LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Un architrave che ricorda l'espansione di Capracotta nel XVII secolo
Il luogo in cui giace l'architrave. Su segnalazione di Pasqualino Potena, ho tentato di studiare la "pietra parlante" che giace, apparentemente abbandonata, al termine di via S. Giovanni, lì dove il civico 93 cede il passo al primo numero di via Maiella, a due passi dalla monumentale fontana della «nettezza, salute e civiltà». In quello spazio, oggi desolatamente vuoto, vi era un tempo un arioso palazzo ch'è stato abbattuto dalla furia nazista nel novembre '43. La famiglia che lo abitava emigrò oltreoceano, per cui l'edificio, nel dopoguerra, non venne ricostruito. La pietra in questione, dicevo, è chiaramente un architrave e probabilmente era quella del portone principale del palazzo in questione. Sulla facciata a vista sono incisi quattro caratteri, il secondo dei quali è oggettivamente insolito. A mio avviso, però, rappresenta il numero 7, motivo per cui quella scolpita potrebbe essere una data: 1700. Non è da escludere che, al di sopra dell'architrave, vi fosse un'altra pietra lavorata recante lo stemma di famiglia. L'incisione preente sull'architrave di via S. Giovanni. Questo significherebbe che il palazzo demolito nel 1943 era stato edificato due secoli e mezzo prima, al termine di quel processo che, a partire del XVI secolo, aveva portato l'urbanizzazione di Capracotta, stretta tra le mura della Terra Vecchia, ad estendersi a sud verso la Chiesa di S. Antonio di Padova, ad ovest verso la Chiesa di S. Maria delle Grazie, ad est verso la Chiesa di S. Antonio Abate, e a nord verso la Chiesa di S. Giovanni Battista. Il nostro edificio del 1700 potrebbe allora rappresentare il culmine dell'espansione a settentrione. Chiaramente, la mia è una semplice supposizione, per cui ben vengano ulteriori riflessioni in merito a questa pietra che tutti possono ammirare dopo una passeggiata nel cuore del rione di S. Giovanni. Francesco Mendozzi
- Glass
Chiara Sozio, di origini capracottesi. Chiara Sozio, per metà toscana per metà molisana, nasce e cresce con la passione per la filosofia, per i libri e per la poesia. Scrivere l'ha aiutata ad uscire da un momento poco luminoso della sua vita. I bambini le hanno fatto ricordare la bellezza delle piccole cose. Le piace passare le giornate camminando tra la campagna. Era la regina di un castello fragile e corruttibile. Contro le pareti aveva cercato di infrangersi. A pezzi, come l'anima della regina, cercava di ricostruirlo tagliandosi. Esposta senza protezioni. abitava adesso il vento. Piantato sul nulla di detriti di vetro. Troppo taglienti da raccogliere. Troppo taglienti da buttare via. Chiara Sozio Fonte: C. Sozio, Giona , Aletti, Villanova di Guidonia 2019.
- Teodolindo Castiglione
Una delle opere più note di Teodolindo Castiglione. Teodolindo Castiglione era il figlio più giovane dell'immigrato italiano Vincenzo Castiglione, farmacista originario di Capracotta, oggi provincia di Isernia, in Molise, che si stabilì a Ibitinga, in Brasile. Egli fu un importante avvocato paulista, che ricoprì la carica di vicepresidente dell'Ordine degli Avvocati della città di San Paolo. A lui è intitolata una strada di quella città. Aveva sposato Helena Delfino Amorim Lima, dalla quale aveva avuto due figli: Reynaldo e Georgina, quest'ultima sposata con Lino Otto Bohn. Eminente professore e scrittore, Teodolindo Castiglione ha scritto molti libri. Tra questi: " Os recibos de quitaçâo e as renuncias no direito trabalhista " (Le ricevute di pagamento e le rinunce nel diritto tributario, 1943); " A eugenia no direito de familia " (L'eugenetica nel diritto di famiglia, 1944); " El Código Penal brasileiro " (Il Codice Penale brasiliano, 1956); " Estabelecimentos penais abertos e outros trabalhos " (Istituti di pena aperti ed altri lavori, 1959); " Lombroso perante a criminología contemporanea " (Lombroso di fronte alla criminologia contemporanea, 1962); " A tomada da Bastilha " (La presa della Bastiglia), conferenza tenuta al Teatro "Río Branco" di Ibitinga il 14 luglio 1922. Antonio Virgilio Castiglione (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .
- Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (IV)
Il pulpito della Samaritana al pozzo Il pulpito della Chiesa Madre. «Guarda da che pulpito viene la predica!» è la tipica esclamazione rivolta a chi ci rimprovera quegli stessi difetti che anch'egli possiede ma di cui non si rende conto. Il pulpito, in effetti, è una piattaforma rialzata presente in quasi tutte le chiese di una certa età, la cui struttura era funzionale alla predica. Dal pulpito il sacerdote s'innalzava al di sopra della folla e ammoniva, spiegava, redarguiva, benediceva. I migliori proponevano dal pulpito l'esegesi delle Scritture, i peggiori lo usavano a mo' di palco per i comizi elettorali. La ricca Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta, sulla prima colonna della nave di destra, ha un pulpito con base in marmo e parapetto in legno, sul quale è presente un prezioso dipinto, riferibile ad un pittore di scuola napoletana del XVIII secolo, che raffigura Cristo e la samaritana. A destra, in basso, sono presenti tre personaggi, mentre a sinistra è visibile una figura femminile ed, in secondo piano, delle colonne in un paesaggio collinare. L'episodio della samaritana al pozzo è narrato soltanto nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù cambia radicalmente la vita di una donna che era giunta al pozzo per riempire la sua brocca d'acqua. Il messaggio teologico sta proprio nell'incontro con Cristo: chi Gli si avvicina e si abbevera alle Sue acque, avrà l'esistenza rivoluzionata, piena, redenta. Dio, dunque, è una possibilità di salvezza e la samaritana ha deciso di prendere sul serio quella possibilità. Il rischio, tuttavia, è quello di passare vicino al pozzo senza fermarsi. Questa la narrazione evangelica: Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, – gli disse la donna – dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: "Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura?". Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Binazzi, Cristo e la samaritana al pozzo nella iconografia dei primi secoli , in «Bessarione», 4, Roma 1989; L. Campanelli, La Chiesa Collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Palazzo Capracotta a Napoli
La facciata di Palazzo Capracotta. Il Palazzo Capracotta è un palazzo monumentale di Napoli, ubicato in via Monte di Dio. Il palazzo, tra i più antichi della strada, venne costruito verso la fine del '500 dalla ricchissima famiglia Carafa di Stigliano (committente anche dei palazzi Cellammare e Donn'Anna). Nel 1606 passò ai De Leyva che lo tennero per pochi anni, in quanto già nel 1618 venne ceduto ai Manriquez (che ne erano ancora proprietari nel 1689, come testimoniato dalla relazione censuaria di Antonio Galluccio sulla collina di Pizzofalcone). Nel corso del secolo successivo divenne proprietà dei Capece Piscicelli, duchi di Capracotta, i quali si estinsero nel 1859 con la morte di Beatrice Capece Piscicelli. A partire da quell'anno il titolo ed il palazzo passarono al nipote Giovanni Piromallo (trasformatosi nel corso del '900 da dimora nobiliare a condominio benestante). Il palazzo si presenta con una veste neoclassica, certamente dovuta ai rinnovamenti apportati nella prima metà del XIX secolo. Una traccia della costruzione originaria va rintracciata nelle ornie di piperno che avvolgono alcune finestre del piano ammezzato. Degno di nota è anche l'austero ed imponente scalone che si apre a destra dell'androne. Allo stato attuale il palazzo è ben tenuto, avendo giovato di massicci interventi manutentivi negli anni '00. Italo Ferraro Fonte: I. Ferraro, Napoli. Atlante della città storica: Pizzofalcone e "Le Mortelle" , Oikos, Napoli 2010.
- Amore e gelosia (XXIX)
XXIX Mi sono sempre chiesto: ma come vivevano per davvero i nostri antenati di inizio secolo scorso, come erano coinvolti dai loro sentimenti, come erano forti l'amore e la passione? Sì, perché è inutile nasconderselo, oggi non viviamo più allo stesso modo le nostre storie, i nostri amori e perché no? Anche i nostri odi, l'invidia e il rancore. Tutto sembra si sia affievolito, diluito e addirittura sciolto all'interno di un calderone in cui si sono mescolati con: l'egoismo, la vanità e la ricerca della vita bella, piena di impegni, con decine di storie per ognuno di noi e tutte senza alcuna profondità né alcun coinvolgimento estremo, solo interessata partecipazione, ma neppure tanta. Mi sbaglio? Ho un'idea falsa della realtà? Può darsi... ma vivo da osservatore da anni, ho insegnato ai giovani per decenni e i cambiamenti ho potuto seguirli passo passo. Una storia d'amore appassionata, romantica, vissuta con gioia totale, amore perenne e imperituro, dando tutto se stesso o tutta se stessa all'altro o all'altra... Beh, non ve ne sono tante in giro. In giro c'è sesso, quello è a gogò, e lo si scambia per amore: talvolta lo è, ma quasi sempre è tutt'altro. In giro c'è edonismo e narcisismo: siamo tutti divenuti pavoni e narcisisti, pronti a far mostra di sé ovunque e in ogni occasione. In giro c'è voglia di far baldoria e vita bella con gli amici, dimenticando a casa il marito, la moglie e perfino i figli se del caso. Non voglio apparire un moralista, ho tutti i miei peccati esposti alla luce del sole: ma questa è la realtà che appare ai miei occhi e che ci rende così distanti, anni luce distanti da come vivevano i loro amori, che al massimo erano uno o due per una vita, i nostri antenati... Elisa, la bella nocerina, e Salvatore, il poeta napoletano sommo, si amavano molto di più di quanto noi possiamo oggi concepire: si incontrarono, si riconobbero e non si lasciarono più, mai più: uniti per la vita. Questo andava chiarito: ora la nostra storia che li riguarda può proseguire... Francesco Caso
- I fan di Capracotta
Corso S. Antonio dopo la nevicata del 2003. Può un paese avere un fan club? La risposta è affermativa ed il paese in questione è Capracotta. Gli appassionati di meteorologia che partecipano ai vari forum di Catalogna o di Spagna studiano in maniera esaustiva le condizioni meteorologiche di questa località e oltre a ciò promuovono iniziative tese ad organizzare escursioni per conoscere più da vicino ciò che avviene in questa zona montuosa del centro Italia. Però spieghiamo la causa dell'interesse per Capracotta. Situato negli Appennini a 1.420 metri sul livello del mare, nella provincia di Isernia al confine con l'Abruzzo e con una popolazione di 1.121 abitanti, Capracotta è orientato in modo tale da ricevere l'ondata diretta delle perturbazioni provenienti da ovest, da est e da sud. Ciò che desta curiosità è che le perturbazioni provenienti da ovest che giungono in Catalogna solitamente esaurite, hanno però il tempo di raccogliere abbastanza umidità del Mediterraneo e, di conseguenza, interessare gli Appennini con rinnovata energia: per cui essendo ubicato ad una considerevole altitudine, Capracotta ha delle nevicate "con i fiocchi". Nella piazza del paese opera una webcam che i tanti appassionati di meteorologia utilizzano per osservare gli enormi accumuli di neve: se solo citiamo il dato degli oltre 3.397.000 accessi registrati fino al 28 dicembre 2007, ci possiamo fare un'idea di quanto interesse risvegli la neve in questa zona. Alfred Rodríguez Picó (trad. di Virginio Mirra) Fonte: https://www.elperiodico.com/ , 29 dicembre 2007.
- La morte dell'on. Tommaso Mosca
Tommaso Mosca (1859-1927). Nell'età di 68 anni si è spento in Roma il 24 marzo l'On. Tommaso Mosca, già Deputato del Collegio di Agnone, al Parlamento Nazionale. Le competizioni, le lotte che si sono svolte vivacissime pro e contro di Lui, per più di un decennio, nel Collegio nostro sono ormai lontane nella memoria di tutti. Gli eventi che da alcuni anni hanno mutato profondamente indirizzi, metodi, sistemi politici e civili consentono ora solo per poco o solo a pochi, nella intimità della memoria, rievocazioni di fatti e di uomini rappresentativi di altri tempi. Nondimeno noi crediamo doveroso l'omaggio alla memoria dell'On. Tommaso Mosca, che fu magistrato insigne, che per meriti indiscussi raggiunse i più alti gradi della magistratura italiana, e che fu nostro comprovinciale illustre. Se la gratitudine fosse, come dovrebbe essere, una delle prime virtù dell'animo umano, molti dovrebbero serbare gratitudine e dimostrarla pubblicamente all'On. Mosca, che ha beneficato molti. Nella speranza vivissima che questo avvenga, l' Eco intanto si associa al gravissimo lutto di Capracotta, della Provincia nostra, della Magistratura italiana, inchinandosi riverente alla memoria dell'Onorevole Tommaso Mosca. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, La morte dell'On. Tommaso Mosca , in «Eco del Sannio», XXXIV:4, Agnone, 8 maggio 1927.
- In Italia la caccia al lupo si fa dalla finestra
Capracotta, dicembre. I lupi scendono a Capracotta, con la prima neve. Sono magri, affamati: da due mesi non c'è più un gregge, sui pascoli alti. L'odore delle stalle li attira, dopo il tramonto, in paese. È tempo di preparare le cartucce coi pallottoloni grossezza "numero uno". La settimana tra Natale e Capodanno, quando le notti, avvicinandosi la luna piena, si faranno più chiare, sarà propizia per chi voglia prendersi il gusto di fare qualche buona schioppettata, senza affrontare grosse fatiche, senza prender freddo, senza infangarsi. Ci sono due maniere di dare la caccia al lupo (e, dicendo questo, non si tiene conto della trappola, della tagliola, del boccone avvelenato, che sono sistemi ai quali il cacciatore vero non ricorre mai). D'estate si fa la "mena". Si va a cercare il lupo nelle zone più lontane e selvagge della montagna; tre o quattro buoni tiratori si mettono in agguato, nei passaggi obbligati; quindici o venti battitori, con trombe e mortaretti, si dispongono in cerchio nella boscaglia ed avanzano verso il punto dove gli altri attendono, bocconi, col fucile spianato. Il loro compito è di fare il più gran fracasso possibile perché il lupo non tenti di rompere il cerchio che va stringendosi attorno alla tana ma fugga, invece, verso il luogo dove gli è stato teso l'agguato; e non si stenterà a credere che proprio i più paurosi sono, di solito, eccellenti battitori. Durante l'inverno, cioè dalla fine di novembre alla fine di marzo, si fa la posta; ed è molto più comodo. Non c'è da affaticarsi con lunghe marce. Si può stare in pantofole; e, per vincere la noia dell'attesa, c'è sempre la possibilità d'avere una tazza di caffè caldo o un pungo di castagne arrosto; perché la posta la si fa in paese, senza uscire di casa. La caccia al lupo, in questa stagione, non sdegna piccoli conforti: si appoggia il fucile al davanzale della finestra e si tiene un cuscino sotto le ginocchia. Quando gli armenti abbandonano i pascoli di montagna e vanno a svernare nella pianura pugliese, anche il lupo scende più a valle e si avvicina all'abitato. Per qualche settimana vive nel bosco e non ne esce che molto di rado; ma, con la prima neve, caduta in letargo la maggior parte dei piccoli animali selvatici, la fame lo spinge ad avventurarsi anche tra le case. Soltanto i grandi greggi sono partiti per Minervino o per Lucera; e c'è sempre qualche centinaio di pecore che sverna, al chiuso, in ogni villaggio dell'Abruzzo e dell'Alto Molise. Il lupo tenta, ogni notte, l'assalto alle stalle. Pescasseroli, Barrea, Rivisondoli, Pescopennataro, Alfedena, Pescocostanzo, Vastogirardi sono paesi di lupi; ma più di tutti, forse, è Capracotta. Qui, davvero, non c'è bisogno di passare la notte all'addiaccio per far la posta al lupo. È il lupo che arriva, col buio, e si aggira per le strade. Lo attira l'odore caldo degli ovili. Se non ci sono cani, se c'è una breccia aperta, gli può andar bene: si rifarà, in un quarto d'ora, di molti giorni di digiuno. L'ultima strage fatta entro l'abitato di Capracotta può dare la misura della sua ferocia: un lupo solo, in via Nicola Falcone, a due passi dal municipio, ha sgozzato quindici pecore; poi, entrato in una stalla vicina, ha ucciso e trascinato via una capra. Il pastore Vincenzo Sozio ed i suoi familiari, che abitano proprio sopra la stalla, non hanno sentito nulla. La strage, come sempre, era stata silenziosa. Le pecore belano soltanto in due casi: quando hanno bisogno di sale e quando stanno per partorire. Alla apparizione del lupo battono la zampa a terra, come fa il coniglio impaurito e, se è preclusa ogni via alla fuga, si stringono una contro l'altra, si lasciano scannare in silenzio. Fatte queste premesse, introdotto il lettore in un paese tra le cui case si aggirano, tutte le notti, i lupi affamati, sarebbe facile continuare il discorso con un tono da storia dell'orco. Forse è proprio quello che ci si aspetta. Ma, anche avendo nelle mani una così seducente materia, la cosa più interessante che si possa raccontare resta sempre la verità. Da Capracotta non può venire nessuna conferma a Cappuccetto Rosso. Che sono questi lupi? Sono grosse bestie di pelo rossiccio (un lupo abruzzese adulto pesa, talvolta, sessanta chili; ed è tutto muscoli ed ossa: non si pensi di trovare sotto la sua pelle una sola noce di grasso). Il lupo ha zanne terribili; e gli occhi, come si legge nella favola, sembrano davvero carboni accesi. È proprio identico a quelli che si vedono nella vecchia stampa popolare della slitta che fugge in una desolata distesa di neve, mentre la famelica torma l'insegue, implacabilmente, sempre più da vicino. Il cocchiere tiene la frusta per la parte più sottile e se ne serve come di un randello, ma già uno dei tre cavalli, azzannato alla gola, s'impenna. Un passeggero, sporgendosi oltre la spalliera, ha fatto fuoco con la grossa pistola; un lupo è caduto riverso, macchiando di rosso la neve; ma un altro ha già spiccaato il balzo e la prima ad essere sbranata sarà la giovane donna che si stringe nella pelliccia. Forse, in Siberia, sarà davvero così. Ma il lupo abruzzese va quasi sempre solo; al massimo in gruppi di due o di tre; ed ha paura dell'uomo. Chi vuole può passeggiare per le strade di Capracotta, con le mani in saccoccia, a qualunque ora della notte. Ad un tratto sentirà un tramestìo, a trenta o quaranta passi di distanza; scorgerà l'ombra di una bestia che galoppa, rasente al muro, verso la campagna. È il lupo che fugge. La fame lo spinge ad avventurarsi tra le case; ma si aggira sempre furtivo, sospettoso, pronto a battersela al primo allarme. Fa come il cane randagio che dai contatti con l'uomo non ha mai cavato nulla di buono, ma solo pedate e sassate; e non aspetta che gli arriviate vicino; non fa distinzione tra il ragazzaccio e voi: scappa prima di essere a tiro. La posta al lupo è comoda; ma, per la ragione che si è detto più sopra, richiede una lunga, paziente preparazione. Bisogna che il lupo si fermi un momento, se si vuole avere il tempo di mettere a segno una buona fucilata. Sparargli mentre scivola nell'ombra, sospettoso e inquieto, significa sprecare la cartuccia. Allora, si fa a questo modo: si comincia ad adescare il lupo al tempo della luna nuova, quando la notte è perfettamente buia; ogni sera si mette un grosso pezzo di carne o un intero animale in un punto scoperto, a una ventina di metri dalla finestra alla quale, al momento opportuno, si starà appostati. All'alba si va a vedere; e, le prime volte, si troverà l'esca appena mordicchiata: il lupo ha fiutato l'insidia; si è avvicinato diverse volte; ha dato un morso ed è scappato via. In seguito, a poco a poco, si rinfrancherà e farà un pasto più abbondante; se si dovrà rinnovare l'esca, pazienza; ma si dovrà insistere per dieci o dodici giorni. Verso il decimo giorno di luna si potrà scorgere il lupo a due o trecento metri, in modo d'avere il tempo di prepararsi. È il momento buono. I sei o sette cacciatori si assegnano i turni a sorte. La veglia potrà durare dalle diciannove alle tre del mattino, ma il turno migliore è quello che va dalle ventuna alle ventuna e trenta perché, ritiratosi l'ultimo sonnambulo, Capracotta a quell'ora diventa deserta. Tolto un vetro a una finestra del primo piano, un cacciatore si mette in agguato. Gli altri aspettano al pianterreno, attorno al bracere. Fanno cuocere le castagne nella cenere calda; mettono a rosolare le salsicce. Un lume ad olio rischiara debolmente la scena; e sono state tappate con cura tutte le fessure della porta: guai, se trapelasse soltanto un filo di luce. Si intendono a gesti: il minimo rumore potrebbe compromettere ogni cosa. Questa è la posta al lupo, che i trattatisti considerano caccia grossa. È una lunga, monotona veglia che si concluderà con un'unica schioppettata. Ma a qualcuno certamente toccherà di sparare quella cartuccia, perché non si dà mai il caso che il lupo manchi all'appuntamento. Lo si vede apparire, furtivo, all'angolo della strada. Eccolo che si ferma a tiro, sopra l'esca. Uno starnuto basterebbe a farlo scappare come una lepre. Il cacciatore è appostato a una finestra del primo piano, e nemmeno una tigre divoratrice d'uomini dovrebbe fargli paura. Eppure, anche il buon tiratore talvolta si impressiona e sbaglia colpo. Quanti potranno essere i lupi che vivono su queste montagne? Non è facile fare il computo, perché il lupo, a differenza dell'orso, non ha mai una tana fissa e si sposta con facilità da una zona all'altra, percorrendo decine di chilometri in poche ore. Nell'Abruzzo e nell'Alto Molise ne devono esistere, comunque, parecchie centinaia. Sono vili, di fronte all'uomo; sanguinari e crudeli con gli animali che aggrediscono. Il lupo che riesce a superare le reti di uno stazzo o a penetrare in un ovile compie sempre una strage inutile; azzanna alla gola tutte le bestie che può; l'odore del sangue lo ubriaca, esaspera la sua ferocia. È una scena spaventosa che dura pochi minuti. Lascia a terra, sgozzate, quindici o venti pecore; ne porta via una sola, viva, per divorarsela in pace. L'afferra piantandole i denti nella collottola, la costringe a camminargli a lato, fianco contro fianco; e continuamente la sferza con la coda. È un fatto accertato centinaia di volte; e qualcuno ha creduto di escludere che il lupo, incitando a sferzate la sua vittima, compia un atto volontario e intelligente; si tratterebbe soltanto di un movimento riflesso, dovuto allo sforzo ed alla posizione del collo piegato, appunto, da quella parte. Ma i pastori dicono di no. Sono colpi duri; e il lupo picchia con maggiore violenza quando la pecora si impunta, o vuole che prenda la rincorsa ad un passaggio più difficile. È temuto da tutte le bestie, tranne che dall'orso e dal cane da pastore. Ma il cane da pastore non lo può vincere, e lo sa. Il suo compito è di ingaggiare battaglia, di tenere a bada il lupo perché non si avventi subito contro il gregge, di dar tempo agli uomini di accorrere. Sono zuffe furibonde: spesso ne resta vittima il cane; il lupo mai. Tanto è vero che, tra i pastori di Capracotta, si è tramandata come un fatto straordinario la storia di un mastino che, arrivato nello stazzo quando la strage era già cominciata, affrontò il lupo e lo uccise; poi accumulò sul corpo del vinto le venti pecore ch'erano state sgozzate e salì sulla catasta aspettando, trionfante, l'arrivo del padrone. Ritenuto autore della carneficina fu, invece, freddato con una schioppettata a bruciapelo. È uno dei tanti, ingenui racconti dei pastori abruzzesi. Ma è una leggenda. E certamente è leggenda anche la storia del toro che combatté col lupo e l'uccise. La carogna restò infilzata nelle lunghe corna e il toro non permise che alcuno si avvicinasse per levarla. La mandria scendeva a svernare nella pianura pugliese. Camminò cinque giorni, attraversò paesi e città, sempre con quel trofeo. La gente accorreva sbalordita. Arrivò a Canosa. Il corpo del lupo, ormai gonfio e semiputrefatto, cadde da solo; e finalmente il toro chinò la testa: non aveva bevuto né brucato un filo di erba, dal giorno della battaglia. Anche la storia del soldato sbranato, che ebbe credito alcune settimane fa su qualche giornale, è pura favola. A Vastogirardi ci fu, tuttavia, un caso tragico, l'estate scorsa. Un lupo idrofobo addentò quattro persone che morirono tutte, per il contagio. Era un vecchio lupo, tra i più grossi che si erano visti su queste montagne, ed aveva cicatrici in quasi ogni parte del corpo. Forse era stato, a sua volta, infettato da un cane. Fu visto aggirarsi nelle campagne di Capracotta, di pieno giorno. Si capì subito ch'era idrofobo e gli si diede la caccia, ma senza successo. A Vastogirardi, l'ultimo che aggredì fu un contadino intento ad arare il campo. L'uomo, non avendo via di scampo, sfilò il timone dell'aratro ed affrontò risolutamente la lotta. Fu una scena tremenda che durò parecchi minuti; ma, alla fine il lupo, colpito alla nuca da una violenta randellata, cadde a terra, morto. Il contadino si credette salvo. Era stato addentato ad una coscia e ad un braccio, ma le lacerazioni erano superficiali. Giudicò di potersele curare da solo e, quando lo portarono all'ospedale, il contagio aveva fatto troppa strada perché lo potessero salvare. Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, In Italia la caccia al lupo si fa dalla finestra: il tempo di ucciderlo è la decima notte di luna, dalle nove alle nove e mezzo , in «L'Europeo», VI:1, Milano, 1 gennaio 1950.
- La guerra fredda
Passano gli anni e della guerra fredda solo si sa che minacciosa dura. Si vive di speranza e di paura. E, con continua estesa propaganda si raccomanda sapersi meritar le promozioni nel fare ordigni per le distruzioni. C'è chi sostien di rinnovar le leggi, la Religion, le idee sociali, tutto. Che se d'accordo non sarà distrutto quello che è in vigor di vecchia usanza guerra ad oltranza!... senza pietà, né tregua o compassione se occorre la totale distruzione... L'altra parte sostien che si è in errore... Che quel che più convien è di tacere, se evitar si vuol di non vedere il cataclisma di una immensa fiamma... Che un tal programma, un tale inaccettabile desìo va contro ogni buon senso e contro Dio. E, mentre aumentan le voglie divise, l'odio e lo sdegno sono in gran progresso. Ma un passo falso non sarà lo stesso di quello di ogni tempo del passato... Se un pazzo nato vuol consigliar la prova, per gli onori, convien seguirlo a vista, e farlo fuori! Per questo sviluppar d'intelligenza l'uomo trascura il vero alto Comando che finge d'ignorarlo! E fino a quando non si convince che, se mette in giuoco tutto, ben poco ne sarà salvo. Una gran lotta a fondo spoglierebbe di beni e vita il mondo. Sono avversarï assai pericolosi. Non sognan, minacciandosi, che solo vittoria, per poter così, da un Polo all'altro dettar leggi ad ogni Stato. Perciò in agguato stanno continuamente, sostenuti dalla speranza, ed essere temuti. E mentre la gran massa spera in Dio per l'alterata e vile fantasia che può portare i capi alla pazzia, (i quali ognun vuol far troppo l'audace), ovunque gridan tutti: – Pace, pace. ( 1961 ) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.
- Esperimenti di skijöring e sleddog sulle nevi di Capracotta
La gara di sleddog del febbraio 1983 a Prato Gentile (foto: P. Di Ianni). Lo skijöring (dal norvegese skikjøring , "guida con gli sci") è uno sport invernale che in origine prevedeva esclusivamente che una persona sugli sci fosse tirata da un cavallo, in genere guidato da un pilota. Il cavallo tira una persona, priva di bastoncini, semplicemente fissandosi su una fune di traino in un modo analogo allo sci nautico. Pare che lo skijöring equestre abbia avuto origine come velocizzare i viaggi invernali ma oggi è soprattutto uno sport da competizione. Si pensi che lo skijöring a cavallo fu una disciplina dimostrativa alle olimpiadi di St. Moritz dell'11-19 febbraio 1928. La sciatrice Giulia Orazi. Appena due anni dopo, nel 1930, lo skijöring giunse a Capracotta, prima località appenninica a tentare esperimenti in tal senso. Se il cav. Giovanni Paglione è stato l'antesignano del nostro sci nordico, per quanto riguarda lo skijöring la pioniera è stata Giulia Orazi, grande sportiva romana, «sciatrice di vaglia, nonché detentrice del titolo nazionale femminile in fuoribordo e fuoriclasse del tennis da tavolo». Prima del XX secolo, infatti, in Italia l'educazione sportiva non era considerata importante e fu il fascismo a rivalutarla, anche e soprattutto per coloro che portavano la gonna, benché molti italiani restassero ostili alla pratica sportiva per le donne. Il regime fascista, invece, incoraggiò grandemente lo sport femminile ed il fine era preciso: dare figli sani e robusti alla Patria. La Orazi, come scrisse la Gazzetta dello Sport in un articolo di Giusepp Sabelli Fioretti, «ebbe l'idea di requisire un cavallo ed adattarlo alle funzioni di locomotiva. Fu così che i buoni capracottesi videro caracollare su e giù, stupefatti, il nobile destriero, trascinando nella sua scia la coraggiosa innovatrice e qualche ardimentoso allievo». Tuttavia lo skijöring ebbe vita breve a Capracotta, forse a causa della penuria di cavalli, che i capracottesi avevano ormai sostituito con i muli. Dopo gli esperimenti avanguardistici dei primi anni '30 Capracotta tornò a battere nuove strade sciistiche soltanto mezzo secolo dopo, con due diverse discipline, minoritarie e poco conosciute, ma sicuramente affascinanti. La prima fu lo sleddog, ossia la corsa su slitte trainate da cani, perlopiù di razza alaskan husky . Nel febbraio 1983, infatti, sul pianoro di Prato Gentile si svolse una gara di questo sport che vide giungere una compagine direttamente dalla Calabria con tanto di sponsor (ovviamente di cibo per cani). Si narra pure che nei giorni precedenti aveva imperversato una tale bufera di neve che gli atleti calabresi furono costretti a "parcheggiare" i cani nel salone del ristorante "Santa Lucia". Immagino che il gestore di allora - un simpatico termolese soprannominato Bangladesh - non dovette gradire quegli ospiti inattesi. Gare di sci d'erba a Capracotta (foto: F. Di Tella). L'ultimo esperimento sportivo sugli sci tentato a Capracotta fu quello dello sci d'erba, praticato nell'estate del 1987 al cosiddetto Prato di Conti, dove era stata installata persino una manovia di 200 metri per permettere agli sciatori - estivi ed invernali - di risalire in tutta comodità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Fabrizio, Sci d'erba. Capracotta, stazione invernale in funzione solo... d'estate , in «Il Mattino», Napoli, 7 aprile 1987; A. Mauri, Sane, robuste, feconde. L'educazione sportiva delle giovani fasciste , in «Italies», 23, Marseille 2019; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Sabelli Fioretti, Farinosa, centimetri sessanta, Olimpia, Firenze 1942; Una sportiva romana , in «Giornale delle Donne», Torino, 15 aprile 1931.
- Usi e costumi di Capracotta: palma benedetta
Le ragazze del nostro popolo, lungi dal chiedere alla palma funerei responsi, all'uscir dal lungo verno, le chiedono quello dell'amore. Così, mentre nelle vie del borgo, nei palagi, ne' tuguri continua la gentile tradizione degli avi, e tutti si scambiano il saluto di pace e si acquetano le ire, si spengono gli odî, si suggellano le amistà; mentre ogni acquasantiera, ogni campo, ogni stalla si adorna del simbolico ramo d'olivo, perché protegga le case e propizi il ricolto e gli animali, le ragazze, trepidanti, gettano sul carbone acceso le foglioline d'argento della sacra pianta, esclamando: – Palma benedétta / i' te lave e i' te nétte / dimme tu se me vò bene / l'amor mio e quanda vène. – Pàlema che vié na volta all'anne / dimmi se me marìte aguoànne. La palma dapprima scoppietta, fume, si torce, si accartoccia, saltella allegramente. Il responso è favorevole, e le belle fanciulle, col cuore riboccante di gioia, lo dicono a tutti e lo scriverebbero anche in cielo, se potessero. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.
- Amore e gelosia (XXVIII)
XXVIII – Salvatore... Volevo dirti che... Io dovrei venire a Napoli venerdì ma... Mamma mi ha detto che abbiamo un impegno, dobbiamo andare a Capracotta, il suo paese. Lei tiene un sacco di proprietà e il notaio l'ha chiamata perché una sua zia è morta e le ha lasciato altre due case con annesso ovile, pecore e capre. Salvatore si mise a ridere: – E con queste ora quanti ovini possedete? Ma che ne fate poi di tutti questi animali? Elisa si irritò: – Non scherzare! Ci sono i pastori che fanno i formaggi, quelli che ti porto ogni tanto a casa tua! E poi ci danno un tanto sulle vendite! – Va bene, va bene... Ma tu che cosa c'entri ora in tutto questo? Vide che a Napule sabato ci sarà un grande ricevimento per festeggiare il successo di "Assunta Spina"... I miei amici ti aspettano e... pure io ci tengo ad averti vicino! Devi venire elegante e bella, come sei! Dici a tua madre che deve rimandare e... – Non posso Salvatore, non posso farlo. Il notaio ha già fissato l'appuntamento pure con gli altri eredi... Vorrà dire che stavolta farai a meno di me... Ci vedremo la prossima settimana, non sarà la fine del mondo. La ragazza aveva parlato col massimo della freddezza di cui era capace e la cosa non sfuggì alla sensibilità del poeta. – Ah, è così? E allora va bene... Ora me ne vado, poi ci sentiamo... Magari mi fai un bel telegramma da Capracotta... E raccolto il cappello e il soprabito, l'uomo se ne andò senza neanche dare ad Elisa il bacio di congedo. La ragazza a sua volta neanche glielo chiese e rimase brevemente sulla porta, poi chiuse e mestamente andò dalla mamma in cucina. – E allora? Glielo hai detto? Cumme l'ha pigliate? – Mammà se n'è gghiute fridde fridde... Secondo me agge sbagliate... – Nun ce penza'! Non hai sbagliato niente! E tutto sommato, se la storia finisce è ancora meglio! Loche pierde 'o tiempe e te fai vecchia! Nun te scurda' che si na bella uagliona, sei ricca e possidente e ce stanne almeno dieci uagliune che facessere 'e pazze pe se mettere cu te! – Mammà, vide che si chiste è 'o scopo tuoie, me ne vache mò mò a piglia' 'o treno pe Napule e corre da Salvatore! – None figlia mia, dicevo così per dire... Mò però devi essere forte, non lo devi vedere per almeno un mese, se lui ti scrive o ti manda un telegramma poi vediamo come rispondere... E si vene cca a Nucera facciamo dire che non ci sei... T'adda desidera', s'adda scemuni' e poi tu lo metterai a scegliere: me spuse o te vuo' sta cu mammete? Un sorriso di pregustazione della vittoria si affacciò sulla faccia della donna: questo era il suo piano di battaglia, se avesse funzionato il merito sarebbe stato tutto suo. – Ma nun fernisce ccà! Fra na decina di giorni gli dobbiamo fare giungere all'orecchio che ce sta uno che ti vuole, che sta facenne 'o pazze pe te, che è ricco, bello e di buona famiglia! Elisa sbuffò: – Mammà me pare proprio na scemità! Salvatore è omme fatte, figurati si se scenne sta pazziella de criature! – Figlia mia, cumme se vede che nun canusce l'uommene! A gelosia se li mangia, li rosica dentro! Stamme a senti', imma fa accussì... Francesco Caso
- Il Parco fluviale del Verrino
Il ponte sul Verrino (foto: A. Mendozzi). Il torrente Verrino, modesto corso d'acqua con la sorgente a quota 1.200 m.s.l.m., ai limiti dell'abitato di Capracotta, presenta scenari e ambienti selvaggi che ne fanno un ecosistema raro, ben conservato e con la presenza di numerose testimonianze di opifici lungo le sponde. L'orografia dei luoghi, soprattutto nella parte iniziale, e la necessità di superare un notevole dislivello, pari a circa 300 metri in soli 4 km., determinano uno scenario particolarmente tormentato. Il fiume scorre spesso tra pareti instabili, composte prevalentemente da rocce scistose, ma sempre dense di vegetazione, con essenze di ontani, salici, pioppi, aceri, maggiociondoli, noccioli, carpini, rovelle ed un sottobosco dove è costantemente presente il pungitopo. Nel Piano Paesaggistico l'area viene elencata fra gli elementi di valore eccezionale poiché «la presenza di salti d'acqua e di cascate naturali associate ad una fauna ed una flora pressoché intatte e incontaminate fanno della parte alta del fiume Verrino uno dei posti più belli e naturalmente conservati nell'intera area». Dalla stradina, sulla sinistra idrografica, si ha la visione completa dello spettacolo con lo scenario di una serie di cascate immerse tra una folata vegetazione così descritta da Lucchese: «Sulle pareti rocciose, che per la loro natura calcarea risultano più resistenti all'erosione dell'acqua, si osserva la presenza di una vegetazione rupestre di notevole interesse e bellezza... A queste specie si accompagnano densi cespi di edera dalla crescita rampicante rigogliosa. Tali associazioni si osservano sulle pareti stillicidiose o nei pressi delle cadute d'acqua, per cui le cascate assumono un aspetto attraente, quasi da far pensare ad un tipo di vegetazione addirittura tropicale, suggestione aumentata dagli arbusti che spuntano abbarbicati sulle pareti, quali il leccio, il terebinto, il fico. Infine, c'è da sottolineare che sulle pareti umide crescono densi popolamenti di muschi ed epatiche incrostanti che contribuiscono ad aumentare la particolare suggestione di un ambiente unico ed eccezionale». Ma la eccezionalità, non solo naturale, appare motivata anche dalla presenza di una centralina idroelettrica, tre mulini di cui uno in buono stato, e di una ramiera, testimonianze presenti nel solo tratto sino al mulino Casciano, nei pressi del ponte della ex statale 86. Oltre vi sono una serie di fonderie e mulini, come quello scamozza ancora funzionante, azionati dalle acque del Verrino che dopo aver mosso macine e magli, si gettano nel Trigno, poco più di 20 km. dopo, in località Sprondasino. Un vero percorso di archeologia industriale i cui elementi potrebbero essere facilmente collegati con un percorso pedonale panoramico, che andrebbe sistemato con piccole opere. Si tratta di un'area in cui l'aspetto selvaggio dei luoghi, i notevoli valori ambientali, i caratteri geologici, le testimonianze legate alla vita vissuta ne fanno un ambiente «unico assimilabile ad un monumento naturale, in cui non è stato modificato il rapporto uomo-natura». Claudio Di Cerbo Fonte: C. Di Cerbo, Il Parco fluviale del Verrino , Consorzio Moli.Gal, Capracotta 2001.
- Capracotta, balcone del Molise, pronta ad accogliere gli sciatori
Flora Paglione, Anna Sozio e Filomena Paglione con le coppe vinte nel 1956. È davvero meraviglioso questo popolo di Capracotta: le macerie purtroppo ancora abbondanti sono lì, muta e terribile testimonianza dei non lontani giorni della sua quasi totale distruzione; ma a testimoniare altresì la indomabile volontà di rinascita di questo che è certamente il popolo più intraprendente del Molise, sono ormai le centinaia di abitazioni ricostruite, le opere riattate, tutto ciò che utile alla vita e che inerte giaceva e che oggi invece, rinverdisce e rifiorisce alimentato dalla linfa amorosa della durissima volontà dei figli di Capracotta. E così, con somma sorpresa e, diremo gioiosa sorpresa, abbiamo vista issata ancora una volta, la vecchia gloriosa insegna che reca, sullo sfondo, le vette nevose ed eccelse del Campo e del Capraro, stagliantesi immacolate nel cielo terso del grande Appennino Molisano: l'insegna che or è quasi mezzo secolo, nel lontano 1901, il famoso maestro Paglione, alzò per primo o sotto la quale si formarono generazioni intere di sciatori o di "scarponi" che hanno vinte le più dure gare in aspra competizione con gli alpeggiatori del Cadore e del Monrosa. Lo Ski Club Sotto la Presidenza di Noè Ciccorelli, la appassionata guida di Pasqualino Venditti, con animatori del calibro di vegliardi insigni della montagna quali il quasi ottantenne cavaliere Ottorino Conti che nel lontano 1935 offrì gioioso alla Patria le dodici coppe e le trentacinque medaglie d'oro conquistate, lo Ski Club di Capracotta, visitato nella sua giornata inaugurale dal Presidente del Turismo Molisano avv. Ciampitti e dal Direttore dott. Ferrara, dal prof. D'Uva, vice Segretario della DC, si appresta a nuove competizioni, a nuova vita, a più fulgide vittorie. L'amico Venditti, direttore sportivo del Club, ci ha accompagnati, nella visita agli ampi locali, completamente rimessi a nuovo, forniti di riscaldamento, buffet ecc, e di tutto ciò che può essere utile per un proficuo esercizio di questo arditissimo fra gli sport: ci ha dichiarato che programma dello Ski Club è quello di dare nuova vita al turismo molisano invernale, che la guerra aveva bruscamente fermato in tutte le sue brillanti attività prebelliche; «non è tollerabile – egli ci ha dichiarato – ha i campi immensi di neve, che dura mesi e mesi senza soluzione di continuità, restino così inutilizzati dagli sportivi della Campania e del Lazio, che oggi, ancora una volta hanno mezzi celeri a disposizione per poter raggiungere Capracotta; non è ammissibile che i capracottesi stiano con le mani alla cintola ad assistere alla valorizzazione di tante altre località infinitamente inferiori a Capracotta, senza muovere un dito per far risorgere il turismo invernale capracottese». Ardore di consensi A questo proposito il Presidente del Turismo avv. Ciampitti e il direttore del medesimo dottor Ferrara ci hanno dichiarato che sono rimasti meravigliati di aver trovato tanto ardore di consensi in Capracotta e nei comuni del Mandamento alle loro richieste di alloggi comodi e confortevoli da offrire alle masse turistiche invernali: Capracotta da sola offe più di trecento letti, oltre il suo ricostruito Grande Albergo Vittoria, gestito da Oreste Janiro; e centinaia di letti offrono Pescopennataro, incantevole località sommersa in verdeggianti abetaie, S. Angelo del Pesco e Castel del Giudice, assise sulle rive del Sangro fragoroso e crosciante fra le rupi della sua vallata incantevole: dappertutto i nostri rappresentanti turistici hanno offerto la loro linda ospitalità montanara tanto più preziosa quanto più è semplice e scevra da... ardori speculativi come avviene laddove l'ospitalità è divenuta ormai un mestiere. Il turista, ci hanno dichiarato il dottor Ferrara e Pasqualino Venditti, potrà trovare ottime pensioni, complete con vitto abbondantissimo, per mille lire giornaliere, inoltre Capracotta è raggiungibile da Roma e da Napoli alle otto del mattino; e coloro che hanno poco tempo a disposizione potranno ripartire il pomeriggio alle 15 per entrambe le direzioni rientrando in serata alle loro destinazioni. A questo punto è subentrato l'interrogativo: sarà raggiungibile Capracotta? Un messaggio da Jersey La risposta ce l'ha data un simpatico giovane, bruno e gagliardo, un emigrato capracottese, Sebastiano Pallotta, sarto in Burlington (NJ) uno di quegli italiani che hanno la loro fortuna scritta negli occhi ardenti di volontà e nella mente fervida di iniziativa. Egli è arrivato in aereo da Burlington il 27 novembre, latore di un messaggio del Sindaco di Jersey City al Sindaco di Capracotta e che abbiamo personalmente intervistato. Ci ha dichiarato che le migliaia di capracottesi residenti in Baltimora, Bristol, Trenton, Burlington, Filadelfia ecc. hanno ben compreso che la accessibilità invernale è per i capracottesi una questione di vita o di morte: è nata così l'iniziativa di fornire Capracotta del suo spartineve. «Avreste dovuto vedere, così come io ho visto con i miei occhi – ci ha dichiarato il giovane emigrato capracottese – l'entusiasmo di Jersey City il giorno 10 ottobre scorso, giorno della prima grande manifestazione pubblica: ben 17 corpi musicali attraversarono le vie della città avendo in testa la insegna del "Capracotta Clipper", si chè in breve ora furono raccolti oltre 7.000 dollari, e quello stesso giorno la ditta costruttrice consegnò la gran macchina, del peso di oltre dodici tonnellate, al Comitato di Trenton». Pastoie burocratiche Non un capracottese mancò all'appello e tutti erano convenuti in Jersey City, e nei loro occhi si leggeva la gioia e la soddisfazione di poter dotare la patria amata e lontana di un mezzo che ne assicuri una vita tranquilla e scevra dalle preoccupazioni invernali. Il 9 dicembre, nel massimo teatro di J.C. si è avuta la seconda grande manifestazione cui hanno partecipato del tutto gratuitamente i migliori e più famosi artisti, ed il ricavato è servito a finir di pagare il mastodontico spartineve. Non del tutto entusiasta si è dimostrato l'intervistato dello spirito realizzatore dei rappresentanti capracottesi in Italia, ai quali il Pallotta fece visita appena disceso dall'aereo di Ciampino latore del messaggio di Mr. Kenney e che richiede l'invio di personale che vada a ritirare e a prendere in consegna lo spartineve: ma poi pensiamo che le pastoie burocratiche e le incertezze di taluni, non vorranno tardare di un minuto il momento in cui a Capracotta sarà assicurato il traffico e con il traffico la vita. Fonte: Capracotta balcone del Molise pronta ad accogliere gli sciatori , in «Momento-Sera», IV:298, Roma, 17 dicembre 1949.
- Chi è Dio?
Girolamo Imparato, "La cresima", S. Elia a Pianisi. Come è noto il vescovo di Capracotta risiede a Trivento. I rapporti tra il Clero di Capracotta e il vescovo non sono mai stati buoni, ma ciò non ha mai impedito che le funzioni liturgiche e le cerimonie seguissero le norme che facevano parte della tradizione religiosa cristiana. Tra esse quelle della Cresima che erano anche un'occasione per consolidare rapporti di comparanza con familiari o amici che per i motivi più disparati erano costretti a vivere lontani dal paese. Perciò la Cresima era spesso un momento straordinario per legare con un gesto simbolico il futuro di un bambino alla protezione di un parente o una persona importante che per quella occasione speciale veniva dalla Puglia. Si raccontava a Capracotta che il giorno stabilito il Vescovo, vestito con gli abiti delle cerimonie solenni, con la mitra e il bastone pastorale, assistito dal parroco che reggeva il vaso dell'olio santo che sarebbe servito all'unzione della fronte del cresimando, si pose sul gradino più alto dell'altare dell'Assunta. I bambini si erano sistemati in basso, tutti allineati, in maniera che il padrino potesse appoggiare la sua mano destra sulla spalla destra del ragazzo e farsi garante della promessa. Per questo motivo la Cresima viene chiamata "Confermazione" e viene associata simbolicamente all'arruolamento dei giovani tra i soldati della Chiesa. Il tutto anche con una verifica, sia pure formale, delle qualità del padrino. Perciò il Vescovo, con toni anche scenografici, rivolge alcune domande la cui risposta in genere viene concordata durante le prove nei giorni che precedono la cerimonia. Domande semplici che fanno parte del bagaglio culturale di qualsiasi cristiano. Quella volta accadde che per contingenze inderogabili il padrino non potette partecipare alle prove in parrocchia. Anzi arrivò in chiesa proprio mentre la cerimonia della confermazione stava iniziando. Gli fu detto di porsi dietro il ragazzo e di appoggiare la mano destra sulla sua spalla destra e di fare come facevano tutti gli altri. Sicché, seguendo la fila, si trovò, come gli altri, al cospetto del vescovo che ad alta ed intellegibile voce gli pose la fatidica domanda di dottrina: – Chi è Dio? Un momento drammatico mentre il vescovo lo guardava negli occhi aspettando la risposta. Un frammento di tempo interminabile per una domanda alla quale, onestamente, non era facile rispondere. Nessuno suggeriva una soluzione. A questo punto il padrino, superato l'attimo di panico, non esitò a giustificarsi: – Eccellenza, ma io mó sono arrivato da Cerignola... Franco Valente
- La presenza dell'orso bruno marsicano nel secolo XIX
Al 1869 risale l'ultima pubblicazione relativa alla Marsica, quella di Antonio Di Pietro che conclude quella triade di Autori fondamentale per la storia di questa sub-regione abruzzese formata con il Febonio e il Corsignani. Il Di Pietro, a pagina 297 del suo lavoro, parla delle montagne di Opi dove vivono «gli orsi che presentano buona, ma diffcile caccia a quei robusti abitanti». L'Ottocento è stato anche il secolo che ha visto l'Abruzzo visitato dagli ultimi viaggiatori stranieri; oltre a quelli finora citati, è opportuno ricordare anche il Kaden che ci testimonia la presenza dell'orso nelle montagne di Valloscura (oggi Roccapia) il quale, insieme allo Stieler e al Paulus, in un altro successivo lavoro, ricordano ancora la presenza dell'orso nelle montagne di Pettorano, centro vicino il precedente Roccapia. Contrariamente a quanto affermato dal Delfico, invece, che voleva nel 1756 l'ultimo rappresentante del plantigrado nel massiccio del Gran Sasso, Jules Gourdault, pubblicando nel 1877 il resoconto del suo viaggio in Italia afferma che alle falde del Gran Sasso «si stendono splenditi paesaggi di tipo elvetico; pascoli immensi; foreste di querce e di abeti, dove vivono l'orso e il camoscio». Le osservazioni del Gourdault, in contraddizione a quelle del Delfico, rimandano alla polemica riportata dal Lopez a proposito della fauna del Gran Sasso. Infatti alcuni autori hanno posto in dubbio la presenza dell'orso su quel gruppo montuoso, ma a noi interessa sottolineare il fatto che tutti in qualche modo, forse in discordanza con le loro stesse conclusioni, riportano notizie sull'esistenza del plantigrado nel Gran Sasso, mentre Achille Costa aveva aperto il suo lavoro sull'orso dicendo che «sebbene oggi esso sia stato completamente distrutto entro i limiti della nostra provincia, mentre ancora vive in quella dell'Aquila, non sono rari i vecchi che ricordano le uccisioni degli ultimi orsi i quali abitarono, quasi senza forse, il Gran Sasso e, certo, le montagne ad esso vicine, così p.es. i monti di Castelli». L'Autore concludeva il suo contributo affermando che «in ogni tempo l'orso appartenne alla nostra provincia non soli intenti storici, ma così vicini a noi che può dirsi scomparso da ieri». Sempre nel 1877 abbiamo un'altra conferma che le montagne di Pescasseroli erano particolarmente preferite dal plantigrado in questione. Essa ci viene data da una nota relativa a Carmine Grassi e Carmine D'Addario che come guardie «hanno prestato un più speciale servizio circa la Reale Riserva di Caccia essendo stati dal Municipio distaccate in quelle contrade dove è noto di esser l'ordinaria stazione del maggior numero di orsi». Concludiamo la trattazione delle notizie sull'orso nel corso dell'Ottocento dando uno sguardo all'Alto Molise. Da una pubblicazione del 1889 apprendiamo che «alle spalle del monastero, vicino Cerro, è situata Rocchetta [...] e Orso dalle cui radici nasce il Volturno [...] La incurvatura delle colline di Castellone nasconde Pizzone [...] di fronte ad una montagna [...] quasi tutta boscosa, nella quale trovasi l'orso di cui si fa annualmente particolare caccia». Oltre alla citazione della caccia al plantigrado è da sottolineare il significativo nome dato ad una contrada della zona: Orso. Sempre per questa area, in una monografia di Venafro edita nel 1877, leggiamo che un ipotetico osservatore da questa città vedrebbe le montagne della catena delle Mainarde «ove spesso si dà la caccia all'orso». Nel corso di questo secolo, comunque, «l'orso di tipo marsicano» è ricordato anche nel territorio di Juvanum e «nelle foreste di Vastogirardi e Capracotta dove si racconta di un prete, don Anselmo Di Ciò, il quale, trovando spesso divelti i lacci da lui posti per prendere le pernici, si appostò e scoprì che il ladro abituale era un grosso orso». Dalla Statistica del Sipari, infine, si ricava che nel periodo 1828-1898 vennero uccisi novantuno orsi e sei orsacchiotti nelle montagne di Barrea, Villetta Barrea, Civitella Alfedena, Opi, Pescasseroli, Lecce, Gioia, Villavallelonga, Settefrati e Castellafiume e che tra i cacciatori si misero in rilievo Francesco Neri e Francesco Sipari da Pescasseroli, Filippo Tarolla da Barrea, Leonardo Dorotea da Villetta Barrea e Antonio Orazi da Gioia dei Marsi. Tra questi andrebbero menzionati anche altri validi cacciatori come Vincenzo Graziani e Giacomo Di Ianni da Villetta Barrea, Cirillo Cocuzza da Villavallelonga che non vengono citati nella Statistica del Sipari. Gianluca Tarquinio Fonte: G. Tarquinio, Testimonianze storiche della presenza dell'orso bruno marsicano in Abruzzo e nelle aree limitrofe , Grafitalia, Sora 2001.
- La Collegiata di Deliceto, sorella della Chiesa Madre di Capracotta
Interno della Chiesa del SS. Salvatore di Deliceto (FG). Il 18 dicembre scorso, al convegno "Deliceto: tra storia, transumanza e fede nella metà del '700", cominciai il mio intervento affermando che la storia di Capracotta era legata a quella di Deliceto - splendida cittadina adagiata sui Monti Dauni - sia in virtù dei nostri pastori transumanti, che lì passavano, sia per la ricca famiglia De Maio, che in blocco si trasferì da Capracotta a Deliceto nel Settecento. Al termine del lungo e interessante convegno, un distinto signore si avvicinò per congratularsi con me e mi confidò che vi era un terzo motivo che legava le due cittadine: il progettista della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta era lo stesso della Chiesa del SS. Salvatore di Deliceto. Quel signore ha ragione. Egli è un avvocato delicetano che risponde al nome di Mattia Iossa ed è lo storico più stimato della sua città, avendo all'attivo alcuni volumi di storia patria locale. È stato proprio Iossa, vent'anni fa, a scoprire la polverosa delibera capitolare, approvata nel 1744 dal clero locale, nella quale vi era «una notizia del tutto inedita; il nome dell'architetto [...] La delibera reperita conferma che si trattava di un milanese e dà il nome: Carlo Piazzoli». Le ricerche in tal senso sono state pubblicate nel volume "La Collegiata insigne di Deliceto", edito nel 2003 per conto dell'Associazione Culturale Delicetana. Noi sappiamo che Piazzoli in realtà era comasco, nativo di Pigra, appartenente a una famiglia di architetti e stuccatori, «operanti non solo nel Nord d'Italia ma persino a Vienna», ed effettivamente egli fu l'ideatore della nuova Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta, consacrata nel 1725, vent'anni prima che progettasse quella di Deliceto. Il tempio pugliese, infatti, venne abbattuto, perché fatiscente, nel 1744, ma il nuovo edificio, costruito nello stile del tardo barocco meridionale, non vide la luce prima del 1800. Il massimo promotore dell'opera di riedificazione fu l'agnonese Antonio Lucci (1681-1752), che era vescovo di Bovino, un religioso che Mattia Iossa non esita a definire «sant'uomo», e non a torto, visto che nel 1989 è stato beatificato. Probabilmente fu proprio mons. Lucci, che evidentemente ben conosceva l'architetto pigrese per i suoi grandi lavori a Capracotta, ad indicarlo al Capitolo di Deliceto quale possibile incaricato. Carlo Piazzoli, infatti, fu protagonista di un'intensa attività lavorativa in Abruzzo e Molise a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, prima di tutto in qualità di stuccatore (Chiesa di S. Pietro a Ripateatina, Chiesa dell'Immacolata a Montorio al Vomano, Chiesa di S. Chiara a Città S. Angelo, Chiesa di S. Giovanni a Colledimezzo, Chiesa di S. Maria del Popolo a Bomba, chiese di S. Chiara e di S. Agostino a Chieti) e poi di architetto-progettista, come nel caso del convento di S. Francesco di Guglionesi ed ancor più nella meravigliosa cattedrale di Chieti e nella Chiesa di S. Domenico de L'Aquila, restaurate dopo il disastroso terremoto del 1706. Un progetto del Piazzoli molto simile a quelli di Capracotta e Deliceto lo si può rinvenire anche a Villamagna, in provincia di Chieti, nella bella Chiesa di S. Maria Maggiore. È probabile che Carlo Piazzoli morì proprio a Villamagna nei primi mesi del 1748, il che fa supporre che la chiesa delicetana sia stato il suo penultimo progetto architettonico. La facciata principale della Chiesa del SS. Salvatore di Deliceto ha due ordini ed «è formata da una dinamica superficie convessa che riduce, illusoriamente, la distanza tra le ali». A differenza di quella capracottese, ha un solo portale d'ingresso e una porta laterale, mentre nel nostro caso vi sono due porte frontali minori che immettono alle navate laterali. Devo ammettere però che, da capracottese, una volta entrato nella chiesa di Deliceto lo stupore è massimo: sembra davvero di essere catapulati nella Chiesa Madre di Capracotta, tanta è la somiglianza fra i due templi. Persino il pulpito in marmo ripete i motivi ornamentali del nostro. Spero che questo articolo conoscitivo sulla Chiesa del SS. Salvatore di Deliceto sia il primo di un lungo percorso di confronto e analisi con la Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta e - perché no? - anche di fitto scambio culturale e religioso. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa Collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; M. Iossa, La Collegiata insigne di Deliceto , New Print, Foggia 2003; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Moretti, Architettura medioevale in Abruzzo (dal VI al XVI secolo) , De Luca, Roma 1971; D. Palanza, Fra Salvatore da Villamagna. Da servo degli uomini a servo di Dio , Youcanprint, Tricase 2014; N. Tomaiuoli, Aspetti e problemi dell'architettura del '700 nella provincia di Foggia , in «La Capitanata», XXXI:2, Foggia 1994.
- I custodi del Santuario
Vincenzo Casciero, penultimo custode del Santuario di S. Maria di Loreto. È tradizione che la custodia del Santuario sia affidata a chiunque (singolo o famiglia) ne faccia richiesta. Ecco i custodi di cui si è avuto notizia, fino ai nostri giorni. Agli inizi del 1900 custodi del Santuario erano i coniugi Domenico Falconi e Grandizia Evangelista. La coppia, senza figli, decise di adottare una bambina orfana di entrambi i genitori dell'età di cinque anni, Maria Antonia Venditti, che sposò Vincenzo Di Nucci, nipote di Domenico Falconi. Vincenzo Di Nucci, detto Vincenzo "della Madonna", fu custode del Santuario dal 1918 al 1962. A Vincenzo Di Nucci subentrò, fino al 1967, Antonio Liberato Venditti. Successivamente la custodia fu affidata a Mauro Giuliano che la curò fino al 1969, e poi a suo figlio, Celestino che la tenne fino al 1974. Dopo la famiglia Giuliano, si sono susseguiti Sebastiano Campana, fino al 1982, e Carmela Cacchione, fino al 1988. Dal 1989, a tutt'oggi, il custode è Vincenzo Casciero. Fonte: AcR, I custodi del Santuario , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- Amore e gelosia (XXVII)
XXVII Tutte le strategie della madre di Elisa minacciavano di naufragare prima ancora di essere messe in atto. Salvatore Di Giacomo stava vivendo uno dei momenti di massimo fulgore della sua carriera di drammaturgo: aveva completato il suo dramma "Assunta Spina", l'aveva sottoposto al vaglio della grande attrice per cui l'aveva scritto e l'entusiasmo era alle stelle: sarebbe stato messo in scena subito! Tutta una girandola di impegni coinvolse il poeta: le prove, i cambiamenti, le aggiunte o le sottrazioni al testo, il lavoro alla biblioteca che pure bisognava mandare avanti, e in tutto questo, come è facile arguire, le donne non mancavano mai di apparire, girare, danzare intorno, civettare e usare tutto l'armamentario di cui sono state fornite dal buon Dio. Attrici affermate e attricette, tutte belle, piene di brio, ambiziose e avide di attirare l'attenzione del grande poeta: non si sa molto di presunte amanti del nostro eroe, era un uomo molto discreto, ma di amicizie profonde e durature si hanno notizie. E fu proprio durante le prove di "Assunta Spina", che comparve sulla scena una giovinetta destinata ad essere una delle attrici più importanti di tutta la cinematografia italiana di quegli anni: Francesca Bertini. A notarla, a favorirne la carriera fu don Salvatore Di Giacomo che fu colpito subito dalla bravura della giovane, la volle nel cast del suo dramma e ne divenne amico. Fu un rapporto amicale duraturo, tant'è che lo stesso scrittore volle ed ottenne di cambiarle il nome d'arte: la ragazza si chiamava Elena Seracini Vitiello, e don Salvatore la trasformò in Francesca Bertini. Alcuni anni dopo, l'attrice volle ricambiare la stima e l'affetto che aveva ricevuto: nel 1915 era diventata una grande star del cinema muto, a livello internazionale. Memore del suo esordio in teatro, volle portare a cinema il dramma di Di Giacomo "Assunta Spina". Lo fece, da interprete e da produttore: il successo fu enorme, le sale si riempirono di spettatori e ancora oggi il film rappresenta uno dei momenti alti della cinematografia muta italiana. In tutto questo fervore, che cosa avrebbe potuto fare mai una donna di provincia, addirittura di un paese di provincia quale era Nocera, per farsi sposare da Salvatore Di Giacomo, al centro della vita culturale della grande Napoli? Elisa era consapevole di tutto questo: quando si recava nella grande città per incontrarsi con Salvatore, le capitava spesso di ritrovarsi nelle quinte di un teatro ad attendere che il suo innamorato sistemasse qualcosa. Aveva visto e capito bene quale fosse il mondo in cui il suo uomo orbitava e splendeva: ma doveva agire, tentare il tutto per tutto, e... E il piano di mammà non era male, non era niente male... Semplice ma funzionale, ora andava applicato, stava a lei. Francesco Caso
- Il nuovo sindaco di Capracotta
Via Luigi Campanelli a Capracotta (foto: F. Mendozzi). Onorevole Sig. Direttore, giacché il suo collaboratore Ahasvero vuol fare la pubblica presentazione dei sindaci della nostra provincia, dico io, perché non sarebbe permesso ai medesima di farla da sé? Dirà lei che questo metodo automatico può produrre l'inconveniente che i sindaci facciano i Cicero pro domo sua ; ma, senza entrare nel merito della quistione (come dicono i moderni giuristi) io, modestia a parte, voglio sperimentare un'autopresentazione del sindaco di Capracotta. Avrò detto una sola bugia? Ebbene mi si punisca. Accetto qualunque pena, magari l'abbonamento per 17 secoli al "Corriere del Molise". Fatto il quale preambolo, apro al colto pubblico, all'inclita guarnigione ed al reverendo clero del Sannio il mio passaporto (?) dove vi sono i seguenti connotati ... (Ora che ci penso... che peccato non saper fare un pupazzetto!... come ci starebbe a proposito). Dunque ecco che si legge nel passaporto: Statura – metri 1,72. Capelli – color sauro-bruciato-calvizie e canizie progredienti. Fronte – rugosa (coll'apparecchio fotografico Röntgen si scopre all'interno una sostanza analoga a quella della Cucurbita dei botanici). Occhi – ...due. Naso – superlativo. Bocca – piuttosto taciturna. Mento – coperto di barba baio-cuprica. Mani – a posto. Altre membra – tutte regolari , quelle in corrispondenza del naso alquanto prolisse (per esempio le orecchie). Colorito – monarchico costituzionale... Almeno questo mi pare che presi quando il signor Pretore m'invitò a leggere la formola del giuramento. Difetti fisici particolari – quarantadue anni d'età. 2) Ammogliato con duplice prole mascolina. 3) Quattrini pochi, blasone niente. Le signore non se l'abbiano a male. Ora il colto pubblico infastidito dirà: ma noi vogliamo sapere che avete fatto di buono per esser nominato sindaco. Ecco qua... mi spiego subito: i connotati ce li dovevo mettere perché così ha fatto il signor Ahasvero per i gli altri miei colleghi: quanto a quel che ho fatto io è presto detto. La prima operazione fu quella di venire al mondo e fu nell'ottobre 1854 (a proposito mio padre era stato celibe 50 anni: come poté mai al 50° anno determinarsi a...?). Dopo mi chiuse nel collegio di Campobasso e imparai a leggere (c'era con me un piccino Bevilacqua tutto pepe: era forse l'attuale direttore del Corriere?). Nel '72 presi la licenza liceale a Maddaloni; e nel '76 il rettore dell'Università D. Arcangelo Scacchi mi firmò una cartapecora che mi proclamava dottore in legge! Pover'omo! chi sa che dice all'altro mondo di quella firma messa così a casaccio! E che mormoreranno con lui D. Diego Colamarino, Polignani, Alianelli! Se mi chiamassero a fare un'altra volta l'esame di diritto amministrativo? Che magnifico fiasco! Penseranno i lettori: ...e fate il sindaco? Ed il caso non è liscio: ma intanto io mi consolo, pensando che per l'ufficio di sindaco non è necessario né il diritto amministrativo, né la licenza liceale, e che molti altri sindaci, come me, sarebbero riprovati all'uno ed all'altra. Ma basta... Torniamo alla mia vita pubblica. Dunque dopo avuta la cartapecora tornai in patria nel '77. Una sera m'invitarono a cena (della cena mi ricordo bene... c'era molto spor locale... lepri, trote, pernici... il vino forse era un po' cotto... ma non saprei): il giorno dopo sentii la mia proclamazione a candidato consigliere comunale per opera dei commensali. Detto fatto: poco dopo ebbi l'invito di andare a sedere nel nostro parlamentino, dove per parecchi anni ebbi la soddisfazione, il piacere e l'onore di vedermi tutte le proposte, tutti gli ordini del giorno e anche tutti i reclami respinti e rigettati. Naturalmente gli spropositi erano i miei e quindi zitto, poi parecchio di quella roba andata così a male ha prodotto conseguenze peggiori. Intanto io duro al mio posto, come un caporale svizzero fino all'89, in cui, dopo le mutazioni arrecate da Crispi alla legge comunale, venne su una rappresentanza popolare, che, senza complimenti, cacciò fuori me; quattro o cinque consiglieri, che (beati loro!) hanno da poter vivere senza il consiglierato né altra professione, e due guardie municipali. In quel frattempo però non mi fecero stare ozioso, mi fecero fare il giudice conciliatore, nel quale ufficio ebbi modo di sperimentare tutte le gradazioni della mia pazienza, che non è poca. Poi tre anni fa mi rielessero... fui fatto anche assessore... e per colmo di gloria mi consegnarono tutte due le effe di assessore delegato, e così per più d'un anno ho potuto far le prove di questa graziosa carica della quale mi pare che i grattacapi sieno molti e si goda un lauto compenso di espressioni e commenti che il Signore Dio ci salvi. Il più bello però è questo. Nelle ultime elezioni io fui il 14°: e dei membri dell'attuale Giunta tre votarono contro il mio nome non solamente come consigliere, ma anche come assessore, dimodoché non sono meno meravigliato dei miei lettori ed elettori come possa dondolarmi sulla rurale sedia del rappresentante il potere esecutivo . «Vita breve, morte certa, del morire l'ora è incerta» dicono i passionisti. Se il pubblico vuol sapere quel che fo attualmente, rispondo che faccio quel che fanno tutti gli altri sindaci, metto un centinatio di firme al giorno, che naturalmente vanno a finire sotto al Sottoprefetto. Che altro posso dire? Si vuol sapere quel che penso del problema sociale, del bimetallismo, della musica di Wagner, dei preraffaellisti, del futuro conclave? Questo poi lo dirò un'altra volta. Capracotta, 1° marzo 1896. Luigi Campanelli Fonte: Ahasvero, I nuovi sindaci (da un comune all'altro) , in «Corriere del Molise», II:44, Campobasso, 19 aprile 1896.
- Amici dello Sci Club
Lo Sci Club Capracotta (foto: Fernando Di Rienzo). Il passato non torna, ma i ricordi rimangono ancora vivi nella memoria di chi vuole condividerli con chi ha la pazienza di leggere queste righe. Forse non c'è un'età per sentirsi giovani, perché il segreto, nella vita, è conservare quel giusto spirito che resiste, nonostante il trascorrere degli anni. Beh, è passato un po' di tempo da quando, in compagnia degli amici, ci si ritrovava nei locali dello Sci Club a scrivere qualche dedica sul diario di scuola, parlare del più e del meno e sognare ad occhi aperti un futuro da favola. Era un po' come ritrovarsi in un piccolo circolo ricreativo e, senza essere tesserati, poter assistere a qualche simpatica improvvisazione teatrale, messa in scena dall'attore di turno. A distanza di anni, vorrei ringraziare chi ci ha regalato questi momenti in compagnia e conservarli nell'album dei ricordi. Marinella Sammarone
- Il monumento all'Emigrante di Capracotta
È stata una festa meravigliosa. Tutto il paese s'è stretto attorno ai sessanta emigranti giunti dagli Stati Uniti, dal Canada e da altri paesi europei per partecipare alla inaugurazione del monumento e salutare con un applauso caloroso ed interminabile i bronzi dedicati agli emigranti capracottesi sistemati in un angolo della pinetina di fronte al Santuario della Madonna di Loreto. Il tutto s'è concretizzato intorno alle ore 13:00 alla presenza delle massime autorità politiche, militari e religiose: il cardinale degli Stati Uniti Bernard Francis Law, il vescovo della Diocesi di Trivento Domenico Scotti, il sindaco di Burlington (U.S.A.) Darlene Scocca Comegno, il viceconsole americano, il presidente della Regione Molise Michele Iorio, l'assessore regionale Angelo Iapaolo, naturalmente il sindaco di Capracotta Antonio Monaco, tutti gli amministratori locali e il parroco don Elio Venditti. Subito dopo l'inaugurazione e la benedizione del manufatto ci sono stati gli interventi del sindaco Antonio Monaco, del sindaco di Burlington Darlene Scocca Comegno, del viceconsole americano, di Joseph Paglione, promotore di questo monumento a Capracotta, e del presidente della Regione Molise Michele Iorio. In particolare il sindaco ha rivolto parole di ringraziamento ai capracottesi d'America precisando così la sua gratitudine: «Intendo ringraziare i nostri emigranti, i nostri concittadini che vivono e lavorano con prosperità in ogni parte del mondo. Essi hanno contribuito alla crescita economica e sociale dei paesi che li hanno accolti e, sempre loro, con il ricordo sempre vivo che portano nei loro cuori della terra natia, oggi hanno voluto questa cerimonia che ha portato all'inaugurazione del monumento all'emigrante. L'iniziativa partita dal comitato "capracottesi nel mondo" oggi raggiunge il proprio obiettivo e tutta la comunità capracottese ne è fiera». Molto commovente anche l'intervento di Joseph Paglione che ha comunicato sia in lingua inglese sia in lingua italiana il significato di questo monumento e la gioia di vivere questo momento di festa con tutta la comunità di Capracotta. Ha chiuso gli interventi Gabriele Mosca con la declamazione di una sua poesia in dialetto capracottese intitolata "Annieànde alla Madonna". Come previsto dal programma sono seguite altre due cerimonie dedicate entrambe alla intitolazione di due strade cittadine. La prima, e cioè quel tratto di strada che va dalla Madonna di Loreto all'ingresso del paese, è stata chiamata viale dell'Emigrante. La seconda, e cioè quella strada che fiancheggia l'ex area Pioppi e gira intorno alle villette di recente costruzione, è stata dedicata a Giovanni Paolo II. La festa è proseguita in serata con l'esibizione musicale nella Chiesa Madre del concerto bandistico Città di Lanciano che ha allietato la serata con la Traviata e la Norma. Queste tre manifestazioni, va ricordato, sono state solo l'epilogo di un nutrito programma di festeggiamenti e di onoranze riservate ai nostri compaesani d'America. Infatti dopo la suggestiva accoglienza, nella mattinata di venerdì 7, del pullman degli emigranti, provenienti dall'aeroporto di Roma, in prossimità del paese in zona Fonticelle con lo spazzaneve, in serata, nella palestra comunale c'è stata la festa di benvenuto all'Emigrante. È stata una serata eccezionale con centinaia di capracottesi in festa ad applaudire e ad abbracciare i cari americani. Particolarmente commossa Darlene Scocca Comegno che, prima del suo intervento, non ha nascosto l'emozione, lasciandosi cadere alcune lacrime sul suo gioioso viso. Dopo gli interventi del sindaco Antonio Monaco, del sindaco Darlene Scocca Comegno e di Joseph Paglione si è dato il via al buffet. Un ricco menù a base di antipasto, primi piatti e dolci, tutti pietanze preparate nel rispetto delle ricette paesane e con materia prima locale. Come da tradizione non poteva mancare la musica. S'è iniziato con alcuni canti capracottesi. Un improvvisato gruppo canoro composto da compaesani e accompagnati dalla fisarmonica di don Ninotto Di Lorenzo ha cantato "Ru spazzaneve", il famoso brano composto da don Gennaro Di Nucci in onore del Clipper inviato dagli americani nel 1950, mentre il canadese Armando Bonfiglio ha cantato due suoi brani uno dedicato alla Madonna di Loreto ("Festa a Capracotta") e l'altro all'emigrante ("Noi emigranti"). Subito dopo la bacchetta è passata al gruppo musicale "Ballando sotto le stelle" che, coinvolgendo tutti i presenti con danze popolari, ha allietato la serata sino a tarda notte. La notte è passata tranquilla. Sabato 8 mattina ancora un incontro con gli emigranti. Questa volta, però, l'appuntamento è stato nei locali del Comune. I compaesani alla spicciolata sono arrivati in piazza Falconi. Verso le nove e trenta è arrivato il Vescovo di Trivento Domenico Scotti. Verso le dieci è arrivato il cardinale americano Bernard Francis Law. A fare gli onori di casa il parroco don Elio Venditti e il sindaco Antonio Monaco. Dopo pochi minuti è iniziata la cerimonia vera e propria. Schierati di fronte alle lapidi poste all'ingresso del Municipio, si è proceduto alla commemorazione dei caduti in guerra dei capracottesi con l'Inno Nazionale e quello de "Il Piave", eseguiti dal concerto bandistico Città di Lanciano. Con in testa il sindaco, il corteo, poi, ha raggiunto la sala consiliare del Comune per l'incontro ufficiale tra i rappresentanti delle istituzioni e gli emigrati. In ricordo di questo straordinario evento il sindaco Monaco ha donato al cardinale Law, al vescovo Scotti e al viceconsole americano un bassorilievo raffigurante lo stemma di Capracotta e a Joseph Paglione e alla Darlene Scocca Comegno un attestato di stima e di ringraziamento. Dal canto loro i graditi ospiti hanno ricambiato l'offerta con affettuose dediche riportate sul "Libro delle memorie" depositato in Comune. Joseph Paglione ha scritto: «È un giorno grandissimo e indimenticabile per tutti i cittadini capracottesi e tutti noi nel mondo per l'occasione del monumento che, oggi, ci ha riuniti e, contemporaneamente, ci ha ricollegati. Facendo questo noi lo facciamo anche per le future generazioni». Degno di nota anche il gesto di don Carmelo Sciullo che ha voluto donare al Comune la bandiera argentina che gli fu donata per meriti religiosi dalle autorità argentine a fine della missione svolta in quel paese. Dopo le foto ricordo ci si è incamminati verso la Madonnina per la celebrazione della Santa Messa. Il corteo accompagnato dal concerto bandistico di Lanciano ha percorso a piedi l'intero tragitto. La bella giornata, anche se fresca, ha consentito la passeggiata senza difficoltà. Alle ore 11:00 è stata celebrata la Santa Messa dal cardinale Francis Bernard Law assistito dal vescovo Scotti e dal parroco don Elio Venditti. Presenti sull'altare anche i sacerdoti don Carmelo Sciullo, don Alberto Conti, don Nicola Perrella, don Michele e don Ninotto Di Lorenzo. Ha accompagnato la celebrazione il coro "Il Principalone" che, in chiusura della cerimonia religiosa, ha intonato due brani dedicati alla Madonna di Loreto e musicati dal bravo compaesano prof. Vincenzo Sanità. Dopo la Santa Messa le autorità e tutti i cittadini poi hanno raggiunto il monumento per l'inaugurazione dei bronzi. Il monumento, già nelle prime ore del pomeriggio del giorno dell'inaugurazione, è stato meta turistica dei primi curiosi accorsi per ammirare ed apprezzare il manufatto. Tutti positivi i commenti sul valore artistico dell'opera e sulla simbologia adottata dallo scultore Di Campli per rappresentare il fenomeno migratorio registratosi nei primi anni del 1900 e continuato nella seconda metà del secolo scorso a Capracotta e nel resto d'Italia: «Quel monumento è il simbolo di tutti capracottesi, hanno dichiarato in molti, che volenti o nolenti hanno dovuto abbandonare Capracotta per cercare fortuna in altri nazioni e in altri paesi». Questo, probabilmente, è il suo valore intrinseco che ha emozionato e fatto riflettere tutti, americani e non. Per questo motivo diciamo ai compaesani americani grazie per la vostra iniziativa. Ci avete ricordato che siamo in tanti ad avere emigrato ma ci avete ricordato anche che le nostre radici sono sempre lì a Capracotta. Nessuno le ha dimenticate e le dimenticherà. Ci auguriamo che questa "capracottesità" produca la linfa necessaria per il futuro di Capracotta. Matteo Di Rienzo Fonte: http://www.capracotta.com/ , 2007.
- A Capracotta, dove lo sci di fondo è di casa
Lo stadio del fondo di Prato Gentile. Capracotta, provincia di Isernia, piccolo comune appenninico del Molise, è una delle località invernali che vale la pena esplorare per finalità sportive e non solo. I motivi sono diversi e tutti molto validi. Innanzitutto qui lo sci di fondo è di casa, e ne sono una chiara testimonianza i 102 anni di storia del locale Sci Club. Si tratta insomma di una vera e propria stazione sciistica dotata di una delle più importanti piste di sci nordico del Centro-Sud. Gode poi di una posizione strategica rispetto alle grandi città, come Roma, Napoli, Bari e Pescara, tutte ricomprese in un raggio di circa 200 km. Nonostante tutto rimane comunque ancora lontana dai grandi flussi turistici delle grandi località invernali. Si presenta come una località di nicchia, dove il rapporto tra i costi e i benefici è assolutamente vantaggioso. La pista Di Nucci si trova a Prato Gentile, a quota 1.575 metri, pochi chilometri a monte del centro abitato di Capracotta. La neve qui non manca mai. È una zona incontaminata e suggestiva - frequentata anche in estate - ricoperta da boschi di faggi e abeti attraverso cui si snodano i 3 anelli di varia lunghezza che confluiscono nello stadio del fondo. C'è un anello turistico di 4 km., utilizzato dai professionisti per il riscaldamento o dagli amatori per passeggiate prive di particolari asperità, e due anelli agonistici di 5 km. ciascuno. L'anello di valle, sul versante occidentale di Prato Gentile, con molti tornanti e uno strappo finale molto impegnativo prima della discesa finale nel pianoro. E l'anello di monte, posto sul versante settentrionale - che per l'esposizione resta innevato anche fino ad aprile - che offre pendenze più o meno varie nella zona più alta e suggestiva del comprensorio. La pista Di Nucci - intitolata ad uno dei pochi atleti di levatura nazionali nativo del posto - è stata sede del Campionato italiano di sci di fondo nel 1997 a testimonianza di un livello tecnico di livello assoluto. Il costo di utilizzo della pista di fondo è piuttosto accessibile, di 4 € a persona per l'intera giornata. Sul pianoro di Prato Gentile è possibile noleggiare l'attrezzatura presso il Nolo Sci Capracotta, che funziona anche come scuola per lo sci di fondo ed è organizzata anche per la somministrazione di corsi a disabili e non vendenti. Scarponi, sci e racchette si possono noleggiare a 10 € al giorno. Assolutamente in linea anche i prezzi delle 3 strutture ricettive - due hotel e un b&b - oltre che dei 4 ristoranti del posto, dove tra le altre cose è possibile degustare i rinomati latticini prodotti dai caseifici locali. Vincenzo Russo Spena Fonte: https://piuturismo.it/ , 22 gennaio 2017.
- Gabriele Di Tella e l'ipercorrettismo di Chieti
Il fratello del mio bisnonno Sebastiano si chiamava Gabriele Di Tella ed era un uomo istruito ma affatto particolare. Lavorava per conto di don Federico Falconi, un ricco proprietario, nel bellissimo palazzo ducale di piazza Mercato, che il padre Stanislao aveva acquistato dal Duca di Capracotta e che alcuni anni dopo rivendette al Comune per farne la sede del municipio. I fratelli Gabriele e Sebastiano avevano sposato due sorelle, Filomena e Carmela. Gabriele e Filomena non ebbero prole ma aiutarono Sebastiano e Carmela a crescere i loro figli, che raggiunsero il numero di 11. Era risaputo che Gabriele parlava 'mbizze , come si dice a Capracotta per intendere un linguaggio falsamente ricercato, posticcio, ridicolmente snob. Aveva, infatti, il vizio di terminare tutte le parole con -ti , per cui tata , il nome con cui si designava il proprio papà, nel personalissimo idioma di Gabriele diventava tati . La moglie di Gabriele, Filomena, era una "maestrina", colei che insegnava le norme del galateo e della buona educazione alle ragazzine capracottesi più abbienti. Un giorno, trovandosi a male parole con un avventore del suo ufficio, Gabriele subì una grave offesa pubblica, di quelle che ai vecchi tempi si rivolgevano a uomini e donne sterili: – Zìtte tu, ca siè chiùppe! Gabriele, con saggezza ed ironia fuori dal comune, rispose: – Che son chiuppo non lo nego, ma a te chi te lo dice che ti chiami tati ? – intendendo che la paternità biologica non è cosa certa, colpendo così nell'orgoglio virile l'interlocutore. Tuttavia, qualcuno dovette far notare a Gabriele il suo modo strampalato di scombinare la lingua italiana, ed egli decise di correggersi. Mai più -ti , che è plurale, ma sempre -to e -ta , a seconda che fosse maschile o femminile. Non appena gli si presentò l'occasione di mettere in pratica la correzione che aveva elaborato, Gabriele non ci pensò troppo su. Dovendo inviare una corrispondenza nella bella cittadina abruzzese di Chieti, dettò al cancelliere: «...a Chieta»! Insomma, aveva effettivamente corretto il suo italiano ma la pezza era peggiore del buco. Ironia della sorte fu che Gabriele - che mia nonna chiamava Tatajèle - prima di morire, perse l'uso della parola. Ma la morte è morta per definizione e non la si può correggere. Francesco Mendozzi
























