LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Tredici apostoli al Cenacolo della Chiesa Madre di Capracotta?
La Chiesa Madre di Capracotta è uno scrigno di tesori. Uno di questi è il grande dipinto dell'Ultima Cena situato in posizione sfortunatissima sul fondo del tempio e, ahimé, poco valorizzato, perché nascosto agli occhi dei fedeli dal dossale in marmo dell'altare maggiore. Don Geremia Carugno (e non solo lui) era convinto che quel quadro fosse opera di Francesco Solimena (1657-1747) - noto come l'Abate Ciccio -, un prolifico artista campano che produsse tele quasi esclusivamente su committenza in tutto il Regno di Napoli. La particolarità dell'opera in questione non sta tanto nella sua fattura - pregevole ma con segni di usura - bensì nella scelta iconografica e teologica. Attorno al tavolo del Cenacolo capracottese sono infatti disposti ben tredici apostoli più Gesù. Com'è possibile? Tutti sanno che gli apostoli erano dodici e che quella sera, a tavola per l'Ultima Cena, sedettero in tredici, Cristo compreso. Se si osserva la tela del presunto Solimena, si nota che il Salvatore (che davanti a Sé ha un agnellino pronto per esser mangiato), posto tra un affranto Giovanni e un anziano Pietro, non occupa il centro della scena, poiché questa, all'estrema sinistra, contempla un personaggio tenuto a distanza, in una solitudine che puzza di condanna preventiva: si tratta forse di Giuda Iscariota, il traditore per antonomasia. Dal Medioevo in poi l'iconografia dominante vuole infatti che Giuda venga raffigurato o nel momento del bacio o tenuto in disparte dagli altri apostoli. Qui il suo posto a tavola viene preso dal discepolo Mattia (uno dei più giovani, penultimo a sinistra), che nella tradizione cristiana è il tredicesimo apostolo, colui che quaranta giorni dopo l'Ascensione di Gesù, verrà scelto per reintegrare il numero del collegio apostolico dopo il suicidio dell'Iscariota. Mattia predicherà prima in Giudea e poi in Etiopia, dove sarà infine crocifisso. È probabile che, dietro precise disposizioni del committente, l'artista del dipinto abbia voluto raffigurare tutti i tredici apostoli, come a dire che la Chiesa non teme tradimenti, è ferma e decisa, che la Chiesa è talmente forte da essere invincibile. Questo dettaglio rende dunque l'opera pienamente controriformistica, perché, alla luce degli strascichi dello scisma luterano e dei movimenti che seguirono, sembra voler sottolineare che eventuali defezioni da parte di traditori non possono mettere in pericolo la stabilità di Sancta Mater Ecclesia. La presenza del tredicesimo apostolo troverebbe pertanto spiegazione in chiave di propaganda politico-religiosa. Sebbene la scomparsa di Giuda non sia ancora avvenuta (egli non è più vestito da apostolo e, anzi, fa da servo) il supposto Solimena anticipa già l'avvento di Mattia, il che dà l'idea della tempestività con cui la Chiesa colma i vuoti che si creano in essa a causa della meschinità degli uomini. Nel dipinto c'è un ulteriore elemento di speculazione teologica. Mi riferisco al grosso tomo poggiato sul leggio alle spalle di Giuda, del quale sono riuscito a trascrivere, con abbondante incertezza, molte parole della pagina di sinistra e poche di quella di destra, da cui però sono emersi, con relativa dose di dubbio, dei versetti sull'olio santo e il profumo (Es 30:22-25): Il Signore parlò a Mosè: «Procùrati balsami pregiati: mirra vergine per il peso di cinquecento sicli; cinnamòmo profumato, la metà, cioè duecentocinquanta sicli; canna aromatica, duecentocinquanta; cassia, cinquecento sicli, conformi al siclo del santuario; e un hin d'olio d'oliva. Ne farai l'olio per l'unzione sacra, un unguento composto secondo l'arte del profumiere: sarà l'olio per l'unzione sacra». In quel leggio vengono dunque date delle direttive per preparare l'olio santo e l'incenso da utilizzare nel servizio del tabernacolo. Non solo. L'artista ha voluto rincarare la dose teologale, sottintendendo che, come l'incenso viene spezzato in frammenti, «così Dio mantiene nella mente della gente la riverenza per le sue opere e ci insegna a non profanare né abusare di quello che Dio stesso ci fa sapere. È un grande affronto a Dio prendere in giro le cose sacre e beffarsi della Sua parola e dei Suoi comandi. È molto pericoloso e più mortale utilizzare la fede del vangelo di Cristo per curare i propri interessi mondani». L'Ultima Cena di Capracotta è quindi ampiamente posteriore al concilio tridentino ed è databile a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, tanto che se non è opera dell'Abate Ciccio - e io nutro alcune perplessità in merito - lo è perlomeno della sua bottega. Vi spiego ora perché. Essendo allo stato attuale impossibile staccare la tela dal muro per poter rintracciare la firma di Francesco Solimena o dare uno sguardo, sul retro, al telaio dell'opera, mi sono basato sul confronto pittorico con altre opere dell'artista napoletano, prime fra tutte i maestosi affreschi sulle volte delle navate della Chiesa di S. Nicola alla Carità di Napoli, l'edificio monumentale che più di tutti conserva opere eseguite dai maggiori pittori del Settecento napoletano. Se paragoniamo il Cristo dell'Ultima Cena della Chiesa Madre di Capracotta con uno dei volti di S. Nicola ci accorgiamo che quello sguardo rivolto verso l'alto - vero e proprio marchio di fabbrica del Solimena - è pressoché identico, così come i bulbi oculari, le arcate sopraccigliari, i capelli mossi, la piega del mento, i muscoli del collo. La differenza sostanziale sta piuttosto nel "tocco", nella pennellata, nel tratto. Qui è forte e grossolano, lì è vago e delicato. Ma ripeto: se l'Ultima Cena di Capracotta non è opera di Francesco Solimena, è sicuramente opera di uno dei suoi tanti allievi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Carotenuto, Francesco Solimena: dall'attività giovanile agli anni della maturità (1674-1710), Nuova Cultura, Roma 2015; V. Jacomuzzi, I tredici apostoli: la storia, le immagini, i luoghi, Sei, Torino 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Spinosa, Francesco Solimena (1657-1747) e le "Arti a Napoli", Bozzi, Roma 2018; G. Vicedomini, Francesco Solimena: la sua epoca e la nostra, Cromo, Nocera Inferiore 1915.
- La felicità delle piccole cose
C'è un'Italia meno conosciuta, fatta di paesini e angoli di natura incontaminata, che vale la pena visitare: non solo perché si scoprono posti di insospettata bellezza, ma anche perché ci si immerge in ritmi rilassati, in atmosfere di pace e si gode di quei piccoli ma allo stesso tempo grandi piaceri della vita, come una cucina sana e gustosa, rapporti umani autentici, angoli di serenità. Ci troviamo al confine tra due regioni - Abruzzo e Molise - in quel comprensorio chiamato Agnonese-Medio Sangro. Sul versante molisano Capracotta, Agnone e Pescopennataro, in provincia di Isernia, sono i paesi più vicini; su quello abruzzese i borghi di Rosello, Borrello e Roio del Sangro, in provincia di Chieti, ci aprono la strada per la valle del fiume Sangro. Siamo circondati da montagne che hanno sofferto lo spopolamento migratorio, ma anche per questo ci regalano una natura immacolata, borghi silenziosi, storie singolari e sapori genuini. Tradizione molisana Arrivando dalla Roma-Napoli (A1) ci muoviamo nei primi paesi in Alto Molise. Agnone, la cittadina più popolosa del comprensorio, è nota per la produzione di campane, tradizione che scopriamo al Museo della Campana dell'Antica Fonderia Pontificia Marinelli, tramandata in famiglia da ventisette generazioni. Ancora oggi l'azienda produce campane bronzee per le chiese di tutto il mondo e il percorso museale ci racconta anche le tecniche di produzione. Va da sé che il centro storico di Agnone è uno scrigno di chiese, tutte da scoprire. Come quella di San Francesco (XV sec.), con cupola a tamburo su un campanile la cui parte finale è in ferro battuto. Gli altri tesori di Agnone sono i dolci: i "confetti ricci", le "campane" rivestite di cioccolata e tanti altri. La campana, ottenuta da un impasto a base di noci e farina di mandorle e ricoperta di puro cioccolato gianduia, è la specialità della Dolciaria Labbate Mazziotta, a gestione familiare. Tra le ricette tradizionali, le ostie ripiene di miele, cioccolato, noci e mandorle, e i mostaccioli. La Dolciaria Carosella, confettificio artigianale fondato nel 1839, produce in esclusiva la mandorla confettata riccia, un confetto morbido fatto con una mandorla siciliana di Avola tostata e aromatizzata alla cannella, che fa da ripieno a un guscio di zucchero cristallizzato e rugoso. Deliziosa anche la pasta reale con mandorle aromatizzate, ricoperta di puro fondente. Sull'alto Appennino In meno di 20 km. siamo a Capracotta, 1.420 d'altezza e solo un migliaio d'abitanti, il tipico paesello sorto attorno a una chiesa: la settecentesca Chiesa Parrocchiale dell'Assunta, fondata a sua volta sui resti di una chiesa arcaica. Qui nel "paese delle bufere" il manto nevoso può superare il metro abbondante, non a caso Capracotta è il secondo Comune più alto dell'Appennino, situata tra i monti Capraro e Campo, a due passi dagli impianti sciistici di Prato Gentile. Sulle vette dell'Alto Molise, a ridosso delle abetine abruzzesi, le piste di sci da fondo si addentrano in un'incantevole faggeta. Per recuperare energie ci attende una cucina piena di bontà, come la tenerissima "pezzata", una minestra di pezzi di carne di pecora in brodo. La cena perfetta che gustiamo al ristorante L'Elfo, dal bravo chef Michele Sozio, che ci riserva anche un assaggio finale di formaggi artigianali. Buonissimi: scamorze, stracciate, pecorino e caciocavallo "macchione". L'ultimo scampolo di Molise è il borgo ameno di Pescopennataro, abbarbicato a 1.200 metri su uno sperone a strapiombo sulla valle del Sangro: avvolto dalle masse di nuvole in movimento, nel rosa e nell'azzurro del tramonto, è uno spettacolo suggestivo. Un tempo era il paese degli scalpellini, oggi c'è solo Edoardo Lalli a fare il mestiere, in un negozio con laboratorio a due passi dai picchi rocciosi del borgo. Alla storia e alla lavorazione della pietra è dedicato il Museo "Chiara Molinari", testimonianza di una lavorazione litica evoluta. Il versante abruzzese Superata l'ultima tappa molisana, dopo qualche curva e una breve sosta all'eremo di San Luca - una "grotta" con madonnina sotto un'imponente parete rocciosa - entriamo in Abruzzo. Gli scenari non cambiano, c'è omogeneità: le due regioni furono divise nel 1963. Però sul versante abruzzese del comprensorio ci attende una "piccola Scandinavia": l'abetina di Rosello, l'area di abete bianco più grande del centro Italia: circa 211 ettari di abeti bianchi alternati a faggio e altre specie. Il bosco vetusto, il più integro della riserva, conserva una biodiversità da manuale, con 600 specie di piante, centinaia di muschi, licheni e funghi, 600 tipologie di coleotteri e 450 di farfalle. E ancora: anfibi, rettili, dodici differenti tipi di pipistrelli e decine di varietà di uccelli, comprese le sette specie di picchio dell'Appennino. È un'esperienza indimenticabile: i passi sulla neve, il silenzio interrotto dagli uccelli, il freddo pungente, l'aria purissima e balsamica. Fuori regione non molti sanno che il paese di Rosello ha come sindaco Federico Moccia, lo scrittore dei popolarissimi "Tre metri sopra il cielo" e "Scusa ma ti chiamo amore". Si tratta di un borgo medievale nato nel Mille attorno alla rupe chiamata "la torre", per la presenza sulla sua cima dei resti di una torre d'avvistamento circolare. Qui, a circa 1.010 metri, davanti ai nostri occhi, a 360 gradi, si gode di uno splendido panorama con il massiccio della Maiella, i monti Pizzi nel Parco della Maiella, la valle del fiume Sangro, la riserva dell'Abetina e il paese di Roio del Sangro su uno sperone roccioso davanti al monte di Castel Fraiano. Terra d'abbondanza La nostra tappa successiva è proprio Roio del Sangro, il paese dei "cuochi di famiglia", storia curiosa. Nel borgo semi-deserto ogni famiglia vanta un cuoco che ha lavorato in case importanti: chi per i Chigi, chi per Yul Brynner, chi per l'Aga Khan e chi, ancora oggi, per gli Agnelli. Il fenomeno dei "cuochi di famiglia" si sarebbe sviluppato attraverso la solidarietà degli emigranti, che aiutavano amici e familiari di nuova emigrazione. La scoperta è coronata dai buoni piatti della cuoca Vincenzina Annecchini, alla trattoria Sangri Là, nel centro di un paese quasi solo di anziani. A tavola arrivano fumanti ottime "sagne a pezze" al pomodoro e le "sagne 'andremap", cioè delle spesse tagliatelle di farina integrale condite con ricotta di capra, cicoria ripassata, pecorino di Capracotta e peperoncino secco. Si chiude in bontà con un secondo gustosissimo, le "pallotte" cacio e uova al sugo, vanto di Vincenzina. Per smaltire tanta abbondanza, dopo una visita alla chiesa di Santa Maria Maggiore, ci trasferiamo a Borrello per un giro alle Cascate del Verde, una riserva con percorso attrezzato di 400 metri nel bosco e un belvedere sui giochi d'acqua del rio Verde. Il torrente nasce dalla confluenza di più affioramenti sul pianoro tra Rosello e Pescopennataro e dopo nove chilometri precipita tumultuosamente da una parete di roccia calcarea, con tre salti d'acqua principali, per confluire dopo varie ripide nel fiume Sangro. Ma se avete un cane da tartufo portate anche lui: a Borrello si trovano sia il bianco pregiato Tuber magnatum (Pico) (a ottobre-dicembre) che il nero scorzone. Questo a maggio, però. Quando la magia dell'inverno avrà lasciato il posto a una primavera altrettanto splendida. Massimiliano Rella Fonte: M. Rella, La felicità delle piccole cose. Alla scoperta di Abruzzo e Molise, in «Marcopolo», VII:6, Guidonia Montecelio, novembre-dicembre 2016.
- Capracotta e la ricerca di qualcosa da mangiare
Sto salendo lungo i tornanti che mi porteranno a Capracotta, ultimo avamposto abitato dentro questo mondo bianco. Bianco da tutte le parti perché dove giri gli occhi non c'è altro che bianco e poi bianco ed ancora bianco. Salgo lungo queste rampe ingabbiato da un muro di neve a destra e sinistra mentre le nuvole mi avvolgono completamente. La musica degli Eagles mi ricorda l'estate trascorsa al mare e, complice anche l'orario, le cene da Alvaro. La sora Cesira è un'abile cuoca, ricordo le sue fettuccine ai funghi porcini, il timballo con la besciamella, le patate al forno con il pollo, il tutto affogato nel solito vinello rosso che Alvaro si fa con le sue uve. Sono quasi le 13, la fame bussa al mio stomaco con sordi gorgoglii che la dicono lunga sulla possibilità di trovare un posto dove cibarsi. Le curve sembrano non finire mai, la neve anche, finché su un tornante lo sguardo, che riesce a vedere a malapena oltre i 5 metri, viene catturato da un segnale stradale. "Ah... ecco un luogo dove sicuramente mangiare qualcosa di caldo". Ma avvicinandomi la situazione s'ingarbuglia, è vero che c'è l'indicazione del paese ma la direzione desta qualche dubbio. Leggo il nome della contrada e lì la mente va in tilt. La nebbia circostante non ti regala punti di riferimento. Leggo nuovamente il cartello, guardo l'indicazione ed ormai preso da un vistoso calo di zuccheri m'inginocchio per trovare il punto dove passare. "Forse ci sarà un botola, una scala, un ascensore, insomma qualcosa che mi porti fino a questo paese". La lucidità comincia ad essere sempre meno presente. Gli arti inferiori cominciano ad esser preda dei primi sintomi di congelamento. Sono sempre inginocchiato, le mani frugano nella neve e tastano il terreno alla ricerca di non si sa più che cosa eppure l'indicazione è chiara. Il rumore di un motore di un trattore che si avvicina mi riporta alla realtà. Rimango immobile per vedere meglio da dove sbucherà. Sento il motore che va al minimo ed una voce che esclama: – Salve, serve una mano? Mi accorgo di essere in ginocchio davanti ad un uomo che mi guarda dall'alto del suo trattore come se avesse visto un alieno. – Ho visto il cartello – rispondo – e cercavo di arrivare al paese ma non trovo la botola per scendere... L'uomo mi guarda in modo strano ed avverto un senso di disagio nei miei confronti come se stesse parlando con un matto che cerca da mangiare sotto terra. L'avevo visto scendere mezzo sorridente dal trattore ma dopo le mie parole comincia ad arretrare e noto che risale molto lentamente sul trattore con fare circospetto come se volesse scappare da questo manicomio con le pareti bianche. Innesta la marcia, mi guarda e spinto forse da un senso di compassione per questo povero essere umano in preda ad una disconnessione neuronale mi urla in dialetto di proseguire ed arrivare a Capracotta che dista poche centinaia di metri. Lì sicuramente troverò qualcosa. Accetto il consiglio ringraziandolo. Mi rialzo ma appena mi vede in posizione eretta viene colto da un raptus degno del miglior Schumacher e cerca di scappare dalla vista di questo povero scemo che cerca una botola nel terreno sotto la neve. Accelera e facendo impennare il trattore, sgomma lasciando una scia di fumo e scompare nella fitta nebbia. Riparto anch'io e giungo finalmente alla meta ma di negozi aperti neanche l'ombra: primo perché non c'è sole e poi perché sono tutti sotto 2 metri di neve. Giro per quelle vie come l'ultimo sopravvissuto. Ho la sensazione che lupi ed orsi bianchi mi seguano avendomi scambiato come cavia per la loro ricerca del mangiare. Ad un tratto vedo apparire da dietro un muro di neve una persona che attraversa di corsa. Inchiodo, scendo dall'auto, la chiamo incamminandomi verso lei ma questa improvvisamente scompare e mi ritrovo da solo. Attorno a me nebbia e neve, sembra un film di Hitchcock, ci manca solamente un tetro sottofondo musicale. Spunta un cane da chissà dove ma fa finta di non vedermi e scompare dietro un cassonetto dell'immondizia. Anche a lui non gliene frega niente di me. Sono di nuovo solo in questo mondo bianco latte. Mi accendo una sigaretta, mi rialzo il bavero come faceva Humphrey Bogart. A casa non mi aspetta Ingrid Bergam ma la mia dolce metà. Mi attacco al cellulare e le ordino un bel piatto di spaghetti e una braciolina ai ferri con una montagna di patatine fritte, il tutto pronto fra un paio d'ore. Mi riavvio verso l'auto, la neve scricchiola sinistra sotto i miei piedi mentre il mio stomaco gorgoglia destrorso per la fame. Un connubio musicale non proprio degno di Casablanca... ma sì! Suonala ancora Sam... Roberto Maccelli Fonte: https://www.meteogiornale.it/, 23 febbraio 2005.
- San Tommaso a Capracotta
Mio nonno, Valerio Carfagnini, si definiva "un credente scettico" e gli piaceva aggiungere: «Ho sempre ammirato l'apostolo Tommaso che, secondo me, è stato - nei Vangeli - trattato ingiustamente. Non ho mai considerato il dubbio un peccato, né la fede un merito, anzi: solo in nome della fede (e mai del dubbio) si sono compiuti e si compiono misfatti atroci, si scatenano guerre, sbandierando la fede per giustificare violenze, sopraffazioni, e persino genocidi. La storia lo dimostra. E non solo la storia con la S maiuscola, ma anche quella minuscola, di cui i libri non parlano. Quante nefandezze sono imputabili a una fede che non ha niente a che fare coi comandamenti di Dio!». – Nonno, ma devi ammettere che ci sono anche fedeli buoni, quelli che si sforzano di ascoltare gli insegnamenti evangelici... che credono al Paradiso e all'Inferno, ai miracoli... sono tantissimi! Non credi anche tu che la fede vera sia quella degli umili, delle persone che non farebbero mai del male a nessuno, perché sono convinti che bisogna amare il prossimo, perdonare, non vendicarsi, ma porgere l'altra guancia? Il nonno sorrise guardandomi: – La fede degli umili, dici? Anche questo è un malinteso romantico, credimi, e ti racconterò un episodio di cui sono stato testimone, moltissimi anni fa. Subito dopo la mia laurea in medicina fui costretto ad accettare un incarico a Capracotta, nella provincia di Isernia, il comune più alto dell'Appennino (oltre 1.420 m.s.l.m.). Il medico condotto del paese era morto da quasi un anno ed io avrei dovuto prendere il suo posto. In famiglia mi avevano già dato il benservito dicendo: «Ti abbiamo mantenuto fino alla laurea: adesso arrangiati». Non avevo scelta e accettai l'incarico "ereditando", oltre alla condotta, anche la casa-ambulatorio del defunto dottore, che era morto senza eredi. Così partii da Montorio. Arrivai a Capracotta in una tarda sera d'inverno, uno di quegli inverni feroci e impietosi a cui avrei imparato ad abituarmi negli anni seguenti. Nevicava. Andai a bussare al portone della canonica (e dove altrimenti?). Scossi il battente più volte, e finalmente la porta si aprì... vidi sbucare dal buio una donna senza età, tutta vestita di nero, con un viso pallido, vagamente caprino. – Scusate, ma sono nu poco azzoppata – belò la donna, porgendomi l'estremità di un bastone, che riuscii a stringere fingendo che fosse la sua mano. – Nun dicetemi niente! Lo so chi siete. Siete il nuovo dottore... ma entrate, entrate, che siete più morto che vivo! Incoraggiato da così benevola accoglienza, entrai in casa, e la neve mi scivolò di dosso allagando il pavimento. Quella specie di perpetua mi puntò il lume in faccia e mi fissò, e io fissai lei, sbalordito: e... sì... quella vistosa barbetta bianca sul mento, quella testa oblunga... era una capra travestita da donna? E quando sentii belare e "zoccolettare" sul pavimento, non mi meravigliai più di tanto... Se un paese che si chiama Capra-cotta, ci sarà pure una ragione, mi dicevo. "Bee... bee..." ai miei piedi una capra vera, stava leccando la neve sciolta sul pavimento, e pareva gustarsela come se fosse suchemel, il caprifoglio, e mi leccava gli scarponi, strusciandosi contro le mie gambe... – Buona, buona, Rosa, lascia in pace il dottore. Scusatemi tanto, dotto', questa... è Rosa, la mia caprettina. È buona assai! E pure intelligente. – E voi come vi chiamate? – Mi chiamo Rosa, pure io... Le due Rose mi tenevano quasi bloccato sul pavimento, finché tentai di muovere un passo per tendere ancora la mano e stringere il bastone che la perpetua mi porgeva. – Piacere, Rosa, io sono Valerio Carfagnini! – Lo so, lo so – rispose una delle due Rose, e in quel momento entrò il prete: un omino tutto bianco, esile come un fiammifero, ma dal piglio deciso ed energico... Intanto era stato acceso un altro lume, e io vidi, in quel viso di cera, balenare uno sguardo sorprendentemente allegro, arguto, indagatore... – Don Ciccio, vi presento il nuovo dottore – disse la Rosa n. 1 e don Ciccio scattò come una molla verso di me e mi strinse in un abbraccio vigoroso che non finiva più. – Bene, bene! Sia benedetto Iddio! È Lui che ti manda, figlio mio, figlio mio benedetto... E sciogliendosi finalmente dall'abbraccio che mi aveva quasi tolto il respiro, continuò: – Non potevamo più aspettare... qui si ammalano tutti in continuazione, pure la capra, o per troppo freddo, o per il troppo caldo... vedrai, vedrai figliolo mio benedetto, in che inferno sei capitato! A conclusione di questa incoraggiante accoglienza, mi stampò un bacio in fronte. E quel bacio era come un timbro sulla prima pagina della mia nuova vita: ero diventato il medico condotto di Capracotta! Mi sistemai, così, nella casa del mio predecessore, una specie di biblioteca-ambulatorio. La camera da letto era una mansarda, dal cui tetto spiovente vedevo crollare la neve con tonfi ovattati. Da lì avrei imparato a osservare il mutare delle stagioni, le varie specie di uccelli, soprattutto notturni, e gli spazi lontani, riempiti dai colori mutevoli dei boschi, e i tetti delle case, che fumavano d'inverno e luccicavano dopo le piogge. Non impiegai molto tempo a conoscere tutti in paese: il sindaco, pacifico anche se sempre indaffaratissimo e sudato persino d'inverno; il farmacista, con una moglie gelosa e sette figli sempre malaticci, e la maestra, donna Adelina, anziana, alta e ossuta, sempre con lo stesso vestito marrone scuro, lungo fino ai piedi e stretto stretto: per questo, e soprattutto per la capigliatura raccolta, che finiva con un ciuffo a punta sulla fronte, pareva proprio una matita con le braccia. La mattina ricevevo i pazienti in ambulatorio, e il pomeriggio lo dedicavo alle visite a domicilio. Per recarmi nelle case più lontane usavo un calessino, tirato da un cavallino, Lindoro, intelligente e instancabile (altra "eredità" del defunto dottore). Ma il più delle volte, se il tempo me lo permetteva, giravo a piedi. Mi piaceva camminare per quelle stradine di sassi, quasi sempre spazzate dal vento che mi portava gli odori dei campi, dei cortili, delle case... (origano, cardi e caprifoglio, peperoni e pomodori arrostiti). Mi adattai facilmente alla nuova vita e, dopo una certa diffidenza iniziale, sentivo che i miei pazienti avevano cominciato a fidarsi del nuovo dottore. Devo ammettere, però, che gli abitanti di Capracotta, rispetto a quelli di Montorio, erano più riservati. Le donne mi parevano taciturne, schive, riluttanti alla confidenza, ma sempre rispettose, riguardose persino. Ma ero fin dall'inizio rimasto colpito soprattutto dalla devozione di quelle persone: era quasi palpabile, persino ostentata (immagini di santi e tabernacoli nelle case, lumini sempre accesi nel cimitero, chiesa sempre gremita alle funzioni, e addobbata con diligenza e... persino con un certo sfarzo). C'era, nel duomo, la statua di un santo (non ricordo il nome... S. Rocco? S. Costanzo?) in una nicchia a sinistra del fonte battesimale. A grandezza naturale. Tutta di gesso, fuorché i sandali, che erano di vero cuoio. Aveva un'aureola fiammeggiante di rame, incollata alla testa, e dal collo gli pendeva una matassa enorme di corone e collane (alcune anche di valore). Tutti ex voto. La nicchia era costantemente illuminata da tre ceri, che venivano spenti la notte e accesi il mattino. I fedeli si rivolgevano a lui, più che a Dio, mi confidò una volta don Ciccio, forse perché potevano guardarlo mentre gli parlavano (così gli aveva spiegato Rosa). Ogni tanto, in particolari ricorrenze liturgiche, lo caricavano su un carro col baldacchino, e lo portavano in processione perché benedicesse i raccolti, tenesse lontana la grandine e... i lupi. Sì, i lupi. Certe notti d'inverno io percepivo la loro presenza, e mi affacciavo alla finestrella della mansarda, e li vedevo: erano in branco, una striscia nera fugace e silenziosa. A volte, invece, li sentivo ululare lontano. Quando la fame, d'inverno, li spingeva verso le case, le stalle e i cortili, il giorno dopo si veniva a sapere che, senza un gemito o un rumore, era sparita qualche pecora, o qualche gallina... – Quelli non sono lupi, ma diavoli, dovete credermi dotto' – diceva Rosa costernata, abbracciando la sua omonima. La vita non era facile per nessuno, a Capracotta, dove la terra era quasi l'unica fonte di guadagno, assieme alla pastorizia, e bastavano una grandinata o una siccità prolungata a vanificare un anno di fatiche. Un anno prima che io partissi per tornare a casa, a Montorio (un grave lutto aveva sconvolto la mia famiglia) fui testimone della vicenda di cui ti ho parlato. Dopo un inverno estremamente mite per quell'altitudine, con scarse nevicate, era arrivata, con largo anticipo, la primavera. La terra, arata e seminata, aspettava la pioggia, che non veniva. Giugno esplose in un'ondata di caldo secco ed estenuante. Pareva che una febbre cattiva stesse lentamente divorando tutto il paese. Persino i boschi parevano esausti e sbiaditi. Dai pozzi l'acqua evaporava inesorabilmente. L'arsura, come una maledizione, bloccava quasi il respiro. Io stesso non avevo acqua sufficiente per le mie necessità. La gente bolliva e ribolliva l'acqua usata. Lavarsi era diventato un lusso proibito. E allora gli abitanti di Capracotta si rivolsero al loro santo: era bastato che durante la messa don Ciccio recitasse, a voce più alta del solito, l'atto di dolore, seguito dal mea culpa, perché in ognuno di loro si insinuasse la certezza che quella siccità era un castigo per i loro peccati. Ne erano sicuri. Nessun dubbio sfiorava le loro menti, né le loro coscienze: erano tutti peccatori. La siccità era un castigo di Dio e il santo doveva intercedere per loro. Così iniziarono le processioni. Un pomeriggio di luglio il santo fu prelevato dalla sua nicchia, caricato su un carretto di legno, senza baldacchino (perché potesse guardare verso il cielo), e fu portato in giro per il paese, per i campi, fino al confine coi boschi. Davanti il prete, col sindaco, dietro gli uomini, e poi le donne e i bambini. C'erano proprio tutti compresi i vecchi e i bambini piccolissimi (ma io non c'ero). Scalzi in segno di penitenza, recitavano litanie, e si battevano il petto chiedendo perdono per chissà quali peccati e promettendo sacrifici e offerte per gli anni a venire. Don Ciccio ogni tanto spruzzava acqua benedetta, e si fermava, affranto, dove trovava un'illusione d'ombra. Allora tutta la lunga fila di fedeli sembrava immobilizzarsi per sempre, come se si stesse trasformando in un muro di sabbia in procinto di crollare... e invece resisteva... resisteva. Quando il sole tramontò, il santo fu riportato finalmente in chiesa! Il giorno dopo non piovve. Ci fu un'altra processione. Nessun segno di pioggia. Un'altra processione ancora: niente da fare! Il sole pareva prendersi gioco di tutti quei disgraziati che adesso lo maledicevano. Per nove giorni di seguito a Capracotta la gente, con un'ostinazione oramai vicina alla follia, portò in giro il santo sotto un cielo beffardamente sereno. Il decimo giorno non ci fu nessuna processione. "Sono tutti morti!" pensai. Non venne nessuno in ambulatorio. Nel pomeriggio non incontrai nessuno per strada. Gli usci erano chiusi. In chiesa trovai le due Rose davanti alla nicchia del santo. Le candele erano spente. – Dotto', nun ce resta chiù niente da fa'... salvo una cosa... – mi bisbigliò Rosa. – Quale cosa? – le domandai. – È nu segreto, e se ve lo dico non funziona... non posse chiù parlà! Statevene zitto pure voi e tornatevene a casa! – Questi sono tutti pazzi – pensai tornando a casa. Quella notte cercai di capire quale soluzione stessero escogitando, e mi addormentai. Sognai Capracotta che bruciava, la città di Troia in fiamme, il santo che usciva da un cavallo di legno... ma non era di legno, era un cavallo vero che galoppava sul tetto... Mi svegliai di colpo: sul tetto spiovente pareva che scalpitassero cento cavalli: l'acqua entrava dalla finestrella con gioiosa prepotenza... Guardai fuori: sotto un cielo di piombo Capracotta si lasciava investire da una pioggia scrosciante, sghignazzante, benefica e ristoratrice! Corsi in chiesa a chiedere notizie alla perpetua, o a don Ciccio, che di solito a quell'ora aveva già celebrato almeno tre messe (era domenica). Mi aspettavo di trovare la chiesa piena di gente osannante felice... e di vedere bambini allegri sul piazzale a farsi lavare da tutta quell'acqua! E invece non vidi nessuno. La chiesa era deserta. La nicchia del santo... vuota! In un angolo, dentro una cesta, giacevano le matasse di ex voto, e i sandali di cuoio del santo. Andai in canonica a cercare Rosa, e la trovai in cucina, seduta alla finestra con la capra in braccio, pallida e inebetita. – Rosa! Sei contenta? Hai visto che bella pioggia? – Bee... Bee... – risposero entrambe, e Rosa n. 1 mi fece cenno di tacere. – E don Ciccio? – Don Ciccio dorme. – Ma è quasi mezzogiorno! – Be... be... lui dorme. Non sarà mica proibito?! – Ma sta bene? – Sta bene... sta be... be... bene... Don Ciccio russava, pallido come il lenzuolo. Gli tastai il polso, e capii che quel sonno era dovuto a un sonnifero. Tornai in cucina, ma le due Rose erano sparite sotto quel diluvio che prometteva di non finire più... Piovve per tanti giorni, e poi, lentamente, la vita tornò alla normalità... ma nessuno parlò più di quella notte... Se io provavo a entrare in discorso... si ammutolivano tutti, persino i bambini, come se qualcuno avesse loro imposto l'ordine tassativo di tacere. Col passare delle settimane la nicchia vuota, in chiesa, mi pareva a volte una bocca aperta per un urlo, a volte per uno sbadiglio, a volte per un sogghigno dissacrante. Continuò a piovere per tutto il mese, anche se a intervalli... e finalmente il sereno arrivò con un ottobre fresco, dorato e rilassante. I danni della lunga siccità diventarono un ricordo... Restava il segreto su quella nicchia vuota, come un muro di diffidenza nei miei confronti... Imparai a conviverci... e finii col non pensarci più. Persino don Ciccio evitava di parlarmene, anche se, da come mi guardava, pareva volesse scusarsi di non poterlo fare... (mi voleva bene davvero, quel prete!). Una mattina arrivò in ambulatorio un bambino trafelato: – Dotto', venite! Rosa sta male! Sta molto male... – Quale Rosa? La capra o la donna? – Tutte e due, currete! Lasciai l'ambulatorio e corsi in canonica: Rosa giaceva su un divano, stringendosi alla capretta, a cui assomigliava sempre di più... – Che ti succede, Rosa? Feci per staccarle la capretta dalle braccia... "Bee... Bee". Gemettero entrambe. La guardai, e capii subito che la povera perpetua era completamente disidratata. – Da quanti giorni non bevi? – chiesi accostandole un bicchiere alle labbra. – Nooo! – Urlò come una forsennata! – Non posso bere quell'acqua. Ci sta il gesso, dentro... è acqua maledetta! – Ma di che gesso parli? – Il gesso... il gesso del santo. – Che significa? Parla per amor di Dio! E Rosa mi guardò disperata: – Neppure la mia Rosa può bere. Dobbiamo morire tutte e due... ma io lo merito, Rosa no! E cominciò a singhiozzare... Allora le dissi che solo se mi avesse spiegato tutto avrei potuto aiutarle, e farle guarire. E fu così che, tra un singhiozzo e l'altro, venne fuori la verità su quella nicchia vuota. Dopo il fallimento delle nove processioni, avevano tutti deciso che il santo meritava un castigo, ma don Ciccio non doveva assolutamente saperlo, perché non avrebbe mai e poi mai permesso che si commettesse il sacrilegio che avevano in mente di compiere. Così lei si era incaricata di procurare il sonnifero, rubandolo dal mio ambulatorio quando veniva a fare le pulizie. Quella sera ne aveva messo una bella dose nel latte che lui beveva per cena, e don Ciccio era piombato in un sonno profondo. In silenzio, durante la notte, quattro uomini erano entrati in chiesa, avevano staccato la statua dalla nicchia dopo averla spogliata delle matasse di ex voto, e averle tolto i sandali, e l'avevano portata fuori dalla chiesa, dove tutti gli abitanti erano arrivati per dare al santo la lezione che si meritava. Lo avevano caricato sul carretto per condurlo al luogo dell'esecuzione. In una processione silenziosa, biascicando ciascuno ogni genere di insulti e di maledizioni, avevano trascinato il condannato a morte fino al pozzo grande, e lo avevano scaraventato giù. Aveva avuto quello che si meritava! Non era più un santo protettore, ma un demone malefico, e quindi solo con la sua distruzione poteva finire la siccità e infatti... il giorno dopo non era venuta la pioggia? Poi, tutti in silenzio, convinti di aver fatto la cosa giusta, erano tornati a dormire, dopo un solenne giuramento: nessuno di loro avrebbe mai riferito a don Ciccio, né al dottore, quello che era successo. Ora, però, Rosa temeva la perfida vendetta della statua: lei infatti aveva somministrato il sonnifero a don Ciccio, e l'acqua che bevevano lei e la capretta era contaminata... avvelenata dal gesso... Per questo aveva smesso di berla. La povera perpetua aveva concluso il racconto supplicandomi: – Dotto' mi sono confessata con voi! Ora datemi l'assoluzione e liberatemi da questa maledizione... Forse io merito di morire, per aver dato il sonnifero a don Ciccio, ma Rosa mia non ha fatto niente di male... E singhiozzando baciava la sua capretta... Impiegai ore a convincerla che non ero io che potevo assolverla, ma solo il prete, e don Ciccio avrebbe certamente capito, perdonato e assolto. Un po' confortata, Rosa mi baciò le mani, prese in braccio la capra, le diede da bere e poi bevve anche lei. Quanto a don Ciccio, mi confidò che aveva avuto il sospetto... ma che in fondo in fondo quel santo non gli era mai stato simpatico. – Devi capire, figlio mio: qui la fede non è sempre quella che tu e io vorremmo che fosse... Da allora la nicchia in chiesa rimase vuota, e uno alla volta i "miracolati" di un tempo, o i loro parenti, erano venuti a riprendersi gli ex voto... e i ceri rimasero spenti per sempre. Quanto a me, me ne sono andato senza grandi rimpianti: a Capracotta, nonostante tutto, non mi avevano mai veramente considerato uno di loro, proprio perché nessuno dei "fedeli" che avevano scaraventato la statua nel pozzo, era mai stato sfiorato dal dubbio che il santo non c'entrasse proprio niente con la pioggia, o con la siccità, o con la grandine, o coi lupi... come avevo vanamente (e rispettosamente) tentato di spiegare, quando ne avevo avuto l'occasione, durante il periodo delle processioni... mentre curavo orribili vesciche ai piedi e ogni genere di sintomi da colpi di calore... Alla ragionevolezza del dubbio avevano preferito la comoda irrazionalità di una fede (o non sarebbe più esatto dire superstizione?) che tutto spiega e tutto giustifica... Ecco perché mi è simpatico san Tommaso, e neppure lui, per colpa di quel "se non vedo non credo" era stato considerato dagli apostoli uno di loro. Mirella Sotgiu
- Il miliario di corso Sant'Antonio
Chissà quante volte, passeggiando per il centro di Capracotta sotto il bel sole d'agosto, avrete notato al termine di corso Sant'Antonio una pietra incastonata nel muro perimetrale del giardino sulla destra, sulla quale si scorgono delle iscrizioni apparentemente indecifrabili. Ebbene, è giunto il momento di sciogliere quel piccolo mistero capracottese, dopo che alcuni compaesani sono venuti a chiedermene conto. Attraverso la digitalizzazione della fotografia emergono infatti le seguenti abbreviazioni: S.da S.M.L A.D. 1937 Dopo infinite congetture legate perlopiù alla data (in cui la cifra 1 si legge appena e il numero 9 può facilmente apparire un 2 o un 8, vista l'usura della pietra), sono giunto alla conclusione che quella pietra fosse un miliario, un vero e proprio cartello stradale dell'epoca fascista che indica la «Strada Santa Maria di Loreto», la cui intitolazione ufficiale avvenne forse nell'«Anno Domini 1937», anno nel quale caddero i solenni festeggiamenti triennali della Natività della Vergine. Al termine di corso Sant'Antonio comincia infatti via Santa Maria di Loreto, quella stessa strada che porta al santuario mariano di Capracotta e che il 7-9 settembre '37 diventò come sempre un fiume di uomini e bestie. Quel cippo a forma di colonnina, posto sul ciglio della strada principale, ricorda in tutto e per tutto le pietre miliari di romana memoria che venivano utilizzate per scandire le vie pubbliche e indicare la loro distanza dal centro dell'Impero; difatti uno dei tratti distintivi del fascismo fu proprio l'ars imitatoria nei confronti della gloriosa Roma dei Cesari. Con un semplice restauro conservativo quella pietra potrebbe tornare a raccontare la sua verità, rammentando a capracottesi e turisti, nel bel mezzo del paese, la loro posizione rispetto al periferico Santuario della Madonna di Loreto, dove sta Colei che protegge gli eterni ritorni. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: N. Bergier, Histoire des grand chemins de l'Empire romain, vol. I, Olms, Hildesheim 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; N. Ostuni, Riforme amministrative e viabilità nel Regno di Napoli durante il periodo francese, in Villes et territoire pendant la période napoléonienne, atti del convegno, Roma, 3-5 maggio 1984; E. Salvatore Laurelli, La via Minucia. Note di geografia e topografia antica, Pascale, Castellana Grotte 1992.
- In nome del dio Eolo
Se vivi con il cielo per soffitto, nel paese più alto dell'Appennino, il vento devi fartelo amico. Anche se è bufera in inverno e folate di pioggia pungente in primavera, con le pecore sballottate sui pascoli come batuffoli di cotone. Da qualche mese, millequaranta abitanti di Capracotta, in Alto Molise, assistono però al miracolo di una tecnologia che riesce a imbrigliare la furia delle raffiche: sui crinali del Monte Forte un vento feroce ma benedetto fa roteare una teoria di pale eoliche che girano senza sosta e, quasi per magia, trasformano l'energia cinetica in elettricità. Pulita, come l'aria di montagna. E redditizia: «Al Comune va il quattro e mezzo per cento dell'energia prodotta» spiega Antonio Monaco. sindaco-pendolare che da Isernia torna nel paese natale a "esercitare le funzioni". «A fine anno incasseremo 140 mila euro. Più il mezzo milione ricavato dalla cessione delle aree» aggiunge. Tanto? Per un paesino come Capracotta tantissimo. Secondo l'Enea, l'Italia potrebbe ricavare dal vento 10 mila Megawatt, la produzione di 12 centrali nucleari modello Caorso. Un'enorme ricchezza sfruttata poco e male: quasi tremila gli aerogeneratori installati, che l'anno scorso hanno prodotto 2.819 Mw (la Germania dall'eolico ottiene 22.000 Mw, la Spagna 15.000) e «soddisfano i fabbisogni di 2.225.000 famiglie» stima Legambiente. Anche il municipio di Capracotta avrebbe potuto incassare di più: con un ricorso al Tar, un gruppo ambientalista ha bloccato la posa di altre cinque pale. «Non spendo soldi in avvocati» avverte il primo cittadino. «Ma se ce lo avessero lasciato finire, avremmo ottenuto più risorse per tutelare il territorio, non solo il paesaggio». Così la vede un sindaco che è anche ragioniere: sostenibilità uguale massimo vantaggio per la comunità. Una prassi che non si concilia con l'ecologismo bucolico di chi pensa a flora e fauna, prima che agli uomini in carne e ossa. E lo sfregio al paesaggio? Indubbiamente c'è, ma un viadotto è cento volte più deturpante. «Io le pale non le vedo neppure più. Lei a Milano bada forse a ogni traliccio che incrocia?». Monaco ha ottenuto la certificazione di qualità ambientale per Capracotta: «Raccolta differenziata dei rifiuti, pulizia dei sentieri, parco della flora: ecco dove spenderemo i soldi dell'eolico». Dal palazzo del Comune osservo i falchi che volteggiano sopra le pale, le pecore che brucano l'erba sotto le eliche. E penso agli allarmi sul "rumore assordante" o sul "rischio di strage" per i rapaci: quante bufale. I più ostinati donchisciotte, però, non demordono: anche la Sovrintendenza ai beni archeologici è stata mobilitata, ma dagli scavi alla ricerca di «reperti di epoca romana» nel parco eolico di Monte Forte non è emerso un coccio. All'inizio del secolo, proprio a Capracotta, prima ancora che in paese arrivasse la luce elettrica, un artigiano aveva escogitato un originale sistema per ricavare energia dal vento: il padre di Vincenzo Sammarone, vegliardo falegname oggi novantaquattrenne, fece costruire una torre per sorreggere una pala eolica ante-litteram. Un prototipo di aerogeneratore che alimentò la loro segheria fino agli anni Sessanta. Ora nonno Vincenzo vuole che il figlio, ingegnere, restauri quel pezzo di storia familiare e di archeologia industriale. Quasi un secolo dopo, rieccoci all'alba dell'ennesima crociata contro i mulini a vento. Annunciata con lettere di fuoco dal primo cittadino di un paese del fondovalle, «contro lo scempio dcl paesaggio». Contattato, getta acqua sul fuoco: «È un allarme rientrato, a suo tempo verrà chiarito tutto» obietta Gelsomino De Vita, primario ospedaliero e borgomastro di Agnone. E infatti la sera stessa, in consiglio comunale, assisto al clamoroso dietrofront: De Vita oggi è il più convinto paladino di un parco eolico di 12 pale, che sorgerà davanti al paese. «Una sarà di proprietà di Agnone» si affretta a spiegare. «Tra opere pubbliche e fitti, arriverà un milione di euro. Così rimediamo al taglio dell'Ici». La regione Molise ha varato una legge sull'eolico, plasmata dall'assessore all'Ambiente, Emilio Orlando, che - pure lui - è cittadino di Agnone: «Sono contrarissimo» cerca di barcamenarsi. «Qui finisce che ci riempiono le montagne di pale». Peccato che la "sua" legge di pale ne preveda 500: più del doppio delle attuali. L'energia più verde di tutte? A suo parere, il fotovoltaico. I produttori di energia stanno già battendo il territorio palmo a palmo, a caccia delle aree adatte alle centrali solari: per un ettaro e mezzo ben esposto a Sud, sborsano fino a 80 mila euro l'anno. Per ora, i Comuni nicchiano e rinviano le decisioni al dopo riforma fiscale. Temendo una nuova scure. Federalista. Ermanno Lucchini Fonte: E. Lucchini, In nome del dio Eolo, in «Io Donna», Milano, 14 giugno 2008.
- Neccia
Neccia saliva la ripida strada fino alle ultime case del paese per andare a trovare la sorella Antonina un po' più anziana di lei; con passo leggero e tenendosi i lembi dello scialle stretti sotto la mandèra (grembiule da cucina), si fermava di tanto in tanto a salutare i paesani, inconfondibile nella sua risata garrula e nervosa. Riprendeva il cammino animosa aggiustandosi il fazzoletto piegandone gli estremi sul capo, se faceva troppo caldo. Sembrava sempre indaffarata anche perché tormentava le mani ora stringendole, ora passandole sulle pieghe delle gonne lunghe come se avesse fretta o qualcosa fuori posto. La sua figura era snella e scattante, nonostante la vita non le avesse risparmiato molti sacrifici; gli occhi chiari le davano un'aria giovanile e delicata, ma forte allo stesso tempo come di una creatura nobile e selvaggia, talvolta imprevedibile. Neccia conosceva bene la campagna e con estrema sveltezza sapeva trovare nei dintorni erbe mangerecce raccogliendole nell'ampio grembiule; si prestava anche a qualche commissione nelle botteghe del paese per la sollecitudine con la quale sapeva sbrigare ogni faccenda. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Cade e muore: il maestro Salvatore Castiglione era in servizio?
Nel gennaio 1909 accadde a Capracotta un fatto spiacevole. Mentre camminava sulle strade ghiacciate della nostra cittadina, il maestro Salvatore Castiglione cadde rovinosamente, senza alzarsi mai più. Era egli un caporal maggiore di fanteria ed era pure vicedirettore del Tiro a Segno di Capracotta. Ma, sulla base delle perizie mediche svolte, si constatò che «la morte del maestro Castiglione [era] avvenuta per paralisi cardiaca da pregressa pericardite». Probabilmente era stato l'infarto a farlo cadere, e non il ghiaccio. Tuttavia la moglie Clotilde Cerceo - che a casa aveva sei figli (Aristide, Luigi, Porzia, Giuseppe, Maria e Dorina) - non si arrese alla prematura dipartita del consorte e, visto che i mezzi non le mancavano, decise di inviare una richiesta di pensione privilegiata. La pensione non le fu accordata ma donna Clotilde ricorse al Consiglio di Stato perché, a suo dire, il marito era morto in servizio. Il 25 novembre 1910 il Consiglio di Stato chiarì che la morte del maestro Castiglione non era avvenuta in servizio ma per causa di servizio. Infatti, la corte riteneva provato che «il maestro Castiglione cadde sulla pubblica via accidentalmente, mentre recavasi alla propria abitazione ed a 70 metri dalla scuola, e non già dentro l'edificio scolastico e per l'adempimento dei proprii doveri di maestro». I patrocinatori della Cerceo ritenevano invece che «l'insegnante debba ritenersi sempre in servizio dal momento in cui esce dalla propria abitazione per andare alla scuola, fino a quello in cui, terminata la lezione, fa ritorno alla propria casa». Anche su questo punto il Consiglio di Stato precisò che, fuori della scuola, il maestro era un libero cittadino, e come tale andava soggetto «a tutti gli eventi cui qualsiasi individuo può andare incontro». Donna Clotilde, sicura del fatto suo, si era fatta anzitempo rilasciare dal Municipio di Capracotta una dichiarazione dalla quale emergesse che «il maestro, uscendo dalla scuola con i propri alunni fino a quando non rincasava sorvegliava gli alunni stessi, obbligandoli a ritirarsi per evitare i possibili pericoli del clima», come a dire che il maestro Castiglione - quasi fosse don Milani! - sorvegliava paternamente i suoi allievi finché questi non erano al sicuro nelle loro case. Grazie a Dio la corte affermò che questo tipo di attività «non fu certo causa di alcun danno pel maestro Castiglione, essendo egli caduto, giova ripeterlo, per causa puramente accidentale ed affatto indipendente da detta sorveglianza». Nonostante donna Clotilde avesse fatto di tutto per quella benedetta pensione, non ci fu nulla da fare. Salvatore era morto d'infarto e la moglie dovette farsene una ragione. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. V. Castiglione, La inmigración italiana en Santiago del Estero. El inmigrante Giovanni Castiglione (1858-1903), El Liberal, Santiago del Estero 2006; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; Sezioni unite, in «La Giustizia Amministrativa», II:2, Roma 1910.
- Addio alle armi
L'anno dopo ci furono molte vittorie. La montagna al di là della valle e i pendii con la foresta di castagni vennero presi e si vinse anche al di là della pianura sull'altipiano verso sud. E nell'agosto, attraversato il fiume ci stabilimmo a Gorizia, in una casa con una fontana e un giardino ricco d'alberi grossi e ombrosi, recinto da un muro, e banchi di glicine color porpora sul fianco della casa. Ora a non più che un miglio si combatteva sulle montagne. Gorizia era una cara città, e molto bella la casa dove abitavamo. Dietro scorreva il fiume. Gorizia era quasi intatta dopo la conquista, ma le montagne di fronte non si riusciva a prenderle, e a me faceva piacere che gli austriaci, pensando forse di tornare, non bombardassero la città per distruggerla ma solo quel poco che esigeva la guerra. La popolazione era rimasta e c'erano ospedali, caffè, artiglieria nelle strade e due casini, uno per i soldati l'altro per gli ufficiali; e verso la fine dell'estate le notti fresche e i combattimenti sulle montagne dall'altra parte della città, il ferro del ponte della ferrovia segnato dalle granate e la galleria rovinata vicino al fiume dove si era combattuto, gli alberi intorno alla piazza e il lungo viale alberato che portava ad essa, e le ragazze nelle vie e i passaggi del re nella sua automobile (ora, a volte, se ne vedeva il viso e il piccolo corpo, il collo lungo con la barbetta grigia simile al pizzo di una capra), tutto questo e l'improvviso spettacolo delle case che dopo un colpo d'artiglieria mostravano gl'intestini, coi calcinacci e i detriti nei giardini e per le strade, e la situazione buona sul Carso, appartenevano a un autunno molto diverso da quando si abitava al villaggio. Anche la guerra era cambiata. Era scomparsa, sulla montagna di fronte, la foresta di querce. L'avevamo trovata verde nell'estate entrando in città, ma rimanevano solo ceppi e tronchi spezzati e un terreno sconvolto. E un giorno, sul finire dell'autunno, passando dov'era la foresta vidi una grande nuvola avanzarsi sulla montagna. Avanzava veloce e il sole divenne cupo e poi tutto si fece grigio, il cielo restò chiuso da quella nuvola; essa avanzò ancora calando sulla montagna, e d'improvviso ci trovammo in essa e fu la neve. Scendeva di traverso nel vento, e il terreno ne fu coperto, solo i tronchi spezzati sporgevano; neve si accumulò sui cannoni, tracce nella neve portavano ora ai gabinetti dietro le trincee. Più tardi, in città, vidi cadere la neve oltre i vetri del casino per gli ufficiali, dove mi trovavo con un amico davanti a una bottiglia d'Asti. E guardando come scendeva lenta e pesante, capii che tutto era finito per quell'anno. Le montagne lungo il fiume non erano state prese, nessuna montagna al di là del fiume era stata presa, tutto questo restava per l'anno dopo. E il mio compagno scorse il cappellano che veniva con noi a mensa, passare giù nella strada camminando cauto nella fanghiglia. Battè sul vetro per chiamarlo, il cappellano guardò in su e sorrise. Il mio compagno gli fece cenno di salire, ma lui scosse la testa e proseguì. A mensa, quella sera, dopo gli spaghetti che mangiavamo in fretta e silenziosamente, attorcigliandoli sulla forchetta finchè non si raccoglievano mollemente e potevamo così tuffarli in bocca o anche li lasciavamo penzolare aspirandoli con delicatezza, versandoci intanto del vino dal grosso fiasco sospeso nel suo portafiaschi di metallo (con l'indice si abbassava il collo e il vino d'un rosso limpido, scuro ed amabile colava nel bicchiere tenuto dalla stessa mano) - dopo gli spaghetti, dunque, il capitano incominciò a canzonare il cappellano. Il cappellano era giovane e arrossiva facilmente. Portava un'uniforme simile alla nostra, con una croce di velluto rosso sul taschino del grigioverde. Per un delicato riguardo a me, il capitano parlava in un italiano da negro; voleva ch'io non perdessi una parola, senza mio gran vantaggio. – Cappellano oggi con ragazze – disse guardando insieme il cappellano e me. Il cappellano rise ed arrossì, mentre scoteva la testa. Il capitano lo pungeva spesso. – Forse non vero? – domandò il capitano. – Oggi io veduto cappellano con ragazze. – No – disse il cappellano. Gli altri ufficiali si divertivano. – No cappellano con ragazze – riprese il capitano. – Cappellano mai con ragazze – spiegò. Prese il mio bicchiere e lo riempì; mi guardava senza perder di vista il cappellano. – Cappellano, ogni notte, cinque contro una! Tutta la tavolata rise. – Capire? Cappellano ogni notte cinque contro una! – Fece un gesto appropriato e rise con fracasso. Il cappellano accettò lo scherzo. – Per far contento il Papa, gli austriaci dovrebbero vincere la guerra – disse il maggiore. – Ha una passione per Francesco Giuseppe; è da lui che gli vengono i quattrini. Ma per fortuna io sono ateo. – Hai mai letto il "Maiale Nero"? – domandò il tenente. – Te lo farò leggere. È il libro che ha scosso la mia fede. – Un libro indecente e abietto – disse il cappellano. – Non credo possa piacerle. – Macché. È un libro di valore – replicò il tenente. – Spiega che cosa sono questi preti. Ti piacerà – mi disse. Sorrisi al cappellano, e mi ricambiò il sorriso attraverso la candela. – Non lo legga – mi disse. – Te lo farò avere – insisteva il tenente. Tutti quelli che ragionano sono atei – disse il maggiore. – Però io non ho fiducia nei massoni. – Ma io sì – disse il tenente. – Hanno scopi nobilissimi i massoni. – Entrò qualcuno, e dalla porta vidi cadere la neve. – Non faranno più offensive ora che c'è la neve – dissi. – Certamente no – rispose il maggiore. – Lei dovrebbe andarsene in licenza. Dovrebbe andarsene a Roma. E poi Napoli, Sicilia... – Non dimenticare Amalfi – esclamò il tenente. – Ti darò un biglietto per la mia famiglia, e ti tratteranno come un figlio. – È a Palermo che deve andare! – Ma non sapete che c'è Capri? – Avrei piacere che vedesse gli Abruzzi e l'ospitassero i miei a Capracotta – disse il cappellano. – Sentitelo coi suoi Abruzzi! Laggiù nevica ancor peggio di qui. Non ha bisogno di vedere dei contadini. Deve conoscer i luoghi della cultura e della civiltà. – E troveresti magnifiche ragazze. Ti darò io l'indirizzo di certi posti a Napoli. Belle ragazze giovani... accompagnate dalle mamme. – Ah ah! – Il capitano guardò il cappellano e gridò: – Ogni notte cappellano – cinque contro una. – Di nuovo risero tutti. – Davvero, deve andarsene in licenza – disse il maggiore. – Potessi venir con te e farti da guida – disse il tenente. – Quando ritorni porta il fonografo! – Con buoni dischi d'opera. – Ricordati Caruso! – Macchè Caruso, ha una voce da bue! – Riusciste voi a muggire come lui! – È un bue, insisto, un bue! – Sarei felice che andasse negli Abruzzi – disse il cappellano, mentre gli altri continuavano a gridare. – C'è un'ottima caccia. Le piacerà la gente, e il clima benchè freddo è sereno e asciutto. Potrebbe stare dalla mia famiglia. Mio padre è un gran cacciatore. – Moviamoci – disse il capitano. – Forza al casino, su prima che chiuda! – Buona notte – dissi al cappellano. – Buona notte – rispose. Ernest Hemingway (trad. di Giansiro Ferrata, Dante Isella e Puccio Russo) Fonte: E. Hemingway, Addio alle armi, trad. it. di G. Ferrata, D. Isella e P. Russo, Mondadori, Milano 1946.
- L'infanzia capracottese di ieri e di oggi
Meno di sessant'anni fa Capracotta fu, come tanti altri paesi, mirino di eventi bellici durante la Seconda guerra mondiale. A questo proposito vi vorrei raccontare del mio bisnonno Umberto Di Rienzo (detto Passarèlla) che, nel momento in cui i tedeschi irruppero nella sua casa al Cutturiéglie con l'intento di farla crollare con la dinamite al grido di "Kaputt", stava dormendo nascosto con altri uomini nella stalla ed essendo un po' duro di orecchie, non sentì niente, neanche il crollo dell'edificio dove si era coricato. Quando dell'edificio ne rimasero solo le macerie, tutti iniziarono a chiedersi dove fosse finito Umberto, ma nessuno trovava la risposta. Quando hanno iniziato a prendere in considerazione l'ipotesi che fosse rimasto sotto il crollo, la moglie Lucia ed i figli iniziarono a piangere disperati, mentre gli uomini iniziarono a togliere le macerie. Intanto lui, che si era svegliato dal pisolino, si iniziò a chiedere dove fossero finiti tutti e cosa fosse successo. Quando gli uomini finirono di scavare, lo trovarono perplesso, ma sanissimo... non come la moglie, che immaginate che faccia avesse! Come ha fatto a salvarsi? Beh, durante il bombardamento tutto il palazzo crollò, eccetto l'arco sotto il quale si appisolò! Se poi a salvarlo fosse stato un angelo, o il merito della solida struttura, non si sa, ma non dilunghiamoci troppo, altrimenti rischiamo di finire fuori tema. Quindi durante la Seconda guerra mondiale, ad essere distrutti non furono solo i campi, ma anche le vite di uomini, donne e bambini. Ed è di quest'ultimi che vi vorrei parlare, di loro e del cambiamento di vita che hanno avuto da allora fino ad oggi. La strada che facciamo per venire a Capracotta, ad esempio, che percorriamo seduti comodamente sulle nostre automobili, prima, chi poteva la faceva con il somarello, ma il più dei bambini la percorreva a piedi, dopo ore di sudore nei campi. La maggior parte delle ragazze non andava a lavorare nei campi, ma restava a casa a sbrigare le faccende domestiche. I maschi, invece, da poco più di sei anni, iniziavano a svolgere lavori da uomini (come lavorare nei campi, nei boschi o col bestiame) e, per farlo, dovevano svegliarsi anche prima delle cinque. Mio nonno, Berardino Di Rienzo, è il secondo di tre figli e, visto che la primogenita era una femmina e che il fratellino era troppo piccolo per lavorare, a lui venivano assegnati gli incarichi più pesanti. Vi assicuro che non dimenticherò mai di quando mio nonno mi ha raccontato che lui e mia zia, a sette anni appena, dovevano andare a prendere la legna in pieno inverno, con la neve alta alcuni metri. Quando io ne avevo sette, pensavo solo a giocare ed a divertirmi vicino ad un caminetto già riscaldato da altre persone. Delle volte ripenso ad un racconto di mio nonno, di quando un dì, al termine di una giornata lavorativa, venne in paese un mangiafuoco. Prima di raccontarvelo però, desidero non chiamare più mio nonno come tale, ma nominarlo usando solo Berardino o il bambino Berardino. Se chiudo gli occhi mi viene facile immaginare il bambino Berardino, che allora non aveva mai visto un mangiafuoco, e che nell'ammirarlo fare i suoi spettacoli, ritardò di molto il suo rientro a casa. Lì però, sfortunatamente per lui, ad aspettarlo c'era il padre, pronto a dargli tante di quelle botte, da non fargli pensare neanche minimamente di rifare una cosa simile. Ciò, infatti, non si ripeté mai più. Quando riapro gli occhi, però, invece di trovare dei piccoli ometti rispettosi e responsabili, vedo solo ragazzi immaturi che escono tutto il giorno con gli amici per il Corso o si fermano in Villa per giocare, chiacchierare o per riposarsi, anche se non hanno fatto alcuno sforzo fisico. Il rispetto ed il modo di proporsi ad un adulto poi, è cambiato notevolmente: mentre prima non potevi fiatare neanche a tavola, ed aiutare era d'obbligo, adesso a tavola non si sente altra voce se non quella della gioventù, ed aiutare è diventato un favore che si concede una volta ogni tanto, di mala voglia. Che fine hanno fatto i valori di una volta? Se continuiamo così dove finiremo? Capracotta è un piccolo pezzo di storia, che racchiude sogni e speranze di generazioni passate, presenti e future. Telene Di Rienzo Fonte: T. Di Rienzo, L'infanzia capracottese di ieri e di oggi, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
- Fred Bongusto a Capracotta
Il Molise è una terra sottovalutata dai molisani e bistrattata dai non molisani. E chi afferma che il Molise non esiste ha ragione a metà: perché a non esistere non è tanto il Molise quanto i suoi abitanti, la maggior parte dei quali ritiene più conveniente dirsi corregionale di Aldo Biscardi che non di Fred Bongusto, di Antonio Di Pietro che non di Francesco Jovine, di Robert De Niro che non di Benito Jacovitti, di Giovanni Di Stefano che non di Celestino V. Stamattina, all'età di 84 anni, è morto a Roma Alfredo Antonio Carlo Buongusto, nato a Campobasso il 6 aprile 1935. Tutti gli italiani lo conoscono col suo nome d'arte che sa di italo-americano, e tutti gli italiani conoscono a memoria il ritornello della sua canzone più famosa, che era e resterà sempre "Una rotonda sul mare", un successo internazionale scritto nel 1964 da Aldo Valleroni, Pietro Faleni e Franco Migliacci. Nella sua carriera Fred Bongusto ha pubblicato decine e decine di dischi e interpretato centinaia di brani, vendendo milioni di copie e arrivando a duettare con Ella Fitzgerald, Mina, Ornella Vanoni e Milva. Bongusto, il più grande "intimista" italiano, fu davvero un molisano eccellente, un cantante profondo e preparato, un autore serio e umile che, nonostante mostrasse alcune debolezze, restò coi piedi per terra quando il successo provò a destabilizzarlo. Per tornare alla mia critica sullo stato di salute dell'identità molisana ci tengo a ricordare che nella canzone "Molise" (1978), tra profezia e condanna, egli cantava: «Molise... Molise... / pùzz'esse accìse». Dirò infine che è altrettanto risaputo che fino agli anni '60 Capracotta fosse meta rinomata e prediletta di villeggiatura estiva ed invernale per le élite del Centro e Sud Italia, tanto che nella nostra cittadina giungevano studiosi e intellettuali come Generoso Patrone, Ugo Enrico Paoli, Tommaso Besozzi ed Amelia Rosselli, nobili come Francesco Ruspoli o artisti famosi come William Congdon, Gaetano Bocchetti e Gianni Meccia. Tra questi ultimi figurava anche Fred Bongusto, che alcuni compaesani ricordano a Capracotta durante le vacanze invernali e che, se ce ne fosse bisogno, la fotografia soprastante immortala in compagnia di amici sulle nostre nevi. Buon viaggio, Fred. Francesco Mendozzi
- La catena della Maiella vista da Capracotta
I costumi di Capracotta sono singolari. L'enorme mastino, più grosso dei lupi in agguato nelle campagne, che in inverno conduce la slitta del servizio postale fino alla ferrovia a tre leghe di distanza, ha avuto una donna per nutrice. Il contrario della favola di Romolo e Remo. Ciò non deve sorprendere poiché corrisponde ad un'usanza del luogo. Ieri ho guardato con un telescopio le vele sull'Adriatico. A 1.400 metri d'altezza l'occhio ti porta assai lontano. Si vede il mare dal piccolo giardino condominiale sul bordo del baratro. Il sito della città, al pari di molti centri abitati italiani, è ideale per difendersi dagli attacchi nemici. Nel fondovalle il Sangro corre verso oriente, ove il sole suona la fanfara, con le sue acque di ghiaccio e di schiuma, sbattuto contro le rocce che strappa dalle rive stesse. Durante il suo corso la catena montuosa muore in un deserto posto ai margini del fiume, che s'inonda d'ampia luce torrenziale: guerra e pace ispirano ad un tempo quiete e tempesta. Gli alti Appennini, pel calore e la varietà dei colori, singolarmente superano la bellezza delle Alpi. Sotto le lunghe nuvole bianche qua e là cerchi di pietra nera, insurrezione del regno minerale, arenarie demoniache per far duellare gli uragani, troni notturni e, divorati in silenzio, villaggi ammassati, cicli d'una perduta umanità, dove mandrie s'irraggiano come stelle raminghe, diffuse in estate nel solitario abbandono dell'anima, con tenerezza tuttavia, quasi fosse, non è da escludere, l'inferno di Madame Guyon. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Diario di guerra (I)
6 novembre 1943. È l'alba. È cominciato, ad opera delle SS, giunte sicuramente nella notte, il rastrellamento degli uomini validi. È fatto a tappeto casa per casa; la gente viene sorpresa ancora a letto. Grida strazianti di donne si odono da tutte le parti del paese. Le strade cominciano ad affollarsi di uomini rastrellati, condotti da soldati SS verso l'edificio scolastico nel quale vengono ammassati. Mio padre Ercole, già sceso in bottega con il camice bianco, riesce a fuggire attraverso l'uscita posteriore della casa e attraverso l'orto guadagna la campagna e si dilegua. Io, Fiore, zio Oreste e zio Amedeo, non avendo fatto in tempo a guadagnare la stessa uscita, ci nascondiamo dietro una catasta di legna nel locale della legnaia a piano terra della casa. Prevedendo che un giorno sarebbero arrivati al rastrellamento, sono stato proprio io a consigliare di spostare quella catasta di legna dal muro in modo da poter lasciare uno spazio che avesse potuto consentirci un nascondiglio. La previsione si è avverata e il nascondiglio ci ha salvati dal rastrellamento. Le SS sono venute a casa e hanno trovato solo le donne, le quali hanno detto che gli uomini erano già stati rastrellati da loro colleghi passati prima... 7 novembre. All'alba ci riferiscono che sembra tutto calmo. I rastrellati hanno trascorso la notte nell'edificio scolastico. Decidiamo di uscire dal nostro scomodo nascondiglio e cercare di fuggire per conquistare la campagna. Infatti anche se le membra sono rattrappite per le lunghe ore trascorse dietro la catasta di legna, attraverso l'orto scappiamo giù per Coccia Muzzo e facciamo in tempo a guadagnare il fosso prima che una scarica di mitra ci raggiunga ma che nel fosso sentiamo passare sopra le nostre teste. Sappiamo dopo che era stata sparata da una sentinella tedesca appostata davanti a casa di Giovanni Mendozzi. Riusciamo a raggiungere la Fonte del Mulo e quindi, attraversando il torrente Molinaro, ci dirigiamo verso la masseria di Maone dove troviamo altra gente scappata da Capracotta. Una buona scorpacciata di patate cotte al cotturo e diamo inizio alla vita alla macchia. Nel pomeriggio, dalle varie postazioni, con lo sguardo rivolto verso Capracotta, sentiamo urla strazianti di donne che provengono dal paese e poi vediamo una colonna di camion che lascia il paese dalla parte di S. Giovanni per la strada che porta a Castel del Giudice. Sono i rastrellati che vengono portati verso la deportazione. Durante la mattina, però, le donne, nell'edificio scolastico, durante gli incontri per i saluti, hanno creato tanta di quella confusione che alla fine molti di quei compaesani rastrellati sono riusciti a guadagnare le finestre e a darsi alla fuga attraverso le [...]. 8 novembre. Dopo una notte trascorsa nel fienile della masseria, il nuovo giorno si presenta con i primi fiocchi di neve. Fuori dalla masseria, gli sguardi verso Capracotta nella speranza di vedere qualche movimento o qualcuno che venisse a darci qualche notizia. Prima di scappare abbiamo dato incarico a mia cugina Elvira di attaccare un panno rosso alla finestra dell'ultimo piano in caso di pericolo. Questo segnale ci farà desistere dal tentativo di rientrare, per cui decido di raggiungere un posto alla contrada Contra, non molto distante dalla masseria, da cui poter vedere se il segnale c'era o se la via era libera. Il panno rosso è ancora attaccato alla finestra. Torno alla masseria e riferisco agli zii e agli altri. Non passa molto tempo che dalle strade mulattiere che da Capracotta scendono verso quella valle dove siamo noi, vediamo scendere colonne di persone che in un primo momento ci fanno pensare a truppe tedesche a piedi dirette ai rastrellamenti. Man mano che scendono e si avvicinano, ci accorgiamo che si tratta di civili. Un forte boato e una enorme nuvola di fumo alla prima casa dei Grilli, di proprietà di Giovannantonio Di Tanna, il guardaboschi, ci fa rimanere allibiti. Dopo quel primo boato si susseguono altri e alte lingue di fuoco e di fumo si vedono lungo la cresta dei Ritagli nella zona della Terra Vecchia. È iniziata la distruzione del paese. Ce lo confermano al loro arrivo le donne che sono rimaste nel paese. Le uniche perché gli uomini sono stati o deportati o datisi alla macchia. Sono state buttate fuori dalle case senza pietà e sotto la neve. Vado alla ricerca di quelle di casa mia (la nonna di 76 anni, mia madre, una zia, una sorellina di 9 anni e un fratellino di 5). Li trovo in una masseria vicino, addolorati e piangenti. Di mio padre non sanno niente. Sono, però, sicure di essere alla macchia ma non sanno dove. Un altro fratello, Filuccio, con mio cugino Vincenzo, entrambi di 14 anni, e uno zio, Serafino, di 60 anni, sono rimasti a Capracotta nella speranza di portare in salvo qualche cosa dalla casa in fiamme. La notte la trascorriamo nella masseria di Antonio Masciotra su giacigli di fortuna e il camino acceso. In alto, proprio di fronte alla masseria, vediamo le prime case del guado del Cutturiello e fino a quelle della costa dei Grilli è una immensa [...] di fiamme e fumo. 9 novembre. Decidiamo di tornare al paese. Lasciamo alla masseria le donne e i bambini. Scoppi di mine continuano ancora: continua quindi la sistematica distruzione. Alla finestra della nostra casa campeggia sempre il panno rosso. È segno che non è crollata. Raggiungiamo il paese dalla parte degli orti da dove eravamo scappati e ci si presenta uno spettacolo terrificante. La casa di mamma, nella quale praticamente vivevamo, è stata distrutta dal fuoco e tutta crollata. Insieme ad essa bruciata tutta la biancheria e gli indumenti di tutti noi che, per essere salvati dalle razzie dei tedeschi, erano stati nascosti nella soffitta di casa. In pratica, siamo rimasti con le sole cose che abbiamo addosso. Casa Trotta si salva dal fuoco anche se le fiamme si erano propagate attraverso la porta di comunicazione con la casa di mamma. Filuccio e Vittorio sono riuscite a spegnerle. Per altri due giorni continua la distruzione, alla quale i pochi decisi a tornare in paese per recuperare qualcosa dalle macerie o dalle fiamme delle loro case, assistono impotenti. Le chiese e il cimitero, risparmiati dalla distruzione, diventano rifugio di persone anziane, di bambini e di invalidi impossibilitati ad allontanarsi. Altari e loculi vuoti diventano così giacigli di emergenza. Finalmente i tedeschi decidono di abbandonare Capracotta, lasciandosi dietro un paese distrutto per oltre i tre quarti e la sua popolazione atterrita e disperata di circa 5.000 anime sperduta nelle campagne adiacenti e in completo abbandono. Ponte di Ferro viene fatto saltare dalla soldataglia in ritirata: era rimasto l'unico punto di comunicazione con il paese e la sua distruzione ci dà la certezza della completa ritirata delle truppe tedesche. Cessa così un incubo ma inizia il calvario della sopravvivenza della povera gente. Comincia l'esodo di buona parte di essa verso paesi limitrofi non coinvolti nel piano di distruzione: Agnone, Castiglione Messer Marino, Belmonte e, da qui, verso i paesi del chietino e verso paesi del basso Molise per raggiungere poi le Puglie. In paese restano coloro che, in qualche modo, hanno possibilità di ricovero nelle poche case rimaste in piedi. La mia famiglia rientra a Capracotta dalla masseria di Sotto la Terra. Ci sistemiamo tutti nella casa Trotta, rimasta in piedi essendo stato estinto il fuoco che aveva iniziato ad incendiarla. Siamo in totale 19 tra adulti e bambini (famiglia mia: la nonna, zia Rosa, zio Serafino, mamma, papà e cinque figli, io, Fiore, Filuccio, Carmela e Sebastiano; famiglia di zio Amedeo cinque persone; famiglia di zio Oreste quattro persone). Siamo in attesa delle truppe alleate e dopo qualche giorno assistiamo all'arrivo della prima pattuglia canadese comandata da un tenente. Una trentina di soldati in tutto. Sono accolti con molto entusiasmo e restano allibiti dinanzi a uno spettacolo tanto triste. Sul loro cammino avevano sì trovato distruzioni dovute a bombardamenti aerei o cannoneggiamenti ma non avevano trovato un paese così sistematicamente distrutto. Infatti, Capracotta è stato il primo a subire la ferocia delle truppe tedesche. Era nel loro piano diabolico far trovare terra bruciata alle truppe alleate per ritardare l'avanzata con l'arrivo dell'inverno. La pattuglia si sistema nelle scuole che non sono state distrutte, avendo i tedeschi in esse allestito un ospedale da guerra. Il giorno dopo l'arrivo, il comandante della pattuglia, venuto a conoscenza dei due fratelli Fiadino, vuole dare loro degna sepoltura al cimitero. Con alcuni suoi uomini e con l'aiuto di alcuni ci si reca sul posto della fucilazione dove i due corpi erano stati sepolti. Si procede alla loro esumazione e, deposti in due bare approntate alla meglio dai falegnami del paese, un mesto corteo li accompagna al cimitero, e tumulati in due loculi messi a disposizione dal Comune. Giornalmente giungono interi reparti facenti parte della 8ª Armata inglese. Saranno quelli destinati a mantenere il fronte. Ci sono, tra di essi, anche reparti di spedizione polacca e reparti di salumerie con muli per i rifornimenti formati da tunisini, algerini e marocchini dei reparti di spedizione francese. Una batteria inglese, con parecchi cannoni, si sistema lungo il costone del prato di Conti e inizia i cannoneggiamenti contro le postazioni tedesche appostate sull'altro versante del Sangro. Il continuo afflusso di truppe, automezzi e materiali mette in condizione il Comando alleato di avere a disposizione le poche abitazioni rimaste in piedi, per cui viene ordinato lo sfollamento dei civili. Data stabilita: 8 dicembre. Partenza dalla chiesetta della Madonna, a mezzo autocarri messi a disposizione dal comando militare. Destinazione ignota. Giuseppe Trotta (a cura di Enza Trotta)
- Capracotta e le sue meravigliose piste da fondo
Il cielo sopra Capracotta convertiva in neve l'umidità venutagli dal mare, le strade si ammantavano di bianco, incorniciandosi di cumuli scansati dai cingolati. Prato Gentile (1.575 m.), nonostante mostrava una modesta altitudine, era completamente innevato grazie alle correnti e la sua conformazione orografica, la neve scendeva su di noi a grandi fiocchi, rivelando un paradiso bianco bellissimo. Le piste da fondo di Capracotta erano famose in tutta Europa per la loro bellezza, così sempre piene di neve erano sapientemente gestite da un.ottima manutenzione. Capracotta è il cuore bianco dell'Altissimo Molise, la stazione sciistica e climatica molisana di respiro internazionale. Nel cuore dell'Appennino centro-meridionale, l'offerta sciistica si apre agli appassionati di sci nordico lungo le belle piste dello Stadio di Fondo "Mario Di Nucci", che si estendono in località Prato Gentile (nel 1997 Capracotta ha ospitato i Campionati Assoluti Italiani di Fondo e nel 2004 e 2008 la Continental Cup europea) e a quelli di sci alpino nel comprensorio di Monte Capraro grazie ad una pista lunga 1.481 m., un dislivello di 252 m. ed una pendenza del 18%. La stazione è inoltre dotata di un efficiente impianto di risalita composto da skilift con capacità oraria di portata di 700 persone e da una seggiovia capace di trasportarne 900. A Capracotta è possibile sciare anche per i meno fortunati: da qualche anno infatti l'Associazione Sportiva Dilettantistica "Scio anch’io" onlus garantisce la pratica sportiva invernale anche ai diversamente abili. Una qualificata Scuola di Sci ed uno storico Sci Club, sorto nel 1914, completano l'offerta capracottese rispetto alla pratica degli sport invernali (notizie tratte da un cartello informativo del luogo). Dalla bellezza delle piste da fondo alla bellezza del paese, continuavamo ad immergerci in visioni suggestive che tanto ci erano care e ci mancavano. Eravamo venuti qui proprio alla ricerca della neve, così scarsa dalle nostre parti, e finalmente la scorgevamo tra i vicoli e le case, nei bordi delle strade e sui tetti, ci riempiva il cuore di una gioia pacata, accarezzandoci come fanno i ricordi da bambino. La sera si accostava al barlume lampioni, che facevano assumere alla neve il colore bluastro della carta da zucchero, quelle tonalità d'ombra si lasciavano respirare con una dolcezza infinita, conferendo alla sera una delle sue vesti più belle possibili. Sara Chiaranzelli Fonte: http://naturagrezza.blogspot.com/, 15 gennaio 2012.
- Oreste Conti e... mutiam dolore!
Nei convitti i grandi costituiscono la vecchia guardia, perché d'uno in altro si è perfezionata in essi la tradizione degli accorgimenti e delle astuzie. Oreste Conti nacque a Capracotta il 25 marzo 1877 da Giulio e Giovannina d'Alena, figlia del barone Pietro. A dispetto del casato da cui proveniva, costituito perlopiù da uomini d'armi, di Stato e di Dio, Oreste presentò sin da subito una naturale inclinazione verso le lettere e la didattica. Diventato istitutore presso il Convitto nazionale "Ruggiero Bonghi" di Lucera e infine educatore nel Convitto nazionale "Vittorio Emanuele II" di Napoli, in pochissimi anni il Conti diede alle stampe ben 12 opere di storia, folclore, poesia e letteratura, imponendosi come il più completo folclorista della nostra cittadina e come un affermato studioso delle tradizioni popolari presso l'intera comunità letteraria italiana. Ebbero per lui parole d'elogio il filologo Francesco D'Ovidio, l'antropologo Alberto Maria Cirese, l'etnografo Raffaele Corso e il giornalista Mario Gianturco; nel dopoguerra Italo Calvino, nelle sue "Fiabe italiane" (1956), menzionò Oreste Conti nelle note e in bibliografia, così come fece il linguista tedesco Gerhard Rohlfs nella sua "Grammatica storica" (1949). Ultimamente ho scoperto un ulteriore episodio della vita e dell'opera del Conti. Nel carteggio intercorso fra Gaetano Salvemini (1873-1957) - uno dei nomi più chiari del giornalismo e del mondo accademico italiano - e Giustino Fortunato (1848-1932) - massimo rappresentante della cultura meridionalistica, nonché senatore del Regno d'Italia - i due si scambiarono alcune impressioni sull'educatore capracottese. Il 12 gennaio 1912, da Gaudiano, Fortunato consigliò infatti a Salvemini alcuni volumi sulle rivolte scoppiate nel 1860-61 in Italia meridionale contro le idee liberali e, a proposito degli Abruzzi, il deputato lucano scrisse: «Il sig. Oreste Conti, ti avrà già mandato un suo opuscolo su la reazione di Capracotta. E mutiam dolore...». Giustino Fortunato aveva quindi già conosciuto il nostro concittadino, il quale, probabilmente, gli aveva chiesto di mediare con Gaetano Salvemini affinché al grande accademico pugliese giungesse una copia de "I moti del 1860 a Capracotta", stampati a Napoli l'anno prima. Dopo quell'informazione, Fortunato volle però mutar dolore, poiché si apprestava a parlare della questione meridionale attuale, ovvero della disattesa pacificazione tra lo Stato centrale e la periferia del Sud. Tra le attività extra-letterarie di Oreste Conti, voglio ricordare soltanto il monumento a Gabriele Pepe che potete ammirare nell'omonima piazza di Campobasso e che è lì anche per merito del Conti, il quale, sin dal 1898, assieme all'agnonese Baldassare Labanca, fu tra i primi propugnatori dell'opera. Il 9 giugno 1919, a soli 42 anni, Oreste Conti morirà di tubercolosi. E mutiam dolore... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: I. Calvino, Fiabe italiane, libro I, Einaudi, Torino 1956; A. M. Cirese, Gli studi di tradizioni popolari nel Molise, in «La Lapa», III:1-2, Rieti, marzo-giugno 1955; O. Conti, I grandi: bozzetto di vita collegiale, Batelli, Napoli, s.d.; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; F. D'Ovidio, Rimpianti vecchi e nuovi, vol. II, Casa Ed. Moderna, Caserta 1930; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; L. Patroni, Gabriele Pepe, in «Eco del Sannio», XX:13, Agnone, 31 luglio 1913; G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Einaudi, Torino 1969; G. Salvemini, Carteggio: 1912-1914, a cura di E. Tagliacozzo, Laterza, Roma-Bari 1984.
- Escursioni botaniche a Capracotta
Nella seconda metà di luglio 1908 mi recai ad erborizzare sui monti di Capracotta. È situato questo paese all'altezza di 1.400 m. sul mare, tra i due punti più culminanti del pianalto di Carovilli, cioè tra il monte Capraro (1.721 m.) ed il monte Campo (1.645 m.), a cavaliere delle due valli del Sangro e del Trigno. Oltremodo pittoreschi ed affascinanti sono i diversi luoghi, interessantissimi poi per la prodigiosa ricchezza della Flora. Come già dissi in un mio lavoro precedente, fu il celebre botanico Gussone che raccolse e studiò un rilevante numero di piante sui monti di Capracotta. Le mie escursioni furono compiute sul monte Capraro, nel bosco di Vallesorda (1.627 m.), sul monte Campo, sul Ciglione, presso il lago di Mingaccio, nei dintorni del paese e nelle vicinanze del Piano degli Statfoli, a poco più di 1.000 m. sul mare. Molte piante, già da me indicate di altre località, ho ritrovato nei diversi siti visitati. Nelle vicinanze di Capracotta raccolsi: Juncus glaucus Ehrh., J. conglomeratus L., Astragalus monspessulanus L., Hippocrepis comosa L., Lamium garganicum L. β grandiflorum (Pourr.), Centaurea dissecta Ten. ζ virescens Ten., Ornithogalum narbonense L. ed altre. Sui margini del lago di Mingaccio, tutto ricoperto di Potamogeton natans L., rigogliose vidi crescere Thypha latifolia L., Verbena offtcinalis L. ecc. Nel bosco di Vallesorda trovai: Poa alpina L., Rumex acetosa L. β arifolius (All.), Dianthus barbatus L., Dentaria pentaphyllos L. β polyphylla (W. et K.), D. bulbifera L., Delplinium fissum W. et K. β velutinum (Bert.), Rubus idaeus L., Sanicula europaea L., Senecio nemorensis L. δ cacaliaster (Lam.), Hypochaeris cretensis (L.) Boiss. δ pinnatifìda (Cyr. ex Ten.) ecc. A Monte Campo raccolsi: Cynosurus echinatus L., Poa alpina L., Festuca rubra L., Alsine graminifolia (Ard.) J. F. Gm., Hypericum androsaemum L., Alyssum montanum L., Sedum neglectum Ten., Bupleurum falcatum L. β exaltatum (M. B.), Carum carvifolium (DC.), Scrophularia vernalis L., Satureja alpina (L.) Scheele, Galium lucidum All., Senecio alpinus (L.) Scop. γ samniticum Huet., Chrysanthemum ceratophylloides All. γ tenuifolium Fiori, Chrysanthemum parthenium (L.) Bernh., Cirsium acaule (L.) Scop. All., Hypochaeris cretensis (L.) Boiss. δ pinnatifida (Cyr. ex Ten.), Leontodon hispidus L., ecc. A Monte Capraro raccolsi: Paronychia kapela (Hacq.) A. Kern. β serpyllifolia DC., Alsine graminifolia (Ard.) J. F. Gm., Saxifraga aizoon Jacq. γ stabiana Ten., Sedum neglectum L., Teucrium montanum L., Galium lucidum All., Asperula odorata L., Senecio alpinus (L.) Scop. γ samniticum (Huet), Chrysanthemum ceratophylloides All. γ tenuifolium Fiori, ecc. Armando Villani Fonte: A. Villani, Escursioni botaniche a Capracotta, in «Bullettino della Società botanica italiana», XI:1, Firenze, gennaio 1910.
- Ciro
Ciò che sapevo di Ciro Giuliano, il re dei sarti europei, prima di conoscerlo, non era di tal natura da invogliarmi a diventarne cliente. Era stato lui a vestire Mario Pansa, l'ultimo, e forse l'unico, dandy italiano, di un'eleganza pari soltanto alla sua insolenza e al suo patrimonio; e continua a esser lui il fornitore di Palazzo Chigi e di quanti son rimasti nel mondo a contendersi il titolo di arbiter. La sua casa di piazza Farnese, mi dicevano, straripava di Tintoretti e di Tiziani; e alla sua mensa, perpetuamente imbandita per dodici persone, si riunivano principi e miliardari. Con quel nome mezzo da conquistatore e mezzo da bandito e con la leggenda che lo aureola di sibaritica sontuosità, Ciro Giuliano avevo finito per immaginarmelo alto, autoritario e di piglio prepotente, una specie di Pastonchi o di Duveen del "doppio petto", incline più a dare con dittatoriale arroganza che a ricevere ordini, a trattare i clienti come altrettanti minorenni e a disporre delle loro finanze con la stessa indifferente sommarietà con cui sembrava disporre di quelle proprie. Fu quindi con una certa sorpresa che una sera, al pranzo di una mia amica dal nome celebre nel Gotha toscano, al posto contrassegnato dal nome di Ciro Giuliano, alla destra della padrona di casa, vidi sedere un ometto di statura un po' inferiore alla media, magnificamente, ma anche quietamente vestito, curvo di spalle e con un volto mansueto e malinconico sotto una folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. Lo avevo notato anche prima nel vano di una finestra, intento ad ascoltare senza profferir parola due signore dall'aria vivace, molto note nella società romana, alle quali ogni tanto, come per mancanza di argomenti da opporre ai loro, faceva una carezza sulla guancia o strizzava il ganascino, ma castamente, quasi con la rassegnata indulgenza di un nonno verso due nipotini discoli. E il taglio dell'abito, e il profilo reso aristocratico dal naso aquilino, e la riservatezza e la soavità dei modi m'avevano fatto pensare a un diplomatico della vecchia scuola o a uno di quei "Conti Zii" della buona società che possono permettersi qualunque familiarità verso uomini e donne senza timore di venir fraintesi. Aveva sempre tenuto in mano, ma senza mai portarselo alla bocca, un bicchiere di Dry Martini che posò, quando andammo a pranzo, pieno come gliel'avevano dato; e dalle labbra aveva seguitato a lasciar pendula, senza mai accenderla, una mezza sigaretta di marca nazionale. A tavola Ciro sedette con la sedia un po' scostata e le mani sulle ginocchia, fissando con una certa ansietà il vassoio che il cameriere aveva cominciato a far girare fra i commensali, colmo di gamberi e aragostine con maionese, filetti di salmone e tarte al caviale. La padrona di casa lo sogguardava con un sorrisetto ironico sulle labbra. Alla fine con la mano gli diede un piccolo colpo sul braccio, e gli sussurrò all'orecchio: – Non preoccuparti, Ciro, per te c'è un'altra cosa... Proprio in quel momento un secondo cameriere gli deponeva davanti un piatto di spaghetti alla matriciana. Gli occhi malinconici e mansueti di Ciro s'illuminarono di gratitudine e la sua mano corse a strizzare con le dita, ma con estrema delicatezza, il ganascino della signora. – Te ringrazie tante tante! – disse con forte accento abruzzese. E compostamente prese ad arrotolare gli spaghetti fra i denti della forchetta. Anche alle portate successive, che erano complicate e raffinate, per Ciro ci furono «altre cose»: un'insalata di pomodori, sedano e lattuga, poi un pezzetto di formaggio pecorino dal forte odore, e infine due fichi. Ciro mangiò tutto questo con soddisfazione, ma senza voracità, poco partecipando alla conversazione finché questa si aggirò su Fath, su Dior e sulla nuova moda che si apprestavano a lanciare. – Ancora una mode? – chiese a un tratto e con naturalissimo stupore. – Ma quante ne invènteno, mamme mie! E, altro non trovando da aggiungere, riprese a mangiare il suo cacio pecorino dal forte odore. Di nuovo interloquì soltanto quando il discorso cadde su Picasso, di cui in quei giorni si teneva a Roma una mostra, e uno dei commensali tentò un malaccorto paragone, che puzzava d'imparaticcio lontano un miglio, fra il pittore spagnolo e il Lotto. – Ma che c'entra il Lotto? – disse Ciro quietamente e senza alcuna intenzione polemica. – Il Lotto è soltanto carine... –, e seguitò a sbucciare il fico, per nulla cosciente di aver dato, di quel Maestro minore, una definizione che Berenson avrebbe volentieri sottoscritto. Poi, alle obbiezioni che qualcuno si credette in dovere di muovere, dotte e insensate, spiegò perché il Lotto è soltanto carino e ad ogni modo non presenta ganci cui appendere un paragone con Picasso. – La sua originalità –, disse, – consiste nell'aver rappresentate una macchie crepuscolare nell'epiche veneziane. Il Lotto è il tremule d'un violino nella piena orchestre di Tiziane, Veronese e Tintoretto. Per questo piace a noi come dispiaceva ai veneziane del suo tempo, che avevano il sangue in corpe, e l'ambizione e la potenze... Ma a questo punto si riprese, arrossì leggermente, guardò con aria umile e pentita la padrona di casa, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse: – Ti annoie un poco? – E tornò al suo fico. Il giorno dopo andai da Ciro per ordinargli un vestito. Non ne avevo alcun bisogno, ma mi piaceva riveder lui e diventarne amico. Con un certo stupore mi accorsi che lo ero già. Venne col metro pendulo dalla spalla destra, che ha un po' più curva di quella sinistra, e la mezza sigaretta di marca nazionale incombusta fra le labbra. – Oh! – disse come se mi avesse aspettato sino ad allora. – Sei venute?... Dammi un bacie... –, e mi baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance. – Facciamo un vestitucce? – aggiunse sogguardandomi col suo volto quieto e malinconico. – Facciamo un vestitucce –, risposi. – Come lo vuoi? – Come mi consigli di volerlo? Ciro sfogliò un catalogo di scampoli, si soffermò su uno e me lo mostrò fissandomi con aria interrogativa. – Eh! – feci io. – Eh! – fece lui. E mi pareva d'aver ritrovato Otello, il sarto della mia infanzia in campagna; che, nonostante quel nome melodrammatico, era soltanto il figlio di un nostro mezzadro e confezionava gli abiti in modo che a un certo punto si potessero rivoltare e poi riadattare ai nostri fratelli e cugini minori secondo i dettami della parsimoniosa economia domestica delle nostre vecchie famiglie toscane. Fu il più bel vestito che mai avessi portato sino ad allora; ma Ciro me lo mise addosso, quando fu pronto, con la stessa mancanza di liturgica solennità con cui Otello mi metteva addosso le sue giacche a fagotto. – Magnifico! – dissi ammirandomi nello specchio, davanti e didietro. – Non c'è male! – corresse lui. Poi, parendogli di essersi vantato, aggiunse in fretta: – Ci vuol poco, figlie mie, a fare un vestitucce a te, alte e magre come sei... E subito, per cambiar discorso, m'invitò a pranzo per la sera dopo a casa sua. Non c'era la solita dozzina di principi e miliardari; eravamo anzi in quattro soli: lui, io e due signore molto eleganti, ma senza blasone. C'erano però, nella vasta sala rettangolare che si spalancava con un balcone e due finestre dirimpetto a Palazzo Farnese, i Tiziani e i Tintoretti di cui avevo udito favoleggiare. La stanza non aveva nulla del museo: era anzi calda, vissuta e ospitale, quel che i tedeschi dicono gemütlich; e quelle superbe tele, sapientemente illuminate da un abile giuoco di lampade invisibili, non vi avevano l'aria, sussiegosa e scostante, di ospiti di riguardo che spirassero degnazione per chi li aveva ricevuti. Si vedeva benissimo che si trovavan bene, lì dentro, a casa loro. E alla fine della serata ci si dava tutti del tu anche con quelle Vergini e Madonne. Il pranzo fu squisito. Ce lo servì un cameriere in livrea, che Ciro azionava con impercettibili occhiate prive di qualsiasi imperiosità. Ma anche quella sera egli si era riservato un menu a parte: spaghetti alla matriciana, insalata di pomodori, sedano e lattuga, formaggio pecorino dal forte odore e due fichi. Guardai, un po' allarmato, i Tintoretti e i Tiziani che occhieggiavano dalle pareti: no, non erano affatto scandalizzati dai rustici gusti del loro padrone, sembravano anzi approvarli di tutto cuore, forse quello era stato il pasto anche delle eroine loro, Vergini e Madonne. Come al solito, Ciro non interloquì quasi mai nella conversazione che fu vicace e brillante. Con la sedia un po' scostata dal tavolo e le mani sulle ginocchia, sorrideva tutto soddisfatto della nostra soddisfazione, solo ogni tanto faceva una carezza sulla guancia dell'una o dell'altra commensale e le strizzava, ma con estrema delicatezza, il ganascino. La cordialità che si era stabilita fra noi ospiti gli animava il volto un po' meno malinconico del solito sotto la folta chioma di capelli lisci e lievemente argentati. Solo la fronte ogni tanto si corrugava: ed era quando nel discorso cadeva qualche pungente commento o un aneddoto piccante su questo o quel personaggio della società. – È tante carine! – si affrettava subito a dire del colpito, se si trattava di una donna. E se si trattava di un uomo: – È così brave! Il suo disagio toccò i limiti della sofferenza quando una delle due invitate si mise a tagliare i panni addosso a un comune amico ex-ambasciatore, esercizio nel quale eccelleva la sua lingua mordace e immisericordiosa. – Non soffrire, Ciro! – fece a un certo punto, interrompendosi. – Oltre tutto, non ti paga i conti da cinque anni!... – Non è vero – rispose lui prontamente con un guizzo di sdegno nella voce. E per la prima e unica volta dacché lo conosco parlò senza accento abruzzese e battendo con stizza una mano sul tavolo. La reazione ci parve a tutti talmente straordinaria, che lo guardammo sorpresi e quasi increduli. Allora Ciro arrossì leggermente, fissò con aria umile e pentita la sua interlocutrice, le prese il ganascino fra le dita, ma castamente, e disse: – Scuse, scuse... Ma perché parli così di...? È così brave!... Giorni fa ho incontrato l'ex-ambasciatore di cui si parlava quella sera. – Ci sei anche tu –, mi disse, – domani a pranzo da Ciro? – Sì, e anzi mi secca un po' perché ancora non riesco a pagargli un conto di sei mesi fa... Il vecchio diplomatico mi fissò con aria indignata. – Come? – proruppe. – Vuoi già pagarglielo dopo sei mesi?!... Io, che non glielo pago da sei anni, son sicuro che domani sera, fra i vari ospiti della sua mensa, mi troverò ad essere il meno moroso, dopo di te... La dozzina la raggiungemmo davvero, quella sera, fra uomini e donne, e tutti portavamo abiti, non pagati, del padrone di casa. Le Vergini e Madonne di Tiziano e Tintoretto ci guardavano compiaciute e benevole, tutte contente di trovarsi in quella elegante compagnia, mentre Ciro, mangiando la sua insalata di pomodori, sedano e lattuga, dirigeva con impercettibili occhiate prive di qualsiasi imperiosità l'avvicendarsi sui nostri piatti di caviale e salmone, e di Riesling e di Borgogna nei nostri bicchieri. Quando la serata finì, Ciro disse ad ognuno di noi: – Ti ringrazie tante tante d'essere venute!... Dammi un bacie!... E uno per uno, uomini e donne, ci baciò, ma sempre con l'abituale castità, sulle due guance. Sul portone da basso, mi accorsi che avevo dimenticato i guanti e tornai su a prenderli. Ciro era a sedere su una poltrona in mezzo alla sala e si guardava con tenerezza e compiacenza le sue Madonne. Finalmente aveva acceso la mezza sigaretta di marca nazionale. Indro Montanelli Fonte: I. Montanelli, Busti al Pincio, vol. IV, Longanesi, Milano 1956.
- Come legato ad una corda
Il Molise ti segue. Ovunque tu sia. E allora un giorno capita che vai a Roma a trovare un amico. E la sera esci ed incontri volti totalmente sconosciuti. Chiaramente non ti fermi a parlare con chiunque. E fra i pochi con cui scambi una chiacchiera capita anche che ti fermi a parlare con una coetanea che ti racconta di avere una zia Molisana. E tu dici: "va beh siamo a Roma, non in Australia, è chiaro che ci siano persone con origini molisane". Poi capita che ti fermi a parlare con un coetaneo che ti racconta di avere la madre molisana. E lì allora fai una risata. Poi capita che il giorno dopo sei sul pullman di ritorno per Campobasso, e appena dopo imboccato il raccordo anulare, ti fermi a guardare dal finestrino e non si sa per quale ragione ti viene voglia di aprire le mappe e guardare l'area circostante mentre il bus intanto instrada sul cemento. E sempre per una fortuita casualità ti imbatti in un quartiere della zona Tiburtina, le "case rosse" che ti zampilla all'occhio. Ti accorgi infatti di una via particolare, intitolata via Castelbottaccio. E pensi: "avrò letto sicuramente male", allora ingrandisci la mappa e scopri di avere ancora una vista alquanto lucida. E non solo, oltre a via Castelbottaccio ti imbatti in via Baranello, via Bonefro, via Belmonte del Sannio, via Gambatesa, via Mirabello, fino a scoprire che sono 25 i paesini e le frazioni molisane che trovano a farsi angoli fra palazzi e rotonde. E allora ragioni e pensi: fino a quando si tratta d'incontrare persone con origini molisane è nella norma, anche perché siamo così espansivi nel decantare la nostra regione che subito salta fuori quello d'origini nostrane. Però non ti capita spesso di aprire per noia la mappa mentre sei in viaggio. Non ti capita spesso di aprire la mappa e leggere via Castelpetroso e via Monteroduni. Inizi poi a pensare a questo strano posto fuori mano dal centro di Roma, le "case rosse". Ti chiedi per quale ragione ci sia una toponomastica così atipica. Voglio dire, molisanamente con un complesso d'inferioritá, per una volta ti imbatti davvero in qualcosa di particolare. Allora vai a cercare subito notizie storiche riguardo al quartiere, ma trovi poco più di nulla sulla ragione per cui "case rosse" a Roma sia un eco riecheggiante dei nostri paeselli. Ma nulla. Come in tutte le cose connesse con il nostro passato, c'è un velo di "non esistenza". Allora ti fai soccorrere dalla fantasia e provi ad immaginare che in un tempo ed un'Italia lontani, in un periodo prossimo a quello dell'industrializzazione post seconda guerra mondiale, nel decennio '50/'60 del secolo scorso, piccole fronde di disgraziati conterranei in cerca di un posto di lavoro si aggregarono e ricrearono un piccolo Molise in un piccolo quartiere di Roma. Sì, pensi, questa storia mi piace, potrebbe essere andata così. D'altronde non hai trovato nulla di concreto facendo le ricerche, ti resta la fantasia. Poi scende una lacrima di pioggia dal finestrino e ti desta dalla trance. Scrolli un attimo il capo, come a voler interrompere definitivamente il dialogo con l'immaginifico. Ma nonostante tutto continui a chiederti per quale ragione un gesto così casuale ti abbia fatto imbattere accidentalmente in una così strana sorpresa. Capisci che le casualità sono più belle e divertenti, quanto più esse siano incomprensibili. E in ultimo comprendi, che la tua terra ti segue, o molto più semplicemente la tua caviglia è fatalmente e incontrovertibilmente legata ben stretta con una corda, e ti ritrovi ad essere un palloncino in aria, legato da questa corda che all'altro estremo è saldamente conficcata fra le radici degli alberi della tua terra natia. E questa cosa non ti dispiace. Con il viaggio immaginifico appena fatto poi, scopri che da adesso conosci due modi per spostarti da Capracotta a Carovilli: il primo, quello comune, percorrendo la statale 86; il secondo, più inusuale del primo è semplicemente girando l'angolo di un incrocio fra palazzi e rotonde. Michele Messere Fonte: https://michelemessere.wixsite.com/, 26 novembre 2018.
- La nascita del coro
Tra le poche cose che dànno gioia alla vita, ci sono la musica e con essa il canto. La memoria corre verso quei lunghi inverni pieni di neve in cui la sera, dopo una cena fra amici, onorata con qualche bicchiere di vino, Antonio "la Parrocchia" iniziava a cantare con la sua sottile voce e gli altri con lui. E fra questi anche Michele. Perché il canto si coniuga bene con il vino. Così Michele, voce di basso, ha un desiderio. Costituire un coro. Un giorno di fine settembre, con il tiepido sole e con gli alberi che hanno iniziato a cambiare il colore delle foglie, Michele esce di casa, quella sulla piazza principale. E incontra don Elio, il parroco, che passava di lì per caso: – Senti, – gli dice – vogliamo costituire un coro? – Cosa? – risponde don Elio, che stava pensando sicuramente ad altro. – Un coro, un coro parrocchiale: ho già trovato la maestra – aggiunge entusiasta Michele, pensando a una maestra di musica di Isernia. – Certo, mi fa piacere, ma prima ancora mi stupisce. E cosa dobbiamo fare? – Chiede questa volta don Elio. – Poco fa è passata Antonietta Beniamino, forse stava andando dalla mamma. – Risponde Michele, – Iniziamo a chiedere a lei cosa ne pensa. So di sicuro che ha una bella voce e voglia di cantare. Michele e il parroco si incamminano lungo corso Sant'Antonio per interpellarla. Giunti sotto l'abitazione del padre, Antonino Fox, Michele chiama Antonietta che subito risponde affacciandosi alla finestra. – Che bella idea, mi piace. – E suggerisce: – Perché non chiedete anche a Emilia "la Caccia" che, con la sua estrosità, mi sembra abbia anche l'attitudine al canto. Emilia abita qualche portone più giù rispetto a quello di Fox. Quando i due la raggiungono sembrava proprio essere in attesa di un'occasione per sfuggire alla noia che a volte prende il paese. E risponde con un secco: – Ci sto. – Poi aggiunge: – Può cantare anche Adriano. – Adesso non esageriamo. Dobbiamo fare il coro, non la cummenèlla. – Replica con un filo di ironia Michele. – Anche quella, – aggiunge di rimando "la Caccia", – e poi Adriano ha una voce intonata. Con questa risposta, Michele si lascia convincere. Promosso anche Adriano. – Adesso bisogna trovare una voce robusta – propone Don Elio. – Ho un'idea e so a chi chiedere – afferma Michele, che subito si avvia, seguito dal parroco, verso la Via Nova fino a prendere la vecchia via San Rocco: che, raccontano le semplici storie locali, era sempre piena di gente che saliva e scendeva per andare al mulino di zi' Vincenzino Buonanotte. Proprio dove oggi c'è la bottega di Costantino "il Mastruccio". Come se Michele volesse andare alla ricerca di qualcosa di nuovo sulle tracce del passato. Mentre si avvicinano al quartiere di Curdìsche, Michele nota, seduto sopra a un trattore, il personaggio che stava cercando; riconoscibile anche dalla folta e vistosa barba. – Ennio, ferma un poco quel trattore – gli chiede Michele. – Buon giorno Avvocato, che mi dici? – Siamo alla ricerca di persone per costituire il coro parrocchiale. Tu ne vuoi fare parte? Enniuccio, buono e generoso come sa essere in tutte le circostanze, risponde con un semplice: «Va bene», senza chiedere altro. Sicuramente perché le persone che gli stanno di fronte, gli ispirano fiducia. E poi aveva anche cantato quando faceva l'alpino. E sempre lo si vede, nei giorni di canto, vestito a festa. Cosa alquanto rara, perché le sue giornate sono continuamente prese dal lavoro. Don Elio e Michele possono essere soddisfatti. L'inizio è avvenuto. E poi... Il poi verrà. – Passiamo parola – consiglia fiducioso don Elio. Oggi il coro è un elemento essenziale della collettività di Capracotta. È come un'opera d'arte che impreziosisce e allieta le occasioni alle quali viene chiamato a partecipare. I suoi canti rendono meno greve perfino la naturale tristezza dei funerali. Al Padre Nostro della Messa cantata, poi, sulle note delle canne dell'organo: su, tutti insieme, cantiamo con il coro. E il canto, senza uscire dalla gola, diventa sempre più vasto. Non è questo un momento di gioia che il coro ci dona? Fanno inoltre parte del coro parrocchiale anche: Antonio Sozio e la moglie Giuliana Di Rienzo, Liliana di Rienzo, Antonio Di Lullo e la moglie Ernesta Sammarone, Maria Di Rienzo, Nicola Casciero, Maria D'Andrea, Tonino Giuliano e la moglie Anna Maria Labbate, Maria Vizzoca, Bruna Fiadino, Donato Di Tella, Loreto Giuliano, Carla Paglione, Rosalba Carnevale, Antonia Potena e Margherita Carnevale. Lorenzo Potena Fonte: L. Potena, La nascita del coro, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
- Gaetano
La giornata cominciava presto per Gaetano, ma anche per il vicinato che lo sentiva all'alba battere sulla falce per prepararla al lavoro nei campi e ancora quando incitava le vacche ad uscire dalla stalla per avviarle al pascolo; lo scampanio risuonava nella strada ora accelerato ora lento come il loro passo che a tratti accennava ad una corsa o seguiva mollemente l'ancheggiare dei fianchi pesanti. Il muggito sotto le finestre diventava poi più debole quando si allontanavano dietro le case per dividersi lungo i sentieri della Guardata. Lui gridava, imprecava alla loro pigrizia, con un bastone in mano le seguiva, le chiamava, le rimproverava. Gaetano, magro nel gilet, nei pantaloni di velluto stretti con una larga fascia intorno alla vita, indossava un cappello un po' logoro che gli nascondeva gli occhi già piccoli e il naso sottile dal quale partivano dei baffi discreti. Affascinante nella sua rudezza, aveva un modo di preparare il cavallo che faceva pensare all'eroe di un'impresa epica di cui solo lui conosceva pericoli e glorie, con maestria legava la sella e con eleganza prendeva le briglie, poi si avviava a passi lenti diretto alla masseria: gli scarponi chiodati suonavano sulla pietra confondendosi con gli zoccoli del destriero fino alla prima svolta della strada. Quest'uomo avvezzo ai lavori nei campi ed esperto nel trattare gli animali sembrava indurito dalla fatica, in realtà nascondeva un cuore tenero, soprattutto con i bambini che trattava con una distanza ammirata, rivolgendo loro sorrisi disarmanti che per i piccoli valevano più delle parole. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- L'eroismo del telefonista Alfredo
Doliana (Peloponneso), 7 novembre 1940. La pretenziosa e fallimentare campagna italiana di Grecia è cominciata da appena dieci giorni, dopo un'offensiva dell'esercito italiano lanciata in Epiro, quando il caporale Alfredo Sozio, appartenente al 26° Raggruppamento artiglieria di Corpo d'Armata, si ritrova nel bel mezzo di una violenta controffensiva greca. Malgrado la propaganda del regime fascista, i greci sono molto più organizzati degli italiani e, soprattutto, possono contare sull'efficiente supporto britannico. Gli uomini del comandante Alexandros Papagos sono infatti pronti a difendere con ogni mezzo il suolo patrio dagli invasori italiani che, dopo aver guadagnato l'Albania, vogliono ora dimostrare a Hitler di poter guerreggiare in autonomia e con poco sperpero. Alfredo, però, si accorge presto che gli italiani sono numericamente inferiori, militarmente impreparati e logisticamente disorganizzati. Di questo passo la guerra la perdiamo, pensa il caporale. Ciò nonostante, lui è un telefonista e, in quanto tale, ha l'ordine preciso di mantenere costanti i collegamenti tra il reparto e il relativo comando. Ma Alfredo è soprattutto un montanaro - è nato il 19 giugno 1916 a Capracotta - e, come tutti i capracottesi, è testardo, intelligente e ligio al dovere. La controffensiva greca è tuttavia micidiale, ed egli, voltatosi un momento per dare un'occhiata ai suoi commilitoni, si accorge che alcune cariche di lancio del suo reparto, evidentemente colpite da una granata greca, stanno prendendo fuoco. Non c'è un minuto da perdere: l'intero raggruppamento potrebbe saltare in aria, visto che accanto alle cariche ci sono le munizioni. Alfredo intuisce che deve abbandonare la linea telefonica se vuole sperare di salvare sia gli uomini che i telefoni. Correndo accovacciato fin dove sta divampando l'incendio, con gran sprezzo del pericolo riesce a isolare le fiamme utilizzando alcune pesanti coperte militari. La tragedia è scongiurata ma la guerra incessa. Solo nel tardo pomeriggio termina l'attacco dei greci, coi nostri che si ritrovano spaesati a contare decine e decine di morti sul suolo peloponnesiaco. Ad Alfredo Michele Sozio (1916-1963), tornato in Patria, viene conferita una Medaglia di bronzo al valor militare per l'atto d'eroismo compiuto durante la campagna italiana di Grecia, dopo di cui capisce di essersi sbagliato almeno su una cosa. Quella guerra è stata vinta... ma a che prezzo? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Decorazioni al V. M. concesse per operazioni di guerra sul fronte greco, in «Il Messaggero», LXIII:117, Roma, 16 maggio 1941; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Rochat, Le guerre italiane: 1935-1943, Einaudi, Milano 2008.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte Sambuco
Il sambuco (Sambucus nigra) è una pianta angiosperma dicotiledone appartenente alla famiglia delle Viburnacee. Per le proprietà benefiche dei suoi fiori e delle sue bacche, il sambuco trova largo impiego in ambito fitoterapico come diuretico e/o lassativo. Sul territorio di Capracotta esso è piuttosto comune e, nel caso specifico, ha dato nome anche ad un'antica fonte situata nel bosco del Vallone delle Incotte che, nella stagione fredda, porta molta acqua. Questa gola deve il suo nome non tanto alla natura calcarea della roccia quanto all'aggettivo latino incocta, nel senso di "bruciata": in quest'area, infatti, i capracottesi erano soliti preparare le carbonaie (cuatuózze) per la preparazione del carbone. Un'accezione di terra incocta altrettanto aderente è quella di "luogo imbevuto", il che spiegherebbe quanto detto circa la portata idrica del vallone stesso. La Fonte Sambuco (in capr. Fónde Sammùche) - che il maestro Domenico D'Andrea considerava «sorella, in un certo senso, della Fonte degli Angeli» di Sant'Angelo del Pesco - è una sorgente perenne con una portata media di 2,46 l/s ed è segnalata sin dal 1753 sulla cosiddetta Pianta Barosio come punto di ristoro del «tratturo antico». La sua particolarità è che il muschio copre omogeneamente tanto le rocce da cui sgorga l'acqua quanto i tronchi in cui essa cade, così da farla sembrare una pianta viva. Francesco Mendozzi Bibligorafia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995. F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Ruggero Maria Santilli
Ruggero Maria Santilli nasce l'8 settembre 1935 a Capracotta (Isernia) ed oggi ha doppia cittadinanza, italiana e statunitense (è negli Stati Uniti dal giugno 1985). La moglie, Carla Santilli, è RSU presso l'Università di Boston. Ha due figli, Luisa ed Ermanno, entrambi laureati a Boston. Dopo essersi diplomato ad Agnone (Isernia) e laureato in fisica con tesi di ricerca (tra le BS e un Master) del Dipartimento di Fisica teorica presso l'Università di Napoli (1959), si è specializzato in Fisica teorica con tesi di ricerca avanzata (equivalente italiano del dottorato di ricerca a quel tempo) presso l'Istituto di Fisica teorica presso l'Università di Torino (1966). Fino al 1965 è professore assistente presso l'Istituto San Secondo a Torino, quindi insegna presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Torino (dal 1965 al 1967) ed è nel contempo assistente di professore e direttore del Dipartimento di Fisica nucleare dell'Istituto "Avogadro" a Torino e visiting scientist (estate) presso il Centro internazionale di Fisica teorica di Trieste. Dal 1967 è negli Stati uniti come visiting scientist presso il Centro di Fisica teorica dell'Università di Miami, Coral Gables, FL, sotto contratto con la Nasa e Usafosr. Dal 1968 al 1970 è senior research associate presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Boston, sotto contratto con Usafosr quindi, fino al 1975, ricercatore di Fisica presso il Dipartimento di Fisica della Boston University e nel 1976 professore associato di Fisica presso il Dipartimento di Fisica della Boston University. Dopo il 1976 diventa visiting scientist presso il Centro di Fisica teorica del Massachusetts Institute of Technology a Cambridge e nel 1977-78 onorario research fellow, Lyman Laboratorio di Fisica dell'Università di Harvard a Cambridge (Massachusetts), passando poi al Dipartimento di Matematica come principale co-investigator di contratti DOE. Negli anni Novanta è in Russia: nel 1992-1993 è visiting professor presso l'Istituto Nazionale per la Ricerca Nucleare a Dubna (Russia). A seguire è professore onorario di fisica presso l'Accademia delle Scienze dell'Ucraina a Kiev. Non dimentica mai le sue origini molisane ed il legame con la sua terra. Nel 1994 è presidente dell'Istituto per la Ricerca di Base a Monteroduni (Isernia). A seguire è direttore di ricerca presso aziende degli Stati Uniti (in Florida). Tra le materie che ha insegnato, ricordiamo Fisica senza calcolo, Fisica con calcolo, Meccanica, Meccanica quantistica, Teoria quantistica dei campi avanzati, Geometria differenziale, Topologia, Calcolo delle variazioni, Teoria dei sistemi con vincoli. Innumerevoli le pubblicazioni. Attualmente Santilli risiede in Florida, a Palm Harbor. Giampiero Castellotti Fonte: https://www.forchecaudine.com/, 11 settembre 2019.
- "Coccia di bronzo" si racconta (II)
Puoi girare tutto il mondo: troverai un capracottese, anche in Antartide. Ho avuto la fortuna, la possibilità e la necessità di fare tanti viaggi, soprattutto quelli che chiamo "missionari": nei posti dove gli uomini hanno il coraggio di sporcarsi ancora le mani per aiutare i poveri, i deboli, i più sfortunati, e soprattutto di annunziare, con la loro vita e la testimonianza, l'amore di Dio e di Gesù per ogni uomo. Ho visitato e conosciuto tanti popoli e tante nazioni. Oltre a quasi tutta l'Europa, compresa quella dell'Est, anche Brasile, Perù, Bolivia, Argentina, Messico, Zambia, Corea, India, Indonesia, Burkina Faso, Algeria, Mali, Etiopia, Egitto, Sudan e Medio Oriente: dove sono stato a trovare i vecchi amici e compagni di seminario o missionari cattolici conosciuti nel corso degli anni. Così come i viaggi della testimonianza che sono le G.M.G. (Giornate Mondiali della Gioventù): le ho fatte quasi tutte da Roma 1985, Buenos Aires 1987, Santiago de Compostela 1989, Częstochowa 1991, Denver 1993, Manila 1995, Parigi 1997, Roma 2000, Toronto 2002, Colonia 2005, Sydney 2008, Madrid 2011; poi la salute non mi ha accompagnato e ho dovuto seguire il papa e i giovani con la TV e la preghiera. Ebbene, in quasi tutte le località dove sono stato, ho trovato tracce di Capracotta, il paese che mi ha dato i natali e che porto nel mio cuore, o la presenza dei suoi figli emigrati per lavoro: questi si fanno onore e sono tutti accomunati dallo stesso amore, devozione, ardore e passione verso la Madonna "nostra". Racconto, uno per tutti, l'incontro avuto a Manila nel gennaio 2005. Per una svista di lettura e interpretazione dei biglietti aerei, il giorno del ritorno in Italia ci troviamo all'aeroporto di Manila alle ore 8:00 del mattino, mentre l'imbarco è previsto alle 9:00 di sera (sui biglietti era scritto "9:00 PM"). Su mio suggerimento proponiamo all'autista dell'autobus un giro per la città, pagando un supplemento. Ci accordiamo sul prezzo e visitiamo Manila in alcune zone non viste precedentemente. All'ora di pranzo andiamo nel ristorante italiano "Roma" dove vi è un self-service libero con prezzo bloccato (puoi servirti a volontà, paghi sempre la stessa somma). I giovani ne approfittano al punto che la coda rimane sempre lunga (qualcuno mangia tre volte il pranzo completo!). Nell'attesa di essere servito, mio figlio Francesco si intrattiene con un distinto signore italiano che gli chiede di dove sia. Risponde di Chieti: a questo punto intervengo e preciso che la provenienza del gruppo è la Diocesi di Chieti, mentre io sono di Capracotta. Il signore si illumina in volto e mi chiede in dialetto: – A cuje appartié? (a quale famiglia appartieni?) –, dicendomi che anche sua madre era di Capracotta: si era sposata ad Alfedena (AQ) e lui era nato lì ma da piccolo spesso veniva a Capracotta per trovare suo zio Emilio "Bozzetto" e suoi cugini. Immaginatevi la sua e la mia gioia: pranziamo allo stesso tavolo. Tra i ricordi riaffiora quello che da piccoli ci siamo affrontati in una di quelle "guerre" di quartiere che avvengono tra S. Antonio e S. Giovanni, e lui rimane terrorizzato dal vedermi armato di una spada vera. Si tratta della sciabola di guerra di mio padre, che ho sottratto dal suo ripostiglio, per andare a combattere contro gli avversari, armati di spade fatte con bastoni di legno. Ricordo bene il fatto, perché la punizione ricevuta non è stata cancellata dalla memoria: rimaniamo tutto il tempo a nostra disposizione per rivivere fatti e riportare alla mente ricordi comunque piacevoli. Mi dà il suo biglietto da visita, che conservo. Ci siamo risentiti qualche volta quando è rientrato a Roma, poi ci siamo persi di vista. Dici «Capracotta», qualcuno risponde. I tanti giovani che ho accompagnato nei nostri viaggi hanno coniato questo motto: "Dio è dappertutto. Alfonso già ci è stato!". Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.
- Anonimato su smartphone
Per quanti desiderano navigare in modo anonimo dal proprio smartphone Android, schivando il tracciamento di aziende e governi, non ci sono più scuse. Il Tor Project, organizzazione dietro alla rete omonima che garantisce l'offuscamento dell'identità di chi la usa, ha rilasciato un'app che dà accesso alla darknet anche da cellulari Android, per la prima volta in versione stabile. La app si chiama Tor Browser 8.5 e consente di navigare all'interno dell'infrastruttura informatica mantenuta dalla no-profit: approdo sicuro non solo per attivisti e giornalisti, ma anche per chi tiene alla propria privacy digitale. Come funziona Tor Quando navighiamo online, la nostra connessione viene normalmente instradata attraverso una rete di server che garantiscono il raggiungimento della risorsa richiesta. Grazie alla rete Tor, la connessione viene dirottata su una rete parallela e gestita da volontari in tutto il mondo, che permette di raggiungere il servizio che vogliamo raggiungere senza che questo - e nessuno nel mezzo - sappia chi siamo e da dove ci connettiamo. Il processo si basa sul fatto che la scelta dei server è casuale e che ciascuno dei tre nodi in cui transita la connessione non conosce l'identità del precedente. In parole povere, chi controlla la destinazione può conoscere solo il server di uscita (per esempio Ottawa) anche se ci siamo connessi da Capracotta in provincia di Isernia. Strumento particolarmente utile per quanti vivono in regimi repressivi e dittatoriali, tale tecnologia è diventata negli anni sempre più popolare anche per eludere il controllo delle connessioni a fini commerciali. «Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire», aveva detto Edward Snowden, esperto di sicurezza informatica e fonte anonima che ha permesso l'apertura di numerose inchieste sul tracciamento dei cittadini di tutto il mondo da parte dei servizi segreti statunitensi. A sei anni dalle sue rivelazioni, sono sempre di più gli utenti che tengono alla riservatezza delle proprie comunicazioni e che utilizzano attivamente degli strumenti progettati per offuscarne l'identità. «La navigazione dati è in aumento in tutto il mondo e, in alcune parti del mondo è comunemente l'unico modo in cui le persone accedono a Internet», si legge nel post pubblicato dal Tor Project. «Proprio in queste aree c'è spesso una forte sorveglianza e censura online, per cui abbiamo reso prioritario raggiungerne gli utenti». Ormai facilmente accessibile anche all'utente medio, il Tor Browser è basato sul parente Mozilla Firefox, di cui mantiene alcune funzioni come la navigazione a schede. In precedenza è stato possibile accedere alla rete Tor tramite degli applicativi che forzavano la connessione del browser attraverso i server che fanno parte dell'ecosistema. La nuova app permette invece una connessione diretta dal browser alle centinaia di server volontari sparsi nel mondo, senza doversi preoccupare di effettuare ulteriori passaggi. A garantire la sicurezza della connessione è una rete di sviluppatori e volontari, protagonisti della lotta al controllo delle reti da parte delle grandi aziende e di Paesi illiberali. Allo stesso modo, anche i telefoni di Apple godono di un'app dedicata e sviluppata in collaborazione con il Tor Project che si chiama Onion Browser, e che è disponibile sull'Apple Store. La criminalità organizzata usa Tor? Noto soprattutto per i traffici di droga e materiale pedopornografico, il darkweb (termine comune per chiamare la rete Tor) è spesso identificato come un luogo nel quale avvengono crimini informatici e traffici loschi. In realtà i server permettono a qualunque tipo di informazione di essere consultata, così come la normale rete Internet. In alternativa, per proteggere l'identità di chi gestisce uno specifico sito è possibile installarlo direttamente all’interno della rete Tor. Questi sono identificati dal dominio .onion, dall'acronimo di Tor, "The Onion Router". Il riferimento è alla cipolla, che richiama il metodo con cui vengono cifrati i pacchetti trasmessi. Sono proprio alcuni di questi siti ad aver attirato critiche e pregiudizi, in quanto responsabili della distribuzione di oggetti illeciti come droga e armi. Ma oltre a loro, altri servizi ricorrono ai domini .onion per meglio proteggere l'identità dei propri utenti. Tra questi anche il New York Times, che su Tor ha una pagina consultabile anonimamente, creata per essere letta anche in Paesi poco tolleranti all'interesse dei propri cittadini ai fatti del mondo. Raffaele Angius Fonte: R. Angius, Anonimato su smartphone: ora Tor ha la sua app per Android, in «La Stampa», Torino, 7 giugno 2019.
























