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  • Il territorio di Capracotta: secondo periodo longobardo e carolingio

    Il territorio di Capracotta all'estremo del Principato Beneventano La cupida intromissione dei Franchi di Carlomagno nel ducato Beneventano portò come dappertutto la esagerazione ed il tralignamento della costituzione feudale ed ecclesiastica, donde l'inizio degli abusi e delle prepotenze dell'un potere e dell'altro a danno delle popolazioni. Il governo Franco peraltro dovette ritenere opportuno mantenere la salda gerarchia Longobarda e lasciare i Gastaldi ed i Vescovi nelle loro sedi, ma unicamente per trarne nuovo sangue ed averi per loro tramite. Ma gli ingordi Duci Franchi venuti con Carlo presto cominciarono ad invadere prepotentemente vasti tratti di territori delle stesse sedi Longobarde, spezzettando i Gastaldati ed appellando Contee le nuove parti, onde essi ne assunsero il titolo di Conte come già in uso dai Goti. Disposero delle terre occupate e dei loro abitatori come res nullius. Dall'altro canto i Duchi ed i Gastaldi non seppero o non potettero opporsi a queste arbitrarie invasioni, ma qui uscirei di carreggiata. Quello fu il motivo probabilmente per cui i Principi Longobardi cercarono di rafforzare la propria sfera di autorità, dividendosi il dominio in questo Sannio settentrionale. Nel 964 Pandolfo e Landolfo lo spartirono, delimitandolo con una linea mediana tracciata sulla direttiva della Longitudine del Matese e attribuendone la parte del versante Tirreno (Isernia) a Landolfo, e l'altra nel versante Adriatico (Boiano, Agnone) a Pandolfo come risulta da una convenzione giacente un tempo nell'archivio dei Canonici, di Isernia pubblicata per la prima volta dal Ciarlanti nel 1644. In quel documento appare indicato la prima volta il nostro territorio in quanto ché proprio la vetta del nostro Monte Capraro costituiva uno dei capisaldi della linea di delimitazione suddetta; l'estremo settentrionale era segnato a Saletto fra Castel del Giudice e S. Angelo del Pesco, incontro al confine delle Diocesi e Comitati di Teate e di Valva, (cioè Chieti e Sulmona) le quali da Carlomagno nell'801 furono tolte, come asserisce il Fatteschi, al duca di Benevento Arigiso o Arechi secondo, ed aggregate all'Impero, perché Arechi non aveva voluto pagare i tributi impostigli; ed allora Arechi prese il titolo di Principe (a dispetto?) e le insegne di sovrano a quanto afferma l'Hirsch nell'opera citata. Ecco parte del testo della detta divisione riportata anche dall'Ughelli: «De prima parte a vertice de Monte Matese: directe ferre in serra de Collepetroso, usque in Maccle quæ dicunt de Godini. De secunda parte a Maccle quæ dicuntur de Godini usque in fluvio qui dicitur Trinio Majore et deinde in serra de Montecapraro, ubi ficta fuit ex antiquitus columna marmorea quæ finis fuit de dicto Comitato Isernino, et deinde quomodo pergit ipsa serra de iam dicto Montecapraro et pervenit in Monte Rendenaro, et vadit usque in Salectu, ubi similiter ficta fuit columna marmorea qui finis fuit de iam dicto Comitatu. Et abinde quomodo vadit in fluvio Sangro et ascendit directe usque in rivo qui dicitur Merdaro et quomodo mittit ipse rivo in fluvio Volturno». L'indicazione che le alture del nostro Monte Capraro e di Saletto rimenessero all'estremo confine del Contado d'Isernia, e che in ambo queste estremità trovavansi apposti da' tempi antichi termini lapidei (columnæ mormoreæ) rivela che quella doveva essere stata un tempo (forse all'epoca Romana-Sannitica) la delimitazione delle circoscrizioni di Bovianum Vetus e di Aufidena. Frattanto in buona parte del versante adriatico innanzi cennato, nel quale era compreso il nostro territorio, si erano intromessi, afferrandone prepotentemente dritto di dominio e di possesso, taluni di quei Conti Borrello (volgarizzazione del cognome francese Borel, la cui «famiglia ingrandì e prevalse famosa nei documenti (scrive Benedetto Croce nella monografia "Montenerodomo") con l'appellativo di Figli di Barello, rapinatori incessanti che avevan messo insieme un vasto dominio tra il Molise e il Chietino, tra il medio Sangro e l'alta valle del Trigno, lasciando un segno parlante della loro Signoria nella terra di Borrello». Costoro andaron intitolandosi dai luoghi principali delle loro Signorie. Uno di essi, Gualtieri, comparve, fregiato del titolo "De Anglone", Signore di Agnone, e costui, o un antecessore suo congiunto, aveva già steso l'arbitrario suo impero sul nostro territorio quale pertinenza subietta di Agnone. Frattanto si andarono fondando nuovi monasteri. Uno dei promotori di queste fondazioni, S. Domenico da Sora, si prese la briga nel 995 di piantarne uno a S. Pietro Avellana: «Cœnobium S. Petri de Avellana fundavit S. Dominicus abbas Soranus teste Alberico Cardinali monaco in eius vita, quod ab enormi arbore avellanæ quæ iuxta olim consisterat, S. Petri de Avellana nuncupationem accepit. Idque monasterium Oderisius Burellus major, abitator in territorio de Sangro satis liberali muneratione ditavit anno 1026 septima indictione septembris». Così nel Gattola. Ora il su nominato Gualtieri nel 1040 volle dare anche prova della sua munificenza, donando allo stesso monastero tutta la montagna di Vallesorda con la sua chiesa di S. Nicola e tutto il Monte Capraro col suo Eremo di S. Giovanni Battista, vale a dire offrendo l'agro nostro compreso nel versante settentrionale dei detti due monti fin presso Capracotta e fino giù alle sorgenti del Verrino. L'atto di questa donazione trovasi menzionato nella Storia di Gattola; ma non vi si trova da lui trascritto il testo originale, come egli aveva fatto per le altre donazioni relative alle terre che, al suo tempo (1700 e il 1750), appartenevano alla Badia di Monte Cassino. L'originale invece leggesi trascritto nel "Libro delle Memorie di Capracotta" raccolte dal dottor Nicola Mosca nel 1742 mentre era Cancelliere, cioè Segretario, di questa terra, libro che si conserva nell'archivio Comunale e che spesso avremo occasione di menzionare. Trovo opportuno perciò di pubblicare il testo della donazione suddetta qual'è inserita in detto libro e di cui la copia, primitiva già rilasciata da un archivista del tempo di Monte Cassino, andò dispersa al pari di tanti altri documenti copiati pazientemente nel libro dal benemerito Dott. Mosca, il quale lasciò scritto di averli riposti nel locale sovrastante alla Sagrestia della nostra Chiesa matrice. Essa copia porta questa intestazione: «Donatio Monasterio S. Petri de Avellana facta anno Domini 1040, a Domino Gualterio Burelli filio Domino terrarum Anglonensium de ecclesia S. Nicolai de Vallesurda cum omnibus juribus ac pertinentiis suis ut hic: folio 14 in Archivio cassinense prope Inventarium». In ultimo essa copia porta il nome di Franciscus Romanus sacri monasteri cassinensis Archivista. Ed ecco il testo curialesco qual'è: «In Dei nomine omni potentissimi, incarnationis ejusdem MXL indictione tertia concurrenti epacti vero nulla. Madio mense die dominica IIII, idus earundarum Kalendarum Regnante D. Corradus gratia Dei Imperator Augusto, anni imperio eius Deo propitius in Italia Ind. ut supra. cum larga et copiosa pietas omnipotentiis Dei sua gratia largitate suis nobis bonis pluribus affatim repleverit et quod hæc obtinet maxime mortalibus sine diversis curis negotiorum, variisque delictorum erratibus ad magna conscendere impossibile est, et omnia mundana cito pertranseunt cum suis ubique amatoribus, et quia ut dicitur peccata hominum elemosinis et in misericordis pauperum sacrorumque locarum sunt redimenta, visum est mihi Gualterius Burrellus filius qui sum, inspirante superna clementia, dominator omnium Anglonensium pertinentium dono, trado et offero in Ecclesia beati Petri Apostoli, quae est sita in territorio sangretano in loco ubi dicitur Avellanens is, hoc est unam ecclesiam meam, quae habeo in territorio de suprascripto Anglono, quae est sita in Montecapraro, quæ vocatur Sanctum Nicolaum de Vallesurda cum omnibus suis pertinentis et juribus; cum Heremo Domini nostri Jhesu Christi in vertice Montis Caprarii positum et dedicatum est in honore Sancti Johannis Baptistæ, cella dicti Sancti Nicolai subiecta ubi capitu Verrini vocatur. Dicto Monasterio Sancti Petri Avellanensis assignamus ad habendum, tenendum et possidendum in perpetuum cum omnibus juribus petinentiis suis, cum terris sylvis et molendino. Confines de uno latere fons qui vocatur Spongya et vadit per ipsam serram de Monte Gnyponi, et vadit in vertice Montis Caprarii et vadit in ipsa finaita de suprascripto sancto Petro et vadit per finaita de Crapacotta, et descendit in capite Verrini et revertitur in fine priori et cum omnia quantum infra se, vel super se, intus et pertinentiis. Et hoc repromitto et obbligo me ego supradictus Gualterius et meis heredibus. Monasterio Sancti Petri Avellanensis et nobis benedictu sacerdoti et monacho, qui De Planisco vocatur, qui modo es Propositus in supradicto Monasterio et tuis successoribus. Si aliquo tempore ad posse vanam facere præsumerimus vel si nos retollere vel minuere aut in qualibet parte causa remittere præsumerimus per qualibet unum ingenium, vel si nos ab omni homine antistare vel defendere non voluerimus aut non potuerimus, in hoc obligo me et hæredes meos et successores meos ad pœnam de auro mundo munitatis libræ nonigenti, et insuper in ira Dei incurrat et non habeat partem in resurrectione juxtorum, sed cum luda qui Apostolico agmnine separatum est, et cum omnibus crucifixoribus Dei, et maledictione paterna et materna semper maneat super me et cum Dathon et Abyron maneat. Et hanc cartulam et stabilem permaneat usque in sempiternum quam et per rogitum de suprascripto Gualtiero nunc seripsi ego Benedictus ludex et Notarius. Acto in Anglono Indictione suprascripta feliciter. Signum manis Walteriis qui hanc cartam concessionis scribere rogavit. Idest Berelli, Ciborii, Amiconis, Cervonis rogati ad testes». È in questo fra i più antichi documenti che si incontra per la prima volta il nome di Capracotta; a indicare piuttosto una località limitrofa all'altra formante oggetto della donazione, anziché a denotare un determinato luogo abitato. Certo però da quel documento si trae: che la denominazione, preesisteva proprio a quella parte di territorio in cui trovasi il nostro paese; che Gualtieri, arrogandosi il titolo di dominatore di tutte le pertinenze Agnonesi la escludeva dalla donazione; che una chiesa era in funzione a Vallesorda; ed eremiti dovevano ancora essere alloggiati ivi e sul Monte Capraro; che alla Spogna era un molendino, ossia molino, circostanze tutte concordi a deporre come il nostro territorio fosse in quelle parti abitato. Ma che maggior numero di gente si fosse raccolta già in Capracotta si desume da documenti dell'epoca posteriore, dei quali per ordine metodico sarà bene far parola in seguito. Nel documento su riportato trovasi un'altra notevole menzione che cioè un confine trovavasi già stabilito tra l'agro di S. Pietro ed il nostro: è supponibile che anche quelli con le località contermini fossero già egualmente fissati. Vien fatto così di domandarsi: quando precisamente, da chi, e con quali criteri furono apposte le delimitazioni territoriali dei nostri Comuni, delimitazioni che tutto lascia credere siano le stesse quali sono attualmente? Ecco un quesito al quale non mi è stato possibile rinvenire adeguata e documentata risposta; ma che apre l'adito alla supposizione che quelle delimitazioni dovettero essere opera degli stessi primi duci Longobardi man mano che videro accrescersi gli stanziamenti di genti nulle nostre contrade: onde la necessità di provvedere al loro Governo e determinare i confini, dei rispettivi territori. Bisogna notare che, circa un trentennio dopo di quella donazione, un mutamento fu apportato alla circoscrizione della Diocesi ecclesiastica, dal perché un Oderisio Borrello progenitore o zio del Gualtieri vecchio «dominator in castro de Petre Abbundanti» credette bene di amicarsi la Badia di Monte Cassino, sottoponendole nel 1069 tanto il Monastero di S. Pietro, istituito già con la stessa regola di S. Benedetto, quanto tutte le pertinenze territoriali di questo. Cosl tutto il territorio di S. Pietro e tutta la parte del nostro territorio donato al Monastero di S. Pietro entrarono a far parte della Diocesi di Montecassino, mentre la restante parte rimase inclusa nella Diocesi di Trivento. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Indovinello per la Giornata internazionale della montagna

    Gigante immobile, monumento colossale, sei una creatura fenomenale; diverse sono le ragioni: hai ampie vedute, parli molte lingue, giochi col sole e con la luna, vesti pure quattro stagioni. Non basta, vista la mole che tutto ingombra indichi il cielo, porgi il tuo profilo, offri la tua ombra. Per il carattere che hai roccioso e aspro, tante arie ti dai dalla tua altezza e guardi in basso con magnifica fierezza. Da sotto in su sei un bel cimento, da cima a fondo un altro esperimento. Rimane il fatto che sempre ti ammiriamo e seppur lontani nel cuore ti portiamo. Flora Di Rienzo

  • L'universo di Franco De Renzis

    Nel corso dei secoli, fin dai tempi degli Egizi e dei Greci, tutti i grandi scultori si sono concentrati sull'essere umano. Franco De Renzis, come Daumier, pensa che il centro della creazione artistica e la sua ragion d'essere sia l'uomo, e che la rappresentazione umana sia quella più trionfale. Con essa, abbraccia il mondo intero. Il suo universo è dunque l'essere umano, la sua religione e la sua certezza. La sua fede fa vibrare le sue opere, donando una vita intensa. Sempre con grande maturità, l'Artista si colloca nella grande tradizione classica della scultura italiana. Davanti alle sue sculture si sente come il centro della sua creazione artistica e la sua ragione d'essere siano l'uomo. E studiando la sua opera identifichiamo l'uomo con le sue azioni, i suoi sentimenti, i suoi pensieri. L'amore per l'espressione umana caratterizza la sua arte e di conseguenza l'espressione del volto, oltre che del corpo. E questo amore è così forte che, fin dall'adolescenza, manifesta questa sensibilità e scolpisce, oltre a coloro che gli sono vicini, figure di tutti i giorni, ballerini, trapezisti, cardinali e papi. Oggi, come in passato, non si discosta da questo obiettivo. È sempre con la stessa gioia, con la stessa intensità, con lo stesso slancio che plasma l'uomo, la donna, il bambino. Protagonista principale, la figura di Franco De Renzis è presentata in tutta la sua bellezza, dettagliando difetti, pregi e, soprattutto, movimenti. Insoddisfatto della natura e perfezionista fino all'estremo, l'Artista trasforma la materia in poesia, urla, silenzio, qualità, luce ed ombra. I corpi delle sue opere rivelano alternativamente inquietudine, serenità, vivacità drammatica e felicità. Nella scultura "Ricerca della libertà", offerta alla Collezione artistica dell'Assemblea legislativa, Franco De Renzis mantiene queste caratteristiche che, nelle parole del poeta Mario Chamie, «rimangono tra il trauma della libertà che non si realizza e l'ostinata speranza di un risultato quasi impossibile». L'artista Franco De Renzis è nato ad Agnone, in Italia, nel 1947, dove ha trascorso l'infanzia. Nel 1962, insieme alla famiglia, si trasferisce a Pistoia, in Toscana. Inizia l'attività artistica nel 1970, importante per la sua formazione è la conoscenza e l'amicizia mantenuta a lungo coi rinomati artisti Pietro Annigoni e Romano Dazzi. Nel 1977 si trasferisce in Brasile dove attualmente vive e lavora, precisamente a Itapecerica da Serra e, contemporaneamente, a Tizzana (in Italia) e in Florida. Le principali mostre personali sono state alla Galeria Documenta (1979); Società Rurale Brasiliana (1980); Circulo Italiano de Cultura, Festival Invernale a Campos do Jordão (1981); Spazio Culturale Sambra; Galeria Arte Applicada (1982, 1983 e 1985); Galleria Ranulfo a Recife; Galleria AMC a Buenos Aires; Galeria Chelsea (1984); Galleria d'Arte di Porto Alegre (1987); Galeria André (1989); ArtMiami negli Stati Uniti (1993); Star Gallery a Palm Beach (1994); Galleria Trios a Tegucigalpa (1995); Galeria Tema a Montevideo (1996); Sala delle cornici e Galleria d'arte a Boca Raton, in Florida. Ha inoltre partecipato a numerose mostre collettive, tra le quali si evidenziano il Salone di Belle Arti di San Paolo, medaglia di bronzo (1978), e medaglia d'oro (1979); Salone di Belle Arti di Penápolis (1980); Centro Culturale "Francisco Matarazzo"; Spazio Culturale Sambra; Galeria Arte Applicada (1981, 1982 e 1985); Galleria Annamaria Nyemeier a Rio de Janeiro (1982); Galeria Chelsea (1983); 17 e 18. Mostra d'arte contemporanea, Chapel Art Show, primo premio (1984 e 1985); Galeria A.M.C. di Rio de Janeiro, (1986); Galeria André (1998). Ha opere in collezioni private in Brasile, Italia e Stati Uniti e nelle collezioni ufficiali di diversi musei e dell'Assemblea Legislativa dello Stato di San Paolo. Emanuel von Lauenstein Massarani (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.al.sp.gov.br/, 13 ottobre 2004.

  • Il territorio di Capracotta: primo periodo dei Longobardi

    Il territorio di Capracotta nel Ducato di Benevento Era trascorso così «di cinque secoli il silenzio» finché i Longobardi per i primi potettero ottenere una certa stabilità ed unità di governo, costituendo i Ducati di Spoleto (Duce Faroaldo nel 568) e di Benevento (Duce Zotone nel 569) formando poi la piccola Longobardia coi Principati di Capua e di Salerno. I ducati di Spoleto e di Benevento, dalle ricerche compiute dal Fatteschi e da altri scrittori, restarono delimitati dal confine già assegnato alle Provincie Costantiniane, ossia dal corso del fiume Pescara, anziché da quello Augusteo del Sangro. È da credere che la stabilità del governo dei Longobardi fosse dovuta sopratutto alla pieghevolezza delle popolazioni inermi ed assorte nel desiderio della eterna salvezza e quindi alla tolleranza dei Duci degli ordinamenti ecclesiastici che si andavano formando, oltreché al loro rispetto verso gli antichi ordinamenti civili secondo le leggi Romane. Essi pertanto spartirono amministrativamente le terre in Gastaldati, ai quali, a giudizio del Faraglia, corrisposero altrettante Diocesi Ecclesiastiche. Il Faraglia stesso enumera sette Gastaldati Abruzzesi fra il Pescara ed il Sangro, due dei quali, Teate e Valva, ossia Chieti e Sulmona terminavano al Sangro con le rispettive Diocesi. Ma l'autore tace e tacciono i Cronisti sulla formazione dei primi Gastaldati nel nostro Sannio Settentrionale. «Tenebre dense gravano su di esso» scrive il Romanelli. Nulla si oppone però al presupposto che fossero tracciati sulle due antiche Diocesi costituite, ossia Trigentum e Aufidena. Il ricordo di queste è sicuramente anteriore all'avvento Longobardico. Certo gli scrittori di Storia Ecclesiastica sono tutti concordi nel riconoscere la tradizionale antichità della Diocesi di Trivento col suo primo Vescovo S. Casto, che vi si sarebbe mandato dal maestro Clemente nell'anno 98 d.C. sotto Traiano. Altra tradizione è tramandata di un altro Vescovo o Ecclesiastico Milanese che vi avrebbe recato le teste dei Santi Martiri Nazario e Celso «cui Divis Tutelaribus Cathedralis Ecclesiæ vetustæ structuræ dicata est» come scrive l'Ughelli. Moderne ricerche però pubblicate dal Lanzoni sorgono contro la fondatezza di queste tradizioni tratte da un Codice Beneventano del XIV secolo, contenente la vita di S. Casto. Lo stesso autore però attribuisce la istituzione della Diocesi di Trivento all'epoca Bizantina. Fugacemente riferisce che essa Diocesi succedette a quella di Alfedena, desumendo ciò da un incarico affidato da Papa Gelasio Primo a due Giudici per una contesa «contra Episcopum civitatis Aufidiani» nell'anno 494, argomento questo debole per dubitare della maggiore antichità ed importanza della Diocesi di Trivento; tanto più che lo stesso autore fa menzione di una pastorale diretta nel 459 da Papa Leone 10 ai Vescovi «per Samnium» come è a dire che già ve ne era più di una. L'Hirsch rileva che prima dei Longobardi nella bassa Italia c'era un numero di Vescovi sproporzionatamente grande. Non rimane dubbio perciò che la piccola Diocesi fondatasi in Alfedena (e così forse il suo piccolo Gastaldato) fosse concentrata in quella maggiore di Trivento; e ciò dovette avvenire nel periodo della sistemazione delle Diocesi promossa da S. Gregorio (Papa dal 560 al 613 primo a chiamarsi servus servorum Dei) che la chiesa ed il Gastaldato di Trivento fossero assoggettati al capoluogo del Ducato, Benevento. Ed infatti la Diocesi ne restò suffraganea fino al 1474 in cui Sisto quarto la dichiarò immediatamente soggetta alla Santa Sede per istanza del Vescovo Tommaso Carafa (1472-1499), e l'intercessione di Ferdinando Primo come emerge dalla relativa bolla trascritta dall'Ughelli. Tali circostanze depongono che un Gastaldato trovavasi istituito in Trivento conformemente alla Diocesi. La "Dissertatio chorografica mædii ævi" nel decimo volume dei "Rerum Italicarum scriptores" del Muratori, mentre ricorda la istituzione del Gastaldato offerto dal Duca Romualdo al Duce Bulgaro Altzeco nel 667, già riferita da Paolo Vernefrido nelle «spatiosa ad habitandam loca, scilicet Saepianum, Bovianum, lserniam, et alias cum suis territoriis civitates, quae satis indicant hunc gastaldatum constitutum ubi antiqui Pentri Samnites trans Appenninum ut ex Livio» ne esclude Trivento e le nostre circonvicine contrade, lasciando bene apparire cosi questo Gastaldato di Trivento di per sé stante. In altro documento trascritto dall'Ughelli, nel quale i principi Landolfo, e Pandolfo di Benevento nel 1032 confermano al Vescovo Gerardo la reggenza delle chiese e dei monasteri tutti fra le terre diocesane di Venafro e di Boiano; venivano incluse quelle già sottoposte alla Badia di S. Vincenzo al Volturno »a civitate Iserniæ usque in Sangrum et quomodo coniungit cum comitato Triventino». A chi rifletta che i Comitati o Contadi non furono che una innovazione di nome dei Gastaldati riesce facile intendere l'anteriore coesistenza di potere del Vescovo e del Gastaldo in questa Diocesi, che il compianto Mons. Pietropaoli «a poco a poco fra l'inclemenza dell'aere, attraverso fiumi e torrenti per valli amenissime e colli festanti, su per erte montagne o giù per balze dirupate, ne percorse il vasto territorio chiuso intorno da otto altre Diocesi, stendentesi per tre Provincie dal Biferno al Trigno, e dal Trigno al Sangro, con una popolazione di circa 120.000 anime distribuite in 58 parrocchie» e che dové improvvisamente abbandonare colpito da infermità che inesorabilmente lo trasse a prematura morte quando festosamente acclamato vi aveva fatto ritorno dopo la sua missione diplomatico-pontificia al Venezuela. Ma chiara conferma della costituzione del Gastaldato triventino si trova nel "Chronicon Beneventani monasterii" (Ughelli vol. X) in cui trovasi la conferma di investitura datane da Pandolfo e Landolfo nel 992 al Conte Randolsio: «Concedimus tibi, tuisque hæredibus civitatem Triventinam sic quomodo tu illam modo tenes et cum terris [...] quam Castellum Angelorum e Cacononem et Cantalupum prædictas terras sic quomodo tenuerunt et dominaverunt inter fluvium Trinium et Sangrum homines qui prædictis castellis habitant» dove si capisce che il Castellum Angelorum è Agnone, Cacononem è Caccavone, ed il Cantalupa non quello nel piano di Boiano, ma l'altro fra S. Pietro Avellana ed Ateleta, rimasto col nome di "Feudo di S. Martino e Cantalupa" nell'agro di S. Pietro Avellana, nella Diocesi di Montecassino, ma compreso un tempo nel Mandamento di Capracotta oggetto di molteplici contestazioni per essere stato dichiarato Demanio dello Stato al tempo delle Leggi eversive dell'asse ecclesiastico. Mi son trattenuto forse un po' troppo a lungo sulla Diocesi e sulla costituzione del Gastaldato di Trivento, ma fu proprio in quel primo periodo di tranquillo governo dei Longobardi (che chiamerei puro) che le nostre contrade potettero popolarsi alquanto; e fu sul finire di quell'epoca che sorsero nel territorio di Capracotta i primi aggruppamenti di popolazione con fissa dimora; maggiori apparvero: quello denominato di S. Nicola della Macchia, sul colle sovrastante a quella Fonte del Romito presso cui emersero le reliquie osche innanzi citate; l'altro restato col nome di Capracotta. Minori sorsero altri nelle contrade di Monteforte; di S. Croce; di Ospedaletto; di S. Nicola di Vallesorda; di S. Iusta; di S. Maria Caprara, delle quali restano pressoché invisibili vestigia o informi ruderi. Più di una restò forse come semplice stazione pastorale. La constatazione che il primo raggruppamento di abitazioni permanenti in Capracotta sorgesse in quell'epoca e cioè nel IX secolo (800) emerge da due incontrovertibili dati di fatto; il primo che traccia di più antiche costruzioni giammai furono rinvenute nei suoli dovunque scavati, ovvero rimossi nelle terre entro o prossime all'abitato presente; il secondo che le prime rivelazioni di popolazione unita nel nostro territorio appaiono proprio in documenti del periodo immediatamente successivo, dei quali perciò conviene far parola qui di seguito. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il territorio di Capracotta: periodo romano

    Il territorio di Capracotta nella circoscrizione di Boviano Vetus È noto che col nome di Sannio, nelle antiche circoscrizioni regionali italiche, si intendeva quella plaga romboidale stendentesi dalle alture sulla sinistra del Sangro a nord-ovest a quelle sulla destra del Fortore a sud-est; dal netto limite dell'Adriatico tra le foci dei due fiumi a nord-est, alla frastagliata linea tracciata dalle sommità dell'Appennino a sud-ovest. Che gli antichi abitatori delle diverse parti ne eran designati con le denominazioni di Caudini, di Irpini, di Pentri, di Frentani, di Caraceni; corrispondenti alle odierne circoscrizioni del Beneventano, dell'Avellinese, del Molise basso con un lembo dell'Abruzzo Chietino, del Molise alto con un lembo dell'Abruzzo Aquilano. Il territorio di Capracotta trovasi perciò incluso nella parte settentrionale dei Caraceni. Non è ben chiara l'etimologia e il significato di quelle diverse denominazioni. Si è affermato che i conterranei della nostra regione fossero appellati Caraceni dalla maniera di coprirsi, cioè con pelli di ovini, maniera non ancora disusata dai pastori, come la più adatta alla diuturna permanenza nelle intemperie e all'umidità. Però a questo proposito mi sia consentita un'altra congettura, senza atteggiarmi a filologo, e cioè tale denominazione possa avere avuto origine da vocabolo antico affine al Greco "palizzata" ed al verbo "recingere", dalle consuetudini pastorali di formare le mandre con paletti e reti, e trasferirle spesso. Ed è ovvio supporre che, soltanto il bisogno di condursi col bestiame in pascoli più freschi e verdeggianti nella buona stagione, avesse sospinta la primitiva gente ad inoltrarsi sulle nostre solitudini montane da regioni più basse e temperate. In breve il nostro territorio, fin dall'epoca preromana, probabilmente non fu che la meta di migrazione temporanea di pastori (come osservava il Benedettino Liborio de Padova nelle Memorie della sua Pescocostanzo, tanto simili alle nostre), «che niuno allettamento potevano avervi per una stabile dimora». Donde e da quali genti provenivano costoro che si stanziarono man mano nelle parti meno inclementi per clima di questo Sannio settentrionale? A queste domande soccorre il concorde parere di insigni cultori delle memorie del mondo antico. Ecco ad esempio le parole di una delle maggiori autorità, Teodoro Mommsen, nella Storia di Roma antica: «Il ramo principale della stirpe Umbrica si condusse dalla Sabina più verso oriente nel nudo degli Appennini Abruzzesi e nelle colline che al mezzodì si incatenano a quell'aspro labirinto alpestre dando origine ai Sanniti che primi presero stanza sui monti lungo il fiume Sangro, e di seguito occuparono il bel piano a levante del Matese alle sorgenti del Tiferno. E nell'antico e nel nuovo territorio chiamarono Boviano i luoghi delle loro adunanze e dei loro magistrati, posti nel territorio antico presso Agnone, nel nuovo preso Boiano». Il nostro illustre filologo Prof. Francesco D'Ovidio, nell'ammirevole sintesi storica del Sannio, pronunziata nella commemorazione del centenario della Provincia nel 1911, scrisse: «Il nome di Samnites, che in origine sarà stato Sabinites, evidentemente ha comune la radicale col nome dei Sabini e dei Sabelli, ed è già un indizio che quella gente aveva strettissima parentela con i popoli che diconsi propriamente Italici. Ma di ciò si ha più chiara prova e nella storia civile, e nella contiguità geografica, e nelle lingue di quei popoli che parlavano due idiomi fratelli, e nelle qualità dei dialetti italiani che ora si parlano in tutta la zona che essi occuparono ed anche in certe persistenti analogie di costumi e di temperamenti». Il chiaro archeologo Carmelo Mancini, nelle sue dotte interpretazioni dell'epigrafe sul frontone dell'anfiteatro di Pietrabbondante, che egli chiama Regina delle epigrafi Osche, aggiunge: «Non potrebbe quindi dubitarsi che i giovani Sabelli provenienti dal nord-ovest, dopo che ebbero oltrepassato i monti e le elevate pianure fredde di Pescasseroli, di Alfedena, e di Castel di Sangro, si fossero prima di tutto impadroniti di quella località, dov'è Pietrabbondante per fondare la loro metropoli, Bovaianum». Ecco dunque indicato in questo cenno che l'itenerario si offriva a quegli immigratori, i quali, movendo dalla Sabina e dal Lazio rasentando il Fucino a settentrione, raggiungevano l'alta valle del Sangro; e, seguendo il corso di questo fiume che prima appellarono Sagrus, si spandevano poi pei monti e le valli nostre. Se però il nostro territorio non fu in principio che una meta temporanea di pastori Sabini o Latini, pare indubitato altresì che due nuclei di essi avessero preso stanza nelle due contrade meno fredde del territorio: le contrade che hanno il nome di Guastra (Olivastri?) e di Macchia (Maccla Strinata fu detta ancora nel medio evo). Queste due località meno battute dai venti e specie dalla tramontana, con terreni alquanto atti alla coltivazione ed a trarne materiale da costruzione, non molto lungi dal torrente Verrino dal quale potevano trarre la forza per la sfarinatura del frudmento e per le piccole industrie, degli utensili, né troppo discoste dalla regione dove alligna l'olivo e la vite, e l'altra ove prospera l'abete, offrivano la possibilità di permanente dimora. Certo in queste località si son rinvenute vestigia di quei lavori che rivelano la presenza di antica gente unita in consorzio, ruderi, per quanto informi, di abitazioni, tombe, oggetti in terracotta ed in metallo, monete ecc. Nella prima il posto di rinvenimento di tali vestigia trovasi presso la sorgente detta della Lama che dà origine ad un torrentello che si riunisce al Verrino. Nella seconda è presso alla sorgente detta Fonte del Romito accosto al fabbricato o masseria Falconi, oggi Conti. Di alcuni oggetti trovati da contadini zappanti nella prima presso la masseria Di Tella scrisse il Prof. Antonio De Nino nelle Notizie degli scavi del 1904 inserendovene anche le figure. Il chiaro Prof. De Nino si recò di persona sul luogo e vi trovò alcune tombe scoperchiate ed inconsideratamente manomesse. Non gli furono consentiti nuovi saggi di scavo, cosicché dovette soffermarsi a riferire come: «Le tombe che vi si rinvengono sono della prima età del ferro; hanno la forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco chiuse con lastroni di pietra grezza. Poco o nulla si tenne conto dei vasi di creta che vi erano. Di una tomba di bambino si conservano tre braccialetti di lastrina enea senza saldatura nel ricongiungimento longitudinale e con quattro sottili scanalature trasversali in ogni estremità; di più anche in bronzo due anellini di filo cilindrico a sei giri l'uno, a cinque giri l'altro. Appartengono alla collezione dei bronzi due grosse armille anche di lastra senza saldatura, ma ciascuna con 14 sbozzature trasversali e con taglio netto, ed altresì trasversali nelle due estremità, taglio che per effetto della elasticità del metallo permetteva l'adesione dopo che l'oggetto era passato sul braccio. Essi appartengono ad una terza tomba secondo riferiscono gli scavatori. Di una quarta tomba, certamente di guerriero, gli oggetti hanno maggiore importanza, e meritano particolare descrizione: sono di ferro e di bronzo. In ferro è una cuspide di lancia a foglia larga e senza costate, lunga 0,51; più una fibula frammentata con ghiande laterali nell'arco; inoltre un gladio o pugnale lungo 0,32 compresa l'elsa, simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena; ed una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. In bronzo poi si hanno alcuni frammenti di cinturone, ed una armilla anche di lastra ripiegata e senza saldatura a tre giri e più; in una estremità sporge una specie di mezza ghianda liscia; più notevoli sono due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito. Il più grande ha il diametro di 0,22. Dalle due estremità andando verso il centro, vi è una serie di stellette a sei foglie, chiuse da parecchi graffiti circolari concentrici e alternate da fori triangolari; ancora in dentro vengono due altri circoli di forellini; e in ultimo, intorno al foro centrale, vi sono prima sei giri di fori rettangolari, e per chiusura un circolo di triangoli. Per sostegno del disco si osservano sei grossi fori in linea curva da una estremità e due dall'estremità opposta. Simile lavorazione si riscontra nel disco minore che ha il diametro di 0,13». Ma la prima località cennata innanzi, la contrada Macchia, detta nel medio evo Maccla Strinata, poi Maccla Spinetarum, nitidamente segnata nella carta geografica degli Abruzzi nel Vaticano col nome di Lomacchio, ha una ben maggiore importanza archeologica per antiche vestigia ivi rinvenute, e specialmente per la targa di bronzo con epigrafe Osca, divenuta famosa in archeologia col titolo di tavola Osca di Agnone o bronzo di Agnone, vestigia che pel lunghissimo tempo dovettero essere in ogni maniera manomesse, cosicché oggidì nulla ne rimane visibile. Antichi scrittori di memorie del Napoletano fanno menzione di quegli avanzi. Il Del Re ad esempio, in Descrizione dei domini di quà dal Faro (1830) parla di ruderi ivi ancora esistenti. Il Romanelli nella Topografia storica del Regno di Napoli (1815) desume e sostiene l'esistenza di Aquilonia antica dov'è Agnone «dai ruderi di antica città che si vedono tuttora poco distante dal lato di Capracotta dove sono stati rinvenuti non pochi monumenti». Nel museo di Napoli si conserva una colonnina in pietra trovata nella Macchia nel 1845 e nella quale si legge una parte di iscrizione Osca, come dirò in seguito. Monete diverse devono ivi far parte delle collezioni numismatiche. Nel museo Kirckeriano di Roma (sala XXV) è visibile qualche freccia in pietra focaia offerta dal Signor Gamberale di Agnone, proveniente, oso credere, da quei dintorni. Contadini intenti a coltivare terre vi hanno trovato oggetti e monete; posso nominare fra gli ultimi Pietro Tisone, Filippo Paglione, Gaetano Fiadino. Io stesso, giovanetto, assistetti ad un piccolo scavo eseguito da Errico Rosa per nostra curiosità; fu rinvenuto un anello di argento, conservato poi dal pianista Luigi Gullì da Scilla, il quale era a diporto con noi (morto poveretto ancor giovine) ed una fibuletta di bronzo che conservai. Ricordo pure monete di bronzo e di argento conservate da mio zio materno Giangregorio Falconi, a cui furono sottratte e disperse, dolente ora che io inconsideratamente non le andai esaminando con attenzione, né presi nota. Il detto zio, uomo di sconfinata bontà, possedeva le terre nelle quali si rinvennero più spesso ed in maggiore quantità quelle reliquie: Fonte del Romito. Vi aveva un fabbricato colonico e fu appunto il suo bovaro Pietro Tisone a tirar fuori ivi col vomero nel 1848 la famosa lamina di bronzo Osca ed a dargli ogni tanto di quelle monete di cui ho fatto cenno. Costui ed altri contadini recarono più di una volta anticaglie ad Agnone, specialmente al signor Saverio Cremonese, il quale, non so se per naturale inclinazione o per commercio ne faceva raccolta; e costui ottenne dalla condiscenza di mio zio Falconi il prezioso bronzo Osco, dinanzi al quale, raccontasi che il Mommsen s'inginocchiasse, tanta luce se ne riprometteva per le sue ricerche sull'antico linguaggio delle nostre contrade. I ruderi oramai informi che non di rado si incontrano nei campi scendendo dalla sunnominata contrada Macchia verso Agnone lasciano supporre che sobborghi di antica città vi fossero state. Per sapere qualche cosa della tavola Osca io mi rivolsi al detto archeologo Camillo Mancini presso la Società Regale di Napoli, il quale cortesemente così mi rispose il 7 Ottobre 1899: «Omettendo ogni preambolo vi dico che l'insigne lamina Osca in bronzo che va sotto il nome di Agnone, a detta di Francesco Saverio Cremonesi fu scavata nel luogo detto Fonte del Romito presso quel paese. So che fu offerta in vendita al Governo Italiano per mille lire; ma quel Direttore delle antichità antecessore a Bernabei, e che mi vergogno di nominare, non volle comprarla affatto, e quindi sopraggiunsero stranieri più accorti, ed, a scorno dell'Italia nuova, l'acquistarono non si sa bene a qual mite prezzo, ma probabilmente per circa duemila lire che il Cremonese fu lieto d'intascare. Ora il bronzo preziosissimo conservasi nel museo Brittannico di Londra. Esso é stato da molti stranieri descritto ed interpretato in varie forme: quella che più corre consiste in un elenco di Divinità locali onorate nel tempio di Cerere. Quindi nel primo e in parte del secondo rigo, si legge: STATOS. POS SET. HORTIM. KERRIN. e si interpreta: Statuæ quæ sunt in templo cereali. Queste statue erano di Vetusco, di Inclito, di Cerere genitrice, d'Interstite, delle Madri cereali, delle Linfe cereali, dei Legislatori, delle Anfore cereali, delle Matute cereali, del Giove gioventù, del Giove rettore, dell'Ercole cereale, della Patana fedele; della diva Geneta. Non è esatto che essa lamina abbia completato l'alfabeto Osco, anzi la lettera 𐌚 vi è mancante. La paleografia non è arcaica, cioè antichissima e per congettura può attribuirsi al sesto secolo di Roma incirca. L'Osco del Sannio non aveva dialetti, e fu sempre uno. Solo i popoli di Osca origine che adoperarono l'alfabeto greco contenevano qualche divergenza». Corsero alla interpretazione di quelle epigrafi incise sulle due faccie della lamina illustri cultori delle antichità. Il primo forse fu il tedesco Henzen il quale ne scrisse in "Monumenta inedita", presso Institutum Archeologicum 1848: poi il Mommsen in "Antichi dialetti" indi Robasté "De la langue Osque d'après les inscripions": poi il Fabretti, l'Husque. Lo studio più maturo peraltro (quello che più corre scriveva il Mancini) è ritenuto quello del russo Giovanni Zwetajeff, stampato a Petropoli (ossia Pietroburgo, Pietrogrado, Leningrado) nel 1878, appassionato amico della nostra bassa Italia e dei suoi dotti in materia, specialmente il De Petra. Ed ecco quanto egli ne scrive, dandone lettura (la lettura Osca va da destra a sinistra) e la interpretazione latina. «Tabula aerea utrimque inscripta, in oppido Agnone anno 1848 inventa, nunc in museo Britannico: alta 0,28 - lata 0,165 Juxsta, A. S. Murray»: L'altro tratto di iscrizione osca impressa nella colonna rinvenuta nella Macchia nel 1845, come ho accennato, trovasi cosi trascritta dallo stesso autore: «Z. hurtùs, km, her, dùnùmna, ed interpretata: Z. Hortius Cominii fecit [Veneri] donum». Questa colonna, scrive lo Zwetajeff, fu rinvenuta fra ruderi di fabbrica antica. Certo il linguaggio rivelato dalle riportate iscrizioni ed in altre di Agnone, Pietrabbondante, Alfedena, Castel di Sangro, attestano concordi la identità dell'idioma in tutta questa nostra parte settentrionale del Sannio Caraceno. E non par dubbio che in essa la gerarchia sociale e militare dalle borgate mettesse capo ai due suoi centri maggiori, cioè Bovianum e Aufidena. Il citato archeologo Prof. Mariani nota con acume, come «Aufidena era necessaria signora del paese circostante fino al cerchio formato da Bovianum vetus, da Aesernia, da Sulmo». Ugualmente dunque doveva esser necessaria la signoria di queste altre sui territorii delle borgate viciniori. Come dunque, sorge spontanea la domanda, e quando caddero e sparirono le traccie di questi primieri civili e militari ordinamenti? Non ci resta da indagarne l'avvenimento e la spiegazione fuorché nelle ultime fasi della lotta romano-sannitica svoltesi in queste contrade che menò alle celebrate espugnazioni ed alla distruzione, tra l'altre, delle cospicue città di Corfinio e di Aquilonia, e quindi al soggiogamento a Roma di questo estremo lembo indomato del Sannio, secondo ce ne resta la tradizione dagli storici, precipuamente da Livio. Mi giovo della scorta dell'anzidetto topo-storiografo Dom. Romanelli per determinare in qual modo i Romani pervennero alla conquista delle nostre regioni montuose. L'autore, intento a dimostrare con logici argomenti quale fosse l'Aquilonia, alla cui conquista e sterminio quelli miravano, segue commentando passo passo lo storiografo di Roma, così da mettere in chiara luce il piano strategico escogitato e seguito dall'esercito quirito, diviso in due, affinché le parti prendessero o meglio proseguissero, con movimento convergente contro l'odierna regione molisana-abbruzzese-aquilana. Giacché è da ricordare che poco innanzi era stata soggiogata (come riassume il Mommsen nella Storia di Roma) tutta la regione Lucana e Beneventana dalle schiere del Console Publio Decio Mure, trionfante a Maleventum nel 457 di Roma (297 a. C.); e contemporaneamente tutta la Regione Umbro-Marsicana dalla quale le schiere Sannite, guidate da Ignazio erano state scacciate ed obbligate a rifugiarsi su questi altipiani (458-460 di Roma). Sicché a completamento di tali conquiste le Legioni procedenti da Sud a Nord, sotto il comando di Lucio Papirio Cursore, nel 461 occupò Duronia, accampandovisi: le altre, al comando del Console Spurio Carvilio procedendo in modo inverso da Nord a Sud, espugnarono Amiterno e Corfinio. Poscia le Legioni insieme, attenagliando le Soldatesche Sannite asserragliate in Aquilonia, le disfecero, tutto devastando nel vittorioso incedere, distruggendo questa cospicua città e le Borgate circonvicine. Quì, giustamente sostiene il Romanelli, essere inconcepibile come le Legioni romane, in quel modo disposte nell'avanzamento fossero andate poi da Duronia e da Corfinio a sopraffare l'esercito Sannita ad Aquilonia nell'Avellinese: essere invece evidentissimo come l'Aquilonia nominata in questa disfatta fosse proprio l'Osca Akudunniad, l'odierna Agnone. Così si può capire che il messo inviato a Cominio prima del definitivo fatto d'arme avesse potuto percorrere il tragitto fra le due Città in due giornate. E così può intendersi come la vittoria Romana fosse dovuta all'incedere di Papirio Cursore, il quale necessariamente aveva dovuto portare le sue schiere da Duronia a Bovianum Vetus conquistandola e venendo così a dominare tutta l'alta valle del Verrino, nel cui centro è Agnone (chiunque viaggia sulla Pescolanciano- Agnone ne ha la panoramica visione poco oltre la Stazione Termica), mentre Carvilio aveva agio di proseguire dall'Abruzzo espugnando Aufidena e Castel di Sangro (il quale secondo il Prof. Mariani era un baluardo defensivo di Aufidena); quindi, percorrendo la sponda destra del Sangro ascendesse probabilmente con le Legioni il valico montano da Sant'Angelo del Pesco inverso Pescopennataro, o da Rosello, arrivasse sul Colle dei Soldati (perché questo nome?) e sulle alture di S. Onofrio, venendo a dominare da quel lato la vallata del Verrino, rendendosi così vana e inefficace ogni resistenza dell'ultimo esercito Sannita: ed inutile il sacrificio della sua Legione linteata votata alla morte. Non altrimenti ci è dato intendere come Bovianum col suo monumentale edificio; Aufidena con la sua forte acropoli; Aquilonia con la sua opulenza e Duronia con tutte le sue borgate contermini seguissero la sorte di Amiterno e di Corfinio rase al suolo, ponendosi quasi una pietra sepolcrale sulla loro esistenza, sulle loro memorie. La nostra Macchia seguì la stessa sorte. Né altrimenti può spiegarsi la prevalenza delle scritture in lingua Osca e sulle lapidi e nelle reliquie dei monumenti rinvenuti in queste località. E così pure s'intende e spiega come da quell'epoca di soggiogamento a Roma «tutto fu silenzio e tenebre la gloria che passò» del Sannio intero, e più non s'incontrano memorie e vestigia di queste nostre contrade montane specialmente, fuorché lamentose testimonianze di deserto e di desolazione in cui esse giacquero. Lucio Anneo Floro con frase compendiosa lasciò scritto che appresso a quegli avvenimenti invano si sarebbe cercato il Sannio nel Sannio stesso. Non vi è probabilità che nel territorio di Capracotta e dintorni fossero pervenute quelle Colonie di coltivatori mandate a ripopolare le regioni devastate; non resta pertanto che attenersi alla ipotesi offerente maggior credibilità, che cioè sui nostri monti, come nei tempi antichissimi, non sopraggiungesse per lunga era altro di umano, fuorché alternate apparizioni di pastori Sabini o Latini con le loro greggi. Delle diverse parti del territorio stesso non trovasi nome o menzione in alcun monumento di quella primiera epoca; è dato supporre però che fin dall'epoca Romana esistessero le denominazioni di Mons Caprarius, di Vallis Surda, di Maccla, nomi che non mutarono posteriormente come vedremo nel Capitolo seguente. Corograficamente, costituito l'Impero di Augusto, e ripartito il Regno Italico in undici Regioni, le nostre contrade del Sannio, come nota il Faraglia, furono incluse nella regione IV e questo è il solo ricordo storico che seguì allo sterminio del Sannio Caraceno. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il territorio di Capracotta: note topografiche

    Non è difficile scorgere su di una qualsiasi carta geografica d'Italia il territorio di Capracotta: basta seguire con lo sguardo da sinistra a destra la linea della latitudine di Roma, e da sotto in su quella longitudinale di Napoli per incontrarlo nella convergenza delle due linee. Perché l'abitato è posto proprio sul parallelo 41 1/2 e sul meridiano del Castel dell'Ovo. Si stende fra l'agro di Pescopennataro e S. Angelo del Pesco verso Nord, di quello di Agnone ad Est, di Vastogirardi a Sud e di S. Pietro Avellana e di Castel del Giudice ad ovest per un'ampiezza approssimativa di 4.500 ettari in cifra tonda, tomoli locali 13.500 circa di are 33,65 ciascuno. Un terzo circa trovasi coperto da bosco ceduo di faggio e di poche altre specie legnose; altri cinquecento ettari sono a nudo pascolo od incolti; in altri 2.500 son sparsi i terreni coltivati. La maggiore altimetria è quella del Monte Capraro, 1.741 m.; la minima è un avvallamento scavato nella contrada Lama dal corso del Verrino; località detta Molini del Signore, ove comincia pure l'agro di Agnone, 890 m. Seguono in ordine di altimetria massima i culmini del Monte Campo, 1.645 m.; di S. Nicola della Macchia, 1.514 m.; di Vallesorda, 1.512 m.: e di altimetria minima la prateria di Monteforte, 1.200 m.; della regione Macchia, Masseria del Duca, 980 m.; della regione Sotto la Terra, Masseria Coste Fiadine, 997 m. Quella dell'abitato vien comunemente portata a 1.421 m. misurati all'ingresso della Chiesa che sovrasta però alla somma parte di esso abitato. Dal coacervo dunque di queste altezze maggiori e minori dei diversi punti dell'agro si arguisce che, se il territorio intero ipoteticamente volesse considerarsi in un esteso altipiano, la sua giacitura avrebbe un'altimetria non inferiore a 1.300 m. dal livello del mare. Al contrario di tale ipotesi esso è scosceso con pendenze più o mene ripide, e gli scoscendimenti si presentano nelle più opposte direzioni. Non vi è alcuna larga estensione in piano, eccetto la prateria di Monteforte verso Vastogirardi costituita da poco più di una ventina di ettari. La linea secondo cui è disposto per lungo l'abitato in direzione nord-est, sud-ovest, ed il prolungamento della linea stessa alle vette del Campo e Monte Capraro, costituisce la sommità dello spiovente delle valli del Sangro ad ovest e del Verrino ad est ambedue però nel versante Adriatico. Parecchi degli scoscendimenti di cui ho fatto parola mettono a nudo strati di roccia tagliati a picco spesso per altezze rilevanti; in dialetto sono indicati col nome di "ritagli". Considerevoli sono specialmente quelli che fanno corona alle creste del Campo verso settentrione, mentre il dorso del monte stesso da nord-ovest verso sud-est declina piuttosto dolcemente così da farlo rassomigliare di lontano a un immane felino accovacciato sul ventre. Alti e dirupati sono pure quelli all'estremo della regione detta di Prato Gentile, sporgenti sui limitrofi territori di Pescopennataro e di S. Angelo del Pesco: gli altri verso ovest nella regione Guardata denominata Coste della Rochetta e gli altri ancora dalle vette di Vallesorda e del Monte Capraro verso sud-ovest; della sommità del Monte S. Nicola della Macchia verso nord-est; ed infine quelli su cui trovansi edificate le case dell'abitato verso ovest. I primi specialmente si stendono per rilevanti lunghezze, centinaia di metri circuenti le sommità montane. In diversi posti grosse falde di queste rupi si trovano staccate dal nucleo roccioso del monte cosi da lasciare delle lunghe e profonde fenditure, quasi caverne verticali chiamate volgarmente Fosse. Parecchie delle più estreme di queste fenditure si sono sgretolate e tuttora si sgretolano, staccandosene enormi macigni che precipitano a valle. Di altre più interne talvolta si serve qualcuno per riporvi la neve: la loro profondità varia, talvolta sorpassa i venti metri; ma il vuoto di rado eccede i metri 150 in larghezza. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il Santuario... ieri ed oggi

    Approfittando della ricorrenza triennale della festa della Madonna di Loreto dedichiamo alcuni minuti del nostro tempo per esaminare insieme qualche dettaglio che ci possa far rileggere la storia della costruzione della chiesetta a Lei dedicata. L'attuale costruzione risalente circa all'inizio del 1700, periodo del barocco italiano, è stata sicuramente costruita in sostituzione di una precedente chiesetta dall'aspetto e dalle dimensioni più modeste dell'attuale, ma sicuramente con lo stesso valore intrinseco. Ubicata su una delle principali strade di accesso e di uscita dal paese, la chiesa ha sempre rappresentato il riferimento spirituale dei contadini che porgevano, passando, un saluto alla Madonnina prima di andare a lavorare i campi, nonché un ringraziamento al ritorno quando rientravano a casa. Stesso significato ha sempre avuto anche per noi cittadini di Capracotta che, lavorando altrove, con un segno di croce salutiamo la Madonna allontanandoci e con un altro segno di croce la ringraziamo quando torniamo al nostro amato paesello. Passiamo ora a brevi considerazioni sulla struttura architettonica della chiesa precedente a quella esistente. Qualche anno fa io e l'amico Ermanno D'Andrea decidemmo di analizzare qualche "segno" esistente, che ci potesse più o meno dare qualche indicazione circa la dimensione e l'ubicazione della chiesetta preesistente all'attuale. Questa indagine fu stimolata dalla insolita posizione del campanile ancora oggi visibile e posto dietro l'abside della nuova costruzione verso il lato opposto al paese e con una intersezione con l'abside stessa del tutto inusuale per l'architettura del '700. Questo segnale ci ha fatto supporre che la costruzione precedente fosse orientata ad ovest di questo campanile che per logica era generalmente rivolto verso il paese, e quindi corrispondente con l'attuale casa del custode. Proseguendo quindi nell'indagine della suddetta casa abbiamo potuto rilevare la presenza di imposte di archi che definivano la parte finale della chiesetta, e dove sicuramente era posizionato un modesto altare di cui esiste ancora una parte della pietra di appoggio del piano di celebrazione. Inoltre tracce ancora presenti sono quelle di un pavimento utilizzato nella cantina del custode realizzato con vecchie chiànghe e posizionato alla stessa quota del pavimento della chiesa attuale, il che lascia presupporre che per l'accesso alla chiesetta precedente si dovessero superare almeno tre o quattro gradini. Il sapore di tutto ciò che ancora rimane visibile, e la presenza di una pietra ritrovata sul muro dell'attuale cucina del custode con l'incisione 1622 ci fa sicuramente pensare ad una data di costruzione dell'edificio sacro che possa aggirarsi tra la fine del '400 ed i primi del '500, poiché esiste un documento datato 1602 che stabilisce la ristrutturazione della chiesetta a spese di una Congregazione all'epoca in vita a Capracotta. Determinata quindi una data approssimativa della prima costruzione siamo passati a disegnarne la probabile piantina sovrapponendo quella della chiesa attuale dopo averne rilevate le dimensioni. Tutto ciò è stato possibile grazie all'aiuto e alla piena disponibilità dell'attuale custode che ci ha consentito di approfondire questa piccola indagine. Salvatore Santilli Fonte: S. Santilli, Il Santuario... ieri ed oggi, in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • La famiglia Di Ciò di Capracotta

    Si hanno notizie della famiglia di Ciò, di Capracotta, fin dai primi anni del 1600, epoca in cui la famiglia fu annoverata tra i maggiori locati della Dogana di Foggia, con Angelo di Ciò (alias Iarone) censito nel 1639, e Giuseppe censito nel 1690. Nel libro dei fuochi di Capracotta del 1641, sono censiti Santo di Ciò, del fu Antonio, e sua moglie Attilia Falcone. L'ascendente più antico (relativamente alla famiglia di Sanza d'Alena) finora conosciuto è Giuseppe di Ciò, nato nella seconda metà del 1600 e deceduto prima del 1743, marito di Antonia Marracino di Vastogirardi. Giuseppe era tra i maggiori locati della Dogana di Foggia e, come dimostrano gli atti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia, nel 1690, professò (cioè denunziò la proprietà) di 2.650 pecore. Nel 1691, nacque loro un maschio a cui dettero il nome di Alessandro. Costui continuò la redditizia attività legata alla pastorizia, a cui si era già dedicato il padre e sposò Costanza di Lorenzo (n. 1693 ca.) figlia di Francesco e Nunzia d'Onofrio. Ebbero quattro figli: Angiola Rosa (n. 1719 ca.); Giuseppe Nicola (n. 1725 ca.): possedeva a Capracotta alcuni terreni siti in contrada Spinete o Fonte del Cippo, contrada delle Fossata grandi o Fonte dello Staffaro, contrada Sotto al Monte e contrada della Piana Picciola. Sposò Carmina Antonia Falconi (figlia di Martire e Preziosa Ianiro) dalla quale ebbe tre figli, Alessandro, Diego e Anselmo. Il primo fu maestro di scuola, il secondo magistrato. Alessandro (1758-1838) sposò Geltrude Carnevale ed ebbe quttro figlie Anna Giuseppa, Angela, Maria Giuseppa e Maria Apollonia. Diego (+ 1843; fu procuratore della cappella di S. Maria di Loreto nel 1807), invece, sposò Vincenza Mosca, figlia del medico Felice, ed ebbero tre figli: Maria Illuminata che sposò Eustachio Falconi, fratello di mons. Giandomenico e dell'avvocato Stanislao Falconi; Giacomantonio e Giuseppe. Anselmo, uno dei personaggi più illustri di Capracotta, ricordato anche nell'opera dell'Albino Uomini illustri della provincia di Molise, nacque a Capracotta il 21 aprile del 1767. Ordinato sacerdote, si applicò allo studio della matematica e dopo essersi trasferito a Napoli, in epoca napoleonica, vi aprì una scuola privata che fu molto frequentata. Nel 1816 pubblicò in Napoli gli Elementi di matematica, opera in due volumi che gli procurò l'offerta da parte del chiarissimo professore Tommasini della cattedra di matematica presso l'università di Pavia, che però non poté accettare per motivi di salute. Morì a Napoli il 6 gennaio del 1835; Anna Rosa (n. 1731 ca.); Pasquale (n. 1737 ca.). Giuseppe di Ciò, figlio di Diego e Vincenza Mosca, era medico, e posò in prime nozze Agelarosa Falconi (di Martire e Maria Giuseppa Campanelli). Ebbero ben dodici figli: Diego Sebastiano (n. 1814), Gaetano Maria (n. 1815, da cui discende il ramo trasferitosi a S. Pietro Avellana), Maria Clementina (n. 1817), Clorinda Rachele (n. 1819), Maria Vincenza (n. 1821), Maria Illuminata (n. 1825), Anselmo (n. 1827), Alessandro Diomede (n. 1828), Filippo Giacomo (n. 1830), Vincenza (n. 1832), Ersilia (n. 1834) e Tito. Alla morte della moglie, avvenuta nel 1837, si sposò in seconde nozze, nel 1846, con Maria Carugno, figlia del notaio Saverio e Teresa di Buccio, dalla quale ebbe un altro figlio: Giacomantonio (n. 1848). Gaetano Maria di Ciò (n. 1815), sposò in prime nozze Mariangela Conti (di Antonio e Elisabetta di Rienzo), che morì prematuramente nel 1836. Ebbero un figlio, Francesco Paolo Achille (n. 1835). In seguito convolò a seconde nozze con Alessandrina Rotelli, da cui ebbe Lorenzo, che nacque a Forli del Sannio, paese della madre, nel 1845. Lorenzo rimase orfano di padre all'età di soli cinque anni, fu cresciuto dai nonni paterni a Capracotta, e da quelli materni a Forli del Sannio. Dopo la licenza liceale, si diplomò come maestro elementare, poi come segretario comunale ed infine come notaio. In qualità di segretario comunale giunse a S. Pietro Avellana nel 1872, dove sposò Filomena Perilli, dalla quale ebbe tre figli: Giovanna, che sposò Lorenzo dei baroni d'Alena, Diego medico, e Giuseppe magistrato. Proseguì la sua carriera a S. Pietro Avellana in qualità di notaio; morì il 13 ottobre del 1921. Fu anche vice pretore a Capracotta per diversi anni, e sindaco di S. Pietro Avellana negli anni 1892-1895 e 1899-1901. Appassionato ricercatore scrisse un libro su Giovanni Caldora ed uno sulla storia di S. Pietro Avellana (rimasto incompiuto). Tra i suoi scritti va ricordato anche quello riguardante la famiglia d'Alena intitolato Dei feudi e titoli della famiglia d'Alena, pubblicato in Castel di Sangro nel 1896 e dedicato al barone Domenicantonio d'Alena. Fu vicepretore a Capracotta e notaio. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • La Madonna

    È una limpida serata di maggio, piena di luce dai toni rosati. L'aria è tiepida. Scende dal Rettilineo, diretta, alla chiesetta della Madonna, la processione mariana. Davanti c'è l'Arciprete, con la cotta, la stola sopra, e il tricorno in testa, affiancato da due chierichetti. Dietro una frotta di bambini e di donne, vestite all'antica, di scuro. Ultimi arrancano zi Vincenzo e Michelangelo Carfagna. Procedono salmodiando l'Ave Maria. Comincia il primo coro, nel quale fa spicco la voce alta e stonata di Lucia di Milione, con tono più sostenuto: Salve, o Maria, piena di grazie, il Signore è te... co... Risponde il secondo, con tonalità più grave e bassa: Santa Maria, madre di Dio... e così sia, Gesù e Maria...! Qualche donna si accoda, il corteo s'ingrossa. I pochi uomini che sono in coda si curano della disciplina della retroguardia, formata dalla piccola marmaglia, sempre più vivace. Intanto gruppetti di donne e ragazzi, isolati, precedono la processione. Il corteo svolta a "I Pioppi", mentre l'eco del canto a Maria, dolce e monotono, si spenge lentamente. Comincia la funzione. È l'occasione tanto attesa per manifestare con la preghiera corale la profonda devozione verso Maria. Zi Vincenzo della Madonna, il custode, si muove lento e grave tra i banchi per la questua. Di tanto in tanto si curva verso qualcuno e scambia qualche parola. Per i ragazzi ciarlieri, basta un cenno. La funzione termina. Lungo la via della Madonna, fino a "I Pioppi" ed oltre, è uno snodarsi di gruppetti di donne, che affrettano il passo per il rientro, ciangottando. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • Pastori italiani diventati metalmeccanici in Ohio

    Le acciaierie sul fiume Mahoning. Sul piedistallo della Statua della Libertà, in bronzo, si legge il componimento "The new colossus" scritto da Emma Lazarus nel 1883. Malgrado le «folle accalcate» e i «miseri rifiuti», parole immaginate con le migliori intenzioni trovate lì, i nostri antenati italiani - chiamati "nonno" e "nonna" da alcuni di noi anziani italoamericani - non entrarono in America da emarginati e ignoranti. Anzi, gli immigrati italiani giungevano sulle sponde americane già in possesso di parecchie competenze. In Italia avevano lavorato come muratori, sarti, falegnami, pescatori, contadini, e pastori. Essendo il nipote di un pastore italiano, vorrei condividere con voi alcune idee su quest'ultimo mestiere così rispettabile ed importante. Nel corso dei secoli, l'allevamento e il movimento delle pecore attraverso centinaia di chilometri crearono un'enorme ricchezza, pure un impegno ben remunerativo per le famiglie dei pastori, specialmente nel centro-sud del Paese. Con un passato così ricco di storia e con tanti ex pastori immigrati arrivati ai porti americani agli inizi del secolo scorso, ci vuole uno sguardo dettagliato sulla pastorizia italiana. Prima che ci fossero documenti scritti, le antiche genti italiche praticavano l'allevamento ovino. Poi durante il periodo della repubblica romana e imperiale la storia ci mostra che i pastori dell'epoca conducevano le loro greggi a percorrere molti chilometri dalle altezze appenniniche fino ai pascoli più bassi e caldi. In italiano questa migrazione stagionale si chiama transumanza. Poiché nei tempi antichi quasi tutti i vestiti erano fatti di lana, la pastorizia diventò un'importantissima industria. Quando l'impero romano dell'ovest cadde nel secolo quinto, non esisteva la sicurezza sia a causa dei briganti che degli invasori. Quindi le greggi non potevano percorrere i tratturi, o piste. Infatti, la mancanza di protezione pose fine alla migrazione su lunghe distanze. Solo nel '200 cominciò di nuovo la transumanza di grandi masse di ovini scendendo dalle gelide altitudini per giungere ai pascoli più caldi. I re normanni, conquistatori dell'Italia meridionale e della Sicilia, crearono un regno che univa gli attuali Abruzzo e Molise con la grande pianura verde del Tavoliere della Puglia, vicino all'Adriatico, un ottimo luogo per pascolare le pecore durante l'inverno. Soprattutto, promulgarono una costituzione per concedere ai pastori il libero transito per la campagna e la città. Duemila miglia di tratturi resero possibile quest'importante migrazione. Così resuscitò la transumanza. Naturalmente la monarchia normanna arricchiva il tesoro regio imponendo tasse su greggi e affitti su pascolo nel Tavoliere. Più tardi, gli altri conquistatori del Sud, gli Svevi della Germania e poi gli Aragonesi, continuarono affinando le protezioni per l'allevamento ovino. Quindi l'ampia rete di privilegi e regolamenti della pastorizia diede origine a una civiltà pastorale che coinvolgeva migliaia di famiglie da L'Aquila in Abruzzo fino a Foggia in Puglia. Immaginatevi il commercio creato dal motore economico della pastorizia: oltre agli ovini c'era bisogno di cavalli, cani, articoli di pelle, equipaggiamento per fare il formaggio, tende, e attrezzi per la tosatura delle pecore e la lavorazione della lana. Nell'autunno del 1604, quasi sei milioni di ovini arrivarono nel Sud. Certo, quest'era una pastorizia su scala industriale. Provate a vedere con la vostra mente la vita pastorale di mio nonno Giangregorio, se potete. La transumanza inizia il 9 di settembre, nelle alture di Capracotta in Molise. A due passi del paese, lui e gli altri pastori sostavano davanti al Santuario della Madonna di Loreto, pregando la Vergine per la protezione delle loro famiglie durante la loro lunga assenza e per la buona riuscita della transumanza. Poi pastori, greggi, cani da pastore, muli, e cavalli migrano sempre verso il sud sulle piste erbose. Di notte sostano nelle tende o ogni tanto in un granaio o in una chiesa rurale. Spesso c'è bisogno di attraversare fiumi pericolosi sostenendo le bestie deboli sulle spalle. In montagna ci sono i lupi che attaccano le greggi per portare via le pecore. Finalmente giunti in Puglia, i pastori impegnano il tempo con la mungitura quotidiana, la lavorazione del formaggio, e la preparazione delle greggi per la tosatura. In maggio, tutti ritornano in paese con gli agnelli nati da poco in Puglia. Prima di entrare a Capracotta, fanno una sosta finale, essenziale. Offrono preghiere di ringraziamento alla Madonna nello stesso Santuario di settembre. Nei paesi e comuni svuotati di uomini, le donne da sole portano avanti i loro lavori di casa. Producono i vestiti e si prendono cura degli orti. Le sere si riuniscono davanti al caminetto per condividere le notizie e raccontare storie mentre ricamano la biancheria per il corredo di una giovane parente. Gli uomini hanno lasciato la legna, però sono le donne che faranno la manutenzione del focolare per tutto il lungo inverno nelle montagne. In maggio, al ritorno dei pastori si faranno molte feste. A metà dell'800, cioè la generazione anteriore dell'emigrazione degli italiani nelle Americhe, la pastorizia che una volta prevaleva nel Sud cominciò a declinare. Le piante americane, per esempio il granoturco e le nuove specie di fagioli, resero possibile una forte coltura da reddito. Anche la rivoluzione nella tecnologia, segnata dal trattore e dalla mietitrice a vapore, fece i campi più produttivi, più redditizi. Con la bonifica delle paludi, la verde pianura della Puglia venne divisa in latifondi chiusi all'orda dei ovini. Avendo a loro disposizione sempre meno opportunità, i pastori cercavano di coltivare i campi vicini ai loro paesi. Chi sa se mio nonno Giangregorio e i sui paesani, una volta pastori a Capracotta a 1.421 metri sul livello del mare, avevano l'idea che un giorno nel futuro avrebbero dedicato il resto dalla loro vita a lavorare nelle acciaierie e fonderie di Ohio? C'erano volantini che li indussero a emigrare nell'area industriale in forte espansione del Midwest dell'America? Le altezze di Capracotta gli rendevano difficili i tentativi di abbandonare la transumanza per coltivare i campi vicini? Lì faceva così freddo che non permetteva la coltura né di vigneti né di oliveti. Inoltre, in Europa la crisi agraria della fine dell'Ottocento colpì duramente l'Italia, facendo crollare il prezzo del frumento. Per la verità, parecchi di questi nuovi agricoltori affrontavano un futuro nero come mezzadri. Intorno agli inizi del '900, nuove tecnologie rivoluzionarono la produzione del ferro e dell'acciaio. In questo, emerse la regione industrializzata da Pittsburgh fino alle valli di Ohio e di Mahoning. Anticamente i metalli ferrosi si preparavano in lotti piccoli però la produzione moderna di allora richiedeva grandi fornaci moderne azionate da migliaia di operai in un solo turno, di tre. La necessità in America di tanta manodopera raggiunse in un modo o nell'altro i comuni e i paesi dove gli ex pastori lottavano per cercare a fatica di sopravvivere coltivando poveri campi. Giangregorio e moltissimi italiani come lui risposero alle notizie dall'estero. Lasciarono la pastorizia ormai in declino e i suoli sfavorevoli dei loro villaggi nativi. Diventarono i metalmeccanici nell'economia in rapida crescita dell'industria di acciaio negli Stati Uniti. Forse per loro, abituati alle lunghe separazioni dalla famiglia, andar via di casa per le città industriali dell'Ohio non risultava così traumatico come per gli altri emigrati dell'epoca. Quindi scavate ben a fondo negli archivi familiari. Potrebbe essere che qualche vostro antenato metalmeccanico nella sua gioventù conducesse pecore bianchissime per valli fresche nelle montagne fino alla pianura verdeggiante del Tavoliere della Puglia. Se è vero, rendetevi conto che praticava uno dei mestieri più antichi e importanti prima di aver mai prodotto acciaio "Made in the USA". Ben Lariccia Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .

  • P. Mario Di Ianni: una presenza viva, un amico fraterno attraente

    Con estremo pudore scrivo queste note per presentare il profilo di p. Mario Di Ianni, sacerdote missionario del Sacro Cuore, chiamato dal Signore a 84 anni, il 30 giugno 2023 a Roma. Nato a Capracotta, fin dalla prima adolescenza ha risposto alla chiamata del Signore tra i religiosi missionari, nel collegio di Narni, in Umbria. Ha accolto il magis, il di più della sua grazia, che gli ha permesso di andare avanti nella vocazione, di gioire con semplicità di cuore, di partire e ricominciare sempre tendendo la mano agli altri. Lontano da ogni forma di seduzione dell'effimero, della mediocrità, dell'abitudinarietà e dell'apparenza, ha percorso il suo cammino di formazione con coerenza e estremo rigore. Ha vissuto la propria chiamata con gratuità gioiosa, con semplicità e mitezza evangelica, con gentilezza e rispetto, lontano da ogni tentazione di sentirsi "funzionario del sacro".  Si è costruito nella relazione corretta con i suoi educatori e con i suoi compagni, convinto che la relazione è costitutiva dell'essere umano, è essenziale alla fraternità della fede. Abitare il tempo e le relazioni: era il modo di crescere in fraternità, in cammino con gli altri, esercitando il ministero sacerdotale sull'aiuto e sull'ascolto, avvertendo più il noi ecclesiale che l'io autoreferenziale. Ha compreso la profonda unità tra la qualità della vita, la serenità personale e la qualità del ministero, chiamato ad annunciare con la vita un messaggio di salvezza. Ha vissuto i primi anni della sua vita a Capracotta, «terrazza del Molise», «vetta degli Appennini», con i suoi 1.421 metri di altitudine, dove «il cielo è sempre più blu», ha ereditato la fierezza del montanaro e la tempra degli antichi sanniti. Capracotta, "amata in modo viscerale", gli ha permesso di intessere rapporti sereni con i compagni di gioco e di quartiere, favorendo il confronto, l'amicizia e la dimensione familiare. Ha considerato la fragilità umana come il canale privilegiato della grazia di Dio, come colui che può guarire attraverso le proprie ferite assunte senza negarle. La fragilità accolta gli ha consentito di vivere relazioni vere, all’insegna della misericordia e della compassione e rendere credibile il ministero sacerdotale. La fragilità, che ha avvertito in modo vivo e indelebile, è stata la perdita della mamma Rosa, morta di parto nel 1942. Aveva 3 anni, «era struggente sentirgli dire: non ricordo nemmeno la voce di mia madre», commenta il suo confratello p. Domenico Rosa. Dell'amore materno ha avvertito l'assenza, la nostalgia e il rimpianto, che ha evidenziato in tanti incontri che ha avuto con me. «Beato te, – mi ripeteva spesso, – che hai avuto e sperimentato l'affetto di una madre, che ha segnato un'orma indelebile nella tua infanzia, rimanendo impressa per tutta la vita». La madre, l'unica forza capace di conquistare il cuore, la tenerezza fatta silenzio. Incanta e attrae, piega e vince, apre e scioglie, è via percorribile sempre, anche quando sembra di smarrire il cammino. L'unica forza che vince ogni ostacolo, fonte di sicurezza e di crescita per la sua infinita comprensione, è la forza irresistibile dell'amore e della dolcezza. Il rapporto e la relazione affettiva crea un'intimità stabile e fedele, che si imprime nell'animo e non si cancella mai. E imprinting unico e irripetibile del rapporto madre-figlio. La mancanza della mamma in parte è stata colmata dalla risposta spontanea alla chiamata di Dio. Il noviziato ad Agrano in Piemonte gli ha permesso di affrontare sacrifici e dure prove, affinando il suo carattere nel cammino di formazione, temprando la sua personalità tenace e determinata. Sembra riecheggiare le parole di Francis Thompson come sintesi di ogni prova: «Quello che ti ho tolto, non te l'ho tolto per tuo male, ma perché tu lo venga a cercare tra le mie braccia». Vale per p. Mario e per mamma Rosa. Padre Mario ha trovato in Gesù Cristo la sua fonte, la sua pienezza, il suo modello. In questo orizzonte ha collocato la sua "formazione cristocentrica", che costituisce l'asse portante dell'educazione della fede, la misura e la verifica più autentica che ha avuto con in confratelli e i laici. Rapporti improntati ad una amicizia profondamente soprannaturale e squisitamente umana nelle espressioni, facendo attenzione alla persona in concreto. Sempre disponibile a chi chiedeva un aiuto e un servizio, portato a vivere una vita "piena di Dio, piena d'amore". Raccontava spesso le vicende della sua famiglia di carbonai e dei sacrifici e del "sangue buttato" di papà Paolo e delle prove e sofferenze dei suoi fratelli Aldo e Rosa. Il 18 dicembre 1965 ha raggiunto la vetta del sacerdozio, culminando il suo iter di formazione nel Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore a Roma. Una testimonianza personale e comunitaria tradotta nella vita attraverso la corrispondenza e la fedeltà, anche se non sono mancati momenti di sofferenza. La speranza, anche se umanamente piccola e qualche volta gira a vuoto, è una luce che non si spegne mai. Il tempo del dolore è stato per p. Mario tempo di grazia. Il termine risurrezione indica anche pazienza di ricominciare giorni rinati dall'alto, per trasformare le ferite in feritoie, in brecce sui muri, fessure di domani. Pasqua è il punto in cui «si annodano il Gesù storico e il Cristo della fede». Il progetto di tutta la creazione è incamminato verso il compimento, pur attraverso le prove della croce e del parto. Il soffrire passa, l'aver sofferto resta. Dalla sofferenza nasce una nuova aurora, la nostra anima ha in sé un'energia che le permette di reagire ad ogni tempesta e di lasciare un raggio di luce sul terreno arido e sassoso della nostra storia. Gli anni di formazione culturale alla Università Gregoriana e in seguito all'Alfonsianum di Roma, hanno imboccato strade con scelte nette, limpide, serene. Fine intelligenza, ampia cultura e sensibilità pastorale arricchivano la sua personalità, coniugando il rigore dello studioso e la sollecitudine del pastore. Misurato in tutto ha seguito i suoi studi aprendosi alle problematiche ecclesiali, che studiava, approfondiva, scriveva. Chiamato al ministero pastorale al Collegio di Torvaianica si è prodigato con vigore per l'educazione dei giovani, senza personalismi e formalità, facendo risuonare la sua voce fraterna ed empatica. Lucidità di pensiero e fermezza di decisione hanno caratterizzato il suo servizio ai ragazzi e ai giovani dell'Enaoli di Torvaianica. La consonanza tra la sua tempra di montanaro e la delicatezza dell’educatore lo ha reso disponibile all'accoglienza e all’ascolto, facendo trasparire l'umiltà e la prossimità che l'accompagnavano, con l'attenzione riservata ai più deboli e bisognosi. Il servizio prestato nella comunità dei Missionari del Sacro Cuore nella casa di corso Rinascimento ha rivelato capacità di entrare in relazione con i confratelli e lavorare con gli altri, ma soprattutto esigenza di comunione, di collegialità, fondata sulla natura stessa del sacerdozio. Educato al pensare e al lavorare insieme, al saper dire noi e non solo io, ha sviluppato la sua formazione non come dato giuridico e disciplinare, ma come valore teologico e spirituale. Ha concepito il suo ministero e il suo servizio come impegno radicale, esigente, esclusivo, che prende tutta la vita. Nel contesto attuale questo servizio radicale si scontra con il clima del consumismo, ricerca del benessere e il lassismo morale, viene riproposto in modo chiaro e vissuto fedelmente. Con il nitore dell'argomentazione e la lucidità di pensiero ha offerto motivi di riflessione mai banali, sempre centrati al cuore delle questioni, specialmente in alcuni temi la cui sensibilità etica è oggi particolarmente vivace e contrastata. Professore di Teologia morale nella Pontificia Università Urbaniana, ha dimostrato una sicura competenza acquisita attraverso una vivacità e curiosità intellettuale, con i suoi scritti, che hanno scandito il percorso tracciato dal Concilio Vaticano II. Le questioni di fondo da affrontare erano quella dello statuto proprio della verità morale e quello della identità della morale cristiana. Tutto questo sulla spinta del Concilio Vaticano II che, riconoscendo nella Gaudium et spes l'autonomia delle realtà terrestri, riconosceva l'esistenza di un’etica umana fondata sulla ragione, nella quale la stessa rivelazione affondava per molti aspetti, le proprie radici. Per p. Mario non solo era l'occasione di continuo rinnovamento dei suoi interessi, ma anche motivo per la coltivazione di amicizie e collaborazioni con molti esponenti della cultura laica per un confronto intelligente e aperto, e anche per significative mediazioni su delicate questioni dell'etica politica, economica e della bioetica. Un teologo morale, con una sua capacità di richiamo e di stima dei suoi alunni, ha rappresentato un punto di riferimento qualificato nel suo campo di competenza, in quel settore impegnativo dedicato e rappresentato appunto dalla riflessione etica. Come docente ha lasciato un'impressione forte motivata dal rigore e chiarezza del suo pensiero, dalla stima sincera della sua umanità e dall'affetto che riusciva a conquistarsi. Colpiva l'autorevolezza di stile, la serietà e l'impegno del suo insegnamento, la spiccata predilezione per l'uso della ragione nelle argomentazioni teologiche, la passione e la generosità del dialogo, la luminosa testimonianza di vita. Esperto dei temi della bioetica ha dato risalto anche a temi dell'etica sociale e pubblica sottolineando la necessità di "rimanere umani", di "non smettere di essere umani", in un'epoca densa di squilibri e incertezze. Il richiamo al senso di responsabilità di tutti e di ciascuno era continuo e perentorio sulle labbra di p. Mario, con l'intento di delineare un modello di cattolicesimo e di Chiesa capace di restituire credibilità ed efficacia alla proposta evangelica. «Un cristianesimo che ricuperi la dimensione trascendente e mistica e faccia propria la radicalità del discorso della montagna», che si incarni in modello di Chiesa, diventa fermento vivo nella società attraverso un'esperienza comunitaria di fraternità e di condivisione dei beni della terra. Una tale testimonianza, frutto di una grande fede e libertà evangelica, la conserviamo tra le cose più preziose che p. Mario ci ha lasciato. Le pubblicazioni più note da ricordare sono "La verità nel comunicare" (ed. VivereIn), gli "Appunti di metodologia teologica" (ed. Pontificia Università Urbaniana),  "Fecondazione artificiale" (Enciclopedia Cattolica, voce), il saggio su "La prudenza", pubblicati su Letteratura Capracottese. «Encomiabile – infine, afferma un suo confratello, – il proficuo lavoro svolto per la Provincia Italiana dei Missionari del Sacro Cuore per la cura, la risistemazione e l'ordine dell'archivio e della biblioteca». Una nota caratteristica del profilo di p. Mario è la capracottesità. Nato, vissuto e pasciuto a Capracotta, ha conservato nella vita l'impronta di composta fierezza e di dignitosa responsabilità, che hanno plasmato e impastato la sua storia personale.  Capracotta "sempre e dovunque", punto di partenza dove è sbocciata la sua vocazione, punto di riferimento nelle sue scelte e nel faticoso cammino della vita, punto di ritorno per trovare riposo nell’amplesso materno dei suoi monti. Anche il dialetto capracottese, parlato con disinvolta padronanza, generava facilità di sentimenti e gusto della sonorità in chi lo ascoltava, facendo assaporare l'anima popolare dei capracottesi. Il sapore di ogni parola nata dalla mente, sviluppata nel cuore, diventa musica sulle labbra, perché porta impresso il sigillo della sincerità. I dialoghi trascritti nelle interviste, raccolte e annotate nel libro "La distruzione di Capracotta del 1943/44", sono una chiara testimonianza. La forma dei dialoghi, diretta e a caldo, nella immediatezza e freschezza dell'eloquio, senza mediazioni, ha reso vivo il dipanarsi cronologico dei fatti accaduti. Ognuno potrebbe aggiungere qualcosa del suo vissuto in quel tragico inverno del 1943-44. Un semplice assaggio di dialetto parlato si scopre nel dialogo con gli zii Annina Di Ianni e Cenzitto Sammarone, alla nascita del figlio Peppino: «Ména (= orsù), Annina, ché una creatura comincia nella stoppa e finisce nella seta»... La profezia si è verificata, il lenzuolo regalato da zia Cenzella, madre di don Carmelo, divisa in tanti pannolini, è stato di aiuto e sollievo, per i genitori di Peppino. La parola dialettale "ména, mó" traduce sollecitudine, solidarietà, saggezza, attenzione, condivisione e fiducia nella Provvidenza. Il dialetto capracottese parlato da p. Mario è l'eco fedele, l'interprete armoniosa di quel vecchio popolo sannita ricco di passioni, sempre nutrito di quell'intima forza morale che produce ancora intelletti robusti e genera buone qualità, come la facilità dei sentimenti semplici e il gusto della bella parola nel suo effetto di sonorità. Un particolare intervento dedicato alla Madonna di Loreto e pubblicato sul numero speciale di "Voria" nel 2008, mette in risalto la devozione tra verità e leggenda. «Certamente, – scrive p. Mario, – le apparizioni a Valle Sorda sono un tipico esempio di religiosità che è sconfinata nella fantasia e nel mito. Con ogni probabilità i monaci benedettini di Montecassino (la cui presenza nelle nostre zone si evince anche dai toponimi squisitamente benedettini) avranno esortato il popolo di Dio alla devozione alla Vergine Santissima un simulacro già diffuso in altri luoghi d'Abruzzo e ponendolo nella piccola cappella che si trovava nei pressi dell'attuale chiesa. [...] Noi onoriamo Maria nella purezza della fede cercando di togliere tutto ciò che sa di religiosità e di mito». A un capracottese basta richiamare all'orecchio il tinnulo suono della «campanella della Madonnina» per ridestare e riaccendere nel cuore la presenza vibrante della Madonna di Loreto, il ricordo del suo paese con le sue piazze, i suoi vicoli, le sue chiese e le sue montagne. La sua presenza vigile e premurosa stupisce ancora nel perdurare del tempo per sentire tutti in un comune senso di fraternità, senza discriminazioni tra buoni e cattivi, colti e ignoranti, ricchi e poveri. «Infinitamente giovane perché infinitamente Madre, infinitamente celeste perché infinitamente terrestre»: è questo il mistero profondo di Donna e di Madre. Un ultimo tratto del profilo di p. Mario è riservato al mio rapporto personale. La comune scelta di vita al servizio del Vangelo, la comune origine capracottese, la schiettezza delle relazioni, l'unità nello spirito hanno armonizzato tutte le diversità. Le nostre azioni erano propedeutiche al bene, al vero, al bello, al santo, come le nostre scelte di vita, nonostante le fragilità, le imperfezioni e le inadempienze. Dio non impone la sua presenza, ma la offre come possibilità di comunione e di crescita, si lascia trovare quando abbiamo bisogno di Lui. L'amicizia sacerdotale matura col passare del tempo, è un rapporto di affetto che fa sentire uniti e porta a sentire il bene dell'amico, è intimità che si condivide con sincerità e fiducia. Nella vita ci sono momenti di grazia da cogliere e non perdere. L'incontro sereno e felice con una persona causa crescita umana, culturale e spirituale, perché l'amico è anche sacerdote. È una sorta di attimo fuggente, e non a caso attimo deriva da "atomo", perché quantità indivisibile di tempo. I Greci lo chiamavano kairòs, «la migliore di tutte le cose». Il Vangelo definisce kairos «il tempo che Dio ha deciso e attuato con l'avvento di Cristo», tempo favorevole, tempo giusto e opportuno, da non perdere. È il tempo che Dio mi ha regalato con l'incontro di p. Mario. Le concelebrazioni della S. Messa insieme a don Nannino Carnevale nella chiesetta di S. Giovanni, negli ultimi anni, hanno incrementato, rafforzato e santificato il dono dell'amicizia. Quanto fa bene un prete che si fa vicino, non fugge le ferite dei fratelli, «ama la Chiesa così com'è», capisce che «l'amore per la sapienza è ciò che si cerca diventando amici, tutti e due l'uno per l'altro». È il luogo della originale e irripetibile risonanza dell'altro-Dio, da cui veniamo e dei volti con cui con-viviamo, con-dividiamo e con-creiamo il noi: il naturale e il soprannaturale non sono piani sovrapposti, ma fili intrecciati nell'amicizia sincera e fraterna. Osman Antonio Di Lorenzo

  • La famiglia Pettinicchio di Capracotta

    La famiglia originaria di Trani, giunta a Capracotta, edificò la propria «ampia casa» nei quartieri "nuovi" costruiti tra il 1400 ed il 1500 e denominati S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate. La famiglia fu annoverata tra le più facoltose ed agiate dell'Università, infatti nel Libro dei Fuochi datato 1561, è annotato il Do.ne Petrus Nicchius de Trani. I Pettinicchio appartennero alla schiera dei grandi locati della Dogana di Foggia, nei cui registri sono riportati Lorito, nell'anno 1639, e Gregorio, nel 1700. Altre annotazioni nell'Archivio della Dogana, più antiche, risalgono agli anni 1612 e 1613 e riguardano rispettivamente Sebastiano e Nunzio Pettinicchio di Capracotta. Un Amico Pettinicchio viene ricordato dal Campanelli come il più agiato di Capracotta. Forse proprio per questo motivo, il 9 luglio del 1657, fu catturato da una banda di 104 banditi capeggiata dal calabrese Paolo Fioretti, e condotta altresì da Peppe Nastro e Agostino del Mastro, detto Boccasenzossi, che lo restituirono alla famiglia solo dopo che questa ne ebbe pagato il riscatto. Tuttavia la banda fu catturata dopo poco tempo ed i suoi componenti furono giustiziati. Tra i vari componenti si ricordano Donato Antonio Pettinicchio, arciprete di Capracotta (dal 1622 al 1638) ed il medico Carmine, padre di Rosalba che sposò il Magnifico Amicantonio Carugno, governatore del Duca di Capracotta. I Pettinicchio ebbero il jus patronato sull'altare dedicato a S. Maria della Pietà e S. Francesco di Paola, all'interno della chiesa matrice. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • Cronache dal borgo

    Da un po' di tempo gira per Capracotta un volpino che non teme l'uomo e spesso lo si può vedere che giocherella nella villa comunale, sul belvedere nei pressi della chiesa madre e non teme la presenza dell'uomo, anzi gli gira intorno, agitando la sua coda a mo' di vessillo. La notizia viene sussurrata, riportata, accettata come impossibile; ma una cosa è certa: la persona che l'ha vista alla villa è degna di ogni fiducia e non si è sbagliato, perché nelle sue lunghe escursioni e passeggiate in montagna, più di una volta ha avuto modo di fare incontri di questo genere. Il quartiere antistante alla chiesa madre è quasi del tutto disabitato. Ci abita Concetta che assiste, quando può, un gatto randagio: dalla sua finestra vola qualche ossetto, un boccone di pasta avanzata dal suo piatto, un pezzettino di pane, un cencio di carne col grasso, scartato dalla donna. Il gatto attende e, quando il pranzo vola dalla finestrella, un po' alla volta, lui è già in attesa e gusta tutto con grande ingordigia. Il movimento ripetuto tutti i giorni è stato notato dalla volpe appollaiata sul muretto del belvedere. Piano piano l'animale ha guadagnato terreno, un passo dopo l'altro, si è accostata, ha assistito alla consumazione del pasto, poi, un bel giorno, con un balzo ferino, si è buttata a pesce e ha cercato, anche lei di gioire delle leccornie. Non ha avuto fortuna perché il felino l'ha aggredita, l'ha graffiata, l'ha ferita con le unghie proprio da esemplare, le ha fatto uscire il sangue dalla bocca, dal naso, dalle orecchie. Il controllo del territorio è stato appannaggio del gatto, la difesa del cibo altrettanto. Nelle favole, anche quelle antiche, la volpe è sempre stata il simbolo della furbizia; ma di fronte all'aggressività felina nulla essa ha potuto. Non so poi come è finita: mi piacerebbe sapere che i due animali sono diventati amici. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.facebook.com/, 26 novembre 2017.

  • Scene da uno State banquet

    Dopo un inizio col botto, soprattutto grazie alla Principessa di Galles e alle sue gambe, la prima giornata della visita ufficiale nel Regno Unito della coppia presidenziale sudcoreana ha vissuto il suo acme la sera, grazie al sontuoso State banquet a Buckingham Palace. Esamineremo le mise delle signore nel fine settimana, ma posso anticiparvi che ho amato il velluto rosso abbinato ai rubini birmani da Queen Camilla. Mentre mi tacerò sul frac, e in particolare sui pantaloni del presidente Yoon Suk-yeol. Ci si chiedeva se la Principessa di Galles avrebbe indossato una tiara diversa da quelle scelte finora, e la risposta è sì! Non solo Catherine ha coronato la sua testina con un gioiello mai indossato prima, ma la scelta è caduta su un diadema che non si vedeva da una novantina d'anni. Si tratta della Strathmore Rose Tiara che Elizabeth Bowes Lyon, poi Queen Consort, poi Queen Mother, ricevette in dono dal padre Lord Strathmore per le nozze col Duca di York, divenuto King George VI in seguito al gran rifiuto del fratello. Acquistato da Catchpole & Williams, gioiellieri con sede al numero 510 di Oxford Street, il diadema è composto da cinque elementi separabili che formano una ghirlanda di rose, probabilmente la rosa canina, nello stile romantico e ispirato alla natura tanto di moda negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento. La tiara dispone di due strutture differenti per poterla indossare sopra la testa, come ha fatto Catherine, o sulla fronte, alla moda degli anni '20, come faceva la Queen Mom, e che io francamente preferisco. Catherine lo porta molto alto sulla testa, e la combinazione con i capelli tirati e aderenti al capo, e la fronte spianata ha qualcosa di poco armonico. Noto inoltre che la principessa è tornata al vecchio makeup, con gli occhi appesantiti da una linea scura, che mi piace poco, ed è troppo aggressivo per un gioiello così delicato. Catherine a parte, scivoloni ce ne sono stati parecchi. a partire da Samantha Cameron. Per uno di quei cambiamenti improvvisi che a volte capitano nella vita il marito Davis, già Prime Minister, accompagnato rapidamente alla porta dopo il disastroso referendum sulla Brexit, qualche giorno fa è rientrato dalla finestra, piazzato dall’attuale capo del governo Rishi Sunak a capo del Foreign Office in seguito a un rimpasto di governo. E siccome nel Regno Unito i ministri devono necessariamente essere membri del parlamento, King Charles lo ha dotato di titolo nobiliare - Baron Cameron of Chipping Norton, che suona un po' come Barone di Capracotta - e di relativo seggio alla House of Lords. Dunque ieri sera primo impegno formale per Lady Samantha, e lei che fa? Si presenta a un evento di gala, accompagnando il marito in frac e decorazioni, con un vestituccio midi, più adatto a una pesca di beneficienza in parrocchia. Peggio ancora, l'abito è una creazione del brand Cefinn, e indovinate a chi appartiene? Esatto, a Lady Samantha! Che non solo sbaglia clamorosamente mise, ma ne approfitta pure per farsi un po' di pubblicità aggratis. Imperdonabile. A proposito di mise, in molti avranno notato il principe di Galles accompagnare una bionda signora, abbigliata bizzarramente, e sicuramente non alla coreana (e neanche all'inglese, a dirla tutta). Dunque una domanda sorge spontanea: chi è Heidi, e cosa ci fa lì, tra l'altro in un posto di rilievo? Lady Violet ha la risposta. La signora è Elisabeth Reuß, The Lady Mayoress of the City of London in quanto consorte di Michael Raymond Mainelli, nuovissimo Lord Mayor della City (che vi ricordo avere giurisdizione solo sulla City, il sindaco di Londra è un altro). Mainelli, economista e scienziato, è nato negli USA e ha origini (anche) italiane, mentre la moglie è teutonica; visto però che al momento rappresenta una istituzione britannica, non potremmo lasciare il dirndl nell'armadio? A noi i costumi tradizionali piacciono, ma non tutti. Alcuni però sì, moltissimo. Centoquarantadue Fonte: https://ladyvioletsofa.com/, 22 novembre 2023.

  • La candela di san Fabrizio

    – Appìccia la cannéla a sand'Anna e dici la preghiera alla Madonna e vìde ca te fieàne la grazia! – diceva zia Lippina alla nipote Anna che non riusciva ad avere figli. Anna aveva solo 2 anni quando il padre morì ucciso dal calcio di un mulo con cui stava portando legna, e la madre, presa dalla disperazione, cadde in una tremenda depressione che la condusse l'anno successivo a ricongiungersi con il marito. A soli 3 anni Anna, rimasta orfana, fu affidata alla zia Filippina, detta Lippina, che la prese in famiglia e che la diede in sposa a 17 anni ad Azelio, detto Zeliuccio, di anni 41. Zeliuccio era un uomo piccolo in tutte le sue dimensioni, la cui statura non raggiungeva il metro e quaranta; al contrario Anna era un fiore di uagliòla alta circa un metro e settantacinque, con un fisico perfetto in tutte le sue proporzioni. Solo un difetto teneva, i baffi. Quando a 12 anni Anna 'ngumenzàtte a fare lo sviluppo, subito le uscirono i baffi e da allora non si levarono più, tanto che al paese la chiamavano "Mustaccia", e nonostante avesse un gran bel fisico, tutti la evitavano. Zeliuccio, a cui nessuna donna aveva mai rivolto lo sguardo, accettò di sposare Anna su invito di zia Lippina. Lui faceva il minatore alla Francia e tornava solo una volta all'anno per quindici giorni per Natale e Capodanno, quasi sempre ripartiva il giorno della Befana. Nei quindici giorni di permanenza con Anna, Zeliuccio stava sempre a casa senza mai andare in paese ma... forse l'età o forse non si sa, i bambini tanto attesi non arrivavano, e così lui ripartiva e la giovane moglie rimaneva sola per altri undici mesi e mezzo ad aspettarlo sotto alla massarìa in contrada Sotto la Terra. Erano ormai sposati da otto anni, lei aveva raggiunto i 25 anni e lui 49 ma niente da fare, la cicogna non voleva arrivare. In quel 27 febbraio del 1956 a Capracotta era fatta neve assai, ma veramente assai, tanto che Anna era rimasta bloccata sotto alla massaria da quando Zeliuccio se ne era arriùte alla Francia il 7 gennaio. Quella mattina Anna si svegliò come sempre alle 5 per andare a mungere le cinque pecorelle nella stalluccia a pochi passi da casa, mise addosso un pesante tabarro e 'scètte fuori. La bufera era così forte che a stento vedeva la stradina che pur conosceva bene. Piano piano, un passo dopo l'altro... Anna si ritrovò a terra. Subito si rialzò e si voltò per capire il motivo dell'inciampo. Lì a terra, quasi completamente ricoperto dalla neve si vedeva poco un panno nero, anzi anche rosso, sembrava un tabarro. Si inginocchiò ed iniziò con le mani a spostare la neve ma, scava scava, comparve prima una mano, poi un braccio e poi... ma era un uomo... sembrava morto... anzi no, forse era vivo, sì, era vivo! Nonostante la furia della bufera, con un terribile sforzo Anna lo prese in braccio - era bello grosso e pesante - e lo portò dentro casa adagiandolo sul pavimento. Chiuse la porta alle sue spalle e, dopo aver ripreso fiato, iniziò a strattonare l'uomo che era un pezzo di ghiaccio ma che poco poco ancora respirava. Quando iniziò a togliere la neve venne fuori che quell'uomo: era un carabiniere. Che fare dunque? Nessuno, nel raggio di tre chilometri, poteva aiutarla e nemmeno lei poteva portarlo in paese. Così si fece coraggio, lo riprese in braccio e, adagiatolo sul letto, iniziò a liberarlo da quegli abiti bagnati e ghiacciati. Era troppo bagnato, doveva denudarlo completamente, asciugarlo e metterlo a letto. Man mano che toglieva gli abiti si accorgeva che in realtà si trattava di un ragazzo, forse 18 massimo 20 anni, biondo, alto più di lei, e molto bello. Quindi tolse il mantello, la giacca, la camicia, la maglia di lana, le scarpe, i pantaloni. le calzette, rimanevano i mutandoni in lana, anch'essi fradici e ghiacciati, che afferrò e tirò via con forza, ma questi erano appiccicati alle mutande e... Anna rimase immobile, davanti a lei un ragazzone completamente nudo! Suo marito Zeliuccio, forse per vergogna, non si era mai mostrato completamente nudo a lei che però, spiandolo mentre si lavava, qualcosa l'aveva visto. Ma quel ragazzo che aveva ora davanti era assai diverso, più grosso, aveva tutto più grosso, da tutte le parti era più grosso... Anna ze facètte róscia róscia gné na ceràcia. Superato lo stupore, lo coprì ben bene con coperte e copertine e accese il fuoco che era ancora spento. Il ragazzo era carabiniere, nella giacca teneva un libretto con una fotografia e delle cose scritte, ma lei non sapeva leggere, quindi non sapeva come si chiamava. Il fuoco subito prese corpo e Anna mise sulla fiamma un cotturello pieno di vino rosso a cui aveva aggiunto miele, papavero ed erbe medicamentose che conosceva e, non appena raggiunse l'ebollizione, tentò di farne bere al giovane uomo, ma senza successo. Il ragazzo, infatti, nonostante le coperte, tremava come una foglia battuta dal vento che non vuol staccarsi dal ramo. La situazione era disperata, Anna non sapeva che fare. Deciso: in un attimo si spogliò, si infilò nel letto e abbracciò forte il ragazzo per trasferirgli il calore del suo corpo. La cosa sembrò funzionare, dopo una decina di minuti il giovanotto tremava meno, molto meno, fino a smettere completamente per scivolare in un dolce incosciente sonno. Pur restando in uno stato di incoscienza, riuscì con pazienza a fargli bere un bel bicchierone di vino caldo speziato, poi subito si distese nuovamente accanto a lui e nuovamente tornò a tenerlo stretto a sé per scaldarlo. La situazione sembrava essersi stabilizzata per il giovanotto ma non per Anna. Una strana sensazione la pervadeva, una cosa nuova, come dire... si sentiva tremare la vita. E così, mentre fuori la bufera rappresentava lo spettacolo dell'inferno, dentro casa era scoppiata una tempesta d'impeto forse maggiore. Quando veniva Zeliuccio dalla Francia, Anna era solita farsi trovare sempre pulita e profumata di lavanda ma, dopo aver cenato, quando si mettevano a letto, lui iniziava a dormire dal suo lato e cosi fino al mattino. Lei voleva tanto un figlio e per questo una volta al mese appicciava la candela a sand'Anna, ma qualcosa le diceva che forse bisognava fare qualcosa di più. Non bastava solo dormire con il marito? Nessuno le aveva mai detto nulla ma... come si facevano i bambini? Quando invece stringeva quel giovanotto al petto, si sentiva un vulcano dentro e si accorgeva che anche lui aveva delle reazioni... positive! E come dicevano gli antichi, l'acqua del ruscello trova sempre la via giusta per scendere a valle. Quel giorno e poi la notte che seguì, passarono tra vino caldo al papavero e miele, uova sbattute, petti caldi e tanto tanto altro ancora... Il mattino seguente, di buon'ora, Anna si recò nel pollaio a prendere altre uova e di rientro a casa trovò il ragazzo seduto sul letto con una coperta a mo' di mantello, che si guardava intorno. – Dove sono? Che cosa è successo? E lei chi è? – chiese rivolto ad Anna, poi, incuriosito, prese ad osservarla con attenzione, i baffi lo intrigavano e confondevano anche se i grandi seni gli dicevano che aveva davanti una donna, anzi un pezzo di donna. – Signore Carabbiniere, state dentro a casa mia perché io ieri matina vi ho trovato fuori dentro alla bufera che stavate quasi morto e così vi ho portato dentro e vi ho messo dentro al letto per salvarvi... Il ragazzo si rilassò e prese a spiegare quel ch'era successo. Si chiamava Fabrizio, veniva dalla caserma di Sulmona e trasportava un documento molto importante per il maresciallo di Capracotta. Dopo aver consegnato il plico era subito ripartito con il suo cavallo ma all'improvviso la bufera lo aveva sorpreso e poi non si ricordava piu niente. Comunque doveva andare a prendere il treno alla stazione di San Pietro Avellana. Questa era la storia del carabiniere Fabrizio, nato a Canosa di Puglia, classe 1937, assegnato al comando Carabinieri di Sulmona. Il carabiniere doveva ripartire subito. Fuori la bufera si era placata e si faceva strada nel cielo un giovane sole che faceva ben sperare. Anna uscì dalla stanza per farlo vestire e quando lui le si mostrò vestito... lei di nuovo sentì il fuoco dentro ma questa volta doveva solo aspettare che l'incendio si spegnesse da solo. Così, dopo aver ricevuto un merenda per il breve viaggio, Fabrizio salutò Anna e si incamminò per la discesa che lo avrebbe portato alla stazione. Del cavallo si erano perse le tracce. Era la fine di aprile ché Anna salì a Capracotta per prendere i pochi soldi che il marito le aveva mandato alla posta e per comprare un po' di provviste, poi sarebbe passata in chiesa per accendere la consueta candela, avrebbe salutato la zia Lippina e sarebbe rientrata alla massaria. Uscendo dalla chiesa incontrò Mariolina, la levatrice del paese. – Buongiorno Anna, ti vedo bella cricca e contenta, fatti guardare un po'... – e prese a scrutare con attenzione la donna. – A quanto vedo, sant'Anna ha fatto il suo lavoro! – Anna non capiva, annuì con un cenno del capo e rispose: – Scì scì signó, quella sand'Anna mi aiuterà, mo' me ne rivaio però ca si è fatto tardi. – Salutò e andò via. La levatrice Mariolina, in realtà, aveva notato dei cambiamenti nella ragazza che ai suoi occhi avevano un significato preciso. Così, con la bicicletta, ogni 15-20 giorni, con la scusa di prendere le uova, calava capabbàlle alla massaria di Anna e seguiva la crescita... Ma Anna non aveva capito niente, penzàva ca z'era 'ngrassàta e baŝta! Alla fine di settembre la panza z'era fatta grossa e Mariolina, recatasi a prendere le solite uova disse: – Anna cara, mi sa che sant'Anna ti ha ascoltata e ti ha fatto la grazia. Da come capisco, penso che tra due mesi nascerà un bel bimbetto o una bella bimbetta. La notizia fece precipitare la ragazza in uno stato di grossa confusione: come era possibile? Lei non aveva fatto mai niente con Zeliuccio? Allora era veramende stata sand'Anna... "Mudunna meja" penzàtte, "che grazia che m'è fatta!". Venne novembre e Mariolina ogni mattina calava alla massaria perché il tempo era arrivato e poteva succedere da un momento all'altro. Era sabato quella mattina quando la levatrice arrivò alla massaria e, da fuori alla porta, sentì strilli di neonato. Spalancò la porta e, seduta sul letto, Anna con un bimbo in braccio che strillava, biondo come l'oro, ancora legato dal cordone ombelicale. – Anna, ma quando è successo? – Ma signó, mó mó mi volevo alzare ca tenevo un po' di dolore alla panza e mi sono trovata a quiste uagliunitte ca è sciuto! Forse forse, più che accendere le candele a sand'Anna, era servito... spegnere la candela a san Fabbrizzio. Quando Zeliuccio aprì la lettera dall'Italia e se la fece leggere, tutti a fargli gli auguri e a fargli i complimenti. Lui sapeva e non sapeva, e mai chiese di sapere in fondo in fondo. Padre e marito onorato fu. Leo Giuliano

  • La famiglia Campanelli di Capracotta

    L'idea di tracciare una genealogia della famiglia Campanelli, previo censimento di tutti i soggetti con tale cognome presenti in Capracotta nel periodo compreso tra la prima metà del '700 e la fine del secolo successivo, e ricondurli ai rispettivi nuclei familiari, è nata dalla lettura di un articolo di Francesco Mendozzi, pubblicato sul sito Letteratura Capracottese, nel quale era inserito un albero genealogico tratto dal libro di Giambattista Campanelli "Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta". Un rapido esame della genealogia delineata dall'autore, tuttavia, denunciava alcuni macroscopici errori. La necessità di correggere queste discordanze unita al desiderio di ricostruire in maniera completa la genealogia di una famiglia alla quale appartengono diversi miei antenati, mi hanno indotto a realizzare questo breve studio. Pertanto al termine del lavoro di ricostruzione dei diversi nuclei familiari, illustrerò gli errori riscontrati nella ricostruzione fatta dall'autore del "Cenno biografico". La consultazione di fonti archivistiche della metà del 1700, ha permesso di individuare i quattro nuclei principali nei quali era suddivisa la famiglia Campanelli in quel periodo storico. L'indagine sui libri di stato civile del comune di Capracotta (1809-1899) ha consentito, poi, di rintracciare tutti i discendenti di questa famiglia e ricondurli ai suddetti nuclei, i cui capostipiti risultano essere: Giuseppe e Anna Petilli di Isernia, nucleo n. 1; Angelo (o Aniello) e Chiara Pettinicchio (1ª moglie), Leonarda de Iuliis (2ª moglie), nucleo n. 2; Giosafatte e Palma Trazza, nucleo n. 3; Savino e Francesca Tartaglia, nucleo n.4; Tutti costoro risultano essere già deceduti nel 1743, epoca della redazione del catasto onciario. Nucleo n. 1 Questo nucleo abitava in contrada San Rocco, in una casa di dodici membri, ed era composto dai fratelli Alessandro, capofamiglia, celibe di anni 38, Angela nubile di anni 42 e Cosmo celibe di anni 33. Nel libro dei fuochi è indicato il nome di un'altra sorella di nome Claudia, nata attorno al 1706, ma assente nei censimenti successivi. Il padre, Giuseppe, era medico e probabilmente possedeva sufficienti beni di fortuna in quanto i suoi figli non lavoravano, pur essendo soggetti alla tassa di industria, che veniva pagata da tutti i cittadini con eccezione dei nobili, di chi viveva civilmente, dei professionisti, nonché degli ultrasessuagenari e degli invalidi al lavoro. Con loro vivevano i figli di un'altra loro sorella, Giovanna, deceduta, moglie di Francesco de Iuliis, anche lui deceduto. I tre nipoti, tutti minorenni, erano: Nunzio (12 anni), Felice (11 anni) e Pasquale (8 anni). Giuseppe Campanelli, padre dei predetti, aveva due fratelli: d. Sebastiano (n. 1678 circa) sacerdote, e Domenico Diego, emigrato attorno al 1705 in Minervino, dove terminò i suoi giorni. Questo ramo ebbe solo discendenti per via femminile per cui si estinse nella famiglia de Iuliis. Nucleo n. 2 Anche questa famiglia abitava in contrada San Rocco, in una comoda abitazione costituita da ben 15 vani, che fu di proprietà di Angelo Campanelli, capostipite, ed attualmente intestata a Maria di Tella, per eredità dal defunto marito Carmine Campanelli, nonché a Nunzia Campanelli, sorella consanguinea di Carmine e cognata di Maria. Sulla casa erano ipotecate le favolose doti di Chiara Pettinicchio (300 ducati), di Leonarda de Iuliis (addirittura 800 ducati) e di Maria di Tella (350 ducati). Angelo Campanelli ebbe dunque due mogli: Chiara Pettinicchio e Leonarda de Iuliis. Dal primo matrimonio ebbe tre figlie: Cecilia (n. 1675 circa) coniugata con Rubino di Lorenzo, Odorata (n. 1677 circa) coniugata con Marco di Buccio, Nunzia (n. 1680 circa) coniugata con Mattia Venditto. Dal secondo matrimonio con Leonarda de Iuliis nacquero invece: d. Giuseppe, arciprete di Capracotta (n. 1693 circa), e Carmine (+ 1729). Questo nucleo familiare, nel 1743, era composto da Nunzia Campanelli di anni 63 e suo marito Mattia Venditto di anni 59, i quali non avevano figli e vivevano insieme ai nipoti, orfani di Carmine e Maria di Tella: Domitilla di anni 16, Agostino di anni 13 e Carmina Antonia di anni 11. Con la famiglia viveva anche Anna Maria d'Antonelli, originaria di Borrello, donna di servizio. Da questo ramo, attraverso Agostino, si generò la successiva discendenza. Egli era uno dei grandi locati della Dogana, e sposò Sinforosa Camelonti, dalla quale nacquero: d. Vincenzo Maria (Capracotta 1757-1834) arciprete; Giuseppe (Capracotta 1770-1837) medico, marito di Maria Giuseppa Falconi; Maria Giuseppa (Capracotta 1767-1836) moglie di Martire Falconi (ebbero undici figli tra cui i famosi mons. Giandomenico, e Stanislao avvocato generale presso la Corte di Cassazione, in seguito nominato Pari del Regno). Giuseppe e Maria Giuseppa ebbero ben dieci figli: Michelangelo (Capracotta 1799-1878) marito di Maria Bambina Falconi; Antonietta (Capracotta 1800-1825) moglie di Francesco Bonanotte: non ebbero figli; Giacinta (Capracotta 1801-1846) nubile; Pasquale (Capracotta 1804-1837) proprietario, marito di Angela Maria Conti (di Domenico e Maria Antonia Castiglione) ebbero una sola figlia, Chiarina Antonietta, nata nel 1836, che sposò Bernardo Giacinto Flocco, di Atessa, proprietario (figlio di Camillo e Carolina Falcucci, entrambi proprietari) e si trasferì col marito nel comune della provincia di Chieti; d. Agostino (Capracotta 1805-1871) canonico; Carmela (Capracotta 1806-1889); Giovan Battista Benedetto (Capracotta 1809-1888) probabilmente celibe in quanto nello stato civile di Capracotta non è registrato il matrimonio e non sono censiti figli; d. Enrico (Capracotta 1811-1891) canonico; Maria Grazia Teresa (Capracotta 1812-1870) civile, moglie di Berardino Conti medico: ebbero discendenza (Giulio Conti, loro figlio, sposò Giovannina Battista Gaetana, figlia di Pietro dei baroni d'Alena di Vicennepiane); Giacomo Maria (Capracotta 1815-?): eccezion fatta per la nascita, non è stato possibile rinvenirlo in nessuno dei libri dello stato civile di Capracotta. La discendenza di questa famiglia fu assicurata da Michelangelo e Maria Bambina Falconi. Essi ebbero sette figli: Maria Giuseppa (n. Capracotta 1849) sposò Dante Stiatti di Siena, pretore; Vincenzo Maria Alessandro (Capracotta 1851-1874), celibe; Rosa (n. Capracotta 1852) sposò Ruggero Falconi (con discendenza); Luigi Francesco (n. Capracotta 1854) avvocato, sposò Maria Adele Cardarelli di Civitanova del Sannio, dalla quale ebbe: Enrico (n. Capracotta 1889) e Michelangelo (n. Capracotta 1890); Maria Giacinta (n. Capracotta 1856) sposò Ottaviano Conti; Maria Felicia (Capracotta 1858-1886) sposò Gaetano Calvani, controllore; Alessandro Alfonso Maria (n. Capracotta 1861) ingegnere sposò Lucia Conti (di Pasquale e Anna Chiara Conti) dalla quale ebbe Maria Bambina (n. Capracotta 1893) e Vincenzo Agostino (n. Capracotta 1895). Questi primi due nuclei abitavano entrambi in contrada San Rocco e godevano di un'indiscussa agiatezza, come dimostrano la consistenza della casa di abitazione, le professioni esercitate, le parentele contratte, l'uso negli atti di stato civile del trattamento di Don e Donna. Inoltre l'ubicazione dell'abitazione, la parentela contratta con la medesima famiglia de Iuliis, nonché l'appartenenza ad una medesima classe sociale, lascia propendere per una comune origine dei due nuclei familiari (probabilmente Giuseppe e Angelo Campanelli erano fratelli). Agostino ed i suoi figli Giuseppe e Vincenzo, furono tra i maggiori locati (proprietari di greggi) della Dogana di Foggia. Agostino, infatti, nel periodo compreso tra il 1780 ed il 1800, possedeva circa 8.400 capi di bestiame ovino. Possedevano, inoltre, in qualità di censuari, diverse estensioni di terreno in Puglia. Nucleo n. 3 In contrada delle Ionche, in una casa di 5 vani, abitava il nucleo familiare composto da Crescenzio Campanelli, pastore, di anni 35, sua moglie Nunzia Rosa di anni 41 e dall'unico loro figlio Felice Antonio di anni 6. Crescenzio aveva un fratello più piccolo di nome Mattia, presente nei censimenti del 1732 e del 1741, ma non in quello del 1743. I libri dello stato civile non restituiscono nominativi riconducibili ad eventuali discendenti di questo ramo che, pertanto, deve considerarsi estinto, oppure emigrato da Capracotta. Nucleo n. 4 Savino, figlio di Benedetto e Rosa di Maio, era massaro alla custodia delle pecore e sposò nel 1684 Francesca Tartaglia; ebbero sette figli, due dei quali, Giuseppe e Costanza, moglie di Nicola di Nuccio, emigrarono rispettivamente a Castellaneta ed a Sant'Angelo del Pesco. Savino contrasse un secondo matrimonio con Elisabetta Bonavolta, dalla quale non ebbe figli. Gli altri cinque suoi figli erano: Palma, Giovanni, Nunzio, Angelo e Rosa. Palma (n. 1692 circa) sposò Angelo Giuliano. Rosa (n. 1702 circa) sposò Sapenzio Angelaccio. Gli altri tre fratelli, Giovanni, Nunzio ed Angelo, abitavano tutti, con le loro rispettive famiglie, nella casa che fu del padre Savino, un'abitazione di 10 vani sita in contrada San Giovanni. Di seguito, la composizione dei singoli nuclei familiari. Giovanni, massaro alla custodia delle pecore, di anni 51, sposò nel 1717 Maria Antonia Pizzella, dalla quale ebbe tre figli: Liborio di anni 11, Felice Antonio (deceduto ante 1741), Gregorio Antonio di anni 7; Nunzio, mastro falegname, di anni 48, sposò nel 1720 Eufrasina Caporiccio, dalla quale ebbe nove figli: Francesca di anni 20, promessa sposa a Pasco di Ianno, Donata di anni 18, Rosaria di anni 17, Sabina di anni 12, Carmina Antonia di anni 7, Agostino Antonio di anni 4, Sabino di anni 1, Francesco (deceduto ante 1741), Saverio (deceduto ante 1741); Angelo, massaro al governo delle pecore, di anni 45, sposò nel 1737 Antonia di Rienzo, dalla quale ebbe: Teresa (deceduta ante 1741), Anna Lucia di anni 13. Nei libri dello stato civile di Capracotta (1809-1889) non sono stati rinvenuti soggetti riconducibili a questo quarto nucleo. Tutte le persone con il cognome Campanelli censite nei registri di nascita, matrimonio e morte, sono riconducibili ad un unico nucleo familiare, e cioè a quello di Angelo Campanelli (nucleo n. 2), con la sola eccezione del canonico don Luigi (Capracotta 1781-1845) e dei suoi genitori, Gaetano e Vincenza Mosca, che non è stato possibile collegare con i predetti nuclei familiari. Dopo aver terminato il lavoro di ricostruzione dei singoli nuclei familiari, è ora possibile esaminare criticamente l'albero genealogico redatto da Giambattista Campanelli, e pubblicato nel suo "Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta". La prima discordanza rilevata grazie agli atti consultati, riguarda l'inesatta indicazione di Giuseppe Nicola e Maria Petilli (o Pittillo) come "stipiti" comuni di tutti i Campanelli capracottesi, mentre essi dettero orgine solo ad un ramo che in breve tempo si estinse. In secondo luogo Agostino non era figlio di Cosmo (che apparteneva al nucleo n. 1) bensì di Carmine, a sua volta figlio di Angelo. La terza inesattezza riguarda Carmina Campanelli che secondo l'autore del libro sarebbe la figlia di Agostino, mentre in realtà era la sorella. Carmina, tra l'altro, portava lo stesso nome del padre in quanto costui (Carmine Campanelli) morì poco prima della sua nascita. Risultano invece esattamente indicati tre dei figli di Agostino: Maria Giuseppa (moglie di Martire Falconi e la loro discendenza), l'arciprete don Vincenzo Maria, e Giuseppe. Esatti risultano anche i nomi dei dieci figli di quest'ultimo, con la sola eccezione di Gaetano che è risultato chiamarsi Giacomo Maria. Altrettanto dicasi per i figli di Michelangelo Campanelli, con esclusione della sola Clotilde che non ho trovato censita nei registri di stato civile. Quindi in conclusione l'errore più grave di Giambattista Campanelli è stato quello di innestare l'ascendenza della sua famiglia su un ramo (quello di Giuseppe definito "stipite") che non gli apparteneva, errore determinato sicuramente dalla difficoltà di rinvenire documenti di un'epoca piuttosto remota. Non è comunque da escludere una parentela stretta tra i due rami e cioè tra quello di Giuseppe Nicola e di Angelo che potrebbero verosimilmente essere entrambi figli di tale Cola Antonio Campanelli, che alcuni documenti della Dogana di Foggia indicano come vivente a Capracotta nel 1639. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • Il territorio di Capracotta: periodo barbarico

    Il territorio di Capracotta incluso nella Provincia Valeria Seguì l'èra dei più grandi travolgimenti della società umana: lo sfacelo del Regime imperiale di Roma, il rapido espandersi del Cristianesimo, l'irruzione dei popoli Nordici ed orientali al saccheggio delle ricchezze italiche; lo spavento delle feroci invasioni e dal diffondersi della voce di un prossimo dissolvimento del mondo; donde il sorgere dell'ascetismo, della beatificazione dei perseguitati per la novella fede, la santificazione dei martiri suoi, l'isolamento degli anacoreti in eremi reconditi, invasi da quel delirio di «atroci congiungimenti di dolor con Cristo» del poeta; il raccoglimento dei bramosi di pace nei Monasteri, o nell'oscurità delle Catacombe. Ed, in concomitanza di questi avvenimenti, anche la lenta, ma perseverante trasformazione del linguaggio, fino al chiarore del novello idioma Italico. Non altrimenti alle denominazione locali antiche potettero succedere dapertutto le nuove, consacrate in gran parte alle novelle adorazioni divine o santificate con vocaboli per lo innanzi sconosciuti. Per cui l'altra supposizione che sorge spontanea è che, anche sulle nostre inospiti solitudini montane venisse a fermarsi più di uno di quegli asceti, accesi da mistico fervore, o costretti ad andare fuggiaschi per l'irrompere delle orde barbariche, cercando asilo in remote spelonche, esponendosi alla vita più dura sotto ogni aspetto; ma sicura per la propria dedizione alla via della salvezza dell'anima propria e della povera gente che paurosa li ascoltava e dalla quale essi traevano proseliti. E così sul nostro Monte Capraro sorse e prese nome l'eremo di S. Giovanni del Montecapraro; appresso l'altro di S. Nicola di Valle Sorda; e poi l'altro ancora di S. Maria Caprara. L'antica Macchia ebbe il suo eremo di S. Nicola della Macchia e la vicina fonte ove attingevasi l'acqua restò col nome di fonte del Romito. Altre contrade ebbero posteriormente appellativi da nuove consacrazioni; Santa Croce; S. Iusta; S. Sebastiano; e poi S. Antonio, S. Rocco, Madonna della Consolazione, S. Maria di Loreto, S. Maria delle Grazie. Quindi il fermarsi dei primi nuovi nuclei di gente nei differenti punti del nostro territorio con quei nomi sopravissuti fin oggi, in taluni dei quali punti sussistono vestigia delle povere abitazioni, dei ricoveri, delle inumazioni ed anche delle opere di difesa e di protezione del bestiame. Nei rapporti politici generali è da osservare che, sotto la dominazione di Costantino il Grande, rinnovata la ripartizione geografica d'Italia con la costituzione delle 18 Provincie, questa parte Settentrionale del Sannio antico fu annessa all'Abruzzo. Il Gregorovius dice alla Provincia Valeria, annessione suggerita forse dalla somma scarsezza di popolazione nella parte stessa del Sannio, scarsezza che persistette sino al sopraggiungere della dominazione longobarda. Prima della quale i Goti avevano invaso, con le parti migliori del Sannio, anche questa parte Settentrionale, senza lasciar traccia di sé, fuorché nel nome del loro celebrato condottiero Totila, restato, come è noto, al selvoso monte presso cui si adagia Pescolanciano. Sempre che il pensiero si volge a questo periodo di tempo lunghissimo ed oscuro ritornano alla mente quei pensieri medesimi che il Gregorovius espresse nello stupenpo epilogo della sua "Storia di Roma nel Medio-Evo": «Intere Regioni rimangono nel Medio-Evo ottenebrate da una oscura notte e vi filtra dentro appena un lieve barlume alimentato da notizie di cronaca e di documenti. La vita delle popolazioni Occidentali ottenne svolgimento per virtù della religione Cristiana. La sublimità delle sue idee, il fervore suo, la grandiosità nei suoi sistemi ampi quanto il mondo, il misticismo fantastico, i profondi contrasti del mondo soprannaturale col reale, la lotta acerba e feconda compone un cosmo la cui natura recondita par voglia occultarsi nel mistero». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Capracotta, 2 novembre 2013: 70° anniversario della distruzione

    Non credo che questa sera ci stiamo occupando di storia minore. Certo, le storie locali, le storie delle piccole comunità quasi mai trovano spazio nella storiografia ufficiale; ma esse sono oltremodo importanti perché parlano di persone in carne ed ossa che hanno sofferto o sono morte dando il loro contributo alle necessità della patria. Quando Bertolt Brecht si chiedeva: “Ma, Napoleone con sé non aveva nemmeno un cuoco?”, intendeva rimarcare l'importanza di tutti coloro che partecipano agli eventi storici, anche di quelli che svolgono le mansioni più umili. La stessa consapevolezza mosse il grande Benedetto Croce a scrivere la storia di Pescasseroli, suo paesello natio. Le micro storie sono, insomma, tanti tasselli che vanno a comporre la grande storia, la storia universale. Anche gli elaborati pervenuti al concorso letterario di quest'anno, che si ispirano all'ultimo conflitto mondiale e agli avvenimenti drammatici del 1943 quando Capracotta venne distrutta dai Tedeschi, non vanno visti come racconti di storia minore, ma vanno inquadrati nel difficile momento dell'occupazione nazista durante la quale si scrissero pagine gloriose della Resistenza italiana contro l'esercito nemico che occupava il nostro suolo. Martiri della Resistenza furono i fratelli Fiadino che furono giustiziati per aver dato ospitalità ad alcuni soldati nostri alleati ed eroine della Resistenza sono da considerarsi le tante donne dell'Alto Molise che nascosero nelle loro abitazioni molti di quei soldati o che si adoperarono per salvare il loro bestiame o altri averi togliendo così il sostentamento al nemico e rendendogli la vita difficile. In queste imprese il ruolo delle donne fu fondamentale, in quanto gli uomini erano costretti a nascondersi per timore di essere rastrellati dai Tedeschi e avviati a scavare trincee. Oltre a questi episodi pur significativi, durante l'occupazione tedesca si registrarono nel Molise molte azioni di sabotaggio e di vera lotta partigiana messe in atto da giovani molisani in modo spontaneo o organizzato; ricordiamo a tal proposito che il podestà di Fornelli Giuseppe Laurelli e i suoi cinque concittadini vennero giustiziati non solo per rappresaglia, ma anche perché stavano progettando un piano per impedire ai Tedeschi di entrare nel paese attaccandoli nel bosco dove erano accampati. Ricordiamo anche l'impresa memorabile del principe Giovanni Pignatelli, giovane ufficiale dell'Esercito Italiano che, insieme a Francesco Stroia di Gallo Matese, riuscì a sminare il ponte cosiddetto di 25 Archi sul fiume Volturno, di estrema importanza per le comunicazioni tra il Molise e le regioni vicine del Lazio e della Campania. Grande impresa compirono Ermanno Izzi ed altri giovani di Cerro a Volturno che disinnescarono due casse di dinamite dal ponte di Valloni di Cerro che i Tedeschi volevano far saltare, salvando così le circostanti abitazioni di quella frazione. All'inizio di marzo del '44 si costituì a Roccasicura una compagnia di volontari molisani composta di soldati sbandati, contadini, impiegati, studenti che dapprima vennero addetti dagli Alleati ai servizi ausiliari, ma che poi, dopo un breve corso di addestramento, costituirono la CXI Compagnia Protezione Ponti con compiti militari. I giovani partigiani molisani dopo aver partecipato allo sfondamento della Linea Gustav, presero parte a tutta la compagna adriatica fino alla liberazione di Ancona e di Pesaro. Tra essi erano presenti quattro giovani di Capracotta: Caporicci Giulio, classe 1924; Carnevale Donato, classe 1915; Di Luozzo Diodato, classe 1925; Di Tanna Luigi, classe 1915. Questo segmento importante della Resistenza è del tutto sconosciuto alla storiografia italiana e locale; bisogna fare di tutto affinché sia chiaro che anche il Mezzogiorno e il Molise hanno dato il loro contributo alla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Fernando Cefalogli Fonte: Comune di Capracotta (a cura di), 70° anniversario distruzione di Capracotta, Proforma, Isernia 2013.

  • Usi e costumi di Capracotta: considerazioni generali

    Giunto alla fine del mio lavoro, non posso non fare una generale considerazione. Queste vecchie costumanze, anello che ci lega ai padri, ricordo d'un passato primitivo, andrà man mano scomparendo sotto l'influsso di novelle civiltà. La qual cosa, se per un verso è buona, perché mostra che il popolo apre la mente alla luce del vero, che il paese si avvia verso un avvenire più civile e più lieto, induce d'altronde a fare una melanconica riflessione, perché i buoni costumi lentamente spariranno. Gran bella cosa, certo, vedere i lampioni a petrolio, ricordo del passato ed il grano non più macinarsi con i sistemi patriarcali, ma chi ci ricompenserà della natìa semplicità perduta, dell'austerità di vita, della bontà, della concordia e della frugalità dei nostri padri? Non progrediremo noi per indietreggiare? Torneremo noi a quella industria armentizia, che ha sempre formata la salute e la ricchezza del paese o rinneghermo davvero le antiche tradizioni? Ricordiamoci che la capra è l'arme paesana e che perciò dobbiamo fare onore, se non a lei, alla sua affine: non aveva Genova repubblicana l'agnello di San Giovanni sulle sue bianche bandiere? L'agonìa di questa industria è causa d'emigrazione, ond'è che al borgo vengono meno le forze più vive, il sangue più gagliardo ed i costumi si demoralizzano e la razza deperisce. Né mi si parli del vantato benessere trovato dai nostri conterranei nei novelli Eldoradi dell'America. Quanti davvero vi hanno fatto fortuna? Da quelli che ritornano con qualche soldo si giudica del benefizio dell'emigrazione, perché non si vedono gli altri, che soffrono e muoiono di stenti e di fame in quei lontani paesi. Parimenti, dobbiamo difendere e accrescere i boschi, perché essi sono la nostra esistenza e la nostra ricchezza, perché ci danno la legna e l'ombra e ci difendono dalla grandine, dalle piene dei fiumi. Il faggio, l'aria e l'acqua sono i nostri capitali naturali, che noi dobbiamo in tutti i modi sfruttare per il comune bene. Solo così, Capracotta, che già tra le stazioni climatiche d'Italia gode d'una meritata fama per la bellezza del soggiorno, per l'ospitalità del suo popolo, per la cristallina limpidezza ch'è nella sua atmosfera, per l'invidiabile ed incantevole vita, darà maggiore impulso a questa industria proficua e metterà i figli, che non vogliano o non possano emigrare nelle Puglie nella rigida stagione, in condizioni di procacciarsi un pane onorato nel proprio paese. Perché i nostri montanari, tanto intelligenti, potrebbero fabbricare giuocattoli di legno nelle lore stesso case, senza alcun lusso d'officina e di laboratorio, facendo mobili per bambini, oche, pecore ecc. dando vita ai leggendari personaggi delle nostre fiabe popolari. Vedremmo così i nostri vecchi, i nostri giovani e le donne, non più costretti ad una forzata inoperosità, lavorare per la propria famiglia e la felicità dei bambini, i quali comprerebbero i nostri giuocattoli di poco prezzo, ma graziosi ed istruttivi. Concludendo, riaffermo che, la pastorizia la villeggiatura ed il lavoro manuale sono le tre vive speranze del nostro borgo e che, colui il quale incoraggerà o darà le sue forze perché queste speranze diventino realtà, avrà ben meritato da' suoi conterranei e da tutti coloro che intendono i meriti delle civili virtù. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • La famiglia Pizzella di Capracotta

    La famiglia Pizzella è una delle più antiche di Capracotta, come testimonia il libro dei fuochi dell'anno 1561 nel quale è censito Nicolaus Pizzella. Nella prima metà del 1700, Mattia Pizzella risulta essere annoverato tra le persone più agiate del paese. Mattia nacque nel 1693 da Giovanni e Vincenza Pollice, viveva nella sua casa "palazziata" in via Santa Maria delle Grazie ed era annoverato, così come in precedenza lo fu suo padre, tra i grandi proprietari della Regia Dogana. Dal catasto nel 1743 si evince la composizione della famiglia. In quell'anno sua moglie Antonia d'Andrea, che aveva sposato nel 1712, era già deceduta e Mattia viveva con i suoi sei figli (Giovanni, Francesco Saverio, Nicola, Giuseppe Maria, Anna Rosa, monaca in S. Chiara ad Agnone, l'altro figlio Alessandro morì prima del 1743), suo fratello maggiore Bernardo Antonio, vescovo di Costanza, di cui parleremo diffusamente in seguito, e due persone di servizio, Stellanta e Carmine. Mattia aveva anche tre sorelle, Giulia, Maria Antonia ed Anna, che sposarono rispettivamente Nazario Angelaccio, Giovanni Campanelli e Liberatore di Loreto. Nella seconda metà del 1700, la famiglia in persona di Giovanni, figlio del predetto Mattia, si trasferì a Roma su richiesta dello zio, mons. Bernardo Antonio. Questo dato trova un'indiretta conferma nei registri di stato civile di Capracotta (1809-1899) dai quali non risultano, né tra le nascite, né tra i decessi, soggetti appartenenti alla famiglia Pizzella o Pizzelli. A Roma Giovanni sposò Maria Cuccovilla, figlia di un avvocato di Bari, nota per aver dato vita nella loro casa, un appartamento all'interno del palazzo Bolognetti (ora non più esistente) in via dei Fornari, ad un apprezzato salotto borghese frequentato soprattutto da molti intellettuali dell'epoca, tra i quali i letterati Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, il conte Alessandro Verri, l'archeologo Ennio Quirino Visconti, lo scultore Antonio Canova, la pittrice Angelica Kauffmann. Anche Wolfgang Goethe conobbe il salotto di Maria Pizzelli. Il figlio di Giovanni ed Anna, Pierluigi, fu compositore di musica sacra oltre ad essere un apprezzato filologo. Lo zio di Giovanni, mons. Bernardo Pizzella, viveva già da tempo a Roma dove rivestiva importanti incarichi ecclesiastici conferitigli dai pontefici Benedetto XIII e Benedetto XIV. Bernardo Antonio Pizzella nacque a Capracotta nel 1686. La sua carriera ecclesiastica iniziò nel 1706 quando mons. Nunzio Baccari, non ancora vescovo di Bojano, lo inviò a Benevento come segretario del cardinale Vincenzo Maria Orsini (futuro Benedetto XIII) titolare di quella sede arcivescovile. L'ordinazione sacerdotale avvenne nel 1710, e nel 1725 si laureò in leggi. In seguito venne nominato canonico del Capitolo cattedrale di Benevento, cancelliere maggiore, plenipotenziario e visitatore apostolico dell’arcidiocesi. Fu sempre stimato e benvoluto dal cardinale Orsini il quale, divenuto papa (1724) col nome di Benedetto XIII, nel 1726 lo nominò suo cameriere segreto e canonico di S. Pietro in Vaticano. Nel 1727 dopo aver rinunciato alla nomina in qualità di vescovo di Melfi, fu nominato vescovo di Costanza in Arabia, e quindi assistente al soglio pontificio con la prerogativa di poter creare quattro protonotari apostolici e sette cavalieri dello Speron d'Oro. Fu nominato commensale e familiare di Sua Santità con privilegio di inserire nel suo stemma quello degli Orsini. Di questa facoltà usufruì con parsimonia, utilizzando solo la rosa rossa in campo d'argento «come tutt'ora osservasi nel suo Palazzo, ed in una sua Cappella sita nella Chiesa Collegiata di Capracotta». Lo stesso anno (1727) consacrò nella basilica di San Pietro un altare dedicato alla Beatissima Vergine Maria. In quanto canonico di S. Pietro ricoprì gli incarichi di archivista bibliotecario del Capitolo, canonico coadiutore del Capitolo, canonico di S. Pietro e sindaco del Capitolo di S. Pietro. Nel 1746, nel palazzo del Quirinale, partecipò al concistoro di cardinali, patriarchi, arcivescovi e vescovi, convocato da S. S. Benedetto XIV, per la canonizzazione del beato Camillo de Lellis. Gli anni vissuti a Roma coincidono con il periodo in cui la corte papale era bersaglio delle famose "pasquinate", che non risparmiarono neanche mons. Bernardo Antonio. Alla morte di Benedetto XIII fu istituita una commissione cosiddetta de nonnullis che avrebbe dovuto giudicare gli assistenti del pontefice accusati di essersi procurati illeciti guadagni grazie alle loro cariche ecclesiastiche; tra questi non fu mai presente il nome di mons. Pizzella. Alla sua morte, avvenuta il 23 gennaio del 1760, fu sepolto nella Chiesa di S. Spirito dei Napoletani, dove si trova ancora oggi una lapide che lo ricorda. L'attuale, tuttavia, non è l'originale che fu danneggiata ed andò distrutta durante i lavori di ristrutturazione della chiesa nel XIX secolo. La lapide originaria riportava il seguente epitaffio: D. O. M. BERNARDUS ANTONIUS PIZZELLI NATUS IN SAMNIO BENEVENTANÆ INDE VATICANÆ BASILICÆ CANONICUS ET EPISCOPUS COSTANTIENSIS OB PROBATAM PER ANNOS XXV IN GRAVIBUS MUNERIBUS FIDEM SEDULITATEM PRUDENTIAM BENEDICTO XIII P. M. APPRIME CARUS ET TAM INTER SPLENDIDAS AULÆ ILLECEBRAS QUAM IN HONESTO PRIVATÆ VITÆ OTIO MIRA SEMPER MORUM SUAVITATE AMIMIQUE CANDORE SPECTABILIS OBIIT ROMÆ XXIII IANUARII A. D. MDCCLX ÆTATIS SUÆ LXXIII IOANNES ET NICOLAUS PIZZELLI PATRUO OPTIMO AC BENEMERENTI ET SIBI SUISQUE P. P. H. M. H. S. Un breve cenno vorrei dedicarlo alla famiglia della mia antenata Anna Pizzella, sorella di mons. Bernardo Antonio. Anna nacque nel 1686 circa e sposò, nel 1708, Liberatore di Loreto (di Nunzio e Laura Rosa), al quale portò una discreta dote di 133 ducati. La loro casa (di 8 membri) non grande come quella del fratello Mattia, ma comunque capace di garantire un certo agio ad una famiglia composta da ben nove persone, si trovava in località chiamata del Ristretto della Terra, o anche Terra Vecchia, che rappresenta il nucleo medievale del paese. La famiglia, che fu censita nel catasto onciario del 1743, era composta dai coniugi Liberatore di Loreto, di anni 61, fabbricatore e Anna Pizzella di anni 56 e dai loro figli Gervasio (anni 26) medico, Marcantonio (anni 23) fabbricatore, Nunzia Rosa (anni 21) figlia in capillis, Costanza (anni 19) figlia in capillis, Raffaele (anni 16), ed infine Lucia (anni 14) figlia in capillis. Con loro abitava anche il nipote ex fratre, don Mauro (anni 43) sacerdote aggregato al clero di Capracotta (figlio di Carlo e Angela di Lorenzo). Lucia, figlia ultimogenita di Anna e Liberatore, sposò Leonardo Antonio Falconi, ricco proprietario, locato della Regia Dogana, dalla cui unione nacque Martire, anch'egli proprietario e locato della Regia Dogana marito di Maria Giuseppa Campanelli (di Agostino, locato R.D., e Sinforosa Camelonti). Dei loro dieci figli Capracotta ricorda particolarmente Stanislao, avvocato generale presso la Corte di Cassazione e nominato Pari del Regno (R.D. 26 giugno 1848), mons. Giandomenico, arciprete di Altamura, vescovo di Eumenia, U.J.D. dottore in Sacra Teologia, Regio consigliere a latere e barone di Ventauro. Altro loro fratello Eustachio, sposò Maria Illuminata di Ciò (di Diego, medico, e Vincenza Mosca), da cui Maria Rubina (n. 1814) nonna della mia nonna paterna, Lida Maria Rubina Adele Giulia Diomira Carugno (1884-1959). Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • La famiglia Falconi di Capracotta

    Lucio Anneo Seneca affermò che «è l'animo che ci rende nobili: da qualunque condizione sociale esso può sollevarsi al di sopra della propria fortuna». Questi nostri antenati, fossero o meno consapevoli di quanto scritto dall'illustre filosofo, possono essere considerati un esempio di concretizzazione di questo pensiero. Nel giro di qualche generazione i Falconi hanno modificato la loro posizione sociale raggiungendo elevate dignità ecclesiastiche, le più alte cariche istituzionali del Regno delle Due Sicilie, e del Regno d'Italia, giungendo ad essere trattati familiarmente dai sovrani borbonici. Sono stati addirittura nominati Pari del Regno, in persona di Stanislao Falconi. La transizione della famiglia da una condizione ordinaria ad una illustre, passa attraverso l'esercizio della redditizia attività collegata all'istituzione della Regia Dogana. Quest'industria armentizia non disdegnata, grazie alla sua elevata redditività, dalle grandi casate nobiliari né da quelle cosiddette civili rappresentava una non indifferente fonte di guadagno per i cosiddetti "grandi locati", coloro cioè che possedevano un elevato numero di capi di bestiame, normalmente superiore alle duemila unità. Nei documenti antecedenti il XIX secolo il nome della famiglia è indicato come Falcone, mentre nei registri di stato civile del 1800 viene trascritto come Falconi. A partire dal XIX secolo, i Falconi esercitarono i diritti di jus patronato sugli altari dedicati alla Madonna del Rosario ed a S. Pietro Apostolo, all'interno della chiesa matrice. Il legame genealogico tra chi scrive e la famiglia Falconi è rappresentato dalla mia trisava Maria Rubina Falconi. Dall'atto di nascita si evince che Maria Rubina nacque a Capracotta il 20 giugno del 1814 dalla signora Maria Illuminata di Ciò e dal signor Eustachio Falconi, di professione proprietario, nella casa posta in strada San Vincenzo. Si sposò all'età di trentaquattro anni con il notaio don Domenico Filippo Carugno, di ben diciotto anni più grande di lei. Nonostante l'età i coniugi generarono sei figli, alcuni dei quali deceduti in tenera età: Francesco Saverio (1850-1850), Teresa Emilia (n. 1851), Pietro (1852-1853), Maria Illuminata (n. 1853), Pietro (1855-1931), Saverio (n. 1858). Maria Rubina ebbe due illustri zii, fratelli del padre Eustachio: Stanislao e Giandomenico, la cui biografia è di seguito illustrata. Stanislao Nazario Falconi nacque a Capracotta il 28 luglio del 1794, da don Martire Falconi e donna Maria Giuseppa Campanelli, e fu battezzato il 31 luglio nella Collegiata Chiesa sotto il titolo di S. Maria Assunta in Cielo del Comune di Capracotta, dal canonico don Filippo Carnevale. Studiò a Napoli dove si laureò in giurisprudenza per abbracciare, in seguito, la carriera giudiziaria. Nel 1836 dedicò un elogio funebre alla Beata Maria Cristina di Savoia, regina delle Due Sicilie, e ne pronunciò il relativo discorso. Nel 1848 era avvocato generale presso la Corte di Cassazione ed in tale qualità fu chiamato a far parte della commissione, istituita con R. D. 17 maggio 1848, che aveva il compito di «inquirere per tutti i reati contro la sicurezza interna dello Stato, e contro l'interesse pubblico, che sono stati commessi dal 1° maggio 1848, e che si potranno commettere fino a che dura lo stato d'assedio». La sua devozione al sovrano, in questo compito, fu premiata con la nomina a Pari del Regno, conferita con R. D. 26 giugno 1848. In realtà la Camera dei Pari non entrò mai in funzione, ma Stanislao ne era l'unico rappresentante per il Molise. Nel 1860, a seguito dei noti eventi che portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie ed alla proclamazione del Regno d'Italia, gli fu offerta la nomina a senatore, nonostante i suoi pregressi stretti rapporti con la casa reale di Borbone; Stanislao, tuttavia, in piena coscienza e perfetta coerenza con la sua posizione legittimista, rifiutò la nomina a senatore del Regno, e si ritirò a vita privata. Acquistò dai Piscicelli il palazzo ducale di Capracotta, in seguito ereditato dal figlio secondogenito Federico. Quest'ultimo ebbe come eredi i Greco che cedettero il palazzo al Comune di Capracotta, oggi sede del municipio, sul portone del quale campeggia lo stemma, scolpito nella pietra, della famiglia Falconi. A Stanislao è intitolata la piazza principale del paese natio. Giandomenico Falconi (all'anagrafe Giovan Domenico Giuseppe), fratello minore di Stanislao, nacque a Capracotta il 4 agosto del 1810, nella casa paterna in via San Vincenzo. Abbracciò la vita ecclesiastica, si laureò anche lui in giurisprudenza (dottore in utroque iuris) e fu nominato arciprete di Acquaviva delle Fonti. Il 16 agosto del 1848, su sollecitazione del sovrano Ferdinando II, S. S. Pio IX emanò la bolla "Si aliquando" con la quale unì aeque principaliter le due chiese nullius (cioè non soggette ad alcuna diocesi, esercitando il prelato una giurisdizione quasi episcopale) e nominando arciprete di entrambe mons. Giandomenico. Il canonico Ciccimarra restituisce una testimonianza dell'attività svolta in quel periodo dallo "zio Vescovo": «Mons. Falconi fu senza dubbio un prelato di energia e di grandi idee: quegli che fondò il grandioso Seminario e che restaurò completamente la Cattedrale [...]. Fu allo inizio del suo governo che, ad accrescere più lustro alla Chiesa di Altamura, furono creati i due uffici di Penitenziere e di Teologo, ai sensi del Tridentino». Nel seminario accolse non solo i clerici ma anche tutti i giovani volenterosi di apprendere, e mons. Giandomenico fu «un vero protettore della gioventù studiosa [...] chiamò all'insegnamento valenti professori ed arricchì il Laboratorio di un gabinetto di chimica». In seguito (1858) fu nominato vescovo titolare di Eumenia in partibus infidelium. Altre testimonianze circa la persona di Giandomenico Falconi lo descrivono «sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona», nonché «abbastanza colto nel Latino e nel Francese, energico e intraprendente». All'interno del palazzo diocesano di Altamura vi è la cappella privata di mons. Giandomenico: l'ambiente con volte a crociera decorate con stucchi, accoglie un altare in marmo policromo, sul quale è posta l'immagine di san Giuseppe con Gesù Bambino. Ai lati dell'altare (direzione di chi guarda) sulla destra lo stemma di mons. Falconi, sulla sinistra lo stemma reale di Ferdinando II di Borbone. Una sincera amicizia legò il prelato al sovrano, devozione che gli dimostrò in diverse circostanze; così, ad esempio, in occasione dell‟inaugurazione del mezzo busto in marmo di S. M. Ferdinando II, all'interno della Regia Palatina Chiesa di Acquaviva delle Fonti, avvenuta il 6 marzo 1853, commissionò appositamente al maestro Nicola de Giosa una cantata da eseguirsi nel corso della cerimonia. Ma la fedeltà ed il sentimento di amicizia emerge ancora di più in un passo dell'elogio funebre recitato nella chiesa di Acquaviva, in occasione dei solenni funerali (1859) per la morte del sovrano: «Salve dunque, anima bella: accogli in cambio il mio supremo vale, ultimo omaggio dell'amor mio; e sappi che l'altare che t'alzai nel mio cuore, no, non si spegne colla tua morte: ché se non varrà a spingere sino a Te il profumo de' suoi timiami, infinita essendo la distanza che n'intercede, saprà dirigerlo ad altro come Te. Arderà pel Figlio nel modo stesso che arse pel Padre». E tanto affetto fraterno era ricambiato dal sovrano, come testimoniano i numerosi riconoscimenti tributati al prelato ed anche l'atteggiamento di re Ferdindando che, ad esempio, durante il viaggio in Puglia del 1859, per onorare mons. Giandomenico volle «pernottare in Acquaviva ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete» e non in altre sedi più indicate dall'etichetta. Nei documenti ufficiali apparivano, come di consueto, tutti i titoli del soggetto da cui l'atto promanava; nel caso di mons. Giandomenico l'elenco dei titoli accademici, ecclesiastici e civili, era il seguente: dottore in ambo i diritti ed in sacra teologia, vescovo di Eumenia, real prelato ordinario delle Reali Palatine Chiese e Città nullius di Altamura e Acquaviva delle Fonti, abate di S. Maria de Mena, S. Maria de Padula, S. Martino e S. Rosalia, barone di Ventauro e regio consigliere a latere, ed infine cavaliere di prima classe del Real Ordine di Francesco I. Il giuramento di fedeltà al sovrano, secondo il concordato siglato nel 1818 tra la Santa Sede ed il Regno delle Due Sicilie, veniva reso da tutti i vescovi in quanto i presuli erano chiamati a svolgere anche importanti funzioni statali, come ad esempio l'istruzione scolastica. A seguito dell'invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie, su un totale di sessantacinque vescovi, soltanto undici non furono messi al bando dagli invasori avendo, probabilmente, deciso di appoggiare il "nuovo ordine". Monsignor Falconi, ovviamente, non era tra questi ultimi, per cui fu perseguitato in quanto ritenuto "nemico" del governo e, costretto ad abbandonare la sede di Acquaviva, tornò nel paese natio. Qui morì nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre del 1862 mentre, seduto nella sagrestia della Chiesa Madre di Capracotta, era in attesa di concelebrare la funzione con l'arciprete Agostino Bonanotte. Fu sepolto nella stessa Chiesa; attorno al 1960 la sua tomba fu aperta per eseguire dei lavori all'interno dell'edificio sacro, e il suo corpo fu ritrovato incorrotto e in posizione seduta. L'epitaffio posto sulla lapide sepolcrale, visibile all'interno della chiesa madre di Capracotta, così recita (trad. dal latino): Qui è sepolto / Giovanni Domenico Falconi / Prelato Ordinario di Altamura e Acquaviva / Creato da Pio IX, Pontefice Massimo, Vescovo di Eumenia sette giorni prima della calende di luglio 1858 / In Dio pietoso verso tutti esimio di umanità e di beneficenza verso i poveri / e per l'abbondanza delle parole esimio nelle divine e umane conoscenze / e ancora dotto nella conoscenza di svariate lingue / E per la salvezza delle anime e con le parole e con gli esempi fu eccellente / costruì il seminario di Altamura e lo arricchì di scuole e di costume ecclesiastico / Molto esattamente sull'esempio di Cristo subì accuse dagli ingrati / né temendo di unirsi ai vescovi del mondo cattolico per generale giudizio attaccati al Romano Pontefice / con sapientissimi scritti confutò i peggiori nemici della Chiesa. / Visse 52 anni 4 mesi e 18 giorni. / Capracotta / diede a lui di nascere nell'anno 1810 sette giorni prima delle idi di agosto e di morire il 1862 / nel giorno e nell'ora in cui la salvezza fu ricostruita / Questa lapide in testimonianza di dolore e vindice della dimenticanza / i consanguinei posero. In aggiunta ai predetti famosi zii paterni, Maria Rubina ebbe anche un illustre cugino, Nicola Falconi. Nicola, o più precisamente Ortensio Nicola, nacque a Capracotta il 6 dicembre del 1834, da donna Carmela Conti e don Bernardo Falconi, di professione legale (Bernardo era fratello di Eustachio, padre di Maria Rubina). Ricevette l'educazione presso il seminario di Acquaviva, fatto costruire dallo zio mons. Giandomenico Falconi, in seguito si laureò in giurisprudenza a Napoli ed a soli ventun anni (1855) entrò in magistratura. La carriera giudiziaria, iniziata sotto l'egida dei sovrani borbonici, proseguì anche in seguito alla proclamazione del Regno d'Italia. Nel 1861 fu trasferito a Benevento, e successivamente, quale procuratore del re, a Melfi, Taranto, Chieti e Catanzaro. In seguito fu consigliere di corte d'appello a L'Aquila, Napoli, Milano, quindi consigliere di Corte di Cassazione a Roma, ed infine presidente di sezione della Corte d'Appello di Roma. Nel novembre del 1909 fu collocato a riposo per raggiunti limiti d'età col titolo e grado di presidente di Corte di Cassazione; «amministrò giustizia sapientemente e specchiatamente, lasciando nome integro ed amato ovunque risiedé». Alla carriera giudiziaria affiancò quella politica che iniziò nel 1872 quale rappresentante per Capracotta al Consiglio provinciale, del quale ricoprì ininterrottamente la presidenza dal 1882 al 1900, circostanza che gli fruttò, da parte del Gianturco, lo scherzoso appellativo di "Czar della Provincia". Diresse «il consiglio con plauso, con accortezza, con avvedutezza straordinaria». Ma la sua attività politica non si arrestò in ambito locale: nel 1876 fu eletto deputato al Parlamento, ufficio che ricoprì ininterrottamente dalla XIII alla XXII legislatura (1876-1909). In questo periodo presentò cinque progetti di legge quale primo firmatario, e fu sottosegretario del ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti, nel governo Pelloux. Al termine del mandato, nel 1909, fu nominato senatore del Regno. Nel corso della sua vita fu insignito di varie onorificenze, tra cui le maggiori furono quelle di grande ufficiale dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro (conferito il 15 gennaio 1914) e di Gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia (conferito il 2 dicembre 1909). Si spense a Roma, all'età di 82 anni, il 28 dicembre del 1916; per sua espressa volontà fu sepolto a Capracotta. Non ebbe discendenti in quanto celibe. Il paese natio lo ricorda nella toponomastica, avendogli intitolato una delle principali vie cittadine. Una descrizione del magistrato e del politico, ci perviene dal ricordo di chi gli fu amico e collega: «Con Nicola Falconi è scomparsa una di quelle rare modeste figure di schietto galantuomo, che, ancora più che nella memoria, rimangono incancellabilmente impresse nel cuore di quanti ebbero la ventura di incontrarlo su la loro via. Sortito da quella nobile regione del Molise, che a schiere ha dato all'Italia uomini insigni in tutti i rami del pensiero e dell'azione [...] Così pure avendo il Falconi sincere e ferme convinzioni religiose non si ristette mai dal praticarne i doveri, senza vistose ostentazioni, ma anche senza pavidi riguardi, incurante delle intolleranze, dei giudizi e pregiudizi partigiani che non fanno torto che a chi se ne fa banditore, accusando in essi un falso concetto della libertà, della quale la religiosa è parte sì essenziale. [...] La perdita dell'uomo giusto e del cittadino benemerito, che tutta la sua lunga vita spese servendo sempre modestamente, sempre nobilmente e serenamente sempre, il suo paese da lui tanto amato». Altri ne hanno sottolineato i tratti personali: «Animo buono, carattere leale, modesto, servizievole. Io qui non posso particolareggiare: altri lo farà in altro tempo; dirò soltanto che tutti gl'immegliamenti materiali e morali che si sono verificati nel suo collegio elettorale da quarant‟anni in qua portano l'impronta dell‟attività del Falconi, e anche il contributo del suo peculio particolare, che, me lo permetta l'illustre oratore che mi ha preceduto, non era largo, il che accresce il merito del Falconi. La prova della gratitudine, che tutti hanno sentito, per Nicola Falconi, prova irrefragabile, sincera, spontanea l'ha data tutta la cittadinanza quando le spoglie mortali di lui furono condotte alla tomba di famiglia in Capracotta». Altro illustre personaggio, cugino di secondo grado di Maria Rubina fu Alfonso Falconi (Capracotta 4 marzo 1859, Firenze 1920), figlio di don Giangregorio, proprietario, e donna Luisa Conti, studiò al Regio Liceo Musicale "S. Pietro a Majella" di Napoli dove ebbe come insegnante di pianoforte, Beniamino Cesi, e maestro di composizione Paolo Serrao. Si trasferì a Firenze per insegnare solfeggio e dettato musicale presso il Regio Istituto Musicale. Nel 1906 ottenne la cattedra di teoria e solfeggio presso il Regio Conservatorio "S. Pietro a Majella" di Napoli. Nonostante quest'impegno, tuttavia, non abbandonò i suoi allievi toscani. Fu redattore e compositore de "La Nuova Musica", rivista fiorentina d'avanguardia. Fondò una casa editrice musicale, dedicata alla musica contemporanea, che distinse con l'anagramma del suo nome e cognome "Nicola Salonoff". La sua produzione musicale riguardò soprattutto il pianoforte. Fu anche autore di un'operetta, “Guerra alle donne”. Le forme musicali a cui si ispirava erano le musiche e le danze popolari molisane, abruzzesi e napoletane. L'opera didattica e teoretica comprende trattati di grammatica musicale, solfeggio e teoria musicale, armonia. Fu autore del "Metodo per la divisione", sussidio didattico ancora oggi adottato e reperibile. Altri zii (fratelli e sorelle del padre) di Maria Rubina, oltre i già citati Stanislao e Giandomenico, furono Angelarosa (1795-1836), Amalia (1798-1837), Bernardo Giovanni Battista, legale (1799-1874), don Bonaventura, canonico (1801-1846), Filomena (n. 1808), Michelangelo e Giuseppe. I fratelli germani di Maria Rubina furono: Colomba, nubile (1812-1874), Martire, proprietario, celibe (1816-1894) e Giacinta Nunziarosa, nubile (1818-1862). I fratelli consanguinei, invece furono: Giocondino (1825-1888), Mariannina, nubile (1828-1891), Francesco Paolo (1829-1888). Da quanto appare, dunque, solo Maria Rubina contrasse matrimonio, mentre gli altri fratelli e sorelle rimasero celibi o nubili. Sarebbe interessante capire i motivi di questa "ritrosia" ad accasarsi. La genealogia ascendente della nostra antenata prosegue sia sul lato paterno che su quello materno fino a raggiungere, in alcuni casi, altre sei precedenti generazioni. Dovendo contenere i risultati della ricerca all'interno del filo patrilineare, ed omettendo anche i dati relativi ai parenti collaterali di tale linea, ci limiteremo a ricordare solo i cognomi delle famiglie dei vari nonni, bisnonni, ecc. di Maria Rubina, che risultano essere i seguenti: Campanelli, di Ciò, Mosca, di Loreto, Camelonti, de Massis, Ianiro, Pizzella, di Tella, di Lorenzo, del Vecchio, Fiadino, Rosa, Pollice, de Iuliis, Verrone, Marracino, d'Onofrio, Castiglione, Potena, di Ianno. Seguono, più nel dettaglio, i dati relativi agli ascendenti paterni di Maria Rubina Falconi: - genitori: Eustachio, proprietario, cancelliere (ca. 1788-1843) e Maria Illuminata di Ciò, civile (ca. 1790-1820); - nonni: Martire, proprietario, locato della Regia Dogana, ricevitore del Regio Bollo (ca. 1760-1821) e Maria Giuseppa Campanelli, civile (ca. 1767-1836); - bisnonni: Leonardo Antonio, proprietario, locato della Regia Dogana (ca. 1720-1802) e Lucia di Loreto (n. 1727 ca.); - trisnonni: Martire, massaro al governo delle pecore (n. 1691 ca.) e Preziosa Ianiro (n. 1700 ca.); - quartavi: Domenico (deceduto prima del 1743) e Caterina Fiadino (n. 1657 ca.). Piacque alla divina Provvidenza fornire la famiglia Falconi di tanti doni, virtù e carismi, che la portarono ad ascendere, dall'umile e genuina condizione di pastori, fino ai più alti gradi civili ed ecclesiastici; o per dirla ancora una volta con il filosofo «Animus facit nobilem, cui ex quacumque condicione supra fortunam licet surgere». Lo stemma dei Falconi di Capracotta, si blasona come segue: d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • Campanelli a Capracotta e Campanelli a Colletorto

    Una piccola lapide nella chiesa di S. Francesco nel convento di S. Francesco a Colletorto e due quadri di sant'Alfonso de' Liguori (uno a Capracotta e l'altro a Colletorto) aiutano a capire la complessità della rete dei tratturi che dal Molise portavano alla Puglia. La Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia era dotata di ampi poteri amministrativi e giudiziari. Istituita da Alfonso V d'Aragona, re di Napoli nel 1447, aveva a capo il doganiere. Gli itinerari tratturali aragonesi (Regi Tratturi) coincidono perfettamente con i tracciati tratturali attuali e sono riconosciuti dai decreti di vincolo vigenti che sono legge dello Stato Italiano. La misura originaria della larghezza del tracciato viario è di 111 metri, corrispondenti a sessanta passi napoletani. Il fondo naturale in genere è erboso e in alcuni tratti pietroso. A Foggia era la Dogana delle Pecore. Lungo i percorsi si incontrano campi coltivati, piccoli nuclei abitati, stazioni di posta, rocche sannitiche, chiese ed abbazie. Ma non è semplice capire il loro funzionamento perché le regole generali iniziali di epoca aragonese nel tempo sono state soggette a una serie di trasgressioni pratiche che erano fortemente condizionate dalla consistenza delle greggi che dovevano essere spostate per la transumanza e dagli impegni economici delle famiglie che ne erano proprietarie. Per questo, piano piano, nel corso dei secoli, dal Quattrocento a tutto l'Ottocento, alla rete fondamentale dei Regi Tratturi si è aggiunta una rete incredibile di cosiddetti tratturelli e di bracci, molti dei quali non sono più individuabili con una semplice lettura catastale. Per esempio non abbiamo la conoscenza degli itinerari che le greggi capracottesi seguivano per raggiungere la Puglia o, comunque, quei territori dove le pecore potevano spostarsi per i pascoli invernali. Uno studio dettagliato manca anche se la mole del materiale d'archivio è immensa. A volte ai documenti di archivio vanno aggiunte considerazioni che consentono di immaginare una realtà che le carte di cui disponiamo non sempre spiegano. Faccio un esempio. A Capracotta c'è una cappella fatta costruire dall'arciprete Agostino Campanelli, mi pare nel 1783. All'interno c'è una statua di sant'Alfonso de' Liguori. A Colletorto nella chiesa del convento di S. Francesco vi è una lapide per una cappella di juspatronato della famiglia di Crescenzo Campanelli del 1750. D. O. M. DIVOQ(ue) ANT(onio) PATAV(in)O HOC ALTARE MARMOREUM ET AD REI POSTERUMQ(ue) SEMPITERNAM MEMORIAM MAGNIFICUS CRESCENTIUS CAMPANELLI EX SUI DEVOT(i) DOMUSQ(ue) SUÆ DE JURE PATRONATUS FECIT DICAVIT AMEN J. M. J. ANNO DOMINI MDCCL Questa chiesa passò in proprietà delle monache di S. Alfonso de' Liguori nel 1810. Perciò in essa è un bel quadro di sant'Alfonso de' Liguori. Cosa ci facevano i Campanelli a Colletorto? È un bell'argomento da approfondire. Certamente non cambierebbe la storia dell'umanità ma permetterebbe di dare una risposta a piccoli interrogativi dei capracottesi amanti della propria terra. Franco Valente

  • Il territorio di Capracotta: note agronomiche e zoologiche

    Del resto, trovandosi l'agro nostro tutto nella zona superiore a quella del castagno, la vegetazione delle piante coltivabili si restringe a quella propria dell'alta montagna. Perciò indarno vi si cercherebbe l'olivo, la vite, i buoni alberi da frutta, il castagno stesso. La posizione e la conformazione del territorio non consentono una vera e rimunerativa agricoltura. Più che l'ordinaria bassa temperatura ne fanno ostacolo la frequenza della neve e dei geli dal Novembre all'Aprile, dei venti, spesso impetuosi, che accumulano neve altissima in alcuni punti, lasciandone scoperti altri sotto l'azione deleteria dei geli; la sovrabbondanza delle pioggie autunnali e primaverili, che, dilavando gli strati superficiali coltivati, lasciano sporgere fuori i massi compatti del sottosuolo ed i detriti numerosi dei loro conglomerati; talvolta il repentino sopraggiungere dell'aria secca e calda dopo la forte umidità primaverile. Dei cereali i grani teneri (soline), l'orto, il farro, la segale, la spelta (le quali ultime non si seminano più) producono bene in qualità, ma mediocremente in quantità: meglio prosperano le patate, fra le leguminose le lenticchie, le veccie (farchio in dialetto), i piselli (riveglie). I fagiuoli, le fave, i ceci e le cicerchie danno qualche prodotto nel basso così il granturco, gli ortaggi. Perciò la somma parte dei generi alimentari e delle bevande deve essere importato da fuori: legumi, frutta, ortaglie, olii, vini. Ottime soltanto sono le praterie naturali; e, delle artificiali quelle a lupinella: eccellenti dovunque i pascoli. Quanto alla fauna il territorio di Capracotta non offre gran che di speciale salvo il ricordo di una grande abbondanza di selvaggina, ed in un tempo non molto remoto: le lepri specialmente, i tassi, le martore, pernici, starne, colombacci, svariati uccelli di passo, beccacce, oche selvatiche, quaglie, storni, pivieri. Talvolta comparivano anche cignali, caprini ed orsi, quando cioè sotto i Borboni c'era la riserva di caccia nel vasto bosco di Monte di Mezzo, e da questo fino al nostro monte Capraro era tutta una fitta sequela di selve. Poi il diradamento dei boschi, il moltiplicarsi dei cacciatori, il perfezionamento delle armi e degli esplosivi, la detestabile emulazione dei cacciatori stessi hanno reso così scarsa la selvaggina da farne prevedere la non lontana scomparsa, se non si opporrà un freno all'accanimento distruttivo di tante graziose ed utili bestiole che allietano la campagna e le selve. Del resto nessun zoologo, per quanto io mi sappia, ha interloquito sulla nostra fauna e ci è ignoto se nel mondo minuscolo o meno appariscente degli esseri animati, esistano specie rare o altrimenti notevoli e sulle quali quindi nulla posso riferire. Nell'allevamento degli animali domestici può dirsi che il primo posto spetti agli ovini, ai quali sono assai confacenti la natura dei pascoli e il clima estivo; onde se n'hanno, date le debite cure, ben pasciute greggi; vengono in seconda linea i vaccini ed equini e quindi i suini, le carni di questi ultimi, sotto forma di prosciutti e salami, acquistano serbevolezza e sapore eccellente per le congelazioni nell'autunno inoltrato e nell'inverno, e la lenta azione del fumo. Il freddo e la neve però ostacolano largo allevamento di grossi quadrupedi. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Usi e costumi di Capracotta: sponsali

    I nostri popolani s'innammorano in chiesa, alla fontana, alle libere aure de' campi, tra i solchi, seminando o mietendo il grano. Si amano dapprima di nascosto e, quando i genitori sono a giorno di tutto, si fidanzano, ed allora il giovine va tutte le sere a bearsi nel guardo dell'amata, e la dolce scena ha luogo presso il focolare, già testimone degli amori degli avi. La sera precedente il giorno del matrimonio, i parenti dello sposo si recano in casa della sposa per dare un valore al corredo, che generalmente è sempre inferiore al vero. Avvenuta l'operazione di stima, tutta la roba della sposa viene trasportata in casa dello sposo. Il corredo è messo in grossi canestri e portato in capo da donne. Precedono i sacconi arrotolati e messi sopra un'assicella di legno, alla quale vengono assicurati mercè nastri, perché si mantengano rigidi; poi, vengono i guanciali, le vesti collocate intorno al canestro sì da essere visibili e in ultimo il tirapieànne (cantarano) con la cascetèlla (cassetta) contenente scarpe ed oggetti intimi della sposa. Dopo qualche giorno si fa la scritta. La giovane va a braccio dello sposo ed entrambi tra due parenti della prima: nell'uscire dal Municipio vanno soli. Il corteo nuziale si dispone a coppie con gli sposi alla testa. Spesso è costretto ad arrestarsi, ché gli amici della sposa, dolenti di perdere l'ornamento del rione, stendono da casa a casa un nastro di seta: lo sposo, allora, dà in regalo del danaro e il corteo procede. Anticamente, la suocera rompeva sulla testa della nuora una scodella di creta, e ciò per significare che, nella nuova condizione, le doveva rispetto e sudditanza. Oggi, dello antico non è rimasto che l'uso delle ossa nel piatto, di cui è parola in altra parte dell'opuscolo. A pranzo, la lista di prammatica è la seguente: antipasto di affettato o prosciutto, condito con zucchero e pepe, poi il tradizionale brodo con verze, maccheroni, carne in umido e arrosto, insalata e frutta. Per pudore, i genitori della sposa non prendono parte al corteo, né al banchetto nuziale. A notte alta, mentre gli sposi incominciano a tessere la trama della felicità, gli amici, con chitarre e organetti, vanno a cantare e suonare sotto le finestre della camera nuziale. La famiglia dello sposo, allora, lascia scendere all'allegra comitiva dolciumi e liquori per mezzo di nastri colorati. Il giorno dopo le nozze, la sposa si leva per tempo e, sempre per pudore, per otto giorni si trattiene in casa. In genere, le nostre popolane sono virtuose e tengono la famiglia in grande onore. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • Pagine capracottesi durante la Grande Guerra

    La Prima guerra mondiale è ricordata come uno dei più sanguinosi conflitti della storia dell'umanità, che non risparmiò nemmeno la nostra Capracotta. Dei 664 chiamati a combattere una guerra lontana mille chilometri dalle proprie case, molti non tornarono. In 65 persero la vita in un conflitto per il quale ai più erano sconosciute le vere motivazioni. La guerra fu vissuta duramente al fronte e allo stesso tempo fu vissuta nel nostro paese e dalla nostra comunità con il dolore per le immense perdite di giovani vite capracottesi. La disperazione era così forte che portò, in alcune occasioni, ad organizzare proteste che sfidarono le rigide indicazioni governative che vietavano qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti della guerra. A tale riguardo, è decisamente molto interessante il materiale storico custodito presso l'Archivio di Stato di Isernia che, grazie ad una accurata e pregevole ricerca effettuata da funzionari dell'Archivio stesso, è stato possibile visionare nella mostra allestita in occasione di questa ricorrenza. Come in tutta Italia, anche il tessuto economico di Capracotta risentì delle conseguenze belliche. A titolo di esempio si richiama quanto risulta dal verbale di prova presso il Tribunale di Isernia nella causa contro Sebastiano D'Onofrio. Titolare di un'azienda di legnami, chiamato alle armi il 1° maggio 1917, la vide miseramente andare alla malora per «fatti di guerra», in quanto a causa della sua partenza per il fronte le attività rimasero senza alcuna guida e l'impresa subì gravissime conseguenze. I documenti ci mostrano una popolazione capracottese che visse quegli anni ossequiosa ai doveri di cittadinanza italiana, ma allo stesso tempo temeraria e pronta a sfidare le restrizioni imposte alla libertà di pensiero. Da un rapporto dei Carabinieri della Stazione di Capracotta si sa della protesta organizzata il 31 ottobre del 1917, quando una folla di oltre duecento capracottesi voleva invadere l'ufficio postale per protestare contro la mancata ricezione della posta militare che privava i residenti delle notizie dei congiunti che erano sul fronte di guerra. Fu una contestazione forte, che si spostò davanti all'abitazione dell’onorevole Tommaso Mosca, affinché si adoperasse presso il Governo per chiedere il ripristino del servizio postale. Alcuni dei manifestanti furono denunciati e sottoposti a processo con l'imputazione di aver protestato «contro lo spirito della guerra per deprimere lo spirito pubblico», per poi essere assolti con sentenza emessa dal Tribunale di Isernia il 28 giugno 1918 in quanto il fatto non costitutiva reato. Da altri documenti si apprende che nei fascicoli penali presso il Tribunale di Isernia risulta presentata denuncia da parte del Sindaco nei confronti di una donna, Giovanna Di Nucci, accusata e sottoposta a processo per aver il giorno 14 marzo 1918 imprecato pubblicamente contro la guerra tanto da mettere in subbuglio l'intero rione di Sant'Antonio. La protesta fu inscenata in occasione dell'emanazione del bando riguardante la macinazione del grano. Seguì, anche in questo caso, sentenza di assoluzione. È inoltre importante sottolineare che tra i soldati del nostro paese non vi furono disertori; alcuni renitenti alla leva vi furono solo tra i giovani che, negli anni precedenti, per guadagnarsi il pane, erano emigrati nelle Americhe. A guerra finita il Ministero della Pubblica Istruzione, con lettera circolare del 27 dicembre 1922 e con circolare n. 73 del 28 dicembre dello stesso anno, invitava i Comuni italiani a realizzare i Parchi della Memoria a ricordo dei caduti. Capracotta rispose piantando i pini che oggi rappresentano la "Pineta del Ricordo", nelle immediate vicinanze del Santuario della Madonna di Loreto, dove nel mese di novembre del 1996, su iniziativa dell'Amministrazione Comunale, fu posizionata una targa con incisa una frase di Gandhi: «Non credere alla possibilità di una pace permanente vuol dire non credere alla santità della vita umana» e l'elenco dei fanti-contadini capracottesi caduti nel corso delle operazioni belliche della Grande Guerra, accompagnato da un significativo commento del prof. Loreto Di Nucci. Antonio Vincenzo Monaco Fonte: V. Di Nardo (a cura di), Capracotta e la memoria della Grande Guerra (1916-2016), Capracotta 2016.

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