LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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2291 risultati trovati con una ricerca vuota
- L'abetina di Capracotta
Sopra Capracotta c'è una vasta foresta di abete, faggio, perastro, agrifoglio, leccio e melo: è il bosco Soprano, già sottoposto nei secoli scorsi a devastazioni che provocarono frane, dilavamenti e disastri. Molto bella è la formazione di abete, faggio, carpino bianco e cerro che cresce presso Collemeluccio. Gianni Farneti, Fulco Pratesi e Franco Tassi Fonte: G. Farneti, F. Pratesi e F. Tassi, Guida alla natura d'Italia, Mondadori, Milano 1972.
- Susanna Tamaro e il matrimonio a Capracotta
Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito. [Gv 3,8] Il 2 luglio scorso, a S. Pietro della Ienca, in provincia de L'Aquila, la scrittrice best seller Susanna Tamaro (oltre 16 milioni di copie vendute con "Va' dove ti porta il cuore"), annunciò che esattamente tre mesi dopo sarebbe uscito un nuovo romanzo, "Il vento soffia dove vuole", il cui titolo prendeva in prestito le parole che Gesù aveva rivolto a Nicodemo, come riportate nel Vangelo di Giovanni. «Ho scritto un libro – disse la Tamaro in quell'occasione – tutto dedicato all'amore umano, ai figli e alla memoria dei morti». Credo che presentarvi Susanna Tamaro sia inutile perché è nota al grando pubblico, oltre che per essere una bravissima scrittrice, anche per essere stata al centro di accese polemiche da parte di ogni schieramento politico per le sue scelte familiari ed affettive, che da una parte oltraggiavano la famiglia tradizionale e dall'altra sminuivano le battaglie lgbtq+. Fatto sta che, da un punto di vista meramente letterario, i libri di Susanna Tamaro hanno quasi sempre raggiunto alti livelli tanto per la critica quanto a livello commerciale. Riguardo al nuovo romanzo, l'autrice ha confessato di aver «fatto una fatica immensa per scriverlo ma è stata anche una gioia portarlo avanti con quella grazia e quell'armonia che solo la scrittura a mano può darti [poiché] da quattro anni ho praticamente buttato il computer, scrivo tutto carta e penna [...] Così mi sono detta: sono maestra elementare, so scrivere a mano e scrivere è come suonare il pianoforte, il flusso tra la testa e il cuore deve essere ininterrotto». "Il vento soffia dove vuole" è la storia di una madre che, alle prese con una malattia che sembra non darle scampo, decide di raccontare la storia della sua vita. Lo fa scrivendo tre lettere speciali, avvolta nel quieto candore delle neve, quando l'anno sta per finire. La prima lettera è indirizzata ad Alisha, la figlia adottiva proveniente dall'India, che dopo aver affrontato una lunga e complessa ricerca d'identità, ha scoperto nella spiritualità una preziosa prospettiva per il futuro. La seconda è per Ginevra, la figlia naturale, insoddisfatta delle condizioni economiche attuali della famiglia e che desidera ardentemente riottenere il prestigio nobiliare del passato. La terza è destinata a Davide, suo marito, un medico generoso che ha attraversato una terribile crisi scaturita da un grave errore giudiziario. Tre lettere, insomma, per condividere coi familiari il passato e la riscoperta della fede. Nella sinossi, l'editore Solferino di Milano scrive che «"Il vento soffia dove vuole" è un romanzo commovente che, con grande umanità e un tocco di umorismo, ci racconta il potere dei legami familiari e delle connessioni dell'anima». Al di là della scorrevolezza del libro, quel che ci interessa di più sta nella seconda lettera, quella indirizzata alla figlia Ginevra, in cui la protagonista le racconta del matrimonio col papà Davide, nozze che a suo tempo vennero celebrate proprio a Capracotta, visto che il futuro marito era di colà. La Tamaro, allora, non fa economia di dettagli e di storie sul nostro paese, il che mi porta a credere che abbia ben conosciuto Capracotta o per esperienza diretta o per il tramite di qualche amicizia stretta. L'autrice racconta di come «la grande macchina matrimoniale a Capracotta si era messa in moto e sarebbe stato impossibile anche solo accennare un passo indietro. Anche se per tradizione sarebbe stato a carico del padre della sposa, il ricevimento si sarebbe svolto nel luogo delle nozze, e così diverse volte Davide e io eravamo tornati in Molise per organizzare il grande giorno». Al consueto entusiasmo che accompagna l'organizzazione d'un matrimonio la scrittrice aggiunge dettagli culinari: «Quando salivo in macchina per tornare a Bologna venivo regolarmente rifornita di una busta pieni di caciocavalli per i miei genitori». Sono diverse le pagine del romanzo in cui fa capolino Capracotta e, in una di queste, la scrittrice confida che «se la questione ristorante era tutta in mano ai miei suoceri, l'abito da sposa ricadeva sulle spalle di mia madre. A febbraio siamo andate dal miglior sarto di Ferrara, ci ha proposto varie ipotesi e alla fine la scelta migliore è sembrata a mia madre un tailleur color panna; anch'io mi sarei sentita a mio agio in quel completo ma mi rendevo conto che quell'austera sobrietà non sarebbe stata per niente apprezzata dalla folla che mi attendeva a Capracotta». A quel punto Susanna Tamaro racconta la difficoltà di comunicare a sua madre che il matrimonio con Davide sarebbe stato religioso, conscia che la sua famiglia d'origine era ebrea, proprio come quella della vera autrice... "Il vento soffia dove vuole" di Susanna Tamaro, insomma, è un romanzo che ogni buon capracottese dovrebbe acquistare, leggere e tenere in biblioteca, perché - come ho ampiamente dimostrato in questi anni - la letteratura capracottese non finisce mai! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Tamaro, Il vento soffia dove vuole, Solferino, Milano 2023.
- Zio Olindo
Con zio Olindo ci conoscevamo in quanto vicini di casa. Egli si cimentava in piccole sculture di pietra, che si procurava direttamente in campagna a Capracotta, visto che aveva una piccola masseria sulla strada per il Verrino. Riusciva, con scalpello ed altri attrezzi, tutti rigorosamente manuali, a dar vita a delle bellissime sculture. Sono veramente felice di possedere alcune testimonianze della sua arte che conservo con grande affetto. Zio Olindo era una persona affascinante, dai lineamenti nobili, ed il suo stile era un esempio. Era un uomo di poche parole ma di grande saggezza, attaccato alla terra che non ha mai smesso di lavorare fino alla sua scomparsa, avvenuta a 92 anni. Mi parlava spesso della Capitale, in cui, durante la Seconda guerra mondiale, aveva soggiornato. Tuttavia non vi aveva mai fatto ritorno, così nel 1990 gli proposi di accompagnarlo per un giro nella Roma dei ricordi. Di quei momenti conservo il ricordo indelebile di una persona di eccezionale qualità. È per me un grande rammarico non averlo frequentato con assiduità e non essere riuscito a partecipare alle sue esequie. Pietro Di Tanna
- Filastrocca del buonu... more
Dai, andiamo amore a cogliere more. Senza remore e senza timore né tremore di romperti il femore. E senza far rumore. Ho invitato, senza clamore i senza fisse dimore. Dell'infanzia memore scacciano il malumore e della vita il disamore, senza andare alle Marmore né alle Isole Comore, oltre a prevenire il tumore. E ora il Piave mormora: basta guerre. Fate l'amore con le More! Antonio D'Andrea
- «Ancora sto imparando»: Michelangelo Buonarroti all'età di 87 anni
Sono tre parole uscite dal labbro dell'anziano Michelangelo, ricche di saggezza, di dinamismo interiore, di valorizzazione del tempo. Personalità grande e irrequieta, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Pittore, scultore, architetto, poeta, credente a suo modo, ha raggiunto il vertice in tutti i campi della ricerca, dell'arte, della bellezza. Vero e inarrivabile genio per l'umanità intera. Con il desiderio sempre di apprendere, di imparare. Si scorge una coscienza vigile, attenta, pronta a cogliere le sfumature e ad affinare le analisi. Ampiezza di orizzonti, originalità e coraggio di indicare percorsi, linee e filoni da intraprendere nella vita. «A partire da me, ma non per me», affermava Martin Buber, riassumendo il cammino della vita di ogni persona, rinnegando la concupiscenza di essere un Narciso allo specchio, per essere il filo di un meraviglioso arazzo. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Chi "ancora vuole imparare" cerca la luce sempre. Un proverbio cinese avverte: alla caduta della terza foglia si torna alle radici. La terza foglia che cade cede il posto alla vecchiaia. Non è un problema di oggi la vecchiaia anagrafica, si affronta con la serenità di Michelangelo. L'orologio del tempo scorre inesorabilmente e detta leggi a cui è impossibile sottrarsi. Portare il bagaglio delle esperienze passate verso il presente per trasfigurare e modificare le occasioni che si presentano, con l'intento di "imparare ancora", è sempre possibile. Luci ed ombre si alternano nella storia di ciascuno, di vita vissuta, per evidenziare in positivo la presenza di perle preziose che negli anziani risplendono con chiarezza. L'uso della prima persona singolare, «Ancora sto imparando», trova giustificazione nella prospettiva autobiografica che si rintraccia facilmente in tutti. C'è un legame logico e cronologico nella ricostruzione fedele della propria storia. Ma... c'è sempre da imparare ancora. Rinverdire i ricordi, alimentare la cultura, non perdere il patrimonio di esperienze vissute, conservare la fede ragionata e matura focalizzando l'essenziale, incrementare le relazioni interpersonali... sono alcune linee guida dell'"imparare ancora". Mettersi nei panni dell'altro, entrare nella interiorità di chi ci ascolta, assumere le motivazioni, rientrare in sé stessi per meglio valutare senza sospetti e rigurgito di pregiudizi, sono piccoli segni che denotano una valenza sociale di enorme potenzialità. Miguel Cervantes, nel "Don Chisciotte", afferma che la penna è la lingua dell'anima. Quando l'anima comunica è sempre bene mettersi in ascolto, potrebbe rivelarci sentieri sconosciuti per un migliore dialogo fra gli uomini. Il tempo proietta la vita di ciascuno con il carico della propria personalità e della propria coscienza. Viene evidenziata una virtù, oggi molto rara, quella dell'equilibrio, «la scelta del giusto mezzo al tempo opportuno». «Sto imparando ancora»: tre parole che scandiscono i modi di porsi gradualmente di fronte al futuro. Prevedere, prevenire, aspettare, cavalcare (attività pragmatica della volontà), non mollare (attività costante della volontà). È da notare l'arguta divisione di azione di chi "sta imparando ancora" e chi ha imparato per sempre e per tutti. Vito Mancuso, professore di Teologia moderna e contemporanea presso l'Università S. Raffaele di Milano, nel libro "L'anima e il suo destino", espone le principali verità della fede con spiccato rigore ermeneutico e con documentata critica. Intorno al destino dell'anima ruotano teologia, filosofia, antropologia, biofisica e altre discipline. Le parole con cui l'autore conclude il suo volume sono utili e significative: «amare la vita. Alla fine sta tutto qui. Occorre mantenere in vita lo spirito dell'infanzia, la forza primigenia con cui la natura ci ha generato». Le vertigini vengono solo a chi guarda in basso, ha chiosato Gilbert Cesbron in "Cani senza collare". Il messaggio di questo libro è che la vita non tradisce, e a chi, a sua volta non la tradisce, essa dà in premio se stessa, dice la sapienza di Israele: «Chi pratica la giustizia si procura la vita» (Prov. 11,19). Basta solo essere giusti. Tutto qui, qualcosa di molto semplice, che ogni uomo vede da sé: «simplex est sigillum veri» (= la semplicità è sigillo e segno della verità). Il filosofo Norberto Bobbio, affinando gli strumenti dell'analisi e della sintesi sulla fede, nel libro "De senectute", sosteneva che «la vera differenza non è tra crede e chi non crede, ma tra chi pensa tra e chi non pensa». Se si perdono gli stimoli a pensare, ci si chiude alla fede, che rimane sempre un dono di Dio e una conquista faticosa, gioiosa e personale. L'equilibrio interiore è sempre frutto di una fede conquistata dopo un lungo cammino, approda ad una squisita e invidiabile libertà interiore e ad una capacità di servizio che sfida chiunque. Ha uno sviluppo e una evoluzione, come una pianta che cresce, che si pota, che ha le sue diverse stagioni. È un approdo conclusivo, è come forza unitiva della vita. Non siamo esseri armonici, la vita è discorde e conflittuale. Una via di uscita è la fede, facendo esperienza della bellezza, declinata nella dimensione della natura, dell'arte e della liturgia. La vita è dominata da opposti che non sono annullabili, che non si distinguono l'uno con l'altro: tra di loro non c'è contraddizione, né identità, essi sono in tensione polare, che non può essere annullata, «in opposizione polare», come afferma Romano Guardini, filosofo e teologo. È soprattutto testimonianza, che nella fede riceve coraggio e apertura. «Vivere con gioia le cose che accadono ogni giorno», affermava don Lorenzo Milani, con semplicità e serenità. Sapere che chi guida e disegna la storia degli uomini e dell'umanità è sempre Dio. «Capire il suo disegno man mano che Egli lo svolge, è l'unica cosa cui ambisco di capire, senza pretendere di levargli il lapis di mano e pretendere di diventare un autore della storia». Splendida pagina, degna di un padre della Chiesa! Rivela una grande anima in cui la fede diventa impegno di lotta per il bene, senza perdere la serenità e la gioia, virtù caratteristiche di chi crede. Nessuno ama la vita come l'uomo che sta invecchiando, ha affermato Sofocle, con confidente sicumera. Perché traspone il passato nel presente, e vede nel presente due elementi che trasudano di ottimismo: speranza e nostalgia. La vecchiaia ha un'autorità così ampia che vale più di tutte le gioie della giovinezza. La vita è stata vissuta con il senso della misura e del possibile, con la luce dell'intelligenza e il calore della passione. La passione contiene tutti gli elementi per dare all'azione quell'impeto necessario a compiere una missione e affrontare il futuro. La nostra avventura umana ha tre dimensioni: la lunghezza della vita, la larghezza dell'amore del prossimo, l'altezza dell'amore di Dio. Entro queste tre dimensioni c'è sempre da apprendere, correggere, modificare, gioire. Le parole che scandiscono i modi di porsi gradualmente di ogni persona dinanzi al futuro sono, l'ottimismo di chi vede «il bicchiere sempre mezzo pieno», libertà, indipendenza, sportività, piacere di stare al mondo, che rivestono un carattere di sacralità assoluta. Ama, onora, difende il suo e l'altrui diritto alla libertà di ricerca e di pensiero, fondamento di una società altra, che della cultura fa ragione di vita e pratica quotidiana. Dio scrive la sua storia secondo una linea che va avanti, con molte curve su e giù, recita un proverbio portoghese. Ciascuno prende la propria forma, non soltanto la personalità psicologica, ma l'identità costitutiva di persona. L'intelligenza è la capacità di trovare connessioni tra cose e persone diverse, di fare sintesi tra fede e storia, con la competenza, la testimonianza, la responsabilità e l’umiltà di chi è abituato "sempre ad imparare". «Avanti sempre nell'amore e nella gioia»: è stato il programma di vita di anime eccellenti nel campo della cultura, delle scienze, delle arti e... della santità. Entro questa ottica si coniugano alcuni nodi che coinvolgono totalmente ogni persona: la passione, la memoria, la profezia. Passione nello sforzo di dare a problemi posti dalla storia un orientamento positivo, reale, cristiano, con il compito di stimolo, di discernimento e di armonizzazione. Educare allo "stare insieme", evitando l'individualismo, le separazioni e le rivalità, perché la fraternità si realizza attraverso una non facile conquista quotidiana. «Uno dei limiti delle società attuali è di avere poca memoria, di liquidare come un fardello inutile e pesante ciò che ci ha preceduto», ha affermato papa Francesco recentemente. È una malattia, l'alzheimer spirituale, che può colpire tutti. La memoria assicura lo slancio necessario per affrontare le sfide sempre nuove, che esigono risposte altrettanto nuove, rimanendo aperti alle sorprese dello Spirito che soffia dove vuole. La profezia è la forza della parola, che ripara la stanchezza del giorno, dà un senso alla vita, rinsalda i legami, a differenza dei divertimenti che accontentano e isolano. La parola profezia contiene forza in sé, forza originaria che agisce e mette in comunicazione con i significati del mondo e degli altri, entrando in ascolto e in intimità con le varie voci. La parola invita a pensare e riflettere. È una "ragionevole scommessa" per attraversare il mare dell'esistenza. Essere servitore della parola e della cultura per comunicare agli uomini del proprio tempo il mistero della vita e... di Dio. Il modo in cui una verità si rende permeabile alla vita umana, anche se può non piacere, è un "modo profetico". Tutta la Bibbia è un cantico della Parola, creatrice, liberatrice, incarnata, redentrice. «Comincia a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile», diceva san Francesco d'Assisi. Il tempo è disponibilità ad incontri veri, è spazio per vedere e sentire, per avere compassione, per fare un pezzo di strada insieme. La vita è piena di dettagli che si rivelano a chi è sensibile al tempo. «L'amore è l'unica strada, l'unico motore, la scintilla divina che custodisce il cuore», cantava Simone Cristicchi a Sanremo con "Abbi cura di me": acuta riflessione di un cantautore contemporaneo. Comunicare in modo chiaro e trasparente e parlare in modo autentico al cuore della gente... per "imparare ancora" è stato lo stile di Michelangelo, esperimentato «con dolcezza, rispetto e retta coscienza» (I Pet, 3,18). Coscienza pura, limpida, moralmente connotata nella ricerca del bene. È il modo lapidario e incisivo di comunicare delle persone perbene, serie. Si riscopre il grande valore della vicinanza, dell'amicizia, della gioia semplice nella vita di tutti i giorni, il valore della condivisione, del parlare e del comunicare. Il primo piacere della vita è essere felici insieme, perché una gioia condivisa si raddoppia. Una poesia di Gianni Rodari, "La voce della coscenza", con stile ironico, precisa coscienza con la "i", non senza: Conosco un signore di Monza o di Cosenza che si vanta di dar retta alla voce della coscenza. Il guaio, con questo signore di Busto o di Forlì, è che alla sua "coscenza" manca una piccola "i". Se lui ruba, lei lo loda. Se lui fa il prepotente lei gli manda un telegramma: – Mi congratulo vivamente. Lui infila più bugie che aghi su un pino? Lui subito applaude: – Bravo, prendi un bacino. E dovreste sentire quel tale cosa dice: – Sono in pace con la coscenza, perciò sono felice! Ho provato ad avvertirlo, insomma a fargli capire che una "coscenza" simile è inutile starla a sentire. Lui però mi ha risposto: – Andiamo! Per una "i"!- quel bravo signore di Bari o di Mondovì. Costruire un mondo umanamente abitabile richiede intelligenza, moralità e spirito di generosità. Un tale spirito ha molti nomi: il greco sophrosyne (= capacità di autocontrollo e di riflessione), il latino humanitas, l'africano ubuntu, il biblico agape. È paziente e tollerante disposizione a vedere e cercare il bene, anziché insistere ossessivamente sul male. Il perdono blocca il male e gli impedisce di proliferare, di non trascinarci dietro all’infinito i nostri errori e i nostri dolori. «Il perdono ci strappa dai circoli viziosi, spezza la coazione a ripetere su altri il male subito, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell'odio», scriveva Hannah Arendt. Scandalo per la giustizia, follia per l'intelligenza, consolazione del cuore, il perdono ha gli stessi occhi di Dio, vede che ogni vita è grembo pronto ad una nuova gestazione, ad un di più, un colpo d'ali che libera il futuro: perdonare l'altro perché perdonati da Dio. Tenere alta la speranza, anche se non si scorge all'orizzonte una via di uscita. Con la disponibilità ad imparare... ancora e sempre. Osman Antonio Di Lorenzo
- Dagli imprenditori alle imprese
Dopo la conclusione del conflitto, con Juan Domingo Perón presidente tra il 1946 e il 1955, il nazionalismo inteso come indipendenza economica, e l'antimperialismo contro inglesi e nordamericani divengono cardini della propaganda ufficiale, oltre che della pubblicistica politica. Le politiche del governo sono invece in generale favorevoli all'immigrazione europea e puntano ad accelerare lo sviluppo industriale del paese, attirando con agevolazioni imprese, tecnici e manodopera qualificata, con gli italiani in prima fila. Perón viene destituito da un golpe militare nel 1955 ma il suo modello economico, basato sull'industrializzazione attraverso la sostituzione delle importazioni e la produzione per il mercato interno, rimane vigente a lungo. Dagli anni Sessanta si verificano dei mutamenti nella storiografia. In Italia, è certo che la prospettiva resta quella etnica e si continua a esaltare il contributo degli italiani allo sviluppo industriale argentino sulla falsariga del passato; ma anche se rimane un'enfasi sul ruolo degli imprenditori, emerge una maggiore attenzione alle imprese come "organizzazioni": si prende atto del fatto che l'epoca del capitalismo personale è finita. Così, quando nel 1961 scrive una nuova prefazione per la riedizione del suo saggio del 1900 un anziano ma ancora lucidissimo Einaudi vede realizzati i suoi auspici, spogliati ovviamente delle velleità coloniali, sulla necessità di un'emigrazione qualificata guidata da imprese e capitali italiani: a emigrare in Argentina nel secondo dopoguerra sono tecnici e ingegneri, al seguito di imprese divenute multinazionali. Emblema della nuova stagione è per Einaudi la Techint di Agostino Rocca, ex dirigente di Stato durante il fascismo emigrato in Argentina nel 1946 e divenuto imprenditore di grande successo nei settori dell'ingegneria civile e della siderurgia. Einaudi considera Techint una versione moderna dell'impresa creata da Dell'Acqua e a propria volta Techint vi si identifica, tanto da finanziare la ripubblicazione del Principe mercante, e forse non a caso: uno dei figli dell'ex presidente della Repubblica, Roberto, è fra i principali collaboratori di Rocca. Il ruolo inedito delle imprese emerge chiaramente negli anni Sessanta nel volume pubblicato dalla collettività in occasione della visita del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, "La presenza dell’Italia in Argentina", ultimo ambizioso lavoro prodotto dalle classi dirigenti italiane nel paese. Va notata innanzitutto l'assoluta continuità interpretativa con i precedenti, frutto come questo di iniziative di comitati costituiti ad hoc con la Camera di commercio: i nuclei sono ancora una volta l'apporto degli italiani allo sviluppo locale e la convenienza che ne deriva, per l'Italia, di investire in Argentina. Ci sono però anche differenze rispetto al passato. Una è che il volume non è solo l'orgogliosa autorappresentazione della nuova élite di industriali emigrati e manager trasferiti pro tempore dalla casa madre alle filiali argentine, che si sente a pieno diritto espressione di un'Italia ormai tra le nazioni "più industrializzate del mondo": è anche uno studio delle concrete possibilità di investimenti italiani, a partire da un'articolata analisi dell'economia argentina e del suo potenziale di crescita, sorretta da dati statistici, e dal ricorso inedito alla teoria economica (Walt Whitman Rostow, economista prestigioso e allora in voga, è più volte citato in riferimento al "decollo" argentino, presentato come imminente). La seconda differenza è che le imprese e l'attività economica in generale hanno un protagonismo assoluto nell'equilibrio complessivo del volume. Si può dire anzi che sono ora le imprese a raccontare gli italiani in Argentina, non viceversa. Lo spazio riservato a vita sociale, associazioni e istituzioni non economiche è infatti ridotto e le stesse analisi economiche e statistiche in appendice sono probabilmente tutte uscite dagli uffici studi delle imprese medesime, e in particolare da quello della Fiat, che era il più attrezzato ed era diretto da Gino Miniati, presidente della commissione di redazione del libro. Infine, è diverso il focus, qui spostato dagli imprenditori alle imprese, specie industriali: ci sono alcune sintetiche traiettorie individuali (per esempio, del citato Agostino Rocca e del maggiore dirigente Fiat, Aurelio Peccei) ma dominano le schede tecniche su grandi e meno grandi gruppi italiani, privati e pubblici (da Fiat a Olivetti, da Pirelli a Eni, da Galileo a Necchi), e su imprese nuove, come Techint dello stesso Rocca, che hanno cominciato a produrre in Argentina o vi si sono trasferite dopo il 1945. La svolta rappresentata dalla conclusione del secolare ciclo migratorio italiano in Argentina, alla metà degli anni Sessanta, coincide con l'altra importante novità del periodo in campo storiografico: la pubblicazione a Buenos Aires del primo lavoro accademico su un'impresa italiana nel paese, "Espiritu de empresa en la Argentina" di Thomas C. Cochran, storico economico americano, e Ruben E. Reina, antropologo argentino ma di formazione americana. Il volume, traduzione dell'originale uscito negli Stati Uniti nel 1962, è dedicato alla vicenda imprenditoriale di Torcuato Di Tella, emigrato dal Molise in Argentina a tredici anni e fondatore a diciotto, nel 1910, di Siam, un'azienda metalmeccanica che produceva inizialmente macchinari industriali, poi beni di consumo durevoli e, nel secondo dopoguerra, anche moto e auto. L'approccio degli autori traspare dal titolo dell'edizione originale: Entrepreneurship in Argentine Culture: Torcuato Di Tella and S.I.A.M.. Per un verso, è un approccio socioculturale, che privilegia ancora la biografia come via di accesso alla storia dell'attività imprenditoriale. In tal senso, considera il retroterra di Di Tella e il suo modello di impresa famigliare una variabile esplicativa del suo successo economico, nel contesto di una società con le caratteristiche di quella argentina, ma senza attribuire in ciò rilievo particolare all'elemento etnico italiano. Per l'altro, il libro contiene elementi innovativi, perché adotta la prospettiva analitica della business history, la disciplina introdotta come campo storiografico autonomo ad Harvard a fine anni Venti, anche se non accoglie il nuovo paradigma proposto nel 1962 negli Stati Uniti da Alfred D. Chandler Jr, che comincia a studiare il rapporto tra struttura e strategia operativa delle imprese per spiegarne la crescita. Il volume di Cochran e Reina si basa su diverse tipologie di fonti ma quelle orali - 52 interviste a famigliari, manager e dipendenti di Di Tella, oltre che a industriali e altre figure - sono preponderanti, con i limiti inevitabili che ne derivano e che gli stessi autori riconoscono, sottolineando che l'eliminazione a più riprese di documenti del proprio archivio da parte di Siam ha impedito un'analisi della sua organizzazione e del suo sviluppo. Fin dal sorgere della storiografia accademica, in Argentina emerge dunque un problema che non riguarda solo le imprese italiane, ma con cui la storiografia accademica che vuole adottare la prospettiva della storia d'impresa deve fare i conti ancora oggi, lì più che altrove: la limitata disponibilità e/o accessibilità agli archivi d'impresa. Il clima intellettuale in Argentina è segnato tra gli altri, in questi anni Sessanta, dai dibattiti accesi sulle tesi del sociologo italo-argentino e promotore della sociologia accademica argentina Gino Germani, relative all'impatto positivo e determinante dell'immigrazione europea nella società. Per altri versi, i progetti di ricerca coordinati dal sociologo Torcuato S. Di Tella, l'altro figlio dell'imprenditore, e dai suoi collaboratori, come Oscar Cornblit, sollevano il problema dell'origine immigratoria degli imprenditori in Argentina, e delle limitazioni che tale origine avrebbe comportato nel promuovere politiche favorevoli al settore industriale nel periodo dell'immigrazione di massa. Tuttavia, la ricezione delle tesi di Cochran e Reina non è immediata, sia per l'estraneità degli autori all’ambiente accademico argentino, sia per l'imporsi prima di un'agenda di temi collegati alla politica e poi della sanguinosa dittatura militare di Jorge R. Videla, dal 1976 al 1983, che riduce fortemente la possibilità di fare ricerca, costringendo anche un gran numero di intellettuali e accademici all'esilio. Federica Bertagna Fonte: F. Bertagna, Imprese e imprenditori italiani in Argentina nella storiografia italiana e argentina, dalla fine dell'Ottocento a oggi, in «Italia Contemporanea», 301, Milano, aprile 2023.
- Frate Aurelio, Capracotta e i prodigi di Padre Pio
Il religioso presente in queste foto del 1941 provenienti dall'archivio di Lorenzo Potena, un bell'uomo ritratto ora sulla cima di Monte Campo ora con gli amici capracottesi, altri non è che frate Aurelio da Sant'Elia a Pianisi, un monaco cappuccino che prima della guerra veniva spesso a Capracotta, perché amico delle famiglie Potena, Ciccorelli e Di Ianni, tra loro imparentate. Padre Aurelio, però, è "famoso" anche e soprattutto per essere stato uno dei confratelli più vicini al celeberrimo Padre Pio, tant'è che dopo la morte del Santo di Pietrelcina ha rivelato diversi aneddoti prodigiosi della sua vita. Ve ne riporto uno, raccontato proprio da frate Aurelio: La sera del 5 febbraio 1952 erano nella stanza di Padre Pio, il padre Aurelio e il padre Costantino e il dott. Sanguinetti, collaboratore del Padre per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza. Padre Pio era seduto alla scrivania e gli altri su sedie accanto a lui. Si parlava del più e del meno. La conversazione non aveva niente di importante: le solite parole di routine sul giorno, il tempo, il lavoro della giornata. Ad un certo punto Padre Pio interruppe la conversazione e disse: «Preghiamo per il re d'Inghilterra!». Non aggiunse nient'altro. Incrociò le braccia sulla scrivania, sulle braccia poggiò la testa e rimase per un po' in silenzio. Gli altri si guardarono negli occhi, interrogandosi sul significato delle parole di Padre Pio, che aveva bruscamente introdotto nella conversazione un personaggio lontano dagli argomenti usuali, dal territorio locale e dalla stessa religione cattolica, addirittura il re d'Inghilterra, capo della chiesa anglicana. I tre, per obbedire a Padre Pio che pregava, fecero ognuno, a modo proprio, anche una preghiera per il re d'Inghilterra, che per loro era come pensare a uno sconosciuto. La cosa quella sera finì così, senza che alcuno dei tre chiedesse a Padre Pio il perché di quella richiesta un po' estemporanea. La spiegazione l'ebbero il mattino seguente quando dalla radio e dai giornali seppero che era morto Giorgio VI, re d'Inghilterra. Insomma: Capracotta terra di santi, poeti e trasmigratori! Francesco Mendozzi
- La verità sui dischi-corazza di Capracotta
Antonio De Nino (1833-1907) ha goduto di ampia stima da parte dell'ambiente accademico a lui contemporaneo, una devozione che gli è persino sopravvissuta. È stato un attento antropologo, nonché uno dei primi folcloristi, un valido storico e un altrettanto valido archeologo in veste di ispettore ai Monumenti. È stato soprattutto un impagabile sponsor quando si è trattato di avviare imponenti campagne archeologiche nei suoi Abruzzi. Nel 1904 Antonio De Nino era a Capracotta per compiere una delle sue ricognizioni archeologiche e, nelle campagne di Guastra, nei pressi della masseria di Gabriele Di Tella (oggi diroccata), gli fu mostrata una piccola necropoli di epoca sannitica costituita da quattro tombe e risalente forse al VII-VI sec. a.C. Nelle prime tre tombe vi erano suppellettili varie, ossia «una lancia [...] una cuspide di lancia in ferro [...] tre braccialetti di lastrina [...] due anellini [e] due grosse armille». La quarta sepoltura fu ritenuta dal De Nino «certamente di guerriero» e degna della massima nota, poiché conteneva «oggetti di maggiore importanza», tra cui spiccava un pugnale in ferro e «due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito» in bronzo: il maggiore del diametro di 22 cm., il minore di 13 cm. Antonio De Nino comunicò presto alla Regia Accademia dei Lincei la scoperta di cui si era reso protagonista in un articolo intitolato "Capracotta: tombe sannitiche con suppellettile funebre" e, da allora, nessuno ha osato mettere in discussione la sua scoperta che - giova ricordarlo - era avvalorata da quattro fotografie pubblicate sugli atti dell'Accademia. A proposito dei «due dischi o scudini disegnati a traforo e a graffito», l'illustre archeologo tedesco Gerhard Tomedi, quasi un secolo dopo, decise di riunire in un «Gruppo Capracotta» tutti i dischi-corazza che fino ad allora facevano parte del cosiddetto «Gruppo Casacanditella»: la catalogazione dei dischi in questi gruppi è ovviamente basata sulla somiglianza tra i vari esemplari, non sempre geograficamente vicini, perché «sembra una specie di maledizione quella che continua a perseguitare questa classe di materiali che ce li rende noti in tutte le possibili forme di acquisizione tranne quella canonica della nostra disciplina e cioè lo scavo archeologico». L'unico caso di scoperta archeologica dei dischi-corazza, dunque, è ancor oggi quello avvenuto a Guastra nel 1904 per mano di Antonio De Nino. L'interpretazione di tali reperti come dischi-corazza, dunque, si basava esclusivamente «sul corredo di guerriero di Capracotta», una interpretazione che fino a pochi anni fa condividevano anche Giovanni Colonna - uno dei massimi esperti di storia antica - e la prof.ssa Raffaella Papi. Quel corredo è stato a lungo ritenuto disperso ma è sopravvissuto proprio grazie alle fotografie del De Nino, almeno finché la stessa Papi, nel 1990, lo ha ritrovato e pian piano ne ha dimostrato l'appartenenza al mundus muliebris. I dischi-corazza di Guastra, insomma, non riguardavano un guerriero ma una ricca donna sannita, che li portava attaccati ad una stola che, dal collo, scendeva al ventre. La Papi, battendo a tappeto molti musei italiani, aveva rinvenuto «la coppia di Capracotta, priva però del resto del corredo» nei magazzini del museo di Castel S. Angelo di Roma. A mio avviso, dunque, non andrebbero più chiamati dischi-corazza bensì dischi ornamentali. Questa scoperta, che può sembrare ininfluente agli occhi dei non addetti ai lavori, è in verità molto importante, perché trasforma totalmente l'immaginario sannitico a cui eravamo abituati: da fiere tribù di pastori guerrieri a raffinati gruppi familiari, in cui le donne, le prime capracottesi della storia, facevano bella mostra di sé. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: R. Cannavacciuolo, La ricerca archeologica in territorio molisano: casi di studio, tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, 2018-2019; V. Cianfarani, Antiche civiltà d'Abruzzo, De Luca, Roma 1969; G. Colonna, Dischi-corazza e dischi di ornamento femminile: due distinte classi di bronzi centro-italici, in «Archeologia Classica», LVIII:8, Roma 2007; G. Colonna, Migranti italici e ornato femminile (a proposito di Perugia e dei Sarsinati qui Perusiæ consederant), in «Ocnus», 15, Bologna 2007; A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune, in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei, Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; R. Papi, Dischi-corazza abruzzesi a decorazione geometrica nei musei italiani, Bretschneider, Roma 1990; R. Papi, Guerreri di pietra e dischi di bronzo, in «Picus», XLI, Macerata 2021; R. Papi, Vecchi e nuovi pregiudizi sull'Abruzzo e sul Fucino in particolare, in L. Saladino (a cura di), Il Fucino e le aree limitrofe nell'antichità, Atti del convegno, V° Convegno di Archeologia, Avezzano, 6-7 novembre 2021; G. Tomedi, Italische Panzerplatten und Panzerscheiben, Steiner, Stuttgart 2000.
- Scala le montagne
Presso l'Eremo di S. Onofrio al Morrone, scelto dal futuro papa Celestino V, alle pendici del Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, vi è una foto e un'iscrizione che ricordano l'alpinista Paolo Mosca, figlio del capracottese Gabriele, morto per la caduta di alcuni massi mentre stava facendo ciò che più amava: scalare le montagne. Le parole, scritte dallo stesso Paolo, sono state scelte dal C.A.I. come epitaffio per ricordarlo. Scala le montagne, e la pace della natura scenderà su di te, come i raggi del sole scendono sul bosco, e tutte le tue preoccupazioni cadranno come le foglie d'autunno. Paolo Mosca
- L'orchestra incontra il territorio a Capracotta
Grazie al mecenatismo di Giovanni Pollice, sindacalista residente in Germania ma legatissimo al suo paese natale, stasera tornerà la grande musica da camera in quel di Capracotta, con un concerto dell'Orchestra Sinfonica del Molise, i cui 51 elementi, diretti dal m. Michele Gennarelli, daranno vita ad un programma pensato proprio per l'imminente festa della Madonna di Loreto. Si tratta infatti di un programma adatto a tutte le orecchie, che spazia dal sempreverde "Nabucco" di Giuseppe Verdi fino al "pop" classico del "Concerto d'Aranjuez" di Joaquín Rodrigo (con la chitarra solista del talentuosissimo Isidoro Nugnes), per approdare alla più bella pastorale di Beethoven, quella contenuta nei movimenti della "Sinfonia n. 6 in fa maggiore", la quale verrà persino illustrata dal Pollice prima dell'esecuzione. Stasera, insomma, la Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta sarà l'altoparlante perfetto di una commistione di stili che - si spera - venga apprezzato dai capracottesi, perlomeno da quelli che adorano l'arte musicale. L'Orchestra Sinfonica del Molise è nata nel gennaio 2022 a seguito dell'emanazione, da parte del Ministero della Cultura, del decreto riguardante l'istituzione di nuove orchestre. La sua attività si sviluppa attraverso il coinvolgimento dei giovani, dando loro una grande opportunità professionale per valorizzare le professionalità del settore, con particolare attenzione a quelle presenti in loco. Di grande importanza per l'Orchestra è la distribuzione capillare sul territorio, per un suo sviluppo organico in quanto fattore di identità regionale e di valorizzazione del turismo. Francesco Mendozzi
- Ich bin Organist
Oggi, come un maggiordomo, mi inchino a presentarVi una pagina che in un modo splendido racconta il sentire di un maestro organista e che mi ha particolarmente colpito. Il maestro Roberto Rampini è organista, musicologo, musicista, concertista, teorico musicale, matematico, scrittore e tantissime altre cose e mi ha onorato di poter inserire un suo rilevante scritto tra le mie semplici pagine. Il suo sito web è un vulcano in continua eruzione. Leggiamo allora la sua "polvere di cantoria". Francesco Di Nardo Ich bin Organist Da tempo immemorabile sono qui, il destino mi ha ormai inscindibilmente legato a questo Luogo che è divenuto per me come una seconda casa. Seduto su una panca aziono una gran quantità di tasti e pedali, ben consapevole che intanto il mondo continua a girare indifferente ad ogni mio sforzo, mentre la luce cambia colore e intensità con il trascorrere delle ore, delle giornate e delle stagioni, fendendo l'aria in modo sempre diverso e suggestivo. Ogni tanto però mi fermo, staccando mani e piedi dallo strumento (e gli occhi dallo spartito) poiché amo anche riempirmi del Silenzio che solo questo Spazio sa infondermi. I rumori esterni giungono soffocati e indistinti e tendono a scomparire quasi del tutto la domenica mattina, giorno di riposo… ma non per me: solo nelle meritate pause che mi concedo i miei passi misurano in breve la larghezza e la lunghezza di questo Tempio che sembra suggerirmi ad ogni angolo fasti di un mondo ben più austero di quello attuale... Gli stessi brani, affrontati innumerevoli volte sino allo sfinimento, si rivelano antagonisti troppo forti di un combattimento dagli esiti tuttora incerti… ma io desidero farli miei a tutti i costi, nella speranza di riconsegnarli integri a chi li scrisse prima di ridursi su questa Terra in polvere centinaia e centinaia d'anni or sono: mi piace infatti scrutarli e analizzarli nel modo più scientifico possibile - oltre che musicale - e non è un caso che ad un esame più accurato essi premino i miei sforzi riservandomi ogni volta ulteriori sorprese, quasi come se al computer stessi esplorando il più misterioso dei frattali. Il tempo volgerà alla fine anche per me e qualcun Altro girerà la mia ultima pagina (e forse neppure allora mi spetteranno gli applausi che ogni concertista segretamente desidera al termine di ogni esecuzione). Questo Luogo è infatti sempre vuoto e chiuso, e gli ultimi echi dei suoni prodotti da migliaia di magiche canne rese sonore da menti ingegnose si disperdono nel nulla dopo aver indugiato un po' tra le volte e la cupola… o forse rifugiandosi in dimensioni irraggiungibili per un essere umano ancora troppo compromesso col tempo! Anche se poi, vinto dalla stanchezza, chiudo tutto e torno a casa, ringraziando il buon Dio del grande privilegio che in vita mi ha concesso (e del quale mai smetterò d'esserne riconoscente), la mia anima continuerà in realtà a restare qui finché tutto si compirà nel modo più vero e profondo anche per me. Io sono Organista. Roberto Rampini Fonte: www.facebook/librorampini - Tutti i diritti riservati. Cap. 116 tratto dal libro "Piazzale san Lorenzo, Villa Alpina... e altri racconti autobiografici". www.robertorampini.it - robertorampini57@gmail.com
- Polvere di cantoria: il tiramantici
Guardando un organo possiamo pensare all'abilità del costruttore, al talento dell'organista e al gusto del costruttore della cassa ma mai, dico mai, pensiamo a come il "vento" prende vita e trasforma in armonia il lavoro dell'organaro e dell'esecutore. Il "tiramantici", o "levamantici", dalla notte dei tempi forniva l'energia che muoveva l'aria e ne consentiva il fluire nelle canne. La forza delle sue braccia e, negli strumenti più grandi, delle sue gambe azionava i grandi mantici che garantivano la pressione necessaria dell'aria che alimentava l'organo. Negli strumenti piccoli generalmente due mantici garantivano il funzionamento muovendosi in alternatim ma organi più grandi necessitavano di più alimentatori che venivano collocati in un apposito locale accanto alla cantoria. La tecnologia guidava l'evoluzione della fonica: nel XIV secolo cento uomini erano addetti al funzionamento dei trenta mantici che alimentavano le 700 canne dell'organo della cattedrale di Winchester mentre, per esempio, nel 1779 solo due o tre uomini fornivano l'energia per azionare i tre mantici delle 750 canne del "Principalone" a Capracotta. Ancor oggi possiamo vedere il sistema dal vivo nell'organo della Chiesa di S. Antonio, riparato, qualche anno fa, dopo il cedimento dell'asse di fulcro delle stanghe. Il movimento dei mantici dava una sensazione di "respiro" dello strumento ma il tiramantici doveva essere sempre attento alle indicazioni dell'organista e all'andamento della composizione per evitare "buchi" nell'alimentazione. Negli strumenti con oltre 10-15 registri delle casse di compensazione, dette "lucerne", stabilizzavano il vento, mentre dei pesi posti su di esse o sui mantici determinavano la pressione dell'aria che veniva, come oggi, misurata in millimetri d'acqua. Le lucerne, adottate ancora oggi, consistono in una cassa stagna il cui tetto si solleva tramite delle pieghe come il mantice delle fisarmoniche servono anche ad immagazzinare l'aria portandola quindi alla giusta pressione. Al tetto della lucerna vi era fissata una cordicella che tramite una puleggia sosteneva un "piombino" posto accanto ad una scala graduata. Questo sistema, detto alidometro, misurava la quantità di vento presente nei polmoni dell'organo e indicava al tiramantici quando e come intervenire per mantenere una giusta pressione. Un cenno dell'organista o un campanello che squillava nel locale mantici dava il via al lavoro. Gli strumenti antichi lavoravano con pressioni tra i 45 e i 70 mm di acqua. Faccio presente che la forza del suono non dipende, entro certi limiti, dalla pressione del vento, ma dalla capacità dell'organaro di "intonare" le canne, ovvero modellare le bocche delle canne per ottenere il massimo della sonorità. Anche i più grandi esecutori, senza il tiramantici, erano ridotti al silenzio. Ai tiramantici era anche affidata la manutenzione dei soffiatori: verifica di eventuali perdite dalle pieghe, lubrificazione dei giunti, controllo tenuta delle giunture dei portavento. Appannaggio dei levamantici anche la pulizia della cantoria e locali annessi e sorveglianza per evitare che qualcuno si intrufolasse abusivamente per sbirciare e curiosare nella "soffitta dei misteri". La storia ha dimenticato i loro nomi ma erano rigorosamente inquadrati nel personale di servizio alla chiesa. Gli antichi registri ne documentano i turni di servizio e le retribuzioni. Evolvendosi la tecnologia i mantici furono azionati da un albero a collo d'oca a sua volta messo in movimento da una ruota o da manovelle per rendere meno gravoso il lavoro dei levamantici. Anche papà mi raccontava della sua esperienza, da bambino, ai tre soffiatori del Principalone. Due in azione per la messa ordinaria e tre per la solenne. Successivamente i tiramantici vennero sostituiti da macchine a vapore o da motori a scoppio: tentativi poco efficaci e farraginosi. L'adozione degli elettrosoffiatori ha garantito, invece, una efficacissima alimentazione degli organi di tutte le tipologie consentendo anche combinazioni di sonorità che nel passato erano impossibili per insufficiente disponibilità del vento. Una o più ventole collegate a motori elettrici, dove lucerne o mantici "decorativi" stabilizzanti il vento e la pressione, forniscono tutta l'aria di cui necessita l'organo. Tuttavia in alcuni strumenti si preferisce ancora l'adozione dei mantici azionati da un motore elettrico per un'esecuzione più filologica o ancora una doppia alimentazione possibile: manuale o elettroassistita. Nella cantoria del Principalone, prima dei restauri, si poteva osservare il pavimento ligneo consumato fino all'esasperazione dai piedi dei tiramantici che si puntavano nello sforzo e i ganci sulla cassa dove venivano appesi i cappotti mentre si lavorava: in alcuni punti il fasciame risultava bucato. Nella mia mente una sera d'inverno, l'Avvento, e nella flebile luce delle candele, nella nebbiolina della neve che cade, il respiro affannoso dei tiramantici impegnati in una veglia o in una lode. Ai tiramantici, anonimi cuori affannati, il nostro ringraziamento: lo Spirito della Comunità che diventava preghiera tramite le dita dell'organista trovava forza e vita tramite le loro braccia e, con il fumo dell'incenso che impregnava i legni della cantoria, saliva verso Colui che ha creato cielo e terra: «Conditor alme siderum». Francesco Di Nardo
- Arrivederci, Capracotta!
Arrivederci, paesino abbracciato alla roccia, tenero e soffice come un bambino, duro e possente come la schiena degli uomini di montagna. Arrivederci alle fonti e al fiume di gente sul corso, alle casette, da lontano piccole lucciole nella notte delle stelle cadenti, ritrovo per le famiglie e per gli amici, da ogni parte giunti,nei giorni di festa. Arrivederci strade sterrate di montagna e strade imbrunite di asfalto che, ogni giorno, entrate nel cuore della montagna e lì conducete chi vi percorre. Occhi sempre uguali, spettacoli sempre nuovi! Arrivederci profili dei monti e onde dei campi, distese di sempreterno verde sotto il libero volo dei falchi! Arrivederci vento, che ti diverti a impastare le nuvole e le fai rotolare nel cielo a giocare a nascondere il sole. E arrivederci voci, di donne, ragazzini, bambini, giovanotti e anziani, sui portoni, nelle piazzette, all'imbrunire e al mattino, squillanti e ora sempre più distanti, ma sempre presenti nel cuore. E arrivederci drappi blu che sventolate dalle facciate delle case e delle chiese alla vória, in sinuose pieghe, protèsi come l'abbraccio del paesello che vuole trattenere i suoi figli! Arrivederci, arrivederci sempre, arrivederci ancora, questa volta di più, con la gioia grande del ritorno, con il tuo riflesso nello specchietto, con la radio spenta per sentire di nuovo, meglio, tra i saluti di chi va via e di chi resta l'antico ritornello: «Z'arvedéme all'òtte settiémbre». E ci vedremo, Capracotta, perché «chi all'òtte settiémbre n'è armenùte o z'è muórte o z'è perdùte!». Amedeo Di Tella Fonte: https://www.facebook.com/, 21 agosto 2023.
- Capracotta posto del cuore
Capracotta posto del cuore, dove affondano le mie origini... è il luogo dove mi sento sempre felice, ma anche dove lascio il mio cuore ogni volta che devo ripartire... Capracotta non è solo un luogo fisico, un punto su una carta geografica... È l'insieme di una meravigliosa routine, una consuetudine che è tutta tipica: alzarsi, fare colazione, vestirsi e uscire fuori tra Villa, Corso e Piazza... È il cartello che incontri appena si arriva, il segno di croce per salutare la Madonna di Loreto nel santuario... Sono le file fuori al forno per prendere pane, pizza, pan di Spagna, al supermercato, alla latteria... Sono le "vasche" dal Belvedere fino alla Villa e viceversa, sono le passeggiate la mattina presto per raggiungere le Fonticelle, la bellezza del paese pieno pieno di gente che affolla le strade, la musica, la gioia che regala il ritrovare gli amici anno dopo anno, le chiacchiere sulla scalinata della Chiesa di Sant'Antonio, le processioni religiose, le esibizioni in piazza... Capracotta che festeggia i 18enni e 50enni... Capracotta è la Messa con il Padre Nostro cantato in maniera tutta particolare... Capracotta non si può spiegare, si può solo vivere e continuare ad amare... Roberta Del Castello Fonte: https://www.instagram.com/, 21 agosto 2023.
- Le solenni celebrazioni della Madonna di Loreto a Capracotta
«Esce la Madonna» è la frase più ripetuta, il desiderio più atteso e il grido di entusiasmo di tutti i capracottesi, vicini e lontani, di fare festa in onore della Madonna. «Nessuno rinuncerebbe a questa singolare pausa di ristoro fisico e spirituale, meta e traguardo del peregrinare della vita. Il nostro è un paese dell'anima perché ha sempre "messo al centro" la Madonna, la Madre di Dio e Madre nostra». Così scrivevo negli anni passati sul periodico "Voria". La Madonna è la madre di Gesù, Giovanni apostolo simbolizza tutti noi, è esempio della Chiesa universale sparsa nel mondo. La Vergine Maria diventa anche la mamma nostra, «segno di consolazione e di sicura speranza». Possiamo chiamarla Mamma senza paura, pensarla nostra contemporanea, Donna dei nostri giorni, come efficacemente la definisce don Tonino Bello. Introdurla nei nostri pensieri e disegni, farla diventare coinquilina di casa nostra, la persona con cui confidare sentimenti e progetti di vita, rende il nostro rapporto santo, libero, gioioso, forte. Quando c'è Lei, è chiaro che tutto lo consulti con il Figlio Gesù. «"Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?", "Chi compie la volontà di Dio. Costui è fratello, sorella e madre», fu la risposta di Gesù. C'è anche una beatitudine personale efficace: "più beato" chi compie la volontà di Dio praticandola fino in fondo. Siamo al centro della nostra vita cristiana e della nostra vita interiore. Il Signore non è fedele ai nostri desideri. È fedele alle sue promesse. Le sue promesse su di noi sono il compimento della sua volontà fino in fondo. La sua è una volontà buona, di bene, di felicità, anche se fa attraversare un tunnel scuro e buio, che è la prova della sofferenza. Il Calvario e la Croce sono lo scrigno nel quale si concentra tutto l'amore di Dio. Anche noi, accettando la nostra croce, rendiamo più pura l’umanità, più buono il mondo. Sul Calvario splende la fede e l'esempio della Madonna, rimane l'ultimo sospiro, l'unica fiaccola a illuminare la terra. È simbolo anche del nostro piccolo calvario, che si racchiude nel perimetro delle pareti domestiche, dentro le nostre case, nel lavoro quotidiano, diventa il luogo della fede, della fiducia e del nostro abbandono in Dio. La Madonna di Loreto è la Mamma che segue i nostri passi con uno slancio di abbandono, di aiuto, di speranza e di consolazione. Un abbandono! Così deve essere la nostra vita. Le festività liturgiche dell'ozzetiémbre, che preparano spiritualmente l'atteso evento religioso e civile, sono consolidate e vivificate dalla tradizione e dalla pietà popolare. Nell'arco di tempo che intercorre dalle origini ai nostri giorni, la "memoria storica" registra momenti di intensa partecipazione di popolo nei tre giorni. Religiosità e folklore, fede viva e fede popolare, devozione e vita, si compenetrano in pieno accordo, e concorrono a dare alla festa un significato profondo ed una valenza religiosa sentita e partecipata. È il popolo di Capracotta che si fa destinatario e protagonista di un evento religioso che si riempie di attesa, dopo sei anni per interruzione del covid, e diventa esplosione di speranza e di intensa partecipazione nei tre giorni della festa. È un fervore di entusiasmo e di fede che passa, come fiaccola ardente, di padre in figlio, di generazione in generazione e accende gli animi e i cuori alla gioia e alla serenità. Valori umani, antropologici, sociali, religiosi e sacri si combinano e si consolidano in armoniosa sintesi. Il clima che si respira e si vive sorpassa ogni tentazione di ostentato folklore o di vuoto intimismo, e crea un'atmosfera di "aggregante concordia" di popolo. Le processioni del 7-8-9 settembre sono il segno concreto di una partecipazione personale, sentita e vissuta. «Esce la Madonna», «Tutti per uno, uno per tutti», non sono semplici slogans, ma traduzione di "convivialità comunitaria", di emozioni e sentimenti condivisi. Solidarietà, gioia di ritrovarsi, incontro di volti, incroci di sguardi, contatti di cuori, fede e amore, sono le parole che tutti ripetono nella ritualità della festa. È il miracolo della religiosità popolare che nessuno riesce a rimuovere o scardinare dal cuore del capracottese. Nemmeno il calo evidente della fede oggi, «la secolarizzazione e la globalizzazione dell'indifferenza», registrate nella nostra società post-moderna e imperante nella cultura contemporanea, riescono ad annullare una tradizione cementata e trasmessa nel corso delle generazioni. Pur in terre lontane ogni figlio di queste balze montane porta impresso nell'anima e nel cuore la dolce figura della Madonna, che inarca il suo manto di Grazia e lo copre della sua materna benedizione. Ognuno sembra ripetere con gioia: «Luntàne me ne vàje, luntàne assàje, de te, Madonna, nen me scòrde màje». Il pensiero corre inevitabilmente ai genitori e ai nonni che, sui cavalli bardati a festa "si inchinano" dinanzi alla Vergine Maria per associare alla sacralità del gesto formale dei cavalli, la loro devozione filiale. I genitori e i nonni sono linfa vitale di nuova alleanza, perché hanno alle spalle esperienza di vita e di fede, che irrora i germogli delle nuove generazioni. L'otto settembre è un appuntamento e un richiamo irresistibile per tutti. Insieme all'immagine della Madonna di Loreto, un'altra immagine viene collegata: la mamma, che ci ha partoriti alla vita. Maria, "donna dei nostri giorni", è quasi surrealmente trasfusa e mimata nelle mamme del nostro lessico familiare. Contemporanea, vicina, compagna, capracottese puro sangue. Creatura pienamente vissuta nel tempo, nel frantume dei giorni, nel destino pregnante della sua bellezza e del suo totale donarsi sempre. È un parlare alto che diventa un dire quotidiano, in confidenziale abbandono, chiamandole tutte per nome: Marietta, Ertiglia, Cietta, Rosa, Carolina... con le virtù proprie delle nostre mamme, pienamente radicate nel tempo, con la femminilità e la trasparenza della Madonna, con una vita comune a tutti, carica di sollecitudini familiari e di lavoro. In una semplice e toccante poesia sulla mamma scritta da Salvatore Di Giacomo, Totò recita: Chi tene 'a mamma è ricche e nun 'o sape; chi tene 'o bbene è felice e nun ll'apprezza. Pecché ll'ammore 'e mamma è 'na ricchezza, è comme 'o mare ca nun fernesce maje. Pure ll'omme cchiù triste e malamente è ancora bbuon si vò bbene 'a mamma. Un ultimo richiamo a Capracotta, il paese montano che celebra e festeggia solennemente la Madonna di Loreto. Capracotta è «paese dell'anima, patrimonio del cuore, luogo delle relazioni più profonde e significative». Conoscere un dove, da chi, un qui, significa conoscere il luogo geografico, il tessuto sociale e umano, il punto di partenza dove sono sbocciate le nostre vite. Capracotta, «perla di stupenda fattura, gettata un giorno dalle mani del Creatore in quel forziere di bellezze inedite che è il Molise», afferma don Michelino Di Lorenzo, sacerdote poeta e scrittore, innammorato di Capracotta. Si vive anche "nel posto in cui si è nati", nel luogo in cui la natura e la religione hanno impastato e plasmato la nostra storia. Capracotta ci appartiene, ci ha dato l'imprinting, è madre, lingua, musica, odore, caldo, freddo, neve. La libertà è nell'anima, non fuori di noi, ma dentro di noi. E la fede non è solo dono di Dio, pensiero e fervore, ma anche impegno, sentimento e azione. Guardando le stelle si scopre "una che non vuol tramontare", quella che non si spegne nel sole. La fede di un credente si trasmette attraverso la sua forza attrattiva e irradiante che si sprigiona dalla congruenza tra pensieri, sentimenti, parole e azioni, non con la semplice scorza della superficialità e dell'apparenza. Camminare "nel segno della festa" tra le persone, ascoltare ciascuno nella sua unicità, significa trasmettere un messaggio per farci sentire vivi e presenti, e creare relazioni profonde e durature: la Madonna di Loreto è stimolo, esempio e rifugio. Un ultimo riferimento che ha un valore di fondo totalizzante, che gioca il fenomeno dell'aggregante concordia di popolo è la paesanità. «Il tessuto vivo di gente, riunita da ogni parte del mondo intorno ad una immagine che percorre le vie del paese, che vede "uscire la Madonna", si muove nella linea delle radici della propria cultura», scriveva don Geremia Carugno nel 1993. Il clima di devozione filiale, che si respira in questi luoghi nelle feste di settembre, sorpassa e coinvolge il folklore del rapido passaggio dei cavalli, unico retaggio di una tradizione di fatica e di sudore di un tempo passato. Questi semplici pensieri sono umili fiori di campo, che conservano intatto il profumo del passato e trasmettono il sapore e la freschezza della vita che scorre. Nascono dal cuore, parlano al cuore nel loro armonico intreccio di storia, di tradizione, di fede, di cultura e di realtà. Lo scorrere del tempo impone un ritorno al passato, con la struggente forza della memoria. Riconosce luoghi, persone, feste e fatti, e li riconsegna in una nuova luce e una nuova armonia di tempi. In una società che inaridisce le sorgenti del nostro essere, possano far crescere l'anima, strapparla dalla tirannia dell’avere, dell'autoreferenzialità e della dimenticanza, e inserirla nella liberante dimensione dell'essere, del gratuito e della fede. In un canto composto negli anni giovanili scrivevo: Vurrìa dà le scénne a ŝti pensiére, vurrìa fa vulà ŝte ddù paròle pe r'arrivià paisieàne e furaŝtiére e purtà a tùtte la serenità. Vola canzóna méja, vola luntàne, gira tutte re mùnne, gira e canta, varr'artruvà ŝti fìglie affatecàte de chéŝta tèrra santa e furtunàte. Porta la pace, tu, porta l'ammóre de Capracotta ch'è na mamma d'òre. Nella Madonna di Loreto, nella mamma terrena, nel paese natio, non c'è nulla di scontato e declamatorio, tutto può diventare preghiera, canto e poesia. «È bello per noi essere qui»: affermarono gli apostoli sul monte Tabor. Qui ci sentiamo a casa, qui è la nostra identità. Non c'è fede viva che non discenda da uno stupore, da un "che bello", gridato come Pietro. Un cuore che ascolta è il luogo dove la solitudine cede all'incontro. Facciamoci accompagnare da queste tre immagini lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole. Evitare di dire parole scontate, a volte doverose altre volte noiose, e annunciare: Dio è bello, attraente, luminoso, solare e... la Madonna, nostra Madre e Patrona, è "stella del mattino", «termine fisso di eterno consiglio, è di speranza fontana vivace» per tutti. Osman Antonio Di Lorenzo
- La 500...
In una tarda mattinata di autunno di fine anni '60, di ritorno da scuola, mi accorgevo della scomparsa della vecchia 500 verdina di papà. Era di quelle prima maniera con le portiere ad apertura anteriore come le vecchie 600. Al suo posto, parcheggiata a cavalcioni del marciapiede sul Corso e davanti la farmacia, una "Nuova 500" avana fiammante, con le portiere a cerniera anteriore e con un adesivo sul vetro posteriore con scritto "Automobili Scarano – Agnone". Entrato in casa e salutato il concessionario, che era personalmente venuto a Capracotta per incontrare papà, apprendevo di un nuovo arrivo nella nostra "scuderia" accanto al 1500 nero che usavamo per le lunghe trasferte. La 500... compagna di mille viaggi e mezzo universale per le visite mediche su tutta la condotta. Ottima sulla neve: durante una forte nevicata e chiamato per visita urgente, papà trovava la strada sotto la Torre bloccata dalla turbina in assetto operativo. Con piglio deciso svoltava ed imboccava la scalinata per scavalcare fino alla via Nova il blocco e portare velocemente soccorso. Iniziava la leggenda... Durante una violenta bufera venne segnalata la presenza di automobili bloccate sulla strada verso la stazione di San Pietro Avellana. Chissà perché ci trovammo, con mio cugino Nicola, a bordo della 500 che, insieme alla camionetta dei Carabinieri, portava soccorso verso le persone in difficoltà. Giunti sul posto papà, lasciato acceso il motore e garantitoci il riscaldamento a bordo tramite l'acceleratore a mano, iniziava i primi soccorsi. Tuttavia era necessario liberare le automobili e, assicuratisi dell'integrità dei malcapitati, era necessario avvisare gli spazzaneve per operare in tal senso. Bisognava tornare in paese. Sorpresa! Era rimasta 'mbruciata pure la camionetta mentre la 500 camminava una bellezza! A casa una telefonata allertava i mezzi e solo dopo 'Ndògne ru Miédeche si toglieva gli indumenti fradici e congelati. Le grandi nevicate sommergevano totalmente quella "coccinella avana" a cavalcioni sul marciapiede. Occorreva solo fare attenzione a non camminarci sopra per errore: il tettuccio nero apribile si poteva sfondare. La storia continuò anche nella condotta di Tivoli e, di notte, su chiamata di guardia medica in zone "difficili" non era raro veder passare la 500 scortata dalla gazzella dei Carabinieri. Rubata e ritrovata per ben due volte fu anche la mia prima palestra di scuola guida. Ormai usurata venne sostituita dalla 126, bianca anch'essa, compagna di mille avventure. Ma se penso al "Dottore", ovunque adesso si trovi, lo immagino ancora con la borsa medica marrone a bordo della 500 avana che, dopo aver fatto benzina da Emilio, suo fraterno amico (2.000 £ normale e 4.000 £ super) parte per un'altra visita... Francesco Di Nardo
- Diavolo d'una PNL!
Ho completato oggi il corso di Programmazione Neuro-Linguistica di 40 ore di cui avevo parlato qualche settimana fa. Purtroppo non ho trovato il tempo di parlarne in itinere come mi ero ripromesso, ma vedrò di farlo un pezzetto alla volta a posteriori. È successo infatti che, oltre ad aver riveduto i (grossi) pregiudizi che avevo sulla PNL, il corso in questione ha abbondantemente superato le mie aspettative. Apro una parentesi personale. Questo mese di luglio, ex equo con quello in cui nacque mia figlia 12 anni fa, si sta rivelando uno dei migliori della mia vita! Infatti ho vissuto una fantastica sincronicità tra l'incontro fulmineo e folgorante con una persona molto speciale (!); le 5 giornate di formazione in PNL (9, 15, 16, 22, 23 luglio); la vacanza dall'11 al 25 luglio di mia figlia a Capracotta (IS), che mi ha permesso una libertà di movimento utilissima per frequentare il corso di PNL e soprattutto per conoscere, giorno per giorno, la persona molto speciale di cui sopra; infine, ciliegina sulla torta, la cornice a tutto ciò delle note di Umbria Jazz 2010 dal 9 al 18 luglio. Belle coincidenze! Tornando alla PNL, il suo assunto di base è che portare il nostro focus sui meccanismi "genetici" della comunicazione umana (tramite un modello esplicativo semplice ed estremamente efficace) consente ai singoli di migliorare le loro capacità di capire, farsi capire, conseguire obiettivi. Ovviamente se tanti singoli traggono questi benefici, in prospettiva è l'intera società a migliorare. La PNL è saper comunicare, è ecologia della relazione. Siamo educati a credere che in qualsiasi relazione se uno ha ragione l'altro ha torto, se uno è in posizione up l'altro è in posizione down, se uno vince l'altro perde. La forza della PNL sta nel ribaltare questi assunti e dimostrare che è possibile costruire consapevolmente relazioni in cui non c'è bisogno di contendersi la ragione e in cui si può vincere tutti insieme senza che nessuno perda. Detto così sembra magico, ma comprendendo e applicando gli assunti della PNL si scopre che imparare a comunicare in modo sano è più facile di quanto si possa immaginare. È importante capire che la PNL non è un percorso psicoterapeutico. Dato un comportamento che vogliamo modificare o una qualsivoglia performance che vogliamo migliorare, la PNL non si sofferma sul perché dello stato attuale ma sul come possiamo modificarlo. Già Freud aveva ben compreso che al paziente non basta comprendere l'eziologia di una nevrosi per liberarsene (abreazione), mentre soffermarsi sul come invece che sul perché, lungi dall'essere un approccio superficiale, può diventare il migliore grimaldello con cui scardinare le nostre coazioni a ripetere. Naturalmente psicoterapia e PNL non devono essere viste in antitesi, possono benissimo coesistere e supportarsi a vicenda, soprattutto se dal campo del miglioramento delle nostre performance andiamo verso quello della cura delle psicopatologie. Tra i modelli psicologici che conosco, quello che più mi ricorda la PNL è l'Analisi Transazionale di Eric Berne: non perché siano modelli simili come enunciati, ma perché sono accomunati dall'essere semplici da capire quanto potenti da applicare e dal focus dato alle modalità della comunicazione interpersonale. Come l'analisi transazionale ha inquadrato le relazioni nelle 3 categorie bambino-genitore-adulto a seconda dell'atteggiamento in cui si pongono emittente e ricevente, così la PNL ha codificato le 3 categorie visivo-auditivo-cinestetico (V-A-K) a seconda dei filtri che emittente e ricevente usano sia per inviare che decodificare messaggi. Per oggi direi che può bastare, la prossima volta ci soffermeremo su uno dei postulati della psicologia del XX secolo, su cui si fonda anche la PNL: la mappa non è il territorio. Concludo sottolineando che la nostra formatrice, la Dr.ssa Melinda Bianchi di quel di Frosinone, dalla prima all'ultima ora di formazione, ha dimostrato una rara capacità di conduzione dell'aula, tanto anti-cattedratico-accademica quanto stimolante e concreta, frutto di preparazione, esperienza, professionalità, empatia e simpatia non comuni. Ho partecipato a diverse esperienze simili (gruppi di lavoro, gruppi terapeutici, gruppi formativi...) e non avevo mai visto accadere trasformazioni così veloci, sia dei singoli sia del gruppo inteso come entità maggiore della somma delle parti. In particolare mi ha impressionato come Melinda abbia saputo guidare e assecondare la crescita del gruppo, fino quasi a trasformarlo, senza stonature né eccessi, da gruppo in formazione a gruppo di auto-aiuto, a tratti persino terapeutico... vedendo in giro i pasticci che pure fior di terapeuti a volte sanno combinare, tanto di cappello! Daniele Passerini Fonte: https://22passi.blogspot.com/, 23 luglio 2010.
- Mó facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!
Da tempo immemorabile, quando noi capracottesi ci troviamo costretti in spazi piccoli, angusti, claustrofobici, oppure quando avvertiamo il sopraggiungere di una situazione di pericolo, spesso diciamo: «Mó facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!» (trad. "Ora facciamo la fine delle pecore di Giancola!"). Ho sempre pensato che quel Giancola fosse la contrazione dialettale del nome Giovanni Nicola - magari un nostro compaesano vissuto chissà quando - e che le sue pecore fossero morte di asfissia, come spesso accadeva a chi le custodiva senza le dovute accortezze igienico-sanitarie. Poi mi è capitato tra le mani un giornale pubblicato a Firenze tra il 1865 e il 1867, un quotidiano che nel 1902 verrà ereditato dall'area cristiano-democratica facente capo al canonico svizzero Rodolfo Arnoldo Burgisser. Sul numero 122 di quel giornale ho scovato una notizia per noi molto interessante, che potrebbe spiegare l'essenza di quel detto. Era infatti la notte del 7 luglio 1865 quando «una banda di briganti in numero di 11 capitanata da un certo Giancola di Roccaraso uccideva 700 pecore in tenimento di Capracotta». Lo sfortunato proprietario di pecore rispondeva al nome di Geremia Conti; quello del sanguinario brigante era invece Aureliano Giancola (di appena 22 anni), uno dei 93 componenti di quella che è passata alla storia come la «Banda di Atessa», come dichiarato dalla Sezione di accusa della Corte di Appello dell'Aquila in data 29 aprile 1869. D'ora in avanti, insomma, quando diremo che «facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!», dovremo pensare alle centinaia di ovini trucidati un secolo e mezzo fa da Aureliano Giancola, grassatore, assassino, vandalo, ladro, bandito, taglieggiatore. In una parola: brigante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Aretini, Notizie politiche, in «La Bandiera del Popolo», I:122, Firenze, 13 luglio 1865; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello Chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Ragazze in gioco... sótt'a re campétte
Scorrono in TV le immagini dei Mondiali di calcio femminile e d'improvviso nella mia mente si affollano i ricordi... Agosto 1987: noi adolescenti di allora, senza distrazioni digitali, trascorrevamo le giornate tra chiacchierate, passeggiate, soste in Villa, tornei di calcetto - rigorosamente maschili! - e le mitiche serate danzanti da Bangladesh (l'attuale Hotel Monte Campo). Fu proprio durante una partita di calcetto dei maschietti che io e le mie amiche avemmo la brillante idea di "metterci in gioco" - in tutti i sensi - ed organizzare un torneo di calcetto femminile. Con grande entusiasmo spargemmo subito la voce tra le ragazze delle varie comitive (all'epoca ce n'erano parecchie) e, in breve tempo, su un semplice cartoncino giallo scritto a mano, fu approntato il calendario delle partite. I nomi delle squadre partecipanti richiamavano le varie comitive di appartenenza (es. Pi Greco, Fuaffar' ecc.) o le caratteristiche "viziose" di alcune squadre maschili, come la Henninger e la nostra MS Peroni, oppure avevano nomi accattivanti, come Top Ten. Noi calciatrici dilettanti, infatti, spesso indossavamo le divise prese in prestito dai giocatori o dai ragazzi della nostra comitiva che militavano nel torneo maschile. La location ideale non poteva che essere il "Campetto", da sempre frequentatissimo da squadre di ragazzi di ogni età e da ragazze che assistevano alle partite sugli spalti, all'epoca erbosi, o al bordo del campo privo di rete... ma questa volta a ruoli invertiti! Il torneo si svolse in piena regola con tanto di allenatori in campo (la nostra era Michela Catalano) ma soprattutto sugli spalti, da dove giungevano suggerimenti anche non richiesti su svariate strategie che avrebbero potuto rivelarsi vincenti. Ovviamente l'unico elemento maschile ammesso in campo era l'arbitro, la cui inferiorità numerica rappresentava un'ulteriore garanzia di imparzialità! Prima di ogni incontro preparavamo accuratamente il campo da gioco, allora sterrato, tracciando con la polvere di gesso le linee regolamentari. Ogni partita era uno spettacolo: rimesse, fuorigioco, traverse, calci d'angolo, punizioni, rigori, parate con tanto di tuffi e qualche fallo (per fortuna senza conseguenze!), il tutto all'insegna della sana competizione, del fair play e del puro divertimento. Il pubblico, dopo un iniziale ironico scetticismo («Ma ch'éna fa ŝte fémmene?»), spinto da una grande curiosità, iniziò ad affollare sempre più numeroso gli spalti erbosi e il bordo campo, supportando, talvolta anche con veemenza, le varie squadre. Riuscimmo ad organizzare il torneo anche l'anno successivo ed ebbe egualmente un gran successo. Non ricordo esattamente quali furono le squadre vincitrici ma sono certa che per tutte fu una piacevole e spassosa esperienza di cui mi rimangono solo alcune fotografie. Purtroppo si tratta di un'esperienza che non ha avuto gran seguito ma - come si dice - non è mai troppo tardi! Adesso che il calcio femminile sta prendendo sempre più piede e l'estate capracottese 2023 è già iniziata... forza ragazze, mollate i cellulari e giocatevi questa partita: vedrete che non ve ne pentirete! Lorella D'Andrea
- L'avvocato Ninetta (XXXVI)
Scena ultima Totonno indi Giulio e detti. Totonno – È venuto il signor avvocato Erbetta. Francesco – Fatelo subito passare. E che sarà? Ninetta – Verrà a dirmi una buona notizia sulla mia causa. Giulio – (entrando) No, è cattiva! Ninetta – Come! possibile? Giulio – (a Ninetta) Sicuramente. La Corte d'Appello ha revocata la sentenza del Tribunale di 1a istanza, ed ha disposto che il tuo nome venga cancellato dall'albo dei procuratori. Francesco – Comme, hanno scassata 'a sentenza mia? (tra sé) Seh! e pare comme fosse 'a primma. Ninetta – Dunque io non so cchiù avvocato, tutte le mie fatiche sono andate perdute? Bettina – Uh! figliema nun è cchiù pagliettessa? Ninetta – Non fa niente, mi dedicherò invece alle cure della mia famiglia, dei miei figli. Francesco – D.ª Ninè, non v'affliggete, voi putite fà ricorso in Cassazione. Ninetta – E che ne caccio? Forse avrò lo stesso esito. Francesco – Ma tentate, alla fine che vi costa? Giacinto – E difatte che nce perdite? Voi fate conto che questa fosse la Cassazione; mò vi difendo io la causa (al pubblico): Sig. Presidente, sigg. Consiglieri, Voi già avete conosciuto l'avvocato Ninetta, comme ve pare? è bona? Ninetta – È bona soreta! Giacinto – Io dico è bona comme avvocato! Ninetta – Basta ch' 'e giudici non 'a pigliano a risate! Giacinto – E allora è fatto 'o colpo! L'avvocato Ninetta perciò è stato fatto, pe fà ridere. Cala la tela Fine della commedia. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXV)
Scena X Francesco, Bettina, Cesarino e detti. Francesco – Evviva veramente D.ª Ninetta. Io vi proclamo il primo avvocato del foro Napoletano. Bettina – Chella figlia mia, dicite 'a verità, è 'a primma pagliettessa? Ninetta – Chesta è 'a prima causa che ho discussa e l'aggio vinta. Giacinto – E chillo mamozio che fa sott' 'a porta? Pecché sta accussì scurnuso? Ninetta – Chillo llà? No, chillo ha da fà 'e cunte cu me. Gelsomina – Embè Ninè, tu m' 'e prummiso che se io faceva pace cu Giacinto, tu facive pace cu maritete, e mo manche 'a promessa? Ninetta – Sì, haje ragione, ogni promessa è debito. Viene avanti, inginocchiati e baciami la mano. Cesarino – Sì, te la bacio e mi proclamo il primo stupido della terra. Giacinto – Proprio. Cesarino – (Vì chi parla.) Ninetta – Io ti perdono per causa di Gelsomina. Il passato è morto... tu mi capisci!... Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXIV)
Scena IX Totonno e detti. Giacinto – (vestito con gli abiti di Francesco, viene innanzi senza vedere le altre) Nun aggio pututo chiudere uocchie nu poco, penzanno all'avvocato, e nu poco pecché sto chino 'e dulure! Ninetta – (s'avvicina) Baró io sto ccà, m'avita dicere niente? Giacinto – Uh! e da dó site asciute, io adesso a voi stavo penzanno. Ninetta – E pecché? Giacinto – Riflettevo al fatto di ieri sera. Ninetta – Quale fatto, chillo d' 'e turturelle? Giacinto – Già, quello! Io vi amo sempre! Ninetta – Vuje pigliasteve nu rancefellone. Chi mai v'ha detto niente. Che site pazzo? L'avite ditto a tutte quante, n'ato poco me faciveve compromettere con mio marito. Giacinto – E che ve ne preme 'e chillo mamozio? Ninetta – Comme che me ne preme, io sono una donna onesta e vi prego di non parlare più di queste cose. Anzi voglio farvi una sorpresa, vutateve e vedite chi sta dietro di voi. Giacinto – Che veco! muglierema! Se sò ammaturate l'ati cotogne! E pecché sta chiagnenno! l'avite vattuta? Ninetta – Piange la poverina perché è pentita di quello che ha fatto. Giacinto – Fa comm' 'o cuccudrillo, prima m'ha fatto chillo paliatone e mò chiagne. Ninetta – Voi pigliate l'occasione pe farle na parte. Non vi lasciate intenerire dalle lagrime, pigliatevi la rivincita. Giacinto – E comme m'aggia regulà? Ninetta – Incominciate a passeggiare, fate sentire che state quà e vedite essa che dice. Giacinto – Seh, me piace... D.ª Ninetta, sapite si ncuollo tene 'o rasulo, 'o staccariello. Ninetta – No, nun tene niente. Giacinto – Tenesse 'o staccariello? Ninetta – V'ho pregato, non tene niente. Giacinto – (incomincia a passeggiare e tossire) E chisto 'o cazone me va pe sotto 'e piede a me fa cadé. Mò m' 'o scorcio accussì fenesce 'a storia. Gelsomina – (togliendosi il fazzoletto) Oh! Giacinto mio, staje ccà? Giacinto – (dopo segni di Ninetta) Signora, fra di noi non c’è niente di comune, tutto è rotto. Gelsomina – Ma pecché, bello mio, staje in collera cu me? Giacinto – Uh! chella m'ha dato chelli palate! Signora, dopo il fatto di stanotte dovreste vergognarvi di comparirmi innanzi. Vergogna!... Vergogna! Ninetta – (piano a Giacinto) Bravo, non vi credevo capace di questo. Giacinto – Eh, io sò terribile! Gelsomina – Maretiello mio caro, che te si pigliate collera 'e chella pazzia che aggio fatto stanotte? Giacinto – (All'arma d' 'a pazzia, io stongo una mulignana.) E me lo chiamate scherzo? Mi avete cunzignate quelle bastonate, mi avete fatto rociolare dal letto comme na pallapilottola e m'avite fatto dormire mmiez' 'e grade comm'a na gatta marzajola. E me lo chiamate scherzo questo? Gelsomina – Agge pacienza, io te lo prometto che nun 'o faccio cchiù. Giacinto – E chesto nce mancarria, io n'ata vota jarria 'o camposanto. Gelsomina – E po' io l'aggio fatto p' 'o bene che te voglio, pecché io sò gelosa, e tu 'o saje che la gelosia è figlia d'ammore. Perdoname Giacinto mio e te lo giuro che te vulerraggio sempe bene. Ninetta – (piano a Giacinto) Baró non cedete. Giacinto – No, no, Baronessa, fra di noi tutto è finito, ed io me ne andrò solo al mio paese a stare fra le mie capre e i miei porci. I porci mi vorranno bene più di voi. Gelsomina – Te ne vaje sulo? Oh! chesto nun sarrà maje, io songo 'a muglierella toja e tu me purtarraje appriesso comm'a na cacciutella. Giacì puorteme cu ttico, io voglio venì cu ttico. Ninetta – (piano a Giacinto) Non cedete ancora, è troppo presto. Giacinto – (quasi per cedere) È inutile che mi fate delle moine perché io sarò tuosto comm'a na vreccia. Accussì n'ata vota ve mparate a rispettare vostro marito. (E ccà 'o cazone me sta scennenno.) Gelsomina – Tu partarraje sulo e io ne murarraggio d' 'o dulore. Sì, tu haje ragione, io sò stata ngrata cu te, ma me ne pento e nun ne parlammo cchiù. Da oggi nnanze io cagnarraggio vita, e io sarraggio na mugliera affezionata, e tu 'o maritiello mio bello bello!... Ninetta – (piano a Giacinto) Non cedete. Gelsomina – Viene ccà, damme n'abbraccio, nu vaso, facimmo pace. Teh! t' 'o voglio dà cu tutto 'o core. Ninetta – (piano a Giacinto) Baró fermo, non cedete. Giacinto – E che fermo e fermo. Aggia cedere pe forza. Mugliera mia, te dongo n'abbraccio e nu vaso pur'io e mi auguro che mò mazzate nun ne darraje cchiù. Gelsomina – Mai più. Ninetta – Bravo! io a stu punto ve vuleva purtà e ce sò riuscita. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXIII)
Scena VIII Totonno, Gelsomina e detti. Totonno – Trasite, aspettate ccà dinto ca mò vene 'o Presidente. (via) Gelsomina – Ah! nce stive tu ccà, perciò m'hanno fatto venì. Che m' 'e 'a dicere quacche cosa? Penza ca chella che nun te facette ajersera t' 'o pozzo fa stammatina. Che buó, lasseme sentere, pecché m' 'e fatto chiammà? Comme m'avisse fatto chiammà ncopp' 'a questura. E sì, mò nce mettevamo appaura d'essa. Ninetta – Primma 'e tutto nun alluccà pecché staje ncopp' 'a casa 'e nu galantuomo e nun staje int' 'o vascio. Assettate e parlammo chiano chiano, e po' vide che io nun songo chella brutta figliola c' 'a faccia 'e civetta che tu te cride. Gelsomina – Ma che m' 'e 'a dicere, lasseme sentere. (siede) Ninetta – Tu ajeresera pigliaste nu sbaglio, io a maritete nun l'aggio mai ditto niente. Gelsomina – Comme, chillo steve addunucchiato nnanz'a te. Ninetta – E chillo fuje 'o sbaglio, pecché isso steva prianno e metterme pe miezo tra te e isso pe farve fà pace e pe nun farlo cchiù maltrattà. (Dicimmo accussì!) Gelsomina – E 'o fatto d' 'e turturelle che steva dicenno? Ninetta – Isso me diceva che se ne vuleva j 'o paese sujo cu te pe sta comm'a doje tortorelle... 'E visto, mò si rimasta 'e stucco... nun t' 'o credive che chillo te vò tanto bene. Gelsomina – 'O saccio che me vò bene, ma ch'aggia fà, io me l'aggio spusato senza genio, pecché è nu viecchio, nun 'o pozzo parià. Ninetta – Ma io saccio 'o pecché nun 'o può parià, pecché tu vuó bene a Cesarino maritemo. Gelsomina – E tu comm' 'o saje, t'ha ditto isso chillo sbruvignato? Ninetta – Io ajeresera me sentette tutto 'o discorzo che faciste tu e isso. Gelsomina – E na vota che l' 'e ntiso nun t' 'o pozzo annià. Cu Cesarino nc'aggio fatto ammore n'anno e nc'aggio tenuto veramente 'a passione, e isso 'o nfame me lassaje pecché io era na femmenella. Ma chi nc' 'o diceva a isso 'e ngannà na povera figlia 'e mamma. Ninetta – Tu haje ragione, ciente canne 'e ragione. Ma tutte l'uommene sò nfame e traditore, e isso peggio 'e ll'ate. Ma io che nce pozzo fà ca t' 'a piglie cu me? Io che ne sapeva d' 'e fatte 'e mariteme quanno m' 'o spusaje? Gelsomina – Mò che me sò maritata isso m'è venuto appriesso, ma cu me nun ha cacciato e nun ne cacciarrà niente. Ninetta – Ma tu si na bona femmena e 'o Signore, si t'ha chiusa na porta, t'ha apierto nu portone. Chillo nun teneva niente e tu 'e truvato 'o Barone che è ricco, te vò bene, te fa fà 'a signora. Gelsomina – Sì, ma che n'aggia fà, chillo è viecchio... Ninetta – Sì, ma chillo t'ha donato tutt' 'a robba soja. E tu mò pe ringraziamento 'o maltratte, 'o vatte, 'o faje durmì mmiez' 'e grade... Tu saje che si chillo te facesse querela tu restarrisse n'ata vota mmiez' 'a strada?... Ma chillo nun t' 'a fa pecché te vò bene e te stima sempe comm' 'a mugliera soja. Gelsomina – Che saccio, tu cu sti belli parole me staje facenno capace. Ninetta – Gesummì, siente a me, tu si na bona figliola e tiene nu bello core. Nun penzà cchiù 'o passato. Tanno ire na figliola, mò si na femmena 'e munno e tiene a maritete che te vò bene, miette nu poco capa, e cu nu poco 'e maniera, chillo è na pasta 'e mele, ne faje chello che vuó tu. Gelsomina – Tu parle 'e sta manera pecché t'è spusato a Cesarino e si felice... Ninetta – No, io cu Cesarino doppo 'e fatte ch'aggio saputo, me nce voglio spartere, nun 'o voglio vedé cchiù... Gelsomina – E pecché? Pe causa mia, te vuó spartere... Chesto nun nc'ha da essere. Tu si na bona figliola e io te voglio stà a sentì e se io faccio pace co mariteme tu pure m' 'e prumettere... Ninetta – Ah! 'o vì che vuó fà pace cu mariteto... ma sta pace ha da durà sempe. Gelsomina – Basta ca isso me perdona chello ch'aggio fatto. Ninetta – Pe chesto me n'incarico io e spero di riuscire. Zitto, sento che s'arape chella porta, sarrà isso. Gelsomina – Comme, sta ccà? Ninetta – Se n'è fujo dall'amico sujo il Presidente. Gelsomina – Uh! nun me voglio fa vedé. Ninetta – No, anze è chisto 'o mumento. Assettate a chella seggia e miettete 'o fazzoletto nnanz'a l'uocchie, fà a vedé che chiagne, accussì nun te conosce a prima vista... 'O riesto lassa fà a me. Gelsomina – Mò 'o vedimmo che saje fà. (siede e si appoggia ponendosi il fazzoletto innanzi agli occhi) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXII)
Scena VII Totonno e detti. Totonno – Signó, fora ce sta 'a Baronessa ch'è venuta cu me in carrozzella. Francesco – Oh! chesta nce mancava pe completà l'opera. Cesarino – Chi è venuto, Gesummina? Ninetta – 'O sentite Presidè comme se recrea? Sissignore, è venuta la vostra stiratrice, potete andare con lei pecché a nuje nun ce ne preme niente. Cesarino – E voi potete andare col vostro caro Barone che a me nun me passa manco p' 'a capa. Ninetta – Almeno io ho scelto un Barone, ma tu hai scelto na lazzara comm'a tte. Bettina – E chi 'o puteva guardà nfaccia a isso, surtanto cu chella se puteva accuncià. Francesco – Mò accominciate n'ata vota, ma che m’avite pigliato pe nu pupazzo. Mò me facita avutà 'e canchere e bonanotte. Jatevenne tutte quante che io aggia parlà c' 'a Baronessa e aggia acconcià 'o fatto 'e Giacinto, si no nun me levo chillo guaio 'a tuorno. Bettina – E già, mò nce n'avimm' 'a j pecché ha da trasì 'a Baronessa d' 'e crape cotte. Ninetta – Presidè, mi viene un'idea. Lasciatemi sola con lei, le voglio dì doje parole. Voglio difendere la causa di quel povero infelice che s'è affidato a me. Cesarino – E già, vuol difendere la causa del suo amante. Ninetta – Tu capisci sti cose tu. Io debbo fare il mio dovere... Prima di essere tua moglie sono avvocato, quindi prima la professione. Bettina – Ninè, nun te n'incaricà, ca tu t'appicceche cu chella vajassa. Ninetta – Mammà lassa fà a me, sarò calma... Francesco – D.ª Ninè, io prevedo che farete n'altra scenata... nun è cosa mò, se ne parla n'ata vota... mò state troppo nfucata. Ninetta – Vi ho detto non dubitate, non mi lascerò trasportare, e po' voglio fà rimané smaccato anche mio marito il quale dovrà ricredersi sul mio conto. Và jatevenne e lassateme fà... Francesco – Bè, nuje ce ne jammo, ma a 'e primme strille vengo e ve vatto a tutt'e doje. (a Bettina e Cesarino) Trasite cu me 'a parte 'e dinto. Bettina – Presidè, ma io cu chisto aunito nun ce voglio stà. Cesarino – E 'a vedé chi vò sta vicino a te. Francesco – Nun fa niente, ve metto uno dint'a na camera e n'ato int'a n'ata. (Vuje vedite quanta pacienza aggia tené cu sta papera.) Bettina – E trase tu primma, nun me guardà nfaccia. Cesarino – Mò traso primm'io e levo l'occasione. (entra nel salotto) Francesco – D.ª Ninè, poche parole e nun strillate, pecché Giacinto sta nella mia stanza, nun le facite sentì niente, e po' nce sta a piccerella mia che dorme e nun voglio che m' 'a scetate. Ninetta – Non dubitate, ci penzo io. (Francesco via nel salotto) Totò, falla trasì e nzerra 'e porte, ma nun dì che stongo io ccà. Totonno – Mò ve servo. (via dal fondo) Ninetta – Mò a chesta l'aggia parlà 'a lengua soja se no nun me capisce. L'aggia fà na chiacchiariata 'a paglietta. Mò vedimmo si nce riesco. (siede) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXI)
Scena VI Cesarino e detti. Cesarino – (dal salotto) E bravo! e bravo la mia degnissima moglie... Essa me fa 'a gelosa, ma fa 'a parta faticata, me ne caccia d' 'a casa, fa na domanda di separazione, mente po' me vuleva cumbinà chisto trainiello. Ninetta – Ah! 'o Presidente teneva a isso nascosto llà dinto, perciò ha fatto tutto stu chiasso. Francesco – Ma vuje nun ve ne site juto pe l'ata porta? Cesarino – No. Trattandosi che mia moglie steva ccà aggio voluto sentì chello che diceva, e aggio fatto bene. Perché adesso sono io che faccio la domanda di separazione. Bettina – Vattenne, domanda di separazione. E tu t' 'a meretava na femmena accussì bella e dotta? Ninetta – Dopo tutti i fatti succiese c' 'a stiratrice e che io ajersera sentette, mò te vuó truvà tu 'a coppa? Cesarino – Ma almeno 'a stiratrice era na nnammurata mia quanno era scapolo, ma tu te n' 'e truvato uno mò frisco frisco. E po' m'è cagnato pe nu viecchio, nu scemo. Non te ne miette scuorno? Ninetta – Presidè, vuje 'o state sentenno. Io sò femmena 'e chesto, ma ditelo voi. Francesco – Ma io che ne saccio. Ninetta – Vuje me cunuscite 'a piccerella e mi credete capace di un'azione simile? Cesarino – Io 'a stiratrice nun 'a vedeva 'a tanto tiempo e ieri sera, se ci ho parlato, è stato pe farla sta zitto pecché vuleva fà na chiassata. Ninetta – E te si scurdato d' 'a rasulata e d' 'e zirole che me voleva tirà. Bettina – Essa tirava 'e zirole a te? io l'avarria tirata 'a lengua 'a dint' 'o radecone. Francesco – Ma insomma 'a putarrisseve fenì. Ninetta – Pe me è impossibile. Và, vattenne c' 'a stiratrice, cu chella lazzara, pecché tu cu chella si abituata a trattà, na signora nun 'a puó tené vicino. Cesarino – Io songo nu signore di nascita e parle a me di lazzera. Bettina – Già, nu signore cu l'ogne spaccate. Cesarino – Vuje nun saccio da dó venite, e si aggia giudicà da mammeta toja, credo che in origine aveva essere o na guardaporta o na spicajola. Bettina – Io guardaporta? Io spicajola? Neh, Presidè, l'avite ntiso? M'ha nzurdata dint' 'a casa vosta e nun le dicite niente? Francesco – Ma io che nce pozzo fa? Ninetta – E già, non haje comme scuntà l'arraggia e t' 'a scunte cu sta povera vecchia che nun t'ha fatto niente. Bettina – Mamma mia era conosciuta, se chiammava Carmela Saccone e faceva a vammana... e 'o Presidente l'ha da sapé. Francesco – Sarraggio sgravato quacche vota. Cesarino – E io aggia avuto apparentà cu discendenti 'e vammana, io che sono figlio di un generale. Bettina – Già, 'o generale d' 'e pezziente 'e S. Gennaro 'e Povere. Cesarino – Io sò venuto a nobilizzarvi. Bettina – Vattè, tu si nu sfelenza, nun tenive che magnà e te si appuiato ncuollo a figliema. Cesarino – E già, m'ha portato chella dote. Ninetta – Ti ho portato la mia laurea e le mie fatiche e t'aggio fatto fà 'o signore. Bettina – Tu te si venuto a ghiettà ncopp' 'e spalle soje, disperatone che si. Cesarino – Io ve sò venuto a purtà onore nfaccia. Ninetta – Presidè chesto è troppo... e vuje nun ve movite? Tu 'e puosto onore nfaccia a me... a me che sò n'avvocato ed una letterata? Bettina – Tenesse tant'onnore nfaccia pe quanto figliema ne tene sott' 'e scarpe. Cesarino – Oh! Presidè, chesta me cimenta. Francesco – Oh! mò faccio 'o pazzo mò. Ma 'a casa mia l'avite pigliata p' 'o mercato, pe na taverna, pa na piazza. Ieri sera v'appiccecasteve na vota, mò n'ata vota e io mò sferro veramente, piglio na mazza e ve secuto p' 'e grade... mò me pare che 'a putarrisseve fernì. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
























