LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Usi e costumi di Capracotta: lasagne col sevo
L'ottobre s'avanza. I villeggianti, ritemprate le forze dello spirito e del corpo all'aria libera de' campi, tornano a farsi servi delle miserie del lusso e della moda, delle tirannìe della civiltà. Nel vedovato borgo comincia allora un altro esodo, quello dell'abbandono (la popolana capracottese, come Proserpina, non passa che sei mesi col marito). Tutte le mattine ci s'imbatte in gruppi di partenti, seguiti da donne accorate, e per le vie si assiste alla scena del congedo, agli addii gravi degli amici. I parenti stretti vanno sino al santuario della Madonna di Loreto e ivi si distaccano, ripetendo gli addii, rinnovandosi i consigli, riaffermando l'affetto. Il lutto dell'anima deve riflettersi su tutte le cose che ci circondano, e la sposa, poi che il suo damo è lontano, per più giorni non pulisce la casa, lascia disfatti i letti, non esce e non mangerebbe, se alla cucina non pensasse la pietà delle... amiche le quali, per riconciliare lo stomaco della bella afflitta, le ammanniscono (indovina, lettore?) un piatto di lasagne condite col sevo e una tazza di caffè fatto con la... fuliggine. Quando, poi, si dice le amiche! Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- L'ozzettiembre
Ogne tre jeànne arvè l'8 settiémbre, sembra n'appuntamènte a tutte quante p'arturnà a re paese bbèlle e sante, p'arvedé la mamma e la Madonna. Sòna campana de la Madunnina, chiama a raccolta re Capracuttìse, farr'armenì 'ncima a st'aria fina, farr'artruvà fratèlle e vere amice. A chi luntàne sta e soffre e spera, voce de mamma sié, voce sencèra. Quande dope la festa ognune arpàrte, ru core chiàgne de malincunìa e pare dì 'nghe tanta pecundrìa: Madonna bella e santa aia 'rmenì! Sòna campana de la Madunnina, quanta tristezza è pe mmé ssu squille, ògne sunata è come na chiagnùta, ògne rentuócche è come nu lamènte, luntàne me ne vaie, luntàne assaie, de Te, Madonna, ne me scòrde maie. Antonio Osman Di Lorenzo Fonte: A. O. Di Lorenzo, L'ozzettiembre , in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.
- Il monumento funebre a Michelino Campanelli
Omnia tecum una perierunt gaudia nostra, quæ tuus in vita dulcis alebat amor... Così cantava le sue pene per Clodia il poeta Catullo in una lettera indirizzata all'amico Manlio: «Con te sono perite tutte le nostre gioie, che il tuo dolce amore nutriva in vita». E così recita l'epigrafe incisa sul monumento funebre del giovane Michelangelo Campanelli (1890-1915), posto nella Chiesa di San Vincenzo, affacciantesi su quello che un tempo era il Palazzo Campanelli. Figlio prediletto di Luigi, scrittore, avvocato nonché sindaco capracottese, il dott. Michelino Campanelli, fresco di laurea e di belle aspettative, era morto, come tanti coetanei, pochi giorni dopo l'arruolamento, colpito dal mortaio austriaco sulla piana di Begliano (GO). Sebbene, fino alla fine del XIX secolo, fosse consuetudine seppellire i religiosi di Capracotta al di sotto degli altari e i civili nelle adiacenze della Chiesa Madre, quella di Michelangelo Campanelli è ad oggi l'unica tomba - per di più d'un laico - sita al di fuori della chiesa parrocchiale e del cimitero comunale, la cui prima cappella fu edificata soltanto nel 1879. Inconsolabile, il padre volle infatti ricordare quel fiore della gioventù con un gesto inutile e bellissimo. Inutile perché vano come ogni cosa riguardi la morte, bellissimo perché rappresenta una vera opera d'arte. Il grosso medaglione in bronzo che orna il cippo sepolcrale è infatti firmato da Romeo Pazzini (1852-1942), scultore romagnolo che, negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra, produsse diverse opere funebri, soprattutto nel cimitero monumentale di Torino. Non è dato sapere come Luigi Campanelli fosse entrato in contatto con l'artista di Verucchio ma il risultato finale è di grande impatto. La maestria di Romeo Pazzini ha difatti segnato, in qualche modo, i primi vent'anni dell'arte scultorea italiana finché, con l'avvento del fascismo, perse piede in quanto non in linea con la nuova visione trionfalistica della morte. A ben vedere, sul monumento funebre di Michelino Campanelli, Pazzini ha tratteggiato un'alternativa pietà michelangiolesca, dove un'affranta Vittoria alata sparge petali di fiori sul corpo esanime d'un milite. Dietro di loro un cannone abbandonato a se stesso sopra un campo di guerra privo di germogli vitali. Il concetto di guerra come inutile strage contro quello di guerra come sola igiene del mondo. L'interpretazione luttuosa dell'atto bellico non poteva certo convivere con l'ideale guerresco fascista e il Pazzini, effettivamente, pagò il suo realismo col venir estromesso dalla vita artistica italiana. Al di sotto del medaglione bronzeo, l'altare funerario del Campanelli presenta una seconda epigrafe, stavolta scritta di proprio pugno dal padre del ragazzo. Sono parole antiche, sono parole vane, sono le parole di un uomo che ha perduto per sempre l'orgoglio del suo sangue: Splenda di luce eterna lo spirito benedetto del prode ventiquattrenne dott. Michelangelo Campanelli. La granata austriaca il 3 luglio 1915 gli squarciò il petto e gli trafisse il cuore ardente d'affetti di gloria di gagliarda giovinezza sul suo avello ne la redenta Begliano tra l'alterno fragore de la pugna la fuga e la vittoria. Sempre vegliò il dolore dei suoi cari lontani invocati fra gli estremi aneliti de la fuggente vita che questa memoria posero. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Candio, Romeo Pazzini. Un artista che ha saputo creare e una fra le sue più belle opere , in «Il Popolo del Friuli», VIII:88, Udine, 13 aprile 1939; V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2015 , Capracotta 2016; A. P. Torresi, Un artista romagnolo a Firenze: Romeo Pazzini (1852-1942) , Romagna Arte e Storia, Rimini 2001; Unione Cattedre Ambulanti d'Agricoltura, I nostri morti in guerra , Tip. dell'Unione, Roma 1921.
- La Fonte del Capriolo e gli "one dollar men"
Quando gli Stati Uniti d'America dovettero attraversare la grande crisi economica del '29, compresa tra le due guerre, molti uomini capaci e intelligenti, provenienti dai più diversi strati sociali offrirono il loro contributo volutamente e gratuitamente per salvare la Nazione. Poiché il Governo federale non poteva accettare la fornitura gratuita di servizi, questi uomini chiesero di essere pagati simbolicamente con un dollaro all'anno: sono passati alla storia come gli one dollar men . Fra i tanti one dollar men capracottesi che volontariamente si adoperano nella pulizia, scoperta e definizione di nuovi sentieri e/o nella messa in opera di manufatti caratteristici che richiamino l'antico mondo agreste e lavorativo di Capracotta c'è da annoverare Lucio Carnevale "Caino" a cui lascio la parola... "scritta" nell'illustrare la realizzazione della fontana del Capriolo. Filippo Di Tella Nel sentiero delle quattro fontane, di cui tre sono esistenti da tempo: Fonte Nascosta, Fonte Sambuco e Fonte del Pisciarello, la più recente si chiama "del Capriolo", posta a quota 1.480 m.s.l.m. Nel realizzarla hanno dato un contributo lavorativo notevole Margherita (la mia asina) che ha trasportato pietre, sabbia e cemento, e l'idraulico Sebastiano Di Rienzo "Cianella". D'estate in questa fontana scorre poca acqua e la stessa viene captata più a monte a 150 metri circa nella Guardata tramite un pozzetto posto alla sorgente. Il nome "del Capriolo" è stato dato dal fatto che il luogo è frequentato da molti caprioli. Lucio Carnevale
- La narrativa meridionale
Mentre la lezione, linguistica e morale, di Verga è arrivata al Nord, e per esempio con Pavese, che doveva vincere ogni volta il suo alto dilettantismo, e per cui l'opera era di conseguenza una vera e propria assicurazione sulla vita da riscuotere anche con mezzi estremi (aveva il compiacimento del buon combattente che trova, a mali estremi, estremi rimedi), la questione meridionale - filtrata attraverso la lente del relativismo americano - è divenuta la questione settentrionale (e la lezione prosegue coerente per li rami rilevandosi nell'irritazione stilistica di Fenoglio, narrazione in lingua rattrappita con bellissimi effetti sul raccourci gergale di Alba), il Sud si trova a dover compiere, non solo sul piano letterario, un nuovo lavoro di scavo, un lavoro in profondità per preparare quel telaio su cui impostata possa tessersi una fantasia non di riporto. Per questo, di molti narratori nati nel Sud, non potremmo dire che appartengono al risveglio autentico di una narrativa meridionale. In questo senso, ripeto, tanto per proseguire l'esempio, un Fenoglio è più narratore meridionale di tanti indigeni del Sud. Ci pare anzi di dover dire che il verghismo meridionale è più che altro un riflesso del vento critico del Nord, spinto fino a quei luoghi dall'anticiclone atlantico. Quanti post-bellici Home Burns, oltre agli Hemingway che si occuparono di Capracotta come dell'Africa, e ai Faulkner e ai Caldwell, e magari al trasferito Cristo cafone tra i muratori di una civiltà industrializzata all'estremo nel romanzo di Pietro di Donato, han rimesso di moda la Galleria Umberto I di Napoli e le sue vetrate sporche ancora dal fumo degli scoppi e degli spari? Allo stesso modo anche Lawrence, e il suo pansessualismo primitivistico, dovremmo dire che han contribuito a far di Verga un narratore europeo che i nostri scrittori si son letti sulle ali di questo rilancio. Insomma la questione meridionale, seguendo il suo filone autentico, si era presentata nel dopoguerra letterario direttamente attraverso la conversione fortemente lirica - d'altronde comune a tutta la nostra prosa prebellica - degli Alvaro e dei Vittorini. La gente viveva in Aspromonte come in un mito. Il realismo lirico a diretto contatto con la prosa d'arte in ultima analisi non "documentava". E in questo senso, scadute in molti degli scrittori meridionali venuti dopo, quelle ragioni «a fuoco centrale», dovremo anche dire che, invece di vedere piuttosto tipizzato che caratterizzato il Mezzogiorno, noi preferiamo ancora leggere documenti capillari d'una realtà senza sfumature come quello promosso dalla Commissione di inchiesta sulla miseria per il paese di Grassano piuttosto che utilizzazioni a fini evasivi di una situazione che ha ancora in serbo tanta sorpresa di cose. A questo punto, e non sembri impronto, noi vorremmo invitare davvero al realismo il narratore o il poeta che per avventura si trova a far parte di una materia in movimento quale è rappresentata non tanto dalla "questione" quando dall'autentica e ancora oscura sostanza di tutto il nostro Mezzogiorno. Piero Bigongiari Fonte: P. Bigongiari, Prosa per il Novecento , La Nuova Italia, Firenze 1970.
- La transumanza e l'Alto Molise
Il territorio dell'Alto Molise, intercettando un ampio comprensorio di pascoli estivi, era ed è percorso ancora da diversi tratturi, bracci e tratturelli, definibili anche l'eredità dei Sanniti. In particolare il tratturo Celano-Foggia attraversa i Comuni di San Pietro Avellana, Vastogirardi, Carovilli, Agnone, Pietrabbondante e Bagnoli del Trigno. Il tratturo Lucera-Castel di Sangro percorre i Comuni di Carovilli e Pescolanciano. Il tratturo Ateleta-Biferno interessa i Comuni di Castel del Giudice, S. Angelo del Pesco e Pescopennataro. Tra i tratturelli si riscontrava il Castel del Giudice-Sprondascino (non reintegrato) che attraversava i Comuni di Castel del Giudice, Capracotta, Agnone, Poggio Sannita e Bagnoli del Trigno, nonché il Pescolanciano-Sprondascino (non reintegrato) tra il Comune di Pescolanciano e Bagnoli del Trigno. Capracotta è il paese più alto del territorio molisano e va da sé che a quell'altitudine la migliore attività agricola possibile è la pastorizia che è stata ed è ancora oggi la più praticata. Da un'antica documentazione, dai ricordi e dagli scritti di P. Trotta, intorno al 1600 il Comune di Capracotta risulta avere il più cospicuo numero di armenti. I Duchi di questo paese erano anche i nobili tra i maggiori locatari, cioè fruitori delle locazioni della Dogana per la Mena delle Pecore. La Madonna di Loreto era tra le più ricche proprietarie con punte di 20.000 capi ovini e una parte dei ricavi derivanti era riservata ai poveri della comunità. Nel periodo tra il 1670 e il 1700 i capracottesi erano i primi venditori di lana alla fiera di Foggia. Sempre nel 1685 tra i primi 10 venditori di lana, al nono posto è presente Leone D'Andrea di Capracotta con 693 rubbi. Capracotta fu anche una delle prime come numero di censuari (Falcone, Di Rienzo, Conti, Di Ciò, Castiglione, Campanelli e Cappella della Madonna di Loreto). Queste famiglie univano al benessere economico, una «certa distinzione sociale e grado di cultura». Le locazioni di Canosa di Puglia accoglievano quasi tutti i pastori di Capracotta. Nell'anno 1600 affrontarono la transumanza 27.500 pecore di locati capracottesi: considerando in media un addetto alla transumanza (butteri, pastori, massari e garzoni) ogni 100 pecore, a Capracotta circa 275 abitanti erano addetti alla pastorizia. Se a questi si aggiungono gli artigiani collegati alla pastorizia, come fabbri, funari, calderari, sarti, calzolai e bastai, la transumanza dava da vivere quasi all'intera popolazione. Nel 1602 l'Università Agraria di Capracotta stipulò un accordo con i Priori di S. Maria del Carmine di Canosa per la sepoltura dei capracottesi addetti alla transumanza. Nell'anno 1874 su iniziativa del sig. Filippo Ianiro fu fondata la Società di Mutuo Soccorso dei Pastori di Capracotta «al fine di stringere vincolo di fratellanza tra i pastori per la solidarietà materiale, intellettuale e morale». I pastori soci all'atto di sottoscrizione ammontavano a 151. Numero davvero considerevole! Ma il mestiere di pastore, da solo, privo del connubio con il territorio, sarebbe esistito? Si direbbe di no! Lo sviluppo dell'attività pastorale è avvenuto in quanto è esistito un forte rapporto animale-risorsa foraggera quale base per orientare l'utilizzazione con animali ovini. Il che ha comportato la valorizzazione delle potenzialità del territorio oltre a fornire prodotti caseari e carni qualificati e ben differenziati tra loro. La monticazione estiva negli areali pascolativi di Capracotta, di M. Campo, M. Capraro, M. S. Nicola, Monteforte, la Cannavina, la Guardata ed altri, consentiva e consente tutt'oggi la produzione di formaggi e carni d'eccellenza. Grazie all'aspetto agronomico, le caratteristiche pedoclimatiche e la componente floristica naturale dei pascoli montani si ottiene, nel periodo estivo, un'erba ricca di sostanze polifenoliche e carotenoidi che consente di ottenere un latte con rapporti più favorevoli per la salute umana. Gli acidi grassi saturi e insaturi e le diversità organolettiche di tutti i suoi derivati sono un plusvalore. Da esperienza diretta, alcuni pastori capracottesi, sostenevano che quei pascoli locati dalle «essenze ricche e minute nelle sviluppo» facevano sì che nel giro di qualche settimana pecore "stressate" dopo l'inverno in Puglia, riprendevano in carne e salute. E grazie al territorio, all'impegno dei gnostri antenati, oggi abbiamo prodotti tipici come il Pecorino PAT di Capracotta e altri latticini, eccellenti carni. Inoltre la tradizione pastorale rivive nella festa della "Pezzata" (carne di pecora bollita con erbe aromatiche), che da oltre 50 anni si tiene in agosto nel pianoro di Prato Gentile e che col tempo è diventata una delle prime dieci sagre tipiche italiane. Il nome "Pezzata" deriva dal fatto che lungo il cammino dei tratturi, qualche pecora, o per incidente o per altri giustificati motivi, venisse "depezzata" e cotta nel caldaio diventando quindi ricco piatto per i pastori. Vincenzo Di Luozzo Fonte: V. Di Luozzo, I tratturi, la transumanza e la loro storia , Capracotta 2017.
- Capracotta: una perla ineguagliabile della natura
Capracotta: chi non conosce, per lo meno di nome, questo comune molisano tra i più alti d'Italia (m. 1.421) evocatore di inverni memorabili e di estati dolcissime? Capracotta: un paese risorto dalle ceneri della guerra, bello e lindo, dove alcuni edifici pretenziosi e di scarso gusto mal si accordano con l'architettura sobria dell'abitato. Una volta centro principale di questa zona montana, ora sopravanzato, sulla strada del turismo da località che nulla hanno di più se non, forse, la intraprendenza specifica dei propri abitanti, ma non la natura stupenda dagli immensi panorami. Quali le cause di questo arretramento, quali i fattori? Molti e pochi; ma tant'è: oggi Capracotta si accontenta di un turismo di ritorno, alimentato cioè dai suoi stessi cittadini, da oriundi, amici e conoscenti, di un turismo che si esaurisce in pochi giorni. Le sue strade, vuote per la maggior parte dell'anno, solo in agosto e nei primi di settembre, infatti, si riempiono di gente: di adulti che affollano i bar dando vita ad interminabili partite a tressette e ad accanite passatelle; di giovani che bivaccano nella villa (stupendo palco aereo) o nella piazza (mutilata della torre dell'orologio) in cui portano i sussulti della città in manifestazioni spesso del tutto esibizionistiche, e di forestieri a rimorchio che, per il solo fatto di essere arrivati in paese, esauriscono qui la loro carica vitale, la sete di girare, vedere, conoscere. È un turismo che nulla ha da spartire con quello di un tempo; un turismo rumoroso e fracassone che tutt'al più si spinge fino a Prato Gentile o a S. Luca, lasciando una scia di sacchetti di plastica e di rifiuti. Ma Capracotta non finisce nella piazza, nella villa o a S. Luca; Capracotta è qualcosa di più e merita un altro trattamento, maggiore attenzione e rispetto. Non basta arrivare qui per dire di esserci effettivamente stati. Stare a Capracotta vuol dire fermarsi a guardare il lento fluire di un gregge alle pendici di monte Capraro; posare gli occhi su di un campo fiorito, i cardi violacei, le rapàniche argentate; ascoltare con attenzione il concerto di campanacci dell'armento al pascolo; bivaccare su monte Campo per attendere un'alba mai vista e goduta o alle Crocette dove l'occhio spazia sull'immensa piana di Monteforte, in attesa del tramonto nel cielo di cobalto; sradicarsi dalla macchina e camminare nel bosco dove una lapide ricorda il sacrificio dei fratelli Fiadino; dissetarsi alla sorgente di Pesco Bertino o alla fonte Brecciara dall'acqua medicamentosa; discorrere con i vecchi ed assorbire i sali della loro saggezza, della loro filosofia; colloquiare con le donne veraci, istintive, decise, non contaminate e ammorbidite dalla vita di città. Vuol dire ancora raccogliere fragole aromatiche e lamponi e funghi; vuol dire accorgersi del profumo intenso dei prati; estasiarsi a mirare il cielo stellato e la valle ricca di luci dal belvedere della Chiesa Madre; riempire di aria frizzante, i polmoni umiliati dagli scarichi cittadini, e tante cose ancora. Questa è Capracotta che, forse, a dispetto dei suoi, resta una perla ineguagliabile della natura, un posto felice, un'oasi salubrissima, in un mondo inquinato, capace di far esclamare ad un poeta popolare: « aria de Capracotta, aria gentile: viiate a chi ce te la nnammurata ». In verità l'innamorata qui ce l'hanno tutti i capracottesi: vecchi e bambini, uomini e donne e, incredibile ma vero, in comune; è un amore che non genera gelosie però, ma accomuna e lega gente cresciuta nel culto delle fazioni che ancora tardano a scomparire; è un amore devoto, infinito, che periodicamente si rinnova ed accresce. E Lei, l'oggetto di tanta passione, non tradisce i suoi fedeli; li aspetta da sempre in un piccolo edificio posto qualche chilometro prima del paese, là dove la montagna si restringe aprendosi, a guisa di balconata, sulle valli del Sangro e del Trigno. Da secoli scruta il loro apparire, li segue quando ripartono, li accompagna nel loro atavico andare per il mondo. Chi è questa incomparabile donna, suscitatrice di tanti affetti? È la Madonna di Loreto che poco o nulla dice a quelli che non sono di Capracotta, ma che rappresenta tutto - casa, famiglia, lavoro, gioie, dolori - per quanti su questi monti hanno avuto i natali. Per la Madonnina i capracottesi veraci stravedono; ne hanno fiducia piena, immensa, che niente può scalfire. Valga per tutti un esempio. Quando la furia della guerra si abbatté su Capracotta apportando distruzione e morte, tra gli sfollati accampati alla meglio nel cimitero, una donna si lamentava: – Madonna di Loreto, perché hai permesso questo disastro? Ed una sua amica, quasi scandalizzata: – Non è stata la Madonnina; l'ho sognata stanotte e mi ha detto che è stata la Madonna del Carmine. E non poteva essere altrimenti: Lei che da oltre quattrocento anni veglia su questa gente; gente riunitasi a migliaia per degnamente celebrarla in quest'anno in cui la sua chiesetta è stata elevata a santuario. È stato uno spettacolo unico l'omaggio di tutti alla Madonna di Loreto, con in testa i rappresentanti della vecchia Società pastori i quali, con i loro cavalli l'hanno scortata e salutata, a ricordo di un rito antico che i progenitori rinnovavano ogni volta, prima di iniziare il loro andare lungo il tratturo, diretti in Puglia per ivi svernare con le greggi. Era l'ultima cosa cara che salutavano andando via, era la prima amica che incontravano tornando quassù, quando i prati rinverdivano. Lo è ancora: l'ultima e la prima, per le migliaia di capracottesi, migratori per istinto e per destino, partiti per ogni dove. Ze n'ema ì, z'ema lassà ma la Madonna ema preà, l'ema preà la notte e dì ca a Capracotta ema sempre armenì. Ora la piazza è deserta; tra gli alberi della villa, sgombra e silenziosa, è possibile riudire il cinguettìo degli uccelli; le strade, già invase dalle macchine, sono vuote ed i bambini ne hanno ripreso possesso. I vecchi, sul limitare degli usci, seduti al sole settembrino di questo dolcissimo e delicato scampolo d'estate, commentano e, centellinando il tempo che scorre, sperano nell'estate prossima. Nei boschi le foglie si indorano: l'autunno è alle porte. Nicolino Camposarcuno Fonte: N. Camposarcuno, Capracotta: una perla ineguagliabile della natura , in «Il Gazzettino», VII, Ripalimosani, ottobre 1978.
- Non vivo nel passato
Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. Tutto avviene ora, sotto i tuoi occhi, mio simile lettore. È un va e vieni tra passato e presente e io mi sento come su un ottovolante. A ben vedere mi aiuta l'erba, il suo fumo, a ricreare i ricordi, le sensazioni di una vita vissuta tra giganti, nel lungo addio al Novecento. A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell'inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare. La creazione poetica era la sua unica letizia, come il piacere «dell'arido vero» di Giacomo Leopardi, altro grande sofferente. Le persone che abbiamo amato, una volta scomparse ci hanno lasciato qualcosa, un modo di camminare, un modo di parlare, un vezzo, uno sguardo. A me Amelia ha lasciato lo sguardo radente di quando si appostava all'angolo di una strada per incontrare se stessa, temendo di essere un vaso vuoto. Mi faccio una sigaretta con una cartina dove mescolo un chicco di afghano nero. Sdraiato sulla poltrona del mio salotto apro "Prove tecniche di follia" di Aldo Rosselli, al capitolo XII. In via del Corallo 25, poco dietro piazza Navona, si sale su per una scala abbastanza anonima, anche se con qualche accenno seicentesco, infine si accede al quinto piano a un minuscolo appartamente mansardato... Amelia Rosselli, mia prima cugina e compagna-amica complice degli anni dell'infanzia e poi, in modo più forte e definitivo, degli inquieti anni dell'adolescenza (avendo lei cinque anni più di me), non ha bisogno di parlare perché ci troviamo subito avviluppati in una nostra comune storia altalenante. Storia di malattie, certo, anche se diverse, anche se sempre tra loro colloquianti in un sussurro di antiche matrici traumatiche e proprio per queste passate sotto il silenzio di ciò che è un paesaggio da sempre accettato, persino ovvio. Quasi sempre mi accoglieva in pantofole e vestaglietta... Lei si rifugiava nel letto stretto di monaca, mentre il mio sguardo lentamente si aggirava intorno ai rari mobili di francescana essenzialità. In un angolo il letto, dal lato opposto una scrivania rettangolare su cui erano adagiata pochi mucchi di carte e di libri, da studentessa che si preparasse a un esame perpetuo. Dal lato più basso del letto mansardato l'unica finestra che dava su un cortile e tetti e cupole di una Roma dai toni soprattutto ocra... la cronaca dice che il pomeriggio di una domenica, l'11 febbraio 1996, il corpo insieme munto e sgonfio di Amelia si era gettato da quella bassa finestrella del quinto piano. Sfiorando le verdi foglie di una grande pianta esotica aveva sfondato il pavimento di un corridoietto sottostante, un lungo volo... un tonfo da nessuno udito in quella domenica vuota e grigia... Un taxi mi trasporta nel luogo del fatto... A pochi metri macchine della polizia, rossi furgoni dei pompieri. Come un automa salgo le scale, suono alla porta... da dentro mi dicono che non posso entrare... il cadavere è all'interno del cortiletto, di difficilissimo recupero. Sono già accorsi quelli della scientifica... mi trovo ad abbracciare la vecchia domestica: "La signora sembrava stare meglio". Poi Aldo bussò all'appartamentino sotto quello di Amelia. Gli aprì l'amico Paolo Ungari che, seduto in una poltrona, riceveva le domande perentorie di un giornalista a cui cercava di rispondere con precisione, ma con la testa a quel cadavere lì sotto. Ecco che iniziano a entrare nel mio racconto visioni. E il tempo si frantuma e si ricompone, come nei suoi versi. Il tempo di un libro è pur sempre altro da quello reale. È la memoria involontaria a dettarlo, che accresce la realtà vissuta. Ho letto da qualche parte che Almodóvar, un regista che amo, ha in mente un film dove il protagonista, invecchiato e senza più la vocazione artistica, si aiuta con l'eroina per ricordare. Io sono una persona dai gusti meno estremi e mi accontento della marijuana, sperando di riaccendere gli ultimi fuochi del Novecento. Il baretto di piazza Argentina, che ci vedeva spesso seduti a bere un succo di frutta o una tazza di tè, ora non è più quello. Ero passato lì davanti da poco. Quel bar aveva una saletta interna e un giovane cameriere veniva a prendere le ordinazioni con aria allarmata. Era come se sapesse che Amelia non sarebbe riuscita a tenere in mano la tazza di tè che aveva appena chiesto, che prima o poi all'improvviso sarebbe caduta, frantumandosi sul pavimento lucido. Amelia sembrava contenta che l’accompagnassi, era serena, non sospettava di nulla. Parlavamo di poesia e di magia, del suo Lorenzo Calogero, del suo Rocco Scotellaro, che sembravano vivi accanto a noi. Se accennavo a René Crevel, il mio amato surrealista suicida, le si allargavano gli occhi. La politica faceva capolino raramente nei nostri discorsi. Era primavera inoltrata e lei avrebbe voluto andare al mare a prendere il sole. Facevamo programmi, gite in Abruzzo, voleva vedere il mio paese d'origine: Celano. Aveva sentito parlare del Castello Piccolomini, aveva visto l'affresco di Giotto della "Morte del cavaliere di Celano", dove era raffigurato san Francesco con la morte in diretta del cavaliere. Conosceva naturalmente il "Dies Irae", attribuito a Tommaso da Celano. «Al dunque sei lunatico perché sei nato nell'antica Celene, il paese della luna!» esclamò ridendo nel suo modo brutale. Mi parlò di Capracotta, dove era andata a villeggiare tutta sola, tra vecchie che la spiavano dietro le finestre. All'improvviso cadde il silenzio, un silenzio pieno di voci. Mi misi a guardare il pavimento, iniziando a bere la mia acqua tonica. Poi tornai sui surrealisti minori. Mi disse che in un viaggio a Parigi aveva conosciuto André Breton. Le sue poesie non la attraevano, ma il romanzo "Nadja" le sembrava un capolavoro. Guardava la sua tazza di tè, senza bere, come se la temesse. Amelia "auscultava" le mie parole, come una straniera che voglia perfezionare la lingua, mangiandosi le finali, forse per scovare altri sensi in quelle nuove espressioni, monche. Avevo l'impressione di essere per lei una nuvola di parole. La sua voce a tratti cavernosa era quella di una signorina inglese che pronunciava la nostra lingua per la prima volta arrotando le erre. Poi prese la tazza, che puntualmente scivolò dalle sue dita frantumandosi sul pavimento. Arrivò trafelato il cameriere con una scopa. Pulì i cocci in silenzio, dicendomi poi di non preoccuparmi. Ero, al solito, in fibrillazione. Non sapevo come aiutarla. Avevo letto che gli schizofrenici non sanno tenere nulla in mano, che tutto gli pesa più del dovuto, che perdono il senso della realtà, piombando in una infernale confusione interiore. Tuttavia mi sembrava ben lontana dalla necessità di un ricovero in una delle cliniche del Portuense o dei colli romani, di cui lei non mi svelò mai i nomi. Amelia sembrava meravigliata, lei per prima, di quella che sembrava una marachella. «Al dunque, non l'ho fatto apposta» disse e scoppiò a ridere. Quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche. Le parole animavano ombre. E dinanzi a quelle visioni, Amelia non riusciva più a reggere le tazzine. Uscimmo e attraversammo la strada per poggiare i nostri avambracci sull'inferriata di piazza Argentina. Era quello un punto dove si vedevano i gatti miagolare a una vecchia gattara che li riforniva di cibo. «Cammino per Roma come fossi cieco» le dissi all'improvviso a lei: «Devo preoccuparmi? Mica finirai sotto un autobus?». Rise, ma subito dopo convenne di non vedere alcunché anche lei. «Ho una gran folla dentro ma, al dunque, non credere, non sono tutti amici». Feci l'abitudine a quel suo concentrato "al dunque" ripetuto anche nelle sue poesie. Parlava in versi, Amelia, con evidenti storpiature, affollate di significati. Renzo Paris Fonte: R. Paris, Miss Rosselli , Neri Pozza, Vicenza 2020.
- Usi e costumi di Capracotta: usi natalizii
La sera di Natale le famiglie si raccolgono intorno al grosso ceppo, che arde e si consuma sotto il patriarcale camino, dove tante generazioni passarono scaldandosi e conversando e dove sembra che ancora alitino gli spiriti degli avi. Prima che si compia il grande mistero, nella calma silenziosa della terra rivestita di bianco, i contadini lasciano le case coloniche, le masserie , e, reggendo nella destra fruscelli di legne secche, accese e bagnate di petrolio, vengono in chiesa. Qua e là, dalle case illuminate, si propaga nello spazio la pastorale dell'invisibile cornamusa, che suscita l'allegria ne' ragazzi e teneri ricordi ne' vecchi. Il popolo, in segno di giubilo e per devozione, lasciando le case illuminate sino a giorno, trae in chiesa, dove, a vero dire, più che raccogliersi e pregare, mangia e fa baldoria. Gl'innamorati si dànno occhiate e, quando le circostanze lo permettono, baci e pizzicotti. Guai allo sventurato che venisse al mondo in questa notte! Sarà lupo-mannaro... Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- Capracotta e la rivoluzione italiana
Ho già avuto modo di esprimere la mia idea secondo cui quel lungo processo storico-politico, promosso dalla carboneria, mediato dai grandi intellettuali del tempo e ottenuto in termini subottimali dalla dinastia sabauda, che va sotto il nome di Unità d'Italia, per quanto concerne la nostra cittadina, da sempre marginale rispetto ai grandi eventi della Penisola, fu perlopiù un susseguirsi di episodi quantomai folcloristici quando non espressamente patetici. Non fraintendetemi. Non faccio parte della schiera di sciocchi nostalgici del Borbone che rileggono la storia d'Italia alla luce dell'occupazione piemontese e che magari benedicono pure il brigantaggio, mettendone in risalto il ruolo antimperialista piuttosto che il fine criminale. L'Italia è una e santa, ma quando si parla di Capracotta nel periodo 1848-1870, dove pure si contano feriti e morti in seguito agli scontri tra guardie e briganti, tra liberali e reazionari, è necessario fare qualche precisazione che non rende merito all'Unità. Vi sono infatti due aneddoti che fanno, letteralmente, sorridere: il primo riguarda il patriota Pilade Bronzetti (1832-1860), il secondo il rivoluzionario Raffaele Piccoli (1819-1880). Molti sapranno che Pilade Bronzetti partecipò alla battaglia di Milazzo, durante la quale si distinse per un'azione piratesca nel catturare due vapori borbonici nel porto di Messina. Bronzetti morì due mesi e mezzo dopo a Castel Morrone, durante uno degli ultimi combattimenti del Risorgimento italiano, quello della battaglia del Volturno. Alla fine di quel sanguinoso ed eroico scontro caddero quattro borbonici e sedici garibaldini, tra cui il suddetto capitano dei bersaglieri. Fatta l'Italia molti patrioti corsero sul campo di battaglia di Castel Morrone alla ricerca delle spoglie mortali dei più illustri caduti, per tributar loro i dovuti onori. A rinvenire il corpo di Bronzetti fu Matteo Renato Imbriani (1843-1901), che poi lo custodì nella sua casa per circa quarant'anni, prima di consegnarlo alla città di Trento. Tuttavia, prima che Imbriani entrasse in possesso dei resti mortali di Pilade Bronzetti, si diceva nella ristretta cerchia dei cultori che questi venissero conservati «in sacro deposito» a Capracotta, in casa del patriota Matteo Forte, un personaggio minore della sterminata galassia garibaldina. Questo manteneva evidentemente contatti molto stretti nella nostra cittadina (amici fidati, compagni d'armi o parenti acquisiti) ai quali aveva affidato il presunto cadavere del martire bersagliere. Ma quando gli comunicarono che Imbriani aveva ritrovato il vero corpo di Bronzetti, «il Forte dette di volta al cervello». Vi avevo anticipato pure di un secondo caso, quello di Raffaele Piccoli. Piccoli aveva partecipato alla spedizione dei Mille ma, fortemente deluso dalla piega monarchica del processo unitario, subito dopo il 1861 decise di organizzare, sotto la bandiera repubblicana, «un gruppo di briganti che combatterono contro gli invasori sardo-savoiardi». L'azione del Piccoli, partita dalla Calabria natia, lo portò in breve tempo ai confini settentrionali dell'ex Regno delle Due Sicilie, dove egli pensò bene di «continuare nel Molise montuoso quella rivoluzione che per ragioni varie era fallita in Calabria». Non ancora ricercato dalla polizia, nonostante avesse già ripudiato il Regno d'Italia, da Isernia giunse a Carovilli dove rubò stola e cotta e, fintosi sacerdote, approdò a Vastogirardi. Qui, sull'onda dell'entusiasmo, «spedì corrieri ai capitani della Guardia Nazionale di altri comuni», al fine di coinvolgere nel suo progetto quelle forze dell'ordine che erano nate col preciso intento di sradicare il sentimento antagonista postunitario. All'adunata di Vastogirardi si presentò soltanto la Guardia nazionale di Capracotta che, invece di esser collaborativa, sembrò a Piccoli fortemente scettica. Il rivoluzionario e il capitano della nostra milizia litigarono di brutto sul da farsi, con Raffaele Piccoli che alla fine «fece delle esternazioni in chiesa contro Capracotta», costringendo le guardie a trarlo in arresto. Egli riuscì in un primo momento a fuggire, riparandosi in casa della famiglia Salvani da dove, una volta circondata dai militari, ne fuoriuscì un prete - tal padre Manuele - che, fucile alla mano, sparò in direzione delle guardie capracottesi! Dopo mille altre peripezie di tal fatta, Raffaele Piccoli morì suicida in un albergo di Catanzaro. Insomma, giusto per dire cos'è stata l'Unità in Alto Molise... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Basile, Raffaele Piccoli liberale calabrese , in «Nuovi Quaderni del Meridione», VIII:32, Fond. "Ignazio Mormino", Palermo 1970; A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria , One Group, L'Aquila 2011; S. Bucci, Molise 1848. Cronaca, personaggi e documenti , Enne, Ferrazzano 2000; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta , Pierro, Napoli 1911; L. Gamberale, Il mio libro paesano , Sammartino e Ricci, Agnone 1915; A. Marra, Pilade Bronzetti. Un bersagliere per l'Unità d'Italia , Angeli, Milano 1999; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Paparazzo, Raffaele Piccoli , La Calabria, Roma 1898; G. Protomastro, Matteo Renato Imbriani-Poerio. Ricordi e aneddoti , Vecchi, Trani 1904; Scuola di Formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino", Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia , Gemmagraf 2007, Roma 2012.
- La Fonte del Comunice e la corsa degli asini
A nord di Capracotta, a circa 600 metri dall'abitato e in prossimità del Campo Sportivo, c'è una fontana molto cara agli abitanti del paese, utilizzata fino agli '60 come lavatoio, senza alcuna moderna diavoleria. Era la fontana delle socializzazioni fra vecchie e nuove generazioni, con tutti i pettegolezzi che sicuramente nascevano tra una chiacchiera e l'altra, con gli amori inconfessati o dichiarati, mentre per un bucato bianchissimo si operava in casa con la famosa colata con la cenere. Dagli anni '50 e per circa un decennio fu scelta come partenza della corsa degli asini, su di un polveroso sterrato che terminava dopo 450 metri presso la curva delle capre, mentre la corsa dei cavalli iniziava appena dopo Ponte di Ferro e terminava dopo 900 metri nel medesimo punto. Era una manifestazione che attirava grandi e piccini e rappresentava uno dei pochi momenti in cui i quattro quartieri di Capracotta (S. Giovanni, Terra Vecchia-S. Rocco, S. Antonio e S.M. di Loreto) si ritrovavano mischiati per una manifestazione campestre, occasione in cui si poteva affermare la propria bravura e supremazia, che per un anno intero sfociava in sottili sfottò che lasciavano l'amaro in bocca ai perdenti. I nomi degli asini erano fantasiosi: Cardone, Nestore, Sansone, Stanlio, Rosina ecc., anche se, a dire il vero, erano soverchiati in numero da giumente, muli e cavalli. Ma il nome dell'asino che negli anni '60 risuonò a lungo a Capracotta, persino nei discorsi che si tenevano nella "boutique" di Brièle Di Tella, esperto cacciatore e barbiere, era Taccone. Era questo un asino sangiovannaro, una vera e propria garanzia, visto che vinse quasi sempre. Il nome fu certamente scelto per ossequiare e omaggiare il famoso ciclista scalatore abruzzese di allora: Vito Taccone (1940-2007), denominato il "Camoscio d'Abruzzo". Filippo Di Tella
- Il miracolo di Castel del Giudice
Sull'onda di quello che sapevo (era il 2012) sommariamente di Castel del Giudice ma che al convegno "Molise futuro/prossimo" avevo scoperto in dettaglio, mi organizzo per una visita al paese. Da Campobasso passo per Staffoli e poi per Capracotta, percorrendo una strada che attraversa un territorio bello e ordinato. Già prima di Castel del Giudice costeggio gli impianti di mele che conferiscono al paesaggio un aspetto moderno e produttivo; arrivo al Municipio, la piazza è piccola come quelle dei paesi piccoli. Lino Gentile arriva dopo qualche minuto e subito dopo faccio la conoscenza del sindaco, Giuseppe Cavaliere. Mi invitano a sedere nell'aula consiliare posta al piano terreno dello stabile municipale per una ricognizione all'ingrosso di quello che visiterò minuziosamente nel corso della mattinata. Partiamo dai riconoscimenti; Legambiente, in collaborazione con l'ANCI e con Symbola, nel 2009 ha attribuito a Castel del Giudice il premio "Futuro Italiano" per l'innovazione territoriale, nel corso dell'incontro intitolato "Piccoli comuni, territori di qualità" che ha avuto luogo alla Fiera di Milano. In quella circostanza Alessandra Bonfanti ed Ermete Realacci, rappresentanti di primo piano dell'associazione a livello nazionale, stabilirono con il comune molisano una relazione che ancora dura. Gentile e Cavaliere, a turno e con sperimentato ritmo sinergico, mi illustrano una per una e con maggiore articolazione le iniziative che hanno in corso, collocandole consapevolmente all'interno dello scenario sociopolitico regionale. Il decisivo salto di qualità, nello sviluppo di questa suggestiva vicenda, c'è stato nel 2000, con Gentile al suo primo anno di sindacatura, quando conosce Ermanno D'Andrea, un imprenditore come ce ne sono sempre meno in quest'Italia allo stremo. D'Andrea è originario di Capracotta ed è figlio di Marino che l'8 settembre del '43, dopo l'armistizio Badoglio, quando i tedeschi si ritirarono lasciando sul terreno attrezzatura e materiale bellico, smontando quello che aveva trovato nel suo paese costruì una macchina per sfacciare e alesare i metalli. Si trasferì prima a Roma e poi negli anni Cinquanta a Milano dove, nel 1951, mise a punto la sua invenzione. La D'Andrea, con Ermanno, perfeziona la sua dotazione tecnologica, fino a diventare leader mondiale nel settore degli accessori per macchine utensili. Nel 2000 inaugura la sede principale di Lainate e subito dopo, nel 2002, quella di Castel del Giudice che entra immediatamente in produzione occupando 25 giovani del luogo e dei comuni viciniori. Ermanno D'Andrea è animato da motivazioni etiche che mette alla base della sua cultura imprenditoriale; con i proventi dela sua attività ha finanziato progetti di solidarietà per la costruzione di pozzi d'acqua e di ospedali in Guinea. L'incontro con Gentile innesca il virtuoso processo di entusiasmante governance locale ancora in corso. Antonio Ruggieri Fonte: A. Ruggieri, Per un Molise glocale. Modelli di rigenerazione territoriale , in D. Grignoli e N. Bortoletto, Dal locale al globale e ritorno. Nuovi paradigmi e nuovi modelli di azione , Angeli, Milano 2019.
- Per la viabilità il tempo sembra trascorso invano
Per le riprese filmate di quella sorta di documentario che abbiamo in animo di comporre, daremo alcuni colpi di obiettivo a largo campo su tutta la provincia, facendo un raffronto, fugace e sommario, tra la situazione del marzo 1970 e quella del marzo 1972. Riserveremo, invece, i primi piani ad Isernia, sia perché nel capoluogo è più facile raccogliere tutte le componenti dell'evoluzione della provincia, sia perché, sui suoi sedicimila abitanti, sarà piuttosto facile condurre una sorta di indagine campione. Fatta eccezione per il cambio delle targhe, da CB in IS, nessun gande mutamento si può notare nei Comuni altomolisani in conseguenza dell'istituzione della provincia di Isernia. C'è stato, è vero, un timido affacciarsi di Capracotta alla ribalta della storia locale, ma è facile capire come esso sia dovuto più all'intraprendenza del dinamico sindaco di quel Comune che non ad un rinnovamento delle condizioni obiettive nelle quali si è costretti ad operare. C'è stato, a Capracotta, un risveglio di attività turistiche e sportive, risveglio, però, che a solo merito di quel Comune va ascritto, visto che esso si è giovato di provvidenze e strutture che anche dalla vecchia provincia di Campobasso si sarebbero potute ottenere. Su qualche strada, poi, è stato rifatto il manto di usura, qualche ponticello è stato aggiustato, ma tutto questo rientra nel novero delle cose che, con un po' di impegno in più, dalla vecchia provincia di Campobasso si sarebbero potute ottenere, essendo essa in dovere di concederle ed i rappresentanti altomolisani in dovere di pretenderle. Si è registrato, quindi, il passaggo di alcune strade dalle competenze dell'Amministrzione provinciale a quelle dell'ANAS, ma anche questo si è ottenuto più con interventi a livello centrale che non per uno sforzo concreto dei nuovi organismi provinciali. Senza dire che tale mutamento di paternità per le strade in questione ha rappresetnato, almeno finora, un fatto negativo e non positivo, visto lo stato di penoso abbandono in cui versano le importantissime aarterie che collegano ad Isernia Frosolone, a Nord-Est, e Colli al Volturno, a Nord-Ovest, con buona pace dei valenti assessori provinciali che tali zone si ritrovano. Per la viabilità, quindi, anno zero, anzi... anno due sotto zero, visto che sono trascorsi invano due anni. Non parleremo, qui, dell'assistenza, per la quale ci si è limitati a fare la vecchia ed anacronistica politica del buono dell'ECA o della prefettura, che tanto di Feste Farina e Forca ancora conserva in questa misera parte della misera regione molisana. E nel problema assistenziale includiamo senz'altro quello relativo ai dementi ed ai cosiddetti orfanelli, per i quali forse un'indagine più approfondita potrebbe portare ad un'inchiesta ben diversa da quella che sulle colonne di un giornale si può condurre. Né, ovviamente, parleremo della caccia e della pesca, sia perché chi scrive queste note prova una repulsione congenita per questi strani modi di concepire lo sport (sterminio di animali fatto per diletto!) sia, principalmente, perché queste due attività sono state date in gestione a feudatari locali che nessun mutamento di qualifica potevano avere da un semplice cambiamento di chi il beneficio ha loro concesso. E ci riferiamo a riserve e padronati vari, più d'una volta e da più d'una voce stigmatizzati, nelle stesse adunanze del Consiglio provinciale. Il nostro sguardo va, quindi, alla scuola, ai trasporti ad essa connessi, a tutte quelle attività, insomma, mediante le quali si gestiscono i futuri destini dei pochi ed ahimé infelici giovani che ancora hanno la forza di restare attaccati alla loro terra altomolisana. C'è stato, nei primi mesi di vita della nuova provincia, un vero e proprio fuoco pirotecnico di richieste di istituzione di nuovi istituti tecnici nell'Alto Molise: scuole dalle quali dovevano uscire periti dalle più varie specializzazioni, tutti col fagotto bell'e pronto per altri lidi, dove chimici ed elettrotecnici, radiotecnici e periti vari trovano effettivamente lavoro, al di là del fatiscente e mortificante miraggio di un’occupazione... di fortuna. È stato evidente lo spirito demagogico di tali richieste, destinate spesso a fare da alibi per l'inazione politica ed altrettanto spesso intrinsecamente finalizzate, come dicevamo, ad un'emigrazione dei diplomati o ad una loro dequalificante sottoccupazione. Per i trasporti il discorso si fa forse ancora più serio, quando si vede, non importa come, che gli studenti pendolari più fortunati perdono almeno due ore al giorno per raggiungere la sede della loro scuola. E non a caso a Macchia d'Isernia per poco non si è ricorsi alla violenza, quando gli studenti erano costretti a raggiungere la scuola come i capelloni raggiungono la meta delle loro vacanze. Pasquale Passarelli Fonte: P. Passarelli, Isernia: una provincia per morire , Libreria Scientifica, Napoli 1974.
- Ricordando don Orlando Di Tella
Quando un amico se ne va cerchiamo di fissare nella nostra mente l'ultimo momento in cui gli abbiamo parlato o lo abbiamo visto. È un fatto naturale cercare di rompere le regole naturali e immaginare che il tempo non esista. È una sorta di reazione teologica alla paura dell'eternità assoluta. Ricordare gli amici dopo la loro scomparsa è uno degli aspetti di quell'eternità relativa che appartiene a tutti noi. Mi piaceva ragionare con don Orlando di queste cose ogni tanto. Quando lo incontravo in giro per il Molise, ma soprattutto nella sua grotta di Pietracupa. Per me don Orlando era uno dei preti di famiglia perché la casa di suo padre fornaio aveva un muro in comune con la casa di mio nonno a Capracotta e in famiglia si raccontavano sempre quelle storie di amicizia che fanno la storia delle nostre comunità. Specialmente se quel muro è fonte di calore in un paese dove il freddo la fa da padrone. Don Orlando era uno di quei preti che ti metteva a tuo agio perché non era fondamentalista nella sua logica teologica e dialogava ribaltando su chi gli stava di fronte il suo punto di osservazione. Così, quando Mario Bergoglio divenne papa, ebbi la tentazione di telefonargli per dirgli che la sua Chiesa ora aveva un Padre che gli assomigliava. Nel modo di muoversi e nel modo di ragionare. Per questo suo modo di porre la storia degli altri al centro della sua storia era convinto che anche gli altri ragionassero come lui e che l'apparato burocratico, al quale doveva necessariamente rivolgersi per compiere la sua missione, facesse parte di quel disegno divino nel processo di salvezza dell'uomo. E allora, con la rassegnazione di chi è consapevole di essere dalla parte della verità, si è fatto carico di sofferenze di cui Dio terrà conto nel giorno del grande Giudizio. L'ho visto all'indomani del suo ottantesimo compleanno, forte e radioso come una roccia di Monte Campo. L'ho sentito parlare della morte e dell'eternità come se fosse la naturale conseguenza dell'essere in vita. L'ho sentito entusiasta quando, inchiodato nel letto del S. Camillo a Roma, gli comunicavo che dentro sua chiesa rupestre di S. Salvatore a Pietracupa continuava a raccogliersi la comunità di cui era pastore. Tanta gente avvertiva che lo spirito di don Orlando riempiva quella grotta naturale che per lui non era solo uno spazio liturgico, ma anche il grande ventre della Madre di Dio da cui tutto aveva origine e al quale aspirava a ritornare. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/ , 27 agosto 2014.
- Il bazar della rabbia
Un luogo di tutte le rabbie: non ce n'è una senza diritto di cittadinanza in piazza San Giovanni a Roma, piena, ma non straripante. Sgorga la rabbia, ecco. Perde come da un buchino gocce di popolo stanco di aspettare per ore sotto un cielo infido, generoso soltanto di pioggerellina. C'è chi se ne va, esausto, mentre Beppe Grillo arriva diciotto minuti prima delle nove. È che molti erano lì dalle prime ore del pomeriggio. Giravano gli stand ad acquistare le t-shirt celebrative, a bere da bicchieri di plastica una birra Forst, a mangiare tramezzini al tonno, a informarsi compiaciuti sui miracoli del volontariato che coinvolge anche i non praticanti: un caffè due euro, contributo compreso. A sera, e quando San Giovanni aveva comunque il popolo traboccante che sa accogliere, c'era chi si guardava fiaccato e sedeva sui marciapiedi umidi. E poi lui è salito sul palco, trionfante come un imperatore di due millenni fa, e sotto le braccia erano alzate al cielo, l'urlo ha infiammato l'aria. Eccolo lì l'uomo che tiene assieme tutte le rabbie, le fa combaciare come per prodigio, le moltiplica e ne fa una forza che percorre terrorizzante e inafferrabile la città della politica. E però davvero è un bazar in cui ci si smarrisce. Si può incontrare chiunque, qua dentro, ed è un meticciato delle rivendicazioni che è il loro orgoglio. Sventolano le bandiere dei No-Tav. Esibiscono i cartelli dei comitati contro il Ponte sullo Stretto. Un tizio porta fisicamente la sua croce su cui c'è scritta la ragione del supplizio: quarant'anni di lavoro per mantenere un milione di farabutti. Ecco, il lavoro. Lo dice Beppe Grillo, dal palco, che lungo lo Tsunami Tour è stato fermato da sguardi imploranti lavoro, lavoro, un po' di lavoro. Ce n'è un altro che gira vestito come D'Artagnan, in teoria un vendicatore degli ultimi, e ce l'ha con Rocco Papaleo che fa la pubblicità dell'Eni e, dice D'Artagnan, l'Eni sta devastando la Basilicata. Prima che Grillo concludesse questa lunga giornata, e questa corta e lampeggiante campagna elettorale, un piccolo imprenditore dal palco s'era commosso pensando ai pagamenti che dallo Stato non arrivano, e ai quattro ragazzi che in settimana ha dovuto lasciare a casa. Non è per indulgere nel colore che sempre manifestazioni di questo genere offrono, e però c'è persino quello che con un amico svolge il tazebao del Movimento Uomini Casalinghi, che si pone come obiettivo il ritorno al matriarcato e ha per slogan qualcosa come «le donne a governare il mondo, gli uomini a rigovernare le case», un programma da cominciare con la raccolta di erbe e bacche spontanee a Capracotta (testuale). Si riuniscono infine tutti per l'applauso convinto, nervoso, entusiasta. Si intonava, tra l'altro, una canzone che aveva per ritornello «libera l'acqua». La intonavano i ragazzi sotto lo striscione di fondazione della laocrazia, neologismo che sta per democrazia partecipata dal basso. Eccolo lì il secondo collante: la convinzione, in sbalorditivo manicheismo, dell'esistenza di una cupola oscura, cinica, crudele, mascalzona, con i partiti e la politica a tenere il vertice, e attorno certa magistratura, la grande imprenditoria, le banche, la finanza, i sindacati, il giornalismo; e sotto gli umili e i candidi che si sono riversati qui per spezzare le catene. Tutte le rabbie radunano questi buoni e di fuori tutti i cattivi, uno schema caldo e consolante, stasera e sempre. Un ragazzone allegro circola vestito da cardinale e dietro c'è la bara del «vecchio politico» (una trovata vista in parecchie altre adunate). Signori attempati si schierano da uomini-sandwich, uno vuole la Siria libera, un altro vuole l'Italia fuori dalla Nato, un altro ancora la fuga dall'euro. Un banchetto vende le magliette della Guerrilla e del Che. La missione in Afghanistan, urla Grillo, è una missione del piffero. Uno striscione ancora, e bello grosso, ce l'ha con la tessera del tifoso. Niente è di troppo. Il sistema divide et impera, aveva detto un oratore molto bravo, molto sveglio, molto bellino, una specie di prodotto da X-Factor, senza offesa per lui e per chi fa il programma: il sistema ci ha reso diffidenti, scontrosi, parla della sua Milano dove nemmeno gli riesce di portare le borse delal spesa alle donne, che all'assalto generoso lo scansano atterrite. Anche se poi non è che qui sia proprio il festival della simpatia: non appena vedono un taccuino da cronista si ritraggono come davanti a un fucile, occhi pieni di stupore e spavento. C'è in compenso la nursery, per cambiare i pannolini ai bimbi e allattarli, madri e piccini accolti dal cartello piuttosto, allegro, di leggera e innocua tendenza berlusconiana, e con un tocco di grammatica leghista: «Si intrattiene pure le mamme purché giovani». Non conta: conta il desiderio febbrile della fantasia al potere (copyright Gianroberto Casaleggio), la fantasia di essere normali, semplici, di accalcarsi alle transenne per fotografare il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, come fosse Calderoli a Pontida. Di essere brave persone in un mondo sozzo. La battaglia più vecchia del mondo infuria ancora. Mattia Feltri Fonte: F. Sforza, Lo tsunami , La Stampa, Torino 2013.
- Usi e costumi di Capracotta: ossa nel piatto
Non istarò qui a parlare del matrimonio tra i nostri popolani. Si sa, il cuore umano è sempre quello e il rito più sacro della vita è per ogni dove lo stesso. Io parlerò d'una costumanza tutta capracottese. Quando gli sposi, circondati da una folla d'invitati, si seggono a tavola, trovano ognuno davanti un piatto coverto. Tra la generale attenzione, scoprono, e compaiono delle... ossa. I commensali, allora, plaudono calorosamente e il pranzo, abbondante, se non fine, incomincia. Forse, la ossa vengono presentate per ammonire gli sposi che il matrimonio non è una cosa tanto liscia e che nella nuova condizione, avranno spesso da rodere degli ossi molto duri, o forse anche per ammonirli che la bellezza muliebre e la gagliardìa maschile sono doni transitori. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- I fantasmi del Mons Fortis
La seconda escursione da me organizzata in data 10 agosto 2020 ha avuto come fulcro l'area di Monteforte e Ospedaletto, più precisamente i resti dei due feudi insistenti in località Terravecchia (individuata sulle carte IGM col toponimo Colle Parchesciana) e sulle collinette dell'Ospedaletto. Guidati da Giovanni Fiadino e Pasqualino Potena, siamo partiti dalla Crocetta e presto giunti nei pressi di quella che poteva essere una chiesa, stando agli scavi effettuati nel 2000 da un gruppo di archeologi coordinato dalla grande Letizia Ermini Pani (1931-2018). Della chiesa, di cui non è possibile stabilirne con certezza la dedicazione, si intravedono le mura perimetrali e una vaga forma absidale; nei suoi dintorni furono rinvenute diverse suppellettili ed ossa umane, a riprova che anche un cimitero doveva lì esistere. La chiesa è situata su un'ideale linea di congiunzione tra quella di Macchia Strinata, di Vallesorda e di Vastogirardi, tutte dedicate a san Nicola. Poco sopra quei ruderi abbiamo ammirato le fondamenta di quella che potrebbe essere una torre longobarda a base quadrata, posta su un'altura da cui è possibile controllare con precisione la viabilità tra la valle del Verrino e quella del Trigno, l'antico confine che in epoca normanna divideva il Principato di Capua dal Ducato di Puglia. Questa torre di guardia era probabilmente in contatto visivo con le altre ubicate sul Monte San Nicola e su Monte Miglio, per cui l'altezza approssimativa doveva attestarsi ad almeno 12 metri. L'insediamento di Terravecchia, con tanto di chiesa e torre, raggiunse l'apice demografico e fiscale nella prima metà del XIV secolo, arrivando a contare 96 fuochi (circa 430 persone): basti pensare che allora Capracotta aveva 720 abitanti e Vastogirardi appena 300, il che fa intuire che se in un primo momento il feudo di Monteforte (sorto prima dell'anno Mille) era abitato soltanto da militi addetti alla sorveglianza viaria, nel '300 a quelle guarnigioni si erano affiancate le famiglie e i religiosi. La peste nera del 1346 falcidiò l'Europa, giungendo fin dentro le più remote contrade del continente, e nella numerazione dei fuochi aragonese del 1443 Monteforte è infatti un deserto umano. Dopo una lunga passeggiata al di fuori della sentieristica convenzionale siamo finalmente giunti alla sorgente del Trigno e quindi alla piana dell'Ospedaletto, dove abbiamo rilevato l'esistenza di un secondo impianto turrito, seppur interamente ricoperto dalla vegetazione e, soprattutto, di una vaga orma urbanistica di casalini. In assenza di prove documentali o archeologiche, è infatti legittimo credere che l'Ospedaletto debba il suo nome alla presenza di un medievale hospitium , un luogo di ospitalità per viandanti. Tra spietramenti vari e pietre dal buon taglio ne abbiamo ritrovata una (foto in alto) che altri, prima di noi, avevano già scoperto ma sostanzialmente taciuto. Alessandro Mendozzi, però, ne ha scoperta un'altra (foto in basso), quasi impossibile da riconoscere in condizioni di piena luce. A differenza di quella di San Nicola della Macchia ( qui ), la prima pietra dell'Ospedaletto porta inciso un cosiddetto fiore della vita, un simbolo caro tanto ai cristiani quanto ai pastori d'altura. Il fiore della vita è una stella a sei raggi con funzione decorativa utilizzata dagli Italici sin dal VII sec. a.C. e (ri)valutata nel Medioevo, almeno nella simbologia, dalla Chiesa di Roma per via di quell'eccellenza geometrica che rimandava alla perfezione di Dio. Va detto che nei pressi della torre dell'Ospedaletto sussistono resti di mura sannitiche e di continuo vengono ritrovate suppellettili realizzate oltre 2.000 anni fa, puntualmente trafugate. La seconda pietra dell'Ospedaletto mostra l'incisione di un'aquila, o comunque di un uccello rapace. Non avendo nozioni di araldica ho chiesto all'archeologo dott. Bruno Sardella un'amichevole consulenza, il quale ha proposto una coerente interpretazione di stampo federiciano, nel senso che la presenza dell'aquila sveva con lo scudo fra le zampe è un simbolo comune che ricorre, anche in Molise, su stemmi e monete. Nel caso specifico la pietra poteva far parte di una chiesa o, meglio, della torre stessa. La presenza in un così ristretto spazio di un fiore della vita e di un'aquila federiciana, entrambe ascrivibili al XIII sec., rafforza la suggestione di un hospitium , di una vera e propria stazione di servizio per quegli avventurosi pellegrini che, a differenza dei pastori, seguivano i tratturi non per fame ma per salvezza, non per lavoro ma per indulgenza, non per sfortuna ma per grazia. Pellegrini che cercavano Dio sui monti di Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Ermini Pani, Decorazione architettonica e suppellettile liturgica in Abruzzo nell'alto Medioevo , in AA.VV., L'architettura in Abruzzo e nel Molise dall'antichità alla fine del secolo XVIII , Atti del convegno, L'Aquila, 15-21 settembre 1975; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Nassa, Ritrovamenti monetari del Medio Volturno e delle zone campane limitrofe nel quadro dei più noti ripostigli scoperti in area sannitica , in «Annuario ASMV», Piedimonte Matese 1999.
- La Fonte della Lama e i reperti tombali sannitici
La Fonte della Lama, assieme a quella della Terra Vecchia, di Carvilio e del Romito, si intreccia alla ricca storia capracottese. Essa è ubicata nella zona chiamata Le Guastre, precisamente sulla bretella di collegamento tra la "mulattiera autostradale M1-A1" (Capracotta Fundione-Casino-Santa Croce-Guastra-Agnone) e la "mulattiera autostradale M14-A14" (Capracotta Mattatoio-Macere-Meluccia-Macchia). L'origine del suo nome non è dato a sapersi ma con molta probabilità deriva dal nome dell'alga verde che si forma sul bordo e all'interno della fontana e che in dialetto capracottese chiamavamo appunto lama . La Fonte della Lama si trova in posizione quasi centrale rispetto a tre masserie Di Tella e agli inizi del '900 il Soprintendente per l'archeologia dell'Abruzzo Antonio De Nino, durante gli scavi all'interno della masseria di Gabriele Di Tella, rinvenne quattro tombe sannitiche. Erano della cosiddetta prima età del ferro e avevano forma rettangolare con muretti laterali di pietre a secco e chiuse con lastroni di pietra grezza. In una delle quattro tombe furono rinvenute una cuspide di lancia a foglia larga, una fibula frammentata, un gladio o pugnale lungo 82 cm., simile a quelli rinvenuti nella necropoli di Alfedena, e una breve catenina che faceva parte del pugnale medesimo. È una delle poche fontane ad erogare costantemente acqua in qualsiasi periodo dell'anno, essendo alimentata superiormente dalla sorgente omonima ubicata in un prato dove, a primavera, sembra di essere nel Texas: l'unica differenza è che, al posto del petrolio, da più polle sgorga acqua che si innalza verso il cielo per oltre un metro! Filippo Di Tella
- La consacrazione della Chiesa Madre
D.O.M. DIE XXVI AVGVSTI MDCCXXV ALPHON SVS MARICONDA PATRITIVS NEAPOLITANVS SECVNDVS E FAMILIA EP(iscop)VS TRIVENTINVS TEM PLVM HOC STATO RITV CONSECRAVIT ANNIVERSARIA DIES EST DOMINICA IV AVGVSTI ARA VERO PRINCEPS DIE VII OCTOBRIS MDCCXXIII. CONSECRATA FVERAT A FRANCISCO BACCARIO EP(iscop)O THELESINO HVIVS OPPID(i) PATRITIO La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta, per come la vediamo oggi in tutta la sua opulenta magnificenza, venne consacrata la prima volta il 26 agosto 1725 e in quell'occasione il vescovo di Trivento Alfonso Mariconda (1671-1737) decise che, di lì in avanti, l'anniversario della celebrazione sarebbe caduto annualmente la quarta domenica d'agosto, per cui domani la nostra chiesa compirà ufficialmente 295 anni, dando l'avvio a un percorso spirituale, storico e artistico che ci porterà nel 2025 al 300° anniversario. È tuttavia probabile che al momento di quella consacrazione, nel 1725, i lavori di ristrutturazione alla chiesa non fossero ancora terminati, di sicuro non lo erano due anni prima quando il capracottese Francesco Baccari (1673-1736), vescovo di Telese, aveva consacrato l'altare maggiore per dar modo a don Francesc'Antonio di riprendere in tempi brevi l'attività liturgica. Le due benedizioni sono incise su di una lapide posta all'ingresso del tempio. Tra il 1723 e il 1755 la Chiesa Madre di Capracotta conobbe però una lunga serie di traversie ecclesiastiche che fecero rallentare l'apertura al culto del nuovo tempio barocco. Il nodo della vexata quæstio fondamentalmente stava nel pessimo rapporto esistente tra la popolazione e il clero capracottesi da una parte e le alte sfere diocesane dall'altra. Dalla cronotassi della diocesi di Trivento si apprende infatti che mons. Mariconda lasciò il Molise nel 1730, nominato vescovo di Acerenza e Matera. Al suo posto giunse Fortunato Palumbo (1675-1753), un monaco celestino che visse un ministero episcopale travagliato e pieno di amarezze. Uomo forse troppo severo e poco diplomatico, il vescovo Palumbo assistette a «tante pene che gli vennero da parte di Capracotta», legate perlopiù all'enorme patrimonio della cappella di Santa Maria di Loreto, che proprio in quegli anni risultava tra i maggiori locati alla Dogana di Foggia, con un capitale armentizio di quasi 16.000 capi di bestiame. La natura e la mole delle rimostranze che il Vescovo dovette subire - e che la cittadinanza capracottese pure subì - fu tale che, giunti al momento della definitiva consacrazione della Chiesa dell'Assunta, egli negò l'autorizzazione, costringendo il popolo a ricorrere direttamente presso Carlo VII, re di Napoli, il quale a sua volta intimò a mons. Palumbo di compiere il proprio ufficio. Il diniego del Vescovo fu categorico e si tramutò in proibizioni e diffide anche nei confronti di Donato Sammartino, il sacerdote agnonese che il 23 dicembre 1748 aveva provveduto al rito di consacrazione su incarico della regia delegazione di Napoli. La crisi diplomatica senza eguali tra Trivento e Capracotta rientrò un pochino alla volta grazie alla pazienza di don Giuseppe Campanelli, che nel 1734 aveva sostituito l'arciprete Francesco Antonio del Baccaro, e si risolse definitivamente con la nomina a vescovo di Giuseppe Carafa, che il 14 settembre 1755 consacrò la Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta perché aveva probabilmente compreso e valorizzato il potenziale di Capracotta, una cittadina in cui il clero locale era in procinto di ottenere la forma capitolare ad approvazione papale e dove le congregazioni laicali erano ricchissime e numerose. D.O.M. DIE XIV M(ensis) SEPTEMBRIS A.D. MDCCLV ILL. R. D. D(ominus) JOSEPH CARAFA EP(iscop)VS TRIVENTINVS TEMPLVM HOC STATO RITV CONSECRAVIT ANNIVERSARIO VERO DIEM FESTVM AD QVARTAM DOMINICAM MENSIS AVGVSTI CVM CONSVETIS INDVLGENTIIS TRANSTVLIT Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , San Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Capracotta: un borgo-gioiello a 1.421 metri di altezza
A 1.421 metri sul livello del mare, nel cuore dell'Alto Molise, sorge uno dei borghi montani più belli e più alti dell'Appennino meridionale: Capracotta. Fresca d'estate e nevosa d'inverno. Capracotta è diventata famosa proprio per l'abbondanza delle sue nevicate: nel 2015 ha stabilito il record mondiale per centimetri di neve caduta in sole 18 ore. Stiamo parlando di 2 metri e mezzo! La più grande nevicata di tutti i tempi e del pianeta. Capracotta è una delle mete più rinomate per lo sci alpino e per lo sci di fondo, spesso sede di gare nazionali e internazionali (come i Campionati nazionali di sci di fondo del 1997). Poco resta, nell'attuale conformazione urbanistica, del suo antico e glorioso passato, spazzato via dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e ravvisabile in alcuni palazzi e chiese; ma ciò che possiamo vedere è un borgo piacevole, ordinato e dall'aspetto tipicamente montano. È inserita in un contesto naturalistico mozzafiato che la rende una meta imperdibile anche d'estate. Pascoli a perdita d'occhio, boschi di faggi e abeti: un paradiso per gli amanti della montagna. Merita una visita il Giardino della Flora appenninica, un raro esempio di orto botanico naturale. A 1.550 m.s.l.m è, naturalmente, tra i più alti d'Italia. Capracotta vale una visita anche solo per la bontà della sua cucina. A farla da padrone sono i formaggi, sia vaccini che ovicaprini: prelibato il pecorino di Capracotta, che figura anche tra i prodotti agroalimentari tradizionali riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Ma la regina indiscussa della cucina tipica è la pezzata , a cui è dedicata una sagra la prima domenica di agosto. Era il piatto tradizionale dei pastori che praticavano la transumanza con le loro greggi: una sorta di stufato di carne di pecora "depezzata", fatta a pezzi (da qui deriverebbe il nome "pezzata"), condita con poche patate, pomodori ed erbe aromatiche. Il segreto della bontà di questa ricetta tradizionale risiede nella qualità della carne (solo carne di pecora allo stato brado dei sani pascoli molisani) ma anche nella lunga preparazione, che richiede ore di lenta bollitura in grandi paioli di rame posti sul fuoco. Il risultato è un sugo lento ma cremoso, che ha raccolto tutti gli umori e i sapori di questo straordinario prodotto nostrano. Brunella Muttillo Fonte: http://www.lovelymolise.com/ , 1 agosto 2020.
- Il prezzo dell'amore
Il guardiano delle mucche aveva anticipato a Michele la notizia del fidanzamento di Antonio e Michele ne fu contento, solo aspettava che fosse Antonio a dargli la notizia per prepararsi all' entratura . L' entratura era una cerimonia, a quel tempo, che si faceva per rendere ufficiale il fidanzamento e consisteva in una festa data per far conoscere tutti i membri della famiglia ed anche per accordarsi sulla dote da dare ai figli con l'atto di matrimonio. In questa occasione i fidanzati si scambiano un anello, che si chiama appunto l'anello di fidanzamento. Incoronata distribuì l'ultima razione di granotto ai polli e andò in cucina ad approntare il pranzo. Sull'aia si rincorrevano i cuccioli del pastore tedesco sotto gli occhi di Diana, mentre i passeri intrecciavano voli tra i rami delle querce e le rondini garrivano nel breve cielo, al di qua della stalla, disegnando spirali con le alucce nere nell'azzurro del cielo. Da valle proveniva il borbottio del trattore gommato, col quale Michele era intento ad erpicare il terreno appena arato. Quando la luna comparve nel cielo come una nuvoletta grigia e trasparente, Michele giunse sull'aia e spense il motore, liberando l'aia dal suo borbottio sgarbato, facendo sentire soltanto lo stridere della ruota della carriola che il salariato spingeva, intento a trasportare il letame nella concimaia. – È tornato Antonio? – domandò al salariato, ma non ebbe il tempo di attendere risposta che la 1100 TV rossa, svoltò la breve carraia. Dalla finestra Incoronata spiò e buttò la pasta, invitando a presentarsi, di lì a un momento, a tavola per il pranzo, che solitamente si consumava di sera, avendo anche più tempo a disposizione per trattenersi con calma a parlare delle loro cose. Ad uno ad uno gli uomini si appressarono al lavandino per lavarsi le mani e poi presero posto attorno alla tavola imbandita, dove la minestra di fagioli con la pasta fumava beatamente, spandendo il suo squisito profumo nell'aia. Antonio riempiendo i bicchieri annunciò: – Papà mi sono fatto la fidanzata. – Oh! Che bella notizia e chi è? – rispose Michele – Quando ce la farai conoscere? – aggiunse. Incoronata tutta sorridente, con le gote di pesca. – Si chiama Concettina e il padre tiene la masseria vicino al convento di Casacalenda. Tengono dieci vacche e una bella casa, sono sicuro che vi piacerà. – Alla salute! Alla salute! Auguri! Auguri! – gridò il salariato mentre alzava il bicchiere per invitare tutti a brindare con lui. Incoronata chiedeva tutti i particolari della ragazza, l'età, come aveva i capelli, il colore degli occhi, l'altezza. Insomma tutti i particolari che maggiormente interessano alle donne. – Allora quando ce la farai conoscere la futura nuora? – chiese Michele. – Non questa, ma quell'altra domenica – soggiunse Antonio, mentre Incoronata continuava ad interrogare il figlio per sapere se sapeva cucinare, ed accudire i polli. – È proprio quella che ci vuole in questa casa – disse Antonio. – Solo che la mamma non la porta in campagna a lavorare, del resto sa fare tutto in casa. Sapessi che belle maglie sa fare con le mani. – Allora dobbiamo preparare l'anello? – domandò Incoronata. – Andrete voi due a comprarlo a Campobasso. Fatevi consigliare dal compare ché dobbiamo fare una bella figura – continuò Incoronata. Il gualano che s'era messo allegro per i bicchieri trangugiati, andò a prendere l'organetto ed incominciò a suonare e a cantare "Marina". I vicini che respirarono l'aria di festa corsero a visitarli e così la serata si trasformò in tarantella tra calici rubini e dorati e fette di spalla stagionata e bruscolini vari, che mai mancavano in casa Tracanna. Nella notte il mugghio insistente e lamentoso di Rosina ruppe l'incantesimo ed il festino si trasformò in un corri corri di infermieri e veterinari che si davano da fare tra Rosina ed il vitellino, che venne fuori candido e bello come un bambinello e dolce come ricotta appena rotta al tocco dello spin santo. Il giorno dopo Michele e Antonio portarono la notizia del fidanzamento e quella della nascita del vitellino al compare Giovanni, a cui chiesero consiglio per l'anello di fidanzamento. Il compare li accompagnò dal suo orefice di fiducia. Le signorine che servivano al banco si diedero a mostrare gli ori più belli per la fidanzata di Antonio, ma ora per il prezzo, ora perché il pezzo non piaceva, i due non si accontentarono se non dopo due ore che erano trascorse davanti al banco. Chi sceglieva era Antonio, ma chi pagava era Michele e lui quando doveva sborsare un soldo trovava mille scuse per non farlo. Tornati a casa mostrarono l’anello a Incoronata che rimase incantata davanti allo splendore della gemma di turchese che sormontava lo spesso oro intrecciato all'anello. – Speriamo che se lo saprà meritare – disse Incoronata tra soddisfatta e malinconica. – Ho stirato i vestiti e le camicie per l'altra domenica. – Michele tu dovresti comprarti una cravatta perché quella che hai è un po' sgualcita – disse Incoronata. – Non fa niente. Ci sarà tanto da parlare che quelli non ci faranno caso alla mia cravatta – rispose Michele. Arrivò la vigilia della fatidica domenica dell' entratura . A sera Michele raccomandò al garzone di fare buona guardia all'indomani, quando loro sarebbero stati assenti e di non dare retta a nessuno. Anzi per stare più spensierati legheremo Gemma e Bruck davanti alla stalla e al pollaio e tu non allontanarti di molto con le vacche, magari le darai un po' di fieno in più. – Antò t'arracchemànne... fatt'onore – disse il garzone come per incoraggiarlo. Chiusero il portone ed andarono tutti a letto. Antonio restò a lungo a pensare alla cerimonia del giorno dopo e poi continuò nel sonno. Sognò il volto di lei che gli sorrideva, poi quello della madre, poi quello della suocera. Però le figure gli passavano davanti sorridendogli per un attimo e poi sfuggivano abbronciate, come per prendersi gioco di lui. Nel sonno vide Concettina che si dava in una risata sguaiata scomparire facendogli le boccacce. Si svegliò di soprassalto, accese la luce e spiò che erano le due della notte. Stette ancora a girarsi nel letto, sperando di riassopirsi, ma quelle immagini continuavano a infastidirlo, finché non fissò nella mente il volto di lei così come la vide la prima volta, sorridente sulla finestra della cameretta. E con il volto di lei nel cuore, dormì placidamente. Al secondo canto del gallo Incoronata si alzò dal letto ed accese il fuoco del camino per riscaldare l’acqua per il pastone e quella per il bagno. Il cielo terso diceva che anche quell'oggi sarebbe stata una bella giornata e con lena si diede a disbrigare le faccende domestiche. Il volto di lei era radioso nella penombra della cucina illuminata solo dal riverbero della fiamma del camino sulle pesche delle gote vellutate, sempre rosse come fanciulle spensierate. Ma negli occhi, guardandola attentamente, aveva un certo che di leonino e una fierezza che è propria di certe bestie feroci. Infatti guai a toccargli il figlio, sarebbe stata capace di inforcarti senza pietà. Preparò il pastone per il maiale e per i vitelli, poi recò il caffè a Michele e al sala riato ed attese che l'acqua per il bagno fosse abbastanza calda per essere stemperata a sufficienza per riempire la vasca del bagno, che consisteva in un secchione di legno. Per il bagno i Tracanna avevano riservato un sottotetto appartato, ricavato dall'attiguo fienile. La latrina che conteneva solo il lavabo ed il vaso all'inglese, non era sufficiente a contenere la vasca, ed era provvisoria perché in tempi migliori avrebbero costruito il bagno in un altro locale più spazioso. Incoronata, riempito che ebbe il secchione, si denudò e vi si immerse dentro provando un gran sollievo. Quando si bagnava lei se ne stava oltre un'ora immersa nell'acqua tiepida, provando un mare di piacere ad insaponarsi i seni sodi come caciocavalli di Capracotta, che si irrigidivano ancor più sotto il contatto delle dita che fregavano i capezzoli, ora con dolce carezza, ora con ritmo più svelto. Godeva quelle sensazioni beandosi di essere ancora capace di tanto, nonostante i suoi quarant'anni. Forse a quaranta anni una donna di città è nel pieno delle sue attività, ma quelle di campagna sembravano vecchie decrepite, rese ancora più vecchie dai lunghi fazzolettoni neri che portavano annodati sotto il mento. Ma Incoronata no, lei faceva eccezione, con le sue pesche sulle gote! E aveva i capelli corvini che spuntavano sotto il fazzoletto giallo, solo aveva dei lunghi baffi sotto il naso. Ma il detto diceva donna baffuta è sempre piaciuta. Michele era di quindici anni più anziano e lei spesso precisava ai suoi amici che l'andavano a trovare «io sono giovane, non sono vecchia», come per reclamare a sé quella parte di attenzioni che ogni donna reclama, specie quando il marito è preso da altre faccende e il poco tempo che resta in casa, non gli basta che per dormire e dare ordini. Lavata che s'ebbe, si cosparse tutta di borotalco ed indossò l'abito della festa: la gonna di velluto plessato, la camicetta bianca ricamata sotto il corpetto di velluto. Al collo una catena di oro doppio, eredità della suocera. Legò dietro la nuca il fazzolettone e lo fermò con uno spillone d'oro. Sembrava un regina slava allo specchio dove la sua figura diveniva più maestosa per via degli orecchini d'oro, a pendolo ed il medaglione con la figura di sant'Onofrio legato alla catena. S'affacciò sul gradino davanti alla tenda che divideva la stanza per il bagno e disse a Michele: – Io sono pronta. Michele non poté fare a meno di trattenere il respiro e diede un'esclamazione: – Ué, ué! come ti sei fatta bella! Poi che anche gli uomini furono ben vestiti, montarono sulla 1100 TV e presero la via di Casacalenda. – Ci vorrebbe pure un mazzo di fiori – disse Michele. – Macché fiori papà, che ci mettiamo a perdere tempo, a che servono, tanto Concettina sono sicuro che non ci tiene. – I fiori subito si sciupano, – aggiunse Incoronata – c'è già l'anello che è bello. Dopo una mezz'ora di viaggio, la 1100 imboccò il vialone che portava alla casa di Concettina. Antonio diede la solita strombazzata e l'uscio si aprì e tutti vi si fecero davanti, tranne i genitori della sposa che restarono ad attendere in casa. Ugo D'Ugo Fonte: U. D'Ugo, Il prezzo dell'amore , Ed. Goliardiche, Trieste 2003.
- Il mostro sotterraneo
A morire oggi tocca a Checco, 87 anni. Il lutto manda in scompiglio la piccola comunità resistente di Castel Sant'Angelo sul Nera. Mentre le ruspe strappano lembi di mura paesane, Nello replica mogio: «Meglio morire che continuare a soffrire». Non si sa se la frase sia riferita alla morte del suo anziano amico Checco originario di Vallinfante, oppure al suo amato paesello, sebbene Nello sia nato a Rapegna, pochi passi più a sud. «Qui mi annoio. Ho 82 anni, altri 82 non ne camperò. Se ci fosse qualcosa da fare mi risolleverei ma le giornate scorrono monotone». Il cappello blu da pescatore è ben stretto sulla testa tonda e pelata dell'uomo, le mani robuste faticano a entrare nelle tasche dei pantaloni. Gli automezzi pro SAE alzano una quantità spropositata di calce e le forze dell'ordine, irrequiete, dondolano dall'altra parte della strada. «Se tornassero in vita i vecchi di una volta scapperebbero via di fronte a questo sviluppo. Ogni cosa ha una fine, ci siamo spinti troppo oltre. Questo terremoto non ci abbandonerà mai. Nella roulotte sto bene; in confronto a quando andavo al pascolo con le pecore e dormivo per terra è un lusso, mi sento quasi un re». Un enorme arbusto di sarcia, pianta inodore che cresce sempre vicino l'acqua, tocca quasi il tettuccio della roulotte di Nello, il quale cambia argomento bofonchiando, virando sul tema della guerra, una costante nelle memorie dei nonni. «Lo zio di mia moglie è stato ucciso lungo la strada per Visso. Spesso mitragliavano nel bosco alla cieca, sia SS che partigiani, e noi ragazzini ci arrampicavamo sui rami dei tassi per sfuggire ai proiettili. A parte un giorno che il cielo si oscurò di aeroplani e capimmo che erano arrivati gli americani. La guerra ci ha tirato fuori dalla miseria, da una vita da condannati fatta di schiene piegate e patate rancide. Il progresso... tutto è cambiato ora, pure l'inverno. Non fa più così tanta neve come 70 anni fa, quando facevamo gallerie sotto i cumoli di nevischio». Nello si allontana zoppicando e lo immagino mezzo storto non perché invalido o spossato, ma perché si muove nel contrattempo, nel ritardo dei nostri giorni, arrancando il passo di fronte una società imborghesita che se ne frega di tutto. «Ci vediamo il prossimo inverno, se Dio vuole». Ma contro ogni pronostico, Nello rimane nei paraggi, scrutandomi dalle sue postazioni invisibili. Attende al mio fianco per non lasciarmi solo, fino all'ora in cui una Jeep, incuriosita dal mio pollice proteso al cielo, si ferma aprendo uno sportello cigolante. Il tatuaggio preciso di un mondo appare sull'avambraccio irsuto di Stefano, di mestiere benzinaio. «La mia casa fa parte del 2% che sono rimaste intatte, le altre sono da buttare. Non chiedermi il perché di tanta fortuna. A causa dei crolli continui però non posso rientrare e sono costretto a fare il pendolare fino a Castelraimondo, nella casa di mia madre. Anche il sottosuolo così come le fonti di metano hanno avuto problemi con le scosse, obbligandoci a tener chiuso questa stazione per settimane». L'epicentro del sisma è stato registrato dietro al Monte Cardosa, nel paesetto di Campi che è già suolo umbro, raggiungibile in svariate ora di cammino. Ma dal fondo dello stradone appare miracolosamente un SUV coi vetri oscurati guidata dal cinquantenne Bruno, un imprenditore di Forgaria nel Friuli (Udine), primo al mondo - a detta sua - nella fabbricazione e collaudo di archi da gara. Discutiamo all'interno della sua cyber-macchina raccatta viandanti. «Sai a cosa porta un sisma? Solo al beneficio. A parte i morti, che il giorno seguente tutti dimenticano come i titoli conclusivi di un film, il resto è fatto esclusivamente di cose positive. A me ha cambiato la vita e mi ha reso ricco! Avevo 20 anni, venivo da una tale miseria che vedevo solo buio. Poi ho realizzato che con un disastro simile avevo da lavorare per i prossimi trent'anni. I manovali diventano carpentieri, i contadini diventano manovali, c'è ricchezza per tutti, credimi». Con una scusa zompo fuori dall'abitacolo e guadagno qualche metro di collina ventosa. Respiro. Un cartello indica Campi Vecchio; pare di toccare il cielo e in nove passi sono solo nel fitto del bosco. Rallento il passo come suggerito anni fa da un allevatore di Capracotta. Non vorrei che finisse troppo in fretta questa pace, perché ogni volta che salgo e ritorno sulle Montagne degli Dei, mi sembra di tornare a me stesso. Da quassù fa quasi spavento vedere quanto poco spazio occupano gli umani nel paesaggio. L'uomo e le sue chiese, le sue scuole, i suoi commerci, i suoi partiti, i suoi campi agricoli paiono quasi irrisori al cospetto del bosco. Contemplando dall'interno il ventre della selva scura, si ha quasi paura di restare soli. Mille occhi ti osservano, mille (r)umori ti assalgono. Ricordi, pentimenti, rimorsi, malinconie. Steso tra un mucchio di foglie lisce come cenere, scruto un capriolo maschio aggirarsi a pochi metri di distanza. Sono sottovento e il mio odore non arriva alle delicate narici del quadrupede, il quale vortica attorno a un robustissimo faggio che pare sostenere tutta quanta la volta celeste come la cima del Redentore sulla piana di Castelluccio. Via dell'Istrice è un mosaico di tegole rotte e pavimenti sfondati; una macchina senza ruote giace morta a fianco di una betoniera carica di cemento indurito. Una staccionata e un gregge improvviso di pecore cicciottelle fungono da diversivo per eludere una ronda dei carabinieri che pattuglia la zona rossa. Seguo gli scaltri ovini e insieme, complici fuggiaschi, tocchiamo terra umbra, osservando le prime case sfasciate di Campi. Nei pressi dello spiazzale svetta l'albero tricolore del Piantamaggio, testimone di un'antica tradizione popolare. Gianpaolo, nativo di Campi, è il Presidente del famigerato "Club Zozzoni Campi". «È come un lutto, solo che al lutto non c'è rimedio. Qui invece confidiamo nel rivivere il nostro paesetto, prima o poi. Sarà cambiato di certo, ma lo rivedremo. Più il tempo passa però, più mi pare d'odiarlo quel paesetto lassù, perché è come se non avesse identità. Quel giorno, per circa trenta minuti il terreno ribolliva, borbottava, come se un mostro cattivo spingesse dal di sotto della crosta terrestre» racconta Gianpaolo con smorfie e latrati. «E pensare, ripeto, che Campi era viva: organizzavamo ogni anno mille sagre, 250 persone a ballare, la festa della Sangria! Spesso vado su a Campi Alto a raccogliere qualche fico e ripenso a quelle estati che non potevi passeggiare dalla gente che c'era...». «Ora invece non se passa dai sassi» interviene sornione Lorenzo, 19 anni, muratore e aspirante cuoco. Matthias Canapini Fonte: https://www.unimondo.org/ , 19 marzo 2020.
- La cappella di Santa Lucia del Vinalar
Un caso di profonda devozione sta nell'edificazione della cappella di Santa Lucia del Vinalar. Il quartiere del Vinalar era popolato da un nucleo di coloni italiani e spagnoli che aravano e seminavano la terra, e che serenamente raccoglievano i frutti della terra. Un luogo inospitale era stato trasformato in un giardino. Erano una meraviglia per gli occhi quelle campagne colme di frutti, quei campi di verdure tenere e succose, e di ortaggi, e quei terrazzamenti di melica ed i vigneti senza fine, tra fichi, palme e melograni. Al Vinalar viveva Angelo Santilli. Un giorno, nell'accendere il forno a legna, Angelo perse la vista. Subito invocò la protezione di santa Lucia, alla quale promise di innalzare con il proprio sacrificio una cappella se gli avesse ridonato la vista. Difatti agli inizi del secolo è stata inaugurata, con amici e parenti, la vecchia piccola cappella del Vinalar, a somiglianza di quella di Antilo, costruita su ordine di Francisco Gomez, il quale vestiva con calzoni da gaucho, ushutas e capelli intrecciati, pur essendo un uomo ricco e figlio del suo tempo. Tuttavia lo sforzo di Angelo fu superiore in nobiltà. Egli non solo regalò il suo terreno, ma fabbricò i mattoni e costruì fisicamente la cappella. Aveva recuperato la vista e, per questo, aveva mantenuto la sua promessa. Io l'ho conosciuto Angelo. Era piccolo, magro e di una semplicità dolce e benevola. Ricordo che aveva una barbetta alla Francesco Giuseppe ad orlargli l'ovale e, quando veniva in città a trovare gli amici, montava un cavallo bianco, dalle cui bisacce ripiene tirava fuori, per la gioia del palato dei bambini, le primizie di frutta più varia, che i piccoli attendevano con trepidazione . Un giorno Angelo morì e, come per magia, per quel giardino che era il Vinalar iniziò la decadenza. La cappella di Santa Lucia del Vinalar diventò pubblica nel 1932 ma, a partire dal 1947, se ne costruì un'altra nelle vicinanze. E così, dopo 4 secoli, fu eretta in Santiago del Estero una nuova cappella sotto l'invocazione di santa Lucia, giacché, stando ad alcuni documenti, al momento della fondazione della nostra città vi era una cappella, retta dai gesuiti, sotto quel nome, per cui nel 1777 la chiesa della Compagnia di Gesù viene definita «vice-parrocchia della città di Santiago col nome di Santa Lucia ». Questa Santa, che pregando presso la tomba di sant'Agata, ottenne la guarigione di sua madre, fu una delle giovani martiri cristiane che, sotto l'infelice periodo dell'impero di Diocleziano, preferirono morire piuttosto che abiurare la loro fede. I festeggiamenti di santa Lucia si celebrano il 13 dicembre. Quell'oratorio familiare si è oggi trasformato in un affollato luogo di pellegrinaggio. Dal 1943 i fedeli, concentrandosi tra la Chiesa della Madonna della Mercede e piazza Belgrano, si dirigono a piedi di buon'ora fino alla cappella del Vinalar, dove assistono alla Messa, alla funzione solenne e alla processione serale. In questo modo, dopo quattro secoli, a Santiago del Estero è stata ripristinata una devozione, quella per santa Lucia. Orestes Di Lullo (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: O. Di Lullo, Templos y fiestas religioso-populares en Santiago del Estero , Santiago del Estero 1960.
- I pastori capracottesi della Maiella
Giovanni Venditti di Capracotta di Rafaele sono pastore Petr. stato 1893 sino al 1899 La transumanza fu croce e delizia, fu bestemmia in partenza e gioia al ritorno. Il pastore, protagonista di quella migrazione di genti, bestie e culture, ne è il perfetto deus ex machina , almeno nell'immaginario comune. Infanzie giocate a badar pecore sotto il sole e la pioggia: guai a perderne una, guai a ritrovarla azzoppata. Famiglie lasciate incustodite nell'inverno capracottese: «chissà se mamma e tata saranno ancora vivi quando torno»... In quegli otto mesi di transumanza il pastore organizza, sgobba, guida, suda, custodisce, ripara, tratta, minaccia, subisce. Ma non esiste pastore senza pecora. E nemmeno esiste il pastore "e" la pecora. Perché il pastore è la sua pecora. Egli è la declinazione appenninica dello zen. La pezzata, quel piatto topico che, tra invenzione e tradizione, tenterà in seguito di cantarne le gesta, non è che il simulacro di un'era sepolta per sempre, che mai tornerà, e di cui pochissimi esseri umani viventi son testimoni. E per questo dobbiamo rispettarla. Il pastore, dicevo. A volte il pastore non sta tranquillo nemmeno quando torna in famiglia. Perché in alcuni casi, durante l'estate, il locato - l'affittuario di una posta pugliese che comprende pascolo e ricovero per greggi e pastori - per un verso o per un altro non partecipa alla scummessa de la Uardata dell'8 maggio e si vede costretto ad acquistare le erbe estive fuori Capracotta, cosicché il pastore riparte alla volta di nuovi lontani pascoli per la monticazione, stavolta a nord. La presenza del pastore (non solo capracottese) sui pascoli della Majella è scolpita nelle pietre. E la maggior parte di tali incisioni la si trova in alta montagna poiché realizzata da pastori transumanti che occupano i prati più alti, visto che quelli in basso, vicini ai paesi del fondovalle, è riservata ai locali i quali evitano di scolpire il loro nome vicino al proprio centro di residenza. Qui ho raccolto, grazie alle segnalazioni di Liberatore Di Cesare, Lorenzo Potena e Giovanni Fiadino, due di quelle pietre - preziose, a questo punto - capaci di parlarci di un'epoca lontana e di uomini, spesso bambini, non per forza cristallizzati nelle secolari mansioni di custodia pecorum . La prima pietra maiellese, scoperta da Lorenzo Potena nel 1985 sul sentiero Tre Portoni ad oltre 2.673 m. di quota, è quella del pastore Giovanni Venditti (1868-1960), capofamiglia di pastori, in quanto fratello di Concezio (1870-1947), zio di quel Giacomo (1901-1992) intervistato nel 1971 dall'antropologa Elisabetta Silvestrini ( qui ) e prozio di quello stesso Giacomo che oggi guida un'azienda zootecnica in agro di Sant'Angelo del Pesco. Il nome di Raffaele, scolpito da Giovanni sulla pietra, non è, come ci si aspettava, quello di suo padre, bensì quello del suo datore di lavoro, il grande proprietario armentizio Raffaele Petrilli (1848-1912), per il quale lavoravano tanti capracottesi, come ho ricordato in un precedente articolo . Sebastiano Di Cesare di Capracotta di anni 13 24 agosto 1925 La seconda pietra è quella di Sebastiano Di Cesare, un pastore che nel 1948 appare in tutta la sua bellezza bucolica, ricoperto di pelleccióne , uardamàcchie e strangunèra , persino sulle pagine della rivista del Touring Club Italiano "Abruzzi e Molise", immortalato da Alfredo Trombetta proprio sui pascoli della Majella. Dopo una lunga gavetta sui tratturi d'Appennino e dopo aver imparato a maneggiare latte e sale, Sebastiano si dà alla produzione casearia, divenendo addirittura il primo capracottese a confezionare e distribuire latticini in quel di Londra: il 12 luglio 1961 il giornalista Antonio Perrini gli dedica un appassionante articolo per "Il Tempo". Quella società pastorale, di cui i pastori erano fieri ma che quasi mai auspicavano per i propri figli, conosce ora l'ingresso di iugoslavi, asiatici, africani. Persone che tuttora ricordano, nei solchi del viso e nell'idioma incomprensibile, l'arcaicità della pastorizia e l'impenetrabilità della vita. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Herrigel, Lo Zen e il tiro con l'arco , Adelphi, Milano 1975; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Micati, Grotte e incisioni dei pastori della Majella , Carsa, Pescara 2000; A. Trombetta, L'abbigliamento dei pastori , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1999.
- Chisseneimporta
Ma chisseneimporta se, nella campagna elettorale delle amministrative 2011, non si è parlato della viabilità di Milano, o delle fognature di Pisticci, o dei servizi sociali di Vico Equense, o del bilancio dell'Asl di Monfalcone, o del vigile di quartiere a Gallarate, o dell'asilo comunale di Capracotta, o dei parcheggi di Pinerolo, o dell'assistenza anziani di Altopascio, o della tangenziale di Montevarchi, o delle asfaltature di Orosei, o della raccolta differenziata di Cesenatico, o del centro accoglienza di Porto Empedocle o dei sostegni per le famiglie di Sant'Angelo Lomellina? Chisseneimporta se ai nostri occhi meravigliati si è di nuovo palesata - dissacrante, commovente, volgare, chiassosa, arrogante, scorretta, sputazzante, pernacchiosa, flatulente, buffonesca, farfugliante, maliziosa, diffamante, servile, veniale, povera, milionaria, elegante, stracciona, ammiccante, lasciva, scilipota, stradacquania - si è mostrata, dicevo, Italia, discendente da Bombolo, figlio di Alvaro che diede a Gegia due gemelli, Ric e Gian, i quali partorirono Fenech e Cassini, cugine di Buzzanca - l'arbitro cornuto - e di Banfi - "porcaputtena, ricchione" - delle storiche famiglie dei Fede e dei Mora, del ramo Corona, della nobile schiatta dei Ramba de' Cicciolini? Chisseneimporta se, ancora una volta, a urne chiuse, più forte di tutto e tutti, eterno, immutabile e trasversale, ha vinto il Pensiero Unico italiano, ovvero quello di Pulcinella? Mario Schiani Fonte: M. Schiani, Chisseneimporta , in «La Provincia di Lecco», Lecco, 14 maggio 2011.
























