top of page

I risultati della tua ricerca

2291 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Passi di memoria

    La memoria si confonde tra i ricordi come nello stordimento che segue una perdita, un tradimento, al punto che rincorrendo cose, luoghi, tempi, persone, si muove in una giostra vorticosa e quasi sfinita vacilla attorno ad un'identità sempre più irrisolta e misera nel tentativo di fare un bilancio fra cosa rimane e cosa è finito. La sciònna (culla di legno) che una notte di luna piena ha accolto nelle fasce un fagottino rosa è stata demolita insieme alla radio di legno stinto, alla macchina fotografica americana, alla bicicletta militare e altro ancora nella foga modernista degli anni '60; pure la valchèra (tavola per lavare i panni) consumata dall'uso è finita nel fuoco. Le cose sopravvissute sono poche: panni, ricami, merletti riposti in un cascióne (cassa) da cui mandano zaffate di naftalina. Superstite anche un bastone d'avellana, un vecchio distintivo dello Sci club, una sola racchetta, un orinale di ceramica, alcune fotografie, delle cartoline ingiallite. È triste contare le presenze e le assenze perciò la mente cerca altri approdi in immagini apparentemente slegate che si rincorrono e quasi si sovrappongono. Donne spingono capre e pecore fuori dal paese per la strada sassosa in un allegro tintinnio che si perde lontano dalle ultime case. Maiali trascinati a stento muovono le loro rotondità scomposte, sfuggono ribelli alla presa, rotolano a terra mentre più mani li riducono a fermarsi tra le imprecazioni e le risa. La confusione di uomini, mezzi e animali rompe la quiete del primo mattino alla fiera dell'8 settembre tra i grugniti, il belare, i nitriti, il muggito; forti gli odori nella baldoria generale, forte persino il silenzio quando tutto finisce. Un colpo secco fa tremare l'aria e la montagna fa eco, un altro lo segue, ancora, ancora… sembra che le rocce vogliano rotolare a valle, è invece il segnale della festa a cui presto rispondono le note vibranti delle campane spinte nel vuoto. Quel giorno l'abito inamidato di bambola è una civetteria per la fanciulla, come un confetto riccio di zìta (matrimonio). Le lenticchie stese al sole scricchiolano, il grano indora, le foglie di granturco seccano, il bucato imbianca rubando il prato alle farfalle, ma se il vento e la pioggia improvvisi rivoltano, allora è un correre quasi disperato e le braccia femminili si affannano al raccolto. Gli uomini tornano dai campi o dalla montagna trascinando il passo: carichi e scarichi, portano e riportano arnesi, ceste; rovesciano fasci di céppe (rami secchi), ciocchi di legna, balle, sacchi, mentre in un sollievo che sa di resa anche gli animali si scuotono, mostrano il dorso nudo e lucido. Gli zoccoli del cavallo battono sul selciato per l'impazienza, la stanchezza e il caldo; l'uomo lo colpisce sui fianchi a fargli sentire di essere il padrone; l'animale legato si rivolta assestando un calcio potente che ferisce: la giornata di duro lavoro a trasportare fieno si conclude tra le urla, il dolore, per l'uno, per l'altro, per una fatica che talvolta abbrutisce. Il cielo è pieno di stelle, le pietre delle case sono calde, l'aria è ferma nella notte di agosto e un mietitore riposa a terra, libero, sfatto nei suoi panni, forestiero e padrone del buio. I bambini rincorrono i galli per poi fuggire, affascinati assistono al pigolio dei pulcini intorno alla chioccia, accarezzano il muso umido di latte dei vitelli, prendono a sassate i nidi delle rondini, catturano le lucciole tra tenerezze e sfide; vanno in cerca di rospi al lago della Vecchia per le viarèlle (sentieri) segnate dalle vacche, tra le cataste della legna odorosa di taglio a fare pipì pensando di compiere imprese eroiche, a nascondersi nel fieno, a stare nei campi per il taglio del grano, ad assistere alla trebbiatura sulla spianata del Cuasìne (piccola casa con aia) riportando nei calzini e nei capelli triti avanzi di paglia. Il sonno sereno, felice di giornate intense, spensierate, prende quasi di colpo sul letto di frùscia (seccume di granoturco) che manda odore acre e sfrigola ad ogni movimento; al mattino il latte caldo appena munto, quasi giallo di panna riempie di odore zuccherino le narici. Il risveglio è sentire l'aria frizzante, l'acqua fredda sul viso, il profumo dei pini, il vento nelle gambe per precipitarsi fuori. Quando il temporale scuote gli alberi, la nebbia poi scende avvolgente, il cuore si spaventa un poco e pensa ad una magia, la stessa del fuoco che danza nel camino: gli stessi bagliori, le stesse trasparenze misteriose mandano brividi in corpo; allora il rifugio è un portone, una rùfa (vicolo), una stalla, un abbraccio, una risata, una favola breve. Piove, le nuvole basse, minacciose, confondono gli spazi; l'acqua lava, ruscella, allora 'Ntunina (Antonina) si fa il segno della croce e si stringe nella mantellina mentre guarda fuori e subito si ritrae al lampo che taglia Monte Campo. S'invocano sant'Antonio, santa Lucia, san Sebastiano, san Giovanni, quei santi protettori, familiari come fossero tanti zii quanti il vicinato, una parentela fitta, inspiegabile, ma rassicurante anche nella statuaria immobilità delle processioni e delle immaginette sacre. L'odore dell'incenso e dei lumini che emanano le chiese è inconfondibile e penetrante; dentro si parla a bassa voce, a capo coperto si recitano orazioni e si sorride impertinenti al latino degli adulti. Le mani torte dei vecchi ai quali si rivolge uno sguardo distratto sono virtuose: lavorano la calzetta in un intreccio veloce di ferri, dal vapore del caldaio traggono forme di scamorza, modellano la pietra ruvida e il legno fino a mostrarne il nobile cuore. Tatuccio (nonno) racconta di streghe, di briganti, di lupi, allora il tempo si arresta tra verità e fantasia mentre dalle tasche tira fuori pochi gioielli di bosco, lamponi e fragole profumate. Nel portone sempre aperto si stagliano volti più o meno conosciuti che riempiono le giornate estive di curiosità, di faccende, in un presepe contadino dove incontrarsi significa ritrovarsi ancora dopo i rigori dell'inverno. L'aria s'impregna di profumi domestici che risvegliano il corpo e lo spirito a piacevoli convivi nella tradizione di una realtà agreste e pastorale. La comunella è l'occasione della crescita, l'esperienza di un breve viaggio, la scoperta di complicità che si articolano come i passi tra le rocce: da San Giovanni a Santa Lucia, andata e ritorno passando per la Uardata (zona di pascolo); assetati e felici della libertà ci si ritrova a consumare pane e supresciàte (salame), a cogliere fiori e uva spina, a scacciare insetti e a bagnarsi alla fonte Brecciaia, poi l’accogliente frescura della pineta è già il paese: le vacche rientrano pesanti alle stalle per la mungitura e i ragazzi tornano alle case per ripassarsi il giorno. Bastano poche stagioni e il fiocco tra i capelli si scioglie inseguendo le note di una canzone e le distanze si dilatano verso altri orizzonti. La valigia dell'infanzia è un po' consunta e non basta più: ci si allontana per altre vie e il bagaglio cresce, l'anima sorniona però custodisce ancora il ricordo del passato. Il cuore in aiuto della memoria si annoda e si apre di continuo, poi sul punto di sciogliersi in lacrime fa gli ultimi sforzi di salvare quello che rimane degli affetti sognando di poterli ancora condividere. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Passi di memoria, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Il ritorno dei pastori

    La guerra del 1915-18 ci aveva lasciato orfani di nostro padre. Io ero appena nato, perché sono del dicembre 1915 e mio padre forse morì nei primi mesi del 1916, ma una data precisa non si è mai conosciuta. Negli archivi del Ministero della Difesa la data di morte è addirittura registrata al 23 maggio 1917, per niente attendibile. Comunque sia, non l'ho mai conosciuto, così mi diceva sempre mia madre, perché sono il quarto figlio dopo tre maschi e una femmina, scomparsa all'età di sei anni. Posso quindi confermare la disperazione di una giovane donna che a ventisei anni, con quattro figli, perde il suo compagno. Mio padre e mio nonno Pasquale erano agricoltori d'estate e carbonai d'inverno grazie a mio nonno materno Alfonso Carugno, che risiedeva a Torremaggiore (FG), dove era rivenditore di carbone. Quel carbone e quella carbonella, che mio padre e suo padre facevano nei boschi della Daunia - nell'entroterra e sulle alture pugliesi - veniva rivenduto a Torremaggiore, grande comune agricolo nel quale nonno Alfonso abitava e possedeva la rivendita. Dopo il matrimonio dei miei genitori, avvenuto il 30 luglio 1906 a Capracotta, paese di origine di entrambe le famiglie, si sviluppò fra le stesse quella reciproca stima e cordialità che però ebbe fine alla morte di mio padre. Mio nonno Alfonso, occupato dalla vendita del carbone, in estate s'interessava anche alla compera di piccoli appezzamenti di bosco dove mio nonno Pasquale e mio zio Filippo Di Rienzo potevano lavorare d'inverno e rifornire così la rivendita di Torremaggiore, per poi far ritorno in primavera nell'Alto Molise. In quel lasso di tempo che va dal 1906 al 1916 mio padre affittò una casa in largo Riccianti, a Casalvecchio di Puglia (FG), un paese nelle vicinanze dove teneva i lavori invernali. È lì che tutti noi siamo nati, ad eccezione di mio fratello Pasquale, che è nato a Capracotta. È lì che in dieci anni di giovinezza mia madre e mio padre, che lavorava d'inverno, crescevano i figli facendo la spola tra Casalvecchio a Torremaggiore, ove invece risiedevano i nonni materni. Alla morte di mio padre non potemmo più andare in Puglia perché nonno Pasquale, non più giovane, avendo perso il figlio in guerra non se la sentiva di affrontare lavori boschivi così faticosi. Questa fu la ragione per cui la famiglia non si mosse più da Capracotta. Avendo perso il sostegno di nostro padre, benché non ce ne rendessimo conto, ci venne a mancare quell'amore paterno e quelle carezze attraverso le quali ogni bambino trova conforto. Nonostante nonno Pasquale e nonna Angelarosa non ci facevano mancare niente, mia madre, poveretta - una di quelle donne piene d'amore verso i figli - aveva sofferto un dolore troppo grande che l'aveva distrutta. Ancor oggi ricordo, come in sogno, gli strazi di mia madre, specie in estate quando il paese era in festa, e passava la statua del santo e c'era la banda, lei, al suono delle note musicali, mentre tutti erano in vena di festeggiare, si straziava tirandosi i capelli e graffiandosi il volto. Io la guardavo attonito ma ero così piccolo da non capirne il significato. Anno dopo anno, ormai grandicelli, io e i miei fratelli maggiori cominciammo la scuola andando incontro a qualche difficoltà. Non che lo Stato a quei tempi avesse tanta solerzia verso i figli di chi, per difendere la Patria, ci aveva rimesso la pelle. La pensione di guerra per mia madre - non ricordo con precisione -, considerando i tempi, la si può valutare attorno al centinaio di lire mensili. Non finimmo nemmeno le scuole elementari ché, uno dopo l'altro, seguimmo la strada di tanti ragazzi del paese, cioè la custodia dei greggi. Capracotta, a quota 1.421 metri sul livello del mare, era un paese emigrante. D'inverno dovevi andare via per guadagnarti da vivere, perché l'invernata era lunga, noiosa e senza risorse. Un paese in maggioranza dedito alla pastorizia, all'agricoltura ma anche all'artigianato. Per tradizione i capracottesi custodivano ed amministravano quasi tutto il patrimonio zootecnico pastorale delle grandi famiglie terriere del Tavoliere, precisamente delle famiglie Mascia di San Severo, Petrilli di Lucera ed altre. Non saprei indicare con precisione quante persone erano impegnate attorno a questa massa enorme di animali che si doveva custodire, ma eravamo in tanti, quasi un terzo del paese, perché si trattava di custodire oltre 15.000 pecore, e poi vacche, capre, cavalli, muli: tutto ciò che faceva parte del patrimonio pastorale. Ecco, a proposito dei ragazzi di Capracotta del 1925-30 e del loro destino, dirò che tantissimi seguivano le orme del genitore, cioè la custodia del gregge, ed anche coloro che non avevano parenti adulti nella pastorizia seguivano spesso la stessa sorte perché quello era l'unico mestiere che non richiedeva specializzazioni. Era sufficiente la robustezza fisica perché si trattava di affrontare una vita piena di incognite e di sacrifici, specialmente da ottobre, quando si intraprendeva a piedi il lungo viaggio sul tratturo per recarsi nella provincia di Foggia, a giugno dell'anno successivo. Per un ragazzino in tenera età erano dolori, soprattutto il primo anno, poi, col passare del tempo, ci si abituava a quella vita e sembrava una cosa normale. Anche perché - debbo dire la verità - io che ho fatto quella vita per cinque-sei anni, fino a quando sono diventato giovanotto, mi ci trovavo alquanto bene (ma forse perché non conoscevo vita migliore!). La cosa certa è che alla fine del mese portavi a casa qualcosa. Un qualcosa che era molto poco, era niente per noi ragazzi, ma i pastori adulti avevano un salario. Non ricordo a quanto ammontava, ma la parte più sostanziosa era quella in natura: 40 chili di pane al mese, un litro di olio ed un chilo di sale ma anche la lana e il formaggio, perché quando era il periodo della mungitura, non mancava il latte o la ricotta. Credo che a quell'epoca l'unica via da intraprendere, la più sicura e anche la più economica e redditizia, era proprio quella pastorale. I vecchi pastori erano dei saggi padri di famiglia. Ricordo che per noi ragazzi quella era una vita spensierata ed armoniosa, e ci sembrava di stare in famiglia perché per ogni grande partita di pecore il personale era costituito da circa 20-30 persone di ogni età. I butteri erano figure prestigiose nell'azienda. Ogni partita di pecore aveva un elemento addetto al disbrigo di tutte le faccende e al trasloco delle masserizie: questi era il buttero. Essi tenevano in custodia dai quattro ai cinque muli, ben custoditi e nel massimo ordine. Il loro dovere era di accudire a tutte le necessità di cui aveva bisogno un'azienda di quel tipo. Da quando si partiva dalla Puglia per ritornare in montagna, essi si preparavano accuratamente, operosi e zelanti, e durante il tratturo facevano e disfacevano le mandrie e caricavano sui muli ogni cosa, compreso il fardello (cioè il pagliericcio), e niente doveva rimanere a terra. Quando tutto era finito si mettevano in cammino una retina dietro l'altra, già sapendo dove bisognava accamparsi per la sera. Appena arrivati, scaricavano le mule e componevano le mandrie per le pecore e la tenuta comune per i pastori, e così via sul tratturo per sei-sette giorni, fin quando non si arrivava a destinazione, dove il gregge avrebbe sostato tutta l'estate. A Capracotta, d'estate, con i muli si compievano tanti lavori che cominciavano a giugno, dal trasporto del fieno a quello della legna. Si trasportava la legna dai boschi comunali alle case dei pastori e non solo, dal sindaco a tutte le autorità pubbliche, le suore, i fornai e gli altri tanti paesani che erano interessati allo scambio con l'attività pastorale. Dopo di ciò avveniva la mietitura e i butteri trasportavano sui muli i covoni dai terreni dell'agro capracottese alla trebbia. A quel tempo c'era tanta operosità, talmente tanta che era difficile trovare una persona che girava per strada senza far niente. Tutti, grandi e piccoli, avevano premura di rimettere in casa tutto ciò che si raccoglieva nei campi perché sapevano che presto sarebbe arrivato l'inverno e chi non aveva da mangiare o non aveva la legna da ardere passava un'invernata triste. I pastori e il personale interessato allo sviluppo aziendale, dopo aver trascorso l'estate in montagna con serenità ed armonia, all'avvicinarsi dell'autunno cominciavano a mettersi in moto verso la dimora invernale perché c'era una percentuale di pecore prossima al parto. Benché siano passati sessant'anni, ricordo i nomi di tanti vecchi pastori che ho conosciuto e di cui ebbi modo di apprezzare l'operosità e la bontà. Poco fa dicevo che ho fatto questa vita per cinque-sei anni: ero insomma abbastanza grande quando abbandonai il mestiere per dedicarmi ad altro. Ero già grande per meditare ed osservare. Ripenso spesso ai fatti di quella vita semplice. Quando, a fine maggio, si avvicinavano i giorni della partenza dalle Puglie verso le montagne, pareva che gli animali se ne accorgessero, perché davano segni di insofferenza. I pastori, che per tanti mesi erano stati lontani dalle loro case e dalle loro donne, aspettavano con impazienza quei giorni contandoli sulla punta delle dita come fa il soldato quando deve andare in congedo. E lo stesso facevano le mogli, le sorelle, le madri, le fidanzate dei pastori, che aspettavano con ansia il giorno del ritorno per andare incontro ai propri cari con un canestro, accuratamente preparato, colmo di ogni ben di Dio, e si mangiava in campagna, raccontandosi le emozioni della lunga assenza, specie tra i più giovani e tra i novelli sposi. L'intero paese era interessato al ritorno dei pastori perché lo sviluppo di Capracotta era per tanti motivi legato a questa grande fetta di popolazione. Il calzolaio aspettava i pastori con ansia perchè si trattava di calzare centinaia di persone che tornavano dalle Puglie - i calzolai di Capracotta facevano le scarpe a mano ed erano rinomati per la loro bravura. Anche i sarti aspettavano i pastori, coi quali scambiavano il lavoro col formaggio fresco e profumato, come i fornai rifornivano in estate tutta la pastorizia del loro pane profumato. I contadini dei paesi vicino Capracotta aspettavano le greggi per raccogliere il letame di pecora, prelibato per la campagna e in special modo per la vigna. È stata una vita che è andata avanti fino al 1943, quando l'ultima guerra ha distrutto tutto il patrimonio pastorale. Antonio Dell'Armi (a cura di Francesco Mendozzi)

  • Con la Balilla a Chieti

    Nei giorni che seguirono la mia prima elezione al Parlamento, tra gli amici che, per la verità, da ogni parte della regione e delle aree limitrofe, mi diedero l'onore di venire a complimentarsi della vittoria, era venuto anche il comm. Ciro D'Agnone, ingegnere capo dell'Amministrazione Provinciale del Molise. Accommiatandosi, nell'andirivieni di quei giorni di fine aprile 1948, lo accompagnai oltre la soglia del portone di casa, fino alla macchina. Fu in quel breve percorso che l'illustre amico, vecchio non tanto d'anni quanto di esperienza e conoscitore profondo di progetti dormienti nei cassetti, fermandosi, mi disse: ora che siete onorevole avrete molte cose da fare. Ma una ve la voglio segnalare particolarmente, perché la sua realizzazione gioverà molto ad Agnone ed alla zona dei paesi alti. Nella limitrofa provincia di Chieti era stata costruita, prima della guerra, la strada provinciale n. 100, che, partendosi da Monteferrante, per Roio del Sangro e Rosello, avrebbe dovuto raggiungere la nostra strada Montesangrina (nei pressi del Guado Liscia, da dove si sarebbe dipartita la strada, allora ancora nella mente di Dio, per Capracotta). Sta di fatto che la provinciale n. 100, partita da Monteferrante, s'era fermata, da oltre un trentennio, a Rosello. Fino a quei giorni, quei Comuni del versante Sangro, legati per antica tradizione di studi e di commerci con Agnone, potevano raggiungere il mio paese soltanto a dorso di mulo, per vie mulattiere, o, per via rotabile verso S. Angelo del Pesco, salire poi a Pescopennataro e di lì scendere le balze del Monte S. Onofrio fino ad Agnone. L'invito del vecchio funzionario, perché io mi fossi dato da fare a realizzare il completamento della strada stessa, che s'era fermata a Rosello, mi suonò imperioso. Si trattava di costruire quei sette chilometri di strada rotabile, che, dal Guado Liscia, raggiungessero il Comune di Rosello. Su quei paesi la guerra era passata lasciando terra bruciata. Le popolazioni, pur essendo di altra giurisdizione politica ed amministrativa - non era ancora spuntata la stella di Remo Gaspari, che sarebbe stato eletto nel 1953 - vedevano nel parlamentare agnonese l'amico geograficamente più vicino, che potesse non ricusare la domanda di aiuto. I miei contatti con quelle comunità e le rappresentanze locali erano divenute frequenti e persino intensi. In tale contesto, tutto assolutamente umano, il consiglio dell'ing. D'Agnone non fece che sollecitare in me le spinte dovute. In definitiva, quel nastro di strada rotabile avrebbe avvicinato alle nostre zone montuose quelle popolazioni, allora bisognose di tutto e collocate in area geografica assai distante dai centri di governo della provincia. E diedi inizio all'azione. In quell'epoca non avevo una macchina mia. Nei viaggi, che ormai si imponevano, vari amici si offrivano di accompagnarmi con la propria automobile. Per raggiungere Roma, il martedì mattina, salivo sull'autolinea Vasto-Gissi-Agnone-Roma, in partenza verso le otto e in arrivo nella capitale verso le ore 16. Fu in uno di questi viaggi che conobbi l'avv. Remo Gaspari, proveniente dalla sua Gissi. Faceva anche lui, nella provincia di Chieti, politica democristiana e studiava a diventare Ministro. L'amicizia tra noi due diventò salda in quei giorni. Neppure gli steccati che si sarebbero alzati negli anni seguenti, nell'ambito dello stesso partito, sono valsi ad offuscarla. Viaggiando insieme per Roma, facevamo sosta a Cassino prima di riprendere la vecchia via Casilina. Là, in un quasi baraccone della martoriata città, consumavamo il pasto: era di rito la zuppa di fagioli. Noi due, l'autista e il fattorino, ci sentivamo soddisfatti e quella sosta, in quel meandro di fumo e di cucina verace, costituiva un autentico ristoro. Per realizzare dunque la strada da Rosello all'innesto con la Montesangrina (bivio Pescopennataro-Agnone) bisognava prendere contatti con le autorità di Chieti. E, un bel giorno, vi andai. Mi portò la Balilla di don Federico e, utile compagno di questo, penso che il problema possa essere affrontato ed inserito nei programmi per le aree interne del Mezzogiorno. Con questo suggerimento, condito da fiduciose affermaioni di solidarietà, torno ad Agnone. Penso a quale professionista possa dirsi disposto ad approntare lo studio progettuale richiesto, senza alcuna certezza di compenso in denaro. Ne individuo due: Sergio Iadanza e Giacomo Di Pasquo, ingegneri all'inizio della professione, quindi senza cumuli eccessivi di lavoro. Li chiamo al mio studio, espongo loro il problema, dico chiaramente che il lavoro dovrà essere fatto senza alcun impegno né mio né del Comune. Resta comunque sincero il mio impegno ad adoperarmi che cada su di essi la scelta per l'incarico del progetto esecutivo quando e se l'opera sarà stata inclusa nei programmi ufficiali della Regione. I due interlocutori accettarono ed assolsero l'impegno. Due mesi dopo - ottobre 1976 - sono io stesso a portare l'elaborato al presidente della Giunta regionale. Lo trovo che sta allestendo una valigia di documenti. Sei fortunato, mi dice, sto preparandomi a partire. Domani vado alla Cassa per il Mezzogiorno. Porterò quindi anche questo progetto e la domanda. A dicembre dello stesso anno, la realizzazione della strada di fondovalle Verrino, passata attraverso il vaglio degli Organi esecutivi della Regione, entrò nel Progetto Speciale 33 per le aree interne del Mezzogiorno e fu assunta ai numeri P.S. 33/P/897/SC. Il resto si sa. Grazie a Dio, la strada si sta realizzando. È arrivata al santuario di S. Lucia. Quando sarà arrivata al viadotto dell'A.N.A.S. sul Verrino, per proseguire verso Colle Lapponi, a servizio di Capracotta e di Pescopennataro, l'area agnonese sarà stata arricchita di questa arteria. Della quale... si parlava, si riparlava e, accomiatandoci dopo gli incontri, fatti di parole e di auspici fumosi, ci si salutava con la frase fatta e consunta: ne riparleremo la prossima volta. Remo Sammartino Fonte: R. Sammartino, Il Molise dalla ricostruzione allo sviluppo. Spigolando tra i ricordi, Cinque Lune, Roma 1992.

  • Capracotta... ah... ah!

    Durante le elezioni del presidente della Repubblica, ho sempre trovato oltraggiosi i voti "perditempo", cioè quei nomi di personaggi estranei alla politica che appaiono nelle schede anonime delle votazioni plenarie, quando il Parlamento non è ancora addivenuto a un candidato condiviso, inclusivo, capace di convogliare i due terzi dei consensi nei primi due scrutini e, più spesso, la maggioranza assoluta negli scrutini successivi. Nei decenni il Parlamento italiano ha votato di tutto: Sabrina Ferilli, Ezio Greggio, Francesco Totti, Gianfranco Magalli, Gianni Versace e via discorrendo. Certo è che in assenza di un nome condiviso, si pone il problema di chi votare, ma ritengo comunque offensivo e controproducente per l'autorevolezza dell'istituzione legislativa la prassi di scegliere nomi ridicoli, rendendo di fatto ridicola l'elezione stessa del presidente. E non dobbiamo pensare che questo volgare comportamento sia un vezzo recente: esso veniva messo in pratica anche sotto il Regno d'Italia quando si discutevano disegni di legge, decreti e interpellanze. Tale premessa vale per confermare la mia ipotesi secondo cui le camere, dall'Unità d'Italia ad oggi, hanno spesso scherzato troppo, deridendo l'alta funzione parlamentare e, di conseguenza, coprendo di scherno il popolo italiano. Capracotta sta lì a confermarcelo, per via di quel nome certamente buffo, ma che pur rappresenta una popolazione dignitosissima, che nutre e pretende rispetto. Quando il nome del nostro paese è stato menzionato in aula, a volte le risate sono state scroscianti. Il primo episodio è datato lunedì 27 febbraio 1888, quando il deputato abruzzese Pietro d'Ayala Valva (1848-1923) presentò una relazione che stabiliva la misura del dazio di confine sui semi oleosi. Al momento della presentazione dei documenti diplomatici e dei disegni di legge, il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Francesco Crispi (1818-1901) intervenne: «Mi onoro pure di presentare alla Camera un disegno di legge per autorizzare il Comune di Capracotta ad eccedere il limite della sovrimposta fondiaria». Stando ai resoconti stenografici, Crispi non fece in tempo a terminare la frase che, non appena nominò Capracotta, dalla Camera si alzarono forti risate, come quando i bambini ascoltano un adulto che pronuncia una parolaccia. Appena un anno dopo, sabato 30 marzo 1889, giunti allo svolgimento delle interrogazioni e delle interpellanze, il deputato Alberto Cavalletto (1813-1897) chiese di interrogare il ministro dell'Interno circa l'omicidio di un turista su un convoglio della ferrovia ligure. L'on. Cavalletto disse: «Nella sera della scorsa domenica 24 del corrente mese, sulla ferrovia da Genova a Ventimiglia, e pare, sotto la galleria di Caprazoppa...», ed ecco che dai banchi di Montecitorio alcuni gridarono divertiti "Capracotta!", interrompendo di fatto il deputato che stava spiegando nei dettagli il fattaccio avvenuto sul treno. Un'interruzione davvero cretina e inopportuna! E che dire poi di quella volta in cui l'on. Ruggiero Bonghi (1826-1895), candidatosi nel collegio elettorale d'Agnone ed accolto freddamente dalla popolazione capracottese, scrisse stizzito: «Ov'è poca acqua e punto fiori, ivi la civiltà è ancora lontana»? Insomma, a chi trova tanto esilarante il nome di Capracotta, risponderò in dialetto: rìde 'mbàccia a sa fila de bettùne! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XVI, 2a sessione, Discussioni, 27 febbraio 1888; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XVI, 3a sessione, Discussioni, 30 marzo 1889; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino, 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Nel Sannio mistico (I)

    Capracotta, novembre. Io non ho veduto Capracotta colla neve perché era una giornata dell'autunno redivivo, chiara come un cristallo appena soffiato. Mi figuravo di vederla avvolta nella nebbia lattea dei paesi del gelo quand'è alle porte l'inverno. Nulla. Essa mi apparve opalina nell'aria collo sguardo sereno di chi spazia dall'alto e da lungi; e senza asprezza, assai buona. La raggiunsi in automobile per poter meglio godere la salita a grandi volute verso la sua altezza di nido d'aquila e poter battere le orme del Sannio Pentro e Caraceno d'immemorabile vetusta sapienza e semplicità nei graniti delle sue roccie sempre più scoscese e nel fosco abbraccio delle sue boscaglie sempre più chiuse. Inesplorabili ancora ed inestricabili. La strada Aquilonia, dal bel nome latino, corre con la decauville agile della tramvia elettrica che congiunge da Trivento i paesi delle alture più impervie e con la giovinezza dei suoi pensieri e dei suoi passi sfida la tenebra della foresta appenninica più intensa e bella del Molise. La filosofia della selva La striscia del cammino che percorreva il cuore remoto della selva era scarsa di luce perché la vita possente arborea era ai suoi due lati un intangibile dominio a stento percorso ed obbediente alle necessità degli eventi e degli uomini. Il sole come un cacciatore insidioso la percorreva, filtrando fra le anime dei tronchi, a scatti, a fendenti, a lunghi brividi amorosi ed essa appariva iridata di biondo, ed immensa, policroma come se un arcobaleno rifrangesse fra i rami l'ilarità liquida dei suoi sette colori. Non si donava, no, la selva buia e mitologica del Sannio, conscia di serrare una grande storia nei suoi intrighi e nelle sue chiome innumerevoli ed un eguale mistero. Pareva essa nata coll'universo stesso. Io sentivo passando il suo profumo di resine incorrotte e l'umidore delle sue radici e della sua terra che tormentava il fiuto più alacre d'un fermento. La vita perenne delle sue piante, l'una addossata alle altre come greggi taciturne, mi pareva più giusta e più sacra della nostra mortale: così scarsa, frammentaria e caduca. La sua moltitudine immobile aveva più fiato e più onda di quella di un popolo in coorti armigere attendato e vigilante nella notte. Fuochi occulti di bivacco parevano le chiome sanguigne degli alberi perituri confusi nel suo verde eterno, accesi dall'autunno come fiaccole splendenti di porpora nella severità delle sua gramaglie venerabili. Quando sparì ai nostri sguardi e riapparve la lapidaria bellezza della roccia nuda che ci avvicinava a Capracotta, il più alto paese dell'Appennino, questa foresta lasciò dietro di sé la significazione e l'espressione religiosa dell'antico Sannio Pentro e Caraceno, più vera delle piccole fugaci molecole d'uomini che per lei erano passate e che non lasciarono né potranno lasciare dietro di sé la traccia del suo pensiero, la virtù del suo segreto e la logica della sua filosofia. Poiché è solo in questi tempi della madre-terra infiniti liberi e intransitivi, d'una religione senza fine e senza principio, che si può credere a qualche verbo di fede e di salute eterna invano tradotto dalla carta sapiente dei piccoli uomini sacri. Una radice sola, d'una di queste ermetiche e severe conifere, sa e contempla più di loro. Il masso caduco di Franceschiello Ecco Capracotta pianeggiante a 1.421 metri e più. A 12 km. dalla ferrovia, ad essa congiunta dal servizio automobilistico, se vi viene vaghezza di venirla a visitare. Chiusa tra Monte Capraia a sinistra e Monte Campo a destra alto 1.700 metri, dov'era un masso celebre che l'ultimo dei Borboni, il prode Franceschiello premé col suo piede mortale corto come la sua regalità, guardando le sette provincie sue da Aquila a Gargano, sconosciute come gli era sconosciuto tutto lo scibile umano al di là delle sue ingorde casseruole e dei nèi finti delle sue dame. Lì si video poco prima di tramontare, signore potente ed augusto, colla vallata del Sangro, taurina, spaginata davanti come un evangelio ov'erano le lettere maiuscole rosse e nere dei paesi delle sette provincie turriti dal feudalesimo antico, così brutti e scuri da vicino, così belli da lontano nel cerchio degli orizzonti faticosamente conquistati, a picco d'una rupe, penduli sul baratro, o proni verso il fiume pensierosi come fanciulli che spiano il corso della corrente. Qui vide, nella chiarezza di un mattino chiaro come oggi, le coste lontane della Dalmazia e stendendo la mano gli parve di toccare la Maiella e Monte Amaro ammantellato di misticismo con la pia tonaca delle sue nevi perenni. E mangiando il pane schietto ed il prosciutto di Capracotta Sannita, porporino e fresco come un cocomero, divisò di fabbricare lassù il suo castello più invitto e di diventare così in quel modo una cima ed un'aquila. Ché non v'era per lui diverso mezzo per farsi alto ed acuto. Ma il macchiavellismo non lo divisero i montanari sanniti che lo videro passare imperturbati e mostrarono, in piedi sui lor singolari carri di trasporti del legname tinti d'ocra e di porpora, decorati di nero come le terracotte etrusche, i loro petti gagliardi dai polmoni ampi, la loro statura di giganti schematici e angolosi come alberi, nascondendo nei cappucci di fra-diavoli la loro sardonica indifferenza di solitari gelosi. Cosiché il masso su cui l'ultimo dei Borboni poggiò il piede di corta misura e regalità, seguendo la radice del suo più augusto belvedere turrito, ai primi squilli della libertà sopravveniente, venne rotolato giù senza misericordia nella vallata insieme al ricordo della sua insalutata visita e predilezione. Per non essere visto o per scansare i contatti vili e non inquadrare i suoi panorami ultra-mirabili della più pura e robusta Svizzera italica quei di Capracotta si sono isolati lassù a 1.430 metri e più; ma la civiltà e l'orgoglio delle famiglie medioevali che l'hanno costruito nei secoli e che oggi ancora lo compongono, Falconi, Mosca, Conte e Campanella, l'hanno anche isolato dalla configurazione del paesotto-presepe tarlato, selvaggio e primitivo. E per lottare coi venti belluini della montagna, scagliati attraverso le sue strade seppellite d'inverno dai cumuli della neve, tutte le case sono costruite della sua pietra asciutta di selce, coi tetti d'egual natura, solidissime ed alcune martellate come graniti argentei dalla radice al tetto. Venite a Capracotta Venite a Capracotta o voi che siete affaticati e stanchi e volete un parco ristoro. D'estate vi è ancora una piccola e tenace colonia di soli amatori. Vi erano prima tre belle case sincere sannitiche accomodate ad albergo. Ma qui non si conosce che la piccola frode, e per essere albergatori è troppo poco. I tre alberghi si mangiarono per la concorrenza tra di loro come i famosi leoni battaglieri dei quali non rimasero che le code. Non vi sono più, ma c'è il desiderio di far posto a qualche volenteroso. Quand'è agosto i prati sono pingui e verdi come un liquore smeraldino congelato, e nuvolosi delle belle greggie biondette reduci dalla Puglia, mentre le capre ostili interrogano dei loro puntigli ansiosi i poggi scoscesi e le rupe glabre e grigie come cippi funebri. I giovenchi solcano i margini delle foreste di Roccacigliana e del bosco di Pescopennataro ai due estremi del paese e distesi nelle macchie, lunati e bianchi, ruminano erbe aromatiche ed onesti pensieri alla teoria dei muli impetuosi e agli asinelli incanutiti di bigio che passano trasportando le legna da seccare per l'inverno. Così ogni porta ha dinanzi a sé o al fianco il suo monumento e l'indice della sua ricchezza nella catasta delle legna recise e da lontano Capracotta appare virgolata di scuro da queste pire che attendono di glorificare e di benedire, al primo sussulto del freddo, tutti i suoi focolari deserti. Deserti, sì. Perché i gagliardi maschi di ogni casa, pastori, carbonari e bastari, con incorrotta secolare tradizione vanno alla Puglia, ai pascoli aviti e censiti per le loro greggi, o nei boschi del Lazio e della Calabria a fare i carboni e vendere i basti pastorizi dei quali sono maestrevoli costruttori. È il capracottese, un caratteristico basto tondeggiante munito di rampini per i trasporti delle masserizie armentizie. E gli armenti sono e saranno la ricchezza e la vocazione ed il giudizio del luogo. La mandra è la loro seconda natura. Le donne si lagnano della vedovanza impassibile di metà anno, dall'ottobre al maggio, invano. Dice una lor canzone: Marito mè 'nce pozzi arivenì vuo' bene chiù all'aino che no a mi La risposta di una logica caparbia e proficua è questa: Mogliera mè, te puozze consulà senza dell'aino nun se pò campà. E perciò le vermiglie femmine di Capracotta hanno da secoli l'aria consolata e passano, col capo avvolto dalla significativa mantera bruna, ammantellate e monastiche come la "Figlia di Jorio", con lo stesso passo angolare ed imperioso che essa segna nello sfruscio seguace della gonna. Quando v'è la neve che le seppellisce e le lastre di gelo s'induriscono con marmi per terra, esse sortono dalle finestre e per procedere così, come le fiere rappresentanti deserte del più inaccessibile Sannio montagnardo esule verso i paesi del sole, si recano alla Chiesa colle calze sulle scarpe per non scivolare. E due cose esse cantano, nei melanconici e rassegnati stornelli del loro paese nevoso e mugghiante di venti, due cose per loro hanno paraggio. La "Luna di jennaro" e la "Campana di maggio". E la campana di maggio nell'allegoria soave dei lor parlari quieti e misurati, non è che il din don dan delle mandre che tornano... Lina Pietravalle Fonte: L. Pietravalle, Nel Sannio mistico, in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1 gennaio 1924.

  • Le vergini prudenti e le vergini imprudenti

    Le allora signorine Elena e Caterina, meglio conosciute come Lenuccia e Nina, erano belle, spigliate e simpatiche. Furono le dame di cortesia in piazza, sul palco e al ristorante il giorno dell'arrivo dello spartineve. Ai nostri giorni diremmo che fecero l'accoglienza agli ospiti illustri giunti per la consegna di Clipper. Volentieri raccontano la loro esperienza di quel giorno memorabile. Quella mattina le ragazze più belle del paese furono invitate a indossare i costumi d'epoca e sul palco, allestito in piazza, cantarono i canti popolari, fino all'arrivo delle autorità e dello spartineve. Il gruppo, che comprendeva anche alcuni maschi, era il coro del paese che si esibiva in chiesa durante le cerimonie religiose e in occasione dei matrimoni. Si esercitava per lo più presso l'asilo, guidato da suor Assunta Possa, e presso la chiesa eseguendo canti sacri. Per quella occasione, diretto dal reverendo don Gennaro Di Nucci, il coro aveva preparato anche canti popolari e al repertorio classico aveva aggiunto il canto inedito "L'inno dello spazzaneve", scritto e musicato dallo stesso sacerdote. Intorno alle tredici, all'arrivo di Clipper in piazza, fu cantato l'inno che diede così inizio alla cerimonia ufficiale della consegna. A questo punto il comitato festeggiamenti, per fare spazio alle autorità, invitò le coriste a lasciare il palco, tranne Lenuccia e Nina. A loro dissero: «Vu armanéte ca séte le chiù cenénne». Le altre erano poco più alte di loro. Elena commenta: «Nu eravàme piccole di statura, putavàme sctà». «Eta armanì ecche ca mó vè quire ch'è purtàte re spazzanève e r'avéta rengrazieà personalmente, e puó eta ije all'albergo a servì r'Ambasciatore, e v'avéta sapé presentà». Stando a quanto riferito da Lenuccia, la loro selezione fu determinata dalla statura. Sembra quasi una valutazione "di ingombro". Fu senz'altro una motivazione di copertura per chi decise: di fatto, fu una scelta di simpatia. Loro erano naturali e disinvolte, certamente non timide. Possedevano i requisiti indispensabili per animare la cerimonia e intrattenere gli ospiti al fine di far ben figurare Capracotta. Elena ricorda che Michele Ianiro le incoraggiò dando loro qualche consiglio e raccomandando di presentarsi bene per evitare cattive figure. E lei di rimando: «Ma che jéma dice a quìre, mica sapéme parlà amerecàne?». «Nóne, c'avéta parlà amerecàne! Quanda ve presentàte all'autista, sapétece stà vecìne, facéte vedé ca nen facéte le vergugnóse». È da dire che si chiedeva a Elena e Caterina di ringraziare in particolare l'autista dello spazzaneve, Armond Gaito, che si era offerto spontaneamente di venire in Italia per guidare Clipper, perché da Capracotta, anche se gli americani avevano richiesto un conducente, non erano riusciti a inviare nessuno. Ma la sua spedizione assunse un significato rilevante, perché la moglie di Gaito era in attesa di partorire proprio in quei giorni, e lui ebbe il coraggio di lasciarla per compiere questa missione. Infatti, la cicogna arrivò il 18 gennaio e lui ebbe la notizia della nascita di sua figlia il 24 gennaio, al rientro in albergo a Roma, sulla strada per il ritorno in America. L'autista arrivò ed Elena dice: «Quìre arrevieàtte, puvriéglie, era ne bell'òmmene, sagliètte e venne vecìne a me e Nina e je dètte na mieàne pedùna». E loro tennero per mano l'autista, una a un lato e una all'altro. Sul palco una persona di Capracotta le disse: «Come rengraziamènte vaciàtere l'autista». Elena, che si vedeva piccola vicino a quest'uomo, pensò: «Che m'aja métte la scala pe vacieàrre quìscte?». In quel momento non pensò minimamente a cosa avrebbero potuto pensare i compaesani se l'avesse fatto. Si fece coraggio e, piano piano, si girò verso quel bell'uomo e lo baciò: «Disinvolta le faciétte! Puó re vaciàtte pure Nina». L'autista, al bacio, lasciò le loro mani e si mise ad applaudire. Con lui applaudirono anche le autorità e il pubblico. Nina però istintivamente rivolse lo sguardo al parroco don Nicola che era sul palco e: «Notai che si urtò». Lenuccia, sentendosi colpevole, pensò che forse, con quel bacio, lei e Nina erano andate oltre la soglia della morale comune. Disse a Nina: «Mo chisà ch'ena dice a Capracotta ca séme vaciàte quìscte, te l'emmieàggene a Capracotta». E Nina pronta: «Pecché, nu che séme fàtte? Nen séme fatte niénte de male!». Intanto la festa continuava. Ci furono i vari discorsi, i ringraziamenti, i saluti, la benedizione dello spartineve. Anche il parroco fece il suo discorso, loro temevano un suo appunto, ma lì sul palco don Nicola non fece alcun riferimento al bacio. Finita la cerimonia in piazza, Clipper rimase lì in bella vista, ammirato dai tanti curiosi anche di altri paesi. Le autorità in corteo e gli addetti all'accoglienza si trasferirono al ristorante presso l'albergo Vittoria di Antonino Ianiro. Le due signorine servirono a tavola insieme ad altre persone. Dice Nina: «Gli ospiti occuparono due sale piene, stavano stretti stretti». Loro servirono gli ospiti della sala principale, là dove sedevano l'Ambasciatore americano con la consorte e altre autorità. C'era un tavolo a ferro di cavallo. Tra una pietanza e l'altra cantarono i canti che avevano già fatto ascoltare in piazza. Ripeterono l'inno allo spazzaneve ed anche una ninna nanna al ritmo del dondolio di una culla, che era a un angolo della sala, e sembrava messa lì a posta per quella circostanza. La culla fu messa al centro del ferro di cavallo e loro, una di qua una di là, la spingevano e cantavano. Tra le pietanze ricordano bene che ci furono le sagne e faciuóle e pure le pezzelle. Ricordano che l'Ambasciatore era una persona austera e stette quasi sempre silenzioso. La moglie invece, vivace e allegra, fu colpita piacevolmente dai costumi delle ragazze, ma soprattutto le piacquero molto gli orecchini che indossava Nina. Continuava a dire: «Belli belli hooo…!». La Signora manifestò il desiderio di averli per sé e portarli in America per ricordo. Più volte rivolta a Nina disse: «Money money». Li voleva comprare. Ovviamente Nina, garbatamente, a gesti, fece capire alla signora che i suoi orecchini non erano in vendita. Quegli orecchini facevano parte della parure di famiglia indossata da lei per l'occasione, avevano un grande valore affettivo, senza prezzo e non commerciabili. Nina dice dei suoi orecchini: «Sono di oro antico, di buona fattura artigianale, hanno delle perle e terminano con una frangia di fili d'oro». Erano un dono della sua bisnonna, lei ci teneva tanto a conservarli e non l'avrebbe mai venduti ad alcuno. Infatti, quegli orecchini sono ancora in famiglia. Però, trascorsa la festa, dice Nina: «Don Nicola, in chiesa, solo quattro giorni dopo l'arrivo dello spazzaneve, il giorno di santa Agnese, che ricorre il 21 gennaio, fece la predica e commentò la parabola delle vergini prudenti e delle vergini imprudenti. Le prudenti avevano conservato l'olio per la lampada, le imprudenti no». Fu chiaro il riferimento al comportamento delle due ragazze per quel bacio. E commenta Nina: «A quel tempo quel bacio ad uno sconosciuto fu senz'altro un'imprudenza». Loro avevano baciato, sulla guancia, quell'americano ingenuamente come segno di benevolenza e di amicizia senza alcuna malizia, eppure il gesto fu ritenuto da alcuni sconsiderato e impudente. Per Nina non ci fu alcuno strascico. Lei era fidanzata felicemente con Michele, ingegnere, uomo colto ed evoluto, che non diede alcun peso a quel gesto. Lo considerò per quel che era realmente stato. Un semplice gesto di saluto e ringraziamento. Nina dice: «Quel bacio doveva essere portato dall'autista a tutti gli americani benefattori». Nelle famiglie delle due ragazze nemmeno ci furono censure, conoscevano bene le loro figlie, semplici e spontanee, niente affatto avventate. I familiari si sentirono orgogliosi della simpatia e cordialità che le loro ragazze riuscirono ad esprimere agli ospiti illustri, facendo ben figurare il loro paese. Però, come sospettato, nei giorni successivi le chiacchiere non mancarono. D'altronde, l'innesco l'aveva dato il parroco; la gente fece il resto. Ci furono pettegolezzi e maldicenze fastidiose per Lenuccia. A domanda diretta: «Per questo fatto hai subìto delle conseguenze?». La risposta è stata: «Sì, perché la gente nen ze facéva la masciàta séja». In giro per il paese c'era chi diceva: «Èssele vì! Je dieàne tutta la libertà, era necessieàrie ca évane vacià quìre?». È per questo che il suo papà si mortificava. Suo padre non era risentito nei suoi confronti e le voleva bene. E lei gli diceva: «Papà, mica l'aje fàtte sol'ije, e mica l'aje fàtte de nascuóscte. Sopra a re palche annieànde a tanta gente!». Erano soprattutto le persone anziane che facevano questi ragionamenti. «Quìre, Ze Ndunìne che facéva re pucràre, quìre era che ze metteva a Cacature e deceva: "vìde scte mammòcce che ze mìttene a fà sopra a re palche! Addò scta chiù la moralità?"». «Allora era la moralità!?» esclama Elena, e racconta che dopo quel fatto ogni cosa che succedeva in famiglia ricadeva su di lei e i genitori non la volevano fare uscire più di casa. Tanto è vero che ci fu un episodio increscioso per il padre. Il padre, noto come Cianotto, era il custode del cimitero. Pochi giorni dopo che era giunto lo spartineve, morì un certo Carmine. Dopo i funerali fu portato al cimitero, però i familiari chiesero al papà di Lenuccia di non tumularlo e di non inchiodare il coperchio della bara, poiché l'indomani sarebbero arrivati i figli dalla Puglia, per dare l'ultimo saluto al padre. Il fatto è che l'indomani Cianotto, recatosi al cimitero, trovò la bara scoperta e il morto completamente svestito. Gli avevano lasciato solo re sottecualzóne. Qualche mascalzone durante la notte aveva pensato bene di impossessarsi dei vestiti del defunto. Questo fatto dai più fu ritenuto un segnale sfavorevole a seguito del "peccato" commesso da Lenuccia. Don Nicola, sempre convinto dell'impurità del gesto, voleva insistentemente che le ragazze si confessassero. Una volta Lenuccia, seccata e risoluta, gli rispose: «Ma dìmme ne po', che cósa z'avéma cunfessà?». Michele Potena Fonte: M. Potena, Le vergini prudenti e le vergini imprudenti, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Un totem chiamato Madonna

    Ogni tre anni Capracotta festeggia Santa Maria di Loreto, la cui statua ha fattezze inconsuete. Il busto della Vergine, infatti, è costituito da un tronco d'albero appena sbozzato e che mostra la sua originaria forma arborea. Una leggenda ne spiega il motivo. Si narra che un giorno, in un avvallamento che si estende fuori da Capracotta e di fronte al quale si ergeva una piccola e rozza cappella, la Madonna sia apparsa ad un carbonaio intento a tagliare un pero selvatico. Al primo colpo di scure, l'uomo sentì una voce: – Perché vuoi tagliarmi? Il carbonaio si guardò intorno ma non vide nessuno. Quindi, colpì ancora la pianta con l'ascia. – Che fai? Così mi ferisci –, udì stavolta. La voce proveniva inequivocabilmente dall'albero. Incredulo e impaurito, il carbonaio buttò la scure e scappò via. Ma fatti alcuni metri si fermò, attratto da una luce alle sue spalle. Si voltò e vide tra i rami del pero l'abbagliante figura della Madonna che, dopo pochi istanti, svanì. L'uomo, allora, corse in paese e raccontò l'accaduto. La mattina seguente, molta gente incuriosita si recò nel luogo dell'apparizione. Alcune donne si inginocchiarono davanti all'albero, pregando e invocando la Madonna. La cosa si ripeté per circa un mese, finché un bel giorno esse non trovarono più la pianta. Nella vicina cappella rurale, però, era apparsa magicamente una scultura lignea che raffigurava la Madonna di Loreto. E si vuole che essa sia nient'altro che il tronco del pero. Infatti, chi avesse la ventura di poter osservare la statua priva delle proprie vesti, noterebbe distintamente le fattezze dell'albero originario. Ma solo alcune pie donne del paese hanno questo privilegio quando, nel giorno della festa, svestono la Madonna per rivestirla con l'abito elegante della processione. Quella statua testimonia un'antica idolatria pastorale. La sua "anima" è un totem. Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, La cultura musicale e le tradizioni orali dei pastori transumanti, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998.

  • Come una favola

    Il fuoco, la sabbia, il vetro. Conosco da lontano la storia della SIV e di San Salvo. Ne avevo sentito dire perché nel paese dell'Alto Molise dove sono nato, quando ci tornavo, riprendendo conto di chi era partito, mi sentivo rispondere «lavora a San Salvo», «lavora alla SIV», «si è trasferito a San Salvo», «ha comprato casa a San Salvo». Ascoltavo distrattamente. Non capivo bene se era Abruzzo o Molise. Sembrava fosse Molise. E all'inizio mi ero fatto l'idea di un fuoco fatuo, che si sarebbe presto spento. Una emigrazione ravvicinata. Come di chi non ce la fa ad andare troppo lontano. Ma il fuoco non si spegneva. Anzi sembrava prendere piede. A San Salvo e alla SIV si aggiungeva Termoli e la FIAT. Nel Molise la divisione tra Alto e Basso era diventata, negli anni Sessanta, divisione tra allevamento e agricoltura. Fino agli anni Sessanta del Novecento, per millenni, i nuclei di case erano costretti all'autarchia. Dovevano intanto disporre di acqua e di fuoco. Poi dovevano poter produrre, nel raggio del loro territorio, le cose essenziali: lana e pelli per i vestiti, grano per il pane, latte per i formaggi, carne per sé, non solo per orsi e lupi. Ma con le prime macchine la divisione del lavoro poteva diventare "regionale" e così l'allevamento era diventato appannaggio delle montagne e l'agricoltura era propria dei terreni collinosi e in piano, scendendo al mare. Ma tra Alto e Basso una tradizione continuava a mantenersi: d'inverno vacche e pecore scendevano al mare, d'estate salivano o risalivano in montagna. Ma le macchine prendevano piede anche in montagna. Alle trebbiatrici si aggiungevano le falciatrici. Non erano più i cavalli che sulle are staccavano il grano dalle spighe. Non erano più i falciatori a falciare l'erba con i "falcioni", né i mietitori a mietere il grano con le roncole. Si diceva che i trattori e le macchine erano il nuovo, continuo, inarrestabile, "raccolto" delle fabbriche. Sembrava una favola, lì in montagna, ma i trattori e le macchine arrivavano anche lì e il paesaggio cambiava e l'autarchia cedeva alla divisione del lavoro. In alto i pascoli rubavano spazio ai campi di grano e alle altre colture, il verde rubava spazio al giallo, in basso le colture rubavano spazio ai pascoli, ai boschi, ai luoghi incolti e coloravano il paesaggio. Ma fin a quel punto le macchine e i vetri, potevano anche arrivare da un altro mondo, per chi viveva da quelle parti. Nella fantasia di allevatori e agricoltori potevano continuare ad essere strane diavolerie, che certo "davano una mano" ma venivano da chissà dove. Solo che quando lì sotto gli occhi, la misura dei "luoghi di produzione" eccedeva le misure consuete, quando enormi costruzioni e torri si vedevano da lontano e non erano paesi o chiese o campanili, quando a certe ore masse di uomini, come mandrie di pecore o di vacche, si raccoglievano per entrare in quei luoghi o si disperdevano uscendo da quei luoghi, e anzi lo spettacolo si ripeteva ogni giorno e sembrava che quei luoghi non avessero pace, perché si vedevano luci e bagliori anche di notte, beh, allora non era più faccenda di racconti, di favole, qualcosa era davvero cambiato. Anzi, alcuni provavano ad entrarci in quei luoghi, "a farsi assumere alla SIV". E se riuscivano ad entrare il loro sconcerto era grande. Lo stesso di quelli a cui lo raccontavano: «Lì dentro dalla sabbia, col fuoco, si ricava una strana pasta, un po' come dal latte si ricava la pasta per fare mozzarelle, scamorze e caciocavalli. Anche lì la pasta si tira, si stende, ma, cosa miracolosa, diventa trasparente, diventa vetro, e poi finisce per avere la forma di lastre utili, per le case o per le macchine». Per la cultura millenaria di agricoltori e allevatori di quelle zone dell'Italia l'impatto di una fabbrica di quella natura e di quelle dimensioni può essere paragonato al fuoco mitico che Prometeo ruba agli dei per darlo agli uomini. Sì, si sapeva che da quelle parti era stato trovato il metano, la "materia prima" del fuoco, di sabbia ce n'era sempre stata in abbondanza, abbondante e inutile. Che l'acqua non mancasse, tra Trigno e Sangro, non era una novità, acqua chiara, trasparente, che fa pensare certo al vetro. Ma che tutto si potesse combinare, e prendere forma e produrre qualcosa di utile, beh, questo doveva essere il dono di un dio o di Dio. E il vicario di Cristo arrivò dal cielo, con un elicottero e si incaricò di confermarlo. Non c'era solo Torino e Terni e Taranto, i luoghi nei quali i forni di Vulcano erano stati riaperti, c'era anche San Salvo. Niente fu più come prima. La dura disciplina del lavoro spesso solitario del contadino diventava lavoro di squadra. I "raccolti" non avevano la lentezza e l'imprevedibilità delle stagioni. Le produzioni si chiudevano rapidamente, giorno per giorno. C'era, adesso l'imprevedibilità dei mercati e alla tradizione delle buone pratiche di lavoro si doveva coniugare la capacità e il coraggio di innovare, di cambiare gli strumenti, i processi, i prodotti. Al destino, alle disgrazie, alla fatalità della cultura contadina, si sostituiva il rischio, il coraggio, la responsabilità della cultura industriale. Ma non si può rimirare se stessi in quelle superfici trasparenti come l'acqua del Trigno eppure resistenti. Occorre ripetere il miracolo in altri luoghi sconosciuti, occorre accettare le regole dei cambiamenti di proprietà. Ma si può conservare la durezza, la chiarezza e la trasparenza delle origini. Francesco Paolo Di Nucci Fonte: F. P. Di Nucci, Come una favola, in U. Marrami, Dalla povertà ad una buona vita. Una storia della gente d'Abruzzo, Gangemi, Roma 2015.

  • Don Geremia e il compagno Togliatti

    Sulle pagine del "Candido" il geniale Giovannino Guareschi (1908-1968) inventò due personaggi destinati a riprodurre il clima sociopolitico del dopoguerra italiano: don Camillo e Peppone, amici-nemici divisi dalla fede. Don Camillo rappresentava infatti l'archetipico prete del dopoguerra, che aveva vissuto le traversie del fascismo, dell'occupazione nazista, della Resistenza e della guerra civile, e che perciò non disdegnava, tra un'omelia e l'altra, di fare un po' di propaganda elettorale per la DC. Peppone impersonava invece il classico sindaco comunista di provincia, smanioso di modernizzare e collettivizzare, ma nei fatti legato agli arcaici ritmi della consuetudine contadina, lontanissima dalla spocchia elitaria e dall'utopia rivoluzionaria del PCI. Seppur lontana dalla grande e sempiterna lotta politica tra democristiani e comunisti, anche Capracotta, nel suo piccolo, ha allestito nel dopoguerra un lungo e divertente spettacolo guareschiano. Mi riferisco soprattutto al periodo in cui don Geremia Carugno era il parroco di Capracotta e Sebastiano Di Lullo il più autorevole "compagno" della sezione locale del Partito Comunista Italiano, composta da una quarantina di giovani. L'Unità, il glorioso quotidiano oggi caduto in malora, dedicò, tra il 1985 e il 1989, tre trafiletti alla situazione capracottese, che credo rispecchino fedelmente da un lato il clima di latente ostilità tra la Chiesa e Marx, dall'altro il folclore insito nei loro provincialissimi siparietti di propaganda e lotta politica. È mercoledì 19 agosto 1987 e siamo nel bel mezzo della bella stagione, quando a Capracotta si festeggia santa Lucia, e, mentre «duecento persone seguono l'immagine della santa per le stradine del centro sotto lo sguardo incuriosito di numerosi turisti», ecco che don Geremia, «con scatto rabbioso tira giù da un muro un paio di manifesti del PCI. Poi ritorna nel gruppo e visibilmente più sereno ricomincia a cantare "Viva, viva Santa Lucia"». Il manifesto strappato era quello della Festa dell'Unità, che si sarebbe tenuta il 21-22 agosto seguenti proprio a Capracotta, per la terza volta consecutiva. Intervistati dal quotidiano romano sul gesto stizzoso del prete, i compagni della sezione capracottese risposero con sarcasmo: «Faceva molto caldo e il sole, si sa, tira brutti scherzi». Fatto sta che don Geremia proseguì la sua opera pastorale e i comunisti di Capracotta perdurarono nel loro programma su «gli allevamenti, le attività artigianali e soprattutto un turismo equilibrato». Trascorrono poco più di due anni e, il 12 novembre 1989, giunge una notizia mortale per molti comunisti italiani: il segretario nazionale del PCI Achille Occhetto annuncia la "svolta", ovvero la necessità di archiviare l'esperienza del vecchio partito comunista per dar vita a una nuova entità capace di interpretare la crisi politica ed economica che sta investendo con inaudita forza la tanto amata Unione Sovietica. Da quella svolta nascerà infatti il Partito Democratico della Sinistra (1991) e, a cascata, i DS (1998) e infine il PD (2007). Quando l'eco traditrice del verbo di Occhetto giunge sui monti di Capracotta, Sebastiano Di Lullo, iscritto al partito dal 1953 e soprannominato "Togliatti" per la sua ortodossia ideologica, si precipita «nei locali della sezione del PCI di Capracotta e impossessandosi della bandiera tornava a casa, sostenendo che tale dimora fosse più sicura!». Don Geremia Carugno e il compagno Sebastiano Di Lullo non sono più tra noi, ma l'uno e l'altro sono rispettivamente compianti dai parrocchiani e da coloro che a malincuore votano oggi il Partito Democratico, versione edulcorata del vecchio glorioso PCI. Personalmente conservo vivi ricordi del parroco, uomo dal carattere lunatico ma dalla fede incrollabile, e conservo pure una reminiscenza dei funerali di "Togliatti", quando dai finestrini di automobili e furgoni che salivano la via del camposanto vidi sventolare decine di bandiere rosse, quasi fossimo in un paesino della Camciatca. Che possano entrambi riposare in pace... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Festa dell'Unità, la "prima volta" di Capracotta, in «L'Unità», Roma, 8 settembre 1985; Il parroco strappa manifesti Pci, in «L'Unità», Roma, 21 agosto 1987; Al sicuro, in «L'Unità», Roma, 11 dicembre 1989; E. Soncini, I rossi e il nero: Peppone, don Camillo e il ricordo del dopoguerra italiano, Lupetti, Milano 2009.

  • Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta

    Capracotta, agosto. Abbiamo avuto con il professore Eliseo Sciarretta di Termoli, consigliere provinciale, assessore al Turismo per il Molise, una simpatica conversazione che ci piace divulgare perché pensiamo che così facendo impegniamo pubblicamente il nostro amico di Termoli a non trascurare in seno al Consiglio provinciale il problema di Capracotta, che è problema essenzialmente turistico, e non solo in seno al Consiglio provinciale. Abbiamo avuto l'impressione che anche il nostro Sciarretta sia uno di quei "molisani nuovi", le cui file si vanno via via ingrossando, antitradizionalisti dinamici, pensosi e standiosi delle cose di casa nostra per il passato sempre neglette, fiduciosi nell'avvenire della nostra Regione. La conversazione si è svolta intorno ad un tavolo di ping-pong nel giardino dell'Albergo Perla Montana, in una cornice stupenda di monti: la massiccia Maiella, la catena incantatrice delle Mainarde, Monte Campo e Monte Capraro; e giù la storica vallata del Sangro, fiume ricco di trote prelibate. Alla nostra domanda se è la prima volta che viene a Capracotta, Sciarretta risponde affermativamente. E aggiunge che il primo contatto con l'Alto Molise lo ebbe il 6 luglio in occasione della Festa della Montagna che si tenne nella foresta di Montedimezzo; queste montagne, questi boschi, quest'aria fresca, questo luminoso panorama favorevolmente lo impressionarono e sin dall'allora che sarebbe venuto quest'anno a trascorrere con la famiglia le vacanze a Capracotta. Alla nostra insinuazione che Termoli gemma di Molise e Capracotta perla di Molise, sembrano avere uno stesso destino perché comune è il nemico delle due nostre graziose cittadine e comuni sono le loro aspirazioni, Sciarretta ci risponde che queste due città sono turisticamente le più interessanti della nostra Regione. Hanno in seno, Capracotta e Termoli, tante e tali ricchezze che il non vederle sfruttare rende i molisani in genere e particolarmente i responsabili di casa nostra colpevoli. Le Autorità provinciali dovrebbero rivolgere particolare attenzione al problema di Capracotta e Termoli, che in fono è un unico problema, e incrementare al massimo il turismo in queste due città. «Quali sono – abbiamo chiesto – le deficienze riscontrate a Capracotta?». Ci risponde che l'essenziale c'è: mancano le sfumature. Fortunatamente tutte le strade rotabili di accesso a Capracotta sono in via di allargamento e di bitumazione: il che è senz'altro molto importante e onora chi ha promosso la risoluzione di questo problema. Si sente però qui la necessità di un grande albergo, attrezzato e sotto ogni riguardo confortevole; è da stupirsi perché questa lacuna non sia stata ancora colmata. Si sofferma poi sulle strade interne che andrebbero subito sistemate, lamenta la mancanza di un piano regolatore e quindi muove la sua aspra critica al servizio pubblico automobilistico che è affidato alla S.I.M.A. A tale proposito ricorda la sua lunga sosta dopo un lungo viaggio a Staffoli (3 ore) per una coincidenza che non avveniva. Abbiamo ribattuto che questo è un tasto doloroso per Capracotta e per tutti i paesi circostanti: dipende, per noi, dal fatto che si vuole assicurare un pubblico servizio a tutto l'Alto Molise con pochi e antichi mezzi. Una ultima domanda abbiamo posto al prof. Sciarretta. «Perché in maggior parte i molisani preferiscono altre montagne come a volte altro mare, alle nostre montagne e al nostro mare?». Il prof. Sciarretta afferma che questo è un argomento che andrebbe dalla stampa regionale studiato, trattato e divulgato. Sembra, secondo lui, che questi molisani... altruisti facciano una questione ambientale, vale a dire che intendono evadere dal solito ambiente molisano: vogliono in povere parole... cambiare aria. Il che è un male. Ringraziamo Sciarretta della importante conversazione e lo salutiamo con reciproco augurio di vedere quanto prima Termoli e Capracotta avviate decisamente verso quel destino che meritano nell'interesse del Molise. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Essenzialmente turistiche le necessità di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:204, Roma, 28 agosto 1952.

  • In visita ai giardini botanici dell'Appennino

    A poche decine di chilometri dalle spiagge adriatiche, affollate in queste settimane di piena estate, ci sono mondi appenninici che riservano quiete, ombra fresca e piacevoli sorprese per gli amanti del territorio e della botanica. Uno di questi è il Giardino della flora appenninica a Capracotta, a 1.550 m. di quota in provincia di Isernia, a breve distanza dal Parco della Majella. È un'oasi di una decina di ettari di superficie cui nel 2011 è stato dedicato un francobollo della serie "Parchi, giardini ed orti botanici d'Italia". L'immagine che lo ritrae ricorda proprio certe giornate di luglio tra le montagne mediterranee: sotto un cielo blu intenso, un viottolo bianco si inoltra tra aiuole verdi e assolate, perdendosi poi tra filari di alberi, forse i rari aceri di Lobelius (Acer cappadocicum lobelii), endemici dell'Appennino meridionale e simbolo del giardino. È questo il momento migliore per visitarlo: colori e sviluppo delle piante sono al massimo splendore, minima è la probabilità di pioggia, essendo luglio il mese più secco dell'anno, gradevoli le temperature, in genere tra 20 e 23 °C di massima, mentre di notte, data l'altitudine, si scende spesso sotto i 10 °C anche nel mezzo dell'estate. E pensare che al solare volto estivo di questa località si oppone un clima invernale severo come pochi immaginano. I frequenti venti freddi dai Balcani, infatti, dopo essersi caricati di umidità sull'Adriatico, risalgono i fianchi dell'Appennino generando furiose bufere di neve, con accumuli di neve fresca tra i più imponenti che si possano registrare in Europa e perfino al mondo. Misurare correttamente l'altezza della neve in queste condizioni di tormenta, con il vento che scompiglia il manto nevoso creando dune irregolari, è però molto difficile: nel marzo 2015 si diffuse la notizia di oltre 2 m. di neve caduti in meno di 24 ore, dati tuttavia rilevati in condizioni non standard, mentre le misure ufficiali indicavano più verosimilmente apporti di circa 1 m. Le piante ospitate nel giardino, ben adattate al clima appenninico di media-alta quota, non si spaventano comunque di condizioni così aspre. Protette dalla coltre di neve che le isola dalle temperature esterne che possono scendere sotto i -15 °C, aspettano quiescenti fino al disgelo, solitamente entro inizio aprile, a meno che burrasche di scirocco o libeccio facciano fondere la neve anzitempo come talora avviene in queste montagne del Sud. Luca Mercalli Fonte: L. Mercalli, In visita ai giardini botanici dell'Appennino, in «Gardenia», 399, Milano, luglio 2017.

  • Il fotografo che sviluppò le foto con la penna

    Le stagioni si inseguivano in maniera incoerente era la mattina di un giugno piovoso alla fine di quattro impervi tornanti e vide apparire come una fotografia sfocata il piccolo Paese che resisteva alle montagne quella mattina era avvolto da folte nuvole basse da lontano poteva scorgere il campanile bianco maestoso guardiano del burrone misterioso ed infinito piccole case dalle facciate bianche erano sormontate da tetti rossi geometrici e scintillanti all'ombra di quell'insolita nebbia la macchina procedeva adagio adorava scrutare particolari che conosceva a memoria l'incoerente casa gialla all'entrata del Paese l'antenna dietro casa sua la grande croce arrugginita sull'estremità del monte con accanto quel piccolo colle che lui aveva sempre ritenuto inutile e brutto arrivò all'innesto crocevia impervio di quattro strade una conduceva a valle le altre due ingannevoli e gemelle verso la stessa direzione il Paese la pioggia aumentò d'intensità e scelse la ripida salita di sinistra il cartello indicava meno di un chilometro all'ingresso del Paese lo scorse fra la nebbia il cartello bianco con dieci caratteri stampati in nero sospirò profondamente era l'unico molo dove attraccava sempre volentieri dove nessuna burrasca poteva mai metterlo in pericolo dove il vento spirava sempre in direzione del cielo sereno nonostante le nuvole basse attraversò il viale diritto come disegnato da un righello la piccola chiesa rosa a sinistra il parco artificiale a destra una nuova statua ma vecchia si stagliava al centro di piccoli pini appena tagliati la strada saliva leggermente a destra poi rallentò la svolta a sinistra la salita che si perde a batter di ciglia poche macchine testimoni del suo passaggio l'asfalto bagnato una signora vestita di nero uscì da un portone verde al suo passaggio rallentò per salutarla anche se non la conosceva quelle case erano la sua famiglia erano i suoi rifugi salì con la seconda marcia amava indovinare i cambiamenti dall'ultima volta non ne vide molti la macelleria sulla sinistra continuò fino a giungere all'ennesima chiesa guardiana del corso principale quattro macchine erano parcheggiate sul lato sinistro lasciò la sua vicino alla chiesa e scese si avvicinò al bar principale correva per non bagnarsi centrò in pieno due pozzanghere che i sampietrini neri non erano riusciti a smaltire imprecò era il suo Paese e sorrise aprì il portone verde una musica ripetitiva fuoriusciva dallo stereo salutò il proprietario perennemente imbronciato indossava una polo azzurra a maniche corte nonostante il giugno incoerente pantaloni stretti con scarpe marroni di marca i capelli neri tenuti assieme dalla brillantina si abbracciarono con un fragoroso affetto bevve il caffè bruciato specialità tipica del bar salutò due avventori di mezz'età troppo presi con l'azzardo virtuale pagò con quattro piccole monete e se ne andò riprese la macchina la salita fu dolce la strada svoltava a destra il vecchio asilo sulla sinistra poi la sua enorme casa bianca il terrazzo era sempre lì nessuna macchina parcheggiata rallentò abbassò il finestrino le persiane vestite di marrone erano sigillate l'enorme portone anch'esso marrone era zuppo di pioggia richiuse il finestrino e senza spingere l'acceleratore si diresse in discesa verso la piazza l'orologio bianco batteva i suoi minuti in anticipo come se volesse anticipare l'ora del riposo serale il bar sulla sinistra era chiuso superò la casa girevole ai confini della piazza nascosto un timido vicolo portava verso la chiesa un tempo macerie fumanti avevano preso il posto del piccolo borgo brulicante di artigiani e raccontatori di leggende attorno a grandi fuochi ora il belvedere aveva sostituito le case in pietra amava quell'angolo amava immaginare tutti gli anziani che ancora si aggiravano per quella strada amava immaginare quelle pietre vecchie di sessantacinque anni spazzate via dal disprezzo teutonico fermò la macchina la nebbia minacciosa sembrava cascasse dal cielo la campana enorme ed immobile si intravedeva dentro il campanile scese senza fretta salì la piccola scalinata che portava al piazzale arrivò col cuore in gola l'emozione della valle lo investì così come il profumo di prato bagnato così come la maestosità delle montagne di fronte ai suoi occhi lucidi era il suo Paese si affacciò sporgendosi leggermente lungo il muretto bianco truccato con vecchie scritte sciocche la valle di un verde accecante la piccola masseria proprio al centro e mentalmente ripercorse tutti i nomi dei paesi vicini poté scorgere la grande roccia sulla quale poggiava la sua grande casa bianca prese la macchina fotografia aprì l'obiettivo poi lo richiuse non poteva immortalare ciò che conosceva nei minimi dettagli impresse le immagini nella sua testa e tornò nella sua macchina color turchese la sua camera oscura molto privata prese il suo vecchio blocco bianco e la matita cominciò a scrivere del suo Paese la mano tremava sotto l'impeto di quella grande chiesa impressa di una solitudine impietosa e immersa in un assordante silenzio fece scorrere la matita sul foglio bianco decise il titolo il fotografo che sviluppò le foto con la penna e cominciò a scrivere di quelle case nascoste di quello sperduto promontorio in un angolo di nubi chiamato Capracotta... Emanuele Fusco Fonte: E. Fusco, Il fotografo che sviluppò le foto con la penna, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Agrestis calamus

    Vi è una poesia che costituisce un monumento più perenne del bronzo, più eccelso delle piramidi regali, per la quale il poeta può esultare nella speranza di non morire intero, perché il suo nome si immedesima e forma una cosa sola con la nobiltà dell'oggetto cantato, con la soave armonia del canto che vince il silenzio dei secoli. Vi è un'altra poesia, anch'essa eterna, che agile e snella moltiplica le sue movenze gentili, nel tempo e nello spazio, pur restando sostanzialmente uguale; una poesia che va senza nome d'autore, perché quanti la sentono se la appropriano e l'usano come cosa loro; una poesia che ha un obbietto che mai non cessa né muta, ed un poeta che si rinnovella e si perpetua oltre i limiti angusti della vita dell'individuo: il popolo. La poesia popolare risponde ad un bisogno ideale collettivo, traducendo in una forma, che meglio della lingua scritta si adatta alle pieghe del pensiero, i sentimenti più delicati e più vivaci; non ricercatrice di preziosità ridicole o di immagini lambiccate, ma sicuramente fondata sopra un ampio sostrato di concetti universali e tradizionali. A questo elemento universale si innestano, per lo stesso principio e nella maniera istessa, i sentimenti particolari di una intera nazione, ed anche di una sola regione. Si intende poi di leggieri come questa forma d'arte spontanea, anzi necessaria, resista meglio di ogni altra alle infiltrazioni di elementi estranei, assai meglio della poesia aulica, che facilmente o troppo dilaga nell'universalizzare o troppo risente dell'individuo. Il popolo, che ha taccia di esser tanto propenso alla novità, di fronte alla importazione artistica è assoluto, in virtù di quel peculiare carattere che esso sente, senza conoscerlo e senza poterlo mutare; di fronte alla importazione artistica esso rigetta, trasforma, o accoglie interamente, secondo che la forma nuova si adatti più o meno a dar ricetto al suo genio. Ecco perché certe forme di poesia popolare cavalleresca, tanto fortunate altrove, non ebbero mai fortuna tra questi monti, dove trovarono più o meno larga ospitalità la cantilena Siciliana e lo stornello balzante della Toscana. La poesia del popolo ha per carattere distintivo la sincera spontaneità; quindi essa coincide con le origini di tutte le letterature e ne forma quasi il substrato. In seguito si separa dalla poesia aulica la quale si fa ardita e sfolgorante, quanto quella è umile e rimessa; ma non si spegne per questo, ma continua a svolgersi per suo conto nel breve ambito di quel vero, di quel buono, di quel bello che sono eterni ed accessibili a tutti. Così quando la immaginazione dei poeti esulta ed aberra, tentando Icarici voli, l'intelletto stanco dietro quella corsa insana, ripensa questa limpida fonte perenne, in cui troverebbe balsamo e vigore novello il genio abbruciacchiato dal sole che ha voluto mirare da presso, più che natura non consenta. Gli studi della storia letteraria si iniziarono sempre dalla prisca poesia popolare, e questo studio ci rivelò la grandezza dei poeti greci che, pur dando alla forma squisitezze non mai raggiunte, si discostarono meno di ogni altro dalla fonte della ispiriazione popolare. Il tempo nostro, affaticato dalle stranezze poetiche di superuomini e di decadenti, rinnovellò e rese costante lo studio di questa arte umile che non muore mai: il follclore scoprì e rivelò bellezze nove, sulle quali il Rubieri ed il D'Ancona han già iniziata l'opera geniale. Abbiamo detto che qualità essenziale della poesia popolare è la sincerità; ne nasce di conseguenza che questa poesia sarà specchio fedele del carattere del popolo che l'ha creata o che l'ha fatta sua. Ed il carattere immutato dell'antico sangue Sannita si rivela intero nei canti che noi siamo andati raccogliendo per le campagne dell'alto Molise, dalle bocche rustiche dei villici e dei pastori, e da quelle porporine delle virili fanciulle, intese alle rudi fatiche del campo. Noi dividiamo quesi canti in sei classi: religiosi, leggendarii, morali, didascalici, amorosi, satirici: che rispondono ai diversi atteggiamenti dell'anima di quei semplici montanari; però questi generi si intrecciano e si confondono; tanto la fede, la tradizione, la pratica della vita, la virtù ed il sentimento si confortano l'un l'altro là dove una falsa civiltà non ponga l'uno sopra tutti. Volendo dare un piccolo saggio di quei canti, ci limiteremo per ora a quelli d'amore, e perché sono i più caldi ed i più belli, come quelli che esprimono i moti più forti dell'anima, e perché ci sembrano più adatti a piacere ai giovani pei quali precipuamente è fatto questo giornale; i quali apprenderanno che uopo non è di delitti, perché nobili e puro si riveli un sentimento che naturalmente rivendica a sé tutta la esuberante energia di giovinezza. Il verso non nasce che col canto, una melopea per lo più, dal ritmo lento, pieno di passione; di rado diventa allegro e balzante: d'altra parte il popolo nostro evidentemente predilige le note tenute lungamente e tende ad allargare il tempo fin dei motivi noti. La strofe è per lo più un breve distico rimato di endecasillabi, che racchiude tutto un concetto come il distico elegiaco classico, ma di questo più conciso; di rado si ha la forma di quartina, di sestina e quella del rispetto toscano. Nella canzone il dialetto evidentemente si eleva: abbiamo quindi un dialetto poetico che s'accosta di più alla lingua. Ad ogni modo nelle citazioni seguenti noi abbiamo tolto non le forme, ma certe inflessioni di voce dialettali difficili ad esprimere con lo scritto e che avrebbero reso necessaria una traduzione intera per la intelligenza del testo, ove non si fossero volute moltiplicare all'infinito le note. Quando fa calle è l' meglio di dormije, quando fa frische è l' meglio di cantaje. L'amore si sposa all'affetto del luogo natio: A Capracotta non ci tengo niente e a lu Castiello ci tengo l'amante. E l'aria a lu Castiello è assai gentile: beato chi ce te' la nnamurata. Da Napole m'è venuto 'nu cartiello: la meglio gioventù stà a lu Castiello. O varca col desiderio i monti: Vurria spianaje l' colle di Tulete pe' vedeje l'amore se si vede. Vurria salì l' colle di Capracotta pe' vedeje l'amor che mi riporta. Questo è l'amore quale nasce, vive, si svolge nelle anime semplici dei miei buoni Molisani: amore puro, pieno di idealità; che scerhza talora ardito, ma che nei sentimenti della famiglia e della religione trova due argini potenti alla foga della passione. Ché per il fallo d'amore non v'è perdono, ma disprezzo, onta, sarcasmo crudele: Jesce, serpa nera, da 'ssu muro: non tie' marito e ti' la criatura. Se un giorno mi sarà concesso di mostrarti, cortese lettore, come questo popolo senta, creda, voglia, operi, rispecchiato in altri semplici versi, non meno degni del tuo esame, tu comprenderai, come io comprendo, quanto si possa sperare ed attendere dalla nostra gente, che nella sua rozzezza si meritò il doppio titolo di lode: forte e gentile. Alberto Salvi Fonte: A. Salvi, Agrestis calamus, in «Italica», I:2, Sulmona, 15 marzo 1906.

  • La chiaroveggenza di Padre Pio

    Un giorno, mentre mi preparavo per andare alla messa del Padre, mamma ebbe una crisi di cuore, tanto forte da far temere la fine. Io volevo fermarmi a casa, mamma però insistette: – Va' in convento dal Padre e digli che pregasse per me. Ubbidii. Arrivata in chiesa, andai al confessionale, al quale mi avevano permesso di accedere, ma piangevo soltanto. Finalmente dopo tanto, il Padre riuscì a farmi parlare. Poi disse quasi con distacco, senza dare importanza alla cosa: – Tu vedi sempre tutto nero! Lei sta bene e forse sta ragionando con le vicine. Padre Pio riprese a confessare ed io mi allontanai: presi posto su una panca della chiesa, ma non mi calmai. Padre Luciano De Paola da Capracotta, che regolava l'ordine delle confessioni ed aveva ascoltato quello che il Padre mi aveva detto, vedendomi ancora piangere, si avvicinò e disse: – Non ti fidi della Parola del Padre? Scommettiamo che tua madre sta bene? Terminato il suo compito, Padre Luciano si offrì di accompagnarmi a casa. Quando entrai, vidi che mamma stava conversando con delle amiche. La chiaroveggenza che guarì il cuore Da giovane, mentre mi preparavo un giorno per andare alla Santa Messa da Padre Pio, mia madre ebbe una crisi di cuore, tanto forte da far temere la fine. Io volevo fermarmi a casa, ma mia madre insistette dicendomi: – Va' in convento dal Padre e digli che pregasse per me. A tale richiesta, prontamente gli ubbidii e, arrivata in chiesa, andai presso il confessionale e, vedendomi soltanto piangere, mi permisero di accedere, dandomi la precedenza alla confessione. Finalmente, in seguito al mio silenzioso e continuo pianto, padre Pio, rincuorandomi e tranquillizzandomi, riuscì a farmi parlare. Poi, quasi con distacco, senza dare importanza alla cosa, mi disse: – Tu vedi sempre tutto nero, ma lei sta bene e forse sta anche ragionando con le vicine di casa. Congedandomi da padre Pio, mi allontanai e presi posto su una panca della Chiesa, rimanendo molto preoccupata. Padre Luciano De Paola, da Capracotta, che regolava l'ordine delle confessioni e che aveva ascoltato quello che il Padre mi aveva detto, vedendomi ancora piangere, si avvicinò e mi disse: – Non ti fidi della Parola del Padre? Scommettiamo che tua madre sta bene? Terminato il suo compito per Padre Pio, Padre Luciano si offrì di accompagnarmi a casa. Quando entrai, vidi che mamma stava conversando con delle amiche di vicino casa e, da quel giorno, non ebbe più alcun dolore al cuore. Giovanna Russo Fonte: https://www.p-pio.myblog.it/, 5 gennaio 2013.

  • La commemorazione di Tommaso Mosca

    Venerdì 25 marzo 1927, anno V° della rivoluzione fascista. La Camera dei Deputati è stracolma di camicie nere. L'aria è pesante. Il fascismo, dopo l'omicidio Matteotti, ha gettato la maschera, imprimendo una svolta totalitaria al governo dell'Italia, di cui Benito Mussolini ne è l'indiscusso Duce. Nella tornata ordinaria di lavori parlamentari, dopo aver discusso circa l'opportunità di convertire in legge il decreto di riforma del regolamento legislativo dell'Opera Nazionale Combattenti, qualcuno si avvicina al presidente della Camera e gli comunica qualcosa all'orecchio. Il presidente Antonio Casertano (1863-1939) ferma l'aula e dichiara: «L'onorevole Josa ha chiesto di parlare per commemorare il defunto ex-deputato Tommaso Mosca. Ne ha facoltà». Il nostro uomo, nipote dell'illustre Nicola Falconi, è infatti deceduto nella notte nella sua casa romana. A quel punto l'on. Guglielmo Josa (1870-1961), futuro presidente del Consiglio provinciale del Molise e camicia nera della prima ora - un molisano che parteciperà attivamente alla vita politica fascista del Molise e di Capracotta - comincia a leggere il suo intervento di condoglianze in morte dell'amico Tommaso Mosca: Onorevoli colleghi, ieri si è spento in Roma l'onorevole Tommaso Mosca, che appartenne a questa Camera per due legislature inviatovi dal mio Molise. Alto magistrato, portò nell'esercizio del suo lungo, difficile, delicato ministero la forza di una coscienza intemerata e la luce di un poderoso intelletto. Deputato, fu specialmente studioso di problemi giuridici ed economici e si deve citare di lui sovratutto la relazione per il disegno di legge sul bene di famiglia e sulla piccola proprietà terriera, che resta ancora oggi una pregevole monografia dell'importante questione, la quale tuttavia ci appassiona e attende di essere risolta. Tommaso Mosca viveva lontano dalla vita politica da molti anni, ma è morto credendo nel Fascismo ed io, anche a nome dei colleghi del Molise, compio il dovere di ricordarlo alla Camera fascista. Prego la Camera di esprimere il proprio rimpianto alla famiglia dell'estinto ed al comune nativo, Capracotta. Pietro Fedele (1873-1943), ministro dell'Istruzione, si associò al commiato a nome di tutto l'esecutivo, mentre per la Camera dei Deputati fu lo stesso presidente Casertano ad unirsi alle condoglianze, affermando di voler mettere «a partito la proposta di inviare le condoglianze della Camera al comune di Capracotta ed alla famiglia dello illustre estinto». Quattro giorni dopo, infatti, nella tornata di martedì 29 marzo 1927, Antonio Casertano legge un telegramma giunto alla Camera dal podestà di Capracotta, Gregorio Conti (1871-1943): «A nome di questa cittadinanza mi onoro ringraziare vivamente V. E. Governo Nazionale Camera Deputati per commemorazione e condoglianze inviate perdita nostro illustre e beneamato concittadino S. E. Tommaso Mosca. Ossequi». Tommaso Mosca, a cui è dedicata la scuola media statale di Capracotta, fu uno studioso e un uomo politico di gran pregio. Ma, se in campo politico visse alterne fortune ed amare esperienze - tanto da esser costretto a rimettere il proprio mandato in occasione delle accuse mossegli dopo la costruzione del Palazzo di Giustizia di Roma nel 1913 -, in ambito giurisprudenziale la chiarezza della sua fama fu invece universalmente riconosciuta. Oltre agli studi sul pignoramento e il sequestro, sulla costituzione della parte civile, sulla trascrizione, sui servizi pubblici automobilistici e sul bilancio della Pubblica istruzione, il nostro fu tra i primi a teorizzare su carta un opportuno accordo tra il Regno d'Italia e la Chiesa, accordo che troverà concretezza nei Patti Lateranensi sottoscritti l'11 febbraio 1929. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia, S. Giorgio, Agnone 1986; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XXVII, 1a sessione, Discussioni, 25 marzo 1927; Camera dei Deputati, Atti parlamentari, Legislatura XXVII, 1a sessione, Discussioni, 29 marzo 1927; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Mosca, Sull'inchiesta per la costruzione del palazzo di giustizia, Colombo, Roma 1913; T. Mosca, Della intangibilità sostanziale e permanente della legge delle Guarentigie, Dir. della Nuova Antologia, Roma 1915.

  • Assisto e resisto

    Tra le mie volatili chicche estive eccelle il Capracotta's new age day, svoltosi in data sedici agosto, manco a dirlo a Capracotta. Spiego. La mattina del sedici Rita ed Enrico, due cari amici tra loro sposi, mi invitano a fare una gita a Capracotta, tanto più che si sarebbe tenuto un concerto in un bosco nelle prossimità del paese. L'idea mi piace e accetto. Si parte dunque per Capracotta. Durante il viaggio mi raccontano di esservi già andati il giorno precedente e di aver casualmente conosciuto un gruppetto di garbate signore non molisane cosiddette naturopate, raccoglitrici di erbe spontanee, appassionate di medicina naturale e di metodiche alternative al raggiungimento del benessere: bello, bene, vegani sì, vegani no, omeopatia sì, omeopatia no, tra pareri discordi ma vicendevolmente rispettosi il discorso cade lì. Arrivati a Capracotta, corroborante camminata in salita per il bosco e giungiamo in una radura tra il verde, dove suona un'orchestra niente male di cinque giovani, tutti fiati. Concluso il concerto, i miei amici mi chiamano da parte e mi presentano ad una delle signore conosciute il giorno prima, anzi alla maestra raccoglitrice di erbe selvatiche, dicendole che sono insegnante. La signora, con ancora la destra nella mia, pronuncia una energica tirata contro gli insegnanti, perché non saprebbero vedere il bicchiere mezzo pieno e trasmetterebbero ai loro allievi il sapore della delusione e del disfattismo. Con questo grave sul capo, basita e lievemente piccata, annuisco e resto zitta, un po' per educazione, un po' perché non ho esattamente compreso il senso della sua ramanzina. Subito dopo Rita ed Enrico mi riportano l'invito che ella ha appena fatto loro, affinché insieme all'intero gruppetto di raccoglitrici partecipiamo ad un banchetto di erbaggi in un casale nei pressi. L'invito è accolto; intanto sono le due e mezza del pomeriggio, ho una fame da lupi e sbocconcello dei biscotti al finocchio di fattura industriale, mentre le naturopate, che ancora raccolgono iperico e achillea sotto lo schioppo del sole, mi guardano con un certo stupore. Si arriva alle tre al casale, che gode di una posizione incantevole, circondato da boschi e sovrastante la valle del Verrino. La raccoglitrice maestra ordina e dispone apparecchiatura e cottura di erbe varie, nel frattempo divaga a proposito di concordia universale né manca di lanciare appelli in pro del celeberrimo bicchiere mezzo pieno anziché non. La tavola è preparata, colma di ogni varietà di verde e, prima di mangiare, bandito il salutare comunissimo "buon appetito", i commensali sono invitati ad alzarsi in piedi, ognuno sollevando in alto un bicchiere d'acqua, per ringraziare cielo e terra madre e non so chi o cos'altri; ci si accomoda finalmente e io assaggio pane, pomodoro e tarassaco, mentre la conversazione si incentra su una presunta svolta epocale imminente, sulla necessità di equilibrio degli elementi cosmici e di stili di vita alternativi, meno consumistici e più rispettosi dell'ambiente inteso in senso lato. Il pranzo si conclude col necessario caffè. Intermezzo temporalesco maestoso a fronte delle montagne e a pochi passi dal cielo, quindi la maestra ci mette seduti in cerchio e con occhio indagatore e vagamente imperativo, per sondare e magari curvare la nostra attitudine alla concentrazione, dopo aver recitato una lettura su Maria di Magdala e citato en passant i Vangeli apocrifi, invita una raccoglitrice di erbe pure presente a prendere il suo harmonium indiano, strumento d'accompagno per cantare tre mantra, nel mentre che una seconda raccoglitrice ci passa intorno con un grande recipiente di bronzo che, battuto con un martelletto, produce una piccola vibrazione atta ad entrare in sintonia con e misurare la nostra interiore vibrazione, mi viene poi riferito. Io fatico a chiudere gli occhi e a cantare i mantra, né mi persuado a rispondere a qualsivoglia dictat della signora maestra. Semplicemente assisto e resisto, in qualche modo. Segue un girotondo ondeggiante scandito da un canto degli Indiani d'America, con parole in inglese, naturalmente. Il rito si conclude con un paio di minuti di sornione unanime silenzio, ma non è finita, perché dopo il rito vengono il mito e la storia, meglio un mix di mito e storia intessuto con propositi didattici, nel corso del quale ho sentito di troppo e il cervello mi è andato in pappa. Ho sentito, per esempio, che si può ricostruire la storia di Italia only sannitica, ovviamente; ho sentito che Sanniti e Mongoli del Khan - sic - avrebbero avuto contatti tra loro, come confermerebbero - sigh - le forme dei rispettivi altari votivi; ho sentito di spade nella roccia, di cappellini artigianali di Capracotta stranamente identici a taluni di fattura indiana e ho sentito di tavole osche e rune celtiche che riprodurrebbero parole di identica armonia sonora; ho sentito dell'om e dell'amen, e via così, per arrivare alla morte di Giovanni Paolo II, cui avrebbe fatto seguito un sollevarsi di non meglio specificati fogli, certo segno della fine di un'epoca e dell'inizio della successiva. Infine, ci si congeda, non prima che la maestra abbia presentato qualche sua pubblicazione, distribuito mazzetti di erbe varie, caldeggiato la palingenesi benefica del mondo, da ottenersi anche tramite il collegamento ad un sito web ("Mezzo pieno" il suo nome, per chi ne avesse intenzione). Alle sei e mezza del pomeriggio si riparte. Sulla strada del ritorno in prossimità delle fonti del Verrino chiediamo un'informazione ad un pastore: lui ha negli occhi l'armonia composta di chi fatica, la tensione contemplativa pura cui ascende chi lavora duro ed è semplice, non conosce contorsioni ambientaliste e teosofiche, geo-storiche e mistico-filosofiche, non ostenta, offre quel che sa né pecca, come io pecco, di insofferente scetticismo. Mi sono "ritrovata" dopo una insolita giornata, ho pensato di essere fortunata, perché ho degli amici che mi vogliono bene, non importa il mio caratterino pepato, e mi aiutano a conoscere di più e diversamente; ho pensato di essere felice perché di lì a poco, a casa, avrei letto "Signora Ava", che ho ripreso tra le mani qualche giorno fa e che mi pare ancor più bello della prima volta che l'ho letto: ho pensato a don Matteo, al Colonnello, a don Beniamino, a Pietro ed Antonietta e agli altri attori di quella commovente saga molisana, così diversi tra loro, così concreti, eppure poetici senza presumerlo, tale la prosa instancabilmente precisa di Iovine, chiara e complessa, come la vita. A presto. Luciana Zingaro Fonte: L. Zingaro, Assisto e resisto, in «La Fonte», XIII:8, Ripabottoni, settembre 2016.

  • Vita scolastica di Capracotta

    È stato nostro gradito ospite il comm. Pera, provveditore agli Studi per il Molise e che in rappresentanza del Prefetto è venuto a presenziare alla inaugurazione della magnifica sopraelevazione dell'edificio scolastico, che su progetto dell'ing. Vincenzo Castiglione, ha risolto, con sole novantamila lire di spese, il problema di fornire alla scuola di Capracotta aule sufficienti e degne del Regime. La cerimonia si è aperta in Piazza, con la lettura del Messaggio del Duce fatta dal Segretario politico sig. Noè Ciccorelli, in presenza del Podestà avvocato G. Conti, del presidente della sezione mutilati, del presidente della sezione combattenti, del rev. Arciprete, di tutte le organizzazioni giovanili e delle altre autorità cittadine al completo. Il lungo corteo si è recato quindi in contrada Guardata per l'inaugurazione del Parco dei Pini, dove oltre 3.000 pianticine furono trapiantate in primavera e che, un giorno, speriamo, formeranno la gioia dei cittadini e dei villeggianti. Proseguendo oltre, si è inaugurato nel Cimitero, su progetto dell'ing. Agostino Conti, lo scalone fra due ali di alti pini. In ultimo si è inaugurata una bella sopraelevazione della Casa della Scuola completa dell'impianto di un moderno termosifone e nelle opere di pittura ed abbellimento. Le Organizzazioni Balilla e Piccole Italiane hanno cantato in presenza del commendator Pera, il quale ha portato col saluto del Prefetto, il suo augurio per gli alti destini della scuola fascista, così come è voluta dal Regime. Nelle prime ore del mattino è stata benedetta in forma solenne dal reverendo arciprete Leopoldo Conti, la nuova bandiera della Società Operaia. Hanno pronunziato applauditi discorsi il presidente del Sodalizio sig. Felice Santilli e l'insegnante Ettore Conti. L'ottimo insegnante Dante Nerone riuniva tutti gli scolari delle varie classi e commemorava ai piccoli l'annuale della Marcia su Roma. Sulla cima di Monte Campo, che dai suoi 1.700 metri guarda il territorio di otto provincie e la lontana Dalmazia italiana, è stato acceso, a cura del Fascio di Capracotta, un enorme rogo. Ernesto Codignola Fonte: E. Codignola, Vita scolastica italiana, in «La Nuova Scuola Italiana», XI:8, Firenze, 12 novembre 1933.

  • L'agnello

    È un animale leggendario ancor più della salamandra e dell'unicorno. Nei primi giorni si regge a malapena, poi, malfermo sulle gambe lunghe e deformi, tenta i capezzoli materni fino all'ora in cui, oramai svezzato, si protende a brucare. Eppure non arriva a conoscere l'erba salata dai pastori per assetare la pecora e gonfiarla di latte. Il coltellaccio spegne i suoi belati e, solo sul piatto, ritrova le insalate offerte a contorno. Una infanzia corta. «L'agnello comincia ad essere buono in dicembre – dice Artusi – e per Pasqua o è cominciata o sta per cominciare la sua decadenza». Il suo incontro con il lupo è ancorché ipotetico. Il solo episodio della sua puerizia degno di una certa letteratura, vuoi che ammonisca a non lasciar anzitempo le lane materne e a ritener la sete, vuoi che esprima il sacro egoismo del carnivoro. È stato glossato per secoli fino a giunger al sottilissimo argomento di Pellegrino Artusi che invoca la decadenza dei deboli come giusta e naturale causa del loro sacrificio, facendo omaggio alla filosofia (e alla cucina) del tardo Ottocento. Dopo di che, il lupo, vera vittima del progresso, figurerà come una specie in estinzione, e l'agnello, incrociato con razze anglosassoni, crescerà di statura, di peso, di lombi. Non pochi segni di questa tardiva rivincita delle greggi sui naturali persecutori, uomini e fiere, si ritrovano nelle migliori pagine di questo secolo. Un certo spirito di rivolta serpeggia persino nelle favole. Di Carlo Emilio Gadda, codesta dedicata non già ai forchettoni ma alle matrone: «L'agnello di Persia incontrò una gentildonna lombarda che prese a rimirarlo con l'occhialino. "Fedro Fedro", belava miseramente l'agnello: "Prestami il tuo lupo!". Che il vate sia o no profeta, il nero e ricciuto vello sciita si è rarefatto per le strade e nelle chiese senza che, per altro, sia andata estinguendosi la razza delle signore milanesi. La moda, si sa, è uno dei segni della decadenza». In cucina invece è disponibile tutto l'anno. Da Pasqua all'Avvento, si possono preparare costolette che hanno forma e profumo uniformi. La pecora, aromatizzata dai ciuffi d'erba e dall'aria pungente dei pascoli di Capracotta nelle montagne del Molise, è invece scomparsa. Qualche peregrino cuoco, nato fra i sassi, stipendiato a Roma o al nord, ne conserva memoria e ne omaggia, di rado, gli ospiti. Secondo il principio per cui solo il latte della madre garantisce l'autenticità e la salute dei suoi pargoli, bisognerà ammettere che anche in questo caso si parla oggi, per convenzione, di agnello ma s'intende in realtà: lamb, un bambinone vaccinato e svezzato. Nelle pagine della "Cucina molisana" di Anna Maria Lombardi e Rita Mastropaolo (Arti grafiche La Regione editrice, 1986, due volumi, lire 25.000), nei ricettari dei dirupi e dei fianchi montani, nei manuali della gastronomia pastorale, talora invece, rispuntano i colori retorici della stagione, del prato e delle margherite e si ha l'illusione di una carne aromatizzata da sapide essenze e preparata "alla furnacella", "alla tiana", "alle olive", "con i carciofi", con la cicoria, il luppolo selvatico o "i lampasciune". Va sottolineato che, oggi, al goloso si risparmiamo i belamenti, il sangue e tutti i riti suscitatori di immagini tormentose, lupi, croci, strazi. Il cadavere del nostro lamb, generalmente decollato, porta la morte con pulizia e astratta insensibilità. La sua preparazione, in altri tempi e in altre cucine, è stata invece un piccolo riflesso delle esecuzioni capitali. Ne citiamo solo uno, in uso alla corte di Francia fino al '700, per il giorno di Pasqua appunto. La fonte è "Il grande dizionario di cucina" di Alexandre Dumas. «Si dissossava il collo di un agnello di sei mesi, spezzato il petto, vi venivano sistemate le due spalle, legandole con una cordicella, lo stesso si faceva con le cosce, dopo averne rotto l'osso. Quindi si apprestava un ripieno con carne di agnello pestata, rossi d'uovo sodi, pane raffermo, erbe aromatiche e spezie. Il tutto lardellato, passava ad arrostire a fuoco vivo, su di uno spiedo». Sulla ruota, le membra del criminale venivano frante a colpi di mazza ferrata, e da lì spedite al rogo, poi giudici più umani decisero di bandire tali spettacoli, molto goduti, molto applauditi. Anche l'agnello non venne più dissanguato, scuoiato e franto in famiglia. Lo si compra e prepara già a pezzi. Sarà un sintomo di sensibilità, un indice di infiacchimento delle razze umane ed ovine, ma ormai i belati non fanno venire l'acquolina a nessuno né accettiamo di ripulire un cranio, inghiottire un occhio o masticare un budello. Restano le reminiscenze e alcuni rimescolamenti simbolici, fra cui, dal Molise e da ricettario sopracitato, "casce e ova". «Un chilogrammo di agnello, un bicchiere di olio di oliva, una cipolla, un ciuffo di prezzemolo, un bicchiere di vino, otto uova, 200 grammi di formaggio pecorino grattugiato, una spolverata di pepe, un odore di noce moscata e sale. Versate l'olio in un tegame da forno, aggiungetevi cipolla affettata a velo e fatela appassire a fuoco moderato, unitevi l'agnello tagliato a pezzi e, dopo averlo fatto rosolare a fuoco vivo, spruzzatelo col vino. Salate la carne e lasciatela cuocere bagnandola con qualche mestolo d'acqua calda. Intanto, in una terrina battete le uova con il formaggio ed il prezzemolo tritato, salate, pepate, profumate il composto con una grattata di noce moscata, fatelo amalgamare bene e versatelo sulla carne quando sarà ben cotta, smuovendola con una forchetta affinché le uova penetrino dappertutto. Lasciate bollire alcuni minuti, quindi infornate il "casce e ova" a 150 gradi circa fino a quando sulla superficie si sarà formata una crosticina dorata». Contro la decadenza, se non dell'ovino, almeno di suo fratello Abele, in questa ricetta fioriscono i simboli della Pasqua e del pascolo, le uova, l'erba (il prezzemolo), il latte (il pecorino). I poveri aggiungevano alla poca polpa infilzata su schegge di ossa o alle frattaglie, altro formaggio e molta mollica. È un'idea da tenere in caldo, un sotterfugio vegetariano che lascia intatto il mistico agnello pur perpetuandone il sacrificio. La cucina, in fondo, è conservatrice, rispetta santi e feste senza andare in chiesa tutte le domeniche, e solo di tanto in tanto, ha qualche impennata filosofica, modernista, che si smorza in un rosario di ricette, intonate da più voci sulla stessa cadenza, sulla medesima cantilena. Alberto Capatti Fonte: A. Capatti, L'agnello, in «L'Unità», Roma, 31 marzo 1988.

  • Davanti al camino si racconta...

    Ricordo che una sera d'inverno, a Capracotta, mentre ero in vacanza a casa dei miei nonni, sedendo sui morbidi cuscini della poltrona della cucina, accanto al fuoco scoppiettante del camino, mi sono stati narrati alcuni episodi dei tempi passati, lontani ormai quasi un secolo, il cui risvolto, a volte tragico, ma a volte anche comico, vale la pena che la tradizione tramandi. Correva l'anno 1920, la guerra era finita da poco lasciandosi alle spalle uno dei periodi più tristi e difficili da dimenticare della storia di Capracotta. Agli inizi del secolo scorso non c'erano le comodità di oggi, lo stile di vita era semplice, ma richiedeva molti sacrifici. Mancavano l'abbondanza e la varietà dei cibi che troviamo sulle nostre tavole, i pasti erano più frugali e le portate più contenute. Le rinunce e le ristrettezze erano parecchie e riportano la mia mente ad una vicenda reale che ha del curioso e lascia un lieve sorriso amaro sulle labbra. La mia bisnonna si chiamava Maria, la chiamerò nonna Maria, era una donna che viveva agli inizi del secolo scorso. Era lei il perno della famiglia in una società matriarcale che attribuiva alla donna molte responsabilità. A sentire i racconti di chi l'ha conosciuta, doveva essere abile nel gestire la vita domestica. Aveva delle mani forti segnate dalla fatica quotidiana. Dedita alla casa ed alla famiglia, indossava gonne larghe e lunghe che formavano delle leggere onde che accarezzavano il pavimento. Un abito che, caratteristico di quell'epoca, si può trovare ancora esposto in qualche museo di arti e tradizioni popolari. Nonna Maria sul capo portava un ampio fazzoletto scuro che serviva a raccogliere i capelli e che teneva caldo, specialmente nelle fredde giornate d'inverno. La vita a Capracotta si intrecciava su rapporti sociali molto intensi, le visite erano solite tra le persone del vicinato ed era facile, in tempi di carestia e miseria, rivolgersi ai propri conoscenti per ricevere un po' di cibo da mettere sotto i denti ed avere qualche parola di conforto. Bisognava darsi molto da fare per procurarsi le provviste, la terra era una risorsa preziosa che riusciva a dare un po' di sostentamento. La parte più pesante del lavoro veniva lasciata alla forza maschile, mentre le donne, dedite principalmente alla casa, si dedicavano alla raccolta dei prodotti giunti al punto di maturazione. Il lavoro segnava le mani ed anche il viso di chi, chino sotto il calore del sole, si dedicava quotidianamente alla terra con gesti lenti e faticosi che scandivano un ritmo di vita che rimane il ricordo di un tempo lontano. Così la vita anche per nonna Maria aveva i suoi lati meno dolci e la miseria, a volte, contribuiva a renderli aspri. Organizzare la vita di famiglia richiedeva impegno, come seguire l'educazione e la crescita dei figli. I divertimenti erano pochi ed i bambini si dovevano accontentare di piccoli passatempi inventati sul momento per movimentare le ore pomeridiane. Si faceva a gara per vedere chi tirava il proprio sassolino più lontano, oppure si saltava a corda, oppure ancora, le bambine si divertivano a creare le bambole con quello che riuscivano a trovare per terra, anche piccoli sassi. All'ora di pranzo, come a quella di cena, la tavola apparecchiata era accompagnata, specialmente nelle giornate d'inverno, dal calore del camino acceso, le cui scintille formavano tante piccole luci che si indirizzavano velocemente verso l'alto. La legna, accatastata in una cesta, accanto al focolare, emanava un intenso odore di bosco e su alcuni rami si trovavano ancora pezzi di muschio che vi si erano attaccati, formando un morbido ed elegante mantello di velluto. Allora non c'era la televisione che informava sui principali avvenimenti del giorno, ma il chiacchiericcio del buon vicinato era efficiente, quasi come i moderni canali televisivi, per riferire le notizie locali. Si veniva subito a sapere se la raccolta delle lenticchie di comare Santina era stata abbondante, oppure se la vacca grassa di zio Pietro aveva partorito il vitello od ancora quanta farina di grano donna Lena aveva prodotto in quella stagione. Una signora che abitava nelle vicinanze della casa di nonna Maria, Nella (nome di fantasia), era solita farle visita ogni sera, e verso l'ora di cena, puntualmente bussava alla porta di casa, sapendo che qualcosa già bolliva in pentola e trovando la tavola apparecchiata. Superata la soglia di casa, Nella entrava, parlava un po' con nonna Maria e tra una chiacchiera e l'altra, prima di andare via, recuperava delle provviste da portare alla sua famiglia: un po' di pane oppure una manciata di patate od ancora, un pezzo di formaggio che riponeva nelle ampie tasche della sua lunga gonna, avvolgendo tutto in un foglio di carta recuperato da nonna Maria nella credenza. Nella ripeteva la scena ogni sera e, quando si avvicinava l'ora di cena, nonna Maria l'attendeva puntuale come un orologio svizzero. Erano gesti abituali, specialmente tra vicini che si dividono il cibo e si conoscono da lunga data. Fu una sera d'inverno, però, quando accadde un episodio curioso che avrebbe cambiato questi buoni rapporti. Nella aveva bussato, come solito, all'uscio della porta di nonna Maria, per farle visita prima della cena. Nonna Maria, avendola vista arrivare da dietro la tenda beige, ricamata ad uncinetto, della finestra della cucina, e avendo già messo a cuocere sul camino la pizza di granone (pizza randìgne), tipico piatto locale, il cui impasto era fatto di farina di mais, sale, olio extravergine di oliva, acqua calda, e il cui odore invitante si spargeva nella stanza, in un men che non si dica, la tolse via dal fuoco, nascondendola sotto la sua ampia gonna lunga. Nel frattempo Nella aveva raggiunto l'uscio di casa e dopo aver bussato era entrata in cucina. Iniziò a parlare del più e del meno, della giornata appena conclusa e di cosa nonna Maria stesse preparando per la cena, sentendo il buon odore di cucina e trovando la tavola già apparecchiata che la invogliava a sedere. Passava da un argomento all'altro con la disinvoltura di cui era propria, la chiacchiera di certo non le mancava, incurante, però, dell'ora già tarda e delle condizioni del tempo che promettevano poco di buono. Nonna Maria, che sotto la gonna aveva nascosto la pizza di granturco, non poteva più resistere per il calore che emanava e per la sgradevole sensazione di bruciore che avvertiva sulle gambe. Così cercando di arginare il fiume di parole di Nella, tentava di metterle fretta facendole dei lievi cenni ed indicandole le cattive condizioni del tempo, disse: «Sciòcca e maltiémpe fà, alla casa dell'ieàrre è mal'a stà!». Però, come si è soliti dire, peggio che parlare ad un sordo, Nella non ne voleva proprio sapere di andar via. Nonna Maria, allora, non potendo più resistere per il caldo che arrivava dalla pizza, ad un tratto alzò la gonna della sua veste facendo scoprire la stessa pizza di granone. Si può immaginare l'imbarazzo che si creò in casa in un attimo e, da quello che era sempre stato un luogo ospitale, per Nella era diventato solo un luogo da cui era meglio andar via. Allora, capite le intenzioni, ed un po' seccata, si rivolse a nonna Maria, parlandole in dialetto, con una frase che mi sembra doveroso riportare: «Figlia méja, te vuó còce l' còsse, pe nen me dà nu cóne de pizza!». Non aggiunse altro, ma in un attimo e, più veloce di una saetta, corse verso la porta di casa ed uscì. È facile prevedere quali furono le conseguenze di questa vicenda narratami da mia nonna. Infatti l'episodio mi è sembrato curioso e divertente, lasciandomi pensare come, in tempi di miseria, quando il cibo scarseggiava, era più solito nascondere quel poco di cui si disponeva che offrirlo agli altri, incuranti però del fatto che, a volte, le vicende possono assumere dei risvolti insoliti ed anche bizzarri, che fanno sorridere chi li racconta. Così penso che tramandare questo aneddoto, accaduto tanto tempo fa, sia un segno di rispetto nei confronti della tradizione orale che mi è stata trasmessa e degli affetti che mi continuano a legare a Capracotta. Marinella Sammarone Fonte: M. Sammarone, Davanti al camino si racconta..., in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Paesaggi dell'anima

    Ci piace illustrare, in questa rubrica, il tentativo di un'alternativa esperienza scolastica in cui si è cercato di intrecciare - con atteggiamento spontaneamente interdisciplinare - l'italiano, la storia, la geografia, le scienze naturali, la storia dell'arte, l'informatica: il tutto inserito in una proposta di turismo responsabile (e consapevole delle proprie radici), che mirasse alla conoscenza e alla valorizzazione del territorio regionale molisano, troppo comunemente "snobbato" da quanti lo considerano inadatto ad ospitare delle visite culturali di spessore. È così che gli alunni dell'Istituto Comprensivo "G. Pallotta" di Boiano (quelli della classe 3E della scuola secondaria di primo grado) hanno avuto l'opportunità di scoprire - attraverso un percorso letterario - un pezzo della loro terra e della loro storia. "Oltre la valle", della scrittrice molisana Elvira Tirone Santilli - nata e a lungo vissuta a Capracotta - è una deliziosa, lirica autobiografia che, stemperando nel sorriso i momenti più drammatici della storia personale della protagonista, ripercorre tutte le tappe principali del Novecento molisano e italiano, dal ventennio fascista al secondo dopoguerra, sullo sfondo di un paesaggio poetico per sé e reso assolutamente indimenticabile dalla penna innamorata dell'autrice: siamo nell'Alto Molise. La lettura del romanzo, che ha accompagnato i ragazzi durante tutto l'arco dell'anno scolastico e ha dato modo di approfondire al meglio l'analisi del testo letterario come strumento per "godere" di più il testo - non per farne un'autopsia di dubbia utilità - si è conclusa con una visita "interattiva" ai luoghi in cui è ambientata la vicenda, in cui il romanzo ha costituito una sorta di vademecum in un cammino di ricerca e di verifica dei luoghi nominati e dei paesaggi descritti, sulle tracce dei tanti personaggi divenuti - nel frattempo - autentici compagni di viaggio degli studenti. Un itinerario "emotivo", insomma, che, a dispetto della frequente distrazione che accompagna i ragazzi durante le "gite", li ha coinvolti e suggestionati in maniera insolita. All'imbocco del paese, la chiesetta di S. Maria di Loreto - che nel romanzo è protagonista di una singolare scena di panico collettivo quando, nel settembre del '43, si diffuse la notizia dell'arrivo imminente di un gruppo di tedeschi - ha costituito la prima tappa del cammino. Qui, nel silenzio della cappellina, gli studenti hanno osservato il pregevole altare e la nicchia in legno dorato che custodisce la statua della Madonna, ancora oggi portata in processione presso la chiesa parrocchiale - al centro del paese - in settembre, ma solo ogni tre anni, durante una grande festa mariana che richiama i capracottesi da tutto il mondo. Interessante è anche il recente e suggestivo monumento all'emigrante - famosa è la definizione di "zingari" data ai capracottesi, a causa della loro capillare presenza in tutti i continenti - situato proprio di fronte alla chiesina, soprattutto perché ai suoi piedi vi sono incise le distanze reali di quel preciso punto da alcune città europee o d'oltreoceano che sono state mèta degli abitanti di Capracotta. Guerra, emigrazione, geografia delle culture, problemi relativi all'integrazione in comunità "altre" (un argomento quanto mai attuale), religiosità popolare, arte barocca e… testo narrativo. Ma c'è di più. Dopo la visita alla casa natale dell'autrice - oggi ristrutturata e occupata da altri - e alla cappella funeraria dei Santilli, dove la famiglia si rifugiò per tre giorni nel '43, insieme a molte altre, prima dello sfollamento - suggestivo è stato rileggere proprio in quella sede, come davanti ad ogni tappa, le pagine del romanzo che "toccano" quei luoghi - i ragazzi hanno ammirato lo spettacolo mozzafiato della vallata del Sangro dal belvedere della chiesa parrocchiale, esaminando per altro alcuni aspetti della tutela e della valorizzazione di quei beni ambientali e paesaggistici di cui tanto si parla oggi, specialmente in relazione alla politica di scarsa valorizzazione che ne facciamo nel Molise: se un luogo c'è e può fare da sfondo all'accorato, ripetuto appello di mons. Bregantini a «trasformare la marginalità del Molise in specificità», è sicuramente questo. Qui, nella vallata, bruciarono nel '43 alcuni paesi incendiati dai tedeschi, in una danza di falò che viene drammaticamente ricordata dalla Tirone in una delle pagine più suggestive del romanzo. Infine, una puntata a Prato Gentile - un'immensa radura verde, teatro invernale dei campionati di sci di fondo - ha offerto agli studenti una pausa pranzo immersa nella natura e nel clima tipicamente montani, prima di scendere a visitare le macerie della fornace "Vallesorda", dove lavorava il padre della scrittrice, presso lo scalo ferroviario di S. Pietro Avellana. Lungo il tragitto, l'imponente parco eolico nei pressi di Capracotta ha rappresentato uno spunto di riflessione sulla questione energetica attuale, sulla dibattuta diffusione dell'eolico selvaggio molisano, l'antropizzazione del paesaggio e quant'altro. Il ricordo di questa piacevole mattinata capracottese, spesa tra la storia e la natura, ha lasciato una traccia nei colloqui orali degli esami finali di alcuni studenti, durante i quali - con l'ausilio di una presentazione in PowerPoint costruita da loro - hanno documentato e illustrato con fotografie, didascalie e sottofondo musicale tutti i momenti salienti dell'itinerario, mettendo alla prova anche le loro competenze informatiche. Gabriella De Lisio Fonte: G. De Lisio, Paesaggi dell'anima, in «Glocale», 1, Il Bene Comune, Campobasso 2010.

  • Suggestioni del bosco: estate

    Al bordo del prato, ombre contorte danzano al vento ed emanano fresche fragranze legnose che invitano ad entrare. Basta affacciarsi e subito si aprono fitte braccia verticali di un tempio straordinario. La luce tremula attraversa intrecci d'edera e taglia colonne arboree, illumina radure erbose e riflette lampi dorati. Il passo si fa cauto a calpestare vaghi sentieri mentre le fronde protese lasciano passare refoli tiepidi, poi si arresta davanti ad antri, cunei di roccia come tabernacoli e  rifugi di creature sconosciute, per riprendere il cammino ascoltando solo il battito del cuore. Lo sguardo ammirato scopre nuove meraviglie e in esse si perde a cercare fattezze umane, segni del tempo, prodigi divini; le mani scorrono lungo i fusti scolpiti negli anni a cercarne un contatto vitale, un'energia miracolosa mentre si celebra una straordinaria fusione spirituale: il petto si riempie di un respiro nuovo, un ritmo che dilata il tempo in una sospensione magica dell'anima come in attesa. Poi d'improvviso il volo di un uccello, sorpreso da voci umane, rompe il silenzio e l'incanto. Flora Di Rienzo

  • L'illusione dell'umanità

    Nel giorno di capodanno tre coppie partirono per una gita, decisi ad andare lontano. La prima coppia eran due giovani amanti; nella seconda l'uomo era sì fidanzato ma non con la donna che l'accompagnava; la terza coppia era infine formata da moglie e marito. Partirono tutti insieme, ogni coppia con la propria automobile, finché ad un certo punto giunsero ad un trivio. Le prime due coppie, le più giovani, scelsero le due strade migliori, quelle più belle, ornate di fiori profumati. Lungo il percorso per vie splendide e odorose, contenti come boccioli in piena maturazione, arrivarono in un hotel di gran lusso, tutto ricoperto d'edera e fiori, dove trascorsero un buon capodanno. I due amanti, qualche giorno dopo, decisero di andar via, ma la mattina della partenza, all'ora del risveglio, non appena aprirono gli occhi, realizzarono di non trovarsi più nella loro camera d'albergo. Stavano ora dentro un mondo oscuro, un'immensa foresta precipitosa, ai lati della quale si ergevano due monti altissimi che a malapena lasciavano intravedere un gruppetto di stelle in cielo. Non trovando alcuna via d'uscita, gridarono pietosamente, senza che anima viva li sentisse. Dopo cento giorni, riusciti chissà come a fuoriuscire da quella foresta, non gli erano rimasti che i soli vestiti indosso. La seconda coppia - quella costituita da un fidanzato infedele e una donna - alloggiava nel medesimo albergo e si svegliò anch'essa di buon mattino, pronta per riprendere la strada di casa. Proprio quella mattina i due si svegliarono però in un castello situato sulla cima d'un colle a forma di cono, circondato da un grande specchio d'acqua. Anch'essi gridarono come matti, senza che nessuno riuscisse a sentirli. Dopo trenta giorni, mangiando con disperazione soltanto erba selvatica, videro passare un'aquila a bassa quota e, quando il rapace si venne a trovare sopra le loro teste, s'aggrapparono alle sue zampe, riuscendo a tirarsi fuori da quella situazione e a mettersi in salvo. Moglie e marito avevano invece imboccato una piccola stradella brecciata. Dopo un lungo tragitto trovarono un modesto albergo e fu lì che trascorsero il capodanno, dopodiché tornarono felici e contenti nel loro paesino. Il cuore, la dolcezza e il loro sorriso vennero davvero a trovarsi tra i fiori e le rose. La mattina della partenza s'erano infatti levati al sorgere del sole e dopo la giornata di festa erano tornati al paese natio, percorrendo la stessa piccola stradella brecciata dell'andata. A loro sembrò di tornare dal viaggio di nozze. Giunti a casa, cercarono i compagni di gita ma ogni tentativo risultò vano. Solo dopo tantissimi giorni fu possibile rincontrarsi ma il viso dei primi quattro non era più quello di una volta. Olindo Paglione (a cura di Francesco Mendozzi)

  • Io, il Vesuvio

    Sono una carogna. Perfido e bizzoso. Un condensato di crudeltà letali. E per secoli e secoli - non ricordo quanti, ho perso il conto - ho seminato lutti, disperazione e inganni. L'inganno! Ecco la virtù cardinale, l'espediente con il quale distillo il mio genio perverso. Per un po' me ne sto in quiete, do a intendere di essere finito, un vecchio arnese che sonnecchia o guarda il mare... Poi, quando i miei figli credono sia morto, mi desto di colpo, gonfio i polmoni e li accoppo. Con tutta la rabbia, la brutalità e il disprezzo che la loro vista mi suscita. E come godo, quanto mi diletto nel vederli scappare, levare supplici le braccia al cielo, crollare al suolo stecchiti! Un brivido orgiastico mi scuote le viscere, un orgasmo assassino mi inebria la mente, sento gli umori pulsare, quegli stessi umori che accecarono Efesto, quando afferrò mia madre e la possedette alla maniera caprina. Sono immortale! Torme di folle mi fanno oggetto di culto, mi onorano con riti diversi, a seconda di mode e stagioni. Un tempo, ad esempio, salivano a me in processione, irrorando l'aria di profumi, disseminandomi i fianchi di viole, le mammole per l'esattezza, le prime a fiorire. E imploravano i numi, Zeus con quale foga!, elevavano orazioni, allestendo danze e innalzando pire. Le pire! Il loro fumo allietava il mio olfatto, la gioventù migliore, il fiore gentile della stirpe che mi formicola addosso, ne cibava il fuoco. In estasi ne udivo il crepitio, cupido ne annusavo l'afrore, ebbro ne assaporavo i balsami. In un'orgia di urla, gemiti e invocazioni. Il fuoco! Gea ed Efesto ne hanno infuso a fiotti nei labirinti del mio pensiero. E quando la noia mi assale, se la nausea tracima, allora sì mi arrabbio!, e li distruggo, quei pigmei, li sotterro sotto le mie coltri. Niente, neppure gli arnesi che sciocchi sacerdoti moderni mi appiccicano ovunque, modera i miei istinti. Già, gli istinti. Ma siamo sicuri, o meglio, sono essi certi che agisco per capriccio? O la mia collera non è un castigo, una giusta punizione per i delitti di cui si macchiano? Da quassù li seguo, ne osservo il dibattersi, la mescola di odio, rabbia e violenza bestiale - sono pur sempre miei figli, per Bacco! - che ne acceca i pensieri. E non è tutto: devo assumere la coramina, o correre al bagno, dinanzi al perenne desiderio di fregare, alla dionisiaca ebbrezza che provano nel trasgredire. Zeus, Papà, e tu, zio Nettuno, voi siete testimoni, voi, voi soltanto potete comprendere il mio sdegno! Tutto, tutto il santo giorno li vedo salire da dove si esce e scendere da dove si entra. Tutte, tutte le volte che irrompe il controllore si scatena un fuggi fuggi: chi corre a timbrare, chi si butta dal finestrino, chi si finge pazzo, o storpio, o cieco, o invoca l'esenzione in quanto vedova di guerra. Ma passi per questo, in fondo negli inganni mi riconosco. La cosa che mi fa letteralmente impazzire è l'ignoranza. Sentite un po' cosa succede: – Vedova di guerra? –, si insospettisce il controllore, – e di quale, per l'esattezza? – 15/18! – Vi ho preso, è una bugia! – E perché, dove stanno le prove? – Perché quella si è svolta fra nordisti e sudisti! – E io sono di Capracotta, a due passi da Foggia. Statevi bene –, fa la tizia e se la svigna. Maledetti! Ladri di auto, falsificatori di borse, abusivisti incalliti, adoratori di feticci, il mio odio è così grande da avermi provocato l'ulcera, con relativi conati e rigurgiti. Tempo fa il dolore è aumentato. Sentivo come un peso allo stomaco, non so, uno spasmo che si irradiava alla schiena. Colpa di quei foruncoli che mi spuntano ovunque, di questa smania di starmi addosso, insomma di venire a vivere dalle mie parti. Una vecchia storia: pensano così di fregarmi, di intenerirmi con falsi abbracci, ignorando che una volta o l'altra starnutisco e li mando in pasto ai pesci. Ma lasciamo perdere, torniamo al dolore. Sinceramente ho avuto paura. «Ci siamo!», mi sono detto, «m'è venuto l'infarto». Essì perché devo stare attento, se mi arrabbio. Me l'ha detto anche mio padre: – Non fare sforzi, modera le eruttazioni, altrimenti rischi il collasso e poi sono cavoli miei andare con mamma e rifarti nuovo. A dire il vero mi sono un po' offeso. E gliel'ho anche detto: – Guarda papà, i tuoi affari di letto sono un problema che non mi tange. Non è colpa mia se ti è passata la voglia. – La voglia? –, si è rabbuiato da fare paura. – Vacci un po' tu con quella donna, brutta e selvatica come si è fatta. Purtroppo sono un tipo che non si trattiene. Secondo me quel vecchio sporcaccione è diventato impotente e non vuole si sappia. – E tu vorresti farmi credere che non vai più a donne? Con tutte le ninfe, le vacche sacre e i satiri che inchiappetti? –, gli ho risposto sarcastico. – Che c'entra –, ha scrollato le spalle, – quelle sono avventurette. Con Hea ormai c'è solo affetto. Non ci ho più visto: – E allora prenditi le pillole, fanno miracoli –, ho concluso. Provocandogli un travaso così imponente che l'aerofagia è venuta a mio fratello, quello in Sicilia, con il seguente bollettino: tre paesi distrutti, la città di Catania da rifare nuova e Binnu Provenzano in rianimazione per ciottolo di lava non riferisco dove. E va bene, ingoiamo ancora, fingiamo di niente. Pure il padre con problemi di attrezzo mi doveva capitare. Ma come si fa, dico io, come è possibile voltarsi e non guardare? Una per tutte. Anche stamattina mio fratello il Sole - per inciso, un bravo ragazzo: ogni giorno, senza eccezioni, mi carezza la nuca appena mi sveglio - anche oggi, dicevo, si è alzato di buon umore. Che giornata splendente! una di quelle che i miei figliastri portano a esempio in tutto il mondo. La luce era così obliqua e intensa da illuminare anche i Decumani, certi vicoli dove mio fratello non arriva mai – Ho paura –, mi ha confidato, – l'ultima volta che ci sono stato mi hanno scippato quattro raggi per venderli di contrabbando agli svedesi. Pare sia l'affare del millennio. Questa mattina, dicevo, l'aria era tersa e il profumo di fresie apriva il cuore alla speranza. Di che speranza si tratti lo ignoro, quei briganti sperano sempre, vattelappesca in che cosa. Un espediente, a parer mio, una pera alla buona per sollevarsi il morale. A un tratto ho avuto un colpo, ho visto un ragazzetto, tutto riccioli e occhi, inginocchiato a un tabernacolo nel muro. In quella zona ce ne sono molti, di questi altarini, dedicati spesso a un loro compare, uno scavezzacollo che si vantano li protegga: dai guai e dalle mie, diciamo così, esternazioni. La cosa devo ammettere mi ha indispettito. Non lo sopporto quel pataccaro, lui e le sue trovate da circo, e li ho anche avvertiti: – Uno di questi giorni pianto il casino! –. Mi sono perciò schiarito la gola, tanto per farmi notare, in attesa che il ragazzino si voltasse. Buca con acqua. Quel delinquente se n'è fottuto, ha proseguito con le sue giaculatorie come nulla fosse. Anzi, accortosi della mia presenza con la coda dell'occhio, a bella posta ha alzato la voce: – Aiutaci, solo tu puoi farci la grazia! –, si è messo a urlare, conoscendo bene il mio carattere. Come già spiegato, tra i miei difetti c'è la gelosia. Prima li maledico, faccio pensieri cattivi, medito di sterminarli, ma poi, non so perché, ci resto male. Se appena appena mi sento trascurato, se vedo che privilegiano quel tizio, vengo preso da un cupo rancore. – Possibile? –, mi sono detto, – possibile, credano ancora alle sue panzane? alla manfrina della granita di more che si scioglie? Avevo il fiato corto e l'alito pesante - colpa della scarsa motilità intestinale, suppongo - ma la curiosità, un cieco istinto di guardare hanno prevalso. Ho premuto sul diaframma e mi sono chinato alla sua altezza. Numi di Olimpo, non ci crederete!, non c'era nessuna effigie del rivale in quella nicchia. Niente. Solo un tamarro, egualmente ricciuto, che giocava a palla come una foca. "Capello originale di Maradona", c'era scritto sulla foto, e un filo lungo e sottile, scurissimo come gli occhi del ragazzino, ne orlava il bordo. – Ma basta! finiamola con gli dei pagani! –, sono sbottato, – Anche la foca, adesso? Tale era la rabbia che ho sentito gli umori salirmi in gola. «Una botta, terribile come mai, e la facciamo finita, una volta per tutte», ho pensato. E sarei esploso, avrei scatenato un putiferio se lui non si fosse girato, lentamente, arricciando il naso per il fetore, e proferito: – Traditore! lui sì che ci tiene a noi, anche da lontano. Tu, invece, tu che stai vicino, che dovresti conoscere i guai, le sofferenze che proviamo, tu ci hai venduti per la carriera! – Iooo? –, ho risposto appena. – E levati, che puzzi! – Ma... a che ti riferisci? – chiesto, e ho furtivamente ingoiato una mentina. – Come! –, ha incalzato, con un risolino, – fai anche finta, adesso? o hai persa la memoria? – Qualche giramento di testa, gulp, la vecchiaia… –. Maledette mentine! Quando ti vanno di traverso ti rovinano il condotto. – Te la faccio venire io la tua bella memoria. Ti dice niente il calendario padano? – No, non mi sovviene, ti andrebbe una liquirizia? – Puhh! –, è stata la sua ultima affermazione. Dopo di che ha girato i tacchi e mi ha piantato. Là, in quel cesso buio - al solito quel caino di mio fratello se l'era svignata - scuro, dicevo, e anche puzzolente; come i loro piedi, e le ascelle, e il sedere, che non lavano mai, esposto al pubblico dileggio, preso a schiaffi, caccole e rifiuti tossici in faccia. – E salutaci quella zoccola! –, mi hanno oltraggiato mentre scappavo e allora, non so perché, ho pensato a mia madre. È notte. Disteso sul sofà e con la boule premuta sulla testa, sono al buio e penso. Penso al mio destino, a questa vita di cacca che mio nonno il Fato ha voluto consumassi insieme a 'sti bruti. Certo, adesso che sono calmo, a condotto freddo, devo convenire che qualche ragione ce l'hanno. Ma che posso farci, non è colpa mia se papà mi diceva sempre «devi fare la carriera!». E io, da quel fesso che sono, gli credevo pure. Metteteci quei fetenti di amici, certi maligni che soffiano sul fuoco, e il guaio è fatto. – Sei un fallito –, mi stuzzicavano, – nessuno ti calcola. È più bravo l'altro –. «Non è vero, la vostra è tutta invidia», a momenti svenivo, «l'hanno anche tolto dal calendario, quell’impostore». Il calendario! Ecco la causa dei miei guai. Viene a trovarmi un tipo un po' alticcio, gran simpaticone però, non c'è che dire. – Ti andrebbe un posto nel nostro calendario? –, chiede col suo vocione. – Chi, quello di Playboy? –, gli faccio, come a dire: a chi vuoi sfottere? . – No, quello Padano! –, risponde lui, serio e impettito. Com'è come non è, colpa anche del vino che scorre a fiumi, facciamo amicizia. – Qualche brontolio, un po' di scena per mettergli paura –, pretende in cambio, – e ti inseriamo fra i nostri –. Malgrado l'alcol provo a resistere. – Voglio le garanzie, qua nessuno è fesso –. E lui, quasi aspettasse il momento, mostra i filmati. Strade, ponti, città intere, tappezzate con scritte inneggianti a me e quel bestione di mio fratello. Roba da non dormirci, l'occasione della vita. – Acchio! –, mi esce spontaneo, – qui il fatto è serio –, e, tra un rutto e l'altro, andiamo dal notaio. Da allora, a intervalli regolari, tiro qualche calcio, a volte mi storco pigramente, oppure mi scolo un litro di quello suo. Così, tanto per fare scena, come da contratto. E devo dire che le soddisfazioni non mancano. A ogni colpo, anche solo strumentale, l'uomo del vino m'invia telegrammi di incitamento, tipo: "Ad maiora!" oppure "Alla prossima!", un bel tonico per il mio egotismo. Dovrei essere felice, fare salti di gioia, gridare «ce l'ho fatta, sono conosciuto all'estero, altro che quel provinciale!» e invece... …invece da stamattina, da quando ho avuto l'alterco col monello, penso e rivedo i suoi occhi lucenti. Sono due dardi che acuiscono l'ulcera. – Assassino –, stanno lì a ripetere, – ci hai abbandonati! Assassino? Nonò, scusate, aspettate un momento. Orfano, semmai, al più senza affetti, al limite nostalgico del tempo antico. Quando eravamo tutti uniti, io, mamma, papà e zio Nettuno. Ricordo che l'acqua e il fuoco erano una cosa sola e giocavo a palle di fango con mio cugino il Po. Poi venne la crisi, zio Nettuno fu licenziato ed emigrò al Nord in cerca di lavoro. E io restai quaggiù, solo, intristito, senza compagno di giochi. Questa, fu solo questa la causa dei dissapori con i miei figliastri. Sì, è una serata speciale, è l'occasione giusta per i mea culpa: ho sfogato su di loro le mie nevrosi, la mia ansia, la rabbia impotente che mi porto dentro da quando non gioco più con il cugino. E non è giusto, adesso capisco: la mia è stata cattiveria, cinismo allo stato puro. Sapete allora che faccio? prendo una vacanza e vado a trovare Popi. – Fammi un piacere –, magari gli dico, – datti anche tu una scrollatina. Una cosuccia da niente, poche migliaia di alluvionati. E se mi chiede il motivo, se mi domanda: «scusa, per quale ragione, proprio ora che sei ricco e famoso?», so già cosa rispondergli: – Per lenire i bruciori. Carlo Capone Fonte: http://carlocapone.altervista.org/, 1 settembre 2014.

  • Capracotta, la Festa della Pezzata (II)

    Ma poi, lentamente, le cose sono cambiate. La pastorizia nomade è andata spegnendosi; i tratturi, le larghissime vie di erba (m. 110 di larghezza costante), che, con andamento quasi rettilineo, scavalcando fiumi e colline, inerpicandosi e scendendo lungo i fianchi scoscesi di monti altissimi, congiungevano gli opimi pascoli della Daunia agli aspri monti del Molise e dell'Abruzzo, sono diventati deserti; la pastorizia è stata anche essa inesorabilmente decimata dallo spopolamento dell'Appennino e si è perfino motorizzata; e di conseguenza la Festa di Prato Gentile ha cambiato forma e significato. Da festa e sagra pagana e poi cristiana è diventata oggi un convegno turistico annuale fissato alla seconda domenica di agosto con la consumazione ormai tradizionale della "pezzata". Con questo termine viene indicato l'arrosto all'aperto, su immensi mucchi di brace, di carne ovina, servita da gentili fanciulle in costume, entro improvvisati chioschi di vendita, in ciotole di terra cotta appena appena verniciata, recanti il nome "Capracotta" inciso nel fondo, e accompagnate da una rustica forchetta in legno con lo stesso nome impresso a fuoco sul manico. La carne non è di agnellini lattanti; proviene da pecore, forse cariche di anni, eppure è buona! Dipende probabilmente dal fatto che si mangia all'aria aperta e balsamica dei 1.550 metri di altitudine, oppure dall'appetito che là inevitabilmente si irrobustisce od anche dal boschetto di essenze resinose che circonda il bordo nord del prato, o forse da tutte queste cause messe insieme. Una cosa è certa; che quella carne, così arrostita, è senz'altro un piatto prelibato. In questi ultimi anni Capracotta ha cercato di sfruttare il Prato Gentile e il fianco di Monte Campo che la sovrasta di almeno 300 metri, come località sciistica invernale, ma con scarsa fortuna, cause le difficoltà di accesso. È stata progettata una funivia di allacciamento alla ferrovia Sangritana; ne è stata progettata un'altra per la Stazione F.S. di S. Pietro Avellana, ma la loro lunghezza eccessiva e i dislivelli da superare pare abbiano scoraggiato un po' tutti. Vi sarebbe però a mio parere una soluzione che potrebbe anche essere quella dell'uovo di Colombo. Le vie del cielo sono le vie dell'avvenire. Ed allora, se non è possibile raggiungere Capracotta e i campi di neve da Prato Gentile per via terra, perché non si tenta di raggiungerli in elicottero? È una idea e potrebbe anche essere quella buona! Capracotta però, d'estate, è abbastanza frequentata da turisti anche stranieri e il lancio della Festa della Pezzata ha avuto un certo successo. Se ne è impadronito l'Ente Provinciale del Turismo, che nel 1962 l'ha abbastanza propagandato, convogliando da tutta la Provincia larghe masse di turisti e le immancabili autorità per il crisma rituale. Attratto dai manifesti policromi e dai volantini distribuiti a josa, vi andai anch'io. Raggiungemmo Capracotta. E già prima di arrivare al Paese sembrava di essere saliti nel regno delle nuvole. Dai due lati le vallate del Trigno e del suo affluente Verrino e quella del Sangro sembravano solchi immensi e profondi. Le cime dei monti all'intorno si trovavano al di sotto di noi. Usciti dal Paese, incominciò una scalata da sesto grado sui tornanti di una carrozzabile bitumata di fresco. Il motore dell'auto friggeva sotto lo sforzo. La carrozzeria gemeva e sembrava volesse spaccarsi da un momento all'altro. E la strada continuava inesorabilmente a salire. Ecco quota 1.450, poi quota 1.500, infine quota 1.550. Una scalata di 150 metri in poco più di due chilometri. Una cosa meravigliosa! Le cime dei monti erano ora tutte al di sotto di noi. Soltanto l'arcigno e roccioso Monte Campo sembrava inaccessibile lì davanti. E nelle vallate profonde qualche diafana nuvoletta si dondolava anche essa, spinta da qualche alito di vento, al di sotto della nostra quota. Prato Gentile era tutto un immenso parcheggio di macchine. Al centro fumigavano i cumuli di brage ove arrostivano le carni ovine. Le ragazze in costume erano pronte a distribuirle tra un sorriso e un complimento. Cataste di ciotole e mazzi di forchette, con la scritta augurale "Capracotta", erano accanto a loro. E la gente sfilava, in lunga fila, dinanzi ai chioschi improvvisati, a prendere la propria porzione. Al centro del prato vi era una pedana. A mezzogiorno vi salirono le autorità locali e provinciali. Gli stereotipati discorsi cominciarono a rintronare dagli altoparlanti e l'oratore di turno ricamò il volo pindarico sulle «immancabili fortune di Capracotta», che un immancabile battimani coronò, benedicendolo. Ma tra il rumore assordante degli applausi una amara considerazione mi folgorò la mente. L'immancabile fortuna auspicata a Capracotta non è certo una manna che cade dal cielo. Ed allora da quale parte può essa venire? È comodo e facile pronunziare un discorso e inneggiare alle immancabili fortune. Non costa nulla. È come fare un brindisi in un banchetto nuziale! Però gli sposi, per le immancabili fortune, sono assistiti da genitori e parenti, pronti a dare una mano. Ma a Capracotta chi gliela dà? La notorietà di località turistica in campo nazionale ed internazionale è come una mensa lautamente imbandita e protetta da una invalicabile transenna. Al di qua vi è una folla vociante e ondeggiante che vuole assidersi alla mensa luccicante. A spintoni, a gomitate, forse anche a calci, tutti cercano di farsi avanti, di conquistare la prima fila, di aggrapparsi a qualcuno che li aiuti a scavalcare la transenna. Molti vi riescono. Ma Capracotta, purtroppo, si trova nelle ultime file, e gli oratori, le autorità, gli eletti del popolo, anziché limitarsi ad augurare le immancabili fortune, perché non la prendono per mano, traendola dalla folla vociante e ondeggiante ed assidendola alla mensa luccicante? Capracotta ha buone cose da dare ai turisti nostrani e stranieri. Campi di neve di inverno; frescura, montagne, prati e feste particolari di estate. Vale la pena prenderla per mano. Ma vi è qualcuno pronto a raccogliere questo invito? L'eco del lungo applauso all'oratore si stava spegnendo e questi miei pensieri svanirono su di esso, facendomi tornare alla realtà. Salirono in pedana alcuni cori in costume venuti da lontani paesi della provincia. Cantarono e danzarono. Ma sulla via del ritorno mi sorpresi a dire a me stesso a bassa voce: – È bella la Festa della Pezzata. Ma chi dà una mano a Capracotta? Tarquinio Del Matto Fonte: T. Del Matto, Capracotta, la Festa della Pezzata, in M. Gastaldi, L'Italia centrale, meridionale e insulare viste da centinaia di poeti e scrittori italiani contemporanei, Gastaldi, Milano 1967.

  • Capracotta, la Festa della Pezzata (I)

    Sull'acrocoro di Monte Campo, nell'Appennino Altomolisano, a 1.421 metri sul livello del mare, sorge Capracotta, uno degli otto o dieci Comuni italiani posti a livello delle nuvole. Ad altitudini superiori, sulle Alpi, vi sono parecchi altri nuclei abitati ma nessuno di essi raggiunge i 1.000-1.500 abitanti. Qualcuno, anzi, come Moncenisio, a metri 1.461 sul l.m. tocca appena i 60 abitanti. Non possiamo quindi considerarli veri e propri comuni. Gli unici agglomerati urbani, sulle Alpi, suf­ficientemente popolati per poterli definire Comuni stratosferici sono: Cogne, in provincia di Aosta, ab. 1.898, alt. 1.534, e Livinnalongo Col di Lana, in provincia di Belluno, ab. 1.879, alt. 1.475. Se poi fermiamo la nostra attenzione sui Capoluoghi di Mandamento troviamo che quello più alto d'Italia è proprio Capracotta, che con i suoi 3.201 abitanti (cens. 1961), è senz'altro il più grosso Comune stratosferico d'Italia. Nel 1872 il Paese contava 3.238 abitanti. Possiamo quindi concludere che il triste fenomeno dello spopolamento dell'Appennino non ha troppo danneggiata Capracotta che ha presso a poco conservato lo stesso numero di anime, non ostante le proibitissime condizioni di vita che ne rendono addirittura polari i lunghi mesi d'inverno. Fatta questa breve presentazione del paese, ed attribuitagli la palma del più popoloso Comune stratosferico d'Italia, passiamo a darne una idea più esatta dal punto di vista sto­rico-geografico e climatico-turistico. Notizie storiche sicure non ve ne sono. Silla il grande ave­va punito il Sannio in maniera così radicale che sarebbe stato impossibile ritrovare il Sannio nel Sannio. Quindi non si possono in proposito fare altro che congetture sulle ori­gini del Comune. Comunque forse non si sbaglia di molto attribuendo l'origine del Paese ai Sanniti Caraceni che popola­vano, duemila anni or sono, le aspre montagne dell'Alto Molise, e vi avevano fondato fiorenti centri quali Aquilonia, Bovianum Vetus, Volanum, Terventum, etc. La posizione geografica del Paese, a 1.421 metri s.l.m., se nel passato forse era una delle migliori perché i centri abitati arroccati sulle cime delle montagne potevano essere meglio difesi e sperare in una tranquillità non sempre possibile sulle colline o in pianura troppo esposte agli eserciti nemici o alle bande di predoni, banditi e pirati, nell'epoca attuale, invece, scomparse queste calamità, è diventata un serio ostacolo alla stessa esistenza. Per secoli i paesi montani, e fra essi Capracotta, sono vissuti in una sorta di isolamento e di autosufficienza, più o meno difficile, più o meno penosa specialmente durante i lunghi, rigidi inverni. Oggi tutto ciò è impossibile a causa delle mutate condizioni della vita collettiva. E di conseguenza le difficoltà di approvvigionamento sui monti, lontano dalle grandi vie di comunicazione e dalla ferrovia, sono diventate insormontabili. Capracotta, da secoli, aveva brillantemente risolto il problema, creandosi una fiorente industria zootecnica bovina, equina ed ovina e servendosi dei tratturi per andare a svernare nelle pianure della Daunia (prov. di Foggia) e ritornare di estate sui monti natii ai pascoli verdi ed ossigenati. I pastori, dopo la lunga parentesi invernale, tornavano così a rivedere i figli, le mogli, i vecchi genitori, rimasti nell'interminabile inverno polare di Capracotta, sotto un gelido manto di 4, 5 ed anche 6 metri di neve, tagliati completamente fuori dal resto del mondo, tappati sempre in casa e costretti ad uscire non più dalle porte, ma addirittura dalle finestre. Ritornavano con gli armenti e i greggi, con gli agnelli novelli e col gruzzolo in danaro sonante ricavato dal latte, dalla lana, dal formaggio, dopo settimane e settimane di lento cammino dal piano al monte. Oggi anche questa secolare vita arcaica è scomparsa, travolta dal progresso, dalla motorizzazione perché i pastori superstiti oggi trasportano su autocarri il loro bestiame decimato, e gli altri sono andati via attratti dal richiamo sirenico delle luccicanti metropoli nelle lontane pianure. E Capracotta cerca ora di farsi faticosamente una nuova vita, un nuovo volto, sfruttando d'inverno quella coltre di 4, 5 ed anche 6 metri di soffice neve altre volte considerata una vera maledizione ed oggi, invece, una irresistibile attrazione turistico-sportiva. Lo sforzo è immenso, ma il successo è ancora lontano perché il Paese, a quella incredibile altitudine, è fuori dalle grandi arterie stradali, e dalle ferrovie, e per accedervi d'inverno, con le strade bloccate dalla neve, non ostante il colossale spartineve donato dagli U.S.A., il problema da risolvere è grosso, è immenso. Ma chi riesce a risolverlo si vede premiato dai magnifici campi di sci di Monte Campo (m. 1.720 s.l.m.) e dal confortevole rifugio di Prato Gentile a 1.550 metri di altitudine e circa due chilometri dall'abitato. Prato Gentile. Di estate vi si celebra la "Festa della Pezzata", la cui origine che potrebbe anche essere pagana perché strettamente legata alla pastorizia ed alla zootecnia nomade si perde nella notte dei tempi. Per secoli e forse per millenni si davano convegno sullo sconfinato prato i pastori di ritorno dal piano al monte, dopo giorni e giorni di faticoso viaggio sui tratturi alla testa degli armenti e dei greggi come generali e quella dei loro eserciti. Erano diecine e diecine di migliaia i capi ovini che andavano a popolare il vastissimo prato, brucandone l'erbetta fresca e odorosa di rugiada. I pastori andavano e venivano indaffarati. Urgeva tosare le pecore, preparare il formaggio, curare gli agnelli, badare ai muli ed ai cavalli della someggiata, ed ai cani, sì, anche ai cani da pastore col bianco pelo impillaccherato ed il collare di ferro irto di punte acuminate per non essere sgozzati nelle lotte contro i lupi famelici che seguivano da lontano le greggie snodantesi lungo gli interminabili tratturi. Urgeva fare in fretta questo lavoro perché il tempo a disposizione era poco. L'inverno era di nuovo imminente perché l'estate lassù è troppo breve. E gli agnellini più belli venivano sacrificati in ringraziamento agli Dei che avevano concesso loro, stanchi pastori, di tornare ancora una volta ai patri lari con il bestiame accresciuto di numero e con il frutto da esso prodotto perché le famiglie potessero nuovamente e tranquillamente affrontare la breve parentesi estiva; avrebbero, come sempre ogni anno, ripreso la via del piano per svernarvi tranquilli insieme ai loro armenti e greggi. Ed il loro pensiero era sempre rivolto alla prossima estate, al ritorno sul prato, al ricongiungimento con le famiglie che per circa un anno li avrebbero speranzosamente aspettati. E così per secoli, per millenni, in una immutabile eternità, di padre in figlio, la faticosa spola tra il monte ed il piano si è ripetuta all'infinito. Tarquinio Del Matto Fonte: T. Del Matto, Capracotta, la Festa della Pezzata, in M. Gastaldi, L'Italia centrale, meridionale e insulare viste da centinaia di poeti e scrittori italiani contemporanei, Gastaldi, Milano 1967.

Complimenti, ti sei iscritto a Letteratura Capracottese!

Organigramma | StatutoContattaci

© 2015-2026 Letteratura Capracottese APS

Via San Sebastiano, 6 - 86082 Capracotta (IS)

C.F. 90050910943

bottom of page