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  • Le cento patrie dei molisani nel mondo: Capracotta

    Capracotta è il paese più alto dell'Appennino centro-meridionale (m. 1.421 s.l.m.). Con le leggi eversive e la fine della feudalità, i contadini seminarono le terre tolte alla duchessa Di Risio, ultima feudataria. Le dissodarono e per circa cinquant'anni ne ricavarono buoni redditi. Ma la mancanza della concimazione naturale, dovuta alla riduzione dei pascoli, le rese sterili. Il raddoppio, poi, della popolazione rese la vita difficile. Fine della transumanza, eccessivo carico demografico ed espatrio: l'unico spiraglio che si aprì fu l'emigrazione, di cui però non vi è traccia nei registri ufficiali, data l'abitudine di non cancellarsi all'anagrafe. Infatti, la popolazione anziché diminuire aumenta! Dai 2.793 del 1861, si passa nel 1901 a 3.468 residenti. Eppure la diaspora, come nella vicina Agnone, fu molto forte, soprattutto verso l'Argentina. Per informare gli emigrati nacque nel 1913 il periodico "La Squilla", su cui vengono riportati per esteso i piccoli fatti paesani (feste, cronaca nera, notizie utili...). Gli emigrati gradivano anche leggere i numerosi periodici di collegamento editi ad Agnone ("L'Emulazione", "Il piccolo sannita", "Il risveglio", "L'eco del Sannio", "Il cittadino agnonese"), su cui apparvero molte notizie su avvenimenti capracottesi: anno 1895: inaugurazione del Ginnasio Inferiore; anno 1895: inaugurazione Società Filodrammatica, attività della Società Musicale, attività della Società Tiro a Segno; 1897: l'antropologo Oreste Conti erige il primo albero natalizio nella piazza; 1900: inaugurazione della croce metallica su Monte Campo. Proprio l'ampia diffusione dei periodici testimonia l'esodo e la grande fame di notizie da parte degli emigrati i quali, analfabeti al 90%, ascoltavano la lettura nei capannelli di persone nei primitivi circoli, che funzionavano da patronato, segretariato, ufficio postale. Molti capracottesi, noti per la loro schietta indole montanara, "teste dure", emigrarono anche in U.S.A. e un loro club, nel 1950, donò al comune di Capracotta il primo spartineve, mezzo essenziale per un paese che è interessato dalle precipitazioni nevose. Col secondo dopoguerra, l'emigrazione ha cambiato direttrice: si va a Roma, Napoli (come portinai), nelle Puglie, nelle città industrializzate del Nord. In Germania vivono 100 oriundi, 50 in Svizzera e 50 in Francia. Tutti conservano l'abitazione nel paese, che nei mesi estiva si rianima. Annalisa Carbone Fonte: A. Carbone, Le cento patrie dei molisani nel mondo, Iannone, Isernia 1998.

  • Un pugno in faccia al rapinatore

    Mette ko, con un pugno in pieno volto, il rapinatore che stava tentando di sottrargli il portafogli. Questa singolare vicenda è avvenuta domenica scorsa a Roma. Protagonista un 83enne originario di Capracotta, ma da tempo residente insieme alla sua famiglia nella Capitale. L'anziano signore si era recato a messa, nella chiesa di San Gioacchino e Sant'Anna, nella zona del Tuscolano. Una volta terminata la celebrazione, l'83enne si è intrattenuto sul sagrato della chiesa per fare due chiacchiere con due signore. Il gruppetto, preso dalla conversazione, non è passato inosservato ad un extracomunitario che si è subito avventato sui tre per mettere a segno il suo colpo. Ma qualcosa è andato storto. Il pensionato capracottese, sentendosi aggredito alle spalle, ha subito reagito, e con una prontezza ed una forza paragonabili a quelle di Cassius Clay ha steso il malintenzionato con un cazzotto in pieno volto. La colluttazione ha richiamato l'attenzione dei passanti che immediatamente si sono avvicinati e hanno chiamato i soccorsi. Subito dopo nel piazzale della chiesa di San Gioacchino e Sant'Anna sono giunti gli agenti di pubblica sicurezza che hanno portato via il malconcio malvivente. Per il nonnetto di Capracotta invece una standing ovation e una piccola contusione al dito mignolo. Fonte: Un pugno in faccia al rapinatore, in «Nuovo Oggi Molise», Campobasso, 31 maggio 2007.

  • Trianon

    14 agosto. Ieri siamo stati a Prato Gentile. Questo nome da osteria fu dato dagli abitanti di Rocca Luparella al posto più bello del mondo: un prato verde in piano, sfiorato da mandrie di cavalli allo stato semibrado con gli zoccoli anteriori ferrati, e circondato da fitti boschi di faggio. Nell'area bassa del quadrilatero archi naturali d'alberi sotto cui sedersi. Abbiamo avuto con noi le figlie di don Prospero, «l'uomo più ricco di Rocca Luparella», dicono gli abitanti del luogo che, impressionabili e smaliziati come molti italiani, non nascondono la loro ammirazione per la ricchezza. Don Prospero, ex sindaco di questo Comune, d'inverno vive a Roma. Somiglia a un sacrestano e pare che indossi la parrucca; fa pure collezione di orologi moderni. Le figlie, infagottate ma rachitiche, hanno però l'espressione della povertà; una delle due ha diciott'anni ma sembra aver superato a malapena i dodici. Un vescovo, che fa il consueto giro per il paese, ha portato con sé un senatore - indossa una piccola vecchia cravatta bianca in stile 1860 - che ha l'aria d'un capufficio, ma in realtà è presidente della Corte dei Conti, e si dice che sia molto influente sulla contabilità del Regno. Completano il nostro corteo la madre di Trianon, la sorella, i suoi quattro fratelli, una ragazza il cui padre si stabilì in una splendida pineta qui vicino e che poi ha fatto disboscare, entrambi i nipoti dell'ultimo duca - giacché Rocca Luparella ha un duca, i cui antenati ne erano i proprietari -, alcune zie ed infine i muli carichi di provviste. In breve, l'inevitabile picnic. L'ascesa rocciosa, su sentieri a letto di fiume, è piuttosto piacevole. Io cammino accanto alla madre di Trianon. Ma trascorrere un'intera giornata in questo prato, che ho goduto appieno quand'ero solo, ho paura che possa provocarmi qualche imbarazzo. Sicuramente starei meglio nella mia stanza, allo scrittoio, ad aggiustare le mie memorie su "L'eredità e l'imitazione dei centopiedi nel gruppo degli artropodi". Se la natura e il prendere in considerazione l'idea di aspettare il suo fiume lento e patetico mi danno piacere, sento comunque la necessità di far qualcosa. Ma ho vissuto due settimane pensando a lei ogni minuto, e ora non dovrei essere ovunque sia Trianon? Tra l'altro, perché la chiamo così? Questo soprannome, di cui è all'oscuro, è semplicemente ridicolo. E ridicolo lo sarebbe, se fosse ricercato. Invece scaturì in modo così naturale dalla sua grazia che non potevo lasciarmelo sfuggire. Lo ripeto tra me e me, e sembra che ci sia una sorta di pudore nel non pronunciare il vero nome di lei. Persino la famiglia e i conoscenti la chiamano con un nome diverso dal suo. Quel potere che non sa di esercitare sulla mia persona mi appare ancora fragile e formidabile a un tempo. Non posso vivere senza la sua considerazione, come se fosse sempre qui davanti a me. In sua presenza, sono convinto di non riuscire a pronunciarne il nome come fosse una semplice parola, senza che l'anima crolli e poi muoia prima di riemergere e alfine risorgere: è come squarciare un velo, abbandonarsi alla preghiera o arrendersi alla furia radiosa d'una tempesta. Perché la preghiera è violenza: «i cieli subiscono violenza e i violenti se ne impadroniscono». Ahimé! La mia ultima violenza è morta. Non sarò mai un lupo solitario, men che meno un lupo violento. Per un lupo gentiluomo, la giornata a Prato Gentile, tuttavia, non è stata così male. Ho subito notato che è divertente stare con tutte queste donne, a parte Trianon e sua sorella, una ragazza piuttosto sciocchina. Al gioco della medaglia, spassoso di suo, dove si salta con entrambi i piedi, questi ragazzi, la cui formazione montanara dovrebbe averli forniti - com'è prevedibile - d'un che di selvatico, non sanno saltare bene. D'altronde, Trianon, che tanta cortesia riserva anche ai suoi nuovi amici, ha preso molto male un principio di conversazione, forse troppo diretto. Non so cosa m'abbia spinto a chiederle se non pensava di essere come tutti o come un celebre pittore di cui aveva appena parlato, ma presumo che, sopra ogni cosa, prediligesse - Dio mio! - la pittura. Fatto sta che ha troncato questo imprudente tentativo di flirt rispondendo secca che «lei non è così». Bene! Perlomeno, mentre m'addentro nel bosco, mi dico che la sua indifferenza è unanime e generale. È egoista con imparzialità! Giovanni m'accompagna, siamo andati a cavallo. È stato divertente abbassarsi appena in tempo per evitare i rami e poi infilarsi negli spazi stretti. Si ha l'impressione di giocare a roverino con la testa. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Alla scoperta di Capracotta

    Ho avuto Capracotta nel cuore da sempre. Da quando bambino ascoltavo i racconti di Marco Potena, quando veniva a trovare mio padre a casa per parlare di lavoro, o quando lo aiutava a interrare l'abete di Natale. E lui raccontava di mitiche nevicate che duravano giorni e costringevano la gente a non uscire di casa. Io, allora, avevo pochi anni e con gli occhi della mente cercavo di immaginare il paese. Non c'era nessuna webcam che potesse mostrarmi le immagini, e tutto era affidato alla fantasia, al gusto dell'immaginazione. Tra l'altro non sapevo ancora cosa fosse la neve, non avendola mai vista; quindi la fantasia viaggiava ancora più impetuosa. – Tu devi venire a Capracotta – mi diceva Marco – perché devi sapere che c'è una via che si chiama via Carfagna, saranno stati sicuramente i tuoi antenati, gente importante. E questo non faceva che aggiungere altra curiosità, che già era tanta. Il tempo poi è passato. Marco non lo abbiamo più incontrato (l'avrei poi rivisto a Capracotta dopo più di quaranta anni), perché non c'erano più discussioni di lavoro con mio padre, avendo lui lasciato la MobilOil di Napoli. E sono cresciuto con questo ricordo e col desiderio di conoscere questo paese. Come poi succede il più delle volte, la vita ti prende nel suo vortice e per lunghissimo tempo ho lasciato questo ricordo a dormire, insieme a tanti affetti legati alla mia infanzia. Il lavoro mi ha portato a girare il mondo, a conoscere paesi ed abitudini nuove. E di tanto in tanto, in un angolo della mente, riemergeva l'immagine di questo paese, legata indubbiamente alla piacevolezza ed alla serenità dei ricordi dell'infanzia. Poi, non so bene perché, ho deciso di dare forma a queste immagini sbiadite, e dopo più di quaranta anni ho sentito forte l'esigenza di conoscere Capracotta. Per caso mi sono ritrovato a trascorrervi Capodanno con la famiglia mia e di mio fratello. Non so dire se il paese che ho conosciuto era veramente quello impresso nella mia mente di bambino. Non so se vi è mai capitato di tornare da grande in un posto, ad esempio, la casa dei nonni o un posto di villeggiatura visitato durante la vostra infanzia. Vi sembra più piccolo. Ecco a me ha fatto questo effetto: è come se, pur non avendolo mai visto, io lo conoscessi il paese, con le strade, le chiese, le scale; insomma tutto... però di dimensioni ridotte. Sarà forse che da piccoli si ha fretta di crescere e tutto sembra più grande. Poi diventi grande, e tutto assume una forma diversa. Tutto si ridimensiona. E mi è piaciuto il paese, tanto da decidere di comprarvi casa. D'altronde come poteva non piacermi, visto che l'ho sempre conosciuto, da quando ero piccolo. Vincendo quindi la resistenza (solo iniziale) di mia moglie, e con la complicità di mio fratello, con un autentico colpo di mano, dopo solo qualche giorno da quel Capodanno, comprammo casa. Poi ci rifletto, e penso che non è stato solo dopo qualche giorno che ho comprato casa, ma dopo più di quaranta anni. È stata quindi una scelta ben ponderata, altro che colpo di mano! Adesso quando posso ci vengo. In estate, in inverno, quando piove o nevica... cerco di ritagliarmi uno spazio, e compatibilmente con le attività di lavoro faccio un salto a Capracotta. D'altra parte, devo recuperare più di quaranta anni di abbandono e non posso perdere altro tempo. Cosimo Carfagna Fonte: C. Carfagna, Alla scoperta di Capracotta, in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.

  • D'estate andiamo a Capracotta

    Tutti i pomeriggi, Pandora, la bella teen-ager dai lunghi capelli corvini, era solita fare lunghe passeggiate per le silenziose strade di Capracotta, un piccolo paese del Molise, posto a 1.421 metri d'altitudine in Provincia di Isernia; trovava che ciò fosse un ottimo invito alla riflessione. Luogo preferito, però, era il Belvedere, il punto più alto del paese nei pressi della Chiesa Madre, un posto tranquillo e rilassante, con vista mozzafiato sulla sottostante vallata del Sangro, dominata dalla catena montuosa della Maiella e delle Mainarde. Un giorno di agosto era ospite a casa sua la nonna, che, saputo delle passeggiate solitarie della nipote, le chiese se per quel pomeriggio poteva accompagnarla. Pandora accettò entusiasta, felice di accontentare la nonna. – Allora andiamo a fare un giro sul Belvedere, te lo ricordi? – Certo cara. Ricordo anche che per arrivare fin lassù c'è bisogno di fare tante scale e io non so se sono in grado di farcela. Te la senti di accompagnarmi lo stesso? – Eh mia cara nonnina. L'età comincia a farsi sentire veroooo? Sì, ti sarò di sostegno. Non preoccuparti, per oggi sarò la tua accompagnatrice. E s'incamminarono verso la meta. – Cosa ci trovi, nipotina, di tanto divertente nel percorrere tutti i pomeriggi, da sola, la stessa strada? Pandora, immaginando che nessuno avrebbe mai potuto comprendere quello che faceva precisò: – Nonna, io vengo qui perchè questo è un posto poco frequentato, è per me un rifugio, un modo per scappare dal grigiore della città, dalla realtà che mi circonda quotidianamente. – E dimmi un pò, tesoro, hai degli amici qui? – Sì nonna! Qui conosco solo persone meravigliose che rendono Capracotta altrettanto straordinaria. Ho tantissimi amici, molti dei quali sono costretta a vedere solo una volta all'anno, ma fortunatamente questo è diventato il nostro punto di incontro. Dopo esserci persi, ci rincontriamo qui, questa è l'unica cosa che mi rallegra. La lontananza è davvero triste, però rafforza i rapporti e ogni volta che ci rivediamo ci sentiamo tutti un po' più legati. Proseguivano lentamente. La nonna rimuginava sulla risposta di Pandora e incuriosita dalle sue parole chiese ancora: – Sono contenta delle tue frequentazioni e del piacere che provi a stare a Capracotta ma cosa fate voi, giovani di oggi, di così straordinario, per desiderare tanto di trascorrere i mesi estivi in paese? – Cose semplici e gratificanti. I ragazzi che, qui, trascorrono l'estate come me, trovano sempre modi efficaci per divertirsi, e quando non li trovano, se li inventano. Ci si diverte sempre, nonostante ci siano poche attrazioni e poca vita frenetica. Il piacere è stare in compagnia. Di giorno si organizzano scampagnate, se il tempo lo permette. Le mete preferite: Monte Campo, Pescobertino, le Mura Ciclopiche, Prato Gentile, Monte Capraro, la Fonte Brecciaia. Invece quando si resta in paese si passeggia per il Corso, si sosta alla Villa comunale, si va alla Madonnina, insomma si chiacchera, si ride e si scherza. Di sera, invece, si fanno altre cose. Le nostre sono, solitamente, serate "da sballo". C'è chi preferisce passeggiare sotto quel meraviglioso cielo stellato, chi se ne sta seduto ai tavolini del bar a chiacchierare con gli amici, chi beve, chi si trastulla in sala giochi impegnato in continui tornei di bigliardino, chi canta, chi balla e chi si scatena fino a notte inoltrata. Ognuno fa quel che gli pare, con estrema moderazione, senza esagerare. Nella tipica estate capracottese, insomma, non ci sono regole, o meglio a farle siamo noi. – E tu nonna, ci venivi d'estate? Avevi tanti amici? Cosa facevi durante la giornata? – Anche tu sei curiosa di sapere eh...? Sì, Pandora. Noi, come te, ci divertivamo tanto, anche se i tempi erano diversi, i nostri genitori un po' più severi, non tutto ci era permesso, ma a nostro modo eravamo felici. Dopo poche centinaia di metri si trovarono di fronte alla rampa di scalini. Erano arrivate alla meta. Pandora aiutò la nonna a salire i gradini e raggiunsero il Belvedere. Si appoggiarono al muretto e la vallata del Sangro e il massiccio montuoso delle Mainarde e della Maiella si impose maestoso alla loro vista. La fanciulla esclamò: – La salita sarà stata pure dura, ma la vista da qui è spettacolare. Non credi? – Certo, sono perfettamente d'accordo con te tesoro! La vista è unica, merita una sosta ben più lunga. Il panorama era davvero meraviglioso. Pandora continuò: – È il posto in cui tutti i pensieri vanno a nascondersi, non è solo bello, è pure magia. Il paradiso non è in cielo, è qui. La nonna le sorrise: – Non credevo, mia cara, che questo luogo facesse provare a te quelle stesse sensazioni che per tanti anni mi hanno resa felice e continuano a farmi felice, nonostante i cambiamenti che ha subito. E mentre le due donne si godevano lo spettacolo del meraviglioso panorama ed erano immerse nei loro ragionamenti furono distratte da Gianfilippo, un professore in pensione sulla sessantina a spasso anche lui da quelle parti. – Che fate tutte sole da queste parti? – esordì l'anziano compaesano. La nonna con altrettanta baldanza rispose: – E tu che ci vai facendo? – Passeggio approfittando della bella giornata – fu la risposta dell'uomo. – Ed è quello che facciamo anche noi. Ne stiamo approfittando anche per scambiarci quattro chiacchiere visto che da alcuni anni viviamo lontane – replicò la nonna, mentre Pandora ascoltava in silenzio. – Immagino quante cose vi siete dette e quante ne avrete da dirvi – rintuzzò il professore. – Tra le tante cose, replicò la nonna, stavamo parlando anche del modo di divertirsi dei giovani di oggi a Capracotta. Un divertimento sano, per quello che mi sta raccontando mia nipote, che perpetua la tradizione della gioventù capracottese di ogni tempo. – Questa è una bella notizia, temevo che i giovani di oggi avessero preso strade pericolose. – Pensavi male caro signore – puntualizzò Pandora. – Non volevo offenderti, graziosa fanciulla, anzi sono contento per questa tua puntualizzazione. Allora vi lascio alla vostra conversazione. – Se vuoi, professore, ci puoi fare compagnia e unirti alla nostra chiacchierata – replicarono le donne. – Con piacere – annuì l'anziano amico. – Anche tu sei molto legato a Capracotta? – gli chiese la nonna. – Moltissimo, perché io ho sempre avuto il meglio di quello che dava e dà il paese. – Che significa? – irruppe Pandora. – Significa che mi sono sempre divertito. – Quale era il modo di divertirvi ai vostri tempi? – insistette ancora la bruna fanciulla. – Un po' come fate oggi voi e un po' con quello che il paese offriva in quel tempo. In ogni modo, se volete, posso raccontarvi un po' delle mie esperienze. – Certamente, – risposero le donne – anche perché, precisò la nonna, tu sei stato uno di quelli che ha fatto parte della gioventù bruciata di allora. – Non esageriamo, sono stato uno di quei tanti studenti che passava i mesi di vacanza a Capracotta da fine giugno a metà settembre, praticamente quasi tutte le vacanze scolastiche. – Interessante, avrai davvero tante cose da dirci. Dai, raccontaci – caldeggiò Pandora. – Il momento più bello dei ricordi capracottesi, esordì Gianfilippo, è sempre stato il giorno del ritorno in paese. Il giorno più brutto, invece, quello della partenza. Si gioiva al momento del ritorno, si piangeva al momento della partenza. Quand'ero giovanotto, devi sapere, Pandora, si tornava a Capracotta una volta l'anno e solo nel periodo estivo. Non c'erano auto, quindi non era così facile ritornarvi. Per questo quando si andava via si era tristi. Il magone ti pigliava la gola e il pianto ti assaliva. Oggi è diverso, dispiace andare via, ma se uno vuole può tornarci, senza difficoltà, quando vuole. – Come impiegavate il vostro tempo? – incalzò Pandora. – Il divertimento a Capracotta ha sempre avuto tempi e modi specifici. Mi spiego. Da ragazzini il tutto ruotava intorno al quartiere. Si costruivano i casotti, si giocava alla guerra, a pallone. Da adolescenti si cominciava a frequentare la Villa, la Piazza e a corteggiare le ragazzine. Da giovanotti, invece, si raggiungeva l'apice del divertimento anche con azioni birbantelle. I ricordi più belli che ho sono quelli dai sedici anni in poi. Di giorno, di solito, ci si divertiva in Villa giocando a tamburelle, a chiacchierare, a fare conquiste e ad oziare tra amici e amiche. Il pomeriggio, spesso, noi maschietti giocavamo a calcio impegnandoci in tornei cittadini e in confronti con squadre dei paesi vicini. Normalmente, però, si andava a ballare. Frequenti erano anche le scampagnate come fate ancora voi, oggi, e le passatelle a carte ai bar di Bernardo e di Taccone senior. Una delle stravaganze più colorita che mi ha lasciato il segno è stata quella vissuta nell'estate del 1962. Quell'anno sangiovannari e santantoniani ci mettemmo assieme e costituimmo un'unica comitiva. Eravamo, tra ragazzi e ragazze, circa 60 giovani e per distinguerci decidemmo di indossare un foulard al collo e ci chiamammo i foulardati. Un'esperienza bellissima. Il campo base era localizzato nella casa di z' Monache. Tutti i pomeriggi si ballava e si passava il tempo in allegria. – La casa era completamente a vostra disposizione? – interruppe Pandora. – Sì, confermò Gianfilippo, per il semplice fatto che i genitori e gli zii dei nostri amici proprietari non erano a Capracotta. La casa di z' Monache, però, fu luogo di divertimento anche negli anni successivi. Affascinati da quello che accadeva a Rimini e a Riccione, alcuni amici o vitelloni nostrani pensarono di trasformare l'ex stalla dell'abitazione in night. Furono tappezzate le pareti, installato un piccolo impianto stereo, sistemati dei posti a sedere ed essa diventò, per alcuni anni, una piccola discoteca, il ritrovo della meglio gioventù capracottese. Si ballava sulle note di "Strangers in the night" di Frank Sinatra, "Sognando California" e su tante altre canzoni dei favolosi anni Sessanta. In prevalenza erano brani musicali del genere slow, di tanto in tanto, però, si inseriva anche qualche hully gully e cha cha. E qui quanti amori sono nati e sono finiti!!! – Quello che dici conferma che a Capracotta il divertimento è sempre stato inventato e costruito da sé, proprio come facciamo adesso anche noi. – Dici giusto Pandora, la fantasia e l'operosità non ci sono mai mancate – confermò Gianfilippo – E le azioni birbantelle, – chiese curiosa Pandora, – a cosa si riferiscono? – Diciamo che più che birbate sono state delle bravate al pari di quelle che ogni generazione di giovani ha sempre praticato in paese. Oggi non so, semmai sarai tu Pandora a precisarle. Ma fino alla mia generazione, quindi ti parlo degli anni fine Sessanta-inizio anni Settanta, i giovani più temerari si dilettavano a intrufolarsi nei pollai per torcere il collo a qualche gallina o pollastro per poi mangiarli in compagnia a cena. Spesso si visitavano anche le soffitte dove stagionavano salumi, formaggi ed altre scorte per l'inverno. Per alcuni, però, l'attenzione si spostò sulle amarene sotto spirito. E in quegli anni molti barattoli sparirono dai davanzali delle finestre delle soffitte dove venivano lasciati a maturare. Tutti i malcapitati ci restavano male ma l'incazzatura era momentanea perché tutti sapevano che erano scherzi, anche se di cattivo gusto, di giovanotti in vena di divertirsi. Spesso c'era la complicità anche di qualche giovane parente delle vittime. – Scherzi davvero di cattivo gusto – aggiunse Pandora. – Ricordo quel periodo – irruppe la nonna, – e ti dico che davvero molta gente si arrabbiò. – Tu, caro professore, – chiese Pandora, – hai mai partecipato a queste spedizioni? – Io non l'ho mai fatto, – rispose l'anziano interlocutore. – Primo perché avevo paura e secondo perché la sera ad una certa ora dovevo rincasare altrimenti mi lasciavano fuori. – Ma tutti si divertivano a Capracotta? – chiese ancora Pandora. – Il divertimento era, soprattutto appannaggio di noi studenti. Gli artigiani, come chiamavamo i giovani avviati ad un mestiere, non avevano il tempo per dedicarsi a queste stravaganze. Il loro era un divertimento più misurato. – E le donne che ruolo hanno avuto in quel periodo? – insistette Pandora. – Le ragazze locali al pari delle artigiane non godevano della libertà delle ragazze di fuori. Quelle di fuori si divertivano come noi maschietti, le locali si divertivano di meno. – Come vivevate il sesso in quegli anni? – incalzò Pandora. – In maniera molto misurata, cara Pandora. A quei tempi per noi era sufficiente tenere tra le braccia la ragazza e ci si accontentava del bacio e della stretta. Oltre era difficile andare. Ci accontentavamo de r' piette calle (abbracciati con passione). – Vedo, caro Gianfilippo, che continui a frequentare il paese, ci sei ancora molto legato? – Chi ama Capracotta è perché l'ha vissuta, chi non l'ha vissuta non l'ama. Io ho avuto la fortuna di averla vissuta e di viverla ancora e questo fa si che io porto sempre nel cuore il paese e ci torno appena mi è possibile. E tu cara nonna di questa bella fanciulla non hai nulla da aggiungere? – Con tutti questi tuoi ricordi mi hai fatto ritornare alla mente i momenti felici della mia giovinezza. I primi amori, i primi balli, le sgridate dei genitori e, soprattutto, il piacere di stare in compagnia, parlare con le amiche e con gli amici delle nostre ansie, dei nostri progetti, dei nostri desideri. È stato un periodo favoloso e lo è tuttora, anche se sotto altre forme perché Capracotta è quello che è, e non ho ancora trovato nulla di meglio al mondo. Speriamo che questi giovani continuino a mantenere vivo il legame con il paese in modo che avrà un futuro ancora molto lungo. Da quello che mi ha espresso, la cara nipotina, credo che lo faranno e questo mi rallegra. Il chiacchiericcio dei bambini, che avevano preso d'assalto i giochi del Belvedere, riportò i tre interlocutori alla realtà. Si era fatto tardi. Pandora e la nonna si congedarono dall'anziano paesano e ripresero la strada di casa. La nonna si guardava intorno, era felice. Aveva ritrovato quelle dolci essenze, che l'avevano trasportata in una dimensione surreale. Era come d’un tratto ritornata adolescente. Aveva ripreso la voglia di vivere. Era euforica. – Era da tempo che non mi accadeva una cosa del genere. – Esultò l'anziana signora e complimentandosi con la nipote per i sani principi che la ispiravano concluse – In tempi come questi in cui tutti dicono che i sentimenti semplici e nobili delle nuove generazioni siano andati perduti, mi rallegro quando vengo a sapere che non per tutti i giovani è così. Tu, mia cara, sai apprezzare i veri valori della vita, sai che l'odio e il disprezzo non portano da nessuna parte. Abbiamo tante cose in comune io e te, soprattutto l'amore per Capracotta. Grazie per avermi portata qui... Fabiola Autiero Fonte: F. Autiero, D'estate andiamo a Capracotta, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La Visitazione di Giacomo Colombo nella Chiesa Madre di Capracotta

    Tra la fine del XVI e i primi anni del XVII sec. si impose in Italia lo stile barocco, seguito nel secolo successivo dal rococò. Il barocco non fece che arricchire di motivi scenografici l'arte del tempo, proponendo una ostentata ricchezza di motivi ornamentali nel tentativo di stupire lo spettatore. Ma, mentre il barocco mostrava «un'arte robusta, cioè fatta di grandi masse in movimento con audaci soluzioni per la ricerca di effetti prospettici», lo stile rococò si concentrava sugli effetti minuti, sui dettagli, offrendo una delicatezza addirittura sdolcinata. Nell'arte sacra il Seicento è il secolo nel quale riprese con gran fervore la realizzazione di immagini sacre e sculture lignee e, per quanto riguarda specificatamente il Molise, la produzione scultorea venne spesso demandata ad autori di primo piano provenienti da altre regioni, come Giacomo Colombo (1663-1730) e Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745), due artisti che operarono a cavallo tra la meraviglia del barocco e la ricercatezza del rococò. Il primo lasciò in Molise parecchie tracce della sua eccezionale maestria, tra cui un san Nicola a S. Giuliano del Sannio, ben dodici santi a Macchia Valfortore, un'Immacolata a Larino, un altro san Nicola a S. Giovanni in Galdo, una seconda Immacolata ad Agnone e il bellissimo gruppo della Visitazione (assieme all'altare dell'Immacolata) a Capracotta. Giacomo Colombo, nato ad Este (PD) ma trapiantato quindicenne a Napoli, fu infatti un artista moderno, un uomo che incarnò perfettamente lo spirito dei tempi. A dispetto dei colleghi più anziani, egli fu il primo artista-imprenditore, «sorretto da una organizzatissima bottega capace di soddisfare, senza mai scendere al livello della pura serialità artigianale, di mera routine devozionale, una richiesta sostenutissima di sculture lignee, che la bottega inviava in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale». Colombo era infatti il titolare della sua bottega e, in quanto tale, riceveva personalmente le committenze sulle quali lavorava assieme a una nutrita e preparata équipe di collaboratori, cercando di mantenere alti standard qualitativi, sia dal punto di vista tecnico che estetico. L'imperativo di Giacomo Colombo era sostanzialmente uno: organizzazione. E la Visitazione capracottese non fa eccezione. Difatti il gruppo ligneo conservato nella ex Congrega di Capracotta presenta tutti i modelli stilistici della bottega del Colombo. I ricchi pannamenti e le pose plastiche della Vergine Maria e di santa Elisabetta non si discostano dalla tradizione religiosa ma, semmai, presentano una straordinaria simmetria, che accarezza gli occhi di chi guarda. I colori scelti dal Colombo rendono i personaggi tutt'altro che austeri e, dai capi al basamento, le protagoniste della Visitazione sono perfettamente complementari. Una incoronata (la Madonna), l'altra aureolata (Elisabetta), presentano simmetria di forme nelle mani che si toccano (la destra di Maria con la sinistra di Elisabetta) e nei piedi piegati nell'arresto (il destro di Maria e il sinistro di Elisabetta). Risultano corrispondenti persino gli spazi vuoti tra le due figure e al di fuori di esse. L'unica differenza che pare studiata per colpire lo spettatore sta negli sguardi delle donne. Elisabetta fissa Maria nel salutarLa, mentre la Vergine, pur accennando un labiale, è assorta in qualcosa di lontano, d'indefinibile e misterioso. Il Vangelo secondo Luca vuole infatti che, nel guardarsi l'un l'altra, Elisabetta abbia subito riconosciuto in Maria la madre del Salvatore dicendoLe: «Benedetta tu fra le donne», al che Maria abbia risposto con l'intonazione del Magnificat. Ecco perché Elisabetta si rivolge a Maria mentre Questa loda il Signore Iddio. Un ultimo dettaglio non privo di significato per noi capracottesi è quello svelato da Bernardo De Dominici, secondo cui il pittore Francesco Solimena (1657-1747) «fece da padrino al Colombo e che non solo l'indirizzò all'arte, ma gli fu prodigo di consigli, disegni e bozzetti». Al Solimena viene infatti attribuito un esteso dipinto dell'Ultima Cena, posto al di sopra del coro della Chiesa Madre, che sarà oggetto di una mia successiva indagine, basata proprio sull'acclarato rapporto affettivo esistente tra Giacomo Colombo e Francesco Solimena. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Abbate, Storia dell'arte nell'Italia Meridionale. Il secolo d'oro, Donzelli, Roma 2002; G. Borrelli, Giacomo Colombo, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXVII, Ist. dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1982; L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana, Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, S. Giorgio, Agnone 1986; D. Catalano, Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagini sulle presenza napoletane (Colombo, Di Nardo, De Mari, D'Amore), in L. Gaeta, La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea, Congedo, Galatina 2007; B. De Dominici, Vite de' pittori, scultori, ed architetti napoletani non mai date alla luce da autore alcuno, vol. II, Ricciardi, Napoli 1742; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017.

  • Alcune precisazioni sul Padre Nostro

    Nei più di vent'anni che sono stato vicino ad un Santo Sacerdote dal nome Orlando Di Tella, di Capracotta, direttore del Seminario di Trivento, ho maturato delle considerazioni di cui vorrei un giudizio, iniziando dalla bellissima grotta del paese di Pietracupa, in cui su una vecchia macina di molino, vi è sopra un antico Cristo di legno senza braccia, che sembra sempre volerci dire: «Siate voi le mie braccia». La prima cosa che feci, fu un studio accurato della possibilità che, in tempi storici, questa caverna possa essere stata anche un antico Mitreo. Quindi, la possibilità che le 'ndocce del paese, siano l'avviso del ritorno, per Natale, di quanti non risiedevano più nel paese, lontani solo per ragione di lavoro, problema tristemente difficile a trovarsi nel nostro Molise. Per maggiormente santificare la grotta in base al pensiero di Don Orlando, parroco del paese, vi portai un Gesù Bambino di legno, comprato a Nazareth, ed un calice, pure di legno, acquistato a Betlemme, ambedue benedetti, allo scopo, da Papa Wojtyla. Ogni anno, poi, feci venire, per la Messa natalizia, due bravi zampognari da Casalciprano, e c'era anche una mia novena, molto diffusa, ora, in tutto il Molise. Io, poi, mi sono sempre impegnato con una nota cantante ed un giovane organista, per i canti religiosi da me composti. Don Orlando, dal canto suo, mi faceva mantenere un calice pieno di vino, da cui attingere per bagnare le ostie, od, alcune volte, mi faceva dare la comunione alle tante persone amiche che, spesso, venivano anche da Campobasso. Insomma, l'intento era riuscire a creare una seconda Greccio, una Betlemme molisana. Tornando al Padre Nostro, mi accorsi che c'era un errore che, per abitudine, viene ancora ripetuto. «E non ci indurre in tentazione» (Ne nos inducat in temtationem). Ma non è il Signore che ci induce in tentazione. La frase andava corretta, nella maniera più semplice, con un semplice "si". «E non ci si induca in tentazione». Parlando poi, del mistero della Santa Trinità, una e trina, dove si parla del Signore Gesù Cristo, nato dal Padre, prima di tutti i secoli. Se nato, vuol dire che prima non c'era. La Trinità, come noto, è composta dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, e si parla di Gesù, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. Orbene, il mio pensiero è che essendo la Santa Trinità una, il mistero potrebbe essere spiegato in questo modo: il Padre è la mente, lo Spirito Santo, il naturale pensiero dell’amore per Gesù Cristo, che si è immolato per l’umanità, attraverso la prescelta Maria. E quindi, la corretta dizione sarebbe stata: Padre, Spirito Santo, Gesù Cristo, cosa che mi sembra più giusta, perché il Padre, solo in un afflato di Spirito Santo, ha potuto generare il Figlio. Don Orlando si è spento ad Isernia, nelle mie braccia, il 24 agosto 2014, dicendomi: «Sarò il tuo Angelo Custode». Ebbe tre funerali: Pietracupa, Trivento e Capracotta, dove erano presenti, e lo accompagnarono, 52 sacerdoti e due Vescovi. Vincenzo Ferro Fonte: http://www.vincenzoferro.it/, 22 giugno 2019.

  • Il Molise non esiste

    Cercando su Google "Molise non esiste" si ottiene come primo risultato una pagina di Nonciclopedia con questo virgolettato attribuito a un fantomatico Dottor Gregory Donald Johnson: «Ho studiato a lungo la geografia [...] dell'Italia, e sono giunto alla conclusione che il fatto che nessuno ricordi il capoluogo del Molise, il piatto tipico del Molise, una canzone popolare del Molise o perfino il dialetto di questa regione, si può spiegare così: il Molise non esiste». Che vi piaccia o no il Molise invece esiste eccome, però è afflitto da un problema non da poco: l'incapacità atavica di associare a se stesso qualcosa che lo renda riconoscibile non solo ai turisti stranieri ma anche agli italiani. Agli occhi dei suoi detrattori questa regione è un po' come quelle formule matematiche che si insegnano a scuola, nessuno le tiene a mente più di mezz'ora perché sono troppo astratte per riuscire a collegarci un'immagine che aiuti il cervello a ricordarle. La geografia ci ha messo del suo, questo non si può negare. Come la Valle d'Aosta, il Molise è una regione piccola e montagnosa, ma non può competere con la reginetta delle Alpi se si parla di neve e impianti sciistici. Ha il privilegio di avere anche il mare, certo, ma si ritrova a dover fare i conti a una manciata di chilometri più a sud con gli strombazzati lidi salentini. A guardarlo sulla mappa il Molise appare per quello che è: un pezzetto di terra stritolato tra la Puglia e l'Abruzzo e ricacciato verso l'Adriatico dal Lazio e dalla Campania. Se con Madre Natura è inutile prendersela, con il Caso invece ci si può anche arrabbiare. A Ferrazzano, il comune molisano che ha dato le origini ai bisnonni di Robert De Niro, firmerebbero subito per ricevere anche solo la metà della visibilità avuta da Bernalda, il paesino della Basilicata scelto da Francis Ford Coppola per costruirci un relais di lusso in onore dei suoi antenati lucani. Nonostante una corte spietata, pare che l'attore non si sia mai fatto vivo nella terra in cui riposano i suoi avi. Nel frattempo, nella poco distante Montenero di Bisaccia, c'è chi si accontenta del ricordo di Antonio Di Pietro che in maglietta gialla e cappellino parasole trebbia il grano della sua campagna. Ma l'agricoltura, si sa, non ha il fascino dell'hôtellerie di lusso targata Hollywood. Se ci si aggiunge un po' di danno, il Molise è stata l'unica regione italiana non visitata dall'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e pure la beffa, dal Molise partono i traghetti che portano i turisti alle visitatissime Tremiti, che però sono pugliesi, ecco che il quadro può cominciare a farsi sconsolante. Come per gli esseri umani, anche lo spirito di una città e di una regione è influenzato dagli eventi del passato. È quello che ho capito passeggiando per le vie di Termoli con Roberto Trivelli,  termolese doc e tra i fondatori di "Let's Dig Again", la prima web radio italiana che affronta tematiche legate all'archeologia. Roberto mi ha spiegato che questa città è stata per secoli terra di conquista da parte di pirati e briganti di ogni sorta, che ne hanno saccheggiato non solo le ricchezze ma anche, un po' alla volta, l'identità. Scoprendo Termoli ci si rende conto di come le varie sfortune del Molise possono trasformarsi in punti di forza. Questa città, che conserva ancora le vestigia dell'antico borgo marinaro, riesce a regalare tutto quello che un turista cerca d'estate: mare pulito, un'unicità da fotografare (il vicolo più stretto d'Italia, Rejecelle, purtroppo abbandonato a se stesso), un buon rapporto qualità-prezzo e spettacoli come quello del sole che tramonta sui trabocchi. Il romanticismo però non basta. Servono strategie di promozione turistica non solo per le località marittime ma anche per quelle, ancora più trascurate, dell'entroterra. Magari non si riuscirà a replicare il colpaccio messo a segno nel 2010 dalle Marche, che per qualche milione di euro si aggiudicò Dustin Hoffman come testimonial, ma da qualche parte bisogna pur partire. Magari da un blogtour o da un sito del turismo regionale che non faccia tornare in mente gli albori dell’era digitale. A cercare bene la materia prima che può essere usata per creare un'immagine forte del brand Molise c’è tutta. Ma non è sufficiente appuntarsi la medaglietta sul petto quando una testata internazionale parla di te (mi riferisco a questo articolo della Cnn che ha fatto gonfiare d'orgoglio il Presidente della Regione Paolo Di Laura Frattura) o lanciare improvvisati gemellaggi con Boston e Silver Lake (questo inverno a Capracotta, in provincia di Isernia, sono caduti la bellezza di 256 centimetri di neve e il paese è finito sui media di mezzo mondo, mandando in estasi il primo cittadino Antonio Monaco). Mi chiedo se chi si occupa di turismo in Molise sa che su Facebook c'è una pagina che si chiama "Il Molise non esiste" che ha 13 mila "mi piace", più di quelli di tutte le pagine collegate al turismo nella regione. E mi chiedo, poi, se le battute sulle dimensioni fatte da personaggi pubblici come Luciana Littizzetto e Crozza siano state prese solo per quello che sono oppure usate come spunto di riflessione. Le gambe corte non si possono allungare, ma le lenti degli occhiali possono essere pulite. Chiudo questo post con una domanda: perché non lanciare una vera campagna per sfruttare quelle che sono ragioni di ilarità collettiva - le dimensioni, la presunta inesistenza - a proprio favore e ribaltare l'idea che gli italiani hanno del Molise? L'hashtag esiste già e io ve lo ripropongo: #moliseesiste. Antonio Leggieri Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/, 5 ottobre 2015.

  • Una gara tanto desiderata

    Sentivo in lontananza le grida dei miei amici, eravamo d'accordo che mi avrebbero chiamato e con la scusa programmata di andare da zi' Antonio per sistemare la carrozza con cui passavamo i pomeriggi a correre sotto e sopra per la salita di Prato Gentile, mamma sicuramente non avrebbe potuto dire di no! La porta si aprì e mia madre apparve all'uscio con in mano la mappìna con cui stava asciugando i piatti e mi disse: – Pietro, ti sono venuti a chiamare i compagni, sbrigati, dicono che avete da sistemare certe cose alla potèca di compa' Antonio. Non mi stai mica per combinare qualcuna delle tue? Guarda che poi le cose le vengo a sapere e se ne combini qualcun'altra delle tue scordati di uscire, passerai tutti i tuoi giorni chiuso dentro, ti chiudo nella stalla con le bestie, almeno non stai da solo. – Ma mamma che ti vai ad immaginare? Ci misi un batter d'occhio per infilarmi i miei soliti calzoni, la maglia, il cappello e la mia giubba, gli scarponi erano davanti al camino sempre caldi per essere indossati, sul tavolo era già pronta e fumante la mia tazza di latte ed accanto la fetta di pane, quella mattina non mi andava proprio, avevo fretta, ma non potevo perdere tempo a fare storie, i miei amici se ne sarebbero andati ed io avrei dovuto lottare non poco con mamma per potermela svignare senza dover fare un minimo di servizi... ma era domenica... almeno un giorno a settimana volevo essere libero. Le scarpe furono infilate velocemente mentre sentivo il latte caldo che mi scaldava tutta la vita, era quello che mi ci voleva per affrontare il freddo dell'inverno che c'era fuori. Corsi giù per le scale con mia madre che mi urlava dietro di lavarmi la faccia, ma ormai ero arrivato in fondo alla scala, spalancai la porta e solo allora mi resi conto della neve che era venuta giù nella notte: feci fatica ad uscire, infatti la neve aveva superato la metà della porta e dovetti usare la pala per farmi strada... loro erano lì, e mentre correvamo mi giunsero le urla di mia madre che mi ricordava di andare alla S. Messa e di tornare presto a casa. Nella potèca di zi' Antonio c'erano tutte allineate le carrozze che in inverno fungevano da slittino, e d'estate con le rotelle erano il nostro passatempo preferito; dovevamo sbrigarci, io, Peppe, Antonio, Francesco e Loreto avevamo architettato bene una modifica per fare correre più velocemente la nostra carrozza giù per la discesa, e se avesse funzionato la nostra squadra di S. Giovanni sarebbe riuscita a battere quella di S. Antonio composta da ragazzi, ché un'idea come la nostra non gli era sicuramente venuta in mente... se avesse funzionato saremmo stati rispettati da tutti e mamma, sicuramente felice, mi avrebbe concesso più tempo libero. Nella potèca gli attrezzi necessari erano a disposizione e le tavole che ci eravamo procurate in precedenza erano state levigate e formate a mestiere, ricontrollammo attentamente la particolarità delle tavole di ognuno dei carròzzi prima della loro collocazione alla base centrale che sorreggeva il tutto, certo sarebbe stato bello poterla verniciare di un bel rosso, ma la vernice? Chi te la dava? Certo se ci fosse stato mio padre, lui sì che mi avrebbe capito e aiutato, sicuramente avrei avuto un alleato su cui contare per preparare la più bella carrozza della storia, e non avrei dovuto raccontare continuamente balle a mia madre che mi ripeteva fino allo sfinimento: «Stai attento che ti fai male». – Non immischiarti con i compagni che combinano guai altrimenti anche tu verrai considerato tale – ma che ne poteva sapere lei che era una femmina, di quello che deve fare ogni ragazzo per divetare uomo; mio padre, se fosse stato qui, avrebbe sicuramente aiutato l'unico figlio maschio, ma era inutile che ci pensavo: papà era lontano, ormai erano tre anni che lavorava in Germania ed io lo rivedevo due volte l'anno, tornava per la vigilia del Natale e restava fino a febbraio, quando poi preparava la sua umile valigia e ripartiva per il lungo viaggio verso la terra straniera che lo stava ospitando e che ci permetteva di vivere discretamente... sì, sì, sì... ma lui non c'era! E a me serviva la sua grossa mano per stringere quei dannati bulloni; lui che una volta, quando lavorava i carboni al bosco, aveva incontrato il grande orso bruno, non si era di certo spaventato, perché era consapevole di possedere una forza incredibile e tutti lo rispettavano, nessuno si azzardava a litigarci perché poi lui aveva la meglio... il mio papà era il più forte, io gli volevo tanto bene, ma adesso non c'era ed io me la dovevo risolvere da solo. Durante tutto l'anno l'unico mezzo che avevamo io, mia madre e mia sorella per scambiare notizie con lui, erano le lettere, certo mia sorella ne scriveva una a settimana e lui puntualmente gli rispondeva, io ascoltavo mia madre che mi leggeva i saluti che mi rivolgeva e quello mi bastava... ma erano parole, sì, solo parole ed io attualmente avevo bisogno dei fatti: lui non c'era. Certo sarebbe stato diverso avere un papà a tempo pieno, mamma non mi avrebbe più scocciato nel mandarmi a prendere la legna ogni volta che stava per finire, non sarei dovuto andare insieme a lei e nonno a riprendere le mìccole e le patate in campagna, o a dar da mangiare alle bestie. La vigilia del Natale l'attendevamo per molto e poi all'improvviso lo ritrovavamo lì che ci aspettava, e mentre gli correvo incontro e lo abbracciavo, sentivo il prurito della sua barba sulle mie guance, e la sua stretta mi lasciava senza respiro e pieno di gioia, lì sospeso a mezz'aria, ed in quei momenti la fatica, la rabbia, dimenticavo tutto, tutto... sentivo i suoi baci che mi schioccavano sulle guance e mi scaldavano il cuore. Nella mia cameretta sul letto c'erano i regali che mi aveva portato ed io non impiegavo più di qualche minuto a scartarli, tra gli urli di gioia nel vedere i bei giocattoli tedeschi che mi aveva portato, quello che preferivo era il trenino, ma anche i Lego facevano la loro bella figura, la cioccolata poi sarebbe servita tutte le volte che dovevo contrattare con qualche amico. Nei giorni successivi in casa era festa, ma non soltanto perché nasceva Gesù, ma perché era l'unico periodo in cui sentivo il senso reale della parola "famiglia", allora ritrovata intorno al camino mentre il fuoco rischiarava le gelide serate. I suoi racconti mi illuminavano e mi davano modo per fantasticare su quante cose ci sono nel mondo, lui era il ponte tra il mio piccolo paese e tutto il mondo che c'era intorno, in quelle sere, mentre stavo appollaiato sulle sue gambe, ascoltavo di quella terra lontana dove la gente è fredda ma precisa, ordinata, dove ogni cosa funziona con precisione e metodicità. Ci raccontava di come fosse difficile per lui tornare a casa e non riconoscerci, tanto eravamo cambiati in un anno, e di quanto fosse duro stare laggiù con il tempo che volava mentre lavorava e poi si bloccava durante i giorni di festa. Ci raccontava di quanto si sentiva triste quando la domenica vedeva le famiglie che andavano in Chiesa con i bei vestiti a festa, e poi nei pomeriggi passeggiavano nei bei parchi colmi di gente allegra e spensierata. Ci raccontava di quanto dolore provava ogni volta che sapeva di non poter essere presente ad un cerimonia importante della famiglia. Ci raccontava di quanto fossero preziose per lui le provviste che portava da casa, unico gancio tangibile con la sua cucina famigliare, con i sapori che da sempre avevano scaldato il suo palato. Ci raccontava delle varie vicissitudini in cui si era imbattuto e quante volte aveva fatto a meno del suo pezzo di pane e soppressata per poterlo donare al compagno che vicino a lui aveva poco o niente nel suo piatto dopo una lunga giornata di lavoro. Ci raccontava della stanza umile e spartana che lo ospitava e che divideva con altri compagni, ci raccontava di come gli fossero tornati utili i consigli casalinghi che mamma gli aveva dato, di come fosse prezioso saper cuocere e preparare un buon pasto dopo una giornata di duro lavoro, lavori umili e faticosi che nessuno voleva fare. Quel pasto segnava la differenza sostanziale per una lunga e serena convivenza. Nelle lunghe serate invernali, mentre mamma metteva i "punti" al corredo di mia sorella, lui ci aiutava a fare i compiti, e mentre fuori infuriava la bufera, noi, rischiarati dal calore del camino, sentivamo dopo tanto tempo il calore nel cuore che lui, con la sua presenza, poteva darci. Era allora che i miei sogni diventavano sereni e felici con la certezza che l'indomani lui era lì presente: il mio papà. L'arrivo di papà coincideva con quando in casa si ammazzava il maiale e solo chi lo ha vissuto può ricordare che grande festa fosse. L'uccisione della povera bestia era dolorosa, nel non vedere più colui a cui tutti i giorni portavo gli avanzi del cibo, ma rappresentava un momento di gioia per le provviste che la dispensa riceveva utili per tutto l'anno. La parte migliore era il sanguinaccio con cui ogni famiglia faceva a gara nel rendere più gustoso possibile, aggiungendo ingredienti a volte segreti ma sicuramente deliziosi. La preparazione dei prosciutti, delle salsicce, dei supresciàti, del guanciale, era riservato agli adulti ed ogni più piccola parte della bestia veniva minuziosamente preparata per l'uso che gli era stato imposto. Sfido chiunque ad ammettere che almeno una volta nella vita non abbia rubato innocentemente qualche salsiccia; nel gelido inverno capracottese, confortante merenda era il pane con sopra il lardo, che riusciva a scaldare immediatamente ogni parte del mio corpo intirizzito. Dopo il lungo ed estenuante lavoro tutta l'attrezzatura veniva riposta con cura in attesa del successivo utilizzo. La casa in cui erano tali provviste non aveva di certo timore d'affrontare il lungo periodo di freddo del mio paese. Come volavo facilmente nel mio immaginario e mi dissociavo da quella che era la realtà... ma ci pensavano i miei compagni a riportarmi con i piedi per terra. Lì dentro la potèca faceva veramente freddo e con le mani intirizzite di certo non riuscivamo a portare a termine un lavoro così delicato e di precisione, dovevo trovare un rimedio per scaldarci velocemente... ma cosa potevo fare senza tornare a casa dove c'era quello che mi occorreva? Ci pensai e la risposta mi fu subito chiara, dissi ai compagni di continuare a mettere le viti e controllare con attenzione che fossero ben strette: io dovevo fare una commissione urgente. Corsi a casa di mio nonno (poveretto, viveva da solo visto che era vedovo), lì avrei sicuramente trovato qualcosa, la porta era chiusa ma senza il chiavistello (nessuna delle porte del mio paese era chiusa a chiave), dentro trovai il callàre sul camino con tanta acqua bollente per la preparazione del pranzo, di sotto nella stalla trovai un secchio di ferro e lo utilizzai per contenere l'acqua, ma per contenerla che potevo inventarmi? Cercai per casa qualcosa di decente e finalmente sotto il letto trovai un coperchio sopra il pisciatùre... ci andava a perfezione, mi sbrigai cercando di andarmene in tutta fretta prima che tornasse mio nonno e fu soltanto mentre uscivo che mi accorsi di quello che c'era sul tavolo già apparecchiato, un piatto contenente una bella quantità di prosciutto e formaggio. Ci pensai poco ma fui più veloce ad aprire la tasca della mia giubba nella quale feci scivolare il tutto, e corsi via. Per strada il secchio era pesante da trasportare ma quando giunsi a destinazione i compagni furono felici di potersi scaldare. Controllai il lavoro che avevano svolto ma ormai si era fatto tardi e mancavano ancora gli ultimi ritocchi ed ecco da lontano giungere le urla delle mamme che venivano a cercarci. Ma insomma non potevamo stare in santa pace? Ci accordammo sul da farsi. Ormai i nostri gioielli erano pronti, uscimmo fuori e soltanto allora ci rendemmo conto di come il tempo fosse volato senza che ce ne fossimo resi conto. L'indomani, per fortuna, non andammo a scuola e ci tornò utile il raduno che avevamo in piazza alla solita ora pomeridiana per accordarci sull'ora ed il luogo dove svolgere la gara. Fu deciso all'unanimità di svolgere l'incontro dietro alla pineta dove nessuno ci avrebbe disturbati e l'ora era quella pomeridiana in cui generalmente tutti ce la svignavamo da casa per il nostro momento di svago. Non restava che aspettare il giorno seguente, che avrebbe segnato in modo incisivo il percorso del nostro quartiere e che grazie a noi sarebbe stato rispettato e onorato, se tutto fosse andato per il verso giusto. La sera a casa ero in preda ad impazienza e nervosismo, tanto che anche mia madre si rese conto che qualcosa mi stava agitando particolarmente, così mi chiese se c'era qualcosa che mi disturbasse, ma la rassicurai dicendole che avevo discusso con i compagni e che presto mi sarei chiarito. L'indomani vissi le ore che precedevano la gara con un'agitazione particolare, ma finalmente giunse l'ora stabilita. Ci recammo tutti insieme sul posto, lì mostrammo le nostre carrozze affilate l'una vicino alle altre, mentre le posizionavamo sulla riga che Antonio, il più piccolo del gruppo, aveva tracciato sulla neve. Le carrozze le tenevamo a fatica ritte alla partenza e lì cominciammo ad azzuffarci con le parole, incolpandoci su come ci stavamo collocando e sul rispetto delle regole, non chiare nella loro applicazione. Il più grande del gruppo era stato eletto giudice e fu lui che ci azzittì imponendoci di prepararci e, contando 3-2-1, diede il via alla grande gara... Oddio... tutti giù velocemente lungo la grande discesa, cercando di superarci a vicenda e calcolando in largo anticipo il dosso da evitare per non cappottarsi, mentre cercavamo di controllare il compagno con cui poter continuare la lunga corsa verso il traguardo... e fu proprio in uno di quegli istanti in cui cercavo di controllare la situazione che non mi accorsi del legno che spuntava dalla neve e che mise fine alla mia folle corsa. – Pietro, Pietro, Pietro, ti svegli o che hai deciso di fare stamattina? Feci fatica ad aprire gli occhi e poi mi controllai addosso: le gambe c'erano, le braccia pure, mi tirai in piedi sul letto e con una fragorosa risata attirai la curiosità di mia madre che guardandomi incredula mi disse: – Sei per caso impazzito o cosa ti è successo? La mia risposta, ancora tra le risate, fu netta: – Mamma, era un sogno, sapessi che ho sognato? Devo correre dai miei compagni a raccontarglielo... ma forse oggi mi riposo e poi magari ci vado dai miei amici e gli racconto tutto, sì, proprio tutto... Maria Pia De Paulis Fonte: M. P. De Paulis, Una gara tanto desiderata... ricordi tra verità ed immaginazione, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Marcantonio Capracotta e la peste del 1528

    Oh quanti monumenti di patrio amore nella venerabile antichità si rinvengono a pro de' poveri! Dopo la grave pandemia del 1348 la peste si attestò endemicamente nel nostro Paese, manifestandosi in forma epidemica ben cinque volte nella seconda parte del XIV secolo, due volte negli anni Venti e due negli anni Settanta del XV secolo, ancora due volte nel XVI secolo ed infine altre due volte nel XVII secolo. A Capracotta sono di pubblico dominio soltanto le informazioni sulla peste del 1656, grazie alla cronistoria del tempo fatta dall'arciprete Pietro Paolo Carfagna e, in tempi moderni, grazie all'attenzione del maestro Domenico D'Andrea, agli studi raffazzonati di Giovanni Schieda e alla pubblicazione curata nel 2015 dall'associazione "Amici di Capracotta". Per quanto riguarda l'epidemia del 1525-28 non vi sono purtroppo evidenze bibliografiche che riguardino specificatamente il nostro paese, quindi ne parlerò diffusamente per poi entrare nel dettaglio grazie a un personaggio storico che, nel proprio nome, portava quello di Capracotta. Mi riferisco a don Marcantonio Capracotta di Atessa, un ricco possidente che rivestì un ruolo fondamentale nel salvataggio del ceto contadino abruzzese tra la Val di Sangro e la costa adriatica. Nel febbraio del 1523 cominciò infatti a spargersi la voce che a Napoli si fossero verificati alcuni casi di peste. Ad aggravare il malumore del popolo partenopeo «il Vicerè si accorse che i fornitori di grano napoletani e dei Casali, ad un'attenta verifica, si stavano accaparrando il grano, così che la scarsa fornitura cominciò a provocare notevoli dissensi in Città». Insomma, nonostante il timore di un nuovo attacco pestilenziale, gli spagnoli, tra il 1520 ed il 1525, accentuarono i prelievi fiscali in tutto il Regno di Napoli, visto che spesso, quando «si profilava all'orizzonte una crisi annonaria, alcune università [...] erano restie a consegnare gran parte delle provviste di farina, e questo per due motivi, da una parte per la paura della carestia e della propria sopravvivenza e dall'altra per gli interessi degli speculatori che speravano di fare maggiori profitti». È una storia antica quella di fare affari quando il popolo è in miseria. Dopo che la peste del 1528 aveva stremato la popolazione contadina - a cui si aggiunse quella del 1530 e la marcia degli eserciti sui terreni coltivati (con conseguente distruzione dei raccolti) - Marcantonio Capracotta, coadiuvato da Giovanni Robertella e dall'Università di Atessa con 2.000 ducati, spese una vera e propria fortuna per risollevare la situazione acquistando quanto più grano possibile per sfamare i miseri lavoratori della terra d'Abruzzo, malati e rimasti senza provviste. Si potrebbe dire che ad Atessa il nome di Capracotta sia sinonimo di salvezza, tanto che il cronista padre Tommaso Bartoletti scrisse nel 1836 che «Marcantonio Capracotta, e Messer Giovanni Robertella furono i liberatori della Patria per le carestie penuriosissime, che l'afflissero». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Anno Domini 1656. La peste a Capracotta, Cicchetti, Isernia 2015; T. Bartoletti, Biografia cronologico-storico-critica degli uomini illustri atessani, Tizzano, Napoli 1836; D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995; P. Lopez, Napoli e la peste: 1464-1530, Jovene, Napoli 1989; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Montanaro, La macchina sanitaria del Vicereame spagnolo durante le epidemie pestilenziali del primo '500 in Napoli e nei casali napoletani, in «Archivio Storico di Terra di Lavoro», 18, Soc. di Storia patria di Terra di Lavoro, Caserta 2000-2001; E. Novi Chavarria, Sulle tracce degli zingari. Il popolo rom nel Regno di Napoli (secoli XV-XVIII), Guida, Napoli 2007.

  • Sugli antichi sentieri della transumanza

    Pescara. A Serafino Di Tanna capitava di pensare alle sue pecore lasciate a Capracotta nel Molise e ai tratturi, anche lì in Ohio, all'America, nei pochi metri della baracca del campo di prigionia in cui era rinchiuso, dopo essere stato catturato in Africa durante la guerra. Sua sorella, Carmela, che all'America c'era finita trent'anni prima, l'andava a trovare una volta al mese. Gli portava da mangiare e qualche maglia di lana per riparasi dal freddo crudele del Midwest. Non gli portava il cheese, quel formaggio americano troppo giallo e molle, che non sa di formaggio, Carmela, una sartina di paese che era andata maritata a un altro abruzzese (non si faceva differenza, allora, tra abruzzesi e molisani di montagna: stessa razza), Rocco Giagnacova, figlio di contadini di Villamagna, emigrato anche lui da ragazzo in Pennsylvania, che lavorava nelle ferrovie, con il legno e l'acciaio dei binari da mettere insieme per collegare un pezzo dell'America a un altro: dall'est verso l'ovest. Sentieri grigio-neri di ferro che tagliavano l'oro e il verde di quelle pianure che a Carmela ricordavano quelle della Puglia dove, ogni anno alla fine dell'estate, Serafino scendeva con il gregge e i pastori abruzzesi, lasciandosi alle spalle il paese sotto un cielo plumbeo e gravido di presagi dell'inverno. Serafino era lo zio di mio padre, ma questo non conta. Conta, invece, che era un pastore, uno di quei pellegrini che per secoli hanno percorso i tratturi, le piste della transumanza delle greggi. Dalle montagne dell'Abruzzo e del Molise verso le pianure della Puglia, alla fine dell'estate per sottrarre le pecore al freddo. E in senso inverso, in primavera, per riportarle nei pascoli in altura. La tappa del Giro d'Italia che parte oggi da Lucera in provincia di Foggia per concludersi all'Aquila, si muove lungo questo percorso di ritorno che i pastori abruzzesi e molisani hanno affrontato a piedi fino agli anni Settanta, quando hanno iniziato a trasportare le greggi con i camion. Ce n'erano due, di principali, che portavano dall'alto Tavoliere all'Aquilano. Il tratturo L'Aquila-Foggia, chiamato anche Tratturo del Re o Tratturo Magno, con i suoi 244 chilometri è il più lungo. Parte dal piazzale della Basilica di Collemaggio all'Aquila, scende lungo la valle dell'Aterno-Pescara passando nei pressi di Sant'Elia, Bazzano, Onna e San Gregorio. Superato Poggio Picenze, il sentiero risale verso l'altopiano di Barisciano e si inoltra nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Quindi, seguendo le orme dell'antica via Claudia Nova raggiunge l'antica Peltuinum. Il Tratturo Magno attraversa poi la piana di Capestrano, supera il valico di Forca di Penne, scende verso il Chietino dirigendosi verso Lanciano per raggiungere la costa vicino alla foce del fiume Osento. Qui si interna di nuovo nella pianura di Vasto per costeggiare di nuovo l'Adriatico alla foce del fiume Trigno ed entrare nel Molise. Raccolte, qui, le greggi del Molise, il sentiero della transumanza costeggiava la vecchia ferrovia Foggia-San Severo per poi raggiungere Foggia, dove aveva sede la Dogana delle pecore, vicino alla chiesa delle Croci. L'altro tratturo è quello che la tappa del Giro di oggi ricalca a tratti. Quello che partiva (e approdava) dalla campagna alle porte di Lucera e finiva a Castel di Sangro snodandosi per 130 chilometri. Si chiama il Tratturo della Zittola, dal nome del torrente: a Castel di Sangro corre quasi parallelo al Pescasseroli-Candela e con esso costituisce una delle coppie di direttrici longitudinali più importanti. Prima di approdare al ponte sulla Zittola, il sentiero passa per Campobasso e poi, nell'alto Molise, prima di attraversare il Sangro, Forlì del Sannio, Pescolanciano e Carovilli. Era questo il tratturo di Serafino. Lungo quel sentiero, tante tappe notturne. Il cibo era quello povero della transumanza: latte, ricotta, formaggio. Il passaggio delle pecore su questo e sugli altri sentieri era una prova di forza per il fisico. I fardelli economici non c'erano più, almeno quelli imposti dallo Stato. Per secoli le finanze del Regno di Napoli e delle Due Sicilie s'erano sostenute anche sulle tasse che gravavano sui pastori. Re Alfonso I d'Aragona nel 1447 aveva istituito la Dogana per la Mena delle pecore in Puglia, una sorta di finanziaria ante-litteram che stabiliva che le terre di pascolo erano del Demanio regio e si potevano utilizzare solo pagando la "fida", un canone annuo, fissato in rapporto al numero delle pecore. Nel 1465 erano 600 mila le pecore transumanti. Un secolo dopo, 1.137.064. Il culmine fu raggiunto all'inizio del Seicento con 5 milioni e mezzo di capi, di proprietà per il 98 per cento di pastori delle montagne d'Abruzzo. Quel pesante sistema di tassazione fu abolito solo all'inizio dell'Ottocento da quando Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì le servitù sul Tavoliere di Puglia. Tornò dalla prigionia nel 1946, Serafino Di Tanna, e riprese la sua vita fra le estati che somigliavano a primavere dell'alto Molise e i miti inverni del Tavoliere. D'estate lo stazzo, nella campagna fuori Capracotta, era presidiato dai cani. Pastori abruzzesi feroci con gli estranei, con chi si presentava senza essere accompagnato da Serafino o da altri pastori. Bastava farsi scortare e quelle furie bianche si placavano fino a farsi anche accarezzare. Lì Serafino ti scodellava in un piatto la ricotta fresca e, se ne aveva voglia, superando il pudore della fatica, poteva capitare che ripescasse dalla memoria un brandello o due di quell'epopea chiamata transumanza. Giuliano Di Tanna Fonte: G. Di Tanna, Sugli antichi sentieri della transumanza, in «Il Centro», Pescara, 19 maggio 2010.

  • La ricetta delle ceca maretra

    È caduta la prima neve. Il General Bianco, dopo aver buttato l'assedio, non soddisfatto, si accinge a stringere in una morsa di freddo e ghiaccio il paesello. I capracottesi, dal canto loro, non si lasciano cogliere impreparati: le provviste per l'invernata sono ben riposte e pronte per l'abbisogna. La secolare sfida, pur riproponendosi ogni anno, ha sempre visto, seppur "decimati", vincere i capracottesi. Essi sanno bene che questo è solo l'inizio e che dopo novembre c'è la nève de deciémbre che métte re diénde e poi c'è jennàre e jennaróne che scopa paglieàre, cuatenàre e cuascióne! Insomma, pur non disdegnando la neve, necessaria per le sorgenti e fonte di gioia per gli sportivi ed operatori economici, i paesani stanno sempre all'erta, anche perché: tiémbe de viérne e cure de criatùre nen puó sctà mieà secùre! E quando fa freddo, solitamente, si mangia un po' più grasso e il pensiero sovente volge alla carne di maiale. Eh, sì, questa "dispensa ambulante", per secoli, ha rappresentato l'arma migliore, per i capracottesi, per difendersi dai lunghi e rigidi inverni. Del maiale (allora!) non si scartava nulla: il sangue si mangiava cotto o, più tardi, addolcito con zucchero, cacao, cannella e altro, si trasformava in sanguinaccio. Prosciutti, salami, salsicce, ventresche, gnuóglie, ossa, piedi e testa, venivano appesi rappresentando la quasi totalità della sua trasformazione. Dico quasi, perché un ruolo determinante era svolto dal lardo: guai, se allora, un maiale non avesse procurato la giusta quantità di grasso (ùnde), per poter soddisfare le esigenze dell'intera famiglia, che a quei tempi era abbastanza numerosa. L'olio di oliva era per pochi privilegiati ed avere ùnde a sufficienza era già un lusso. D'altronde, quando qualcuno commetteva un'azione poco "lecita" lo si apostrofava dicendogli: «Pe ulìja de làrde, ha mìsse re dìte 'ngùle a re puórche!». Perfino le setole venivano recuperate per il calzolaio! Disgrazia immane era, pertanto, la morte per malattia del maiale. Essa gettava in costernazione l'intera famiglia, che già avvezza a vivere più o meno a stecchetto, passava alla "fame"! E immaginate che invernata dovette passare quella famiglia di otto componenti, che negli anni Sessanta subì la perdita dell'unica mucca che possedeva e che, morendo di notte, si accasciò addosso al maiale soffocandolo! Il veterinario don Peppe constatò la morte e prescrisse l'interramento di entrambi gli animali, facendo sprofondare nel più totale sconforto quella povera famiglia. E comunque, quando si aveva la fortuna di ammazzare il maiale, tutti erano in festa e l'intera famiglia partecipava all'evento: al più piccolo si faceva mantenere la coda, mentre i più forti lo tenevano saldamente stretto per le zampe prima del colpo fatale, che veniva inferto dal capofamiglia o dall'esperto compare chiamato per l'occasione. Dopo l'uccisione si puliva, si appendeva, si pesava e si apprezzava il lardo, mentre le donne, dopo aver sistemato il sangue, incominciavano a cuocere le cèca marétra, ovvero la carne intorno alla gola del maiale che comprende ghiandole del timo, tiroide ed emolinfoghiandole. Quest'ultime, soffriggendole a fuoco vivace, "sparano", e il marito, impaziente di attendere, ma soprattutto ingordo, nell'avvicinarsi incautamente alla padella, era spesso vittima di quegli schizzi: da qui cèca marétra (acceca mariti)! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Cèca marétra: la ricetta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • 1965: Amelia Rosselli a Capracotta

    Long poem "La libellula" on Nuovi Argomenti having enormous success - but I am accused by some who are wrong of neo-romanticism! Quite wrong - the poem is strong on re-reading it, though I'm quite far from that mentality (1958). I want to send you the copy (15 sbagli di stampa) together with another review instead publishing 3 long very recent poems written at Capracotta - just for the contrast, so you'll get a vague idea of what I'm trying (or was trying to do in 1965) to do. Questo è uno stralcio della lettera che Amelia Rosselli, di ritorno dal soggiorno capracottese, spedì il 28 luglio 1965 a suo fratello Giovanni. Ebbene sì. Una delle più grandi poetesse italiane - molto apprezzata anche a livello internazionale - trascorse a Capracotta una lunga vacanza nell'estate del 1965 e quel periodo si rivelò per lei molto fecondo, perché nel nostro paese la Rosselli scrisse ben 22 poesie, tutte inserite nella "Serie ospedaliera", una raccolta che, dopo "La libellula", rappresenta il secondo ciclo della sua inestimabile opera poetica. Quei componimenti vengono definiti dagli studiosi della Rosselli «le poesie abruzzesi [che] costituiscono la stagione più recente di "Serie ospedaliera", risolutiva per porre termine alla gestazione della raccolta; anche se poi non vede la luce fino al 1969». E il critico dell'opera rosselliana più accreditato è certamente Stefano Giovannuzzi, professore di Letteratura italiana all'Università degli Studi di Perugia, col quale tenterò di organizzare in futuro un evento a Capracotta incentrato proprio sulla Rosselli. Il nucleo delle poesie scritte a Capracotta rappresenta infatti il punto di partenza del quarto capitolo della "Serie ospedaliera". Giovannuzzi afferma che «dietro l'apparenza letteraria e idillica, le poesie abruzzesi mettono in scena i riti che accompagnano la morte di un personaggio maschile, dalla veglia funebre alla cerimonia della sepoltura [...]. Dietro l'anonimato il morto delle poesie abruzzesi disloca, attenuandolo, il lutto per la scomparsa di Scotellaro». A quanto pare il fulcro umano di quel grumo poetico è da rintracciare in Rocco Scotellaro (1923-1953), che la Rosselli conobbe nel 1950 e la cui prematura scomparsa provocò nella poetessa un trauma che «tende a fissarsi in figure allegoriche che hanno lo scopo di alleggerire la sofferenza oggettivandola al di fuori del perimetro della biografia». Le 22 poesie composte da Amelia Rosselli a Capracotta sono le seguenti, i cui titoli sono tratti dal primo verso delle stesse, dimostrando il flusso di coscienza da cui sono scaturite: "Amarti e non poter far altro che amarti"; "Ma tu non ritornavi: giacevi semidistrutto"; "E morire per te è vano"; "Son così sola, e ti amo tanto, il vento morde"; "Mi batte la testa, nella pensione"; "Un'esile vocina: basta aprire appena il battente"; "Tu non ricordi le mie dorate spiagge"; "Luce sulla tua testa cade incerta"; "A tratti la tua testa assume un aspetto"; "Parole nude sul tronco dell'albero"; "Le ingenue case, è meglio che Dio rimanga"; "Avvezza al sogno, al sonno, al sole"; "Primavera, primavera in abbondanza"; "Si staglia netto il campo"; "Di sera il cielo spazia"; "Tu con tutto il cuore ti spaventi"; "Esiste molta gente, e non è tutta"; "C'è vento ancora e tutti gli sforzi"; "Faccia nell'erba odori quel poco"; "Seguito dalle mosche, credendomi"; "Diana la cacciatrice soleva avvicinarsi"; "I bambini sono i padroni del paese". Nel secondo volume della mia Guida azzardai alcune ipotesi, dettate dalle emozioni istintive che le poesie della Rosselli mi avevano provocato. In quell'occasione scrissi infatti che Capracotta aveva probabilmente garantito alla Rosselli l'armonia e l'ispirazione tali per poetare; inoltre, nel presentare il quattordicesimo componimento "Si staglia netto il campo", scrissi che mi piaceva «immaginare la Rosselli nella camera d'una pensione capracottese, con vista sulle montagne, seduta allo scrittoio, mentre fuori nevica, e troviamo tre aree tematiche ricorrenti: il campo (un prato qualunque o il nostro monte?), il freddo (del ghiaccio o dell'anima?) e la pensione (un albergo o la metafora della miseria?). Al fertile acme dell'ispirazione, la poetessa potrebbe essersi lasciata blandire - almeno originariamente - dalla cruda silhouette di Monte Campo, e solo in un secondo momento, in fase di rifinitura, abbia optato per la minuscola iniziale del primo verso, così da evitare qualsiasi riferimento a luoghi reali». Nel leggere la biografia del prof. Giovannuzzi scopro che «incrociando le notizie e gli accenni di autocommento, il discorso parrebbe formulato in modo da stabilire una dipendenza, o una connessione, fra il paesaggio fisico in cui le poesie sono scritte [...] e un paesaggio culturale e letterario che rivaluta paradigmi quantomeno fuori gioco dall'osservatorio degli anni Sessanta». Ciò che avevo ipotizzato nel 2017 non era quindi così sacrilego: la Rosselli soggiornò a Capracotta e da allora Capracotta soggiorna nella sua poetica. Difatti, se si leggono i primi versi delle ventidue poesie poc'anzi elencate, si trovano molteplici richiami alla nostra cittadina: il vento che morde (la vòria), il mal di testa nella pensione, i tronchi degli alberi, le ingenue case (di un modesto paese), il Campo che si staglia e di nuovo il vento (il maiellése), l'erba odorosa, la presenza delle mosche, il mito precristiano di Diana e i bambini che scorrazzano e spadroneggiano pel paese... Dirò di più. Per quanto riguarda quel «vento che morde», ho controllato i dati meteorologici dell'estate del '65, da cui risulta che quella stagione vide in Italia «un comportamento davvero poco estivo dopo un giugno normale per le temperature con la massima annuale a 35,2°. [...] Sia luglio che agosto sono estremamente piovosi e perturbati», il che rende legittimo pensare che a Capracotta il vento abbia morsicato più del solito, colpendo l'immaginario di Amelia Rosselli. Ora bisognerà scoprire dove la poetessa abbia alloggiato fisicamente, nella speranza di scoprire qualche scritto autografo, che oggi avrebbe un valore immenso, al di là del mero dato economico. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bello Minciacchi, Amelia Rosselli, in «Antologia Vieusseux», XXIII:69, Firenze, settembre-dicembre 2017; A. Cortellessa, La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell'autrice, Le Lettere, Firenze 2007; S. Giovannuzzi, La persistenza della lirica. La poesia italiana nel secondo Novecento da Pavese a Pasolini, Fiorentina, Firenze 2012; S. Giovannuzzi, Che cos'è la lettertura? Amelia Rosselli e le poesie abruzzesi di "Serie ospedaliera", in R. Girardi, L'angelo malato. Poesia a salute mentale nel Novecento italiano, Ed. di Pagina, Bari 2014; S. Giovannuzzi, Amelia Rosselli: biografia e poesia, Interlinea, Novara 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; A. Rosselli, Lettere a Pasolini (1962-1969), a cura di S. Giovannuzzi, S. Marco dei Giustiniani, Genova 2008; A. Rosselli, Serie ospedaliera, Il Saggiatore, Milano 1969; A. Zungri, Ed è dolce il naufragare in questo sonno così spiritato: proposte di lettura per "Serie ospedaliera", in «Quaderni del '900», XVI:16, Serra, Pisa-Roma 2016.

  • Storia di una ninna nanna strana e nostrana

    Fu un'estate movimentata quella del 1974 a Capracotta. Ero arrivato, come tutti gli anni, verso metà luglio; avevo 21 anni e la gioia di passare circa due mesi nel paese natio; soprattutto sentivo il piacere di riallacciare tante amicizie con figlie e figli, come me, di capracottesi sparsi un po' in tutta Italia. Eravamo tutti legati allora dalla passione per la politica perché avevamo partecipato, ciascuno nella propria città di residenza, alle manifestazioni di protesta e alle contestazioni studentesche ed operaie che agitavano i luoghi pubblici dal 1968. Capracotta, in quella estate, ci offrì una straordinaria occasione di poter esercitare una attività di vero e proprio impegno politico e civile. Verso la fine di luglio si era appreso che la Giunta comunale aveva deciso di dimezzare l'orario di apertura al pubblico della farmacia comunale. Piuttosto che tutti i giorni, come era stato fino ad allora, essa doveva essere aperta a giorni alterni, nel corso della settimana. Si diceva "a scavalco", un giorno sì ed uno no, e l'operazione mirava ovviamente a risparmiare denaro. Il provvedimento parve molto ingiusto a tutti. Si trattava davvero di uno scavalco: "scavalcava" infatti, nel senso che ignorava senza scrupoli, le necessità e le esigenze degli abitanti che evidentemente utilizzavano la farmacia non già come esercizio commerciale, bensì come un "servizio" dove poter trovare l'occorrente in un momento di necessità e di emergenza. E siccome della salute della famiglia, dei bambini e degli anziani si occupavano, e si occupano, sempre le donne, furono proprio le più anziane tra loro a far sentire il disappunto e la rabbia. Non doveva essere facile, per le donne di una certa età e se abitano in un paese di montagna, correre in caso di bisogno, e con chissà quale mezzo, alla farmacia del vicino paese... magari con tanto di neve! La questione apparve a tutti quale era: una ingiustizia, un disagio annunciato, un vero e proprio sopruso. Alla protesta delle donne si unì presto quella degli altri; degli abitanti residenti e degli emigrati e soprattutto quella di noi giovani, che avevamo lo spirito della rivolta a fior di pelle. La faccenda venne affrontata inizialmente in una assemblea riunitasi presso l'ex asilo comunale. Gli animi erano infuocati tanto che sull'argomento si tornò a discutere ancora in molte sedi e circostanze, nei locali pubblici e nelle strade, per tutto il mese. Sembravano sparite le differenze tra giovani o vecchi, residenti o emigrati, tra contadini e coloro che erano di solito visti come... "intellettuali", lontani da casa e disinteressati alla vita di paese. Il culmine della protesta sfociò in una manifestazione di piazza, con tanto di corteo che si snodò lungo tutto il paese, che mai aveva avuto esperienze diverse da quelle delle.... processioni. Alla testa del corteo campeggiava uno striscione scritto a mano: FARMACIA SUBITO. La lotta non fu vana. Alla fine si ottenne la revoca del provvedimento restrittivo, con grande gioia e soddisfazione di noi tutti e soprattutto dei più anziani, con Irene e Lucia di Milione in prima fila: erano loro quelli che spessissimo avevano bisogno di medicinali. La vera vittoria fu quella di aver difeso, tutti insieme, l'unica farmacia rimasta in paese, e per di più comunale. Aver difeso cioè un bene comune, diverso dalle farmacie private, aperte talvolta come trampolino di lancio per carriere molto politiche e molto poco... terapeutiche... Di solito il popolo di Capracotta è un popolo discreto, laborioso, diffidente della politica e poco incline ad esporsi, soprattutto le donne! Quella occasione, invece, ruppe il ghiaccio; si formarono tante nuove amicizie e dai tanti incontri nacque il "Collettivo di paese". Si trattava di una sorta di comitato che discuteva i problemi di Capracotta e raccoglieva i desideri dei partecipanti: si era data ormai la stura alla voglia di partecipare e, se necessario, ribellarsi. Soprattutto si creò un rapporto vivo ed autentico tra coloro che a Capracotta vivevano tutto l'anno e coloro che erano accusati di essere feluósofe (filosofi), perché non addentro alla vita e alle dinamiche della montagna. A pensarci oggi, col senno di poi, forse sarebbe stato più importante lottare non tanto per il mantenimento della farmacia e dei suoi orari di apertura. Avremmo potuto cogliere piuttosto l'occasione per "inventarci" la nostra... farmacia, mettendo a profitto le sicure conoscenze antiche sull'uso e sulle proprietà delle tante erbe officinali di cui è ricca la montagna della nostra terra. E magari raccogliere il patrimonio di conoscenze per realizzare laboratori di trasformazione delle erbe e con un bel salto di qualità, dotare Capracotta di una salutare erboristeria. Nei due anni successivi accaddero tante cose e si lottò per le case popolari, per i trasporti; venne istituita una cooperativa di magliaie, poi chiusa. Ma non è di questo che in questa circostanza voglio dire. Voglio raccontare piuttosto che il gruppo del Collettivo (alla fine così lo chiamavamo) di cui facevo parte decise di organizzare per l'agosto dell'anno successivo una settimana chiamata "Zulluam 'nziembra", "giochiamo insieme" in italiano. Era sì rivolto ai giovani e ai bambini ma vi potevano partecipare tutti. Su un grande foglio di carta, con la tecnica dei ta-tze-bao cinesi, fu scritto a mano un programma che si sarebbe svolto presso la Villa, il giardino comunale del paese. Ci fu una attività dedicata al disegno e alla pittura, da realizzarsi con l'uso dei più diversi materiali; su grandi fogli di carta, recuperati in qualche modo, furono eseguiti disegni da oltre 50 bambini, distesi, insieme ai fogli, sul prato verde della Villa. Vennero fuori lavori fantastici, tanto che alcuni di essi furono spediti a Mosca, in occasione del Festival Internazionale della Gioventù (comunista). A dire il vero questa cosa mi dispiacque un po'; avrei voluto tenere a Capracotta quello che avevamo realizzato, perché l'Unione Sovietica sembrava un paese già corrotto dalla burocrazia e dalla formazione di nuove caste, che in nome del popolo detenevano il potere. Fortunatamente qualche "opera" è rimasta e la conservo gelosamente in un baule nel mio... sottoscala; aspetta una buona occasione, nuova, per essere esposta ed apprezzata, perché possa fornire spunti di riflessione. Un'altra attività fu quella di costruire oggetti con i petriésse (scarti di legno della lavorazione delle falegnamerie di Capracotta) e anche in questo caso vennero fuori bellissime cose. Si lavorava sempre in gruppo di tre, quattro persone e ciascuno cercava di far tesoro di quel che aveva imparato durante il tempo di occupazione delle scuole, allora investite dal vento della contestazione. Ed era un privilegio poter lavorare in gruppo, con collaborazione, lontani da forme di individualismo e di competizione. E poi ancora giochi di equilibrio e di movimento, un concerto in piazza, di musica popolar-folk e di contestazione che terminò in un girotondo favoloso e che abbracciò tutto il gruppo di case poste tra il corso principale, la Chiesa di S. Antonio, il Colle e la piazza principale. Certo ci sentivamo coinvolti socialmente e politicamente e la storia di poi ha sfortunatamente indirizzato le sue energie verso forme di lotta e di partecipazione piuttosto "dure" e alquanto violente. Le proposte alternative sembrarono andare tutte nella direzione del pensiero forte e dell'azione cosiddetta impegnata. Quasi che l'impegno e il lavoro non potessero che passare attraverso iniziative decisamente serie, di lavoro ufficialmente riconosciuto e amministrativamente avallato. Non c'era tempo per altro e ogni proposta alternativa fu considerata debole, ludica, periferica. Chi volle sperimentarsi, come noi, nel "gioco", venne emarginato come non importante, secondario, superficiale! E invece, ma allora non lo sapevamo, la strada per ogni cambiamento vero ed importante può passare attraverso l'apparente effimeratezza della condivisione amicale, attraverso il coinvolgimento di tutte le parti, soprattutto non istituzionali, percorrendo la via della pacifica collaborazione e la messa in comune, sempre, delle migliori qualità di ciascuno. È il lavoro dei tanti e diversi, lavoro silenzioso e leggero, che porta a valorizzare le storie locali e la ricchezza straordinaria dei patrimoni da mettere poi in comune. Il diffondersi e l'affermarsi di movimenti ecologici e pacifisti, tanti anni dopo, dimostrano la necessità di questa inusuale sensibilità. Non è lontano dal vero ritenere che questa forma di partecipazione, così come quella settimana di agosto la realizzò, ha agito sotterraneamente nelle coscienze dei partecipanti e può essere certamente considerata la primissima cellula di ciò che sarebbe diventata la proposta del "vivere con cura". Qui, prima ancora dei risultati misurabili quantitativamente, conta la qualità degli incontri e lo spirito di condivisione conviviale; qui vince solo l'estrema attenzione alle straordinarie "piccole cose". In quella famosa settimana di tanti anni fa e di tanti giochi... E infine organizzammo una particolare caccia al tesoro che ci impegnò per parecchi giorni. Si trattava di andare a scovare, sempre in piccoli gruppi, materiale legato agli usi, costumi e tradizioni della vita di Capracotta. L'entusiasmo fu alle stelle: riuscimmo a trovare così tanto, da aver bisogno di giorni per riordinare. Bisogna tener presente che allora Capracotta contava circa 2.500-3.000 residenti ma si era alla fine della vita rurale che aveva caratterizzato il paese. Quella caccia al tesoro fu un'occasione d'oro per vivere, con spirito di vacanza e di tempo libero, un importante momento di ricerca per conoscere e far riaffiorare una cultura in via ormai di estinzione, perché soppiantata dai nuovi miti dell'urbanesimo, dell'industrializzazione e del progresso individuale. Tra i dieci campi di ricerca, oltre al reperimento di oggetti del recente passato della tradizione popolare, della caccia al tesoro c'era il compito di raccogliere il maggior numero possibile di ninne-nanne e cantilene autoctone, quelle che le donne, e vogliamo sperare forse anche gli uomini, cantavano ai bimbi e alle bimbe, neonati, per favorire ed assecondare il sonno. Scoprimmo che molte si assomigliavano: come in quelle di ogni paese d'Italia compariva l'uomo nero ed altri archetipi dell'infanzia. Altre invece erano proprio particolari ed anzi una era così... personalizzata che ancora oggi, ricordandola, mi colpisce ancora molto. È interessante davvero la storia di questa ninna-nanna; ne venimmo a conoscenza perché invitavamo sempre i partecipanti a cercare, per ogni filastrocca, le origini e le recitatrici domestiche. Ed ecco dunque la storia di... una ninna-nanna capracottese D.O.C. Una donna aveva sposato un certo Domenico, nome che a Capracotta si usa accorciare con Ming. Costui era un uomo molto alto di statura tanto che gli venne affibbiato il soprannome de "il Lungo", lung in dialetto capracottese. Il marito in oggetto, dunque, veniva comunemente chiamato Ming Lung. La coppia ebbe un figlio di nome Sebastiano, nome che a Capracotta si accorcia con Ciàn. Così che quando si voleva identificare proprio quel bimbo e non altri tra eventuali cugini omonimi bastava dire: Ciàn Ming Lung! E tutti capivano che si trattava di Ciano, il figlio di Domenico detto "il Lungo"! Certo però che Ciàn Ming Lung è più vicino al nome di una dinastia imperiale cinese, abitante la città celeste che non di un infante di un piccolo paese di montagna. Ma tant'è. Ebbene la mamma di Ciàn aveva il problema di far addormentare il figlioletto o forse un suo fratellino piuttosto inquieto e non facile al sonno. Ogni genitore sa che cosa sia questo problema per il bimbo, per sé e le faccende domestiche, per gli altri familiari, per i vicini di casa... Tentava certo con tutto il repertorio tradizionale in uso tra le puerpere ma pareva che il bambino di dormire non ne volesse proprio sapere. Fino a quando, però, la buona donna non ebbe quella che potremmo definire una geniale intuizione: utilizzò il nome di suo marito come ninna-nanna o come direbbero in oriente i monaci tibetani, un mantra. Questa espressione vocale e musicale, evocativa e magica, è capace di ricreare un collegamento intimo e spirituale tra chi recita e l'universo circostante, in un circolo di accogliente amore. Come ogni mantra, dunque, questo funzionò ed il sospirato sonno giunse, pacifico e ristoratore. Basta provare, ed ecco allora la ninna-nanna-mantra. Ming Lung, Lung, Lung Lung, Lung, Lung, Lung, Lung, Lung, Lung... (All'infinito) Già allora questa cosa mi aveva colpito, ammiratore quale ero della lunga marcia e della rivoluzione culturale maoista. Anche questa, purtoppo, una rivoluzione degenerata. Devo essere stato affascinato, certo, anche dalla lingua cinese che si snoda davvero come tanti piccoli e monosillabici mondi sonori. Nome e soprannome del marito, nel nostro caso, trasformato in ninna-nanna: il nome Ming come starter, come un via libera al soprannome Lung, usato come suono base decisivo. La pratica di utilizzare il materiale offerto dal territorio era quasi l'unica esistente prima dell'urbanesimo. Ogni nucleo, meglio se allargato, doveva saper utilizzare quel materiale, seppur poco, per poter vivere con una certa dignità, servendosi del riciclo perché nulla andasse buttato via. Questa ninna-nanna è, a pensarci bene, il riciclo di un nome e soprannome che, per magia di una donna, diventa un efficace e semplice ninna-nanna. Un mantra, appunto. Alcune scuole di medicina orientale sostengono che ci siano suoni strumentali e vocali che attivando i centri nervosi atti a regolare funzioni neuronali, portino beneficio e si mostrino veri e propri rimedi di guarigione. La semiologia Julia Kristeva sostiene che non è tanto il contenuto o il vocabolo, anche se importanti, ad essere decisivo nella comunicazione tra individui; quel che è davvero fondamentale è la tonalità dei suoni e la diversità di ogni sfumatura, capace di creare legami di amore con il mondo. Chissà come la moglie del nostro Ming recitava la sua ninna-nanna al suo piccino, con quali vibrazioni sonore ed armonie vocali: allora non ci fu il tempo di cercare notizie su questa donna. Il desiderio e la segreta speranza di queste pagine, scritte "a quattro mani", con conviviale e semplice collaborazione, è anche quello di riaprire la caccia al tesoro interrotta tanti anni fa. Chissà se, scoperta l'identità della protagonista autrice della ninna-nanna, non le si possa intitolare un "concorso" di ninne-nanne da cercare o da inventare ancora. No. Non conosciamo questa donna; non sappiamo neppure quando sia vissuta; difficile saperlo se le donne, tranne qualche eccezione, vivevano come ombre dei mariti... e tuttavia a questa donna, chiunque essa sia, va il nostro grazie. Grazie, donna ancora ignota, per averci donato una ninna-nanna semplice e buona come vorremmo fossero tutti i sogni dei bimbi. Antonio D'Andrea e Anna Montaruli Fonte: A. D'Andrea e A. Montaruli, Che tutti dormano... Ming Lung. Storia di una ninna-nanna strana e nostrana, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.

  • Filomena

    Si incontrava Filomena al forno di Pasquale nel viavai delle donne che andavano a fare il pane, portavano le teglie a cuocere o con le pagnotte calde nelle ceste tornavano verso casa. Quel tratto di strada in prossimità del piccolo cimitero di montagna era sempre un po' profumato di cose buone e talvolta imbiancato della farina caduta; nell'attesa che si sfornasse, Filomena che abitava lì accanto in una casa grande nella quale viveva sola, partecipava al lavoro collettivo; saliva per una scala che non odorava di vacche come tante altre che avevano le stalle sotto, aveva invece la ringhiera di ferro che portava in una cucina ampia dove con grande cordialità ella offriva qualcosa di dolce come una fetta di pan di spagna o dei confetti ricci rimasti di qualche zìta (cerimonia nuziale). Ai bambini si rivolgeva premurosa ora serrando le labbra per farsi più attenta, ora aprendole ad un largo sorriso; il viso rotondo allora si illuminava nella cornice dei capelli neri che teneva stretti in un nodo. Il suo corpo pieno vestiva panni più cittadini delle altre donne e mostrava una passata bellezza, ma tradiva come un'ansia, una irrequietezza che a volte la faceva inciampare nelle parole mentre sembrava sempre indaffarata. La voce, nota a tutto il quartiere, risuonava tra le case ora chiamando l'una ora l'altra delle donne con le quali era in confidenza, con loro scambiava chiacchiere e faccende. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • Il paese nel quale vivo

    Il paese nel quale vivo si chiama Capracotta e, per chi non lo sapesse, esso è situato in alto a 1.421 m. sul livello del mare. Siamo appollaiati su un cuneo, là dove il Molise entra in Abruzzo, tra le province di Chieti e dell'Aquila. La maggior parte degli italiani ignora che cosa sia o dove esattamente sia questo bellissimo angolo d'Italia, in cui dai picchi più alti e più aspri si scende poi dolcemente verso il mare Adriatico. Noi molisani siamo abituati a questi "lapsus" e, ormai, quasi tutti ce ne siamo spiegati il perché. Tornando al borgo (Capracotta), un tempo era ricco e fiorente per l'intensa contaminatio con la confinante e ricca Puglia, col traffico delle greggi, con la massiccia transumanza che vedeva impegnati quasi tutti gli esseri umani di sesso maschile per questo lungo viaggio che li avrebbe portati per molti mesi dell'anno lontani dalla famiglia giù nelle pianure del Tavoliere. Il paese è bello, ricostruito dopo la guerra, che qui è passata con tutta la sua crudezza e morte; è ricco di verde, di panorami maestosi, di fontane scroscianti, di montagne altissime, nei cui anfratti è possibile, ancora d'estate, trovare la neve (nelle nevère), di pascoli sconfinati, di abetaie, di sentieri tortuosi. Gli abitanti (700-800) sono persone forti che ben tollerano le intemperie, i rigori, le nebbie, i venti impetuosi, le tormente nevose che tutto cancellano dalla visuale. I gerani ai balconi, le strade pulite, le panchine lungo i margini delle strade, la villa comunale che è un tripudio di colori, il belvedere da cui l'occhio spazia verso l'Abruzzo della Maiella e di Roccaraso, o verso il dolce paesaggio del Molise, fino al capoluogo e oltre, con tante luci occhieggiati qua e là, è un luogo da visitare, da gustare, da ammirare. A 20 km. da qui c'è il mio bel paese, Agnone, il borgo dell'anima, da me amato con struggente nostalgia... Ne parlerò un'altra volta. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/, 20 maggio 2017.

  • Da Belsedere a Strangolagalli

    Quando si parla d'Italia non ci si limita ad esaltarne solo le bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche, l'ottima enogastronomia o la moda. Ci sono tante chicche da scoprire nel Belpaese, ed un insolito itinerario potrebbe essere quello alla scoperta delle località dai nomi più bizzarri. Denominazioni curiose assegnate a volte per goliardia da parte degli abitanti dei luoghi, a volte per intitolazioni date a seguito di dominazioni straniere, o per strafalcioni linguistici. Ecco perché è particolarmente divertente seguire i consigli di Hundredrooms, il comparatore online di alloggi turistici, che segnala le più singolari città con nomi stravaganti in Italia. Ad incominciare da Altolà, frazione del comune di San Cesareo sul Panaro, in provincia di Modena, a Belsedere in provincia di Siena o Fiumelatte, sul Lago di Como. Questo piccolo paesino prende il nome dall'omonimo fiume che vanta il primato di essere il più corto d'Italia con i suoi 250 metri e le cui acque bianche richiamano il colore del latte. C'è una piccola frazione delle Langhe Piemontesi, vicino Cuneo, che si chiama Pocapaglia, dove le tenute vinicole regalano ottimi vini da servire sulle tavole insieme alla Bagna Caudà. Vicino a Perugia si trova Casa del Diavolo, denominazione originata dalla distruzione del paese dovuta alle truppe di Annibale anche se, secondo alcuni, il nome deriverebbe da una casa di perdizione per briganti durante i tempi antichi. In prossimità di Prato, invece, si trova Paperino, divenuto celebre negli anni Ottanta grazie al film di Alessandro Benvenuti "Ad ovest di Paperino", nonostante non vi fosse stata girata nessuna scena. Il nome non deriva dal celebre papero Disney, bensì da Paperium, un legionario romano fondatore di una delle 45 ville che circondano il territorio pratese. Il paese di Capracotta, in provincia di Isernia, deve il suo nome alla tradizione dei Longobardi che erano soliti sacrificare una capra cotta come rito di buon auspicio. Sempre di animali si tratta con Strangolagalli, in provincia di Frosinone: qui le leggende si sprecano, fra le più suggestive vi è quella secondo cui i nemici attaccassero la città al cantar dei galli, e la popolazione, per evitare l'irruzione, decise di uccidere i poveri animalisalvando così il paese. Una frazione di Custonaci, paese in provincia di Trapani, si chiama Purgatorio, vanta una costa paradisiaca e si contraddistingue per la famosa processione dei Misteri, che si svolge durante la Settimana Santa. Sempre in Sicilia si trova Donnadolce, una località situata nel comune di Comiso, in provincia di Ragusa: si tratta di un piccolo borgo con ricchezze e bellezze naturali che riguardano non solo le opere architettoniche, ma anche il sorriso delle donne del luogo. Flaminia Giurato Fonte: F. Giurato, Da Belsedere a Strangolagalli: l'Italia dei nomi più bizzarri, in «La Stampa», Torino, 26 giugno 2017.

  • I Mendozzi a Capracotta nel '700

    Non nutro particolare interesse per la patronimica né per la genealogia, foss'anche quella capracottese. Ciò nonostante ho voluto tentare una ricerca sul mio cognome, per osservare quanti e quali Mendozzi ci fossero a Capracotta in un dato momento storico, giacché oggi si contano almeno sei distinti rami di quel cognome: r'Amecùne, re Mennuózze, la Pezzùta, Papùmme, de Cènde e infine i Mendozzi a cui appartengo io, che non hanno nemmeno un soprannome, anche se il mio bisnonno era detto 'Ndògne Rucchètte. La fonte più attendibile per un'analisi del genere resta la numerazione dei fuochi e dei sottofuochi del 1732 contenuta nel "Libro delle memorie" del cancelliere Nicola Mosca. In quella corposa sezione ho infatti trovato soltanto due famiglie Mendozzi, entrambe residenti nella «Contrada di S. Maria delle Gratie» - oggi conosciuta come re Còlle - e facenti capo a Gioacchino (di Francesco) e Onofrio (di Giulio) Mendozzi. Nel 1732 Gioacchino aveva 62 anni ed era un pastore. Figlio di Francesco Mendozzi e di Caterina Colagrossi, si sposò con Liberata Venditto, che gli diede un figlio di nome Pietro ma che presto lo lasciò vedovo. Gioacchino si accasò nuovamente con Loreta Di Tanno, di otto anni più giovane, e con lei mise al mondo tre figli maschi: Andrea (23 anni), Egidio (20 anni) e Felice (9 anni). La prima moglie gli aveva portato in dote 66 ducati, la seconda soltanto 10, ma Gioacchino possedeva una casa dignitosa dove abitava con Loreta e coi tre figli più piccoli. Pietro, figlio della prima moglie Liberata, nel 1732 aveva infatti 32 anni e, ovviamente, era anch'egli pastore. Sposatosi nel 1724 con la coetanea Colomba Di Tanno, aveva generato due maschietti - Francesco (7 anni) e Riccardo (3 anni) - e una femminuccia, Liberata (1 anno). Colomba aveva portato in dote 50 ducati «consistentino in un letto, rame lavorato, e pannamenti». Insomma, a dar seguito al cognome di Gioacchino Mendozzi furono Andrea, Egidio, Felice, Francesco (che portava il nome del nonno) e Riccardo. Ma di tutti questi nomi è giunto fino a noi soltanto il penultimo, portato da Francesco Mendozzi (1905-1983). La seconda famiglia Mendozzi che abitava a Capracotta tre secoli fa era quella del giovane Onofrio, di anni 32, di professione "giumentaro", l'addetto alla custodia e al governo degli equini da allevamento. Figlio di Giulio Mendozzi (defunto) e di Angiola Angelaccio (66 anni), si era sposato nel 1731 con la diciannovenne Margarita Fantuozzo, senza dote, che non gli aveva ancora dato figli. Onofrio aveva inoltre una sorella, Virgilia (38 anni), vedova di Mattia Di Tella e madre di Caterina (10 anni) e Felice (9 anni). Nella sua casa Onofrio ospitava infatti sia la madre Angiola che la sorella Virgilia coi figli, tutti «alimentati dal suddetto Onofrio». Giulio, il padre di Onofrio, è registrato nel "Libro delle memorie" come uno di quelli che nel 1708 vendevano «vino à soma», unità di misura pari a due barili (il barile era da venti fiaschi e ogni fiasco da otto quartucci). A quanto pare, dunque, il cognome Mendozzi non sarebbe l'ipocoristico aferetico del nome Raimondo (Raimondozzo), come alcuni affermano. Anche se non è possibile sapere quanti figli abbia generato Onofrio dopo il 1732, quel che è certo è che, a dispetto della precedente ipotesi, non c'è nessun Raimondo Mendozzi, come suggerirebbe la primordiale tradizione di rinnovare il nome degli anziani, nata per onorare i genitori per eccellenza, quelli di Gesù Cristo. Non è dunque più probabile che i Mendozzi di Capracotta provengano dai Mendozzi e Mendozza di Napoli, che a loro volta provengono dai Mendoza di Spagna? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Bandello, Novelle, Busdrago, Lucca 1554; J. G. Fucilla, Our Italian Surnames, Chandler's, Evanston 1949; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; E. Rossoni, L'origine dei cognomi italiani. Storia ed etimologia, Melegnano 2014; R. Sgaramella, Dizionario dei cognomi e soprannomi di Cerignola, Cerignola 1998.

  • Capracotta: tombe sannitiche con suppellettile funebre

    Nel territorio di Capracotta, in questi ultimi giorni, ho preso nota di parecchi luoghi che fanno testimonianza di antichità abbastanza remote. Uno di essi è il Monte di s. Nicola, monte che si dirama dal Matese. Sulla sua vetta, di forma quasi conica, sono ancora visibili alcune tracce di mura poligoniche, che s'interrompono e si rannodano a scogliere naturali schistose. Una di queste scogliere prende nome di Segone. I massi delle mura scomposte rotolarono a valle. Sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata. Perpendicolarmente, a valle, si distende la contrada Macchia, proprietà del signor Tommaso Conti. Intorno alla masseria di questo signore i laterizî frammentati sono innumerevoli. Si ricorda da molti che la iscrizione osca, in lastra enea, nota col nome di Bronzo d'Agnone, fu rinvenuta appunto in questa contrada da un Pietro Tirone, bifolco del sig. Giangregorio Falcone, capracottese, e venduta poi a un orefice d'Agnone. Dunque non Bronzo di Agnone dovrebbe chiamarsi, ma capracottese. Nelle bassure di detta contrada della Macchia, durante i lavori campestri, di tempo in tempo si rinvennero e si rinvengono tombe a inumazione con suppellettile funebre. Da oggi innanzi, secondo gli ordini dati dal proprietario del podere, sarà scrupolosamente conservato ogni oggetto che vi si potrà rinvenire. Ancor più oltre di questa contrada, sempre in discesa, continuano a vedersi i frammenti di laterizî antichi, fino alle scaturigini della Fonte detta dell'Eremita. Volgendo poi a destra, cioè ad est-ovest, e mantenendo sempre quasi la stessa altezza, si giunge alla collina di santa Croce, tra pochi avanzi di muri medievali, forse soprapposti a rovine di pago o vico di nome sconosciuto. Uno dei tratti di questa collina, si chiama Le Guastre, e dove il sig. Gabriele di Tella possiede una masseria. Le tombe che vi si rinvengono, sono della così detta prima età del ferro; ed hanno la forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco e chiuse con lastroni di pietra grezza. Poco o nulla si tenne conto dei vasi di creta che vi si rinvennero. Gli oggetti raccolti conservati e generosamente donati a me dal proprietario sig. di Tella, compresa una lancia che ebbe già in dono il cav. Michele Falcone e che ha gentilmente donata a me per completare la collezione della suppellettile rimasta, appartengono a quattro tombe. Di una tomba, perduti i vasi e qualcos'altro, rimane soltanto una cuspide di lancia, in ferro, alquanto piegata, forse pel peso di qualche masso franato. Di un'altra tomba, ma di bambino, si conservano tre braccialetti di lastrina enea, senza saldatura nel ricongiungimento longitudinale e con quattro sottili scanalature trasversali in ogni estremità; di più, anche in bronzo, due anellini di filo cilindrico, a sei giri l'uno, a cinque giri l'altro. Appartengono alla collezione dei bronzi due grosse armille, anche di lastra senza saldatura, ma ciascuna con quattordici sbozzature trasversali e con taglio netto e altresì trasversale nelle due estremità, taglio che, per effetto della elasticità del metallo, permetteva l'adesione dopo che l'oggetto era passato sul braccio. Essi appartengono a una terza tomba, secondo che riferiscono gli operai scavatori. Di una quarta tomba, certamente di guerriero, gli oggetti hanno maggiore importanza, e meritano una particolare descrizione. Sono di ferro e di bronzo. In ferro abbiamo una cuspide di lancia, a foglia larga e senza costola, lunga 0,51; più una fibula frammentata con ghiande laterali nell'arco; inoltre un gladio o pugnale, lungo 0,32, compresa l'elsa, simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena, ed una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. In bronzo poi si hanno pochi frammenti di cinturone, e una armilla, anche di lastra ripiegata e senza saldatura, a tre giri e più: in una estremità sporge una specie di mezza ghianda liscia. Più notevoli sono due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito. Il più grande ha il diametro di m. 0,22. Dalle estremità andando verso il centro vi è una serie circolare di stellette a sei foglie, chiuse da parecchi graffiti circolari e concentrici e alternate da fori triangolari. Ancora in dentro, vengono due altri circoli di forellini; e in ultimo, intorno al foro centrale, vi sono prima sei giri di fori rettangolari e per chiusura un circolo di triangoli. Tra tutti questi giri a traforo si svolge una serie continua di graffiti circolari. Per sostegno del disco, si osservano sei grossi fori in linea curva da una estremità e due dall'estremità opposta. Simile lavorazione si riscontra nel disco minore che ha il diametro di m. 0,13. Di altri luoghi notevoli per la storia primitiva dei popoli che li abitarono, dirò in successivi rapporti. Antonio De Nino Fonte: A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune, in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei, Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904.

  • La grotta del diavolo

    Un giorno tre giovani, cosiddetti coraggiosi, incuranti del pericolo e avidi di ricchezza, decisero di tentare l'avventura in totale disprezzo delle note proibizioni. Come rito propiziatorio si recarono dal "magaro" per consultarlo e chiedere consigli. L'uomo, altrettanto avido, pensando alla grossa ricompensa in natura ricevuta e a ciò che avrebbe preteso poi, disse che erano necessarie tre cose per riuscire nell'impresa: non avere mai paura e andare avanti sempre; non portare addosso croci, immaginette religiose, medaglie di santi e Madonne; mai invocare il nome di Dio, qualunque cosa potesse accadere. I tre partirono, pieni di entusiasmo per l'impresa che, secondo loro, li avrebbe consegnati alla storia. Con cautela entrarono nella grotta e iniziarono la discesa. Il terreno era sdrucciolevole e difficile da calpestare. Era buio e, man mano che procedevano, cercavano invano appigli per sostenersi. Ma... c'è sempre un "ma" nelle storie... i lacci degli scarponi erano incrociati, dunque loro portavano addosso, senza saperlo, un simbolo proibito, cioè la croce. All'improvviso, nell'oscurità più totale, cominciarono ad accendersi tante fiammelle che crepitavano, ondeggiavano, sparivano qua e ricomparivano là, più grandi, più piccole come tanti fuochi fatui che aleggiavano nel cunicolo oscuro e senza aria. I giovani continuarono ad avanzare intrepidi, cercando di nascondere la paura che subdolamente cominciava a manifestarsi. Le fiamme diventavano sempre più grosse e numerose, tanto che il coraggio iniziale vacillò. Diventarono incerti e titubanti prima, poi furono assaliti dal terrore, mentre le fiamme paurosamente guizzanti come grossi serpenti avvolgevano ogni cosa. I giovani cominciarono a urlare, impazziti, mentre dalle viscere della terra saliva un rumore sordo come di tuono e la montagna, scossa dal terremoto, sussultava e ondeggiava paurosamente. Uno dei tre, senza riflettere e in preda al terrore, gridò: – Madonna mia aiutami! A questa incauta invocazione, una scossa terribile squassò la grotta, le fiamme divamparono ancora più alte e fu uno sconvolgimento totale. I tre giovani furono scaraventati con violenza fuori della grotta e lanciati come missili lontano dal luogo  tanto cercato. Quando ripresero conoscenza, doloranti e acciaccati, si accorsero che ognuno di loro era solo: dei compagni neanche l'ombra. Dove erano finiti? Quello che aveva fatto l'invocazione si ritrovò immerso nel pozzo nero della canonica di San Francesco in Agnone;  il secondo era disteso in un campo presso il vescovado di Trivento, il terzo aggrappato ad una quercia del bosco di Caparreccia. Svanite tutte le speranze di ricchezza, i poveracci ringraziarono la Madonna per non averli fatti morire; poi, feriti e zoppicanti, rientrarono nei luoghi di origine, ma non raccontarono a nessuno la loro triste avventura. La notizia tuttavia trapelò, per cui, in seguito, nacque la leggenda che si diffuse per ogni dove. Giuseppe Delli Quadri Fonte: G. Delli Quadri, Ricerche, ricordi e fantasie di un ottuagenario molisano, Bastogi, Foggia 1985.

  • Monteforte

    Il mio lavoro di ricerca, dopo Macchia Strinata, si focalizza su un abitato abbandonato, sito nel territorio comunale di Capracotta: Monteforte. Questo, insieme a Macchia, appartiene al Comune di Capracotta perché entrambi posseduti dalla famiglia d'Evoli di Castropignano e facenti parte della stessa curia baronale. La collina Colle Parchesciana, con il toponimo di Terra Vecchia, dove insistono i resti dell'abitato, è posta a sud dei territori di Vastogirardi ed Agnone. Una prima descrizione in ordine di tempo di questo territorio viene data dal geografo Al-Idrīsī nella seconda metà del dodicesimo secolo. Nel descrivere gli itinerari e le diverse località del mondo conosciuto nel suo libro geografico "Libro del Re Ruggero" esamina l'area in oggetto, luogo di confine tra i territori normanni del Principato di Capua e del Ducato di Puglia. In esso cita Agnone, Monte del Melo (Monte Miglio) e Li Cerri e li pone ai piedi del «gabal 'awlad b.rral», cioè ai piedi del monte dei figli dei Borrello. In quest'epoca i signori di quest'area sono i Borrello, una famiglia comitale di origine franca discendente dai conti di Valva. I «Burrelli filii», essendo attori partecipi nelle vicende della conquista normanna, inserendosi abilmente nel gioco politico, in alterne alleanze con i signori longobardi di Benevento e di Salerno e, più tardi, con i Normanni, riescono ad estendere il loro dominio in questa parte dei Molise e del contiguo Abruzzo. Gualterio figlio di Borrello III dona nel febbraio del 1083 al monaco Giovanni eremita la chiesa di S. Nicola di Vallesorda «ubi capite Berrino bocatur». Questo territorio confina con  Monteforte, ed intorno alla pieve si svilupperà il Casale di Vallesorda presso la «fonte que vocatur Spongia» in «Monte Capraru». Nel Catalogus Baronum contemporaneo al Libro di Re Ruggero viene censito il feudo di Monteforte. Il barone signore è Guglielmo de Anglono (filii Burrelli) che lo tiene in suffeudo dal conte Ugone II di Molise. «Tenet de predicto Comite Hugone Castellum judicis, et Monte fortem et Anglonum quod est feudum VIIJ militum et cum augmento obtulit milites XVJ et Serventes XVJ». Tiene come suoi vassalli e curia baronale: Tancredi di Civitella e suo fratello per Civitella, sito ad est di Agnone, Iozzolino di Caccabono per [...], Roberto di Macchia e suo fratello per Macchia Strinata, Gentile Senebaldo per Castelnuovo sito a nord di Civitella, Gualterio barone per Castel Barone sito a Monte Castelbarone, Roberto del Vasto per Vastogirardi, ed infine Gualterio Bodano per Capracotta. Il fratello Horrisius, feudatario di Simone di Sangro (dei Borrello), tiene in feudo, nell'area agnonense, Castiglione Messer Marino, Belmonte, Rocca dell'Abate e nella valle sangrina Fallo, Civitaluparella e Pescasseroli. Guglielmo tiene in dominio diretto i feudi strategici di primaria  importanza. Il  primo, Agnone, perché è il nucleo demico più numeroso e ricco ed è anche percorso da un braccio tratturale. Il secondo, Castel del Giudice, perché è cerniera e controllo di due bracci tratturali, di un tratturo e di una via che segue il fiume Sangro ed infine il terzo, la nostra Monteforte, perché punto di transito e di controllo tra la valle del Verrino, da Agnone, e la valle del Trigno (Vastogirardi), strada che conduce rapidamente al tratturo Celano-Foggia. Nell'alto Medioevo la migrazione armentizia subisce forzatamente una sosta, causata dalle continue invasioni, dalla conseguente scarsa sicurezza delle vie, dalla povertà e dallo spopolamento verificatisi nei primi secoli. Con l'avvento dei Normanni, nella Puglia liberata dalla occupazione bizantina, rinasce l'attività pastorale. Nel XII secolo la nuova unità territoriale del "Regnum" permette il riavvio della transumanza invernale. Questo istogramma desunto dal Catalugus Baronum mette in relazione i valori reddituali espressi in militi tra i feudi dei paesi limitrofi a Monteforte. Quest'ultimo, sommato a Castel del Giudice ed Agnone, dà 8 militi. Il rapporto è di 1 milite per 24 fuochi o famiglie. Analizzando bene il valore di quest'abitato dovrebbe essere tra 0,5 ed 1 milite considerando la successiva estrapolazione dei dati dalle subventio angioine e dalle decime ecclesiastiche del XIV secolo. Valore che corrisponde ad una popolazione tra le 50 e le 100 anime. Da documenti tratti dall'Archivio di Montecassino abbiamo notizia che nel 1272 il Comestabulo Roberto di Agnone vende alla chiesa di S. Giovanni di Monte Capraro un terreno del territorio di Monteforte chiamato «li Valluni» e che nel 1276 concede due parti delle Vicende dello Spineto sito nella stesso luogo. I documenti sono redatti nel vicino Casale di S. Nicola in Vallesorda, che è feudo ecclesiastico della prepositura cassinense di S. Pietro Avellana. Nella subventio generalis del 1277 la tassazione angioina, ridotta in grani, mostra un rapporto di grandezza «pro propria facultatis» tra i vari abitati limitrofi ed il nostro centro. Monteforte è tassata per 4 once 19 tarì e 4 grani che corrisponde a 2.784 grani. I fuochi  nel 1277 sono circa 92 con una popolazione presunta di 400 anime. Monteforte risulta tra quelle con minore gettito fiscale, tra le meno ricche e le meno popolose, quindi con meno fuochi. Analizzando la successiva della 1320, dove la tassazione è ridotta questa volta dal valore monetario al presunto numero dei fuochi. Ricordiamoci che i singoli abitati pagano ognuno a seconda della propria facoltà (ricchezza) e non necessariamente i più ricchi sono quelli più abitati. Per questo calcolo ci siamo attenuti, come ipotesi interpretativa, a quella del Filangieri, che ci pare più documentata e plausibile, dove le Università comprese sotto le 50 once di rendita vengono tassate per 30 grana a fuoco. Monteforte è tassata per 4 once 24 tarì e 16 grana. In quarantatré anni la tassazione è quasi invariata, e si presume quindi anche il numero della popolazione abitante sia rimasta costante. Monteforte possiede 96 fuochi, Capracotta 160, Macchia Strinata 180, Castrum Gerardi 66, mentre Agnone è la più numerosa con 918 fuochi. Considerando 4,5 persone per nucleo famigliare o fuoco, il nostro abitato possedeva 432 anime mentre Agnone 4.131, vera cittadina in rapida crescita sia in popolazione che in ricchezza. Nelle decime ecclesiastiche del 1328 i chierici di Monteforte pagano 3 tarì, la tassazione più bassa presente nel grafico. Ciò a conferma ancora che l'abitato è tra i meno ricchi sia di rendite che di popolazione. Altre notizie si hanno dai Notamenta del De Lellis, tratte dagli Archivi Angioini perduti. Dalla regestazione si ha che: nel 1309 il milite Corrado di Montagano padre di Francesco acquista da Guglielmo Bodano Capracotta e Monteforte. Nel 1316 paga l'adoa «pro tertia parte Castri Capracotta» e «pro quarta parte Montis Fortis». Nel 1320 succede al padre come erede Francesco figlio di Corrado e «pro medietate ad [...] Castris Montis agani, medietatis Castri Friseloni, et pro Peslo Lanzani cum Casali s. Blasj sub servitio unc. unius e tt. 15, tertia parte Castri Capracotte, quarta parte Montis fortis, et Castri Clauius et medietate Castri Montis Luponis tt. 28 et gr. 5». Nel 1327 «pro feudali servitio tertia parte Caprecotte sub adhoa tarì 3, pro 4° parte Montis Fortis sub adoha tarì 1.10». Nel 1331 «tertia parte castri Capracotte sub adhoa tarì 3, quarta parte Montis Fortis sub adhoa tarì 1 et grana 5». Compra nello stesso anno da Costanza consorte di Corrado di Agnone un altro quarto del feudo di Monteforte «sub Adhoa» di tarì 1 e grana 5. Nel 1335 muore Francesco e gli succede il figlio primogenito Corrado che paga l'adoa tarì 3 gr. 10 per metà di Monteforte e l'anno successivo paga il relevio «medietatis Castris Montisfortis» insieme al resto della curia baronale once 1 e tarì 15. Da queste notizie abbiamo una parziale ricostruzione della successione feudale per Monteforte: 1272, Roberto d’Agnone; ante 1309, Guglielmo Bodano 1/4; 1309-1320, Corrado di Monte Agano 1/4 e Corrado di Agnone 1/4; 1320-1331, Francesco di Monte Agano 1/4 e Corrado di Agnone 1/4; 1331-1335, Corrado di Monte Agano 1/2; 1417, Antonello d'Evoli. Se analizziamo il rapporto del valore ridotto in grani del feudo dell'adoa del 1327 con quello limitrofo di Capracotta ed i dati desunti dalla subventio 1277 e della subventio del 1320 del rapporto di "grandezza e ricchezza" con Capracotta, risulta mediamente poco meno che doppia come rendita di servizio che il feudatario deve al Re ed ancor di meno come fuochi: subventio 1277, Capracotta/Monteforte 2.082/1.013 = 2,05; subventio 1320, Capracotta/Monteforte 4.807/2.896 = 1,65; adoa 1331, Capracotta/Monteforte 180/100 = 1,8. All'inizio del XIV secolo Monteforte è un centro abitato di modeste dimensioni e ricchezza. Nella metà del secolo una catastrofica pandemia sia in proporzione che in intensità depaupera il quadro demografico della popolazione europea. La micidiale peste bubbonica, conosciuta come la peste nera, tocca altissime punte di mortalità tra i contagiati, si stima superiore all'80%, ridimensionando la popolazione italiana da 11 milioni del 1300 a 8 milioni del 1350. La peste nera epidemica dal 1348-50 innesta carestie alimentari e infezioni periodiche nei decenni a seguire. Molte Università, soprattutto quelle più piccole, vengono abbandonate. Il morbo non lascia adito a fortuite incolumità. Nel 1417 Antonello d'Evoli si impossessa di Speronasino, Castropignano, castro Monteforte e di Capracotta. Un secolo dopo, pochi paesi sono presenti nella numerazione dei fuochi aragonese del 1443. I più popolosi sopravvivono con un forte calo demografico. Nell'area in esame 17 paesi sopravvivono su 35 elencati. La metà è abbandonata. Monteforte è disabitata, deserta. Nell'elenco della Terre della prima numerazione dei fuochi aragonese del 1443, trascritta nel "Liber focorum Regni Neapolis" conservato nella Biblioteca Berio di Genova, viene citata «exab. Mons Fortis erat et est tar. 10» insieme a Mons Millulus, la vicina Monte Miglio. Il libro è uno strumento fiscale predisposto prima del 1456 e dopo il 1449. Le cifre del «que erat» sono riferite alla tassazione del 1447 e quelle «que est» del 1449, che sono coincidenti con la prima numerazione del 1443. In entrambe le tassazioni il valore è di 10 tarì; oramai è un feudo rustico ed il signore è Antonello d'Evoli. La quale famiglia la possiede per altri due secoli. La nostra survey sui resti dell'abitato accerta la modesta estensione e piccolezza confermata dalla documentazione rimasta. Si ha l'impressione che sia Monteforte più un incastellamento di controllo e a funzione militare come Speronasino, che un paese in funzione abitativa come Macchia o Capracotta. Giosa Menna Fonte: https://giosamenna.wordpress.com/, 1 giugno 2018.

  • L'abito professionale e l'abito urbano

    Nelle multiformi stratificazioni di cui è costituita la cultura popolare è possibile individuare alcuni gruppi che, almeno fino all'inizio del nostro secolo, indossavano abiti specifici e correlati alla propria attività lavorativa. Più che della sottile indagine di Bogatyrëv (sull'uso del costume antico, o di determinati colori, da parte di alcuni gruppi professionali, come ad esempio i mugnai), si intende qui fare uso di distinzioni più grossolane, data la scarsità di studi sull'argomento per quel che riguarda l'area italiana. Il collegamento tra abito e mestiere è infatti duplice: da un lato si parla di elementi di abito direttamente funzionali allo svolgimento dell'attività lavorativa, ed eventualmente indossati solo o prevalentemente durante il lavoro; dall'altro possono costituirsi complessi di abbigliamento non direttamente funzionali, o non più tali, ma volti a costruire anche attraverso l'abito una identità specificamente collegata al mestiere. Tra l'uno e l'altro fatto esistono ovviamente situazioni intermedie, soprattutto per quello che riguarda quegli elementi di abito in origine funzionali al mestiere ed in seguito indossati esclusivamente come segno di identità professionale. Particolarmente interessante quindi, in questa linea di indagine, può essere l'abbigliamento di quei gruppi che si trovano in una condizione strutturalmente diversa da quella contadina, come ad esempio gli artigiani, o dei gruppi mobili, che, pur appartenendo alla cultura popolare di etnia italiana, si collocano in una condizione di opposizione rispetto ai gruppi stanziali agricoli, secondo l'antica opposizione tra mobilità e stanzialità. Alcune indicazioni nella letteratura sull'abbigliamento popolare italiano forniscono notizie sull'abito degli artigiani, segno della relativa agiatezza degli artigiani professionali e della particolare posizione da essi occupata all'interno della cultura popolare. Già nelle classi agiate coloro che rappresentavano cariche pubbliche o esercitavano alcune professioni liberali indossavano abiti di particolari colori, come i medici dei secoli XIV-XV-XVI, a Firenze, vestiti prevalentemente di nero o di rosso, o i lettori dell'università di Bologna nel Rinascimento, che si distinguevano per facoltà attraverso i colori dei loro abiti, nero, viola o porpora; nel secolo XVII, in Umbria, i medici erano vestiti con mantelli di colore paonazzo (un colore intermedio tra il viola e il blu); nel XVIII secolo professori d'università, medici e avvocati cominciarono ad usare questi colori solo durante l'esercizio della loro attività. Così nella cultura popolare, sin dal secolo XII, possono individuarsi alcune caratteristiche dell'abbigliamento degli artigiani, come quello degli arrotini nel secolo XII; dei falegnami e muratori nel secolo XIII; dei mugnai nel secolo XV. Diversa indagine richiedono gli abiti o gli elementi dell'abito direttamente funzionali al lavoro artigiano e solo per esso indossati: i bianchi vestiti di mugnai e panettieri; i camiciotti dei fabbri; i grembiuli di cuoio dei calzolai, le uniformi azzurre dei ferrovieri, i grembiuli di alona dei barilai messinesi, i camiciotti bianchi degli imbianchini genovesi. Accanto alla funzionalità pratica di questi abiti, ovviamente primaria, si possono leggere elementi simbolici di identificazione con il proprio lavoro e con la materia lavorata e trasformata attraverso di esso (il colore bianco in rapporto alla farina ed alla pasta, il cuoio in rapporto con il cuoio da lavorare, eccetera), come se al mimetismo utilitario si aggiungesse un mimetismo simbolico; estremo esempio di mimetismo con la materia è il caso dei rematori veneziani del secolo XVIII, che nelle battute di pesca per i signori veneziani indossavano abiti verdeazzurri allo scopo di non spaventare la preda. Nell'area settentrionale il blu e l'azzurro erano usati in abiti di lavoro: i pantaloni di velluto blu, usati largamente oltre confine, erano stati importati dalla Savoia nel Piemonte dagli operai frontalieri; i facchini genovesi della dogana e porto franco usavano un corto gonnellino di cotone blu; il grembiule blu e ancora usato dai contadini nell'area atesina; azzurre erano le antiche divise dei ferrovieri, ecc. Anche i contadini sardi avevano, insieme all'abito usato quotidianamente per il lavoro, abiti direttamente funzionali ad alcuni tipi di lavori agricoli: i peddis o pannus de anànti, grembiuli di cuoio o di panno, venivano usati in numerose occasioni di lavoro, mentre mezze maniche (mangittus) venivano usate particolarmente per la mietitura, insieme a ditali di cuoio o canna, per proteggere le mani e le braccia dal logorio e da eventuali colpi di falce. Tra i più conosciuti abiti professionali è da considerarsi l'abbigliamento dei pastori, che nella versione usata per il lavoro era molto simile in tutta l'area continentale italiana, con le eccezioni significative della Sardegna e dell'arco alpino. Questo abbigliamento era caratterizzato dalla effettiva e persistente funzionalità dei suoi elementi, e da una stretta correlazione con l'attivita esercitata. I pastori, di ovini o di bovini, facevano uso di abiti di pelle di animale (giacche, guardamacchia, fasce per gambe) o di stoffa (mantelli) per proteggersi rispettivamente dal freddo o dal vento durante la transumanza e le ore passate all'aperto; si usava il materiale più immediatamente disponibile, cioè la pelle degli animali allevati. L'abito costituito per la maggior parte di pelle animale rappresenta una scelta che investe la sfera tecnologica ed economica, e insieme un elemento simbolico di identificazione con quegli animali che sono la principale cura e fonte di sussistenza. I pastori coperti di pelli si vestivano, per così dire, da bestie, e non in funzione autodenigratoria, ma con la fierezza della propria condizione che è tipica delle società pastorali. A Capracotta (IS) il pastore Giacomo Venditti ha descritto l'abito che indossava da pastore, nella sua giovinezza, come un abito decorato e portato con orgoglio: la giacca di pelle di pecora (pelliccione) era tutta ornata di bottoni di vari colori e di pezzi di pelle marocchino, policroma. L'abbigliamento in cuoio conserva infatti ancora oggi un suo carattere di aggressività, legato com'era, in origine, alle culture degli allevatori e soprattutto dei cacciatori; l'abbigliamento in cuoio ha contraddistinto alcune categorie di "duri" o presunti tali, tassisti, camionisti, motociclisti, punk, blousons noir degli anni '50, figure legate in qualche modo alla strada e ad un reale o preteso nomadismo. Nelle sue versioni più "nere", l'abbigliamento in cuoio diviene l'emblema dei bracci armati delle dittature (nazisti, fascisti), o dei riti e comportamenti sessuali della componente sadomasochista. Altri gruppi professionali legati alla cura e allevamento di animali, come i massari, o i guardiani delle grandi aziende agricole in Calabria, vestivano abiti di foggia brigantesca, e indossavano cappelli decorati con spilli dalle capocchie lucenti; questo modo di apporre abbondantemente spilli, o bottoni policromi, o spille con segni vari, documentato presso gli antichi guardiani delle aziende calabresi, presso i pastori del Molise descritti più sopra, e oggi negli abiti dei giovani mafiosi calabresi, in occasioni cerimoniali come pellegrinaggi a santuari, si ricollega almeno in apparenza alla distribuzione dei gradi e delle medaglie nelle divise militari, ed e certamente segno di una fierezza e di una valentia, pacifica o no, individuale o di gruppo. La specificità dell'abito pastorale sembra mantenersi anche nell'evolversi di alcuni elementi dell'abito; sempre a Capracotta, nel corso dei primi decenni del secolo XX era usato dai pastori un particolare tipo di pantaloni, con la cinta alta, tutti foderati di lana, non assimilati agli altri abiti. L'abito dei pastori di Capracotta nel secolo XX era indossato dai carbonai; questi costituiscono infatti un altro gruppo mobile rispetto alla comunità contadina stanziale. Per gli abiti dei pastori di altre regioni possono citarsi gli abiti di tipo greco di alcuni gruppi di pastori calabresi; gli abiti dei bergamini, pastori di bovini transumanti dell'area bergamasca, che usavano mantelli funzionali al riparo dal freddo notturno, e simili a quelli dei pastori dell'Italia centromeridionale, e che indossavano un abito particolare con pantaloni corti al ginocchio, ghette, cappello rotondo scuro; gli abiti dei pastori della campagna romana; gli abiti dei pastori siciliani. I gruppi mobili si distinguono all'interno del mondo popolare anche attraverso il vestiario. Cosi i carrettieri ed i mediatori, nella Val Leogra, portavano come segno distintivo un fazzoletto al collo; i carrettieri canavesani indossavano un berrettone a sacco di maglia rosa e nera. Si distinguevano, anche attraverso l'abito, i Kramari (merciai ambulanti) della Carnia, e gli spazzacamini valdostani. Gli abiti dei venditori e lavoratori ambulanti aprono prospettive alla problematica dell'abito urbano, per via dei numerosi contatti con la cultura popolare urbana, e gli elementi culturali assorbiti attraverso i continui spostamenti. L'abito popolare urbano presenta, infatti, numerosi e cospicui motivi di interesse, anche se è stato finora poco studiato. Solo alcuni abiti indossati nell'ambito delle classi popolari sono abbastanza conosciuti, in genere a causa di alcune caratteristiche particolari, e in qualche modo assimilati al costume delle campagne: si vedano ad esempio per il secolo XIX l'abito delle donne genovesi, caratterizzato dal noto mezaro, l'abito delle donne veneziane, con scialle triangolare, o l'abito delle minenti romane. Un'altra tipologia di abito urbano è costituita dall'abbigliamento dei venditori ambulanti delle città; i loro abiti tuttavia possono essere studiati solo indirettamente, attraverso le immagini fotografiche, gli acquerelli, le tempere, le stampe del secolo XIX. Le descrizioni relative all'attività dei venditori ambulanti non prestano sempre la dovuta attenzione all'abito, ma piuttosto al tipo di commercio esercitato, o alle grida. Tra le classiche descrizioni possono citarsi quelle del Pitré, che in molti casi si dimostra attento all'abito di venditrici di uova, di mestolaie, di venditori di scope, di venditori di terracotte, di acconciategami, di venditrici di cesti e ventagli; questi abiti non si distinguono da quelli usati comunemente nelle classi popolari urbane, tranne nel caso dei venditori di verdure, e di pesce, che presentano un abbigliamento diversificato perché si tratta, rispettivamente, di contadini e pescatori. Alcuni abiti di venditori ambulanti sono direttamente funzionali al tipo di attività esercitata, come i camiciotti o grembiuli dei sorbettieri di Napoli, o il lungo pastrano dei caffettieri ambulanti di Napoli o siciliani, che ricordano in un certo modo le divise di lavoro usate dagli operai nelle fabbriche. Altri abiti urbani, desunti dal già citato repertorio di stampe e di descrizioni ottocentesche, che indulgono sovente al pittoresco, sembrano costituire una rielaborazione popolare di modelli di abbigliamento propri di altri ambiti o gruppi sociali; oltre al caffettiere ambulante, che come si è già detto veste un abito di tipo operaio, possono citarsi l'abito delle guide (dette "Ciceroni") alle solfatare di Pozzuoli, che appare simile ad una divisa civile, e l'abito del contastorie, che particolarmente nell'area di Napoli ha avuto importanti ed accurate descrizioni. I contastorie napoletani declamavano ad alta voce, leggendole, storie epico-cavalleresche, incentrate soprattutto sul ciclo carolingio; essi erano infatti chiamati Rinaldi dal nome del più famoso ed amato dei paladini cristiani, e lavoravano soprattutto sul molo del porto, dinanzi ad un pubblico costituito prevalentemente di pescatori; dalle descrizioni di Pio Rajna, del 1878, l'abbigliamento dei contastorie appare assimilato ad un abito borghese di tipo elegante ma in disuso, prevalentemente nero, con giacca, panciotto, pantaloni, cappello di paglia o berretto nero, e in un caso orecchini ad anello alle orecchie. Nelle stampe ottocentesche e nel volume di De Bourcard, del 1853, documenti più antichi del testo di Rajna ma come si è detto in maggiore misura volti al pittoresco, l'abbigliamento del contastorie napoletano appare visibilmente di tipo antiquato: cappello, frac a lunghe code, occhiali, due fazzoletti, uno bianco e l'altro colorato, pantaloni, scarpe, panciotto, cravatta fuori moda; da questo abbigliamento viene distinto quello dei contastorie che narravano cantando (e non leggendo) storie di miracoli o storie lacrimevoli; questi lavoravano in varie piazze della città, o davanti all'edificio della dogana, e indossavano una giacca lunga, talvolta bianca come quella dei cuochi. L'abito del contastorie riflette ed amplifica lo status sociale di questo artista nella cultura popolare urbana, particolarmente di Napoli; nel suo abito nero, e particolarmente nel frac a code, il contastorie ha dell'attore (si pensi all'utilizzazione dello stesso genere di abito un secolo più tardi, da parte di Totò e di Charlot, forse attraverso la mediazione dell'abbigliamento del clown circense Leale), e dell'intellettuale, magari definito nella cultura popolare il "professore"; l'unione di teatralità e intellettualità richiama immediatamente un altro protagonista degli spettacoli di piazza, il ciarlatano, il cui abbigliamento nei secoli più recenti sembra presentare alcune analogie con quello qui descritto del contastorie. Non possono evitarsi, in questa sede, anche alcuni accenni all'abito degli operai. Nella fine analisi di Aris Accornero, viene individuato un passaggio dalla dicotomia abito da lavoro/abito della festa, nella quale era implicito che non esistevano differenze tra l'abito usato durante lo svolgersi di un lavoro e l'abito per recarsi al lavoro; in seguito, con l'introduzione nelle fabbriche degli abiti da lavoro e poi delle tute blu, cambiano lentamente anche le caratteristiche dell'abito per recarsi al lavoro, e quelle dell'abito da festa, in via di sparizione. In una prima fase quindi l'introduzione dell'abito da lavoro nelle fabbriche sembra essere una prerogativa delle categorie di operai più qualificate, tant'è vero che gli operai meno qualificati, muratori, cavatori, scalpellini, allo stesso modo dei braccianti, scrive Accornero, non indossano specifici abiti da lavoro; la divisa di lavoro è un segno positivo di status all'interno della cultura popolare; in seguito, invece, la progressiva attuale tendenza alla sparizione delle divise da lavoro sembra qualificarle negativamente. Nel testo di Accornero vengono analizzate le diverse funzioni degli abiti da lavoro in fabbrica, con le differenze che sottolineano le diverse gerarchie di operai all'interno dell'azienda, e che definiscono la tuta o la divisa di lavoro segno dei lavori più umili, con i quali ci si insozza maggiormente; la tuta diviene poi un emblema della condizione proletaria, e viene indossata con fierezza nelle manifestazioni di piazza dagli anni '60-'70. Un abito che indicava una condizione professionale, sia nelle città che nelle campagne, è, infine, quello delle nutrici; si e già citato l'esempio delle balie e delle domestiche originarie della Brianza, che lavoravano a Milano e che indossavano il costume brianzolo; nell'area siciliana le balie vestivano di nero, o invece, nell'uscire fuori dalle case dove prestavano servizio, indossavano un costume ben curato e piacevole a vedersi: La nutrice fuori di casa è come un oggetto di lusso per la famiglia che la tiene: e percià va vestita con un certo costume non ordinario per altre donne della sua condizione, un costume attraente. È possibile forse riflettere sul duplice significato di questo tipo di abito delle nutrici; da un lato, c'e il riconoscimento di una identità e di una origine diverse da quella dei signori di città che le danno lavoro; identità ed origine che vanno rispettate, anche perché sono la garanzia della qualità del servizio prestato (nell'implicita equazione campagna-salute-buona qualità del latte); dall'altro, la diversità espressa nel costume viene in qualche modo asservita, attraverso la cura della confezione e l'eleganza, alle esigenze di prestigio delle classi borghesi e aristocratiche urbane; e forse anche da considerare che le balie avevano una condizione ed un ruolo privilegiati nei confronti delle comuni domestiche. Elisabetta Silvestrini Fonte: E. Silvestrini, L'abito popolare italiano, in «La Ricerca Folklorica», VII:14, Grafo, Brescia, ottobre 1986.

  • Emigrazione italiana in Argentina

    Alla fine del XIX secolo l'Argentina si era organizzata come Repubblica. Dopo la "Conquista del Deserto", comandata dal Generale Julio A. Roca, la Nazione aveva ottenuto, grazie alla sconfitta degli indiani d'America, una superficie di circa 1.300.000 kmq., ovvero un territorio equivalente a quasi quattro volte l'Italia. Secondo il Censimento del 1869 l'Argentina era il paese più spopolato d'America: un abitante ogni 2 kmq. Occorreva quindi popolare questi estesi e vasti territori e manodopera per lavorare la terra. I suoi pensatori politici (Alberdi e Sarmiento) sostenevano che «governare è popolare» e suggerivano di ricorrere all'immigrazione europea. Dicevano: «L'Europa ci darà il suo nuovo spirito, le sue abitudini industriali, le sue pratiche di civilizzazione tramite l'immigrazione che ci ha inviato. Vogliamo trapiantare in America la libertà inglese, la cultura francese, la laboriosità dell'uomo europeo? Prendiamo parti vive di queste nelle abitudini dei suoi abitanti e piantiamole qui. La pianta della civilizzazione non si diffonde dai semi. È come la vigna: prende dal grappolo». La carta costituzionale apriva l'immigrazione «a tutti gli uomini del mondo di buona volontà che volevano vivere in terra argentina». All'inizio del XX secolo l'Argentina era la terra del benessere, era il "granaio del mondo", esportava carni e cereali in Europa. Nutrì il Vecchio Continente durante la Prima guerra mondiale. A Buenos Aires si costruirono palazzi ad opera di architetti e con progetti importati dalla Francia. Contemporaneamente, in questa stessa epoca ci fu una crisi generale in Europa ed in particolare in Italia. L'Italia espelleva i suoi figli e l'Argentina li invitava e li accoglieva per i motivi detti precedentemente. Si emanò la legge 876 dell'immigrazione, attraverso la quale si offriva gratis il biglietto per la nave, in terza classe. Si designarono in Europa agenti speciali che fomentavano l'emigrazione verso l'Argentina. Si consigliavano gli interessati e gli si offriva accoglienza ed alloggio «all'Hotel degli immigranti» al porto di Buenos Aires, assistenza medica e li si orientava alla ricerca del lavoro. In alcune zone gli si consegnavano gratis lotti di terre. All'interno si crearono uffici di immigrazione per aiutare gli ultimi arrivati. In poche parole gli si concessero gli stessi diritti civili dei nativi. Fino al 1891 l'Argentina fu il paese che ricevette più emigranti. Tra il 1891 e 1895 il Brasile capitanò la lista dei paesi accoglienti grazie al raccolto del cacao. A partire da allora gli Stati Uniti d'America rappresentarono la meta preferita dagli italiani. L'Argentina ricevette più di 4.000.000 di italiani e tutti portarono la loro scienza, la loro arte, la loro laboriosità lasciando la loro impronta. Nel 1895 la metà degli abitanti di Buenos Aires erano stranieri e mischiarono il loro sangue con la creola (donna nata nell'America centro-meridionale da genitori europei). Si arrivò a dire che «l'Argentina è la seconda patria degli italiani». «Mi manca solo il sangue italiano per essere un tipico porteño» (Jorge L. Borges). «Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo». «Argentina: paese bilingue dove si parla spagnolo ed italiano» (diceva una enciclopedia dell'epoca). Le navi erano passate dalle vele al vapore, le imbarcazioni erano più grandi, più sicure e più veloci; il tempo di percorrenza del viaggio si accorciò a venti giorni; le compagnie di navigazione desideravano ottimizzare i loro viaggi. Dall'America all'Europa andavano carichi di cereali e carni, e per non ritornare vuoti, cercarono di riempirli con le persone, per questo abbassavano i prezzi dei biglietti transatlantici. L'Italia, dal canto suo, regolamentò l'emigrazione per darle un canale appropriato e dare sicurezza ai suoi cittadini oltre frontiera. Nelle città e nei paesi italiani si ricevevano e si leggevano con molta attenzione ed interesse le "lettere d'America", che inviavano ai loro familiari quelli che erano emigrati per primi. Le notizie che si ricevevano dai parenti emigrati suscitavano speranze: «Dal più ricco al più povero tutti vivono di carne, pane e zuppa tutti i giorni e nei giorni di festa tutti bevono allegramente. C'è da mangiare per tutti. Si può uscire a cacciare con la mano. Qui la gente è così buona che è una meraviglia». Le partenze dall'Italia furono molto tristi, tanto che la maggior parte degli emigranti non ritornò mai più a trovare i propri cari. Il viaggio oltre l'Oceano non fu esente di difficoltà, malattie ed affondamenti. L'insediamento o la sistemazione in Argentina - come succede nella maggior parte dei casi - non fu facile. Si giungeva in terre sconosciute. Nostra nonna ci raccontava come era dura la vita a Capracotta, specialmente in inverno, durante il quale si congelavano le tubature dell'acqua o quando nevicava molto si doveva uscire di casa attraverso le finestre del primo piano. Questo, oltre alla crisi dell'epoca, sommato al desiderio di avere un'opportunità, che la patria non ci offriva, più le aspettative che l'America dava, fu ciò che ci motivò ad emigrare verso il Nuovo Continente. Non abbiamo potuto rilevare la quantità di capracottesi che arrivarono in Argentina. Al contrario fu facile con quelli che arrivarono a Santiago del Estero, in quanto tutti questi si insediarono nello stesso luogo ed insieme: Villa Zanjòn, a sud della capitale. Tra gli emigranti capracottesi che arrivarono a Santiago del Estero, Argentina, alla fine del XIX secolo c'erano: Bilotti, Borsellino, Carugno, Castiglione, Conti, Di Bucci, Di Luozzo, Di Lullo, Di Nardo, Di Nucci, Di Rienzo, Di Tano, Gianserra, Giuliano, Griffa, Iocca, Labbate, Maranzano, Matteo, Palumbo, Pettinicchio, Santilli, Speciale, Terreri, Trotta, Yanucci, ecc. A Buenos Aires si insediarono, tra l'altro, Di Rienzo, Sozio e il noto Torquato Di Tella che fondò quella che nella sua epoca fu l'industria argentina più importante: "Siam Di Tella". Antonio Virgilio Castiglione Fonte: A. V. Castiglione, Emigrazione italiana in Argentina, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Il santuario che unisce d'Annunzio a Capracotta

    Ci sono libri che hanno per l'anima e la salute un valore opposto a seconda che se ne servano un'anima bassa, una forza vitale inferiore o invece una più alta e possente: nel primo caso sono libri pericolosi, che frantumano e dissolvono, nell'altro gridi di araldi, che chiamano i più valorosi al loro valore. Il Santuario della Madonna dei Miracoli di Casalbordino (CH) nasce nel XVI secolo, allorquando l'anziano contadino Alessandro Muzio di Pollutri, nella tarda mattinata del 12 giugno 1576, vuol constatare i danni che la grandinata del giorno prima ha arrecato al suo campo di grano sito nella Piana del Lago, in agro di Casalbordino. Prima di giungere al campo sente la campana che annuncia la Messa e si inginocchia a pregare; in quel momento Alessandro viene avvolto da una luce celestiale e gli appare la Madonna. Ella lo rassicura circa la sorte del suo campo (effettivamente rimasto intatto nella generale distruzione) e gli chiede di andare dal parroco, affinché richiami i fedeli ad osservare il riposo domenicale. La grandinata rappresentava dunque un castigo divino per l'inosservanza del terzo comandamento. Dopo un'accurata indagine, le autorità ecclesiastiche fecero erigere in quel luogo una cappelletta ma la sua fama si diffuse velocemente in ogni dove, interessando i paesi del Molise e dell'alta Val di Sangro, e arrivando fin nelle Marche, nelle Puglie e persino in Campania. I prodigi attribuiti all'intercessione della Vergine Maria lì venerata furono talmente tanti che spontaneamente, già nel primo '600, il santuario fu detto della "Madonna dei Miracoli". Nell'oceanica massa di pellegrini che ha sempre affollato quel luogo spiccano ancor oggi i capracottesi, legati alla Madonna dei Miracoli da un'antica leggenda. Si narra che l'immagine di Maria, pronta per il pellegrinaggio, attendesse sul sagrato senza che nessuno si offrisse di portarla in processione, date le pessime condizioni meteorologiche. Il parroco interpellò quattro donne di Capracotta - che erano lì per la festa - che si dissero onorate di portarla a spalla. Terminata la processione, la lasciarono nuovamente sul sagrato. Da allora quella tradizione si è consolidata, tanto che nello statuto della festa dell'11 giugno è scritto che solo i capracottesi e le donne possono avvalersi di tale privilegio «e da allora gli uomini hanno perso il diritto di portarla, a favore delle loro signore, fiere e gelose di questo diritto, conquistato "sul campo"». Grazie a quel pellegrinaggio Casalbordino è diventato uno dei luoghi caratteristici della cultura popolare abruzzese, tanto che il 9 giugno 1893, mescolati alle migliaia di fedeli, vi giunsero il pittore Francesco Paolo Michetti (1851-1929) e l'esteta Gabriele d'Annunzio (1863-1938), armati il primo di macchina fotografica e l'altro della capacità di (rac)cogliere le evocazioni tipiche della gente d'Abruzzo. Francesco Caponi sostiene che la «drammaticità fatalistica che anima le pitture del Michetti e le novelle popolari del d'Annunzio non corrispondono esattamente a quello che i fedeli esprimevano, ma è certo che a Casalbordino confluiva tutta l'umanità dolente della vasta zona». Infatti esiste tuttora una via degli Storpi, così chiamata per i tanti mendicanti deformi che si ponevano lungo la strada per chieder l'elemosina. Dopo quel viaggio Gabriele d'Annunzio terminò il suo "Trionfo della Morte", un romanzo tutto ambientato in Abruzzo, tra Guardiagrele, S. Vito Chietino e Casalbordino. E nel libro quarto vi è la scena in cui il protagonista Giorgio Aurispa si reca in pellegrinaggio al Santuario della Madonna dei Miracoli per allontanare da sé la tentazione del suicidio. Lo spettacolo a cui assiste è invero raccapricciante. Al posto di una deflagrazione di carità cristiana Giorgio si trova di fronte alla degradante e macabra orgia della sottomissione religiosa: malati che si umiliano per chiedere una grazia e disgraziati che approfittano della propria deformità per impietosire i passanti. Questo fanatismo cristiano, dettato dalla superstizione e non dal misticismo, segna nell'animo di Giorgio una netta rottura con la sua terra d'origine e con la religione, inducendolo a ripiombare nel desiderio di morte. Grazie al taccuino inedito del "Trionfo della Morte" - conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma - posso affermare che nella scena casalese vi sono personaggi tipici di Capracotta e dell'Alto Molise, che d'Annunzio toccò con mano. Dall'undicesima alla tredicesima nota il Vate abbozzò testualmente: Banchi pieni di tamburelli, di fiori di carta e di lustrini. Nocciuole infilzate come rosarii. Bricchi di carrube - tinozze di lupini - limoni - aranci - castagne - lunghe file di rosarii di tutti i colori - di tutte le materie. Vasto Gelardi - sotto Capracotta - che porta sul busto un ricamo brillante come una squama di pesce. Una donna alta, grifagna - con il manto rosso girato intorno alla vita - porta un gran crocifisso nero nel pugno - gesti violenti. Quell'umanità schifosa che, invece di abbandonarsi alla volontà di potenza e al disfacimento del concetto di io, si rimette a un dio che c'è ma che non esiste, è per d'Annunzio la prova di un Occidente decaduto, agonizzante, sconfitto dalla morale cristiana della povertà, dell'umiliazione e dell'impotenza, ma che in realtà nasconde, nel riflesso di Dio, l'ingigantirsi dell'io. Tuttavia anche per quei pellegrini nauseanti, per quelle «donne del Trigno [che] camminano stracche, curve, con le gambe aperte», giungerà la morte. Come un verdetto, come una liberazione, come un trionfo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Caponi, Il santuario che unisce Abruzzesi e Molisani, in «Madre di Dio», 5, Casalbordino, maggio 1999; A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019; G. d'Annunzio, Trionfo della Morte, Treves, Milano 1894; M. T. Imbriani, Gabriele d'Annunzio. Un taccuino inedito del "Trionfo della Morte", in «Sinestesie», VI-VII:4, Avellino 2008-2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. it. di F. Masini, Adelphi, Milano 1977.

  • Isernia negli anni '20-'30

    E siamo al calzaturificio di Adelina Pinti. È senza dubbio il migliore negozio di calzature per quell'epoca. Vi si trovano le migliori marche di calzature, con una clientela molto vasta. Ed alle riparazioni provvedeva Antonio Manuppella Furmica. A lato vi è un altro salone. È gestito da un altro Pettine Gaetano. In alto vi è un'insegna in inglese che non dimenticherò mai, e che diceva "Barber Shop HairCut-Shave". Con questo locale si chiudeva Palazzo Cimorelli e si passava a Palazzo Melogli. Il proprietario era Don Gaetano Melogli. Il complesso era abbastanza vasto, perché partendo da questo punto, su piazza Giosuè Carducci formava l'angolo con via Orientale, e proseguendo ancora, arrivava sino ad un giardino di sua proprietà. Su piazza Giosuè Carducci vi sono dei locali a piano terra gestiti prima da Domenicantonio Fantini il vecchio, che vi aveva una cantina con locanda, e successivamente da Alfredo Graziani con la moglie e i figli, i quali incrementarono i locali creandovi un ristorante decoroso con un modesto albergo. E giriamo su via Orientale. Ed eccoci alla famosa Taverna. Si potrebbe scrivere una storia sull'importanza di questo centro di sosta e di transito, che nel periodo antecedente la costruzione della ferrovia Isernia-Vairano funzionava come smistamento del traffico che ingolfava la Taverna della Croce. E si protrasse per molti anni ancora. In essa affluivano tutti i mezzi leggeri che volendo evitare la salita della Taverna della Croce ritenevano conveniente fermarsi in questo punto, al centro di Isernia. Vi affluivano mezzi pubblici e privati, sempre a trazione animale, sia quelli che facevano servizio di posta e passeggeri, come quelli privati. Ed il locale era apprezzato soltanto per questo uso. Vi erano delle mangiatoie per accogliere oltre venti cavalli. Più a valle, vi era un locale altrettanto ampio che serviva come rimessa dei mezzi più delicati quali carrozze e carrozzini, mentre gli altri mezzi venivano parcheggiati lungo via Orientale. E la taverna era gestita da Filippo Favellato, il quale con l'aiuto dei figli Paolo, Felice, Vincenzo e Cosmo riusciva a farla funzionare molto bene. Di fronte a questa bolgia infernale, vi era la bottega da bastaio di mio nonno, Antonino Santilli detto Letterino. E fu il "primo" di Capracotta a trasferirsi a Isernia nel 1870, dove sposando mia nonna Carmela Iadisernia detta Cacaraia generò la sua famiglia, formata da 5 figli. E poiché la maggioranza dei mezzi che affluivano in quei tempi, in quel luogo, provenivano da Agnone, da Capracotta e dagli altri centri abitati dell'Alto Molise, si intendeva che la bottega fosse un punto di riferimento per tutti. Ed erano amici bene accolti, di tutte le categorie sociali. E ricordo benissimo le soste frequenti che vi faceva Don Adelchi Falcone durante i suoi giri elettorali e il Principe D. Luigi Pignatelli, il quale accompagnato con un suo lussuoso carrozzino dal fattore, il caro Ruggero Capossela, vi sostava frequentemente. E poi all'inizio di ogni estate, vi era il passaggio obbligato della famiglia dei Duchi D'Alessandro, la quale, proveniente da Napoli, con una carrozza lussuosa e con due superbi cavalli da sella al seguito, si trasferiva nel suo castello di Pescolanciano per passarvi l'estate. E vi sostavano per il ristoro dei cavalli. Con il passare degli anni, e con il progresso, cominciò lentamente la sostituzione dei trasporti a trazione animale con automezzi a motore. E iniziò il passaggio di ogni mezzo, ma ciò che più destava l'ammirazione di tutti era il passaggio e la sosta, che facevano ogni anno le macchine da corsa, che dopo aver disputato la Targa Florio in Sicilia, rientravano a Milano per via ordinaria, ma erano condotte dai meccanici dei piloti, che a quell'epoca erano Sivocci, i Masetti, fratelli Giulio e Carlo. Era diventata una consuetudine che durante la sosta a Isernia, la sera, venisse offerta nel ristorante Graziani una cena ai meccanici, i quali ripartivano la mattina seguente. E dopo questa divagazione, riprendo continuando con il braccio di via Orientale. Sul lato destro salendo, vi è un grande deposito di legname. Lo gestisce Filippo Fantini. In esso vi è anche una bottega di falegnameria. Più avanti vi sono i depositi di vini ed olio che D. Pietro Lorusso gestiva, con una clientela molto vasta. Poiché in quell'epoca nelle nostre zone esistevano pochi vigneti e la produzione di vino era quasi zero, ecco la necessità della gestione di una vendita di vino all'ingrosso. Vittorino Santilli Fonte: V. Santilli, Isernia che non c'è più (anni '20-'30), a cura di L. Bonaffini, Iannone, Isernia 2018.

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