LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Riguardando le vecchie foto...
Era l'incontro di primavera "Aquile Pontine". Durante uno dei percorsi previsti passammo sulle strade per Capracotta andando verso Roccaraso. Il gruppetto di facinorosi dava il gas a manciate sul misto tortuoso della montagna, quando ci fermammo per aspettare quelli rimasti indietro la vidi. Nessun dubbio, era una calamita attaccata sotto lo scarico destro. Ma come ha fatto... Prima non c'era... Uno scherzo forse! Poi il ricordo di quel tlack! forte, secco, sentito pochi chilometri prima. Ecco cos'era stato! L'avevo "raccattata" per strada lungo il ciglio della strada tra l'asfalto e l'erba. Ma quanto abbiamo piegato, chiesi a Fabrizio... Mi guardò e sorrise, poi disse: – Solo un po' Vladimì, solo un po'. Vladimiro Corbari Fonte: https://www.facebook.com/, 25 marzo 2020.
- Nomi e cognomi
Comincio dai cognomi. Alcuni se la prendono con gli animali: Scornavacche, Mangiocavallo, Magnagatti, Mazzacani, Capracotta... non proprio da animalisti o vegetariani. Ci sono cognomi che lasciano dubbi soprattutto a chi è costretto a portarli. Immaginate un Mezzasalma giovane e robusto? O un Cantalamessa che decide di diventare ateo? O un Appicciafuoco che volesse fare il pompiere? Incontrando un Sanguedolce a chi non verrebbe di provare un assaggio? Ma peggio andrebbe per un Trombatore che dovesse scoprirsi impotente, o per un Salvato che dopo un incidente non trova chi lo aiuta... Per non dire di un atleta dal beneaugurante cognome Vittoria quando dovesse perdere una gara! Ci sono dei cognomi che provocano esiti esilaranti quando si accoppiano in caso di matrimonio: pensiamo ad una signorina Castrogiovanni che decidesse di sposare uno che si chiama Giovanni... eppure esiste una signora Giunta Domenica in Paradiso (Domenica è il nome, Paradiso è il cognome del coniuge che per tradizione si aggiunge a quello della moglie). Ci sono modi per risalire alle origini dei cognomi, per chi fosse curioso di sapere le ragioni di tanta stranezza (o perfidia). E c'è anche la possibilità prevista dalla legge di cambiare cognomi poco onorevoli o motivo di scherno: di questa possibilità ha opportunamente approfittato il signor Felice Mastronzo, che è riuscito a cambiare in Mastranzo. Ma quello che più meraviglia è la scelta dei nomi che invece vengono imposti ai figli inconsapevoli da genitori improvvidi quando non sadici. Chiamare un figlio Felice, Fortunato o Modesto vuol dire esporli al ridicolo quando poi il Felice va incontro a guai, il Fortunato dovesse risultare perdente, o il Modesto mostrarsi superbo. Certo, è una tentazione per un genitore della famiglia Magno chiamare il figlio Alessandro o Carlo, o per un Di Dio scegliere Angelo. Si trova in elenco Marco Polo (predestinato alle esplorazioni?), ma anche Bianco Natale, Gatto Silvestro, Cavallo Donato (a cui secondo un vostro proverbio neppure il dentista dovrebbe guardare in bocca!). Tempo fa chiamare i figli Benito o Adolfo o Nikita era segno di chiaro orientamento politico, adesso imporre il nome di Ash dei Pokemon o Morticia della famiglia Addams o Arya del Trono di Spade, espone gli sfortunati figli al bullismo dei compagni. E ci sono nomi che condannano chi li porta ad una forzata coerenza: Gaia non dovrebbe mai essere triste, Diletta non può mostrarsi antipatica, Pia andrà presto al catechismo, Penelope dovrà sempre essere fedele, Bianca non può permettersi una abbronzatura... Invece ho conosciuto una Chiara con carnagione e capelli scuri, e una Bruna biondissima. In entrambi i casi i genitori avevano scelto il nome prima della nascita, peggio per la bambina che non ha corrisposto! A volte penso se non sarebbe meglio che nomi e cognomi fossero sostituiti da codici, come nel nostro pianeta... L'Alieno Fonte: https://www.alienotranoi.com/, 16 febbraio 2020.
- Umberto Gastaldi: un prof che ha lasciato il segno nella mente e nel cuore degli alunni
Anziano professore di Filosofia, ricoverato a Vicenza, solo, viene cercato, ritrovato e curato dagli studenti. Il ministro della Istruzione Valditara offre il suo aiuto, ma lui replica: «Bastano i miei ragazzi. Ho imparato a mettermi da parte per il bene dei miei ragazzi. L'insegnamento è un rapporto d'amore e la mia classe mi ha trovato dopo quaranta anni». È arrivata all'apice delle istituzioni la vicenda del professore, rintracciato dai suoi ex alunni della Vª D del liceo scientifico "Gobetti" di Torino, preoccupati per le sue precarie condizioni. Nicoletta Bertorelli, oggi docente romana di Filosofia, ha allertato i vecchi compagni e ricostruito la rete dei social scovandoli a Torino, Roma, in Inghilterra e perfino negli Stati Uniti. Incancellabile il ricordo di quell'insegnante dai modi austeri ma dalle riflessioni profonde, capace di coinvolgere nell'amore per la filosofia. La prima esigenza espressa dal professore agli ex allievi è stata "donare" loro i libri della sua biblioteca personale e di ricuperare le lettere scritte in tanti anni di carriera scolastica. «Sapeva aprirsi ad una socievolezza tenera, – ricorda la ex alunna con grande affetto, – dai gesti inconfondibili». Il loro comportamento è semplicemente l'espressione di una scuola di vita e partecipazione dialogica delle attività. La vicenda dell'anziano professore è manifestazione di quella creatività che nasce sui banchi di scuola, ben strutturata e motivata, vissuta con tanta passione e tanto amore. Dopo 40 anni si ritrovano, si sentono vicini e decidono di incontrare il professore. La preoccupazione corre sul web e si diffonde in Italia, da nord a sud e si estende anche in Europa. Persino un ex allievo della Nasa chiede di onorare il professore e porgere i suoi saluti. «Adesso che lo abbiamo trovato non lo lasceremo più», chiosa una ex alunna. Una storia triste, ma con un lieto fine, in un panorama desolante in cui i docenti sembrano entrare in trincea, più che entrare in classe. La figura del professor Gastaldi e dei suoi ex allievi emanano una bella luce "luminosa", che squarcia le tenebre dell'egoismo e della chiusura e apre orizzonti di solidarietà, di rispetto e di riconoscenza. Anche il giornalista di Rai 3, Massimo Gramellini, nella trasmissione "Le Parole" ha dedicato uno spazio ampio al prof. Gastaldi. L'educazione è l'arte più appassionante dell'esistenza, l'esperienza più ricca e coinvolgente della vita, apre alla crescenza, alla conoscenza, al sapere e all'amore. Spinge alla fiducia e alla speranza che il seme gettato nei solchi della mente e del cuore presto o tardi germoglierà. «Nessuno educa nessuno, nemmeno se stesso, ci educhiamo insieme, nella comunione, attraverso la mediazione del mondo». È l'affermazione centrale della pedagogia di Paulo Freire, un noto educatore dei nostri tempi. L'educazione come "pratica di libertà" (titolo di un suo libro) comporta la negazione dell'uomo astratto, isolato, senza legami con gli altri e col mondo. Pensare se stessi e il mondo simultaneamente, senza separare il pensiero dall'azione. L'educazione diventa così uno sforzo permanente attraverso cui le persone percepiscono criticamente come sono in divenire nel mondo, con cui e in cui si trovano. Insegnare, dall'etimologia della parola, significa lasciare un segno, il segno decisivo che lascia è l'amore per l'alunno e il sapere. Educare-insegnare significa, secondo l'espressione di Romano Guardini, «iniziare la persona alla realtà tutta intera». La vita si accende solo con la luce, come la luce si accende solo con la luce. Chi educa suscita cammini di luce e di vita, ciascuno gioca la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. L'educazione raggiunge il suo scopo quando chi l'ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato. Educare non è clonare, ma accendere la vita con il dono della vita, suscitando cammini di libertà, di una esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità, che solo "rende veramente liberi". Le radici cristiane, per ogni educatore, non sono considerate come elemento decorativo o confessionale, ma come risultato di scelte libere, di studi e ricerche che connotano l'identità di una vera educazione, centrata sulla persona. Il radicalismo evangelico è qualitativo, ha una radice che lo genera, una direzione che indica e la qualità che lo sviluppa: Dio. Rende capaci di proclamare verità inossidabili, incoercibili, «murate all'interno della nostra natura»: il rispetto e la valorizzazione dell'altro, il rispetto della verità e della giustizia, il rispetto e l'amore del prossimo. «Dove abita Dio?» è stata ed è la domanda che tutti ci poniamo. «Dio abita dove lo si lascia entrare», fu la risposta di Martin Buber, pensatore esperto di relazioni umane. Il "modo" in cui questi ex alunni hanno cercato l'incontro è identificabile con il mezzo/media che è stato adottato. All'interno della cultura digitale, spicca in particolare la presenza delle più svariate dating apps, che ogni giorno appaiono sul mercato digitale e attirano quanti cercano il modo più efficace e rapido di incontrare altre persone e mettersi in rapporto con loro. Le dating apps sono tutt'altro che effimere e costituiscono un fenomeno sociale inarrestabile. Queste applicazioni sono diventate un nuovo modo per incontrare persone e interagire con loro. Oggi, afferma papa Francesco, la cultura digitale mette in evidenza l'importanza della relazione e della comunicazione sociale fatta con il cuore, per sintonizzarsi veramente con l’altro. Un cuore che con il suo palpito rivela la verità del nostro essere e che per questo va ascoltato. Questo porta chi ascolta a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, al punto da arrivare a sentire sul proprio cuore anche il palpito dell'altro. Allora avviene il miracolo dell'incontro. [Messaggio per la 57ª Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali] Per usare la terminologia proposta dallo psicologo Eric Berne, occorrono stimoli, gesti fisici per una comunicazione veramente umana, che il mondo digitale ritiene ancora valida, soprattutto nell'ambito delle dating apps. La logica promossa dalle dating apps può essere integrata da un classico della letteratura, "Il Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Il ricco dialogo tra il principe e la volpe contiene alcuni indizi in contrasto con i giochi sentimentali offerti dalla logica degli incontri che avvengono attraverso le dating apps. Ricordiamo un passo: – In principio tu siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Ogni giorno potrai sederti più vicino. Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenta la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono dei riti. – Che cosa è un rito? – disse il piccolo principe. – È quello che fa un giorno diverso dagli altri, un'ora dalle altre ore. Il racconto tematizza i riti affettivi evocati che preferiscono la gradualità all'immediatezza. La volpe rivendica il rito come condizione per un'autentica conoscenza reciproca e una relazione duratura, che continua a maturare attraverso il rispetto dei ritmi dettati dalla pazienza, in ossequio ai limiti del tempo e dello spazio. Possono aiutare a superare il meccanismo proposto dalle dating apps e ad alimentare relazioni vere e sane, evitando ogni segno di profanazione e promuovendo la costruzione dell'intimità. "Il Piccolo Principe" è una fiaba illuminante. Può aiutare a prendere coscienza delle relazioni fragili e allontana dalla logica mercantilistica degli affetti, per lasciarsi alle spalle l'epoca dei riti tristi e delle relazioni deboli. Si muovono secondo i parametri del desiderio, non dell'amore. L'amore si pone all'interno dell'antropologia cristiana e si sviluppa nell'esperienza che diventa scoperta dell'altro, cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione nell'ebbrezza della felicità. Cerca il bene dell'altro, diventa rinuncia e prontezza al sacrificio per l'altro, come donazione totale. Non è attimo fugace e non lo si può concepire in un contesto di incontri effimeri e limitati al piacere biologico. È una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianeità del nostro esistere. Non è rifiuto dell'eros, non è il suo avvenelamento, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza. [Benedetto XVI, "Deus caritas est"] Nella odierna società globalizzata e plurale le caratteristiche descritte diventano stabili e durature, solo se le dating apps diventano di fatto mezzi ideali per non comportarsi come nomadi affettivi e consumatori assuefatti ai giochi offerti che ricalca la logica consumistica. Possono essere permeati da un grande respiro umano e far vibrare l'animo assai sensibile di chi trasmette sentimenti vivi e profondi e fortemente umani. Fa emergere un naturale ottimismo tipico di chi ha lavorato tra i giovani e in mezzo ai loro problemi, ai loro sogni, alle loro speranze. L'impegno di amore e di cultura per la loro formazione viene ricambiato con la riconoscenza e la stima. I sentimenti di un vecchio "saggio professore", le sue profonde meditazioni e le sue efficaci pennellate piene di vita e di grande amore non svaniscono e sfumano nel tempo. L'educazione è sempre un processo di didattica attenta e di comunione. Non può essere offerta da altri come un semplice regalo, né può essere realizzata da solitari come i gas nobili dell'aria. Questo processo di reciprocità e di comunione diventa impegno quotidiano e fatica da vivere e realizzare nel logorante ma gioioso compito educativo. Accoglienza e condivisione di un percorso e la reciprocità del rapporto insegnante-alunno sono aspetti essenziali. Non si può educare se non si entra in un rapporto diretto, in una relazione personale, profonda, corretta, duratura. Chi insegna impara e chi impara insegna: l'allievo lascia sempre qualcosa di sé all'insegnante. La relazione non è mai a senso unico, ha sempre un alone di reciprocità, nella viva percezione dell’importanza della libertà, nel sommo rispetto di chi è educato, nella rinunzia ad ogni tipo di manipolazione. In un passo del Vangelo di Giovanni (Gv. 6,60) si riporta la cronaca di un insuccesso di Gesù, proprio nella sua terra, tra i suoi discepoli. «Molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui». Motivano l'abbandono: «questa parola (= insegnamento) è dura». Dura non perché indichi una parete vertiginosa da scalare, ma perché invita a pensare in grande, a volare alto, a scendere in profondo, a capovolgere l'immagine di un Dio facile. La svolta del racconto avviene attorno alla domanda: forse volete andarvene anche voi? Gesù non suggerisce risposte, non impartisce ordini o lezioni, ma porta a guardarsi dentro, a cercare la verità del cuore. «Cosa vuoi veramente? Quale è il desiderio che ti muove?» Sono le domande del cuore, le sole che penetrano e guariscono davvero. Appello alla libertà ultima di ogni discepolo: siete liberi, andate o restate, è il momento di decidersi. Meravigliosa la risposta di Pietro che contiene l'essenza gioiosa della fede: «Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». Attorno a te ricomincia la vita, tu tocchi il cuore e lo fai ripartire, con la delicatezza potente della tua parola, con la forza trascinante della tua presenza. È povera cosa, un soffio, una vibrazione nell'aria, una goccia d'inchiostro, che puoi ascoltare o rifiutare, fare tua o relegare nel repertorio delle follie. Tu hai parole, qualcosa che non schiaccia e non impone, ma si propone e lascia libero. Se l’accogli spalanca sepolcri, accende il cuore, insegna respiri, apre strade, offre carezze, incendia le menti, mette in moto la vita. [E. Ronchi] Le "parole" di un insegnante saggio e serio danno vita al cuore, allargano, dilatano, purificano e ne sciolgono la durezza. Danno vita alla mente, perché la vita vive di verità altrimenti si ammala, vive di libertà altrimenti patisce. Danno vita allo spirito, perché custodiscono il nostro cromosoma divino. Danno vita anche al corpo, agli occhi, alle mani, all’andare e al venire. Al dono a all'abbraccio. Costruiscono relazioni profonde che scavano l'animo e lo rinnovano, nel rispetto, nella riconoscenza, nella cura e nella memoria. La vicenda del professore di Filosofia Umberto Gastaldi può far riconoscere nei momenti e nei rari intervalli luminosi della vita che «educare è bello». Osman Antonio Di Lorenzo
- Capracotta - Le strade dell'acqua
Come ogni montagna che si rispetti, Capracotta ha un territorio splendido, ricco di acque sorgive. Questo territorio, che ha visto il crollo della presenza di contadini ed allevatori - coloro che più di tutti contribuivano alla sua salvaguardia - è tuttora ben conservato grazie all'opera indefessa di tutti quei volontari, non più giovanissimi, che ogni giorno in ogni stagione di ogni anno coccolano il territorio capracottese. Sono tanti - ma non tantissimi - quelli che dovremmo ringraziare: Lucio Carnevale, Pasqualino Carnevale, Aldo Casciero, Carmine Ciolfi, Angelo Conti, Sebastiano Conti, Ennio Di Nucci, Pasqualino Di Vito, Giovanni Fiadino, Michele Monaco, Erberto Paglione, Pasquale Paglione, Pasqualino Potena, giusto per fare qualche nome. Camminatori infaticabili che ben conoscono il nostro territorio e che, spesso di tasca propria, aiutano a migliorare i sentieri, le mulattiere e i fontanili. Grazie alla passione di queste persone e grazie al lavoro di ricerca portato avanti da Filippo Di Tella, anche io mi sono interessato, sempre più, alla sentieristica e alle sorgenti, a cui aggiungo un gusto innato per l'esplorazione. Sentieri e sorgenti, infatti, a mio avviso dovrebbero sempre andare di pari passo, perché i camminatori hanno bisogno di acque presso cui sostare e rinfrancarsi. Sempre a mio modesto parere, quindi, sarebbe interessante creare una nuova rete di sentieri basata principalmente sulle fonti. E allora, per prima cosa, ho tracciato le 96 fonti presenti sul territorio di Capracotta (pallini rossi), a cui ho aggiunto quelle convicine. Ho poi proceduto all'ibridazione della mappa appena creata con diverse piante topografiche conservate presso l'Archivio di Stato di Campobasso che sono una fedele fotografia della situazione di Macchia, Guastra, Cannavina, Monteforte, Ospedaletto e Prato Gentile nel Sette-Ottocento. Il risultato finale è una mappa delle fonti di Capracotta comprensiva di 11 fonti di cui si è persa posizione e memoria (pallini bianchi). Tuttavia, grazie alle ortofoto del Geoportale Nazionale, a Google Earth e, soprattutto, alle esplorazioni in loco, è giunto il momento di dar vita a: CAPRACOTTA - LE STRADE DELL'ACQUA Si tratta di 20 percorsi, tutti piuttosto lunghi ed impegnativi, che ho messo su carta ma che giocoforza necessitano di essere testati. Questi percorsi partono da una fonte posizionata su strada (quindi raggiungibile in automobile) e, seguendo una logica storico-territoriale, ne toccano tante altre, cosicché ad ogni fonte ci si possa riposare, raccontare storie ed aneddoti, e ovviamente fare una corposa colazione. È un lavoro titanico ma la mia idea è quella di partire ogni domenica mattina, armi in spalla (si fa per dire: intendo con qualche attrezzo utile!), verso una fonte e riportarla all'antico splendore. Con l'occasione, ovviamente, potremo mangiarci un panino con la frittata e goderci l'acqua freschissima di quella specifica fonte. L'obiettivo è capire se il progetto delle "strade dell'acqua" è fattibile o meno e, in caso negativo, avremo perlomeno portato a nuova vita un pezzo di storia agropastorale di Capracotta. Percorso 1 - STRADA della TERRA Fonte delle Carceri Fonti del Cimitero Fontana dell'Emigrante Fonte Giù Fonte della Madonnina Fonte del Mercato Fonte della Piazzetta (o di Don Cesare) Fontana di S. Giovanni Fonte di S. Rocco Fontana della Torre Fontana della Villa Percorso 2 - STRADA della GUARDATA Fonte Brecciaia Fonte Comunicio Fonte delle Croci Fonte del Cutruglio Fontana delle Farfalle Fonte del Giardino della Flora Appenninica Fonte di Ponte di Ferro Pilone Nuovo Pilone Vecchio Lago della Vecchia Percorso 3 - STRADA delle CESE Fonte del Ceppo Fonte Chiara Fonte Fredda Fonte del Procoio (nuova) Fonte del Procoio (vecchia) Fonte di S. Lucia Percorso 4 - STRADA del VERRINO Fonte dei Cimenti Fonte di Lucietta Fonte di S. Croce (nuova) Fonte di S. Croce (vecchia) Fonte dello Staffaro Fonte Trione Fonte di Zio Berardino Percorso 5 - STRADA della DIFESA Fonte d'Antuono Fonte Gelata Fonte del Mulo (o Ammone) Fonte di Paschitto Fonte del Sorice Fonte di Zio Bartolomeo Percorso 6 - STRADA della ZOLFANARA Acqua Zolfa Fonte Campanelli Fonte di Don Giacinto Fonte dei Sozzi Percorso 7 - STRADA delle INCOTTE Fonte del Capriolo Fonte Nascosta Fonte di Pietra Ferrata Fonte del Pisciariello Fonte Sambuco Percorso 8 - STRADA dei MONTETTI Fonte Carovilli Fonte del Macariello Fonte Matassa Neta Fonte di Prato Gentile Percorso 9 - STRADA della CANNAVINA Acqua di S. Giovanni Fonte Cannavina Fonte dei Castrati Fonte del Cerro Fonte di Dentro Fonte della Gallina Fonte Murata Percorso 10 - STRADA del CAMPO Fonte d'Argenzio Fonte del Forno Fonte la Gravara Fonte del Meluccio (o di Calzettone) Fonte dei Pezzenti Pescara Pozzo De Cagno Percorso 11 - STRADA di GUASTRA Fonte delle Cupelle Fonte Guastra Fonte di Jennaruccio Fonte della Lama Fonte del Lupo Fonte Mastrostefano Fonte di Nigghione Fonte della Valle Cona Fonte di Zio Domenico Percorso 12 - STRADA di VALLESORDA Fonte del Bacile Fonte di Colamatta (o Caccia e Mitt') Fonte Malcorpo Fonte della Netta Fonte della Spogna Lago di Mingaccio Lago di Vallesorda Percorso 13 - STRADA degli IACCIOTTI Fonticelle Fonte di Davione Fonte la Vorraina Fonte di Zio Berardino Percorso 14 - STRADA del CAPRARO Fonte di Carminantonio Fonte di Don Salvatore Fonte Galante Fonte Nascosta Fonte dell'Orso Fonte di Pescobertino Fonte di Sotto il Monte Fonte della Staccia Lago di Pescobertino Percorso 15 - STRADA di S. NICOLA Fonte di Colle Bell'Abete Fonte dello Jaccio del Bove Fonte del Pisciariello Fonte Scannese Fonte del Trocco di Lemme Percorso 16 - STRADA della MACCHIA Fonte del Duca Fonte dell'Eremita Fonte Guagnarda Fonte di S. Maria Fonte del Tremolizzo Fonte della Veticara Percorso 17- STRADA di PADULI Fonte del Galluccio Fonte di Pietra Campanile Fonte di Pietra Pomponio Fonte della Pignatara Lago Spadone Percorso 18 - STRADA di MONTEFORTE Acquanera Fonte del Cavallo Fonti di Monteforte Fonte la Morgia Fonte dei Prati Fonte della Terravecchia Percorso 19 - STRADA dell'OSPEDALETTO Capo d'Acqua Fonte del Bosco Pidocchioso Fonte Ospedaletto Fonte del Padulone Fonte della Parchesana Fonte di S. Simmaco Fonte Vecchia Percorso 20 - STRADA di S. MARIA Acqua Lucina Capo Verrino Fonte di Monte Fiorito Fonte delle Moree Francesco Mendozzi
- La merenda letteraria #1
Leggere libri è un'attività che, in Italia, di anno in anno, sembra si vada estinguendo. Tuttavia c'è uno zoccolo duro di lettori che non si lascia ingannare dalle statistiche e che non abbandona la carta stampata, un'esigua ma rispettabile percentuale di italiani che ama la lettura, che adora acquistare e sfogliare libri, e che trova questa un'attività indispensabile per la propria esistenza, una ragione di vita. Assieme ad altre persone si è allora deciso di promuovere una nuova iniziativa culturale, in barba al deserto culturale nel quale viviamo. Grazie all'avv. Vincenzo Giuliano, che ci ha concesso l'utilizzo dei locali dell'onorabile Società di Mutuo soccorso dei Pastori e degli Artigiani, daremo il via ad un particolare ciclo di incontri: La merenda letteraria Ci riuniremo ogni tre settimane e, di volta in volta, approfondiremo un grande argomento scelto in precedenza, leggendo e commentando brani dei libri che ognuno porterà all'incontro. Al contempo, per far sì che non sia soltanto un noioso ritrovo di lettori, ci gusteremo anche una buona merenda con dolci fatti in casa, infusi, tisane e quant'altro. Il primo incontro è fissato per domenica 2 aprile, alle ore 17:30, presso i confortevoli locali della Società Pastori ed Artigiani di via S. Maria delle Grazie 6. E l'argomento proposto per questo primo appuntamento è il seguente: Il mondo negli occhi delle donne Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva il mondo con la sensibilità tipica dell'universo femminile: il tema è talmente aperto che potete portare qualsivoglia variazione e proporre qualsiasi divagazione. Ah, se potete, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Per la prima locandina de "La merenda letteraria" ho scelto una tela di Bianca Santilli realizzata nel 1965, "Donne capracottesi", che a suo modo racconta una concezione tradizionale ma legittima del mondo femminile. P.S. bis: Non è obbligatorio ma, visto che utilizzeremo i locali di una onorabilissima Società di mutuo soccorso fondata nel 1874, sarebbe bello se ci tesserassimo, riaffermando così lo spirito comunitario con la quale è nata. L'iscrizione costa 15 € per gli uomini e 10 € per le donne. Ma, ripeto, non è obbligatoria. Francesco Mendozzi
- Chiesa madre
A guardia delle poche case intatte salve sullo sfacelo immobili stanno alteri come sentinelle i monti da sempre ad incorporare sole e tormenta monumenti alla fierezza della gente amica. La Chiesa madre delle altre maestosamente in piedi si è fatta focolare ai figli profughi che sulle are sacre impastavano tra l'estasi immobili dei santi come al Camposanto nel silenzio amico delle tombe di famiglia. La gente che salì fino a te dalla sua guerra - la guerra che ti sfiorò con l'agre fumo di quel rogo - e che accogliesti come Madre sui maestosi portali del tuo asilo ti saluta grata e se ne va dolente come figli che irresistibile una forza strappa dalle ginocchia materne. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, L'arcobaleno (versi per Capracotta), Tip. Litterio, Agnone 1993.
- Guardando al futuro: Mario De Renzis
Durante il fascismo e negli anni Cinquanta, Sessanta e per i primi anni Settanta, con i giornali controllati, la cronaca nera non si era più fatta. Di conseguenza, a tanti crimini efferati non si era più data voce e se la notizia non si dava a mezzo stampa non c'era altro modo per darla. Questo ha fatto la fortuna della cronaca e del cronista, quella figura che oggi non esiste più. Non si può essere un cronista senza conoscere un obitorio o un posto di polizia, là dove le notizie puoi prenderle realmente. Tre poliziotti e un funzionario, secondo me, hanno avvicinato la gente alla polizia: Franco Evangelisti, soprannominato "Serpico", ucciso davanti al "Giulio Cesare" da un gruppo di Nar intenzionati a levargli le armi. Lo conoscevano tutti come il poliziotto di quartiere, la figura che quarant'anni dopo ci siamo "inventati" nuovamente. Era uno che aveva uno spiccato senso dello Stato, era un forte comunicativo e credeva profondamente nel suo lavoro. Mi ricordo che in occasione di una colluttazione con due delinquenti, questi lo buttarono dal primo piano di un palazzo; non si fece poi tanto male, ma gli misero un busto. Qualche tempo dopo, appena aveva ricominciato a camminare, incappò in una rapina e arrestò il rapinatore con tutto che portava ancora il busto e aveva difficoltà a muoversi. C'era poi Giovanni Maimone, famoso per il suo cane Dox con il quale assistette praticamente a tutti i fatti di cronaca degli anni Cinquanta e Sessanta e che non faceva assolutamente pensare che fosse un poliziotto. L'abitudine, infatti, era vedere la camionetta della Celere, non un signore che camminava con giacca e cappello come un qualsiasi padre di famiglia. E non possiamo dimenticare il maresciallo Spatafora, il più forte autista della Polizia di Stato. Poi abbiamo un funzionario che aveva capito che il mondo era cambiato, che circolava tanta droga e troppi ragazzi ne facevano uso. Lui, che l'aveva visto con i suoi occhi girando per i tanti commissariati della Capitale, si inventò le "mamme coraggio": una casella postale nella quale potevi lasciare quel che volevi, anche la confidenza su un figlio drogato o la descrizione dello spacciatore. Gianni Carnevale, un funzionario bello, simpatico, affabile che infondeva sicurezza alle persone che gli si avvicinavano per una denuncia, per un'informazione. Perché non era il vecchio, classico funzionario, ma un ragazzo moderno, pronto a mettersi al servizio del cittadino. Uscivamo dal dopoguerra, la gente guardava la polizia con la costante paura di essere arrestata e questi personaggi umani, capaci di vivere la vita quotidiana e stare vicino alle persone per aiutarle e impedire che qualcuno potesse fargli del male, anticiparono quello che pochi anni fa il capo della polizia De Gennaro coniò come slogan per la Polizia di Stato: «Vicini alla gente». Questa è stata la grande trasformazione che tali personaggi hanno contribuito a portare nella polizia, in un momento difficilissimo in cui c'era di tutto: grandi manifestazioni di centinata di migliaia di persone, lotte per la terra e per la casa, lotte per il lavoro. Il rapporto tra giornalisti, fotografi e polizia è cambiato con l'arrivo del terrorismo. Se prima un funzionario poteva far salire sulla macchina un giornalista o un fotografo oppure lo poteva far avvicinare a un'operazione senza complicazioni, adesso il terrorismo aveva portato sfiducia. Gli anni di piombo hanno inciso negativamente sui rapporti con la stampa, ma perché era nato qualcosa di talmente forte e cruento che rendeva difficile fidarsi di chiunque. Come facevi a fidarti di qualcuno se non potevi sapere mai qual era il nemico?! Allora tutti cominciarono a chiudersi e questa chiusura ebbe un’influenza negativa sui bei rapporti che prima esistevano. Accanto al terrorismo poi arrivò anche la privacy a chiudere ancora di più la possibilità di raccogliere e divulgare informazioni, a distanziare ulteriormente le posizioni degli organi di stampa e delle forze dell'ordine. Una volta se c'era un morto in macchina il funzionario o il poliziotto ti faceva avvicinare a fotografarlo, oggi lo deve prima coprire. Rimane però che la polizia ha fatto un salto di qualità migliorandosi man mano, proprio perché ha avuto dei grandi personaggi nati dalla strada. Di questo De Gennaro ne è un esempio classico, un poliziotto, uno sbirro vero, capace di dare la svolta modernizzatrice alla polizia. Gli altri, come Santillo, Macera o Improta, un grande mediatore di questioni politiche che ha avuto direttamente a che fare con i terroristi, sono stati grandi, ma nella loro sfera. Tagliente è stato tutto: ufficiale della caserma "Maurizio Giglio" che girava ventiquattr'ore su ventiquattro, dirigente di turno sulle volanti, poi funzionario di turno in sala operativa, a seguire funzionario dell'ufficio di gabinetto, poi dirigente del C.O.T., presente su tutti gli avvenimenti che si sono verificati in quegli anni e sempre pronto a spendersi a favore di qualsiasi giornalista, ed ancora capo di gabinetto e dal mese di agosto 2010 questore di Roma. Sentendo sempre la necessità di avvicinarsi alla gente e di valorizzare i suoi uomini. Per chiunque altro, oggi, sarebbe difficile se non impossibile fare la stessa carriera, perché non ci sono più le premesse: è cambiato il sistema di lavoro, e poi è cambiato quello che prima si poteva fare senza incappare nella Magistratura- Ma tra le persone che stimo c'è anche Gianni Letta. Persona con un fiuto tremendo e capace di decidere in tempi brevissimi, è uno di quei personaggi usciti fuori dal libro "Cuore". Pur avendo avuto una carriera luminosissima, è sempre stato capace di mantenere un rapporto familiare con i suoi amici e con le persone che hanno lavorato con lui. È una persona sulla quale chiunque apparteneva alla diaspora de Il Tempo ancora oggi sa di poter contare. Perché è sempre pronto ad aiutare e a spendersi. Il Tempo era il suo Tempo. Si diceva il nostro giornale, lo sentivamo un'appartenenza, una qualificazione. E questo perché il direttore Letta fu capace di farci sentire parte di questa grande famiglia. Non avevamo bisogno di sentirci della Roma o della Lazio, ci bastava sentirci de Il Tempo. Aveva un fiuto tremendo e decideva in tempi brevissimi. In quegli anni ho vissuto e raccontato tanti episodi pesanti e mesti, ma il peggiore credo sia stato quello che poi ha in parte cambiato il corso della storia italiana. Ero un ragazzo, una mattina mi trovavo all'università e con un gruppo di poliziotti decidemmo di andare al bar. All'improvviso ci ritrovammo avvolti in una nuvola di fumo nero. Fumo di bombe carta. Si sentiva sparare, non si capiva esattamente cosa fosse e non si vedeva oltre un palmo di naso. Poi la giornalista inglese accanto a me cadde. Cercai di darle una mano e mentre mi chinavo su di lei, i due poliziotti al mio fianco si accasciarono a terra. Uno gravemente ferito, l'altro, Passamonti, morto. Avevo davanti uno spettacolo orripilante, non solo di paura ma di terrore. La Celere che stava a pochi metri si avvicinò per raccogliere il poliziotto ferito, mentre io guardavo questi corpi riversi a terra e non riuscivo a spiegarmi il perché di una violenza così assurda di questi gruppi dell'estrema Sinistra. Mario De Renzis Fonte: M. Di Nardo, Doppiavela 21, 113 pronto! Un viaggio tra storia e immagini, Angeli, Milano 2012.
- Risorse umane: don Carmine Sciullo
Dopo i primi due anni l'opera di Vietri fu affidata per due mandati alla direzione di don Carmine Sciullo, che si presentò con questa lettera: Benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, illustrissimi Genitori, sono qui da alcuni giorni e godo nel constatare tanto bene fatto a favore della gioventù della ridente Vietri in appena due anni di vita oratoriana. Ne sia ringraziato il Signore. Le speranze sono ancora molte per l’avvenire ed ho ferma fiducia che si arriverà alla meta desiderata e proprio con l’appoggio Vostro di Cooperatori, Cooperatrici e di Genitori amanti del bene dei propri figlioli ed in genere della gioventù vietrese. Mentre quindi ringrazio tutti quelli che hanno in qualsiasi maniera cooperato con il Signor Direttore d. Luigi Violante e con gli altri Salesiani, prego tutti, approfittando del mio primo saluto riconoscente, non solo a continuare ma a moltiplicare questa benevolenza ed assistenza verso il nostro e Vostro Oratorio. I Vostri e nostri giovani, bisognosi, specie in questi tempi di vigilanza assidua e cure particolari, devono trovare nell'Oratorio, ingrandito e bene attrezzato, il loro ambiente sereno onde formarsi, ad imitazione dell'angelico Beato Domenico Savio, «un carattere ed un’ossatura morale ben salda» e diventare così, come recentemente ha detto il Papa «giovani di integra fede, pronti a rinunciare alla mediocrità, ad uscire dall'equivoco, se mai vi fossero caduti; giovani che vogliono la vita divina, e la vogliono abbondantemente: giovani che, studiando o lavorando, parlando, pregando e soffrendo, abbiano in cuore - come fiamma che li brucia - l'amore appassionato per Gesù, l'amore per le anime». Questo è lo scopo per cui la prima Cooperatrice Salesiana di Vietri, la benemerita Duchessa da Voi tutti conosciuta e stimata, ha messo a disposizione la Sua Villa Carosino. E noi Salesiani siamo qui venuti per accogliere i Vostri figli, o Genitori, e guidarli nel nome di Don Bosco Santo e con il sostegno fattivo dei Cooperatori zelanti e delle benemerite Cooperatrici. Avanti quindi, con sempre maggiore dedizione e rinnovato entusiasmo, perché l'opera è santa. Su questi nostri rinnovati propositi di bene, all'inizio del nuovo anno oratoriano, che è pure anno mariano, invochiamo propiziatrice la benedizione della potente nostra Ausiliatrice. Nuovamente ringrazio, ossequiando tutti di famiglia. Obbligatissimo, sac. Carmine Sciullo - Direttore. Gli anni della direzione di don Sciullo furono determinanti per la "creazione" della casa, sia dal punto di vista strutturale, affiancando nell'impegno don Villani, sia per la creazione della comunità salesiana e la conoscenza della stessa nell'ambiente. Don Carmine Sciullo è nato a Capracotta (Isernia) il 20 novembre 1915. Durante il secondo conflitto mondiale, subito dopo lo sbarco, in cui Capracotta fu distrutta dall'esercito tedesco in ritirata, operò quale volontario nella Resistenza. Da giovane sacerdote si mise a disposizione della chiesa locale per sopperire alle necessità del clero; preziosa fu la sua opera nell'assistenza spirituale alla popolazione sia in loco che in diaspora e di collegamento tra le famiglie che erano rimaste divise. Per questo nel dicembre del 1943 ottenne dal Town Major di Capracotta il permesso di circolazione per la campagna e nelle ore di coprifuoco. Dal 1954 al 1959 esercitò a Vietri l'incarico di Direttore dell'Oratorio, e per il 1955-56 quello di vicario economo nella parrocchia di San Giovanni. Per l'azione di salvataggio ed assistenza alla popolazione durante i giorni dell'alluvione dell'ottobre 1954 gli fu conferita dal Presidente della Repubblica la medaglia d'argento al valore civile. In occasione del 30° anniversario del doloroso evento, il Comune di Vietri gli assegnò una medaglia d'oro con pergamena. In età matura, sessantenne, coronò anche il vecchio sogno di svolgere la sua attività pastorale da missionario nel nord dell'Argentina (Formosa), ove si trattenne per 15 anni, e costruì per riconoscenza anche una cappella mariana. La sua biografia e le sue opere sono raccolte in un locale "museo". Attualmente vive nella comunità salesiana di Caserta, ove continua, compatibilmente con l'età e con la salute, a collaborare nelle celebrazioni e nella pastorale. In occasione delle celebrazioni dei 60 anni dell'opera salesiana a Vietri, il 27 maggio 2012, nonostante l'avanzata età, è voluto essere presente per inaugurare, alla presenza del Sindaco e della comunità festosamente raccolta, la Mostra documentaria rievocativa della storia dell'Oratorio salesiano. Il 13 agosto di questo stesso anno, il Consiglio comunale di Vietri sul mare, con deliberazione n. 39, gli ha conferito la cittadinanza onoraria; la cerimonia pubblica ha avuto luogo il 13 ottobre nell'aula consiliare. A Vietri don Sciullo era tornato, calorosamente accolto dalla comunità e in particolare dagli ex allievi, già nel gennaio 2001 per il 25° di messa di don Gennaro Tesauro, ed, in precedenza, il primo maggio 1997, quando si trattenne anche in una fraterna colazione. Affiancarono don Sciullo don Antonio Morelli di Minturno (Latina), con compiti di aiutante; don Saba Troise di Portici, con l'incarico di confessore e aiutante; e don Marino Cecconi di Sonnino (Latina), con l'incarico di confessore e aiutante, che fu collaboratore anche dei successivi direttori don Villani e don Valastro. Nell'anno scolastico 1961-62 ebbe un incarico di insegnante di religione al Trani di Salerno. Don Cecconi lo possiamo definire il classico salesiano da cortile, nel senso che si prestava prevalentemente quale assistente nel campo, nelle sale, oltre agli impegni pastorali e sacerdotali. Era diventato popolare per la sua capacità di avvicinare anche i "lontani", con i quali non mancava di cimentarsi anche in discussioni politiche. I ragazzi non vietresi che frequentavano l'oratorio in modo occasionale collegavano l'opera direttamente alla sua persona. Assieme a don Villani, quale economo, operò pure don Alessandro Pentecoste di Marcianise (Caserta); in precedenza, ancorché residente nella casa di don Marino Cecconi Salerno, collaborava quale confessore. A don Villani, che pressato dagli impegni finanziari per coprire le esposizioni dovute ai lavori dell'opera, chiedeva più collaborazione per l'assistenza e la pastorale, successe nella carica di direttore don Antonino Valastro, Delegato Ispettoriale di Pastorale Giovanile, proveniente dalla direzione di Torre Annunziata. A Vietri era anche delegato locale per i cooperatori ed ex allievi. Se si eccettua don Rocca (motociclista), a Vietri fu il primo salesiano motorizzato: nel 1964 riuscì a far acquistare per la casa una Fiat 750, che guidava personalmente. Aniello Tesauro Fonte: A. Tesauro, A 60 anni con don Bosco a servizio dei giovani di Vietri, Tip. Lita, Vietri sul Mare 2012.
- Hai voluto il welfare sostenibile? Adesso pedala
L'estate è tempo di riflessioni. Vale pure per il welfare aziendale che sta affrontando quella che abbiamo già definito come una "fase di transizione", alla costante ricerca di risposte puntuali alle questioni che l’emergenza sanitaria ha (ri)aperto. È stato spiegato più volte che la pandemia ha stimolato una rinnovata esigenza di wellbeing da parte delle persone: non si tratta più solo di dare soddisfazione a limitate necessità, bensì di rispondere a richieste complesse, seppur legate agli aspetti più basici (in particolare il riferimento è al macrotema della salute). Per qualche esperto è quindi arrivato il tramonto delle offerte di welfare concentrate esclusivamente nella fornitura di beni-servizi e si è aperta la stagione della consulenza per il welfare. D'altra parte, è qui che il mercato smette di essere ristretto e si apre in modo inesplorato offrendo innovative occasioni ai diversi soggetti coinvolti, non più costretti a confrontarsi, per esempio, esclusivamente sulle logiche di prezzo. Proprio perché il periodo estivo lo consente, mi sono proiettato a mia volta su qualche riflessione legata proprio alla logica del servizio e della consulenza. Ho avuto la fortuna (e il piacere) di trascorrere una settimana sulle montagne del Molise, in un paese a circa 1.400 metri d'altitudine che qualche tempo fa Alberto Sordi, nel film "Il conte Max", definì con una battuta la "Cortina in miniatura". Per la verità Capracotta è oggi una rinomata località turistica, nota soprattutto per l'estesa pista di sci di fondo che ospita gare nazionali e internazionali. Il nome ne tradisce l'attività principale che, ovviamente, si è nettamente ridimensionata nel corso della storia del paese (le cui origini risalgono all'XI secolo): oggi di capre (e pecore) se ne vedono davvero poche e resistono solo per l'ostinata passione di qualche pastore e di rari giovani che proseguono la tradizione. In piena estate, senza le nevi perenni che consentono di sciare anche con il caldo, i monti della zona e la natura circostante sono ideali per passeggiare, fare trekking e andare in bicicletta. E proprio nel 2021 il Comune, attraverso la Pro Loco, ha messo a disposizione dei turisti, a fronte di un economico contributo, un servizio di noleggio di mountain bike a pedalata assistita (quelle cioè che consentono davvero a tutti, neofiti compresi, di fare escursioni affrontando le salite più impegnative). Dopo aver apprezzato la straordinaria comodità di pedalare "aiutato" dalla tecnologia, mi sono interrogato su quali potenzialità potessero generarsi se al noleggio delle biciclette si affiancassero altri servizi offerti ad hoc alla clientela (ovviamente a pagamento e che gli esperti definirebbero "a valore aggiunto"). Qualche idea balenata sotto il cielo terso che solo l'alta montagna può offrire: cestino di prodotti tipici per la merenda al sacco; escursioni di gruppo con guida locale che attraverso uno storytelling adeguato possa intrattenere i biker con aneddoti del luogo e preziose informazioni turistiche; suggerimento degli itinerari più suggestivi con possibili agevolazioni economiche nelle località d'arrivo (per esempio menù dedicati nei rifugi, ecc). Ammetto che la logica del servizio, come si dice, mi abbia preso la mano e ho preferito rindossare in fretta i panni del narratore in vacanza. Non sfugge che ormai in ogni mercato i prodotti in sé siano sempre più considerati al pari di una commodity e a fare la differenza sia proprio il servizio. Vale certamente anche per il welfare aziendale, chiamato oggi più che mai a fare in modo che le persone si sentano davvero bene. Come ha di recente spiegato uno dei massimi esperti della materia intervenendo all?evento "Wellfeel, benessere organizzativo e welfare aziendale", promosso dalla casa editrice Este e di cui Tuttowelfare.info è stato media partner, per essere efficace, il welfare deve essere aderente ai bisogni delle persone, ma deve anche essere accogliente e facilmente utilizzabile da tutti. Tuttavia, è noto che la legge di Stabilità del 2016 che ha dato nuovo slancio al welfare ha indotto soprattutto le aziende più piccole ad applicare i vantaggi normativi in particolare per integrare la retribuzione in modo defiscalizzato oppure ad affidarsi a soluzioni più comode (se non "preconfezionate"). È certamente più "facile" erogare un buono pasto, piuttosto che fornire un intero servizio agevolato alle persone in grado di rispondere alle loro (reali) esigenze. Ecco perché siamo probabilmente di fronte all'alba di una nuova era del mercato del welfare, in cui la consulenza sarà imprescindibile. Non si dimentichi poi un ulteriore dettaglio. A distanza di cinque anni dalla legge di Bilancio che ha rivoluzionato il settore, è noto che sono stati numerosi i casi in cui player e aziende abbiano interpretato con creatività - ma possiamo anche dire con opportunismo - i vantaggi normativi previsti dal Legislatore che, al contrario, si era immaginato un aiuto concreto delle aziende in particolare sui temi della sanità, della previdenza e dell'istruzione. La stessa consulenza può allora promuovere forme di welfare che abbiano realmente quella rilevanza sociale tanto auspicata, così che gli sgravi fiscali possano avere un senso per la collettività e non esclusivamente per il singolo. Non vuol dire che debbano per forza sparire dal paniere del welfare i beni-servizi di rapida fruizione, ma è chiaro che per prima cosa serve riorientare il welfare nella direzione di cui tutti hanno bisogno. Si parla in questo senso di "welfare sostenibile", ma c'è ancora confusione in merito a questa espressione. Farsi affiancare da chi - come numerosi player di welfare stanno già facendo - è in grado di declinarlo nelle diverse organizzazioni è un'occasione per l’intera società. Dario Colombo Fonte: D. Colombo, Hai voluto il welfare sostenibile? Adesso pedala, in «Touchpoint», 7, Milano, agosto-settembre 2021.
- Raus! Wir essen ein Schaf!
I tedeschi erano arrivati da pochi giorni a Capracotta, decisi a rimanerci per i loro sporchi affari. La festa della Madonna di Loreto era finita ma la letizia di quei giorni non era rimasta in cuore alcuno. La presenza dei nazisti in paese era una spada di Damocle, un macigno che pesava sulle esistenze di ogni cittadino. I crucchi, infatti, stavano provvedendo a requisire, casa per casa, ogni ben di Dio. E non cercavano soltanto alimenti utili al proprio approvvigionamento, no, cercavano soprattutto gli uomini, i capracottesi maschi che non erano al fronte: i capifamiglia, i soldati in licenza, i giovani riformati e i non più giovani. Furono tanti i capracottesi che, certi di subire un rastrellamento nei locali dell'asilo d'infanzia e di finire chissà dove in qualche campo di lavoro, si diedero alla macchia. Qualcuno scappò verso il Verrino, in direzione di Agnone, qualcun altro verso il Sangro, giù ai casolari che ancor oggi è possibile ammirare dal belvedere. Proprio lì sotto, precisamente presso la cosiddetta masseria di Maone, incuranti degli eventi che stavano destabilizzando il paese, vi erano Silvio Cacuàcce Paglione, e Costanzo Sozio. I due si stavano cucinando una bella pecora, un po' al brodo e un po' arrosto. Ad un certo punto videro sopraggiungere un fiume di gente: altri non erano che quei capracottesi che stavano tentando di evitare il rastrellamento nazista. Ma Silvio e Costanzo, ignari di tutto, avevano paura che la loro pecora non sarebbe bastata per tutte quelle bocche affamate e così il primo, combà Cacuàcce, celebre per la sua furberia, convinse Costanzo a fingersi un soldato tedesco, così da spaventare tutti. Molti pastori, infatti, a quel tempo portavano il paŝtràne, un cappotto del tutto simile a quello militare. Al sopraggiungere di quella marmaglia, fu allora facile per Costanzo gridare con tono soldatesco qualche parola in finto tedesco. La tensione, che già animava quei poveri fuggiaschi, divenne terrore puro e così si dispersero in men che non si dica. A Silvio e Costanzo non rimase altro che gustarsi la pecora in santa pace. Francesco Mendozzi
- L'avvocato Ninetta (XIII)
Scena II Totonno, Giacinto e Gelsomina. Totonno – Favorite, favorite da questa parte... accomodatevi in questo salotto. Giacinto – (in abito nero e cravatta bianca) L'avimmo fatto nu poco prestulillo, nun è venuto nisciuno ancora? Gelsomina – (in abito nero ma un po' caricata, piano) Io te l'aveva ditto ch'era priesto, tu vaje sempe c' 'a pressa. Simme venute p'appiccià 'e cannele ccà ncoppa. Giacinto – (piano) Nun accomincià a rusecà, si no stasera fernesce male 'a facenna. Totonno – (Comme sò curiuse sti duje.) Dunque, chi debbo annunziare al signore? Giacinto – Le dicite a Ciccio che ce sta 'o Barone e 'a Baronessa di Capracotta. Totonno – A Ciccio? E chi è stu Ciccio?! 'o zeppolaiuolo 'o puntone? Giacinto – Ciccio, 'o patrone tujo. Totonno – Lo chiamate Ciccio, vulite dì il Commendatore. Giacinto – Questi sono affari che non ti riguardano. Io 'o chiammo accussì pecché simme paisane ed è amico mio da quanno eramo piccerille. Tanno 'o chiammavo Ciccio e mò pure 'o chiammo Ciccio. Totonno – Quest'è n'affare 'e tant'anne fa, ma mò è n'ata cosa, pecché mò è viecchio ed è Commendatore. Giacinto – Uh! nun me seccà. Tu vide quanta cunte aggia dà a nu servitore. Fà 'o duvere tujo e và dinto. Totonno – Mò vaco... Mò vaco. Vedite che specie 'e Barone sò sbarcate sta sera ccà ncoppa. (via borbottando) Giacinto – Vì quant'è farenella stu servitore. Gelsomina – Tu 'o vide che pure 'o servitore t'ha cunusciuto quanto si ciuccio. E comme, io aggia avé 'o scuorno nfaccia pe causa toja. Io che songo na Baronessa. Giacinto – Baroné, sà che t'avviso, nun facimmo jacovelle stasera ccà ncoppa... nun facimmo ridere 'a gente. Gelsomina – Nfaccia a me dice nun facimmo jacovelle? A me che songo na signora aristocrateca. Giacinto – Statte zitto, appila, nun te fa sentì d' 'a gente, parla comme t'ha fatto mammeta, pecché si vuó parlà pulito dice nu munno 'e ciucciarie. Gelsomina – Io dico 'e ciucciarie? Sà pecché nun te ceco n'uocchio, pecché stammo ccà ncoppa. Tu si nu cafone 'e Capracotta e vuó mparà a me? Giacinto – Sicuramente che te mparo a parlà, tu mme mine ogne vongole 'e chesta posta e nun te n'adduone. Gelsomina – Vattè, vattè... Chi me cecaje 'e spusarme stu guaio, aggia passà 'a figliulanza mia vicino a stu lotene. Giacinto – Io te l'aggio ditto tanta vote, spartimmoce. Gelsomina – E quanno? Facimmolo pure mò. Giacinto – Ma però 'e denare nun t' 'e dongo senza 'a donazione? Gelsomina – No, chesto t'annozza nganna. (seguitano a bisticciarsi) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'importante è finire
La mattina parte così: alla radio passano questa canzone, celebre ed iconica. Era il 1975 quando Mina spiazzò tutti con questa canzone presentata in TV nel programma Rai "Adesso musica". Fu quasi uno scandalo: il testo di Cristiano Malgioglio fu ritenuto troppo trasgressivo, pieno di allusioni di natura sensual-sessuale che la più grande cantante italiana non mancò di sottolineare ed evidenziare, tanto che la Rai vietò la diffusione della canzone durante la trasmissione radiofonica "Hit Parade". Inserito nell'album "La Mina" (1975), il brano, con l'arrangiamento perfetto e calzante del maestro Pino Presti, raggiunse comunque, a dispetto dei soliti benpensanti, immediatamente le vette della hit parade fino a piazzarsi in seconda posizione, permanendo ai primi posti in classifica per 35 settimane. Il titolo della canzone inizia con una parola comunissima, persino banale da risultare quasi scialba ed insignificante, mentre, al contrario, è una parola gravida di significato. Gravida è forse la migliore sua definizione, perché "importante" nel suo significato etimologico significa esattamente "portare dentro" ed indica qualcuno o qualcosa che "riesce a portarsi dentro", riesce a penetrare all'interno fino a toccare la sfera interiore, l'ambito intimo. Ciò che l'etimologia ci svela è che bisogna portare qualcosa dentro, per essere importanti, averlo dentro o, in caso, portarlo da fuori: "una sorta di import-export", espressione che, per l'appunto, è strettamente connessa alla parola in questione. Il concetto in sé sembra banale ed ovvio, ma, a pensarci bene, non è proprio così. L'importanza non è una semplice dote naturale innata, frutto del caso o della fortuna, bensì di una studiosissima coltivazione di sé, di una grande consapevolezza nel e del rapporto fra il sé e l'esterno. Se così non fosse tutto diventerebbe, davvero banalmente, "importante", al punto tale che, come direbbe Keith Haring, nulla poi davvero lo è. Mentre invece l'"importanza" è, di fatto, un qualcosa che ha attivamente ed efficacemente la possibilità e la capacità di influire sulle azioni, le attività e l'equilibrio delle persone e degli ambienti. Guardando, ad esempio, i fatti di questi ultimi giorni come i danni del maltempo in Italia. L'attenzione è quasi tutta centrata su Venezia. E certo Venezia è una città importante, culla di arte, di cultura e di fascino. Ma se davvero Venezia è così "importante", perché usarla come una "mucca da latte" dandola in pasto ad orde di pseudo-turisti, che raramente ne comprendono il vero significato e la vera portata e la consumano al pari di un "hot dog - mordi e fuggi"? Perché non tutelarla, difenderla, proteggerla a partire dal suo fragilissimo contesto ambientale? Lo stesso vale per Firenze, per Roma, per Napoli ma anche per Matera, per Brunico, per Capracotta e per Licata e per tanti altri luoghi. Diciamo che vale per l'Italia tutta. Potremmo parlare anche di Taranto e della bruttissima vicenda della ex Ilva. Cosa è davvero importante in quel caso? Non dovrebbe essere così difficile da comprendere... Eppure, al di là delle dichiarazioni, dei post sui social con relativi commenti e polemiche, sembra che "ciò che è dentro" interessi molto poco, che venga dimenticato e svilito per ciò che appare "importante" da fuori, che pure è estremamente soggettivo e relativo. Venezia vale di più di Matera? La salute vale meno della politica? Domande difficili. Quasi tutte senza risposta. Forse però basterebbe riscoprire il senso profondo della parola "importante" e della sua preziosa relatività, per cui ogni nostro piccolo gesto è importante nella coscienza con cui è fatto, per cui le cose e le persone che ci stanno intorno sono importanti perché viventi nella nostra attenzione, perché sono parte di noi, perché sono dentro di noi. Noi siamo Venezia, come Matera, siamo Taranto come Roma. Noi tutti. Italiani. Perché l'Italia è importante. È nostra. E non deve finire... (come la canzone...) Parole Parlate Fonte: https://paroleparlate.wordpress.com/, 19 novembre 2019.
- Campioni d'Italia!
Anche quest'anno i Campionati italiani di corsa in montagna a staffetta si sono rivelati un appuntamento a cui la nostra società non poteva mancare. Anche se si sono svolti a quasi 800 km. di distanza da Morbegno nel quasi profondissimo Sud. Così sabato 23 maggio un gruppetto dei nostri atleti; rappresentanti di tutte le categorie (junior, senior e master), si sono recati a Capracotta in provincia di Isernia, sfidando il caldo e affrontando un lunghissimo viaggio con il sostegno del frigo portatile del Takko (usato a sua insaputa come raffredda piedi). Questa volta, dopo le critiche giunte al Carlo per il suo stile di guida, la conduzione del pulmino è stata affidata al "tranquillo" Lelle che in neanche 10 minuti ha preso confidenza del mezzo e mimando le gesta di Sebastian Loeb lo ha lanciato lungo le autostrade di mezza Italia a velocità forsennata, tanto che i moscerini si suicidavano prima di spiaccicarsi sul parabrezza per evitare il dolore. Nell'ultimo tratto poi, tipo strada di Bema, ha minacciato di morte circa 200 abitanti del luogo imprecando contro la loro lentezza, e gambizzandone una decina. Capracotta si trova quasi sul cucuzzolo di una montagna, a 2 giorni di cavallo da qualsiasi altro insediamento umano e rimarrà nei cuori degli atleti per la simpatia, la giovinezza, la cordialità e la pienezza di vita dei suoi abitanti. Il sopralluogo del percorso ha dato molte soddisfazioni e conferme alle squadre, tranne, come al solito, al sottoscritto che ne è rimasto scioccato e ancora una volta si è ripromesso di non partecipare più a questo rito. La serata è passata all'insegna della tranquillità, alcuni atleti hanno cercato inutilmente per ore di raggiungere la "movida" capracottese ma non hanno trovato neanche una mezza balera e sono stati costretti a tornare in albergo. Il mattino dopo la gara si è svolta sotto un sole cocente ma a parte questo si è rivelata davvero spettacolare con il risultato, che ha visto l'ennesima vittoria della Forestale, incerto fino alla fine grazie a una grande prestazione dei fratelli Dematteis. Le nostre squadre si sono comportate egregiamente, la squadra senior, composta da Tacchini, Sansi e Nappo, si è piazzata al tredicesimo posto nonostante il raffreddore del quasi trentenne Sansi che comincia a rendersi conto dei problemi dell'età che avanza. Da ricordare il terzo posto della squadra master composta da Leoni (padre), Sebastian Lelle Carganico e Mario Barlascini. Un complimento particolare va poi fatto alla squadra junior che è riuscita a vincere il titolo italiano con grande sorpresa (seee... eran 8 mesi che lo programmavamo) grazie alla buona prestazione di Peyronel, all'incremento decisivo del modesto Buzzetti, e alla scampagnata con raccolta di funghi di Leoni. Terminata la gara le squadre si sono concesse un doppio pranzo e partiti nel pomeriggio, hanno trovato il tempo (grazie al ritorno alla guida del Carlo che è andato talmente veloce da far girare gli orologi al contrario) di recarsi in spiaggia stabilendo il primato irripetibile di esser riusciti a fare il bagno al mare il giorno stesso in cui è stato corso un italiano in montagna. Credo che questa sia stata una delle migliori trasferte affrontate e spero che possano esserci altre occasioni, magari un po' più vicine, per vivere delle esperienze così. Ah dimenticavo: Siamo noi! Siamo noi! I campioni italiani di corsa in montagna a staffetta categoria juniores siamo noi!!! Luca Buzzetti Fonte: L. Buzzetti, Campioni d'Italia!, in «Ali ai Piedi», Morbegno, luglio 2009.
- La partita a lu cafè
Zermolo D'Orfeo era un mio carissimo compare, onesto, gentile, affettuoso, ma, come tutti ne abbiamo, aveva qualche difetto, il più grave era quello di bere molto vino; in tal modo trascorreva tutto il giorno in uno stato di ubriachezza; amava giocare a tresette, ma, ubriaco, combinava tanti errori e, quasi sempre, la partita se ne andava a monte. Ora vi racconto un ultimo fatto accaduto, giocando, al caffè. Mi si presentò un giorno, traballante, mi strizzò l'occhio e poi mi disse: – Andiamo, compare mio, facciamo una bella partita, ma, mi raccomando, non fare il ciampóne (pessimo giocatore). Che tu lo sia, lo sappiamo tutti, è cosa certa!... Gli risposi: – Che offesa, io sono ciampóne?!... Ma, come te, non ce n'è a questo mondo!... Il fiascone di vino, che consumi ogni giorno, ti ha gonfiato la trippa come una botte a tal punto che, del tuo cervello, ormai vuoto, c'è rimasto solo l'osso. Siént'a mmé, vàtte a jettà déndr'a nu fuósse. Vedremo ora cosa combinerai, seduto a tavolino, giocando come mio compagno!... Infatti tra le coppe e i danari, tra le spade e i bastoni, me z'è mpicciàte lu cumpàre e la partita ze n'è jùta in alto mare! Lentamente, piano, piano, il compare si avviò verso il bancone, per pagare l'importo della partita persa, mentre io gridavo ad alta voce: – Paga mó, ca sié d'Agnóne! Poi, anziano depresso, il povero compare mio se ne andò all'altro mondo!... Una notte lo sognai che giocava a tresette con san Pietro, come compagno, custode della porta del Paradiso, il quale ridendo a crepapelle, gli disse: – Questa porta, amico mio, te l'aprirò solo quando avrai imparato a giocare, con me, il tresette, cioè solo quando avrai imparato a portarlo a termine, senza commettere nessun errore. Umberto Colacelli Fonte: U. Colacelli, Voci del cuore, Tip. S. Giorgio, Agnone 2001.
- Anche le antilopi portano fortuna
Nonna Margaret diceva che sognare le antilopi in primavera porta fortuna e io oggi di fortuna vorrei averne proprio tanta, vista la missione particolarmente pericolosa che tra un po' devo affrontare. Prima di svegliarmi ne ho sognata una che saltava allegramente nella savana. In Italia è pieno autunno, ma le giornate particolarmente miti mi ricordano che adesso nel mio Sud Africa è primavera. Mi chiamo Donald James Campbell, sono un pilota di caccia e combatto per gli Alleati, contro l'esercito tedesco sulla linea Gustav. Oggi è l'8 novembre 1943 e devo andare in missione con uno dei dodici Spitfire MkVc sudafricani del 4th Squadron SAAF di stanza a Palata, un piccolo paese del Molise, dove gli alleati hanno realizzato un aeroporto avanzato per i caccia, dotato di una lunga spianata resa scorrevole da pannelli in metallo lamellato. Il briefing di ieri sera ci ha messi di fronte a una missione particolarmente pericolosa. In Abruzzo dobbiamo distruggere alcuni ponti ferroviari sul tratto che va dalla galleria Tre Croci prima di Roccaraso a quella di Rivisondoli. Ce n'è uno, in particolare, denominato "Dieci Ponti" per via di dieci archi che lo compongono, è il più grande, ma il più pericoloso da colpire, perché è dominato da due batterie antiaeree Flak che incrociano il tiro sui voli che attraversano proprio in quel punto il valico chiuso ad imbuto sotto il paese di Roccaraso, una nota località sciistica degli Appennini. Questo paese si trova al centro della linea Gustav. Su una serie di fotografie aeree scattate qualche giorno fa dai nostri ricognitori, abbiamo individuato i quattro ponti più piccoli che sono stati assegnati ad altrettanti aerei, mentre gli altri otto aerei dovranno distruggere i Dieci Ponti. L'arrivo degli aerei avrà questa sequenza: i primi sei giungeranno con qualche minuto di anticipo aggirando il Monte Arazecca per dividersi all'imbocco del Piano dell'Aremogna; due si dirigeranno immediatamente sulla cima di Monte Maiuri che sovrasta il valico e scenderanno in picchiata alla sua base per mitragliare e annientare le due postazioni contraeree Flak che incrociano l'ingresso degli aerei sull'altopiano sotto Roccaraso e poste una su un piccolo spiazzo alla base del monte, l'altra di fronte sul lato opposto del valico; mentre gli altri quattro aerei proseguiranno sotto la cima di Monte Zurrone per scendere progressivamente di quota dall'altra parte dell'altopiano e con un'ampia virata sorvolando Rivisondoli si allineeranno alla linea ferroviaria per colpire in sequenza i ponti più piccoli. Gli altri sei aerei arriveranno direttamente a raso all'imbocco dell'altopiano e in sequenza sganceranno una bomba ognuno sul grande ponte posto sotto il paese di Roccaraso. È una operazione complicata, perché deve essere eseguita in maniera coordinata e in maniera tale che, provenendo gli aerei da più parti il nemico rimarrà disorientato. Tutti gli aerei sono caricati con bombe da 227 libbre e con le spolette preparate affinché esplodano solo toccando terra, in maniera che i ponti vengano distrutti alle fondamenta. Attualmente in quel tratto della Gustav sono attestati i Paracadutisti tedeschi della 1ª Divisione Heidrich e ci hanno ricordato che sono tra i migliori reparti della Wehrmacht. Che Dio ce la mandi buona, perché temiamo che qualche altra postazione contraerea sia stata collocata in punti sconosciuti. L'intelligence e le rilevazioni aeree hanno compiuto un buon lavoro di ricerca, ma le montagne coperte da una fitta vegetazione ben si prestano a nascondere ogni cosa e i tedeschi in quel tratto sono stati molto bravi a fortificarle in maniera adeguata. Sono le 7:30 e nella baracca adibita a mensa alcuni civili del posto, reclutati a far servizi, ci stanno servendo la colazione: uova strapazzate, pane tostato, biscotti con marmellata di fichi preparati dal forno di Palata; tè a volontà. Noi piloti siamo privilegiati, sappiamo che per chi si trova in prima linea la vita è ben diversa, ma volare non è cosa semplice e di poco conto. Ci apprestiamo ad alzarci da tavola e dalla saletta ufficiali sopraggiunge il maggiore Waderg, già pronto, che ci richiama ai suoi ordini e velocemente ribadisce ad ogni pilota la sequenza di volo degli aerei, e lo schema di attacco concordato. Io faccio parte del gruppo di quattro aerei che dovrà abbattere i ponti più piccoli e volo in quarta posizione per colpire il ponte prima della galleria che immette verso la stazione di Rivisondoli. Gli aerei del campo sono una trentina e i nostri Spitfire sono schierati per primi, carichi già di carburante. Il mio ha la sigla KJ-R e come gli altri reca disegnata sullo stabilizzatore verticale l'antilope, simbolo del reparto. Mi accorgo che per uno strano gioco della luce mattutina è l'unica già illuminata dai primi e bassi raggi di sole. Che sia un buon segno. Lo spero proprio. La partenza dei primi sei aerei è fissata per le 9:30, mentre gli altri sei li seguiranno con tre minuti di ritardo. Ci fermiamo ancora un po' sulla pista vicino agli aerei per continuare mettere a punto le varie fasi dell'attacco, ripercorrendo le manovre che ognuno dovrà compiere appena sorvolato il fiume Sangro che segna la linea di combattimento principale dividendo i due eserciti in guerra. La discussione è minuziosa e il momento della partenza arriva in un batter d'occhio. Io prima di salire guardo, senza volerlo, ancora una volta l'antilope. Mi rendo conto che è diventata quasi una piacevole ossessione. Vorrà dire che mia nonna mi sta pensando. Siamo in volo da una decina di minuti dopo aver preso una leggera quota verso il mare Adriatico con una repentina virata che ci consente incanalarci dentro la valle del Trigno fino a girare verso destra per sorvolare l'abitato di Agnone e poi quello di Capracotta, in quel punto inizierà la missione vera e propria essendo arrivati sull'altra riva del Fiume Sangro. Superata Capracotta, quasi a toccare il campanile della chiesa, aumentiamo al massimo la velocità e il primo pilota dei sei aerei che precedono, informa il comandante, sul primo aereo del secondo gruppo, che ci stiamo dirigendo verso ovest per aggirare il Monte Arazecca. L'esecuzione della manovra di sorvolo della montagna è così repentina che dalle postazioni poste sulla cima i primi colpi di mitragliatrici raggiungono il cielo quando ormai siamo già passati. Da quel punto i primi due aerei raggiungono la cima di Monte Maiuri e scendono in picchiata e li perdiamo immediatamente di vista. Noi quattro passiamo quasi a raso al fianco nord della cima di Monte Zurrone e all'improvviso sentiamo il crepitio sinistro di un quadrinato Flak posto in una radura appena sotto di noi. I primi tre aerei passano indenni scendendo repentinamente di quota e mentre io mi accingo a seguirli vivo una sensazione duplice e allucinante. In rapidissima sequenza mi appare l'antilope disegnata sul timone di coda dell'aereo che mi precede e sento il crepitare di diversi proiettili che colpiscono un ala, si conficcano nel motore smorzando all'improvviso il suo movimento e facendo virare l'aereo verso sinistra. È la fine, il pensiero vola a mia nonna e ad alta voce mi rivolgo a lei dicendo che si sbagliava, quando affermava che sognare le antilopi di in primavera porta fortuna. Sento un brivido di freddo che scorre dietro la schiena. Poi con sorpresa mi rendo conto che la stabilità dell'aereo non è compromessa e mi rendo conto che accorgendomi di ciò una scarica di adrenalina avvolge il mio corpo e soprattutto la mia testa rendendomi vigile come non mi era mai capitato e ponendomi avanti agli occhi tutte le manovre che mi erano state insegnate nel caso mi fossi trovato in una situazione simile. Devo atterrare planando dolcemente. Devo sganciare la bomba da 227 libbre più o meno all'altezza di 750 piedi, in maniera tale che il percorso finale sia dolce e privo di pericoli. Se tutto andrà per il verso giusto, purtroppo sarò prigioniero dei soldati tedeschi. Tra i primi quattro aerei, che devono colpire i ponti più piccoli, mi trovo in posizione avanzata e perciò mantengo l'aereo leggermente a sinistra perché il ponte prima della galleria di Rivisondoli è posizionato verso nord. In prossimità del Piano dell'Aremogna, seguendo gli ordini ricevuti abbasso la quota di volo fino a toccare quasi gli alberi della cima dell'ultimo contrafforte da dove individuo immediatamente il ponte a nord che ha una sola arcata. Per essere sicuro di colpirlo scenderò fino a 75 piedi. Appena il tempo di pensarlo e con la mano schiaccio il pulsante per liberare una grossa bomba che lo colpisce in pieno. Faccio un'ampia virata e mi accorgo che nei paraggi un gruppo di tedeschi, peraltro ben mimetizzati nel terreno, che non avrei potuto vedere se avessi volato appena più alto, stanno compiendo delle operazioni lungo la strada che sale a fianco della ferrovia. Non lascio sfuggirmi l'occasione e mi preparo a mitragliare lungo tutto l'asse stradale per poi risalire in quota ripercorrendo lo stesso percorso di arrivo. Effettuata una virata completa allineo l'aereo all'asse stradale e guardando sulla sinistra mi rendo conto che anche gli altri ponti più piccoli sono stati abbattuti, l'ultimo è a ridosso del paese. Più in la lo scontro aereo per distruggere i Dieci Ponti è in pieno corso e si notano grandi nuvole di polvere alzarsi nell'aria. La missione è andata a buon fine. Apro il fuoco lungo tutto il tratto stradale trovandomi immediatamente di fronte alla montagna, quindi prendo quota, ma nel frattempo da una spianata sul fianco della cima più alta inizia a sparare una contraerea. Porca miseria! Ecco la sorpresa. Doveva capitare proprio a me. Non faccio in tempo a rendermene conto che, alzando ancor più velocemente l'aereo, sento lo schianto di due colpi che si infilano da qualche parte. Immediatamente le lancette di alcuni strumenti impazziscono e vedo uscire carburante a fiumi da un'ala, l'altimetro funziona. La prima fortuna: non c'è traccia di incendio. Ma l'aereo incomincia a vibrare maledettamente e perdo quota. Mi rendo conto che l'unica possibilità di salvezza è di atterrare con tanta altra fortuna proprio in mezzo a quel grande prato. Così compio un'ampia virata con il motore che continua a singhiozzare maledettamente. Riesco gradualmente e con grande difficoltà ad allinearlo al manto erboso. La contraerea non spara più, hanno visto che sto tentando l'atterraggio. Così facendo mi accorgo che il cuore batte forte e sembra voglia uscire dal petto. Sono operazioni compiute in brevi secondi, ma all'improvviso mi torna in mente lo sguardo lanciato verso il timone sulla pista dell'aeroporto: l'antilope! Altro che fortuna. Io, l'uomo che ha sognato l'antilope nella primavera del Sud Africa sto precipitando. Porca miseria! In un attimo ritorno alla realtà più diretta della guida dell'aereo. Incomincio ad urlare: devo salvarmi! Devo salvarmi! E mi torna davanti agli occhi il primo istruttore di volo, il buon Halker che spiegandoci come tentare di atterrare in situazioni del genere ci urlava ogni operazione da eseguire. Le ho eseguite tutte. Ecco, ecco, sono riuscito a stabilizzarlo questo benedetto aereo, lo sto portando giù come un aliante, sembra un aliante. Mi meraviglio di me stesso. Urlo per farmi coraggio. Cavolo Donald James! Ma ti rendi conto con quale sangue freddo stai compiendo manovre semplici ed efficaci? Bravo! Forza, continua così, solo trenta piedi e tocchi terra. I soldati che avevano tentato di ripararsi in qualche maniera vedendo gli altri aerei allontanarsi, sono scesi lungo la china del colle che stavano minando e vengono incontro all'aereo che si abbassa ancora. Gli passo sulla testa e sembra di toccarli, non li vedo più sono dietro, l'aereo è a dieci piedi e parallelo al suolo del grande piano. Ce l'ho fatta. E incomincio a gridare ancora più forte: ce l'ho fatta! Sono salvo! Mi balza davanti agli occhi quasi accecandomi i raggi del sole, sto contro il sole e mi appaiono sfocati i contorni dell'antilope. L'antilope di nonna Margaret. Nonna Margaret aveva ragione. L'antilope a primavera. Ma no è autunno, un maledetto autunno di montagna. E mentre l'antilope svanisce sull'erba sento un rumore quasi dolce, un fruscio. È l'erba. Il morbido fondo del Prato mi ha accolto dolcemente come la savana riceve morbidi, che quasi non la toccano, gli zoccoli dell'antilope che salta. È fatta, maledetta contraerea. Che sia maledetta la guerra! Raus! Raus! Raus! Fuori! Fuori! Fuori! Furono queste parole a ricollocarmi nella realtà, dopo che mi ero abbandonato sul seggiolino con gli occhi sbarrati guardando il cielo e cercando non più la sagoma dell'antilope ma il volto umano e paterno del Signore. Invece apparvero all'improvviso due volti sovrastati dall'elmetto. L'elmetto dei paracadutisti tedeschi. I quali con la pistola in mano aprirono il tettuccio e mi invitarono a saltare giù. Mentre giungevano e svanivano inesorabilmente i flebili rumori degli undici aerei che tornavano a Palata. Ugo Del Castello Fonte: https://roccarasozoom.it/, 24 gennaio 2019.
- Chiesa di Dio, popolo in festa! Fatemi un po' di spazio per favore...
Le notizie della disposizione logistica della ordinazione episcopale di mons. Camillo Cibotti al Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino (CH) sono state presentate dalla stampa e altre fonti d'informazione, in modo diverso: sarà all'interno della chiesa ed aperta solo ai possessori di pass; si svolgerà completamente all'aperto nel grande piazzale antistante il santuario. In realtà, è stato - com'è giusto e liturgico - all'interno ma, da fuori, si poteva seguire su un maxischermo allestito sul sagrato da sotto un porticato ombreggiato e con un numero congruo di posti a sedere. In effetti, la chiesa, conteneva a malapena: i fedeli di Isernia-Venafro - che per qualche ora devono essere rimaste... città deserte -, le autorità civili, il servizio d'ordine, la protezione civile, i tanti sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli, gli amici... i numerosi vescovi convenuti da diverse diocesi. Era presente - in spirito ecumenico - persino un sacerdote ortodosso di nome padre Anatoli. Non solo la grande navata centrale, quelle più piccole laterali e i transetti erano stracolmi, ma persino l'ampio presbiterio che sembrava non poter contenere i concelebranti. Per un attimo, ho temuto che... neppure il neo vescovo... trovasse posto. La Madonna ha fatto il miracolo di far entrare anche chi scrive che non era riuscita ad ottenere il benedetto pass, un dono dal cielo arrivato per mezzo di una signora che ha rinunciato ad entrare all'ultimo minuto per via del caldo temuto: "un'attenzione" della Mamma mi ha fatta trovare al posto giusto... al momento giusto. Ogni tentativo di convincere l'efficientissimo servizio d'ordine era stato vano. Fossero così incorruttibili tutti i potenti della terra! Nessuno può dire quanti eravamo, neppure per approssimazione... solo il Signore ha potuto contarci... I parcheggi, pur grandi, erano pieni in un modo che solo una foto da un aereo avrebbe reso l'idea. Una gentile signora della protezione civile, mi ha informata sulla "strana" assenza dei pullman che non vedevo: tutti erano stati dirottati verso Casalbordino lido e, i fedeli, sono stati trasportati al santuario con un servizio di navette. Per rendere con un immagine il loro numero bisogna evocare l'immagine biblica de «le migliaia di miriadi» dei figli di Rebecca e Isacco (Gen 22,60). Una simbolica "rosa dei venti" tracciata mentalmente con le risposte dei presenti, indicava gli invisibili "punti cardinali" delle varie provenienze: Casalbordino e tutti i suoi abitanti in primis, poi Isernia, Venafro, Chieti, Vasto, Campobasso, Lanciano, Teramo, Sulmona, Trivento, Avezzano, Atessa, Castel di Sangro, Termoli, Capracotta... chi può dirli tutti? Forse i parcheggi con le auto? Neppure, perché tutti i casalesi saranno venuti certamente a piedi. L'11 giugno è il giorno della festa della Madonna dei Miracoli - Patrona della Diocesi -, il giorno in cui i pellegrini sono stati tradizionalmente sempre numerosissimi e la consacrazione episcopale di mons. Camillo Cibotti di Casalbordino si è inserita nel suo grembo come un gioiello nel cuore della roccia, nel Pane spezzato, nella fraternità tutta... fin nella preziosa bottiglietta d'acqua condivisa senza schizzinosità. Persino le bancarelle dei tanti venditori ambulanti stranieri e non, con i loro colori e profumi, erano parte integrante e sostanziale del giubilo per questo evento, come i grappoli di palloncini in vendit che rallegravano bambini e cielo azzurro sì, proprio come le parole del canto: «Chiesa di Dio, popolo in festa» è stato un unicum di misteri divini e tripudio umano, tanti raggi di luce che si sono concentrati come un punto focale sotto lo sguardo di Maria. I tre vescovi previsti dalla tradizione per l'ordinazione c'erano tutti: mons. Giancarlo Bregantini arcivescovo di Campobasso-Boiano, mons. Bruno Forte (consacrante) e mons. Salvatore Visco, vescovo di Capua e amministratore apostolico della Diocesi di Isernia-Venafro, di cui mons. Camillo Cibotti prenderà al più presto il ruolo di ordinario. Erano presenti anche tutti i vescovi della CEAM (Conferenza Episcopale Abruzzese e Molisana) e tanti altri impossibile da conosce e/o riconoscere. La celebrazione eucaristica tutta, è stata sottolineata e impreziosita sin dall'inizio con dei canti meravigliosi eseguiti da un coro femminile e maschile a quattro voci. Le letture della liturgia della Parola sono state scelte dal Libro dei Proverbi (8,22-31) che prefigura Maria come Sede della Sapienza, il salmo 44 che esalta la bellezza di una Sposa e regina, la seconda lettura da quel meraviglioso libro di consolazione che è l'Apocalisse (Ap 21,1-5), nel passo che ci promette «cieli nuovi e terre nuove» e nell'immagine radiosa della Gerusalemme Celeste che come sposa scende dal cielo e delle lacrime che saranno tutte asciugate. Il Vangelo, invece, è stato quello di Giovanni delle nozze di Cana, divinamente cantato dal diacono Andrea Manzone che sarà ordinato a breve sacerdote. Nel loro "insieme", una traccia biblica tutta mariana scelta, per l'ordinazione di mons. Camillo Cibotti, che ha fatto del suo stemma episcopale un inno d'amore a Maria. Subito dopo i riti d'introduzione, il vescovo di Chieti-Vasto mons. Forte, esprime la sua gratitudine al Santo Padre per la nomina a vescovo di mons. Cibotti, segno di predilezione per la nostra chiesa locale ma, anche dispiacere per il venir meno di un aiuto importante per il suo ministero. Nell'omelia che segue, egli fa una lettura multipla del Vangelo delle nozze di Cana che presenta come prototipo dei segni che manifestano la gloria di Gesù, Maria come Colei che indica la strada ai discepoli e spiega il significato del vino come simbolo della Nuova Alleanza già prefigurata da diversi profeti. In Isaia specialmente come simbolo della Torah (la Legge ebraica) che deve riempirci fino agli occhi. Sempre il vino, per significare che Dio - con Gesù - è entrato in modo potente nella Nuova Alleanza. Poi parla delle anfore contenenti l'acqua della purificazione che rappresentano la Radice Santa del popolo ebraico e la chiesa messianica e i servi che sono l'immagine di noi tutti. Maria che parla per l'ultima volta dicendo: «Fate tutto quello che egli vi dirà», manifesta la fiducia incondizionata nel Figlio. Un "indicatore di direzione" per tutti noi e anche per il neo vescovo che viene invitato dal presule a donare ai suoi fedeli tutti e in modo prioritario la fede e l'evangelizzazione. Poi, mons. Forte, ha invitato i fedeli di Isernia-Venafro a chiedere per loro con altrettanta forza la fede al loro pastore. Egli termina con una preghiera a Maria Vergine dell'ascolto, Arca dell'Alleanza in cui cielo e terra si sono incontrati e Madre della Speranza, per sostenere Camillo vescovo nel suo ministero. Un altro interminabile applauso conclude la Liturgia della Parola. Dopo la lettura del mandato del Santo Padre segue l'interrogazione dell'ordinando sulla sua effettiva volontà di esercitare il proprio ministero fino alla morte. La risposta di don Camillo, chiara e netta nella sua pronuncia che ravviva anche la nostra fede è sempre: «Lo voglio». Subito dopo, mons. Camillo si stende prono sul tappeto predisposto, mentre il coro e tutta l'assemblea canta le litanie dei santi. È stato un momento solenne e di grande emozione: il simbolo altamente visibile dell'umiltà di un uomo che si annienta davanti a Dio e al ministero che gli sarà subito dopo conferito. Nel silenzio - ad un tratto quasi irreale - nonostante le centinaia di persone presenti, sembrava veramente di veder volare nello spazio aereo della basilica tutti quegli angeli e santi che abbiamo invocato cantando a protezione del novello pastore consacrato al Signore e alla sua gente. È seguita poi l'ordinazione vera e propria dalle mani di mons. Forte e l'imposizione delle mani da parte del consacrante e dei concelebranti. L'imposizione delle mani è un rito antichissimo, una sorta di benedizione e trasmissione dei poteri, quasi una messa a parte di qualcuno per una speciale missione. Mosè pone ad esempio la sua mano su Giosuè per farne il proprio successore (Nm 27,18-20; Dt 34,9). Il rito è proseguito con l'unzione crismale e una preghiera, la consegna del Vangelo, dell'anello, della mitra e del pastorale. Una serie di "consegne", simboli rispettivamente di: impegno e annunzio della Parola di Dio, vincolo di fedeltà alla Chiesa sposa di Cristo, fulgore della santità nel presentarsi a Cristo e della guida e cura del gregge a Lui affidato. Terminata la liturgia eucaristica e la benedizione finale, il neo vescovo mons. Camillo Cibotti ha rivolto un pensiero a tutti i presenti, preceduto e seguito da applausi scroscianti e una gioia incontenibile che si è fatta: ressa, spinte e... un continuo «fatemi un po' di spazio per favore» da parte di tutti coloro che avrebbero voluto salutarlo, parlargli, baciare l'anello, comunicargli la propria gioia, ma eravamo in tanti, tantissimi, dunque... impossibile. Lo salutiamo allora con quella preghiera che ha scritto sul proprio stemma "Non stancarti di dire Ave Maria" e ci immergiamo di nuovo in quel mondo di umanità delle bancarelle degli ambulanti, tra bambini, giovani e meno giovani, in direzione delle nostre case e famiglie: il popolo di Dio che s'incammina con mons. Camillo e tutti gli altri pastori, sulle strade del Vangelo con fede ravvivata, facendo sostare a lungo nel nostro cuore la preghiera a Maria quella Donna che spazzò le nubi della distruzione dal raccolto dei poveri e apparve ad... un povero: il contadino Alessandro Muzi nel lontano 11 giugno 1576. Una scelta non casuale, quella di questa ordinazione episcopale di don Camillo nel giorno della festa della Madonna dei Miracoli, nella sua Casalbordino: una festa "nel cuore in festa" della Mamma e di miriadi di fedeli. Nota bene: si ringrazia l'anonima signora che mi ha donato il pass, la signora Filomena Flesca di Capracotta che, con affetto materno, ha custodito le mie cose mentre cercavo di muovermi per qualche foto, e il preziosissimo giovane Daniele Petrocella di Castel di Sangro che ha scattato da postazione migliore tutte le foto in primissimo piano e le ha spedite via mail in nottata. Tutti saranno ricordati nella preghiera. Ines Montanaro Fonte: http://www.piazzarossetti.it/, 12 giugno 2014.
- Capracotta nella storia dei terremoti italiani
Così come in tutto l'Appennino centro-meridionale, anche a Capracotta, durante il corso dei secoli, il terremoto ha rappresentato una vera e propria disgrazia. Con riferimento a quello del 5 dicembre 1456, nel "Ragionamento sul Piano Cinque Miglia" di Giuseppe Liberatore leggiamo che il danno causato «fu grave in espiziale a Fornello, a Isernia, [...] sconvolto molto Capracotta con il suo territorio, e per fino a Napoli». Purtroppo non vi sono al momento documenti attendibili che permettono di conoscere più specificatamente gli effetti di questo terremoto: la tradizione orale vuole che in quell'anno crollò, dai Ritagli della Terra Vecchia, una intera fila di case. Il 3 novembre 1706, invece, il disastroso terremoto della Majella, con epicentro a Campo di Giove, colpì la Valle Peligna uccidendo oltre 1.000 persone. Nella "Distinta relazione del danno cagionato dal tremuoto", firmata dal marchese Juan Manuel Fernández, si evince che Capracotta rimase immune dai danni, poiché solo «Guasto ancora ha patito assai». Il 26 luglio 1805 un sisma ancor più forte colpì il Matese uccidendo oltre 5.500 persone. Capracotta ne risultò «rovinata in picciola parte: nella rimanente ha sofferto del danno». Giuseppe Saverio Poli, comandante della Regia Accademia Militare, scrisse che «dallo stesso novero finalmente si ricava, che i luoghi distrutti in parte sono [...] Capracotta». Si pensi che Carpinone od Isernia furono «distrutti per intero». Nell'ottobre del 1913 si ebbe a Capracotta, in un giorno imprecisato, alle ore 19:25, una «scossa leggera: si notò un abbassamento di tensione nella pubblica illuminazione». Nei mesi seguenti altre scosse interessarono l'area ma «il terremoto passò inosservato a Capracotta e paesi limitrofi», finché non fu la volta del tristemente noto terremoto della Marsica, avvenuto il 13 gennaio 1915, un evento sismico che causò la morte di 30.519 cittadini abruzzesi e che a Capracotta toccò il sesto grado Mercalli. Del terremoto che il 26 settembre 1933 insistette nuovamente sul massiccio della Majella si ha invece notizia tramite le relazioni di Alfonso Cavasino. Egli scrisse che «senza dubbio la scossa fu più forte che altrove nell'Abruzzo meridionale e, specialmente a Sulmona, ove, stando alle notizie dei giornali, caddero volte, tegole, calcinacci e, si ebbero a deplorare anche disgrazie alle persone: [...] fu forte a [...] Capracotta». Appena tre anni dopo, il 31 luglio 1936, un nuovo terremoto non spaventò più di tanto la popolazione capracottese, visto che la scossa «fu stimata del III° a Capracotta». Del sisma del 7 maggio 1984, invece, più che la violenza delle scosse va ricordato il successivo scialacquio di denaro pubblico che, sulla base di un metodo clientelare, venne utilizzato per ristrutturare case perfettamente sane, dimenticando totalmente quelle più antiche e malandate. L'ultimo terremoto degno di nota fu infine quello del 31 ottobre 2002 e che, come ben sappiamo, causò il crollo di una scuola a San Giuliano di Puglia, uccidendo 27 bambini e una maestra. Quella scossa venne chiaramente avvertita anche a Capracotta ma, per fortuna, non causò danni di rilievo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Baratta, Sui terremoti garganici del 1892, in AA.VV., Atti del Primo Congresso Geografico Italiano tenuto in Genova dal 18 al 25 settembre 1892, vol. II, Tip. del Regio Istituto Sordo-Muti, Genova 1894; A. Cavasino, I terremoti d'Italia nel trentacinquennio 1899-1933, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1935; A. Cavasino, Notizie sui terremoti osservati in Italia durante l'anno 1913, Tip. Operaia Romana, Roma 1935; M. Baratta, I terremoti d'Italia, Bocca, Torino 1901; J. M. Fernández, Distinta relazione del danno cagionato dal tremuoto succeduto a dì 3 di novembre 1706, Bulifoni, Napoli 1706; G. Liberatore, Ragionamento topografico-istorico-fisico-ietro sul Piano Cinque Miglia, Manfredi, Napoli 1789; G. Martinelli, Prime osservazioni sul terremoto italiano del 13 gennaio 1915, Tip. Modenese, Modena 1915; G. S. Poli, Memoria sul tremuoto de' 26 luglio del corrente anno 1805, Orsino, Napoli 1806.
- L'avvocato Ninetta (XII)
Atto secondo Salotto in casa di Francesco. Mobilia elegante. Mensole con specchi e candelabri. Molti cestini di fiori sparsi per la stanza. Piccolo divano innanzi alla scena. Sedie tappezzate, portieri alle porte e alle finestre. È sera quindi saranno accese le steariche. Scena I Francesco e Totonno. Francesco – (molto affacendato) Totò, te raccomando, mò che finisce d'accendere 'e lume, miette in ordine tutte sti cestine di fiori, fa' in modo che se vedono tutti quanti, io voglio che quei signori che mò hanna venì, vedano tutti i fiori che ha avuto regalati Maria p' 'o nomme sujo. Totonno – (che accende i lumi e rassetta) Nun ce penzate che mò acconcio io tutte cose. Vuje nun avita fà ato che cumannà surtanto, p' 'o riesto lasciate fà a me. Francesco – 'O saccio che sei un giovane svelto e perciò son sicuro di quello che fai. Totonno – Io aggio servuto tanta case nobile, non pe disprezzà 'a casa di Vostra Eccellenza e tutte m'hanno purtato nchiante 'e mano. Francesco – Lo so, lo so, e perciò ti voglio bene. Oh! Totò, quanno vene 'o surbettiere a purtà 'e gelate, falle mettere dint' 'a cucina. Si vene quacche invitato cchiù priesto tu nun 'o fà assettà dint' 'a galleria, ma fallo aspettà dint' 'a stu salotto. Tu mò 'e capito? Totonno – Va bene, v'aggio ditto nun ce penzate. L'etichetta 'a conosco e saccio 'a mano diritta mia. Francesco – Io me vaco a vedé si Maria s'è vestita, io le vado a dà nu bacio prima che viene qualcheduno. Dì 'a verità, è na bella pupatella chella figlia mia? Totonno – Signó, chella è na gioia che tenite. Francesco – Gioia 'e papà tujo, quanto si aggraziata! Teh! teh! (gitta un bacio con la mano e via) Totonno – Vì quanto è curioso stu signore mio. Ed è pure pazzariello assaje quanno sta 'e genio, e ogge è jurnata che isso sta allegro assaje, te pare, è 'o nomme d' 'a figlia e ce tene na passione pe chella piccerella. E che passione. Stamattina appena s'è scetato m'ha dato 5 lire 'e nferta, fosse ogni ghiurno accussì. (suono di campanello) E chi sarrà? Ah! ha da essere chillo che porta 'e gelate. Jamme ad arapì. (via poi torna) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- O crux, salus nostra!
Dai tuoi rami pendeva la nostra libertà, in Te il mondo fu redento con il Sangue del Signore. Cristiano, non vergognarti della Croce: sia il tuo segno e ti accompagni "dall'alba al tramonto", Innalza lo sguardo, contempla ivi il crocifisso: comprenderai la presenza del dolore nel mondo e la speranza che viene dal Signore risorto. O croce, albero fecondo e glorioso, sorgente di vita immortale, dona ai fedeli la grazia del Signore, ottieni alle genti la pace. Amen. Elio Venditti
- Capracotta, tra storia e gourmet
In un itinerario sull'Alto Molise, non potete non passare dal paese di Capracotta: 1.421 metri sul livello del mare, il secondo comune più alto dell'Appennino. Nonostante sia di impianto medioevale, Capracotta è stato costruito praticamente da zero dopo i danni subiti durante la seconda guerra mondiale e oggi è conosciuto come una delle principali mete sciistiche del Molise, anche se il mio interesse è stato piuttosto rivolto al famoso pecorino di Capracotta. Qui, in altura, passava uno dei tratturi più importanti del Molise, che ha reso il paese uno dei punti nevralgici della transumanza. Oreste Trotta ama definirsi un affinatore d'altura nell'altissimo Molise. Il suo negozio, Trotta Sapori, nasce grazie al papà Sebastiano, un sarto di mestiere con la passione dei formaggi che decise di tornare a Capracotta dopo un periodo di lavoro a Roma, rilevando una piccola bottega alimentare. Da poche forme di formaggio, custodite per alcuni clienti speciali, fino ad arrivare al mestiere di affinatore, il passo è stato breve. Il figlio Oreste ha ereditato la passione paterna. Il suo negozio sembra, a prima vista, un piccolo supermercato di paese, quelli dove puoi trovare un po' di tutto, ma in realtà nasconde dei veri e propri tesori, sia nel bancone di vendita, sia nei locali adiacenti in cui Oreste lascia riposare formaggi e salumi. A distinguere i prodotti affinati da Oreste Trotta è un marchio "T" che viene stampato sui pecorini da ormai 45 anni. I formaggi arrivano direttamente da Carovilli: il caciocavallo è ottenuto dal latte munto a maggio (alto molisano maggengo) e viene proposto nelle tipologie normale, tartufo e alle vinacce (creato direttamente da Oreste con le vinacce dell'uva tipica del Molise, la Tintilia). Tra gli altri formaggi: indimenticabile il profumo dei pecorini canestrati di varie stagionature, fatti con latte di pecore allevate al pascolo libero. Oreste si diverte a prendersi cura anche di alcuni prosciutti, stagionati da 16 a 24 mesi, che arrivano direttamente da produttori abruzzesi e di gustose soppressate. Da non perdere, se volete fare un'esperienza insolita, l'appuntamento del 31 dicembre, quando Oreste apre una forma di pecorino stagionato per almeno due anni e festeggia così, con amici, clienti e turisti, l'anno nuovo. Charles e Joël Pellissier Fonte: https://foodbloggermania.it/, maggio 2017.
- Lavoro a maglia: sono un ribelle
L'allarme lo ha dato l'associazione nazionale degli artigiani: nei prossimi dieci anni sono a rischio estinzione diversi mestieri, tra cui sarti e falegnami. Il paese della moda è diventato uno dei maggiori sostenitori della dittatura dell'industrializzazione del prêt-à-porter (pronto da insossare), mettendo in discussione le sartorie artigianali. Ci sarebbe molto da dire su questo tema e alcune iniziative hanno cominciato a farlo piuttosto bene, come Serpica Naro (il nome inventato di una sconosciuta stilista "giapponese" che nel 2005 ha chiuso la settimana della moda milanese, altri non era che l'anagramma di San Precario, il patrono creato dai lavoratori precari, in questo caso della moda) piuttosto che la campagna internazionale "Abiti puliti" (che sostiene attraverso rapporti, proteste, appelli, boicottaggi le lotte dei lavoratori del settore tessile sfruttati nei sud del mondo da brand del nord). E per alcuni aspetti anche studiosi come il sociologo Richard Sennet con "L'uomo artigiano". Più preoccupante ci sembra il rischio che scompaiano alcuni saperi di base, diffusi tra le persone comuni, a proposito del cucito. Non occorre chiamarsi Valentino per saper rifare un orlo, rimettere un bottone oppure una cerniera, rammendare un calzino, ricavare fazzoletti di stoffa da vecchie lenzuola, ma sempre meno persone sono in grado di farlo. «Un piccolo corso di cucito o qualche ora da una zia abile – scrive Marinella Correggia in "La rivoluzione dei dettagli" – renderebbero lorsignori e lorsignore in grado di modificare una camicia, rifare un orlo, applicare un ghirigoro su una banale maglietta... Macchine da cucire per non professionisti sono a disposizione a prezzo modico, anche usate». Per fortuna in diverse città grazie soprattutto ai migranti si rivede in giro qualche sartoria, spesso inglobata nelle lavanderie. Di certo, occorre un cambiamento culturale profondo, spazi sociali a disposizione (come i «Cafè delle riparazioni») e occasioni per la diffusione dei saperi che riguardano le abilità manuali, considerando lo scarso contributo della scuola pubblica, per altro sempre più massacrata. E allora ben vengono iniziative come quella promossa dalla cooperativa "Occhio del riciclone", «Corsi sartoriali di trasformazione di vestiti usati», che il mese scorso ha suscitato molte attenzioni tra i lettori di Comune, ma soprattutto ben venga la Giornata mondiale della maglia in pubblico, prevista il secondo e il terzo week-end di giugno. Il "fare a maglia" in tutte le sue diverse espressioni (con i ferri piuttosto che con gli uncinetti, con ago e filo oppure con la macchina da cucire... insomma, purché abbia a che fare con il mondo del tessile) non è solo un fatto di mestieri da proteggere o saperi di base da recuperare (in quanto applicazione pratica delle teorie della decrescita e in quanto strumento che riduce le spese dei cittadini aggrediti dalla crisi); c'è anche l’elemento della socializzazione a fare la differenza. D'altronde, in ogni epoca e in ogni angolo del mondo, il cucire è stato spesso vissuto come occasione di incontro tra persone ("inventato" dalle nostre nonne davanti ai portoni dei paesi), di compagnia (soprattutto durante le giornate invernali nei paesi di montagna, come Capracotta, provincia di Isernia, «il paese dei sarti»), di condivisione di materiali, di scambio di saperi e di notizie sulla vita di tutti i giorni. Un microspazio di quotidianità, dal nostro punto di vista, capace davvero di favorire la ricomposizione dei legami sociali e la costruzione di relazioni orizzontali, basate sulle fiducia, attraverso attività in cui il valore d'uso è più importante del valore di scambio, relazioni umane non mediate dai merci, relazioni non capitaliste. Per questo, nella Giornata mondiale della maglia in pubblico, promossa per la prima volta da Danielle Landes nel 2005 a Denver (Colorado), chi lavora a maglia viene invitato a uscire di casa per incontrare altre persone con lo stessa passione e capacità. Il secondo e il terzo week-end di giugno, quindi, in tutto il mondo ci si incontra, magari solo per un paio di ore, nei parchi, nei locali pubblici, nelle piazze, nelle mercerie, nei consigli comunali per cucire, lavorare a maglia e chiacchierare. Nel 2005 gli eventi organizzati in tutto mondo sono stati 25, con il passare del tempo si sono moltiplicati fino a superare il migliaio di appuntamenti. In italia la Giornata si svolge dal 2008: gli incontri (i Kip, cioè i ritrovi, sono annunciati e "catalogati" sul sito ufficiale divisi per paese) sono liberi, aperti a tutti e generalmente non prevedono prenotazioni né pagamenti. Per il 2012 sono già previsti incontri a Roma, Firenze, Prato e Milano. Notizie più complete e aggiornate sono nel sito del Wwkip (World wide knit in public day) e in due pagine facebook, quella ufficiale dell'evento e quella italiana. Organizzare un evento, spiegano i promotori, è semplice. Prima di tutto parlate con proprietari e gestori di caffè, bar, negozi, mercerie, spazi sociali; verificate l'appoggio e soprattutto le autorizzazioni dalle autorità locali; fate l'elenco delle cose che i partecipanti devono portare con loro (cibo, acqua ma anche sedie, cappello da sole, maglieria, ago, filo...); individuate un posto in cui rifugiarsi in caso di pioggia; preparate e diffondete volantini nei negozi e messaggi on line; preparate anche un grande cartello da appendere qualche giorno prima nel luogo destinato a ospitare l'iniziativa pubblica; fornite bene ai partecipanti e ai curiosi le indicazioni per raggiungerlo (a piedi, in bici, con bus). A Roma, la Giornata 2012 sarà promossa almeno in due appuntamenti: dall'Università del Saper Fare sabato 9 giugno dalle 15 a Villa Pamphilii. L'invito è di portare progetti a maglia, sia ai ferri che uncinetto o qualsiasi altro lavoro che riguardi i filati. E sabato 9 e domenica 10 (dalle 18 in poi) con Romammaglia Knit Festival in piazza San Cosimato a Trastevere, grazie all'iniziativa del collettivo The SempliCity, promossa in collaborazione con il Municipio I: durante la festa sono previsti workshop gratuiti con La Banda della Maglia, installazioni ispirate al libro di Stefano Benni "Stranalandia" della texitle designer Alessandra Roveda, la poesia l'arte dell'associazione LeMasque, guerrilla knitting (il movimento che propone di rivestire di lavori a maglia lampioni, panchine, alberi, opere d’arte delle città per diffondere colore, calore e creatività), ma anche animazioni a sorpresa in tutto il quartiere. Concludiamo volentieri citando un post del blog di Emma e Yummy, cioè Emma Pavanelli e Mariaelena La Banca, tradutrice la prima e pedagogista la seconda. Il blog è dedicato alla decrescita e alle personali scelte di downshifting. «Una delle prime esperienze che ho fatto nel mio percorso di decrescita è stata imparare a cucire – racconta Emma – Erano anni che mi riproponevo di farlo ma non avevo mai il tempo di dedicarmi. Così, una volta lasciato il lavoro, e prima di riprenderlo part time, mi sono iscritta a un corso di patchwork. Quella scelta ha radicalmente cambiato la mia vita. Ho cominciato a fare da me lenzuola e coperte, magliette, pantaloni, borse, libri tattili per bambini e tutto ciò che la mia fantasia proponeva. A mano a mano ho cominciato a prendere confidenza con la macchina da cucire, acquistata usata su e-Bay, e devo dire che, oggi, a distanza di due anni, una delle scelte più fruttuose derivate dal downshifting, è proprio il cucito. Rammendare, creare, rattoppare, fare orli... Consiglio a chiunque abbia tempo per frequentare un corso di cucito di buttarsi. Non ve ne pentirete». I motivi per partecipare al World wide knit in public day sono dunque numerosi. Scegliete quello che preferite. A noi convince soprattutto la capacità dell'evento di coinvolgere persone comuni in spazi pubblici, una vera insurrezione di questi tempi: per dirla con gli zapatisti, «siamo persone comuni e pertanto ribelli». Provateci, non ve ne pentirete. Città Invisibile Fonte: https://comune-info.net/, 26 giugno 2012.
- La pietra della masseria Campanelli
Ad integrazione dello scritto "La pietra della masseria Campanelli" apparso sul fascicolo del 4 dicembre 2021 del "Bollettino della Letteratura Capracottese". Ho visto di persona dove si trova quella stele litica, con le sue incisioni. Sono d'accordo con quanto scritto da Francesco Mendozzi tranne per una cosa: la data a cui fa risalire la pietra di confine. Andiamo con ordine. Il confine tra Capracotta e Castel del Giudice si trova più a valle (300-400 m.) rispetto alla pietra. Infatti viene attualmente posto dove è presente la sorgente dell'Acqua Zolfa. Quindi due sono le cose: o il confine tra i paesi una volta era più in alto o la pietra è stata spostata dove si trova adesso a 100-150 m. dalla masseria Campanelli. La seconda ipotesi sembrerebbe quella più veritiera. Ma c'è una terza versione. Analizzando meglio la pietra di confine si nota una A, una V e una retta che starebbe ad indicare la direzione del confine. Mettendo insieme questi tre dati si ottiene l'incisione litica. Ora si tratta di stabilire il periodo nel quale far risalire detta incisione. Dopo aver analizzato il passato, la mia personale convinzione è che si tratti sì di una pietra di confine (come riporta anche Mendozzi) ma non fra due paesi, bensì fra due tribù sannitiche: quella di Aufidena, con la sua grande acropoli, e quella di Bovianum Vetus con il suo teatro, l'odierna Pietrabbondante. Il confine forse fu posto per stabilire una spartizione del territorio tra i due popoli, tribù (touto in lingua osca). Si trattava di un'alleanza civile e forse militare. Le guerre tra Sanniti e Romani durarono circa 260 anni comprendendo le tre guerre sannitiche (la prima dal 343-341 a.C., la seconda dal 326-304 a.C. e la terza dal 298-290 a.C.). Dopo le guerre sannitiche ci fu la guerra sociale dal 90-88 a.C. e poi la guerra civile tra Mario Egnatio (sannita) e Silla (romano) del 83-82 a.C. Lo storico e geografo greco Strabone testimonia la violenza con cui i Romani investirono il Sannio distruggendo tutto, città, santuari, fortezze, scritti, in definitiva la loro civiltà, di cui, a poco a poco, vengono ritrovati attualmente alcuni resti, smentendo Floro (altro storico del II secolo d.C.) che disse che «è vano cercare il Sannio nel Sannio». Secondo Plinio, nel 77 d.C. esistevano due Boiano: Vetus (vecchia) e Undecumanorum (romana), l'odierna Boiano. Gli abitanti del territorio chiamavano se stessi Safineis, per i Romani erano invece tutti Samnites poiché non facevano distinzioni tra le varie tribù; per i Greci erano Saunitai. Facevano parte della lega sannitica, costituita nel V secolo a.C., i Pentri, i Carecini, i Caudini e gli Irpini. Secondo alcuni studiosi i Pentri occupavano un territorio che andava dalla catena delle Mainarde comprendendo l'alta valle del Volturno, la piana tra Isernia e Venafro e buona parte del Matese. Tra i centri abitati più popolosi vi era Isernia, Venafro, Boiano Undecumani e Sepino. I Caracini occupavano un piccolo territorio tra Alfedena e la Maiella, dove Alfedena era tra i centri più popolosi. Noi di Capracottam secondo alcuni storici, facevamo parte dei Sanniti Pentri. L'alto Sannio è considerata area genetica delle genti sannitiche caracene con Alfedena, Castel di Sangro in provincia dell'Aquila, e delle genti sannitiche dei Pentri, Agnone e Pietrabbondante in provincia di Isernia. Il confine sannitico sopracitato coincide con un altro confine, come risulta da una convenzione dell'archivio dei canonici di Isernia nel 964 (periodo longobardo e carolingio): Pandolfo di Capua e Landolfo spartirono il territorio attribuendo il versante tirrenico, con Isernia, a Landolfo, e il versante adriatico, con Agnone e Boiano, a Pandolfo. Sempre secondo la convenzione dell'archivio dei canonici di Isernia il confine tra i due versanti era: Monte Matese - Macchia Godena - Castel Petroso - Monte Capraro - Monte Molinaro (attuale torrentello Molinaro) e Saletto, i cui due punti estremi del confine erano Monte Matese e Saletto. Questo doveva essere stato un tempo il confine di Bovianum Vetus e Aufidena al quale Pandolfo e Landolfo si sarebbero ispirati. L'epoca dell'incisione è quindi antica, forse sannitica, e se così fosse avrebbe un grande valore storico, culturale e archeologico. Lucio Carnevale
- Fattezze della statua della Madonna di Loreto di Capracotta
Quando nei primi anni '80 del secolo scorso si decise di sottoporre a restauro la statua della Madonna di Loreto - il che significava trasferire altrove l'opera lignea - le donne di Capracotta, con mia nonna in testa, si opposero fortemente al parroco di allora ed ottennero che qualsiasi ritocco venisse fatto in situ. Questo timore apparentemente ingenuo dimostrava due cose: da un lato l'attaccamento viscerale dei capracottesi nei confronti della loro Madonna, dall'altro un malcelato atteggiamento di circospezione tipico dei montanari. Va detto che nei decenni molte opere e documenti custoditi nelle nostre chiese hanno lasciato Capracotta per restauro o per inventario e non sono più tornati a casa, quindi, a ben vedere, le donne capracottesi furono allora piuttosto lungimiranti. Quella che vedete in foto è la nostra Madonna di Loreto spogliata della Sua raffinatissima veste azzurra. Come tutte le donne eccezionalmente eleganti - belle senza il trucco e l'abito da sera - anche Lei dimostra il Suo indiscutibile fascino in versione "acqua e sapone". Ciò che primieramente colpisce è scoprire che il manufatto non è «costituito da un tronco d'albero appena sbozzato», come la tradizione orale tramanda da secoli. Il legno, probabilmente di pero, è lavorato dal basamento fino alla sommità ed è iconograficamente vicino a tante altre Madonne presenti sul territorio molisano e abruzzese, tutte databili tra il XII e il XV secolo, un periodo di molto anteriore al 1634, che è la data incisa sul piedistallo. Nel vedere la statua spogliata e seduta della Madonna di Loreto sorgono tanti altri dubbi, uno dei quali riguarda l'onomastica. Potrebbe darsi che la nostra, al pari di tante altre del Sud Italia, sia nata sotto il titolo de lu rito, e che una corruzione lessicale abbia poi mutato la Madonna del Rito in quella di Loreto, una storpiatura che, qualora fosse avvenuta, è antecedente al 1671, visto che in quell'anno il tavolario confermava che la chiesetta all'ingresso del paese stava già «sotto il detto titulo di Loreto». Il rito a cui si farebbe riferimento sarebbe quello orientale di Costantinopoli, il cosiddetto rito greco, portato in Molise nel XV secolo dagli albanesi (oggi arbëreshë), una devozione bassomedievale storicamente dimostrata dal fatto che nell'antica Chiesa Madre di Capracotta c'era una «Cappella di S. Maria di Costantinopoli della Famiglia Carnevale». La possibilità che la Madonna che veneriamo ogni tre anni non sia quella di Loreto bensì quella del Rito bizantino è improbabile ma non impossibile: certamente su questo punto sono costretto a passare il testimone a studiosi più preparati di me. Io ho soltanto scoperchiato il vaso di Pandora... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Gioielli, La cultura musicale e le tradizioni orali dei pastori transumanti, in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744), Palladino, Campobasso 2015.
- Il nostro matrimonio
26 febbraio 1934, ore 11, Arsita, parrocchia Santa Vittoria. Il nostro matrimonio è stato benedetto dal parroco di Arsita don Ladislao Partenza, tutti presenti in chiesa: genitori, fratelli, sorelle, perenti di Amedeo e amici, una bella cerimonia, giornata col sole. A casa tanti fiori, un bel cestino arrivato da Chieti da Giacinta e marito Donato Franchi, loro erano presenti. Pranzo a casa di zio Alessandro e zia Raffaella con tanti parenti e amici della mia famiglia e della famiglia di Amedeo. Il fratello, la cognata, le tre sorelle con i loro mariti e figlioli, non era presente il fratello Angelo che risiede in America con la famiglia. In casa tutta in festa, un tavolo con i 13 nipotini di Amedeo così belli, allegri, ed affettuosi con tutti figli di Pietro, fratello di Amedeo, Francesco Antonio, Corrado di Assunta sposata Leone Carlo, Peppino Antonietta, di Anastasia sposata Isotti Ezio Lucia Elia Rina, di Laura sposata Profeta Peppino, Teresa, Alfonso,che gioia guardare questi bei bimbi. Io avevo un solo nipotino di 2 anni Giulio figlio di mia sorella Elvira sposata con Mario Crisanti di Frascati,non erano presenti quel giorno, Elvira aspettava il secondo figlio il prossimo mese(Clementina). Prima del pranzo nel balcone una piccola fotografia fatta da mio fratello Beniamino in divisa da tenente questa fotografia Sandro l'ha fatta ingrandire e trovasi nel soggiorno di Via Regina Margherita di Pescara unica fotografia del nostro matrimonio. Al pranzo era presente pure Adamo De Santis segretario comunale di Arsita portò una bella macchina per fare la pasta all'uovo, venne con la moglie Graziella. Questo regalo ha permesso di fare tanti maccheroni buonissimi, forse era la prima macchinetta arrivata ad Arsita, guardavano tutti questo lavoro nuovo. Prima la pasta si faceva col mattarello. Il pranzo riuscì benissimo tutti applaudivano la cuoca Albina di Marcantonio. Durante il pranzo un lungo discorso di Igino Creati sindaco di Arsita. Poche parole il discorso del dottor Pietro di Marco e del padre insegnante Antonio compare di battesimo di Amedeo. Giacinto Partenza amico di Amedeo parole affettuose bel discorso, la copia la conservo ancora insieme ai telegrammi di auguri, ricordi bellissimi. Dopo il pranzo verso le ore 18 io ed Amedeo ci siamo trasferiti a casa sua con gli ospiti del pranzo. La casa tutta elegante rimessa a nuovo da poco. Preparato un rinfresco per tutti. Amedeo aveva invitato con bigliettini tutte le famiglie di Arsita per partecipare a questo rinfresco. In casa tanti dolci,di Teramo arrivarono paste con la crema e altre qualità. Mamma fece la cicerchiata molto grande una forma bellissima tre piani ricoperta con cioccolata e frutta candida. Sopra un tavolo tre torte ripiene con crema e cioccolata, una della famiglia del dottor De Fulvis medico di Arsita, una del segretario comunale De Donatis compare del mio Battesimo, una della famiglia Franchi Beniamino compare di Cresima di Amedeo. La sorella Assunta di Amedeo restò una settimana ad Arsita prima del matrimonio aveva preparati tanti dolci. Il dottor di Marco Pietro mandò un bottiglione di vino cotto. Nel salotto tutti i regali del matrimonio, 100 telegrammi di auguri di amici e clienti di Amedeo arrivati da paesi che lui frequentava per il suo lavoro, per Arsita una novità Amedeo a Sulmona comperò kg 25 confetti per la sua famiglia e kg 25 per zia Raffaella. Nei giorni che portavano regalini per il matrimonio si offrivano vassoi di dolci e di confetti e si mandavano a casa dolci e sacchetti di confetti per il loro famigliari. Il vestito da sposa e stato confezionato a Teramo insieme a ciò che ho indossato quel giorno cappello, borsa, guanti, scarpe e un vestito di seta nero molto elegante completo di tutto per adoperare la prossima settimana per andare a messa. Io andai con Amedeo 3 volte a Teramo per misurare i vestiti e scegliere altre cose. A Teramo fu comperata la camera da letto, quella da pranzo e tutto ciò che serviva per il matrimonio. Amedeo sceglieva sempre roba buona e insieme con zio Alessandro che pure lui voleva il meglio non guardavano a prezzi alti pagavano insieme tutte le cose che servivano per il nostro matrimonio. In quel tempo nessuna regola per spese di questa cerimonia, spendevano pochissimo. La sposa andava a casa dello sposo abitazione insieme ai genitori, matrimonio in chiesa col parroco del paese, pranzo in casa della sposa, la sera si trasferiva a casa dello sposo con amici e parenti e piccolo rinfresco per gli auguri. Io a casa di Amedeo ho trovato la madre un po' anziana ma buona, ricordava poche cose del passato. Io le volevo molto bene e le stavo sempre vicino se andava nell'orto nel terrazzo mai lasciarla sola era mio dovere. Amedeo ultimo di 6 figli era molto affezionato alla mamma dopo la morte del padre 1926 e della zia Santina 1932 vissuta sempre a casa. Le 3 sorelle sposate, il fratello Pietro a casa sua con moglie e 3 figli, fratello Angelo con la famiglia in America. Lui solo doveva decidere tutto, voleva farsi una famiglia con tanti figli, questo era il suo desiderio. Amedeo mi raccontava di volere bene alla mamma perché non stava troppo bene, lui si preoccupava ed era molto affettuoso. Amedeo a Marzo ha ripreso il suo lavoro la mattina preparava le valigie nella macchina e partiva tornava la sera, stanco del lavoro, raccontava della giornata trascorsa, del guadagno fatto, spesso andava a Bologna dalla ditta. Per me era una tristezza vederlo partire, lui si preoccupava che io non ero contenta mi diceva che poteva cambiare lavoro e restare sempre a casa. Io non volevo cercavo di stare tranquilla,e lui doveva fare il lavoro che tanto gli piaceva. Lo aiutavo a togliere dal campionario gli esauriti, lo facevo prima di sposarci mi portava la valigia da zia Raffaella. Dopo pochi mesi aspettavo un bambino così passavo la giornata preparando il corredino e restare vicino a mamma Elisabetta. Lei si divertiva con fili di stoffa facendo gomito lini e pezzi di carta da piegare giornate di lunga pazienza spesso si alzava e voleva andare a casa sua con i suoi famigliari. Nel mese di febbraio del 1935 un brutto dispiacere, mia suocera morì dopo pochi giorni di malattia, nello stesso mese nacque la mia bambina con poca salute fu visitata dal dottore di Bisenti Vincenzo Barone fu battezzata col nome di Elisabetta madrina zia Raffaella ma dopo pochi giorni volò in cielo. Fu un dispiacere così brutto per me e per Amedeo non si trovava un momento tranquillo, mi sentivo sempre più male il dottore mi assicurava che stava bene non mangiavo persi tanti kili. Amedeo si preoccupava per la mia salute, mi portò a Pescara per farmi visitare dal professore Paolini Renato, lui veniva spesso a casa nostra ad Arsita, la moglie era la figlia del dottore De Fulvis. Mi fece una bella visita la prima fatta durante i miei 25 anni. Mi assicurò che la mia salute era ottima, il mio malessere dipendeva dal dispiacere sofferto. Tutto passerà presto, niente cure, Amedeo insisteva di ordinare ricostituente lui non volle sentire niente, non volle essere pagato. Andammo in salotto a prendere insieme alla moglie ai due bambini Francesco 1929 Fulvio 1932 il caffè pasticcini cioccolatini. Lui salutò e di corsa uscì. Abitavano a via Leopoldo Muzi, adesso conservatorio. Noi ripartimmo per Arsita. Il tempo passato pensando sempre al mio grande dispiacere. Amedeo prese una ragazza Antonietta mi faceva compagnia,mi sentivo meglio. Dopo pochi mesi aspettavo un bambino, Aprile giorno 6 1936 arrivò Sandro lui riportò allegria alla nostra famiglia. Io contenta Amedeo lo stesso si guardava questo bel bambino robusto, venne subito a vederlo il professore De Victoris Francesco amico di Amedeo disse:questo bambino e robusto, il pugno chiuso appena nato, io non sapevo questo detto. Sandro cresceva bene,prendeva il latte, dormiva, ogni 3 ore beveva il latte mio. La ragazza Antonietta mi aiutava nei piccoli lavori di casa e giocava col bambino. Il battesimo di Sandro a Maggio, il compare Angelo De Vittoris, fratello del professor Francesco, lui si offrì di farlo perché non aveva mai assistito al battesimo di un bimbo, era molto giovane studente università di Bologna. Quel giorno solo genitori parenti amici niente festa. Amedeo era contrario, ma in casa tanta allegria, un bel pranzo con il compare sua sorella Norina, i due fratelli, mia sorella Cristina, zia Raffaella, zio Alessandro e parenti di Amedeo. Dopo pranzo rinfresco con fratelli e sorelle di Amedeo, tanti nipotini che portano allegria in casa, e amici di famiglia, bella giornata tutti per festeggiare Sandro. Molti regalini il compare una bella posatina d'argento. I miei genitori da qualche giorno stavano ad Arsita tante cosette per un bambino, una giornata in festa con amici a ricordare tante cose del passato. Furono preparati tanti dolci torta, pasticcini cioccolatini. Al decimo mese di Sandro io aspettavo un bambino, troppo presto, ma pazienza. Ho tolto il latte mio a Sandro, e piano piano cominciava a mangiare col cucchiaio le pappette, cresceva bene e robusto. Il 27 dicembre 1937 arrivò Dario gioia dei genitori guardare 2 figli che portano allegria nella nostra casa. Amedeo contento lo stesso io. Sandro e Dario sono nati nella camera al primo piano. I muratori lavoravano preparando il secondo piano della casa. Amedeo piaceva tanto ultimare i lavori della sua casa e vederla tutta bella. Dario bambino calmo con tanti rumori dormiva bene, prendeva il latte mio e cresceva benissimo. Mia sorella Lucia stava con me, mia madre restò una settimana e ripartì per Palombara. Il battesimo di Dario dopo 2 mesi. Il compare Silvio Sanità di Pescara capitano dei carabinieri in pensione, sposato senza figli, affezionato ai bambini, alla moglie, al cagnolino, molto amico di Amedeo. Il suo pensiero era di venire ad Arsita a fare il padrino al nostro bambino. Amedeo fu contento, venne ad Arsita ma lui solo, la moglie stava poco bene restò a casa con la donna. Per lui fu una giornata allegra, tutto contento di conoscere sorelle e fratelli di Amedeo, vedere tutti i nipotini, si rallegrava della nostra bella famiglia di tanti parenti e amici di Arsita. Io preparai un bel pranzo un bel pranzo a lui piaceva mangiare bene, mi aiutava mia cognata Vincenzina, preparammo tante cose buone, bella torta, molti dolci con mandorle. Dopo pranzo il battesimo fu celebrato nella chiesa parrocchia di Arsita col parroco don Ladislao Partenza. A casa un rinfresco con tutti parenti amici bella giornata di allegria, regalini al bambino il compare una scatola con posatina d'argento, un piattino,porta uova, e altre cosette utile per il pranzo di un bambino, un completino da neonato lavorato dalle suore. Prima di ripartire ci ha invitato di andare presto a casa sua per far conoscere il bambino alla moglie Giovannina Berardi donna brava affettuosa, religiosa, non ha mai ascoltato il marito di prendere un nipotino per compagnia. Il compare a Pescara tante volte dopo di Dario ha fatto il padrino di battesimo e Cresima a figli di amici e trattava questi comparucci con affetto come figli. A Pasqua a Natale compleanni tanti regali. Lui stesso andava a casa a portare auguri e regali. Così era per la nostra famiglia qui a Pescara. Molto affettuoso ma carattere diverso dalla moglie,una coppia poco felice. Io andavo spesso a casa e contracambiavo le gentilezze che loro facevano per noi. Amedeo voleva molto bene e cercava di aiutarlo per tutto quello che gli serviva. Nel mese di Maggio 1938 io, Amedeo, Sandro, Dario, Cristina mia sorella che stava ad Arsita con noi, andammo a Pescara a casa loro, passammo la giornata con gioia, vederci a casa la comara Sanità ci ringraziava della bella visita e si teneva nelle braccia Dario. Con loro in casa c'era la madre del compare, Rita di Capracotta, una bella donna madre di tanti figli rimasta presto vedova, il figlio molto affezionato alla madre e restava sempre a Pescara con loro, fu una bellissima giornata, abitavano a corso Umberto. Il compare prese Sandro di due anni per la mano e volle uscire lungo il corso, rientrò presto, ho paura a portare con me un bambino così svelto, mi lascia la mano e vuole correre lungo la strada. La comara preparava il pranzo con la donna, dolci confezionati da lei, era brava per i dolci a S. Giovanni giorno del suo onomastico invitava comparucci e genitori a casa per un rinfresco. Offriva dolci buonissimi, si rallegrava della visita di tutte le sue amiche, anch'io andavo con i ragazzi mentre stavano a Pescara. Questa famiglia e rimasta affettuosa con tutti noi fino alla fine. Il parroco Ladislao Partenza, la levatrice Mimma Creati sempre vicina al mio parto è per 4 volte, brava signora e molto allegra. La sua prima e unica figlia Ines è stata battezzata da me e Amedeo. Un bel pranzo in casa, torta, dolci, per offrire a parenti e amici nel pomerigio, giornata allegra con tante persone affettuose. Paolo è nato alla camera di sopra la seconda, tempo bello col sole. Un bambino calmo, robusto, dormiva tranquillo, prendeva il latte mio, pesava quasi kg 4 cresceva benissimo. Regalini il compare bella catenina con Madonnina, completino per bambini dai nonni dai zii, tante cosette utili per quei giorni. Niente festa tutto in famiglia con parenti e amici. Il primo Settembre del 1943 arrivò Lucio anche lui bel bambino,robusto, calmo, prendeva il latte mio e dormiva. I primi mesi tutta calma. Gioia dei genitori guardare i primi sorrisi,rivolti alla mamma mentre prende il latte, una gioia affettuosa che non si può spiegare facilmente, solo una mamma lo sa. Dopo tre mesi dalla nascita di Lucio molta preoccupazione per la guerra. Lucio è nato alla camera di sopra al secondo piano la stessa camera di Paolo. La casa già ultimata dai muratori tutta bella. Amedeo fece venire in casa una donna per aiutare (Giuditta) così guardava ai bambini e insieme si faceva tanti lavoretti di casa. Nel giorno della nascita di Lucio a casa nostra da una settimana ci stavano Beniamino e Iole che desideravano fare da padrini al bambino. In settimana fu fatto il battesimo, stessa chiesa di Arsita il parroco lo stesso. Festa in casa con amici e parenti,cugini, zii, un bel pranzo tutti uniti, torta, dolci, regalini al bambino. Rinfresco per tutti. Giorni belli, ma dopo pochi giorni la nostra casa fu occupata dai tedeschi presero le due camere al sole che uscivano dal balcone 4 persone il tenente e 3 militari. Prima camera un lungo tavolo il tenente riceveva tutti i contadini che dovevano ritirare i soldi delle bestie che prendevano, per fare mortadella nel palazzo De Victoris trasformato in mattatoio, servivano per far mangiare i militari che stavano ad Arsita ne erano tanti. I muri delle casa coperti tutti dalle pelle di animali ammazzati per asciugarli dopo trasportati col camion non so dove, tutti impegnati con questo lavoro la gioventù di Arsita. Ricordo Peppino Profeta studente all'università con pacchi di pelle sulle spalle, lo stesso Corrado Pulini lavorava al mobilificio del padre, ma la giornata intera doveva fare questo lavoro,nessuno poteva allontanarsi dai lavori pesanti dei militari, comandavano a tutti. Il tenente brava persona in cucina entrava con Amedeo, si curvava sul lettino di Lucio, di 4 mesi parlava ma il bambino dormiva, tra piccoli sorrisi guardava. Lui sposato ma senza figli, raccontava con poche parole che non aveva figli ma molto affettuoso per i bambini. Prendeva la manina di Paolo di 2 anni lo portava in camera sua copriva la testina con fiocchetti di nastro colorato e tornava a farmelo vedere. Paolo andava volentieri con lui, spesso si tratteneva seduto vicino alla sua scrivania. Io cercavo di stare sempre vicino ai miei bambini, non mi allontanavo un minuto. I primi giorni quasi paura a vedere persone straniere in casa ma dopo visto che erano persone educate si cominciava a stare tranquilli. Il tenente prese una donna Maria Lucci per la pulizia delle 2 camere, il corridoio, il terrazzo dove facevano fotografie con la fotografa signorina De Antonis di Pescara fidanzata del professore Di Prinzio, tutti sfollati ad Arsita a casa di Galileo Franchi. L'interprete sorella di Prinzio. Per il bagno in casa nostra adoperavano quello sotto il terrazzo, adesso rovinato e vecchio, ciò che serviva portavano un catalogo con le fotografie piccole cose, non davano fastidio. Presero il grammofono lo portarono in camera loro. La notte suonavano, cantavano, nulla a casa anno preso. Riscaldamento stufe elettriche notte e giorno, di notte molto divertimento invitavano a casa signorine, signore, si ballava si cantava e offrivano dolci, bevande, panettoni, frutta, scatole colme. Amedeo non voleva cercare niente, ma ci davano, lo stesso zucchero, frutta. Al tenente piaceva la compagnia di Amedeo spesso voleva trattenerlo per parlare, ma lui sempre in fretta poche volte si fermava scendeva al negozio, raccomandava a me di stare sempre in cucina con i bambini, per andare al negozio da Amedeo io non passavo all'ingresso, ma dalla camera da pranzo, scendevo la gradinata e dalla stessa porta salivo alle camere. La porta dell'ingresso chiusa, quella che oggi si entra per salire la gradinata che porta alle camere del secondo piano. Un giorno fece tanta neve non si poteva passare con il camion. Chiamarono tante persone compreso Amedeo, il medico, il sacerdote, tutte le persone che potevano con la pala togliere la neve fino al bivio. Arrivato al bivio il camion andava a Bisenti e altri paesi che dovevano ritirare roba da mangiare. Fu una giornata di lavoro per tutti, Amedeo perse un accendino bellissimo che gli regalai prima del matrimonio facendolo comprare da Beniamino di madreperla, non fu trovato era un caro ricordo per noi. Col camion trasportavano tutte le provviste per mangiare. In quei giorni non potevano andare fuori per la neve. Il tenente mandava per invito a cena dei militari un bigliettino ogni famiglia, secondo la famiglia uno o 2 militari nessuno poteva dire di no. Tante cose della guerra c e da raccontare ma dimenticare tutto e meglio. A giugno 1944 i tedeschi che stavano ad Arsita partirono tutti di notte, lo stesso giorno arrivarono i partigiani terribile paura con fucili sparavano in aria per farci terrore, Arsita coperto di fumo. Loro comandavano orario per chiusura dei negozi, parlavano male di tutti, specie di famiglie che avevano ospitato i tedeschi. Volevano ammazzare molte persone di Arsita compreso Amedeo, il dottore, il sacerdote, non posso ripensare alla tristezza di quei giorni fortuna finì con la pace di tutti, queste cose non lo so spiegare ricordo solo la grande paura. I partigiani erano tanti solo loro si vedevano per Arsita prima di entrare al paese stavano sparsi per la campagna una notte andarono a Palombara con fucili, bussarono a casa nostra e tutti vollero entrare chiedendo di Amedeo, stavano tutti di famiglia a Palombara sfollati. Elvira con la sua famiglia 5 figli, il marito Crisanti Mario. Nicola con la moglie, Cristina, Lucia, Beniamino e Iole,mamma e papà, Beniamino a Palombara faceva lui la scuola ai nipotini tutti, e non fece perdere un anno, compreso Sandro e Dario. Quella notte tutti svegli, i partigiani chiedevano di Pulini e la moglie gli fecero capire che noi stavamo ad Arsita, ma loro con rabbia non credevano e vollero girare tutta la casa per trovare la roba di Pulini trasportata a Palombara. Amedeo parte della mia biancheria fu portata a Palombara pensando che era sicuro una zona dimenticata da tutti piccola frazione. Mamma assegnò ad Amedeo una bella camera vuota dove fu appoggiata tanta roba Biancheria, macchina da scrivere, copiatrice, orologi sopra mobili, tante cose utile, loro presero tutto. Ad Arsita presero l'automobile. Brutti ricordi. Amedeo portò a Palombara tanta roba del negozio biancheria, stoffa per vestiti da uomo da donna, coperte, perché i tedeschi mandavano pacchi di roba alle famiglie Amedeo pensava per i paesani. Questa roba non fu presa per fortuna da loro. Fu nascosta in un sotto scala nello studio di papà, con l'aiuto di un muratore fecero un muro a mattoni nulla si vedeva. Un giorno Amedeo insieme ai partigiani prese tutto e la vendeva a persone bisognose di Arsita, a basso prezzo, con i biglietti si faceva la vendita e con la presenza dei partigiani coi fucili piantati. Così la roba fu data a persone di Arsita e non ai tedeschi, tutti furono contenti. Io non so infine come andò a finire, tanta paura dopo la more delle due guardie comunale di Arsita Emilio Creati 6 figli, Florindo sposato da 12 anni. Furono ammazzati in montagna ma non so da chi per una settimana non si potevano trovare i corpi, dolore per i figli e la moglie, che tristezza per il paese, dopo lo trovarono in un bosco coperti di foglie, di terra, un posto che nessuno ci passava. Ricordi brutti per tutti. Amedeo svuotò il negozio e la roba fu venduta al prezzo del costo, pensò subito di lasciare Arsita e trasferirci in famiglia a Pescara. Amedeo decise di trasferirsi a Pescara. Ringraziammo il Signore che ci ha conservato la salute per raccontare queste cose. Molte persone sono morte lasciando in famiglia miseria, dolore e malattia. Sempre la pace il Signore mai la guerra. Vogliamo dimenticare tutto col tuo aiuto. Ester De Prophetis (a cura di Katiuscia Pulini) Fonte: http://www.mazzamurilli.com/.
- L'avvocato Ninetta (XI)
Scena XI Cesarino e detti, indi Rosina. Cesarino – Ecco ccà 'e carte che m'ha dato l'usciere. Ninetta – Seh! m' 'e faccio fritte c' 'a mente. Cesarino – Embè, tanta pressa pecché 'e vulive, e po’? Ninetta – Stupido, nun capisce niente. Nun 'e capito che tutto chesto se fa pe nu poco 'e reclame. Bettina – Ma tu te 'a persuadé, Ninetta mia, che io nun l'aggio fatto apposta. Ninetta – 'O saccio. Ma io nun m' 'a piglio cu te, m' 'a piglio cu chella stupida 'e Rosina, essa avarria pure capì cierte cose. (chiama) Rosina, Rosì? Giulio – (piano a Cesarino) Tu 'e visto chillo che mò è sciso 'a ccà ncoppa? Cesarino – Sì, 'o saccio. Chillo ch'è venuto stammatina. Giulio – Indovina chi è. Cesarino – Chi è? Giulio – 'O Barone Chiappo! Cesarino – 'O marito 'e Gesummina? (parlano piano) Rosina – Signurì, eccome ccà. Ninetta – Rusì, t'avviso pe l'ultima volta che quando io sto con delle persone non devi venire a... Rosina – Ma chella è stata 'a signora che... Ninetta – Nun ce sta nisciuna signora... quando io ti dico na cosa tu m' 'e 'a sentì... e quanno... sto trattando coi clienti tu non 'e 'a venì a sfrocolià 'o pasticciotto c' 'o ssale, 'o magnà che s'azzecca ncopp' 'o fuoco e 'a criatura che vò zucà...! E meno male c' 'o Barone era nu piezzo 'e scemo... (torna Giacinto per prendersi l'ombrello che à dimenticato) nu turzo, nu battilocchio qualunque... Cesarino – (piano) Zitta, chillo sta llà!... Ninetta – Sì, ho detto bene, e lo ripeto. (a Cesarino) Sei uno scemo, un torsolo, un battilocchio qualunque! Ti ho detto di andare. Cala la tela Fine del primo atto. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
























