amore, di amicizia e di fratellanza. Però allo scendere dall'automobile troveranno i seguci sguinzagliati e pagati dai padroni, per mistificarli con delle stupide asserzioni e con delle volgarissime menzogne. Si dirà loro di non iscriversi alla "Cesare Battisti" perché passeranno guai: che ad essa vi fanno parte filibustieri e briganti (così si chiamano da alcuni, scambiando i propri biglietti da visita, i giovani che si sono battuti valorosamente per la patria). Si risponda a quei lacchè poco decenti, che hanno impresso sul viso l'untuoso marchio di fabbrica dei servitori, quello con cui si trattavano i nemici dell'Italia; si risponda loro con sprezzante alterigia affermando recisamente di non voler essere più soggetti a nessuno e che solo compagni e fratelli si desidera essere nel più giusto e sennato arbitrio. Si riponda che essere socio della "Cesare Battisti" è onore ambito a cui tutti non possono aspirare, poiché è riservato privilegio degli aristocratici dell'onore, degli eletti che furono elementi fattivi delle fortune della patria! Pertanto si sono escogitati tutti i mezzi, provati tutti i più gretti e meschini espedienti contro il generoso, fervente impulso che insorge dalle giovanili libere anime capracottesi. Dalla macchia, debitamente appiattati (come i banditi e relativi manutengoli), dapprima si lanciò l'epiteto ingiurioso di "teppisti"; poi si fece circolare pel paese l'insulsa diceria dello imminente arrivo di un plotone di quaranta carabinieri incaricati di... cestinare l'associazione. Si buccinò altresì che si sarebbe contrapposto un altro Circolo, naturalmente di... soldati sbandati, imboscati, esonerati ecc ecc. per cui riservavamo suggerirne il titolo: "Circolo dei pecori, dipendenza e schiavitù". Al Circolo "Calzella Carfagna", il geniale luogo di convegno dell'amicizia e della signorilità capracottese (imbastardito ora dalla prepotente invadenza di teutonici barbassori), che ha tollerato l'accoglimento di elementi di tutte le specie e di tutte le tendenze, si fece un atto di inqualificabile partigianeria. Con concetto assolutamente liberticida si dette l'ostracismo a tre socii, onestissimi giovani, fra cui un bravo invalido, che sempre irreprensibilmente avevano ottemperato alle regole dell'onore rei soltanto di essere, per ragioni di principio, avversarii dell'on. Mosca. Ad una buona donna, moglie di un cosciente operaio si minacciò il ritiro della concessione della panificazione dell'asilo infantile se non induceva il marito al ritiro dal Circolo... incriminato! Si sono tentate persino coercizioni sulla padrona di casa dove ha sede il Circolo stesso, naturalmente invano, pur non pensando che si ha a disposizione un elegante appartamento, munito di tutti il confort moderno, al terzo piano della palazzina di piazza dei... Ferretii, da dove, essendo altolocati, si dominerebbe egregiamente la situazione. Ora continuamente si fanno incessanti ed indebite pressioni ed intimidazioni ai socii per indurli a dimettersi. Tutte le losche manovre, tutte le arti rie sono state messe in azione per falsare e mentire il nobilissimo scopo dell'associazione. Ogni famiglia è stata catechizzata ad usum Delphini colla più sfacciata improntitudine, prospettando gl'immaginari disastri, nonché le non meno ipotetiche conseguenze catastrofiche. Risum teneatis? Giorni fa, conversando con la madre di un soldato appresi tutta l'astuta malignazione con cui si era abbindolata e convinta la sua ingenua mentalità per parte di volgari mestatori. Le si era fatto capire che il Circolo Battisti si è ingiustamente messo contro a tutti i galantuomini del paese, mentre esso ha l'unica ed alta finalità morale di combattere soltanto i non molto encomiabili uomini galanti . Bastarono poche franche e leali spiegazioni per farla ricredere e consentire che il figlio rimanesse nella Società, mentre prima ne lo aveva dissuaso. Col fuoco di fila delle tormentose, bugiarde ed ipocrite manovre in difesa disperata del proprio egoismo, i soliti ignori hanno sempre provocata una salutare ed energica reazione, facendo aumentare il numero degli arditi che si batteranno strenuamente per il trionfo dell'Idea onesta ed evoluta che presto o tardi assoggetterà tutti i cuori col fascino irresistibile d'una passione travolgente. Noi siamo lietissimi del lusinghiero apprezzamento che le persone perbene tributano alla nostra coraggiosa levata di scudi e siamo soddisfatti nel vedere schizzare veleno e bava dalla bocca dei rettili pericolosi, nel vederli ingiallire dalla bile che serpeggia nelle loro vene come una qualunque lue celtica. Essi stessi vedono l'inanità dei loro vani conati e si aggruppano naufraghi, all'unica tavola che credono la loro salvezza, cioè al caposaldo politico, ignorando volutamente che il Circolo Battisti, sorto per ideali di libertà non fa alcuna imposizione ai suoi socii, a cui lascia la più illimitata indipendenza di giudizio e di scelta, rispettando ogni pensiero ed ogni convinzione. Perciò tutti i cittadini onesti ci debbono aiutare nell'opera buona che ci accingiamo a fare, nel cui ambito severo e solenne scompare la pochezza della nostra persona modestissima. Insieme dobbiamo assolvere l'increscioso incarico di ripulire le stelle di Angio; dobbiamo sistematicamente diffidare delle truccature filantropiche, delle vantate ed insussistenti benemerenze, delle gentilezze forbite, eleganti ed... interessate a base di sorrisi stereotipati e delle strette di mano studiate da Gandolin, dell'industre e fiorente istituto dei compari. Per tal modo eliminate o ridotte ai minimi termini le poche rane di Esopo, gonfie d'oro, di ambizione e di altro (che si contano nelle dita di una mano ed anche meno), il nostro paese potrà riprendere il suo progressivo cammino sulla via maestra della civiltà e ritrovare la pace, l'affetto e l'amore che fremeva nell'anima collettiva della sua antica società patriarcale! Combattendo poi indegnamente la Società Battisti con le arti subdole della scorrettezza e della coercizione si ottiene precisamente l'effetto contrario, facendole della buona e gratuita reclame, facendo trionfare il principio paradossale che coll'avversarla si aiuta la causa giusta che difendiamo e, per riflesso, aumentano le palle nere contro l'on. Mosca. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Corrispondenze: Capracotta , in «Il Faro», I:11, Isernia, 10 giugno 1919.

  • Andrà tutto bene

    Sono una nonna di 92 anni. Sono di Capracotta (Isernia) ma vivo da diversi anni a Roma. Mi chiamo D'Onofrio Dorina, nata il 16 ottobre 1927. Nel 1943 abbiamo passato la guerra e noi siamo stati in prima linea, e il paese fu distrutto al suolo. E a noi ci hanno portato in campi di concentramento, ma allora non c'era tutta questa paura come adesso, con il coronavirus! E poi non c'era niente, né televisione, né radio e né computer. Allora, oggi vogliamo pregare il Signore Dio che dia coraggio e fede a tutti i membri del Governo e della Sanità. A noi invece dia la forza e il coraggio di andare avanti. Forza Italia che sei grande e ce la faremo, ce la faremo, ce la faremo! Viva l'Italia e un saluto a tutti. Dorina D'Onofrio

  • Potere e torroncini dei Clinton di Ceppaloni

    «Come diceva Aristo... Momento: chi viene prima, Aristotele o Platone? Che dite? Platone prima e Aristotele dopo? Ah, ecco... No? Prima Aristotele? Chi viene dopo? Plato'? Vabbe', da vecchio professore di filosofia vorrei...». Era il novembre del '93: al popolo democristiano sgomento per la catastrofe elettorale delle comunali che avrebbe aperto la strada al disfacimento, appariva improvvisamente, schiantandosi sulle citazioni, Clemente Mastella, lo statista di Ceppaloni: «Voglio offrire una speranza: alla segreteria della Dc mi candido io». Macché: risatine. Sbuffi. Bocche aperte per lo sbalordimento come alla vista di un musso volante: questa poi! Sempre così. Come fosse destinato a restare per l'eternità un seminarista interdetto alla casula e al piviale. Anche quando, tredici anni dopo quella strepitosa autocandidatura plato-aristotelica alla leadership, l'hanno fatto Guardasigilli: questa poi! È rimasto sorpreso lui pure, stavolta: «Non me l'aspettavo». Nel cesto del governo aveva messo gli occhi su un frutto meno grosso: «Ho chiesto la Difesa e non transigo». E come i radicali gli risposero che quella giusta era invece la Bonino che «è stata in Afghanistan, a Nassiriya e in Darfur più di quanto Mastella sia stato a Ceppaloni» risposte stizzito: «Ho l'esperienza giusta per questo incarico». E guai se gli avessero offerto l'Istruzione! «Non ci provassero, si beccano l'appoggio esterno». Così, siccome la Difesa proprio non gliela volevano dare, gli hanno rifilato la prestigiosa rogna che nessuno si voleva pigliare: il ministero di via Arenula. Prodi assicurò: «Vedrete, sarà una bella sorpresa». Non sapeva niente di giustizia? Eeeh! Avrebbe imparato. Del resto, è sempre stato l'intellettuale della famiglia. Lo ha spiegato in una mitica intervista a Flora Lepore di "Chi": «Mi ricordo che quando ero bambino e si ammazzava il maiale ognuno a casa, papà, mamma, i cugini, aveva il proprio compito prestabilito. Fra i miei io ero "l'intellettuale". E così alla fine tutti si chiedevano: e Clemente che fa? "La coda!" e mi davano il compito di tenere alzata la coda del maiale. Una cosa a rischio per via degli ultimi spruzzi della povera bestia...». Ne è mai rimasto vittima? «Eeeh!». Figuratevi dunque se può impressionarlo qualche schizzetto giudiziario. La verità è che questa diffidenza che sente intorno, difficile da rimuovere nonostante il consenso ai suoi primi atti da Guardasigilli, è colpa di quell'immagine da guaglione che si trascina da decenni. Cioè da quando De Mita, che allora descriveva come «un padre paziente e geniale», lo portò dai monti di Benevento a Roma, facendolo deputato, nominandolo giovanissimo responsabile dei rapporti con la stampa, in grado di influire sulle nomine dei direttori Rai. Un'immagine che Clemente non è riuscito mai a togliersi completamente di dosso. Neppure mettendosi in proprio come fece il giorno in cui, per dare vita all'Udr con Francesco Cossiga, ruppe con "Pier" Casini, il Cip con cui faceva coppia fissa nella parte di Ciop. È vero che si trattò, in termini elettorali, della scissione di una molecola. Ma sul piano degli affetti fu una rottura epocale come quella tra Bibì e Bibò, Palla e Pertica, Pippo e Pluto, Lucky Luke e Ran Tan Plan, il cane sceriffo più stupido del West. Solo un anno prima, Ciop aveva detto: «Noi in polemica? Macché: siamo così amici che io potrei chiamarmi Pierferdinando Mastella e lui Clemente Casini». Oppure, con un travaso dal gerundio al participio, Pierferdinante Casini e Clemando Mastella. Uniti e sorridenti come i gemelli siamesi Eng e Chang, che pur essendo appiccicati al torace si sposarono con due sorelle e ci fecero insieme tante ammucchiate (caste) da avere in tutto 22 figli. Indissolubili, parevano. Insieme avevano fondato il Ccd, insieme organizzavano gli incontri di settembre a Telese, insieme si erano installati dopo la vittoria del '94, col tovagliolo al collo a colazione, pranzo e cena, a casa di Berlusconi, da dove uscivano, scrisse Michele Serra, «satolli come colombe ripiene e pronti, ancora con lo stuzzicadenti in bocca, a cercare giornalisti amici ai quali parlar male del padrone di casa». Quando emerse l'ipotesi d'una frattura, l'angoscioso interrogativo sommatosi ad altre domande di fine millennio (chi sarà il prossimo papa? fin dove avanzerà il Sahara? quanto pioverà ancora col Niño?) tolse dunque il sonno agli italiani, Mastella, certo che il Polo fosse finito irrimediabilmente, voleva che il Ccd se ne andasse e si sciogliesse dentro l'Udr, mentre Casini, che pure era stato il primo a parlare del suo schieramento come di un "pollaio delle libertà" (fornendo così a Marco Travaglio il titolo per un libro esilarante), non era convinto della necessità di un passo così traumatico. Dicono i maligni che in realtà dietro la frattura fra Cip e Ciop, più che il nocciolo di una sofferta scelta politica, ci fosse la spartizione delle noccioline. Tagliati fuori dal governo da tre anni, che per un dc sono un'era geologica, i due erano diventati ogni giorno più insofferenti. Certo è che Clemente, in linea con l'idea che «la politica non può essere testimonianza a oltranza» ma debba incarnarsi nella poltrona (idea comune a quasi tutti ma che lui ha il torto di dire esplicitamente), a un certo punto strappò. Rovesciando addosso all'ex amico, colpevole di aver tradito lui e pure la legittima consorte mettendosi con Azzurra Caltagirone, l'accusa più infamante: «Predica certi valori e poi non tiene insieme la famiglia!». Ciò che proprio gli seccava, ripete ancora oggi, era di aver messo la sua «testa politica» e il suo bagaglio elettorale «al servizio di un leaderino che porta i voti di "io, mammeta e tu"». E di essere una capoccia, almeno politicamente, il nostro Ciop è convintissimo. Per levatura culturale: «Non vorrei che la piega prendesse una piega di natura ideologica». Profondità intellettuale: «Colombe sì, fessi no». Capacità di analisi: «Mo' vi spiego il maggioritario: c'è un effetto dal lato ludico della gente, che avendo la contrapposizione vuole scegliere da una parte e dall'altra, vuol vedere questo effetto ludico come si gioca, quindi sceglie quello di destra o quello di sinistra». Distacco per il potere: «Berlusconi al governo non mi ci voleva, ma io avevo portato quattro senatori campani. Così gli ho detto: "Silvio, io in 'sta mmierda 'e governo tue non c'ientre. Ma tu 'o governo non lo fai"». Ogni tanto, quando parla, va in cortocircuito. E si avvita in ragionamenti che, sbobinati, suonano alla lettera così: «La nostra prudenza è determinata dal fatto che noi stessi abbiamo valutato e credo che tutto ci si può dire evidentemente, anche per quello che riguarda gli altri, che abbiamo tanta prudenza anche perché abbiamo visto, sperimentato, attraversato, proseguito in maniera metabolica tanti processi per i quali probabilmente non soltanto la prudenza ma il grado di comparazione rispetto a quello che è accaduto anche agli altri, ci porta non a diffidare, ma a registrare una forma di decelerazione...». Se lo prendi in giro ti manda biglietti con scritto: «Sei inutilmente stronzo». Dieci minuti dopo però piò darti una manata sulla spalla e invitarti a bere un caffè. E anche i suoi peggiori nemici devono dargli atto che, a differenza di tante insopportabili chiocce vanesie e permalose e vendicative del Polo e dell'Ulivo, non è tipo da portare rancore. Di più: nella sfrontatezza con cui parla di poltrone, potere, raccomandazioni («Un peccato veniale. Diciamo la verità: per decenni sono state il modo per riequilibrare le ingiustizie sociali»), ministeri o sottosegretariati, c'è un candore che fa di lui un politico più onesto e trasparente di tanti altri. Sandra, la bellissima mugliera, dice che è «il più grande statista del mondo». Lui, grato, provò nel 2001 a portarsela alla Camera, candidandola nel collegio quasi sannita di Capua-Capodimonte. Lei mise a punto una strategia geniale. Chiosco di verdura: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che bei peperoni!». Banco di salumeria: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che profumo 'ste salsicce!». Autofficina: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma che meraviglia questo ponte sollevatore!». Scuola elementare: «Buongiorno, sono Sandra Mastella: ma quanto so' teneri questi disegni dei bambini!». Quando proprio non aveva un chiodo cui aggrappare il suo entusiasmo, si elevava al sublime: «Ma che bella luce c'è qui!». Il meglio lo dava a tavola, nei ristoranti sparsi per le contrade: «E quant'è bbuona 'a caciottina co 'a pimpinella?». E tutti in coro: «Mmm! Che bbontà!». «E gli strascicati coi pomidoretti?». «Mmm! Che bbontà!». «E 'a pezzata di Capracotta coi pezzi di pecora e la cipolla, le patate, l'alloro e gli odori cotti insieme lentamente lentamente finché diventa una specie di purè?». «Mmm! Che bbontà!». E spiegava di voler recuperare, oltre al voto degli indecisi, le ricotte e la pasta sfoglia, le salsicce matesine e il pecorino con le erbette e tutti quei sapori che stanno tra la vecchia dispensa infarinata di zi' Teresa e la filosofia patinata dello Slow Food. Perché Alessandrina («Così mi chiamo: il segretario comunale era fissato coi diminutivi e le neonate erano registrate tutte così: Franceschina, Carmelina, Assuntina...») quando ha davanti un piatto non mangia: decolla in estasi mistica. Si strugge per i garganelli al basilico, si commuove per gli stringozzi col cinghiale, si scioglie per le mozzarelle nelle anfore di creta, si sente battere il cuore a sorseggiare il Pallagrello «che fu cantato già da Tito Livio e al Vinitaly è stato premiato». Ed è tutta un palpito, un sospiro, uno schiocco di lingua: «Mi voglio battere perché queste nostre cose buonissime, come i torroncini di San Marco dei Cavoti, che infatti hanno ribattezzato "mastellini", abbiano ciò che meritano. La Toscana non vive pure sul pecorino di Pienza?». Per una vita, ha raccontato, l'hanno chiamata «l'Onorevola, con la a finale» solo per proprietà transitiva. Lei badava, spiegò a Camillo Langone del Giornale, alle adunate elettorali: «A mio marito per i 25 anni di matrimonio non ho chiesto l'anello col brillante, ma una cucina da ristorante, professionale, per poter organizzare grandi cene dove tutto viene fatto in casa, anche il pane». Lei si faceva carico di precisare com'è la leggendaria piscina della villa ceppalonica: «Non somiglia assolutamente a una cozza. È a forma di conchiglia di san Giacomo o capasanta». Lei ricostruiva la sua storia d'amore con Clemente: «Fu in chiesa una notte di Natale. Io recitavo nel presepe vivente con le altre Figlie di Maria e lui, avendo una bella voce, cantava "Adeste fidelis"». Lei coltivava il collegio elettorale: «È Sandra che tiene per me i contatti con la gente comune. Da lei capisco quello che pensa. Va a comunioni e matrimoni. Cinquanta regali solo in giugno. Ci vorrebbe un'indennità supplementare per i deputati del Sud». Lei si assunse il compito in un'intervista a Giancarlo Perna, con un coraggio che le va riconosciuto, di troncare pubblicamente le chiacchiere su quel birbante del marito: «Una sera ricevetti proprio qui, a Ceppaloni, una telefonata. Era anonima, ma so chi fu. "Clemente vive a Roma con una donna". Mi precipitai in auto e alle 2 di notte ero alla porta di casa nostra sul lungotevere Flaminio. Sentivo la tv accesa. "E ora che faccio? Se è solo, passo per pezza. Se c'è una donna, si sfascia tutto, matrimonio e famiglia". Stetti lì dieci minuti, poi me ne andai, senza voler sapere. "Di' un po' Clemente, ma la tenevi la donna in casa?". "Ehhh..."». Va da sé che una donna così non poteva che crescere. Le tappe le racconta lei stessa nel suo sito internet, dove spiega che «accanto a Clemente, cresce l'amore per la politica e si approfondiscono i sentimenti di solidarietà verso il prossimo»; la presidenza del CdA del Comitato provinciale della Croce rossa di Benevento, la poltrona di commissario straordinario della Croce rossa campana, la presidenza del X Centro mobilitazione Campania, Molise e Calabria, il ruolo ambitissimo di amministratore dell'azienda di cura, soggiorno e turismo di Capri. Fino alla candidatura alle regionali e alla nomina a presidente del consiglio campano. Era il 24 maggio 2005, martedì: «Per gustare l'happy end, tuttavia» scrisse sul Corriere Enzo D'Errico, «bisognerà pazientare fino a sabato, quando il sindaco di Ceppaloni (sempre lui, Clemente Mastella) accoglierà in comune il nuovo presidente del consiglio regionale (sempre lei, Sandra Lonardo) impegnato nella sua prima trasferta ufficiale». «Embe'? Anche Hillary Clinton è la moglie dell'ex presidente americano e mica qualcuno avanza dubbi sul suo talento politico» sbuffò davanti a qualche sorrisetto. Tutto guadagnato. Per questo lei è contraria alle quote per garantire l'accesso delle donne in politica. Sciocchezze: «Non è con le quote che si risolve il problema. Insomma, io ce l'ho fatta. Sono presidente di un'assemblea regionale. E nella mia vita devo tutto a due persone: mio marito, Clemente Mastella, e il mio presidente di Regione, Antonio Bassolino. Mastella poi è da sempre per le donne, quando c'è la possibilità lui le mette sempre». Oddio, è vero che su 17 deputati e senatori eletti il 9 aprile del 2006 di donne nell'Udeur ce n'è solo una. Ma so' sottigliezze. Ogni tanto qualcuno le fa la domanda di sempre: che ci ha trovato una donna così bella, elegante, sofisticata, newyorkese cresciuta a Long Island, in Mastella? Butta indietro i capelli come negli spot degli shampoo («Cosa mi pesa della presidenza? Be', mi manca andare dal parrucchiere, oramai lo devo far venire a casa») e risponde come Jessica Rabbit parlando del suo coniglio Roger: «Mi fa ridere. Clemente è molto simpatico. Ha una dialettica meravigliosa. È affettuoso. Telefona venti volte al giorno ed è capace di uscire da un consiglio dei ministri per chiamarti se sa che sei sola. E poi era bellissimo». Per amor suo, ha raccontato Aldo Cazzullo, arrivò al matrimonio come succedeva una volta, senza aver mai fatto con lui nepure una gita con pernottamento fuori casa: «Clemente mi ha avuta illibbbata». Da quel momento, ogni volta che incontra il cronista depositario della confidenza, gli sbatte gli occhioni belli e si lagna: «'Nzomma! Questa storia dell'illibbbata! Me la ritrovo continuamente dappertutto!». Cazzullo, carogna, l'ha invitata a mandare una lettera di smentita. Mai spedita, mai arrivata. Come mai è arrivata la rettifica alla confidenza sulla canzone che marcò il lolo amore. Una canzone bellissima che in qualche modo, giacché la politica è anche distribuzione di poltrone, era premonitrice: "A chi"? Gian Antonio Stella Fonte: G. A. Stella, Avanti popolo. Figure e figuri del nuovo potere italiano , Rizzoli, Milano 2006.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | StatutoContattaci

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943

bottom of page