LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Ristabilire la verità
Nel 1960 mio padre Luciano Di Tanna si occupava del gregge della famiglia di Dante Paglione. Nel pomeriggio all'incirca del 20 di ottobre mio padre si trovava in zona al di là della Fonte del Mulo con tutto il gregge di oltre duecento capi. Improvvisamente si scatenò un temporale molto violento e incessante che durò per oltre cinque ore. Nessuno sa, all'infuori degli addetti ai lavori, che il temporale blocca, paralizza il gregge talmente tanto che nemmeno le cannonate lo smuovono. Mio padre rimase immobile tutto il tempo come paralizzato e impotente, aspettando che la pioggia attenuasse la sua densità. Ciò avvenne a tarda serata. Il buio, il terreno fangoso e tutta la pioggia raccolta tra una valle e l'altra avevano creato una barriera che, da canalone, si era trasformato in un fiume in piena invalicabile, peggiorando la situazione e complicando il suo ritorno a casa. La decisione più saggia era risalire verso la strada asfaltata, verso la casa cantoniera di S. Pietro Avellana, sotto Monte Capraro. C'era tanta strada da fare ma era l'unica soluzione possibile per tornare a casa e comportò circa tre ore di cammino. A Capracotta, alle 8 di sera, scattò l'allarme: suonarono le campane intensamente e la notizia si dilagò alla velocità della luce. Tutti ripetevano che si era perso Luciano con tutto il gregge e per questo erano molto preoccupati anche i proprietari dello stesso. A casa mia erano tutti angosciati: mia madre piangeva e la casa era diventata un viavai di parenti, vicini di casa e compaesani; ognuno veniva a porgere la propria solidarietà. A quell'epoca avevo 17 anni e mio fratello 19. Ci incamminammo verso Sotto la Terra per un tentativo di ricerca ma invano. Tornammo a casa bagnati e inermi. Intanto si era creato un gruppo di volontari e di più capaci che avevano capito come la situazione si fosse potuta evolvere e si diressero verso la Montagna, tra Sotto il Monte e la casa cantoniera di S. Pietro Avellana. Intanto mio padre, tra mille difficoltà, spinse il gregge verso la salvezza senza mai pensare di abbandonarlo, anche perché egli era "padroncino" di 50 capi, una ragione in più per la salvaguardia del gregge ma, a dire il vero, l'avrebbe fatto comunque. Dopo una fatica immane, tenace e caparbio com'era, la salvezza arrivò con la strada asfaltata e l'incontro con i volontari, che avvenne a mezzanotte. In tutto quell'inferno dantesco per mio padre, i familiari e tutti coloro che si sono impegnati al caso - che vorrei ringraziare - successe che uno dei volontari si slogò un piede e chiese un risarcimento a mio padre che ne rimase interdetto. Con gli anni a seguire molte volte mi à capitato con dei paesani che, chiedendomi a chi fossi figlio, ribattevano: – A Luciano, colui che si perse. È qualcosa che non ho mai accettato, che mi dava molto fastidio, perché tutto quello che era successo a papà era vero ma non si era mai perso. Un ricordo di mio padre: una persona molto umile, semplice e ingenua con un grande rispetto per gli animali. Non l'ho mai visto bastonare le pecore e nel periodo di soggiorno a Rosello, dove l'ho aiutato per un periodo di due anni, tutte le pecore di papà avevano un nome. Ricordo che una si chiamava Paposcia e quando la chiamava si avvicinava come un cagnolino. L'amore ed il rispetto per gli animali l'ho ereditato anch'io e ne sono fiero. Pietro Di Tanna Fonte: P. Di Tanna, Ristabilire la verità , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Un trust di reduci unisce Londra al Molise
«Nei luoghi colpiti dal terremoto di agosto e ottobre molti prigionieri di guerra britannici hanno vissuto l'epilogo della seconda guerra mondiale. Nelle regioni del centro Italia, in campi di prigionia appoggiati sulle pendici degli Appennini, in zone di passaggio tra diverse regioni: Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise. Vedere oggi da Londra quei nomi, seguire le mappe delle onde sismiche che toccano piccoli paesi mi fa pensare a quelle comunità e al territorio che le ospita. Un pezzo della mia storia passa da quei borghi, da un tessuto di amicizie e solidarietà che affonda le radici nell'autunno del 1943. Dal varo della campagna d'Italia con lo sbarco in Sicilia erano trascorse poche settimane: con l'armistizio dell'8 settembre migliaia di prigionieri di guerra (circa 4 mila i prisoners of war ) erano reclusi nei campi controllati dagli italiani, molti di loro riuscirono a cavarsela grazie alla generosità e all’intraprendenza delle famiglie di contadini». Lo racconta con partecipazione Vanni Treves, tra i protagonisti del Monte San Martino Trust, una fondazione a sfondo benefico di volontari che dal 1989 riunisce combattenti britannici (con figli o nipoti) impegnati nel teatro di guerra della penisola italiana durante il conflitto mondiale. Storie lontane spesso dimenticate mentre la distanza tra il vecchio continente e le terre oltre Manica appare più ampia delle miglia che separano culture, lingue e tradizioni. Ogni ponte di dialogo appare prezioso e fragile, insidiato dal corso imprevisto degli eventi e dal responso della Brexit che ha scosso le fondamenta dell'architettura europea. E se il ponte appoggia sulle ragioni di un passato comune, sulle radici di memorie intrecciate e ricercate nella cesura della seconda guerra mondiale, allora quella trama che attraversa mari e montagne può trovare nuovi stimoli. «Siamo andati a cercare i discendenti di quei contadini, di chi allora ci aveva soccorso, nascosto, aiutato ripercorrendo luoghi segnati dal peso della guerra e dalle sue ripercussioni». Occorre guardare indietro per costruire qualcosa, dare un segno e una possibilità a chi non c'era. «Abbiamo iniziato più di 25 anni fa pensando di proporre un percorso utile e concreto. Abbiamo affisso nei comuni italiani o nelle scuole i nostri avvisi chiedendo ai ragazzi dei luoghi della guerra, alle generazioni di italiani più giovani di partecipare. A tutti veniva offerto un soggiorno in Inghilterra, tra Londra e Oxford per studiare la lingua e conoscere le nostre abitudini». Uno scambio che viaggia sul filo della storia, riavvolge il nastro di vicende lontane e soprattutto cerca interlocutori tra i cittadini dell'Europa di domani. «Non è stato semplice iniziare il progetto. Molti soldati di allora non ci sono più. Mio padre fu ucciso dopo la liberazione di Firenze mentre io e mia madre cercavamo la via della fuga braccati dai tedeschi. Ci hanno salvato in tanti, senza lasciare tracce e spesso senza neppure un segno che potesse rimettere in comunicazione le vite del dopo». Da allora ogni estate 20 studenti italiani passano almeno un mese in Inghilterra grazie a quelle lontane forme di ospitalità: piccoli e grandi gesti di resistenza diffusa e sconosciuta ai più. Per le leggi di guerra del terzo Reich se una famiglia avesse offerto assistenza a un prigioniero di guerra non avrebbe avuto scampo: fucilato il marito, bruciata la casa, deportati moglie e figli. Era quindi una scelta, un modo per schierarsi nella sfida tra democrazia e terrore. Sono queste le ragioni più forti di un dialogo che prosegue nel passaggio di testimone tra le generazioni. Irene ha 21 anni, studia ingegneria alla Sapienza di Roma. Un suo zio oltre 20 anni fa aveva partecipato al programma, riscoprendo avvenimenti del suo paese di origine, Capracotta in Molise. E da una generazione all'altra la consapevolezza si trasmette, Irene ne parla con fierezza: «Lo consiglierei a tutti, un'esperienza importante e formativa. Frequentavo ogni giorno i corsi dalle 9 alle 16 e ho avuto la possibilità di conoscere diversi protagonisti diretti o indiretti di una storia lontana». O Debora che con nostalgia ricorda un'estate di 20 anni fa: «Era la mia prima volta a Londra, un'esperienza sconvolgente per chi veniva da una piccola realtà di campagna in mezzo al nulla. Ero fiera di essere in quella città. La mia famiglia aveva nascosto i soldati inglesi, mio padre voleva che imparassi la lingua per conoscere il mondo». Il fondatore del trust, Keith Killby, ha compiuto cento anni nel giugno scorso, salutato dai messaggi di auguri della regina Elisabetta e del Presidente Mattarella che in una lettera affettuosa non si è lasciato scappare l'occasione per guardare alle sfide del presente: «In un momento in cui l'Europa attraversa una congiuntura delicata e complessa, il mio pensiero va a Lei e a tutte le persone che, memori delle devastazioni provocate dai conflitti del secolo scorso, si adoperano per rafforzare l'amicizia tra i cittadini europei e lo speciale legame che unisce i nostri due Paesi e i nostri popoli». Questo è il lascito più profondo dell'impegno di una generazione di soldati. Killby fu catturato nel deserto libico e spedito in Italia nel campo di Sevigliano nelle Marche. Dopo l'armistizio riuscì a fuggire da un varco nel muro di cinta trovando da subito braccia pronte ad accoglierlo: i primi furono proprio gli abitanti di Monte San Martino, un piccolo paese nelle vicinanze di Macerata. «A guerra conclusa non ho dimenticato quella solidarietà così spontanea. Pensavo ai contadini, ai loro volti alle tante forme di aiuto che ho ricevuto solo per averli incontrati sulla mia strada». Da quel tornante della sua vita ha mantenuto legami con l'Italia, non ha perso le tracce di quella generosità con l'obiettivo di fare qualcosa per ripagare almeno in parte quel debito: «Give something back» con gratitudine verso le nuove generazioni di italiani che hanno percorso il lungo dopoguerra. Umberto Gentiloni Fonte: U. Gentiloni, Un trust di reduci unisce Londra al Molise , in «La Repubblica», Roma, 28 novembre 2016.
- Cesarina la levatrice
Giovanissima diplomata del 1936 presso la Scuola di Ostetricia dell'Arcispedale "S. Anna" di Ferrara, che raggiungevo quotidianamente in bicicletta, non avrei mai potuto immaginare che il mio destino mi conducesse in un paese di alta montagna, per i tempi così "lontano", come Capracotta: per restarvi poi definitivamente fissandovi la mia residenza; avevo solo verificato, tra le offerte di lavoro per un incarico "interinale" di ostetrica condotta, che le maggiori segnalazioni provenivano dal Centro-Sud ed in particolare dal Molise. Del resto mi consideravo disposta ad affrontare qualsiasi difficoltà per una prima esperienza di lavoro che, oltre tutto, avrebbe finalmente compensato di tanti sacrifici anche mia madre vedova. Non avevo peraltro riflettuto al prevedibile disagio rappresentato dalle rilevanti diversità socio-culturali esistenti allora tra Nord e Sud Italia: tanto è vero che accettai a caso il primo dei tre comuni che mi propose la Prefettura di Campobasso notando solo che, assai singolarmente, la lettera iniziale dei loro nomi era per tutti e tre una "P" (come "Prova"?). Ero soddisfatta, anche se abbastanza spaventata e ricordo che, affamata e stanca dopo il lungo viaggio, mi fermai a pranzo in una simpatica trattoria: in cui ebbi grande esitazione prima di farmi servire, tra l'altro, una porzione di caciocavallo, che pensavo fosse un formaggio ottenuto dal latte equino! Lo gradii invece moltissimo, ma di lì a poco fui costretta a prendere un autobus per la destinazione "P" in cui sarei rimasta meno di tre mesi: e non mancò infatti il primo impatto assai negativo, in quanto fui costretta a raggiungere il centro abitato percorrendo a piedi, da sola, al buio e con una pesante valigia oltre un km. dalla fermata del pullman. Nulla da eccepire poi per quanto riguarda la buona famiglia presso cui fui ospitata "a pensione", ma con la padrona di casa che, ogni volta che uscivo, mi terrorizzava raccomandandomi in assoluto di non fermarmi per strada neppure a chiedere al postino se fosse arrivata una lettera di mia madre: era cioè assai preoccupata del mio buon nome e della mia reputazione (o piuttosto della sua?); perciò mi divertivo talora ad immaginare l'espressione accigliata e severa del suo viso se avessi potuto dimostrarle tutta la mia disinvolta sicurezza in bicicletta: per quei tempi considerata da vero "maschiaccio"; ma preferisco sorvolare sui diversi altri aspetti negativi di quel breve periodo che mi lasciarono davvero sconcertata e delusa: mi sembrava a volte di vivere in un altro pianeta e maturai così la decisione di "gettare la spugna": mi dispiaceva però di apparire sconfitta così presto e, testardamente, decisi di fare un ulteriore tentativo presso la Prefettura di Campobasso alla ricerca di altri sbocchi e cancellando le mie nerissime previsioni. Fu così che mi segnalarono la disponibilità temporanea anche del comune di Capracotta e la lettera iniziale di questo stranissimo ma simpatico nome, mi suonò paradossalmente come una garanzia di "Cambiamento": non diedi peso perciò a quanto, in perfetta buona fede, il funzionario di turno mi raccontava in merito alla sua terribile stagione invernale ed alla neve che anche in quel mese di febbraio vi era scesa copiosamente. Fu in questo modo che iniziò la svolta più imprevedibile ed importante della mia vita, sia pure essendomi "vaccinata" così negativamente, mio malgrado, contro tutto il Molise; perciò fu inevitabile che io mi dimostrassi, anche a Capracotta, assai prevenuta e molto poco socievole: a cominciare dal mio arrivo in treno alla stazione ferroviaria di San Pietro Avellana in cui fui costretta a sostare a lungo prima della coincidenza di una "corriera" e proprio per la grande quantità di neve. Già temendo un ulteriore e più grande insuccesso, ricordo che osservavo con una certa diffidenza il solo passeggero sceso con me dal treno: che mi tenne invece, molto signorilmente, tanta compagnia mentre io apparivo palesemente sorpresa per la sua alta statura e l'inconsueta mole corporea; si trattava infatti, come appresi in seguito, del notissimo avvocato don Giulio Conti (di cui poi conobbi anche il buffo nomignolo di Giù-Giù) e che, quasi leggendomi nel pensiero, si prodigò in una appassionata "difesa d'ufficio" della neve in cui mi vedevo immersa per la prima volta. Nel periodo iniziale del mio soggiorno a Capracotta, sempre considerandolo del tutto temporaneo, ebbi la fortuna di essere accolta a pensione proprio accanto alla piazza Stanislao Falconi presso la famiglia del compianto Giovanni Borrelli la cui mamma (zia Antonietta) divenne presto la mia migliore confidente; e potrei raccontare tantissimi episodi in cui mi fu di grande conforto e di fondamentale aiuto psicologico: a cominciare dalla prima domenica in cui, ritenendo che l'orario della Santa Messa nella Chiesa Madre fosse alle ore 8:30, la raggiunsi a stento con delle scarpe del tutto inadeguate alla montagna. Ebbi la sorpresa di non vedere nessuno nella bella cattedrale, ad eccezione di due gruppi di uomini avvolti in grandi mantelli a ruota neri che, seduti a semicerchio intorno ad altrettanti bracieri accesi, si alternavano in due cori accompagnati dall'organo nel canto dei Salmi alla Vergine Maria (il cosiddetto Ufficio) e prima della Celebrazione vera e propria. Attirò la mia attenzione uno di loro (si trattava del sig. Giovanni Grifa), che mi invitava con grandi ed affettuosi gesti della mano a raggiungerli: intendeva solo associarmi al loro calore umano prima ancora che a quello dei bracieri di cui avevo parimenti bisogno, ma io scappai via impaurita per rifugiarmi tra le braccia della zia Antonietta, che mi diede spiegazione di tutto, compreso il fatto che lo "zio Giovanni", suo parente, aveva già appreso proprio da lei del mio arrivo in paese. Feci comunque in tempo a tornare sui miei passi ascoltando la Santa Messa alle ore 9: in verità con un po' di rimorso ricevendo di nuovo i saluti, ancora più affettuosi, di quei buonissimi "angeli neri". Negli stessi giorni era stato inevitabile suscitare la curiosità di tante persone a Capracotta; in particolare, essendomi recata spesso in municipio, ebbi occasione di conoscere uno stimato funzionario, amico da sempre del mio futuro marito Ottaviano Trotta: il sig. Michele Ianiro ( Giorgétte ). Perciò anche sua moglie, la signora Penelope Carnevale, non resistette alla tentazione di chiedergli che cosa si dicesse in giro di me; e la sua schiettissima quanto telegrafica risposta fu: «È come una gatta foresta», cioè è come una "gatta selvatica", e nessuno certamente avrebbe potuto dipingermi meglio in così poche parole; per fortuna, grazie alla incredibile indulgenza dei capracottesi, ebbi modo di demolire abbastanza presto questa mia poco lusinghiera immagine iniziale: anche e soprattutto agli occhi di Penelope e per di più accettando poi la proposta di matrimonio del loro carissimo amico Ottaviano (che avrei sposato nel 1940). Sempre restando a quel periodo, non posso non ricordare il mio stupore per l'arrivo inatteso di mia madre Guglielma; neanche il tempo di farle superare lo shock della neve per dirle, tra l'altro, che non sarebbe stato possibile disporre di carne vaccina perché nel paese veniva utilizzata quasi esclusivamente carne ovina e suina o del pollame; e lei mi tranquillizzò con molta serenità dicendo: – Se tante persone così amabili sopravvivono agevolmente, non vedo perché noi dovremmo preoccuparci! Finché, un giorno in cui avevo assistito a ben due parti durante la notte e rientrando spossata a casa, sentii l'odore del brodo in pentola e vidi sul tavolo dei tagliolini all'uovo di sfoglia appena tirata a mano: ne fui lietissima illudendomi che un nipote della sig.ra Antonietta fosse stato incaricato di acquistare della carne vaccina a Campobasso e certa soprattutto di poterne conservare a lungo una certa scorta in un frigorifero naturale come Capracotta; ne trangugiai in un fiato ben due piatti colmi e solo allora mia madre, confessando di avermi tratta in inganno, mi rivelò che avevo appena consumato del brodo di pecora, senza neppure accorgermene e per di più apprezzandone moltissimo il sapore. Ricordo poi che, ancora ospite della famiglia Borrelli, capitò per la prima volta che fossi chiamata ad assistere un parto in una lontana casa colonica in contrada "Masserie di Guastra", allora raggiungibile solo a piedi o a cavallo: ed io non sapevo certo cavalcare ma la zia Antonietta, dimostrando grande lungimiranza, mi convinse a indossare un paio di pantaloni da sci di sua figlia Elena e riuscii perciò a superare lo spavento di appollaiarmi sullo scomodissimo basto per raggiungere quella masseria. Mi commossero poi sinceramente la grande attenzione e la premura nei miei confronti da parte dei congiunti della puerpera (di cui mi spiace non ricordare il nome) e poi la loro gratitudine dopo la nascita di un bel bambino: al punto da farmi dimenticare prestissimo il grosso mal di schiena, dovuto allo sforzo di sorreggermi a cavallo, che inevitabilmente mi accompagnò nei giorni successivi. In definitiva ero orgogliosa di cominciare a sentirmi, sia pure immeritatamente, una "immigrata" molto ben "integrata": eppure riuscivo a comprendere ancora pochissimo dello splendido dialetto capracottese anche se, d'altro canto, mi rendevo conto che nessuno in assoluto riusciva a capire i colloqui in dialetto ferrarese tra me e mia madre. Altrettanto emozionante ed affettuoso è il ricordo del compianto farmacista (allora anche Podestà del Comune) don Costantino Carnevale: ad esempio parlandogli del mio scrupolo di non riuscire talora a mantenere abbastanza sterile quanto occorreva per l'assistenza ai parti ecc.: specie allorquando, inevitabilmente, dal soffitto in travi di legno di molte povere, ma dignitosissime case di allora, cadeva un po' di polvere; e mi sono rimaste impresse le sue parole rassicuranti, forse un po' troppo, che pronunciava in una pericolosa era pre-antibiotici: – Vedrà che molto difficilmente, qui in montagna e tra i montanari, le capiterà un caso di sepsi puerperale – e posso confermare che, per mia grande fortuna, è stato un buonissimo profeta. Don Costantino si prodigò anche per rassicurarmi circa l'innocuità della fasciatura molto costrittiva per i neonati (cui non ero assuefatta) e dell'uso, purché sporadico ed oculato, dei succhiotti di tela imbevuti con un po' di zucchero ( pupattèlla ): tutte cose, lui ribadiva, che facevano parte di una consolidata e antichissima tradizione a Capracotta come le famose culle di legno ( sciònne ) fatte a mano da bravissimi falegnami e davvero ottimali quanto a stabilità ed efficacia. Di moltissime altre esperienze relazionali e soprattutto del grandissimo affetto ricevuto a Capracotta ho trattato in alcuni miei precedenti, piccoli documenti: specie in riferimento al tristissimo periodo della distruzione del paese durante l'ultimo conflitto mondiale e ad essi naturalmente rimando per non tediarvi oltre modo e soprattutto per non essere ripetitiva. Ciò che ho voluto aggiungere in questo racconto è solo per sottolineare ancora una volta e molto sinceramente la differenza tra la pur innocente "povertà socio-culturale" della mia prima sede molisana e l'elevatissimo livello di apertura mentale di Capracotta: beneficiandone poi per circa 22 anni. Non esagero affermando che si trattava davvero di una incredibile disposizione alla "accoglienza" di cui non sono mai riuscita a darmi una spiegazione completa; pur essendo convinta, da "emigrante atipica" qual ero, che il suo segreto fondamentale risiedesse nell'antico e faticoso curriculum di "emigranti tipici" che il popolo di Capracotta aveva dovuto e saputo costruirsi: non è forse assai emblematico il monumento eretto davanti al Santuario della Vergine di Loreto? Ora il mio augurio è che, pur nell'inevitabile mutare dei tempi, questo enorme patrimonio non solo resti come la migliore eredità per le giovani generazioni, ma si accresca diffondendosi a macchia d'olio; ce ne sarebbe ancora, infatti, un bisogno enorme come le tristi cronache attuali di intolleranza e di conflitti dovrebbero rammentare. Avviandomi così alla mia ultima confidenza, non mi vergogno di confessare che, allorquando nel 1959 mi sono trovata nella necessità assoluta di trasferirmi di nuovo, questa volta a Bojano per le esigenze di studio dei miei figli, ho pianto tantissimo: assai di più e più a lungo di quando ero partita come anomala emigrante Nord-Sud (sia pure con la classica valigia); a proposito, mi piace sperare che si intraveda anche un po' del mio profilo, pur così "atipico", nel volto della giovane donna del monumento appena citato. Se così fosse, ne sarei umilmente lusingata, ma il merito andrebbe tutto a quella profetica "C" di Capracotta: che ringrazio ancora di cuore con un abbraccio per tutti. Ricordavo che mia madre Cesarina, da molti affettuosamente considerata un autentico personaggio capracottese (di adozione), avrebbe desiderato scrivere altre memorie del suo periodo iniziale nel nostro paese; non essendo poi riuscita a farlo, ho pensato di renderle omaggio, a quattro anni dalla sua scomparsa, riassumendole io fedelmente in questo racconto: ed ho avuto l’ardire di farlo in prima persona come se si trattasse di un suo manoscritto. Sono certo che me lo perdoneranno quanti avranno la bontà di leggerlo. Cesarina Lanzoni Trotta (per tutti "la Levatrice"), tornata stabilmente a Capracotta solo nell'ultimo periodo del suo percorso terreno, vi è deceduta serenamente all'età di 98 anni nella sua abitazione di via Nicola Falconi il giorno 7 luglio 2010; ed ora riposa accanto al marito Ottaviano nel nostro Cimitero (all'ombra di Monte Campo, come le piaceva ripetere). Requiescat in pace. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, Cesarina "la levatrice": confidenze (postume) di una giovane emigrante a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- La festa della Madonna di Loreto a Capracotta
Il culto della Beata Vergine Maria di Loreto nasce ufficialmente nel 1294. Ma perché a Capracotta è venerata al punto da rappresentarne la festa più sentita? Per rispondere a questa domanda è bene tenere a mente tre ricorrenze liturgiche e altrettanti presupposti teologici. Il primo evento da considerare è la Natività della Madonna, una festa liturgica ufficiale che ricorda la nascita di Maria e che si celebra l'8 settembre, giorno in cui - come tutti sanno - Capracotta festeggia la Vergine lauretana. Nella tradizione agricola e, se vogliamo, anche in alcuni culti italici, il ricordo della nascita di Maria coinciderebbe col termine dell'estate e dei raccolti. A Capracotta questo momento rappresentava grossomodo la partenza dei primi pastori verso le Puglie per l'annuale transumanza delle greggi. La seconda ricorrenza da tenere a mente è quella del 15 agosto, giorno dell'Assunzione. La Madonna, infatti, non è mai morta. La teologia ufficiale impone che Maria abbia compiuto un lungo sonno (Dormizione), al termine del quale sia stata assunta in Cielo, al pari del Figlio. La principale chiesa di Capracotta - non è coincidenza - è dedicata proprio alla Madonna «Assumpta est in Cœlo». Fra l'8 settembre e il 15 agosto esiste un lasso temporale di circa un anno, il che lascia presupporre che l'anno contadino-pastorale cominciasse l'8 settembre per terminare il 15 agosto successivo. Il terzo evento importante è ovviamente quello inerente il Santuario di Loreto, in provincia di Ancona, sorto là dove la mattina del 10 dicembre del 1294 comparve la dimora della Madonna. Leggenda vuole che nella notte gli angeli abbiano trasportato la casa di Maria da Nazareth e «la depositarono in una selva, nel territorio di Recanati, dov'era padrona una gentildonna recanatese, chiamata Loreta », da cui prese il nome la chiesa: Santa Maria di Loreta . È probabile che i capracottesi abbiano anticipato la ricorrenza del 10 dicembre all'8 settembre per motivi eminentemente climatici. Il più antico documento pubblico capracottese in cui si fa riferimento alla festa in onore della Madonna di Loreto e alla festa dell'Assunta è datato 11 aprile 1671: Allì 15 d'Agosto ogn'anno l'Università celebra la festività dell'Assunta, ch'è il titolo della Chiesa Matrice e vi si lotta, corre a piedi et a cavallo palijs. A dì 8 di Settembre d'ogn'anno si fà la festa della Natività a spese della Chiesa, sotto il detto titulo di Loreto, e vi si lotta e corre a piedi, et a cavallo, come di sopra, facendovisi come una Fiera, essendone franchi quelli, che vanno à vendere li frutti, dal pagamento si fa al Grassiere, che in ogn'altro tempo è di 1 rotolo di ciasched'una specie di frutti, che vendono. Emerge così che a Capracotta la festa della Madonna di Loreto fosse ben consolidata già nella seconda metà del XVII secolo e, soprattutto, che la cadenza era annuale, mentre oggi siamo abituati a pensarla con frequenza triennale, un'abitudine nata probabilmente sul finire dell'800 per la penuria di fondi e per la difficoltà oggettiva di richiamare i capracottesi emigrati oltreoceano negli anni della "grande emigrazione". I documenti che possono chiarire la faccenda sono andati perduti quando i Tedeschi, nella loro furia devastatrice, hanno distrutto nel novembre 1943 buona parte degli archivi cittadini. È altrettanto evidente che nel XVII secolo la festa della Madonna di Loreto si teneva in forme simili a quelle attuali, con palio di cavalli, giochi popolari e relativa fiera. Nel tempo i cavalli sono stati sostituiti dai muli - utili alle famiglie che lavoravano sul tratturo - a cui i meno abbienti hanno aggiunto, per simpatia e comodità, «asini cocciuti e indifferenti [e] qualche ronzino». Si pensi che nel periodo di massima densità demografica, nel 1928, quando «fu celebrato il secondo centenario della consacrazione dell'eremo», parteciparono alla cavalcata oltre duecento cavalli «bardati con coperte di seta, trine, nastrini multicolori»: immaginate quale potesse essere il colpo d'occhio per un ignaro viaggiatore che si fosse ritrovato allora a Capracotta! Concludo dicendo che la festa della Madonna di Loreto, protettrice volante di tutti i viaggiatori, a Capracotta è nata per benedire i suoi transumanti, la cui partenza per le Puglie era fissata proprio dinanzi al Santuario e si rispetta almeno dal 1634, data impressa sul basamento della statua lignea della Vergine, che leggenda vuole esser un albero sbozzato ma che in realtà è una scultura di grande pregio storico-artistico, simile alla Madonna del Canneto di Roccavivara o alla Madonna del Piano di Molise, entrambe risalenti al XIV secolo, od anche alla cinquecentesca Madonna della Tenerezza di Toro. È allora possibile che a Capracotta si venerasse la Madonna di Loreto ben prima del 1634? Probabilmente sì. La nostra misteriosa statua, il cui studio verrà presto approfondito da Sebastiano Trotta, è foriera di interrogativi e siamo ancora lontani dallo stabilire una qualche verità storica. Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l'ha vista mai. Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla. [C. Bene, "Nostra Signora dei Turchi", 1968] Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Anonimo, La favola dei voli miracolosi della S. Casa di Loreto smentita dalla storia con fatti, citazioni e documenti inoppugnabili , Sodi, Firenze 1870; C. Bene, Sono apparso alla Madonna , Bompiani, Milano 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977; G. Carugno, Santa Maria di Loreto, da «Venerabile cappella» a «Santuario diocesano». Indagini, ipotesi, cronaca , San Giorgio, Agnone 1993; A. Conti, La confraternita Santa Maria di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008; O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911; S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris , libro I, Roselli, Napoli 1731; M. Gioielli, La cultura musicale e le tradizioni orali dei pastori transumanti , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1998; M. Gioielli, Madonne, santi e pastori. Culti e feste lungo i tratturi del Molise , Palladino, Campobasso 2000; F. Grimaldi, La historia della Chiesa di Santa Maria de Loreto , Cassa di Risparmio di Loreto, Loreto 1993; P. V. Martorelli, Teatro istorico della Santa Casa Nazarena della B. Vergine Maria e Sua ammirabile traslazione in Loreto , libro I, De Rossi, Roma 1732; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; L. Pietravalle, Novelle molisane , a cura di N. Pietravalle, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1975.
- Le fonti di Monte Cavallerizzo e la DaD
Monte Cavallerizzo, a quota 1.524 metri, è la montagna di Capracotta celebre per le cosiddette mura ciclopiche, tuttora visibili e ben conservate, che si sviluppano su una lunghezza di circa 500 metri per una superficie di quasi 3 ettari e un'altezza media di 2 metri. Si può dire che anch'essa ha le "mani in pasta", infilate ben bene nella vasca della Fonte della Netta, mentre i piedi stanno a mollo in tutte le altre: la Fonte del Bacile, la Fonte di Cola Matta, la Fonte del Galluccio e la sorgente della Spogna. Il Cavallerizzo viene costantemente visitato in quanto attraversato da un lungo sentiero del Cai intitolato a un profondo conoscitore e amante di Capracotta, Giovanni Di Nucci, fondatore della sezione del Club Alpino Italiano di Isernia. Giovanni era un dipendente dell'Enel che, con la sua lungimiranza, fece sì che l'energia elettrica nelle abitazioni non venisse più a mancare durante le bufere di neve o di vento nel periodo invernale: aveva infatti fatto interrare gli elettrodotti eliminando gli obbrobriosi tralicci che deturpavano il panorama d'alta montagna. Uno di questi era posizionato dove oggi si trova il fontanino del mercato di via Leonardo Falconi e presentava il caratteristico cartello con l'etichettatura di sicurezza, il pittogramma col teschio e i due femori, e la scritta "Chi tocca i fili muore", un avvertimento che ci incuteva paura visto che noi eravamo soliti scalare gli alberi! Tornando indietro nel tempo ricordo infatti quando vi era, nelle case di Capracotta, la doppia distribuzione di energia elettrica a 220 e a 110 volt, che diede origine a impianti a due circuiti con due contatori, impropriamente chiamati "industriale" e "luce", con le valvole a tabacchiera - oggi sostituiti dagli interruttori differenziali -, il numero di prese o di interruttori ridotti all'osso e gli impianti che non erano sottotraccia bensì a vista con tutti i pericoli che ne derivavano. Come non ricordare la cucina open space da circa 9 mq. coi suoi concentrati marchingegni e ritrovati tecnologici: la stufa, la radio, il televisore e quant'altro. La stufa coi cerchi di ghisa, e l'annesso bollitore dell'acqua, gli sportellini per la presa d'aria e la cenere, il forno incorporato, lo scaldavivande, l'asciugatrice a raggiera per i panni e il tubo di scarico dei fumi che, con il ritorno degli stessi all'interno del locale, annunciava cattivo tempo; lo stesso si intuiva dalle scariche che si percepivano dalla radio a valvole termoioniche. Il televisore che funzionava come la radio, con le diaboliche valvole che s'accendevano emettendo una luce rossastra, che osservavamo attraverso i fori della protezione posteriore e sembravano appartenere a un paesaggio natalizio, col suo proverbiale stabilizzatore di corrente, il tutto poggiato sul caratteristico carrello con rotelle e ripiani in vetro: l'inizio della programmazione era ridotta a due ore giornaliere, con due soli programmi e per giunta pure a colori con... 256 sfumature di grigio! Checché ne pensino gli attuali aficionados dell'informatica, posso confermare che che l'attuale DaD (Didattica a Distanza) veniva praticata già negli anni '60, non con gli attuali dispositivi elettronici bensì coi televisori di allora attraverso il programma televisivo "Non è mai troppo tardi". La trasmissione, presentata dal maestro elementare Alberto Manzi, fu trasmessa dal 1960 al 1968 e andava in onda in diretta ogni martedì, giovedì e venerdì alle 18:00. Chi si sentiva preparato poteva così affrontare l'esame per la licenza elementare. A quel tempo ci preoccupavamo che funzionassero le valvole termoioniche delle radio e dei televisori. Oggi invece ci preoccupiamo che funzionino le valvole... mitraliche dei nostri cuori! Filippo Di Tella
- Saccoccia chiena nen tè paura de la pena
Siamo nel 1964-65 e le scuole stavano ormai avviandosi alla fine. Naturalmente noi fratelli avevamo più tempo libero per andarcene in giro o per giocare a pallone. Mio padre tornava a casa puntualmente alle quattro di pomeriggio e, una volta rientrato, non voleva che noi uscissimo prima delle sei. A differenza di me, mio fratello Michele se la dava sempre a gambe prima che arrivasse papà, con grande risentimento di quest'ultimo. Ma un giorno tornò prima dal lavoro e, ironia della sorte, si piazzò con la sdraio davanti alla porta minacciando: – Auóje vuóglie pròpia vedé se su cocciasìcche esce! Chiamava così mio fratello perché era mingherlino e portava i capelli come Little Tony, col classico ciuffo davanti. Mio zio Berardino, invece, lo aveva soprannominato Chichester, in onore del celebre navigatore solitario che veleggiava sugli oceani di mezzo mondo. Fatto sta che dissi a Michele: – Michè, auóje nen ze esce! Ma lui era molto più coraggioso di me, per cui quella minaccia gli entrò in un orecchio e gli uscì dall'altro. Andò in bagno, aprì la finestra e fuggì. Tentai di dissuaderlo facendogli capire che nostro padre stavolta si sarebbe arrabbiato parecchio, ma le mie parole non valsero a nulla. Michele aprì la finestra e... vattel'a frèca. Al risveglio mio padre si rese conto che Michele lo aveva fatto fesso e sentenziò: – Masséra che vè, r'accìde. Un po' per rivalsa, un po' per gelosia, borbottai: – Però non è giusto... lui fa sempre come gli pare e non gli meni mai! Verso le sette e mezza ecco tornare Michele, a cui andai incontro dicendo: – Michè masséra so' palàte! È ditte papà ca è mèglie ca nen t'artìre ca sennó t'accìde de botte! Mio fratello rientrò a casa lo stesso. Papà lo prese per un braccio e con l'altra mano si stava apprestando a tirargli un ceffone. Michele, in preda alla paura, si mise una mano in tasca e trasse un bel gruzzolo di monete da 100 lire: aveva oltre mille lire, e per quei tempi erano una bella sommetta! Rivolto a nostro padre esclamò: – Papà, uoàrda quanda suólde aje venciùte! Mi aspettavo che mio padre gli facesse na bella paliàta e quindi domandai: – Papà, ma n'ì mine? Ed egli, per tutta risposta: – Nicò, n'ì pòzze menà pecché è purtàte re suólde alla casa! Da quel giorno papà fu molto più elastico con tutti noi e cadde il divieto di uscire prima delle sei. Michele, ovviamente, continuò a fare come gli pareva. Nicola Carnevale
- Parola di Miss Italia: questi vestiti mi vanno a pennello
La sera di sabato 7 settembre dovrà lasciare lo scettro alla nuova Miss Italia. Ma, fino a quel momento, la più bella d'Italia è sempre lei: Anna Valle. E prima che una nuova reginetta le "rubi la scena", ecco Anna nelle vesti di modella, in una sfilata davvero originale. La organizzano a Capracotta, in provincia di Isernia, un piccolo centro che vanta due "titoli": è il paese più alto del Centro-Sud (per questo la manifestazione si chiama "Moda ad alta quota") ed è il paese dei sarti: cucire è il mestiere d'obbligo, a Capracotta. Da qui centinaia di sarti sono partiti a cercare fortuna nel mondo (qualcuno ce l'ha fatta, come Ciro Giuliano e Gaetano Terreri, diventati firme famose nella moda sartoriale maschile dagli anni '20 agli anni '70). Ma, con questa sfilata, il paese ha reso omaggio a tutti, ai più celebri e agli sconosciuti. "Ospite d'onore" non poteva che essere Anna Valle, modella, Miss e figlia di un sarto. Ha portato per le vie di Capracotta gli abiti-quadro dipinti a mano da Sebastiano Di Rienzo: ogni vestito è uno scorcio del paese. Dalla chiesa alla vecchia torre, dai palazzi al verde di Prato Gentile, la località che dal prossimo 27 gennaio al 2 febbraio ospiterà gli Assoluti di sci di fondo. Indossati dalla più bella d'Italia (che ha "rischiato" di diventare anche la più bella del mondo, partecipando in aprile a Miss Universo), gli abiti sono diventati dei panorami indimenticabili. Le stavano, è il caso di dirlo, a pennello. All'orizzonte di Anna, che cosa si profila ora? Sarà a Salsomaggiore, naturalmente, per consegnare scettro e corona alla nuova reginetta. Con qualche lacrima, forse, però senza rimpianti: quel titolo, ha detto Miss Italia '95, serve: «È una grande spinta. Per un anno sei al centro dell'attenzione. Poi devi dimostrare di valere. A settembre, dopo Salsomaggiore, comincerò a frequentare l'accademia di arte drammatica: voglio diventare attrice». Anna pare determinata. Del resto, tante ex reginette prima di lei ce l'hanno fatta. E tante, dopo di lei, sogneranno di farcela. Fonte: Parola di Miss Italia: questi vestiti mi vanno a pennello , in «Oggi», Milano 1996.
- Il turismo delle radici
C'è un turismo del ritorno, fa numeri che non si erano mai visti prima. È il turismo dell'identità, anche della nostalgia. È un fenomeno molto italiano, di italiani all'estero o italo-discendenti che fanno vacanza nei luoghi della loro infanzia. Sono andati a vivere a Montpellier e Vancouver. A Rio, a Sydney. Hanno trovato lavoro in città spesso belle e che, spesso, funzionano meglio delle nostre. Ma ogni anno - ogni santo anno, a volte anche due volte l'anno - rientrano in Italia. Da papà e mamma, se ci sono ancora. Al paesino. Capracotta in provincia di Isernia, per esempio, per tre stagioni l'anno fa 871 abitanti e in estate arriva a 2.700. La differenza la fanno i turisti di ritorno. Molti italiani sono migranti recenti perché la crisi iniziata nel 2007-2008 ha riempito di nuovo le ambasciate di "richiedenti visti per l'estero". Negli ultimi vent'anni, poi - complice la diffusione dei voli low cost -, il fenomeno si è irrobustito. Stratificato. L'Enit, che è l'Agenzia nazionale del turismo e monitora i passaggi di visitatori nel nostro Paese, conta un mercato potenziale di 80 milioni di "italiani". Venticinque milioni di "italiani" dal Brasile, venti milioni dall'Argentina. Diciassette milioni dagli Stati Uniti. Ecco, dal continente americano nel 2017 si sono contati arrivi consolidati di 670 mila persone l'anno. Rappresentano il dieci per cento di tutti i turisti di quell'ampia area. Come si vede, il coming back visitor è una nicchia, ma d'altro canto il turismo contemporaneo vive di specializzazioni sempre più raffinate: il turismo congressuale, il turismo sportivo e quello estremo, il cineturismo. Ecco, ora bisogna prendere in considerazione e lavorare sul "turismo del ritorno". «Crescerà esponenzialmente nel breve periodo», dice Gianni Bastianelli, direttore esecutivo di Enit. Il giro d'affari del turismo del ritorno dall'intero continente americano vale 650 milioni di euro. La fonte è un lavoro di Banca d'Italia. Gli Stati Uniti pesano per 434 milioni, la stessa voce applicata al Canada vale 86 milioni, l'Argentina 75 milioni, il Brasile 49 milioni. Guardando alle statistiche sui flussi turistici verso l'Italia da parte di nazioni di lungo raggio che sono state storicamente meta di emigrati italiani, l'Italia è al primo posto per pernottamenti tra i Paesi appartenenti all'area Schengen. In generale l'Enit dice che da quegli aeroporti il turismo organizzato verso l'Italia quest'estate è in crescita: tra l'8 e il 20 per cento dagli Usa, tra il 5 e il 32 per cento dal Brasile. Tra il 10 e il 15 per cento dall'Argentina. Un'aliquota interessante dipende dal "ritorno". I rientri naturali raggiungono, nell'ordine, il Veneto, la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Lombardia, il Lazio e il Molise. «Gli italiani residenti all'estero – ancora Bastianelli – sono i primi ambasciatori del brand Italia presso potenziali nuovi turisti in ingresso. Negli italo-discendenti vive la tradizione del nostro Paese come un luogo turisticamente attrattivo insieme alle diverse dimensioni culturali dell' italian way of life ». Il turismo può trasformarsi in imprenditoria del ritorno, investimento nei Paesi d'origine, ripopolamento di borghi con numeri residuali di abitanti. La Regione Abruzzo lo ha compreso e sta portando avanti un progetto con i comuni che governa: potranno realizzare piani di ristrutturazione nei centri storici abbandonati per favorire emigranti-investitori di ritorno laddove i proprietari delle case non siano interessati al manufatto. «Gli italiani all'estero, se sono partiti poveri, molte volte sono diventati abbienti e possono aver voglia di far crescere il Paese d'origine». Corrado Zunino Fonte: C. Zunino, Il turismo delle radici. Così gli italiani all'estero riscoprono il nostro Paese , in «La Repubblica», Roma, 30 luglio 2018.
- Clipper a cavallo
Era il dicembre del 1973 ed era lunedì. Dell'anno sono certo poiché era il mio primo anno d'insegnamento ad Isernia dove tornavo ad inizio di settimana, ma non ricordo quale lunedì fosse. Per conoscere il giorno con precisione mi vengono incontro Angelina Monaco e Giuseppina Buccigrossi. Angelina, che quel giorno si trovò in viaggio, ricorda bene che era il lunedì 3, lo collega ad un anniversario celebrato in famiglia sabato 1° dicembre. Anche Giuseppina, moglie di Michele Sozio ( Cicélla ), autista di Clipper, ricorda con certezza la stessa data perché quel giorno lei aveva preparato un dolce per festeggiare il compleanno della figlia Rosanna che ricorreva tre giorni dopo. Al mattino, intorno alle ore 8, estrassi la mia Autobianchi A112 dalla rimessa, con le catene già montate, mi portai alla piazza de re Ferrieàre (attuale via Monte Campo) per rendermi conto della viabilità. Dopo brevissimo tempo giunse Clipper che era diretto a Staffoli. Al suo seguito due autovetture: la Fiat 850 di Michele Conti diretto a Isernia. Nella sua auto c'erano un professore universitario e un'assistente sociale, i quali erano stati a Capracotta per organizzare l'assistenza domiciliare: un servizio che in quegli anni il Comune stava mettendo in piedi. L'altra la Fiat 500 di Enzo Di Ianni che era diretto a Termoli: con lui viaggiavano Aldo Di Ianni e Giampietro Fiadino. Partito Clipper ci accodammo io, con la mia A112, e Bruno Di Rienzo, con la sua Fiat 500, anche lui diretto ad Isernia. Con Bruno viaggiava Angelina Monaco. Lo spazzaneve era guidato dalla guardia municipale-autista Michele Cicélla, a fianco l'altra guardia-autista Ennio Di Nucci e Oreste Ianiro che faceva loro compagnia. Solo dopo ho appreso che Clipper, appena uscito al mattino, seguito dalle prime due autovetture, si era indirizzato verso Castel del Giudice, perché quella strada era più facile da aprire. Pina ricorda che il marito Michele quel giorno era uscito da casa già prima delle ore 5:00 perché l'orario di partenza della corriera diretta a Castel di Sangro era alle 5:30. Ma a quanto pare, quel giorno non uscirono corriere, nessuno dei presenti le menziona. Racconta Enzo che il mattino presto, con lo spazzaneve avanti, procedettero speditamente verso il fondovalle Sangro. Ebbero difficoltà solo in due punti, che lui definisce "le strette", una alle due curve prima della masseria di Concezio, l'altra al Colle Pecoraio. Superati questi due punti, già conosciuti difficili, pensavano che l'avventura fosse finita ed avrebbero potuto tranquillamente continuare il viaggio per le rispettive destinazioni. Giunti sulla statale 558, al bivio tra Sant'Angelo del Pesco e Castel del Giudice, e quando pensavano che il difficile fosse stato superato, ebbero la sorpresa. Inaspettatamente trovarono la strada non percorribile, perché non era stata sgomberata dalla neve, dovettero così arrestarsi. Nessun mezzo dell'Anas era transitato. Dice Enzo: – Siamo rimasti stupiti in quanto, partiti dai 1.400 metri e arrivati agli 800, ci sembrava ridicolo dover tornare indietro. Non era possibile procedere oltre con Clipper perché il mezzo del Comune non era autorizzato a percorrere altre strade. Constatato il paradosso, decisero di tornare in paese. Per uscire da Capracotta non c'era altro da fare che tentare di indirizzarsi verso Staffoli. Così lo spazzaneve avanti e noi tutti accodati partimmo verso Staffoli. Enzo dice: – La tormenta era forte ma eravamo tranquilli perché davanti c'era Clipper. Devo dire, a onore del vero, che il clima non era poi tanto inclemente, così come lo descrive Enzo. C'era molta neve, soffiava il vento, il cielo era coperto, l'aria era un po' umida, non nevicava quasi più e la temperatura non era poi tanto bassa. Le prime difficoltà le avemmo alle località Fossata e a Iaccio della Vorraina. Punti questi ben noti ai capracottesi per le particolari difficoltà che provocano agli automobilisti. In questi punti la strada è sotto un crinale dove l'accumulo della neve è massimo. Per noi che seguivamo con le nostre piccole auto era un tormento sia per i grossi grumi di neve che ricadevano nel varco aperto dallo spazzaneve al suo passaggio e che bloccavano le nostre piccole autovetture; sia per la neve che il vento alzava, producendo effetto bufera, e che rendeva difficile la visibilità. Per uscirne dovevamo arretrare, "prendere la rincorsa" e superare di slancio quei tratti di strada che risultavano mal puliti. E dice Enzo: – Il guaio era che questa manovra veniva fatta con visibilità zero. Tale manovra si ripetette diverse volte, fino a quando entrammo nel bosco di Vallesorda, ove trovammo la tregua. Comunque ci avvicinavamo a Monte Forte e lì ci aspettava il peggio. Superammo con relativa facilità il tratto di strada tra l'uscita dal bosco fino alla cresta esposta a vento di Monte Forte. Appenainiziata la discesa, sotto il crinale verso sud c'era, come immaginato, un accumulo di neve veramente alto. E qui Clipper non riuscì a sfondare. Per aprire un varco nel muro di neve il buon Michele Sozio tentò più volte con lo spazzaneve la manovra dell'arretramento, rincorsa e spinta. Infatti, Clipper arretrava, partiva deciso, "tuzzava" e il vomere si incuneava nella muraglia di neve, arrestandosi. Così facendo più volte, a ogni manovra di andirivieni, sulla carreggiata ricadeva della neve sotto lo spazzaneve, che lui stesso comprimeva al suo ripetuto passaggio. Si formò così sotto la "pancia" di Clipper uno strato di neve, compattata, fin sotto il telaio, al punto che gli impedì di arretrare. Lo spazzaneve si era messo a cavallo (definizione specifica), le ruote non toccavano più il fondo della strada e giravano a vuoto. Il potente Clipper si era adagiato con la parte centrale del telaio sulla neve dura e non andava più né avanti né indietro. Lo scoramento di tutti con le parole di Enzo: – Ci cascò il mondo addosso perché tutti capimmo che eravamo in una situazione molto critica. La prima cosa che si pensò di fare fu quella di andare a chiedere aiuto. Michele Conti, Ennio e Oreste con la 500 di Enzo, portando con sé due badili, pensarono di tornare in paese per chiedere soccorso. I tre percorsero qualche centinaio di metri, ma presto dovettero rinunciare. Lì la carreggiata si era già ricoperta e con quella piccola autovettura non ce la fecero. A questo punto io con la mia A112 pensai di andare verso Staffoli. Sperando di bypassare quel tratto di strada ricolma di neve percorrendo la cresta parallela di Monte Forte che era spazzata dal vento e completamente libera dalla neve. Speravo che una volta superato il "muro" di Monte Forte sarei rientrato sulla strada, più avanti, là dove il manto di neve sarebbe stato regolare e meno consistente. In macchina con me vennero Giampietro e Ennio. Ed Enzo dice: – Sopra il colle di Monte Forte completamente sgombro di neve quell'A112 sembrava un fuoristrada. Infatti, percorremmo circa duecento metri senza problemi ma, giunti là dove pensavamo di trovare un passaggio che ci permettesse di rientrare sulla strada, la neve era alta. Come'era ovvio, dovemmo tornare indietro. Quindi, fallito il tentativo macchina, non ci rimase che andare a Staffoli, sempre noi tre, questa volta a piedi. Ci avviammo spediti, anche se affondavamo abbastanza nella neve fresca. Eravamo giovani, allenati e ben equipaggiati. Il manto di neve, oltre il muro di Monte Forte, era omogeneo, si affondava fino al ginocchio. Arrivammo alla Civitella e pensammo di chiedere aiuto al proprietario della stalla che era lì, verso sinistra, a circa cinquanta metri della strada provinciale. Ci indirizzammo verso quella stalla, io ero avanti e mi seguivano Giampietro ed Ennio. Giunti in vicinanza della stalla cominciammo a sentire dei cani abbaiare. Eravamo certi che c'era l'allevatore. Io mi sentivo protetto perché dietro avevo due giovani forti e avvezzi a ogni tipo di fatica e li ritenevo anche coraggiosi. E qui accadde un fatto inaspettato che smentì la mia fiducia riposta in loro. Camminando lungo il lato sinistro del fabbricato eravamo arrivati quasi all'estremità. I cani si sentivano abbaiare sempre più vicini: io non avevo paura, ma non ero nemmeno completamente tranquillo. Per rinfrancarmi e proseguire, mi girai verso i compagni che erano dietro di me, e la sorpresa fu che i due, su cui io contavo molto, non mi seguivano più. Non li vedevo. Ebbi un momento di smarrimento, cominciai a preoccuparmi. Poi guardando bene li ho visti che erano rimasti indietro ed erano appollaiati, come due rondoni, sotto il cornicione della stalla. Appoggiati al muro della struttura, in verticale, c'erano dei pannelli metallici di carpenteria i quali nel retro avevano dei rinforzi che formavano una scala. Loro si erano arrampicati ciascuno su uno di questi e stavano lì fermi e muti, nel punto più alto possibile. Al che chiesi: – Uagliù che facéte èsse? E loro due: – Tenéme paura de re chieàne. E subito, dall'iniziale paura, passai al riso. Dopo qualche minuto, tranquillizzai i due compagni, anche perché i cani si sentivano, ma non si vedevano. Finalmente Giampietro ed Ennio scesero. Proseguimmo e, svoltato l'angolo, apparve l'allevatore il quale allertato dai cani, che si agitavano e latravano, si aspettava una visita. Ci presentammo, gli raccontammo ciò che era successo al nostro spazzaneve e gli chiedemmo di accompagnarci con il suo trattore a Staffoli. Fu consenziente e subito tirò fuori dalla stalla un trattore Fiat gommato, non molto grande e senza cabina, comunque idoneo al nostro scopo. Ci sedemmo tutti e tre sui parafanghi, due da un lato uno dall'altro. In quel tratto di strada verso Staffoli, il vento era attenuato dal bosco e il manto della neve sulla strada era alquanto regolare. Il trattore avanzava tranquillamente e sul nostro viso si sentiva solo l'aria fredda e qualche fiocco di neve mossa dalle ruote del mezzo. Arrivammo a Staffoli oltre mezzogiorno. La strada statale era libera e lì al bivio, parcheggiati, c'erano due mezzi sgombraneve dell'Anas. Subito chiedemmo agli autisti, che erano rifugiati nella casa cantoniera, se potevano "fare uno strappo" e salire con i loro mezzi verso Capracotta per tirare fuori dagli impicci Clipper. La risposta fu perentoria: – Noi con questi mezzi non possiamo uscire dalla strada statale per nessun motivo. Il discorso si chiuse lì. A questo punto cominciaia fare delle telefonate. Chiamai subito il 113 raccontando la nostra necessità. Dall'altro capo del telefono mi assicurarono che avrebbero provveduto in qualche modo. L'attesa mi sembrava lunga e non ricevendo risposte ogni tanto richiamavo, e lo feci più volte a distanza di 10-15 minuti. Ogni volta dall'altro capo del telefono mi aggiornavano sul loro operato, ma gli esiti erano sempre negativi. L'ultima volta, era trascorsa circa un'ora dal nostro arrivo, gli interlocutori mi riferirono che non avevano trovato nessuno che ci potesse aiutare, nemmeno i pompieri, per cui loro stessi avevano comunicato al Comune e ai Carabinieri di Capracotta l'arresto di Clipper, annunciandomi che dal paese ci avrebbero raggiunti in qualche modo. A noi tre non restò altro che tornare a monte. Il bravo allevatore col trattore ci riaccompagnò fin dove fu possibile. Arrivò fin sotto il muro di Monte Forte (là dove ora c'è la carrareccia di accesso al campo eolico). Per noi fu breve il tratto da percorrere a piedi per raggiungere lo spazzaneve. Giunti sul luogo della nostra carovana ferma, avemmo una piacevole sorpresa. Clipper era stato liberato. Il bravo Michele Cicélla , aiutato da Oreste e da quel professore, assistiti da Michele Conti, avevano estratto tutta la neve sotto la "pancia" dello spazzaneve tirandolo fuori dall'impaccio ed era pronto per ripartire, ovviamente verso Capracotta. Per Michele Cicélla fu una vera sfacchinata rimuovere la neve compattata sotto lo spazzaneve. Riferì che in certi momenti aveva dovuto scavare con le sole mani. Immaginate la fatica per lui, allungato sotto lo spazzaneve, in quella posizione così disagiata? Una delle conseguenze per Michele fu il congelamento del pollice della mano destra, che gli causò la perdita della sensibilità di quel dito. Menomazione diventata poi permanente. Michele ricordava che anche quel professore ospite, forestiero, "si era dato da fare" e purtroppo Ennio, secondo e giovane autista, aveva deciso di venire a Staffoli e non aveva pensato di aiutarlo a liberare Clipper. E gli altri passeggeri come trascorsero tutto quel tempo? Lo racconta brevemente Enzo : – Nel frattempo le ore passavano, si era creata questa situazione: Michele Sozio, Michele Conti e Oreste Ianiro erano in prossimità dello spartineve, per cercare di liberarlo da quella montagna di neve che aveva intorno... noi altri eravamo nelle macchine. Dentro le macchine succedeva che, essendo la strada in discesa, si doveva tirare il freno a mano il quale ogni 20 minuti si ghiacciava con conseguente blocco delle ruote. Si era costretti a muovere le macchine di continuo. Incominciammo a sentire il freddo alle gambe e anche un po' di fame. Qualcosa da mangiare lo avevamo solo Giampietro e io. Mi ricordo che ci dividemmo un pezzo di pane e un paio di mele. Bruno ricorda che la signora assistente sociale al principio dell'avventura era euforica e diceva: – Che bello, che bello! – e ancora – Questa notte resteremo qua! – ed Enzo le rispondeva: – Così domani mattina ci trovano ridendo, – e poi – noi siamo maschi, possiamo andare a urinare, ma voi come farete? Verso le ore 17:00 circa, invertita la direzione di marcia, ripartimmo verso Capracotta. Poco prima di entrare nel bosco incontrammo la piccola ruspa del Comune seguita dalla campagnola dei Carabinieri che ci venivano in soccorso. Il maresciallo dei carabinieri Mele distribuì delle bustine di cognac. Ed Enzo dice: – Non dimenticherò mai quanto ho gustato quella bustina di cordiale. Il giorno dopo arrivato a Termoli la prima cosa che feci fu quella di comperare un copripantalone che ho portato sempre in macchina, perché quando cominciano a ghiacciare le gambe è terribile. Mi ero ripromesso che con la bufera non sarei mai più andato verso Monte Forte, invece ci sono ricaduto altre 4 o 5 volte. Più avanti nel bosco di Vallesorda ci venivano incontro il mitico Marco Potena e il giovane atleta Mario Fiadino. Erano usciti con gli sci da fondo, non sapevano dell'arresto dello spazzaneve. Marco aveva invitato Mario a uscire con lui semplicemente perché gli piaceva stare nella bufera. Ritornammo in paese che era già buio. Noi tutti tornammo alle rispettive case, ma solo qualche anno fa ho appreso, in un breve colloquio con Pina, che suo marito giunto in paese si trovò a dover far fronte ad un'altra emergenza. Michele era passato sbrigativamente per casa, intorno alle ore 20:00, aveva avvisato la moglie del suo rientro e le aveva detto: – Iètta la pasta ca mó vàie a armétte re spazzanève e viénghe sùbbete. Invece poi percorse tutt'altra strada. Fu inviato alla Macchia a portare il gasolio per la ruspa di Giovanni Venditti. Il viaggio non fu poi così celere, tanto è vero che tornò in paese oltre la mezzanotte. E Pina dice: – Ma quando tornò a mezzanotte passata, zuppe zuppe come ne ciéglie , bagnato. Z'avètta cagnieà . Freddo. Stanco morto. Stette male male dopo. A digiuno senza niente, io gli mettevo le mele assai, solo mele mangiava, perché non voleva colazione. Michele Potena Fonte: M. Potena, Clipper a cavallo , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- Una Pasquetta con i fiocchi
Eravamo un po' più che adolescenti, spensierati, e non vedevamo l'ora che arrivavano le vacanze per tornare in montagna; non avevamo ancora la coscienza che quelle giornate erano un po' uniche, ma solo la spensieratezza di quegli anni. L'incoscienza di allora ha ceduto il posto alla consapevolezza di un'età più matura. Ricordo il giorno di Pasquetta di circa venti anni fa, quando andammo tutti insieme a pranzo al rifugio a Prato Gentile; fuori cadeva la neve che imbiancava il paesaggio e all'interno del locale era stata imbandita una lunga tavolata. Un gruppo di amici un po' guasconi, cantava e brindava al pranzo di Pasquetta, intonando le canzoni dei cartoni, mentre le tipiche pietanze locali venivano servite nei piatti. Ci sono dei luoghi, nella vita, dove ci sentiamo sempre un po' a casa e dove ritroviamo quel giusto calore ed affetto. Marinella Sammarone
- La "Pastorale per organo" del maestro Vincenzo Sanità
La "Pastorale per organo" è stata composta dal compianto e stimato M° Vincenzo Sanità in occasione dell'avvenuto restauro dell'organo ligneo "Principalone" nel dicembre 2000 con dedica "a Francesco Di Nardo" - a quel tempo organista titolare della Chiesa Collegiata di Capracotta - ed ispirata ad una sua precedente composizione, come raccontato dallo stesso Maestro al destinatario della dedica. L'ignoto copista che la mise in stampa, pur nella sua estrema diligenza, non era avvezzo alla notazione organistica, per cui si è reso necessario un adattamento nel totale rispetto della vena artistica del compositore così come nella scelta dei registri. La tonalità è in fa maggiore ma, come in tutta la produzione dell'Autore, prevalgono variazioni e modulazioni in toni minori. La melodia, gelosamente custodita, non era stata ancora mai eseguita, per cui la presente registrazione è da considerarsi una prima assoluta realizzata da me agli organi "Fedeli-Zanin" della Cattedrale di Rieti, di cui sono titolare, in onore della comunità di "Letteratura Capracottese" in occasione dell'Epifania 2021 ed in memoria del M° Vincenzo Sanità. Francesco Di Nardo
- 20 e 20
È possibile avere due volte vent'anni senza averne quaranta? Sì, per me lo è stato, anche se i primi furono una gita noiosa e silenziosa nell'Italia borghese degli anni Dieci. Venni alla luce di primo pomeriggio, il 30 luglio del 1902, a Capracotta, negli Abruzzi, da una famiglia modesta e severa, e conobbi ben presto una personalissima inquietudine, accentuata da mia madre e dalla Grande Guerra del 1915, una catastrofe di così immani proporzioni dalla quale uscimmo vincitori perdenti e a cui non partecipai né con le idee né col sangue. Presto qualcosa in me cambiò e il fremito degli anni mi portò ad ascoltare gli echi provenienti da Salcito, dove in agosto s'era appena costituito il primo fascio del Meridione, al quale - si diceva - lo stesso Mussolini aveva inviato un telegramma di gratificazioni. Nel mio paese, noto ai più per essere una ridente stazione climatica in cui villeggiare, i primi vagiti di fascismo tardarono ad arrivare. Alcuni notabili capracottesi, socialisti d'adozione per vezzo e non per fede, criticarono fin da subito il movimento dei fasci e, spesso, scambiavano battute sulla natura proletaria di quei vagiti. – In altura le idee terra terra faticano ad arrivare – ridacchiavano. Per me che cominciavo ad interessarmi di politica Benito Mussolini, questo romagnolo dall'aria sicura e dalle idee incendiarie, stava diventando sempre più un punto di riferimento. La sua primitiva sintonia con Nenni sui temi sociali incendiava anche il mio di spirito: la situazione contadina ed operaia in Italia era stata trattata sempre con un certo fastidio, finanche con terrore, quando uomini di terra e di fabbrica avevano deciso di far valere i propri diritti di fronte all'autorità statale. Basti pensare che nelle grandi città la violenza per le strade era divenuta la norma, ma per me quello era il sintomo del marcio, il prologo ad una violenza ben maggiore. E così le risposte di Mussolini mi sembravano le più concrete e innovative a un tempo. Il mio animo, da sempre proteso alla novità, venne travolto dalla foga giovanilistica ed impetuosa di questo reduce che si stava imponendo come un capo, un primo, un geniale e sopraffino uomo di altissima caratura internazionale. Le mie scarne convinzioni in materia trovarono conferma dopo la marcia su Roma. E ancor di più dopo l'infuocato discorso di Mussolini al Parlamento, quando si dichiarò responsabile dell'omicidio di Giacomo Matteotti e si autodefinì, non senza sarcasmo, a capo d'una banda di briganti ed assassini. Una nuova epoca stava fiorendo ed io volevo esserne protagonista. Dopo l'iniziale resistenza (acuita proprio dall'assassinio del deputato veneto) del comune di Capracotta ad iscriversi al Pnf, retto allora da un commissario, nel 1926 il mio paese normalizzò il proprio status inserendosi nell'orbita fascista, anche grazie al contributo del conterraneo Roberto Farinacci, decisamente più dinamico e intraprendente di David Lembo. A quel punto la mia vita quotidiana si fece tumulto. Le rare volte in cui ebbi la sfortuna di intrattenere una discussione con i signorotti del luogo la mia indole violenta e anticonformista veniva fuori in tutto la sua aggressività e, spesso, dalle scaramucce verbali si arrivava agli schiaffoni in pieno volto. Trovavo insopportabile che i benestanti, che basavano la propria ricchezza sui sacrifici dei pastori e dei contadini, si dichiarassero socialisti, mantenendo al contempo inalterata la loro protervia verso le classi più deboli e disagiate, spesso non degnando nemmeno d'un cenno di saluto, chessò, gli spazzini, i caprai, gli storpi. I loro interessi erano rivolti solo all'amministrazione della cosa pubblica, alle licenze delle farmacie e delle relative condotte mediche, ai dividendi della Banca di Capracotta e del monte dei pegni, alla gestione dei soldi della Congrega di Carità e delle diverse società grondanti denaro, dalla Montesangrina a quella del Verrino, da quella automobilistica alla Cooperativa di Consumo. Insomma: soldi, soldi, soldi. Nei primi anni Trenta il mio disappunto divenne sconfortante quando vidi quegli stessi appoggiare il regime fascista, sicuri di poter ottenere vantaggi e benefici economici, dissentendo totalmente dagli auspici di Farinacci. Vederli vestire il nero fascista era un'offesa ai miei ideali, che avevo aderito al fascismo per indole, non per convenienza. Più tardi capii che quello era un segnale di degrado che non avrebbe lasciato scampo all'intero progetto politico del Duce. A Capracotta, nel 1937, il podestà Filippo Castiglione aveva deciso, in gravoso ritardo su moltissime podesterie più virtuose, di cominciare i lavori della fognatura, portati a compimento in tempi brevi e tradottisi in un indiscutibile miglioramento igienico dell'intero abitato. Oggi, che di anni ne ho quasi cento, v'è ancora un fascio littorio sul tombino di piazza Stanislao Falconi. A ben vedere, l'unica traccia lasciata dal fascismo capracottese sta proprio sulla fogna, e mi riesce facile abbandonarmi all'ilarità... Sono vecchio, vecchissimo, e tuttora i miei nipoti mi domandano un giudizio di valore sul mio lontano trascorso fascista. Cosa posso dir loro? Fu la mia giovinezza quella, e credo che nessuno può maledire la propria giovinezza, figuriamoci chi ha avuto l'ardire di avere vent'anni nel Ventennio. Curzio Malaparte affermava che «è certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla». L'Italia la guerra la perse nel peggiore dei modi, col tradimento delle alleanze, con l'occupazione e con la guerra civile, il tutto dopo aver deportato e ucciso migliaia di connazionali per il solo fatto di appartenere a un'altra religione. Tutti hanno pagato un prezzo altissimo, in termini di vite e di beni. Capracotta, ad esempio, pagò il suo tributo non soltanto coi soldati mandati al fronte ma anche e soprattutto con la distruzione. E allora il mio giudizio sul fascismo non può che essere negativo. Il fascismo tradì l'Italia e gli italiani, portandoli alla più completa rovina. Lontano me ne andrò; sul mare e sulla terra, per dire no alla guerra a quelli che vedrò. E li convincerò che c'è un nemico solo: la fame che nel mondo ha gente come noi. Se c'è da versar sangue versate solo il vostro; signori, ecco il mio posto: io non vi seguo più. E se mi troverete, con me non porto armi: coraggio, su, gendarmi, sparate su di me. [B. Vian, "Il disertore", 1954] Francesco Mendozzi
- Un filmato inedito sui soldati polacchi a Capracotta
Sabato 10 giugno si è tenuto a Pescopennataro un importante convegno sui luoghi della memoria, ossia sull'operato dei soldati polacchi in Alto Molise nell'autunno-inverno del 1943-44. Dopo gli ottimi interventi degli amici Giovanni Artese e Antonio Salvatore, è stata la volta dello storico polacco Krzysztof Piotrowski, da tanti anni residente in Italia, uno studioso di cui ho già pubblicato un importante articolo . Nel suo intervento il dott. Piotrowski ha mostrato alla platea un filmato inedito, girato dall'esercito polacco tra Capracotta e Pescopennataro. Si tratta di riprese eccezionali (nel verso senso della parola) poiché questi fotogrammi ci confermano alcune testimonianze di guerra: l'utilizzo dei muli che, partiti dal piazzale antistante la Chiesa di S. Antonio e incamminatisi in via Monte Capraro, aiutarono i polacchi nel trasporto di vettovaglie e materiale bellico; la distruzione di molti edifici in piazza Ruggiero Conti e via Rione Grilli e, di sfuggita, si vede persino la vasca della vecchia fontana di Poggio dei Grilli; il funerale di Franciszek Rogucki, il primo soldato polacco morto in Italia, sepolto nel cimitero di Capracotta, in cui sono ben visibili le croci di 5 soldati nazisti, anch'essi precedentemente seppelliti nel nostro camposanto. Con riguardo a quest'ultimo punto, si riescono a leggere i nomi di almeno due soldati del Reich: Heinz Duhme e Karl Lehner (1924-1943), probabilmente non responsabili della distruzione di Capracotta in quanto giunti feriti nel nostro paese a seguito di operazioni militari. Francesco Mendozzi
- Il nome del fiume Verrino
Da questa balza che s'eleva ardita ti guardo, o Sannio mio, e in cor mi sento rifiorir la vita con ardente disìo. [G. d'Annunzio, "Al fiero Abruzzo", 1879] Lo studio degli idronimi è particolarmente interessante nell'ambito degli studi sulle etimologie in quanto mantengono, non si sa bene perché, elementi di antichità e si presentano molto più resistenti e duraturi dei toponimi. Nel nostro caso la radice -rn è un'antichissima radice etimologica che ha a che fare con l'acqua e i corsi d'acqua. Sembra essere particolarmente presente nel Centro-Sud Italia ma non solo. Se guardiamo i fiumi nella nostra zona notiamo, oltre al Verrino, il Biferno, Trigno, Volturno, Averno, Titerno, Sarno, Torano, Aterno, Turano, Tirino. Poi andando più a nord Tronto, Burano e i più celebri Santerno, Reno, Arno, e sicuramente ce ne saranno altri. Anche il Tevere, probabilmente, ha origine da qui, può essere visto come una forma ablativa di quello che poi è rimasto come forma aggettivale tiberinus , che era anche il nome dell'antica divinità che prendeva il nome dal fiume e così possiamo intendere derivati da questa radice con la perdita della n anche, per esempio, il Sangro, il Fortore e tantissimi altri. La radice -rn , avendo a che fare con lo scorrere delle acque, rimane anche in italiano in "torrente". Il latino, essendo una lingua "morbida", ha abbandonato i rotacismi e per indicare ciò che ha una corrente (anche qui c'è -rn ) ha preferito dire "flusso", quindi flumen . Rimangono però parole rotacizzate per riferirsi a corsi d'acqua come appunto torrente, rio, rivo, o in inglese river , dove c'è anche la sillaba ver , come d'altronde anche in Tevere. Se quindi la parte finale di Verrino indica un corso d'acqua, la prima parte ver cosa indica? Se consideriamo che c'è anche in inglese, o anche in Tevere, che se italianizziamo tiberinus con la fonetica attuale diventa "teverino", possiamo immaginare che sia già di per sé qualcosa che ha a che fare con i corsi d'acqua, forse dalla radice dwer , rimasta nell'inglese door , porta, ma che indica anche uscita, verso (anche qui c'è ver ), quindi potrebbe indicare "sorgente". Infatti il Verrino ha diverse sorgenti da dove sgorga l'acqua, pur essendo un piccolo torrente. Per quanto riguarda l'ipotesi che derivi da "verro", il maiale, non la reputo attendibile perché come parola è di acquisizione abbastanza recente nell'italiano, soprattutto nelle nostre zone, avendo un'origine più nordica. I romani dicevano porcus , o ancora, più antico, utilizzato anche dalle popolazioni italiche, sus , da cui "suino". In latino ver vuol dire "primavera", quindi potrebbe indicare il carattere primaverile, da disgelo, del Verrino. Oppure la stessa parola latina ver potrebbe derivare dalla radice dwer , la porta, l'inizio dell'anno, e siccome nell'antichità la si poneva in primavera, i significati fanno ambedue parte dello stesso concetto. Oppure ver potrebbe indicare qualcosa che ha a che fare con l'agricoltura e nello specifico con la lavorazione del terreno. Ricordiamo per esempio il Giove Veruactor degli antichi Romani (per i Sanniti verasiui , vedi Tavola Osca) a cui si sacrificava quando si sacrificava a Cerere, che aveva a che fare con il rovesciamento della terra per il maggese. Quindi in questo caso Verrino significa un corso d'acqua nella cui zona sono presenti delle coltivazioni o, per lo meno, una qualche forma di coltivazione che implichi lavorazioni del terreno, che nei fatti ci sono: la morfologia lo consente più che in altre zone limitrofe, maggiormente utilizzate per il pascolo. Io propendo più per le prime due ipotesi, ovvero la presenza di più punti di fuoriuscita dell'acqua e il carattere più primaverile e da disgelo, ma il bello del ricercare le etimologie è proprio quello di poter vedere diversi significati, ognuno dei quali ti può aprire diverse letture, e magari a volte sono veri tutti i significati che hai trovato. Non è per esempio anche vero che nelle pozze naturali del Verrino si vanno a bagnare i cinghiali? Sì, è vero. Non è forse vero che ci passò un console romano chiamato Verino? Sì, è vero. Ogni parola contiene in sé il mondo e la storia. Riccardo Mordeglia
- Capracotta in versi: Zì Culitte
Rade volte risurge per li rami l'umana probitate; e questo vole quei che la dà, perché da lui si chiami. [Dante, "Purgatorio", canto VII, 121] La citazione di Dante, nella terzina del Purgatorio della Divina Commedia, rivela che «l'umana probitate» e il talento dei genitori rivivono nei figli , vanno dal tronco ai rami. Lo vuole Dio , da cui la virtù ci è data in dono , non si creda di averla ricevuta in eredità solo dai padri. Il talento e le virtù di Nicola D'Andrea "risorgono" e rivivono nel figlio Marino e nei nipoti Ermanno, Nicola, Maria Bambina e Antonio. Il figlio Marino ha avuto la prima intuizione del brevetto, il nipote Ermanno ha prodotto le "teste rosse" e il "sistema modulare", esportati in due milioni di esemplari in tutto il mondo. «Occhio, orecchio, cervello, estro e naso», per dirla con un lessicologo di professione, Mario Cannella, sono "mediatori" di inventiva e creatività, trasmessi dal nonno, Zì Culìtte . L'occhio vede e coglie l'originalità, l'orecchio capta la realtà, il cervello sa analizzare, semplificare e riassumere con chiarezza, il naso fiuta e intuisce l'importanza di un termine, l'estro e la fantasia aiuta a creare e inventare. La limpida vena della poesia, ricca di toni, di movenze e di risonanze petrarchesche di Nicola D'Andrea, si colloca tra la vivacità coloristica del sentire capracottese e la concisa fermezza del poeta artigiano. Facilità dei sentimenti semplici, gusto della bella parola nel suo effetto di sonorità sono l'eco fedele e l'interprete armoniosa del popolo sannita, ricco di passioni e nutrito di quella forza morale che produce intelletti sani e genera buone qualità. Poeta autodidatta e falegname di professione, artigiano inventivo, fotografo e creatore di versi di taglio petrarchesco: questo il profilo sintetico di Zì Culìtte . Il "petrarchismo" indica un fenomeno letterario di imitazione del Petrarca, che ripropone modi stilistici, temi e forme ispirati alla produzione lirica del grande poeta. Anche Nicola D'Andrea ha subito l'influsso, il fascino e l'attrattiva. La lavorazione del legno nella bottega di famiglia e la parola, curata e modellata nella lettura dei testi poetici, impiegavano gran parte della giornata ed ispiravano le sue poesie. Sempre attento e vivacemente curioso guardava la vita e le persone con chiaro realismo, cauta ironia e benevolo sarcasmo. Una bottega, la sua, che portava l'impronta del suo spirito inventivo e concreto, fornita di attrezzi e oggetti del mestiere e... in un cassettino "Il canzoniere" di Petrarca, la guida spirituale, ispiratore e modello delle sue poesie. Quando parlava di poesia e di argomenti di alta spiritualità, «gli occhi si accendevano e la voce vibrava di emozioni. Con l'occhio intento all'opera e col pensiero rivolto ai misteri insondabili dell'Universo e le nascoste profondità dell'animo umano», scriveva Domenico D'Andrea. Le sue poesie sono pervase da sano realismo e soffuse di sottile ironia, animato sempre da spirito di ricerca e di inventiva. Scritte di notte, al buio, per non disturbare e non essere disturbato, in piena e pacata ispirazione. Nelle pause di lavoro si dedicava alla lettura, leggendo di tutto. Il libro e il giornale erano i suoi "migliori amici". Negli ultimi anni, inforcati gli occhiali, «si assorbiva nella lettura fino a tanto che prendeva sonno e si appisolava reclinando il capo sul vecchio banco, divenuto ormai il suo leggio». La storia del paese, i personaggi più in vista e meno noti, i fatti più significativi, le vicende più strane sono la materia del suo poetare. Sempre col coraggio di affrontare le varie situazioni, con l'umiltà di non sentirsi superiore a nessuno, il coraggio di affrontare le varie situazioni della vira, la saggezza di tacere di fronte alla stupidità dei chiacchieroni. Natura, cultura del territorio, memorie del passato e attenzione al presente si fondono in un intreccio indissolubile e in armoniosa sintesi. Osservatore attento della vita e delle abitudini dei suoi paesani usa la parola semplice per farsi capire, anche quando tratta temi religiosi. Nei suoi versi risuona l'anima della sua gente, suscitando emozioni e sensazioni condivise. Rinsaldano il legame con la comunità di Capracotta per il valore di umanità che contengono. Partecipazione empatica, ironia sottile, umorismo gentile, senso della misura accompagnano le sue descrizioni e i suoi personaggi. Essenziale e stringato il linguaggio riesce a trasmettere partecipazione e condivisione. I suoi versi traducono sentimenti e passioni comuni, valori morali radicati e vissuti. Trasmettono la sua affettuosa attenzione, quasi la compiacenza e la tenerezza, con cui trascrive l'umile realtà che fu anche la sua. I vocaboli scelti posseggono ricchezza espressiva, calore umano, proprio della parlata capracottese. L'uso di qualche termine dialettale viene scelto per dare maggiore risalto al tema trattato. Arguzia e sapienza popolare, insieme a tormenti e sofferenze, affiorano nei suoi "quadretti" di vita paesana. Scritti da un artigiano che ama la vita semplice, i valori e le passioni di ogni giorno, traducono ricchezza espressiva, calore e significato del "sentire" del popolo schietto e semplice. Molte poesie tratteggiano persone di spicco e gente semplice con ricchezza di particolari e con sapido humour all'inglese. Fra i personaggi noti e stimati ricorda Mario Conti, Leonardo Falconi, Ruggero Santilli, Gregorio e Claudio Conti. Una particolare poesia è dedicata a don Giacinto, il più acuto e caustico dei fratelli Conti, in risposta ad una provocazione. Un brano poetico, di intonazione sacra e soffusa di grande rispetto, è dedicato a padre Placido, un francescano "tutto di un pezzo". Predicatore dotto e forbito, originale servitore della Parola di Dio, consigliere saggio e fidato, educatore empatico, maestro di vita e testimone fedele del Vangelo. Ha ricoperto vari incarichi nei conventi francescani, dove ha prestato il suo servizio. Una poesia degna di essere ricordata perché evoca la sofferenza e le privazioni della guerra, "Tristi ricordi", lo sfollamento e i disagi della "cacciata" da Capracotta, la sorpresa dei saccheggi e... il disagiato ritorno. Una poesia semplice e soffusa di amore paterno, "Una cara memoria", è dedicata al figlio Marino, «amante del bello e inventore», geniale sempre e... «con qualche nuova idea... ha posto in alto l’onor dei D'Andrea». Nel concludere questa modesta introduzione, desidero riportare il giudizio da me pienamente condiviso, di Domenico D'Andrea, suo nipote e acuto insegnante di scuola primaria. «Perfetto accordo, dunque, in te, fra le facoltà precipuamente pratiche e quelle speculative: la visione scientifica del mondo... si conciliava compiutamente con quella romantica e poetica». Osman Antonio Di Lorenzo
- Firme di capracottesi sui puntoni della Chiesa Madre
Monaci, saette, puntoni e catene (da cui cuatenàre ) sono i classici elementi costitutivi del tetto. Su questi elementi, soprattutto quelli delle chiese cattoliche, non è infrequente rinvenire le tracce di chi ci ha preceduto, tanto che in quelle più famose si trovano firme di architetti, progettisti, costruttori, stuccatori, affrescatori, capimastri o semplici muratori. Si tratta, in fondo, di un'abitudine atavica, se pensiamo che oggi la medesima usanza sopravvive sui muretti, sulle ringhiere, sulle facciate, sui ponti, nelle carceri, nei conventi, nelle scuole e su qualsiasi altra superficie in grado di accogliere la sigla del firmatore di turno, il quale è più spesso un vandalo che non un artista. Nel caso del tetto della Chiesa Madre di Capracotta, in alcuni tratti fedele all'originale settecentesco, in altri ricostruito nel Novecento, è possibile ammirare alcune firme di compaesani che, nelle più disparate occasioni dello scorso secolo, hanno pensato bene di lasciare un "ricordo" - spesso corredato di data - della propria visita. Facciamo una rapida rassegna. Era l'Epifania del 1952, infatti, quando Pasquale Venditti lasciò la propria firma; il 6 gennaio di sette anni dopo anche Antonio Angelaccio impresse la sua. Giuseppe Casciero, invece, firmò una trave in legno durante la Santa Messa di Pasqua del 24 aprile 1943, aggiungendo alla data gregoriana la cifra romana "XXI", segno tangibile che il fascismo aveva indottrinato i più giovani col suo calendario rivoluzionario. Dopo la fine delle ostilità abbiamo un'altra firma a tema "pasquale", quella di Corrado D'Andrea, che il 24 aprile 1949 incise il proprio nome. Anche se al di fuori del periodo pasquale, anche Remo Sammarone, prima di emigrare negli Stati Uniti, aveva firmato, il 25 marzo 1947, la travatura in legno. Curiosa, poi, la firma di Nicola Bonanotte, realizzata il 26 luglio 1943, probabilmente durante la messa per la memoria liturgica di sant'Anna, una festa relativamente "recente", istituita appena ventiquattro anni prima. In estate, invece, abbiamo la firma di Bernardo Ianiro, apposta il 15 agosto 1995 e realizzata probabilmente durante la santa messa di Ferragosto in onore della Beata Vergine Maria Assunta in cielo, la festa religiosa più importante della comunità parrocchiale di Capracotta, visto che la nostra Chiesa Madre è dedicata proprio al dogma dell'Assunzione della Madonna. E ancora, per quanto riguarda il periodo natalizio, abbiamo le firme di Angelo Ianiro (11 dicembre 1938) e di "Alfio 66" (24 dicembre 1985), il quale preferì evidentemente celarsi dietro un nickname piuttosto che scrivere il proprio cognome, il che l'avrebbe inequivocabilmente identificato. Tra le firme incomplete o non pienamente datate, infine, abbiamo quelle del sartore Cesare Di Rienzo (1949), di Antonio Comegna, di Donato Pettinicchio, di Luigi D'Onofrio, di Mario Di Lorenzo e di Sebastiano Evangelista. Francesco Mendozzi
- Papà Culì
– Papà Culì!... Papà Culì!!... Papà Culì!!! Per oltre dieci anni, fino al 1973, chiamavo così per il pranzo e per la cena, mio nonno del ramo paterno, affinché lasciasse le sue occupazioni e venisse a tavola. Era uno dei miei piccoli compiti, assegnatomi da mia madre Peppina e zia Elena, che intanto mettevano il cibo nei piatti. Come un piccolo muezzin domestico, mi accingevo con gioia e un po' di imbarazzo a questo che per me era uno strano gioco venutosi a creare quasi da sé, imbarazzo perché dovevo calibrare il tono. In un crescendo rossiniano partivo con un tono basso, aspettavo una sua risposta che non arrivava, anche perché gli si era ridotto l'udito, ma ci speravo sempre, perché mia madre e mia zia tendevano ad avere mal di testa e dovevo evitare toni forti. Dopo alcuni secondi ripartivo con tono maggiore e aspettavo, invano, così dovevo dare sfogo a tutto il fiato che avevo. « Papà Culì » diventava allora un urlo dalla savana, scandito e squillante, e così accadeva che ricevevo una doppia risposta in simultanea: da una parte mio nonno Nicola che urlava spiazzato: « Ohé », suono che sembrava uscire dall'oltretomba o da una caverna (di solito era intento a leggere o scrivere poesie e talvolta si addormentava); d’altra parte mia madre e zia Elena quasi mi sgridavano, stizzite: «Ma è modo di chiamarlo e d'alleccuà a ssa manèra? ». E allora mi mettevo a ridere tra me e me perché altrimenti si sarebbe innescata una discussione sul perché non fossi andato a chiamarlo in camera con gentilezza. Ma tant'è... avevo preso quell'abitudine da galletto monello e mi piaceva farlo, soprattutto nei 3-4 mesi, da giugno a settembre, che ero a Capracotta. Dal primo piano, affacciato alla ringhiera della tromba delle scale, lo chiamavo, proprio come un muezzin (anche se allora neanche sapevo della loro esistenza), a lui che era nel suo stanzino, intento negli ultimi anni a leggere e scrivere. Negli anni precedenti papà Culìtte era invece impegnato nei lavori di falegnameria e, nonostante non avesse macchinari elettrici, il mio richiamo era tuttavia coperto dai rumori. Ma chi era papà Culìtte ? Cosa è stato per me? Da parte mia non posso far altro che raccontarlo così come l'ho vissuto nei vent'anni che l'ho conosciuto, riflessioni che ho fatto di volta in volta su di lui mentre crescevo e ascoltavo i commenti di mia madre e mia zia che si prendevano cura anche di lui, commenti di donne a cui solitamente non si dava retta, al contrario mio, che ne avevo preso coscienza. Su papà Culìtte accumulavo notizie sia dall'interno delle mura domestiche che dall'esterno: parenti, vicini e conoscenti che ne lodavano la creatività - o, meglio, la genialità - e la coerenza. Questo lavorio mi ha accompagnato per anni, un'attività di archeologia familiare alla ricerca delle mie radici e degli insegnamenti che ho tratto, un gioco che suggerisco a chiunque per essere sempre più consapevole di sé. Antonio D'Andrea
- Il ritiro dei Corallini a Capracotta
Dopo la Juve Stabia, anche la S.S. Turris 1944 ha svolto a Capracotta il proprio ritiro estivo. Nell'ultimo anno ha disputato il campionato di Serie C, salvandosi all'ultima giornata con la vittoria 2-1 a Brindisi. La società campana si è allenata a 1.421 m s.l.m. dal 25 luglio al 3 agosto, restando piacevolmente sorpresa dalla tenuta del campo e dal posto. Tranquillo, con aria buona ma anche ben organizzato e accogliente, per essere solo al primo anno di ripartenza. Anche gli uomini di mister Mirko Conte, come le Vespe di Castellammare di Stabia, hanno soggiornato presso l'Hotel Conte Max. Nei giorni del ritiro, i Corallini hanno disputato due amichevoli nel nostro Campo comunale "Erasmo Iacovone". Il 28 luglio con la Rappresentativa Alto Molise, comprendente ragazzi di Capracotta, Agnone e Carovilli e guidata da mister Aniello Capiluongo, la Turris si è imposta per 9-1, ma i nostri ragazzi hanno ben figurato nonostante l'ampia sconfitta. Il divario tecnico era già noto, ma la squadra non ha mollato un centimetro ed è andata su ogni pallone: da altomolisani insomma, non dandosi mai per vinti. Da sottolineare la prova di Antonio Di Nucci, autore della nostra unica, e spettacolare, rete. Mentre il 2 agosto ha affrontato il Termoli, squadra molisana militante nel campionato di Serie D, vincendo 2-0. Bella prova da parte di entrambe le squadre, con la Turris a più riprese vicina al gol e la compagine termolese sempre pronta a respingere gli attacchi avversari. Due i gol annullati per fuorigioco, uno per parte. In entrambi i test l'Erasmo Iacovone si è riempito di appassionati, giovani e meno giovani. Spensierati, felici. Perché non è solo calcio, è molto molto di più. È aggregazione, è felicità, è gioia e dolore, è rispetto dell'avversario, è lealtà e sacrificio. È, e può essere, una grande fonte di rinascita per il nostro territorio. È tante, tante cose. Tutto racchiuso in un pallone. Nestore Sammarone
- Vorrei
Io vorrei intestare un mio libro "Vorrei" per cantare le piccole cose del mondo; non molto io vorrei dalla vita per viver la vita di un giusto! Non vorrei, per esempio, conquistare la luna ma riempire vorrei la bocca di un bimbo affamato, ridonare la gioia ad un cieco, confortare il trapasso di un cuore morente. Vorrei solo bere acqua pura di sorgente, camminare su prati impregnati di pioggia, ad alta voce gridare tra montagne ammantata di neve perché la mia prece salisse vicina al Signore e vorrei che il Signore ascoltasse il mio pianto e mi desse affetto di mamma ed amore di sposa. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti , S. Giorgio, Campobasso 1979.
- Quattro vite
Come prima cosa la mattina vedemmo una riserva, il Giardino della Flora appenninica: era una passeggiata piacevole in mezzo alla natura, ad agni passo del sentiero c'erano cartelli di legno con immagini e descrizioni delle piante. Lirio e Mariposa perlopiù si divertirono a correre nella neve, io sfidai León a chi conosceva i nomi di più piante: non ne sapeva quasi nessuno. – Questo gioco non mi piace. E le bambine saranno tutte infreddolite dopo. – Ci tenne a precisare. – Te la prendi subito però eh. – Scherzai io, e con la coda dell'occhio vidi che tratteneva un sorriso. Vedemmo anche il museo e visitammo le due chiese del paese: la chiesa di Santa Maria di Loreto e la chiesa parrocchiale dell'Assunta. Ci fermammo in quest'ultima per la messa di Natale. Mentre passeggiavamo per il paese, Mariposa ci disse che quel paese era proprio un bel posto per giocare a nascondino, pieno di stradine e angoli in cui nascondersi. Mi ritrovai a pensare a quanto era bello vedere il mondo con gli occhi dei bambini. Verso l'una le piccole iniziarono a lamentarsi perché avevano fame. – Fermiamoci in qualche ristorante aperto allora. – Propose León. Ci fermammo in un locale carino su una delle strade principali: assaggiammo agnello alla menta e zuppa di ortiche, che per quanto fossi scettico all'inizio, devo ammettere che mi piacque. León invece apprezzò molto la pezzata con la carne di capra. – In estate fanno la sagra della pezzata. – Gli dissi. – Ah, capito. Ma insomma, non potevamo venirci quando le temperature erano sopra lo zero? Almeno mi sarei fatto una scorpacciata di capra. – Disse ridendo. – Ma questo posto si chiama Capracotta perché cucinano la capra? – Chiese Lirio, che era stata piuttosto silenziosa tutta la mattina. – Non proprio. – Dissi io. – C'è una leggenda che racconta che alcuni zingari avessero deciso di bruciare una capra come rito di fondazione, nel luogo esatto in cui avevano deciso di costruire la loro città. La capra fuggì sui monti, dove morì, e gli zingari decisero di fondare lì quella città. Lirio adorava quando le raccontavo delle leggende. – Hai visto? Ho ragione a dire che è google vivente? – Disse León. Risi. In realtà non lo sapevo, avevo cercato quelle informazioni apposta prima del viaggio. – Posso dargli un soldino? – Mi chiese Lirio. All'inizio non capii subito a chi si stesse riferendo, poi però realizzai: c'erano tre uomini ad un angolo del ristorante, che avevano suonato i canti natalizi per tutta la durata del pranzo. Uno, quello al centro, aveva una riccia barba grigia, era il più anziano. Gli altri due invece erano più giovani, quello sulla sinistra non aveva dieci anni più di me. – Non sono come quelli che chiedono l'elemosina in mezzo alla strada, tesoro. Loro sono pagati per stare qui. Però se ti è piaciuto come hanno suonato e vuoi farglielo sapere, tieni, portagli una monetina. Mettila nella custodia della chitarra. Lei mi sorrise, prese la moneta e andò. L'uomo in mezzo le fece un inchino e le sorrise, e lei lo salutò con la mano prima di andarsene. Nel pomeriggio andammo alla stazione sciistica: era la prima volta che León provava a sciare, ma non andò poi così male. Mariposa correva felice da una parte all'altra, scendendo con lo slittino e risalendo. Era letteralmente instancabile, Lirio invece si fece sempre più silenziosa. Curioso di capirne il motivo, mentre aspettavamo seduti nella neve che Mariposa risalisse con León sulla cima della collina da cui si erano lanciati con lo slittino, provai a parlarne. – Che c'è che non va piccola? – Le chiesi. Lei fece spallucce. Non è facile parlare a una bambina di quattro anni, ma lo feci lo stesso. – Se hai qualche problema puoi parlarmene, lo sai. – Continuai. Lei mi guardò e notai che aveva gli occhi lucidi. Le feci passare un braccio attorno alle spalle e me la tirai sulle gambe: la lieve pressione del suo peso era familiare, mi ricordava di quando era più piccola e la tenevo nella stessa posizione. – Mariposa è la sorella di León. Al convento lo sanno tutti che ha un fratello che la pensa sempre. – Io annuii. – Spesso mi hanno chiesto tu invece chi sei. – Disse piano poi. – Io non lo sapevo e ho detto che tu eri mio fratello perché... alla fine stai con me come León sta con Mariposa. Però mi sento un po' in colpa perché è una bugia e poi non ti ho chiesto il permesso. – Mi disse. Io le sorrisi nel modo più dolce che conoscevo. – Tesoro, a volte vogliamo bene a qualcuno in un determinato modo anche se non fa parte della nostra famiglia. Io sono stato con te fin da quando eri piccola, e in un certo senso sei diventata come una sorellina minore per me, quindi non ho problemi se vuoi dire agli altri che sono tuo fratello. In fondo poi, siamo tutti i bambini della Mater Orphanorum , no? In un certo senso è come se fossimo tutti fratelli. Lei mi sorrise e si strinse contro il mio petto. – Hai freddo? – Chiesi. Lei scosse la testa. – Ma... suor Anna dice che tu hai conosciuto la mia mamma. Le posai istintivamente una mano sulla testa, sopra l'orecchio, come per proteggerla da un dolore perfido che conoscevo bene. – L'ho incontrata una volta sola, il giorno in cui ti ha lasciata al convento. Vi somigliavate molto sai? Aveva i tuoi stessi occhi. Quando sarai più grande se vuoi ti dirò di più di lei. Lei annuì, poi si staccò. In quel momento arrivarono León e Mariposa: lui si era accorto che parlavo con Lirio e si era attardato apposta. – Sarebbe quasi ora di spostarci all'ultima tappa della giornata. – Disse. – Nooo! Voglio fare un ultimo giro con Lirio! Posso??? Iniziò a pregare Mariposa. – Certo, ma dovete scendere in quel punto, dov'è meno ripido, capito? – Dissi io. La piccola dai riccioli neri sbuffo. – Uff, volevo fare la discesa grande! Io scossi la testa. – No, no, quella solo con i grandi si fa. Se volete fare un giro da sole, la discesa piccola, niente storie! Lei allora un po' a malincuore prese lo slittino con una mano e prese per mano Lirio con l'altra, e tirandosi dietro lo slittino e la sua amica andò alla discesa piccola. – Però... allora lo sai che ogni tanto ci vogliono anche le regole. – Commentò Leó1n. Io gli tirai una manciata di neve sui pantaloni. L'ultima tappa della giornata era l'osservatorio di Capracotta. Si trovava appena fuori dal paese, non era molto grande, ma la visita fu bellissima. Si saliva su per una scalinata stretta che portava in cima alla torretta, dove c'era spazio per appena una decina di persone, o poco più. L'ultimo piano era circolare, sopra c'era una cupola che si apriva rivelando il cielo stellato. C'era un signore anzianotto che faceva da guida, a prima vista molto simpatico. Quando aprì la cupola, per un attimo stemmo tutti zitti, col fiato sospeso. Al centro della stanza c'era un cannocchiale. – Guarderete a turno. – Ci spiegò. Perfino Mariposa, che non stava mai zitta, rimase in silenzio per un po' guardando il cielo stellato. La prima volta che guardai nel cannocchiale, mi fermai poco tempo, perché avevo l'ansia che gli altri si irritassero ad aspettare. Dopo aver visto però quanto si fermavano gli altri, decisi di concedermi di guardarlo bene anche io. La cosa che più mi rimase impressa fu Andromeda: sembrava una macchina lattiginosa nel cielo, eppure era una galassia, un'intera galassia, ed era lì, sembrava così vicina. – L'hai vista? – Chiesi a León sotto voce. Per qualche motivo, sussurravano tutti. Lui annuì. – Hai idea di quanto sia lontana? – Mi chiese. – Circa due milioni e mezzo di anni luce. – Dissi io, mentre la guida faceva salire Lirio su una sedia perché potesse guardare anche lei. – Non pensavo avessi cercato anche questo. – Disse León. Io mi feci scappare una risata, che soffocai subito. Lo guardai e vidi che si era girato anche lui verso di me: nel buio della notte, mi sembrò di vedere Andromeda ancora riflessa nei suoi occhi. Quando scendemmo la guida ci indicò alcune costellazioni con un puntatore laser. Lirio e Mariposa, stanche, erano in braccio a me e León. – Presumo conosciate tutti l'Orsa Maggiore e l'Orsa Minore... ma qualcuno di voi conosce la storia di come quelle due costellazioni sono finite in cielo? – Chiese. Non rispose nessuno. León mi guardò, ma non la sapevo neanche io. – La leggenda vuole che Callisto, figlia del re di Arcadia, fosse una delle tante amanti di Zeus. Ella suscitò l'invidia di Giunone per la sua bellezza tanto che la dea decise di tramutarla in un'orsa. Ma un giorno Arcade, figlio di Callisto, durante una battuta di caccia s'imbatté nella madre e, non riconoscendola, stava per ucciderla. Ora, per quanto la morale di Zeus fosse discutibile, era un po' brutto anche per lui che una delle sue amanti venisse uccisa dal suo stesso figlio. Il re degli dei trasformò anche Arcade in un orso. E allora Zeus li mise ad inseguirsi per sempre nel cielo: Callisto divenne l'Orsa Maggiore e Arcade l'Orsa Minore. Lirio si era svegliata. I suoi occhi brillavano più delle stelle sopra di noi mentre ascoltava quella storia. – La aggiungiamo ai racconti della buonanotte fratellone? – Chiese. – Certo. – Le sussurrai. Maria Teresa Montuori Fonte: M. T. Montuori, Quattro vite , Albatros, Roma 2024.
- Bilancia ascendente gemelli
Mi ero alzato prestissimo quella mattina, ansioso di partire. Partire significava avvicinarsi a casa, seppur di poco, ma quest'idea così dolce era guastata dalla mole di ostacoli che mi dividevano dalla sua realizzazione. Una volta sciacquata la faccia pensai che finché l'uomo resta un animale, vive per il combattimento, a spese degli altri, teme e odia il prossimo: la vita, dunque, è guerra. Una guerra inutile, forse. Quella maledetta notte di settembre aveva cambiato per sempre gli esiti della storia, tanto che da un paio di giorni i nemici del popolo italiano indossavano una casacca uguale alla mia. A denti stretti, cercando di non farmi udire dai miei compagni di camerata, bofonchiai: – La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari. Nessuno diede seguito alla mia satira, segno evidente che nessuno aveva udito. E nessuno aveva udito perché tutti erano troppo indaffarati a prepararsi per il viaggio. La partenza era fissata a metà mattinata. Quando l'autocolonna finalmente si mise in marcia, l'operosa città d'Isernia non sapeva ancora che di lì a poco sarebbero arrivati gli aerei anglo-americani che l'avrebbero bombardata, lasciando senza vita migliaia di persone. Non capivo dunque cosa avessero da esultare gli italiani alla nostra partenza. La nuova destinazione dell'unità cui appartenevo era un piccolo villaggio sui monti abruzzesi. L'obiettivo era quello di cercare un luogo dove pianificare una fuga, una resistenza, una vittoria, un avamposto, qualcosa insomma. Il viaggio durò poco più di un'ora. Il paesaggio non sempre rigoglioso che affiancava gli automezzi ricordava la mia Kürten, sia nelle spigolose valli che nei verdeggianti campi destinati al pascolo. Kürten non distava molto da Colonia, ma a differenza di quest'ultima non ospitava le grigie fabbriche della Deutz. Era un paesino tranquillo, abitato da contadini e pastori, anche se durante gli anni d'oro del Reich si era popolato di operai. Quando fummo per entrare in paese si fece evidente un certo progresso di anime chiassose di fronte a quella che sembrava una normale chiesetta di montagna. – Il paese è in festa, gli italiani fanno sempre festa! – disse Heineke, senza che nessuno ricambiasse la sua battuta, se non un capitano con un'occhiata raggelante. Poche ore prima di noi erano infatti partite da Isernia due vetture in avanscoperta e ci avevano comunicato che da quelle parti gli italiani avevano appena finito di festeggiare un'importante ricorrenza religiosa con decine e decine di cavalli bardati. E al nostro arrivo i cittadini presenti scapparono in ogni dove gridando e spingendo. L'ordine era perentorio e prevedeva di requisire tutte le abitazioni, ricercare popolazione maschile non arruolata e soprattutto incutere timore nella cittadinanza, per evitare che gli italiani, suscettibili per genìa, accogliessero qualche nemico nelle loro case. Assieme all'ordine era infatti arrivata la notizia di un pernicioso avvicinamento degli inglesi e di altre truppe miste. Ma io non volevo pensare alla guerra, volevo solo tornare a casa il più presto possibile. I primi giorni in Capracotta mi diedero modo di riflettere su alcune questioni che in Germania tenevano banco da diversi mesi. Dov'erano gli aurighi di Mussolini? Dov'era la gloriosa Italia fascista che Churchill temeva? Dov'erano i littori che inneggiavano al nome di Roma? Era forse questo l'unico villaggio italiano a non subire il fascino del sogno fascista? Non era possibile: o la realtà delle cose era diversa dalla propaganda dei cinegiornali tedeschi o erano tutti matti. In effetti di matti ce n'erano pochi in paese e la realtà mi costringeva a capire che la rivoluzione italiana s’era arrestata troppo presto, forse per sfiancamento, alle medie e grandi città senza mai radicarsi negli arcaici ritmi contadini della campagna. Quest'idea mi venne naturale perché anche in Germania era successa una cosa simile: a Kürten non si respirava la stessa aria di esaltazione gioiosa che a Berlino aveva trasfigurato il volto della città. I contadini erano ancora contadini. Gli operai, operai. E l'apposizione di uno swastika sulle insegne delle aziende agricole non rendeva di certo nazionalsocialisti tutti coloro che l'abitavano. Mi rendevo conto, con animo sincero, che queste elucubrazioni non sarebbero mai dovute arrivare alle orecchie dei miei superiori e, visto il carattere infermo di Heineke, nemmeno alle sue. Era un bravo ragazzo ma non avrebbe mai capito la differenza tra una rivoluzione e un'occupazione, tra la libertà e il giogo, tra un mito di carta e l'ineludibile declino che avevamo tutti di fronte. I miei giorni abruzzesi trascorsero dunque nella più inutile preparazione al peggio, che sarebbe arrivato comunque. La guerra non è una questione di preparazione, figuriamoci se può esserlo una fuga. La guerra è una questione di fortuna. Eppure, alla vista di queste montagne, stringevo gli occhi per guardare più definitamente, cercando, più con l'immaginazione che con gli occhi, la grotta di Pietro Angelerio, il santo del candido eremitaggio, anacoreta per vocazione, papa per obbligo, la cui leggenda m'era stata inculcata dai miei genitori come monito. Attraverso l'umiltà di Celestino V, dicevano, potrai sempre separare ciò che c'è di buono da ciò che è andato a male. Mentre riflettevo sulla santità che aveva regnato tra queste montagne oltre sei secoli fa, mi venne alla mente, come un lampo improvviso, l'espressione da mentecatto che si formava sul viso di Heineke ogniqualvolta gli parlavo di cose difficili. E me ne rallegrai. La sera bevevamo alcuni intrugli portati dall'Austria ma il clima era sempre teso e la voglia di ridere e scherzare, che l'anno prima aveva reso indimenticabile la mia giovinezza a Kürten, era pressoché relegata in un anfratto minuscolo del mio spirito. Quella sera, dopo aver requisito un maiale, si parlò a pancia piena di una fuga di pecore che c'era stata in paese, e che aveva seminato un vero e proprio finimondo, con pecore che rincorrevano ansiose i propri agnelli, pastori imprecanti che rincorrevano le proprie pecore e ragazzini festanti che rincorrevano tutto e tutti. Sembrava quasi che l'intero villaggio fosse diventato un presepe mal composto. In tanto chiacchiericcio provai a colloquiare con Heineke. – Se la guerra fosse una persona, di che segno zodiacale sarebbe? – chiesi. – Ti prego, non cominciare con le tue ossessioni. Per me la guerra è una cosa buona. E poi lo sai che questi discorsi, prima o poi, ci metteranno nei guai – rispose seccato. Fingendo di non aver ascoltato una sola parola di quello che aveva detto, aggiunsi: – Secondo me è bilancia. È bella e brutta. È vincere o perdere. Rincorrere e fuggire. Uccidere o morire. Sai che ti dico? La guerra è bilancia, bilancia ascendente gemelli. Essa è il regno dell'ambiguità. – Come le donne – prolungò Heineke con indolenza. – Bravo Heineke, proprio come le donne, quelle di Berlino però! – e la nostra risata fu contenuta ma saporita. Questo bastò per rasserenarci gli animi in vista dei prossimi gravosi impegni di cui si cominciava a parlare sempre meno sottovoce. Sottovoce non si parlò più quando ci furono confermati i sospetti di un'infiltrazione inglese. Era ormai certo che almeno un paio di soldati di Sua Maestà Giorgio VI, o canadesi o mori o americani, erano rifugiati presso alcuni contadini del luogo, tre fratelli dai nomi buffi. In un villaggio dove il fascismo era arrivato a malapena, doveva essere arrivata a malapena anche la voglia di rovesciarlo ed eravamo dunque certi che i traditori stavano prestando asilo ai nemici più per una possibile ricompensa futura che non per un'ideologia cui aderire. Per quanto mi riguardava, credevo invece che la carità cristiana non conoscesse ricompense materiali. Ma quando i fratelli furono stanati e fucilati, senza che il povero parroco di paese fosse riuscito in alcun modo ad ammorbidire la decisione del capitano, sentii una fitta lancinante al petto e, per non mostrare un sintomo così evidente di debolezza umana, abbassai il capo e pregai che il terzo traditore (che era riuscito ad evitare la sua sorte scappando come una lepre di campagna) potesse in futuro godere una vita piena e felice. Il ricordo di quei corpi a terra rovinò molte nottate ma molte altre nottate mi aspettavano su strade insanguinate e popolazioni in rivolta. Nevicava. Lì a Capracotta abitavo assieme ad altri cinque soldati, tra cui il fido Heineke, presso una famiglia di commercianti. Quando bussammo la prima volta, senza troppa delicatezza, si sentì una rapida corsa per le scale interne e, non appena cominciammo a picconare il portone, una signora ben piantata a terra e per niente impaurita, con un nugolo di ragazzini e altre donne a farle da ventaglio, ci fece entrare. Avevo subito intuito che quello scalpitio per le scale altro non era che la fuga di un uomo adulto, maschio, e ne ebbi la certezza quando di notte, tra veglia e sonno, captai un uomo camminare in punta di piedi ed uscire dalla porta sul retro. Se avessi detto a tutti che il padrone di casa era scappato nella notte per rifugiarsi chissà dove, è probabile che avremmo dovuto trattarlo come i fratelli traditori e il pensiero mi disturbò a tal punto che, pure sotto tortura, avrei detto che quella notte dormivo della grossa. Solo qualche giorno dopo che ci eravamo insediati in casa della signora le chiesi il nome e per farmi capire utilizzai il linguaggio dei gesti. Mi colpii leggermente il petto e pronunciai il mio nome, dopodiché, col palmo rivolto verso l'alto, diressi la mano verso la donna che, senza turbarsi minimamente, pronunciò: – Rosa. Modificai presto il suo nome in Frau Rosa, alzando la voce quel poco che bastava per farle intendere che in futuro l'avremmo chiamata in quel modo. Anche se la Frau Rosa era molto gentile e ci preparava il caffè, ci guardava spesso con sospetto ed ormai, senza più bisogno di ricordarglielo, assaggiava sempre il tè, la minestra o il caffè prima di noi, a sigillo di fiducia, anche se non ho mai creduto all'eventualità che la Frau Rosa volesse avvelenarci tutti. I miei giorni abruzzesi volgevano al termine ed ormai la soluzione era una, definitiva. Con gli inglesi alle calcagna il paese doveva sprofondare nella distruzione. Solo così saremmo riusciti a prender tempo per organizzare una solida linea di difesa in Italia. A fare il lavoro sporco sarebbero arrivati i corpi speciali delle Schutzstaffel . Quando ci preparammo in fretta e furia per ripartire, con la foga che hanno le bestie quando sono impaurite, trovai il tempo di congedarmi dalla Frau Rosa e in un italiano stentato provai a dirle: – Germania kaputt, mia famiglia niente kaputt, ma Germania kaputt. Non avere paura, noi stasera partire. Lasciammo quelle genti in balia di un destino crudele, a pagare una colpa che non avevano, a versare sangue lacrime sudore invano, a piangere morti sbagliati, a rinnegare amicizie e parentele, a diventare ladri sciacalli faine. Lasciammo quel mucchietto di case innevate col vuoto negli occhi e il terrore nel cuore. Arrivare per distruggere. Com'è infame la vita: non si fa in tempo a rappacificarsi col mondo che subito bisogna raderlo al suolo per crearne uno nuovo, senza la garanzia che sia migliore di quello precedente. Fu così che mi convinsi che la guerra non mi piaceva affatto. Mi chiamo Wilhelm Oberndorfer, soldato semplice dell'esercito del Reich. Il 22 marzo 1945, a vent'anni, mi hanno ucciso a Cravasco con un colpo alla nuca. Non ho più rivisto mia madre né la mia Kürten. E le mie ultime parole non le ho mai pronunciate. Il soldato Wilhelm Oberndorfer è realmente esistito ma non ha operato a Capracotta, il che lascia intuire come il racconto debba considerarsi di fantasia, seppur ispirato ai terribili fatti capracottesi dell'autunno-inverno '43. Al contrario, la Frau Rosa è realmente vissuta; se così non fosse, io non sarei mai nato, visto che Rosa Anna Di Tella era mia nonna. Il presente racconto fu presentato nel 2012 alla terza edizione del concorso letterario "Capracotta si racconta", vincendo il primo premio con la seguente motivazione: «Il racconto, giocando su un finale spiazzante, rievoca una delle pagine più dolorose della storia di Capracotta e declina con lucida vivacità un giudizio perentorio sull'orrore della guerra, tra umanità, memoria e ricostruzione delle vicende. "Bilancia ascendente gemelli" incornicia sullo sfondo di un paesaggio innevato l'estraneità di una comunità coesa al dramma del fascismo, vissuto come eco lontana e dramma presente». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Artese, La guerra in Abruzzo e Molise 1943-1944 , vol. I, Carabba, Lanciano 1993; M. Di Ianni, 1943-1993: per non dimenticare , voll. I e II, Studio Artemide, Isernia 1993; R. Guénon, Il Re del Mondo , Adelphi, Milano 1977; F. Mendozzi, Bilancia ascendente gemelli , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013; F. Romagnuolo, La Resistenza del Molise , EIL, Milano 1979; I. Silone, L'avventura d'un povero cristiano , Mondadori, Milano 1968.
- Una scena vivace rompe il silenzio...
Una scena vivace rompe il silenzio di quel tratto in discesa che dalla fonte del Comunicio curva più avanti nelle pieghe del pendio: voci di donne e bambini animano l'aria mentre in ordine sparso raggiungono il corso d'acqua che più in basso tra i sassi e gli arbusti offre pozze cristalline nelle quali strofinare i panni; hanno fatto prima una sosta al pilone, poi hanno lasciato il posto alle vacche assetate, allo scampanio accresciuto dai capi scossi che mandano schizzi ovunque. Alle grida, le risa, i colpi e gli sbuffi della giostra festosa e laboriosa si aggiunge il muggito degli animali che lentamente si allontanano. Il sole manda bagliori tra le pietre e gli specchi d'acqua; le donne chine nei loro gesti ripetuti si bagnano la fronte godendo di quel refrigerio mentre si raccontano... La confusione poi cede il posto alla stanchezza e il piccolo gruppo raccogliendo le proprie cose sparse qua e là si ricompone per riprendere la via del paese. Flora Di Rienzo
- La nonna di Dio
Buonasera a tutti e grazie di essere venuti così numerosi alla presentazione del romanzo "La nonna di Dio" di Franco Pasquale, giornalista chietino che abbiamo l'onore di ospitare oggi a Capracotta in questa nuova biblioteca parrocchiale, realizzata nei locali dell'ex carcere mandamentale. La più importante festa molisana in onore di sant'Anna è certamente quella di Jelsi, la quale è annoverata anche come "festa del grano". Questo perché la memoria liturgica di sant'Anna cade sul finire del periodo legato alla trebbiatura, tanto che le veniva portato in dono proprio del grano. Lo stesso avviene a Pescolanciano, dove si tiene la festa in onore di sant'Anna che registra la maggior eco nella provincia d'Isernia. Entrambe queste feste, quella di Jelsi e quella di Pescolanciano, hanno però una precisa data d'inizio, ossia il 26 luglio 1805, giorno in cui un tremendo terremoto sconquassò il Molise. Da quel momento, la nonna di Dio, oltre ad essere invocata contro la sterilità e a protezione della maternità - tanto da essere chiamata Grande Madre -, venne pregata anche contro i terremoti e le calamità naturali in generale. Questo sentimento si rafforzò quando, nella primavera del 1814, il Molise registrò un raccolto memorabile oltre ogni previsione, il che confermò il potere propiziatorio di Anna. A Capracotta, invece, la festa di sant'Anna ha un'origine diversa, in quanto, come tutti sapranno, nasce dalla grazia chiesta da nonna Carmela Sciullo affinché i suoi quattro figli maschi, partiti per la Grande Guerra, tornassero sani e salvi. Così fu e mammuccia Carmela decise di organizzare ogni anno una festa in onore di sant'Anna. Come il grano è il bene più prezioso delle società contadine, così è la legna in quelle montanare, poiché un inverno senza legna da ardere significava, perlomeno a Capracotta, andare incontro a gravi problemi di sopravvivenza. Il fuoco che ieri abbiamo acceso in onore della Santa, ed a cui molti di voi hanno partecipato, è stato acceso proprio con la legna che ognuno ha portato. E così avveniva ai fuochi che in passato venivano accesi in ogni rione di Capracotta. Tuttavia, una cosa è la festa, un'altra il culto di sant'Anna, il quale ha radici antichissime ed è più ampio di quanto non si pensi, allargandosi ad Abruzzo, Campania e Puglia. A Capracotta abbiamo testimonianza di questo culto almeno sin dal 1671, ossia da quando il nostro feudo, di proprietà di Aurelia d'Eboli, morta senza figli ma con debiti, venne incamerato dal Fisco. Prima di rimetterlo in vendita si procedette ad una stima, per cui venne incaricato un tavolario napoletano, Donato Antonio Cafaro, il quale indicò come base d'asta un valore di 64.000 ducati ed il cui apprezzo rappresenta oggi una preziosissima fonte di informazioni sulla società capracottese del Seicento. Per quanto attiene alla materia di oggi, dirò solo che in quell'apprezzo è presente una descrizione della precedente chiesa dell'Assunta di Capracotta, al cui interno vi era già un altare di sant'Anna, con la famiglia D'Andrea che ne deteneva il giuspatronato. Nella nuova chiesa, poi, quella consacrata nel 1725 - tanto che l'anno prossimo ricorrerà il 300° anniversario -, l'altare di sant'Anna presenta uno stemma con tre stelle a triangolo, che don Geremia Carugno riteneva appartenente alla famiglia Mosca. Da lì il giuspatronato passò ai Di Rienzo, quindi, dal 1919, ai Di Tella. Dal 2014 questo diritto è dei Mendozzi, la famiglia di cui faccio parte. Per quanto riguarda la statua, anche se risulta piuttosto approssimata in alcuni particolari come la fattura delle mani e dei volti, rivela un panneggio abbastanza curato ma che tende forse ad appesantire le figure. Riferibile ad un ignoto artefice operante a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, la nostra sant'Anna è raffigurata in piedi nell'atto di mostrare la Beata Vergine bambina con le mani incrociate sul petto. Ora, però, è giunto il momento di lasciare la parola al prof. Sebastiano Paglione, che ci illustrerà la figura di sant'Anna da un punto di vista storico ed artistico. Grazie. Francesco Mendozzi
- Antonio Di Nucci, grazie nonno
Ho scritto queste parole tutte di getto, come un fiume, la mattina del tuo funerale, frastornata e confusa, con una sensazione addosso di smarrimento, provando la sensazione fisica di avere le spalle scoperte, di non avere più equilibrio. Tu eri il mantello che mi copriva le spalle, l'ultima radice rimasta, quella che mi teneva dritta. Il dispiacere di perderti una settimana prima del mio matrimonio attutito solo dalla certezza che tu ci saresti stato - infatti eri nel cielo di un azzurro perfetto e nel sole sfolgorante che il 4 maggio ci ha scaldato il cuore. Tre mesi per rielaborare - in tre mesi son successe cose che neanche in dieci anni - ed eccomi, come tre mesi fa a dirti ancora di più: grazie nonno. Antonio Di Nucci, nato a Capracotta il 5 giugno 1925, nato al Cielo il 28 aprile 2024. Per tutti, affettuosamente, Z 'Ndogn o Mast 'Ndogn , o Ndogn ru Lattar . Per noi nipoti, il nonno highlander, il nonno eternamente giovane, appassionato di politica, complice nei nostri giochi e scherzi, incredibile spaccatore di legna, dedito all'orto, a rhe chieapp' , insomma: un appassionato entusiasta della vita. Il nome Antonio significa "combattente" e questo tu sei stato durante tutta la tua lunga e appassionata vita. Che grande privilegio essere tuoi nipoti, avere nel nostro DNA la tua fibra, la tua forza incredibile (che abbiamo verificato anche in questi giorni tristi in cui ti abbiamo visto indebolirti inesorabilmente), la tua determinazione, la tua forza d'animo, il tuo coraggio, la tua intraprendenza, la tua grande capacità relazionale e commerciale, la tua memoria strepitosa capace di ricordare e collegare tra loro le centinaia, forse migliaia di persone che hai visto passare per il tuo negozio, provenienti da tutti i paesi del circondario. Oggi va moda il termine "resilienza", ecco se dovessi pensare ad una persona resiliente quella sei davvero tu nonno, sempre pronto a rialzarti, a ripartire, a buttarti a capofitto in una nuova avventura, un nuovo progetto, fosse anche solo piantare un albero in giardino. Negli ultimi giorni ci hai detto, tra le altre cose preziose, «la miseria si vince con il lavoro»: lo prendiamo come il tuo testamento professionale e di vita. Te ne sei andato il giorno della festa dell'Incoronata di Foggia, e non è un caso, è come se un cerchio si fosse chiuso. Tu, capracottese fiero delle sue origini, sei stato l'anello di congiunzione tra le generazioni precedenti di massari e pastori, appartenenti alla Civiltà della Transumanza, e la modernità, il dopo guerra, il mondo cambiato per sempre. Hai dovuto e saputo adattarti alle nuove condizioni e hai lavorato notte e giorno per mantenere la tua famiglia, per dare ai tuoi figli l'istruzione che tu avevi ricevuto da bambino a casa da tuo padre. Parlare con te è stato vivere ed attraversare la storia, questo lungo secolo che hai vissuto. E non potremo mai ringraziare abbastanza per questo grande privilegio. La sensazione che proviamo ora è quella di non avere più punti d'appoggio, riferimenti sicuri. Tu eri l'ultima radice rimasta, la terra sotto i nostri piedi. Stamattina mi è venuto da pensare che è un processo naturale: ora è tempo per noi nipoti di diventare radici di qualcosa. A partire dalla tua, robusta, profonda ed inestimabile. Quanto a me, stavi aspettando il mio matrimonio con tanto entusiasmo, lo dicevi a tutti! Da uomo saggio e di parola quale eri però ci dicevi, con quella tua espressione indimenticabile, alzando gli occhi al cielo, e aprendo le mani: «Io non vi posso promettere niente, ho quasi cento anni. Se sto bene, però, sto in prima fila!». Ecco, anche stavolta saprò che avrai mantenuto la tua parola. Sabato starai da Dio, e quindi non solo in prima fila, ma con me e Giordano sull'altare, insieme a tua moglie e a tutti coloro che non possiamo più vedere ma sono sempre con noi. E farai più festa di noi. Farò tutto il possibile per rendere sempre onore a questo nome bellissimo che porto, il tuo. Ti voglio e ti vorrò sempre bene. Grazie di cuore a tutte le persone che ci hanno fatto sentire il loro affetto e la loro vicinanza in questi giorni, davvero ci ha commosso nel profondo! Antonia Di Nucci
- Dove sta papà ora?
Giovannantonio Sozio, che oggi compie 100 anni, è quello che suol definirsi una persona senza fissa dimora. In questo momento vive in cima alle tortuose scale di una casa di 1.000 metri quadrati in Embassy Drive, a est di Hamilton Mountain. Lassù c'è la sua stanza col balcone con vista sulla piscina. Ma tra un mese o due Giovannantonio uscirà dalla porta principale e girerà l'angolo di Knights Court. Anche lì, in un'altra grande casa, ha una stanza in cima alle scale. Un paio di mesi dopo, andrà a Bosna Court. Più tardi potresti trovarlo in una casa sulla First Road West. O in Barton Street, a Stoney Creek. Cinque figli, cinque grandi case, ciascuna dotata di una stanza per papà. Poche probabilità di solitudine qui. A Giovannantonio piace che il suo nome sia scritto per esteso - pensa a John-Tony in inglese. È nato a Capracotta, un paesino di montagna nel centro Italia. Erano dieci figli in una casa di pietra. La famiglia lavorava, affittava terreni e d'inverno se ne andava via a tagliare la legna. A volte i bambini giocavano. Nessuno aveva un pallone da calcio ma scavavano una buca, facevano un passo indietro e vedevano chi riusciva a lanciarci dentro un bastoncino o un sasso. Giovannantonio andò a scuola fino all'età di 11 anni, poi iniziò a pascolare le pecore. Nel 1935 sposò Elena ed acquistò un terreno tutto suo. Ogni cosa cambiò alla fine del 1943 quando arrivarono i Tedeschi che intimarono a tutti di evacuare il villaggio. Che poi i soldati fecero saltare in aria. I Sozio ricominciarono da zero ad Alberona (FG), non lontano. Ed è lì che poi sarebbero rimasti. C'erano Giovannantonio, sua moglie e i cinque figli: Giovanni, Fiore, Giuseppe, Silvio e Carmela, l'unica figlia. A metà anni '60 arrivò un giovane da Hamilton, il quale disse a Carmela che conosceva un ragazzo che sarebbe stato un buon marito per lei. Accettò di ricevere una sua foto. Vi fu uno scambio di lettere per un anno intero. Poi Leonardo Checchia arrivò, sposò Carmela e la portò via con sé. Alla fine dei conti, l'intera famiglia Sozio li seguì. A Giovannantonio e a sua moglie, il posto piacque subito, ma solo per sei mesi l'anno. Per 25 anni consecutivi, infatti, la coppia svernò qui. Ma non appena era maggio, ripartivano per la piccola casa in pietra di Alberona. Non rimanevano soli a lungo. Dopo la fine della scuola, i nipoti di Hamilton andavano a trovarli. Tutti i giovani Sozio parlano italiano. Fino a non molto tempo fa Giovannantonio si presentava regolarmente all'officina meccanica dei figli. Puliva quel posto come se fosse la sala da pranzo di qualcuno. Le sue mani sono ferme come quelle di un tiratore scelto, prende solo aspirina, ama soprattutto la pasta, usa raramente il bastone, non ha bisogno né vuole l'assistenza dei figli. Quando gli dicono di fare attenzione mentre sale le scale, li scaccia via. È ancora un grandissimo narratore. «Forse questa te l'ho già raccontata», esordisce, poi racconta di quella volta, tanto tempo fa, quando un trattore gli schiacciò una gamba e lui continuò a camminare. È morto una volta, l'anno scorso, all'ospedale "St. Joe's". Un intervento per rimuovere del liquido dai polmoni finito male. I suoi reni smisero di funzionare e il corpo s'intossicò. I medici dissero che non c'erano speranze. Con il supporto vitale, poteva campare al massimo altri due o tre giorni. «No, no – disse la famiglia. – Lasciatelo andare in pace!». Circa quindici di loro si riunirono nella stanza e nel corridoio, aspettando la fine. Alle 5 del mattino Giovannantonio aprì gli occhi e disse: «Che ne dite di sedervi?». La longevità è una caratteristica di famiglia. Tornando all'Italia, il fratello Michele ha 97 anni, il fratello Americo 93 e la sorella Raffaella 91. Giovannantonio ha stretto la mano di sua moglie quando è morta quasi tre anni fa. La veglia da Friscolanti [una casa funebre, N.d.T ] avvenne proprio nel giorno in cui lei avrebbe compiuto 89 anni. Ha avuto una vita felice e la famiglia lo sa. Lì, al funerale, le hanno cantato "Buon compleanno". «Quando ami qualcuno prima, non hai nulla di cui pentirti dopo», dice il figlio Giuseppe. Sarà lo stesso quando arriverà il giorno per suo padre. E così come hanno fatto con la mamma, rispediranno in patria il suo corpo. Questa è una condizione che Giovannantonio pose molto tempo fa, prima di venire a vivere qui. In realtà, fa ritorno oggi nella cittadina di Alberona, grazie ad internet. Il sindaco del suo paese ha organizzato un videosaluto in diretta. Oggi a mezzogiorno - 18:00 ora italiana - Giovannantonio saluterà le persone a casa e queste gli augureranno buon compleanno. Gli abitanti di quel paese sanno che tornerà. Ma in cinque case qui a Hamilton ci sono persone che sperano che continui a rimandare l'ultimo viaggio verso casa. Paul Wilson (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: P. Wilson, Where's Papa Now? , in «The Hamilton Spectator», Hamilton, 5 ottobre 2005.
























