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  • Giovanni Potena e "La Madonna della Vita al Feudozzo"

    Il complesso demaniale del Feudozzo, adiacente all'abitato di San Pietro Avellana, in provincia di Isernia, nel Molise, è «una dolcissima località in Comune di Castel di Sangro» in Abruzzo, al confine geografico col Molise. È una vallata ampia a 946 metri di altezza, che marca per circa un chilometro il confine di due regioni, confluendo poi a valle nel fiume Volturno. Fa da sfondo Montedimezzo, «una montagna interamente boscata, che si alza dalla pianura fino alla quota di 1.140 metri». Un importante insediamento zootecnico, denominato Feudozzo, caratterizza valorizza e descrive questo angolo stupendo del centro Italia. Giovanni Potena, amministratore del Feudozzo dal 1980 al 2008, ha ricostruito la storia di questa località con paziente ricerca certosina, con precisione documentaria e con la solerte e appassionata capacità del competente. Stimolato da don Claudio Recchiuti, cappellano militare dei Carabinieri per l'Abruzzo e il Molise, (mio alunno nell'Istituto teologico di Chieti e caro amico), ha scritto questa storia «per gli amici e per le persone a me care, ciò che ho visto, o fatto, o ascoltato». Conoscere il passato per capire il presente, per apprezzare libertà e opportunità dei nostri padri, per mettere nella giusta prospettiva e ampliare gli orizzonti, come fanno gli anziani dall'alto della loro lunga esperienza di vita. La conoscenza storica è una risorsa per esplorare meglio il passato, per avere giusta propensione verso il futuro, per migliorare la nostra vita, senza dimenticare quello che abbiamo conquistato. «Ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo», per possedere il presente e guardare con occhi sereni quello che accade oggi. I libri sono l'alimento della giovinezza e la gioia della vecchiaia, scriveva Cicerone, ma sono anche guida per i sentieri di una storia locale fascinosa e intrigante, che si conserva gelosamente nel cuore e nella mente. «Questa memoria, chiosa Giovanni Potena, espone gli accadimenti conosciuti per diretta esperienza o per narrazione ricevuta». Oggi viviamo in un'epoca dominata dall'amnesia impietosa del passato, dall'immersione spesso inconsapevole nel presente, dall'accelerazione parossistica verso il futuro. La nostra memoria culturale e sociale è affidata allo studio e alla interpretazione dei documenti del passato e non solo alla memoria artificiale dei computer e della Rete. L'arte di ricostruire il passato, con «una penna docile nel discernere e nel giudicare», comporta esperienza e saggezza, competenza e passione, capacità critica e comprensione. Il tempo non si riduce ad un momento e l'esperienza non si riduce ad un luogo: è il movimento, il cammino, l'itinerario, il luogo della esperienza propria e degli altri. Non è sterile rimpianto del passato, ma cauta ricomposizione del presente. La vita è piena di dettagli, che si rivelano «carichi di senso e importanti», a chi è sensibile al tempo e alla storia. Con ricchezza di particolari l'autore inquadra i momenti salienti della storia del Feudozzo. Dal 1861 lo Stato italiano aveva avuto in carico di sorveglianza e gestione le proprietà dei Borboni. Come settore specializzato, all'interno del Corpo Forestale dello Stato, aveva uffici di amministrazione sparsi sul territorio. L'ufficio competente per questa zona era a Campobasso. Dopo le tragiche vicende della seconda guerra mondiale, fu costruita una caserma forestale con alloggi ed uffici. Attualmente ospita un reparto di sorveglianza della Riserva naturale di Montedimezzo. Un piccolo museo naturalistico, con centro visitatori e strutture per la cura e il recupero della fauna selvatica ferita, costituiscono una "bella cartolina" per i visitatori. Nella splendida vallata a nord i Borboni avevano costituito una azienda idonea ad ospitare cavalli per l'alpeggio. Dalla metà del '700 crearono una razza governativa di Persano, «le cui migliori fattrici venivano portate al pascolo fresco e ricco di Feudozzo». Un lavoratore deceduto nel 2020, ricorda il dott. Potena, «gracile e malaticcio (diventato poi un omone)», venne ospitato nel Quartier Generale alleato, a Feudozzo per tutta la durata della permanenza dei militari. Dopo alcuni anni, l'azienda sperimentale "La Torre di Feudozzo" diventa una delle più belle aziende italiane per la selezione della razza bovina da latte Brown Suisse. «Una scelta fatta di buoni rapporti istituzionali e anche personali, ha prodotto molto in termini di miglioramento, di maggior benessere delle comunità locali, di diffusione di buone tecniche produttive, di diffusione di soggetti bovini ed equini, di sicura sanità e di provenienza certificata – scrive il dott. Potena. – Tutta l'azienda venne messa in ordine, anche lo storico caseificio arrivò rapidamente a livelli di qualità molto alti». Commenta una signora anziana, contadina e allevatrice di zona, proprietaria di due sole decine di bovine: «Dottó, da quando faccio il formaggio come te, ho visto una lira a casa mia». Le vicende del Feudozzo si sono sempre intrecciate con le comunità locali, in particolare con San Pietro Avellana. Nel 1989 accadde un evento forte, la cui potenza emotiva permane ancora. Un uomo pio e osservante frequentava l'Eremo di S. Amico, protettore del paese. Mancava una statua della Madonna e pensò di acquistarne una in lega metallica, alta 80 centimetri, e donarla alla Chiesa di S. Amico. I vecchi della congrega non furono d'accordo: «S. Amico si arrabbia, ché la gente poi va in chiesa e prega la Madonna e non più me». La statua fu lasciata in casa di una vecchia zia in paese, posizionandola su un comò in sala da pranzo. Nel 1991 una giovane donna chiese di piantare un tronco sul piazzale centrale di Feudozzo, per posizionarci la statua. Aveva avuto un sogno: la Madonna le avrebbe detto di voler «stare alla luce, al sole ed alla Settestrade». L'amministratore dell'azienda, dopo aver consultato i vescovi di Trivento e Sulmona, per evitare false interpretazioni sui sogni e divulgazioni incresciose, permise che la statua della Madonna venisse posta sul piazzale aziendale, eretta sul tronco e affidata alle preghiere dei lavoratori e dei passanti. «Si montò un pilastro in pietra, derivante dai ruderi di un'antica basilica di Castel di Sangro, si fissò sul pilastro la statua della Madonna. Un altare in pietra accanto al pilastro venne costruito usando solo materiale di recupera edilizio». I blocchi lapidei recuperati dal ponte demolito accanto al convento della Maddalena, scolpiti a mano in epoca romana, vengono impiegati per la costruzione della Cappella. Nel convento della Maddalena «è documentata la permanenza di Pietro Angelerio, unico papa del Molise, col nome di Celestino V». La Cappella, lunga 9 metri e larga 5, fu ampliata con gradinate in pietra sul lato sud, portandola a circa 90 posti. Alla porta di ingresso si antepose una piccola tettoia di accesso, con sovrastante timpano in vetri colorati ideati dall'artista locale Roberto Di Iullo. In una semplice struttura metallica venne installata una campana d i circa 30 cm. di diametro, fusa dalla millenaria Pontificia Fonderia Marinelli. «La vita della chiesetta scorre serena, armonica e molto sentita». Il 14 ottobre 2019 con una liturgia viva e partecipazione emotiva, celebrata da mons. Santo Marcianò, arcivescovo ordinario militare per l'Italia, da don Claudio Recchiuti, cappellano militare dei Carabinieri per l'Abruzzo e il Molise e da alcuni canonici, ha avuto luogo «il rito di dedicazione della Cappella a san Giovanni Gualperto, patrono dei Carabinieri Forestali». «Non nobis sed soli Deo honor et gloria» (non a noi ma solo a Dio ogni onore e gloria): con questo semplice auspicio di fede e di gioia si chiude il testo di Giovanni Potena. Chiesa eretta in onore della Madonna della Vita, «confermando, anzi riaffermando la comune fede nella Incarnazione del Signore Gesù, per il tramite della Vergine Maria». Una indicazione stradale, che precisa il luogo della Cappella suggerisce: «praetereunde cave, ne sileatur ave» (passeggero che prosegui oltre, non tacere di invocare ave Maria). Il saluto, la sobrietà delle parole, la fiducia che non cerca la gratificazione psicologica del «fare una bella preghiera», indicano l’abbandono alla Madonna della vita, «che intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm. 8,27). È luce ai nostri passi, guida nel cammino che, oltre ogni nostra resistenza, ha il potere di santificarci e vivere nella gioia. Maria, Madre della pietà, Regina della preghiera, Patrona della vita interiore, prega per noi. Il libro del dott. Giovanni Potena ha una dedica iniziale: «Al mio don Ninotto che ha un posto di rilievo nel mio cuore e nei miei ricordi. Giugno 2023». Avere un posto di rilievo nel cuore e nei ricordi sottolinea l'amicizia e la stima, la scoperta di un'affinità interiore, puramente gratuita, ma sufficientemente forte, per "far durare nel tempo" l'affetto e la relazione profonda. Non relazione fugace e passeggera, ma stabile e salda, che matura nel tempo e porta a sentire il bene dell'amico con intimità, che si condivide in sincerità e fiducia. La chiesetta eretta alla Madonna della Vita tesse insieme due temi, la mamma, e la vita. Combina a fin di bene tutte le realtà umane e divine. Nel manto della Madonna di Guadalupe Dio ha tessuto, con il filo delle impronte meticce della sua gente, il volto della sua manifestazione nella Madonna. Ogni filo trasfigurato assume le sfumature che risaltano il loro posto intessuto con altri fili. La misericordia fa la stessa cosa con noi: ci dipinge dall'esterno con una faccia buona, con i fili delle nostre miserie, e ci tesse in modo tale che l'anima si rinnova, ricuperando la sua vera immagine, quella del Figlio Gesù. La misericordia sa vedere la totalità e intuisce ciò che è più necessario. Congratulazioni e complimenti a Giovanni Potena che, in sintesi armonica e con linguaggio chiaro, ha ripercorso i tempi e i luoghi del Feudozzo, con particolare riferimento alla Madonna della Vita, nel cui manto Dio, come nel manto della Madonna di Guadalupe, ha tessuto il filo delle impronte del suo popolo e della sua gente molisana e abruzzese, nel suo volto di Madre della vita e della misericordia. Osman Antonio Di Lorenzo

  • L'avvocato Ninetta (XXX)

    Scena V Ninetta, Bettina e detti. Ninetta – (da dentro) È permesso? Cesarino – 'A voce 'e muglierema! Nun voglio fa vedé che sò venuto ccà. Francesco – Essa pure ccà... e 'a casa mia è addiventata n'agenzia 'e matrimonio. Cesarino – Presidè, fatemi entrare a qualche parte pecché nun me ce voglio ncuntrà. Francesco – Entrate dint' 'o salotto, llà ce sta un'altra uscita e ve ne potete andare. Poi ripassate più tardi e ve faccio sapé quello che è succiesso. Cesarino – Grazie Commendató, vi raccomando caldamente la mia causa. (via nel salotto) Francesco – E che vorrà chest'ata da me? Vuó vedé che è overo 'o fatto 'e Giacinto? Favorite D.ª Ninè. Ninetta – Fuori non v'è nessuno ed abbiamo trovato la porta aperta, ma però l'abbiamo chiusa. Francesco – Chillo ciuccio 'e Totonno p' 'a pressa d'ascì l'ha rimasta aperta a rischio 'e farme arrubbà. Basta, questa è stata na visita inaspettata. Ah! bravo, ce sta pure mammà. Accomodatevi. (seggono) Ninetta – Signor Presidente, dinanzi a voi non vedete la vostra amica, non vedete l'avvocato, vostro discepolo, non vedete più Ninetta Rocco. Francesco – Nzomma, nun veco a nisciuno. Ninetta – No, vedete invece la moglie offesa, tradita, che viene da voi a reclamare giustizia. E per togliere ogni sospetto ha condotta pure mammà. Mammà, cacciatela. Bettina – Mo 'a caccio. Francesco – Và trova ch'à da caccià. Bettina – Eccola quì (tira fuori della borsa una carta). Ninetta – Sig. Presidente, questa è una domanda per separarmi di corpo e di bene da mio marito, Cesare Spaghetti. Per ora questa, poi quando verrà la legge del divorzio, allora faremo un divorzio completo, perché non lo voglio vedere né sentire più. Francesco – Ma nun me facite ridere cu sti ghiacuvelle... domanda di separazione, divorzio. Ma pecché tutto questo? Ninetta – Perché egli m'ha tradito villanamente. Bettina – A fà nu tradimento a stu piezz' 'e figliola bella e alletterata. Addó se l'aspettava d'avé sta sorte nzuonno. Nu sfelenza che nun teneva che magnà, s'è venuto appuià ncopp' 'e spalle 'e chella e mò le fa chesto appriesso. Ninetta – Mammà statte zitto, nun sta bene a dire queste cose. Alla fine sempe marito mi è, per ora. Francesco – Per ora e per sempre. Ninetta – Per sempre l'avite 'a luvà 'a miezo, pecché ve l'ho detto, nun 'o voglio vedé cchiù. Bettina – Isso ha da crepà, ha da schiattà, ma dint' 'a casa nostra nun nc'ha da mettere cchiù 'o pede. E sì, avevamo fatto 'o spitale p' 'e cannarute... Francesco – Oh! sapete che c'è di nuovo? che incomincio a capire che queste sono scuse belle e buone per disfarvi di vostro marito perché vi è di peso. Ninetta – Presidente, misurate le parole perché mi offendete. Bettina – Ch'à ditto? nun l'aggio capito. Francesco – (E pe capì chella, ce vò nu secolo e miezo.) Questa voi la ritirate perché nun sta bene fà sentì in Tribunale il vostro nome, tanto più che mò si sta trattando la vostra causa. Ninetta – Signor Presidente, io non ritiro affatto e sostengo ciò che ho scritto. Bettina – Mia figlia quanno ha posta 'a penna ncopp' 'a carta nun ritira niente cchiù. Francesco – Allora vulite che io metto nterra tutte cose, ma io nun voglio mettere nterra... Ninetta – No, no, vi prego di mettere nterra. A me non c'è che dire. Bettina – Sulla gonnella di mia figlia nun ce stanno fose appennere. Francesco – No, ce starebbero 'e fose ma io nun pozzo parlà. Ninetta – No, mo avite parlà, pecché cu sti parole mazzecate voi peggio mi offendete. Bettina – Sentimmo, che l'avite dicere a figliema? Francesco – Ma io nun me faccio meraviglia d'essa, ma di voi che siete vecchia e le tenite mano. Bettina – Neh, Presidè, abbarate comme parlate!... Vuje v'avite lavà 'a vocca primma d'annummenà Bettina Saccone. Ninetta – Mammà statte zitta tu. Questo è un affare che riguarda me sola. E adesso voglio che il Commendatore mi dica il tutto. Francesco – Embè, quanno 'o vulite, vi dico che voi volete abbandonà vostro marito con un pretesto per fuggire con un amante. Ninetta – Ma chi vi ha potuto dire questa bugia? Bettina – Presidè, vuje state mbriaco, avite vippeto p' 'a matina. Francesco – Io sto mbriaco? Siete voi invece na vecchia senza rossore, che vi rendete complice degli amorazzi di vostra figlia. Ninetta – Presidè, alle corte, chi è stato l'autore di questa spiritosa invenzione? Francesco – Ah! m' 'a chiamate spiritosa? E l'autore non l'immaginate? Il vostro amante stesso. Ninetta – Ma chi è questi che voi dite? Francesco – Il vostro nuovo cliente, il Barone Chiappo. Ninetta – Uh! chillo scemo... ah, ah, quanto mi fate ridere. Francesco – Ah! voi ridete? Intanto quel povero uomo è ghiuto a mpazzì, e per causa vosta ha avuto nu paliatone d' 'a mugliera, e ha durmito stanotte mmiezo 'e grade. Mò sta dinto ripusanno nu poco pecché mi è venuto a cercà ajuto. Ninetta – Ma comme avite supposto che me ne vuleva fuì cu 'o Barone? Bettina – Figliema si se ne vuleva fuì cu quaccheduno ne sceglieva uno buono, nun se ne jeva cu isso. Francesco – Vì che bella difesa le sta facenno chesta. Ninetta – Mammà statte zitto, nu saje chello che dice. Francesco – Ma comme spiegate 'o fatto? chillo dice che voi l'avite fatto na dichiarazione amorosa. Ninetta – Io facevo na dichiarazione a isso? E chist'è pazzo. Bettina – E sì, 'o mobile è troppo bello. Francesco – Ma insomma, a me nun me persuadite. Fintanto che non veco chiaro dint' 'a sta facenna nun ve credo. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • GP USA: le pagelline di Terruzzi

    Voto 10 a Raikkonen. Ma guarda che regalo si è fatto, ci ha fatto da licenziato, da vecchio scorridore del Rio Grande. Beh, complimenti vecchia lenza. Hamilton rimbalzato nel modo più inatteso, più gradito. È il momento della festa. Per chi lo ha sempre amato e per chi non ci credeva più. Bravo Kimi. Voto 9 a Verstappen. Roba da dieci se si potessero dare due voti uguali. Da diciottesimo a secondo, con l'idea di vincere fino all'ultima curva, con un duello molto elegante con Ginetto. Vettel gli deve una birretta, come minimo. Voto 8 a Hamilton. Non una gara perfetta della Mercedes. Ma Lewis ci gasa sempre, si batte, fa numeri da antologia. E potrebbe portare Vettel in vacanza questo inverno, a Madesimo o a Capracotta, per spiegargli come usare testa e piede nella bagarre. Oh, Gesù. Voto 7 a Hulkenberg. Chi l'ha visto? In compenso una gara solida, dentro una stagione dignitosissima, dentro una carriera da sgobbone mai abbastanza elogiato, per non dire inquadrato. Non è mica male, Hulk, anche come compagno di giochi. Il fatto è che si nasconde da quando è nato. Voto 6 ad Alonso. Scaraventato fuori da Stroll al primo giro. Il fatto che non abbia imbracciato un'arma, vista la reperibilità texana, per farsi giustizia da solo e subito, lo pone in odore di santità. Voto 5 a Bottas. Loffio e svalvolato. Però, ragazzi, con quel morale che avrà, c'è qualche attenuante da considerare. Al termine del Mondiale potrebbe iscriversi a un club per masochisti ottenendo forti sconti. Povero Valtterino, stinto come dopo un lavaggio in candeggina. Voto 4 a Vettel. Che dire dopo svarione in qualifica ed ennesimo pasticcio in gara? Fa quasi tenerezza. La Ferrari torna a vincere e lui non c'è. Hamilton non vince il titolo e lui non c'entra. Voto 4 o 2 o 6, fate voi, tanto la sostanza non cambia purtroppo. Voto 3 alle tute Red Bull stile vaccaro sbirulo. Per cortesia, dare il nome dello stilista e di chi l'ha istruito, così, giusto per regolarci in futuro. Voto 2 a chi continua a dire che la Ferrari ha perso il Mondiale causa Ferrari. Basta, dai, non se ne può più. Voto 1 a Hamilton. Tutte le volte che fa la pole dice che quello lì è il pubblico più straordinario, caldo ed entusiasmante del pianeta. La prossima volta, invadere la pista e dargli una spettinata, così, a fondo perduto. Voto 0 ai texani. Sembrano tutti pard di Tex Willer e Kit Carson. No, dico, il tempo passa, gli indiani stanno nelle riserve, un po' di fantasia? Giorgio Terruzzi Fonte: https://www.redbull.com/, 22 ottobre 2018.

  • La ridipintura della Chiesa Madre

    Roma, febbraio 1986. Dopo giornate insolitamente miti, che facevano presentire l'arrivo di una primavera precoce, il tempo si è bruscamente cambiato e siamo rientrati nel cuore dell'inverno. Da due giorni, con rade alternanze di brevi soste, cade una pioggia battente, fredda. L'umidità penetra nelle ossa. Da Capracotta giungono notizie poco rassicuranti. Sono carichi di neve. Qui tanta acqua, lì tanta neve. Da ieri la tormenta infuria rabbiosamente. Evoco l'immagine, così consueta al mio ricordo, del paese avvolto nei turbini nevosi. Rivedo nella bruma grigia le case, le chiese, gli alberi, i muri imbiancati, emergenti come oggetti irreali dal bianco spolverio sollevato dalla bufera. Nelle vie deserte, cumuli di neve alti come poggi (montagne di neve chiamati iperbolicamente lassù), sui quali folate impetuose mulinano rapidi vortici. Salgo col pensiero alla Chiesa Madre. Un'aria gelida grava sulle navate. Nella penombra si scorge l'impalcatura eretta per i lavori di ridipintura. Non c'è anima viva, almeno cosi sembra. Con questo tempo chi si azzarda ad uscire di casa? Ma quando gli occhi si abituano alla fioca luce che piove dall'alto delle finestre, ecco che scorgi Natalino Comegna sull'impalcatura. Indossa il camice. Lavora alla ridipintura. È nella navata sinistra. Come fa a resistere alla morsa del gelo? Furiose raffiche di vento, ad intervalli regolari, flagellano le vetrate dei finestroni sotto le volte. Natalino lavora in solitudine e forse in beatitudine. Schiere di angeli, sotto il suo pennello, s'imbiancano e s'illuminano. Qualche settimana fa andai in paese e salii in chiesa a dare una sbirciata al lavoro di ridipintura. Quel giorno il tempo era buono. La chiesa era silenziosa. Natalino in cima all'impalcatura pitturava la volta del transetto sinistro, canticchiando. Le pennellate scorrevano sulla superficie della volta, frusciando lievi come carezze. Dicevo fra me: È solo a lavorare, quando finirà? Si tratta di pitturare migliaia di metri quadrati di superficie, con un'architettura poi cosi complessa: tutto un gioco alterno di sporgenze e rientranze. Natalino scese e parlammo del lavoro. Mi confidò una riflessione su cui spesso tornava, lavorando. Mi disse che a contatto diretto con le strutture architettoniche della chiesa, poteva quotidianamente toccare con mano la solidità di quelle strutture e poteva, per così dire, verificare con quanta perizia e accuratezza erano stati eseguiti i lavori dai nostri antichi predecessori. Mi colpì questa sua riflessione e quando lui tornò sul ponteggio, al lavoro, io girai lo sguardo all'intorno e, pervaso dal sentimento che mi era stato trasmesso, mi soffermai ad osservare tutto più attentamente e allora fui compenetrato, meglio certo che non lo fossi mai stato, dal misurato senso di equilibrio su cui si regge l'impianto architettonico del tempio. Guardai con occhio diverso; come se li vedessi per la prima volta i solidi pilastri delle navate con i bei capitelli compositi, le agili lesene che aggettano direttamente dagli altari laterali, le cimase sugli archi, le volte e le campate, i cornicioni e le mensole, i bei fregi a stucco e gli ornati, gli angeli e i putti degli altari laterali: tutte cose che io avevo "viste" tante volte, ma "guardate" veramente quasi mai. A questo ripenso oggi, mentre qui la pioggia cade fredda e uggiosa e lassù, nel mio paese, nevica fitto e turbina la tormenta. Rivedo ancora con l'occhio dell'immaginazione, Natalino tutto solo a lavorare nella Chiesa Madre, intirizzito dal freddo, ma pervaso da un senso di pace intima, che gli viene dalla sacralità del luogo e forse dal filo invisibile che lo lega alle memorie del passato, i cui segni egli riveste di tempera chiara e, insieme, di affetto. Capracotta, giugno 1986. Sono tornato oggi nella Chiesa Madre, curioso di vedere a che punto è il lavoro di ridipintura. Sono entrato dal portone principale, che era spalancato. Con un colpo d'occhio ho abbracciato tutta la navata maggiore, ormai ridipinta. Il lavoro è pressoché terminato. Mentre guardo la Chiesa rimessa a nuovo, mi chiedo come abbia potuto fare una mano sola a rivestire una superficie così estesa e complessa. Una ridipintura del tutto inconsueta, a colori chiari; fondo giallo-ocra; orlature e filettature giallo-arancione; cornicioni e ornamentazioni varie bianchi; pilastri e lesene avana chiaro. La prima impressione che si riceve, almeno dal mio punto di vista, è questa; lo spazio fra le navate si è prodigiosamente illuminato e ampliato. È scomparso sotto la nuova pittura a tinte chiare l'oro dei fregi e dei capitelli, dei medaglioni e degli altri ornati; è svanito il verde bruno dei pilastri e il grigio delle volte e delle pareti: e ciò può anche dispiacere. Ma l'esuberanza e la pesantezza delle linee barocche, sotto quel profluvio di colori chiari, quasi luminescenti, si stemperano, si diluiscono. Nel bagno di luce creato dalla chiarità della ridipintura, le curvature delle volute si ammorbidiscono, si distendono. Un nuovo rapporto di natura emozionale sembra che sorga con lo spettatore: più proporzionato e armonico, più raccolto, più gioioso. Sui grandi pilastri ridipinti rilucono, quasi come oggetti sbalzati, nel loro colore originario verde e oro, ma ravvivato, i medaglioni della Consacrazione. Da essi l'occhio, in una rapida fuga, corre al grande organo che campeggia, rivestito degli stessi splendidi colori, su in alto, in fondo all'abside. Il verde-oro degli uni e dell'altro si fonde mirabilmente con i nuovi colori creando uno scorcio armonioso, pieno di equilibrio che dispone l'animo a quel nuovo rapporto emozionale cui si è accennato. (1986) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.

  • La scomparsa di un prosciutto

    Mi sembra di vederlo quell'occhio impaurito, guardar dovunque il misero soffitto alleggerito, con quel coltello in mano, cercando dappertutto: in alto, in mezzo, agli angoli... Non c'era più il prosciutto! Poi, quasi a domandare, ispezionava il piano che, par, gli disse: – Vattene con quel coltello in mano... Vedrai che, un'altra volta, quel chiodo in quella trave ti servirà benissimo, se avrai con te la chiave. – La donna, col coltello, rimase lì perplessa. E, quasi vergognandosi un poco di se stessa, per quel linguaggio strano, e quella sparizione!... Per grazia chiese un fulmine al tempo del... boccone... E risalì le scale, facendosi la croce... – Madonna mia, perdonami, – gridava ad alta voce. – Ascolta la preghiera mia, questa volta sola; fagli chiamare il medico, per allargar la... gola! – C'era una volta un povero maiale affezionato che, sottoposto all'opera di chi l'avea comprato, malgrado il gran salasso, e quindi, l'apparecchio, pensava, ostinatissimo, al suo padrone vecchio. Col qual, forse, pensarono studiar qualche riuscita, e quindi concertarono la grande... calamita! (1949) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.

  • Polvere di cantoria... in trasferta

    Accetta il mio dolore. E quanto, o Dio il sonno Tuo fia dolce al pianto mio... Per alcuni anni ho passato dei giorni di vacanza invernale in un grazioso paese in Alto Adige abitato prevalentemente dalla comunità ladina, e sempre nello stesso albergo a gestione familiare. Sapevo che l'albergatore era anche musicista e direttore del coro polifonico della parrocchiale così come anch'egli sapeva del mio incarico di organista della cattedrale di Rieti. Forte della confidenza reciproca via via acquisita e sapendo che la chiesa madre era dotata di uno splendido organo meccanico a due manuali e pedaliera regolamentare gli domandai se era possibile "fare un giro" alla consolle. Abitualmente non faccio mai tali richieste per evitare di incappare in gelosie di organisti o parroci. Pensate che in una chiesa di Roma si corre il rischio di essere strapazzati dal parroco o dal sacrestano per il semplice fatto di aver guardato la consolle dello strumento ivi custodito. Questa volta feci un'eccezione ed il direttore fu ben lieto di accontentarmi ma ad una condizione: si era verificato un lutto nella comunità di lingua tedesca e purtroppo l'organista titolare era in ferie, pertanto avrei dovuto in cambio accompagnare il coro polifonico durante il servizio funebre. Quindi il giorno successivo rientrai velocemente dalle piste e con la tuta da sci salii in cantoria. Gli scarponcini da trekking non erano ideali per lavorare sulla pedaliera ma, come faccio anch'io in cattedrale, il titolare aveva le sue scarpe da organista nell'armadio degli spartiti e, di soppiatto, ne approfittai. Qualche minuto per "capire" lo strumento e mi accinsi ad accompagnare il coro che, nel frattempo, era arrivato. La messa, da leggere a prima vista, era nella mia tonalità "bestia": la bemolle maggiore! In esecuzione, quando mi vide sudare freddo, il direttore mi disse di star sereno: anche il loro organista andava in crisi in alcuni passaggi di quella partitura. Constatai con piacere che, nonostante il rito fosse cattolico, vi era l'abitudine, mutuata dai luterani, di cantare i corali con l'assemblea tra le letture e il Vangelo. Cercai quindi di sfruttare tutte le mie conoscenze per rispettare lo spirito esecutivo. Tra un brano e l'altro una cantante dall'aspetto austero ed autorevole mi pose una domanda in tedesco. Risposi che masticavo poco di quella lingua e di ripetermi la domanda in italiano. Al che la signora mi domandò se fossi l'organista della Pieve (La Pli) ma quando risposi che ero il titolare della cattedrale di Rieti assunse un'espressione di meraviglia esclamando: – Strano! Lei suona come un tedesco! Per me che ho centrato prevalentemente la mia preparazione sulla letteratura della Riforma e su bachiani e dintorni fu un brodo di giuggiole! Quasi un bacio accademico... E tra un sudore freddo e qualche inevitabile "stecca" il servizio si concluse. Lo stesso direttore mi raccontò poco dopo che il coro non aveva praticamente trovato alcuna differenza tra il sottoscritto ed il titolare, cosa che mi fece ulteriormente piacere, insieme al compiacimento della comunità. Tuttavia, a distanza di vent'anni posso finalmente confessare che, nella chiusura del postcommunio, con organo solo, e ancora sub tempore Natali, sotto le volte di quella incantevole chiesa barocca, la sequenza in tono minore della "Ninna nanna al Bambin Gesù" di Capracotta risuonò improvvisata a mo' di corale ornato bachiano. Grazie alla comunità di S. Vigilio di Marebbe (BZ) e al coro della parrocchiale. Grazie a tutto lo staff dell'Hotel Teresa. P. S.: In realtà è possibile suonare con gli scarponcini come il grande James Edward Goettsche - uno dei miei miti - come dimostrò, obtorto collo, in un suo concerto a S. Pietro Avellana. Ma lui era Goettsche! Francesco Di Nardo

  • La filosofia del camminare

    Il camminare è tipico dell'uomo meditante, a differenza del correre, che è tipico dell'animale, sia esso preda o predatore, a differenza del marciare, che è tipico dei guerrieri o bellatores (dal latino bellum, cioè guerra) e a differenza dell'arrampicarsi, che è tipico degli uomini e delle donne "in carriera". Il camminare di cui, dunque, sto parlando si può ritrovare in alcune grandi figure della nostra cultura filosofica, come Socrate che trascorreva gran parte del suo tempo bighellonando per le strade di Atene e come i peripatetici che seguivano Aristotele che passeggiava nel Peripato, il cortile della scuola da lui fondata ad Atene, il Liceo. Proverbiale è, altresì, la puntualità con la quale Immanuel Kant compiva la sua passeggiata a Königsberg, quella città che oggi, dopo le devastazioni del secondo conflitto mondiale, è territorio russo e del suo illustre passato conserva intatta soltanto la lapide posta sulla tomba di Kant, su cui sono incise le famose parole: «Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me» (I. Kant, "Critica della ragion pratica", Laterza, Roma-Bari 1974, p. 197). Il camminare ha però anche una valenza profondamente religiosa. Basti pensare al Salmo 31 («Io ti voglio istruire, voglio mostrarti la via da percorrere») e al libro dell'Esodo, in cui l'evento fondamentale è il mettersi in cammino verso la Terra Promessa, al quale corrisponde nella vita cristiana la peregrinatio perpetua. Infatti, Cristo «invitava i suoi discepoli a mettersi per strada: lasciare mogli e figli, abbandonare le proprie terre, il proprio commercio, la propria condizione, per camminare, accompagnare, diffondere la buona novella. Camminare è una conversione, una chiamata» (F. Gros, "Andare a piedi. Filosofia del camminare", Garzanti, Milano 2013, p. 111). Ma il vertice più vertiginoso del camminare lo sperimentò soprattutto il filosofo tedesco Martin Heidegger, il quale nel suo breve scritto intitolato "Der Feldweg" esalta il pensiero che «sempre di nuovo riprende, di tempo in tempo, il suo cammino lungo il viottolo che il sentiero di campagna segue attraverso i campi. In questo modo resta vicino al passo del pensatore come a quello del contadino che, di primo mattino, si avvia alla mietitura» (M. Heidegger, "Il sentiero di campagna", Il Melangolo, Genova 2002, p. 15). Lungo questo viottolo «si danno appuntamento l'esuberante risveglio della primavera e il quieto morire dell'autunno, si adocchiano l'un l'altro il giuoco della giovinezza e la saggezza della maturità. Tuttavia, in un accordo unico, la cui eco il sentiero porta qua e là silenziosamente, tutto è rasserenato. La saggia serenità è una porta verso l'Eterno» (Op. cit., p. 25). L'insegnamento heideggeriano ha altresì il merito di coniugare il camminare con l'errare, perché in un'altra sua opera, più voluminosa, intitolata "Holzwege", egli parla della stupefacente intimità dell'uno con l'altro verbo: «Holz è un'antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L'uno sembra sovente l'altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa "trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia" [auf einem Holzweg zu sein]» (M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1982, p. 1). Avrebbe potuto scrivere queste cose meravigliose Martin Heidegger se non avesse avuto la passione di fare lunghe passeggiate nel fitto della Foresta Nera e se non avesse trascorso gran parte del suo tempo in una baita di montagna? Dalle sue parole e dai suoi comportamenti deduciamo che non c'è cammino che in qualche modo non svii, così come non c'è sviamento che in qualche modo non ci riavvii su un cammino di verità e speranza. L'importante è essere sensibili alle pro-vocazioni cioè ai richiami visivi, sonori e olfattivi della natura, attenti al paesaggio artistico, flessibili nei confronti dei cambiamenti epocali, schivando gli estremi opposti dell'eccesso e del difetto, perché in medio stat virtus. Infatti, camminare in un eccesso di luce o in assenza totale di luce può essere esiziale, mentre nell'aurora e nel crepuscolo il cammino, come il meditare, è certamente più salutare. Insomma, camminare e pensare sono le due facce di una stessa medaglia alla cui conquista è d'uopo mirare se non si vuole diventare quel "sedere di pietra" che Nietzsche considerava come «il vero peccato contro lo Spirito Santo» (F. Nietzsche, "Ecce homo", Adelphi, Milano 2000, p. 37). A questo punto sorge spontanea la domanda: che cosa c'entra tutto questo con Capracotta? C'entra, perché a Capracotta si viene, soprattutto, per camminare e chi vi risiede tutto l'anno non può fare a meno di camminare, per diletto o per lavoro. La storia stessa di Capracotta, con i suoi alti e bassi, può essere, infine, interpretata come un cammino di fede, destinato a procedere, ce lo auguriamo tutti, di generazione in generazione. Aldo Simone

  • L'avvocato Ninetta (XXIX)

    Scena IV Totonno indi Cesarino e detto. Totonno – Signó, fora ce sta D. Cesarino Spaghetti che v'ha da dà na preghiera. Francesco – Uh! tu staje ancora ccà? Totonno – Mentre me ne steva jenno isso è venuto. Francesco – Fallo trasì e vattenne subito subito, nun perdere chiù tiempo, 'e capito? Totonno – Mò ve servo. (via) Francesco – E che vorrà D. Cesarino a quest'ora da me? Stammattina se sò dato 'a mano 'e marite. Cesarino – Illustrissimo signor Presidente, perdonate se vengo a disturbarvi a quest'ora, ma un affare molto grave m'ha portato da voi. Francesco – Voi siete il padrone di venire quando vi piace. Me fa meraviglia però st'affare grave che dite, sentimmo, 'e che se tratta? Cesarino – Commendató, voi siete stato il maestro, direi quasi il padre di mia moglie, e a voi posso confidare certi affari di famiglia. Io sono stato cacciato di casa da mia moglie e stanotte l'ho passata dint' 'a nu cafè 'e notte e ggiorno. Francesco – (Pure chisto!) Oh! e da me che vulite? Cesarino – Voi che siete così buono, mettetevi in mezzo a st'affare e fatemi riconciliare con mia moglie. Francesco – Chisto cerca pietà, chill'ato vò vendetta! Ma qual'è 'a ragione che ve n'ha cacciato? Cesarino – La gelosia caro Commendatore, la gelosia l'ha fatto vedere na cosa pe n'ata. Ha ditto che io faccio ammore cu n'ata femmena e perciò se vò dividere. Francesco – (Che fosse na scusa? Comincio a credere che Giacinto abbia ragione.) Oh! e nun v'ha ditto chi era st'ata femmena? Cesarino – Me l'ha detto, ma io non ve lo posso dire pecché si 'o sape 'o marito, quì ne viene il finimondo. Francesco – Ah! è maritata? Cesarino – Già. Commendatore, io ve lo dico in confidenza, ma voi mi dovete giurare che non lo dite a nessuno. Francesco – (E chisto è n'ato giuramento.) Lo giuro. Cesarino – Sappiate che è la moglie del Barone Chiappo! Francesco – (Vì che bell'ambo ch'ànno cumbinato.) Ci avrei scommesso. Cesarino – Vale a dì che ne sapiveve quacche cosa. Francesco – No, parola d'onore che nun ne sapeva niente, ma l'aggio immaginato da tutte chilli strille che facisteve ajersera. Cesarino – E allora quando siamo a questo, vi debbo dire che è vero che chella si è innammorata 'e me, ma a me nun me passa manco p' 'a capa, e perciò essa facette chella scenata ccà ncoppa. Francesco – (E và sbroglià 'a verità. Chillo dice che D.a Ninetta va mpazzia pe isso, chisto dice che 'a Baronessa s'è innammorata d’isso... e và te sbruoglie sta matassa.) E nun pozzo parlà!... Cesarino – Ma pecché parlate vuje sulo? Francesco – No, certe idee che me passano p' 'a capa pe vedé comme pozzo riparà stu fatto vuosto. Cesarino – E nun ce vò niente, cercate di vedere mia moglie e ditele che io sono innocente, che non è vero quello che essa crede, e così si persuaderà. Francesco – Abbasta che se fa capace. Cesarino – A voi vi sentirà certamente. Francesco – Tenterò e spero di riuscirci. (Si essa tene chillo capriccio ncapo che ne caccio?) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Una giornata a Capracotta

    Capracotta, in Molise, a 1.421 metri di altitudine, è conosciuta come una delle località fra le più nevose, non solo d'Italia, ma del mondo. Forse ricorderete che nel mese di marzo del 2015, in 24 ore, caddero più di 2 metri e mezzo di neve, facendole superare il record detenuto dal lontano 1921 da Silver Lake, in Colorado, con 193 cm. di neve accumulata in 24 ore. Nelle sue vicinanze c'è Prato Gentile, destinazione conosciuta dagli appassionati di sport invernali che amano lo sci alpino e lo sci di fondo, mentre d'estate è un luogo da visitare per i suoi prati e i boschi, da chi ama tranquille passeggiate o il trekking. Oggi speravamo di vedere un bell'accumulo di neve lungo le vie di Capracotta, ma ce n'era veramente poca. Invece a Prato Gentile ce n'era tanta e alcune persone andavano sugli sci o con gli slittini, mentre tante altre gustavano qualcosa di buono nelle baite affianco, accompagnandolo con un bicchier di vino o una birretta. Beh... devo dire che il profumo delle salsicce arrosto si propagava per tutta la montagna! Marcella Di Girolamo Fonte: https://www.facebook.com/, 19 dicembre 2021.

  • Giovanni Pollice ed Olaf Scholz

    Ho conosciuto Olaf Scholz quando egli era sindaco di Amburgo, non solo la città ma anche una delle sedici regioni tedesche, i Länder, dal 2011 al 2018. Essendo tesserato della SPD dal 1988 ed essendo stato presidente dell'Associazione della Confederazione dei Sindacati Tedeschi contro il razzismo "La Mano Gialla" (2008-2020), ho partecipato a tutti gli ultimi congressi nazionali della SPD. In quelle occasioni ho avuto modo di conoscerlo più da vicino. Egli, nato ad Osnabrück nel 1958 e cresciuto ad Amburgo - quindi della Germania del Nord -, è un uomo di poche parole, pragmatico e con un fiuto politico senza uguali. Al contrario dei sui predecessori, Scholz appare spesso più sobrio, più freddo e distante ma molto determinato. Famosa la sua frase: «Con me si ottiene quello che si ordina: guida, determinazione e perseveranza». Sono convinto che stupirà tutti quelli che lo sottovalutano. L'ultima volta che ci siamo incontrati è stato il 5 luglio scorso durante la campagna elettorale in una manifestazione del mio partito ad Hannover, alla quale ho partecipato con mio padre Donato, di 101 anni. Dopo il suo intervento non ha mancato di venirci a salutare insieme al Presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil. Come si può immaginare, sono molto soddisfatto della sua elezione che comunque avevo pronosticato in tempi non sospetti, quando in pochi ci credevano, e ripetuto più volte durante le mie vacanze in Italia in diverse occasioni. Questo mio ottimismo veniva visto da tanti più come un mio desiderio che come una reale possibilità. Ricordo bene le parole di un nostro noto compaesano che mi disse testualmente: «Lo dici per dire, ma questo non avverrà mai!». Sono convinto che il mite e competente Scholz possa essere il garante di una politica europea che riavvicini i ceti più deboli ai partiti che si battono per la giustizia sociale e contro i populisti e i razzisti. Tutta l'Europa ne ha bisogno. Giovanni Pollice

  • Inno a san Sebastiano martire

    Sebastiano, invitto santo della Chiesa universale, a te salga accetto il canto che inneggia tua virtù. Al Re unico e Signore giovinezza tua votasti, della fede difensore contro il barbaro furor. La virtù del tuo coraggio fu vigore al nuovo Credo e ai trepidi qual raggio fra le tenebre brillò. Quelle frecce che miriamo come gemme sul tuo corpo sono segni che troviamo sulla croce di Gesù. Il tramonto tuo fu aurora per la fede e la tua gloria, e il tuo sangue è seme ancora di evangelica bontà. Sebastiano amabil santo, Capracotta tu proteggi, sii sua gloria e guida e vanto, ora in terra e un giorno in Ciel. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Preghiere e canti dell'anno, S. Giorgio, Agnone 1987.

  • Capracotta di Antonella Giroldini

    Stazione climatica e sciistica, Capracotta si stende a cavallo di una sella montuosa, delimitata dai monti Capraro e Campo che fa anche da spartiacque tra la valle si Sangro e l'alta valle del torrente Verrino, affluente del Trigno. L'abitato, tra i centri più alti dell'Appennino, è immerso in un paesaggio di rara bellezza, scarsamente antropizzato; l'isolamento geografico, indotto principalmente dalle severe condizioni climatiche (sul muro di una casa sono segnati i livelli raggiunti dalle nevicate più cospicue), ne ha preservato la matrice ambientale. Capracotta è oggi un attrezzato punto di riferimento per gli amanti dello sci di fondo e vanta uno storico Sci Club, fondato nel 1914. Antonella Giroldini Fonte: https://antonellagiroldini.me/, 23 aprile 2016.

  • Modesto Della Porta, un poeta dialettale abruzzese

    A distanza di oltre ottanta anni dalla morte, Modesto Della Porta è più che mai vivo nella memoria e nel cuore dei suoi paesani di Guardiagrele e di tutti gli abruzzesi. Di lui si tramandano numerosi aneddoti, i suoi versi sono ormai pronunciati come proverbi. Sono un patrimonio di memoria e di saggezza, riflettono sul senso della vita e sulla rassegnazione alle precarie condizioni della vita umana. Trovano nella ironia, nella satira e nel sottile umorismo quasi uno strumento del momentaneo riscatto. La critica ufficiale riconosce l'originalità e la validità della sua poesia. Abile e acclamato dicitore dei suoi versi, riscuote anche oggi la stima e la considerazione di tanti cultori del dialetto abruzzese. Il bisogno di esprimere la gioia incontenibile di questo "poeta sarto" nasce da profonda attenzione all'uomo del suo tempo. Descrive i pensieri, i sentimenti e le sensazioni con spontaneità e immediatezza, con linguaggio scarno ed essenziale, vivace, fluido e saporoso. Osservatore attento della vita e delle abitudini, usa la parola e il dialetto per farsi capire, con umorismo sottile e delicato, anche quando tratta dei temi religiosi. Nei suoi versi risuona la voce del popolo tra vicoli e piazze, suscitando emozioni e sensazioni che incantano. Rinsaldano il legame con la comunità di Guardiagrele per il valore di umanità e di poesia che essi contengono. Rimane indubbiamente il migliore interprete dell'anima della sua gente. «Non ride, né irride, ma sorride dolente, e forse anche compiaciuto, delle situazioni tragicomiche, cui spesso si vanno a cacciare quanti oscillano tra superstizione e credulità superficiale» dice F. P. Giancristofaro. Calore umano, umorismo gentile e genuino, incantano ed affascinano ancora i suoi lettori. Distaccato osservatore riesce a trascrivere ogni battuta della parlata guardiese con termini e parole semplici, efficaci e sapide. Partecipazione empatica, ironia sottile e talvolta graffiante, forte senso della misura accompagnano le sue descrizioni, i suoi temi preferiti e i suoi personaggi. Essenziale e stringato il suo linguaggio, tipico degli uomini pratici, vivace e immediato il dialogo, riescono a trasmettere partecipazione e sensazioni condivise. Due temi vorrei sottolineare del suo vasto e vario repertorio artistico: la fede e la pietà. Il poeta non intende trattare questi temi con superficialità e leggerezza. Rispetto e riverenza, attenzione e sacralità, sottile ironia e umorismo gentile, senza scadere nella profanazione, persistono simpaticamente nel trattare questi temi. Ha la coscienza tranquilla e serena, che traduce una sostanziale correttezza morale, fondata sulla tradizione cristiana. Arguzia e sapienza del popolo, insieme ai tormenti quotidiani, affiorano nei suoi versi. Nati in ambiente di paese, scritti da un uomo che ama intensamente la vita semplice dei suoi concittadini, i suoi valori, le sue passioni elementari, le sue manifestazioni primitive, i suoi versi traducono movenze e malizie popolari. Il lettore avverte l'atmosfera di festa della gente semplice, della fede vissuta in famiglia, si contenta della gioia fugace di una festa paesana. Trasmette la sua affettuosa compartecipazione, quasi la compiacenza e la tenerezza, con cui descrive l'umile realtà, che fu anche la sua. Nell'uso del dialetto guardiese sceglie dei vocaboli intraducibili in italiano, che posseggono ricchezza espressiva, colore e significato proprio del vernacolo di Guardiagrele. Non sono nati nella solitudine della sua stanza, ma nel connubio d'anima del poeta con il sentire del suo popolo schietto e semplice. La fede, autentica, senza tanta teologia accademica, ma con una teologia dentro che non sbaglia, perché c'é un'anima che pensa, c'è un cuore che pulsa, c'è lo Spirito dietro. Se la persona "si chiude a riccio", azzera ogni desiderio, frena ogni impulso. Porte aperte a chi si avvicina alla fede, perché è umanizzante, accogliente, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto, quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. La fede vede nella misura in cui cammina "sulle strade della vita", senza cammino non si vede e si parla a vanvera. Fede è anche riuscire a vedere quando non si vede niente, riuscire a vivere anche quando sembra di non farcela. Fa superare le tempeste della vita e la nebbia del dubbio, senza perdere mai la direzione. E fa acquisire una dimensione nuova delle cose, perché si abbandona a Dio liberamente. Fede, fiducia, fedeltà, confidenza, affidamento hanno la stessa radice ed indicano una direzione da dare all'esistenza. Dio è in fondo alla strada come un mondo che si apre, un abbraccio caldo, onda di luce e di pace, gioia di vivere. Dare del tu a Dio pregando, sentirlo vicino, dimenticare sé stesso, indica una presenza, un aiuto e una protezione. Nella poesia "Lu timore de Ddije" si riflettono in parte questi pensieri: «Ddie, nostro Signore, criò l'omo e je mittì lu core. [...] Il mondo è una camminate e quande tu à da fa quacche viagge / che dure allonghe e a nu paese nove / anche se è serene e 'nche lu ragge / lu sole abbrusce, purtete lu 'mbrelle: se chiove tu le èpre, e se nen chiove / che fa ca sci purtate chelu 'mbrelle?!». L'ombrello può simboleggiare Dio. Un'altra piccola riflessione è colta ne "Lu destine": «M'arevenne a 'mmente / de quande Mammarosse certe sere / parlave de destine: "È gnì lu vente / dicé – n'i vede e suffie, dà le stratte / t'accide e t'accarezza, è nu mistere! / Mo, pe ddù solde... E chi nense l'accatte?». L'umorismo sottile affiora anche in questi ultimi due versetti con l'accettazione del destino. Un'amara considerazione sulla vita è espressa in "Cicche 'mbriache". «Sta pelle! Cumpà 'Ntò, che è sta pelle? Povere fesse! Ti facè 'cchiù fine! E queste è 'gnì na rote de castelle: / nu spare, 'ddù sillùstre, na aggirate / e po'... na puzze di cart' abbrusciàte!». Realismo schietto, tinto di cupo pessimismo. In un'altra poesia, "Lu privilegge de lu disperate", le sue riflessioni esprimono pessimismo soffuso e reale, con queste crude parole: «Sopr'a stu munne / lu disperate queste te' di bbone: / che 'mmezze a tante guaie s'asciacque. / Lu pesce, quande chiove, nen se 'mbunne / pecché? Pecché ce stave 'mmezz'a l'acque». In un quadretto di 14 sonetti, "Lu 'mbise", il pessimismo sale di tono e la fede e si conclude con la rassegnazione: Sta pelle nostre jé de lu Signore tu l'adda suppurtà gna scì l’avute e le sa Isse quand'arrive l'ore. Ca mmé me la spiegate Don Micchele e nche cullu nen ce sta da pij'a rrise. Pauperes tutos vostrum regnum Cele tutte le puverille 'm Paradise. Dunche, j stenghe 'mmezz 'a ffam e ggele alloche aspette balle feste e rrise. Dun Pasquale, se queste jè Vangele nn'è fesse chi ni intre 'm Paradise. Nella stupenda rievocazione, "La Novena di Natale", viene espressa tutta la gioia e la tenerezza di vedere gli zampognari (scupinàre). I fanciulli, in particolare, la gente del paese che partecipa alla novena e zì Pasquale, vengono descritti con rispetto e quasi con venerazione: «Facce senza na magagna, / rusce de cuntentezza e de calore. / E zì Pasquale suffiave 'nghe la vocche / e 'nghe lu core, e chelu sone / mi paré nu cante. / La notte de Natale è notte Sante. / Fa na sunate sole sempre quelle / fa na sunate sole e sempre bbelle / Mannagge! Haje paure ca stasere / m'abbracce zi' Pasquale e... la scupine!». Poi un segno di festa e di gioia: «Ecchete arrive 'Ndree, lu cantenire / 'nche nu vucale 'mmane e ddu bicchire / Si fece nnanze misurà lu vine / e disse: "Avante! Vive zì Pasquale! / Trent'anne che ce sune ssa nuvene / e da trent'anne che ce vuleme bene!" / La gente si smuvì. Se ne j'une / e n'atre appresse, e gna s'alluntanave/ la neve bianche e frolle arimantave / le pedate. Nci stave cchiù nisciuine. / Ma j'aristive accante a core a core pe' dirie: "Zi Pasquà, steme a ll'Abruzze! / Lu campanone di vintiquattrore / sunà tre stucche come tre sijuzze». La pietà può avere quattro significati. Dono dello Spirito Santo, insieme alla sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio. Commiserazione, accoglienza, misericordia, comprensione, condivisione: indicano alcuni atteggiamenti umani. Vicinanza, rispetto, attenzione: virtù familiari che ricordano il «pius Eneas» di tradizione latina, che porta sulle spalle il padre Anchise e stringe tra le mani il figlio Astianatte. Pietà popolare e religiosità popolare, sono come forme che ammortizzano la distanza tra Vangelo e vita vissuta. I doni dello Spirito sono disposizioni permanenti che rendono l'uomo docile a seguire le ispirazioni divine e rendono efficaci i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, confidenza, castità». La pietà come atteggiamento umano, richiama gli atteggiamenti del buon samaritano, si fa vicino e prende cura. E disposizione abituale a fare il bene al prossimo. Sono maniere semplici, indizio di grande merito. Ricordo un esempio di comprensione umana: "Lu zingre": O zingre! Si tu fì 'sse marachelle t'a nomme cumbatì, ca ssu mestiere te l'anne fa da quatrarelle Pover'a te c'a da 'spettà la sere pì ì rubbenne quacche gallenelle! Chi jè che t'a 'nzegnate lu duvere? Pi scrive t'anne date lu curtelle! Pe scole scì tenute la galere! Ma quande ce ne stanne de latrune che porte guande gialle e jè 'struite, e quande arrubbe acchiappe le miliune, ammarce 'nghe carrozze e ffa la vite… Ma quille nna' paure: arresta fore anze le nomme fa cummendatore! La pietà non solo indica la paternità di Dio, come la paternità umana del pius Eneas, ma insegna anche a pregare per impulso interiore, implica contemplazione, dialogo con Dio, dandogli confidenzialmente il Tu. La pietà popolare manifesta una sete di Dio, che solo i semplici e i poveri possono conoscere e che «rende capaci di sacrifici e di generosità, quando si tratta di manifestare la fede» (Paolo VI). Nel cuore dei credenti c'è un vuoto che solo Dio può colmare. «Il senso religioso del popolo ha sempre trovato diverse espressioni nelle varie forme di pietà che accompagnano la via sacramentale della Chiesa [...] quali processioni, rosario [...] la luce della fede illumina e favorisce le forme autentiche della pietà popolare» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 353). Modesto Della Porta analizza, tra il serio religioso e il faceto ironico, e descrive la processione nella festa di S. Donato, nei dieci sonetti "La cocce de San Dunate". Stave già pronte la prugessïune, ma san Donate n'avè' 'scite ancore, picchè, dentr'a la chiese, li cafune avè' 'ncucciate pe' 'ncollà lu Sante e certe strille si sentè da fore... Ma, quande si truvà sott'a la porte sbattì lu musse 'n facci' a lu passande. Nu scrocche, nu remùre crichelùgne, e po' la cocce di sante Donate fece na 'ntrambïate che gni quande stav'a magnà nu lécen'appirùgne… e si spaccà gni nu merecanàte! – Ma, – fece lu Preposte, – san Donate è sempre san Donate benedette; però san Giuvacchine, scià lodate, manche è scarte! E quande ci si mette le fa da mastre... – Schiuvète san Donate. Quatrè, stetev'accòrte 'nche 'stu San Giuvacchine... Acchiapp'arrète, piane! N'avess'avè' la stessa sorte… Mettète 'ncolle… Pòpele, sfilète!–, strillà zì' Gisuvè, – Larg' a la porte… – Tra bbumme, bbande e sone de campane, cungréhe, 'ntorce, conche e virginelle, s'arimittì 'n camine a mane a mane. Nisciùne addummannà c'avè' successe, le prìiete archiappà' lu riturnelle e la prugessïune 'scì lu stesse. La devozione a san Donato, nel racconto del poeta, si esprime in termini semplici e paesani, con accenti che rasentano la superstizione, ma traducono una fede-fiducia tradizionale che si affida all’esempio dei santi. Malinconica indifferenza e sottile ironia traducono gli ultimi versi: «Nisciune addumannà c’avé successe / li prijte arricchiappà lu riturnelle e la pruggessione scì lu stesse». In fondo al cuore di ogni uomo si cela la silenziosa la nostalgia di Dio... la devozione ai santi la riaccendono. Un ultimo richiamo alla poesia di Modesto Della Porta è "Serenate a mamma", che l'autore pone all'inizio della raccolta "Ta-pù". Nei versi c'è tutta la grandezza e la tristezza, la fragilità e la felicità non solo dell'autore, ma di ogni essere umano. La consapevolezza della necessità di una infinita comprensione, di un cuore immenso e buono che solo la mamma o chi conosce nell'intimo (forse Dio?) può avere. L'autore presenta per sé il destino di chi mai avrebbe suonato uno strumento da solista, ma trova la speranza di cogliere momenti di serena ispirazione: «Ma zitte, ca se ccojie lu mumente / capace che l'accuchie na sunate». Sente il bisogno incontenibile di esprimere la gioia della serenata improvvisata alla mamma. «Quande lu vicinate s'arresbejie / sentenneme sunà, forse pu' dire / Vjiate 'a isse che gna sta cuntente». E con profonda serietà e confidenza, umiltà e rassegnazione esprime il suo dolore, come di chi stringe i denti e si "sfoga" con la mamma: «Ma tu che mi cunusce nen ti sbejie / li sì ca ogne suffianne jé nu suspire, / li sì ca ogni mutive jè nu lamente». Questo linguaggio scarno e filiale imprime vitalità e sincerità alla serenata. Attenua la sofferenza, non la smorza. La magia della parola dà un senso alla vita, rinsalda i legami materni, trasfigura il dolore, sottolinea l'intimità del rapporto figlio-madre. In una terzina, "Fiure de mundàgne", tratteggia queste effusioni: «La mamma vustre preghe ma nen chiagne / dentre a lu core chiuse te nu pegne / perciò se sta cujete e nen 'nze lagne». L'unica forza capace di conquistare il cuore è la tenerezza e il silenzio. Il rapporto e la relazione affettiva crea un'intimità stabile e fedele, si lascia trovare quando abbiamo bisogno, è via percorribile sempre, anche quando sembra di smarrire il cammino. Incanta e attrae, piega e vince, apre e scioglie, è la forza irresistibile della sua dolcezza. Modesto Della Porta ha colto questi momenti sereni e li ha tradotti in versi delicati, colpito dal cancro ai polmoni, muore a 53 anni a Guardiagrele. Osman Antonio Di Lorenzo

  • L'avvocato Ninetta (XXVIII)

    Scena III Totonno e detti. Totonno – Signó, avite chiammato? E comme, Vosta Eccellenza s'è scetato e nun ha sunato p'avé 'o cafè? Francesco – Po' se ne parla d' 'o cafè, pe mò puorte a Giacinto dint' 'a camera mia e 'o faje cuccà nu poco, po' quanno se sceta le daje tutto chello che vò isso. (Povero amico, ha bisogno di riposo e di cura.) Và, và cu Totonno, fà il tuo comodo tuo. Cerca di calmarti coi nervi... e con la capa. Giacinto – Grazie Ciccio mio, nelle disgrazie si conoscono gli amici. Francesco – Và... Và... Totò tu accompagnalo e po' tuorne ccà. (Giacinto e Totonno via, poi ritorna solo Totonno) E chist'è pazzo veramente. Chisto è n'affare che nun pò ghì accussì, io me tengo nu pazzo int' 'a casa? Mò sa che faccio, scrivo nu biglietto 'a mugliera e 'a faccio venì ccà, cercherò alla meglio di conciarli. (scrive su di una carta da visita e poi legge) Il Comm. Lanterna, desidera parlare urgentemente alla sig.ª Baronessa di Capracotta per un affare di suo marito. L'attende a casa... Và trova si 'o capisce, me pare che nun sape leggere, basta nc' 'o faccio dicere pure a voce da Totonno. Totonno – Eccome ccà, che vulite? Francesco – S'è cuccato Giacinto? Totonno – L'aggio accunciato 'o lietto, po' m'ha ditto vattenne e porteme nu vestito pe quanno me sceto. Ma signó, chillo è ghiuto a sfrenesià? Francesco – Ah! te ne si addunato? Totonno – Già, parlava isso sulo e diceva: Tutto a te ti offro le mie mazzate... e po' diceva, nuje volimmo sta aunito comm'a doje turturelle... nce cevammo tutt' 'e duje... Francesco – È pazzo! è pazzo! Siente buono a me. Tu avarriss' 'a fà nu zumpo ncopp' 'o Corso, e avarrisse purtà stu biglietto 'a mugliera 'e Giacinto, sulo accussì nc' 'o putimmo levà 'a tuorno. Totonno – 'A vulite fà venì ccà? Francesco – L'aje indovinato. Sì, portala subito ccà. Pigliate na carruzzella e falla pure aspettà, basta che m' 'a puorte subito ccà. Totonno – Nun ce penzate che io tanta chiacchiere le dico che 'a porto cu mmico ccà. Francesco – Bravo, mò vedimmo se si ommo. 'A piccerella, chella gioja mia, che sta facenno? Totonno – Dorme a suonno chino, chella manco pe 4 se sceta. Francesco – E nun 'a disturbà. Nun le facimno sentì tutte sti storie. Dunque Totò, và subito e nun perdere tiempo. Totonno – Facite cunto ca mò sto ccà. (via di fretta) Francesco – Chi me cecaje 'e mannà Giacinto da D.ª Ninetta pe passà sti quatte guaje. Io nun pozzo proprio credere a chello ch'à ditto. D.ª Ninetta è na giovine seria, onesta... comme le puteva venì stu capriccio. L'avesse fatto pe pazzia. E po' essa pazzea e io nce vaco p' 'e forze!... E mò le prode 'a capa! Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Il tritòno... la musica del diavolo!

    Ascolta la pioggia di mandolino, ascolta la musica sul lago. Oh, ascolta il mio cuore spezzato... [B. Hornsby] Su ogni scala musicale può realizzarsi un accordo che viene ad essere composto da sei semitoni e quindi da tre toni: prendete un tasto del pianoforte e aggiungetene altri sei bianchi e neri in successione. Appunto il "tritòno"! La sua caratteristica - e i musicisti mi perdoneranno la semplificazione - consiste nel fatto che risulta essere molto difficile da intonare per i cantanti e particolarmente "instabile" all'orecchio. Necessita di una pronta "risoluzione" a salire o scendere perché può essere considerato una "quarta aumentata" (nella scala di do maggiore: do-fa diesis ), o una "quinta diminuita" (do-sol bemolle). Questa caratteristica risuonava alle orecchie dei nostri antichi molto sgradevole! Nel Medioevo ne veniva sconsigliato l'uso perché ritenuto evocativo del demonio e non solo per il suono ma anche perché la ripetizione per tre volte del tritòno, quindi tre volte le sei note, generava il numero della bestia: il 666, con tutte le implicazioni simboliche del caso. Si racconta anche di bolle vescovili o papali di divieto, orientate in tal senso. Venne e viene molto impiegato nella musica horror ma lo usava anche Liszt per le scene riservate al diavolo (Dante). Detto fra noi, ricorre moltissimo anche nelle composizioni dei Black Sabbath, anche se questi negano il simbolismo pur confermandone l'uso per l'effetto che ne deriva. Guardate un po': è la nota emessa dalle sirene delle forze dell'ordine e delle ambulanze con lo scopo di richiamare con forza l'attenzione. La capacità evocativa della musica è sempre stata ritenuta importantissima in qualsiasi epoca: va evidenziato che il nervo acustico, come l'olfattivo, è strettamente connesso con le parti più profonde e primordiali del nostro cervello e quindi un suono, al pari di un profumo, ci porta a ricordare eventi e sensazioni sopite da tempo. Posso aggiungere che l'udito è ancor più preciso della vista: la mescolanza di tutti i colori della luce genera il bianco ma, ascoltando per esempio un'orchestra, possiamo distinguere le varie note e riconoscere i singoli strumenti ed eventualmente l'orchestrale che prende la "stecca"! Gli antichi musicisti parlavano pertanto di «muovere ad affetto». Altra curiosità tra le tante sta nello "spartito del diavolo" di Lucedio, un brano "a canone" dipinto sulla parete di una finta cantoria in un'abbazia abbandonata in provincia di Vercelli. Si dice che suonare il brano in un senso possa richiamare le potenze oscure mentre eseguendolo al contrario si ottiene un effetto di protezione dal maligno o di scacciarlo quando evocato. Non conoscendo il giusto verso, ho evitato qualsiasi esecuzione... In realtà la definizione di diabolus in musica d'origine medievale, attribuita a Iacopone da Todi, e da cui poi si è costruito il tutto, serviva ad esaltare la durezza di questo suono e l'incertezza dell'ascoltatore che rimaneva in attesa della risoluzione. Di conseguenza per il compositore un'ammonizione a risolverlo o, meglio, ad evitarlo visto anche il diverso modo dell'epoca di accordare gli strumenti e di concepire la geometria armonica. Lo volete intonare? Pensate a Bernstein in "West Side story" e, cosa non facile, cantate "Marìììa" soffermandovi sulle "ì"... cercando di non eseguire la "a". Non so se vedrete le fiamme e sentirete la puzza di zolfo ma sicuramente dopo poco ed istintivamente eseguirete la risoluzione per non restare "appesi"! P.S.: Grazie alla prof.ssa Susanna Quagliariello che, con un suo articolo, mi ha fornito mezzi più idonei per una migliore spiegazione e comprensione dell'argomento. Francesco Di Nardo

  • A che cosa stai pensando?

    Quando entro nel mio profilo mediatico la prima cosa che appare è: «A che cosa stai pensando?». Spontaneamente viene da pensare che il "grande direttore" inviti a condividere una riflessione, una emozione, cosa pensiamo degli accadimenti del mondo. Fantozzianamente diresti: «Come è buono Lei» che offre questa opportunità a noi abitanti del pianeta. Purtrppo il "direttore" mi ha messo in una black list, e non per la forma di solito corretta e ironica dei miei scritti, bensì per una non gradita sostanza; quelle 5 paroline le leggo quasi in tono di minaccia: – Ehi coso, dimmi pure cosa pensi, ma il giocattolo è mio e se non collima con il pensiero "politicamente corretto" da me deciso, può essere che ti sanzioni. Il social, di cui scrivo, non é il "Bollettino della Parrocchia di Capracotta di Sotto", coinvolge miliardi di persone del pianeta in una dimensione sovranazionale, ed è quindi tutto sommato un influencer del pensiero comune. Toni Montone Fonte: https://www.facebook.com/, 16 settembre 2022.

  • Organisti liturgici

    Non cerchiamo applausi o passerelle ma ci impegniamo per rendere al meglio lo spirito di chi ha composto i capolavori del sacro. Veneriamo i nostri maestri pur sapendo che non saremo quasi mai concertisti, ma, sempre con il libro degli esercizi sul leggio, rispetteremo chi fonde professione con liturgia e palcoscenico: da loro possiamo solo imparare. Mai rassegnati a buttar giù quattro accordi, soffriamo quando arriva la sensazione di non aver dato abbastanza o di sbagliare. Attraverso le nostre mani organi storici o sgorbi musicali muovono comunque la spiritualità di chi cerca e invoca il Motore del Creato. Vigiliamo sui nostri strumenti ne curiamo il funzionamento senza chiedere nulla, nemmeno un "grazie", che poi, quando arriva, è sempre un balsamo per il nostro cuore, fremendo quando i restauri non arrivavano mai. Gratitudine verso chi ci ha chiamato a questo servizio: sarà sempre un blasone sulla nostra giacca. Sentendoci al di fuori delle celebrazioni, riflettete: non stiamo pestando tasti per divertimento o vanità personale, non ci prepariamo per aggiungere una colonna sonora alle funzioni ma studiamo per donare un rinforzo alla vostra preghiera, anche se qualcuno si lamenta poi di non poter chiacchierare tranquillamente nella navata. E, a pensarci bene, forse stare all'organo è l'unico modo di pregare che conosciamo. Non passeremo mai completamente una festività con la nostra famiglia o i nostri cari a cui sottrarremo tempo e affetto, ma se apprezzate il nostro lavoro non chiedeteci mai perché lo facciamo o chi ci obbliga a farlo. Siamo organisti, organisti liturgici. Francesco Di Nardo

  • Nonna Maria Rosa Mercurio

    Rosa Maria seguiva papà Girolamo nel Millenovecento a Gioia Tauro, imparò a leggere, scrivere, e far di conto nonno Pasquale e sua moglie, durante il suo andamento Caterina Cannizzaro, un gruppo che ignorava lo sconto la madre Caterina Nicolò e la zia pedinavano da presso nei campi di Rizziconi, ove i Mercurio avevano dimora per un dato tempo di vivere a Drosi fu dato il permesso nei paesi di Iatrinoli e Radicena di poter sostare ancora Sposata, da Giorgio Salvatore, nella cappella Piromallo barone di Fossato, ma, pure conte di Montebello Jonico marchese di Saline e duca di Capracotta c'aveva il callo in paese era stimato perché aveva un dinamismo tonico I bastimenti spostavano masse di emigranti in America Stati Uniti, Canada, Argentina alla fortuna e al destino meta anche il porto di Genova, e la nonna stratosferica nella terra dei ciechi, con un solo occhio ma sopraffino trasferiva ansia, stress ed emozioni, dentro alle missive Allora non trasvolavano gli aerei e i telefoni erano muti unico mezzo di comunicazione, per l'Asia e le Maldive l'Africa, l'Australia, la nave per grandi, piccini e canuti Dal paese di Fossato Calabro erano partiti gli emigranti pochi stracci, nella valigia di cartone, in terra promessa molti son decollati da nani e poi son ritornati da giganti col tesoretto in tasca, maritarsi, vincere una scommessa Alcuni tornavano presto all'ovile piegati dalla nostalgia i malati pregavano: non voglio morire in terra forestiera i duri pensavano al lavoro, come annientare la pubalgia venire a Polsi dalla Madonna tramite la casa cantoniera Le vedove bianche, di San Luca, zompavano le fiumare spesso scivolando in mezzo ai flutti poi il ritorno a casa Scarpazza, Marcelluzzo e Calamaci, erano da transitare Ma gli abitanti di Ruvulu, rischiavano di vedersela rasa Il solo mezzo per raggiungere con una lettera i loro cari Rosa Maria sposata fresca vent'anni, ch'aveva la penna la vispa teresa rasserenava cuori infranti e destini amari A Melbourne, Pretoria, sul Mississipi, pure sulla Senna Da Fossatello e Casaluccio varcando Jovani e Maranina salivano fiduciosi, e con la sporta piena di doni e offerte Per tradurre i pensieri delle malcapitate erano una spina nel fianco ed a casa di donna Rosa le porte erano aperte Tre marmocchi, Generosa, Filomena e Nino in famiglia tenevano occupata la mamma che non sapeva come fare le mogli degli emigranti, baliavano, senza battere ciglia le lettere ripartivano e ritornavano, e si poteva campare Pian pianino, le signore appresero le lettere dell'alfabeto la maestrina fu molto paziente, le missive sgrammaticate al termine, le donne, non caddero più nel fango del greto impararono i rudimenti ed alla fine si sentirono appagate Erano leggibili le epistole, quando s'iscrissero alle serali non aveano più bisogno di Urgori, e non della maestrina anche perché, erano arrivati altri marmocchi fenomenali maschi, Guarino, Girolamo, femmine Pasqua e Caterina insegnarono ai loro principianti e, non erano più bendate con, Francesca, Filomena, Domenica, Agata e Antonella Giovanna, Maria, Carmela, Giuseppina e Lucia maturate i primordi della scrittura, in attesa di prendere la cartella Dal Serro al Mulino, ìvano tutti da Mercurio Maria Rosa per spedire le loro valutazioni e le angosce ai loro mariti poi salirono a Pirareda, a portare un fiore dove lei riposa Or un nipote prega sulla sua lapide e quella dei ghermiti Era quasi nonuagenaria l'adorabile nonna del giornalista gli ultimi anni della sua vita trascorse nella via Morisani lucida, allegra e vitale, tutti i sensi a posto e pure la vista al suo funerale intervennero in massa sconvolti i paesani non speculò sui bisogni no della sua gente la rizziconese senza stipendio, né salario, senza mai ricavare un carlino allora imperava il baratto e, non c'era spazio per le spese i paesani vivevano con la roba, ed i prodotti del giardino Riciclavano tutto anche lo sterco degli animali da cortile asini, buoi ed i cavalli e per i divertimenti la terra battuta birilli, noccioline, ciappe, riano, carè, e con la foga ostile 24 la volpe, pirillo, quattro cantoni, Maria la serva astuta La carne solo a Pasqua e Natale, non c'era il congelatore fungeva da frigorifero il fresco della notte l'acqua gelata spesso banchettavano cani e gatti, danno e, pure il dolore finiva, che lissa e felini beccavano rimbrotti e una pedata Per i matrimoni, i battesimi, cresime la prima comunione non si usava la sala azzurra, rosa e nemmeno il ristorante c'era la rua e un basso più capiente al castello del barone la moglie, proseguiva, con il lavoro di nubile e stremante. Domenico Salvatore

  • Polvere di cantoria: un Natale difficile

    Pochissimi anni dopo la bella avventura natalizia di cui vi ho parlato in un precedente "sbuffo di polvere" (qui) ci preparavamo ad affrontare, insieme a Serafino, un'altra notte di Natale. Ma a partire dal giorno 22 dicembre il meteo dichiarò guerra. Una forte bufera... anzi: la solita bufera! Il punto stava nel fatto che Serafino era ancora a Campobasso e io mi trovato a Rieti. Il pomeriggio del 24 una telefonata di Serafino mi comunicava che nevicava anche in città e mi accorsi che qualche fiocco cadeva anche sull'Alta Sabina. Capracotta, per entrambi, era purtroppo irraggiungibile. A salvare le sorti della veglia fu la disponibilità e la presenza in paese del giovanissimo amico, e anch'egli compagno di studio all'organo: Giuseppe Di Rienzo. Tuttavia aveva scarsa conoscenza dell'Oratorio di Natale e lo sprovveduto che racconta non aveva ancora mai avuto la prontezza di stenderlo su carta. Fino a quel momento gli organisti se lo tramandavano "a voce" e ne esisteva qualche cenno in delle audioregistrazioni amatoriali. Con una di queste - e col telefono cellulare (agli albori!) - Pino (consentitemi il diminutivo), credo in piena tempesta emotiva, salì all'organo poche ore prima della messa di mezzanotte. Da Rieti gli spiegai i passaggi, i registri, la posizione delle mani e il ritornello di azionamento delle "scopine". Il primo scoglio da superare per un novello organista liturgico è la capacità di recuperare da una "svirgolata", non tanto per rimettere in carreggiata il brano, quanto per evitare o sconfiggere quel momento ovattato e fuori dalla realtà in cui ti accorgi che stai "deragliando", mentre hai gli occhi - e le orecchie - di tutti puntati addosso, la voglia di piantare tutto e volare giù dalle scale in maniera invisibile. Si rischia il "blocco". Credetemi, non fu facile ma il volenteroso giovane organista Pino si dimostrò veramente in gamba e la veglia di Natale trascorse bianca e celebrata dall'organo con il suo coro. Il "novellino" ebbe così il suo battesimo da organista della Collegiata... e che battesimo! Ecco un altro ricordo emerso dalla "polvere di cantoria". Il coro è sceso, le luci si affievoliscono, ed io chiudo i registri, spengo la luce del leggio e disattivo il soffiatore mentre il profumo dell'incenso si disperde nelle volte della Chiesa Madre insieme al riverbero dell'ultima cadenza. P.S.: Breve cenno di organaria: La "scopina", o "regale fisso", è un registro ad ancia, dove il suono è prodotto da una linguetta che vibra, armonizzato da un padiglione (risuonatore), a differenza delle canne classiche dette "registro ad anima". La scopina emette un suono fisso accordato sulla nota in quinta (V° grado o dominante) della tonalità di esecuzione del brano proprio come avviene nella zampogna. Ad esempio: suonando in sol maggiore alternerò il sol maggiore (tonica) con la dominante: re maggiore. La quinta di sol è re che poi è la fondamentale del re maggiore. Quindi la scopina, in questo caso, emetterà il re (tonalità della "Ninna nanna al Bambino Gesù"). Francesco Di Nardo

  • L'avvocato Ninetta (XXVII)

    Scena II Francesco e detti. Francesco – Nun se pò durmì manco nu poco cuieto, stevo 'o meglio d' 'o suonno, quanno hanno fatto na scampaniata accussì forte che me sò scetato 'e soprassalto. Chi è ha scampaniata accussì forte? Giacinto – Cì, perdoneme, sò state io. Francesco – Tu? a chest'ora ccà?... e vestuto 'e chesta manera? Giacinto – Ciccio mio, io sono il più infelice, il più disgraziato dei mortali. Se te raccontasse tutt'e guaje miei sono sicuro che te farrisse na picciata assieme cu me. Vogliamo piangere na mezz'ora tutt'e duje? Francesco – Io nun ne tengo nisciuna volontà, si vuó piangere tu sulo si 'o patrone. Giacinto – Neanche il sollievo delle lagrime è concesso agl'infelici. Francesco – E tu chiagne, che vuó 'a me. Ma famme sapé che t'è succiesso? comme te truove ccà? Giacinto – Devi sapere che dopo il chiasso di ieri sera, nuje nce simme ritirate a casa. Figurati comme steveme, parevamo duje cane arraggiate e abbiamo preso la via del letto. Francesco – Bravo! Giacinto – Nu me fosse mai cuccato, appena me sò puosto dint' 'o lietto, la signora Baronessa che teneva nascosto nu mazzariello sott' 'o cuscino, l'ha pigliato e m'ha conzignato cierte batoste... Francesco – E tu naturalmente hai reagito? Giacinto – Seh! reagito, chella manco 'e carabiniere 'a ponno tené. Francesco – E dunque t' 'e tenuto 'e mazzate? Giacinto – Me l'aggio avuto tené pe forza. Ma pe nun avé 'o riesto aggio afferrato sta vesta 'e cammera e sta coppola e me ne sò fuggito p' 'e grade. Francesco – E essa t'ha secutato mmiez' 'e grade? Giacinto – No, m'avesse secutato, sarriano corze gente e l'avarriano tenuta. Ma invece ch'à fatto? Ha chiusa 'a porta e m'ha rimasto mmiez' 'a scalinata na nuttata sana. Francesco – E tu nun te ne sapive j a na lucanna? Giacinto – E comme nce puteva j, io steva cumbinato 'e chesta manera, senza nu soldo dint' 'a sacca. E po' è stato meglio che me sò stato zitto, si no 'o guardaporta se n'addunava e aveva aprì 'o purtone apposta pe me. Perciò aggio sofferto fino a giorno e appena s'è apierto 'o purtone so curruto ccà. Francesco – E 'e cammenato p' 'a strada 'e chesta manera? E t'hanno fatto cammenà cuieto? Giacinto – T'ho pregato ca nun teneva manco nu centesimo. Francesco – Nzomma te l' 'e fatto 'a pede 'a copp' 'o Corso fino a Foria. E 'a gente che t'à visto p' 'a strada và trova ch'ànno ditto. Giacinto – Io a chiunque me guardava diceva: è nu voto, è nu voto. Ma s'è fatta na folla 'e guagliune appriesso che m'ha accompagnato fino abbascio 'o palazzo tujo. Mi guardavano con occhio di compassione, se credevano che jeva truvanno nu miedeco... na vammana... Francesco – Vedite a che punto una donna riduce un uomo... cioè, un uomo mò... Giacinto – Pecché io non songo ommo, che sò neutro? Francesco – E si fosse stato ommo veramente dal principio, nun sarrisse arrivato a chisto punto. Giacinto – Hai ragione, m'aggio fatto mettere 'a gonnella... e ben fatto... mi sta bene questo. Nc'ave colpa chella cancaro 'e donazione che le facette. Francesco – Ma la ragione pecché ha fatto stu fracasso? Giacinto – Perché?... perché è gelosa di me. Francesco – Vattè, nun me fa tuccà 'o stommeco, chella era gelosa 'e te? Giacinto – Tu nun me cride? Embè, io te pozzo assicurà che tutte le donne vanno a mpazzì pe me. Na femmena 'a seconda volta che m'ha visto esce pazza d'amore pe me. E m' 'o dicette essa stessa. Io debbo tenere certamente qualche cosa nel mio sguardo, nei miei occhi che le affascino, pecché si no comme se spiegherebbe st'ammore tutto assieme. Francesco – (Uh! povero infelice, chisto è pazzo, nun pò essere diversamente.) Giacinto – Che d'è, tu me guarde e nun parle? Francesco – E che ti debbo dire, tu me dice cierti cose accussì curiose che faje ridere. Mò se n'è venuto col fascino, con lo sguardo. Giacinto – Seh! tu ride? Tu mò avarriss' 'a farte na picciata. Francesco – A forza me vuó fa chiagnere, te l'è miso ncapo. Giacinto – Io ajersera t'avarria voluto vedé al mio posto, diviso fra la moglie e l'amante. L'amante che si strugge in lagrime ai miei piedi che se ne vò fuì cu me lontano da questo suolo, a vivere sotto una capanna comm' 'a doje tortorelle mentre poi la moglie, armata di tutti i suoi diritti coniugali, m'ha cumbinato chillo mazziatone. Francesco – (Non c'è più dubbio, ha dato di volta al cervello!) Giacinto – E guardeme n'ata vota? E ride n'ata vota? Francesco – Giacì, figlio mio, leviamo sti scherzi, tu hai la mente un poco esaltata, tu hai bisogno di riposo, forse l'insonnia t'ha prodotto stu poco di perturbamento. Giacinto – Ah! tu cride che io sto esaltato? Eppure se te dicesse chi è sta femmena, te mettarrisse 'e mane dint' 'e capille per la meraviglia. Francesco – Và trova che scatolone ha da essere, ha da tené 'a coppa a cient'anne. Giacinto – No, è giovene... è bona... è simpatica, tene tutto cu essa. Francesco – Sultanto ha da essere cecata pe s'annammorà 'e te. Giacinto – Ma che cecata... chella tene nu paro d'uocchie che sò doje stelle. Francesco – Ma nzomma se pò sapé chi è? Giacinto – Cì, io t' 'o dico, ma per quell'amicizia che t'ha legato quanno stevamo int' 'o Seminario, tu devi giurare che non dirai niente a nessuno. Francesco – Che m'è pigliato pe 'na criatura. Io songo Presidente di Tribunale. Giacinto – Ma giurammello sempe è buono. Francesco – Quanno vuó accussì. Lo giuro! Giacinto – Ebbene, sappi che la donna che s'è innamorata di me pazzamente, è l'avvocato Ninetta. Francesco – Vattenne! Vattenne! Ma te l'aggio ditto che stai esaltato. Giacinto – 'O vì ca no nun 'o cride? Francesco – Ma comme te voglio credere, tu dici delle eresie. Quella è maritata, e tiene nu marito che le vuole bene, ed è giovine. Giacinto – Cì, e io 'o paliatone pecché l'aggio avuto 'a muglierema? Francesco – E chella mugliereta è na pazza, và trova che s'ha creduto. Giacinto – E il nostro progetto è di fuggire a Capracotta a vivere comm'a duje culombi, duje turturelle, chesto manco 'o cride? Francesco – Giacì... tu hai bisogno di calma, di riposo... Po' ne parlammo 'e stu fatto. Giacinto – Ah! tu me piglie pe pazzo? Embè, io te dico che chella se vò dividere d' 'o marito pe se ne fuì cu me. Francesco – Statte zitto. Sa' che vuó fà, và a metterte ncopp' 'o lietto mio, t'arrepuose nu poco, po' quanno te scite, faje nu poco 'e colezione, e a mente serena parleremo di questo fatto. Totonno, Totò? Giacinto – Io faccio tutto chello che vuó tu, ma t'avviso che a casa mia nun ce vaco cchiù. Francesco – Va bene, po' ne parlammo 'e chesto. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • La vuléte l'avventura?

    Andare a spasso per una trentina di paesi oppure oziare dopo una scorpacciata, sono entrambe soluzioni valide. Cercando di non strafare, soprattutto perché si sa che ru iuórne appriésse a la fèŝte, delóre de sacche e male de tèŝte (dopo la bisboccia vi fa male la testa ma di più la tasca), la vostra vacanza molisana sarà in ogni modo un successo. Avrete soggiornato in una terra la cui aria ionicamente pura vi creerà uno scudo protettivo, gratuito e di lunga durata, che vi renderà impenetrabile ai più familiari miasmi dello smog come alle più avveniristiche armi batteriologiche. Lo aveva già capito qualche decennio fa un gruppo d'imprenditori milanesi che, capitati per caso sulle nevi del Matese, decisero tra lo sguardo incredulo delle pecore e dei pastori che quello era proprio il luogo adatto per impiantare una seggiovia, delle piste da sci e skilift. Nacque così la stazione sciistica di Campitello Matese, anche se dopo che i milanesi se ne furono andati, inspiegabilmente smise di nevicare. Siccome la neve da quelle parti non è una costante, è bene allora dirigersi a Capracotta, la Cortina del Sud, che da ottobre a maggio dispone di piste per lo sci di fondo innevatissime e immerse nelle abetaie più magiche. Senza contare poi il fatto di essere giunti sul tetto del Molise, nel senso che se riuscirete a raggiungere questa località, bufere permettendo, potrete vantarvi di essere nel comune più in alto della penisola dove non crescono le percòche, le albicocche. Imparerete a dire a chi ve le spara grosse quànne mà Capracotta à cacciàte le percòche? proprio perché avrete capito a vostre spese che lì ci troverete solo il rito della pezzata, carne di pecora bollita nel paiuolo. I refrattari del rientro in città avranno delle ottime scuse per prolungare la vacanza, causa forze maggiori: chiusura delle strade, niente collegamenti ferroviari, black out telefonici e arrivo dei viveri paracadutati dall'elicottero. La vuléte l'avventura? Ivana Mulatero Fonte: I. Mulatero, Molisani, Sonda, Torino 2002.

  • Il posto delle aquile

    Tu, che dai verdeggianti prati di Capracotta mi fai sognare. Tu, che mi dai la forza di andare avanti per scoprirti ed arrivare fino in fondo alla salita. Farò gli sforzi più potenti, ci metterò tutta la mia energia e se non dovessi farcela, sarei io stesso a fermarmi per poi risalire ancora, perché voglio, voglio arrivare sino in fondo, sulla vetta della vita, sulla sommità dell'amore, in quel posto delle aquile che nessuno ancora è riuscito a raggiungere. Tu mi aspetterai quando io mi fermerò per riposare. Salirai con me la china. Là scoprirò dove si nasconde l'amore. Quel pazzo sentimento che ha determinato la storia, che ha provocato conflitti, che ha destituito principi, re ed imperatori, che ha fatto impazzire governanti, ma non dovrà fare impazzire me. Gino Iorio Fonte: G. Iorio, Il posto delle aquile, Piccola Editalia, Vitulazio 2015.

  • Polvere di cantoria: verso il restauro (I)

    Ehi! Mi ascolti? Villa bianca dei ciliegi, accendi ancora le tue luci per te, per me. E rimandami le immagini di allora... [I. Graziani] In un precedente "sbuffo di polvere" ho raccontato di come mi trovai nella cantoria della Chiesa Madre alle prese con l'organo ridotto in uno stato pietoso: funzionante ma solo fortunosamente e ormai prossimo al collasso. I tentativi di restauro precedenti si erano basati su una lavorazione facilona e a volte demolitiva: la scomparsa delle "uccelliere" ne era il segno patognomonico. I vecchi organisti e cantori, tra cui Angelo Ianiro e Natalino Comegna, mi raccontavano inoltre di un tentativo, da loro fatto fallire a brutto muso, operato da parte di un sedicente restauratore che cercava sottrarre, di nascosto e per mancanza di controllo, parti dell'organo, tra cui molte canne. Non poche volte avrei dovuto provvedere alla riparazione di guasti anche gravi. Per fortuna i miei maestri di organo mi avevano anche fornito di basi di tecnica organaria, argomento che andavo via via approfondendo anche dal vivo. Prima di tutto, conscio di mettere una semplice "toppa", acquistai un grosso e lunghissimo cavo elettrico autoestinguente per l'alimentazione dell'elettrosoffiatore con un sicuro interruttore posto sulla consolle e, finalmente, agganciato in maniera autonoma al quadro elettrico della Chiesa: la prima "linea organo". Venne così rimossa la piattina da 0,5 dal pavimento della cantoria e l'interruttore da abat-jour entrambi ad estremo rischio di cortocircuito. Provvedemmo anche ad installare una prima via di illuminazione elettrica delle ripide ed antiche scale lignee che, fino ad allora, venivano illuminate nelle veglie notturne con le candele, cosa che ogni volta mi provocava serie crisi di ansia vedendo fiamme libere a così breve distanza da strutture ad altissima infiammabilità. Una leggera lastra di latta, modellata a tendina, venne applicata sul leggio a coprire la nuova lampadina anch'essa dotata di un nuovo interruttore per illuminare la consolle senza abbagliare l'organista. La manutenzione delle parti interne mi obbligò ad un attento rispetto: era necessario evitare di applicare materiali moderni su opere antiche e quindi utilizzavo al bisogno pezzi d'epoca o metodi tipici degli organari coevi come pelli finissime e colle da legno per chiudere fessure dove il "vento" si disperdeva. L'antico organo seicentesco della Madonna di Loreto, preda dell'incuria e dell'abbandono, era stato da poco demolito e qualche rottame, tra cui anche pochissime canne, ancora non tutti gettati via nella scarpata dietro l'abside della chiesetta, giacevano abbandonati nella canonica del Santuario. Una pia ed ignorante illusione di non addetti ai lavori che pensavano di poter ricostruire lo strumento ormai disintegrato con quattro pezzi di risulta e mi "spiegavano" anche come si poteva fare... Per me, invece, una miniera di ricambi! E muovendomi come un ladro nella notte restituivo un po' di vita a qualcosa che stava morendo, prendendo da una parte e installando nell'altra. Ancora oggi quei pezzi lavorano nel cuore del Principalone, mentre una canna di flauto dell'organo della Madonnina fa mostra di sé nella sezione della mia libreria dedicata all'interpretazione organistica e all'organaria: unico compenso per 28 anni passati di servizio in tutte le chiese del paese e ricordo di una bella avventura. Con vernici dedicate verde e dorata decorai le ferite alla base delle paraste dove due toppe di compensato grezzo turavano malamente il vuoto lasciato dall'amputazione delle uccelliere. Tralascio di raccontare cosa ho dovuto fare per ridurre il danno delle scritte ed incisioni (del tipo "Don Checco passò di qui nel 1492") sulla cassa dorata. E qui iniziarono gli sfottò: "pensa a correre appresso alle gonnelle e lascia perdere l'organo" (avevo 18 anni), "che ci fai lì in Chiesa a perdere tempo appresso ai preti", come se un'opera d'arte così importante non fosse vanto della Comunità. Certe volte i capracottesi mi sembravano autolesionisti: vantarsi della Tavola Osca parlandone fino alla nausea ma dimenticando che quella stava al British Museum (menzionata come "Tavola di Agnone") mentre le opere d'arte sul territorio venivano sminuite e trascurate. Abbondarono anche gli incoraggiamenti: "ma chi te lo fa fare?". Per le accuse di voler fare "passerella" ed i sorrisetti di superiore finta compiacenza riservati ai minus habens, venuti anche da chi non mi sarei mai aspettato, farò forse un capitolo a parte. Il musicista interprete disperde nel tempo e nel vento la sua opera a differenza del letterato o del pittore: questi ultimi nella credenza popolare (ma anche tra i "colti") sono "veri" e "nobili" artisti a differenza dell'organista, un banale "sonatore", una tappezzeria liturgica. Molti addirittura ignorano ancora oggi l'esistenza di un corso specifico (anche molto lungo) per diventare organisti pensando che sia sufficiente studiare un po' di pianoforte. Nel frattempo cercai, con alcuni amici fidati, di ripulire la cassa e le decorazioni ma fu necessario rimuovere anche calcinacci e tappi di ragnatele che ostruivano non poche canne. Dopo anni il Do1 del Contrabbasso (la canna maggiore) cominciò a far vibrare nuovamente la cantoria. Le ragnatele ormai pluridecennali si erano impregnate della polvere e si stendevano tra le canne anche di facciata come lugubri lenzuola nere. Vi confesso la mia commozione nel vedere le scritte a matita originali per le numerazioni dei ventilabri (le valvole poste sotto le canne) e la firma di Francesco D'Onofrio, il costruttore, insieme alla data "1779" sulla tavola delle riduzioni (le leve di trasmissione) quando per la prima volta smontai il pannello frontale della consolle per rimettere in tensione alcuni elementi della catenacciatura (il sistema di fili e regoli che collega i tasti ai ventilabri). Il capotasto malamente ricostruito in semplice legno venne verniciato in nero lucido per un aspetto più dignitoso della tastiera. Una lampada allo iodio fu installata dietro il crocifisso dell'altare maggiore illuminando così tutta la struttura e facendo risaltare le dorature. Tutti i lavori elettrici vennero realizzati in prima persona dal compianto Loreto Curdìsche Di Nucci. Qui devo ricordare ancora una volta la pazienza e l'acume di don Geremia che nutriva cieca fiducia paterna nei miei confronti affidandomi la gestione dell'organo, cosa che avrebbe fatto anche con documento ufficiale qualche anno più tardi. Conforto e sostegno vennero dai maestri Giuseppe Di Lullo e Vincenzo Sanità. Ognuna delle persone fin qui menzionate mi ha insegnato qualcosa anche semplicemente con l'esempio. A loro la mia riconoscenza. Ma più si andava avanti più ci rendevamo tutti conto che questa manutenzione non bastava: era necessario un vero restauro. Francesco Di Nardo

  • Giggino Cucarone e il mulo col mal di denti

    Erano i primi anni '70 e mi trovavo insieme ad alcuni coetanei nei pressi di via della Repubblica (già via del Mulino Nuovo), precisamente di fronte la casa di Michele "re Brecciajuòle" Beniamino, in quanto si era sparsa la voce che vi fosse un mulo col mal di denti e che quindi, di lì a poco, sarebbe giunto il veterinario per eseguire un'estrazione. Dopo pochi minuti si presentò invece, sulla sua macchina, Luigi Carnevale, meglio conosciuto come Giggìno Cucaróne, nostro compare di famiglia. Dopo un rapido scambio di battute scherzose, giunse anche Vincenzo Carnevale, alias Cenzìtte Precuórie, e suo figlio Mario, con un mulo. Il mulo era imbizzarrito, furibondo e, nonostante le taccaràte che riceveva, non si placava la sua furia. Si capì subito che il paziente aveva bisogno di ben altro. Soprattutto si comprese che il "famoso" veterinario altri non era che il compare Giggino, il quale diede subito disposizioni a Mario e a suo padre Vincenzo su come far aprire la bocca alla bestia. Nel mentre, compare Giggino prese due bottiglioni di vino cotto da 2 litri e li fece bere al mulo. Dopo una ventina di minuti l'animale si calmò e le sue palpebre cominciarono a socchiudersi. Lo pseudo-veterinario si armò allora di scalpello e mazzola ed eseguì l'intervento di estrazione; successivamente lo medicò con la prèta turchìna (disinfettante sciolto in aceto). Alla fine, ridestatosi dal torpore, il mulo si fece una bella risata. Luciano Monaco

  • Come "impiegare" il tempo: indicazioni di un percorso esistenziale (I)

    Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che si pone davanti. Il tempo fa riferimento alla pienezza come espressione che ci si apre dinanzi, il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell'orizzonte più grande, dell'utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio. (Evangelii Gaudium, 222) Questo principio aiuta a superare situazioni difficili e avverse, e anche i cambiamenti che il dinamismo della realtà impone. È invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Dare priorità al tempo significa «iniziare processi più che possedere spazi». Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce e senza ansietà, con convinzioni chiare e tenaci. Scrivere un altro contributo sulla terza età per aiutare a prendere consapevolezza del proprio tempo, del proprio corpo, della mente e dello spirito, si scoprono le funzioni e le possibilità della vecchiaia o della senectus, come elegantemente viene definita dai latini. Conta vivere il passato come fonte per disegnare meglio il presente e il futuro. Il bisogno di essere ancora utile e di avere un senso proprio nel presente, traduce il desiderio e le caratteristiche degli anziani per vincere l'esclusione e l'abbandono. In un recente libro, "La saggezza del tempo", papa Francesco vuole offrire punti di riferimento e di orientamento per l'avventura della vita e per migliorare il mondo che intendiamo costruire. È un libro dedicato agli anziani per inventarsi questo periodo della vita, perché la vecchiaia, cosi come è vissuta oggi, è un fenomeno nuovo e spinge ad essere creativi. Quando si ascoltano gli anziani si ritrovano le radici e l'albero cresce e fruttifica. Come il tartufo, che nasce vicino alla radice, assorbe tutto e diventa prezioso. Staccarsi dalle radici significa staccarsi dalla storia. Per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde che aiutano a vivere il presente. Serve memoria, serve coraggio, serve utopia. Ecco cosa vorrei: un mondo che viva un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani. La relazione con la storia è importante. Presente, passato e futuro di sé e del mondo non sono semplicemente verbi, ma modi di vivere e valorizzare concretamente il proprio tempo. Di fronte all'avventura della storia non si può subire l'inganno e la tentazione di negare la storia e la pretesa di chiuderla con la propria vicenda personale. Dilatare gli orizzonti per leggerne la complessità, valutare il rapporto tra legge e coscienza, grazia e libertà, rappresentazione e mistero, ha uno strumento e un punto nel tempo e nello spazio per non perdere la sua singolarità e il suo valore. Sembra opportuno coltivare alcuni linguaggi preziosi, quali la memoria, la presenza e la progettualità. La memoria lascia ancorati saldamente alle radici, la presenza fa lavorare senza illusioni e inutili fughe in avanti, la progettualità abitua a valorizzare iniziative e intuizioni che altri dovranno portare avanti. L'unico modello per valutare con successo un'epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa e raggiunge un'autentica ragion d'essere la pienezza dell’esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare e le possibilità della medesima epoca. (R. Guardini) Quattro principi-chiave, che sono anche orientamenti per vivere, mi sembra opportuno indicare, alla luce del pensiero di Papa Francesco, ben precisati nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium: la realtà è più importante dell'idea; il tempo è superiore allo spazio; il tutto è superiore alla parte; l'unità prevale sul conflitto. La categoria sociologica della "modernità liquida", indicata da Zygmunt Bauman, descrive un'immagine del cambiamento e della transitorietà del tempo. La metafora della liquidità cerca anche di rappresentare la precarietà dei vincoli umani in una società individualistica, contrassegnata dal carattere transitorio delle sue relazioni e da principi etici incerti. L'amore si fa fluttuante, senza responsabilità verso l'altro, e si riduce al vincolo senza volto offerto dalla realtà virtuale. La soluzione per sopravvivere è quella di annegare in un oceano di banalità. Tra gli ultimi suoi saggi spicca "Cecità morale", in cui il sociologo Bauman ribadisce le conseguenze estreme a cui può condurre la modernità liquida: la perdita della bussola morale e l'assenza di principi etici, validi sempre e dappertutto. La modernità liquida ha tagliato i ponti con le strutture consolidate del passato. Un altro aspetto della banalità etica o della liquidità ha trovato ampie spiegazioni da parte della filosofa ebrea Hannah Arendt. La sua opera più conosciuta è "La banalità del male". In situazioni estreme - come il dominio del nazismo in Germania - la banalità del male risalta come complicità, e persino come simpatia per gli orrori. Consapevole di quanto aveva fatto, Eichmann «non lo negava mai, non scorgeva alcunché di cattivo nei gesti che aveva compiuto. Eseguiva ordini di Stato e si definiva buon cittadino». La banalità del male non lo spinge, proprio per la sua mediocrità, a soffermarsi sul fatto che il male sia orribile, ma sul perché lo consenta e vi contribuisca. L'uomo del tempo presente viene descritto come uomo di superficie, titolo del libro di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e psicanalista di chiara fama, che richiama il sinonimo "uomo senza qualità" di Musil o "uomo ad una dimensione" di Marcuse. L'uomo di superficie «galleggia sulla società liquida spinto da un desiderio morto». Superficie si contrappone a profondità, anzi la presuppone come fondamento. Uomo profondo è una delle specificazioni di qualità che in passato era applicata a coloro che guardavano dentro e rifuggivano dall'apparenza per andare all'essenziale. L'uomo interiore cerca di vedere quello che ha dentro di sé, cerca il senso, il fine del suo stesso essere, guarda dentro capovolgendo lo sguardo. L'uomo di profondità è colui che pensa, che medita, guarda all'anima, all'interiorità. Non importa se buddista o indù o musulmano o cristiano, incontra la quiete nel silenzio, nella contemplazione incontra il suo significato più profondo. Conosce l'amore, lo sente dentro di sé come una forza che lo riempie di vita. L'uomo di superficie è angosciato dalla morte e dalle malattie, dalla solitudine e dall'isolamento. È un uomo fragile e in pericolo. Della morte ha smarrito il significato profondo, cerca la vita senza accorgersi che sta spegnendosi, muore senza saperlo, attaccato alle preoccupazioni, vinto dal vuoto, dal nulla e dal delirio di sé. Non siamo creati per la morte, anche se il morire è l'unica certezza della vita. Dal cuore sgorga prepotente il desiderio di permanenza, di felicità. di amore, di infinito. Siamo fatti per la vita e intimamente convinti che i valori della vita siano così forti da durare per sempre. Alla fine del I secolo a.C. il libro della Sapienza proclama: «Dio non ha fatto il morire, non si compiace di annientare i viventi, tutto è creato perché sussista. Dio creò l'uomo per l'incorruttibilità». La morte non può venire da Dio, perché è il Dio della vita. La Bibbia ha un "valore educativo", sottolinea il card. Martini, è fondamentale convinzione per tutti, ed ha una portata universale. L'apertura alla Bibbia conduce ad un incessante esodo da sé, sollecitando una continua conversione a livello etico, religioso, intellettuale: capire, sperimentare, valutare, giudicare, credere. Questa conversione intellettuale conduce a riconoscere il valore sommo dell'interiorità escludendo la superficialità e l'"uomo di superficie". Presento alcune indicazioni di percorso per impiegare bene il proprio tempo. 1. Ben-essere dello spirito Star bene dentro per star bene fuori. Abbiamo bisogno di star bene dentro, se vogliamo star bene fuori, abbiamo bisogno di benessere interiore se vogliamo ben-essere semplicemente. Se non si è in pace con sé stessi, con la coscienza, con il passato e con le esperienze che l'hanno costellato, non si può parlare di salute-benessere. Fuori e dentro sono termini usati in senso figurato. Indicano un equilibrio mentale, emozionale e relazionale che va conquistato giorno per giorno, frutto di un compromesso dinamico tra le varie tensioni interne: bisogni, pulsioni, inclinazioni, aspirazioni, ricerca di affermazione e gratificazioni. È un lavoro che si compie sulla base del principio di costanza, regola fondamentale del sistema psichico umano. La salute interiore, la serenità, la pace, un'amabile amicizia con tutti e con tutto, in primo luogo con noi stessi, gli altri, il mondo, gli avvenimenti, deve essere un fermo e costante obiettivo, oggetto di una accurata profilassi e cura interna. Se non stiamo bene dentro, non possiamo star bene in nessun luogo, come i malati: quando si soffre non si trova mai la posizione giusta, né nel letto né nella vita. La coscienza è una bussola «sicura sui mari del bene e del male». È una legge morale che presiede alla condotta umana, il sentimento della sua obbligatorietà è innegabile. Non è oggetto di dimostrazione, ma di esperienza interiore. Ne rimane ammirato e stupito anche Kant, filosofo puro che non indulge al sentimentalismo. Le espressioni, sincere e candide, incise anche sulla sua tomba, con le quali conclude la "Critica della ragion pratica", sono ben note: «Due cose mi riempiono l'animo di ammirazione e di venerazione, sempre nuove e crescenti, quando più rifletto su di esse, il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Il luogo dove abita il bene, che cosa significa essere buoni è la coscienza morale. Possiede la spontaneità dell'istinto e la luce dell'intelligenza: è una percezione immediata, indipendente dal senso di piacere e della convenienza. Come gli occhi percepiscono naturalmente la luce, così la coscienza percepisce con naturalezza il bene. I termini ascoltare, rispettare, consultare la coscienza evocano la presenza di una voce dentro di noi, per indicare il suo tipico modo di farsi sentire con pronunciamenti sereni e perentori. La coscienza può essere descritta come il luogo dei valori ultimi e più preziosi della persona, che trova inscritti dentro di sé, che sono l'eco di un Assoluto, la cui essenza si identifica col Bene. L'aspirazione al trascendente che è in ciascuno di noi, ricorda che il compimento del nostro destino va ricercato al di là di noi stessi, verso una misteriosa lontananza che trascende tutti gli orizzonti. E si riscopre Dio, si percepisce l'eco di una Totalità che non si lascia circoscrivere da confini. Si riscopre il contatto con Dio, il dialogo personale, la preghiera. Dedicare pochi minuti (o poche ore, secondo scelte personali) alla preghiera del mattino, dare del tu a Dio, anche senza formule programmate, aver fiducia in Lui, come figlio con il padre, rinfresca la vita, riaccende la fede, previene l'ansia. La preghiera è un tendere verso l'Oltre, verso l'Alto, spesso senza parole, come pianta che ha sete. Essere alla presenza di Dio, senza nulla da dirgli, nulla che possa uscire dal centro arido del cuore, solo il silenzio. Qualcosa di noi prega, prega il corpo, prega il tempo, ne fa un piccolo tappeto di minuti, una passatoia di istanti senza parole, che si stende davanti ai passi del Signore, che viene e si fa sentire sempre in noi. Facciamo silenzio la mattina presto. Perché Dio deve avere la prima parola e facciamo silenzio prima di coricarci, perché l'ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola. (D. Bonhöffer) L'ansia per la salute, la stabilità economica e affettiva, il futuro tra la vita e il nulla nel fragile equilibrio di forze e di tempi, accompagnano i giorni dell'anziano. L'insicurezza costituisce il fondo dell'esistenza, la cifra che la connota nella sua essenza che scorre tra amori e timori, tra desideri che non si traducono in speranze e speranze che spesso non diventano attesa. Basti ricordare le acute analisi di Kierkeegard, Heidegger, Sartre, Jasper... che la considerano una reazione tipica dell'essere-al-mondo, connessa con la fatica di esistere. Come tutte le forti emozioni, l'ansia è un fatto fisico, psichico e spirituale, che investe e turba tutta la persona. L'ansioso non conosce né il sapore della libertà, né lo slancio dell'iniziativa. L'ansia sgretola la mente, logora la salute, gioca tre brutti scherzi, che potremmo chiamare le tre A dell'ansia: Anticipa i problemi; li Accumula, come se si dovessero affrontare tutti insieme; li Amplifica senza venirne fuori, ma aumentandoli. Il pensiero fisso, che pronuncia con frequenza e sofferenza l'ansioso, è domani e dopodomani non oggi, cammina sempre un giorno avanti a sé. La mente cessa di spaziare libera sugli orizzonti della fantasia, diventa schiava di quanto genera, anche i pensieri. Bisognerebbe reimparare a fare le cose adagio, tenere d'occhio la qualità del proprio essere più che il fare. La regola fondamentale in psicoterapia è questa: star vicino, accompagnare, non sostituire. Sperare può voler dire disperare per ventitré ore al giorno, ma per un'ora ribellarsi alla rassegnazione, alla resa, all'ansia. Quell'ora non ha prezzo, quell'ora è la vita. In una poesia sulla speranza Charles Peguy dice che nulla dell'uomo stupisce Dio tranne la speranza bambina. Delle tre sorelle, fede-speranza-carità, è la più piccola, ma sostiene e sorregge le altre due. Come in tutte le vicende umane in cui ognuno è implicato, anche questa possibilità di prendere in mano le redini della propria vita e darle un corso nuovo, che si chiama speranza, fa comprendere che nasce solo da dentro. Fidarsi è puntare su qualcuno e su sé stesso e su Dio, senz'altra garanzia che quella misteriosa presa a credito, che è la fiducia. Un sentimento strettamente imparentato con l'amore. Entrambi portano in sé le ragioni della loro certezza. Osman Antonio Di Lorenzo

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