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  • Il romanzo "Oltre l'alba delle nebbie" di Ugo D'Onofrio

    Mattia Leombruno, presidente della Fondazione Mario Luzi , scrive che «vi è nella scrittura di Ugo D'Onofrio [...] una parola che sa ancora intonare la voce cagionevole e umana della vita nella vita, della vita che cerca e trova se stessa, che si battezza ai crocevia dell'esistenza». Letto in anteprima oltre due anni fa, "Oltre l'alba delle nebbie", finalista al premio "Mario Luzi", è stato pubblicato in versione definitiva il 23 dicembre 2024. A mio avviso, è un romanzo di formazione, in cui l'Autore, capracottese doc, ha riversato la sua vita e quella di un'intera generazione che, dall'occupazione nazista in poi, ha dato vita alla seconda diaspora capracottese, scagliando i figli di questa terra ai quattro angoli del pianeta. Nel romanzo c'è il bambino e c'è l'adulto, ci sono la paura e la consapevolezza, il mondo che si trasforma attorno al protagonista così come nel suo intimo. Senza scomodare i grandi scrittori meridionali, di cui pure si sente un influsso cristallino - Francesco Jovine su tutti - la prosa di Ugo D'Onofrio è intensa, quasi avesse il timore di non dire abbastanza, di tralasciare qualcosa di ciò che è stato. Continua Leombruno: «Assai lieto è ritrovare in questo romanzo una cornice che, per cerchi concentrici, restituisce gradatamente il volto privato e poi domestico, e ancora sociale dei piccoli borghi di provincia, allargando l'orizzonte in una progressione focale sul Sud Italia al tempo del secolo scorso». Il premio "Mario Luzi" e l'autore Ugo D'Onofrio. Ugo D'Onofrio, classe 1940, è un magistrato ed avvocato nativo di Capracotta, trasferitosi giovanissimo in Agnone, quindi a Campobasso in qualità di pretore. Come tutti, egli è molto legato al paese natio, che ha tratteggiato con garbo commovente, in diverse poesie - edite ed inedite - già pubblicate sul sito di Letteratura Capracottese . Ed è proprio assieme a noi (diventati associazione il 29 dicembre scorso) che D'Onofrio intende presentare il suo romanzo d'esordio alla comunità capracottese ad agosto 2025. Nel frattempo, potete acquistare il libro sui maggori siti ( Libreria Universitaria , Mondadori Store , Feltrinelli , Libraccio , Libroco , Unilibro ecc.) oppure comunicando al vostro libraio di fiducia il suo codice ISBN: 978-88-67483-52-5. Francesco Mendozzi

  • Cristalli di gelo

    Panorama di Capracotta ghiacciata (foto: C. Ciolfi). Cristalli di gelo io ammiro, occhi aperti a riflessi zaffiro: la luce diffusa che è specchio alla neve serena ingioiella la scena e veste le balze di un manto celeste. Flora Di Rienzo

  • Tre secoli dopo, il vicegerente di Roma è ancora un Baccari

    Renato Tarantelli Baccari, nuovo vicegerente della diocesi di Roma. Il vicegerente della diocesi di Roma è il vescovo ausiliare che coadiuva il vicario generale per la diocesi di Roma nelle sue funzioni di governo; poiché quest'ultimo esercita  de facto  le funzioni di vescovo di Roma, il ruolo del vicegerente è analogo a quello che nelle diocesi è svolto dal vicario generale e dal moderatore della curia. La Chiesa di S. Giuseppe alla Lungara. Dopo che Vincenzo Maria Orsini, nel 1724, venne eletto al soglio pontificio col nome di Benedetto XIII, nominò subito vicegerente di Roma il capracottese Nunzio Baccari (1666-1738), un presule che inaugurò tante chiese nell'Urbe e che si contraddistinse soprattutto per le grandi opere di carità, come l'erezione del Conservatorio di S. Pasquale Baylon, in cui troveranno rifugio tante ragazze sbandate della Roma settecentesca. Negli anni, ho raccontato diversi aspetti della storia del vescovo Baccari, dalla sua presentazione fatta nel 1710 al cardinal Francesco Barberini ( qui ) alla posa della prima pietra delle chiese di S. Giuseppe alla Lungara e del SS. Sacramento ( qui ), dall'epigrafe interna a Palazzo Conti-d'Alena di Capracotta ( qui ) fino all'eccezionale rinvenimento di un apoftegma dell'abate Angelo Cancellieri in cui questi, nel 1734, aveva predetto l'elezione a papa del nostro Monsignore ( qui ). Il 21 novembre 2024, esattamente a tre secoli di distanza, la vicegerenza della diocesi di Roma è stata nuovamente affidata ad un Baccari, ovvero al vescovo Renato Tarantelli Baccari, classe 1976, romano di nascita ma originario di Bonefro, il paese molisano in cui i nostri Baccari, nel Cinquecento, avevano dato vita ad un secondo ramo della loro stirpe. La sua elezione, quindi, pare riannodare i fili della storia, unendo in un sol colpo Capracotta con Bonefro, Roma col Molise, sotto le chiavi di un papa argentino, e nel trecentesimo anniversario della nostra Chiesa Madre, nella quale mons. Francesco Baccari, fratello minore di Nunzio, ne aveva consacrato l'altare maggiore. Francesco Mendozzi

  • Il velo del giorno

    Il velo del giorno sottrae alla notte silenziosa il vicolo avvolto di sonno nella coltre che pesa. Non stella che brilla, ma lampada accesa sul passo e sull'orma nella neve già arresa. L'azzurro intanto prende un timido rosa e del prossimo tepore rimane in attesa. Flora Di Rienzo

  • Chi è la mia mamma?

    Annina Di Rienzo (1927-2017) con parenti. Io, Annina, sono nata l'11 maggio 1927 in una casa di intelligenti e onesti lavoratori, ma la mia nascita fu triste: in quella casa entrò una culla ed uscì una bara. Andavo a scuola dove frequentavo la terza elementare. Ogni mattina passavo da una mia compagna di scuola di nome Colomba. Una mattina la chiamai e sua nonna mi disse: – Vieni di sopra che non è ancora pronta. Salii di sopra e la nonna le stava mettendo i carboni nelle scarpe per asciugarle e per tenerle caldi i piedi. Mi guardò e disse: – Tu non hai i piedi freddi? – poi aggiunse – E chi te lo dovrebbe fare? Tu non hai la mamma! A quelle parole non diedi tanto ascolto, ma un altro giorno mi chiese se mamma Concetta mi volesse bene e io, fra me e me, dissi: «Ma che si è impazzita questa Colomba?». Eppure ripensai a quelle parole e incominciai a cercare qualcuno che mi dicesse qualcosa, cioè la verità. Andavo sempre da mamma Cristina, che era la sorella di mia madre, ma non capivo perché tutte le zie le chiamavo così: mamma. Andavo da lei per aiutarla, perché aveva molto da fare, visto che aveva cinque figli, aveva gli animali e tesseva la tela. Io le andavo a fare i cannegliùcce , ovvero i fili che si mettevano nella crùva per fare le stoffe; a me piaceva molto farli, mi divertivano i frariéglie e la cruvétta (così si chiamavano). Solitamente ero allegra e cantavo mentre mamma Cristina tesseva e mi ascoltava. Ma erano due-tre giorni che ero triste e silenziosa, che non facevo nulla e non cantavo. Mamma Cristina allora mi chiese: – Non stai bene? Io le risposi che stavo bene ma aggiunsi: – Tu mi devi dire la verità. Io chiamo mamma Cristina, mamma Coletta e mamma Concetta: chi è la mia mamma? chi di voi tre è la mia mamma? – Nessuna. La tua mamma sta in cielo, gli angeli l'hanno portata lontano da te e da tuo fratello. Rivolsi gli occhi al cielo e dissi: – Com'è alto il cielo... la mia mamma non l'ho vista e non la vedrò più... Poi cominciai a piangere e a battere i piedi e a dire: «Cattivi bugiardi!». Mamma Cristina mi abbracciò e, piangendo anche lei, mi disse: – Ci siamo noi che ti vogliamo bene e ti aiuteremo in ogni cosa. A me piaceva andare a scuola ma non avevo nemmeno un quaderno su cui scrivere. Avevo una brava maestra di Napoli che, per non far destar sospetti nei genitori dei miei compagni, strappava un foglio dal mezzo dei loro quaderni, e con quello scrivevo per diversi giorni. Poi si rivolgeva a me: – Di Rienzo, domani porta il quaderno e il pennino! – ma tutti i giorni era la stessa storia. Una mattina, mentre andavo a scuola, cominciò a piovere. Mi riparai sotto quell'arco che chiamano tomba , vicino a dove abitava la comare di battesimo, la quale, nel vedermi lì, chiese: – Annarella, perché non vai a scuola? – Io le risposi che non avevo i quaderni e lei disse: – Non piangere. Scese giù e mi diede dei soldi. Non aveva figli ma era così buona con me e i miei fratelli... Con quei soldi comprai due quaderni e un pennino: arrivai a scuola tutta contenta, tanto che la maestra chiese cosa avessi combinato e io dissi che la comare mi aveva dato i quaderni. Ogni giorno si facevano dei piccoli compiti e quel giorno che avevo il quaderno nuovo, il compito era: "Parlate della vostra mamma". Mentre i compagni cominciarono a scrivere, io rimasi col quaderno aperto davanti, la maestra mi bacchettò: – E tu, Di Rienzo, perché non scrivi? Io le risposi che la mamma non l'avevo mai vista né conosciuta, e allora la brava maestra, rivolgendosi a Dio, implorò: «Cosa hai fatto?», poi aggiunse: – Su, scrivimi un'altra cosa. Da quel giorno a casa sua mi volevano bene, ché la mamma non ce l'aveva nemmeno lei. Mio papà, invece, giovane carabiniere, era stato richiamato per la guerra del '37 e mandato in Spagna. Questa è stata la mia infanzia. Annina Di Rienzo (a cura di Francesco Mendozzi)

  • A Capracotta c'è una buona zootecnia

    Allevatori capracottesi (foto: Lefra). Chiariamolo subito: a Capracotta c'è una buona zootecnia, senza trascurare la ricerca di nuove opportunità di miglioramento e di esprimere solidarietà a favore di coloro che esercitano, a cielo aperto, uno dei lavori più duri. Queste sono le motivazioni che mi spingono a scrivere le seguenti riflessioni. Partendo da lontano, mettiamo in fila i fatti. Il Censimento Generale dell'agricoltura dell'anno 1961 registrò la seguente superficie agricola: Nel periodo compreso tra l'anno 1945 - fine della Seconda guerra mondiale ed inizio della ricostruzione del paese - e l'anno 1963, la consistenza del bestiame fu la seguente: La media aritmetica dei valori sopra esposti, per il periodo considerato 1945-1959, dà la seguente consistenza di animali: 191 capre; 60 buoi; 308 vacche; 57 manze; 88 cavalle; 65 cavalli; 57 muli; 103 asini; 1.578 pecore. La popolazione anagrafica dell'anno 1961 fu di 3.201 persone. I numeri sopra esposti mettono in evidenza una zootecnia piuttosto ricca di animali sia per la produzione del latte e della carne che per il lavoro agricolo e boschivo. Pur tuttavia la stessa aveva dei grossi limiti e punti di debolezza: bassi profitti e ritmi di lavoro elevati; bassa produttività degli animali; elevata intensità umana sul territorio agricolo; scarse disponibilità finanziarie; strutture aziendali non adeguate e condizioni igienico-sanitarie scadenti; elevato frazionamento della proprietà terriera, con pezzi di terreni coltivati, l'uno distante dagli altri e sparsi in tutto il territorio comunale; poche prospettive di crescita economica e di miglioramento di vita per i giovani. Per ultimo, la voce delle donne, tenue ma costante, per uscire dalla sottomissione della suocera, che spesso governava tutta la famiglia. Dal mese di gennaio dell'anno 1953 a quello di dicembre del 1963, 1.294 persone abbandonarono il paese. Di esse migrarono in Germania 273 persone. Il censimento della popolazione dell'anno 1971 registrò 2.163 persone, meno del 32,4%; quello dell'anno 1981, 1.612, meno del 25,5%. Queste riduzioni significarono che metà della popolazione abbandonò il paese in un periodo di anni venti. Le stalle si svuotarono e l'agricoltura di sussistenza smise di esistere. Gli addetti alla povera agricoltura di montagna, per l'impossibilità di trovare altri sbocchi in loco, trovarono aperta la strada dell'emigrazione. I redditi della popolazione di montagna erano divenuti così distanti da quelli conseguibili altrove e gli sforzi per un loro incremento sul posto, con qualunque mezzo si fosse impiegato, davano così modesti risultati, da non costituire un limite allo stesso esodo. Le produzioni foraggere delle aziende poste nel territorio montano sono organizzate su due livelli: il primo è quello dei prati e prato-pascoli artificiali e falciati per la produzione delle scorte alimentari da utilizzare durante il periodo invernale; il secondo è quello dei pascoli naturali utilizzati nel periodo estivo. A essi vanno associati gli ex seminativi, ormai abbandonati e privi di qualsiasi cura agronomica che stanno evolvendosi, con lentezza, verso una vegetazione erbacea spontanea e naturale, spesso non di buona qualità zootecnica. Se e quanto siano integrati e razionalmente raccordati i due sistemi fra di loro, non è possibile affermarlo con la dovuta attendibilità; ma una pianificazione realistica delle utilizzazione della produzione foraggera montana deve necessariamente tener conto di queste due realtà, delle difficoltà e delle possibilità che esse creano. È anche evidente che il rapporto fra terreni meccanizzabili e quelli pascolabili dà la misura del grado di intensità produttiva dell'allevamento. Nell'ambito dei su esposti limiti, il problema principale, quindi, consiste nel trovare il punto di incontro fra le caratteristiche (quantità e qualità) della produzione foraggera e le esigenze alimentari degli animali. Il sistema pascolo-animali è alquanto complesso nella sua gestione e non va affatto banalizzato. Cambiamenti climatici permettendo, l'analisi dell'andamento della crescita-produzione dell'erba presenta: una fase iniziale di massima capacità (maggio-giugno ); una fase intermedia con capacità relativamente costante, ma ad un livello di produzione molto più basso (luglio-agosto); una fase finale con piccola ripresa (settembre) e con capacità decrescente (ottobre e novembre) sino ad annullarsi. Le esigenze alimentari degli animali invece sono piuttosto costanti o addirittura rettilinee. Inoltre la ricerca dell'equilibrio fra gli animali che si alimentano e la vegetazione che cresce non può limitarsi soltanto agli aspetti quantitativi. Vi è infatti un equilibrio ancora più difficile da valutare e raggiungere, di natura qualitativa, che riguarda i rapporti fra la fisiologia degli animali e quella della vegetazione, dalla quale dipende la durata e l'efficienza del manto erboso. I fattori in gioco sono molti e agiscono in modo complesso. La vegetazione reagisce in modo diverso al pascolo continuo; quest'ultimo, se praticato con gli ovini all'inizio della primavera, può causare una defogliazione pericolosa per la vegetazione in via di sviluppo, che si ripercuote dannosamente sulla produttività dell'intera annata. Vi sono poi influenze dovute alla specie, alla razza, e alla condizione fisiologica dell'animale; riguardano la mole, la vivacità, l'abilità nel prendere il cibo del pascolo, la maggiore o minore tendenza a preferire l'una o l'altra essenza o famiglia vegetale; caratteristiche che si ripercuotono sulla efficienza della produzione vegetale e animale. L'alimentazione, con il solo foraggio verde, utilizzato al pascolo da un allevamento con esigenze costanti, per numero o per necessità individuali, trova quindi dei limiti insuperabili nell'azienda di montagna. Sono limiti intrinseci alle caratteristiche della produzione foraggera e che possono essere superati soltanto con una adeguata integrazione di alimenti di scorta rappresentati da mangimi concentrati. Se questa integrazione non viene data nella necessaria misura, gli animali riducono o annullano la produttività, esauriscono le loro riserve energetiche e, con il pascolamento, esercitano sulla vegetazione una pressione eccessiva con il maggior calpestio, con l'estirpazione delle piante su una cotica vegetale che è incapace di reagire. Tale squilibrio danneggia gli animali e l'ambiente naturale nelle sue capacità produttive e anche di difesa e protezione del suolo. Il miglioramento della distribuzione delle disponibilità alimentari mediante l'uso di scorte foraggere aggiuntive o di mangimi concentrati, non è detto che soddisfi e migliori la convenienza dell'allevamento di montagna. La ricerca e la scelta del migliore equilibrio fra la produzione vegetale e l'allevamento risulta quindi complicata da motivi di convenienza economica. Arriviamo all'attualità e alla nuova generazione di allevatori e ragionando con i numeri che derivano sempre dall'ultimo censimento dell'agricoltura dell'anno 2010, la situazione agroforestale zootecnica è la seguente: La popolazione anagrafica dell'ultimo censimento è di 959 persone e la situazione zootecnica attuale è diversa da quella rappresentata per il periodo 1945-1963. Le differenze sono notevoli: sono scomparsi gli animali da lavoro agricolo e boschivo (muli, cavalli, cavalle, asini e buoi) e le capre, ma sono aumentati i bovini e gli ovini per la produzione del latte e dei prodotti derivati; il miglioramento genetico ed ambientale ha incrementato notevolmente la produttività degli animali; è aumentata la consistenza degli allevamenti e le piccole aziende sono scomparse; la presenza delle macchine agricole ha ridotto il lavoro degli addetti e ha velocizzato le operazioni, soprattutto quelle inerenti alla fienagione; c'è una adeguata e innovativa professionalità degli imprenditori, fra l'altro ben radicati sul territorio. Paradossalmente dalle debolezze del passato è derivata la forza della nuova zootecnia, perché è aumentato lo spazio alimentare per gli animali allevati. Anche il paesaggio agrario è cambiato: il color oro delle messi mature è scomparso, niente più biche di covoni e operazioni di mietitura e trebbiatura. Per vaste zone del territorio,riappare il paesaggio del saltus, sempre più pastorale per la prevalente estensione dei terreni incolti. Nell'anno 1972, in piena crisi della zootecnia locale, nacque, con le stalle ubicate nella località Fonte del Pezzente, la Cooperativa Agricola "S. Nicola" per l'allevamento 700-800 ovini. Una "atipica" cooperativa, ma, con tutto il male che le si può dire, è stata una grossa novità zootecnica. Tutto ciò scritto e per restare nell'obiettivo sopra esposto, è opportuno ragionare se esistono le disponibilità foraggere, e ancora, se le stesse siano adeguate ai fabbisogni alimentari del bestiame nel periodo di pascolo e quali i margini di miglioramento presentano, perché il fatto più importante come è stato sopra rappresentato non è solo l'estensione delle zone comunque pascolabili ma anche la qualità e le quantità alimentari prodotte dalle stesse. I pascoli storici comunali sono: Guardata-Difesa, Monte Campo-Val Rapina, Iaccio della Vorraina e Monteforte, per una estensione di circa 600-700 ettari. Ad essi poi, se si supera la definizione classico-scientifica secondo la quale sono da ritenersi pascoli le formazioni erbacee di specie naturali e permanenti, possono essere sommati, per effetto dell'abbandono e perché pascolabili, gli i incolti produttivi dei privati (gli ex seminativi) si ha una superficie pascolabile di oltre 2.000 ettari. Guardata: tra i pascoli naturali, è stato di gran lunga il migliore per la qualità della sua composizione floristica e per la vicinanza al paese. È stato utilizzato dai bovini, dagli equini da lavoro e a volte anche dagli ovini. Attualmente il suo potere vegetativo, a causa della sottoutilizzazione, per la mancanza di animali, si è ridotto notevolmente e si sta trasformando in altre tipologie vegetali non adatte al pascolo. Definire la Guardata pascolo cespugliato forse è un eufemismo, perché l'eccessivo sviluppo di arbusti (rosa canina, biancospino, uva spina), cardi, carline, ononide spinosa (cessabue) e tra le graminacee il Brachypodium pinnatum (falasco), la rendono quasi impraticabile. Monte Campo-Val Rapina: la superficie a pascolo è quasi inesistente per la presenza di un esteso imboschimento, effettuato sulla "piana" del monte tra gli anni 1960-1970 con il pino nero, che generò anche un forte impatto psicologico sulla popolazione che dubitava sul l'esito positivo dell'intervento. Iaccio della Vorraina: la superficie a pascolo è esposta sul versante est di Monte Capraro su un substrato di natura eminentemente calcareo e su un suolo poco profondo. Nel tempo non ha subito modifiche nella continuità della copertura vegetale e composizione floristica. La produzione della cotica erbosa risente l'aridità del periodo estivo. Monteforte: la cotica erbosa è quella che ha conservato, più di ogni altra, la propria configurazione botanica ed agronomica. ll piccolo bacino carsico continua ad essere falciato e poi pascolato. Invece sulle sponde,su un substrato di natura calcarea, la cotica erbosa è soltanto pascolata. Che proporre? Che fare? Uno degli obiettivi è quello di incrementare la produttività dei terreni pascolabili e che la stessa sia la più costante possibile per il periodo di pascolamento. Non si può nascondere né tacere che vi sono delle difficoltà oggettive determinate da condizioni ambientali che non possono essere eliminate ma solo attenuate. È opportuno porre in evidenza che l'erba dei pascoli è un prodotto intermedio e non finito e assume un significato economico solo quando è utilizzato. Se ciò non accade, tutto il suo valore si degrada e va perduto, non potendo, come il bosco, aumentare la provvigione. È quanto si verifica in primavera che l'offerta dell'erba abbonda e supera i fabbisogni alimentari degli animali, mentre succede l'inverso nella stagione estiva. Sono queste situazioni che non permettono di avere il giusto equilibrio e costanza della produttività dei pascoli che dovrebbero essere corretti o provare a correggere con adeguate tecniche agronomiche, fra le quali le concimazioni e la letamazione sono gli unici mezzi proponibili per il miglioramento dei terreni con buone qualità pedologiche. La superficie degli incolti produttivi attualmente a "disponibilità abusiva" è la più estesa del territorio comunale e alla quale non è possibile rinunciare, perché senza il suo uso ci sarebbero delle difficoltà nell'esercizio del pascolo soprattutto per gli allevamenti ovini. Per essa, però, si dovrebbe studiare, con la collaborazione e consenso dei proprietari, una forma di conferimento solidale (gratuito?) a favore degli allevatori che permetta la relativa utilizzazione, senza vincoli e discontinuità sul territorio e con la possibilità: di organizzare il territorio secondo le esigenze fisiologiche degli animali; di attuare interventi di miglioramento per il ritorno a prati e prato-pascoli, dei i terreni per i quali ciò è tecnicamente possibile. Gli altri, quelli meno idonei a qualsiasi miglioramento, andrebbero lasciati alla loro naturale evoluzione, ma con una funzione molto importante nell'ambito dell'azienda: l'uso come pascolo di recupero durante i periodi di inizio e riposo della vegetazione (inizio primavera, inizio autunno). La maggiore superficie produttiva "a verde" avrebbe anche una azione di notevole effetto ambientale sul tutto il paesaggio con la ricaduta positiva sul turismo. Vagheggio. Utopia. È vero che non è un obiettivo di rapida soluzione, ma serve comunque a dare la direzione verso la quale bisogna andare e come dice un antico adagio "ogni percorso, lungo o breve che sia, comincia sempre con il primo passo". Con il trascorrere del tempo, senza la presenza degli animali e lo sfalcio, i terreni abbandonati incolti saranno come la Guardata, luogo infestato da rovi e cespugli. Possiamo mettere l'iniziativa nelle mani dell'Autorità Comunale? Io ci provo. Comunque discutiamone. Senza pregiudizi. Anche i pascoli naturali di antica formazione richiedono cure particolari ed adatti accorgimenti agronomici per favorire (cosa non facile) l'accumulo di sostanza organica esaurita nel tempo e dare maggiore consistenza e resistenza alla cotica erbosa. L'Associazione Provinciale Allevatori di Campobasso (direttore Maurizio De Renzis) in collaborazione con l'Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste, ha promosso nell'anno 1990 la realizzazione di un programma di studio e valorizzazione delle aree a pascolo della Regione Molise che non ha avuto però alcuna applicazione, ma che invece potrebbe essere un riferimento essenziale per la scelta degli interventi migliorativi dei pascoli. Ma è stata data risposta al quesito posto all'inizio di questo scritto? È riscontrabile, in queste condizioni di allevamento, l'equilibrio tra le risorse alimentari che il territorio offre e i fabbisogni degli animali? Non è certa la risposta affermativa, in mancanza di elementi conoscitivi degli alimenti e delle necessità per ogni singolo animale. Pur tuttavia è possibile rispondere positivamente sulla base di parametri empirici, citando il benessere generale degli animali e le produzioni quantitative e qualitative del latte degli allevamenti, senza eliminare o ridurre le azioni per migliorare la produttività dei prati e dei pascoli, necessarie per aumentare le disponibilità alimentari sia per periodo estivo che per quello invernale. Ancora, perché più pascolo migliora lo stato del benessere degli animali, la qualità delle produzioni, riduce l'uso dei mangimi e il costo dell'unità foraggera. Tutte le azioni di miglioramento agronomico dei prati e dei pascoli potrebbero essere comprese in un programma pluriennale da finanziare, in mancanza di risorse pubbliche specifiche, con i proventi derivanti dai tagli del boschi gravati da usi civici, come sembra più legittimo l'uso degli stessi fondi. Lorenzo Potena (a cura di Sebastiano Conti) Fonte: http://www.altosannio.it/ , 27 gennaio 2018.

  • Nel buio

    Angoli di gelo (foto: F. Mendozzi). Nel buio il silenzio parla di angoli al gelo, di muri spenti fino ai tagli di luce più bassa e quasi pudica a guardare la neve sgualcita, a ricordare la via già percorsa perché il sonno si spera sia promessa di altra vita e rinnovato chiarore. Flora Di Rienzo

  • Capracotta e le profezie autoavveranti

    Bambini di Capracotta al tempo della Grande Guerra. Chi ha studiato i rudimenti dell'economia politica sa che esiste un particolare fenomeno, detto self-fulfilling prophecies , che sta alla base di alcune crisi finanziarie, anche piuttosto recenti. Semplificando al massimo, si può fare il seguente esempio: supporre che il tasso d'interesse aumenterà nei prossimi 6 mesi avrà come risultato l'innalzamento effettivo del tasso d'interesse, aumento che probabilmente avverrà prima dei 6 mesi profetizzati. Questo perché una profezia autoavverante attiva dei meccanismi che convincono il mercato che quel dato pericolo sia reale, per cui il mercato stesso metterà in atto dei meccanismi di autodifesa. Ora facciamo invece un salto all'indietro nel tempo fino agli anni della Grande Guerra. Solitamente, tra le voci più comuni che si diffondono in caso di eventi bellici, ci sono quelle legate alla penuria e al rincaro dei generi alimentari che, di fatto, non sono che esempi di profezie autoavveranti. Infatti, è dopo il disastro di Caporetto che le agitazioni popolari contro la guerra si fecero massicce, tanto che da lì cominciò anche a spargersi la voce - forse un adattamento italiota di voci francesi sull'inoculazione di germi di malattie contagiose nei bambini da parte degli invasori tedeschi - che lo Stato volesse sottoporre tutti i bambini a delle iniezioni avvelenate per debilitarli, farli morire ed avere così un minor consumo di derrate alimentari. Stando alla lettera n. 464 del 17 aprile 1918 del prefetto di Campobasso al Ministero dell'Interno e recante per oggetto "Propagazione di notizie false e allarmanti" (in ACS, Prima guerra mondiale , b. 66, fasc. 128), quella voce, dopo aver fatto il giro d'Italia, il 26 marzo aveva investito pure Capracotta, dove si disse che «dovevano venire vaccinati tutti i ragazzi, e che tale operazione doveva essere eseguita colà da tre medici militari i quali però anziché il siero vaccinico avrebbero fatto uso di veleno per sopprimere i bambini per ordine del governo, allo scopo di non pagare più sussidi». Tale notizia allarmante ebbe diffusione immediata, al punto che i bambini che si erano recati a scuola furono ripresi dalle madri e molti di essi si astennero dal tornarci. Verso la metà di aprile, la voce passò in Abruzzo, ad esempio a Castiglione Messer Marino, dove si vociferò che «sarebbero colà giunti alcuni sudditi nemici incaricati dal nostro Governo di procedere alla vaccinazione degli scolari, causando la morte dei bambini per non pagare i sussidi alle mogli dei militari». Anche qui diverse madri si recarono a scuola a ritirare i propri figli. Col passare dei mesi, tuttavia, la voce si riassorbì da sé, ma è pur sempre interessante evidenziare come determinati meccanismi psicologici perversi diventino reali in un baleno. Un esempio che tutti ricordiamo è avvenuto nei primi mesi dell'emergenza sanitaria da covid-19 quando dai banchi dei supermercati sparirono improvvisamente farine e lieviti, in virtù del fatto che si era sparsa la voce che la pandemia ci avrebbe costretti a chiuderci in casa a tempo indeterminato, scatenando l'acquisto in massa di quei beni alimentari, causando inflazione e psicosi ad un tempo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bermani, Spegni la luce che passa Pippo. Voci, leggende e miti della storia contemporanea , Odradek, Roma 1996; M. Lieberman e R. Hall, Principi di economia , trad. di E. Di Benedetto, Apogeo, Milano 2004; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Salvatore, Economia internazionale. Teorie e politiche del commercio internazionale , Rizzoli, Milano 2022.

  • Capracotta nella letteratura del 2024

    È stato un anno obiettivamente deludente il 2024, se guardato dal punto di vista dei volumi che menzionano Capracotta. Ho riscontrato molti libri pubblicati localmente, saggi scientifici o di letteratura per l'infanzia. Ma, ahimé, nessun gran romanzo. Tuttavia, passiamo ad una veloce disamina. Il libro più importante è stato probabilmente quello di Nancy Furstinger, autrice di quasi 100 libri, che ha dato alle stampe « L'incredibile libro di fatti esorbitanti per bambini ». A proposito degli agenti atmosferici, l'autrice ha realizzato una vignetta riguardante l'«extreme snowfall in Capracotta, Italy, buried the village with 100.8 inches of snow in roughly eihteen hours». Tuttavia, a livello italiano, la massima menzione è stata quella di Andrea Covotta, importante giornalista nonché responsabile della struttura Rai Quirinale, il quale però commette un imperdonabile errore nel parlare una volta ancora del delitto Montesi, poiché tira in ballo Capracotta al posto di Capocotta. Va decisamente meglio con Manuel Sarno, che nel suo "Il marchese di Popogna" fa una battuta sul fantasioso «Tribunale di Capracotta». Nel novero della piccola letteratura, abbiamo il romanzo d'esordio di Luigi Alberto Cutrone, "L'aquila di Aquilonia", in cui viene descritta la Tavola Osca di Capracotta. La stessa lamina, in termini decisamente più scientifici, è invece oggetto di studio nel gran bel saggio di Olivia Menozzi sull'ibridazione culturale avvenuta al tempo della penetrazione romana nel Sannio. Sempre in termini di studi, abbiamo l'ottimo lavoro di Matteo Nucci su Ernest Hemingway, nel quale l'autore, a proposito dell'ormai celebre dialogo tra il prete di Capracotta e Frederic Henry, pone l'accento su «come il cappellano che odia la guerra [...] lo confida al protagonista ferito e infine gli confessa di desiderare soltanto la sua terra. Ossia il ritorno a casa». Altri due romanzi chiudono la carrellata letteraria del 2024. Il primo è firmato dalla giovane Maria Teresa Montuori, che nel gradevole " Quattro vite " racconta diverse scene ambientate a Capracotta, tra le sue nevi, oppure nelle immediate vicinanze, come l'osservatorio astronomico "Leopoldo Del Re" di San Pietro Avellana. L'altro è "Gustavo" di Renzo Ardiccioni, italiano trapiantato in Francia, che in questa riedizione del romanzo "Ippocampo", una volta ancora cita Capracotta per via del suo nome buffo e altisonante. Con un 2024 tanto avaro, speriamo in un 2025 ricco di menzioni di grande letteratura... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Ardiccioni, Gustavo , L'Écharpe d'Iris, Franqueville-Saint-Pierre 2024; A. Covotta, Politica e pensiero. Storie e personaggi dei partiti del Novecento , Marcianum Press, Venezia 2024 ; L. A. Cutrone, L'aquila di Aquilonia , Vertigo, Roma 2024; N. Furstinger, The Incredible Book of Outrageous Facts for Kids , Simon & Schuster, New York 2024; R. M. Longo, Itinerari Italiani: a Visual Information Campaign to Reclaim Italian Regionalisms and Remap US-Italian Economic Interdependence under the Marshall Plan , in L. Česálková et al. (a cura di), Non-Fiction Cinema in Postwar Europe. Visual Culture and the Reconstruction of Public Space , Amsterdam Univiersity Press, Amsterdam 2024; O. Menozzi, From Safin to Roman. Cultural Change and Hybridization in Central Adriatic Italy , Archaeopress, Oxford 2024; M. T. Montuori, Quattro vite , Albatros, Roma 2024; M. Nucci, Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway , HarperCollins, Milano 2024; M. Sarno, Il marchese di Popogna e altre storie , Le Lucerne, Milano 2024.

  • Suggestioni del bosco: inverno

    In un cielo lattiginoso che confonde il tempo, gli alberi si vestono di bianco, si adornano a poco a poco di mantelli ricamati, chiusi intorno a candide vesti come in un abbraccio. Passarvi attraverso è perdersi in un trionfo di gioielli di cristallo che rapisce lo sguardo: dai rami protesi brillano leggere frange iridescenti, pendono fragili orli a lambire cuscini di ovatta opalescente. Tra le radici contorte uno specchio di ghiaccio riflette la trama aerea che lo sovrasta. Una coltre delicata si stende ovunque, accarezza ogni forma, smussa ogni grandezza, nasconde ogni minaccia per compiere un nuovo paesaggio che solo il vuoto di un'orma, il peso di un corpo riescono a violare per naturale sacrilegio rivelando la precarietà della suggestione. Nel silenzio sorprende il colpo prodotto da un ramo caduto, arreso al carico, così le gocce che scendono da un ricamo di vetro e svaniscono. Rari fiocchi si staccano mollemente dalle cime e si poggiano lievi, altri più fitti si aggiungono per un alito di vento che li scompiglia e scuote l'anima sognante. Flora Di Rienzo

  • Le più belle parole del dialetto di Capracotta

    Prima de 'ngumenzà... Quanto può risultare noioso l'ennesimo vocabolario dialettale capracottese? Non posso darvi torto! Tuttavia, questo settimo lavoro per la collana degli "Argomenti di Letteratura Capracottese" era necessario, forse addirittura obbligatorio, in quanto naturale conseguenza del calendario dialettale che, con tanto successo, realizzo e diffondo dal 2021, e che saluta le giornate dei cittadini capracottesi (e non solo). Aver condiviso in tutti questi anni e con tante persone i vocaboli, i modi di dire, i proverbi e gli usi di Capracotta, ha affinato la selezione lessicale al punto che in questo nuovo libretto è raccolta buona parte della nostra parlata più antica ed autentica. Persistono, tuttavia, delle zone d'ombra. Non potrebbe essere altrimenti in una comunità che è (stata) tanto viva e dinamica. Vocaboli che consentono o prevedono doppie, se non triple, dizioni, parole desuete immigrate ed emigrate in paesi convicini, forestierismi e neologismi i più disparati, accezioni apparentemente lontane dal significato principale, inflessioni che cambiano radicalmente tra il centro abitato e le sue contrade e che, per forza di cose, si riflettono in diverse pronunce, tutte egualmente ammesse perché figlie della stessa madre: Capracotta. In questo primo volume ho composto una prima selezione di 400 termini del nostro dialetto: ho scelto i vocaboli più singolari, i più insoliti, quelli più distanti dalla lingua italiana, sperando che provochino nel lettore l'emozione della parlata avita o la sorpresa di un insperato apprendimento. Voglio però anticiparvi che non è un classico dizionarietto in cui le parole vengono crudamente esposte in ordine alfabetico. Ho cercato di approfondire ogni parola dialettale a partire dal suo etimo e nelle sue derivazioni e declinazioni possibili, cercando di legarla alla società ed alla cultura di Capracotta di ieri e di oggi. Questo, quindi, non è un vocabolario da consultare quando si va alla ricerca d'una parola e del relativo significato, ma un libro che si può leggere al pari d'un piccolo saggio, poiché ogni parola porta con sé un racconto che potrà schiudere un immaginario familiare o popolare, in ogni caso un universo culturale. L'urgenza di pubblicare "Le più belle parole del dialetto di Capracotta" nasce anche da una ulteriore riflessione. Tutti i dizionari locali che ho avuto modo di consultare, infatti, pur possedendo la buonafede dei migliori propositi, presentavano a volte degli errori di battitura, con accenti sbagliati o parole scritte con un'ortografia non corretta o quantomeno dubbia. Nel mio lavoro, ad esempio, non troverete traccia dello schwa , quel feticcio grafico che appartiene all'alfabeto fonetico e che alcuni continuano ad inserire nelle parole capracottesi, contravvenendo alla funzione primaria del dialetto, quella di essere la forma di comunicazione più diretta ed immediata del popolo. Per quel che mi riguarda, nel trasformare in grafia la complessità del dialetto, ho utilizzato soltanto tre convenzioni. La prima è quella della cosiddetta "e" muta. Questa vocale la si pronuncia solo se accentata; se invece non presenta alcun accento, dà vita ad un suono gutturale che, nei fatti, è l'ottava vocale del dialetto centromeridionale. La seconda convenzione riguarda l'accento circonflesso sulla "s". Per dar vita al suono sh- seguito da "c", "d" o "t", qualcuno ha difatti pensato di renderlo col digramma sc- – ad esempio sctùbbete  (= stupido) –, mentre trovo più apprezzabile la presenza d'un segno grafico italiano, seppur arcaico, con la funzione di addolcire la "s" impura, per cui si avrà ŝtùbbete . L'ultimo criterio – chiamatelo vezzo – è quello della "i" consonantica, resa con la desueta "j" lunga, la quale facilita la lettura di quelle parole che presentano particolari combinazioni vocaliche (si pensi alla parola ràja , = rabbia). Le regole che seguirò nella compilazione, dunque, non renderanno perfetta la trascrizione del dialetto ma aiuteranno il lettore ad interpretarlo meglio. Quest'opera, d'altronde, non pretende di essere scientifica, per cui ho scelto di limitarmi agli accenti gravi ed acuti, alla "e" muta ed al circonflesso. Azzardare una pubblicazione dialettale, insomma, è sempre una sfida che viene lanciata alla propria gente, poiché fissare su carta il dialetto significa attentare alla tradizione orale, che solitamente è più libera nei costrutti ed aperta alle diverse pronunce. Per questo motivo spero che i lettori scusino alcune dimenticanze, sorvolino su eventuali sbadataggini o tacciano su madornali errori. Rimane inteso che non sono un linguista né un glottologo. Sono però convinto che per scrivere degnamente il capracottese, sia propedeutico saperlo parlare... Partendo dai miei genitori e dai miei nonni, da cui ho appreso i rudimenti della parlata capracottese, voglio ringraziare mia moglie Lucia ed i fidati consulenti linguistici che giornalmente mi hanno corretto: Michele Beniamino, Giovanni Di Luozzo ed i fratelli Antonio e Filippo Di Rienzo. Un merito ce l'hanno pure i compaesani che, a vario titolo, mi hanno aiutato. Ringrazio, ovviamente, anche chi si è cimentato, prima di me, in un'opera simile: su tutti don Osman Antonio Di Lorenzo, il dott. Felice Dell'Armi e il prof. Domenico Di Nucci (1942-2021). Da ognuno di loro ho attinto qualcosa. Un grazie, infine, all'insuperato folclorista capracottese Oreste Conti (1877-1919), il quale, pur non parlando correntemente il dialetto in casa, ebbe la lungimiranza di fissare su alcuni libri – su tutti le "Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese" e la "Folklorica pastorale capracottese" –, i lemmi ed i motti più particolari della nostra gente. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Le più belle parole del dialetto di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2024.

  • Viteliù - Anni difficili

    Roma la civilizzatrice, padrona d'Italia, d'Etruria e della Gallia peninsulare; della Spagna, sia pur rivoltosa, e delle terre più ricche del vicino Oriente. La Magna Civitas che aveva sconfitto Annibale, raso al suolo Cartagine e finalmente cancellato i feroces Samnites dalla faccia della terra. Già, il popolo sannita, il "nemico" per antonomasia per Silla e per i Romani di molte e molte generazioni. Vivissimi, nei ricordi di tutti, erano ancora i fatti accaduti dieci anni prima, quando Lucio Cornelio Silla aveva salvato la città dai Sanniti e dai loro alleati, sotto Porta Collina. Tutti ricordavano a Roma quella tremenda notte, fra il primo e il secondo giorno del mese di November del 671, nella quale l'esercito degli Italici, comandati da Ponzio Telesino alleato della fazione di Caio Mario, era stato a un passo dal conquistare la città. La velocità delle truppe guidate da Silla e soprattutto l'arrivo dei rinforzi di Crasso all'ultimo momento, avevano significato la salvezza contro la minaccia dei terribili, indomiti, nemici della Repubblica. Il fantasma delle Forche Caudine, ma anche il ricordo del sacco dei Galli, erano aleggiati per giorni tra i Romani di tutti i ceti. Quella stessa notte, dopo l'insperata vittoria, Silla in persona aveva comandato l'esecuzione di tutti i prigionieri sanniti della touto dei Pentri i quali, a differenza dei guerrieri delle altre etnie, lasciati liberi, furono trucidati a migliaia nel Campo Marzio, tanto che il Tevere fu rosso, per giorni, del loro sangue. Sembrava passato davvero poco tempo da quando sui rostri del foro erano state appese le teste degli oppositori di Silla. I Romani ricordavano ancora i macabri trofei di Mario il Giovane, di Carbone e dei capi italici come Ponzio Telesino e l'anziano Gavio Papio Mutilo. In quel momento Silla era apparso alla maggioranza delle famiglie nobili, favorevoli alla restaurazione degli antichi privilegi repubblicani, come il salvatore della patria. Aveva chiesto e ottenuto i pieni poteri e, cosa rara nella storia di Roma, era stato nominato Dictator. Fin dai primi giorni del suo potere aveva fatto intendere che solo operazioni radicali avrebbero potuto estirpare la mala pianta dei nemici di Roma: occorreva eliminare rutti gli avversari interni ed esterni, romani e italici. Questo doveva fare e questo aveva fatto, fino in fondo. Una delle sue prime preoccupazioni era stata quella di debellare ciò che restava delle forze italiche ostili: Pentri, Marsi e i pochi Carricini, soprattutto. Non solo. Con l'intento di evitare per sempre a Roma il pericolo della rinascita di una ribellione sannita, Silla aveva inviato due legioni a cancellare il Sannio dei Pentri, uccidere e deportare le sue genti. Di quella nazione e dei suoi luoghi d'origine nulla sarebbe dovuto sopravvivere a lui. Così come aveva comandato che accadesse di ognuno dei suoi peggiori nemici. La data del 1° di November, ricorrenza della vittoria di Porta Collina, era stata proclamata festa dello stato. Nel primo anniversario della battaglia, Lucio Cornelio aveva comandato feste memorabili: si erano tenuti sette giorni di banchetti offerti all'intero popolo di Roma, gare di atleti, giochi gladiatori, esibizioni di caccia a bestie feroci e corse di carri. Sul piano interno l'obiettivo principale era stato quello di cancellare ogni traccia della fazione di Caio Mario, Cinna e Carbone attraverso una campagna di terrore e il metodo, spietato, delle liste di proscrizione. All'interno della città si erano diffusi il terrore e l'angoscia. Chiunque, secondo l'inappellabile giudizio del dittatore, poteva essere iscritto nelle liste dei nemici della Repubblica e, senza processo, perseguitato, ucciso con premi in denaro per i delatori e gli esecutori. Intere famiglie erano state distrutte, moltissimi quelli che avevano tentato la fuga spesso senza successo; immensi patrimoni erano stati confiscati, per finire nelle stesse mani di chi aveva denunciato o ucciso i proprietari. Contemporaneamente Silla si era dedicato con grande decisione al riordino dello stato e delle province, dell'ordine giudiziario e persino della religione e dei culti. Riforma dell'ordine sociale e rinascita dell'economia furono suoi precisi obiettivi per una Roma ridotta allo stremo da anni di guerre contro gli Italici e contro Mitridate, fino alla guerra civile fra Silla stesso e Mario. Le casse vuote dello stato erano state gradatamente riempite e la città sembrava ora rinascere a nuova vita, fino a far apparire all'orizzonte l'avvento di una nuova era. Lucio Cornelio, il Dictator restauratore dell'antica repubblica, colui che aveva inteso riportare Roma alle tradizioni dei padri, ma anche ai privilegi della nobiltà patrizia, aveva consolidato il dominio della città fondata da Romolo sull'intera penisola italica e su gran parte del mare conosciuto. Negli anni del suo potere egli aveva suscitato sentimenti contrastanti, mai neutri: odio e amore, riconoscenza e sete di vendetta. Lo si descriveva tiranno, ma molti avevano goduto dei risultati della sua tirannia, si favoleggiava sulla sua vita dissoluta da depravato amante delle orge, oltre che della violenza più spietata contro i nemici. A molti atti di tirannia e di depravazione, soprattutto nell'ultimo periodo della sua vita, egli si era abbandonato. Il suo potere assoluto non era durato più di tre anni. Presto Lucio Cornelio, già anziano al momento del trionfo di Porta Collina, si era ammalato. Sentendo la fine vicina aveva deciso di ritirarsi vivendo gli ultimi mesi della sua esistenza tra il lusso sfrenato e stramberie di ogni genere. Aveva comandato per sé, e aveva ottenuto, funerali in pompa regale, che non si ricordavano a memoria d'uomo, e tali da far impallidire il suo più grande corteo trionfale. Il cadavere su una lettiga d'oro, centinaia i letti funebri dei Corneli estinti, decine di carri che raccontavano le scene della sua vita e altri carichi d'oro e di spezie, un interminabile numero di soldati e cavalieri in assetto di guerra. Erano dunque passati sei anni dalla morte del Dictator, ma la sua ombra si allungava ancora sullo stato e sui cittadini a ricordare il periodo delle proscrizioni e il terrore. La città attraversata dal vecchio cieco e dal suo servo non nascondeva una rinascente opulenza anche se nuovi e vecchi problemi non mancavano. Quell'anno, il 681° dalla fondazione, la Repubblica restaurata da Silla si trovava a fronteggiare diversi importanti pericoli: in Spagna la lunga guerra contro le forze residue della fazione di Caio Mario, nemico giurato del dittatore e della Repubblica, a Oriente la perenne minaccia di Mitridate e, come se non bastasse, proprio quella primavera il capo dei germani Suebi, Ariovisto, aveva passato il Reno con quindicimila uomini, minacciando da vicino la Gallia Ulteriore, la più settentrionale delle province romane. Invero la guerra di Spagna, condotta dall'astro nascente Gneo Pompeo il Grande, volgeva in quel momento al meglio. Nell'inverno appena trascorso il comandante delle forze mariane, Quinto Sertorio, era stato assassinato da un traditore e alla ripresa della campagna primaverile già s'intuiva il progressivo sfaldamento della resistenza nei confronti di una nuova offensiva dell'esercito repubblicano. A causa delle notizie che giungevano dalla penisola iberica, le previsioni a Roma erano volte verso un ottimismo crescente. Lo sforzo militare contro Mitridate in quei mesi vedeva impegnate le legioni di Lucullo, che avevano appena invaso il regno del Ponto e sembravano volgere a proprio favore la seconda fase della guerra. Anche per questo, in quella metà di Majus, le preoccupazioni dei consoli in carica, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano, erano rivolte soprattutto verso il pericolo più grave per Roma: Spartacus, il gladiatore ribelle, lo schiavo che era riuscito a radunare intorno a sé un esercito composito e sempre più minaccioso fatto da schiavi e rivoltosi di ogni genere, tra i quali anche residui combattenti italici convinti di poter ancora abbattere l'odiata Lupa. Iniziata un anno prima in seguito a una fuga di gladiatori, la rivolta aveva ben presto assunto il volto di una ribellione contro lo stato romano. Indomiti reduci sanniti e lucani, schiavi di ogni provenienza, nemici della Repubblica in cerca di vendetta contro la terribile restaurazione sillana e i suoi beneficiari, rivoltosi di ogni genere e provenienza si erano uniti a Spartacus nella speranza, ancora una volta, di abbattere il potere centralizzato dell'Urbe, abolire la schiavitù e rendere la libertà alla penisola italica. Il sogno del comandante gladiatore era stato fin dall'inizio la costruzione di una nuova Roma, magari comandata da Sertorio, in cui le residue genti sannite e gli altri popoli italici potessero veder rispettati i loro diritti e soprattutto le diverse identità e retaggi culturali. Le bande di Spartaco devastavano, rubavano, assaltavano le proprietà dei ricchi cittadini romani delle province, mentre il grosso delle forze era spesso impegnato a saccheggiare le comunità che non si univano alla rivolta. Le sue scorribande avevano procurato non pochi danni alle città campane e alle vie commerciali delle regioni centrali, rendendo insicure, ad esempio, le vie della transumanza tra l'Apulia e i monti dell'Alto Sannio, dei Peligni e dei Marsi. L'ex gladiatore era a capo di un vero e proprio esercito di almeno quarantamila uomini destinati a raddoppiare in pochi mesi. Giunta la primavera egli intendeva persuadere la Campania a ribellarsi e a proclamare la fine del giogo romano. Nola e Nocera avevano risposto di no, stanche di combattere; troppo vicini nel tempo erano, infatti, il sangue e le devastazioni della guerra sociale e di quella civile. Le due città erano state per questo saccheggiate dalle truppe di Spartacus che nel corso della prima parte della buona stagione si era recato a sud per attaccare Cosenza, Turi e Metaponto. A metà di quella primavera le sue forze erano entrate nel Sannio: Aesernia, Bovia-num, Sæpinum e Beneventum avevano rifiutato di schierarsi, ma non erano mancati gruppi di soldati pentri - i quali avevano bevuto l'odio per Roma con il latte stesso delle loro madri - che si erano uniti al suo esercito abbandonando i nascondigli montani dai quali, da poco meno di dieci anni, stavano partecipando alla guerriglia mai domata dalla Repubblica. Ora si favoleggiava sul numero degli uomini al seguito del Gladiatore: sessantamila, ottantamila, centomila...! Le informazioni che giungevano in Senato erano discordanti, ma sempre più minacciose. In quello stesso anno, compiute le ventotto primavere, un ambizioso e promettente giovane patrizio, Caio Giulio Cesare, diventava Tribuno militare. Nicola Mastronardi Fonte: N. Mastronardi, Viteliù. Il nome della libertà , Itaca, Castel Bolognese 2012.

  • Viteliù - Un fantasma dal passato

    Molti erano i pensieri che si affollavano nella mente del vecchio cieco durante il cammino. I tempi erano maturi, ne era certo, per compiere ciò che si era prefisso fin dal giorno della sua cattura da parte dei Romani, ma ora le incognite gli apparivano enormi, come non avrebbe creduto. Le conseguenze della sua azione gli si rivelavano ignote. Ostentava sicurezza, anche verso se stesso, ma più la sua meta si avvicinava, maggiori erano i timori che lo assalivano. Si fermò di nuovo, pensieroso, come per prevedere il futuro; sospirò, attribuendo i suoi timori alle debolezze dell'età avanzata, ma non era così; un tale stato d'animo non era nuovo per lui. Era successo anche ai tempi in cui dalle sue decisioni era dipeso il destino di un popolo intero. Tranne che in battaglia, l'incertezza aveva fatto capolino nel suo animo in molte occasioni decisive. Stavolta però, si disse, era diverso. La sua vita stava finendo e ciò che si apprestava a fare era il compimento di un fato che sapeva essere non più rinviabile. Un pensiero, forte più di altri, lo sosteneva: forse lui solo, fra i moltissimi nemici giurati di Lucio Cornelio Siila, avrebbe avuto la sua vittoria nei confronti dello spietato dittatore. L'unico modo per ottenerla era giungere alla meta di quella mattina di Majus . Perciò riprese a camminare con più decisione di prima. Finalmente svoltò, sempre condotto dal servo Kaeso, in una via residenziale di quella zona settentrionale di Roma. Lì le botteghe finivano per lasciare il posto alle abitazioni private. Un quartiere, non grande, di case di benestanti. Si fermarono davanti all'ingresso di una delle ville; Kaeso la conosceva bene. Per almeno sei anni, per un preciso, assillante ordine del vecchio, aveva spiato il ragazzo che abitava in quella casa, con il compito di riferire ogni particolare significativo senza farsi notare. Da qualche minuto il servo aveva intuito dove si stessero recando, ma solo in quel momento ebbe la certezza: ciò che stava per accadere era legato all'adolescente di cui sapeva tutto. Kaeso non conosceva il motivo dell'interesse del suo padrone per quel giovane, pur avendo cercato di scoprirlo in molte maniere. Cosa c'era nel figlio di Lucio Stazio Caro e di Livia, che lo legasse al vecchio cieco? Egli lo ignorava ancora, dopo tutti quegli anni. – Siamo forse arrivati signore? – chiese il servo con una lieve incertezza nella voce. – Questa è la casa di... del... giovane. Era qui che volevate recarvi? Siamo dinanzi all'ingresso. – Bene – mormorò l'anziano. Un respiro profondo gli gonfiò il torace. – Il momento è giunto. Annuncia ai padroni di casa il nostro arrivo. Kaeso tirò la corda e dall'interno sì udì il suono di campanelle. Immediato fu l'abbaiare dei cani che, dalla voce, s'intuivano di grossa taglia. La casa era sveglia e, infatti, subito qualcuno si accostò al pesante cancello di ferro. Una finestrella si aprì e apparvero gli occhi azzurri e sospettosi di un vecchio. – Chi siete? – chiese questi interrogando gli estranei più con lo sguardo che con le parole. L'uomo soffermò la sua curiosità soprattutto su quel cieco dall'aria solenne e sul bastone dalla strana foggia che teneva nella mano destra. Fu quest'ultimo a parlare in un latino che tentava di pronunciare correttamente. – Annuncia ai tuoi padroni che un parente venuto dal Sannio Pentro è tornato a prendersi ciò che è suo. Non fu poca la sorpresa dell'interlocutore che a quelle parole trasalì scrutando ancor più profondamente quello strano personaggio; poi chiuse di scatto la piccola finestra. Dal rumore veloce dei suoi passi, s'intuì la corsa ad avvertire i padroni di casa. Kaeso, dal canto suo, aveva appena sentito le parole che non avrebbe voluto udire. Deglutì a fatica. Era la conferma dei suoi sospetti più neri e ora aveva una voglia matta di fuggire per miglia lontano da quella situazione. Ignorava cosa sarebbe accaduto di lì a pochi minuti, ma a incutergli terrore gli bastava la certezza di aver servito, per anni, un Sannita della touto dei Pentri. Un capo, forse, sotto mentite spoglie, pensò, visto che se Siila ne avesse conosciuta la vera identità, mai si sarebbe sognato di proteggerlo. Ma il dittatore non era uomo da farsi gabbare facilmente. E allora? Tornò confusamente all'ipotesi del traditore. In quale situazione si stava cacciando? Il tradimento è sempre pericoloso... La confusione nella testa del servo era grande, pari solo alla sua paura. Sudava pur avendo brividi di freddo pensando al pericolo sin qui corso. Deglutì ancora. Complice di un capo sannita! Era più che sufficiente per essere decapitato anche ora, a tanti anni dalla morte di Lucio Cornelio. Non fuggì, come impietrito dal panico che lo aveva definitivamente annientato. Il cancello si aprì e sulla soglia apparve il padrone di casa, Lucio Caro della famiglia degli Stazi di Venafrum. Un uomo non alto, ma dall'aspetto gradevole. Aveva il fisico robusto degli Italici; la sua era una gens originaria di quella zona del Sannio Pentro meridionale, divenuta romana da più di due secoli, dal tempo in cui erano terminate le guerre sannitiche. Fin da allora gli Stazi avevano fatto fortuna vendendo a Roma il pregiato olio di Venafrum - proveniente da una particolare qualità di oliva detta liciniana, nota a Roma da almeno due secoli - tanto da permettersi una vita agiata da più generazioni e anche un'abitazione nella capitale in cui Lucio Stazio e sua moglie Livia avevano preso stabile dimora da almeno sette anni. Come dimostravano anche i capelli brizzolati, l'uomo aveva superato da poco i cinquanta anni. Guardò con intensità il vecchio soffermando lo sguardo sulla tunica, sul cinturone di bronzo e su quello strano bastone, dal quale, in particolare, sembrò turbato. Senza staccare lo sguardo dalla piccola scultura a forma di toro, si rivolse al servo. – Un parente che viene dal Sannio, avevi detto, Publio. Ma questi due non mi sembrano parenti. Tanto meno che... vengano dalle nostre terre. Sono di Roma, mi sembra. Fissò l'anziano. – Un viso conosciuto... sì, ci sono! Il tono della voce divenne improvvisamente duro. – Sei l'anziano protetto da Silla! Che cosa vuoi dalla mia casa? – E tu sei Lucio Caro della famiglia degli Stazi di Venafrum. Questa volta il vecchio aveva parlato in osco. Fece una pausa. Nella sua voce si avvertì un impercettibile cenno d'emozione. – Io conoscevo tuo padre Calvo Stazio – continuò parlando nella lingua dei Sanniti che sapeva essere ben compresa dal suo interlocutore. – Fummo bambini insieme, poi giovinetti: non si sa quanti cavalli abbiamo domato e cavalcato insieme, sulle praterie dell'Alto Sannio. Egli vi si recava ogni estate e lì io vivevo. Il nostro affetto andava molto oltre il legame di sangue. Tu dovresti capire chi sono. Un'altra breve pausa per attendere una reazione che non venne. Il padrone di casa lo stava ancora studiando. – Chi io sia veramente lo saprai presto. Accoglimi nella tua casa – aggiunse soltanto. A quelle parole, ora accompagnate dal tono di chi ha autorità, Lucio Stazio non esitò un attimo di più ad aprire il cancello per far entrare i due nell'atrio. Prima di chiudere guardò in strada, a destra, poi a sinistra, per capire chi avesse potuto assistere alla scena. Nessuno, ne fu rincuorato. – Nella stanza delle visite – ordinò – e che non ci disturbi nessuno. Nessuno, capito? I due ospiti, preceduti dall'anziano servo che aveva appena legato due splendidi mastini bianchi originari dei monti dei Marsi, attraversarono Yatrium e imboccarono il corridoio che portava al giardino. Furono introdotti in una camera ben arredata con triclini e vivaci dipinti alle pareti. Due finestre illuminavano l'ambiente; per evitare sguardi indiscreti Lucio chiuse i pesanti tendaggi. Il vecchio chiese di potersi sedere, lo fecero accomodare su uno sgabello dopo che egli ebbe rifiutato il triclinio. Non senza un nuovo moto di sorpresa da parte di Lucio, il cieco chiese che fosse convocata anche la moglie di questi, Livia. La donna venne; entrando osservò curiosa lo strano personaggio. Questi, non appena la sentì arrivare, si alzò in piedi. Poi tese la mano verso di lei, che in un primo momento si ritrasse, e ne cercò il viso; lo sfiorò con una carezza, come per indovinarne i lineamenti. Un sorriso si dipinse, impercettibile, sotto la folta barba bianca. Livia aveva superato da poco i quarant'anni. Era stata una donna molto bella e lo era ancora. Nel portamento e nei suoi modi di fare conservava tutta l'orgogliosa eleganza della stirpe italica di cui conservava anche a Roma le tradizioni più significative. Al contempo, come Lucio Stazio, si era perfettamente integrata nella vita della città. Il comportamento di quell'anziano sconosciuto la incuriosì, senza tuttavia turbarla troppo, in un primo momento. Il vecchio Sannita pretese di restare solo con Livia e Lucio. Questi acconsentì, ma fece cenno al servo dagli occhi azzurri, che rispondeva al nome di Elvio, di non allontanarsi e di rimanere all'esterno, nei pressi della porta. – La benedizione della madre Kerres, di Herekles e Ops e di tutti gli dèi sia su questa casa. Meritate ogni bene per ciò che avete fatto. Il vecchio aveva pronunciato la frase con solennità rimanendo ancora in piedi. Le sue parole erano state accompagnate dal gesto solenne delle mani protese a benedire i due. I coniugi si guardarono, entrambi con apprensione negli occhi. Livia strinse la mano di Lucio. Una sensazione di disagio le attraversava ora il cuore e la mente. – Avete chiesto il mio nome. Ebbene lo saprete. È un nome impronunciabile a Roma. Ma è giunto il tempo di rivelarlo a voi. A voi soli. L'inquietudine della donna cresceva visibilmente. Lucio scrutò il viso del vecchio che con lentezza grave si apprestò a rivelarsi. Si sedette. – Il mio nome è Gaavis Paapiis Mutìl, Meddiss toutico dei Pentri e dei Carficini, Embratur dei Sanniti e dei Vitelios nella grande guerra contro Roma. Silenzio. Un lungo interminabile attimo di stupore fra i due coniugi. Lucio Stazio dapprima scosse la testa, evidentemente incredulo, poi reagì; scattò in piedi e affrontò il vecchio faccia a faccia, sovrastandolo minaccioso, come se questi potesse vederlo. – Non è possibile, sei un impostore! Papio Mutilo si è ucciso a Teano più di otto anni fa! Tutti videro la sua testa nel trionfo di Siila e poi sui rostri del Foro. Chi sei e cosa vuoi da noi, vecchio? Farai bene a lasciare subito questa casa se non vuoi. Il tono della voce era stato violento, minaccioso, ma Lucio Stazio non riuscì a finire la frase. Colui che aveva detto di chiamarsi Papio gli aveva chiuso la bocca con un gesto della mano, interrompendolo. Si alzò di nuovo. – Era la testa di mio fratello, morto durante l'assedio di Nola. Aveva il volto in parte sfigurato in modo che non fosse riconosciuto. Mia moglie Bantia, d'accordo con me, l'aveva inviata a Silla in un cesto: volemmo fargli credere che lei mi avesse rifiutato l'ingresso presso la sua casa paterna e che io mi fossi suicidato. Molti pensarono che lei stessa mi avesse fatto uccidere per salvarsi da Silla; io, infatti, ero in cima alla testa di tutte le liste dei proscritti del... Romano! Ma Lucio Cornelio, pur facendo credere a tutti quella storia, non cadde nell'inganno. Tolse la mano dalla bocca di Lucio e tornò lentamente a sedersi. – Ma lasciate che vi racconti tutto, affinché possiate sapere. Lucio Stazio si avvicinò alla moglie prendendole le mani. Aveva ancora il respiro grosso dovuto alla reazione di poco prima. Si sedette accanto a lei e l'abbracciò. Entrambi avevano lo sguardo fisso sul vecchio; nel viso di Lucio Stazio si leggeva ancora l'ombra del sospetto, in quello di Livia la paura. Il suo cuore intravedeva, con terrore, il vero motivo di quella inattesa visita. – Mi catturarono più di un anno dopo. Nola si era appena arresa ed io stavo tentando di tornare sui miei monti poiché anche Aisernio, la nostra ultima capitale, era caduta. Fu Verre a prendermi, sui sentieri del Monte Tiferno. Lo aveva inviato Silla. Lui non aveva mai smesso di cercarmi, in segreto. Da qualche tempo mi ero ritirato, cieco, stanco di guerre, lotte, sangue, di tanti sogni infranti di un'intera nazione e di tanti altri popoli, contro il destino che aveva sempre favorito, implacabilmente, Roma. Tuttavia abbandonare la lotta contro i nemici della nostra libertà non era stato possibile per me. Pur avendo ceduto da anni il comando a Ponzio Telesino, l'odio di Silla per me era vivo ed io sapevo di non poter cadere nelle sue mani. Avevo fatto di tutto perché la fazione del Cornelio fosse sconfitta, progettai io l'assalto diretto contro le mura di Roma sug-gerendo la strada che condusse l'esercito a Porta Collina; lì il sogno di sconfiggere la Repubblica degli optimates fu a un passo dall'essere realtà. Poi il fato ancora una volta aveva favorito Silla. I Sanniti, lui, non li aveva mai perdonati. Il suo desiderio di vendetta non si era saziato delle stragi e del sangue italico versato a fiumi come non si era visto a memoria d'uomo. Egli voleva anche me. Voleva la vendetta contro chi era riuscito a progettare persino uno stato indipendente da Roma minacciando ancora una volta la sua stessa sopravvivenza; contro il capo dei più ostinati nemici... i più pericolosi: i Samnites , sotto il comando dei quali, insieme ai Marsi, la rivolta di tutti gli Italici aveva avuto origine. Noi, che avevamo osato alzare la testa per riconquistare l'antica dignitas e la libertà... la nazione che al tempo dei padri era stata la sola vera alternativa a Roma e che ne aveva messo in discussione il dominio sull'Italia. Io, sopra tutti; mi considerava la mente della rivolta insieme a Silone, lo stratega della nuova nazione. Il Romano non mi aveva perdonato nemmeno la moneta oscena del Toro e della Lupa che ricordava a tutti l'oltraggio delle Forche a Caudio. Non aveva perdonato il nostro allearci con Mario e suo figlio, pur di vedere la sconfitta dei nobili conservatori. Infine, avendo subito più volte sconfitte da noi, considerava la touto dei Pentri nefasta per la glorificazione piena della sua persona. Una pausa. Si aprì le vesti e mostrò in silenzio il tatuaggio sul petto. Nella stanza il silenzio era assoluto. Riprese. – Se fossi giunto sui miei monti, essi mi avrebbero nascosto. È lì, nell'Alto Sannio, che avrei voluto finire i miei anni. Ma il Romano non volle lasciarmi andare. Fu dopo la caduta di Nola e la mia cattura, che il dittatore decise di ritirarsi a vita privata. Fu il suo ultimo atto, aveva compiuto ciò che doveva e voleva. Lucio Stazio si liberò dalla mano della moglie e, ancora evidentemente incredulo, esclamò: – Perché mai Siila ti avrebbe lasciato in vita? – Volle sfruttare l'inganno in cui mia moglie avrebbe voluto farlo cadere. Aver mostrato al popolo anche la "mia" testa aveva reso completo il suo trionfo su tutti i suoi nemici ora che per tutti anche l' Embratur degli Italici ribelli era morto. Con me in vita, accecato e ridotto in schiavitù nella stessa Roma, la sua sete di vendetta otteneva ancora di più: la mia umiliazione a vita e, attraverso me, l'umiliazione perenne di tutti i Sanniti pentri. Progettò che il mio dolore dovesse rinnovarsi giorno dopo giorno, fino alla mia morte che avrebbe dovuto coincidere con la sua. Fu questa, ai suoi occhi, la sua vittoria più raffinata. Più dei suoi trionfi su Mitridate o sullo stesso Mario. L'ultimo Meddiss toutico, l' Embratur del popolo che a Caudio aveva umiliato Roma e rovinato la sua gens , il comandante supremo di quella gente "feroce" e guerriera la cui scomparsa totale era per Siila l'unica garanzia per la sicurezza dei Romani. Il capo dei capi dei Safinos costretto ad assistere al trionfo di Lucio Cornelio Silla, all'avvento del suo potere assoluto, alla restaurazione della grandezza di Roma. Capite, ora? Ancora una volta solo il silenzio rispose alla domanda del vecchio. – Nei mesi in cui mi ha tenuto prigioniero, prima che morisse, egli mi faceva informare delle sue vittorie e di tutti i trionfi di Roma ovunque accadessero. Sapevo puntualmente delle sue vendette contro i nemici e delle proscrizioni, delle riforme che avrebbero riportato la Repubblica all'antica purezza, ma con un potere e domini immensamente più grandi. Roma, dopo la definitiva scomparsa dei Sanniti, e grazie anche al loro sangue, avrebbe potuto finalmente dominare il mondo. Chiese dell'acqua. Gli fu portata dal servo Elvio, anch'egli come gli altri incredulo di quanto le sue orecchie stavano udendo. Riprese. – Fui messo a conoscenza di tutti i dettagli della devastazione cui sottopose la mia terra e della deportazione della nostra gente. Un suo centurione recitava per me, una volta al mese, l'elenco dei nomi di capi famiglia catturati e decapitati nel Sannio da Verre e m'informava del destino di ogni famiglia i cui membri erano trucidati e i figli condotti in terre lontane. Le giovani stuprate, i giovinetti fatti schiavi. Seppi ancora delle distruzioni, della rovina delle cinte murarie di ogni tipo e delle città fino al più piccolo vico... Un resoconto puntuale in cui le atrocità venivano narrate ridendo. Forse Silla sperava in un mio suicidio. O forse era solo il suo modo di torturarmi. Si avverava ciò che aveva promesso: la cancellazione della nazione sannita e della sua memoria; l'oblio eterno dei nomi dei luoghi e dei monti abitati dai Pentri. Fui anche costretto, il giorno della ricorrenza, a essere presente alla festa della vittoria che ricordava la battaglia di Porta Collina e l'eccidio dei guerrieri sanniti... il mio servo doveva raccontarmi tutte le cose che io non potevo vedere. Anche le più oscene contro il mio popolo. Kaeso, fuori della stanza, annuì conservando l'espressione di stupore e terrore assunta fin dall'inizio di quel racconto. I suoi occhi erano sgranati all'inverosimile. Lucio Stazio e Livia apparivano impressionati da ciò che udivano, così come il loro servo che aveva continuato ad ascoltare anch'egli fuori della stanza. Nessuno osò ancora fiatare. – Una crudeltà – riprese il vecchio, – superiore a ogni umana immaginazione. Poteva dirsi uomo Lucio Cornelio Silla, il dittatore dei Romani? Poteva avere sentimenti umani il capo di un popolo tanto crudele? Quando fui accecato, la notte della mia prima cattura diciassette anni fa, l'ultima cosa che mi fu concessa di vedere era stato lo sterminio di tutti i membri della mia famiglia. Tutto per un suo preciso ordine. Chinò il capo e, per la prima volta dall'inizio del suo narrare, una smorfia di dolore gli apparve nel volto. – Aveva deciso l'estinzione del sangue della mia famiglia oltre che della mia touto... Una lunga pausa come a cercare un pensiero più profondo degli altri. – M a il romano non ha vinto – disse, e alzò la testa in un rigurgito di orgoglio. Livia strinse forte la mano del marito, mentre un dolore acuto le attraversò il petto. Lucio Stazio si scosse e riuscì a parlare. Si accorse in quel momento di avere la bocca secca. – Cosa... che cosa vuoi nella mia casa, forse ti sono venuti meno gli aiuti statali? Perché racconti a noi rutto questo. Sono storie passate. Silla è morto da anni, ormai. Anche se tu... anche se voi foste davvero chi dite di essere, che senso ha ricordare il passato. E perché farlo oggi, qui in casa mia? Gavio Papio Mutilo alzò il capo e volse i suoi occhi spenti verso i coniugi; sembrava che li vedesse. – Una notte di sedici anni fa – disse lentamente – riceveste qualcosa da custodire. Lo avete fatto bene. Qualcosa, o meglio, qualcuno che è caro a me come a voi, ma che non vi appartiene. Quel ragazzo è sangue del mio sangue e parte della grande nazione safina. È l'ultimo dei Papii. Appartiene ai suoi monti, non a voi e tanto meno a Roma. Livia emise un urlo appena soffocato, il marito dovette sorreggerla. La donna cadde, esanime, fra le sue braccia. Nicola Mastronardi Fonte: N. Mastronardi, Viteliù. Il nome della libertà , Itaca, Castel Bolognese 2012.

  • Un paesaggio di guerra

    Panorama di Capracotta ed il direttore ministeriale nazista A. I. Berndt. Un paesaggio in crescita offre grandi vantaggi a chi lo usa per difendersi; così insegnano le esperienze della tradizione classica. Ma già al giorno d'oggi nei principali campi di battaglia della guerra mondiale, questa affermazione ha perso validità. Vale solo con limitazioni e su teatri secondari, dove, per esempio, come nella guerriglia, il colpo sparato da un fucile nascosto su una collina ha l'ultima parola. Questo tipo di combattimento predatorio, antiquato e superato, è ancora soggetto a leggi da cui il corso delle grandi battaglie della guerra tecnologica si è da tempo distaccato; infatti, la potenza di fuoco, generata dal fronte compatto e concentrato delle armi pesanti e dal prodigo utilizzo di munizioni, ha tolto al terreno agricolo o non antropizzato il suo valore difensivo. Semplicemente il fuoco di sbarramento e i bombardamenti a tappeto spianano questi fragili scenari naturali. Al contrario nel caso di incertezze, chi attacca, grazie alla superiorità delle sue armi e del suo materiale bellico, rimane padrone del proprio spazio, perché sarà in grado di impedire lo spianamento di alberi, siepi, frutteti, boschetti di castagni o uliveti. Sa come sfruttare ogni possibilità di copertura e mimetizzazione del suo schieramento e della sua preparazione in un paesaggio così variegato. È lui a trarre vantaggio da questo terreno. Da tali esperienze e conoscenze, la leadership tedesca ha tratto le sue conclusioni relative alla scelta della zona in cui posizionare la linea del fronte attraverso l'Italia. Costringere il nemico, nel caso in cui non volesse rinunciare all'attacco, a colpire in punti dove la battaglia non possa essere decisa solo dalla superiore potenza di fuoco. I pendii rocciosi nudi e le masse montuose disboscate tra il Tirreno e l'Adriatico si ergono senza copertura e il paesaggio non offre riparo. Il difensore può concentrare così il fuoco delle proprie armi. sulle poche valli e strade che solcano questo territorio. Può scavare le postazioni in profondità nella roccia e nei punti dominanti, che non possono essere facilmente distrutti nemmeno da continui attacchi aerei. Di fronte all'artiglieria nemica si ergono le montagne, che in alcuni punti superano i 2.000 metri di quota e offrono al difensore protezione dietro le sue creste e dorsali. Nonostante la somiglianza di queste montagne calcaree, la vista che si presenta nella zona del fronte appenninico e abruzzese non evoca il ricordo delle formazioni rocciose alpine che si ergono maestose oltre il limite arboreo. La grandiosità della forma primigenia si trova in questa zona d'Italia solamente in rari casi, dove le pareti rocciose emergono dalla corona del bosco autunnale tutt’attorno, caratterizzato dal rosseggiare dei faggi e delle querce, dal viola cupo della vegetazione spoglia, dal velluto verde scuro degli agrifogli. Orograficamente prevalgono invece le enormi dorsali, le forme coniche troncate, mentre le cime, nude, spoglie e prive di vegetazione, giacciono come ossa sbiancate dal sole. Involontariamente, anche senza conoscere la storia della sua desolazione, abbiamo la sensazione di trovarci in mezzo a una montagna devastata e morta, e temiamo di cadere sotto l'incantesimo dell'immobilità di questo paesaggio lunare. Tuttavia, il suo grigio non è morto; è risvegliato dalla luce limpida tipica dell'altitudine e del Mezzogiorno.  Le superfici rocciose illuminate dal sole brillano cangianti, chiare e colorate. La durezza dell'ambiente è addolcita e ammorbidita da ombre profonde e plastiche, il cui profondo blu, dato da un'alternanza tra luce e oscurità, avvolge e leviga gli aspri rilievi. Niente di vivo prospera qui sotto il sole. Non si vede nessuna traccia di vegetazione, ma una cosa la natura concede in abbondanza: «la luce del sole e l'ombra della terra». Sappiamo che la spogliazione forestale delle montagne fino al fondovalle è opera dello sfruttamento umano. Già nell'antichità iniziò il disboscamento, specialmente quando Roma fu costretta durante le guerre puniche a costruire flotte imponenti. Dove ancora oggi il bosco cresce sui pendii e dove una corona protettiva di foreste ammanta una cima, si può vedere l'effetto benefico nella conservazione dello strato fertile del suolo. Fino a 1.500 metri di quota durante l'ascesa alle montagne, si susseguono le terre rosse di origine carsica appena arate, i pascoli e i prati che si rinverdiscono dopo l'inverno. Là dove la cima, nuda e priva di vegetazione, precipita verso il basso, i torrenti invernali e primaverili, le cui scanalature sono incise nella roccia come le nervature di una foglia, trascinano tutto il terreno fertile nelle valli e nelle gole. Solo laggiù, nelle depressioni, prospera una vegetazione più rigogliosa, impostata su un terreno alluvionale profondo. L'aspetto implacabile che suscitano i massicci rotondi e imponenti non corrisponde alla loro struttura rocciosa; infatti, il loro calcare è friabile e lo dimostra l'aspetto frantumato e frastagliato di molte montagne. La popolazione diminuisce dalle pianure costiere a est e a ovest verso l'alto Appennino. Tuttavia, è sorprendente fino a quali altezze inospitali i villaggi di montagna si aggrappano ai ripidi versanti rocciosi. Cercano sempre punti inaccessibili e dominanti, invece di espandersi nella fertile pianura. Una lunga storia di insicurezza politica, guerre reciproche e brigantaggio, contro cui di tanto in tanto i papi cercavano di intervenire nel territorio dello Stato Pontificio, si riflette nella struttura compatta di questi villaggi e paesini di alta quota. Si raggruppano strettamente come castelli, là dove un tempo solo rocce e alture potevano scoraggiare i disturbatori. Visti dal basso, sembrano disegnati segretamente nel profilo naturale della montagna, come immagini illusorie. Come una merlatura scolpita nella pietra, il paesino di Capracotta si snoda lungo la cresta attraversata dalla strada del passo. Solo il bagliore delle finestre alla luce rossa dell'alba rivela improvvisamente un'opera umana, che appare come una crescita di cristalli di roccia opachi, incastrati l'uno nell'altro, là in alto. Altrove, la strada si snoda per chilometri attraverso un'ampia valle alta, incastonata tra due coni di pietra, che nella sua desolazione sembra una coppa vuota sollevata verso la luce. Solo nelle alte brughiere e nelle lande della Scozia si può ritrovare la stessa silenziosa magia. Durante il viaggio da queste regioni poco sviluppate, conosciute solo in parte come aree sciistiche dai romani, verso ovest, assistiamo all'abbassarsi delle montagne fino alle pianure laziali e campane. Anche il fronte segue questo profilo discendente. Alle quote intermedie, le colture delle valli si estendono ancora sui pendii. In particolare, il tocco argentato degli estesi uliveti si stende sulle alture e sulle depressioni. I motivi delle colline spoglie e prive di foglie coprono la salita. Quando scendiamo sotto i 500 metri, riappaiono le chiome larghe e scure dei pini marittimi. I noci fiancheggiano le strade, i castagni crescono rigogliosi dai ceppi come boschetti o formano fertili frutteti. Ogni pietra è coperta di rovi, gli ultimi ciclamini fioriscono sul ciglio della strada. Le canne erigono muri alti e impenetrabili. Così siamo scesi nell'antico territorio delle pianure fertili e coltivate. Il contadino è sempre stato di casa qui. Tra queste pianure si ergono antiche località come Tibur  e Tusculum , tutte residenze di imperatori e generali romani, e ora castelli papali. E su un'altura solitaria si erge l'Abbazia di Monte Cassino, da cui si irradiò l'ordine benedettino. Vedere oggi la guerra totale attraversare questo paesaggio umano e passare attraverso luoghi venerabili, che uno dopo l’altro e senza vantaggi militari cadono vittime del terrore dei bombardieri anglo-americani, è un'esperienza che ci fa dubitare della realtà. Al contrario, il mondo spoglio delle ciclopiche strutture di pietra ci appare come la vera Heimat  della guerra. Questo mondo è destinato a essere il teatro del conflitto, e lo scontro tra ferro frantumato e roccia manca dell'assurdità incendiaria, che proviamo di fronte a un cratere di bomba come se fosse la pianta di una chiesa paleocristiana. Alfred-Ingemar Berndt (trad. di Luca Ciprari) Fonte: A. I. Berndt, Die Landschaft des Krieges , in «Deutschland im Kampf», 113-116, Berlin, maggio-giugno 1944.

  • La famiglia Castiglione, dalle Marche a Capracotta

    Cartolina della famiglia Castiglione. Da documenti famigliari, sappiamo che intorno al Cinquecento un tale Giovanni Castiglione, perseguitato politico, fuggì dalle Marche con molte ricchezze e si sistemò a Capracotta per trovare sicurezza in questo alto e isolato monte. Costruì, all'ingresso della Terra Vecchia, una parte dell'attuale casa di famiglia col sottoposto giardino sulle rupi spendendo 500 ducati, somma enorme per l'epoca. Non si hanno altre notizie precise sugli immediati discendenti di Giovanni per mancanza di documenti. Infatti, i primi registri parrocchiali sono del 1644 e le numerazioni dei fuochi conservate nell'Archivio di Stato di Napoli andarono completamente distrutte durante gli avvenimenti della Seconda guerra mondiale. Nei registri della Dogana di Foggia, tra i locati, cioè coloro che erano autorizzati a spostare le loro greggi lungo i tratturi per svernare nei pascoli del Tavoliere della Puglia, troviamo nel 1639 Vincenzo Castiglione e, dal 1720 al 1740, Giovanni Castiglione. Durante l'epidemia di peste del 1656, il casato rischiò di scomparire: morirono 10 componenti della famiglia e si salvò un unico maschio di nome Salvator. Per quanto riguarda la farmacia, la famiglia Castiglione conserva tuttora un interessante documento storico del 1808 dell'allora re di Napoli: Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Il sovrano francese autorizzava Domenico Castiglione di Capracotta a esercitare il mestiere di « speziale di medicina » , così come si chiamava allora il farmacista. Arrivando a tempi a noi più vicini, l'esponente più popolare e illustre della famiglia Castiglione è indubbiamente Filiberto Castiglione: farmacista, come da tradizione famigliare, e podestà di Capracotta. Filiberto nacque a Capracotta il 19 dicembre del 1889 da Costantino (25/12/1856 - 08/05/1943) e Vittoria Falconi (02/09/1864 - 22/11/1892). Morì il 18 aprile 1973 a Campobasso. Frequentò il Liceo a Sessa Aurunca (CE). Conseguì la laurea in Chimica farmaceutica presso l'Università degli Studi di Roma nel 1913. Iniziò l'attività professionale presso la farmacia dell'ospedale di Verona. Prese parte alla Prima guerra mondiale e fu di stanza nella sanità militare ad Ancona (1915-16) e a Chieti (1916-17), sul fronte veneto nell'ospedale da campo "057" dal 1917 al 1918. Terminata la guerra, tornò a Capracotta dove esercitò presso la farmacia fino all'arrivo degli Inglesi nel novembre del 1943. Nella sua farmacia preparava, come si usava all'epoca, sciroppi, pomate, suturava ferite, medicava tutti con abilità, altruismo e generosità. Così lo ricorda ancora oggi l'avvocato Giannino Paglione: «Chimico farmacista, con le sue intuizioni galeniche, riusciva a prestare conforto a chi ne aveva bisogno. Era amico fraterno di mio padre e ricordo le tante telefonate da Busso a Capracotta, e viceversa, per reciproche consultazioni in casi complessi». Podestà negli anni Trenta e Quaranta e durante l'occupazione tedesca, riuscì, inizialmente, a conciliare le esigenze degli occupanti con quelle della popolazione. Salvò dalla distruzione tedesca la piazza Stanislao Falconi e il palazzo comunale e, malgrado il pericolo, con i funzionari Achille e Gustavo Conti, Michele Ianiro, Arnaldo Sammarone, con il messo Donato Carnevale e la guardia municipale Antonio Sammarone, riuscì a mettere al sicuro ciò che si poteva dei documenti e dei registri comunali, scaraventandoli dalle finestre. La sua abitazione non venne distrutta perché sede della farmacia. Sempre in prima fila con don Leopoldo Conti, don Carmelo Sciullo, il suo amico radiologo Mainardo Tomiselli ed altri volontari per avvisare i capracottesi dei pericoli incombenti: reclutamento degli uomini, distruzione ecc. Da testimonianze dirette sappiamo che nascose diversi giovani nel salotto della sua casa, con balcone che dava sulle Ripe, mascherando la porta con un armadio. In caso di pericolo un particolare segnale avvisava i rifugiati che si calavano con robuste funi nella parte posteriore della casa per fuggire o ripararsi negli anfratti dei Ritagli. Quando giunsero gli Inglesi, nel novembre 1943, il comando alleato stabilì il trasferimento del dott. Filiberto in un centro di raccolta di esponenti fascisti in Padula (SA): decisione quanto mai non giustificata da alcuna necessità perché il dott. Castiglione, che non aveva mai fatto del male a nessuno, non costituiva certo un pericolo per il nuovo esercito di occupazione. Ciò è anche ribadito da don Carmelo Sciullo, che tra l'altro dice che «don Filiberto fu caricato su un camion come uno che aveva fatto del male, quando invece aveva tanto lavorato nel periodo così triste di Capracotta, e anche prima, a favore della popolazione; non gli fu permesso neanche di salutare la famiglia e la moglie». Vi fu una raccolte di firme per chiedere la revoca del provvedimento di internamento: questa iniziativa aggravò la sua situazione gli Inglesi si convinsero che era un personaggio molto influente e quindi pericoloso. Nel 1945, quando tornò da Padula, lavorò nella farmacia di Baranello fino a quando, nel 1953, vincitore di concorso, ne aprì una nuova a Campobasso che prestò, ininterrottamente, servizio notturno per parecchi anni ed è ora condotta dal nipote Filiberto Castiglione. Fu amato e apprezzato a Baranello come a Campobasso ove continuò a preparare cialdini e prodotti galenici con i figlioli fino alla bella età di 80 anni, quando cominciarono a venirgli meno le forze. Fu presidente dell'Ordine dei Farmacisti di Campobasso per diversi anni. Si spense serenamente e dolcemente, così come aveva vissuto, ad 83 anni, il 18 aprile 1973 nella sua casa di Campobasso. Il funerale si tenne a Capracotta. Furono in tanti a seguire il suo feretro, in una luminosa giornata di primavera, dalla Chiesa Madre di S. Maria in Cielo Assunta al cimitero ove ora riposa, con i suoi cari, nel cappellone degli Arcangeli. Domenico Di Nucci Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .

  • Un architrave che ricorda l'espansione di Capracotta nel XVII secolo

    Il luogo in cui giace l'architrave. Su segnalazione di Pasqualino Potena, ho tentato di studiare la "pietra parlante" che giace, apparentemente abbandonata, al termine di via S. Giovanni, lì dove il civico 93 cede il passo al primo numero di via Maiella, a due passi dalla monumentale fontana della «nettezza, salute e civiltà». In quello spazio, oggi desolatamente vuoto, vi era un tempo un arioso palazzo ch'è stato abbattuto dalla furia nazista nel novembre '43. La famiglia che lo abitava emigrò oltreoceano, per cui l'edificio, nel dopoguerra, non venne ricostruito. La pietra in questione, dicevo, è chiaramente un architrave e probabilmente era quella del portone principale del palazzo in questione. Sulla facciata a vista sono incisi quattro caratteri, il secondo dei quali è oggettivamente insolito. A mio avviso, però, rappresenta il numero 7, motivo per cui quella scolpita potrebbe essere una data: 1700. Non è da escludere che, al di sopra dell'architrave, vi fosse un'altra pietra lavorata recante lo stemma di famiglia. L'incisione preente sull'architrave di via S. Giovanni. Questo significherebbe che il palazzo demolito nel 1943 era stato edificato due secoli e mezzo prima, al termine di quel processo che, a partire del XVI secolo, aveva portato l'urbanizzazione di Capracotta, stretta tra le mura della Terra Vecchia, ad estendersi a sud verso la Chiesa di S. Antonio di Padova, ad ovest verso la Chiesa di S. Maria delle Grazie, ad est verso la Chiesa di S. Antonio Abate, e a nord verso la Chiesa di S. Giovanni Battista. Il nostro edificio del 1700 potrebbe allora rappresentare il culmine dell'espansione a settentrione. Chiaramente, la mia è una semplice supposizione, per cui ben vengano ulteriori riflessioni in merito a questa pietra che tutti possono ammirare dopo una passeggiata nel cuore del rione di S. Giovanni. Francesco Mendozzi

  • Glass

    Chiara Sozio, di origini capracottesi. Chiara Sozio, per metà toscana per metà molisana, nasce e cresce con la passione per la filosofia, per i libri e per la poesia. Scrivere l'ha aiutata ad uscire da un momento poco luminoso della sua vita. I bambini le hanno fatto ricordare la bellezza delle piccole cose. Le piace passare le giornate camminando tra la campagna. Era la regina di un castello fragile e corruttibile. Contro le pareti aveva cercato di infrangersi. A pezzi, come l'anima della regina, cercava di ricostruirlo tagliandosi. Esposta senza protezioni. abitava adesso il vento. Piantato sul nulla di detriti di vetro. Troppo taglienti da raccogliere. Troppo taglienti da buttare via. Chiara Sozio Fonte: C. Sozio, Giona , Aletti, Villanova di Guidonia 2019.

  • Teodolindo Castiglione

    Una delle opere più note di Teodolindo Castiglione. Teodolindo Castiglione era il figlio più giovane dell'immigrato italiano Vincenzo Castiglione, farmacista originario di Capracotta, oggi provincia di Isernia, in Molise, che si stabilì a Ibitinga, in Brasile. Egli fu un importante avvocato paulista, che ricoprì la carica di vicepresidente dell'Ordine degli Avvocati della città di San Paolo. A lui è intitolata una strada di quella città. Aveva sposato Helena Delfino Amorim Lima, dalla quale aveva avuto due figli: Reynaldo e Georgina, quest'ultima sposata con Lino Otto Bohn. Eminente professore e scrittore, Teodolindo Castiglione ha scritto molti libri. Tra questi: " Os recibos de quitaçâo e as renuncias no direito trabalhista " (Le ricevute di pagamento e le rinunce nel diritto tributario, 1943); " A eugenia no direito de familia " (L'eugenetica nel diritto di famiglia, 1944); " El Código Penal brasileiro " (Il Codice Penale brasiliano, 1956); " Estabelecimentos penais abertos e outros trabalhos " (Istituti di pena aperti ed altri lavori, 1959); " Lombroso perante a criminología contemporanea " (Lombroso di fronte alla criminologia contemporanea, 1962); " A tomada da Bastilha " (La presa della Bastiglia), conferenza tenuta al Teatro "Río Branco" di Ibitinga il 14 luglio 1922. Antonio Virgilio Castiglione (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: http://www.immigrationfromcapracotta.com/ .

  • Viaggio tra i tesori nascosti della Chiesa di Capracotta (IV)

    Il pulpito della Samaritana al pozzo Il pulpito della Chiesa Madre. «Guarda da che pulpito viene la predica!» è la tipica esclamazione rivolta a chi ci rimprovera quegli stessi difetti che anch'egli possiede ma di cui non si rende conto. Il pulpito, in effetti, è una piattaforma rialzata presente in quasi tutte le chiese di una certa età, la cui struttura era funzionale alla predica. Dal pulpito il sacerdote s'innalzava al di sopra della folla e ammoniva, spiegava, redarguiva, benediceva. I migliori proponevano dal pulpito l'esegesi delle Scritture, i peggiori lo usavano a mo' di palco per i comizi elettorali. La ricca Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta, sulla prima colonna della nave di destra, ha un pulpito con base in marmo e parapetto in legno, sul quale è presente un prezioso dipinto, riferibile ad un pittore di scuola napoletana del XVIII secolo, che raffigura Cristo e la samaritana. A destra, in basso, sono presenti tre personaggi, mentre a sinistra è visibile una figura femminile ed, in secondo piano, delle colonne in un paesaggio collinare. L'episodio della samaritana al pozzo è narrato soltanto nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù cambia radicalmente la vita di una donna che era giunta al pozzo per riempire la sua brocca d'acqua. Il messaggio teologico sta proprio nell'incontro con Cristo: chi Gli si avvicina e si abbevera alle Sue acque, avrà l'esistenza rivoluzionata, piena, redenta. Dio, dunque, è una possibilità di salvezza e la samaritana ha deciso di prendere sul serio quella possibilità. Il rischio, tuttavia, è quello di passare vicino al pozzo senza fermarsi. Questa la narrazione evangelica: Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, – gli disse la donna – dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: "Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura?". Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Binazzi, Cristo e la samaritana al pozzo nella iconografia dei primi secoli , in «Bessarione», 4, Roma 1989; L. Campanelli, La Chiesa Collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Palazzo Capracotta a Napoli

    La facciata di Palazzo Capracotta. Il Palazzo Capracotta è un palazzo monumentale di Napoli, ubicato in via Monte di Dio. Il palazzo, tra i più antichi della strada, venne costruito verso la fine del '500 dalla ricchissima famiglia Carafa di Stigliano (committente anche dei palazzi Cellammare e Donn'Anna). Nel 1606 passò ai De Leyva che lo tennero per pochi anni, in quanto già nel 1618 venne ceduto ai Manriquez (che ne erano ancora proprietari nel 1689, come testimoniato dalla relazione censuaria di Antonio Galluccio sulla collina di Pizzofalcone). Nel corso del secolo successivo divenne proprietà dei Capece Piscicelli, duchi di Capracotta, i quali si estinsero nel 1859 con la morte di Beatrice Capece Piscicelli. A partire da quell'anno il titolo ed il palazzo passarono al nipote Giovanni Piromallo (trasformatosi nel corso del '900 da dimora nobiliare a condominio benestante). Il palazzo si presenta con una veste neoclassica, certamente dovuta ai rinnovamenti apportati nella prima metà del XIX secolo. Una traccia della costruzione originaria va rintracciata nelle ornie di piperno che avvolgono alcune finestre del piano ammezzato. Degno di nota è anche l'austero ed imponente scalone che si apre a destra dell'androne. Allo stato attuale il palazzo è ben tenuto, avendo giovato di massicci interventi manutentivi negli anni '00. Italo Ferraro Fonte: I. Ferraro, Napoli. Atlante della città storica: Pizzofalcone e "Le Mortelle" , Oikos, Napoli 2010.

  • Amore e gelosia (XXIX)

    XXIX Mi sono sempre chiesto: ma come vivevano per davvero i nostri antenati di inizio secolo scorso, come erano coinvolti dai loro sentimenti, come erano forti l'amore e la passione? Sì, perché è inutile nasconderselo, oggi non viviamo più allo stesso modo le nostre storie, i nostri amori e perché no? Anche i nostri odi, l'invidia e il rancore. Tutto sembra si sia affievolito, diluito e addirittura sciolto all'interno di un calderone in cui si sono mescolati con: l'egoismo, la vanità e la ricerca della vita bella, piena di impegni, con decine di storie per ognuno di noi e tutte senza alcuna profondità né alcun coinvolgimento estremo, solo interessata partecipazione, ma neppure tanta. Mi sbaglio? Ho un'idea falsa della realtà? Può darsi... ma vivo da osservatore da anni, ho insegnato ai giovani per decenni e i cambiamenti ho potuto seguirli passo passo. Una storia d'amore appassionata, romantica, vissuta con gioia totale, amore perenne e imperituro, dando tutto se stesso o tutta se stessa all'altro o all'altra... Beh, non ve ne sono tante in giro. In giro c'è sesso, quello è a gogò, e lo si scambia per amore: talvolta lo è, ma quasi sempre è tutt'altro. In giro c'è edonismo e narcisismo: siamo tutti divenuti pavoni e narcisisti, pronti a far mostra di sé ovunque e in ogni occasione. In giro c'è voglia di far baldoria e vita bella con gli amici, dimenticando a casa il marito, la moglie e perfino i figli se del caso. Non voglio apparire un moralista, ho tutti i miei peccati esposti alla luce del sole: ma questa è la realtà che appare ai miei occhi e che ci rende così distanti, anni luce distanti da come vivevano i loro amori, che al massimo erano uno o due per una vita, i nostri antenati... Elisa, la bella nocerina, e Salvatore, il poeta napoletano sommo, si amavano molto di più di quanto noi possiamo oggi concepire: si incontrarono, si riconobbero e non si lasciarono più, mai più: uniti per la vita. Questo andava chiarito: ora la nostra storia che li riguarda può proseguire... Francesco Caso

  • I fan di Capracotta

    Corso S. Antonio dopo la nevicata del 2003. Può un paese avere un fan club? La risposta è affermativa ed il paese in questione è Capracotta. Gli appassionati di meteorologia che partecipano ai vari forum di Catalogna o di Spagna studiano in maniera esaustiva le condizioni meteorologiche di questa località e oltre a ciò promuovono iniziative tese ad organizzare escursioni per conoscere più da vicino ciò che avviene in questa zona montuosa del centro Italia. Però spieghiamo la causa dell'interesse per Capracotta. Situato negli Appennini a 1.420 metri sul livello del mare, nella provincia di Isernia al confine con l'Abruzzo e con una popolazione di 1.121 abitanti, Capracotta è orientato in modo tale da ricevere l'ondata diretta delle perturbazioni provenienti da ovest, da est e da sud. Ciò che desta curiosità è che le perturbazioni provenienti da ovest che giungono in Catalogna solitamente esaurite, hanno però il tempo di raccogliere abbastanza umidità del Mediterraneo e, di conseguenza, interessare gli Appennini con rinnovata energia: per cui essendo ubicato ad una considerevole altitudine, Capracotta ha delle nevicate "con i fiocchi". Nella piazza del paese opera una webcam che i tanti appassionati di meteorologia utilizzano per osservare gli enormi accumuli di neve: se solo citiamo il dato degli oltre 3.397.000 accessi registrati fino al 28 dicembre 2007, ci possiamo fare un'idea di quanto interesse risvegli la neve in questa zona. Alfred Rodríguez Picó (trad. di Virginio Mirra) Fonte: https://www.elperiodico.com/ , 29 dicembre 2007.

  • La morte dell'on. Tommaso Mosca

    Tommaso Mosca (1859-1927). Nell'età di 68 anni si è spento in Roma il 24 marzo l'On. Tommaso Mosca, già Deputato del Collegio di Agnone, al Parlamento Nazionale. Le competizioni, le lotte che si sono svolte vivacissime pro e contro di Lui, per più di un decennio, nel Collegio nostro sono ormai lontane nella memoria di tutti. Gli eventi che da alcuni anni hanno mutato profondamente indirizzi, metodi, sistemi politici e civili consentono ora solo per poco o solo a pochi, nella intimità della memoria, rievocazioni di fatti e di uomini rappresentativi di altri tempi. Nondimeno noi crediamo doveroso l'omaggio alla memoria dell'On. Tommaso Mosca, che fu magistrato insigne, che per meriti indiscussi raggiunse i più alti gradi della magistratura italiana, e che fu nostro comprovinciale illustre. Se la gratitudine fosse, come dovrebbe essere, una delle prime virtù dell'animo umano, molti dovrebbero serbare gratitudine e dimostrarla pubblicamente all'On. Mosca, che ha beneficato molti. Nella speranza vivissima che questo avvenga, l' Eco intanto si associa al gravissimo lutto di Capracotta, della Provincia nostra, della Magistratura italiana, inchinandosi riverente alla memoria dell'Onorevole Tommaso Mosca. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, La morte dell'On. Tommaso Mosca , in «Eco del Sannio», XXXIV:4, Agnone, 8 maggio 1927.

  • In Italia la caccia al lupo si fa dalla finestra

    Capracotta, dicembre. I lupi scendono a Capracotta, con la prima neve. Sono magri, affamati: da due mesi non c'è più un gregge, sui pascoli alti. L'odore delle stalle li attira, dopo il tramonto, in paese. È tempo di preparare le cartucce coi pallottoloni grossezza "numero uno". La settimana tra Natale e Capodanno, quando le notti, avvicinandosi la luna piena, si faranno più chiare, sarà propizia per chi voglia prendersi il gusto di fare qualche buona schioppettata, senza affrontare grosse fatiche, senza prender freddo, senza infangarsi. Ci sono due maniere di dare la caccia al lupo (e, dicendo questo, non si tiene conto della trappola, della tagliola, del boccone avvelenato, che sono sistemi ai quali il cacciatore vero non ricorre mai). D'estate si fa la "mena". Si va a cercare il lupo nelle zone più lontane e selvagge della montagna; tre o quattro buoni tiratori si mettono in agguato, nei passaggi obbligati; quindici o venti battitori, con trombe e mortaretti, si dispongono in cerchio nella boscaglia ed avanzano verso il punto dove gli altri attendono, bocconi, col fucile spianato. Il loro compito è di fare il più gran fracasso possibile perché il lupo non tenti di rompere il cerchio che va stringendosi attorno alla tana ma fugga, invece, verso il luogo dove gli è stato teso l'agguato; e non si stenterà a credere che proprio i più paurosi sono, di solito, eccellenti battitori. Durante l'inverno, cioè dalla fine di novembre alla fine di marzo, si fa la posta; ed è molto più comodo. Non c'è da affaticarsi con lunghe marce. Si può stare in pantofole; e, per vincere la noia dell'attesa, c'è sempre la possibilità d'avere una tazza di caffè caldo o un pungo di castagne arrosto; perché la posta la si fa in paese, senza uscire di casa. La caccia al lupo, in questa stagione, non sdegna piccoli conforti: si appoggia il fucile al davanzale della finestra e si tiene un cuscino sotto le ginocchia. Quando gli armenti abbandonano i pascoli di montagna e vanno a svernare nella pianura pugliese, anche il lupo scende più a valle e si avvicina all'abitato. Per qualche settimana vive nel bosco e non ne esce che molto di rado; ma, con la prima neve, caduta in letargo la maggior parte dei piccoli animali selvatici, la fame lo spinge ad avventurarsi anche tra le case. Soltanto i grandi greggi sono partiti per Minervino o per Lucera; e c'è sempre qualche centinaio di pecore che sverna, al chiuso, in ogni villaggio dell'Abruzzo e dell'Alto Molise. Il lupo tenta, ogni notte, l'assalto alle stalle. Pescasseroli, Barrea, Rivisondoli, Pescopennataro, Alfedena, Pescocostanzo, Vastogirardi sono paesi di lupi; ma più di tutti, forse, è Capracotta. Qui, davvero, non c'è bisogno di passare la notte all'addiaccio per far la posta al lupo. È il lupo che arriva, col buio, e si aggira per le strade. Lo attira l'odore caldo degli ovili. Se non ci sono cani, se c'è una breccia aperta, gli può andar bene: si rifarà, in un quarto d'ora, di molti giorni di digiuno. L'ultima strage fatta entro l'abitato di Capracotta può dare la misura della sua ferocia: un lupo solo, in via Nicola Falcone, a due passi dal municipio, ha sgozzato quindici pecore; poi, entrato in una stalla vicina, ha ucciso e trascinato via una capra. Il pastore Vincenzo Sozio ed i suoi familiari, che abitano proprio sopra la stalla, non hanno sentito nulla. La strage, come sempre, era stata silenziosa. Le pecore belano soltanto in due casi: quando hanno bisogno di sale e quando stanno per partorire. Alla apparizione del lupo battono la zampa a terra, come fa il coniglio impaurito e, se è preclusa ogni via alla fuga, si stringono una contro l'altra, si lasciano scannare in silenzio. Fatte queste premesse, introdotto il lettore in un paese tra le cui case si aggirano, tutte le notti, i lupi affamati, sarebbe facile continuare il discorso con un tono da storia dell'orco. Forse è proprio quello che ci si aspetta. Ma, anche avendo nelle mani una così seducente materia, la cosa più interessante che si possa raccontare resta sempre la verità. Da Capracotta non può venire nessuna conferma a Cappuccetto Rosso. Che sono questi lupi? Sono grosse bestie di pelo rossiccio (un lupo abruzzese adulto pesa, talvolta, sessanta chili; ed è tutto muscoli ed ossa: non si pensi di trovare sotto la sua pelle una sola noce di grasso). Il lupo ha zanne terribili; e gli occhi, come si legge nella favola, sembrano davvero carboni accesi. È proprio identico a quelli che si vedono nella vecchia stampa popolare della slitta che fugge in una desolata distesa di neve, mentre la famelica torma l'insegue, implacabilmente, sempre più da vicino. Il cocchiere tiene la frusta per la parte più sottile e se ne serve come di un randello, ma già uno dei tre cavalli, azzannato alla gola, s'impenna. Un passeggero, sporgendosi oltre la spalliera, ha fatto fuoco con la grossa pistola; un lupo è caduto riverso, macchiando di rosso la neve; ma un altro ha già spiccaato il balzo e la prima ad essere sbranata sarà la giovane donna che si stringe nella pelliccia. Forse, in Siberia, sarà davvero così. Ma il lupo abruzzese va quasi sempre solo; al massimo in gruppi di due o di tre; ed ha paura dell'uomo. Chi vuole può passeggiare per le strade di Capracotta, con le mani in saccoccia, a qualunque ora della notte. Ad un tratto sentirà un tramestìo, a trenta o quaranta passi di distanza; scorgerà l'ombra di una bestia che galoppa, rasente al muro, verso la campagna. È il lupo che fugge. La fame lo spinge ad avventurarsi tra le case; ma si aggira sempre furtivo, sospettoso, pronto a battersela al primo allarme. Fa come il cane randagio che dai contatti con l'uomo non ha mai cavato nulla di buono, ma solo pedate e sassate; e non aspetta che gli arriviate vicino; non fa distinzione tra il ragazzaccio e voi: scappa prima di essere a tiro. La posta al lupo è comoda; ma, per la ragione che si è detto più sopra, richiede una lunga, paziente preparazione. Bisogna che il lupo si fermi un momento, se si vuole avere il tempo di mettere a segno una buona fucilata. Sparargli mentre scivola nell'ombra, sospettoso e inquieto, significa sprecare la cartuccia. Allora, si fa a questo modo: si comincia ad adescare il lupo al tempo della luna nuova, quando la notte è perfettamente buia; ogni sera si mette un grosso pezzo di carne o un intero animale in un punto scoperto, a una ventina di metri dalla finestra alla quale, al momento opportuno, si starà appostati. All'alba si va a vedere; e, le prime volte, si troverà l'esca appena mordicchiata: il lupo ha fiutato l'insidia; si è avvicinato diverse volte; ha dato un morso ed è scappato via. In seguito, a poco a poco, si rinfrancherà e farà un pasto più abbondante; se si dovrà rinnovare l'esca, pazienza; ma si dovrà insistere per dieci o dodici giorni. Verso il decimo giorno di luna si potrà scorgere il lupo a due o trecento metri, in modo d'avere il tempo di prepararsi. È il momento buono. I sei o sette cacciatori si assegnano i turni a sorte. La veglia potrà durare dalle diciannove alle tre del mattino, ma il turno migliore è quello che va dalle ventuna alle ventuna e trenta perché, ritiratosi l'ultimo sonnambulo, Capracotta a quell'ora diventa deserta. Tolto un vetro a una finestra del primo piano, un cacciatore si mette in agguato. Gli altri aspettano al pianterreno, attorno al bracere. Fanno cuocere le castagne nella cenere calda; mettono a rosolare le salsicce. Un lume ad olio rischiara debolmente la scena; e sono state tappate con cura tutte le fessure della porta: guai, se trapelasse soltanto un filo di luce. Si intendono a gesti: il minimo rumore potrebbe compromettere ogni cosa. Questa è la posta al lupo, che i trattatisti considerano caccia grossa. È una lunga, monotona veglia che si concluderà con un'unica schioppettata. Ma a qualcuno certamente toccherà di sparare quella cartuccia, perché non si dà mai il caso che il lupo manchi all'appuntamento. Lo si vede apparire, furtivo, all'angolo della strada. Eccolo che si ferma a tiro, sopra l'esca. Uno starnuto basterebbe a farlo scappare come una lepre. Il cacciatore è appostato a una finestra del primo piano, e nemmeno una tigre divoratrice d'uomini dovrebbe fargli paura. Eppure, anche il buon tiratore talvolta si impressiona e sbaglia colpo. Quanti potranno essere i lupi che vivono su queste montagne? Non è facile fare il computo, perché il lupo, a differenza dell'orso, non ha mai una tana fissa e si sposta con facilità da una zona all'altra, percorrendo decine di chilometri in poche ore. Nell'Abruzzo e nell'Alto Molise ne devono esistere, comunque, parecchie centinaia. Sono vili, di fronte all'uomo; sanguinari e crudeli con gli animali che aggrediscono. Il lupo che riesce a superare le reti di uno stazzo o a penetrare in un ovile compie sempre una strage inutile; azzanna alla gola tutte le bestie che può; l'odore del sangue lo ubriaca, esaspera la sua ferocia. È una scena spaventosa che dura pochi minuti. Lascia a terra, sgozzate, quindici o venti pecore; ne porta via una sola, viva, per divorarsela in pace. L'afferra piantandole i denti nella collottola, la costringe a camminargli a lato, fianco contro fianco; e continuamente la sferza con la coda. È un fatto accertato centinaia di volte; e qualcuno ha creduto di escludere che il lupo, incitando a sferzate la sua vittima, compia un atto volontario e intelligente; si tratterebbe soltanto di un movimento riflesso, dovuto allo sforzo ed alla posizione del collo piegato, appunto, da quella parte. Ma i pastori dicono di no. Sono colpi duri; e il lupo picchia con maggiore violenza quando la pecora si impunta, o vuole che prenda la rincorsa ad un passaggio più difficile. È temuto da tutte le bestie, tranne che dall'orso e dal cane da pastore. Ma il cane da pastore non lo può vincere, e lo sa. Il suo compito è di ingaggiare battaglia, di tenere a bada il lupo perché non si avventi subito contro il gregge, di dar tempo agli uomini di accorrere. Sono zuffe furibonde: spesso ne resta vittima il cane; il lupo mai. Tanto è vero che, tra i pastori di Capracotta, si è tramandata come un fatto straordinario la storia di un mastino che, arrivato nello stazzo quando la strage era già cominciata, affrontò il lupo e lo uccise; poi accumulò sul corpo del vinto le venti pecore ch'erano state sgozzate e salì sulla catasta aspettando, trionfante, l'arrivo del padrone. Ritenuto autore della carneficina fu, invece, freddato con una schioppettata a bruciapelo. È uno dei tanti, ingenui racconti dei pastori abruzzesi. Ma è una leggenda. E certamente è leggenda anche la storia del toro che combatté col lupo e l'uccise. La carogna restò infilzata nelle lunghe corna e il toro non permise che alcuno si avvicinasse per levarla. La mandria scendeva a svernare nella pianura pugliese. Camminò cinque giorni, attraversò paesi e città, sempre con quel trofeo. La gente accorreva sbalordita. Arrivò a Canosa. Il corpo del lupo, ormai gonfio e semiputrefatto, cadde da solo; e finalmente il toro chinò la testa: non aveva bevuto né brucato un filo di erba, dal giorno della battaglia. Anche la storia del soldato sbranato, che ebbe credito alcune settimane fa su qualche giornale, è pura favola. A Vastogirardi ci fu, tuttavia, un caso tragico, l'estate scorsa. Un lupo idrofobo addentò quattro persone che morirono tutte, per il contagio. Era un vecchio lupo, tra i più grossi che si erano visti su queste montagne, ed aveva cicatrici in quasi ogni parte del corpo. Forse era stato, a sua volta, infettato da un cane. Fu visto aggirarsi nelle campagne di Capracotta, di pieno giorno. Si capì subito ch'era idrofobo e gli si diede la caccia, ma senza successo. A Vastogirardi, l'ultimo che aggredì fu un contadino intento ad arare il campo. L'uomo, non avendo via di scampo, sfilò il timone dell'aratro ed affrontò risolutamente la lotta. Fu una scena tremenda che durò parecchi minuti; ma, alla fine il lupo, colpito alla nuca da una violenta randellata, cadde a terra, morto. Il contadino si credette salvo. Era stato addentato ad una coscia e ad un braccio, ma le lacerazioni erano superficiali. Giudicò di potersele curare da solo e, quando lo portarono all'ospedale, il contagio aveva fatto troppa strada perché lo potessero salvare. Tommaso Besozzi Fonte: T. Besozzi, In Italia la caccia al lupo si fa dalla finestra: il tempo di ucciderlo è la decima notte di luna, dalle nove alle nove e mezzo , in «L'Europeo», VI:1, Milano, 1 gennaio 1950.

  • La guerra fredda

    Passano gli anni e della guerra fredda solo si sa che minacciosa dura. Si vive di speranza e di paura. E, con continua estesa propaganda si raccomanda sapersi meritar le promozioni nel fare ordigni per le distruzioni. C'è chi sostien di rinnovar le leggi, la Religion, le idee sociali, tutto. Che se d'accordo non sarà distrutto quello che è in vigor di vecchia usanza guerra ad oltranza!... senza pietà, né tregua o compassione se occorre la totale distruzione... L'altra parte sostien che si è in errore... Che quel che più convien è di tacere, se evitar si vuol di non vedere il cataclisma di una immensa fiamma... Che un tal programma, un tale inaccettabile desìo va contro ogni buon senso e contro Dio. E, mentre aumentan le voglie divise, l'odio e lo sdegno sono in gran progresso. Ma un passo falso non sarà lo stesso di quello di ogni tempo del passato... Se un pazzo nato vuol consigliar la prova, per gli onori, convien seguirlo a vista, e farlo fuori! Per questo sviluppar d'intelligenza l'uomo trascura il vero alto Comando che finge d'ignorarlo! E fino a quando non si convince che, se mette in giuoco tutto, ben poco ne sarà salvo. Una gran lotta a fondo spoglierebbe di beni e vita il mondo. Sono avversarï assai pericolosi. Non sognan, minacciandosi, che solo vittoria, per poter così, da un Polo all'altro dettar leggi ad ogni Stato. Perciò in agguato stanno continuamente, sostenuti dalla speranza, ed essere temuti. E mentre la gran massa spera in Dio per l'alterata e vile fantasia che può portare i capi alla pazzia, (i quali ognun vuol far troppo l'audace), ovunque gridan tutti: – Pace, pace. ( 1961 ) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.

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