LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Lo jus sanguinis di Paolo Emilio Labbate
La figura di Paolo Emilio Labbate è continuatrice di quella di Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781) nel ciclo di coloro che in Molise fabbricarono statuaria sacra nel XVIII e XIX secolo. Labbate nacque a Carovilli da una famiglia capracottese di falegnami, poiché il bisnonno Domenico, sposato con Rosa Di Bucci, si era trasferito a Carovilli, probabilmente per motivi di lavoro, nella seconda metà del '700. Ed è per questo motivo che Emilio Labbate va considerato un uomo illustre della terra carovillese per jus soli e di quella capracottese per jus sanguinis . Dal punto di vista artistico e artigianale, se il Di Zinno dominò il suo secolo per un evidente «plasticismo classicheggiante», Labbate ha incarnato il secolo successivo tramite una «coerente istanza spirituale», come a dire che si è passati dall'ambito materico del '700 a quello fideistico dell'800. Questo cambiamento è forse diretta emanazione dell'avvenuto passaggio storico tra il pensiero illuminista e le istanze nazionali che si affacciarono in tutta Europa, anche e soprattutto in Italia. Da una valutazione stilistica, oggi catalogata e pubblicata, emerge come Emilio Labbate sia il più grande scultore ottocentesco molisano, nella cui bottega crebbero altri valenti artieri come Nicola Fiocca, Damiano Paolucci e Salvatore Di Frangia. Sono centinaia le opere realizzate da Labbate - per cui rimandiamo il lettore alla monografia di Edilio e Umberto Petrocelli - il quale promosse anche una scuola di scultura in legno policromato e dorato. Tra le più note sottolineo soltanto il san Giorgio equestre nell'omonima chiesa di Campobasso, una Madonna delle Grazie e un san Michele a Sessano del Molise, il Crocifisso nella Chiesa di S. Emidio in Agnone, un san Domenico, un'Immacolata e una Madonna del Carmine a Carovilli, il simulacro di S. Lucia a Castropignano, un san Rocco a S. Pietro Avellana, un san Nicola a Pesche, una santa Lucia a Frosolone, il san Cristoforo e il san Nicola nella Chiesa di S. Maria di Fuori a Campobasso, un Bambin Gesù a S. Pietro in Valle di Frosolone, un san Domenico a Forlì del Sannio, un'Addolorata a Pietrabbondante e un san Giuseppe a Castiglione di Carovilli, considerato da Salvatore Moffa «il punto più alto da lui raggiunto nell'articolazione plastica». Al termine di questa piccola rassegna sulla vita e l'opera di Paolo Emilio Labbate sorgono spontanee due domande: come mai non gli fu commissionata alcuna opera statuaria a Capracotta, suo paese d'origine? È possibile che qualcuna delle statue sacre presenti nelle nostre chiese sia opera di Emilio Labbate o di suoi collaboratori? Per quel poco che ne capisco, proverò ad approfondire. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Moffa, Emilio Labbate , in «Samnium», LV:1-2, Benevento, gennaio-giugno 1982; F. Di Palo, La fabbrica dei santi , Grenzi, Foggia 2020; T. Paolone, Carovilli e Monte Ferrante , Volturnia, Cerro al Volturno 2011; E. Petrocelli e U. Petrocelli, Paolo Emilio Labbate di Carovilli fece , Iannone, Isernia 2009.
- Storia del Caseificio Pallotta
Figli di allevatori, i tre fratelli Pallotta (Salvatore, Renzo e Raffaele), nel 1988 decidono di trasformare in proprio il latte del loro allevamento ed apprendono l'arte casearia da Oslavio Di Nucci, casaro in pensione, che ha insegnato loro tutti i segreti di un mestiere faticoso ma affascinante con l'affetto di un padre e li ha guidati nell'apprendere l'arte di trasformare dell'ottimo latte in prodotti di qualità sopraffina. Il percorso si presenta subito in salita ma, al contempo, cominciano ad arrivare dal mercato le prime soddisfazioni: la domanda aumenta al punto che il latte prodotto nell'azienda di famiglia non basta più e bisogna cominciare a raccogliere anche quello di altri allevatori della zona. Nel 1991 decidono di aprire anche un punto vendita a Isernia e riscuotono grande successo. Dovendo poi coniugare la lavorazione tradizionale, sinonimo di qualità e di bontà, con le moderne normative relative all'igiene ed alla qualità degli alimenti imposte dall'Unione Europea, nel 2001 inaugurano un nuovo caseificio con un impianto di lavorazione al top dell'innovazione tecnologica con macchine tutte in acciaio inox. La quantità di latte raccolto e lavorato giornalmente è passata dai 5 quintali degli esordi ai 50 di oggi. I risultati oggi apprezzati da tutti sono stati e continuano ad essere costruiti con il lavoro ed il sacrificio quotidiani ripagati dal gradimento e dall'affetto di tutti coloro che una volta assaggiate le prelibatezze prodotte non sono più riusciti a farne a meno. Il Caseificio Pallotta, dal novembre del 2007, insieme al Caseificio Di Nucci di Agnone, si può fregiare del marchio "Italialleva", progetto nato per garantire al consumatore un prodotto ottenuto con il solo latte degli allevamenti dei nostri pascoli. Luca Pallotta Fonte: https://www.caseificiopallotta.it/ .
- La Fonte dell'Eremita e la Tavola Osca
La Fonte dell'Eremita si trova a Capracotta in contrada Macchia ed è ubicata 135 metri a sud di quella originale, detta del Romito, presso la quale fu rinvenuta la "prima" Tavola Osca, testimonianza delle più antiche genti della zona: i Sanniti. Che sia di recente costruzione - così come la Fonte del Duca, posta nello stesso territorio - lo si nota dalla presenza del lavatoio con tanto di piano inclinato scanalato, utilizzato per lavare e sciacquare i panni. La Tavola Osca, chiamata impropriamente per quasi un secolo Tabula Agnonensis , si trova al terzo piano del British Museum di Londra, nella galleria G69. Risalente presumibilmente al III secolo a.C., essa è una lamina di bronzo dello spessore medio di circa 4 mm. e, per rendere l'idea dimensionale, è simile a un foglio A4 (210x297 mm.), dato che presenta una base di 165 mm. circa, un'altezza di 279.5 mm. e un peso di 2.332 g. Questo importantissimo reperto fu rinvenuto nel 1848 dal contadino Pietro Tisone durante i lavori di aratura in una località agreste detta Fonte del Romito, in un podere che allora apparteneva a Giangregorio Falconi di Capracotta. Mario Longo di Agnone, socio e collaboratore del Centro Studi Alto Molise "Luigi Gamberale", ha avuto il grande merito di aver fatto pervenire ad Agnone nel 1992, grazie ai suoi contatti col direttore del British Museum di Londra, la "seconda" Tavola Osca, ossia una copia dell'originale di cui facilmente si nota la realizzazione di laboratorio. Nell'agosto del 2015 venne presentata a Palazzo Bonanni di Agnone la "terza" Tavola Osca, rintracciata presso i discendenti della famiglia di Vincenzo Paolo D'Onofrio, l'orafo agnonese che nel 1863 aveva venduto l'esemplare all'antiquario Castellani di Roma, il quale a sua volta la cedette al British Museum nel 1873. Sono stati chiamati degli esperti a confutare o confermare la versione secondo cui l'orafo agnonese avrebbe venduto a Roma una copia (eseguita nel suo laboratorio), trattenendo per sé l'originale, il che ha dato vita al dubbio amletico su quale sia la Tavola autentica, un'incertezza che persiste tuttora. Un primo controllo e un preciso confronto potrebbe essere fatto con una speciale strumento, lo spettrometro a fluorescenza di raggi X (XRF) X-MET8000, che in una manciata di secondi riesce a restituire sullo schermo la composizione chimica appoggiando la pistola sulla superficie del manufatto metallico. Chissà che con una stampante 3D e utilizzando una misteriosa e imprecisata miscela di polvere metallica, Capracotta possa un giorno entrare in possesso della "quarta e unica" Tavola Osca, magari di origine aliena! Filippo Di Tella
- La sentinella
– Era lì in quella stessa posizione già fin da quando sono arrivato qui io nel lontano... nnntasette... Ero un giovincello allora..., provenivo dal Matese, dalle parti di Capracotta. A quei tempi ero un giovane maestro in cerca di lavoro..., la moglie era incinta e possedevamo solo una valigia piena di stracci. Ora sono vecchio. L'eternità è alle porte. In questo paese sono cambiati sindaci e amministrazioni, ma quel quadretto l'ho sempre visto in quella posizione. La cerimonia ufficiale era terminata. Tutta la folla era sciamata al di fuori del municipio e la sala consigliare, a parte loro due, era rimasta completamente vuota. A un cenno del sindaco, dopo avere devotamente estratto il quadretto dal cassetto della scrivania in cui era stato provvisoriamente riparato, l'uscere, con viva apprensione, lo aveva consegnato nelle mani del suo superiore che ne aveva fatta esplicita richiesta. – Ha resistito a tutto; alla prima e alla seconda guerra – si lasciò sfuggire il vecchio contenendo a mala pena un certo disappunto non disgiunto da una certa indignata commozione. – Nessuno mai ha avuto il coraggio di toccarlo – proseguì ancora mentre, remissivo e con le mani tremanti, deponeva il quadretto tra le mani del sindaco. – Allora? – fece costui con fare infastidito. – Era il testimone d'una fede certa. Era la sentinella di una tradizione... e ora? L'uscere si interruppe un istante, quindi, preso coraggio, guardò il sindaco con fierezza: – Ma... i simboli non si distruggono – concluse asciugandosi gli occhi mentre l'orgoglio e l'indignazione del maestro che era, ma che non gli era mai riuscito di essere, gli rivoltavano l'animo. A dire il vero, quel quadro non era un quadro nel vero e proprio senso della parola. Si trattava di un vecchio foglio di carta ingiallita scritto di pugno da un qualche sfaccendato perditempo. – E ha avuto anche il coraggio di metterci sotto la firma – sbottò il sindaco con un'evidente nota superiorità sulle labbra. Giorgio Corvi Fonte: G. Corvi, Il fiore dell'eternità , Gilgamesh, Asola 2019.
- Don Michele D'Andrea: un prete umano, semplice, non clericale
Simplex est sigillum veri : il semplice è segno e sigillo di verità. Così ammonivano i latini. Questa massima vale anche oggi e Don Michele D'Andrea, prete e parroco, l'ha testimoniato nella sua vita. Nato a Capracotta nel 1930 è tornato alla casa del Padre nel novembre 2019 e riposa nel cimitero di Capracotta, accanto ai suoi genitori. Aveva 89 anni: spesi nel servizio di quattro comunità parrocchiali, Vastogirardi, Celenza sul Trigno (Diocesi di Trivento, 14 anni), Cerratina prima, poi Pescara per oltre 40 anni. «Con la preghiera, la discrezione e il sorriso che lo hanno sempre distinto ». La sua umanità, autenticamente evangelica, anche con inevitabili difetti e fragilità varie, era l'espressione di un amore che richiedeva attenzione, dono del cuore e di tutto l'essere. Ha condotto un cammino lento e faticoso, in un percorso di dedizione e di solidarietà segnato da alcune note inconfondibili che i fedeli cristiani e anche i non-cristiani hanno sottolineato e valutato. Guida semplice e saggia per chiunque lo avvicinava è stato punto di riferimento e soprattutto di fede profonda e incondizionata, in quell'impasto tra pesantezza dell'umano e leggerezza della grazia che compie meraviglie. La prima nota è la semplicità, tenuta in quota, testimoniata e vissuta dal verbo ricevere . La semplicità è figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. « Contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto. Il Padre Francesco la esigeva da tutti i frati » (Tommaso da Celano). In tutta verità e in piena sincerità Don Michele ripeteva: « Io non mi son fatto prete da me , ho ricevuto tutto come dono dalla famiglia, dalla Chiesa, da Dio » . Lo stupore per il dono ricevuto generava in lui la gratitudine e la gratitudine, a sua volta, faceva nascere la gratuità. Negli anni 1950-55 nel Seminario di Trivento erano presenti 48 seminaristi provenienti dalle varie Parrocchie della Diocesi triventina. Hanno raggiunto il Sacerdozio solo 10, quattro erano di Capracotta. Il primo era Don Michele D'Andrea, accompagnato da Don Michele Di Lorenzo, Don Orlando Di Tella e Don Antonio Di Lorenzo. Caso? Merito? Non credo, certamente dono gratuito del Signore Gesù, "semplicemente" e responsabilmente accolto, nella rinuncia e nel sacrificio, temprato dall'aspra e dura formazione del seminario, e dalla caparbia e forte origine montanara di Capracotta. « Se non sono prete da me, non posso essere prete per me! Il prete non si appartiene » . Don Michele sembra riecheggiare ciò che esprime un moderno cantautore, E. Vianello, in una delle sue canzoni di successo "O mio Signore": O mio Signore, in questo mondo io non ho avuto tanto eppure sono contento. Io Ti ringrazio di ogni cosa che ho avuto. Grazie per tutto quello che Tu hai fatto per me. Una seconda nota che ha caratterizzano il suo servizio pastorale di Parroco è la lotta contro ogni forma di autoreferenzialità. Essere sempre, dovunque, e con tutti "uomo della relazione": era il suo stile di uomo e di prete. Capace di vedere il volto di Cristo nel volto delle persone, il suo cuore non privatizzava il tempo e gli spazi, geloso della sua legittima tranquillità, senza mai pretendere di essere disturbato. Senza mai rendicontare le sue ore di servizio, da buon samaritano ha cercato e servito chiunque aveva bisogno. Amico "della porta accanto" che si sofferma sui problemi della vita di famiglia, ha offerto sempre spunti di soluzione rendendosi partecipe con un senso di benevola familiarità, che tutti hanno percepito, perché confidenziale e al corrente dei problemi di tutti. Le sue brevi e semplici omelie erano vere istruzioni, una sorta di catechesi formativa al senso cristiano della vita. Le sue risorse dottrinali certamente erano attinte dalla preghiera e nei lumi dello Spirito santo. Decisamente divertente quando non era serio, anche in qualche sfuriata caratteriale. Con quel ampio sorriso comunicava serenità, armonia, saggezza abituale, maturata negli anni e negli eventi vissuti, anche nella solitudine dei freddi mesi d'inverno a Vastogirardi e nella sofferenza della terza età a Pescara nell'accogliente convento dei Cappuccini. Il giorno dei suoi funerali a Pescara nella Parrocchia S. Giovanni Battista, costruita con tanta cura, passione, premura e attenzione, ha ricevuto la più bella prova e attestazione di stima e ringraziamento per il suo lungo servizio ministeriale di Parroco. A Capracotta, nella Chiesa Madre dove ha ricevuto il dono dei Sacramenti dell'Iniziazione cristiana e dell'Ordinazione sacerdotale, un suo parrocchiano di Vastogirardi ha offerto una chiara testimonianza del bene ricevuto da Don Michele negli studi e nella vita. E ne dato lode e offerto stima per la silenziosa prova di concreto aiuto ricevuto. Anche i suoi cugini sacerdoti, Don Michele e Don Ninotto, insieme al Parroco Don Elio, hanno reso testimonianza della sua profonda spiritualità sacerdotale, del severo e umile servizio pastorale e della viva devozione alla Madonna di Loreto, molto venerata a Capracotta. Una terza nota è il radicamento nel presbiterio (unità dei preti con il Vescovo nella Chiesa diocesana), per 14 anni nella Diocesi di Trivento, oltre 40 anni nella Diocesi Di Pescara. Frutto di una genuina spiritualità di comunione, il radicamento e la comunione non sono la forma algebrica di tattiche e strategie, non si organizzano semplicemente, si generano e si vivono. Il presbiterio è un organismo vivo , non una organizzazione burocratica. Vivere nel presbiterio, non buttarsi da soli, a capofitto in un attivismo scriteriato e convulso, è attitudine fondamentale alla collaborazione, esigenza insopprimibile. Il dono specifico che Don Michele ha assicurato alle comunità parrocchiali servite non è stato una serie di attività o una somma di funzioni amministrative, ma la testimonianza di una fraternità concretamente vissuta e di una paternità spirituale semplicemente donata e offerta. Una quarta nota è caratterizzata dal suo stile di vita semplice ed essenziale. Ricco di appartenenza al suo Signore, che ne ha marchiato "a fuoco" la sua esistenza, ha camminato con il cuore e il passo dei semplici e dei poveri, reso ricco dalla loro diuturna frequentazione. Il piccolo appartamento di Vastogirardi, la piccola Chiesa all'inizio a Cerratina poi di San Giovanni a Pescara Colli, la piccola cella dei Frati Cappuccini di Madonna dei Sette Dolori, dove ha vissuto gli ultimi anni, accolto dalla fraternità generosa dei cappuccini, sono anche la prova umile e sincera della semplicità e dell'essenzialità dello stile di vita di Don Michele. Piccolo è bello. La santità non è un lusso, ma una necessità. Ciò che conta non è la grandiosità dei luoghi e degli apparati, ma l'unione con Dio realizzata dalla Grazia e l'adesione a Cristo e alla legge suprema della Carità. Piccolo e semplice significa unitario, essenziale, puro, sincero, senza malizia, privo di ornamenti eccessivi. Deriva ed è imparentato da semper : "per" è il moltiplicativo di "sem", la radice che esprime unità-identità, intercongiunto a tutto e a tutti, sempre connesso. Questo lo stile di Don Michele. Vorrei infine sottolineare un' ultima nota , il rapporto personale che ho avuto con lui nei primi anni del mio sacerdozio. Nominato Parroco a Villa S. Michele (già Pagliarone ), frazione di Vastogirardi, ho iniziato il mio ministero pastorale con un fatto, a dir poco, imprevedibile e drammatico. La ribellione del popolo che non accettava il nuovo Parroco troppo giovane e inesperto. Avevo 24 anni. Oltre 40 carabinieri furono inviati dalla Questura di Campobasso a proteggermi . Tutto fu risolto con l'aiuto di Dio e il buon senso del popolo molisano. Don Michele mi fu di aiuto fraterno e amicizia viva. Ho camminato con lui in piena collaborazione e con serena intesa per tutto il periodo che è rimasto incardinato alla Diocesi di Trivento e dopo. L'amicizia è rimasta stabile, salda, fedele, maturata col passare del tempo. Nutrita da un rapporto di affetto che ci ha fatto sentire uniti, da amore generoso che ha portato a sentire il bene dell'amico, da intimità condivisa con sincerità e fiducia. L'amicizia tra preti è l'unico antidoto, insieme alla "grazia del sacramento dell'Ordine", alla insicurezza e paura dell'altro che tarpano le ali del ministero sacerdotale e rendono indifferenti verso tutti. Trasfigurare il quotidiano attraverso vere relazioni interpersonali, facendo trasparire la luce di Dio dalla penombra delle cose più ordinarie, è la lezione che ci ha lasciato Don Michele. Grazie! Sei entrato nella gioia dei Risorti. Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: https://www.diocesitrivento.it/ , 8 dicembre 2019.
- Flora appenninica e piante officinali nel Giardino di Capracotta
Tra la cittadina di Capracotta, nell'Alto Molise, e le falde del Monte Campo che la sovrasta, è sorto, nel 1963, un «Giardino di flora appenninica e di piante officinali», che nella lodevole intenzione dei promotori - primo fra tutti l'Ente provinciale del Turismo di Campobasso, con l'appoggio della Forestale - doveva costituire una attrattiva per la migliore valorizzazione turistica della località, che è di suggestiva bellezza, e nel contempo suscitare vocazioni alla produzione ed utilizzazione economica e tecnologica di piante officinali, molte delle quali, già allo stato spontaneo, vegetano in quel territorio montano. Monte Campo (41°48' di latitudine e 14°22' di longitudine est da Greenwich) è a 1.745 m.s.m. nell'Appennino meridionale (ripartizione del sistema appenninico adottato da Fenaroli), dove per altitudine occupa l'ottavo posto, essendo preceduto dalla Serra Dolcedorme del gruppo del Pollino m. 2.271, dal Miletto del gruppo del Matese m. 2.050, dal Sirino m. 2.005, dal Montalto dell'Aspromonte m. 1.956, dal Bottedonato della Sila m. 1.929, dal Cervialto dei Monti Picentini m. 1.899 e dal Cervato dei Monti del Cilento m. 1.899. Come per tutti i sistemi montuosi, anche per il Campo vanno annoverate, in stretta correlazione con la sua posizione, rilevanti variazioni dei fattori climatici (temperatura, precipitazioni, intensità di luce) e dei fattori biotici ed edafici. I terreni sono caratterizzati da rocce affioranti, da ricchezza di scheletro su substrati calcarei e da scarse dotazioni di humus , che influenzano in modo spiccato la vegetazione. Questa trova la maggiore e più significativa espressione nella flora officinale erbacea spontanea (acetosella, arnica, assenzio, bardana, belladonna, cardiaca, cicoria, cicuta, digitale [ ferruginea e micrantha ], coda di cavallo, farfara, felce maschio, fragola selvatica, genziana, giusquiamo, gramigna, iperico, lapazio, malvone, malva, marrubio, mercorella, ononide, parietaria, piantaggine, stramonio, tarassaco, verbasco, ecc.), nelle specie arbustive e con fusti e rami prostrati o anche rampicanti (biancospino, corniolo, frangula, lampone, mezereo, prugnolo, ribes [ grossularia e rubrum ], rovo, sambuco nero, ecc.) e nelle formazioni forestali a latifoglie (soprattutto cerro e faggio) e ad aghifoglie (abete bianco, tasso e ginepro). Frequenti nell'ordinaria flora erbacea spontanea l'abotrano di campo, la campanula di Cavolini, il cardo asinino, il cardo propriamente detto ( Carline acaulis e vulgaris ), il cardo dei lanaioli, il cardo pallottola, l'epilobio, l'eringio (campestre e ametistino), la salsefica, lo spondilio, ecc. Siamo pertanto sul piano montano della vegetazione appenninica molisana, l'orizzonte inferiore del quale è dominato dai boschi mesotermici di abete bianco e di faggio esposti prevalentemente a nord. Alla sommità di tale orizzonte faggete ed abetaie, quali il Rifugio di Prato Gentile (m 1.600), l'Eremo di San Luca (m 1.500), la Fonte della Gallina (m 1.450), la Colonia estiva della Gioventù italiana di Pescopennataro (m 1.250) e campeggi estivi viciniori, tutti luoghi di rilevante attrattiva turistica. Si è già detto che fra gli scopi essenziali che i promotori dell'iniziativa si prefiggevano di conseguire era quello di evidenziare e diffondere le migliori tecniche colturali e di raccolta delle piante officinali in relazione all'ambiente - inteso questo nel senso più ampio - ed altresì in rapporto alle caratteristiche molto variabili delle diverse specie; le quali, siano esse medicinali, aromatiche o da essenza, sono - come è noto - molto influenzate, nel contenuto di principi attivi, dall'ambiente stesso, dall'andamento stagionale e dall'accertamento del tempo balsamico, in cui le piante, o loro parti, raggiungono la maggiore ricchezza di tali elementi, per una conveniente raccolta. Si volevano offrire anche esempi di razionale essiccamento, di stagionatura e di distillazione dei prodotti. Altra aspirazione, lodevolmente ambiziosa dei promotori dell'iniziativa, era di poter dotare il Giardino di un adeguato fabbricato e, nel contempo, provvedere allo spietramento e sistemazione del terreno mediante terrazzamento, per ricavarvi le parcelle da adibire alle colture officinali in esperimento. Il fabbricato, rimasto purtroppo incompiuto e quindi abbandonato per sopravvenuta carenza di mezzi finanziari, avrebbe dovuto dare adeguata soluzione a diversi problemi: offrire a sperimentatori e tecnici, aventi necessità di compiere ricerche e osservazioni nel Giardino, un sereno ambiente di studio; consentire un alloggio all'operaio preposto alle coltivazioni o ad eventuale altro addetto; avere a disposizione locali per essiccatoi, alambicchi ed altre attrezzature ai fini della lavorazione e migliore utilizzazione delle piante officinali da essenza; disporre di un'aula per lo svolgimento di corsi di istruzione pratica per la preparazione di raccoglitori e di personale per l'incetta delle singole droghe. Nella realizzazione dei lavori di sistemazione è stato determinante l'apporto della Forestale, che vi ha provveduto e continua a provvedervi con vivo senso di collaborazione, mediante l'attuazione di appositi cantieri di lavoro. Sotto la guida e la supervisione della Stazione sperimentale delle piante officinali di Napoli, che sovraintende alle attività di ricerca presso il Giardino, durante gli anni decorsi, nelle parcelle ricavate dall'anzidetto terrazzamento sono state praticate riuscitissime coltivazioni sperimentali di diverse specie officinali, di alto valore indicativo. Nel 1970, in una visita da me fatta al Giardino, risultavano coltivate sperimentalmente le seguenti specie in altrettante parcelle di circa mq. 80 ciascuna: Viburno ( Viburnum prunifolium L.), fam. Caprifoliaceae ; Assenzio ( Artemisia absinthium L.), fam. Compositae ; Camomilla nobile ( Anthemis nobilis L.), fam. Compositae ; Cocomero asinino ( Achallium elaterium Rich.), fam. Cucurbitaceae ; Genziana ( Gentiana cruciata L.), fam. Gentianaceae ; Genziana ( Gentiana pannonica Scop.), fam. Gentianaceae ; Genziana ( Gentiana officinalis ), fam. Gentianaceae ; Arcangelica ( Angelica archangelica L.), fam. Umbrelliferae ; Camedrio ( Teucrium chamaedrys L.), fam. Labiatae ; Issopo ( Hyssopus officinalis L.), fam. Labiatae ; Lavanda ( Lavandula officinalis Chaix), fam. Labiatae ; Menta ( Mentha hybrida Schleich.), fam. Labiatae ; Menta ( Mentha piperita L.), fam. Labiatae ; Salvia ( Salvia officinalis L.), fam. Labiatae; Salvia ( Salvia sclarea L.), fam. Labiatae ; Timo ( Thymus vulgaris L.), fam. Labiatae ; Veccia ( Vicia serinica Uechtr. et Hutter), fam. Leguminosae ; Strofanto ( Strophanthus rugosus ), fam. Apocynaceae ; Rabarbaro ( Rheum ss. pl.), fam. Polygonaceae ; Valeriana ( Valeriana officinalis L.), fam. Valerianaceae . Etaliano Bontempo Fonte: E. Bontempo, Flora appenninica e piante officinali nel Giardino di Capracotta nell'Alto Molise , in «L'Italia Agricola», CIX:7, Ramo Ed. degli Agricoltori, Roma, luglio-agosto 1972.
- I Carabinieri nell'Alto Molise
Il contributo dell'Arma alla Resistenza ed alla Guerra di Liberazione fu notevole anche nel Molise. Tra i vari episodi di eroismo e di abnegazione compiuti in quel periodo se ne ricordano alcuni. Negli ultimi giorni di occupazione i tedeschi, dopo aver arrecato danni ingenti a San Pietro Avellana, Capracotta, Pescopennataro e Castel del Giudice, iniziarono la stessa operazione di saccheggio ad Agnone dove, però, il 14 novembre del 1943, sette Carabinieri del posto, affrontarono i nazisti impegnandoli in un aspro combattimento; nello scontro il Carabiniere Francesco Dell'Oglio ferì mortalmente un militare nemico che aveva lanciato una bomba a mano, fortunatamente rimasta inesplosa, contro un gruppo di civili; la pronta reazione dei militari dell'Arma, costrinse i nazisti a ripiegare. Il Dell'Oglio, poi (nel 1947), fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Il 26 dicembre dello stesso anno 1943, il Carabiniere Giorgio Mannucci della Stazione di Rionero Sannitico, si offrì volontario per una rischiosa missione di ricognizione richiesta dal Comando inglese di stanza a Capracotta. Penetrato da solo nelle linee tedesche, fece rientro dopo oltre una settimana con precise informazioni sull'entità e la dislocazione delle forze nemiche nella zona; in altra azione bellica il Mannucci riuscì, con estrema decisione, a neutralizzare tre soldati della Wehrmacht e, solo pochi giorni dopo, lo stesso Carabiniere, in ricognizione con un pattuglia inglese, partecipò ad uno scontro con un nucleo tedesco rendendo personalmente inefficace l'azione di due soldati nemici. Per queste tre operazioni il Mannucci venne decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare. Nei mesi di febbraio e marzo del 1944, lo stesso valoroso Carabiniere, guidò varie pattuglie alleate in azioni esplorative anche lungo i territori delle province di Chieti e L'Aquila, prendendo parte, con efficacia, ad altri due combattmenti tanto da meritarsi, in questa occasione, una Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Giuseppe Mammarella Fonte: G. Mammarella, I Carabinieri nel Molise. Cenni storici dalle origini ai nostri giorni , Lions Club, Larino 2004.
- Otto uagliunitti
Tutti diversi tenevano i capelli, uno li teneva del colore della ruggine, altri due gialli come i limoni che vendeva Minguccio, gli altri quattro li tenevano invece così scuri che col carbone parevano tinti. Tutti e sette i uagliunitti somigliavano alla mamma, la donna più bella del paese, nemmeno uno che avesse poco poco preso dal padre. Il Pastore pensava giorno e notte alla sua bella moglie e ai uagliunitti che lei gli aveva dato. Erano sposati da cinque mesi che subito era arrivato il primo, e poi, ogni anno, un altro. Tutti belli e forti ma tutti nati prima del tempo, chi di cinque mesi, chi di sette, chi di otto, nessuno che fosse nato di nove mesi come vuole la natura. Questa cosa al Pastore lo preoccupava un poco, lui non ne capiva assai: cose di femmine erano. Una volta chiese pure al Dottore ma quello si fece una risata, gli diede una pacca sulla spalla e gli disse che i suoi uagliunitti erano forti, belli e che non ci doveva pensare. La primavera aveva scacciato l'inverno e per il Pastore, che da ottobre stava sotto alla Puglia con le greggi, era giunto il tempo di rientrare a Capracotta. Ad attenderlo la bella moglie, i suoi uagliunitti ed il talamo bello, pulito e profumato. Grano da mietere, fieno da immagazzinare, legna da tagliare, non un attimo di sosta per il Pastore. Era rientrato a marzo e i mesi erano passati così in fretta che alla fine di agosto, quando nacque l'ottavo uagliunitto, anche lui prematuro di soli sei mesi, al Pastore non restava che preparare di nuovo le greggi da portare a svernare sotto alla Puglia. Lungo e duro sarebbe stato l'inverno per la bella mamma e i suoi otto uagliunitti rimasti soli ad attendere il Pastore. Ma il paese è una grande famiglia, grande è la solidarietà, e così il Dottore, il Postiere, il Vasaio, il Sarto, il Falegname, il Camposantaro, il Macellaio, il Muratore, il Farmacista, l'Arciprete, tutti quanti, a turno, uno alla volta... avrebbero dato una mano alla bella moglie del Pastore rimasta sola con i suoi otto uagliunitti. Leo Giuliano
- La villeggiatura di Nina
Nessuna, nessuna creatura umana era più disgraziata di lei! Passava in rivista tutte le sue amiche, le più ricche e le più modeste: ognuna di esse aveva il suo sogno, ognuna, come per godere ferocemente della sua inferiorità, le raccontava le delizie che l'aspettavano laggiù fra le onde azzurre del mare o negli ombrosi viali delle campagne. Ed ella vedeva con la fantasia le amiche a Sorrento, a Capri, ad Amalfi, o lassù nel silenzio verde di Agerola o di Sant'Agata. Le più fortunate andavano sulla Riviera ligure, a Vallombrosa, in Isvizzera. Villette bianche, bagnate dalle onde, o nascoste fra gli alberi, con piccole verande incorniciate di fiori sorridevano occhieggiando di lontano. Come sarebbe stata felice anche lei di poter avere la sua villetta, farne un nido delizioso pieno di fiori e di uccelli, di libri e di quadri, di tanti graziosi ninnoli, con una terrazza sulla quale passare lunghe ore in una sedia a dondolo, contemplando il mare o le montagne. Niente di tutto questo. Suo padre non comprendeva l'acuto intenso desiderio della sua povera anima. Quello che le concedeva era di lasciarla andare ai bagni con la cameriera laggiù a Posillipo, dove incontrava le ultime amiche rimaste, ma poi, quando anche queste scappavano via per andarsi a godere i mesi di settembre e ottobre in mezzo al verde ed ella restava sola, nella casa silenziosa, una profonda tristezza le stringeva il cuore. Nessuna, nessuna creatura umana era più disgraziata di lei! Così che, quella mattina, quando l'avvocato Negri, entrando nella camera di sua figlia, con le mani sprofondate nelle tasche dei calzoni, le disse a bruciapelo: – Nina, quest'anno andremo in campagna – ella gettò un grido di gioia. – Dove andiamo, babbo? – Ah non credere che io ti conduca in uno dei soliti luoghi di villeggiatura, frequentati dalle tue amiche. Probabilmente il nome ti riuscirà nuovo. – Cioè? – Castel di Sangro. Nina guardò suo padre con aria interrogativa. Non era molto forte in geografia. – In Abruzzo, Nina mia, nell'Abruzzo forte e gentile. Ti troverai piombata nella vergine natura. Né hôtels, né restaurants, né clubs, né teatri, né concerti, né automobili... – Benissimo. – La semplice vita pastorale arcadica... – Benissimo. – La montagna brulla, la folta foresta, le gole selvatiche... – Benissimo. – E non ti annoierai dopo otto giorni? – No, babbo, sarà per me una residenza deliziosa. Porterò le mie tele, i miei pennelli, il mio apparecchio fotografico e quando torneremo a Napoli mostrerò alle amiche i miei prodigi artistici. E dimmi un po' babbo, come hai scelto per villeggiatura Castel di Sangro? – Ecco, veramente, non sono io che l'ho scelto. È la zia Tersilla, una vecchia zia che tu non hai conosciuta, ma che, morendo, ha avuto la bontà infinita di lasciarci in eredità una casetta laggiù a Castel di Sangro, con dieci moggia di terra, della quale dobbiamo andare a prendere possesso. – Oh che buona idea ha avuto zia Tersilla – esclamò Nina, battendo le mani come una bimba – quando partiremo? – Appena sarai pronta. Io sono libero e per due o tre mesi non voglio occuparmi né di cause, né di clienti. Laggiù, in mezzo alla pace dei campi, scriverò la mia monografia sull' Enfiteusi , che dev'essere l'ultima parola sull'argomento. Nina mise la casa sossopra. Diede subito l'annunzio alla cameriera e si accinse con lei a preparare i bauli, a ficcarvi dentro abiti, libri, riviste, tavolozza, tele da dipingere, lastre fotografiche, nastri, guanti, sciarpe, tutto il grazioso bagaglio di una ragazza ventenne. Perché, se non l'ho detto ancora, Nina era una leggiadra creatura che aveva appena compiuto i ventitré anni, con grandi occhi neri che si piantavano in faccia alla gente e l'abbagliavano come un riflesso di sole, con una bocca espressiva che, in certi momenti, si piegava in un atteggiamento di Madonna addolorata o dalla quale, nei momenti lieti, sgorgavano come trilli di uccello delle risate argentine. Un carattere franco e ardito, una testolina bizzarra, ma un cuore d'oro, che era l'orgoglio e l'adorazione di suo padre. – Siamo pronte? – Pronte. – E allora partenza. Il viaggio fu delizioso e la signorina non si saziava di contemplare il panorama vario e verdeggiante che le si svolgeva dinanzi, quando il treno, risalendo il Volturno, toccò Venafro, Isernia, Pescolanciano, Capracotta , a millequattrocento metri di altezza, fra le cime dell'Appennino, che mandavano a traverso il finestrino aperto l'odore selvatico della foresta. Alla stazione di Castel di Sangro li aspettava una carrozza impolverata e sgangherata, con un vecchio cocchiere magro e asciutto, che pareva fatto dell'istesso legno della carrozza. – Buongiorno padrone, bene arrivata, signorina. Per una via aperta tra i campi il cavallo trotterellava facendo tintinnare allegramente i suoi sonagli. – Che bellezza! – esclamava la signorina volgendo intorno lo sguardo, aspirando con le piccole nari l'aria pura. – Non siete mai venuta dalle nostre parti? – chiese il cocchiere. – No. Si deve stare bene qui. – Si vive da povera gente. Certo per signori di città come voi sarebbe un supplizio. Voi avete tante meraviglie. Napoli è il paradiso. – Non sei stato mai a Napoli? – E come volete che ci sia stato? È così lontano! ci vogliono tanti denari! Il mio viaggio più lungo è stato sino a Chieti, una città grande, con una bella piazza, e una villa e dei palazzi come a Napoli. La signorina sorrise, poi la sua attenzione fu attratta da una palazzina rossa, a due piani nascosta fra gli alberi allo svoltare della via. – Che graziosa casetta. Di chi è? – È la nostra, signorina. Siamo arrivati. Smontarono. Una contadina venne loro incontro, seguita da due monellucci a piedi nudi, che guardavano i forestieri con gli occhioni spalancati, aggrappandosi alle gonne materne. Nina e suo padre salirono, girarono tutte le stanze. Era una graziosa casa, tranquilla e pulita, in piena campagna. Il terrazzo tante volte sognato, dove Nina avrebbe potuto deliziarsi nella contemplazione della natura verdeggiante, era là che l'aspettava. Le stanze linde, luminose, pochi mobili di forma antica, ma solidi e puliti. C'era una cameretta con le pareti a fiorellini azzurri, della quale Nina prese subito possesso, c'era lo studio per il babbo, c'era un giardino un po' trascurato, nel quale erano cresciute molte erbacce, ma la padroncina avrebbe saputo trasformarlo col suo buon gusto e rendere grazioso. E, per otto giorni, ella non pensò ad altro che alla sua nuova dimora. Poi fu presa dal desiderio di vedere il paese, di fare delle gite nei dintorni. Usciva sola. La campagna era tranquilla, i contadini la salutavano rispettosamente ogni volta che passava, i ragazzi posavano dinanzi alla sua macchinetta fotografica. «È un luogo delizioso – scriveva alla sua amica Clara a Sorrento – dove si sta ad immediato contatto con la madre Terra, dove uno spirito come il mio, amante delle bellezze naturali, trova infiniti motivi di godimento. Tu lo troveresti un po' monotono e certamente non può paragonarsi a codesti tumultuosi centri mondani, dove si suona, si balla, si flirta, dove si fa sfoggio di toelette eleganti e di spirito, quando se ne ha tanto come la mia terribile Clara. Qui non si può conversare che con gli alberi, i quali stanno ad ascoltare pazientemente tutti i segreti che si crede di confidar loro. E c'è un bel tipo, che va qualche volta al tramonto a confidare agli alberi i propri pensieri. L'ho visto già un paio di volte ed ha richiamato la mia curiosità per la sua aria distratta e preoccupata. Egli non si è punto accorto di me, e questo mi ha stizzita un poco perché io sento di non essere una figura trascurabile. Dev'essere un poeta, o un pittore. Ieri si è fermato per mezza giornata a guardare il vecchio castello dei principi di Sangro, una ruina assai pittoresca, che si vede dal mio balcone, che ho ammirato anch'io con molto interesse, ma non sino al punto da dimenticare l'ora del pranzo. Ho domandato di lui a persone del luogo, ma non hanno saputo dirmi altro che è un forestiero, il quale sta qui da un mese e non fa che aggirarsi come un pazzo intorno a quel vecchio rudere. Lo ha girato di dentro e di fuori, lo chiamano l' innamorato del castello . A trent'anni, quanti ne dimostra, potrebbe veramente innamorarsi di qualche cosa di meglio! Dev'essere uno sciocco». Dopo quest'affermazione un po' ardita con la quale Nina chiudeva la lettera, non parlò più del forestiero all'amica, che pel suo incorreggibile difetto di fare dello spirito, aveva osato scrivere alla Nina che lei doveva essere diventata gelosa del vecchio castello. Certo è che l'immagine di quello straniero, il quale non si curava punto di lei la turbava e la indispettiva. Abituata all'ammirazione dei giovanotti di Napoli, dove pure erano tante graziose ragazze, non sapeva rassegnarsi ad essere trascurata in quel paesello di provincia. Tutti si fermavano a guardarla passare, tutti... meno lui solo. Era forse un vanitoso, un egoista, il quale non pensava che a sé e alle proprie fantasie. Pure, in un caldo pomeriggio di Agosto, mentre ella passeggiava sul suo giardino, che aveva già preso un aspetto assai leggiadro, scorse di là dal muricciuolo, l'innamorato del castello fermato con le mani in tasca, a guardare dalla parte sua. Certamente l'aveva veduta questa volta. Ella finse di non essersene accorta, e, dopo qualche altro giro, rientrò in casa. Un'ora dopo ridiscese. Egli era ancora là immobile al suo posto. La cosa era un po' strana, ma ancor più strana dovette sembrare a Nina quando, alcuni giorni dopo, vide lo straniero picchiare alla porta di casa e chiedere alla cameriera di parlare con l'avv. Negri. Si struggeva dalla curiosità di sapere chi era e che cosa voleva questo signore. Ella era una brava ragazza e non aveva il difetto di origliare alle porte. E perciò si dovette accontentare che suo padre le riferisse lo scopo di quella visita. Le era passato per un momento pel capo che egli fosse un eccentrico, il quale, innamorato subitamente di lei, fosse venuto a chiedere la sua mano, ma scacciò quest'idea sembrandole alquanto ardita. Più probabilmente era venuto da suo padre a parlar d'affari. Non doveva essere né un poeta, né un pittore, niente di quanto lei s'immaginava. – Ci sono al mondo dei grandi originali! – cominciò l'avv. Negri, quando ebbe accompagnato il visitatore sino alla soglia. – Hai veduto, Nina, quel signore che è andato via or ora? – Ebbene? – chiese lei senza osar di dire che era tutt'altro che la prima volta che lo aveva veduto. – Ebbene, quello lì è venuto semplicemente per dirti che tu ed io possiamo uscircene di qui perché questa è casa sua. – Davvero? – esclamò Nina e fece una di quelle sue risatine che parevano trilli di uccello. – Mi ha lasciato la sua carta da visita. Ing. Raimondo di Sangro . Afferma che egli è discendente di quel Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, che morì a Napoli nel 1771, che fu un insigne meccanico e inventò la lampada perpetua. Dice di avere documenti inoppugnabili, coi quali può dimostrare che a lui spetta in eredità l'ala sinistra del castello e il territorio vicino e che, in questo territorio è compresa la proprietà che ci ha lasciato zia Tersilla, la quale non sarebbe che una usurpatrice. – Ma tuttociò, babbo, è una cosa seria. Vuol dire che saremo espropriati e dovremo tornarcene a Napoli. E il nostro bel giardino? e questa graziosa casetta? – Piano, piano, mia cara, non lasciarti trasportare dalla fantasia. Tutto questo è un'affermazione, la quale ha bisogno di prove e, se occorre, di un giudizio. Capirai, che ad un avvocato come tuo padre, un giudizio non fa paura. Ma il più grazioso non te l'ho detto ancora. Quell'ingegnere ha una parlantina facile, un'amabilità di modi non comune e si fa ascoltare con piacere. Mi ha dichiarato che egli è alieno dal fare liti e che, in ultimo caso, se proprio non volessi arrendermi alla eloquenza dei documenti, egli sarebbe disposto a ricomprare la nostra proprietà per quel prezzo che io chiederò di stabilire. – Davvero? ci tiene dunque molto al possesso della nostra casetta? – No, egli della casetta ne farebbe a meno: il podere ed il giardino sono quelli che gli fanno gola. – E a questa proposta che cosa hai risposto? – Ho risposto che non avevo alcuna intenzione di vendere e che deponesse ogni idea in proposito. In quanto al mio dritto di proprietario, non avevo nulla a temere perché le mie carte erano in regola. – E lui? – E lui se n'è andato, dicendo che vi ripensassi e che sarebbe ritornato. – È un bell'originale. Quell’avvenimento singolare tenne per parecchio tempo occupato il cervello della signorina, la quale non sapeva che cosa pensarne. Intanto l’avvocato Negri aveva chiesto informazioni al Sindaco, ma questi gliene aveva date ben poche. L'ing. di Sangro era arrivato da Napoli un mese prima – era forse un parente dei principi di Sangro – si era innamorato del vecchio castello – un giovane che sfuggiva la compagnia della gente e non dava fastidio a nessuno. Si diceva che guadagnasse bene con la professione, aveva preso alloggio all’Albergo di Roma, l'unico del paese, e dava spesso l’elemosina ai pezzenti che incontrava per via. L'innamorato del castello ritornò otto giorni dopo, mentre l'avvocato e sua figlia stavano sorbendo il caffè in giardino. Si fermò sulla soglia facendo un grazioso inchino. L'avv. Negri si affrettò a fare la presentazione. – Lei viene, senza dubbio, per quel suo affare. Passeremo dunque nel mio studio. – Non vorrei disturbarla – rispose l'altro. – Del resto non è cosa che la signorina non possa sentire. Forse ella è già informata dello scopo della mia visita. – Sì signore – confermò Nina arrossendo lievemente – il babbo mi ha detto che lei ha intenzione di mandarci via da questa casa. – La prego di non volermi giudicare un essere così spregevole e venale. Ella, signorina, saprà anche che io avrei intenzione di acquistare questa proprietà a quel prezzo che suo padre si compiacerà di stabilire. – E la mia risoluzione – rispose l'avvocato Negri – non è mutata in questi otto giorni. Né io, né mia figlia intendiamo rinunziare a questa proprietà, dove ci troviamo così bene e dove siamo lieti di venire a passare ogni anno tre o quattro mesi di villeggiatura. L'ingegnere parve riflettere per qualche istante. – Ebbene – riprese – vedo che è ormai necessario di parlarci chiaro. Le ho detto già, egregio avvocato, che io posseggo documenti importanti sulla famiglia di Sangro, che abitò il vecchio castello e che estendeva i suoi domini anche su questo podere e su questa palazzina, la quale, un secolo fa, era l'abitazione del vecchio fattore di casa di Sangro. Nel 1798 l'esercito francese che si avanzava vittoriosamente in Italia, spargendo ovunque la distruzione e lo spavento, devastando i poderi dei contadini, saccheggiando le case dei ricchi, prese naturalmente di mira il castello. Il principe Oderisio di Sangro volle che sua moglie la principessa Matilde ed i suoi due figli riparassero a Chieti, dove avevano altri parenti e dove egli li avrebbe raggiunti dopo aver provveduto alla difesa del castello. La principessa Matilde era una delle prime dame dell'Abruzzo e la fama della sua beltà e della sua munificenza era nota per molte miglia dintorno. Aveva preso con sé la cassetta dei suoi gioielli, che erano di grande valore, con l'intenzione di portarseli seco a Chieti. Ma il vecchio fattore, servo fedele di stampo antico, con quell'autorità che gli davano gli anni e la devozione verso la bella padrona ch'egli aveva visto nascere, la sconsigliò vivamente di portar seco quei gioielli. Le strade erano malsicure, il viaggio nelle carrozze di posta era lungo e, quantunque i padroni fossero accompagnati da quattro servi, non era prudente viaggiare con quelle ricchezze. La principessa era però convinta che anche nel castello i gioielli fossero malsicuri, né voleva lasciare al principe l'incarico di portarglieli più tardi, né alla servitù l'incarico di custodirli. Fu allora che pensò di affidarsi alla onestà del vecchio fattore. Egli li avrebbe nascosti in qualche luogo e gli invasori non avrebbero certo pensato che nella casa o nel giardino del vecchio contadino potesse trovarsi conservato un tesoro. E si trattava di un vero tesoro, una collana di perle di rara grandezza, un diadema di brillanti, e orecchini, e fermagli, e anelli con rubini e smeraldi, e un migliaio di doppie d'oro, un complessivo valore di duecentomila ducati. L'ingegnere si fermò volgendo uno sguardo alla signorina Nina, che ascoltava con viva attenzione il racconto, sgranando gli occhi per la meraviglia. – Credo che ora – riprese il narratore – avrete compreso il mio interesse per questa proprietà. Non discuto, egregio avvocato, la legalità del suo possesso. Ma crede lei che, ove sua zia avesse ignorato l'esistenza di questo tesoro nel suo podere, avrebbe potuto legalmente disporre anche del tesoro stesso? – Ella sa bene, ingegnere – osservò l'avv. Negri – che il proprietario di un suolo è proprietario dal centro della terra sino alle stelle. – È giusto, ma... – Non creda però di aver da fare con un affarista che intenda profittare della confidenza del suo segreto. – Anche di questo non ho mai dubitato. – Lei si ritiene discendente di quella nobile famiglia e quindi legittimo erede di quel tesoro. Potremmo venire ad una transazione. – È quello che io pure desidero vivamente. Nina non prendeva parte al dialogo, ma si limitava ad osservare il giovane ingegnere e lo giudicava nel proprio intimo. Certamente suo padre era una persona franca e leale, ella avrebbe desiderato anche nello straniero una eguale franchezza e lealtà. Non osava dire a sé stessa che avrebbe provato un vivo rincrescimento se si fossero rivelati, sotto quella sua simpatica apparenza, dei sentimenti volgari e il freddo calcolo di uno speculatore. – Metta dunque lei stesso le basi di un possibile accordo. – Ebbene – riprese il giovane e guardò ancora una volta quella graziosa fanciulla che, dal momento che gli aveva rivolto il discorso, lo aveva evidentemente disorientato – poiché lei e la signorina ci tengono tanto al possesso di questa villetta, io non insisterò sulla mia domanda di acquisto. Nel vecchio documento di famiglia, da cui ho appresa la storia che ho avuto l'onore di narrare, è indicato il luogo dove la cassetta dovrebbe essere nascosta. Dovrò sconvolgere un po' il giardino, e mi dispiace molto di sacrificare i leggiadri fiori della signorina, ma prometto di rimettere le cose a posto nel miglior modo possibile. Naturalmente queste ricerche saranno fatte insieme e di accordo, e, ritrovato il tesoro, esso sarà diviso fra noi in parti uguali. Voglio sperare, egregio avvocato, che ella non trovi irragionevole questa mia proposta. – La trovo anzi generosa da parte sua – rispose l'avvocato – ma temo che la cosa non sia così facile come lei pensa. Ella dimentica i diritti dello Stato. – Lo Stato? ma nel nostro caso non trattasi di oggetti d'arte antica. Siamo in una proprietà privata e si tratta di oggetti di proprietà privata. Le ripeto, i documenti che io posseggo sono inoppugnabili. – Ma è poi sicuro che la cassetta non sia stata in seguito tolta dal suo nascondiglio? L'imprudenza di un confidente, il caso, un fatto qualunque può aver aperto gli occhi ad altri più fortunati. Potrebbe ben succedere che le nostre ricerche non approdino a nulla. – Questa sua storia – aggiunse la signorina Nina – ha un po' troppo del fantastico e nelle storie delle antiche famiglie s'infiltra molte volte la leggenda. Il giovane ingegnere rimase in silenzio, alquanto sconcertato dall'accento scherzoso della signorina. – Se non troveremo nulla – riprese l'avv. Negri – lei naturalmente, in mancanza di gioielli, rimetterà fuori la sua pretesa sulla villetta. – No, no, le assicuro di no. Rinunzierò a quello che la signorina chiama una fantastica leggenda e ci separeremo da buoni amici. Forse per appagare il mio sogno, penserò a restaurare un'ala del vecchio castello, se a loro non dispiace avermi come vicino di villeggiatura. Decisamente l'ingegnere era diventato di un'amabilità e di una remissività straordinaria. L'avvocato non sapeva darsene ragione, ma la signorina Nina, che non era capace di leggere nel codice civile, ma sapeva leggere un pochino in quell'altro libro astruso che è il cuore umano, trovava naturali le intenzioni del giovane e lo giudicava un'anima nobile e generosa. Scrisse un'altra lettera all'amica Clara, cui narrò della visita senza però confidar nulla del segreto della cassetta. Ah quella cassetta misteriosa perseguitò tutta la notte la cara figliuola! Le pareva di vederla, dinanzi ai suoi occhi abbagliati. Quelle perle, quei brillanti, quei rubini, quegli smeraldi gettavano raggi fulgidi, verdi, purpurei che l'accecavano. Era la ricchezza, una ricchezza inaspettata, un sogno di felicità! E le pareva che quel giovane, dallo sguardo vivo e intelligente, dall'anima vibrante di amorosa commozione, mettesse quel tesoro ai piedi di lei, rinunziando a tutto, pur di ottnere un suo sorriso e una sua dolce promessa. Alla mattina ripensò al sogno e gettò all'aria una di quelle sue risatine che parevano trilli di uccello. Ma alla mattina, assai presto, si presentò il giovane ingegnere e le ricerche cominciarono. Erano tutti e tre ansiosi di trovare il tesoro. L'ingegnere consultò una carta ingiallita dal tempo che aveva portato seco, tracciò due o tre misteriose linee nel giardino, sradicò delle povere pianticelle, strappò l'erba, si fermò ai piedi di un vecchio melo. Il vecchio giardiniere era stato messo ai suoi ordini e cominciò a zappare. Dopo quattro ore il lavoro fu interrotto. Si fece colezione insieme e l'avv. Negri e sua figlia ebbero modo di apprezzare la coltura e lo spirito del giovane, che parlò dei suoi studi, dei suoi viaggi, dei suoi disegni futuri. Era di una compagnia piacevolissima. Il lavoro fu ripreso nel pomeriggio, ma non diede alcun risultato. L'ingegnere riconsultò la sua carta e confessò di avere sbagliato nelle indagini. Il dì seguente si ricominciò da capo presso un altro albero. Ormai il giovane era diventato di casa. Rimaneva abitualmente a colazione ed a pranzo, faceva insieme ad essi deliziose passeggiate e quasi quasi i due giovani non pensavano più alla cassetta preziosa. Ma c'era però l'avvocato, che vi pensava e cominciava a credere che l'ingegnere avesse un po' perduta la testa con la Nina e non si occupasse abbastanza della cosa. Erano trascorse ormai quattro settimane in inutili ricerche e si era dissodato tutto il giardino. – Io penso, caro ingegnere – disse infine – che abbiate preso un bel granchio a secco (erano passati al voi ora) e che si tratti proprio, come dice la mia figliuola, di una fantastica leggenda. – No, credetemi, io ho ancora la speranza che troveremo. Gli scavi si ripresero con maggior ardore ai piedi di un vecchio pino. Il giardiniere non ci capiva nulla e cominciava a sospettare che i cervelli dei suoi signori non fossero più a posto. – Se non è qui – affermò l'ingegnere – dovremo purtroppo rassegnarci. Il risultato non fu migliore dei precedenti, ma negli occhi del giovine brillava una luce insolita, come se avesse proprio trovato il famoso tesoro. Così che, quando alcuni giorni dopo, pregò l'avv. Negri di passare nello studio perché aveva bisogno di dirgli una cosa a quattro occhi, l'altro ne fu sorpreso e stette ad ascoltarlo con molta diffidenza, come in attesa di scoprire nel suo ospite un grande impostore che avesse abusato della sua confidenza. L'altro trasse fuori la famosa carta ingiallita e la mostrò al padre della Nina, il quale la scorse con molta attenzione. Realmente vi si parlava di una cassetta di gioielli nascosta in un punto del podere, di cui si indicava la direzione. – E intanto il tesoro non si è trovato! – brontolò. – Purtroppo, e credo che ormai dobbiamo rinunziarvi. Ma io, consentitemi di dirvelo, amabile avvocato, ho trovato qui un altro tesoro, ben più prezioso dei gioielli della principessa di Sangro. Questo tesoro potrebbe fare la felicità di tutta la mia vita. Mi consentite di proporvi la stessa transazione che avevate già accettata per la introvabile cassetta? L'avv. Negri aggrottò le sopracciglia, si fece scuro in viso ed attese senza dir parola che l’altro si spiegasse meglio. – Vi chiedo di dividere con voi il possesso di questo inestimabile tesoro. Perdonate... l'amo e spero di renderla felice. – Sta bene. Comprenderete che non potrò darvi così sui due piedi una risposta, senza prima interrogare un'altra persona. – È giusto. Aspetterò quanto vorrete – e se ne andò col passo di chi ha vinto una battaglia. Il mese scorso Nina, raggiante di felicità, ha dato alla sua amica Clara la notizia del suo prossimo matrimonio, dichiarando che Castel di Sangro è la migliore villeggiatura del mondo e che la sua villetta è diventata un nido delizioso. L'innamorato del castello è più raggiante di lei per aver trovato il suo tesoro. Quando Nina sarà sua moglie, forse egli finirà per confidarle che lei aveva indovinato e che la fantastica storia della cassetta di gioielli non era stato che un mezzo ingegnoso per prendere possesso della villetta e della sua abitatrice. Onorato Fava Fonte: O. Fava, La villeggiatura di Nina , in «Natura ed Arte», XVII:17, Vallardi, Milano, 1 agosto 1907.
- La Fonte alle Guastre, dal caffè alle percoche
Quella alle Guastre è la più importante fontana esistente sulla mulattiera che collega i due maggiori paesi dell'Alto Molise: Capracotta e Agnone. Considerando l'utilità delle attuali stazioni di servizio autostradali, negli anni passati questa fonte poteva a buon motivo definirsi il MuloGrill , dove le "vetture" transitanti facevano il pieno di acqua, tiravano il fiato e davano l'opportunità agli autisti di scambiare quattro chiacchiere e, magari, qualche bicchiere di vino coi residenti degli innumerevoli casolari della lussureggiante e chiassosa contrada Guastra. In quelle zone nessuno si sentiva solo perché c'erano molti insediamenti abitativi con una numerosa presenza di dimoranti, grandi e piccoli, che con i loro gioiosi schiamazzi facevano concorrenza ai versi dei tanti animali da cortile e degli uccelli circostanti. L'arrivo delle vetture era anticipato dal suono degli zoccoli che sferragliavano sulla mulattiera lastricata di pietra e veniva considerato di buona speranza per il semplice fatto che nell'aria si avvertiva quel senso di esistenza e di appartenenza, certo non di solitudine come oggi, quel sentimento che ti fa vivere in maniera malinconica e deprimente in zone dimenticate da Dio. Era presso la Fonte alle Guastre - come pure le altre due della stessa contrada, la Fonte la Lama e la Fonte Cupello - che sbocciavano i primi innocenti amori, dove, con la scusa di dissetare gli animali da soma e da pascolo, si incrociavano sguardi al suono delle campane d'Agnone che scandivano il mezzogiorno. Di certo non ci si sedeva come oggi per godersi l'aperitivo, al massimo scoccava un bacio fugace e, poi, nemmeno quello visto che era più conveniente, per conservare il buon nome della famiglia, evitare che circolassero voci. Il senso dell'onore familiare era così sentito che spesso all'appuntamento si presentava anche la mamma della ragazza, confermando il celebre adagio di Carosone: "Io, mammeta e tu!". Il territorio circostante la fontana è quasi del tutto pianeggiante con un clima mite visto che la quota oscilla intorno ai 1.050 metri s.l.m. ed è protetta dai freddi venti del nord. Negli anni '30, per un biennio, avemmo l'opportunità di mettere a regime una piantagione di caffè, in seguito sradicata perché quei terreni dovevano servire a sfamare le tante bocche vive o in arrivo e non per soddisfare il sofisticato palato di mio nonno Domenico. Il caffè, del resto, non era necessario visto che poteva essere sostituito dall'orzo tostato o dalla cicoria. A cavallo degli anni '50-'60, in una zona sovrastante la fonte, fu piantato persino un produttivo pescheto, mentre a valle una vigna da cui si otteneva un vino asprigno, ideale per abbassare il tasso di trigliceridi e colesterolo nel sangue! L'unico rammarico è che purtroppo a Capracotta non sono mai fiorite e sbocciate le precòche , come risulta pure da questo esilarante sketch teatrale... Filippo Di Tella
- Il Molise esiste, noi abbiamo 5 prove per dimostrarlo
In tantissimi modi ci hanno fatto credere più e più volte che il Molise è una regione inesistente, che il Molise è pura fantascienza, che il Molise è uno stato mentale, una forma mentis... C'è chi giura che in Molise non ci arrivano neanche i treni, che per arrivare in Puglia non si passa per il Molise, che la regione del Salento confina a Nord solo e soltanto con l'Abruzzo. Ci hanno fatto credere anche su Facebook che il Molise non esiste. Noi abbiamo deciso che non ci stiamo però e con un'inchiesta al limite della legalità siamo riusciti a scoprire che in realtà il Molise esiste eccome! Ecco le inconfutabili prove. Sono andata a Capracotta e ho visto un posto bellissimo. Sì, Capracotta, quel posto di cui tutta la stampa estera ha parlato perché quando nevica diventa un mondo fatato, incantato, che sembra disegnato come manco "Shining" e il labirinto pazzesco. Ho mangiato le mozzarelle più buone di quelle pugliesi. Non incazzatevi pugliesi, giuro che è vero! Sto parlando di quelle di Bojano e anche se questo nome fa riderissimo, vi dico che le mozzarelle sono veramente buone e poi i nodini e poi la ricotta e poi tutto. Sono andata all'università con una ragazza del Molise. La suddetta ragazza ha avuto il coraggio di lamentarsi dell'Abruzzo e che è tornata di corsa in Molise. Che poi, a dirla tutta, magari ha dimenticato che prima del Molise esistevano gli Abruzzi, ma questa è un'altra storia. Insomma, a quanto pare non solo il Molise esiste, ma ci si vive anche bene. Aldo Biscardi è nato in Molise. Per l'esattezza a Larino, per l'esattezza quindi in provincia di Campobasso. No, ma cioè vi rendete conto che personalità di spicco per la storia italica vanta il Molise? Il prossimo che dice che il Molise non esiste lo meno, ok? Prunus spinosa Trigno. Questo arbusto spinoso che cresce proprio in Molise, sembrerebbe avere effetti antitumorali. Il Molise dunque, non solo esiste, ma è anche capace di curare malattie come mai nessuno prima e soltanto con la sua terra. Le chiacchiere stanno a zero belli miei, fate pace con questa cosa: il Molise esiste davvero. Benedetta Piccioni Fonte: http://www.bonsai.tv/ , 20 aprile 2015.
- Anselmo Di Ciò da Capracotta
«Anselmo Di Ciò! Chi era costui?», potrebbe dire il lettore, parafrasando il don Abbondio manzoniano. Nel contributo "Scienza e Scienziati" di Campobasso (e del Molise) - all'interno nel ponderoso volume antologico "Campobasso, capoluogo del Molise" realizzato dal Comune - sostenevo la storica mancanza di una cultura scientifica nella nostra regione e il fatto che qualche spunto promettente apparve solo dopo la Rivoluzione Francese ed i suoi echi napoletano. Sottolineavo inoltre un altro fatto: le uniche opere scientifiche, ancorché poche e tradotte male, circolavano da noi solo nelle mani degli appartenenti al clero o in quelle di qualche loro allievo facoltoso, ma erano da circa due secoli sottoposte a rigorosi controlli censori dell'autorità ecclesiastica per via della vicenda del processo a Galileo e delle imposizioni della Controriforma. La matematica, ad esempio, era quasi sempre studiata nella parte aritmetica, geometrica ed algebrica non troppo "contaminata" da Newton, Leibnitz, Cartesio, Fermat, ecc., anzi alcuni eruditi dedicavano il loro tempo alla ricerca di "soluzioni" alternative a problemi che erano facilmente risolvibili con quelle "contaminazioni" pur di non utilizzarle (quando le conoscevano). Un esempio di tale modo di pensare e di procedere è quello del nostro canonico Anselmo Di Ciò da Capracotta, docente e pubblicista di matematica (oltre che di altre discipline). Nato il 21 aprile 1767 nell'alto comune molisano ai confini con l'Abruzzo, dopo aver studiato nel seminario di Trivento (all'epoca ottima scuola: da essa usciranno molti uomini di cultura molisani anche nell'800) divenne prete nel 1791 e fu poi nominato professore di filosofia con insegnamento anche... giuridico e matematico! Questo fatto non deve troppo meravigliare dal momento che, ritenendosi la logica e la filosofia praticamente indistinguibili, la matematica e il diritto se ne consideravano applicazioni. Naturalmente il Di Ciò era erudito anche in teologia, latino e lettere italiane (sempre il Manzoni ci farebbe pensare ad una sorta di don Ferrante nostrano) e questo gli permise di fare da insegnante a molti giovani che diverranno poi famosi nel campo della cultura, della politica e dell'apparato dello Stato, sia con i Borboni che con il Murat. Valga per tali allievi il nome illustre di Vincenzo Cuoco, ma anche dell'abruzzese Benedetto Croce, nonno del filosofo e giurista di rango. Quelle poliedriche conoscenze porteranno infatti il Di Ciò ad insegnare prima in molte scuole molisane e delle regioni confinanti e poi a Napoli, dove aprì una sua rinomata scuola privata. Sarebbe finito a Pavia, dove pure era stato invitato, se non glielo avessero impedito gli acciacchi dell'età e quindi restò a Napoli dove morì il 6 gennaio del 1835. Il canonico Di Ciò si dilettava, nei soggiorni estivi a Capracotta, anche nel collocare, sulla montagna, trappole da lui costruite per la caccia ai volatili (starne, pernici e quaglie), ma mal gliene incolse perché pare che un giorno si imbattesse in un grosso orso che era lì per sottrargli quelle ghiotte prede e la scampò solo perché, svenuto per la paura, l'orso gli preferì una bella pernice finita in trappola. Gli scritti di matematica di Anselmo Di Ciò sono vari e didatticamente interessanti come testi per i giovanetti del tempo se non fosse per la citata mania di non utilizzare strumenti di calcolo dell'analisi e della geometria analitica, noti da tempo, che avrebbero semplificato (e abbreviato) di molto la trattazione. Pubblicò in Napoli nel 1811 un libro di 272 pagine dal titolo "Geometria piana" e nel 1816 un altro (che comprendeva in parte il precedente): "Elementi di matematica" in due volumi, il primo dedicato all'aritmetica e il secondo alla geometria. Scrisse inoltre svariati opuscoli ("La trisezione dell'angolo" - 1796, "Sperimento matematico di recente immaginato" - 1810, ecc.) di cui si riportano di seguito, come curiosità documentaristica, alcuni frontespizi e pagine. Successivamente preparò, ma non pubblicò, gli "Elementi di geometria solida", insieme a molti altri inediti di filosofia, matematica e varia umanità. Ancora alla fine dell'800 Anselmo Di Ciò veniva annoverato tra gli uomini illustri del Molise anche da Pasquale Albino e da altri storici e cronisti della nostra provincia. Carlo De Lisio Fonte: C. De Lisio, Anselmo Di Ciò da Capracotta , in «Quaderni di Scienza e Scienziati Molisani», V:8, Campobasso, marzo 2010.
- Gita a Capracotta
Il Veronese è sempre il mio amico Ing. Gio. Batta. Biadego, domiciliato a Roma, il quale estese nel 1916, più che negli anni precedenti, il campo delle sue erborizzazioni. Diamo quì di seguito l'itinerario delle escursioni da Lui effettuate nel suddetto anno 1916. Gita a Capracotta Partenza da Roma il 3 giugno 1916 ore 8 per Caianello (linea Roma-Napoli) e Carovilli (linea Caianello-Sulmona), in ferrovia, e da Carovilli per Capracotta in automobile. Capracotta (prov. di Campobasso) è una graziosa cittadina, costrutta su una sella (1.400 m.s.m.) fiancheggiata da due colli (Monte del Campo e Monte Capraro), siti alla quota di 1.700 m. sul mare. I terreni sono calcari. Essa è luogo adatto per residenza estiva, essendo posta a cavaliere delle due vallate del Sangro (versante adriatico) e del Volturno (versante tirreno). Il ritorno a Roma si fece per la via di Sulmona. Caro Massalongo Fonte: C. Massalongo, Manipolo quinto di piante raccolte da un veronese nell'Appennino centrale (Capracotta e Monte Vettore), nei Colli Albani presso Roma, nelle valli di Lanzo e nelle adiacenze del Monte Rosa (valli d'Ayaz e di Valtournanche) in Piemonte , in «Madonna Verona», XI:41, Museo Civico di Verona, Verona 1917.
- Serafina
La sua casa in quella parte del paese intitolata a S. Antonio sembrava, e forse lo era, troppo grande per una sola persona; affacciava infatti su due strade, una interna al quartiere, l'altra esterna guardava verso il prato sottostante, dominato da un albero maestoso, unico testimone delle scorrerie che i bambini facevano rotolandosi lungo il pendio dopo aver superato le cataste della legna; da lì lo sguardo si stendeva fino al sovrastante Monte Campo. La cucina era tanto ampia che sembrava vuota. Una scala dalla ringhiera di legno andava alle stanze, alcune delle quali portavano i segni di un crollo a seguito della guerra: al loro posto c'erano solo tavole sconnesse. In questa dimora viveva Serafina, una matrona dal fisico imponente per via dell'altezza e del petto generoso; i capelli rossicci legati in una treccia alla base della nuca, gli occhi chiari, vivaci e la voce squillante le davano un'aria disinvolta che la distingueva dalle altre donne, le quali la trattavano con una certa considerazione. Senza figli, sembrava non coltivare particolari affetti, pur avendo qualche parente, ma era pronta a dare consigli, dispensare giudizi e mantenere buoni rapporti con il vicinato. Il passato affiorava in lei in ogni momento, avendo vissuto un tempo lontano dal paese, in quella zona della Puglia dove il marito aveva commerciato con profitto. Erano proprio alcuni dettagli a riempire questa cornice apparentemente vuota: dei vasi finemente decorato, delle porcellane o della biancheria ricamata. Come lei così la sua casa mostrava i segni di un trascorso benessere che solo il tempo e il destino andavano svuotando. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- Organizzazione della comunità capracottese fra il 1700 e il 1800
Carne Fra il 1700 e il 1800 la carne di pecora veniva venduta a quattro grana (17 centesimi) il rotolo (875 grammi), quella di castrato a cinque grana (21 centesimi) e a nove tornesi (19 centesimi) quella di agnello. Colui che vendeva la carne si obbligava ad ammazzare almeno due strati terzigni (di tre mesi) per settimana: uno la domenica, l'altro il giovedì, e altri ancora «per servizio delli infermi», qualora ve ne fossero stati. La carne doveva essere esposta al pubblico ad evitare che il macellaio «ne separasse le parti migliori per i privilegiati del paese». Le carni, prima di essere portate alla macelleria, dovevano essere accuratamente esaminate dai grassieri (ufficiali sanitari). Era assolutamente proibito «macellar carne di capra». Pane Chi prendeva l'appalto del pane, si obbligava a venderlo «a giusto peso e ben cotto», per nove grana (37 centesimi) la decima; a non farlo mai mancare e a non permettere ad altri di panezzare . Il grano doveva essere prelevato, col permesso del Governatore, «nei luoghi convicini, dove sogliono pratticare li vitturini di questa terra». Vino Il vino veniva venduto al prezzo di dodici cavalli (4 centesimi e mezzo) la carrafa (due terzi di litro), dal giorno in cui veniva preso l'appalto fino alla futura vendemmia, e doveva essere senz'acqua, di buona qualità e non di «mal odore e savore». Sale Il sale arrivava da Vastaimone (attuale Vasto, in provincia di Chieti). Veniva venduto a sei soldi il chilo. L'Università (il Comune) spendeva per il trasporto cinque carlini (due lire e 12 centesimi) al tomolo. Tabacco La comunità consumava 40 libbre di tabacco fiore , 66 di brasile , 32 di corda , 55 di fronna e 15 di grosso . Sanità pubblica Era affidata a due medici, un chirurgo ed un insagnatore (flebotomo). I primi due percepivano ciascuno 120 ducati (520 lire) l'anno; il chirurgo 40 (170 lire) e l' insagnatore 20 carlini (8 lire e 50 centesimi). Acqua Per il mantenimento della Fontana Nuova, l'unica esistente in paese, si spendevano 34 carlini (14 lire e 45 centesimi) l'anno. Forestieri Quelli che venivano a Capracotta per affari, erano obbligati ad alloggiare presso l' affittatore , sotto pena di 30 carlini di multa in caso di trasgressione, multa che pagava anche «chi ricettava» abusivamente. Ragazze da marito In occasione delle nozze, le ragazze avevano in dote «un letto compito, consistente in una cortina di panno del paese a scacchi, un matarazzo ripieno di lana moscia, un saccone e la paglia, tre coperte di panno paesano, un paio di lenzuola di tela d'Andria, due cuscini ripieni di lana con l'investitura di tela sottile e venti carlini di signacoli d'oro». Fabbriche In Capracotta esisteva «un'ottima fabbrica di panni che venivano valicati al Mulino del Signore». Illuminazione Non c'era illuminazione pubblica. I nottambuli erano obbligati a portare un «tizzone acceso». I contravventori venivano arrestati e rinchiusi nella torre dell'orologio. Il mattino dopo venivano rilasciati «senz'altre formalità». Liti Quelle in famiglia, causate da interessi, venivano risolte da arbitri. Ognuno di questi era nominato da ciascuna parte. Le parti dovevano stare al giudizio degli arbitri «perché tra parenti era proibito il litigare, ed anche per togliere li rancori, passioni e dispendi». Vita di relazione Verso il 1840 i Capracottesi si riunivano nella Farmacia Conti, nelle case private - specialmente da Don Michelangelo Conti o da Bernardo Falconi. Spesso facevano cenette da Giovanni Antenucci o da Pizzella. Dopo il 1852, quando in paese fu portato il primo bigliardo, si aprì il Caffè di Carmine Antonio Comegna e l'altro di Giovanni Antenucci, dove si discuteva di affari, si giocava a bigliardo o a tombola. Emigrazione Si andava in Puglia a cavallo. Il viaggio durava da quattro a sette giorni se il tempo lo permetteva e se i fiumi da «guatare rendessero agevole o meno la via». Quando il fiume Biferno o il Fortore erano in piena «bisognava andare prima a Napoli, prendendo la rotabile a Isernia, e di lì, per Avellino, in Puglia». Ai Capracottesi, frugali ed economici, quel viaggio non costava molto: portavano ogni ben di Dio: abbondanti cibarie, sacco da notte e due cappotti, uno da indossare e l'altro, legato all'arcione, per ricambio. Indossavano fra l'altro calzettoni di lana grezza, il cappello a cilindro rivestito di stoffa impermeabile (impeciata). Erano in uso anche cappelli da butteri (scorsette). I cappelli a cencio erano vietati perché la polizia vedeva in essi «segni di liberalismo». Stampa In paese giungevano due giornali: "Il Nomade", liberaleggiante, e "Verità e Bugie". Il Governo, pur permettendone la pubblicazione, teneva d'occhio i lettori. Posta La prima valigia postale arrivò a Capracotta il 13 novembre 1799, condotta da Giovanni Carfagna, il quale si era impegnato a portare ogni settimana la «valigia delle lettere» a Castel di Sangro ed a riportarla, «col pagamento assegenato dalli cittadini di ducata 124 l'anno» (102 lire). Il Carfagna, inoltre, si era impegnato a fare quattro viaggi l'anno: due a Campobasso, uno a Lucera e l'altro a Napoli «con pagarseli le sole spese». Dopo la calata dei Francesi, Capracotta ebbe l'ufficio postale, a cui era addetto il segretario comunale. Dopo il 1848, la posta arrivava da Isernia, una volta la settimana, portata da tale Antonio d'Isernia. Le lettere non erano affrancate. Poiché i Capracottesi che andavano in Puglia erano numerosi, si istituì un servizio postale privato, affidato a tale «Cicco di S. Angelo del Pesco, fidatissimo ed onesto, che andava e veniva da quelle lontane terre, anche con tempo da lupi, portando lettere, e ricevendo in cambio pochi soldi». Economia Le famiglie allora erano più agiate, e perché prive di smodati desideri e perché, non essendovi istituti di credito, rovina poi di tante case, non avevano possibilità di contrarre debiti. Costrettivi dal bisogno, ottenevano prestiti graziosi (senza interessi) da qualche parente o intimo amico. Incremento demografico Dal 1861 al 1900 in Capracotta si ebbe il seguente aumento di popolazione: nel 1861 gli abitanti erano 2.838; nel 1871, 3.238; nel 1881, 3.902; nel 1891, 4.533; al 31 dicembre 1900, 5.241. Nel primo decennio si ha quindi un aumento di 400 unità; nel secondo di 664; nel terzo di 631; nel quarto di 700. E questo anche se gli uomini emigravano... Oreste Conti Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.
- L'epopea della sega anulare Santilli
Il 15 settembre di trentasei anni fa moriva Ermanno Santilli (1907-1984), un personaggio poco conosciuto e valorizzato nella nostra cittadina. Egli fu innanzitutto uno stimato medico attivo tra Agnone, Capracotta e Poggio Sannita, ma fu anche il podestà di Capracotta dal 16 settembre 1935 al 15 luglio 1936, quando il Partito nazionale fascista lo dichiarò decaduto in favore dell'acerrimo avversario Filiberto Castiglione. Due anni dopo si prese la sua rivincita personale sostituendo il cav. Giovanni Paglione nel comitato di sorveglianza della Banca di Capracotta. La Seconda guerra mondiale azzerò ogni cosa, ogni carica, ogni istituzione e difatti sul finire degli anni '50 ritroviamo Ermanno Santilli a Torino alla guida della S.A.S. ( Santilli Annular Saw ), dopo aver depositato il brevetto d'una rivoluzionaria sega anulare, che ad oggi viene riconosciuta, assieme alla Carpi e all'Alpina, come una delle più significative motoseghe partorite dal genio italico. A differenza delle altre due, quella targata Santilli era infatti una motosega a disco orizzontale (non a lama), che forse per questa sua caratteristica non riscosse un grande successo commerciale. Nello specifico la Santilli Annular Saw era dotata di un disco da 40 cm. adatto all'abbattimento di alberi e tronchi con diametro fino a 60 cm. Uno speciale carburatore ne permettava l'utilizzo in tutte le posizioni e le parti in movimento erano a tenuta stagna e d'aria, per cui non necessitavano di alcuna lubrificazione. Le lame anulari venivano realizzate in diverse misure, da 30 cm. a 1 m. La potenza del motore era di 4,5 cavalli vapore e funzionava con una miscela al 4%. Il serbatoio conteneva abbastanza carburante per circa un'ora di attività e l'intera motosega pesava 19 kg. La sede dell'azienda, nonché la fabbrica in cui veniva realizzata, era situata in via Bonzo 7 a Torino. Di questa rivoluzionaria invenzione ne parlò "Il Mattino" e "Il Potere della Stampa" di Napoli, "Il Tempo" e il "Momento-Sera" di Roma, persino "L'Eco del Popolo" di Salerno. Un periodico minore ma mitologico, "Il Pungolo Verde" di Campobasso, si spinse a dire che «il Dott. Ermanno Santilli di Campobasso, e il figlio Ruggero, noto fisico molisano, autore delle teorie sulla struttura della materia, hanno realizzato, brevettato e collaudato una delle più importanti macchine per uso industriale che siano uscite nell'ultimo cinquantennio». Alle note tecniche e giornalistiche ne va aggiunta una storico-politica, ovvero l'interrogazione che l'on. Ferdinando Amiconi (1910-1987) sottopose il 25 novembre 1958 all'allora presidente del Comitato dei ministri per la Cassa del Mezzogiorno, per conoscere il motivo per cui la Cassa non avesse acquistato «l'importante brevetto ad essa offerto dall'ingegnere Santilli di Campobasso, e quindi a non finanziare la costruzione, nel Molise, del relativo stabilimento per la produzione del nuovo tipo di sega, dalle caratteristiche tecniche del tutto diverse da quelle, anche le più perfezionate, oggi in commercio». Ermanno Santilli era infatti stato premiato l'anno precedente al V° Salone della Tecnica di Torino ed aveva respinto molte delle offerte piovutegli addosso da vari paesi europei e americani. Proprio nel 1958 era stato contattato da una grande azienda tedesca che, per l'applicazione del brevetto, aveva posto come condizione l'esclusività di fabbricazione e di vendita in tutti i Paesi aderenti al Mercato europeo comune, condizione che il nostro Ermanno non volle accettare per ciò che riguardava il suo di paese, l'Italia. All'inventiva il dott. Santilli ha sempre affiancato una spiccata vena poetica: oltre a dipingere bei quadri egli ha difatti pubblicato, quando non era ancora maggiorenne, la raccolta di poesie "Adolescentia". Insomma, Ermanno visse l'ingegneria con gli occhi di un sognatore finché, negli ultimi anni della sua esistenza, si mise ad inseguire l'utopia del moto perpetuo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Camera dei Deputati, Resoconto sommario e bollettino delle commissioni , Roma, 25 novembre 1958; Equipment Section , in «Unasylva», XIV:1, Roma 1960; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; Originale utile invenzione , in «La Fucina», Agnone 1957. G. Parente, Al Salone della tecnica di Torino sarà esposta la più ardita e importante macchina del XX secolo , in «Il Pungolo Verde», XI:6, Campobasso, luglio-agosto 1957.
- La Fonte di Santa Lucia, nata in sogno
Quella di Santa Lucia è una fontana con parecchi anni sul groppone, costruita negli '50 in seguito a un sogno, sovrasta Capracotta, adagiata ai suoi piedi, e la guarda con circospezione e deferenza. La tradizione vuole infatti che a un nostro concittadino, nel 1948, apparve in sogno santa Lucia che lo invitava a costruire una chiesetta in Suo onore alle falde di Monte Campo. Un gruppo di ventidue persone, una volta scelto il posto più adatto, si adoperò per edificare la cappella in onore della Santa. La cappella fu costruita con le possibilità e le convenienze degli abitanti del luogo, che contribuirono con offerte e con l'apporto di manodopera. Tutto il materiale occorrente per la costruzione della chiesetta fu trasportato con muli, asini e buoi in quanto allora non esisteva ancora la strada carrabile che collega Capracotta a Santa Lucia ma soltanto un ripido sentiero. L'attuale cappella, la cui costruzione terminò due anni dopo, fu aperta al culto con solennità religiosa il 10 settembre 1951; il primo matrimonio religioso vi fu celebrato nel 1961, il secondo addirittura nel 1969. All'interno di questa chiesa è possibile ammirare una statua della Martire di Siracusa donata dal siciliano Vincenzo Florio, suocero del nostro Nicola Giuliano. Nel corso dei lavori di edificazione del piccolo tempio campestre fu rinvenuta in quei pressi una sorgente d'acqua, che fu deviata e convogliata per la costruzione dell'attuale fonte adiacente alla cappella stessa. Questa fontana è oggi il punto di ritrovo di tutti gli escursionisti che si apprestano a sfidare l'irto sentiero che porta alla vetta di Monte Campo a 1.746 m.s.l.m., da cui si scoprono i territori di ben sette province italiane. Da quell'altezza si può ammirare persino l'«Adriatico selvaggio», serbatoio di tant'acqua salata che non manca neanche a Capracotta, visto che sul nostro territorio abbiamo la cosiddetta sorgente dell'Acqua Solfa! Filippo Di Tella
- Lettera a "Linea Verde"
Spett.le Redazione di "Linea Verde", Egr. Conduttore, ho visto la Vostra trasmissione nelle ultime domeniche di giugno, che parlava del tratturo e della transumanza, nel tratto che va dalla Puglia all'Abruzzo attraversando il Molise. Chi vi scrive nel Molise ci è nato, ne conosce la storia e si è sentito in dovere di dire la sua. Fa sorridere il taglio della trasmissione che sta fra il frivolo, il romantico e il banale. Penso che un fatto vada raccontato per quello che è, per non far torto alla ragione delle cose e a coloro che quei fatti li hanno vissuti in condizioni di vita che definirle animalesche è un termine garbato. È come dire che Carlo Levi, Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia e Eduardo De Filippo hanno sprecato fiato ed inchiostro. Infatti, se nell'Italia settentrionale il Medioevo, condizione feudale dell'esistenza, è stato vissuto e superato nella storia dell'umanità dalla Rivoluzione Francese e dalla rivoluzione industriale di inizio secolo, nel Molise l'eco di tale rinnovamento non arrivò mai, e semmai questo si fosse verificato, ciò è accaduto soltanto in tempi recenti, non tanto per capacità e volontà propria, ma perché una migrazione "biblica" ha tolto ai ceti dominanti la materia prima che alimentava il loro benessere. Laddove coesistevano in una economia arcaica, rurale e chiusa le condizioni di vita estreme, il benessere di pochi era strettamente e concretamente rapportato alla miseria dei molti. A contendere il primato del benessere a quelli che erano una sorta di "viceré borbonici" che vivevano di privilegi consolidati dal latifondismo, e che di lì a poco si sarebbero giovati dei privilegi indotti dall'assistenzialismo meridionale, c'era appunto la categoria alla quale ci riferiamo: i proprietari di ovini. Per costoro i termini e le dimensioni del loro essere erano palesi ed evidenti non per il numero di capi di bestiami che possedevano, ma per le persone che avevano alle proprie dipendenze. Ciò nonostante, nei casi di maggiori dimensioni, nell'organico di quelle "imprese" quasi mai il numero degli addetti superava la mezza dozzina. A capo di essi vi era un uomo di fiducia, una specie di caporale, chiamato il "massaro" (in dialetto il termine si pronuncia sostituendo con una "r" l'articolo e mutilando il nome della "o"), figura zelante e solerte che consentiva ai padroni di disinteressarsi dell'impresa e viverci di rendita. Era d'uso che in quell'organico vi facesse parte un bambino a mo' di garzone; bambino la cui età spesso si scriveva con una cifra soltanto. Di certo era conveniente; se il salario di un adulto era di settemila lire, quello del bambino era appena di duemila lire... al mese! Torna complicato stabilire oggi il potere di acquisto di duemila lire; negli anni che vanno dal 1950 al '60, per gente che viveva in miseria, i beni di consumo erano praticamente inesistenti. L'abbigliamento di costoro era fatto di stracci rattoppati mille volte. Ma per le asperità del terreno, l'elemento calzature era inderogabile. Le scarpe non si vendevano; c'erano artigiani calzolai che le costruivano a mano, su misura, robuste e chiodate. Le scarpe costavano intorno alle cinquemila lire, il costo non credo fosse esoso, perché anche gli artigiani calzolai erano abbastanza poveri. Quando un bambino doveva essere avviato a quel triste lavoro bisognava provvedere alla necessità; la madre lo portava dal calzolaio e con "supplica lacrimosa'' gli chiedeva di fargli un paio di scarpe che poi avrebbe pagato un po' alla volta. Quei debiti venivano onorati tardi, a volte in parte, a volte mai. Se usiamo come termine di paragone lo stipendio di un adulto dei nostri giorni, quelle scarpe venivano a costare qualcosa come cinque milioni. Il termine di paragone più aderente e più sconsolante, è che quei bambini erano remunerati con l'equivalente dei due quinti del costo di un paio di scarpe, cioè all'incirca l'equivalente di mezzo chilo di pane al giorno. Né vale mostrare a fine trasmissione, sul prato del tratturo, le squisitezze gastronomiche della gente del luogo. Quei pezzenti che lo attraversavano, che portavano come attrezzi di lavoro un bastone, a tracolla un ombrello e un tascapane ove dentro c'era un pezzo di pane e una borraccia d'acqua, sono ben altra cosa di quelli descritti e visti nella trasmissione televisiva. Distinti saluti. Roma, 8 luglio 1995. Agostino Caporicci
- Il Maresciallo Osman Carugno
Il Maresciallo Osman Carugno, Comandante della Stazione dei Carabinieri di Bellaria dal 1938 al 1944, fu il principale protagonista, assieme a Ezio Giorgetti, albergatore di Bellaria, del salvataggio di un gruppo di 38 ebrei provenienti dalla Jugoslavia, fuggiti dal campo di concentramento di Asolo, in provincia di Treviso. Per questo gesto di coraggio spontaneo e disinteressato per il quale Carugno, per oltre un anno, espose a rischio la propria vita e quella dei suoi familiari, nell'aprile del 1985 fu insignito dalla commissione dello Yad Vashem, l'Istituto per la memoria della Shoah dello Stato di Israele, del titolo di "Giusto tra le Nazioni". I 38 profughi ebrei, tra i quali numerosi bambini, donne e anziani, quasi tutti di Zagabria, arrivarono a Bellaria il 13 settembre 1943 per attraversare le linee del fronte, nel tentativo di raggiungere il Sud e guadagnare la libertà. In quei giorni l'Italia stava vivendo i primi momenti dello sfacelo generale che seguì l'armistizio dell'otto settembre e i tedeschi stavano impadronendosi di tutti i luoghi chiave della Penisola. Il progetto dei profughi sembrava impossibile, ma le loro sorti miracolosamente cambiarono grazie a questi due italiani che, davanti alla loro tragedia, non si tirarono indietro: li nascosero per oltre un anno, prima a Bellaria, in Romagna, e poi a Pugliano, nel Montefeltro, fino all'arrivo degli Alleati e alla liberazione il 24 settembre 1944, provvedendo a tutte le loro necessità. Osman Carugno non rivendicò mai nulla per sé e si mostrò persino restio a parlarne in famiglia, pago solo della convinzione di aver fatto quello che riteneva giusto. Osman Carugno nacque nel 1903 a Capracotta, in Molise, dove il padre si era trasferito per assumere l'incarico di segretario generale del Comune. Carugno apparteneva a una famiglia napoletana di antichi sentimenti liberali. Sia il nonno, notaio, che il padre, avvocato, erano esponenti della nuova borghesia risorgimentale. Secondo la tradizione familiare lui e il fratello maggiore, Oscar, avrebbero probabilmente dovuto seguire la stessa "carriera" del padre e del nonno, intraprendendo gli studi di giurisprudenza. Ma quando Osman aveva poco più di dieci anni, suo padre morì e la famiglia subì una serie di traversie. Così i due ragazzi, qualche anno dopo, ormai adolescenti, decisero entrambi di arruolarsi nell'Arma dei Carabinieri: Oscar divenne ufficiale e Osman si arruolò nella scuola sottufficiali divenendo maresciallo comandante di stazione, prima nelle Marche e poi in Romagna. Un incarico che, fin dalla prima nomina, svolse con grande senso di autonomia, cercando di contrastare l'invadenza e le pressioni dell'apparato fascista. Osman Carugno fu trasferito a Bellaria nel 1938 da Savignano sul Rubicone dove aveva prestato servizio per quattro anni. Era sposato con Linda Zazzarini, insegnante, ed era padre di due figli, allora ancora piccoli: Omar e Maria Diomira. Dopo lo sbandamento generale dell'8 settembre Carugno decise di restare al suo posto e continuare a comandare la caserma anche durante la Repubblica Sociale Italiana. Mentre la Wehrmacht aveva occupato tutti i luoghi chiave anche in Romagna, egli scelse di porsi come punto di riferimento per il paese, iniziando un pericoloso doppio gioco che lo portò ad affiancare subito i gruppi di resistenza che si andavano formando a Bellaria come in tutto il Riminese: un Gap nato dalla cellula comunista della Cagnona e un forte nucleo di giovani partigiani guidato da Illaro Pagliarani, un ex tenente del Regio Esercito. Nei giorni in cui arrivò il gruppo di ebrei a Bellaria stava già organizzandosi per aiutare i militari italiani sbandati e i soldati alleati evasi dai campi di concentramento, per sottrarli alla cattura da parte dei tedeschi. Fu perciò "naturale" proteggere quegli ex internati ebrei fuggiti da Asolo. Poco dopo il loro arrivo a Bellaria Carugno incontrò in caserma un loro rappresentante, Joseph Konforti, rassicurandolo che era pronto ad aiutarli, pretendendo però di avere tutte le informazioni su di loro e di essere informato e consultato su qualsiasi decisione. A partire da questo momento Carugno iniziò a collaborare con Ezio Giorgetti mettendo a disposizione tutte le sue informazioni e prerogative per la risoluzione dei loro problemi quotidiani: ospitalità, trasferimenti, documenti. Dopo l'avanzata del fronte il maresciallo Carugno non tornò a Bellaria. La Compagnia Carabinieri di Rimini gli assegnò il comando della stazione di Viserba, dove rimase in servizio per l'immediato dopoguerra, prima di essere richiamato alla "Centrale" come capo della squadra di polizia giudiziaria a disposizione della Procura. Poco dopo essere arrivato a Viserba, però, dovette affrontare un grave problema del tutto inaspettato: proprio lui, che già all'indomani dell'armistizio e dello sfaldamento dell'esercito e delle istituzioni aveva preso contatto con la resistenza, collaborando attivamente alla lotta clandestina, rischiò di essere accusato e processato per collaborazionismo con i tedeschi e i fascisti della Repubblica di Salò. Il Comando generale dell'Arma gli chiese un rapporto su tutta l'attività svolta tra l'8 settembre del 1943 e la tarda estate del 1944, quando Bellaria venne liberata. La sua relazione e le testimonianze dei responsabili del CLN e della resistenza bellariese fugarono ogni dubbio. E, forse, contribuì a chiudere l'inchiesta anche la lunga lettera che Joseph Konforti, non essendo riuscito a trovare il suo "amico maresciallo" prima di lasciare Bellaria e la Romagna, scrisse al Comando centrale dei carabinieri, a Roma, nel maggio del 1945, un mese dopo essere arrivato in Palestina. Negli anni successivi, dopo che Ezio Giorgetti ricevette nel 1964 l'onorificenza di "Giusto fra le Nazioni", sulla base della documentazione che Konforti riuscì in seguito a mettere insieme contattando tutti i più anziani del gruppo di ebrei ancora viventi, la Commissione dell'Istituto per la memoria della Shoah iniziò una "inchiesta" anche su Carugno. Il maresciallo non fece però in tempo a ricevere di persona il titolo di Giusto poichè morì nel 1975. Il riconoscimento arrivò dieci anni dopo, il 14 aprile del 1985. Lo Yad Vashem invitò i familiari a Gerusalemme per la cerimonia ufficiale. Gualtiero Gori Fonte: https://www.comune.bellaria-igea-marina.rn.it/ .
- Conferenze zootecniche
A Capracotta (Molise), nei giorni 18, 19 e 20 agosto, il dottor Giacomo Colavecchio tenne, per incarico del Ministero di Agricoltura, 3 conferenze sul miglioramento del bestiame bovino, ovino e suino. Il conferenziere, dopo aver parlato della necessità della specializzazione delle razze, e di quella di migliorare l'alimentazione, la scelta dei riproduttori e i ricoveri, venne alla conclusione di incrociare i nostri ovini con i South-down e i nostri bovini con i tori Marchigiani, per fare un primo passo nel progresso zootecnico. Non so che fine avrebbero gli arieti South-down che han già dato buonissimi tipi d'incrocio con la nostra pecora gentile pugliese allevata con sistema semi-brado, quando fossero uniti alle nostre mandre transumanti; in ogni modo converrebbe esperimentare. In quanto ai bovini, più che il toro marchigiano , stimo adatto a migliorare la nostra razza quello romagnuolo , per molte ragioni che non è qui il caso di enumerare. Tutto sommato, per un paese come Capracotta che possiede molte migliaia di animali ovini, bovini ed equini, non sarebbe fuori del caso che il Ministero concedesse una Stazione di monta come havvene parecchie!... Quando nel prossimo si terrà, auspice il Ministero, l'esposizione provinciale di bestiame in Campobasso, ne riparleremo. Agostino Santilli Fonte: A. Santilli, Conferenze zootecniche , in «Giornale di Agricoltura della Domenica», II:51, Piacenza, 18 dicembre 1892.
- Il bosco e la scure
Pubblicato da me per le nozze del Duca di Capracotta con la Duchessina Rivera. Vanne, Apologo mio, deh vanne pure al Parlamento di qualunque regno. V'era in un bosco un'affilata scure, ma priva del suo manico di legno, e sentia che senz'esso, in caso urgente, la forza del suo taglio era impotente. Ella sapea che in quella gran foresta era l'oggetto men significante, ma pur segreta ambizïon funesta avea di dominar tutte le piante; e poi che dubbia un tal pensier la tenne, diabolico concetto alfin le venne. Con mascherata furberia volpina, e in tuon di supplichevole lusinga, cangia la ferrea voce in argentina ed agli alberi fa solenne arringa, e prona dice: – A voi del bosco nostro venerabili padri, a voi mi prostro. La Provvidenza in mezzo a voi mi trasse, né sì tagliente fui temprata invano: io vi difenderò da chi tentasse levar su voi la temeraria mano: dal ciel qui caddi, il ciel qui mi spediva, come l'ancil famoso, al Tebro in riva. Oh qual possente aïta or io vi reco, piante robuste, eccelse e venerande! Ma brama il ciel che concorriate meco della vostra salute all'opra grande. Quel che da voi, per sì grand'uopo, invoco molto per me sarà, per voi ben poco. Serbi ognuna de' rami il bel decoro, onde talor coi turbini contrasta, Ma se mi getta il minimo di loro, che valga a farmi un manico, ciò basta. Per sì grand'uopo, o voi che sagge siete, poss'io richieder meno? Or decidete. La selva scosse il suo torpor natio in ascoltar così stupende cose, e di fronde agitate un mormorio d'applauso in segno a quel sermon rispose; E s'allegrar, non che roveti e selci, frassini, tassi, pini, abeti ed elci. Talun s'accorse del disegno infido, nel preveder di tant'astuzia il fine, e il fatidico allor con flebil grido, come Cassandra, predicea rovine, e 'l cipresso mandò, conscio del danno, dal suo gran cono un gemito d'affanno. Ma che valgon pronostici e lamenti? Il cipresso e l'allor parlano a sordi. Sciocchi ed adulatori imprevidenti "Le si dia, le si dia", gridan concordi; tal che alla scure che li vuol distrutti l'olmo getta un bel ramo, e plaudon tutti. Ognun può preveder quel che n'avvenne. Non indi a molto, ecco un villan qui giunto che lieto adatta il ramo alla bipenne, ed il primo a cader fu l'olmo appunto; e ad uno, ad uno, ne' seguenti giorni, cadder querce, castagni, aceri ed orni. Accusa ognun di quell'eccidio orrendo il fato ingiusto ed il villan malnato; ma il cipresso e l'allor gridan gemendo: – La colpa è tutta vostra, e non del fato. Foreste, se bramate esser sicure, deh non fornite il manico alla scure. Gabriele Rossetti Fonte: D. Ciampoli, Nelle fauste nozze del Signor Giuseppe Piromallo Capece Piscicelli, duca di Capracotta, con la signorina dei duca Rivera , Santini, L'Aquila 1906.
- La Topolino amaranto
Estate 2013, Capracotta. Giunto al termine del corso principale del paese, di fronte la chiesa dedicata a Sant'Antonio di Padova, la mia attenzione fu attirata da una splendida auto d'epoca, una Fiat 500 Topolino, veramente ben conservata, e la curiosità mi spinse ad avvicinarmi per osservarla meglio. Mi precedeva un signore anziano, avrei detto sulla novantina o giù di lì, che camminava appoggiandosi al suo bastone; si dirigeva proprio verso quell'automobile. Pensai che probabilmente gli ricordava gli anni della sua giovinezza e che ne fosse attratto per qualche recondito motivo presente alla sua memoria. Rimasi stupito ed attonito, quando vidi che l'anziano apriva lo sportello dell'auto, vi sistemava il bastone all'interno e si accomodava alla guida; quindi avviava il motore. Il mezzo rispose immediatamente mettendosi in moto. L'uomo chiuse lo sportello e partì con la massima calma e sicurezza, dirigendosi lungo via S. Maria di Loreto. Inizialmente pensai di avere immaginato tutto ma poi mio figlio, che era con me, mi assicurò di aver visto esattamente la stessa cosa. Più tardi qualcuno mi raccontò che l'anziano signore era originario di Capracotta, viveva a Roma, ed era solito fare il tragitto tra la capitale ed il paese natale con quel veicolo. Miracoli che riescono solo ai veri capracottesi di una volta, pensai. Alfonso Di Sanza d'Alena
- Le croci sui portoni e le streghe
Quando si decide di sottoporre ad analisi la storia e la cultura di una piccola grande comunità come quella di Capracotta, è giusto e formativo ascoltare le critiche, perché si è costretti ad approfondire il tema per difendere le proprie tesi. Altre volte, però, si subiscono dei veri e propri attacchi personali, figli di assurdi ed arroganti convincimenti, duri a morire, ed è ciò ch'è capitato a me alcune settimane addietro per una storia che, a mio avviso, sarebbe terminata ancor prima di cominciare. Il malinteso - chiamiamolo così per quieto vivere - è nato allorché mi è stato sottoposto un quesito: come mai su molti portoni di via Roma sono affisse delle piccole croci in legno? Qual è il loro significato? Dopo aver verificato i riferimenti bibliografici sulla questione ed aver ascoltato persone di profonda e genuina cultura paesana (due sacerdoti e un falegname), la mia risposta è stata ed è tuttora univoca: in passato quelle piccole croci in legno di palma venivano consegnate dal parroco durante le rogazioni, ossia durante la processione propiziatoria che si svolgeva dopo Pasqua, il 25 aprile, e che aveva per fine quello di benedire le seminagioni. Bisogna infatti sapere che fino alla prima metà del '900 si svolgeva a Capracotta la Via Crucis, che attraversava ogni rione del paese, toccando alcune delle croci stazionarie sparse per l'abitato, dalla Chiesa Madre al Santuario della Madonna di Loreto, fino al Calvario. Durante il periodo delle rogazioni non mancavano le preghiere e le litanie, per cui quelle piccole croci rientrano a pieno titolo nella tradizione meridionale legata alla Pasqua cattolica, che presso il popolo minuto potrebbe aver dato vita ad una quache forma di superstizione legata ai riti propiziatori dell'acqua. Persino sull'uscio della mia abitazione di via San Sebastiano è tuttora presente una di queste piccole croci. Ovviamente c'è chi non è d'accordo con questa interpretazione, sostenendo che attaccare le croci in legno alla porta di casa fosse un rito pagano per scacciare le streghe (come le cruci d'azona siciliane), il che potrebbe essere pure una credenza legittima se non fosse che quelle crocette stavano anche e soprattutto sui portoni delle nostre chiese. Ma allora chiedo: è credibile che il clero abbia ceduto alla superstizione popolare andando a profanare gli ingressi delle chiese con amuleti e talismani? E perché quelle croci in legno sono pressoché di identica fattura, come provenienti da un solo fornitore? Per rispondere a queste domande non ci si può basare soltanto sulla vox populi , come se questa fosse la voce tonante di Dio. È proprio questo atteggiamento di ignoranza e protervia che ha dato vita alle streghe e che poi le ha messe al rogo. A buon intenditor poche parole. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Giancristofaro, Totemàjje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese , Carabba, Lanciano 1978; L. M. Lombardi Satriani, Santi, streghe e diavoli. Il patrimonio delle tradizioni popolari nella società meridionale e in Sardegna , Sansoni, Firenze 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- La fontana di Sant'Antonio e re buccitte livellatore
Agli inizi degli anni '90 del XIX secolo la fontana di Sant'Antonio stava adiacente all'ex Hotel Vittoria di Capracotta, alla fine del Corso, praticamente di fronte alla Chiesa di Sant'Antonio. La silhouette di questa fontana, al pari di quella della Torre, era diversa da tutte le altre costruite nello stesso periodo: l'erogazione dell'acqua era finalizzata all'uso domestico mentre le altre fontane, decentrate, erano pensate tanto per l'uso domestico quanto per quello pastorale. Potremmo dire che era una fontana signorile, d'élite, giacché aveva una forma a parallelepipedo con una sola vasca di contenimento poco profonda, dunque non adatta a soddisfare l'enorme richiesta d'acqua degli animali di stazza. Forse, però, sarebbe riuscita a soddisfare quelli di piccola taglia! La Capracotta di allora era un crogiolo di professionisti, eruditi e benestanti che abitavano per la maggiore al centro del paese dove le strade erano lastricate, a differenza di quelle periferiche, perlopiù sterrate o al massimo selciate. Questa condizione urbanistica metteva ancor più in risalto le differenze sociali esistenti fra chi abitava in centro e chi in periferia, solitamente persone con un basso tasso di scolarizzazione che si dedicavano al lavoro dei campi o all'allevamento, persone comunemente considerate povere. A quel tempo la sola preoccupazione comune stava nell'assenza dei servizi igienici e della fognatura per cui, a causa delle avverse condizioni atmosferiche che a Capracotta duravano per buona parte dell'anno, si pensò di dotare le finestre dei buccìtte , piccole aperture che permettevano di infilare qualcosa di piccole dimensioni verso l'esterno dell'edificio. Le scarse condizioni igieniche si avvertivano in maniera preponderante di notte quando, con l'imperversare della bufera di neve e coi freddi venti invernali, il bisogno di andare al bagno si faceva sentire più spesso tanto che l'eleganza e la raffinatezza dei nostrani gentlemen veniva meno. Ed ecco che per svuotare il recipiente dal maleodorante contenuto si apriva re buccìtte e, senza tanti complimenti, con una furtiva rotazione di circa 180°, si concludeva l'ingrato compito spesso senza nemmeno guardare se di sotto passasse qualcuno! In tali circostanze la finestra col buccìtte dimostrava di essere il vero livellatore sociale di Capracotta, perché nel suo utilizzo non faceva distinzione alcuni fra ricchi e poveri, tra donne e uomini, tra deboli e potenti, tra dotti e analfabeti! Filippo Di Tella
- Gli organizzatori e l'imprevisto Tremiti
Aggiunta iniziale (5/6) Eravamo agli estremi, però in fondo grazie a loro potemmo proseguire in barba ad ogni ostacolo, difatti gira e rigira, seppur accaldati, quale allegra ribotta ci han procurato giunti a Capracotta! Il Nano Ligure Fonte: G. Ruello, Tutti i giochi (indovinelli esclusi) , Biblioteca Enigmistica Italiana "G. Panini", Modena 2017.
























