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  • La famiglia Baccari di Capracotta

    La famiglia Baccari (anche Baccaro o del Baccaro), la cui presenza a Capracotta è attestata già alla fine del 1400, abitava nei cosiddetti quartieri "nuovi", detti di S. Antonio di Padova e S. Maria, che sorsero a mezzogiorno dell'abitato, tra il 1400 ed il 1505. Qui sorse il palazzo Baccari, vicino al quale si ergeva una cappella dedicata a S. Maria, che si presume fondata da questa famiglia. Infatti il piano soprastante la cappella era occupato da un convento o rifugio dei frati francescani, fondato nel 1546 da Donato Baccari. Nel 1561 è presente a Capracotta il Magnificus Bernerdinus Baccarius che, insieme alla moglie Giulia, e Johannes de Baccaro, viene censito nel Libro dei fuochi. Nel 1489 i Baccari acquistarono dalla famiglia Carafa la terza parte del castello disabitato di Staffoli che, nel 1492, risulta intestato a Colarosa e Isaia Bachariis di Capracotta. Nel 1540 la sesta parte del medesimo feudo viene intestata ad Andrea de Rosa de Bachariis per successione all'avo paterno Giacomo de Rosa de Bachariis. Nel 1571, invece, l'intero feudo di Staffoli è intestato a Quintiliano de lo Baccaro alias de Rosa di Capracotta, che succede al padre Nicola de Rosa de lo Baccaro. Essendo deceduto Quintiliano, nel 1572 il feudo viene intestato a suo fratello Altavilla de lo Baccaro alias de Colarosa. Nei documenti relativi a quest'ultima intestazione, viene nominato anche il feudo di S. Mauro. Furono anche titolari dei feudi di Cantalupo nel Sannio e Sant'Elena Sannita (Cameli). Possedevano il jus patronato dell'altare dedicato allo Spirito Santo e a S. Caterina, all'interno della chiesa madre, nonchè la cappellania di San Nicola di Mira nella chiesa di Sant'Antonio Abate, della quale, a metà del 1700 erano titolari Apollonia, Filippo e Gerardo Baccari in quanto eredi di Antonio Baccari. Diversi membri della famiglia si addottorarono in legge: tra essi si ricordano Filippo, Giacomo Antonio (suo figlio), Giovan Prospero (altro figlio di Filippo), Gerardo (laureatosi nel 1724) ed i fratelli mons. Nunzio e mons. Francesco. Filippo, censito nel catasto onciario del 1743 come «nobile vivente e locato della Regia Dogana, don, era anche professor dell'una e l'altra legge». Sposò donna Barbara Susi (o Jusi) di Introdacqua, paese nel quale viveva per gran parte dell'anno per poter amministrare l'ingente patrimonio della moglie. Suoi zii paterni erano mons. Nunzio e mons. Francesco Baccari. Abbracciarono la vita religiosa: Francesco Antonio (n. 1669) arciprete, Ruggiero (n. 1675), Domenico Maria (n. 1729), Nunzio (n. 1670) vescovo di Bojano, Francesco (n. 1673) vescovo di Telese. La famiglia rivestì un ruolo preminente nell'amministrazione della Regia Dogana: furono eletti sindaci generali Filippo, suo figlio Giacomo Antonio (eletto nel 1669), ed altro Filippo (eletto nel 1724) rispettivamente figlio e nipote dei precedenti. Filippo viene definito come «persona onesta e ben nota e cugino del viceregente di Roma». Sempre nell'ambito della Dogana, i Baccari fin dal 1600 a cominciare da Giovanni (forse figlio di Giulio), possono essere annoverati tra i più ricchi armentari del Molise. Si narra che a causa di una contesa iniziata con la famiglia di Majo, i Baccari per superiori ordini, forse dell’autorità civile, forse di quella ecclesiastica, furono costretti ad abbandonare Capracotta e si trasferirono a Bonefro; i di Majo, dal canto loro, si trasferirono a Deliceto. Pare che avviatisi per l’esilio, due degli antichi contendenti s’incontrarono ad una fonte e, vinti dalla tristezza e dalla nostalgia per aver dovuto abbandonare il paese natio, si riappacificarono tra le lacrime: la fonte da allora si chiamò "Fonte del Pianto". Gran parte dei fabbricati e terreni dei Baccari, secondo quanto scrive il Campanelli, furono venduti all’asta e acquistati dalla famiglia Conti; alcuni terreni da Agostino Campanelli. Non sappiamo se l'aneddoto sia vero o meno, mentre ci risulta che le due famiglie erano imparentate. Infatti don Girardo Baccari, u.j.d., nel 1726 sposò Leandra di Majo, dalla quale ebbe ben sei figli: Cecilia, Cassilda, Saverio, Artemisia, Ignazio ed Eliodora. Altrettanto evidente, però, che un ramo dei Baccari fiorì in Bonefro dove si ricordano: Vincenzo rappresentante al Consiglio Provinciale per l’anno 1861; i sindaci Francesco (1818-1822), Paolo (1829-1832), dott. Alberindo (1873-1873 e 1884-1885), Gennaro (1876-1878; 1885-1886; 1890-1892), dott. Filippo (1893-1894), Paolo (1905-1910), oltre Serafino, speziale di medicina (diploma conseguito nel 1754) e Beniamino che conseguì la laurea in legge nel 1797). Mons. Giovanni Andrea Tria ricorda che nella chiesa matrice di Bonefro, l'altare dedicato allo Spirito Santo era affidata al governo della famiglia Baccari. I Baccari si sono imparentati con altre famiglie notabili di Capracotta, appartenenti alla "casta" dei ricchi proprietari della Dogana di Foggia: Apollonia (n. 1670, figlia di Domenico e Porzia Baccari) sposò Gregorio Melocchi; Agata (n. 1697) sposò il dottor fisico Nicola Mosca; Antonia Baccari (+ 1724) sposò Pascantonio Melocchi. Altre famiglie Baccari sono ricordate nella città di Sessa, dove furono ascritti al seggio nobile di San Matteo, ed in quella di Velletri dove visse Vespasiano consigliere e priore della sua patria fin dal 1654; alzava come arma: «d'azzurro alla fascia d'oro sormontata da un toro passante al naturale e accompagnata in punta da vari ramoscelli verdi, caricati di bacche d'oro». Una menzione particolare meritano i fratelli presuli Mons. Nunzio e Mons. Francesco Baccari. Nuntio de Baccariis (Capracotta 1 marzo 1670, + Roma 10 gennaio 1737), di Filippo e Cesarea Baccari, conseguì le lauree in Legge e Teologia a Napoli e fu investito dal pontefice Benedetto XIII dell'Ufficio di vice-reggente in Roma, incarico che gli fu confermato da Clemente XII. Intanto, il 5 febbraio del 1718, altro pontefice, Clemente XI, lo aveva nominato vescovo di Bojano. In seguito fu nominato consultore del Sant'Uffizio ed esaminatore dei Sacri Canoni dei Vescovi. Pietro de Stephanis lo ricorda così: «La costui famiglia era di Capracotta, ed egli veramente ebbe a colà i natali. Ma poiché Filippo Baccari suo fratello fu chiamato a raccogliere il dovizioso retaggio del dottor Simone Susi di Introdacqua, tutta la casa traslattosi in Prezza. Il giovinetto Nunzio, come che dedicato alla vita chiericale, applicò lo ingegno alla giurisprudenza, e meritò la laurea dottorale. Conosciuto di singolar dottrina e probità, ebbe l’ufficio di vicario generale in diverse chiese, fino a che Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento, lo chiamò alla stessa carica nella sua Diocesi. Il quale, poiché egli fu fatto papa (Benedetto XIII, 1724), lo creò vescovo di Boiano, e non molto dopo vicegerente di Roma, dove pregiato per le sue virtù e moderazione, il nostro Nunzio finì di vivere sotto il pontificato di Clemente XII nell’anno 1738». Mons. Nunzio è sepolto nella Chiesa di S. Spirito dei Napoletani, a Roma. Mons. Francesco Baccari (Capracotta 8 ottobre 1673, + Cerreto, 23 maggio 1736), fratello di mons. Nunzio, conseguì le lauree in Legge e Teologia e fu nominato vescovo di Telese nel 1722. In occasione dell'istituzione delle Suore della Carità, promossa da san Vincenzo dé Paoli, ne curò in modo particolare la fondazione insieme a Luigia di Marillac. Nella chiesa di Capracotta è posta una lapide che ricorda la benedizione da lui impartita (1723) per la riapertura dell’edificio dopo i primi lavori di restauro. Il canonico Rossi, nel catalogo dei vescovi telesini, racconta che mons. Francesco Baccari predisse il giorno della sua morte. È ancora il de Stephanis a consegnarsi alcune note biografiche: «Francesco Baccari, anch’egli fratello del vescovo di Boiano, dal medesimo papa Benedetto XIII fu mandato a reggere la Diocesi di Telese nel 1728. Prelato di umili e modesti costumi vescovò in quella chiesa fino all’anno 1737 in cui chiuse la vita rimpianto e desiderato da tutti. La mansuetudine e la bontà sono care virtù, le quali si conciliano l’amore e il rispetto universale; ma più assai desiderate negli altri ministri del santuario». Altro contributo è quello del presbitero Giovanni Rossi: «Durò appena un mese la vedovanza della nostra Chiesa, dopo la morte di mons. Gambaro. Gli fu destinato per successore nel seguente mese di novembre dal sommo pontefice Innocenzio XII (Angelo de' Conti) il suddetto Francesco Baccari, nativo di Capracotta in Diocesi di Trivento, fratello di monsignor Nunzio Baccari, ch'era già vescovo di Bojano sin dal 1718, e che fu sotto Benedetto XIII vice-gerente di Roma. Venne ivi consecrato questo nostro vescovo nel dì 18 gennajo del 1722; prese possesso nel 27 del seguente febbrajo; e recossi a fare residenza in Cerreto nel 23 marzo di detto anno. Grandi cose egli fece ne' 14 anni del suo governo. Presentatosi al suo gregge, qual perfetto modello di vero sacro pastore; colle sue virtù, colla sua profonda dottrina, colla sua integrità di vita, col suo zelo paterno, e colla sua consumata prudenza si mostrò sempre istancabile ristauratore della religione, e della disciplina, forte sostegno del santuario, temuto flagello del vizio, fermo protettore della giustizia, vindice acerrimo dell'innocenza. La nuova chiesa cattedrale a lui dee la sua vaga e grandiosa esistenza, avendola su bel disegno portata a compimento, e quindi ristaurata, e presso che riedificata in poco tempo da capo, tosto che per alcuni difetti dell’arte nella costruzione de’ pilastri la vide imprevedutamente crollare. Ottenne a tal uopo un sussidio dal Santo Padre Benedetto XIII, ch'erasi nel 1729 recato di persona nella sua chiesa metropolitana di Benevento per celebrarvi il Concilio provinciale, cui si degnò presedere. Ottenne pur ivi dallo stesso Santo Padre la conferma della traslazione della chiesa cattedrale in Cerreto. Altre chiese della città, e diocesi a lui debbono il loro splendore. Quella del SS. Nome di Dio in San Lorenzo Maggiore fu da lui consecrata. Fè rispettare da tutti la religione, e la dignità episcopale, del cui decoro fu rigido mantenitore: e dopo aver edificato il clero e 'l popolo a lui soggetto colla voce e coll’esempio; chiuse la sua gloriosa carriera nel di 23 maggio del 1736. Venne sepolto il suo cadavere in luogo di deposito nella Chiesa di Sant'Antonio, presso a quello del suo predecessore monsignor de Bellis». Giovan Prospero, fratello dei precedenti, sposò Antonia figlia di Diego Porpora, tesoriere di Chieti, gentiluomo napoletano. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

  • Polvere di cantoria... sulla neve (II)

    Quando un uomo muore, muore con lui la sua prima neve, e il primo bacio e la prima battaglia... Tutto questo egli porta con sé. Rimangono certo i libri, i ponti, le macchine, le tele dei pittori. Certo, molto è destinato a restare, eppur sempre qualcosa se ne va. È la legge d'un gioco spietato. Non sono uomini che muoiono, ma mondi. [E. Evtushenko, 1972] La fine degli anni '60 ed i primi anni '70 furono un periodo di transizione e profonda modifica della società sotto tutti i punti di vista: tecnologico, politico e sociale. Nella realtà del paese l'emigrazione fu un altro passaggio drammatico. Vecchio e nuovo si fronteggiavano e non senza poche tensioni. Ma la neve portava ad una tregua: tutti a sciare! Eppure anche qui si manifestava una pittoresca e strabiliante coesistenza di vecchio e nuovo. Dalle soffitte, dalle cantine e dai ripostigli, nel nome del puro divertimento, venivano tirate fuori, con la partecipazione anche di chi tornava in vacanze e la fornitura dello Sci Club ai giovani atleti, le più disparate attrezzature di una caleidoscopica rassegna vivente della storia degli sport invernali. Andava bene tutto, purché funzionale ad affrontare una discesa. Le tavole da sci erano ogni foggia: da quelle interamente in legno costruite dai falegnami di Capracotta, che ricordavano il rumore indiavolato della fresa per modellarle, a quelle di fabbrica. Le punte, in alcuni casi, erano fortemente rialzate: ci si potevano attaccare delle bandierine come su delle aste. Erano sci dedicabili al fondo. Altre punte erano basse e con uno sperone ligneo verticale per evitarne l'impuntamento nella neve. Erano sci pesantissimi e la costola dorsale di rinforzo, presente in alcuni, contribuiva non poco al peso, tutti senza lamine: certamente non il massimo del controllo sulle virate. Evoluzione intermedia gli sci in legno plastificati dotati di lamine modulari avvitate alla soletta con puntale metallico di rinforzo a cappa laterale (stile "stivale western") e tasselli metallici in coda. Il mio primo paio blu Pony in legno di Hickory, marca Lamborghini, perse rapidamente alcuni tratti di lamina e l'umidità cominciò ad aggredire alcuni punti del legno ma ci scendevo bene lo stesso! Va tenuto conto che quando gli impianti non funzionavano la risalita si effettuava "a scaletta", lenta ma poco faticosa, o a "spina di pesce" in avanti, veloce ma si arrivava in cima col fiatone. La disperazione si raggiungeva con gli sci in spalla: se non avevi le cinghiette di raccolta eri spacciato. Gli sci diventavano due anguille che rifiutavano di restare accoppiati e allineati e, "scrociandosi", ti massacravano la già sofferente spalla che, dopo qualche giorno, diventava di un viola che era un amore! Sostenerli con le racchette a doppio incrocio su tutte e due le spalle era un altro pio tentativo, senza contare il rischio di spadellarsi senza la protezione di almeno un braccio con aggiunta, quindi, di altri lividi sul "lato B". Gli anni '70 portarono gli sci in fibra di vetro: più leggeri e resistenti nonché affidabili e con prestazioni elevate. Erano gli anni della Spalding-Persenico con i colori sgargianti. Mitici i Sideral arancio di Oreste Ianiro dalla sciata velocissima; zio Vincenzino Di Nardo prese un paio di Formula 2 blu e fucsia e papà, accortosi delle mie tavole fradice, mi regalò un paio di Glass 3000 rossi a fregi neri. Nicola Ianiro portava un paio di Glass 300 rossi con fregi argento. Ciro Mendozzi, invece, quelli di un'altra celebre marca: i Salomon color verde scuro. Sulla lunghezza degli sci esistevano numerose scuole di pensiero: fino alla punta del dito medio a braccio esteso, fino al palmo della mano, fino al polso poi fino all'altezza degli occhi... ma l'importante era sciare! E quale sciolina? Eravamo la croce dei sacrestani: la cera andava a ruba... specie quando la neve caduta era "bagnata" e tendeva ad attaccarsi alle solette con effetto di un freno a mano inserito. Gli attacchi erano un altro formidabile capitolo: da una prima necessità di alternare sci di fondo o discesa con la stessa attrezzatura si svilupparono attacchi che poi sfociarono nell'attuale Telemark. L'attacco Kandahar a cinghie di cuoio trasversali e speroni laterali di metallo conviveva con il Thiering, che bloccava la punta dello scarpone con due lamine metalliche "a vomere" e cinghie in cuoio sempre trasversali. Il tallone veniva fermato da una molla trasversale ad asola con leva di serraggio laterale. La necessità di usare il tallone libero rendeva necessario una molla di acciaio con leva di serraggio anteriore. La molla a cordicella poteva essere fissata posteriormente a delle alette metalliche montate sulla talloniera bloccando completamente lo scarpone che portava sui lati del tacco delle apposite scanalature e una sporgenza per l'incastro della corda. L'adozione su questo attacco con il moderno puntale a sgancio di sicurezza laterale rendeva necessario una sporgenza anteriore sullo a mo' di "becco d'anatra" rinforzata da due viti sui lati. L'attacco Rottefella era tipico dello sci di fondo: una Y di metallo bloccava il puntale a becco della scarpa incastrandola anche con l'ausilio di spuntoni sulla base della soletta. La parte anteriore dell'attacco si bloccava su una ghiera a scatti chiudendo il tutto. I ragazzi di Capracotta però usavano il Rottefella anche con le calosce nere Superga ed anche in discesa: in caso di caduta se non "partiva" la caviglia partivano gli sci con tutte le calosce attaccate sfilatesi dai piedi... I moderni puntali e talloniere venivano installati sugli sci in fibra e se lo scarpone ciurlava, perché leggermente corto, si inseriva uno spessore di cartone tra attacco e scarpone: tecnica volante insegnatami dai fratelli Sebastiano e Pasquale Paglione... Avanti con il caravanserraglio: gli scarponi! Da quelli neri di cuoio, con lacci interni ed esterni rossi e bordo giallo con il catarifrangente posteriore rosso fuoco, a quelli plastici a levette con spoiler basso a corpo unico passando per gli ibridi: cuoio rigido e levette con calzata posteriore (li aveva Vincenzino Di Nardo). Negli scarponi i pantaloni elasticizzati neri con talloniera: ottimi per far entrare la neve nelle caviglie e la rigorosa calzamaglia di conforto termico (sóttecalzùne). Mitico il commento di un amico che guardandosi dopo una rovinosa caduta si accorse di aver stracciato calzùne, sóttecalzùne e mutandìne... Azz'! Un mondo variopinto, un circo equestre le cui voci, le nostre voci, se vi fermate ad ascoltare mentre la neve cade sul Prato di Conti, ancora risuonano mentre il bianco del cielo abbraccia e si fonde con manto nevoso come in un grembo materno: «Ariòpp'... a tutta lìpp'!...». Francesco Di Nardo

  • Il territorio di Capracotta: periodo della dinastia di Castiglia

    Vice-reggenza spagnuola e nuove usurpazioni feudali nel territorio Quell'Andrea d'Ebulo juniore, che ricevé la conferma d'investitura dei feudi di Capracotta, Castropignano, Civitanova nel 1483 da Ferrante I, come poco innanzi è detto, ne ottenne una seconda da Ferdinando di Castiglia (il Cattolico) nel 1507: « prout ipse tenebat et tenere asseruit vigore privilegiorum suorum » : così nel Repertorio ai Quinternioni. A questo Andrea, detto anche Ebulo Magno o Andreone per la sua corpulenza, successe il figlio Gianvincenzo che a sua volta ebbe novella conferma d'investitura dal Viceré Filiberto d'Orange: « di tutte le Castella predette et oltre di quelli dell'infrascritti altri comprati da esso Andrea mediante regio assenso, del Casale de Valle, Monte Millulo, Cucuzzola, cum thaberna, del Casale denominato li Pizzi e del Casale nominato l' Hospitaletto cum Vicennis planis et Lacu dicto la Salzara, cum territoriis cultis et incultis, montibus et aquis ». Da Gianvincenzo vennero tre figli: un altro Andrea, Cesare ed Antonio. Ma questi ignobili baronali rampolli, nonostante la « potestas erigendi furcas » assassinarono due uomini; e la uccisione dovette avvenire tanto vigliaccamente ed ingiustamente che ne vennero puniti, fra l'altro, con la fuorgiudicazione, vale a dire con la perdita perpetua di tutti i diritti e privilegi feudali: « In la quale Fuorgiudicatione (trovasi registrato nel Repertorio) li predetti d'Ebulo incorsero per causa dell'omicidio patrato e commesso da essi in persona di Fabrizio e Camillo Rocco fratelli » . Tutto ciò intorno al 1471-1473. Già prima però, nel 1453, Gianvincenzo e la moglie Aurelia Carafa avevano affibiata in moglie al primogenito Andrea, Isabella Crispano; ed in occasione del matrimonio gli avevano assegnati diversi Feudi; onde quando nel 1568 morì Gianvincenzo e cioè prima del delitto, l'Andrea si trovò iscritto nella Cedula delle Adohe pei feudi sottoindicati coi relativi oneri annui espressi in ducati: « Civitanova 12-1- 15; Castelciprano 11-3-8; Speronasino 3-2-12; Roccaspromonte 2-14-12; Castropignano 12-5-1; Capracotta 10-2-5; Macchia Spineta 3-12-16; Pescolanciano 4-5-12; Valle di Montemiglio et Spitaletto 29-0-0, ricevuti in assegno. Ed inoltre Covatte Castri; Castellucci æ prope Spelunch æ Castri; Cannavin æ et Cannavinell æ feudum; Casalis Cipriani Castrum; Capracott æ Castrum , Castripignani Castrum, ricevuti in eredità » . Or dunque qui per la prima volta si incontrano i nomi di Cannavina e di Cannavinelle feudo, che mai prima trovasi menzionato al pari di Capracott æ  Castrum , che nessuno aveva mai dominato, di cui nessuno aveva ricevuto investitura. Ciò rivela che Andreone se n'era arbitrariamente appropriato, convertendoli da Demaniali in Feudali! Avvenne inoltre che, per effetto della pena di fuorgiudicazione inflitta ai figli di Gianvincenzo, alla morte di costui nel 1568, i feudi suoi dovevano essere reintegrati alla R. Corte: invece fu volta istanza a questa perché quei feudi fossero devoluti alla figliuola primogenita del fuorgiudicato Andrea, a nome Aurelia, e la Corte assentì (oramai le deroghe, non avevano più limite), previo pagamento del Relevio (tassa di trasferimento) nel 1564. E così, quando Aurelia d'Ebulo nel 1582 andò sposa al cugino Giambattista d'Ebulo figlio dell'altro fuorgiudicato Antonio, essa gli arrecò in dote i beni feudali aviti oltre a molti allodiali o burgensatici; e parecchio danaro superato sulla vendita di Montemiglio a Nicola Fiorini; di Covatta a tal scacciato; di Pomigliano d'Arco, fatte dal padre per liberarsi forse dalla prigione. Nell'elenco delle Terre e Castella al suo nome nel Registro delle Adohe si trova: « Capracotta con li feudi di Monteforte , l' Hospitaletto il Montesarcino (cioè la distesa di terre dietro le alture di Vallesorda fra Monteforte e l'Ospedaletto), la Macchia Spineta , con le Cannavine e Cannavinelle » in mezzo a tanti altri. Aurelia morì nel 1603: nel testamento, rogato in Civitanova, ove dimorava, istituì erede nei beni burgensatici o privati, il marito Giambattista, con fidecommesso a favore del cognato Carlo, fratello di Giambattista, o figliuoli del detto Carlo; e dei beni feudali dispose andassero a chi per legge spettassero. Or da questo punto d'apertura di successione comincia ad incontrarsi una discreta sequela di imbrogli relativamente ai feudi di Capracotta. Perché Aurelia d'Ebulo aveva avuto cinque sorelle, cioè; Giovanna, maritata ad Alfonso Caracciolo di Feroleto; Beatrice a Muzio Spinelli; Luisa a Giangiacomo Gesualdo; Laura a Fabrizio Cantelmo; Faustina a Pietro delli Monti di Acaja. A sua morte si fecero innanzi il Caracciolo, il Delli Monti, il Cantelmo a reclamare l'intestazione dei feudi in rappresentanza delle rispettive mogli. Forse le altre sorelle Luisa e Beatrice erano morte. Contestazioni nacquero fra loro e Giambattista, e fra tutti ed il fisco per la ripartizione dei beni in feudalibus. Ma in conclusione nel 1605 si concordarono Marino Caracciolo di S. Buono, quale procuratore di Isabella Caracciolo figlia di Giovanna defunta e Giambattista d'Ebulo. Con atto pet Notar Verlezzi stipularono li 14 Febbrajo che al d'Ebulo restassero Castropignano e Civitanova e Capracotta alla Isabella e Marino Caracciolo. Nel 1606 nuova ripartizione, per la quale l'Ospedaletto, con Valle di Montemilio, furon dati pure alla Caracciolo; Macchia, Monteforte, Macchioli e Guastra a Laura Moglie di Fabrizio Cantelmo Signore di Popoli; Capracotta con Cannavina e Cannavinello a Faustina con Pietro delli Monti, Marchese d'Acaja, discendente d'un fratello di Carlo d'Angiò. Nel 1619 poi Isabella figlia di Alfonso e di Giovanna restata forse vedova di Marino Caracciolo, cedette ogni sua ragione su quanto le era spettato su Capracotta, cioè l'Ospedaletto, alla sorella Laura e Fabrizio Cantelmo. Si avverta che questa cessione fu consentita del Viceré Conte di Lemos, con la clausola che andasse estinto il titolo di Conte di Capracotta, il quale sarebbe spettato ai discendenti di Alfonso Caracciolo e Giovanna d'Ebulo; e, mancando questi, ai discendenti di Marino e Isabella, per diritti di primogenitura. A Laura morta nel 1620, succedé il primogenito Francesco Cantelmo, al quale fu intestata la Terra di Capracotta per l'adoha di ducati 10-3-15 come leggesi nella "Nova situazione dei pagamenti fiscali ed adohi" compilato da Pietro Antonio d'Aragona nel 1652 per la Camera della Sommaria. La successione del Cantelmo fu raccolta da sua zia Faustina delli Monti. Nel 1670, morta pure Faustina e suo marito delli Monti, senza prole, la rispettiva quota in feudalibas sul territorio di Capracotta e che era la maggiore, fu rincamerata dal Fisco ovvero Regia Corte. Da questa ricomprò la intera massa dei feudi di Capracotta, meno l'Ospedaletto, Andrea Capece Piscicelli nel 1671 per Ducati 53.350 (£ 226.737) sulla valutazione fattane dal regio perito Donato Antonio Cataro, in data 15 Aprile 1671, con l'assistenza dell'avvocato fiscale Antonio Fiorillo. L'Andrea Piscicelli ottenne anche il titolo di Duca di Capracotta con privilegio emesso da Re Carlo l'Ottobre 1674. Ebbe in moglie Giovanna Carafa dei Duchi di Montenero, e da costei ebbe unico figlio Giuseppe. Il suo palazzo in Napoli a Monte di Dio all'angolo del Vico Calascione, porta tuttora il nome di palazzo Capracotta. Egli morl il 30 Novembre 1681, e la tutela del minorenne Giuseppe fu assunta da suo fratello Giacomo. Ma il giovinetto Giuseppe morì nel 1693. Il tutore Giacomo, con atto per Not. de Conciliis del 26 ottobre 169l comprò anche l'Ospedaletto, posseduto come s'è detto da Antonio Caracciolo. Poco appresso il Caracciolo volle ricomprare la intera massa dei feudi. Ma la Regia Corte ritenne nulla questa rivendita e li reintegrò nuovamente a sè stessa. Giacomo peraltro, accampando diritti di successione sulla eredità del nipote, si offerse a riacquistarli; ma con riduzione sul prezzo di stima. L'offerta fu accolta dal Viceré Benavides; la stima fu rifatta l'anno stesso 1694 dal regio perito De Ruggiero, assistito dall'avv. Guernieri e risultò di ducati 50.262,48 (£ 213.615,50). Ma Giacomo si trovò a corto di danari, e per versare la prima rata di due terzi della somma stabilita lo sovvenzionò lo stesso Caracciolo. La compra fu fatta nel 1696 al nome dell'altro Giuseppe Capece Piscicelli, figlio di esso Giacomo e di Francesca Filangieri, ed al quale Giuseppe fu conferito il titolo di Duca già prima concesso allo zio Andrea primo acquirente. Questo secondo Giuseppe ebbe un fratello nomato pure Andrea, e questi più volte s'interpose nell'amministrazione dei beni in Capracotta. Giuseppe prese in moglie nel 1726 Beatrice Sanfelice, dai cui ebbe un figlio nel quale rinnovò il nome di Giacomo: morì nel 1755. Ritornando ora all'ultimo periodo della signoria dei d' Ebulo è opportuno annotare come, per la prima volta, in conferme di investiture agli stessi durante la Vicereggenza spagnola e propriamente nel 1568, si trova l'appellativo di Capracott æ  Castrum separatamente da Capracott æ  feudum , e tale innovazione all'apertura di successione di Gianvincenzo d'Ebulo. Questa nuova menzione lascia bene l'adito alla supposizione che la casa, o palazzetto, baronale, sorta immediatamente fuori l' antico ingresso dell' abitato, troppo esaltato con l'appellativo di Castrum (castello, rocca, forte), fosse fatta costruire da Gianvincenzo. Infatti in più d'una delle Memorie relative al 1667 e cioè prima della instaurazione dei Capece Piscicelli, trovasi accenno che i cittadini si raccoglievano in Pubblico parlamento per deliberare su importanti questioni appunto nel Fondaco del Palazzo Baronale. Col nome di fondaco veniva e vien designato generalmente nelle nostre Provincie uno stanzone a pianterreno adoperato per riporvi derrate. Bisogna aggiungere però che anche l'Università aveva un locale proprio per le adunanze popolari; ma era angusto o lo divenne ancor più per l'aumento della popolazione. Di questo locale il 15 Settembre 1696 l'Università fece cessione alla Congregazione dei Morti appunto per la sua insufficienza. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Don Orlando Di Tella: "servo inutile" a tempo pieno

    Il primo anniversario della morte di don Orlando invita a ricordare e fare memoria della sua figura di prete a "tutto tondo", ripercorrendo in rapida sintesi le "coordinate" della sua vita sacerdotale e del suo ministero pastorale. C'è una distinzione tra ricordo e memoria che potrebbe tornare utile. Il ricordo è una duplicazione della vita, la memoria è fedeltà a ciò che è accaduto. Don Orlando viene ricordato (= riportato al cuore) per la chiara testimonianza della sua vita e per il valore delle sue scelte. Se la sua perdita ha impoverito il presbiterio diocesano, dal quale si è congedato il 26 agosto 2014, siamo sicuri che il Regno di Dio si è arricchito di un degno rappresentante. La sorella Doretta, i fratelli Michele e Alfredo, i nipoti, i parenti, i parrocchiani di Pietracupa, gli amici e i paesani capracottesi hanno avvertito la sua scomparsa con profondo cordoglio e vivo rimpianto. Ottanta anni compiuti (1934-2014): alta figura, larghe spalle squadrate, sorriso spontaneo, voce profonda e calda, mani ampie e accoglienti, incedere lento e sicuro creavano in chi lo ha avvicinato un’atmosfera di intimità. “Il passo fermo, lo sguardo fiero, la mano forte, sursum corda sempre!”, così lo definiva una sua parrocchiana. Colpiva soprattutto la passione che vibrava nelle sue parole, passione che aiutava non solo a scoprire i problemi, ma a viverli, soffrirli e risolverli. La sua parola arrivava efficace sia alla gente umile che alle persone colte, tracciando solchi profondi, seminando con larghezza semi fecondi. Passione per lo studio, per la Sacra Scrittura e la teologia, unita a rigore morale senza sconti, qualificavano il suo stile sacerdotale. Prete dallo scheletro robusto, richiamava “la stirpe degli asceti del Sirente e del Morrone, dei candidi ma saldi Angelerio” (papa Celestino). Ho conosciuto Don Orlando fin dalla preadolescenza, quando i primi segni di vocazione sbocciano nel cuore di un ragazzo e crescono in famiglia, in Parrocchia, nei giochi di quartiere. Il quartiere di San Giovanni (quartiere nobile, si dice con sottile ironia a Capracotta) era ricco di spunti ricreativi, di tanta umanità e di ricche relazioni. Poi, dopo un lento e severo “cammino di discernimento vocazionale” è stato accolto nel Seminario diocesano di Trivento. Ho incrociato con lui tutti i passi della formazione umana, culturale e sacerdotale, condividendo sacrifici, sofferenze, rinunce e piccole gioie, temprate sempre dalla fiducia e dalla speranza di raggiungere la meta agognata del Sacerdozio. Eravamo 48 ragazzi che iniziavano l’erta dura e lunga di questo cammino. Soltanto 8 sono diventati preti, 4 nati a Capracotta: Don Michele D’Andrea, Don Michelino Di Lorenzo, Don Orlando Di Tella, Don Antonio Di Lorenzo (il più piccolo della squadra!). “Figlio di panettiere, Pasqualino “ru’ furnare” – ripeteva spesso con crudo realismo – non mi sono saziato di pane”. Alludeva alle privazioni, sacrifici e rinunce nel Seminario. Preghiera e studio, coltivati nel silenzio, nell’attesa e nell’attenzione, erano i punti di riferimento di una formazione permanente strutturata come proposta sistematica di contenuti che si snoda per tappe e si riveste di modalità precise, curando la circolarità e la integrazione tra fede e vita, tra teoria e pratica. Fede e intelligenza ben coniugate con saggezza alla scuola severa del dovere e svincolate dal formulario della grammatica di sacrestia, hanno facilitato la risposta alla chiamata di Dio. Poi... il lungo cammino di 13 anni di formazione nei Seminari di Trivento e Chieti. Quando si è avuto la grazia di rispondere ad una chiamata, di camminare sorretti da validi formatori e di amare intensamente il proprio ideale, si spende tutta la vita a cercare di nuovo quell’ardore e quella luce. Per Don Orlando non è mai bastata un’attrezzatura teologica (pur necessaria e insostituibile) sostenuta da uno studio serio, paziente, duraturo e senza soste. Ha ritenuto indispensabile una gestazione lunga di preghiera, di pensieri, di affetti, per far risuonare la parola divina nell’orizzonte aperto del cuore e dell’anima, in un intenso ascolto interiore. Per non divenire un arido esecutore di gesti sacri si è sempre dimostrato uomo di preghiera, di studio e di meditazione, con affinata capacità di ascolto e di contemplazione del volto di Dio come si è manifestato in Cristo. Ha “rimodellato” la sua preparazione secondo le esigenze dei tempi, i nuovi linguaggi e il cammino di fede della sua comunità parrocchiale. Con uno stile chiaro e coerente ha risposto all’esigenza di testimoniare efficacemente il Vangelo agli uomini del nostro tempo. Preparato e coraggioso, senza timori e ambizioni, convinto della verità del Vangelo, sempre pronto a chinarsi sulle sofferenze umane, era capace di coinvolgere e far sentire coinvolti i suoi fedeli nell’opera dell’evangelizzazione. Partiva dalla preghiera, piccola e fragile, e lasciava farsi condurre dalla preghiera nelle difficoltà e nel servizio pastorale. La complessità del ministero trasformava la preghiera e la rendeva simile a quella di un “pellegrino”, ritmata sui passi, fatta per la strada, custodita nel cuore. La sua preghiera, come la sua vita, si riempieva di incontri, di esperienze, di volti per i quali egli viveva e con i quali era “annodato” nell’amicizia umana e sacerdotale. La sorgente della preghiera, la ritrovava continuamente nell’Eucarestia e nella devozione alla Madonna. Preghiera sentita come gratitudine per infondere speranza e rinvigorire i cuori spenti. Gratitudine grande e bisogno di consegna, nella percezione del senso di peccato, di limite, di fragilità, con la sorpresa di trovarsi davanti a Dio che rinnova sempre la sua fiducia. Carattere forte e volontà tenace, nella piena fedeltà alla vocazione sacerdotale, ha saputo infondere in coloro che lo hanno avvicinato la sete di Dio, intuendo nella contemplazione e nella riflessione teologica la chiamata alla santità, che è la vocazione fondamentale dell’uomo. La sollecitudine per un “apostolato della vita interiore”, il cui nocciolo è il “restare umani”, che non è una raccomandazione ovvia, ma essenziale e fondamentale, perché non indica fuga dall’impegno ma traduce viva partecipazione, spiritualità intensa e generosa disponibilità agli altri. Un filo conduttore si è snodato lungo questo percorso: la sua figura di sacerdote, il modo di esprimere nel quotidiano la sua identità incarnata, nella fedeltà a Dio che lo ha chiamato e all’uomo di oggi, al quale Dio lo ha mandato. Convinto che non servono preti clericali, né preti funzionari, aveva lo sguardo fisso su ciò che davvero è essenziale per rinnovare il suo “sì” al dono ricevuto, lasciandosi conformare al Buon Pastore per ritrovare unità, forza e pace nell’obbedienza del servizio. Pastore attento al quotidiano come luogo di salvezza, Don Orlando avvertiva questa dimensione delicata e discreta, proprio per questo altamente preziosa, perché sentiva forte l’esigenza di vivere conforme a Cristo. In questa presenza trovava l’ispirazione vera, anche se non facile e talora molto sofferta, per una interpretazione della vita alla luce del Maestro che per primo è vissuto immerso nella quotidianità. Proporre questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria, calata nella esistenza concreta di tutti i giorni, per sentire e gustare le vie che il Signore riserva, era uno dei punti essenziali della sua spiritualità e della sua interiorità. Sapienza di vita e del cuore che derivava, oltre che dallo studio attento e aggiornato della filosofia e della teologia, soprattutto dalla capacità di “vedere dentro” (essere “dioretico”, come dicevano i Padri greci), di guardare profondamente il quotidiano per vederne le opportunità di ascolto, di compassione, di condivisione, imitando Colui che è passato tra la gente amando, guarendo, sorridendo, dando la propria vita. Pastore che ha avuto una esperienza viva di Cristo, avendolo ”udito, visto e toccato” ha liberamente creduto al suo amore gratuito ed ha avvertito la necessità, direi quasi l’urgenza, di comunicare e trasmettere agli altri ciò che ha sperimentato in prima persona. La motivazione derivava dal sentirsi sollecitato dai tempi nuovi e dal cambiamento del quadro culturale complessivo. Nel cuore di chi ha aderito totalmente a Cristo nasce prepotente il desiderio di condividere il dono ricevuto e di “aprire ad una conoscenza esperienziale e amorosa” le persone che lo hanno avvicinato. Ha annunciato e testimoniato ciò di cui per primo ha fatto esperienza viva nella sua esistenza. Ha implicato tutto se stesso nell’ascolto, nel confronto, nel lasciarsi coinvolgere, nel suo incarnarsi nell’oggi, nel suo donarsi gratuitamente. Quando il Signore vuol trarre qualcosa di buono lo fa con due elementi, che sono un pò la “logica di Dio” : ti schiaccia e ti attrae. Fa fare l’esperienza che da solo non stai in piedi, e attrae, facendo sentire un profondo bisogno di Lui, attirando a sé nella preghiera e nella comunione profonda. Don Orlando ha fatto sua questa semplice intuizione e l’ha sperimentata, nel ministero della confessione, negli incontri formativi e nei colloqui di direzione spirituale. Condividere per trasformare e per edificare la civiltà dell’amore: sono la trilogia della spiritualità del prete, i tre pilastri della spiritualità dell’incarnazione. Nei numerosi colloqui personali, camminando lungo le splendide faggete di Prato Gentile, a Capracotta, ricordava spesso questa “logica di Dio” (ti schiaccia e ti attrae!) e descriveva “gli incubi notturni” che da adulto ancora avvertiva, nel ricordo vivo di un educatore che a volte “schiacciava” con il suo lucido autoritarismo e dava poco spazio alla libertà e alla spontaneità personale, nella crescita vocazionale. Aveva ben compreso che il luogo dove Dio e l’uomo si toccano e si incontrano è il cuore di ogni persona, la fonte di tutte le energie fisiche, emozionali, intellettuali, volitive e morali. Il “cuore” : l’organo centrale e unificante che determina la personalità e, di conseguenza, è il luogo dove abita Dio. Un pezzo della sua vita l’ha dedicata anche allo sport (calcio e volley), animando con la sua presenza i gruppi giovanili che seguivano i suoi insegnamenti, educandoli a vivere lo sport come festa ed esperienza associativa. La devozione profonda alla Madonna, (guida spirituale fidata in numerosi pellegrinaggi nei Santuari Mariani), lo ha aiutato a superare ogni incertezza a compromettersi per Cristo, senza protagonismi da copertina, per divenire gioioso testimone del Vangelo fuori dalle sacrestie e indicare a tutti con entusiasmo un cammino di speranza. Ha fatto avvertire a chi lo ha incontrato che il rosso di sera non si è ancora scolorito. Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: https://www.diocesitrivento.it/, 15 gennaio 2015.

  • Cronaca nera capracottese 1920-1936

    Dopo aver pubblicato due articoli sulla cronaca nera dei decenni 1900-1909 e 1910-1919, mi accingo a chiudere il quadro generale dei delitti perpetrati prima dell'avvento della Repubblica nel nostro Comune, giungendo all'aprile 1936, quando l'"Eco del Sannio" - fonte primaria di questa ricerca - riportò l'ultimo fatto di cronaca nera capracottese prima di chiudere i battenti nel 1945. A differenza delle scorse volte, illustrerò i 10 fatti in ordine cronologico, mantenendo intatta la volontà di omettere il cognome delle vittime di crimini particolarmente esecrabili. Il primo delitto perpetrato in quel sedicennio avvenne il 2 luglio 1920, quando alle 8 di mattina il diciannovenne Michele Carnevale, di Francesco, tentò di violentare la giovanissima Maria. Grazie a Dio venne prontamente denunciato alle autorità competenti ma va ricordato che soltanto a partire dalla legge n. 66 del 15 febbraio 1996 si affermerà il principio secondo cui lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica. Questo mi fa pensare che il Carnevale fu semplicemente ammonito dai Carabinieri Reali di Capracotta e non trascorse nemmeno una notte in gattabuia. Il secondo fatto di cronaca nera è del 4 settembre 1921, quando a mezzogiorno, «per cause non ancora assodate», si sviluppò un grande incendio «nella gran massa di bighe di grano vicino alla trebbiatrice elettrica». Le fiamme assunsero proporzioni tali che nessuno riuscì a placare quella furia devastatrice, tanto che il settantaduenne Mario Venditti, cercando di salvare il proprio raccolto, riportò ustioni in diverse parti del corpo, «guaribili in 40 giorni». I Carabinieri, che tentarono in ogni modo di spegnere l'incendio, si meritarono comunque gli elogi della popolazione e delle autorità civili, le quali constatarono che i danni ammontavano a 325.000 £ (circa 310.000 € di oggi), per cui si chiese al governo nazionale e ai privati di «venire in aiuto dei danneggiati miseri». Un terzo delitto finito sulle pagine di giornale è quello del 15 luglio 1929, allorquando i nostri militari denunciarono Angelo Di Lando, Domenico Battista e Giovanni Battista «per furto aggravato in danno di Di Nucci Amicantonio di Pietro». Sempre nell'estate del 1929, precisamente il 10 agosto, i Carabinieri denunciarono Prospero Capussi per tentato stupro verso la giovane Rachele, mentre il 19 agosto Francesco ed Antonio Marcovecchio furono denunciati «per furto qualificato continuato in danno di Di Rienzo Ermanno». L'anno seguente, il 2 marzo 1930, avvenne una «raccapricciante disgrazia»: quel giorno, infatti, alcuni scolari erano andati a «far chiasso sul Poggio dei Grilli» - lì dove oggi sorge la villa comunale di Capracotta - ed uno di loro «volle dar prova delle sue abilità a slittare sulla neve gelata; ma per poco non precipitò nel burrone». Il Poggio, infatti, non aveva allora le inferriate odierne e si presentava come un vero e proprio colle a dirupo sulla valle del Sangro. Con generoso slancio il «balilla» dodicenne Remigio Carnevale tentò di aiutare il compagno ma scivolò a sua volta «e non riuscendo a trattenersi [...] precipitò nel baratro per ottanta metri, arrossando il candore del ghiaccio con una tragica scia». Il giorno successivo - avvertì il cronista dell'"Eco del Sannio" - la Capracotta fascista gli rese i funerali d'onore. Va detto che il gesto di Remigio finì sui quaderni italiani dell'azienda grafica Pizzi & Pizio dedicati alle «Giovinezze eroiche». Nel marzo 1931 i Carabineri Reali procedettero ad arrestare Alfredo Di Ianni, di anni 31, «per esecuzione di mandato di cattura spiccatogli dal Pretore di Isernia», ma non si conoscono i motivi dell'arresto. Il settimo delitto è datato 10 giugno 1934, quando un fulmine si abbatté sulla casa rurale di Pasqualino Conti e ne provocò l'incendio. All'opera di spegnimento accorsero molti volenterosi e, mentre tutti facevano del proprio meglio, un carabiniere pensò di incitare Giustino Di Lorenzo, che se ne stava «a fare il semplice spettatore, a prestare la sua opera che il momento richiedeva». Questi, però, si rifiutò categoricamente, per cui venne «invitato a favorire in caserma, onde poter sapere i veri motivi del rifiuto». Nel mentre sopraggiunse Antonio Di Lorenzo, che pretese il rilascio di suo fratello Giustino, il che causò un parapiglia coi militari. Alla fine della storia i fratelli Di Lorenzo vennero dichiarati in contravvenzione «per il rifiuto di prestare la propria opera» e furono pure tratti in arresto «per oltraggio ad un pubblico ufficiale». I danni dell'incendio furono invece stimati in 6.000 £ (circa 7.000 € attuali). Nell'estate del 1934, invece, si registrarono un paio di furti in paese. Il 25 luglio Cesare Mosca non ritrovò la mula che aveva lasciato a pascolare liberamente alla Guardata. La Benemerita, dopo accurate indagini, ricostruì la vicenda e arrestò i malfattori: Edmondo Paglione, figlio «di ignoti», nel recarsi alla fiera di Torricella Peligna, aveva infatti chiesto a Giacomo Rosa e Pietro D'Amico, entrambi di Quadri, di custodirgli, dietro lauto compenso, una mula. Ai due il Paglione aveva detto di essere di Pescopennataro, tuttavia i cittadini quadresi non accettarono l'offerta, il che comunque non precluse a Edmondo la vendita dell'equino a un certo Giuseppe Amoroso di Lama dei Peligni. Quando il fatto fu scoperto, «venne intimato il fermo della mula rubata». Il 2 agosto 1934, invece, il falegname Celestino Monaco, di anni 36, avendo lasciato il proprio orologio d'argento Longines appeso ad un chiodo in una casa in cui stava lavorando, non lo trovò più al suo ritorno. Le indagini dei Carabinieri stabilirono che gli autori del furto rispondevano ai nomi di Giuseppe Potena ed Innocenzo Marinelli. Il penultimo fatto di cronaca nera risale al 21 giugo 1935, quando l'orefice agnonese Vittorino Busico, di anni 38, fu dichiarato in contravvenzione «per esercizio abusivo sulla disciplina del commercio, perché sprovvisto di regolare licenza». Il periodo preso in esame terminò con un assassinio. Il cronista dell'"Eco del Sannio" esordì scrivendo che «questa cittadinanza è sempre sotto l'impressione e la costernazione della brutta fine fatta dall'egregio concittadino sig. Pasquale Ianiro fu Remigio, ucciso, giorni fa, a Termoli, ove risiedeva, con un colpo di bastone in testa, tiratogli da un capraio, certo Di Palma. Costui avrebbe commesso la vile aggressione in seguito al risentimento dello Ianiro per l'esercizio abusivo di pascolo a suo danno, da parte del prepotente capraio. Commesso il delitto, per simularlo, il Di Palma ruzzolò il cadavere per un pendio». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVII:5, Agnone, 5 agosto 1920; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVIII:8, Agnone, 28 settembre 1921; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVI:9, Agnone, 18 agosto 1929; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVI:10, Agnone, 15 settembre 1929; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVII:3, Agnone, 26 marzo 1930; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVIII:2, Agnone, 10 marzo 1931; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLI:5-6, Agnone, 25 giugno 1934; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLI:8, Agnone, 31 agosto 1934; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLII:6, Agnone, 11 luglio 1935; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLIII:3, Agnone, 3 aprile 1936; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Polvere di cantoria... sulla neve (I)

    Sai che sarà per sempre anche se non sarà mai più... [F. Özpetek, "Mine vaganti", 2010] Per una curiosa combinazione astronomica, nei giorni del tempo di Natale il sole dell'alba inondava dalla finestra il tinello di casa riempiendo l'atmosfera di una soffusa e suggestiva luce rosa-arancio. La neve nella via Nova aumentava questo riflesso. Oggi è un piacevole fenomeno che mi fa compagnia mentre studio o scrivo ma tanto tempo fa era il segnale che, libero dagli impegni scolastici, potevo volar giù per le scale e correre a sciare. Il massimo della perfezione si otteneva quando era nevicato da poco e si rendeva possibile partire direttamente con gli sci ai piedi: in questo caso lo scorrere per la strada conduceva al Prato di Conti. Il pendio, grazie al suo orientamento verso il sole del mattino, era l'ideale per delle belle discese: sì, ero uno dei pochi discesisti nella patria dello sci di fondo... nessuno è perfetto! Prima, però, se la neve era fresca, occorreva battere la pista e questa operazione, condotta tramite passaggi su e giù "a scaletta", portava via molto tempo: la prima discesa alcune volte era a ridosso dell'ora di pranzo. Non dimenticherò mai che nel tragitto per raggiungere il Prato di Conti mi fermavo per un tempo indefinito a guardare affascinato la mole arrugginita ma ancora impressionante del vecchio spazzaneve a cingoli abbandonato più o meno a lato della strada dove oggi sorge l'Hotel Capracotta. Curiosamente, invece, il vomere giaceva solitario nella piazzetta della via parallela, nelle vicinanze dello "stop" verso via S. Maria di Loreto. Quando la nevicata era stata molto abbondante il confine inferiore del Prato di Conti veniva ricoperto, pertanto la discesa, diventata spettacolare, terminava nel pianoro davanti al rudere del Tiro a Segno. Le nevicate più contenute imponevano al novello discesista di curare ed imparare attentamente la "frenata" generalmente verso sinistra che, in caso contrario, portava il malcapitato a centrare in pieno una colossale rocchia di cacaviàsce che sorgeva al fondo del prato e da cui uscirne richiedeva tempo, strappi alle tute e pazienza, associata alle imprecazioni dei soccorritori. Più avanti ritornerò sul tema dell'importanza della frenata. Sul Prato di Conti le prime lezioni di diagonale e curve a sci uniti da un giovane prof. Michele Potena e anche i primi esperimenti di sci estivo sull'erba battuta e sulla paglia. Menzione d'onore al rimpianto mastro Alfredo Sozio che fu anche tra i primi a collaudare e dominare i Grass Ski: corti cingoli infernali facili da avviare e quasi impossibili da arrestare. Con lo smantellamento della sciovia di Iaccio Vorraina la manovia a gasolio situata a monte dell'impianto principale fu trasferita al Prato di Conti dove funzionò per svariato tempo e poi, negli anni '90, sostituita da un impianto a trazione elettrica. A Coste Grilli la pista "Sotto a Catarì" era più indicata per le discese pomeridiane e nella nebbia. Qui calzai gli sci per la prima volta, per poi abbandonarli non sapendo come risalire. Arrivato in cima dovetti tornare di corsa indietro a riprenderli dopo uno "shampoo" da parte di papà... l'attenuante della tenera età (5 anni) non venne presa in considerazione dal "giudice monocratico" di casa! Dietro il Santuario della Madonna di Loreto, protetto dalla pineta, la corta discesa ripida del "Trampolino" era una valida alternativa in caso di scarso innevamento. Dai racconti degli anziani, la presenza in quel punto, prima dell'ultima guerra, di un trampolino di allenamento per gli atleti di Capracotta. Anche qui la frenata sbagliata costava il tuffo nel canale delle fogne di Capracotta, a quel tempo a cielo aperto dopo un tratto in tubazione. Colle Liscio, sopra la Guardata, era invece stata la prima sede di progettazione dell'impianto degli anni '60, installato poi a Iaccio Vorraina: era stato anche sede delle prime gare di sci a Capracotta agli inizi del '900 e alcune gare vennero disputate persino negli anni '70. Partendo poco al di sotto del Giardino della Flora appenninica, il tracciato era molto lungo, ma anche assolato, e richiedeva un certo innevamento per durare a lungo. Con sci in spalla e scarponi si tentava l'assalto a Prato Gentile, per scendere verso l'eremo di San Luca, visto che difficilmente la strada veniva sgomberata, oppure verso la Selletta, tra Monte Campo e Monte Ciglione, verso lo spiazzo di Fonte Carovilli. Il bosco manteneva bene la neve ma la scelta della pista variava a seconda delle mode del momento. Ad un'effimera discesa faceva da contraltare un'estenuante salita, resa difficile dagli scarponi da sci ai piedi, ma il premio, se la neve era abbondante, consisteva nel poter tornare in paese sugli sci e... farlo di notte al chiaror della luna era entusiasmante! Ricordo ancora le lamine sprizzare scintille quando si incocciava su qualche sasso, il tutto mentre qualche canide ci ululava alle spalle. Non ho mai avuto la tentazione di andare a vedere di che tipologia fosse ma, a pensarci bene ora, qualunque cosa potesse farci, era nulla a paragone del paliatóne che ci aspettava al rientro a casa a tarda ora e con il buio. In sostanza, per noi discesisti era come il proverbio della guerra: ogni buco una trincea, ogni pendio una discesa. Le solette degli sci però non erano molto contente... Iaccio Vorraina: la madre delle piste! Il funzionamento della sciovia consentiva risalite facili e con la manovia in cima la discesa era ancor più interessante. Si partiva, così, lungo il fuoripista che, dalla base dell'attuale sciovia di monte, dislocata lungo le "nevere", portava verso la base Iaccio Vorraina in uno spettacolare primo tratto tra gli alberi: la "Picchiata". Ebbi modo di ripercorrerla pochi anni fa insieme al mio primo maestro Michele Potena. Dalla Picchiata, come da Santa Lucia, riuscimmo anche ad organizzare delle fiaccolate di fine anno sugli sci. Sciare, sciare, anche con la neve che cadeva o con la nebbia e, quando le vacanze di Natale terminavano, si sciava nei pomeriggi prima del tramonto, e soltanto dopo si andava a fare i compiti. Il tempo passava e, con il suo passare, quelle che sembravano lunghe piste sono diventate più corte e la neve da sotto gli sci ce la siamo ritrovata tra i capelli! «Com'era bella la mia valle»... Francesco Di Nardo

  • Il territorio di Capracotta: periodo degli Aragonesi

    Il territorio di Capracotta nella giurisdizione della Capitanata Come nei cenni fatti del periodo angioino vincoli di affinità avevan legato i feudatari che nel secolo 1300 spadroneggiavano in questo nostro alto Molise e nel contiguo Abruzzo: nuovi se ne strinsero non solo fra i d'Ebulo e i Caldora, ma fra i d'Ebulo e i Carafa; fra essi e i Cantelmo; tutti ossequenti sostenitori della Dinastia Angioina, che li aveva lasciati pappar bene con l'accrescimento di numero e di vastità dei possedimenti. Ecco perché i Caldora contrastavano i passi ad Alfonso d'Aragona. Ad ogni modo dopo l'ultimo fatto d'arme il 29 giugno 1442 presso Carpinone, tutti dovettero sottomettersi al trionfante Alfonso, il quale li lasciò stare nelle sedi occupate, dicono i Cronisti per magnanimità (e come magnanimo egli rimase nella Storia), ma è da credere invece per prudente politica. Nel Febbraio 1443 i Baroni furon da lui chiamati a Congresso. Come attesta il Ciarlanti, vi intervenne Antonio d'Eboli (figlio di un Andrea), il quale, non solo prese parte attiva al Congresso, ma vi presentò anche il giovane figliuolo Andrea, circostanze attestanti che la qualità di Barone gli era stata riconosciuta regalmente; anzi in seguito a tale intervento fu dichiarato diletto Consigliero di Sua Maestà. La Rocca prescelta a sede e dimora dai d'Eboli era stata e rimase Castropignano. Uno di essi ne aveva costruita un'altra a Civitanova, dopo aver avuto questo altro feudo nel 1360. Morto Antonio nel 1456 (?), Re Alfonso confermò o rinnovò al detto figlio Andrea la formale investitura dei varii feudi tra cui quelli di Capracotta. Perciò nei Registri feudali Capracotta si trova unito a Civitanova ed a Castropignano. Trascrivo quel che è inserito nel Repertorio ai Quinternioni di Terra di Lavoro e Molise sulla detta investitura: «In anno 1457 Re Alfonso investì lo Magnifico Andrea D'Ebulo pro se et suis dell'infrascritte Castella: Civitanova, Castropignano cum Casalis, Casalciprano, Roccaspromonte, Speronasino cum Casalis, Capracotta, Macchia Strinata et Cobatta habitati; nec non delli infrascritti altri inhabitati; Castelluccio prope Sperlunga, Monteforte cum medietate Spelunchæ, Pescuvenafre de Comitatu Molisii, et Ripalva de Capitanata, cum eorum Castris, fortellitiis, vassallis, feudis, vineis, herbagiis, olivetis, silvis, nemoribus, pascuis, aquis; molendinis, captinderis, bajulationibus, venationibus, passaggis, gabellis et cum mero et mixto imperio, banco justitiæ, et cognitione causarum civilibus et criminalibus, et cum omnibus ad castra ipsa spectantibus, et pertinentiis, devenute le Castella predette per morte del quondam M. e diletto consigliero suo Antonio D'Ebulo suo padre». Così dunque la formale investitura riaffermata ad Andrea d'Ebulo col grado di gran feudatario, e Barone tra l'altro di Capracotta e suo territorio, era compiuta ed allargata coi maggiori poteri fino a disporre delle sostanze e della libertà personale delle genti poste sotto le grandi ali della sua protezione, pari a quella del manzoniano Don Rodrigo. Nondimeno bisogna riconoscere a questo punto che un certo rinnovamento ed incremento di attività poté cominciare a svolgersi presso la nostra popolazione antica. Già questa s'era andata accrescendo notevolmente sullo scorcio della dominazione angioma, come potremo constatare, ed in essa era penetrato un soffio della cultura intellettuale, anzi laica, pagana propagatasi in Italta fuori dei chiusi cenobii; coi poeti v'era entrato un incitamento allo studio delle lettere, delle leggi, dell'arte di guerreggiare con l'uso delle armi da fuoco piccole e grandi, che già aveva destata l'emulazione dei Condottieri. La vittoria aragonese poi aveva smorzato nel reame l'incentivo alle contese dinastiche ed alle guerriglie tribolatrici delle Comunità ed aperto l'adito ad una pace durevole. Ed il governo aragonese apportò pure un complesso di disposizioni che sollevarono abbastanza tutte le nostre popolazioni montane. Nell'enunciato Congresso dei Baroni, aperto il 28 febbraio 1443; fu provveduto alla riforma tributaria; e fu allora che, abolito il sistema delle arbitrarie Collette e Sovvenzioni, fu istituita la tassa dei fuochi, cioè di un Ducato (£. 4,25) per fuoco o famiglia, col diritto a questa di ricevere un Tomolo (litri 56) di sale. Fu stabilita all'uopo la numerazione dei fuochi nei centri abitati, da rinnovarsi ogni triennio. I detti centri o comunità tennero più degnamente il titolo di Universitates civium. Ma sopratutto giovevole fu l'istituzione (o ripristino secondo alcuni) della Dohana Menapecodum Apuleæ, ordinata il primo Agosto 1447, con la quale, reintegrandosi allo Stato tutto il Tavoliere di Puglia, si distribuirono i pascoli di quell'ampia plaga ai possessori di greggi e di armenti: ed i Molisani e gli Abruzzesi, che ne avevan gran numero, ne furono incitati ad accedervi e ad accrescere le loro industrie. Per facilitarne il tragitto furon tracciate ed aperte le ampie e rette vie erbose dette Tratturi, dagli Abruzzi Aquilano e Chietino fino all'estremo della penisola salentina. Per migliorare le razze furono importati i merinos di Spagna. I pascoli del Tavoliere furon ripartiti in ampie zone dette Locazioni; e queste suddivise ai singoli possessori o massari di armenti, proporzionatamente al numero di ciascuna Masseria; il proprietario o massaro diventava un Locato che assumeva l'obbligo di pagare un vettigale cioè contributo o canone annuo allo Stato. Centro della Dogana fu Foggia. I Locati e tutti i loro pastori, custodi e dipendenti, furon sottratti alle giurisdizioni baronati tanto per le contestazioni civili che penali, e sia per tutte le controversie amministrative sulle Locazioni, e sottoposti alla giurisdizione del Tribunale di Lucera, in prima istanza ed in appello alla Corte di Trani. Anzi tutto il Contado di Molise fu perciò staccato per l'ordinamento amministrativo e giudiziario da Terra di Lavoro ed aggregato alla Capitanata. Fu così che in quel mezzo secolo di favorevole regime ebbe quì incremento l'industria del bestiame e con essa una certa prosperità dei nostri antichi. Con l'aumento della popolazione ingrandì l'abitato, nuove case sorsero fuori del ristretto recinto del vecchio: dilargò la coltivazione delle terre col maggior bisogno di cereali: crebbe la circolazione del denaro che sul finire degli Angioini era diventato rarissimo specie nella valle del Sangro; altre Chiesette sorsero nei nuovi rioni; si accrebbero dì beni le Pie associazioni per confraternite: fu dotato il Clero. Dalle famiglie incominciarono a venir fuori alcuni studiosi che si dedicavano al sacerdozio, alle leggi, alla rinnovata arte del guerreggiare come ho già accennato e come ci è dato desumere dalle note nei Registri dei fuochi di quei tempi. La prima numerazione dei fuochi si sarebbe dovuta cominciare presto, almeno nel corso 1443-1444; ma la più antica ritrovata in Archivio è del 1447. Il Faraglia, che fu tra i primi ad esaminarla, e la trovò mutilata di fogli, ne trascrisse quella parte incompleta relativa alle Terre della Valle del Sangro dal mare a Pescasseroli in una recensione pubblicata nel 1898 in "Rivista Abruzzese di Storia e d'Arte". Il dotto compilatore v'interpose interessanti annotazioni, dalle quali traspare un quadro vivo, ma desolante delle nostre popolazioni a quel tempo, rese più che mai infelici dall'oppressione feudale; dalla vergognosa incuria del governo dei Franchi, dei Normanni, degli Angioini. L'autore rileva che quelle eran cresciute nella proporzione da 1 a 22; ma in quali condizioni mio Dio! Ed è per questo appunto che mi sembra opportuno citare qualche altra annotazione dell'autore, perché poi infaustamente di quella prima Numerazione mancano le pagine relative a Capracotta. Le Numerazioni eran fatte d'ordinario da un Commissario regio, da uno del Barone coadiuvati dal Parroco e da due Massari del luogo. Ma non si trovavano dappertutto Registri regolari dei nati, dei viventi, dei matrimoni, dei morti. A molte famiglie mancavano i cognomi e bisognava andarli rintracciando dal nome patronimico, dall'esercizio del mestiere, dal luogo di provenienza, da qualità o da difetti dell'individuo da nomignoli affibbiati a capriccio o da svariati attributi. Il denaro rarissimo donde nullità del commercio e difficoltà dello scambio delle derrate e delle sostanze. La tutela dei diritti, la giustizia alla mercè del Barone o del suo Agente. Assolutamente nulla la pubblica assistenza, la pubblica utilità, o protezione ad ogni privata iniziativa. Dalla nuova tassa restarono esentati il Barone, i suoi agenti, gli ecclesiastici; i ricchi insomma. Il bene che gli Aragonesi cominciarono a fare in pro dei sudditi fu offuscato però dal non aver saputo resistere alla enorme pressione dei feudatari in cerca sempre di maggiori privilegi. Contro l'ingordigia di costoro e le prepotenze non eran valse gran fatto le Costituzioni Sveve, i Capitoli angioini, le Prammatiche della nuova dominazione; anzi, come afferma il Winspeare, furono «gli aragonesi che più degli altri alienarano i diritti sovrani nell'ammistrazione della giustizia concedendone ai Baroni». Un saggio di questa fatale condiscendenza si trova nella conferma fatta da Re Ferdinando I (il Bastardo) nel 1483 all'altro Andrea d'Ebulo, nipote di quello innanzi menzionato, della investitura dei feudi aviti, principali quelli di Castropignano, Civitanova e Capracotta. All'uopo trascrivo quel che n'è inserito nei Repertori ai Quinterioni: «Il detto Andrea procreò Carlo, et il detto Carlo procreò Andrea juniore, lo quale Carlo, essendo morto prima di detto Andrea seniore, suo padre, successe lo detto Andrea juniore suo nipote in tutte le predette Castella, delle quali in anno 1483 Re Ferrante investì et confirmò et etiam de novo concesse in quibuscumque lo mero et mixto imperio, et cum potestate erigendi furcas et alia meri et mixti imperii signa denotantia, itaque in primis causis homines et vassalli dictarum terrarum non possint extrahi a trubunali ipsius Andrææ et suorum Judicorum, cum potestate componendi delicta; et cum quatuor Literis arbitrariis, cumque Colletta S. Mariæ et de renovato appretio». Da altre Numerazioni di fuochi fatte sotto gli Aragonesi sopravvivono in Archivio quelle del 1472 e del 1489, ma non ho avuto possibilità di consultarle. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Il territorio di Capracotta: periodo degli Angioini

    Il territorio di Capracotta alla mercè di nuovi Feudatarii Non maggior luce si spande attraverso il succedersi della Dinastia Angioina, anzi forse la confusione è maggiore. Ma quel che più penoso riesce nelle ricerche fra le memorie di tutto il periodo medioevale, è l'assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati in quella lunga èra, sia nei rapporti privati, che verso le comunità; né ci resti cenno del numero delle famiglie, dei cognomi, delle più comuni usanze. Dei Feudatari non sappiamo altro se non che, quando re Carlo d'Angiò, assiso sul trono di Napoli, largheggiò di rimunerazioni ai suoi fedeli ed ai sostenitori della sua venuta, sanzionate nel 1269, si rammenta che al romano Riccardo Anibaldi fu assegnata la metà di Agnone, che fu dei Borrello per 30 Oncie d'oro; e che altri ebbero in queste parti Signorie «per concessioni del medesimo Re o per non esserne privati come suoi fedeli». Ma quale metà? L'altra rimase forse al d'Ebulo? Sono punti oscuri che ne rimangono, tanto più che trovasi segnato un Andrea de Sully quale vassallo di Maccla Strinata, ritoltagli dal medesimo Re Carlo nel 1219. La confusione si aggrava nel decorso di tempo posteriore, perché trovasi annotazione del nostro Ospedaletto, trasferito con le Baronie di Forlì e di Castel di Sangro al vice Ammiraglio Cornay, la cui unica figliuola, Maria, andò sposa ad Andrea Carafa, ed a costui restarono i detti feudi fra il 1340 e 1360. Anzi costui acquistò gli altri di Capracotta nel 1352. E così i Carafa assunsero, con gli altri molti, il titolo di Signori di Capracotta, di cui tuttora qualcuno si vantava ai nostri giorni. Intorno al 1430 però un Antonio d'Ebulo aveva preso in moglie Andriella Carafa e con lei riebbe in dote i feudi di Capracotta meno però lo Spedaletto restato ai Carafa. Che la Signoria dei d'Ebulo potesse coesistere con quella limitrofa e vastissima dei Caldora, saliti in quell'epoca all'apogeo della potenza, è spiegabile col fatto dei legami di affinità strettisi fra gli uni e gli altri, perché Giacomo Caldora, vincitore di Braccio da Montone ad Aquila, ebbe in moglie Medea d'Ebulo, ed Antonio Caldora loro figlio (l'avversario di Alfonso d'Aragona) ebbe in moglie Caterina d'Ebulo. Abbandonando il noioso campo delle incertezze sui nostri oppressori, appare notevole nel nuovo dominio Angioino l'imposizione delle fiscalità dal potere Regio direttamente alle singole Comunità. E questo fiscalismo in duplice forma sotto le carezzevoli locuzioni di Collette e di Sovvenzioni, ché quanto al resto è nella storia la cupidigia di Carlo I e di sua moglie «avida di corona e di ricchezze», quale la definisce il Cantù. Veramente le Collette ebbero origine più antica, cioè fin sotto i Normanni, che chiedevano con questo nome sussidi straordinari ai propri Conti e Baroni; e che divennero più frequenti sotto gli Svevi. Carlo primo si avvalse d'una maniera assai spiccia per aver danari; cioè ordinava ai Giustizieri delle Provincie di fargli pervenire per un dato giorno tante once d'oro, così ad occhio e croce. Per esempio nel Luglio 1274 mandò ordini al Giustiziero del nostro Contado di Molise di fargli pervenire 1.000 once d'oro a Lagopesole presso Melfi pel primo Agosto. Nel 1276 ne ordinò un altro di 500 per l'otto Dicembre: nel 1283 una terza pure di 1.000 once. È facile immaginare con quanto giusti criteri potessero raccogliersi in breve tempo dette prestazioni dai feudatari e da questi ai propri dipendenti. Della ripartizione della seconda delle cennate imposte, cioè le sovvenzioni, fatta pare posteriormente con più equi criteri, abbiamo un saggio documentato nella "Cedula generalis subventionis imposita in Justitierato Terra Jaboris et Comitatus Molisii, datum per Magistros rationales Magnæ Regiæ Curiæ Anno Domini 1320 die nona Octobris" Regnante Roberto d'Angiò, l'amico del Petrarca. Questa Cedula, trascritta dal Minieri Riccio nelle "Notizie tratte da sessantadue registri Angioini" dell'Archivio di Stato in Napoli può considerarsi come un ruolo in piena regola dei nostri tempi. In essa troviamo finalmente una indicazione di parti feudali nel nostro territorio assoggettate all'imposta Sovvenzionale come appresso: Maccla Strinata per unce nove e grana quattordici; Capracotta per unce otto e grana sette; Monsfortis per unce cinque tareni 24 e grana sedici; Vallisurda per unce cinque tareni tredici e grana undici. Se si consideri ora, salvo lievi differenze, che un tareno era formato da ventiquattro grana; ed un'Oncia da trenta tareni o tarì, avremo che gli abitanti di questo territorio contribuivano con ventisette once e tre tareni, e poiché ogni oncia valeva ventisei lire oro dei tempi nostri si deduce che pagavano circa settecento lire oro Napoleonico. Se si consideri altresì che Napoli era tassata per seicentonovantatre once (ossia diciotto mila lire e circa) e che la sua popolazione si aggirava sulle 250.000 anime, la tassazione veniva a corrispondere a settantacinque centesimi per abitante. Quindi, se Capracotta contribuiva alla stessa ragione, può bellamente dedursi che i suoi abitanti erano poco meno di un migliaio nel primo ventennio del 1300. Ma essi andarono crescendo di numero piuttosto rapidamente come è dato dedurre dagli eventi del tempo posteriore. Fu in principio del periodo Angioino che potette quietarsi la contesa fra i Monaci Benedettini ed i Capracottesi per i redditi di Vallesorda che il Padre Roffrido aveva destinato alle tonache dei frati di S. Pietro. Il Gattola ne fa menzione nella Sua storia di Montecassino: «In istrumento anni 1294 facto quod litem continet inter homines Vallissurdæ et monachos Sancti Petri pro redditibus ab his hominibus solvendis». La contesa doveva essersi agitata su questa circostanza che quegli eremiti, i quali assistevano la chiesa di S. Nicola di Vallesorda, giustamente pretendevano che i redditi o somma parte dei redditi di Vallesorda restassero a proprio beneficio anziché per rivestire i frati di S. Pietro. Poi quegli eremiti nel 1294 non c'erano più come riferisce altrove lo stesso Gattola: «Ex quibus liquet monachos pro ea tempora in Ecclesiam Sancti Nicolai degisse». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Capracotta nella letteratura del 2023

    Il 2023 è stato un anno strano per la "letteratura capracottese", nel senso che, assieme a libri di poca importanza (oggettivamente), abbiamo registrato una menzione letteraria talmente importante da fare il paio con la «contadina di Capracotta» di Edmondo De Amicis o il «cappellano di Capracotta» di Ernest Hemingway. Qualcuno storcerà il naso: poco male. Mi riferisco, infatti, a «Capracotta, il paese natale di Davide», uno dei personaggi de "Il vento soffia dove vuole", l'ultimo bellissimo romanzo di Susanna Tamaro. Ho ampiamente parlato di quella menzione in un articolo specifico, all'indomani di quella che ai miei occhi fu una gran bella scoperta letteraria, tanto che la Tamaro stessa, dopo aver letto le mie inadeguate righe, ebbe la deliziosa cortesia di scrivermi: «Grazie per l'omaggio. Viva Capracotta!». Lucia Bellaspiga, giornalista di "Avvenire", ha scritto che «non c'è nulla di scontato nella trama, che avvince il lettore tra pacate considerazioni e improvvise accelerazioni (colpi di scena), alternando commozione ad umorismo, tenerezza a parole crude, che non fanno sconti ma nemmeno condannano». Sono contento di aver promosso questo romanzo presso i miei compaesani, che l'hanno acquistato numerosi. Per quanto riguarda la letteratura minore che si è interessata a Capracotta, meritano una menzione altri due/tre libri. Il primo è curato Alison Keith e Micah Y. Myers e tratta il rapporto tra Virgilio e l'elegia, in cui una volta ancora il nostro paese - all'interno di un saggio di Sophia Papaioannou - viene tirato in ballo per l'abitato sannitico che vi sorgeva, dove la dea cerealicola per eccellenza, Cerere, era venerata e tributata. L'altro libro meritevole di menzione è "Stendhal in bicicletta" di Manlio Pisu, in cui l'autore, responsabile dell'ufficio stampa della Consob, scrive che «le montagne dell'Appennino, con il loro manto boschivo ben preservato, la fanno da padrone: [...] Capracotta e Campitello Matese, forti anche di un buon innevamento invernale, hanno una naturale vocazione per sci di fondo, ciaspole, trekking, escursioni a cavallo e naturalmente mountain bike». Il terzo ed ultimo libro di discreta importanza a citare Capracotta è "Gunners from the Sky" di Paul Chrystal, in cui l'autore ha raccolto e ricostruito le testimonianze del maggiore David Chrystal, tra cui leggiamo quella dell'«atrocious weather» (tempo atroce) di Capracotta, sotto cui si erano attestate due batterie canadesi e dove vennero finlmente raggiunte da una terza. Curiosa infine la menzione capracottese all'interno de "Il lago scomparso" di Giuseppe Greco, in cui leggiamo una teoria eccentrica sull'origine di un monte lucano detto Carpineto, in provincia di Cosenza, tanto che «tradisce un'origine longobarda da crap, tomba, a sua volta dal germanico graft, fossa, tomba, come per il toponimo Capracotta» che, per l'autore, significherebbe «la tomba dei Goti». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., I viaggi del Sole. Le mete in Italia e all'estero - I diritti del turista, Il Sole 24 Ore, Milano 2023; P. Chrystal e D. Chrystal, Gunners from the Sky. 1st Air Landing Light Regiment in Italy & at Arnhem (1942-44), Pen & Sword, Barnsley 2023; G. Greco, Il lago scomparso. L'eredità sommersa dei longobardi in Italia, Gagliardi, Roma 2023; G. Grossi, Propileo quadrato, Youcanprint, Lecce 2023; A. Keith e M. Y. Myers (a cura di), Vergil and Elegy, University of Toronto Press, Toronto 2023; E. Lunardon e L. Piazzi (a cura di), Comunque nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani, Mimesis, Milano 2023; M. Pisu, Stendhal in bicicletta. Itinerari cicloturistici d’autore e bike economy, Il Sole 24 Ore, Milano 2023; S. Tamaro, Il vento soffia dove vuole, Solferino, Milano 2023;

  • «Vir bonus dicendi peritus»: il dialogo è l'arte della comunicazione

    È un'espressione latina attribuita a Catone e in seguito ripresa da Cicerone e Quintilliano. Uomo di valore (dal latino vir, non semplice homo), esperto nel possesso della parola, nell'arte del comunicare. Qualità del sapersi esprimere con proprietà, chiarezza, efficacia ed eleganza di linguaggio. Farsi capire ed essere compresi è una dote non comune. Bonus, cioè onesto, è qualità indispensabile, trasparenza piena che coincide con lealtà, saggezza e competenza. Qualità morali che denotano la persona eticamente irreprensibile. Il silenzio e la menzogna insabbiano la verità. Eu-leghein significa dire il bene, non semplice bonomia, ma virtù che definisce il valore e l'eccellenza della persona. Dicendi peritus, esperto nel parlare, nel confronto continuo, leale e rispettoso delle opinioni altrui, con padronanza di termini e coerenza. «È la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui», affermava don Milani con icastica incisività. Il vir bonus che si esprime con perizia possiede lungimiranza, conoscenza piena ed esperienza dei problemi. La comunicazione è studiata a tre livelli differenti, pur essendo un unico evento: la sintassi, la semantica e la pragmatica. La sintassi studia i canali e i codici che si usano nel parlare, permette il passaggio di informazioni attraverso il contatto diretto "faccia a faccia". La semantica studia il significato dei segni e dei simboli che si usano, perché differenti sono le esperienze della vita e differenti sono i significati che vi si attribuiscono. Ogni parola ha in ogni momento della vita un significato che è in parte nuovo, in parte antico. La pragmatica è la più nuova e utilizzabile nella comunicazione nella scuola relazionale di Palo Alto. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed una di relazione, che indica il modo in cui la comunicazione deve essere assunta da chi la riceve, studia gli effetti sul comportamento. La coerenza con i valori, la padronanza di essere se stessi, rispecchiandosi in atteggiamenti di luminosità comportamentale con tutti, esercitano un trascinante potere educativo, senza abdicare alla propria dignità, che è il dono più prezioso ricevuto da Dio e dalla natura. Accoglienza calorosa, accettazione incondizionata, non direttività, consultazione "centrata nel cliente", sono utili strumenti pedagogici, preservano dall'imporre contenuti autoritari che bloccano l'esercizio della comunicazione (Karl Rogers, psicologo umanista). Trasmettere un messaggio significa rispettare la dignità dell'altro. «Spero che tu sarai diverso da me domani, ma non senza di me oggi»: è il consiglio di un grande educatore, Bruno Bettelheim. Con chiarezza introduce il seme della bontà, della disponibilità, del rispetto vero, dell'amore intelligente e creativo nel difficile campo dei rapporti sociali e della comunicazione. Rilegge semplicemente il Vangelo per evidenziare una maniera esigente di vivere l'impegno cristiano a servizio del prossimo. Addita le vie del coraggio per ritrovare la voglia di "camminare nella vita". Assume il tono semplice del colloquio senza imporre la sua verità, con la capacità di discernimento e di conversione della persona impegnata. Discernimento dei segni dei tempi che irrompono nell'oggi. Indica non tanto di fare delle cose, ma di fare delle scelte, non altro ma oltre, allargare gli orizzonti, non lasciarsi incapsulare dall'effimero e dalla banalità del quotidiano. Alimenta la speranza, che indica certezza che il bene è possibile, se il vento dello Spirito soffia sul fuoco della solidarietà degli uomini e delle donne. Avere il coraggio e la saggezza di cambiare le cose che si possono cambiare, comunicando, modalità originaria della persona che traduce in concreto la capacità di relazione. Quando un pensiero è limpido e carico di energia trova sempre la terminologia essenziale, assumendo anche la lingua della gente arricchendola di locuzioni inedite per essere comunicato, acquisisce e utilizza alcune competenze comunicative "per dirsi e darsi all'altro". Si richiede il culto dell'ascolto, dell'attenzione e della disponibilità per fare insieme un po' di strada, cercando domande e risposte vere per la vita. Restituisce alla parola una valenza costitutiva, dialogica e chiara, evitando le chiacchere e l'"oceano verbale" di parole inutili, rompe il muro della incomunicabilità e arriva alla parola giusta. L'uomo è la sua parola, in essa riversa il cuore del suo essere, quel cuore che è prima della parola e dal quale nasce ed attinge quella profondità interiore in cui hanno origine i pensieri e le emozioni. La comunicazione è scambio di messaggi e partecipazione di sentimenti. Chi parla non riferisce solo avvenimenti, ma rivela il suo modo personale di sentire, le personali risonanze emotive di fronte alla vita e al mondo. Nell'arte del comunicare è un facilitatore, che riesce a creare un clima di libertà psicologica e di reciprocità, di stima e di compartecipazione. Per ben comunicare serve una capacità empatica: la fascinazione. Aprire il cuore e la testa delle persone, condurle ad una evoluzione, direbbe Umberto Galimberti, psicanalista ed esperto di comunicazione, dall'impulso alla emozione, dalla emozione al sentimento, dal sentimento alla azione educativa. Comunicazione empatica e intelligenza emotiva coinvolgono, emozionano, educano, sempre, dovunque, tutti. Per dare qualità e spessore al proprio stile comunicativo ognuno deve conoscerlo, affinarlo e utilizzarlo con scioltezza e duttilità. Cogliere i sentimenti e le emozioni, stabilire un rapporto orizzontale nel dialogo e nutrirlo di fede e di fiducia, scegliere i registri più opportuni e accorti, i canali più efficaci per dare al dialogo il nome di confidenza, parlare nell'autenticità del proprio essere, hanno un'alta qualità comunicativa. Saper ascoltare in silenzio ha un significato che va oltre ciò che si esprime in modo manifesto. Anche i momenti di pausa sono importanti come nella musica: indicano tensione, stupore, riflessione, memoria, attesa. Se si introducono nella comunicazione i geni della tenerezza e della serenità, della pazienza e della gioia, si troverà un giusto correttivo all'efficientismo e all'autosufficienza contemporanea. La mancanza di dialogo crea diffidenza, chiacchericcio, la tattica del sospetto, la confusione delle lingue, la Babele della comunicazione. Il cardinale Martini, nel testo "Effatà. Apriti!", traccia alcune costanti della comunicazione umana seguendo il comunicare di Dio nella storia: il silenzio, il tempo, le luci e le ombre, la pazienza, il coinvolgimento, l'ascolto, la reciprocità. È rilevante la reciprocità. Non si può mai parlare a senso unico, si comunica per suscitare una risposta, magari silenziosa, verbale o solo gestuale. La persona alla quale ci rivolgiamo ha i suoi sentimenti, le sue attese e le sue difficoltà, bisogna inserire tutto in un dialogo costruttivo per far passare le parole. I vangeli presentano alcune scene mirabili di comunicazione autentica. Pensiamo a Gesù che accoglie la samaritana diffidente, parla con Nicodemo uomo ripiegato su sé stesso, scioglie la lingua al muto, toccandolo e stimolandolo anche con i gesti. La sua parola non è mai priva di fecondità e di effetti trasformativi visibili. La comunicazione è essenziale alla missione di pastore e di guida, traduce e perfeziona la capacità di relazione e si inserisce nell'orizzonte della "carità personale", autorevolmente proposto dal magistero della Chiesa. Il comunicare è modalità originaria della persona, l'io sollecita ed è sollecitato da un tu e diventa persona. Quando un pensiero è limpido e carico di energia culturale e spirituale trova sempre la sua terminologia essenziale, assumendo anche la lingua della gente arricchendola di locuzioni inedite, per essere compreso. È un valore decisivo della sua esperienza umana e religiosa: senza comunicazione non c'è esistenza e sviluppo. È come un «camminare nella seta», afferma il card. Martini, è «il quinto talento» da far fruttare insieme agli altri quattro: Vangelo, liturgia, sacramenti, comunione. Senza l'attenzione alla comunicazione non sono incisivi, i talenti, «si richiudono su se stessi e alla fine sbiadiscono». Altra caratteristica del buon comunicatore è l'affabilità. Dall'etimo affabile è colui che parla e colui a cui si può parlare, colui che ha tanta stima e tanta attenzione per l'altro da essere sempre disposto al dono della parola, un dono del proprio cuore e della propria intelligenza. Affabilità è la base di ogni rapporto, segno di rispetto e di condivisione, richiesta di collaborazione, crescita di relazioni giuste e corrette. Il ministero sacerdotale è fatto davvero di servizio, di decentramento e non di onnipotenza. È l'uomo della parola autentica, che vince la frantumazione della vita, rompe il muro della incomunicabilità, costruisce relazioni giuste. È un facilitatore della parola che crea un clima di genuinità, perché crede nella tendenza costruttiva della persona, alle qualità indispensabili, quali il calore, la spontaneità, la comprensione e l'accettazione non giudicante. Nelle omelie, nelle catechesi e in tutti i diversi modi di comunicare, anche il Sacerdote, tiene presente la risposta che l'altro può o è chiamato a dare per continuare il dialogo. Attento alle domande, come Gesù nei Vangeli, usa la parabola, i paragoni, esempi e riferimenti facili, sminuzzando le argomentazioni in maniera immediata e diretta, per essere vicino alla gente. Un uomo che costruisce la sua vita come risposta alla Parola di Dio che lo costruisce e lo rende sereno, riesce a suscitare negli altri, attraverso tutti i linguaggi con cui si esprime, la straordinaria presenza di Dio nella sua vita. La voce, il modo di porsi, «un non so che di fine e di deciso», generano attenzione e fascino. Un grande poeta e teologo, David Turoldo, ha affermato: «ascolto la Parola, perciò parlo e agisco, se occorre protesto, se necessario subisco, ma senza arrendermi, senza rintanarmi all'ombra del disimpegno». La scienza dell'amore (modalità del cuore) può essere unita alla scienza della fede (modalità intellettuale). Se infatti la scienza della verità è l'adeguazione dell'intelletto alla verità, la scienza dell'amore è l'adeguazione del cuore alla realtà. Direi di più: la carità è l'adeguazione della persona umana alla Persona di Gesù Cristo. La parola facilitata, espressa con amore, coraggio e impegno, permette di essere persone vere che vivono la vita quotidiana nell'amore e nell'abbandono fiducioso nelle mani creative di Dio, che plasma ogni creatura a «sua immagine e somiglianza». La capacità di parlare, con semplicità e chiarezza, (chiarozzo chiarozzo, direbbe Filippino Neri - Pippo Bono) a coloro che sono lontani dalla fede, renderebbe più credibili e disposti ad ascoltare la Parola e professare la fede. Il fenomeno del mutismo e della sordità nella Bibbia è metaforico e designa chiusura e assenza di comunicazione. La capacità di ascolto senza pregiudizio e senza remore è contrassegnata dall'identità dell'altro, dal desiderio sincero di comprendere le ragioni, gli orientamenti e le diversità che hanno accompagnato la distanza e sono alla base dell'incomunicabilità e dell'incomprensione reciproca. Valorizzare ciò che unisce piuttosto ciò che divide conduce ad un vero e costruttivo incontro con l'altro è un atteggiamento di assoluto rispetto della libertà della persona. La testimonianza della propria vita crea occasioni di riflessione e di confronto. Favorisce l'incontro con chi vive "al di là del recinto" e si professa non credente, è scelta pastorale irrinunciabile. Nessuno deve sentirsi estraneo o ai margini della comunità ecclesiale. Il "prete oggi" deve facilitare l'incontro ravvicinato per coltivare e costruire ponti che lo conducano all'incontro con chi vive sull'altra sponda. Negli ultimi quarant'anni la ricerca scientifica sulla comunicazione ha accordato un'attenzione sempre maggiore alla religione, alimentato dall'espansione del mondo online e dalia crescente visibilità di gruppi nel mondo dei media. Molti hanno asserito che un impegno religioso personale rende più facile comprendere il mondo della comunicazione e della religione "dall'interno". Si può rintracciare il maggiore impulso alla crescita di quest'area di ricerca nella volontà che anima un numero sempre maggiore di studiosi: lavorare insieme al di là di confini nazionali e religiosi. «Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, approfittate di ogni occasione. ll vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno»: è un invito saggio di san Paolo ai Colossesi (Col, 4,3-6). Invito chiaro al pensiero rigoroso e alla franchezza discorsiva, con la fermezza, la parresia e la serietà della persona adulta. Il potere della parola è creativo e ricostruttivo, è medicina. La partecipazione attiva ed emotiva di chi ascolta offre parole ricche di risonanza, che solo un'attenta attività interiore rende possibili. Ogni parola risuona nel cuore di chi ascolta. È come una corda di chitarra che, in se stessa muta, può produrre suoni straordinari, se mossa e amplificata dalla mano e dal cuore di chi la tocca e la fa risuonare nel cuore di chi ascolta. Senza perdere l'acutezza dello sguardo e la serenità del volto, senza smarrire una profonda simpatia per le persone che incontra, per quanto confuso, incerto e faticoso possa essere il suo cammino. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Neve

    Cadono fitti petali di neve; alberi indossano soffici stole, diademi lungo intrecci di rami, fino alle barbe bianche. Manti ovattati nascondono forme, realizzano opere piene. Braccia troppo stanche liberano cumuli densi con scrosci improvvisi; colpi di vento sollevano turbini di fiocchi impazziti. Flora Di Rienzo

  • Tabula Anglonensis: la storia del mito

    1. Il ritrovamento Non sarei qui a raccontare, se non fosse per quell'originale di mio genero. Quando insiste, quel ragazzo, non so mai metterlo a tacere. E forse non ha mica tutti i torti, dal momento che, senza colpa, nato innocente come tutti i bebè del mondo, mi trovai a vivere una vicenda la quale, a pensarci ora, alla mia età, non posso che credere imprevedibile e rara. Il fatto cominciò dalle mani grosse di un contadino di duecento anni fa, il quale, per onestà o ignoranza, riferì al suo padrone di aver trovato, nelle terre in cui gli aveva dato il compito di lavorare, uno strano oggetto che il destino volle fosse poi conosciuto da storici, archeologi e periti museali, ma il quale, vi meraviglierà, posso ancora sfiorare con le mie mani, duecento anni dopo, seduto comodamente a casa mia. Il nome del bovaro o contadino o bifolco, come direbbero alcuni storici, pare fosse Pietro e dico pare perché in questa vicenda si è messo in dubbio ogni evento e ogni persona che ne prese parte. L'immaginazione ha teso trappole a studiosi e curiosi - me compreso - tanto che, ad oggi, pare non vi sia certezza di nulla, nemmeno del nome di un bovaro o contadino o bifolco. Ma io ho maturato la certezza che Pietro sia esistito, che il suo cognome fosse Tisone e che, senza di lui, anni e anni di studi, errori ed equivoci non si sarebbero mai compiuti. Povero Pietro, probabilmente, se avesse avuto idea di quanto sarebbe seguito dalla propria scoperta, si sarebbe sbarazzato subito di quanto aveva trovato. Era il marzo del 1848, anno bisestile, per questa ragione forse già guardato con sospetto dalla popolazione più scaramantica, anno di rivolte e insurrezioni, quelle che portarono alla concessione delle prime carte costituzionali nei Regni allora presenti in Italia e nello Stato Pontificio; l'anno delle cinque giornate di Milano, delle dichiarazioni di guerra all'Austria da parte del Regno di Sardegna, delle rivolte del popolo che a Roma assediò il Quirinale chiedendo a gran voce uno stato laico, della fuga del Papa sotto mentite spoglie con l'aiuto degli austriaci; l'anno dell'insediamento al trono d'Austria di Cecco Beppe, il quale è certamente più noto oggi come Franz e per essere stato lo sposo della tanto compianta Principessa Sissi. Del fragore di questo anno, a Pietro Tisone probabilmente arrivò molto poco. Viveva a Capracotta, nello Stato Pontificio, villaggio di montagna a 200 km ad Est di Roma, distante almeno 70 km dall'Adriatico e a 1.421 metri sul mare. Piccolo agglomerato dell'Appenino, freddo d'inverno e fresco e piovoso d'estate, era sorto in epoche storiche remote, dopo le fughe di popolazioni italiche che avevano cercato scampo dalle persecuzioni romane e dalle guerre tanto vicine ai grandi centri abitati. Luogo prezioso perché difficile da raggiungere, nascosto e privilegiato, complicato da vivere in certi periodi, ma rifugio sicuro, riparato dai nemici e probabilmente anche dalle stesse notizie dei nemici. Sto divagando, ma spero possiate comprendermi e perdonarmi. Io, durante tutta la mia vita, non avendo notizie storiche certe di alcuni fatti, ho potuto solo perdermi nella fantasia, cercando di puntellarla con le verità storiche scolpite nei libri che conoscevo. Ma i fatti storici, benché necessari per la coscienza di un Paese, sono fatti, liste di eventi, date, sotto la cui mole l'uomo comune spesso scompare, nonostante ne sia stato artefice, vittima e protagonista. E l'uomo lo ritrovavo, io, nei racconti della mia famiglia, nell'immaginazione di bambino e di adulto. Poi, alla mia età, devo riconoscere che il passato di tutti, anche quello personale, privato, si rivesta di un mantello di fantasia che ce lo fa apparire certamente più accattivante, non sempre bello, ma più intenso nelle cifre dell'amore e della sofferenza. Tutti noi abbiamo provato l'esperienza del fratello o dell'amico che smentisce i nostri vivissimi ricordi di sensazioni esageratamente positive o negative di un qualche fatto del passato. Di fronte al medesimo evento, l'immaginazione di ciascuno di noi orchestra una quantità di sensazioni tali da rendercelo più prezioso, privato, menzognero, ma nostro. Così, di Pietro, per restituirgli l'umanità che i fatti storici gli avevano espropriato, immaginavo si alzasse ogni mattina allo spuntare del sole per controllare il tempo e capire se fosse giornata buona o giornata storta, giornata di lavoro o giornata di attesa senza compenso; immaginavo avesse una moglie e uno stuolo di figli, immaginavo che ispirasse buona fede, che fosse un trentanovenne solido e ben piantato, come si richiedeva a un contadino della sua età, che conoscesse come ripararsi dal freddo gelido di quelle montagne d'inverno e come far fruttare quelle terre d'estate; immaginavo fosse severo con i figli e timorato di Dio lo stretto necessario a non farselo nemico, purché li salvasse sempre tutti dalle malattie; immaginavo che i suoi figli lo guardassero con occhi sgranati ogni qualvolta riuscisse a portare a casa qualcosa di diverso dal solito, che fosse una lepre, una volpe o una tavola di bronzo del 200 a. C. Ancora oggi, io vedo Pietro entrare in casa con questo fagotto, poggiarlo sul tavolaccio della cucina, quella con il focolare e una pentola in cui bolliva la solita minestra di ceci dei tempi magri. «E che hai portato?» gli aveva chiesto sua moglie. «Ma sai che non lo so?» aveva risposto lui. «Come, non lo sai?» gli aveva risposto lei a sua volta, facendo la solita faccia sospettosa di chi si attenda una battuta delle sue, una sciocchezza da uomo di buon umore, grazie a Dio. Nel frattempo il resto della famiglia aveva fatto presto a radunarsi al tavolaccio dalle due stanzette contigue alla cucina. La figlia maggiore era tornata a rimestare la minestra, unica della famiglia autorizzata a quel compito dopo sua madre, benché il privilegio non le riconoscesse mai il diritto a chiederne una porzione più abbondante degli altri. «Ma cos'è?» riprendeva sua moglie. «Ma se ti ho detto che non lo so! L'ho trovata stamattina mentre scavavo vicino alla maceria per buttarci le pietre vecchie. È curiosa, vero?» Tutti equamente analfabeti nella casa di Pietro, di fronte a una lastra di bronzo incisa con strani caratteri, non ne avrebbero inteso il senso nemmeno se i caratteri fossero stati quelli insegnati sui banchi di scuola. «E il padrone?» aveva ripreso la moglie, adombrandosi alla notizia che la lastra provenisse dalle sue terre. «E il padrone non lo sa.» «Come, non lo sa?» «Glielo dirò domani, ora sono stanco.» «Che testa che hai! Dovevi dirglielo subito, dargliela subito! E se ora cade e si rompe?» Pietro rise: «E se si rompe non l'avrà. Nemmeno sa di averla mai avuta!» «Tu ci manderai tutti all'elemosina! Vedi di andare a portargliela domani, appena sveglio. Che poi, vai a sapere, magari è di qualche morto e ci porterà sciagura.» «Ma quale morto…» «E che ne sai, tu? Forse dove hai scavato tu c'è un cimitero antico. Per quanto è brutta non è una cosa che una donna avrebbe voluto tenere in casa» e così via... La mia fantasia di bambino prima e di adulto poi proseguiva di volta in volta complicando a piacimento la conversazione e i suoi possibili partecipanti. Di fatto, sappiamo con certezza che Pietro rese la tavola al suo padrone, tale Giangregorio Falconi. Paolo Amicarelli Fonte: P. Amicarelli, Tabula Anglonensis. Una ossessione di famiglia, Vimercate 2023.

  • Il territorio di Capracotta: periodo normanno

    Il territoro di Capracotta nel Giustizierato Abruzzese Sul finire del secolo XI, e propriamente in febbraio del 1083 un figlio o nipote del precedente donatore Borrello rinnovò la donazione suddetta con un secondo rogito steso «in Sangrum» dove abitava (forse Castel di Sangro) per consenso e volontà espressa dai genitori, e per l'eterno pretesto della redenzione delle anime di tutti e tre. Il donatore però, col nome e con la firma di Vulterius, dette prova di nuova munificenza, accrescendo la dotazione dei monaci di S. Pietro con altre cinquanta modiole (moggia) di terreno nei dintorni di Vallesorda e di un secondo mulino posto al capo di Verrino, con le scoscese terre laterali. L'atto stesso trovasi trascritto integralmente nella storia del Gattola, di cui inserisco la parte testuale più notevole: «In Dei nomine anni sunt millesimo obtuagesimo tertium et die mensis febbruari per indictione septima [...] Ideo me Vulterius filius quidem Borello, qui modo est abitator in territorium Berlentarum in castro de Anglone bona et spontanea et cum bona voluntate et per consensum suprascripti Borrelli genitore meum pro timore Domini et redentione et absoluzione animæ meæ et de genitore et de genitrice meæ [...] dono et trado et iudico et concedo et offero in issa ecclesia Beati Sancti Nicolai, qui est sita in territorio de Anglono, ubi capite de Berrino bocatur, et ad bos Johannes, sacerdos et monacho qui es remita ad populum, qui modo es prior hoc est in primis una ecclesia qua est sita in honore Santi Petri, et quinquaginta modiola de terra et amplius et unum mulinum cum ripibus et cum pertinentiis et cum ipse rebus infra fine de ipsum territorium de Anglone et cum omnia quantum inter se vel supra se habent». L'esistenza di questo secondo molino al pari dell'altro indicato nell'antecedente donazione offre l'indizio certo di vicina popolazione. Ma di questo si ha più chiara conferma nella espressione «tu qui es remita ad populum, qui es prior» che pare debba interpretarsi: "tu che sei l'eremita a capo di questo popolo", popolo si capisce circostante a Capracotta, come poi si desume dalle contestazioni che vennero dopo tra i monaci di S. Pietro ed i nuovi feudatari, moltiplicatisi con lo stendersi dei Normanni nella bassa Italia. Perché è bene osservare che, fin sotto i primi Carolingi, i Duci avevano assunto a programma spiccio il grido amoroso della civetta: "Tutto mio, tutto mio". È chiaro che ai nuovi capi militari di Roberto Guiscardo e di Re Ruggiero bisognava dare un posticino al sole, ed in conseguenza furono, per far loro posto, spezzettate le preesistenti vaste contee, formandone contee minori. Somma parte di quei grossi dominatori di prima dovette piegarsi a mutar bandiera, come al solito, pur di restare nella propria sede al comando delle contee minorate. Il compito di tutti costoro continuò ad essere quello di spillare quanto loro occorreva con balzelli o col trarre militi per le guerresche faziose imprese, tolti alla povera gente da loro assoggettata. Quanto ai bisogni di questa gente la cura ne rimaneva devoluta come sempre a ...quel buon Dio che alla pecora tosata volge in Aprile il mese di Gennaio; e secondo il mantel tarpa al rovaio l'ala gelata... Però nella loro infinita misericordia quei signori lasciarono che i poveri inchiodati nelle loro terre raccogliessero legna secche entro i boschi e pascessero il bestiame nei pascoli e nei campi, ma soltanto pel motivo «ne cives ad arma veniant, nec vitam inermem ducant». E così, siamo d'accordo, nacquero gli usi civici. Così avvenne che anche la vasta contea dei Borrello di Agnone fu suddivisa in quei tempi: ed, atteso che nel nostro territorio i diversi aggruppamenti di popolazione avevan dato luogo alla formazione di vari Casali, fra cui più popolosi si erano andati formando quelli di Macchia, di Vallesorda e di Capracotta, fu presto affibiato a ciascuno di questi un conte o barone o feudatario che dir si voglia, nessuno dei quali però né allora, a quanto pare, né mai concesse l'onore di venire a dividere la inclemenza del cielo, la rigidezza del clima e gli stenti degli abitanti, per cui può dirsi che Capracotta non fu mai propriamente, o almeno interamente feudale. Qualcuno pertanto di quei Signori nostri dovette cominciare forse ad interessarsi un po' soverchio delle percezioni dei monaci di S. Pietro in questo territorio, perché, nel febbraio del 1179, fu intimato: «Domini Gualterio Buddon di Ragone» Signore di Vallesorda; a «Rogerio Mayaer de Palena et Odoni de Pectorano» di comparire innanzi alla Magna Curia, convocata in Isernia da Riccardo de Molisio (che il Gattola giustamente annota essere Riccardo Mandra) «comes et domni regis familiaris» e con l'assistenza di «Raynaldus Dei Gratia Iserniensis episcopus et Robertus Boianensis episcopus», perché ciascuno di quelli «ab omni sæculari conditione liberasse et quitasse ecclesiam S. Nicolai in Vallesurda ed ecclesiam sancti Laurenti in Anglone», e costoro dovettero obbligarcisi. Nuova contestazione sorse in seguito «inter fratrem Roffridum venerabile Præpositum S. Petri de Avellana et dominos de Capracotta de tenimentis et finaitis casalium Vallisurdæ, scilicet et Revellionis, Tancredus videlicet Raynaldus nepos eius, ipsi quantam peciem terræ de Vallesurdæ quam professi sunt se habere in pignore pro quinque solidis». I monaci di Monte Cassino ricorsero all'autorità competente regia o giudiziaria, la quale mandò a derimere la controversia Giovanni Magistro giudice di Capua, il quale ottenne la concordia delle parti, e con scrittura della quattordicesima indizione (non è detto altro) dell'anno 1181 fu stabilito che i domini Tancredi e Raynaldo rendessero ai monaci liberamente le terre usurpate al confine dei casali di Vallesorda e di Revellione ed i monaci fossero obbligati a restituire i cinque soldi. Non mi è riuscito di sapere a quanto potessero equivalere quei quinque solidis per cui quei buoni Signori s'avevano costituito un pegno anticretico sulle terre dei monaci. In quell'atto intervennero quali testimoni con giuramento un monaco pei confratelli «et tres alii legales homines de Vallesurda» che concordemente attestarono come quei signori avevano usurpato quelle terre da quarantasei anni. C'erano dunque tre uomini legali in Capracotta? Credo fossero invece testimoni legati da giuramento. Pochi anni dopo, cioè nel 1189, lo stesso abate Roffrido, preposto al Monastero di S. Pietro, per le loro vestimenta: «Concedimus vobis in perpetuum redditis annuos de herbatico, glandatico et data hominum Vallessurdæ casalis S. Nicolai ecclesiæ quæ cella est ipsius Monasterii S. Petri, ut singulis annis recipiatis et habeatis eos pro supplendo indumentorum vestrorum defectu». Insomma, purché andassero vestiti i monaci, poco importava che non avessero di che coprirsi i fanciulli dei poveri montanari. E la lode ne andò al padre Roffrido «ex mox edenda vero concessione diagnoscitur quam ardens fuerit erga Monachos S. Petri Roffridi abatis Cassinensis studium cum pro illorum vestibus fructus Vallissurde assignaverit». Se non che il venerabile Padre Roffrido col suo zelo, ed i monaci di S. Pietro col desiderio delle nuove sempre e calde tonache, avevan fatto non tanto bene il conto, perché i nostri antenati Capracottesi cominciarono ad opporre qualche difficoltà al pronostico dei frati (sempre insubordinati i nostri compaesani): ne venne fuori una nuova e più larga contesa, che poi fu sedata nel 1294, come faremo parola nel periodo seguente. Anche questi tre ultimi documenti, da me in parte citati, trovansi integralmente trascritti nella Storia del Gattola. Che le terre sottoposte alla Signoria dei Borrello di Agnone fossero andate suddivise nel modo come poco innanzi ho fatto cenno, e che essi, coi propri suffeudatari, fossero tenuti a fornire di milizie il Conte al comando del quale erano soggetti, trovasi documentazione nel "Catalogus Baronum Neapolitano in regno versantium, qui sub auspiciis Guglielmi Cognomento Boni ad terram sanctam sibi vindicandam susceperunt". Di questo notevolissimo documento aveva fatto cenno il Ciarlanti come tema di uno dei discorsi del Duca Ferrante Della Guardia; messo in luce dal Del Re nell'opera "Cronisti e scrittori sincroni Napoletani". Esso fu da vari critici storiografi variamente discusso fino a contestarne lo scopo della crociata bandita da Gregorio ottavo. Per noi è interessante trarne conferma della gerarchia stabilita dai feudatari e più di trovare in esso un ricordo del nostro territorio, dei signorotti alla cui mercè eran posti i nostri lontani progenitori. La sua data attribuita al 1189 non si ritiene certa. A questo punto, per miglior chiarimento, stimo opportuno rammemorare che il nuovo Reame di Napoli, fondato dai Normanni, era stato ripartito da Re Ruggiero in dieci Giustizierati, in ognuno dei quali un vario numero di Contee maggiori racchiudevano antiche Contee o Gastaldati minori; ed infine queste suddivise in Signorie inferiori. Tale fu la nuova e moltiplicata gerarchia feudale ordinata da estranee genti e così funesta ai nostri popoli per la sempre crescente tirannide dei feudatari stessi, tirannide dipinta a vivi colori dal genio di Alessandro Manzoni, illustrata fra gli altri dal Winspeare nella "Storia degli abusi feudali". Della maggiore Contea nella nostra regione (ora Provincia) fu messo a capo (o già vi si trovava forse) quell'Ugo De Molisio o De Molisiis, dal cui cognome sì afferma sia rimasto il segno parlante alla regione stessa col nome di Comitatus Molisii, Contado di Molise. Agli ordini di lui erano soggetti i feudatari degli antichi e suddivisi Gastaldati, fra cui quello di Agnone; nel quale era incluso il territorio di Capracotta. Conviene avvertire che poco appresso, il Contado di Molise fu unito all'Abruzzo per formare il terzo Giustizierato detto perciò Justitieratus Aprutii et Comitatus Molisii, come attesta il Del Re nell'opera citata, capitale Sulmona se non erro. Dagli Svevi, posteriormente, fu staccata dagli Abruzzi ed aggregata al Giustizierato di Terra di Lavoro come emerge dai documenti posteriori. Trascrivo ora quel che è segnato nel Catalogo dei Baroni Napoletani compresi nella circoscrizione ovvero Contea di Agnone, alla cui signoria trovavasi capo Guglielmo Borrello: «Guillelmus de Anglono tenet de Comite Hugono Anglonem, Castellum Judicis et Montemfortem, quod est feudum octo militum, et cum augmento obtulit milites sedecim. Isti tenent de prædicto Guillelmo De Anglono: Tancredus de Civitella et frater ejus tenent de eodem Guillelmo Civitellam quod est feudum duorum militum, et cum augmento obtulit milites quatuor et servientes quatuor. Joczolinus de Caccabone tenet Caccabonem quod est feudum duorum militum et cum augmento obtulit milites quatuor et servientes quatuor. Robertus De Maccla et frater ejus tenent Macclam, quod est feudum unius militis. Gentilis Senebaldus tenet Castellum novum [Castelluccio in Verrino?] quod est, ut dixit, feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos et servientes duos. Gualterius Baronus tenet Castellum Larronem [Castelbarone] quod est ut dixit, feudum unius militis et cum agumenti obtulit milites duos et servientes duos. Robertus de Guasto tenet Guastum quod est ut dixit feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos. Gualterius Bodanus [o Budonus] tenet Capram cottam, quo est feudum unius militis et cum augmento obtulit milites duos et servientes duos. Una sunt de propriis feudis servitii prædicti Guillelmi de Anglono milites octo et cum augmento miltes sedecim. Una tam demaniis quam servitiis milites trigintaduo et servientes trigintaduo». In questo elenco son designati dunque ben sette suffeudi nella circoscrizione di Agnone. Fra questi Capracotta sotto la tutela ognora di Gualtieri Budon o Bodano o Budone; la Macchia a Roberto, non meglio identificato; e Monteforte con Castel del Giudice allo stesso Guglielmo Borrello, forse per mancanza di concorrenti. Si rileva che la Civitella, Castel Barone, Castelluccio erano pure casali abitati da offrire un certo contingente di leva; ma si argomenta pure quanto scarsa doveva essere in ciascuno la popolazione, per cui s'era dovuto spremere una seconda leva per sopperire alla deficienza dei militi e degli inservienti richiesti da Ugone. Questi servientes erano gli addetti ai servizi sussidiari, le salmerie cioè, l'assistenza sanitaria, la cura del vettovagliamento, dei cavalli della cucina ecc. Costoro non portavano armi. Militi si consideravano coloro che essendo validi alle armi possedevano un cavallo ovvero erano in grado di acquistarne. Si argomenta altresì che se veramente quello fu un appello di milizie destinate alla spedizione in Terra Santa per la terza Crociata, sei o sette soldati Capracottesi concorsero «il gran sepolcro a liberar di Cristo» conseguendone null'altro che la gloria di militi ignoti. Quanto a Gualtieri Budone o Bodano, nonostante la rassomiglianza del cognome e la rima con quello del connazionale condottiero celebrato dal Tasso, e così pure a Guglielmo d'Anglone ed a Roberto De Maccla non vi fu chi li considerasse «di poema degnissimi e di storia» e non se ne parlò più. Però la discendenza dei Borello pare non andasse spenta con lui e sopravvivesse invece in quel Bonifacio e in quel Giordano D'Anglona, legati ai ricordi storici di Federico di Svevia e di Manfredi. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Polvere di cantoria: il fondo organario di Capracotta

    Se si desidera sapere se un regno è ben governato, se la sua morale è buona o cattiva, la qualità della sua musica fornirà la risposta. [Confucio] Con il termine "fondo organario" si intende la dotazione di organi a disposizione di una comunità, di una chiesa, di una cittadina. Va ribadito che, secondo alcuni specialisti, il temine "organo" deve intendersi riferimento esclusivo dello strumento dotato di canne ed alimentato ad aria mentre gli strumenti elettronici debbano essere definiti "elettrofoni" e/o "tastiere elettroniche". Sovente gli elettrofoni ad imitazione degli organi vengono usati ove non sia possibile l'installazione di uno strumento effettivo o per ragioni di spazio o mancanza di fondi per l'acquisto o per il restauro dell'organo maggiore. Nella lingua italiana il sostantivo "organo" è di genere maschile come anche orgue in quella francese. In inglese organ è neuro mentre in tedesco orgel è femminile. Negli archivi dei comuni, delle confraternite e delle chiese in genere vengono sempre conservati documenti circa la commissione alla costruzione degli strumenti relativi, o agli interventi di restauro, manutenzione ed ampliamento. Allo stato attuale tutto questo non risulta presente nei vari archivi sul territorio di Capracotta. Incuria o atti di "svecchiamento" hanno forse portato a tutto ciò non escludendo neppure le devastazioni derivate dall'ultimo evento bellico. Va sottolineato che nei tempi passati la realizzazione di uno strumento era un vanto per la comunità di appartenenza, ne aumentava la coesione durante le funzioni sacre e patrimonio da trasmettere alle generazioni future. I tempi moderni, in certi territori (e cervelli!), hanno invece identificato gli organi come qualcosa di clericale, vetusto, a volte simbolo dell'oppressione verso la povera gente, al massimo apparati decorativi. Roba da svecchiare per avvicinare i "cciovanih". La decadenza si avverte anche negli ambienti laici: a tutt'oggi Roma è l'unica capitale al mondo il cui auditorium sia sprovvisto di organo, ed altri auditoria italiani non sono da meno. Il trionfo dell'effimero e del relativismo prevale e cosi i fondi da reperire e dedicare ogni tanto o in piccola parte per la conservazione e costruzione di patrimoni artistici finiscono «nel fumo degli spari» e in «bande spesso negazione dell'armonia», come scrisse Luigi Campanelli ne "La Chiesa Collegiata di Capracotta". Ma tale pratica viene da lontano: papa Pio IX preferì destinare i fondi reperiti da una gigantesca colletta per la costruzione del monumentale e grandioso organo Cavaillé-Coll da collocare in controfacciata della Basilica di San Pietro al rifacimento del pavimento della basilica stessa... Iniziamo allora un'immaginaria passeggiata lungo le strade di Capracotta. Santuario di S. Maria di Loreto Il fondo musicale era costituito da un pregevole strumento databile tra il XVII-XVIII secolo e situato in una cantoria lignea "al piano", nel transetto della chiesa sul cornu Epistulæ. Una balaustra lignea proteggeva la cantoria e la consolle mentre il prospetto era a tre campate di canne di mostra con la campata centrale sormontata da un arco ligneo a tutto sesto. La canna maggiore era lavorata a sbalzo con nervature laterali in diagonale. Lo strumento risultava funzionante fino a poco prima dell'ultima guerra poi il degrado fino al suo smantellamento. Nei primi anni '80 una decina di canne residue giaceva nella canonica insieme alla registriera e quando il sottoscritto, studente in organo, cercò di avvicinarsi per visionarle, fu aspramente rimproverato: non dovevano essere toccate: alcuni "scienziati" mi spiegarono che erano necessarie per rimontare l'organo! Non mi spiegarono però dove avrebbero reperito le altre 400/500 necessarie: forse da una miracolosa gemmazione dopo semina nel "campo dei miracoli" di collodiana memoria, facendo poi risorgere come una fenice il materiale ligneo dalla cenere dei focolari. Tuttavia questo giovane incompetente, avvicinatosi di soppiatto, sottrasse alcune "sementi" per riparare l'organo della Chiesa Madre con materiale originale. Oggi alcuni frammenti di quel pregevole capolavoro rivivono nel Principalone e una piccola canna di flauto svetta sulla mia libreria davanti ai testi di organaria. Chiesa di S. Antonio di Padova Svettante su una cantoria lignea facente corpo unico con l'altare maggiore, l'organo della fabbriceria Galasso di Napoli venne costruito intorno alla seconda metà del XIX secolo, come desumibile da una targhetta posta sulla consolle. Non è da escludere una origine più antica - da rivalutare durante un eventuale restauro - e che la bottega Galasso abbia riallestito ed ampliato. La struttura fonica è tipica dell'organo italiano che dal XVI secolo fu mantenuta fino alla fine dell'800. La facciata è a tre fornici a cuspide con bocche allineate nella centrale. Risulta funzionante fino al primissimo dopoguerra e dispone di nove registri: Principale Ottava XV XIX XXXII XXIV XXIX Voce umana Flauto (VIII o XII) Contrabassi perennemente uniti al manuale con regale fisso (scopina); manuale di 50 note con prima ottava corta e pedaliera unita alla prima ottava del manuale; alimentazione fornita da due mantici a cuneo azionati da stanghe. Alcune canne di facciata vennero rimesse in forma alla bell'e meglio dallo scrivente che, nei primi anni '80, le raccolse dal pavimento della cantoria ove giacevano calpestate, mentre alcune risatine di compiacenza facevano da "supporto" a chi si divertiva a "perdere tempo". Attualmente la fonica è fornita da un elettrofono Viscount ad unico manuale e senza pedaliera. Chiesa di S. Vincenzo Non risulta mai essere stata dotata di fondo organario. Chiesa di S. Giovanni Battista La lunetta che sovrasta il cornu Evangeli dell'unica navata e a cui si accedeva dalla sacrestia è la balconata della antica cantoria che con molta probabilità ospitava un organo di cui non si ha alcuna notizia. L'attuale cantoria, che sovrasta in controfacciata l'ingresso, ospita un armonium anni '60-'70 a tastiera doppia stile organo jazz, alimentato da soffiatore elettrico e con pedaliera di una sola ottava. Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta La scheda dell'organo maggiore, il Principalone, e la sua storia sono già stati trattati a parte e a breve il secondo capitolo dell'avventura per il suo restauro. Come riportato dal Campanelli, anche nella chiesa rinascimentale era presente un organo «parte dorato», di cui probabilmente una parte della fonica potrebbe essere stata inglobata nel Principalone, cosa che avveniva con una certa frequenza. Basti pensare che i penultimi restauri del monumentale organo della Cattedrale di Notre-Dame di Parigi hanno messo in luce le canne dell'antichissimo Blockwerck medievale, riutilizzate in una sezione del poderoso strumento chissà in quale epoca. Era presente anche un secondo organo settecentesco sito nella cappella della Congregazione della Visitazione e Morte, del tutto simile allo strumento della Chiesa di S. Antonio, le cui canne metalliche sono ancora gelosamente custodite. Il somiere maestro a tiro venne da me reperito in un magazzino della chiesa poco prima dei restauri dei primi anni '80 ed oggi risulta purtroppo disperso. Potrebbe essere uno spunto per una sua eventuale ricostruzione. Nei primi anni 2000 l'associazione "Amici della Musica" ha fatto dono alla parrocchia di uno strumento elettronico campionato della fabbrica olandese Johannus, al fine di ampliare le possibilità esecutive della chiesa, limitate dalla struttura settecentesca italiana del pur pregevolissimo Principalone. L'organo Johannus consente di poter eseguire musica dal Rinascimento ai nostri giorni programmandolo con temperamento antico e moderno e con fonica barocca, romantica e sinfonica, con 36 registri disposti su due manuali di 61 note ciascuno e pedaliera di 30 note. Se fosse reale disporrebbe di oltre 2.000 canne. La possibilità di interfaccia con computer tramite opportuno programma consente di suonare utilizzando le "voci" dei più celebri organi di tutte le epoche (sistema Hauptwerck). Un lascito preziosisimo insieme all'organo maggiore, recentemente restaurato, verso chi volesse intraprendere lo studio di una letteratura e di uno strumento ancora tutto da scoprire. ...fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza... [Dante, Inferno, canto XXVI] Francesco Di Nardo

  • Il territorio di Capracotta: periodo degli Svevi

    Il territorio di Capracotta nel Giustizierato di Terra di Lavoro Come ognuno sa il periodo di dominazione degli Hohenstaufen, ai quali si prostrarono poeti e prosatori, storiografi e giuristi, lasciandone parole di encomio come iniziatori di una nuova civiltà fu un periodo turbolentissimo in Italia, specialmente meridionale, nei contrasti del Papato e dell'Impero. Assai tribolato ne restò il nostro Contado di Molise, sballottolato fra le lotte e l'antagonismo di coloro che, mandati a difendere, ovvero col pretesto di sostenere, chi la causa del Papato, chi quella dell'Impero, pensavano in fondo al proprio tornaconto, dispostissimi a mutar vela secondo il vento. Il Muratori nei suoi Annali riassume la cronaca di questi eventi; ed il Ciarlanti, nelle Memorie storiche del Sannio, dà un ampio quadro delle schermaglie intese all'accaparramento di buone parti della nostra Provincia. È singolare però che di quel periodo non resti documento che riguardi direttamente il nostro territorio, il nostro paese; solo indirettamente ne abbiamo indicazione quale parte della Contea d'Agnone tolta ai Borrello come rilevasi nella cronaca "De rebus gestis Federici II Imperatoris, eiusque filiorum ab anno 1210 usque ad 1258" nell'accenno «Acciditi quod quidam de Dominis Anglonis Burrellus nomine, cui Princeps ipse quantam terram qua iuxta fuerat per Imperatorem privatus gratiose restituit» nel quale bisogna considerare che un Borrello dei Signori di Agnone, privato già dall'Imperatore (Corrado IV) della signoria di alcune terre, ne otteneva la restituzione dal principe (Manfredi) per mezzo del legato del Papa, insieme al conferimento delle Contee di Lesina e Montesantangelo, come si legge nel seguito di quella cronaca. Ma forse giungeva tardi la restituzione della signoria delle terre di Agnone, come si avvertirà qui appresso. Dalla serie dei giustizieri poi si rileva che intorno al 1220-21 il Contado di Molise, e con esso il nostro territorio, fu distaccato dal Giustizierato degli Abruzzi ed unito a quello di Terra di Lavoro. Ma quel periodo che va fra il declinare della dominazione Sveva e il sollevarsi di quella Angioina persiste sempre fra i più confusi ed oscuri in ogni memoria delle nostre contrade. L'odio spiegato dai Sovrani Angioini contro tutto ciò che era appartenuto alla dinastia Sveva; e più di ogni altro la distruzione portata nel grande Archivio di Stato del Regno di Napoli, durante le varie rivoluzioni, han fatto perdere un'infinità di documenti. Due altri storici avvenimenti in quel periodo, ossia in tutto il 1200-300, vennero fuori e dilagarono in tutta Italia, turbando la tranquillità delle popolazioni, troncando in tutto il mezzogiorno d'Italia ogni allettamento ad un progrediente svolgersi di vita sociale, agli studi, alle arti, alle industrie. Prima la larghezza invalsa di far concessioni ai grandi feudatari non più di un solo feudo ma di parecchi e spesso in punti svariati e lontani, onde nessun legame durevole veniva a stringersi fra signore e popolo suo soggetto, il quale perciò tutto doveva dare senza mai nulla ottenere. Poi il sorgere dei Capitani di ventura e delle loro compagnie mercenarie cui era facile via la rapina. A tutti poi aperto il campo agli arbitri ed ai soprusi. Ecco perché le nostre contrade fino alle Calabrie estreme, restarono tanto indietro alle altre più a nord in ogni ramo, dell'umana attività. Ecco perché tanto buio nelle memorie di quel tempo. Allorché i Conti Borrello furon privati della signoria di Agnone e con essa del nostro territorio, altri eran subentrati in esso, non si sa se per concessione dell'impero Svevo, se per prepotenza, ovvero se per influenza di più potenti feudatari od avventurieri che con l'ardimento s'impadronivano di vasti possedimenti senza renderne conto a chicchesia. Qui è opportuno ricordare che appunto nei nostri dintorni ebbero culla, svolsero le loro gesta ed ingrandirono i Caldora, intesi poi a sostenere dinastie straniere contro altre, ribadendone la tirrannide ed impadronendosi di quanto veniva loro fatto. Diversi indizi si hanno che un loro fido avesse assunto la giurisdizione feudale di Capracotta un Andrea d'Ebulo, il cui nome si andò ripetendo d'avo in nipote per parecchie generazioni, fin dopo che uno di essi ottenne formale investitura dei feudi del nostro agro da un Re Aragonese. Un cenno ce ne viene tramandato nei celebri Diurnali di Matteo Spinelli, il quale narra che, in seguito all'appello proclamato da Manfredi ai Baroni nel 1261 perché lo raggiungessero all'accampamento verso Frosinone, esso Spinelli seguì Iozzolino della Marra da Barletta, e, percorsa la Capitanata, traversarono in Agosto il Molise, incontrandone parecchi Baroni, fra i quali ad Isernia «Messer Andrea d'Ebulo, Messer Bernardo Carbonara e Messer Cola de Monte Agano tutti tre Baroni d'Abruzzo» egli dice che portavano 25 cavalli. Se si consideri a questo punto l'attestazione dello Spinelli che il Conte di Molise aveva la sua vasta Signoria fino a Boiano e che Bernardo Carbonara era Signore di Agnone, come Messer Cola lo era di Montagano; che da altre Cronache si desume come a Trivento imperasse Guglielmo d'Eboli, un'altra d'Eboli a Carpinone, Raimondo di Maleto a Castrogirardi, i Caldora a Casteldelgiudice, che per lo Spinelli tutti questi luoghi e persino Gambatesa, erano Abruzzo (come del resto anche pei Pugliesi generalmente d' oggidì), si può trarne la dimostrazione per absurdum (secondo l'espressione dei vecchi insegnanti di Geometria) che l'Andrea d'Eboli avesse già ghermita la signoria di Capracotta. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Amici, romani, concittadini... italiani!

    Ricordate quei lunghi pomeriggi spesi ad inventarsi declinazioni e costruzioni, nella vana speranza di venire a capo di una versione latina non contemplata da nessun Bignami o traduttore? Avete presente quelle vacanze passate in compagnia di Cicerone, Sallustio e Catilina (al posto della vostra compagna di classe di cui eravate perdutamente innamorati) per presentarsi poi agli esami di riparazione, i primi di settembre, in arretrato di salsedine e con un desiderio d'estate pressoché inalterato da giugno? Io sì, ma questa è un'altra storia... Ebbene, quest'appello è per voi tutti, o nostalgici dei banchi di scuola, e per voialtri che ancora li scaldate (considerate la vostra fortuna!): date una spolverata al vostro Castiglioni-Mariotti o qualsiasi altro laterizio voi abbiate usato negli anni di liceo (o tuttora usiate) per tradurre Cornelio Nepote & Co. E sapete perché? Perché è di imminente uscita la mia guida turistica "Roma antica a fumetti" per i tipi di Vision s.r.l. interamente in latino. E già... con oltre 20.000 copie già vendute e dopo le richiestissime versioni in spagnolo, inglese, tedesco, francese, russo e olandese è ora di prossima pubblicazione quella nella lingua più antica della Penisola, che tutti considerano morta (intendo l'idioma, non certo l'italico suol...) ed è invece più viva che mai! A breve verrà fornita tempestiva comunicazione su ora, data e luogo della presentazione ufficiale. Per il momento, vi basti sapere che proprio dalla Città Eterna partirà un Magnificum Iter promozionale che toccherà alcune tra le più importanti città del mondo, di cui Roma, si sa, rimane sempre l'ombelico. San Paolo, Karachi, Kinshasa, Helsinki, Tokio, Parigi, Capracotta, Buenos Aires, Pinerolo, Santa Maria Capua Vetere, New York, Detroit, Pescasseroli, Genova, Dublino, Broni, Nuova Dheli, Pietra Ligure e Cefalù sono solo alcune tappe del tour. Ad ogni incontro, solo per i primi che arriveranno e comunque fino ad esaurimento scorte, verrà offerta una fumante zuppa d'orzo e fagioli, il mitico pranzo dei gladiatori, accompagnata da sanguinella, cedrata, ginger o chinotto, a scelta. Per ora non aggiungo altro tranne l'invito, qualora foste interessati, a visitare il sito della casa editrice Vision s.r.l.: qui potrete vedere in anteprima alcune pagine della suddetta guida nonché della successiva "Pompei - Tra passato e presente", sempre da me firmata. I granelli di sabbia che troverete tra le pagine del vostro dizionario non saranno più quelli dei Bagni Pirata ma arriveranno direttamente dall'arena del Colosseo! Maurilio Tavormina Fonte: https://iltavo.blogspot.com/, 13 dicembre 2011.

  • Il professor Peppino Di Lullo

    ...stimerò il mio Maestro di questa arte come mio padre... [Ippocrate di Kos, "Giuramento antico", V sec. a.C.] «Ma tu, come fai a sapere tutte queste informazioni? Dove le trovi?». Ricordo il suo sguardo curioso, la voce decisa e impostata dall'insegnamento e dallo studio del canto, mentre sul viso si stampava il perenne gioviale sorriso del Maestro che si compiace nel vedere la passione e l'amore per l'arte crescere in un suo allievo, con una mano che mi afferrava un braccio e l'altra aperta e agitata per sottolineare l'intensità della frase. Da giovane organista ero, come oggi, perennemente affamato di notizie e concetti su questo meraviglioso strumento e, appena possibile, ero ansioso di comunicargli tutto come per una inconscia necessità di approvazione. Parimenti sottoponevo alla sua autorevolezza ogni impressione e notizia sul "Principalone" di cui era stato per tantissimo tempo titolare e custode. Giuseppe Di Lullo nasce il 21 novembre 1930 a S. Nicandro Garganico (FG) da famiglia capracottese e, pur se destinato, come da tradizione artigianale, alla professione di calzolaio, manifesta fin dalla tenera età una naturale e talentuosa predisposizione per la musica, diventando a 13 anni primo clarinetto della banda del paese sotto la guida del m. Mastrovalerio, suo primo mentore. Purtroppo, come avveniva in quei tempi, la musica era ritenuta "roba da ricchi", tutt'al più un passatempo, e i contrasti famigliari furono molti e anche duri, pur se supportato dallo stesso m. Mastrovalerio che, al riguardo, ebbe una furibonda lite con il papà Domenico. Il ritorno a Capracotta dopo la Seconda guerra mondiale non interrompe questa passione: è inseparabile dai suoi libri e il dono di un violino contribuisce ad aumentare la voglia di studiare. Da lì la partecipazione a dei veri e propri pomeriggi musicali presso l'abitazione della maestra di pianoforte Luisetta Falconi Panà, insieme ad altri giovani, e in presenza di don Nicola Angelaccio, arciprete della Collegiata, che lo spinge ulteriormente allo studio. Consegue così il diploma in Solfeggio e il diploma in Pianoforte complementare per compositori. Si dedica anche allo studio della fisarmonica, strumento aggregativo, ed approda nel 1960 all'insegnamento apprendendo sul campo la didattica verso i giovani. Si abilita così all'insegnamento dell'educazione musicale ed ottiene l'autorizzazione a svolgere la professione di maestro direttore di banda, regolarmente iscritto all'associazione professionale. Il suo caratteristico metodo di insegnamento accende gli animi degli studenti che, con entusiasmo, continuano la frequenza musicale scolastica anche negli anni successivi laddove era facoltativa. Il prof. Lucio Venditti ricordava come, durante le sue lezioni di canto agli studenti, una folla si radunava sotto le finestre delle aule per ascoltare i ragazzi nei canti a più voci. Nasce da queste esperienze nei primi anni '70 il "Coro Montecampo" da lui diretto. Si dedica anche alla raccolta di brani popolari da inserire nel repertorio e degli stornelli capracottesi da lui trasformati in vere e proprie canzoni popolari come la celebre "Aria di Capracotta". Da ricordare il sodalizio musicale e di amicizia fraterna con il m. prof. Vincenzo Sanità che lo coadiuvava alle tastiere ma anche con Serafino Trotta, dalla notevole sensibilità musicale e dotato di una splendida e potente voce tenorile. In tutta la sua permanenza a Capracotta fu anche il titolare dell'organo "Principalone" della Chiesa Madre Collegiata curando particolarmente l'"Oratorio di Natale" ed inserendo di suo pugno i versetti d'organo della Messa e della "Ninna nanna", composti sfruttando le caratteristiche peculiari dello strumento a lui affidato. Aggiungo che la stessa sua armonizzazione dell'Oratorio risulta specifica ed esclusiva per il "Principalone": più volte, sollecitato da amici e compaesani, ho dimostrato personalmente come tali brani da lui elaborati risuonino unici e caratteristici solo sull'organo della Chiesa Madre o su strumenti della stessa foggia. Quindi anche una perfetta conoscenza delle possibilità foniche del "suo" strumento, cosa rara. Molte le occasioni liturgiche con lui al violino e il prof. Sanità all'organo. La sua passione per la banda resta immutata: composizioni e adattamenti eseguite in innumerevoli occasioni ma anche brani per pianoforte, arpa e strumenti a fiato. Resta incompiuto un metodo di divisione e lettura simultanea delle chiavi musicali. Il 19 febbraio 2011 un punto coronato si disegnò sull'ultima nota... Questo per la biografia ufficiale ma ora il "mio" professor Peppino. Se esiste un qualche "responsabile" che mi ha spinto allo studio dell'organo o che ha fatto nascere in me la passione per questo strumento, nell'elenco ai primi posti spicca il nome di Giuseppe Di Lullo. I miei primi ricordi sono di messe natalizie seduto in navata sulle ginocchia di mamma che, pianista, mi spiegava, per quello che potevo capire, le varie parti della funzione cantata mentre il mio naso gelato puntava fisso verso la cantoria, una soffitta dei misteri, dove la severa mole del "Principalone" magistralmente azionato dal professor Peppino riempiva i miei pensieri. Da chierichetto mi trattenevo il più possibile ad ascoltare le prove mentre, nella chiesa semibuia, preparavamo per la veglia di mezzanotte e ricordo anche la sua voce rimproverare costantemente i soprani per la esecuzione errata del "Laudamus Te": quando le abitudini dei coristi vanno avanti la concentrazione! Anni dopo da organista avrei affrontato la stessa arrabbiatura ma non avevo lo stesso "stile": allora mi fermavo e cercavo di ricordare cosa avrebbe fatto lui. Le recite scolastiche cantate erano uno spasso. Le prove venivano svolte nel salone superiore dell'asilo dove le suore custodivano un armonium ed erano pomeriggi di canto e di occhi che guardavano (rubando) le sue mani sulla tastiera: agilità nascosta nelle falangi incoppate, cioè raccolte per ergonomia dei movimenti (tecnica derivata da Bach) ed il vezzo elegante di alzarle chiudendole e ruotandole lievemente al termine del brano. Ci rammentava, ridendo e sottolineando i punti su cui fare attenzione, che si sarebbe messo accanto un cesto di pomodori da usare nell'esibizione reale lanciandoli ad ogni "stecca": non abbiamo mai sbagliato e non per i pomodori ma perché era riuscito a sottolineare mentalmente un punto su cui concentrarsi. Questa una piccola briciola della sua didattica. Da giovane studente di organo non perdevo una singola occasione per fermarmi in cantoria: imparai così vari trucchetti esecutivi come l'uso del pollice nell'accordo di VII. Le "pause predica" durante le lunghe messe solenni le sfruttavamo in chiacchierate nell'atrio del sottotetto: lezioni e risate, concetti musicali e scherzi. Curioso il suo modo di parlare contraendo lievemente il labbro superiore come suonando un invisibile clarinetto. La tradizione voleva che gli auguri del coro e del personale officiante e di qualche fedele venissero scambiati al termine della messa all'uscita della sagrestia che faceva da atrio alle scale dell'organo. L'ultimo a scendere era sempre l'organista ma in una occasione il Professore tardava a scendere. Arrivò, ma zoppicando e sorreggendosi un ginocchio a causa di una rovinosa caduta per le ripide scale della cantoria. Lui stesso, a distanza di tempo, mi raccontava dei postumi di quella addirrupàta: da quel momento presi seriamente in considerazione una seria ristrutturazione dei pericolosi e ripidi gradini lignei, cosa che avvenne in concomitanza degli ultimi restauri. Da apprendista provvedevo all'accoglienza: cioè i momenti di organo che precedono la funzione mentre i fedeli cominciano a riempire le navate. In una di queste occasioni prima di una solenne di Natale con il coro già pronto stavo preludiando ma la campanella della funzione squillò e il Professore non era ancora salito! Non potei fare altro che attaccare l'introitus della messa e durante la cadenza finale voltandomi lo vidi arrivare. Mi accinsi a cedere velocemente il posto per il Kyrie ma lui con un sorriso mi fece il gesto di continuare tra lo stupore dei coristi. Avevo 15 anni! Potrei ricordare ogni secondo di quel Kyrie con i capelli dritti e il fiato trattenuto per la concentrazione. Ma sentivo costantemente la sua mano sulla spalla a darmi coraggio. Al momento di cedere il posto per il Gloria non fu necessario aiutarmi a scendere dalla panca: galleggiavo! Bastò spingermi di lato leggermente. Il mio battesimo da organista alla messa di Natale! Oggi sono sempre più portato a pensare che lo abbia fatto di proposito. Dalla sua voce appresi la storia della composizione dei versetti d'organo dell'Oratorio di Natale come anche di tante storie ed aneddoti nati nella cantoria. Interessante la sua elaborazione all'organo di "Alla fredda tua capanna" di Zimarino, dove faceva uso dei bassi al pedale come per una esecuzione in stile bandistico: Serafino ed io continuavamo a prendere silenziosi appunti e poi insieme cercavamo di ricostruire il tutto qualche giorno più tardi. Anche da organista titolare e poi titolare di cattedrale non ho mai perso occasione per cercare il suo sostegno e la sua approvazione, riportare notizie ed apprenderne di nuove, cosa che avvenne anche durante la campagna per il restauro dell'organo, ed era un piacere incontrarlo per il Corso sottobraccio al prof. Vincenzo Sanità, anzi una festa! Il tempo è passato, così altre sono le consoles e le cantorie. Ma prima di ogni funzione ancora oggi ho la sensazione di quella mano sulla spalla. Grazie Professore... anzi: "Grazie Prussò!"... Francesco Di Nardo

  • Fonte sacra

    Sola, la fonte gorgoglia nella notte calma, riempie uguale il grembo muschioso mentre il buio avanza nero per la campagna. Fluidi nastri d'argento escono dalla sua bocca, ma un colpo di vento li rompe, li riduce in schegge di luna sparse nell'oscurità. Poi torna a mormorare il docile canto nell'ora più tarda. Domani sarà fonte comune per bocche assetate, incontro di vite pellegrine, generosa offerta a chi saprà ascoltarla. Flora Di Rienzo

  • Addio a Pettinicchio: si è spento il padre del caseificio pontino

    Un uomo che si è fatto da solo, un esempio di come partendo dal basso, ma armati di caparbietà, amore per il proprio lavoro e una famiglia unita, si possa arrivare a costruire un impero. Domenico Pettinicchio è stato tutto questo, una delle icone pontine del self-made man, uomo che ha dedicato la sua vita alla produzione casearia e che iniziando da una piccola bottega è arrivato a far risuonare il nome della sua famiglia in tutta Italia. Ed è per questi motivi che la sua scomparsa lascia un grande vuoto in tutta la città e in tutta la provincia di Latina, oltre che nella sua amata famiglia e tra tutti i suoi cari. Domenico Pettinicchio si è spento lo scorso 24 dicembre, all'età di 93 anni. La sua storia è una di quelle che devono essere tramandate e rimanere impresse nella mente, perché sono parte integrante di un territorio che deve la sua crescita a figure di questo calibro, a persone che ci hanno creduto, investito e messo la firma. Nato a Capracotta, in Molise, Domenico Pettinicchio è arrivato a Latina nel dopoguerra ed è proprio nel capoluogo pontino che aprì la sua prima bottega insieme al padre Pasquale, di cui ha conservato il nome per il brand anche quando quella piccola bottega era ormai diventata un grande centro di produzione che riforniva le famiglie di tutta Italia. Infatti, l'attività di famiglia si è nel tempo trasformata nell'imponente stabilimento di Tor Tre Ponti, centro di produzione di una gamma di prodotti tra i più apprezzati del settore caseario in tutta la Nazione. Tanto amore per la tradizione e per il proprio lavoro, si diceva, ma anche uno spirito imprenditoriale raro e una spiccata capacità di riuscire ad emergere in un mercato importante, quale quello agroalimentare, grazie soprattutto alla sua attenzione per la qualità, che veniva prima di tutto, anche degli affari e dei guadagni, motivo per cui i suoi prodotti hanno fatto breccia in tantissime famiglie. Il grande intuito imprenditoriale si è riflesso anche nell'avvio dell'attività agricola e di allevamento, con nuove aziende sempre nel territorio pontino. Un uomo che sapeva sempre cogliere il momento giusto per offrire il meglio che poteva. Domenico Pettinicchio lascia la moglie Franca, i tre figli Pasquale, Stefania e Luca e i nipoti. I funerali saranno celebrati questa mattina, alle 10:30 presso la chiesa dell'Immacolata. Fonte: Addio a Pettinicchio. Si è spento il padre del caseificio pontino, in «Latina Oggi», XXXVI:355, Latina, 27 dicembre 2023.

  • Antiche tradizioni natalizie capracottesi

    Nel mettere a posto, ho ritrovato degli appunti che aveva scritto qualche anno fa mia madre, Rosa Sammarone D'Andrea, su richiesta di mia figlia per una ricerca scolastica su antiche tradizioni natalizie: Il ceppo di Natale Durante il periodo natalizio i miei nonni mi raccontavano sempre alcune belle storie davanti al camino. La vigilia di Natale c'era l'usanza di regalare un ciocco di legna a parenti o amici. Il ceppo, grande e di legno ben secco, doveva ardere nel camino per l'intera notte fino alla mattina di Natale perché, secondo una leggenda, aveva il compito di riscaldare ed illuminare l'ambiente preparando la venuta di Gesù. Dare o ricevere il ceppo di Natale era considerato un segno di rispetto e di affetto da parte delle famiglie e perciò esso veniva trattato come "uno di famiglia" a tal punto che durante il cenone della Vigilia, le portate, che non erano così ricche come oggi, venivano fatte "assaggiare" anche al ceppo! Quando esso gradualmente si spegneva, veniva recitata una preghiera di ringraziamento. Alla messa della Vigilia La mamma preparava per noi bambini un fazzoletto di stoffa con dentro una mela, un'arancia, qualche castagna, fichi secchi e, se c'erano, anche dei torroncini. Appena suonava la campana che annunciava la nascita di Gesù, scartavamo il nostro "pacchetto" e mangiavamo il contenuto in chiesa. All'uscita tutti intonavamo "Tu scendi dalle stelle". Lorella D'Andrea

  • Polvere di cantoria: Stille Nacht

    Fin da quando ne abbia memoria, il momento dell'elevazione della Missa temporis Nativitatis di Capracotta veniva rigorosamente e dolcemente sostenuto dall'esecuzione al Principalone di "Astro del Ciel" ("Stille Nacht"), tradizione rigorosamente rispettata dal m. prof. Giuseppe Di Lullo e poi da lui trasmessa a Serafino Trotta e al sottoscritto. Utilizzando i registri più dolci, a una prima esposizione del motivo manualiter seguiva una risposta con aggiunta del basso al pedale fino alla proclamazione del Pater Noster. Oggi questa tradizione è stata soppressa per un più alto rispetto del momento legato alla transustanziazione, portando, se possibile, la melodia al momento dell'offertorio. Personalmente, insieme a "Alla fredda tua capanna" di Zimarino la ritengo parte integrante dell'oratorio capracottese di Natale. Ma quale misteriosa narrazione si nasconde dietro questa semplice e pur affascinante composizione? Storia, musica e leggenda si fondono in un commovente e dolce racconto. Il testo venne elaborato in forma di semplice preghiera, da recitare durante la notte di Natale, dal viceparroco di Mariapfarr, un paesino poco distante da Salisburgo: il pio e caritatevole Joseph Mohr (1791-1848) fu ispirato forse anche dalle decorazioni dell'altare maggiore, dove campeggia un Gesù bambino ricciolo biondo la cui figura ricorre nel testo. Era il 1816. Nel 1805 le guerre napoleoniche erano state devastanti per quei territori: la zona, fino a quel momento indipendente e per secoli governata da un arcivescovado, aveva subìto anche un cambio di governo e di confine. L'economia locale, basata sul commercio del sale tramite il fiume Salzach fino al Danubio, era stata sconvolta e devastata. Inoltre l'eruzione del lontano vulcano Tambora aveva temporaneamente modificato il clima: il 1816 viene ricordato come un «anno senza estate». Quindi anche alluvioni e carestia. In questa tragedia, con la Restaurazione e il Congresso di Vienna si sentiva bisogno di pace, serenità, uguaglianza e speranza per il futuro: ecco la genesi del testo in tedesco. Dopo quel Natale la preghiera fu riposta in un cassetto fino a quando il rev. Mohr venne trasferito poco distante, ad Oberndorf presso la Nicolaikirche. Si narra che alla vigilia di Natale del 1818 l'organo della chiesa fosse in avaria a causa dei topi: organari e organisti sanno bene che questi roditori amano rosicchiare le canne metalliche richiamati dal sapore dolciastro dei sali di piombo uno dei costituenti dello "stagno" organario, come anche magicamente attratti dalle finissime impellature dei mantici. Altre fonti parlano di un'avaria causata dallo straripamento del fiume Salzach. Fatto sta che l'amico organista della vicina frazione di Arnsdorf bei Laufen e maestro di scuola Franz Xavier Gruber (1787-1863), giunto in aiuto, sfruttando quello che funzionava dell'organo ed una chitarra, compose in poche ore una melodia su cui adattare la preghiera del rev. Mohr. La notte di Natale del 1818 le volte della Nikolaikirche di Oberndorf risuonarono delle note di "Stille Nacht". Mohr con la voce tenorile e Gruber da basso insieme al coro, davanti all'altare maggiore ed accanto al presepio. Al quel tempo la tradizione dell'albero di Natale non era ancora diffusa nell'Europa centrale, cosa che avvenne a partire dalla metà del XIX secolo. Le case venivano adornate con rami di conifere e, prima di recarsi alla messa di mezzanotte, benedette con l'incenso stanza per stanza, stalle comprese. Suggerisco una lettura della traduzione del testo originale ma anche dell'ascolto in lingua tedesca della melodia per afferrare al meglio la sequenza simbolica di sillabe e note. Il brano, semplice ed orecchiabile, fece immediatamente presa sulla popolazione e venne "raccolto" dall'organaro tirolese Carl Mauracher, forse da quelle parti proprio per riparare i danni dell'organo. Fu così che venne diffusa alle popolazioni del Tirolo e, successivamente, diventata repertorio dei gruppi di canto folkloristici, giunse con le tournée fino al Nord America dove, vista l'assonanza tra tedesco ed inglese, fu facile elaborare nel 1839, da parte di un pastore episcopale della Trinity Church di New York, una traduzione quasi letterale: "Silent Night". Venne anche annoverata tra le raccolte protestanti di carole natalizie. L'ulteriore diffusione portò ad un'elaborazione in oltre 300 lingue e, nella notte di Natale del 1914, fu cantata tra le trincee inglesi e tedesche a Ypres in una sorta di informale tregua in entrambe le lingue. Il desiderio di pace e uguaglianza tramite il filosofo Leopold Kohr ne fece anche una bandiera contro il nazismo durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso del tempo, secondo alcuni, ne era stata persa la paternità e l'origine al punto che ne fu ritenuto autore lo stesso Mozart, ma anche Haydn o Beethoven. Tuttavia erano conservati numerosi manoscritti originali attestanti la paternità: lo stesso Gruber la rivendicò per sé e per Mohr su richiesta della Cappella Reale Prussiana. C'è da aggiungere e sottolineare che la melodia originale di Gruber era leggermente diversa e che altri arrangiamenti di Gruber comparvero anche nel 1845 per orchestra e nel 1855 per organo. Nonostante la diffusione, alcuni ambienti cattolici la accolsero freddamente anche osteggiandola: poco adatta al Natale poiché non sotto forma di inno, piatta e monotona (certe volte i cattolici...). La scrittura è in 6/8 sotto forma di "pastorale siciliana": una ninna nanna in re maggiore (D Major) nei primi manoscritti. Dal 2011 è "patrimonio culturale" dell'Unesco. La "Stille Nacht Gesellschaft" è una fondazione con scopo di conservare tutto il materiale a riguardo e promuovere la conoscenza della melodia primeva. La versione italiana è del 1937 ma l'impossibilità di una traduzione letterale obbligò il musicista e letterato mons. Angelo Meli ad una quasi totale riscrittura, un adattamento ritmico che poi subì anche una modifica popolare: ad esempio laddove si canta: «luce dona alle menti», il testo di mons. Meli recita: «luce dona alle genti». Ma il fascino di ascoltarla in lingua originale è incommensurabile. Attualmente si stima che oltre due miliardi di persone ne conoscano testo e motivo. La chiesa originaria di Oberndorf ed il suo organo non esistono più a causa di infiltrazioni dal fiume Salzach che ne portarono alla demolizione nel 1920 ed ad una ricostruzione poco distante, ma al suo posto sorge una chiesetta celebrativa: la Stille Nacht Kapelle, dedicata anche come memoriale a Mohr e Gruber. Alcune fonti riportano anche che sia custodita in museo la chitarra originale. Nel 2004 un asteroide venne battezzato Gruber-Mohr. In un gemellaggio spirituale tra Oberndorf e Capracotta gli auguri di un sereno tempus Nativitatis e, in omaggio esclusivo a Letteratura Capracottese, l'esecuzione agli organi della Cattedrale di Rieti di "Stille Nacht" in due strofe: la prima nel motivo originale e la seconda nel motivo tradizionale. Francesco Di Nardo

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: l'Acqua di S. Giovanni

    Da non confondere con l'omonima fontana del quartiere cittadino, questa sorgente si trova a nord di Monte San Nicola, nel fitto del bosco, tra le fronde della Cannavinella e della Cannavina, ed infatti non si tratta di una fonte bensì di una serie di polle d'acqua sgorganti dalla nuda terra. L'Acqua di S. Giovanni (in capr. Acca de San Giuvieànne) deve il nome ad una leggenda che avvolge la sua stessa esistenza: la tradizione orale dei nostri anziani vuole che l'acqua di questa sorgente smetta di zampillare, ogni anno, esattamente il 24 giugno, giorno in cui cade la memoria liturgica di san Giovanni Battista, per poi riattivarsi in autunno. Il nome del Santo, utilizzato in antichità per chiamare l'attuale Monte Capraro, è un toponimo molto diffuso in Italia, soprattutto per indicare boschi e foreste. Difatti il vallone nel quale è situata la sorgente viene anch'esso detto di S. Giovanni, uno scoscendimento che fa defluire le acque nel torrente Verde. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte della Staccia

    Sarà capitato a tutti di imbattersi nella Fonte della Staccia, quell'ampio pilone situato, a 3 chilometri dall'abitato di Capracotta, in località Sotto il Monte, in direzione di San Pietro Avellana, a poche curve di distanza dal monumento ai fratelli Fiadino. La staccia (anticamente staggia o staggio) a cui fa riferimento la fonte deriva «da stare nel senso di sostenere», il che rimanda a sua volta ad un grosso palo o ad una pertica: l'etimologia originaria è infatti quella dello stadium latino, la nota misura di lunghezza. Evidentemente lì dove oggi sorge la Fonte della Staccia vi era in passato una qualche struttura recintata da bastoni, da aste o da sbarre di qualche tipo. A ben vedere, la fonte a cui oggi ci dissetiamo - che si dice essere una delle migliori del territorio capracottese - trae le sue acque da una sorgente situata a qualche decina di metri più a monte, nel mezzo d'una radura che probabilmente, nei bei tempi andati, fungeva da stazzo ovino. Un'ultima nota folcloristica riguarda il fatto che nel gioco della passatella, quando si lasciava qualcuno all'olmo (cioè restava a gola asciutta), gli si diceva: «E mó va' a véve a la Fónde de la Stàccia!». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento G. Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone 1898; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Biodiversità appenninica in museo

    II Giardino della Flora appenninica si trova nel territorio di Capracotta, in provincia di Isernia, nell'Alto Molise, a 1.550 metri s.l.m., lungo la strada provinciale per Prato Gentile, a poche centinaia di metri dalle splendide piste di sci di fondo che hanno ospitato i campionati italiani assoluti del 1997, a circa un chilometro e mezzo di distanza dal centro abitato, in una posizione di straordinaria bellezza paesaggistica che domina la valle del Sangro, con un'ampia vista diretta sulle Mainarde, la Maiella e tutto il Molise. Il Giardino, che si estende su circa 10 ettari, è uno dei pochi esempi di "orto botanico naturale" esistente in Italia, nel senso che la maggior parte delle specie botaniche presenti sono spontanee ed endemiche della flora dell'Appennino e l'intera tipologia ed architettura interna al giardino stesso è quella naturale, senza artefatti di sorta od interventi da parte dell'uomo che abbiano minimamente alterato l'originaria allocazione degli elementi naturali preesistenti. Gli unici interventi che sono stati effettuati riguardano il ripristino e la sistemazione dei sentieri preesistenti ed il miglioramento complessivo della fruibilità da parte dei visitatori e degli studiosi, oltre alla costruzione di un edificio, ora in fase di completamento, che presto sarà utilizzato come museo, centro di ricerca per la biodiversità vegetale e il biomonitoraggio ambientale, centro di accoglienza per i visitatori, spermoteca, erbario e foresteria per gli studenti. Nel Giardino crescono spontaneamente circa 300 specie distribuite in vari ambienti che vanno dalla faggeta, ai cespuglieti, alle zone umide, agli habitat rocciosi e rupestri; oltre a ciò sono stati realizzati alcuni terrazzamenti per fare posto alle aiuole dimostrative delle specie di maggior attrazione per i visitatori. Insieme a queste specie spontanee è in atto un lavoro di introduzione, previa acclimatazione, di molte specie botaniche rappresentative dei più importanti habitat montani dell'Appennino centro-meridionale: Maiella, Gran Sasso d'Italia, Monti della Laga, Terminillo, Monti Sibillini, Matese, Meta, Mainarde. Allo stato attuale risultano già introdotte circa 200 specie provenienti da queste montagne. L'ambiente è naturalmente quello originario, lasciato quasi completamente allo stato naturale ed inserito nel tipico e meraviglioso paesaggio rupestre e sassoso delle pendici di Monte Campo (1.746 metri s.l.m.) che fa da splendido sfondo. L'amministrazione comunale di Capracotta ha voluto dare un segnale di grande importanza per lo sviluppo della comunità locale, privilegiando il rapporto tra economia ed ambiente, dal momento che ritiene che la più grande risorsa di cui essa dispone sia proprio l'ambiente. Per questa ragione, accanto ai programmi di sviluppo turistico e, più in generale, di tutte le attività produttive, ha ritenuto che un posto di primo piano spetti alle politiche per la salvaguardia e la tutela dell'ambiente, lanciando una provocazione soprattutto a chi, fino ad oggi, ha privilegiato, invece, la cultura del "consumo quotidiano del territorio", rispetto a quella, sicuramente più giusta e più pagante, del "turismo intelligente di qualità". In questo contesto si inserisce tutta l'attività a favore del Giardino della Flora appenninica, che il Comune di Capracotta ha posto al centro del proprio lavoro, per sviluppare con la preziosa consulenza scientifica dell'Università del Molise, e in modo particolare del professor Fernando Lucchese, botanico florista, lo studio e la conservazione della biodiversità, intesa come elemento essenziale di uno sviluppo sostenibile. Qualche anno fa, quando gli amministratori comunali iniziarono ad accarezzare l'idea della riapertura ciel Giardino, pensarono anche alle grosse difficoltà che inevitabilmente avrebbero incontrato, soprattutto perché il Giardino era chiuso ed abbandonato da quasi vent'anni, ma ebbero il coraggio e la determinazione ad andare avanti, impegnando ogni anno ingenti risorse dal bilancio comunale, senza avere, fino a qualche tempo fa, alcun finanziamento da altri enti. Recentemente il coraggio e l'impegno sono stati premiati; infatti, un primo modesto finanziamento darà la possibilità di effettuare, a breve, una serie di interventi di miglioramento e di riqualificazione ambientale che saranno sicuramente un grosso passo in avanti per il Giardino. L'intervento più qualificante che si sta per concretizzare consiste nella realizzazione di un percorso per disabili e per non vedenti, che rappresenterà per il Giardino della Flora appenninica di Capracotta l'esempio più efficace di integrazione tra le politiche ambientali e le politiche sociali a favore delle persone più sfortunate. Il problema principale rimane quello di una gestione certa e continuativa nel tempo, prevedendo da subito un consorzio con la partecipazione di altri enti, insieme al Comune di Capracotta, e che veda l'Università come parte attiva non solo dal punto di vista scientifico, ma anche dal punto di vista economico; infatti, da quando il Comune ha stipulato una convenzione con l'Università del Molise riesce ad avere tutto il supporto scientifico necessario alle attività del Giardino e l'Università, da parte sua, può contare su un presidio territoriale di straordinaria importanza, con l'auspicio che nel tempo si creino le necessarie sinergie per la valorizzazione di tutta la montagna altomolisana. Il Giardino della Flora appenninica, in questo contesto, rappresenta un esempio concreto di valorizzazione dell'ambiente voluto dalla comunità locale, nel senso che non offre elementi di conflittualità con le attività produttive esistenti, come spesso accade nel caso dei parchi voluti e creati al di fuori della volontà degli abitanti della montagna. Nel nostro caso, invece, abbiamo di fronte un raro esempio di tutela dinamica del bene ambiente, dove la tutela e la salvaguardia coincidono con la valorizzazione e diventano elemento vero di promozione turistica del territorio e di creazione di nuove opportunità occupazionali. Il Giardino è aperto ininterrottamente al pubblico dal giugno al 30 settembre. Al di fuori del periodo di apertura si può visitarlo su prenotazione, durante tutto l'arco dell'anno anche con la guida, e con l'opportunità di osservare dal vivo tutte le modifiche indotte dalle stagioni. Candido Paglione Fonte: C. Paglione, Biodiversità appenninica in museo, in «Montagna Oggi», XLV:3, Uncem, Roma, maggio-giugno 1999.

  • La famiglia Carugno di Capracotta

    Antica famiglia originaria di Capracotta, che può essere annoverata nella terza classe di nobiltà, cd. legale o civile, conformemente a quanto stabilito con Real Dispaccio del 25/01/1756. Ha contratto parentele con altre famiglie gentilizie del luogo come i Falconi, i Conti, i Mosca, i di Buccio, i Pettinicchio, i del Baccaro. È stata titolare di jus patronato sull'altare dedicato a S. Michele Arcangelo nella chiesa matrice di S. Maria Assunta in Capracotta. Molti documenti relativi a questa famiglia sono conservati nell'Archivio di Stato di Foggia, nel fondo della Regia Dogana. Da essi si traggono notizie in merito a Gregorio Carugno (fasc. 217, b. 5027, anni 1738-1739, processi civili), Giacomo Carugno (fasc. 470, b. 9979, anno 1772) e Pasquale Carugno. Un altro documento riguarda il Mag.co Sindaco dell'Università, Vincenzo Carugno (fasc. 857, b. 17463, anno 1793). Nell'archivio della Dogana è censito il Mag.co Amicantonio Carugno, locato della Dogana, che da un documento datato 1750, «professava numerose pecore reali» nella locazione di Canosa. La famiglia ha partecipato al governo dell'Università di Capracotta con diversi rappresentanti in qualità di sindaco tra cui si ricordano: Gregorio (nel 1743), Vincenzo (nel 1793), Giacomo (che ricoprì gli incarichi nel 1808-1810 e nel 1812), Domenico (nel 1813), altro Domenico (anni 1834-36 e 1840-43). Per quanto riguarda la ricostruzione di una linea agnatizia, le notizie accertate attraverso gli atti, risalgono alla fine del XVI sec. Uno dei personaggi più antichi ed eminenti della famiglia è Amicantonio Carugno, governatore ed erario del Duca di Capracotta, depositario della Congregazione del Sacro Oratorio dei Morti, locato della Regia Dogana di Foggia (risultava proprietario di numerosi greggi e armenti, che economicamente rappresentavano il benessere dell'epoca), titolare di attività commerciali adibite al trasporto di merci e di persone, nonché proprietario a Capracotta e San Pietro Avellana di diversi fondi ed edifici. Nei documenti viene qualificato come Magnifico e notabile. Amicantonio (battezzato col nome di Carmine Antonio Amico Lonardo Gaetano Onofrio) nacque nel 1712 da Gregorio (n. 1683, che fu sindaco di Capracotta nel 1743) e Marzia Ciccorelli. Sposò in primi voti (1728) la gentildonna Nunzia Maria di Nucci, ed in seconde nozze (1750) Rosalba Pettinicchio, gentildonna. Amicantonio, morì nel 1799, e da lui si sono generati numerosi rami (ebbe ben 13 figli) di cui alcuni tuttora fiorenti. Ramo di Placido Giovanni In particolare il ramo primogenito dei Carugno di Capracotta, fiorisce oggi a Pescara, e discende in via diretta dal citato Placido Giovanni (1735-1811); nonostante il nome di battesimo fosse Placido Giovanni, familiarmente e probabilmente per un senso di ossequio e riconoscenza verso il padre, fu chiamato Giovanni Amico, figlio primogenito di Amicantonio. Il nome Amico fu spesso rigenerato nella discendenza di questo ramo della famiglia come si è potuto appurare attraverso i diversi atti di nascita consultati negli archivi Parrocchiali. Giovanni Amico Carugno fu pretore in Capracotta e sposò Giacinta Venditto, dalla quale ebbe quattro figli. Il loro primogenito fu Amicantonio che sposò Costanza di Bucci e dalla loro unione nacque Giovanni (primogenito, coniugato con Angela Rosa di Nucci). Primogenito di Giovanni ed Angela Rosa fu Amicantonio che sposò Giacinta di Bucci, dalla quale ebbe Giovanni che sposò Reginalda Conti. Da loro si generò la seguente discendenza: Amico (Capracotta 1881-1943); Giacinta; Francesca; Vincenzo Edelia; Michelino; Pasquale (Capracotta 1902-1976). Pasquale Carugno sposò Antonietta Mosca, dalla quale ebbe sei figli: Fulvia; Giovanni (Pescara 1930-2000); Emilio (n. Pescara, 1932); Dora (n. Pescara, 1935); Michelino (Pescara 1937-1997) e Regina (n. Pescara, 1943). Tra i loro figli, Giovanni sposò (1964) Raffaella Scorrano (fu Giuseppe, ufficiale dei Vigili del Fuoco di Pescara, e Carmela d'Agostino) di antica e nota famiglia pescarese (le notizie risalgono all'epoca feudale). Da Giovanni e Raffaella nacquero il dr. Maurizio, imprenditore, coniugato con Carmelita Tisone, anch'ella di origini capracottesi, dalla cui unione sono nate: Isabella, Alessandra e Giovanni, ed il dr. Paolo, imprenditore, coniugato con Monica Mancini, attuali rappresentanti della famiglia. Ramo di Vincenzo Maria Vincenzo Maria (1745-1814) sposò Saveria di Rienzo. Da loro, attraverso Nicola, Geremia, Eugenio e Arturo (1890-1984) che sposò Rosa d'Agnillo, discende don Geremia Carugno (Agnone 1923-2007), Parroco della chiesa di S. Maria Assunta in Capracotta dal 1967. Fu nominato presbitero l'11 luglio 1948 da mons. Epimenio Giannico ed in seguito fu padre spirituale del Seminario vescovile di Trivento. Dopo gli studi ginnasiali a Trivento, e quelli liceali e teologici nel seminario regionale di Chieti, conseguì la laurea in Teologia. È stato sacerdote, educatore, scrittore, pittore, poeta e vignettista. Tra i suoi scritti si ricorda il manuale di meditazioni "Duc in Altum" che negli anni sessanta fu adottato come libro di testo da molti seminari minori d'Italia. Il giorno prima della sua morte, ha ricevuto il conforto del sacramento dell'Unzione degli Infermi, direttamente dal vescovo di Trivento, mons. Domenico Scotti. Ramo di Saverio Un altro ramo discendente da Amicantonio (1712-1799) è quello di Saverio, nato dal secondo matrimonio del padre con la gentildonna Rosalba Pettinicchio, figlia di Donato e Teresa Labbate. Saverio (n. 1753), fu avvocato e poi notaio in Capracotta, (rogò negli anni 1787-1833). Sposò Teresa di Bucci, dalla cui unione nacquero: Domenico Filippo (n. 1803); Carmine, Maria, Angela Rosa (n. Capracotta, 29 dicembre 1809) e Michelangelo (n. Capracotta, 28 settembre 1811). Domenico Filippo (n. 1803) esercitò, come il padre, la professione di notaio in Capracotta, paese nel quale ricoprì anche l'incarico di sindaco negli anni 1834-1836 e 1840-1843. Sposò Cherubina Falconi (n. 1810), della nota famiglia di Capracotta, dalla cui unione nacquero: Francesco Saverio (1850-1850); Teresa Emilia (n. 1851); Pietro (n. 1852); Maria Illuminata (n. Capracotta, 11 dicembre 1853); Pietro (Capracotta 1855-Gioia dei Marsi 1931), proprietario, cancelliere del Tribunale, sposò Ernesta Antenucci, civile, da cui nacquero: Domenico Filippo (n. 1878); Lida Maria Rubina Adele Giulia (n. 1881); Dino Adelchi Ciro Ulrico (n. 1882); Lida Maria Rubina Adele Giulia Diomira (Capracotta 1884-S. Angelo del Pesco 1959; sposò Gaetano Alfonso di Sanza d'Alena); Michele (n. 1887); Michelino (n. 1889); Eduardo, Cav. Uff. O.M.R.I., cancelliere del Tribunale (Capracotta 1890-1972); Egidio Michelino (n. Capracotta, 13 settembre 1891), sposò a Detroit, 21 novembre 1921, Vittoria Zanni, di Gregorio e Angelina Medici; Teresina (1896-1987) sposò Nicandro Di Rocco, di Capriati al Volturno, cancelliere del Tribunale, croce di ferro al V. M., Cav. O.M.R.I. Saverio (n. Capracotta, 2 febbraio 1858), avvocato, vice segretario comunale di Capracotta: uno dei suoi figli, Osman Carugno, comandante della Stazione Carabinieri di Bellaria, durante il secondo conflitto mondiale contribuì a salvare la vita di 38 ebrei che erano destinati ai campi di sterminio nazisti in Germania. La sua opera fu riconosciuta da Israele che nel 1985 gli tributò l'onorificenza di Giusto tra le Nazioni. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.

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