LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Cicche Muorte e la tanatosi
La tanatosi è uno spettacolare stratagemma a cui ricorrono molti animali quando l'aggressore ha precluso loro ogni possibilità di fuga. Alcuni predatori, di fronte ad una preda morta, ricevono segnali che istintivamente inibiscono la propria aggressività offrendo in tal modo ai finti morti una possibilità di sopravvivenza. Allo stesso stratagemma fece ricorso un gigante di Capracotta, Francesco Sozio, che ne sapeva una più del diavolo! È una storia tutta da raccontare e da gustare. Un giorno, Mario Sozio chiese al nonno Ciano (Sebastiano Sozio) perché il soprannome della loro famiglia fosse Cìcche Muórte . Mario Sozio ricorda così il racconto dell'avo: – Nipote mio, devi sapere che i soprannomi non nascono per caso ma sono sempre legati a qualcosa o qualcuno: il soprannome della nostra numerosa famiglia ricorda una bella storia, allo stesso tempo quasi tragica e comica. Mio padre Francesco nacque a Capracotta il 15 luglio 1818; era un gigante e i suoi geni lo avevano dotato di un misto di forza, di prepotenza e di astuzia. Era forse uno dei più forti capracottesi del suo tempo e appena cresciuto fu messo subito a lavorare. Di mestiere faceva il vaccaro e non si sa se qualche volta aveva osservato che certe bisce, presenti anche nei nostri pascoli, per sfuggire ad un pericolo si fingono morte. Non so nemmeno se pascolava le sue mucche o quelle di altri. L'episodio che generò il soprannome Cìcche Muórte avvenne intorno al 1840, ed è rimasto legato alla storia della nostra famiglia e dell'intera comunità. Di solito mio padre, chiamato da tutti Cicche , portava a pascolare le mucche nella zona limitrofa alla masseria de Cambaniéglie (Campanelli) sotto a re Retiàglie (sotto il dirupo) verso la valle del Sangro. Anche altri pastori di Capracotta e di Castel del Giudice usufruivano della stessa zona di pascolo e poiché i confini comunali all'epoca erano molto approssimativi, spesso si innescavano astiose discussioni sul diritto di pascolo, che quasi sempre sfociavano in scazzottate; logicamente mio padre le dava e difficilmente le prendeva. I pastori avversari, a furia di prenderle sia quando erano sui pascoli di Castel del Giudice che quando sconfinavano sui pascoli di Capracotta, decisero che dovevano liberarsi, una volta per tutte, di quel gigante e gli tesero un agguato per ucciderlo. E così un bel giorno si riunirono in quindici e lo sorpresero in compagnia di 4 amici capracottesi. – Uagliù nen ve 'mbauréte – disse Cìcche ai suoi compaesani, – pegliàtene une pe d'une cà all'ieàrre ce pènze ì! (ragazzi non vi preoccupate, prendetene uno a testa perché agli altri ci penso io!). Te lo immagini che spettacolo era quando lottava? E poi teneva una parròcca (bastone del pastore) lunga e pesante che solo lui poteva manovrare: quando la faceva roteare metteva veramente paura! Ma alla prima schermaglia gli amici capracottesi se la diedero a gambe levate e lo lasciarono solo: le dette ma ne ricevette tante e, a un certo momento, prima di essere completamente sopraffatto si finse morto stecchito! I pastori avversari non infierirono più di tanto sul presunto cadavere: lo abbandonarono e si allontanarono soddisfatti. Tornarono, dopo qualche tempo ed a pericolo passato, gli amici capracottesi che erano fuggiti: mio padre, però, li vide arrivare e volle punirli continuando a fare il morto. – Madonna, z'è muórte Cìcche... e mó ch'éma fà? (Madonna, Francesco è morto... e adesso che facciamo?) – si chiedevano ad alta voce. Non potevano certo lasciarlo lì e decisero di trasportare il cadavere a Capracotta. Recuperarono una scala a pioli abbandonata in un vecchio casolare disabitato e lo stesero, legandolo ben bene, sopra quella improvvisata barella: lo portarono a spalla e, piano piano, si diressero verso Capracotta. Lungo il percorso ogni tanto si fermavano e tra le lacrime ripetevano come una nenia: – Cìcche z'é muórte, Cìcche muórte! (Francesco è morto, Francesco morto!). Fecero una fatica immane e, dopo qualche ora, finalmente giunsero alla periferia di Capracotta e si fermarono alle prime case del quartiere di San Giovanni. E, sempre con la scala a spalla, si interrogarono: – Ch'éma fà, re purtàme a la casa o a re cuambesànde? (Che dobbiamo fare, lo portiamo a casa sua o direttamente al cimitero?) E, mentre stavano decidendo, Cìcche all'improvviso smise di fingere ed esclamò: – Lassàteme ascégne ch'àie arrevieàte! (Lasciatemi scendere ché sono arrivato!). E così, da allora, Francesco il gigante, forte e astuto, fu soprannominato Cìcche Muórte (Francesco Morto): nomignolo trasmesso poi a tutti noi suoi discendenti. La storia non ci ha tramandato come la presero i pastori di Castel del Giudice quando se lo ritrovarono davanti, per la prima volta, dopo averlo... ucciso! Il gigante morto e resuscitato continuò a picchiare ancora e sempre più forte. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, Cicche Muorte e la tanatosi , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- La Fonte della Fundione e... il fuoco amico
Capracotta, come tutti i centri contadini, ha dovuto ringraziare il fuoco per la sua sopravvivenza ma, a volte, ha anche dovuto maledirlo per le tragedie che ha causato. Il nostro paese fu fondato intorno al 750 e abitato per più di tre secoli dai Longobardi che, prima della conversione, utilizzavano il fuoco nei loro riti pagani, tanto che lo stemma comunale con una capra sopra le fiamme trae probabilmente origine da quegli eventi. Nel 1656 la popolazione capracottese ha utilizzato il fuoco per bruciare i vestiti degli appestati e, tra l'8 e il 12 novembre del 1943, l'ha maledetto per l'uso che ne fecero i Tedeschi. L'agricoltura che si praticava a Capracotta era di sussistenza, ovvero di autoconsumo. Lo scopo era quello di ottenere cibo sufficiente per sfamare i membri della famiglia contadina (si consumava ciò che si produceva o si allevava) e non si produceva per vendere ma solo per alimentare il nucleo familiare, interamente coinvolto nel duro lavoro di produzione. Il grano, le patate e i legumi erano le colture più praticate ma anche le meno redditizie, sia per il clima che per il terreno montano. L'alto numero di abitanti capracottesi è stato sempre il riflesso della propria autosufficienza alimentare. Negli anni '20 i siti di raccolta dei covoni - ammucchiati alla bell'e meglio - seguivano un ordine prestabilito che potesse facilitare la trésca in quegli stessi spiazzi o aie sui quali i contadini facevano girare, sui covoni ammassati, coppie di cavalli al trotto i quali, calpestando le spighe, ne facevano uscire i chicchi, per poi ventilare con pale di legno e grossi crivelli al fine di separare il grano dalla pula. In via Pescara, di fronte al Market Di Nucci, è tuttora visibile una di quelle aie di circa 1.000 mq,, foderata con selci tronco-piramidali ( re zìppe ) e utilizzata fino agli anni '50, quando la meccanizzazione cancellò in breve tempo usanze che avevano radici secolari: la mietitura a mano e la trebbiatura con gli animali, chiamate da qualcuno "a sangue". D'altronde bastava una qualche calamità per gettare nella più cupa disperazione una famiglia contadina, come ciò che accadde il 4 settembre 1921 all'estremità meridionale del Rione San Rocco o il 6 agosto 1961 nel "prato di Rusulina", di fronte all'attuale caserma dei Carabinieri: l'incendio dei covoni di grano. Negli anni '50, infatti, c'erano a Capracotta ben quattro siti di raccolta dei covoni, poiché si produceva molto grano (esistevano pure tre forni e tre mulini), e questi cumuli, ben squadrati, ordinati e coperti con enormi teli (copertoni), venivano sorvegliati notte e giorno per prevenire "accidentali" prelievi. Solitamente verso mezzogiorno la sorveglianza si allentava per il pranzo quotidiano e, proprio in quel frangente, scoppiò un furioso incendio che, alimentato da un leggero vento di scirocco, distrusse nel giro di poche ore il sacrificio di un anno di duro lavoro. Entrambi i siti, distanti circa 500 metri l'uno dall'altro, si trovavano nei pressi di due fonti, quella della Fundióne e quella delle Croci, che non potettero essere d'aiuto per l'esiguo accumulo d'acqua esistente all'interno delle loro vasche. Le fontane furono letteralmente prese d'assalto dai contadini disperati, consci dell'impossibilità di salvare il loro prezioso raccolto. Si pensi che nell'agosto '61 la motopompa giunse solo nel tardo pomeriggio quando ormai non c'era più nulla da fare! La disperazione di chi aveva perso il raccolto era tangibile e la si notava negli occhi gonfi di lacrime degli uomini, nei capelli che le donne si strappavano e in coloro che, in un grande slancio di umanità e di coraggio, cercavano di rincuorare gli sventurati. Anche in quella occasione, però, il popolo capracottese dette sfoggio del suo innato senso di solidarietà, cosicché quelli che erano stati più fortunati reintegrarono la quota di grano andato perduto. Un gesto che ricorda quello della distruzione di Capracotta, quando circa 1.000 persone furono ospitate nelle masserie di Guastra e di Macchia senza alcuna contropartita. Si può ben dire che ciò che il fuoco distrusse, la solidarietà umana ricompattò! Le cause dell'incendio non furono mai chiarite. Di certo non fummo noi ragazzi ad appiccare le fiamme e anzi si suppose che fosse stata colpa della sbadataggine di qualche anziano appisolato con la pipa in bocca, il che non è da escludere visto che i capracottesi erano dei gran fumatori! Dopo tanti anni mi ritrovo di fronte alla Fonte della Fundióne , che negli della mia infanzia era sempre bistrattata o mal considerata dai compaesani perché si diceva che gli animali non ne apprezzassero la qualità dell'acqua. Oggi è invece la fontana più bella di Capracotta, sempre ornata e ben curata, circondata da un verde rigoglioso, da un frequentato campo di bocce, da una casetta di legno sull'albero e da un ambiente bucolico e rasserenante. Quando mi sono fermato per la prima volta a osservarne la beltà, deve aver notato il mio stupore e ha assunto, a modo suo, un tono di sussiego per quelle umiliazioni ricevute in gioventù. La fonte mi ha fatto notare che, pur avendo un cuore di pietra, ricorda con affetto persone e fatti passati, e mi ha anche rammentato che ognuno di noi è destinato a diventare un "suo" ricordo. Con malcelata inquietudine le ho risposto che... è meglio mai che tardi. Però so che la mia è soltanto una pia illusione. Filippo Di Tella
- La guerra di Antonio
Durante la Seconda guerra mondiale le storie di tanti uomini in uniforme si sono sommate, intrecciate e si sono sviluppate al fianco di quei fatti d'arme che sono per lo più noti a molti e, se i fatti d'arme sono la storia, i fatti degli uomini che hanno combattuto e vissuto la guerra sono la parte più intima ed umana. Ho avuto, tempo fa, l'opportunità di conoscere Antonio Dell'Armi, bersagliere, reduce della Seconda guerra mondiale, il nostro incontro non ha percorso i fatti della sua vita militare, ma mi ha dato modo di conoscere però la persona, una figura di uomo che si impone all'attenzione. Infatti, ad Antonio Dell'Armi appartiene il profilo solido e concreto dell'uomo che ha vissuto un rapporto privilegiato con la natura, il rapporto fatto di fatica, di passione e di rispetto ed è cresciuto in quel mondo contadino e montanaro dove c'è poco spazio per sogni pindarici o velleità. Recentemente, ho saputo che aveva lasciato una memoria, uno scritto in cui raccontava della sua vita militare dal 1937 al 1945. Ho letto attentamente il suo scritto e sento da subito il desiderio di anticipare una considerazione che va poi a ricongiungersi con il profilo dell'uomo. In Antonio Dell'Armi in primo piano emerge il senso del dovere e della fatica di una vita militare che ossequia, ma che non fa per lui e che soffre molto, seppure con dignità. Non è un antieroe, anzi in una dimensione diversa lo è comunque anche lui, ma nelle sue parole, nel suo scritto salta agli occhi quel pragmatismo ed il senso di sacrificio al quale la vita del contadino lo aveva abituato fin da giovanissimo. Antonio Dell'Armi ha perso suo padre Felice durante la Prima guerra mondiale e nel 1919 a suo padre viene riconosciuta una pensione di guerra, ma per una famiglia contadina è essenziale il lavoro con il bestiame e nei campi ed Antonio giovanissimo è elemento importante per la sua famiglia e quindi chiamato ad un dovere severo ed impegnativo. Capracotta è un piccolo paese dell'Alto Molise in provincia di Isernia, tutt'intorno le montagne dell'Appannino, il paese raggiunge i 1.421 m. di quota. Questa precisazione è importante perché, nel susseguirsi degli eventi, Capracotta sarà durante la guerra un punto strategico per il fronte, e fondamentale per quel fenomeno che in molti abbiamo incontrato sui libri di scuola, definito "transumanza e alpeggio". Infatti il paese di Capracotta fa parte di quell'area da cui le greggi si muovevano verso il Tavoliere delle Puglia per superare il rigido inverno per poi tornare alle soglie della primavera. Strategicamente, quindi non è trascurabile neanche il fatto che pecore, maiali, mucche e cavalli si trasformassero in guerra come la "logistica" di qualunque esercito che avesse potuto attingere a quelle risorse. È questo il punto di congiunzione tra la storia della guerra e la storia di una realtà contadina che nella guerra stessa si fonde. Antonio Dell'Armi viene arruolato nel 1937 nella 4ª Compagnia del 2° Battaglione del 1° Reggimento Bersaglieri di stanza a Napoli e poi, successivamente a Roma; la 4ª Compagnia era quella che aveva in dotazione le armi pesanti, sostanzialmente mitragliatrici Breda e qualche mortaio, ed Antonio scrive: «Non solo eravamo dotati di armi pesanti, ma per disgrazia stavamo sempre in bicicletta» . Antonio è un uomo di montagna, passo lento e misurato, e la bicicletta è proprio un'afflizione e con mestizia confessa di non aver mai usato una bicicletta prima della chiamata alle armi. I suoi ricordi si riallacciano al giorno in cui arrivò in treno a Roma, Caserma Lamarmora, a piedi ed affardellati fino in caserma, ma era solo l'antipasto, e ciò che segue, lui lo definisce «tremendo»: disciplina ferrea, senza pace, una ginnastica sfrenata, però comunque si ritiene un fortunato poiché la compagnia era alloggiata nelle camerate a pian terreno e, quindi, non doveva salire al secondo e terzo piano con la fune, sì, perché è immediata la comprensione del fatto che le scale erano vietate. Tutto l'insieme dell'addestramento campale lo definisce un insieme di diavolerie in cui si inseriva un percorso di circa 100 km. in bicicletta una volta a settimana La libera uscita a Roma era un momento solenne, ma non era per tutti perché chi non otteneva buoni risultati in bicicletta rimaneva in caserma a pedalare nel cortile grande per allenarsi. Alla fine di luglio Antonio Dell'Armi viene promosso Caporale, e, nonostante il suo raccontarsi inadeguato a quella vita, i fatti e la promozione mi fanno pensare al suo caparbio ed apprezzato impegno. In un tratto del suo racconto emerge la sua straordinaria e semplice umanità ed è precisamente quando fa riferimento all'incarico di portare documenti e posta agli altri ministeri, a Roma, tra binari del tram e vetture in movimento, non raramente cade e di quelle "paure" gli rimase un trauma di cui soffrì per lungo tempo. Poi, arrivò il congedo ed il ritorno a Capracotta, siamo agli inizi del 1939, e a maggio 1940 arriva il richiamo per la mobilitazione e viene inviato al 1° Reggimento Bersaglieri a Napoli. Il reggimento parte per la frontiera Alpino-Occidentale e come i suoi commilitoni partecipa alle azioni di guerra e, nel suo racconto sfugge i particolari di quei combattimenti in territorio francese, sicuramente è un altro momento di sacrificio e sofferenza, un ricordo che lui stesso definisce «offuscato». Poi la Francia chiese l'armistizio ed è il 22 giugno 1940: la Francia si arrende alla Germania. Il Reggimento viene quindi trasferito a Ferrara; nel frattempo altri due fratelli più grandi erano stati arruolati e per Antonio arriva l'inaspettato congedo. Ed è evidente, in quello che scrive, la sua riverenza nei confronti di una sorte benigna, poiché da li a poco dal suo congedo, il 1° Reggimento venne impiegato in Albania; molti suoi commilitoni ed amici morirono in quella Campagna di Guerra e noi tutti ne conosciamo i dettagli più tristi. Ma la "guerra di Antonio" non era finita perché gli eventi bellici impongono la mobilitazione ed in tanti vengono richiamati alle armi; è il 1942. Il 1° Reggimento viene riorganizzato a Napoli, man mano che arrivavano i richiamati e venivano ricostituiti i quadri. Ma Napoli era sotto le bombe ed i Bersaglieri furono tra i primi soccorritori della popolazione civile. Riorganizzato il reggimento i Bersaglieri furono avviati a Ponte Cagnano e da lì ad Alba in provincia di Cuneo. Un nuovo spostamento colloca il reggimento a Borgo San Dalmazio, Antonio e pochi altri possono andare in licenza e, mentre è in licenza, ordini immediati muovono il reggimento verso le stazioni dei treni diretti in Russia, «tutti partiti, tutti gli amici, i commilitoni, un compaesano, gli ufficiali, tutti e, nonostante Antonio non ami la guerra, vive quel momento con rammarico, ed attende, appena rientrato al reparto, di ricongiungersi ai suoi Bersaglieri. Ma non fu così, le notizie dalla Russia erano amare, quasi nessuno tornò da quell'inferno di neve e ghiaccio. Il Reggimento, seppero poi, che arrivò al fronte mentre gli eventi peggioravano ed il fronte veniva travolto dalla controffensiva russa. Le notizie confermavano ormai che non avrebbe raggiunto i suoi amici, e nella incertezza di quei giorni tutti si chiedevanocosa sarebbe accaduto. Ciò che rimaneva del l° Reggimento, in parte ricostituito, venne aggregato alla 4ª Armata e la mattina dell'11 novembre 1942, giorno di san Martino, arrivò l'ordine di occupare il dipartimento della Provenza in Francia e, l'inciso di Antonio è paradigmatico: «Per noi Bersaglieri Ciclisti fu un massacro». Il racconto è da girone dantesco e le parole di Antonio sono queste: Con le biciclette affardellate in assetto di guerra dovemmo affrontare la irta salita che passa per Limone del Piemonte, oltre cinquanta chilometri, più sei o sette chilometri di galleria, e poi tutta la discesa per arrivare la sera a Nizza, l'unica strada era percorsa dalla cavalleria, dai carri armati, da cannoni montati su camion e tutto ciò che era della IV Armata. Per me fu la fine, non ce la facevo ad andare in bicicletta, rimanevo sempre indietro dalla compagnia, non ce la facevo neanche quando mi attaccavo alla moto dell'Aiutante Maggiore, dovetti rinunciare e proseguire la salita a piedi. Erano molti quelli che come Antonio si stavano arrendendo alla fatica, tutto il trasferimento in bicicletta durò tre o quattro giorni, 600 km. di martirio fino a Draguignon Pegomas, e quando vi arrivarono tutti, tutti erano stremati ed affamati, e, purtroppo senza viveri. Era vietatissimo, ma qualcuno mangiò la razione di riserva individuale, anche se gli ufficiali imponevano una dura disciplina, si rendevano conto di quanto la fame fosse cattiva. Antonio racconta che il territorio era impoverito e non si trovava nulla da mangiare e per lui fu il crollo: il grande sforzo in bicicletta con le ruote piene, la fame, le privazioni lo portarono allo stremo fino poi al ricovero. Rientrato in servizio continuava a stare male, ma non lo diceva a nessuno e continua a fare il suo dovere con grande sacrificio, un sacrificio apprezzato dai suoi superiori, infatti arrivò la promozione a Caporal Maggiore ed una sognata seppur breve licenza. Il suo reparto rimase in Francia fino alla fine di agosto 1943, poi lasciarono la Provenza per rientrare in Italia, nel frattempo era caduto il Governo Fascista e con non poche difficoltà raggiunsero Torino proprio nei giorni dell'Armistizio voluto da Badoglio, il 9 settembre a Torino in molti pensavano con euforia alla fine della guerra ed al rientro a casa. Le notizie sull'andamento della guerra erano confuse e contraddittorie, aleggiavano già i venti di una guerra civile ed, in oltre, cercando di tenersi lontano dai tedeschi, si muovevano per strade impervie e lontano dai grandi centri abitati. Raggiunsero una fattoria nella zona di Vercelli e lì trovarono ospitalità per qualche giorno, il mangiare era poco, ma latte, riso e polenta era più di quanto era per loro immaginabile; qualche giorno ancora, ma il senso di incertezza spinse il gruppetto a lasciare la fattoria e raggiungere una stazione. Antonio non ricorda quale stazione, ma da quella stazione, dopo qualche notte passata a nascondersi, si infilarono su di un treno che forse andava Roma, un vagone merci nel quale si serrarono dentro legando le maniglie con le cinghie dei pantaloni. Una sosta alla stazione di Milano, il dubbio sulla destinazione del treno e poi tanta paura di essere scoperti; a Milano la stazione era un formicolio di soldati tedeschi e italiani, di polizia e carabinieri, le voci che si sentivano accrescevano la paura e Antonio e gli altri si rannicchiavano negli angoli del carro merci per diventare invisibili. Il treno ripartì in direzione Roma e fece una sosta ad Orte, saltarono giù dal treno ed ognuno prese la strada di casa. Ma le sorprese non finiscono qui, la guerra di Antonio continua perché, nel frattempo, Capracotta è diventata la sede di un comando di prima linea tedesco e fa parte della linea difensiva che arriva fino a Montecassino, il via vai di truppe tedesche era intenso e costante e la paura di esseredeportato era costante, i suoi 27 anni lo ponevano tra quelli che rischiavano di più e quindi decise di nascondersi fuori del paese. Nel frattempo un proclama delle forze tedesche ordinava di radunare tutti cavalli, poi le mucche ed i maiali, le requisizioni continuavano, con la preoccupazione di tutti di rimanere senza sostentamento per l'imminente inverno. Poi il paese fu segnato dalla fucilazione dei due fratelli Fiadino, che avevano nascosto soldati americani fuggiti da un campo di prigionia. La famiglia Dell'Armi aveva salvato dalla requisizione due mucche, un cavallo, un maiale e quattro pecore; le mucche Antonio le aveva murate in una stalla, ed il maiale lo nascondevano in casa, ma quando aveva fame quel maiale si faceva sentire bene e la sua presenza era diventata un vero e grave rischio e non ci fu altra soluzione che ucciderlo. Antonio non sapeva come fare e, anche se ai nostri giorni il racconto risulta ruvido, Antonio racconta in modo asciutto che gli tirò una gran botta in testa con uno zappone e poi lo lavorò tutta la notte nascondendo le carni in tini e tinozze preparando le carni per la conservazione. Quel maiale fu la salvezza della famiglia in quell'inverno del 1943; le notti erano insonni e non ci si abitua alla paura e, infatti, una mattina presto Antonio sentì bussare alla porta di casa, intravide dei tedeschi, uno di questi bussava insistentemente, non c'era modo di fuggire, allora raggiunse il fienile e si nascose nel fieno, nel frattempo l'anziana madre aveva aperto e cercava di convincere il tedesco che non c'era nessuno, che Antonio era fuggito, ma non bastarono le parole ed il tedesco lo cercò per tutta la casa, poi andò nel fienile e con una baionetta innestata tirava di punta nel fieno, la paura è indescrivibile e di quella lama e la paura il ricordo restò indelebile. Nella nottata precedente erano stati rastrellati un centinaio di uomini del paese e, caricati sui camion, furono portati via tra la disperazione dei familiari. Saputo dell'evento notturno e a questo punto Antonio non può più esitare, esce dal fienile, corre in casa, si barrica dentro, poi, presi i vestiti di sua madre, si veste da donna e scappa in campagna, giù per i dirupi nel vallone fino a raggiungere una casa a circa due chilometri dal paese. Lì si ritrovò con altri che erano scappati, una ventina in tutto, ma da dove erano non potevano controllare i movimenti dei tedeschi e decisero quindi di salire in alto. La ricorda come una notte terribile, dolorosa ed angosciante; salirono il monte fino alla quota di 1.600 m. al rifugio di Prato Gentile. Ma la giornata non andò meglio, furono avvistati da una pattuglia tedesca e crepitarono le raffiche di mitra, tutti fuggirono per i boschi sparpagliandosi, poi Antonio, rimasto solo, nell'incertezza di quei momenti, attanagliato dalla fame e stremato, decise di tornare in paese. Nel frattempo gli Alleati avevano attaccato con forza Cassino e nella zona alle spalle del fronte transitavano le truppe tedesche di retrovia e di rinforzo e forse si preparavano anche ad una imminente ritirata. Le nubi all'orizzonte divennero nere e poi furono tempesta: Capracotta fu razziata e poi devastata dalle esplosioni, i genieri fecero saltare con la dinamite il 70% delle case ed altre furono incendiate, e tutto il cibo e le provviste rimasto andò distrutto, la popolazione si rifugiò nelle due chiese, molti altri così come la sua famiglia si rifugiarono nel cimitero. Le forze tedesche si ritirarono sul fiume Sangro facendo saltare i ponti alle loro spalle. A Capracotta si affacciano le truppe inglesi ed un nutrito contingente di Goums, i soldati marocchini. Antonio ricorda i piccoli muli, ma ricorda anche i cannoni, gli obici che furono piazzati dietro il paese sparando in continuazione verso le postazioni tedesche al di là del fiume Sangro e per giorni e giorni martellarono quelle postazioni. Una mattina, improvvisamente, arrivò l'ordine del Comandante inglese che la popolazione civile avrebbe dovuto abbandonare il paese, tutti ed in fretta, il paese doveva essere sfollato. Molti furono trasportati con i camion e furono evacuati in provincia di Lecce, chi poté si spostò con i propri mezzi (cioè anche a piedi con animali e carretti) nelle retrovie del fronte. Antonio con un cavallo e una decina di persone della sua famiglia si rifugia ad Agnone, e, particolare non da poco, porta con se un po' di quella carne di maiale che aveva salvato dalla requisizione dei tedeschi, quell'inverno fu durissimo con tanta neve e poco cibo. Rimasero ad Agnone dal dicembre 1943 al marzo del 1944, quattro mesi terribili poi il tuono dei cannoni si affievolì ed il Comando inglese consentì ai più giovani e alle famiglie che avevano le case ancora in piedi di fare ritorno in paese, ripercorrendo la mulattiera da Agnone la famiglia. Dell'Armi rientrò a Capracotta con il nonno Pasquale in sella al fedele cavallo che ogni tanto affondava nella neve alta, ancora un viaggio duro e memorabile. Il fronte avanzava lasciando dietro di se solo rovine e, forse, ora la "guerra di Antonio" era davvero conclusa, come la guerra di molti altri italiani, ma, ancora una volta, possiamo dire che, per molti altri, non solo non era conclusa, ma viveva i suoi momenti più tragici. Roberto Geminiani Fonte: R. Geminiani, La guerra di Antonio , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- A sera casa kaputt!
La bimbetta dai riccioli biondi raggiunse il ragazzo che, con circospezione, aveva finalmente attratto la sua attenzione, ebbero un breve dialogo, lui le consegnò una giacca da uomo, la salutò con una carezza visibilmente commosso. La piccina attonita, seguì con lo sguardo il ragazzo che indossava la divisa delle Schutz-Staffeln , le famigerate SS, e quando svanì alla sua vista corse dai genitori, consegnò la giacca al padre e, con precisione, riferì il sinistro messaggio che aveva appena ricevuto: dovevano immediatamente lasciare la casa e fuggire lontano perché "A sera casa kaputt!". Era un giorno del novembre 1943 e a sera, dalla vaccaréccia dove si era rifugiata con la sua famiglia, quella bimba vide il susseguirsi delle esplosioni che dilaniarono tutti gli stabili nei pressi dello scalo ferroviario S. Pietro Avellana-Capracotta. Divampò un incendio che si propagò illuminando a giorno il borgo tanto che ru catuózze , sapientemente assemblato dai carbonai di Cervinara per trasformare la legna in carbone, e la fornace, con la sua ciminiera che sembrava quasi lambisse il cielo, continuarono a fumare per molti giorni a seguire. Era una guerra oltremodo atroce che aveva fatto emergere un mondo di barbarie e comportato alla popolazione civile le più assurde traversie. Enrico, il padre della bambina, fissando il polveroso cumulo di macerie ed intercettando il punto in cui sorgeva la casa che lui stesso aveva costruito, ripensò alla sua vita e a quell'autunno del 1929 quando decise di trasferirsi, transitoriamente credeva, da Capracotta allo scalo ferroviario con la moglie e i figli, un riccioluto furfantello e due fanciulline, una ancora in fasce. La nuova sistemazione era dettata dall'esigenza di ultimare dei lavori nella zona e la cattiva stagione non gli avrebbe permesso di spostarsi agevolmente. Non si allontanava però a cuor leggero poiché avrebbe disertato gli incontri con i suoi fraterni amici, con i quali trascorreva il poco tempo libero che gli rimaneva, si trattava di preziose occasioni per parlare di letteratura, filosofia e politica e di tenersi informato sugli accadimenti del mondo che seguiva con molta attenzione. Un suo facoltoso amico poi, gli dava libero accesso alla sua fornita biblioteca e ciò gli aveva consentito di appassionarsi ad Hugo, Hegel, Dumas, Marx, Kant dai quali, insieme all'unico libro che possedeva, la Sacra Bibbia, prendeva spunto per le sue riflessioni che annotava su qualsiasi pezzo di carta. In campo politico mal tollerava l'ideologia di quel periodo, non condivideva le scelte e non lo nascondeva, al contrario propendeva con vigore all'affermazione dei diritti dei lavoratori, quasi sempre calpestati, ed aveva simpatie per le dottrine che si andavano diffondendo nell'est europeo, pur manifestando una profonda fede cattolica creando così un evidente paradosso. Alla fine cercava di convincersi che lo scalo non era poi così lontano da Capracotta ed all'epoca era una località particolarmente vivace con i numerosi lavoratori della fornace e tutti quei passeggeri dei treni e del postale. Maria, la moglie di Enrico, colpita dal gran traffico di gente e guardandosi attorno, capì che nella zona mancava qualcosa che soddisfacesse le esigenze di tutti quegli avventori ed ebbe un'intuizione: c'era bisognodi una locanda! Per lei però, con tre bambini in tenera età e con gli scarsi mezzi economici di cui disponeva, era impensabile intraprendere un'avventura simile. Provvidenziale fu la sorella che, accompagnata dal marito, scese allo scalo da Capracotta per farle visita, ad essa Maria partecipò la sua idea, vi fu un "summit" familiare, allargato alla cugina pugliese Caterina e a suo marito Marco, avente ad oggetto il definitivo trasferimento allo scalo con conseguente realizzazione delle rispettive dimore. Nel confronto gli uomini ebbero la peggio, ma solo perché dotati di buon senso e consapevoli dell'ostinazione delle due sorelle, ed alla fine l'intuizione di Maria divenne realtà! A poche centinaia di metri dalla Stazione S. Pietro Avellana-Capracotta, mast'Enrico fabbricò uno stabile con tre portoni, a destra c'era la sua casa, a sinistra quella dei cugini ed al centro c'era la locanda di Olinda e Giulio, noti ai più come mamma Linda e papà Giulio. Olinda e Maria erano le figlie di Pietro il fabbro che, rimasto vedovo, nei lunghi e rigidi inverni capracottesi per sbarcare il lunario, era costretto ad emigrare in Puglia portando con sé il figlio maschio e affidando le figlie alla signora Adelina che insegnava loro l'arte di condurre adeguatamente una casa e quella culinaria. Ciò tornò utile a mamma Linda per gestire la locanda prendendo letteralmente per la gola i clienti, anche i più esigenti, sopperendo così ai limiti del suo caratterino. Le peculiarità che emergevano nelle due sorelle, ereditate sicuramente dal padre, erano la pervicacia e la risolutezza, occorreva conoscerle profondamente per capire che la loro asprezza era il risultato di un vissuto doloroso, senza madre e con un padre particolarmente autoritario, al contrario la bontà, la saggezza e la flessibilità erano prerogative dei mariti che compensavano così le loro carenze. Passarono gli anni e il tempo allo scalo trascorreva più o meno tranquillamente perché, insidiosi, arrivavano gli echi di quanto accadeva nel resto dell'Italia e dell'Europa, si cominciava a parlare di Hitler, di nazismo, di Asse Roma-Berlino fra Italia e Germania, mentre l'attività della locanda era oramai decollata e mamma Linda poteva annoverare fra i suoi clienti personalità di un certo rilievo, dal comandante della vicina Forestale, al Podestà e persino il Prefetto, con i quali era addirittura entrata in confidenza. Quando mast'Enrico, per lavoro a Pantelleria, fu ospite delle patrie galere per le sue idee anti regime, mamma Linda lasciò la locanda, cosa che faceva raramente, e si recò personalmente a Campobasso, proprio dal Prefetto, per intercedere per quel buon uomo del cognato e grazie al suo intervento fu liberato. In seguito, con la sua grinta, lo metteva in guardia affinché non si trovasse in analoghe situazioni ed in effetti quell'esperienza lo aveva molto segnato ed avrebbe dovuto aspettare fino al 1947 per vedere garantito, all'art. 3 della Costituzione Italiana, il diritto di esprimere le proprie opinioni politiche. Intanto in lui cominciava a montare l'angoscia, seguiva con preoccupazione gli eventi che vedevano come protagonista la Germania con le sue manie espansionistiche: rimase sbalordito quando nel marzo del '38 perpetrò l' Anschluss , ossia l'annessione dell'Austria, percepiva la pericolosità del Patto d'acciaio sancito con l'Italia che, a suo avviso, non aveva ben compreso che per i tedeschi quel patto militare significava fare la guerra senza riserve. Sbottò con gli amici di sempre che, come poteva, raggiungeva a Capracotta nel settembre '39, dopo la scellerata invasione della Polonia ad opera della Germania da cui ebbe origine la seconda guerra mondiale e, successivamente, nel giugno '40 con l'entrata in guerra dell'Italia esprimendo tutte le perplessità e i dubbi su quanto stava accadendo. La guerra non risparmiò niente e nessuno, neanche quel paradiso che era il territorio di Capracotta tant'è che un infausto giorno, allo scalo ferroviario, arrivarono le SS. La prima cosa che fecero, dopo aver posizionato un carro armato proprio di fianco alla casa di mast'Enrico, fu quella di sequestrargliene una parte che divenne il loro quartier generale, questa volta le suppliche di mamma Linda presso le autorità caddero nel vuoto! La non facile convivenza con la limitata libertà esasperava gli animi: in una stanza, dormivano, chiuse a chiave per precauzione, numerose persone e quando una notte i soldati tedeschi, in preda ai fumi dell'alcol, irruppero in casa di mast'Enrico in cerca di frauen . Il sangue freddo di Maria fu determinante: impose ai familiari silenzio di tomba... non dovevano quasi respirare finché il fracasso non cessò. Dopo quell'episodio mast'Enrico, che era sempre stato un fifone, se di notte udiva il minimo cigolio sentenziava: – È giunta la nostra ultima ora! La carenza di cibo di quei tempi li vide anche audaci: in assenza dei soldati tedeschi, papà Giulio trovò in cantina innumerevoli casse che contenevano polvere bianca, chiamò Maria e convennero che si trattava di farina, così ne sottrassero tre. Appena i tedeschi si resero conto dell'accaduto gridarono al sabotaggio perché avevano rubato esplosivo e, senza alcun indugio, sequestrarono papà Giulio, mast'Enrico e Marcucce . Mamma Linda, con un self control degno di una English lady , condusse i tedeschi alle casse per restituirle facendo loro capire che avrebbe voluto fare quel pane che, non di rado, avevano condiviso e questi, nonostante avessero compreso l'equivoco, per la liberazione dei tre malcapitati pretesero ed ottennero tre vacche che mamma Linda, Caterina e Maria si procurarono, con gran fatica, presso le masserie limitrofe. Le preoccupazioni però per Enrico e Maria si estendevano anche sul fronte familiare infatti, con l'entrata in guerra dell'Italia, il loro unico figlio maschio che era cresciuto, ma riccioluto e discolo era rimasto, con sempre maggior insistenza manifestava l'intenzione di arruolarsi. Enrico, che nel primo conflitto mondiale era stato reclutato come combattente nelle fila del patrio esercito, con molta pazienza, cercava di fargli capire l'inutilità e la crudeltà della guerra ma anche che non aveva l'età giusta per poterla fare, con Maria, invece, erano veri e propri litigi. Sembrava che quel ragazzo provasse soddisfazione a fare il contrario di ciò che era giusto oppure a dire di no solo per far dispetto al suo interlocutore, forse perché non voleva essere considerato accomodante. Fu per questo che quando in età adulta divenne un apprezzato personaggio pubblico (con grande stupore di tutti!) era considerato un abile negoziatore? Fuggì per "andare a fare la guerra" ma, secondo pronostico, fu rispedito a casa dove continuò a combinarne delle belle... Oltre ai soldati tedeschi, allo scalo, arrivarono anche quelli francesi, inglesi, turchi ed i polacchi e, dopo l'iniziale reciproca diffidenza, incominciarono a manifestare l'esigenza di stabilire dei contatti con la piccola comunità locale, avevano nostalgia delle proprie case, delle famiglie, delle loro abitudini. I soldati polacchi, ogni sera, si riunivano alla locanda per recitare il rosario tutti insieme, quelli tedeschi mostravano le foto delle fidanzate, delle mogli o dei figli ma se mast'Enrico le guardava immedesimandosi nelle loro sensazioni di tristezza, suo figlio, sfoderando un sorriso a trentadue denti esclamava: – Madonna gnà è brutte, pare nu ciucce! – suscitando ilarità nei presenti che avrebbero potuto pagarla anche cara, a niente valevano le raccomandazioni dei genitori. Si sfiorò la tragedia quando un giorno il ragazzo si imbattè in una camionetta di soldati tedeschi travestiti da inglesi, mast'Enrico che aveva compreso l'inganno cercava invano di richiamarlo a sé, il ragazzo con gran foga li esortava a raggiungere i tedeschi per "ucciderli tutti", li avrebbe condotti lui, e per farglielo capire mimava una mitragliatrice. Questa "performance" gli costò una lunga permanenza in un nascondiglio in montagna, dove lo condusse papà Giulio, per timore di eventuali ritorsioni. La piccola di casa frattanto, che aveva solo cinque anni, memorizzava quanto le accadeva attorno, solo anni più tardi avrebbe compreso che quel mezzo in cui si calava per riemergere con il bavaglino pieno di leccornie, cioccolato e dolciumi vari, che le donavano i soldati tedeschi e che poi divideva con il resto della brigata familiare, era un carro armato delle SS e che il messaggio del soldato che incontrò quel mattino del novembre '43 avrebbe, inevitabilmente, deviato il corso della vita della sua famiglia. Qualche giorno dopo i terribili fatti, mast'Enrico decise di trasferirsi, lui che era nato al mare pensava di raggiungere la costa con la sua famiglia; con le pochissime cose che riuscì a recuperare e a caricare su ru traìne , dopo tre giorni di cammino, fece sosta in una cittadina del centro Abruzzo dove si incontrò con alcuni paesani che lo convinsero a non continuare il viaggio poiché, generosamente, gli avevano trovato un alloggio e, allettato dalla presenza delle scuole superiori grazie alle quali avrebbe potuto garantire un'adeguata istruzione ai figli, si convinse a fermarsi. Rimase legatissimo a Capracotta, tant'è che quando ne parlava riusciva a trasmettere la magia e l'ardore che si impadronivano di lui. Tornò allo scalo per ricostruire lo stabile che per bieca logica militare era stato distrutto ed oggi, dopo 70 anni, è ancora là con quel che resta dell'insegna a bandiera della locanda di mamma Linda. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, "A sera casa kaputt!" , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Il sogno di Mucce
Da piccolo, quando tornavo a Capracotta per trascorrere quasi tre mesi con mia zia Elena, ritrovavo un caro amico, Giacomo, di uno o due anni più grande di me. A differenza mia, che trascorrevo le vacanze giocando e oziando, Giacomo non aveva vacanza perché lavorava aiutando i suoi genitori, contadini, nei lavori agricoli. Per esempio lo vedevo spesso, con un suo cavallo, trasportare ora grano ora fieno. E mi raccontava le sue attività e avventure in campagna e il fatto che non avesse mai un attimo per giocare. Già, perché giocare era un privilegio dei figli dei capracottesi emigrati in città. Essendo maschietti noi dedicavamo molto tempo a giocare a pallone; meglio sarebbe dire "lottavamo al pallone", attività tristemente esaltata dalla TV e dai mass-media e considerata scuola di vita. In realtà, con il senno di poi, quella occupazione fatta passare per ludica ed educativa, non era altro che dannazione e perversione; scuola di lotta, rude, banale e violenta, che non insegnava nulla se non lo scontro e la rivalità. "Gioco" in cui i corpi dei giovani piuttosto che essere amorevolmente curati e coccolati sono messi alla prova in una lotta continua al solo scopo di vincere e sopraffare gli avversari ricorrendo spesso a inganni e furbizie. Purtroppo il mio genitore, Marino, investì molto denaro per trasformare un fertile terreno coltivato a patate e orzo in un campo, conosciuto come il "campetto", per far "giocare" - pardon "lottare" - al pallone. Nonostante quelle vite così differenti io e Giacomo eravamo amici e mi piaceva la sua autenticità di giovane contadino di montagna, anche se avvertivo una certa durezza di vita e mi imbarazzava la mia condizione falsamente privilegiata. Poi non ci siamo più visti per tanti anni ma in questi ultimi quattro-cinque, da quando cioè sono tornato a vivere a Capracotta, mi è capitato di incontrarlo spesso e di frequentarlo, non fosse altro per la vicinanza delle nostre case. Talvolta l'ho incrociato alla Masseria Campanelli dove abitavano i suoi suoceri Michelina e Dantuccio, che andavo a trovare ogni tanto. E così raccontandoci tanti episodi e ricordando vite di antenati venne fuori la storia della Crocetta che mai avevo sentito e che continua a intrigarmi e, autorizzato dal mio amico, la racconto con la collaborazione dell'amica Anna Montaruli di Ruvo. Ecco la storia. Giacomo aveva il nonno paterno che si chiamava come lui ma siccome c'era l'uso del dialetto e quello di dare i diminutivi, quest'uomo veniva chiamato Giacomuccio, abbreviato Muccio, in gergo Mucce . Ricordo che mia madre mi raccontava di lui quando, sfollati durante la seconda guerra mondiale e rifugiati nel cimitero di Capracotta per alcuni giorni, Mucce si mise due bastoncini, due pezzetti di legno, tra la gota e le sopracciglia per tenere gli occhi aperti durante la notte e restare sveglio; non so, per timore dei morti o dei topi o di possibili furti o di incursioni di tedeschi o soldati. E ogni tanto mia madre lo ricordava come un vero contadino di montagna, infaticabile ed energico, arguto, saggio e felice del suo lavoro e della sua vita anche se dura e in balia della natura. Mia madre, evidentemente apprezzandolo, spesso mi diceva che il suo vero desiderio era di vivere in campagna e fare la contadina. Ma torniamo a Mucce . Accadde che in una notte del 1923 fa un sogno particolare: gli appare Gesù che gli dice - come fosse un ordine - di costruire una croce in un punto di Capracotta da cui si possano vedere tre paesi: Capracotta, Agnone e Vastogirardi. E aggiunge che questa croce doveva essere finanziata da lui, dal Parroco di allora, mi pare un certo don Antonio, e da una certa signora Colomba, benestante. Nei giorni successivi il nostro protagonista si premura di raccontare il sogno alle altre due persone coinvolte. Mucce e la signora Colomba sono d'accordo per realizzare la richiesta ma il sacerdote tentenna e, mese dopo mese, alla fine non se ne fa niente. Passa un anno e una notte torna in sogno a Mucce Gesù che rinnova la richiesta di costruire una croce. Durante quei dodici mesi era morto il sacerdote don Antonio e la signora Colomba aveva perso un figlio, mi pare nella guerra d'invasione della Libia o Eritrea. Aveva perso anche molti animali, essendo proprietaria di armenti. Gesù aggiunge che se non sarà eretta la croce i danni saranno maggiori. Mucc si premuradi andare da Colombaa raccontare il sogno e questa voltai due si attivanoper installare una croce di ferro alta circa due metri in un punto da cui in teoriasi dovrebbero vedere i tre paesi anche se attualmente questa vista è interdetta, essendo la zona per una parte circondata da alberi. A detta del nipote Giacomo, il nonno si indebitò perché la croce venne a costare tanto, mi pare 50 mila lire: una fortuna per quei tempi. Non si sa da dove fu fatta arrivare e fu molto impegnativo anche portarla e conficcarla nel terreno. E per di più ogni anno richiedeva pulizia e manutenzione. Comunque fu messa lì dove si trova tutt'ora, a cavallo tra Monte Capraro e Monte Cavallerizzo in una località che si chiama "La Crocetta" - in dialetto "Crucétta” - a ridosso di un crocicchio di sentieri, alcuni che portano nei boschi e uno che porta al vicino paese Vastogirardi. Secondo un amico rabdomante di Venafro, che si chiama anche lui Giacomo, Giacomino per gli amici, sotto quel crocevia scorre una vena d'acqua e quindi è un luogo particolarmente carico di energia vitale, insomma un posto magico, avrebbero detto i sacerdoti osci che, secondo l'antropologa Lorena Bianchi, proprio lì vicino, sul monte Cavallerizzo, avevano il loro centro di direzione spirituale dentro a quelle che sono conosciute come mura ciclopiche. Questa storia della Crocetta, dopo diversi mesi, mi è stata ripetuta ancora da Giacomo proprio lì, dove era intento ai lavori di cura della croce, attività della quale si occupa personalmente. Qualche settimana dopo ho sentito il bisogno di realizzare una video-intervista che raccontasse del sogno e della sua realizzazione; tanto volevo essere sicuro di non aver sognato anch'io. E quando poi mi è capitato di raccontarla in giro per Capracotta nessuno la conosceva, tanto meno i sacerdoti. Certo si sa, la Chiesa in circostanze come questa è sempre un po' scettica e diffidente, anche perché l'evento non è solo legato al sogno ma ha come protagonista la figura di Gesù, quasi sminuita dalla figura del povero e forse analfabeta contadino al quale è ordinata addirittura una croce. Ma queste cose non sarebbe meglio che il figlio di Dio le chiedesse direttamente ai Suoi ministri? Per non parlare poi dei segni quasi "punitivi" della morte del parroco e della disgrazia accaduta alla signora Colomba. Come se la punizione si abbatte sul parroco che non ha creduto al sogno di un povero di spirito e alla donna benestante che non ha utilizzato la sua ricchezza per realizzare quanto chiesto. Mucce , invece, non sarà punito, quasi come se Gesù, parlando attraverso un umile, avesse mandato un messaggio e con esso un ordine che necessariamente doveva essere realizzato con l'approvazione della Chiesa ufficiale e con i mezzi economici di chi li possedeva in abbondanza. A Mucce il compito di comunicare e diffondere ciò che gli era stato ordinato e lui questo lo aveva fatto. Lui sì, ebbe fede. Ma c'è dell'altro circa questo nonno Mucce che il nipote Giacomo mi ha raccontato e che me lo fa apparire come un piccolo-grande vecchio, saggiamente legato ed in contatto con una memoria antica ed ancestrale. Giacomo mi raccontava che questo nonno, amante e fiero del suo essere contadino e che viveva nella masseria appena sotto Capracotta, dove io stesso sono stato da piccolo con Giacomo, ebbene questo nonno dimostrava ammirazione e rispetto per i rospi tanto che quando li trovava li prendeva e li portava in masseria per tenerli in camera da letto e in caso gli procurava del cibo. Gli animali si collocavano sotto il letto e nonno Mucce era molto attento a che nessuno li disturbasse: se il nipote si fosse permesso di toccarli o scacciarli, egli sarebbe stato capace persino di... alzargli le mani... e anche i piedi! Da dove questa usanza con i rospi? Mi vengono in mente reminiscenze di antichi culti matriarcali, probabilmente anche del popolo osco, che vedevano nelle rane e nei rospi manifestazioni del divino. Perché gli anfibi sono animali della metamorfosi che si trasformano da girini viventi in acqua a rane-rospi che abitano anche sulla terra; simboli, quindi, dell'eterno mutare, divenire, morire e rinascere e quindi monito a saper accettare e vivere le stagioni della natura e della vita. Saper accettare e vivere la ciclicità degli eventi, evidente e presente nelle esistenze delle donne, legate alle ciclicità lunari del ciclo mestruale. Un'altra simbologia legata alle rane e ai rospi ce la indica la mitoantropologa Marja Gimbutas. Dalle sue rigorose ricerche nota che fin dall'antichità rane e rospi, per la loro somiglianza con l'utero, erano considerati uteri vaganti e perciò simboli di dispensatori di vita, di rigenerazione e trasformazione Anche i serpenti in quella cultura erano sacri sia perché cambiavano pelle sia perché vivevano tra il sottosuolo e la superficie e quindi simboleggiavano la potenza dell'umidità della terra, terra a cui dovremmo essere grati e che dovremmo curare e conoscere con la massima apertura. Purtroppo l'avvento delle arroganti società patriarcali, guerriere e maschiliste, riterrà tutto ciò immondo e peccaminoso: le donne, gli animali, il ciclo mestruale, la sessualità. Mucce , contadino in simbiosi con la terra, nonostante uomo, evidentemente sentiva profondamente ancora il senso di quei segni e la sacralità della natura e ne era ancora incantato e attratto... Maria, una cugina o parente stretta di Giacomo, infine, non so se figlia o nipote di Mucce , mi ha raccontato che lo stesso Mucce dedicava un intero giorno all'anno per la seguente pratica di prevenzione e potenziamento salutare. Prendeva una grande coperta di pura lana locale e di colore rosso e, senza vestiti, vi si avvolgeva come fosse una mummia o un bruco nella crisalide e per tutto il giorno restava così disteso sul letto, digiunando, sudando e bevendo solo dell'acqua o infusi. Con questa forma di "sauna a secco" egli sosteneva di disintossicarsi e rinforzare, diremmo oggi, le sue difese immunitarie. Fatto sta che non si ammalava mai o quasi mai. Una donna di oltre novant'anni di Pescopennataro mi ha raccontato che anche il suo nonno faceva la stessa pratica, probabilmente non sapendo di Capracotta e di nonno Mucce . Mi chiedo se si conoscessero e si fossero trasmessi questa pratica. Anche in questo caso abbiamo segni inequivocabili: il digiuno come morte e rinascita, l'immobilità volontaria (è noto che i contadini non sono mai fermi, tranne in caso di malattia), la nudità, la coperta di lana rossa simbolo del sangue; colore che la moderna cromoterapia legge come energetico e rivitalizzante. Importante, infine, la figura simbolo del bruco-farfalla, altro animale sacro, che muore bruco per rinascere farfalla e volare, anche se solo per un giorno. Quando Mucce morì, nella sua masseria, suo figlio Vincenzo - è sempre Giacomo, il mio amico, che me lo ha raccontato - lo prese e lo sdraiò sul cavallo così caro e prezioso e lo portò così a Capracotta per la veglia funebre e il funerale. Scrivere questi racconti mi ha dato qualche brivido e mi ha tanto emozionato. Sento perciò di dover dire grazie a Mucce e a Giacomo e Maria per avermi messo a parte di queste storie. Magari possono essere considerate di poco conto, inattuali, vane e sciocche ma io le ritengo ricche di insegnamenti stimolanti per continuare una ricerca incessante sulle mie radici e sul popolo osco, pacifico e riconoscente verso le dee Kerres e le altre dee simbolo della generosità e della potenza della natura. Storie cariche di vita e di preziosi spunti di riflessioni su cui investire per recuperare una dimensione più sana e più profonda della nostra presenza sulla terra. Antonio D'Andrea e Anna Montaruli Fonte: A. D'Andrea e A. Montaruli, Il sogno di Mucc'. Ode e lode a un contadino di Capracotta custode della sacralità della natura e quindi vero erede del popolo osco , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- La storia di Carmela Mendozzi DiCianno
– Dio mi ha messa al mondo per realizzare certe cose. Mi trovo così indietro con il lavoro che non morirò mai. Proprio questo era uno dei modi di dire preferiti di Carmela DiCianno, la mia carissima nonna, che ha speso la sua intera esistenza nel prendersi cura dei membri della sua famiglia e di molte altre persone. In queste pagine cercherò di condividere alcune delle vicissitudini di questa donna appassionata ed eccezionalmente dedita agli altri. La storia di Carmela ha inizio a Capracotta in Italia. È un paese che noi nipoti abbiamo imparato a conoscere, poiché lei ci raccontava le vicende del suo luogo natio, anche se era partita da lì quando aveva 10 anni appena. Carmela partecipava devotamente alle funzioni religiose con le suore e percorreva qualche chilometro per raggiungere la chiesetta. Frequentò la scuola del paese sino alla quarta classe. Fino agli ultimi anni di vita, nonna è stata in grado di leggere e scrivere in italiano. Infatti scambiava lettere nella lingua madre con i suoi parenti di Capracotta e Roma. Giangregorio Mendozzi, il padre di Carmela, era immigrato negli USA nel 1913. Nel 1920 lavorava come operaio siderurgico a Youngstown nell'Ohio, quando mia nonna e sua madre, Maria Loreta Di Tanna Mendozzi, si imbarcarono sul "Cretic" per raggiungerlo in America. Carmela ha sempre conservato un ricordo vivido della traversata, dal momento che si imbatterono in una tempesta che fece quasi affondare la nave. Nonna raccontava sempre che non si è mai resa conto di come erano riusciti ad arrivare sani e salvi nel porto di Boston. Carmela incontrò suo marito Amedeo DiCianno nel 1927 a Youngstown, quando aveva 17 anni. Il loro fidanzamento durò otto mesi e finalmente i due si sposarono il 14 aprile del 1928. Nonna aveva 18 anni e nonno - o Papi, come affettuosamente lo chiamavamo - 22. Sono rimasti insieme per 57 anni. Nonna diceva che il momento più felice della sua vita era stato il suo primo incontro con Papi e il più triste la sua morte. Il loro matrimonio ha resistito proprio tanto. Mia nonna non ha avuto una vita facile. Per cominciare sua madre morì di parto a 38 anni. Allora nonna aveva 19 anni e si era sposata da poco. Dopo la morte della madre, Carmela si fece carico del difficile compito di crescere le sorelle e i fratelli più piccoli e i suoi due figli, Riccardo e Romolo, mio padre. Nel 1929, circa nello stesso periodo in cui Carmela si prendeva sulle spalle il peso di molte altre responsabilità, il paese fu colpito dalla Grande Depressione. È stata una catastrofe di cui nonna non ha mai smesso di parlare. Amedeo era senza lavoro, la famiglia non aveva niente da mangiare e il governo non poteva aiutarli. Papi aveva un fratello, senza figli, nel Nuovo Messico; per fortuna riusciva a mandargli venti dollari al mese. Pagavano dieci dollari al mese per l'affitto di casa e utilizzavano i restanti dieci per tutte le altre spese. Furono costretti a vendere le loro cose per comprarsi da mangiare. Nonna raccontava sempre che erano sopravvissuti grazie alle verdure coltivate nell'orto, il riso, il latte e la pasta fatta in casa da lei. Non c'erano soldi per comprare la carne. Durante la Grande Depressione il presidente era Herbert Hoover, un repubblicano. Credo proprio che questa sia stata la vera ragione per cui nonna sia stata una fervente democratica. Spesso narrava l'episodio del commesso viaggiatore che bussò alla porta per cercare di vendergli un aspirapolvere Hoover. Papi disse a quel tipo di levarsi dalle scatole e stare alla larga dalla casa, poiché non voleva mai più riascoltare o rileggere la parola "Hoover"! Per tutto il resto della sua vita Carmela avrebbe parlato della Grande Depressione come se fosse stato un evento accaduto il giorno prima. Nonna raccontava molti fatti sulla mafia. È stato un periodo che avrebbe preferito dimenticare. Allora la mafia e altre organizzazioni criminali come la Mano Nera erano tristemente note per i loro ordigni esplosivi. Un giorno, mentre il suo bimbo più grande dormiva nella culla, lei e Amedeo udirono un forte boato. Si precipitarono in camera da letto e trovarono il bambino ricoperto da schegge di vetro. Le finestre erano state distrutte da un'esplosione avvenuta lungo la strada. Papi non faceva parte della mafia ma loro lo "proteggevano". In un altro spaventoso attentato, una bomba della mafia esplose accanto alla casa di Carmela ed Amedeo, con lo scopo di uccidere l'uomo che vi abitava. Nonna raccontava che la mafia chiedeva a Papi di lavorare come portatore di bare ai funerali. Lui non voleva farlo e tanto meno gli piaceva ma obbediva, dal momento che gli davano in cambio del denaro per comprar da mangiare. Papi e nonna lasciarono l'Ohio nel 1934, quando Amedeo riuscì ad ottenere un posto di lavoro presso la Compagnia delle Ferrovie del Nord Nevada (Nevada Northern Railway) ad Ely nel Nevada. Traslocarono in un cosiddetto "modulo abitativo", un alloggio che la società ferroviaria forniva ai dipendenti. Questa modesta casetta aveva la cucina, il soggiorno e la camera da letto. I figli dormivano sulla poltrona letto del soggiorno. L'acqua calda non c'era. Per fare un bagno caldo i nonni riscaldavano l'acqua con la stufa a legna. Il gabinetto si trovava in una baracca. Nel 1938 venne alla luce una bimba, Marie, e così la famiglia fu completata. Nonna è stata la nostra roccia, la prima pietra su cui si è fondatala fede della nostra famiglia. Ha vissuto tutta la sua esistenza in compagnia di Gesù, la Vergine Maria e san Giuseppe - insieme agli altri santi che venerava - tutti al suo fianco. Non ha mai saltato una domenica in chiesa e quando stava talmente male da non potersi recare alle funzioni religiose, guardava la messa sul canale TV cattolico. Non si faceva scrupolo di rammentarci i nostri doveri verso Dio e la chiesa e voleva esser certa che i nostri figli ricevessero i giusti sacramenti. – Sei andata in chiesa oggi? – questa era la domanda che spesso ci poneva la domenica sera. Ed era molto meglio per te se non mentivi! Tanto lei lo sapeva. Sempre. Anche se abitavi a 500 chilometri di distanza. Carmela non ha mai avuto nessuna paura di esprimere liberamente il suo pensiero. Se lei aveva un'opinione, tu dovevi starla a sentire - non importa chi tu fossi e se volevi ascoltarla oppure no. Nonna non aveva alcun timore di fare domande personali ai nostri amici. Non temeva nemmeno di dire ai preti che anche a loro doveva essere concesso di sposarsi. Prima di partire per la guerra, un soldato di Ely diede in affitto la sua stazione di rifornimento ad un uomo. Quando nonna e sua cognata, parente del soldato, vennero a sapere che l'affittuario non pagava, andarono a fargli visita. Nonna lo rimproverò con tanta asprezza che quel tizio promise che avrebbe pagato regolarmente l'affitto ma soltanto a condizione che lei non si facesse mai più vedere dalle parti del distributore di benzina. Che vergogna! Un soldato rischiava la propria vita, mentre il suo affittuario lo stava fregando. Stava sempre dalla parte degli ultimi: i vecchi, i poveri, i malati. Era la portavoce delle persone che non avevano voce. Mi ricordo delle numerosissime volte che telefonò al suo rappresentante al Congresso per lamentarsi del fatto che i farmaci delle prescrizioni erano così costosi che agli anziani non restava che pochissimo denaro per comprarsi da mangiare. Nonna disprezzava gli esponenti dei "poteri forti", che spesso appellava con il termine "ladroni". Carmela era altruista e si è spesa molto sacrificandosi per il prossimo. È stata una "supermamma" ante litteram. Uno degli scopi principali della sua vita è stato quello di accertarsi che chiunque metteva piede a casa sua avesse qualcosa da mettere sotto i denti. Non importava se quella persona avesse già mangiato. Doveva mangiare ancora. E a quel punto un'altra porzione di cibo arrivava sul suo piatto. Le sue orecchie erano sorde anche se l'ospite implorava "no, grazie". Noi la pregavamo di mettersi a sedere a tavola accanto a noi e lei lo faceva ma soltanto quando eravamo a fine pasto. Quando si andava via dalla casa di nonna, di solito ci si sentiva ben sazi. Infatti ancora mi viene in mente quella volta in cui io e il mio precedente datore di lavoro ci stavamo recando dalle parti di Ely in viaggio di lavoro. Lo condussi a conoscere i miei diletti nonni. Nonna insistette perché il mio capo bevesse un bicchierino di anisetta e assaggiasse qualche biscottino italiano. Erano le otto di mattina e lui non era in vena di iniziare la giornata in quel modo. La sera prima aveva bevuto un po' troppo alcol. Appena ripartiti incominciò a farsi pallido per poi mettersi tranquillo. Qualche minuto dopo lungo la strada disse: – Se un giorno mi capitasse di essere costretto a scegliere soltanto una persona con cui stare su una scialuppa di salvataggio, ebbene, quella persona sarebbe tua nonna. Fui d'accordo con lui. Aveva saputo riconoscere la forza di Carmela al primo incontro. Nonna era una persona estremamente generosa. Faceva delle offerte a tutte le associazioni di beneficenza che le chiedevano una donazione, anche se si trattava di un dollaro appena. Inoltre mandava biglietti d'auguri per tutte le occasioni, anche quelli con la scritta "In bocca al lupo per il tuo primo giorno di scuola". Tanti amici mi telefonavamo per dirmi che avevano ricevuto il primissimo biglietto d'auguri di Natale da mia nonna. Ha avuto un'ottima calligrafia fino al termine dei suoi giorni e ha scritto almeno una lettera alla settimana alla sua famiglia e agli amici e nella busta erano sempre compresi due dollari «per il gelato». Rammento che ha inviato pure al suo medico dieci dollari con il biglietto d'auguri per la festa del papà! Non si andava mai via da casa sua a mani vuote. Persino mentre era ricoverata in ospedale verso la fine dei suoi giorni, infilò la mano nel borsellino, tirò fuori un pettine giallo e me lo diede. In quel momento quell'oggetto fu tutto ciò che riuscì a trovare per donarmelo. Quel pettine ancora lo conservo. Noi nipoti abbiamo avuto il grandissimo piacere di essere lasciati a casa sua e affidati a lei, mentre i nostri genitori erano al lavoro. Ci siamo divertiti un mondo senza mai annoiarci. Nonna ci dava sempre le caramelle e i cioccolatini, anche se mia madre le chiedeva di non farlo perché non ci mancasse l'appetito a tavola. Carmela ha vissuto un'esistenza semplicissima e ha rappresentato un vero tesoro per tutte le persone che l'hanno conosciuta. Il suo lavoro è stato quello di occuparsi di figli, nipoti, pronipoti e chiunque altro. Quando nonno si ammalò, si prese cura di lui per 27 anni, accertandosi che mangiasse, facendogli le medicazioni e soprattutto... tenendolo lontano dal tetto di casa! Molta gente mi ha avvicinato dopo la morte di nonna per farmi sapere che lei si era occupata anche di loro o dei loro genitori. Purtroppo non è stata altrettanto brava nel prendersi cura di se stessa. Un giorno che zia Marie stava facendo le pulizie di casa dopo la sua morte, spostò la cucina e scoprì tante pasticche che sua madre avrebbe dovuto prendere. Credo che Carmela le gettasse via dietro la cucina appena mia zia se ne andava. Nel tempo libero mia nonna ha lavorato come bidella presso la Murray Street School, è stata custode della banca e ha fatto anche il bucato al Domingo's Market. Questi posti erano facilmente raggiungibili a piedi da casa sua. Papi e nonna non hanno mai posseduto una macchina e nemmeno imparato a guidare. Mi torna in mente che mi permetteva che io l'aiutassi a pulire all'interno della scuola. Mi dava uno straccio per spolverare i banchi ma poi tornava indietro per "rispolverarli" mentre io andavo nell'aula successiva. Il suo amore per il prossimo comprendeva anche un fortissimo amor di patria. "America the Beautiful" è stata il primo canto che ha imparato appena giunta negli USA. Ha continuato a intonarlo fino al giorno della sua morte. Un'altra melodia che ci cantava quando eravamo piccoli (e anche da grandi) era "Tu scendi dalle stelle", «la canzone di nonna», come la chiamavamo noi. Non dimenticherò mai la prima volta che ha stretto tra le braccia la sua prima pronipote, la mia figlioletta. Si mise a piangere e non la smetteva. Le chiesi perché piangesse. – Piango – mi rispose – perché la tua povera madre non potrà mai tenere questa bimba tra le sue braccia. Mamma era scomparsa mentre ero incinta e scoppiai a piangere con nonna. Ancora custodisco una piccola cornice con la foto di nonna posta sul ripiano della cucina. Mi sorride mentre cerco di realizzare le sue ricette. Ho parecchie varianti della stessa ricetta con dosi diverse. Per quanto ci abbia provato, i miei dolci non potranno mai avere il sapore di quelli di nonna. Con il suo straordinario esempio, Carmela Mendozzi DiCianno ci ha insegnato come prendersi cura gli uni degli altri nella famiglia e nel mondo. Verso di lei provo un sentimento d'immensa gratitudine per le innumerevoli e preziose lezioni di vita che ci ha trasmesso durante tutta la sua straordinaria esistenza. Nonna, mi manchi tanto... Carmela DiCianno (trad. di Felice Santilli) Fonte: C. DiCianno, La storia di Carmela Mendozzi DiCianno , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- I pulcini impauriti ai Giochi della Gioventù
L'inserimento dei Giochi della Gioventù nel sistema scolastico fu una vera rivoluzione che coinvolse e influenzò un'intera generazione di studenti. A trarne i maggiori benefici furono certamente coloro i quali abitavano nei piccoli centri, e Capracotta rientrò di diritto in questa casistica. I Giochi produssero benefici ludici ma soprattutto sociali. In quegli anni la vita che si svolgeva nel nostro piccolo centro era prossima all'isolamento più totale rispetto anche ai paesi del circondario. Fu grazie alle numerose gare che si svolsero prima a livello comunale e poi regionale che potemmo confrontarci con coetanei i quali, malgrado vivessero a pochi chilometri da noi, ci consideravano talmente diversi da creare un clima di diffidenza mista a ostilità tra i rappresentanti delle diverse scuole. Questa convinzione svanì ai primissimi approcci. Miracolo dello sport che fin dall'antichità ha sempre avvicinato i popoli, anche i più diversi e distanti tra loro, figuriamoci se poteva fallire tra ragazzi divisi solo da qualche piccola montagna! In sintesi i Giochi anticiparono la funzione svolta dal servizio militare negli anni del dopoguerra quando i giovani dell'epoca, grazie al servizio di leva, poterono sperimentare la vita lontano dalle proprie case a contatto con coetanei di diversa provenienza, estrazione socialee culturale. I Giochi determinarono una vera e propria rivoluzione perché oltre a strapparci dall'isolamento in cui vivevamo, ci permisero di conoscere altre discipline sportive, quali la pallavolo, la pallacanestro, la ginnastica, il ciclismo e tutte le specialità dell'atletica leggera, oltre i soliti calcio e sci. Lo spirito dei Giochi della Gioventù era quello di coinvolgere la totalità degli studenti alla pratica sportiva anche in assenza d'impianti sportivi. A Capracotta l'obiettivo fu largamente raggiunto, infatti furono coinvolti quasi tutti gli alunni della scuola media nelle varie discipline. Questo importante risultato fu possibile conseguirlo grazie all'impegno e alla competenza del professor Michelino Potena, vero volano di tutto il movimento sportivo capracottese, che in quegli anni toccò livelli mai più raggiunti per partecipazione e piazzamenti e, cosa ancora più importante, per il numero di ragazzi coinvolti. Nella sua opera fu appoggiato da altri volontari i quali senza alcun interesse, sottraendo anche del tempo alle loro attività, resero possibile la nostra crescita sportiva. Mi corre obbligo rammentare coloro i quali hanno reso possibile questo sogno: il professor Michelino Potena (il quale in quella stagione insegnava a Trivento, ma tornava a Capracotta), mastro Peppino D'Andrea, il professor Angelo Conti, il professor Mario Comegna, il professor Oreste Ianiro, Vincenzino Comegna, il professor Vittorio Giuliano, Pasqualino Di Vito. A questi e altri che involontariamente non ricordo va, anche se tardivo, il mio più sincero ringraziamento. L'episodio di seguito raccontato si colloca negli anni 1968-69 durante i quali frequentavo la scuola media. I fatti si svolsero pressappoco nel seguente modo. Durante l'inverno del 1968 nell'ambiente scolastico si cominciò a parlare di un argomento del tutto nuovo: i Giochi della Gioventù . Tutti noi studenti mostrammo grande interesse per questa novità senza peraltro sapere di cosa si trattasse. Con l'approssimarsi della primavera e con il completo scioglimento della neve iniziarono le varie gare che consentirono la selezione dei rappresentanti della nostra scuola alla fase regionale. Per lo svolgimento delle diverse competizioni, oltre al campo di calcio, furono utilizzate le strade e le piazze cittadine che in quei giorni si trasformarono in un vero e proprio impianto sportivo, sotto lo sguardo compiaciuto della popolazione adulta. Finalmente giunse il giorno delle gare regionali da svolgersi a Campobasso. La sera precedente, presso lo Sci Club, che era la base operativa di tutte le manifestazioni sportive, ci fu una riunione di tutti i qualificati alla fase regionale. Ci furono consegnate delle vecchie tute ginniche. Tute una diversa dall'altra, taglie grandi e che sicuramente erano state utilizzate prima di noi da altri atleti dello Sci Club. Presi dall'euforia non badammo molto all'apparenza, né considerammo l'impressione che avremmo fatto l'indomani, agli occhi degli osservatori, con quelle tute, vecchie e variopinte. Si stabilì l'orario di partenza e il saggio mastro Peppino D'Andrea, utilissimo collaboratore nell'organizzazione della spedizione, suggerì a Michelino di anticipare la partenza, perché alcuni di noi avevano segnalato sofferenza di mal d'auto. Ed è per questo che mastro Peppino, come suo solito mentre parlava si aggiustava i pantaloni tirando su la cintola, ci raccomandò, tassativamente, di non mangiare prima della partenza pensando che, a stomaco vuoto, si potesse evitare il mal d'auto. Il mattino seguente ancora prima del sorgere il sole ci ritrovammo in piazza, dove sempre il solito mastro Peppino invitò quelli che soffrivano il mal d'auto a prendere posto sulla sua 500 giardinetta. Inoltre Peppino anticipò la sua partenza per compensare qualche inevitabile sosta. I rimanenti salimmo sulla 500 di Michelino. Così ultimati i preliminari, finalmente, ci avviammo anche noi, ma appena oltrepassata la fontana di Fonticelle, a poche decine di metri più avanti, scorgemmo la sagoma della 500 giardinetta ferma sul ciglio della strada. Mastro Peppino inveiva verbalmente verso i due marciatori, Lucio Fiadino (di Fiore) ed Enrico Palomba (detto Ottantotto), i quali erano poggiati con le rispettive teste a un palo della segnaletica stradale "vomitando anche l'anima". Il motivo della ramanzina da parte di Peppino ai due compagni era il supposto loro mancato rispetto della consegna di non toccare cibo prima della partenza. A nulla valsero i giuramenti dei due, doppiamente sfortunati, convincere il loro burbero autista di aver rispettato alla lettera tutto quanto gli era stato raccomandato. Sfogata tutta la sua contrarietà Peppino si avvicinò alla nostra macchina per ragguagliare il capo spedizione formulando anche una previsione ottimistica. Per il seguito del viaggio, a suo dire, una volta svuotato lo stomaco, i due non avrebbero avuto altri problemi. Mai un pronostico fu così disatteso. Da quella fermata fino alla discesa di Castelpetroso, che immetteva al lungo rettilineo verso Bojano, le soste forzate causate dall'indisposizione dei due furono parecchie durante le quali si crearono situazioni che raggiunsero picchi di pura comicità alimentate dalla schiettezza e semplicità di mastro Peppino e dalla complicità di Michelino. Ormai il sonno aveva lasciato il posto all'euforia che si era impadronita di noi e già azzardavamo pronostici sulle prove che ci attendevano. Noi, in gara, eravamo convinti di poter fare carta straccia dei nostri avversari. Il nostro accompagnatore, però, conosceva le nostre reali capacità e cercò in tutti i modi di stemperare la nostra euforia spiegandoci che ci saremmo dovuti cimentare in discipline a noi del tutto sconosciute fino a qualche settimana prima e confrontare con ragazzi più allenati di noi. Intanto imboccammo il lungo rettilineo che poneva fine al tratto di strada più tortuoso dell'intero percorso. Il che indusse Michelino ad affermare che da lì in poi non avremmo dovuto avere più intoppi, ma ancora una volta quest'ottimistica previsione fu smentita dai fatti, perché in lontananza scorgemmo, circa all'altezza di Bojano, la sagoma della giardinetta di mastro Peppino e avvicinandoci stentammo a credere ai nostri occhi perché notammo che i due marciatori si erano avviati a passo di marcia in direzione di Campobasso. Mastro Peppino intanto si rapportò a Michele e gli confidò di aver loro suggerito di approfittare dell'ennesima sosta per fare un po' di riscaldamento. Cosa che difficilmente avrebbero avuto la possibilità di svolgere prima della gara, considerando il forte ritardo che avevamo accumulato, e terminò il suo rapporto con la seguente domanda: – Che dici Michele, ho fatto bene? E l'interpellato, che a stento si tratteneva dallo scoppiare nella sua proverbiale e fragorosa risata, rispose con altrettanta schiettezza: – Ma certo Peppino, hai avuto un'ottima idea! E mentre il fedele collaboratore, con malcelata soddisfazione, si avviò verso il proprio mezzo noi tutti ci lasciammo andare ad una irrefrenabile risata troppo a lungo repressa. Finalmente arrivammo a destinazione e scorgemmo l'imponente sagoma del "campo scuola di atletica" di Campobasso. Una struttura che comprendeva gli spogliatoi al piano inferiore, mentre al piano superiore erano posti gli uffici, da dove un altoparlante impartiva annunci in continuazione. Ci sembrò veramente troppo dover gareggiare in un vero campo di atletica, per chi (come noi) era abituato a svolgere le attività sportive lungo le strade del paese perché il nostro campo sportivo era utilizzabile poco a causa di lunghi e ripetuti lavori che non approdavano mai a niente. Di colpo le nostre certezze e i nostri propositi svanirono facendo posto a un senso di vuoto dal quale fummo immediatamente sottratti da un organizzatore della manifestazione che ci sollecitò a prepararci per gareggiare. Indossammo quelle buffe tute e quando ci trovammo a contatto con gli altri atleti, risaltò ai nostri occhi in modo evidente, la differenza di abbigliamento. La nostra iniziale convinzione di fieri guerrieri si era ormai trasformata in quella di pulcini impauriti. La prima gara che si svolse fu la marcia e i nostri due rappresentanti erano Lucio ed Enrico le cui condizioni psicofisiche, considerando il digiuno e le sofferenze del viaggio, erano tali da sconsigliare qualsiasi competizione sportiva, ma erano sorretti da una determinazione infinita. I due formavano una coppia poco omogenea: il primo, un piccoletto scuro di pelle molto similea un boscimano africano, il secondo un lungagnone lentigginoso con due lunghe e ossute gambe da fenicottero. Parte la gara, e i nostri, ancora sorretti dall'adrenalina accumulata, sembravano tenere il passo ma già dopo il primo giro, i postumi del viaggio incominciarono a far sentire i loro effetti. Il primo a cedere fu Lucio che senza alcun preavviso si avvicinò al prato e si accasciò al suolo tenendosi il ventre. Intanto noi, in attesa del nostro turno, seguivamo la gara dal bordo pista, abbandonando al proprio destino il povero Lucio. Intensificammo il nostro accanito tifo a favore di Enrico il quale, nonostante il nostro sostegno, incominciò anche lui a manifestare chiari segni di cedimento, causati da forti dolori all'addome che lo costringevano quasi a fermarsi. Gli piombammo alle spalle come dei falchi e con le nostre grida, che erano un misto d'incoraggiamento e rimprovero, lo costringemmo a riprendere la gara. Enrico, per recuperare il terreno perso era costretto a correre perdendo il passo della marcia, inducendo il giudice di gara a richiamarlo, diverse volte, a eseguire la giusta tecnica della marcia, pena la squalifica. Penalizzazione questa mai attuata perché, dopo qualche decina di metri, il povero Enrico stramazzò sulla pista contorcendosi per il dolore di pancia. La nostra delusione fu talmente grande che nessuno pensò di confortarlo, ma addirittura Emilio Paglione ( Brielùcce ), il più invasato e il più deluso della performance del nostro compagno, lo aggredì con veementi rimproveri concludendo il suo sfogo con una frase alla quale ricorreva ogni qualvolta voleva esprimere tutta la sua contrarietà nei confronti di qualcuno: – Vatte a abbuttà de sciùre cuótte. Finita la gara di marcia ognuno di noi altri, si diresse al settore del campo, dove eseguire la gara alla quale era iscritto. Io ero stato selezionato per il salto in lungo. Quando raggiunsi la pedana del salto, gli atleti con i quali mi dovevo confrontare avevano già eseguito diversi salti di prova per riscaldamento. Io ebbi appena il tempo di togliere la tuta che fui chiamato a eseguire la mia prima prova. Dopo una lunga rincorsa spiccai un bel salto. Un giudice di gara mi venne vicino e mentre m'invitava ad uscire dalla buca mi confermò ciò che già immaginavo e cioè che purtroppo il salto non era valido perché allo stacco sulla pedana avevo, anche se di poco, oltrepassato la linea bianca. Quando provai ad alzarmi crollai di nuovo nella sabbia perché accusavo un forte dolore all'inguine. Dopo ripetuti tentativi, constatata l'impossibilità di potermi mettere in posizione eretta, da solo, fui preso di peso dai giudici e accompagnato nell'infermeria della struttura, dove un medico spiegò a Michelino che avevo subito uno strappo all'inguine. Così restai disteso su un lettino, con un batuffolo di ovatta imbevuto d'acqua poggiato sulla parte dolente della gamba, fino a quando le gare giunsero a termine. A fine manifestazione, dopo esserci ristorati sufficientemente, riprendemmo la strada del ritorno. Alla sofferenza del mal d'auto dei marciatori si aggiunse la mia, perché l'angusto spazio offerto dalla 500 accentuava il mio disagio. Arrivato a casa, fui sistemato a letto e da quel momento iniziò una lunga convalescenza. Un pomeriggio fui accompagnato presso l'ambulatorio del dottor Antonio Di Nardo il quale, insieme al dottor Gervasio Evangelista, mi sottoposero ad una accurata visita. Tra l'altro con un metro misurarono la distanza tra l'anca e la rotula delle mie due gambe per stabilire l'entità dell'allungamento della gamba infortunata. I tempi di recupero furono molto lunghi. Intanto, giunse il giorno degli esami di terza media. Quando non trovavo un mezzo che da casa mi portasse a scuola, la raggiungevo a piedi e durante questo tragitto passavo davanti l'abitazione di Mario Paglione ( Nigghióne ) il quale, ogni volta che mi vedeva, mi canzonava con la seguente frase: – Ecche Ughétte de Piesculanciàne. Ughétte era un signore di Pescolanciano, commerciante di stoffe, assiduo frequentatore del mercato settimanale del lunedì a Capracotta. Ricordo che era di corporatura esile, scuro di pelle e di capelli, con una voce nasale e un paio di baffi sempre ben curati, non si separava mai da quello che era il suo strumento di lavoro, un metro per sarti, che portava poggiato su una spalla e che gli scendeva lungo il corpo. La sua peculiarità era il suo modo di camminare, determinato da una probabile malattia congenita ad una gamba. Ad ogni passo compiva un ampio giro, verso l'esterno, col piede della gamba offesa, associando a questa azione del piede una flessione del busto in avanti. Era un po' simile a questa l'andatura che l'infortunio mi aveva imposto. Durante questo periodo dovetti subire gli sfottò di tutti i miei amici, oltre che di Nigghióne . Questi furono gli approcci con i Giochi della Gioventù. Nelle prime manifestazioni non raggiungemmo risultati rilevanti, soprattutto perché scontammo la totale assenza di esperienza alla competizione, ma negli anni successivi molti di noi raggiunsero traguardi anche importanti accompagnati da grandi soddisfazioni, oltre che nello sci, nella ginnastica, dove la squadra si qualificò alla fase nazionale di Roma, e il citato Ottantotto realizzò il sogno nella marcia presso lo Stadio dei Marmi classificandosi all'ottavo posto. Per quanto mi riguarda, abbandonato il salto in lungo, mi dedicai con assiduità alla pallavolo. Anche in questa disciplina, da brutti anatroccoli che eravamo, nel volgere di pochi anni ci trasformammo in un'imbattibile ammirata squadra nella provincia di Isernia e dintorni. Ancora oggi a distanza di tanti anni sono riconosciuto, con soddisfazione, un elemento di punta di quella squadra. A Lucio il marciatore ho chiesto adesso, a oltre quarant'anni dall'accaduto: – Ti ricordi di quella gara di marcia ai Giochi della Gioventù a Campobasso? Mi ha risposto: – Certo! Ricordo molto bene il "riscaldamento" fatto sul rettifilo di Bojano! E scoppiamo a ridere tutti e due. Lucio Fiadino Fonte: L. Fiadino, I pulcini impauriti ai Giochi della Gioventù , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- La gelida estate di Andrea
Nonostante foss'estate, quella mattina di settembre il cielo era nero come la pegola, quasi a voler annunciare il triste destino che stava per investire il giovane figlio del massaro. Andrea era nato nel 1722 da Carlo Ferrelli e Grazia Liberatore, sposatisi nel 1713. Sua sorella Antonia era due anni più grande di lui ed anche per questo in casa veniva trattato con tutte quelle accortezze riservate a un primogenito. Suo nonno Marsilio, originario di Roccaspinalveti, si era ritrovato a Capracotta molti anni addietro durante una transumanza finita male e qui aveva messo famiglia. Andrea aveva soltanto venticinque anni ma non possedeva il fisico forte e resistente di nonno Marsilio. Lunedì 11 settembre 1747 Andrea era più stanco del solito, non ce la faceva davvero più a respirare sotto le fredde lenzuola di lana, e anche se i familiari si stavano adoperando per riscaldare l'ambiente e somministrargli minestre calde, ormai non c'era niente da fare. Andrea stava morendo di tisi. Alle ore 15:00, come Nostro Signore, Andrea chiuse gli occhi per sempre. I Ferrelli erano una famiglia molto rispettata nel piccolo paese di Capracotta. Non appena si sparse la notizia della morte di Andrea, le campane della Chiesa Madre suonarono a lutto e tanti compaesani cominciarono a prepararsi per mettersi in marcia verso il Colle dove stava l'abitazione di papà Carlo e mamma Grazia, per ottemperare a quello che è stato, e sempre sarà, un obbligo: esternare le proprie condoglianze alla famiglia dell'estinto. Il cielo era scuro, l'aria gelida. Di certo non era più estate, e nemmeno si poteva dire fosse autunno. In quel settembre, a Capracotta, era inverno. Perlomeno lo fu per Andrea, tanto che in punto di morte la mamma aveva pronunciato con gli occhi vitrei: – È già matùre r' pire... Scié bendétta la Madonna de Lurìte. Nel frattempo casa Ferrelli si andò riempiendo di gente. C'erano volti di amici e di parenti, sguardi buoni, umani, dolenti. E c'erano pure volti di nemici ed avversari, sguardi rancorosi, sardonici, fieri di assistere alla disgrazia di chi li aveva a suo tempo abbandonati in disgrazia. Volti disgraziati. In casa vi erano già l'arciprete don Giuseppe Campanelli, il medico e il sindaco quando, alle ore 20:00, giunsero i necrofori, col compito di trasferire il cadavere di Andrea dal rione S. Maria delle Grazie al piccolo cimitero di montagna sotto la grande Chiesa dell'Assunta. Proprio in quell'istante entrò in casa anche il cancelliere dell'Università, don Nicola Mosca, giunto a far visita alla famiglia con un ritardo causato dalle incombenze burocratiche che aveva dovuto sbrigare. Nell'abitazione di Carlo Ferrelli, tra il primo e il secondo piano, c'erano a quel punto un centinaio di persone quando cominciarono a udirsi strani scricchiolii. Nessuno fece in tempo a capire da dove provenissero quei rumori, attutiti dal pianto delle prefiche, ché le travi di casa sconquassarono in un'assordante esplosione. Pioggia, polvere, sangue... Quando il mattino seguente, di buon'ora, don Nicola tornò nella casa dell'Università per mettere su carta ciò a cui aveva assistito nell'abitazione dei Ferrelli, scrisse che «per la gran calca della gente ivi accorsa, si ruppero nel primo appartamento trè travi, e nel secondo due, e l'uni, e l'altri in mezzo colla ruina di circa cento persone, delle quali se ne contano settantasette offesi, e feriti, e l'altri illesi senza però, che vi fusse morto niuno, gratie à Dio». Infatti nessuno perse la vita durante quello spaventoso incidente. Soltanto un cadavere venne estratto dalle macerie, quello di Andrea. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Poliorama letterario di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2020.
- La fontana del Colle fra vaccini, aste e puntini
Il 3 giugno 1894, in occasione della riapertura dell'asilo infantile dopo il notevole intervento di ristrutturazione voluto dall'indimenticato Nicola Falconi (1834-1916), fu messo in opera anche un fontanino nel cortile di Palazzo Baccari, lo splendido edificio cinquecentesco che, oltre all'asilo, ospiterà poi il teatro, la scuola elementare, la caserma dei Carabinieri ed infine la residenza per anziani. Era quello il limite invalicabile che noi scolaretti di San Giovanni dovevamo rispettare in quanto, per ataviche forme di campanilismo, ci era precluso l'ingresso nel Rione Sant'Antonio. E proprio grazie a ciò ho potuto ammirare nei tempi andati la fontana col citrìglie (bambino), come diceva mia nonna Giovannina. Degli anni all'asilo ho pochi ricordi perché, assieme a mio fratello Mario, l'ho frequentato pochissimo. Stavamo perlopiù a casa con mamma, la quale, da perfetta smartworker e grazie a una pesante macchina in ghisa, confezionava in lana le nostre maglie della salute che, dopo averle indossate, causavano un prurito difficile da lenire. Alle scuole elementari, invece, quelli più grandi provavano compassione di noi quando sentivano chi era il nostro maestro, in tempi in cui le reazioni dei genitori, in caso di scarso rendimento o cattiva condotta, erano alquanto sconsiderate. La scuola di certo non era una prigione ma il numero degli alunni per classe oscillava dalle 35 alle 40 unità e tutti quei ragazzini assomigliavano davvero a piccoli animaletti selvatici tenuti in cattività. Quando la nostra attenzione calava bruscamente dopo pochi minuti - il corpo voleva librarsi nell'aria come Tarzan - ogni deterrente era buono per ristabilire l'ordine e la concentrazione. A quei tempi era infatti considerato lecito l'utilizzo della bacchetta, ossia la famosa e inquietante Santa Justa . In barba a qualsiasi regola pedagogica, quotidianamente questa veniva calata sulle mani del malcapitato con dolorose "spalmate", anche se nei casi meno gravi il maestro si limitava a spedirci dietro la lavagna o a spedirci per le classi, in sua compagnia, con un cappello di carta con su scritto "Io sono un asino". In quella particolare circostanza il capoclasse si impegnava a trascrivere sulla lavagna i nomi dei buoni e dei cattivi, cosicché, non appena il maestro rientrava in classe, poteva impartire le punizioni del caso. Furono tempi duri, soprattutto furono diversi rispetto a quelli attuali. Si andava a scuola con grembiule, fiocchetto, scudetto (che indicava la classe) e cestino per la merenda; adesso invece è tollerato persino il tatuaggio a vista in qualsiasi parte del corpo. L'unico tatuaggio che abbiamo conosciuto noi è stato quello impresso sul braccio sinistro con un bisturi sterilizzato su fiamma, con nostro sommo terrore, al tempo della vaccinazione contro il vaiolo. Quello contro la polio, d'altronde, fu somministrato con più dolcezza, tramite uno zuccherino. Nei primi anni di scuola abbiamo consumato litri di inchiostro, decine di pennini e quaderni, chili di cenere e carta assorbente, solo per disegnare aste e puntini, scrivere le lettere dell'alfabeto e poter così superare l'esame di seconda e poi quello di quinta elementare, utile al prosieguo in scuola media. Data la scarsa alfabetizzazione dei nostri genitori (salvo casi eccezionali) non venivamo supportati nello svolgimento dei compiti scolastici, se non attraverso l'aiuto di un nonno o di qualche altro conoscente, fermo restando che i risultati restavano scarsi. Sì, siamo la generazione delle aste e dei puntini ma siamo anche quelli che hanno visto i primi PC e i primi tablet, oggi utillizati in modo ossessivo. Questa tecnologia compulsiva sembra velocizzare il tempo e, senza rendercene conto, ci catapulta in un baleno dall'asilo d'infanzia alla residenza per anziani! Filippo Di Tella
- Il miracolo del postiere
Una bella mattina di aprile, nell'ufficio postale di Capracotta, il postiere Vittorio teneva tra le mani una lettera strana: Mittente: Nessuno Destinatario: Carlo Aglio Indirizzo: Nessuno Il francobollo e il timbro postale riconducevano a Treviso, la data di spedizione riportava alla fine di febbraio. Non potendola rispedire al mittente, la lettera andava distrutta, ma Vittorio la teneva in mano soppesandola, la fissava quasi ipnotizzato e pensava, pensava, pensava... la doveva aprire, aveva deciso. Con molta pazienza, facendo attenzione a non danneggiarne i lembi, l'aveva aperta. All'interno poche righe scritte in bella grafia: "Caro Carlo, la tua lontananza ci rattrista, i soldi che hai mandato sono arrivati, per il resto tutto bene". Nessun riferimento a cose o persone, si poteva buttare nella stufa ma, continuando a fissare la busta e quel nome e cognome, il postiere decise di conservarla. A Capracotta l'inverno era passato da poco. Per lo spazzacamino Gian Carlo Scaglione, detto l'Abissino, il lavoro era tanto. In paese lo avevano soprannominato Abissino perché era completamente e costantemente nero di fuliggine sporco. Gian Carlo Scaglione, 38 anni, viveva solo in una casa malandata e piccola, dormiva con i topi a terra su un pagliericcio, non si lavava da decenni, mangiava solo pane cipolla e lardo, beveva soltanto acqua, la sua puzza lo precedeva di metri, non aveva amici. Si vantava di aver avuto molte donne quando aveva fatto il militare, in paese però tutti lo tenevano lontano, si parlava di lui solo quando bisognava pulire la ciummenèra . Tutti i denari che guadagnava, ed erano tanti, li custodiva in un bucco che portava sempre a tracolla e dal quale non si separava mai, nemmeno quando dormiva. Le mamme usavano terrorizzare i piccoli evocando l'immagine dell'uomo nero: "Se non mangi ti porto dall'Abissino! Se fai il cattivo ti verrà a prendere l'Abissino!". I bambini ne erano terrorizzati. Fu un pomeriggio quando, rientrando a casa dopo aver pulito l'ultima ciummenèra di quel giorno, Gian Carlo vide infilata per metà sotto il portone una cosa bianca e si chinò per raccoglierla: era una lettera. Aveva frequentato solo le scuole elementari, anche se non benissimo sapeva leggere e scrivere. La lettera era indirizzata a: Giancarlo Scaglione via Torre Vecchia 7 Capracotta, Isernia Era lui, proprio lui, aveva ricevuto una lettera! Mai successo prima. In alto a sinistra sulla busta c'era scritto: Rosa De Giuli via M. Rossi Treviso E sì che aveva fatto il militare a Treviso, ma in diciotto mesi non aveva conosciuto nessuno e soprattutto quella Rosa De Giuli, chi mai poteva essere? La busta era ben chiusa, il timbro sul francobollo diceva "Treviso 27 febbraio", aveva impiegato tanto per arrivare, ma chi cappero era quella Rosa? Dopo attimi di indecisione aveva aperto la busta, all'interno un candido foglio arrecava scritto: "Caro Gian Carlo, sono passati tanti anni ma credimi, da quella volta sempre nel cuore ti ho tenuto. Finalmente ho trovato il coraggio di scriverti, ti confesso che tanto mi farebbe felice venire da te a quel paese tuo con quel nome strano e, perché no, restare lì sempre e per sempre con te. Ti bacio con affetto Gian Carlo, sempre tua, Rosa". In fondo al foglio erano incollati odorosi petali di rosa... Tale era stato lo stupore che per lunghi attimi era rimasto immobile, incapace di fare qualsiasi cosa. Una donna gli scriveva e pensava addirittura di andare a vivere con lui, ma chi mai poteva essere quella Rosa e poi, come avrebbe fatto ad accoglierla in quella casa, cosa avrebbe detto il paese, cosa avrebbe pensato lei vedendolo così conciato? Perché, perché, troppi perché affollavano la sua mente. "Domattina andrò con la lettera dal postiere, lui saprà consigliarmi", aveva pensato ad alta voce. L'indomani mattina di buon'ora si era recato dal postiere che quasi sembrava lo aspettasse. Subito gli aveva esposto le sue difficoltà riguardo la lettera ricevuta. – Che vuoi che ti dica Abissino, non ho grande esperienza in fatto di donne, fossi in te chiederei consiglio al sarto Giovanni, vedrai, lui saprà dirti – gli aveva detto. Rapido si diresse dal sarto il quale lo indirizzò dal vasaio che lo mandò dal farmacista che a sua volta lo accompagnò dal medico Peppe. – Allora vediamo di cosa si tratta, dammi la lettera – disse il medico. Abissino molto timidamente gli porse la lettera che nel frattempo non era più bianca bensì quasi nera. – Dottó mi devi aiutare, non so proprio che fare. Presa la lettera con la punta delle dita il medico iniziò a leggere. Seguirono lunghissimi attimi di silenzio. – Dunque, da quanto capisco la suddetta Rosa cerca marito e mi sembra abbia scelto te. Di certo sarà una delle tante donne che hai conquistato quando hai fatto lì a Treviso il militare, dico bene? Con voce tremante Abissino, sapendo di mentire: – E certo dottó, ma chi se la ricorda, sono state così tante... – Non importa, non importa, adesso ti dico. Allora, dobbiamo procedere in questo modo: domattina stesso darò incarico al postiere di invitare con un telegramma la Rosa qui a Capracotta, le daremo appuntamento per il 30 maggio. Oggi è 4, quindi abbiamo 26 giorni per sistemare tutto il resto... – Che sarebbe tutto il resto dottó? – Stai zitto e ascolta: punto uno ti devi dare una bella ripulita, devi sembrare un cristiano e non un orso; punto due ti devi comprare un po' di vestiti nuovi da cristiano; punto tre devi sistemare quella casa che tieni, che più che una casa sembra una grotta; punto quattro dobbiamo organizzare una serata con un rinfresco e una bella serenata, tutto il paese dovrà fare una bellissima figura. Ci siamo capiti? – Inzomma dottó, ho capito abbastanza ma mi sembra che ci vogliono assai soldi, quasi quasi è meglio ca no. E poi dottó non ho capito, dite sempre dobbiamo, facciamo, ma significa che mi aiutate pure a pagare tutte le spese che siete detto? – Abissì per cortesia! Questa è una grande occasione per te e non puoi lasciarla andare! Quando dico "dobbiamo" vuol dire che io e gli altri del paese organizzeremo tutto, tu dovrai solo pagare, noi ti saremo sempre dietro, stai tranquillo. Ma sai che ti dico, il telegramma domattina al postiere glielo pago io, stai tranquillo. L'Abissino pareva convinto anche se il pensiero di tutti quei soldi che doveva sborsare non troppo gli piaceva. Salutò il dottor Peppe e andò via. L'indomani giorno, di buon'ora, i due fratelli muratori bussarono alla porta dell'Abissino: – Che volete a quest'ora? – chiese scocciato quando li vide. – Ci manda il dottor Peppe, ti dobbiamo sistemare casa – e così, scansandolo da un lato, entrarono e si misero subito all'opera. Poi fu il turno dell'imbianchino, dell'idraulico, del falegname, del sarto e poi del barbiere. Dopo quindici giorni tutto era pronto, tutti erano stati pagati con grande dolore per l'Abissino. La casa, che prima era una caverna, si era trasformata in un gioiellino. Ma il lavoro meglio riuscito era stato quello del sarto e del barbiere che con grossa fatica avevano trasformato Gian Carlo, detto l'Abissino, in un cristiano normale. Nessuno lo riconosceva, alcuni pensavano addirittura che fosse forestiero, i bambini quando lo vedevano non scappavano via come prima e le donne del paese che mai lo avevano considerato, iniziavano ad avvicinarlo, alcune si mostravano anche vagamente interessate, era diventato proprio un bell'uomo. Che dire, questo nuovo "essere" al Gian Carlo iniziava a piacere, ci si trovava bene in quegli abiti nuovi, puliti, profumati. A casa poi un bel letto matrimoniale lo accoglieva ogni sera, non mangiava più pane e lardo seduto a terra ma in cucina seduto ad un bel tavolo in legno pasta col sugo a pranzo e a cena. Ma la novità assoluta di cui fino ad allora ignorava l'esistenza era il bagno. Quel secchio di metallo che per anni era stato il suo water era ormai un ricordo da cancellare definitivamente. Un grazioso bagnetto con lavandino, water e piccola vasca da bagno, era pronto ad accoglierlo in qualsiasi momento della giornata. Aveva speso dolorosamente tanto, era vero, ma forse forse ne era valsa la pena. La mattina del 30 maggio alle 12:00 il camposantaro, su incarico del medico Peppe, era andato a prendere con la macchina la Rosa, che sarebbe giunta in treno alla stazione di Isernia. A Capracotta la signora avrebbe alloggiato nel piccolo albergo del paese. La stanza prescelta aveva un ampio balcone che affacciava sul giardino, il bagno in camera e un ampio letto matrimoniale. – La matrimoniale costa di più ma se dopo la serenata va succedendo qualcosa, devi essere pronto. E finiscila di pensare sempre ai soldi! – aveva detto il medico quando l'Abissino si era lamentato per la spesa eccessiva. A quanto riferiva il camposantaro la Rosa era giunta in albergo alle 15:00, gran bella donna, molto timida, si era subito chiusa in camera. Per tutto il pomeriggio un viavai di gente nel giardino dell'albergo per preparare il banchetto. Al centro di una lunga tavolata troneggiava una dorata porchetta con limone in bocca, alle estremità due enormi prosciutti pronti per essere affettati e nel mezzo caciocavalli, ricotte, pecorini, salsicce d'ogni tipo e tanto altro ben di Dio. Accanto altri due tavoli più piccoli: su di uno tre damigiane di vino rosso, sull'altro dolci e torte a volontà. – Dottó ma non è troppo assai tutta sta robba, chissà quanto mi costa! – si era rivolto preoccupato per la spesa Gian Carlo al dottore, ma questi, portandosi l'indice sulla labbra, lo aveva ammonito a stare zitto e aveva indicato il balcone. – Stai zitto, vuoi che ti senta la Rosa? – E vabbuó, così sia... Alle otto precise Gian Carlo, con un meraviglioso mazzo di rose rosse e con uno splendido vestito nuovo, si trovava sotto il balcone in compagnia di due suonatori e d'un cantante neomelodico fatto venire apposta da Napoli: naturalmente ci aveva pensato il dottore. Alle loro spalle gran parte del paese attendeva l'inizio della serenata, stabilito per le otto e mezza. La serenata ebbe inizio, nello stesso momento si diede il via anche al rinfresco. La serenata andava avanti già da mezz'ora, di pari passo gli invitati banchettavano serenamente deliziandosi di tutto quel ben di Dio. Ma la Rosa tardava a mostrarsi. Da quasi un ora sotto il balcone, Gian Carlo, sempre con le sue rose in mano, il cantante a cantare, i suonatori a suonare, ma niente, non si affacciava nessuno. Il cantante era un vero portento, cantava e beveva vino senza sosta e più beveva più il volume della sua voce aumentava. Finalmente si era accesa la luce della camera, Gian Carlo aveva iniziato a tremare, si stava aprendo il balcone, eccola! Tutti i presenti avevano iniziato a urlare, era scoppiato un fortissimo applauso, la Rosa era apparsa sul balcone. Bionda, alta, labbra rosse, sese grosse e belle gambe sapientemente mostrate da una gonna che si fermava sopra il ginocchio. La donna salutava e mandava baci a tutti. Gian Carlo era rimasto impietrito ad osservarla. Ma che stava succedendo? La Rosa si era infilata le mani dentro la camicetta e ne aveva estratto due grosse arance che aveva lanciato di sotto! Si stava strappando i capelli. In mano aveva una parrucca! – Ma è il postiere! – aveva urlato Gian Carlo. Alle spalle di Gian Carlo un fragoroso applauso seguito da gioiose risate e urla di grandi e piccoli. Gian Carlo Scaglione, fu Carlo Aglio, non sarebbe più stato l'Abissino. Per lui era iniziata una vita nuova, una vita migliore, una vita da cristiano. Il miracolo del postiere si era compiuto. Leo Giuliano
- Isoradio on my mind
...Uhhh bèiby do you know that's worth? Uhhh heaven is a place on heart... Bene, dopo questa canzone allegrotta di Belinda Carlisle, beccatevi la situazione del traffico sulle principali arterie di scomunicazione. Circolazione attualmente priva di rallentamenti tra Pescolanciano e Capracotta in Molise, approfittatene, perché altrove c'è l'inferno di lamiera. Si viaggia ad una corsia sola a causa di lavori in corso nel tratto stradale tra Alberga e Lamezia Terme e tra Pontecagnano e Civitanova Marche. Segnalate code intense sulla Salerno-Reggio Calabria, a causa di un tamponamento tra due veicoli, avvenuto nel 1989. Code chilometriche al Brennero, provenienti da Napoli e a Napoli Corso Malta provenienti dal Brennero. Sulla A9 Lainate-Como-Chiasso, in seguito al ribaltamento di un tir e del suo carico di latte, si può fare colazione se portate i biscotti. Occorre prestare attenzione sulla A7 Genova-Serravalle a causa dell'incendio di una scarpata che obbliga i veicoli a passare in mezzo a due pareti di fuoco. Si raccomanda pertanto la massima prudenza. Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, transito con catene dal traforo del Frejus in poi. Allo svincolo di Bologna Borgo Panigale un bel tacer non fu mai scritto, mentre è stata chiusa l'uscita di Firenze Lastra a Signa a causa della forte dispersione scolastica, dopo la scomparsa di alcuni scuolabus provenienti dalla provincia e deviati dagli storici scavi di Barberino del Mugello. Sempre gonfi di vento, i calzini a strisce biancorosse appesi tra Capua e Caianello e la gente oramai si chiedono stu sfaccimm' e vient' dove nous porterà, mannacci'a muort! Code anche tra Genova e Ventimiglia, forse anche Trenta/Quarantamiglia. Si consiglia di uscire a Savona e fare il giro per la Svizzera. A Milano Viale Certosa traffico paralizzato a causa di una manifestazione contro il governo Giolitti. Continuano i disagi sulla A14 tra Rimini sud e Riccione per il controesodo estivo, anche se siamo ormai quasi a novembre. Sull'A26, segnalate misteriose presenze aliene in corrispondenza di Gravellona Toce e conseguenti rallentamenti. Tra Portogruaro e Conegliano Veneto forse è iniziata la fine del mondo, visioni intense anche allo svincolo di Mestre. In entrata a Roma, sul Grande Raccordo Anulare, venti km. di fila in carreggiata interna e venti in carreggiata esterna, almeno si chiude il cerchio. Fine delle trasimissioni. No time, no space. State a casa se potete. E ora, riprendiamo a trasmettere brani simpatici degli anni '80, così almeno, vi sollazzate dentro. ...Ohhh I wanna dance with somebody. I wanna feel the heat with somebody. With somebody who loves me. Somebody uh... Paolo Chichi Fonte: http://fuochisullacollina.blogspot.com/ , 15 ottobre 2007.
- La storia di Giovanni Buccigrossi
Giovanni "Charley" Buccigrossi nacque a Capracotta, oggi provincia di Isernia, il 9 aprile del 1888. Il padre "Frank", nato nel 1859, emigrato prima verso il Brasile, decise poi di raggiungere gli Stati Uniti. Qui trovò lavoro nella Mount Hope Mine di proprietà della omonima Mount Hope Mining Company nel New Jersey. Nel 1909 fu nelle condizioni di pagare il biglietto per i due figli maschi: Giuseppe e Giovanni. I due fratelli giunsero ad Ellis Island a bordo del piroscafo "Mendoza". Anche loro due, come tantissimi altri, alla ricerca del "sogno americano". La famiglia Buccigrossi stabilì la sua residenza nella cittadina di Florence, Contea di Burlington, nel New Jersey. Giuseppe, il fratello più grande, trovò lavoro con il padre in miniera. Giovanni, a cui venne dato l'appellativo di Charley, andò a lavorare per la Florence Foundry. Il lavoro della fonderia era duro e massacrante ma garantiva un buon guadagno. Poi Charley conobbe, si innamorò e sposò l'italo-americana Lucia Mastrofrancesco. La ragazza era nata a San Severo, in provincia di Foggia, nel 1893. Dalla coppia nacquero ben nove figli: Frank; Michael; James; Alphonzo; Anthony, Joseph; Angeline; Carmela e John. Tutto sembrava andare per il meglio. Poi, purtroppo, il 19 dicembre del 1926 avvenne la tragedia. In un brutto incidente sul lavoro, all'interno della Florence Foundry, il povero Charley rimase ucciso. L'intera comunità italo-americana partecipò ai funerali e contribuì, per quello che poteva, a dare un segno tangibile di generosità. A Lucia, la moglie di Charley, toccò il duro compito di portare avanti la famiglia. Con grandi sacrifici ce la fece. Una delle figlie, Angeline, nata nel 1923, lavorò per oltre 40 anni con la General Motors e morì nel 2012. James "Knox" Buccigrossi, l'ultimo rimasto dei nove fratelli, morì l'11 febbraio del 2014. Aveva 93 anni. James "Knox" Buccigrossi aveva combattuto, facendosi onore, con la Marina statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale. Era stato dipendente della PSE & G, una società elettrica, e volontario dei Vigili del fuoco. Geremia Mancini Fonte: https://www.molisenews24.it/ , 25 maggio 2019.
- Natura e gusto nel borgo antico in Alto Molise
Castel del Giudice (IS) è uno dei piccoli borghi che costellano l'Appennino centrale, in Alto Molise, a 800 metri di altitudine, al confine con l'Abruzzo: è il simbolo di un territorio che vuole resistere allo spopolamento, cercando nel ritorno alla terra, alla tutela dell'ambiente, alla partecipazione condivisa e al turismo sostenibile i motivi di una rinascita. Vicino a Castel di Sangro e Roccaraso, l'antico borgo è immerso tra boschi e scenari montani ideali per praticare escursioni e passeggiate. È anche a pochi chilometri dalle principali località turistiche dell'Alto Molise, come Agnone, nota per le campane, il caciocavallo e la lavorazione del rame, Capracotta, il comune molisano più alto, ideale per il trekking e con piste di sci di fondo, e Pietrabbondante, per l'importante area archeologica sannitica. Castel del Giudice, con la sua comunità attiva, è un emblema per il rilancio delle aree interne. Dai terreni abbandonati è nato il meleto biologico Melise e anche antiche colture autoctone sono state recuperate, come la mela zitella, la gelata e la limoncella. Case e stalle in disuso sono state trasformate nell'albergo diffuso Borgotufi, nel ristorante Ocra Favola Molisana, in cui giovani chef propongono menu basati sulla tradizione dell'Alto Molise reinterpretati in chiave moderna. Non mancano alimenti caratteristici della zona come i formaggi e il tartufo bianco, e i piatti basati sulla lavorazione delle mele bio. La struttura principale di Borgotufi ospita anche un intimo centro benessere che si affaccia sui boschi, con piscina idromassaggio riscaldata, cascate a getto, sauna, bagno turco, docce emozionali con cromo e aromaterapia, sala massaggi. Duilio Tasselli Fonte: D. Tasselli, Natura e gusto nel borgo antico in Alto Molise , in «Diva e Donna», XIV:42, 23 ottobre 2018.
- Contributi alla fauna del Molise
Nel 1910, fui incaricato dall'illustre viaggiatore Dr. Lamberto Loria di percorrere in lungo e in largo la provincia di Campobasso (antico contado di Molise) a fine di raccogliere per lui - fondatore della Società di Etnografia italiana - oggetti e notizie. Occupatissimo nell'assolvere il mio dovere, soltanto a intervalli, e non mai quando avrei voluto e di rado nel momento più propizio, potei dedicare qualche giornata allo studio della Fauna, raccogliendo generalmente in fretta e con una tecnica superficiale, qualche materiale. Oggi pubblico un brevissimo elenco di Curculionidi da me raccolti tra Giugno e Settembre in tre delle più pittoresche località: nei monti di Capracotta e di Frosolone e sul ripidissimo M. Mutria, sempre al disopra di 1.000 m. d'altitudine, dove tra i Faggi vegeta in arboscelli la Belladonna. Dei pochi Curculionidi qui elencati, la più notevole specie è Barynotus Solari . La sua cattura a Capracotta ne estende l' habitat di parecchi km. a levante e lo abbassa di ben 1.000 m. Le specie furono cortesemente determinate dall'autorevolissimo Sig. Ferdinando Solari di Genova. Athos Mainardi Fonte: A. Mainardi, Contributi alla Fauna del Molise , in «Rivista Coleotterologica Italiana», XIII:1-3, Piacenza, gennaio-marzo 1915.
- Il partigiano Montezemolo e Capracotta
Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (1901-1944), detto Beppo, rampollo d'un nobile casato piemontese, fu uno dei principali organizzatori della Resistenza romana e pagò il suo eroismo con la tortura all'interno del carcere di via Tasso e infine con la propria vita nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Un mese dopo la liberazione di Roma, il generale Harold Alexander, capo delle forze alleate in Italia, inviò una lettera alla marchesa Amalia di Montezemolo, moglie di Beppo, esprimendole profonda ammirazione e gratitudine per l'opera del marito: Giuseppe venne infatti insignito della medaglia d'oro al valor militare della Resistenza. La storia del partigiano Montezemolo è stata riscoperta e approfondita da Mario Avagliano, che ha l'indubbio merito di aver portato all'attenzione del grande pubblico l'attività del Fronte militare clandestino di Roma, alla cui guida vi era proprio Beppo. Ebbi il privilegio di conoscere la sua storia dalle vive parole della gappista Lucia Ottobrini (1924-2015) durante una visita scolastica fra le mura del tristemente noto carcere di via Tasso, oggi Museo storico della Liberazione. Dei cinque figli di Giuseppe Montezemolo, il primogenito Manfredi, nato a Genova il 13 giugno 1924, scampò alle persecuzioni naziste grazie ai documenti falsi forniti dal padre, sui quali la nostra cittadina giocò un ruolo piccolo ma a suo modo determinante. Il 25 gennaio 1944 Montezemolo fu arrestato all'uscita da un incontro con altri esponenti del FMCR. Manfredi, che gli faceva da "galoppino", portando messaggi in giro per Roma, rischiò di finire nella stessa fatale retata. In una delle interviste contenute nel libro di Avagliano, Manfredi ha affermato: Quando seppi dell'attività di mio padre lo raggiunsi a Roma e, da sergente allievo ufficiale qual ero, mi misi a sua disposizione. Mio padre mi disse semplicemente: «Sappi che se ci prendono ci fucilano» ma, di fronte alla mia insistenza, mi incorporò al Comando del Fronte militare clandestino di Roma, che era formato da lui, dal colonnello Pacinotti, dal tenente colonnello Ercolani e dal diplomatico Filippo De Grenet. Per mezzo di una organizzazione che si stava formando mi furono dati documenti di riconoscimento falsi, con nome falso ed età inferiore alla reale. In un primo tempo fui incaricato di tenere i collegamenti con il senatore Motta, governatore di Roma ancora in carica. Questo mio compito durò fino a quando il senatore Motta fu arrestato e deportato nell'Italia Settentrionale. Successivamente la mia attività principale fu di portare e ricevere messaggi che la radio clandestina, cambiando di località tutti i giorni, riceveva e trasmetteva al Comando supremo, in quel momento a Brindisi. Sui documenti falsi il figlio di Giuseppe figurava di tre anni più giovane con i seguenti dati anagrafici: «Manfredi Conti da Capracotta, sfollato a Roma, classe 1927». A questo punto è lecito porsi tre domande: come mai fu scelta Capracotta come fittizio luogo di nascita? Perché fu scelto come cognome Conti, piuttosto diffuso nella nostra cittadina? Chi realizzò quel documento come faceva a sapere che la qualifica di "sfollato" era perfettamente verosimile, dato che Capracotta era stata appena sfollata, nel dicembre del 1943? Grazie alle ricerche di Mario Avagliano, credo di aver scoperto quale sia l'anello di congiunzione tra Giuseppe Montezemolo e i documenti falsi del figlio Manfredi. Nell'autunno del 1943 Beppo si era nascosto, assieme al generale di cavalleria Guido Accame, in via Martelli, nella casa del capracottese Ciro Giuliano, il più famoso tra i sarti di allora, «considerato un maestro dell'ago e del filo, la cui bottega è in corso d'Italia». Appare del tutto verosimile quindi che esistesse una certa confidenza tra Montezemolo e Giuliano, e che quest'ultimo abbia potuto suggerire a Beppo l'utilizzo di un'anagrafica "capracottese", per di più coerente coi tempi che correvano. Ancor più significativo è il fatto stesso che Ciro Giuliano abbia ospitato vertici della Resistenza romana e partigiani vari, entrando così a pieno titolo tra coloro che aiutarono la Capitale a liberarsi dal nazismo, un'azione di cui credo non parlò mai in vita. Sta a noi riconoscere, ora, alla sua memoria, quest'ulteriore medaglia di valore umano. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Avagliano, Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell'Italia occupata , Dalai, Milano 2012; G. Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma (ottobre 1943-gennaio 1944) , Ed. del Lavoro, Roma 1947; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; S. Sgueglia della Marra, Montezemolo e il fronte militare clandestino , Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 2008.
- Fra muli e canne il "Sambuco Molinaro" di Capracotta!
Anche se la maggior parte delle fonti è dislocata a mezzogiorno del territorio di Capracotta non bisogna tralasciare quelle altre che hanno contribuito a risolvere atavici problemi di un paese di montagna come il nostro, che in passato restava isolato per giorni e giorni dal mondo esterno. A nord-ovest di Capracotta vi è infatti una striscia di territorio posta a una quota variabile fra i 1.150 e i 1.250 metri che, partendo dalle Matasse Nete, ubicate nel bosco della Difesa, e attraversata una zona di libero pascolo denominata Sotto la Terra, termina al Vallone Molinaro, ricca di faggi, cerri, sambuchi e macchia mediterranea. In questa striscia sono presenti in successione la Fonte Nascosta, la Fonte Sambuco, la Fonte Gelata, la Fonte d'Antuono e la sorgente del Mulo, tutte protagoniste della nostra storia, tanto che ad alcune di esse è stato assegnato un nome caratteristico delle civiltà contadine. Nel dopoguerra il Comune di Capracotta aveva diviso i suoi boschi in venti particelle e ogni anno ne veniva tagliata una per gli usi civici, rispettando così un ciclo di rotazione di vent'anni. Per il taglio venivano assunte squadre di tagliaboschi che lavoravano a cottimo e ad ogni squadra veniva assegnata una sezione della particella: in questo modo ogni famiglia capracottese aveva diritto alla suo quota di legna a prezzo agevolato. I taglialegna si guadagnavano la giornata senza l'uso di motoseghe o di altri strumenti meccanici (ad esempio i trattori cingolati), ma confidando soltanto negli animali da soma - generalmente muli - idonei al trasporto della legna. Il mulo, infatti, oltre ad essere fisicamente resistente sui lunghi e sconnessi sentieri di montagna, sopportava carichi pari a circa due quintali, mentre la giumenta non superava il quintale e mezzo, l'asino il quintale. Con la famosa "martellata" bisognava abbattere gli alberi, tagliare i rami per creare le fascine di céppe , segare i tronchi a misura e comporre due mezze canne al giorno; una canna di legna corrispondeva a circa 20 quintali di legna di faggio o a 24 quintali di quercia ed era lunga 4,24 m. per 1 m. d'altezza e 1 m. di profondità. Il termine "canna" mi porta al tempo in cui, giovincelli e spacconi, cercavamo di emulare gli adulti col fumo, tentando di ricavare sigarette da qualsiasi cosa: paglia delle sedie, foglie secche o le cosiddette tòrte. Ricavate dagli arbusti più sottili, quand'erano verdi servivano per legare le fascine, mentre quando seccavano, tagliate a lunghezza variabile, le accendevamo simulando di fumare le normali sigarette. Erano talmente porose e nodose che per fumarle bisognava aspirare a pieni polmoni, per cui, dopo averne fumato quasi un metro, gli occhi ci schizzavano dalle orbite... e così capii che era meglio essere sfigati piuttosto che spompati! Al di là di questa mia divagazione, in quella striscia di terra di cui parlavo prima verdeggia e germoglia l'albero del sambuco, una pianta con la quale prestare massima attenzione in quanto contiene cianuro e vari alcaloidi, ma che, se ben impiegata in alcune sue parti (fiori, foglie e bacche), rivela poteri salutistici. Una volta intagliati e svuotati del midollo i rami del sambuco diventavano per noi bambini delle cerbottane con cui lanciare palline di carta, stoffa e, a volte, piombo, mentre gli adulti li usavano per realizzare il cannello della pipa o la cannèlla per meglio bere il vino e l'acqua. Bere "alla cannella" esulava da qualsiasi galateo poiché si lasciava zampillare il liquido direttamente in gola senza accostare le labbra alla bottiglia e, a quei tempi, l'igiene non era affatto garantita. Le bacche mature del sambuco, dal sapore aspro e intenso, invece, una volta raccolte in autunno vengono utilizzate per aromatizzare liquori come il rosolio di sambuco o, come avviene in Abruzzo, per produrre la sambuca, un liquore a base di anice ma con estratti ottenuti dall'omonimo fiore. Con il nome del nostro paese vengono da sempre commercializzati liquori creati con erbe officinali ma non mi risulta che qualcuno abbia mai deciso di produrre il "Sambuco Molinaro" di Capracotta! Filippo Di Tella
- Encomio solenne per Nicola Paglione
Il 23 dicembre dello scorso anno Nicola Paglione, sostituto dell'accollatario del servizio postale tra Capracotta e la stazione di Agnone-Carovilli, volendo da solo impedire che la carrozza, dalla quale i viaggiatori spaventati erano discesi, si rovesciasse sotto l'irresistibile impeto del vento, fu travolto con la carrozza stessa ed i cavalli nel fosso adiacente alla strada, riportando gravi contusioni e ferite. Malgrado ciò il Paglione, più curante degli oggetti a lui affidati che della propria persona, prese con sé la valigia contenente tre importanti dispacci speciali, ed ebbe la forza di giungere all’ufficio postale dove ne effettuò la regolare consegna. Per tale atto di coraggio e di abnegazione il Ministero è lieto di tributare al Paglione il meritato encomio con unita gratificazione. Tancredi Galimberti Fonte: T. Galimberti, §146: Encomio , in «Bullettino del Ministero delle Poste e dei Telegrafi», 10, Roma, 8 marzo 1902.
- Da Campobasso ai Tre Termini e alla Valle del Sangro
Si esce a nord-ovest della città scendendo nella valle intorno allo sperone da cui si vede dominare il castello di Campobasso. Alcuni dei grandi fabbricati pubblici della città vengono in vista ai piedi del colle. Passato un ponticello si risale ai colli ameni sparsi di casette, con strada buona. Poi la città sembra ingrandire: la conca è chiusa a destra da colline boscose dietro una delle quali spunta in alto Ferrazzano. Al km. 7, bivio destro per Oratino, che si ha di fronte. Il panorama si è fatto più ampio e bello verso la Valle del Biferno, nella quale si incomincia a scendere fra campi alberati di querce ai piedi di Oratino, con curve continue. Interessante la discesa nel verde del bosco o di alberi sparsi. Sulla sinistra, Roccaspromonte. Si rasentano rupi, poi si comincia a vedere nel fondovalle il Biferno tra le radure dei querceti. Splendida, a una svolta, la vista sulla valle con Castropignano a sinistra e una roccia a destra coronata dai ruderi di una torre, la Rocca. Su una lunga travata metallica si sorpassa un torrentello. L'occhio rimontala valle, sullo sfondo della quale è il Matese. Con numerose svolte si giunge alla fine della interessantissima discesa al grande ponte a 6 archi sul quale, presso un'officina elettrica di 500 HP, si passa il Biferno: subito si risale verso Castropignano, bellissima su un'alta roccia. Si attraversa un tratturo, la strada si ripiega in grandi svolte sul fianco rupestre, con vista sempre più bella sulla vallata. Assai pittoresco l'arrivo a Castropignano, che par diviso in due da una roccia che sporge dalle case. La strada sale ancora con bellissima vista sul pittoresco mucchio di case. La strada continua a lungo ad alzarsi come in balconata finché risvolta, bivio sinistro per Casalciprano; si tiene a destra, cambiando versante, con Oratino e Busso sulla sinistra. Si incrocia di nuovo il tratturo a un punto in cui si domina ancora Castropignano col suo Castello. In continue curve, tra pascoli e campi, si domina di nuovo la Valle del Biferno. Davanti, quasi in altipiano, si ha Torella, diviso in due, su due poggetti sopra verdi praterie, in un superbo giro di montagne. Si vede anche il cocuzzolo col Castello di Campobasso. Si discende in una piccola conca pittoresca ed amena con sfondi di montagne variate: il paesaggio è simpatico e tranquillo (a sinistra, bivio per Molise, paesetto che ha dato il nome a tutta la regione). La strada ne discende e risale i fianchi serpeggiando. Usciti dalla graziosa conca il paesaggio cambia di colpo: si rimonta la Montagnola, crinale erboso su cui la strada è in un tratturo, con gran vista come da un terrazzo verso nord-est su ondate di montagne facenti cerchio. A sinistra si ha Duronia intorno a cui si gira. Scendendo, panorama splendido sulla profonda vallata dalle linee mosse, con creste rocciose, calanchi, boschi, paesi. Si scende a Bagnoli presso rupi che sporgono dal piano. Il pittoresco paese è su uno sperone che cade in balze a picco verso il Vella, con una chiesa di S. Silvestro da cui una scaletta sale al campanile, impostato sulle rocce, e con un castello che domina esso pure dalle rocce. Girando il paese si ha tosto vista su Pietrabbondante, Agnone, Poggio Sannita; poi, quella più vicina e caratteristica del Castello e di S. Silvestro. Il mirabile quadretto si mantiene un poco nella discesa a mezza costa sul fianco del Vella. Si lascia a sinistra la chiesetta di S. Michele; si passa successivamente sul versante del Trigno, scendendo a svolte fra bei querceti. Si giunge al bel ponte a tre archi sul Trigno. Si risale a svolte attraversando replicatamente un tratturo che sale dal greto. Si vede sulla destra la confluenza del Verrino nel Trigno. Si ha nuovamente sulla sinistra, dappresso, il profilo mosso di Bagnoli col Castello e S. Silvestro. La strada sale continuamente in curve fra montagne con bei crinali, spesso boscosi, sparse di casali e di paesi. Si riattraversa varie volte il tratturo. Nel bellissimo paesaggio si vede a destra in alto Pietrabbondante presso rocce emergenti. Il panorama si allarga: Bagnoli si domina ormai dall'alto; il Trigno è sprofondato. Si sale di fronte a Pietrabbondante appoggiato a denti di roccia, con un panorama bellissimo ed esteso. Girando tra cime tutte boscose si raggiunge il bivio a sinistra per Pescolanciano; si tiene a destra e si arriva alla Stazione di Pietrabbondante, della ferrovia Pescolanciano-Agnone. Si scorge la piramide del Castello di Campobasso nel sempre bellissimo panorama. Assai pittoresca Pietrabbondante, sparsa sul pendio, limitata da una parte e dall'altra da due grosse rocce e con nel mezzo due forti denti: una torre e una vecchia chiesa completano il quadretto. Sempre lungo il tram si prosegue a grande altezza con la vista a destra di Agnone, che di qui si vede in tutta la sua ampiezza: in basso, pure a destra, Castel Verrino e Poggio Sannita, di qua e di là del Verrino. Appare Capracotta, quasi di fronte e a grande altezza. Si entra nel bosco della Rocca : l'ombra dei bei faggi accompagna a lungo il serpeggiare della strada, poi alla faggeta si mescolano querce ed aceri. La strada scende, il bosco si fa più rado, con sottobosco intricato. Si passa nel bosco di Selvapiana , ceduo, foltissimo. Si passa accanto alla Stazione Vastogirardi-Capracotta, presso I Tre Termini , incontrando la strada di Agnone. Alla casetta dei Tre Termini si prende verso nord-ovest e subito dopo si lascia a sinistra il bivio per Vastogirardi. Si sale fortemente fiancheggiati per un poco da un bosco di antiche querce, miste di peri selvatici, aceri, con sottobosco di prugnoli, ginepri, rovi, lazzeruoli. Il bosco, selvaggio con molte piante malate, solitario e abbandonato, dura a lungo. Fuori del bosco si attraversano praterie verdeggianti con affioramenti calcarei. La strada sale a svolte in una larga conca quasi in altipiano, tra pascoli e campi, con vista magnifica sul Matese a sud e sulla lunga cresta nuda della Meta. Sulla sinistra, Vastogirardi. Si sale continuamente verso il Monte Capraro al disopra di praterie che si stendono fino al poggio desertico su cui è la chiesa di Vastogirardi. Il panorama è circolare e si completa a nord con Capracotta dietro a cui in distanza è la massa nuda della Majella. Si comincia ora a scendere lungo il fianco del Monte Capraro m. 1.721, a gradini di scogliere e di fasce di cedui. A destra in basso, il profondo avvallamento del Verrino che viene nascosto per un poco dai faggi, nell'ombra dei quali la strada si interna. La strada riprende a salire girando a grande altezza la testata del Verrino, fra praterie. Agnone si vede dall'alto insieme a molti altri paesi sui monti disposti a ondate. Giungendo a Capracotta, mentre a sud il panorama sui Monti della Daunia si estende senza limiti, a nord la Majella con la cortina dei monti antistanti, i Lupari, si presenta in tutta la sua maestà. Capracotta m. 1.421, ab. 2.812 (Alberghi: Vittoria, Di Nucci, Sammarone, Grifa; Servizio automobilistico con Stazione S. Pietro Avellana-Capracotta sulla linea Sulmona-Caianello, 14 km., 1 corsa al giorno, in 1 ora, £ 7; il servizio rimane sospeso nei mesi dicembre, gennaio e febbraio in causa della neve), è uno dei paesi più elevati d'Italia. È situato sopra una cresta rocciosa tra il Monte Capraro m. 1.721 e il Monte Il Campo m. 1.645. Sul Monte Cavallerizza m. 1.512, una dipendenza orientale del Capraro, sono avanzi di mura ciclopiche. A Capracotta l'inverno è durissimo e la neve vi raggiunge talvolta i 5 m. di altezza. Caratteristica processione l'8 settembre ogni 3 anni alla chiesetta della Madonna di Loreto, a 1 km. a sud del paese. Uscendo dal paese si domina la Valle del Sangro, verso la quale si incomincia la lunga discesa. Si vedono in basso Ateleta, in alto Gamberale, con numerosi casali sparsi sul pendio boscoso e il vecchio paesetto che orla una vetta a picco. Più a destra, Pizzoferrato; fra i due, le cime dentate dei Lupari. Un poco più in basso si abbraccia per più lungo tratto la Valle del Sangro con le sue macchie scure di bosco. Km. 97,1 bivio destro per Pescopennataro. I lunghi avvolgimenti della bella discesa terminano a km. 102,6 sulla strada Sangritana, in vista, a destra, di S. Angelo del Pesco. Luigi Vittorio Bertarelli Fonte: L. V. Bertarelli, Italia Meridionale , vol. I, Touring Club Italiano, Milano 1926.
- Autunno del '43
È un tiepido pomeriggio d'autunno; dalla finestra filtrano i suoni tipici della stagione. Inforco il mio bastone, amico fedele a cui non posso più rinunciare ed insieme usciamo in strada. Ci aspetta Matteo, il ramo più giovane di questa vecchia quercia, con il quale, passeggiando, ci avviamo verso San Giovanni. Odo i ciottoli che risuonano sotto i passi lenti, le campane della Chiesa, le foglie degli alberi battute dal vento. Suoni antichi, amici di una vita che risvegliano con forza il ricordo di quelli che, invece, non ci sono più. Eccoci davanti alla fontana sempre bianca, di neve l'inverno, di pietra il resto dell'anno... ora come allora! La guardo e mi chiedo se ancora gioisce insieme ai giovani schizzandoli e divertendoli con la sua acqua gelida, chissà se qualcuno ancora si rinfresca dopo il duro lavoro o la rende complice di dolci incontri e di teneri abbracci. È stata la protagonista di tante storie inventate dalle adolescenti che, per spiegare il proprio ritardo, non trovavano scusa migliore che dire: – C'era tanta gente a riempire la tina oggi – oppure: – Mi si è rovesciata l'acqua durante il ritorno e sono stata costretta a tornare indietro alla fontana. Tutto questo per prolungare di qualche attimo i rari e fugaci incontri con il proprio amato o anche solo con le amiche. Le mie gambe stanche reclamano una sosta, per questo ci dirigiamo verso quella che è stata la casa che mi ha visto nascere a re Cutturiéglie e mi siedo sulla panchina alle spalle della Chiesa tanto amata. Il mio sguardo volge verso la Guardata e, se le mie gambe godono del richiesto riposo, i miei pensieri corrono veloci tornando a ritroso a quell'autunno funesto, terribile, come terribile è ogni guerra! Capracotta era stata da poco liberata dai Tedeschi, eravamo rientrati a casa o in quello che ne rimaneva: una mina era stata lanciata all'interno ma non aveva distrutto tutto, le travi si erano staccate quasi completamente, e i muri esterni si erano allontanati. Eppure nei miei ricordi di ragazza quelle quattro mura traballanti, paragonate ai loculi del cimitero dove eravamo stati costretti a rifugiarci fino ad allora, sembravano una reggia. Posso quasi sentire le voci di mio padre Pietro (detto Spavènta ) che, insieme a mio zio Francesco, quella mattina mi chiamavano insistentemente sotto la finestra: – Annina! Sbrigati che è tardi!. Era ancora tempo della semina e anch'io, poco più che bambina, avrei dovuto aiutarli. Il tempo passò in fretta e quando finalmente uscii di casa, non c'era più nessuno ad aspettarmi. Presa dall'ansia e dal timore di essere rimproverata iniziai a correre veloce per raggiungerli ma, invece di seguirli sulla strada, come il buon senso avrebbe richiesto, presi la scorciatoia che attraversava i campi dietro casa, fin sotto la Pineta, per poi ricongiungersi con la strada principale. L'incoscienza e l'ingenuità mi consigliavano, le gambe giovani mi accompagnavano su quel sentiero scosceso e niente mi spaventava! Saltellando qua e là arrivai felice sotto alla Pineta dove i pochi animali superstiti, finalmente liberi dopo la partenza dei Tedeschi, pascolavano al riparo degli alberi; appena superato il ruscello (per me "vallone") fui scossa da un'esplosione alle mie spalle: una mucca era saltata su una mina che l'aveva ridotta a brandelli! Fui colpita da schegge di pietra, fango, pezzi di carne e il suo sangue mi aveva raggiunta come schizzi di vernice. Guardando quella scena raccapricciante e immobilizzata dallo spavento cercavo, quasi per ringraziarla, quella pietra che offrendomi un appoggio mi aveva evitato la mina, salvandomi la vita. Ci volle un po', ma non appena padrona nuovamente delle mia gambe ripresi la corsa verso la strada. Lì, proprio quando mi sentivo ormai al sicuro, avvenne uno degli incontri il cui ricordo ancora oggi mi provoca grande agitazione: un soldato appartenente alle truppe anglo-americane, forse marocchino, mi raggiunse galoppando su un cavallo nero. Avvicinatosi mi fece cenno di salire; le sue intenzioni erano forse benevole? Chi può dirlo! Il colore della sua pelle, l'austerità della divisa da cui ero stata abituata a difendermi a prescindere dall'appartenenza, la diffidenza verso gli estranei, soprattutto uomini, mi dettarono un'unica soluzione: la fuga! Non ricordo quanto ho corso ma viva è ancora la sensazione di panico che questo avvenimento mi provocò, più forte del precedente. Ricordo però le urla dei miei cari (mio padre e mio zio) che, seppure in lontananza, fecero forse desistere il soldato dal continuare nel suo intento, qualunque esso fosse. Finalmente al sicuro, e prima che mio padre mi raggiungesse, intravidi sul ciglio della strada uno zaino che il soldato aveva perso nella foga della corsa. Recuperato ciò che consideravo una giusta ricompensa per i rischi che avevo corso e, nascostami tra i cespugli, fui finalmente felice di scoprirne il contenuto: un paio di scarpe, un paio di calze (un po' strane perché non avevano il piede e coprivano solo il polpaccio, con un legaccio sulla caviglia) e una tenda militare. Quello zaino pensai fosse provvidenziale specialmente per un motivo: avrebbe attutito l'ira di mio padre che aveva temuto di perdermi per ben due volte consecutive. Sicuramente provvidenziale lo fu per mio fratello Giovanni, il quale indossò le scarpe e le calze, un po' meno per me che ricavai dalla tenda un camice impermeabile, cucito con un filo ottenuto sfilando una vecchia calza di cotone. Lo indossavo anche in casa e ne andavo molto fiera anche se mi rendeva facilmente individuabile ovunque fossi, a causa del fruscio tipico di quel materiale. Una folata di vento e la voce di Matteo interrompono il mio racconto. Mio nipote chiede spiegazione di tanto timore verso coloro che invece avrebbero dovuto rappresentare la libertà dalle truppe tedesche, che tanta distruzione e sofferenza avevano portato in paese. Prendo allora in prestito i versi dell'amico Nicola D'Andrea, il quale riferendosi agli eventi di quel tragico novembre del 1943, recitava: Scappò il nemico, venne l'Inglese; nuovo padrone, nuove pretese! Ordinò subito lo sfollamento, senz'ascoltare nessun lamento. Continuando il mio viaggio nella memoria, descrivo l'immagine dei granai distrutti, delle nostre riserve di grano sparse ovunque, in cui gli stessi Inglesi avevano fatto i loro bisogni a sfregio e dispetto di un popolo che nulla aveva fatto per meritare tutto questo. Fu al ritorno da Torrebruna, dove ci aveva portato l'allontanamento forzato dalle nostre macerie, che nonna Maria (Di Costanzo), armata di santa pazienza e motivata dai morsi della fame, dopo aver recuperato quell'oro giallo fino all'ultimo chicco e lavatolo accuratamente alla Fonte Fredda, ne fece farina per la nostra tavola e seme per le nostre terre. L'espressione di meraviglia mista a disgusto disegnatasi sul volto di Matteo è motivo per ricordare un altro episodio legato allo stesso posto in cui avevo incontrato il soldato marocchino. I Tedeschi, costretti ad indietreggiare, si diressero verso la valle del Sangro e dopo aver incendiato ogni cosa sembravano intenzionati a portare con sé tutte le pecore scampate alle loro precedenti razzie. Erano diverse centinaia di capi che, spinti dalle camionette e i mezzi militari dell'epoca, arrivarono solo fino alla curva sotto alla Pineta; lì infatti gli animali furono mitragliati tutti rendendo la strada un tappeto di lana bianca che si confondeva quasi con la prima neve giunta prematuramente a coprire ogni cosa. Ricordo chiaramente la disperazione di zio Berardino Di Rienzo, i pianti di zia Marietta "Pulcinella" che avevano perso fino all'ultimo dei loro animali. Naturalmente tutta la lana fu recuperata e la loro carne servì per un po' di tempo a sfamare la popolazione rimasta. Pur disponendo di una ghiacciaia naturale offerta dal freddo e dalla neve, per far durare l'inaspettata scorta più a lungo, ci si rivolse agli stessi pastori che avevano subito la perdita affinché mettessero a disposizione le riserve di sale rosso, una volta utilizzato come integratore per i loro greggi. Questo ricordo me ne porta immediatamente un altro alla memoria, ancora più tragico, ancora più triste perché questa volta sono coinvolte due vite umane. Fiore De Renzis (fratello di Irene e Lucia "di Milione") e suo figlio Emilio, erano passati per il paese suonando il corno, per avvisare, a mo' di banditore, che quel giorno si potevano mandare le capre al pascolo, com'era consuetudine prima della guerra. A quel suono coloro che ancora ne possedevano, consegnavano gli animali a Fiore che si occupava di condurle sotto alla Defènza . Quella sera, però, padre e figlio non fecero ritorno, anzi le capre tornarono sparpagliate al paese. Segno funesto che nulla di buono faceva presagire. Emilio e Fiore furono trovati martoriati da una cannonata sparata dai Tedeschi in ritirata verso la valle del Sangro; forse il movimento degli animali li aveva allarmati inducendoli a pensare che fossero soldati nemici diretti verso di loro. A memoria di quel tragico evento e al posto dell'albero divelto, vicino al quale furono rinvenuti i due sfortunati corpi, fu posta una croce di ferro. È quasi ora di rientrare e sono ancora qui davanti a quella che fu la mia vecchia casa traballante e penso alle tante cose che da allora sono cambiate. Gli anni passati hanno invecchiato il mio corpo ma non la mia mente. Le fatiche e i sacrifici fatti con mio marito hanno rigato il mio volto ma non intaccato la mia indole. Sento forte ancora la voglia di vivere, non mi rassegno alla sola nostalgia anche se il tempo passa e va via. Annina Di Rienzo Fonte: A. Di Rienzo, Autunno del '43 , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Quando gli inverni erano inverni!
Alla mia età, che sta diventando, ahimé, vetusta, si tende a vivere di ricordi antichi; basta talvolta uno stimolo, anche solo visivo, tattile o olfattivo, per riportarti indietro nel tempo a fantasticare... Sarà forse perché la memoria "storica" è ancora attiva e vivace mentre quella recente o, come la chiamano, di lavoro, diventa sempre più labile e fugace. Questa tua bellissima e preziosa foto mi ricorda il tempo di quando "gli inverni erano inverni" (luogo comune). Se non vado errato, fu proprio nel 1954 che Agnone rimase isolata per circa due settimane; venne un battaglione di alpini sciatori che rimasero per oltre un mese acquartierati in paese, alloggiando con le loro brande da campo, all'interno di un teatrino dell'oratorio dei Padri Cappuccini. Al mattino uscivano con gli sci portando sulle spalle pesanti zaini per rifornire di generi di prima necessità i piccoli paesi (di 1.000-2.000 abitanti) del circondario che rimasero isolati per lungo tempo. Capracotta rimase irraggiungibile per circa un mese, nonostante il Comune avesse in dotazione uno spartineve particolare di fabbricazione americana, di sua proprietà e non dell'Anas, perchè frutto di una colletta dei capracottesi emigrati negli U.S.A. che ben ricordavano i lughi periodi di isolamento invernale, senza luce e senza rifornimenti. Era mastodontico: aveva il vomere anteriore di oltre 2 metri di altezza e la cabina del conduttore era posta a circa 3 metri da terra per osservare meglio, dall'alto, il percorso stradale che, naturalmente, si poteva solo intuire; pure con questi potenti mezzi il paese rimaneva spesso isolato perché al momento del bisogno capitava un improvviso forfait per rottura di qualche pezzo di ricambio, introvabile in Italia, che purtroppo, tradendo i migliori auspici dei donatori, doveva essere ordinato negli U.S.A. e doveva poi raggiungere, spesso via nave, il porto di Napoli e pervenire infine a Capracotta! Aggiungo che prima dell'arrivo ad Agnone del battaglione alpino, i primi rifornimenti di farina, zucchero, pasta, ormai esauriti nei negozi locali, vennero paracadutati sull'abitato (campo sportivo) da due aerei dell'Aeronautica militare. Puoi ora meglio comprendere quello che intendevo dirti nella mia premessa: mi è bastata la tua foto per richiamare alla memoria fatti di un piccolo mondo antico in cui, almeno così mi sembra ora, pur tra mille difficoltà, pare si vivesse meglio; sicuramente perché eravamo ancora ragazzi ed avevamo la vita davanti, ma soprattutto perché animati da grandi speranze, ben riposte, nel futuro che ci attendeva. Raffaele Anniballe Fonte: https://noivastesi.blogspot.com/ , 29 novembre 2013.
- Neve e pancotto, la loro vita
Capracotta, gennaio. La "Società dei pastori" di Capracotta è uno stanzone squallido: sul pavimento un grande bracere di rame e, attorno, una dozzina di panche. Di questa stagione ci si dovrebbero trovare solo i vecchi inabili; invece, a qualunque ora del giorno, è affollato di gente giovane. Gli armenti, dopo la guerra, si sono ridotti a poca cosa ed i pastori sono senza lavoro. Un tempo, c'erano trentamila pecore che salivano, a primavera, nei pascoli comunali e ripartivano, al principio dell'inverno, per la pianura pugliese; oggi sono poco più di ottomila e, per la maggior parte, appartengono ad allevatori di Andria e di Lucera. Questa dei greggi che vanno a poco a poco scomparendo è storia vecchia; tuttavia, la disoccupazione è cominciata solo quest'anno. Fino a ieri, il pastore molisano che restava senza lavoro si faceva carbonaio; ma, dall'estate scorsa, quasi tutti gli imprenditori hanno abbandonato ogni attività, dando la colpa alle tasse gravose ed all'obbligo di una troppo complicata contabilità. Così, l'estraneo che voglia recarsi alla "Società" trova sempre lo stanzone affollato. Raccontano le loro storie, discutono dei loro interessi senza alzare mai il tono della voce. La parola "fortuna" ricorre sovente nel loro discorso, quando si accenna a quelli che sono scesi col gregge nella pianura pugliese; e sono, tuttavia, i lavoratori peggio pagati che esistano. Il pastore ha un contratto di salariato. La sua paga è di settemila lira mensili; più un tomolo di grano, un chilo di sale, un chilo di formaggio fresco; più due velli all'anno, per il vestito. Manda a casa tutto il danaro, tutto il formaggio e almeno un terzo del grano (un tomolo equivale a circa quarantacinque chilogrammi). Vive, per tutto l'anno, di pancotto. Il lungo corno di bue che gli pende al fianco è il recipiente dell'olio. Nella bisaccia ha una scodella di legno. Due volte al giorno i pastori accendono il fuoco sotto la pentola comune, nella quale è messa a bollire l'acqua con un pugno di sale. Rompono il pane nella scodella; lo bagnano con un mestolo d'"acquasala", lasciano cadere sulla zuppa qualche goccia d'olio. Questo è il loro unico nutrimento, e ne debbono lasciare un poco per i cani. A Natale, a Pasqua ed in poche altre solennità, il proprietario dell'armento, se è un buon padrone, dice al massaro di uccidere la pecora più vecchia e di dividerne la carne tra i suoi uomini. Per quel po' di danaro e per quel po' di pane affrontano una vita di disagi che, forse, non ha paragone. Per sei mesi all'anno dormono all'aperto, senza potersi spogliare; se piove passano la notte in due sotto lo stesso ombrello, seduti spalla contro spalla, reggendo a turno il bastone del parapioggia, perché il compagno abbia modo di appisolarsi. Vivono lontani dalle loro case. Durante l'inverno e la primavera, quando il gregge è al pascolo nella pianura pugliese, lavorano anche la domenica; accumulano le giornate di vacanza e, dalla fine di maggio alla metà di ottobre, quando le pecore sono tornate sui monti di Capracotta, consumano il loro credito alternando otto giorni di lavoro e quattro di riposo; ma in quei giorni di libertà debbono sgobbare dall'alba al tramonto se vogliono portar avanti i campi della moglie, metter da parte qualche soldo zappando la terra degli altri, o andando a fare i taglialegna. Un tempo, al principio dell'autunno, tutti gli uomini partivano con le loro pecore verso la pianura calda; restavano soltanto le donne ed i vecchi. Quest'anno le cose si sono messe male e molti pastori, molti carbonai che, alla stessa epoca, scendevano a Canosa o a Minervino, hanno dovuto rinunciare al lavoro. Qui non c'è niente da fare. Capracotta, in questa stagione è un paese di lupi e di neve. E potrà sembrare assurdo; ma, tra questi uomini costretti per la prima volta a passare i mesi freddi a casa loro, c'è qualcuno che non ricorda più cosa sia un inverno in montagna. Vanno alla "Società" e fanno dell'ironia. «Adesso vedremo, finalmente, cosa c'era di vero in tutte quelle storie che raccontavano le donne». Dubitano, forse, anche della storia del procaccia, citata ad esempio in tutta la Marsica? Di quella no: ne hanno avuto conferma in questi giorni. Quando la neve è alta e l'autocorriera di Campobasso resta bloccata a valle, Emanuele Paglione, procaccia di Capracotta, parte a cavallo e scende a ritirare la posta. Cavalca per sei ore, stringendo sotto le ginocchia le bisacce con i plichi degli "speciali" dai grandi sigilli di ceralacca rossa; lo segue una giumenta che porta, legati al basto, i sacchi della corrispondenza ordinaria. Il paese è stato molte volte isolato dal mondo; spesso la neve ha raggiunto l'altezza del primo piano e, per chi voleva uscire all'aperto, non è rimasta altra via che quella della finestra; ma, prima di notte, sono sempre arrivati la posta e i giornali di Roma, con le notizie della vigilia. Dai tempi del regno borbonico ad oggi, è sempre stato un Paglione a compiere questo lavoro; ed il più celebre fu Giacomo, padre dell'attuale procaccia. La sia figura è già diventata leggendaria. In tutta la sua vita Giacomo Paglione non ha fatto altro che trasportare i sacchi a strisce rosse dell'ufficio postale; ma ha saputo farlo in maniera eroica. Quando, nel 1907, gli decretarono la medaglia d'argento al valor civile, tutti gli italiani si commossero. Era un uomo generoso e forte come un atleta. Morì nel '35, di polmonite, per aver dato il mantello a un giovanotto che, salendo al paese con lui, si lamentava d'aver le mani intirizzite. Sulle montagne molisane e abruzzesi vivono ancora di questi uomini. Anche Emanuele, figlio di Giacomo, non ha mai mancato un giorno alla consegna. D'altra parte, c'è soltanto lui che possa fare quel lavoro: bisogna possedere un'esperienza atavica, trasmessa di generazione in generazione. Non ci si può improvvisare procaccia di Capracotta. Si pensi a questo fatto stupefacente: un uomo cavalca per la china di un monte, sopra uno strato di neve alto tre o quattro metri. Un cavallo che deve reggere, su così piccoli zoccoli, l'uomo ed il carico come può non affondare? Certo, un cavallo qualunque, guidato da un cavaliere qualunque, dopo dieci passi, sparirebbe in una buca. Ma i cavalli di Emanuele, figli e nipoti di cavalli che fecero infinite volte quel cammino, e il procaccia di Capracotta, figlio e nipote di procaccia e postiglioni, sanno dove mettere i piedi. All'occhio inesperto, sembra una distesa candida, dappertutto uguale. Invece, c'è la neve che "porta" e la neve che cede. Capracotta è un paese molto ventoso; la bora e la tramontana si infilano nella valle del Sangro e vanno a battere con estrema violenza su quel monte; spazzano via la neve in un punto, fin quasi a lasciare il terreno spoglio, l'ammucchiano e la pressano in un altro. Un'esperienza antica guida la cavalcata attraverso questi pieni e questi vuoti che nessun altro saprebbe individuare, seguendo un itinerario di volta in volta differente. Le orme disegnano strani ghirigori. Non vi salti in testa di seguirle: dove, un quarto d'ora fa, è passato un cavallo, forse un cane non potrebbe camminare, adesso. Quando la corriera di Campobasso resta bloccata a valle, viene, dunque, un telegramma per Emanuele Paglione. Il procaccia, naturalmente, sa già come stanno le cose ed è pronto da un pezzo; ma ha atteso l'ordine. È cominciato a nevicare all'imbrunire. Qualcuno, che si è attardato a discorrere, presso il bracere, alla Società dei pastori, o al Circolo operaio, o in casa di amici non se n'è accorto ed ha dovuto starsene là tutta la notte. La neve e il vento, lavorando assieme, ci mettono poco a murare una porta per intero, fin sopra il voltino. Nella piazza del paese, sulla facciata della casa ch'è di fronte al Municipio, è stata tracciata una linea, cinque metri sopra il livello stradale, ed accanto è stata scritta una data: 1-1-45. La neve è arrivata fin là, in una notte sola. Capracotta è a 1.420 metri di altezza; il suo orientamento rispetto alla larga vallata in fondo alla quale scorre il Sangro e la relativa vicinanza delle cime della Maiella e del Gran Sasso che fanno da refrigeranti alle correnti umide provenienti dal mare, sono gli altri elementi che determinano le grosse nevicate. La gente di qui ci è assuefatta e non certo disposta a farne una tragedia. Prima che l'apparecchio telegrafico cominci a battere il dispaccio di servizio per Emanuele, uomini e donne escono a far la trincea o, addirittura, a scavare la galleria. Ma non si pensi che trincee e galleria finiscano sulla soglia di un negozio. Qui, poveri e ricchi, sono preparati anche ad un lungo assedio. In ogni caso ci sono provviste che bastano per un intero inverno. Però, dicono i vecchi abruzzesi, il mondo ha cambiato di posizione, da parecchi anni in qua. Non ci sono più quegli inverni. Anche Capracotta non resta più isolata per tanto tempo, dalle grandi nevicate. Al massimo due o tre giorni. L'ultimo inverno terribile fu quello del '44; ma allora il paese era spopolato, ridotto a un cumulo di macerie: i tedeschi, prima di ritirarsi sulla sponda sinistra del Sangro, avevano fatto saltare l'ottanta per cento delle case. C'erano gli inglesi e gli americani; misero in azione quattro grossi trattori a cingoli, con lo spartineve; non riuscirono ad aprirsi un varco. Per tre mesi, dalla metà di gennaio alla metà di marzo, restarono completamente isolati e furono riforniti con i paracadute. Poi venne la serie delle annate rigide ma con scarse precipitazioni; e le sortite del procaccia di Capracotta furono rare. Dieci anni fa era stato spodestato dallo spartineve a motore che il Comune aveva ottenuto in dotazione. Dopo la guerra, rimasta la macchina distrutta dalle bombe, Emanuele Paglione aveva rioccupato di diritto l'ufficio del padre. Ma il mondo sembrava davvero cambiato. Sarebbe venuto, anche per lui, il grande inverno, l'inverno della gloria? Se, per caso, ha accarezzato questo sogno, ora dovrà metter da parte ogni speranza di realizzarlo. Tutti i giornali del Mezzogiorno ne hanno fatto un gran chiasso: il sindaco di New Jersey ha regalato al Comune di Capracotta un grosso spazzaneve, del tipo fabbricato in serie per l'Alasca: il "Capracotta-Clipper". Ma i pastori che sono scesi a svernare nella pianura pugliese non lo sanno ancora. Forse sarà inutile avvertirli. Può anche darsi che la notizia non li commuova. È da ragazzini che fanno quella vita, mangiando pancotto, sempre lontani da casa. Forse non ricordano più com'è l'inverno al loro paese. Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, Neve e pancotto la loro vita: quando piove i pastori di Capracotta dormono a due a due sotto l'ombrello , in «L'Europeo», VI:2, Milano, 8 gennaio 1950.
- Qual è il "genius loci" di Capracotta?
Ogni luogo ha una struttura che va individuata come "paesaggio" e "insediamento", dunque esaminata secondo le categorie di "spazio" e "carattere". L'organizzazione tridimensionale degli elementi che compongono il luogo (paesaggio) e l'atmosfera generale (spazio) si possono indicare con un concetto che li comprende entrambi: lo "spazio vissuto". Questo, in soldoni, è il paradigma di ricerca che il grande teorico dell'architettura Christian Norberg-Schulz ha utilizzato per buona parte della sua vita. Partendo dal concetto di spazio esistenziale contenuto in "Essere e tempo" di Martin Heidegger, l'architetto norvegese ha fornito una definizione di spazio topologico esauriente che si lega persino alle teorie della Gestalt (forma). La ricerca ontologica sui concetti di Sein (essere), Seyn (Essere) e Dasein (esserci), effettuata dal filosofo tedesco, che poneva l'accento sul concetto greco di aletheia , in quanto verità dis velata - immessa da Aristotele nel linguaggio tramite una caratterizzazione che, elidendo l'alfa privativo, ne ha soppresso la qualità di negazione -, nella critica di Norberg-Schulz, non defluisce lì dove sta la foce del pensiero heideggeriano, ovvero l'incontro col nichilismo. Questo spigoloso preambolo ontologico si è reso necessario per affrontare quello metafisico e, in parole povere, per dire come Capracotta, nella teoria di Christian Norberg-Schulz, abbia rappresentato l'emblema di «settlement in the landscape» (insediamento nel paesaggio), ovvero quel luogo fisico, tridimensionale, col quale si è assemblato uno spazio abitativo perfettamente congruente alla natura circostante, al clima, ai costumi della gente, insomma allo spirito del luogo: il genius loci . Preso in prestito dalla cultura romana, dove il genius loci era l'entità naturale o soprannaturale legata a quel preciso luogo - che spesso diventava oggetto di culto - per quanto riguarda specificatamente Capracotta il pensiero corre a Cerere, la dea dell'abbondanza delle messi, cantata nella Tavola Osca e forse sostituita, in epoca cristiana, da sant'Anna, la Madre della Madonna, invocata per la fertilità femminile. Ma la questione sul genius loci capracottese, a mio avviso, non è da ricercare nel percorso storico-religioso che da ignoti riti italici ed ellenistici porta al cristianesimo, bensì nel lungo periodo di mezzo, quando Capracotta effettivamente prende coscienza di sé come "luogo", come arcione di guardia per sua stessa natura indifeso da mura poiché inespugnabile per altezza. Temo che quello sannitico si sia trasformato in un revival, un affascinante ritorno a motivi del passato che, nei fatti, è più vicino a un riflusso di folclore che non al frutto del metodo storico. Qui, nella provincia più appartata d'Italia, il Molise, si fa sempre più lontana la possibilità di un dibattito serio, organico, che ponga nella giusta luce - senza esagerazioni interpretative o furberie narrative - i Sanniti, questi indomabili guerrieri (?) la cui eredità confluì nelle pieghe di Roma e del cristianesimo. Quel recalcitrante popolo di pastori, di cui si possono soltanto ipotizzare storia, organizzazione socio-politica, costumi e riti religiosi, a volte viene assimilato a una nazione, non nell'accezione tribale ma addirittura come unicum di uomini coscienti di avere radici, lingua, leggi e storia comuni: un concetto ottocentesco che è inopportuno applicare a popolazioni vissute molti secoli prima di Gesù. E allora quale può essere il genius loci di Capracotta, questo villaggio sorto rispettando scrupolosamente la cresta calcarea, a guardia della valle del Sangro e del Verrino, che si interpone tra i monti Campo e Capraro, a loro volta guardiani di due fondamentali tratturi antichi? Attingerò nuovamente alla filosofia tedesca per spiegare o ribadire un concetto fondamentale del nostro parlare e pensare, cioè che ogni teoria è un telaio, uno schema di concetti congiuni alle loro mutue relazioni. Scrisse il matematico David Hilbert nel 1899 al collega Gottlob Frege: Se con i miei punti voglio intendere un sistema qualunque di enti, per esempio il sistema: amore, legge, spazzacamino..., allora basterà che assuma tutti i miei assiomi come relazione fra questi enti perché le mie proposizioni, per esempio il teorema di Pitagora, valgano anche per essi. In altre parole: ogni teoria può sempre essere applicata a infiniti sistemi di enti fondamentali. Da questa formulazione di Hilbert consegue che, nell'esaminare il paradigma di Norberg-Schulz con specifico riferimento alla nostra cittadina, il paesaggio nel quale è edificato l'insediamento, a cui si sono via via relazionati gli enti "pastorizia transumante", "maggioranza femminile", "ibridazione culturale", "agricoltura di sussistenza", "inverno polare", "estrema altitudine", tutti caratteristici di quel luogo, e di quello soltanto, avremo come risultato un telaio a cui è impossibile dare un nome se non quello di Capracotta. Durante i dieci giorni di cammino che portano uomini e pecore in Puglia, Capracotta è il tratturo, la strada d'erba su cui corrono i pensieri di quegli uomini. Nell'attesa del loro ritorno, Capracotta è la donna che mangia in lacrime le sàgne che re sìve , il lusso di chi non sa se rivedrà il marito. Quando i pecorai sono di nuovo rientrati in paese, Capracotta non è più quella in cui essi vivovo ma è la Puglia stessa, che li riattende a breve. Tra le patate e le lenticchie, Capracotta è la pietra che spunta dal terreno infertile. Nel rigido clima invernale Capracotta è la neve che soffoca e subissa. E a chi cerca di scorgerla, Capracotta non appare. Solo chi sta più in alto di lei può ammirarla. Su questo mondo Capracotta non esiste. Ecco, quello è il nostro genius loci . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bene, Sono apparso alla Madonna , Bompiani, Milano 2005; F. Chabod, L'idea di nazione , a cura di A. Saitta e E. Sestan, Laterza, Bari 1961; V. Cianfarani, Culture adriatiche antiche d'Abruzzo e di Molise , vol. I, De Luca, Roma 1978; L. Franchi Dell'Orto e A. La Regina, Culture adriatiche antiche d'Abruzzo e di Molise , vol. II, De Luca, Roma 1978; E. Jünger, Trattato del Ribelle , trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano 1990; A. Kenny, Frege. Un'introduzione , trad. di M. Mazzone, Einaudi, Torino 1995; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Norberg-Schulz, Genius loci. Paesaggio, ambiente, architettura , Electa, Milano 1979; E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti , trad. it. di B. MacLeod e A. Venturi, Einaudi, Milano 1985; T. D. Stek, Cult Places and Cultural Change in Republican Italy , Amsterdam University Press, Amsterdam 2009; F. Volpi, La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger , a cura di A. Gnoli, Adelphi, Milano 2011.
- Le fonti dell'orto botanico di Capracotta e la tintarella
Nell'articolo pubblicato sulla rivista tedesca "Adesso" dalla giornalista Marina Collaci si legge che «Capracotta, località sciistica [è] famosa per le sue fontane e per un superbo giardino di flora appenninica che si snoda a 1.500 metri sopra il livello del mare e invita a passeggiate idilliache nella natura profumata». Questo significa che, oltre ai record di neve, Capracotta è famosa fuori dai confini nazionali anche per le sue 90 fontane! Il nostro Giardino si estende infatti per oltre dieci ettari e fu realizzato nel 1963 da Paolo Pizzolongo su idea di Valerio Giacomini. Il suo splendido ingresso è guardato a vista da una fontana che eroga l'acqua da un tronco di faggio, caratteristico della zona, perennemente in ombra e prospiciente l'area pic-nic fornita di due grandi tavoli con panche e un barbecue. Una seconda fonte è ubicata nel settore dedicato alla entomofauna, con le sue acque, dove le piante nettarifere favoriscono lo sviluppo di numerose specie di farfalle locali che danno il nome alla fontana stessa. Nel Giardino della Flora appenninica è stato realizzato un "Percorso dei Sensi" dedicato a ipovedenti e non vedenti, puntellato di pannelli descrittivi in braille e di altri quattro pannelli informativi visivo-tattili, dotati ognuno di QR-code e di sensori di prossimità NFC: il tutto è destinato ai diversamente abili, che così possono usufruire di un percorso di visita completo, lungo circa 400 metri, attraverso gli angoli più suggestivi dell'orto botanico. Guardando la posizione di quelle fonti mi è capitato di pensare all'abbronzatura, o meglio alla sua declinazione in chiave sociale, emblematica dei diversi ceti o classi. In passato, infatti, l'abbronzatura era una prerogativa dei ceti sociali meno abbienti poiché testimoniava, senza timore d'esser fraintesi, delle ore trascorse sotto il sole rovente a lavorare la terra. Ancor oggi in Cina i ricchi dell' upper class evitano di prendere la tintarella per non venir scambiati per working class . Al di là di queste divagazioni, dirò che la prima fonte, posta all'entrata del Giardino e protetta integralmente dalle chiome degli alberi che la circondano, pare un aristocratico che veste con perfetto aplomb , impettito, con tanto di cappello, bastone e monocolo, ed alle mani guanti, per evitare di infettarsi nel contatto con gli altri, e il viso pallido di chi si è guardato bene dal rovinare la pelle delicata coi raggi del sole. L'altra fontana, d'altronde, posta a circa 150 metri dalla prima, se ne sta all'aria aperta, sottoposta in modo spartano ai cicli stagionali degli elementi, e sembra che porti solo un fazzoletto per coprirsi la faccia durante le tormente e sotto la canea: al contempo, però, si gode la presenza di api, bombi, farfalle e di tutti gli uccelli coi loro armoniosi cinguettii. Chi d'estate torna al paesello con le gote bianche e lisce è proprio come uno di quei nobili decaduti che, trascorso qualche giorno in alta montagna, riprende il colore naturale dei comuni mortali: questo vuole dire che l'abbronzatura di Capracotta rende tutti uguali! Filippo Di Tella
- Il convitto di San Bernardino in Agnone
La necessità di sedare gli odi e le vendette delle fazioni degli angioini ed aragonesi in lotta tra loro e la presenza in Agnone di tre comunità di estrazione francescana - Celestini, Frati Minori e Clarisse - fece sì, con buona probabilità, che intorno al 1439 i santi Bernardino da Siena e Giovanni da Capestrano si siano ritrovati in Agnone per un'alta missione pastorale. In questo stesso tempo si portarono a Civitanova del Sannio con un soggiorno nel locale convento del Carmine. Per gratitudine Civitanova scelse come patrono il santo di Siena. Ad Agnone non gli hanno dedicato nemmeno una strada. All'Ordine dei frati minori dell'osservanza, nel luglio 1451, fu permesso la costruzione, con i loro propri beni, di una casa con chiesa ed altri necessari accessori per uso e abitazione. Nel convento il 1535 vi morì san Benedetto da Cremona. La chiesa fu costruita sotto il titolo di san Berardino Confessore. Ad una sola nave accoglie una lapide che ricorda il vescovo mons. Carlo Scaglia eletto nel 1633, ardente di zelo missionario e fondatore del Collegium de Propaganda Fide . Aveva annesso convento, dormitorio, refettorio, orto e cimitero. Il convento, distante quasi un chilometro dalle case di Agnone, trovò posto su un poggio con vista sulla vallata del Verrino e il panorama della cittadina. Era un suolo, con boschetto adiacente, donato dal dovizioso abate di Santa Maria di Agnone, Giambattista De Capotiis. Abitato già dal 1459, poteva ospitare molti religiosi a cui il luogo dava la piena possibilità di attendere alle loro pie azioni e servire totalmente Dio in onesta e pacifica quiete. Nei primi anni fu destinato ad infermeria per i monaci della provincia e i poveri del paese. Il Consiglio provinciale di Campobasso del 1816 propose di elevare a sede di diocesi Agnone al posto di Trivento per darle un ruolo più adeguato al numero ed all'operosità dei suoi cittadini. Si fece presente che Agnone aveva la popolazione «più numerosa della Provincia di Molise ed era abbondante di persone colte e civilizzate». Fu adibito, nel 1817, a luogo di sepoltura degli oltre mille agnonesi deceduti per tifo e carestia. Fu lazzaretto. Come convento fu soppresso nel 1809 e ripristinato nel 1832 per essere di nuovo annullato nel 1867 con la soppressione piemontese dei benefici ecclesiastici. Non venne più abitato dai religiosi e passò di proprietà della Congregazione di Carità che ne adibì alcuni ambienti ad uso di lazzaretto nelle occasioni di epidemie. Successivamente il convento venne abbandonato a rischio di rovina. Il vescovo mons. Giovanni De Simone, nel 1823 scrive: «Progettai di aprire in Agnone un "Seminarietto" provvisorio che niente più avidamente desiderava che un tal onore le arridesse. Questo disegno mi s'è parso di amarezza per il malcontento risvegliato, in tutta questa città, dichiarata anticamente rivale dell'anzidetta Agnone. Mi è convenuto dunque, pel bene della pace, rivolgere il pensiero a questo antico e derelitto seminario, affrontando le ingenti spese a riattarlo, e che a Dio piacendo, si riaprirà, verso il 10 dell'entrante mese». L'abbandono del convento, che aveva subito diverse manomissioni, finì quando mons. Geremia Pascucci, giovane vescovo, con una strategica operazione cedette Palazzo San Francesco al Comune in cambio della cessione, per 99 anni, dell'ex convento di San Bernardino. Ristrutturato e ampliato con nuovi spazi e camere il fabbricato, nel 1925, fu destinato, da mons. Pascucci, a "villa estiva" del seminario. Il posto ad ottocento metri di altitudine assicurava un soggiorno fresco ed arioso. Durante il fascismo l'edificio servì come luogo di confino per i deportati dall'Albania, per perseguitati politici ed ebrei. Al campo di concentramento, fino all'11 luglio 1940, erano arrivati già 42 internati che, il 24 agosto, erano saliti a 108. Dal luglio 1941 la Prefettura di Campobasso trasferì 38 zingari ad Agnone che, dopo la chiusura del campo di Boiano, divennero 127. Gli internati restavano poco tempo a San Bernardino che era solo una sistemazione provvisoria. La struttura risultava ottima per posizione, stabilità, abitabilità e i numerosi vani. Al suo interno venne istituita una scuola mista per i figli minorenni degli zingari. La maestra era la sig.ra Carola Bonanni. La popolazione agnonese trasse anche qualche profitto dalla presenza degli internati. Destinato, nel 1950, da mons. Epimenio Giannico, a convitto vescovile, ospitò tutti i presuli che, nel 1951, parteciparono al primo Congresso Eucaristico che si tenne in Agnone presieduto dal cardinale Giuseppe Bruno. A dirigere il moderno convitto maschile, dipendente dalla Curia Vescovile, fu chiamato, come rettore, don Gennaro Di Nucci che era di Capracotta ed era stato, negli anni della guerra, in diversi paesi del circondario dove aveva constatato il precario stato socio-economico dei diversi cittadini di cui molti erano genitori dei convittori. Don Gennaro, scrive il dr. Antonio Arduino, fu: «una vera guida sicura sotto tutti i profili. Tra il 1955 e 1956 il Collegio realizzava anche un periodico: "Lo Stravagante", supplemento dell'Angelo della Domenica edito in Novara. Sotto la testata un motto: "E il plauso non cercar, cerca l'amore, l'amor donde sei nato" (De Amicis)». I convittori erano assistiti anche dal vicerettore don Pietro Mastrangelo. Prima degli anni '60 assommarono per un certo periodo al numero di 120, provenivano da ogni parte d'Italia ed erano soprattutto orfani dei militari della marina. Un buon numero era dei paesi del circondario: Capracotta, Pescopennataro, Pescolanciano, Carovilli, Sant'Angelo del Pesco, Chiauci, Trivento, Pietrabbondante, Poggio Sannita, Castelverrino, Belmonte del Sannio, Castiglione Messer Marino ecc. I rapporti Istituto-Marina erano curati dal cap. Marignetti che portò i ragazzi nella sua Ischia e, ricorda il prof. Arduino, li fece accogliere da ceste di fave fresche. Le fave, ad Agnone, in convitto, erano la minestra. L'edificio era dignitoso. Al piano terra: l'atrio-cortile dove ogni mattina, anche con il freddo, noi ragazzi facevamo ginnastica; la cucina e il refettorio. I locali per le sale studio affacciavano sul Verrino ed avevano banchi senza le regole di ergonomia. Un grande ambiente era rifugio nelle ricreazioni in brutto tempo. Non vi era il pavimento, era sostituito da uno sterrato dal quale fuoriuscivano ossa umane, anche qualche cranio, mentre si giocava con una palla sgangherata. Nelle belle giornate il tempo libero si consumava sul piazzale estero con calci ad una palla o pallone. Non si poteva essere troppo intraprendenti perché un tiro sbagliato mandava la palla giù per le vigne ed era la fine delle ostilità e la fine della prima ricreazione che nei mesi invernali terminava nell'oscurità. Al piano superiore: gli uffici e l'abitazione dei dirigenti. Lunghi corridoi collegavano le camerate, le camerette, il "camerone" con il soppalco e i bagni. La sveglia, alle ore 6:30, avveniva a suon di musica. Gli istitutori provvedevano alla scelte delle canzoni, non sempre le più in voga del momento. Sbancavano l'inno di Mameli e "Il Piave". Un bel giorno, ricorda Serafino Di Giacomo da Carovilli, fece capolino, per il gruppo fantastico Folck, la canzone "Il cucù": «è ritornato maggio, l'inverno l'è passato, la neve non c'è più»... La nostalgia era elevata. Tutti avevano il pensiero alla propria casa e al paesetto. Ci si sentiva limitati nella libertà. Le regole erano un peso. Il ritorno, con la corriera della Cerella, in convitto dopo qualche festa avveniva con tristezza. La chiesetta aveva l'ingresso sul piazzale. La messa della domenica mattina si ascoltava senza partecipazione perché i più, ad ogni rumore che ipotizzava l'apertura della porta, si voltavano indietro per vedere se era arrivato qualcuno di famiglia che avrebbe mitigato la nostalgia e portato conforto con qualcosa di buono fatto in casa. La retta era sopportabile. Il vitto equilibrato. La domenica appariva, come secondo, una bistecca circondata da una foglia, spezzata, di insalata. Il tutto rispettava i tempi. La cucina era affidata a tre suore del Napoletano. Il cameriere era il sig. Nicolino Amicarelli. Chi doveva andare da Agnone al convitto poteva prendere una mulattiera che partiva da piazza del Popolo. Su quella mulattiera mamma Camilla, che una domenica veniva a trovarmi, non si accorse che gli cadde un pullover di lana che mi aveva fatto con tanto amore, tornata indietro non trovò nulla. Il dispiacere e il ricordo di non avermi potuto fare la sorpresa è durato molti anni. Oggi la mulattiera è una comoda strada intitolata a mons. Geremia Pascucci, il vescovo che ridiede vita al convitto. Si arrivava in convitto da una strada carrabile ma brecciata, che si diramava da via Gualterio, oggi intestata a mons. Giannico, il vescovo che volle in Agnone, nel 1951, il Congresso Eucaristico. I problemi si presentavano per raggiungere Agnone, dove tutti i convittori dovevano andare. Si partiva con una datata autocorriera color "nutella". Prima di immettersi su via Gualterio si doveva affrontare una salita che era un baluardo specie quando si doveva andare a piedi. Si giungeva ad ammirare il monumento a Libero Serafini in piazza Vittoria, dove si sciolgono i cortei funebri, per immettersi su corso Vittorio Emanuele ed arrivare al largo Annunziata da dove inizia salita Giuseppe Verdi che porta in piazza Plebiscito dove l'esperto autista, sig. Giacinto De Renzis, con un largo raggio girava per la piazza e si posizionava davanti al negozio del sig. Cosmo Antonelli e la Chiesa di San Giacomo denominata "della SS. Trinità". Dalla corriera uscivano gli allegri convittori. In piazza Plebiscito, già piazza del Tomolo (o tùmbre ), troneggia la casina dell'ex dopolavoro fascista che si occupava anche dell'elevazione morale e fisica del popolo. Dal loggiato hanno tenuto i "comizi" personaggi politici agnonesi. Negli anni '55 i locali furono sede del dopolavoro Acli dove accedevano solo gli iscritti. Intorno alla marmorea fontana e su tutta la piazza, dove vi era il sale e tabacchi del sig. Carmine Di Nucci, si posizionavano i vari gruppi di studenti in attesa di andare in classe. La maggioranza dei ragazzi andava alla scuola di avviamento professionale ed alla tecnica. Per ammirare le ragazze bisognava posizionarsi su via Antonio Lucci perché le ragazze andavano alla scuola media. Prima di un tentativo di approccio, bisognava guardarsi intorno per non farsi prendere in contropiede, magari da qualche "vigile" nonno. La campanella che faceva smuovere i ragazzi era quella dell'avviamento che era situato nell'antico Monastero dei Filippini ed ex Convento dei Padri Caracciolini, ad inizio di via Garibaldi. Il suono squillante era prodotto da una specifica azione fatta, con una catenella, dal bidello che la governava, sig. Pasquale Cimmino la cui specialità era "bloccare" il suono. L'altro bidello sig. Romolo Bucci presidiava il portone per un ingresso regolarizzato. Per arrivare nelle aule si passava davanti la cappella ove era morto, il 4 giugno 1608, san Francesco Caracciolo. Pochi rivolgevano un pensiero al santo, perché la cappella era aperta solo per la Santa Messa dell'apertura dell'anno scolastico. Il ritorno in convitto metteva buonumore. Dopo pranzo, pochi minuti di ricreazione prima di andare a studiare. Tempi scanditi per lo studio e lo svago. Gli errori, le disubbidienze e i capricci venivano puniti con bacchettate. La bacchetta era stata "costruita" per avere un buon risultato. Era chiamata la "Santa Justa” dal rettore don Gennaro che era quasi l'unico ad adoperarla. Lunga circa 80 cm. era larga 5 cm. dal lato che doveva incontrare la mano del punito e 3 cm. dal lato dell'impugnatura. La salute dei convittori era assicurata dal dott. Sergio Emanuele Labanca che è stato medico, scrittore, drammaturgo e poeta. Gli toccò curare i convittori che in massa furono assaliti dalla famosa pandemia influenzale "asiatica" che metteva paura per le complicazioni broncopolmonari. Un collaboratore volontario era il dr. Alessandro Bartolomeo, dirigente dell'ufficio del lavoro e di zona, che arrivava sul piazzale del convitto con una veloce motocicletta. La logistica dei controlli sull'attività e la moralità dei convittori era affidata, a bravi giovani che prendevano il titolo di istitutori ed erano coordinati dal prof. Antonio Arduino che è stato prima convittore e poi dirigente dell'istituto. Nel dicembre 1957 quasi tutti noi convittori, prima di tornare a casa per il Santo Natale, fummo vestiti da marinai. L'abito era fatto a imitazione dell'uniforme dei marinai sia nella foggia che nel colore. Mancavano le stellette e il cappello. Il tessuto, di panno grossolano, procurava prurito che induceva a grattarsi e sporcava vistosamente il collo. Un impermeabile, ad un petto, di colore blu scuro, che doveva proteggerci dal freddo completava il corredo. I convittori erano diventati "marinaretti" perché l'istituto era convenzionato con il Ministero della Marina che assisteva, attraverso la solidarietà, gli orfani. Da tutta l'Italia arrivavano ad Agnone, come convittori, ragazzi con particolare situazioni di bisogno. Una foto rara, conservata dall'ex convittore Giuseppe Sciulli di Sant'Angelo del Pesco, deceduto in Venezuela, mostra un gruppo di "marinaretti" in pellegrinaggio, che volle il vescovo Pio Augusto Crivellari, il 10 maggio 1959 a Roma. I ragazzi in divisa sono 75 e 25 quelli in abiti civili. I tre sacerdoti sono: don Gennaro Di Nucci, don Giovanni Amicone e don Pietro Mastrangelo. Gli istitutori sono 4. È presente un graduato della marina. Per la resistenza alle diverse traversie e gli alterni avvenimenti san Bernardino merita una medaglia d'oro. Dal 1970 la struttura ospita persone anziane che lì hanno trovato aiuto, conforto e aria di casa, grazie al tenace don Gennaro Di Nucci che volle la casa di riposo. Ad aiutarlo vi era don Alessandro Di Sabato. Oggi il complesso/immobile è di proprietà del Ministero dell'Interno. Il vescovo di Trivento negli anni '90 trovò i fondi necessari per acquistare l'immobile - 600 milioni delle vecchie lire - ma un parere negativo della Sovrintendenza per i beni architettonici fece sfumare tutto. Don Gennaro il 31 marzo 1994 tornò alla casa del Padre. Gennaro Loreto tornò alla sua Capracotta, alla cappella San Gabriele del cimitero comunale. San Bernardino è un pezzo di storia della cittadina di Agnone. Agli ex eroici convittori, lunga vita e meritati auguri di buon Natale 2017 e felice anno 2018. Scusate la noia. Cesidio Delle Donne Fonte: https://www.costajonicaweb.it/ , 20 maggio 2020.
- Quiŝte è nu diavule!
Giovanni Venditti (detto de Cuncèzie ), quarto di sei fratelli e una sorella, nato a Sant'Angelo del Pesco, emigra molto giovane prima in Germania poi in Svizzera dove lavora come muratore. Animato dalla voglia di apprendere, all'attività pratica aggiunge lo studio. Frequenta corsi serali, studia la lingua, le tecniche di costruzione e la lettura dei progetti. Dopo aver acquisito una bella esperienza all'estero torna in Italia e subito rileva un negozio alimentare a Capracotta e parallelamente costituisce l'impresa edile. Versatile, coraggioso, operativo. Il suo approccio con le persone è cordiale e disinvolto, ha sempre una battuta pronta per chicchessia, ma talvolta nelle divergenze, quando il confronto supera la soglia, è lesto anche nel ricorrere alle mani. Affronta qualsiasi difficoltà, senza paure né freni e talvolta si trova coinvolto in avventure difficili nelle quali riporta anche danni fisici. Ho conosciuto Giovanni nella sua arte del dire una notte tiepida di agosto, in piazza, ove c'è un folto numero di giovani nottambuli radunati davanti allo Sci Club, lui al centro che con i suoi racconti intrattiene noi tutti attenti all'ascolto. Racconta avventure per lo più vissute da lui, si esprime con un linguaggio insieme serio e ironico, nella sua lingua italiana frammista a cadenze dialettali capracottesi e santangiolesi. Il suo parlare caratteristico attrae ed affascina. I fatti, talvolta anche drammatici, colorati da una buona dose di fantasia, diventano storielle divertenti e umoristiche. Quella che ricordo, tra le tante raccontate quella notte, è la vicenda dell'asina trainata dal camion. Giovanni, che abita in via Nicola Mosca, al mattino torna a casa per la colazione e parcheggia il camion accostato al muro prospiciente la sua abitazione. Consumata la colazione, scende in strada, mette in moto il camion e riparte tranquillo. Non fa molta strada, poco oltre piazza Cacaturo vede Ciccióne (Francesco De Renzis) che al suo passaggio agita velocemente le braccia e urla: – Ferma! ferma! ferma! Giovanni non comprende cosa stia accadendo ma, visto l'allarme di Ciccióne , ferma il camion, scende dal mezzo e vede, legata al suo autocarro, un'asina che a sua volta ha un asinello legato al basto. Giovanni, uscendo da casa, non si è accorto affatto della presenza delle due bestie, ma non impiega molto per capire chi imprudentemente le avesse legate al suo camion 'Ndunìne de Nigghióne (Antonino Paglione) che abita accanto a casa di Giovanni e che, tornato dalla Guardata, dove ha portato le sue mucche al pascolo, ha legato la sua asinella dietro il camion di Giovanni ed è salito a casa ritenendo che i due somari fossero ben protetti. Giovanni in piazza mima prima i gesti di Ciccióne che si agita e poi, con le mani a pugni chiusi, le lunghe e robuste braccia distese, imita e descrive l'asina: – L'àsena z'è mbundàta che le zambe d'annieànde e che re presùtte ŝtriscia pe la via, lassa re signe de re fiérre e re presùtte è deventàte rùsce come nu melóne. L'asinello, invece, legato al basto della mamma, trotterellando segue. Il tutto è condito da Giovanni con apprezzamenti e battute. Noi si ride a crepapelle. Tanto mi ha colpito la recitazione di questa storiella da parte di Giovanni che altre volte gli ho chiesto di raccontarla, ma lui ogni volta tira fuori altre comiche avventure. La sua capacità di racconto è sempre efficace e raccoglie intorno a sé persone che con simpatia lo ascoltano. Ed ecco tre storielle dal suo vasto repertorio e spiritose conclusioni. Le tegole su un tetto spiovente Giovanni ha eseguito un lavoro sul tetto di un signore e a fine opera c'è da trarre il saldo del conto. Giovanni rivendica un compenso che secondo il cliente è eccessivo. Il proprietario, per la trattativa, coinvolge un impresario amico. Questo tecnico cerca di indebolire le tesi di Giovanni ipotizzando difetti sul lavoro eseguito e gli obietta l'aver fissato con le viti le tegole sullo spiovente del tetto quasi verticale. E Giovanni di rimando: – E ch'éva reŝtrégne ru pòpule pe mantené chesse téule! Il conciliatore C'è stato un tamponamento tra due auto sulla strada, in discesa da Prato Gentile, nei pressi del Giardino di Flora appenninica. Il conducente della vettura che ha tamponato non si ritiene responsabile e attribuisce pretestuosamente la colpa al ghiaccio che è sulla strada. Ovviamente i due conducenti non trovano l'accordo. Giunti in paese invitano Giovanni a dirimere la vertenza perché esperto di incidenti e controversie. Chiedo a Giovanni com'è finita la controversia tra i due automobilisti. E lui: – Quìre ch'è tampunàte è nu suggètte curiùse, e pepìng e pepàng... nen vò capì ragione e a nu ciérte punte me dice: "Mó ema ì a vedé addó ŝtà la curva". E ije: "Ch'éma ì a védè addó ŝtà la curva: chéla ŝtà a addó ŝtéva!". La corda agli operai Un mattino d'estate sento da lontano Giovanni urlare dal suo cantiere. Vado da lui perché devo parlargli. Dal basso dirige gli operai sulle impalcature, io sono accanto a lui e mi parla con tono normale, ma all'improvviso cambia tono, urla e dà ordini agli operai che si muovono a rilento. Continua così l'alternarsi del tono di voce, regolare con me, urlato e perentorio con gli operai. Io a un certo punto gli chiedo: – Giovanni perché urli tanto agli operai? E lui mi risponde: – A chisse j'éra dà la corda la matina! Giovanni e la neve Giovanni, in quanto impresa edile, è dotato di diversi mezzi meccanici, camion e ruspe. Ruspe diverse, aggiornate negli anni, che nell'invernata adopera per lo sgombero neve. A dicembre, infatti, chiusi i cantieri, stipula il contratto con la Provincia. Lavoro che svolge per ben 34 anni a partire dal 1964. E qui si mette in luce un altro aspetto della sua personalità: la generosità. È sensibile alle nascenti piccole iniziative turistiche invernali del paese, è tra i 20 componenti il comitato promotore della Valturicap. Per ben due volte invia, gratuitamente, un suo operatore con ruspa a Jaccio della Vorraina per trasportare i componenti della prima manovia, e al prato di Conti per sistemare la pista della seconda manovia. A Capracotta la viabilità invernale, almeno fino agli anni '80, è sempre un grosso problema. Comunemente si ritiene che le difficoltà derivino dalle strade poco agevoli, dai mezzi della Provincia non sempre efficienti e dalle solite bufere ritenute inaffrontabili, ma non si pensa alla capacità degli operatori ed alla loro organizzazione. Spesso c'è disaccordo tra Comune e Provincia sugli interventi da effettuare. La guida dei mezzi è affidata ad autisti poco avvezzi alla neve, mal equipaggiati e comandati da cantonieri anziani, col sacro terrore della neve, non molto disposti ad uscire. Giovanni, e con lui i Di Menna, giovani, infaticabili e coraggiosi, hanno il merito di assicurare l'apertura delle strade quasi sempre, anche in occasione di tormente di neve ritenute impossibili. Viaggiano con i loro mezzi ininterrottamente, giorno e notte, liberano le strade in corso di nevicata, evitano così la formazione di muraglie difficili da sfondare. Giovanni ha una sua idea sui requisiti di chi deve svolgere tale impiego: – Éra tené la salute e éra fa l'amore che quire tipe de meŝtiére, se nen sié fidanzàte che la nève è mèglie che te mitte da parte! Nel corso delle invernate interviene in qualsiasi ora e in ogni luogo là dove ci sono persone in difficoltà sulle strade innevate e non si risparmia in prestazioni faticose e risolutive, spesso non remunerate. Talvolta sgombera, a suo rischio, strade rurali non rientranti tra quelle convenzionate. Qui ha luogo parte del suo nutrito repertorio di avventure. In sintesi ne raccontiamo due particolarmente impegnative. Che fine sié fatte? Il 25 dicembre 1970 Clipper è finito con la ruota anteriore sinistra fuori strada in località Montagna. In tutta la giornata del Natale c'è una mobilitazione generale e un gran da fare per rimetterlo sulla strada. Vengono impiegate tutte le forze possibili, da quelle umane a mezzi di ogni genere di cui si dispone: un'autocorriera, una ruspa di Giovanni, quattro bulldozer dell'Esercito giunti da Caserta. Si lavora fino alle ore 11 di sera e non si riesce a smuovere minimamente Clipper dalla sua scomoda posizione. L'indomani, giorno di S. Stefano, Giovanni, Ennio Di Nucci, Elio Paglione e altri cantonieri partono alle cinque del mattino con ruspa, traverse di ferrovia, binda. Lavorano per una intera giornata. Intorno a mezzogiorno ricevono la visita dei pompieri da Agnone, i quali rimangono un po' a guardare e ripartono. Alle 23 circa finalmente riportano Clipper su strada. Intanto quel giorno Maria Paglione, moglie di Giovanni, alle ore 10 del mattino ha dato alla luce il suo secondogenito Stefano. Giovanni torna a casa a mezzanotte e finalmente conosce il neonato. Inevitabilmente giunge il rimprovero di tutta la famiglia: – È nato tuo figlio, che fine sié fatte tutta na jurnata? L'avventura che segue mi è presentata da Giovanni con questa affermazione: – Chi ara cumannà ara sapé cumannà pecché se nen sà cumannà è meglie che ze fa cumannà! È accaduta nell'inverno del 1979 a Sant'Angelo del Pesco ed è riportata così come raccontata dal protagonista. Maresciallo dei pompieri a tempo Io torno a casa juŝte a mezzanotte, mia moglie mi dice: – Ha chiamato l'ingegnere capo della Provincia, lo devi richiamare urgentemente. Chiamo l'ingegnere capo: – Ingegnere, io so' Venditti. – Venditti tu mi devi fare un favore, ti faccio parlare col prefetto. – Il prefetto? Per fare che cosa? Che gli debbo dire al prefetto? – Devi fare un piacere, a Sant'Angelo sono due giorni che non si passa, stanno un sacco di macchine buttate in mezzo alla strada perché un autotreno si è messo di traverso, me lo devi andare a tirare. – No! – dico – ingegné, nooo... – Ti passo il prefetto. – Senta, lei deve fare 'sta gentilezza, quello che costa costa. Devo andare, ma parto con la Golf, non con la ruspa, perché devo vedere il caso. Vado, mamma mia! Quando arrivo lì tutta gente che mi conosce, della zona, di Chieti, di Pescara. È venùte lu diàvule, è venùte lu diàvule eehh ! Mó con questo usciamo. I carabinieri: – È arrivato Venditti! Ecco! Fa 'na bufera di fine di mondo. Non potevi scendere dalla macchina che ti scapicollavi! Gelato! Cinque gru dei vigili del fuoco, credo tre di Castel di Sangro e due di Agnone. Dico: – Ma scusate marescià, qua vu tenete cinque gru dei vigili del fuoco e aspettate un mezzo pesante, ma che ve credete che ciò io? No! No! Io mó telefono e non faccio venire più il mezzo! – Ma io devo rendere conto al prefetto, lei è venuto o non è venuto? – Senti, se tu permetti, qua i pompieri hanno l'attrezzatura o non ce l'hanno? – No, questi hanno paura perché come agganciano la macchina la gru si alza. Allungano il braccio da lontano e un po' che alzano no! Rimettono giù. Signor Venditti adesso dipende da lei, qua che cosa dobbiamo fare? – I vigili del fuoco sono attrezzati? – Vieni, io ti faccio parlare col maresciallo dei pompieri. – Ditemi tutto, parlate con me. – Marescià, qua pe' caccià 'sta macchina non ci vuole nessun mezzo. Le macchine le puoi rimandare in sede, lascia solo gli operai qua. – Ma per fare che cosa? – Per cacciare la macchina! – Ma sai che fai ridere? Ci sta Fantini di San'Angelo, ch'è nu piézze de delinquente. È une ch'ha fatte il trasportatore 'na vita, è bravo, viene vicino a stu marescialle e dice: – Fa' fa' a Giovanni ca quiste è nu diàvule! Allora io dico: – Tenete le binde e i pezzotti? – Sì, sì! – Cominciate a portà binde e pezzotti qua, marescià, però a una condizione, che per due ore devo fare io il maresciallo. Il maresciallo dei pompieri effettivamente si offende. – Tu puoi fare quello che vuoi, però devi chiedere al prefetto se ti fa fare il maresciallo. – Carabiniere chiama il prefetto e digli che se mi dà il permesso per due ore di fare il maresciallo la macchina sta fuori, sennò mó me ne vado! – Sì, sì! Altro che permesso, basta che lei è in grado! – Allora fai fare a me! Si avvicina uno di questi, il filosofo napoletano: – Nuovo capo dimmi tutto, ch'avimma fà ccà? – Cominciate a prendere sei binde e pezzotti. – E mettimme accoppe e iamme avasce! Noi so' due giorni che mettiamo i pezzotti, mettiamo la binda e se ne vanno sotto. – Mó tu per due ore devi fare quello che ti dico io! Dopo due ore chiedi ordine al tuo comandante e te ne vai a fare come ti pare! Inizia l'operazione recupero. Il metodo di Giovanni, già sperimentato altre volte, funziona. Alle sei del mattino il camion è in piano sopra a quei pezzotti, può ripartire. Ed ecco il via di Giovanni al camionista: – Metti in moto, esci fuori! È un autotreno carico di stivali, quando me ne accorgo dico all'autista: – Lassamene ddù. – Sì, sì, sì! Parte quiŝt'autotréne, nen ze ferma cchiù. Aje ancora avé re steviàle, m'ara paà ru prefètte, m'ara paà ru 'ngegnére cape. Ogni volta che vaje a Pescara a n'officina ce ne sta une, quanda me véde ze métte le mieàne accuscì (si regge la testa) e dice : – Ddù juórne a Sant'Angelo del Pesco... se nen menive tu ŝtavame ancora lòche. Il cuneo impazzito Giovanni deve rimuovere i pattini di acciaio usurati dalla base del vomere della sua ruspa sgombraneve. Inizialmente lui regge il cuneo da inserire nella sede e il giovane nipote Elio percuote fortemente con un pesante martello. Dopo un po' Giovanni dà il cambio al nipote e comincia lui a percuotere con altrettanta forza. Il cuneo appena conficcato è lasciato libero e, a seguito di un colpo violento di Giovanni, rimbalza come un proiettile finendo nella sua bocca. Gli rompe tutti i denti di prima fila e scardina dagli alveoli quasi tutti gli altri denti del retro della bocca. Il colpo è micidiale e doloroso. È soccorso subito dal medico di famiglia, trascorre la notte nel suo letto con forte perdita di sangue e dolore. L'indomani è ricoverato in una clinica abruzzese specialistica. Torna a casa nel periodo natalizio. Io e il suo compare Diodato gli facciamo visita, ci racconta l'incidente e conclude: – Dìve na botta, èrane passàte na ventina de menùte e chéla zéppa partètte! Nonostante la drammaticità dell'infortunio lui, nel raccontare, rende la sua storia quasi claunesca e ci fa ridere anche questa volta. Michele Potena Fonte: M. Potena, Quiste è nu diàvule! , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
























