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  • Le memorie pastorali di Capracotta

    Capracotta è un paradiso dell'escursionismo. Questi invitanti Campi Elisi d'altura hanno visto transitare nei secoli i guerrieri sanniti e carecini, i pastori transumanti, i prigionieri di guerra in fuga, gli emigranti e gli inurbati di ritorno e oggi gli sciatori e i fondisti, i naturalisti e i forestali, i pellegrini, i trekker e gli amanti delle passeggiate in solitudine. I motivi di attrazione di questo paese, che con i suoi 1.416 metri di quota è uno dei più alti d'Italia, sono numerosi: il bosco degli abeti soprani e le rilassanti distese di abetine, Prato Gentile e l'eremo di San Luca, il monte Capraro e il monte Campo, il giardino della flora appenninica, il parco fluviale e le fonti del Verrino, le ciclopiche cinte murarie sannitiche, le antiche fonderie del rame, le sorgenti dell'acqua zolfa, le masserie e i fontanili. La panoramica passeggiata che proponiamo va alla scoperta delle vestigia pastorali di Capracotta. Alle pendici del monte San Nicola si riconoscono i resti di una piccola cittadella agro-pastorale, con i suoi recinti, i campi coltivati a legumi di montagna, gli stazzi e le capanne in pietra a secco, le sorgenti e i fontanili. Passava di qui il tratturello che lasciava l'Ateleta-Biferno e saliva a Castel del Giudice e a Capracotta, intercettando così un ampio comprensorio di pascoli estivi. Le greggi transumanti proseguivano poi lungo la valle del Verrino, toccavano Agnone e Poggio Sannita e confluivano nel grande tratturo Celano-Foggia al ponte di Sprondàsino sul fiume Trigno. Itinerario Lo scenario della passeggiata è l'ampio declivio che dalla cresta tra il monte Campo (m. 1.746) e l'elegante profilo del monte San Nicola (m. 1.517) scende verso la strada Capracotta-Agnone e la valle del Verrino. Punto di partenza può essere il Caseificio San Nicola, localizzato a 3 km. da Capracotta sulla strada che scende ad Agnone; oppure lo slargo che s'incontra 700 metri più avanti, comodo per parcheggiare. In entrambi i casi ci s'innalza dolcemente sugli antichi tratturi inerbati e in parte lastricati che solcano magnifici pascoli frequentati ancor'oggi da greggi di pecore e mandrie di vitelli. Il percorso di salita può avere come riferimento i triangoli gialli del metanodotto Snam che punta alla base della parete rocciosa del monte San Nicola. Recinzioni e muretti di pietre fanno da quinte alle numerose capanne in pietra a secco che costellano il percorso. Alcune capanne sono inserite nei tratti rialzati dei macereti di pietrame. Altre sono poste a guardia dei recinti e degli stazzi. L'occhio si esercita subito a scovarle e a cercarne gli ingressi architravati e mimetizzati tra gli ammassi di pietre. Più in alto si ritrovano anche muraglioni di pietre e rocce, resti di mura sannitiche e medievali. Si raggiunge infine il valico del San Nicola (m. 1.446), punto di massima depressione della cresta e snodo di sentieri. Il guado invita a dedicare tutto il tempo necessario all'osservazione dei magnifici panorami dei due versanti: a nord, la Maiella, la valle del Sangro, i paesi dell'alto Vastese, la lunga cresta del monte Castel Fraiano segnato dall'interminabile rosario delle pale della centrale eolica; sul versante molisano lo sguardo segue invece le valli del Verrino e del Trigno con i profili dei paesi che si rincorrono dall'alto Molise fino ai monti del Matese. In discesa conviene seguire inizialmente il percorso diretto che fiancheggia le rocce e gli sgrottamenti del San Nicola. L'obiettivo è il bellissimo trullo, la capanna a tholos che troneggia pochi metri sopra la fonte del Forno (m. 1.356), restaurata nel 2005. Dalla fonte conviene ora tagliare il versante in quota, seguendo in discesa i viottoli scavati dai bovini che portano a un container rosso, ben visibile, e alla sede estiva di un'azienda zootecnica (produzione biologica di carne e latte). Lungo il percorso potremo osservare il recinto di pietra di uno stazzo discretamente conservato e la base della vicina capanna di pietra. Raggiunte le strutture dell'azienda zootecnica non resta che seguire la sterrata che scende verso la poco trafficata provinciale Agnone-Capracotta. Il percorso sull'asfalto non è troppo noioso e consente anzi di ammirare un'ultima capanna di pietra sul fianco della strada, quasi una piccola casa cantoniera. Occorrono 700 metri per tornare al parcheggio o 1,4 km. se si è partiti dal caseificio San Nicola. Carlo Finocchietti Fonte: http://www.camminarenellastoria.it/, 5 giugno 2010.

  • L'abbandono di Sant'Angelo

    In un paese distrutto, il problema della vita è angoscioso, mancavano cibi, l'acqua era scarsa. A tamponare queste vitali necessità non vi era altra soluzione: abbandonare il paese distrutto. Il comando alleato fece pressione da Capracotta affinché la popolazione abbandonasse il paese. Il predetto comando non poteva inviare mezzo di trasporto perché tutti i ponti risultavano distrutti. È forse da questa ambivalenza tragica tra ordine e disordine da parte della popolazione, nasce il dolore, un dolore tra l'altro e cioè il dolore più vivo: quello di abbandonare il paese. E così i santangiolesi, la quasi totalità, nei primi di dicembre decise di raggiungere, a piedi, Capracotta. Le fasi del viaggio, tenuto conto della natura delle strade, la mancanza di forza, ognuno portava qualche piccolo sacco sulle spalle. Dopo quasi una lunga giornata di cammino si raggiunse Capracotta, dove alla periferia, i camion inglesi ed americani ospitarono i profughi effettuando la distribuzione di viveri. La colonna era formata da una decina di camion ed a tarda sera si raggiunse Carovilli dove il comando alleato aveva provveduto a preparare un accampamento. Si cercò di raggruppare tutti i nuclei familiari per non creare confusione. A Carovilli si rimase per una settimana. In questo periodo nacque un bambino e la partoriente venne assistita da un medico polacco ed il bambino porta il suo nome (Enrico). Da Carovilli, sempre per mezzo di camion, i profughi vennero fatti affluire a Campobasso. La sosta si protrasse per ancora una settimana. Di qui si partì in treno (carri merci) per raggiungere la città di Bari. Qui si sostò per qualche giorno e poi si raggiunse, il giorno di Natale, la stazione di Taranto. Sempre in treno, si raggiunse la Basilicata e precisamente il Comune di Pisticci in provincia di Matera. Tutti i profughi vennero fatti alloggiare in aule scolastiche. A ciascun profugo vennero consegnate due coperte, un materasso, una ciotola di alluminio, cucchiaio e forchetta. Il pasto veniva confezionato e servito dal personale del Comune con l'aiuto di qualche persona scelta fra i profughi. Dopo qualche settimana di permanenza a Pisticci iniziò lo smistamento nei vari comuni delle Puglie. Alcuni vennero inviati a Martina Franca, altri a Castellaneta, Oria, San Vito dei Normanni, Trani. Circa un centinaio, a mezzo autocorriera, raggiunse il Comune di Montescaglioso. In questo grande centro agricolo si arrivò la sera del 31 dicembre 1943. Le autorità del Comune misero a disposizione il pian tereno della casa comunale. L'accoglienza, da parte della popolazione di Montescaglioso, fu calorosa. Il mattino del 1° gennaio 1944 tutti i santangiolesi vennero invitati a pranzo dalla popolazione. Ogni giorno le donne del paese portavano viveri. Col passare del tempo il Comune organizzò una specie di refettorio in modo che ciascuno, a mezzogiorno, disponeva di un piatto caldo. Questo refettorio, per ragioni diverse, venne soppresso e ciascuna famiglia, con mezzi di fortuna, provvedeva a confezionarsi la propria cucina. Cesare Zezza Fonte: C. Delle Donne, Momenti, Graficart, Formia 1994.

  • La Tavola Osca: un primordiale masterizzatore

    Chiunque si soffermi a destra della fontana che si trova prospiciente piazza Falconi, nota una nicchia dove sono stati collocati due manufatti di cui, la maggior parte, non sa cosa vogliano rappresentare e/o significare, sebbene abbiano avuto un ruolo fondamentale nella storia di Capracotta. Uno è la rappresentazione in scala della vecchia Torre Medioevale, sostituita dall'attuale fontana, e l'altro è, fissata ad una lastra di pietra autoctona, la copia in scala della Tavola Osca del III° sec. a.C. L'originale viene conservato dal 1873 nel British Museum di Londra (3° piano, galleria G69). Per quanto riguarda le sue origini, il suo ritrovamento casuale presso la Fonte Romita nel 1848, la storia e la traduzione di ciò che risulta riportato su ambo i lati della "tavoletta", lascio la "parola" in corsivo agli studiosi, fra questi il compianto "maestro" Domenico D'Andrea, mentre io mi soffermerò su alcune personali considerazioni tecniche. La tavoletta, ad Unità d'Italia avvenuta, fu offerta in vendita al governo italiano per 1.000 lire, e pensare che a Garibaldi fu concessa una buonuscita di 5 lire! per ritirarsi a a Caprera. Fu così che finì a Londra nel 1873, venduta da un commerciante di Agnone, e ciò contribuì a far sì che per quasi un secolo sia stata chiamata "Tavola di Agnone". Visitando il Museo di Londra, l'ho osservata e fotografata minuziosamente. Pensavo di trovarla situata da sola in una vetrinetta, come una regina, e ben messa in evidenza; invece si trova a fare compagnia ad altri reperti storici senza neanche un cartello che ne evidenzi la sua presenza! La "tavola", a dire il vero, dovrebbe essere chiamata "lamina", visto che lo spessore medio è pari a 4.2 mm., la base circa 165 mm., l'altezza circa 279.5 mm., il peso circa 2.332 gr., e dovrebbe essere una lega di bronzo con una percentuale piombo. Osservandola si evince che: le frasi sono alquanto profonde e i caratteri simili sono di eguale dimensioni; lo spessore non è costante, la lamina è bombata al centro e lo spessore ai lati è di circa 3,5 mm. mentre al centro è circa 5 mm.; le frasi non risultano ottenute per battitura (non si evidenziano i normali rilievi ai bordi) bensì con una normale fusione; la cosa strana è che è l'unica lamina fra tutte quelle presenti a riportare le parole da ambo i lati e ad avere una leggera bombatura al centro, che porta a considerare l'eventualità che servisse a produrre tavolette di argilla recante preghiere e invocazioni rivolte agli dei, e si può pensare di avere a che fare con l'antisegnano dell'attuale masterizzatore. La procedura del calco è simile a quella utilizzata per la rilevazione delle impronte digitali. La tavoletta di creta sotto allegata è il "negativo computerizzato" della Tavola Osca, ottenuto simulando una normale operazione di creazione dei bassorilievi. A tal proposito si potrebbe obiettare che la lingua osca si leggesse e/o si scrivesse da destra verso sinistra, però bisogna fare delle opportune considerazioni storiche. La romanizzazione dei Sanniti Le guerre fra i Romani e i Sanniti cominciarono intorno alla prima metà del IV secolo a.C. e terminarono nel 290 a.C. con condizioni di pace molto dure; iniziò la romanizzazione con l'introduzione del latino e, entro il 100 a.C., la romanizzazione del Sannio era un fatto compiuto. Per un cinquantennio, fra il 270 a.C. e il 220 a.C., vissero in pace e furono fedeli alleati di Roma. Gli antichi abitatori del Sannio celebravano i loro riti all'aperto, i templi coperti cominciarono a sorgere verso la fine del III secolo a.C., la loro concezione monumentale e architettonica testimonia l'adozione di esperienze romaniche ed elleniche; com'è facilmente riscontrabile nel Teatro-Tempio di Pietrabbondante, risalente al 250 a. C. insieme alla Tavola Osca. Notevoli nella lingua osca le concordanze con il latino, attribuite agli scambi linguistici avvenute tra le due lingue. La più antica iscrizione peligna è, infatti, in lettere latine. La letteratura sannita è stata molto povera, seppure sia mai esistita. La coscienza nazionale dei Sanniti Fino al III° secolo a.C. le quattro tribù (Carecini, Caudini, Irpini e Pentri) erano riunite in un'associazione, la Lega Sannitica, che Livio chiama "Civitas Samnitium". La coscienza nazionale era molto forte e quando il pericolo di un'invasione incombeva, i Sanniti dimenticavano le discordie interne e fronteggiavano uniti il mondo esterno. «La Lega conteneva in seno gli elementi del federalismo, un tipo di sistema verso cui i popoli Sabelli sembra che avessero una sorta di inclinazione istintiva», dice il Salmon, che in questo paragrafo si trascrive passo passo. Si pensi agli insorti della Guerra Sociale, quasi tutti Sabelli o Sabellici, che nella loro unione dovevano costituire qualcosa di più di un patto militare. Il fatto di aver stabilito una capitale unica e un senato a Corfinium, di aver periodicamente convocato un'assemblea, di aver assunto il nome "Italia" e di aver in qualche modo una cittadinanza comune, rivela un tentativo di dare all'Italia un assetto federativo. La diaspora dei Sanniti La guerra scoppiata in Oriente contro Mitridate allontanò Silla, sempre in cerca di occasioni per accrescere il suo potere, dal teatro delle operazioni contro i Sanniti nel centro Italia. Mario, in assenza di Silla, suo rivale nella lotta per il potere, torna in auge e concede ai Sanniti quei diritti giuridici e sociali che Silla negava per il suo implacabile odio dovuto per le prime guerre sannitiche combattute dai suoi antenati. La sfacciata partigianeria a favore di Mario porta i Sanniti ad approntare un esercito nel tentativo di ostacolare l'avanzata di Silla contro Mario e nel novembre dell'82 persero la loro ultima grande battaglia a Porta Collina. Silla si vendicò ferocemente dell'appoggio da essi dato a Mario e ordinò di sterminarli insieme ai difensori di Praeneste e fece del Sannio un paese devastato, un deserto, tanto che, dice Flora, «era quasi impossibile scoprire il Sannio all'interno del Sannio». E tuttavia non riuscì ad annullare l'identità di questo fiero e indomito popolo. Nella diaspora, perché proprio di diaspora si trattò, molti di essi emigrarono in altre parti dell'Impero, sin nella Gallia Cisalpina e Transalpina. Ironia della sorte, la figlia di Silla, Fausta Cornelia, andò sposa a un sannita. Gli insediamenti sannitici erano due (uno a Guastra e uno a Macchia) e la tavoletta di bronzo veniva portata in processione, toccando i 15 "orti" ad anni alterni e le tavolette d'argilla facevano parte del corredo funerario dei sanniti tumulati in tombe coperte con lastroni di pietra. A tal proposito, nel 1939 mio nonno, mentre arava, scoperchiò con la punta del vomere una di queste tombe e vennero alla luce dei reperti di terracotta, compresa una di queste tavolette incise. Un sordo rumore si riscontrava per quasi tutto il terreno quando mio nonno arava e questo lo indusse alla considerazione di trovarsi davanti a un cimitero! E per questo motivo il terreno fu lasciato a pascolo per sempre! Mio nonno e mia nonna ci parlavano sempre di un muro chiamato "delle Monete", di una chiesa sconsacrata, le cui pietre servirono per costruire il "quarto" della masseria, di tombe presenti all'interno di una masseria!, cose che all'età di 10 anni ci lasciavano esterrefatti per la paura, visto che siamo cresciuti con le favole di streghe, stregoni e lupi. Francamente si pensava che fossero le solite balle raccontate dai nonni: solo circa 20 anni fa mia nonna e mia madre hanno confermato che ciò era vero! Viene allegato il percorso che univa i due insediamenti e che fa parte di un complesso progetto di valorizzazione turistico-storica di alcune zone appartenenti ai Comuni di Capracotta, Agnone e Pietrabbondante mediante la stesura di sentieri percorribili a cavallo, mountain bike, a piedi ecc. e fra questi spicca anche quello relativo alla scoperta dei vecchi mulini di Agnone: Santa Lucia, San Francesco, Santa Chiara, Santa Maria d'Agnone, dell'Unità di Agnone, e di Capracotta: Santa Croce, delle Ramiere ecc., tutti prospicienti il fiume Verrino. A tal proposito verrà restaurata la copia, in formato digitale a colori, di una vecchia mappa del '700 gentilmente messa a disposizione dal Comune di Agnone attraverso l'assessore al turismo Armando Li Quadri. Tutti i percorsi sono tridimensionali e georeferenziati, sarà possibile percorrerli anche con l'ausilio di smartphone e/o cellulari con ortofoto satellitari e GPS incorporati. Filippo Di Tella Fonte: F. Di Tella, La Tavola Osca: un primordiale masterizzatore, Capracotta 2010.

  • Pulcheria

    Pulcheria era nubile, curata nell'aspetto e dai modi aggraziati, come il nome prometteva; amica della nonna, quando andava a comprare il latte dal vicinato si tratteneva a parlare dei fatti del paese, dei pellegrinaggi dai quali portava in ricordo delle medagliette. Il suo sguardo era vago per via di una malattia agli occhi e questo le conferiva un atteggiamento dolce quando raccontava delle storie che sapeva esporre con dovizia. Abitava vicino alla Chiesa di S. Giovanni, dal lato della strada che affaccia sul precipizio, in una casa piccola ma confortevole, che divideva con la sorella Concetta anche lei non sposata. Dal portone si saliva per una piccola scala di legno fino ad una cucina dal pavimento di tavole che scricchiolava ad ogni passo, dove entrava il sole obliquo attraverso la finestra ornata da un vaso di fiori; qui le due donne si dedicavano al cucito e trascorrevano la loro vita semplice e dignitosa. Sempre ricordavano a tutti come la quiete di quel nido tempo addietro fosse stata turbata da un evento straordinario: durante la seconda guerra un ordigno era precipitato a fare danno e minacciare l'equilibrio delle pie sorelle, infatti dicevano che il conflitto tanto mondiale aveva scelto un modesto pertugio di camino per fare altro fracasso e proprio il loro. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • L'epigrafe del primo basso della Congrega

    Ho accennato alla Congregazione della Visitazione e Morte di Capracotta nell'articolo del 7 luglio scorso, incentrato sull'ormai scomparso cristogramma di via Carfagna (qui). Oggi voglio invece parlarVi di una lastra di pietra incisa, presente nel primo dei quattro fondachi situati tra la fine di via Roma e l'inizio di via San Giovanni, tutti di proprietà della ex congrega capracottese e oggi chiusi al pubblico perché abbandonati, fatiscenti, cadenti. Difatti, venendo da capabbàlle in direzione capammónde, «sottoposte al descritto primo piano vi sono quattro bassi, dei quali due congiunti l'uno coll'altro dalla parte verso Michelangelo Mosca». Proprio nel primo fondaco - da cui si accede attraverso il secondo - è presente una lapide che contiene una misconosciuta epigrafe datata 1851. La pietra recita così: D.O.M. QUOD SUI ESSET UNDE FRATRUM ANIMÆ PIARENTUR AN. NIC. CONTI CONGRECÆ PRÆFECTUS FACIENDUM SAXI SINU CURAVIT MDCCCLI Avendo riscontrato delle difficoltà nella lettura dell'iscrizione, mi sono affidato all'epigrafista dott.ssa Lucia Rainone per sciogliere le abbreviazioni e le convenzioni epigrafiche, grazie al cui aiuto ho tradotto come segue: A Dio Ottimo Massimo, poiché appartenesse a loro, da dove le anime dei fratelli fossero purificate, Antonio Nicola Conti, Prefetto della Congregazione, procurò un rifugio di pietra. A quanto pare Antonio Nicola Conti, priore della Congregazione della Visitazione e Morte dal 1834, nel 1851 rese disponibile un rifugio (in senso figurato) in pietra al di sotto della Chiesa Madre con l'obiettivo di purificare le anime di tutti i fratelli. Come si rileva da una doppia scrittura privata del 1° gennaio 1851, quei due locali attigui vennero infatti locati per dieci anni dalla confraternita al Comune di Capracotta per istituirvi il corpo di guardia urbana, «ritraendosi il pigione di annui docati quindici». In un altro foglio, datato 31 ottobre 1855, si fa menzione anche degli altri bassi, affittati a un canone di 6 ducati annui; il terzo fondaco fu infatti locato al canonico don Gaetano Vizzoca e l'ultimo venne invece affittato da Andrea Ferrelli. Stando così le cose, si potrebbe dire che, tra il 1851 e il 1860, la polizia di Capracotta non solo fermava e arrestava i presunti criminali ma ne purificava anche l'anima, chissà con quali mezzi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Sant'Angela e monsignor Pizzella

    Angela Merici è nata a Desenzano del Garda il 21 marzo 1474 ed è morta a Brescia il 25 gennaio 1540. È stata canonizzata il 24 maggio 1807, 267 anni dopo la sua dipartita. Come si spiega un'attesa così lunga e, soprattutto, che c'entra mons. Bernardo Antonio Pizzella, vescovo nativo di Capracotta? Per sbrogliare questa matassa è necessario risalire ai decreti di papa Urbano VIII riguardanti la proibizione del culto pubblico dei servi di Dio prima della loro beatificazione, che in tal caso richiedeva un apposito processo de non cultu. Il 13 marzo 1625, infatti, il papa aveva ordinato la soppressione «di ogni marca esteriore di devozione verso persone non ancora dichiarate beate o sante dal Seggio Apostolico; contemporaneamente, egli annulla ogni processo iniziato senza l'osservanza di questo decreto», con l'eccezione dei culti cosiddetti immemorabili, ovvero cominciati almeno un secolo prima dei decreti urbaniani. Tuttavia ogni immagine od oggetto di devozione relativi a persone considerate sante, dovevano esser conservati al di fuori delle chiese, fino alla proclamazione ufficiale della Santa Sede. Il culto di Angela Merici rientra in questa casistica, visto che fu considerata santa dal popolo all'indomani della morte. Al suo funerale partecipò una folla immensa e persino le epigrafi che circondano il suo sepolcro ne evocano, senza mezzi termini, la santità. Per metter fine a quell'ufficiosa idolatria, nella Chiesa di Roma, dopo aver atteso che passassero esattamente cento anni dalla morte - così da poterne considerare immemorabile il culto - cominciò a montare un'onda pro Merici, fomentata da tanti monasteri europei di suore orsoline, ordine fondato proprio da Angela nel 1536. Fu così che, dopo prolungate interruzioni, fra il 1757 e il 1768 ebbero luogo i processi diocesani per appurare l'esistenza di un culto su Angela Merici e sulla sua effettiva legittimità. Le tappe del primo processo furono due: una a Roma, sede della Santa Romana Chiesa, e una a Brescia, dove la Merici aveva operato e dov'era effettivamente sorta la devozione in suo onore. Per quanto ci riguarda, punterò i fari solo sul secondo processo diocesano, quello di Roma. Il 10 ottobre 1757 il cardinale Giovanni Antonio Guadagni (1674-1759), vicario dell'alma urbe, aveva infatti aperto il processo di beatificazione a Roma sul culto, le virtù e i miracoli attribuiti ad Angela Merici, avendo come giudice monsignor Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), delegato del cardinale vicario, e come postulatore della causa Domenico Trajani, per conto di madre Virginia Saracinelli, superiora del monastero romano delle orsoline. Il processo si svolse lì, «nel parlatorio di sinistra, vicino all'ingresso, un locale adiacente alla chiesa della comunità». Lo scopo era quello di esaminare il culto pubblico reso ad Angela prima e dopo i decreti di Urbano VIII, e di autenticare i documenti conservati negli archivi del monastero in varie lingue (portoghese, francese, tedesco, italiano e latino), il che richiedeva l'impiego di traduttori giurati. Mons. Pizzella, vescovo e giudice della tappa diocesana del processo, prese visione di tutte le testimonianze provenienti dai vari conventi, primo fra tutti quello di Bordeaux, dove veniva ampiamente osservata la festa di Sant'Angela; presenziò inoltre alle deposizioni di ben dieci religiose. Infine visitò gli archivi orsolini con esperti di lingue, calligrafia ed arti varie, per verificare ogni documento, iscrizione e immagine su Angela. Il Pizzella chiuse il processo il 2 luglio 1759, inviando atti e conclusioni alla Sacra Congregazione dei Riti, a cui spettava dare inizio al processo apostolico di beatificazione. Il 30 aprile 1768, Clemente XIII pronunciò finalmente il decreto che approvava il culto di Angela Merici, e dunque la sua beatificazione. Su esplicita richiesta di madre Luisa Schiantarelli, nessuna cerimonia di beatificazione venne celebrata in S. Pietro. I motivi erano due: guadagnare tempo ed evitare inutili spese. La canonizzazione di sant'Angela avvenne soltanto quarant'anni dopo. E se ancor oggi è la patrona di Desenzano del Garda, è merito anche del capracottese Bernardo Antonio Pizzella. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Albino, Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise, vol. I, Solomone, Campobasso 1864; A. De Spirito, Visite pastorali di Vincenzo Maria Orsini nella diocesi di Benevento: 1686-1730, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2003; C. Doneda, Vita di s. Angela Merici da Desenzano fondatrice della Compagnia di S. Orsola, Venturini, Brescia 1822; G. M. Feroni, Sacra Rituum Congegratione Beatificationis, & Canonizationis Ven. Servæ Dei Angelæ Mericiæ institutricis Societatis S. Ursulæ Beatæ vulgo nuncupatæ: positio super dubio, Typ. Reverendæ Cameræ Apostolicæ, Romæ 1763; L. Mariani, E. Tarolli e M. Seynaeve, Angela Merici. Contributo per una biografia, Àncora, Milano 1986; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; B. Pacca, Notizie istoriche intorno alla vita ed agli scritti di monsignor Francesco Pacca, Cappellacci, Velletri 1837; A. Placanica, La Calabria nell'età moderna, vol. II, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1985; F. M. Salvatori, Vita della santa madre Angela Merici fondatrice della Compagnia di S. Orsola ossia dell'instituto delle orsoline, Lazzarini, Roma 1807.

  • Capracotta, quando il nome è pericoloso

    Al censimento del 2011 il comune di Capracotta, in provincia di Isernia, è risultato avere 950 abitanti, una manciata di persone al di sotto della quota oltre la quale la legge impone a chi vuole presentare una lista di raccogliere le firme dei cittadini a suo sostegno. La fantasia di abitanti ed eventuali "forestieri" interessati poteva non conoscere freni e affollare la scheda elettorale, eppure si è contenuta, visto che il manifesto ufficiale delle candidature riporta soltanto tre formazioni per altrettanti aspiranti sindaci: va notato, peraltro, che alle elezioni precedenti erano soltanto due, dunque c'è già stato uno sforzo maggiore e almeno una lista provoca curiosi ricordi. Il riferimento, ovviamente, non è al gruppo che sostiene la ricandidatura di Antonio Vincenzo Monaco, "Uniti con Capracotta nel cuore": cinque anni fa, in realtà, la lista si chiamava "Uniti per Capracotta", ma la parte grafica è rimasta sostanzialmente uguale. Così il bel fiore rosso - un lilium? - impiegato nel 2011 è tuttora in bella vista nel contrassegno nuovo e potrà certamente essere riconosciuto con facilità dai cittadini che vorranno confermare il ruolo e l'operato dell'amministrazione uscente; non è certo sufficiente non cambiare le insegne per ottenere il secondo mandato, ma in qualche modo aiuta a non disperdere le forze ed evita di aumentare la confusione. Ben difficilmente, invece, gli abitanti di Capracotta avranno visto prima l'emblema del gruppo sorteggiato per primo su schede e manifesti, la "Lista Beta". Un marchio del tutto anonimo, che però ai drogati cronici di politica dovrebbe ricordare qualcosa: la grafica, infatti, è praticamente identica - al di là dello sfondo, allora bianco e adesso verde - a quella vista giusto un anno fa a Roccavivara, un paese in provincia di Campobasso (sempre di Molise si parla). E allora il M5S accusò i depositanti di quella lista, al pari di quelle omologhe denominate Alpha e Gamma, di avere presentato formazioni «che dopano la competizione elettorale aumentando considerevolmente il numero dei candidati»: il gruppo se la prese soprattutto con «alcuni appartenenti alle forze dell'ordine che, approfittando della norma, vanno alla ricerca di piccoli comuni, preferibilmente non nella propria regione, solo al fine di beneficiare dei permessi elettorali». Qui non si è verificato se le cose siano andate così, ma chi ha presentato la lista - a sostegno del candidato sindaco Davide Pucci - deve sperare in un esito migliore rispetto all'anno passato: allora le liste Alpha, Beta e Gamma in totale a Roccavivara ben 0 voti, quindi non dovrebbe essere una impresa impossibile. Resta da vedere la terza lista, a sostegno di Candido Paglione. Sul piano simbolico non ci sono problemi - e come potrebbe esservi, se l'ingrediente fondamentale è una veduta del paese, mentre sul fondo si stagliano le montagne e il sole occhieggia da dietro - ma leggendo il nome si può restare perplessi. Perché "Capracotta viva", certamente, ha alla base l'idea di una città che non ha mai smesso di muoversi e, nel caso, vuole dare una scossa al paese; quelle due parole vicine, però, danno una strana impressione. Se viste in fretta, infatti, queste possono essere lette in modo tragico e sanguinolento come "Capra cotta viva" (in tempi di persone arse vive, non è certo una bella immagine) o in maniera comunque ambigua come "Capracotta viva", come a dire che non si sa se la povera capra sia stata cotta o sia viva (evidentemente non cotta) e nessuno ha modo di svelare l'arcano. Almeno Vittorio Sgarbi, nella sua lista del Partito della Rivoluzione in corsa a Cosenza, aveva sì piazzato un capra nel simbolo, ma questa non aveva l'aria di essere cotta. Gabriele Maestri Fonte: https://www.isimbolidelladiscordia.it/, 31 maggio 2016.

  • Iacovone: la grande anima di Taranto

    Chi di noi, nato e cresciuto nella "Repubblica fondata sul pallone", almeno una volta, da bambino, inseguendo una sfera su un campetto da calcio non ha sognato per un istante di essere il suo idolo, il suo piccolo eroe esemplare? A questa domanda, a questo gioco della "memoria di cuoio", hanno prontamente risposto undici autori. Così, nel cassetto dei ricordi sono andati a ripescare la loro "figurina" preferita, quella del loro calciatore del cuore per attaccarla a questo nostro album. Avrei potuto scegliere Rudy Krol al quale mi ispiravo, le sue cavigliere bianche, i suoi lanci. Avrei anche potuto scegliere Nestor Combin che si produsse nel primo gesto tecnico che ammirai davanti alla tv quando avevo cinque-sei anni in un Milan-Fiorentina non certo passato alla storia. E a dirla tutta avrei potuto scegliere Marco Van Basten, Rivera, Maradona, Kevin Keegan, Falcao, Roberto Baggio... Ma scelgo lui, Erasmo Iacovone. Chi era costui? Arrivò a Taranto nel novembre del 1976. Il Taranto Calcio era il regno di un macellaio-presidente, Giovanni Fico, che a noi tarantini faceva ingoiare bocconi amari perché lungi dal saccheggiare i guadagni del mattatoio portava a casa, in un'intera campagna acquisti, chessò... Bussalino, un difensore prelevato dal Brescia. La tribù ionica faceva buon viso a cattivo gioco e si arroccava nella speranza di una salvezza all'ultima giornata, magari in uno scontro diretto contro la Spal di Ferrara piegata al novantesimo grazie a un'autorete. E invece quel novembre del '76 arrivò questo ricciuto baffone un po' sovrappeso. Veniva dal Mantova. Era un uomo del Sud nato a Capracotta, in Molise. Il primo anno giocò accanto a Jacomuzzi e segnò otto gol, tutti di testa. Per elevazione batteva anche Beppe Savoldi (mister miliardo). Ruvido e legnoso con la palla tra i piedi, volava nel cielo dell'area di rigore avversaria e raggiungeva vette e palloni fuori portata per tutti gli altri. I terzini o le ali non dovevano fare altro che crossare fuori misura e lui... ci arrivava. Iacovone è il simbolo di una città innamorata del calcio, ma che dal calcio non ha mai ricevuto nulla. Lunga e anonima militanza in Serie B, campionati al cardiopalma in C e poi il de profundis tra fallimenti, squali, sciacalli, venditori di macchine agricole e truffatori che hanno lasciato il segno più nei tribunali sportivi e ordinari che nell'albo d'oro. L'apice di questa malasuerte è rappresentata da Erasmo Iacovone. Nel campionato 1977-78 il ragazzo di Capracotta con la faccia da garzone di bottega, ma con la magia dell'uomo da area di rigore, si mette la squadra sulle spalle e la porta ai vertici del campionato di Serie B. Insomma, per la prima volta il Taranto lotta per la Serie A. Lo stadio Salinella è una bolgia e il popolo rossoblù inneggia ai suoi gol. Io al campo ci andavo con mio zio. Mi portava per mano per farmi entrare gratis in gradinata fino a che crebbi troppo e dovemmo iniziare a pagare il biglietto. Era lì, in gradinata, che soffrivamo e godevamo quando battevamo il Bari o sconfiggevamo avversari storici e più titolati come il Modena, il Como o il Cagliari. Poi sarebbe arrivata la militanza tra gli ultrà in Curva. Negli anni Settanta il Salinella sfiorava quasi sempre i ventimila spettatori. Era uno stadio all'inglese: legno e tungsteno. Mia madre a qualche chilometro di distanza si accorgeva di un gol del Taranto per via del boato che arrivava fino al mio quartiere. Eppure lo stadio era lontano, sorto in uno dei rioni satellitari della città: un caseggiato dopo l’altro, tute delle acciaierie appese ai fili gommati. Gente sconfitta affacciata alle finestre. Nel frattempo Iacovone era diventato bravo anche con i piedi. Al Bari segnò con un delizioso pallonetto mentre nell’altra area di rigore Aldo Serena restava all'asciutto. Ora dribblava, giocava di sponda ed era dimagrito acquistando in velocità. I lanci illuminanti di Franco Selvaggi (uno che avrebbe vinto il Mundial dell'82) erano tutti per lui. I cross di Graziano Gori una manna per la sua elevazione. Aveva ventisei anni ed era nel pieno della maturazione calcistica. Il presidente Fico, il vecchio macellaio, ricevette molte richieste per l'attaccante. Il suo numero nove lo volevano la Roma di Gustavo Giagnoni e, soprattutto, la Fiorentina perché Ezio Sella segnava poco. A novembre la dirigenza fu subissata di richieste, ma Giovanni Fico decise di resistere alle sirene ammaliatrici e tenersi Iacovone. Per la tifoseria in ansia fu una liberazione. Per Iacovone invece quel niet si trasformò in una condanna a morte. La domenica pomeriggio del 5 febbraio del '78 il Taranto ricevette la Cremonese. Io ero al solito sugli spalti. Ci fu un vero e proprio arrembaggio e Iacovone cercò di bucare in tutti i modi un Alberto Ginulfi particolarmente ispirato. Divenne una sfida all'interno della gara. Erasmo calciava di destro, sinistro e tentò un paio di colpi di testa, ma Ginulfi gli negò il gol andando a prendere il cuoio all'incrocio dei pali un paio di volte. Finì 0-0, ma la squadra e Iacovone uscirono tra gli applausi. La maglia era stata sudata e onorata. E ormai era esploso l'amore tra la tifoseria ed Erasmo. Nonostante l'improvvisa notorietà, infatti, era rimasto il ragazzo semplice di uno sperduto paese del molisano. Riservato, timido, impacciato nelle interviste. Il suo hobby era cucinare per sé e per la moglie Paola che ai tempi era in attesa di una bambina. Ma, si sa, i miti si costruiscono anche sull'epica della morte. Durante la notte la sua Diane 2 cavalli fu sbriciolata da un'Alfa 2000 che viaggiava a fari spenti sulla Taranto-San Giorgio. Alla guida un ladro di automobili in fuga. Iacovone stava rientrando a casa dopo aver passato la serata con amici e calciatori in un locale fuori città. Ecco, ancora oggi penso che lui sia l'emblema della città. Iacovone nell'arco di una manciata di mesi aveva incarnato l'anonimato, la speranza, il successo e all'apice della sua parabola era sopraggiunta la tragedia. Un uomo che incarna il destino di un popolo. Il boom, l'acciaio, il benessere e poi il cancro, la gogna sociale, le stimmate della città mortale. Si può piangere per un calciatore? Ai tempi avevo quasi quindici anni e marinai la scuola per andare ai funerali di Erasmo Iacovone celebrati nello stadio Salinella. La notizia della morte me la diede mio padre quando mi svegliai per andare a scuola. «'A muerte Iacovone... hann'arrestato Zelico Petrovic (il portiere di quel Taranto) che voleva andare ad ammazzare quello che lo ha investito. Vestiti che è tardi!». Fu allora che mi accorsi che quell'uomo mi aveva permesso di sognare. Piansi, dunque. E a piangere fu tutta la città e anche l'uomo duro, il macellaio, che davanti ai microfoni si percosse il petto per non aver ceduto in novembre il ragazzo alla Fiorentina. A tempo di record gli venne intitolato lo stadio di Taranto. E oggi, anche militando in serie di poco prestigio, continuiamo ad andare allo stadio, allo Iacovone, e c'è sempre un momento durante ogni partita in cui si inneggia a lui, a Iacogol! Riconoscenza, senso di appartenenza, affetto... che vi devo dire. A volte succede. A volte accade che un popolo si identifichi e si innamori del più schivo tra i suoi eroi. Un eroe tragico il cui nome riecheggia a distanza di decenni in uno stadio del profondo Sud. Cosimo Argentina Fonte: C. Argentina, Iacovone. La grande anima di Taranto, in «Avvenire», Milano, 15 luglio 2015.

  • La fata e le sette chiavi

    C'era una volta una donna con tre figlie. Un giorno, non avendo da mangiare, disse alla maggiore d'andare per cicorie in un prato vicino. La figliuola obbedì; ma, mentre tagliava una grossa cicoria, si aprì ai piedi della giovine un fossato profondo, che la inghiottì. Giunta in fondo, si trovò in un magico palazzo, dov'era una fata che le disse: – Da questo momento tu sarai la mia domestica. Ti consegno sette chiavi che aprono sette porte di sette bellissime stanze; banda, però, di non aprirne l'ultima, ché ne morresti. E, in così dire, le diede una grossa rosa sanguigna. Scomparsa la fata, la giovinetta, spinta dalla curiosità, volle aprire proprio la settima camera, avendo in petto la purpurea rosa. Grande fu la sua meraviglia e il suo spavento, scorgendo in mezzo alla vasta sala un grosso pozzo con degli scheletri umani intorno. Non contenta della trasgredita proibizione, né paga della curiosità, volle aprire il pozzo e guardarvi dentro. Non l'avesse mai fatto! La rosa diede sangue, sì che, tornata la malefica fata e, accortasi di tutto, tagliò la testa alla giovinetta. La madre, intanto, non vedendo tornar la figliuola, mandò la seconda a cercarla, ma la poverina ebbe l'istessa sorte della prima. Inquieta la madre, incaricò la piccina di cercare le sorelle. Il destino portò anche lei nel fosso a tanti fatale, sì che vi cadde e la solita fata le consegnò le solite sette chiavi, facendole la solita raccomandazione, e dandole la rosa purpurea. La piccina volle curiosare la settima stanza, ma, prima di aprirla, fosse caso o furberia, si tolse la rosa dal petto. Fu la fortuna sua e delle infelici vittime della malefica fata! Perché, nel fondo del pozzo vide un unguento miracoloso: lo prese, ne unse i teschî e gli scheletri sparsi sul pavimento della stanza e, d'un tratto, centinaia e centinaia di morti tornarono in vita, uomini e donne, vecchi e bambini, tutti a coro inneggiando alla vita, benedicendo alla gentile salvatrice. La fata, intanto, era tornata e, visto l'accaduto, chiamò l'Eroina e le disse: – Tu, fra tante, sei stata l'unica a scovrire il mistero. Questo palazzo è tuo. La ragazza ringraziò e, con la madre e le sorelle, ivi venne ad abitare. Più tardi, prese marito e visse a lungo felice. L'Anonimo finì: – Io ebbi un bellissimo abito. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.

  • L'America dei capracottesi

    Gli abitanti dei paesi del Molise Altissimo l'America la scoprirono presto, ma non era l'America dove più tardi la maggioranza dei partenti sarebbe andata per cercare lavoro e fortuna. Era l'America portegna e pampeana dell'Argentina, per pochi era quella platense dell'Uruguay, per qualcuno quella fazendera del Brasile. Di quell'America, lontana un mese di nave, si era incominciato a parlare quando, poco dopo la metà dell'Ottocento, diventava ogni anno più chiaro che il mondo della pastorizia e della transumanza si contraeva e la sua crisi avrebbe coinvolto anche i piccoli artigiani. D'altro canto, proprio la transumanza aveva abituato tanta gente ad allontanarsi da casa anche per molti mesi e a lasciare alle donne la coltivazione del fazzoletto di terra e la cura dei figli e degli anziani. Dei primi capracottesi che scelsero quell'America che parlava una lingua non difficile da capire e che pregava in latino, come nelle chiese del paese, non sappiamo molto. Peccato, bisognerebbe colmare questa lacuna. Abbiamo solo qualche testimonianza indiretta, per altro preziosa. Come quella, ormai mitica, di Edmondo de Amicis, che nella descrizione del suo viaggio verso l'Argentina, compiuto nel 1884, parla della bellissima giovane capracottese - «un vero fiore in mezzo a un letamaio» - protetta da un vigile e austero genitore o come quella di Torcuato S. Di Tella, fino a qualche anno fa ministro della cultura del governo Kirchner, che ricorda un primo viaggio del nonno e dei due fratelli di lui nel 1894. Fu negli ultimi decenni dell'Ottocento che un'altra America si rivelò agli abitanti del Molise Altissimo, come a quelli di altre aree molisane: la Mèreca 'bbòna, come sarebbe stata chiamata dai primi anni del nuovo secolo in poi. Questa Mereca non era 'bbòna perché aveva il cuore più tenero con i suoi immigrati, che ormai s'affollavano a centinaia di migliaia ogni anno davanti alla porta stretta di Ellis Island. Anzi. Gli italiani erano i più numerosi tra i nuovi arrivati, ma anche quelli meno graditi. Furono i primi bersagli di campagne xenofobe e, in alcuni drammatici casi, di attacchi razzisti. Nessuno poi regalava niente ai nuovi venuti; le difficoltà della lingua erano temperate solo dal fatto che l'avviamento al lavoro avveniva tramite la bossatura, che si traduceva in un ulteriore fattore di sfruttamento; le condizioni di vita nei grandi tenements delle little Italies ammorbanti e appesantite dalla promiscuità. La maggior parte di coloro che si erano trasferiti soli e per un tempo determinato, per mettere da parte i risparmi da reinvestire in paese, vivevano da bordanti, vale a dire a pensione presso una famiglia di immigrati, dove trovavano il sostegno essenziale per andare avanti, anche in questo caso con rinunce e in pesanti condizioni di promiscuità. Gli incidenti sul lavoro erano in agguato e, quando arrivavano, l'unico soccorso per le famiglie colpite veniva dalla solidarietà delle società di mutuo soccorso, quando c'erano e funzionavano. Non a caso, furono proprio gli italiani ad animare le lotte sociali del primo ventennio del Novecento negli U.S.A. e tra di loro non mancavano i molisani, qualcuno addirittura in posizione di guida, come Arturo Giovannitti, che con i suoi poemi dette voce alle sofferenze e alle speranze di milioni di immigrati. Eppure quella Mèreca, nell'immaginario di milioni di emigrati meridionali, era ben presto diventata 'bbòna perché, nonostante le sue durezze, offriva possibilità di lavoro e di promozione sociale sconosciute nei paesi di partenza. Anzi, prima ancora, dava la possibilità di un salario fisso e regolare, che per gente di campagna, abituata spesso a lavorare in cambio di generi di prima necessità, rappresentava una liberazione e una condizione di autonomia. La paga settimanale, insomma, era la chiave per entrare in un altro mondo, nella civiltà industriale. Tra i meridionali, i molisani furono tra i primi e tra i più numerosi a partire per gli Stati Uniti, relativamente alla consistenza della popolazione. Nel quarto di secolo tra il 1880 e il 1905 furono circa 127.000 quelli che vi si recarono, il 60% del totale degli emigrati della provincia. La tendenza si era ormai decisamente invertita: per ogni molisano che metteva piede a Buenos Aires, cinque sbarcavano a Ellis Island. Uno studio della Fondazione Agnelli sui viaggiatori delle navi dirette a New York tra il 1880 e il 1891, attesta che oltre l'11% fossero molisani, una percentuale enorme se si considera il rapporto tra la popolazione della provincia e quella italiana. Tra quelli di cui fu annotata la provenienza, compaiono anche 11 capracottesi, lo 0,28% dei suoi 3.900 abitanti, rilevati al censimento del 1981. Molti di meno, naturalmente, dei partenti effettivi, che per varie ragioni sfuggivano ad un controllo sistematico. La pista, insomma, era aperta, anche se è lecito pensare che il Molise Altissimo si sia decisamente distaccato dalla sua preferenza argentina solo nel decennio precedente alla Prima guerra mondiale. Fino a quella data, i molisani, dopo lo sbarco, si spargevano nello stato di New York e in quelli più vicini alla costa atlantica (Rhode Island, New Jersey, Connecticut, Massachusetts, Pennsylvania, Ohio, West Virginia), con la tendenza a ricomporre in piccoli nuclei le comunità paesane, cogliendo l'offerta di lavoro nei settori dei lavori pubblici (picche e pala), dell'edilizia, dell'agricoltura e della lavorazione dei prodotti agricoli, delle manifatture tessili e, più tardi di quelle meccaniche. Le occasioni più dirette per gente uscita dalle campagne si trovavano sulla tracca (costruzione di strade e ferrovie) e nelle miniere. Fu così che molti molisani, assoldati allo sbarco dagli emissari delle grandi compagnie, si ritrovarono nelle miniere della Pennsylvania e del West Virginia e addirittura in quelle del Colorado e del New Mexico. Ammontano a molte diecine i nomi dei molisani caduti nelle due maggiori disgrazie minerarie degli Stati Uniti: Monongah (West Virginia), di cui ricorre quest'anno il centenario, dove perirono oltre ottanta emigrati provenienti da paesi molisani, e Dawson (Colorado), dove scomparvero anche lavoratori di San Pietro Avellana. La maggior parte degli emigrati tornava periodicamente a casa per investire i risparmi in casa e terra, concepire qualche figlio e maturare una nuova decisone di partenza. Circa una metà, però, rientrò definitivamente. Negli stessi anni, i molisani avevano posto anche delle consistenti teste di ponte in Canada, che si riveleranno utili a distanza di alcuni decenni. Anzi, dopo che prima nel 1921 e poi nel 1924 le porte degli Stati Uniti si chiusero all'emigrazione di massa dei decenni precedenti, lo sbocco canadese divenne più cercato e considerato. Dopo quelle date, i trasferimenti negli Stati Uniti dovettero passare attraverso il filtro stretto delle quote d'immigrazione stabilite per ogni singolo Paese, che limitarono a poco più di cinquemila unità il numero di immigrati provenienti dall'Italia. Praticamente, l'anelito verso la Mèreca 'bbòna si ridusse, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, ai ricongiungimenti familiari e all'arrivo di coloro che, nati per precedenti vicende migratorie negli Stati Uniti, erano cittadini americani a tutti gli effetti. Nel secondo dopoguerra il sistema conservò la stessa rigidità, aggravato semmai dalla preoccupazione di impedire l'ingresso a chi poteva professare ideologie e posizioni politiche non gradite. Come sempre accade, le maglie si allargarono a seguito di interventi legislativi integrativi, come il Refugee Relief Act del 1953, che consentì l'ingresso di 60mila italiani da individuare nella categoria dei congiunti di cittadini americani, dei profughi, dei rifugiati e degli orfani. L'Alto Molise ne ebbe benefici, sia per le possibilità che si aprirono ai profughi di alcuni paesi collocati lungo la "linea Gustav", gravemente colpiti dalla guerra, sia per l'opportunità offerta a parenti di vecchi emigrati o a figli di emigrati ritornati nei paesi d'origine, che avevano conservato la cittadinanza americana. È il caso, ad esempio, dei fratelli Sozio, nati negli U.S.A. da quell'Antonio che era emigrato nel primo decennio del Novecento e che, dopo la morte della moglie Angelina, era tornato in paese con i suoi sei figli. Uno di loro, Amerigo, nel viaggio di trasferimento negli U.S.A. nel 1956, scampò fortunosamente al naufragio dell'Andrea Doria. La Mèreca dei vecchi emigranti era diventata ormai per tutti l'America, vale a dire il Paese guida del mondo occidentale, che aveva partecipato in modo determinante alla sconfitta del nazi-fascismo, anche se durante la "guerra fredda" il maccartismo aveva introdotto pesanti limitazioni ai diritti di cittadinanza. Era diventata, soprattutto, la società affluente che non negava un lavoro a chi ne aveva bisogno e metteva a portata di mano i beni di consumo, che permettevano di assaporare gli agi dell'esistenza. Era anche il Paese che per quasi tutto il ventesimo secolo ha chiesto ai suoi immigrati assimilazione in cambio di lavoro e benessere, cioè l'accettazione non solo delle regole di convivenza, ma anche di nuovi modelli culturali ed etici. Sicché il senso delle radici e il ricordo degli ambienti di origine sono restati confinati nella sfera della nostalgia e dei racconti familiari. Solo ora che le tendenze mondiali all'omologazione hanno risvegliato, per reazione, la curiosità per le origini e lo spirito di confronto tra diverse culture, si sta comprendendo che il vecchio e povero paese, da dove si sono mossi i nonni e i genitori o dal quale si è partiti da giovani, rappresenta qualcosa di più di un punto di fuga, può aiutare a soddisfare quel bisogno di identità al quale non si può sfuggire per lungo tempo nella vita. È quello che sta accadendo, ad esempio, a Burlington (New Jersey), dove la comunità dei capracottesi, sotto la spinta di un instancabile animatore come Giuseppe Paglione, sta tessendo la tela di rinnovati rapporti con il paese d'origine. Quello che per i molisani era stata la Mereca nei primi decenni del Novecento, è diventato il Canada nel venticinquennio successivo al secondo conflitto mondiale. Con i vecchi e i primi emigrati del dopoguerra si è prontamente attivato un ramificato sistema di richiami (sponsorizzazioni) che dalla seconda metà degli anni cinquanta in poi ha portato in Canada circa 35mila molisani, concentratisi nell'Ontario, a Montreal e nell'area di Vancouver. Essi, per l'iniziale presenza nei lavori pubblici e nell'edilizia, hanno partecipato allo sviluppo e alla modernizzazione delle maggiori città canadesi, diventandone parte integrante non solo sul piano sociale, ma anche sotto il profilo culturale e politico. In molti centri, infatti, il tasso di italianità è molto significativo e, per così dire, quello di molisanità non è meno interessante. Alcuni studiosi canadesi hanno scritto che l'incidenza degli immigrati provenienti dal Molise sull'intero flusso d'arrivo nel dopoguerra ammonterebbe al 10% circa, la percentuale più alta tra tutte le province italiane. Per il succedersi delle generazioni e per le progressive integrazioni familiari, oggi si può realisticamente affermare che in Canada vi siano non meno di 150mila persone d'origine molisana. In questa costellazione di molisani, è inserita la comunità capracottese di Leamington, che oggi si riaffaccia ad un rapporto rinnovato con il paese d'origine. A differenza dell'emigrazione molisana negli U.S.A., che per la sua lontananza nel tempo e per le politiche assimilazionistiche praticate in quel paese si è largamente dispersa, quella in Canada è più viva e più organizzata. L'ancora alta incidenza di coloro che sono nati in Molise e le più accentuate dinamiche culturali di un Paese bilingue e multiculturale hanno creato spazi più ampi per la coltivazione dello spirito delle origini e per l'aggregazione associativa a base comunale e regionale. Vi sono già oltre ottanta associazioni comunali e due federazioni molisane, in Ontario e nel Quebec, che le organizzano. L'augurio più vivo che ad esse possa aggiungersi - e distinguersi - quella dei capracottesi del Canada, e diventare così il ponte per rinnovate relazioni con il comune d'origine, che fa bene a non dimenticarsi di loro, anzi a cercare di raccogliere tutti i suoi figli sparsi nel mondo intorno alle comuni radici. Norberto Lombardi Fonte: N. Lombardi, L'America dei capracottesi, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • La colonna marmorea sul Monte Capraro

    La prima attestazione documentale su Capracotta viene fatta risalire al 1040, allorché Gualtiero Borrello, signore di Agnone e delle relative pertinenze, donò al monastero benedettino di S. Pietro Avellana l'agro del versante nord, tra Vallesorda e Monte Capraro, in quell'area compresa tra la Spogna, la sorgente del Verrino, e il "castello" di Capracotta, che venne dunque escluso dalla suddetta donazione. Gli studiosi sostengono che a cavallo dell'anno Mille i Borrello caratterizzarono e dominarono i «più aspri territori del medio corso del fiume Sangro e in quelli dell'Aventino, del Volturno e dell'alto Trigno, tra l'Abruzzo e il Molise. Territori questi sui quali a suo tempo si erano insediati i Borrello investiti da principi di Benevento, facendone un piccolo regno che, pur vassallo di quei signori, fu incredibilmente indipendente, al punto che in qualche occasione li avversò apertamente». Allo stato attuale, grazie alla sterminata bibliografia contenuta nel primo volume della "Guida alla letteratura capracottese", si può affermare che il primo documento sul quale compare il territorio di Capracotta risale invece al 964, quasi un secolo prima della celebre ed inflazionata data del 1040. Fu padre Giovanni Vincenzo Ciarlanti (1600-1653) a riscoprire quel manoscritto nel 1644 ma fu Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716) a dargli la giusta eco, quando nelle sue "Gesammelte Werke" apparvero gli annali conservati presso la Biblioteca di Hannover, tra cui il 29° foglio dell'anno 964, quello che a noi interessa. In quell'anno, infatti, il territorio di Capracotta si trovò nel mezzo della nuova spartizione del Sannio operata dai principi longobardi Landolfo III e Pandolfo Capodiferro: il primo si aggiudicò il versante tirrenico di Isernia, il secondo quello adriatico di Bojano e Agnone. Monte Capraro si poneva dunque sul confine tra le due zone, tanto che il documento in questione recita: De prima parte a vertice de monte Mateso et directe per ipse serre in vertice de monte Joanniprande. Et deinde quomodo venit in serra de colle Petroso silve ipse aque per eadem loca discurrentes, alie contra predictam Ysernie et alie contra Boclanu, et abinde, quomodo incipitur ipse mons, qui est super vallem Frigidam, et silva vadit per verticem ipsius montis usque in Maccle, qui dicuntur de Godini. De secunda parte a Maccle, qui dicuntur de Godini, usque in fluvio, qui dicitur Trinio majore, et deinde in serra de monte Capraro, ubi ficta fuit ex antiquitus columna marmorea, que finis fuit de jam dicto comitato Ysernino, et deinde, quomodo pergit ipsa serra de jam dicto monte Capraro, et pervenit in monte Rendenaro, et vadit usque in Salectu, ubi similiter ex antiquitus ficta fuit columna marmorea, que finis fuit de jam dicto comitatu, et abinde, quomodo vadit in fluvio Sangro. Il suddetto codice longobardo ci racconta come «la prima parte del confine andava dalla cima del Matese direttamente verso la vetta del Gianipero. E da quei boschi giungeva a Castelpetroso, seguendo varie colline rocciose, dopodiché un ramo si dirigeva verso la succitata Isernia e un altro verso Bojano, e da lì, punto di partenza della montagna stessa, al di sopra di Valle Fredda, percorreva la parte superiore di Macchiagodena. La seconda parte del confine, da Macchiagodena seguiva il Trigno e, di conseguenza, procedeva verso Monte Capraro, dove nei tempi antichi c'era una colonna di marmo che definiva i termini della contea d'Isernia; quindi continuava oltre il suddetto Monte Capraro per giungere al Vallone Molinaro [Rendinara] e infine scendere a Saletto, dove similmente si favoleggia che in tempi antichi ci fosse un altro pilastro marmoreo a indicare i limiti della succitata contea, che in seguito correvano sul Sangro». Molti di Voi sapranno che sono il massimo propugnatore dell'ipotesi sulla fondazione romana di Capracotta (qui) e questo frammento, a mio avviso, ne rafforza tutta la suggestione. Dico ciò perché quando l'autore del manoscritto sostiene che sul Monte Capraro «ficta fuit ex antiquitus columna marmorea», probabilmente si riferisce a un periodo storico di molto antecedente al 964, inquadrabile nell'antichità tardo-romana e non in quella barbarica. A maggior ragione l'utilizzo di colonne in marmo, poste sul vertice del Monte Capraro a Capracotta e a Castel del Giudice, sul sito del Santuario della Madonna in Saletta (o Salcito?), rimanda alle croci di vetta che il cristianesimo eresse un po' ovunque sulle cime europee a mo' di benedizione, dato che la Bibbia cita, deprecandolo, il culto reso agli idoli pagani sulle montagne, denominate "luoghi alti". Evidentemente la croce di legno, simbolo del Redentore, ha sostituito nei secoli la colonna di marmo, simbolo di Roma, operando quella rifunzionalizzazione e quella sostituzione di valori che ho indicato come preminenti nell'articolo sulla fondazione romana di Capracotta. Se i Romani estinsero i Sanniti, abbattendo i loro pochi manufatti o mutuandone il significato, lo stesso fecero i cristiani a danno dei Romani, demolendo ogni simulacro pagano o cambiandone il valore in chiave monoteistica. Ed ecco perché la favoleggiata colonna marmorea di Monte Capraro va ad aggiungersi alle prove in favore della fondazione romana di Capracotta e dei centri limitrofi, nati forse per ossessionare gli ultimi Sanniti restii a chinare la testa di fronte alla grandezza di Roma; quegli stessi centri che, con l'arrivo dei Longobardi, furono trasformati in castelli, ovvero borghi cintati sulle alture appenniniche. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, vol. I, libro I, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1986; G. Bova, Le pergamene angioine della Mater Ecclesia Capuana: 1281-1282, vol. V, Palladio, Salerno 2017; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio, chiamato hoggi Principato Ultra, Contado di Molisi, e parte di Terra di Lavoro, Provincie del Regno di Napoli, Cavallo, Isernia 1644; N. M. Cimaglia, Illustrazione di un diploma di Oderisio Conte dato alla badia di S. Giovanni in Verde nell'anno 1068, Napoli 1780; J. F. Du Clot de la Vorze, La Bibbia sacra, difesa dalle accuse degl'increduli, Foresti, Brescia 1822; A. Ferrari, Feudi prenormanni dei Borrelli tra Abruzzo e Molise, Uni Service, Trento 2007; E. Gattola, Historia Abbatiæ Cassinensis per sæculorum seriem distributa, libro I, Sebastianum Coleti, Venetiis 1733; G. W. von Leibniz, Annales Imperii Occidentis Brunsvicenses ex codicibus Bibliothecæ Regiæ Hannoveranæ, vol. III, in Gesammelte Werke, libro I, Pertz, Hannover 1846; J. M. Martin et al., Registrum Petri Diaconi, vol. III, École Française de Rome, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; P. Settefrati, La storia di S. Pietro Avellana dall'anno 1026 all'anno 1727, Grafikarte, Roma 2003; F. Valente, Croci stazionarie nei luoghi antichi del Molise, Regia, Campobasso 2012.

  • Capracotta: il mondo pastorale antico (I)

    Quando ho preso visione del programma di queste celebrazioni ed ho letto che il primo agosto era la data fissata per questo incontro, subito si è affacciato al mio pensiero il ricordo storico che essa risveglia e, quasi quasi, vi ho intravisto il segno del destino. Certamente, gli organizzatori hanno agito a caso, ignari lontanamente del significato che la ricorrenza odierna riveste per la nostra cerimonia per di più coincisa con la giornata domenicale, solenne in sé, fatidica per l'occasione e tale da agevolare un discorso commemorativo collettivo. Correva l'anno 1447 quando il re di Napoli Alfonso I d'Aragona, detto il Magnifico, vincitore solo da 5 anni sulla spodestata dinastia angioina, istituiva con la prammatica del 1° agosto la famosa Dogana della mena delle pecore di Puglia, con cui provvide a regolare e a riorganizzare il sistema della industria armentizia, permettendole di raggiungere il massimo sviluppo e di toccare i fastigi della sua esistenza secolare. Quello che noi celebriamo oggi, e che rinnoveremo per tutta la settimana veniente, intestata alla Pezzata, non è un semplice rito di maniera ma la commemorazione di un costume e di una tradizione che appartennero al popolo di Capracotta lungo il susseguirsi di molte generazioni. Di esse noi ci sentiamo eredi e continuatori e sulla loro traccia tentiamo di ricostruire la nostra memoria collettiva e la comune identità di popolo, per rintracciare con le radici remote gli auspici e le direttrici dell'avvenire. Chiunque di noi capracottesi annovera i suoi anni di vita dalla quarantina in su, di sicuro porta impressa nella mente la visione, a tacere d'altre, degli anni fervidi succedenti al secondo conflitto mondiale, quando sopravviveva, sia pure al tramonto, ancora robusta e vitale la transumanza pastorale. Nei miei occhi affacciati sull'infanzia, ed in quelli dei più anziani fissati sulla stagione operosa della loro esistenza, si profila come attuale l'immagine vissuta di un mare bianco di velli lanosi. Sono le mandrie sterminate degli ovini, di ritorno o alla partenza per la Puglia, biancheggianti sui freschi pascoli della nostra montagna, che richiamano alla mente altri tempi ed altra economia, che fecero indelebile nel nostro animo la civiltà del paese che ci è caro. Sappiamo tutti che la maggior parte dei nostri concittadini ha tratto, nel passato, il sostentamento vitale dall'attività pastorale. Sappiamo anche che le condizioni geografiche o climatiche della nostra montagna spingevano la gente a svernare nella Puglia assolata e ricca di prati, con una vicenda alterna di trasferimenti autunnali e primaverili, che vanno sotto il nome di "transumanza". Le origini di questa costumanza sono molto antiche e si perdono nella notte dei tempi. Né il parere degli studiosi è univoco, ché c'è chi la fa rimontare a molto tempo prima della storia di Roma antica, e che invero, sulla scorta dell'erudito Varrone o di altre tracce quali l'iscrizione posta sulla porta nord dell'antica Sepino, la colloca in epoca romana repubblicana. Nell'alto Medio Evo, in coincidenza con le emigrazioni di popoli, altrimenti conosciute come invasioni barbariche, il fenomeno transumante subì certamente delle contrazioni, ma risorse, in seguito, ad opera dei Normanni e soprattutto degli Svevi, i cui re predilessero le due regioni che furono il teatro maggiore di questi spostamenti stagionali, l'Abruzzo e la Puglia. Fu infatti Federico II a fondare la città dell'Aquila e a soggiornare a lungo a Lucera, presso le sue truppe saracene più fidate. Fu Manfredi, suo figlio, a porre le basi dell'odierna Manfredonia. La dominazione angioina non interruppe il filo della tradizione, ma la floridezza cessò a causa della concessione in proprietà di quasi tutti i pascoli demaniali e per l'imposizione di forti tasse. È vero, d'altro canto, che la regina Giovanna preparò ed accelerò quel processo generale di riordinamento della transumanza, che sarà l'opera duratura dei Sovrani aragonesi. Alfonso d'Aragona e suo figlio Ferrante, nel secolo dell'Umanesimo e delle Signorie, con la creazione della Dogana, di cui si è fatto cenno innanzi, diedero un'ottima sistemazione alla pastorizia, soprattutto a quella transumante, destinata a durare nel tempo. L'istituto doganale che essi vollero fu concepito come lo strumento di cui si doveva avvalere la Corona per creare una fonte di ricchezza per la nazione, ma fu pensato eminentemente come il mezzo più adatto a procurare al regno il cespite maggiore delle sue entrate. La Corte possedeva in Puglia numerose estensioni di terreno saldo pascolativo, che era utilizzato al di sotto delle sue enormi possibilità. Alfonso d'Aragona, tenendo presenti altre organizzazioni del genere esistenti in Europa, in modo speciale la "Mesta", o "Meseta", di Spagna che associava gli allevatori di pecore degli altipiani e delle pianure di Andalusia e di Estremadura, decise di costringere tutti gli armentari abruzzesi che possedevano più di 20 pecore ad usare la superficie pascolativa pugliese pagando il canone modesto di 2 ducati veneziani per ogni centinaio di pecore e di 25 ducati per altrettanti capi di animali grossi, quali mucche, buoi, cavalli. Il re sapeva bene che una delle difficoltà che aveva sempre trattenuto i sudditi della montagna a scendere d'inverno nella piana era rappresentata dall'insicurezza dell'itinerario, soggetto a mille pericoli ed anche alle non poche violenze dei baroni e degli altri feudatari. Ragione per cui, con la sua patente del 1° agosto 1447 intese assicurare il migliore servizio agli utenti dei pascoli demaniali, favorendoli con una messe di privilegi che valsero da soli a convogliare verso il basso una moltitudine di uomini e di animali. Il primo re aragonese nominò un funzionario catalano, Francesco Montember, doganiere, cioè capo unico ed indiscusso del nuovo ente, con i più ampi poteri intesi a proteggere e ad incrementare in ogni modo l'industria armentaria. All'inizio stabilì che la sede della Dogana doveva essere Lucera, l'antico centro e capoluogo di Capitanata, però Ferrante, suo figlio, nel 1468 la trasferì a Foggia, città dove era destinata a rimanere per tutta la sua durata. I due perni su cui ruotò tutta questa perfetta e complessa istituzione furono rappresentati dalla creazione del "Foro riservato" e dal monopolio di tutte le aree pascolative possibili. Col primo caposaldo tutte le persone, proprietari e pastori, vennero sottratte alla giustizia ordinaria, sia civile che penale, ed assoggettate ad un apposito tribunale costituito presso la Dogana. Persino d'estate un funzionario regio seguiva i pastori in Abruzzo e ne amministrava le funzioni giudiziarie. Il procedimento sommario con cui questo ufficio operava, nel debellare le lungaggini e i cavilli della giustizia ordinaria, suscitò molto sollievo nella generalità dei pastori e indusse tanta gente estranea alla transumanza a concorrere all'acquisto delle erbe, pur di ottenere il beneficio dell'esenzione dalle vie giudiziarie normali. Vibrate ma inascoltate furono le proteste dei feudatari. Perché i pastori abruzzesi affluissero in Puglia fu concessa loro la riduzione del prezzo del sale, l'esenzione del dazio sui viveri e fu abolita qualsiasi tassa sul ricavato dalla vendita dei prodotti ovini. Tutti i titolari di imprese pastorali eleggevano quattro deputati generali, due dell'Abruzzo Ultra (Aquila) e due dell'Abruzzo Citra (Chieti), alla cui giurisdizione appartenevano in quei tempi anche Capracotta e tutti gli altri paesi che hanno da sempre gravitato intorno ad Agnone. Compito dei quattro deputati fu, oltre a quello di garantire un contatto diretto con il re e con il doganiere, la tutela degli interessi dei "locati", espressione questa con cui erano chiamati i proprietari delle pecore che trascorrevano l'inverno nella Puglia. Luigi Conti Fonte: L. Conti, Capracotta. Il mondo pastorale antico, S. Giorgio, Agnone 1986.

  • Ernesto Di Tella

    Ernesto Di Tella è un altro intervistato. Subito dopo l'intervista si è ammalato. Grazie a lui ho avuto molti dettagli sulla storia dell'emigrazione e sui problemi di integrazione. Ernesto è sposato con una donna olandese. Anche lui, come Gino Scalzo e Gino Infosino, è stato presidente dell'Associazione Italiana di Delft. A proposito di scambio culturale, mi ha raccontato che in casa si parlava olandese con i figli. Alla mia domanda su come si facesse a insegnare ai figli l'italiano, mi ha detto che durante la settimana non era possibile, lavorando fino a tardi la sera, passare molte ore con loro parlando italiano. Per questo motivo l'educazione era affidata alla donna, che naturalmente parlava con il proprio figlio la lingua madre. Era difficile per lui far mantenere la lingua italiana al figlio. Tuttavia colpiva molto questo particolare, confermato dagli altri italiani, che c'è proprio un Gevoel, «un sentimento» molto forte per la lingua e la cultura italiana da parte dei giovani della seconda generazione. Quindi è stato facile per loro andare in Italia, anche senza parlare la lingua, ed imparare subito a capirla e parlarla, a «sentirla la lingua». Per dirla all'olandese: il Taalgevoel, il sentimento per la lingua. Il ruolo dei genitori italiani, soprattutto degli uomini, era quello di trasferire l'amore per l'Italia ai propri figli, attraverso racconti sulla famiglia, sul luogo in cui erano cresciuti, sul paese. Ernesto mi ha raccontato con grande soddisfazione che suo figlio cerca una casa proprio a Capracotta, nel paese da cui la sua famiglia proviene. A proposito delle descrizioni della famiglia e dell'Italia fatte dai genitori italiani ai propri figli, ecco un brano tratto dall'intervista a Ernesto, in cui racconta la capacità del figlio di riconoscere suo nonno, sebbene non l'avesse mai incontrato prima. Questo per me è significativo per capire cosa provano i giovani della seconda generazione nei confronti dell'Italia. L. B.: «Ha trasmesso l'amore per l'Italia a suo figlio?». E. D. T.: «È successo un fatto davvero strano quando lui aveva quattro anni. Dalla descrizione che gli avevo fatto io di mio padre è riuscito a riconoscerlo quando siamo andati insieme a Capracotta. Eravamo nella piazza. Da lontano vede scendere un signore con le vacche e lui comincia a urlare: "Nonno! Nonno!". Era un signore con le vacche, ed era mio padre. C'erano sulle montagne alcuni signori con le vacche, ma lui quello con il bastone, con il cappello lo aveva riconosciuto subito. Si mise a correre, e gli infilò la manina dentro la sua mano. Mio padre lo guardava sorpreso. Si diceva: "E chi è questo bambino, questo rosso?". Lui diceva "Daniel Daniel", l'altro "Nonno nonno" e si capirono. Mio figlio parlava olandese e mio padre capracottese. L'istinto di mio figlio in quell'occasione è stato incredibile». Laura Briganti Fonte: L. Briganti, I processi di integrazione di tre generazioni di italiani a Delft, in «Il Presente e la Storia», II:75, Ist. Storico della Resistenza, Cuneo, giugno 2009.

  • Antonio

    Antonio saliva la strada fermandosi di casa in casa e scuotendo una scatola di latta con l'immagine della Madonna per la raccolta di monete da offrire alla chiesetta che custodiva all'altro capo del paese. Il suo passo era incerto e il corpo si muoveva allo stesso modo con difficoltà. Vestiva abiti scuri e portava un paio di occhiali dalle lenti pesanti tali che non si sapeva esattamente dove guardasse. Accennava a volte ad un sorriso stereotipato ed enigmatico. Di poche parole tra il rassegnato e il sofferente, aveva risposte vaghe che producevano imbarazzo. Qualcuno diceva che avesse previsto il futuro di una bambina, la malattia, un pericolo imminente che avrebbe superato e poi... il padre della piccola non volle sapere altro. In paese si diceva che Antonio avesse un antico testo, misterioso, dal quale sapeva trarre delle conoscenze impossibili al resto della gente. Si diceva... e ciò lo rendeva ancora più strano, più indefinibile, soprattutto agli occhi dei bambini che lo guardavano con timore e curiosità. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • Ghiaccio di casa, "prime luci" a Capracotta

    Due giorni dopo la cascata del Peccato in Val Vomano io e Cristiano approfittiamo delle buone condizioni e decidiamo di andare a fare la cascata di Capracotta. Io non l'ho mai vista, a parte d'estate, quando lui una volta tornando da Frosolone me l'aveva indicata. Partiamo alle 7 e in un'oretta buona di auto siamo lì. Il posto è molto bello, aperto, la vista spazia. Troviamo delle tracce e in venti minuti siamo alla base; mentre cammino penso all'apritore Giorgio Ferretti, che la salì da solo nel '90... Cristiano ha salito varie volte la cascata, quindi mi concede di andare avanti. C'è un primo salto, 13-15 m., un ripiano e un secondo salto di circa 40 m. Vado. Il ghiaccio non è ottimo ma il tiro è divertente, arrivo in sosta e recupero il mio socio che subito mi riprende in sicura. Si sta comodi, è una bella cengetta. Da qui osservo che in alto c'è una calotta grigia al centro della cascata, e intuisco che lì scorre un sacco d'acqua e quella parte grigia sarà spessa qualche cm... quindi per passare rimane la striscia di ghiaccio laterale, abbastanza stretta. Salgo. Come prevedevo c'è un calottone vuoto al centro, bisogna tenersi ai lati... mi sembra fragile e non mi sento sicurissimo, ma piano piano vado su. Esco, e mi godo il sole e il panorama mentre recupero Cristiano. Quando arriva ci scambiamo un'occhiata e un sorriso, autoscatto, e giù per il canale a sinistra della cascata. Scendiamo veloci e alle 13:30 siamo a casa. Non mi sembra vero aver fatto una cascata in mezza giornata visto dove vivo... ghiaccio di casa mia, per sottile che tu sia... vabbè, le rime non sono il mio forte. Comunque è stato un bellissimo lunedì mattina da cassaintegrato. Luca Maspes Fonte: http://appenninistadoc.blogspot.com/, 10 marzo 2009.

  • Tra profumi e tassametri ecco i molisani di Roma

    Il comun denominatore di Antonello Venditti, del giocatore della Roma Alberto Aquilani, di Laura Biagiotti e della scrittrice Chiara Gamberale? Il Molise. Il cantore della romanità, la stilista di via Condotti, la giovane promessa del calcio e quella delle patrie lettere, tutti vantano radici (più o meno ramificate) molisane. Un dna fatto di umiltà, modestia e laboriosità, e (perché no?) di creatività, condiviso con una sottile schiera di cantanti e campioni, attori e registi, manager e imprenditori, parlamentari e ministri. Una pattuglia di vip che è la punta di lancia di un esercito di «molisani di Roma», tra i quali spiccano l'esercito di 2.000 tassisti e gli oltre 200 profumieri. «I molisani nati nella regione d'origine e poi trasferitisi qui a Roma sono tra i 20 e i 25mila», spiega Giampiero Castellotti, giornalista e cofondatore di «Forche Caudine», la più importante associazione di molisani, nata nel 1989. «Altrettanti sono quelli di prima o seconda generazione, o pendolari: studenti universitari e militari». Ma il mestiere tipico dei molisani di Roma è senz'altro quello del tassista. «Delle 6.000 licenze di taxi della Capitale – sottolineano nella sede di Forche Caudine, in via Foligno 27 – quelle intestate a molisani sono tra le 1.500 e le 2.000». Una percentuale che non trova riscontro in nessun'altra comunità. Un fenomeno sociale, questo dei molisani-tassisti, che affonda le sue radici nella più antica storia contadina di quella regione. Per spiegarlo, bisogna tornare indietro di qualche decennio, quando i primi molisani immigrati mettono a frutto la loro pratica coi cavalli e trovano lavoro come stallieri dei vetturini soprattutto a Borgo e attorno a via Sannio. Molti dalle stalle saltano ben presto in vettura come conducenti. Pronti, non appena passa il treno del progresso, a mettersi al volante dei primi taxi. Non a caso, la prima licenza da tassista del Comune di Roma viene rilasciata proprio a un molisano. In pochi anni il noleggio di autovetture da piazza con tassametro, nella Capitale, diviene l'attività economica predominante di paesini appenninici come Bagnoli del Trigno, Salcito, Pietrabbondante, Pietracupa, Trivento. «Quella del taxi – spiega Giampiero Castellotti – è diventata una vera e propria cultura, per i nostri corregionali. I conducenti partivano e tornavano dalle vacanze in carovane di auto pubbliche dipinte di giallo o di verde, che destavano l'allarme della polizia stradale. Ci sono stati giovani avvocati che quando lo studio chiudeva si mettevano al volante del taxi del padre per pagarsi le vacanze. E a Bagnoli del Trigno, ancora oggi, impartiscono, ogni anno, la benedizione dei taxi». L'altro polo economico dei molisani di Roma è stato, ed è ancora, la profumeria. Quasi tutti originari di Sant'Elena Sannita, i profumieri detengono una specie di monopolio per questa attività commerciale nella Capitale. Eppure i loro inizi sono stati da arrotini. Il paese a ridosso di Sant'Elena, infatti, è Frosolone, dove resiste da secoli una tradizione medievale di lavorazione di forbici e coltelli, che i santelenesi acquistavano e vendevano in giro per le strade della Penisola. Le prime coltellerie della Roma capitale d'Italia le hanno aperte proprio i loro bisnonni, amano ricordare i molisani, che si stanziarono al Pigneto, attorno al ponte Casilino, all'Alberone, dove facevano capolinea i primi pullman che andavano e venivano dal Molise, e dove arrivava il magàre, lo stregone-medico con il suo carretto di rimedi. Dall'arrotatura alla vendita di coltelli e poi a quella di saponi, schiume da barba e profumi, il passo è stato breve. Oggi i santelenesi controllano o gestiscono più di 200 profumerie (alcune all'avanguardia, con punti benessere e spazi espositivi per mostre d'arte), facendosi un vanto di non aver mai fallito e di essere i primi a chiudere e gli ultimi ad aprire i negozi. Piccolo, ma di prestigio, anche il nucleo dei sarti, quasi tutti di Capracotta. Tra loro, il presidente dell'Accademia dei Sartori, Sebastiano Di Rienzo, che ha lavorato per marchi prestigiosi come Valentino. «Svolgono quasi tutti il lavoro da mediano», spiega Castellotti, con metafora calcistica. «Realizzano il prodotto, e poi i grandi nomi della moda applicano l'etichetta. D'altra parte, il molisano difficilmente diventa protagonista. Lavora lontano dai riflettori perché viene dalla montagna e non ha né la solarità dei napoletani né la passionalità del meridionale. Tutt'altro, è una persona estremamente rigorosa con un senso della giustizia e della misura molto forte, una tenacia d'acciaio e una forza di volontà irriducibile». Gian Piero Milanetti Fonte: G. P. Milanetti, Tra profumi e tassametri ecco i molisani di Roma, in «Il Giornale», Milano, 27 dicembre 2005.

  • I ricatti del brigante Primiano

    Alcuni studiosi che adorano più gli smaccati accenti romantici della verità storica, ritengono che Fabiano Marcucci, detto Primiano, fu «brigante per necessità, che alla macchia si era dato per una contrastata vicenda d'amore di manzoniana memoria». In quell'arco temporale che va dal 1821 al 1871, tra gli incassati e morbidi valloni della Maiella, ben oltre i 2.000 metri di quota, si riunivano infatti molte bande brigantesche d'Abruzzo che, una volta razziati popoli e paesi valligiani, tornavano in altura per disperdersi nei meandri della grande montagna, costringendo pochi anni dopo il comando generale dell'esercito dell'Abruzzo Citeriore a disporre la costruzione di un fortilizio in pietra, il famoso blockhaus, per il ricovero delle truppe che, ormai senza quartiere, davano la caccia agli ultimi irriducibili membri della temuta Banda della Maiella e alle tante realtà brigantesche operanti sul territorio. Nato a Campo di Giove (AQ) e con un passato da pastore, Primiano Marcucci decide di darsi alla malavita molto presto: a soli 21 anni «si accoda ad una banda brigantesca che agisce tra il Molise e la Puglia. Ben presto, per la sua intraprendenza, ne diventerà il capo indiscusso». La sua carriera criminale termina nel 1864, quando, in procinto di fuggire in America e dopo che sulla sua testa comincia a pendere una taglia di 4.250 £ (circa 22.000 euro), viene arrestato nei dintorni di Roma grazie alla delazione della sua amante. Durante il processo, Marcucci conferma senza rimorso e con apparente spavalderia «di avere ucciso qualche centinaio di persone», e per tale motivo viene condannato prima a morte e poi all'ergastolo. In realtà, vista la buona condotta carceraria, viene scarcerato nel 1911, dopo 45 anni di prigione, facendo ritorno, seppur anziano, a Campo di Giove. Sette anni dopo muore in un ricovero per anziani de L'Aquila. Grazie alle carte processuali della Corte d'Assise di Sassari in possesso di Lucio Fiadino, ho potuto visionare alcune delle prove che incastrarono Primiano durante i processi del 1864-65, e tra queste spiccano due "pizzini" scritti in lapis e indirizzati a Gaetano Campanelli e Domenico Palumbo, due agiati proprietari di Capracotta e Pescopennataro. Quello che emerge da questi due ricatti scritti è una vera e propria estorsione, e testimoniano quanto fosse territorialmente ampio il potere del brigante Primiano e quanto fosse diffuso e pervasivo il racket ai danni di allevatori e possidenti del Centro-Sud. Furono proprio Campanelli e Palumbo a denunciare Marcucci, consegnando i due pizzini nelle mani del pretore di Capracotta, il cav. Nicola Giovannitti, l'11 agosto 1864. Sul primo ricatto, quello indirizzato a Gaetano Campanelli, c'è scritto: Don Gaetano Campanelli, per la giornata delli 22 corrende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due conpleti, per premura quattro camige, sei calzette para sei, scarpe para quattro, sicari para otti, sei cappelli di castoro, tre fazzoletti di seta, otto vino barile, due cagicavallo para quattro, mortadelle para dieci, pirisutto due. A quanto pare le richieste del brigante Primiano si riferivano a una banda di almeno sei uomini e, pur risultando affatto esose sul piano pecuniario, appaiono piuttosto modeste in ambito alimentare (non mancano però i beni di lusso come i sigari). Sul secondo ricatto, quello inviato a Domenico Palumbo di Pescopennataro, si legge similmente: Don Domenico Palumbo, per la giornata delli 20 presende mese mi manderete la somma di docati 1.000, vestiti due, cappotti due, camige sei, calzzette para sei, scarpe para sei, vino barili due, prisutto tre, cagicavalli para sei, sicari paccotti sei. Questi due ricatti furono tra gli ultimi fatti recapitare dal brigante Primiano, poiché nell'autunno di quell'anno venne catturato dalla polizia italiana e sbattuto in prigione. Le vittime, come vediamo, non esitarono invece a ricorrere alla giustizia ordinaria, denunciando immediatamente la tentata estorsione, forse perché esasperati dalle continue scorribande di questi delinquenti che, travestiti da eroi popolari, facevano man bassa per le campagne altomolisane. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Alesi e M. Calibani, Majella Parco Nazionale: le più belle escursioni, Ricerche, Folignano 2007; M. Ciarma e G. Tinari, Dal Risorgimento abruzzese alle origini del brigantaggio post-unitario. Gli atti della Gran Corte Criminale di Chieti, Tinari, Bucchianico 1999; F. D'Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l'Unità, Amm. Provinciale, L'Aquila 1994; A. De Jaco, Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Ed. Riuniti, Roma 1976; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, Milano 1983.

  • Ma chi sono gli alabardati?

    A volte mentre si sta guardando una partita di calcio, si odono strane parole: gli alabardati, i ducali, i partenopei... Reazione dell'uomo della strada: ma che cavolo sta dicendo questo? Tranquilli, c'è una spiegazione. Non possiamo sempre chiamare la Juve Juve, la Roma Roma, e il Capracotta Capracotta: spesso è utile, anche a puri fini linguistici, usare altri nomi (nomi che non sono inventati ma hanno il loro bravo fondamento). Dunque per indicare i giocatori del Parma possiamo ben dire "i ducali" (ricordate il Ducato di Parma di scolastica memoria?). Non voglio pensare che non sappiate che i partenopei sono i napoletani, che i lagunari sono i veneziani, che i diavoli sono i rossoneri: queste sono troppo facili. I blucerchiati? Sì, la Sampdoria, per via della sua maglia: blu con delle strisce colorate che avvolgono la maglia. I granata? No, niente a che fare con bombe e guerre, ma anche qui semplicemente il colore della maglia del Torino. E tornando ai simboli, i grifoni sono i genoani, la Vecchia Signora è la Juve, le aquile sono i laziali. I lariani e i brianzoli a chi li associate? Su, un po' di geografia, è facile: Como e Monza! Ah, state ancora rimuginando su chi sono gli alabardati? Vabbè, ve lo dico: la Triestina. Ecco, ora sapete qualcosa in più: usate questi nomi, farete bella figura. Lucio Marco Leoni Fonte: http://guide.supereva.it/, dicembre 2000.

  • Monsignor Falconi e il suo discorso

    Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittore delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona, egli era nativo di Capracotta; ed essendo stato, per alcuni anni, segretario dell'arcivescovo Clary a Bari, aveva rivendicata la palatinità delle chiese di Acquaviva e Altamura e ne aveva ottenuto titolo di arciprete mitrato e giurisdizione episcopale: beneficio, che gli fruttava circa seimila ducati l'anno. Era fratello del procuratore generale Falconi, e zio dell'attuale deputato e sottosegretario di Stato per la giustizia. Tanta fiducia riponeva in lui Ferdinando II, che volle pernottare ad Acquaviva, ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete, non in quello che fu di casa Mari, e passò poi in possesso di don Sante Alberotanza. Nel palazzo di don Sante alloggiarono Murena, Bianchini ed altri del seguito e vi stettero assai a disagio. Il principe e la principessa della Scaletta furono obbligati a passare la lunga notte in veglia, tanti erano gl'insetti che popolavano la camera loro destinata. Il Re apparve a tutti dimagrito e invecchiato. Al pranzo dei Sovrani provvide la cucina reale; agli altri, molto suntuosamente, monsignor Falconi, che aveva un ottimo cuoco. Il vino fu offerto da don Girolamo Jacobellis, il quale, prima di consegnarlo, lo assaggiò alla presenza di molti, forse per eccesso di prudenza; ma il vino servi al seguito, non alla famiglia reale. Il Re si ritirò quasi subito con la Regina, nella sua camera da letto. Il solaio di questa, essendo poggiato su travi perchè malsicuro, era stato fatto da monsignor Falconi puntellare. La mattina del 13, Ferdinando II si levò di buon'ora, e dopo di avere atteso agli affari della provincia e del circondario, accolse gli omaggi delle autorità, del clero e dei maggiorenti e diede pubblica udienza. Molte furono le suppliche presentate; Acquaviva rigurgitava di forestieri. V'erano convenute le guardie d'onore del circondario, i sindaci e i decurioni dei comuni vicini. La piazza, che separa l'episcopio dalla chiesa, era brulicante di popolo, e gremiti i balconi, le finestre e le terrazze. Tutti sventolavano fazzoletti e bandiere e applaudivano al Re, che, alle dieci, usci dal palazzo vescovile, insieme con la Regina e coi principi reali e si recò, a piedi, alla vicina chiesa cattedrale. A una povera donna, che lo richiedeva di elemosina, fece largire trenta ducati. Alla porta della chiesa le guardie d'onore e le urbane facevano ala e, sull'ingresso, aspettava monsignor Falconi, circondato dal capitolo. Prima di benedire la famiglia reale con l'acqua santa, monsignore pronunziò un discorso, che, per le strane iperboli contenutevi, merita essere esumato. Con citazioni delle sacre carte, il prelato cominciò dal delineare la figura del vero Re, immagine di Dio in terra, e poiché tutte le virtù, che debbono adornare un Re, egli rinveniva, in grado eminente, in Ferdinando II, la cui gloria «è esaltata dalle prime intelligenze europee», cosi chiudeva la sua conclone: Sì, o Sire, d'oggi innanzi pregheremo ancor più; e pregheremo Dio che vi conservi lunga serie di anni alla sua Divina gloria, all'amore de' vostri popoli, che vi amano, e vi amano di cuore, ed alle delizie della Vostra Famiglia. Pregheremo che tenga lungi da voi ogni generazione di amarezze: che vi dia giorni sereni e tranquilli, e che compia ogni vostro desiderio, ch'essendo desiderio di padre, e di padre il più pio, il più giusto, il più te nero de' suoi figli, non può non essere accetto e caro a lui, Re dei Re, Sole di giustizia, Padre primo dei popoli tutti della terra. Pregheremo infine che vi colmi di ogni maniera di grazie con cotesta fulgidissima Stella che allato vi splende, esempio anch'Ella di virtù preclarissimo, e col principe ereditario, erede veramente dell'ingegno e della pietà, della giustizia e degli altri pregi di mente e di cuore del padre, e cogli altri Reali principi e principesse. Dopo il sermone, che il Re ascoltò in piedi sulla soglia, preceduti da monsignor Falconi, gli augusti viaggiatori entrarono nella chiesa, prendendo posto presso l'altar maggiore. Dopo il canto del "Domine salvum fac regem", l'arciprete invitò il Re a prender possesso dello stallo canonicale che, come prima dignità del capitolo, gli spettava nelle chiese palatine. Compiuta la cerimonia del possesso, la famiglia reale si recò ad ascoltare la messa, detta dallo stesso prelato nella cappella della Vergine delle Grazie. Raffaele De Cesare Fonte: R. De Cesare, La fine di un Regno, vol. I, Lapi, Città di Castello 1900.

  • Il dolmen di Santa Lucia

    Il primo ad ipostatizzare il verbo "essere" nella forma sostantivizzata "l'essere" fu il neoplatonico Porfirio ben settecento anni dopo l'inizio degli studi sull'ontologia ad opera di Parmenide. Questo per dire che tante volte uno le cose le ha proprio sotto gli occhi ma non le vede. Per esempio, quanti di voi si erano accorti che a Capracotta c'è un dolmen? Qualcuno a questo punto si chiederà: cos'è un dolmen? Anche se fondamentalmente Google dovrebbe aver tolto la necessità di fare domande e dare risposte, lo spiegherò brevemente per chi non avesse voglia di cercarlo. "Dolmen" è una parola nordica che vuol dire "tavola di pietra" (dol = tavola e men = pietra), in pratica un pietrone grosso posto parallelo al terreno su altri pietroni grossi. da non confondersi con il menhir, che sarebbe un pietrone messo in verticale. Sono stati costruiti un po' dappertutto in Europa in un periodo che va dal Neolitico all'Età del Ferro. Le teorie sulla loro funzione sono varie e spaziano dall'essere un altare sacro all'essere dei mausolei (guardate quanto dobbiamo a Porfirio per questo utilizzo del verbo "essere"), oppure delimitare spazi sacri per qualche motivo o tutte queste cose messe insieme. In Italia sono famosi i dolmen presenti in Puglia, quindi non molto distanti da Capracotta, in Sardegna e in Sicilia. Questo sarebbe forse il più nordico dei dolmen presenti nell'Italia peninsulare. La struttura si trova sopra Santa Lucia, praticamente dalla Fonte Chiara si sale su, verso un sentierino che porta alla cava ed è li, poche centinaia di metri dopo. Magari ci avete fatto le scampagnate a fianco, ci avete appoggiato sopra la birra e la griglia con tacche de pecra e non vi siete mai posti la questione. È un pietrone messo in orizzontale su altre pietre e il fatto che non sia una casualità ma che sia stato messo lì da qualcuno è testimoniato dal fatto che è fissato in quella posizione tramite delle zeppette di pietra con la roccia che c'è dietro, che ho evidenziato nella foto. Il problema della datazione rimane aperto perché un archeologo molisano, al quale ho posto la questione, è dubbioso se ritenerlo un dolmen del neolitico, in quanto troppo a nord nell'Italia peninsulare (che lo renderebbe a mio parere appunto più interessante), e lo faceva risalire all'epoca presannitica. Sarebbe necessario chiedere a degli esperti affinché vengano fatti per lo meno degli scavi e dei rilievi; in ogni caso questa struttura andrebbe annoverata nel patrimonio di strutture megalitiche capracottesi insieme alle mura ciclopiche. Riccardo Mordeglia

  • La neve che non ti aspetti...

    Come ben saprete nei giorni scorsi molte regioni del Centro e del Sud Italia sono state interessate da copiose nevicate. Molto stupiti saranno stati coloro che, approfittando anche del periodo festivo, avevano deciso di passare qualche giorno nelle regioni meridionali, pensando di trovare il classico clima mite che, nell'immaginario diffuso, rappresenta il Sud Italia. Più o meno lo stesso stupore che avranno provato quelli che avevano deciso di passare il Capodanno 2014-2015 in Puglia o in Sicilia: anche in quel frangente la neve imbiancò non solo le zone collinari, ma si spinse fino alle coste, interessando persino zone dove non cadeva da diversi anni. Ma è così insolita la neve sull'Italia meridionale? I fenomeni degli ultimi giorni sono stati sicuramente eccezionali in molte aree per durata e intensità, ma la neve al Sud non è poi così rara. Bisogna poi distinguere tra le diverse zone: il versante adriatico, per esempio, ha in generale una nevosità decisamente maggiore rispetto a quello tirrenico, a causa delle irruzioni fredde provenienti dai Balcani e dall'Europa nord-orientale; se ci spostiamo poi nelle aree interne, sugli Appennini, la neve è ovviamente molto frequente e vi sono alcune località, come la molisana Capracotta, dove si verificano spesso accumuli nevosi importanti. Perché allora, ogni volta che la neve fa la sua comparsa sulle regioni meridionali, ci si stupisce? Forse perché spesso si ha l'abitudine sbagliata di associare alcune zone, non solo d'Italia ma anche del resto del mondo, al loro clima estivo e alla loro vocazione di località di vacanza, senza pensare che le differenti stagioni possano presentare caratteristiche molto diverse e senza inoltre tener conto della morfologia del territorio. Per esempio la Grecia, solitamente associata a immagini di sole, caldo e cielo terso, d’inverno può avere un aspetto ben diverso, anche a causa del fatto che l'80% del suo territorio è montuoso. Qui le nevicate in inverno sono abbastanza frequenti, spesso accompagnate da forti venti, e talvolta possono interessare anche Atene e Salonicco, città che si trovano sul mare, proprio come successo negli ultimi giorni. Ad eccezione delle montagne cretesi che superano i 2.400 metri e dove è anche possibile sciare, sono più insolite, ma non rare, le nevicate sulle isole: proprio negli ultimi giorni la neve ha imbiancato anche le spiagge di Creta e di altre isole dell'Egeo e dello Ionio. Caratteristiche simili a Creta si hanno a Cipro: anche qui, sui Troodos, la catena montuosa interna, la neve è di casa nei mesi invernali, ma talvolta raggiunge anche le zone costiere, come nel febbraio 2015 quando nevicò a Larnaca. Spostandoci sul versante atlantico, invece, se si pensa al Marocco viene subito in mente il caldo del deserto assolato; tuttavia, in Marocco vi è anche la catena dell'Atlante, le cui vette più elevate superano i 4.000 metri: anche qui la neve non manca ed è possibile sciare in alcune zone. Proprio sui monti dell'Atlante sorge la località di Ilfrane, centro turistico invernale noto anche come la "piccola Svizzera d'Africa", sia per il microclima sia per lo stile architettonico. Non lontano dalle coste marocchine vi sono le Isole Canarie: conosciute anche come le "isole dell'eterna primavera", esse potrebbero di primo acchito sembrare quanto di più lontano vi sia dalla neve. Tuttavia, in alcune di queste isole si superano abbondantemente i 2.000 metri e quasi ogni inverno sulla cima delle montagne fa la comparsa la neve; discorso poi a parte merita il Teide, il vulcano di Tenerife, la montagna più alta di Spagna, che con i suoi 3.718 metri è spesso ricoperto da una coltre nevosa. Sempre parlando di isole vulcaniche, ma spostandoci nel Pacifico a latitudini decisamente tropicali, anche le Hawaii, con le loro cime superiori ai 4.000 metri, sono spesse imbancate dalla neve; agli inizi dello scorso dicembre, però, la neve ha addirittura raggiunto quote relativamente basse, mentre sulle cime più elevate se ne è registrata quasi un metro! Gli esempi che si potrebbero citare sono tanti. Onde evitare, quindi, di essere colti impreparati da una nevicata, diventa importante essere sempre informati sui climi e microclimi dei luoghi che si intende visitare… oltre che, ovviamente, consultare le previsioni prima di mettersi in viaggio. Samantha Pilati Fonte: https://www.fondazioneomd.it/, 13 gennaio 2017.

  • In America... sognando Capracotta

    Gran parte dei primi immigrati negli Stati Uniti provenienti da Capracotta arrivarono nella zona a cavallo del fiume Delaware tra il New Jersey e Filadelfia (Pennsylvania). Alcuni si stabilirono a Trenton, la capitale del New Jersey e pochi altri a Filadelfia, ma la maggior parte si sistemò in due città più piccole: Burlington City (New Jersey) e Bristol (Pennsylvania) che si trova dall'altra parte del fiume Delaware rispetto a Burlington. Molti sono rimasti a Burlington City mentre altri, dopo essere stati inizialmente ospiti di capracottesi che erano già arrivati lì, dopo qualche tempo, si sono trasferiti altrove. I loro nomi erano Di Rienzo, Carugno, Di Ianni, Paglione, Sozio, Del Castello, Carnevale, Ferrelli, Di Tanna e molti altri. Negli ultimi 36 anni è stato un capracottese, Harmand Del Castello, ad essere il sindaco di Burlington City. Darlene (Comegna) Scocca, eletta nel 2003, è l'attuale sindaco. Ci sono talmente tanti cognomi capracottesi a Burlington City che questa potrebbe, a buon titolo, essere chiamata la città gemella del paese d'origine sulle montagne del Molise. C'è da dire comunque, che molti di questi immigrati si definivano abruzzesi - e alcuni ancora oggi lo fanno - sia per l'affinità che per la vicinanza geografica con quella regione italiana che una volta era unita al Molise. Arrivavano sui bastimenti come la Cristoforo Colombo, salpati dal porto di Napoli con poche cose e, spesso, senza soldi. Generalmente facevano la traversata in terza classe o sul ponte e non in prima o seconda. Se arrivavano attraverso il porto di New York erano sottoposti ai controlli sanitari ad Ellis Island fino circa al 1930 quando questa struttura fu chiusa. All'entrata del porto erano accolti dalla Statua della Libertà la cui vista rinforzava la loro speranza per un futuro migliore rispetto a quello possibile in un piccolo, povero paese italiano con poco lavoro. In America alcuni cognomi - spesso la sola ultima lettera - furono cambiati; alcuni fortuitamente ad Ellis Island poiché gli ispettori non conoscevano l'ortografia dei nomi italiani. Altre volte invece, le famiglie italiane cambiarono intenzionalmente il nome per farlo apparire più "americano" ed evitare così di essere discriminati. Ad esempio "Angelaccio" divenne "Angelo". Le famiglie dei capracottesi si aiutavano a vicenda. Alcune famiglie condividevano una singola casa (a schiera) fino a quando si potevano permettere ognuna di comprarne o affittarne una propria. Generalmente per primi arrivavano i nonni e i padri, trovavano lavoro e dopo si ricongiungevano con mogli e figli. Nel corso della Prima guerra mondiale alcuni immigrati ritornarono in Italia per combattere per il loro Paese d'origine ma alla fine della guerra tornarono negli Stati Uniti. Altri combatterono con le forze armate americane contro la loro Patria. Nella Seconda guerra mondiale invece, molti immigrati capracottesi insieme ai loro figli che costituivano la prima generazione di italo-americani, combatterono nelle forze armate americane, alcuni persino sul suolo italiano. Molti degli uomini che da Capracotta arrivarono in America sul finire dell'800 e nella prima metà del '900 trovarono impiego in fonderia in stabilimenti come l'U.S. Pipe di Burlington e il Griffith Pipe nelle vicinanze di Florence sempre nel New Jersey. Altri lavorarono nella costruzione della ferrovia oppure divennero artigiani come muratori o imbianchini, ecc. Alcuni aprirono dei negozi di generi alimentari o delle botteghe di calzolai oppure divennero fornai ovvero lavorarono presso piccole imprese messe su dai loro compaesani che erano arrivati in America prima di loro. Mentre gran parte delle donne rimaneva a casa a cucinare, rammendare o lavorare all'uncinetto, altre lavoravano nell'industria tessile. Altri uomini, donne e bambini lavoravano, spesso a mezza giornata, nelle aziende agricole raccogliendo fagioli ed altri ortaggi. Successivamente alcuni si misero in proprio dopo aver acquistato i loro poderi. Fino alla fine degli anni '40 alcuni dei bambini erano costretti a lasciare la scuola per lavorare e dare il loro contributo alla famiglia. Non c'è bisogno di ricordare che tutti per un po' dovettero barcamenarsi tra mille difficoltà dal punto di vista finanziario e si consideravano poveri per quanto riguardava i beni materiali ma ricchi perché erano in America. Continuavano a godere dei semplici piaceri della vita come il cantare, fare il vino sotto casa, suonare la fisarmonica, ritrovarsi una volta a settimana insieme a parenti e amici italiani senza, naturalmente, dimenticare il buon cibo italiano come il ragù per la pasta, il brodo di pollo o le polpette. Tanti avevano il giardino con alberi di fico anche se il terreno era piccolo e frequentavano le chiese cattoliche. Si tenevano in contatto con i parenti rimasti a Capracotta per mezzo di lettere e, più tardi, telefonate. Negli anni '50 le famiglie di Burlington, Florence, Bristol insieme al Sindaco di Jersey City, raccolsero venticinquemila dollari e regalarono a Capracotta uno spazzaneve per sostituire quello distrutto dai tedeschi durante la guerra, in modo da poter almeno assicurare la distribuizione della posta e del cibo nei mesi invernali. Uno dei primi ostacoli che gli immigrati dovevano affrontare era la barriera della lingua. Quasi nessuno parlava inglese e non potevano comunicare bene con chiunque non fosse italiano. I bambini dovettero imparare l'inglese a scuola ed in questo erano incoraggiati dai genitori e dai nonni affinchè si assimilassero alla cultura americana. Questo è anche il motivo per cui molti giovani delle nuove generazioni non parlano italiano. Molti delle vecchie generazioni, invece, non hanno mai imparato a parlare un buon inglese o non l'hanno imparato affatto. L'italiano non faceva parte delle lingue studiate nel sistema scolastico americano e quindi le giovani generazioni non hanno avuto l'opportunità di imparare la lingua delle loro origini. Oggi ci sono dei corsi di italiano in alcune università e qualche corso serale. I nuovi "americani" hanno dovuto affrontare diverse discriminazioni subito dopo il loro arrivo, soprattutto da parte di altri europei che erano arrivati negli Stati Uniti molto prima e ora occupavano posizioni influenti nelle comunità americane, come gli irlandesi. Queste discriminazioni spesso hanno impedito loro di ottenere i lavori migliori ma, con il passare degli anni, con perseveranza ed educazione, hanno superato la maggior parte di questi problemi. A causa di problemi di famiglia o per mancanza di adattamento allo stile di vita americano, solo pochi ritornarono a Capracotta. – Eravamo poveri ma contenti – ci ha detto Charles Sebastiano Comegno, ottantaseienne, falegname in pensione che si stabilì a Burlington City dopo essere sbarcato ad Ellis Island con sua madre Pasqualina nel 1923 all'età di due anni. Allora si ricongiunsero al padre, ai nonni, a tre zii e al fratello del nonno molti dei quali lavoravano in una fonderia. Gli ispettori di Ellis Island cambiarono l'ultima lettera del loro cognome da Comegna a Comegno. – Mi ritengo fortunato; – continua – non avrei mai avuto quello che ho oggi – una casa ed una pensione – a Capracotta perché non c'era lavoro lì, ma amo ancora quel piccolo paese che ho visto da soldato americano durante la Seconda guerra mondiale e tante altre volte da allora. Bruno Sozio che ora, sessantenne, vive a Tom River (New Jersey), arrivò negli anni '50 con suo padre Americo ed è vissuto a Burlington e poi in Florida, commenta: – Lavoravano sodo e venivano pagati – non come succedeva a volte in Italia – e così abbiamo potuto vivere dignitosamente. La statua dedicata agli emigrati che si inaugurerà il prossimo 8 settembre a Capracotta è stato il sogno di un cugino di Bruno, Joseph Paglione di Burlington la cui famiglia arrivò sul finire dell'800. Joseph arrivò nel 1958 dopo aver imparato a fare il sarto a Roma e oggi gestisce un negozio di abbigliamento. – I nostri antenati – ci dice – hanno fatto in modo che la nostra vita fosse più facile spianandoci la strada e mettendosi alla prova. Questa statua vuole rappresentare il loro viaggio, il loro sacrificio e la loro decisione sofferta di lasciare la terra natia per poter dare migliori opportunità economiche alle loro famiglie. Carol Comegno (trad. di Lucia Giuliano) Fonte: C. Comegno, In America... sognando Capracotta, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Gli arcipreti di Capracotta

    L'arciprete rappresentava il più elevato in grado tra i preti legati alla chiesa matrice, ovvero il maggior centro religioso (per ricevere i sacramenti e partecipare alla Messa) da cui dipendevano gli abitanti dei piccoli villaggi vicini e dei feudi a bassa densità demografica. L'arciprete era il responsabile del clero locale e dell'adorazione divina e soprintendeva ai doveri del ministero ecclesiastico. Le cappelle private, che si andavano gradualmente moltiplicando sui possedimenti dei latifondisti ed a cui erano legati alcuni presbiteri, non erano esenti dalla giurisdizione dell'arciprete. A Capracotta le cappelle private erano perlopiù sostituite dagli altari, storicamente assegnati alle confraternite o alle famiglie più agiate: Baccari, Campanelli, Carfagna, D'Andrea, Di Bucci, Di Rienzo e Mosca. L'arciprete della Chiesa Madre era dunque alla testa di tutto il clero della parrocchia ed era responsabile della corretta esecuzione dei suoi doveri ecclesiastici e del suo stesso stile di vita, improntato alla morigeratezza. Il primo arciprete capracottese di cui si ha memoria è Berardantonio Rosa, che resse la chiesa locale dal 1522 al 1545, negli anni terribili della «mortifera pestilenza». Quello attuale è invece don Elio Venditti, nominato parroco di Capracotta nel 1997, che nel 2016 ha festeggiato il mezzo secolo di sacerdozio. In questi 497 anni di storia Capracotta conta appena 20 arcipreti - con una media di circa 25 anni di durata ciascuno - a volte intervallati dalla reggenza di un economo curato. Il primo parroco di cui ho testimonianza scritta è Pietro Paolo Carfagna (1618-1685), colui che diede il via alla compilazione del "Catalogus omnium rerum notabilium", il registro della nostra Chiesa Madre sul quale sono appuntati eventi storici e religiosi, nascite, battesimi, matrimoni e funerali, restauri architettonici ecc., dando vita a un vero e proprio scrigno di preziose informazioni su Capracotta. Il Carfagna è celebre per essere stato l'involontario protagonista tanto dell'epidemia di peste del 1656, ammalandosi e guarendo dopo tre mesi, quanto del saccheggio di Boccasenzossi del 9 luglio 1657, quando fu sequestrato e torturato per giorni. Discendente d'una secolare e valorosa famiglia di combattenti, il 20 ottobre 1640, con bolla del vescovo Carlo Scaglia, era anche stato nominato «rettore della Chiesa di S. Amico e della cappellania di S. Salvatore di Agnone». Pietro Paolo Carfagna fu poi il maggior promotore della ricostruzione della Chiesa Madre, un'impresa che si concluse ottant'anni dopo. È uno dei protagonisti del mio "L'inaudito e crudelissimo racconto", in cui compare come direttore del carcere nel quale sono detenuti i due preti slovacchi Giovanni Simonide e Tobia Masnizio, evasi il 1° maggio 1675 dal gruppo di condannati che da Bratislava deve raggiungere Messina. I due slovacchi scriveranno che «l'arciprete e dottore apostolico Pietro Paolo Carfagna, di cui si è già parlato, e il maestro Antonio Cauliano all'inizio, quando ancora nutrivano un barlume di speranza d'una nostra conversione - se così si può dire -, ci mandavano spesso pane, uova e formaggio, e padre Antonio tre volte ci fece recapitare perfino carne arrosto e olio». L'arcipretura più lunga è proprio la sua (47 anni), seguita da quella di Arcangelo Di Rienzo (45 anni). La più breve porta il nome di Marcello Campanelli (5 anni), seguita dall'arcipretura di Francesco Mosca (7 anni). Per fini di consultazione, presento la lista completa degli arcipreti della nostra parrocchia dal 1522 ad oggi: Berardantonio Rosa (1522-1545) Amico Carfagna (1545-1561) Arcangelo Di Rienzo (1561-1606) Loreto Tartaglia (1606-1622) Donato Pettinicchio (1622-1638) Pietro Paolo Carfagna (1638-1685) Marcello Campanelli (1685-1690) Giuseppe Di Rienzo (1690-1710) Francesco Antonio Del Baccaro (1711-1734) Giuseppe Campanelli (1734-1766) Francesco Mosca (1766-1773) Liborio Campanelli (1774-1795) Vincenzo Campanelli (1803-1833) Achille Conti (1836-1846) Agostino Bonanotte (1847-1889) Filippo Falconi (1889-1917) Leopoldo Conti (1919-1945) Nicola Angelaccio (1945-1967) Geremia Carugno (1967-1997) Elio Venditti (1997-oggi) Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, S. Giorgio, Agnone 1986; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione, Youcanprint, Tricase 2018; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947.

  • Il nuovo parroco di Pietracupa

    Agli inizi degli anni di piombo, Pietracupa aveva l'aspetto di un tranquillo borgo dell'Italia meridionale, con una popolazione di residenti composta in maggioranza da un modesto numero di persone impiegate nel settore pubblico, nel settore privato, nell'agricoltura e da molti pensionati. Il grande esodo verso il Nord Italia e verso i paesi esteri si stava completando, per cui il numero dei residenti era fortemente diminuito e le nascite si potevano contare sulle dita di una mano. In questa situazione di evidente contrazione demografica, prendeva consistenza un altro fenomeno, molto positivo, l'interesse degli emigrati pietracupesi ad investire nella ristrutturazione delle loro case in paese. Questo interesse era favorito sia da una maggiore disponibilità economica rispetto al passato, sia dalle migliorate condizioni di agibilità delle strade nazionali e sia e soprattutto dal desiderio di poter soggiornare nel paese natio, in occasione delle vacanze estive. Per queste ragioni, il paese, agli inizi degli anni '70, era tutto un fiorire di cantieri edili aperti per ristrutturare case, cantine, stalle, secondo i personali gusti dei proprietari, che spesse volte contrastavano con i gusti dei vicinanti. Comunque sia, non vi sono state macroscopiche irregolarità del piano regolatore ed il paese, ancora oggi, ha mantenuto l'aspetto di un piacevole borgo, con caratteristiche risalenti all'epoca medioevale. Una volta ristrutturate le case, le famiglie hanno preso l'abitudine di ritornare abitualmente in paese, mantenendo vivo quel legame di appartenenza ad una comunità dai valori profondi, che di fatto sino ai giorni nostri ha tenuto stretti i suoi legami con il paese natio. In questo quadro socio-economico della Pietracupa anni '70/'80, il paese, nel Settembre del 1977 è stato arricchito dalla presenza di un nuovo Parroco, Don Orlando Di Tella, venuto a sostituire Don Manfredo, ritiratosi dall'incarico di Parroco per motivi di malattia. Come è accaduto precedentemente con Don Manfredo, anche ora mi risulta difficile parlare con distacco di Don Orlando, perché mi legano a Lui rapporti di grande rispetto, di grande stima e di grande amicizia, maturati nel corso degli anni. Pertanto, senza cadere nel banale, mi permetterò di illustrare con dati di fatto l'importanza del contributo umano e religioso che Don Orlando ha dato ed ancora sta dando al paese di Pietracupa. Era il settembre del 1977 quando, nel percorrere via Trento, zio Corradino Delmonaco mi ha fermato e mi ha presentato Don Orlando. La prima impressione che ho avuto di Lui è stata positiva; Don Orlando aveva ed ha una corporatura imponente, un volto caratterizzato da uno sguardo intelligente , un sorriso schietto e sincero ed una voce ben marcata e dal timbro forte. Dopo questo incontro, mi ricordo che, tornato a casa, ho raccontato a mia moglie di aver conosciuto il nuovo parroco, ed ho aggiunto: – Ho riscontrato in Lui una certa rassomiglianza caratteriale e fisica con Don Camillo, il personaggio nato dalla penna dello scrittore Giovanni Guareschi, ma in versione molisana. Nel periodo successivo a quell'incontro, Don Orlando, in breve tempo, era diventato il personaggio più richiesto e più amato nel paese. Mi ricordo che all'epoca era Sindaco del paese Angelo Gallo, e poiché girava la voce che il Vescovo di Trivento aveva intenzione di spostare il nuovo arrivato in altra sede, c'era stata una manifestazione popolare, per cui un gruppo di delegati locali voleva recarsi dal Vescovo, per farlo desistere da qualsiasi idea di allontanare il nuovo Parroco. La sua prima dimora in paese era ubicata nei pressi di via Trento e la famiglia Carnevale lo ha assistito per molti anni in maniera amorevole e familiare, così come ha fatto, negli anni a seguire, la famiglia di Remo Di Sarro. Don Orlando, nei 40 anni di vita pastorale in paese, ha ottenuto due risultati importanti, il primo risultato, di carattere squisitamente religioso, è stato quello di aver reso operative le direttive scaturite dal Concilio Vaticano II° e di aver riportato molti fedeli del paese a frequentare la chiesa. Il suo carisma, le sue capacità organizzative, la sua abilità oratoria nel semplificare e rendere facilmente comprensibili a tutti gli uditori i concetti filosofici della dottrina cattolica, sono i meriti che gli vengono riconosciuti da molti. A tutto questo si deve aggiungere anche l'attenzione e la cura quotidiana verso i problemi e le difficoltà dei suoi parrocchiani, soprattutto nei riguardi degli ammalati e dei giovani ai quali ha sempre dedicato una particolare attenzione nel guidarli ed aiutarli praticamente nel loro percorso di vita. Il secondo risultato è stato quello di aver stimolato, nelle sedi opportune, e contribuito a far valorizzare a livello nazionale, il patrimonio culturale, religioso ed artistico di un piccolo sconosciuto borgo molisano, come Pietracupa, in maniera tale che ora è inserito nel gruppo dei borghi più caratteristici d'Italia e viene citato su riviste e libri di interesse nazionale, come quelli editi dal Touring Club. I risultati più evidenti di tutto questo lavoro sono la ristrutturazione della meravigliosa cripta della Chiesa Madre con il bellissimo crocifisso in legno del 1500, la ristrutturazione della Chiesa Madre stessa, secondo lo stile rupestre del primo cristianesimo, la ristrutturazione della Chiesa di S. Giorgio, con gli affreschi del 1200. Il recupero di tutti questi beni culturali, è stato il motivo che ha indotto ed induce molti viaggiatori e turisti ad includere nei loro viaggi nel Molise la visita del piccolo caratteristico borgo rupestre. La cultura non è patrimonio di singoli, la cultura è patrimonio del mondo e Pietracupa, a questo punto, fa parte del mondo. Nell'anno 2009, Don Orlando ha festeggiato i suoi 50 anni di sacerdozio. Non ero presente alla cerimonia, ma mi hanno detto che molte persone, venute da ogni parte del Molise, erano presenti per manifestare il loro affetto ad un sacerdote che è stato sempre vicino ai loro bisogni spirituali ed umani e questo, credo, sia stato il miglior modo per dire grazie al loro parroco, gratificato anche dalla Curia, che lo ha eletto Monsignore. Ma la presenza più bella è stata quella dei suoi allievi vecchi e nuovi, grati al loro professore di essere stato un educatore ed un docente che ha saputo inculcare, non solo conoscenze professionali, ma soprattutto cultura per la loro formazione di studenti oggi e di uomini per il domani. Nel corso di un incontro confidenziale avuto di recente con lui, Don Orlando mi ha raccontato la storia della sua vocazione sacerdotale. Il suo racconto, che riporto integralmente, è molto indicativo della spiritualità e del profondo inconscio che invade colui che viene scelto per fare il servo di Dio: Nel paese che mi ha dato i natali, Capracotta, mio padre era un proprietario di un forno ubicato proprio adiacente la nostra abitazione. Una sera, un amico di famiglia è venuto in casa per farci visita e, nel bel mezzo di un discorso, rivolgendosi a mio padre gli ha chiesto: «Che strada dovrà prendere questo giovane nel corso della sua vita?». Mio padre a quel punto ha incominciato a valutare tutte le attività che avrei potuto fare in seguito. Così parlando, all'improvviso mi ha chiesto: «Cosa ne pensi delle mie proposte?». Senza titubanza alcuna ho risposto parlandogli di una proposta non compresa nel suo elenco ed ad alta voce ho detto: «Voglio fare il prete» e nel dire queste parole ho sentito dentro di me un grande calore ed una grande voglia di uscire all'aperto, di correre e di esternare quella gioia intensa che invadeva la mia persona. Sono entrato in chiesa ed ho iniziato a suonare le campane richiamando l'attenzione di molta gente, compreso mio padre che mi aveva seguito in strada. Dopo questo episodio, ho iniziato il mio percorso formativo presso la Diocesi di Trivento e non ho mai perduto la gioia di essere utile al Signore. Nel seminario ho sofferto molto della mancanza di mia madre, alla quale ero legatissimo, ma il Signore mi ha ripagato con altre gioie, quelle di essere utile a Lui ed al mio prossimo. Quando durante l'inverno, mi reco nel Molise, in una Pietracupa deserta ed abbandonata, la presenza di Don Orlando è rassicurante perché vuol dire che il paese è vivo, perché è viva la fiammella delle nostre tradizioni, che, il parroco insieme al sindaco ed agli altri 220 abitanti presenti in loco, mantengono sempre accesa. Nella mia sfera privata, due sono i momenti nei quali ho percepito maggiormente lo spessore umano di Don Orlando, durante i funerali dei miei genitori e la sua presenza in occasione del matrimonio di mia figlia, da Lui celebrato nella Basilica di S. Sabina a Roma. Probabilmente sarò un inguaribile sentimentale, ma quel giorno dell'11 luglio del 2004 nello splendore di quell'antica Basilica di epoca Romana, in mezzo a tanti amici e parenti venuti anche dall'America, la presenza di quel sacerdote, le sue parole affettuose e commosse verso Andrea e Claudia, che aveva veduto crescere sin da bambina, mi hanno fatto sentire intorno a me la presenza di un amico, di un consigliere spirituale, che condivideva la gioia di un padre, che vedeva la propria figlia avviarsi radiosamente verso il suo futuro di donna e di mamma. Claudio Camillo Fonte: C. Camillo, Una valigia di cartone. Un viaggio nel passato e nel presente della comunità pietracupese, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Da Capracotta alla corte dello scià di Persia

    Premessa Sono nato a Capracotta, piccolo centro dell'Alto Molise, detto anche il "paese dei sartori", nel quale, dal secolo scorso, si sono formati quasi duemila sarti che, dopo un lungo periodo di affiancamento con grandi maestri del settore, hanno preso ognuno la propria strada lavorativa in giro per l'Italia e il mondo. Anche io faccio parte di questa schiera di sartori: da Capracotta sono approdato prima a Roma e poi a Teheran dove ho trascorso trentadue anni della mia vita lavorativa. Dal mio rientro dall'Iran sono passati molti anni. Non è stato facile per me ricordare e cercare di riportare in semplici righe un'intera vita professionale e non, avvenimenti vissuti, a volte piacevoli a volte drammatici, condividere emozioni, ripensare a tutte le persone che ho incontrato e con le quali ho condiviso parte della mia vita e della mia attività lavorativa di sarto. Alla fine, stimolato anche dalla curiosità delle persone che mi circondano, mi sono deciso a raccontare i fatti più importanti che hanno caratterizzato il trentennio vissuto in Iran. È stata un'esperienza stimolante ma allo stesso tempo faticosa per la mia età. E di questo sono grato a tanti e, in particolare, ai miei familiari, a mia moglie, alla quale ho sottratto molte ore della mia giornata e a mia figlia, alle quali spesso mi sono rivolto per avere un supporto nel ricostruire alcuni accadimenti o semplicemente un confronto per riuscire a descrivere e trasmettere in modo più efficace alcune sensazioni o situazioni. L'auspicio è che questo mio sforzo possa fornire un ulteriore elemento di conoscenza di un Paese straordinario, con le sue abitudini, la sua filosofia e le sue contraddizioni in cui si avverte il fascino del Medio Oriente. Claudio Del Castello Fonte: C. Del Castello, Da Capracotta alla corte dello scià di Persia. Memorie di trent'anni vissuti a Teheran, Amazon, Lëtzebuerg 2019.

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