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  • Vita capracottese

    Come d'incanto, o meglio, come un lampo, quasi fosse a scoprirlo un gran sipario, si vede Capracotta, (millenario), lungo e disteso, ai piè di Monte Campo, da Monte Forte si offre un quadro tale, superbo, bello, che non ha l'uguale... Dal libro di "memorie" Campanelli, che fe' di antichi appunti una raccolta, "Vita capracottese d'una volta", si leggon dei costumi ed usi belli: – Salute, fratellanza, intelligenza – dovuto questo, forse, in prevalenza all'aria, che nutrisce mente e cuore, quand'essa è sempre sana, e sempre pura qual è da noi, per legge di natura. Col respirar, si nota un tal sapore d'un lieto misto odor, continuato, tanto gradito ai sani, ed al malato. Sul mare stiamo a millequattrocento. Non siamo adatti a strilli per reclame. Prevalse qui l'industria del bestiame e del carbone; ora io non troppo aumento! Se a villeggiar son posti preferiti, lo posson dir migliaia di guariti. Migliaia di guariti anche da un male tanto ribelle, sì, da far temere!... Passar l'inverno qui è un gran piacere, specie durante tutto il Carnevale: ovunque si odon note di allegria e balli, e canto in casa e per la via. E qui crear potrebbe lo scrittore un libro divertente e prezioso, se assistesse a quel meraviglioso sportivo gioco dello sciatore. Contenta ed agil corre anche la donna malgrado i suoi scarponi! E senza gonna... Per brevità di cose e detto intero dirò quel che più stima chi più sente, ché par molto vicino al commovente. Ed è, che il fanciullin, contento, altero, sfuggendo ai suoi, che temono i malanni, corre, sfidando il gelo, dai primi anni. E quando a maggio ride la campagna, e odora il fior novello d'ogn'intorno, cresce la poesia, per quel ritorno dei tanti propri figli alla montagna. Lavoratori d'ogni età, contenti per l'aspettato abbraccio dei parenti. È allegro assai quel movimento in maggio di pecore, di muli e di asinelli... Quell’incessante suon di campanelli, che pare annunzi il terminato viaggio che fer, fra i veri alberghi della luna, con pioggia o sol, secondo la fortuna! E fra i suoi cari torna in detto mese dal bosco il carbonaio, il vetturino, con la baracca fatta sul traino... E seco porta il letto ed ogni arnese del suo mestier, somiglia al giocoliere che gira pei mercati e per le fiere... L'estate poi, (che risoluta gente!), par che s'impongan tutti, ad ogni costo, nei soli pochi mesi intorno agosto, di fare ogni lavoro, allegramente, ognun per conto suo, tutti si fanno le intere provvigion, per tutto l'anno. E chi viene a veder tal movimento non può non rimaner come incantato... Ognuno al suo lavoro, bene ordinato, specie per la raccolta del frumento, ed anche a provveder pel fuoco; questo che importa forse più di tutto il resto. (1910) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (II)

    Il culto e la cappella di santa Filomena Il 25 maggio 1802 fu ritrovato nelle Catacombe di Priscilla, a Roma, quello che si crede essere il corpo di santa Filomena. La convinzione è basata sul fatto che accanto alle spoglie fu rinvenuta un'ampolla contenente un liquido scuro secco che fece pensare al sangue d'una martire. Per una serie di relazioni le reliquie furono traslate a Mugnano del Cardinale (AV) e nel 1833 fu data alle stampe la "Pia Rivelazione" di suor Maria Luisa di Gesù, una mistica che affermava d'aver ricevuto da santa Filomena stessa la visione della sua vita e del suo martirio. Filomena, figlia d'un principe greco convertito al cristianesimo, aveva consacrato a Dio la verginità, finché il padre non la portò con tutta la famiglia a Roma per estinguere una lite con l'imperatore Diocleziano, il quale s'invaghì della fanciulla tredicenne. Al suo rifiuto, la sottopose a una inenarrabile serie di tormenti. Filomena fu flagellata, legata a un'àncora e gettata nel Tevere, colpita con dardi arroventati e infine decollata il 10 agosto. Il suo nome, tuttavia, non è mai entrato nel Martirologio Romano e nel 1961, addirittura, venne espunto dal Messale Romano. Il culto della taumaturga Filomena, portato nel Meridione d'Italia dai Borbone, si diffuse velocemente nell'arco dell'Ottocento e altrettanto velocemente sparì dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Nella Chiesa Madre di Capracotta esiste una cappella dedicata alla martire romana - tra gli altari dell'Immacolata e dell'Assunzione - che oggi è in fase di restauro. Si dice che l'antica statua di santa Filomena rispondesse a un'iconografia piuttosto comune a metà '800, quella di una donna riccamente vestita sdraiata su un letto di cuscini, come si può ammirare ad Agnone, a Baranello o a Ferrazzano. Quella statua purtroppo non esiste più (distrutta o venduta per simonia) e fu rimpiazzata negli anni '50 del XX secolo da una in gesso realizzata nella bottega romana di Francesco Rosa, raffigurante santa Filomena in piedi col crocefisso e un'àncora, quella stessa con cui si tentò di annegarla nel Tevere. Il suo culto a Capracotta è praticamente svanito nel nulla, tanto che la cappella a lei dedicata ospiterà presto il SS. Sacramento e san Giovanni Bosco, ma non lei. Di questa ragazzina romana, che ebbe l'ardire di negarsi a un imperatore perché promessa a Dio, non resta che un vago ricordo, l'alone di una santità mai confermata davvero. Francesco Mendozzi

  • Zumpitt'

    C'è sempre una Paunella, Bianchina, Rosinella, un Imperatore, un Turco, un Garibaldi tra gli armenti al pascolo, animali diversi per caratteristiche fisiche e anche per temperamento; tra loro c'era un cane chiamato Zumpitt', una rossa matassa di peli scompigliati a correre dietro i cavalli da casa a masseria e viceversa attraverso i campi; un bastardo, un villoso volpino, vivace, fedele e affezionato animale al suo padrone, alla sua casa, ai tanti bambini che lo chiamavano, lo accarezzavano e lui pronto ad abbaiare, saltando di qua e di là, libero di scodinzolare al vento, alla nebbia, alla pioggia. Zumpitt' si avvicinava a tutti con fiducia e tutti lo accoglievano con simpatia nelle loro case; a sera si sdraiava davanti ai portoni e al mattino prima del sole era già nella strada a comunicare al mondo la sua gioia di vivere, a trasmettere energia a chi gli stava intorno ricevendo in cambio tenerezze e qualche buon boccone. Gli occhi vispi mostravano una gratitudine a tante parole. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • Il pecorino di Capracotta

    Un antico formaggio che risale addirittura ai Sanniti: ottimo sulla tavola per i suoi profumi intensi e per il suo sapore, quando è stagionato; piccante e dal gusto unico quando viene dorato in padella e fritto. Un'esperienza da fare, proprio a Capracotta, nell'osteria L'Elfo , dove si possono godere profumi e sapori unici. Si produce con latte ovino crudo, da animali di razza Comisana e Pagliarola. Il caglio usato è liquido: in parte di capretto o agnello. La crosta è dura, compatta e di colore giallo, tendente al marrone proseguendo con la stagionatura. La pasta è dura, di colore tendente al paglierino. La forma cilindrica, con facce piane di 14-22 cm. Lo scalzo è di 5-9 cm. Il pesco oscilla da 1 a 2,5 kg. È prodotto a Capracotta - il paese dove nevica di più in Italia, da visitare per le sue foreste, le piste di sci di fondo e i funghi dormienti - e in altri comuni limitrofi: Carovilli, Vastogirardi, San Pietro Avellana, Pescopennataro e Agnone, terra di caciocavallo, nota in tutto il mondo per la sua produzione di campane. Beppe Bigazzi Fonte: B. Bigazzi e G. Bigazzi, 365 giorni di buona tavola , Giunti, Firenze 2010.

  • Il campo osservativo del Giga a Capracotta

    «E quindi uscimmo a riveder le stelle...» Permettetemi di rubare questa frase al caro Dante perché si addice perfettamente al bellissimo campo osservativo organizzato dal GIGA a Capracotta (IS) dal 24/07 al 30/07/2000. È stata davvero un'uscita dall'inferno di Milano per ammirare un cielo incredibilmente pieno di stelle, dove la magnitudine è stata stimata intorno a 6,5/7. La località scelta per questo campo è stata Capracotta in provincia di Isernia, un bel paese a 1.400 m. Il campo osservativo era a 1.600 m. di fianco ad un graziosissimo albergo che, per l'intera settimana, ha spento tutte le luci regalandoci un cielo nero, senza il famigerato inquinamento luminoso. Cortesia degli albergatori, ottimi prezzi e menù tipici hanno reso la permanenza davvero piacevole. Per tutta la settimana le osservazioni si sono svolte sotto la guida di Paolo Colona (al campo soprannominato LX200 e chi lo conosce sa perché!) sempre pronto a spiegare e ad illustrare le meraviglie che quel cielo ci ha regalato. Elencare tutto quello che è stato osservato sarebbe impossibile, si è passati dal cielo profondo a stelle doppie, variabili e pianeti. Paolo ha portato il suo telescopio da 25 cm. e vi assicuro che osservare attraverso quello strumento lascia davvero senza fiato! Accanto a Paolo non poteva mancare Daniele Crudeli, che ha ripreso per tutta la settimana la cometa LinearS4 con camera CCD e probabilmente è riuscito a catturarne la frammentazione. Il fine settimana, grazie sempre a Daniele e Paolo, abbiamo fatto una gita fuori porta, spingendoci fino ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso dove, accompagnati da un fisico, abbiamo fatto una sorta di tour scientifico tra gli esperimenti che si svolgono all'interno dei laboratori (GNO, CRESST, The Macro Experiment...). Per completare la giornata, siamo andati a visitare l'osservatorio di Campo Imperatore, all'interno del quale un astronomo russo simpaticissimo ci ha mostrato il loro lavoro (ricerca di SN nell'IR). Chiunque abbia partecipato a questo campo, potrà dire di essere tornato a casa sapendo qualcosa di più, con ricordi che difficilmente svaniranno e con la voglia di partecipare ad altri campi osservativi. Vorrei ringraziare gli amici Paolo e Daniele, per aver organizzato egregiamente questa settimana, per la loro simpatia, per la pazienza, per le spiegazioni e per altri cento motivi almeno! Un saluto e un ricordo a tutti i partecipanti, sperando di rincontrarci presto e sotto cieli bui come quelli di Capracotta! Paola Cannata Fonte: P. Cannata, Il campo osservativo del GIGA a Capracotta , in «Astroemagazine», 9, settembre 2000.

  • I bastioni e l'Hirondelle

    Quanto verde, capperi a profusione e ogni tanto sfreccia una Rondinella, in picchiata sul solivo bastione, strano che abbia pure la pedivella! È un velocipede d'occasione parcheggiato accanto alla fontanella. Ancora di corsa altro che vacanza, di riposar non sente la mancanza. Completati i disegni, Jac apre e chiude la mano destra e si lamenta. – Ho lavorato per oltre un'ora e le dita sono indolenzite, non le sento più. Per oggi può bastare! Successivamente, compie esercizi di allungamento per la schiena. – A furia di stare curvo sul selciato, ho anche un torcicollo pazzesco. Almeno ti piace il fumetto, che ne dici straniero, può andare? – Sei bravo ma temo che il primo acquazzone possa cancellare tutto! – Infatti ho ripreso a fumettare appena finito il diluvio di stamattina e dopo che il sole aveva asciugato la pavimentazione. Spero non piova per almeno una settimana! Tranquillo, quando torno a casa, li rifarò sulla carta. Incamminatosi verso il castello, il ragazzino continua a sgranchirsi le mani e la colonna vertebrale. Io lo seguo come farebbe un segugio, nella direzione del vicino maniero. Lui cambia strada e mi indica un'osteria. – Oltre a questa ce n'è soltanto un'altra in paese, ma è fuori le mura, vicino alla Stazione. – Il mio amico Federico II può aspettare, i capperi no! Andiamo sul bastione, da lì c'è una splendida veduta sulle montagne di Guardialfiera e fino al Matese e pure Capracotta, lontano da qui. A sud c'è il Gargano e in mezzo al mare le Isole Tremiti. Ermen, questa che sale è via Monte Castello! Volendo conoscere meglio il paese e non potendo scegliere altre guide turistiche, non posso che affidarmi a lui, in fondo è un ragazzino sveglio ed anche simpatico. – Va bene, andiamo! Lui davanti e io dietro, ci facciamo di corsa ventisette gradoni, profondi un paio di piedi ciascuno. Finita l'ascesa, Jac fa un balzo sulla destra salendo sul parapetto in mattoncini rossi. – Quest'altra è via dei Bastioni. Ancora sei sette passi e poi comincia il vero divertimento! Cambio di direzione, a sinistra a tutta birra. Non temere! Gli confesso di avere qualche remora nel camminare sul vuoto. – Ma questo muretto è largo almeno una cinquantina di centimetri! A dispetto dei miei trentaquattro anni e della sua effervescente fanciullezza, riusciamo a trovare un accettabile compromesso. Lui mi rassicura dicendomi che non morirò per tanto poco. Io, ostentando sicurezza, frugo in quel po' di coraggio che mi resta. – Ce n'è di spazio, vai Ermen! – Quando ero come te, quando avevo la tua età, quando... lasciamo stare. È meglio che tu mi preceda, io farò piano evitando di guardare lo strapiombo, saranno una decina di metri! Meglio di un'esperta guida tibetana impegnata su un ripido percorso del monte Kailash, Jac scandisce il cammino indicando pericoli ed eventuali trappole. – Ancora una decina di passi e poi c'è da superare un gradino bello alto! Sta' attento, ti consiglio di appoggiarti, di aiutarti con le mani camminando a quattro zampe! Beato lui, in un lampo è già all'angolo del bastione, lì dove il parapetto cambia direzione, ad angolo retto verso sinistra. Sprezzante del rischio si volta verso di me, quasi non avesse il vuoto sotto di sé. – Altri ventinove, diciamo trenta passi, coraggio! Come puoi notare, da qui il bastione diventa ancora più ripido ed alto. Sotto di noi, il paradiso dei capperi! E che veduta, gustatela tutta: da quella parte le montagne della Maiella ancora imbiancate di neve. Invece, questo paesino che sto toccando con le dita è Petacciato. Più a sinistra, in cima alla rupa c'è Guglionesi. A seguire, le colline di Difesa Grande sono quelle affollate di boschi dove si rifugiavano i briganti che fuggivano ai Piemontesi, ce lo dice sempre la maestra. Poi il colle di Campomarino, appena dopo il fiume Biferno. Sbrigati a raggiungermi, quanto sei lento! Tu guarda quanti capperi, fino a due giorni fa non ce n'era nemmeno uno. Almeno a loro, la pioggia ha fatto bene. E guarda come sono grossi! Dài che il sole è ancora alto e bollente, abbiamo tutto il tempo per farne man bassa. L'osteria, quella che ti ho fatto vedere prima, me li paga profumatamente. Se mi dai una mano, poi facciamo a metà dei tornesi, ti va l'idea? – Ma non ne sono capace, per me è la prima volta! Subito mi offre un saggio della sua abilità. – Guarda me e non potrai sbagliare, è facile. Prima spezza il picciolo verso il basso lasciandogli un po' di lunghezza. Poi mettili nel palmo dell'altra mano. Quando è piena, riversa il contenuto in una foglia di fico, bella grande. Il fico è quello che domina il bastione, a cinque o sei metri da qui, lo vedi? – Bene, io sono pronto, inizio? Jac raccoglie un paio di foglie dal vicino albero e, gentilmente, me ne porge una. Dopo, prosegue la corsa sul dirupo e da lontano mi grida qualcosa. – Questo lato del bestione è di settantotto passi. Infine ritorna indietro, scandendo la propria volata numero dopo numero fino al trentanovesimo passo. Che scapestrato, una ne fa e cento ne pensa! – Io raccolgo i chiapperi sulla prima metà del muraglione e tu sulla seconda. Buon lavoro, 'mpapito ! La mia foglia di fico la sistemo in questa buca, di vento per ora non ce n'è, ma è meglio essere prudenti, non si sa mai. Chi ne raccoglie di meno, paga pegno. Ci stai, parte la sfida? – Va bene, si può fare. – Chi vince decide il pegno che dovrà subire lo sconfitto! – Ci sto! La guida turistica non mi da nemmeno il tempo di iniziare, di capire come raccogliere queste piccolissime palline verdi; cambiando nuovamente obiettivo, mi indica qualcosa. – Che meraviglia, guarda verso il basso! – Ahiii. Come se non fosse bastata la spilla da balia, mi pungo lo stesso dito con gli aculei di queste piantine. – Ancora ahiii. Jac mi prende in giro. – Quanta mosse, pe nu ccone de sanghe! Quello appoggiato al gradino della fontana, proprio sotto di noi, è il velocipede del signor sindaco. Lo vedi? – Non sono ancora cecato! – Quant'è alla moda! Mi piacerebbe guidarlo e chissà come sarà veloce! A Termoli, ce ne sono soltanto tre, uno è del dottor Lomma e l'altro del Conte! Se per qualche minuto me lo prendo in prestito, il sindaco non penso che si arrabbierà! Lui non ha ancora imparato a guidarlo, ma se lo porta a passeggio di qua e di là come un cagnolino. Un sogno a portata di mano, so che è francese e che si chiama Hirondelle. Viene direttamente dalla città di Saint Etienne. Ricordo bene il giorno, era l'anno scorso di questi tempi, quando il velocipede è arrivato alla stazione. C'era l'intero paese, mancava solo la rinomata banda di Castellino del Biferno! Ho in mente un piano niente male per farmi un bel giretto, ma di pochi minuti. Tu che ne dici? – Lasciamo stare la gara dei chiapperi , continueremo dopo! Per non mettermi in mezzo ai guai, non dico né si e né no. Ma lui interpreta la mia afasia come un tacito assenso. Ispirato da ciò che aveva in mente, comincia a disegnare sul parapetto del bastione. In pochi secondi, suppongo prenderà forma uno dei suoi strampalati personaggi. Non oso pensare cosa voglia farne di quel disegno, spero solo che non combini guai! nell'attesa, rifletto sul fatto che il velocipede appoggiato alla fontana di marmo è il bisnonno della nostra bicicletta. Intanto, il disegno si completa. Sorpresa delle sorprese, non ha un aspetto umano, tutt'altro! Si tratta di un velocipede identico a quello del sindaco, in più possiede un paio di ali nella parte posteriore che subito scompaiono. Ogni tanto, un leggero refolo di vento sposta il getto d'acqua della fontanella riempiendo di schizzi la rondinella, che scuote le ali ed il piumaggio. Dissolto il velocipede, svaniscono anche le aiuole e le tante varietà di coloratissimi fiori che adornano i giardinetti circostanti. Scompaiono le case poste di fronte ai bastioni. Che matto Jac, approfittando del mio calo di pressione mi da una leggera spinta, sufficiente per farmi scivolare lungo il muro inclinato dei bastioni. Per fortuna, mi sorreggo ad una fune color senape. Non è piovuta del cielo ma, fino a qualche attimo fa, qui non c'era. Intorno, solo capperi ed infidi aculei, profumo di salsedine e sabbia. Raggi di sole in abbondanza, gli stessi che qualche istante fa mi avevano accecato la vista. Ad ogni modo, l'allucinazione è qualcosa di extrasensoriale mentre questo canapo è reale. Mi sta segnando le mani, ma per il resto sono incolume. Ad occhi aperti e volgendo la schiena al sole, osservo che il bastione ha cambiato aspetto. Adesso è un libro, enorme, adagiato sulle pietre del fortilizio; e la grossa corda con cui mi aiuto nella discesa, non è che un gigantesco segnalibro. Rallento ulteriormente l'andatura e freno, anche con i piedi. Mi fermo a leggere qualche riga del libro. Considerata l'imponenza del volume, non mi è possibile ribaltare la copertina: solo se avessi una gru, riuscirei a leggerne il titolo. La misteriosa termolana, che mi ha inviato messaggi tramite raffinate opere letterarie, qui non ha sottolineato nulla. Leggo il numero di pagina, 110. Sento che in cima qualcosa sta cedendo e devo sbrigarmi con la lettura. In quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca che disse: «Salvami, Alidoro! Se non mi salvi son fritto... RUMBLE Il canapo ha ceduto e la mia discesa si è fatta più veloce, ma non rovinosa. In un istante, e che botta di fortuna, son finito col sedere proprio sul sellino della rondinella! L'ho scampata bella anche stavolta, ma non c'è un attimo da perdere. Per non essere accusato di furto, e sarei anche in flagranza di reato, devo pedalare e pure forte. Meglio far perdere le nostre tracce, io davanti e Jac dietro c'involiamo verso... verso chissà dove! Corro su una bicicletta rubata, in un paese che non conosco. Il velocipede non ha pneumatici ma qualcosa di duro che infastidisce la schiena, in particolare la mia doppia ernia al disco. A denti stretti, sopporto una fitta all'altezza del coccige, spero passerò come a matizje ! Meglio essere ottimisti, in mente ho l'indecifrabile passaggio di un romanzo che non ricordo. In testa l'immagine di una donna che sta guidando le mie azioni, la mia prima giornata di vacanza, in questo luogo così sfuggente. Si prevede una lunga pedalata, c'è spazio, in sella salite. Antonio Andriani Fonte: A. Andriani, Che spasso nella città invisibile , Armando, Roma 2017.

  • Una vita avventurosa: padre Giuliano

    Padre Giuliano nacque a Capracotta nel maggio 1824, da padre falegname, e si chiamava Pasquale D'Andrea. Sin da ragazzo preferì lo studio alla pialla, e da un canonico contemporaneo cominciò ad apprendere le prime nozioni di latino e filosofia. Quando Pasquale era ancora adolescente, arrivò a Capracotta un frate predicatore, Padre Gabriele da Morrone, «pittoresco tipo di monaco, con la barba fluente, la persona gagliarda e la parola facile, sonora, attraente». Pasquale vide nel predicatore il tipo che preferiva e subito decise di diventare frate, contro il volere del padre che pensò di chiuderlo in casa. Il ragazzo fuggì, raggiungendo a piedi Sulmona. Si diresse al Convento dei Cappuccini di quella città, dove «per prima accoglienza ebbe una pioggia di improperii dal portinaio che gli insegnò non essere quello un modo garbato di tirare il campanello». Il ragazzo piacque però ai monaci del convento, i quali - convinti che la sua vocazione fosse vera - si preoccuparono di chiedere al padre il consenso per iniziarlo alla vita monastica; il consenso, grazie ai buoni uffici del Rev. Policarpo Conti, finalmente fu dato. Ciò avvenne verso il 1838-39. Padre Giuliano non continuò ad essere molto studioso: preferiva la vita dinamica a quella contemplativa. Poiché era un ottimo e simpatico conversatore, ebbe dal guardiano del Convento l'incarico di curare le pubbliche relazioni che gli procurarono molte amicizie fra le più note famiglia abruzzesi. «Ma nella tonaca – osservava il Conti – si chiudeva il soldato più che il monaco e nel cenobita si celava il guerriero: forse era nato per la tempesta e l'uragano, non per la bonaccia. Con un organismo di ferro e una gagliardia muscolare d'Ercole, aveva sortito da natura intrepidezza d'animo e una certa inflessibilità di tempra che era il meglio del suo naturale». Tanto uomo, naturalmente, non poteva accontentarsi dei soli piaceri dello spirito. I moti rivoluzionari del 1848 non lo lasciarono indifferente: lo resero tanto turbolento che i suoi superiori furono costretti a mandarlo, per punizione, a Pizzo Calabro, dove era strettamente sorvegliato. Qualche anno dopo, cessati i tumulti, gli fu concesso il trasferimento per Lanciano, poi passò nei conventi di Tocco Casauria, Avezzano e L'Aquila. Questi diversivi però non riuscirono a domarlo: si gettò a capofitto nei moti del 1859-60, e si entusiasmò per Garibaldi. La polizia borbonica lo cercava continuamente, ma egli non si lasciò prendere. Fu costretto a comprare un cavallo per muoversi più rapidamente, e una mattina, mentre gli sbirri entravano «da una porta lui partiva al galoppo da un'altra». La fuga durò quarantacinque giorni e fu molto movimentata. Ma leggiamo il dr. Conti: Andava errabondo solo la notte fra gli aspri monti che circondano il Fucino. Non gli mancava l'ospitalità, ma dovunque era scovato e costretto a fuggire. A Lecce dei Marsi volle dir messa, ma una spia lo riconobbe e le guardie furono messe alla porta. Avvertito da un amico, scappò da una porticina segreta e sotto la pioggia si ritrovò nell'aperta campagna; si avviò al lago sperando di traversarlo in barca, ma la barca non venne e, accoccolato sotto un muricciolo, tutta la notte stette ad ammollarsi sotto la pioggia torrenziale. Al mattino, una barchetta apparve e, dopo mille preghiere, il barcaiolo lo condusse a Luco, ove ebbe ospitalità da gentile famiglia. Ma si sospettò qualcosa, e gli ospiti dovettero dirgli che la casa era vigilata: per fuggire egli si fece rinchiudere in un fascio di sarmenti. Caricato su un carretto e gettato con le fascine su una barca, fu condotto ad altra spiaggia. Ivi cominciò a salire sui monti infestati dai briganti. Dormiva nelle casette dei contadini e si cibava col loro pane. Un giorno si imbatté in un uomo armato di schioppo e pugnale, dalla faccia niente rassicurante. Era un brigante che si insospettì del monaco fuggiasco, il quale si schermiva dello scopo delle gite pei monti col pretesto della questua pel convento. L'uomo, col fucile spianato, gli intimò di consegnargli quanto aveva indosso. Il Padre Giuliano aveva seco una bella somma di denaro e pregò parecchio per essere lasciato libero; ma il brigante gli puntò il fucile al petto. Allora egli, con un moto rapidissimo e ardito, afferrò con la sinistra la canna dello schioppo e con la destra si gettò alla gola del brigante. La Provvidenza, diceva Padre Giuliano, mi aiutò, la presa mi venne buona (e mostrava la mano contratta e rigida). Lo atterrò in un istante e gli fu sopra col ginocchio: il brigante si dibatté invano con gli occhi fuori dalle orbite sotto le dita di ferro del frate, che non lo lasciò fino a quando non sentì irrigidirne il corpo. Pochi giorni appresso, raggiunse le colonne dei volontari garibaldini e le seguì, combattendo al Ponte della Valle, al Volturno e sotto Capua. Terminate le battaglie per l'Indipendenza, Padre Giuliano si trovò prima a Torino e poi a Firenze. Nel 1866 tornò a Capracotta. Comprò una casetta in cui visse solo. Insegnava privatamente ai ragazzi delle elementari (anche mio padre raccontava di avere appreso la matematica da lui); rilegava libri e coltivava un orto. Portava sempre la tonaca, e quando i superiori gli ordinarono di "secolarizzarsi", se non tornava in convento a Roma, indossò l'abito del prete. Ma divenne una «figura buffa, e poco appresso dové farsi ricrescere la barba e ripigliare le rozze lane. Due giorni innanzi la morte – riferiva il dr. Conti – reso impotente dall'apoplessia, smaniava dell'inerzia forzata e a me e all'arciprete raccontava che, per la scommessa di cinque messe con altri frati, andò un giorno da Tocco Casauria a Scurcola nella Marsica (un tragitto di 80 km.) con una pesanta bisaccia indosso. Altre volte raccontava che volle traversare il Guado di Forca (presso Avezzano) in un giorno di tempesta, di inverno, e che, ivi giunto, lasciò morti affogati nella neve un compagno e un cavallo, proseguendo carponi il viaggio di notte». Padre Giuliano morì a Capracotta l'11 luglio 1894, lasciando i suoi beni all'Asilo Infantile. Giambattista Carfagna Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.

  • Europei, Italia in finale: le piazze si tingono di azzurro

    Una partita durissima, la sofferenza dei rigori. Infine l'esplosione di gioia. Hanno trattenuto a lungo il fiato i tifosi italiani per poi scendere in piazza per la festa. La nazionale italiana è tornata in finale agli Europei nove anni dopo. Ma di certo la situazione è diversa dal 2012; stavolta fuori dal campo e nelle piazze del Paese c'è da superare la sfida del rischio contagio. Una paura che però non ha fermato la voglia di brindare, come si può vedere da queste immagini in centro a Palermo. Nessun maxischermo in piazza nel capoluogo, ma al termine della partita, la gioia è stata incontenibile. In tanti si sono riversati nelle strade con bandiere e trombette, con addosso i colori azzurri. Subito dopo il rigore decisivo calciato da Jorginho è cominciata la festa con i primi clacson delle auto per i caroselli in onore dell'Italia. Affollate le strade del centro di Palermo, cori e fumogeni soprattutto davanti al teatro Politeama e al teatro Massimo. Scene di euforia che hanno riguardato un po' tutto il Paese, ancor di più nelle città dove era stata consentita l'installazione di proiettori e maxischermi. Tra le aree dedicate ai supporter, quella a Roma in piazza del Popolo - tra le più grandi d'Europa - è stata accessibile solo tramite prenotazione almeno tre ore prima, con una capienza massima consentita di 2.500 posti e altri mille ai Fori Imperiali. Il tutto regolato da specifiche misure, come i segnaposto in terra per garantire la distanza. A Milano, invece, per vedere la partita sui maxischermi si sono organizzati centri privati per i quali era comunque necessario riservare il posto mentre il Comune - per evitare caos e gruppi troppo numerosi di tifosi - non ha allestito spazi specifici. A Trento e Bolzano la cautela è stata ancora più alta: per evitare il ripetersi dei disordini verificatisi al termine delle partite precedenti, il sindaco bolzanino ha firmato due nuove ordinanze, identiche a quelle adottate per la partita di venerdì scorso contro il Belgio, confermando il divieto, esteso a tutti i locali della città, di vendere alcolici da asporto e bevande in bottiglie di vetro, dalle 20 alle 6. Schermi un po' ovunque invece a Jesi, la città del ct azzurro Roberto Mancini nei giardini pubblici e nelle piazze del centro: qui già per Italia-Belgio era stato montato un maxischermo davanti al Palasport con un centinaio di persone a fare pic-nic sul pratone del parcheggio. A Napoli, città dal tifo caldo per eccellenza, sono state allestite aree per i supporter in piazza, in centro storico e fuori dai bar di tutti i quartieri. Colori e sciarpe della nazionale nei luoghi che animano l'estate bolognese: uno dei più significativi all'Arena Puccini, dove per una sera - invece dei film - si è scelto di proiettare la semifinale. Un altro luogo insolto è stato il teatro Ariston di Sanremo, tradizionale sede del Festival della canzone. E se a Torino i cori da stadio hanno riecheggiato al Mirafiori Motor Village, le bandiere tornano a sventolare anche ad Alessandria, proprio dove fu issato per la prima volta il Tricolore italiano. C'è chi anche chi, a Pescara, ha intonato cori in spiaggia, nello spazio del villaggio "City Summer". Persino gli artisti si sono fermati per l'evento. A Cervere (Cuneo) Antonello Venditti ha spezzato in due il suo concerto per seguire il match con il pubblico e poi riprendere lo spettacolo. Aldilà del risultato, nel centro montano di Capracotta (Isernia) è stato reso omaggio a Raffaella Carrà con la canzone dal sapore italo-spagnolo "Fiesta". Fonte: https://gds.it/ , 7 luglio 2021.

  • Masseria Campanelli di Capracotta: un termine di confine?

    La Masseria Campanelli, assieme a quella Di Tella e a quella del Duca, è una delle più antiche case coloniche presenti sul territorio di Capracotta. È situata in località Sotto la Terra, agli estremi lembi del nostro Comune. Giuseppe Di Rienzo, consulente di viaggi esclusivi, ha organizzato diverse esperienze turistiche di alto livello presso quella masseria, tra querce secolari e vasche in pietra, finché non ha deciso di sottopormi alcune fotografie che ritraggono un bellissimo masso con iscrizione, presente all'interno di detta proprietà Campanelli, una pietra che ha le sembianze d'una stele. Sulla base dei segni convenzionali per la rappresentazione in mappa delle particelle e delle altre particolarità topografiche, ho subito pensato che si trattasse di un termine di confine, ovvero di simboli incisi su pietra atti a indicare confini territoriali. I termini di proprietà si presentavano infatti con un segno convenzionale apposto sulla bisettrice dell'angolo maggiore fra quelli formati dall'incontro dei confini. Identico segno (sulla bisettrice di uno degli angoli formati dall'incrocio dei limiti di particella) si adoperava per rappresentare i termini che delimitavano le zone soggette a servitù militare, a vincolo forestale o a consorzi. Le due Y incrociate presenti sulla pietra della Masseria Campanelli potrebbero dunque indicare il termine di confine tra il Comune di Capracotta e quello di Castel del Giudice, la cui esistenza è dovuta all'atavica litigiosità delle popolazioni altomolisane per definire le divisioni demaniali di inizio '800, alcune delle quali estinte, come nel caso di Prato Gentile, ed altre tuttora esistenti, come nel caso di Monte delle Pere, un territorio reclamato tanto da Capracotta quanto da S. Angelo del Pesco ed assegnato temporaneamente a quest'ultimo. Francesco Mendozzi

  • Fortunato Conti medico e patriota

    La felice idea del "Messaggero", di mettere a disposizione dei cultori di storia patria la sua pagina regionale per la rievocazione dei Molisani illustri nella storia del nostro Risorgimento, mi ha indotto a scrivere questa breve nota su un grande e generoso patriota capracottese: Fortunato Conti. Nacque a Capracotta da Domenicantonio e da Maria Maddalena Siniscalchi il 20 ottobre 1822, nello stesso giorno in cui, venti anni prima, era nato un altro grande Molisano, come lui medico e patriota: Leopoldo Pilla. D'ingegno vivo e pronto, si distinse subito negli studi medi e universitari, tanto che giovanissimo, aveva appena 23 anni, si laureò in medicina nell'Università di Napoli. Nel gennaio del 1848, primo fra i primi, entrava come volontario in quel corpo di spedizione per la guerra d'indipendenza che re Ferdinando II, sotto la pressione dei nuovi eventi, dové consentire che fosse organizzato e inviato, al comando di Guglielmo Pepe, in aiuto del Piemonte. Obbedendo agli impulsi del suo cuore generoso, il Conti volle partire «non come sanitario, ma come semplice soldato», pur prodigandosi e moltiplicandosi, durante il difficile cammino, nell'apprestamento delle cure ai soldati che, male equipaggiati, cadevano malati in gran numero in quella primavera inclemente. Il 15 maggio dello stesso anno, quando il corpo di spedizione era giunto a Bologna, avvenne a Napoli, com'è noto, la scissione fra il Re e il Parlamento. Il generale Scalea e il capitano De Angelis furono allora inviati dal Re alla volta di Bologna con un decreto che richiamava in patria il corpo di spedizione! Guglielmo Pepe, letto l'ordine infame, lo stracciò, lo calpestò e sdegnosamente si rifiutò di eseguirlo. Ma gli uomini del corpo, timorosa dell'ira borbonica, ripartirono tutti alla volta di Napoli, meno un manipolo di 800 generosi che, veri eroi dell'ideale, giurarono di immolare avvenire, agi e la vita stessa, alla causa dell'indipendenza italiana. In questa falange di spiriti liberi si trovavano con il comandante Guglielmo Pepe, il Cosenz, il Mezzacapo, Alessandro Poerio, Cesare Rossaroll e, come sempre primo fra i primi, il nostro Fortunato Conti. Le non liete vicende di quella nostra prima guerra d'indipendenza son note. Riconquistato palmo a palmo il Veneto, meno le lagune e il forte di Osoppo, il Radetsky destinò quindicimila uomini del corpo di Welden a guardia di Venezia, sicché la città, divisa dai Piemontesi, per non rimanere abbandonata all'ira delle truppe asburgiche, per mezzo di Daniele Manin, capo del governo provvisorio, sollecitava il Pepe ad accorrere in suo aiuto. La piccola coorte di napoletani, ingrossata di volontari toscani e romani, qua e là sbandati, da Rovigo, ove era accorsa per prestare aiuto agli insorti , partì subito alla volta di Venezia, ove giunse il 13 giugno. E vi entrava, il generale, con quel pugno di eroi, fra i quali era il Conti, che doveva far stupire l'Europa per le sue gesta leggendarie e che il Manzoni, qualche anno dopo, doveva definire «manipolo di Spartani». L'armistizio di Salasco non piegò infatti Venezia, che decise, all'opposto, di «resistere all'Austriaco fino all'ultimo». Alle truppe di Welden, che frattanto le aveva intimata la resa, la indomita città rispose con l'eroismo dei suoi figli, che a Marghera e a Mestre scrissero pagine di gloria imperitura. E nella battaglia di Mestre, ove tutti i volontari si distinsero, cadde ferito a morte Alessandro Poerio, assistito fino all'ultimo respiro, con affetto fraterno, da Fortunato Conti. Al quale il fratello dell'eroe, il grande Carlo Poerio, con lettera del 10 novembre 1860, così poteva scrivere: «Non dimenticherò mai, caro dottore, le cure che generosamente prestaste al mio povero fratello Alessandro». Per rendere più saldi gli apprestamenti difensivi della città, i veneziani si privarono di tutto. Ufficiali e soldati, spontaneamente, rinunciarono ad un quarto della paga, mente il Conti rinunciava addirittura all'intero stipendio del bimestre ottobre-novembre 1848. Della legione napoletana persino i soldati offrirono metà del soldo, tanto che il Manin li definì «tipi di soldati e di cittadini, uomini gloriosi e benedetti». Gli ufficiali e i medici napoletani, poi, erano invitati la sera nelle case dei capi del governo provvisorio ove portavano la nota allegra e gaia della loro terra lontana. Fortunato Conti era ricercato particolarmente da Emilia Manin, figlia del dittatore e da Teresa Renier, bella, gentile e colta figliola del deputato la quale gli scriveva lettere affettuosissime, piene di poesia e di sublime amor patrio. Promosso, il 9 marzo 1949, chirurgo primario di battaglione di prima classe, il Conti chiese, il 19 dello stesso mese, di essere destinato in un'ambulanza di campagna «essendoglisi un tale posto assegnato fin da quando era partito da Napoli». Del che il protomedico militare Milich grandemente lo lodò. Le cose, però, non dovevano più andare bene per gli assediati, che, ad onta di tutto lottavano con coraggio disperato, titanico, leggendario. Dei sette medici napoletani quattro erano morti. «I napoletani dei quali ce n'è rimasti pur pochi, sono tutti, tutti fiore di virtù, di valore e d'ingegno», così Niccolò Tommaseo, parlando dei nostri eroi. Il colera e la fame poterono alla fine più che le armi degli ottantamila soldati del Radetsky, tanto che la sera del 22 agosto 1849 il Manin ordinò ai suoi la cessazione del fuoco. Così cadeva Venezia, ma non l'ideale. Esule in Piemonte, Fortunato Conti vi esercitò con grandissimo successo la professione medica, collaborò in riviste scientifiche e conquistò la cattedra universitaria. Ebbe amici carissimi Guglielmo Pepe, Angelo Camillo De Meis, Silvio Spaventa e tutti i patrioti del Mezzogiorno, fra cui Carlo Poerio, che gli scriveva lettere affettuosissime e riconoscimenti. Dopo l'annessione delle Province napoletane fu nominato, il 18 giugno 1861, Relatore al Consiglio Superiore di Sanità e successivamente, con decreto 24 giugno 1862, Vice Ispettore di pubblica salute. Raffaele Conti, da un cui libro ho tratto questi appunti e riportato fedelmente alcune espressioni, tiene a rilevare che guadagnò sempre da vivere. Morì a Napoli, nel cui cimitero gli fu dagli amici prestata la estrema dimora ove fu finanziato un monumento, la sera del 18 giugno 1866, a soli quarantatre anni di età, addormentandosi «sotto un cielo puro come il suo pensiero nell'amore della patria, sorridente come le sue speranze giovanili, quando baldo aveva seguito la bandiera per la guerra d'Indipendenza». Ercole Conti Fonte: E. Conti, Fortunato Conti medico e patriota , in «Il Messaggero», LXXI:80, Roma, 21 marzo 1949.

  • La rosa canina: il tesoro rosso di Capracotta

    Approfitto di una giornata di pioggia per riassumere il vivo ricordo di due incontri dedicati alla raccolta e trasformazione delle bacche di rosa canina di Capracotta. Arrivando dalla Liguria (Triora, "paese delle streghe" a 750 m.s.l.m.) dopo una giornata di treno si ha un grande piacere a svegliarsi il primo mattino al splendido sorgere del sole a Capracotta, in casa di Antonio. Era il benvenuto in un altro mondo, in alta montagna, più vicino al cielo, alla luce giallo-arancione che mi accompagnava per tutta la mia permanenza. L'energia del sorgere e del tramontare del sole per me è incarnata nelle bacche di rosa canina, frutti rossi che colorano l'inverno e ci danno energia e speranza durante la stagione fredda e spesso grigia. Ogni mattina, di buon ora e forniti di cestini, siamo partiti insieme per la raccolta dei cacaviàsce . I cespugli di rosa canina si trovano a pochi passi dal paese e i frutti rossi vistosi si presentano in abbondanza. Il primo incontro all'inizio di novembre 2008 era un po' prematuro e di conseguenza ognuno doveva scegliere con cautela le bacche mature che si staccavano facilmente dalla pianta: «Quando i frutti sono maturi la pianta ce li lascia, ce li regala!». Per la raccolta eravamo sempre le stesse persone, invece al pomeriggio, per preparare marmellate, sciroppi, liquori, tisane, maschere di bellezza e addirittura il pediluvio, ci frequentavano diverse persone del luogo. Era un continuo viavai durante il quale ho conosciuto tante persone simpatiche e straordinarie. Mi sento un po' ambasciatrice per la rosa canina; vorrei ricordare le usanze di una volta quando le persone vivevano la natura e si affidavano alla sua cura. Durante tutto il periodo invernale possiamo approfittare della presenza dei frutti della rosa canina, dei cacaviàsce , che sono un vero toccasana per il forte contenuto di molte vitamine, in modo particolare di vitamina C (10 volte più dei limoni), e di tanti sali minerali. Noi usiamo le bacche per prevenire e curare le malattie da raffreddamento, influenza, stanchezza, astenia e per potenziare il sistema immunitario. Grazie alle loro proprietà astringenti e diuretiche curano i calcoli renali e la diarrea, stimolano le funzioni renali e depurano lo stomaco, eliminando il muco (senza controindicazioni). Sono tornata un'altra volta a Capracotta, dal 2 all'8 dicembre 2009. Questa volta ho portato una macchina per facilitare la trasformazione delle bacche. È stata una meravigliosa scoperta dopo più di vent'anni di lavorazione a mano. Siamo riusciti ad avere la polpa fresca con solo aggiungere un po' d'acqua, vuol dire tenere a mollo per qualche ora le bacche e dopo passarle con la macchina. Di Capracotta sono venute meno persone, però questa volta abbiamo visitato gli anziani presso la loro residenza dove abbiamo fatto laboratorio e degustazione, grazie all'aiuto di tre donne della Puglia (Anna, Flora e Carmela) che seguivano il programma da qualche giorno. Per gli anziani, secondo me, era una interruzione interessante, e faceva piacere sia loro che a me ricordare i cacaviàsce . Non dimenticate né i cacaviàsce , né gli anziani! Ma a Capracotta ho conosciuto anche i più giovani: i bambini dell'asilo e delle elementari. All'inizio non si fidavano di me, una straniera che gli offriva qualcosa di strano! Pochi, coraggiosi, accettavano un assaggio di quella polpa bella rossa, morbida, che attirava il loro senso creativo, realizzando numerosi disegni molto particolari. Questo contatto fisico sicuramente lascerà le sue impronte ai giovani! C'è da aggiungere che con l'esperta dei saponi, Anna, siamo riusciti a fare il sapone con polpa e semi di bacche di rosa canina. Scusatemi per tanti dettagli che non ho notato. Mi vengono in mente tanti momenti particolari che ho vissuto intensamente durante le mie due permanenze a Capracotta, e vorrei ringraziare e salutare Antonio (maggiordomo), Patrizia, Mario e Piera, Nicola, Anna, Monica e Giovanni (creatore del pesto alla rosa canina), Mariangela, Pasquale, Daniela, Maria Rosa e le tre amiche pugliesi, Anna, Flora e Carmela, ma anche Claudio e Vittoria. Di tanti ho dimenticato i nomi; perdonatemi! Grazie infine ad Antonio D'Andrea: è per "colpa" sua se sono venuta a Capracotta. È in posti come questo che mi sento a mio agio, circondata da una natura ancora genuina, ricca, dove ci si sente protetti, circondati dal suo amore. Qui mi ritorna l'entusiasmo di (ri)accendere «il fuoco covato sotto la cenere». Karin Rauer Fonte: K. Rauer, La rosa canina: il tesoro rosso di Capracotta , in «Voria», IV:1, Capracotta, luglio 2010.

  • Breve storia della Tavola Osca di Capracotta

    Duemila e cinquecento anni fa circa, gli abitanti del Dekmanio (Circoscrizione amministrativa della tribù sannitica dei Carecini, che si era stabilita nel territorio sullo spartiacque fra Sangro e Verrino-Trigno), volendo rendere pubblico con un documento duraturo che sancisse la sacralità del luogo riservato al santuario, e volendo regolamentarne i riti, i sacrifici e le offerte nelle feste religiose dedicate alle divinità locali, stabilirono di fare incidere sopra una lamina di bronzo il calendario annuale delle ricorrenze festive, dedicate a 15 divinità, e di affissarla ad un arco per renderla ben visibile agli abitanti, pastori e contadini che frequentavano il santuario, perché fosse, di perenne ricordo e dettame di vita. La vita politica e civile della tribù, infatti, si svolgeva secondo le regole delle tradizioni religiose e contadine, poiché la religione offriva a tutti i componenti della comunità i modi per affrontare sia l'ambiente naturale e familiare, sia la più ampia rete sociale, economica e politica. La gente dei campi registrava con il calendario delle feste religiose, anche i cicli della natura: il giorno e la notte, le fasi lunari, l'anno solare, i cicli vitali degli animali e delle piante, creando rituali e consuetudini legate al succedersi degli equinozi, della semina, della germinazione, della raccolta; tendeva, inoltre, a istituire localmente specifici luoghi sacri, templi e divinità; cui ricorreva per rendere omaggio secondo il calendario stabilito e, in tempo di crisi, per scongiurare le minacce più gravi per i campi: siccità, grandine, invasione d'insetti. Per circa due secoli la vita delle tribù sannitiche si svolse seguendo questa duplice tradizione legata al culto delle divinità ed al lavoro dei campi, nonostante le tre guerre contro i Romani con sconfitte, vittorie e tentativi per migliorare i propri diritti civili ed ottenere, come gli altri popoli italici, la cittadinanza romana. Nel 83 a.C. scoppiò, però, la guerra civile tra Silla e Mario: i Sanniti mantennero la neutralità tra i contendenti, ma ciò non piacque a Silla, il quale, provando contro di essi un odio implacabile, minacciò loro punizione, morte, confisca e sterminio su larga scala, se fossero dalla parte di Mario (così scrisse lo storico greco Appiano). Di fronte a questa prospettiva minacciosa, che non teneva conto della neutralità, non restava che schierarsi veramente dalla parte di Mario e combattere per impedire l'ascesa di Silla. Ma nella battaglia di Porta Collina del 1° novembre 82 a.C., i Sanniti furono sconfitti non da Silla, ma da Crasso, accorso in suo aiuto; avevano combattuto e perso la loro ultima battaglia, non rimaneva che la feroce vendetta di Silla, il quale perpetrò con sanguinaria brutalità il massacro di quel popolo la cui storia rimane una delle più appassionanti dell'antichità. I Romani non sentirono in alcun modo il bisogno di riconciliarseli, come avevano fatto con gli altri Italici; Cicerone stesso (in "Pro Balbo") li escluse dalla lista dei popoli italici incorporati a formare lo stato romano: i Sanniti furono confinati nell'oscurità ed ignorati con sdegnosa indifferenza fino a quando l'assimilazione compisse tra essi il suo corso. Nella devastazione generale del territorio, anche la Tavola Osca di Capracotta andò dispersa come un detrito, tra le macerie del santuario. Giacque così per oltre due millenni, in mezzo a due grandi massi, coperta di terra con «l'arpione attaccato ad uno dei massi quadrati, che formavano un muro costrutto di pietre egualmente riquadrate, unite insieme con calcina. La sua grossezza è di circa sei palmi, onde pare che appartenesse a qualche grandioso edificio, che da molti indizi ed in ispecie dal soggetto del nostro bronzo, risulta dover essere un tempio, nel cui recinto doveva star sospeso da un muro a tutti cospicuo il bronzo medesimo». Dopo due millenni, nel marzo del 1848, un certo Pietro Tisone, bovaro della masseria di Giangregorio Falcone di Capracotta, per caso, scavando una fossa presso la Fonte del Romito, trovò la preziosa lamina di bronzo e la consegnò al suo padrone. Saverio Cremonese di Agnone, che, per commercio, faceva raccolta di monete, di vasettini, di scodelline fittili e di altre reliquie antiche, fece pressante richiesta della lamina al Falcone. A stenti e non prima di quattro o cinque mesi, nonostante una «invida persona» si opponesse alla cessione, così testimonia lo stesso Cremonese, la lamina passò nelle mani del richiedente, il quale non riuscendo a venderla al governo italiano, che gli offriva mille lire, la cedette per circa duemila lire al British Museum di Londra (Cat. of Bronzes 888. Autopsia effettuata nell'agosto 1977); non solo intascò le duemila lire per un reperto archeologico che non era suo, ma usurpò anche il nome, facendolo chiamare, nello scambio della vendita: "Tavola osca di Agnone". Insigni studiosi con obiettività ed alto senso di giustizia, hanno denunciato il furto del reperto e del nome, diventato ormai vulgato: il prof. Antonio De Nino (già citato) afferma in "Notizie degli scavi d'antichità", che «non Bronzo d'Agnone dovrebbe chiamarsi, ma capracottese»; Maria Grazia Tibiletti Bruno in "Abruzzo", ripete: «...e si continuerà a parlare del "bronzo" o della "tavola di Agnone", in realtà si dovrebbe dire "di Capracotta"». Anche l'Amministrazione comunale di Capracotta, allora, con l'orgoglio che la caratterizza, dovrebbe rivendicare il nome del reperto archeologico, ma soprattutto non dovrebbe rinunciare al diritto di recupero, anzi, a nome di tutta la cittadinanza, dovrebbe (come hanno fatto gli Umbri nel caso della biga etrusca), chiedere al British Museum, insistendo presso le Autorità dei Beni Culturali del nostro Paese, la restituzione del prezioso reperto. Soltanto così la Tavola Osca di Capracotta finirà di girovagare e potrà avere la collocazione definitiva nel suo territorio d'origine, dove è stata prodotta per svolgere un ruolo importante di cultura. Antonio De Simone Fonte: A. De Simone, Breve storia della Tavola Osca di Capracotta , in «Voria», I:1, Capracotta, luglio 2007.

  • Vincenzone

    – 'Ntunì, ch'a ditte ru buànne? – Nen sacce, n'aje capìte. Così le donne affacciate in finestra o accorse al portone delle case si dicevano appena dopo che Vincenzone aveva richiamato l'attenzione del quartiere fermandosi al grande incrocio di S. Giovanni; il compito di banditore lo portava a ripetersi per le vie del paese, ma talvolta perdeva le parole nella voria che soffiava e nello schiamazzo dei bambini incuriositi e sfottenti. Alto e dinoccolato, Vincenzone si piegava un po' su se stesso quando sostava agli angoli delle strade e si affidava più al suono della tromba che al potere della sua voce; così quello che arrivava alle orecchie della gente finiva per modificarsi: il quando diventava oggi o domani, il dove divantava un pressappoco qua o là sul quale aggiungere o togliere per chi aveva più fantasia. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • Ero un Gastarbeiter

    Sono ancora vivo e vegeto: coltivo ancora il mio orto dietro casa e, ogni anno, affronto in macchina il lungo viaggio fino a Capracotta, il mio paese natale. Qui, a 1.400 metri d'altezza in provincia di Isernia, sono nato il 3 ottobre 1920. A otto anni mio padre mi mandò in Puglia per fare il pastore. Furono anni difficili, in solitudine, confinato tra le campagne, gli animali e la dura terra da coltivare. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ero già sotto le armi, arruolato in un reparto di artiglieria contraerea. Inviato in Libia, fui fatto prigioniero dagli americani e mandato, come internato militare, a lavorare in Gran Bretagna. Per questo sono stato insignito della Croce al merito di guerra della Repubblica italiana. Al mio rientro in Italia ripresi a lavorare come lavoratore edile non lontano dal mio paese. Mi sposai, misi su famiglia e nacquero i miei due figli, ma le condizioni economiche erano sempre troppo precarie e incerte. Ed è così che nella primavera del 1960, a quasi quarant'anni, decisi di mettermi in viaggio verso la Germania. Dichiarato fisicamente idoneo alla visita al centro di reclutamento di Verona, mi destinarono ad una cava di pietre a Raumünzach, piccolo centro della Foresta Nera. Ci rimasi otto mesi, fino alla fine del contratto stagionale, alloggiato in una baracca insieme ad altri cinque italiani senza acqua corrente e servizi igienici. Nonostante guadagni buoni, quel lavoro non era per me. E così nel 1961 cercai un'altra occupazione fino a quando non fui assunto in una fabbrica di carta dove ci ho lavorato fino al mio pensionamento. Il 1966 mi raggiunse mia moglie e i figli che hanno fatto la loro strada in Germania e oggi sono orgoglioso di avere due nipoti entrambi laureati. Mi ricordo bene un bellissimo evento in occasione del 60° anniversario dell'accordo bilaterale per il reclutamento e il collocamento di manodopera italiana in Germania, il 7 dicembre 2015, in Cancelleria a Berlino, con la Cancelliera Angela Merkel e l'allora Ministro per l'Integrazione Aydan Özoğuz al quale ebbi l'onore di partecipare essendo tra i primi ed ancora viventi cosiddetti Gastarbeiter a trasferirsi in Germania. La Cancelliera Merkel riconobbe pubblicamente il contributo di noi stranieri dicendo che abbiamo reso la Germania più emotiva e meno rigida; e senza di noi il miracolo economico tedesco non sarebbe stato probabilmente possibile. Questo mi rende felice e orgoglioso, è un riconoscimento per tanti sacrifici fatti in vita mia e mi fa sentir parte integrante di questo paese. Nel 2017 il sindacato dei minatori, chimici e settore dell'energia (IG BCE) mi ha conferito l'attestato di benemerenza e la spilla d'argento per i miei 50 anni di fedeltà al Movimento del Sindacato Tedesco. Sono anche socio onorario della banda (Musikverein) di Gernsbach/Hilpertsau. Ciò vuol dire che ho sempre partecipato alla vita sociale del paese in Germania - senza dimenticare le mie radici molisane. In effetti anche a Capracotta sono socio onorario della società operaia di mutuo soccorso. Un'altra cosa che mi ha fatto immenso piacere è stato il fatto che in occasione del mio 100° compleanno ho ricevuto gli auguri personali non solo dai sindaci di Capracotta, Candido Paglione e di Gernsbach, Julian Christ, e dal Presidente del Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, ma anche dal Presidente della Repubblica Federale, Frank-Walter Steinmeier. Come già detto, torno ogni anno a Capracotta. Sono 100 anni di vita fra Italia e Germania! Nonostante gli esordi della mia permanenza in Germania non furono idilliaci, non mi sono mai pentito di aver lasciato il Molise per costruirmi qui in Germania una nuova vita. Donato Pollice Fonte: https://italien.diplo.de/ , 12 febbraio 2021.

  • La Pezzata: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!

    È fuor di dubbio che la "Pezzata", tra le pietanze capracottesi, è quella che più delle altre ( voccarùsce 'mpanìcce , pane cuótte , sagne lèvete , sagn'e mìccule etc.) conserva la storia, la tradizione e la cultura del nostro territorio. Capracotta, paese dalle origini pastorali, aveva (oggi un po' meno!) fatto della pecora una vera e propria industria armentizia. Basti pensare che solo la confraternita appartenente alla Madonna di Loreto possedeva agli inizi del secolo scorso circa 16.000 capi di bestiame, la prevalenza dei quali erano pecore. Gran parte della popolazione capracottese era impegnata, in quei tempi, nell'allevamento del redditizio ovino. A settembre inoltrato i nostri Pastori (consentitemi la P maiuscola) ripartivano per "le Puglie" e, unitamente ai loro cari, si ammassavano nei pressi della chiesetta della Madonna di Loreto dove, dopo aver rivolto un'amorevole preghiera alla Vergine Maria affinché li facesse tornare a maggio sani e salvi, si accomiatavano dai loro congiunti piangenti. «...Partenza dulurosa e vita amara, ma chiù dulurosa è la lundananza!»: così descriveva il rituale triste della partenza il nostro poeta Oreste Conti; d'altronde era noto il detto popolare: "chi vò purtà 'l pecra alla Puglia, ce vò re delore de la propria cuglia". Il viaggio lungo il tratturo poteva durare anche dieci giorni e non era raro che durante il tragitto qualche pecora si ammalasse o subisse qualche trauma per le asperità di alcuni tratti del percorso. A questo punto si rendeva necessario il recupero e il consumo della bestia (con buona fame dei pastori!). È proprio qui, dalle vicende della traversata dei tratturi, secondo quanto tramandatoci dall'esperienza dei pastori, che nasce la Pezzata. In pratica, i nostri Pastori, facendo di necessità virtù, depezzavano la carne, la deponevano in grossi paioli ( caccavo ) solitamente utilizzati per fare il formaggio, con l'acqua che necessita e con pochi ed essenziali condimenti, la cuocevano a fuoco lento. La qualità dei pascoli con la varietà di erbe presenti garantiva e garantisce tutt'oggi alla carne di pecora aromi e profumi particolari, tali da renderla una pietanza prelibata. Una delle curiosità della Pezzata è rappresentata dalla particolarità della sua cottura: rigorosamente lenta. Basti pensare che alcuni Pastori ricorrevano all'uso del maramitte (un particolare paiolo con coperchio a chiusura quasi ermetica) così da far cuocere a vapore la carne, anticipando, di fatto, il metodo di cottura della moderna pentola a pressione. Giuseppe Bandi, giovane ufficiale disertore della marina austriaca, arruolatosi volontario nell'impresa dei Mille con a capo Garibaldi, divenendone luogotenente, narra che, giunti a Marsala, il Generale, notando un vasto campo di fave, ebbe ad esclamare: – Oh, oh, con tutti questi baccelli da mangiare ne potremo far di guerre! «Garibaldi, quasi sessantenne, probabilmente parlava per sé, ma noialtri, giovani poco più che ventenni – commentava tra sé il Bandi – altro che di fave avremo bisogno per sfamarci! Fortunatamente – aggiunge – in serata furono requisite una quindicina di pecore che, cotte alla meglio in grossi pentoloni, ci garantirono la forza necessaria per sconfiggere i Borboni a Calatafimi». Da qui potremmo dire, con orgoglio, che la Pezzata ha contribuito all'Unità d'Italia. C'è infine da dire che Pastori intransigenti solevano ripetere che la Pezzata doveva essere rigorosamente "nazionale", ovvero contenere come condimento il verde (sedano), il bianco (cipolla) e il rosso (pomodoro). Quindi, possiamo concludere che la Pezzata è pietanza patriottica e... allora buon appetito e "chi di Pezzata muore, vissuto è assai". Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, La Pezzata: la ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità! , in «Voria», I:1, Capracotta, luglio 2007.

  • La Fontana Nuova di Capracotta del 1825

    Presso l'Archivio di Stato di Isernia esiste una «perizia, e pianta per la nuova fontana di Capracotta» datata 1825, purtroppo priva della firma del progettista: a ritrovarla è stato Pasquale Damiani, noto giornalista isernino che mi ha regalato una riproduzione in scala reale di quella preziosa testimonianza storica. Ad un attento studio si capisce che ci troviamo nel Rione S. Giovanni e che la nuova fontana ne avrebbe sostituita una più antica, situata sull'odierna piazza E. Gianturco. Difatti nella pianta è indicato il «colle dove esiste lo antico aquidotto che portava l'aqua nella antica fontana di Crapacotta». Effettivamente già in epoca napoleonica lì vi era una fontana pubblica in grado di erogare acqua potabile, tanto che quella via si chiamava «strada della Fontana», ribattezzata per l'appunto «strada della Fontana Nuova». Come si può constatare dall'immagine riprodotta in alto la nuova fonte era costituita da tre vasche - la principale per l'acqua corrente, la seconda come «abbeveratoio per li animali» e l'ultima come «lavatoio per le donne» - e da altrettanti rubinetti. Al di sopra di questi era prevista una «iscrizione della fontana», a sua volta sormontata dall'«arma del Re», ossia lo stemma araldico del Borbone che, nella persona di Francesco I, regnava sulle Due Sicilie dal 4 gennaio 1825, un personaggio che pochi mesi prima era venuto proprio a Capracotta per ammirare il suo Regno dalle alture di Monte Campo ( qui ). La scelta del luogo in cui installare la fontana era probabilmente legata al fatto che lì stava il punto intermedio tra le sorgenti delle Cese di Monte Campo e l'abitato di Capracotta, un raccordo che avrebbe permesso di raccogliere le acque sorgive tramite conduttura in legno d'abete, rappresentando così il più ricco abbeveratoio per uomini e bestie, e da cui infine si sarebbe dipartita una seconda conduttura fino alla piazza centrale di Capracotta, dove era posta un'altra fontana, verosimilmente quella della Torre dell'Orologio. Una successiva pianta topografica, disegnata a mano libera sul finire del XIX secolo dal cav. Giovanni Paglione, dimostra che la fontana del 1825 rimase in funzione fino alla definitiva sostituzione, nel 1890, con quella posta in via S. Giovanni. Dalla pianta della nuova fontana del 1825 si può desumere un'altra importante caratteristica riguardante lo stile architettonico dell'opera, che risulta essere il neoclassicismo. Questa fu infatti la maggiore corrente europea dal secondo decennio del Settecento alla fine dell'Ottocento. Il XIX secolo, soprattutto, fu il secolo di Napoleone Bonaparte che, nonostante la successiva Restaurazione, fece esplodere in tutta Europa il gusto per il classicismo. La fontana di Capracotta, infatti, sembra davvero un antico tempio greco-romano, con tanto di frontone in marmo scolpito. Al netto di tutte queste osservazioni non si conosce, né si comprende, il motivo per cui una fontana tanto bella sia stata demolita nel 1887: che si sia trattato di una damnatio memoriæ ai danni del Borbone? Francesco Mendozzi

  • La storia di Vincent D'Andrea

    Vincent "Vince" D'Andrea nacque a Philadelphia nel 1930 da Giuseppe "Joseph" (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 luglio 1883 - figlio di Primiano e Consilia Giuliano - morì il 1 aprile del 1956) e da Filomena Carugno (nata a Philadelphia il 25 novembre del 1895 ma di origini molisane - figlia di Francesco e Maria Di Tillo - morì il 2 settembre del 1960). Oltre a lui i suoi genitori ebbero altri due figli: Consilia "Connie" Elizabeth (1927-2014) e Joseph. Vincent "Vince" D'Andrea, cresciuto a Philadelphia, sognava di diventare un romanziere (studiò letteratura al LaSalle College ) ma preferì seguire i desideri di suo padre che lo voleva medico. D'Andrea si specializzò in psichiatria alla Temple University School of Medicine di Philadelphia, ottenendo il suo M.D. nel 1957. Successivamente, nel 1959, giunse alla Stanford University per ottenere, al Medical Center , la specializzazione in psichiatria. D'Andrea dal 1962 al 1963 insegnò psichiatria, come istruttore, al Stanford Medical Center . Successivamente decise di lavorare per la Peace Corps (organizzazione di volontariato internazionale creata dal governo degli Stati Uniti d'America all'inizio della presidenza di John Fitzgerald Kennedy). Per cinque anni rimase con la Peace Corps servendo come capo psichiatra per il gruppo sia alle Hawaii che a Washington (questa esperienza lo portò a divenire un eccellente consigliere e consulente per gli studenti di diversa provenienza). Nel 1967, tornò alla Stanford University di Palo Alto come componente della Palo Alto Medical Clinic (all'epoca forniva servizi sanitari agli studenti di Stanford). Rimase con la clinica fino al 1992 e con i servizi sanitari per gli studenti fino alla pensione nel 1997. Nel 1970 fondò "The Bridge" ( The Bridge Peer Counseling Center - un centro nel campus dedicato a fornire servizi di consulenza tra pari agli studenti). L'iniziativa di D'Andrea diede agli studenti di Stanford la possibilità di parlare dei loro problemi con persone della loro età. D'Andrea creò e insegnò una serie di corsi per studenti consulenti. D'Andrea insegnò al Medical Center dove fu professore clinico di psichiatria a partire dal 1983 (affiliato del Dipartimento di Psicologia). Sposò Shirley McFarland che gli diede quattro figli: due maschi, Stephen e Christopher, e due femmine, Daria e Claudia. Shirley, la moglie, disse: «The Bridge è stata probabilmente la cosa che amava di più e di cui era più orgoglioso». Vincent "Vince" D'Andrea morì nell'agosto del 2001. Geremia Mancini

  • Trapianti, sprechi e favori

    «E allora che facciamo? Apriamo un nuovo centro di trapianti del fegato solo perché l'ospedale di Capracotta ha mandato un chirurgo a imparare a Parigi o in America? Sovraccarichiamo di spese un ospedale che, magari, non ha nemmeno i soldi per comprare lenzuola e siringhe? Io dico: prima facciamo funzionare i centri che ci sono, poi chiudiamo quelli che eventualmente non funzionano e solo allora, se ne vale la pena, apriamone di nuovi. E invece ora si vogliono nominare nuovi esperti, aprire nuovi centri, regalare un fiore all'occhiello per un chirurgo, un ospedale, una città. Evidentemente c'è qualche favore da fare. Io, invece, ho sempre considerato il trapianto una cosa seria». Il professor Nicola Dioguardi, epatologo di fama mondiale, presidente della Commissione nazionale per il trapianto del fegato, non ci sta. In una lettera al professor Alessandro Beretta Anguissola, presidente del Consiglio superiore della sanità, ha scritto: «Apprendo che Ella intende chiamare nuovi esperti di cui la Commissione non ha mai sentito la necessità. Poiché ritengo non giustificato l'aumento numerico dei centri di trapiantistica... La prego di considerarmi dimissionario». E dal suo ufficio di direttore dell'Istituto dell'Università di Milano tuona: «Io lì dentro non ci torno più: ho sempre lavorato nell'interesse del Paese, della Medicina. Se ci sono altri interessi da soddisfare io dico no; fate voi». Ma perché, quello che «a chi non se ne intende» sembra un vantaggio per i malati (nuovi esperti, nuovi centri) è così grave da giustificare le dimissioni di «uno che se ne intende» come Dioguardi? «Un paio d'anni fa mi chiamano; c'è da razionalizzare il problema dei centri di trapianto di fegato – risponde Dioguardi – Sono sei: due a Milano, due a Roma, uno a Bologna, uno a Genova. La Commissione di cui sono coordinatore imposta la questione in termini economici: c'è un input (i fegati da impiantare) e un output (i successi ottenuti). Il ministero non si occupa dei trapianti sul piano economico: non dà una lira, insomma. Concede soltanto l'autorizzazione a farli. Questo significa che per ogni intervento si sottraggono 80 milioni al resto della spesa sanitaria. In queste condizioni il lato economico del problema non si poteva ignorare. E così abbiamo visto il trapianto di fegato come un'impresa. Obbiettivo: trovare il punto di massima redditività. Lo abbiamo individuato in 30-40 interventi l'anno per ogni centro. Bene, finora solo Milano, con il centro dell'Ospedale maggiore, ha raggiunto lo standard prefissato: siamo a 28-29 trapianti l’anno. Bologna ha incrementato, ma non abbastanza. Gli altri sono tutti giù». Dioguardi aveva previsto un altro anno di lavoro concentrato sui centri esistenti prima di arrivare a una di queste conclusioni: ha raggiunto l'obiettivo e può continuare a lavorare; non funziona come dovrebbe e allora lo chiudiamo e valutiamo se e dove aprirne un altro. Già questo gli aveva scatenato una campagna ostile («a ogni congresso cui partecipavo c'era qualcuno che mi aggrediva perché voleva un centro nella sua città senza tener conto dei problemi di organizzazione, di efficienza, di produttività, delle conseguenze su tutte le altre attività sanitarie»). Lei accusa gli altri di campanilismo, ma è un'accusa che potrebbe essere rivoltata contro di lei... «Ridicolo: basti pensare che mi sono opposto all'apertura di un centro per trapianti di fegato all'efficientissimo Istituto dei tumori della mia Milano per ragioni di opportunità e scientifiche (sarebbe stato inutile)». Qual è, oggi, la procedura per un trapianto? «Quando viene a disposizione un donatore si avvisano i centri. Sulla base delle caratteristiche dei pazienti in attesa si decide dove inviarlo. Il problema non è che non si fanno abbastanza trapianti perché non ci sono centri sufficienti. È un problema di organizzazione di quelli esistenti. Non riusciamo nemmeno a farli lavorare a pieno regime... Aprire altri centri solo perché fanno comodo a qualcuno non solo è inutile, ma anche dannoso per altre categorie di malati». Professore, questa volta ha sparato alto... Dioguardi è amareggiato, deluso, ma non ha penso la grinta: «A proposito – dice alla segretaria – si informi, per favore, se la mia lettera è arrivata al ministero...». Francesco Cevasco Fonte: F. Cevasco, Trapianti, sprechi e favori , in «La Stampa», CXXII:279, Torino, 15 dicembre 1988.

  • Il sacerdote amico di Iacovone

    Taranto. È sempre vivo in città il ricordo, a nove anni dalla scomparsa, del sacerdote salesiano don Alfredo De Renzis, sempre vicino in ogni situazione di sofferenza, pronto all'ascolto e alla consolazione. Era uomo di grande fede e disponibilità, qualità che hanno fatto sì che tanti chiedessero il suo aiuto per situazioni davvero difficili, a qualsiasi ora. Alla portiniera dell'istituto salesiano, dove risiedeva, per la stragrande maggioranza delle telefonate la richiesta era sempre la stessa: «C'è don De Renzis?». Dopo aver accolto il racconto di tante pene, lui spingeva la gente a invocare con fede il Signore e l'intercessione della Vergine, benedicendo sempre, con risultati che spesso stupivano anche lui. «La Madonna può tutto» era solito ripetere a chi gli avvicinava provato dal dolore, spingendo alla speranza e alla preghiera. Dotato di una tempra spiriturale molto forte, don De Renzis poteva inizialmente dare l'impressione di essere un po' burbero, ma immediatamente nel dialogo si creava grande empatia con l'interlocutore. Erano noti i suoi doni carismatici, che si estrinsecavano soprattutto nella preghiera di liberazione e di intercessione. Negli anni anni Ottana molti partecipavano all'incontro settimanale nella cappella dell'istituto salesiano di viale Virgilio, durante la quale non mancavano episodi eclatanti. Particolarmente atteso era il momento della benedizione personale con l'imposizione delle mani durante la quale non pochi (anche quelli inizialmente diffidenti) cadevano a terra, senza conseguenze, nel "riposo dello spirito", avvertendo gran pace. A proposito di questo dono, egli raccontava divertito quando in un pellegrinaggio a Medjugorje, dove si recava di frequente, sul monte Krizevac volle benedire a uno a uno i pellegrini della sua comitiva, che caddero tutti nel "riposo". Incuriositi, gli si avvicinarono anche dei francesi per ricevere anche loro l'imposizione delle mani, con l'esito facilmente intuibile. «Insomma, sembrava una carneficina, con tutte quelle persone a terra» commentava con una gran risata. In tanti chiedevano la sua vicinanza durante la malattia, soprattutto quando sembrava non avesse scampo. Le sue parole avevano il dono di far accettare con serenità il distacco, ma non mancavano clamorose guarigioni. «Io non c'entro nulla – si schermiva, quando lo ringraziavano – Ha fatto tutto la Beata Vergine. Evviva la Madonna!». Mai si faceva negare al sacramento della Confessione, accogliendo i penitenti con dolcezza, pur richiamandoli fermamente alla coerenza della vita cristiana. A proposito della potenza dell'esposizione eucaristica, don Alfredo raccontò che una notte gli telefonò il vescovo di una diocesi vicina chiedendogli aiuto per una donna particolarmente tormentata dal demonio. «Ma, eccellenza, è tardi, sono esausto! – tentò di protestare, cedendo poi alle insistenze». Appena giunta, la sofferente fu subito accompagnata in cappella. «Appena aprii lo sportello del tabernacolo – disse – lei lanciò un ululato e si accasciò sul banco: si era liberata!». Del salesiano erano note l'amicizia con Natuzza, la stimmatizzata di Paravati, alle cui preghiere si raccomandava sempre, e la devozione all'Addolorata venerata a San Chirico Raparo (Potenza), dalla tuttora perdurante lacrimazione, al cui cospetto accompagnava i sofferenti. Oltre che alla San Giovanni Bosco, era solito celebrare anche nella chiesa di Santa Rita, dove si recava (e tornava) a piedi, nonostante la notevole distanza dall'istituto di viale Virgilio, scorrendo incessantemente la corona del rosario. Ordinato nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino il 4 luglio del 1948, don Alfredo De Renzis era a Taranto da molti anni, ricoprendo numerosi incarichi dell'istituto salesiano, fra cui quelli di insegnante di scienze ed economo. A causa di due ictus e un infarto, negli ultimi mesi non lasciava più la sua camera dell'istituto salesiano, dove i suoi figli spirituali lo assistevano per tutto l'arco della giornata. Pur in quelle condizioni così precarie, don De Renzis accoglieva sempre chi gli chiedeva un consiglio o una preghiera. Il salesiano spirò nell'ultimo giorno di maggio (mese dedicato alla Madonna) del 2012, con l'immancabile corona del rosario fra le mani. Aveva 92 anni. Al diffondersi della notizia, fu continuo il pellegrinaggio alle spoglie. Alla San Giovanni Bosco presiedette la celebrazione eucaristica don Pasquale Cristiani (parroco a Taranto fino a qualche mese prima) che nell'omelia accennò ai tanti avvenimenti della vita del confratello, invitando a chiederne l'intercessione e a raccoglierne per iscritto le testimonianze. Don De Renzis fu tumulato nel cimitero di Capracotta (Isernia), suo paese natale, vicino all'indimenticato centravanti del Taranto Erasmo Iacovone, di cui, nel febbraio del '78, celebrò i funerali allo stadio, davanti a migliaia di tifosi sulle gradinate. Angelo Diofano Fonte: A. Diofano, Il sacerdote amico di Iacovone , in «Buonasera», Taranto, 2 giugno 2021.

  • Nicola Falconi

    Nacque a Capracotta il 6 dicembre 1834, da Bernardo e Carmela Conti. Morì a Roma il 28 dicembre 1916, nella sua casa, in via Belisario, 7. Fu sepolto nel cimitero di Capracotta, nella Cappella della Confraternita della Visitazione e Morte. Sulla sua tomba fu posta una lapide con scritto di Francesco D'Ovidio, il quale evidenziava le doti professionali del Falconi e la passione di uomo impegnato. La lapide, fino ad oggi conservata in una cappella del cimitero, recita così: Nicola, da ragazzo, fu avviato agli studi dallo zio paterno Giandomenico Falconi, Vescovo di Altamura ed Acquaviva delle Fonti, nominato con Bolla "Si aliquando" del 16 agosto 1848, da Pio IX, secondando anche i voti espressi da re Ferdinando II, il quale apprezzava e riponeva molta fiducia nel Falconi. Nicola, chiamato ad Altamura dallo zio Vescovo, frequentò la scuola nel grandioso Seminario di quella città, da poco fatto edificare dallo stesso Falconi. Per merito di illustri insegnanti, scelti dallo stesso Prelato: grecisti e latinisti di grande fama, conoscitori di letteratura italiana, storia, filosofia ecc., gli studi del Seminario si imposero e consegnarono al mondo ecclesiastico e civile giovani dotti e maturi, preparati e pronti ad affrontare le sfide della vita, come, appunto, possiamo constatare dagli incarichi che, ben presto, il nostro personaggio andò a rivestire. Egli, infatti, nel 1861 fu giudice a Benevento; più tardi Procuratore del Re a Melfi, Taranto, Chieti e Catanzaro. Nel novembre 1909 fu collocato a riposo col grado di Presidente di Sezione di Cassazione. Non subì persecuzioni per discendenza borbonica. Fu Consigliere Provinciale per Capracotta nel 1872. Fu Presidente del Consiglio Provinciale nel 1879 e poi nel 1882, senza interruzioni fino al 1900. Nel 1910, scaduto il mandato non si ripresentò. Nel 1876 era stato eletto al Parlamento per il Collegio di Agnone e rimase tale fino al 1909, anno in cui fu nominato Senatore del regno, dopo aver ricoperto la carica di Sottosegretario di Stato nel Ministero di Grazia e Giustizia con il Ministro Bonasi. Intervenne sempre prontamente in favore, specialmente, dei suoi concittadini che avevano di Lui una venerazione, apprezzandolo, soprattutto, per la sua eccezionale modestia e magnanimità. Egli non fu insensibile e non rimase inerte di fronte ai tanti disagi in cui versavano le popolazioni, specie, dell'alto Molise. Così, si adoperò, perché la linea ferroviaria Pescara-Napoli, fosse di aiuto ad alcuni paesi e li togliesse dall'isolamento più assoluto in cui versavano da sempre. Ancora oggi la popolazione di Carovilli è riconoscente a Lui, sia per la stazione ferroviaria, come anche per il palazzo del Municipio, che egli stesso fece edificare in paese. Avviandoci alla conclusione di queste poche note sulla vita di Nicola Falconi, non possiamo non evidenziare che i numerosi incarichi ricoperti, nei vari momenti della sua esistenza, gli rubarono letteralmente il tempo e, rimasto celibe, è da ritenere che non pensò a formarsi una propria famiglia. Fu l'unico maschio di famiglia con 4 sorelle: Filippina, Emilia, Concetta e Chiarina. Molto lustro, poi, venne a lui e alla famiglia Falconi, non solo dal già citato Giandomenico, Vescovo di Altamura ed Acquaviva, ma anche dall'altro zio paterno, Stanislao, il quale ricoprì alte cariche in campo giuridico ed amministrativo. Stanislao Falconi, fratello di Giandomenico, nacque in Capracotta il 28/07/1794. Nel 1848 ricopriva la carica di Avvocato Generale dello Stato presso la Corte di Cassazione di Roma. Era inquirente per tutti i reati contro la sicurezza interna dello stato e contro il pubblico interesse. Era Pari del Regno tra i 29 nominati dal Principe di Cariati (Presidente del Consiglio dell'epoca), unico Molisano dei Pari. Cambiata Monarchia, si ritirò a vita privata. Morì in Napoli il 13/02/1860. A questo punto dobbiamo pur dire che la popolazione di Capracotta fu sempre riconoscente verso la famiglia Falconi e, nel tempo, intitolò la piazza principale del paese a Stanislao, una via centrale a Nicola e altra via a Leonardo Falconi, avvocato di grande professione, ma uomo pieno d'iniziativa e di ingegno, perché con speciali marchingegni provvide e produsse per il paese la luce elettrica, il mulino, la trebbiatrice, macchinari a movimento elettrico e l'autobus per scendere alla stazione ferroviaria di San Pietro Avellana. Nel paese Leonardo fu sempre ritenuto «un vero benefattore». Pronipoti del Falconi,vivono attualmente a Roma e a Firenze. Elio Venditti e Daniele Di Nucci Fonte: E. Venditti e D. Di Nucci, Nicola Falconi , in «Voria», II:3, Capracotta, giugno 2008.

  • Non chiamatelo Molisn't

    Il Molise per anni è stato come vittima di un incantesimo: per decenni è stato avvolto nel silenzio, anche mediatico. Se lo nomini, gli italiani fanno fatica ad associarlo a località precise, a personaggi celebri, a tradizioni popolari. Una marginalità nell'immaginario italiano che è stata in passato oggetto di battute ironiche di noti attori comici al cinema e in tv. Più di recente, meme come "Il Molise non esiste" e "Molisn't" hanno popolato le pagine dei social network. Anche sulla mappa geografica si trova in una posizione ambigua: prima regione del Sud o ultima del Centro? Nella prima Costituzione italiana era unita all'Abruzzo e lo è stata fino 1963, ma molti credono che siano ancora un'unica entità politica. Generalmente percepito come territorio prevalentemente montuoso, in realtà vanta anche ampie pianure e insospettabili paesaggi costieri. Ma da cosa nasce questo anonimato? I numeri possono aiutare a capire: secondo i dati Istat, al primo gennaio 2021 il Molise contava 300.516 abitanti, una superficie di 4.460,65 km2 e una densità di 67 abitanti per km2, solo la Valle d'Aosta è più piccola e meno popolata. Popolazione che, tra scarsa natalità ed emigrazione, ha perso circa 20.000 abitanti nel ventennio 2001-2019. Un Pil pro capite regionale ben al di sotto della media nazionale, ma tra i migliori del Meridione. Nella abituale classifica sulla qualità della vita delle 107 province italiane, stilata annualmente da "Il Sole 24 ore", nel 2020 Campobasso era al 54esimo posto, Isernia al 78esimo. Una regione quindi piccola e poco popolata, non povera ma nemmeno ricca, tendenzialmente anziana, posta in un territorio periferico rispetto ai principali itinerari turistici. Una descrizione non molto diversa da quella di qualche tempo fa della Basilicata, altra piccola regione una volta poco conosciuta, ma che grazie anche a un lungo e mirato percorso di valorizzazione delle sue potenzialità turistiche, ha visto Matera, città che in passato pativa un'immagine negativa, divenire Capitale europea della cultura 2019. E in effetti la bellezza d'Italia si delinea nella ricchezza culturale e ambientale che anche il più piccolo e nascosto territorio è in grado di esprimere. In campo archeologico il Molise può vantare due siti di interesse internazionale come l'area archeologica di Sepino e il villaggio del paleolitico di Isernia. Per non parlare di decine di borghi storici e castelli di grande attrattiva, alcuni dei quali attraversati dalla cosiddetta "Transiberania d'Italia", un'antica linea ferroviaria inaugurata nel 1897, oggi attiva solo a scopo turistico, che attraversa paesaggi montani molto suggestivi. Qualcuno si è accorto di questa terra nascosta, e di recente sono stati espressi alcuni importanti endorsement, come quello del New York Times, che a gennaio 2020 lo inseriva tra i 52 luoghi da visitare, in un anno che però purtroppo ha patito il fermo quasi totale del turismo internazionale. Ma, nonostante la pandemia, la regione ha visto crescere il turismo sia nelle località di mare, che nel piccoli borghi montani, grazie alla fama di zona Covid free , dovuta al basso numero di contagi di cui poteva vantarsi. Anche il Gambero Rosso ha recentemente riportato una notizia che esalta le unicità ambientali e gastronomiche di un territorio molisano, quello del Molise Altissimo, dove si trova uno degli orti botanici più alti d'Italia, il Giardino della Flora appenninica, in località Capracotta (IS), a 1.525 metri d'altitudine. Una riserva naturalistica che preserva dall'estinzione alcune specie vegetali rare, entrata a far parte di un progetto di sostenibilità ambientale che vede la partecipazione dell'Istituto per i polimeri, compositi e biomateriali (Ipcb) del Cnr di Pozzuoli, dell'Università del Molise e del Comune di Capracotta, volto ad attestare la qualità, la sicurezza e gli effetti benefici dei prodotti gastronomici tipici della zona. «L'obiettivo è creare un laboratorio permanente per la ricerca e il monitoraggio di alcuni dei più diffusi contaminanti, sia nell'ambiente che nei prodotti agro-zootecnici, al fine di definirne e attestarne la qualità e la sicurezza», spiega Cosimo Carfagna, ex direttore e ora ricercatore associato del Cnr-Ipcb, che sta lavorando al progetto "Miglioramento e innovazioni nella gestione della produttività, qualità e sostenibilità ambientale". «Esso rappresenta il primo stadio di una progettualità più ampia, che ha come finalità la qualificazione e la valorizzazione delle produzioni agro-zootecniche anche sulla base del contenuto in nutrienti salutistici, ad esempio terpeni, antiossidanti, tenore in acidi grassi omega3 e un giusto rapporto omega3/omega6, strettamente legati all'ambiente e alla biodiversità dei pascoli locali. Un successivo passo sarà realizzare un efficace sistema di tracciabilità dei prodotti e della loro qualità, che potrà essere asseverata anche mediante un sistema di geolocalizzazione degli animali al pascolo tramite tecnologie avanzate. Il territorio del Molise Altissimo rappresenta un unicum socio-ambientale, caratterizzato da estese formazioni forestali di pregio, ma soprattutto da praterie estese e compatte che, oltre a contribuire alla bellezza del paesaggio, consentono alle aziende zootecniche che insistono sul territorio di continuare la secolare pratica del pascolamento. La bassa densità abitativa, l'assenza di insediamenti produttivi a carattere industriale e di pratiche agro-zootecniche intensive, nonché le caratteristiche orografiche dell'areale (soprattutto l'altitudine) fanno ragionevolmente supporre che il territorio non sia interessato dal fenomeno dell'inquinamento ambientale. Evidentemente tale supposizione va suffragata da dati scientifici e da un'azione di ricerca e monitoraggio permanente». Un territorio che si svela dunque come un giardino nascosto da preservare e curare, ma anche da visitare, come prima tappa di un itinerario per scoprire che questa regione non solo esiste, ma fa anche bene alla salute. Edward Bartolucci Fonte: E. Bartolucci, Non chiamatelo Molisn't , in «Almanacco della Scienza», XIII:7, Roma, 7 aprile 2021.

  • Le ortiche di Capracotta

    Le ortiche di Capracotta brucian le natiche di chi le tocca. Se poi le vuoi mangiare di loro non ti fidare! Non coglierle a sole tondo o il biritozzo sarà rotondo! Se tosto vuoi sanare a casa devi tornare. Olio, aglio e rosa canina: ecco pronta la medicina! Anna Ladu Fonte: Le Mani, Le ortiche di Capracotta. Romanzo a + mani , Ler, Marigliano 2006.

  • Il cav. Umberto Milanese, sindaco capracottese d'Isernia

    Dare ad Isernia un giornale settimanale che, mentre portasse in sé il riflesso immediato e vivace della vita cittadina, contribuisse nel medesimo tempo a risollevarla in tutte le sue manifestazioni, fu sempre il sogno di coloro che ebbero comune questo palpito perenne del cuore: la morale e materiale grandezza del loco natio. Questo scriveva sul primo numero di "Pensiero Novo" il direttore responsabile Umberto Milanese. Fu infatti proprio l'avv. Milanese a fondare quel giornale, «schierato decisamente contro il Governo moderato di Giolitti», apparso sulla scena editoriale molisana quando Isernia ed Agnone erano diventate fucina di quotidiani, periodici e riviste varie: "il Grillo", "il Torneo", "la Riscossa", "l'Alba", "il Lastrico", "il Cittadino Agnonese", "il Rinnovamento", "Aquilonia" e decine di altri ancora. In quest'ottica la creatura di Umberto Milanese, "Pensiero Novo", non fu che uno dei tanti (e più effimeri) giornali a vedere la luce sul nostro territorio. Persino Capracotta nel 1913 ebbe il suo foglio, "la Squilla". Il "Pensiero Novo" di Milanese chiuse i battenti il 4 novembre 1904, dopo gli endorsement elettorali al venafrano Edoardo Cimorelli (1856-1933) per il Collegio d'Isernia e al capracottese Nicola Falconi (1834-1916) per quello di Agnone: quest'ultimo si era proposto ai suoi elettori come candidato all'elezione della XXII Legislatura, nel pentultimo numero del settimanale, confidando «nella speranza che vorrete riconfermarmi la vostra fiducia». Ma chi era Umberto Milanese? Era nientemeno che il figlio di Emilia Falconi, sorella maggiore di Nicola Falconi, il più illustre tra gli uomini politici di Capracotta. Emilia aveva lasciato il suo paese all'indomani del matrimonio col notaio isernino Alfonso Milanese, con cui, il 26 maggio 1874, aveva generato Umberto Pietro Celestino. Ed ecco perché la professione del figlio, l'avvocatura, non fu molto distante da quella del padre, il notariato. Ma egli fu ancor più tenace e nel 1906 si candidò alle elezioni comunali d'Isernia, uscendone vincitore. Il cav. Umberto Milanese fu sindaco della città pentra fino all'anno successivo, quando gli subentrò il commissario regio Carlo Puoti. Nonostante la legge 11 febbraio 1904 disponesse il rinnovamento per un terzo del consiglio comunale ogni biennio e confermasse la durata complessiva dell'assemblea a 6 anni, fissando a 4 anni la permanenza in carica del sindaco, i primi cittadini di Isernia, tra il 1889 e il 1922, ebbero quasi tutti vita (politica) breve, forse a causa delle aspre battaglie ideologiche interne al Consiglio, che di fatto eleggeva il sindaco. Non ho ancora scoperto quali furono le cause che ridussero la sindacatura di Milanese a un solo anno né come mai vi fu la necessità immediata d'un commissario del governo per l'amministrazione comunale. Fatto sta che Umberto Milanese tornò alla ribalta nel 1919, all'indomani della fondazione del Partito popolare italiano di Luigi Sturzo, allorquando anche in Molise ci si pose il problema di costituire una sezione della nuova formazione politica che, nonostante le numerose difficoltà, «dettate soprattutto dalla fragilità del movimento cattolico nel Mezzogiorno», nacque proprio a Isernia nel 1919, su iniziativa di Giovanni Ciampitti (1877-1967) e del nostro Umberto Milanese. Come lui, anch'io sento forte quell'impeto con cui aveva salutato la nascita del "Pensiero Novo" nel 1903: la morale e materiale grandezza del "mio" loco natio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Cefalogli, Isernia dal periodo francese all'istituzione della Provincia , in «ArcheoMolise», IX:30, gennaio-aprile 2018; A. Del Matto, In morte di Alessandro Testa , in «Il Giornale del Mezzogiorno», II:13, Napoli, 14 gennaio 1912; L. Giovenco, L'ordinamento comunale , Giuffré, Milano 1960; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; U. Milanese, Quale il nostro intento? , in «Pensiero Novo», I:1, Isernia, 25 ottobre 1903; N. Falconi, Per il Collegio di Agnone , in «Pensiero Novo», II:22, Isernia, 1 novembre 1904.

  • Una storia vera

    Voglio raccontarvi la storia vera, senza troppe pretese, del mio pranzo in una località di montagna, Capracotta, nella bizzosa e afosa estate di questo Duemilaventuno. Di me, intento a mangiare la mia tagliatella al sugo. E di lei, una donna anziana, molto anziana, seduta da sola in un cantuccio, vestita di nero, a scrutare dalla finestra la calura e il tempo che passava. Movimenti cadenzati del busto, mani che ogni tanto sembravano voler afferrare dall'aria qualcosa di invisibile. Era del posto, la vecchietta. Forse quel ristorante è stato il suo regno per tanti anni, e ora se lo godeva in silenzio, nell'ultima parte dei suoi anni. A un certo punto si è alzata, e ha cominciato a camminare a piccolissimi passi, compiendo sempre lo stesso giro silenzioso nelle ampie stanze del locale. Una sosta breve vicino alla cucina, e poi di nuovo a camminare, schivando sedie e tavoli, tovaglie e cameriere consapevole. Di nuovo seduta al posto suo, per alcuni minuti, a sgranare rosari immaginari. E ancora in piedi, a rifarsi lentamente decine di metri, aiutandosi ora con un bastone, ora senza. Stavo terminando il secondo piatto, quando, a un tratto, l'anziana donna è uscita dal routinario tragitto che la impegnava da oltre mezz'ora, e si è avvicinata al mio tavolo. Ha guardato uno per uno i commensali vicino a me, spostandosi con garbata lentezza. Poi ha scelto me. Ha fatto tre passi, arrivandomi a una ventina di centimetri dal viso. E con un filo di voce mi ha detto: – Damm' nu bacio. E io gliel'ho dato. Gliene ho dati due. I commensali vicini hanno mescolato risate ad "ooohhhh" di tenerezza. Lei è andata via, riprendendo il suo vagare tra tavoli ed umanità varia. Io invece sono arrossito, molto più del dovuto, e ho finito la salsiccia nel piatto. E così finisce la storia vera, senza troppe pretese, di un pranzo in una località di montagna, nella afosa estate del Duemilaventuno. Carmine Criacci

  • Filippo

    Qualche imprecazione scappava mentre i cavalli, assicurati agli anelli di ferro con la fune, venivano alleggeriti della legna che gravava sui loro dorsi. Gli animali stanchi quanto gli uomini erano venuti dai boschi con il loro carico percorrendo la via in fila uno dietro l'altro come in una lunga processione suonando con gli zoccoli sui ciottoli una strana litania; giunti alle stalle però si agitavano e soffiavano dalle narici umidi, scacciando con ampi colpi di coda le mosche che li infastidivano ulteriormente. Filippo, un uomo sanguigno e tenace, faceva la voce grossa per mantenerli fermi fin quando li liberava di tutto il peso, poi brontolando sistemava dentro le selle pesanti e i finimenti. Lui conosceva bene i cavalli, soprattutto la loro utilità nel trasporto, che la montagna spesso impervia rendeva davvero preziosa. Tutta la sua esistenza infatti era dedicata alla costruzione dei basti che talvolta occupavano gran parte dell'ingresso della casa e lo spazio fuori della porta principale, esposti così alla curiosità dei passanti e conoscenti. Filippo, armeggiando tra gli attrezzi, salutava con voce potente, poi fumando s'intratteneva a fare qualche chiacchiera con piglio critico e fiero che esaltava i tratti già pronunciati: la fronte aperta, gli zigomi forti, le labbra carnose; ma se la discussione si animava il suo carattere imbizzariva un po'. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

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