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  • Non chiamatelo Quattrocchi!

    La sua casa era la penultima sulla destra scendendo la scalinata di S. Vincenzo, una scalinata che dagli anni '50 si chiama via S. Sebastiano. Tra quelle mura poche cose, l'occorrente per campare. Ma quando nel 1960 il Comune di Capracotta finalmente aprì, dopo l'ostruzionismo delle amministrazioni precedenti, le liste dell'emigrazione, suo padre, da sempre un pastore itinerante tra le Puglie e il Lazio, non perse tempo. Dopo la visita medica effettuata a Verona partì alla volta di Magonza - o di un suo sobborgo - per lavorare come giardiniere presso un'agiata famiglia tedesca. Il suo nuovo stipendio, letteralmente decuplicato (da 6.000 a 56.000 lire), sancì la fine delle ristrettezze per tutta la famiglia. Quelli che furono mandati in fabbrica percepivano ancora di più ma suo padre aveva problemi polmonari e quindi fu scartato per i lavori pesanti. Poco male. Col padre in Germania, era la madre a impartire gli ordini, e quella mattina gli affidò la masciàta di comprare strofinacci per la cucina e stoffe che servivano per i consueti rammendi. L'unica merceria del paese era quella del vecchio Nicolino Di Lullo - si chiamava come lui! - in corso S. Antonio. Il giovane uscì di casa e salì con molta calma le scale (era tutto fuorché uno sportivo) che immettevano sulle macerie della Terra Vecchia, dove subito salutò l'amico Orlando "re Scuarpariéglie", mentre questo perdeva tempo sull'uscio di casa, a tre metri dai detriti bellici. – Ué, er Nicò, addò vieà? – Aja ì 'ccattà dù cengiùne. Ze vedéme chiù dòpe. – Quand'arvié caccia la fonovaligia, accuscì ze sendéme ne po' de mùseca. – Vabbuó, mó famm'ì... ca sennó mamma ze 'nguastìsce. Il ragazzo si diresse verso la piazza e, schivo come sempre per via di una eccentrica vertigine ai capelli sulla tempia sinistra, evitò gli sguardi dei tanti anziani accoccolati al sole di giugno, alcuni dei quali, forse rimbambiti da quella sfera cocente, gli rivolgevano spesso la stessa domanda: – Uaglió, a cu appartié? Imboccato il Corso, il giovincello giunse finalmente dinanzi alla porta dell'emporio, che ovviamente era sempre aperta. Entrò ma non c'era nessuno. Decise così di avvertire il proprietario della sua presenza. Caspita... non ricordava il nome... niente: non gli sovveniva in alcun modo. Alla fine optò per la soluzione più semplice, quella di chiamarlo col soprannome, come faceva sua madre, come facevano tutti in paese: – Quattruó... Quattruó... càla! Dal piano superiore il vecchio rispose in tono pacifico: – N'avé paura, uaglió, ca mó càle! Effettivamente Nicolino "Quattruócchie", dopo una manciata di secondi, scese le scale interne e, senza salutare il ragazzino, andò dritto alla porta, la chiuse da dentro e prese una parròcca che stava appoggiata tra lo stipite e il muro. Nonostante l'avesse fatto in buona fede, il giovane avètte ne biéglie paliatóne , giacché si era permesso di insultare una persona più anziana con quell'appellativo canzonatorio del "quattrocchi". Nicola imparò talmente bene la lezione che a noi figli l'ha sempre raccontata col sorriso sulle labbra, senza ombra di rancore alcuno. Francesco Mendozzi

  • Un sacchetto di miccole

    Accostandomi a Capracotta con l'occhio e la curiosità di un'osservatrice e con quel legame sottile, ma ancora forte, di chi continua a ritrovarvi i propri affetti, osservo un micro-mondo di gente che si adopera nei lavori manuali scanditi dal ritmo di gesti lenti e precisi, tra i quali l'arte di coltivare il terreno che, benché qui ci si trovi ad una certa altitudine (m. 1.421), è resa ancora possibile, nonostante il clima spesso sia poco favorevole da rendere le condizioni di vita un po' difficili. Diffusa è la produzione dei legumi e tipica del luogo è la lenticchia, meglio chiamarla mìccola , che può essere considerata "la regina dell'orto" tanto che per la sua coltivazione sono richiesti tempo, impegno e passione per far sì che da quelle piantine disposte in fila, con ordine e precisione certosina, si produca quel piccolo e gustoso frutto che viene servito in tavola nel tipico piatto della tradizione culinaria capracottese, sàgne e mìccole . La semina delle lenticchie inizia verso la fine del mese di marzo quando, con pazienza, i legumi, messi da parte dal raccolto dell'anno precedente, vengono sparsi nel terreno in attesa che dai semi fioriscano i germogli che poi si trasformeranno in tenere piantine. Il periodo che separa la semina dal raccolto non richiede un grande lavoro, ma un semplice controllo periodico basta per verificare che il seme abbia messo le radici nel terreno e che la presenza di eventuali erbe non ne impedisca il normale percorso di fioritura. In proposito, circa due anni fa ho avuto l'occasione di conoscere più da vicino questo legume e scoprirne ogni caratteristica, osservando ogni minino gesto di chi ne coltivava la terra. Così un pomeriggio trascorso nell'orto di un'amica di famiglia, Vincenzina, è stata un'esperienza singolare, tanto che, per una volta, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo ad un'epoca lontana fatta di ritmi antichi, propri di una tradizione contadina, che nobilita ancora il lavoro di chi, chino sul terreno, ne cura i suoi frutti, quasi a voler rendere omaggio a questo piccolo dono (la mìccola ) che, proprio durante i periodi più difficili vissuti al tempo della guerra, è stata la principale fonte di sostentamento per la popolazione locale. Al giorno d'oggi, la mìccola rimane una vera preziosità che, confezionata in graziosi sacchetti di stoffa colorata, può essere venduta direttamente sul mercato oppure regalata, a parenti ed amici, per essere poi gustata sulle tavole in un piatto semplice, ma molto nutriente che rimane alla base di una sana alimentazione. Tornando indietro nel tempo, nella mia mente sembrano scorrere immagini di un'epoca passata durante la quale, alla raccolta di queste piantine, erano dedite soprattutto le donne che, per allietare le ore di lavoro chine sul terreno, intonavano ritornelli musicali. Poi, per coprire il capo, indossavano un ampio fazzoletto per ripararsi dai raggi del sole che, baciando la nuda e rocciosa terra, lasciava anche un certo colorito bronzeo sulla pelle. La coltivazione, quindi, veniva fatta completamente a mano e le piantine, raggiunta la fase della fioritura, venivano staccate delicatamente dal terreno ed appositamente calpestate, per essere lanciate in aria con appositi teli per far sì, con il vento che soffiava nella direzione favorevole, che la paglia venisse separata dai piccoli legumi che per essere passati al setaccio, un arnese agricolo usato per dividere le mìccole buone da quelle cattive e da eventuali corpi estranei che potevano risultare poco digeribili (sassolini). Una volta raccolti, questi piccoli prodotti, dal colore scuro, venivano disposti su teli per essere asciugati e poi confezionati per essere pronti all'uso. Fotografando questi gesti in sequenza si creerebbe un filmato da proiettare, come al cinematografo, su un ampio schermo, per rivivere quel tempo antico e conservarne i vari momenti in un archivio, mantenendo così ancora viva la sua memoria. Venendo a noi, quel pomeriggio nell'orto, ho potuto provare delle sensazioni particolari che mi hanno fatto notare somiglianze e differenze con il tempo passato, quando il lavoro era svolto principalmente dalle donne, mentre al giorno d'oggi è intervenuto il lavoro maschile e questo semplice prodotto dell'orto è divenuto quasi un bene di lusso che ha trovato spazio in commercio. Non può sfuggire l'abbigliamento femminile che ancora oggi riprende dei dettagli del passato, infatti un fazzoletto colorato può essere sempre utile per riparare il capo, mentre dei comodi guanti da lavoro sono sempre utili per proteggere le mani da eventuali graffi e ferite. Non può stupire che in un simile contesto i rumori paiano così lontani e gli unici suoni che l'orecchio riesca a percepire siano quelli del forcone e del setaccio. Quelle poche ore trascorse a contatto con la terra sono state un modo per conoscere qualcosa in più sulla vita contadina e ad una persona come me, un po' inesperta nel "campo", all'inizio è sembrato quasi un gioco, ma che mi ha fatto ricredere quando ho visto gli strumenti agricoli, gli stessi adoperati nell'orto delle mìccole , esposti nel museo civico di Capracotta: un segno di rispetto nei confronti di una tradizione che conoscevo poco, alla quale mi sono avvicinata con un pizzico di curiosità e un po' di spirito di osservazione. Ricordo ancora che quelle ore nell'orto furono accompagnate da una piacevole chiacchierata farcita dal racconto di alcuni aneddoti dei tempi passati. Poi, a completare l'opera, non poteva, certo, mancare una gradita merenda che Vincenzina, diligentemente, aveva preparato nella sua borsa, con tanto di bibita dissetante, che mi aveva rinfrescato dal calore dei raggi del sole, che benché fosse pomeriggio, picchiavano ancora un po'. Quella sera, poi, tornando a casa, ho provato la sensazione di lasciare alle mie spalle un'epoca lontana ed avvolta in un alone magico che faceva ricadere l'attenzione sui lavori svolti manualmente, con ritmi più lenti ed un po' diversi da quelli moderni che a volte sembrano un po' farci allontanare dalla vera essenza delle cose. Proprio quest'alone continua ad affascinarmi, tramandando una tradizione che, in tempi un po' lontani, era uno stile di vita di quanti trovavano nella terra una preziosa fonte di sostentamento, considerandola quasi una "madre-terra" che generosamente nutriva i propri figli con i suoi frutti ricchi e gustosi. Quindi, penso che tornare a questi gesti antichi possa essere ancora di insegnamento per ciascuno di noi, senza alcuna distinzione di età, rivalutando un mondo ormai lontano, ma nel quale con la pazienza, la passione e qualche sacrificio, si poteva, e perché no, si può ancora ottenere un risultato di qualità che trova la sua espressione in un prodotto unico e genuino che mantiene inalterate le sue proprietà nutritive. Così, con il termine mìccola , si continua ad indicare il piccolo frutto donato dalla terra e, distinguendola dalla comune lenticchia diffusa sull'Appennino, la si valorizza, tanto da renderla sempre gradita sulle tavole dove, condita e servita in un gustoso piatto di sagne, arriva ancora calda e fumante a deliziare i nostri palati. Marinella Sammarone Fonte: M. Sammarone, Un sacchetto di miccole , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • Capracotta-Lainate... e la fiaba della bici-cometa

    Verso il 20 settembre 2008 sono tornato da Capracotta per iniziare a preparare i pacchi per il mio trasloco definitivo a Capracotta. Ogni tanto a Lainate, dove vivevo e in parte vivo ancora, mi recavo alla discarica "ecologica", gestita mi pare dal comune, ove porto del materiale da smaltire. Ebbene ci andavo in bici perché dista circa 2 km. da casa. Un giorno al ritorno per strada vedo un bellissimo nastro giallo, anzi giallissimo (come diceva zia Elena), di quelli, per intenderci, che di solito sono usati per confezionare pacchi regalo (poi l'ho misurato: 7 metri e 50 centimetri di lunghezza e 5 centimetri di larghezza). Mi ha colpito e mi dispiaceva lasciarlo sulla strada (sul nastro d'asfalto...) dove ci sarebbero passati camion e auto e in breve tempo sarebbe diventato poltiglia. E così svelto svelto l'ho raccolto e messo arrotolato nel cestino portapacchi sulla ruota posteriore. Per alcuni giorni è rimasto lì. Intanto pensavo a come poterlo utilizzare, tenendo conto che ho già tantissimi nastri e nastrini che metto da parte e che uso poco o pochissimo. Per cui accumulo aspettando le occasioni buone per utilizzarlo. Dopo una settimana vado lungo il sentiero, in parte asfaltato in parte no, che scorre di fianco al canale Villoresi, poco frequentato. Dovendo portare dei pacchetti e delle borse, per non far schiacciare il nastro dorato mi dico che potrei legarlo all'estremità del cestino gratinato. E così faccio, con l'accortezza di annodarlo a metà dopo averlo piegato in due. Il risultato saranno quattro nastri di circa 1,80 m. ciascuno le cui due estremità sono un po' sfrangiate. Appena parto, con la coda dell'occhio vedo uno "spettacolo" meraviglioso: i quattro nastri volteggiano nell'aria come code di aquiloni. E i bambini con a fianco genitori o nonni che mi incontrano rimangono a bocca aperta. Felice e imbarazzato continuo a pedalare con il fruscio delle quattro code d'oro. Ogni tanto butto l'occhio alle spalle oppure vedo l'ombra proiettata a sinistra o davanti, a secondo della direzione della strada... che meraviglia! Verso la fine di settembre riparto per Capracotta e ci resto fino a circa il 23 ottobre. Al ritorno mi capita di rifare il sentiero lungo il Villoresi e mi ricordo del nastro, che srotolo di nuovo. Un tuffo al cuore! Me ne ero dimenticato e rivederlo giocare con l'aria è una grande piccola emozione, che mi viene da paragonarlo a una cometa... Incontro lungo la strada, essendo di domenica, molti più bambini, accompagnati, e tutti rimangono stupefatti. La cometa... la mitica stella cometa di quando ero piccolo che mi affascinava e incantava e mi faceva sognare... Eccola, a portata di mano. Sì, in parte è come la coda degli aquiloni, ma di solito al massimo sono due e, nonostante li ami, gli aquiloni raramente li ho fatti volare e si muovono lentamente nell'alto del cielo. Ma quattro nastri d'oro, attaccati dietro alla bici, che li senti frusciare/bisbigliare in continuazione e, girandomi, vederli danzare nell'aria lasciando una scia di gioia è troppo troppo bello... E così è nato il termine "bici-cometa"... Ogni bici potrebbe diventare una cometa e chi pedala, almeno per me, è come se cavalcasse una cometa, piccolo nomade dell'universo. Qualcuno potrebbe chiedermi: «Storia interessante, ma ci vedi anche una valenza culturale, simbolica, politica?». Lo so che posso sembrare un utopista minimalista - e in realtà lo sono - ma la bici-cometa è troppo, troppo bella. Forse ci insegna che col niente, con pezzetti di rifiuti, possono nascere grandi simboli che accendono gioia, meraviglia, stupore, che invitano e invogliano a giocare, a rigiocarsi, a mettere in moto un altro mondo possibile; è un po' come la zucca di Cenerentola che viene trasformata  in carrozza di lusso (in questo caso una bici in cometa). Insomma l'altro mondo possibile è quello che possiamo costruire già da adesso, a partire dalle cose più piccole e forse anche rifiutate. E trasformarle in fiabe reali. In fondo la Fata era anche la Signora (o forse S'ignora ?) delle metamorfosi e ciascuno potrebbe - e dovrebbe - diventare Fata. E pensavo poi che carino sarebbe se colorassi la bici (chiaramente con colori atossici e non inquinanti) tutta di giallo oppure, trovando nastri rossi, tutta rossa, o scambiarsi le bici a seconda degli umori e dei desideri. Mi immagino un fiume di bici-comete ( come-te ) in occasione di manifestazioni per la pace o semplicemente che vagano per le città e paesi... Buon viaggio e sogni d'oro sulle bici-comete... Antonio D'Andrea Fonte: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/ , gennaio 2015.

  • I boschi

    Gli artigiani del legno I combustibili in uso per cucinare e per scaldarsi erano la legna e il carbone. Il mestiere del carbonaio ( l'arte du chervunére ) consisteva nel carbonizzare la legna ottenuta con gli alberi dei nostri boschi. Più famiglie di carbonai, di stampo patriarcale, pervennero a Serracapriola da Capracotta nel primo Novecento: Filomeno Giuliano, i fratelli Carmine, Geremia e Gianpiero Santilli, Costantino Carnevale. Gaetano, figlio di quest'ultimo carbonaio, impiantò un'industria boschiva, dove i figli, Costantino, Giuseppe, Sebastiano e Pasquale, cooperavano, anche da sposati, abitando sotto lo stesso tetto. Una famiglia unita dove vigeva il motto "Uno per tutti tutti per uno " . La ditta Carnevale iniziava l'attività acquistando il prodotto per uso combustibile, previa una visita personale di un componente della famiglia nel bosco ceduo (sottoposto per la rinnovazione a tagli periodici) in questione e una stima del suo valore. Dopo di che, trovato l'accordo con il proprietario del bosco, che è un bene demaniale controllato dal Corpo Forestale dello Stato, iniziava il lavoro di trasformazione della legna ad uso combustibile. I taglialegna I spacchèléne venivano assunti a Chieuti e a Capracotta. Lavoravano in squadra e venivano pagati a cottimo per non far rallentare il ritmo del lavoro. Dopo aver segnato un albero, nell'abbatterlo, c'erano due modi di operare per farlo cadere. Prima però ci si premuniva a sfrondare la chioma con la roncola ( rùnge ) o con l'accetta ( 'ccettélle ), per facilitare così la caduta senza danneggiare le piante circostanti. Il taglialegna procedeva alla scalzatura che consisteva nell'assottigliare la base dell'albero per segarla poi più facilmente o ad intaccarla con la scure a lama, lunga asimmetrica da una parte ( 'ccétte ), dal lato opposto altri due boscaioli azionavano una lunga sega ( strungóne ). Man mano che procedeva il lavoro, per evitare l'inceppamento della lama, s'inserivano dei cunei ( zéppe ). Quando si arrivava con il taglio vicino all'intaccatura, l'albero cadeva dalla parte opposta dei segantini. Una volta abbattuto l'albero, si segavano i rami della lunghezza di circa un metro per ottenere cataste di legno dette "canne". I rami più sottili venivano utilizzati per fare fascine ( fàsce de céppe ). Questo lavoro si eseguiva d'inverno quando la linfa era scesa nel tronco. Questi uomini vivevano, respiravano e rispettavano la natura. Sembra un paradosso per chi abbatte degli alberi per vivere. Ma proprio per questo si guardavano bene dal distruggerli irrazionalmente, curando il bosco ceduo con tagli a turni da 3 a 18 anni, senza toccare gli alberi di alto fusto. I mulattieri Dopo l'abbattimento delle piante operavano i mulattieri che venivano da Chieuti come Donato Florio e Pietro Leone o da Capracotta e Monte Sant'Angelo. Essi trasportavano la legna appezzata secondo i suggerimenti dati dai carbonai. Erano molto abili nell'accatastarla secondo l'uso: i rami o pezzi di legno da convertire in carbone lunghi 75 cm. circa venivano separati in base alla natura del legno e alla loro grossezza. Il lavoro proseguiva nell'accatastare legna grossa per il carbone, nel legare le fascine per i forni del pane e i fascinotti di frasche per le fornaci di mattoni, nella raccolta della sterpaglia (rovi, ginepro, spine) che serviva per fare la brace. I carbonai I carbonai, provenienti da Cervinara e da San Martino Valle Caudina (AV) assicuravano alla ditta Carnevale l'approvvigionamento del prodotto mediante la produzione della carbonella ( chervunélle ), ottenuta dalla combustione dei rami e del carbone scaturito da quella dei tronchi ( chetòzze ). Dalla faccia nera, riscattata dalla luminosità di occhi sinceri e denti bianchissimi, questi uomini, quasi nomadi, stavano nel bosco da ottobre a maggio. Si cominciava con lo scegliere un terreno piano e solido per stabilirvi la "piazza" o "area del fornello". Si costruiva così la carboniera impostando il camino che consisteva nel costruire un condotto verticale ai cui lati venivano accatastati legni di leccio opportunamente tagliati ed accostati. Al termine si copriva tutta la superficie esterna prima con foglie poi con terra per impedire che l'aria vi penetrasse. Sulla sommità di questo enorme tronco di cono si appiccava il fuoco che divorava a poco a poco la legna fino alla base della carboniera. Due persone, giorno e notte, controllavano con bastoni il procedere della combustione, sostituendo la terra che si staccava dalle pareti del cono. Questo duro lavoro durava ininterrottamente giorno e notte per due o tre settimane. Terminata la combustione si lasciava raffreddare la massa di carbone per sette giorni circa. Il carbone e la carbonella, in sacchi di iuta, venivano caricati sui carretti e consegnati alla ditta Carnevale che vendeva il prodotto oltre che a Serracapriola anche nei paesi limitrofi. I carbonai, intanto, provvedevano a costruire una nuova carboniera. Oggi, Pasquale Camevale e il figlio Antonio continuano questa attività con un taglialegna di Sannicandro Garganico e qualche operaio serrano. Oltre alla legna, vendono bombole di gas liquido, che ha sostituito, come combustibile, il carbone e la carbonella. Un patrimonio da salvare Gli antichi boschi che popolavano la nostra collina sono ormai scomparsi sia per i tagli indiscriminati attuati per l'uso del legname, senza ricorrere ad operazioni di rimboschimento, sia per il disboscamento fatto allo scopo di ampliare lo spazio per i coltivi. Negli anni 60, l'amministrazione Primiano Magnocavallo con cantieri di lavoro forestale rimboscò Colle S. Barbara , parte del giro esterno occidentale e le zone Porta Bianchine e Fornaci ; mentre il Corpo Forestale dello Stato pensò a rimboschire con pini domestici e italicus la fascia costiera adriatica da Saccione fino a Longara . In seguito, con il boom economico e il proliferare delle macchine agricole ci fu lo scempio di ogni forma di vegetazione spontanea e lo sradicamento di querce secolari ai lati dei sentieri di campagna. Nel 1993, grazie anche ai terreni dati in gestione al comune da Stanislao Ricci, Maria de Marzio, Manes, dai fratelli Castelnuovo e Orlando, l'amministrazione Mascolo ha realizzato circa sei ettari di rimboschimento e ultimamente l'impianto a pini del viale del cimitero, con il fattivo contributo dell'assessore Antonio Orlando, del geometra Giuseppe D'Onofrio e degli altri ambientalisti locali. La macchia mediterranea sempre più ridotta; le pinete delle Marinelle e della Longara , in lenta ripresa, con i nuovi impianti voluti dalla regione, dopo gli incendi dolosi del luglio 1993; il rudere dell'Abbazia di Sant'Agata; la zona archeologica di Chiantinelle ; i boschetti cedui di Canale Capo d'Acqua , della Monacesca , della Ciavatta ; gli olmi e le ultime querce di San Leucio , di Pisciarello , di Mezzzanotte , di Montesecco , della Posta Pettulli ; il bosco di Castellaccio , devastato con le ruspe fino alle sponde dei canaloni; la bellissima masseria di Tronco con vegetazione spontanea; il centro storico del paese, e, ciliegina sulla torta, Palazzo Arranga da adibire anche a biblioteca museo dopo il restauro (progetto Iannuzzi): costituiscono un patrimonio d'interesse storico-ambientale da salvare, prima che sia troppo tardi. A questo ci ha pensato l'Amministrazione comunale, che il 27/2/1997 ha regolarizzato la convenzione con le firme del sindaco e dei progettisti (prof. ing. Pasquale dal Sasso, i dott. arch. Nazareno Gabrielli e Gianfranco di Sabato, geom. Luigi Manes), circa il progetto del 1989 "Progetto integrato per la valorizzazione dei beni culturali ambientali". Un progetto faraonico di difficile totale realizzazione; ma, a parte che si chiede 100 per avere almeno 10, è l'unica via da seguire per salvare capre e cavoli: ambiente e nuovi posti di lavoro. Giuseppe Gentile Fonte: G. Gentile, I boschi (il mestiere del carbonaio) , in «La Portella», IV:2, Serracapriola, marzo 1997.

  • L'eroe di Capracotta

    Sono cresciuta senza padre. Papà è morto in un incidente quando avevo tre anni. Vorrei poter ricordare la sensazione di stringere la mia piccola mano nella sua, l'odore del suo dopobarba, il suono delle sue risate. Come tutti i bambini cresciuti senza un genitore, ho spesso vagheggiato storie di coraggio, di spirito e di valore attorno a mio padre. Eccone una che non vi deluderà. Nell'inverno del 1949 una violenta bufera aveva isolato il villaggio di Capracotta, in Italia. Ogni giorno, notizie via via più sconvolgenti attanagliavano i cuori degli immigrati italiani in New Jersey. Questi volevano aiutare la "loro" gente rimasta a casa, ma come? Presto vennero a sapere che urgeva uno spazzaneve, perché la guerra aveva distrutto l'unico presente in tutta la regione. Gli abitanti di Jersey City misero insieme i soldi, acquistarono uno spartineve e inviarono mio padre Armond Gaito in Italia. Visto che papà era un manovratore di bulldozer presso il dipartimento municipale dei lavori pubblici e sapeva parlare e capire l'italiano, venne scelto per consegnare il dono: uno spazzaneve nuovo di zecca. Dall'Italia papà inviò diverse lettere a mamma raccontandole degli onori che ricevette con una parata di coriandoli a Roma. Incontrò pure il sindaco della città e andò «a cena con pezzi grossi». C'era già stata una grande parata in Journal Square a Jersey City per celebrare l'invio di questo generoso regalo. Molte donne avevano indossato i costumi tradizionali per mostrare con orgoglio la costante fedeltà al vecchio Paese. I gruppi musicali avevano suonato arie popolari italiane e le bandiere tricolore e a stelle e strisce venivano sventolate vigorosamente dai più piccoli. Tuttavia, all'epoca nessuno sapeva che mio padre e mia madre Josephine aspettavano il loro primo e unico figlio: io. Sono nata mentre papà era ancora in Italia, stringendo le mani ai dignitari e aiutando il popolo capracottese. Gli abitanti di quella regione italiana furono grati ai compatrioti d'oltreoceano che li avevano onorati prendendosene talmente cura da fargli recapitare, nel momento del bisogno, molto più che dei semplici auguri. I miei nonni andavano fieri del figlio e sua moglie aveva capito perché lui non poteva esserle vicino per la nascita del loro bambino. Se fosse vissuto più a lungo, sono certa che mio padre avrebbe dimostrato ancora valore e coraggio. Sebbene non sia stato fisicamente con me, ho sempre avvertito il suo spirito amorevole nel guidare i miei passi. Donna Marie Gaito (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: D. Gaito Piccillo, The hero of Capracotta , in «Primo», XIX:19, Potomac, Washington 2017.

  • Era mio padre

    Mio padre era un capracottese d.o.c.. E questo non solo per questioni di nascita, non solo perché i suoi genitori lo erano, non solo perché amava il suo paese e gli brillavano gli occhi ogni volta che tornava, o perché cucinava magnificamente la pezzata e nemmeno perché era conosciuto da tutti. Mio padre era capracottese d.o.c. soprattutto perché, in tanti anni lontano da Capracotta, non aveva mai preso nessun altro accento oltre quello del suo amato paese. Era stato a Roma nove anni e, cosa più unica che rara, non aveva preso la minima cadenza romana, poi aveva vissuto otto anni in Svizzera e quasi quaranta a Termoli, ma niente. Lui parlava solo capracottese. Mio padre Capracotta l'ha vissuta in tanti modi, ma nel cuore il sentimento era sempre lo stesso e quel suo accento era la prova concreta di un amore durato tutta la vita. Quella che vi sto per raccontare, quindi, se vogliamo, è una storia d'amore. Un amore puro, sincero, durato nel tempo e vissuto in forme diverse. Un amore nato da bambino quando, primo di quattro figli, girava per le strade del paese, con allegria e voglia di vivere. Ricordo i suoi racconti sull'infanzia, sulle difficoltà economiche della famiglia, soprattutto in tempi di guerra, su mio nonno che c'era poco perché era un pastore e mia nonna che tirava avanti con sacrifici e determinazione. Ricordo che, nonostante i tanti problemi vissuti e le ristrettezze, il racconto era carico di affetto e nei suoi occhi c'era sempre tenerezza nel descrivere quei tempi apparentemente così lontani. Poi arrivò l'adolescenza e la necessità di trovare un lavoro per aiutare la famiglia. A 17 anni partì alla volta di Roma e si ritrovò a fare il sarto. La gioventù nella Roma della dolce vita fu per lui magica e bella, ma una parte del suo cuore era sempre legata al suo paese, alla famiglia, a quell'aria di montagna che gli riempiva i polmoni. Quella nostalgia, che prova chi lascia il proprio paese per cercare fortuna altrove, lo accompagnò per tutta la vita e si acuì negli otto anni in terra svizzera. Una terra straniera, una lingua diversa, difficile, a tratti dura. Lavorò e tanto, si ambientò alla nuova vita, si sposò e ebbe due figli, ma la voglia di tornare in Italia era troppa. Così, un giorno, decise di tornare in Molise, in una Termoli che attendeva l'apertura dello stabilimento FIAT e che, qualche anno più tardi, mi vide nascere. La gioia di esser tornato, di stare di nuovo vicino casa, per lui fu immensa. Adesso poteva tornare spesso e volentieri a Capracotta. Io crescevo divisa tra mare e montagna. Per me erano entrambi elementi familiari, naturali. L'aria di mare, il profumo di salsedine sulla pelle, investiva le mie narici ogni giorno, mi entrava nella mente e nel cuore, ma era sempre viva anche quella sensazione di aria pungente e pura di montagna, l'aria di Capracotta. Quando papà ci portava al paese, per me quel clima non era estraneo. Era un'altra parte di me. Così sono cresciuta, vivendo quelle giornate nelle varie stagioni. L'inverno con la neve che copriva ogni cosa, l'autunno con la sua nebbia e la sua malinconia, l'estate con le scampagnate all'aperto e la primavera, quando il paese si toglieva di dosso la neve che l'aveva sommerso e le fontane traboccavano di acqua fresca e dissetante. Dai miei ricordi di bambina emergono le corse alla chiesa della Madonna con mio cugino Carlo, quando andavamo a trovare nonna che faceva la sagrestana. Ci divertivamo con poco, tutto era semplice, gioioso, divertente, familiare . Con il passare degli anni quel paese, il paese da cui inizia la storia della mia famiglia, il paese a cui è legato indissolubilmente il mio cognome, divenne sempre più parte di me. Ricordo le nostre gite familiari. L'aria fresca, la neve, il bosco d'autunno con i suoi odori e colori magnifici, papà che amava andare per funghi, le passeggiate estive e la festa della Madonna, che vedeva tutta la famiglia riunita mentre nonno affettava, per l'occasione, il prosciutto stagionato in casa. Ricordo la mia gioia quando papà mi portava sul sentiero diretto a Monte Campo e l'immancabile mangiata una volta giunti in cima. Era grande l'emozione di vedere tutto il paese da lassù, Prato Gentile e quel panorama che riempe il cuore e che sento un po' mio. Perché quando il tuo cognome è capracottese, il paese lo senti anche un po' tuo. I ricordi sbucano qua e là nella mia mente. Momenti unici e momenti ripetuti uguali nel corso degli anni. I lunghi pranzi, nonna che preparava sempre il sugo dalla mattina presto, le partite a carte con nonno Giovanni e le lunghe conversazioni dopo pranzo, quando nonna Carmela raccontava qualche aneddoto della sua vita di gioventù su nostra richiesta. Le giornate sembravano sempre volare via e ricordo l'espressione malinconica di nonna quando ci salutavamo, mentre mio padre le diceva che ci saremmo rivisti presto, cercando di accorciare la distanza con le immancabili telefonate domenicali. La tenerezza di quel breve scambio di battute telefoniche è impressa ancora viva in me... − Mà, gna stieà? Che fa, signurìa? − Ch'aja fà? Ije sò vecchia. − E che fa re tiémbe? − Sciòcca! Quando papà andò in pensione, tornava più spesso al paese. La gioia di avere più tempo, di potersi fermare più a lungo, senza lo stress del lavoro, lo resero ancora più felice. Così trascorsero altri anni, anni in cui quella malinconia della distanza sembrava essersi placata. Fino all'ultimo anno, quando papà, per ragioni di salute, si poteva spostare sempre meno da Termoli. Quella particolare malinconia tornò a prendere forma nell'espressione dei suoi occhi. Ricordo perfettamente l'ultimo anno con lui davanti al computer. Ogni giorno si collegava al sito del comune di Capracotta per vedere il suo paese dalle webcam. Papà lo faceva tutti i giorni e tutti i giorni sospirava con un po' di immancabile nostalgia, ma aveva trovato un altro modo per stare vicino ai luoghi che amava. Capracotta resterà sempre nel suo cuore anche se il suo cuore ha smesso di battere lontano dalla sua terra, in una fredda notte bresciana. Ci ha lasciati così, nel dicembre del 2011, inaspettatamente, silenziosamente, umilmente. Ma il suo paese, il suo amato paese è sempre con lui, con la foto che noi figli abbiamo stampato sulla sua lapide mentre la sua immagine guarda lontano, in direzione della montagna, con l'espressione serena. Oggi tornare a Capracotta è sempre qualcosa di speciale per me, anche se, inevitabilmente, non è più la stessa cosa. Resta il legame, indissolubile e unico con quella terra, ma una forma diversa di malinconia si è presentata di nuovo con prepotenza. Una malinconia ancora più grande, più acuta, più spiazzante che stavolta, però, caratterizza l'espressione dei miei occhi... Alessia Mendozzi Fonte: A. Mendozzi, Era mio padre , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.

  • Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (II)

    Questa è la storia di due città: la solidarietà degli emigrati in America La svolta definitiva ci fu a luglio dello stesso anno quando si creò un ponte con l'America. Infatti il 23 luglio 1949 il sindaco di Capracotta dott. Gennarino Carnevale scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, on. John V. Kenny. Leggiamo le stesse parole del sindaco: Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1.421 m. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco. Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. I nazisti vollero divertirsi un giorno a ridurre in frantumi l'unico spazzaneve che possedevamo e che ci era tanto utile ed indispensabile. La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far si che potessimo avere uno spazzaneve? Chi suggerì al sindaco di Capracotta di scrivere al sindaco di Jersey City? Raccontiamo brevemente l'accaduto. La signora Eda Di Nucci, cittadina di Trenton, al ritorno da una visita al suo paese natio, Capracotta, raccontò al marito, sig. Giovanni Paglione, e ad altri capracottesi in America le sofferenze e la miseria dei compaesani. Tra questi c'erano: John Arbitelli, sposato ad una capracottese, Nicholas Paglione e Vincent Di Rienzo. Questo gruppo aveva subito raccolto tra i conoscenti, per lo più lavoratori del braccio, nelle rispettive città, la somma di 1.245 dollari. Non bastavano per comperare uno spazzaneve. Arbitelli allora pensò di recarsi a Jersey City ed interessare alcuni amici influenti, tra i quali il magistrato Ewdard F. Zampella ed il sig. Thomas De Marco. I tre si presentarono al sindaco della città, on. John V. Kenny, con la lettera del sindaco di Capracotta. Il sindaco Kenny ed il commissario Louis Messano decisero di dare inizio ad una campagna in Jersey City, per raccogliere i fondi per l'acquisto dello spazzaneve. Il Comitato pro Capracotta Il sindaco J. V. Kenny immediatamente nominò il giudice E. F. Zampella e T. De Marco rispettivamente presidente esecutivo e tesoriere di un costituendo Comitato pro Capracotta. "Carnival for Capracotta", così si chiamò, col sottotitolo: "To Provide a Snowfighter for Humanity" (per dare uno spazzaneve ad una comunità). Del Comitato furono chiamati a farne parte 28 cittadini americani, tutti emigrati italiani, per lo più campani. Solo il sindaco era di origini irlandesi. Ognuno aveva una funzione precisa. Il sindaco Kenny era presidente onorario, il commissario Messano vicepresidente onorario, poi seguivano tutti gli altri incarichi: segreteria, sfilata e festa, sponsorizzazioni, intrattenimento, ricevimento, preparativi, programma, pubbliche relazioni, biglietti, concessioni, trasporti, pubblicità, prezzi, radio, stampa, metodi, revisione contabile. In pochissimo tempo misero in moto una macchina di propaganda tanto efficiente che i risultati si videro prestissimo. Il Comitato si era prefissato l'obiettivo di raccogliere 20.000 dollari . L'azione iniziò a metà ottobre ed al 9 dicembre Clipper era stato già acquistato. Intanto Giovanni Paglione, John Arbitelli, Nicholas Paglione e Vincent Di Rienzo, in occasione della seduta preliminare del Comitato, consegnarono nelle mani del giudice Zampella e del tesoriere Thomas De Marco, la somma di 1.245 dollari da loro già raccolta. Meravigliò tutti lo slancio che pose il sindaco John V. Kenny nell'accogliere la richiesta degli Italiani. Giovanni Paglione in una sua lettera infatti dice: «Vi spiegherò perché tanto orgoglio in un sindaco di razza irlandese verso gli italiani». Non seguirono, però, altre spiegazioni. Qualcuno, però, racconta che uno stormo di aerei americani di ritorno dal bombardamento di Cassino nel 1943, sorvolando il fiume Sangro fu preso di mira dalla contraerea tedesca. Due di questi aerei furono colpiti e precipitarono nella zona dell'alto Verrino. Delle 32 persone di equipaggio dei due aerei, morirono tutti tranne uno che si lanciò col paracadute ed atterrò nelle campagne a sud di Capracotta. L'americano fu accolto da alcuni contadini, che lo accudirono e nascosero tanto bene che i tedeschi che l'avevano visto cadere col paracadute, non riuscirono a trovarlo. Fu nascosto in attesa degli alleati. Venne giù tanta neve, fu un inverno terribile, l'americano visse le difficili condizioni climatiche della zona insieme ai contadini. Arrivarono gli alleati, ringraziò e salutò i contadini che lo avevano salvato. Partendo fece promessa di acquistare uno spazzaneve e regalarlo ai suoi benefattori. Viveva in un paese dello Stato di New York. Fu eletto sindaco, volle tenere fede alla promessa. Nominò un Comitato per la raccolta dei fondi, ebbe tanta solidarietà, acquistò lo spazzaneve che fu imbarcato per Napoli, poi raggiunse Capracotta. Fu la consegna del più grande spazzaneve d'Europa, e avvenne in forma solenne. La storia così riassunta calza perfettamente alla realtà degli atti. La raccolta fondi La campagna del Comitato iniziò il 16 ottobre, con la presentazione dello spazzaneve, già commissionato e disponibile. Era carico di ricambi ed attrezzi specifici per lavorare la neve, addobbato e colorato con scritte che richiamavano l'attenzione dei cittadini U.S.A. all'iniziativa umanitaria. Una spettacolare parata alla quale partecipò la società italo-americana di Jersey City e città limitrofe. Secondo la testimonianza di John Paglione furono presenti circa 400 emigrati capracottesi giunti da Bristol, Burlington e da Trenton. Parteciparono: il corpo dei pompieri, la polizia ed un gruppo di 50 alunne delle scuole secondarie, che indossavano i costumi caratteristici dell'Abruzzo e del Molise. John Paglione scrive tra l'altro che in quella occasione: «Al discorso di presentazione Zampella diceva: "Questo non è solo un macchinario per pulire la neve, ma è un simbolo di fratellanza e amicizia che regna tra il popolo italiano e gli italiani d'america provenienti da tutte le regioni». Aggiunge il Paglione: «L'acquisto dello spazzaneve a Jersey City è diventato l'ordine del giorno, ma non potete immaginare quanto è diventata grossa la faccenda come si è messo in moto una intera città». In un'altra lettera torna sull'argomento e dice: «La città di Jersey City è una città di 300.000 abitanti, città industriale, con molti uomini illustri italiani, di cultura e commercio ed ecco perché è facile raccogliere la somma». La parata, attraverso varie e importanti strade della città, si concluse al Journal Square Plaza, dove lo spazzaneve rimase esposto fino ad operazione conclusa. La campagna di solidarietà si chiuse il 9 dicembre con una serata di grande festa chiamata "Carnevale delle Stelle". Alla festa all'Armory di Jersey City intervennero numerosi artisti e atleti famosi, stelle di Hollywood. Ricordiamo tra tutti Frank Sinatra. La bella notizia: raccolti 20.000 dollari Il "New York Times" del 10 dicembre 1949, con una nota speciale in una pagina interna, annuncia l'avvenuta raccolta dei fondi necessari al pagamento di Clipper e titola: "Italian Village Assured of Jersey City Snowplow" (Paese italiano rassicurato dallo spartineve di Jersey City) e scrive: Il giudice comunale Edward Zampella ha annunciato ad una celebrazione di 8.000 persone nell'Araldica di Jersey City che alla fine delle sei settimane promosse per la raccolta dei fondi, la quota è stata raggiunta. Ha aggiunto che domani vorrebbe consultarsi con rappresentanti dell'American Export Line per organizzare la spedizione dello spartineve e che, James Dunn, ambasciatore americano in Italia, vorrebbe consegnarlo al sindaco di Capracotta, dott. Gennaro Carnevale, nella città di Napoli. Il dono di Natale Il Comitato per Capracotta raggiunse il primo obiettivo, la somma necessaria al pagamento di Clipper, e se ne pose un secondo: far giungere il dono in Italia per Natale. Lo spazzaneve fu raffigurato su un volantino pubblicitario incellofanato e infiocchettato in un "pacco dono", pronto per la consegna, quindi mostrato insieme al promotore dell'iniziativa, John Paglione. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro , in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.

  • Monsieur Baumgartner a Capracotta?

    La Comunità europea si riunì nella primavera del 1962 per approvare il bilancio consuntivo della Banca europea per gli Investimenti riferito all'anno precedente. Per il Belgio erano presenti Jean van Houtte e André Dequae, per la Germania c'erano Franz Etzel e Heinz Starke, Pierre Werner rappresentava il Lussemburgo e per i Paesi Bassi figurava Jelle Zijlstra. Il governo italiano mandò Paolo Emilio Taviani e Roberto Tremelloni, avvicendatisi al ministero del Tesoro il 21 febbraio '62; l'esecutivo francese inviò invece Wilfrid Baumgartner e Valéry Giscard d'Estaing, anch'essi ministri delle Finanze e degli Affari Economici succedutisi un mese prima. Dalla suddetta relazione annuale emergevano dati positivi, tanto che, ad esempio, l'aumento relativo massimo degli investimenti in termini reali si era avuto in Italia (11%, contro il 15% nel 1960) e in Francia il volume degli investimenti era aumentato dell'8%, superando così il 6% dell'anno precedente. Nell'arco del 1961, dunque, i rappresentanti dei sei Paesi fondatori, assieme a Paride Formentini (1899-1976), presidente del C.d.A., si erano riuniti periodicamente nella sede centrale di Bruxelles, ma più spesso si erano incontrati nell'ufficio di Roma - un anonimo palazzo di via Sardegna, 38 nel Rione Ludovisi - visto che il presidente era italiano. Nel gennaio 1962 il ministro francese Wilfrid Baumgartner era a Roma per comunicare al presidente Formentini l'imminente passaggio del testimone nelle mani di Giscard d'Estaing e - incredibile ma... vero? - pochi giorni dopo visitò Capracotta. A riportare questa notizia di colore fu l'Europeo, il celebre settimanale d'attualità. La cosa sorprendente sta nel fatto che l'Europeo aveva sbagliato persona. Nel riconoscere monsieur Baumgartner, scrisse che questi era il presidente della Confederazione Svizzera. In realtà nel 1962 il presidente elvetico era Paul Chaudet, un uomo che ha lasciato più ombre che luci, per via delle ingenti spese militari a cui ha sottoposto uno Stato per sua definizione neutrale. La cosa ancor più sorprendente è che l'Europeo aveva (a mio avviso) preso un enorme granchio, in quanto il Baumgartner che aveva "pizzicato" a Capracotta non era nemmeno il ministro francese bensì un suo omonimo che ben conosceva Capracotta, cioè il magistrato casertano Alessandro Baumgartner (1906-1977), consigliere di corte d'appello e appassionato di disegno. Questi, infatti, era stato un assiduo frequentatore di Capracotta, tanto che, tra il maggio e il luglio 1931, aveva realizzato una decina di inchiostri sulla nostra cittadina - che la ritraevano da ogni scorcio - vergati con varie tecniche. Evidentemente nel gennaio del 1962 il consigliere Baumgartner voleva ritrarre Capracotta imbiancata, e qualche malinformato pensò che fosse il presidente svizzero o additittura un ministro di Francia! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Banca europea per gli Investimenti, Relazione annuale 1961 , Lesigne, Bruxelles 1962; Grisurin, Dans la rue... , in «La Sentinelle», La Chaux-de-Fonds, 10 gennaio 1962; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017.

  • Diario di guerra (II)

    8 dicembre 1943. Piove, paesaggio triste e desolante. Tra movimenti di truppe, da quelle misere case rimaste si riversano sulla strada quelli che erano stati gli abitanti di Capracotta che, con le poche masserizie recuperate dalle macerie, con in braccio i bambini e [...] dai vecchi, percorrono la strada verso la Madonnina dove una colonna di autocarri è in attesa del carico. Nell'interno della chiesetta il saluto alla Madonna di Loreto tra lacrime e abbracci. È quello che potrebbe essere un viaggio senza ritorno. È convinzione comune che Capracotta, da quella mattina, sarà definitivamente abbandonata da quei figli che si stanno avviando verso una destinazione ignota. Nel giro di qualche ora, il carico sugli autocarri viene ultimato e in colonna inizia il triste trasferimento. Gli automezzi attraversano le strade rese impraticabili dai bombardamenti, dal passaggio di mezzi militari di tutte le dimensioni e anche dalla pioggia. Si attraversano i paesi della valle del Trigno: Chiauci, Civitanova del Sannio, Torella del Sannio e ci si accorge che si va verso Campobasso. La gente di questi paesi guarda attonita questa colonna di autocarri inglesi con un carico di disgraziati provenienti dalle zone dove i tedeschi hanno fatto terra bruciata. Nel pomeriggio raggiungiamo Campobasso: sarà la prima sosta, in un accampamento allestito nella zona dei Cappuccini. Rifocillati da un frugale rancio, trascorriamo la notte nelle tende. La nonna ottiene il permesso di trascorrere la notte a casa di un cugino residente a Campobasso (Ottaviano Di Nucci), che è venuto nel campo a prenderla. Sarà riaccompagnata al campo la mattina per riprendere il viaggio. Al mattino si riparte. La strada è quella delle Puglie. Nel pomeriggio veniamo scaricati alla stazione ferroviaria di Lucera dov'è in allestimento un treno merci con carri bestiame. Proseguiremo con quello: ma fino a dove? È la domanda che ognuno si pone, ma la destinazione rimane ignota. Neanche gli addetti alla stazione conoscono la meta di quel treno. Qualche voce accenna: Lecce, Tunisia, Algeria... Lucera è sede di molte famiglie di Capracotta (massari, industriali boschivi, commercianti di carbone) per cui, avuta notizia che in stazione erano arrivati gli sfollati di Capracotta, approfittando delle loro conoscenze e amicizie nei vari ambienti, si sono prodigati per farli fuggire, per quanto possibile, a quell'incerto trasferimento. Infatti in molti, eludendo la vigilanza dei militari inglesi e con l'appoggio del personale di stazione, sono riusciti ad uscire dalla stazione stessa per rifugiarsi presso dette famiglie. Anche i miei sono riusciti a uscire con l'aiuto della famiglia Carnevale ( Magnapésce ), presso cui hanno trovato rifugio. In stazione, a guardia di quel poco di roba [...] dalle macerie, siamo rimasti io e Fiore, avendo avuto assicurazione che presto sarebbero venuti a far uscire anche noi. Intanto i militari ci hanno fatto caricare su un carro i nostri bagagli. Sullo stesso carro ci sono altre due famiglie: Eduardo Carugno con la moglie Dorina e due bambine, e Antonino Di Rienzo ( Papparóne ) con la moglie Maria e i figli, tutti piccoli. Siamo ormai prossimi alla chiusura dei carri ma nessuno arriva in nostro aiuto. A questo punto non ci resta che una decisione: abbandonare tutto e cercare di uscire. Dalla stazione stanno uscendo gli operai addetti ai lavori della ferrovia. Non ci resta che mescolarci a loro e uscire, ed è quello che facciamo. Prendo soltanto una cassettina in cui sono custoditi i ferri da barbiere di mio padre e, con Fiore, mi infilo nella colonna degli operai. I militari inglesi, addetti al loro accompagnamento, non si accorgono di nulla, per cui, una volta fuori, ci fanno rompere le righe e ci lasciano liberi. Alle due famiglie raccomandiamo, per quanto possibile, la cura dei nostri bagagli, lasciando loro tutto ciò che può andare a male ma cercando di custodirci almeno quei pochi indumenti, non avendo niente altro che quello che indossiamo. Una volta venuti a conoscenza della destinazione avremmo cercato di recarci a recuperarli. Rimasti liberi fuori dalla stazione, e prima che scattasse il coprifuoco, riusciamo a farci indicare la casa della famiglia Carnevale, conosciutissima e stimatissima a Lucera. Giunti presso questa famiglia troviamo ammassati in diversi locali molti paesani sfuggiti a quel viaggio. Tra di loro, tutti i nostri familiari in ansia per me e Fiore. Un grido di gioia al nostro arrivo e tanta rassegnazione per non aver potuto portare nulla del nostro bagaglio. Papà è contento di aver portato almeno i ferri del mestiere che lo avrebbero messo in condizione di lavorare. Nonna ha un nipote anche a Lucera, zio Giacomo di Mamma Nenna, che è massaro presso la famiglia di don Antonio [...]. Saputa la notizia del nostro arrivo, viene a prelevarla per farle trascorrere una notte decente a casa sua. I Carnevale, a tutti quei presenti in casa loro, non fanno mancare un buon piatto di minestra. La notte la trascorriamo su giacigli di fortuna e improvvisati. È solo la stanchezza che ci fa, di tanto in tanto, schiacciare un pisolino. Nei momenti di veglia discutiamo di quello che faremo il mattino dopo. Dove andremo? Zio Serafino vanta buone conoscenze e amicizie a San Severo ed è sicuro che in quel paese, dove risiedono molti capracottesi, commercianti di carbone, potremmo in qualche modo sistemarci. Alcuni componenti di queste famiglie si trovano insieme a noi, essendo rimasti coinvolti a Capracotta nella triste vicenda della distruzione e dell'esodo. Con il nuovo giorno sarebbero ripartiti alla volta di San Severo consigliandoci di seguirli e dove, per la solidarietà tra paesani, avremmo trovato sicuro rifugio e possibilità di lavoro. Affidandoci principalmente alla energica decisione di zio Serafino, decidiamo di partire per San Severo. 10 dicembre. Appena mattina, ci alziamo dagli improvvisati giacigli e, a gruppi, programmiamo il viaggio di quelli che hanno deciso di recarsi a San Severo. I Carnevale, proprietari, per la loro attività di industria boschiva e commercio di carbone e legnami, di diversi carretti e di 30 cavalli, hanno già organizzato il tutto mettendo a nostra disposizione i carretti e i cavalli. Per San Severo partono tre carretti sui quali prendono posto coloro che hanno scelto quella località. Altri carretti partono per Biccari, Torremaggiore, S. Paolo di Civitate, Serracapriola. Arriviamo a San Severo nel pomeriggio e veniamo scaricati, per desiderio degli stessi, presso la famiglia di Giacomo Carfagna, dove restiamo per qualche giorno. Il fratello di Giacomo, Raffaele, abitante in quello stesso quartiere, ci offre un suo locale in via S. Martino, metà del quale è adibito a deposito di carbone e carbonella. Noi occupiamo la parte anteriore, dove esiste un camino e un gabinetto senza porta: per porta adattiamo una tenda e lascio immaginare in che maniera si può usare in presenza di altre persone, anche se facenti parte della stessa famiglia. Presso il Comune vengono formati gli elenchi degli sfollati per la consegna di indumenti da parte delle organizzazioni preposte al soccorso. Qualche buona famiglia del vicinato ci offre reti, una lettiera e un paio di brandine, riuscendo così a mettere su dei letti, adattandoci a dormire un po' ammucchiati. Per il vitto non esistono molti problemi, anche se c'è il razionamento. Pane e farina si trovano in abbondanza: sono i generi di prima necessità che ti danno la possibilità di non soffrire la fame. Non parliamo delle verdure, che si sprecano, e del vino, che aiuta a dimenticare un po' le sofferenze. I primi giorni li trascorriamo a sistemare il locale, dopodiché ci mettiamo alla ricerca di un posto di lavoro. Papà, avendo salvato la cassetta degli attrezzi da barbiere, trova lavoro al campo di aviazione americano di Torre dei Giunchi. Zio Serafino, esperto nel commercio del carbone e conoscendo la zona, per essere vissuto molti anni a Serracapriola, riprende a fare quella attività in compagnia di qualche altro commerciante. Fiore e Filuccio, essendo giovanissimi, trovano facilmente lavoro presso la cucina di una caserma americana. A casa, quindi, non mancano i soldi, né mancano carne e pesce che, anche se in scatola, papà, Fiore e Filuccio riescono a portare dal campo di aviazione e dalla cucina dove lavorano. Il mio problema è invece diverso. Sono un soldato sbandato dell'8 settembre; in Puglia non c'è stato sbandamento, per cui tutti i comandi militari sono rimasti in piedi. I tedeschi non hanno occupato la Puglia, che invece è stata occupata subito dagli inglesi e dagli americani. È stato questo il motivo per cui il Re e la sua famiglia, con il maresciallo Badoglio, si sono rifugiati a Brindisi, scappando da Roma e imbarcandosi a Pescara. Il comando militare italiano ha fatto affiggere nei comuni pugliesi il manifesto con il quale i militari sbandati erano obbligati a ripresentarsi al comando più vicino alla loro residenza per essere rinviati ai centri di raccolta, dando ordine alle forze dell'ordine (carabinieri) di procedere al fermo, anche per strada, dei giovani soggetti al servizio militare. Tale stato di cose non mi consente di essere libero e di cercarmi un lavoro, per cui sono arivato alla conclusione di ripresentarmi alle armi, anche per ottenere il corredo che mi dia la possibilità di avere un cambio di biancheria personale, avendo addosso solo quella che avevo al momento dello sfollamento da Capracotta. Mi ripresento quindi al Distretto militare di Foggia con sede a San Severo. Vengo presentato al Colonnello Comandante Morrone da un maestro di San Severo, conosciuto a Capracotta dove era venuto in villeggiatura, e il Colonnello, comprendendo la situazione, mi autorizza a rimanere, in qualità di scrivano, presso gli uffici di quel Distretto e mi assegna all'ufficio Mobilitazione. Ricomincio quindi la vita militare, ma in effetti di militare ho solo la divisa, e ogni tanto vengo assegnato al servizio di guardia presso il portone principale del Distretto, a pranzo mangio il rancio e la sera sono autorizzato a dormire a casa, e meno male... In caserma, a causa della scarsità degli oggetti di casermaggio - coperte e pagliericci nei quali la paglia viene cambiata solo quando quella contenuta diventa polvere - e nonosante la disinfestazione effettuata con il D.D.T., portato in Italia dalle truppe americane, la fanno da padroni pidocchi e cimici. Le giornate le trascorro come un impiegato. Giuseppe Trotta (a cura di Enza Trotta)

  • A prua e a poppa

    Due giorni dopo, si poteva dire che ogni cosa fosse in ordine a prua, ed io cominciai le mie osservazioni. Quando salii sul palco di comando, poco dopo le otto, che era l'ora della colezione, la prua offriva l'aspetto tra d'un mercato di campagna e d'un accampamento di zingari, che avessero disfatto le tende. Ciascun gruppo d'emigranti aveva preso il suo posto, dove passava la maggior parte della giornata, e i posti presi, per consuetudine tradizionale, eran rispettati da tutti. Dovunque si potesse star seduti senza ingombrare il passaggio, in tutti i cantucci che formavan le torri di cordami e i mucchi di fieno o di merci addossati all'opera morta, s'era ficcata, come una covata di gatti, una brigatella di conoscenti o una famigliuola, con le sue seggiole e qualche cuscino o coperta, e alcune eran così ben rimpiattate, che vi si sarebbe potuto passar davanti dieci volte senza scoprirle; poiché la povera gente si adatta a tutti i vani come l'acqua. Una parte dei passeggieri intingevano ancora le gallette nel caffè nero, con le gamelle di latta sulle ginocchia; alcuni lavavano le loro stoviglie negli acquai, o distribuivano l'acqua dolce al loro rancio coi così detti bidoni, della forma di coni tronchi, dipinti di rosso e di verde; gli altri stavano accovacciati lungo i parapetti, nelle positure proprie dei contadini, abituati a riposar sulla terra, o passeggiavano con le mani in tasca, come la domenica sulla piazza del villaggio; mentre le donne, coi capelli sciolti giù per le spalle, si pettinavano davanti a specchietti da venti centesimi, ravviavano i ragazzi, passandosi a vicenda spazzole, saponi, asciugamani, davano il latte ai bambini, rimendavano panni e lavavan pezzuole in quattro gocce d'acqua, tutte affaccendate, angustiate visibilmente dalla ristrettezza dello spazio e dalla mancanza di cento cose. Tra la folla fitta e nera si vedevan girare lunghe berrette blu di cafoni, busti verdi di donne calabresi, larghi cappelli di feltro di contadini dell'Alta Italia, cuffie di montanare, papaline rosse, italianelli , raggiere di spilli di villanelle della Brianza, e teste bianche di vecchi e nere capigliature selvagge e una varietà mirabile di facce stanche, tristi, ridenti, attonite, sinistre; molte delle quali facevan creder vero che l'emigrazione porti via dal paese i germi di molti delitti. Ma l'oceano essendo tranquillo, e l'aria limpida e fresca, molti erano allegri. E si poteva notare che, quetata l'agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l'eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America. Pochi uomini stavan rivolti verso il mare; i più passavan a rassegna le passeggiere. I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavan degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l'attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s'erano raccolte, come sopra un palco molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente, pareva, del bel sesso di terza. Fra queste spiccava una bella donnetta, - una contadina di Capracotta, - con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parean veri e fiammeggiavano agli occhi. E notai due ragazze, l'una bruna e l'altra rossa, due graziose facce sfrontate, messe con una certa civetteria cittadinesca, che discorrevano con grande animazione, dando di tratto in tratto in risate squillanti, dopo aver fissato ora un passeggiere, ora un altro, come se facessero la rivista dei tipi ridicoli dell'"emigrazione". Il Commissario, capitato là mentre le osservavo, mi disse che eran lombarde, sole, sedicenti coriste, due diavolesse che promettevano di dargli molte noie durante il viaggio. E come io non capivo a che genere di noie volesse accennare, egli mi rivelò una delle maggiori piaghe della vita di bordo, in quelle piene d'emigranti: la gelosia delle donne maritate. Una tremenda cosa! Le oneste mogli coi bimbi in collo l'avevano a morte con quelle avventuriere impudenti che tiravano a stregare i loro mariti disoccupati, approfittando di quella confusione di gente; e ne nascevan liti rabbiose, in cui toccava a lui di fare da conciliatore. Ah! ne avrebbe sentite, più tardi. Ce n'era disgraziatamente qualche dozzina in quella traversata, che pareva si fossero accozzate pel suo malanno. E m'indicò un'altra ragazza, una specie di donna-cannone, seduta dietro a quelle due, col capo alto, vestita di nero, una faccia di leonessa, bruna, non brutta, ma Dio ne liberi; la quale aveva una civetteria particolare, la superbia, il ticchio di primeggiare e di farsi desiderare con l'ostentazione di un principesco disprezzo per la gente purchessia, di una pudicizia ultra delicata, paurosa d'esser profanata dagli aliti; e minacciava tutti, dicendo d’avere a Montevideo un parente giornalista, che faceva tremare il Governo. Già dalla prima sera era andata da lui a chieder giustizia contro un contadino, il quale, passandole accanto, le aveva urtato una grossa borsa di cuoio, che portava a tracolla; e domandata in via di discorso, del perché andasse in America, aveva risposto alteramente: – Per prendere aria! Bene, quella era una finta spostata; ma c'erano anche degli spostati veri; e il Commissario, dopo aver un po' cercato con gli occhi, m'indicò delle famiglie, delle persone sole, rincantucciate, per quanto era possibile, fuor della folla, le quali dal contegno, dai vestiti logori, ma di stoffa e di taglio signorile, mostravano d'esser gente stata costretta a partir per l'America da un rovescio improvviso di fortuna, che gli aveva gittati dall'agiatezza sul lastrico, con neppur tanto in tasca da prendere un biglietto di seconda classe. C'erano, fra gli altri, due coniugi, con una ragazzina d'una decina d'anni, che stavan ritti in disparte, vicino alla stalla dei bovi, con l'aria imbarazzata di chi non osa di sedersi: tutti e due sulla quarantina, macilenti, d'aspetto tristissimo. Eran negozianti. La donna, alta e sottile, con gli occhi rossi, che pareva uscita di fresco da una malattia, aveva passato tutto il primo giorno nel dormitorio, in mezzo alle contadine, piangendo sul capo della sua figliuola, senza mangiare. – Miserie! – disse il Commissario. – Ce n'è da per tutto; ma in mare paion più tristi. Intanto, guardando abbasso, proprio sotto il palco di comando, io avevo fatto una scoperta maravigliosa, una delle più belle figure che avessi mai viste per mare o per terra, vive, dipinte o scolpite, dal primo giorno che giravo il mondo. Il Commissario mi disse ch'era una genovese. Sedeva sopra un panchettino, accanto a un vecchio che pareva suo padre, seduto sul tavolato, e lavava il viso a un ragazzetto in piedi, che aveva l'aria d'un suo fratello. Era una ragazza grande, bionda, con un viso ovale d'una regolarità e purezza di lineamenti angelici, d'occhi grandi e chiari, bianchissima; perfetta del corpo, eccettuate le mani, un po' troppo lunghe; vestita d'un giubbino bianco svolazzante e d'una gonnella azzurra, che parea che stringesse due cosce di marmo. Dal vestito, benché pulitissimo, si vedeva ch'era povera; e aveva una dignità tutta signorile; ma mista a un'apparenza così ingenua, a una grazia così semplice d'atteggiamenti e di mosse, che non stonava con l'umiltà del suo stato. Dava l'idea d'una bambina di dieci anni che fosse cresciuta così in pochi giorni. Parecchi passeggieri, intorno, la guardavano, e altri, passando, si voltavano a darle un'occhiata. Ma per tutto il tempo che rimanemmo a guardarla, non girò una volta gli occhi intorno, non diede mai il minimo segno d'accorgersi che l'ammirassero, e il suo viso mantenne una tranquillità così immobile, così trasparente, direi quasi, da rendere impossibile anche il più vago sospetto che quel contegno fosse un artificio. Ed era così diversa in tutto dalla folla circostante, che sembrava solitaria in mezzo a uno spazio libero, benché la gente la premesse da ogni parte. In che modo si trovava là quel miracolo gentile ? E la sua fama doveva già essere grande a bordo, perché a un dato momento vedemmo affacciarsi a un finestrino, e guardarla con l'aria di un ammiratore abituale, nientemeno che il cuoco della terza classe, con tanto di berretta bianca, un faccione rosso e brusco, d'una straordinaria alterigia, sul quale appariva la coscienza di esser per gli emigranti il più importante personaggio del piroscafo, riverito, temuto, corteggiato come un imperatore. – E anche costei, – disse scotendo il capo il Commissario, – senza volerlo, mi darà da pensare. – E prevedeva un viaggio scellerato. Edmondo De Amicis Fonte: E. De Amicis, Sull'oceano , Treves, Milano 1889.

  • Lucio e la tormenta

    Come ogni giorno Lucio, dopo essersi preparato adeguatamente per andare a scuola, uscì da casa con libri e panino sotto l'ascella (legati con un unico elastico) e si recò al forno di zio Pasqualino, luogo di raccolta degli studenti del quartiere di San Giovanni diretti a scuola ad Agnone. Appena giunto al forno, zio Pasqualino gli fece notare che quella mattina lui era l'unico studente presente e gli consigliò subito di tornarsene a casa, perché non aveva visto transitare nemmeno lo spazzaneve e, a suo dire, la corriera non sarebbe partita. Lucio, ascoltato il consiglio di zio Pasqualino, uscì dal forno convinto di tornarsene a casa. Appena fu sulla strada, vide la sagoma di un uomo arrivare dalla direzione del cimitero, di gran corsa, interamente ricoperto di neve. Avvicinatosi, riconobbe subito il suo giovane professore che stava tornando da una ricognizione a quel breve tratto di strada, appena fuori il paese fino al Casino , che lo invitò ad andare con lui, in macchina, ad Agnone. Il professore, ricorda Lucio, quel giorno aveva lezione alla prima ora. Quel mattino, considerando la situazione climatica, si era alzato più presto del solito perché prevedeva che su quella strada, non sgombera dalla neve, avrebbe dovuto darsi da fare per giungere in orario a scuola. La notte aveva nevicato, ma non con abbondanza. Il tempo era alquanto grigio e variabile. Si alternavano brevi e veloci schiarite ad annuvolamenti con raffiche di vento che rendevano difficile la visibilità. Ma nel complesso il tutto non era poi così proibitivo. Si poteva tentare di andare. Aveva montato in garage le catene alla sua Fiat 500, portava la pala nell'abitacolo, come sempre, pronta all'impiego in caso di necessità, abbigliamento da sciatore, si sentiva sicuro di affrontare un viaggio nella neve. Prima di avventurarsi con la sua piccola macchina, però, aveva ritenuto opportuno fare una veloce ricognizione sulla situazione neve. Lui conosceva bene quel luogo appena fuori il paese. Era insidioso poiché di solito presentava un accumulo di neve maggiore rispetto al resto della strada. Se la neve superava un certo limite con una piccola utilitaria non sarebbe stato facile "sfondare". Lui, per partire, doveva essere certo di farcela "con le sue forze", anche perché lo spazzaneve non era passato. Non poteva correre il rischio di rimanere "piantato" nella neve già dalla partenza. Sarebbe stato un comportamento da sprovveduti. Era andato, quindi, velocemente, aveva verificato, si era convinto che era possibile passare, ma con decisione, senza indugio. Il coraggio non gli mancava. E poi con la 500 si sentiva sicuro, era un mezzo eccezionale per viaggiare sulla neve. Era il suo cavallo di battaglia. Piccola, maneggevole, motore e trazione posteriore, era formidabile. Era leggera tanto che, se "s'imbarcava" sul gelo, non c'era pericolo che finisse fuori strada. Bastava un grumo di neve per arrestarla. Se si "piantava" adoperava questa tecnica. Ingranava la marcia (in avanti o retromarcia, secondo il caso), tirava l'acceleratore a mano, si metteva in piedi accanto alla macchina, con la portiera aperta, una mano sul volante e aiutava la piccola vettura spingendola con la spalla, appena ripartiva in un attimo vi saltava dentro, era un gioco, e tornava alla guida. Lucio, 16-17enne, all'invito del professore ebbe un attimo di titubanza perché si rendeva conto che quel viaggio non sarebbe stato poi una passeggiata. Ma la proposta, anziché preoccuparlo, lo stimolava, rassicurato dall'abilità dell'autista, accettò anche perché pensava che, in alternativa al viaggio, quella giornata appena iniziata lui l'avrebbe trascorsa interamente in casa annoiandosi. Per giunta il professore l'aveva rinfrancato spiegandogli la consuetudine di Agnone dove, con la neve a terra, altri insegnanti e studenti non sarebbero arrivati a scuola, ne era certo, per cui, una volta posta la firma di presenza, sarebbero tornati a Capracotta. Il giovane, alla luce di queste considerazioni, si convinse definitivamente e salì in macchina. Partirono "sparati" e la 500 con le catene sembrava uno spazzaneve. Con decisione, a strattoni e singhiozzi, superarono il tratto difficile appena fuori le case. Oltre la curva del mattatoio, le cose apparvero più semplici. Lì il manto nevoso non era omogeneo, ma sulla strada c'era tutta una serie di cumuli di neve, più o meno grandi, alcuni alti fino a un metro, intervallati spesso da tratti di strada completamente libera. Tante dune di neve, per lo più trasversali alla strada, che con un po' di velocità la macchina sfondava. Era proprio uno "sballo" passarci dentro, sollevare degli abbondanti sbruffi di neve che finivano sul parabrezza e che momentaneamente offuscavano la vista. Non si preoccupavano per nulla di quei blackout poiché sulla strada verso Capracotta non saliva nessuno. E chi altri poteva osare? La strada era tutta loro. La visibilità era alterna, a momenti appariva il sole, schiarendo, ma altrettanto in fretta si oscurava ed era veramente difficile scorgere la carreggiata. Ogniqualvolta, nei momenti di relativa calma in cui s'intravedeva un ostacolo, il professore, con una forte accelerata, costringeva la piccola autovettura a dei salti in mezzo ad una nuvola di neve. Mentre sui tratti di asfalto pulito si avvertivano le vibrazioni prodotte dalle catene montate sulle ruote. Circostanze che si ripetevano con frequenza e tutto ciò procurava ai due una sorta di euforia. Così, baldanzosamente, con continue accelerate e rincorse, sobbalzi e divertimento, avanzarono senza arresti. Pensavano che ce l'avrebbero fatta fino in fondo, ma il difficile sarebbe arrivato a metà strada. Oltrepassate le masserie dei Di Menna avrebbero raggiunto la località detta Sbracia , dove l'accumulo di neve era sempre sovrabbondante. Era risaputo che quello era un punto difficile da superare, lo conoscevano bene. Il caso volle che proprio poco prima di giungervi vi fu un oscuramento totale. Una nuvola improvvisa, vento forte e un gran turbine di neve azzerarono completamente la visibilità. Erano come entrati "in un tunnel buio". Buon senso avrebbe voluto che si fermassero in attesa di una schiarita. Il conducente sentì la macchina un po' affaticata, era in sostanza già nella zona critica, troppo tardi per arrestarsi. Sapeva che proprio lì avrebbe dovuto dare la massima accelerazione alla macchina per sfondare. Pensò: «Se mi fermo da qui non riparto, o la va o la spacca» e andò deciso. Un po' come il saltatore in lungo che sta per staccare dalla pedana e sente di non fare una buona prova, vorrebbe interrompere l'azione, ma è troppo tardi, vada come va. Comunque Lucio osservò che il professore era in preda ad una sorta di eccitazione, lo intuì perché gli aveva suggerito scherzosamente di tenersi forte in previsione dell'ennesimo sfondamento. L'acceleratore schiacciato al massimo, un salto nel buio, e subito dopo... vuufff! Un tuffo nella neve soffice. La macchina sobbalzò, sollevò una grande nuvola di neve, poi si arrestò. Fermi. Divertito il professore, rise. Tutto era avvenuto secondo copione, tranne il risultato finale completamente diverso dal solito. La macchina si era impennata e al momento dell'atterraggio, si spensero motore, luci e tergicristallo rimanendo completamente immersa nella neve. Per Lucio seguirono attimi, se non proprio di sgomento, di qualcosa che sicuramente gli somigliava. I due giovani, per quanto la macchina fosse infossata nella neve, ebbero difficoltà ad aprire le portiere, comunque uscirono e all'aperto si resero conto che la tormenta era aumentata. Il professore si allontanò di qualche metro in avanti per vedere qual era la situazione. Constatò che era impossibile proseguire. Un alto e lungo cumulo di neve sbarrava la strada. Allora, nel tentativo di riportare indietro la macchina, provarono ad aprire un varco verso il retro spalando la neve. Lucio con i piedi, il professore con la pala. Il loro lavoro era inutile perché il vento riempiva immediatamente il buco scavato. Vista la difficile situazione, in fretta e furia chiusero la macchina e ripresero la strada del ritorno verso il paese, ovviamente a piedi. Nella concitazione di quei momenti, Lucio lasciò dentro la macchina i libri, i quaderni e, con sommo dispiacere, anche il suo prezioso panino. Con qualche difficoltà giunsero alla masseria del buon Amelio, che si trovava a circa un chilometro dalla macchina, sulla strada del ritorno, pensando che a lui avrebbero potuto chiedere la cortesia di telefonare a casa per riferire l'accaduto alle famiglie. I due furono accolti con immensa cordialità da tutta la famiglia di Amelio. Cortesemente chiesero di telefonare alle mamme che rassicurarono: erano appiedati, stavano bene, sarebbero tornati al più presto a casa. La signora Maria offrì loro di tutto; gli chiese se gradivano salsiccia, prosciutto, soppressata. Li invitò persino a rimanere a pranzo con loro annunciandogli un buon piatto di sàgne . All'offerta di tante genuine squisitezze il professore ringraziò e rispose che non si dovevano incomodare più di tanto, perché era bastata l'accoglienza già ricevuta e per il pranzo contavano di trovarsi alle rispettive case. In definitiva sostarono lì giusto il tempo necessario per telefonare e non consumarono alcun cibo, a causa dell'eccessiva discrezione del professore e dell'adolescenziale timidezza di Lucio. Lucio sospettò che il professore forse non era stato sincero a rinunciare a tante prelibatezze. Per quanto lo riguardava, essendo passata da parecchio l'ora in cui normalmente mangiava il panino e avendo sostenuto un notevole sforzo per raggiungere quel ricovero, gli si era svegliata una tale fame che a distanza di anni ancora ricorda. Comunque la sosta fu breve, salutarono e ripresero il cammino. Lucio, però, appena fuori la masseria non poté non rinfacciare al suo compagno di viaggio l'aver rifiutato tutto quel ben di Dio: lui volentieri avrebbe mangiato un bel piatto di sàgne , ed anche altro. Quando furono sulla strada, notarono che la neve aveva smesso di scendere, mentre la bora continuava a tormentarli. Lucio ricorda che la parte superiore del suo corpo era sufficientemente protetta dalla giacca a vento, mentre quella inferiore soffriva le raffiche del vento. Forse anche per questo gli venne lo stimolo di urinare, ma temendo l'esposizione al vento e al freddo si guardò bene dal soddisfare il bisogno. Arrivarono in paese intorno alle ore 12:00. Il professore ebbe appena il tempo di farsi vedere dalla mamma e tornò sulla strada per rendersi conto dov'era Clipper, che proprio in quel momento passò in direzione nord fermandosi alla piazza de re ferrieàre . Si accostò alla portiera dello spazzaneve e si fece notare dagli autisti, ze Cenzitte e ze Peppe. Disse loro che la sua macchina era ferma, nella neve, sulla strada per Agnone, giù verso Macchia. Lì stavano andando, lo fecero salire con loro nella cabina. I due anziani autisti di lungo corso erano a lui affezionati, affidabili, prudenti, ma alquanto timorosi sulla neve. Da quel momento fino al raggiungimento della Macchia, circa 20 minuti di viaggio, lo sottoposero ad un insistente duetto di rimprovero: – Tu sei pazzo! Come hai potuto azzardarti e metterti in viaggio con quel tempo!? – E continuando: – Ti rendi conto che tu hai messo in pericolo la tua vita ma anche quella di quel ragazzo? E così, proseguendo, non ci fu spazio per interloquire o ragionare. Per loro uscire con una 500 in quelle condizioni era stato da pazzi. Il professore stretto nella tenaglia dei due vecchi autisti riuscì a dire: – Se io con una scatoletta come la 500 sono riuscito ad arrivare laggiù, voi con questo bestione dove sareste arrivati? Per il professore e Lucio il loro viaggio era risultato un gioco, in fin dei conti poi senza tanto rischio, uno sballo direbbe un giovane d'oggi. Lucio intanto aveva raggiunto velocemente casa e si era precipitato al bagno per liberarsi finalmente del fardello che si portava dietro da parecchio tempo. Ma con grosso stupore, nonostante l'impellenza, non riusciva ad urinare. In sostanza si era congelato tutto. Quella manciata di minuti che durò il blocco, fu una grossa sofferenza. E benché la temperatura del bagno non andasse oltre lo zero, sudava preso dal panico. All'improvviso il liquido che tanto lo aveva tormentato cominciò a defluire dandogli una sensazione di benessere difficile da descrivere. Spesso a Lucio è capitato di raccontare questa vicenda (verificatasi nell'inverno 1971-72) ai colleghi di lavoro i quali, non conoscendo a fondo l'elemento "neve", sono rimasti stupiti. Da parte sua Lucio considera questo, tra gli episodi da lui vissuti durante i cinque anni da studente pendolare da Capracotta ad Agnone, il più avventuroso ed è quello più vivo nella sua mente, consapevole di aver trascorso alcuni momenti ad alto rischio. Michele Potena Fonte: M. Potena, Lucio e la tormenta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. II, Proforma, Isernia 2012.

  • L'epigrafe di Palazzo Conti-d'Alena

    Fino a non molti anni fa all'interno del cosiddetto Palazzo dei Baroni d'Alena, sito in corso S. Antonio, era presente una grossa lapide, oggi non più al suo posto. Quell'epigrafe, che raccontava tante storie in una, sopravvive in una fotografia fornitami dagli eredi della famiglia Baccari perché, manco a dirlo, la pietra ricorda un evento storico della comunità capracottese di cui si resero protagonisti i fratelli Francesco (1673-1736) e Nunzio Baccari (1666-1738), entrambi vescovi. Grazie alla digitalizzazione dell'immagine, sono riuscito a decifrare quanto segue: D.O.M. ECCLESIAM HANC CVM EJVS UNICO AL TARI IN HONOREM DEI & B. V. M. GRA(tia)RV(m) ERECTAM A(b) FAMILIA BACCARI: FRANCISCUS DE EADE(m) FAMILIA EP(iscop)US THELESINUS FRATER GERMANUS NUNCIJ EPI(scopus) BOJANEN. ALMÆQ(ue) URBIS VICESGE RENTIS, PERMITTENTE ORDINARIO TRIVEN TINO, SOLEMNI RITU DIE VII SEPTE(m)BRIS MDCCXXXI CONSECRAVIT, & EAM VISITA(n)TIB(us) DIE XVIII JUNIJ, IN QUA(s) CO(n)SECRATIONIS HUOI TRA(n)STULIT A(n)NIVERSARIU(m), QUADRAGINTA DIES DE VERA I(n)DULGENTIA PERPETUÒ CONCESSIT. Dopo aver sciolto le abbreviazioni, grazie alla nuova fotografia in alta risoluzione di Oreste Muccilli, il risultato è il seguente: A Dio Ottimo Massimo questa chiesa col suo unico altare in onore di Dio e della Beata Vergine Maria delle Grazie [è stata] eretta dalla famiglia Baccari: di quella stessa famiglia Francesco vescovo di Telese e il fratello germano Nunzio vescovo di Bojano e vicegerente dell'Alma Urbe, col permesso dell'ordinario triventino, con rito solenne il giorno 7 settembre 1731 consacrò e, nel visitarla, spostò ad oggi l'anniversario della consacrazione del giorno 18 giugno, e concesse quaranta giorni di indulgenza vera per sempre. Le iscrizioni latine di questa epigrafe descrivono il rito di consacrazione al culto che i fratelli Baccari celebrarono nel Palazzo d'Alena a Capracotta il 7 settembre 1731, facendo slittare di tre mesi la vecchia data di consacrazione del 18 giugno. Ciò lascia intendere che l'oggetto di consacrazione, la ecclesiam , prima del settembre 1731 era sita in un altro edificio, probabilmente all'interno di Palazzo Baccari (l'ex asilo infantile): è chiaro che si tratta della Chiesa di S. Maria delle Grazie, eretta proprio da Donato Baccari dopo il 1546. L'anno 1731 segna evidentemente il definitivo passaggio del bel palazzo sul Colle di Capracotta dalla famiglia Baccari alla famiglia Mosca, coi primi che conservano come proprietà l'elegante palazzotto di corso S. Antonio, noto in seguito come Palazzo dei Baroni d'Alena. Il trasferimento della cappella di S. Maria delle Grazie - che la lapide tramanda ai posteri - richiamò a Capracotta Francesco Baccari, vescovo telesino, e suo fratello Nunzio, vescovo bojanense e vicegerente di Roma, che visitarono e consacrarono la nuova cappella e che, a tal fine, determinarono che ogni anno, il 7 settembre, venissero concessi quaranta giorni di indulgenza. Nel 1731 Nunzio e Francesco Baccari erano pressoché anziani eppure non mancarono l'appuntamento familiare, forse allettati dal desiderio di rivedersi e di rivedere il luogo in cui erano nati e cresciuti, la vecchia casa, i parenti, l'aria pungente e odorosa d'alta montagna, prima di tornare ai propri sacri uffici. L'ultima curiosità nata dallo studio di questa epigrafe è invece di natura lessicale: mi riferisco all'avverbio huoi , probabilmente una forma volgarizzata del latino hodie per intendere "oggi" e vicinissima al dialetto capracottese di auóje . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; M. Colabella, Le famiglie e i detti popolari di Bonefro , Amodeo, Milano 1983; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Yuocanprint, Tricase 2016; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo , Ilmiolibro, Roma 2015.

  • Antartide, mai così calda

    Il posto più freddo del mondo è ora diventato un po' meno freddo. In Antartide sono stati registrati ben 17,5 gradi centigradi il giorno 24 marzo 2015. Un record assoluto. La temperatura è stata registrata in Argentina, presso la base Esperanza. I record sono avvenuti tre mesi "dopo" il periodo più caldo dell'anno, che per l'Antartide è il mese di dicembre. La media per il mese di marzo è di -0.4 gradi Celsius. Il record cioè è di 18 gradi superiore rispetto a quello che dovrebbe essere. Il tutto è sconcertante ma non inaspettato: il polo nord e sud si stanno riscaldando più che altre zone del pianeta e lo scioglimento dei ghiacciai è innegabile. Nella parte occidentate dell'Antartide la perdita dei ghiacciai è stata dell'8 per cento in volume negli scorsi due decenni, con maggiori perdite negli scorsi dieci anni: dal 1994 al 2003 le perdite sono state modeste, ma dal 2003 ad oggi il ritmo di scioglimento dei ghiacci è esploso. Abbiamo perso il 70 percento di ghiacci in dieci anni. D'altro canto secondo il British Antarctic Survey, negli scorsi cinquant'anni le temperature medie sono salite di quasi due gradi centigradi. Dal 2010, 46 nazioni su 235 in tutto il mondo hanno raggiunto livelli record di temperature massime. E se qualcuno mi dice della neve che è caduta a Boston oppure a Capracotta, in Molise, la risposta è in questo grafico: per qualche località con freddo gelido e nevi da record, la stragrande maggioranza del pianeta ha subito un riscaldamento fuori dal comune. A Los Angeles è tutto marzo (e pure prima) che oscilliamo fra i 20 e i 30 gradi, tutti i giorni. Maria Rita D'Orsogna Fonte: https://dorsogna.blogspot.com/ , 30 marzo 2015.

  • Questo sci mi va stretto

    In fondo, in fondo è bello sciare. Ed è strettissimo il rapporto con la natura di chi va con gli sci stretti sulla neve. È un rapporto quasi simbiotico quello che si crea tra lo sciatore della fatica e le piste che frequenta. Meno male che lo spettacolo della natura attenua persino la durezza di un allenamento. La sofferenza interagisce idealmente con il paesaggio, i bastoncini per spingere esaltano il piacere di fare sport a prescindere dal risultato. Ma dov’è più divertente sciare da fondisti? Dove si può sciare più facilmente? Quali sono gli itinerari ideali, affrontando i binari del passo alternato o, più facilmente, "pattinando" a tecnica libera? Bisogna chiedere a un esperto o addirittura a un campione olimpico e mondiale azzurro. Ce l'abbiamo: Cristian Zorzi, il primo fenomeno che, quando il tempo libero da skiman della Nazionale glielo consente, partito dalle sprint continua a frequentare anche le gran fondo. E con "Zorro" in pista le sorprese non mancano. Mai. San Pellegrino «Non è facile scegliere 10 piste: ce ne sono tante in Italia, soprattutto nell'arco alpino, anche perché disponiamo delle più belle del mondo, altro che Scandinavia. Le Alpi sono storia, fanno ricordare le guerre, la fatica e il sacrificio. Ma se proprio devo fare una classifica di gradimento, al primo posto metto la pista San Pellegrino, nel passo in Val di Fassa. Ci sono cresciuto e, dopo averle viste tutte, da noi e all'estero, la eleggo a pista ideale. Il segreto è che puoi patire tanto il freddo o il caldo, nel bosco provi le sensazioni più diverse, in certi punti senti solo il tuo respiro, ti ritrovi in un contesto quasi fiabesco. Vedi il tramonto che scema sulla Marmolada e si tratta di percorsi aperti al principiante come al superagonista, ci sono salite impegnative e recuperi lunghi o brevi, insomma c'è di tutto». Alpe di Siusi «Poi dico la pista dell'Alpe di Siusi, in Alto Adige. Ti ritrovi in un un altopiano in mezzo alle baite, in un'atmosfera quasi lunare. Si può sciare anche di notte, in questo caso l'ambiente sembra spaziale, illuminato dalla Luna che, quando è piena, è davvero magica. Un'uscita davvero spettacolare». Altopiano di Asiago «All'altopiano di Asiago sono molto legato anche da ricordi stupendi di vittorie in Coppa del Mondo sprint. Lì c'è la pista Enego di cui sono innamorato: perché è una via dimezzo tra le prime due scelte, ti sposti in un'infinità di boschi e il giro è davvero lungo (50 km.), quindi bisogna prepararsi ad affrontarlo: non si passa mai dallo stesso punto. Sarebbe perfetto per una famiglia che vuol fare un'uscita pic-nic incluso. Verso febbraio-marzo la neve è sempre fresca, ti ritrovi a mezzogiorno magari dopo aver fatto 30 km. ti fermi a riposare e ci sono le panchine per sedersi, tra le baite. Anche in questo caso godi uno splendido, anzi, il massimo rapporto con la natura. Ma occhio: per tornare a casa devi concentrarti e dosare le forze perché i chilometri sono tanti. Un consiglio: guardare bene la cartina». Cogne «Il tracciato valdostano del Gran Paradiso, a Cogne, si adatta a uno come me, con piste impegnative e più valli, cambi di paesaggio: c'è varietà nel giro e trovi in una giornata nature diverse. È stupendo anche se non adatto a chi è meno esperto, diciamo che lo consiglio agli sciatori amatori più esperti. Sempre in Val d'Aosta, ma in Valsavarenche (una valle eccezionale per il contatto con la natura), c'è una pista in cui si può uscire... con gli stambecchi». Dobbiaco «Per un weekend con moglie e figli, sceglierei Dobbiaco, perché metti gli sci subito fuori dall'albergo: la stazione del fondista per eccellenza. Si può andare verso Cortina, verso il confine del Brennero, verso la Pusteria, un'occasione per stare sugli sci e chiacchierare con gli amici e la famiglia magari durante le feste natalizie». Passo Lavazzè «Nella pista di Passo Lavazzè mi sono allenato tante volte, vi si fanno incontri ravvicinati con cervi e volpi, ma non è pericolosa per le situazioni. Sì, ci sono tanti animali selvatici però anche tanti chilometri di pista per seminarli. In questo caso si passa dalla fatica di gruppo a quella solitaria, ma sempre rimanendo col filo conduttore: sport e natura». Val Casies «La pista in Val Casies è da scegliere se si vuol assaporare quelle della gran fondo e se si vogliono abbinare i bellissimi alberghi con la loro parte wellness». Monte Bondone «La pista Viote del Monte Bondone, nella soleggiata conca ai piedi delle Tre Cime del Monte Bondone, è indicata per amatori che vogliono rilassarsi con le famiglie. Offre 35 km. di piste, anelli di varia difficoltà, preparati per tecnica libera e classica». Val di Fiemme «La pista di Lago di Tesero, in Val di Fiemme, è quella per eccellenza per i fondisti professionisti, è stata premiata con tre Mondiali e diventerà olimpica nel 2026. Quando una pista viene confermata dalle istituzioni significa che è la più apprezzata del mondo. Tra questi tornanti passa anche la Marcialonga, la gran fondo per eccellenza che va da Moena a Cavalese. Il bello di questa gara è passare tra i paesi delle valli, con la gente che ti incita e ti spinge: è l'emblema dello spirito della solidarietà». Capracotta «Un posto che mi ha davvero impressionato, forse più di tutti, è Capracotta. Un po' perché c'è neve a metri e poi perché la gente è molto appassionata di sci. Una volta la passione era così straripante che disputai un Campionato italiano con la scorta... Mi dovettero proteggere tre finanzieri dalla folla. Fu incredibile scoprire quanta passione c'è lì per gli sport di fatica. Non mi sarei mai aspettato un'esperienza così. Una località del Sud che mi è davvero rimasta nel cuore». Stefano Arcobelli Fonte: S. Arcobelli, Questo sci mi va stretto , in «Sportweek», 48, Milano, novembre-dicembre 2019.

  • Capracotta, l'eroe ucronico di Enrico Brizzi

    «Cosa sarebbe successo se il regime fascista avesse vinto la guerra?». È da questa domanda che prende spunto lo stupendo romanzo di Enrico Brizzi "L'inattesa piega degli eventi" (2008). Il giornalista sportivo Lorenzo Pellegrini viene infatti inviato dal quotidiano "Stadio" in Africa Orientale - oramai Repubblica Associata assieme a Libia, Albania, Corsica, Malta ed Egeo - per seguire da vicino il campionato di calcio della cosiddetta Serie Africa, parallela alla Serie A disputantesi sul sacro suolo d'Italia. L'autore utilizza l'espediente dell'ucronia (un genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale) per raccontare le mirabolanti avventure di Pellegrini in terra africana, che si svolgono in un ambiente periferico, ovattato, lontano dalla politica e dalla propaganda "repubblicana" di Roma ma in cui non mancano le rivendicazioni di etiopi, eritrei e somali, organizzatisi in gruppi sovversivi. Nell'assistere ad Addis Abeba al match decisivo per l'assegnazione del trofeo, Lorenzo Pellegrini ascolta il racconto di Federico Quaglia sulla guerra del 1936 e sulla storia di un soldato molisano chiamato Capracotta, morto come un disgraziato durante un assalto abissino. Quaglia rivela a Pellegrini che «il nostro plotone era caduto in un'imboscata nel Goggiam, ed eravamo riusciti a scappare solo in tre: io, il Sergente e un molisano di appena diciott'anni che chiamavamo Capracotta. Gli amici al paese gli avevano fatto firmare per scherzo la richiesta di partire volontario. Credeva di fare richiesta per la riserva, e invece gli è toccato partire insieme a noi». Insomma il Capracotta di Enrico Brizzi rappresenta il cittadino italiano che non conosce la guerra ma che, suo malgrado, si ritrova a combatterne una per incoscienza, per miseria, per ignoranza, a migliaia di chilometri da casa. Capracotta rappresenta tutti i contadini e i pastori del Meridione che furono mandati a morire in Africa, in Iugoslavia, in Russia. Brizzi dimostra di conoscere la nostra cittadina e la nostra regione, dimostra di sapere quanto la provincia ruralissima abbia contribuito alla "carne da cannone" fascista. Quello che segue è il dialogo tra Pellegrini, Quaglia e il Cavaliere sulla morte del povero Capracotta: – Ormai ci avevano scoperti. Capracotta tremava così tanto che non riusciva a reggere il fucile, e a me restava un solo proiettile. "Fuori da qui!" gridò il Sergente, ma ormai il diavolo di prima stava agitando lo sciotèl, la loro sciabola a mezzaluna, e gridava di gioia come avesse scovato delle buone prede. Il degiacc si fece precedere alla porta dall'altra guardia, un negro altissimo coperto da un mantello bianco come un fantasma. Sparò entrando di corsa col moschetto spianato, sparai anch'io, e quel gigante cadde all'indietro. Preso in pieno! Quello che ci aveva visti per primo saltò attraverso la finestra, e si gettò addosso al povero Capracotta. Rideva, mentre gli affondava in pancia lo sciotèl fino all'impugnatura, e la punta gli uscì da qui –, spiegò indicandosi il plesso solare. – Porca lercia. Il Sergente sparò in testa al negro, poi gli aprì la gola con la baionetta. Uno schifo, dottore, e intanto Capracotta era steso in un lago di sangue... Chiamava la mamma con una voce da far accapponare la pelle... Poi ci fu uno schiocco come di una trappola che scatta. Sentii una frustata alla spalla e vidi il degiacc Girma Zamanuel che entrava gridando nel tucul, con i denti rossi e la criniera di leone intorno alla fronte. Nella destra gli fumava ancora la pistola, mentre con l'altra mano ci agitava contro lo scacciamosche segno del suo rango. Doveva avere combattuto molte guerre, perché era coperto di cicatrici. Urlava le sue maledizioni nella lingua dell'inferno, e prima che potesse sparare di nuovo, il Sergente gli scaricò in faccia il Novantuno. – Che macello –, commentai senza troppa delicatezza. – È la parola esatta. Gli Abissini erano morti, io avevo un confetto da nove millimetri nella spalla e il povero Capracotta perdeva le trippe dalla pancia come una bestia. Ormai era bianco in faccia, e ci implorò di portarlo a morire all'aperto, lontano da quelle carogne. – Mi spiace –, dissi mentre mi saliva la nausea, e Quaglia rivolse un saluto romano all'orizzonte. – Camicie nere dell'82°... Presenti! – gridò sotto il cielo dell'altopiano. – Quel povero ragazzo faceva il pastore, al suo paese –, riprese il suo racconto. – Era piccolo ma di fibra robusta, e ci ha messo un po', prima di morire. Con la paura che arrivassero altri Abissini a cercare il degiacc, non l'abbiamo neppure sepolto. Dovevamo raggiungere i nostri prima del tramonto, altrimenti eravamo spacciati. Però, prima di incamminarci alla ricerca del nostro battaglione, il Sergente fece qualcosa di terribile… – Cosa? – domandai dopo un po' che si era interrotto e sembrava mi studiasse. – Ce l'avete presente il Sergente? – domandò il Cavaliere. Annuii. – Il vostro allenatore? Certo. – Che il seguito di questa storia resti in Africa, dottor Pellegrini. – D'accordo –, concessi. – A casa aveva una moglie e tre figli. Era una persona normale. Però fece l'errore di rientrare nella capanna, e con lo sciotèl del negro che aveva ucciso Capracotta cominciò ad accanirsi sui cadaveri –, spiegò Quaglia con la voce piena di vergogna. – Di fronte ai caduti, bisogna fermarsi. Lui invece voleva mostrare agli Abissini che era fatto di una pasta peggio della loro. Quando uscì da quella maledetta capanna era coperto di sangue come un morto che cammina... Aveva il Novantuno a tracolla, lo sciotèl in cintura, e reggeva qualcosa nella destra. All'inizio pensai che fosse una zucca. – Infatti lo era –, affermò il Cavaliere divertito. – Solo dopo un attimo capii che era la testa mozzata del degiacc Girma Zamanuel, con gli occhi ancora accesi e la barba impiastrata di sangue. Nonostante "L'inattesa piega degli eventi" sia un romanzo di fantasia, Vi farà riflettere e commuovere, Vi esalterà o Vi farà forse disperare. Ma sono certo che, se amate la letteratura, questo è un libro che non dimenticherete facilmente. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Brioni, Fantahistorical vs. Fantafascist Epic. "Contemporary" Alternative Italian Colonial Histories , in «Science-Fiction Studies», XLII:2, Greencastle 2015; E. Brizzi, L'inattesa piega degli eventi , Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008; A. Del Boca, Le guerre coloniali del fascismo , Laterza, Bari 2006; N. Labanca, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana , Il Mulino, Bologna 2002; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; H. Serkowska, "Cosa sapevo della Serie Africa? Niente di niente. E molto poco dell'Africa nel suo insieme". La storia coloniale italiana nel racconto ucronico-sportivo , in S. Contarini, G. Pias e L. Quaquarelli, Coloniale e Postcoloniale nella letteratura italiana degli anni 2000 , Presses Universitaires de Paris Ouest, Paris 2012; Wu Ming, New Italian Epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro , Einaudi, Torino 2009.

  • Il primo fonditore della regione Molise era della città d'Isernia

    Chi l'avrebbe mai detto: il primo fonditore di campane ( magister campanarum ) vissuto nella regione Molise, era nato nella città di Isernia. In attesa di ulteriori scoperte, Uberto D'Andrea nella sua attenta ricerca delle fonti bibliografiche e dei documenti di archivio, in "Campane e fonditori in Abruzzo e Molise dal 1532 ai giorni nostri" (parte II), ricorda: «Giacomo da Isernia, che nel 1433 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista di Celano». La città di Isernia ha sempre vantato personaggi ed avvenimenti non pertinenti alla sua antica e gloriosa storia, vedi la nascita di Ponzio Pilato o di papa Celestino V, al secolo Pietro di Angelerio, o essere stata la 1ª capitale d'Italia in occasione della Guerra Sociale, dimenticando quanti veramente hanno dato lustro alla città. Non è dato sapere se il magister campanarum Giacomo da Isernia avesse la fonderia in città e se, oltre a fondere campane come era in uso fare all'epoca, si dedicasse anche alla fusione di armi leggere e pesanti o all'arte della lavorazione del rame. All'epoca, per le poche e non comode vie di comunicazione, il trasporto delle campane era quanto mai difficoltoso, pertanto erano i magistri campanarum a spostarsi da una località all'altra ed in loco , ai piedi dei campanili, scavavano la fossa per fondere e creare una o più campane. Dopo Giovanni da Isernia, in una ipotetica classifica, al 2° posto D'Andrea ricorda Nicola da Capracotta: nel 1542 aveva fuso una campana in Villetta Barrea e nel 1544 organizzò la fusione della «campana mezana» che ancora nel 1754 figurava sul campanile della Chiesa della Tomba in Sulmona. Nel 1545 fuse la campana grande della Chiesa di S. Giovanni Battista in Castel di Sangro. Dei magistri campanarum vissuti in Agnone, la "palma" spetta a Giovanni Iuliano o Giuliani, di cui D'Andrea ricorda: «Già nel 1559 abitava e lavorava in Chieti, il fonditore agnonese di campane Giovanni Iuliano o Giuliani. Eppure, siamo informati che Egli, insieme ai propri figli Fabio e Giuseppe aveva ricevuto in prestito oltre 176 ducati da Donna Sibilia Valignani di Chieti». Anche in Matrice, provincia di Campobasso, viveva, scrive D'Andrea, «Mastro Vincenzo di Saliceto, campanaro abitante in Matrice. Intorno al 1547 colò per due volte in Vasto, una campana per la Chiesa di S. Maria Maggiore» ( magister campanarum itinerante). Ancora il centro turistico montano di Capracotta, con «Donato Perillo, da Capracotta ed abitante in S. Pietro Avellana […], promise ai Procuratori del SS.mo Sacramento di Scanno, di fondere una campana da quattro cantaia, nonché una campanella per S. Maria di Loreto». Nel centro matesino di Guardiaregia (CB) vissero due magistri campanarum : «Mastro Francesco Vanni, da Guardiaregia. Fuse nel 1639 la squilla della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Cusano Mutri, provincia di Benevento. Mastro Giovanni Di Francesco, da Guardiaregia. Nel 1685 fuse per la chiesa trinitaria di Campobasso, una campana poi caduta dal campanile a causa del terremoto del 26 Luglio 1805. Si ha notizia di Domenico de Francisco, nell'anno 1702 fuse una campana per la Chiesa di Ave Gratia Plena di Piedimonte Matese (CE), forse un altro figlio di Mastro Francesco Vanni e fratello di mastro Giovanni». Non poteva mancare la città di Campobasso, dove D'Andrea ricorda: «Di mastri campanari equivalenti a fonditori di campane, Campobasso è stata sede di uno solo (Rocco Saia, originario di Agnone) verso la fine del 1700». Oreste Gentile Fonte: https://molise2000.wordpress.com/ , 8 agosto 2016.

  • Capracotta: tanta storia sotto la neve

    Una tradizione leggendaria racconta che un gruppo di pastori, raccoltisi intorno ad un focolare, furono sorpresi da una capra che fece un rocambolesco salto sul fuoco e scelsero di denominare Capra-Cotta il loro agglomerato. Secondo un'ipotesi più recente invece, il toponimo sarebbe di origine indoeuropea, combinazione tra gli idiomi kap - e kott - ovvero "luogo roccioso ed elevato". L'antichità dell'insediamento è attestata da oggetti litici e resti dell'età del bronzo, ritrovati in località Fonte del Romito , dove è stata rinvenuta nel 1848 anche l'iscrizione bronzea in caratteri osci, attualmente conservata presso il British Museum di Londra e conosciuta come "Tavola di Agnone". Capracotta rappresentò una delle roccaforti sannitiche, di cui ancora oggi sono visibili resti di mura poligonali sul Monte Capraro e sul Monte Cavallerizzo. Non vi sono invece tracce rilevanti di insediamenti romani, ma è probabile che Capracotta rientrasse nell'amministrazione agnonese, dove la presenza romana è documentata. Al 1040 risale la donazione del conte Gualtieri di Agnone di alcuni monasteri tra cui figurano gli eremi di S. Giovanni Battista sul Monte Capraro e quello di S. Nicola sulla montagna di Vallesorda. La presenza in questo periodo del toponimo Capracotta, anche se non documenta un castello o un borgo fortificato, è indicativa tuttavia di una qualche forma di insediamento nella rete difensiva militare normanna. Durante il regno svevo si formò il nucleo primitivo del centro cittadino intorno ad una rocca di carattere militare e religioso. In epoca angioina, Capracotta è citata in una "cedola" dei registri angioini del 1320 e censita con i suoi tributi, a testimonianza di un borgo popolato da poco più di mille abitanti. La crescita del nucleo primitivo con l'inglobamento dei casali circostanti è meglio documentata sotto gli Aragonesi. Nel 1447, con l'istituzione della Dogana della mena delle pecore di Puglia, si ebbe il periodo di maggiore benessere per l'economia locale, dando inizio ad una serie di scambi commerciali tra Abruzzo, Molise e Puglia. Nel corso del XVI e XVII secolo, Capracotta, grazie all'attività armentizia, raggiunse una favorevole stabilità economica. Uno dei primi documenti cartografico-storici del territorio, la "Pianta di tutto il territorio di Capracotta" del 1755, in cui sono menzionati i toponimi ed i confini demaniali ed individuati i corpi demaniali e feudali, è contenuta nel "Libro di memorie" di Nicola Mosca, medico ed intellettuale dell'epoca (1698-1782), che fornisce uno spaccato della società capracottese nel periodo di migliore progresso economico della propria storia. Agli inizi del XIX secolo, la bonifica delle terre del Tavoliere ridusse notevolmente il fenomeno della transumanza favorendo un fenomeno migratorio verso la Puglia e la transizione da una economia basata sulla pastorizia ad una incentrata sull'agricoltura. Tra la fine del secolo e gli inizi del Novecento, nel nuovo clima politico dell'Italia Unita, si distinsero due eminenti capracottesi, Nicola Falconi e Tommaso Mosca, eletti al Parlamento italiano. Le vicende belliche non risparmiarono il piccolo centro montano e soprattutto gli eventi del secondo conflitto mondiale furono particolarmente tragici. Capracotta, localizzata sulla linea del fronte, nell'inverno tra il 1943 e il 1944 subì feroci rappresaglie da parte delle truppe tedesche con incalcolabili perdite sul piano umano e del patrimonio artistico ed edilizio. Nel dopoguerra il paese subì, come altri comuni del Meridione, il fenomeno migratorio, sebbene gli emigrati abbiano conservato un legame molto profondo con il luogo natio, a cui fanno ritorno spesso e con piacere. Lorella D'Andrea Fonte: http://www.profesnet.it/ , 1999.

  • Il fior di vespa capracottese

    La più celebre resta la Parnassius guccinii , la rarissima farfalla che l'entomologo Giovanni Sala scoprì nel 1992 e che dedicò al cantautore Francesco Guccini, ma negli anni sono stati tanti i momenti in cui la tassonomia ha dedicato specie animali e botaniche a personaggi famosi o a luoghi particolari. Anche in questo ambito, Capracotta può vantare la sua personalissima pianta, un fior di vespa scoperto nel 2008 dagli scienziati Rolando Romolini e Romieg Soca in località Lamatura a 1.390 m.s.l.m. Nel presentare in anteprima la loro scoperta, i due botanici scrissero che «queste piante effimere, gioielli della natura, ci infondono un gran piacere. È senza una reale pretesa scientifica che li descriviamo, ma piuttosto per rendere omaggio agli amici o ad alcuni luoghi, e soprattutto per dare il gusto e il desiderio al lettore di andare ad ammirarli nella natura». La specie botanica in questione è un ibrido del genere Ophrys - conosciuta come vesparia o fior di vespa - appartenente alla famiglia delle Orchidacee. I due ricercatori hanno chiamato la loro scoperta Ophrys capracottæ , «dal nome del paese di Capracotta dove è stato scoperto questo ibrido per la prima volta». La pianta è «alta 22 cm.; 5 foglie basali; 6 fiori; sepali oblunghi, verde chiaro; petali oblunghi allungati, giallastri, a bordi aranciati, lunghi due terzi dei sepali; labello intero convesso, arrotondato allungato, bruno scuro, munito di una pelosità marginale; macula semplice, a forma di X evidenziata, più chiara del resto del labello, cinta da una linea grigiastra; appendice piccola, triangolare, verde giallastra; campo basale bruno aranciato; cavità stigmatica verdastra; pseudo-occhi verdi; connettivo del ginostemio ottuso; masse polliniche gialle». L' Ophrys capracottæ , che fiorisce a maggio, proviene da due genitori d'aspetto morfologico molto diverso, l' Ophrys brutia e l' Ophrys dinarica . Dalla prima ha ereditato i sepali verdi, i petali a bordi aranciati, il labello arrotondato munito di una pelosità marginale, la macula semplice, l'appendice piccola e il colore della cavità; dalla seconda ha preso i petali triangolari, il labello allungato bruno scuro, la macula diffusa. Tutti gli altri caratteri, sia morfologici che di colore, sono intermedi fra i due genitori. Capracotta si è vista più volte riconoscere il titolo di "Comune Fiorito d'Italia" e, grazie al fior di vespa capracottese, lo è ancor di più. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Genovesi e S. Ravera, Guida ai licheni del Giardino di flora appenninica di Capracotta , Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, Roma 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; R. Romolini e R. Soca, Descrizione di dieci nuovi ibridi di Ophrys italiane , in «Giros Notizie», 55, Gruppo Italiano Ricerca Orchidee Spontanee, gennaio 2014.

  • Erasmo Iacovone

    Erasmo Iacovone nasce a Capracotta (Isernia) il 22 aprile 1952. Giovanissimo s'indirizza verso il mondo del calcio. Ha statura media, è fisicamente forte, ha un buon senso del gol e soprattutto un ottimo colpo di testa. Cresce nell'Omi Roma, dove debutta nel 1971 in serie D a soli 19 anni. Nella Capitale segna due gol in 25 partite. Nel novembre 1972 passa alla Triestina in serie C, 13 presenze senza reti. La stagione successiva è al Carpi, di nuovo in serie D, dove con 13 reti personali in 32 partite trascina la squadra alla promozione in C. Le due stagioni seguenti le trascorre a Mantova, serie C, dove segna complessivamente 20 reti in 66 partite. Nel 1976 ricomincia il campionato con il Mantova dove addirittura segna sei reti in appena 4 incontri. Nell'autunno del 1976 se lo accaparra il Taranto in serie B. L'esordio in rossoblu con la maglia numero 11 avviene il 31 ottobre 1976. È la sesta giornata di campionato, c'è Novara-Taranto. I pugliesi sono sotto di un gol ma è proprio il neoacquisto Iacovone a pareggiare la partita con un colpo di testa. Chiude la stagione con otto gol in 27 partite, diventando presto l'idolo di un'intera città. La stagione seguente è trionfale. Tutta Taranto, grazie soprattutto a Iacovone, sogna la promozione in A. La squadra pugliese è appena dietro all'Ascoli dei primati. Dopo diciannove incontri il giocatore molisano è capocannoniere del torneo cadetto con nove reti (nessuna su rigore), in coabitazione con Pellegrini del Bari e Palanca del Catanzaro. La Fiorentina, serie A, s'interessa del bomber molisano, dopo che anche il Pescara si era fatto avanti, rinunciando poi per la richiesta troppo alta del club pugliese (400 milioni di lire). Il 5 febbraio 1978 Iacovone, senza saperlo, gioca la sua ultima partita. È la ventunesima giornata del torneo cadetto. Il Taranto ospita la Cremonese: finisce a reti inviolate con il centravanti rossoblu più volte vicino al gol ma fermato dalle parate del portiere avversario Ginulfi e da ben due salvataggi dei difensori sulla linea di porta. La sera Iacovone è al ristorante "La Masseria", a pochi chilometri da Taranto, nel Comune di San Giorgio Jonico. È passata da poco la mezzanotte quando esce dal locale e a bordo della sua Dyane 6 targata Modena imbocca una stradina e s'immette nella provinciale. Qui viene preso in pieno da una GT 2000 a fari spenti che gli piomba addosso ad oltre 180 chilometri orari. Il conducente sta fuggendo da una volante della polizia. L'impatto è terrificante, Iacovone viene sbalzato fuori dall'abitacolo per oltre venti metri. È ormai senza vita. Lascia la giovane moglie Paola di Carpi, con cui è sposato da appena sette mesi. La moglie è ai primi mesi di gravidanza. Il dolore di un'intera città è immenso: tutti ricordano non solo il campione ma la sua umanità, il suo stile di vita riservato, il forte legame con le mura domestiche. Ad appena due ore dalla tragedia, l'ospedale "SS. Annunziata" di Taranto viene preso d'assalto dall'intera cittadinanza. I funerali si svolgono martedì 7 febbraio, prima nella Chiesa di San Roberto Bellarmino, quindi allo stadio "Salinella" (che poi sarà ribattezzato "Iacovone" appena due giorni dopo grazie al presidente del Taranto). Almeno 15 mila le presenze allo stadio, nonostante il giorno feriale e la pioggia copiosa sulla città pugliese. Il 20 ottobre 2002 viene inaugurata in sua memoria, all'ingresso della curva nord dello stadio a lui dedicato, una statua in dimensioni naturali realizzata dallo scultore Francesco Trani, su volere del club "Tifo è amicizia". Viene realizzata grazie alla vendita di 13 mila tagliandi da 1,50 euro l'uno. Giampiero Castellotti Fonte: https://www.forchecaudine.com/ , 11 settembre 2019.

  • Capracotta, la regina della montagna molisana

    Situata a 1.421 metri di quota su un balcone panoramico naturale, Capracotta si trova al centro dell'ampia insellatura tra i Monti Campo e Capraro. Qui rivolge lo sguardo verso la Val di Sangro e l'Abruzzo da una parte e la Valle del Trigno e il Matese dall'altro. «Il nostro paese è collocato nel cuore dell'Appennino centro-meridionale, ed è il secondo Comune più alto della catena montuosa. I residenti sono circa un migliaio. Capracotta è una gradevole località estiva e un attrezzato centro per gli sport invernali» spiega così Anna Monaco, membro della Pro Loco del paese e appassionata del posto. «Durante l'inverno sono numerosi i turisti che raggiungono il nostro paese per sciare. In località Prato Gentile si trovano le strutture per praticare lo sci di fondo, la pista è omologata per gare internazionali e si estende per circa 15 km in uno splendido scenario immerso nel bosco di faggi e abeti. Qui sono presenti tre anelli di percorrenza: due per la pratica agonistica e uno per quella amatoriale. In località Monte Capraro sono presenti le strutture per praticare lo sci alpino. Lo scorso anno, inoltre, è stato inaugurato anche un palaghiaccio». Durante il periodo invernale il paese è interessato da bufere di neve, di notevole intensità che possono raggiungere anche i due e talvolta i tre metri di altezza; tuttavia Capracotta è in ogni caso facilmente raggiungibile: «Negli ultimi anni, nonostante le abbondanti nevicate ed alcuni disagi inevitabili ad esse correlati, non è mai capitato di restare completamente isolati, grazie all'efficiente lavoro degli uomini della Provincia e del Comune che, in caso di forti tormente di neve, lavorano ininterrottamente per garantire la viabilità sulle nostre strade» chiarisce Monaco. Ma Capracotta non è solo sci e neve: è un luogo dove regnano la tranquillità e la quiete, anche in estate quando è possibile effettuare passeggiate ed escursioni in un ambiente di grande pregio naturalistico, dove l'atmosfera è affascinante e quasi magica. Poco distante dal paese, inoltre, sulla strada per Pescopennataro, troviamo il Giardino della Flora Appenninica, orto botanico di alta quota che raccoglie notevoli specie floreali e arboree dell'Italia centromeridionale. «Tra i paesi dell’Alto Molise – riprende la Monaco – Capracotta è sicuramente uno di quelli a maggiore vocazione turistica, che vede numerose presenze anche da fuori regione sia durante i mesi invernali, sia nel periodo estivo. I motivi vanno ricercati: nei luoghi ricchi di testimonianze storiche, nei paesaggi mozzafiato che solo l'alta montagna è capace di offrire oltre all'aria fresca e rarefatta, nella gastronomia (tipica è la pezzata, carne di agnello cucinata con aromi ed erbe secondo le antiche ricette della transumanza), nell'ospitalità dei cittadini. Inoltre sono numerose le manifestazioni culturali organizzate durante l'anno dalla Pro Loco, in collaborazione con il Comune e lo Sci Club. Insomma, un paese a misura d'uomo, in grado di soddisfare le esigenze di ognuno». Antonella Nardella Fonte: A. Nardella, Capracotta, la regina della montagna molisana, in «Ambienterritorio», I:4, Campobasso, dicembre 2012.

  • Integrazione nello sportivo: quali i limiti ed i rischi?

    Quale segretario scientifico dei convegni che ormai da molti anni siamo orgogliosi di organizzare qui a Capracotta, vi illustro la scelta dell'argomento di questo incontro, che è sempre un atto di responsabilità condiviso con il sindaco, dottor Candido Paglione, e con gli altri due componenti della segreteria scientifica, il dottor Loreto Paglione ed il dottor Nicola lacovone, al quale rivolgo un affettuoso ringraziamento per tutta la passione con la quale partecipa a queste iniziative medico-scientifiche. Tramite la sua professionalità siamo riusciti anche oggi a contare sulle presenze di stimati relatori che qualificano il nostro convegno e gratificano la cittadinanza tutta. Oggi esamineremo l'integrazione nello sportivo evidenziando i limiti ed i rischi medici, ma proporremo anche la necessità di un riferimento morale che tale pratica pone, necessariamente, in discussione. L'argomento è di scottante attualità, tanto da sembrare essere stato dettato da una questione del giorno e quindi legato ad una moda del momento. In effetti non è così, perché noi ritorniamo su questa problematica dopo averla affrontata già nel 1994 quando, quattro anni "ante Zeman", il professor Carlo Tranquilli, che anche oggi siamo onorati di avere come relatore, trattava il problema dell'integrazione nel suo intervento dal titolo: "Proenergetici e doping: quali i limiti ed i rischi". Fin da allora dunque si era ravvisata la necessità di affrontare la discussione sull'argomento per chiarirne il più possibile gli aspetti scientifici e normativi. Le vicende di oggi, legate alla dichiarazione dell'agosto di quest'anno di mister Zeman con le quali anche il mondo del popolarissimo calcio è stato investito dalla bufera del doping terremotando le più alte istituzioni organizzative dello sport italiano, certamente devono farci riflettere con rafforzato rigore. L'argomento, divenuto quindi scottante e sensazionalistico, ha polarizzato l'interesse di tutti i mezzi di comunicazione di massa. La relativa rassegna stampa ha raggiunto le dimensioni di una vera e propria enciclopedia sul tema. Tra le tante dichiarazioni, interviste, relazioni di medici, sociologi, psicologi, editorialisti, mi ha colpito una dichiarazione semplice, ma eloquente nella sua efficacia, del cardinale Salvatore Pappalardo. All'intervistatore che gli chiedeva quando un atleta è grande, ha risposto: «Quando le sue capacità sportive si armonizzano con una ricca umanità e lealtà». La necessità di organizzare il convegno odierno è quella di fornire dei riferimenti scientifici per non essere travolti dalla tempesta di notizie, rivelazioni, affermazioni, smentite che quotidianamente i mass-media propongono. La questione si allarga a dismisura, ponendo interrogativi pressanti e addirittura sconvolgenti se si pensa alle indagini giudiziarie del procuratore Guariniello. Le relazioni dei nostri ospiti daranno chiarimenti e risposte sull'argomento degli integratori dal punto di vista scientifico, ma anche normativo e psicologico. L'aspetto che la mia relazione introduttiva tende a sottolineare è soprattutto quello di una morale nello sport. La definizione di una normativa strettamente medico-scientifica, investe la generalità degli atleti, dei tecnici, delle società, delle federazioni; ma il singolo atleta dovrà avere come riferimento inderogabile la propria coscienza di sportivo onesto, moralmente inattaccabile da tutte le lusinghe di una farmacologia che potrebbe diventare preponderante nella preparazione e nella pratica dell'attività agonistica. Il risultato sportivo deve essere la sintesi di una preparazione atletica e tecnica seria, fondata sul lavoro quotidiano e che sia anche la palestra dove l'atleta possa forgiare il proprio carattere che gli servirà in ogni altra evenienza della vita sociale. Chi vi parla è da più di venti anni il collaboratore medico dello Sci Club Capracotta, che da sempre pratica nello sci di fondo una consistente attività agonistica. Quindi si trova ad essere il responsabile della salute sportiva degli atleti, ma anche il responsabile di una condotta medico-sportiva inappuntabile per problemi attinenti a consigli e a prescrizioni di integratori. Ai nostri ragazzi della squadra agonistica che ben sanno quanto è faticosa la giornaliera attività di preparazione e che poi vengono confusi da questa miriade di notizie su sostanze che possono essere somministrate durante l'allenamento e durante la gara, a questi ragazzi bisognerà dare delle risposte precise sul piano scientifico e sul piano etico, tali che non abbiano mai l'illusione che da altre vie, che non siano solo quelle del superamento dei propri limiti con le proprie forze, vengano risultati importanti. Da questo convegno venga un monito a quei medici che anche se non sono i promotori di iniziative di integrazione non consentita, difficilmente vi si oppongono. Pertanto non è solo con una attenta prevenzione e la punizione di chi ha violato le norme della Commissione medica del Comitato Olimpico Internazionale che si potrà limitare il fenomeno doping, ma con una maggiore cultura dell'informazione nella classe medica, fra gli sportivi ed il pubblico. Mi sembra giusto concludere questa mia relazione con una frase tratta da quella inesauribile fonte che è stata la rassegna stampa: «Il record più bello? Quello della vita». Dedico questa relazione alla squadra agonistica dello sci di fondo dello Sci Club Capracotta. Michele Notario Fonte: M. Notario, Integrazione nello sportivo: quali i limiti ed i rischi? L'urgenza di un riferimento morale, in «Aesernia Medica», VI:1, Isernia, gennaio-marzo 1999.

  • Capracotta 1943: guerra ai civili

    Come si comprende già dal titolo dell'articolo, intendo soffermarmi sul ruolo svolto dai civili durante la Seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni infatti la storiografia italiana, ma anche quella internazionale, ha un po' messo da parte le vicende belliche per concentrare la propria attenzione su questioni considerate negli anni precedenti marginali, come appunto il coinvolgimento massiccio dei civili nelle operazioni di guerra. Una delle principali caratteristiche della Seconda guerra mondiale è il massiccio coinvolgimento dei civili nelle operazioni belliche. Nella Prima guerra mondiale il 5% delle vittime erano civili, tale quota salì al 66% nel secondo conflitto e, nello stesso tempo, si verificò l'annullamento di ogni distinzione tra campo di battaglia e fronte interno. Riproponendo un confronto tra la Prima guerra mondiale e la Seconda, mentre nel conflitto del 15-18 è possibile identificare una linea del fronte ben precisa, nel caso della seconda guerra tale situazione è impossibile in quanto, ad esempio, anche le città diventarono degli obiettivi militari di primo piano. Quella di coinvolgere i civili nelle operazioni belliche fu una pratica che utilizzarono tutte le forze in campo. Iniziarono i tedeschi bombardando le città britanniche con il preciso intento di fiaccare il morale dei britannici; quando poterono, gli inglesi utilizzarono le stesse tecniche contro i tedeschi bombardando massicciamente le città tedesche, gli americani agirono allo stesso modo. Si pensi alle bombe atomiche sganciate sul Giappone e, caso a noi vicino, al bombardamento di Isernia. Detto questo, è indubbio che le truppe naziste furono quelle che coinvolsero maggiormente i civili nelle operazioni belliche. Alla base di questo modo di procedere c'era sicuramente un fine strategico in quanto si voleva rallentare il più possibile l'avanzata alleata in Italia e fare terra bruciata intorno alle truppe alleate. In questo senso si inseriscono, quindi, le direttive emanate dal comandante in capo delle truppe tedesche in Italia, Kesselring, che prevedevano la rappresaglia di uno a dieci per ogni soldato tedesco ucciso, la fucilazione di chiunque avesse ospitato soldati nemici, come appunto i fratelli Fiadino, oppure la fucilazione delle popolazioni civili che si rifiutavano di essere evacuate, come nel caso di Pietransieri. Non fu quindi un caso che Kesselring invitò i propri ufficiali a condurre sul territorio italiano distruzioni di ogni tipo da realizzare con sadica fantasia. Credo che vada sottolineato, che quella di fucilare i civili, distruggere interi paesi fu una scelta consapevole e non casuale, come spesso si tende a spiegare, utilizzando criteri quasi razziali, tendenti ad assegnare ai tedeschi una maggiore predisposizione alla violenza rispetto ad altri popoli. In realtà le motivazioni che spinsero i tedeschi a comportarsi senza alcun rispetto per i civili italiani erano diverse. A una motivazione strategica, quella di fare terra bruciata agli alleati, ne vanno affiancate almeno altre due. La prima deriva direttamente dall'analisi delle direttive di guerra emanate dai comandi tedeschi, che ricalcavano, quasi interamente, quelle relative all'Unione Sovietica. Si tratta di un elemento importante visto che il modo in cui i tedeschi condussero la guerra contro la Russia fu poi utilizzato anche in Italia. Infatti nelle operazioni contro i sovietici il coinvolgimento dei civili era legato alla visione fortemente razzista che i tedeschi avevano delle popolazioni dell'est Europa, considerate razze inferiori. La seconda viene fuori poi dall'aggravante ideologica e dal fatto che in Russia si sviluppò nelle retrovie un forte movimento resistenziale. Mi sono soffermato sul caso della guerra sul fonte orientale perché, in seguito al crollo del fascismo, e alla conseguente occupazione tedesca dell'Italia, le direttive emanate dagli alti comandi tedeschi ai propri soldati, ricalcavano in pieno lo schema di quelle adottate nella guerra contro l'URSS. Va poi tenuto in considerazione che molte delle truppe che operavano in Italia provenivano dal fronte orientale e avevano quindi ampiamente sperimentato la guerra contro i civili. Se nel caso dell'Unione Sovietica pesavano le concezioni razziste e il forte scontro ideologico, nel caso degli italiani i tedeschi facevano ricadere sulla popolazione, e in generale sul territorio nazionale, le scelte fatte dal re e da Badoglio. In altre parole l'obiettivo era quello di punire gli italiani per aver firmato l'armistizio ed essere passati dalla parte degli alleati, tanto da essere considerati traditori. Questo aspetto del tradimento, che è centrale per capire la strategia bellica tedesca in Italia, ritorna in maniera decisiva anche nel caso di Paolo Potena, ucciso a guerra quasi conclusa proprio per l'odio che i tedeschi provavano per gli italiani. L'ultimo punto da evidenziare è quello dei criminali di guerra, e della loro punizione a guerra finita. Uno dei principali responsabili delle distruzioni, e degli eccidi compiuti dai tedeschi in Italia, fu sicuramente il generale Kesselring in qualità di comandante in capo di tutto il settore tedesco. Kesselring, a guerra finita, fu condannato a morte, ma subito dopo la condanna fu commutata in ergastolo. In realtà il generale tedesco fu rilasciato dopo pochi anni di carcere e, non solo, non fu punito adeguatamente ma nelle sue memorie rivendicò tutte le azioni compiute, senza mai mostrare un minimo di senso di colpa. Negli anni Cinquanta, in una intervista rilasciata a un giornale tedesco, si permise di affermare che gli italiani avrebbero dovuto costruirgli un monumento in quanto aveva fatto di tutto per evitare ulteriori lutti agli italiani. L'uomo che, come detto, parlava di portare avanti la politica di distruzione del territorio nazionale con «sadica fantasia» pretendeva dagli italiani un monumento. Piero Calamandrei, uno dei più importanti giuristi italiani, antifascista, tra i fondatori del Partito d'Azione, dedicò al generale tedesco questo breve componimento che è stato poi scolpito sul muro del comune di Cuneo, dal titolo "Lapide ad ignominia", in ricordo delle stragi naziste compiute in quel territorio. Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi. Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio, non colla terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità, non colla neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono, non colla primavera di queste valli che ti videro fuggire. Ma soltanto col silenzio del torturati più duro d'ogni macigno, soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo. Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci ritroverai morti e vivi collo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza. Achille Conti Fonte: Comune di Capracotta (a cura di), 70° anniversario distruzione di Capracotta, Proforma, Isernia 2013.

  • Nota disciplinare

    Fu sotto Carnevale che il prof. Capracotta, approfittando degli sconti di gennaio, si decise a comprare un impermeabile nuovo. Almeno nelle intenzioni, il capo era destinato a sostituire quello conosciuto da generazioni di studenti, che, del blu originario, conservava uno stinto ricordo. Col passare degli anni quella d'indossare quasi sempre lo stesso vestito - coperto in inverno dal famoso impermeabile -, era diventata più che un'abitudine consolidata, un vezzo di cui alunni, bidelli e colleghi erano tutti a conoscenza. Fu per questo che quando l'uomo comparve travestito da tenente Sheridan, il moto di sorpresa nato nell'androne e cresciuto di tono nella sala insegnanti, toccò il diapason al momento dell'ingresso in aula, quando la classe scattò in piedi esclamamdo all'unisono: «Wow!». Consuetudinario nelle abitudini, il prof. Capracotta era un sedentario. Arrivato in aula, saliva in cattedra per distillare il suo sapere con aria monotona. Mai che girasse tra i banchi, andasse alla finestra o scrivesse qualcosa alla lavagna. Sarà stato per studiarne le reazioni o per chiudere il Carnevale in allegria che, durante la ricreazione, qualcuno spalmò sulla sedia un generoso strato di colla per topi... Che ci fosse qualcosa nell'aria il prof. Capracotta lo percepì nell'insolito silenzio che lo cullò per tutta l'ora. Quando, al suono della campana, fece per alzarsi, il movimento fu sottolineato da un boato che giunse fino alla presidenza per raggiungere la quale il prof. Capracotta dovette sfilarsi l'impermeabile con goffe movenze, dato che la colla aveva mostrato tutta la sua efficacia. Agguantato Il Giornale di classe, l'uomo uscì minaccioso promettendo sfracelli. A memoria dei docenti, quella fu l'unica occasione in cui il preside fu forzato a stendere una nota disciplinare con la quale - risultate vane le ricerche dei responsabili del gesto -, gli alunni della classe, a gruppi di quattro, vennero sospesi dalla frequenza delle lezioni. Forse per indolenza o perché pentito della scelta compiuta, il prof. Capracotta - anche se indennizzato del danno subito -, tornò ad indossare il vecchio impermeabile blu stinto che gli fece compagnia fino al collocamento a riposo. In tanti assicurano che solo allora provvide, seppur con parsimonia, al rinnovo dei capi più logori del suo guardaroba. Giovanni Barraco Fonte: G. A. Barraco, La trama e l'ordito. Cronache dell'altro ieri, Di Girolamo, Cornaredo 2008.

  • Giulia

    Giulia era la compagna di Gaetano, una donna rotonda, più rotonda per via delle gonne ampie e lunghe, che strette in vita mettevano in risalto un petto rotondo e prosperoso; il viso era largo e rosato nel fazzoletto scuro, ma tanta morbidezza del corpo nascondeva un carattere tenace da vecchia pioniera. I suoi stessi passi a volte sembravano risentire non solo del peso del suo corpo, ma della mole delle faccende da sbrigare mentre passava da parte a parte della strada con piglio battagliero sottolineato dallo sguardo un po' traverso. Talvolta i capelli bianchi le scappavano dal fazzoletto e lei li ricacciava sotto meccanicamente, presa com'era dai pensieri e dagli impegni. Raramente sedeva con le altre donne a chiacchierare perché era troppo indaffarata a gestire la famiglia e gli animali, ma quando accadeva occupava uno dei posti lungo i portoni, allora abbandonava le gambe allargando le numerose pieghe della gonna per l'occasionale riposo, quasi ad incarnare nella figura massiccia l'arcaica immagine della grande madre. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • La Resistenza a Capracotta

    La Resistenza, madre della Costituzione, ha avuto i suoi martiri anche a Capracotta; e noi, in questa breve nota, vogliamo mettere in evidenza la nobile figura di due di essi: Gasperino e Rodolfo Fiadino nati a Capracotta, uccisi dalla ferocia nazista. Allo scopo abbiamo intervistato la moglie e la figlia di Gasperino, nonché molti testimoni ancora viventi. La signora, dapprima restia a parlare per non riaprire «una ferita che ancora non si rimargina bene», alla fine ha ricostruito i fatti. Ecco! Il 28 ottobre 1943, a mezzogiorno, Gasperino Fiadino tornò a casa; dopo tre anni di vita militare e lo sfaldamento dell'esercito italiano dovuto all'armistizio dell'8 settembre. Abbracciate la moglie e le tre figliuole, corse alla casa colonica per salutare gli altri due fratelli. Lì trovò anche militari alleati, fuggiti da un campo di concentramento della zona. Una spia durante la notte provocò l'intervento delle SS. In casa Fiadino vennero arrestati i tre fratelli e i soldati che vi erano rifugiati. Abbiamo intervistato la signora, a questo punto, per chiederle che cosa aveva provato nel sapere che suo marito era stato arrestato. Ha risposto che pensò che lo avrebbero rilasciato come altri due fratelli suoi pure arrestati dai nazisti. Il 4 novembre 1943, tuttavia, i fratelli Fiadino furono processati e condannati a morte dal tribunale militare tedesco della zona stabilito a Villacanale. Lo stesso giorno vennero riportati presso Capracotta, con un automezzo tedesco. Durante il viaggio, uno dei fratelli, Alberto, fuggì con un balzo dalla camionetta e così riuscì a scampare alla morte. In località Sotto il Monte Gasperino e Rodolfo furono legati a due alberi e fucilati. Dopo una breve pausa, la signora ha ricordato il nome di don Leopoldo Conti. Questi invano supplicò il comandante del plotone teutonico perché lasciasse liberi i due fratelli, invano si offrì al loro posto. Così scrive a proposito di questo episodio Elvira Tirone nel suo libro "Oltre la valle": «Ma come poteva il buon parroco convertire con le sue preghiere una tale sentenza? Le sue appassionate insistenze, simili alla bora, che invano batte sui macigni di Monte Campo per rimuoverli dalla loro radicata posa, non potevano essere udite...». L'arciprete di Capracotta, dopo l'uccisione di Gasperino e del fratello, fu l'unico che cercò di portare sollievo alla famiglia Fiadino, che ne conservava un ricordo profondamente grato. Qualche giorno dopo l'intervista, siamo stati a Capracotta per ulteriori notizie. Molte persone ci hanno detto che i Fiadino erano brava gente. Abbiamo saputo che uno dei prigionieri e precisamente un neozelandese scriveva su un diario tutte le persone che tramite i Fiadino fornivano dei viveri. Quando fu preso, fece in tempo a distruggere il diario con l'aiuto della signorina Falconi. Pia Falconi ricorre spesso nella storia dei Fiadino. Infatti in casa sua era il comando tedesco ed ella, parlando assai bene il tedesco, si prodigò molto per i Fiadino, anche se non poté ottenere il risultato da tutti sperato. E la spia? I capracottesi hanno preferito non parlarne, dicendo solo che... veniva dai paesi vicini e che nessuno sa con precisione... chi era. Con queste note abbiamo finito il servizio sui Fiadino, martiri della Resistenza, ma soprattutto del loro amore per il prossimo. Sinceramente, prima che ci si affidasse l'incarico di scriverne, non ne avevamo mai sentito parlare. La loro morte innocente ci ha fatto dedurre che la guerra è il mezzo più perfetto per diffondere odio e morte specialmente tra le persone innocenti. Tornando ai Fiadino, aggiungiamo che il loro sacrificio non è stato riconosciuto da nessuno, le autorità ignorano, la gente comune sta dimenticando... Solo la lapide a Sotto il Monte ricorda la barbara uccisione. Poco! Molto poco! Bartolomeo De Simone Fonte: F. Romagnuolo, La Resistenza del Molise, Eil, Milano 1979.

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