LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- A che cosa stai pensando?
Quando entro nel mio profilo mediatico la prima cosa che appare è: «A che cosa stai pensando?». Spontaneamente viene da pensare che il "grande direttore" inviti a condividere una riflessione, una emozione, cosa pensiamo degli accadimenti del mondo. Fantozzianamente diresti: «Come è buono Lei» che offre questa opportunità a noi abitanti del pianeta. Purtrppo il "direttore" mi ha messo in una black list, e non per la forma di solito corretta e ironica dei miei scritti, bensì per una non gradita sostanza; quelle 5 paroline le leggo quasi in tono di minaccia: – Ehi coso, dimmi pure cosa pensi, ma il giocattolo è mio e se non collima con il pensiero "politicamente corretto" da me deciso, può essere che ti sanzioni. Il social, di cui scrivo, non é il "Bollettino della Parrocchia di Capracotta di Sotto", coinvolge miliardi di persone del pianeta in una dimensione sovranazionale, ed è quindi tutto sommato un influencer del pensiero comune. Toni Montone Fonte: https://www.facebook.com/, 16 settembre 2022.
- Organisti liturgici
Non cerchiamo applausi o passerelle ma ci impegniamo per rendere al meglio lo spirito di chi ha composto i capolavori del sacro. Veneriamo i nostri maestri pur sapendo che non saremo quasi mai concertisti, ma, sempre con il libro degli esercizi sul leggio, rispetteremo chi fonde professione con liturgia e palcoscenico: da loro possiamo solo imparare. Mai rassegnati a buttar giù quattro accordi, soffriamo quando arriva la sensazione di non aver dato abbastanza o di sbagliare. Attraverso le nostre mani organi storici o sgorbi musicali muovono comunque la spiritualità di chi cerca e invoca il Motore del Creato. Vigiliamo sui nostri strumenti ne curiamo il funzionamento senza chiedere nulla, nemmeno un "grazie", che poi, quando arriva, è sempre un balsamo per il nostro cuore, fremendo quando i restauri non arrivavano mai. Gratitudine verso chi ci ha chiamato a questo servizio: sarà sempre un blasone sulla nostra giacca. Sentendoci al di fuori delle celebrazioni, riflettete: non stiamo pestando tasti per divertimento o vanità personale, non ci prepariamo per aggiungere una colonna sonora alle funzioni ma studiamo per donare un rinforzo alla vostra preghiera, anche se qualcuno si lamenta poi di non poter chiacchierare tranquillamente nella navata. E, a pensarci bene, forse stare all'organo è l'unico modo di pregare che conosciamo. Non passeremo mai completamente una festività con la nostra famiglia o i nostri cari a cui sottrarremo tempo e affetto, ma se apprezzate il nostro lavoro non chiedeteci mai perché lo facciamo o chi ci obbliga a farlo. Siamo organisti, organisti liturgici. Francesco Di Nardo
- Nonna Maria Rosa Mercurio
Rosa Maria seguiva papà Girolamo nel Millenovecento a Gioia Tauro, imparò a leggere, scrivere, e far di conto nonno Pasquale e sua moglie, durante il suo andamento Caterina Cannizzaro, un gruppo che ignorava lo sconto la madre Caterina Nicolò e la zia pedinavano da presso nei campi di Rizziconi, ove i Mercurio avevano dimora per un dato tempo di vivere a Drosi fu dato il permesso nei paesi di Iatrinoli e Radicena di poter sostare ancora Sposata, da Giorgio Salvatore, nella cappella Piromallo barone di Fossato, ma, pure conte di Montebello Jonico marchese di Saline e duca di Capracotta c'aveva il callo in paese era stimato perché aveva un dinamismo tonico I bastimenti spostavano masse di emigranti in America Stati Uniti, Canada, Argentina alla fortuna e al destino meta anche il porto di Genova, e la nonna stratosferica nella terra dei ciechi, con un solo occhio ma sopraffino trasferiva ansia, stress ed emozioni, dentro alle missive Allora non trasvolavano gli aerei e i telefoni erano muti unico mezzo di comunicazione, per l'Asia e le Maldive l'Africa, l'Australia, la nave per grandi, piccini e canuti Dal paese di Fossato Calabro erano partiti gli emigranti pochi stracci, nella valigia di cartone, in terra promessa molti son decollati da nani e poi son ritornati da giganti col tesoretto in tasca, maritarsi, vincere una scommessa Alcuni tornavano presto all'ovile piegati dalla nostalgia i malati pregavano: non voglio morire in terra forestiera i duri pensavano al lavoro, come annientare la pubalgia venire a Polsi dalla Madonna tramite la casa cantoniera Le vedove bianche, di San Luca, zompavano le fiumare spesso scivolando in mezzo ai flutti poi il ritorno a casa Scarpazza, Marcelluzzo e Calamaci, erano da transitare Ma gli abitanti di Ruvulu, rischiavano di vedersela rasa Il solo mezzo per raggiungere con una lettera i loro cari Rosa Maria sposata fresca vent'anni, ch'aveva la penna la vispa teresa rasserenava cuori infranti e destini amari A Melbourne, Pretoria, sul Mississipi, pure sulla Senna Da Fossatello e Casaluccio varcando Jovani e Maranina salivano fiduciosi, e con la sporta piena di doni e offerte Per tradurre i pensieri delle malcapitate erano una spina nel fianco ed a casa di donna Rosa le porte erano aperte Tre marmocchi, Generosa, Filomena e Nino in famiglia tenevano occupata la mamma che non sapeva come fare le mogli degli emigranti, baliavano, senza battere ciglia le lettere ripartivano e ritornavano, e si poteva campare Pian pianino, le signore appresero le lettere dell'alfabeto la maestrina fu molto paziente, le missive sgrammaticate al termine, le donne, non caddero più nel fango del greto impararono i rudimenti ed alla fine si sentirono appagate Erano leggibili le epistole, quando s'iscrissero alle serali non aveano più bisogno di Urgori, e non della maestrina anche perché, erano arrivati altri marmocchi fenomenali maschi, Guarino, Girolamo, femmine Pasqua e Caterina insegnarono ai loro principianti e, non erano più bendate con, Francesca, Filomena, Domenica, Agata e Antonella Giovanna, Maria, Carmela, Giuseppina e Lucia maturate i primordi della scrittura, in attesa di prendere la cartella Dal Serro al Mulino, ìvano tutti da Mercurio Maria Rosa per spedire le loro valutazioni e le angosce ai loro mariti poi salirono a Pirareda, a portare un fiore dove lei riposa Or un nipote prega sulla sua lapide e quella dei ghermiti Era quasi nonuagenaria l'adorabile nonna del giornalista gli ultimi anni della sua vita trascorse nella via Morisani lucida, allegra e vitale, tutti i sensi a posto e pure la vista al suo funerale intervennero in massa sconvolti i paesani non speculò sui bisogni no della sua gente la rizziconese senza stipendio, né salario, senza mai ricavare un carlino allora imperava il baratto e, non c'era spazio per le spese i paesani vivevano con la roba, ed i prodotti del giardino Riciclavano tutto anche lo sterco degli animali da cortile asini, buoi ed i cavalli e per i divertimenti la terra battuta birilli, noccioline, ciappe, riano, carè, e con la foga ostile 24 la volpe, pirillo, quattro cantoni, Maria la serva astuta La carne solo a Pasqua e Natale, non c'era il congelatore fungeva da frigorifero il fresco della notte l'acqua gelata spesso banchettavano cani e gatti, danno e, pure il dolore finiva, che lissa e felini beccavano rimbrotti e una pedata Per i matrimoni, i battesimi, cresime la prima comunione non si usava la sala azzurra, rosa e nemmeno il ristorante c'era la rua e un basso più capiente al castello del barone la moglie, proseguiva, con il lavoro di nubile e stremante. Domenico Salvatore
- Polvere di cantoria: un Natale difficile
Pochissimi anni dopo la bella avventura natalizia di cui vi ho parlato in un precedente "sbuffo di polvere" (qui) ci preparavamo ad affrontare, insieme a Serafino, un'altra notte di Natale. Ma a partire dal giorno 22 dicembre il meteo dichiarò guerra. Una forte bufera... anzi: la solita bufera! Il punto stava nel fatto che Serafino era ancora a Campobasso e io mi trovato a Rieti. Il pomeriggio del 24 una telefonata di Serafino mi comunicava che nevicava anche in città e mi accorsi che qualche fiocco cadeva anche sull'Alta Sabina. Capracotta, per entrambi, era purtroppo irraggiungibile. A salvare le sorti della veglia fu la disponibilità e la presenza in paese del giovanissimo amico, e anch'egli compagno di studio all'organo: Giuseppe Di Rienzo. Tuttavia aveva scarsa conoscenza dell'Oratorio di Natale e lo sprovveduto che racconta non aveva ancora mai avuto la prontezza di stenderlo su carta. Fino a quel momento gli organisti se lo tramandavano "a voce" e ne esisteva qualche cenno in delle audioregistrazioni amatoriali. Con una di queste - e col telefono cellulare (agli albori!) - Pino (consentitemi il diminutivo), credo in piena tempesta emotiva, salì all'organo poche ore prima della messa di mezzanotte. Da Rieti gli spiegai i passaggi, i registri, la posizione delle mani e il ritornello di azionamento delle "scopine". Il primo scoglio da superare per un novello organista liturgico è la capacità di recuperare da una "svirgolata", non tanto per rimettere in carreggiata il brano, quanto per evitare o sconfiggere quel momento ovattato e fuori dalla realtà in cui ti accorgi che stai "deragliando", mentre hai gli occhi - e le orecchie - di tutti puntati addosso, la voglia di piantare tutto e volare giù dalle scale in maniera invisibile. Si rischia il "blocco". Credetemi, non fu facile ma il volenteroso giovane organista Pino si dimostrò veramente in gamba e la veglia di Natale trascorse bianca e celebrata dall'organo con il suo coro. Il "novellino" ebbe così il suo battesimo da organista della Collegiata... e che battesimo! Ecco un altro ricordo emerso dalla "polvere di cantoria". Il coro è sceso, le luci si affievoliscono, ed io chiudo i registri, spengo la luce del leggio e disattivo il soffiatore mentre il profumo dell'incenso si disperde nelle volte della Chiesa Madre insieme al riverbero dell'ultima cadenza. P.S.: Breve cenno di organaria: La "scopina", o "regale fisso", è un registro ad ancia, dove il suono è prodotto da una linguetta che vibra, armonizzato da un padiglione (risuonatore), a differenza delle canne classiche dette "registro ad anima". La scopina emette un suono fisso accordato sulla nota in quinta (V° grado o dominante) della tonalità di esecuzione del brano proprio come avviene nella zampogna. Ad esempio: suonando in sol maggiore alternerò il sol maggiore (tonica) con la dominante: re maggiore. La quinta di sol è re che poi è la fondamentale del re maggiore. Quindi la scopina, in questo caso, emetterà il re (tonalità della "Ninna nanna al Bambino Gesù"). Francesco Di Nardo
- L'avvocato Ninetta (XXVII)
Scena II Francesco e detti. Francesco – Nun se pò durmì manco nu poco cuieto, stevo 'o meglio d' 'o suonno, quanno hanno fatto na scampaniata accussì forte che me sò scetato 'e soprassalto. Chi è ha scampaniata accussì forte? Giacinto – Cì, perdoneme, sò state io. Francesco – Tu? a chest'ora ccà?... e vestuto 'e chesta manera? Giacinto – Ciccio mio, io sono il più infelice, il più disgraziato dei mortali. Se te raccontasse tutt'e guaje miei sono sicuro che te farrisse na picciata assieme cu me. Vogliamo piangere na mezz'ora tutt'e duje? Francesco – Io nun ne tengo nisciuna volontà, si vuó piangere tu sulo si 'o patrone. Giacinto – Neanche il sollievo delle lagrime è concesso agl'infelici. Francesco – E tu chiagne, che vuó 'a me. Ma famme sapé che t'è succiesso? comme te truove ccà? Giacinto – Devi sapere che dopo il chiasso di ieri sera, nuje nce simme ritirate a casa. Figurati comme steveme, parevamo duje cane arraggiate e abbiamo preso la via del letto. Francesco – Bravo! Giacinto – Nu me fosse mai cuccato, appena me sò puosto dint' 'o lietto, la signora Baronessa che teneva nascosto nu mazzariello sott' 'o cuscino, l'ha pigliato e m'ha conzignato cierte batoste... Francesco – E tu naturalmente hai reagito? Giacinto – Seh! reagito, chella manco 'e carabiniere 'a ponno tené. Francesco – E dunque t' 'e tenuto 'e mazzate? Giacinto – Me l'aggio avuto tené pe forza. Ma pe nun avé 'o riesto aggio afferrato sta vesta 'e cammera e sta coppola e me ne sò fuggito p' 'e grade. Francesco – E essa t'ha secutato mmiez' 'e grade? Giacinto – No, m'avesse secutato, sarriano corze gente e l'avarriano tenuta. Ma invece ch'à fatto? Ha chiusa 'a porta e m'ha rimasto mmiez' 'a scalinata na nuttata sana. Francesco – E tu nun te ne sapive j a na lucanna? Giacinto – E comme nce puteva j, io steva cumbinato 'e chesta manera, senza nu soldo dint' 'a sacca. E po' è stato meglio che me sò stato zitto, si no 'o guardaporta se n'addunava e aveva aprì 'o purtone apposta pe me. Perciò aggio sofferto fino a giorno e appena s'è apierto 'o purtone so curruto ccà. Francesco – E 'e cammenato p' 'a strada 'e chesta manera? E t'hanno fatto cammenà cuieto? Giacinto – T'ho pregato ca nun teneva manco nu centesimo. Francesco – Nzomma te l' 'e fatto 'a pede 'a copp' 'o Corso fino a Foria. E 'a gente che t'à visto p' 'a strada và trova ch'ànno ditto. Giacinto – Io a chiunque me guardava diceva: è nu voto, è nu voto. Ma s'è fatta na folla 'e guagliune appriesso che m'ha accompagnato fino abbascio 'o palazzo tujo. Mi guardavano con occhio di compassione, se credevano che jeva truvanno nu miedeco... na vammana... Francesco – Vedite a che punto una donna riduce un uomo... cioè, un uomo mò... Giacinto – Pecché io non songo ommo, che sò neutro? Francesco – E si fosse stato ommo veramente dal principio, nun sarrisse arrivato a chisto punto. Giacinto – Hai ragione, m'aggio fatto mettere 'a gonnella... e ben fatto... mi sta bene questo. Nc'ave colpa chella cancaro 'e donazione che le facette. Francesco – Ma la ragione pecché ha fatto stu fracasso? Giacinto – Perché?... perché è gelosa di me. Francesco – Vattè, nun me fa tuccà 'o stommeco, chella era gelosa 'e te? Giacinto – Tu nun me cride? Embè, io te pozzo assicurà che tutte le donne vanno a mpazzì pe me. Na femmena 'a seconda volta che m'ha visto esce pazza d'amore pe me. E m' 'o dicette essa stessa. Io debbo tenere certamente qualche cosa nel mio sguardo, nei miei occhi che le affascino, pecché si no comme se spiegherebbe st'ammore tutto assieme. Francesco – (Uh! povero infelice, chisto è pazzo, nun pò essere diversamente.) Giacinto – Che d'è, tu me guarde e nun parle? Francesco – E che ti debbo dire, tu me dice cierti cose accussì curiose che faje ridere. Mò se n'è venuto col fascino, con lo sguardo. Giacinto – Seh! tu ride? Tu mò avarriss' 'a farte na picciata. Francesco – A forza me vuó fa chiagnere, te l'è miso ncapo. Giacinto – Io ajersera t'avarria voluto vedé al mio posto, diviso fra la moglie e l'amante. L'amante che si strugge in lagrime ai miei piedi che se ne vò fuì cu me lontano da questo suolo, a vivere sotto una capanna comm' 'a doje tortorelle mentre poi la moglie, armata di tutti i suoi diritti coniugali, m'ha cumbinato chillo mazziatone. Francesco – (Non c'è più dubbio, ha dato di volta al cervello!) Giacinto – E guardeme n'ata vota? E ride n'ata vota? Francesco – Giacì, figlio mio, leviamo sti scherzi, tu hai la mente un poco esaltata, tu hai bisogno di riposo, forse l'insonnia t'ha prodotto stu poco di perturbamento. Giacinto – Ah! tu cride che io sto esaltato? Eppure se te dicesse chi è sta femmena, te mettarrisse 'e mane dint' 'e capille per la meraviglia. Francesco – Và trova che scatolone ha da essere, ha da tené 'a coppa a cient'anne. Giacinto – No, è giovene... è bona... è simpatica, tene tutto cu essa. Francesco – Sultanto ha da essere cecata pe s'annammorà 'e te. Giacinto – Ma che cecata... chella tene nu paro d'uocchie che sò doje stelle. Francesco – Ma nzomma se pò sapé chi è? Giacinto – Cì, io t' 'o dico, ma per quell'amicizia che t'ha legato quanno stevamo int' 'o Seminario, tu devi giurare che non dirai niente a nessuno. Francesco – Che m'è pigliato pe 'na criatura. Io songo Presidente di Tribunale. Giacinto – Ma giurammello sempe è buono. Francesco – Quanno vuó accussì. Lo giuro! Giacinto – Ebbene, sappi che la donna che s'è innamorata di me pazzamente, è l'avvocato Ninetta. Francesco – Vattenne! Vattenne! Ma te l'aggio ditto che stai esaltato. Giacinto – 'O vì ca no nun 'o cride? Francesco – Ma comme te voglio credere, tu dici delle eresie. Quella è maritata, e tiene nu marito che le vuole bene, ed è giovine. Giacinto – Cì, e io 'o paliatone pecché l'aggio avuto 'a muglierema? Francesco – E chella mugliereta è na pazza, và trova che s'ha creduto. Giacinto – E il nostro progetto è di fuggire a Capracotta a vivere comm'a duje culombi, duje turturelle, chesto manco 'o cride? Francesco – Giacì... tu hai bisogno di calma, di riposo... Po' ne parlammo 'e stu fatto. Giacinto – Ah! tu me piglie pe pazzo? Embè, io te dico che chella se vò dividere d' 'o marito pe se ne fuì cu me. Francesco – Statte zitto. Sa' che vuó fà, và a metterte ncopp' 'o lietto mio, t'arrepuose nu poco, po' quanno te scite, faje nu poco 'e colezione, e a mente serena parleremo di questo fatto. Totonno, Totò? Giacinto – Io faccio tutto chello che vuó tu, ma t'avviso che a casa mia nun ce vaco cchiù. Francesco – Va bene, po' ne parlammo 'e chesto. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- La vuléte l'avventura?
Andare a spasso per una trentina di paesi oppure oziare dopo una scorpacciata, sono entrambe soluzioni valide. Cercando di non strafare, soprattutto perché si sa che ru iuórne appriésse a la fèŝte, delóre de sacche e male de tèŝte (dopo la bisboccia vi fa male la testa ma di più la tasca), la vostra vacanza molisana sarà in ogni modo un successo. Avrete soggiornato in una terra la cui aria ionicamente pura vi creerà uno scudo protettivo, gratuito e di lunga durata, che vi renderà impenetrabile ai più familiari miasmi dello smog come alle più avveniristiche armi batteriologiche. Lo aveva già capito qualche decennio fa un gruppo d'imprenditori milanesi che, capitati per caso sulle nevi del Matese, decisero tra lo sguardo incredulo delle pecore e dei pastori che quello era proprio il luogo adatto per impiantare una seggiovia, delle piste da sci e skilift. Nacque così la stazione sciistica di Campitello Matese, anche se dopo che i milanesi se ne furono andati, inspiegabilmente smise di nevicare. Siccome la neve da quelle parti non è una costante, è bene allora dirigersi a Capracotta, la Cortina del Sud, che da ottobre a maggio dispone di piste per lo sci di fondo innevatissime e immerse nelle abetaie più magiche. Senza contare poi il fatto di essere giunti sul tetto del Molise, nel senso che se riuscirete a raggiungere questa località, bufere permettendo, potrete vantarvi di essere nel comune più in alto della penisola dove non crescono le percòche, le albicocche. Imparerete a dire a chi ve le spara grosse quànne mà Capracotta à cacciàte le percòche? proprio perché avrete capito a vostre spese che lì ci troverete solo il rito della pezzata, carne di pecora bollita nel paiuolo. I refrattari del rientro in città avranno delle ottime scuse per prolungare la vacanza, causa forze maggiori: chiusura delle strade, niente collegamenti ferroviari, black out telefonici e arrivo dei viveri paracadutati dall'elicottero. La vuléte l'avventura? Ivana Mulatero Fonte: I. Mulatero, Molisani, Sonda, Torino 2002.
- Il posto delle aquile
Tu, che dai verdeggianti prati di Capracotta mi fai sognare. Tu, che mi dai la forza di andare avanti per scoprirti ed arrivare fino in fondo alla salita. Farò gli sforzi più potenti, ci metterò tutta la mia energia e se non dovessi farcela, sarei io stesso a fermarmi per poi risalire ancora, perché voglio, voglio arrivare sino in fondo, sulla vetta della vita, sulla sommità dell'amore, in quel posto delle aquile che nessuno ancora è riuscito a raggiungere. Tu mi aspetterai quando io mi fermerò per riposare. Salirai con me la china. Là scoprirò dove si nasconde l'amore. Quel pazzo sentimento che ha determinato la storia, che ha provocato conflitti, che ha destituito principi, re ed imperatori, che ha fatto impazzire governanti, ma non dovrà fare impazzire me. Gino Iorio Fonte: G. Iorio, Il posto delle aquile, Piccola Editalia, Vitulazio 2015.
- Polvere di cantoria: verso il restauro (I)
Ehi! Mi ascolti? Villa bianca dei ciliegi, accendi ancora le tue luci per te, per me. E rimandami le immagini di allora... [I. Graziani] In un precedente "sbuffo di polvere" ho raccontato di come mi trovai nella cantoria della Chiesa Madre alle prese con l'organo ridotto in uno stato pietoso: funzionante ma solo fortunosamente e ormai prossimo al collasso. I tentativi di restauro precedenti si erano basati su una lavorazione facilona e a volte demolitiva: la scomparsa delle "uccelliere" ne era il segno patognomonico. I vecchi organisti e cantori, tra cui Angelo Ianiro e Natalino Comegna, mi raccontavano inoltre di un tentativo, da loro fatto fallire a brutto muso, operato da parte di un sedicente restauratore che cercava sottrarre, di nascosto e per mancanza di controllo, parti dell'organo, tra cui molte canne. Non poche volte avrei dovuto provvedere alla riparazione di guasti anche gravi. Per fortuna i miei maestri di organo mi avevano anche fornito di basi di tecnica organaria, argomento che andavo via via approfondendo anche dal vivo. Prima di tutto, conscio di mettere una semplice "toppa", acquistai un grosso e lunghissimo cavo elettrico autoestinguente per l'alimentazione dell'elettrosoffiatore con un sicuro interruttore posto sulla consolle e, finalmente, agganciato in maniera autonoma al quadro elettrico della Chiesa: la prima "linea organo". Venne così rimossa la piattina da 0,5 dal pavimento della cantoria e l'interruttore da abat-jour entrambi ad estremo rischio di cortocircuito. Provvedemmo anche ad installare una prima via di illuminazione elettrica delle ripide ed antiche scale lignee che, fino ad allora, venivano illuminate nelle veglie notturne con le candele, cosa che ogni volta mi provocava serie crisi di ansia vedendo fiamme libere a così breve distanza da strutture ad altissima infiammabilità. Una leggera lastra di latta, modellata a tendina, venne applicata sul leggio a coprire la nuova lampadina anch'essa dotata di un nuovo interruttore per illuminare la consolle senza abbagliare l'organista. La manutenzione delle parti interne mi obbligò ad un attento rispetto: era necessario evitare di applicare materiali moderni su opere antiche e quindi utilizzavo al bisogno pezzi d'epoca o metodi tipici degli organari coevi come pelli finissime e colle da legno per chiudere fessure dove il "vento" si disperdeva. L'antico organo seicentesco della Madonna di Loreto, preda dell'incuria e dell'abbandono, era stato da poco demolito e qualche rottame, tra cui anche pochissime canne, ancora non tutti gettati via nella scarpata dietro l'abside della chiesetta, giacevano abbandonati nella canonica del Santuario. Una pia ed ignorante illusione di non addetti ai lavori che pensavano di poter ricostruire lo strumento ormai disintegrato con quattro pezzi di risulta e mi "spiegavano" anche come si poteva fare... Per me, invece, una miniera di ricambi! E muovendomi come un ladro nella notte restituivo un po' di vita a qualcosa che stava morendo, prendendo da una parte e installando nell'altra. Ancora oggi quei pezzi lavorano nel cuore del Principalone, mentre una canna di flauto dell'organo della Madonnina fa mostra di sé nella sezione della mia libreria dedicata all'interpretazione organistica e all'organaria: unico compenso per 28 anni passati di servizio in tutte le chiese del paese e ricordo di una bella avventura. Con vernici dedicate verde e dorata decorai le ferite alla base delle paraste dove due toppe di compensato grezzo turavano malamente il vuoto lasciato dall'amputazione delle uccelliere. Tralascio di raccontare cosa ho dovuto fare per ridurre il danno delle scritte ed incisioni (del tipo "Don Checco passò di qui nel 1492") sulla cassa dorata. E qui iniziarono gli sfottò: "pensa a correre appresso alle gonnelle e lascia perdere l'organo" (avevo 18 anni), "che ci fai lì in Chiesa a perdere tempo appresso ai preti", come se un'opera d'arte così importante non fosse vanto della Comunità. Certe volte i capracottesi mi sembravano autolesionisti: vantarsi della Tavola Osca parlandone fino alla nausea ma dimenticando che quella stava al British Museum (menzionata come "Tavola di Agnone") mentre le opere d'arte sul territorio venivano sminuite e trascurate. Abbondarono anche gli incoraggiamenti: "ma chi te lo fa fare?". Per le accuse di voler fare "passerella" ed i sorrisetti di superiore finta compiacenza riservati ai minus habens, venuti anche da chi non mi sarei mai aspettato, farò forse un capitolo a parte. Il musicista interprete disperde nel tempo e nel vento la sua opera a differenza del letterato o del pittore: questi ultimi nella credenza popolare (ma anche tra i "colti") sono "veri" e "nobili" artisti a differenza dell'organista, un banale "sonatore", una tappezzeria liturgica. Molti addirittura ignorano ancora oggi l'esistenza di un corso specifico (anche molto lungo) per diventare organisti pensando che sia sufficiente studiare un po' di pianoforte. Nel frattempo cercai, con alcuni amici fidati, di ripulire la cassa e le decorazioni ma fu necessario rimuovere anche calcinacci e tappi di ragnatele che ostruivano non poche canne. Dopo anni il Do1 del Contrabbasso (la canna maggiore) cominciò a far vibrare nuovamente la cantoria. Le ragnatele ormai pluridecennali si erano impregnate della polvere e si stendevano tra le canne anche di facciata come lugubri lenzuola nere. Vi confesso la mia commozione nel vedere le scritte a matita originali per le numerazioni dei ventilabri (le valvole poste sotto le canne) e la firma di Francesco D'Onofrio, il costruttore, insieme alla data "1779" sulla tavola delle riduzioni (le leve di trasmissione) quando per la prima volta smontai il pannello frontale della consolle per rimettere in tensione alcuni elementi della catenacciatura (il sistema di fili e regoli che collega i tasti ai ventilabri). Il capotasto malamente ricostruito in semplice legno venne verniciato in nero lucido per un aspetto più dignitoso della tastiera. Una lampada allo iodio fu installata dietro il crocifisso dell'altare maggiore illuminando così tutta la struttura e facendo risaltare le dorature. Tutti i lavori elettrici vennero realizzati in prima persona dal compianto Loreto Curdìsche Di Nucci. Qui devo ricordare ancora una volta la pazienza e l'acume di don Geremia che nutriva cieca fiducia paterna nei miei confronti affidandomi la gestione dell'organo, cosa che avrebbe fatto anche con documento ufficiale qualche anno più tardi. Conforto e sostegno vennero dai maestri Giuseppe Di Lullo e Vincenzo Sanità. Ognuna delle persone fin qui menzionate mi ha insegnato qualcosa anche semplicemente con l'esempio. A loro la mia riconoscenza. Ma più si andava avanti più ci rendevamo tutti conto che questa manutenzione non bastava: era necessario un vero restauro. Francesco Di Nardo
- Giggino Cucarone e il mulo col mal di denti
Erano i primi anni '70 e mi trovavo insieme ad alcuni coetanei nei pressi di via della Repubblica (già via del Mulino Nuovo), precisamente di fronte la casa di Michele "re Brecciajuòle" Beniamino, in quanto si era sparsa la voce che vi fosse un mulo col mal di denti e che quindi, di lì a poco, sarebbe giunto il veterinario per eseguire un'estrazione. Dopo pochi minuti si presentò invece, sulla sua macchina, Luigi Carnevale, meglio conosciuto come Giggìno Cucaróne, nostro compare di famiglia. Dopo un rapido scambio di battute scherzose, giunse anche Vincenzo Carnevale, alias Cenzìtte Precuórie, e suo figlio Mario, con un mulo. Il mulo era imbizzarrito, furibondo e, nonostante le taccaràte che riceveva, non si placava la sua furia. Si capì subito che il paziente aveva bisogno di ben altro. Soprattutto si comprese che il "famoso" veterinario altri non era che il compare Giggino, il quale diede subito disposizioni a Mario e a suo padre Vincenzo su come far aprire la bocca alla bestia. Nel mentre, compare Giggino prese due bottiglioni di vino cotto da 2 litri e li fece bere al mulo. Dopo una ventina di minuti l'animale si calmò e le sue palpebre cominciarono a socchiudersi. Lo pseudo-veterinario si armò allora di scalpello e mazzola ed eseguì l'intervento di estrazione; successivamente lo medicò con la prèta turchìna (disinfettante sciolto in aceto). Alla fine, ridestatosi dal torpore, il mulo si fece una bella risata. Luciano Monaco
- Come "impiegare" il tempo: indicazioni di un percorso esistenziale (I)
Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che si pone davanti. Il tempo fa riferimento alla pienezza come espressione che ci si apre dinanzi, il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell'orizzonte più grande, dell'utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio. (Evangelii Gaudium, 222) Questo principio aiuta a superare situazioni difficili e avverse, e anche i cambiamenti che il dinamismo della realtà impone. È invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Dare priorità al tempo significa «iniziare processi più che possedere spazi». Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce e senza ansietà, con convinzioni chiare e tenaci. Scrivere un altro contributo sulla terza età per aiutare a prendere consapevolezza del proprio tempo, del proprio corpo, della mente e dello spirito, si scoprono le funzioni e le possibilità della vecchiaia o della senectus, come elegantemente viene definita dai latini. Conta vivere il passato come fonte per disegnare meglio il presente e il futuro. Il bisogno di essere ancora utile e di avere un senso proprio nel presente, traduce il desiderio e le caratteristiche degli anziani per vincere l'esclusione e l'abbandono. In un recente libro, "La saggezza del tempo", papa Francesco vuole offrire punti di riferimento e di orientamento per l'avventura della vita e per migliorare il mondo che intendiamo costruire. È un libro dedicato agli anziani per inventarsi questo periodo della vita, perché la vecchiaia, cosi come è vissuta oggi, è un fenomeno nuovo e spinge ad essere creativi. Quando si ascoltano gli anziani si ritrovano le radici e l'albero cresce e fruttifica. Come il tartufo, che nasce vicino alla radice, assorbe tutto e diventa prezioso. Staccarsi dalle radici significa staccarsi dalla storia. Per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde che aiutano a vivere il presente. Serve memoria, serve coraggio, serve utopia. Ecco cosa vorrei: un mondo che viva un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani. La relazione con la storia è importante. Presente, passato e futuro di sé e del mondo non sono semplicemente verbi, ma modi di vivere e valorizzare concretamente il proprio tempo. Di fronte all'avventura della storia non si può subire l'inganno e la tentazione di negare la storia e la pretesa di chiuderla con la propria vicenda personale. Dilatare gli orizzonti per leggerne la complessità, valutare il rapporto tra legge e coscienza, grazia e libertà, rappresentazione e mistero, ha uno strumento e un punto nel tempo e nello spazio per non perdere la sua singolarità e il suo valore. Sembra opportuno coltivare alcuni linguaggi preziosi, quali la memoria, la presenza e la progettualità. La memoria lascia ancorati saldamente alle radici, la presenza fa lavorare senza illusioni e inutili fughe in avanti, la progettualità abitua a valorizzare iniziative e intuizioni che altri dovranno portare avanti. L'unico modello per valutare con successo un'epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa e raggiunge un'autentica ragion d'essere la pienezza dell’esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare e le possibilità della medesima epoca. (R. Guardini) Quattro principi-chiave, che sono anche orientamenti per vivere, mi sembra opportuno indicare, alla luce del pensiero di Papa Francesco, ben precisati nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium: la realtà è più importante dell'idea; il tempo è superiore allo spazio; il tutto è superiore alla parte; l'unità prevale sul conflitto. La categoria sociologica della "modernità liquida", indicata da Zygmunt Bauman, descrive un'immagine del cambiamento e della transitorietà del tempo. La metafora della liquidità cerca anche di rappresentare la precarietà dei vincoli umani in una società individualistica, contrassegnata dal carattere transitorio delle sue relazioni e da principi etici incerti. L'amore si fa fluttuante, senza responsabilità verso l'altro, e si riduce al vincolo senza volto offerto dalla realtà virtuale. La soluzione per sopravvivere è quella di annegare in un oceano di banalità. Tra gli ultimi suoi saggi spicca "Cecità morale", in cui il sociologo Bauman ribadisce le conseguenze estreme a cui può condurre la modernità liquida: la perdita della bussola morale e l'assenza di principi etici, validi sempre e dappertutto. La modernità liquida ha tagliato i ponti con le strutture consolidate del passato. Un altro aspetto della banalità etica o della liquidità ha trovato ampie spiegazioni da parte della filosofa ebrea Hannah Arendt. La sua opera più conosciuta è "La banalità del male". In situazioni estreme - come il dominio del nazismo in Germania - la banalità del male risalta come complicità, e persino come simpatia per gli orrori. Consapevole di quanto aveva fatto, Eichmann «non lo negava mai, non scorgeva alcunché di cattivo nei gesti che aveva compiuto. Eseguiva ordini di Stato e si definiva buon cittadino». La banalità del male non lo spinge, proprio per la sua mediocrità, a soffermarsi sul fatto che il male sia orribile, ma sul perché lo consenta e vi contribuisca. L'uomo del tempo presente viene descritto come uomo di superficie, titolo del libro di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e psicanalista di chiara fama, che richiama il sinonimo "uomo senza qualità" di Musil o "uomo ad una dimensione" di Marcuse. L'uomo di superficie «galleggia sulla società liquida spinto da un desiderio morto». Superficie si contrappone a profondità, anzi la presuppone come fondamento. Uomo profondo è una delle specificazioni di qualità che in passato era applicata a coloro che guardavano dentro e rifuggivano dall'apparenza per andare all'essenziale. L'uomo interiore cerca di vedere quello che ha dentro di sé, cerca il senso, il fine del suo stesso essere, guarda dentro capovolgendo lo sguardo. L'uomo di profondità è colui che pensa, che medita, guarda all'anima, all'interiorità. Non importa se buddista o indù o musulmano o cristiano, incontra la quiete nel silenzio, nella contemplazione incontra il suo significato più profondo. Conosce l'amore, lo sente dentro di sé come una forza che lo riempie di vita. L'uomo di superficie è angosciato dalla morte e dalle malattie, dalla solitudine e dall'isolamento. È un uomo fragile e in pericolo. Della morte ha smarrito il significato profondo, cerca la vita senza accorgersi che sta spegnendosi, muore senza saperlo, attaccato alle preoccupazioni, vinto dal vuoto, dal nulla e dal delirio di sé. Non siamo creati per la morte, anche se il morire è l'unica certezza della vita. Dal cuore sgorga prepotente il desiderio di permanenza, di felicità. di amore, di infinito. Siamo fatti per la vita e intimamente convinti che i valori della vita siano così forti da durare per sempre. Alla fine del I secolo a.C. il libro della Sapienza proclama: «Dio non ha fatto il morire, non si compiace di annientare i viventi, tutto è creato perché sussista. Dio creò l'uomo per l'incorruttibilità». La morte non può venire da Dio, perché è il Dio della vita. La Bibbia ha un "valore educativo", sottolinea il card. Martini, è fondamentale convinzione per tutti, ed ha una portata universale. L'apertura alla Bibbia conduce ad un incessante esodo da sé, sollecitando una continua conversione a livello etico, religioso, intellettuale: capire, sperimentare, valutare, giudicare, credere. Questa conversione intellettuale conduce a riconoscere il valore sommo dell'interiorità escludendo la superficialità e l'"uomo di superficie". Presento alcune indicazioni di percorso per impiegare bene il proprio tempo. 1. Ben-essere dello spirito Star bene dentro per star bene fuori. Abbiamo bisogno di star bene dentro, se vogliamo star bene fuori, abbiamo bisogno di benessere interiore se vogliamo ben-essere semplicemente. Se non si è in pace con sé stessi, con la coscienza, con il passato e con le esperienze che l'hanno costellato, non si può parlare di salute-benessere. Fuori e dentro sono termini usati in senso figurato. Indicano un equilibrio mentale, emozionale e relazionale che va conquistato giorno per giorno, frutto di un compromesso dinamico tra le varie tensioni interne: bisogni, pulsioni, inclinazioni, aspirazioni, ricerca di affermazione e gratificazioni. È un lavoro che si compie sulla base del principio di costanza, regola fondamentale del sistema psichico umano. La salute interiore, la serenità, la pace, un'amabile amicizia con tutti e con tutto, in primo luogo con noi stessi, gli altri, il mondo, gli avvenimenti, deve essere un fermo e costante obiettivo, oggetto di una accurata profilassi e cura interna. Se non stiamo bene dentro, non possiamo star bene in nessun luogo, come i malati: quando si soffre non si trova mai la posizione giusta, né nel letto né nella vita. La coscienza è una bussola «sicura sui mari del bene e del male». È una legge morale che presiede alla condotta umana, il sentimento della sua obbligatorietà è innegabile. Non è oggetto di dimostrazione, ma di esperienza interiore. Ne rimane ammirato e stupito anche Kant, filosofo puro che non indulge al sentimentalismo. Le espressioni, sincere e candide, incise anche sulla sua tomba, con le quali conclude la "Critica della ragion pratica", sono ben note: «Due cose mi riempiono l'animo di ammirazione e di venerazione, sempre nuove e crescenti, quando più rifletto su di esse, il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Il luogo dove abita il bene, che cosa significa essere buoni è la coscienza morale. Possiede la spontaneità dell'istinto e la luce dell'intelligenza: è una percezione immediata, indipendente dal senso di piacere e della convenienza. Come gli occhi percepiscono naturalmente la luce, così la coscienza percepisce con naturalezza il bene. I termini ascoltare, rispettare, consultare la coscienza evocano la presenza di una voce dentro di noi, per indicare il suo tipico modo di farsi sentire con pronunciamenti sereni e perentori. La coscienza può essere descritta come il luogo dei valori ultimi e più preziosi della persona, che trova inscritti dentro di sé, che sono l'eco di un Assoluto, la cui essenza si identifica col Bene. L'aspirazione al trascendente che è in ciascuno di noi, ricorda che il compimento del nostro destino va ricercato al di là di noi stessi, verso una misteriosa lontananza che trascende tutti gli orizzonti. E si riscopre Dio, si percepisce l'eco di una Totalità che non si lascia circoscrivere da confini. Si riscopre il contatto con Dio, il dialogo personale, la preghiera. Dedicare pochi minuti (o poche ore, secondo scelte personali) alla preghiera del mattino, dare del tu a Dio, anche senza formule programmate, aver fiducia in Lui, come figlio con il padre, rinfresca la vita, riaccende la fede, previene l'ansia. La preghiera è un tendere verso l'Oltre, verso l'Alto, spesso senza parole, come pianta che ha sete. Essere alla presenza di Dio, senza nulla da dirgli, nulla che possa uscire dal centro arido del cuore, solo il silenzio. Qualcosa di noi prega, prega il corpo, prega il tempo, ne fa un piccolo tappeto di minuti, una passatoia di istanti senza parole, che si stende davanti ai passi del Signore, che viene e si fa sentire sempre in noi. Facciamo silenzio la mattina presto. Perché Dio deve avere la prima parola e facciamo silenzio prima di coricarci, perché l'ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola. (D. Bonhöffer) L'ansia per la salute, la stabilità economica e affettiva, il futuro tra la vita e il nulla nel fragile equilibrio di forze e di tempi, accompagnano i giorni dell'anziano. L'insicurezza costituisce il fondo dell'esistenza, la cifra che la connota nella sua essenza che scorre tra amori e timori, tra desideri che non si traducono in speranze e speranze che spesso non diventano attesa. Basti ricordare le acute analisi di Kierkeegard, Heidegger, Sartre, Jasper... che la considerano una reazione tipica dell'essere-al-mondo, connessa con la fatica di esistere. Come tutte le forti emozioni, l'ansia è un fatto fisico, psichico e spirituale, che investe e turba tutta la persona. L'ansioso non conosce né il sapore della libertà, né lo slancio dell'iniziativa. L'ansia sgretola la mente, logora la salute, gioca tre brutti scherzi, che potremmo chiamare le tre A dell'ansia: Anticipa i problemi; li Accumula, come se si dovessero affrontare tutti insieme; li Amplifica senza venirne fuori, ma aumentandoli. Il pensiero fisso, che pronuncia con frequenza e sofferenza l'ansioso, è domani e dopodomani non oggi, cammina sempre un giorno avanti a sé. La mente cessa di spaziare libera sugli orizzonti della fantasia, diventa schiava di quanto genera, anche i pensieri. Bisognerebbe reimparare a fare le cose adagio, tenere d'occhio la qualità del proprio essere più che il fare. La regola fondamentale in psicoterapia è questa: star vicino, accompagnare, non sostituire. Sperare può voler dire disperare per ventitré ore al giorno, ma per un'ora ribellarsi alla rassegnazione, alla resa, all'ansia. Quell'ora non ha prezzo, quell'ora è la vita. In una poesia sulla speranza Charles Peguy dice che nulla dell'uomo stupisce Dio tranne la speranza bambina. Delle tre sorelle, fede-speranza-carità, è la più piccola, ma sostiene e sorregge le altre due. Come in tutte le vicende umane in cui ognuno è implicato, anche questa possibilità di prendere in mano le redini della propria vita e darle un corso nuovo, che si chiama speranza, fa comprendere che nasce solo da dentro. Fidarsi è puntare su qualcuno e su sé stesso e su Dio, senz'altra garanzia che quella misteriosa presa a credito, che è la fiducia. Un sentimento strettamente imparentato con l'amore. Entrambi portano in sé le ragioni della loro certezza. Osman Antonio Di Lorenzo
- Il voto di castità
Il nonno sapeva fare malissimo i suoi affari. Il "Corriere d'America" non lo riuscì a vendere e lo dovette chiudere, accollandosi i debiti. Nel frattempo, siamo nel 1932, aveva trattato con Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, il rientro in Italia: gli avrebbero dato la direzione de "Il Mattino" di Napoli. Ci arrivò l'anno dopo e ci rimase poco. Mussolini, a cui qualcuno aveva detto che il vecchio Barzini parlava male di lui, lo fece cacciare. Quando poi scoprì che era una calunnia, per rimediare, il dittatore lo avrebbe fatto assumere (un anno dopo) da "Il Popolo d'Italia", il giornale del partito, ma la paga era bassa, il giornale non molto stimato, e il nonno, dopo il licenziamento di Napoli in cui da un giorno all'altro la gente si girava per non salutarlo, era umiliato. Si era rintanato a Milano con Mantica e Ugo in un appartamento ammobiliato e non bastò il nuovo lavoro a farlo uscire da una pervasiva malinconia. Anche la nonna era intristita, non dormiva, si preoccupava dei soldi e del freddo da cui non riuscivano a liberarsi perché risparmiavano sul carbone. Il cruccio vero era la mancanza degli altri figli, Ettore in Giamaica, Emma a Madrid e Gibò sempre in giro per il "Corriere". A Ettore scrisse che ora suo fratello guadagnava molto più del padre e la gente discuteva su chi fosse più bravo. Una discussione che sarebbe rimasta aperta per molto tempo. Junior dava dei soldi a Mantica di nascosto da Senior e si faceva fare dei vestiti su misura. Con l'eleganza scacciava le incertezze sociali. Nella mia infanzia l'eleganza di papà era un faro. Lo vedevamo salire, nel piazzale della villa, sulla 1750 Alfa Romeo per andare alla Camera dei deputati (fu deputato liberale per tre legislature) irradiando gloria con certi vestiti confezionati dal sarto napoletano Ciro Giuliano. I "solara", fatti di una stoffa cangiante color rame, gli sfioravano i fianchi e dietro si allargavano a coda di piccione, e le cravatte di seta comprate a Hong Kong o a Londra prima della guerra, buttavano macchie di colore sulle camicie immacolate di cotoni pregiati fatte fare da Corbella a Milano. Immancabile, il fazzoletto nel taschino. Negli armadi i vestiti erano ordinati in file militari e in quanto alle scarpe, rigorosamente inglesi e fatte a mano, facevano bella mostra come libri rari. Quando Gregor von Rezzori, "Grisha", veniva sulla Cassia, i due dandy salivano ad ammirarle e di ogni paio papà ricordava il giorno in cui l'aveva ordinato. Al contrario di mia madre, che disapprovava lo sfarzo e la quantità («Ma a cosa gli serviranno venti paia di scarpe tutte identiche!»), Grisha era simpatetico. Grazie a un paio di scarpe fatte fare da Lobbs a Londra ed esposte fuori dalla camera del suo albergo a Monte Carlo, lo scrittore aveva fatto amicizia con un principe austriaco che gli aveva dato lavoro salvandolo da una delle sue frequenti crisi finanziarie. Soldi di rappresentanza ben spesi. Era una bella immagine, l'eleganza paterna, e me la porto dietro. La vanità ha molti vantaggi, preserva la salute e regala a chi sta intorno qualcosa da ammirare. Con la maturità questa eleganza era diventata meno assertiva, ma da giovane, dalle foto che ho trovato, era un damerino azzimato. Qui torna in campo il fratello cadetto, Ettore, che aveva vestiti ciancicati, giacche spaiate dai pantaloni, calzini bucati e scarpe da risuolare a cui però era così affezionato che il fratello maggiore, nelle vacanze estive di Ettore in Italia, quando cercava di fargliele buttare, si ritrovava davanti un muro. Accarezzo le due sole foto che ho dello zio e intravedo una camicia dal colletto con le punte ribelli, un bavero di giacca liso, i capelli in disordine e lo immagino, l'agronomo distratto (papà lo definiva sognatore), nel momento in cui Gibò gli calava addosso uno sguardo severo. «Ti porto dal sarto» gli disse un'estate a Milano, e l'aneddoto è raccontato in una lettera alla sorella Emma, «a condizione che butti gli stracci che hai addosso». «Cos'hanno che non va?» Gibò gli regalò un paio di vestiti nuovi, ma Ettore si tenne anche quelli vecchi. Se li tenne non perché fosse sciatto, ma perché nutrivano un suo senso d'eleganza fatta di libertà, tocchi contrastanti e divertiti, grazia di una cosa vecchiotta, ma amata. Andrea Barzini Fonte: A. Barzini, Il fratello minore, Solferino, Milano 2021.
- L'avvocato Ninetta (XXVI)
Atto terzo Scena come la precedente. I mobili saranno diversamente disposti come meglio si crederà per comodità della scena. Scena I Totonno indi Giacinto. Totonno – (disponendo i mobili) Nun aggio potuto durmì manco doje ore, stanotte nce simme spicciate accussì tarde! 'O signore m'ha ditto, nun me scetà all'ora soleta pecché voglio durmì nu poco. Vide che te cumbinajene ajeresera chilli duje, 'o Barone e 'a Baronessa... meno male che se ne jettero, si no avarriano ntussecato tutta 'a società. Che specie 'e gente se vanno presentanno p' 'a case d' 'e signore. Dico io, quanno ve vulite appiccecà stateve 'e case voste, nun ghiate ncuitanno 'a gente. (forte suono di campanello) Na scampaniata a chest'ora... chi sarrà? Mò mò... e vì comme scampanea, ha da essere na cosa 'e pressa. (via poi ritorna con Giacinto) E che d'è? Vuje turnate n'ata vota?... E comme state vestito 'e chesta manera? (E nun ve ne mettite scuorno? Comme ve site arresecato d'ascì d' 'a casa?) Giacinto – (con abito di casa e berretto da notte. Siede al divano) Ciccio che fa? Totonno – E turnate n'ata vota cu Ciccio. Giacinto – Uh! lasseme dì comme vogl'io. Io sono nu povero disgraziato... Vide comme so arredutto. Totonno – 'O signore sta durmenno. Giacinto – E nun se putarria scetà? Totonno – No, pecché m'ha ditto che vò durmì fino a tarde. Giacinto – E mò l'aspetto ccà assettato. Pozzo aspettà? Totonno – Ma chillo va truvanno a che ora se sceta. Giacinto – E nun fa niente. Tanto io a casa nun nce pozzo turnà, mò m'arreposo nu poco ccà ncoppa. Totonno – Ve vulite stà, stateve, io nu nve pozzo caccià pecché site amico d' 'o padrone, ma non ve pozzo tené compagnia pecché aggio che fà. Giacinto – Fà 'e fatte tuje, (fà cunto comme io nun ce stesse.) Si nzurato tu? Totonno – E che nce trase st'addimmanna? Giacinto – Te l'ho domandato chi sa tu me putive cumpatì nu poco. Totonno – Nonzignore, so scuitato. Giacinto – E nun te nzurà sa'! Nun fà l'ultima ciucciaria che l'ommo fa ncopp' 'o munno. Guarda il mio esempio. Totonno – Ma pecché, avita attuppato na mugliera nu poco malamente? Giacinto – Nu poco? Figlio mio, nun t' 'a puozze sunnà manco 'e notte. Totonno – Io me n'addunaje ajeresera quanno facette tutte chilli strille ccà ncoppa, manco si fosse stata abbascio 'o Lavenaro. Giacinto – E che d'è chello che facette ajersera? e 'a vede chello ch'à fatto stanotte! Che nuttata! N'ata notte 'e chesta me portano a Poggioreale. Totonno – Signó cuntateme ch'à fatto. Giacinto – Nun m'arricurdà. Io povero galantuomo a ridurmi a stà assettato mmiez' 'e grade. (piange) Doppo che l'aggio levata dalla miseria... e le faccio fa 'a signora... a me questo... (piange) Totonno – Povero signore, nun ve pigliate collera. (Stu povero scemo me fa cumpassione.) Giacinto – Sulamente Ciccio me pò aiutà, isso che sta ncopp' 'o tribunale, m'ha da fà 'o piacere, m'ha da levà chillo guajo 'a tuorno. Totonno – E nun ce penzate pecché si 'o signore 'o pò fà, v' 'o fa cu tutto 'o core. Giacinto – Te pare, Ciccio che non farebbe per me, stevamo al Seminario di Capracotta uniti. Abbiamo mangiato nello stesso piatto, dormito nello stesso letto. Totonno – Basta signó, dateme 'o permesso, io vaco arrecettà 'a part' 'e dinto, si v'accorre cosa me chiamate. (via) Giacinto – Ti ringrazio, te sò obbligato. Io me sto a stu pezzetiello cuieto cuieto e aspetto quanno se sceta Ciccio. Totonno – Sperammo ca se sceta priesto e che nun aspettate tanto. (Vedite 'o munno comm'è fatto, io ajeresera nun 'o puteva vedé a chisto e mò l'aiutarria cu l'uocchie.) (via) Giacinto – È nu bravo giovine stu servitore, ha ragione Ciccio che 'o vò bene. Intanto chillo è nu servitore ed è affezionato c' 'o padrone, e io tengo na mugliera che m'ha da maltrattà 'e chesta manera. Io dico accussì, si avesse pigliato nu cane 'a miez' 'a strada e l'avesse puttato a casa e data a magnà, pure te sarria stato affezionato, fedele, e chella ngrata lazzarona è al disotto 'e nu cane, 'e na gatta, 'e na scigna, 'e na pantera. Ma io l'aggia fernì, aggia dicere 'o paglietta che vuttasse 'e mane. Ma chi se puteva credere che l'avvocato s'innammorasse 'e me 'e chella manera. Me pareve na pazza, teneva l'uocchie 'a fora. Io le diceva: noi fuggiremo, noi saremo due colombi, due tortorelle... Eh! arrivaje chella turturella!... Mannaggia l'arma d' 'e mazzate ch'aggio avute... me sento ancora uno piezzo 'e dulore... Ma nun fa niente... l'aggio offerto... tutto a essa... perché essa... mi ama... Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Lontano, tanto tempo fa (II)
I tre fratelli presero allora il largo, correva l'anno 1894. Amato Nicola aveva sposato una cugina, Anna Maria di Tella, che, pur essendo di Agnone era una bravissima donna. Si distingueva addirittura, visto che discendeva per parte di madre dagli illustri Zurlo, tra cui si annoverava Giuseppe, il ministro progressista che aveva invano tentato di riformare i Borboni per salvarli dalla rivoluzione, tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo. Anna Maria aveva dato cinque figli a suo marito. Il primogenito, Giuseppe, studiava agronomia a Firenze e lì sarebbe rimasto per completare la laurea, il che lo avrebbe portato a fare il maestro, a scrivere diversi libri e a meritare che la sua città natale desse il suo nome a una piazza - dietro la casa di famiglia - e ad un "Giardino di Flora Appenninica". Dopo Giuseppe c'erano tre sorelle, Adele, Laura e Bianca, ancora ragazze. Il quinto, Torquato, aveva appena due anni. I fratelli si stabilirono nel Nuovo Continente, utilizzando i fondi che erano riusciti a salvare dal disastro. Cesareo, sposato con la nipote Filippa Sozio, si era diretto a San Luis, dove con poche lire riuscì ad acquistare dei terreni e dove si stabilì e mise su famiglia. Gli altri due, Amato Nicola e Salvatore, decisi a ripetere la loro esperienza molitoria, questa volta si buttarono sul tabacco e fondarono una fabbrica di sigari nella città di Buenos Aires. Erano anni difficili e in America non era tanto facile. Anzi, dopo qualche anno dovettero chiudere l'attività e rendersi conto che l'Argentina, che stava attraversando una fase molto critica della sua storia, con crisi economiche e continui tentativi rivoluzionari da parte dei radicali, non era fatta per loro. Non restava che chiedere aiuto al consolato per il rimpatrio - tutti tranne Adele, la primogenita, da poco sposata e residente a Lobería - perché in Italia almeno avevano un tetto sicuro, con Giuseppe, già laureato agronomo, che aveva un incarico presso il Regio vivaio di Bagnoli Irpino, a sud-est di Napoli. Correva l'anno 1902. A Bagnoli Amato Nicola riuscì ad affittare un terreno vicino al paese. Vi si stabilì con tutti gli "americani", capeggiati da Salvatore, guida spirituale della famiglia, che non ne aveva formata una propria perché, secondo le testimonianze successive dei pronipoti, «non infranse mai nessuno dei tre voti che aveva fatto entrando in monastero», il che è di certo un'esagerazione. Nella nuova attività i fratelli vissero modesti ma sereni, perché «la terra non tradisce», come dirà da adulto Torquato. Abitavano in una masseria, cioè una grande casa in mezzo alla campagna, di cui ce ne sono poche in quella zona, giacché la maggior parte della gente ha casa in paese. Torquato completò lì la scuola elementare ed iniziò il liceo. Ma la sorte continuava ad essere ostile: Amato Nicola muore nel 1905, lasciando la vedova, Anna Maria, con le due figlie adolescenti, ancora nubili, e con Torquato, di tredici anni, e nessuno a dirigere la masseria, perché Salvatore non era tagliato in ciò. Per fortuna dall'Argentina li invitarono a tornare, che il Paese era la speranza del futuro e che tutto era stato organizzato, nonostante l'ultima rivoluzione guidata da Yrigoyen, gli scioperi e le bombe degli anarchici. Ritornano, quindi, ad imbarcarsi. Ma prima di lasciare Bagnoli, una foto, con alcuni di quelli che sono rimasti, ci permette di ricostruire quel momento: Anna Maria è vecchia, un po' spaventata, anzi terrorizzata. Dietro, Salvatore, coi baffi enormi, che porta su di sé, a quasi 65 anni, la responsabilità di guidare quella famiglia e il peso dei ripetuti fallimenti di frate, di soldato, di industriale innovativo. Le ragazze, felicissime all'idea di scattare la foto e tornare in quella Buenos Aires tanto citata e ricordata. Torquato, insolitamente, mentre tutti guardano la telecamera, sta leggendo un libro, come uno che non vuole perder tempo. Un ragazzo che sicuramente avrebbe avuto problemi se avesse continuato su quella china, un misto di maleducazione e sconsideratezza verso gli altri ma intelligente e responsabile, che assorbiva come una spugna tutto quello che gli veniva detto. Egli era la grande speranza di Salvatore, la sua possibilità di riabilitarsi se ben educato: perché sapeva farlo. Quando arrivarono al porto di Buenos Aires, incontrarono il loro cugino Carmine, un gioielliere, che risparmiò loro l'ignominia di alloggiare all'Hotel de Inmigrantes, che non aveva niente dell'albergo. Poco dopo arrivò anche Cesareo da San Luis con tutta la famiglia. Di nuovo, una foto, alla stazione Retiro della Pacific Railroad. Le persone sono quasi venti, tra adulti e bambini, perché parecchi si sono intrufolati. Anna María ha ancora paura, e ne ha ben donde. Torquato non c'è, perché non perde tempo in queste cose. I ragazzi "del posto" sono molto contenti di trovare tanti parenti con cui giocare. Le ragazze adolescenti hanno facce più serie perché non riescono a dimenticare tutto quello che hanno visto sulla nave. Cosa fare allora? L'ideale sarebbe andare in campagna, riprodurre in America la masseria che avevano lasciato a Bagnoli. Ma le condizioni del Paese rendevano molto difficile quel sogno, e non era convincente andare a San Luis come lo zio Cesareo, perché lì non pioveva mai. Dovevi stabilirti in città, ma non avevi più il capitale per avviare un'azienda; dovevi aspettare che il Paese andasse davvero avanti, e tu tutt'uno con esso. Andarono allora a vivere a Caballito, in una casa in via Acoyte, nella terra di quel tempo. Il centro era lontano e da lì si vedevano grandi trasformazioni. L'edificio del Congresso era appena stato inaugurato e l'avenida de Mayo era recente; il Teatro Colón non era ancora finito ma c'erano altri teatri d'opera più economici e accessibili dove si poteva ascoltare qualche opera mal cantata che ricordava la Patria. La nuova patria era il quartiere, dove si erano radicate le radici, c'erano le scuole, le attività commerciali gestite dai proprietari, i caffè dove gli uomini andavano a giocare a carte o a dadi. Torcuato Salvador Di Tella (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: T. S. Di Tella, Torcuato Di Tella. Industria y política, Tesis, Buenos Aires 1993.
- Mary Rose formula "sempreverde"
Circa quattro anni fa, dopo aver fatto la mia prima incursione a Capracotta, il paese degli "ori verdi", mi appassionai allo studio dell'ortica e delle sue proprietà. Nel corso delle ricerche sul tema incontrai il conte Mario Ciarpella, titolare della ditta Mary Rose, un laboratorio "alchemico" di cosmetici a base di linfa di ortica e altre piante officinali. Provai i suoi prodotti e me ne innamorai subito. Avevo capito che si trattava di qualcosa di speciale. Mi bastava guardare il mio viso allo specchio ogni volta che ne facevo uso e capivo che la magia si ripeteva. Quella strana lozione, profumata con opium e arricchita di "sangue vegetale", rendeva la mia pelle più tonica e luminosa. e impediva la formazione di rughe, oltre ad attenuare quelle già esistenti. Da quel giorno mi liberai dalla paura di invecchiare. La consiglio a tutti! I prodotti Mary Rose sono a base di linfa estratta da alcune erbe officinali dalle proprietà universalmente riconosciute. La linfa può essere considerato il "sangue vegetale". Le erbe sono rigorosamente lavorate entro poche ore dalla raccolta per mantenerne vivo ed efficace il principio. La sua azione si esplica non solo a livello epidermico ma anche a livello di micro circolazione. Componenti preziosi dei prodotti Mary Rose sono: Olio di oliva: la sua forza vitale è riconosciuta nell'antica Grecia e nella cultura Egizia come "dono divino" e simbolo di ricchezza. Ricco di sostanze antiossidanti che rallentano l'azione dei radicali liberi, responsabili del invecchiamento cellulare, contiene vitamina A che stimola il rinnovamento delle cellule cutanee mantenendo l'idratazione. La vitamina E, assieme ai fitosteroli stimola la produzione di collagene ed elastina. Non meno importante la presenza di squalene, uno dei principali componenti dei lipidi sebacei, utile nella protezione della pelle dai danni di fotossidazione. Ortica: detta l'"oro verde" per le sue innumerevoli ricchezze, nonostante sia la pianta più negletta. Non solo primeggiava negli erbari medioevali ma già dai tempi dell'Impero Romano veniva utilizzata sia come rimedio naturale che in cucina. Da allora considerata fra gli alimenti vegetali più raffinati e benefici. Potente antinfiammatorio, stimola la microcircolazione, ha proprietà antisettiche, cicatrizzanti ed elasticizzanti, soprattutto se abbinata all'olio di oliva. In lozione rinforza il cuoio capelluto. Efficace antiforfora. Menta: tra le piante mediterranee più conosciute e apprezzate fin dal tempo dei faraoni. Usata nella medicina popolare e in quella classica. Le sue proprietà cicatrizzanti son conosciute fin dall'antichità, quando veniva macerata in olio di oliva ed esposta al sole per un mese al fine di ricavarne una panacea per le infiammazioni cutanee e il prurito. Parietaria: Pianta della famiglia delle urticacee, ha le stesse proprietà dell'ortica in quanto altamente depurativa, ricca di flavonoidi, oligoelementi. A differenza dell'ortica va utilizzata fresca poiché seccata perde la sua efficacia. In omeopatia è usata contro le allergie che provocano i suoi stessi pollini. Bardana: pianta antimicrobica, depurativa della epidermide. Viene usata su eczemi e altre patologie della pelle. Le sue foglie contengono un principio amaro, l'artiopicrina, utile per la cura dell'acne. Malva: pianta molto ricca di mucillagini, antifiammatorio per eccellenza, usata anche sotto forma di infuso, ha un'azione rinfrescante e antirossore, può essere usata per ogni tipo di tipologia cutanea. Camomilla: pianta considerata infestante intorno al XVI secolo, venne rivalutata nei secoli a seguire. Ricca di flavonoidi, sedativa, antimicotica e antibatterica, è cicatrizzante e antiallergica. Utilizzata per uso esterno nelle infiammazioni da pannolini, foruncolosi, ascessi o per tonificare pelle squamosa e irritata. Utile anche contro l'orticaria. C'è un proverbio popolare che consiglia di affrontare la vita «come un tappeto di camomilla che più è calpestato e più si propaga». Gli egiziani avevano dedicato la camomilla al sole e tra le piante sacre era considerata la più potente. Alcol: aiuta a far penetrare meglio ed assorbire il principio attivo (evapora immediatamente senza irritare). Acqua: elemento di coesione di tutti gli altri ingredienti, fonte di nutrimento principale di ogni cellula del nostro corpo. La formula Mary Rose ha creato un prodotto definito di "compattazione della pelle" che, grazie anche all'azione del massaggio attraverso il quale viene applicato il prodotto, ha un'azione antirughe immediata, rendendola visibilmente "liftata" e conferendole un aspetto molto più tonico. Tutte le piante usate agiscono in sinergia con l'olio d'oliva rendendo il prodotto finale adatto a tutti i tipi di pelle. La formula si rifà a tradizioni antiche che fanno ricordare l'approccio alla bellezza e al benessere nell'antico Egitto. Se Cleopatra fosse nata ai giorni nostri e avesse conosciuto il conte Mario Ciarpella gli avrebbe sicuramente assegnato il ruolo prestigioso di "guardiano delle essenze" e sicuramente promosso in seguito come super dirigente della sua fabbrica di profumi. Cleopatra Fonte: http://www.aromiecoccole.it/, 2009.
- Sorprendente Alto Molise
Il viaggio nella destinazione che abbiamo scelto per il ponte lungo del 1° maggio è stato di grande soddisfazione perché l'Alto Molise ci ha sorpreso per diversi motivi: bellezza dell'ambiente prevalentemente montuoso e collinare, varietà della flora, presenza di tante opere d’arte e gentilezza dei molisani. Per preparare un itinerario così articolato in un territorio che non è proprio facile abbiamo avuto il contributo di idee e consigli dell'Isernia Camper Club (cui abbiamo in comune l'appartenenza all'Unione Club Amici), che ringraziamo vivamente. Pescopennataro è il paese della pietra perché ha dato i natali a numerosi maestri scalpellini. Per scoprire il paese giriamo tra i roccioni appuntiti e frastagliati (peschi), con le case aggrappate alla base di essi. Facciamo spesa di prodotti locali (pecorino, pasta di marchi molisani, sughi, noci...) e sostiamo al bar, dove il simpatico barista ci racconta l'abbondanza di neve ed il freddo rigido dei loro inverni. Una strada in salita, stretta e tortuosa, ci porta all'eremo di San luca (m. 1.550) di cui vediamo la grotta, la piccola chiesa e un paesaggio incantevole perché davanti a noi, oltre la distesa silente del bosco, c'è la vallata del Sangro. In questo ambiente gli abeti bianchi sono talmente maestosi che vengono detti "Abeti soprani". Capracotta: facciamo un giro per il paese e una visita al caseificio, poi allestiamo una bella tavolata nell'area di sosta camper e pranziamo tutti assieme en plein air, con un mix di gastronomia romagnola e molisana (pampanella, focacce, olive e formaggi). A Rocchetta al Volturno visitiamo un luogo della memoria, il Museo Internazionale delle Guerre Mondiali, ben illustrato da uno dei suoi curatori che ci dà la sensazione di percorrere i sentieri della storia, rivivendo non solo i momenti cruenti ma anche la normale vita da campo degli eserciti. Trascorriamo la notte in un'area verde, adiacente alle sorgenti del fiume Volturno. La visita di Castel San Vincenzo rivela che con scavi recenti è stato portato alla luce un monastero benedettino che risale all'VIII sec.; fu importante perché avamposto tra i territori longobardi e quelli conquistati dai Franchi. L'ambiente più prezioso è la cripta di Epifanio, tenuta sotto chiave; ci viene aperta dal custode che ci fornisce una spiegazione accurata degli antichi affreschi che la decorano. In pochi km. andiamo sulle sponde del lago di San vincenzo che non è molto grande ma ha le acque di un incredibile color verde. Isernia è stata interessata dalle distruzioni belliche: percorriamo i vicoli lastricati del centro storico, la centrale via Marcelli, poi vediamo il Duomo, la particolare Fontana Fraterna ed il museo del merletto; in serata una forte pioggia non ostacola la volontà di andare in pizzeria! Sulla sommità del paese di Pescolanciano c'è il castello D'Alessandro; il cancello è chiuso, ma ci presentiamo ugualmente all'ingresso per un'occhiata al cortile; ci accoglie una signora che, con grande cordialità ci fa entrare e si offre di mostrarci gli ambienti di cui ha le chiavi. Scopriremo poi che è Anna D'Alessandro, ultima erede della famiglia ducale del castello e così intavoliamo una conversazione su cose araldiche e tecniche di restauro, poi ci mostra castello e giardino ed infine ci indica il tracciato del tratturo Castel di Sangro-Lucera che è molto largo, una vera "autostrada della transumanza". Decidiamo una variante all'itinerario programmato e raggiungiamo Bagnoli del Trigno. Ottima scelta, perché presenta un aspetto suggestivo e caratteristico, tale da meritarsi l'appellativo di "perla del Molise". Lorenzo, un diciassettenne che fa parte di un'associazione di volontari, ci guida in tutta Bagnoli, nelle sue due zone distinte: "Terra di sotto" e "Terra di sopra". Quello che rende famoso Pietrabbondante oltre i confini molisani è il teatro sannitico, con annesso tempio: il complesso è immerso in un paesaggio stupendo; i resti archeologici sono in buono stato di conservazione e consentono una chiara lettura di come poteva essere il sito. Agnone è la cittadina più grande dell'Alto Molise, ma lo spopolamento e l'emigrazione hanno ridotto fortemente i suoi abitanti, così come è avvenuto negli altri paesi. Un giro per la città ne rivela il suo aspetto nobile e austero, poi andiamo alla fonderia Marinelli, famosa nel mondo per la produzione di campane, dove assistiamo all'illustrazione dell'impegnativo ciclo di produzione che si conclude con un concerto di campane. Con Agnone termina il nostro viaggio nell'Alto Molise, fatto avendo sempre in vista le catene montuose delle Mainarde o del Matese con le cime coperte di neve. Rosanna Gardella Fonte: R. Gardella, Dove siamo stati, in «Il Sentiero», XXIX:2, luglio-ottobre 2018.
- Mercallò
Mercallò era il gelataio di Capracotta. La sua "gelateria" era costituita da: una carretta formata da una cassetta di legno montata su due ruote e spinta da due stanche; un cilindro di rame stagnato con al centro un asse; un semplice meccanismo di trasmissione; una manovella. Nella cassetta piena di neve ghiacciata veniva immerso il cilindro con gli ingredienti del gelato; l'asse del cilindro era collegato alla manovella tramite il meccanismo di trasmissione: azionando la manovella il cilindro ruotava su sé stesso nella neve ed il contenuto andava via via solidificandosi fino a divenire "gelato". L'operazione durava più di un'ora e a girare la manovella eravamo chiamati noi ragazzi del quartiere con la ricompensa di un cono di gelato da un soldo! Il cono di allora era un decimo del più piccolo cono in uso oggi. Corre l'obbligo di ricordare che la neve gelata abbondava nella nevèra (la ghiacciaia) di Monte Capraro dove Mercallò andava a prelevarla con la giumenta trasportandola nei sacchi imbottiti di paglia. A Capracotta c'era anche la nevèra privata della famiglia Campanelli: sotto via Nicola Falconi, di fronte alla loro abitazione, i Campanelli avevano un pagliaio dove, durante l'inverno, accumulavano, sopra un alto strato di paglia, molta neve e per assicurarne la conservazione la ricoprivano con un altro strato di paglia. La neve così conservata veniva utilizzata in estate per rinfrescare le bevande dei Campanelli e dei loro numerosi ospiti ed anche per le esigenze terapeutiche di chiunque ne avesse bisogno. Anche Mercallò si serviva della neve dei Campanelli quando la ghiacciaia di Monte Capraro ne era sprovvista. Avevo dieci dodici anni quando d'estate papà, apertasi la caccia, mi raccomandò di accompagnare Cumpà Angelìtte alla posta: per intendeei non all'ufficio postale bensì nel luog dove il compare cacciatore si appostava per sorprendere e sparare la lepre dell'occasione. Era un agguato vero e proprio e credo che già da allora fosse una maniera illecita di fare la caccia; comunque prima del tramonto ci avviavamo verso la Selletta e da lì scendevamo per il bosco verso Fonte Carovilli per appostarci ai margini della netta situata sulla sinistra ai piedi di Monte Ciglioni. Su delle pietre, appositamente sistemate a ridosso di un grosso faggio, ru cumpare si sedeva con le spalle al tronco e teneva le canne della doppietta appoggiate sulla mia spalla destra essendo io seduto a terra in mezzo alle sue gambe. Muti ed immobili fino al calare della notte aspettammo invano per diverse volte. Una sera, favoriti dal chiarore della luna piena, indugiavamo nell'attesa quando mi venne un colpo di tosse e violento sulla guancia sinistra mi giunse un ceffone del compare che con rabbia mi redarguì dicendo: – Pròpria mó ch'avéva vìŝte accuŝtàrse ru lèbbre! Io con la mano sinistra sulla guancia e la destra puntata verso il compare: – Cumpà! Ma v********! E, favorito dalla luna piena, corsi a casa in un baleno. Antonio Di Nardo Fonte: A. Di Nardo, Sfogliando le memorie, Tip. Mancini, Tivoli 2005.
- Man on the Road a Capracotta
La strada oggi ci ha condotti a Capracotta, dove nasce la neve. Ai più Capracotta suona come un paesino arretrato dell'entroterra molisano, complice anche un vecchio film di Alberto Sordi e poi ripreso da De Sica, dove nella scena sbeffeggiano Capracotta come meta turistica per coatti al cospetto di più rinomate mete quali quelle del Nord, o la vicina Roccaraso. Eppure, amici miei, se volete trovare la neve, quella vera, non quella sparata dai cannoni, dovete venire qui. Detentrice mondiale per caduta neve, stazione per sci di fondo, ciaspolate sicuramente laboriosissimo centro per prodotti agroalimentari e raccolta erbe sia per cucina che infusi. Altro che... «non farmi arrabbiare, altrimenti per le vacanze di natale ti porto a Capracotta». Man on the Road Fonte: https://www.facebook.com/, 21 novembre 2020.
- La sciovia di Capracotta
Un bambino, appassionato di tutto ciò che è tecnologia e meccanica, vivendo in un paese di montagna, guardava con rapimento tutto quello che di particolare colpiva la sua attenzione. Così la motosega a nastro di z' Geremia, mossa da un monocilidrico diesel raffreddato ad acqua tipo caffettiera, perennemente traslata su un carrello a cuscinetti e trainata dal mitico camioncino Volkswagen beige. Così il leggendario Clipper, il cui arrivo era annunciato dalle potenti trombe dietro due onde di neve che si aprivano mentre la luce rossa sul tetto della cabina lampeggiava "stop!". Il segreto dell'organo dove, in alto nell'abside, la meccanica tramutava il flusso dell'aria in suono. Ma la sciovia... Costruita nel 1962 in località Iaccio della Vorraina, mostrava la casetta rossa di partenza poco sopra la provinciale verso Staffoli. Il cartello giallo al lato destro della costruzione indicava il nome, scritto a lettere nere, e sopra la porticina di ingresso un tubo di scarico a gomito, coperto da un barattolo in funzione di comignolo antineve, vomitava, borbottando la stessa nota, il gas prodotto dalla combustione del gasolio che alimentava il gruppo elettrogeno. Dopo l'arrampicata dalla strada bisognava aprire i portelloni in legno verde per consentire il passaggio ai ganci e immediatamente appariva la lucente targa di bronzo sulla motrice grigio antracite che recitava a lettere dorate «Funivie Fratelli Marchisio». Attualmente, sul sito dell'azienda, diventata poi Doppelmayr ed oggi chiusa, è riportato ancora l'impianto con il nome di «Guardata»: infatti ne era stata predisposta all'inizio l'installazione in zona Colle Liscio. Nell'ampio spazio della casetta, riempita dal profumo del combustibile e del grasso con cui si rivestivano i cavi, accanto al generatore una rastrelliera sosteneva dei ganci di riserva o in attesa di essere riparati. Un estintore a cono faceva mostra di sé nella parete di fronte. Una volta acceso il gruppo elettrogeno, era possibile attivare la motrice elettrica ed i ganci, di colore rosso arancio opaco come i pali e le carrucole, cominciavano a correre sul cavo traente. Un gancio in particolare era dipinto di rosso fuoco e, tra noi ragazzini discesisti, era definito «tosto», probabilmente per la durezza della molla di richiamo del cavo di acciaio che tratteneva il bastone metallico con un'impugnatura zigrinata in plastica bianca cui era agganciato il piattello: la parte che veniva inforcata dallo sciatore. Il suono molliccio e appiccicoso della gomma nera di cui erano fatte le guarnizioni, definiva il canto delle carrucole, cui il sibilo della neve sotto gli sci faceva da contrappunto; insieme accompagnavano lo sciatore fin su alla stazione di rimando posta su un plateau dove, per non riempire di neve il piattello, si sosteneva il bastone con le mani mentre la molla di richiamo faceva il suo lavoro. Riuscire ad effettuare questa manovra ti faceva sentire finalmente appartenente al mondo dei "grandi". In testa all'arrivo un castello d'acciaio verniciato di rosso sosteneva la motrice, verniciata di blu, trainante il cavo di un ulteriore impianto: la manovia, mossa da un monocilidrico diesel identico alla motosega di z' Geremia con un buffo tubo di scarico cilindrico con tappo a cupolotto nero sormontato da una vite a farfalla e l'acqua di raffreddamento che ribolliva sulla calotta. La messa in moto veniva fatta a manovella, preceduta dall'accensione di una "sigaretta" di preriscaldamento. Era la salita verso la parte di pista più ripida detta "Picchiata", dove la neve, protetta dal bosco, si conservava più a lungo. Tale sezione veniva utilizzata specialmente in occasione delle gare di discesa. Oggi si può ancora scendere in fuoripista, tra gli alberi sulla Picchiata, partendo dalla base della moderna sciovia in cima a Monte Capraro. Successivamente la manovia venne spostata al Prato di Conti, prima di essere sostituita dalla manovia più moderna degli anni '90, anch'essa oggi smantellata. Per un periodo il gruppo elettrogeno della "Iaccio Vorraina" venne alloggiato nella vecchia cabina elettrica adiacente il Prato di Conti. Mentre frequentavo la quarta elementare, in occasione di una visita del Provveditore agli Studi, venne chiesto ad ogni classe di realizzare un oggetto che rappresentasse il paese. Con i miei compagni realizzammo una riproduzione funzionante della sciovia utilizzando i mattoncini Lego, con le sue stazioni ed i pali su cui correva il cavo. Il maestro Onorino Di Tanna realizzò il piano inclinato del Monte utilizzando una tavola di compensato, fissando poi il tutto con la plastilina. Dopo la visita la sciovia rimase in mostra in classe per tutto l'anno scolastico. Dopo la dismissione, nonostante le mie frequenti camminate in montagna, non ho più avuto il coraggio di avvicinarmi alla vecchia sciovia. Ma, seduto sul paracarro della curva a gomito sotto la salita, guardo verso Iaccio della Vorraina, chiudo gli occhi e la neve fresca scintilla al sole del primo mattino mentre il rumore dei motori mi avvolge nel lontano profumo del gasolio combusto. Ancora una volta mi appare il lento ruotare delle carrucole ed il cavo d'acciaio dolcemente mi trasporta verso l'ombra azzurra del bosco in un tempo lontano... Francesco Di Nardo
- Lontano, tanto tempo fa (I)
Il villaggio di Capracotta, adagiato in cima all'Appennino, negli Abruzzi, all'estremo nord del Regno di Napoli, a metà dell'Ottocento era dimenticato dal mondo e di esso si dimenticava. Le sue poche centinaia di abitanti si dedicavano alla cura delle pecore, portandole al pascolo invernale nel più temperato Tavoliere delle Puglie, così come facevano da tempo immemorabile gli antenati Sanniti. La prima cosa che imparavano quei pochi ragazzi che andavano a scuola era la batosta che avevano inferto a due eserciti romani, facendo loro subire l'infamia di passare sotto le Forche Caudine, una specie di bassa porta da calcio, per attraversare la quale gli invincibili dovettero inchinarsi al capotribù. In realtà, più tardi arrivò un terzo esercito romano, ma quello che accadde allora lo sapevano solo i seminaristi. Per i capracottesi non c'era cosa peggiore, dopo i Romani, di quelli di Agnone, una cittadina che, nelle belle giornate, si vedeva dalla cima della montagna e che era in competizione, con vantaggio, su tutto. Molto più lontano, nella favolosa Napoli, regnavano i Borboni, grandi signori che parlavano - e regnavano - da lazzaroni. Napoli era una delle città più popolose d'Europa ma allo stesso tempo una delle più povere, con un gran numero di lavoratori marginali, non qualificati e cronicamente sottoccupati, chiamati lazzari o lazzaroni. Questa classe, tipica di certi grandi centri urbani preindustriali, formava una folla ribelle che poteva essere domata soltanto col terrore, con le ampolle di san Gennaro e con la demagogica prodigalità della dinastia regnante. Ferdinando IV (1759-1806), che dovette resistere agli assalti della Rivoluzione francese con l'aiuto del celebre sanguinario cardinale Ruffo, fu chiamato «il re lazzarone» forse proprio per la scarsa passione per il lavoro o per il modo in cui parlava il dialetto locale. Nonostante ciò, la gente comune idolatrava la monarchia e i preti, diffidava della borghesia e odiava i baroni, considerati una piaga molto estesa in quel Paese. Il Regno di Napoli possedeva infatti la più numerosa, sfruttatrice e rovinosa nobiltà, comprendente centinaia di principi che generavano una vera e propria inflazione di status, la parte centrale del sistema di governo dell'epoca. A Capracotta, naturalmente, c'erano parecchi membri di quella nobiltà, vere e proprie teste di topo [dal detto popolare «más vale ser cabeza de ratón que cola de león», N.d.T.], che la gente chiamava 'amme còtte (gambe cotte), perché avevano le gambe arrossate per aver trascorso l'inverno senza lavorare, davanti ai camini delle loro case. Uno di questi era l'ultimo Barone di Sessano, Giuseppe Tomaso Di Tella (sposato con una cugina, Teresa Di Tella) che, pur possedendo ancora una solida casa in pietra «piena di ogni ben di Dio» e terra e pecore, aveva visto diminuire il suo patrimonio. I tempi non erano buoni e, per sopravvivere, aveva ingoiato l'orgoglio e aveva fatto un po' di commerci, importando pesce dalla costa. Ma le cose stavano peggiorando e, guardando i suoi tre figli ancora adolescenti Salvatore, Amato Nicola e Cesareo, spesso si lamentava: «Ah, questi fottuti baroni!». Fece entrare nel convento francescano il primogenito, Salvatore (nato nel 1841), dove sarebbe morto di freddo ma perlomeno avrebbe avuto salva l'anima e avrebbe pregato per la famiglia. Gli altri due lo avrebbero aiutato a commerciare il pesce con pastori, braccianti e qualche mezzadro che viveva ancora sulla sua terra. Per aggiungere al danno la beffa, le guerre che già contrapponevano gli italiani gli uni contro gli altri e, al Nord, contro gli Austriaci, ben oltre le terre del pontefice, arrivarono pure al Sud, per mano dei "rossi" guidati da Giuseppe Garibaldi. Era il terribile anno 1860 quando caddero i Borboni e nessuno osava più mostrare le proprie credenziali di nobiltà. I lealisti resistettero un po' e, proprio a Capracotta, si tentò di impedire l'insediamento delle nuove autorità attraverso una mobilitazione del basso popolo istigata da alcuni preti, nel miglior stile dell'Ancien Régime meridionale. In questo movimento popolare borbonico si distinse Pasquale Sozio, proveniente da una nota famiglia del luogo, sebbene suo cugino Agostino fosse un esponente liberale. Ben presto tornò la calma anche se alcuni dovettero togliere il "Di" dal proprio cognome per non essere accusati di essere poco progressisti. Tuttavia per il Barone non ci sarebbero più stati giorni di felicità. Salvatore, che era giovanissimo ed era appena entrato in convento in un paese vicino, rimase così senza destino, perché i garibaldini avevano dissolto tutte le vecchie strutture dell'Ancien Régime. Non aveva altra scelta se non arruolarsi nell'esercito, spazzolare i cavalli e subire lo scherno dei soldati più anziani. Lì incontrò un amico di famiglia il quale, sorpreso nel vedere il figlio del Barone ridotto in quelle condizioni, informò il capo del corpo militare, il quale lo promosse subito caporale, e da allora cominciò una carriera militare che gli valse alla fine il grado di furiere maggiore, una medaglia e la possibilità di conoscere il mondo, cioè Milano. Passarono oltre quindici anni e, alla fine degli anni Settanta, il cuore del Barone smise di battere, lasciando i suoi figli a cavarsela da soli. Amato Nicola e Cesareo richiamarono il brillante e mondano ex francescano, il quale sacrificò la carriera militare per dedicarsi alla cura degli interessi nella terra natia. Salvatore aveva addentato l'albero della modernità e aveva persino litigato con alcuni ufficiali di famiglia aristocratica, i quali sicuramente lo disprezzavano in quanto terrone, non sospettando che anch'egli appartenesse al primo ceto, sia pure ai ranghi inferiori. Tornò, comunque, con l'idea di rivoluzionare il suo paesino introducendo una meraviglia tecnologica, un mulino con macchine moderne in grado di competere con quelli antichi della zona, ancora monopolizzata da quel che restava della nobiltà. Le ultime risorse furono investite in questa avventura e, quando tutto era pronto, al momento dell'inaugurazione, mani anonime si presero la responsabilità di non far funzionare nulla. Il vecchio ordine si era vendicato dell'intruso - almeno così racconta la tradizione di famiglia, per bocca di una delle sue nipoti, Bianca. È anche possibile che non avessero calcolato correttamente il flusso di cassa. Fatto sta che dovettero svendere tutto e assistere all'obbrobrio di un'altra famiglia importante del luogo che, preso il mulino, lo fece finalmente funzionare. Questo è ciò che dice la storia ufficiale, condensata in un libro pubblicato localmente che ripete, ovviamente, la versione dei vincitori, secondo cui «si ottiene più successo con uno sforzo persistente che con un grande entusiasmo iniziale». Era dunque meglio andarsene, dimenticare tutto - o conservarlo per dopo - e cercare fortuna altrove. In America, ovviamente, più precisamente in Argentina, dove un cugino, Carmine Di Tella, era già affermato come gioielliere e se la cavava bene. Torcuato Salvador Di Tella (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: T. S. Di Tella, Torcuato Di Tella. Industria y política, Tesis, Buenos Aires 1993.
- L'avvocato Ninetta (XXV)
Scena XIV Tutti in scena. Francesco – Signori miei, ch'è stato? Giacinto – È muglierema, Ciccio mio, che m'ha fatto uno d' 'e soje. Ninetta – È la famosa Baronessa che... Giacinto – Gesummì, jammoncenne. Gelsomina – (mette la mantella) Sì, sì, me ne vaco!... Ma 'a jurnata nun fernesca ccà... dimane nce vedimmo 'e facce noste. Giacinto – (mette lo chemise) Addio Ciccio, vedi il tuo amico a che è ridotto. Compiangimi... compiangimi... (via trascinato da Gelsomina) Francesco – Uh! povero Giacinto, ha passato chillo guajo. Matteo – Ma almeno si può sapere che cosa è stato? Pecché strillava tanto chella femmina? Ninetta – Quella donna ha preso gelosia del marito per me. (tutti ridono) Mentre poi... era io... Cesarino – (piano) Ninè, pe carità statte zitto! Ninetta – (piano) Ah! infame! A casa parlammo! Francesco – Mentre poi... e appresso? Ninetta – Niente... niente... è stata un'idea che s'è abbortita... Vogliamo stare allegri... vogliamo ridere... (con riso convulso. Si sente suonare un valzer). Ah! sì, anzi vogliamo ballare. Giulio – (a Cesarino) Mò spezzo io 'o fatto! Cavalieri, valzer en place! (tutti pigliano le dame e vanno a ballare) Ninetta – Sì, sì... ballammo... Ed il primo valzer lo farò con voi (a Francesco). Francesco – Vuje state c' 'a pazzia, seh! avite scelto chisto ballerino. Ninetta – No, Presidè... facimmo 'o valzer tutt'e duje. (lo piglia per forza e lo fa ballare) Francesco – Stateve ché ghiammo nterra! Tutti – Ah! ah! (ridono) Cala la tela Fine del secondo atto. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il destino di Grillo per me è segnato!
Ridono i renziani nell'assistere all'agonia del Movimento 5 Stelle, divertiti dalle coltellate inferte alle spalle di Giuseppe Conte ad opera di mani "amiche". Ridono, ma non tutto è chiaro agli occhi di tanti che sul suo corpo politico vanno maramaldeggiando. Molti di questi gridano "Grillo padrone" dalle colonne dei quotidiani degli Agnelli, il che già mette un buonumore mattutino. Il "ve lo avevamo detto" urlato poi da gran parte delle destre non è frutto di perspicacia politica quanto il piacere di vedere un partito che, a causa delle pulsioni cannibalesche del suo fondatore, rischia di inabissarsi aprendo scenari insperati, tipo quelli di dare ossigeno a Italia Viva, Calenda e la bocciofila di Capracotta. Ridono in tanti, ma ridono male, miopi della felicità di chi, caduto in un dirupo, vede l'altro cappottare. I figli di Grillo non paiono godere di buoni auspici. Pochi ragazzi sono divenuti di colpo invisi alla nazione intera come il rampollo del comico a seguito della sua sgangherata difesa fatta via web, in merito alle accuse di violenza sessuale. Il politico è sempre personale, e chissà che non sia stata la mancata solidarietà dei suoi a far scattare questa cupio dissolvi tesa a divorare Conte, statista refrattario ai ricatti e non digeribile dalle fauci di alcun padre padrone. Sì, perché Conte, vada come vada, esce da questa vicenda come il vero rottamatore degli arnesi arrugginiti da vecchia politica paleo-democristiana, allergico ai ricatti, per nulla incline ad essere inghiottito dal padre famelico tormentato dal pensiero che qualcuno gli succeda. Al tempo della più apparentemente folle, ma in realtà ben mirata, crisi di governo del dopoguerra, Conte non ha permesso che il ricatto agito da chi voleva estrometterlo toccasse anche per un solo centimetro la sua giacca blu, chiamandosi fuori mentre con un gesto della mano asciugava la saliva famelica di chi non voleva mancare al banchetto allestito con quei denari che lui riuscì ad ottenere dall'Europa. Oggi l'uomo che ha ridato all'Italia quella credibilità internazionale dissipata dai governi precedenti, che ha saputo riscuotere a testa alta un cospicuo assegno, che ha domato una pandemia costruendo un piano vaccinale che ora sta dando i suoi frutti, non si consegnerà come "fiero pasto" nelle fauci di un Ugolino che ha scelto di affossare il movimento da lui fondato. Movimento che, come tutto ciò che nasce dal basso, ha conosciuto storture, incongruenze, passi falsi, facendo salire sul carro presentabili ed impresentabili voltagabbana. Un movimento che, tuttavia, è riuscito nell'impresa di porre tra la destra oscurantista e godereccia e i residui di un Partito democratico sfasciato dal renzismo quello spaccato di società civile che di questa diarchia si era ormai stancato. Conte ha saputo risvegliare dal torpore elettorale tanti cittadini stomacati da un modo di fare politica che si era allontanato anni luce dalla terra, e lo ha pagato in prima persona acquisendo, che piaccia o meno, quel seguito popolare che Grillo ha perso, per sempre. Questo Movimento deve scegliere: o evolversi, o morire. Il padre dell'orda barbarica di cui parla Freud, il tiranno che tutto possedeva tenendo i figli sotto il suo tallone, viene da questi ucciso relegandolo a figura totemica, atto che pone le basi di una struttura sociale regolata da leggi tra pari. È questo il naturale percorso evolutivo di qualsiasi forma di aggregazione spontanea, fondata inizialmente sul carisma di un leader naturale che non voglia degenerare in setta: la successione al fondatore, l'adattamento a regole inizialmente ignorate, la fine dello stato di eccezione che prevede poteri straordinari accorpati nelle mani di pochi, in pratica la sostituzione del capriccio con la legge. Che Grillo lo voglia o meno, il suo destino in tal senso è segnato. La sua ira furente scagliata verso i suoi eredi è il segno di quanto il concetto di eredità trasmissibile manchi nella sua idea di partito politico. Idea che invece è ben presente in gran parte degli elettori del Movimento, i quali decreteranno senza indugio la morte in culla di un Movimento da lui capeggiato, o da un qualsiasi re travicello che non sia Giuseppe Conte. Conosco diversi parlamentari di questo partito, e ne comprendo le angosce, le titubanze. L'incertezza nell'esporsi, le paure di perdere il seggio. A costoro vorrei dire di passeggiare per le vie della città, e non restare fissi sui tweet del blog di Grillo. La gente, quella che vuole Conte a capo di questo movimento, è là fuori. Andate ad ascoltarla. È quella stessa gente che vi ha votato convintamente e vi seguirà con Conte, il quale ha l'onere di continuare portando sino in fondo quel parricidio utile all'avanzamento della dialettica democratica interna. Dunque, cari onorevoli eletti nelle file 5 Stelle, esponetevi! Non restate nell'ombra. Il vostro partito, defenestrato Conte, resterà un palazzo diroccato, abitato da fanatici continuatori di un verbo morto o, come dice Ghunter Anders, esecutori di ordini quando l'emanatore di quegli ordini è morto. Salvini, Meloni e Renzi saranno in prima fila nell'assistere a questo palazzo che implode e, sgretolandosi, scompare. Uscite fuori da lì. Maurizio Montanari Fonte: M. Montanari, Il destino di Grillo per me è segnato e ai deputati 5s dico: non restate nell'ombra!, in «Il Fatto Quotidiano», Roma, 2 luglio 2021.
- I borghi d'Italia: Capracotta
Capracotta in provincia di Isernia, comune di 833 abitanti, è un'importante località sciistica che fa parte della Comunità Montana dell'Alto Molise. Le origini del nome del borgo sono legate principalmente a una leggenda che racconta che alcuni zingari, avessero deciso di bruciare una capra come rito di fondazione, nel luogo esatto in cui avevano deciso di costruire la loro città. La capra fuggì sui monti, dove morì, e gli zingari decisero di fondare la loro città in quel punto. Una ricerca invece sostiene che Capracotta derivi dal latino castra cocta (accampamento militare), espressione legata probabilmente a un distaccamento romano che ebbe lì la sua sede di controllo della valle del Sangro. Le più antiche tracce della presenza umana nel territorio di Capracotta risalgono al periodo musteriano, ma il primo insediamento stabile è datato IX secolo a.C. Alcune campagne di scavo hanno portato alla luce un sito costituito da capanne circolari e edifici in marmo, risalenti al I sec. d.C., nei pressi di Fonte del Romito. Questo abitato si trasforma in un insediamento esteso e socialmente complesso nel giro di pochi secoli fino a quando, nel I sec. d.C., un violento incendio interrompe questo processo di crescita. Gli abitanti riescono a mettersi in salvo ma la caduta di Roma e l'arrivo dei popoli invasori non permettono alla comunità di risollevarsi. Dominata per secoli, prima dai Longobardi, poi dagli Aragonesi e in seguito dai Savoia, nel 1860 Capracotta viene annessa all'Italia unita. Con l'aumento delle tasse esplode il brigantaggio e l'agro capracottese è funestato dalle terribili bande di Cuzzitto, Ferrara e Tamburrini. L'altra faccia di questa condizione di diffusa povertà è la massiccia emigrazione verso il continente americano. Durante la II guerra mondiale il paese, escluse le chiese, l'edificio scolastico, l'asilo infantile e alcune case private, viene quasi interamente distrutto dalle truppe tedesche, in ritirata verso la Val di Sangro, con il fuoco e la dinamite. Negli anni '50 il borgo fu interamente ricostruito e, sopra il Monte Capraro, installato un impianto da sci. L'intero centro abitato è di per sé un'attrazione turistica di grande interesse, grazie all'eccezionale pulizia e all'ottima conservazione degli edifici, Capracotta è un vero e proprio piacere degli occhi, impreziosita poi dalla presenza di numerosi viali alberati, fontane e monumenti vari. Il piccolo centro storico si caratterizza per la Chiesa di Santa Maria Assunta, posta sul punto più alto dell'antico abitato (che la rende la parrocchiale più alta dell'Appennino) che domina due delle più suggestive strade di Capracotta, la via Carfagna e la via Roma, entrambe dotate di una bellissima pavimentazione mosaica. Per accedere alla chiesa bisogna seguire la breve scalinata che conduce al piccolo piazzale di fronte all'ingresso. Questo spiazzo è molto simile a un balconcino, da cui si gode di un bellissimo panorama sul centro storico di Capracotta e sui suoi immediati dintorni. La Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, a cui fa capo la comunità parrocchiale di Capracotta, fu eretta probabilmente agli albori del XV secolo, con dimensioni estremamente più ridotte rispetto a quelle dell'area attuale (oltre 700 mq.). Nel 1657 si decise di demolirla e di ricostruirla ex novo e i lavori di riedificazione durarono quasi 80 anni. La chiesa, appare come un mirabile esempio di tempio a tre navate in stile tardo-barocco. Al suo interno, oltre all'altare maggiore, sono presenti ben 10 altari, un tempo assegnati a confraternite e a privati. Fra gli elementi artistici e architettonici più preziosi che caratterizzano la Chiesa Madre di Capracotta sono da segnalare: l'antichissimo battistero in legno intarsiato, databile tra il XIV e il XV secolo, poggiato su una colonna in pietra scolpita e il monumentale organo decorato in oro zecchino, comunemente chiamato "Principalone", opera di Luca e Francesco D'Onofrio, fini mastri organari che lo realizzarono tra il 1750 e il 1780. Uscendo dal borgo, infine, merita essere ammirato il Palazzo Baronale, risalente al XVI secolo e ubicato fuori dalle antiche mura cittadine. La sua costruzione risale sicuramente al secolo XVI ad opera della signoria dei d'Ebulo e da quanto si legge dall'opera di Luigi Campanelli "Il territorio di Capracotta" (1931) è avanzata l'ipotesi che il Palazzo Baronale possa essere stato costruito nel 1568 dal barone dell'epoca Gianvincenzo d'Ebulo, succeduto al padre nel titolo feudale. Il palazzo fu realizzato fuori dalle mura cittadine dell'epoca in un periodo di grande espansione economica, demografica ed urbanistica di Capracotta: in quel secolo la cittadina esce fuori dagli augusti spazi della Terra Vecchia e si espande tutto intorno. Il palazzo nel corso dei secoli è stato più volte oggetto di rifacimenti e visse il suo splendore verso l'inizio del 1800, durante il cosiddetto decennio francese quando la duchessa di Capracotta arreda le stanze con mobili dorati, accoglie gli intellettuali locali, organizza spettacoli a favore della popolazione. Attualmente il palazzo è sede del municipio e ospita anche un piccolo museo della civiltà contadina e degli antichi mestieri: nelle varie sale sono stati raccolti gli attrezzi e gli strumenti della vita quotidiana di un popolo di montagna, che raccontano le vicissitudini di intere generazioni che hanno vissuto sacrifici immani dedicandosi a lavori che a malapena riuscivano a soddisfare le più elementari esigenze personali e familiari. Fuori dal paese, dirigendosi verso Monte Capraro, si incontra il Santuario della Madonna di Loreto esistente già dal 1622. Nel 1950 dopo i danni della guerra è stata ricostruita, seguendo lo stile neo romanico e neogotico. La chiesa ha una facciata neo romanica e l'interno è a navata unica semplice, che mostra ancora le reminiscenza barocche, soprattutto per l'altare in legno, con la statua della Madonna col Bambino. Questo santuario venne costruito dai pastori capracottesi per affidare le loro famiglie alla protezione della Madonna durante il periodo della loro assenza durante la transumanza. La festa della Madonna di Loreto è la festa più cara ai capracottesi, che in tale occasione, ritornano al paese da tutte le parti del mondo. Le celebrazioni, che per tradizione ignota hanno cadenza triennale, si svolgono nei giorni 7, 8 e 9 Settembre. Particolarmente suggestiva è la "sfilata dei cavalli", subentrati ai muli, che, riccamente decorati con coperte e panni sfarzosi ed addobbati di fronzoli di ogni genere, scortano il passaggio della statua venerata per le vie del paese. L'origine di questa celebrazione, è strettamente legata alla leggenda di un tronco d'albero, su cui si racconta si fosse miracolosamente impressa una immagine sacra, apparsa ad alcuni locali. Questo borgo ha avuto una forte vocazione turistica già a partire dalla fine dell'Ottocento: numerose famiglie dell'aristocrazia romana e soprattutto napoletana trascorrevano le vacanze invernali nei comodi e confortevoli alberghi cittadini. In una citazione di Alberto Sordi ne "Il conte Max", Capracotta è descritta come la «piccola Cortina d'Ampezzo degli Abruzzi». Capracotta (famosa anche per le abbondanti nevicate) è dotata di due impianti sciistici molto importanti, uno dedicato allo sci alpino, in località Monte Capraro, e un altro per lo sci di fondo che si trova invece in località Prato Gentile, ed è stato sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. Fuori dal paese si può visitare il Giardino della Flora Appenninica, orto botanico a quota 1.525 metri, nato negli anni '60 come progetto per la sperimentazione di piante officinali e ben presto diventato interessante attrazione turistica e, grazie al supporto della Regione Molise, uno dei più importanti centri per la tutela delle specie floreali protette. Nel 2016 è nato il Festival delle Erbe dell'Alto Molise: occasione per svolgere passeggiate in montagna e imparare a riconoscere le erbe spontanee e frequentare laboratori di cucina con le erbe e incontri tematici sul loro utilizzo nella vita quotidiana. Piatti tradizionali sono l'agnello alla menta e la zuppa di ortiche servita con crostini di pane e olio crudo. La "pezzata" è una tra i piatti più antichi. La ricetta risale al periodo in cui i pastori effettuavano la transumanza tra i monti dell'Alto Molise e il Tavoliere delle Puglie: quando un animale si feriva gravemente veniva ucciso e depezzato, da qui il nome della ricetta, e poi cucinato. La carne di pecora viene cotta in grandi paioli pieni d'acqua e, quando il grasso in eccesso viene a galla, si procede alla "schiumatura" per eliminarlo. Si aggiungono sale, patate e pomodori e si fa cuocere per almeno quattro ore. Prodotto tipico di Capracotta è il pecorino, con origini molto antiche, addirittura risalenti ai Sanniti. Marina D'Oria Fonte: https://www.facebook.com/, 18 febbraio 2021.
- La Madonna dei Miracoli di Casalbordino e i capracottesi
Sabato 11 giugno, per la prima volta, mi sono recato a Casalbordino (CH) per assistere alla processione della Madonna dei Miracoli presso l'omonima basilica. Si tratta di un pellegrinaggio religioso al quale i nostri nonni tenevano parecchio, figlio d'una devozione oggi notevolmente diminuita a causa dei tempi svogliati nei quali viviamo. I nostri vecchi, infatti, si recavano a Casalbordino a piedi, in un'avventura che terminava con un privilegio speciale, quello di portare in processione, sulle proprie spalle, la statua della Beata Vergine Maria. Della devozione per la Madonna dei Miracoli ho parlato tre anni fa in un articolo (qui) che tirava in ballo persino Gabriele d'Annunzio, ma oggi vorrei aggiungere qualche nota storica e qualche appunto personale. Il Santuario di S. Maria dei Miracoli, riedificato dal 1951 sull'antica cappella e consacrato undici anni dopo, sorge in località Miracoli, nelle campagne di Casalbordino, là dove l'11 giugno 1576 la Madonna era apparsa ad Alessandro Muzio, un contadino di Pollutri. La richiesta della Vergine era stata una soltanto: santificare la domenica, giacché i contadini di colà erano soliti lavorare la terra anche nel giorno riservato al Signore. Chi oggi si recasse nella cripta del santuario, dove sta il luogo esatto dell'apparizione, proverà un'emozione singolare, sentirà il peso di quella visione e avvertirà l'importanza del terzo comandamento. Oggi quel santuario è preso d'assalto da pellegrini d'ogni dove, da venditori di borse contraffatte, da giostrai, da paninari, da fonici che fanno il soundcheck in vista del concerto serale del cantante pop di turno. Tuttavia, nel caos che si viene a creare nello scontro tra sacro e profano, tra il Dio dello spirito e quello della materia, c'è tempo e spazio per tener fede a un'antica tradizione tutta capracottese: portare in processione la pesantissima statua in gesso della Madonna dei Miracoli. Questo privilegio, in principio riservato alle sole donne, scaturisce da un episodio avvenuto in un anno imprecisato, allorché, date le condizioni atmosferiche avverse, nessuno si fece avanti per portare in processione l'immagine della Madonna, se non quattro donne di Capracotta, alle quali una tempesta primaverile dovette sembrare un gioco da ragazzi. Da allora le donne di Capracotta - per estensione tutti i capracottesi - si fregiano del privilegio, ribadito da don Elio Venditti nell'ultimo statuto approvato di recente. Quest'anno eravamo circa 60 capracottesi a Casalbordino ed io per la prima volta, assieme a esponenti "storici" (Michele Sarchiapóne, Giampietro re Cuafóne, Carmine Ciaccióne, Lucio e Alfredo Scutefàzie ecc.), ho portato la statua della Madonna dei Miracoli che, confesso, è molto pesante e lascia graffi e lividure sulle spalle. La stanchezza è stata massima quando abbiamo innalzato la scultura, al rientro in basilica, nella navata centrale, dal portale all'altare maggiore e viceversa. Tuttavia è stata un'esperienza indimenticabile che certamente ripeterò negli anni a venire, sperando di coinvolgere quanti più concittadini. A un pellegrinaggio di questo tipo si partecipa infatti per i più disparati motivi ed ognuno di essi ha a che fare con la spiritualità, individuale o collettiva che sia. Francesco Mendozzi
- La merenda letteraria #4
A metà maggio si è tenuta la terza merenda letteraria dove, tra ferratelle, torte al cioccolato, crostate e una tazza fumante di tè, abbiamo parlato dell'imperatore Adriano, della maga Circe e del Circeo, dell'alto Medioevo, del cardinale Federigo Borromeo, dei Borboni, dell'Unità d'Italia e della Resistenza e, da lì, è partito come sempre un lungo e appassionato dibattito su Capracotta, la cosa che ci sta più a cuore. La nostra merenda letteraria, infatti, si sta affermando sempre più come un luogo d'incontro sociale - ancor prima che culturale - per il tessuto della nostra cittadina, totalmente abbandonato dalle istituzioni pubbliche. Il prossimo incontro, inizialmente fissato per domenica 11 giugno, giorno del tradizionale pellegrinaggio dei capracottesi a Casalbordino, è stato spostato a domenica 18 giugno. Sulla scorta del dibattito avvenuto durante l'ultimo incontro, inoltre, si è deciso di non proporre alcun argomento per la prossima merenda, così da ampliare ulteriormente la platea dei possibili partecipanti. Il titolo della quarta merenda letteraria sarà allora: Raccontaci un libro Siete tutti invitati a portare un libro che vi è piaciuto, che vi ha colpito, che considerate fondamentale per la formazione od anche piacevole alla lettura. Se vi riesce, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un’oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Stavolta sulla locandina compare una natura morta del 1985 del nostro Egidio Monaco, in cui compare, accanto al classico vaso di fiori, un bel libro dalla coperta blu. Francesco Mendozzi
- Neve e solidarietà
In queste ore le cronache - locali e nazionali - si occupano dell'Italia centrale raggiunta bufere di neve, con problemi di circolazione, paesi isolati, interruzione di elettricità e altri servizi. L'innevamento è particolarmente pesante in Abruzzo e in Molise. A Schiavi d'Abruzzo la coltre di neve ha raggiunto i due metri di altezza. In tempi non lontani queste situazioni si presentavano in modo decisamente più frequente e in termini ancora più drammatici di oggi. Si ricorda ancora spesso la grande nevicata del '56, tramandata ai giovani di oggi. Un'altra nevicata, ancor più pesante colpì l'Abruzzo nel durissimo inverno del 1954. Un documentato articolo apparso il 20 febbraio 1954 sul settimanale "Le Ore", titolato "L'Abruzzo assediato", riferiva del dramma vissuto dai paesi abruzzesi, con 150 comuni di montagna da quasi due mesi senza luce elettrica, isolati, con le popolazioni che sopravvivevano a stento al gelo e alla fame. Le alte muraglie di neve impedivano i soccorsi, mentre solo dal cielo era possibile lanciare saltuariamente cibo e farmaci. A Capracotta la neve raggiunse i sei metri. I tre inviati - Franco Manocchia, Dido Tiboni e Franco Bratta - che forse hanno potuto seguire la difficilissima situazione dell'Alto Vastese, unendosi ad un piccolo gruppo di soccorritori, di cui facevano parte due medici di Vasto, partiti a piedi verso le aree interne - colgono nel loro articolo sulla rivista milanese - che si definiva «settimanale fotografico d’informazione politica e letteraria» - un elemento comune presente nelle popolazioni locali: la solidarietà, evocata con accenti mitici. Tagliati fuori da ogni strada, assediata dai lupi, gli abitanti hanno trovato in se stessi la solidarietà per sopravvivere e resistere all'inferno bainco dal quale si sono trovati sommersi. Le immagini dei volontari soccorritori sono tratte dall'articolo citato. L'immagine del paese si riferisce a Capracotta (a 1.421 m. di altezza). A. Bini Fonte: https://www.facebook.com/, 7 gennaio 2017.
























