LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Archeologia postmedievale in provincia di Benevento
Sul monte Pugliano, in territorio di Castelvenere, al confine tra Telese e San Salvatore Telesino, è ubicata la "Masseria delle Grotte". L'edificio ha come sostruzione una serie di ambienti ipogei e non, pertinenti ad una villa romana tardorepubblicana di notevole estensione. Tra i vari ambienti è presente un portico a quattro bracci, privo di finestre, probabile cisterna e sostruzione dell'edificio sovrastante. Nel muro di un braccio del portico è stato rinvenuto, inserito a poco più di un metro da terra, un piccolo pannello maiolicato policromo, sconosciuto ad oggi, prodotto a Cerreto Sannita (BN). Il pannello, di 35x26 cm., è realizzato con due piccole riggiole di poco più di 15 cm., che al centro hanno un foro in quanto prodotte per una fontana. Le due mattonelle presentano una cornice a rilievo, in parte murata, dipinta con fasce in blu, giallo e arancione. Nel campo decorativo è delineato in bruno il volto di un fauno, con grossi occhi dati in nero, grandi ciglia, ed enormi orecchie e baffi. Ai lati sono inseriti dei motivi naturalistici con foglie e fiori, dati in bruno, arancione, blu e verde. Nella parte bassa è presente una lunga iscrizione, disposta su tre righe, di dimensioni decrescenti e con ductus molto preciso: ANNO DOMINI 1721 È RITROVATO (a)D 1717 SIG. GIO. BATTISTA GIZZIO Si tratta quindi di un pannello maiolicato policromo fatto realizzare da Giovan Battista Gizzio nel 1721 a ricordo della sua scoperta, avvenuta nel 1717, degli ambienti ipogei della villa romana. Sappiamo che un Giovan Battista Gizzio affittò a Cerreto il fondaco del suo palazzo a Giuseppe Bonanotte per impiantare bottega. Questi, faenzaro abruzzese, originario di Capracotta, a sua volta, nel 1727 la affittò ad Antonio Giustiniano, dopo aver avuto una affermazione notevole della sua attività tale da poter prestare anche una rilevante cifra al Giustiniano. È ipotizzabile che il pannello, che per ora è il più antico conosciuto dell'area cerretese, fosse stato commissionato a questo faenzaro di cui purtroppo non conosciamo la produzione. Se questo pannello è un suo lavoro ci sembra che alcune opere assegnate in modo generico al Giustiniano e al Russo, noti faenzari provenienti da Napoli, possano essere dovute al Bonanotte. Luigi Di Cosmo Fonte: M. Milanese e L. Biccone, Archeologia postmedievale in Italia: schede , in «Archeologia Postmedievale», XVI:2012, All'Insegna del Giglio, Firenze 2014.
- Il Cholera morbus nella provincia di Molise
Il Cholera morbus si sviluppò nella provincia di Molise il dì 26 maggio, ed ha avuto termine il 21 ottobre 1837. I comuni attaccati dal morbo sono stati al numero di 138, la di cui popolazione è di 349.667 individui. Sono rimasti vittima del morbo: Sesso maschile 7.304; Sesso feminile 8.580. Il numero de' collerosi guariti è asceso a 43.266. Si sono erogati: Per spese in massa ducati 10.067,81; Per sovvenzioni, e medicinali a' poveri ducati 7.038,60. L'esito è gravitato: Sulle casse comunali in ducati 12.575,56; Sulle casse di beneficenza in ducati 3.540,38; Offerte volontarie ducati 990,47. Il danaro speso secondo le categorie riportate è stato amministrato ne' rispettivi comuni da' funzionari locali colla vigilanza, e responsabilità de' sindaci. Il conto sarà discusso dal Consiglio d'Intendenza, come ogni altra branca di amministrazione comunale. Il male è stato più feroce ne' luoghi di maggior sudiciume, ed ove il seppellimento de' cadaveri si faceva nell'abitato, come nelle comuni di S. Elia, di S. Croce di Magliano, e di Ripabottoni. La malattia si osserva inoltre aver colpito di preferenza i luoghi prossimi al mare, a' fiumi, ed in generale presso tutte le grandi masse di acqua. Pochi siti di montagna furo aggrediti, e se vi è stato in qualcheduno di essi una forte invasione, come nel solo comune di Capracotta, ciò è derivato per cause estranee alla sua posizione, come per esempio, lo spavento ed un negligenza assoluta di un buon sistema igienico, a fronte della fatica in tempi estivi, cui gli abitanti si addicevano nella pianura, sì che ritornando nel comune defatigati eran colpiti dalla forza di una diversa temperatura, che gli faceva infermi. E per ultimo si è osservato, che nei comuni ove gli attaccati dal cholera hanno avuto maggiori soccorsi, il numero dei morti non ha serbato quella istessa proporzione che generalmente è conosciuta. E questo si è provato precipuamente ne' comuni di Campobasso, e di Ripalimosani. Se nello specchio di qualche comune trovasi riportato un numero troppo esteso di ammalati colerosi guariti, facilmente ciò si comprende esser un errore, poiché la poca conoscenza di questo male al principio della invasione, ha contribuito a far denunziare tutti gl'infermi come collerosi. Domenico Antonio Patroni Fonte: D. A. Patroni, Quadro statistico della invasione, cammino e termine del Cholera morbus 1837. Campobasso 2 Dicembre 1837. Lavoro dell'Intendente di quella provincia , in «Il Fliatre-Sebezio», 86, Napoli, febbraio 1838.
- Selvicoltura
Prefazione Del mio manuale di selvicoltura , che vide la luce nel 1891, presento oggi al pubblico, questa nuova edizione, completamente rifatta ed ampliata, col frutto della mia personale esperienza, in una materia della quale mi sono sempre occupato, con amore ed interesse. In questi ultimi anni ho avuto il piacere di stimare boschi di notevole importanza, di seguire da vicino delle piccole e grandi exploitations , e di occuparmi un po' del commercio dei legnami. Egli è perciò che mi auguro possa questo lavoro essere utile: ai proprietari di boschi, agli studenti di agricoltura, ai periti forestali e a tutti coloro che s'interessano o si occupano del rimboschimento. A che cosa giovano le foreste ce lo dice - fra l'altro - il grido angoscioso dei superstiti del terremoto calabro-siculo, i quali invocano legname e legname, per far risorgere le distrutte città e borgate. Orbene, tutto questo legname dobbiamo importarlo dall'estero, con grave sagrificio dell'economia nazionale. Conserviamo perciò i boschi che ancora ci rimangono, e cerchiamo di aumentarli dovunque è possibile «Sylvæ montibus restituendæ». Oltre che opera rimunerativa, per noi, e più per le future generazioni, faremo opera patriottica. Capracotta (Molise), Agosto 1909. La ricostruzione del patrimonio forestale è diventato problema di grande attualità; e noi salutiamo con gioia l'interessamento che - finalmente - esso desta. Il Re nell'inaugurare la presente legislatura, se ne è occupato. Il Governo italiano ha pronta una legge speciale per la sistemazione idraulica e forestale dei nostri monti. Uomini eminenti si occupano del rimboschimento, come di uno dei più grandi bisogni nazionali. La Società degli agricoltori italiani ha testè bandito un concorso a premi, per un manuale pratico di selvicoltura. Che tanto nobili sforzi abbiano il meritato successo. Agostino Santilli Fonte: A. Santilli, Selvicoltura. Estimo ed economia forestale , Hoepli, Milano 1910.
- Quattro capracottesi alle poste canosine nel 1487
Il 9 aprile 1487 l'Università di Canosa inviò a Ferdinando d'Aragona, meglio conosciuto come re Ferrante I, una supplica affinché alcune terre convicine venissero liberate da un divieto imposto da Ludovico d'Afflitto, regio doganiere. La questione stava nei seguenti termini. Al tempo del passaggio degli eserciti sul suolo pugliese per contrastare i Turchi, «la Università et homini di Canosa [...] hanno rotte doe poste di Abruzise, cioè del Puzzo et di Sancta Croce». Il popolo canosino, insomma, aveva convertito per necessità le due poste di Puzzo e Santa Croce in seminativi, tanto che i due ex pascoli producevano ora «maisse interamente in circa da cinquanta carra». Le poste erano degli appezzamenti di pascolo che la Dogana - istituita quarant'anni prima - dava in affitto ai transumanti dietro il pagamento della fida, un canone annuo. Queste poste, per ovvi motivi, non potevano quindi venir coltivate dagli abitanti del luogo e, in merito a ciò, il doganiere d'Afflitto aveva esplicitamente «proibito dicta Università et homini de quella, che non debbiano arare, né fare le maisse, come hanno fatto per lo passato». I canosini ritenevano però che tale decisione «redunda in grande ruina de la dicta Università» e così proposero un compromesso affinché «non ce lo sia lo danno de la Università, né detrimento de la dohana». La proposta era quella di destinare una parte delle due poste a «li bovi aratorii», garantendo un utilizzo minimo di questi animali che, è risaputo, distruggono i pascoli; al contempo la città di Canosa assicurava «quanto tocca a la mutazione de le poste», nella speranza che il re potesse «comodamente provedere ad l'uno et ad l'altro». La supplica del popolo canosino rese necessaria l'emanazione di un'ordinanza, datata 7 gennaio 1499, firmata dallo stesso Ludovico d'Afflitto, nella quale la Regia Dogana della Mena delle pecore di Foggia confermava l'uso pascolativo delle poste di Puzzo e Santa Croce. Per giungere a questa decisione il doganiere aveva ascoltato tutti gli stakeholders : da un lato gli «honorabilis viris [...] Nicolao Rosæ, Panelo Ciotta, Berardino Procacino, Antonio Jannis de Crapa Cotta, Alexandro de Visito et Petrucio de lo Castiglione», tutti «patronibus pecudum dictæ dohanæ», ovvero proprietari d'armenti iscritti alla Dogana e usufruttuari delle poste nella locazione di Canosa; dall'altra la controparte, ovvero i «nobilibus viris Pasquale de Caro, vice Duce dictæ Civitatis, Petrucio Gentilis, et Jacobone de Planca de dicta Civitate». Più che la norma giuridica prodotta dal doganiere d'Afflitto, è qui interessante rilevare come quattro imprenditori capracottesi, nei primi anni di vita della Dogana, fossero già ampiamente attivi e tenuti in considerazione dalla regia amministrazione doganale. Dei quattro nomi menzionati posso fornire notizie biografiche soltanto su Nicola Rosa, camerlengo di Capracotta - l'ufficiale che in quegli anni amministrava il fisco - e sul mio avo Antonio Di Ianni, il quale conferma come la nostra famiglia fosse stata operativa sul mercato della transumanza dall'alba del Quattrocento fino al tramonto del Cinquecento, quando smisero di comparire sui registri e sulle cedole doganali, finché il mio bisnonno Carmine Di Ianni (1877-1943), con l'omonima ditta, tornò a calcare i tratturi per produrre e vendere carbone. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Bullettino delle ordinanze de' commessarj ripartitori de' demanj ex feudali e comunali nelle province napoletane , vol. VII, Trani, Napoli 1862; L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico , S. Giorgio, Agnone 1986; D. Di Nucci et al. , Gli accordi militari del 1495 di Agnone, Capracotta e Vastogirardi , Cicchetti, Isernia 2018; S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris , libro I, Roselli, Napoli 1731; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Russo, Federico d'Aragona: 1451-1504. Politica e ideologia nella dinastia aragonese di Napoli , Federico II University Press, Napoli 2018.
- Alla terra molisana
Molise, terra nobile. Tutta da scoprire nei suoi paesaggi, nel sue folclore, e nell'archeologia e nell'artigianato. Molise marittimo, spiagge dorate e infinite a Termoli, Petacciato e Campomarino, bellisime perle sono i paeselli che si affacciano al mare. Così è fatta la costa molisana. Molise, terra antica. Isernia è l'origine delle origini. Dunque lì si sono ritrovati i resti umani più antichi d'Europa: l' Homo Aeserniensis costituisce il segnale della presenza delle prime civilizzazioni 730.000 anni fa. Isernia sannitica e poi romana. Oggi moderna. Quattromila anni di vita. Moltissime distruzioni, l'ultima nella Seconda Guerra, sottolineando l'importanza geostrategica di queste citta. Isernia artigiana: merletti al tombolo nei lavori delle donne, ceramiche, ferro battuto, rame. Campobasso, capoluogo della Regione. L'antico e il moderno si contendono spazio ed importanza; rispecchiano però le caratteristiche dell'intera regione ancora radicata nel passato eppure in fase di profonda trasformazione. Una trasformazione. Una volta nel tipico rione medievale, che si dipana a ferro di cavallo intorno al monte, si respira l'atmosfera più autentica di un passato ancora ben custodito. Caratteristici vicoletti ci trasportano al Castello Monforte, che offre un'ampia veduta panoramica della città. Campobasso è festa grande nel dì del Corpus Domini, quel giorno si fa la sagra dei Misteri, rappresentazioni medievali di quadri viventi dei diversi santi e chiese della città. Molise, particolare nelle tue minoranze etniche. Parlate slave ed albanese, sembra davvero di trovarsi nel cuore più antico del Molise. Montemitro, San Felice e Acquaviva Slava. Gli albanesi si trovano a Montecilfone, Campomarino, Ururi e Portocannone, peculiarità di una terra ricca di storia. Molise, terra di castelli. Pescolanciano, Cerro al Volturno, Monteroduni, Civitacampomarano, Termoli e tantissimi paesi che furono nel passato borghi fortificati. Stili architettonici diversi ci fanno vedere la varietà di costruzioni e le differenti epoche: castelli angioini, longobardi e aragonesi tra i più importanti della terra molisana. II Molise nella Fede, forte e tradizionalista, ogni paese è festa nel giorno del suo patrono, ed il popolo rivive quando avvengono queste celebrazioni. Castelpetroso, e il suo imponente santuario dedicato alla madonna Addolorata, Santa Maria della Strada a Matrice, Santa Maria di Canneto, l'antichissima Abbazia di San Vincenzo al Volturno, sono i santuari più visitati del Molise, luoghi che ci fanno sentire la presenza e la testimonianza eterna della Fede. Molise artigiano, lavori di uomini capaci. Tradizione nei coltelli di Frosolone e Campobasso, le famosissime campane di Agnone, che si fanno da mille anni, i canestri di San Massimo, pignatari a Guardiarlegia, finimenti in cuoio a Sant'Elia a Pianisi, le millenarie zampogne a Scapoli, lavorazioni del rame a Isernia. Molise sannitico e poi romano. Pietrabbondante nell'origine dei sanniti, prima epopea delle stirpi italiche. Sepino, Bojano, esempi della dominazione romana. Ruderi e scavi che ci fanno rendere conto dell'antichita di questa terra. Molise, dove su ogni montagna e ogni colle sta un paesello che sembra voglia di raggiungere il cielo: Duronia l'antica Civitavecchia, e proprio nel cuore del Sannio e domina con la sua altitudine un'ampia zona di vallate e fiumi. Mafalda la Ripalta Vecchia, ci porta verso il mare. Riccia, in mezzo ai boschi più profumati. Carpinone focloristica e tradizionale. Campitello Matese, il piacere della neve e dello sci. Venafro ci offre i suoi verdi ulivi. E tanti, tanti paesi che ci fanno sentire la presenza reale della vita, una vita non contaminata. Dal mare alla montagna, da Termoli al Matese. Dalla pianura di Bojano alle alture di Capracotta, il Molise ha tanto da offrire... Molise terra di forte emigrazione. Seicentomila dei tuoi figli sono fuori di casa. Ma non piangete terra molisana che noi, tuoi figli, siamo qui in Argentina, in Canada, in Venezuela e in Brasile, oppure in Australia, negli Stati Uniti o sparsi in Europa. Non piangete perché mai ti dimentichiamo, sei la nostra origine e la nostia vita; perciò attraverso i nostri sodalizi facciamo continuiti della nostsa cultura. Oggi uno dei tuoi figli ti ha scritto queste parole. Claudio Auciello Fonte: http://www.duronia.com/ , dicembre 2007.
- Tornano i giovani
Capracotta. Si è costituito nella nostra alpestre cittadina un nuovo Circolo, fra tutti i giovani che hanno preso parte alla guerra, che si è chiamato "Cesare Battisti". Il nome del martire eroe è l'esponente delle più alte idealità patriottiche: è il simbolo sacro della virtù, il vessillo dell'onore, il segnacolo della gloria. La società novella sorge, come pura ed irresistibil scaturigine che si apre una via tra le balze del granito alpino, nell'effervescenza dell'entusiasmo giovanile, coll'abbacinante fiaccola del progresso nel pugno, per dissipare le obbrobriose tenebre dell'oscurantismo che ci avvolgono e c'impediscono di scorgere ciò che dobbiamo e vogliamo scorgere. Perciò la nostra modesta parola si volge commossa a voi, giovani e baldi pionieri, araldi, antesignani di un'era novella: a voi dal braccio forte e dal cuore leonino, tutti, umili ed ignorati eroi del nume divino che si noma Italia, della Patria adorata a cui lietamente votaste la giovinezza e la vita! A voi tutto il nostro pensiero memore, esultante di gratitudine, a voi tutta l'anima nostra fervida di entusiasmo e di affetto. Noi, maestri, nelle nostre scuole ricordiamo alle crescenti generazioni, il nostro orgolio di avere fatto scintillare le prime faville, di avere accesa la prima fiamma d'amore nei vostri cuori per la nostra gran Madre Italia, quando, ancor piccini sedevate sui banchi delle nostre aule. Noi infondiamo nelle tenere menti il devoto e santo rispetto riconoscente che vi si deve; noi insegnamo ai nostri piccoli che devono scoprirsi riverenti quando incontrano un glorioso mutilato, un ferito di guerra, qualunque soldato, che ha assolto con onore il suo dovere. Dovremo turbare la serenità del loro spirito ingenuo coll'inculcare nelle anime loro l'indifferenza, anzi il disprezzo per i patrioti teorici e verbosi dell' armiamoci e andate! ; per coloro che, quantunque validissimi, furono assenti all'appello della Patria, invasi dal panico del coraggio della paura , rintanati e nascosti nelle loro conigliere; per coloro che, nella dolorosa epopea della nazione, trovarono modo di impinguare e di divertirsi. Dunque, giovani carissimi, soldati dell'onore, dicevo che la vostra bella associazione nasce col nome augusto di Cesare Battisti, del martire della definitiva redenzione italica. La vostra eletta coorte di prodi si unisce in un fascio di civile fratellanza, sotto gli auspici più belli, precursori del vostro statuto, in seguito, quando avrete una sede più degna, vi sarà dato svagarvi con giuochi leciti e con onesti trattenimenti; vi saranno coloro che, simpatizzando per voi, metteranno a vostra disposizione la loro modesta cultura per conferire con voi in conversazioni e lezioni famigliari, in conferenze popolari istruttive; vi saranno dati modesti spettacoli di proiezioni varie, ricordandovi specialmente le scene della guerra; si creerà per voi una biblioteca popolare affinché da voi stessi possiate accrescere il patrimonio delle vostre cognizioni; si farà rivivere la sospesa Cooperativa di consumo per sorreggere le vostre famiglie nell'acquisto dei generi alimentari. Tutto questo bel programma di rinascita e di riscossa suonerà ostico ai furbi e ai tristi, è un monito severo per essi che tremano al vostro cospetto e non sostengono lo sguardo della luce adamantina che brilla negli occhi vostri di simpatici conquistatori della... Vittoria! Finora, voi avete data la scalata alle impervie cime alpine sotto le raffiche rabbiose della mitraglia austriaca, avete travolto col vostro impeto magnifico tutti gli ostacoli e avete trionfato su tutto. Ora non dimenticatevi che in casa nostra abbiamo, se non altri austriaci da debellare, dei signorotti da contenere in limiti più ragionevoli, infondendo anche nell'animo loro il rispetto e la considerazione che vi si deve in qualsiasi espressione e contingenza della vita pubblica. Dobbiamo dunque perseverare e lottare e ci proponiamo di farlo con modo educato e civile, improntato a correttezza di metodo ed a grande signorilità, con la pura obbiettività del comune pubblico bene; ma stigmatizzando, come ben si merita, con tenacia, vivacità e risolutezza la soggettività personale che vorrà ancora frapporsi, con indebite ingerenze, al trionfo del libero programma dei liberi cittadini. Tutti sanno e giudicano severamente uomini e cose del nostro ambiente che, purtroppo, non è nel migliore dei mondi possibili dell'ottimista filosofo di Voltaire; però si ha il torto di parlare troppo sommesso e pavidamente. Se, a ragione, dobbiamo avere un rigido concetto dei nostri doveri, dobbiamo avere altresì un migliore criterio dei nostri diritti, saperli apprezzare e farli valere efficacemente nelle competizioni della vita sociale, affinché possa conseguirsi l'incremento morale del nostro carattere, per poter acquisire il giusto spirito d'indipendenza, per poterci fieramente e superbamente proclamare cittadini coscienti, dignitosi, insofferenti di qualsiasi torto e di ogni abuso. La nostra spina dorsale è ben dritta e forte e non deve mai piegarsi ad inchini adulatori e servili, poiché soltanto le mezze coscienze e le incoscienze s'inginocchiano davanti ai padroni che li hanno prezzolati, solo gli spregevoli domestici turibolano l'incenso avanti alla votiva dei loro fantocceschi santi di cartapesta. Dobbiamo poter proclamare con orgoglio ai quattro venti l'integrità dell'anima capracottese fiera e salda come la roccia granitica dei nostri monti. All'occorrenza bisogna colla fronte scoperta, levare alto lo sguardo e protestare vibratamente, con voce stentorea contro chiunque voglia seguitare a fare del popolo uno strumento cieco per le sue mollezze, per le sue comodità e per i suoi personali interessi. Il popolo non vuole più sopportare da chicchessia angherie, soprusi, prepotenze di qualsiasi sorta; esso lavora ed è fonte di benessere per la comunità ed ha perciò il dritto di vivere senza lo scherno e l'oltraggio dell'imposizione e con quella relativa agiatezza che è frutto del suo sudore. Bisogna alfine far comprendere a certi autocrati da operette che il medio evo è molto lontano, che è tempo di finirla coi vieti sistemi dello scaltro asservimento del popolo, di questo paria collettivo, che si vorrebbe seguitare a considerare da chi non ne ha il prestigio morale, né il fascino dell'intellettualità, come l'asino paziente e bastonato che non si decide ancora a recalcitrare. Si ricordi dai nostri don Rodrigo in miniatura, che fanno la ruota dei tacchini e si atteggiano a... spaventapasseri, che la pazienza e la tolleranza hanno dei limiti, che il popolo vilipeso e oppresso (secondo la gran maestra della vita che è la storia) talvolta diventa l'iconoclasta che infrange i falsi idoli di creta. Si rammenti ancora che non siamo più ai tempi nefasti delle galere borboniche, delle torture e dei roghi della santa inquisizione, né delle famigerate forche austriace; quando si tarpavano le ali al pensiero, quanso si soffocava il fremito ardente delle parole ribelli, quando si conculcavano nel doloroso martirio le divine aspirazioni della patria libera. Si ricordi che sulla nostra terra gentile di fiori e di armonie sono passati turbini di ferro e valanghe di fuoco, che son corsi fiumi di sangue generoso di martiri e di eroi per le conquiste supreme dell'anima umana: l'indipendenza e la libertà! Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Tornano i giovani , in «Il Faro», I:7, Isernia, 10 aprile 1919.
- Stage e inglese, accoppiata di successo
Un corso di inglese abbinato a un'esperienza di stage. Questa è stata la mia parentesi irlandese nello scorso luglio. Fin dall'inizio mi sono sentito immerso nella cultura dublinese avendo scelto di spendere questo periodo all'estero in host family . Consiglio molto questa scelta, perché aiuta a superare le prime difficoltà con la lingua e a familiarizzare col particolare accento irlandese. È stato divertente scoprire nuove tradizioni, modi di fare, partecipare alle feste di famiglia, i compleanni, le cene. Mi sono sentito accolto e coccolato proprio come fossi a casa. Il primo mese di corso di inglese all'Emerald Cultural Institute è stato molto interessante: ho scoperto un nuovo approccio allo studio della lingua. Ho scelto il corso di inglese Gen4, che prevede lezioni mattutine su grammatica e pronuncia e lezioni pomeridiane strutturate come conversazioni in gruppo su vari temi di attualità. In questo modo, ho potuto sia rafforzare le basi di grammatica sia sfidarmi nell'inglese parlato. In questo primo mese ho conosciuto moltissimi amici di nazionalità diverse (Sud Korea, Japan, China, Russia), con i quali abbiamo condiviso le prime esperienze a Dublino. È stato emozionante scambiarsi punti di vista, tradizioni, usanze, ma soprattutto provare cibi diversi e ascoltare gli aneddoti e i racconti nascosti dietro ogni piatto e ogni sua preparazione. Credo che questo scambio di opinioni sia molto importante per la crescita personale e culturale di un individuo. L'esperienza di stage è stata stimolante. Mi sono ritrovato catapultato in un ambiente di lavoro innovativo, inaspettato. Ho trascorso due mesi come Intern nella società O'Callaghan Collection, un'azienda con circa 500 dipendenti che gestisce un portafoglio composto da luxury hotels , bar, palestre e della gestione di oltre 85 proprietà sparse per il territorio irlandese. I colleghi di lavoro sono stati accoglienti e disponibili, soprattutto il piccolo Monty, il bulldog francese mascotte dell'O'Callaghan. Abbiamo partecipato a moltissime iniziative, tra le quali il torneo aziendale di ping-pong e un'attività di beneficenza nella quale sono stati raccolti circa 47 mila euro, un grande risultato per tutti noi! Durante questi mesi ho cercato di partecipare attivamente a tutte le attività e tour che mi sono stati proposti. Con gli amici conosciuti il primo mese all'Emerald Cultural Institute abbiamo visitato le magnifiche scogliere irlandesi di Cliff of Moher, uno spettacolo della natura, e abbiamo trascorso una notte nella magica Galway, nata come paesino di pescatori ma che si presenta ora come una città universitaria ricca di vita, con tanti pub caratteristici e musica locale. Abbiamo avuto l'opportunità di visitare anche il Nord dell'isola, dove si trovano le particolarissime formazioni rocciose del Giant Causeway, il Rope Bridge, il villaggio di Howth e la città di Belfast. La mia inseparabile compagna di viaggio è stata la bici, acquistata la prima settimana a Dublino. Grazie a lei sono riuscito a spostarmi agevolmente anche nel traffico, non ero legato agli orari del pullman e non ero costretto a dover prendere un taxi per tornare a casa nel weekend, ma soprattutto mi ha permesso di svegliarmi un'ora più tardi al mattino! Contrariamente a quanto si possa immaginare, Dublino è una città molto attenta ai ciclisti: in quasi tutte le strade sono presenti corsie, segnaletiche e semafori dedicati. Inoltre, la richiesta di bici è molto alta, quindi è molto facile vendere la bici al termine dell'esperienza. È stata un'esperienza molto formativa, nella quale ho conosciuto alcuni miei limiti e imparato a superarli. Mi ha dato la motivazione per fare altre esperienze e per ripartire già nei prossimi mesi per nuove mete. Emilio De Renzis Fonte: https://www.cattolicanews.it/ , 31 ottobre 2019.
- Monti di Capracotta
M. Capraro m. 1.721 ed Il Campo m. 1.647. Queste due vette sono le estremità di una grandiosa sella, diretta da O. ad E. i cui fianchi dechinano nella valle del Sangro a N. e nei piani di Agnone a S. La parete O. del Capraro e quella E. del Campo sono verticali. Fra le due montagne è adagiata Capracotta. Il 22 agosto, insieme al dott. Conti ed al sig. Mannelli, partiti alle 6:10 da Pescocostanzo, e, traversata la catena di Monte Secine (m. 1.883) e la valle del Sangro, alle 13:30 giungemmo a Capracotta. In due ore e mezzo ci recammo sulla vetta del M. Capraro, ad assistere al tramonto di quel giorno, ed all'alba del mattino successivo ci trovammo sul Campo ad ammirare il grandioso panorama ed il sorgere del sole dall'Adriatico. In carrozza poi mi recai alla stazione di Vastogirardi, a prendere il treno per Napoli. Vincenzo Campanile Fonte: V. Campanile, Cronaca alpina: ascensioni varie , in «Le Alpi», Club Alpino Italiano, XVIII:1, Torino 1899.
- Un'estate da sei e mezzo
Dopo la fine della scuola siamo rimasti una comitiva unita e insieme abbiamo passato un'estate un po' particolare, l'estate del quinto superiore, l'ultima estate da liceali, subito dopo l'esame di maturità. Come facciamo dal primo anno abbiamo preso un ombrellone tutti insieme (il costo diviso tra tutti è di 10 euro a testa). E pazienza se qualche domenica sotto l'ombrellone pensato per dieci persone al massimo ci si ritrova in quaranta, tra amici e amici di amici. La mattina, finalmente, dopo un anno di sveglie per andare a scuola, si è dormito, anche se i più sportivi di noi hanno approfittato per fare una corsetta. Poi al mare il calcio è lo sport più gettonato, nelle sue varianti balneari, dal sabbione al calcio tennis. Ma c'è anche il gruppo degli irriducibili delle carte che, birra in mano, passa il pomeriggio a giocare a tressette, scopa e briscola. Qualche volta abbiamo organizzato dei sangria party sotto l'ombrellone. A casa di qualcuno si è mescolato vino con frutta e si sono portati secchi enormi da bere tutti insieme. Ma per il divertimento è la sera il momento giusto. Locali e stabilimenti, per bere e per parlare, magari per conoscere ragazze straniere (questa estate abbiamo conosciuto due ragazze norvegesi). Non sarebbe male se Pescara riuscisse ad attirare più stranieri e turisti. Sarebbe un momento di scambio tra ragazzi di Paesi diversi. Pescara dopo un po' annoia. È ripetitiva, mancano locali, mancano concerti, eventi particolari. C'è poco da fare, sempre le stesse cose. Pescara non avrebbe niente da invidiare a Rimini o Riccione. Ma dovrebbe essere organizzata meglio. Anche per quanto riguarda i trasporti. Noi siamo costretti a muoverci con macchine e motorini, anche quelle sere che forse si è bevuto un po' troppo. Mancano mezzi notturni pubblici. La bici va bene, ma non per chi abita ai Colli. Un evento che ci ha divertito è stato il botellon , tanti ragazzi nella spiaggia libera che si sono dati appuntamento in maniera spontanea da tutta Italia, grazie a Facebook e ai social network. L'obiettivo era quello di bere in compagnia, suonare, ballare e chiacchierare in semplice allegria in uno spazio della città senza la necessità di spendere molto denaro in locali, pub o discoteche. Ma il nostro Ferragosto è stato a Capracotta, nel verde, in mezzo al bosco. Perché il bello di Pescara è che è vicina a posti incontaminati e verdi. E pure questo andrebbe fatto sapere ai ragazzi di tutta Europa. La maggior parte di noi si sono concessi una vacanza fuori. I più fortunati hanno approfittato di un volo low cost per Barcellona o per Corfù. Ma anche il Gargano e soprattutto il Salento sono mete a portata di portafoglio. Ma intanto abbiamo pensato a cosa fare ora che il liceo è finito. La maggior parte di noi vuole continuare a studiare, andando all'università. Ingegneria, Scienze motorie e Giurisprudenza sono le facoltà più gettonate. Ma c'è chi pensa al lavoro e anche chi potrebbe tentare di entrare nell'Esercito. C'è chi si trasferirà a vivere fuori Pescara, a Bologna o a Roma. C'è paura per i soldi. Gli affitti sono alti e le stanze ancora da trovare. È stata un'estate strana, con tanta voglia di divertirsi, certo. Ma anche con una grossa nostalgia perché a settembre sapevamo che, per la prima volta, non ci sarebbero stati più zaini, corridoi, professori, interrogazioni, filoni e giornate di studio insieme. Un'estate da sei e mezzo. Alessio Romano Fonte: A. Romano, Un'estate da sei e mezzo , in «Vario», 76, Pescara, novembre-dicembre 2011.
- L'ospizio di San Rocco dei terziari minori
Com'è noto, al civico 26 di via Roma è possibile ancor oggi ammirare lo stemma dell' Ordo Franciscanus sulla chiave di volta di un arco che in passato doveva rappresentare l'ingresso a un edificio della confraternita di san Francesco d'Assisi. Invece di fornire generiche informazioni sul francescanesimo a Capracotta, cercherò ora di circostanziare questa vicenda dal punto di vista simbolico, architettonico e funzionale. Per quanto concerne lo stemma esso rappresenta chiaramente due braccia che si incrociano davanti la croce: le mani sono quelle di Cristo e di Francesco, giunte da un sacro vincolo al crocifisso, che così sigilla l'unione. Una simbologia universalmente riconosciuta come quella dell'ordine dei frati minori. Dal punto di vista architettonico è invece difficile dire come apparisse un tempo l'edificio dietro lo stemma. Certamente si trattava di un palazzo dall'ampia metratura, a due livelli, ma che, sulla base dei resti in muratura, forse occupava meno della metà dell'area oggi vuota tra via Roma e via Nicola Falconi. I miseri ruderi rimasti in piedi lasciano tuttavia trasparire un secondo arco (oggi intonacato alla bell'e meglio) retrostante quello principale e in posizione ribassata di un piano, come se tra i due vi fosse stato un passaggio in pendenza a collegare le due strade parallele (via Roma e via Nicola Falconi), cioè i Rinforzi col Rione San Rocco, ovverosia la Capracotta fortificata con la campagna circostante. Salendo per quella tomba probabilmente si accedeva all'edificio attraverso una porta sulla parete destra, visto che l'arco di sotto è sensibilmente più ampio di quello di sopra, lasciando immaginare che il passaggio coperto era a forma d'imbuto (comunque non carrabile) e che nel mezzo vi era un elemento architettonico di disturbo, quale una porta d'ingresso. Dirò di più. Quel passaggio coperto è, urbanisticamente e funzionalmente, in parte simile a quello di via Arco: come quello, anche questo veniva a creare un ingresso laterale a meridione del castrum di Capracotta e, come quello, anche questo contemplava lateralmente forse un ospizio gratuito per pellegrini e poveri malati. Difatti fu proprio Nicola Mosca (1698-1782) che, nel trascrivere una causa intentata dal servizio ospidaliero dell'Università di Capracotta e presentata alla Regia Camera della Sommaria il 24 maggio 1736, citò terre pertinenti ad essa situate «avanti la Chiesa di S. Rocco», nel medesimo rione - la zona intermedia tra le attuali via Nicola Falconi e via Verrino -, chiesa allora già in rovina e della quale non vennero forniti ulteriori dettagli utili a localizzarla. Ma a ben vedere, questa potrebbe essere una storia del tutto simile a quella dello xenodochio di via Arco ( qui ), strettamente apparentato anch'esso ad una chiesa oggi scomparsa, quella dedicata a sant'Antonio di Vienne. Per collegare lo stemma francescano di via Roma alla vaporosa Chiesa di S. Rocco bisogna addentrarsi nel culto di san Rocco di Montpellier, che si diffuse proprio grazie ai terziari minori, i laici francescani, i quali più di tutti erano dediti ad opere penitenziali e di soccorso dei deboli e dei malati in ospedali e ospizi per pellegrini. Dopo l'abbandono di quella chiesa - magari dovuto al fatto che i francescani lasciarono definitivamente Capracotta per il convento di S. Bernardino in Agnone - il titolo di san Rocco passò prima all'attuale Chiesa di San Giovanni (nel 1671 questa era infatti intitolata ai santi Giovanni, Sebastiano e Rocco) e poi a un altare della Chiesa Madre, nella quale sopravvive tuttora un fregio di san Rocco sulla nicchia della Madonna del Monte Carmelo, lasciando intuire che quello fosse un tempo l'altare dedicato al santo francese, la cui statua, stando alla tradizione orale, pagò il pegno della superstizione popolare ( qui ). Se non fosse abbastanza chiaro, la mia ipotesi, per quanto vaga (perché basata su un'insegna, due archi e un manoscritto), è questa: lo stemma francescano di via Roma potrebbe essere l'ultima testimonianza della Chiesa di San Rocco, la quale contemplava un modesto ospizio, entrambi gestiti dai laici del Terz'ordine francescano tra il XV e il XVII secolo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Montesano, San Rocco del popolo. Il culto del Santo nel territorio lucano , Osanna, Venosa 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742.
- Il tormentoso idillio di Elisa e Salvatore
Senza poggiare troppo sul pedale dell'elegia, dei giorni perduti, degli incanti sospesi, vorrei dare un addio a donna Elisa Avigliano. Sino a pochi anni fa non andavo a Napoli senza mandarle a casa, alla Riviera di Chiaia, un mazzo di garofani rossi. M'aveva detto di preferirli, forse perché lui , don Salvatore, li preferiva ad ogni altro fiore. Donna Elisa, diciamolo subito, fu la vedova di Salvatore Di Giacomo ed anche la superstite rappresentante del mondo digiacomiano e di ciò che esso, nella penultima Napoli significò. Le mandavo, dunque, un fascio di garofani e le telefonavo, prima di andare a vederla. «Venite, vi aspetto», mi rispondeva. «I vostri garofani sono lì, al loro posto». Il «loro» posto era la scrivania del Poeta, un piccolo mobile di mogano intarsiato, con applicazioni in ottone, nello stile del "secondo Impero", mi pare; forse autentico. La camera conteneva un gran ritratto del Poeta, di mano di Vincenzo Irolli e altri quadri: tra questi un ritrattino strano e delicato, dipinto a Villa Majo da Luca Postiglione, in quella sua maniera letteraria e smaltata. Donna Elisa era già in là con gli anni. Era nata a Nocera Inferiore il 13 di ottobre del 1879, dal magistrato Antonio Avigliano, consigliere di Corte di Appello e dalla baronessa Silvia Falcone, di Capracotta, morta a Napoli nel '98, tredici anni prima del marito, ucciso da un attacco cardiaco sulla soglia di casa, nella via dell'Incoronata numero 34. Era la prima di sei figli: i cinque fratelli furono o ufficiali effettivi del Regio Esercito o professionisti: un medico, Raffaele; un ufficiale di cavalleria, Alfonso, vivente; un ufficiale di artiglieria, Roberto; un funzionario delle poste, Carlo; un avvocato, Mario, vivente. Si vede da qual ceppo borghese venisse la futura moglie del Poeta: borghesia provinciale del Mezzogiorno che, al tempo dei Borboni, veniva chiamata con una certa diffidenza, dei "galantuomini" e durante la lotta risorgimentale aiutò con gli scritti e con l'azione la Rivoluzione liberale. Ma scrivendo di donna Elisa si è indotti a ritenere inutile cercare di situarla nelle sue coordinate storiche. Nel caso presente, poi, si deve rilevare come nessuna biografia di donna fu più "poetica", cioè influenzata e quasi assorbita nella poesia da lei stessa ispirata. Pure quasi mai, e nemmeno in occasione della morte, donna Elisa, posta di fronte alla poetica digiacomiana, viene identificata per le sue relazioni con questa. È vero: la lirica di don Salvatore giace fuori del tempo e, perciò, della biografia. E talune poesie strettamente legate alla persona di Elisa Avigliano e alla lunga traversia dei suoi rapporti e del suo amore col Di Giacomo, servono anche a scoprire, criticamente, una svolta, un mutamento, una crisi, starei per dire, nell'artista. Esse riscattano nel complesso dell'intera opera poetica digiacomiana quel vago e un po' frigido alito di "non partecipazione" che ne può costituire un carattere rilevante. In più di due terzi delle poesie di don Salvatore, insieme col sempre rinnovato incantamento della melodia e dell'emozione, si scopre un distacco invisibile, una separazione cristallina tra l'animo del poeta e la cosa creata. L'epoca digiacomiana fu anche quella della tranche de vie e del verismo obiettivo. Di Giacomo, è ben noto, s'era fatto un abito mentale di attento trascrittore della vita dolorosa e minuta della strada napoletana. Tra l'altro, sino a quando il Croce non lo rivelò a lui stesso, ignorò le sue magiche facoltà di trasfigurare, come diceva Matilde Serao, in oro di poesia le vili e, sovente, piatte realtà di cui si faceva, con l'appunto e la fotografia, collezionista. Nei confronti dell'amore umano, della passione sofferta, Di Giacomo capì tutto e soffrì tutto: da poeta ma anche da estraneo. Nei suoi drammi teatrali, che sono drammi di desiderio, di violenza, di sangue, di vendetta, era, prima di tutto, lo spettatore. Il contrario, insomma, del suo contemporaneo Gabriele d'Annunzio al quale riusciva impossibile di non travolgere la biografia nella poesia, lasciando emergere dal sinfoniale dei versi e delle immagini, quasi sempre voci note e volti identificabili. L'amore del Di Giacomo per Elisa Avigliano modificò, spesso, la natura e il modo del suo canto. Stavolta è lui stesso a soffrire: si vede che il suo spirito non genera più ariette miracolose di raggelata purità o, anche, quadri di rembrantesca violenza espressiva, visto, però, traverso la trasparenza di un cristallo. Stavolta il verso s'allunga, diventa ansioso; s'appoggia a cesure e si dilunga in echeggiamenti, reticenze, ritorni. Il Poeta soffre le sue proprie pene d'amore perduto. Ne vedremo più avanti alcuni esempi. Giovanni Artieri Fonte: G. Artieri, Penultima Napoli , Longanesi, Milano 1963.
- Una causa penale contro il dott. Michele Cervone
Il giorno 28 u. s. fu trattata innanzi questa Pretura una causa penale contro il Dottor Michele Cervone di costà, imputato d'ingiurie verbali, con l'aggravante della presenza dell'offeso, in danno del Sig. Luigi Tirone fu Achille, chirurgo-dentista, anche di Agnone. La causa fu trattata qui anziché costà, perché tra i testimoni figuravano il vostro distinto Pretore avv. Saviotti e l'egregio Vice-Pretore avv. Marinelli. Le ingiurie, come forse a molti dei lettori è già noto, furono pronunziate nel vostro Casino dell'Unione la sera del 2 Gennaio ultimo, perché il Tirone si rifiutò di firmare un mandato di pochi centesimi presentatogli dal Cervone - nella qualità di Direttore del Circolo - che urtò la suscettibilità del Tirone stesso per la forma, con cui era redatto. Per tale rifiuto reciso, il Cervone rivolse le seguenti parole: «Si vede proprio che sei un imbecille, un cretino!». Riuscite vane le premure di questo distinto Pretore avv. Di Giuseppe per la remissione della querela, ebbe luogo il dibattimento, di cui risultò la colpabilità del Cervone, che fu condannato alla multa in lire cinquanta, alle spese processuali, e ai danni verso il querelante, costituitosi parte civile, da liquidarsi in separata sede. Difese l'imputato l'avv. Michele Falconi di qui; la parte civile fu sostenuta dall'avv. Nicola Turilli di Castiglione M. M. Il Dottor Cervone ha prodotto appello. Donatantonio Amicone Fonte: D. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:5, Agnone, 10 marzo 1900.
- Un funerale abruzzese
Ritornai verso il villaggio di Capracotta. Dei muli tornavano trascinando carichi di fogliame. Il mulattiere baciò la mano della vecchia madre che lo stava aspettando sulla soglia. Una capra si grattava la schiena con le corna. Una donna era intenta a spidocchiare la sua vicina. Alla fine del Corso alcune persone erano raggruppate davanti ad una casa. Alcuni guardavano in aria, altri parlavano fra di loro. Tre preti in cotta, con le spalle rivolte all'abitazione, si scambiavano delle parole con aria indifferente. In mezzo al gruppo scorsi una specie di barella circondata d'un drappo nero. Rimbombavano delle grida lugubri e rapide. Alla sua finestra una vecchia si strappava i capelli a piene mani e, col braccio teso e le dita largamente aperte, li lasciava cadere sul morto. La faccia era tutta insanguinata. Alla sua destra una giovane donna gridava più debolmente, tirandosi i capelli senza strapparli. La vecchia lacerava uno straccio bianco i cui pezzetti cadevano nel vuoto. E mentre si graffiava le guance un'altra donna cercava di afferrarle le braccia. Le grida erano via via interrotte da delle pause. Una vicina lanciò dalla finestra una manciata di confetti zuccherati sulla bara. Alla fine, in un crescendo di urla, il morto fu portato via. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: C. Beck, Rome et l'Italie Méridionale, vues par les grands ècrivains et les voyageurs célèbres: Rome, Naples, Sicile, Sardaigne, Malte , Mercure de France, Paris 1914.
- A Grace Quinlan
Chicago, 21 luglio 1921. Cara Vecchia Gee, devi avermi pensato uno sporco barbone perché non ho risposto all'impagabile nota tua e di Pudge - ma immagino che la lettera a entrambe vi abbia spiegato come mai. Vi avrei scritto a tutt'e due insieme - ma non posso certo farlo bene - siete sempre divise nella mia mente e oltre tutto ci sono cose da dirvi a entrambe. Proprio perché mi hai detto che non ti scrivo ti allego una lettera che ti ho scritto un giorno dello scorso febbraio quando mi sentivo giù - così non penserai che ti ho semplicemente lasciato cader di mente. Immagino che tu voglia sentire tutto quel che c'è da sentire di Hadley - be' il suo soprannome è Hash - è una meravigliosa tennista, la miglior pianista che abbia mai sentito, è in genere un tipino maledettamente in gamba. Nonostante la castrante profezia di un gran matrimonio in autunno a St. Louis gli faremo lo scherzo di sposarci alla Bay in quella piccola chiesetta che hanno lì. E poi ce ne andremo in giro senza far niente per tre settimane e quindi torneremo a Chicago - un appartamento con Kenley Smith - ci staremo fino al primo novembre e poi allez in Italia per un anno o forse due anni. Da quando sono venuto giù da Petoskey sto risparmiando semini e comprando soldi spaghettari e recentemente ho avuto una borsa dalla King e me ne sto abbastanza bene in quel senso. Andremo a Napoli e staremo lì finché non arriverà il caldo della primavera. Suppongo a Capri, e poi negli Abruzzi. Probabilmente Capracotta - c'è un bel torrente per le trote lì - il Sangro - i campi da tennis ed è a 1.200 metri sopra il livello del mare - il posto più bello di cui tu abbia mai sentito. Ho tutte le notizie sui prezzi eccetera dal mio miglior amico, Nick Neroni, che è appena arrivato qui, siamo stati insieme in guerra, e se ne è rimasto un po' con me e mi ha dato tutte le informazioni. Lui tornerà in primavera e ci organizzerà tutto. Suona mica male, no? Per il matrimonio non abbiamo fissato la data ma sarà ai primi di settembre - intorno alla prima settimana - e naturalmente ci sarai. Non posso invitare moltissima gente perché sposeremo a Nord proprio per evitare tutto quel genere di roba - ma tu verrai, vero? Gli inviti e tutta quella roba lì arriverà nel corso degli umani eventi. Non vorrai pensare che ho buttato via tutta la gente a cui voglio bene lì a Nord perché quest'inverno non ho scritto. È stato per certi versi un inverno infernale - un paio di volte sono stato anche molto male - ho portato avanti un lavoro di giorno e un altro di notte per farmi più semini - inoltre ho scritto delle cose per conto mio e ho avuto talmente da fare e una tale stanchezza che non ho più scritto una riga se non a Hash per tutto l'inverno. Adesso ho quello che è un lavoro proprio in gamba - forse faccio uno sbaglio a lasciarlo perdere per andare in Italia - ma ho abbastanza seme da poter durare lì per un paio d'anni - e con quelli potrò scrivere e così avrò la possibilità di arrivare da qualche parte. Irene Goldstein è stata qui e ci siamo fatti una buona sessione di tennis e dovevo rivederla quando improvvisamente mi hanno ordinato di andare a Est per l'incontro e così sono dovuto partire in fretta e in furia - ho dovuto fare la valigia di corsa e non ho neanche avuto la possibilità di telefonarle. Ho perduto 700 e qualche seme in quella battaglia - il che non ha certo agevolato la mia tranquillità mentale. È stata una buona scommessa a 3-1 però - Carp l'ha dimostrato quando l'ha quasi steso al 2° round. Siamo stati sfortunati - non si è forse fatto male alla mano con quel primo destro che ha piazzato? Ma a che servono i post mortem? Preferirei tu non mi dicessi niente per aver perso i semi - sai - c'è tanta di quella gente che non vede l'ora di saltarti addosso se appena appena gliene dai la possibilità. Be' cara vecchia fagiolina meglio che smetta - devo scrivere a Useless - ci vedremo a settembre - Irene mi dice che ti stai facendo bellissima - il che non sarebbe una novità - devi essere proprio bella perché lo dica un'altra fanciulla. Scrivimi, vuoi? E ricordami a tuo Papà e alla Mamma. Vi voglio molto bene a tutti - e tu sai quanto ne voglio a te. Sempre, Stein. Ernest Hemingway (trad. di Francesco Franconeri) Fonte: E. Hemingway, Lettere: 1917-1961 , a cura di C. Baker, trad. it. di F. Franconeri, Mondadori, Milano 1981.
- A Capracotta c'era una volta...
Da Capracotta si può vedere anche il mare. Basta andare su Monte Campo in una giornata limpida e con un po' di buona volontà riesci a vedere anche la costa da cui comincia l'Oriente. Più difficile è vedere ciò che non c'è più. Ha provato a farcelo vedere questa estate Cesare Di Bucci con la sua generosa retrospettiva di immagini della Capracotta di qualche anno fa. A Capracotta i capracottesi tornano quando possono e, poiché non si fermano alla Madonna di Loreto, compiono la liturgia di andare dall'altra Madonna, quella Assunta, che splende come un cigno bianco sulla valle del Sangro. In cima a Terravecchia. Una volta per compiere il rito si doveva passare sotto la Torre dell'Orologio, che altro non era che il residuo circolare dell'impianto murario che Francesco della Posta, all'epoca di Carlo d'Angiò, aveva fatto costruire per difendere il paese. Francesco morì nel 1276, ed ebbe come successore il figlio Gentile e poi Bartolomeo « milite devoto » della casa francese. Probabilmente costoro completarono l'opera con un fossato che difendeva la porta sul lato occidentale. Nel tempo Capracotta si è ingrandita. Le mura persero la funzione militare mentre il fossato veniva interrato e i Capece Piscicelli costruivano il loro palazzo baronale fuori del nucleo antico, esattamente nell'area dell'attuale Sci Club. È in questo periodo che lo spazio esterno a Terravecchia si definisce urbanisticamente come piazza. Poi la guerra e la ricostruzione. Il Piano di Ricostruzione di Capracotta, notificato al sindaco Carnevale il 31 gennaio 1949, era stato redatto dall'architetto Ferruccio Rossetti su incarico del Ministro per i Lavori Pubblici. Ferruccio Rossetti era un architetto di fama nazionale. Insieme a Pier Luigi Nervi aveva progettato l'ampliamento del Palazzo italiano della Cultura a Stoccolma. Tra le cose più significative del Piano dell'architetto Rossetti vi era la previsione della demolizione di tutto il cuore del nucleo antico di Capracotta, dal sagrato della Chiesa di S. Maria Assunta fino a piazza Falconi, compresa la storica Torre dell'Orologio. Fatto sta che a un certo punto l'amministrazione comunale di Capracotta decide di abbattere la Torre dell'Orologio, senza rendersi conto che i tempi erano cambiati e che probabilmente il problema andava affrontato diversamente. Una volta fatto il disastro si è aperto il dibattito e ogni anno, specialmente quando la piazza si popola di visitatori occasionali o di capracottesi che ritornano al paese, si discute (senza particolare fervore) su cosa si dovrebbe fare. Perciò chi ha qualche dimestichezza con Photoshop si diverte a fare ricostruzioni virtuali nella consapevolezza che il murale che copre la vergogna della demolizione è peggiore della vergogna stessa. Capracotta merita, invece, una soluzione che sia proporzionale all'intelligenza media dei capracottesi. Intelligenza che è alta... Un murale non è la soluzione. Occorre un colpo di genio di un grande architetto di levatura internazionale. Usciamo dal fai-da-te locale e cerchiamo di volare alto. Franco Valente Fonte: https://www.facebook.com/ , 19 settembre 2023.
- Il pilone delle Fonticelle parla...
Il pilone delle Fonticelle parla a chi passa, a chi semplicemente sosta per uno sguardo al paese che disteso non lontano sembra in una perenne attesa. La bocca d'acqua fresca è la linfa vitale che scorre nelle vene di Monte Cavallerizzo, attraversa il suo corpo robusto e si getta in parte in un invaso di pietra, in parte continua la sua corsa perdendosi giù nell'abbraccio rugoso della valle. La fonte vive la mutevolezza delle stagioni: silenzi innevati, tormente, disgeli, refoli tiepidi, aliti caldi; confonde il suo linguaggio con scampanii, belati, calpestii di zoccoli, gridi di rapaci in volo e poi di nuovo resta a mormorare tra sé e sé aspettando ancora il pastore, il passante, il forestiero che arriva dal bosco vicino oppure dalla strada aperta che si snoda verso l'abitato, insomma qualcuno che cerca una tregua momentanea, che si ristora prima di riprendere il cammino e gli dà il benvenuto o l'arrivederci. Flora Di Rienzo
- Il Municipio di Capracotta e lo stemma dei Falconi
Il Municipio di Capracotta è, per ovvi motivi, uno dei luoghi più noti e frequentati del paese. Eppure, nonostante il viavai quotidiano di coloro che attraversano il portone principale per raggiungere gli uffici amministrativi, esiste un particolare che probabilmente pochi osservano e conoscono. È noto, ad esempio, che la Casa comunale in passato era la residenza dei locali feudatari, il cui ultimo rappresentante fu Carlo Capece Piscicelli. È altrettanto risaputo che sua moglie, Mariangela de Riso, fu l'unica a risiedere nel palazzo di Capracotta, ed avendola eletta a sua residenza, seppure per temporanei periodi di villeggiatura, volle abbellirla assecondando il suo gusto personale. Come ricorda il Campanelli, la duchessa arredò il palazzo con mobili dorati, e trasformò l'antico fondaco in un teatrino, nel quale invitava comici che, a beneficio di tutti i cittadini, organizzavano giochi e spettacoli. Alla morte del marito, avvenuta tra il 1795 e il 1797, incaricò il dottor Diego di Ciò, di tutelare i suoi interessi patrimoniali in loco, e per compensare la sua oculata e fedele gestione, gli donò una parte del palazzo ed una casa di campagna sita nell'ex feudo di Macchia, nota col nome di Masseria del Duca. Tutti sanno, infine, che i palazzi nobiliari venivano decorati con lo stemma del proprietario, per cui nessuna meraviglia nel constatare che anche sull'ingresso del Municipio, già palazzo ducale, fa bella mostra di sé uno stemma araldico. Qual è, allora questo particolare poco considerato, che sfugge ai più? Se ci fermiamo ad osservare lo stemma sul portone d'ingresso, notiamo che è composto da figure completamente estranee al blasone della casa ducale di Capracotta. Vi sono rappresentati una torre, un falco, un cuore trafitto e due stelle; l'esatta descrizione araldica è la seguente: «d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte». Ben diversa, quindi da quella dei Capece Piscicelli che è: «di rosso alla banda d'oro caricata dal girello d'azzurro e accompagnata in capo da un rastrello a tre pendenti d'oro». Verrà quindi spontaneo chiedersi a chi mai apparterrà quello stemma, e perché è posto sul palazzo che appartenne ai locali feudatari? Non bisogna andare molto lontano per trovare la risposta; addirittura basterebbe voltarsi, guardare la lapide posta sul vicino edificio che fa da spartiacque con corso S. Antonio, per leggere il nome della famiglia alla quale appartiene lo stemma: i Falconi. Stanislao Falconi, a cui è dedicata la piazza su cui insiste il Municipio, era infatti uno dei rappresentanti dell'illustre famiglia capracottese. Avvocato generale presso la Corte di Cassazione nel 1848, elevato al rango di Pari del Regno con regio decreto del 26 giugno 1848, era fratello dell'altrettanto famoso mons. Giandomenico e zio del Senatore Nicola. Egli acquistò il palazzo direttamente dai Capece Piscicelli e, di conseguenza, per lasciare scolpita nella memoria collettiva questo storico passaggio, fece incidere sul portone d'ingresso lo stemma della sua famiglia. L'edificio, come ricorda il Libro delle Memorie di Capracotta, fu poi ereditato dal figlio di Stanislao, Federico, e questi, che non ebbe discendenti diretti, istituì eredi delle sue sostanze i Greco. Furono proprio quest'ultimi, in tempi più vicini a noi, a cedere il palazzo al Comune di Capracotta, che ne fece la sede dell'attuale Municipio. A volte anche un particolare, che può sembrare trascurabile, diviene un indizio importante, capace di raccontare la storia della civiltà e del tempo passato. Alfonso Di Sanza d'Alena Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Bonazzi di Sannicandro, Famiglie nobili e titolate del Napolitano ascritte all'elenco regionale o che ottennero posteriori legali riconoscimenti , Detken & Rocholl, Napoli 1902.
- I nomi delle montagne capracottesi
Vi siete mai chiesti il perché dei nomi dei nostri monti? Oggi proverò a fare una panoramica di tutte le montagne di Capracotta, fornendo per ognuna dati storici e ipotesi toponomastiche. Bisogna innanzitutto partire dall'assunto che ciò che per qualcuno è un monte, per altri è una collina. A Capracotta vi sono ben tre monti che chiamiamo colli, anche se colli non sono, visto che superano abbondantemente gli 800 metri di altezza: mi riferisco a Colle San Nicola, a Colle Cornacchia, a Colle Liscio o a Colle Campanella. Ma andiamo per ordine di altezza, considerando soltanto quei rilievi più alti dell'abitato di Capracotta. La montagna più alta del territorio capracottese è chiaramente Monte Campo - o semplicemente Il Campo (in capr. Re Cuoàmbe ) - che tocca i 1.746 metri di altezza. Fino ai primi anni del XX secolo la sua altezza era attestata dall'IGM a 1.645 metri, finché Senofonte Squinabol (1861-1941) non segnalò, sulla base dei calcoli effettuati con l'aneroide, «une étrange erreur», un'anomalia altimetrica «de 100 mètres en plus». Nonostante sia un rilievo molto frastagliato, il suo nome deriva dal latino campus e non nell'accezione di "pianura", bensì in quella, scenicamente più suggestiva, di "teatro", dato che dalla vetta si può ammirare un panorama praticamente sconfinato, che va dalle coste balcaniche alle «sette provincie sue da Aquila a Gargano», quelle terre che il principe Francesco Borbone scrutò nel settembre 1824 quando visitò Capracotta e ascese su Monte Campo. Il secondo rilievo è Monte Capraro (in capr. Re Mónde ) - in passato chiamato anche Monte San Giovanni - la cui cima sta a 1.732 metri di altezza. Secondo Antonio De Nino (1833-1907) il Capraro deve il suo nome a «la ripidezza dei monti», senza spiegare alcunché. Banalmente è assai più probabile che il nome della montagna, Caprarum , sia strettamente legato a quello di Capracotta e, in generale, al Monte delle Capre, senza dover tirare in ballo improbabili suffissi sanniti o proto-italici. Il precedente nome di San Giovanni era invece legato al monastero benedettino situato sulla sommità del monte e oggi completamente diruto. La terza altura è Monte Ciglione, situato a nord di Monte Campo, la cui altezza si pone a 1.692 metri. Il suo nome, attestato anche come Montecilioni, deriverebbe dagli uccelli (in capr. ciéglie , accr. in cegliùne ) che in stormo spiccano il volo dalle fronde dei suoi alberi. La quarta montagna è Monte Civetta (1.680 m.), posta a nord della catena di Monte Capraro, il cui nome rimanda anch'esso a interpretazioni ornitologiche, ovvero alla civetta, uccello considerato segno di malaugurio per l'attività notturna e per il suo canto lugubre. Il quinto rilievo sono i cosiddetti Montetti di Carovilli (in capr. Mundiétte de re Carvìglie ) a 1.598 metri di altezza, la cui etimologia è legata al generale romano Spurio Carvilio Massimo che, assieme a Lucio Papirio Cursore, sconfissero definitivamente i Sanniti proprio sul nostro territorio, tra Cominio e Aquilonia, per cui rimando il lettore all'articolo sulla fondazione romana di Capracotta . La sesta altura è Monte San Luca (1.584 m.), che prende il nome dall'antico romitorio lì fondato in onore dell'Evangelista e abitato fino ai primi anni del '900 dall'eremita capracottese Gaetano Fiadino. La settima montagna è Monte Cavallerizzo (1.522 m.) - anticamente detto Monte Boaipone -, anch'esso facente parte della catena del Capraro e situato a sud-est di questo, il cui nome fa subito pensare ai cavalli. Dichiarato nel 2011 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali sito di interesse archeologico per via dei resti di mura ciclopiche (ovvero le fondamenta delle strade sannitiche) ospitati sulla sua cima, il nome può invece spiegarsi tramite la teoria dell'ispettore scolastico Raffaele Conti, per il quale quei ruderi non sarebbero le mura poligonali dei Sanniti, bensì «un recinto ove si custodivano i puledri, onde quella regione fu detta Cavallerizza». Questa teoria del Conti, che agli inizi del '900 gli costò una sassaiola di critiche da parte di Luigi Campanelli (che pure l'aveva promossa in un primo tempo), appare ancor oggi la più verosimile, sebbene l'antico nome del Boaipone (o Hoaipone) non sia ancora perfettamente conoscibile, se non come derivato di hippos , quindi Monte Ippone, il Monte dei Cavalli. L'ottavo rilievo è Monte San Nicola (1.517 m.), il cui nome è legato all'esistenza, in epoca altomedievale, di una chiesa dedicata a san Nicola di Mira, il cui obiettivo era quello di sradicare i culti pagani che, soprattutto in quell'area (la stessa della Tavola Osca e dell'abitato sannitico di Fonte Romita), dovevano essere particolarmente duri a morire. La nona altura è Monte Cornacchia (1.472 m.), la montagna da cui in primavera sgorgano le cascate del Pisciariéglie . Come già anticipato, anche questo monte ha un nome ornitologico, legato al corvo nero, un altro uccello che simboleggia la sventura, perché Apollo seppe del tradimento della sua Coronide proprio per mezzo di un corvo bianco, nell'occasione tramutato in nero. Concludendo, si può affermare che Il Campo prenda il nome dalla vista teatrale che offre; i monti Capraro, Cavallerizzo, Ciglione, Civetta e Cornacchia dagli animali loro peculiari; i monti (ex) San Giovanni, San Luca e San Nicola dai siti religiosi che un tempo sorgevano su quelle alture; i Montetti di Carovilli dal console romano Spurio Carvilio. Si può infine dichiarare che le nostre montagne, a parte quelle dedicate ai santi e incluso Monte del Cerro (1.250 m.), cominciano tutte con la lettera C di Capracotta: una coincidenza davvero affascinante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Notizie del territorio di Capracotta , Sannitica, Agnone 1899; R. Conti, Osservazioni intorno alle "Notizie del territorio di Capracotta" raccolte da Luigi Campanelli , Alterocca, Terni 1902; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; J. M. Martin et al. , Registrum Petri Diaconi , vol. III, École Française de Rome, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Milano, 1° gennaio 1924; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi , in «La Géographie», VIII:1, Masson, Paris, 15 luglio 1903.
- Lindarella
Negli anni '70 frequentavo la scuola media in un ex convento della mia città e per raggiungerla, ogni giorno, percorrevo via Giuseppe Andrea Angeloni. In un luogo dove, in materia di toponomastica, Ovidio e Capograssi, a giusto titolo, la fanno da padrone, mi intrigava molto scoprire chi fosse quell'illustre sconosciuto. Avrei voluto fare delle ricerche nella biblioteca comunale, in un'epoca in cui internet non esisteva, ma il mio proposito veniva sistematicamente disatteso, avevo sempre mille altre cose, tipiche dell'adolescenza, di cui occuparmi. L'appuntamento era solo differito, quando infatti iniziai la mia vita da pendolare per motivi di lavoro e sul treno frequentavo, fra gli altri, un gruppo di ferrovieri che si infervoravano in discorsi legati alla loro professione, come tempi di percorrenza su rotaia non competitivi rispetto a quelli su gomma, antieconomicità e conseguente taglio dei cosiddetti rami secchi, mi appassionai alle vicende della linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Isernia ed ebbi modo di dare finalmente una risposta al quesito adolescenziale. Il deputato del Regno d'Italia, Barone Angeloni da Roccaraso, fu promotore e tenace sostenitore della realizzazione di quella tratta ferroviaria, caratterizzata da stupendi paesaggi, stazioni sciistiche, panorami suggestivi, che garantì il progresso sociale ed economico dell'Abruzzo e del Molise, favorendo altresì lo sviluppo turistico. Considerata tra le più spettacolari ed ardite dell'intera rete ferroviaria tanto da essere soprannominata la Transiberana d'Italia, vanta numerose gallerie e viadotti sospesi a mezz'aria ed affronta un dislivello dai 400 ai 1.268 metri della stazione Rivisondoli-Pescocostanzo che è seconda solo a quella del Brennero. Venne completata ed aperta all'esercizio il 18 settembre 1897, peccato davvero che il giorno dell'inaugurazione non fu presente proprio colui che era stato il principale artefice, l'onorevole Angeloni era mancato nel 1891, ma i suoi meriti vennero unanimemente riconosciuti. L'interesse che avevano suscitato in me quelle discussioni non era casuale, una delle ventidue stazioni, per storia familiare, è uno dei luoghi del cuore: la stazione San Pietro Avellana-Capracotta, che fu realizzata in prossimità della tenuta Montedimezzo-Feudozzo - ora di proprietà del demanio, che appartenne ai Borboni e fu riserva di caccia assai frequentata; da Napoli, i reali vi si recavano, quasi sempre a cavallo, faticosamente, per dedicarsi alla proficua caccia della numerosa selvaggina - è indissolubilmente legata alla mia famiglia materna ed al ricordo della mia prozia, mamma Linda, titolare dell'albergo trattoria "La Valle" che là visse nello scorso secolo, quando la ferrovia era nel pieno della sua attività. Si tratta di un personaggio controverso che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno indelebile e, sebbene siano trascorsi quasi quaranta anni dalla sua scomparsa, viene nominata e celebrata da parenti e conoscenti per la sua forte personalità ed i suoi modi di dire che sono ormai di uso comune nel lessico familiare. Era nata a Capracotta, due anni prima dell'inaugurazione della ferrovia, da Pietro, uomo severo ed autoritario e da Eleonora che, ahimé, morì troppo presto lasciando il marito nella più cupa disperazione con cinque figli in tenera età. Fortunatamente Giacinta, sorella di Eleonora, si occupò con dedizione, bontà e generosità dei bambini, nonostante i suoi impegni familiari e le condizioni di vita non fossero delle più rosee. In quell'epoca, erano i primi del '900, se non si apparteneva ad una famiglia agiata, per i ragazzi, poco più che bambini, si aprivano le porte del mondo del lavoro. I maschi seguivano le orme dei padri nei rispettivi mestieri e le femmine venivano destinate alle faccende domestiche nelle proprie case, ma anche a servizio presso quelle delle famiglie bene. Questa fu la sorte dei figli di Pietro, divennero tutti dei grandissimi lavoratori, nulla li spaventava, erano avvezzi anche alle fatiche più improbe. Spesso in casa ci si interroga sul loro temperamento così ruvido, nonostante l'amore grandissimo di Eleonora prima e successivamente di mamma Giacinta, il rigore di Pietro aveva avuto il sopravvento confermando il proverbio secondo il quale il lupo fa i lupetti. Intanto mamma Linda andò sposa a quel sant'uomo di Giulio Ianiro, era lui che usava chiamarla, con tanta tenerezza, Lindarella. Per tutta risposta lei sosteneva, quasi con risentimento, che le migliori attenzioni erano riservate alla cavalla Stellina piuttosto che alla moglie. Già, perché papà Giulio era munito di mezzo di trasporto, bene preziosissimo ai tempi e utile per i trasferimenti ma soprattutto per il suo lavoro, che gli consentiva di inerpicarsi in montagna, caricare la legna e discenderla a valle. Grazie al gran movimento generato dalla ferrovia, negli anni '30 ci fu la grande svolta, lasciarono Capracotta per stabilirsi nei pressi dello scalo e, dando corpo a un'idea di Maria, sorella minore di mamma Linda, iniziarono l'avventura dell'albergo-ristorante-emporio, sfidando lo scetticismo che serpeggiava fra familiari e conoscenti. Si trattava di un agriturismo ante litteram con tanto di orticello e piccolo allevamento di animali, i prodotti venivano utilizzati per l'attività e ciò che non riuscivano a produrre veniva acquistato. Famose sono le epiche trattative di mamma Linda, volte ad ottenere la migliore qualità al prezzo più basso, con i fornitori che puntualmente soccombevano alle sue condizioni, non smentendo chi la definiva la sorella del generale Custer. Rosetta, una delle nipoti, che da oltre cinquanta anni vive a Roma, racconta che la prima volta che fece visita alla storica gastronomia capitolina Volpetti, l'odore che aleggiava nel locale la fece immediatamente immergere nel mare dei ricordi della sua infanzia. Si trattava della medesima fragranza che avvolgeva l'avventore nell'emporio della zia allo scalo, il paese dei balocchi nel suo immaginario di bambina. Rivedeva il mobile con i cassettoni dai riquadri in vetro, attraverso i quali si scorgevano i vari tipi di pasta, all'epoca si vendeva sfusa, non esistevano le confezioni di oggi, si avvolgeva la carta paglia di colore giallo a forma di cono e si riempiva del quantitativo e formato desiderato. Le mortadelle, i migliori prosciutti, le soppressate, i caciocavalli e i burrini erano in bella mostra appesi ai ganci, sul bancone c'erano grandi contenitori in vetro pieni di asparagi, lampascioni, funghi e carciofini sottolio e il mitico barattolo di latta, in stile Liberty, con ritratta l'elegantissima dama in rosso dai capelli raccolti, che serviva una bibita con il citrato effervescente Galeffi da Montevarchi. Non mancava la scatola preferita quella delle caramelle al latte di cui era golosissima: un giorno ne mangiò ben trentasei! Fortuna che la zia era impegnata nelle sue molteplici faccende, altrimenti chissà che pandemonio avrebbe scatenato se l'avesse vista perpetrare il misfatto. L'attività di mamma Linda era articolata e mirata a soddisfare la clientela, dalla cucina, il suo regno, riusciva ad organizzare il lavoro reclutando i familiari, che il più delle volte, loro malgrado, soggiacevano alle sue richieste. Quando ciò non accadeva, il malcapitato veniva apostrofato come scansafatiche! Così come, se qualcuno non si comportava correttamente in più di un'occasione, manifestava il suo disappunto sostenendo con autorità: « Se cumbà/cummàre... nen ze magna n'àneme a re juórne, la sera s'ara fà la camomìlle sennó la notte nen pò durmì ». Per pubblicizzare la sua attività negli anni '50, aveva precettato il fotografo de Casctiéglie per realizzare una cartolina in bianco e nero, che ritraeva l'albergo trattoria "La Valle" immerso in paesaggio bucolico, con gregge di pecore in primo piano, stile intervallo del canale nazionale Rai dei tempi andati. Ma le sue indiscusse abilità gastronomiche avevano già varcato i confini della regione, suo cognato a Roma, alla Stazione Termini, non si stupì più di tanto, quando udì un distinto signore consigliare vivamente alla persona che stava accompagnando, di far visita alla trattoria di mamma Linda. La cucina, di estrazione tipicamente capracottese, risentiva di un'influenza pugliese, retaggio degli inverni trascorsi in quella regione, quando il padre si trasferiva a San Nicandro Garganico con tutta la famiglia per poter lavorare da fabbro. L'ospite pertanto poteva spaziare dalle petressenèlle in brodo alle orecchiette con le cime di rapa, pasta che realizzava a mano con gran perizia. La sua vocazione era quella di accontentare la sua clientela, anche quella dai palati più esigenti, per questo era riuscita ad instaurare rapporti eccellenti con varie personalità. Lo dimostra il fatto che, se si presentava un problema, sapeva sempre a chi rivolgersi ed ogni sua eventuale istanza veniva tempestivamente esaudita. Difficilmente si allontanava dal suo regno, papà Giulio desiderava viaggiare ed avrebbe voluto coinvolgerla, ma quando un nipote propose loro di visitare Assisi, il solo sguardo di mamma Linda fu così eloquente che la proposta cadde nel vuoto. Con il suo calesse però, papà Giulio raggiungeva, spesso e volentieri i paesi limitrofi, quando andava a Capracotta passava di casa in bottega per salutare tutti, amici e parenti, con i quali adorava intrattenersi facendo quattro chiacchiere. Mamma Linda aveva impostato la sua vita all'insegna del « mandié quanda tiè ca quanda nen tié nen te l'ha chi dà ». Era dunque molto accorta nella gestione delle sue risorse, venne meno a questo principio quando si trattò di erigere la sua ultima dimora nel cimitero di Capracotta. I familiari, la maggior parte dei quali vivevano altrove da tempo, cercarono di dissuaderla proponendole soluzioni alternative, ma proclamando la sua estraneità a qualsiasi altro luogo sulla terra, la fermezza, che da sempre l’aveva caratterizzata, ebbe la meglio. Per la nostra famiglia, la lontananza ha costituito un grandissimo cruccio perché non riusciamo a far visita al cimitero di Capracotta, con la frequenza che vorremmo, per onorare la memoria dei nostri defunti. Mamma Linda aveva accuratamente pianificato l'evento del suo congedo dalla vita terrena, ricordo perfettamente che avvenne una domenica di fine maggio e la sensazione di profondo sconvolgimento che provai. Si trattava di uno dei primi lutti che vivevo e fu, forse, l'origine del mio enigmatico rapporto con la morte, per il quale ancora oggi nella maturità, nonostante il gran lavoro su me stessa, non riesco ad avere un atteggiamento equilibrato: implacabilmente la sfera emotiva ha sempre il sopravvento su quella razionale. Con la sua scomparsa venne meno quello che, per più di quarant'anni, era stato un punto di riferimento per lo scalo San Pietro Avellana-Capracotta. Con la sospensione del servizio passeggeri poi, fra il 2010 e il 2011, si è compiuto anche il destino della Sulmona-Carpinone-Isernia dopo oltre un secolo di onorata attività. Senza infilarmi nel ginepraio delle polemiche che ha destato questo epilogo, mi auguro che si possa trovare, quanto prima, il modo di rilanciare questa tratta ferroviaria sfruttando, secondo quanto emerge dalle notizie che ho raccolto, le potenzialità di linea turistica non dimenticando le esigenze dei pendolari. Cercavo di dare una spiegazione al mio interesse per le persone e le cose del passato, penso di averla trovata in un libro di una scrittrice tedesca: portiamo dentro di noi i nostri morti e gli amori infranti. Sono loro che ci rendono quello che siamo. Se cominciamo a dimenticare o a scacciare i nostri cari... allora anche noi scompariremo come loro... L'amore. I defunti. Tutte le persone del nostro tempo. Sono come fiumi che formano il nostro mare, l'anima. Se non ce ne ricorderemo anche il nostro mare si prosciugherà. « Va', scì bendìtte, la Madonna t'accumpagna che re sette lume de Dìje » era l'augurio che formulava mamma Linda in occasione dei commiati e voglio immaginarla, ancora una volta, sull'uscio di quella che era la sua casa, dispensare questa benedizione. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, Lindarella , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Diario di guerra (III)
Febbraio 1944. Vengo a sapere che le famiglie alle quali affidai, a Lucera, quello che era rimasto, si trovano a S. Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. In casa decidiamo quindi di fare colà una capatina sperando di recuperare qualcosa. Per i civili è un problema affrontare viaggi, essendo quasi tutti i treni requisiti dalle truppe alleate per i loro spostamenti. Decido allora di andare io che, come soldato, posso essere autorizzato a viaggiare anche su convogli militari. Ottenuta la licenza dal mio comando del Distretto, parto. Dopo un viaggio di alcuni giorni, giungo a S. Pietro Vernotico al tramonto. Mi viene indicata una scuola dove sono rifugiati gli sfollati provenienti dall'Abruzzo. Li trovo ammassati nelle aule ma non ci sono capracottesi. Provengono da Ateleta, S. Angelo del Pesco, Castel del Giudice, Roccaraso, Gamberale. Da loro apprendo che alcune famiglie di Capracotta si trovano a Torchiarolo, una località a circa 10 km. da S. Pietro Vernotico. Nonostante siano calate le tenebre, mi metto in viaggio a piedi. Lungo la strada mi viene alla mente il racconto dal libro Cuore "Dagli Appennini alle Ande". Dopo un paio di ore raggiungo Torchiarolo e da un passante del luogo mi viene indicata una casupola dove sono rifugiate due famiglie di sfollati aventi caratteristiche simili a quelle indicate da me. Raggiungo la casupola e busso alla porta. La ricerca si esaurisce: sono proprio loro. Li accoglie un unico locale non più grande di 6-7 mq. Stanno cenando e offrono anche a me un piatto di minestra. Restano meravigliati da questa visita improvvisa ma ancor più meravigliati da come sia riuscito a trovare quel posto, non avendo, loro, contatti con altri paesani, perché in quella zona non ce ne sono. Durante la misera cena accenno al motivo della mia visita: recuperare, entro i limiti del possibile, quel bagaglio lasciatogli alla stazione di Lucera. La risposta è evasiva; mi fanno capire che mai avrebbero immaginato che ci potesse essere un rintraccio, per cui buona parte di quegli indumenti erano stati utilizzati da loro e che un vestito era stato fatto indossare a un bambino della famiglia Di Rienzo deceduto. Qualcosa, però, era rimasto intatto e mi viene riconsegnato. Meglio di niente. Trascorro la notte sui loro pagliericci e la mattina riprendo la via del ritorno di nuovo a piedi fino a S. Pietro Vernotico, e poi col treno fino a Barletta che, con il fiume Ofanto, forma una linea di demarcazione, controllata da militari alleati. Oltre quella linea, per venire verso nord, non si può andare: è necessario il permesso del comando alleato. A me questo problema non si pone, essendo militare di quel residuo scalcinato esercito italiano. Sono già in possesso del permesso, ottenuto prima di partire, e autorizzato a viaggiare anche con treni militari. Alla stazione di Barletta, infatti, staziona un treno di parecchi vagoni che trasporta truppe indiane al seguito dell'8ª Armata inglese che devono raggiungere il fronte verso Ortona a Mare. Insieme ad altri quattro soldati italiani e ad un maresciallo dell'aeronautica italiana, il servizio di scorta al treno ci assegna uno scompartimento per tenerci separati da quell'accozzaglia di soldati indiani, che sembrano un po' nervosi e irrequieti. Il treno parte al calar delle tenebre, in modo da viaggiare di notte ed evitare l'intercettazione da parte di aerei tedeschi. Dagli scompartimenti non filtra un filo di luce perché manca la corrente, però i soldati indiati e quelli della scorta sono muniti di torce elettriche, di cui si servono per muoversi sul treno. Viaggiamo tranquilli per qualche ora, fino a quando non cominciamo a sentire, provenienti da alcuni scompartimenti degli indiani, discussioni animate nella loro lingua, aventi le caratteristiche delle discussioni tra ubriachi; acuni tra i più scalmanati si mettono in giro lungo i corridoi del treno, dando fastidio a chi riposa nei vari scompartimenti. Né la scorta, né i superiori intervengono in quella bagarre, sicuramente giustificata dalla loro destinazione: sono carne da macello e dunque li lasciano liberi di sfogarsi come vogliono prima di raggiungere il fronte. In 4-5 si presentano davanti al nostro scompartimento; con le torce elettriche scrutano all'interno e quando scorgono il maresciallo italiano, pensando si trattasse di un ufficiale, entrano esagitati e, nonostante l'intervento di alcuni di noi, che cerchiamo di far loro capire che non è un ufficiale ma un sottufficiale, lo prendono di petto e, a schiaffi e pugni, lo riducono a uno straccio. Noi militari, impotenti davanti a quella furia, veniamo cacciati fuori dallo scompartimento e, urlando, chiediamo soccorso. Finalmente arrivano tre componenti del gruppo della polizia militare al seguito della truppa che riescono a calmare quegli energumeni e ad allontanarli, lasciando il povero maresciallo pesto e dolorante. Alla stazione di San Severo il mio viaggio ha termine. A casa c'è molta delusione per quel po' di roba recuperata. 2 maggio. Nel giro di una settimana viene a mancare zio Serafino. Da un banale dolore all'orecchio, dovuto a una raffreddata, si arriva a un intervento chirurgico a Cerignola. Senza gli opportuni esami non si sono accorti, né hanno chiesto di eventuali disturbi accusati in precedenza, del diabete che ha causato la morte. Per la nostra famiglia è stata una grande perdita. A San Severo, dove contava da anni molte amicizie in tutti gli ambienti, era sempre riuscito a risolvere tutti i problemi che si presentavano agli sfollati. È rimasto sepolto in quel cimitero perché così ha voluto zia Rosa. 4 giugno. Finalmente apprendiamo che Roma è stata liberata dalle truppe americane, sbarcate ad Anzio, e che la linea Gustav, lungo la quale è compresa Capracotta, è stata sfondata, e che le truppe alleate avanzano verso nord. È questo il segno che Capracotta potrà essere sgombrata dalle truppe e che potrebbe essere prossimo il rientro. Infatti cominciamo ad avere notizie secondo cui le truppe di stanza in quella zona si stanno trasferendo verso nord, lasciando liberi i paesi nei quali avevano trascorso l'inverno in attesa dell'offensiva primaverile. Luglio. Notizie ormai certe, provenienti da Capracotta tramite persone già rientrate, perché sfollate in paesi limitrofi quali Agnone, Carovilli, Pescolanciano, ci confermano che il paese è ormai completamente libero dalle truppe ed è pronto a riaccogliere i suoi figli sfollati che, oltre al desiderio di rientrare nel proprio paese, devono avere il coraggio di iniziare l'opera di ricostruzione. Le autorità locali, insediate dal comando militare alleato, possono dare agli sfollati soltanto il bentornato ed offrire loro una meravigliosa stagione estiva, indispensabile per poter lavorare. I miei, intorno, al 10 luglio, decidono anch'essi di rientrare in paese; mio padre è impaziente: deve tornare per ricostruire la casa. Oltre che barbiere è anche muratore, per cui può iniziare subito. Carovane di carretti riprendono la strada del ritorno; il carretto è l'unico mezzo di trasporto. Con esso, per raggiungere Capracotta, ci vogliono tre giorni, dovendo fare, per il riposo notturno dei cavalli, due soste in taverne lungo il tragitto. La mia famiglia riparte su uno di questi carretti. Purtroppo, per la posizione di soldato, io resto a San Severo e mi sento un vigliacco verso di loro, per non poter partecipare ai sacrifici che dovranno affrontare per ricostruire la casa. Agosto. Un decreto del Ministero della Guerra impone ai distretti militari di assumere, per il lavoro d'ufficio, personale civile, e di trasferire gli altri (che non appartengono a classi anziane dal 1910 in poi) ai reparti militari. Siamo una ventina ad essere trasferiti al 47° Reggimento Fanteria di Lecce, dove, appena giunti, resici conto della confusione esistente e del disordine che regna sovrano in tutti i servizi, decidiamo di abbandonare tutto e di tornarcene a casa. In poche parole disertiamo, sicuri di farla franca da quelle che erano le pene previste dal codice penale militare. Non accettano di partire tre o quattro sottufficiali, perché di carriera. Riprendiamo il treno e, dopo un viaggio di peripezie per evitare ronde e altri controlli, raggiungiamo San Severo, da dove ognuno avrebbe preso la propria strada, essendo quasi tutti della zona. Io mi metto in contatto con quelle famiglie di Capracotta che si trovano ancora a San Severo per ritardi nelle partenze o perché hanno deciso di non rientrare al paese e rimanere nelle Puglie. Una di queste famiglia, precisamente quella di Ruggero Battista, commerciante di cartone, mi offre alloggio, vitto e un posto sul loro carretto che partirà per Capracotta dopo un paio di giorni. Prima della fine di agosto sono a Capracotta, dove trovo i miei sistemati alla meglio e ammucchiati nella casa Trotta. Papà si è messo sotto a liberare dalle macerie la casa distrutta e a cominciare la ricostruzione cercando di recuperare pietre, sterratura e mattonelle rimaste intatte. Fiore si è messo a fare il barbiere, Filuccio il manovale con altri muratori. Io aiuto papà in qualità di manovale, a Monteforte a cavare le pietre lisce da utilizzare per la copertura del tetto. Dalle autorità provinciali dell'epoca cominciano ad arrivare segni di aiuto alla ricostruzione: rimborso del 45% della spesa sostenuta, concessione di travature in legno per i tetti da ritirare all'abetaia di Pescopennataro, risarcimento danni per i beni mobili perduti durante la distruzione. Giuseppe Trotta (a cura di Enza Trotta)
- «A' 28 Novembre 1828 è avvenuta in questo Comune una disgrazia»
Napoli, 14 dicembre. La notte del 26 al 27 novembre rovinò nel comune di Capracotta, in provincia di Molise, il tetto d'una casa abitata da tre famiglie. Il peso e l'urto delle grosse travi, di cui il tetto istesso era sostenuto, fecero crollare le volte di quattro stanze sottoposte. Due famiglie si salvarono come per miracolo in una picciola stanza, che restò integra: ma la terza famiglia fu più sventurata. Una madre e quattro figli rimasero seppelliti sotto le rovine. Grazie alla diligenza ed alle cure delle autorità locali, che vi accorsero subito che n'ebbero contezza, si giunse a cacciar viva da sotto le rovine la sola madre. I figli infelici erano già spirati. Fonte: Napoli, 14 dicembre , in «Gazzetta di Genova», 103, Genova, 26 dicembre 1829.
- Una sforbiciata ai capelloni
Avrò avuto circa 13 anni, era forse il 1968, un'epoca di grande contestazione e di emulazione dei Beatles e dei Rolling Stones. Noi ragazzi avevamo quasi tutti i capelli lunghi, anche a Capracotta. Ma di tanto in tanto i capelli andavano comunque tagliati. Io li portavo parecchio lunghi e così decisi di andare dal mio "parrucchiere" di fiducia, z' Brièle . – Bongiórne z' Briè, me puó fà ne po' re capìglie? – Come no! Assèttate esse. Io mi accomodai e z' Brièle , senza proferire parola, prese le forbici, quando all'improvviso dette una sforbiciata ai miei capelli dritto per dritto. Sorpreso ed allibito, esclamai: – Z' Briè, ma che sié cumbenieàte? La replica fu: – La persona distinta si vede dai capelli! Non sapendo se piangere o ridere, chiesi: – E mó ch'ema fà? La sua risposta fu lapidaria: – Ema fà re cuarùse, che vuó fà? Non avendo altra scelta, mi assoggettai al suo volere, dopodiché tornai mesto a casa, ma al contempo ridevo tra me e me dell'accaduto. Finché ho vissuto a Capracotta z' Brièle è rimasto il mio "parrucchiere", ma prima di sedermi decidevo sempre il tipo di taglio ai capelli. In ogni caso egli è stato un personaggio incomparabile: allegro, ironico, uno a cui piaceva scherzare e stare con noi ragazzi. Michele Sozio
- Ne la culla
A Vittorina Castiglione Il tenue raggio de la bianca luna illumina il visetto a la bambina che dorme soavemente ne la cuna; le carezza la rosea manina che fuor dei lini posa sopra il core, e la fronte fulgente come stella, e la dischiusa in dolce atto d'amore deliziosissima boccuccia bella. Che sogni, o bella bimba addormentata? Sogni candidi gigli ed aulenti rose o lunga fila d'angeli, beata del ciel ne l'alte sfere radiose? Dormi, o cara: lontane sono ancora per te le dure prove de la vita; e sogna: eterna e luminosa aurora risplenda su la tua età fiorita. Domani, col profumo delle viole, dal dolce sonno ti farà svegliare il primo raggio dell'aurato sole e pia la mamma ti verrà a baciare. Giuseppe Castiglione Fonte: G. Castiglione, Ne la culla , in «L'Alba», I:17, Isernia, 12 maggio 1901.
- Propaganda agraria
Il 13 corrente, come preannunziato dal Podestà e dal Segretario Politico, venne a Capracotta il Cinemambulante dell'Opera Nazionale combattenti per effettuarvi le proiezioni di propaganda agricola. Per la temperatura rigida, esse ebbero luogo al Teatro Goldoni, ove vi accorse gran numero di spettatori. Il Podestà, con belle parole presentò al folto pubblico il Dott. Raimone, reggente la Sezione della Cattedra di Agricoltura di Agnone, il quale a sua volta, tenne, con parola semplice e persuasiva la conferenza sulla cultura del grano . Parlò della preparazione del terreno, delle concimazioni razionali, della semina a rotazione, della disinfezione del grano prima della semina, della sarchiatura, delle macchine agricole ecc. La fine della chiara e dotta conferenza venne vivamente applaudita. Subito dopo ebbero luogo le proiezioni illustrative ed educative con le seguenti film: "San Cesario", "La battaglia del grano", "Mussolini". A generale richiesta, specie da parte della cittadinanza che per la ristrettezza del locale Teatro non aveva assistito alle proiezioni del giorno 13, col gentile consenso del Direttore della Cattedra della nostra Provincia On. Prof. Josa, le proiezioni, con l'aggiunta di quella "Verso la terra" vennero ripetute, con grande concorso di popolo, nella Piazza Municipio la sera del 14 corrente. Il Dott. Raimone e l'operatore Sig. Renzetti, nel lasciare Capracotta, hanno esternato alle autorità tutto il loro plauso per la riuscita veramente magnifica delle due serate. Vincenzo Gallina Fonte: V. Gallina, Dalla Provincia. Propaganda agraria , «Il Molise Fascista», III:7, Campobasso, 10 giugno 1928.
- Ara Pitracci, locus caprarum Cottæ magmenti
Ovvero l'Ara Petracca, il luogo del sacrificio delle capre di Cotta... L'avvertenza iniziale è che questo articolo si basa esclusivamente su una suggestione personale e non pretende in alcun modo di corrispondere alla verità storica dei fatti. Tale precauzione è necessaria perché ritengo doveroso, per chi si approccia a queste materie, distinguere sempre ciò che è storia da ciò che è finzione, necessità che si fa pressante vista l'incalzante abitudine di far collidere i due ambiti, producendo una deflagrazione di bugie che annichiliscono il metodo storico a vantaggio del sensazionalismo romanzesco, che presso i lettori meno avveduti diventa la storia "ufficiale". Infatti quest'oggi vi narro con leggerezza e amenità del luogo fisico sul quale i Romani - per ordine di Publio Villio Tappulo, commissario ripartitore inviato nel 200 a.C. in Alto Sannio - scannarono tre capre nere per la gloria del console Gaio Aurelio Cotta: il vittimario, ovvero colui che materialmente abbatté le bestie per eviscerarle, si chiamava invece Pitracco (o Pietracco). Fu proprio questi a condurre i tre animali sull'ara, l'altare sacrificale, quindi diede alle povere capre un colpo sul capo col malleus (martello) e, una volta iugulate, le uccise col culter (coltello). Estratti i visceri, venne disposto l'esame divinatorio da parte dell'aruspice, quindi preparata la porzione riservata agli dèi, offerta sulla medesima ara. Tale offerta venne accompagnata da un carme evocativo nel quale il sacerdote chiamò a sé la dea Cerere, domina di quelle terre abbrutite, per condurla definitivamente nel pantheum , il grande consesso delle divinità antropomorfe romane, defraudando il nemico della protezione divina e lasciandolo così indifeso, deriso, ramingo. L'intero magmentum (sacrificio supplementare) venne celebrato nel luogo più evocativo dell'intera regione in chiave antisannita, ossia la sorgente del Verrino, quello stesso fiume lungo il quale l'omonimo prefetto del Pretorio imperiale aveva compiuto, quasi un secolo prima, una strage di disertori dell'esercito romano, e a ricordo della quale aveva lasciato un'epigrafe: a poterla ritrovare quella pietra... che scoperta eccezionale sarebbe! Resta il fatto che il nome dell'Ara Petracca non può certo riferirsi alla dimensione del prato, poiché un'ara equivale a soli 100 mq. e, a ben vedere, quel lotto è vistosamente più esteso, fino a 25 volte più grande. Nondimeno il rito apotropaico appena richiamato dovette riecheggiare a lungo in tutta la valle, tant'è che nei secoli successivi, nel riferirsi a quella zona, si era ancora soliti dire: «Lì, dove sta il sangue delle capre di Cotta». E così sorse da quel sangue, a monte della Fons Cæmentorum , il castrum di Capracotta, la terra dei nostri padri. Francesco Mendozzi
























