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  • Antonio Trotta, il sindaco della svolta

    Antonio Trotta, sindaco di Sulmona dal 1976 al 1981, socialista, se n'è andato, in silenzio. Al funerale, celebrato proprio nei giorni di festa, c'erano i compagni di partito, c'erano quelli che furono con lui compagni d'avventura nell'amministrazione della città, c'erano molti cittadini. Mancava il Comune di Sulmona, che non ha avuto la sensibilità nemmeno di inviare il gonfalone, come è prassi per ex sindaci ed ex consiglieri. Un'assenza che la dice lunga sulla statura politica, culturale ed umana degli amministratori attuali di Sulmona. Eppure Trotta, per la città di Ovidio, ha rappresentato un uomo della svolta. Quella da lui guidata fu la prima amministrazione "di sinistra". Nata sull'alleanza tra Partito socialista, Partito comunista, Partito socialdemocratico ed i transfughi democristiani di Democrazia popolare. La giunta era composta da uomini di spessore, nati intorno alla guerra, divenuti adulti nel periodo della ricostruzione e del boom, che ebbero il sogno di trasformare Sulmona in qualcosa di diverso da quel borgo contadino che era. Intendiamo riferirci a Giuseppe Evangelista, Giovanni Presutti, Giuseppe Guerra, Paolo Pizzola, Franco La Civita, Rino Di Fonzo. Quelli furono gli anni dello sviluppo urbanistico programmato e controllato, con la nascita del rione Cappuccini, prevalentemente caratterizzato da case in cooperativa. Quella scelta portò in città tanti uomini e donne provenienti dai paesi vicini, attratti dalle opportunità occupazionali che la città offriva. In sostanza, grazie a quella intuizione, Sulmona divenne realmente una "città territorio". Furono anche gli anni del consolidamento degli insediamenti industriali "forti". Dalla Fiat, all'Ace Siemens, alla Tonolli. Solo queste tre aziende, infatti, occupavano oltre tremila persone. Portavano nel territorio reddito, risorse economiche e crescita culturale e civile. Furono anche gli anni del dibattito, questo per la verità piuttosto accademico, sul Compartimento Ferroviario e sul secondo casello autostradale. La città cresceva, partecipava, dibatteva. Sulmona, grazie a quella generazione di amministratori guidata da Antonio Trotta, con buon senso e respiro culturale, diffondeva nel resto della regione l'immagine di una comunità tranquilla, coesa e consapevole. Poi quell'esperienza finì. Prevalsero le ambizioni personali della generazione successiva, espressione della temperie degli anni '80. Nel tessuto industriale, acefalo e fragile, si aprirono le prime crepe che nessuno riuscì a dominare. Quegli amministratori, con storie personali diverse, tornarono lentamente nei ranghi. Scomparvero assorbiti dalla professione quotidiana. E vennero i tempi bui, che durano tuttora. Ecco, vorremmo che anche nel nome di Antonio Trotta, l'ultima generazione della classe dirigente sulmonese avesse uno scatto d'orgoglio. Credo che Sulmona, a Trotta, questo lo dovrebbe! Pasquale D'Alberto Fonte: https://www.zac7.it/ , 16 gennaio 2010.

  • Insegnò come vestirsi a Gary Cooper

    È morto, a pochi giorni di distanza da Giorgio De Chirico e a qualche mese da Vittorio Cini, suoi contemporanei, Ciro Giuliano, l'ultimo grande sarto romano della passata generazione, venerato come un maestro da tutti i suoi colleghi. Aveva vestito, tra le due guerre, la classe dirigente, gli italiani importanti e quelli che volevano sembrare importanti, i nobili meridionali che avevano ereditato il diritto di non togliersi il cappello davanti al re di Spagna (cosa assai utile in caso di pioggia), i finanzieri fondatori di imperi idroelettrici, i banchieri, gli industriali che rifornivano proficuamente le forze armate, gli avventurieri più presentabili, i discendenti senza cognome di guerrieri longobardi, i famosi attori dalla voce flautata, i playboys , quasi tutti i nostri ambasciatori, e i più mondani tra i gerarchi fascisti. Aveva, inoltre, vestito anche molti dandies stranieri di passaggio, tra cui Gary Cooper e, occasionalmente, il Duca di Windsor e Clark Gable. Uno dei primi, tra i personaggi stranieri, a diventare suo assiduo cliente, fu appunto Gary Cooper. Andò così, secondo la leggenda. Un telegramma annunciò a Dorothy di Frasso, nata Miss Taylor di Watertown, New York, ricchissima, padrona allora di Villa Madama, che un certo Gary Cooper, attore poco noto, sarebbe arrivato in Italia dall'America, naturalmente in transatlantico, il giorno tale, e le si raccomandava di ospitarlo, proteggerlo, e fargli conoscere gente. Dorothy, che era stata invitata da amici in una campagna del Meridione, aveva pensato di rimorchiare il giovane sconosciuto al suo seguito, e si trovò a Napoli allo sbarco. Gary Cooper scese timidamente dalla passerella tutto vestito di verde. Aveva il cappello verde, la camicia verde, la cravatta verde, le calze verdi, il vestito verde, e, pare, anche le scarpe scamosciate verdi. Dorothy inorridì. Si innamorò di lui, che era bellissimo (il loro amore durò parecchi anni), ma, di ritorno a Roma, prima di presentarlo agli amici, lo portò da Ciro, e gli fece ordinare un guardaroba completo. L'attore divenne un fedele cliente fino alla morte. La fama del sarto romano si allargò così anche tra gli attori di Hollywood. Che non si tratti di una favola si prova osservando bene qualunque vecchio film di Gary Cooper, dove non è vestito da cowboy . Ha sempre una curiosa aria nostrana, l'aspetto di un settentrionale magro e distinto con una testa anglosassone avvitata al collo. In realtà Ciro (con due o tre altri suol famosi colleghi del tempo) non aveva rinnovato l'arte della sartoria. Aveva, con talento e gusto italiano, adattato e interpretato criteri e tecniche inglesi. Appoggiava, cioè, la giacca alle spalle del cliente cosi com'erano, come gliele aveva fatte sua madre, senza imbottiture, senza telette rigide o altro, per cui il resto pendeva per gravità, sciolto, con garbo e naturalezza. I sarti più tradizionali appoggiano invece la giacca a spalle finte, fatte di bambagia, sostegni, e accorgimenti vari. Il resto è rigido, modellato scultoreamente con l'aiuto di tele nascoste nella fodera, e con altri artifizi. I segreti di Ciro erano forse solo due. Le sue stoffe erano di grande qualità, quelle che, prima dell'ultima guerra, erano tessute in Inghilterra da poche piccole fabbriche, con scelte lane australiane, per pochi sarti, ad uso di pochi clienti, stoffe paragonabili, come pregio e rarità, a certi vini carissimi di cui si produce solo un limitato numero di bottiglie numerate, riservate al conoscitori. Tali stoffe non si ciancicavano, non avevano bisogno di essere stirate perché riprendevano da sé la forma appese in armadio, cadevano con naturale eleganza, muovendosi col movimento del corpo. Ciro andava ogni anno a scegliersele di pesona in Inghilterra. Il suo secondo segreto era questo: non seguiva la moda. I suoi abiti non avevano data di nascita, come quelli di Coco Chanel. Erano eleganti anche dopo trent'anni. Questa distinzione tra l'abito fluido e naturale all'inglese e quello tradizionale all'italiana (o alla francese), rigido e senza pieghe, non è cosa del tutto frivola. Può considerarsi un segno significativo utile per antropologi, sociologi, politologi, moralisti, studiosi di storia dell'arte, economisti e filosofi in genere. È il simbolo infatti di due fondamentali concezioni della vita. Si ritrova per l'appunto in molti campi. Si può ritrovare la differenza anche in equitazione. In un vecchio manuale italiano ("L'arte di cavalcare", del conte Eugenio Martinengo Cesaresco, stampato a Salò nel 1894), l'autore riferisce ciò che un venerabile maestro gli aveva raccontato molti anni prima: «A questo proposito Francesco Sayler mi diceva ricordarsi che nel 1796 la cavalleria repubblicana di Napoleone, che non aveva nessuna istruzione, fece prigionieri molti ufficlali austriaci perché, invece di scappare, i loro cavalli facevano ll passo spagnolo». I francesi, cioè, permettevano, facilitandolo, il naturale e spontaneo muoversi del loro animali, mentre gli austriaci li costringevano a eseguire movimenti artificiali secondo le regole dell'alta scuola (va notato che, contrariamente alla nostra tradizione, fu un italiano a inventare, dopo millenni, al principio di questo secolo, un modo "naturale" di montare a cavallo, modo che assecondava i movimenti spontanei dell'animale e gli alleggeriva la fatica, mentre gli Inglesi e molti altri si ostinarono per anni a costringerlo in andature innaturali e imbarazzate, ottenendone, come gli ufficiali austriaci nel 1796, prestazioni inadeguate). La distinzlione si ritrova fra l'altro anche in economia e in politica. È la differenza tra la democrazia liberale e la costrizione burocratica e poliziesca, tra la ricerca forzata di effetti esteriori e la spontaneità assecondata e guidata. Ciro Giuliano aveva forse intuito queste cose da ragazzo perché era nato a Ortona [sic]. A Ortona era nato, molti anni prima di lui, nel 1847, anche Francesco Paolo Tosti, garbato cantante e famoso compositore di canzoni romantiche, morto nel 1916. Tosti era emigrato a Londra nel 1875, come un tempo il suo conterraneo, il poeta Gabriele Rossetti di Vasto. Là, aveva fatto fortuna, ed era diventato amico di Edoardo, principe di Galles, che nel 1880 l'aveva nominato maestro di musica di tutti i giovani principi reali. Nel 1908 re Edoardo lo fece anche cavallere, con il diritto di premettere il "Sir" davanti al primo nome, Sir Francesco Paolo. Tosti era corpulento ma elegantissimo, corpulento come Edoardo VII e vestito esattamente come lui dagli stessi illustri sarti. A Ortona aveva lasciato un fratello magro, forse per la vita grama nella provincia italiana. Al fratello magro il musicista inviava regolarmente gli abiti smessi, che dovevano ogni volta venire ristretti. Ciro era, in quegli anni, prima della grande guerra, un giovane apprendista del sartino locale. Smontava le giacche, i gilè, i pantaloni che arrivavano da Londra, li ritagliava sulle misure del fratello Tosti, e rimetteva poi tutto insieme. Si impadronì così dei segreti dei maestri di Savile Row. A quel tempo erano considerati i migliori d'Europa, grazie anche alla fama del re, arbiter elegantiarum , loro cliente, nonché di quella dei grandi signori inglesi. Ancora oggi, qua e là per Roma, o in qualche festicciola privata, vien dato di incontrare signori anziani vestiti in modo impercettibilmente elegante, tutti allo stesso modo, forse come, dopo la restaurazione, s'incontravano vecchi gentiluomini con la parrucca incipriata. Il taglio di Ciro è riconosclblle a vista. Era diventato quasi completamente sordo, un poco gobbo, ma lavorava sempre con l'entusiasmo del ragazzino di Ortona, malgrado gli anni, la ricchezza, e una sua preziosa collezione di quadri moderni messa insieme nel corso degli anni. Si lamentava, in vecchiaia, di una cosa sola, di non avere quasi più clienti esigenti e conoscitori che insegnassero il mestiere a lui. «È finita –, diceva. – Sono io ora che devo insegnare a loro. Devo consigliare le stoffe e inventargli l'abito. E quelli accettano tutto. È finita». Non aveva capito che, in una società aperta, in cui l' élite si rinnova tumultuosamente di continuo, l'artigiano e il mercante hanno il compito di tramandare le regole del saper vivere agli uomini nuovi e soprattutto alle loro mogli. Il lettore si chiederà come mai sia interessato a simili apparenti frivolezze. Mio nonno era sarto a Orvieto. Luigi Barzini Fonte: L. Barzini, Insegnò come vestirsi a Gary Cooper , in «Corriere della Sera», CIII:289, Milano, 8 dicembre 1978.

  • Escursione a Monte Campo e al masso caduco di Francesco Borbone

    Nel settembre del 1824, Francesco I° di Borbone - colui che quattro mesi dopo salirà al trono del Regno delle Due Sicilie - visitò la tenuta di caccia di Montedimezzo per trascorrervi alcuni giorni. Tra il 13 e il 16 settembre Francesco decise di recarsi sulla vetta di Monte Campo, in territorio di Capracotta, per ammirare le province del suo Regno. Fu così che tantissimi operai capracottesi e vastesi, in men che non si dica, furono impiegati per approntare una strada che, dal paese dei Petra, giungesse fin sulla vetta dell'Alto Molise, a 1.746 metri. Sabato 14 settembre 2024, aiutati dalle cronache originali di Bernardo Falconi, ricorderemo la visita del principe ereditario con un'escursione che, dal centro del paese, ripercorrerà l'identico percorso compiuto due secoli prima e che ci porterà sulla sommità di Monte Campo, dove avremmo dovuto apporre una targa a ricordo della visita reale. Purtroppo, il Comune di Capracotta ci ha negato l'autorizzazione al fissaggio della targa in alluminio, in quanto potrebbe « alterare l'ambiente naturale e paesaggistico », il che fa abbastanza ridere se paragonato ai contemporanei lavori in corso per la realizzazione del bacino idrico e della pista da skiroll. L'amministrazione comunale, per rafforzare il suo diniego, ha richiamato l'art. 142, comma l, lettera d) del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 42/2004), il quale stabilisce soltanto che: « sono comunque di interesse paesaggistico e sono sottoposti alle disposizioni di questo Titolo le montagne per la parte eccedente [...] 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica » , non menzionando però che quello stesso Titolo afferma in apertura ed a chiare lettere che «l a valorizzazione del paesaggio concorre a promuovere lo sviluppo della cultura. A tale fine le amministrazioni pubbliche promuovono e sostengono, per quanto di rispettiva competenza, apposite attività di conoscenza, informazione e formazione, riqualificazione e fruizione del paesaggio nonché, ove possibile, la realizzazione di nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati » (art. 131, comma V). Tralasciando la questione politica - che mi aspettavo puntuale, capziosa e legittima - dirò che l'obiettivo dell'escursione non è certo quello di commemorare la visita d'un principe monarca, quanto un evento ad essa conseguente. Alcuni decenni dopo l'Unità d'Italia, infatti, i cittadini di Capracotta avevano scaraventato a valle il « masso caduco » su cui Francesco di Borbone aveva poggiato il piede per ammirare il magnifico panorama. La ricorrenza del bicentenario sarà così l'occasione per riaffermare gli ideali repubblicani di libertà dei popoli montanari. Appuntamento, quindi, a Capracotta per sabato 14 settembre 2024 alle 8:30 di fronte alla Chiesa di Sant'Antonio. Per quanto riguarda la targa, invece, la posizioneremo più in là, con la "benedizione" di una nuova giunta comunale, sperando che sia più attenta ai valori ed alla storia di Capracotta e meno arroccata, anch'essa, su un "masso caduco". In ogni caso, il testo che ho pensato per la targa, realizzato in versi senari, è il seguente: DA CODEST'ALTEZZA I CAPRACOTTESI IN SFREGIO SOVRANO ALLA MONARCHIA PRECIPITARONO IL MASSO CADUCO SU CUI IL BORBONE MIRAVA LO REGNO   XVI . IX . MMXXIV Bicentenario della visita del Principe Francesco I di Borbone a Capracotta   Francesco Mendozzi

  • Il culto della Madonna di Loreto

    Il mio speciale e personale contributo si riferisce soprattutto al ricordo dei miei quindici anni di vita trascorsi completamente nell'amata Capracotta. Affermo subito che la "Madonna" era di casa in ogni nostra famiglia, perché era nella mente, nei cuori di tutti noi, piccoli e grandi. Se si parlava della Madonna, o si invocava il Suo aiuto e la Sua materna protezione ci si riferiva alla nostra Mamma celeste, invocata proprio "Madonna di Loreto". Essa, era ed è, per antonomasia, la Madonna, pur sapendo che sono molti i nomi ed i titoli attribuiti giustamente a Maria Santissima, Madre di Gesù e di noi tutti. Dai nostri genitori eravamo affidati alla Madonna; stava a noi impegnarci a perseverare nell'amore filiale verso la celeste Madre, vivendo in armonia con la nostra crescita fisica, intellettuale e morale. L'ambiente capracottese era abbastanza favorevole per andare avanti con fiduciosa speranza nella buona riuscita della nostra vita. Come la vòria , il vento favorevole che riempiva le spighe di grano, così, per noi, erano i gesti tradizionali di vero culto verso la Madonna, che ci premiava con la sua benedizione, invitandoci a riviverli con impegno di amore. Ecco alcuni "segni di culto" della Madonna. Ricordo l'offerta dei fiori nel giorno della Prima comunione. Le suore del Preziosissimo Sangue, con molta cura, ci preparavano a ricevere con fede Gesù Sacramentato. Gran festa in chiesa ed in famiglia, qualche fotoricordo senza distrazioni fuorvianti in quel momento di gioia spirituale. Nel pomeriggio tutti noi della prima comunione tornavamo all'Asilo ed insieme alle suore e parenti, in processione, cantando e pregando arrivavamo ai piedi della Madonna per offrire i fiori e rinnovare il nostro amore filiale per Lei. Altro segno di culto, che "toccava" tutto il paese, era la "questua". A suon di campanello per le strade di Capracotta. In tutti i primi sabati del mese, ed in particolari occasioni, il custode del Santuario, l'ottimo signor Vincenzo (che da tutti era chiamato "Vincenzo della Madonna") usciva, tempo permettendo, di buon mattino e, camminando con una certa difficoltà, aiutandosi con il bastone (aveva una gamba di legno), col "tocco" del grande campanello che pendeva dal suo polso invitava i fedeli a dare liberamente una offerta. E lo facevano volentieri, baciando con amore l'immagine della Madonna fissata sulla cassetta delle offerte. Camminava senza parlare, salutando tutti ed offrendo a tutti l'immagine da baciare. Frequentavo la quinta elementare e ricordo che il mio maestro era Ottorino Conti, molto devoto della Madonna. Quando sentiva il suono del campanello, metteva la mano nel taschino della giacca e dava alcune monete ad uno di noi alunni per portarle alla Madonna. Per noi queste erano testimonianze di fede che ci aiutavano a crescere nell'amore verso la Madonna. Nel Santuario vicino all'altare c'era la lampada votiva che ardeva giorno e notte. Quando il signor Vincenzo notava che l'olio stava per finire, portava con sé, per la questua, anche un recipiente che man mano si riempiva d'olio: la lampada votiva era il segno del costante pensiero delle famiglie verso la Mamma celeste che vegliava su di esse (come premio, per intercessione della Madonna, Dio donò alla famiglia di Vincenzo Di Nucci un figlio sacerdote, don Gennarino). Durante il giorno, fino alla tarda ora della sera, la casa della Madonna era aperta e c'erano sempre fedeli a pregare, mentre i passanti vi entravano almeno per un saluto filiale. La festa solenne dell'8 settembre veniva ogni anno preparata con una novena. Ad una certa ora del pomeriggio il parroco, don Leopoldo, in cotta e stola usciva dalla Chiesa Madre, preceduto dalla croce portata da un uomo o dal sagrestano e con al lato il signor Michelangelo e il signor Vincenzo, l'organista. Questo piccolo gruppo andava verso il Santuario pregando e cantando "Dio ti salvi o Maria". Man mano i fedeli si univano formando una ordinata processione, insieme ai devoti che venivano dall'altro capo del paese, partecipando numerosi alla "novena". Ora ogni tre anni si celebra la festa dell'8 settembre, prima ogni anno, e i capracottesi sparsi dappertutto, in Italia e fuori, tornano felici. Negli anni della mia fanciullezza prima della solenne processione e dell'omaggio dei cavalli alla Madonna ferma sulla gradinata, c'era anche il saluto dell'Angelo che uscendo dalla finestra, quasi venisse dal cielo, si avvicinava alla Madonna in segno di omaggio. Tutti battevano le mani, glorificandola Madre celeste. La devozione alla Madonna ha suggerito ai vari genitori di chiamare Loreto il figlio e Maria Loreta la figlia. Per le famiglie emigrate, come quella di mio zio Antonio, il motivo era di rimanere per mezzo della devozione o ricordo della Madonna uniti spiritualmente a noi parenti o paesani ed alle sane tradizioni. L'ultima mia cugina nata in Argentina nel 1915 si chiama Maria Loreta. Ci vorrebbe un capitolo a parte per ricordare la devozione dei nostri sfollati in Puglia che pregavano la Madonna per ottenere la grazia di un pronto ritorno a Capracotta. A Fasano (Brindisi) la Madonna, invocata da me e dagli sfollati presenti, fece ad un bambina di nome Raffaella la grazia di riunirsi ai genitori, che io trovai a Castellaneta, provincia di Taranto. Ciò è annotato in un quadernetto, depositato ora, con altri miei documenti, nell'archivio comunale. Dopo vent'anni circa a Capracotta mi si avvicina una signora e mi dice: « Io sono Raffaella Sozio » . Anche se molto ancora si potrebbe dire, questi sono più o meno i poveri ricordi e pensieri riguardanti il culto dei carissimi compaesani verso la nostra Madonna. Mia mamma quando non poteva recarsi al Santuario, si avvicinava alla finestra e guardando verso il "Monte" cantava: " Andrò a vederla un dì "... Non dimentichiamo che la Madonna ci presenta Gesù, che è la Via, la Verità e la Vita. Essa intercede perché ciascuno di noi non perda la via e se, sfortunatamente, l'ha persa la ritrovi tornando a Capracotta avvicinandosi con amore filiale e fiducioso alla Piena Grazia. Beneaugurando di rivederci ancora qui e poi in Paradiso sempre con la Madonna. Carmelo Sciullo Fonte: C. Sciullo, Il culto della Madonna di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Un solo tratturo per valico

    La ragione è che i valichi nella catena montuosa altomolisana attraverso cui si risale dalla valle del Sangro sono in tale numero. In effetti vi sarebbe anche il valico a Capracotta, ma questo è troppo in alto, fatto che ne sconsiglia lo sfruttamento al fine del passaggio di una pista tratturale, vi passa solo un tratturello. Tra tutti i tratturi l'unico che è scomparso è il tratturo Pietra Canala-Ponterotto. La sua scomparsa, in verità la sua parziale scomparsa perché è ancora esistente nel tratto che va dal Biferno al confine con la Puglia, è sicuramente da addebitarsi al fatto che attraversa per circa un terzo del suo sviluppo la regione Abruzzo. Qui esso, nessun tratturo peraltro, non è stato soggetto a vincolo quale "bene di interesse storico", provvedimento vincolistico che, invece, nel Molise è stato formulato nel 1976. Se è vero che nel territorio abruzzese esso non è vincolato, neanche in quello molisano questo tratturo si è interamente conservato. Precisamente non si è conservato nel suo pezzo iniziale, quello che da Castel del Giudice va a Pescopennataro. La ragione è stata che occorrendo trovare un terreno per la ricostruzione di Pescopennataro, visto che in adiacenza del nucleo abitativo originario gravemente danneggiato durante la II Guerra Mondiale passa il tratturo e visto che in questo tratto il suolo tratturale è in piano, si pensò di utilizzare la pista delle pecore le quali da tempo non la precorrevano più per realizzare il nuovo abitato. Non è un motivo plausibile quello che a determinare la mancata sopravvivenza di questo tratturo sia stato il fatto che esso è quello che sale più in alto, i 1.230 metri proprio del borgo di Pescopennataro, non è una giustificazione valida. I transumanti devono necessariamente transitare di lì, per Pescopennataro perché si tratta di un punto di passaggio obbligato tenendo conto che coincide con la terminazione del blocco montano, un autentico blocco costituito dall'insieme Monte Campo-Monte San Nicola che può essere solo bypassato, come succede a Pescopennataro, e non scavalcato. Si badi bene che si è usato il termine scavalcare, operazione ardua per monti di 1.700 metri, invece di svalicare, un verbo, il secondo, che per quanto si sta per dire, è impossibile non utilizzare quando si parla di tratturi. La questione dei tratturi è centrale per comprendere l'andamento della rete tratturale e perciò facciamo ora una panoramica estesa a tutti i tratturi in relazione ai valichi. Una precisazione doverosa da fare è che si escludono da questa rassegna il Centurelle-Montesecco e L'Aquila-Foggia i quali corrono nella zona orientale del Molise dove il confine con l'Abruzzo non è segnato da rilievi montuosi (i Monti Frentani degradano verso il mare). Dal predetto sguardo complessivo emergerà l'inevitabilità dell'attraversamento di Pescopennataro da parte del Pietra Canala-Ponterotto. Bisogna premettere che a rimarcare la separazione, il confine vero e proprio è il Sangro, tra l'Alto Molise e l'Abruzzo vi è una catena di montagne che rafforza la fascia di terminazione regionale (con l'eccezione di quello che succede a est dove è il fiume, il Trigno, a fare da limite). Non è, comunque, una barriera, quella che sta poco prima che finisce l'ambito altomolisano impenetrabile, non è, in altri termini, una "cordigliera" dello stesso tipo dei massicci appenninici del Matese e delle Mainarde i quali, oltre a raggiungere quote superiori, sono maggiormente compatti, per superarli occorre aggirarli. La serie, di una serie si tratta, di episodi montani di cui parliamo si dispone ortogonalmente o quasi perché, in effetti, tali emergenze montuose non sono allineate secondo una linea retta, bensì è un arco di cerchio di limitata curvatura, alla direttrice che segue l'Appennino, la prima è disposta in senso occidente-oriente il secondo settentrione-meridione. Siamo pronti ora a tornare alla questione dei passaggi attraverso la formazione montuosa altissimo-molisana. Inciso: essi sono ovviamente diversi, seppure in numero contenuto, trattandosi un tempo di un'unica regione. Vedremo che ad ogni valico corrisponde un tratturo, il primo, iniziando da Ovest, è quello di Rionero Sannitico il quale separa i monti della Meta dalla Montagnola, sfruttato dal Pescasseroli-Candela, il secondo è il varco denominato Bocca di Forlì, interposto tra quest'ultima montagna e monte Pagano in cui si inserisce il Castel di Sangro-Lucera, il terzo è interposto tra il monte appena citato e monte Miglio utilizzato dal Celano-Foggia, il quarto è distanziato di molto dagli altri perché occorre aspettare che termini la sequenza ininterrotta dei monti Capraro, Campo e San Nicola per incontrare il Pietra Canala-Ponterotto. È significativo che 3 su 4 passi abbiano nel momento di svalico un insediamento umano; andando a ritroso Pescopennataro per il Pietra Canala-Ponterotto, San Pietro Avellana per il Celano-Foggia, Rionero Sannitico per il Pecasseroli-Candela. Stranamente il Castel di Sangro-Lucera il quale è il tracciato tratturale che ha come carattere distintivo la frequenza con cui lungo il suo incedere tocca agglomerati insediativi, non ha alcun paese ad aspettarlo in prossimità del trapasso nella valle del Sangro. In verità ce ne sarebbe uno, Montalto frazione di Rionero, un villaggio in origine abusivo con le case che hanno occupato il demanio tratturale. All'interno dell'insieme delle selle la più alta è quella di Pescopennataro che raggiunge i m. 1.230; Capracotta è un luogo di svalicamento morfologicamente definito però la sua altitudine di m. 1.421 ha impedito di essere prescelta per il transito di qualche tratturo, vi passa semplicemente un tratturello che da Chiauci va a Sprondasino. Francesco Manfredi Selvaggi Fonte: https://www.laterra.org/ , 15 aprile 2024.

  • Il cigno

    Sotto il pallido silenzio della luna le creste dei monti pennellate di scuro contrastano con il cielo di cobalto donde le separa flebile orizzonte: limite incerto fra finito ed infinito. Sorge da esso un cigno maestoso, larghe ali spiegate di fosco colore, che avanza deciso nella notte, carro luminoso trainando splendente di ori e di argenti: ben eretta sulle gambe, sovrasta Minerva regina della guerra; racchiusa in elmo e corazza, sprona alla battaglia finale fra armi micidiali di morte che illuminano a giorno il cielo di Gaza, portando dovunque distruzione e rovina. Fra macerie fumanti e corpi senza vita, soltanto un bambino solitario volge lo sguardo implorante alla dea e ne trafigge il cuore con il pianto innocente. Il cigno allora libero dal peso vola a larghe ali, in bianco candore trasformate, verso le lacrime che chiedono aiuto e le avvolge in abbraccio di pietà; né si cura che le zampe affondino nel fiume di sangue che corre lungo le strade e le tinga di rosso vermiglio. Vola il cigno bianco, in grembo quella creatura, verso Gerusalemme la nemica e si lascia cadere dal becco ramoscello d'olivo, per lui l'ultimo canto, che cade dolce nel cielo silenzioso e si adagia sui tetti di quella santa città: preghiera di pace... di tanta pace e di speranza! Ugo D'Onofrio

  • Le migrazioni dell'uomo

    La specie umana, nella sua lunga storia iniziata milioni di anni fa, con le forme dell' Homo habilis e dell' Homo erectus , ha sempre manifestato una spiccata propensione alla migrazione, a spostarsi, cioè, dai luoghi di origine, per andare alla ricerca di nuovi, più fertili territori. L' Homo sapiens , nato in Africa, centomila anni addietro, prima si è rivolto verso l'Asia, perché contigua, 80.000 anni addietro e quindi verso l'Europa, attraverso Gibilterra, 50.000 anni dopo. Lo spostamento di masse consistenti ha, quindi, segnato la vicenda umana, anche in epoche più recenti. La corrente che ha portato, per mezzo della schiavitù, sette milioni di neri dall'Africa in America, su navi che salpavano dalle coste del golfo di Guinea, per le regioni meridionale degli Stati Uniti, è forse stato il maggior fenomeno di migrazione illegale che la storia ricordi. Ma un altro esempio si è verificato, fra la metà dell'Ottocento ed i primi del Novecento quando 50 milioni di europei si sono trasferiti nel Nord America, nell'America latina ed in Australia, creando società multietniche e multiculturali. In questi ultimi anni, invece, anche l'Europa, una volta centro di emigrazione, è diventata la principale meta di flussi migratori, dapprima nell'interno, dal Sud dell'Europa, verso il Centro-Nord Germania, Belgio, Svizzera, Francia, ora al contrario, da parte di moltitudini provenienti dall'Africa, dall'Asia, dagli Stati dell'Est europeo, verso i paesi dell'Europa Occidentale. Purtroppo, è nata anche l'immigrazione clandestina che, ovviamente, si indirizza verso attività illegali, ma remunerative, come la prostituzione, lo spaccio di droga, scippi, furti nelle abitazioni, e rappresenta, nei grandi centri, o nelle ville isolate, un grosso problema legato all'ordine pubblico ed alla sicurezza dei cittadini. Ulteriore problema è che la malavita recluta così, molto agevolmente, la sua manovalanza, fra quanti si trovano in condizioni disagiate, o risiedono illegalmente. L'integrazione economica è stata la più facile ad ottenere in quanto e quella che porta, ed ha portato, grossi vantaggi al Paese ospitante, badanti, baby-sitter, infermieri, camerieri, lavori faticosi, raccolta di pomodori od altro, manovalanza per costruzioni, perché, in genere meno costosa, o rifiutata dalla gente del posto. Il problema più difficile risulta quello dell'integrazione socio-culturale. Al momento ci sono stati due modelli, entrambi falliti. Il primo quello francese, che intendeva fare, a tutti gli effetti, di ogni immigrato, un cittadino francese. Modello fallito perché gli immigrati vogliono vivere conservando le proprie "tradizioni", la propria "cultura" come, ad esempio, lo chador delle ragazze a scuola, la poligamia, e la pratica dell'infibulazione. Anche il modello proposto dalla Germania è risultato negativo in quanto, considerando gli immigrati ospiti, li ha sempre esclusi dalla vita politica ed amministrativa dello Stato, non coinvolgendo l'ospite nelle scelte politiche loro riguardanti. Per non parlare dell'Inghilterra che ha visto i pachistani di seconda generazione essere attori di atti di terrorismo. Indubbiamente, rispettare le idee altrui è indice di civiltà, ma è altrettanto legittimo che, tranne alcune minoranze etniche, come i baschi, i valloni, i curdi, gli altoatesini, i friulani, che hanno lottato per far valere la loro storia secolare, ci si uniformi ai costumi del luogo che li ospita. Purtroppo, in breve tempo, l'Europa si è trasformata nel maggior rifugio dei flussi migratori, superando USA, Canada ed Australia, considerando anche l'abbattimento del "muro della vergogna", del 1989. Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, anche forse a causa della loro posizione geografica, e le migliaia di chilometri di coste, non sono stati in grado di controllare il fenomeno, determinando, per i sempre più numerosi gommoni, l'insediamento di gruppi sempre maggiori di disperati, di disadattati. L'immigrato, come abbiamo visto, rappresenta indubbiamente un vantaggio per i paesi industrializzati, perché va ad occupare i posti di lavori più faticosi e mal pagati, rifiutati dai residenti, ma il problema dovrà essere quello di individuare le reali esigenze e necessità di manodopera, in modo da permettere l'ingresso solo a coloro ai quali si potrà offrire un lavoro, ed una sistemazione dignitosa, e cercare di vietare l'immigrazione clandestina, aiutando i Paesi più poveri a progredire nell’offrire lavoro ai concittadini. In Italia, la riduzione delle nascite, crescita zero, e l'invecchiamento della popolazione, sarebbero condizioni positive per il loro ingresso, ma di persone qualificate, non clandestini. Ad esempio, non si trovano più ragazze che vogliono fare le domestiche, o persone disposte a lavorare nei campi nella raccolta dei pomodori, o nelle stalle ad accudire gli animali. Anche nella nostra Capracotta, molte greggi e stalle sono gestite dai macedoni. Ciò nonostante, l'immigrazione è continuamente percepita in termini di disagio, per quanto la stragrande maggioranza degli immigrati sono di fatto con educazione, intelligenza, e qualità notevoli. Interrogata la ragazza rumena che assiste mia figlia con due bambini di un anno e mezzo e quattro anni, sull'Italia, ha risposto: « Io sono la prima di sette figli, in Romania tutti ci aiutiamo e siamo più buoni. In Italia si è più egoisti » . Per non parlare di altri parenti, con dignitosissime ragazze ucraine sposate, che vogliono far nascere i loro figli in Italia, o ragazze polacche che affrontano grandi sacrifici per mantenere i loro cari lontani. II problema è, quindi, soprattutto la presenza di clandestini ed di disadattati, costretti ad agire criminosamente. Più di 21 milioni sono le persone che risiedono da cittadini stranieri nei paesi del UE, di cui quasi tre milioni in Italia, ma una considerazione è a fare l' Homo italicus , non è mai esistito. Fenici, pelasgi, lidi, greci, celti, galli, longobardi, bulgari, franchi, arabi, normanni, svevi, albanesi, spagnoli, austriaci, sono il crogiuolo etnico della nostra Nazione, cosicché questa si può definire multietnica, sotto, però, l'indirizzo etico-religioso della Chiesa cattolica, per la presenza dei successori di Cristo, retaggio dell'Impero romano. Vincenzo Ferro Fonte: https://www.vincenzoferro.it/ , 29 giugno 2006.

  • Il Sannio moderno

    Le condizioni geologiche del Molise interno e montuoso, ossia della maggior parte delle terre montane e collinari del circondario di Isernia e di quello di Campobasso avrebbero dovuto farne la terra prediletta del bosco, del prato, del pascolo e dell'allevamento degli armenti. E tale la rappresenta, nel passato, la tradizione e la storia. La pressione esernitata fatalmente dall'aumento della popolazione e l'urgenza dei tempi e dei bisogni nuovi abbattutasi sopra i Comuni ed i proprietarii delle tenute silvane ha condotto alla devastazione dei boschi secolari che popolavano i fianchi, ora brulli e denudati, dei monti, deviando l'economia della terra da quella direzione, che le è tracciata dalla costituzione geologica e dall'altimetria. La devastazione si scatenò soprattutto, dicevo, negli ultimi cinquant'anni. Dal 1870 al 1881 furono distrutti in media seicentocinquanta ettari di bosco all'anno. I pingui guadagni del momento assicurati dalla fertilità del terriccio furono largamente espiati, in breve volgere di tempo, dall'impoverimento delle zone montane e dagli scoscendimenti del suolo. L'improvvida opera, alterando la plastica del terreno, ha scemato anche la beltà del paesaggio. Ricco di pittoresche vedute, per la varietà accidentata ed i contrasti del rilievo e per la vastità degli orizzonti liberi e luminosi che si dischiudono sugli altipiani, esso presenta bellezze naturali non comuni ed il più spesso ignorate, salvo il mirabile e ben noto versante del Monte Capraro. Partecipa tuttavia, qua e là, dei caratteri di uniformità che contrassegnano, del resto, il paesaggio appenninico in comparazione di quello alpino. Le vette dei monti non si appuntano in spigoli aguzzi o in creste sottili emergenti nell'altitudine dell'orizzonte, ma o si distendono in sommità pianeggianti ed in pianori accidentati, o si arrotondano in linee sinuose e mitemente ondulate, che comunicano al panorama un aspetto monotono. La denudazione delle pendici ha messo allo scoperto l'asperità della roccia viva, non sorrisa di verzure e di arbusti. Sullo sfondo uniforme, suffuso un tempo di bel color verde, domina om il grigio cinereo dei calcari e la tinta rossiccio-ferrigna delle argille e delle arenarie. Il clima si differenzia sensibilmente dal clima meridionale, a cagione della prevalenza della montagna, ma non è immune dalla siccità estiva, che è caratteristica del clima mediterraneo e che costituisce un limite naturale della produzione e della ricchezza agricola dell'Italia del Sud. Saluberrimo, specie negli altipiani dell'interno montuoso, non è per altro, indenne dalla malaria, altro flagello delle terre dell'Appenninia, che vi insidia le vallate del Biferno, del Trigno e del Fortore nel circondario Campobasso, quelle del Volturno, dell'alto Sangro e della Vandra nel circondario di Isernia ed intensifica la sua virulenza nella zona specificamente malarica del basso Larinese. Tra le provincie del Compartimento vanta, per tal rispetto, un doloroso primato la provincia di Campobasso. La mortalità annua per malaria e per cachessia palustre (da 350 a 500 all'incirca), vi supera di gran lunga quella rispettiva delle provincie di Aquila e di Teramo e, sebbene di poco, quella stessa di Chieti, che pure paga un discreto tributo al triste morbo. Igino Petrone Fonte: I. Petrone, Il Sannio moderno (economia e psicologia del Molise). Conferenza tenuta alla "Dante Alighieri" il 17 febbraio 1910 , Paravia, Torre del Greco 1910.

  • Tartufi Le Ife: per boschi da generazioni

    Abbiamo aperto il nostro stabilimento a Capracotta, in alta montagna dove lavoriamo i nostri tartufi con acqua di sorgente e aria di 1.421 m. Tartufi Le Ife nasce da una profonda conoscenza del territorio e da una passione ed un amore per i tartufi che si perde nei ricordi di diverse generazioni, presenti prima nella ricerca dei tartufi, poi nel loro commercio. Una parte di tartufi che lavoriamo proviene dalle nostre tartufaie controllate, altra acquistata direttamente dai cavatori, i "tartufai", uomini che giorno e notte escono alla ricerca del tartufo spinti dalla nostra stessa passione. Conosciamo molti di loro da decenni e sono parte di fatto della nostra famiglia. Scegliamo soltanto tecnologie che garantiscono lavorazioni attente a preservare gli ingredienti e le caratteristiche organolettiche e gustative dei nostri prodotti, tramite cottura sottovuoto a vapore o innovativi processi di liofilizzazione. Il nostro lavoro segue una sola regola, quella del rispetto: per il bosco: rispettando tempi e aree di raccolta dei tartufi; per l'ambiente: il nostro stabilimento è alimentato da fonti energetiche rinnovabili, il nostro packaging completamente riciclabile; per il consumatore: impegnandoci a essere leali e trasparenti in etichetta, inoltre la nostra etichetta trasparente consente di vedere perfettamente il prodotto; per il tartufo: elaborando ricette che non lo degradino, lavorane soltanto i migliori, senza coloranti, senza conservanti. A 1.421 metri sopra il livello del mare siamo l'azienda di tartufi più alta in Italia. La nostra terra è habitat ideale per i tartufi, la ridotta densità di popolazione e l'assenza di industrializzazione hanno consentito la completa salvaguardia della vegetazione naturale; in collina sussistono rigogliosi boschi di querce e gole caratterizzate da maestosi pioppi secolari, mentre alle alte quote si estendono splendide foreste, che l'Unesco promuove, su base scientifica, nel suo programma "L'Uomo e la Biosfera - Man and Biosphere - MAB",  per il rapporto equilibrato tra uomo e ambiente. La ricerca del tartufo è una vera e propria caccia al tesoro, nella quale gli uomini non possono che affidarsi agli unici in grado di scovarlo: cani speciali dal fiuto eccezionale. Ci vuole amore e dedizione per addestrare un cane da tartufo. Ostinati e appassionati, senza di loro, non potremmo godere di questo preziosissimo frutto della natura. In qualsiasi condizione climatica non si perdono d’animo, collaborando con il cavatore su terreni difficili ed impervi. I più bravi riescono a sentire l'odore del tartufo anche a mezzo metro di profondità, anche se il terreno è ricoperto da venti centimetri di neve o perfino da uno spesso strato di ghiaccio. Una volta individuato il punto più "odoroso" del terreno, con incredibile prontezza scavano buche, a volte profonde più della lunghezza del proprio corpo, pur di raggiungere la profumata "preda" che andranno poi a scambiare con una crocchetta o una semplice coccola di ringraziamento. Valentina Sammarone Fonte: https://www.leife.it/ .

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte del Pisciariello

    Il toponimo "Pisciarello" è molto diffuso in Italia ed in ogni caso rimanda ad un corso d'acqua di modeste dimensioni ma dotato, essendo alimentato da una sorgente, di una portata costante, tale da consentire il funzionamento di piccoli mulini, il che spiegherebbe il toponimo di Molinella che è stato dato all'area sottostante. Il Pisciariello (in capr. Pesciariéglie ) propriamente detto è la cascata che, dalla vetta di Colle Cornacchia, ricade a valle dopo un salto di diverse decine di metri. È assolutamente imperdibile, in rari momenti dell'anno, la formazione delle cascate di ghiaccio, che regala uno spettacolo pressoché unico in tutto il territorio altomolisano. A valle della cascata, vieppiù, sorge la omonima Fonte del Pisciariello, la quale raccoglie a sua volta quelle acque che, filtrate dalla terra, erompono da una lunga e poderosa cannella metallica e si riversano in una lunga vasca in cemento restaurata da ultimo il 28 agosto 1973 da P.G. Bisogna precisare che Capracotta presenta il toponimo "Pisciarello" in altri due luoghi: il primo sta alle estreme propaggini meridionali di Guastra, al di sopra del Verrino, tanto che i casali del territorio di Agnone prendono il nome di "Masserie Pisciarello"; vi era poi una seconda Fonte del Pisciariello in contrada Macchia, segnalata sulle mappe del 1812 ma che non sono ancora riuscito a localizzare con esattezza. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite , Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • L'altezza di Monte Campo...

    L'altezza di Monte Campo alla quale il popolano è abituato gli suggerisce un nobile rispetto e lo muove a pensieri altrettanto elevati, lo avvicina all'infinito Creatore ammirando gli orizzonti tanto vasti che l'occhio si perde volendoli tutti abbracciare. La vertigine che lo assale avvicinandosi man mano alla vetta è la stessa che lo spinge ad ampi respiri e rende meno faticosa anche la discesa; a quel punto la sosta alla semplice Fonte di Santa Lucia diventa un atto di fede, l'affaccio alla chiesetta a lei dedicata una illuminante comunione con la natura, il ritorno in paese un abbraccio di pace che si rinnova ricordando il miracolo del pio contadino che in una sorgente d'acqua vide il compimento di un dono divino. Flora Di Rienzo

  • S. Antonio-S. Giovanni, torna lo storico derby di Capracotta

    Sabato 7 settembre 2024, alle 15:30, sul rinnovato campo di calcio in erba naturale dello stadio "Erasmo Iacovone" di Capracotta, tornerà, dopo tanti anni di interruzione, lo storico scontro tra i due maggiori rioni del paese, quello di Sant'Antonio e quello di San Giovanni. Sarà l'occasione per rivedere in campo le vecchie glorie del calcio capracottese, così come i più giovani atleti dell'A.S.D. Capracotta, per i quali la partita sarà un importante banco di prova in vista dell'inizio del campionato regionale 2024/25 di calcio a 5. È necessario sottolineare che il derby in questione verrà disputato sul campo regolamentare, 11 contro 11, tanto che parteciperanno circa 50 calciatori appartenenti all'uno ed all'altro quadrante capracottese. Nella squadra del Sant'Antonio vi saranno infatti giocatori residenti all'Unrra, al Rione Grilli, sul Colle, alla Vicenna, alla Fundione e alla Terra Vecchia. Nella compagine del San Giovanni, invece, giocheranno quelli del Mulino, delle Croci, dei Ferrari, della Cooperativa e della Zona Industriale. L'iniziativa sportiva, fortemente voluta da Americo Di Nucci, è tesa a favorire la sana competizione agonistica e mira, soprattutto, a fissarsi nel tempo. L'obiettivo è infatti quello di disputare l'anno prossimo sia l'andata che il ritorno in concomitanza con le relative ricorrenze religiose di sant'Antonio (13 giugno) e di san Giovanni (24 giugno), così da rappresentare, qualora non bastasse quello tradizionale e religioso, un ulteriore motivo per tornare a Capracotta in primavera. Prendersi cura di Capracotta significa anche questo: darle forza, riempire i suoi vuoti, sorreggerla nei momenti più difficili, sfruttare le sue forze più giovani. Noi ci siamo. E voi? Francesco Mendozzi

  • Il ginnasio privato di Capracotta

    Capracotta. Il Prof. Francesco Rivelli che è qui dall'ottobre a dirigere un nascente ginnasio privato, ebbe, ultimamente, il gentile pensiero di farci dare dai suoi alunni una bella ed artistica rappresentazione nella quale i giovinetti si distinsero per la dizione corretta e per la sentita interpretazione delle parti. Constatiamo il successo di questa bella festa, il cui merito spetta all'egregio Professor Rivelli, che dedica tutta la sua intelligente attività al miglioramento del suo istituto e che ha saputo in breve tempo conquistare le simpatie della più eletta parte di questa cittadina. Claudiano Giaccio Fonte: C. Giaccio, Fuori di Agnone , in «Il Cittadino Agnonese», III:2, Agnone, 18 giugno 1902.

  • Castel del Giudice, 2 agosto 1886

    Finalmente gli era tempo davvero di vederci contentati! Contentati dico io! Sarà forse di quella contentezza in sogno, la quale muore nel nascere. Ora che l'Ill.mo Signor Procuratore del Re s'era degnato regolarci un Conciliatore, e a modo, nella persona del Sig. Carnevale D. Gennaro, Arciprete, per mala fortuna di questo Comunello non ha avuto né anco la soddisfazione di prestare il giuramento, giacché colto da grave malattia ha dovuto, dietro consiglio dei medici e con dispiacere di questa popolazione far ritorno in Capracotta, tanto per riprendere l'aria nativa. E una malattia però abbastanza seria, da cui non si può tanto facilmente e con poco tempo sperare la guarigione. Sicché, sventuratamente, continueremo a rimanere senza Conciliatore. Sarebbe niente questo, magari non fossero tre mesi che si sta anche senza Vice Conciliatore, quel ch'è peggio. E qui cade a proposito il moto: siamo restati come D. Paolino che... Cosicché, secondo vanno le cose, i castellani, non volendo, dovranno sostenere la spesa di una funicolare provvisoria da questo Comune a quello di Capracotta, stante le molte cause di conciliazione che dovranno tenersi dal Pretore del mandamento. L'unica speranza, che potrebbe toglierci da tanto imbarazzo, sarebbe quella che, essendo stata, giorni sono, spedita all'Ill.mo Sig. Sotto Prefetto la nuova tema del Vice Conciliatore, l'Ill.mo Sig. Procuratore del Re voglia essere indulgete alle tante preghiere di questi cittadini col provvedere e presto sul riguardo. Gino Antinucci Fonte: G. Antinucci, Riceviamo , in «Aquilonia», III:2, Agnone, 16 agosto 1886.

  • 13 giugno 1995: escursione a Capracotta

    Saliti di buon'ora sul pullman, all'uscita da Campobasso verso Isernia, la vista del castello Monforte e del M. Vairano è stata l'occasione per dare alcuni cenni sulla storia antica del Molise, dalle guerre tra Sanniti e Romani, che proprio su M. Vairano espugnarono la città di Aquilonia, piegando definitivamente la resistenza sannitica, fino alle vicende nel XV sec. del Conte Cola di Monforte che, avendo sposato la causa degli Angioini, fu sconfitto dal re di Napoli Ferrante d'Aragona con la conseguente perdita dei suoi possedimenti e la fuga in Francia, dove, passato al servizio del nemico del re di Francia, compì importanti gesta che ancora oggi gli meritano fama nella storia di questo paese. Raggiunta la SS. n. 17 Appulo-Sannitica presso il passo di Vinchiaturo, noto limite geografico tra l'Appennino Centrale e Meridionale, ed attraversato il torrente Quirino presso le gole suggestive scavate sotto il paese di Guardiaregia, avendo sulla sinistra la catena del Matese e sulla destra i monti di Frosolone, sono stati fatti alcuni cenni botanici e geologici su queste montagne, dove proprio sul M. Miletto la Società Botanica Italiana effettuò nel 1891 una delle sue prime escursioni sociali guidata da Ugolino Martelli. Si è ricordato anche il linceo Fabio Colonna che, risiedendo a Campochiaro agli inizi del XVII sec., compì escursioni nel Matese, descrivendo numerose nuove piante a lui successivamente dedicate e compiendo anche esperimenti sul cane per accertare la tossicità del Doronicum columnæ Ten. Arrivati a Castelpetroso e lasciata sulla sinistra la chiesa del Santuario di recente costruzione in discutibile stile neogotico, si è aperta la vista del suggestivo paese di Pesche, adagiato come un presepe sui fianchi di un rilievo roccioso in cui si estende una folta lecceta facente parte della Riserva Biogenetica del MAB. Dopo Pesche, è stata raggiunta la superstrada fondovalle del Trigno, percorsa fino all'uscita per Pescolanciano, presso cui è possibile osservare un'ampia fascia ben conservata del tratturo. Percorrendo la SS. 86 Istonia (che conduce a Vasto = Histonium ), si è giunti al bivio per Staffoli con la vista del M. Capraro e del paese di Capracotta, posto sul piano di un'alta rupe che domina la vallata del fiume Sangro. Superata Capracotta, un'interruzione dopo il passo di Prato Gentile ci ha obbligato a prendere una strada ripida e tortuosa fino ad arrivare a Pescopennataro, posto alla base di erte rupi, una delle poche stazioni molisane dove fiorisce Campanula fragilis Cyr. subsp. cavolini (Ten.) Damboldt. Attraversato il paese, siamo arrivati al punto in cui è iniziato il percorso a piedi verso il bosco di Abeti Soprani. Temendo la presenza di voraci zanzare, già segnalate in loco per la stagione calda e molto piovosa, sono stati distribuiti insetticidi e repellenti e nessuno per fortuna si è dovuto lamentare per fastidiose punture. Alle ore 9:30 circa, il gruppo ha iniziato a percorrere in fila sparsa il sentiero alle pendici del M. Campo, attraversando un'area umida e fresca del bosco con faggio e abete bianco abbondante anche di notevoli dimensioni e con ramificazione biforcata. Lungo i margini del sentiero i tratti più diradati del bosco presentavano una composizione floristica particolarmente ricca di specie, quali Acer lobelii Ten., Evonymus latifolius Mill., Daphne laureola L., Polygonatum multiflorum (L.) All., Vicia sepium L., Chærophyllium aureum L., Asperula taurina L., Sanicula europæa L., Prenanthes purpurea L., Cardamine chelidonia L., Pimpinella major (L.) Hudson, mentre attorno alle pozze umide si notavano Rumex obtusifolius L., Dactylorhiza maculata (L.) Soò, Carex hirta L., Equisetum palustre L., Ajuga reptans L., Ranunculus repens L., Epilobium montanum L., Primula vulgaris Hudson; di notevole interesse per la loro rarità anche la presenza di Vicia dumetorum L. e Lamiastrum galeobdolon (L.) Ehrend., osservato su un pendio ripido del bosco insieme alle specie della faggeta: Atropa belladonna L., Cardamine enneaphyllos (L.) Crantz, Galium odoratum (L.) Scop., Saxifraga rotundifolia L. Durante il cammino sono stati interessanti gli interventi del dr. Guidi sulla conduzione forestale delle abetine molisane, del dr. De Martino sulla storia forestale, del prof. E. Pacini sul flusso genico nei boschi di conifere. All'uscita del bosco il gruppo è arrivato in un prato da poco falciato, ma che fino a pochi giorni prima era ricco di specie pabulari, quali Cynosurus cristatus L., Poa trivialis L., Alopecurus pratensis L., Trisetum flavescens (L.) Beauv. etc. Dall'ombra del bosco si è passati alla luce intensa del sole sul prato, dove - gradita sorpresa - attendeva gli escursionisti il tecnico sig. La Loggia del Dipartimento S.A.V.A. con il mezzo fornito di fresche bevande, prese d'assalto, mentre le camionette del Corpo Forestale con le gentilissime guardie iniziavano la spola verso la strada. Qui, sul pullman, la comitiva poteva riunirsi e proseguire il programma verso Capracotta. Prima di Capracotta, presso il Giardino Botanico ed alle pendici del M. Campo (1.746 m.) che più di 150 anni fa veniva percorso dal Gussone ("Plantæ rariores quas in itinere", 1826), il Sindaco di Capracotta, dr. Paglione, ha dato il benvenuto ai partecipanti, offrendo un piacevole pranzo a base di pecora, formaggi ed affettati, ovviamente prodotti tipici locali e tutti squisiti. Le operazioni per l'arrosto della pecora alla brace erano ben organizzate e dirette dall'amico M. Carnevale del Comune di Capracotta. Non sono mancati neppure la musica ed il saltarello, egregiamente eseguito con l'organetto dall'amico M. Beniamino, operatore della Comunità Montana di Agnone. Canti corali sono poi proseguiti sul pullman, in cui ha primeggiato come al solito la brava Giuseppina Barberis. Dopo la gradita sosta a Capracotta, che ha offerto ai partecipanti la scoperta di un angolo poco conosciuto del Molise molto interessante dal punto di vista botanico, si ripartiva per Staffoli e per il Tempio di Pietrabbondante, dove il prof. Giuseppe Galigani, al centro del proscenio, si è improvvisato con successo attore e cicerone riscuotendo la simpatia di tutta la comitiva, comodamente seduta sugli schienali anatomici degli spalti. Dal tempio è stato possibile ammirare in un solo sguardo l'ampio panorama che abbraccia quasi tutto il Sannio, da Schiavi d'Abruzzo, Trivento, Bagnoli fino a Campobasso. Arrivati ad Isernia, il Presidente della Provincia di Isernia, dr. Pellegrino, medico, ma anche appassionato cultore della storia e dell'arte molisana, ha ricevuto i partecipanti presso il Museo dell' Homo æserniensis , vissuto 700.000 anni fa, che ha descritto con dovizia di particolari e riferimenti scientifici. La sera, presso l'Hotel Europa di Isernia, dove i partecipanti hanno trascorso la notte, si è svolta una piacevole manifestazione organizzata dal Presidente del Parco Nazionale d'Abruzzo, Fulco Pratesi, e dal Direttore, Franco Tassi. Dopo i saluti, rivolti anche dal Segretario della Società Botanica Italiana prof. C. Blasi, è iniziata una proiezione di diapositive in multivisione con immagini stupende del Parco, ripreso nei suoi aspetti più caratteristici e suggestivi, tutti di struggente bellezza. Dopo lo spettacolo ai partecipanti è stata offerta dall'Ente Parco la cena, rallegrata anche dalla musica folcloristica del gruppo musicale di Scapoli, patria della zampogna, che ha ricevuto numerosi applausi. Una giornata intensa, iniziata di buon'ora e terminata a sera inoltrat , alla fine della quale è rimasta la sensazione di una bella esperienza che ha conciliato senza dubbio il meritato riposo. Fernando Lucchese Fonte: F. Lucchese, Escursione sociale nel Molise, 12-15 luglio 1995 , in «Informatore Botanico Italiano», XXVII:2-3, Soc. Botanica Italiana, maggio-dicembre 1995.

  • Mast' Pasquale, lu Vardar'

    Fino agli inizi del 1900 a Frosolone le selle, i basti, le varde per gli asini, i muli, i cavalli non si costruivano. Eppure questi animali rappresentavano l'unico mezzo di trasporto allora esistente. Fu grazie ad oriundi di Capracotta che nel nostro paese si aprì una bottega di vardar' . Il capostipite della famiglia dei bastai si chiamava Martire Monaco, sposato con Giacomina Monaco (tra loro non vi era alcun legame di parentela). Pensarono bene di trasferirsi a Frosolone - tra l'altro all'epoca ancora grosso paese di pastori transumanti e allevatori - e dalla loro unione nacquero 13 figli. I maschi, tranne Luciano che intraprese il mestiere di falegname, seguirono tutti le orme del padre: Michele (e a seguire il figlio Martire, detto Martuccio ), Giovanni, Giuseppe, Antonio e Pasquale: Maste Pasquale . Avevano la prima bottega a piazza XX Settembre (la loggia de le Pezziènt' ) e Maste Pasquale invece si spostò più tardi a lu Distaccament' . Nei miei ricordi rimane la figura di Maste Pasquale , un grande artista che faceva le varde adeguandole alla misura degli animali, e che fino alla vecchiaia fabbricava varde . Io ci andavo anche perché mio padre era il suo muratore di fiducia. Aveva un modo di parlare veloce e balbettante. Era stato cavaliere di Vittorio Veneto (Prima guerra mondiale) e durante la guerra rimase per parecchio tempo sepolto sotto una valanga di neve il che evidentemente gli aveva causato un leggero trauma. Ricordo la sua velocità nel confezionare le varde , l'odore della pelle, della paglia che serviva per imbottire il basto e i pezzi di legno sagomati all'uopo pronti per essere fissati sul dorso della "vettura" di turno. Maste Pasquale è stato l'ultimo vardar' frosolonese, l'ultimo di un mestiere che come tanti è stato sopraffatto dalla modernità e dalla velocità del tempo... Mick Harrison

  • Ragioni per l'Università della città d'Agnone

    Il Verrino largo 10 palmi e profondo mezzo palmo, impropriamente è detto fiume, dovendo per la sua picciolezza dirsi rivo. Esso viene formato da tre sorgenti dette il fonte delle Moree , il fonte delli Cimenti ed il fonte Verrino , che tutte e tre nascono nel feudo quaternato di S. Maria di Monte Capraro acquistato nel 1484 dalla Università di Agnone. Questo fiumicello per circa due miglia fluisce lungo quel feudo, come pure per l'altro detto di Lagovivo di proprietà della stessa Università, dal quale uscendo passa immediatamente per mezzo dei territori tutti demaniali da ambe le parti, appartenenti alla predetta città di Agnone, per il tratto di tre miglia circa fino ai confini delle Terre di Castelluccio e di Caccavone. La Università di Agnone nella qualità di proprietaria di quelle acque fece varie concessioni a diversi per molini, ramiere e valchiere, e per lunghissimi anni rimase tranquilla padrona di esse. Ma il principe di Santo Buono Carmine Niccola Caracciolo nel 1698 se ne impadronì, per lo che l'Università di Agnone vedendosi spogliata de' suoi diritti, tosto nel 1736 ricorse al S. R. Consiglio per essere mantenuta nel possesso di quelle acque usurpate per violenza del principe. In questa difesa della Università tra le altre cose si fa motto pure di vari feudatari che furono signori di Agnone. Camillo Minieri Riccio Fonte: C. Minieri Riccio, Biblioteca storico-topografica degli Abruzzi , Priggiobba, Napoli 1862.

  • Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII

    La preminenza della zootecnia su ogni altra attività deriva a Capracotta dalla connessione con il clima, con la pedologia, con l'antropologia, con la scarsità di colture foraggere. In detto comune a m. 1.426 sul livello del mare forse gli animali erano transumanti prima ancora che sorgesse la pastorizia; nell'apprezzo del Commissario Fiscale del 1671 si legge che «li abitanti sono di ottima salute... la maggior parte dei quali attendono al governo delle pecore, industria propria del paese; il suo territorio consiste la maggior parte in pascoli..., li animali ammontano al numero di 30.000, le donne attendono al filar la lana». Si vive in detta terra a catasto. I fuochi da 183 nel 1671 passano a 205 nel 1737, mentre risultano 284 nell'onciario del 1743. Anche lo Squarciafoglio dell'onciario ribadisce che «li terreni lavorativi sì per essere infertili, altresì per l'orridezza de' luoghi aspri, si lavorano rari e per la sterilità del luogo vengono seminati lo spazio di anni cinque tre volte, cioè un anno pieno, l'altro vacante, ed anni tre necessari al riposo, che fanno la somma di anni otto». Nelle rivele del 1741 risulta un'enorme concentrazione del terreno per lo più feudale nelle mani del Duca Giuseppe Capece Piscicelli, per un totale di tomoli 7.344 esclusa la parte rupestre non censita; dal possesso il duca ricava tomoli 500 di grano e ducati 1.500 per vendita di erbaggi. Di contro tutto l'agro demaniale del Comune misura tomoli 7.209; mentre i numerosi enti ecclesiastici posseggono complessivamente tomolo 1.068. È evidente che in Capracotta persista a metà del secolo XVIII un sistema di proprietà feudale che altrove è in fase di avanzato superamento. Forse la persistenza di vecchie strutture devesi alla poca appetibilità della popolazione per terreni infruttuosi, alla scarsa vocazione degli abitanti per l'agricoltura, per cui il Tavolario Pietro Schioppa evidenzia la vasta estensione dei terreni ducali «niente però proporzionati alle braccia che devono coltivarli, perché quei... capaci alla coltivazione delle campagne sono tutti addetti alla pastorizia, che li mantiene per buona parte dell'anno lontani dal proprio paese»; tuttavia la relazione conclude che i terreni adatti alle colture rendono qualcosa soltanto con maggese e che essi non sono suscettibili di miglioramento; siamo nella zona molisana ove il Longano fissa la resa del raccolto a tre o quattro volte la semina. Liborio Casilli Fonte: L. Casilli, Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII , in E. Narciso, Illuminismo meridionale e comunità locali , Guida, Napoli 1989.

  • Biodiversità, Capracotta è un (bel) caso

    Capracotta? Caso esemplare di biodiversità. Tanto da finire negli studi di università e Cnr. Il piccolo borgo nel mezzo del Molise, provincia di Isernia, ospita infatti un ecosistema naturale che ne fa uno degli orti botanici più alti d'Italia, il Giardino della Flora Appenninica, vero e proprio Eden a quota 1.525 metri. E il "Paese del Benessere" grazie a studi condotti da ricercatori universitari del Molise con il Cnr di Napoli. Perché pascoli incontaminati e aria pulita sono anche la base della qualità agroalimentare. Dunque, «il team attesterà con dati scientifici la qualità del territorio», spiega il sindaco Candido Paglione, e così Capracotta diventerà punto di riferimento per la tracciabilità gastronomica. Territorio fortemente legato alla transumanza, il borgo vanta infatti tradizioni agroalimentari antichissime, preservate da produttori che puntano su eccellenze. Risorsa preziosa anche per lo sviluppo economico, che d'ora in avanti sarà oggetto di studio. Il lavoro dei ricercatori inizierà dall'analisi dei pascoli per accertare l'assenza di sostanze nocive nei terreni riservati all'allevamento. Poi si prenderà in esame qualità dell'aria e composizione chimica dei prodotti. I formaggi dell'Alto Molise sono già prodotti di punta, ma grazie agli studi sui benefici per la salute, il discorso si amplia: quello degli organismi con attività probiotica è campo inesplorato: «È per questo che analizzeremo geneticamente i formaggi – dice Giampaolo Colavita, ordinario di Medicina e Scienze della salute all'Università del Molise – In queste zone si utilizzano ancora latte crudo e siero innesto» senza dimenticare «attrezzature tradizionali in legno, su cui si deposita una popolazione microbica non indifferente». Fonte: Biodiversità, Capracotta è un (bel) caso , in «Metro Italy», Roma, 11 febbraio 2021.

  • Maria Centracchio a Capracotta

    Il Centro Libertas Nazionale, in collaborazione con il Centro Libertas della provincia di Isernia, ha organizzato a Capracotta, nelle estati del 2018 e del 2019, due stage intitolati "Judo e Amicizia" e dedicati ai tesserati Libertas che praticano il judo, un'arte marziale difensiva formalmente nata in Giappone nel 1882 e che dal 1964 è disciplina olimpica. Quelle furono ottime occasioni per crescere dal punto di vista agonistico, ma soprattutto per far sì che i judoka, non solo isernini, socializzassero e si confrontassero con atleti provenienti da tutta Italia. Il dirigente tecnico dell'iniziativa era infatti il prof. Bernardo Centracchio, 6° Dan di judo, nonché padre di Maria, fresca di medaglia olimpica ai giochi di Tokyo. I tecnici dello stage "Judo e Amicizia" erano invece Enrico Parlati e Massimo Parlati, entrambi 5° Dan. Maria Centracchio, conquistando oggi la medaglia di bronzo, ha dunque onorato non solo l'Italia e il Molise ma, nel suo piccolo, anche Capracotta, prendendo parte a quei due stage atletici che, da oggi, possiamo annoverare tra i momenti più importanti della nostra storia recente. Francesco Mendozzi

  • Lodi in onore di sant'Anna

    Si elevi a sant'Anna la nostra preghiera, si canti un osanna di fede al Signor. Tua Figlia, Maria, è il dono promesso, per noi è la via che porta a Gesù. Iddio ti ha eletta, gloriosa sant'Anna: sii tu benedetta in terra ed in Ciel. La Chiesa, o sant'Anna, diffonde il tuo nome e, in festa, l'osanna ci canta a tuo onor. Le nostre famiglie proteggi benigna, i figli e le figlie conducili al ben. E fa che ogni mamma accolga la vita, che è dono, sant'Anna, di Dio Creator. Allieta chi attende un figlio, sant'Anna; ascolta chi tende le palme a pregar. Soccorri chi soffre, chi piange e chi spera; accogli chi ti offre un canto od un fior. Or canta festosa per te Capracotta, sant'Anna gloriosa, proteggila ognor. Al Padre sia onore, in questo tuo giorno, al Figlio e all'amor nei secoli, amen. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Preghiere e canti dell'anno , S. Giorgio, Agnone 1987.

  • La transumanza: immagini di una civiltà

    Quando la transumanza riprese realmente a vivere nel Molise? Sotto questo aspetto le fonti sono rare o addirittura inesistenti. Sappiamo che nel secolo XII i normanni rilanciarono il settore disciplinandolo con un'apposita «Costituzione»; questo rilancio, però, non dovette coinvolgere il Molise, se si considera che Capracotta, simbolo molisano della transumanza, in quel periodo era un paesino tanto piccolo da non poter offrire che un solo militare di leva al Delegato della Giurisdizione Militare. In questo centro la pastorizia fu presente sin dall'epoca sannitica - non va dimenticato che è stato scoperto in mezzo ai pascoli capracottesi l'antico santuario sannitico del IV-III secolo a.C. di Fonte Romito -, ma l'attuale paese si fa risalire a poco prima del Mille e la sua crescita rapida e forte viene però collegata alla grande transumanza aragonese. Capracotta ricevette «incremento della popolazione, della prosperità e del progresso intellettuale» solo dalla transumanza organizzata, tanto che al censimento del 1522 i fuochi (le famiglie) risultarono in numero di 118, salendo nel 1575 a 248. Una popolazione più che raddoppiata in appena 53 anni! E più che raddoppiato risultò, sempre nello stesso periodo, il numero dei contratti di compravendita di feudi, movimentando un mercato in precedenza a livelli molto modesti. Addirittura i feudi molisani di alta montagna furono molto ricercati da nobili casati napoletani, i quali nelle masserie armentizie trovarono le principali fonti di reddito. Questo tipo di masserie rientrò anche nei capitoli matrimoniali: la nobildonna Aurelia d'Ebulo, sposando nel 1583 il cugino, ebbe appunto tra i capitoli della dote una masseria armentizia a Capracotta di ben 5 mila capi. Gli effetti della transumanza si fecero notare anche nei settori politico e culturale e nei campi amministrativo e militare, in cui si distinsero molti cittadini di Capracotta. Possiamo dire oggi che dalla transumanza, in modo diretto e indiretto, era nata una borghesia intellettuale, commerciale e artigianale, nonché la feudalità che arricchiva il nucleo urbano del primo palazzo baronale costruito proprio nel XV secolo. Accanto ai pastori, alla borghesia, e alla feudalità, la Chiesa. Molte furono le chiese molisane che nel periodo di maggior fulgore della transumanza aragonese e post-aragonese divennero anche aziende armentizie iscritte alla Dogana di Foggia come locate , ossia come proprietarie di pecore che partecipavano alle migrazioni stagionali. Nei libri delle passate del 1793 e del 1794, presso l'archivio della Dogana, la «Chiesa Madonna di Loreto di Capracotta» risulta iscritta rispettivamente per 13.557 e 15.557 pecore portate a svernare nel Tavoliere. Nel 1733, per coprire le spese di riparazione della stessa chiesa, il vescovo autorizzò la vendita di mille pecore. Di capracottesi in Puglia ne andavano tanti. Il rientro di tutti avveniva tra la fine di maggio e gli inizi di giugno e si concludeva comunque il 13 di questo mese, grande festa di sant'Antonio da Padova, con le famiglie ricomposte e il paese ripopolato e festante. Chi non era rientrato per il 13 giugno, in genere veniva ritenuto disperso. Vi era a tal proposito un detto popolare che suonava così: « A sant'Antonio chi n'è rmnut' o è muort' o z'è prdut' » (A S. Antonio chi non è tornato o è morto o si è perduto). Grande impulso ebbero dalla cresciuta transumanza le strutture edilizie del paese: oltre al palazzo baronale, molti sono gli edifici che traggono la loro origine dal fenomeno esaltato dalla Dogana dei D'Aragona. Dogana difesa strenuamente dai capracottesi, come si evince dalla petizione di cittadini al Re perché estromettesse dai benefici doganali tutti coloro che per ottenerli erano ricorsi alla denunzia non veritiera di bestiame. Non va inoltre sottovalutato, per sottolineare l'importanza di Capracotta per la transumanza e viceversa, che di questo paese altomolisano fu uno dei quattro Deputati Generali eletti nel XVII secolo a Foggia, presso la Dogana, e che rispondeva al nome del Dott. Giulio Pettinicchio. Natalino Paone Fonte: N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia , Iannone, Isernia 1987.

  • Dal "boom" agli yuppies

    «Dove passerai il Capodanno?» chiede Vittorio de Sica, il conte Max del film omonimo, ad Alberto, il giornalaio romano che pende dalle sue labbra e che sullo schermo è Alberto Sordi. «A Capracotta». «A Capracotta? Mai sentito nominare». «È il paese de nonno! Lo chiamano la piccola Cortina degli Abruzzi! Le assicuro signor conte che è una vera Cortina». «Tu hai mai visto Cortina?». «No». «E allora, perché dai dei giudizi? Prima vedi, poi dai dei giudizi». Grazie a un corso accelerato di buone maniere impartitogli dal suo mentore, a Cortina Alberto verrà persino scambiato per un aristocratico, un po' come D'Alema scambiato a St. Moritz per uno statista capitalista. Alla fine, il giornalaio capirà però che è Capracotta il suo luogo dell'anima; sul politico Max, si accettano scommesse. "Set in Cortina", di Ludovica Damiani, ha per sottotitolo "Il cinema e le Dolomiti" ed è una carrellata che da von Stroheim a Ermanno Olmi, passando per Luis Trenker e i Vanzina, Blake Edwards e Sergio Corbucci, Michelangelo Antonioni e Charles Vidor ripercorre questo binomio alternando nelle sue pagine scatti, protagonisti, racconti. Come tale, è una miniera di curiosità: le Montagne rocciose di "Cliffhanger" dove si arrampica Sylvester Stallone sono in realtà i pendii del Lagazuoi, con sotto il Sass de Stria; i colori in cui è immerso il romantico e disperato "Ladyhawke", con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer, sono l'arancio, il giallo e il rosso dei larici autunnali fra il lago di Misurina e il Passo Giuan; la Liz Taylor di "Mercoledì delle ceneri fece" a pezzi, nell'ascensore dell'hotel Miramonti, un abito di scena che non le piaceva; nel "Segreto del bosco vecchio" i cani di Paolo Villaggio caddero narcotizzati per l'odore troppo intenso che emanava dagli alberi e dalla foglie; un gelosissimo Marcello Mastroianni, fresco innamorato di Faye Dunaway, la tenne chiusa a chiave in albergo per tutta la durata del film "Amanti". C'è stato un tempo in cui si diceva Cortina come si diceva Capri. Se la passavano di bocca in bocca gli happy few , i pochi felici di un'Italia che stava uscendo dalla ricostruzione, ma non aveva ancora fatto il miracolo economico, l'Italia insomma degli anni Cinquanta poveri ma belli, difficili eppure gonfi di speranza. A metà di quel decennio c'erano state le Olimpiadi invernali, Cortina era andata in orbita e gli happy few avevano sperato che tutto sarebbe rimasto come prima, quando ancora viaggiare era un piacere e non un fenomeno sociologico. La speranza resse per una manciata di anni, il tempo che il «boom» si articolasse mantenendo tuttavia un suo decoro, e quello fu forse per Cortina il suo periodo più bello, non ancora di massa ma non solo elitaria, intellettuale senza essere noiosa, mondana senza essere volgare, elegante ma non alla moda. In "La pantera rosa", che è un film del 1963, l'alto e il basso, il vecchio e il nuovo, la sostanza e l'apparenza, lo charme e il kitsch hanno come testimonial David Niven, Capucine, Claudia Cardinale, Peter Sellers, ovvero snobismo, classe, bellezza, istrionismo e ironia. Lo scenario naturale è quello del Cristallo e delle Tofane, della Croda da Lago e del Sorapis e davvero Cortina è una regina, quelle montagne sono i diademi della sua corona, quei frequentatori i suoi sudditi. In "L'amicizia", uno dei racconti che aprono il primo Sillabario di Goffredo Parise, Cortina e le sue «distese di neve dove gli sci scricchiolano sul manto fresco e i camosci sorpresi e scattanti di muscoli fuggono come volando sulle rocce affioranti fra i pini e gli alberi» sono i protagonisti di una felicità del vivere quale pochi scrittori hanno saputo raccontare. Fra il film di Blake Edwards e il primo "Vacanze di Natale" dei fratelli Vanzina passano vent'anni e la grande mutazione è già in pieno svolgimento. Quando, ancora vent'anni dopo, i Vanzina lo bisseranno, "Vacanze di Natale Duemila", si sarà compiuta. Cortina in fondo è sempre Cortina, ma siamo noi, italiani e no, turisti per caso, per forza, per status a essere cambiati. Se in meglio o in peggio, in questa sede ha poca importanza. È l'Italia a essere diventata diversa, altra, e noi con lei, e sarebbe stato anacronistico, falso e un po' patetico se Cortina fosse rimasta com'era. Gli è sufficiente essere rimasta dov'era. Stenio Solinas Fonte: S. Solinas, Dal "boom" agli yuppies, tutta l'Italia in scivolata sul grande set di Cortina , in «Il Giornale», Milano, 10 gennaio 2011.

  • Il mestiere del carbonaio

    La produzione del carbone è un'attività che ha impiegato generazioni di boscaioli sulle nostre montagne fino alla metà del secolo appena concluso. Il contesto territoriale in cui siamo vissuti non consentiva grandi scelte lavorative e pertanto la maggior parte della forza lavoro era destinata all'agricoltura, all'allevamento ed all'industria boschiva, attività, quest'ultima, in cui si è sempre cimentata la mia famiglia "la Scialpa" per quanto io ricordi e riesca a ritornare a ritroso nel tempo. Il mestiere del carbonaio non era facile e come tutti i mestieri provenienti dal passato necessitava di una notevole esperienza maturata negli anni; di seguito cercherò di raccontare a modo mio le varie fasi del come si faceva il carbone e varie notizie relative all'industria boschiva. Inizialmente si preparava la legna necessaria al quantitativo di carbone che si desiderava ottenere ed in base a questo il "capo cocitore" analizzava dove si poteva realizzare la "piazzola" per allocare re cuatuózze , compito importantissimo in quanto si doveva preparare un piano perfetto, senza pendenze, che poteva causare possibili conseguenze negative alla successiva cottura. Il quantitativo di legna stabilito si portava nella piazzola e il trasporto avveniva tutto "a spalla" dividendo la piccola ciamàglie da quella di più grandi dimensioni; per la piccola si usava un attrezzo chiamato furcàle , preparato preventivamente dal cocitore per ciascun addetto. La legna piccola veniva messa tutta intorno alla piazzola formando un circolo detto "turno", invece quella di più grosse dimensioni veniva inserita all'interno del turno, a questo punto tutto era pronto per iniziare la composizione del cuatuózze ; la legna grande veniva posta a pezzi incrociati ad una altezza di circa un metro, formando la ferlizza e in quel momento si iniziava ad intravvedere come sarebbe stato il lavoro finale; a questo punto veniva formato un buco centrale che da terra andava fino alla sommità del cuatuózze , si poneva la legna compatta a circolo con i pezzi l'uno vicino all'altro, ben messi, chiudendo gli spazi ancora aperti con la legna più piccola. Finito l'impalcato del cuatuózze si "atterrava", cioè si procedeva ai preparativi per la copertura con la terra: per prima cosa si realizzava una fascia circolare di ceppi al piede del cuatuózze di circa 40 cm., poi nella parte superiore, a protezione, si poneva del fogliame di piante o paglia al fine di impedire l'inserimento della terra all'interno della legna. Anche questa fase era molto delicata in quanto anche il tipo di terra usata, posta con grande attenzione, doveva essere di natura pozzolanica al fine di favorire una cottura ottimale, cosa non possibile con il tipo di terra argillosa, la migliore sicuramente era la terra usata già per un precedente cuatuózze . Prima di procedere alla fase più importante che era quella di mette fuóche , si procedeva alla realizzazione di un circolo di ceppi provenienti dai rifiuti della legna per una altezza di circa 2,50 m., ad una distanza di circa 1,50 m., a protezione del cuatuózze dal vento, detto paravènta . A questo punto ci si preparava a mette fuóche , la prima fase era quella relativa alla preparazione di un po' di piccola legna per alimentare il primo fuoco, detta re taccari , pezzi piccoli e corti e dopo due giorni che il fuoco aveva acchiappàte , cioè aveva preso, incominciava la lavorazione e bisognava tenere conto del fatto che esso iniziava ad ardere da sopra e una volta che aveva preso il suo ritmo si doveva alimentare due volte al giorno attraverso il buco iniziale creato alla formazione del cuatuózze . Il buco inizialmente di piccole dimensioni, col passare dei giorni diventava sempre più largo e pertanto si poteva alimentare con legna più consistente, ricordando a grandi linee uno stomaco umano che dopo il consumo del cibo richiede altro mangiare, fino al riempimento del buco stesso con il carbone. La figura più importante era sicuramente quella del "cocitore", egli doveva essere pratico e avere esperienza, dalla sua capacità di comandare il fuoco si otteneva il miglior risultato oppure la bruciatura del cuatuózze , il palo con cui dirigeva i lavori si chiamava friccicóne ; egli poteva "chiamare" il fuoco a suo piacimento facendo dei buchi che consentivano di aspirare l'aria e modificare il verso dei focolai che inaspettatamente si formavano, questi buchi li faceva con un paletto di un metro circa detto buscinatùre ; è importante ricordare che tutti gli addetti ai lavori dovevano essere ben informati sulle fasi e sulla sicurezza dell'ambiente lavorativo in quanto la creazione di eventuali vuoti non dava scampo, causando incidenti di natura quasi sempre mortale. Tornando al cuatuózze , quando il cocitore si accorgeva che il fuoco aveva finito di ardere, dava inizio alle operazioni di pulitura della terra cotta che si presentava in maniera compatta e bisognava pertanto romperla con un attrezzo chiamato raspiéglie , la terra di dimensioni più grandi veniva tolta, quella sfarinata più fina si rispalmava a contatto diretto con il carbone al fine di spegnere eventuali fuochi ancora accesi: successivamente si cominciava a "sfornare" il carbone, si usava poca acqua e come già detto si usava maggiormente la terra che risultava molto più efficace, una volta finito di sfornare si faceva un mucchio chiamato réglia , assicuratosi della totale assenza di fuoco si riempivano i sacchi da portare a destinazione. L'industria del carbone, allora molto fiorente, dava lavoro a tanta gente, mi piace ricordare, oltre agli addetti di cui ho già parlato, gli "insacchini" che lo insaccavano, i "mulattieri" che si incaricavano del trasporto dai boschi ai punti di raccolta o rivendita e tanti rivenditori all'ingrosso ed al minuto che hanno poi fatto, chi più e chi meno, fortuna in tanti paesi delle regioni limitrofe. Vincenzo Di Lorenzo Fonte: V. Di Lorenzo, Il mestiere del carbonaio , Termoli 2017.

  • Monografia su Caprasalva

    Per quanto attiene alla seguente leggenda, così si dovrebbe chiamare Capracotta che, posta ai confini della terra del Molise, è uno dei paesi più alti della nostra Penisola, certamente il più elevato dell'Appennino, e stando alla storia, il Comune più alto dell'antico Reame dele Due Sicilie e rimasto all'epoca normanna. Sorge su di una vasta e tortuosa montagna a metri 1.421 dal mare e domina, a forma di un grande loggiato, le due vallate del Sangro e del Trigno, la prima ad occidente, coronata da una chiostra pittoresca di monti, tra cui spicca gigante e superba la Maiella, e l'altra ad oriente che si perde all'infinito, sino alle Puglie, in un trionfo di luce, di colori e di paesaggi. Nei suoi pressi si elevano due maestosi monti, a circa metri 1.800 dal mare, il Capraro e il Montecampo, che le fanno buona guardia, quali degni e gelosi custodi della sua semplice ma austera bellezza, e sulla vetta di quest'ultimo, portandovisi di buon mattino d'estate, si scopre un vasto e meraviglioso panorama, che comprende tutta la zona dell'Adriatico e si estende fino alle lontane coste della Dalmazia. Ai piedi di Montecampo, trovasi lo stupendo e suggestivo pianoro di Prato Gentile, che con i suoi meravigliosi stazzi e, circondato da foltissime faggete, è meta di turisti bramosi di un angolo di pace e che, sfuggendo all'accecante calura estiva, vanno a ricrearsi lo spirito nel godersi l'eccellente frescura che questo grande naturale verde tappeto offre. Situata su di un altopiano, Capracotta offre anche delle lunghe e comode passeggiate e, avuto all'eccessiva altitudine in cui si trova, ha strade pianeggianti ed un discreto corso. Fra i suoi edifici notevoli spiccano la monumentale Chiesa Matrice di S. Maria Assunta in Cielo e lo scolastico. Circa le sue origini nulla sappiamo di certo, se non quanto si può desumere da un documento consacrato nelle "Memorie Capracottesi" raccolte e scritte dal dott. Nicola Mosca (antenato dell'autore del presente opuscolo), che Capracotta rimonta al Medioevo e che, secondo una leggenda, questo nome significa "Caprasalva", perché raffigurante una capra fuggente tra le fiamme restandone illesa a seguito della "prova del fuoco", giudizio estremo famoso nei costumi dell'epoca longobarda (secolo X), ed è proprio lo stemma del Comune che conforta tale congettura. Probabilmente deve avere attinenza da vicende e leggende peculiari della vita pastorale di quei tempi. Alcuni uomini illustri che ebbero occasione di visitare Capracotta così scrissero in un libro che si conservava nel Palazzo Comunale e che è andato distrutto a causa degli eventi bellici del 1943: Francesco Fede (professore in Pediatria): «Con ammirazione per la civile Capracotta, le sue filantropiche istituzioni, la gentilezza dei suoi cittadini, il bel paese, il vastissimo orizzonte, l'aria saluberrima, esprimo il mio alto compiacimento». Antonio Cardarelli (clinico di fama mondiale): «Vorrei poter trasmettere, scrivendo in questo libro, la graditissima e commovente impressione provata dall'animo mio per le accoglienze sorprendentemente nobili e cordiali avute in questo paese. Pur venendo da un viaggio in parti civilissime d'Europa, ho provata la più bella impressione, che non è stata inferiore a quella avuta in città civili e decantate per il loro splendore». Francesco Tedesco (ministro del Tesoro dell'epoca): «Fra i ricordi della mia vita ministeriale rimarrà particolarmente grato quello del lieto soggiorno in questa cittadina che i meridionali dovrebbero conoscere per trarne esempio di civile progresso». Emanuele Gianturco (più volte ministro e cittadino onorario di Capracotta): «Voglio anch'io, che mi onoro di essere cittadino onorario di Capracotta, scrivere in questo libro tutta la profonda incancellabile gratitudine mia verso la civile e colta cittadina. Qui dove l'altezza delle montagne pare rispecchi l'altezza dei sentimenti, il mio pensiero si ritempra nelle pure gioie di amicizie costanti e nella rispondenza di vivissimi affetti con una popolazione schietta, cordiale e forte. Dovunque le sorti di Capracotta, la tutela dei suoi diritti mi chiamino, là, cari concittadini, accorrerò sempre volenteroso e pieno di fede». Attilio Mosca Fonte: A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta) , Tip. Lampo, Campobasso 1966.

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