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  • Carattere degli abitanti della Provincia di Molise

    Gli abitanti sono generalmente di statura media, di corpo robusto, d'indole laboriosa, di vita frugale, di cuor ospitale, d'ingegno penetrante, di sentimento liberale. Variano di contrada in contrada i coloriti e le figure de' loro volti. Più che altrove marcano qualità singolari in Campochiaro, in Frosolone, in Carovilli, in Pescolanciano, in Vastogirardo, in Capracotta. Qui le donne in ispezie accoppiano molta bellezza e molta grazia alla regolarità delle membra, ed alla vivacità della fisionomia. Il ceto ben nato tratta con affabilità, vive con decenza, e veste con proprietà. La gente bassa ha modi rozzi, buona fede, cuor cordiale, eccesso per il vino, e vergogna per la mendicità. Quel pannaccio che la ricuopre, è tutto fabbricato nel proprio paese. Le donne hanno diverse fogge di vestire. Per lo più le maritate si servono di colori e di abbigliamenti al capo differenti dalle donzelle. In alcuni paesi portano in testa delle berrette capricciose. Non appare il Samnis, spureus homo degli antichi se non nella valle di Bojano e ne' luoghi adjacenti da Sepino ad Isernia, dove alla molta rozzezza ed al cattivo nutrimento sta unito un vestir pessimo ed un calzare con cuojo d'asino non concio, ligato con cordelle al di sopra de' malleoli a guisa di socco. Più di due terzi della popolazione sono occupati colle proprie donne a coltivar terreni e a pascolar bestiami. Non già case ma tugurj coperti di legno o di paglia, ed esposti a tutte le temperie delle stagioni, servono ad essi per lo più ad abitazione in mezzo alla campagna. Per antico statuto fondato su la legge di natura, le femmine, specialmente lungo le pendici del Matese, sono ammesse nelle divisioni patrimoniali, come quelle che al par de' maschi sostengono tutto il peso della fatica. Fonte: Calendario per l'anno comune 1819, il 3° del regno di Ferdinando I, Stamp. del Giornale del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1819.

  • Sole... esci e cuoci

    I protagonisti di questa storia estiva non sono ben individuati: sono tutti i capracottesi che hanno vissuto e raccontato il proprio paese, descrivendone la storia, i personaggi, le leggende e che ne hanno portato nel cuore e per il mondo l'immagine, quasi a custodirla nella fantasia, come una vecchia fotografia in bianco e nero: la chiesetta della Madonnina all'ingresso del paese, il corso di Sant'Antonio e, sullo sfondo, Monte Campo con la sua varietà di pietre rocciose, la Chiesa Madre con la sua bianca facciata marmorea e intorno l'ampio panorama che cattura lo sguardo, facendolo entrare in una sequenza di verde, di monti e di azzurro. Nel racconto dei suoi personaggi, la storia di Capracotta scorre veloce e rivela una infinita varietà di particolari e di suggestioni che vale la pena annotare: l'estate duemiladieci è in corso e con essa il paese sembra sospeso in una atmosfera pacata e vacanziera, che indulge alla spensieratezza quanti, paesani e "forestieri", godono del passeggio per le vie del paese. Il corso di Sant'Antonio viene tracciato con un incessante andirivieni da una moltitudine di "popolazione", che dalla chiesetta di Sant'Antonio va sino alla piazza, con una piccola sosta al termometro posto all'ingresso del palazzo comunale, per scoprire la temperatura di questo piccolo borgo di montagna e per stupirsi che, anche qui, dopo lunghi mesi di freddo, il sole "esce e cuoce" come diceva il mio bisnonno, il quale, rivolgendosi al sole in dialetto stretto, con una sorta di antico saluto, lo pregava di uscire dai suoi appartamenti invernali e di "cuocere" i capracottesi tanto desiderosi di calore. L'inverno è freddo e non perdona ma i rigori invernali hanno temprato questa gente che si è saputa districare nella vita come in una tormenta di neve, raccogliendo e riponendo i calori estivi per affrontare chissà quanti inverni. I vecchi capracottesi, abbigliati con il cappotto a ruota, di lana grossa e ben tessuta, andavano incontro alla tormenta con la convinzione che alla stessa si può sopravvivere e persino con eleganza! I protagonisti, ognuno a proprio modo, hanno saputo raccontare e tramandare Capracotta: la storia, i personaggi, gli antichi mestieri e le fantasie. E mi sono accorta che i racconti di paese - anche quando sono reali - hanno il sapore delle fiabe: quasi per magia, fanno tornare bambini anche quanti hanno superato da tempo il traguardo dell'infanzia, e altri traguardi e altre mete hanno raggiunto sul percorso dell'esistenza. I racconti di paese poi, sempre per magia, volano di bocca in bocca con la ricchezza di particolari e di intonazioni, sempre più accese e colorite mano a mano che si procede nella narrazione, e chi li ascolta ha la sensazione di non averli mai uditi o di non averne mai colto appieno la vera essenza. È questa la magia delle favole ed una favola aiuta a crescere, a vivere, ad invecchiare. I personaggi poi in questa narrazione paesana divengono protagonisti ed eroi di un mondo scomparso, che sa di antico, e rievoca attimi di vita che riaffiorano dal passato con tutta la loro carica vitale. Zio Giacomo, nella sua gioventù, era solito narrare ai nipoti tante storie e, prima di cominciare a raccontare, chiedeva: – La storia, la volete con la cornice o senza? Tutti in coro rispondevamo: – Con la cornice! Per lui, falegname di Capracotta, oggi uomo di quasi centodue anni ed in passato abituato a dare forma e consistenza al legno, costruire una cornice intorno alla storia rappresentava una sorta di esercizio di immaginazione, che conduceva il pensiero a percorsi ed arricchimenti artistico-letterari così da esaltare la ricchezza dei particolari, del linguaggio, della narrazione sino a catturare la fantasia dell'ascoltatore in una ricca sequenza di eventi e di personaggi che, ancora oggi, animano la mente di noi che da piccoli li abbiamo ascoltati, immaginati e quasi impersonati. Allora la narrazione, dalla sua struttura semplice, diventava articolata e complessa ed il semplice "cammina e cammina" delle fiabe, pronunziato con intonazione solenne e misteriosa, si trasformava in "cammina e cammina... cammina e cammina... cammina e cammina"! Nella famiglia non è stato il solo a raccontare (anzi a costruire) storie perché a Capracotta ancora viva è l'arte del racconto e ancora viva è l'arte di descrivere i personaggi che simboleggiano il vissuto di un mondo scomparso. I personaggi della narrazione poi non sono eroi ma persone semplici, che dalla loro semplicità hanno tratto ricchezza e motivo di orgoglio nel vivere. Zio Giacomo, di storie con la cornice in vita sua ne ha raccontate tante e di personaggi ne ha descritti. Le sue fiabe mi tornano in mente ancora oggi con tutta la ricchezza dei particolari (ricordo la storia "del signor Donato e della signora Donata"; la storia della "moglie bisbetica matta e pazza"; la storia del cece) e penso a quanto sarebbe bello trascriverle per raccontarle ai bambini di oggi che, tra internet ed elettronica, potrebbero riprendere finalmente a sognare! Nella tranquilla estate capracottese, dalla memoria di zio Giacomo, e non solo dalla sua, abbiamo scovato un altro personaggio di Capracotta antica: il mitico Padre Placido. Padre cappuccino, distintosi non solo per essere divenuto il padre guardiano del famoso convento dei cappuccini di via Veneto a Roma. Pare che quest'uomo - di manzoniana memoria - vissuto nel secolo scorso avesse doti di gran predicatore e che uomini e donne accorressero per ascoltare le sue prediche sul senso della vita, sull'etica, sulla moralità pubblica e privata. Nelle sue prediche sovente, ripetendo un antico componimento, declamava a gran voce: – Quando i tempi eran bui e tempestosi i ladri si appendevano alle croci, or che i tempi son leggiadri, si appendono le croci in petto ai ladri. Quando lo zio Giacomo era piccolo, Padre Placido lo portava con sé a Sant'Angelo del Pesco, ove erano stazionati i cappuccini, per ascoltare le sue prediche. Padre Placido seguì zio Giacomo anche durante il periodo dell'adolescenza (che invero a quei tempi durava ben poco perché scarso era il tempo da dedicarle) sino a che il giorno del suo matrimonio con zia Maria, dopo il rito solenne e dopo la firma degli sposi, Padre Placido, in dono e quasi a voler suggellare l'importanza dell'impegno assunto, regalò agli sposi la penna d'oro con cui avevano firmato il certificato di matrimonio. Quanta magia e solennità nei ricordi di un vecchio capracottese, preziosi nel significato come la cornice delle storie paesane, racconti cesellati e costruiti su un percorso di vita lungo un secolo! Anche la storia del paese acquista un sapore particolare dai preziosi racconti di zio Nannino (il fratello di zio Giacomo), salesiano, professore di lettere, arte, storia, conoscitore di storia medievale e grande appassionato e studioso di storia carolingia. Mentre mi racconta Capracotta dalla formazione del globo terracqueo sino alla seconda guerra mondiale, penso a quanto sarebbe bello se nelle scuole la storia venisse insegnata partendo dalle proprie radici culturali e facendo comprendere che i veri protagonisti della storia sono sì gli uomini e gli eventi ma anche i luoghi nei quali costoro hanno vissuto e operato. Mi spiega molto seriamente che "Capra" è un toponimo italico anteriore anche a Roma ed indica un ammasso roccioso sporgente dalla superficie. Del resto, aggiunge, la capra stessa ha questo nome perché ama arrampicarsi su luoghi rocciosi e Capracotta è proprio un bel luogo roccioso! Per "Cotta" mi dice che è più difficile comprenderne il significato originario e si può anche pensare che cotta venga dal greco "copto", ovvero "taglio", per cui Capracotta in origine significava "roccia tagliata". Significato che ancora molto vicino a come in dialetto si chiama la parete rocciosa su cui si allinea l'abitato del paese verso nord-ovest (Ritagli). In questo racconto, zio Nannino torna spesso e volentieri alle rocce su cui sorge Capracotta e mi spiega che tali rocce esistevano già milioni di anni fa quando addirittura non esisteva ancora l'Italia: dove oggi è affiorata l'Italia c'era solo una grande distesa di mare azzurro, sul cui fondo argilloso per milioni di anni si andavano formando, per successiva sedimentazione, quegli strati di calcare che oggi vediamo formare a struttura rocciosa e stratificata di Monte Campo. Mi ricorda che chi passeggia per la Guardata, ove si fermi ad esaminare ammirato uno dei macigni che costellano i locali pascoli, vedrà che gli ammassi calcarei sono costellati di fossili (conchiglie o madrepore). Segno evidente che le rocce erano immerse nel mare e hanno avuto origine da un fondo marino e mi spiega che con l'attuale Alto Molise il sollevamento appenninico raggiunse il massimo nel territorio di Capracotta. Capracotta, nel racconto storico di zio Nannino, nasce direttamente dal mare e la didattica che utilizza per spiegarmi questa nascita è davvero entusiasmante: da piccola in effetti andavo spesso con lui alla ricerca di conchiglie sugli ammassi rocciosi e con quale meraviglia! Cercavo qualche spunto per raccontare Capracotta con gli occhi di chi ha sempre amato questo paese e la sua storia ed è proprio attraverso i racconti dei suoi protagonisti che riesco a comprendere la ricchezza della tradizione e della storia. Rimango colpita dalla ricostruzione storica e da questi uomini che raccontano Capracotta ed a loro volta, nel raccontare, si raccontano... Ci sono anche uomini scomparsi, che io stessa voglio raccontare divenendo, sia pure per poco, protagonista del racconto. Si tratta di uomini che con la loro semplicità e con le loro abilità artigiane hanno caratterizzato il paese, rimanendo vivi nella memoria di molti. Penso ai miei nonni: uno ciabattino, l'altro falegname. Del primo, ho un ricordo ben preciso; il suo banchetto da lavoro, sempre ingombro di ogni attrezzo utile per riparare le "suole" e le "tomaie" delle scarpe che dovevano camminare e passare attraverso molte stagioni! Il mastice, ingiallito e colloso; i martelli, di varia forgia e dimensioni; le forme delle scarpe e tante, tante scarpe, anche spaiate; la sua figura mite, con indosso un ampio grembiule di cuoio, ricurva sulla postazione di lavoro. La piccola bottega, con la botola che conduceva all'abitazione, aveva un non so che di magico e noi, che allora eravamo bambini, incuriositi guardavamo questo nonno che nell'immaginario collettivo viene ancora oggi ricordato come Mastro Enrico (in capracottese Masctr'Enriche). Il secondo, abile falegname, anche lui detto Masctre Giulie, in tenuta da lavoro, girava elegante e sorridente per la casa con la sua giacca di velluto! Un falegname che va a lavorare indossando una giacca di velluto? Sono proprio distinti questi capracottesi, veri professionisti e sempre impeccabili nel vestire. In questo caso però la giacca di velluto era una giacca da lavoro addobbata da segatura che, alla luce del mattino, cangiante e luminosa riluceva come velluto chiaro, ingannando noi che eravamo bambini e che vedevamo tutto con gli occhi curiosi e puri dell’infanzia! La bottega ed i suoi lavoranti sono per me un prezioso ricordo di bambina... il lavoro artigiano era al centro della vita paesana e si tramandava e si apprendeva... il lavoro si tramandava nel paese così come si tramandavano i racconti e le storie degli uomini. E intanto, tra un racconto e l'altro, l'estate è terminata e Capracotta si prepara ad accogliere un altro inverno e chissà quante altre storie e altre vite da raccontare. A proposito di personaggi e di storie e per arrivare alla morale della favola... bisogna prestare attenzione al senso dei racconti tramandati e alla loro valenza pedagogica. Quando nella vita ho avuto momenti di presunzione, ho sempre ricordato, con un sorriso, il detto che circolava in famiglia per essere stato pronunciato, almeno così sembra, da un padre capracottese al proprio figliolo, il quale, come solitamente accade da giovani, si inorgogliva al cospetto del genitore. Questo padre, per frenare gli impeti di orgoglio del giovane, con una saggezza antica e con inusitata ironia, gli si rivolse dicendo: – Figlio mio, quelli come te passano a carrettate! In dialetto la frase - impronunciabile per chi non abbia dimestichezza con la lingua - acquista ancora più significato ed ironia; allora mi sono convinta: è vero che le storie aiutano a vivere a tutte le età! Questo mottetto, facendomi sorridere, mi ha accompagnata e mi accompagna spesso quando la tentazione di cedere all'orgoglio e alla presunzione si affaccia nella vita. Infine, un omaggio va a quel simpatico capracottese che dopo la distruzione del paese durante la seconda guerra mondiale, commentava straziato ed ironico i nefasti eventi: – Tutto potevo immaginare ma non che la guerra sarebbe arrivata anche nella soffitta di casa mia. La morale della favola in questo caso? L'ironia e la semplicità di vita rendono accettabili anche gli eventi più traumatici... ed in questo i lunghi ed i freddi inverni capracottesi hanno contribuito a formare i caratteri e la personalità dei loro uomini, che perciò possono permettersi persino di rivolgersi al sole e di dirgli: – Sole, esci e cuoci! Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Sole... esci e cuoci, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La botola di Salvatore Pitocco

    La Carboneria fu una società segreta ispirata a ideali liberali, in nome dei quali cercò di trasformare gli assolutismi in governi costituzionali. In Abruzzo e Molise i carbonari più attivi furono certamente quelli dell'Alto Sangro, dimostrando una straordinaria prudenza nello stabilire e nel mantenere contatti fra di loro e agendo in totale segretezza, riuscendo a mimetizzarsi nei rispettivi contesti sociali, finché non ritennero opportuno emergere dall'ombra e rivelarsi attraverso piccole e grandi imprese a cui diedero vita dal 1817 in poi. Salvatore Pitocco, medico di Castel di Sangro, fu l'Arcipatriarca di una delle più antiche società segrete istituite in Abruzzo insieme a Tommaso Colavincenzo, nel ruolo di Patriarca, e a Camillo Sigismondi, in quello di Gran Maestro. Ben noti agli inquirenti, i tre erano i più attentamente sorvegliati dalla polizia borbonica «per attività sediziose», come si evince dall'inclusione dei loro nominativi nell'elenco dei sospetti del Distretto di Sulmona del maggio 1822. Pitocco fu un personaggio di grande rilievo innanzitutto per la carica che ricopriva (seconda solo a quella di Potentissimo Arcipatriarca), in nome della quale fece il giro degli Abruzzi per costituire vendite (sezioni della Carboneria) in svariati luoghi. La magna storia ci insegna che nel 1820 Ferdinando I, sovrano delle Due Sicilie, fu costretto a concedere la Costituzione ai napoletani dopo che questi erano meravigliosamente insorti. Il re giurò pure di rispettarla, ma nel gennaio 1821 richiese l'aiuto degli austriaci per "destabilizzare" il nuovo governo insediatosi nella Capitale e tentare la riconquista del potere assoluto. Contro gli austriaci vennero inviate due armate - una delle quali avanzò per Castel di Sangro e Rocca Pia - ma chiaramente le potenze della Santa Alleanza sbaragliarono i costituzionalisti, tant'è che dopo pochi mesi Ferdinando revocò la Costituzione ed ogni cosa tornò al precedente status quo. La storia minuta, invece, ci inonda di dettagli affascinanti e pregni di significato. Le truppe austriache, di stanza a Napoli, si erano infatti via via spinte nei paesi interni degli Abruzzi: giunte in Alto Sannio, accusarono Pitocco, Colavincenzo e Sigismondi di aver installato più vendite abruzzesi. Rientrato, dopo la sonora sconfitta, a Castel di Sangro, Salvatore Pitocco fu eletto «Capitano de' legionari» per gli atti di coraggio e di abnegazione dimostrati, ma l'ostilità della polizia borbonica nei suoi confronti aumentò a dismisura. Dopo quattro mesi di imboscamento, il dott. Pitocco, grazie all'aiuto dei compagni Simone Sconciafurno e Gelsomino Falcone, decise bene di trasferirsi a Capracotta assieme alla moglie e alla nipote Clementina Buzzelli, che molto lo aiutò e protesse. Ed è qui che entra in gioco il nostro paese, di cui Vi offro un frammento scritto da Francesco Catullo: In questi tempi così turbinosi di ire politiche, di diffidenze, di vendette, il Pitocco fu preso di mira e ricercato come uno dei più accesi settari; perciò per 4 mesi egli dovette stare nascosto in Castel di Sangro, e per 3 anni a Capracotta. Clementina Buzzelli, nipote del Pitocco, raccontava che essa ogni sera doveva sollevare una pesante cateratta, perché lo zio potesse uscire da una botola, dove nella giornata viveva nascosto. In tre anni nessuno si accorse di lui, neppure quando gli morì la moglie. All'alba, lo zio ridiscendeva nella botola e la Clementina richiudeva la cateratta. Sembrano cose da leggenda, eppure son fatti dolorosi e gloriosi. La casa del Pitocco, intanto, fu occupata dai gendarmi che vi stabilirono il loro quartiere. Senza dirlo, la misero tutta a soqquadro e quando dovettero abbandonarla, non era che un ributtante porcile. La botola dell'abitazione capracottese sotto la quale Salvatore Pitocco si nascose per ben tre anni è oggi forse impossibile da individuare. Egli tornò a piede libero a Castel di Sangro nel 1825 ma fu tormentato da continue visite e perquisizioni, finché non venne esiliato a Palermo, dove morì in carcere. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Bucci, Molise 1848. Cronaca, personaggi e documenti, Enne, Ferrazzano 2000; F. Caruso, Uomini della Terra, Simonelli, Milano 2015; F. Catullo, L'apporto di Castel di Sangro alla unificazione d'Italia, Scuola Tip., Gavignano 1961; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello Chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Belloccia

    Una madre aveva un'unica figlia chiamata da tutti Belloccia, tanto era bella. La mamma, che era fatata, soleva tutte le mattine allontanarsi per affari, ma aveva la buona abitudine di chiudere la figlia a chiave, perché non uscisse e nessuno la visitasse. Nel frattempo, Belloccia, governava gli animali di bassa corte: conigli, galline, colombi ecc. e, siccome in quei tempi mangiavano anche gli esseri inanimati, così governava la sedia, la credenza ecc. Una mattina, però, fosse caso o proposito, Belloccia non diede nulla al mortaio. Il figlio del Re, che di Belloccia era segretamente innamorato, la indusse a fuggire. Essendo tutte le porte chiuse, Belloccia scese, scivolando lungo il muro. Tornata la madre, e non vedendo la figlia, andò dappertutto chiamandola, ma invano. Allora il mortaio, che per Belloccia era rimasto digiuno, disse: – Tuppetuppé, tuppetuppé, fìgliata è iuta che ru figlie de ru Re. Il gallo, però, che da Belloccia era stato sempre ben trattato, rispose: – Chichiricchì che non è vero. La madre, affatata com'era, inseguì i due fuggitivi, e vedendoli in lontananza, esclamava: – Belloccia, rivoltati. E lo sposo: – Non darle retta – e la madre a disperarsi. Infine, Belloccia, commossa a quelle dolorose preghiere, si voltò e la madre, imprecando, disse: – Possa tu diventar testa d'asino! E tale divenne in un fiato. Lo sposo, pieno di rabbia e di dolore, non potendo in quello stato presentar Belloccia alla famiglia, la menò alla masseria, dove l'accomunò alle galline ed ai maiali. Intanto, l'altro figlio del Re, faceva all'amore con una fanciulla, che di bello non aveva che il nome, Rosalba. E dire che i fratelli, un tempo, si erano tante volte bisticciati, ognuno lodando la bellezza della sua donna. Un giorno il Re manifestò il desiderio d'avere a pranzo le promesse spose dei figliuoli, a patto, però, che ognuna portasse un vestito lavorato con le proprie mani, per vedere quale fosse la più virtuosa. Belloccia, come lo seppe dallo sposo, si disperò ma, ad un tratto, quasi ispirata, disse alla serva: – Vai sotto alla casa di mia madre e grida: "Chi ha cenci da vendere per Belloccia!". La domestica così fece e, alla sua voce si affacciò la madre di Belloccia, la quale, chiesto e saputo il fatto, disse alla fantesca: – Vattene che ci penso io. Qualche giorno dopo fece tenere alla figlia una scatola contenente un vestito principesco. Arrivata l'ora, Belloccia fu presentata al Re, il quale, vedendola tanto brutta, rivolse gli occhi a Rosalba, compiacendosi della bellezza di lei. Quando, però, Rosalba presentò il vestito, il Re non lo volle, perché ordinario. Quello di Belloccia, invece, fu oggetto delle generali meraviglie ed il Re lo gradì di cuore. Il giorno degli sponsali, intanto, si avvicinava. Belloccia non era riuscita a persuadere lo sposo a lasciarla in pace, essendo lei così brutta. Ma tutto fu inutile. – T'ho amata quando eri bella, e perché dovrei lasciarti ora che sei brutta? Belloccia, allora, pensò di mandare la solita serva dalla mamma. Come costei seppe lo scopo della visita, mandò due catini, di cui uno grande e l'altro piccolo, due giarre di acqua e un braciere di fuoco. La vigilia delle nozze, Belloccia si lavò nel bacile grande ripieno dell'acqua d'una delle due giarre, dicendo: – Faccia d'asino, come sei brutta! – e se la strappò e la buttò nel fuoco. Poi, si lavò nell'altro catino con l'acqua dell'altra giarra e si rimirò all'altro specchio. E diventò più bella d'una regina. Grande fu la gioia e lo stupore dello sposo, vedendo la brutta Belloccia trasformata in una bellissima giovane. Per la rabbia e l'umiliazione l'altro figliuolo del Re differì gli sponsali. L'Anonimo finì: – Io ebbi un pugno di soldi. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • Giovanni Leo Paglione

    Nasce a Capracotta il 12 giugno 1917. I suoi sono inizi da pittore autodidatta, e già a quattordici anni decora appartamenti privati. Nel 1937 incontra a Campobasso il maestro Amedeo Trivisonno, il quale, apprezzando le qualità del giovane, gli offre il suo insegnamento disinteressato, gli fa abbozzare figure e poi, verificatone le doti artistiche, gli affida la realizzazione di alcune parti di affreschi nelle chiese molisane a cui stava lavorando. Come Trivisonno, P. mostra di apprezzare l'arte rinascimentale e i grandi maestri del neoclassicismo. Da quegli anni si snoda una biografia artistica ispirata all'assunto «la natura è maestra, e il vero è un controllo che non può sfuggire», sicché il suo percorso «è permeato da una stesura che non mostra trasformazioni sostanziali, bensì maturata riflessione, progressivo affinamento nell'interpretazione soggettiva e negli accostamenti cromatici. Un percorso ove hanno trovato ampio spazio la luce, i colori mediterranei, i paesaggi molisani, che emergono attraverso una ricerca mediata dalla "maniera", quindi dal momento di più consapevole riflessione». Una svolta nella espressione artistica di P. avviene alla partenza di Trivisonno per il Cairo, perché allora egli si avvicina allo stile di Marcello Scarano. Dal '45 in poi comincia un'intensa attività come decoratore di cappelle e chiese di Campobasso e provincia, Isernia e provincia, ma anche di Avellino e Roma (convento delle suore Immacolatine). Nel 1948 è presente alla Mostra nazionale di Pescara, a cui seguiranno, nel '58 e nel '59, quella di Termoli e la Mostra nazionale Enal di Campobasso, dove è premiato con medaglia d'argento. Si succedono altre collettive e personali, in cui sempre, coerentemente alle proprie scelte, si legge una costante ricerca del vero, come pure una voluta attenzione rivolta al passato, considerato non come semplice citazione, ma piuttosto come discorso sulla memoria. Nella vasta produzione artistica di P., occupa un posto di rilievo la pittura da cavalletto. «Interessanti sono i suoi paesaggi dai toni luminosi, le nature morte dalla ricca gamma cromatica e la ritrattistica». In quest'ultima specialità, egli si mostra fine interprete della figura che gli sta di fronte, cogliendo gli aspetti psicologici della personalità, e tuttavia non supera mai il rispetto che deve alla vicenda umana di ciascuno, mostrando, con il suo segno, una partecipazione sentita ma discreta. Alla ricca galleria di ritratti, numerosissimi, quasi tutti di proprietà privata, bisogna aggiungere le opere conservate nelle chiese (Trivento, Casacalenda, Sepino, Montefalcone, Pescopennataro, Isernia, Carpinone, Capracotta, Carovilli, etc.). Nel '94 ha realizzato il ciclo della Via Crucis (14 tele) custodito nella chiesa di S. Giovannello, a Campobasso. P. ha trasmesso la passione per la pittura al figlio Francesco, che nella sua produzione mostra un evidente senso del colore e della forma. Il 19 maggio 2004 P. è stato celebrato al Dopolavoro ferroviario di Campobasso con l'importante iniziativa "Una vita per l'arte", in cui sono intervenuti numerosi esperti e conoscitori della sua arte, quasi un compendio della lunga e ricca opera dell'artista. Due giorni dopo P. viene investito da una moto mentre attraversa la strada, sotto casa sua, e muore, tra il cordoglio della popolazione e del mondo culturale molisano. Barbara Bertolini e Rita Frattolillo Fonte: B. Bertolini e R. Frattolillo, Molisani. Milleuno profili e biografie, Enne, Campobasso 1998.

  • Il cristogramma di via Carfagna

    Sulla quarta pagina della cronaca molisana del "Quotidiano del Molise" del 6 aprile 1961 il nostro Felice Dell'Armi scrisse un articolo di "Note archeologiche capracottesi", attraverso il quale portò all'attenzione degli studiosi locali un'antica iscrizione presente sull'architrave di una finestra di via Carfagna. I successivi lavori di restauro in brecciatura e agli infissi hanno fatto sparire quella preziosa incisione lapidaria, che oggi sopravvive grazie alla fotografia pubblicata da Dell'Armi nel dicembre 2008 su Voria, il giornale di Capracotta, e che ho elaborato digitalmente qui sopra. In quel secondo articolo egli affermò quanto segue: L'iscrizione all'epoca fu sottoposta all'esame di docenti dell'ateneo napoletano secondo i quali si trattava di un crittogramma cristiano che fra i tre puntini significava chiaramente Ave Maria. Le cifre arabe a destra, e cioè 179, sarebbero incomplete per l'usura della pietra; per poter individuare la probabile data della costruzione dell'immobile c'è da pensare ad un periodo che potrebbe essere compreso nel decennio 1790-1799. L'incisione in alto al centro e le tre a sinistra dell'iscrizione risultano incomprensibili. Da una prima analisi effettuata sulla fotografia in questione credo che si legga chiaramente "IHS / AVE A^A", che è la trascrizione di "Gesù, ave Maria". Il trigramma cristologico IHS (o JHS) è stato diffusamente utilizzato dalla cristianità dal III secolo fino alla controriforma come nomen omen di Cristo (le prime tre lettere del nome greco Iesous sono appunto Ι, H e Σ) e quasi sempre la H veniva sbarrata in modo da formare una croce. Tuttora questo cristogramma viene spesso erroneamente interpretato come "Iesus Hominum Salvator", quasi fosse un semplice acronimo, ma viene pure utilizzato per esaltare il nome del Redentore nelle decorazioni delle chiese moderne. Il simbolo che sta nella parte alta dell'iscrizione, al di sopra delle lettere, è invece di difficile comprensione e merita un'indagine più approfondita poiché non sono ancora in grado di darne un'interpretazione affidabile. Le cifre presenti al termine dell'iscrizione, invece, potrebbero - come sostiene Felice Dell'Armi - rappresentare una data incompleta, compresa tra il 1790 e il 1799. Tuttavia, focalizzando l'attenzione sul quarto numero, quello assente, non solo non è minimamente visibile alcuna traccia, ma non è visibile neppure un qualche tipo di rottura/usura della pietra tale da spiegare il distacco dell'incisione numerica. È plausibile invece che la cifra sia esattamente così com'è con una virgola tra 1 e 79, il che rimanderebbe al Vangelo secondo Luca, l'unico che contiene quel preciso versetto, in cui leggiamo: «per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace». Il versetto si riferisce al cosiddetto "Cantico di Zaccaria", un salmo che Zaccaria, marito di Elisabetta e padre del Battista, intona dopo aver assistito al miracolo che vede protagonista la moglie sterile che dà alla luce Giovanni, dopo che Maria, incinta di Gesù al terzo mese, era venuta in casa dell'anziana parente Elisabetta. Il versetto Lc 1,79 deve quindi essere ascritto alla fondamentale tradizione cristiana della Visitazione della Beata Vergine Maria, una festa liturgica che a Capracotta poteva contare su una potente confraternita eretta prima del 1629. Per concludere, il cristogramma di via Carfagna credo che si riferisse a un fondo urbano della corporazione della Visitazione e Morte di Capracotta - forse era l'ingresso del primo rudimentale oratorio - di cui resta memoria grazie al prezioso scritto pubblicato dall'ultimo priore laico della congrega, l'avv. Amato Nicola Conti, e soprattutto alla superba statua lignea della Visitazione, opera dello scultore napoletano Giacomo Colombo (XVII sec.), che ancor oggi si può ammirare nel piano basso della Chiesa Madre, il locale che, a due passi dal cristogramma di via Carfagna, era il vero e proprio centro nevralgico della confraternita capracottese, sciolta ufficialmente nel 2007. Ultimi confratelli conosciuti: Mario Comegna e Ciro Mendozzi. Ultima guida spirituale: don Geremia Carugno. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. C. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; F. Dell'Armi, Note archeologiche capracottesi, in «Il Quotidiano del Molise», Campobasso, 6 aprile 1961; F. Dell'Armi, Conserviamo il passato, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Cine-reading ricordando Iacogol

    Diecimila persone, strette nel bavero dei cappotti e sotto la pioggia, la mattina del 7 febbraio del 1978 si congedarono da Iaco-gol nello stadio Salinella di Taranto. Presto sarebbe stato ribattezzato "Erasmo Iacovone" in suo onore, omaggio al mitico attaccante del Taranto che la notte del 6 febbraio morì in un incidente stradale. Il piccolo grande eroe di Capracotta, trentuno anni dopo, resta simbolo del sogno e del riscatto per una città spenta a forza di veleni. Di Iaco non ci si dimentica e stasera alle 21:30 al Ramblas Music Club di via Regina Margherita a Taranto va in scena un ricordo molto speciale. "Iaco", così semplicemente il titolo, è un cine-reading liberamente tratto dalla storia di Erasmo Iacovone. Una lettura, in buona sostanza, della sceneggiatura per un film su di lui, progetto in realizzazione firmato da Mauro Caporale. Ad accompagnare la lettura di Massimo Colaci saranno, oltre a immagini documentarie, le improvvisazioni al piano di Ettore Carucci. "Iaco" racconta del carismatico anti-eroe di Capracotta e della sua amicizia con Aldo, capo ultrà della Curva nord e operaio dell'Italsider. Carichi della voglia di farcela, si rivelano in qualche maniera fratelli. E quando Erasmo muore, allora Aldo decide di mirare a una promozione in fabbrica frequentando la scuola serale. Perché è così che avrebbe faticato il suo idolo, re dell'elevazione da terra e del mitico colpo di testa che faceva esplodere lo stadio al grido di Iaco-gol, benedizione di qualche stagione e, con la morte, per sempre. A. G. Fonte: A. G., Cine-reading ricordando Iaco-gol, in «La Repubblica», Roma, 8 febbraio 2009.

  • La Madonna di Castel del Giudice

    Secoli fa Castel del Giudice si trovava dove attualmente risiede il laghetto denominato "Saletta", a circa duecento metri dal fiume Sangro, e vicino all'omonimo Santuario. Un'estate, mentre gli uomini si occupavano della trebbiatura del grano e scontavano così la punizione divina per la propria malvagità e per non aver rispettato le leggi divine, giunse una pellegrina con un bimbo in braccio, stanca e provata dal lungo viaggiare. Gli uomini non lo sapevano, ma la donna era lì giunta a rappresentare la misericordia divina. Stanca e affamata, chiese ospitalità e un po' di elemosina, ma fu allontanata in malo modo. Troppe erano le occupazioni degli uomini, che non avevano tempo da dedicare a una persona estranea e per di più miserevole. La pellegrina, addolorata, si allontanò con il cuore colmo di dolore, ma la giustizia di Dio piombò sul paese che fu sommerso dalle acque e nes­suno si salvò. La pellegrina, che era la Madonna col Bambino, salì la strada che porta alla collina e si sedette su un mas­so, col Bimbo sulle ginocchia. La pietra, più docile del cuore degli uomini, s'incurvò a prendere forma di sedile. Ma un serpente la volle insidiare, strisciò sulla pietra e tanto calcò sul masso per nascondersi che il masso cedé. Maria quindi riprese il cammino, per poi fermarsi sulla collina, dove nasce il suo Santuario. Si dice che oggi, alle persone che si recano nel cuore della notte al laghetto, appaiano fantasmi di persone che si muovono; e al momento culminante del plenilunio, si vede ancora il riflesso nelle acque delle case e delle strade. Come prova concreta dell'accadimento, è possibile rinvenire, scavando nella campagna circostante, pezzi di mattoni, di muri, oggetti casalinghi e molte ossa umane. Inoltre, è possibile vedere le spire del serpe che da ter­ra vanno fino al punto dove era il calcagno della Vergine Santa. A completare il racconto leggendario, si narra che il quadro della Ma­donna, custodito nel Santuario, sia stato rubato dai devoti della vicina Capracotta, i quali pen­savano dare più onore, innalzando un nuovo Santuario. Nella notte, l'immagine santa tornò miracolosamente al luogo sacro della Saletta, passando attraverso la stretta e alta finestrella, apertasi per intervento divino, sulla parete volta verso Capracotta. Maria Merola Fonte: https://laterrainmezzo.altervista.org/, 25 settembre 2017.

  • La questione dei boschi di Capracotta

    L'uso civico è un diritto di godimento collettivo spettante ai membri di una comunità che si concreta in varie forme (caccia, pascolo, legnatico, semina) su terreni di proprietà pubblica o privata (perlopiù nobiliari di origine feudale). Per quanto riguarda gli usi civici del bosco, Capracotta vanta una storia giurisprudenziale antica quanto la nobiltà e dolorosa come un'ingiustizia reiterata. Nei secoli il nostro problema è stato via via risolto da due campioni del foro, Biase Zurlo (1755-1835) nel 1811 ed Emanuele Gianturco (1857-1907) nel 1902. Oggi il problema si è ripresentato in forme nuove - con un'azienda campana che taglia e vende legna capracottese a Capracotta! -, ma diverso è stato l'effetto sulla popolazione, non più spaventata dall'inverno polare capracottese, potendo contare sul metano e sulle altre forme di riscaldamento casalingo. Della eccezionale presa di posizione del Zurlo ne ho accennato in un precedente articolo, ma voglio comunque raccontarVi qualcosa di più, partendo ab ovo, dalle origini della questione dei boschi di Capracotta alla storica causa che valse a Emanuele Gianturco la cittadinanza onoraria e un bellissimo busto bronzeo nell'omonima piazza del rione S. Giovanni. Vi racconto cioè del contenzioso sorto tra Stanislao Falconi (1794-1880) e il Comune di Capracotta, al termine del quale la Corte d'Appello di Napoli aveva pubblicato, il 6 marzo 1901, una sentenza «contraria alle ragioni dei nostri concittadini in quanto che ha confermata un'ordinanza emessa il 19 giugno 1863 dal Prefetto, quale Commissario demaniale, ordinanza che prescriveva la divisione dei boschi ex feudali, attribuendone due terzi al Falconi ed un terzo al Comune». Quella sciagurata sentenza d'appello - che sembrava non tenere conto dei precedenti giudicati - suonò in un primo momento come una fanfara di morte per il popolo capracottese, ormai rassegnato a crepare di freddo per la testardaggine di alcuni signorotti. I feudi di Capracotta, proprietà della famiglia ducale Capece-Piscicelli, valevano a quel tempo 250.000 lire (circa 1.200.000 euro). Con l'approvazione delle cosiddette leggi eversive della feudalità, la Commissione feudale determinò nel 1810 la natura di questi feudi e ne propose la divisione secondo i criteri stabiliti. Il commissario demaniale Biase Zurlo s'accorse però di due cose: la prima era che la Commissione s'era ingannata sulla natura di due feudi dichiarati separati; la seconda stava nel fatto che Capracotta meritava forse un trattamento speciale, «onde sciogliendo e compensando diversi usi civici, ne lasciò intatto uno, quello di legnare». A tutto ciò il Zurlo provvide con un'ordinanza del 19 dicembre 1811. Pochi anni dopo, nel 1815, i Capece-Piscicelli, ormai decaduti, cedettero uno dei feudi (Ospedaletto) al sig. Liberio Scocchera di Vastogirardi, mentre gli altri feudi furono acquistati dal nostro Stanislao Falconi nel 1854. Dovete ora capire che né i Capece-Piscicelli né i sigg. Scocchera e Falconi godettero mai dell'uso dei boschi. Nonostante ci fosse stato un formale passaggio di proprietà, «i padroni assoluti ed esclusivi delle piante arboree sono stati i cittadini di Capracotta, ed il Municipio, provvedendo alla conservazione dei boschi, ne ha sempre disciplinato il modo di godimento». È così che i nostri concittadini, a ragione o a torto, si sono sempre considerati i veri proprietari del bosco di Capracotta. Arrivati al periodo unitario, in ciascuna provincia del Regno fu richiamato l'esame delle pendenze demaniali esistenti. Tra il 1861 e il 1863 il prefetto di Campobasso richiese di incontrare un rappresentante in grado di addivenire, coi successori dell'ex duca, a una conciliazione per quanto riguardava la promiscuità boschiva nell'agro feudale del Comune. Il sindaco di allora, Croce Conti, cercò di battersi all'arma bianca finché, preoccupato, inviò a Campobasso un uomo di fiducia, Amato Nicola Conti - già sindaco nel 1860-62 e di nuovo nel 1867-69 - come persona pratica di legge, senza alcun mandato ufficiale né facoltà di definire o transigere sui diritti del Comune. Ciononostante, l'audace Conti eccedette i limiti del proprio incarico e il 20 aprile 1863, davanti al prefetto Giuseppe Arditi, trattò personalmente col procuratore legale di Liberio Scocchera, consentendo la divisione del bosco di Ospedaletto, dandone due terzi al proprietario di Vastogirardi e un terzo al Comune di Capracotta. Fallirono invece le trattative di conciliazione con Stanislao Falconi, perché questi non riconobbe alcun diritto al Comune di Capracotta, obbligando il prefetto a pronunciarsi in via contenziosa sulla fallita conciliazione. Non appena queste notizie giunsero alle orecchie dei capracottesi, si generò un diffuso malcontento, e le proteste furono così accese che il Governo dovette emettere un nuovo decreto, il 20 settembre 1864, che annullava il precedente, quello che aveva omologato il concordato con Liberio Scocchera. La motivazione del secondo decreto di revoca risiedeva nel fatto che Amato Nicola Conti «non aveva ricevuto mandato determinato, e la sua nomina a rappresentante era stata fatta dalla Giunta e non dal Consiglio contrariamente alle leggi amministrative sulla competenza». Stanislao Falconi, borbonico fino all'osso, se ne infischiò delle rimostranze dei capracottesi, dell'ordinanza regia del 1863 e persino del bosco di Capracotta. Dal canto suo, invece, Liberio Scocchera ritentò nel 1875 a dividere ed accantonare quanto poteva spettargli dell'Ospedaletto e riuscì a sospendere il taglio del bosco, il che causò nuovi tumulti e violenze a Capracotta. La 1° Sezione della Corte di Napoli, con sentenza del 24 maggio 1875, confermò la legittimità delle aspirazioni di Scocchera e con successiva sentenza del 6 aprile 1877 intimò di verificare se i capracottesi godevano dell'Ospedaletto conformemente agli usi ed alle leggi forestali. Da questa sequela di decreti, revoche e ordinanze, risulta evidente la contrarietà dei diversi giudicati. Annullando la conciliazione del 1863 Conti-Scocchera per irregolarità di forma negli atti, perché non si è considerata nulla anche l'ordinanza sulla vertenza Conti-Falconi una volta che sussistevano gli stessi difetti di forma, visto che a trattare fu sempre Amato Nicola Conti, all'infuori del suo incarico ufficiale? E perché nessuna sentenza ha mai preso in considerazione la possibilità di revocare l'ordinanza di Biase Zurlo, emessa in condizioni non dissimili? La Corte ne aveva forse rilevato l'effettiva giustezza ed equità? Nel 1901 il Comune di Capracotta ingaggiò Emanuele Gianturco per ricorrere in Cassazione e, quando ogni cosa sembrava perduta, la grande perizia dell'avvocato lucano ci garantì la vittoria su tutto il fronte: i boschi di Capracotta tornavano ufficialmente nelle mani dei capracottesi e il diritto legnatico, regolamentato dal Municipio, veniva assicurato a tutti i suoi abitanti. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C., La quistione dei boschi, in «L'Alba», I:14, Isernia, 21 aprile 1901; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; L. Filidei, Dei demani comunali, vol. II, Volpe, Salerno 1890; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Mosca, In memoria di Emanuele Gianturco. Discorso pronunziato in Capracotta il 9 settembre 1912, Bertero, Roma 1912.

  • Attacco intestinale

    Un altro episodio molto divertente, che mi ha visto come protagonista, è accaduto quando io avevo solo otto anni. In quel periodo mio padre, nella sua qualità di Ufficiale Giudiziario, pur essendo applicato presso la Corte di Appello di Napoli, doveva recarsi due volte al mese presso la sua sede di designazione, che era la Pretura di Capracotta, un piccolo paesino dell'alto Molise posto a 1.421 metri sul livello del mare. In quel periodo, qualche volta, io e mio fratello lo accompagnavamo. Per raggiungere Capracotta, dopo aver superato l'attuale provincia di Isernia, si dovevano percorrere molti chilometri di stradine di montagna, stradine quasi sempre deserte, dove raramente si incrociavano altri autoveicoli. Un lunedì, al mattino presto, io e mio fratello ci preparammo per accompagnare mio padre, proprio a Capracotta. Una ventina di chilometri dopo Isernia, io fui colto da un terribile mal di pancia, e dissi a mio padre di fermarsi perché dovevo espletare un mio bisogno corporale. Mio padre, in considerazione del fatto che avevo solo otto anni, mi disse che potevo scaricare il mio intestino anche sul ciglio della strada, tanto soprattutto a quell'ora (erano da poco passate le otto del mattino) non sarebbe passato nessuno. Io, senza indugiare, seguii il consiglio paterno. Poco dopo però accadde l'imprevedibile. A circa trecento metri dalla mia persona, mentre io ero ancora accovacciato, spuntò improvvisamente da una curva una corriera stracolma di studenti, probabilmente in gita scolastica. D'istinto mio fratello prese dall'automobile di mio padre il mio cappotto e me lo lanciò sul viso, ed in tal modo mi coprì solo dalla testa all'addome, mentre il mio sedere rimase completamente scoperto. Al passaggio della corriera ci furono delle sonore strombazzate di clacson, e delle prolungate risate di derisione rivolte alla mia persona. In quel momento volevo scomparire dalla faccia della terra, mentre mio padre e mio fratello unirono le loro risate a quelle degli studenti, perché la scena alla quale avevano assistito, era effettivamente troppo comica. Luciano Testa Fonte: L. Testa, Storie vissute, Booksprint, Buccino 2011.

  • I fratelli Fiadino eroi di Capracotta

    Uno zio che lavorava in una azienda agricola del Molise, alcuni anni dopo la fine della guerra tornò a Milano. Io, scolaro di terza elementare, ascoltavo affascinato i suoi racconti perché arrivavano da un mondo lontano. Fra le tante storie, una in particolare è rimasta scolpita nella mia memoria. Il fatto si era verificato nel novembre del 1943 (cioè poco dopo l'armistizio dell'8 settembre) a Capracotta, oggi provincia di Isernia. In quei giorni, approfittando della confusione che si era creata, molti prigionieri di guerra alleati, rinchiusi in un campo di concentramento a Sulmona, riuscirono a fuggire. A piccoli gruppi vagavano sui monti fra Abruzzo e Molise. Alcuni di loro arrivarono a Capracotta dove trovarono famiglie contadine disposte ad aiutarli, nascondendoli. Fra queste i tre fratelli Fiadino. Ma una spia li denunciò ai tedeschi che ancora imperversavano nella zona. I militari subito andarono ad arrestare i tre fratelli e li condannarono a morte. Durante il trasferimento in paese, Alberto, uno dei tre fratelli, riuscì a fuggire saltando dalla camionetta in corsa. Gli altri due, Gasperino e Rodolfo, furono portati in una località fuori dal paese e fucilati. Prima dell'esecuzione, al comandante dei tedeschi si presentò il parroco di Capracotta, don Leopoldo Conti, il quale offrì la propria vita in cambio della libertà dei due fratelli. Ma la sua generosità non convinse i tedeschi e l'offerta fu respinta. Questo di Capracotta è uno dei tanti episodi che dimostrano come anche l'Italia è patria di eroi. Poco conosciuti, ma grandi. Da ricordare. Giovanni Locatelli Fonte: G. Locatelli, I fratelli Fiadino eroi di Capracotta, in «Il Giornale», XLIV:81, Milano, 6 aprile 2017.

  • I funebri di Francesco Mascia

    Riuscirono solenni ed imponentissimi. Tutta Sansevero, senza distinzione di classi e di partito, volle rendere un estremo tributo di compianto al giovane buono e modesto, dall'animo mite e gentile, aperto così volentieri alla voce del bisogno dei miseri, al soccorso pei numerosi operai e contadini, che da lui ricevevano pane e lavoro. È stato un vero pellegrinaggio di simpatia e di affetto, e di tenerezza e di compianto infinito per la nobile donna Teresa Mascia-Masselli - mater dolorosa, nel vero significato storico e pietoso della ineffabile parola. Parlarono sulla bara gli studenti signori Malice, Leone, Salcito e l'amico Francesco Mollica. Ed a proposito della morte del nostro distinto amico sig. Francesco Mascia e delle cause che la determinarono, dobbiamo rettificare che l'egregio ed infelice giovane fu prima colpito da auto-intossicazione intestinale, la quale ebbe un'azione riflessa sul cuore, sicché la morte fu conseguenza d'una paralisi cardiaca, auto-intossicazione confermata dall'analisi chimica e microscopica dell'urina, eseguita a Napoli. La malaria venne anche ammessa come malattia sopravvenuta tanto vero che essa fu opportunamente ed efficacemente combattuta in tempo dall'egregio dott. Mangione, il quale, pur non essendo stato chiamato come medico curante dall'infermo (tanta era l'ansia in lui di recarsi la dimane a ritemprare la sua fibra nelle salubri e montanine aure di Capracotta), ma accorgendosi, in una visita familiare, che era affetto da febbre, consigliò e somministrò subito una prima dose di chinino per bocca, e poscia iniettò pel mezzo ipodermico altre generosissime dosi di chinina, ricordando all'infermo la imperiosa necessità di detto farmaco, dacché egli, frequentando un sito eminentemente malarico, doveva stare sempre in guardia contro una possibile insidia di infezione palustre. Il metodo di cura adottato dal bravo dottor Mangione trovò piena approvazione dai distinti dottori Gervasio e Morrone, i quali confermarono la diagnosi del nostro amico pur approvando la cura preventiva di chinino adoperata dall'egregio dott. Mangione. Era fatalità che l'ottimo giovane doveva soccombere, tanto vero che fin dal Maggio scorso, senza che alcun dottore fosse edotto del fatto, si ebbero a deplorare fenomeni di lipotimia con minaccia di paralisi cardiaca (dovuti al cuore oltremodo adiposo) mettendo lo sgomento e destando seriissime apprensioni, pel momento, in coloro che si trovavano presenti. Ci piace, intanto, pubblicare la seguente lettera che l'on. Antonio Masselli, zio dell'estinto, ed a nome della desolata famiglia dirigeva al dottor Mangione: Carissimo Felice, trascorso il primo momento di abbattimento e di sconforto per la tremenda sventura, che ci ha colpito, sento il dovere di ringraziarti delle pronte, complete, intelligenti e più che fraterne cure da te e dai colleghi Gervasio e Morrone prodigate al mio diletto, per quanto disgraziato nipote, Ciccillo. Io, come medico, non avrei saputo fare di più e meglio di quel che avete fatto per non fargli perdere la vita. Era così destinato, che la cara esistenza dovesse finir tanto presto!... Giuseppe Polverino Fonte: G. Polverino, Su e giù per la città, in «Il Vaglio», II:32, San Severo, 3 settembre 1905.

  • Perché il passato possa vivere ancora

    Molti i ricordi nostalgici che affiorano alla mente dopo la scomparsa di mio padre; ricordi accompagnati dal rimpianto di non aver annotato i tanti aneddoti riguardanti la sua fanciullezza, Capracotta e i suoi abitanti. Come vorrei ascoltare di nuovo i suoi racconti, rivivere ancora quel mondo lontano, fare in modo che quello che fu possa vivere ancora per sollecitare la fantasia dei miei figli. Nelle lunghe sere d'inverno, mio padre, con gran divertimento, raccontava le sue marachelle goliardiche, molto spesso risultato dell'indigenza del tempo, comune a moltissime famiglie e in netto contrasto con l'alta moralità e rettitudine di cui è stato emblema durante la sua vita da adulto. Ricordo che una sera, mentre fuori imperversava una terribile bufera e i vetri delle finestre erano come finemente ricamati da un sottile strato di ghiaccio dalle mille forme, rallegrato dalla vivace fiamma del caminetto, con un largo sorriso, cominciò a raccontare una serie di aneddoti. Pendevo dalle sue labbra, la mia fantasia cominciò a volare immaginando mio padre come uno dei bricconcelli coprotagonisti di Charlot in alcuni suoi film. La càndra Benché la famiglia di mio padre non fosse tra le più povere del paese, solo raramente sul desco comparivano prosciutto, salsicce, salami e altri cibi prelibati, custoditi gelosamente da mia nonna nelle càndre (giare), per le grandi occasioni, per fare bella figura con i mietitori, nel periodo della trésca (trebbiatura), o pe re ualàne (per l'aratore coi buoi) durante la semina. Ai ragazzi l'acquolina in bocca saliva ogniqualvolta passavano dinanzi alla dispensa, dove erano stipate le panciute giare. Un giorno, mio padre non resistette: entrò di soppiatto, aprì uno dei recipienti e un odore di strutto lo pervase. Si scatenò un impulso irrefrenabile: con un coltello tagliò la patina di sugna che ricopriva le succulente salsicce, la mise su un coperchio e cominciò, dapprima, con timore, ad assaggiarne un pezzettino, poi, con crescente fame e avidità, ne mangiò diversi anelli. L'operazione fu ripetuta quotidianamente finché nella càndra non rimase altro che lo strutto solidificato tutt'intorno alle pareti, su cui, con grande perizia, riposizionò la patina che aveva tolto il primo giorno. Intanto si avvicinava il tempo della trésca, per lui temutissimo perché il suo furto sarebbe stato sicuramente scoperto. Così fu! La madre, vedendo la càndra vuota, immediatamente capì chi fosse l'autore di tale misfatto: il figlio più piccolo, in quel periodo risparmiato dalle durissime fatiche del bosco, già artefice indisturbato di precedenti marachelle. Fu subito sgridato dalla madre, ma il timore più grande era suo padre, il cui solo sguardo lo inceneriva. Quella sera, quando tornò stanco dal lavoro, lo rimproverò duramente, ma si notò subito il tremolio del suo labbro superiore, che tradiva un celato sorriso. La gallina Mio padre, come era costume del tempo, viveva in una famiglia patriarcale con nonni, zii, cugini... e a volte anche con i vicini di casa. Egli ne era contento, perché molto cordiale, e aveva un ottimo rapporto con i fratelli, i cugini e... i vicini di casa. Tra i vicini, quello che maggiormente ricordo era Pasqualìne de Tòtta, figlio della madrina di mio padre, Pupettóna de Tòtta. Durante il giorno, quando gli uomini erano al lavoro e le donne nei campi, i ragazzi si riversavano nelle strade, la loro seconda casa, dove le galline beccavano indisturbate. All'epoca ciò che poteva infastidirle era solo il cigolio de r' traìne (dei carretti), che di tanto in tanto passavano. In quei tempi i bambini di quattro, cinque anni e così anche il mio papà, indossavano un camiciotto, tipo tunica, che arrivava fino al ginocchio e ai piedi i più fortunati avevano dei sandali. In un pomeriggio assolato, mio padre e il suo clan di amici e parenti decisero di rubare una gallina alla comare Pupetta. Al furto partecipò anche il figlio Pasqualino. I più grandicelli scelsero e catturarono la loro preda tirandole il collo e la nascosero sotto il camiciotto di mio padre, che fu messo sulle spalle del cugino più grande per meglio nascondere la refurtiva. Alle persone, che chiedevano spiegazioni del perché re cìtre (il bambino) fosse portato sulle spalle, rispondevano, accompagnati dal finto pianto di mio padre, che si era ferito ad un piede, per l'occasione scalzo. La loro bravata continuò nella stalla di Pasqualino, dove la gallina fu privata del suo piumaggio e arrostita. La comare scoprì dapprima le piume, poi, quando si accorse che le era stata rubata la gallina (i furti di animali da cortile erano frequentissimi in quei tempi) cominciò a maledire i furbastri, augurando loro di fare la fine del pennuto. A quel punto il figlio, mentre con piede lesto se la dava a gambe, la esortò a non jettà asctéme (augurare la malasorte), perché anche lui aveva partecipato al banchetto. La madre non profferì più parola; il figlio non si sa come fu accolto a casa la sera, ma di certo le galline mancarono ancora. Mazza e panelle... Tutte le sere, puntualmente, si recava a casa di mio nonno qualche signora a protestare per un misfatto delle "simpatiche canaglie". A iniziare l'interrogatorio era il fratello di mio nonno, z' Chiuvìtte, uomo dalla bassa statura e di corporatura esile. Quando il colpevole o i colpevoli venivano smascherati, cominciava l'espiazione della colpa; molto spesso si trattava di legnate a cui assistevano solo i membri della famiglia, ma quando la colpa da espiare era grave venivano messi alla gogna, i rei erano costretti a marciare a piedi scalzi per lunghi tragitti, anche impervi, scortati dal severissimo zio e dal suo implacabile bastone. Quando ancora bruciavano le ferite della punizione, le piccole pesti architettavano la ritorsione per colei che aveva osato andare a protestare. Molto spesso la attendevano in prossimità della loro casa (dove ora abitano Minguccio e Angela). Una volta avvistatala, come fulmini uscivano dal portone; con grande sincronia uno alzava le lunghe gonne e l'altro vi infilava sotto un cartone acceso, cosicché le frisciùte (ricche) vesti si incendiavano tra le grida e lo spavento della malcapitata. Per fortuna gli abiti del tempo non erano sintetici, altrimenti le povere donne sarebbero divenute delle pire umane! A quel punto alle punizioni già citate si aggiungeva quella del digiuno per più giorni. L' péra all'acìte Pupettóna aveva la figura di una vera e propria matrona: non molto alta, ma piuttosto robusta. Indossava sempre, sulla lunga sottoveste, una gonna altrettanto lunga e arricciata in vita, su cui poggiava un grembiule nero, che diventava di raso nei giorni di festa. Anche suo marito, compà Gianfeleppóne era di corporatura massiccia. Saccheggiare la loro casa era sicuramente un'attività molto redditizia, perché stipavano cospicue quantità di cibo. Comare Pupetta trattava mio padre come un vero e proprio figlio, che aveva libero accesso in ogni angolo della casa. Spesso la madrina lo incaricava di portare qualcosa nelle camere, dove conservava ogni ben di Dio. Il discolo, mentre stava assolvendo ad una commissione nella camera da letto della padrona di casa, scoprì una grossa pentola in terracotta nella quale erano conservate l' péra all'acìte (le pere sottaceto). Stava per mangiarne qualcuna quando fu interrotto dalla voce della padrona di casa che lo richiamava dal piano sottostante. Con grande sconforto fu costretto a rimettere tutto a posto e con quattro salti fu presto giù. Nella sua mente subito si delineò il piano per gustare una simile prelibatezza. Aspettò pazientemente la sera tarda e piano piano si recò nella camera da letto, cominciò a mangiare una pera matura, dolce e acre nello stesso tempo. Quando sentì che il compare e la comare stavano andando a dormire, con l'agilità di un grillo, in men che non si dica, si infilò sotto il letto. Assistette alla svestizione del compare, che con un tonfo fece sobbalzare il letto fin quasi a schiacciarlo. Il povero bimbo, impaurito non osava respirare. Con piccoli movimenti, riuscì a portarsi in corrispondenza del posto della comare, che non aspettò molto a coricarsi. Con il cuore che batteva all'impazzata e tutto tremante aspettò che i suoi padrini fossero nel regno di Morfeo, ma il sonno tardava ad arrivare. Gianfilippone si girava e rigirava nel letto, Pupetta aveva una tosse tremenda e di tanto in tanto si alzava per bere. Ogni loro movimento era amplificato dal rumore delle frùsce (foglie di granturco) del giaciglio e faceva aumentare la tachicardia del loro figlioccio. Dopo molto tempo, finalmente si addormentarono. Al buio e in punta di piedi mio padre uscì dalla stanza, ma chiudendo l'uscio, fece un tale rumore che i due si svegliarono di soprassalto. Il monello prontamente imitò la voce del figlio Pasqualino, che era uscito, rassicurandoli e i due si addormentarono tranquilli. Non c'è che dire, la pera sottaceto non fu solo aspra, risultò anche indigesta! Beato te... Compà Pasquale, zizì compà per me e mio fratello, carissimo amico di mio padre fino alla fine dei suoi giorni, non amava molto andare a scuola. Ogni mattina inventava un malanno nuovo per non assolvere al suo compito di scolaro. In un giorno d'inverno, quando i cumuli di neve raggiungevano i primi piani delle case, la madre di compare Pasquale, esasperata, andò a chiamare il maestro, perché esercitasse opera di convincimento su quel figlio così poco amante dell'istruzione e del suo sistema. Il finto malato si trastullava beatamente nel letto. Quando udì la severa voce del maestro, senza esitare, mise le scarpe, inforcò gli sci e uscì di corsa dalla finestra. La sua latitanza durò pochissimo, fu subito catturato e, mentre recalcitrante veniva condotto a scuola, udì i grugniti disperati di un maiale che veniva barbaramente macellato. In lacrime, urlando e singhiozzando disse: – Vieàt'a te, puórche, ca nen vieà alla scòla! (Beato te, maiale, che non vai a scuola!). R' melóne Le scorribande non finivano mai! Erano un po' tutti in paese a mostrarsi... ehm... vivaci. Un anno, prima della Seconda guerra mondiale, in occasione della fiera dell'8 settembre, i venditori ambulanti, come loro consuetudine, con i loro carretti, giunsero a Capracotta la sera prima. Rimasero a dormire all'aperto, in un cantuccio, per fare la guardia ai prodotti della loro terra. Tra questi c'era un contadino che vendeva i cocomeri di sua produzione. Una combriccola di giovinastri gli si avvicinò cercando di mercanteggiare il prezzo di un cocomero. Non raggiunsero alcun accordo e, ben presto, decisero che avrebbero rubato il cocomero durante la notte. Quando fu buio, mentre alcuni facevano la guardia altri si avvicinarono al carretto. Le angurie erano state coperte da un telo piuttosto pesante. Si guardarono intorno e, non vedendo nessuno, misero le mani su una forma tondeggiante ricoperta dal telone. Grande fu la sorpresa nel costatare che non si trattava del cocomero ma... della testa del contadino! Ci furono urla e colluttazioni. In aiuto del coltivatore arrivarono altri commercianti. Volarono frutti e furono rotolati cocomeri, dopodiché i giovani spavaldi corsero a nascondersi nelle loro case. Fu esposta una denuncia verso ignoti, ma l'anonimato durò pochissimo. Furono presto individuati perché per le strade cantavano a squarciagola: – Vulavàme arrubbuà r' melóne, ma era la còccia de r' padróne... (Volevamo rubare il cocomero, ma era la testa del proprietario...). Condotti in caserma, dopo poco furono rilasciati, con la promessa di non commettere più simili azioni. È proprio vero ciò che recita un noto aforisma africano: "Ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia". Rosalba Carnevale Fonte: R. Carnevale, Perché il passato possa vivere ancora, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Bando per vendita giudiziale di immobili in Capracotta

    Sulla istanza dei signori D. Michelangelo, D. Giangregorio, D. Giampietro, D. Nunzia, Rosa e D. Colomba di Rienzo fu Sebastiano, nonché di D. Elisabetta Carnevale rappresentante il minore suo figlio D. Costantino, procreato col defunto D. Sebastiano di Rienzo, proprietarii domiciliati in Capracotta, e per elezione in casa del loro procuratore D. Ferdinando Buccini sita in Isernia largo Santa Lucia, nella odienza che il Tribunale Civile e Correzionale del Circondario d'Isernia terrà nel giorno 27 vegnente aprile, assegnata con ordinanza del Presidente del Tribunale istesso del dì tre corrente mese, si procederà in danno di Michelino Antenucci fu Pasquale e dei coniugi Giovanni Antenucci fu Pasquale e Maria Nicola Comegna fu Felice anche di Capracotta, elettivamente domiciliati in Isernia presso il loro procuratore D. Giacomo Marracino, alla vendita dei fondi appresso descritti, posti nell'agro del suindicato comune e specificati nel precetto per l'usciere Nicola De Stefano del 28 settembre 1866, registrato il 28 detto, numero 666, debitamente trascritto nell'ufficio Ipotecario di Molise al dì 30 detto mese ed anno. Tale vendita fu autorizzata con sentenza del Tribunale suddetto addì 7 marzo 1867, pubblicata il 10 aprile successivo e registrata il 15 detto mese ed anno num. 806, notificato poscia ad essi debitori espropriati il 17 febbraio 1868 con atto dell'usciere De Stefano registrato il 18 detto n. 379, passata in giudicato dietro decisione confermativa della Corte d'Appello del 1 settembre 1869, registrata in Napoli li 9 detto numero 8261, notificato, come di regola, il 12 dicembre stesso anno con atto del suddetto usciere, reg. N. 998 il dì seguente, e debitamente annotata il 15 gennaio scorso in margine della trascrizione del precetto. Gl'immobili che saranno esposti in vendita sono i seguenti. 1) La intera casa da cima a fondo di cinque membri ed accessorii, e per quella che è in effetto, sita nell'abitato di Capracotta alla contrada Sant'Antonio, cioè quella che da Bellonia od Apollonia di Ciò e dal fu Michele Casciero fu venduta a Giovanni Antenucci con istrumento di Notar Filippo Carugno di Capracotta del 24 ottobre 1845, quivi registrato numero 419 il 28 detto mese ed anno, confinante coi beni degli eredi di Donato di Tella, degli Eredi di Giuseppe di Tella ed Orto adiacente. 2) Detto orto adiacente o piccolo giardino nella stessa contrada, esteso per una misura circa di antico sistema, pari ad ara una e metri quadrati cinquantacinque, confinante colla casa anzi detta, coi beni dei medesimi eredi di Tella, e di Vincenzo di Ciò. Tali fondi sono appunto quelli che i debitori spropriati assoggettarono a speciale ipoteca in sicurezza del credito dei creditori esproprianti con istrumento del 15 luglio 1860 pel summenzionato notaio, registrato in Capracotta il 18 detto n. 389, e che trovansi rivelati nel Catasto fondiario di quel comune in testa di Alessandro di Ciò, articolo 119, sezione F e G, numeri 27 e 558 coll'imponibile antico di Duc. 4,50 il primo, pari a lire 19,13, e per l'imponibile antico di grana due il secondo, pari a lire 0,09, e che attualmente sono soggetti all'annio tributo di lire 5,02, secondo l'ultima mappa censuaria, in cui se ne è elevato la rendita imponibile a lire 20,53. Le condizioni della vendita sono le seguenti: 1) Gl'incanti si apriranno sul valore legale offerto per amendue i fondi in lire 302,00. 2) Il compratore prenderà i fondi ed accessorii nello stato in cui si troveranno nel giorno della vendita diffinitiva. 3) Godrà delle servitù attive e soffrirà le passive, quantunque non dichiarete, però con dritto all'indennizzo. 4) I fondi saranno venduti nello stato in cui si trovano, e nella loro materiale continenza e confinazione sopra indicate, senza aver diritto l'acquirente a riduzione di prezzo. 5) Danneggiandosi gl'immobili in pendenza del procedimento, il compratore avrà la sola azione contro l'autore del danno per lo ristoro di esso, non quello di ritenere cosa sul prezzo. 6) Tutte le spese della vendita, incluse quelle di tassa vanno a carico del compratore; il quale perciò prima della licitazione dovrà fare deposito dell'ammontare approssimativo di esso presso il Cancelliere del Tribunale, in lire quattrocento. 7) Le locazioni esistenti, se avranno data certa, saranno rispettate dal compratore, come per legge. 8) Il tributo fondiario ed ogni altro peso inerente andranno a carico dello stesso, e trattandosi di canoni, censi od altri prestazione insita ai fondi, sarà dal prezzo dedotto il capitale corrispondente agli oneri istessi. Chiunque vorrà concorrere alla subastazione, che seguirà nel 27 aprile, come sopra è detto, dovrà inoltre previamente alla stessa depositare anche presso detto Cancelliere il decimo del prezzo già offerto, uniformandosi per tutt'altro alla legge. Restano invitati i creditori iscritti a depositare fra giorni 30 dalla pubblicazione del bando i loro titoli di credito, e le domande motivate di collocazione, trovandosi pel giudizio di graduazione, già aperto, incaricato il giudice presso detto Tribunale signor Giuseppe Carrelli, surrogato con decreto Presidenziale del 10 corrente marzo all'altro destinato con la sentenza e passato ad altra residenza. Isernia, 10 marzo 1870. Francesco Tierno Fonte: F. Tierno, Inserzioni legali, in «Gazzetta della Provincia di Molise», IV:11, Campobasso, 17 marzo 1870.

  • Leggenda del Natale

    Un vecchio pastore di Capracotta aveva vagato per tutta la regione con la sua cornamusa per raggranellare dei regali per i suoi nipotini. Con la bisaccia carica di ogni ben di Dio si accingeva a ritornare, allorché la notte lo sorprese stanco da morire al margine di un canalone; si buttò a terra per prendere fiato, ma un sinistro rumore indistinto giunse al suo orecchio. Egli si mise in ascolto e non ci fu dubbio, una torma di lupi si avvicinava ululando in cerca di preda; prima ancora di poter riflettere sul da farsi egli vide nelle tenebre gli occhi sanguigni delle bestie che brillavano. Con uno sforzo sovrumano riuscì ad arrampicarsi su un vicino albero, ai piedi del quale il famelico drappello si accampò. Il vecchio rivolse una calda preghiera a Gesù Bambino, poi mise la cornamusa sulle labbra e cominciò a suonare una nenia melanconica, la "Leggenda del Natale"; i lupi smisero i loro ululati e si accovacciarono sulla neve sollevando le loro teste verso i rami nudi dai quali pioveva su di loro quella melodia angelica, poi si ricomposero in gruppo e si allontanarono; allora il pastore discese e senza mai smettere di suonare si avvicinò al suo abituro, dove non ebbe bisogno di bussare perché la sua famiglia ne aveva sentito la presenza di lontano: la sua vecchia moglie lo rifocillò e gli disse che non lo aveva mai sentito suonare così bene e i nipotini fecero strage del suo tascapani di sorprese. Rosario Francesco Esposito Fonte: R. F. Esposito, Fantasie del Natale, in «La Famiglia Cristiana», XXII:50, Alba, 21 dicembre 1952.

  • Tra Fortunato e Mariarosa non era amore

    In ogni tempo e in ogni cultura del mondo un matrimonio privo d'amore è un inferno da scontare in vita. Di certo anche un matrimonio felice può diventare un paradiso al contrario, ma quando ci si sposa per convenienza, per denaro, per costrizione o per salvar l'onore, le basi della coppia sono compromesse sin da subito: è come una casa nelle cui fondamenta vi sia più sabbia che cemento. È il caso di Fortunato Maria Conti, capracottese, e di sua moglie Mariarosa, sposatisi nel maggio 1810 a Orta (FG), e di come la ragazza sia riuscita a far annullare il matrimonio dopo poco più di sei mesi. Sulla base delle annotazioni giurisprudenziali, ho scoperto che Mariarosa era sedicenne e adì il Tribunale civile di Lucera già nel dicembre dello stesso anno, tanto che nei due primi gradi di giudizio la corte le diede ragione. Fortunato non voleva assolutamente dargliela vinta e produsse ricorso per ben due volte. Probabilmente, sapendo di essere nel torto, egli non poteva tornare a Capracotta senza la donna che aveva sposato: il suo onore ne avrebbe risentito negativamente. Fatto sta che gli argomenti di Mariarosa erano molto più che convincenti. Erano schiaccianti. Essendo il divorzio un fatto moralmente ripugnante, la ragazza impugnò il matrimonio per farlo dichiarare nullo e a tal fine presentò tre validi motivi: che le nozze si erano celebrate in casa di suo padre e non presso il Comune; che il consenso le era stato estorto dal padre con la violenza; che a riprova del suo dissenso, si era rifiutata di sottoscrivere l'atto dinanzi all'ufficiale dello Stato civile. Con sentenza del 7 gennaio 1811 il Tribunale di primo grado annullò il matrimonio e Fortunato si appellò. A quel punto, per evitare qualsiasi unione col presunto marito, Mariarosa si rifugiò in un conservatorio, tanto che il procuratore regio di Trani dovette recarsi presso di lei per esplorarne gli intenti e la volontà. Con sentenza del 25 settembre 1811 il Tribunale di secondo grado ordinò che il matrimonio restasse annullato e che Mariarosa venisse sciolta da qualsiasi unione, libera «di ritirarsi in propria casa». Fortunato, tuttavia, nella persona del suo avvocato Giovan Battista Bomparola, presentò nuovamente ricorso. La Corte di Cassazione di Napoli prese atto che nel frattempo, il 19 dicembre 1811, Mariarosa si era regolarmente sposata in chiesa con Giuseppe Giovene e, senza alcuna necessità di rinvio a giudizio, rigettò il ricorso di Fortunato perché le testimonianze precedentemente fornite da Francesco Giampietro, avvocato della ragazza, erano più che sufficienti e i due processi si erano svolti con perizia. Sulla decisione cassativa del 22 aprile 1812 pesava quindi un principio di chiara ispirazione cattolica, secondo cui «non vi è matrimonio, ove non vi è consenso», ma vi fu anche l'intenzione del magistrato di esautorare una volta per tutte le riunioni private - in linea col diktat napoleonico - visto che a norma di legge non era obbligatorio sposarsi nella «casa del comune» ma bastava la «presenza dell'uffiziale civile pubblicamente». Provo ora a immaginare cosa sia realmente successo. La giovanissima Mariarosa conviveva con Giuseppe. Suo padre, per evitare che la figlia facesse una vita grama e disonorevole col fidanzato troppo giovane e squattrinato, la obbligò a maritarsi con un uomo benestante, magari un proprietario capracottese di armenti in Puglia. Ovviamente, il padre non poteva portare Mariarosa e Fortunato davanti a un prete o al Municipio, e decise così di celebrare le nozze tra le mura di casa alla presenza di diversi testimoni e di un ufficiale dello Stato civile. Il progetto di Fortunato e del padre di Mariarosa, tipicamente maschilistico e patriarcale, si infranse però contro la testardaggine di Mariarosa, innamoratissima del suo Giuseppe. Spero soltanto che i due giovani abbiano vissuto una vita felice perché, loro sì, s'erano sposati per amore. Alfonso Di Sanza d'Alena mi ha infine rivelato che, visto l'insuccesso di questo matrimonio, nel 1813 Fortunato Conti sposò Maria Teresa Di Ciò, figlia del medico e giudice di pace Diego e di Vincenza Mosca. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Croce, Il divorzio nelle province napoletane: 1809-1815, in «Scuola Positiva», I:11-12, Napoli, ottobre 1891; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Nicolini, F. Parrilli e G. V. Englen, Supplimento alla collezione delle leggi, vol. I, Stamp. della Segreteria di Stato, Napoli 1818.

  • Informatore farmaceutico

    M: – Avanti. I: – Buon giorno dottore, sono Giovanni Pecorini della Stronzer, come va la famiglia, la barca va bene? M: – "Questo è nuovo, non l'ho mai visto prima, quale barca?" I: – ...oggi sono venuto a parlarle di una novità che rivoluzionerà la terapia dell'ipertensione: il Pressongiù. M: – Ma quale novità, lo conosco bene: è un farmaco uscito sul mercato quindici anni fa, un farmaco discreto come tanti altri. I: – Secondo questi studi condotti dal prof. La Quaglia dell'Università di Capracotta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla... e ancora bla bla bla... e poi bla bla bla... infine bla bla bla... ma non ultimo bla bla bla. Allora, che ne dice dottore? M: – Non mi pare che emergano grandi novità da questo studio, il farmaco lo conosco da quando mi sono laureato e devo dire che funziona discretamente, come tanti altri, d'altronde. I con tono risentito: – Ma come, allora non mi è stato a sentire! Secondo questi studi condotti dal prof. La Quaglia dell'Università di Capracotta bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla bla... e ancora bla bla bla... e poi bla bla bla... infine bla bla bla... ma non ultimo bla bla bla. Allora, che ne dice dottore? M: – Vabbè vabbè. I con fare circospetto, si guarda intorno furtivamente e tira fuori la foto di una borsa da medico in finta pelle: – Le piace questo oggetto? M: – Mmmmh!? I: – Questa è solo per lei, non è per nessun altro. Se lei mi prescrive almeno tre pezzi di Pressongiù l'avrà tutta per lei. M: – La ringrazio molto, ma credo che potrà essere più utile a qualcun altro. I: – Ma come, allora non ha capito! Questa è solo per lei, non è per nessun altro; è un meraviglioso regalo se lei prescrive almeno tre pezzi di... M: – Si accomodi pure e mi faccia il piacere di non tornare più. Avanti il prossimo... Ioni McCall Fonte: I. McCall, A dotto', me fa male er Biafra? Ovvero confessioni di un malandrino, Ciesse, Maserà di Padova 2013.

  • Il molino ad acqua di Capracotta

    16 ottobre 1892. Si è aperto all'esercizio del pubblico qui in Capracotta un Molino ad acqua da cereali degno di una città commerciale. Viene animato dalle acque del torrente Verrino, le quali mediante una tubazione forzata di m. 0,60, con una caduta di m. 20, arrivano ad una bellissima turbina sistema Girard, che ha la velocità di 300 giri al minuto primo. La forza minima dell'opificio, in qualche mese della stagione estiva, è di 13 cavalli a vapore. Ma la costruzione d'un serbatoio della capacità di 420 metri cubici d'acqua, dà al Molino una forza nominale costante di 20 cavalli. È corredato di due bellissimi palmenti della pietra majella e bresciana capaci d'una produzione minima giornaliera di 50 Ettolitri di farina. Il sistema di trasmissione della forza è semplicissimo: sono perciò eliminate tutte le perdite di forza dovute agli attriti d'una complicazione d'ingranaggi, e noi ci sentiamo nel dovere di fare a mezzo della pubblica stampa meritati elogi al provetto e laborioso costruttore di Molini Sig. Giuseppe Ing. Ferella di Aquila, direttore dell'opera. Maggiormente è poi degno di elogi, inquantoché lo abbiamo visto, da mane a sera, lavorare come un operaio, con piena coscienza e precisione al montaggio delle macchine, e dirigere, nel tempo istesso, così bravamente, un lavoro difficile ed importante con una squadra di operai bravi sì, ma profani di simili costruzioni. Facciamo ancora le nostre congratulazioni col Sig. Salvatore di Tella che, con vero sentimento commerciale, ha sostenuto immense spese, per portare, nello spazio di poco tempo, a compimento un'opera che fa onore al nostro paese. Sappiamo pure che lo stesso Sig. di Tella abbia già dato incarico al sullodato sig. Ingegnere Ferella di eseguire il progetto per l'impianto d'una dinama elettrica; ciò ci ha fatto sommo piacere e speriamo che il nostro Comune ne voglia trarre profitto per illuminare il paese, potendosi solo con l'elettricità avere qui all'altezza di mille e più metri, dove il vento è all'ordine del giorno, un po' di luce nelle ore notturne, massime nella stagione invernale tanto lunga per noi. Alberto Cimorelli Fonte: C., Corrispondenze da Capracotta, in «Il Grillo», VII:31, Isernia, 27 novembre 1892.

  • Il vescovo Gioacchino Paglioni

    C'è un vescovo nella storia di Agnone che continua a monopolizzare una parte del mio interesse. Sto parlando di Gioacchino Paglioni, nato il 20 marzo 1723 e morto tra il dicembre 1790 e i primi mesi del 1791: è giunto il momento di fare un po' di luce. Nel libro delle memorie conservato presso il Municipio di Capracotta, nel maggio 1937 il maestro Giovanni Paglione lo annotò - col cognome Paglione - tra i vescovi capracottesi assieme al Pizzella, ai fratelli Baccari e al Falconi. Trent'anni dopo anche Attilio Mosca inserì Gioacchino nell'elenco dei vescovi di Capracotta, ma probabilmente basava le proprie affermazioni sul precedente manoscritto del cav. Paglione. Sulla scia di questi due studiosi, anch'io, per principio d'autorità, menzionai Gioacchino Paglione nel primo volume della mia Guida, per poi eliminarlo nel secondo volume con una pubblica ammenda nell'errata corrige. Tuttavia le origini del Vescovo continuano a turbarmi, per cui urge un approfondimento. L'abate Vincenzo D'Avino, nei suoi Cenni del 1848, lo segnò, tra i vescovi di Trivento, al numero 47°, effettivamente nominato vescovo il 23 settembre 1771 e rimasto in carica dall'anno seguente fino alla dipartita, quando Gioacchino «morì in Agnone, e fu sepolto nella chiesa di S. Antonio Abate. Nella lapide della sua tomba si legge questa breve, ma espressiva iscrizione: Hic Joachim Paglione expectat diem resurrectionis». Nella cronotassi ufficiale della Diocesi di Trivento è poi scritto che il Paglioni «ottenne per i suoi canonici l'uso della cappa magna, fu uno zelante raccoglitore di reliquie ed è sepolto in Agnone, nella chiesa di Sant'Antonio. Insieme a mons. Giuseppe Carafa Spinola e mons. Giuseppe Pitocco si preoccupò di rivalutare le prebende dei canonici e dei mansionari, di ammodernare gli arredi sacri e di curare l'aggiornamento delle linee pastorali in applicazione del Concilio di Trento». Insomma, la Diocesi non fornisce alcuna informazione anagrafica sul suo vescovo di fine XVIII secolo. Altre informazioni le ricaviamo dalla biografia di Pasquale d'Alessandro, duca di Pescolanciano, visto che il 24 dicembre 1787 ottenne il consenso dal vescovo Gioacchino a ricomporre i resti mortali di sant'Alessandro, collocandoli in una urna di vetro nella cappella ducale. Per scoprire il luogo d'origine del Vescovo dobbiamo quindi affidarci al cosiddetto Cracas, un periodico ecclesiastico che veniva stampato a Roma nel XVIII secolo e che informava la popolazione della Capitale della Cristianità su tutto ciò che combinava il clero. In qualsiasi edizione del Cracas tra il 1775 e il 1790 il vescovo Gioacchino Paglioni risulta nato a Civita Reale in diocesi di Rieti. Questo significa che la cittadina di Cittareale (RI), a quel tempo posta sulla dogana tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, produsse un prelato poi collocato a Trivento. Ma allora perché Giovanni Paglione, che quando vestiva i panni del giornalista era accurato nelle ricerche e nelle fonti, lo inserì tra i religiosi capracottesi? E perché se Gioacchino viveva a Trivento, morì ad Agnone? Alla prima domanda è quasi impossibile rispondere, ma è probabile che Giovanni Paglione abbia consultato i Cenni del D'Avino e, vedendo quel cognome a lui familiare, abbia deciso di farlo suo. Per quanto riguarda la seconda domanda, dirò invece che Gioacchino Paglioni nutriva certamente un forte attaccamento con l'Atene del Sannio, prova ne sia l'altare maggiore della Chiesa di S. Antonio, che «reca nel retro una lapide che ricorda il restauro dell'edificio ad opera del vescovo di Trivento Gioacchino Paglioni nel 1782». Probabilmente egli era così legato a quella chiesa da volervi essere sepolto. Ma siccome non è pensabile che la sua salma sia stata trasportata da Trivento ad Agnone, o Gioacchino si trasferì nella cittadina altomolisana presagendo la fine o si trovò a morirvi per combinazione, essendo egli un instancabile pellegrino sin da quando era abate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. Ambrasi, Riformatori e ribelli a Napoli nella seconda metà del Settecento. Ricerche sul giansenismo napoletano, Regina, Napoli 1979; V. Casale, "Perfezionare tutti li colori delle pietre": il commesso marmoreo in Abruzzo e Molise, in V. Casale, Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell'età barocca, Colacchi, L'Aquila 1995; V. D'Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie, Ranucci, Napoli 1848; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, libro XXI, Antonelli, Venezia 1870; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, libro LXXXI, Tip. Emiliana, Venezia 1861; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947. Notizie per l'anno MDCCLXXV, Cracas, Roma 1775; F. Venturi, Settecento riformatore. La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti (1758-1774), Einaudi, Torino 1998.

  • La ricetta di Capracotta

    Un famoso cuoco, noto nel mondo per il suo gustosissimo brodo di non so cosa, ottimo e appetitoso davvero, ma che nessuno ha mai scoperto come fosse cucinato, fu invitato a inventare una nuova ricetta a base di capretto. – Ci penserò su –, rispose il cuoco, che però non sembrava avere alcuna intenzione di mettersi lì e cucinare alcun capretto. Del resto i capretti sono bestiole così simpatiche e carine che trangugiarsele in un boccone sarebbe un gran peccato. Comunque ci pensò su e... E succede sempre così: quando uno comincia a pensare non si sa mai quando finirà. Tant'è che il tempo passò e del cuoco non si ebbe notizia. Né, tanto meno, della ricetta. Ma il cuoco era persona di parola: dopo sette mesi e una settimana, a mezzogiorno in punto, ricomparve tutto vestito di bianco e con un mestolo nella tasca posteriore dei calzoni. – Ho la ricetta, – affermò, – la ricetta di Capracotta. – La ricetta della capra cotta, vorrai dire –, lo corresse il presidente della giuria. – No, no, – riaffermò il cuoco, – la ricetta che mi avete chiesto di inventare si chiama proprio ricetta di Capracotta, con la ci maiuscola. E se la volete assaggiare, – continuò, – pongo due condizioni necessarie. O così, – concluse, – o pane e marmellata. Certo, anche il pane e marmellata faceva abbastanza gola, ma ormai avevano aspettato talmente tanto che non avrebbero rinunciato al capretto per nulla al mondo. E poi due semplici condizioni non avrebbero tolto loro l'appetito. – Sentiamo, dunque –, dissero tutti in coro e con l'acquolina in bocca. – Innanzitutto, – sentenziò il cuoco, – la mia ricetta del capretto potrà essere cucinata solo ed esclusivamente nelle trattorie e nei ristoranti di Capracotta, dove l'aria è frizzante e si cucina meglio. – Va bene –, acconsentì il comitato di giuria, che pur di riempirsi lo stomaco sarebbe andato a piedi anche più in là. – Inoltre, – risentenziò il cuoco, – potrà essere servita soltanto il giorno di riposo. Ecco, questa seconda richiesta era un po' insolita, ma a pensarci bene il giorno di riposo ci sarebbe stata meno gente nel ristorante e più capretto per abbuffarsi. Quindi si acconsentì di buon grado. Fu così che si recarono a Capracotta. Come nei piani, i ristoranti erano tutti chiusi per turno. Il presidente del comitato chiese un attimo di silenzio e, con un tocco solenne, bussò alla porta della trattoria proprio nel centro del paese. Nessuno rispose. Allora si rivolse al ristorante di fronte alla fermata dell'autobus, ma anche lì nessuno aprì. Certo, era il giorno di riposo! Nessun cuoco è così pazzo da mettersi a spadellare l'unico giorno in cui se ne può stare a poltrire nel letto. Nemmeno a Capracotta! Fu così che, affamato e inviperito, l'intero comitato si rifugiò in un bar e ordinò per tutti un panino con la marmellata. Il cuoco famoso, invece, felice di vedere i capretti saltellare arzilli per i campi poco fuori Capracotta, si bevve una tazza del suo celebre brodo di non so cosa e si coricò soddisfatto. Ed è divertente il fatto che anche per lui, che ne conosceva la ricetta, il brodo di non so cosa si chiamava brodo di non so cosa. Una cosa, comunque, è sicura: non era certo brodo di capretto. Andrea Valente Fonte: A. Valente, Pazza Italia, Gallucci, Roma 2006.

  • Il risveglio

    Ho vissuto per molto tempo il mio rapporto con Capracotta come un grumo di sentimenti di natura essenzialmente familiare: mia madre Maria, mio padre, mio fratello, le mie due sorelle. Ma proprio il rapporto con la mia famiglia mi ha, via via, restituito quel senso di appartenenza che va oltre. E ti riporta alle origini: l'odore del fumo della legna; i tunnel scavati nella neve davanti ai portoni per poter raggiungere la strada ghiacciata; i pentoloni di rame chiusi ermeticamente per cuocere le patate. E il gioco della pignatta, quando, bendati ed emozionati, ci si diverte con un po' di apprensione per appropriarsi, in un colpo solo, di un tesoro di dolcetti. E poi e poi... quell'ascoltare i discorsi delle donne sedute così vicine al camino da farsi tradire dal fuoco che, attraverso le pesanti calze di lana, disegnava sulle loro gambe le vesciòle, vescichette acquose da curare con la camicia dell'aglio. Tante di loro lavoravano la dura terra per spremerne patate o lenticchie, le uniche risorse di questi nostri luoghi, o raccoglievano nel bosco fascine che trasportavano poi sulla testa, in miracoloso equilibrio sulla spara, una ciambella di stoffa. Per portare tutto quel peso, dovevano camminare dritte dritte, con la testa alta e il busto eretto che metteva in evidenza i seni formosi, così che la caratteristica espressione austera della nostra gente poteva sembrare, qualche volta, ammorbidita da un pizzico di nascosta civetteria sostenuta dalla salubre prosperità dipinta nel colorito bianco e rosso. Apparivano, insomma, forti e, nello stesso tempo, femminili, perfettamente a loro agio come mogli e madri. E poi cantavano, e si rimpallavano le battute a doppio senso, nel linguaggio allegro di certi stornelli carichi di scherzoso erotismo. Ma non erano solo stornelli. Certe volte scoppiavano fra loro forti liti, e volavano parole pesanti quando, camminando e camminando con la mina di legno o con le canestre di vimini ricolme, andavano a lavare i panni al vallone - un torrentello stagionale formato dallo sciogliersi delle nevi di Monte Campo, là dove oggi sono gli impianti sportivi - o addirittura al fiume Verrino. Una corsa contro il tempo per prendere il posto più in alto, per lavare e risciacquare meglio e più in fretta nell'acqua chiara. E, poi, mi colpiva tanto il loro parlare della vita di ogni giorno con la stessa naturalezza con la quale si scambiavano i tanti ricordi di leggende fantastiche e di eventi misteriosi, «[…] il poetico fardello delle credenze popolari che racchiudono un capitolo della storia del pensiero […]», come ci ha insegnato George Sand. Eppure, giovanissima, volevo scappare da quei luoghi per studiare, e non solo per me ma - me lo dicevo sempre - per donare ai miei familiari anche la forma di una dignità di cui possedevano già la sostanza. Mi costò tanto prendere le distanze da quella cultura che era anche la mia, e dai giochi "poveri ma belli" con mia sorella Emilia, piena di fantasia e "leader" non solo per me; dai balli improvvisati negli spazi lontani da occhi indiscreti; dalle letture con un'amica. Anche dal mio primo grande amore e da tante altre cose preziose. Un contrasto di sentimenti per tanti anni rimasto irrisolto e, nei primi anni, attenuato dall'affettuosa generosità con la quale mi ospitarono a Lucera, Marietta, la mia sorella maggiore (davvero una "seconda mamma") e il suo carissimo marito Vincenzo (per tutti: Cenzitto). Gliene sarò grata per sempre. Ora che ho imparato l'italiano e parlo un dialetto un po' addomesticato, ammiro chi lo conosce bene e lo sa anche scrivere come Lina de Cellìtte, donna colta e amabile. Una sera della scorsa estate stavo proprio pensando a queste cose quando, come per magia, mi trovai davanti quella caratteristica sagoma del mio paese, lunga e adagiata, dalla fluente chioma di faggi di Monte Capraro ai lunghi piedi di sassi e sterpaglia di Monte Campo. «Salve, come va?», gli faccio un po' smarrita, sopresa per la surreale naturalezza del mio stesso saluto. «E come vuoi che vada, con tutti questi anni addosso! Vado avanti», risponde. «Tu sei la figlia di Tonitto e Maria "la Caccia"», sentenzia con soddisfazione, «e qui da me ci vieni poco… però da un po' di anni ti vedo più spesso, evviva!». È irritante, e lo sa. Allora, per recuperare, si complimenta furbescamente con me per le parole spese per lui nel mio piccolo romanzo. Si stabilisce una tregua. «Ma, per caso, mi vuoi intervistare? Beh, potrebbe essere lìoccasione giusta − dice, col tono vanesio di chi si aggiusta la chioma −, perché oggi sono proprio di buonumore. Ho saputo che in tanti racconterete di me…». Vanitoso. Ma subito (e con non celata malizia) riprende a stuzzicarmi: «Però… cominciamo da te, piuttosto… non avrai mica paura dei tuoi ricordi! Tuo padre e soprattutto tua madre ti hanno nutrito delle loro vite e di quelle dei loro vecchi». Coglie subito nel segno, naturalmente. «Lo so, lo so. Dopo la tua "fuga" ti sei sentita addosso il peso di certe critiche banali e ingiuste di alcuni… lo so. Molti ti hanno frainteso e ferita, ma mi pare che hai avuto la forza di fregartene e di andare per la tua strada…». Sento il sapore di un certo sarcasmo, e decido di considerarlo comprensibile, in fondo. «Ma andiamo avanti», continua. «Tu lo sai che qui quasi tutte le famiglie hanno un soprannome che le caratterizza? Se cerchi di Pina Monaco, pochi sanno di chi si tratta. Ma se dici Pina "la Caccia" sanno chi sei e dove abiti. Così per quelli di Paciglie, Precuorie, Zappitte, Barabba, la Scturna, la Pizzuta, Ciummenera e, a San Giovanni, Caine, Trasciotta, Furchitte, Sguglize, Trieane e tanti ancora. Vedi che ricchezza, come dite voi oggi! Forse manco lo sai come nascono questi soprannomi...». Silenzio da parte mia. Prosegue: «Alcuni provengono da cognomi o nomi più o meno storpiati come: "quelli di Trotta", "quelli di Trieane" (che sta per Adriano), proprio come la famiglia di tuo cognato; altri si riferiscono a mestieri, caratteristiche di questa o quella famiglia», conclude con pazienza. La mia espressione un po' inebetita è l'immagine di quanta fatica io stia facendo per riconoscere tutte le famiglie citate. Decide che ci vuole una nuova zampata, e mi fa: «L'origine de "la Caccia", almeno, la conosci, si o no?!». «Sì… – ma la mia incertezza ce l'ho stampata in faccia −, me ne ha parlato mamma, e a lei nonna Mariuccia e poi...». «Vabbè, ho capito. Allora te la racconto per bene, perché tu non c'eri, ma io sì...». «Cavolo, quanto è tronfio», penso irritata. Ma la cosa m'intriga assai e sull'irritazione prevale la curiosità e un sentimento profondo che sento affiorare sempre più forte. E così, attacca con la storia del trisavolo di mio padre. «Si chiamava Carmine. Era alto, robusto. Un bell'uomo. E anche un po' prepotente. Aveva scelto come sua futura sposa una delle ragazze più belle della Terra Vecchia. Una ragazza con i capelli rossicci, proprio come tua zia Nenna, quella di Villa S. Maria, e con la pelle chiara come la luna. Non come quelle che andavano a zappare e avevano la faccia cotta dal sole. Lei passava il tempo della sua gioventù ricamando e sognando di sposarsi. Carmine, come tutti i giovani, sapeva che era stata promessa a un altro. Non mi guardare così. Non lo sai che, allora, quasi tutti i matrimoni erano combinati dalle famiglie? Lui però era furbo. In occasione della festa della Madonna di Loreto incrociò in chiesa lo sguardo di lei, stretta tra la madre e la nonna. E poi ci rifece, mentre andavano a vedere il gioco della fune al quale lui avrebbe partecipato. Per l'occasione spese tutte le sue forze. E di forza ne aveva! Lei, sempre scortata dai genitori, rimase turbata e diresse lo sguardo altrove per nascondere il rossore del viso. È fatta, pensò Carmine. Baldanzoso e spaccone, non rispettò le regole, pur sapendo che lo scontro con la famiglia di lei sarebbe stato feroce. Così, con alcuni amici scavezzacollo come lui, attuò il suo piano. Sapendo che la ragazza dormiva con la nonna - e conoscendo la finestra della camera -, una sera organizzò una sorta di torre umana: un ragazzo sulle spalle di un altro e di un altro... le case erano piccole, non ci vollero molti uomini, e quando arrivò al davanzale gli applausi e gli evviva si sprecarono, mentre alte grida si levavano dall'interno della casa. E vogliamo parlare dei commenti vivaci - più o meno inventati - che il giorno dopo dilagarono per tutto il paese? Pensa... si disse che lui l'aveva vista in camicia da notte! Ma poi si sposarono e così lei non perse la "sorte", come si diceva delle giovani che avevano "dato confidenza" a qualcuno senza poi potere o volere sposarlo. Allora erano guai: considerate di "facili costumi" potevano restare zitelle per tutta la vita, o dovevano accontentarsi di un matrimonio di "serie B" con uno più vecchio, o particolarmente brutto, o povero o sfortunato… ma loro si sposarono e, da allora, lui fu "la Caccia". Si sposarono, però… al di fuori della tradizione, come capirai tra poco». Ascoltavo sempre più coinvolta, e pensavo a mio padre, a papà Tonitto che, per convincere i miei nonni, aveva scelto una strategia di persuasione più garbata ma non meno determinata, organizzando, con altri giovani, una serenata con il suo organetto e con un repertorio ricco di canzoni che, per "far colpo", erano anche in castigliano, essendo nato e avendo vissuto da piccolo in Argentina. Insomma - pensavo -, vengo proprio da una famiglia di "dongiovanni"! «Beh, bisogna dire − continua − che gli uomini de "la Caccia" sono stati tutti piuttosto belli e, soprattutto, intraprendenti. Ma non tutti avevano la tendenza alla provocazione. Stai pensando a tuo fratello Gaetano, vero? Anche lui era alto, bello, con lineamenti decisi, in quella divisa che sembrava disegnata su misura per lui. Ma aveva lo sguardo dolce di chi ha sofferto la guerra da piccolo e distribuiva sorrisi a tutti, giovani e anziani. Era stato anche lui assediato da molti sospiri amorosi, ma era mite e lagato alla famiglia proprio come tuo nonno, Gaetano pure lui». Sento un dolce e delicato alito del vento profumato di Capracotta asciugarmi i nascenti lacrimoni. Poi, con una specie di colpo di tosse, riacquista il suo recitato distacco. «Ma non lo vuoi sapere il resto della storia? Carmine, come ti ho detto, riuscì a sposare la sua Carmela e non ho mai saputo di dissapori tra loro, anzi! Eppure rimase in lei un cruccio grande: la mancanza del cerimoniale tradizionale che si svolgeva, a quei tempi, prima del matrimonio», concluse - mi sembrò - con un pizzico di indulgente severità. «Scusa, di quale cerimoniale parli?». «Ma allora le hai dimenticate le tante tradizioni che, certo, non hai vissuto (risatina soffocata) ma dovresti aver conosciuto dai racconti e dalle letture di cui ti fai tanto vanto, anche a proposito delle nostre donne! O pensi che certe tradizioni riguardassero altri luoghi − specie del "Sud del mondo" – e non il tuo paese?» Incuriosita, mi dispongo dunque all'ascolto di nuove rivelazioni. «Allora, se due giovani decidevano di sposarsi si facevano la "promessa" al municipio. Insomma si svolgeva lì una specie di pre-matrimonio con tanto di firma, a cui seguiva una festicciola. Passavano poche settimane prima del matrimonio e, nel frattempo, la famiglia della sposa allestiva le stanze con oggetti di valore, biancheria e persino vestiti che pendevano dalle pareti. Ma già tempo prima i genitori della sposa avevano stilato l'impegno solenne del duddieàrie - la lista, più o meno ricca, della dote - con l'elenco dettagliato dei quattrini sonanti e soprattutto degli oggetti - ciascuno col relativo valore: quante paia di lenzuola, quanti asciugamani, quante tovaglie, quanti materassi, quanti mobili, quanti gioielli e quanto oro, ecc. - che la sposa avrebbe portato con sé». «Lo sai − intervengo, orgogliosa di poter dire la mia e con un pizzico di saccenteria − che mio cognato Adriano ha conservato quella di sua madre Carmela per tanti anni, addirittura dal 1921, e me ne ha fatta vedere una copia? Non credevo ai miei occhi! Pensa che rispetto amorevole per le tradizioni e per la sua famiglia!», concludo un po' commossa. Lui resta per un attimo silenzioso. Ma non vuole darmi soddisfazione, e continua imperterrito il suo racconto. «Il giorno del matrimonio le spose vestivano di bianco, e sulla testa avevano una corona semplice semplice dalla quale discendeva un ampio velo. Le più fortunate - diciamo pure le più ricche - ricorrevano alla sarta, ma tante altre il vestito se lo facevano prestare». «Ma anche qui, il giorno dopo la prima notte, c'era la verifica dell'avvenuta perdita della verginità?». «Certo, il lenzuolo nuziale veniva esposto alla finestra». «Che tortura – replico − e che barbarie!». E penso ai tanti riferimenti letterari che mi era capitato di incontrare al proposito. Non mi tengo: «E quanta disuguaglianza sociale, a quei tempi! Più di oggi, e ce ne è ancora tanta!». E quello: «Non esagerare, adesso. Le usanze sono usanze e, poi, le persone non correvano appresso a tutte quelle idee che hai in testa tu. E già, ma tu sei figlia di Tonitto, che era comunista come te!». Mi irrito sul serio, stavolta, e sto per rispondergli per le rime ma, come se mi avesse letto nel pensiero, mi anticipa presumendo di darmi una lezione di saggezza: «Bada, Pina "la Caccia", io sono tutto e tutti voi. Sono conservatore e rivoluzionario, e voi siete tutti, tutti figli miei!». Spiazzamento, emozione e… risveglio. Vidi le valige pronte, detti uno sguardo all'orologio e, confusa ma più serena del solito, balzai giù dal divano dove mi ero assopita trascorrendovi tutta la notte e, sorridendo dentro di me, mi affrettai a prepararmi. Mi sentivo un po' stanca, ma dovevo partire per Capracotta. Era già tardi. Ma non troppo tardi. Pina Monaco Fonte: P. Monaco, Il risveglio, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Cuori nel bosco

    Il mondo delle serie televisive italiane è patetico e affascinante a un tempo. Mentre il cinema nostrano si è rivelato di altissimo livello sin dagli esordi, gli sceneggiati hanno sempre sofferto di provincialismo. Soltanto di recente la qualità dei telefilm di casa nostra è giunta a un livello mondialmente accettabile, spesso prodotti da case private o addirittura straniere (scritte e dirette da italiani). La Rai si muove infatti alla velocità d'una tartaruga e il suo prodotto di punta resta "Il commissario Montalbano", che personalmente trovo scarsissimo nella recitazione, nei dialoghi e nei personaggi. Ma veniamo al dunque. Nel 1988 il giornalista Enrico Menduni, oggi professore ordinario di Cinema, fotografia e televisione al D.A.M.S. dell'Università di Roma Tre, propose al gruppo Mondadori un soggetto televisivo per una fiction che avesse come fuoco narrativo il Corpo forestale dello Stato. Si sa che le forze armate vanno forte in TV e, a ben vedere, una serie televisiva sui forestali è stata, in ordine di tempo, l'ultima a venir confezionata in Italia: siamo nel 2011 quando la Rai decide di produrre "Un passo dal cielo", la smaccata fiction con Terence Hill, Miriam Leone, Francesco Salvi e Katia Ricciarelli. Il soggetto di Menduni si intitolava invece "Cuori nel bosco" ed era ambientato quasi interamente a Capracotta. Ve lo racconto. I protagonisti di questo telefilm mai girato sono Carmelo, un molisano disoccupato, e Rosaria, una maestra precaria. Su istigazione della madre, Rosaria rifiuta le avance di Carmelo perché, spiantato com'è, Assunta vorrebbe un partito migliore per la figlia, e il partito ci sarebbe pure: si chiama Umberto, un nobiluomo dissoluto ed inetto. Sconvolto dal rifiuto, Carmelo decide di prendere in pugno la propria vita e partecipa con successo al concorso per il Corpo forestale dello Stato. Nella scuola forestale viene sottoposto alla ferrea disciplina di un sottufficiale cattivo e frustrato ma, nonostante le angherie e il suicidio del suo compagno Marcello, riesce a superare il corso, venendo assegnato alla guarnigione di Capracotta, sotto il comando dell'irreprensibile maresciallo Arturo. Durante il servizio a Capracotta, Carmelo conosce Lucia, una parrucchiera del posto, che si innamora immediatamente di lui. Carmelo è combattuto, pensa ancora a Rosaria, il suo grande amore non corrisposto: non riesce davvero a dimenticarla. In una scellerata battuta di caccia Umberto provoca un incendio che brucia il bosco e minaccia l'abitato di Capracotta, per cui accorrono le guardie forestali del posto. Umberto muore tra le fiamme ma Carmelo riesce a salvare Rosaria, che il barone aveva portato con sé nel bosco per indurla a capitolare. Adesso Rosaria, tra le braccia del suo eroe salvatore, sa a chi deve concedere il suo cuore. Lucia, intanto, venuta a conoscenza del profondo amore che lega i due, si dispera e va a farsi suora. Finalmente, Carmelo sposa Rosaria. Dopo il viaggio di nozze in Puglia, la coppia si ritrova in una difficile condizione economica finché non vince un ricco montepremi a un gioco a premi; il direttore Eugenio Scalfari (che impersona se stesso) consegna loro la somma e i due vivono felici e contenti nella caserma forestale di Capracotta. La storia immaginata da Enrico Menduni era questa e se la trovate particolarmente stucchevole, salterete sulla sedia quando leggerete i nomi degli attori proposti nei vari ruoli. Carmelo, il protagonista maschile, sarebbe stato impersonato da Julio Iglesias, sogno erotico della "casalinga di Voghera"; a vestire i panni di Rosaria, la protagonista femminile, sarebbe invece stata Kim Basinger, sogno erotico di chi, come me, è nato negli anni '80. La parte di Assunta, la mamma di Rosaria, era di Katia Ricciarelli (che ritroviamo anche nella odierna fiction sui forestali!), mentre l'immorale Umberto sarebbe dovuto essere Gigi Sabani. Abbiamo poi Pippo Franco nei panni del sadico sottufficiale del corso forestale, Ricky Tognazzi in quelli del suicida Marcello ed Enrico Montesano in quelli di Arturo, il probo maresciallo di Capracotta. Infine c'è Lucia, la parrucchiera innamorata di Carmelo, la cui parte spettava alla biondissima Raffaella Carrà. Provate per un attimo a immaginare sullo schermo del vostro televisore una fiction del genere, ambientata nel nostro adorato paese, e ditemi cosa provate: disgusto, divertimento od orgoglio? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; E. Menduni, Cuori nel bosco, in «Panorama», XXVI:1139, Milano, 14 febbraio 1988.

  • Per una spelonca ridotta in cimiterio in tempo di contagio

    Al Signor D. Francesco Cantelmo, Duca di Capracotta. D'un Baratro letal dentro a gli abissi, ove con fauci immonde il Tempo ognhora pestilenti cadaveri dimora, Francesco, a pena i mesti lumi affissi; che dal timor mal consigliato dissi, sospendi o Ciel, del mio passaggio l'hora, dover non è, che'n breve spatio io mora, se lunga serie d'anni al Mondo vissi. Secchi lauri, armi rose, ostri languenti giaceano a terra, e de' lor pregi intanto, favellavan colà marmi eloquenti. E quivi, in contemplar di Morte il vanto, poco mancò, che tra sospiri ardenti, naufrago io non restassi in mar di pianto. Giovan Battista Teodoro Fonte: G. B. Teodoro, Poesie, Passaro, Napoli 1679.

  • La pecora con le corna d'oro

    C'era una volta un vedovo, il quale, pur avendo due figliuoli giovanetti, un maschio e una donna, volle a tutti i costi riprender moglie. E così fece. Ma i figliuoli erano mal visti dalla matrigna, tanto è vero che costei, sgravatasi di un maschietto, seppe tanto calunniarli, da indurre il marito a liberarsene. I due fratelli, insospettiti, potettero scoprire il piano nefando, e corsero dalla buona zia e l'informarono del pericolo che correvano. La vecchia li baciò e, riassicuratili, disse: – Quando sarete nella boscaglia, ognuno di voi gitterà ad ogni passo un chicco del granturco, che io vi ho messo in un sacchetto: vi sarà facile così di ritrovar la via. Abbandonati i bimbi nella boscaglia, ne uscirono senza fatica, con grande meraviglia dei genitori, i quali decisero di darli in pasto alle belve. I due fratelli, che avevano tutto udito, tornarono a raccontar tutto alla buona nonna, e la vecchietta loro consigliò di lasciar crusca sui propri passi. Purtroppo, però, quando i due giovanetti furono lasciati soli nel bosco, il vento portò via la crusca, ond'essi si smarrirono. Camminarono sino a tarda ora, arrestandosi davanti ad una fontana, perché assetati. E, mentre il maschio si accingeva a bere, apparve improvvisamente un bel vecchietto, il quale disse: – Per carità, non bevete di cotesta acqua, altrimenti diverrete pecorelle con le corna d'oro. Ma, Beppe, così chiamavasi il maschio, volle bere, e lì per lì fu cambiato in pecora. Figurarsi come rimanesse la sorella! La poveretta seguitò la sua marcia verso l'ignoto, seguita da Beppe, ossia dalla pecorella dalle corna d'oro, come d'ora innanzi la chiameremo. Dopo aver camminato per vari giorni, nutrendosi di erbe, giunsero alla capitale di un gran regno. La fanciulla, Elena, che era bellissima, e più l'era diventata per non aver bevuto di quell'acqua fatale, invaghì di sé l'erede del trono. Quando a Corte si riseppe dell'innamoramento del Principe, avvenne il finimondo, ma l'erede del trono tenne duro, tanto che ottenne dalla famiglia reale il consenso di sposare Elena. Costei, impose come condizione che la pecorella non dovesse separarsi da lei. Le nozze furono celebrate con gran pompa. Dopo nove mesi la principessa era prossima a partorire. Nei giorni vicino allo sgravo, una cameriera, annoiata delle cure che richiedeva la pecorella dalle corna d'oro, pensò di toglier di mezzo lei e la principessa. Invitò una sera costei a dar quattro passi sulla loggia, che dava sul mare, per godere il meraviglioso spettacolo del tramonto del sole. Còlto il momento in cui l'augusta padrona era curvata, le confisse in capo uno spillone. La principessa cadde svenuta, e l'infame ne profittò per buttarla a mare, dove morì. La brutta megera ebbe la sfacciataggine di mettersi a letto, al posto della principessa, ed a chi meravigliavasi del cambiamento di viso e della diversa voce, rispondeva: – È venuto il sole e cambiommi colore, è venuto il vento e cambiommi l'accento. La pecorella, intanto, che con terrore aveva assistito alla morte della sorella, angosciosamente belava da mane a sera. E la falsa principessa di quei lunghi belati profittava, scongiurando tutti di ammazzare la pecora oramai importuna. Grande fu la meraviglia del Principe per questo repentino cambiamento della supposta moglie; pure, ordinò che la pecorella dalle corna d'oro venisse ammazzata. Questa, intanto, esterrefatta, sulla loggia, diceva: – Sorella, mia sorella, ora affilano le coltella, ora lavano il bacino, per tagliarmi il cannarino. Tosto una voce velata uscì dal mare: – Fratello mio, fratello mio, non posso aiutarti, perché mi trovo nel ventre di un grosso pescecane, vicino alla reggia, ed ho in mano due bambini. Il Principe, che si trovava in quel momento a passare di lì, udì tutto e, vinto dalla curiosità, fece pescare il pescecane, donde viva uscì la principessa con due gemelli. Il Principe, saputa la dolorosa storia, indignato, fece ardere in una botte di catrame la perfida cameriera. La pecora colle corna d'oro, grazie all'intervento dell'ignoto vecchietto, tornò ad essere Beppe, e tutti uniti vissero felicemente. L'Anonimo finì: – A me diedero una moneta bianca ed un pugno di confetti. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • Epigrafi di illustri capracottesi

    Se volessimo intraprendere un tour internazionale sulle tracce dei capracottesi, questo sarebbe infinito, e non tanto perché i capracottesi, com'è noto, stanno ai quattro angoli della terra, ma soprattutto perché sono tantissimi, migliaia. E allora Vi propongo un tour virtuale alla ricerca delle epigrafi in onore dei capracottesi illustri, di quelle iscrizioni dirette a conservare o esaltare il ricordo dei compaesani resisi celebri al di fuori dei nostri piccolissimi confini. In ordine cronologico, la prima epigrafe riguarda il matematico Nicola Trudi (1811-1884), tra i più illustri cittadini di Forlì del Sannio. Nel secondo volume della mia Guida ho fornito le prove che dimostrano come suo padre Stefano, mentre era maestro elementare a Capracotta, sposò nel 1803 la capracottese Rachele Carugno. Nonostante sia nato a Campobasso, Nicola Trudi deve quindi essere annoverato tra i cittadini insigni di Capracotta. Diventato nel 1850 professore al collegio di Marina di Napoli, un anno più tardi ottenne la cattedra di Calcolo infinitesimale presso l'università parteneopea. Sulla base dei rapporti intessuti con Carl Jacobi e Jakob Steiner, che nel 1844 avevano soggiornato a Napoli, fu tra i primi a tentare di migliorare la condizione in cui versavano gli studi matematici napoletani. I suoi contributi concernono principalmente la teoria delle funzioni ellittiche e i connessi poligoni di Poncelet; fu inoltre autore di uno dei primi trattati sui determinanti (i cosiddetti determinanti di Trudi), numeri che descrivono alcune proprietà algebriche e geometriche della matrice, pubblicato a Napoli nel 1862. La sua città natale gli ha tributato una lapide marmorea, posta all'ingresso del Convitto nazionale "Mario Pagano", che recita: Oriundo di Forlì del Sannio nacque in Campobasso il XXI di Luglio del MDCCCXI Nicola Trudi che con l'insegnamento e nei molteplici scritti acquistò fama di matematico insigne presto conseguendo la cattedra che tenne con onore nell'Università di Napoli dopo che col vigore dell'ingegno e la tenacità del volere aveva trionfato degli ardui inciampi che circondarono la sua povera fanciullezza la sua laboriosa adolescenza. Il secondo cittadino illustre è Michelangelo Campanelli (1891-1915), morto giovanissimo durante la Grande Guerra e seppellito nella Chiesa di S. Vincenzo. A Capracotta si parlò molto di lui perché il padre Luigi era stato sindaco del paese e più tardi avrebbe dedicato alla memoria del figlio l'irrinunciabile "Il territorio di Capracotta". Michelangelo - che portava lo stesso nome del nonno paterno - si era laureato il 4 luglio 1912 in Scienze agrarie, trattando nella propria tesi di laurea l'argomento che più lo appassionava: "Il miglioramento del bestiame nel Molise", tesi oggi conservata presso l'archivio storico dell'Università di Perugia. Nel 2015 il Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali di Perugia ha pensato bene di riportare alla luce una lapide del '19, oggi posta nel complesso monumentale di S. Pietro - che vedete in fotografia - che omaggia Campanelli e 12 suoi compagni. Sulla lapide è scritto: Alla memoria degli allievi del Regio Istituto Superiore Agrario Sperimentale: Balsari Andrea, Campanelli Michelangelo, Comez Alfredo, Duca Tarcise, Manganelli Luigi, Marini Adolfo, Frezza Vincenzo, Muzi Andrea, Pallotta Sesto, Pastore Tito, Sagramoso Pietro, Tassinari Pietro, Terrosi Mario, caduti per la Patria nella Guerra MCMXV-XVIII questo tributo d'onore Fondazione e Istituto decretarono IV Novembre MCMXIX. La terza targa in memoria di un capracottese è certamente quella dedicata al maresciallo dei Carabinieri Osman Carugno (1903-1975), che partecipò, assieme a Ezio Giorgetti, al salvataggio di un gruppo di profughi ebrei iugoslavi, spediti in Italia in residenza coatta come internati liberi. Per quell'eroico gesto il 17 giugno 1964 Giorgetti divenne il primo italiano ad essere iscritto nell'albo dei Giusti tra le Nazioni allo Yad Vashem di Gerusalemme. Analogo riconoscimento fu conferito nel 1986 alla memoria di Carugno. Il 6 marzo 2014 il Comune di Rimini appose un'ulteriore targa nel Parco XXV Aprile che recita: Chi salva una vita salva l'Umanità intera per questo è un Giusto. La città di Rimini dedica questo giardino a tutte le persone che, durante le persecuzioni nazi-fasciste, non esitarono a rischiare la propria vita pur di salvare quella altrui ingiustamente minacciata e, in particolare, a quanti dal settembre 1943 al settembre 1944 accolsero, protessero e salvarono, fra il territorio riminese e il Montefeltro, 41 ebrei stranieri. La quarta epigrafe della mia sintetica rassegna è quella che si può ammirare sul muro perimetrale del Richmond County Bank Ballpark di New York. A futura memoria, trovate infatti scolpita l'effige di Raffaele Di Lullo (1911-1999), nato a Capracotta ed emigrato negli Stati Uniti a soli dieci anni. In America divenne un ottimo giocatore di baseball professionistico ma, una volta appesa la mazza al chiodo, diede il meglio di sé nel ruolo di talent-scout. Grahame Jones, una delle più grandi firme del giornalismo sportivo, lo definì «il più grande scopritore di talenti». Sulla targa americana è scritto: Ralph Dilullo is a familiar figure in the New York and New Jersey area. A great ambassador for the game of baseball. He gave many individuals within the industry their initial start. Dilullo scouted for over 50 years with the majority of service time between the Chicago Cubs and the Major League Baseball Scouting Bureau. Among the many players signed were Hall of Famers Bruce Sutter and Phil Niekro. L'ultima pietra è quella che i tifosi del Taranto Football Club 1927, gli Angeli della Sud, apposero sulle mura dello stadio cittadino in ricordo di Erasmo Iacovone (1952-1978), indimenticabile bomber capracottese scomparso prematuramente in seguito a un incidente automobilsitico. Va detto che anche lo stadio della squadra tarantina e la via in cui è localizzato sono dedicate alla memoria del calciatore, e all'interno dell'impianto c'è persino un monumento in bronzo. Dopo questo brevissimo tour virtuale, invito chiunque sia a conoscenza di epigrafi pubbliche in memoria di capracottesi illustri, a comunicarmi il sito esatto della lapide o della targa, così da poter aggiornare questo articolo e aumentare l'eco di Capracotta nel mondo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; M. Capaccioli et al., L'astronomia a Napoli dal Settecento ai giorni nostri, Guida, Napoli 2009; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2015, Capracotta 2016; E. Drudi, Un cammino lungo un anno. Gli ebrei salvati dal primo italiano "Giusto tra le Nazioni", La Giuntina, Firenze 2012; N. Fergola, Trattato geometrico delle sezioni coniche, Flauti, Napoli 1851; A. Goldis e R. Wolff, Breaking Into the Big Leagues, Leisure Press, Champaign 1988; I. Gutman et al., I giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Mondadori, Milano 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-17; G. Pittarelli, Nicola Trudi ed Achille Sannia, in «Giornale di matematiche di Battaglini», III:61, Napoli 1923; P. Post, Foresight 20/20. The Life of Baseball Scout Ralph DiLullo, The Author, Los Angeles 1995; R. Riccardi, Il prezzo della fedeltà. Storia di Giuseppe Giangrande, Mondadori, Milano 2016; N. Trudi, Teoria de' determinanti e loro applicazioni, Pellerano, Napoli 1862; Unione Cattedre Ambulanti d'Agricoltura, I nostri morti in guerra, Tip. dell'Unione, Roma 1921.

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