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  • Una giornata molisana

    In occasione del 25 aprile, quest'anno ho vissuto un mini tour nella Provincia di Isernia, capoluogo di provincia in Molise, nonché terza città più popolosa della Regione (dopo Campobasso e Termoli). Castelpetroso, Capracotta, Agnone, Civita... alla scoperta di centri storici nella provincia di Isernia. Prima sosta: Santuario di Castelpetroso Il Comune di Castelpetroso è indissolubilmente legato al Santuario dell'Addolorata, Patrona del Molise. Esso è immerso nel verde ai piedi del Monte Patalecchia ed i suoi lavori di edificazione hanno trovato compimento solo nel 1975. Si tratta di una struttura neogotica progettata da Francesco Gualandi di Bologna, la cui pianta simboleggia un cuore (parte centrale) trafitto da sette spade (le sette cappelle). Infatti, visto dall'alto, il Santuario risulta composto da sette cappelle che rappresentano i dolori della Madonna, al centro delle quali si eleva la cupola alta 54 metri. All'interno, alzando lo sguardo verso la cupola, si vedono i mosaici dei Santi più venerati nel Molise, collocati ad anello. Nella cappella centrale, in fondo sul trono, si trova il simulacro che riproduce la Madonna Addolorata e Gesù Morto nell’atteggiamento delle apparizioni. Infatti, la Vergine Maria apparve la prima volta il 22 marzo 1888 a due pastorelle di nome Serafina e Bibiana in località "Cesa tra Santi", sulle pendici del Monte Patalecchia. Là, le due smarrirono una pecorella e nel cercarla vennero attratte dallo sfolgorio di un anfratto, avvicinandosi al quale si trovarono immerse nella visione celeste: la Vergine Santissima e Cristo morto disteso ai suoi piedi. A questa prima apparizione ne seguirono altre. Tale fenomeno fu in seguito riconosciuto. Monsignor Giancarlo Bregantini spiega: «La Madonna a Castelpetroso parla con il gesto dell'offerta di suo figlio Gesù, è proprio questa la consolazione che offre il Santuario: mani che allargano il cuore, che schiudono prospettive nuove, che sollevano. Mani che accendono la fiaccola della fedeltà, della speranza; che si intrecciano con chi cade nel buio del dolore. Mani che donano segni di luce. Mani che si fanno offerta della propria vita». Il 28 settembre del 1890 vi fu la posa della prima pietra per la costruzione del Santuario. Esso è un capolavoro di arte scolpito in pietra bianca locale; migliaia di metri cubi di questa pietra furono lavorati a mano, pezzo per pezzo, da esperti scalpellini molisani e toscani. Inoltre, oggi, un percorso di 750 metri, dal Santuario lungo la montagna, conduce al luogo delle apparizioni. Seconda sosta: Capracotta Dopo un piccolo giro in auto nel centro abitato di Pescolanciano (nome che deriva da pesclum , roccia, e Lanz, il suo feudatario normanno), sul quale subito attrae l'attenzione il castello visibile dalla superstrada, è il momento della visita di Capracotta, piccolo Comune isernino posto a 1.421 metri sul livello del mare, abitato costantemente nell'anno (ossia senza contare i residenti fittizi e i turisti), a detta di una commerciante del posto, da circa 600 persone. Capracotta è nota per i suoi due impianti sciistici e per aver ospitato, in uno di essi, i Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. Lungo il Corso che va dalla villa comunale alla Chiesa Madre, una bella chiesa in pietra bianchissima, si percepisce un senso di quiete notevole. Le abitazioni sono rigorosamente in pietra, molto semplici, sviluppate in verticale come nel resto dei paesini del Molise e di molti paesi del Beneventano (nella confinante Campania). Si percepisce un gran senso di armonia cromatica: i colori predominanti dell'abitato sembrano essere il bianco (facciate) e il verde (infissi). Rincuorante è il paesaggio montuoso circostante, col verde della sbocciata primavera e il bianco della neve residuante sulle cime più alte. Singolare è il nome di questo piccolo centro che esisteva già nel Paleolitico: esso alluderebbe alla tradizione religiosa pagana dei primi conquistatori Longobardi di sacrificare una capra, in onore del dio Thor, prima di insediarsi in un luogo appena conquistato, e mangiarne le carni come rito apotropaico per scongiurare il rischio di esaurimento delle fonti di sostentamento del gruppo tribale che, diventando sostanziale, si faceva comunità. Terza sosta: Agnone Con circa 23 minuti di automobile si giunge da Capracotta ad Agnone. La distanza tra i due Comuni è di poco più di 17 km. Prima di essere in questo borgo, è d’obbligo un pasto al Rifugio di Guado Liscio, a 8 km. da Agnone, tra verde e verde, margherite, cavalli. È possibile mangiare nel bar interno, o consumare una merenda a sacco sulle panche esterne o addirittura cuocere sul barbecue la carne al momento. Quanto ad Agnone, che si adagia sulla valle del Verrino, la tradizione vuole che essa sia sorta sulle rovine della città sannitica Aquilonia distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio. Piazza Plebiscito è il suo fulcro, con al centro una ottocentesca fontana. L'Antica Bottega Orafa sita in Corso Garibaldi testimonia un'antica migrazione di artigiani lagunari verso Agnone. Il centro storico è fatto di vicoli arricchiti dai portali in pietra delle antiche abitazioni, veri e propri palazzotti nobiliari, ed ogni tanto, sulle facciate di alcuni di questi, si scorgono statue raffiguranti i leoni veneziani. Vi sono poi molte chiese, una decina, tutte vicine tra loro, nel solo centro, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell'Alto Molise. L'attrattiva più particolare del posto è offerto, oltre che dalla architettura e dal panorama montuoso circostante, dalle campane: Agnone è sede di quello che si presume sia il più antico stabilimento al mondo per la fabbricazione delle campane, la Pontificia Fonderia di Campane Marinelli, fondato intorno all'anno Mille. La Fonderia è oggi visitabile, con guida, due volte al giorno: una alle ore 12:00 e un’altra alle ore 16:00. Quarta sosta: Civita Superiore Il borgo di Civita Superiore si affaccia letteralmente, a 717 metri sul livello del mare, sulla cittadina di Bojano. Si tratta infatti di un borgo medioevale molto panoramico e suggestivo. Non a caso, arrivandovi, ecco un gruppo di anziani speleologi intenti a studiarne resti passati e attuali sembianze. Vi risiedono una sessantina di persone. La struttura urbanistica del borgo, oggi purtroppo allo stato di rudere, era contraddistinta da tre porte di accesso principali: la "Porta a monte" o "Porta di S. Giovanni" (a sud), la "Porta da basso" o "da piedi" (a est) e la "Portella" (a nord). Nella piazzetta, dal belvedere, si può ammirare non solo l'ottima visuale della cittadina sottostante, ma anche di un'ampia parte del territorio limitrofo. A Civita Superiore è possibile vedere i resti del Castello Pandone e visitare la Chiesa di S. Giovanni Battista costruita intorno alla metà del XV secolo quando il vescovo Pandone prescelse Civita come residenza estiva. Giusy Melillo Fonte: https://www.cisonostato.it/ .

  • Amore e gelosia (IV)

    IV Non è che Elisa Avigliano se la passasse meglio di Salvatore di Giacomo. – Mammà, ti devo parlare di una cosa... No, ti devo parlare di un gio... No di un uomo che mi corteggia... L'austera signora sua madre, vestita di un elegante abito nero con un laccio d'oro al collo lungo fino al petto che spezzava l'uniformità di quel colore sobrio, alzò la testa dal libro che stava leggendo e guardò sua figlia lungamente. – Di che si tratta, che cosa è questa novità di... come hai detto... "corteggiamento"? Sii precisa: c'è qualcuno che ti vuole? E chi è, che cosa fa, da quale famiglia proviene? "Gesù aiutami tu!" pensò Elisa, "e ora come le dico che si tratta di un poeta, che ha quasi 20 anni più di me e che siamo già usciti insieme e ci siamo pure baciati! No, no, questo non glielo dico!" – Mammà, è una persona seria, molto conosciuto, anzi famoso, è napoletano, è un poeta, è... – È Salvatore di Giacomo! È lui, vero? E io lo sapevo che ti stavi buttando a capofitto in una brutta situazione con quella tua tesi! A Napoli da sola, col treno, poi in biblioteca, e poi a colloquio con il grande poeta che potrebbe essere tuo padre e ha anche la nomea di sciupa femmine! La mamma qui si interruppe e prese fiato: era irritata dalla notizia ma forse anche un po' inorgoglita: la sua bella figlia aveva conquistato il cuore di un grande poeta amato da tutti, addirittura venerato a Napoli... Ma bisognava stare attenti, procedere con cautela, e poi c'era suo marito, il giudice, e lì la cosa era davvero complicata: stravedeva per Elisa la sua figlia di cui andava fiero, come avrebbe accettato quella notizia? – Va bene, stiamo calme ora, e dimmi tutto, poi giudicherò e studieremo cosa fare. Le due donne stettero così per un paio d'ore sedute azzicche azzicche, come si usava dire: le loro teste quasi si toccavano e le voci erano quasi un bisbiglio: la complicità di madre e figlia le univa: Elisa riferì tutto quello che era accaduto, che non era molto: si erano conosciuti, poi si erano rivisti, poi ancora e ancora finché un mattino don Salvatore... – Elisa, sei davvero una bella ragazza, più bella di tante napoletane che conosco... – Grazie don Salvato', siete davvero gentile con me... – Chiamami Salvatore, vuoi? – Ma no, non posso mancarvi di rispetto! – Ma quale rispetto, Elisa... Tu... Tu mi piaci, volevo dirtelo da tanto tempo, non solo sei bella ma sei anche una bella persona... Mi piacerebbe frequentarti di più! Io... io... Non si dissero più niente, si alzarono e uscirono dal caffè dove ormai tutti lì guardavano: Di Giacomo faceva notizia in tutta Napoli e i napoletani, grandi figli di 'ndrocchia, già mormoravano di questa ragazza "'e Nucere Inferiore che si vedeva spesso col poeta." Sulla strada, senza che se ne rendessero conto, camminarono in silenzio ma più stretti l'uno all'altra fino al punto che le loro mani si sfiorarono e i loro cuori palpitarono in petto fino a togliere il fiato... Era l'amore, quello bello, misterioso e profondo di quei tempi romantici... Il racconto di Elisa alla madre finì lì. Con una punta di scaltrezza non le disse che una sera lui l'aveva accompagnata alla stazione col suo carrozzino e prima che lei scendesse le aveva sfiorato le labbra con un bacio: lievissimo, a bocca chiusa, ma che si era impresso nel cuore della mente della ragazza tanto da farla innamorare perdutamente di Salvatore. – È tutto? – Chiese sua madre. – È tutto... – Concluse sua figlia. Francesco Caso

  • Non sono la neve e la bufera i soli gravi guai di Capracotta

    Capracotta, 23 gennaio. È arcinoto, è arcisaputo che nell'Alto Molise imperversa da tempo un triste disservizio pubblico automobilistico. Basta venire da queste parti una sola volta, in qualunque stagione dell'anno, per notarlo. Le pubbliche lamentele per questo mai tanto deprecato e giustamente deprecabile disservizio sono tante e tali da essere quasi sempre al centro di animate discussioni nelle Pubbliche Amministrazioni, nelle piazze, nei caffè, nelle famiglie: ovunque e dappertutto. Né esageriamo con queste nostre gravi affermazioni. Per quanto ci riguarda, sempre che ci siamo mossi da Capracotta, siamo rimasti vittime di questo disservizio. Tanto vittime che spesso, per evitarlo, siamo ricorsi a noleggio di automobili a danno naturalmente del nostro portafogli, senz'altro però a beneficio della nostra salute. Per Capracotta, poi, il fatto che andiamo denunziando (e che altre volte abbiamo denunziato) è ancora più grave per il semplice motivo che Capracotta è il massimo centro turistico, montano e molisano, e fra i maggiori dell'Italia centro-meridionale. È facile dedurre il grave danno che deriva all'Alto Molise in genere e a Capracotta in particolare dal persistente disservizio pubblico automobilistico. L'argomento è stato da noi già altre volte trattato. Inutilmente. Comunque questo tasto non è stato toccato soltanto da noi. Lo hanno trattato, pure ripetutamente, Mastronardi da Agnone, ha tuonato per esso Ruggieri da Pescolanciano. Vi sono state proteste di Amministratori Comunali, persino la stampa d'Isernia lo ha trattato e numerosi altri amici corrispondenti da altri paesi. Nonostante questo, nessuna reazione, nessun segno di buona volontà, nessuna dimostrazione di un pizzico di interessamento vi sono mai stati da chicchessia. Dopo tanto, la nostra conclusione è stata logica e, perché logica, semplice. E precisamente questa: la giustizia purtroppo non ci viene dall'alto; ce la dobbiamo guadagnare noi con studio lento e con lotta organizzata. I molisani non sono ancora capaci di studiare seriamente e di lottare con ordine. Quindi, niente da fare, per il momento, per certe nostre sacrosante rivendicazioni. Niente da fare con l'Ente Regione, niente da fare con la Provincia d'Isernia, niente da fare con l'Associazione Molisana della Stampa, niente da fare con il Turismo Molisano, niente da fare con la Puglie-Molise-Roma, niente da fare con la vera politica tanto salutare perché tanto educativa ecc. Niente da fare quindi di fronte al disservizio pubblico altomolisano. Ci eravamo quasi rassegnati non che... Alcuni giorni fa scrivemmo un articoletto interessante su Capracotta e il turismo d'alta montagna. Iniziammo col denunziare che per noi sono d'ostacolo al progresso di questa graziosa cittadina: la strada Staffoli-Capracotta, troppo stretta (5 metri) e il pubblico disservizio Alto Molisano. È logico che non intendevamo riferirci al disservizio (che non è disservizio) derivante da forza maggiore: nel caso nostro, la neve e la bufera. L'ing. Saliola, finalmente si è mosso e, udite... ha chiesto a noi nientedimento che spiegazioni... Le spiegazioni ci sembra averle date anche con questo articoletto. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Non sono la neve e la bufera i soli gravi guai di Capracotta , in «Momento-Sera», IX:21, Roma, 24 gennaio 1954.

  • Sul Cammino dei Sanniti

    Il Cammino dei Sanniti è l'unico trekking che si sviluppa interamente nella regione Molise, in Alto Sannio, nel territorio che diede vita al glorioso popolo Sannita, caposaldo della prima Italia. Un ambiente verdissimo, dai 700 ai 1.400 metri di altitudine, circondato dalle principali catene montuose dell'Appennino centrale, che regala scorci panoramici fin sul promontorio del Gargano, sulla costa dei Trabocchi e sulle Isole Tremiti. Lungo il Cammino dei Sanniti, pascoli e foreste centenarie si alternano a piccoli centri con vestigia di castelli medievali e siti archeologici, testimonianza di una storia millenaria legata alla pastorizia transumante, di cui rimane traccia nei resti degli antichi tratturi, ovvero le vie erbose che le greggi percorrevano inseguendo i pascoli. Sono testimonianze che parlano di una civiltà contadina da cui sono nate tradizioni, convivialità, prodotti tipici e un patrimonio di conoscenze artigianali millenarie: basta per esempio citare Agnone, con le sue fucine di campane. E poi Pietrabbondante, con i resti del Teatro Tempio Sannitico, la testimonianza architettonica più importante della religiosità della nazione dei Sanniti Pentri. Primo giorno: verso l'ignoto Il luogo di incontro è Isernia, capoluogo dell'Alto Sannio. Poche ore per rimanere conquistati dalla bellezza del centro storico e da un importante quanto poco conosciuto sito paleontologico risalente a 720.000 anni fa, La Pineta, raggiungibile a piedi attraverso il tratturo Pescasseroli-Candela. Alla sera, una sistemata agli zaini per la partenza della prima tappa. Secondo giorno: dal grigio della roccia ai colori più caldi Incantevole borgo medievale, Pesche è abbarbicato su uno scosceso costone roccioso, con resti di un castello normanno posto a difesa del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. La strada si fa subito ripida ma questo non impedisce di ammirare i vicoli e gli affacci panoramici sempre più ampi man mano che si sale verso la rocca difensiva, tra il grigio della pietra locale. Lasciato il paese si sale in modo più o meno deciso fino a trovarsi su un alto affaccio panoramico che permette allo sguardo di spaziare sui monti dell'Abruzzo, del Lazio e della Campania. Si scende in breve tempo verso il borgo di Miranda, un presepe di case dai caldi colori nei quali immergersi per assaporare la genuina accoglienza degli abitanti del luogo. Terzo giorno: tratturi e tratturelli Una vecchia mulattiera abbandonata sale tra una secolare faggeta e pascoli abbandonati, che in primavera si colorano di una spettacolare fioritura di orchidee. In breve ci si accorge di trovarsi in luoghi remoti, dove non si percepisce più la presenza dell'uomo. Dall'alto del valico si "leggono" i segni dei tratturi: sono le "autostrade verdi" che univano i pascoli dell'Abruzzo con il Tavoliere delle Puglie. Il Cammino porta a Carovilli, altro borgo medievale arroccato in posizione difensiva e di controllo sui due importanti tratturi che lo lambiscono: il Lucera-Castel di Sangro e il Celano-Foggia. Il paese è ricco di piccoli caseifici dove poter gustare i prodotti locali ed è noto inoltre per il tartufo bianco pregiato. ​​​​​​​Quarto giorno: pastori transumanti Il tempo di mettersi in marcia e ci si ritrova su una delle strade più antiche d'Italia, il Tratturo Celano-Foggia, il secondo tratturo per lunghezza dopo il l'Aquila-Foggia. La vegetazione sta pian piano riconquistando la sede tratturale ma in alcuni punti sono ancora ben visibili le straordinarie dimensioni di questi patrimoni naturali e culturali, larghi ben 111,6 metri (60 passi napoletani). Camminare in questi luoghi permette di rivivere la grande epopea della civiltà transumante. Si lascia il tratturo per entrare in uno dei boschi più suggestivi del Molise, la Riserva MaB di Monte di Mezzo, una delle otto Riserve della Biosfera UNESCO Italiane. Un lungo percorso in una natura lussureggiante sovrastati da abeti bianchi, faggi e cerri secolari, per arrivare al cospetto di un grande faggio ormai divelto: il Re Fajone, per centinaia di anni il faggio più grande della regione. Si sale al borgo di Vastogirardi, stanchi, ma con gli occhi carichi di meraviglie. Quinto giorno: nel cuore del Sannio In questo tratto del Cammino dei Sanniti non è difficile incontrare un personaggio singolare, ovvero il signore con la jeep blu. Quando si ferma per raccontare le storie della sua terra è sempre un piacere ascoltarlo - anche se allo stesso tempo bisogna riconsiderare la tabella di marcia...! Lasciato il borgo, il cammino porta ai piedi del Monte Cavallerizzo, presso una delle sorgenti del fiume Trigno, dove si erge il tempio italico di Vastogirardi. Poco più in alto, la fortificazione sannitica racconta di guerre lontane tra il Sannio e Roma. Proprio qui si percepisce la sensazione di entrare in una storia nuova o al massimo poco conosciuta, perché storia di un popolo vinto, ma mai domato: i Sanniti Pentri. Una bellissima faggeta porta in vetta al Monte Capraro e poi a valle tra rocce e faggi fin quasi all'abitato di Capracotta, balcone appenninico a 1.421 m.s.l.m., a ridosso del massiccio montuoso della Majella. Sesto giorno: crinale vista mare Riprendiamo il cammino per raggiungere, poco fuori dal paese, l'interessante Giardino della Flora appenninica. Poi, su comoda carrareccia, bella ascesa alla panoramica cima del Monte Campo. Da qui si prosegue lungo la linea di cresta, in contemplazione della vista sulla Majella, sul mare Adriatico, sul Gargano e sulle colline molisane che degradano verso il Tavoliere delle Puglie. Poco più in basso, nella vallata, la cittadina di Agnone, gioiello di arte e artigianato che ci attende per una interessante visita guidata alla Pontificia Fonderia di Campane, la più antica fonderia italiana e fra le più antiche al mondo. Settimo giorno: il teatro-tempio sannitico L'ultimo giorno del Cammino dei Sanniti non risparmia le gambe ormai stanche e consente la conquista di Pietrabbondante solo dopo una ripida ascesa dal fondovalle. Ma arrivati nell'area archeologica ogni fatica sembra sparire al cospetto dell'energia che questo luogo è ancora capace di trasmettere, dopo oltre 2000 anni. Nel Teatro Sannitico ci si immerge nella storia dei Sanniti, rapiti dalle parole che una brava guida racconta con passione e dovizia di particolari, comodamente seduti all'interno dell'emiciclo, su sedili scolpiti su monoblocchi di pietra completi di schienali anatomici. Un gioiello dell'archeologia italiana, unicum a livello internazionale. Sembra quasi di non aver camminato, di aver sognato, attraverso le parole di chi ci sta di fronte. Il Cammino dei Sanniti, il Molise che non ti aspetti. La prima domanda che spesso penso di rivolgere, in modo ironico, ai partecipanti a questo trek tutto molisano è come mai abbiano scelto questo cammino e, soprattutto, da cosa stiano fuggendo. Il più delle volte la tengo per me e cerco le risposte nel cammino stesso, perché la lentezza del camminare, la fatica, le meraviglie inaspettate, le cene conviviali e la condivisione giornaliera delle esperienze creano il gruppo, esaltano le personalità e aprono al dialogo. La risposta? Si sceglie il Cammino dei Sanniti per curiosità nei confronti di una terra sconosciuta ai più, che sa di Meridione e che spesso, nell'immaginario, è piatta e brulla, ma che si rivela poi incredibilmente ricca. Si sceglie per il piacere di scoprire luoghi sconosciuti, per staccare dai ritmi ossessivi della quotidianità, per uscire dai circuiti turistici più blasonati - e forse più scontati. Personalmente consiglio questo cammino alle persone interessate a scoprire territori attraverso il turismo lento ed esperienziale. È importante però essere mediamente allenati a camminare per più giorni consecutivi, avere buone gambe e... buoni scarponi! Simone Barletta Fonte: https://it.garmont.com/ .

  • Lo sport degli ski

    Capracotta, 20 febbraio. Il salutare e bellissimo sport degli ski, importato tra noi dall'egregio prof. Gino Galeotti, docente nella R. Università di Napoli, trovò fra i nostri sterminati campi di neve la sede più adatta al suo sviluppo rigoglioso e l'esiguo manipolo primigenio è diventato gagliarda coorte tra la quale non manca il sorriso dolce di audaci skiatrici. A rendere più unita la compagine skiatoria, il carissimo amico Giovanni Paglione, l'uomo degli sport, lanciò la proposta di un Club, che fu tradotta in atto e di cui si volle festeggiare la nascita il 19 corrente. Ospiti dei fratelli Sebastiano, Eutimio Conti e della gentile loro nipotina signorina Chiarina, che furono larghi di ogni squisitezza, i componenti la gaia brigata in costume da sportmans, fecero onore all'ottimo pranzo ideato dalla gentilissima signorina Sandrina Conti, durante il quale zampillò il più schietto umorismo, specie per opera dell'avv. S. Falconi e dell'amabile e intrepida skiatrice signora Ida Conti. Non mancava l'ottimo giudice avv. G. Borrelli, appassionatissimo dell'aristocratico sport invernale. Su proposta dell'avv. Gregorio Conti, all'unanimità, fu nominato Presidente del giovane Club l'infaticabile signor Giovanni Paglione, Vice-Presidente il signor Vittorino Conti e segretario-cassiere l'istruttore signor Giuseppe Falconi. Il presidente con bellissime parole inneggiò allo sport degli ski, sovra ogni altro salutare e sovrano, facendo rivivere in noi le emozionanti volate e le gite tra i faggi e gli abeti incantati dalla fata bianca. Molto applauditi furono i bellissimi brindisi dei signori Eutimio Conti, avv. Nestore Conti e avv. G. Borrelli, il quale, pieno di sacro foco skiatorio, aveva, per l'occasione, composto un ispirato inno, che musicato dall'egregio professore Alfonso Falconi, suonato egregiamente dalla signorina L. Falconi e cantato in coro, servì a rendere più attraente la serata, che si protrasse fino a tarda ora tra la musica del tango, interpretata squisitamente al piano dalle amabili sig.ne L. Falconi ed Ines Paglione e quella del Parsifal, grammofonata dall'avv. G. Conti. Intervennero al banchetto: la signora Ida Conti-Donnarumma, le signorine Chiarina e Sandrina Conti, Ines Paglione e Luisetta Falconi, l'avv. G. Borrelli, l'avv. G. Conti, e i signori Eutimio e Sebastiano Conti, G. Paglione, O. Conti, G. Falconi, avv. S. Falconi, avv. Sozio, avv. Vizzoca, signor Roberto Conti, dottori M. Campanelli e F. Castiglione, prof. D'Amato, sig. Remigio Conti, avv. N. Conti, rag. A. Gargiulo, signori Emilio Conti e R. D'Alena. Nivis Fonte: Nivis, Lo sport degli ski , in «La Riscossa», IV:148, Isernia, 1 marzo 1914.

  • Alla scoperta della Pezzata di Capracotta

    La Pezzata di Capracotta è un piatto tipico di questo comune situato in Alto Molise, in provincia di Isernia: una preparazione semplice e gustosa, le cui origini rimandano al rito della transumanza, lo spostamento di greggi e pastori dalle montagne verso le valli sulla costa, e rispecchiano in pieno il detto "fare di necessità, virtù". Ricetta povera, caratterizzata da pochi ingredienti, questo stufato di pecora è preparato ancora oggi e rappresenta la tipicità di un territorio, tanto da far parte dei prodotti PAT molisani, insieme a molte altre eccellenze come salumi e formaggi. Prima di raccontarvi di più sulla Pezzata e di fornirvi la ricetta, abbiamo pensato di aggiungere qualche considerazione sulla transumanza e sull’importanza che essa ha rivestito, nei secoli, nei territori in cui era praticata. Le attuali regioni di Abruzzo, Molise e Puglia sono legate non solo dalla vicinanza geografica, ma dalla transumanza, una pratica millenaria di cui abbiamo numerose testimonianze storiche (nei testi latini) e archeologiche. Dalle montagne dell'Appennino, dopo l'estate trascorsa sui pascoli di alta quota, i pastori dovevano portare il bestiame a valle, verso terreni più ospitali: le pianure del Tavoliere delle Puglie. Il Tratturo Magno, che collegava L'Aquila a Foggia, è uno dei sentieri, chiamati appunto tratturi, lungo i quali, fino al XIX secolo, avvenivano gli spostamenti delle mandrie. Ve ne ha parlato anche Giovanni Angelucci a proposito del liquore di genziana, ricordate? È proprio quel rito annuale e necessario che Gabriele D'Annunzio ricorda nella poesia "I pastori": Settembre, andiamo. È tempo di migrare. E vanno pel tratturo antico al piano quasi per un erbal fiume silente, su le vestigia degli antichi padri. La transumanza serviva a garantire che gli animali sopravvivessero durante l'inverno, poiché nelle zone interne di Abruzzo e Molise il clima era troppo freddo e inospitale, e non ci sarebbe stato cibo a sufficienza. In queste zone, infatti, ci sono alcuni tra i comuni più alti dell'Appennino, come Rocca di Cambio, in provincia de L'Aquila, situato a un'altitudine media di 1.433 m.s.l.m., e Capracotta, in provincia di Isernia, a 1.421. La Puglia, al contrario, aveva pascoli verdi ed erbosi anche nei mesi invernali, perfetti per garantire la sussistenza di bestiami e pastori. Come abbiamo già ricordato, la Pezzata di Capracotta nasce proprio come piatto dei mandriani preparato durante la transumanza. Le sue origini semplici sono la risposta a un problema pratico: negli spostamenti, infatti, poteva accadere che una capra o una pecora si azzoppasse. L'animale, che non poteva più continuare a camminare, diventava cibo per i pastori, che in questo modo integravano la loro dieta povera fatta di formaggio, pane e preparazioni come il "pappone", un bollito di latte, pane e patate. La pezzata veniva preparata quindi a partire da carne di capra, pecora o agnello, tagliata in grossi pezzi e bollita in un paiolo di rame posto sul fuoco. Dopo una prima fase di "schiumatura", in cui si eliminava il grasso venuto a galla, si aggiungevano sale ed erbe aromatiche, patate e qualche pomodoro. Soda e molto saporita perché proveniente da bestiame cresciuto nei pascoli di montagna, la carne cuoceva per ore, a seconda dell'età dell'animale. Sull'origine del nome, possiamo dire che secondo alcuni deriva dal fatto che il paiolo veniva coperto con una pezza di stoffa, mentre per altri "pezzata" sembrerebbe dovuto al fatto che la capra o la pecora fossero, appunto, depezzate (ovvero, tagliate a pezzi) prima della cottura (con un utilizzo leggermente improprio di questo verbo). Nel corso del tempo, la pezzata è diventata un piatto a base di ovino, anche oggi molto apprezzato non solo dagli abitanti della zona di Capracotta, ma anche dai tanti turisti che ogni anno visitano il paese proprio per partecipare alla Sagra della Pezzata, che si tiene la prima domenica di agosto in località Prato Gentile. Durante questo evento tradizionale, istituito dall'amministrazione comunale all'inizio degli anni '60 (l'edizione 2020 è stata cancellata a causa dell'emergenza Covid-19 e si è svolta solo in forma simbolica), vengono serviti agnello alla brace, pasta e lenticchie, caciocavalli e altri prodotti tipici, ma soprattutto la pecora bollita, il "piatto forte" della manifestazione. Pensate che nel 2019 sono arrivati anche i ragazzi di Casa Surace, per godere dell'ospitalità e del cibo altomolisano! Erica Di Cillo Fonte: https://www.ilgiornaledelcibo.it/ , 18 settembre 2020.

  • Gli alberi votivi di Capracotta

    La religiosità contadina è sempre stata profondamente intrecciata ai gesti quotidiani del lavoro e della fatica, e talvolta la devozione si è manifestata attraverso riti, tramandati da secoli, che confondevano sacro e profano. I contadini non potevano certo immaginare che tali riti si rifacevano a tradizioni pagane e che, in alcuni casi, erano perfino contrari alla dottrina cattolica. La religiosità dei contadini potrebbe quindi definirsi naturalista, perché frammista alla superstizione e alla magia, legata ai bisogni materiali prima che a quelli spirituali. Al contadino serve il sole e la pioggia ma teme la siccità e la grandine: non sa che farsene del mistero trinitario o del dogma della transustanziazione. Neanche Capracotta è scevra da quella religiosità naturale di stampo contadino praticata dai nostri avi nei boschi e nei prati: prova ne siano i due alberi, geograficamente lontani tra loro, che raccontano due devozioni e due storie diverse. Il primo è un faggio che potete ammirare seguendo l'anello di monte della pista di sci nordico "Mario Di Nucci", al di sopra della Fonte di Carovilli. In un nodo di quell'albero è presente una sbiadita edicola votiva - installata in origine da Vincenzo Ferrelli prima di emigrare - che ritrae sant'Antonio di Padova e che forse richiama il miracolo di Camposampiero, dove Antonio, prima di morire, ottenne di ritirarsi. Camminando pei boschi Antonio aveva infatti notato un grosso noce tanto che, tra i rami dell'albero, fece costruire una piccola cella: in quel rifugio frondoso egli passò le sue giornate di contemplazione, rientrando all'eremo solo la notte. Una sera, il conte Tiso si recò nella sua stanzetta, dal cui uscio aveva visto sprigionarsi un intenso splendore. Temendo un incendio, spalancò la porticina e vide Antonio che stringeva fra le sue braccia il Bambin Gesù. In quel luogo sorge oggi il cosiddetto Santuario del Noce. Il secondo albero votivo del territorio capracottese è una quercia che sta nei pressi della Fonte della Lama, sul cui tronco è affissa un'immagine del Cuore Immacolato di Maria, una memoria liturgica relativamente giovane perché estesa a tutta la Chiesa solo nel 1944 da Pio XII in seguito alle rivelazioni mistiche della beata Alessandrina Maria da Costa, in seguito al miracolo di Fatima. In mariologia la Madonna è definita anche «vero albero di vita che solo è stato degno di portare il frutto della Salvezza», motivo che potrebbe di per sé spiegare la presenza di quell'effigie su un albero. Ma in realtà quella Madonna apparve in sogno nel 1990 ad Antonio Di Tella, proprietario del terreno, ed oggi sta lì a delimitare le due porzioni di bosco divise dagli eredi di Giuseppe Di Tella. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. De Nino, Usi e costumi abruzzesi , Olschki, Firenze 1965; E. Giancristofaro, Totemàjje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese , Carabba, Lanciano 1978; L. M. Lombardi Satriani, Santi, streghe e diavoli. Il patrimonio delle tradizioni popolari nella società meridionale e in Sardegna , Sansoni, Firenze 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell'Abruzzo , Caroselli, Sulmona 1924; M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro , in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.

  • "Porta" la ricetta!

    A quei tempi la carta semplice era rara e chi vendeva generi alimentari utilizzava la cartapaglia anche se, il più delle volte, il cliente portava con sé un canovaccio o un grembiule ( senàle o mandèra ) che fungevano da sporta. A proposito della penuria di carta, ricordo zio Corradino, mitico custode e tramandatore della saggezza contadina e popolare, un uomo che creava il silenzio generale ogniqualvolta cominciava a raccontare storie, e la cui esposizione era accompagnata da una mimica magistrale. Ogni suo racconto era una catartica lectio magistralis che spesso finiva in sonore e prolungate risate: i "fatti" di zio Corradino cominciavano drammatici e terminavano divertentissimi. Il racconto che segue è stato tramandato da lui. Agli albori del Novecento una famiglia contadina che viveva in una masseria a qualche chilometro da Capracotta, mandò a chiamare il medico per un congiunto anziano e malato. Il dottore arrivò a cavallo e visitò l'infermo, dopodiché avrebbe dovuto prescrivere le medicine da comprare in farmacia, ma aveva dimenticato di portar con sé la carta. La chiese ai contadini che cercarono invano in ogni angolo della casa, cosicché si decise che il medico avrebbe scritto la ricetta su una porta interna. Il giorno dopo il figlio del contadino la scardinò, la caricò sulla groppa dell'asino e si presentò dal farmacista dicendogli che doveva acquistare delle medicine ma che la ricetta attendeva sull'asino, fuori dalla farmacia. Quanto stupore e quante risate quando lo speziale uscì e si trovò davanti quella scena! Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.

  • Amore e gelosia (III)

    III Don Salvatore non viveva uno dei suoi periodi migliori. Stava sperimentando sulla sua pelle come una storiella d'amore potesse essere piacevole e divertente, mentre un amore vero sa essere dispettoso e a tratti angosciante. "Ma guarda un po' se una ragazza di Nocera deve mettermi in testa tanti pensieri e tenermi tanto in agitazione!" Questo tarlo gli si insinuava nei pensieri continuamente, lo scacciava e quello tornava con indifferenza, facendosi beffe del grande poeta. All'inizio, don Salvatore era stato compiaciuto e perché no, anche divertito dall'ammirazione che Elisa provava per lui. Era una bella ragazza, niente da dire, e pure essendo di un paesello della provincia di Salerno, sapeva vestire con gusto e anche un pizzico di audacia, come quando si era presentata la prima volta in biblioteca con uno sgargiante vestito rosso che ne esaltava l'altezza e la bella figura. Avevano trascorso una bella ora d'aria passeggiando nella villa Margherita, in una giornata di sole di quelle che solo a Napoli possono nascere, sotto un cielo di un azzurro stupendo e con una luce vibrante e dolce. Poi si erano separati, non stabilendo niente per il futuro, ma certi senza dirselo che si sarebbero rivisti. "Potrei essere suo padre!" andava pensando don Salvatore mentre ritornava al lavoro in biblioteca, agitando la testa per evitare che altri pensieri gli si insinuassero. Poi non aveva più pensato a lei nel corso della giornata, fino al ritorno a casa, da sua mamma. – Mammà, 'o saie? Agge canesciute na bella uagliona, bruna bruna, aveta e longilinea... Ce pienze? Chesta fa 'o magistero, e vuole fare la tesi su un grande poeta... E sai chi è stu grande poeta? Mammà, songhe io! La vecchia signora aveva subito drizzato le antenne: "E mó chi era chest'ata?" Aveva avvertito subito nel tono del figlio qualcosa di strano. Con finta indifferenza gli aveva chiesto: – Ah... E chi è sta peccerella? Quante anne tene? E da ro' ne vene? "Eccola là! Subito a pensare che se vonne piglia' 'o figlie suoie! Fammela tranquillizzare subito, se no chesta me fa passa' nu brutte quarte d'ora.." pensò il figlio, che bene conosceva sua madre e il suo morboso attaccamento verso di lui. – Mammà, ma chi 'a sape! E chi 'a vede cchiù! È venuta oggi ma chissà si vene n'ata vota! Chella è di Nocera Inferiore, nu paisielle da provincia 'e Salierne che sule pe veni' a Napule ce vo' mezza iurnata! E po' è na uagliona, chissà si e tene ventidue, ventitré anni!... È venuta cu nu vestito rosso sgargiante... Che me ne 'mporta a me! La madre si era insospettita ancora di più. – Ah, già saie 'o paese, quant'anne tene, che è na bella peccerella, che porta 'o vestito rosso! E poi? L'hai portata pure a spasso eh? Dimme 'a verità! – Madonna mia, e mó cumme ce leva 'a dinte a capa chesta peccerella! Agge passate 'o guaio! La serata si prospettava pesante per il povero don Salvatore. Francesco Caso

  • Maurilio De Zolt

    Quando è entrato in nazionale aveva già 27 anni; quando ne è uscito 44. Nel mondo del fondo, e non solo in quello italiano, il "piccolo grande uomo" Maurilio De Zolt ancora oggi è quel personaggio leggendario capace di mobilitare la sua vallata, quella del Comelico, solo se si rimettesse gli sci. Classe 1950, è entrato nel Guinnes dei primati come il fondista più anziano (44 anni) a vincere le Olimpiadi. Per la verità di olimpionici più vecchi di lui negli sport invernali ce ne sono stati altri tre, ma in una disciplina ben diversa, il bob, non nel fondo e specialmente in una gara, come la staffetta, dove l'esperienza ha giustamente il suo peso ma a contare di più sono doti come lo scatto e i cambi di ritmo che non rientrano certo nel patrimonio di chi gli "anta" li ha già passati da un po'. A meno che non sia un fenomeno... E Maurilio, effettivamente, fenomeno lo è sempre stato, dall'inizio alla fine della sua carriera agonistica e anche dopo. Nello sci come nella corsa, alla quale non ha mai dedicato allenamenti specifici. Eppure, correndo l'ora in pista, ha superato la distanza di km. 18,750. Da amatore, a 50 anni compiuti, senza allenamento, è stato ancora in grado di superare 17 km. e mezzo. Ma c'è un altro esempio che prova come si sia di fronte ad un atleta poliedrico. In bicicletta, in una sfida fra fondisti, con un allenamento sommario, da Prato allo Stelvio al Passo ha impiegato meno di un'ora e mezzo sui 30 e passa km, staccando di un paio di minuti Gigi Weiss, campione del biathlon che andava forte anche sulle due ruote, e ancor di più Francesco Moser, che scalatore non è mai stato ma che si stava preparando in quel periodo per uno dei tanti record effettuati sotto la guida del prof. Conconi, che prevedevano particolari lavori di forza resistente in salita. Quando alla fine degli anni '60 appare sulle piste di sci, portato da Stelio Busin, il factotum dei Vigili del fuoco di Belluno, nessuno scommetterebbe una lira su Maurilio. Fisicamente non è certo lo stereotipo dell'atleta in generale e del fondista in modo particolare: piccoletto, stile un po' approssimativo, saltellante, aggressivo, si guadagna quel nomignolo di "grillo" che sarebbe apparso ancor più appropriato dopo l'entrata in scena del passo pattinato che ha esaltato compiutamente le sue caratteristiche tecniche ed agonistiche. Fatica a sfondare e deve passare la trafila delle gare zonali e delle granfondo prima di farsi conoscere. I pregiudizi sono sempre gli stessi: troppo piccolo, scia male, è pieno di difetti. Trova un posto in una segheria e ci resta per due anni. Si allena nel poco tempo libero che gli resta e nei fine settimana. La sua prima gara è la Coppa Casera Razzo. Tesserato per l'Unione Sportiva Val Piova di Laggio di Cadore, fa parte della categoria juniores. Arriva quarto, che è certamente un piazzamento lusinghiero per un neofita, che personalmente lo lascia soddisfatto ma non impressiona gli avversari e i tecnici presenti. A credere in lui c'è solo Stelio Busin, allenatore del Centro Federale del Comelico, che diventa il suo primo allenatore, lo inserisce nella squadra dei Vigili del fuoco e lo avvia anche alle gare di marcia in montagna. Nel '70 Maurilio va a Roma per il servizio di leva nel Vigili del fuoco. Viene assegnato ad Agordo e quindi trasferito al distaccamento di Santo Stefano, a due passi da casa. Finito il servizio di leva, cambia lavoro, mettendo a frutto il diploma di congegnatore meccanico. Entra alla Holzer di Belluno, specializzata nella costruzione di materiale elettromeccanico. A 24 anni si sposa con Maria Luisa, che gli darà tre figli (Luca, Tiziana e Michela) e che avrà una parte importantissima nella sua vita di atleta quando, rientrato nei Vigili del fuoco, potrà finalmente diventare un "professionista" del fondo. Non disponendo di una gran squadra, poiché il gruppo sportivo "De Vecchi" dei Vigili del fuoco di Belluno è una società sportiva come tante, a carattere locale, nella staffetta Busin lo schiera in prima frazione. Gioca subito la carta migliore per metterla in evidenza e far ricredere i tanti scettici. Il tempo e l'eventuale distacco costituiscono inoltre il modo più pratico e immediato per valutare la condizione e i progressi del suo pupillo che, senza un'attività giovanile alle spalle, non dispone di altri termini di paragone. Per tre anni consecutivi Maurilio vince il lancio della staffetta 4x10 km. agli assoluti. Ormai si è fatto un nome, è già considerato uno dei migliori fondisti italiani, ma i pregiudizi restano. Troppo vecchio per entrare in nazionale, sostengono in Fisi; come contentino lo inseriscono nella squadra P, quella dei "probabili". Come spesso è accaduto in quel triste periodo, non si vedeva al di là del proprio naso. Avevano sottomano il potenziale campione e lo snobbavano. Eppure in ogni occasione il "pompiere" di Presenaio di San Pietro di Cadore, al di là dei buoni risultati ottenuti, dimostrava grinta, carattere e una voglia di vincere che avrebbero dovuto far passare in secondo piano le carenze stilistiche. Solo Busin, e Dario D'Incal in un secondo tempo, hanno capito che Maurilio era nato vincente e lo avrebbe dimostrato, costruendo il suo personaggio e i suoi risultati su una filosofia dello sport e della vita che la dice lunga sul suo carattere. A chi un giorno gli chiese se non si sentisse in stato di inferiorità di fronte a campioni carismatici e atleti grandi (anche fisicamente) e possenti come Mieto, Svan o Wassberg, rispose un po' piccato: «Sono sicuramente più grossi di me, ma anche loro hanno due palle come le ho io. Quindi possiamo discuterla». E lo avrebbe dimostrato ripetutamente affrontandoli senza soggezione alcuna alle Olimpiadi, ai Mondiali e in Coppa del Mondo, prendendo ma anche restituendo batoste e guadagnandosi ogni volta, tranne a Lahti, almeno una medaglia. La più esaltante sicuramente quella d'oro della staffetta delle Olimpiadi 1994, a Lillehammer, di fronte a decine di migliaia di spettatori, quando aveva quasi 44 anni e solo pensare di schierarlo in questa gara sembrava una pazzia. Una carta che Vanoi si sentì di giocare, dopo il 5° posto nella 30 km. di apertura, contro la logica e contro la tattica che consigliavano uno schieramento diverso che quantomeno il bronzo lo garantiva. Pur con tutti i rischi del caso, questa volta si voleva puntare all'oro. Per questo lo convinse a starsene calmo, a rinunciare alle altre gare per puntare tutto sulla staffetta. E gli affidò proprio il lancio, in tecnica classica, convinto che anche nel passo alternato Maurilio sarebbe stato in grado di battersi alla pari con i grandi specialisti. Grinta, carattere, combattività e quel gran cuore che era solito buttare nella mischia avrebbero ovviato alle carenze di stile e contribuito ad aumentare la frequenza dei suoi passetti in modo che reggessero le lunghe e armoniose scivolate di Sivertsen e Myllilae. E così è arrivata la più bella medaglia del fondo italiano, perché De Zolt ha dato il cambio staccato di soli 10", un nulla per Albarello, grande alternista, che ha provveduto ben presto a colmare il divario replicando con cattiveria alle schermaglie e ai trucchetti di Ulvang e Kirvesniemi. Il gioco a quel punto era fatto perché Vanzetta non ha mai fallito una staffetta e si è ripetuto nello scontro con Alsgaard e Rasanen, mentre Fauner, in caso di arrivo allo sprint, era una garanzia. E lo ha dimostrato quando si è trovato solo con Daehlie dopo aver perso Isometsa su una salita. Con il più grande fondista di sempre ha giocato come fa il gatto con il topo. Quel lancio di Lillehammer, in pratica, ha riportato De Zolt agli albori della carriera, quando per lui la prima frazione era d'obbligo. Ma che non fosse solo un atleta "da lancio" lo dimostrò agli assoluti di Capracotta, nel 1977, dove dominò la 50 km. A questo punto non si potevano più accampare né scuse né remore: il direttore agonistico Azittà, che gli aveva promesso di metterlo in squadra in caso di vittoria, gli aprì le porte della nazionale, allenata in quel periodo da Tonino Biondini e Dario D'Incal. E fu quest'ultimo, da quel momento, a prendersi cura di Maurilio con la stessa passione e la stessa fiducia del suo primo allenatore Busin, e a dargli una mano ogni volta che volevano estrometterlo dalla squadra ritenendolo ormai troppo vecchio. Gli è sempre stato vicino e gli ha insegnato ad allenarsi da solo. Fiducia ampiamente ripagata perché l'innesto di De Zolt ha contributo a far uscire il fondo italiano da una crisi che si trascinava da una decina d'anni e che sembrava irreversibile. Una marcia lenta ma progressiva verso il podio. Due Mondiali (Lahti 1978 e Oslo 1982) e due Olimpiadi (Lake Placid 1980 e Seraievo 1984) di assestamento e di conquista di posizioni sempre più dignitose e finalmente le prime medaglie. Arrivano (bronzo nella 15 km. e argento nella 50 km. e nella staffetta) nel 1985 a Seefeld, in un Mondiale un po' anomalo dal punto di vista della tecnica perché è il momento in cui il passo pattinato comincia a soppiantare l'alternato. Non c'è ancora una precisa distinzione fra le due tecniche: ognuno scia come preferisce. Passo alternato con la sciolina di tenuta, il mezzo pattinato (tecnicamente definito scivolata spinta pattinata che si esegue con una sola gamba) introdotto dall'americano Koch nelle gare di Coppa e dal finnico Siitonen nelle granfondo con sciolinatura ridotta, o addirittura il pattinato completo ma con la normale attrezzatura da tecnica classica: sci da 210 cm. senza sciolina di tenuta ma con paraffine di scorrimento su tutta la lunghezza, bastoncini della lunghezza usuale e le solite scarpe scollate sulla caviglia. In questa improvvisazione i nostri fondisti ci sguazzano, perché, dopo gli svizzeri, erano stati i primi ad allenarsi con la nuova tecnica, aborrita invece dai nordici. Ritenevano che venisse ad "inquinare" i canoni tradizionali del fondo. De Zolt, che inizialmente ha avuto grossi problemi con la nuova tecnica, è comunque il primo azzurro ad andare in medaglia: 3° nella 15 km., con Vanzetta 4° a soli 6'' da lui. Un trionfo per la squadra italiana: i tecnici e il direttore agonistico Azittà piangono per la felicità. Il bronzo li ricompensa dopo anni di amarezze e umiliazioni. Con la staffetta un altro salto avanti: è argento. Maurilio, in terza frazione, è scatenato. Fa il battistrada di un gruppetto di 4 concorrenti e sulla prima salita stacca lo svizzero Ambuhl e quindi raggiunge e pianta lo svedese Eriksson, che era partito con un vantaggio di 30'' ma lo aveva progressivamente perso. Dopo lo svedese molla anche Kirvesniemi. Gli resiste solo il norvegese Holte, che però è costretto a cedere sul duro strappo che precede il finale in discesa, si butta verso il traguardo e lancia Ploner con 8'' di vantaggio. Contro Aunli, però, non c'è niente da fare: è il migliore dei nordici nella nuova tecnica. È già tanto che Ploner riesca a resistere al ritorno di Svan. Il capolavoro nella 50 km., con un altra medaglia d'argento, ad un minuto da Svan, sotto una fitta nevicata, in quell'atmosfera che ha sempre esaltato Maurilio. Respira aria di casa perché mezzo paese, parroco in testa, è venuto ad incitarlo. Sventolano le bandiere e le bottiglie passano di mano in mano. La gara è appassionante perché a fasi alterne vede il predominio di Svan e Sachnov nella prima metà, con De Zolt vicinissimo. Il sovietico crolla verso il 30° km., Aunli sorpassa momentaneamente Maurilio di 11'', ma ne perde una ventina nel contrattacco su una lunga salita. Nel finale Maurilio è il solo a tenere il passo di Svan, al quale cede solo 9'' in 10 km., ma ne recupera altri 39 ad Aunli, assicurandosi così la medaglia d'argento. Il "Cigno" chiude in 2h10'49'' la più veloce 50 km. della storia del fondo fino a quel momento, su una neve che non è certo adatta a far velocità; De Zolt è a 1'03''. Sono medaglie che rilanciano il fondo italiano e la nazionale, dove con l'uscita di scena dell'allenatore finlandese Vilje Sadehariu dopo la magra di Saraievo, si respira un'aria muova. C'è ancora un finlandese, ma è Jarmo Punkkinen, che fortunatamente ha imparato subito l'italiano, a differenza del suo predecessore che doveva essere assistitito dall'interprete, e con lui si può discutere. Fra l'altro è molto competente anche per quanto riguarda le nuove metodologie di allenamento, e si integra perfettamente con il prof. Conconi che, per De Zolt, prima che lo scienziato che collabora con la squadra, è soprattutto un amico nel quale crede ciecamente. Secondo solo a D'Incal. Con Sadehariu, invece, De Zolt si era scontrato fin dal primo approccio. Fra loro non c'è mai stato feeling. Per un montanaro abituato al vino e alla grappa, che ha nella carne ai ferri e nella cacciagione il suo piatto preferito e che si cuoce gli spaghetti in camera quando non sono compresi nel menù, eliminare ogni tipo di alcolico, mangiare pane nero, pasteggiare con il latte e ridurre la carne sostituendola con le patate come Sadehariu pretendeva dalla squadra era peggio di un'eresia. Roba da far venire il voltastomaco. Un insulto alla secolare tradizione del Cadore, dove la cucina può essere povera ma saporita e dove il tempo libero lo si passa al bar davanti ad un bicchiere di frizzantino. Il tempo di prendere atto del diktat del nuovo allenatore, con il quale non c'è possibilità di dialogo, e lui era già in camera a fare le valigie e alla fine a cedere è l'integralista Sadehariu che cerca un compromesso. Da quel momento De Zolt sarebbe stato libero di mangiare e bere quel che preferisce, tanto più che i risultati non ne risentono. Neppure quando ci scappa qualche bicchiere di troppo. Chi scrive ricorda ancora, agli assoluti di Sappada del 1986, l'antivigilia della 50 km. La neve si misurava a metri e il paese era praticamente isolato poiché due slavine avevano bloccato entrambi gli accessi da S. Stefano e dalla Carnia. Ci si arrivava solo a piedi e a proprio rischio e pericolo. La 50 km. era in programma il martedì e la domenica De Zolt l'aveva passata girando da un bar all'altro, con il suo amico più stretto e con tutti i brindisi di circostanza offerti dagli innumerevoli tifosi. Lui a Sappada era di casa. Già alticcio a mezzogiorno, su quel ritmo avrebbe continuato fino a sera. Neppure 36 ore dopo era in pista, con la grinta di sempre, davanti ad almeno 15 mila spettatori. Per venire a vederlo erano state chiuse le scuole e le fabbriche di tutta la valle. Un tifo da stadio di calcio. I tifosi per De Zolt sono sempre stati importantissimi, e non soltanto perché gli danno la carica. «È il mio pubblico che mi aiuta a continuare, a superare le difficoltà, a farmi dimenticare l'età che ho sulla carta di identità, ha sempre detto. Sono uno stimolo per andare avanti, perché ti dà una gran soddisfazione vedere la gente che ti incita e che ti è vicina in Italia come all'estero. Essere benvoluti è sempre bello, direi meraviglioso». In una splendida giornata di sole che metteva finalmente fine alle nevicate, sulla salita che gli sarebbe stata intitolata e che è stata poi eliminata nell'attuale anello perché ritenuta troppo massacrante, ha letteralmente distrutto la corsa e gli avversari. L'hanno finita in pochi; per prendere i distacchi non serviva il cronometro, bastava una comune sveglia. Il De Zolt di allora lo si è rivisto nella 50 km. che, a Oberstdorf, nel 1987, chiude un Mondiale già annichilito dall'imprevisto trionfo di Albarello nella 15 km. davanti a Wassberg. Gli svedesi in questa occasione erano obiettivamente i più forti. Primo (Wassberg) e 3° posto (Maybaeck) nella 30 km., primi nella staffetta dove l'Italia arriva quinta, ma nelle altre gare si trovano a fare i conti con gli azzurri. Quello di De Zolt è un trionfo che si annuncia fin dal primo controllo: fa una corsa di testa dal principio alla fine, senza la minima flessione, neppure quando Wassberg gli si riporta addosso. Pare impossibile, ma Maurilio riesce ad aumentare la cadenza e con un finale eccezionale lo ributta a 22". Per lui, come per Nones nel 1968, è la consacrazione definitiva: è entrato di diritto nell'olimpo dei nordici e dei sovietici. Questa medaglia premia dieci anni di duro lavoro, di allenamenti di un'intensità tale da fiaccare chiunque non avesse avuto le stesse motivazioni, la voglia di migliorarsi sempre, di dimostrare che a fare la differenza non sempre sono lo stile e la statura, ma certi attributi che consentono, in ogni occasione, di sfidare se stessi e il tempo che incalza ed essere sempre vincenti. L'oro di Oberstdorf è solo un'altra tappa di una carriera che qualcuno vorrebbe fargli chiudere, ritenendolo ormai troppo vecchio. C'è ancora la medaglia di bronzo nella 50 km. in Val di Fiemme nel 1991, dietro Mogren e Svan che sarebbe di per se stessa il più degno coronamento per un atleta già quarantenne, ma De Zolt continua. Altri successi nei campionati assoluti, fino a totalizzare complessivamente 19 titoli. Tutti in gare individuali: quattro 15 km., cinque 30 km., e ben dieci 50 km. La chiusura è con il botto della staffetta di Lillehammer che premia una vita di sacrifici. Ha vinto più di tutti. Se fosse stato stato capace di comportarsi in modo più tattico e attendista, avrebbe potuto pareggiare anche le 10 vittorie consecutive di Maria Canins alla Marcialonga, mentre si è dovuto "accontentare" di iscrivere solo per quattro volte il suo nome dell'albo d'oro della massima granfondo italiana. Nel 1986 (allo sprint su Hallenbarter), nel 1987 (ancora sprint, ma a pari merito con lo svedese Blomqvist, anche se Maurilio resta convinto di averlo preceduto), nel 1991, di nuovo davanti a Blomqvist, stavolta staccato, e nel 1992 piantando tutti sulla salita della cascata che per scarsità di neve ha preso il posto di quella di Castello. Nelle occasioni in cui qualcuno lo ha preceduto sul traguardo di Cavalese, a batterlo è stato il suo carattere combattivo prima ancora che l'avversario. Sempre impegnato nelle posizioni di testa invece che starsene tranquillo nel gruppo per scatenarsi poi sulla salita finale. Quella del temporeggiatore è una tattica che fa a pugni col suo carattere combattivo, e alla fine anche l’omino di acciaio è costretto a pagare, con l'eccessivo dispendio di energie, una condotta di gara scriteriata. Inutile cercare di farlo ragionare: gli applausi se li vuole guadagnare, certi calcoli non fanno per lui. Per quanto ci tenesse in modo particolare, ha invece fallito ogni attacco alla Vasaloppet. Ha debuttato nel 1974, quando era ancora un amatore, e ci è andato, dividendosi le spese del gasolio e del traghetto, con Ivo Andrich e due ufficiali loco amici partendo da Belluno con un pulmino carico di entusiasmo, di "razioni K" e di qualche damigiana di vino. Una gara da incosciente, per uno pressoché senza allenamento e senza esperienza in una prova in cui l'esperienza è fondamentale e che richiede una preparazione specifica e non l'improvvisazione, tanto che grandissimi campioni ci hanno sbattuto il muso. In testa per 50 km. e poi il cedimento progressivo per crampi e per sfinimento. È comunque arrivato 40°. È andato vicino alla vittoria solo nel 1986, alla terza esperienza, ma una maledetta scivolata su una placca di ghiaccio lo ha messo a terra nel momento più bello. Ha tenuto sotto controllo la gara fino al finale, quando è riuscito ad avvantaggiarsi con tre svedesi, ma la caduta a mezzo chilometro dal traguardo ha fatto sfumare il sogno coltivato da tempo, mentre Bengt Hassis otteneva il secondo successo consecutivo. Non è cambiato neppure dopo il pensionamento. Ha lasciato i Vigili del fuoco dopo 30 anni di servizio effettivo e smentendo certe voci che lo vorrebbero male in salute, ha continuato per anni a coltivare le sue grandi passioni di sempre, la caccia e la pesca, a fare sport attivo e ad elevato livello, a indossare qualche pettorale. Da amatore, ma sempre in gara con se stesso e con gli altri. Giorgio Brusadelli Fonte: https://www.fondoitalia.it/, 25 settembre 2020.

  • La lapide sepolcrale di Giovanni Domenico Falconi

    L'invisibile filo che lega Acquaviva delle Fonti (BA) a Capracotta (IS), cittadina del Molise, si spiega attraverso la persona di Giovanni Domenico Falconi (1810-1862); vescovo, questi, nato e deceduto a Capracotta, ma indiscusso protagonista di un'importante pagina della storia acquavivese. Circa la figura e le opere del Falconi non mancano documenti e riferimenti bibliografici (Luciani 1876, Lucarelli 1903, Pietroforte 1977, Zirioni 1982, Mastrorocco 2003, ed altri) attestanti un uomo che sembrerebbe passato alla storia - più che per le virtù e le qualità umane - per i limiti, le debolezze e le lacune che caratterizzarono la propria prelatura; inneggiato e trionfalmente accolto dagli acquavivesi all'inizio del proprio mandato, non potrà, poi, sottrarsi agli attacchi e alle contestazioni che lo costringeranno alla fuga. In tal senso, fermo restando che l'anelito più grande di ogni storico e ricercatore (dal dilettante al professionista) dovrebbe essere il tentativo di una continua ricerca della verità storica, ci sembrava che circa la figura del Falconi i conti con la Storia fossero ormai chiusi. Tuttavia una recente visita a Capracotta ci ha fatto sollevare dubbi e perplessità a riguardo della vera natura di un uomo che, ancora oggi, a distanza di 140 anni dalla sua morte, gode di notevole considerazione nel proprio paese natio. Due pareri così contrastanti (da un lato, tacciato di scelleratezze, dall'altro, addirittura considerato in punto di morte "in odore di santità") ci hanno oltremodo incuriosito ed intrigato. Cosicché, individuata la tomba del Falconi, situata a circa 2 metri e mezzo di altezza sul lato destro dell'altare centrale della Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta in Capracotta, ci siamo soffermati a leggere, con doverosa attenzione, una stele posta a copertura del sepolcro medesimo. Interpellato il parroco locale (don Elio Venditti, che vivamente ringraziamo) ci riferiva che l'apertura ultima della lapide risale agli anni Sessanta quando si intendeva avviare, per il Falconi, il processo di beatificazione. In tale occasione il cadavere del vescovo fu trovato in posizione seduta e (parrebbe ancora!) incorrotto (certo il condizionale è d'obbligo non avendo potuto consultare alcun referto o documentazione in merito). Il presente articolo non vuole raccontare la vita di un vescovo che, tra luci ed ombre, ha caratterizzato un momento importante della storia della nostra Città (all'incirca il terzo ventennio del XIX secolo) ma semplicemente riportare la traduzione della lapide tombale di Giovanni Domenico Falconi, Prelato Ordinario di Acquaviva delle Fonti dal 1848 al 1860. Non vi è dubbio che a primo acchito, dopo una rapida lettura della pietra sepolcrale, alcuni pregiudizi nei confronti di quest'uomo ci sembravano vacillare. In sostanza, ci siamo chiesti: può, la storia, essere stata un po' troppo severa nei confronti di un uomo figlio del suo tempo e vissuto in un momento di transizione e di grandi sconvolgimenti sociali, politici ed economici? Potrebbe essere stato il Falconi un grande Prelato malgrado tutto quello che si è scritto di lui in funzione di un eccessivo liberismo e cieco anticlericalismo che caratterizzava quel momento storico? Gli indizi sono diversi ma le prove documentali, in verità, assai poche e per questo - in una prospettiva che ci vede rimandare ad un'analisi più oculata - ci limitiamo a fornire alcuni tasselli (riteniamo) importanti nella ricostruzione della vita di un uomo ormai (forse) dimenticato. Procedendo, dunque, all'analisi dell'epitaffio che di seguito (tradotto integralmente) viene pubblicato, si legge tra le nomine del Falconi - già arciprete di Acquaviva - quella a Prelato ordinario (avente, cioè, tutti i poteri vescovili residenziali) di Altamura e Acquaviva. Aderendo alle richieste della popolazione acquavivese, infatti, Pio IX con Bolla "Si aliquando" (1848) elevava la Chiesa di Acquaviva delle Fonti a prelatura nullius e la univa aeque principaliter alla prelatura (già arcipretura) nullius di Altamura istituita, invece, nel 1248. Proseguendo, nella lettura si apprende che nel 1858 Pio IX nominava Falconi, in partibus infidelium , vescovo di Eumenia, città della Lidia, regione storica dell'Asia Minore occidentale. Sebbene diversi autori riportino la nomina come avvenuta «nell'agosto del medesimo anno» un rapido calcolo derivante dalla trascrizione in esame ci permette di affermare - con relativa certezza - che la consacrazione abbia avuto luogo, invece, il 24 giugno di quell'anno. L'epitaffio prosegue tracciando un profilo di un uomo timoroso di Dio e misericordioso verso gli ultimi e che ebbe modo di spendersi per la salvezza delle anime, non solo per mezzo delle parole ma anche attraverso opere concrete. Del canonico, l'iscrizione ricorda la grande preparazione e conoscenza delle lingue, peraltro documentata e provata dal Luciani nonché la costruzione del seminario di Altamura al quale il vescovo seppe conferire un austero e rigoroso carattere ecclesiastico. In un periodo storico in cui la Chiesa subiva violenti attacchi e perdeva il millenario potere temporale per effetto dell'onda liberale ormai in atto, si legge ancora che il Falconi, pur patendo accuse ed incriminazioni, non abbandonò mai il rispetto e l'amore per la madre Chiesa schierandosi senza sosta con i vescovi difensori del pontefice. Circa il riferimento nella stele ai dati anagrafici, il computo dei giorni, secondo il calendario romano, permette di individuare con relativa evidenza l'effettiva data di nascita: il 6 agosto 1810. A tal proposito una certa perplessità sorge quando, invece, il Luciani in un documento ufficiale riporta la nascita del Falconi avvenuta il «die quarta Augusti 1810». Il 6 - come data più attendibile - è peraltro confermata da un banale conteggio a ritroso partendo dagli anni, i mesi ed i giorni di vita indicati nella medesima lapide. E come si legge, la data di morte, invece, ha una coincidenza evangelica col giorno e l'ora in cui l'Umanità conobbe la propria salvezza per mezzo della nascita di Gesù Cristo (la notte tra il 24 e 25 dicembre). Il testo della pietra tombale termina col riferimento ai familiari che redassero e posero la stessa a testimonianza del proprio dolore ed affinché l'opera e la figura di Giovanni Domenico Falconi non cadesse nell'oblio. Inutile dire che se il presente scritto riuscisse, almeno in parte, in tale intendimento chi scrive avrà raggiunto il suo principale obiettivo. Nunzio Mastrorocco Fonte: N. Mastrorocco, La lapide sepolcrale di Giovanni Domenico Falconi: prelato ordinario di Acquaviva dal 1848 al 1860 , in «Voria», IV:1, Capracotta, luglio 2010.

  • «Zampognari per passione ma non voltateci le spalle»

    Pescara. «Quando andiamo per i paesi a suonare o ci avviciniamo alle case con la zampogna e la ciaramella, molti si girano dall'altro lato perché pensano che lo facciamo per soldi. Invece non chiediamo mai denaro, ma diffondiamo la nostra musica gratuitamente per il piacere di far ascoltare alle famiglie questi suoni arcaici: ci avviciniamo al portone e facciamo una piccola suonata, poi se aprono continuiamo e se non aprono ce ne andiamo». Claudio Di Lullo, 60 anni, amministratore d'azienda e presidente dell'Accademia dei Transumanti d'Abruzzo (Acta), associazione che su Pescara raccoglie 8 iscritti, è uno dei pochissimi zampognari rimasti in Italia. La sua musica dolce e malinconica, dall'alto potere evocativo, è il simbolo sonoro del Natale. Lui, originario di Capracotta e residente a Ortona, è custode di una tradizione legata alle usanze e alle tradizioni popolari della cultura pastorale, depositario di tecniche e segreti antichi che affondano le radici in un passato contadino che oggi si cerca di far conoscere e valorizzare. Domada: – Da che cosa nasce la sua passione per la zampogna? Risposta: – L'amore per le tradizioni antiche e la volontà di trasmettere alle nuove generazioni l'eredità del passato mi ha spinto, una decina d'anni fa, ad avvicinarmi all'Accademia dei Transumanti. Sono originario di Capracotta, mio nonno faceva il boscaiolo e aveva un piccolo gregge. Ogni volta che suono la zampogna mi tornano alla mente i suoni di quando ero bambino. A mano a mano che rivivo quei momenti è come se si alimentasse la mia forza giovanile. D: – C'è un episodio in particolare che l'ha spinta a riscoprire questa tradizione? R: – Conservo una foto da bambino, nella mia casa, con due zampognari davanti al presepe. L'episodio dell'arrivo degli zampognari nella mia infanzia ha scalfito il mio animo. Ho due figli e tento di trasmettere loro quello stesso amore, anche se non è facile perché apprendono tutto di rimbalzo senza essere coinvolti direttamente. Ma sono sicuro di lasciare un segno: quando non ci sarò più, lo andranno a ricercare. D: – Vi definite transumanti, come mai? R: – Gli zampognari originariamente erano i pastori che facevano la transumanza con le pecore. Nei periodi morti, quando il gregge era fermo, si dilettavano a suonare la zampogna che è uno strumento aerofono, in cui la sacca funge da serbatoio d'aria, ricavato dalla pelle della pecora oppure da quella della capra. I transumanti ammazzavano una pecora del gregge e la trasformavano in zampogna. Certe volte si tende a sminuire la figura dello zampognaro, identificandola con una persona poco colta che può soltanto andare a pascolare le pecore. Invece è un artista che studia le tradizioni antiche e suona uno strumento non facilissimo in legno di ulivo e ciliegio. D: – Qual è l'atteggiamento dei giovani: sono più curiosi o indifferenti? R: – Ho partecipato a diversi incontri nelle scuole e devo dire che i ragazzi sono sempre curiosi, almeno inizialmente. C'è sempre chi dice di voler imparare a suonare, ma la zampogna è uno strumento che richiede molta pratica e pazienza, due doti che i giovani oggi hanno poco e che i pastori un tempo avevano perché quando erano fermi durante la transumanza non avevano altro da fare se non far passare il tempo. E per questo suonavano e ci hanno lasciato questa bella eredità. D: – Qual è la domanda ricorrente degli studenti? R: – Mi chiedono se davvero l'otre che gonfiamo appartiene a un animale vero, perché per loro è inconcepibile visto che nel mondo attuale la plastica la fa da padrona. Poi tutti vogliono toccare lo strumento perché sono attratti dal suo suono particolarissimo, come un organo ambulante che unisce 3-4 strumenti insieme. D: – Suonate soltanto nel periodo di Natale? R: – Assolutamente no. Durante il Natale suoniamo la novena delle feste, qualche giorno fa siamo stati alla casa albergo dell'Inpdap con gli anziani di Pescara e poi abbiamo partecipato a una manifestazione di due ore in piazza Salotto a inizio dicembre, per salutare l'inizio del Natale. Negli altri periodi dell'anno partecipiamo ai raduni in Abruzzo, nel Lazio, nel Molise e in altre regioni. Vogliamo far sentire alle persone una musica poco usuale, che non è quella del piano o della chitarra. D: – Lei è un amministratore d'azienda, altri zampognari svolgono altri lavori: all'interno dell'associazione ci sono anche etnografi o antropologi? R: – Nel Pescarese c'è il professore Francesco Stoppa che è un antropologo molto vicino alla nostra associazione e alle nostre tradizioni, ma ha scelto il ballo e i costumi, mentre noi abbiamo scelto di curare e diffondere la parte musicale. L'obiettivo comune è riuscire a suonare la zampogna durante feste di paese, matrimoni e processioni perché è uno strumento di buon augurio. Nel presepe di san Francesco lo zampognaro, figura umile e semplice, annunciava la nascita di Gesù al mondo terreno come l'arcangelo Gabriele al mondo divino. Ylenia Gifuni Fonte: Y. Gifuni, Zampognari per passione ma non voltateci le spalle , in «Il Centro», Pescara, 20 dicembre 2015.

  • Ru campanar'

    Ricordate quando il Campanile era intero con attaccato l'orologio? Era bellissimo! Aveva un fascino particolare. Allora ricorderete che per salire fin sopra le campane c'era la scala interna fatta in pietra, buia. Si vedeva la luce solo alla fine, quando si era arrivati in cima. Noi ci andavamo sempre, anche se ci dicevano che non si poteva perché qualcuno aveva chiuso la porta d'accesso. Sì, vero, ma una fune che serrava l'entrata per noi era un gioco da ragazzi toglierla. Giusto, proprio ragazzi, perché allora quello eravamo.​ Era un pomeriggio d'estate di tanti anni fa. Si cazzeggiava per la piazza con un pallone cercando di giocare, segnando alla porta avversaria costituita da due selci. Verso la fine del primo tempo, durato circa due ore, arrivarono due autovetture che, incuranti del nostro fare, parcheggiarono proprio nell'area del nostro campo di gioco. Gli occupanti, circa otto o nove persone, scesero e, dopo aver dato un'occhiata in giro, decisero di avviarsi verso il campanile. A quei tempi per noi non poteva esserci offesa più grave: la partita di pallone era un appuntamento indiscutibile e tutti i "soliti" non potevano mancare.​ – Uagliù – disse uno – séte vìste chìsse? Sò arriviàte ècch'e sò lassàte le màchene miézz'alla via! Vedéme nu pòche che cazz'éma fà! – Vabbuó – rispose un altro – I già sàcce com'éma fà! La verità era che già tutti noi sapevamo cosa fare, era solo che c'era il capo branco, al quale, come un ordine gerarchico, bisognava rendere conto. Ad uno ad uno ci avviammo verso il campanile. Giunti alla base di esso udivamo le risate dei "turisti" che in fila per uno salivano le scale a chiocciola per arrivare in cima. Quando fummo sicuri che tutti fossero saliti, chiudemmo la porta d'ingresso giù e ci sedemmo in un punto dove loro, dall'alto, avrebbero potuto vederci. Formammo una fila, tutti seduti, guardando quel gruppo sopra il campanile, senza battere ciglio, senza parlare.​ Dopo poco la trappola del silenzio e dell'indifferenza funzionò! Quel nostro atteggiamento infastidì tutti, tant'è che uno di loro, con accento napoletano disse: – Nè, ch'avìte fatte? Siete muórte o siete vivi? Rispunnìte! Ué, uardàte, chille sò finti! E scoppiarono a ridere. – I 'l sapeva! – disse il capo branco. – 'Mbè mó ch'éma fà? Iat'a levà le màchene da èlle o v'éma lassà èsse sopra? Avendo capito che li avevamo chiusi dentro, i turisti scesero tutti, ma, arrivati alla porta, la trovarono sbarrata. La fune, benché vecchia, manteneva benissimo colpi e contraccolpi e non cedette nemmeno un po'. Vistisi persi, i malcapitati tornarono sopra e uno di loro disse: – Se cale abbàsce ve facce nu cule tante! Noi ci guardammo e tutti insieme rispondemmo: – A chi? A nù? Ma vaffangùle camì! Detto questo ci avviammo verso la piazza incuranti delle grida e delle minacce che ci venivano rivolte.​ Giunti a destinazione decidemmo di sospendere l'incontro di calcio, anche perché si era fatto tardi. Così ognuno tornò a casa. Io abitavo alla via dell'Unra. Giunto all'altezza del bar di Peppe (alias Pepbar), incontrai mio padre che andava alla cantina di Filippuccio per comprare le sigarette e mi disse: – Cumènza a i alla casa ca mó viénghe pur'i! Ma chi è ch'allùcca accuscì? Erano quelli che avevamo chiuso nel campanile. Le loro urla si sentivano fino a Capracotta! Per tutta risposta dissi: – Booo, n'l sacce, i nen sènte niénte! Vabbuó, allora se vedéme alla casa. E così finì l'ennesima avventura dei Soliti Ignoti, della Banda dei i n'sacc nient, o chiamatela come volete. Sinceramente non so che fine abbiano poi fatto quei poveracci chiusi sulla torre, so solo che se ne parlò per molto tempo e nessuno seppe mai cosa realmente fosse successo. Forse furono liberati dai Carabinieri, dai Vigili del Fuoco o da qualche paesano. Noi, per due giorni, non ci vedemmo né sentimmo, onde evitare sospetti! Giovanni Ricci Fonte: https://www.proroccansdc.it/ .

  • L'ustrino di Monte San Nicola

    Lo scorso 31 luglio ho organizzato la terza escursione sui luoghi meno conosciuti e più remoti di Capracotta: è stata la volta di Monte S. Nicola (1.517 m.), raggiunto dopo aver oltrepassato le Cese, il Procoio e l'Orto Janiro. L'escursione era necessaria non solo perché sulla vetta di Monte S. Nicola insisteva, almeno fino al XVII secolo - il feudo di Maccla Strinata - l'abitato altomolisano più popoloso dopo la città d'Agnone, ma anche perché quell'abitato nasceva nei pressi di un precedente ustrinum (da cui l'aggettivo strinata ), l'area sacra che nella religione romana conteneva il cimitero. Fino agli scriteriati lavori di posa in opera del metanodotto nazionale avvenuti nei primi anni '90, Monte S. Nicola presentava infatti una ricca stratificazione archeologica di oltre 2.700 anni. Oggi quel che è nettamente visibile sta nei resti di una torre medievale a base quadrangolare - architettonicamente eccezionale - che probabilmente si allineava a quella della Parchesana ( qui ) e a quella di Monte Miglio in territorio di San Pietro Avellana. Assieme alla torre si scorgono le piante delle abitazioni e dell'antico oratorio di S. Nicola della Macchia ( qui ). Probabilmente la chiesa benedettina di S. Nicola, edificata attorno all'anno Mille, sorgeva lì dove un tempo stava l' ustrinum principale, il luogo in cui i cadaveri venivano cremati. In epoca romana, infatti, il rito funebre col quale i parenti, assistiti dagli ustores , bruciavano i corpi dei loro cari, prevedeva che al termine potessero raccoglierne i resti in urne di marmo. Il rito della crematio cominciava con la dispersione di fiori sulla catasta di legno, prima di darle fuoco fra i legittimi lamenti; durante il rogus si versavano sulle fiamme essenze profumate. Spenta la brace, poi, si raccoglievano le ossa combuste del caro estinto e talvolta le si aspergevano con vino. Accuratamente asciugate, venivano infine conservate nell'urna funeraria, a sua volta deposta nel sepolcro assieme a vasetti d'olio e d'unguenti. Gli ustrina più monumentali erano formati da un recinto quadrato a pilastri di travertino, con inferriata, di circa 30 m. di lato, seguito da un secondo recinto di 23 m., al cui interno vi era una base quadrata di 13 m. per lato. L' ustrinum di Monte S. Nicola era sicuramente più piccolo ed è impensabile che superasse i 10 m. di lato. Tuttora i nostri anziani ricordano che sulla sommità di Monte S. Nicola, quando c'era da zappare, venivano spesso alla luce ossa umane, a dimostrazione del fatto che quella montagna era adibita a cimitero da tempo incalcolabile. Rispetto agli altri monti capracottesi, utilizzati per il pascolo o per l'eremitaggio, Monte S. Nicola ha dunque ricoperto una funzione diversa, pienamente religiosa, in quanto rappresentava la montagna sacra per antonomasia. Stando alle prospezioni archeologiche effettuate alle falde del monte da Ivan Rainini sappiamo che a valle (dove nel 1848 fu rinvenuta la Tavola Osca) vi erano strutture in opera cementizia che vanno dal tardo IV sec. a.C. alla metà del I sec. d.C. L'archeologo Bruno Sardella ci ricorda invece che all'interno del centro fortificato di Monte S. Nicola è stata recuperata anche una moneta in bronzo della Roma repubblicana successiva all'89 a.C., sulla quale vi è l'effigie di Saturno, di una prora di nave e, in basso, la scritta "Roma." A dispetto di chi, ridisegnando forzatamente i tratti principali della storia antica, ha spostato l'attenzione su Monte Cavallerizzo - dove i resti di mura poligonali testimoniano una struttura militare e non religiosa -, bisogna ribadire con forza che, da un punto di vista storico, la montagna più importante dell'Alto Molise è il S. Nicola, dove Sanniti e Romani andarono assieme a riposare per l'eternità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Livarda, R. Madgwick e S. Riera Mora, The Bioarcheology of Ritual and Religion , Oxbow, Oxford 2017; G. Mancini, Le recenti scoperte di antichità a Monte Citorio , in «Studi Romani», I:1, Roma 1913; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; L. Quilici e S. Quilici Gigli, Fortificazioni antiche in Italia. Età repubblicana , Bretschneider, Roma 2001; I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito , Gangemi, Roma 1996; B. Sardella, Archeologia di Agnone , Scienze e Lettere, Roma 2021.

  • 16 settembre 1824: ad perpetuam rei memoriam

    Capracotta a' 30 Settembre 1824. Sull'idea di doversi condurre nella tenuta di Montedimezzo Sua Altezza Reale, il Duca di Calabria, Francesco Borbone, il Primogenito di Ferdinando Primo, il Nipote di Carlo e di Enrico, era mestieri doversi procedere allo stabilimento di un luogo elevato, che potesse rendere soddisfazione alle manifestate voglie della Persona Reale. Incaricato all'uopo l'amministratore de' di lei beni, S. E. il Marchese Cappelli, per constituire un punto di un vasto visibile orizzonte, riuscì molto bene ad alcuni galantuomini di questo Comune di far fissare per lo Spettatore Reale, che sola pur anche fosse capace a renderla ripieno nel desio, la nostra montagna del Campo. Non indugio alcuno, non lasso di tempo vi fù, per l'ordine di prepararsi la strada, dal sig. Intendente della Provincia il Principe Spinelli. Non indugio quindi, nella esecuzione, per parte del Sindaco del Comune, D. Leonardantonio Falconi. E doppoiché un nuovo suolo doveva battersi da calzamenta sì Maestose, si giudicò essenziale da tutt'i Proprietarj del Comune, di dover loro assistere all'impresa della strada, quale da' Confini di Vastogirardi, per la volta della Forcatura, fino al Campo, per mezzo dell'abitato, divenne rotabile in tre giorni, col lavoro forzato di tutt'i Zappatori, e Forestieri, e Paesani, con sorpresa per altro, e meraviglia di tutti; mentre basti il ragionare che la sola salita al Campo, nel tratto del passato, abbenché troppo libera a' Becchi, ed Irci pure angustiosa doveva giudicarsi per gli Homini. Eseguitosi da S.A.R. il primo disegno della gita in Montedimezzo a' 11 spirante (del che questi impiegati, ne furono spettatori, quando nel piacere di baciarle la mano, furono di là vicino bene accolti) si aspettava dal Cielo la grazia di darle corso, per l’esecuzione del suddetto proggetto. Ma che? Muovensi a dirotta pioggia le nubi nel Lunedì tredeci, e vento impetuoso nel dì seguente, sembra che non permettessero consuolo a questi abitanti per godere la [...]: sembra che non dovessero pacarsi, pria del ritorno in Napoli, giusta le Sovrane risoluzioni, del di lei Augusto Genitore. In sì barbarie dolente esposti, chi sarà mai che consoli questa popolazione? In sì orrida confusione sorge l'aurora, e pare che rendi la calma all’annunzio del nuovo giorno. Effimere idee di guasto produssero i nembi turbinosi. A renderlo quindi ebbrifestoso, si cominciò con tintinnio de' Sacri Bronzi nell'alba, per le disposizioni di benemeriti Galantuomini. Fù di questi benanche la cura al comparire dell'Astro Maggiore di far guarnire le Mura del Paese (già d'ordine pria imbiancate) de' più fini tappeti quivi esistentino. Videsi finalmente comparire nella Forcatura alle quindeci ore Italiane, quando rinnovandosi il suono espulsivo, e solenne delle Campane, si portarono fuori dell'abitato il Rev.do Capitolo della Collegiata, e il Corpo degl'Impiegati, Giudiziario, Amministrativo, e Civico, con tutto il Popolo. Un'ordine però, proibisce al Clero farsi ivi trovare; ma bensì nella Porta della Madrice Collegiale Chiesa, al che incontanente fù data esecuzione. Giunto per la fine a cavallo in S. Antonio, che fù dal Sindaco presentato un fiore su d'una coppa d'Argento. Lo ringraziò, lo gradì, e con benigno cuore si fè da tutti baciare la mano, mentre che la Plebe eccheggiava: "Viva il Re! Viva S.A.R.! Viva il Duca di Calabria!". Procedendo così in Piazza tra il clamore de' suoi, scorge il quadro di S. M. di lei Augusto Genitore, e per rispetto si cava il Cappello. Giunto in Chiesa, ove si era esposto il Venerabile, si genuflesse, ed aspettò quivi con tutta la divozione, fino a che si ebbero terminati i cantici di lode, colla benedizione del Santissimo, data dal R.ndo Arciprete D. Vincenzo Maria Campanelli. Osservò la Chiesa, e sortendovi si fè dare il braccio dal Principe di Cellamare, di lei Gentiluomo di Camera, per fino alla Porta, che chiamano. Montato di bel nuovo a cavallo progredì fino al giù della summentovata Montagna, da dove, come ancora nello scendere procedette a piedi, togliendosi il Vestito di castoro blù chiaro, e rivestendosi di Giubbone largo di color Siviglia. Giunto all'insù volle circostanziatamente osservare il Regno in parte, nella perfetta serenità. Da tutti, e di ogni condizione richiedeva chi constituisse quel tal punto, quell'altro ec. A tutti permetteva familiarità: con tutti quasi conversava. A rendere quindi gaja, e giojosa testimonianza del piacere incontratovi, volle sulla tenera erbetta, fra cespugli del faggio sedere, per prendere a modo di cibo, ciocché si avea fatto preparare in Montedimezzo. Ne gradì tanto, che lieto, e faceto mostravasi in quel tempo con tutti; ed in tal modo, parlava ad alcuni Giovani Galantuomini, che pel desio di prestarle omaggio, salivano a piedi là nel Campo. Sceso quindi, e non procedendo per la strada degli abeti (come era stato stabilito), tergiversò per quella del ritorno. Comandò che il Parroco, il Sindaco, e Comandante Civico si facessero trovare in mezzo della Piazza. Quivi rese testimonianza di sue virtù, con delle largizioni. Diede al Parroco ducati ventisei per i Poveri; al Sindaco dieciotto per i lavoratori della strada; al Comandante ventiquattro pel corpo civico. Fece osservare i Pubblici Edificj, come strade, fontane e per conoscere come si governava da' suoi impiegati. Ne uscì quindi col desio di ritornare nel futuro anno, anzi pernottare nel Paese, perlocché fece osservare de' Palazzi che potessero in qualche modo riceverlo. Se metterà in esecuzione il disegno, non mi renderà pena prendere di nuovo la penna, essendo tra i vivi. Spiacemi solo che troppo angusta, ristretta, e limitatamente, non mi permettono degli proporzionati encomj alle rare Virtù della Persona Reale. Il di lei seguito non fù composto che dal Principe di Cellammare, Marchese Cappelli, il Chiavo d'acciaro Viglia, il Chirurgo Maggiore e due Guardiani. La di lei scioltezza stoica fù vessillo di una ben fondata Filosofia. L'amor filiale co' suoi, dimostrava al certo quella clemenza che ne comporrebbe lo Scettro. La bontà scovriva nel fondo del cuore una bassa umiltà che formavano, in un serto il Prezioso Diadema coronatore del di lei Maestoso Capo. La dabbenaggine finalmente ne constituirebbe il Real Mantello. Tutto fregiato di virtù, tutto sfolgorante di pregi, tutto risplendente di soprannaturali dommi fan giustamente eccheggiare esultando: "Viva il Re! Viva il Principe Reale!". Di Gennaro del 1825 fù elevato al Trono per la repentina morte di suo Padre. Bernardo Falconi Fonte: N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742.

  • The big surprise from Montesilvano to Capracotta

    Questo è il giorno che aspetto di più e che temo allo stesso modo. Il chilometraggio non è eccessivo, conosco il Molise dal lato delle sue strade statali ma non dal punto di vista Gravel e la tappa di oggi è 50% Gravel. Parto alla solita ora, 8:30 da Montesilvano, questa mattina le gambe ci mettono un po' di più a girare, tanto che mi sembra di essere impiantato... Penso subito che così potrebbe diventare davvero dura... Mi fermo in un bar, mangio un crapfen alla crema e metto in borsa un tramezzino il quale si rivelerà la scelta di giornata. I km passano veloci sotto le ruote ed arrivo ad Ortona dove imbocco la ciclabile più bella mai fatta fino ad ora, la "Ciclabile dei Trabocchi". Costruita sul tracciato di una ex ferrovia costeggia il mare ed è semplicemente perfetta... In lontananza vedo due cicloviaggiatori davanti a un trabocco ed avvicinandomi capisco subito chi sono! Il napoletano e il tedesco incontrati 2 giorni fa... siamo increduli e ci festeggiamo godendoci una pausa e facendo quattro chiacchiere. La felicità nel rincontrarli mi fa capire davvero cosa significa viaggiare da solo! Per entrambi è l'ultimo giorno, ci ripromettiamo di tenerci aggiornati, cosa che non riuscirò a fare fino al giorno successivo... A Fossacesia ci dividiamo, io inizio la salita o meglio, la tratta che dal mare porta nell'entroterra sino alla montagna. Da subito capisco che non sarà una passeggiata. La traccia mi porta a costeggiare il fiume Sangro. Il fondo è sconnesso, sassoso, da mtb (forse) è infernale. Dove le ruote non riescono a scorrere devo spingere a mano, dove non riesco a pedalare è perché mi trovo davanti a salite del 20% su ciottolato smosso... Uso il tramezzino jolly, non mangio da 2 ore, per fortuna riesco a ricaricare acqua a casa di una signora. Continuo così per km guadagnando lentamente quota sino ad ad arrivare alla diga del lago di Bomba... 262 m. Sembra un miraggio! Dentro di me urlo: « Solo 262 metri? » . Costeggio il lago e dentro di me penso: « Cavolo, deve esserci un bar almeno » ... Finalmente noto l'insegna di un ristorante che dalla strada si vede molto poco! Pranzo con un piattone di pasta al ragù, parlo con un po' di persone che mi danno del matto, insomma i soliti convenevoli... Komoot non conosce il Molise, il navigatore del Garmin nemmeno, la traccia che mi propone è illegale, l'unico segno di passaggio nella strada infestata da rami, piante e "la qualunque" e il segno del cingolato. Ne uscirò pieno di graffi... Penso sia in disuso e lo capisco quando arrivato a Giuliopoli incontro un ciclista a cui chiedo informazioni. Si meraviglia della strada percorsa e forse preso da una sorta di tenerezza mi invita a seguirlo. Chiacchierando dopo qualche minuto mi chiede da dove vengo con quel "bagaglio", allora decido di gli raccontargli tutto. Risaliamo insieme i paesi di Rosello e Pescopennataro dove mi spiega la strada da prendere per Capracotta, saluto e ringrazio ma dentro di me so che il piano è diverso. Voglio arrivare a Prato Gentile, 1.573 m, il punto stradale più alto del Molise, lì lavora mia madre e posso farlo tramite la statale. Da Pescopennataro a Prato Gentile sono 6 km al 6%, non so per quale motivo ma tutta la fatica sparisce, tutti i dolori (tendine) pure... In poco tempo arrivo in cima e giunto al passo mi lascio andare in un bel momento di commozione. Sono arrivato, manca solo la discesa a Capracotta, 15 minuti forse... La affronto al calar del sole che dipinge di arancione l'abitato di Capracotta, che è in giornata di festa, non per me ovviamente, ma rende tutto più bello! La sorpresa a mamma viene bene, anche questa volta. Esserci arrivato in bici per me è segno di grande orgoglio, che tuttora ancora non riesco a metabolizzare completamente. Riuscirò forse, nei prossimi giorni. Alan Cattin Cosso Fonte: https://trapiantalan.wordpress.com/ , 19 settembre 2023.

  • Capracotta è a 1.421 o a 1.430 metri s.l.m.?

    Molti di voi conoscono Capracotta, il paesino montano in provincia di Isernia, famoso per le sue piste da sci di fondo, i suoi boschi, le sue bellezze naturalistiche e  la cordialità e l'ospitalità dei suoi abitanti. Inoltre molti di voi sanno che la sua posizione sul livello del mare è di 1.421 m s.l.m., il che permette di passare nelle sue strutture ricettive i mesi più caldi dell'anno in assoluto stato di benessere. Ora, poco tempo fa, parlando con alcuni amici, mi sono chiesto: «Ma in quale punto esattamente è stata misurata l'altezza di questo e degli altri comuni d'Italia?». Questa domanda che mi sono posto mi ha indotto a fare una piccola ricerca, i cui risultati sono esposti qui sotto. Per prima cosa ho cercato di capire con quale criterio venisse scelto il punto del paese di cui misurare l'altezza, o altitudine come vogliamo dire. Da quanto letto è risultato che il punto di riferimento per la misura è molto discrezionale e cioè possiamo scegliere addirittura tre punti base: l'ingresso del municipio; il sagrato della chiesa principale; il tetto del campanile della chiesa principale. Poi mi sono detto: «Andiamo a consultare le mappe dell'Istituto geografico militare (IGM), che ha sede a Firenze e che è l'unico ente in Italia che fornisce cartografia di precisione al nostro esercito e su cui, tra l'altro, sono riportati molti punti geodetici di riferimento del nostro territorio». Ebbene, da questa ricerca sono emerse due cose sostanzialmente: nella mappa di zona, nel paese sono indicati diversi punti di riferimento geodetici, tra i quali il più importante è il posizionamento del sagrato della chiesa principale, a 1.416 metri sul livello del mare; nella scheda specifica del paese, invece, è indicata chiaramente un'altezza di 1.430 m s.l.m., calcolata sulla sommità del campanile della chiesa principale. A questo punto mi sono chiesto: «Ma allora da dove sono spuntati fuori i famosi 1.421 metri di cui si è sempre parlato e soprattutto scritto in tutti i siti e libri (cartoline comprese) che da sempre parlano di Capracotta?». Luciano Carnevale

  • Il viaggio della conoscenza di don Ninotto

    Buonasera a tutti e grazie di essere qui. Come sapete ci apprestiamo a presentare il nuovo libro del nostro don Ninotto, quarto capitolo della serie "Prete oggi", una sorta di guida per i sacerdoti del terzo millennio affinché puzzino di pecora, come ha ribadito più volte papa Francesco nelle sue udienze. È un onore per me aprire questa presentazione perché stimo molto don Antonio Di Lorenzo e la sua capracottesità: negli ultimi due anni sono stato il suo "altoparlante", portando alla comunità capracottesi i suoi scritti e le sue riflessioni. Andando dritti al punto, dirò che il libro di oggi è costituito da tre sezioni solo apparentemente separate. Nella prima sono state inserite 8 biografie di insegnanti ed uomini di chiesa (alcuni dei quali nosti compaesani, come don Michele D'Andrea , don Orlando Di Tella e padre Mario Di Ianni ); nella seconda parte vi sono quelli che abbiamo definito "scritti senili", nei quali don Ninotto ha tracciato un vademecum per invecchiare con metodo, ossia per non perdere il gusto della conoscenza; nell'ultima sezione vi sono invece alcune poesie dialettali del Nostro. Ma è il sottotitolo di questo libro a raccontarci davvero il suo contenuto, un tema tanto affascinante quanto fondamentale: il viaggio che la conoscenza ha fatto dalla cultura greco-latina fino ai giorni nostri. Ci si immerge così in un percorso che attraversa i secoli e i continenti, un cammino che ha plasmato il nostro modo di pensare, di apprendere e di comprendere il mondo. La cultura greco-latina - che pervade buona parte della produzione scritta di don Antonio - rappresenta, con la sua straordinaria eredità, le radici profonde della nostra civiltà. I Greci, con l'insaziabile curiosità e lo spirito di indagine, hanno gettato le basi della filosofia, della matematica e delle scienze naturali. Pensatori come Socrate, Platone e Aristotele hanno sollevato questioni che ancora oggi animano il dibattito filosofico e scientifico. I Romani, dal canto loro, hanno ampliato e consolidato queste conquiste. Con la loro capacità di organizzazione e di integrazione culturale, hanno tramandato il sapere greco attraverso il diritto, l'ingegneria e l'architettura. Il loro lascito, dalle leggi alle strutture pubbliche, ha avuto un impatto duraturo sulla società europea e, successivamente, su quella globale. Col passare dei secoli, la conoscenza si è evoluta e trasformata. Il Medioevo, spesso erroneamente considerato un periodo di oscurità (ed in parte è vero), è stato invece un tempo di grande fermento intellettuale. Monasteri e scuole medievali hanno preservato e trasmesso il sapere antico, mentre le università nascenti hanno iniziato a riscoprire e rielaborare le conoscenze greco-romane. Il Rinascimento ha segnato una rivitalizzazione della cultura classica, col ritorno ai testi antichi e l'esplosione di nuove scoperte, l'America su tutte. Il connubio tra scienza, arte e filosofia ha dato vita a una rivoluzione intellettuale che ha gettato le basi per il mondo moderno. Nel corso dei secoli successivi, il sapere ha continuato a espandersi e a diversificarsi. La rivoluzione scientifica del Seicento e l'Illuminismo hanno ulteriormente trasformato la nostra comprensione del mondo, mentre la globalizzazione ha portato il sapere occidentale ad incontrarsi e mescolarsi con culture di ogni angolo del pianeta. Oggi, nell'era dell'informazione e della digitalizzazione, viviamo un'epoca di accesso senza precedenti alla conoscenza. La rete globale ci permette di attingere a un vasto oceano di sapere e di connetterci con intelligenze e culture diverse in modi che i nostri antenati non avrebbero mai potuto immaginare. Ma se il viaggio della conoscenza ha attraversato secoli e continenti, per don Antonio la sua essenza rimane la stessa: una continua ricerca della Verità - che sta anche alla base della Fede -, ovvero l'incessante desiderio di capire e un profondo impegno a costruire su ciò che si è appreso. È un percorso che unisce passato e presente, tradizione e innovazione, e che lo - e ci - spinge a guardare al futuro con curiosità e speranza. In questo viaggio, in cui siamo tutti partecipanti attivi, spetta a noi continuare ad esplorare, a scoprire e a trasmettere il sapere alle generazioni future. È con questa consapevolezza che vi invito a immergervi nel libro. Con mente aperta e spirito di avventura. Grazie e... lunga vita a don Ninotto! Francesco Mendozzi

  • La fucelazione

    Sott'a re Monte a dù jeàrvene taglieàte, già attaccàte gné san Sabbastieàne, mó Gaspare e Rodolfe lòche stieàne pe esse da re Tedìsche fucilieàte. Senza nesciùna colpa, sulamènte p'avé cristieanamènte recettàte re priggiuniére englìse affamàte. All'embruvvìse nu spare ze sente déndre a quire vòsche de 'r dulóre; dù cuórpe senza vita, dù 'nnuciénte ze ne sò jùte senza nu lamiénte. Lóre nen sò muórte, ma sò vive ancora pe tutte re pariénte e re paisieàne. Gné dù crùce de fieànche appeccechieàte accuscì stieàne in ciéle re dù frieàte, che l' vràccia aperte e unite che na mieàne. Pe vuluntà della cattiva sorte, pe Rodolfo e Gaspare Fiadino s'è chiuse quire juórne ru destìne... dù frieàte nella vita e nella morte. Gabriele Mosca La fucilazione Sotto il Monte, a due alberi tagliati, come san Sebastiano, lì stan già legati Gasperino e Rodolfo, per esser dai Tedeschi fucilati. Senza colpa alcuna, soltanto per aver dato cristianamente ospitalità a prigionieri inglesi affamati. D'improvviso s'ode uno sparo in quel bosco del dolore; due corpi senza vita, due innocenti, se ne sono andati senza lamenti. Loro non son morti, ma sono ancora vivi per tutti i parenti e i compaesani. Come due croci di fianco unite, così stanno ora in cielo i due fratelli, con le braccia aperte che si dan la mano. Per volontà della cattiva sorte, per Rodolfo e Gasperino Fiadino si chiuse quel giorno il lor destino... fratelli nella vita e nella morte. (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: G. Mosca, Poesie in dialetto capracottese , Archimede, Sulmona 2008.

  • Il corredo matrimoniale di Mariannina Mosca

    Nella società italiana del passato il matrimonio era considerato il solo destino possibile per una giovane che non aveva attitudine alla vita conventuale e, di qualunque livello sociale il matrimonio fosse, almeno fino agli anni '40 del secolo scorso, le famiglie cercavano di destinare le proprie figlie, ancora fanciulle, al casato più conveniente, affinché la proprietà restasse in famiglia e non venisse divisa perdendo così di valore, ed era, quindi, conveniente pensare in tempo utile alla preparazione del corredo. L'insieme dei capi di biancheria e vestiario che una sposa portava con sé nel momento delle nozze, dunque, occupava l'intera infanzia ed adolescenza d'una ragazza; a partire dalla Prima comunione, le giovinette si dedicavano a tessere e  ricamare il loro corredo, la cui consistenza dipendeva dalla situazione economica familiare. Talvolta, le famiglie non esitavano ad indebitarsi pur di preparare un adeguato corredo matrimoniale alle loro figliole affinché non sfigurassero con la famiglia dello sposo e con la popolazione del paese, molto attenta a questo tipo di preparativi. La dote ( dòdda ) della sposa, tuttavia, poteva comprendere, oltre al corredo e agli oggetti d'oro, altri beni: denaro, animali, vestiario ecc. Per tale motivo, gli sposi sottoscrivevano, davanti ad un notaio, un documento che riportava, in maniera precisa e dettagliata, tutto ciò che la sposa portava in dote. Nello specifico, vediamo oggi il «correto matrimoniale» del 1928 di Mariannina Mosca, che assieme ai fratelli Pietro e Pasquale (il padre Giovanni era già morto) ed al futuro marito Fiore Carfagna, ella firmò su carta bollata (4 pagine) da 3 £. Qui di seguito vi è l'elenco dei 60 beni e del loro corrispettivo valore, probabilmente contrattato fra le parti in sede notarile: Bene N° Valore in £ Materazzi 2 350 Lana 50 kg 800 Cuscini 8 160 Camice 16 400 Musali 2 100 Salvietti 24 150 Sciucamani 20 300 Lenzuola 6 1500 1° letto: 2 federe e 1 piega 3 500 2° letto: 2 coprefedere e 1 piega 3 400 3° letto: 2 federe e 1 piega 3 350 4° letto: 2 federe e 1 piega 3 280 5° letto: 2 coprefedere e 1 piega 3 250 Federe liscie 28 400 Pignettone 6 185 Mandarelli 4 100 Coprepiedi 3 250 Coperta bianga 1 500 Coperta affascia di seta 1 200 Coperta di lana 1 300 Fazzoletti tascabili   36 Coperta gialla di cotone 1 150 Imbottita 1 150 Portiera 1 30 Tende 2 40 Cendre 1 25 Copre conolletta   30 Busto 1 25 Mutande 8 260 Copre busto 8 120 Sottane 7 210 Veste caffè di lana 1 150 Veste blù di lana 1 140 Veste grigia di lana 1 140 Veste verde di lana 1 150 Veste blù di lana serge 1 150 Veste sposalizio 1 100 Borsa 1 35 Vestaglia di cotone 1 120 Camicietta granata 1 30 Camicietta blù cotone 1 30 Camice grigio 1 30 Vesta pesanda lana cotone 1 170 Camicietta blù 1 30 Camicietta colori carli 1 50 Borse di cotone 12 150 Giacca bluse di lana 3 200 Mandarine 7 84 Campanelli 2 40 Scialli 2 200 Fazzoletti da testa 3 33 Copribicchieri 6 20 Calze 20 300 Sciarpe 2 80 Comò 1 300 Tira panni 1 100 Scarpe 5 300 Collana di coralli 1 50 Orecchino   35 Anello   30 A questo ben di Dio in termini di vestiario e biancheria da letto, i fratelli Mosca aggiunsero 3.000 £ «ingondanti» per un totale definitivo di 14.658 £ (circa 18.700 € attuali). In realtà, a ben vedere, vi fu un errore, per eccesso, di 140 £, che la famiglia di Mariannina sborsò in favore di Fiore Carfagna. L'accordo, comunque, si chiudeva così: Io quì sotto firmato Mosca Mariannina dichiaro che rinungio [a] debito e capitale lasciato dal defundo mio patro [e] resto tutto a disposizione dei miei fratelli cioè resta a loro proprietà, e mi dichiaro di fargli rinungia a mano di notaio insequesto a quando lo richiedono [i] miei fratelli Pietro e Pasquale. Mariannina Mosca, insomma, dichiarava di non avere più nulla a pretendere dai fratelli in termini di proprietà e/o di eredità, e sostanzialmente, siglando questo atto, rinunciava a qualsiasi futura impugnazione. Con una semplice firma, quindi, la donna usciva per sempre dal patrimonio di famiglia, evitando che questo si disperdesse presso famiglie estranee a quella del capostipite. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815) , Youcanprint, Lecce 2021; A. M. Restaino, Il corredo della sposa. Valore e tradizione , in «Basilicata Regione Notizie», 123-124, Potenza, luglio 2010.

  • Un molisano novantenne rievoca la lotta fra Baratieri e Menelik

    A Pescara, al numero 15 di via Savonarola, abita un arzillo vecchietto di circa 90 anni, che sorprende tutti, e non poco, per la sua lucidità di mente, ricordando fatti ed episodi della sua giovinezza, con quella ricchezza e dovizia di particolari, che molto difficilmente possiamo riscontrare in altre persone della sua stessa età. Ma Nicola D'Onofrio (questo è il nome del nostro personaggio) ricorda con maggiore entusiasmo la sua vita militare ed il passato di combattente in Africa, dove si distinse in brillanti imprese militari. Nicola D'Onofrio, molisano di Capracotta e residente a Pescara da pochi anni, è uno dei rari reduci della cruenta guerra d'Africa: i ricordi di essa sono sempre presenti nei suoi discorsi! Cercheremo di riferire ogni cosa, nel modo che lo stesso interessato, dai noi intervistato, ci ha narrato. «Sono nato a Capracotta, in provincia di Campobasso – ci dice il D'Onofrio – il 1° luglio 1871. Appena grande, intrapresi il mestiere di carbonaio, professione che, da quelle parti, è esercitata moltissimo. Raggiunta la maggiore età, venni arruolato nel 1892 e destinato al 60° Regg. Fanteria di Savona, dove rimasi per tre mesi, facendo la spola tra le fortezze di Savona, di Aldaro e di Forte Arturo. Di qui, poi, venni trasferito ad Oneglia, dove rimasi 6 mesi, facendo la guardia delle locali carceri giudiziarie, insieme ad altri 5 soldati. Il mio reparto era costituito da 25 elementi, tutti affiatati e compagnoni!». E nel dire queste parole, il D'Onofrio, ormai carico d'anni e di esperienza, nostalgicamente rievoca un periodo di spensierata giovinezza! «Durante questo soggiorno venne un ordine del generale Disonas – prosegue l'interlocutore – secondo il quale dovevamo recarci a tagliare legna in località Molini di Triora, ai confini con la Francia, al fine di disboscare la zona ed aprire la strada ad una vicina fortezza. Io, esercitando da borghese il mestiere di carbonaio, venni scelto per il lavoro insieme ad altri. Non mi posso lagnare davvero di questo periodo, perché, per quello che facevamo, avevamo doppie razioni di cibi più appetitosi e pochi soldi giornalieri!». E dettoci questo, il D'Onofrio, circondato da una grande schiera di famigliari, che ascoltano devotamente in silenzio le sue interessanti rievocazioni, che conoscono ormai a memoria, giacché il vecchio non si stanca mai di tirarle fuori ad ogni occasioe, si ferma, quasi avesse terminato una prima parte della narrazione, quella da «permanente a Savona», come è solito dire. Lo guardiamo con una certa insistenza, significando con il gesto di voler conoscere quelle rievocazioni notoriamente più interessanti, quelle della guerra d'Africa. E continua:   «Venni richiamato ancora nel 1894, in seguito alla rivoluzione socialista scoppiata in quell'anno a Foggia». «Quale episodio "interessante" ricorda di questo periodo?» gli chiediamo. «Ricordo – ci risponde il D'Onofrio con un sorrisetto tutto particolare, carico di ironia e nello stesso tempo di commiserazione – che in questa occasione un tenente si ebbe una bella sassata nel mezzo della fronte! Sangue a non finire e conseguenti rappresaglie sulla folla, che sembrava davvero inferocita, furono i corollari della sassata!». Il suo narrare, giunti a questo punto, si fa più affrettato ed incomprensibile, conseguenza del palese entusiasmo che il vecchio mette nella narrazione. Non comprendiamo chiaramente quanto egli ci dice, sia perché, come detto, le sue parole acquistano un ritmo "a ripetizione", e sia perché il D'Onofrio mescola, nel suo parlare, il dialetto abruzzese e molisano: siamo costretti a ricorrere all'aiuto di un figlio e di un nipote, che cortesemente ci fanno da interpreti. Cerchiamo di sintetizzare quanto il vecchio dice ancora. Nel 1895 venne richiamato a Fano, in quel di Pesaro, dove rimase per tre mesi ed in questo anno arrivò l'ordine di recarsi in Eritrea. Il 15 gennaio del 1895 venne trasferito a Napoli, in attesa di partire per l'Africa. Il 20 gennaio si imbarcò: duemila persone stavano per essere portate in Africa, dagli unici due piroscafi a disposizione! «Il cado che soffrivamo – ci dice – durante la traversata era davvero insopportabile: fino a 45 gradi!». Il 22 dello stesso gennaio arrivarono a Porto Said, attraversando il Mar Rosso, guidati dal generale Baldissera. Nella stessa giornata si partì per Massaua: le navi, con i riflettori, illuminavano il Canale di Suez. Alcuni giorni dopo si arrivò a Massaua, dove si rimase fermi 5 giorni e poi gli uomini furono caricati su un treno, a bordo del quale raggiunsero il deserto del Sagata, restandovi accampati un mese, in attesa di ordini. «Negli ultimi giorni di febbraio – la narrazione riprende dalla viva voce del D'Onofrio – fummo portati in un paese chiamato Ghinda, donde, attraverso la così detta Valle delle Scimmie, arrivammo sull'altipiano dell'Asmara, a quota duemila metri. Lo spettacolo che vi si poteva ammirare aveva qualcosa di irreale. Dappertutto, però, campeggiavano rovine e resti di avvenuti scontri. Fu in questo luogo che, il 2 marzo, si verificò lo scontro storico tra il generale Barattieri e Menelik: il primo con soli 40 mila uomini e l'altro con 300 mila unità! Cento italiani, catturati, vennero barbaramente evirati, mentre i neri da noi fatti prigionieri ebbero tutti indistintamente tagliata la meno destra od il piede sinistro. In seguito a questi eventi il generale Baldissera ritenne opportuno prelevare tutto il reggimento e condurlo di nuovo a Ghinda. Da Ghinda, poi, arrivammo a Sitafé. Il primo aprile lasciammo detta località e la sera stessa avvenne un tremendo scontro con le pattuglie di Ras Alula. Il nostro plotone, composto da duemila uomini, ebbe un morto ed un ferito soltanto ed i nostri uomini, con il loro eroico comportamento, misero in fuga le pattuglie del Ras! La mattina del 2 maggio, dopo diversi giorni di sosta, ci mettemmo in marcia per il ritorno. Dovevamo arrivare alla fortezza di Adirat, dove le nostre pattuglie erano state assediate dagli uomini di Ras Mangascià, Ras Alula e Ras Abath. Sopraggiunti noi di riforzo, mettemmo in fuga gli uomini africani alle quattro del mattino, dopo diverse ore di combattimento. I nostri, durante tutto il periodo dell'assedio, si erano nutriti soltanto con una tazza di farina ed un poco di formaggio. Il 3 maggio del 1896, alle ore 15 (sono date che, anche a questa età, non si possono dimenticare!) – ci dice con entusiasmo il D'Onofrio – la bandiera tricolore sventolava sul Forte Adirat liberato!». «Quale spettacolo le si presentò agli occhi nel Forte Adirat?». «Molti erano i cadaveri sparsi da ogni parte: il tifo aveva voluto le sue vittime! La mancanza di acqua era davvero preoccupante: quella che c'era, era stata intorbidita e resa venefica dai bossoli di fucile. Dal 3 maggio al 24 giugno tutto fu tranquillo. Il 24 intraprendemmo il viaggio di ritorno per l'Italia e, dopo quattro giorni e quattro notti, giungemmo a Tel Aviv, dove trovammo una epidemia di colera. Quattro nostri compagni morirono sulla nave e furono sepolti a Porto Said. Questo fu, in effetti, l'unico "imprevisto" che turbò il viaggio di ritorno. Dopo due giorni, da Tel Aviv arrivammo a Napoli, dove una folla entusiasta ci attendenva, tributandoci manifestazioni di affetto e di simpatia. Ricordo che molte madri e spose piangevano di gioia: molte altre, per il fatto di non aver visto più tornare i loro cari! Nel giugno del 1896 mi congedai, ritornando nella natia Capracotta ad esercitare di nuovo il mestiere di carbonaio. I ricordi di guerra, però, sono sempre presenti e vivi in me. Da un paio d'anni mi sono trasferito con i miei figli a Pescara, dove vivo tranquillamente, senza preoccupazioni di sorta. Il mio passato di combattente e la vita di guerra mi tengono compagnia quando sono solo e non so cosa fare e, se mi sento triste, rievoco il passato: solo così, tutto torna a sorridermi!». Nicola D'Onofrio, nel dirci queste parole, abbozza un sorriso largo ed espressivo, che ci colpisce. Lo lasciamo circondato da tutti i suoi famigliari, ai quali il vecchio torna a raccontare, per l'ennesima volta, i suoi ricordi; i parenti lo ascoltano con attenzione: apprendono, così, sempre qualcosa di nuovo e di interessante sulla sua movimentata vita di combattente! Lucio Angelini Fonte: L. Angelini, Un molisano novantenne che vive a Pescara rievoca la lotta fra Barattieri e Menelik , in «Orizzonti d'Abruzzo», III:5, Pescara, maggio 1960.

  • Derby di Capracotta: edizione 0

    La partita andata in scena sabato 7 settembre 2024, sul terreno di gioco del campo comunale "Erasmo Iacovone", è un qualcosa di magico che mancava da troppo tempo. Il suddetto campo, dopo aver ospitato i ritiri estivi della Juve Stabia e della Turris 1944, ha ridato vita al "Derby di Capracotta", organizzato dall'A.S.D. Capracotta. Questo evento ha radici profonde, perché rievoca ricordi indelebili del passato, quando la "rivalità" sportiva tra i quartieri di San Giovanni e Sant'Antonio era all'ordine del giorno. La partita è stata ricca di emozioni, con il risultato in bilico fino a 20 minuti dalla fine, quando il Sant'Antonio ha fatto sua la gara, allungando di ben tre gol. Il San Giovanni ha disputato un gran primo tempo, andando in vantaggio con Paglione Andrea e più volte vicino al raddoppio. Il pareggio del Sant'Antonio è arrivato sugli sviluppi di un corner con Fiadino Sebastiano. Nel secondo tempo, Carnevale Graziano con un gran destro sotto l'incrocio ha riportato il San Giovanni in vantaggio. Da lì in poi, il Sant'Antonio ha sfruttato tutte le ripartenze in suo favore. Con la squadra del San Giovanni proiettata in avanti, il Sant'Antonio, grazie alle doppiette di Sozio Daniele e Pallotta Alessio, ha chiuso i conti. 5-2 il risultato finale. La consegna della coppa, da parte dell'assessore allo sport Pierino Di Tella, a Lucio Fiadino (classe 1955), grande protagonista dello sport locale e per l'occasione capitano di Sant'Antonio, è stato un momento indimenticabile. I due, amici da una vita, commossi, si sono stretti in un abbraccio e hanno dato il via ai festeggiamenti della squadra di Sant'Antonio. La compagine di San Giovanni ha abbracciato e si è congratulata con gli avversari, a conferma che lo sport - il calcio - deve essere questo. Bisogna saper anche perdere e congratularsi con l'avversario. Da sottolineare anche la prova da veterano di Mario Monaco (classe 1966), protagonista di una partita eccellente da difensore centrale per il quartiere di San Giovanni. La più grande vittoria della giornata, però, è stata vedere la tribuna dello "Iacovone" piena di gente. Bambini, anziani, ragazzi, persone di ogni età che, dopo aver assistito alla partita, si sono fermate a festeggiare con le due squadre. Tra musica, canti, balli, brindisi e sane prese in giro tra rioni... Nestore Sammarone

  • Menestra patana: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!

    I capracottesi, secondo me, dovrebbero costituire un comitato che si faccia promotore di un monumento alla patata. L'idea, immagino, vi farà ridere, ma se ci soffermassimo un po' meglio sull'importante funzione alimentare che ha svolto questo tubero nel corso degli ultimi secoli a Capracotta (e non solo), forse incomincereste a ridere di meno! Si vuol forse negare l'importanza della patata a tavola, non oggi, ma quando i nostri antenati attorniati davanti al camino, con al centro ne chettùre pieno di patate cotte, si sfamavano squoàccia e magna ? Sono convinto che, anche qualcuno che in questo momento sta leggendo, se lo ricorda bene... o no? Le patate rappresentavano, a quei tempi, quasi sempre, il pasto quotidiano. Si diceva a proposito: " Tutte re juórne patane patane, manghe na sagna, ne maccaróne, quand'arriva re juórne de feŝta, ze magneàme patane e menèŝtra ". Possiamo, quindi, affermare che la patata ha contribuito a sostenere alimentarmente intere generazioni e che, anche grazie ad essa, il popolo capracottese è riuscito a resistere, nei secoli, ai rigidi inverni su queste aspre ed innevate montagne. Senza dimenticare, poi, che la patata ha rappresentato da sempre l'alimento essenziale per il maiale, la cui importanza per le nostre famiglie, negli anni passati, è notoria. E non può mancare il piatto tradizionale a base di patata, ovvero: menèŝtra patàna ! Per la preparazione, semplice e veloce, si fanno lessare le patate tagliate grossolanamente, cioè a pacche , in abbondante acqua salata, vi si aggiunge due o tre coste di sedano prive di foglie e si porta a cottura. Avvenuta quest'ultima, vi si immerge del pane raffermo e si scola immediatamente. Vi si incorpora un soffritto di cipolla e pancetta tesa di maiale e, muniti di un buon pestello di legno, si incomincia a pestare; se la pietanza dovesse apparire troppo morbida si aggiunge del pane; se, viceversa, apparisse dura, utilizzare parte dell'acqua di cottura, prudentemente messa da parte in precedenza. Quando il tutto è ben amalgamato, "innevare" con del pecorino di Capracotta ma, prima di impiattare, lasciare riposare per qualche minuto. Ultimamente la ricetta viene rivisitata aggiungendovi dei fagioli: subisce senz'altro uno stravolgimento ma, se i fagioli sono rossi e nostrani, il piatto è più gradito al palato... provare per credere! Patate lesse, patate al forno, patate arracanàte , patate fritte... quali le più buone? Mio nonno ( Recchiamuzze ), diceva: – Se te vuó magneà la patana che 'uŝte, prima a chettùre e puó arruŝte! Le patate hanno anche una funzione sociale, dal momento che per la semina, la cultura contadina, ritiene cosa buona scambiarle. Non solo! Anche nel linguaggio quotidiano vengono citate, ad esempio: dire patanàte significa dire fesserie; oppure dire di qualcuno che patanéja , vuol dire che perde tempo. Ancora, dire ad un amico: " La patana de sòrdata! " ci si ride sopra, ma non sia mai gli si dice: " La patana de màmmeta "... si scatena la guerra! Potenza della patata! C'è qualche capracottese che aspirerebbe porre fine alla propria esistenza, addirittura, addosso ad una bella patana nostrana. E quale specie di patata era ritenuta migliore? Patata bianca, patata gialla, patata rossa, patata nera, patata nuŝtrana o patata "ruspa"? I decani della nostra residenza per anziani, zia Ida de re Cuandeniére , zia Raffaela e zio Americo Cicchemuórte sostengono che la ruspa è (o era!) senza dubbio la migliore; e su questo era d'accordo anche zia Taormina Vulpieàne . Detta patata aveva la buccia giallastra e un po' crespa. Era molto saporita e quindi molto ricercata ed oggi, purtroppo, non se ne conosce più traccia. Ed ora che la Comunità Europea ha dato il via alla coltivazione della patata transgenica, noi che facciamo? Assisteremo inermi alla scomparsa delle nostre patate? Non è il caso che anche a Capracotta si faccia qualcosa? Che so... magari un bel monumento alla patata?! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Menèsctra patana: la ricetta, fatti, aneddoti e curiosità! , in «Voria», IV:1, Capracotta, luglio 2010.

  • Infanticidio alla Lama

    La nubile giovane Di Nucci Lucia, di Giampietro, d'anni 20, contadina, in seguito ad illecite relazioni con Di Nunzio Giuseppe, fu Federico, d'anni 37, da Roccavivara, era divenuta incinta. Il seduttore, dopo sette mesi, e proprio quando s'accorse che l'amante trovavasi in istato interessante, emigrò nelle Americhe, e non diede più notizia di sé. Dopo il corso regolare della gravidanza, la notte dal 21 al 22 dicembre 1907, la Di Nucci dava alla luce una bambina. Forse per consiglio, o per salvare il proprio onore, la Di Nucci ebbe la cattiva idea di seppellire la neonata. Erano già trascorsi otto giorni, e tutto procedeva in silenzio; ma il nono giorno, non si sa come, si sparse pel paese che la Di Nucci s'era sgravata e non si sapeva dove il neonato fosse stato portato. Di ciò fu informata l'Arma; e il solerte Brigadiere Carinelli Paolo e il bravo milite Barbetti Atanasio si recavano in contrada La Lama , dove abitava la Di Nucci, facendo una minuta perquisizione in casa di lei e sottoponendola a minuzioso interrogatorio. La donna confessò che erasi abortita; ma ciò non persuadeva il Brigadiere, che seguitò l'interrogatorio, mentre il milite Barbetti interrogava la madre della Di Nucci, Paglione Grazia. L'infanticida confessò poscia che la bambina era nata morta, e che per salvare il proprio onore, si era decisa a buttarla nel piccolo ruscello che passa presso l'abitazione; ma ogni ricerca riuscì inutile. In seguito ad altro interrogatorio, i bravi e solerti militi riuscirono a far confessare alla Di Nucci che la bambina era sepolta sotto un mucchio di pietre, con la complitià della madre. Infatti la bambina fu trovata, scavando, e le due donne furono arrestate. Una lode ben meritata al Brigadiere Carinelli e al milite Barbetti. Stefano Amicone Fonte: S. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», XV:3, Agnone, 15 febbraio 1908.

  • La roveglia di Capracotta

    La  roveglia , detta anche  rubiglio  o  corbello , è una pianta appartenente alla famiglia delle leguminose. In botanica il nome scientifico è  Pisum arvense , differente dal  Pisum sativum  (pisello comune) proprio perché considerata pianta semi-selvatica. Infatti questa presenta nella colorazione un verde molto carico, foglie resistenti e numerosi prolungamenti sottili a forma di viticci chiamati cirri, grazie ai quali le piante si sorreggono a vicenda. Il periodo della fioritura, che coincide con la fine di giugno, è sicuramente il più suggestivo in quanto i campi si ricoprono di un viola-rosaceo di straordinaria bellezza, conferendo al paesaggio un aspetto incantato e surreale. Per quanto riguarda la granella, questa risulta simile ad un piccolo pisello selvatico molto variegato, con colori che vanno dal verde chiaro con screziature marroncino-nere, fino al rossiccio. Il sapore è davvero unico, delicato e robusto al tempo stesso, ideale per zuppe, gustato da solo o con la pasta corta. Dal punto di vista nutrizionale, è ricco in proteine carboidrati vitamine e sali minerali ed è povero in grassi, come tutti i legumi. Molto indicato in casi di astenia o per chi vuole tenersi in forma naturalmente, mangiando prodotti semplici e genuini che la terra ci offre. Prima di poterla aggiungere alle nostre produzioni, abbiamo impiegato diversi anni per ottenerne una buona quantità. Tutto nacque grazie al ritrovamento nella vecchia madia dei nostri nonni, di un piccolo contenitore, che aveva all'interno questi curiosi semi, custoditi gelosamente. Anticamente infatti, la roveglia era molto coltivata dalle popolazioni contadine di Capracotta, ma col passar del tempo è andata sempre più scomparendo, rischiando addirittura di estinguersi. Giovanni Mastroianni Fonte: https://www.ilmangiaweb.it/ .

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