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  • 8 settembre: il capodanno di Capracotta?

    Nel capitolo "La distruzione di Capracotta del 1943... dal diario di una levatrice" mia madre Cesarina scriveva: «Fu un fuggi fuggi generale con i cavalli della "festa" che si sparpagliarono per le strade e qualche ora dopo... il deserto». Era infatti il 9 settembre, dopo l'annuncio di un effimero armistizio, quando arrivarono in paese i primi autocarri militari tedeschi con i soldati che, scambiando la nostra più antica processione religiosa per una sommossa popolare, spaventarono tutti imbracciando le armi. Io ero tra i tanti che fuggirono, ma posso dire che... non ebbi paura: ero nato infatti soltanto un mese prima (il 3 agosto) e mi ricondusse verso casa, nel grande trambusto, mia nonna Guglielma, sospingendo il più velocemente possibile davanti a sé la mia nuova "carrozzina" che assomigliava anch'essa ad un blindato militare” (ed è un vero peccato che non sia stata conservata tra i cimeli di quel difficile periodo). Così, solo nelle parole e nel ricordo di mia nonna e di mia madre ho rivissuto tante volte quell'evento così minaccioso per l'inizio della mia vita ed in seguito ho sempre annoverato questo episodio tra le più importanti motivazioni che mi legano indissolubilmente alla festività dell'8 settembre, al punto da poter dire, ora che ho 68 anni, di non essere mai mancato all'appuntamento di questa tradizione: soffrendo sinceramente allorquando l'inclemenza del clima o altro (non più la guerra, grazie a Dio) ne ha minacciato lo svolgimento e commuovendomi moltissimo allorquando la nostra venerata effigie della Madonna scompare rientrando nel Suo Santuario. Non provo neppure a descrivere la sensazione di "profonda tristezza" per il distacco da quell'oasi di quiete, ma è anche bello ricordare l'attesa spasmodica, specie per noi bambini tanti anni fa, di questa ricorrenza, unica nella quale si potesse contare su un regalo o un giocattolo, ad eccezione delle festività natalizie: venivamo svegliati dal vociare chiassoso ed allegro di tante persone che raggiungevano il nostro paese dal circondario ed in particolare per la grande fiera che vi si svolgeva. Nel gran rumore, peraltro davvero eccezionale a Capracotta, spiccava il contrasto stridente tra le note della banda musicale che attraversava le strade, e gli "strilli" (tutt'altro che musicali), dei maialini condotti al mercato. Era anche una straordinaria occasione di incontro con persone di famiglia o semplici conoscenti che non si vedevano da tempo, specie con i tanti emigrati che, pur con grande sacrificio, cercavano comunque di essere presenti. Ed era assai rasserenante lo spirito di grande fratellanza e di solidarietà che si respirava in quei giorni, anche nei confronti dei tanti "mendicanti" che ci raggiungevano per la festa, sicuri che tutti avrebbero volentieri aggiunto... almeno un posto a tavola. Da parte mia avevo sempre notato, almeno a partire dagli anni in cui ero uno po' cresciuto, che a Capracotta qualsiasi impegno o scadenza ruotava intorno alla festa dell'8 settembre (che solo in anni più recenti è diventata triennale). Ed era sempre mia nonna Guglielma (di origine emiliana), a sottolineare spessissimo che tutto nel paese era in funzione di tale ricorrenza. Non perdeva occasione infatti per ricordare, con delicata ironia, che se si fosse richiesto alla sarta un vestito nuovo, lo si attendeva per l'8 settembre, oppure che qualsiasi debito contratto nei mesi precedenti andava onorato per l'8 settembre e così via. Per queste ragioni, da me considerate un modo affettuoso di "prendersi gioco" di tradizioni diverse, non avevo mai prestato molta attenzione ad un'altra singolare consuetudine di mia nonna: il fatto cioè che, a molte delle numerose persone che incontrava o rivedeva, porgeva gli auguri di "buon anno"; come se l'anno solare di Capracotta iniziasse l'8 settembre. Soltanto tre anni or sono, nella precedente occasione solenne del 2008, la magnifica omelia dell'Arcivescovo di Campobasso mons. Bregantini, mi ha imprevedibilmente fornito la spiegazione che forse cercavo da decenni: il fatto cioè che diverse antiche comunità cristiane di rito orientale (e poi anche dell'Italia settentrionale) facevano coincidere il primo giorno dell'anno con la ricorrenza della Natività della Santa Vergine: a significare che l'antica speranza di redenzione per gli uomini si era materializzata già con la nascita di Maria e quindi con l'8 settembre. Ed ho avuto il conforto di sentirmi dire da mons. Bregantini che, molto probabilmente, le origini settentrionali di mia nonna le avevano fatto conoscere questa particolarità così bella nella consuetudine religiosa di certi luoghi. Perciò, ne sono ora certo, le sue scherzose espressioni augurali di "buon anno" erano ben più dense di significato e di rispetto per le tradizioni di Capracotta e dei suoi cittadini. Così il mio pensiero è riandato, già tre anni fa, al bellissimo affresco del compianto maestro Leo Paglione che si trova nel nostro Santuario della Madonna di Loreto: dallo Spirito Santo in forma di colomba un raggio di sole illumina la neonata Maria e l'alba del primo giorno, il Capodanno appunto, per la nostra salvezza. In questo percorso di approfondimento storico e spirituale circa il significato della nostra "Festa", non posso che rinnovare anch'io e di tutto cuore i migliori auguri, anche ai più giovani, e soprattutto ai bambini di oggi, ricordando loro che, per quanto ci possa apparire incomprensibile, i misteri della nostra redenzione «sono stati celati ai grandi e rivelati invece ai più piccoli» e coltivando la cristiana speranza che non si dimentichino le profonde radici di Fede testimoniate dalla purezza di cuore dei nostri antichi pastori transumanti, identici per umiltà a quelli di Betlemme ed a cui si deve l'inizio della nostra tradizione. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, 8 settembre: il Capodanno di Capracotta? , in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011.

  • Intervista a Giuseppe Paglione e Bruno Sozio

    Domanda: – Giuseppe, parlaci brevemente della tua famiglia. Risposta: – I miei nonni, Antonio Sozio e la moglie Angelina emigrarono negli Stati Uniti d'America agli inizi del '900. Mia nonna morì in giovanissima età colpita dall'influenza "spagnola" e mio nonno Antonio, rimasto vedovo e con sei figli decide di rientrare in Italia nel 1919-1920, con l'intento di sposare un'altra donna e crescere i suoi figli. D: – E poi, sai cosa è accaduto? R: – Poco dopo il rientro a Capracotta la più piccola dei figli muore, anch'essa per l'influenza "spagnola"; mio nonno contrae un nuovo matrimonio, da cui nascono altri due figli. D: – Giuseppe, siete sette figli, cinque nati dal primo matrimonio e due dal secondo. Cosa decidete di fare? R: – Mio nonno, la sua seconda moglie e i due figli nati dal loro matrimonio resteranno per sempre in Italia. I cinque figli nati dal primo matrimonio emigrano tutti negli Stati Uniti d'America. Mia madre, Elena, si sposa a Capracotta e nascono otto figli, di questi io e mio fratello Pasquale nel 1958 ci trasferiamo negli USA, nel New Jersey, a Burlington. Mio padre arriva negli USA nel 1961 e nel 1962 richiama mia madre e gli altri fratelli e sorelle, tranne una che resterà in Italia. Da allora siamo rimasti negli Stati Uniti d'America con il ricordo continuo nel cuore di Capracotta, nostro paese di origine. D: – Ma allora era molto difficile entrare negli USA, per voi perché è stato possibile emigrare così facilmente? R: – Mia madre ed i miei zii, pur essendo cittadini italiani, conservarono la cittadinanza americana essendo nati negli USA e per questo fu molto facile avere il visto di ingresso negli Stati Uniti d'America. D: – Giuseppe, tu sei rimasto molto legato a Capracotta ed hai promosso una lodevole iniziativa. R: – Sì, è vero, pur essendo americano di adozione sono rimasto sempre legato a Capracotta. Da alcuni anni ho maturato un'idea, realizzare a Capracotta un monumento all'emigrante. Avuta l'approvazione dall'amministrazione comunale, ho promosso la costituzione di un comitato che negli USA, in Canada e altri Paesi del mondo sta raccogliendo fondi per la realizzazione dell'opera che sarà inaugurata a Capracotta il prossimo 8 settembre 2007 alla presenza di tantissimi emigrati capracottesi che per l'occasione rientreranno in Italia. È un sogno che per me si sta avverando. D: – E tu, Bruno, cosa ricordi della emigrazione della tua famiglia? R: – Mio padre Amerigo, fratello di Elena, si trasferì negli USA nel 1956 lasciando a Capracotta mia madre, me e altri cinque figli. Il viaggio di mio padre verso gli Stati Uniti d'America fu uno dei più avventurosi che la storia dell'emigrazione ricordi. Infatti mio padre attraversò l'oceano con l'Andrea Doria e lui fu uno dei superstiti del naufragio della nave. Due anni dopo, nel 1958, mio padre ci "richiamò" e così tutta la mia famiglia, mia madre e sei figli ci trasferimmo negli USA, anche noi nel New Jersey, a Burlington. D: – Parlaci della tua fanciullezza italiana e americana. R: – Sono rimasti impressi nella mia memoria gli anni vissuti a Capracotta, i giochi, la scuola elementare, la dura vita di montagna, così come sono vivi i ricordi e le difficoltà dei primi anni negli USA e spesso ricordo i primi giorni di scuola in questo nuovo Paese quando dovendo andare al bagno non sapevo come dirlo alla mia maestra e solo grazie all'aiuto di un bidello che conosceva a stento l'italiano riuscii a farmi capire. Bei ricordi, oggi vivo negli USA, felice della mia situazione, ma con il pensiero rivolto sempre al mio paese natio. Grazie Giuseppe e Bruno, voi siete il simbolo della emigrazione capracottese verso gli USA, a voi rivolgiamo il nostro ringraziamento per il legame che avete e che continuate ad avere con Capracotta, vostro paese di origine. Danilo Santone Fonte: D. Santone, Intervista a Giuseppe Paglione e Bruno Sozio , in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.

  • Il bosco elemento naturale multifunzionale

    Il bosco è indispensabile all'uomo perché produce, ma sopratutto perché esiste e vive. La sua multifunzionalità rispecchia la sua identità, la molteplicità dei componenti e la biodiversità si risolvono nell'unità del suo insieme: l'unità nella diversità. Tutte le attività umane (la costruzione nei settori più diversi, l'arredamento, l'arte), la produzione di energia, la sicurezza del territorio, la salubrità dell'ambiente, l'armonia e la bellezza del paesaggio sono solo alcuni dei molteplici servizi erogati dal bosco. Un bosco, per essere considerato tale, deve avere un'estensione minima di 5.000 m², un'altezza media degli alberi di almeno 5 m., una percentuale di copertura del suolo di almeno il 20% nonché una larghezza minima di almeno 20 m. Il bosco va ben oltre alla somma dei singoli alberi e non è solo un fornitore di legname. Esso rappresenta un habitat assai diversificato composto da alberi e arbusti, funghi e licheni. Oltre alla selvaggina molti altri animali vivono nei boschi. Questa diversità e le singole specie sono da preservare. Ma la foresta stessa svolge molte funzioni di protezione. Inoltre il bosco è per noi un luogo in cui passiamo il nostro tempo libero e ci rilassiamo. Le interrelazioni e i processi che coinvolgono le diverse componenti forestali sono il contesto all'interno del quale si cerca di fare in modo che il bosco possa svolgere le sue molteplici funzioni in modo ottimale. La consapevolezza della molteplicità di funzioni, del bosco è fondamentale, per motivare il coinvolgimento più ampio nell'impegno alla sua tutela. Occorre essere consapevoli, tutti, che quella tutela non riguarda solo la difesa idrogeologica del territorio (la prima ad essere considerata dal legislatore italiano, dopo l'unificazione); ma altresì una funzione igienico-sanitaria essenziale per il miglioramento delle condizioni climatiche, la salubrità dell'aria e la riduzione dell'inquinamento. Inoltre quella tutela riguarda la conservazione della biodiversità, la soddisfazione del fabbisogno energetico, il rispetto del paesaggio, accanto alla produzione del legno e delle essenze sfruttabili. Altrettanto importante è stata l'attenzione dedicata al rapporto tra il legno e la cultura, la civiltà, l'arredamento, l'arte, il design, la costruzione. Si è sempre parlato di età della pietra, del ferro, del rame e del bronzo, ma non di età del legno; ma solo perché, come è stato giustamente osservato è sempre stata e sempre sarà l'età del legno. Quest'ultimo è stato, è e sarà costantemente presente nella vita dell'uomo, a differenza di altri materiali, ed è espressione della vita stessa, perché il legno è in se vita e rinnovamento continuo; la presenza ricorrente del legno e del bosco nella cultura, nella tradizione, nell'esperienza umana a livello universale, è un dato troppo importante per essere trascurato. Occorre una regolamentazione adeguata, per affrontare i problemi della competizione fra le industrie di riciclo del legno e il settore delle centrali a biomassa, sotto i diversi aspetti economici, tecnologici, ambientali e normativi; per incrementare le potenzialità di ampliamento dell'offerta di legno, con riferimento all'approvvigionamento di risorse legnose nell'ambito nazionale e internazionale; per riorganizzare il sistema forestale; per ottimizzare la gestione e l'utilizzo delle risorse legnose. L'intervento antropico è un elemento fondamentale per la conservazione e la perpetuazione della risorsa foresta, consentendo alla stessa di esprimere al meglio le proprie molteplici funzioni (ecologica, paesaggistica, protettiva, produttiva, culturale, turistico-ricreativa, etc.) pur nel rispetto dei delicati equilibri che caratterizzano ecosistemi complessi come quelli forestali. Il concetto di "gestione forestale sostenibile" racchiude non soltanto l'idea della gestione, della conservazione, della tutela e dello sviluppo della risorsa bosco e della sua multifunzionalità, ma anche le ricadute economiche, sociali e culturali che tale modello gestionale può avere a livello territoriale, per esempio attraverso la creazione della filiera bosco-legno-energia che rappresenta solo uno dei possibili circuiti economici locali che dal bosco possono avere origine, ma che nel contesto regionale di riferimento costituisce senz'altro quello più rispondente alle reali esigenze del territorio ed alla tipologia delle formazioni forestali che lo caratterizzano. La consapevolezza della molteplicità di funzioni, tutte essenziali, del bosco è fondamentale, per motivare il coinvolgimento più ampio nell'impegno alla sua tutela. Insomma, occorre essere consapevoli dell'importanza che riveste, per la nostra esistenza e per il nostro futuro e soprattutto per il futuro delle giovani generazioni, il legame fra economia del bosco ed economia del legno; dobbiamo essere consapevoli dell'importanza di poter disporre di una disciplina giuridica adeguata ed efficiente a tal fine. Maria Ricci Fonte: M. Ricci, Il bosco elemento naturale multifunzionale , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.

  • Arte sulla roccia di Antonio di Campli

    Antonio Di Campli è un abruzzese di Lanciano duro e puro, e dunque quando si cimenta nella sua arte fa valere queste due caratteristiche. In quel di Capracotta, minuscolo paese dell'Iserniese, paesaggi da fiaba sono punteggiati da enormi massi di roccia che rotolando hanno trovato il posto giusto per mettersi in posa di fronte allo sguardo dei villeggianti che si portano fin qui passo dopo passo. Orbene, immobili testimoni del tempo, forse una seconda funzione potranno avere questi massi... si è domandato Antonio Di Campli, e da questa riflessione è nata in lui l'idea di trasformare questi massi in un percorso capace di ricordare uomini di questa terra e personaggi che questa terra hanno visitato ed amato. E così, ai piedi del Monte Campo, nel 1994 il nostro artista-scultore ha realizzato il primo ritratto incidendo sulla roccia l'effigie di Celestino V, il Papa natio di questa terra, personaggio a tutto tondo amatissimo dai molisani. Accanto altra incisione: un eremo e simbologie celestiniane. L'impegno di Antonio Di Campli, naturalmente continua nel tempo, e ultima sua performance è l'incontro di Celestino V con Papa Francesco. Armato di fresa, scalpelli, trapano e martelli vari eccolo al lavoro per scolpire la dura roccia secondo il suo disegno, che non si limita a tracciare solo un aspetto esteriore da trasformare in bassorilievo artistico, ma ben più profondamente aspira a comunicare un sentimento religioso e di pace, giustappunto come emanano il suo lavoro, che possiamo seguire nelle varie fasi, e il risultato finale che qui possiamo ammirare con senso di serenità. Fonte: http://papale-papale.it/ , 5 settembre 2016.

  • La bellezza e l'incanto

    Ci sono dei posti magici, diceva Saramago, dove si arriva per caso e dai quali non si parte mai, almeno con la mente. Potremmo servirci di Saramago per raccontare Capracotta e l'incanto, il fascino di questo paese sospeso tra il cielo e la terra, tra i boschi e le piste di sci, tra l'ignoto e la scoperta della bellezza del paesaggio. Ad impostare così il discorso si rischia di scivolare nell'idillio un po' consumato, ma non ci sono altre strade per spiegare le meraviglie del paese più alto degli Appennini, quasi del tutto distrutto durante la Seconda guerra mondiale e ricostruito con il rigore di case in pietra, discrete nelle loro linee, che non hanno mai tradito l'atmosfera della montagna. A Capracotta, infatti, non si dimentica per un attimo, in estate come in inverno, di essere in un paese di montagna, non si dimenticano mai le ragioni che ci hanno portato a cercare sensazioni diverse nei diversi momenti dell'anno. In questo luogo dell'Alto Molise, dove l'emigrazione antica e recente ha chiuso molte case, c'è un colore per ogni stagione ed è un privilegio per chi è abituato all'unifornità insignificante della città. L'inverno è il periodo più affascinante per chi, come me, ha scoperto la bellezza dello sci di fondo, sulle piste di Prato Gentile, in quell'anfiteatro naturale di neve e di alberi dal quale partono tre percorsi che d'estate sono tracciati d'incanto tra faggi, d'inverno di sfida, attraverso i quali si misurano le proprie forze. Arrivare nelle giornate di neve a Prato Gentile significa ripercorrere a mente ogni tratto di pista, da quelli che s'inerpicano su, fino alla Madonnina, in un paesaggio solitario di silenzio e di cristalli attaccati agli alberi come arabeschi, al punto più lontano in cui sembra che la pista precipiti nella valle. Il silenzio è la "voce" che più di tutto colpisce, la trama fitta ed affascinante nella quale si appunta, di tanto in tanto, il rumore di un ramo che si spacca, il tonfo di un blocco di neve che precipita a terra, la sensazione di un equilibrio interiore nel quale scompaiono tutte le tossine accumulate nel corso di una settimana. Quando il fiato si spezza in gola alla sommità della salita o alla fine della discesa, si ha la sensazione di essere parte di quel paesaggio, con l'odore cristallino dell'aria nelle narici e la freschezza che si attacca ai vestiti. Di luoghi affascinanti in cui si perde la dimensione del tempo ce ne sono molti, in molti posti del mondo e dell'Italia, ma Capracotta ha il privilegio di essere rimasta intatta nella semplicità che accoglie l'eccezionalità del paesaggio come un dato di fatto. A sentirsi straordinari, infatti, si finisce per mettere le distanze tra sé e gli altri; a Capracotta, invece, si ha la sensazione di stare in un luogo da sempre noto, nel quale ci si sente accolti ed inseriti perfettamente. I percorsi sono variegati, ognuno con una sua particolarità ed un suo fascino, cosicché si può dire che la scelta dell'uno, piuttosto che dell'altro, è legata alla situazione emozionale del momento; a sentire il gorgoglio di un ruscello in parte bloccato dal ghiaccio, a seguire le impronte di un animale, ad apprezzare la solitudine più assoluta su tracciati perfettamente disegnati, si scopre la parte migliore di sé. D'autunno quegli stessi percorsi si colorano di mille screziature, in una pittura che emoziona, mentre sembra che la natura ripieghi lentamente su se stessa, prima del letargo dell'inverno e dell'esplosione delle tinte primaverili ed estive. Direi che a Capracotta ogni elemento del paesaggio è dato con misura e sovrabbondanza; non c'è alcuna forzatura nella bellezza, anche perché l'intervento dell'uomo si è limitato ad una presenza discreta e misurata, ma nello stesso tempo l’armonia del bosco e della montagna, del prato ed del paese è tale che non si può non esserne vinti. E così, per un'intera settimana, mi accompagna il ricordo di quei posti, una boccata d'immensità nella sensazione claustrofobica che la città impone. Ci sono poche sensazioni affascinanti come quelle che camminano sulla pelle quando, alla fine di una giornata di sci, nella macchina del ritorno, si scende da Prato Gentile: in basso il paese che si delinea lentamente, curva dopo curva, sullo sfondo le montagne che tracciano il confine tra Abruzzo e Molise in un tramonto di ghiaccio, tra i colori lividi del cielo in cui annega l'ultimo sole di fuoco, mentre il gelo blocca il respiro in gola e diventa un vestito sulla pelle. A guardare questo paesaggio viene in mente l'immensità della natura che è immensità dell'animo, come ricordava il poeta Mario Luzi, bellezza ed incanto. Antonella Presutti Fonte: A. Presutti, La bellezza e l'incanto , in «Voria», IV:1, Capracotta, luglio 2010.

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (I)

    Il battistero in legno e il pozzo dei peccati Don Geremia Carugno affermava che il fonte battesimale della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta «doveva essere la migliore suppellettile della precedente chiesa madre», la cui datazione era «verosimilmente riportata tra il XIV e il XV secolo». Effettivamente, non tanto gli intagli lignei che custodiscono il fonte quanto la colonnina che lo sorregge dimostra davvero tanti secoli, e forse fa coppia con l'antico portale della chiesa originaria che si trova nell'ala destra del campanile. Tuttavia, il fatto che il fonte battesimale fosse così lontano dalla primitiva chiesa non deve sorprendere perché nei tempi remoti i battisteri trovavano posto all'esterno dei templi, di modo che gli infanti non ancora battezzati non mettessero piede nella chiesa consacrata. Il nostro fonte in legno, «rovinato dal tempo e forse dall'incuria e l'umidità», fu restaurato nel 1980 ma, fino a mezzo secolo fa, era custodito in un locale retrostante oggi chiuso alla vista, difeso da quella stessa balaustra in noce che attualmente lo circonda. A destra di questo vetustissimo monumento della religione, a mezz'altezza, vi è poi una porticina, anch'essa in legno, dietro cui si cela una piccola vasca in pietra, di forma circolare, con uno scarico centrale, una sorta di antico lavabo privo di rubinetto, nel quale veniva letteralmente riversato il peccato originale dei battezzati. Le acque utilizzate dal sacerdote per rigenerare alla fede «generazioni di Capracottesi» divenivano infatti impure al termine del battesimo, in quanto contaminate dai germi del peccato originale appena rimosso dai bimbi, cosicché erano gettate in questo piccolo pozzo che portava i fluidi peccaminosi chissà dove, nel cuore stesso della Terra Vecchia, al di sotto delle fondamenta della Chiesa Madre. Conosciamo tutti la leggenda del Pozzo di S. Patrizio, costruito ad Orvieto per volere di papa Clemente VII, che si dice assicuri la remissione dei peccati ai penitenti che scendono nel suo ventre; tuttavia sono pochissimi quelli che conoscono la storia del pozzo di Capracotta, nel quale non si calava il penitente ma il peccato stesso! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , Youcanprint, Tricase 2016.

  • Quando il cinema d'autore fa un buco nell'acqua

    Dalla libertà di una finta prigionia suburbana sul litorale romano all'esilio sociale di una vita alpestre di premature responsabilità familiari, questo racconto di formazione ci parla della difficoltà di crescere al tempo della crisi economica del terzo millennio, quando cuffiette in piscina e cuffie nel dopo piscina ci avevano fatto credere di vivere la comoda normalità dei nostri giorni. Tra il suono in presa diretta e l'ellissi del montaggio alternato con cui si apre il film, tra paesaggi in campo lungo e la dialettica di un contro campo quasi sempre fuori fuoco (sai che vezzi!) l'autore introduce le forme un po' scontate del mesto realismo di un cinema nostrano pieno di buoni propositi ma decisamente carente sul versante della scrittura e della varietà degli snodi narrativi (di scene al desco a mangiar spaghetti al sugo non se ne può piu!). Sembra la Archibugi ma assomiglia alla Comencini ("Quando la notte"): una fiction televisiva di ragazzine belle e sfigate che sognano il nuoto sincronizzato ma si devono accontentare dell'acquagym di uno scalcagnato albergo a Capracotta non disdegnado compromessi sessuali dai quali trarre qualche piacere ed un insegnamento di vita. Il cloro serve a pulire e disinfettare, ma è anche la metafora di ciò che può inquinare i sogni e le speranze fino a bruciare gli occhi, aggiungendo le lacrime alle lacrime di una vita di stenti e di rinunce e relegando i sogni agonistici alle sconsolate fantasticherie del dopo-lavoro. Diversi i passaggi a vuoto che servono da riempitivi ma non apportano contributi per una maggiore vicinanza emotiva alla storia ed ai personaggi (il padre in stato catatonico condotto nell'eremo di un ritiro spirituale, lo straniero ombroso e irsuto che ne approfitta spesso e volentieri, le beghe di uno zio a cui scaricare il pupo, la dirigente scolastica accigliata ma comprensiva) ed il solito finale di sospensioni emotive ed interdizioni morali dove i silenzi della sceneggiatura e la simbologia di immagini riflesse allo specchio vorrebbero alludere alle inesorabili forze di un destino che trasformano volti e stravolgono vite, imponendo il tempo di una improrogabile scelta tra gli affetti familiari e le aspirazioni personali. Dagli edificanti esempi degli angeli delle favales di Rio approdati alle glorie di Copacabana a quelli di Ostia Lido che ambiscono agli assoluti italiani insomma il passo è breve; basta crederci almeno un po' e con il giusto anticipo sui tempi. Caruccia la giovane Serraiocco, già acclamata esordiente con Salvo di Grassadonia e Piazza, nel ruolo di affascinate nereide di vasche clorate nelle belle coreografie acquatiche al ritmo di note sincopate; ordinaria amministrazione per i veterani Colangelo e Degli Esposti. Presentato in concorso ufficiale al Sundance Film Festival ed alla 65ª Berlinale. Gianleo Fonte: https://www.mymovies.it/ , 30 agosto 2016.

  • Un prete diventato "vecchio" rimanendo giovane

    Ho un fratello prete, si chiama don Tonino ed è stato amico di studi del Vescovo di Sulmona monsignor Angelo Spina. – Conosci monsignor Spina? Allora saprai anche quanti anni ho io! È cominciato così il mio colloquio con don Vincenzo Costantino Carnevale, un arzillo e "giovane" sacerdote della parrocchia di Cristo Re a Sulmona (AQ), che ho conosciuto solo per caso poco prima della celebrazione della messa in una domenica infuocata del mese di luglio dello scorso anno. Questo sacerdote, di umorismo schietto e pronto, mi accolse con un sorriso chiedendomi dapprima quale fosse il capo del Governo degli ultimi tempi che mi piaceva di più. Dopo aver ascoltato la mia risposta mi confidò che aveva le stesse mie idee. Poi, facendosi più serio, disse che durante l'amministrazione del Sacramento della Penitenza non amava troppo chiedere quali fossero i peccati che si ricordano. Per lui chiedere il perdono a Dio e inginocchiarsi davanti al sacerdote per l'assoluzione è già un atto di grande umiliazione e di riconoscenza per gli errori commessi. Per questo, nella mia sparuta occasione di potermi confessare da lui, gli venne più facile bisbigliare, con una voce tenue, che ogni penitente deve ascoltare bene in silenzio la voce della propria anima per riconoscere gli errori. – I tuoi errori li dico io, tu dovrai solamente confermare con un sì o con un no. Don Costantino ha compiuto 100 anni e ancora celebra la Messa tutte le mattine ed è un punto di riferimento per l'intera comunità parrocchiale. Un uomo rigoroso e prete comprensivo nato il 5 aprile del 1913 a Capracotta (in provincia di Isernia). Tutta la propria vita è trascorsa a servizio degli altri con l'altruismo e, nonostante l'età, è sempre disponibile e ha sempre una parola di simpatia per chiunque. Don Carnevale ama viaggiare, partecipa ai ritiri spirituali e di preghiera organizzati in tante comunità italiane. Chissà se lo vedremo qualche volta a Vieste, magari con monsignor Spina che molti di noi hanno conosciuto durante il convegno tenuto due anni fa sulla figura di Celestino V nella vetusta Chiesa di Santa Maria di Merino. A chi gli chiede quale sia il segreto per arrivare a 100 anni con uno spirito ancora così battagliero, egli risponde con un sorriso che è goloso di caramelle alla menta, Sembra però che la longevità sia un "vizio di famiglia": sua madre morì a 100 anni, e un fratello, che vive a Isernia, da poco ha compiuto "solo" 104 anni. Auguri don Costantino. La comunità viestana non ti conosce, ma ti assicuro che l'averti incontrato è stato per me davvero un piacere perchè mi hai insegnato che il prete, per essere amato, deve avere due grandi doti: la povertà e il sorriso. Bartolo Baldi Fonte: https://blog.libero.it/forddisseche/ , 13 aprile 2013.

  • L'inno al Molise

    Noi ti amiamo, Italia madre, negli armenti e nelle biade, che del Sannio le contrade fanno ricche e insiem leggiadre d'olezzanti e verdi pascoli e di fertile noval. Noi ti amiamo, Italia bella, nel fulgor degli orizzonti, nelle valli e nelle fonti, onde il patrio suol s'abbella dal Capraro inaccessibile al sonante litoral. Noi ti amiamo, Italia forte, nell'antica nostra terra, dove Roma in lunga guerra seminò rovine e morte, per fiaccar degli avi indomiti l'eroismi e la virtù. Noi ti amiamo, Italia grande, nella fede che sorrise ai caduti del Molise, a cui proni offriam ghirlande pel sublime sacrifizio della balda gioventù. Berengario Amorosa Fonte: B. Amorosa, Il Molise. Libro sussidiario per la cultura regionale , Mondadori, Milano 1924.

  • Pezzata di Capracotta: dalla transumanza la ricetta molisana di pecora

    Un piatto che racconta l'immensa civiltà del Molise e una delle memorie più nobili del Paese, perché la Pezzata è vivida testimonianza della pratica della transumanza, quegli epici spostamenti di bestiame che seguivano i dettami delle stagioni e quindi della disponibilità dei pascoli, con uomini e animali uniti e sodali nella lotta per la sopravvivenza. Tragitti lunghi e faticosi che avvenivano lungo i tratturi , percorsi agresti tracciati dal passaggio delle bestie di cui è ricco il Molise, nel suo essere passaggio obbligato tra Abruzzo e Puglia, regioni unite da questa antica tradizione dell'allevamento. La Pezzata era il modo di rimediare a un danno, traducendolo in risorsa, come accade sempre nella civiltà agro-pastorale: essendo inevitabile che durante gli spostamenti qualche animale avesse un incidente, magari rimanendo zoppo e quindi non più in grado di muoversi, ecco intervenire il pragmatismo, trasformando la bestia infortunata in cibo di sussistenza. Con lo scorrere del tempo la ricetta si è concentrata sulla carne di pecora, consolidandosi nel piccolo centro montano di Capracotta, in provincia di Isernia, diventandone la preparazione identitaria, tanto da essere oggetto di una manifestazione popolare a essa dedicata nel mese di agosto. Vista la sacralità di una simile pietanza, siamo andati a farcela raccontare nel tempio della ristorazione storica molisana, il ristorante tipico L'Elfo che si trova proprio a Capracotta, in via Campanelli. Qui è custodita e riproposta con immenso amore e dedizione da Michele Sozio, eroe della cultura gastronomica italiana, il quale ce ne ha parlato davanti alla telecamera. Si tratta di una delle più grandi delizie del mondo, con una carne che fa esplodere gioia sul palato e un brodo strepitoso, un insieme di grande semplicità ma immensa soddisfazione, tale da commuovere. Michele, nel locale gestito con la moglie Franca, ne prepara una versione irresistibile, una delizia che tutti dovrebbero provare nella vita. «Questa pietanza appartiene alla tradizione della transumanza, durante la quale quando una pecora subiva un incidente e non poteva proseguire il cammino, veniva sacrificata , ovvero dopo essere stata macellata e depezzata la si cuoceva in un capiente caldaio coperto con un pezza», spiega Sozio: «nel nostro ristorante siamo soliti usare per questa preparazione bocconcini ricavati da cosce e spalle disossate e non tutto l'animale, al fine di rendere la preparazione meno grassa ma altrettanto appetitosa». Domenico Liggeri Fonte: http://www.storienogastronomiche.it/ , 17 dicembre 2018.

  • Se l'Ofanto, ed il Cervaro sieno stati in antico fiumi navigabili

    Che navigabili sieno stati, il racconta Strabone. Ecco le parole di questo Greco Geografo rapporto all'Ofanto: «A Bario ad Aufidum amnem, in quo Canusini suam navium Stationem habent, stadia sunt 300; ad Emporium autem superior navigatio, adverso amne, stadia sunt 96». Da questo luogo di Strabone ricavasi ad evidenza, che l'Ofanto fosse stato allora navigabile. Dirassi: e perché oggi non è adatto neppure al tragitto di un palischermo? Ciò, rispondo, accade per l'indole di tal fiume. Il Venosino, che ben lo conoscea, chiamollo violento . Diffatti esso di continuo rode, e taglia le sue sponde di mobil terra. Il perché riempiuto il suo letto, non è più navigabile. Rapporto al Cervaro, ecco le parole di Strabone: «Inter Salapiam et Sipuntum amnis est navigabilis, quo merces de Sipunto devehuntur, frumenta praecipue». Tra Siponto e Salpi eravi a que' dì il solo Cervaro. Dunque Strabone parla del Cervaro come fiume navigabile. Parecchi Scrittori giudiziosi sono d'avviso, che i due menzionati torrenti non furon mai navigabili, e tacciano il principe de' Geografi d'inesattezza, e d'impostura. Un fiume, dicono, per esser navigabile, aver dee una lunghezza grande di corso, dee ricevere una gran copia di rami subalterni, e le montagne della sua origine esser deono d'ingente mole: condizioni, che non si verificano negli accennati torrenti. Ma io dubitar non posso né della veracità, né della esattezza di un così insigne Geografo Greco, in ogni tempo riputato peritissimo delle cose Italiane; ed ecco le mie ragioni. Primamente, il Garigliano non era in antico navigabile? Sì, perché vi erano i Navicularj . Or questo fiume Minturnense non ha certamente cento miglia di corso. Il Trigni non era ancor navigabile? Sì, perché Plinio lo chiama fiume portuoso : «flumen Trinium portuosum». Or questo fiume, che nasce dalla montagna di Capracotta, e si va a perdere nella spiaggia dell'Adriatico fra Termoli ed il Vasto Ammone, dal punto dove comincia sino al punto dove finisce, non è certamente lungo più di miglia 60. Direi di altri fiumi navigabili, e di breve corso: ma ciò sarebbe opera perduta. Laonde, quantunque l'Aufido, ed il Cervaro non abbiano la lunghezza del Maragnon, e dell'Oronoco, pure han potuto essere navigabili in antico. Secondamente, egli è ben vero, che i rami, dai quali i due menzionati torrenti corteggiati sono ne' soli Appennini, sono al presente piccioli, ed in poca copia; ma in antico esser doveano grossi, ed in gran quantità. Le alluvioni tempestose non sono le meno idonee a far perdere le fontane? Che tali sieno, il dimostrai nella Meteorografia . Quante fontane pei tremuoti han cessato di mandar acqua? Pel tremuoto accaduto nel Contado di Molise nella sera del giorno 26 di Luglio del 1805, in Terramolara, paese di quella infelice Provincia, tre rinomate fontane non mandano più acqua. Or perché non possiam dire, che in antico negli alvei dell'Aufido, e del Cervaro si scaricavano quasiché una infinità di grosse sorgive, che poi per le alluvioni, e per le straordinarie convulsioni, che gli Appennini han sofferto, non han mandato più acqua? Tali convulsioni sono poggiate sul fatto. Tra il Cervaro, e la Carapella evvi un antico canale, che Carapellozzo si appella. Certo che in antico per questo canale vi scorreva dell’acqua; non più vi scorre; dunque siffatto cambiamento derivato è dalle convulsioni fisiche accadute negli Appennini. Terzamente l'Aufido, e 'l Cervaro dagli Scrittori antichi chiamansi fiumi, e non torrenti. Dunque non seccavano nella state, come non seccano i fiumi Garigliano, e Trigni. In quarto luogo, egli è altresì vero, che gli Appennini, da cui origin traggono l'Aufido, ed il Cervaro, sono a' nostri dì monti pigmei, ma in antico esser dovettero monti giganteschi. Diffatti le piogge, i venti, i geli, i turbini, e le ingiurie de' tempi in generale, radendo a poco a poco le montagne, non ne vanno forse scemando l'altezza e 'l volume, e ne ricolman le valli? Or tutte queste cagioni fan sì, che la superficie degli Appennini vada di anno in anno cangiando la sua apparenza, talché l'attual sembiante o ignoto, o nuovo sarà un dì ai tardi nostri nipoti. Finalmente, perché non possiam dire, che dagli antichi Apuliesi nella navigazioni dell'Aufido, e del Cervaro si usassero non già grossi navigli, ma sibbene delle zatte , quali si usano oggidì nella navigazione del Tevere, dell'Arno, e dell'Adige? Tal'è la mia opinione relativamente all'antico stato fisico de' due menzionati torrenti appuli. I Paladini , che la oppugnano, sembrami, che sieno degli Orlandi , che combattono con delle sciable di cera. Michelangelo Manicone Fonte: M. Manicone , La fisica appula , libro V, Sangiacomo, Napoli 1807.

  • Iacogol!

    L'altro giorno ho finito di leggere un libro di fantascienza (siete curiosi di sapere il titolo e l'autore del libro, soprattutto, quando si tratta di un genere letterario che tende quasi all'inverosimile, però la cosa non interessa a nessuno, quindi, procediamo con il racconto che a mio avviso già si trova nella prima fase di stesura, cioè la fase più critica, riguardo il titolo, l'ambientazione e il nome del personaggio e per ora andiamo avanti), ma prima di arrivare a destinazione cioè di leggere l'ultimo e tanto atteso capitolo, ho detto dentro di me a bassa voce per non farmi sentire a nessuno: "Domani scriverò qualcosa che riguarda la mia terra! Che cosa?". Infatti ("mah", ho esclamato sempre a bassa voce e con gli occhi incollati sopra la copertina del libro e con il pensiero che chissà in quale pianeta "senza nome" è andato a finire, forse, incastrato nella mente del personaggio del libro, mah, se è così, sicuramente, non ho digerito bene la cena per scrivere delle fesserie, allora, continuiamo), che cosa scriverò se ancora non ho in mente nulla?!? Mah, ho tanti argomenti da scrivere, ho tante storie divertenti da raccontare ma purtroppo non so che cosa scrivere. "Beato te!" (mi riferisco all'autore del libro che ha dovuto faticare parecchio per vedere la sua opera pubblicata visto e considerando che si tratta di qualcosa di "non irreale", un argomento che all'epoca dei fatti nessuno accettava, anzi, dico anzi, nessuno era in grado di leggere, perché turbavano la mente ai lettori e la notte si rischiava di non dormire più e invece a me per fortuna è successo il contrario, che bello e adesso lo scoprirete se non siete troppo ansiosi o perché avete sonno, basta attendere perché adesso ho in mente che cosa scrivere! Finalmente sono pronto per iniziare a raccontare la mia nuova storia), almeno tu sei riuscito a mettere "nero su bianco" una storia fantastica che ti sei beccato tanti di quei riconoscimenti e premi (anche se hai dovuto tanto ma tanto scrivere prima di essere riconoscente del tuo libro perché non è per niente facile, anzi, inventare una storia ambientata nel futuro), che neanche osi immaginare, quindi, beato te! Non voglio stare per tutta la notte a pensare e a rimuginare che cosa scrivere (non voglio annoiare nessuno compreso anche me in primis che mi si chiudono gli occhi e per poco non mi cade il libro), e sinceramente si è fatto pure tardi e non vorrei rischiare di cadere per terra addormentato perché non so che cosa scrivere; metto il libro a posto e riguardo nuovamente il bando del nuovo concorso letterario che l'altro ieri ho scaricato e stampato per decidere se partecipare, oppure, non partecipare. Un vero enigma! Invece, come dice un antico detto che la notte porta consiglio; ed ecco la mia storia e spero tanto che vi piacerà! Quindi non mi rimane che scrivere: buona lettura a tutti! Ecco il mio racconto! Siamo a Capracotta in provincia di Isernia quando il 22 aprile (segno zodiacale Toro) del 1952 nasce Erasmo Iacovone. A soli due anni, cioè nel 1954, la famiglia decide di trasferirsi a Tivoli (Roma) per questioni lavorative. Tra il 1971 e nel 1972 il giovane Erasmo ormai più che diciannovenne iniziò a giocare in serie D nell'OMI Roma (25 incontri e due gol), con il ruolo di attaccante, mentre, sempre nell'autunno del 1972, dalla serie D passa in serie C indossando la maglia della Triestina, quest'ultima, un'esperienza amara e di brevissimo tempo (in totale solo tredici incontri nella squadra giuliana), per non aver mai fatto un goal. Dal 1973 al 1974 gioca prima nel Carpi (Modena) in serie D, dove in 32 incontri segnò 13 gol ottenendo la promozione in serie C con la maglia del Mantova segnando la bellezza di 24 gol nelle due stagioni 1974-1976. Il nome di Iacovone man mano entra nella categoria delle giovani promesse del calcio italiano, una promozione meritata che nel 1976 si aprono le porte della serie B indossando la maglia numero 9 rossoblù del Taranto. In due anni di stagione calcistica segnò in totale ben 17 gol, la prima 8 gol in 27 incontri, mentre, nella seconda stagione 1976-1978, con il ruolo di capocannoniere segnò 9 gol. Ogni volta che si disputava un incontro lo stadio era gremito di gente, tutti lì riuniti insieme per fare il tifo alla squadra e alla professionalità dell'attaccante capracottese chiamandolo a voce alta con il nomignolo di Iaco, che nei momenti di gloria come questi tutto può essere cambiato, ribaltato nel peggiore dei modi che il destino a volte è capace di fare senza guardare in faccia la persona che ha lasciato un segno storico, indimenticabile e indelebile nella storia del calcio italiano. Una giovane vita spezzata tragicamente nella notte del 6 febbraio del 1978 a bordo della sua Citroën Dyane nei pressi di San Giorgio Ionico, in provincia di Taranto, dove perse la vita a soli 26 anni non ancora compiuti per un schianto fatale, troppo fatale, che gli costò per sempre la giovane vita del calciatore rossoblù di serie B, Erasmo Iacovone. Dopo la divulgazione della tragica notizia della morte per incidente stradale dell'attaccante Iacovone tutti rimasero senza parole, increduli per quello che purtroppo era accaduto; nessuno riusciva ancora a rendersi conto che Erasmo Iacovone non c'era più. Una morte assurda che il giorno dei suoi funerali parteciparono oltre 15mila presenze per dare l'ultimo saluto ad uno dei più grandi giocatori del calcio molisano che in sua memoria l'ex stadio "Salinella" di Taranto porta d'ora in avanti il suo nome, ovvero, stadio "Erasmo Iacovone". Anche se sono trascorsi trentasei anni dalla sua morte il nome di Erasmo Iacovone ancora vive nella memoria di tutti coloro che non lo dimenticheranno mai, soprattutto, in primis il popolo di Capracotta e i suoi tantissimi e fedelissimi tifosi che tuttora rimpiangono Iaco , una grande perdita del calcio italiano. Claudio Esposito Fonte: C. Esposito, Iacogoal! , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • Guida alla letteratura capracottese 2

    «Ma quanne ma' Capracotta ha cacciate le percòche?» dice un noto proverbio campobassano. Difatti «Capracotta è nota per il suo clima molto rigido, non adatto alla produzione della frutta, soprattutto quella di primavera, conosciuta come primizia . Quando ad una persona vengono attribuiti meriti non suoi, al di là della sua bravura, allora ci esprimiamo in questa maniera». Questa peculiarità prettamente invernale ha garantito al nostro paese, nel marzo 2015, l'ufficioso record della BBC e della CNN di Comune più nevoso del mondo (256 cm. di neve in meno di 24 ore), superando quello di Silver Lake in Colorado, attestatosi nell'aprile 1921 a 193 cm. Ed è con tale intrepido fanatismo che riprendiamo la nostra avventura nei cunicoli della letteratura capracottese là dove l'avevamo temporaneamente abbandonata l'anno passato. Ci apprestiamo a fornire al lettore quanti più contributi bibliografici su tutte le circostanze che inevitabilmente ammantano un paesino tanto adorabile quanto difficile, perché in fondo «questa è Capracotta: panorami stupendi avvolti dai colori più belli che il cielo d'Italia riesca ad assumere, cime arrotondate da una misteriosa mano che sembra esservisi posata per rendere più docile la neve, discese stupende lungo le quali anche i più piccoli provano l'ebbrezza della forte velocità, agganciati agli snelli sci che i pazienti genitori hanno costruito». Protagonista del nostro libro sarà ancora lei, Capracotta, di cui nel primo volume avevamo indagato l'adolescenza e la giovinezza, e che si appresta ora a vivere una maturità che non desta serenità, bensì apprensione. Ieri inserita in quella « Terra Burrellensis [che] comprendeva il territorio esteso tra il medio corso del fiume Sangro e l'alta valle del fiume Trigno con i castelli di Castel di Sangro, San Pietro Avellana, Capracotta, Agnone, Pietrabbondante, Carovilli»; oggi villaggio alla riscoperta d'una propria identità nel caos amministrativo causato dalle discutibili modifiche al titolo V della Costituzione. Eppure, al principio dell'ennesimo libro su Capracotta sorge spontanea la domanda: perché l'urgenza di una guida alla letteratura capracottese? La sua utilità ci è stata ad esempio confermata nel corso del 2016, quando i capracottesi d'ogni dove hanno pubblicato ben 17 libri - eccettuando quei volumi che menzionano Capracotta scritti da autori esterni -, a dimostrazione di una vitalità culturale rarissima per una comunità tanto piccola: tutto ciò giustifica la necessità di ordinare e collezionare questa valanga di pagine stampate. Speriamo pertanto di aver già dimostrato ai lettori che il nostro tentativo non è patetica reiterazione di ricordi e storielle paesane ma un metodo serio, ragionato ed originale di mettere ordine nella sconfinata bibliografia su Capracotta. Crediamo quindi di non dover dimostrare null'altro se non lasciarvi a quella patria nostra avita, «adagiata su un crinale che divide la valle del fiume Sangro da quella del fiume Trigno, con il Monte Campo e il Monte Capraro che svettano quasi a volerla proteggere». E una volta ancora... buona lettura! Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Guida alla letteratura capracottese

    Capracotta. Un nome ridicolo, fanciullesco, ideale per cominciare una filastrocca o una ninna nanna. Eppure, ognun nato o transitato in questo luogo impervio dell'Alto Molise ne risulta irrimediabilmente legato, costretto in una dolce prigionia di ricordi e sentimenti. Il suo nome, proprio per l'ingenuità che lo contraddistingue, evoca il concetto stesso di paese , ben decifrato da Cesare Pavese nel suo capolavoro ultimo "La luna e i falò": Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Da questa definizione pavesiana è facile comprendere come Capracotta rappresenti il paese dei capracottesi, per antonomasia. Esso è villaggio e fu città. Ma soprattutto è Patria, poiché quest'ultima non è soltanto il luogo geografico in cui si viene al mondo ma rappresenta anche il centro, fisico o spirituale, che si elegge a stendardo di se stessi, del proprio io più intimo e profondo. Patria può essere una nazione, un'etnia, una città, una persona amata e, come un Giano bifronte, sempre si trascina dietro un sentimento di segno opposto. Nel caso d'un paese esso è il campanilismo. Ed anche in questo sta la natura del tipo capracottese, geloso ed iperprotettivo verso quel grumo di case arroccate, tanto da innalzarlo ad eterno perfettibile, a punto estremo oltre il quale non può esistere nient'altro di più alto e desiderabile. Con ingombrante faziosità Capracotta non è dunque il paese della perfezione ma ne rappresenta appieno la tensione. Da sempre lo stanziale e l'emigrato battibeccano circa la vera capracottesità : il primo convinto che a fregiarsi del vanaglorioso titolo possa essere soltanto chi abiti stabilmente a Capracotta, sulla base della convivenza cogli avversi agenti atmosferici; l'altro, con l'occhio disincantato e nostalgico di chi la patria l'ha perduta, si erge a capracottese sulla base dei continui ritorni. È una battaglia senza vincitori. Capracotta, semplicemente, sta là. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Nettare di luce: "A Capracotta"

    Al maturo giorno la notte chiude l'uscio. Volgo lo sguardo a fronte e certune avvolta da sereno, taluna da ricami di nubi, perpetua e bella ti scorgo. Mai sopita, da calda luce imbastita. Ti giungo con pensieri di uggia, distesa confidente. Scussa da arroganza eccelli su pianure, rupi e colli. Sentinella di campanili altri, padroneggi dall'altura candida, tesoriera dei florilegi e degli arbusti tanti. Illuminata di pace, vassalla dell'empireo carme del volo maestoso. Ogni notte mi accudisci, che sei favola. Favola del bosco folto, della pietra assolata, dell'acqua squillante, del gregge adottato, della gente ardente. Mura spesse, tetti robusti ti incoronano guerriera, custode delle tavole sagge, dei cuori cocenti di onore, della fede, della fatica. Attendo l'alba e ti guardo negli occhi. Attendo il tramonto e sussurro alla tua femminilità. Preziosa, elegante fautrice abitami infinitamente. Cesira Donatelli

  • Intervista a Mimmo Pellegrino

    Domanda: – Mimmo Pellegrino, sei nato a Pescolanciano, poi ti sei trasferito a Isernia. Conosci benissimo tutti i paesi della provincia di Isernia, ma con Agnone hai un rapporto particolare. Risposta: – Da bambino per me Agnone era un luogo prediletto perché da lì arrivava il trenino, la Colomba bianca, e la mia immaginazione ne faceva un paese fantastico. La stazione ferroviaria era sede di incontro e di scambio di uomini, di merci, di idee. Passavo lì ore ed ore. Poi ho conosciuto il valore dell'Atene del Sannio e lì ho incontrato e sposato la fedele compagna della mia vita, mia moglie Elda. D: – Sei nato dalla famiglia di un muratore. È stata dura? R: – Mia madre era contadina, mio padre muratore. Ho fatto il manovale con lui, pensavo di fare il geometra. Ma andavo bene a scuola, soprattutto nelle materie umanistiche. Ho frequentato a Isernia il liceo classico "Fascitelli" e poi mi sono laureato in Medicina. D: – Medico di famiglia per tutta la vita. R: – Sì, anche se ho dovuto subire tante discriminazioni. Non entrai in ospedale perché era impossibile per un comunista vincere un concorso. All'inizio fu molto dura ma con il tempo riuscii a costruirmi una grande clientela. Fu anche una prima forma di impegno sociale per i contadini ed i braccianti. D: – Il tuo incontro con la politica? R: – Piuttosto precoce. Il preside Gonnella, socialista, mi chiese di aiutarlo nel '46 per il referendum tra Monarchia e Repubblica. Sono stato socialista, nenniano, fino al '52. L'articolo domenicale di Nenni su "L'Avanti" era come il caffè mattutino, anche perché il caffè non c'era. D: – Perché sei passato al Partito comunista? R: – Cambiai non tanto motivi politici, perché il Psi ed il Pci erano di fatto uniti nel Fronte Popolare, ma per motivi pratici. I comunisti erano organizzati in sezioni, avevano rapporti organici con il centro ed una maggiore capacità organizzativa. Le Camere del Lavoro davano possibilità concrete di migliorare le condizioni dei lavoratori. Ricordo l'impegno per fare ottenere a tanti contadini altrimenti condannati all'indigenza i contributi figurativi per ottenere la pensione come braccianti. Mi aiutò anche un collocatore, democristiano. D: – Un impegno costante e faticoso. R: – Era un processo di maturazione lento ma costante che dava dei frutti. La sezione di Pescolanciano raggiunse gli 80 iscritti. Quando organizzavamo le feste de L'Unità arrivavano da Germania, Francia, Svizzera le tesserine rosa, i contributi inviati dagli emigrati. Finimmo nella terza pagina del giornale che premiò così il nostro impegno». D: – Avevate costanti rapporti con Botteghe Oscure, con la direzione del Pci. R: – Avevo un buon rapporto con Togliatti, era di una rigidezza seria ma non altezzosa. Non gli piaceva perdere tempo. Una volta arrivammo in ritardo ad un appuntamento per la frana di una galleria ma lui se ne era andato, non amava perdere tempo. D: – Cosa rappresentava per voi il comunismo reale, l'Unione Sovietica? R: – Bisogna capire l'epoca storica. Uscivamo dal fascismo, da un'oppressione ventennale e per noi la rivoluzione russa era un mito. Oggi mi accorgo che sbagliavamo. Comunque per me vale il principio sannita della tolleranza verso i vinti. Loro li facevano passare sotto le Forche Caudine ma li lasciavano in vita, mentre Silla il romano commise un vero e proprio genocidio. D: – Hai ricoperto innumerevoli ruoli istituzionali. R: – Sono stato consigliere regionale nel '70 durante la prima legislatura. Mancai l'elezione a deputato perché il capolista optò per il Molise. Poi mi trovai di fronte ad una scelta: fare il consigliere regionale richiedeva un impegno a tempo pieno ma avevo raggiunto una clientela enorme e non volevo abbandonarla. Di qui, la scelta di impegnarmi per la Provincia. Sono stato più volte consigliere provinciale, assessore alla Cultura e poi presidente. D: – L'anticomunismo all'epoca era un elemento molto forte, la Democrazia cristiana fortissima. Ne hai sentito mai il peso? R: – Era un clima che influiva sul anche lavoro: la gente si chiedeva "ma il mio dottore tanto bravo e disponibile davvero mangia bambini?". Essendo comunista non ho mai potuto vincere un concorso pubblico. D: – Anche con la Chiesa rapporti erano difficili, il Papa aveva scomunicato i comunisti. R: – Fu un atto che creò grande scalpore anche tra i moderati. Io e Elda eravamo invitati da tante famiglie a battezzare o cresimare i loro bambini ma non lo potevamo fare. Avremmo dovuto strappare la tessera. Incontrai ad Agnone un prelato, un Carlomagno, nunzio apostolico in Svizzera, che fu squisito e mi disse: se ti proibiscono di farlo a Trivento vai a Isernia, lì c'era un vescovo più tollerante, facemmo così. Anche per la celebrazione del nostro matrimonio avemmo grosse difficoltà, non ci volevano sposare in chiesa. Grazie a don Nicola Marinelli riuscimmo a sposarci a Sant'Emidio in Agnone. Ricordo che mi chiese: ma ti vuoi proprio confessare? D: – La battaglia più dura. R: – Non c'è una sola competizione politica che abbia sottovalutato. Forse la più impegnativa fu quella contro la legge truffa voluta da De Gasperi che istituiva il premio di maggioranza. Non mi risparmiai: tenni una sessantina di comizi. A Poggio Sannita ottenemmo un grande successo, 500 voti. Nessuno se lo aspettava. D: – Un aneddoto di una campagna elettorale? R: – Il mio prima comizio lo tenni a Capracotta, aprendo con un sonoro "Cittadini di Capracotta!". Fui accolto benissimo, tanto che nel comizio successivo, a Roccasicura iniziai con "Cittadini di Capracotta". Grossa risata generale e poi un applauso. D: – I tuoi cavalli di battaglia da assessore e poi da presidente. R: – La nostra terra, la sua storia e quella delle sue popolazione e degli uomini che la attraversarono attraverso i tratturi. La scoperta e la valorizzazione della cultura materiale del tratturo tratturo. L'impegno editoriale, solo per fare un esempio la ristampa del basilare testo di Salmon "Il Sannio e i Sanniti". Il Paleolitico di Isernia, la realizzazione di un museo che ha destato interesse internazionale. I concerti nelle chiese, che dovevano essere premessa per l'istituzione in Agnone di una sede distaccata del conservatorio musicale. Mi accusavano di avere una predilezione per Agnone, ma non potevo disconoscere la bellezza e la storia dell'Atene del Sannio, la città delle 14 chiese. D: – I compagni di strada con cui hai condiviso il tuo impegno. R: – Faccio fatica a essere completo, è facile fare omissioni. Comincio con Adriano La Regina, il grande archeologo. Lo conobbi nel '56 a Pietrabbondante in un pomeriggio d'estate. Tornavo da una visita fatta a Ortovecchio. Passai alle Macere e mi presentai, con in mano la mia borsa da medico. Nacque un'amicizia ed una collaborazione che dura ancora. Abbiamo tuttora dei progetti. Poi voglio ricordare Natalino Paone, Edilio Petrocelli. Considero un mio padre spirituale il prof. Ettore Maselli, padre del regista Citto. Guido Carlomagno, grande conoscitore di arte; Renato Guttuso, a cui portavo a Roma il pane e le scamorze e che mi ha ricambiato dedicandomi bellissime opere. D: – Hai vissuto una prima fase di grande attivismo sociale, poi hanno prevalso gli interessi culturali. R: – Mi sono impegnato per un livello sempre più alto di utilità per l'uomo. Il lavoro, i servizi sociali, la pensione sono necessari ma lo è altrettanto la cultura per percorrere le vie del progresso. D: – Trovi differenze tra ieri e oggi nella vita politica? R: – Oggi non c'è più politica e non è poco. Le buona politica è una cosa preziosa. D: – Le province sono state abolite, c'è sfiducia negli enti locali. Ti sembra giusto? R: – Il decentramento è stato un fatto positivo, ha attenuato la morsa centralistica. Sull'abolizione delle province non sono d'accordo, si poteva fare diversamente. Ricordo l'istituzione della Provincia di Isernia un'epopea, un impegno comune che creò un grande movimento, una liberazione di energie. Isernia poteva e doveva allargarsi all'Alto Sangro e Vastese ma anche all'Alto Casertano, a Trivento; ce n'era la possibilità e dovevamo approfittarne. D: – Hai sempre parlato ai giovani, cosa diresti oggi a un tuo nipote? R: – Di non essere pessimista. Di non esitare a costruire dei percorsi per un processo di crescita e di tenere a cuore i valori dell'uomo, il lavoro, la cultura, la famiglia, la solidarietà. Italo Marinelli Fonte: https://www.teleregionemolise.it/ , 9 febbraio 2019.

  • Il diario di Laura

    Tempo atmosferico splendidissimo. Alle 4:45 mi sveglia il gallo, tutto incazzato perché con sta storia che mi deve svegliare sempre ad ore antelucane, non riesce mai a farsi una bella dormita. In stazione alle sei. Mentre saliamo sul treno il sole sta sorgendo, e sembra una moneta incandescente da due euro. Usciti dall'abitato di Modena, ci troviamo nella taiga, un paesaggio piatto coperto a perdita d'occhio dalla neve rosata dall'alba, e punteggiato da una scarsa vegetazione. Ci viene in mente il Dottor Zivago, e ci mettiamo a cantare il tema di Lara. Poi ci mettiamo a chiacchierare animatamente di cose effimere. Il cielo è azzurro, è una gran bella giornata. Titti ci dice che nel suo paese natale lo stemma mostra una capra che balza al di sopra di un fuoco. Ma qualcosa deve essere andato storto, perché il paese si chiama Capracotta. Giovanna ci legge poesie di Tonino Guerra, che lei ha copiato nel Giardino dei frutti dimenticati di Pennabilli. Bellissime le descrizioni dei mesi: "Gennaio, coi rumori che lasciano impronte sulla neve; Febbraio, coi colori dei vestiti che ballano; Marzo, coi fiori dei mandorli per le api affamate; Aprile, con tutta la fantasia che ha sonno; Maggio, coi petali di rosa che ridono; Giugno, coi piedi scalzi a toccare l'acqua; Luglio, col solo rovente caduto a terra; Agosto, col mare dentro gli occhi; Settembre, con la musica della pioggia negli orecchi; Ottobre, coi tappeti di foglie secche sotto i piedi; Novembre, con le sciarpe di nebbia attorno al collo; Dicembre, con le parole delle favole sul fuoco". Saranno belle! A Parma si cambia e al bar della stazione facciamo una colazione sontuosa con paste che grondano crema (perlomeno io), poi prendiamo il treno per Genova. Dopo una lunga galleria, ecco gli Urali, spruzzati un po' di neve. Adesso mancano solo il Volga e l'Ob (fiume caro a noi appassionati della Settimana enigmistica, che ce lo ritroviamo sempre nelle parole crociate). Ah, eccoli lì, che avanzano pigramente nella campagna innevata. E quando Carla parla di lupini mi allarmo un po', in preda alla sindrome della taiga, finchè non mi fanno notare che quelli di cui bisogna aver paura sono i lupacchiotti, non i lupini. Solo quando riconosciamo le Alpi Apuane la nostra convinzione di essere in Russia comincia a vacillare. Dapprima c'è il sole, poi passiamo un breve tratto di nebbia, che ci avvolgiamo al collo come una sciarpa seguendo il suggerimento di Tonino Guerra. Poi ancora sole, mimose in fiore e alberi luminosi carichi d'arance. Alle 10 siamo a La Spezia. L'albergo non è vicino, ma sopra la stazione. Le camere per fortuna sono insonorizzate, quindi non verremo disturbati dal passaggio dei treni; sono belle, bianche e pulite e costano solo 30 euro a testa colazione compresa, ma Sandro dice che per contratto dobbiamo fare i capostazione con turni di due ore. Chiediamo se c'è il tubo che dal primo piano porta direttamente dentro il treno, come negli aeroporti, ma ci dicono di no. Sistemiamo il bagaglio in camera poi andiamo un po' in giro per la città, che è graziosa e a misura d'uomo. Il cielo è terso, il sole sfolgorante e l'aria tiepida - siamo sui 15°. Alle 11:10 prendiamo il treno per Vernazza. Scendiamo e attraversiamo il paese, che è tutto un cantiere per le ristrutturazioni dopo il disastro di due anni fa. Non si vedono turisti, che bello! Ma tutti i negozi sono chiusi, ahimè. Visitiamo la Chiesa di Santa Margherita di Antiochia, che risale al XIII secolo. È romanica, bella e severa. L'interno è spoglio e suggestivo, di color grigio scuro, con un bel fonte battesimale e un organo sorprendentemente semicircolare. Gli amici partono per la passeggiata. Prima di andarsene Sandro dice a me e Gio che se troviamo da far bene, lui poi dice a Patti che ci siamo perse. Mentre gli altri partono Io e Gio ci prendiamo due panini alla Coop, poi andiamo a mangiarceli sedute su una panchina sul mare. Stiamo lì un bel po' ad allucertolarci e a chiacchierare, poi prendiamo il treno per Monterosso. Arrivate lì scendiamo la scalinata che porta sul lungomare - non ci devono essere molte stazioni al mondo che si trovano al primo piano. Ci sediamo su una panchina davanti a un mare liscio e trasparente e ci rallegriamo moltissimo di essere qui. Intanto... Laura Nobili Fonte: http://www.camminaemangia.it/ , 11 febbraio 2015.

  • Verratti a Pescara

    Pescara. Passato, presente e futuro condensati in 30' di botta a risposta nella redazione pescarese del Centro . Marco Verratti a tutto campo: vita privata e professionale, Paris Saint Germain e Nazionale, Champions ed Europei. Un anno da incorniciare alle spalle, un 2016 che spera di vivere ancor più da protagonista. È l'immagine dell'Abruzzo sportivo, pulita e affascinante, tanto da essere stato eletto il miglior straniero del campionato francese. A 23 anni è già uomo in grado di sopportare le pressioni della vita di tutti i giorni e quella del grande calcio. Che affronta con semplicità e sorriso, gli stessi ingredienti - abbinati a una grande tecnica calcistica - che usa in campo palla al piede. Domanda: – Verratti, quanto è felice da 1 a 10? Risposta: – Il massimo, 10. D: – Ancelotti da giugno guiderà il Bayern, lei lo raggiungerà a Monaco di Baviera? R: – No, resto a Parigi con il Psg. Sto bene, a breve rinnoverò il contratto. D: – Il 2016 sarà un anno importante, ci saranno gli Europei. R: – Importante per la squadra di club e per la Nazionale. Con il Psg vogliamo arrivare il più in alto possibile. E con la Nazionale c'è l'appuntamento in Francia a cui tengo molto. Dopo il fallimento nel Mondiale, vogliamo rifarci. D: – Ormai ha conquistato Antonio Conte in Nazionale. R: – No, con il mister il passato non conta e bisogna sempre dare il massimo per essere preso in considerazione. D: – Differenze tra Prandelli e Conte? R: – Sono diversi. Un tipo come Conte serviva per rimettere al primo posto il rispetto delle regole. Con Prandelli ognuno faceva come voleva... D: – Nel Mondiale 2014 lei è stato l'unico a salvarsi. R: – È stata una grande emozione, il coronamento del sogno di un bambino. Dopo aver battuto l'Inghilterra pensavamo già a chi affrontare negli ottavi. E, invece... Il Costarica? Correva da matti; noi invece soffrivamo il caldo, tanto. D: – Chi le ha dato di più come allenatore? R: – Tutti mi hanno dato qualcosa. La stagione con Zeman è stata stupenda. Poi, il mister è un maestro di vita. Ancelotti mi ha dato fiducia in mezzo a tanti campioni nel Psg. E Blanc ha aiutato il mio processo di maturazione. Diciamo che mi ha completato. D: – Lei preferisce giocare da regista o da mezzala? R: – Fossi un allenatore mi schiererei da regista, mi piace di più. Ma al Psg anche giocando da mezzala, spesso mi ritrovo a giocare la palla in mezzo al campo. Certo, con Conte la mezzala deve essere più fisica, più pronta agli inserimenti. Dipende dalle esigenze della squadra e dell'allenatore. D: – Parla francese? R: – Praticamente perfetto. All'inizio ho faticato, perché parlavo in italiano nello spogliatoio con i tanti giocatori che avevano un passato in serie A. Poi, con la vita di tutti i giorni, sono migliorato». D: – È cambiato Verratti negli anni, come? R: – Ma io mi sento quello di sempre, abitudini e amici sono gli stessi. Certo, la nascita di un figlio modifica le gerarchie della vita. Ogni mattina ti alzi e il primo pensiero è per lui. Tommaso sì, mi ha cambiato la vita. D: – A Parigi che cosa le manca? R: – Pescara è la mia città, non la cambierei con nessun'altra. Anche se Parigi è Parigi. D: – Ha conosciuto abruzzesi a Parigi? R: – Tanti. Ho degli amici di Pescara che lavorano a Disneyland. Ad esempio, vado sempre al ristorante di uno di Capracotta che non è Abruzzo, ma siamo lì... D: – I migliori italiani vanno a giocare all'estero, perché? R: – Nel mio caso, forse nemmeno io avrei speso 12 milioni per un giocatore che aveva fatto bene solo in serie B. Il Psg l'ha fatto ed è andata bene. Scommettere sui giovani è più difficile quando non ti puoi permettere di sbagliare; e se hai pochi soldi a disposizione vai sul sicuro. D: – Ha visto il Pescara di Oddo? R: – Sì, quando posso. La squadra mi sembra buona. A tratti irrestistibile e mi viene da pensare: "Va dritta in serie A". A volte, invece, come a Cesena, non riesce a esprimersi. Deve trovare un punto di equilibrio in modo tale da avere un rendimento costante. D: – Scusi, molti si attribuiscono la scoperta di Verratti. Lei che dice? R: – Mi ricordo il mio primo ritiro, nel 2008-2009 in Lega Pro, con Galderisi. Dovevo restare una settimana ad allenarmi con la prima squadra. Dopodiché, il mister mi ha detto: «No, tu non vai via. Resti qui». Mi sembrava di toccare il cielo con un dito tanto ero felice. Lì, probabilmente, c'è stato il primo salto di qualità. D: – Tanto felice che... R: – Io sono tifoso del Pescara, a tal punto che avrei firmato a vita. Chessò, dieci anni a 100mila euro in modo tale da poter vivere bene. Poi, chiaramente, esci, vedi un altro mondo, un altro tipo di calcio e ti viene da pensare quanto sono stato ingenuo. D: – Un giorno tornerà al Pescara? R: – Spero di sì. Vorrei giocare fino a 35-36 anni. E mi piacerebbe rivestire la maglia del cuore. D: – Il miglior giovane? R: – Credo che Bernardeschi abbia tutto per far parlare di sé in futuro. D: – L'Italia agli Europei. R: – Spero sia la sorpresa, mi auguro che possa arrivare fino in fondo. D: – Ibrahimovic permettendo. R: – Grande Ibra, in campo lo conoscete tutti. Fuori è ancora meglio. Sembra un burbero. Invece, è il primo a venirti incontro se hai un problema da risolvere. D: – In Nazionale con chi ha legato di più? R: – Con tutti. Forse, un po' di più con Pirlo e Barzagli. D: – Se ripensa alla sera del 13 novembre e agli attentati di Parigi? R: – Provo tristezza. Ero a Londra, per tre giorni non sono uscito dall'hotel. Avevo il pensiero fisso a quanto accaduto. È stato un attacco alla quotidianità, alle nostre abitudini. Adesso le cose sono cambiate, sono aumentati i controlli. D: – Per concludere? R: – Buon Natale a tutti. E buon anno. Rocco Coletti Fonte: R. Coletti, Verratti a Pescara: «Ci voleva Conte, ora l'Italia funziona» , in «Il Centro», Pescara, 24 dicembre 2015.

  • Spenaruole: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!

    Dopo un'invernata agrodolce, ecco approssimarsi in sordina la "stagione", e con essa si fa sempre più pressante il desiderio di andar per i campi, alla ricerca di ciò che la natura ci offre. Molti dei nostri concittadini-cercatori amano percorrere il territorio capracottese non solo per raccogliere erbe spontanee commestibili ma, soprattutto, per scoprire gli spenaruóle . In realtà questo prelibato fungo, dal nome scientifico Calocybe gambosa , in alcune parti d'Italia è conosciuto anche come fungo di San Giorgio. La tradizione locale lo vede come il protagonista assoluto della cucina primaverile: diventa l'ingrediente base per insaporire tagliatelle e risotti e trionfa quando si unisce alle uova in una "slurpeggiante" frittata. Crescono tra l'erba, spesso alla base dei rovi e, nel cercarli, le dita sono vittime delle spine: da questo il nome di spenaruóle . Grande è l'emozione quando avverti sotto le dita l'inconfondibile sensazione di aver tastato il pregiato fungo. La spenaròla viene "pettinata" da cima a fondo, racimolando tutti i funghi, così come vuole il detto nostrano: " re spenaruóle: cuógliere andó re truóve ". Durante questo periodo i nostri anziani che vivevano in campagna raccontano che erano soliti abbandonare i fornelli per pochi minuti, giusto il tempo per raccogliere facilmente una manciata di spenaruóle nei dintorni della masseria e tornare alla cucina, appena in tempo per impreziosire con quel raro aroma la pietanza che stavano preparando. Uno dei modi per gustarli sbrigativamente e con la pasta è il seguente: lasciate trifolare i funghi spezzettati in padella, mentre a parte lessate i fusilli. Giunta a cottura la pasta, scolatela e mantecatela con i funghi, aggiungendovi in base alla quantità uno o due uova sbattute. Quest'ultima operazione va eseguita rigorosamente a fuoco spento. Aggiungete del formaggio, un po' di prezzemolo spezzettato con le mani e servite immediatamente. Certamente non è il caso di tirarsi indietro di fronte ad una invitante frittata con gli spenaruóle , all'insegna del detto " nen te mòve alla frettieàta e nen córre alla gredieàta "! Ma non bisogna mai esagerare con i funghi, la prudenza non è mai troppa, specialmente se non si è buoni conoscitori, anche perché il terzo proverbio capracottese recita: " chi mòre de fugne, maleditte a chi re chieàgne! ". A buon intenditor... Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Spenaruóle: ricetta, fatti, aneddoti e… curiosità! , in «Voria», II:3, Capracotta, giugno 2008.

  • Capracotta, "regina della neve" e qualità della vita

    Vi siete mai persi in un libro di fiabe? Bene, questa è l'opportunità per tornare bambini e provare a scoprire quanto fa bene sognare con i piedi per terra, anzi... sulla neve! Fiero di accogliere i primi fiocchi di neve già durante la stagione autunnale, Capracotta, un suggestivo borgo molisano situato in provincia di Isernia nell'Alto Molise, si merita il titolo di Regina della neve e vi diciamo perché! Grazie alla sua altitudine di 1.421 m. svettante tra le cime dell'Appennino Sannita e a una posizione geografica particolarmente esposta a correnti fredde d'inverno (e fresche d'estate), Capracotta si ammanta di abbondanti coltri nevose raggiungendo record eccellenti senza eguali nella storia e nel mondo. Sì, avete letto bene: record eccellenti senza eguali nella storia e nel mondo! In sintesi l'insieme di questi elementi - la vicinanza al mare, l'esposizione ai venti di nord/est e la particolare distribuzione dei rilievi montuosi - favorisce le condizioni ideali per straordinarie nevicate. Proprio per questi motivi la zona di Capracotta è considerata una delle zone dalle nevicate più copiose del pianeta. Meteorologia a parte, per noi che amiamo osservare il territorio con il cuore, la bellezza di queste nevicate da guinness dei primati sta nel vivere una magia, quella di perdersi con lo sguardo su tetti imbiancati, strade, campi e boschi completamente immersi dal soffice manto in un silenzioso clima ovattato. Tutto pare meravigliosamente irreale! Grazioso borgo medievale, il più alto paese dell'Appennino centrale dopo Rocca di Cambio (AQ), Capracotta vanta per il piccolo Molise due impianti invernali molto importanti: uno per lo sci alpino con seggiovia, presso Monte Capraro (1.787 m.s.l.m.), e un altro per lo sci di fondo in località Prato Gentile (1.657 m.s.l.m.). Ricordiamo che è stato sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. L'impianto di risalita di Monte Capraro tra l'altro torna fruibile per turisti, sportivi e sciatori dal 15 febbraio 2021 - salvo diverse disposizioni governative - dopo aver superato importanti interventi di sicurezza. Nei dintorni, sempre ad alta quota, spicca il Giardino della Flora Appenninica, anch'essa meta ambita e di ammirevole attrazione turistico/naturale. Si tratta di un orto botanico con sentieri guidati e percorsi sensoriali in cui ci si può immergere tra numerose specie di fiori e piante locali. Selezionato tra i Borghi più belli d'Italia , Capracotta con i suoi appena 900 abitanti circa, è una destinazione fruibile di turismo sostenibile e del benessere che merita sicuramente di essere visitata tutto l'anno. Meta corteggiata da appassionati di montagna, passeggiatori, sportivi e amanti della natura in generale, Capracotta non delude per la sua capacità di accogliere in modo semplice e genuino, tipico nello stile del Molise. I visitatori che la scoprono per la prima volta infatti ne restano affascinati e non rinunciano alla tentazione di farvi ritorno per l'atmosfera di quiete e benessere che emana, elementi essenziali per un'ottima qualità della vita! Elementi che accompagnano fortemente altre peculiarità del Molise, di indubbia preziosità per il Bel Paese. Dalla storia delle sue origini al paesaggio, dalle tradizioni popolari al cibo locale, dai caratteristici angoli del borgo antico alle leggende... questo paesello dell'Alto Molise è una miniera di risorse persino per l'anima, tanto che potrebbe ispirare artisti e scrittori di libri di fiabe. Ma quello che più conquista, se decidete di farvi una visita appena possibile, è "abbandonare" il proprio sé alla gioia del presente, senza meta e senza pensieri, camminando a passo lento, cadenzato solo dalle emozioni, laddove il silenzio della natura disegna paesaggi interiori manifestati all'esterno. Ecco, si potrebbe parlare di Paesaggi del Benessere . Capracotta: una tappa consigliatissima e da segnare in agenda per i prossimi viaggi. Impossibile rinunciare al Molise! Maria Vasco Fonte: https://www.moliseinvita.it/ , 1 febbraio 2021.

  • Alla signora Maria Pizzelli in morte d'una sua figlia

    Qual cresce al Liri, od al Sebeto in riva, primo de' campi onor, tenero morto, qual suole al mattutin fiato de l'aure tra la fresc'erba aprir candido fiore, tale, e più vaga ancora in sue sembianze Violante sorgea... Ahi donde uscì l'invidioso vento, che svelse il gentil mirto, e sul bel fiore chi passò con l'aratro? Acerbo, occulto, lento, mortale, immedicabil morbo le discorrea per ogni vena, e quasi studiando crudeltà, dal sen materno a poco a poco, e promettendo sempre di ridonarla, ei la rapìo per sempre. Torci da le ferale ultima pompa gli occhi, o Madre, e poggiar vedila in alto, qual novello sorgente astro, lasciando lunga striscia di luce in suo cammino. Vedila in faccia al vero Ben far paghe l'alte sue voglie, e in quel gran Mar di lume ber di quanto sofferse eterni obblii, certa del suo riposo: e se talora piega da quello, e giù china lo sguardo, non è già per vedersi ai piè di sotto i fissi nel gran vano astri sospesi, o le armoniche danze, che gli erranti tessono a quelli senza posa intorno; ma il nostro globo sol ricerca, e solo volge al caro Fratel, volge a l'amato Padre il cupido sgaurdo, e su la Madre l'arresta alquanto, e non però s'avvede che già feo col pensier ritorno in terra. Ippolito Pindemonte Fonte: I. Pindemonte, Le poesie originali , a cura di A. Torri, Barbèra e Bianchi, Firenze 1858.

  • La Banca di Capracotta: storia di un dissesto

    Questa che ripercorriamo è una pagina triste della storia cittadina, amara per le decine di famiglie che persero quasi tutti i lori averi nel dissesto della Banca di Capracotta. Un'intrigante vicenda che sembra estratta da una pagina di cronaca finanziaria di questi mesi e che, invece, si riferisce ad avvenimenti successi più di settanta anni fa. Prima di inoltrarci nel racconto, voglio premettere che la difficoltosa ricostruzione dei fatti e del ruolo delle persone coinvolte ha richiesto una selezione sia del materiale che degli eventi citati. Non posso assicurare di aver sempre scelto per il meglio; posso garantire di aver operato al meglio delle mie capacità, come mi dettava la coscienza e nient'altro. Nella sede che mi ospita mi atterrò alla pura cronistoria degli avvenimenti, riducendo all'essenziale le mie valutazioni e considerazioni sugli accadimenti che, tuttavia, verranno affidati ad una pubblicazione in corso di stampa. Partiamo dall'inizio. Il 20 agosto del 1905, nel palazzo comunale sito allora in via S. Maria delle Grazie 21, l'attuale piazza Stanislao Falconi, per atto del notaio Filippo Falconi fu Agostino, si costituiva una Società anonima cooperativa di Credito con la denominazione "Banca di Capracotta". La direzione della Banca è affidata ad Alessandro Campanelli fu Michelangelo, in qualità di direttore, e ad Agostino Santilli come vicedirettore; cassiere Amatonicola Conti di Ettore. Presidente del Consiglio di Amministrazione l'assemblea nomina Tommaso Conti fu Pasquale, vicepresidente Gregorio Conti fu Ruggiero. Nel Consiglio di Amministrazione siedono, tra gli altri, Costantino Castiglione fu Giuseppe, Vincenzo Ianiro di Giovanni e Salvatore Di Tella. Il patrimonio della Società è costituito di 100.000 £ diviso in azioni di 50 £. Lo scopo, si legge nello Statuto, è: «procacciare colla mutualità e col risparmio, il credito ai propri soci a somiglianza di tutte le consimili istituzioni popolari e cooperative». Nei primi anni del Novecento, in Italia, sorsero numerose piccole e medie banche, la cui nascita, favorita dal regime di inflazione cartacea che facilitò la raccolta dei depositi, coltivava l'intento di estendere in campo creditizio le positive esperienze di mutualità e cooperazione vissute in altri ambiti economici, sottraendo spazi ai rapporti creditizi informali e all'usura dilagante soprattutto nelle province meridionali. Nel primo decennio della sua attività, l'attività della Banca rispose a queste attese. Dalla lettura del bilancio al 31 marzo del 1923 emerge un quadro complessivo positivo: la Banca attrae depositi e risulta essere ben capitalizzata. Il 29 maggio del 1929 si riunisce il Consiglio di Amministrazione. Il direttore dell'epoca è Costantino Castiglione: era stato nominato il 18 novembre del '28. Castiglione informa il Consiglio che, a seguito di verifiche contabili e sul servizio di cassa, sono state riscontrate delle irregolarità e malversazioni ad opera del cassiere Giuseppe Falconi fu Agostino. Falconi era stato assunto come cassiere nel '20, ipotizzo io, in sostituzione di Amatonicola Conti, sindaco di Capracotta negli anni 1914-18, morto il 26 gennaio del 1920 a cinquantuno anni. Falconi era stato arrestato a Napoli quattro giorni prima, il 25 maggio; scarcerato e rimesso in libertà provvisoria 15 giugno successivo. Dal dispositivo della sentenza della 2 ª Sezione del Tribunale penale di Campobasso datata 13 luglio del 1932, che lo condannerà per appropriazione indebita ad un anno di reclusione e al pagamento di 2.000 £ di multa, si legge: «Il Falconi nel periodo 1924-1928, si sarebbe appropriato in danno della banca delle somme affidategli a causa del suo ufficio per l'ammontare di 179.087 £ sui conti dei depositi e risparmi, sugli importi inviati dai corrispondenti nonché sugli effetti incassati omettendo tale somma in proprio profitto ed occultando inoltre le proprie malversazioni mediante fittizie registrazioni ed omettendo di registrare il denaro incassato». A complicare le cose vi è anche un risvolto privato: Costantino Castiglione è il cognato di Giuseppe Falconi, ne ha sposato la sorella Vittoria, morta giovanissima a ventotto anni nel 1892. Nella sentenza del Tribunale si dà atto a Castiglione della integrità di comportamento in ragione del suo ufficio nonostante il legame familiare. Gli ammanchi totali e le passività procurate dal cassiere infedele furono colmate attraverso proventi rivenienti dalla vendita dei terreni di Falconi, versamenti degli amministratori della Banca, concessione di mutuo ipotecario alla signora Ida Pitassi Mannella, moglie di Falcone, garantito su un terreno sito nell'agro di Foggia, località Stornara, e dalla garanzia ipotecaria di 61.000 £ iscritta sulla casa di Capracotta del cassiere valutata 85.000 £. L'escussione di questa garanzia sarà un vero tormento per i liquidatori della Banca. Siamo nel '29, l'economia americana sperimenta la crisi economica che caratterizzerà la storia del Novecento. Si succedono una serie di fallimenti bancari. Il parallelismo con l'attualità è puntuale. In Italia entra in crisi il modello della cosiddetta "banca mista", il perverso intreccio tra banca e industria che aveva prodotto tra le sue vittime eccellenti la Banca italiana di Sconto, fallita nel 1921. Di lì a poco gli effetti della Grande Depressione americana si faranno sentire anche nelle economie locali. Il Meridione d'Italia non farà eccezione. Allora come ora vale la regola che se entra in crisi la finanza ne soffre persino l'agricoltura. La vicenda Falconi infligge un primo duro colpo alla sopravvivenza della Banca. Castiglione lo comprende e decide di agire. Il 14 novembre del '29 indirizza al direttore del Banco di Napoli una missiva in cui di fronte alle difficoltà crescenti di fronteggiare il ritiro dei depositi e nell'intento di conservare l'istituto locale «magari sotto altra forma», propone l'assorbimento della Banca di Capracotta da parte del Banco. Castiglione è consapevole che questa è l'unica strada praticabile per preservare la sopravvivenza della Banca. Consapevole e ben informato, aggiungo io, nel rivolgersi al Banco di Napoli. Il 17 luglio del '29 era stata costituita la Società anomina per azioni Banca agricola commerciale del Mezzogiorno, l'Agricom come verrà chiamata. Tra gli azionisti vi era il direttore generale del Banco di Napoli, Giuseppe Frignani, ideatore del progetto. L'oggetto sociale venne identificato «nell'esercizio del credito per favorire lo sviluppo dell'agricoltura» ma, qualora fosse stato necessario, «acquisire partecipazioni in istituti di credito locali». L'azione dell'Agricom si sviluppò proprio sul terreno delle acquisizioni di banche locali in crisi sia rappresentando un'ancora di salvezza per molti centri desiderosi di sostegno finanziario che assicurando la tutela dei depositi e dei risparmi di tante famiglie. In sette anni di attività l'Agricom assorbì o acquisì la totalità del pacchetto azionario di ben otto istituti tra cui la Banca popolare di Alfedena e la Banca popolare di Caiazzo. L'Agricom ebbe un ruolo attivo anche nella liquidazione della Banca popolare di Campobasso, finanziando gli acquirenti delle attività dell'Istituto. La richiesta non ebbe seguito. Vani anche i tentativi successivi di approcciare il Banco di Roma; rigettata, dalle autorità di vigilanza sul credito, l'istanza di trattative con la Cassa di Risparmio marrucina di Chieti. Nei tredici mesi e dieci giorni di sua permanenza alla direzione della Banca, Castiglione realizza che lo stato di dissesto in cui versa la Banca non sia da attribuirsi solo alle malversazioni di Falconi. A più riprese tra il novembre e dicembre del '29 denuncia alla Prefettura di Campobasso, nonché all'Assemblea della Banca, affinché «le comode tolleranze non passino allo stato di dimenticanza con l'impunità di coloro che tengono mano a questa deplorata incoscienza», il disordine contabile dei rapporti tra Banca e Comune di Capracotta. Si apre un nuovo fronte sulle cause del dissesto. Facciamo un passo indietro. Il 16 ottobre del '28, Giuseppina Monaco moglie del defunto esattore Salvatore Di Tella, cede alla Banca il servizio di esattoria e tesoreria comunale. Nel contratto vi è la condizione che la vedova abbia la responsabilità della tenuta conti per il solo anno '26, comprensibile visto che il marito muore il 27 gennaio del '27. Per gli anni 1927 e 1928 risponde la Banca. Dai registri della Banca risultava un attivo di 50.910,30 £ verso il Comune. Nella contabilità comunale la Banca risultava, invece, debitrice di 26,611.19 £. I conti non tornano: in contestazione vi sono niente di meno che 77.521 £. Le denunce di Castiglione vennero di fatto "insabbiate" a livello provinciale. Per contro, nell'Assemblea della Banca tenuta il 2 dicembre del '29, Alfredo Conti prendeva la parola per difendere la correttezza di Gregorio Conti, podestà di Capracotta nonché vicepresidente della Banca, chiamato in causa dalle denunce di Castiglione. Nel verbale si legge che «l'Assemblea, venuta a conoscenza delle insinuazioni lanciate dal Castiglione all'indirizzo di Gregorio Conti, rendendosi interprete dei sentimenti della popolazione, riafferma intera fiducia, stima e devozione verso il Regio Podestà». Della denuncia di Castiglione circa il «caotico sistema di contabilità e relativi sbilanci contabili», vi è conferma nella relazione di Umberto Marzullo di Pasquale, uno dei ben cinque commissari che si succederanno alla guida della liquidazione della Banca. Lo scontro fu duro, personale, ed ebbe strascichi giudiziari. Breve considerazione: questi uomini che si erano anche duramente "combattuti" in vita, riposano nel nostro cimitero gli uni a poca distanza dall'altro. Ironia della storia toccherà ad un altro Castiglione, Filiberto, classe 1889, figlio di Costantino e Vittoria Falconi, il 26 luglio del 1938, in qualità di podestà, concordare una transazione e risolvere il contenzioso tra Banca e Comune. Venute meno le ipotesi di aggregazione o assorbimento da parte di altro istituto e fallito un ultimo disperato tentativo di ricapitalizzare la Banca, il 30 ottobre 1932 viene convocata un'assemblea straordinaria presieduta da Alessandro Campanelli, con all'ordine del giorno la messa in liquidazione e la nomina di un commissario. In apertura di seduta l'Assemblea commemora Tommaso Conti, ex presidente della Banca, morto il 13 agosto dello stesso anno. L'Assemblea non può che prendere atto dello stato dissestato della Banca e approvare l'ordine del giorno. Si chiude una pagina ma il calvario delle famiglie che aspettano di riavere i loro risparmi è solo agli inizi. Non si trova l'accordo sul nome del commissario. L'Assemblea si aggiorna al 2 novembre successivo, quando viene nominato Vincenzo Ianiro fu Giovanni. Durata della liquidazione: 3 anni. L'Assemblea si orienta verso una soluzione "interna": Ianiro, oltre che aver fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Banca, è stato anche per un certo periodo dipendente. La scelta non sarà delle più felici: Ianiro non garantisce con la sua attività quella imparzialità necessaria al ruolo. Passano invano, ai fini della liquidazione, più di tre anni. L'8 marzo del 1936 viene nominato Carlo Monaco di Giovanni nuovo liquidatore. Il 21 gennaio del '37, Monaco redige una relazione sullo stato finanziario della Banca: il passivo supera di ben 228.837 £ il valore dell'attivo stimato in 337.094 £. Il capitale sociale di 100.000 £ era quindi perduto; rimanevano 128.837 £ di passivo che avrebbero prodotto una perdita stimata del 29% sui depositi a risparmio. Il 19 febbraio del 1937, l'organo di vigilanza presso la Banca d'Italia nomina Umberto Marzullo fu Pasquale, segretario presso il Comune di Capracotta, nuovo liquidatore; sarà affiancato da un comitato di sorveglianza composto da Giovanni Paglione fu Francesco, Oreste Ianiro fu Antonio e da Amerista Di Lucente. Il 6 marzo 1937 arriva il decreto di revoca all'autorizzazione per l'esercizio del credito a firma di Mussolini, capo del Governo, controfirmato in pari data dal governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini. Il 2 agosto 1938 viene formalizzato l'incarico ad un nuovo liquidatore: Domenico D'Onofrio fu Feliceandrea, avvocato in Agnone. Marzullo lascia perché nominato ragionere capo al Comune di Velletri. Nel mese di agosto dello stesso anno si dimetteranno dal Consiglio di Sorveglianza Amerista Di Lucente e Giovanni Paglione, quest'ultimo per motivi di salute, sostituiti da Gregorio Giuliano di Eugenio e da Ermanno Santilli fu Ruggiero. Per avere un primo atto concreto di risarcimento verso i depositati della Banca si deve attendere il 1° febbraio del 1939, quando il Comitato di Sorveglianza autorizza la distribuzione di un primo riparto del 5%. La guerra è alle porte: D'Onofrio viene richiamato alle armi. Otterrà un primo rinvio ma poi dovrà partire. Anche Ermanno Santilli è chiamato alle armi, così come Gregorio Giuliano, pompiere a Campobasso. Novembre '43: Capracotta brucia. Le speranze di molte famiglie di riavere i lori risparmi rischia di andare in fumo, come le loro case. L'immobile dato in garanzia da Falconi, costituente tra gli attivi della liquidazione, è distrutto perché bruciato dai tedeschi. L'avv. Nicolino D'Onofrio, omonimo del liquidatore, legale della Banca muore durante il bombardamento di Isernia, con lui vanno perse tutte le pratiche, gli atti e i titoli creditori. Anche tutta la documentazione della Banca va distrutta, compresa la lista dei depositanti che aspettano ancora di essere rimborsati da quel che resta della liquidazione. Fortunatamente, copia della stessa era in possesso della Banca d'Italia di Campobasso, a loro inviata in occasione del primo riparto. L'8 maggio del 1948 D'Onofrio si dimette da liquidatore: ha conseguito la nomina a notaio e dovrà trasferirsi. Il 23 novembre dello stesso anno viene nominato Giuseppe Marinelli fu Giovanni, avvocato in Agnone. Marinelli riesce finalmente a liquidare gli attivi della Banca: ottiene lo smobilizzo dei titoli a garanzia e a liberare l'ipoteca sulla casa Falconi che nel frattempo era stata ricostruita. Per la cronaca, dopo una serie di vicissitudini, l'ipoteca sulla casa fu riscattata dallo stesso ex-cassiere. Il 23 aprile del 1950, il Comitato di Sorveglianza, su proposta di Marinelli, delibera l'ammontare totale del riparto ai creditori nell'ordine del 20%. La somma da ripartire è 79.104 £: una beffa per i depositanti. Ecco perché all'inizio ho parlato di storia amara. A Costantino Castiglione fu risparmiato di assistere a questo epilogo: era morto nel maggio del '43. La sua tomba sbiadita, quasi cancellata, nel cimitero di Capracotta, non rende omaggio ad un uomo che, per come l'ho conosciuto ricostruendo questa storia, mi ha emozionato per coraggio e determinazione nel difendere la causa della Banca. Mi permetto di onorarlo dedicandogli questo scritto visto che, tra l'altro, proprio in occasione dello sgombero per lavori della sua casa, Antonio Vizzoca recuperava alcuni indizi di questa vicenda. In questo ritrovamento vi ho voluto scorgere un segno: l'unica licenza che mi sono concesso nel ricostruire questa vicenda. Mastr'Antonio, in una mattina di dicembre di oltre quattro anni fa, mi affidò questi indizi ed io promisi che me ne sarei occupato. Ho provato ad onorare questa promessa e spero di esserci riuscito. Se così non fosse, la responsabilità è solo mia. Incoronato Sammarone Fonte: I. Sammarone, La Banca di Capracotta: storia di un dissesto , in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • I casalini di Santa Croce

    Cenni storici Il 2 aprile del 1349, un Fra Martino di Agnone, abate di Santa Croce del Verrino, viene confermato priore della chiesa di San Salvatore di Monteformoso dei Padri celestiniani. Nel 1433, secondo quanto afferma Ugo Pietrantonio autore del testo "Monachesimo Benedettino" alla pagina 399, la conventualità pare essere cessata. Si ha la conferna dell'esistenza e del sito di Santa Croce da due carte topografiche del 1700 che riportano sia la posizione di un piccolo insediamento urbano, definito «Casalini di Santa Croce», e dei resti di una chiesa. Un'ulteriore conferma del sito si trova in una carta topografica del 1815 che rappresenta il territorio del Comune di Capracotta con i confini e la toponomastica più importante. Relazione sul sopralluogo Per raggiungere il sito di Santa Croce del Verrino, da Capracotta è necessario percorrere la strada comunale che porta al Parco fluviale del Verrino. Dopo aver percorso circa 3 km. si giunge nei pressi della casetta di Z' Loll' Farm , dove è stata costruita la nuova Fonte di Santa Croce. Si giunge quindi nella zona in cui, con una certa probabilità, erano presenti sia i casalini di Santa Croce che la chiesa stessa come si evince dalle suddette carte topografiche. Dalla ricognizione effettuata sul posto non sono state trovate eclatanti conferme. L'unica vera conferma è la posizione della vecchia sorgente di Santa Croce, che è situata a monte della strada che conduce in contrada Fonte della Lama. I casalini, probabilmente, dovrebbero trovarsi subito a valle della nuova fonte. Michele Carnevale , Sebastiano Conti e Pasqualino Potena Fonte: https://www.capracottatracking.com/ , 12 dicembre 2010.

  • Gli ex feudi della Duchessa di Capracotta

    In contrada Macchia esiste la Fonte del Duca, un "nobile" fontanile, tra i più distanti dall'abitato di Capracotta, dirigendosi ad est, il cui nome è dovuto al fatto che si trovava all'interno dei possedimenti del Duca di Capracotta. Grazie a due piante topografiche redatte il 31 ottobre 1812 dagli agrimensori Saverio Pulcino e Matteo Mascioli, siamo in grado di aggiungere ulteriori dettagli storici, geografici e toponomastici. La prima cartografia descrive, con dovizia di particolari, gli «ex feudi di Cannavina, Cannavinello, Macchia, Ortojaniro e Guastra di proprietà della Duchessa di Capracotta», la cui realizzazione è diretta conseguenza delle leggi napoleoniche che, al fine di abbattere la feudalità, portarono a una nuova divisione dei demani. L'intendente provinciale incaricato della ripartizione era Biase Zurlo ( qui ), il cui lavoro implicava due operazioni distinte: la prima consisteva nel dividere le terre ex feudali tra baroni e comuni con lo scioglimento delle promiscuità, ossia la ripartizione dei demani tra comuni limitrofi e il ripristino dei confini modificati dalle usurpazioni; il secondo riguardava la divisione in quote delle terre spettanti a ciascun comune e la loro assegnazione ai richiedenti. Per quanto concerne Capracotta, i territori da ripartire e da riassegnare erano detenuti da donna Maria Angela Rosa de Riso dei Baroni di Carpinone, che li aveva ereditati dal marito Carlo Capece Piscicelli, 6° Duca di Capracotta, morto il 23 settembre 1799. La porzione di territorio in suo possesso era piuttosto ampia e comprendeva 6 feudi, 2 dei quali interamente boscosi (Cannavina e Cannavinello). Il feudo più esteso era quello di Orto Ianiro (1.382 tomoli), seguito da Macchia (1.333), Guastra (1.011) e Difesa di Guastra (207). In questa vasta fetta di territorio - che proprio in virtù delle leggi di eversione della feudalità appartiene oggi al Comune di Capracotta - ricadevano alcune fonti che ancor oggi gettano acqua ed altre che evidentemente non esistono più. Tra le prime vi sono: Fonte Ariente; Fonte Cupello; Fonte dell'Eremita; Fonte del Forno; Fonte della Gravara; Fonte Guagnarda; Fonte della Lama; Fonte dei Pezzenti; Fonte di S. Giovanni. Bisogna precisare che quella che chiamiamo Fonte Cupello era allora segnata come Fonte delle Cupelle, probabilmente dal latino cupella , che significa "piccolo vaso". Diverso il discorso per la Fonte Ariente, che nel 1812 si chiamava Fonte d'Argenzio, forse in onore di quel nobile casato capuano, il cui discendente Decio d'Argenzio, nel 1582, era stato «Capitano d'Infanteria sotto 'l Colonnello D. Francesco Carafa». Questa fonte si trova al di sotto della Gravara, termine prelatino ( grava ) che sta per "ghiaieto". Grazie al lavoro degli agrimensori Pulcino e Mascioli scopriamo poi alcune fonti di cui ignoravamo l'esistenza, come: Fonte del Colle Bell'Apete; Fonte dello Iaccio del Bove; Fonte del Lupo; Fonte del Meluccio; Fonte del Pisciariello; Fonte di S. Maria; Fonte del Trocco di Lemme; Fonte del Tremolizzo; Fonte della Vallecona; Fonte della Veticara; Pescara; Pozzo d'Incagno. Mancano all'appello la Fonte della Cannavina, la Fonte di Guastra, la Fonte di Jennaruccio e la Fonte del Passo della Regina, messe in opera nella prima metà del XX secolo. Per quanto riguarda i casalini di Guastra e Macchia, vengono indicati i cosiddetti «Molini del Duca» nel punto più depresso del territorio capracottese (796 m.s.l.m.), sulle sponde del Verrino, e una grande «Massaria della Macchia» in prossimità della Fonte di S. Maria, da cui si dipartiva la strada per Agnone. La dedicazione di una fonte alla Madonna fa pensare che l'antico feudo di S. Maria Caprara fosse probabilmente situato nelle vicinanze. La seconda cartografia mostra invece i 3 feudi meridionali di «Monteforte, Paduli e Ospidaletto», anch'essi di proprietà della Duchessa di Capracotta, il più esteso dei quali è ovviamente Monteforte (1.474 tomoli), a cui è accorpato Paduli, seguito dall'Ospedaletto (838). Anche in questo caso leggiamo di fonti svanite nel nulla e di altre tuttora esistenti, come ad esempio: Fonte dell'Acqua Nera; Fonte del Galluccio; Fonte dell'Ospedaletto; Fonte delli Prati; Fonte della Terravecchia; Lago Spadone. Una delle cose sorprendenti contenute in questa seconda carta sta nei toponimi andati perduti e che sarebbe interessante recuperare, sia in chiave narrativa sia in vista di una nuova sentieristica dal sapore archeologico. I due agrimensori hanno infatti indicato 7 fonti supplementari di cui s'è persa memoria e posizione: Fonte del Padulone; Fonte della Parchesana; Fonte di Pietra Campanile; Fonte di Pietra Pomponio; Fonte della Pignatara; Fonte di S. Simmaco; Fonte Vecchia. L'unica fonte a restar fuori è quella della Morgia, che probabilmente ha sostituito nel nome la Fonte della Parchesana. Tuttavia un altro elemento che attira la nostra attenzione è la «Terra diruta dell'Ospedaletto», che pare far coppia con la «Terra diruta di S. Nicola» presente sulla prima mappa, in un continuum spazio-temporale che ci porta dritti alle escursioni storico-letterarie ( qui ) sul territorio capracottese che abbiamo incominciato l'anno scorso alla ricerca di nuove tracce e di nuove interpretazioni in grado di chiarire remoti irrisolti dilemmi... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Coronelli, Biblioteca universale sacro-profana , libro IV, Tivani, Venezia 1703; D. D'Andrea, Sul filo della memoria , a cura di V. Di Nardo, Capracotta 2016; M. De Giovanni, Molise , Pacini, Pisa 2003; F. Jovine, Il Molise , in Touring Club Italiano, Abruzzo e Molise , vol. XIV, Bertieri, Milano 1948; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43

    L'aver collegato il tema dell'Unità d'Italia con la cerimonia di assegnazione della Medaglia di Bronzo al Merito Civile a Capracotta, in riferimento ai drammatici eventi del settembre-novembre 1943, che portarono alla distruzione del nostro paese, assume un preciso interesse storico. Talvolta, infatti, ed è questo un caso, gli avvenimenti della storia locale consentono una riflessione critica sulla nostra storia nazionale, che si delinea con connotati specifici a partire dall'unificazione territoriale e politica, ovvero dalla nascita dell'Italia come Stato-Nazione. Fatta questa premessa, è necessario soffermarsi su alcune particolarità del processo unitario italiano, mai così contestato come in questo 150° anniversario da parte di taluni che, in forme ed in modi spesso semplicistici, attribuiscono allo Stato nato dal Risorgimento buona parte dei mali attuali dello Stato italiano. Per affrontare un tema davvero ampio in forma chiara, e necessariamente sintetica, conviene porsi alcune precise domande storiche, che sono: come è nato il Regno d'Italia? Che carattere ha avuto il processo risorgimentale? E ancora, quale forma ha assunto lo Stato unitario? E infine, qual è stato il suo sviluppo storico in questi 150 anni? Quali le sue prospettive future? Tenendo conto di un dato storico di partenza, ossia del fatto che il processo unitario è stato il frutto dell'incontro tra garibaldinismo e statualità sabauda, si può avviare la riflessione mettendo a fuoco tre aspetti. Bisogna considerare, innanzitutto, che l'evento si è rivelato straordinariamente rapido: dall'inizio della II guerra di indipendenza (aprile 1859) alla conclusione della Spedizione dei Mille (ottobre 1860), passa poco più di un anno; ciò ha condizionato le modalità con cui si è compiuta l'unificazione, non previste dai suoi stessi artefici. I governi provvisori, nati dalle insurrezioni nei Ducati e nelle Legazioni pontificie all'indomani dello scoppio della guerra, chiesero l'annessione al Piemonte, sancita dai plebisciti del marzo 1860. La Spedizione dei Mille, che nasceva da un rinnovato entusiasmo mazziniano per un'iniziativa democratica nel Sud e che poteva risultare vincente, fu supportata da Cavour con l'intervento militare e con l'azione governativa prevedendo, come di fatto fu, l'annessione di tutte quelle regioni italiane che ne avessero fatto richiesta attraverso i plebisciti. Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre 1860, il Mezzogiorno, le Marche e l'Umbria entrarono a far parte del Regno d'Italia. Il 17 marzo 1861 il primo parlamento italiano proclamava Vittorio Emanuele II re d'Italia «Per grazia di Dio e per volontà della nazione», formula compromissoria (a cui non si giunse facilmente) che sintetizzava nella prima parte, "per grazia di Dio", l'azione delle forze conservatrici e nella seconda, "per volontà della nazione", l'azione di quelle liberali. In secondo luogo, il processo di unificazione ha dato l'avvio ad un organismo assolutamente nuovo e straordinario nella storia italiana, diverso cioè da qualsiasi formazione politica italiana antica o medievale, ovvero uno Stato monarchico-costituzionale. Uno Stato tipicamente moderno che colmava, alfine, il divario che esisteva tra gli antichi Stati preunitari e l'Europa. La nascita di uno Stato siffatto, dello Stato nazionale italiano, e veniamo così all'esame del terzo aspetto, fu determinata dalla combinazione di due tendenze ideologiche diverse, ma alla fine complementari. L'Unità fu concepita sulla base del disegno liberal-moderato di Cavour, che prese forma nel contesto della statualità sabauda, e fu resa possibile dalla garibaldina Spedizione dei Mille. Garibaldi consegnò l'Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, ma questo non significa affatto che si possa parlare del Risorgimento come di una conquista regia. L'Unità fu preparata da un ampio moto di opinione pubblica, che coinvolse strati sociali dinamici e attivi, seppure minoritari. Intellettuali, studenti, borghesia produttiva concepirono l'Unità come la necessaria precondizione di uno sviluppo economico e sociale che avrebbe fatto dell'Italia una nazione moderna. In ogni caso, le particolari modalità per mezzo delle quali si pervenne all'Unità hanno influenzato la vicenda storica della nazione nei decenni successivi, ed alimentato un dibattito interpretativo che ancora perdura. Certamente una delle analisi più interessanti e significative del processo risorgimentale è stata quella di Antonio Gramsci, contenuta nei "Quaderni dal carcere". I democratici non assunsero la guida del movimento perché non sostennero nei loro programmi la riforma agraria, che avrebbe invece coinvolto le masse popolari. La posizione di Gramsci è stata messa in discussione da Rosario Romeo, il quale, dati alla mano, ha dimostrato che la riforma agraria non avrebbe consentito lo sviluppo del Paese. Ovvero l'accumulazione del capitale necessario per la creazione di strutture produttive ed infrastrutture moderne, indispensabili per il decollo industriale e per il superamento del gap italiano rispetto alle altre nazioni europee. La storia del Paese, nell'età del liberalismo classico, è stata contrassegnata da contrasti sociali molto forti, che sono divenuti acutissimi tra la fine dell'800 e gli inizi del '900. Nel periodo giolittiano, la classe dirigente riesce in parte ad esaudire le richieste di estensione di diritti e di partecipazione delle grandi masse. All'indomani della Grande Guerra, tuttavia, lo Stato liberale non appare più in grado di fronteggiare la gigantesca mobilitazione sociale che il conflitto ha generato, e crolla infine sotto i colpi che gli infligge il fascismo. Il regime fascista, inseguendo l'utopia della costruzione della nuova Italia e dell'uomo nuovo, si attribuì la titolarità dell'idea di patria e finì con l'identificare la nazione stessa con il fascismo. In questo modo, l'ideale risorgimentale e liberale della "patria degli italiani" venne sostituito dalla "patria dei fascisti", e ciò significò che il vincolo sacrale di "patria e libertà" fu spezzato. Ma è con l'armistizio dell'8 settembre '43, con l'Italia tagliata in due e la presenza di due Stati nella penisola, che il "comune sentire", il sentimento di appartenenza alla nazione, andò definitivamente in frantumi. La ricomposizione di tale sentimento fu affidata alla Costituzione repubblicana, che ha promosso una forma di patriottismo costituzionale ed ha affermato principi e valori che ne palesano la discontinuità rispetto allo Statuto Albertino. Assicurando taluni importanti diritti sociali, tra i quali spiccano il diritto allo studio e il diritto alla salute, che sono divenuti patrimonio comune di tutti gli italiani, la Costituzione è stata in grado di promuovere un reale e unitario progresso civile. Per farsi un'idea di questa grande trasformazione, basti considerare alcuni dati. Lo Stato nato nel 1861 contava 22 milioni di abitanti, per la stragrande maggioranza contadini poveri, con un'aspettativa di vita media intorno ai 40 anni e con un tasso di analfabetismo del 90%. Oggi, i 60 milioni di italiani sanno, per il 99%, leggere e scrivere; vivono mediamente 80 anni e per il 95% non sono addetti all'agricoltura. Sono dati tratti da un articolo di Emilio Gentile, apparso sul Corriere della Sera del 13 marzo 2011, e sono davvero emblematici. I passi da gigante compiuti dall'Italia non devono tuttavia far dimenticare la drammatica crisi che attraversa il Paese, dovuta all'occupazione dello Stato da parte dei partiti e alla dissipazione delle risorse pubbliche. È forse quella stessa criticità che già Aldo Moro, alla fine degli anni '60 e del "boom" economico, aveva avvertito in tutta la gravità della sua minaccia. Il fatto è che allora lo Stato nazionale sembrava godere di ottima salute, mentre ora attraversa uno dei passaggi più difficili dell'intera storia repubblicana. È allora legittimo chiedere alla classe dirigente un grande sforzo unitario, per superare di slancio la crisi che attanaglia il Paese e ricomporre il sentimento dell'unità nazionale con il senso dello Stato, in cui la stessa unità si concretizza. Maria Rosaria Di Nucci Fonte: M. R. Di Nucci, Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43 , in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011.

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