LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (I)
Capracotta, febbraio 1900. Illustrissimo Sig. Sindaco, ho l'onore di presentare alla Signoria Vostra la presente relazione sullo stato sanitario ed igienico di questo Comune con le opportune proposte di riforme ed opere nuove, le quali sono molto pratiche e poco costose; e perciò mi voglio augurare che incontrino la completa approvazione del Consiglio Comunale. Sono convinto che, attuandosi le mie proposte, si rimedierà in buona parte agli sconci presenti: dico solamente in buona parte e non completamente, perché a mio credere non si potrà risanare del tutto questo paese, se prima non saranno rimosse (cosa per se stessa difficilissima) le tre cause principali dei danni igienici e sanitari; vale a dire: che non si distruggano molte abitazioni insalubri sui luoghi più stretti ed affollati; che non si mutino con la disciplina e con l'educazione civile le tendenze ed abitudini, tutt'altro che nette e pulite, della popolazione; che non si edifichino molte e buone abitazioni, rispondenti a sani principî igienici. In ciò non si voglia trovare una gratuita esagerazione; quando avrò esposto il vero col mio abituale libero linguaggio si dovrà convenire dalle persone competenti che ho pienissima ragione. Meminisse juvabit In febbraio 1891, quale ufficiale sanitario di Capracotta, presentai alla autorità municipale una mia relazione su lo stato sanitario ed igienico del Comune, esponendone le condizioni buone e cattive, e proponendo per queste ultime gli opportuni rimedi. Mi lusingavo che le proposte sarebbero state, un poco per volta, messe in opera; ma disgraziatamente, col pretesto delle cattive condizioni del bilancio ed in realtà per contrario volere degli amministratori, sono passati nove anni in inutile attesa, mentre quelle riforme ed opere si vanno rendendo sempre più indispensabili. Non si vuole considerare che la salute pubblica è un obbligo strettissimo: salus publica suprema lex; e non si vuole rimediare al fatto che le malattie e le morti in questo comune sono dovute in modo principalissimo ad infezioni. Ora per chi non la sappia è bene ripetere la dimostrazione della scienza che i morbi infettivi sono impedibili se combattuti con opportuni rimedi profilattici. Mi sembra perciò necessario, a mia discolpa od a scorno di gratuiti denigratori, pubblicare per le stampe quella mia umile relazione del 1891, con le piccolissime aggiunte successive sino ad oggi da me debitamente contrassegnate. Voglio sperare che la pubblicazione induca finalmente i signori amministratori del comune a adottare le mie proposte. A vincere la riluttanza dei consiglieri timorosi di una spesa troppo grossa devo far notare che con l'attuazione delle mie proposte non si dovrebbero spendere annualmente più di mille lire, e certamente una tale somma è compatibile con le risorse attuali del bilancio; o che le opere si volessero fare gradatamente, un poco all'anno ed in economia dal Municipio, o che si volessero fare tutte in una volta, ricorrendo ad un prestito governativo di favore secondo l'ultima legge votata dal Parlamento; e in questo ultimo caso le mille lire annue dovrebbero servire per rata di ammortamenti o interessi. Il comune inoltre può contare sempre in qualche sussidio governativo, come quelli già ottenuti per scopi igienici, ma invertiti dal municipio in opere non indicate dall'ufficiale sanitario e dal governo. A coloro i quali si aspettavano e si aspettano la risoluzione del problema igienico dalla sola opera dell'ufficiale sanitario io debbo ricordare alcune verità di fatto e di dritto che li possono trarre dall'errore. L'ufficiale sanitario, secondo la legge e i regolamenti è un funzionario, che disimpegnando un vero servizio di stato, dovrebbe dipendere esclusivamente dal governo, ma intanto è alla totale soggezione delle capricciose, incompetenti e ostili amministrazioni comunali, di cui non è che un semplice consigliere tecnico né voluto né cercato. Se i suoi consigli sono accettabili bene è; ma se sono messi in non cale, come in Capracotta, non vi è ragione di prendersela contro di lui, che non ha alcun potere esecutivo. Ma qualcuno obietta che, essendo qui la nettezza urbana molto trascurata, l'ufficiale sanitario può presentare al Sindaco e al Pretore quanti verbali di contravvenzioni egli vuole contro i trasgressori. Rispondo francamente che chi vuole dall'ufficiale sanitario, allo stato attuale delle cose, solo il rilievo delle contravvenzioni alla nettezza urbana, non desidera certamente il vantaggio positivo della cittadinanza, ma desidera solo l'abbassamento della dignità professionale e la compromissione del suo esercizio. Dimostro questi tre punti: La cosa più necessaria, anzi indispensabile, in Capracotta, è la nettezza dentro e presso l'abitato che ora è in stato deplorevole. Ebbene con tutta coscienza io credo, che per ottenerla più facilmente ed economicamente, bisogna mettere in opera le proposte contenute nella relazione del 1891, che intendono allo scopo di dare ai cittadini la maggiore comodità possibile di allontanare dall'abitato il materiale di rifiuto. Attualmente non esiste alcuna comodità, e perciò avviene che le immondezze vengono da tutte le case, nessuna esclusa, gettate sulle vie interne ed esterne più vicine e frequentate. Se le famiglie fossero obbligate ora dalle vessazioni poliziesche dell'ufficiale sanitario a non gettare le immondezze presso le loro abitazioni, dovrebbero tenerle in casa con evidente maggior danno igienico; e finirebbero, sempre, dopo uno o più giorni, per buttarle di nascosto nelle vicinanze dell'abitato e sulle vie di transito; e tutto ciò per assoluta necessità non esistendo luoghi adatti per lo scarico delle immondezze. Si noti che le immondezze abbandonate sulle vie prossime dell'abitato non sono meno pericolose alla salute pubblica che se fossero gettate sulle vie interne del paese, donde almeno gli spazzini municipali anche ore le rimuovono ed esportano. Si provveda dunque dal Municipio prima alla comodità degli scarichi di rifiuto, e in seguito si potranno pretendere i famosi verbali di contravvenzione anche dall'ufficiale sanitario, oltre che (intendiamoci bene) dalle guardie municipali, forestali, rurali, dai carabinieri, cantonieri, spazzini ecc. ecc. Attualmente ciò non è giusto e logico. Se il solo ufficiale sanitario dovesse occuparsi delle contravvenzioni alla nettezza urbana dovrebbe stare alla vedetta giorno e notte, avere gli occhi di Argo e le ali ai piedi di Mercurio. Ma egli infine è un professionista, e non un sergent de ville o una guardia del piscio come è chiamata in Toscana, il quale ha diritto a vivere decorosamente, e perciò deve impiegare il suo tempo con gli ammalati e con lo studio. Sarebbe strano pretendere che un dottore laureato in una Regia Università si dovesse avvilire col sostituirlo alle guardie municipali, destinate precisamente ad un servizio così facile ed umile! Qualche farabutto pretenderebbe addirittura dall'ufficiale sanitario, da un onesto galantuomo, che egli rivelasse solamente le contravvenzioni della gente bassa (quantité négligeable)! Ora qui tutti sono contravventori, ma specialmente i ricchi e quelli in preferenza che posseggono bestiame, e questi si permettono le più gravi irregolarità e scostumatezze, quali sono quelle di lordare le vie coi rifiuti della casa, di tenere le stalle e i cortili in modo schifoso, di deporre il letame in enormi mucchi scoperti all'aria presso l'abitato, di servirsi di pozzi neri aperti e filtranti nel suolo pubblico, di pretendere la vendita di carni malsane, di occultare le malattie infettive del bestiame, di chiudere cortili ed accessi già di dominio pubblico ecc. ecc.! Si stuzzichi uno di codesti prepotentucoli, e se ne vedranno allora le conseguenze… sul povero ufficiale sanitario. Prego le persone di buon senso a voler leggere la non amena relazione da me fatta nel 1891. Sono fiducioso che, se non son mossi da odî personali o di partito, si darà ragione a me e torto a chi spetta. Capracotta, maggio 1900. Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.
- I migliori cacciatori sono i "pecorari"
Di primo acchito il nome di Gaetano Del Vaso non dice nulla a nessuno. Egli fu probabilmente un semplice amatore dell'arte venatoria nonché corrispondente romano di "Caccia e Tiri", organo ufficiale del Kennel club italiano, una rivista pubblicata dal 1890 al 1898. Più che di armi e di caccia, il Kennel club si occupa di selezionare, categorizzare e migliorare le razze canine, tanto che dai suoi rami è sorto l'Ente nazionale cinofilia italiana (ENCI), ancor oggi attivo e operante in tutto il mondo. La rivista "Caccia e Tiri" ha invece chiuso i battenti prima dell'anno 1900 ma ha dato vita a una marea di figli spuri. Dicevamo di Gaetano Del Vaso... In una relazione datata 20 febbraio 1896, il buon cacciatore romano avvisò i lettori di un'uscita venatoria in quel di Maccarese per scovare e abbattere le ricercatissime beccacce. Nel suo articolo, Del Vaso, sconfortato dal magro bottino, raccontò pure una storiella che un suo amico - il sig. De Lellis - gli aveva precedentemente confidato, non senza ilarità. Era questa ambientata a Capracotta, luogo ideale per cacciatori d'ogni specie: di selvaggina, pesci, funghi, tartufi, frutti e pure di minerali. Il De Lellis «si trovava in compagnia di altro amico a Capracotta a caccia alle beccaccie [sic]. Avevano faticato tutto il giorno e non avevano trovato il becco di un animale». Il problema principale della scarsezza di selvaggina stava, a suo dire, nella folta presenza dei "lacci", vere e proprie trappole in fil di ferro che servivano alla cattura di animali selvatici proibiti (come mi ha avvertito il bravo cacciatore Piergiorgio Di Rienzo). Fatto sta che, ad un certo punto, i due cacciatori «s'imbatterono in un numero sterminato di lacci, e da buoni figliuoli si dettero a strapparli, intenzionati a distruggerli tutti. Quand'ecco sbucca [sic] fuori un pecoraro che tutto piagnucoloso si raccomandò di non rovinarlo». Cacciatori e pastore giunsero così a un accordo: i primi avrebbero lasciato intatti i benedetti lacci mentre il pastore si impegnava a scovare le introvabili beccacce. Andò che «fu combinato il provvisorio armistizio e detto fatto a pochi metri dalla capanna del pecoraro furono alzate le tre beccaccie e uccise». Ho già detto che Capracotta, al pari dei comuni limitrofi, è il paradiso di ogni cacciatore, e lo era ancor di più in quell'arco temporale che va dall'Unità d'Italia all'avvento del fascismo. Il mio paese era la meta prediletta dei nobili romani e napoletani che vi trascorrevano le vacanze estive: prova ne siano le tante fotografie della famiglia Ruspoli scattate negli anni '20 del Novecento. A tal proposito, dirò che Francesco Ruspoli (1899-1989), VIII principe di Cerveteri, in un'intervista rilasciata alla Repubblica del 1987 ebbe modo di affermare: Mio padre era un gran cacciatore, io ho preso un fucile in mano quando avevo sette anni, a tredici ho ucciso il mio primo "cignale". Quando ero più piccolo andavamo d'estate a Capracotta in Abruzzo. Facevamo un pezzo di strada in treno sulla linea Carovilli-Agnone, poi prendevamo la diligenza a cavalli. A Capracotta ci arrampicavamo su per Monte Campo che era un posto di caccia alle pernici, ora invece c'è la strada asfaltata e il monte è tutto coperto di case. Ma, tornando alla nostra storia, il corrispondente Gaetano Del Vaso terminò il suo reportage del 1896 ammettendo che «i migliori cacciatori del mondo sono i "pecorari" e vi assicuro sarebbe meglio vendere fucile, cane, stivaloni, comprarsi un po' di pecore e andarvi a fare... cacciatore». Come dargli torto? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Del Vaso, Roma, 20 febbraio 1896, in «Caccia e Tiri», X:431, Rivara, Milano, 27 febbraio 1896; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Pasti, A caccia di cinghiali nelle terre dei principi, in «La Repubblica», Roma, 19 agosto 1987.
- In giro per il Molise con Flaviano Testa
Flaviano Testa con il suo obiettivo sceglie come racchiudere i paesaggi, i paesi che incontra in un quadrato o in un rettangolo a colori o in bianco e nero, ma sa sempre cosa vuole raccontarci e ferma l'"attimo" in cui percepisce un'emozione e ce la descrive con le immagini che ci invia. Oggi siamo in Alto Molise. Capracotta è una piccola città, in provincia di Isernia, posta lungo uno sperone di roccia con vista sui crinali della Maiella. Come tanti paesi del Molise non raggiunge i mille abitanti, ma la sua particolare caratteristica è che sorge a 1.421 metri sul livello del mare e questo ne fa il secondo comune più altro dell'Appennino. Poco lontano dal centro abitato si erge Monte Campo che raggiunge i 1.746 m., siamo in montagna dunque e lungo la strada che congiunge il paese con Pescopennataro si può godere della refrigerante ombra del Giardino della Flora Appenninica. Costituito nel 1963, si tratta di un orto botanico naturale, tra i più alti d'Italia, che si estende per oltre dieci ettari, in cui vengono conservate, tutelate, protette le specie vegetali della flora autoctona dell'Appennino centro-meridionale, e si allunga per valli, boschi e praterie, fino a sfiorare una foresta di abete bianco che copre le pendici di Monte Campo. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto e vi si possono ammirare specie di piante rarissime o in via di estinzione. Tra le specie spontanee di maggior pregio, oltre ai faggi e all'abete, si annoverano il giglio rosso, l'orchidea palmata, lo spillone della Maiella e la stella alpina degli Appennini. Sono certamente luoghi che, nel rispetto dell'ambiente, consentono di vivere in mezzo alla natura in un'atmosfera di pace più unica che rara. Durante lo scorso mese Capracotta è balzata agli onori della cronaca e su tutti i telegiornali del mondo è apparso un video in cui si vedeva il paese letteralmente sommerso dalla neve. In un giorno solo, tra il 7 e l'8 marzo, erano caduti 256 centimetri di neve, battendo così un record mondiale che la piccola città molisana avrebbe strappato a due località degli Stati Uniti. Data la posizione, l'altitudine e l'esposizione ai venti del nord, non è raro che nel paese arrivino pesanti precipitazioni durante l'inverno, tant'è che nel gennaio del 1997 Capracotta ha avuto l'onore di ospitare i Campionati nazionali di sci di fondo. E chi non è giovanissimo ricorderà come l'amena località del Molise fu portata alla ribalta dall'Albertone nazionale già nel film "Il conte Max" con Vittorio De Sica, dove la definiva «piccola Cortina degli Abruzzi». Le emergenze dovute alla neve non sono cosa di oggi insomma, è raccontato nella storia del dopoguerra che il dottor Gennarino Carnevale, sindaco del paese, martoriato dal recente conflitto, nel 1949 scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, significando le necessità che lo affliggevano: Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1.421 m. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco. Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve? Gli emigrati di origine molisana e non solo, in una gara di solidarietà, si interessarono di raccogliere fondi che consentirono l'acquisto e la spedizione del mezzo richiesto. La città di Capracotta ha origine antichissime, in località Guastre sono stati rivenuti reperti dell'età del Ferro e in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Nei pressi dell'abitato, si ergono mura poligonali, appartenenti a una fortificazione sannitica. Nel suo agro, in località Fonte del Romito, fu rinvenuta la famosa tavola bronzea recante un'iscrizione in lingua osca, nota come "Tavola di Agnone" e oggi conservata al British Museum di Londra. In centro al paese è sicuramente da visitare la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta che all'interno conserva una statua attribuita allo scultore napoletano Colombo, oltre a pregevoli marmorei barocchi. La più grande attrattiva di Capracotta resta comunque il suo splendido territorio che permette escursioni in boschi stupendi durante l'estate e consente di dedicarsi a sport invernali quando Prato Gentile si copre di neve, usufruendo di efficienti impianti funicolari, luoghi di ristoro e piste da sci. L'appuntamento più tradizionale di Capracotta, che richiama in paese molti turisti, è la sagra della Pezzata che si tiene ogni prima domenica di agosto nell'incantevole cornice naturale di Prato Gentile. È l'incontro di tante persone con la più antica tradizione del luogo che consente di gustare pezzi di agnello bollito e di capretto cotto alla brace, ritornando così alle originali ricette dei pastori che, costretti a stare lontano da casa per lunghi periodi, si cibavano del loro gregge. Una curiosità, leggendo "Addio alle armi" di Hemingway sarà possibile sentir nominare un sacerdote, l'esile cappellano «che arrossiva facilmente», lo descrive sorridente e paziente in mezzo ai soldati che a volte lo tirano per la tonaca e lo mettono in imbarazzo con racconti piccanti. Il giovane pretino era don Placido Carnevale di Capracotta e invitava, nelle pagine dell'avvincente romanzo, Frederic Henry, il protagonista, a visitare la sua terra dove sarebbe stato accolto amabilmente dalla sua famiglia. «Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto... Mio padre è un gran cacciatore». Il tempo sembra non essere trascorso, fare visita a Capracotta è come sentirsi a casa, le persone sono gentili e ospitali e il paesaggio bellissimo proprio come raccontava don Carnevale. «Le notti sono fresche d'estate, e non c'è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d'autunno andare a caccia nei boschi di castagni»... Franca Poli Fonte: http://signoradeifiltri.overblog.com/, 25 aprile 2015.
- Capracottese conquista il Regno Unito
Capracotta. Ingegnere capracottese alla ribalta nazionale in ambito scientifico per aver vinto l'ambito Premio di Ingegneria "MacRobert" che ogni anno viene assegnato nel Regno Unito alle scoperte tecnologiche più interessanti. Franco Carnevale ha ottenuto il riconoscimento insieme allo staff dell'azienda Inmarsat. Il premio è stato assegnato loro per la realizzazione del servizio Broadband Global Area Network (BGAN), che si avvale di una vasta rete di satelliti in orbita geostazionaria in grado di offrire una copertura quasi globale per la telefonia e la trasmissione dati. Il Premio "MacRobert" è rilasciato dalla Royal Academy of Engineering ed ha lo scopo di premiare le idee innovative. Il presidente della giuria del Premio "MacRobert", Geoff Robinson, ha dichiarato: «La squadra della Inmarsat ha avuto la lungimiranza di prevedere quella che sarebbe stata la richiesta di un servizio a banda larga a livello mondiale, ed ha avuto il coraggio di investire tempo e denaro nel suo sviluppo». Il servizio di telecomunicazione ideato dalla Inmarsat non soltanto è usato dalle aziende di media e comunicazione di tutto il mondo per trasmettere dati da aree remote, ma è divenuto diffusissimo anche tra le organizzazioni governative. Ora, poi, è considerato uno strumento chiave per le agenzie umanitarie e di emergenza coinvolte nelle operazioni di soccorso. Si pensi che pochi giorni dopo il devastante terremoto in Haiti, quasi 500 singoli terminali della piattaforma ideata dalla Inmarsat hanno avuto accesso al "fascio spot" del Paese. Grande l'orgoglio molisano per il successo conseguito da Franco Carnevale, che ha tenuto alta la bandiera dell'Italia, e nello specifico di Capracotta, al di fuori dei confini nazionali. Carnevale ricopre il ruolo di direttore del settore di ingegneria spaziale dell'azienda inglese. Oltre all'indiscusso onore di aver ottenuto il riconoscimento, l'ingegnere di Capracotta è stato premiato anche con un assegno di 50mila euro da dividere con altri tre menbri del team londinese dell'azienda che ha lavorato al rivoluzionario progetto. Fonte: Capracottese conquista il Regno Unito, in «Il Quotidiano del Molise», XIII:157, Isernia, 9 giugno 2010.
- Il monastero di Santa Croce di Verrino
Sono fermamente convinto che qualsiasi studio sui secoli XIII-XV in Alto Molise non possa prescindere dall'influenza esercitata dal priorato celestiniano di Agnone. Dico questo perché Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, canonizzato dalla Chiesa nel lontanissimo 1313, ha impresso un solco così profondo nell' establishment cattolico del suo tempo che le conseguenze sono ravvisabili persino nel secondo '900, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In pochissimi anni, difatti, il celestinianesimo si allargò a macchia d'olio dalle montagne della Majella verso Isernia, dove tra il 1272 e il 1275 venne fondato il monastero di S. Spirito. Di lì, sull'onda della novità teologica, anche Trivento ne risultò contagiata, tanto che nel 1290 - ben quattro anni prima dell'elezione al soglio pontificio di Pietro Angelerio - in località Montepiano sorse un cenobio intitolato alla Madonna. Nel 1292 la badessa di S. Chiara di Isernia vendette poi alla congregazione celestiniana rappresentata dal monaco Tommaso di Agnone, la Chiesa di S. Maria, situata proprio in terra d'Agnone, corredando la cessione di tutte quelle proprietà a essa spettanti: stando agli studi del prof. Bruno Figliuolo, l'acquisto era stato favorito e sovvenzionato dall'Università di Agnone che forse intendeva così incrementare il dato spirituale della propria comunità. Appare evidente che, al momento dell'elezione papale avvenuta il 29 agosto 1294, le città di Isernia, Trivento e Agnone ospitavano un monastero celestiniano ciascuna, ufficializzati dallo stesso Celestino V con bolla del 27 settembre 1294. Tralasciando Trivento e Isernia - la prima perché non si può dire con esattezza dove sorgesse il priorato, la seconda perché esterna all'area altomolisana - mi concentrerò qui sul cenobio celestiniano di Agnone, di cui oggi sopravvive l'antica Chiesa di S. Maria a Majella, e in particolare sulla Chiesa di S. Croce di Verrino, dipendente dal monastero di Agnone. La fortuna della congregazione celestiniana agnonese, al pari delle altre, risiedette nella «fama di santità del suo fondatore e dei di lui compagni, [e] si guadagnò in breve la considerazione delle popolazioni delle zone in cui operava, suscitandone, insieme alla pietas , una concreta generosità, che si manifestò nel flusso delle donazioni, cui parteciparono in misura significativa anche gli strati sociali più alti della società locale». Ebbene, lo storico larinese Ugo Pietrantonio (1917-2004) sostiene che al 1433 la conventualità del monastero di S. Croce di Verrino fosse già estinta ma poco dice dell'ospedale annesso a quella chiesa - com'era prassi dell' Ordo Cœlestinorum - e, soprattutto, è piuttosto paradossale che una carta topografica del 1700 firmata da Giovanni Pizzella e una del 1815 evidenzino i confini del feudo verrinese di S. Croce con tanto di chiesa, ospedale e i cosiddetti casalini , gli abituri della gente di campagna. Sulla base della storiografia più recente il priorato di S. Maria a Majella termina la propria attività soltanto dopo il 1789, in ottemperanza alle leggi sulla soppressione degli ordini monastici promulgate dai francesi in Italia. Per quanto concerne la Chiesa di S. Croce di Verrino va detto che il 20 agosto 1443 - dieci anni dopo la data di presunta estinzione formulata dal Pietrantonio - essa risulta parte in causa tra i monaci celestini di S. Spirito del Morrone e Giuliano da Macchia, «da loro accusato di averli spogliati del possesso di quella chiesa». Il nome di Giuliano fa pensare al casato che tenne Macchia almeno fino al tardo XVII secolo, quando anche padre Carlo Borrello scriveva che, per Agnone, « Robertus de Maccla, & fratres eius tenent de supradicto Guillelmo Macclam feudum 1 militis ». La storia del monastero verrinese è fatta di donazioni e oblazioni, e i documenti conservati presso l'archivio della Curia vescovile di Trivento non fanno che riportarne soltanto le informazioni amministrativo-burocratiche: nomi, date e somme in danaro. Per conoscere quale fosse l'attività religiosa svolta in quella chiesa, non si può far altro che desumerla dal numero dei conventuali, probabilmente pochi, visto che la nomina ad abate del monastero di S. Croce di Verrino era spesso un incarico aggiuntivo per chi di fatto risiedeva nel cenobio di S. Maria a Majella. È il caso di Marino di Agnone (o da Anglona) - uno dei nomi maggiormente presenti negli annali del celestinianesimo altomolisano -, procuratore ed economo del priorato agnonese e, al contempo, rettore e poi abate della Chiesa di S. Croce, un frate spesso alle prese con cause terriere. L'encomiabile lavoro di geolocalizzazione effettuato dall'associazione culturale capracottese "Terra Vecchia" nel dicembre 2010 - nelle persone di Pasqualino Potena, Michele Carnevale e Sebastiano Conti - ha portato ad ipotizzare che il luogo in cui sorgesse la chiesa celestiniana di S. Croce di Verrino fosse ampiamente in territorio di Capracotta, al di sopra dell'odierno Parco fluviale del Verrino. Sebbene non vi siano prove murarie sufficientemente consistenti per confermare o meno l'ipotesi dei ricercatori capracottesi, posso dire che nella traduzione della "Narratio historica" che ho firmato per " L'inaudito e crudelissimo racconto ", ho avuto modo di scoprire che uno dei protagonisti, il calvinista slovacco György Lányi (1646-1701), durante la sua fuga del maggio 1675 che da Capracotta lo riportò in Germania, ebbe modo di ripararsi dalla pioggia battente in una piccola chiesetta ( aedes ) di Guastra da cui era possibile vedere casali diruti, molto probabilmente quelli di S. Croce o di S. Nicola della Macchia, la località più prossima. Una prova, questa, che avvalora il persistere della congregazione celestiniana in Alto Molise da cui promana tuttora un dolce odore di alpestre santità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Frugoni, Celestiniana , Ist. Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1954; B. Figliuolo, I priorati celestiniani molisani di Trivento e Agnone dalle origini alla soppressione (secoli XIII-XIX) , in G. Barone, A. Esposito e C. Frova, Ricerca come incontro. Archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu , Viella, Roma 2013; C. Borrello, Vindex neapolitanæ nobilitatis animadversio in Francisci Ælii Marchesii , vol. II, Ægidium Longum, Neapoli 1653; F. Bozza, Lezioni di storia celestiniana , Homeless Book, Faenza 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018; G. Lányi, Narratio historica, crudelissimæ & ab hominum memoria nunquam auditæ captivitatis papisticæ, necnon ex eadem liberationis miraculosæ , Lipsiæ 1676; J. Aurelien, La vie admirable de notre glorieux père saint Pierre Célestin , Guérin, Bar-le-Duc 1873; K. Borchardt, Die Cölestiner. Eine Mönchsgemeinschaft des späteren Mittelalters , Matthiesen, Husum 1994; L. Gatto, Celestino V: pontefice e santo , Bulzoni, Roma 2006; L. Pellegrini, «Che sono queste novità?». Le religiones novæ in Italia meridionale (secoli XIII-XIV) , Liguori, Napoli 2000; M. G. Del Fuoco e L. Pellegrini, Da Celestino V all'«Ordo Cœlestinorum» , Colacchi, L'Aquila 2005; U. Paoli, Fonti per la storia della congregazione celestina nell'Archivio segreto vaticano , Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2004; U. Pietrantonio, Il monachesimo benedettino in Abruzzo e Molise , Carabba, Lanciano 1988.
- Pel Comm. Falconi
Il 22 agosto con la corsa delle 2:12 p.m. il Comm. Nicola Falconi, proveniente da Napoli, fu di passaggo per questa stazione ferroviaria diretto a Capracotta. Un largo stuolo di amici, che sapevano del suo arivo, furono a salutarlo alla stazione per confermare ancora una volta all'illustre uomo la loro simpatia. Anche il Cav. Veneziale, venuto appositamente da Longano, volle andare a salutarlo. Il Comm. Falconi però era troppo commosso, perché chiamato telegraficamente in famiglia per la sorella malata. I presentimenti non tradiscono! Un'ora dopo il suo arrivo, potuto appena darle l'ultimo bacio, la diletta sorella spirava in grembo a Dio. Anche noi commossi a tanta sventura, mandiamo all'illustre Comm. Falconi ed al nipote Avv. Leonardo Falconi, figlio dell'estinta, le proteste più sincere del cuore, per la perdita della sorella e madre rispettiva Sig.a Concettina Falconi, associandoci al loro lutto di famiglia. Domenico Barbato Fonte: D. Barbato, Pel Comm. Falconi, in «Il Battagliere Indipendente», VII:15, Isernia, 1° settembre 1898.
- La Repubblica napolitana e l'Alto Sannio
La Repubblica napolitana è quella parentesi statuale che si viene a instaurare a Napoli, dal gennaio al giugno 1799, in seguito alla vittoriosa prima campagna d'Italia di Napoleone. La conquista della Penisola, infatti, rappresenta per Napoleone l'inizio di un cammino trionfale. Nel marzo del 1796, dopo l'uccisione del sovrano Luigi XVI, la nuova Francia rivoluzionaria viene attaccata dalle monarchie europee. Le truppe transalpine si dirigono in Germania per lo scontro decisivo ma il governo francese invia una modesta armata anche in Italia: circa 30.000 uomini, mal equipaggiati, alla cui guida c'è il giovane Napoleone Bonaparte, pronto a cogliere questa grande occasione. Tra il luglio 1796 e il febbraio 1797 l'esercito francese in Italia sconfigge Austriaci e Piemontesi, conquistando Milano e la Lombardia. Napoleone, non pago, valica le Alpi, minacciando persino Vienna. Il 17 ottobre 1797, col trattato di Campoformio, la Francia si annette la Lombardia ma cede Venezia e il Veneto agli Austriaci, causando il risentimento di molti patrioti italiani. Ha così inizio un effetto a catena in tutti i regni e ducati italiani, che si ribellano agli Austriaci, con la formazione di repubbliche anche in Liguria, in Emilia Romagna e a Roma, dove papa Pio VI è costretto ad abbandonare la Santa Sede. Le truppe francesi arrivano fino a Napoli, dove, accendendo le passioni degli illuministi meridionali, danno vita alla Repubblica napolitana. La capitale partenopea, che fin dal 1793 conteneva molti dei germi rivoluzionari, proclama la repubblica dopo che la disfatta di Civita Castellana, coi borbonici costretti alla ritirata davanti all'esercito francese guidato da Jean Étienne Championnet (1762-1800), aveva costretto il conte Francesco Pignatelli - vicario del re, visto che questi era fuggito a Palermo - a concludere il pesante armistizio di Sparanise: a molti liberali meridionali quella sembra l'occasione giusta per instaurare una repubblica sul modello rivoluzionario francese, nella quale le istanze illuministe possano finalmente trovare applicazione concreta. Detta Repubblica, però, nasce non prima dell'aspra guerra civile scoppiata tra controrivoluzionari sanfedisti e rivoluzionari filofrancesi, terminata con l'affermazione dei secondi, e vive un'esistenza travagliata, probabilmente a causa della scarsa adesione del ceto popolare a quegli ideali rivoluzionari d'importazione che hanno invece infiammato le élite intellettuali. Nel breve lasso di tempo in cui la Repubblica napolitana esiste, Championnet emana una serie di proclami, editti, sanzioni ed inviti, che vanno a modificare effettivamente l'organizzazione statale dell'ex Regno di Napoli, tra cui la legge «concernente lo stabilimento e la distribuzione de' Cantoni del Dipartimento del Sangro», firmata il 2 piovoso dell'anno VII che, nel nuovo calendario rivoluzionario, corrisponde al 21 gennaio 1799. Championnet decide di dividere quel territorio in 16 cantoni: Lanciano, Ortona, Palena, Atessa, Pescocostanzo, Castel di Sangro, Agnone, Baranello, Campobasso, Riccia, Trivento, Larino, Termoli, Serracapriola, Dragonara e Vasto. I comuni dell'Alto Sannio sono compresi tutti tra il 6° cantone, quello di Pescocostanzo, e l'8°, quello di Agnone, oltre a quello di Trivento, il 12°. A quel punto il «cittadino Aniello Nobile» compendia, con pressapochismo, il decreto rivoluzionario in una collezione, tant'è che nel sesto cantone inserisce «Pesco Costanzo, Revisondoli, Pietrabondante, Petranzieri, Colleangelo, Giuliopoli, Roscello, Civita Borrella, Civita Luparella, Buonanote, Fallo, Monte Negro, Monte Lapiana, Quadri, Gambarelle, Pizzo Ferrato e Pietra Ferrazzana». Nel settimo cantone include i comuni di «Castel di Sangro, Alfidea, Monte Nero, Acquasparta, Malacocchiara, S. Pietro, Castel delli Giudici, Campo di Giove, Crudoli, Rocca di Cinque Miglia, Rocca del Raso, Rimogna, Scontrone, S. Angelo, Valle Varrea, Civitella, Varrea, Rocca Tramonti, Opi e Peschio Asserole». Nell'ottavo cantone figurano i centri di «Agnone, Pescopignataro, Belmonte, Castelluccio, Cacavere, Begnuolo, Torella, Civitavecchia, Molise, Fusolone, S. Angelo in Grottola, Pescolanciano, Civitanuova, Chiavici, Castiglione, Carovilli e Vastogirardo». Infine Aniello Nobile inserisce nel dodicesimo cantone i comuni di «Trivento, S. Biase, Salcita, Peselatura, S. Salvatore, Castel Guidone, li Schiavi, S. Giovanni in Verde, Castiglione, G. di Jonata, Guardia Bruna, Torre Bruna, Monte Ferrante, V. M. S. Civitella del Conte, Colle di Mezzo, Baselice, Rocca Spinalberto, Fraino, Celenza di Trigno, Acqua Borrara e Rocca Vivara». Data la storpiatura dei toponimi, c'è da credere che nella raccolta del Nobile siano presenti molti refusi di stampa ma è altrettanto sicuro che alcuni comuni mancano all'appello, primo fra tutti Capracotta e poi Forlì del Sannio, Roio del Sangro o Villa S. Maria. Capracotta probabilmente non ha partecipato, o lo ha fatto in minima parte, al fervore rivoluzionario del 1799. Luigi Campanelli scrive che «quel nascente entusiasmo fu presto ammorzato presso il popolo, già di per sé scettico per l'antico e perseverato servaggio». Lo storico Alfonso Perrella, con riferimento al cosiddetto Albero della Libertà – elemento tangibile e simbolo supremo degli ideali rivoluzionari –, evidenzia poi che «in Capracotta non si ha memoria certa che si fosse piantato». A ciò aggiungiamo che la trascuratezza storiografica con cui Aniello Nobile confeziona nel 1799 la sua raccolta di editti sembra rispecchiare lo spirito con cui Capracotta prende parte alla Rivoluzione francese, uno spirito pressoché nullo. Il maggior contributo che la nostra cittadina apporta agli eventi del 1799 sta tutto nella persona di Maria Angela Rosa de Riso (1760 ca.-1815), duchessa di Capracotta, una donna modernissima, dal raffinato gusto estetico, che partecipa e organizza i salotti intellettuali nei quali l'illuminismo partenopeo cerca con urgenza un'applicazione concreta. Tuttavia, all'indomani della caduta della Repubblica, avvenuta il 13 giugno 1799 dopo la riconquista del cardinale Fabrizio Ruffo, la duchessa Mariangela, disperata e impaurita, è costretta a riparare in modo rocambolesco a Parigi dove, inizialmente «priva di mezzi [e] faceva debiti da per tutto», riceve finalmente un sussidio dal governo napoleonico di 200 franchi mensili. La vita della duchessa di Capracotta prosegue tra alti e bassi fino alla sua morte, sopravvenuta il 9 dicembre 1815 proprio a Parigi, capitale eletta di ogni uomo libero, di ogni vero citoyen du monde, in un'Europa che sta per inabissarsi nella Restaurazione. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Albanese, Cronache di una rivoluzione. Napoli 1799, Angeli, Milano 1998; B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, Laterza, Bari 1935; M. D'Ayala, Napoli nel terrore: 1799-1800, in «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», XCV:174, Roma, settembre-ottobre 1901; C. De Nicola, Diario napoletano, vol. I, Pierro, Napoli 1906; M. A. Macciocchi, Cara Eleonora. Passione e morte della Fonseca Pimentel nella Rivoluzione napoletana, Rizzoli, Milano 1993; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Nobile, Proclami, leggi, editti, sanzioni, ed inviti così del generale in capo Championnet, vol. I, Nobile e Bisogno, Napoli 1799; A. Perrella, L'anno 1799 nella Provincia di Campobasso. Memorie e narrazioni documentate con notizie riguardanti l'intiero ex Regno di Napoli, Majone, Caserta 1900; A. M. Rao, Esuli. L'emigrazione politica italiana in Francia: 1792-1802, Guida, Napoli 1992.
- Capracotta, Prato Gentile e Monte Campo
Il Molise, è una terra piccola nelle fattezze ma che racchiude al suo interno molteplici bellezze da scoprire. Una di queste è il comune di Capracotta che con i suoi 1.421 m. sul livello del mare si aggiudica il secondo posto sul podio dei comuni più alti dell'Appennino. I suoi 885 abitanti godono di una vegetazione florida caratterizzata da boschi di abeti bianchi e faggi che generano panorami inalterati dal tempo e dalla mano dell'uomo. Nonostante le origini medievali, nel corso del tempo e di varie ristrutturazioni ha assunto sembianze più moderne ma passeggiando tra le sue vie i mattoni delle mura, la legna fuori dalle porte, il fumo dei comignoli che invade l'aria pungente, mantengono un forte sapore montano. In inverno non è difficile imbattersi in paesaggi innevati divenendo così il luogo ideale per gli amanti degli sport sulla neve, è infatti nota per i suoi due importanti impianti: uno per lo sci alpino in località Monte Capraro e Monte Campo predisposto di seggiovia e l'altro per lo sci di fondo in località Prato Gentile, dove si svolsero nel 1997 i Campionati assoluti di sci di fondo appunto. E per chi non avesse questa passione ma volesse semplicemente perdersi tra suggestivi angoli di pace, una tranquilla ciaspolata sortirebbe i medesimi effetti benefici. Allo stesso modo la stagione estiva non mancherebbe di stupire, la natura spogliata del manto nevoso si concede lussureggiante nel verde dei prati e nelle innumerevoli sfumature floreali senza mai stancarsi di percorrerli. Un luogo da non tralasciare è il Giardino della flora appenninica posto a 1.525 m. e che si estende per oltre dieci ettari fino ad arrivare nel versante nord di Monte Campo. Si tratta di un orto botanico naturalein grado di ospitare e tutelare diversi habitat naturali grazie a diversi terreni disponibili. Rappresenta un esempio di vero amore per il proprioturismo naturalisticotanto da essere continuamente impegnato nella tutela dellabiodiversità. Ma dopo aver girato e faticato anche il palato è giusto che venga soddisfatto e l'aspetto culinario fa di questo posto un'eccellenza. Proprio d'estate, nella prima domenica d'agosto a Prato Gentile è tradizione gustare la Pezzata, piatto d'altri tempi legato alla transumanza, caratterizzato da agnello alla brace e da pecora bollita con erbe aromatiche seguendo le ricette originali dei pastori, tutt'intorno ai grossi calderoni usati per cuocere suddette prelibatezze, i gruppi folcloristici animano con musica e canzoni, ed è una gran festa per tutte le età. Insomma la quiete e il silenzio dell'inverno per un giorno, lasciano il posto a momenti di sana euforia. Ed è bene goderne perché come si dice da queste parti: "Alla prima acqua di agosto rimetti il busto". Cioè alle prime piogge di agosto rimetti vestiti pesanti, perché l'estate sta finendo. Le stagioni si ripetono com'è giusto che sia, ma questi luoghi trasmettono sensazioni sempre nuove e positive e una cosa è certa, quando si ha la fortuna di conoscerli si fa molta fatica ad andar via. Irma Alleva Fonte: https://magazine.dooid.it/.
- Capracotta!? Che nome buffo...
– Capracotta!? Che nome buffo ha questo paese? – esclama all'improvviso Claudia a spasso con nonno Matteo nella villa comunale. – Non è il solo paese in Italia ad avere un nome strano – ribadisce il nonno. – Pensa che in Puglia un paese si chiama Troia ed in Umbria un altro paese si chiama Bastardo. La nipotina, non soddisfatta, ne vuole sapere di più. Non la interessano gli altri paesi e le amichette che la invitano a giocare, vuole sapere perché Capracotta si chiama così e con aria incuriosita chiede al nonno: – Tu sai perché, nonno, questo paese si chiama Capracotta? – Certamente e, visto che lo vuoi sapere, proverò a spiegartelo anche se non sarà facile farmi capire per la tua tenera età. – No no, capirò perché tu sei molto bravo a raccontare le storie. – Le storie sì, la Storia però è un'altra cosa, cara piccolina, e tu non hai ancora le conoscenze basilari per comprendere i fatti che andrò ad esporti. – No, no, dai nonnino voglio sapere. – Va bene, cercherò di essere il più semplice possibile e partiremo da moltissimi secoli fa. E così si siedono sull'ultima panchina della villa comunale, Claudia si sistema la gonnina, e con attenzione si dispone vicino al nonno per ascoltare la lezione. Nonno Matteo si schiarisce la voce, farfuglia qualche parolina e dopo una breve pausa di concentrazione inizia la lezione. – Devi sapere, Claudia, che Capracotta ha una storia più antica di Pompei ed Ercolano. Tu conosci Pompei ed Ercolano? – Certo – ribadisce Claudia, – agli scavi delle due città vi lavorano mio padre e mia madre. – Le città antiche di Pompei ed Ercolano, – continua nonno Matteo, – furono fondate dai Romani e furono distrutte dal Vesuvio nel corso della più potente eruzione della sua vita. Il primo abitato di Capracotta, che non si chiamava così, fu fondato dai Sanniti e fu distrutto dai Romani. – Erano cattivi, i Romani? – ribadisce stizzita Claudia. – Non erano né buoni né cattivi, erano come tutti gli uomini di allora e di oggi. A volte buoni e a volte cattivi. Un po' come te, che a volte sei brava e a volte sei meno brava. – No, io sono sempre brava – si difende la bimba. – Va bene, scusa, sei brava, scherzavo. Devi sapere, allora, che gli antichi Sanniti vissero per molti secoli in due contrade del territorio di Capracotta e precisamente in località Guastra e Macchia. I Sanniti erano un popolo forte, dei montanari che, per loro sfortuna, però, si trovarono a far la guerra coi Romani per la conquista dei territori necessari alla loro sopravvivenza. La guerra durò moltissimi anni e si concluse con la sconfitta dei Sanniti. Nel territorio di Capracotta, oggi, ci sono molti reperti che testimoniano dell'esistenza di questo popolo. – Dove si trovano esattamente? – Alcuni, a pochi km. da Capracotta, sulla strada che porta ad Agnone, come ti dicevo prima, in località Macchia e Guastra. Qui si pensa che oltre alle case, naturalmente non come quelle di oggi, allora erano piccole e di legno, vi era anche una specie di Santuario dove le persone si riunivano per pregare i loro Santi. La sua esistenza è dimostrata dal ritrovamento, nella seconda metà del 1800, da parte di un contadino che stava arando la terra in quella zona, di una tavola di bronzo chiamata Tavola Osca, dove sono incise i nomi delle divinità venerate e le preghiere recitate dai Sanniti. Oggi La Tavola Osca è conservata in un importante museo di Londra. Altri reperti archeologici risalenti ai Sanniti si trovano anche su Monte Capraro, su quella montagna dove c'è la seggiovia. Si tratta delle mura ciclopiche. Una fortificazione costruita con grosse pietre poste a secco una sull'altra dai Sanniti per difendere i loro animali dai nemici. Oggi, sono visibili lunghi tratti dell'antica muraglia nonostante i circa duemila anni trascorsi dalla data di costruzione. – Vorrei andarla a visitare – implora con insistenza la bimba. – Ci andrai ma appena diventerai più grande, il grosso del tragitto si può percorrere in macchina, ma l'ultimo km. bisogna percorrerlo a piedi. È faticoso perché è un tratto tutto in salita e tu ora non sei in grado di affrontarlo. Appena diventerai più grande nonno o papà e mamma ti accompagneranno. Claudia si tranquillizza, chiede di bere. Il nonno si stiracchia un pò le gambe. Una breve pausa è d'obbligo per entrambi gli interlocutori e le distrazioni non mancano data la presenza rumorosa di amici, parenti e bambini che si godono il sole di questa magnifica giornata di agosto. Claudia viene catturata dalla cugina Eleonora. Di corsa sugli scivoli e sulle altalene della villa comunale. Nonno Matteo è avvicinato da alcuni estimatori del suo "Diario di Capracotta" che lo invitano per il giorno dopo a Santa Lucia per fotografare il meccanismo elettrico che verrà applicato alla campana della cappella. C'è anche chi gli chiede che tipo di fiore è quello riportato sulla copertina del Diario di quest'anno. Insomma la mattinata sembra concludersi in chiacchiere. Ma non è così, Claudia ritorna sui suoi passi, abbandona le amichette e si riavvicina al nonno per riprendere la storia di Capracotta. – Sei di nuovo qui? – esclama nonno Matteo. – Sì caro nonnino, non ho ancora capito perché questo paese ha un nome così buffo. – Va bene, fra poco riprenderemo la lezione. Intanto nonno Matteo saluta gli amici, riprende Claudia per mano e vanno a sistemarsi sulla stessa panchina in fondo alla villa, ancora libera forse perché troppo soleggiata. – Sediamoci qui, nessuno ci disturberà. – Va bene nonno, sono tutta orecchie. – Dove eravamo rimasti Claudia? – Alle mura ciclopiche nonno. – Le mura ciclopiche costituirono l'ultimo baluardo dei Sanniti, che, come abbiamo detto prima, furono sconfitti dai Romani e sparirono come popolo autonomo. I Romani, che avevano, un esercito molto forte oltre a sconfiggere i Sanniti sconfissero anche altri popoli italiani e stranieri, e diventarono i padroni del mondo per circa mille anni. Durante questo lungo dominio del popolo romano si sa niente di quello che è successo nel territorio di Capracotta. Di certo si sa, invece, che, al tempo delle invasioni dei barbari in Italia c'è stata presenza umana nel comprensorio e che il nome Capracotta apparirà ufficialmente nel 1040. – Chi erano i barbari, nonno, gente cattiva? – Erano popoli che venivano da molto lontano: dall'Asia, dalla Germania, dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Russia, ed da altre nazioni europee. Spinti dalle guerre, ad ondate, entrarono nei territori dell'Impero Romano e lo conquistarono. Anche l'Italia fu conquistata dai popoli barbari. Erano spietati e incutevano paura. Molte persone, soprattutto i religiosi, per paura di essere uccisi dai Barbari, si rifugiarono sui monti. Nel circondario di Capracotta successe così che alcuni religiosi per sfuggire al massacro degli infedeli si rifugiarono ancora sopra Monte Capraro. – E non avevano freddo su quella montagna? – Beh non vivevano all'aperto. Per vivere si costruirono un monastero. Resti di quel monastero sono ancora visibili sulla dorsale del monte. Si è scoperto che quell'eremo si chiamava eremo di San Giovanni ed era gestito da un certo padre Ruele che scrisse le regole in volgare e non più in latino. – Posso andarlo a visitare? – Certamente ma solo quando sarai grande perché è lontano e bisogna andarci a piedi e tu sei piccolina per poter fare una simile passeggiata. – Va bene nonno. E dopo che succede? – Succedono tante cose. Con l'arrivo dei barbari cambia la storia italiana e così anche la storia di Capracotta. – Davvero, e che succede di tanto sconvolgente? – Succede che Capracotta diventa paese e verrà chiamata appunto Capracotta. – Finalmente saprò perché il paese si chiama così e chi la chiamata così! – Tra i tanti popoli barbari che arrivarono in Italia ci furono anche i Longobardi. I Longobardi erano una popolazione germanica orientale che, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. – E arrivarano anche a Capracotta? – Sì, Claudia. E furono proprio questi Longobardi arrivati nel nostro territorio a fondare il paese e a dargli il nome di Capracotta. – Non ci posso credere! – interrompe Claudia tutta stupita. – E perché proprio Capracotta? – La risposta è semplice. Questi popoli quando conquistavano un nuovo territorio uccidevano una capra e donavano la testa al dio Thor in cambio della sua protezione. E così arrivati a Capracotta eseguirono il rito propiziatorio e assieme ai pochi abitanti del posto decisero di chiamare il nuovo abitato Capracotta proprio come la capra uccisa. – E dove si trovava il vecchio abitato? – A quei tempi il paese era molto piccolo e comprendeva l'area dove oggi c'è la Chiesa Madre e i giardinetti del Belvedere. Col passare dei secoli Capracotta, però, diventerà sempre più grande e subirà diverse dominazioni. – Che significa dominazioni? – chiede Claudia. – Significa che altri popoli avranno il comando di Capracotta secondo le varie dinastie che si succederanno nella dominazione del resto d'Italia. E così dopo i Longobardi, arrivarono i Normanni. Reperti normanni sono stati rinvenuti anche nella zona di Monte Forte. Dopo i Normanni, Capracotta passò sotto il Regno di Napoli e praticamente lo è stata sino alla formazione dello Stato Italiano. – Dove abitiamo noi – precisa la bambina molto attenta alla lezione del nonno. Un piccolo sbadiglio di Claudia fa capire che la stanchezza comincia a farsi sentire. Uno sguardo all'orologio. – Oh! è ora di pranzo! Dobbiamo andare. E nonno Matteo e la nipotina Claudia si incamminano vero casa. Percorrono corso Sant'Antonio, piazza Falconi, via Roma, via Leonardo Falconi e finalmente a casa, dove nonna Maria li accoglie rimproverando nonno Matteo per il ritardo. – Nonno Matteo è bravo – interviene Claudia. – Mi ha detto tante cose belle sulla storia di Capracotta e domani mi deve raccontare tante altre cose belle sul paese, tu non devi sgridarlo. Poi tutti a tavola, anche il piccolo Matteo, il fratellino di Claudia, che nonostante ha appena finito di mangiare, si riaccomoda sul seggiolone sgranocchiando un pezzo di pizza all'olio. Claudia ripete con gioia quello che ha appena imparato dal nonno e si mostra sempre più entusiasta della sua permanenza a Capracotta. – Ora so chi ha fondato Capracotta e chi l'ha chiamata così. Sono stati i Longobardiii – ripete Claudia, con soddisfazione e con aria da saputella. – La storia di Capracotta continua, – le ricorda il nonno. – La lezione non è ancora finita. – Sono pronta a riprendere la lezione, nonno, cosa è successo dopo la fondazione del paese? Si siedono sul divano di casa e nonno Matteo riprende la spiegazione. – Come anticipato, Capracotta per molti secoli fu assoggettata al Regno delle Due Sicilie. In questo lungo periodo molti sono stati i duchi napoletani che hanno comandato a Capracotta. E i palazzi più importanti esistenti in paese risalgono proprio a quel periodo storico. Tra questi: l'attuale palazzo comunale e il palazzo che ospita la residenza per anziani. Costruzioni imponenti realizzate sulle rocce del massiccio capracottese. – C'è ancora il duca di Capracotta? – chiede Clauda. – Certo che c'è, anche se non comanda più a Capracotta. Vive a Napoli e si chiama Capece Piscicelli Piromallo. Devi sapere che a Napoli, Ercolano e Massa di Somma esistono altrettanti palazzi Capracotta, appartenuti alla nobiltà napoletana. – Dopo l'Unità d'Italia i duchi perdono il potere e Capracotta diventa un paese della Repubblica Italiana. Diventa un paese sempre più grande e molto ricco grazie agli allevamenti di pecore. Nel 1943 nel corso della Seconda guerra mondiale viene distrutto dall’esercito tedesco in ritirata. Dopo il 1945 viene ricostruito e diventa uno dei paesi più importanti del Molise, soprattutto, per le piste di sci. Oggi Capracotta è una località turistica, con tante bellezze naturali e strutture ricettive importanti, molto frequentata sia nei mesi estivi sia nei mesi invernali da tanti vacanzieri come te. – Tu, nonnino, vuoi bene a Capracotta? – Sì, nipotina, è il paese dei miei nonni, dei miei genitori che porto sempre nel cuore. Spero che piaccia anche a te per averti a Capracotta anche quando sarai grande. – Anch'io voglio bene a Capracotta. Gli vogliono bene anche mamma e papà e ci torneremo sempre. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, Capracotta!!?? Che nome buffo..., in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
- Teoria della montagna
La terra di montagna è aspra e inospitale. Aspra e inospitale è la gente che la abita. Questa prima legge della montagna la dice lunga sulla popolazione capracottese. Eppure in essa alberga un'inguaribile vena romantica, un'appassionata ricerca di qualcosa d'altro, una tenace tendenza a rendere nuovo ed anticonvenzionale ciò che per definizione è vecchio e stantio. Questa inclinazione, che durante la successione generazionale è diventata genetica, è figlia di un adattamento alla terra di montagna che ha obbligato la sua gente a inventare soluzioni, affinando lo spirito creativo, e ad ottimizzare le proprie risorse, migliorando di conseguenza il lato razionale dell'ingegno. Siffatto coacervo di utopia e realismo, di prosa e poesia, di sacro e profano, ha fatto sì che la popolazione capracottese non piangesse troppo per i drammi della guerra o per i prolungati fastidi dell'inverno siberiano od ancora per l'emigrazione che qui ha assunto i connotati di una diaspora etnica. Paradossalmente questi lati oscuri hanno spinto le genti di questa montagna ad alleggerire il senso della vita e, di conseguenza, della morte. Dall'alto della montagna tutto appare piccolo e insignificante, un brulicante ammasso di formiche indaffarate a muoversi e costruire, inconsce della vanitas - ovvero della fugacità - che tutto avvolge ed inghiotte. V'è dunque una qualche forma di nichilismo ragionato in questa terra. Le conseguenze maggiormente evidenti di tale status quo sono da ricercarsi nei contrasti culturali di questo popolo, in un folcloristico ritratto del Centritalia dove religione e paganesimo vanno a braccetto, in cui le tante chiese mostrano la legittima arroganza di un popolo che col divino ha sempre vissuto un rapporto difficile. Esiste perciò una fede religiosa apparente, una sorta di credito a tempo determinato verso Dio perché se il cielo di Capracotta sa essere accomodante nelle sue floride estati, baciando i visi delle migliaia di capracottesi che si trovano a condividere i propri ricordi in quei pochi giorni d'agosto, lo stesso cielo sa prendere la forma di un castigo divino quando costringe i suoi sottoposti a inverni interminabili che riversano metri di neve da novembre ad aprile. E, come un'eruzione vulcanica distrugge per poi fertilizzare, anche qui le terre e gli animi degli uomini si svegliano rinnovati dopo l'inverno glaciale. Tutto torna al suo posto e si possono cominciare, senza certezza alcuna di poterle terminare, tutte quelle attività che rendono prezioso questo luogo. Regna sovrano sulla terra di montagna un senso di incertezza assoluta. È facile comprendere che questa incertezza si aggiunge alla transitorietà della vita, incerta per definizione, cosicché l'esistenza di questo popolo diventa un fenomeno estetico, un universo parallelo con leggi e costumanze avulse. Ontologicamente, si potrebbe azzardare l'ipotesi che Capracotta non esista nemmeno, essendo tangibile solo nell'effimero momento in cui prende coscienza di sé. La terra di montagna è invidiata od invisa. Invidiata ed invisa è la gente che la abita. Con la seconda legge della montagna veniamo a conoscenza della boria di questa terra. Chiunque, a Capracotta come nel mondo, va fiero di questa natura contraddittoria. Gli impedimenti ambientali che in privato richiamano improperi e maledizioni, pubblicamente diventano un'orgogliosa e tracotante difesa del succitato status quo. L'esistenza di ostacoli storici e naturali non ha impedito ai capracottesi di eccellere nella sartoria e nell'artigianato, tenendo viva una secolare tradizione pastorale. L'unicità della gente capracottese la ritroviamo persino nell'istituzione dello Sci Club, in un angolo d'Italia in cui mentalità e risorse non consentivano azzardi simili. Eppure, oltre un secolo fa, alcuni pionieri portarono quello che, mancando allora un'appropriata traduzione, si chiamava ski. Senza nascondere, poi, che presso i nostri vicini Capracotta continua a subire l'ingiuriosa satira di chi la crede un posto abitato da zingari piuttosto presuntuosi, e in cui solo i pochissimi residenti potrebbero fregiarsi della qualifica di capracottese, addentrandosi in un discorso che diventa antistorico perché dimentico del respiro internazionale proprio di questa gente. Ancor più del generico emigrato italiano, l'emigrato capracottese porta nella valigia non solo le suppellettili e i ricordi di famiglia, ma anche uno skyline ben definito, un tremendo spulverizze, una fortuna da cercare e un biglietto di ritorno a data da destinarsi. I profili montuosi sono qui una materia da plasmare secondo le necessità del tempo. E, a dispetto della campagna, la terra di montagna è dura da lavorare ed offre pochissime soddisfazioni e rarissime gioie. Il contadino cela il pianto ma dentro di sé si erge un mostruoso guazzabuglio di malora, un'inconsapevole voglia di fuggire, dove e quando non si sa. In montagna si è istrioni per definizione e la comédie humaine diventa una sorta di teatro a cielo aperto, ventiquattr'ore al giorno, dall'inizio dei secoli. Questa caratteristica farsesca causa invidie e gelosie nell'hinterland perché evidenzia un'assenza di genio, un vuoto culturale, una mancanza di capacità esplorative. Così come in guerra sono gli sconfitti a recitare la parte degli zimbelli, anche a Capracotta noi troviamo una popolazione per troppo tempo abituata allo scherno. Ma ogni sconfitta porta con sé fermento e voglia di rivincita, tanti rimpianti e pochi rimorsi, cosicché il romanticismo sembra diventare l'unica istituzione fondativa dell'esistenza. Allo stesso modo, Capracotta rincorre da sempre i suoi fantasmi e si aggrappa a tutti i treni che passano, tentando di arrivare un po' più in là degli altri, prima degli altri, meglio degli altri. Il conseguimento dell'obiettivo diventa secondario. A contare è il tragitto, ovvero il percorso culturale entro il quale incanalare le energie e le risorse fisiche e materiali di questa gente. Arte, letteratura, pastorizia, imprenditoria, turismo, artigianato, scienza, politica. Ogni istanza trova qui una qualche contaminazione. La terra di montagna è cangiante e mutevole. Cangiante e mutevole è la gente che la abita. La terza legge della montagna, infine, ci mostra il lato più dinamico di questa terra e spiega, senza bisogno alcuno di dimostrazione, che questa gente è in continuo movimento. In montagna tutto perde un senso definit(iv)o: v'è solo l'agognata certezza che il Tutto di oggi non sarà come il Nulla di domani. La natura frana sotto i colpi della pioggia e del ghiaccio, il clima cambia la sua fisionomia e si fa più freddo e più torrido, la popolazione muore di vecchiaia, la gioventù non ricambia chi parte per il lungo viaggio e poco apprende della lezione sociale di questa terra. La mutevolezza diventa quindi l'unico dato incontrovertibile di questa popolazione, a tratti lunatica di per sé. Come un fiume che tutto trasporta verso il mare, anche qui gli avvenimenti e le persone hanno trascinato questo luogo difficile in un non-luogo ancor più impervio, costellato di assenze, di recalcitranti chiusure, di farraginosi scambi intellettuali, di stucchevoli rapporti sociali. Una qualche forma di (auto)critica si fa necessaria in una terra che troppo ha guardato avanti, sognando una nuova Atlantide fatta di benessere e sviluppo, ma dimenticando cosa aveva tra le mani. Nell'attualità immediata questo discorso potrebbe, senza cambiare molto gli accenti, esser traslato all'intero corpo nazionale. E così anche questa mia inutile elegia per Capracotta non lascerà fortunatamente traccia, cadendo nel vuoto delle cose dette a metà, riferite senza giusta causa, nascoste sotto il velo dell'apologia e dell'esaltazione campanilistica. Come stelle cadenti, tutti i nostri pensieri capracottesi sfavilleranno ancora un poco nel firmamento e poi scompariranno per sempre nell'abisso universale, fagocitati dallo spavento supremo della morte. Ad oggi Capracotta non merita null'altro perché ha già avuto tutto; ma la Storia ha deciso che il suo destino doveva compiersi a fasi alterne, sull'altalena dei successi e delle sconfitte, dei legami indissolubili e poi dello spopolamento. Questa terra di montagna potrà rinascere solo quando la cultura tornerà di nuovo padrona. Nelle verosimili parole di Platone, «i mali [...] non cesseranno di tormentare gli uomini finché la razza dei puri e autentici amici della saggezza non prenderà il potere e finché i capi delle città non si metteranno veramente, per grazia divina, a filosofare». Capracotta diventa vera solo nel pianto di chi la lascia e la prende nuovamente come una donna dedita al tradimento. Questa è la città dei nostri padri. Ma non morirà tra le mie braccia. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Teoria della montagna, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Vita del P. Fr. Antonio da Capracotta Predicatore
Dopo una lodevole vita, colla quale illustrò la sua Provincia di Sant'Angelo, ottenne di terminare in quest'anno i suoi giorni con una felicissima morte il Padre Frate Antonio da Capracotta Predicatore. Aveva egli sortita un'indole assai inclinata alla pietà; onde coll'ottimo indirizzo de' Genitori insin dalle stesse culle incominciò a temere, ed amar Dio; e crescendo col crescere degli anni questi primi semi di Cristiana pietà, ancor essendo trasportato a Napoli per attendere di grado in grado alle belle lettere, poi alla Filosofia, indi alle Giureprudenza, sempre si mantenne costante nello stesso esemplare tenor di vivere. In fine, sentendosi chiamato internamente all'abbandono del secolo, elesse di servire a Dio tra i Cappuccini della Provincia di Sant'Angelo, e nel giorno consecrato alle glorie di sant'Antonio da Padova col nome del Santo vestì ancora il Serafico Abito. Terminato l'anno della probazione, ed ammesso alla professione de' voti, parvegli, che non fosse sufficiente bersaglio alle mosse del suo fervido desiderio il trattenerli nell'esercizio delle sole comuni asprezze dell'Ordine nostro; ed aspirando a maggiori accrescimenti, intimò colle guide della santa ubbidienza una tal aspra guerra alla propria carne; che parve insino, che la volesse con tutti li suoi sensi, non solo assoggettata, ma quasi annientata sotto il dominio dello spirito. Stendeva i digiuni di solo pane, ed acqua, quasi al giro di tutto l'anno; e se in qualche particolare giorno di Festa doveva per ordine de' Superiori alquanto rallentare il rigore, ed usar qualche indulgenza al suo corpo, credeva di concedergli molto coll'ammettere una sola insipida minestra. Portò sempre in tutte le stagioni dell'anno un solo rappezzato, asprissimo, e logoro Abito, con al di dentro l'intreccio di molte nodose funicelle, per essere in questa guisa insiememente coverto, e del continuo tormentato. Ricusò sempre l'uso de' sandali, ed insinché visse, camminò a piedi affatto ignudi, ancora trattandosi di andar per le nevi, per i ghiacci, per i sassi, e per le spine, e lasciandovi spessissimamente impresse le vestigia del sangue sparso. Frequentissime dippiù, ed insino al sangue erano le sue flagellazioni, non mai dandosi pago d'infierire con nuove fogge di asprissimi patimenti contro del proprio corpo, da lui sempre considerato, e trattato, come suo giuratissimo nemico. Dal perpetuo silenzio, del qual era Osservator tenacissimo, sarebbesi quasi creduto un Uomo senza lingua; perché, sebbene spinto dalla carità, facilissimamente, e spontaneamente si affaccendasse a tutta sua possa nel servigio d'ogni Religioso; ad ogni modo non mai per questo rompeva il suo inviolabile silenzio, ma, impiegato nell'eterne faccende, portava sempre internamente rappresentato Dio alla sua mente, avendo in pronto un qualche celeste mistero, o della passione di Gesucristo, per oggetto continuo delle sue meditazioni. Eseguito quello, che far doveva per le indigenze de' Religiosi, e non essendo in altre cose occupato da i Superiori, ritiravasi a far Orazione nel Coro, ed ivi a molte ore perseverava con estremo contento del suo spirito inebbriato delle celesti dolcezze. Per godere più abbondantemente di queste divine delizie nell'orare, non concedeva alle stanche sue membra, se non un riposo brevissimo; e scendendo nella Chiesa pria del suonare del Mattutino, ed ivi durandola fino al tempo delle prime ore diurne del seguente giorno, se ne stava del tutto immobile, e come affatto privo di senso, non ascoltando quello, che gli si diceva, o faceva d'intorno, ancora con molto strepito. Abitava una volta nel Convento del Vasto; e dopo l'aver celebrata la Messa, facendo il solito suo rendimento di grazie con un lungo esercizio di Orazione mentale, fu rapito in una dolcissima estasi; il che avvertito da un Religioso, che abbisognava dell'opera del Padre Antonio, gli si accostò, lo chiamò ad alta voce, lo scosse ancora con violenza, ma senza che mai l'Estatico ritornasse in se medesimo, né di certo sarebbe stato prestamente restituito all'uso de i sensi, se non fosse sopravvenuto il suo Confessore, alla voce del quale subitamente ubbidì. Questi rapimenti succedevano di frequente al Servo di Cristo tralle sue continue meditazioni, e presso la sua Provincia era in un gran credito di santità; e però il Padre Guardiano dello stesso Convento del Vasto, intendendo un giorno dal Cercatore, che non vi era pane sufficiente per due soli Religiosi, non avendolo potuto trovare dopo le più diligenti sollecitudini nel farne l'accatto, ordinò al Padre Antonio di chiederlo, ed ottenerlo da Dio colle sue Orazioni. Fu eseguito subito il comando dall'ubbidientissimo Padre; ed appena terminata una breve Orazione, ricercata nuovamente quell'arca, nella quale conservavasi il pane, ed era poco dinanzi stata veduta del tutto vuota, fu ritrovata ripiena fino alla sommità di fresco, e bianco piane, provveduto da Dio con evidente miracolo, ed in questo modo fu rimediato, non solo bastevolmente, ma con tutta l'abbondanza alle indigenze de' Frati. Stava infermo a morte il Signor Ippolito Veiferri, Canonico della stessa Città, e per asserzione de' Medici non trattavasi, che di pochissime ore al fine del di lui transito. Vi fu tra i Domestici chi gli disse di chiedere 1'ajuto delle Orazioni del Padre Antonio, avuto in comune credito di Canto Religioso: ma, perché il Canonico era poco affezionato a i Cappuccini, ne faceva un manifesto rifiuto. Sapendolo nondimanco l'Uomo di Dio, mosso da interno impulso di carità, si portò a visitare il moribondo Prete, e gli dise, che per ogni modo voleva pregar Dio per lui. Orando adunque il Padre Antonio nella Chiesa del nostro Convento, mentr'era il Canonico ridotto quasi alle ultime agonie in sua casa, ecco che ad un tratto all'Infermo preso da un leggerissimo sonno apparvero nell'Abito de' Cappuccini il Serafico Patriarca San Francesco, e Sant'Antonio da Padova, il primo de' quali rivolto al Canonico, gli parlò con questo espresso rimprovero: – Perché tu non sei amante de i miei Figliuoli meriterai supplizio, e non grazia; ma, perché per te prega il mio Antonio, il Clementissimo Dio ti ridona la sanità. Disparve la visione, e dettato il Canonico, si trovò con tanta perfezion risanato; che, fatto giorno, poté uscire di casa, ed andare al Convento de' Cappuccini, dove, trovato il Padre Antonio, lo ringraziò della salute ottenutagli colle sue preci; indi a lui, ed a tutti li Religiosi raccontò quel, ch'eragli accaduto, dimostrandosi sempre nell'avvenire parzialmente amorevole de' Cappuccini. Nella santa, e continua Orazione, era parimente invertito da quell'ardore di spirito, col quale predicava la divina parola; perchè, egli nulla punto curando la vana pompa dell'eloquenza, che si attiene alle regole sole dell'arte, pieno di sommo zelo, predicava unicamente Gesucristo Crocifisso, non avendo alcun timore ancora dei più potenti del secolo, quando trattavasi d'inveire liberamente contro del vizio. Colla forza delle divine Scritture, coll'autorità de' Santi Padri, e col suo Appostolico fervore, si spingeva cotanto apertamente contro dell'empietà; che, dovunqu'egli predicava, più non si vedevano, ed udivano omicidj, bestemmie, crapule, vendette, ubbriachezze, e qualunque altra pubblica corruttela può difformare i popoli: laonde a testimonianza de' Parrochi, tutte le loro gregge col terminar delle prediche del Padre Antonio rinate veramente si conoscevano ad una nuova vita di spirito. Tanto poi numeroso era il concorso de' popoli alla predicazione di quest'Uomo di Dio, che spessissimamente astretto veniva a predicare alla foltissima adunatasi moltitudine sulle piazze, o nella vasta pianura di qualche aperta campagna: e sebbene parlasse con sorprendenti, e convincenti massime, che facilissimamente ritiravano gli Ascoltatori dal seguito del peccato, e loro infilavano l'amore alla virtù; l'esempio però, e l'asprezza della vita, e la nota santità del Predicatore, servivano d'un più forte stimolo all'udienza per arrenderli alle persuasive d'un'Uomo cotanto accreditato. Più volte fu eletto Superiore, Maestro de' Novizj, e Diffinitore di tutta la sua Provincia, ed in quelli gradi sempre fece vedere un'amministrazione diretta con tutte le regole della carità, della prudenza, del zelo, e principalissimamente dell'esemplarità della vita; né l'esser egli, come accennammo, austero, e quasi crudele con se medesimo, faceva poi, che un'egual rigidezza praticasse co' Sudditi; che anzi facilissimo era alle piacevolezze, ed alle indulgenze, ove però non v' intravenisse alcuna minima lesione della regolar osservanza: onde poi ne avveniva, che tutti li Religiosi gli fossero affezionatissìmi, e più insistessero nell'esatta custodia delle nostre leggi. Quando poi per alcun commesso difetto doveva correggere, ed ancora castigar qualche Suddit, lo faceva con solo, e tenero amor di Madre, ed in quella stessa penitenza, che far doveva il difettuoso Fratello, egli pure voleva esser Compagno, eseguendola unitamente nel pubblico Refettorio. Tra le cose, che più zelava, era una cieca, e pronta ubbidienza, ed in questo accadde, mentre governava il Convento del Vasto, un evidente prodigio, ch'ebbe ad esigere tutte le maraviglie de' Frati. Già da gran tempo negava il Cielo la pioggia a quel distretto; e però tutte le campagne all'intorno quasi erano interamente seccate, ed isterilite, ed alla comune disavventura soggiacevano gli erbaggi del nostro Convento. In un giorno però, nel quale il Cielo era totalmente sereno, ordinò il Padre Antonio, che si trapiantassero i cavoli per uso de' Religiosi; e quantunque a tutti sembrasse un affaticar senza frutto, pure fu eseguito immediatamente il comando. Mentre i Frati stavano attualmente impiegati in questo lavorio giudicato affatto inutile: – Non dubitate – disse loro; – nella seguente notte avremo l'acqua in quell'abbondanza, che si desidera; – e così fu, perché venne una pioggia sì copiosa, che i cavoli fissarono le radici, e prestissimamente crebbero per il pascolo de' Frati, i quali ad una voce dicevano, che il loro Superiore, o con profetico spirito aveva predetta la pioggia, o l'aveva ottenuta colle sue Orazioni. Il Signor Piero Zampino, Cittadino d'Isernia, e pio, e sollecito Medico de' nostri Religiosi, dando per intraprendere un viaggio, si portò a visitare il Padre Antonio, e lo supplicò ad assisterlo presso Dio colle sue preci, acciocché in quel viaggio gli succedessero le cpse prosperamente: – Tutto riuscirà bene, o Amico, – gli rispose il Servo di Cristo, – perché Voi colla vostra carità vi siete meritato il patrocinio del Padre San Francesco, e Voi lo palperete coll'evidenza; perché in questo cammino sarete assaltato da i vostri nemici, ma coll'assistenza del Serafico Patriarca uscirete illeso dalle loro insidie. Così appunto avvenne. Dopo tre giorni ebbe il tristo incontro di alcuni, che gl'insidiarono la vita, e fu investito con tre colpi di archibuso; ma coll'invocar San Francesco in suo ajuto, e con manifesto miracolo, scampò sano, e salvo da quel pericolo. Adorno in fine di molti divini doni, ed a Dio carissimo, s'infermò gravemente nel Convento di San Giovanni Rotondo; e bastevolmente provato con una lunghissima, ed ammirabile pazienza, e già sentendo internamente l'invito del suo Dio, che lo chiamava all'eterna mercede, ricevuti tutti gli ultimi Sacramenti, placidamente esalò l'anima tra gli amplessi, ed i baci del Crocifisso. Morto il buon Servo di Dio, il Padre Bonifacio da San Germano, Sacerdote di sperimentata virtù, il qual aveva una perfetta notizia della santità del Padre Antonio, sebbene lo credesse già introdotto nell'eterna beatitudine, ad ogni modo desiderava un particolare segno della di lui gloria, e fu subitamente esaudito; perché, mentre orava, gli fi presentò l'Uomo di Dio in un gioviale sembiante, e tutto all'intorno circondato di splendentissimi raggi; e nell'averlo chiaramente veduto, si sentì ristorato l'animo con ammirabile dolcezza di spirito. Silvestro da Milano (trad. di Giuseppe da Cannobio) Fonte: S. da Milano, Annali dell'Ordine de' frati minori cappuccini, vol. III, libro II, trad. it. di G. da Cannobio, Frigerio, Milano 1744.
- D'Annunzio e Capracinta
Il mio lungo lavoro su quella che ho definito letteratura capracottese, ovvero la mole di romanzi, saggi, scritti, articoli e relazioni di autori capracottesi, o in cui viene menzionata la cittadina di Capracotta, mi ha avvinto all'artista più eclettico e straordinario - se non il più importante - del primo Novecento: Gabriele d'Annunzio. Più precisamente il mio studio m'ha condotto tra le pagine de "La figlia di Iorio", «tragedia pastorale di 3 atti», come la definì il Vate stesso. Scritta nel 1903 e pubblicata l'anno seguente per i tipi dei fratelli Treves, "La figlia di Iorio" è una storia d'amore, di magia e di violenza tutta ambientata in Abruzzo. La prima rappresentazione avvenne al Teatro Lirico di Milano il 2 marzo 1904 ed ebbe un successo mediocre tanto che d'Annunzio, sperperando quasi tutti gli introiti in beni di lusso, entrò in una interminabile spirale di debiti. Nei piani originari la protagonista femminile avrebbe dovuto essere Eleonora Duse (1858-1924) - musa dannunziana per eccellenza - ma la loro relazione amorosa era in crisi e il poeta le preferì la più giovane Irma Gramatica (1867-1962). Ispirata a un quadro di Francesco Paolo Michetti, la vicenda è ambientata nel minuscolo borgo di Taranta Peligna, nel Chietino, il giorno della festa di San Giovanni. Quasi ci trovassimo in una versione abruzzese e bucolica della Medea, i protagonisti maschili della tragedia dannunziana sono Aligi e suo padre Lazaro (di Roio del Sangro), che si disputano Mila di Codro, «prostituta campestre» nonché incantatrice acclarata, figlia dello stregone Iorio per l'appunto. Così come nella tragedia di Euripide, anche qui la storia termina nel peggiore dei modi, tra omicidi e roghi, con la differenza che a pagare lo scotto con la propria vita è la protagonista femminile, Mila. Al di là della trama e di una sua possibile e infinita interpretazione critica, ciò che mi preme segnalare qui è contenuto nella seconda scena del secondo atto, quando ad Aligi e Mila, che convivono forzatamente e castamente nella Grotta del Cavallone, appare san Cosma, il santo medico, col quale intavolano un favoloso dialogo. Aligi avrà modo di dirGli: Mi partii per lo stazzo dopo vespro, la vigilia di San Giovanni. All'alba io mi trovai di sopra a Capracinta e stetti ad aspettare il sole. E vidi dentro dal cerchio sanguinare il capo del Decollato. Poi venni allo stazzo, ripresi a pasturare e a dolorare. E mi parea che mi durasse il sonno e la mandra brucasse la mia vita. Allora il cuore mio chi lo pesò? O Cosma, vidi prima l'ombra e poi la sua persona, là, sul limitare. Era il giorno di Santo Teobaldo. Stava seduta questa creatura sopra la pietra; e non poté levarsi ché i piedi eran piagati. Disse: «Aligi, mi riconosci?» Io dissi: «Tu sei Mila». E non parlammo più, ché più non fummo due. Né quel giorno ci contaminammo né dopo mai. Lo dico in verità. Chi avrà la bonta di leggere "La figlia di Iorio" capirà che la storia è ambientata in un luogo sospeso, indefinito, «per suggerire l'intemporalità stessa delle realtà descritte». Questo è ancor più vero in almeno tre toponimi che l'immaginifico d'Annunzio utilizza e che non son tracciati su alcuna carta geografica: Norca, Acquabona e Capracinta, quest'ultimo presente nel frammento che vi ho presentato poc'anzi. Per la maggioranza della critica - tra cui il valido pedagogo Emidio Agostinoni (1879-1933) - questi nomi sono funzionali a «suggerire un'indistinta montagna abruzzese», tanto che in Abruzzo e Molise non c'è alcun valido toponimo col suffisso capra se non quello di Capracotta, paese di montagna per definizione altimetrica. Né credo che possa trattarsi delle due Caprafico (frazione di Casoli e di Teramo), di Capragrassa (contrada di Atessa) o di Caprara d'Abruzzo (frazione di Spoltore), vista la loro marginalità storica e l'altitudine. D'altronde, Capracinta non esiste se non come nome proprio, nello specifico quello d'un bandito, d'un ladrone ché, come scrisse il Tommaseo, era «famoso quel Capracinta». D'Annunzio, che aveva cantato più volte il suo Abruzzo, di cui conosceva a fondo le tradizioni ancestrali, dalla pratica della transumanza ai residui dei riti pagani, probabilmente conosceva pure Capracotta, perché questa partecipava attivamente e grandemente alla migrazione delle greggi e forse la conosceva pel suo carattere polare, magico, inaccessibile, nonostante non vi siano prove documentali o testimonianze che possano confermare questa mia congettura. Ed è per l'assenza di tali prove che ho deciso di non inserire quest'opera dannunziana nella mia "Guida alla letteratura capracottese". Credo tuttavia che si prefigurano ampi sentieri di ricerca bibliografica e filologica per confermare o meno la mia ipotesi su Capracinta = Capracotta e certamente, in futuro, approfondirò l'intera opera del Vate e in particolare "La figlia di Iorio", un'opera che tutti gli abitanti d'Abruzzo e Molise dovrebbero conoscere e apprezzare. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Andreoli, La figlia di Iorio: cent'anni di passione, Atti della mostra, Pescara, 30 settembre-8 dicembre 2004; G. d'Annunzio, La figlia di Iorio, Treves, Milano 1904; E. Duse, La figlia di Iorio: «Era mia, era mia e me l'hanno presa!». Lettere inedite di Eleonora Duse a Gabriele d'Annunzio, a cura di F. Minnucci, Ianieri, Altino 2004; Euripide, Medea, a cura di L. Correale, Feltrinelli, Milano 2008; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; L. Piccioni, Storia del turismo in Abruzzo. Viaggiatori, villeggianti e intellettuali alle origini del turismo abruzzese: 1780-1910, Polla, Cerchio 2000; N. Tommaseo, Dizionario estetico, Reina, Milano 1852.
- Ed io mi sbattezzo...
In polemica col parroco di Capracotta che sta costruendo la casa canonica a ridosso della Chiesa Madre, l'imprenditore Ermanno D'Andrea ha chiesto di essere cancellato dal registro dei battezzati della sua comunità e il suo esempio sta contagiando parecchi suoi concittadini. A Capracotta, da qualche tempo, è in corso una battaglia che sta assumendo toni sempre più inquietanti. La questione al centro della disputa riguarda in definitiva la tutela dei beni culturali e del patrimonio pubblico, oltre che l'utilizzo oculato delle risorse che appartengono alla comunità; i contendenti sono il parroco del paese Don Elio Venditti ed Ermanno D'Andrea, imprenditore metalmeccanico attivo in Lombardia ma nativo di Capracotta, del quale reiterate volte si è occupato il Sole 24 Ore, segnalando il suo gruppo come una delle eccellenze produttive del nostro Paese e che da circa un decennio, per affezione, è tornato nella sua terra e fra la sua gente, realizzando progetti di smagliante innovazione. Va inoltre sottolineato il suo ultradecennale impegno umanitario ed economico per l'Africa, dove ha finanziato l'edificazione di scuole e di attività produttive. I progetti realizzati o in via di completamento nel Molise, fra Castel del Giudice e Capracotta, in settori differenti, hanno creato occupazione per almeno un centinaio di persone. A Capracotta, Ermanno D'Andrea è stato promotore e finanziatore, con la collaborazione del Comune e di alcuni cittadini, della realizzazione della Casa di Riposo per Anziani, la cui gestione offre opportunità di lavoro a diversi giovani; ma proprio nel suo paese natale, l'imprenditore, già all'epoca della realizzazione della Casa di Riposo per Anziani, è entrato in rotta di collisione col parroco, che forse non ha visto di buon occhio il suo attivismo filantropico che mirava tra l'altro a ridare vita a strutture destinate col tempo al deterioramento. Don Elio rivendicava per la parrocchia una quota proprietaria del fabbricato che ospita la Casa di Riposo, il quale apparteneva interamente al Comune, come è stato finalmente certificato. La pretesa del parroco però ha funzionato ostruzionisticamente riguardo alla realizzazione del progetto che è stata ritardata di un paio d'anni, con notevoli intralci e spreco di risorse economiche di cui si è fatto carico Ermanno D'Andrea. Il casus belli attualmente in corso è stato originato dalla costruzione della casa canonica che Don Elio Venditti sta edificando a ridosso della chiesa parrocchiale dell'Assunta, in un'area che fino a dieci anni fa era verde, trasformata in zona edificabile dall'Amministrazione comunale dell'epoca. La nuova canonica, che ha inopinatamente ottenuto anche il permesso della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, copre alla vista una parte della facciata dell'edificio di culto e utilizza (per il solo primo lotto) circa ottocentomila euro dell'otto per mille, concessi alla parrocchia di Capracotta dalla Curia Trivento. L'iniziativa edile di Don Elio Venditti ha incontrato anche l'opposizione dei parroci della zona, che si sono riuniti più volte e hanno fatto rilevare come sia inopportuno costruire un edificio ex novo, in un comune in cui molte case sono in vendita e non trovano acquirenti. Per comprendere fino a che punto la nuova struttura di ricetto del parroco costituisca un'opera d'impopolare dilapidazione, basti pensare che nel dopoguerra Capracotta contava 4.500 abitanti e nella canonica annessa alla chiesa, oltre al ministro di Dio, abitavano altri sette suoi familiari; la nuova struttura appare dunque come uno spreco inopportuno se si considera che adesso, per effetto dell'emigrazione, il comune altomolisano è ridotto di fatto a circa 800 abitanti. L'attuale sindaco di Capracotta, con una nota inviata al parroco di Capracotta, alla Curia Vescovile di Trivento ed alla Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici del Molise, ha auspicato che venga valutata l'opportunità di una sospensione dei lavori, per favorire un sereno confronto con coloro che hanno espresso contrarietà al progetto in via di realizzazione attraverso una petizione popolare che ha raccolto già duecentocinquanta sottoscrizioni. Ma la protesta più impegnativa e singolare l'ha messa in opera Ermanno D'Andrea che con un'istanza al parroco di Capracotta, lo scorso 21 agosto, ai sensi dell'art. 145 del decreto legislativo 196/2003, ha chiesto di essere "sbattezzato", in modo da non essere più considerato aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa Apostolica Romana", in polemica con un comportamento che dal suo punto di vista dilapida le risorse dei fedeli che potrebbero essere utilizzate per loro necessità più impellenti, oltretutto affatto in sintonia con gli insegnamenti e gli esempi reiterati di Papa Francesco. La richiesta di "sbattezzamento" ha immediatamente fatto il giro della piccola comunità e l'esempio di D'Andrea sta spingendo altri suoi concittadini a chiedere di essere cancellati dall'elenco dei battezzati di Capracotta a loro volta. Un caso degno del miglior Guareschi, ma che assume le connotazioni di un Molise in transizione profonda, al punto da sacrificare il sentimento di sottomissione all'autorità e alla religiosità corrente, in nome di un sentimento civico coraggioso e indipendente, indispensabile per far compiere alla nostra comunità il salto verso la modernità del quale ha bisogno più di ogni altra cosa. Antonio Ruggieri Fonte: http://www.ilbenecomune.it/, 2 settembre 2013.
- Scatti di Borgogna
Chi da anni scarpina durante "Les Grands Jours de Bourgogne" giura, a memoria d'uomo, di non aver mai trovato un tempo così bello. Sei giorni su sette di sole e caldo in Borgogna a fine marzo è già un evento nell'evento. Vai su e giù per le route, dalla Côte de Nuits alla Côte de Beaune e viceversa, con tagli di luce che ti fanno venir voglia di cercare le prime lacrime sui tralci potati. Oppure imitare Ansel Adams, il fotografo dei paesaggi e delle lunghe attese. Ho cercato anch'io di tenere un taccuino delle degustazioni. Ma il diario di bordo che vi propongo è fatto più di suggestioni fotografiche. La morte e il santo patrono. I piccoli villaggi dai nomi mitici - Mersault, Gevrey Chambertin, Chassagne Montrachet, Volnay, Pommard - hanno tutti un piccolo cimitero tra le vigne. Forse sono le tombe più care del mondo. Chissà se le radici dello Chardonnay o del Pinot Noir affondano tra le croci. I vignerons di Borgogna hanno il loro santo protettore. Questa immagine l'ho vista un po' ovunque. Nella foto - ero in un'enoteca - è una statua, ma il volto del santo è ricomparso nelle cantine, nelle aziende, anche nelle case dei produttori. Pure i francesi possono essere assai kitch. Peccato che il cognome del proprietario del monopole rimandi a origini italiane. Bertagnà (alla francese) vanta il suo domaine nientepopodimenoché a Vougeot. Io, una insegna così l'avrei vista più a Capracotta: "Trattoria dalla sora Peppa", col biemmevvù piazzato all'entrata. Eccolo lì, il romanzo di Gaetano Cappelli, «il Philip Roth italiano» secondo il critico letterario del Corriere della Sera D'Orrico. Tradotto in francese, il volume fa bella mostra di sè nel tempio delle librerie dedicate al vino, l'"Athenaeum de la vigne et du vin" a Beaune. Una botta di campanilismo mi sia concessa, perché sono arcisicura che i vitigni a bacca rossa davvero grandi al mondo si contano sulle dita di una sola mano. Tra questi c'è l'Aglianico. Incantevole l'Athenaeum: non si contano gli oggetti futili legati al mondo del vino in vendita. Pensi: "Come ho potuto – io enostrippato à la page – fare a meno di un oggetto tanto indispensabile fino a ora?". È un portabottiglie da viaggio, per chi non lo avesse capito. Alla fine della giornata la lingua somiglia a una carta abrasiva. C'hai strofinato su centinaia di tannini di vini che spesso non hanno conosciuto il diraspamento. Un rimedio niente male è stappare dello champagne. In realtà questo è un rimedio che va bene per tante cose. Provatelo con i... Fonzies. Chiudo con i vini. Sennò che post sulla Borgogna sarebbe? Guizzi di meraviglia più che precise analisi degustative: Pommard Primeur Cru Clos des Epeneaux 2008, Comte Armand: biodinamico di grande carattere ed eleganza; Corton Charlemagne Grand Cru 2008, Domaine Bonneau du Martray: affilato come una lama; Corton Grand Cru "Clos Rognet" 2008, Domaine Mèo-Camuzet: un vino con la stola di ermellino; Corton Grand Cru "Clos Rognet" 2008, Maison Bertrand Ambroise: chiuso e austero ma che lascia intuire un lungo percorso; Corton Charlemagne 2008, Domaine Follin Arbelet: quando si dice la coerenza naso-bocca; Corton Bressandes Grand Cru 2008, Domaine Benoit Germain: schietto e anche un po' rustico, ma vibra che è una bellezza; Volnay Premier Cru Champans 2008, Domaine d'Angerville: ancora un biodinamico che ti fa sentire la terra, ma anche rabarbaro e viola antica; Puligny Montrachet Premier Cru La Truffière 2008, Bruno Colin: in bocca la scala chimica, nel senso che il minerale non ti abbandona più; Richebourg Grand Cru 2008, Domaine Thibault Liger-Belair: un coup de cœur... ma lo avevo già detto. ….io mi fermo. Francesca Ciancio Fonte: http://www.intravino.com/, 3 aprile 2010.
- Un affronto sulla pubblica via
Un documento del Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa riporta alla luce un processo che ebbe luogo tra il 12 aprile e il 16 maggio 1750 nella città pugliese e che sottolinea l'irascibilità di tutte le persone coinvolte in una stupida lite sulla pubblica via. L'oggetto del contendere è una donna, sorella d'un novizio. Tutto comincia allorquando a un calzolaio capracottese, tal Pietro Di Cristo, viene intimato, senza tanti complimenti, di non posare lo sguardo sulla donna; immediatamente si passa dalle parolacce alle mani, in una rissa collettiva che provoca pure un contuso. Le persone coinvolte sono dunque sia laici che chierici e la vicenda, proprio per questo, finisce in tribunale. Fu così che di fronte alla curia canosina comparve in giudizio il frate Nicolò Mosca, intento a far causa al calzolaio di Capracotta - soprannominato "il Tignoso" - coinvolto in questa banale disfida per via della sua indole non proprio pacifica. Il I° foglio, firmato dal cancelliere Giovanni di Minervino e dal preposto di Canosa Carlo Rosati (1706-1753) - in seguito vescovo di Alife -, contiene la seguente istanza di comparizione: Nella Prevostal Curia di questa città di Canosa comparisce il clerico Nicolò Mosca della medesima, e dice come quest'oggi giorno di Domenica dodici del caminante Aprile, verso le ore dieci otto, stando il comparente fuori la porta di questa città avanti la botteca di Domenico Amicarelli, assieme col clerico Nicolò Grossi, e li novitij Bartolomeo di Salvio, Michele Bucci, e Donato Petroni suoi consocij; poco distante vi stava Pietro di Cristo della terra di Capracotta, che dimora in questa predetta città coll'arte di calzolaio; di là à poco è passato da quel luogo Savina Petroni sorella di detto novizio Donato, alla quale avendo guardato detto Pietro; detto novizio de Salvio scherzando gli à detto che avesse bassato gli occhi, e che non avesse guardato in faccia à quella, dandoli perciò anche per modo di scherzo colla mano sopra del collo; al che detto Pietro senza dir altro à posto la mano destra alla sua sacca in atto di voler prendere qualche arma; visto perciò da detto Bucci si è accostato a detto Pietro, e li à detto li formali parole «coglione tu metti la mano alla sacca» detto Pietro sanza dir altro, li ha dato due pugni in testa, il che vistosi dal comparente, volendo difendere l'abito clericale, si è fatto avanti e li à detto che non se l'avesse preso con quello, per ciò detto Pietro li hà tirato un pugno, che non li hà colpito, perché il comparente si ave attirato, e frattanto hà dato a quello due pugni; in questo, mentre è sopraggiunto Francisco di mastro Onorio, anche calzolaio compagno e compatriota di detto Pietro, il quale ave da dietro afferrato detto comparente, ed in questo mentre detto Pietro di Cristo gli hà dato molti pugni nella faccia, cagionandoli molte contusioni vistosi da detto clerico Grossi, che il comparente veniva malamente offeso da detto Pietro, è corso in aggiuto del medessimo comparente, ed ave impedito detto Pietro a continuare li pugni, che se non era per tale aggiuto, restava maggiormente offeso. E perché il fatto così pubblico, ed ingurioso non deve restare impunito perciò il comparente in detta Prevostal Curia, e ricorrendo all'armi chiesastiche fa istanza del tutto accaparsene diligente informazione e costato dichiararsi dai Pietro di Cristo, Francisco di mastro Onorio incorsi nella censura contenuta nel Canono "Si quis suadentes" anche con rilasciarseli i Ceduloni; e così dice e fà istanza non solo in questo ma in ogni altro miglior modo. Leggendo l'atto di citazione si evince che il capracottese Pietro Di Cristo, venuto alle mani col chierico Nicolò Mosca per aver ammiccato alla sorella d'un confratello, sia stato poi aiutato da un altro capracottese, tal Francesco D'Onofrio, a picchiare selvaggiamente il religioso. In tutto questo baccano trovo sorprendente l'uso della parola «coglione», a maggior ragione se pronunciata da un religioso. Nel II° e III° foglio dell'atto abbiamo il formulario con cui, il giorno seguente, furono raccolte le deposizioni di tre canosini convenuti sul luogo a rissa terminata. Ecco le deposizioni testimoniali rese sotto giuramento dallo sfossatore quarantacinquenne Antonio Matarrese e dai contadini Savino Siniso e Francesco De Salvio, entrambi quarantenni: A. M.: «Illmo Signore, Domenica dodeci del corrente mese Aprile, mentre io era alla piazza per uscire alla porta della città verso le ore dieci otto in circa sentii fuori della medesima stridi, e liti, dove accorrendo trovai attaccato, Pietro di Cristo Abruzzese alia il tignoso col chierico Nicolò Mosca, come pure viddi un altro Abruzzese vestito di gilarberga color rossaccio, che chiamano Francisco di mastro Onofrio, il quale dalla parte di dietro tenevo afferrato detto chierico, ne viddi batterli; dalle contusioni però, che 'l chierico ce aveva in una parte della faccia, sospettai, che potesse essere effetto di qualche pugno, come sentij dire, che avesse il chierico ricevuto dall'Abruzzese sudetto, e questo è quanto io posso deporre in mia coscienza». S. S.: «Illmo Signore, jeri Domenica dodeci del corrente Aprile, circa le ore dieci otto mentre era alla piazza seduto con un mio figliolo alla mano sentendo fuori della porta della città gridi di gente, che fra di loro eranno affuffata, accorsi verso quella parte, e trovai, che un Abruzzese, che chiamano Pietro di Cristo alias il tignoso era attaccato col chierico Nicolò Mosca, il quale da un altro Abruzzese, che sento chiamare Francisco di mastro Onofrio era, afferrato detto chierico dalla parte di dietro, e come mi trovai in fine della rissa viddi che l'Abruzzese sudetto di Cristo tirò forse l'ultimo pugno al cennato chierico: onde accorsi io, ed altri chierici ivi presenti feci dividerli, e finì la rissa, osservai bensì una parte del volto di detto chierico arrossita, e questa è la verità, che in coscienza mi costa». F. D. S.: «Illmo Signore, Domenica dodeci del caminante mese di Aprile, alle ore dieci otto in circa mentre era vicino alla porta di questa città, sentendo, che fuori della medesima potesse esserci gente arrissata di tutta fretta vi accorsi e trovai attaccati insieme un Abruzzese chiamato Pietro di Cristo, alias il tignoso, e il chierico Nicolò Mosca, il quale con pugni era battiato dal sudetto abruzzese; come viddi, che mentre questo lo batteva, altro Abruzsese che chiamano Francisco di mastro Onofrio teneva detto chierico dalla parte di dietro afferrato, onde all'arrivo non men mio, che di Savino Siniso, e di Antonio Matarrese restarono questi frà di loro divisi, e questo è quanto io hò veduto e so de causa scientie». Abbiamo visto che le tre deposizioni si basano perlopiù su illazioni, poiché i tre testimoni accorsero sul luogo del crimine dopo che il chierico era stato picchiato. Difatti, al termine del III° foglio v'è il mandato prevostale inviato il 24 aprile 1750 agli ufficiali della Curia, poiché, siccome il Mosca aveva invocato l'antichissimo privilegium canonis del "Si quis suadente diabolo" - la particolare prerogativa, contenuta nel canone 199, per cui si comminava la scomunica al laico che compiva una ingiuria reale (una percossa nei confronti dei chierici) - gli alti papaveri della Chiesa locale, con equità e lungimiranza, ritennero opportuno un supplemento d'indagine. A tal fine il preposto Rosati e l'assessore Francesco Colucci avevano ammonito i due calzolai - obbligandoli a presentarsi per tre giorni in Curia - e avevano preteso nuovi testimoni per il processo in corso, tanto che nel IV° foglio v'è la convocazione, tramite il cursore Simone Marcovecchio (l'ufficiale che notificava gli atti giudiziari), per Pietro Pettinicchio e Marco De Lolli, cittadini agnonesi, invitati urgentemente a rendere le proprie deposizioni e che, come vedremo, ribalteranno totalmente il corso degli eventi, poiché sembra che siano stati loro, e non i due capracottesi, a difendersi manescamente dalle angherie di padre Nicolò: Nella Curia Prevostale di Canosa compariscono Pietro Pettinicchio, e Marco de Lolli della città di Agnone commoranti in Canosa, e dicono, come questa mattina mercoledì 29 del cadente mese di Aprile sono stati citati li comparenti dal Cursore di detta Prepostale ad dicendam causam quare non debeant declarari, per la causa della lite fra detti comparenti, ed il chierico Michele Ferrante nel principio di questo passato mese di Aprile, non ricordandosi il giorno prefisso, che se ne stavano essi tutti comparenti nella loro bottega fuori la porta della città quietamente giorno di festa, in quel mentre passò la figlia di Michele, dico di Riccardo Petrone col suo marito; esso Pietro riguardò come huomo la detta giovane, senza parola alcuna, o mal'atto; vi erano in detta bottega Michele Buccio, il chierico Nicolò Ferrante, e Bartolomeo di Salvio, et altri clericotti. Il sudetto Michele Bucci disse ad esso Pietro «bassa gli occhi» questo se ne fece una risa, e detto Bucci li diede uno scoppolone, et esso Pietro vedendosi così aggravato, ne li tirò un altro a prevenzione. A ciò accorse il sudetto chierico Nicolò Ferrante, e cominciò a maltrattare esso Pietro con angrivi, e con a lui aggravij di parole; e vedendo esso muscolari maltrattò il compagno, accorse per dividerli; e detto chierico Nicolò Ferrante non contento delli aggravij fatti ad esso Pietro, tirò un pungo sotto l'occhio sinistro di detto huomo il quale vedendosi così offeso senza causa, a primo impeto, senza badare a chi diede un altro pugno a don Nicolò Ferrante a difesa della propria persona, e essi per non restare maggiormente aggravati dagli altri chierici, che ivi s'attrovarono tutti uniti contro i poveri comparenti che se ne stavano così quietamente avanti la bottega loro; pertanto rispondendo a detta litigagione, supplicano Monsignore Illustrissimo, che attenta la ragione loro, non li denega dichiarare, né compiacersi per sua singolare gratia assolvendi secretamente, et castigare abusi li detti chierici per le impertinenze usate verso i comparenti; e maltrattamenti fatteli di pugni, e di ingiurie, che li mosse, e di che dare a ciascuno a loro di difendersi, ma non con animo aggravare essi sudetti chierici, e così dicono, supplicando, e facendo istanza ma in altro miglior modo, protestantes de expertis, salvis vobis. È possibile che il Pettinicchio e il Di Cristo fossero la medesima persona: i documenti in nostro possesso non chiariscono l'arcano né l'utilizzo degli antichi patronimici può esserci d'aiuto. Sta di fatto che il processo terminò in una bolla di sapone, col chierico Mosca (in ultimo chiamato Ferrante) che ritirò le sue accuse in cambio di scuse formali da parte dei calzolai capracottesi e/o dei pastori agnonesi. Questi ultimi, prima di tornare in patria, racchiusero in un libello di supplica le loro scuse unitamente a una richiesta di grazia, e il preposto Carlo Rosati non poté far altro che assolvere i querelati, mettendo la parola fine ad una vicenda tanto stupida quanto capziosa e confusionaria. Di certo, questa insulsa lite dimostra quale fosse la cortesia e l'ospitalità riservate ai transumanti e, più in generale, agli strati più bassi dell'immigrazione pugliese. Non notate anche voi qualche parallelo con la situazione odierna? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Paone, La transumanza. Immagini di una civiltà, Iannone, Isernia 1987; E. Petrocelli, Civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999; M. Porro, U. Carozza e R. Como, Il Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa: Acta criminalia, Atti del convegno, Canosa di Puglia, 15-16-17 febbraio 2008.
- La Torre dell'Orologio
Dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale iniziò in tutta la Penisola un lungo periodo di ricostruzione. Questo interessò anche la nostra località, e si sviluppò attraverso vari lotti finanziati, di volta in volta, dallo Stato sulla base delle richieste avanzate dalle amministrazioni locali. La ricostruzione di Capracotta seguì anch'essa questo percorso che si sviluppò in un arco di oltre vent'anni ed interessò anche l'abbattimento della Torre dell'Orologio, prevista nell'attuazione del terzo lotto del piano di ricostruzione. Alcuni documenti, che oggi si possono definire storici, evidenziano la volontà da parte dell'Amministrazione locale di quel tempo di demolire la Torre, di proprietà comunale, al fine di realizzare una importante arteria cittadina. Nel Consiglio Comunale del 22 maggio 1963 fu dato infatti incarico alla società Edilcostruzioni di Roma di procedere alla demolizione della Torre prima della esecuzione di qualsiasi altro lavoro. La Edilcostruzioni, pur prendendo atto delle direttive comunali, rappresentò l'impossibilità di procedere ad eseguire i lavori perché il manufatto da demolire costituiva corpo unico con un fabbricato peraltro abitato. I proprietari di quest'ultimo si opposero strenuamente a quell'atto, rifiutando di abbandonare la loro casa. A quel punto la Edilcostruzioni non volle prendersi alcuna responsabilità di mettere a repentaglio l'incolumità di coloro che occupavano il fabbricato attiguo la Torre, dichiarandosi disponibile a dare inizio alla demolizione quando fosse stata data adeguata sistemazione alla famiglia che lì dimorava. Fecero seguito diverse sollecitazioni ai proprietari del fabbricato affinché lo abbandonassero, facendo ricorso anche ai decreti espropriativi già notificati agli inizi di maggio del 1963. Nel luglio dello stesso anno fu chiesto l'intervento del Ministero dei Lavori Pubblici affinché si adoperasse per ottenere lo sgombero dell'immobile. Ma il Ministero, nell'agosto del 1963, a seguito di sopralluogo, ravvisò l'opportunità di rinviare la demolizione della Torre. La decisione ministeriale destò perplessità e l'Amministrazione comunale, nel ribadire la validità del Piano di Ricostruzione regolarmente approvato, riaffermò la priorità dei lavori da eseguirsi invitando la Edilcostruzioni ad iniziare la demolizione della Torre con la massima urgenza pena l'attribuzione dei danni arrecati per il ritardo sia dei lavori di abbattimento, che delle altre opere previste nel progetto esecutivo del terzo lotto del Piano di Ricostruzione. Nel settembre del 1963 l'Amministrazione comunale ottenne anche l'assenso della Soprintendenza ai Monumenti degli Abruzzi e del Molise che, pur attribuendo alla Torre uno scarso valore artistico per le trasformazioni subite nel tempo, le conferiva un indubbio valore storico. La Soprintendenza invitò altresì l'Amministrazione civica a predisporre sia la documentazione grafica, sia quella fotografica della Torre prima di abbatterla, affinché se ne conservasse memoria, chiedendo inoltre di trasmetterne copia anche alla Soprintendenza perché ne restasse traccia negli archivi di quest'ultima. Tuttavia si ignora se questo passaggio fu effettivamente compiuto. Intanto ai proprietari giunsero ulteriori "inviti" ad abbandonare l'immobile, minacciando, in caso di inadempienza, anche l'intervento della forza pubblica. Nel giugno del 1964 il Ministero dei Lavori Pubblici dispose la redazione di una perizia di variante per l'impiego delle economie realizzate per la mancata esecuzione delle opere relative alla demolizione della Torre. Trascorse diverso tempo e la Torre era ancora in piedi. Nel gennaio del 1967 ripresero i lavori per demolirla definitivamente. Ma un nuovo, inevitabile stop ai lavori era dietro l'angolo. Ci si trovò infatti di fronte all'impossibilità di proseguire nell'opera demolitoria in quanto la stabilità del fabbricato attiguo avrebbe potuto subire pesanti ripercussioni. Il Comune, a quel punto, chiese al Genio Civile una perizia suppletiva al fine di prevedere ancora una volta il totale abbattimento del manufatto. Fu evidenziato che durante la fase di abbattimento della Torre era necessario prevedere la realizzazione di un muro divisorio, peraltro non previsto nel progetto originario, per garantire la stabilità dell'altra parte del fabbricato contiguo alla Torre che non doveva essere demolito. Nel luglio 1967 il Comune reiterò la necessità di completare l'abbattimento della parte residua della Torre e del retrostante fabbricato per permettere il completamento di una nuova strada che dalla Chiesa Madre avrebbe dovuto condurre alla piazza principale del paese, piazza Stanislao Falconi. Passò un altro anno e nel luglio 1968 si tornò a chiedere al Genio Civile di Isernia di dare priorità alla demolizione. Nell'agosto del 1970 l'obiettivo fu raggiunto, la Torre venne abbattuta. Con meraviglia dell'Amministrazione comunale del tempo, contestualmente all'abbattimento della Torre venne però rifatto integralmente il muro di confine posto tra la Torre stessa e quel fabbricato che, nelle intenzioni dell'Amministrazione civica, si sarebbe dovuto invece abbattere. Gli amministratori dell'epoca presero quindi coscienza che i lavori di rifacimento del muro, così come si sarebbero realizzati, non avrebbero precluso alla successiva demolizione del fabbricato, viceversa si sarebbero eseguiti in modo da esporre l'immobile, per quanto tempo non si sa, alle intemperie. Il 27 agosto 1970 si prese atto dell'abbattimento totale della Torre. Il fabbricato, legittimamente difeso dai suoi proprietari, restava lì, dov'è ancora oggi mentre Capracotta perdeva l'unico monumento storico che possedeva, uscito indenne anche dalla furia distruttrice dell'esercito nazista. Oggi la Torre dell’Orologio vive nel ricordo delle generazioni che hanno calcato gli anni in cui la Torre era ancora in piedi. Altri, oggi, possono invece ammirarla nell'esemplare in miniatura riprodotto dall'indimenticabile Antonio Sozio, conservato in una teca posta vicino la fontana dove una volta c'era quel monumento di cui qualcuno ebbe almeno cura di conservare il meccanismo che faceva muovere le lancette dell'orologio. Un congegno meccanico che ora si vuol rendere nuovamente funzionante per essere conservato nel Museo comunale a memoria di quella "torraccia" (così fu definita da qualche amministratore del tempo) abbattuta per motivi che ancora oggi riescono incomprensibili. Antonio Vincenzo Monaco Fonte: A. V. Monaco, La Torre dell'Orologio, in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009.
- C'era una volta la Torre
Ritengo qui opportuno, anzi doveroso, esporre la storia dell'abbattimento della Torre dell'orologio che si era appena conclusa. Un argomento che da logistico, paesaggistico, strutturale, diventò vicenda di bassa disputa politica con risvolti di particolari interessi personali. Non esiste capracottese che, ovunque risieda, non abbia esposta in casa una fotografia della torre millenaria che era situata nel punto di convergenza di via Carfagna e di via Roma con la piazza Stanislao Falconi, là dove oggi sorge un'attraente fontana ideata dall'architetto Salvatore Santilli con accanto una miniatura della torre riprodotta dal sarto "la Parrocchia". La torre, dai più giudicata di epoca medioevale, viene da molti ritenuta una costruzione preromana per la suggestiva contemporanea esistenza dei numerosi reperti archeologici rinvenuti in tutto il comprensorio, tra cui le mura ciclopiche, Macchia Strinata ed anzitutto la Tavola Osca. La Torre, insieme ad un'altra torre documentata dalla residua torretta privata tuttora esistente, era situata all'ingresso nord-ovest della Terra Vecchia, un'autentica fortezza a difesa del primo insediamento della comunità capracottese di razza sicuramente sannita. Si presuma che un altro ingresso si trovasse a sud-est della fortezza, presso la Chiesa Madre verso San Rocco. Alla base della Torre, in un'epoca successiva, venne collocata, in un'apposita nicchia, la fontana da cui attingevano l'acqua tutti gli abitanti della Terra Vecchia. Nel XVI-XVII secolo venne installato l'orologio a pendolo con la campana posta sulla vetta della Torre e da lì i rintocchi si diffondevano per tutto il paese, che dalla Terra Vecchia era andato man mano estendendosi. Non sono in grado di affermare che ci siano mai state, negli anni dei miei ricordi, attenzioni di sorta circa la manutenzione della Torre; era strutturalmente solida e si sviluppava dalla base verso la vetta con una forma tronco-conica moderata che ne garantiva la massima stabilità. Durante la Seconda guerra mondiale, quando il paese era stato direttamente coinvolto dagli eserciti e fortemente scosso dalle cannonate sparate verso la sponda nord del Sangro, contro i Tedeschi in ritirata, comparvero sulle mura della Torre, in prossimità della nicchia della fontana, le prime crepe che, da lì, si sono col tempo allargate verso l'alto, fino all'altezza dell'orologio, minacciando il crollo della parete esterna del muro, già in parte diroccato. Finalmente negli anni Cinquanta si decise di correre ai ripari con l'intento, vanificato, di restaurarla. Alla fine dei lavori, rimosse le impalcature, ecco lo spettacolo. La Torre era stata letteralmente, irrimediabilmente cancellata da una murata di bolognini (bugne) e da intonaci di cemento. Il tetto a lisce era stato rimosso e sostituito da un terrazzo in cemento armato, recintato da una ringhiera in ferro. In concreto la Torre, la testimonianza delle origini e di secoli di storia della nostra comunità, era stata distrutta nell'assoluta incoscienza e nella totale irresponsabilità degli amministratori. Nessuno, prima di eseguire i lavori, si era minimamente preoccupato di ricercare sul vocabolario il significato della parola "restauro". La ditta appaltatrice, nell'eseguire i lavori, aveva adoperato tutti i bolognini elaborati nei cantieri della disoccupazione ed ammucchiati in prossimità del campo sportivo, veri diamanti! Altri che quelli di Ferrara. Ogni bolognino era costato giorni, anche settimane, di scalpello per lavorarlo; a quei cantieri avevano partecipato tutti i disoccupati del paese: operai, sarti, calzolai, pittori; immaginarsi un sarto passare dall'ago e filo allo scalpello, oppure il calzolaio dalla lesina e lo spago al piccone, il pittore alla pala e la carriola. Unanime fu la condanna della popolazione, ad eccezione del sindaco pro tempore e degli altri amministratori, i quali, poco a poco, riuscirono ad accrescere consensi, trasformando la controversia in disputa di bassa politica. Ne conseguì una spaccatura tra sostenitori ed oppositori. Con i sostenitori si schierarono, è ovvio, la ditta che aveva fatto i lavori e colui che li aveva voluti. A questo punto intervenne Noè Ciccorelli, che elaborò un progetto che prevedeva l'abbattimento della Torre e delle abitazioni retrostanti, con l'intento di creare un lungo camminamento rettilineo che, dalla Chiesa di Sant'Antonio, attraverso il Corso, la piazza del Municipio e via Carfagna, avrebbe raggiunto la Chiesa Madre. Durante i lavori della demolizione i proprietari delle abitazioni attaccate alla Torre ottennero la sospensione giudiziaria dei lavori, con lo scopo di salvare l'abbattimento delle loro case. Ne seguì un falso compromesso che consentì la demolizione della Torre salvando dall'abbattimento le abitazioni retrostanti. In definitiva, con l'intervento del cosiddetto "restauro", venne distrutta la Torre; col secondo intervento non fu realizzato il lungo corso. Lo spettacolo che si scorge oggi si può definire con una parola unica: brutto. Antonio Di Nardo Fonte: A. Di Nardo, Sfogliando le memorie, Mancini, Tivoli, 2005.
- Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul web
Il nuovo genere legal viaggia sul Web. E non si tratta di romanzi. Piuttosto, un collage, in forma di diario, di aneddoti raccontati dall'interno dei più grandi studi legali. Indagini sul cinismo degli avvocati d'affari e sugli stereotipi che caratterizzano l'ambiente. I blog in questione, rigorosamente anonimi, hanno il picco di click durante la pausa pranzo, quando i colleghi, tra un parere e un ricorso, leggono storie talmente verosimili da sembrare vere. Il primo a diventare un fenomeno è stato Federico Baccomo, al secolo Duchesne. Il suo blog, "Studio Illegale", è già un libro (ormai alla sesta ristampa per Marsilio) e sta per diventare un film con Fabio Volo (interpreterà il protagonista, l'ormai celebre avvocato Andrea Campi). Conclusa l'avventura Duchesne, il testimone l'ha raccolto "Codice Incivile". L'autore si firma Avvocanzo, si descrive come un «avvocato rimasto in mutande» e parla del suo blog come «una testata. Non giornalistica, ma proprio una testata. Nei denti. Quindi occhio per occhio, e dente perdente». Avvocanzo racconta con cinismo e disincanto le disavventure nel suo studio legale, dove blackberry, cravatta di Hermes e insonnia sono le regole minime per sopravvivere. «Come diavolo mi è venuto in mente? – dice l'avvocato al Foglio – in realtà mi annoiavo nei tempi della crisi. In effetti ha effetti terapeutici, da quando scrivo sul blog l'autoironia sulla mia vita è decisamente aumentata, e prendo le situazioni con più filosofia». Ma che cosa sono, in realtà, questi studi legali d'affari di cui parli? «In comune con gli studi "tradizionali" c'è solo il fatto che i suoi componenti sono (o si suppone essere) avvocati. Volendo sintetizzare direi che lo studio "tradizionale" non vive senza l'avvocato, negli studi d'affari è l'avvocato che non vive senza uno studio». L'avvocato ci dice che tutto quello che scrive è basato su storie vere («sono ben poche le vicende che invento di sana pianta, a parte quando descrivo le mie conversazioni con la piantina sulla mia scrivania...»), ma che, in realtà, lui il legale d'affari non l'avrebbe mai voluto fare («E non ho ancora cambiato idea»). «Per intraprendere questa strada – racconta al Foglio il blogger – è sufficiente una laurea, essere giovani e conoscere l'inglese, tanta pazienza e un pizzico di fortuna. Finché non si supera l'esame d'avvocato: poi è molto difficile rimanervi. Come il figlio dello scarparo va in giro con le scarpe rotte, il redattore di contratti (l'avvocato, giustappunto) va in giro... senza contratto (mai sentito di un avvocato che abbia un contratto scritto con lo studio)». E ci racconta anche uno degli episodi che l'hanno convinto a scrivere il blog: «Una volta, un neolaureato doveva partecipare alla sua prima conference call. Premetto che prima di entrare in conference, quando componi il numero, una voce metallica ti chiede di scandire ad alta voce il tuo nome. Una volta registrato il tuo nome, il sistema annuncia il tuo ingresso agli altri che già si sono collegati. Il neolaureato non ha capito le istruzioni che la voce metallica gli dettava (in inglese), e ha pensato bene di insultare la voce metallica. Io ero in conference con banchieri vari e avvocati di controparte. Ad un certo punto sentiamo la voce del mio collega, precedentemente registrata, che dice "Ma che c...o dice questa qua? Avvocanzo li mortacci tua che m'hai tirato sta sòla" e quindi è entrato in conference. Inutile dire che è stata non solo la sua prima conference, ma anche l'ultima». Beh, ma il fatto di sapere accedere a una conference call è una condizione necessaria per lavorare? «Ci sono anche tante altre regole, tra cui il rapporto inversamente proporzionale tra grado di seniority e tempo di risposta alle e-mail dei colleghi, l'orario di uscita che non può mai essere prima delle 20:00 anche se alle 12:00 sei già senza alcunché da fare, etc... Molti si adeguano come se fossero vere regole, anche se più che regole di stile, io le ritengo strumenti di marketing. In barca si incontrano altre persone che hanno la barca (amministratori, banchieri, etc.), e quindi potenziali clienti. Se, come me, vai in vacanza a Capracotta con la Renault 5, al massimo fai amicizia con il panettiere o il tabaccaio. Idem per l'happy hour (rigorosamente in posti chic), per la palestra in Duomo con canone annuo di 3.000 euro, per la sciatina a Cortina. L'avvocato d'affari è come il carabiniere, è sempre in servizio». Perché, come Duchesne, hai deciso di non rivelare la tua identità? «Perché i motivi per licenziarti sono tanti. E il tenere un blog è uno di questi. Rivelerò la mia identità, quindi, quando andrò in pensione, quando sarò morto (andrò in sogno a tutti i lettori e spiffererò tutto), disoccupato o impiegato in banca». Giulia Pompili Fonte: G. Pompili, Chi è l'anonimo avvocato che prende in giro gli avvocati sul Web, in «Il Foglio», Roma, 2 settembre 2010.
- La trista storia di Mattia Di Rienzo
È risaputo che, sin dal Basso Medioevo, i capracottesi commerciavano legna e carbone o praticavano la transumanza nella limitrofa regione di Capitanata, spingendosi fin dentro le Murge, e agli albori del XVIII secolo la Chiesa della Madonna di Loreto risultava locata presso la Dogana di Foggia con grandi proprietà terriere tra Minervino e Canosa. In quest'ultima cittadina, nel primo Seicento, all'interno della Chiesa di Maria SS. del Carmelo, venne costruito un altare con sepolture assegnate ai pastori di Capracotta, come attestano le registrazioni riscontrate sui libri dei morti custoditi nell'archivio prevostale della Cattedrale di S. Sabino. Ma questa folta presenza di miei compaesani non impediva epiloghi drammatici nelle liti tra carbonai, butteri, pastori, massari, garzoni e indigeni. Mario Porro, Ugo Carozza e Romeo Como raccolsero in una pubblicazione gli atti del convegno di ricerche storiche sul Tribunale ecclesiastico di prima istanza avvenuto a Canosa il 15-16-17 febbraio 2008. Con l'alto patrocinio del presidente della Repubblica Italiana, avevano converso a quell'appuntamento il Centro studi storici e socio-religiosi in Puglia, la Basilica di S. Sabino, la Fondazione archeologica canosina e la Società di Storia patria per la Puglia. Tra le tante ricerche presentate, la mia attenzione è stata monopolizzata dagli acta criminalia, in particolare da un'inchiesta datata 23 ottobre 1714. Si tratta dell'interrogatorio teso a ricostruire l'omicidio del pastorello capracottese Mattia Di Rienzo, ucciso da un colpo d'archibugio per mano d'un prete nelle campagne di Minervino. Furono chiamati a testimoniare il barbiero prattico Daniele Corvigno e il prattico Michele Forina. Nel I° foglio di quell'inchiesta - redatta ora in latino ora in volgare e condotta dal canonico Alessio di Conversano - c'è il mandato per l'inumazione e il riconoscimento del cadavere, che recita così: Die 23 mensis Octobris 1714 Canusij facto accessum pro Revmo Domino Vicario Generale super infrascriptum actuarium, et subscripti testes ad conventum Sancte Marie de Monte Carmelo dicte civitatis subiutum tamquam supprescum Ordini Juriditioni dicti Rev.mi Domini Vicarij Generalis, et de mandato ex humatione cuiusdem cadaveris de recenti humato in sepulcrum Cappelle Sancti Sebastiani invenitum talis Pruzzese di Capracotta esistente in detta Cappella in ecclesia altari conventis dictoque cadavere trasportato extra histam ecclesiam sacrosacram et immunem, totumque Conventhum predictum, visum, expertum fuit per me infrascriptum actuarium infradictisque testes coram Revmo Domino cadaver cuiusdam hominis masculi etatis circiter annorum tredecim sine barba et ob eisdem infrascriptibus testibus fuit bene observatum, et recognitum esse Mattia di Rienzo terre Capracotte ipsis testibus bene noti quia conversabatur saepe sepius in hac civitate vulneratum dictum cadaver sub spatula sinistra prope renes, cum ictu archibusij, ut dignescitur ex pluribus pillulis plumbeis circum circa vulneris existentibus, et facientibus in medio unum solum foramen penetrans, ex quo dicunt infrascripti testes esse causam ipsius, Mattia de Rienzo mortem, que omnia vidimus et observavimus ut supra. Dal suddetto mandato emerge che il pastorello era «sine barba» e probabilmente aveva tredici anni quando andò incontro alla morte; fu quindi sepolto nella Chiesa del Carmelo di Canosa, all'interno della cappella di S. Sebastiano, evidentemente assegnata ai capracottesi, come il nome del santo protettore lascia intuire. Nel II° foglio v'è la prima deposizione testimoniale, resa dal barbiere trentacinquenne Daniele Corvigno, anch'egli immigrato in Puglia da Pomarico, nel Materano, dopo aver sposato una donna del luogo. Leggiamo la sua testimonianza: «Io vedo et conosco benissimo questo corpo morto che stà disteso qui in terra, quale mentre viveva si chiamava Mattia di Rienzo ferito con colpo d'archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni, come si conosce da molti pallini di piombo, che stanno in giro, e particolarmente in mezzo fanno un solo buco grosso penetrante dal che ne causata la sua morte, mentre Domenica 14 del corrente mese mi fù portato detto Mattia figliolo di tredeci anni, et un altro giovane chiamato Felice di Buccio pure di Capracotta per medicarli le loro ferite, cioè al detto Mattia nel luoco sudetto del suo corpo, e à detto Felice nella sua mano per botte di sciabola seu cortello; et benché io mi avessi usato ogni diligenza pure l'istesso Mattia in capo di due giorni ve ne morì, come giudico che s'è morto per detto colpo d'archibugiata». Interrogatus: «An sciat vel alteris audiverit quisnam occidevit ipsum Mattiam de Rienzo, qua de causa, et occasione, et quando». Respondit: «Io non lo sò, se bene hò inteso dire da detto Mattia quando mi giurasse ferito che l'era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minervino fuora di detta città». Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit». Respondit: «L'hò inteso dire da altri suoi paisani con dire esser figlio di Nicola Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, solliti praticare col padre in questa città e sin nel tempo che calano l'Abbruzzesi, che sono della terra di Capracotta». Dalla testimonianza del Corvigno emerge che questi, il 14 ottobre, aveva prestato soccorso al giovane Mattia e al suo compaesano Felice Di Bucci, e che due giorni dopo il Di Rienzo era spirato per le ferite da armi da fuoco riportate all'altezza del rene sinistro. Leggiamo ora la deposizione del quarantenne Michele Forina contenuta nel III° foglio: «Conosco benissimo e iuro questo corpo morto disteso qui in terra, e mentre viveva hò inteso dire si chiamava Mattia di Rienzo ferito col colpo d'archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni e si conosce da molti pallini di piombo che sono nel giro e molti di essi faceno un grosso buco penetrante e per questo na causata la sua morte e hò inteso anco dire che vi era un altro ferito nella mano con botte di sciabola o cortello, li quali ambi sono stati indicati da Daniele Corvigno quasi perito in Chiroggia e il medesimo Mattia frà due giorni se ne morì, giudico sia morto per detto colpo d'archibugiata». Interrogatus: «An sciat vel altrui dici audiverit quisnam occidevit ipsus Mattiam de Rienzo qua de causa, et occasione, et quando». Respondit: «Io per me non lo so, hò bene inteso dire da alcuni Abbruzzesi di Capracotta l'era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minervino fuori di dettà città». Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit». Respondit: «Per haverlo inteso dire dalli suoi paisani che era figlio di Nicola di Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, soliti praticare in questa città nel tempo che calano l'Abbruzzesi della terra di Capracotta». Non è dato sapere come andò a finire quell'inchiesta ma all'epoca era prassi che i ragazzini venissero affidati ai pastori transumanti per accudire i cani e imparare ad un tempo il mestiere. Dopo trecento anni da quell'orribile misfatto perpetrato in terra di Puglia, nasce spontanea un'allarmante riflessione sull'oggi, ovvero su quanto la guerra allo sfruttamento del lavoro minorile e il riconoscimento dei diritti dell'infanzia siano istanze tutt'altro che consolidate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Maurea, Un agricoltore nel latifondo... trasformazione!, Zobel, Foggia 1922; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Paone, La transumanza. Immagini di una civiltà, Iannone, Isernia 1987; E. Petrocelli, Civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999; M. Porro, U. Carozza e R. Como, Il Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa: Acta criminalia, Atti del convegno, Canosa di Puglia, 15-16-17 febbraio 2008; M. Romano, Potere, patrimonio e attività economiche dei Caracciolo di Martina nel primo trentennio dell'Ottocento, in D. Marrara, Ceti dirigenti e poteri locali nell'Italia Meridionale: secoli XVI-XX, ETS, Pisa 2003.
- Affinché le sagrate vergini...
Noi monache, occasioni per conversare coi soldati, se ne ha poche: quel che non so cerco d'immaginarmelo, dunque; se no come farei? Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d'eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora? Questo è uno dei dialoghi di suor Teodora ne "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino da cui emerge, con fine sarcasmo, l'estremo paradosso della vita claustrale. La suora di clausura, difatti, da un lato viveva lontana dalle sirene del mondo, dalle sue passioni e nefandezze, s'isolava nella propria unione con Dio, lasciando che solo Questi riempisse il suo cuore dell'unico amore permesso, quello della fede. D'altro canto, ella avvertiva la mondanità e le morbosità in quegli sparuti incontri umani ammessi - che evidentemente assaporava con gusto - o nelle ruote degli esposti, quando prendeva in custodia un neonato abbandonato, spesso accompagnato da una lettera anonima che grondava pena e pentimento. Più spesso ancora, la suora di clausura era tale perché era stata disonorata, il che, il più delle volte, significava che era stata violentata, aveva abortito o aveva essa stessa abbandonato un neonato. Insomma, la donna si era chiusa nella vita monastica perché aveva "conosciuto" appieno il mondo. Nel sinodo del 2 giugno 1727 il vescovo di Trivento Alfonso Mariconda (1671-1737), «della Congregazione Cassinese dell'Ordine di S. Benedetto, Patrizio Napoletano, per grazia di Dio», uno dei più amati e fecondi pastori della diocesi abruzzo-molisana, emise il XIV editto, diretto proprio alle monache claustrali della sua diocesi. Scrive egli: «Considerando noi i tre monisteri di monache, uno in questa nostra residenza di Trivento, l'altro nella città di Agnone, e 'l terzo nella terra del Rosello, come tanti orti del Signore, custoditi per le delizie del celeste Sposo; affinché le sagrate Vergini siano sante di corpo, e di spirito, con ogni maggior sollecitudine, per tenerle lontane dall'infestazione del demonio, prescriviamo i seguenti ordini». Insomma, è chiaro che il Mariconda, come tutti gli uomini di profondo spirito religioso, era a conoscenza della dualità insita nella vita claustrale, con queste donne eternamente combattute tra l'amor puro per l'Uno e le pulsioni fisiche di un corpo vivo, fermo restando che - come avvertiva san Girolamo - la verginità la si può perdere anche con un solo pensiero. L'eptalogo contenuto nell'editto prevedeva: 1) Che nessuno ardisca entrare ne' Parlatorii delle Monache, per parlare con esso loro, sotto pena di Scomunica, senza espressa nostra licenza in scriptis, eccettuati solamente i parenti in primo, e secondo grado per due volte il mese; dovendosi registrare ò dal Vicario Foraneo, ò dal Confessore di dette Monache, ogni qual volta i detti congiunti vanno a parlar loro, acciocché non accada abuso, ò abbaglio. Incarichiamo in oltre a' detti Confessori, e Vicarii Foranei, ch'habbiano l'accortezza, che i detti congiunti non siano insieme nella stess'hora a parlare, acciocché si eviti l'occasione, che l'uno parli colla congiuntura de gli altri; ci dichiariamo però, che quanto a gli altri, se si concedesse la detta espressa licenza, non habbia luogo nel tempo del silenzio, quando s'assiste a' divini Ufficii nel Coro, della Quaresima, dell'Avvento del Signore, ne' giorni di digiuno e di Comunione. 2) Datasi la licenza di parlare, non s'intenda mai data a porte aperte, ò avanti le porte della Clausura, ò nelle Ruote, e solamente si parli con quella Religiosa, per cui fu conceduta la detta licenza, e non con altre, che forse si troveranno in compagnia, sotto la stessa pena, e s'intenda la detta licenza di parlare alle sole Grate. 3) Nessun Sacerdote secolare, ò Regolare ardisca celebrar Messa, ò Ufficii divini nelle Chiese de' Monisteri suddetti, senza nostra espressa licenza in questo di Trivento, e ne gli altri, senza la licenza del Confessore, quando vi mancasse la solita Messa in dette loro Chiese. 4) Predicandosi in tempo di Quaresima, ò di Avvento alle Monache, ò in tempo de gli Esercizii, le porte delle Chiese siano chiuse, e siano esclusi dall'entrata tanto i laici dell'uno, e dell'altro, quanto gli Ecclesiastici secolari, e Regolari. 5) La finestrella addetta per la distribuzione della SS. Eucaristia non serva ad altro uso, che del suddetto, e per altre sagre funzioni, solite ivi a farsi, non mai per comodo di parlarvi, ò per sentire le Confessioni, sotto pena di Scomunica. 6) Che nessuno possa entrare nella Clausura, se non per cagione necessaria, e colla nostra licenza, intendendo spezialmente per gli artisti, ed altri, che devono entrarvi per altri bisogni, come anche de' Medici, e Cerusici, a' quali si dovrà rinovare, se si stimerà spediente, la licenza ogni tre mesi, e né questi possono entrare, se non accompagnati dalle Accompagnatrici, le quali devono sonare il campanello, per dar il segno alle Monache di ritirarsi, proibendo a questi il mangiar dentro la Clausura, né divertirsi ad altre cose, né in altri luoghi, se non dove hanno da esercitare il loro mestiere. 7) Che le Monache debbano vestire modestamente, e con semplicità Religiosa, come anche l'Educande non possan vestire, se non abiti modesti, e di color fosco. Tra i divieti che massimamente stuzzicano le mie curiosità e malizia c'è quello che riguarda «la finestrella addetta per la distribuzione della SS. Eucaristia». Immagino che il vescovo ne abbia vietato ogni utilizzo terzo perché probabilmente erano accaduti fatti spiacevoli o disdicevoli, come trasmissione di posta non autorizzata, scambio di oggetti e alimenti o - peggio ancora! - di baci ed effusioni. Dello stesso tenore è l'indicazione successiva, che precludeva qualsiasi ingresso non autorizzato nei conventi claustrali, «intendendo spezialmente per gli artisti», confermando quel sentire popolare secondo cui «Dio si prende cura di imbecilli, bambini e artisti», ovvero di uomini di genio e sregolatezza, d'infinita sensibilità e d'altrettanto infinita allergia alle regole sociali. Insomma, tutte queste prescrizioni erano necessarie «affinché le sagrate vergini siano sante di corpo», perché la perdita della verginità, se in gioventù rappresenta un valore, con l'avanzare degli anni può diventare qualcosa di inquietante e peccaminoso. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: I. Calvino, Il cavaliere inesistente, Einaudi, Torino 1959; G. Cappelletti, Le chiese d'Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, vol. XIX, Antonelli, Venezia 1864; E. Fisher, Clausura. Le nuove testimoni dell'assoluto, Castelvecchi, Roma 2007; A. Mariconda, Secunda diœcesana Synodus Sanctæ Triventinæ Ecclesiæ, Archiepiscopali Typ., Beneventi 1727; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Andata e ritorno
Andata Per molti anni della nostra giovinezza Capracotta è stata l'unica meta delle vacanze estive dopo la chiusura delle scuole. Si prendeva il treno della linea Roma-Pescara all'alba ancora assonnati, ma euforici per la partenza. Si saliva in carrozza con le valigie di cuoio e tela gonfie al punto che per chiuderle noi piccoli dovevamo sederci sopra e i grandi a fatica le sistemavano nelle reticelle degli scompartimenti, non senza lamentele e qualche rimprovero per aver portato troppe cose. Il fischio del treno però poneva una tregua. Era forse per l'emozione del viaggio, per l'aria fresca o la gioventù, ma l'appetito si faceva sentire presto e noi bambini non vedevamo l'ora di addentare le fette di pane farcite di frittata, di carne panata, e tanto altro che una volta aperte mandavano un misto di odori per tutte le carrozze. Intanto si ciondolava dai sedili ai finestrini guardando il paesaggio incuriositi, sbriciolando qua e là, tentando anche la lettura di qualche giornalino per poi crollare in brevi pisolini dai quali ci si svegliava infreddoliti e stropicciati, ma non ancora giunti a destinazione. Finché a Sulmona la lunga sosta con i bagagli trascinati a forza ci costringeva all'estenuante attesa della rituale sistemazione di due carrozze della linea montana per Carpinone; croce e delizia salire su quel treno in miniatura, che lento e rumoroso s'inerpicava tra le montagne! Il paesaggio man mano cambiava e quanto più lo sferragliare era ansimante, tanto dai finestrini entrava il profumo di nuove altezze. Le stazioncine linde e famigliari risuonavano di poche voci e negli scampanellii accoglievano qualche raro turista, mentre si contavano le rimanenti fermate: Pettorano sul Gizio, Campo di Giove, Rivisondoli..., finalmente quando si era a S. Pietro Avellana voleva dire essere quasi arrivati, perché una corriera aspettava i viaggiatori per salire a Capracotta. Il piccolo mezzo mostrava i segni dell'età, il rumore che faceva salendo a fatica per le curve ripide provocava inevitabili considerazioni in dialetto e re cuócce viécchie sballottava i bagagli appena trasbordati tra i commenti e qualche risata rassicurante dell'autista che nella precarietà si sentiva a suo agio, ma noi piccoli eravamo stanchi dopo tante ore e se qualche manovella cadeva, un secchio si rovesciava, un pacco rotolava sullo sfortunato di turno, l'odore di caciotte completava il resto della nostra ubriacatura, unica consolazione era la bellezza del bosco e la vista del cielo color zaffiro, mentre s'intravedeva il profilo familiare delle montagne. All'ultima curva improvvisamente si scopriva la distesa delle case, la gradualità dei tetti, l'inconfondibile mole della chiesa e l'emozione ci assaliva. Per le vie del paese la corriera mandava colpi di clacson e lasciava agli incroci i viaggiatori; per noi l'ultima fermata era a piazza E. Gianturco, mentre la nonna aspettava in finestra il nostro arrivo e salire alle ultime case era una festa e una conquista. Ritorno Era ancora buio quando ci si alzava per sistemare i bagagli e mentre i grandi si agitavano agli ultimi preparativi, i piccoli si stropicciavano gli occhi insonnoliti e disturbati dal risveglio forzato. Un odore di caffè appena fatto si diffondeva per le stanze misto a quello più dolce del latte riscaldato. Lungo il corridoi si mettevano le valigie e altra paccottiglia. Si parlava sottovoce per non disturbare la quiete che regnava, seppure rotta dal primo canto del gallo e dallo scampanio di qualche vacca che dalla stalla era già pronta al pascolo. Intanto ad uscire nell'aria fredda del mattino ci correva un brivido per il corpo al punto che non si sarebbe detto che fosse estate se la limpidezza del cielo e i nostri indumenti leggeri non lo ricordassero. Arrivati alla spicciolata lungo la discesa, dopo i saluti alla nonna, si attendeva la corriera e si sbadigliava guardando in fondo alla strada per cercare di avvistarla e quando la si vedeva era un sollievo. Sistemati i bagagli, il piccolo mezzo sbuffante zaffate di nafta cominciava il viaggio in discesa. Accoccolati nei sedili vedevamo il sole alzarsi dietro a Monte Campo e tingere di rosa il cielo, le rocce, qua e là le pareti delle case. Ci si allontanava ormai sempre di più ripassando la strada con le sue curve un po' sballottati e malinconici perché consapevoli di chiudere una bella parentesi ed il bosco con la sua bruma notturna dava il definitivo taglio prima di giungere alla stazione ferroviaria di S. Pietro Avellana dove il treno proveniente da Carpinone e diretto a Sulmona ci riportava a casa. La stazioncina era quasi deserta e l'arrivo delle carrozze stridenti sulle rotaie rompeva il silenzio. Anche questo trasbordo era malinconico come lo sferragliare sui binari. Intanto l'aria si faceva più calda e già si rimpiangeva la purezza di quella lasciata. Ci si liberava della magliette e dai finestrini aperti si osservava il paesaggio sempre più bruciato che accentuava in noi piccoli il desiderio di bere fin quando si giungeva alla stazione di Sulmona, animato crocevia di viaggiatori accaldati. L'ultimo cambio dopo una lunga attesa ci riportava nel treno diretto a Roma e qui in una carrozza dai sedili di velluto bordeaux che ci bruciava le gambe si compiva il resto del viaggio. Le ore trascorse diventavano penosamente lunghe e quando si arrivava a destinazione si era stanchi, sudati e spossati da un'aria terribilmente pesante e arsa, tanto più che riaprire la casa era come spalancare un forno e disfare i bagagli, anche loro bollenti, significava levare il tappo a uno straordinario miscuglio di odori che avevano impregnato ogni cosa: fumo, pecora, formaggio, tradivano un'origine per noi inconfondibile. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Andata e ritorno, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.
- 15 ottobre 1850: festa grande a Capracotta
Dopo la caduta di Napoleone la cosiddetta Restaurazione restituì il legittimo scranno a molte famiglie detronizzate dagli effetti della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Tra queste, ovviamente, anche i Borbone di Napoli, ai quali fu concesso di tornare al trono del neonato Regno delle Due Sicilie, derivante dalla fusione dei due stati precedenti. Per sancire l'unione definitiva dei regni il re Ferdinando IV di Napoli (nonché III di Sicilia) scelse il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie (1751-1825). Dal 12 dicembre 1816 al 13 febbraio 1861 il Regno delle Due Sicilie fu dunque governato da quattro sovrani borbonici, il terzo dei quali, Ferdinando II (1810-1859), regnò per quasi trent'anni. Dopo la prematura scomparsa di sua moglie Maria Cristina di Savoia (1812-1836) - a cui nel 2014 la Chiesa ha riconosciuto il titolo di beata - Ferdinando convolò a nozze con l'austriaca Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, da cui ebbe 12 figli. Inutile dire che genetliaci e onomastici di sovrani e prìncipi erano oggetto di celebrazione in tutto il Regno, tanto che sul giornale militare-politico-scientifico-letterario dell'Araldo apparve una notizia di colore che oggi fa sorridere ma che, al contempo, offre una panoramica dell'élite capracottese di metà '800. La cronaca si riferisce ad un'adunanza effettuata a Capracotta il 15 ottobre 1850, giorno in cui ricorre la memoria liturgica di santa Teresa d'Ávila, onomastico della sovrana consorte di Ferdinando II. L'articolo, firmato D. G. - che probabilmente è l'acronimo della testata su cui apparve in origine la notizia -, riporta dapprima «la narrazione dei due simulacri di guerra che ebbero luogo il dì 1 e 4 del corrente mese al di là del Volturno» per poi presentare un rapporto fornito dal nostro Bernardo Conti, sergente della guardia d'onore - ovvero borghesi militarizzati a cui era affidata la scorta alla Famiglia Reale nelle varie province del Regno -, a Francesco Bellucci, comandante militare del Contado di Molise. Il rapporto del sergente Conti è il seguente: Signore, ricorrendo il giorno onomastico di S. M. la Regina N. A. S. non furono ultimi le Guardie d'Onore solennizzarlo vestiti in gran tenuta al numero di cinque non escluso il requisito di Leva signor Conti. A renderlo più glorioso io col Sindaco signor D. Amato Nicola Conti, col Giudice ed in parte il caporale signor Campanelli non che il capo urbano signor Falconi cercammo sovvenire tredici famiglie tra le più bisognose tirate a sorte, dando a ciascuna ducati due, affinché sollevate dalla miseria avessero partecipate della pubblica gioia. Nell'intero non mancò questa filarmonica compagnia ricreare lo spirito de' cittadini con armoniosi concerti, i quali echeggianti nell'aria resero più maestoso il giorno che mai non si vide il simile più bello e sereno. Da mane a sera percorsero le pubbliche strade infinoché a notte avanzata in mezzo a fuochi accesi, ed a splendide luminarie, si pose termine alla pubblica gioia con grida di evviva il Re, e la Regina nostri Augusti Sovrani. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: H. Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli: 1825-1861, Giunti, Firenze 1997; R. De Cesare, La fine di un Regno. Dal 1855 al 6 settembre 1860, vol. I, Lapi, Città di Castello 1900; D. G., Regno delle Due Sicilie, in «L'Araldo», III:238, Napoli, 26 ottobre 1850; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; M. Musci, Storia civile e militare del Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1849, Tip. del Poliorama Androsio, Napoli 1855.
- L'olio di Giovannina
Avvicinandoci alla ricorrenza dei Santi e dei morti, che son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità. Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Per farla breve mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità. Ora c'è che qualche giorno fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L'immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Uno gliel'ha scritto proprio sulla bacheca, ad Alessio (Alè, hai capito, mó? È mia madre...). Madre che giusto ieri sera, ricordandomi della foto di Alessio, mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioè la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po' d'olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli "I promessi sposi". Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro, finì anche l'olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere... i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita. – Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida? – Ora vedrai – rispose. Fece bollire un po' di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell'olio si raffreddasse e si consolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire "I promessi sposi". Ieri sera parlandone con mia madre al telefono a un certo punto lei si è interrotta. Ha preso fiato. Poi mi ha detto: – Sono passati settant'anni. A rievocarlo oggi mi sembra un racconto irreale, quasi come se non mi riguardasse più, come fosse la storia di un'altra. Chissà come mai. Non lo so, mamma. Però forse è arrivata l'ora della legittima difesa. E sarebbe pure ora. Tiziana Ragni Fonte: http://www.supercalifragili.com/, 31 ottobre 2013.
- Carlo Passaglia e padre Vincenzo, tra modernità e ortodossia
Il presbitero lucchese Carlo Passaglia fu teologo e politico di formazione gesuitica, fu un editore indipendente e un ideologo incendiario in un'Italia che stava vivendo - non senza traumi - un tortuoso processo di State building. Passaglia è infatti celebre per il suo "Pro caussa italica ad episcopos catholicos", sorta di memorandum (pubblicato anonimo) nel quale invitava il pontefice Pio IX a rinunciare al potere temporale al fine di facilitare l'Unità d'Italia. Appare evidente che il Passaglia vada inscritto nella ristretta cerchia del cattolicesimo liberale - Gioberti, Manzoni e Rosmini per citare alcuni esponenti di spicco -, personalità e intellettuali che auspicavano e teorizzavano una convergenza tra la democrazia parlamentare e il cristianesimo, prima che questo producesse un'ideologia sociale o assumesse una precisa collocazione politico-partitica. L'opuscolo di Carlo Passaglia, datato 1861, scatenò un vero e proprio putiferio tant'è che fu sospeso a divinis - per cui depose l'abito ecclesiastico - e costretto a fuggire da Roma, città nella quale insegnava teologia dogmatica presso il Collegio Romano. Riparatosi a Torino, venne nominato dal governo piemontese professore di filosofia morale nell'università cittadina e pubblicò, sempre sotto una coltre di anonimato, altri quattro pamphlet nei quali rivendicava la sua teoria contro il potere temporale del papa, affermandosi definitivamente nell'élite del clero liberale italiano. Le tesi del Passaglia erano celebri soprattutto perché venivano firmate da schiere di laici e di religiosi: in una di queste compare la sigla di Vincenzo Conti, «Canonico della Collegiale Chiesa di Capracotta, Diocesi di Trivento». Il sostegno del Conti mi appare sorprendente non tanto per la generica adesione alle tesi antipapiste di Passaglia quanto per la sua specifica battaglia del 1875-80, quella sul divorzio. Il primo Stato della penisola italiana a prevedere nella propria legislazione l'istituto giuridico del divorzio fu proprio il Regno di Napoli durante la parentesi napoleonica di Gioacchino Murat. Il "Code civil des Français", promulgato nel Meridione nel 1809, consentiva infatti il divorzio consensuale, per il quale occorreva il placet non solo dei genitori dei coniugi ma anche dei nonni! Farraginoso com'era, l'iter del divorzio napoletano/napoleonico rimase praticamente inusitato, tanto che Benedetto Croce, nelle sue ricerche storiografiche sul Regno di Napoli, riuscì a contarne appena tre casi. Il divorzio era moralmente riprovevole e pubblicamente stigmatizzato, e persino i giudici che si trovavano a dirimere cause del genere, il più delle volte facevano in modo di non insolentire il clero, cercando vie alternative al divorzio. In base a quanto riportato dal Corriere di Roma del 1881, sembra che il canonico Vincenzo Conti avesse firmato proprio quell'indirizzo del Passaglia, cui seguì, il 23 novembre, una pubblica ritrattazione. A sua umile discolpa, Conti sosteneva di aver firmato la tesi credendo che fosse una supplica al Santo Padre, «e non un'offesa, così è vissuto sino al giorno di oggi, quando è stato avvertito che un tale atto fu interdetto dalla Sacra Congregazione con censura». Atterrito dalle teorie divorziste, il Conti, «col più intimo dolore del suo animo, si protesta a' pie' dell'Onnipossente Dio, ed ai piedi del Sommo Pontefice Leone XIII, che lui per mero errore s'indusse a firmare l'indirizzo in parola, ma non a recare oltraggio alla Santa Sede, alla quale giura credenza e fedeltà». A rileggerla oggi, la ritrattazione del Conti sembra un patetico tentativo di rappacificarsi con la Chiesa per motivi terzi, forse legati alla sua carriera ecclesiastica. Insomma, il destino volle che il canonico capracottese Vincenzo Conti chiese apertamente scusa alla Chiesa di Roma per quell'avventata presa di posizione. Del pari, Carlo Passaglia, diventato deputato del Regno d'Italia e riconciliatosi anch'egli con la Chiesa, morì a Torino sei anno dopo. Il divorzio, invece, divenne legge dello Stato soltanto il 1° dicembre 1970, dopo quasi un secolo di battaglie e di abiure. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Conti, Pubblica ritrattazione, in «Il Corriere di Roma», Roma 1881; B. Croce, Il divorzio nelle province napoletane: 1809-1815, in «Scuola Positiva», I:11-12, Napoli, ottobre 1891; E. De Troja, Anna Franchi: l'indocile scrittura. Passione civile e critica d'arte, Firenze University Press, Firenze 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016. C. Passaglia, Pro caussa italica ad episcopos catholicos, Le Monnier, Firenze 1861; H. Ullrich, La campagna per il divorzio nella Napoli inizio secolo e l'atteggiamento di Benedetto Croce, in «Rivista di Studi Crociani», VII:12, Napoli 1970.
- La grotta di San Nicola
Una passeggiata di studi al Monte S. Nicola di Capracotta, anni fa... giovani altosangrini e il gruppo speleologico de L'Aquila... una gita avventurosa su quel monte e... tre cose interessanti: le mura ciclopiche; la cava di rocce a strati, tagliate naturalmente; la grotta di San Nicola. Iniziammo la ricerca della grotta; per questo motivo ci si sparse alla ricerca della sua entrata, su per il monte, ma, per un bel po' la ricerca fu vana. Sali e scendi su crinali rocciosi, gira di qua, gira di là, ma l'ingresso alla grotta restava introvabile. Oramai ci si andava convincendo che la giornata sarebbe stata infruttuosa, sprecata. Le mura ciclopiche, intanto, stavano lì, immote e salde, su uno sperone di strati di roccia tagliate e spezzate naturalmente, tipo basi di strade antiche, tanto che le scambiammo per una antica strada dismessa, disastrata, sconquassata. Dovemmo ricrederci quando potemmo notare che le rocce erano tagliate tutte con precisione, tutte eguali, ed erano posizionate in strati sovrapposti tanto da sembrare una casa di pietre. È molto probabile che molte di quelle rocce furono, nei secoli successivi, utilizzate per lastricare le strade romane o medioevali. La grotta restava introvabile. In lontananza, in basso, notammo un vecchio pastore che pascolava le sue pecore. A lui ci rivolgemmo, inviandogli un messaggero, per ottenere informazioni sulla benedetta grotta. Intanto, in attesa di risposta, ben pensammo di sbracarci tra le rocce, sull'erba per riposare, per riprendere fiato, per rifocillarci e dissetarci con le scorte alimentari con noi portate. Il pastore risalì, venne da noi con l'amico e, tra un sorso di acqua e un panino abbondante, ci indicò a monte il punto esatto tra rocce e alberi dove, a suo dire, era l'ingresso. Per non fare, di nuovo, una risalita infruttuosa alla ricerca dell'ingresso esatto (per nostra esperienza, sei sicuro di aver trovata una grotta se... ci caschi dentro!), invitammo il buon pastore a seguirci e accompagnarci... ma rifiutò nettamente. Non volle affatto, anzi, tanto era timoroso di proseguire oltre un certo punto: la grotta, per lui, era un luogo pericoloso, abitato da streghe e diavoli; era meglio starne, quanto più possibile, alla larga. Fiduciosi, salimmo fino al punto indicato con tutta l'attrezzatura necessaria alla bisogna: corde, funi, scalette, caschi e tute. Arrivati, tra la vegetazione apparve un roccione con una vistosa spaccatura che si allargava in uno squarcio di antro nero, nero come il carbone. Chissà quale buon diavolo aveva mandato quel pastore; fu la nostra fortuna. Un'aria gelida, umida, ma pura e salubre, ristorò presto le nostre fatiche; nel nostro animo subentrò presto la voglia di visitare quella grotta, penetrarla ed esplorarla con gioia. Il più intraprendente degli esploratori, con coraggio da vendere, si infilò subito dentro il pertugio nero della grotta e iniziò a scendere nel corridoio angusto e serpeggiante che si calava verso il basso, snodandosi sempre in discesa. Era un budello di roccia spaccata e stretta e alta abbastanza da essere percorribile dal primo e dagli altri che seguivano in fila indiana, al lume della luce dei caschi. Si scese parecchio, senza sorprese; mancavano all'appello streghe e diavoli... così ci riferiva il primo, capocordata punta di diamante, che, andato avanti, non si faceva raggiungere: ai nostri ansiosi richiami, la sua voce si faceva sempre più fioca. Si giunse a un punto in cui l'apertura della grotta si restringeva molto, rendendo difficile il proseguimento; l'amico apri-strada, spericolato in ogni azione di ricerca e visita di grotte, smilzo ma energico, incurante, era andato oltre senza aspettarci. Era andato avanti, nella strettoia, per verificare se la grotta avesse una fine, se la spaccatura terminasse o potesse aprirsi verso qualche altro antro aperto, grande. Da lontano sentivamo la sua voce rassicurante ma sempre più flebile. Le nostre preoccupazioni salirono alle stelle e il pensiero che potesse accadergli qualcosa si impossessò di noi: poteva ferirsi, poteva rimanere incastrato fra le rocce e non riuscire a tornare indietro mentre nessuno di noi avrebbe avuto la possibilità di soccorrerlo o raggiungerlo per salvarlo: avevamo, tutti, un fisico più grande e grosso, tale da non permetterci di proseguire per raggiungerlo. La situazione era diventata difficile ma non avevamo altra possibilità che restare calmi, sperare che niente di brutto fosse successo e che si decidesse a tornare indietro sano e salvo, per la nostra pace e la sua e la nostra salute. Passò tanto, troppo tempo, ma pian piano, al nostro richiamo, cominciò a rispondere e a farsi sentire sempre più forte. Finalmente si appalesò, stanco e affaticato ma vivo e sano... Riferì che la grotta continuava ma la spaccatura era impercorribile, si restringeva sempre di più e che nel percorso fatto, contorcendosi come un'anguilla per andare avanti, non aveva trovato né streghe, né diavoli. La grotta, con la sua spaccatura, proseguiva nelle viscere della montagna, inesorabilmente sempre più in basso, viscida, bagnata e fredda ma con una aria respirabile, buona. Uscimmo dalla grotta e tornammo alla luce, tutti sudati, stanchi e bagnati dallo stillicidio delle acque, ma anche adirati per il comportamento del nostro amico sventato. D'altra parte non potemmo non elogiarlo, perché era stato l'unico a penetrare, fin dov'era possibile, la grotta, a calcolarne la distanza dall'ingresso fino alla sua profondità. La grotta era stata studiata e censita e le rilevazioni effettuate furono messe a disposizione del gruppo speleologico de L'Aquila. Tornammo alla luce... Il pastore non se ne era andato; aspettava i profanatori della grotta e voleva il responso; voleva sapere cosa nascondesse la grotta e, in particolare, voleva sapere se in essa ballassero streghe e diavoli. Rimase sollevato dal nostro racconto e mise da parte le preoccupazioni e le paure: un sorriso apparve sul suo viso bruciato dal sole e dalle intemperie. Lo lasciammo contento... Raffaele Buzzelli Fonte: https://www.altosannio.it/, 17 marzo 2018.
























