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  • Oltre l'alba delle nebbie: la "valle sorda"

    Vallesorda in una foto d'epoca del cav. Giovanni Paglione. Eppure quella valle, dalla quale loro avevano avvistato la colonna tedesca, l'estate si riempiva delle voci chiassose dei gitanti che, nelle calde ed afose giornate, vi si portavano per trascorrere ore serene in allegria recando seco vettovaglie per un lauto pranzo oppure per una saporita cena a base di arrosti alla brace e di gioiose bicchierate che si concluderanno con un ritorno sereno verso casa: con lentezza, perché era il tempo di intonare in coro le tipiche canzoni e i tipici stornelli paesani! Quella valle, d'estate così amena con sottoboschi puliti e calpestabili, sui quali si ergevano splendide latifoglie che si abbracciavano dalle parti opposte della strada per costruire ombre impenetrabili, con quel fresco ristoro tanto desiderato e ambito dagli allegri gitanti, con l'aria frizzante e pulita che invogliava a respirare a pieni polmoni, era tuttavia solita a cambiamenti improvvisi quanto inaspettati, non voluti e non graditi, foriera di panico fra i paesani le cui paure restavano inascoltate sicché, proprio per ciò, era stata chiamata la "valle sorda": essa, anche quel nove di settembre, restò "sorda" alle preghiere dei due giovani che per primi avevano avvistato le truppe tedesche e "sorda" restò ancora al passaggio di quella colonna che, nel borgo, avrebbe poi portato disgrazia, sofferenza e morte! Quella stessa valle nelle rigide giornate d'inverno, quando la neve precipitava copiosa coprendo di manto abbondante le strade, i boschi, le campagne, le montagne e i paesi, diventava odiosa, inospitale e nemica: cimitero di morti, insidiosa per le altezze innevate, del tutto "sorda" al lamento dell'uomo che, smarrendo la strada, restava sepolto per sempre fino a quando non fosse giunta la fine! Oh... tu viandante solitario che, alla prima neve cadente, ti poni in cammino nel sogno di tornare alla tua casa presso il tuo focolare, ti prego... viandante... io ti scongiuro solitario viandante, non sfidare la "sorda valle" che, con la sua bufera cattiva e furibonda, disperderà nel vento il tuo lancinante e pietoso grido di aiuto: quella "valle sorda" gelidi i tuoi resti ricomporrà in fredda bara bianca che restituirà alla tua vana speranza di ritorno! Anche quel nove di settembre, la "valle sorda", al passaggio delle odiate truppe,cambiò rapida di umore così come nei tristi inverni di neve: seppure ancora rigogliosa, tirò fuori la sua rabbia e le foglie dei boschi si separarono dal loro abbraccio di ombra e di freschezza; il sole più penetrante abbagliò per strada la colonna e un vento impetuoso eradicò rami e cespugli in segno di protesta; come d'inverno al viandante, anche allora la "sorda valle" avrebbe voluto impedire il passaggio delle truppe ostili ma non c'era la neve, purtroppo, per seppellirle dentro bare bianche, non c'era tempesta che mandasse quella colonna al vento: pure la "valle sorda" dovette rassegnarsi alla resa e assistere impotente al passaggio del nemico! Il borgo, ridotto senz'anima, assisteva in silenzio allo scendere voluttuoso di qualche foglia cadente mentre per strada si alzavano folate di vento, timido rumore nella piazza che, dimenticata la festa, era diventata deserta come colta da morte improvvisa: immobile anche la campanella della chiesa la quale non aveva più ragione di emettere gioiosi rintocchi! Le case, trasformate in ruderi deserti, erano diventate, in apparenza, vuote di persone come se facessero parte di un vecchio ed antico borgo da tempo abbandonato; soltanto il vecchio cane randagio, debole e mansueto, si trascinava pesante lungo la discesa, incredulo di esser solo e conscio del preludio della fine: di tanto in tanto si fermava e guardava d'intorno, sorpreso che tutta quella gioia fosse finita in un istante; il suo abbaiare, pietoso e scostante, si disperdeva nei vicoli e tornava indietro come un'eco malinconica e sofferta! Il sole, nascosto da una nube trasparente, restituiva alla terra raggi appena intiepiditi i quali prendevano parte attiva a quell'evento; la sfera di fuoco già pensava all'indomani, quando essa non avrebbe più illuminato una folla innocente e festante che aveva già programmato l'ascesa lungo i pendii delle montagne vicine: il percorso tanto atteso fra i sentieri degli abeti, il riposo infine meritato nel "gentil prato" sull'altura, circondato dai boschi a mo' di corona, oppure sui prati d'appresso ancora freschi di erbe settembrine; quel sole, ricoperto da una nube di tristezza, già presagiva quel giorno inutile e triste e accusava dolore per l'invano percorso che, dall'alba al tramonto, avrebbe dovuto eseguire a fatica, senza gioia alcuna per quella folla di reclusi. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Oltre l'alba delle nebbie , Fondazione Mario Luzi, Roma 2024.

  • La Chiesa di Santa Maria in Cielo Assunta a Capracotta

    La Chiesa Madre di Capracotta (foto: A. Mendozzi). La Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, a cui fa capo la comunità parrocchiale di Capracotta, fu eretta probabilmente agli albori del XV secolo, con dimensioni estremamente più ridotte rispetto a quelle dell'area attuale (oltre 700 mq.). Nel 1657 si decise di demolirla e di ricostruirla ex novo su progetto definitivo di Carlo Piazzoli da Pigra, valente architetto comasco giunto appositamente a Capracotta per terminare i lunghi lavori di riedificazione, durati quasi 80 anni, sebbene la prima consacrazione fosse avvenuta, a lavori in corso, il 7 ottobre 1723 per mano del vescovo di Telese mons. Francesco Baccari (1673-1736), nativo di Capracotta. Gli stucchi, le decorazioni e le rifiniture interne dell'edificio sacro furono invece affidate all'architetto Venanzio Del Sole da Pescocostanzo. La chiesa, intitolata all'Assunzione della Vergine Maria e posta sul punto più alto dell'antico abitato - il che la rende la parrocchiale più alta dell'Appennino -, appare come un mirabile esempio di tempio a tre navate (35 m. di lunghezza) in stile tardo-barocco, con originali incursioni nello stile rinascimentale e innovativi slanci nel settecentesco meridionale. Al suo interno, oltre all'altare maggiore, sono presenti ben 10 altari, un tempo assegnati a confraternite e a privati. Queste "cappelle" ospitano le statue lignee di san Michele, sant'Anna, dell'Immacolata Concezione, dell'Assunzione, del Sacro Cuore di Gesù, di Maria Addolorata, san Sebastiano, san Pietro (dipinto), san Giuseppe e della Madonna del Monte Carmelo. Alla chiesa si aggiungono gli ampi locali dell'oratorio della ex Confraternita della Visitazione e Morte, la cappella di S. Filomena della ex Confraternita del Carmine, e la modernissima casa canonica che oggi ospita i locali della scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di I° grado di Capracotta. Gli elementi artistici e architettonici più preziosi che caratterizzano la Chiesa Madre di Capracotta sono i seguenti: il campanile a quattro campane (di cui la maggiore, del peso di 900 kg., fu rifusa nel 1926), realizzato nel 1589 e alto 17 metri, esclusa la cuspide; l'altare maggiore del 1754, opera dell'artigiano napoletano Biagio Salvato, sotto il quale spicca un magistrale paliotto con l'effige dell'Assunta; l'antichissimo battistero in legno intarsiato, databile tra il XIV e il XV secolo, poggiato su una colonna in pietra scolpita; il monumentale organo decorato in oro zecchino, comunemente chiamato "Principalone", opera di Luca e Francesco D'Onofrio, fini mastri organari di Poggio Sannita, che lo realizzarono tra il 1750 e il 1780; il pregevole coro in noce, nascosto dal dossale e dalla balaustra in marmo dell'altare maggiore, dove un tempo i sacerdoti capitolari si riunivano per la recita del breviario; una statua lignea della Visitazione della Beata Vergine Maria, opera del grande scultore Giacomo Colombo (1663-1730), padovano di nascita ma adottato dalla Napoli rococò; un dipinto dell'Ultima Cena, addossato alla parete di fondo, che alcuni attribuiscono al grande artista Francesco Solimena (1657-1747); gli affreschi a tempera sulle volte del transetto, opera dell'indimenticato pittore capracottese Giovanni Leo Paglione (1917-2004), raffiguranti l'Annunciazione e la Pentecoste, il martirio di san Sebastiano, e papa Pio V che prega la Madonna prima della battaglia di Lepanto; l'antico portale laterale di accesso, oggi incluso nel piano basso della torre campanaria, che alla base presenta un bassorilievo con tralci di vite; l'altare laterale dell'Assunta, opera del Piazzoli, e quello di san Sebastiano; i reliquiari, contenenti i resti mortali di san Sebastiano, san Cristanziano, santa Margherita, san Fabiano, san Costanzo, san Feliciano, san Faustino e sant'Aurelia, donati al clero e al popolo con atto pubblico del 13 luglio 1676 da Andrea Capece Piscicelli, duca di Capracotta. La navate centrale della Chiesa Madre (foto: A. Mendozzi). Al di là delle connotazioni artistiche, è importante sottolineare che per un discreto lasso di tempo, indicativamente tra il 1749 e il 1899, la Chiesa matrice di Capracotta ha goduto, tra mille peripezie, del titolo di «Insigne Collegiata», titolo che le ha garantito un capitolo di ben 12 religiosi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bertolotto, Opere d'arte per il monastero di S. Cristina e il Carmelo di Moncalieri , in G. Ghiberti e M. I. Corona, Marianna Fontanella Beata Maria degli Angeli. Storia, spiritualità, arte nella Torino barocca , Effatà, Cantalupa 2011; L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; A. Caruso, L'arciprete Agostino Bonanotte di Capracotta: dalla microstoria alla storia , Artificio, Ascoli Piceno 2016; V. Casale , «Perfezionare tutti li colori delle pietre»: il commesso marmoreo in Abruzzo e Molise , in V. Casale, Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell'età barocca , Colacchi, L'Aquila 1995; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Treves, Milano, luglio 1906; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Palanza, Fra Salvatore da Villamagna. Da servo degli uomini a servo di Dio , Youcanprint, Tricase 2013; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Milano, 1° gennaio 1924; F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.

  • Gli scarabattoli dorati di Capracotta

    I reliquiari a busto della Chiesa Madre (foto: A. Mendozzi). A Capracotta, nella Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, sull'altare di san Sebastiano, opera di Mattia Pizzella, sono esposti sei scarabattoli in legno dorato e vetro contenenti i resti mortali di alcuni martiri cristiani del II-III secolo che pagarono con la vita il rifiuto delle pratiche pagane. Le sculture fanno parte di una larga produzione fiorente nel XVIII secolo e consistono in cinque reliquiari a busto e una grossa teca, che fanno pensare ad un'identità di mano. Le reliquie furono donate nel 1676 al clero locale da Andrea Capece Piscicelli il quale, avendo acquistato il feudo di Capracotta, il 29 ottobre 1674 ne era diventato il primo duca. Il primo reliquiario (al centro) raffigura san Fabiano I (200-250) con le mani sul petto e il volto sollevato. Alla morte di Antero, 20° papa della Chiesa di Roma, il laico Fabiano accorse per assistere all'elezione del nuovo pontefice, che a quel tempo si svolgeva per acclamazione all'aperto. Quando una colomba bianca si posò sul suo capo, il popolo di Roma vide in quell'evento un segno dello Spirito Santo e nominò Fabiano pontefice. Nel III secolo il cristianesimo era bellissimo, come ogni cosa che possiede la virtù della giovinezza, e molto variegato, tuttavia agiva in un mondo pagano che perseguitava le comunità cristiane venutesi a creare nelle grandi città dell'Impero. Fabiano, infatti, venne costretto a far sacrifici agli dèi e, al suo rifiuto, fu incarcerato e lasciato morire di fame e di stenti. La sua memoria liturgica ricorre il 20 gennaio, assieme a quella di san Sebastiano, patrono di Capracotta. Il secondo reliquiario (secondo da sx) raffigura san Feliciano di Foligno (160-249) col volto in estasi. Le mani sono entrambe sul petto ma la sinistra tiene la palma del martirio. Feliciano fu un missionario ante litteram : evangelizzò un pezzo d'Italia centrale quando questa era terra di conquista per la nuova e definitiva religione. Feliciano fu infatti l'evangelizzatore di vaste zone dell'Umbria: Assisi, Bevagna, Foligno, Norcia, Perugia, Plestia, Spello, Spoleto, Trevi. Dopo un periodo a Roma tornò ai nativi colli, dove era stato acclamato vescovo. Ricevette dal papa il privilegio del pallio (un'insegna riservata di diritto solo al pontefice e agli arcivescovi metropoliti) e il suo episcopato durò ben 56 anni. Morì martire in tardissima età, sotto Decio. La memoria liturgica di san Feliciano ricorre il 24 gennaio. Il terzo reliquiario (secondo da dx) raffigura sant'Aurelia d'Alessandria (240-260) che, nella mano sinistra, tiene un libro chiuso, e la destra poggiata sul petto. Anche Aurelia appartiene alla fitta schiera di martiri del cristianesimo nella Roma precostantiniana. Fu infatti tradotta in tribunale, di fronte al giudice Secondiano, con l'accusa «di professare il credo cristiano». Le venne chiesto di bruciare l'incenso agli idoli ma Aurelia perseverò nella fede in Cristo, venendo condannata a morte per decapitazione. Prima che la condanna fosse eseguita, assistette a un supplizio forse peggiore, quello di veder decapitare la madre e la zia. Il dì seguente, 2 dicembre 260, Aurelia fu tratta dal carcere e, condotta lì dove giacevano i corpi decollati della madre e della zia, le fu spiccato il capo dal busto. La memoria liturgica di sant'Aurelia ricorre il 2 dicembre. Se i primi tre busti presentano una didascalia col nome del santo raggifurato, i restanti scarabattoli ne sono invece sprovvisti, tuttavia le fonti storiche menzionano almeno altri cinque martiri: san Costanzo, san Cristanziano, san Faustino, santa Margherita e san Sebastiano. La processione dei SS. Martiri del 15 luglio 2018. La cassetta centrale, infatti, contiene le reliquie indicate dai nomi di «S. Sebast. [...] S. Margh. v.m. [...] S. Christanziani», per cui il quarto reliquiario (primo da sx) potrebbe rappresentare san Costanzo di Perugia, primo vescovo del capoluogo umbro, che tiene tra le mani la palma del martirio e un libro aperto, attributo iconografico non riscontrabile in san Faustino. Egli fu martirizzato a Foligno, per cui le sue reliquie furono forse accoppiate a quelle del vescovo Feliciano. Secondo la tradizione Costanzo fu condotto davanti al console Lucio e barbaramente flagellato, quindi immerso nell'acqua bollente, da dove uscì miracolosamente illeso. Ricondotto in prigione, convertì i carcerieri che lo aiutarono a fuggire. Rifugiatosi a casa di Anastasio, anch'egli un cristiano della prima ora, fu con questo di nuovo arrestato e decapitato intorno al 170. L'ultimo reliquiario (primo da dx) potrebbe infine raffigurare san Faustino di Brescia che, assieme al compagno Giovita, subì le più terribili torture per aver tentato di evangelizzare Brescia. I due furono dapprima imprigionati a Milano, quindi trasferiti a Roma, dove furono dati in pasto alle bestie selvatiche nel Colosseo, uscendone indenni. Furono allora imbarcati per Napoli, ma durante il viaggio in mare, grazie alla loro intercessione, si placò persino una tempesta. Ciò nonostante le torture continuarono e alla fine gli aguzzini decisero di spingerli in mare su un'instabile barchetta che però tornò a riva. A quel punto furono condannati a morte, riportati a Brescia e decapitati tra il 120 e il 134. La memoria liturgica dei santi Faustino e Giovita ricorre il 15 febbraio. Tanto il degrado della fede, diventata prima superstizione e poi amoralità, quanto l'affermarsi della jihād (guerra santa) islamista, hanno portato i più giovani a credere che i martiri siano dei fanatici che uccidono e si uccidono nel nome d'un dio. Nella realtà i veri martiri, quelli cristiani, sono nient'altro che vittime, sante, dell'intolleranza, per cui andrebbero sempre tenuti d'esempio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; B. Faino, Dimostrazioni della vera essistenza de santi Faustino, e Giovita , libro III, Turlino, Brescia 1670; F. Grossi Gondi, S. Fabiano papa e martire: la sua tomba e le sue spoglie , Civiltà Cattolica, Roma 1916; L. Iacobilli, Vita di san Feliciano martire, vescovo, et protettore della città di Foligno , Alterij, Foligno 1626; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Raimondo, San Costanzo Martire. Tra storia, fede, tradizione e religiosità nella comunità di Montorio nei Frentani , Città Nuova, Roma 2016; O. Sarcinella, Sant'Aurelia vergine e martire , Comunità Passionista, Ceglie Messapica 2005.

  • La Chiesa di San Giovanni a Capracotta

    La Chiesa di S. Giovanni a Capracotta (foto: A. Mendozzi). La prima attestazione della Chiesa di S. Giovanni è quella contenuta nell'apprezzo feudale dell'11 aprile 1671 in cui si dice che «in occasione di passaggio vi è un'altra Chiesa sotto il titulo de' SS. Giovanni, Sebastiano, e Rocco, la quale è jus patronato del Barone». Questo significa che quella chiesa, prerogativa del barone di Capracotta, stava alla periferia dell'abitato ed era intitolata tanto al Battista quanto ai martiri francesi Rocco e Sebastiano, due santi invocati a gran voce durante l'epidemia di peste di quindici anni prima. In successivi registri la chiesa risulta gestita da una badìa intitolata primieramente a san Nicola, ed «ebbe l'assegno dei frutti di 270 tomoli di terreni», ovvero 67 ettari. Si tratta di un edificio a navata unica, privo di abside. La facciata è a capanna e presenta sulla sommità un piccolo campanile a vela. L'ingresso è costituito da un portale architravato. Tutto l'edificio è intonacato ad eccezione dei cantonali costituiti da blocchi di calcare compatto. L'interno è scandito da arcate cieche sui muri laterali, ciascuna dotata di altare e statue votive. L'altare maggiore, di struttura più elaborata, contiene il gruppo scultoreo del Battista nell'atto di battezzare Cristo. Tutto l'interno è decorato da stucchi bianchi e dorati. Di questa chiesa semplice, costruita in architettura modesta ma piacevole, non vi sono molte notizie ma, visionando alcune fotografie di inizio Novecento, si può dire che qualcosa sia cambiato, a partire dai tre archi esterni presenti su entrambi i lati che oggi sono ricoperti da anonimo intonaco. Una delle poche fonti bibliografiche è datata 6 luglio 1906, allorquando Eutimio Conti, attraverso una corrispondenza col direttore de "Il Giornale del Sannio", informò la comunità capracottese di aver ricevuto una discreta donazione proveniente dagli Stati Uniti per il restauro della suddetta chiesa: Il Signor Francesco Paolo Carnevale ed altri bravi operai Capracottesi residenti a Philadelphia (Stati Uniti) hanno rimesso al sottoscritto la bella somma di £ 800,00 da servire per i restauri dell'antica Chiesa di S. Giovanni Battista di questo Comune. Nessuna lode è bastevole per l'atto cristiano e patriottico dei sullodati nostri concittadini, ai quali giungano graditi i nostro encomii, ringraziamenti e saluti. Francesco Paolo Carnevale era infatti arrivato ad Ellis Island nel 1904 all'età di 47 anni, e forse proprio per questo motivo, accusando fortemente il richiamo della terra natia lasciata in età matura, decise di mettere insieme, fra tutti i compaesani emigrati a Filadelfia, la somma di 800 lire (circa 3.500 euro). Un secondo restauro si rese necessario dopo l'incendio che nel 1911 colpì l'edificio sacro, distruggendo il tetto. Il solaio venne dunque ricostruito in ottobre grazie all'impegno del «zelante Economo Coadiutore, Reverendo Canonico D. Annibale Conti», il quale raccolse presso il popolo capracottese la somma necessaria ai lavori. I tre archi laterali all'esterno della chiesa in una foto d'epoca. All'interno della Chiesa di S. Giovanni sono oggi custodite cinque statue: il san Giovanni Battista con Gesù, santa Chiara d'Assisi, la Madonna dei Miracoli - una delle usanze del nostro popolo è quella di portare in processione, l'11 giugno, questa Vergine a Casalbordino (CH) -, la Madonna della Pace e la Madonna Desolata, denominazione dell'Addolorata tipica della Puglia, precisamente di Canosa, dove la comunità capracottese si è radicata da secoli per via transumante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; S. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», XVIII:19, Agnone, 17 novembre 1911; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; P. Morra, Corriere dei Comuni , in «Il Giornale del Sannio», Campobasso, III:16, 12 luglio 1906; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.

  • Storia dell'organo (VII)

    L'organo della Groote Kerk di Haarlem. A completamento delle tecniche decorative delle canne vorrei menzionarne una molto particolare, chiamata "tigrato". Si ottiene aggiungendo allo stagno organario piccole quantità di rame che, cristallizzando in modo e tempi differenti rispetto allo stagno conferisce alla superficie della canna un aspetto a sbalzo e marezzato molto bello e gradevole a vedersi e definito "tigre". Utilizzato prevalentemente per le canne di mostra, come per la tecnica della verniciatura dà al registro un arricchimento degli armonici ed un timbro più chiaro. Continuando poi con gli strumenti sui generis della serie "quello che passa il convento", se fossimo passati nel convento dei cappuccini di Pettineo (ME) intorno al 1862 avremmo trovato un piccolo strumento con cassa squadrata e priva di decorazioni, estremamente spartana, il cui prospetto è realizzato con canne... palustri! Quasi tutto lo strumento, chiuso da una portella a tre ante, è costruito con questo materiale per un totale di sei registri con comandi a pomello azionati da un manuale di 50 tasti, prima ottava corta, fatti di legno di frutto (i diatonici) e noce massello (i cromatici) ed una pedaliera, costantemente unita al manuale, "alla siciliana", cioè con pedali sporgenti a mo' di leva dalla cassa e su di essa imperniati. Immancabile una canna ad ancia per l'effetto "zampogna" (la scopina). Fu costruito dal padre francescano Francesco Lo Pinto ed è attualmente conservato, perfettamente funzionante, nel Museo antropologico di Gibilmanna-Cefalù (PA). Organo fiammingo ed olandese La base comune generatasi nel tardo Medioevo qui andò incontro ad una evoluzione spettacolare che influenzò tutto il Nord Europa, specialmente l'area della Chiesa riformata e capostipite delle grandi scuole tedesche. Costruito con una struttura più compatta e modulare rispetto agli altri strumenti del nord, ha un suono molto luminoso e chiaro differenziandosi dalle sonorità più drammatiche e severe degli strumenti tedeschi e di quelli dell'Olanda più settentrionale. Fin dal 1600 sono presenti strumenti a due o più manuali con pedaliere autonome e soliste di almeno 27 tasti. Tali premesse porteranno l'organo germanico-fiammingo ad essere il punto di riferimento per la strutturazione dell'organo moderno e strumento polifonico per eccellenza. Il principale ( Prinzipal ) dà origine a tutta la sequenza di voci maschili, fino alle grandi mixtures , ma, esteso verso il basso, alle voci profonde dei bassi di pedale le cui canne, poste in facciata, assumono un aspetto imponente e maestoso sulle torri laterali. La preferenza dei suoni chiari e precisi porta ad una presenza costante delle grandi ance al pedale usate oltre con il cantus firmus anche nei forti generali con effetto "schiarente". Il cornetto, tra le voci proprie dell'organo fiammingo, fa la sua bella figura con le sue file multiple e la voce caratteristica. Il registro della voce umana merita una menzione speciale. A differenza degli strumenti francesi e, successivamente dei tedeschi, questo registro negli strumenti fiamminghi non è ad ancia con tuba corta ma ad anima. Basato sulle caratteristiche tecniche e sonore del principale consiste in una fila di canne da suonare insieme alla fila del principale effettivo. Tuttavia, questa fila di canne è intonata in lieve dissonanza (crescente) con quest'ultimo registro, pertanto suonando insieme creeranno dei battimenti sonori usati come "vibrato" nei passaggi espressivi e recitativi. Molti organi furono costruiti addirittura con un registro di principale II, più delicato, da usare quasi esclusivamente in accoppiamento alla voce umana. Questa sonorità si diffuse specialmente in Italia ed è la costante su tutti gli strumenti del XVIII secolo, chiamato anche "fiffaro" e ascritto al gruppo dei tremolanti. Gli strumenti fiamminghi e olandesi, vanto delle comunità e delle cittadine di appartenenza, giunsero a dimensioni veramente imponenti: come riferito da colleghi organisti locali, si faceva letteralmente "a chi ce l'aveva più grosso". Casse con maestose e severe torri circolari alternate a sezioni triangolari sulla cui cima sovente svettavano statue o angeli musicanti mentre, sulla torre centrale, si innalzava lo stemma dei Paesi Bassi o della città di appartenenza e con l'immancabile Rückpositiv tergale sulla balconata della cantoria. Basta guardare l'organo maggiore della Laurenskerk di Alkmaar, opera di Franz Caspar Schnitger (1725), figlio del grande Arp Schnitger, per restare letteralmente senza fiato. Oppure il maestoso strumento, alto oltre trenta metri e con le torri laterali ospitanti i principali da '32 della Groote Kerk (Chiesa di S. Bavo) ad Haarlem, costruito da Christian Müller nel 1738 e considerato, con le sue oltre 5.000 canne, lo strumento più grande dell'epoca; organo che un certo W. A. Mozart dell'età di 10 anni ebbe il permesso di far risuonare nel 1766. Ed ancora il grande organo Vater-Müller (1726/1742) della Oude Kerk di Amsterdam. Sono tutti strumenti della tradizione di Jan Pieterszoon Sweelinck (1562-1621), che potremmo definire il "Frescobaldi olandese". A lui il riconoscimento quale creatore della Scuola del Nord ( Nordschule ), con allievi quali Paul Siefert, Michael Praetorius, Samuel Scheidt, Heinrich Scheidemann. Non abbiamo prove di allievi britannici diretti ma il suo stile, diffondendosi in quelle latitudini, diede un'impronta decisa e duratura alla musica inglese. Curiosamente moltissime delle sue opere per organo ci sono pervenute come ricostruzioni di allievi mentre ci è arrivata autografa o stampata la produzione per clavicembalo e virginale: ulteriore prova di come l'organo fosse lo strumento "improvvisatore" per eccellenza. A conclusione permettetemi di ricordare la figura di Willem Hermans (1601-1683) trasferitosi in Italia nel 1648 portando con sé le tecniche costruttive fiamminghe come la sesquialtera, il cornetto e le ance squillanti. Due i suoi strumenti sopravvissuti: l'organo della Chiesa dello Spirito Santo a Pistoia e quello della Collegiata di S. Maria Maggiore a Collescipoli. Lavorò su tutto il territorio italiano dalla Liguria fino a Palermo. È facile suonare uno strumento: tutto quello che devi fare è toccare il tasto giusto al momento giusto e lo strumento farà tutto da solo. [J. S. Bach] Francesco Di Nardo

  • Pezzata di Capracotta, il primo street food d'Italia

    Prima di essere una festa, la pezzata è un piatto e, prima di essere un piatto, la pezzata è un'usanza. Per comprendere la specificità della pezzata bisogna dunque partire ab ovo , cioè da quando questa preparazione culinaria diventò la specialità dei pastori transumanti. La pezzata nasce infatti presso la comunità tratturale capracottese, generalmente costituita dalle persone più misere, quindi da coloro che meno di tutti avevano accesso alimentare alla carne. D'inverno il pastore guidava il gregge verso la Puglia, d'estate lo portava a monticare, ma in nessuna stagione dell'anno egli poteva acquistare la carne se non le parti poco nobili in minuscole dosi. Il viaggio sul tratturo era l'unica occasione, per lui, di poter mangiare la carne a 360 gradi. Quando una pecora era a fine vita oppure si azzoppava al punto da non poter proseguire il viaggio, il pastore era autorizzato a sopprimere l'animale e a cucinarlo per il proprio fabbisogno. Agli occhi del pastore la pecora era una pietanza prelibata, tanto che persino il suo odore forte e robusto - che gli appassionati di cucina oggi snobbano - era un pregio. L'ovino, d'altronde, si azzoppava perlopiù durante il lungo viaggio, non sulle pianure sconfinate della Puglia, il che fa pensare che la carne dovesse essere cucinata e consumata in itinere . Non può esistere una ricetta definitiva della pezzata se non quella basata sui suoi ingredienti fondamentali: la pecora, l'acqua e il fuoco. Di certo il pastore bolliva la carne aggiungendo gli odori che aveva a disposizione (cipolla, patata, sedano), solo se li aveva a disposizione. Ci tengo poi a precisare che la pezzata si distingue dalla cosiddetta "pecora alla callara" (o "al cotturo") della tradizione abruzzese per almeno un elemento: la pezza . Esistono infatti due interpretazioni circa il nome della pezzata. La prima e più diffusa vuole che essa provenga da "depezzare", la pratica di tagliare in pezzi grossolani la carne prima di cuocerla. La seconda teoria pretende invece che il nome derivi da un'imprecisata pezza di stoffa utilizzata dai pastori per asciugare il grasso. A ben vedere, in Italia, da sempre, la carne ovina e bovina viene depezzata prima di venir cotta, il che renderebbe troppo semplicistica, per non dire banale, la teoria della "depezzata". Del pari il grasso era in passato considerato un elemento nutriente, rinforzante, il che fa cadere anche l'idea della pezza utilizzata a mo' di schiumarola. La peculiarità della nostra pezzata, invece, sta nella sua consistenza, oltremodo morbida e burrosa, che si può ottenere solo dopo una lunghissima cottura, evitando che la carne si disidrati. Il pastore, infatti, a volte non aveva accesso a una quantità d'acqua tale da riempire il caldaio ( chettùre ) e si vedeva costretto a bollire la carne in poche dita d'acqua, motivo per cui poggiava in superficie una grossa pezza di lana che, galleggiando, non permetteva all'acqua di evaporare, mantenendo costante l'umidità della carne. A mio avviso è questa la corretta origine della pezzata: carne di pecora bollita sotto una pezza di lana. Questo tipo di cottura faceva sì che la carne restasse tenerissima a lungo, tanto che il pastore la mangiava anche durante il tragitto transumante. La festa della Pezzata, istituita nel 1961 dalla giunta Di Ianni e pensata come una giornata dell'ospitalità capracottese, è oggi una delle maggiori sagre gastronomiche del Centritalia, motivo per cui meriterebbe una profonda rivisitazione per sfruttare al meglio le sue capacità di attrattiva turistica. Il vetusto pastore della pezzata, invece, non tornerà più. Noi possiamo solo onorare il suo lavoro, la sua pecora e la sua pezza. Francesco Mendozzi

  • Da Capracotta a Villa S. Giovanni in nome della Pezzata

    La sagra della Pezzata di Villa S. Giovanni del 17 agosto 2019. Villa San Giovanni (fino a 60 anni fa si chiamava San Giovanni in Bieda) è un ridente paese di 1.200 anime poggiato a 329 m.s.l.m. sui colli della Tuscia, in provincia di Viterbo, nel quale si svolge dal 1993 nientemeno che la sagra della Pezzata, una grande festa culinaria che almeno nel nome pare richiamare quella, più celebre, che si svolge dal 1961 a Capracotta, a 1.573 metri di altitudine. In effetti anche a Villa San Giovanni in Tuscia la sagra della Pezzata è sì legata alla carne di pecora ma, in misura molto minore, al fenomeno della transumanza. Questo piatto povero, infatti, veniva offerto ai cosiddetti carosini (addetti alla tosatura degli ovini) e, sostanzialmente, serviva per "svecchiare" le greggi, in quanto di solito venivano abbattuti gli animali più anziani. A differenza di quella capracottese, la ricetta della pezzata sangiovannese prevede uno spezzatino di pecora finemente lavorato, sgrassato, cotto per molte ore e servito su un letto di pane bruscato: alcune varianti prevedevano, per rendere il piatto più nutriente, l'aggiunta di patate. La sagra della Pezzata di Capracotta del 7 agosto 2022. A Capracotta la pezzata nacque invece come autosostentamento dei tantissimi pastori transumanti i quali, quando una pecora era troppo vecchia o malata per proseguire il viaggio fino in Puglia, finiva in pentola a bollire, aromatizzata con le erbe del tratturo. È risaputo che i pastori "approfittavano" del periodo transumante per fare incetta di carne, un alimento a cui non avrebbero potuto altrimenti accedere. E in virtù di ciò le pecore diventavano vecchie od azzoppate alla bisogna... ed anche quando partorivano, al massaro non venivano consegnati tutti gli agnelli nati, perché qualcuno era stato cucinato dai pecorai per saziare l'atavica insaziabile fame. Nonostante le differenze tra la Pezzata di Capracotta e quella di Villa San Giovanni, sarebbe bello pensare a una qualche forma di compartecipazione tra le due comunità in occasione di quella che è - e sempre sarà - la miglior festa italiana della pecora. Francesco Mendozzi

  • Guido Scotti: marxismo e cristianesimo oggi in Italia

    Don Guido Scotti, sacerdote della Archidiocesi di Lanciano-Ortona, nato il 3 settembre 1931, vicario generale e parroco in diverse comunità, professore di Pedagogia nell'Istituto magistrale "De Titta", è tornato alla Casa del Padre all'età di 90 anni. Agile, snello e filiforme nel fisico, robusto e profondo nel pensiero, di intelligenza pronta e vivacemente critica, condita sempre di sottile e talvolta graffiante ironia. Lo studio serio e la formazione intellettuale ha nutrito la sua spiritualità e la sua vita ed ha fornito le grandi ragioni del credere. Fede e ragione (due ali per volare alto, Fides et Ratio), l'inculturazione della fede e l'evangelizzazione della cultura, sono state le sue scelte di cristiano, cittadino e prete. Disponibilità al dialogo e comprensione, conoscenza profonda delle scienze umane, assimilazione del sapere e confronto culturale ha posto a fondamento del suo ministero pastorale incarnato, per non farlo diventare marginale e lontano dalla vita. Sant'Agostino, in un suo sermone (396,1), ha suggerito una riflessione molto sapiente sulla memoria delle persone scomparse: Noi vorremmo che tutti i buoni restassero più a lungo in vita insieme a noi in questa vita di contrasti, non vorremmo mai essere abbandonati dagli amici: ma coloro che ci hanno preceduto vivendo bene, ci esortano con il loro esempio a vivere in modo da raggiungerli, sia che viviamo qui a lungo, sia che ce ne andiamo presto. Purtroppo il tempo cancella in fretta e inesorabilmente ogni ricordo, rende sfocati un volto, un'esperienza, un patrimonio di dottrina e di saggezza. Don Guido Scotti è presente nel ricordo e vivo nella memoria. Non è facile esprimere in poche righe la sua vita. Parlare di lui comporta il dovere di sottolineare le sue qualità e i suoi meriti, rimarcare la sua presenza, il ruolo e il servizio pastorale prestato nella Chiesa frentana. La storia è maestra di vita, prime o poi svela la verità, sia pure con ritardo, e ogni tessera del mosaico torna al suo giusto posto. Questo piccolo intervento ravviva la stima, la riconoscenza e la considerazione a lui dovuta. La tesi di laurea in Filosofia a Urbino "Marxismo e cristianesimo oggi in Italia", sotto la guida del relatore prof. Pasquale Salvucci, mi offre l'occasione di presentare alcune riflessioni. Dopo una opportuna e chiara introduzione, che inquadra l'argomento e il tema, la tesi si divide in due parti: "I cattolici e il dialogo" e "Cattolici e marxisti provano il dialogo". La prima parte, succinta e ben delineata, espone la possibilità e l'utilità del dialogo. La seconda parte, corposa e più estesa, tratta del "dialogo alla prova" nei paesi comunisti europei e in Francia, in seguito nei convegni internazionali. La parte più lunga e dettagliata è dedicata all'Italia. Descrive i rapporti con i cattolici nella storia del marxismo italiano, i marxisti e la religione, i seguaci italiani di Marx (Togliatti, Lombardo Radice, Di Marco, Luporini). La parte finale ha un tema preciso e invitante alla speranza: i marxisti italiani e i problemi della democrazia e della libertà, laicità e tolleranza, da proprietà capitalistica alla proprietà umana. La tesi si chiude con una densa e precisa conclusione. Un confronto tra l'ideologia marxista e il messaggio cristiano, prende necessariamente le mosse da un reciproco approfondimento dell'autenticità del loro umanesimo per promuovere un « umanesimo integrale, superando ogni umanesimo esclusivo, che è in definitiva inumano » (H. M. de Lubac). La tentazione dell' integrismo (concezione politica o religiosa che rifiuta tutte le posizioni differenti dalle proprie) è assai forte sia per il messaggio cristiano, sia per il marxismo. L'integrismo è stato considerato come l'espressione dell'ortodossia cristiana: intolleranza religiosa, confessionalismo, clericalismo di Stato sono alcune espressioni del suo manifestarsi. Il Concilio Vaticano II segna una svolta storica e il superamento dell'integrismo cattolico. Sull'esempio dei papi Giovanni XXIII e Paolo VI, la Chiesa, restando fedele al suo passato, ha proposto il dialogo come « atteggiamento di base e di fondo » . La proclamazione della libertà religiosa, l'affermazione dell'autonomia del temporale e del laicato nelle sfere loro proprie, l'abbandono delle aspirazioni temporalistiche, il riconoscimento dei valori presenti nelle religioni non cristiane e nell'ateismo, il senso più acuto della storicità dei valori e della storia, sono alcuni principi che vanno segnalati e riconosciuti. Superando l'integrismo la Chiesa si realizza in maniera più autentica e abbandona le posizioni che per secoli avevano orientato la sua azione. Anche nel marxismo l'integrismo viene superato. Aprirsi al dialogo col mondo cristiano, affermare il pluralismo, riconoscere il valore positivo e rivoluzionario della religione, sostenere l'autonomia della cultura e la riscoperta dei problemi della soggettività, sono tappe di un cammino da rimarcare. Si prospetta la possibilità di integrare l'efficacia politica ed economica del materialismo storico con i valori spirituali ed interiori della fede cristiana. È un modo pratico di convivenza e di reciproca tolleranza nel processo di unificazione planetaria. Nella Chiesa rinnovata dal Concilio e nel dialogo con il mondo moderno i movimenti, che hanno avuto una matrice dottrinale non cristiana, possono dare un contributo positivo alla costruzione di una società più umana e viene ammesso « la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali » ( Gaudium et Spes , 75). La purificazione dei rapporti tra la Chiesa e la società civile in Italia pone necessariamente il problema del superamento dell'unità politica dei cattolici. Viene affermata, infatti, la pluralità degli atteggiamenti attraverso cui essi si esprimono nei partiti politici. Tra le implicazioni più significative vanno segnalati: l'autonomia della cultura e il pluralismo ideologico, la libertà religiosa, la laicità dello Stato, il riconoscimento del diritto all'opposizione. In conclusione marxismo e cristianesimo in Italia sono giunti alla consapevolezza che il dialogo si presenta nella sua bruciante attualità, come l'unica alternativa storica di fronte alla prospettiva di un mondo diviso e ostile. Il dialogo non può esaurirsi in uno sterile confronto ideologico, ma deve tener presente la dimensione interpersonale dove il legame vivente tra azione e verità, tra fatto e valore si approfondisce nella presa di coscienza di una comune realtà umana. In questo atteggiamento che vede nell'altro non un avversario da confutare, ma un interlocutore con cui cercare insieme una verità più comprensiva e profonda come primo risultato del dialogo. Questo atteggiamento implica l'approfondimento in uno scambio fecondo con la verità di cui gli altri sono portatori. Crea un clima di intesa e reciproca fiducia, premessa indispensabile per conseguire una profonda unità fra le persone. Al problema del dialogo con i comunisti la tesi dedica una serie di articoli di Padre Giuseppe De Rosa apparsi sulla rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica. La stima, Il rispetto reciproco e la capacità che hanno le due dottrine di integrarsi e completarsi a vicenda sono condizioni necessarie. E potrebbe svolgersi a quattro livelli: religioso, filosofico-morale, sociale-politico, politico-pratico. Un contributo notevole al dialogo è offerto da Giulio Girardi in "Marxismo e cristianesimo" (Ed. Cittadella, Assisi 1966). Condizione fondamentale è il superamento dell'integrismo in tutte le sue componenti di ciascuno dei due sistemi in confronto. La seconda parte della tesi affronta lo stesso tema in alcune nazioni europee (Unione Sovietica, Iugoslavia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Polonia, Germania Federale, Francia) e in convegni internazionali (Herrenchiemsee, Baviera). Il dibattito avvenuto è tutto proiettato nel futuro con una volontà di dialogo autentica e feconda, animata dalla persuasione della necessità storica del confronto e insieme da chiara consapevolezza delle difficoltà inerenti. L'ultima parte della tesi è dedicata alla "Conclusione". Quale terreno comune è possibile per una collaborazione tra cristianesimo e marxismo? Il Cristianesimo resta essenzialmente orientato verso un fine trascendente la storia, il marxismo considera ogni finalità trascendente come alienante dai compiti concreti di un umanesimo terrestre: l'affermarsi dell'uomo passa attraverso la negazione di Dio. Un confronto è possibile se si approfondisce l'autenticità del loro umanesimo e promuovere un "umanesimo plenario" ( populorum progressio ). Nel convegno di Herrenchiemsee in Baviera, teorici marxisti e teologi cristiani hanno sottolineato le linee di convergenza, pur con le divergenze che le separano. L'unico oggetto centrale può essere l'umanesimo. L'ideale umanistico è essenzialmente sociale: l'uomo realizzerà sé stesso in una comunità e la sua azione sarà efficace solo se comunitaria. Il vero ostacolo da superare per rendere il dialogo fruttuoso è « discendere progressivamente dal cielo delle idee alla terra delle istituzioni e dei rapporti vissuti »  (G. Girardi). La tentazione dell'integrismo è superata quando si assume un atteggiamento schiettamente personalistico. Anche la Chiesa si realizza in modo più autentico, prospettando la possibilità di integrare efficacia politica ed economica del materialismo storico con i valori spirituali ed interiori della fede cristiana. Alla luce di queste considerazioni generali in Italia i rapporti tra comunismo e cristianesimo hanno rilevato il pluralismo, l'accettazione del metodo democratico, la revisione delle tesi tradizionali sulla religione. Il cristianesimo non è una ideologia. La Chiesa del Vaticano II si presenta come un "sacramento di salvezza" che deve rinnovare il mondo. Non ha il compito di trovare una soluzione concreta per ogni nuovo problema che sorge: Spetta ai fedeli cristiani assumere le proprie responsabilità nella vita della società civile e politica, rispettando le leggi proprie di ciascuna disciplina. Ispirandosi alla propria coscienza cristiana, collaborando con tutti gli altri alla giusta composizione delle questioni economiche e politiche, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che in essi si nascondono. La Chiesa, nel suo dialogo col mondo moderno, ritiene che anche movimenti che hanno avuto una matrice dottrinale non cristiana possono dare in contributo positivo alla costruzione di una società più umana ( Pacem in terris , 84). Su questa base e con questo spirito i cristiani « devono essere di esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da dimostrare con fatti come possa armonizzarsi l’autorità e la libertà, l'iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e le opportune diversità » . Senza dubbio il riconoscimento di valori positivi nella religione e il passaggio dall'ateismo di Stato alla laicità sono elementi che indicano il superamento dell'integrismo. Cattolici e marxisti devono ricordare che il dialogo sarà possibile solo se da una parte e dall'altra si accetti una gerarchia di valori e un principio primo che si impone rispetto a tutti: il riconoscimento della persona umana nella sua dignità e nei suoi diritti. Se il rispetto dovuto alla persona umana è l'inizio di ogni civiltà, compete alla persona umana continuare il movimento di apertura verso gli altri per realizzare la pace e la giustizia sociale. Per una coincidenza non casuale il tema "Marxismo e religione cristiana: una ideologia e un messaggio a confronto", è stato trattato anche da me nello stesso anno 1967. Per comprendere il significato e la portata di questo tema ha tentato di chiarire « il terreno comune di valori sociali e morali per un possibile accordo tra marxisti e credenti » . In particolare ho presentato la reinterpretazione marxista della religione, alla luce dell'incontro tenuto a Herrenchiemsee in Baviera sul tema "Umanesimo cristiano e umanesimo marxista". Cento studiosi provenienti da 16 paesi europei, di cui 6 a regime comunista, hanno evidenziato impegno di preparazione e larghezza di partecipazione. Il convegno ha operato un "rovesciamento", un cambiamento di qualità e di direzione rispetto alla religione "oppio dei popoli". L'evoluzione di atteggiamento e di apertura verso la religione va ricercata in una costatazione dei fatti, in una esperienza storica di "cristianesimo inedito", rinnovato nel mondo e nelle lotte sociali e politiche per la giustizia, « un cristianesimo giovanneo, conciliare » . Fondamento e analisi sono state le costituzioni del Concilio Vaticano II, il decreto sulla libertà religiosa e le encicliche Populorum progressio e Ecclesiam suam . Un altro elemento rilevato è l'"impegno nel mondo" a cui i cristiani sono chiamati nello spirito conciliare. Per un marxista è un vivo senso "comunitario", per un cristiano la dimensione "popolo" è essenziale, contro un tipo di religione individualistica, egoistica, sentimentale. Ulteriore elemento positivo in questa religione rinnovata è il "rifiuto dell'integrismo" e quindi l'apertura al sociale. I caratteri specifici della reinterpretazione marxista situa la religione nelle sovrastrutture, ammette in virtù dell'autonomia relativa di queste, che essa costituisce un elemento di valore permanente. La religione in quanto testimonianza di una realtà trascendente è inconfutabile da parte dell'ideologia marxista. Nella sua essenza la religione è rapporto personale e vivo dell'uomo con Dio, rapporto di conoscenza e di amore in una fede vivente, risposta personale, generosa e libera all'amore gratuito e preveniente del Dio "vivo e vero". L'ateismo conduce alla disumanizzazione, alla spersonalizzazione dell'uomo, all'asservimento della sua persona che diventa, come per una reazione a catena, schiava di nuove alienazioni: i totalitarismi di Stato, le esigenze implacabili del rendimento della produzione, le alienazioni delle ideologie e dei miti che promettono il cielo sulla terra, senza speranza di immortalità. La Chiesa rifiuta il materialismo storico con l'affermazione delle influenze spirituali e sociali nella storia, dei grandi uomini, pensatori, sapienti inventori, artisti, uomini di genio e santi. Dio agisce nella storia, Dio si rivela nella storia, Dio si inserisce nella storia, conferendole così una "consacrazione religiosa", per cui bisogna tenerla nella massima considerazione. I bisogni fondamentali dell'uomo, i veri bisogni di giustizia, di verità, di libertà, di solidarietà sono il terreno comune su cui costruire un dialogo profondo e produttivo di incontro tra marxismo e religione. Percepire i bisogni veri, case. sanità, istruzione, salario, sicurezza sociale, coscienza di essere "più umano" significa avvertire la responsabilità dei diritti, insieme all'affermarsi dei doveri. Cogliere i bisogni per affrontarli con competenza, proporre soluzioni vere e non demagogiche, pagare di persona, essere messaggeri della spiritualità, chiama ad essere "operatori concreti" dentro la quotidiana socialità. Farsi battere per pigrizia diventa un tradimento. Osman Antonio Di Lorenzo

  • Maggio

    Il maggio capracottese (foto: C. Ciolfi). È tornato maggio coi suoi mille fiori, col canto degli uccelli e il ghorgheggiar dei ruscelli. È tornata la gioia dei bimbi che corron felici sui prati in cerca di fiori profumati. All'alba di ogni mattino si sente il canto dell'usignolo che intona nell'aria tranquilla. Maggio mese della Madonna mese dei canti soavi che si spandon nell'aria profumata di rose. Le farfalle dai mille colori si rincorron nel cielo turchino. Il vento fa pencolare gli aquiloni e i bimbi incantati guardano la loro cometa che sembra salire verso il cielo beato. Berenice Del Castello Fonte: B. Del Castello, Maggio , in «Il Piccolo Molisano», Campobasso 1961.

  • Il mio gattino

    Posso cominciare senz'altro col dire che il mio gattino è il micio più carino e adorabile che io abbia mai visto. Il giorno in cui mi fu regalato quasi non credetti ai miei occhi; la signora che me lo aveva promesso era in sala da pranzo e, aperta una borsa, ne trasse un batuffolo nero nero, che sembrava un gomitolo di lana. «Il mio mico» fu il mio grido di gioia. Forse a quell'insolito strillo il gattino si spaventò perché corse a rintanarsi sotto un mobile. Mi sdraiai per terra, e: «Su, su, micetto, vieni fuori, vieni» gli dissi. Macché, il poverino se ne stava là nell'angolo tutto offeso e timoroso nell'ombra, fra tutto quel nero, non si vedevano che i suoi occhi verdi come lo smeraldo. Ebbi allora un'idea: corsi in cucina, versai un po' di latte in un piattino e lo posai sul tappeto. Poco dopo il micetto beveva e avvicinatami presi ad accarezzarlo piano piano: da quel momento diventammo amici, ma da quel giorno incominciarono i nostri guai. Al ritorno dalla scuola, ogni pomeriggio me lo trovo quieto quieto, raggomitolato sul divano, lo prendo in braccio e lo accarezzo. Sono brevi i suoi attimi di calma. La sua più grande passione sono i lacci delle scarpe, ed una sera la povera bestiola e io finimmo in castigo. Il poverino, entrato in sala da pranzo dietro a me, senza il permesso della mamma, s'avventò sulle scarpe di un distinto signore, che era venuto a cena per parlare d'affari con papà. Trac... trac... ed un laccio era partito. Il signore allora sorrise. La mamma mi indicò la porta ed io svelta svelta con il micio sotto il braccio, me ne andai senza voltarmi indietro. Io mi sono affezionata al mio gattivo, dal giorno in cui venne ad abitare in casa mia, ho trascurato gli altri divertimenti; le bambole sono rimaste nell'armadio, anche i libri sono stati un po' dimenticati; l'unica cosa che non dimentico mai è il suo piattino che provvedo a riempire sempre di latte. Cecilia Mosca Fonte: C. Mosca, Il mio gattino , in «Il Piccolo Molisano», Campobasso 1961.

  • Storia dell'organo (VI)

    L'organo della Chiesa di S. Giovanni Battista a Cirenchester. Il mondo dell'organo è un'immensa raccolta anche di aneddoti e riferimenti storici da cui spesso nascono proverbi o detti popolari. Come ad esempio: " Va' a Bàgg a sonà l'orghén " ( Vai a Baggio a suonare l'organo), usato nel milanese per liberarsi dagli scocciatori. La leggenda vuole che a Baggio, quartiere agricolo nella periferia di Milano, nel 1865 furono intrapresi dei lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale divenuta ormai troppo piccola. Tali lavori dovevano comprendere anche la costruzione di un nuovo e monumentale organo. Ma il cantiere della chiesa assorbì tutti i fondi disponibili, per cui la cantoria fu riempita da un organo ma era semplicemente un dipinto sul muro. Andare a fare l'organista a Baggio, quindi, era solo una perdita di tempo. In realtà, i lavori di ampliamento ci furono e l'organo, smontato per tale occasione, rimase assente dalla chiesa solo per il tempo necessario al loro completamento. Un'altra storia, più veritiera, si riferisce al M.° Gaetano Medaglia, allora organista del borgo, che per andare a prestare servizio era obbligato a passare continuamente attraverso i caselli daziari guadagnandosi così (ma guarda un po') lo scherno dei doganieri. Anche qui l'organista andava a Baggio a "perder tempo", facendo così pure la figura dello scemo del paese... Organo inglese Le origini dell'organo inglese non differiscono da quelle di altri paesi come Francia e Italia. Dai semplici portativi si arrivò tra il XIII e i XV secolo a strumenti positivi di maggiori dimensioni con uno o, meno frequentemente, due manuali quasi sempre senza pedaliera. Il secondo manuale azionava un positivo tergale posto, come de denominazione, alle spalle dell'organista. Il manuale principale prese nome di great e quello per il tergale chair . Le composizioni "a due organi" intendevano l'uso di entrambi i manuali. Molte furono le influenze delle scuole organarie dell'Europa centrale che portarono ad un ulteriore sviluppo. Tuttavia i costruttori inglesi a loro volta non ebbero grande influsso sui costruttori di oltre Manica. Nel 1644 il puritanesimo di Oliver Cromwell inferse un colpo mortale all'organo inglese. Il Parlamento, decretando tutti gli strumenti oggetti sub superstitione , ne ordinò la totale ed immediata distruzione. Tuttavia, si narra che lo stesso Cromwell avesse fatto conservare uno strumento e lo ascoltasse suonare in gran segreto. La Restaurazione nel 1660 comportò il difficile compito della ricostruzione che dovette ricreare una tradizione organistica perduta ma specialmente e in primis una scuola organaria inesistente. Molti organari, rifugiatisi fortunosamente in Francia, rientrarono in patria portando con sé le tecniche di costruzione francesi. Gli organi si arricchirono di registri sconosciuti nel periodo precedente alle devastazioni: ance, cornetti e mixtures (equivalenti delle fournitures e del ripieno). Delle file di canne vennero inserite in una casse chiuse da portelle per effetti di eco che nel 1727, portelle che trasformate in gelosie, potevano essere aperte e chiuse dall'esecutore creando effetti di diminuendo e crescendo: il manuale di riferimento e il corpo d'organo vennero denominati swell . Il diapason , equivalente del nostro principale, è di suono intenso come anche le sue derivazioni. Gli inglesi tesero molto all'aumento delle pressioni del vento: in epoche più moderne si arrivò ad ance ( tuba magna e tuba mirabilis ) a pressioni di 1 kg/cm2, insostenibili per l'ascoltatore se usate in accordo, saldamente incatenate al somiere per scongiurare che il noce ed padiglione possano venir "sparati" come un razzo e, tramite opportune incamiciature, dotate di circuiti di raffreddamento ad acqua per evitarne il surriscaldamento! Il ripieno ( mixture ) spesso non veniva eccessivamente "verticalizzato" come negli organi della Riforma e dei paesi cattolici: si preferiva una maggiore forza dei fondi ma sempre con sonorità chiare, luminose e precise. Tali caratteristiche furono anche esportate nelle colonie nordamericane e rimaste in voga fino ai tempi recenti. Dello stesso tenore le piramidi sonore basate sui flauti e bordoni. Anche gli organisti inglesi furono grandi improvvisatori e subirono influssi delle scuole olandesi ed italiane: dalle molte composizioni pervenuteci, di cui molte scritte per uso didattico, possiamo arguire che alcuni strumenti disponessero di manuali con registri spezzati. Il voluntary , equivalente del nostro preludio, era una delle tecniche compositive più in voga. Scarsi gli spunti compositivi derivati dalla scuola organistica francese. L'arrivo di Georg Friedrich Händel (1685-1759) confinò al passato gran parte di quella musica. Ma nonostante il grande e faticoso recupero dalle devastazioni puritane per molto tempo l'organo e l'organistica inglesi non tennero saldamente il passo con quello centroeuropeo specialmente con le tradizioni olandese e tedesca che poi, alla fine, crearono i presupposti e le direttive canoniche fondamentali dell'organo moderno. Le casse ( case ) degli strumenti inglesi sono molto particolari: spesso aperte con struttura a giorno e torrette squadrate con decorazioni rettilinee. Ma la tradizione più interessante consiste nei prospetti forniti di mostre realizzate con canne vivacemente dipinte: questa tradizione era molto antica e diffusa in tutta Europa ma lì quasi sempre confinata nel dare forme antropomorfe alle bocche delle canne (occhi, naso e denti). Negli organi britannici, invece, le canne vennero decorate in toto con tecniche varie dalla semplice pittura alla doratura. I motivi, estesi anche alle casse, riprendono di frequente i simboli floreali legati al territorio o alla nazione di appartenenza o, ancora, alla dinastia regnante sulla contrada al momento della costruzione. Il momento di massimo fulgore di questa tecnica decorativa si concretizza nel periodo vittoriano tra il 1837 e il 1901 con la frequentissima adozione della tecnica stencil, cioè della decorazione di fondo ottenuta tramite normografi dimensionati in base alle misure delle canne le cui superfici erano state pretrattate con trementina e poi arricchite con delle ulteriori finiture a mano tramite pennello. Le vernici oggi su base sintetica erano al tempo a tempera o ad olio. La decorazione delle canne di mostra, come ravvisabile in tutta Europa, poteva avvenire anche tramite la realizzazione sul tubo di punzonature, nervature o dando allo stesso la forma a tortiglione. Presenti anche decorazioni arabescate in oro delle bocche. I capracottesi più anziani ricorderanno come le canne maggiori dell'organo, purtroppo andato perduto, del santuario di S. Maria di Loreto presentassero ai lati dei tubi delle nervature a spina di pesce. La modernità portò anche l'organo inglese alla uniformizzazione eclettica come per gli strumenti continentali. Ma resta l'inquietudine nel pensare come uno strumento concepito prevalentemente per la preghiera possa essere stato considerato oggetto malvagio, portatore di superstizione e, pertanto, meritevole di distruzione insieme a tradizioni, arte e bellezza. Tutto in nome di una ideologia o di un becero integralismo puritano. Dal passato un monito per il futuro? Francesco Di Nardo

  • I "casi riservati" al vescovo nei confessionali di Capracotta

    Uno dei confessionali di Capracotta. Lungo le navate laterali della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta di Capracotta esistono due coppie di antichi confessionali in noce, e la coppia presente nella navata sinistra appare di più pregevole fattura. Quei due confessionali si differenziano tra di loro per le decorazioni della parte superiore. Il primo ha al centro una specchiatura con uno stemma circondato da motivi foliari e ai due angoli vasi lignei con fiori; il secondo confessionale, invece, presenta decorazioni a girali e grosse foglie con al centro una croce. Stando al Catalogo generale dei Beni culturali, si tratta di opere di intagliatori (a mio avviso autoctoni) del XVIII secolo. All'interno di questi due pregevoli confessionali, inoltre, è ancora possibile ammirare le tavole dei «casi riservati all'Ill.m° e R.m° Monsignor Vescovo di Trivento, colla scomunica annessa», ossia gli elenchi dei delitti per i quali l'arciprete di Capracotta non poteva assolutamente impartire l'assoluzione. I "casi riservati" non erano che reati più gravi che richiedevano un trattamento specifico, con indagini e processi condotti dalla Diocesi stessa. Le procedure per affrontare questi casi sono state aggiornate nel tempo, tant'è che anche nei due confessionali di Capracotta sono presenti tre differenti liste, la più recente delle quali porta la data del 1903 ed è stampata in latino, mentre quella mediana, anch'essa su carta stampata, appartiene agli anni '60 dell'Ottocento, mentre la più antica - quella di cui mi occuperò - è autografa e pare avere qualche lustro in più (forse è degli anni '40 del XIX secolo). Nella prima tavola di quest'ultima sono elencati nove delitti per i quali era prevista la scomunica: Chi abbusa li sagramenti, o sagramentali, ed altre cose sagre, e chi dà, o chi riceve queste cose per abusarle, benché l'abuso non ne seguisca. Chi dà, o promette ossequio, o servitù al demonio, invocandolo espressamente in suo ajuto, o fa, e fa fare legature, per impedire l'uso del santo matrimonio o altri incanti, magie, superstizioni, o maleficj per eccitare amore, o odio, o nuocere in qualsivoglia modo alcuno, ancorché non siegua l'effetto, e non vi sia errore nell'intelletto; chi sa, e non denuncia. Chi rubba, trattiene, impedisce, accusa, o in qualsivoglia modo defrauda le decime, ed altre rendite, o frutti ecclesiastici. Chi commette omicidio volontario, o procura l'aborto di feto animato, ancorché non seguisca l'effetto, e chi in queste cose dà conseglio, ajuto, comando, e in qualsivoglia maniera coopera. Chi ritiene in letto le creature prima d'aver compito l'anno, seguito il caso della soffocazione. L'incendiarj volontarj prima della denuncia, perché dopo la denuncia il caso è riservato al Papa. Chi proferisce parole disoneste in presenza delle monache, novizie, educande ne' monasteri, e canda [sic] canzoni lascive intorno ad essi, o scrive lettere che queste cose contengono, o le manda, o scientemente le porta alle sudette, o in qualsivoglia modo parla con queste senza licenza di monsignor vescovo, o del suo vicario, o altro deputato. Chi apporta un impedimento falso per impedire il matrimonio, o pure sapendo il vero impedimento non lo rivela. Chi depone maliziosamente in giudizio falsa testimonianza, tanto nelle cause criminale quando [sic] nelle civile in grave danno del prossimo, o pure scientemente fa che altre la depongono. Come parimente il giudice, il notaro, lo scrivano, ché di minutamente, o con inganno, o dolo, pigliano, o scrivano le deposizioni de' testimoni. Dalla lettura di questa prima tavola di casi riservati nascono obbligatoriamente alcune riflessioni di natura sociologica. I peccati più gravi erano sì quelli riguardanti gli atti sacrileghi in chiesa e il satanismo, tuttavia erano seguiti dal reato di defraudare «in qualsivoglia modo» il clero locale. Riguardo all'art. 2, va segnalata la «legatura», una forma di fattura ritenuta tra le più efficaci: con essa si pensava di ridurre all'impotenza uno degli sposi, generalmente l'uomo, nella prima notte del matrimonio. L'aborto di un feto già formato, poi, era praticamente equiparato all'omicidio volontario, così come lo è ancor oggi nella giurisprudenza italiana. Tuttavia, colpisce il caso dei piromani («incendiarj volontarj»), i quali venivano scomunicati perché il dolo procurato causava serissimi problemi di sopravvivenza a tutte le popolazioni, figuriamoci quella capracottese, che si nutriva e riscaldava grazie ai suoi boschi. Colpisce anche la casistica, peraltro moderna, di punire i genitori che solevano dormire nel letto assieme ai neonati, causandone, seppur involontariamente, il soffocamento: ancor oggi capita di leggere cronache legate al cosiddetto co-sleeping , pratica molto dibattuta ma fortemente sconsigliata dai pediatri. Beh, la diocesi di Trivento di due secoli fa era piuttosto all'avanguardia in questo senso! La tavola dei "casi riservati alla Diocesi di Trivento" nel confessionale capracottese. Vi erano, inoltre, altri sei delitti la cui giurisdizione rimaneva riservata al vescovo di Trivento, ma per i quali non era prevista la scomunica: Chi bestemmia Iddio, la Beata Vergine per una volta, [ cancellato ]. Chi percuote il padre, la madre, ed i maestri. Chi taglia arbori fruttiferi con danno, ed ingiuria altrui. Il ratto delle vergini, lo stupro, l'incesto, in primo, e secondo grado di consanguinità, e affinità corporale, e spirituale, la sodomia, la bestialità, il concubinato, al quale non si deve assolvere, ancorché ha avuta da' superiori la facoltà, se il concubinato almeno due mesi non si sia contenuto, ed abbia fatta la separazione della concubina, non solamente dal letto, [ma] dalla casa, ed abitazione. Chi procura l'aborto del feto inanimato, e chiunque questo consiglia, commanda, e dà ajuto. Li sposi de futuro, che prima di sposare si conoscano carnalmente. Anche in questo caso vi sono delle riflessioni da fare. Era oggetto di stigma - ma evidentemente accadeva - malmenare i propri genitori o i maestri, da intendersi nel senso estensivo di "datori di lavoro". Anche il taglio degli alberi da frutto era considerato un peccato grave, il che probabilmente seguiva la logica giuridica dell'art. 6 della tavola precedente. Se l'aborto entro le prime 12 settimane non produceva scomunica, tuttavia rimaneva un fatto esecrabile, così come l'incesto, la zoofilia, l'omosessualità, la convivenza e i rapporti sessuali consumati prima del matrimonio. È interessante notare come sia stato cancellato, in entrambi i confessionali, il secondo comma dell'art. 1, secondo cui bestemmiare due volte i santi rientrasse tra i "casi riservati". Ahimé non ci è pervenuta la terza tavola, quella dei «casi riservati al sinodo», ossia a quell'assemblea locale di rappresentanti del clero e laici (notabili), convocata per discutere e deliberare su questioni importanti riguardanti la disciplina ecclesiastica. Grazie alla seconda lista (firmata dal vicario di Trivento mons. Daniello Maria Zigarelli), è possibile però desumere gli ultimi cinque delitti previsti: Coloro, che tengono i figli nel proprio letto conjugale passati i 7 anni, e che dormono con altre femmine di anni 10 parenti, ed affini. Coloro, che essendo di anni 14 dormono con le femmine di anni 10 parenti, ed affini. Chi ascolta bestemmie ereticali è tenuto a denunciare tra un mese, scorso il quale cade nella censura. I confessori sì regolari, che secolari, i quali assolvono per una volta il loro complice sia in peccato carnale, sia che abbiano fatto omicidio, furti, o libelli famosi, o abbiano consigliato, o in qualche modo cooperato. Gli sposi, che abitano nell'istessa casa, e se dietro l'ammonizioni continuassero, s'intende allora essere puniti colla scomunica. Dalla lettura di questi «casi riservati», insomma, emerge il ritratto di una società sicuramente sottomessa al potere clericale e alla morale cattolica, le cui regole, però, non appaiono né molto stringenti né sembrano richiamare grandi questioni teologiche, quanto invece faccende materiali quali l'appropriazione indebita, le lesioni personali, i rapporti familiari, la sicurezza ambientale, i gusti sessuali ed il cosiddetto "buon costume". Traspare, tra il XVIII e il XIX secolo, una diocesi dalla struttura sociale piuttosto "liberale", che ammoniva severamente le sue pecorelle smarrite ma che, in fondo, lasciava loro ampi pascoli di libertà personale e collettiva. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La Chiesa Collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Tip. Molisana, Campobasso 1926; V. D'Avino, Cenni storici sulle chiese arcivescovili, vescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle Due Sicilie , Ranucci, Napoli 1848; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. M. Zigarelli, La invidia , Napoli 1854.

  • Storia dell'organo (V)

    Aldebaran, più in alto dei falsi dei, Aldebaran, mi han messo in tasca trenta denari ma non miei... [New Trolls, "Aldebaran", 1978] Consolle di organo francese. A corollario della chiacchierata sull'organo iberico va menzionato uno strumento realizzato letteralmente con "quello che passava il convento". Nel 1824 padre Diego Cera realizzò nella Chiesa di S. Giuseppe a Las Piñas (Filippine) uno strumento in cui su 1.031 canne ben 902 son realizzate in bamboo! Quest'opera fu preceduta da uno studio minuzioso, cominciato nel 1816, per la scelta del materiale ideale, il periodo di raccolta, la stagionatura e quali fossero le canne ottenibili: una piccola parte del materiale fonico dovette infatti essere realizzato in metallo. Le canne di studio o che comunque non risultarono idonee alla funzione sonora furono installate ad adornare la mostra posteriore dello strumento. Anche qui ricorrono le tecniche costruttive iberiche: un manuale a registri spezzati con 10 registri per la mano sinistra e 11 registri per la destra. Una pedaliera di 12 note con un registro autonomo. Due "accessori": uccelliera e timpano (due canne che azionate danno l'effetto "tamburo"). Immancabile l'imponente chamada al di sopra della consolle. Dopo aver affrontato, uscendone estremamente malconcio, terremoti, tifoni, guerre, assalti di insetti, nidificazioni di volatili e ammodernamenti, nel 1972 fu inviato per restauro in Giappone e poi in Germania e fu necessario costruire delle camere a temperatura ed umidità controllate per ricreare le condizioni ambientali proprie delle Filippine. Nel febbraio 1975 risuonò nuovamente per collaudo prima di essere rispedito in patria dove fu accolto da colossali festeggiamenti con 30.000 persone ad assistere al corteo allegorico riproducente tutti gli episodi della sua storia. Il concerto inaugurale avvenne il 9 maggio dello stesso anno. Nel 2003, unico organo sopravvissuto del XIX secolo, è stato dichiarato Tesoro Culturale Nazionale delle Filippine. Organo francese Ufficialmente la storia dell'organo a canne in Francia comincia nel 757 con lo strumento donato dall'imperatore Costantino V a Pipino re dei Franchi. Da una struttura relativamente semplice come il fratello italiano e quello iberico prese una strada evolutiva autonoma. Già nel 1300 un Blokwerck risuonava nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, le cui canne vennero inglobate negli strumenti successivi nel corso della storia per essere probabilmente "ritrovate" come parte dei registri di pedaliera dell’attuale organo maggiore, opera del grande Aristide Cavaillé-Coll. Il numero dei manuali andò via via aumentando a partire dal XVI secolo giungendo ai grandi strumenti della scuola organaria classique nel XVIII secolo. Contemporaneamente nacquero e si svilupparono registri che sono il carattere distintivo dell’organo francese. Questa evoluzione fu determinata anche dalle esigenze espressive dello stile organistico locale e con sonorità e combinazioni di registri uniche nel loro genere. La piramide sonora maschile è rappresentata dal montre , equivalente del principale italiano. Di suono chiaro ma più "forte" per il taglio largo delle canne, ha i classici raddoppi in ottava fino alla fourniture , l’equivalente del ripieno italiano, ma qui le file sono azionate da un solo comando, probabilmente una consuetudine derivata dai Blokwerck medievali. Registro addizionale alla fourniture è il cymbale , che amplifica e verticalizza ancor di più l'edificio sonoro. La fourniture , particolarmente squillante e chiara, verrà ripresa da alcuni organari tedeschi come i famosi Silbermann, originando così quegli strumenti ideali per la comprensione delle opere di Bach. La piramide dei flauti e dei bordoni è ben rappresentata e con sonorità molto più energiche rispetto agli strumenti di oltre confine. Lo sviluppo delle mutazioni di flauto, in molteplici file, crea il cornetto ( cornet ) uno dei suoni tipici dell'organo francese e presente in quasi tutte le tastiere, di potenza variabile dall’una all’altra, e da poter usare in dialoghi sonori (duetti) con le ance, o in assoli ( recit de cornet ). I registri ad ancia sono di varietà estrema: dal cromorne all'oboe ( hautbois ), dalla trompete alla voix humaine , fino alle grandi chamade . Registri ad effetto, da usare anche questi in duetto ( dialogue ) o in assolo (ad es. recite de cromorne ). Ricordiamo anche la potente bombarde , che spesso è suonata tramite una apposita tastiera detta orgue de risonance . Alcune di queste ance hanno un suono quasi "maleducato", teso ad esaltare il cantus firmus nei versi per organo dell'alternatim quando associate ai ripieni e per sovrastarli. Altre ance invece sono più contenute e timorate di Dio, altre di suono grasso e ridondante, ma tutte, comunque, parte di una tavolozza di colori veramente impressionante. Chi ha ascoltato i grandi Noels per organo del XVII e XVIII secolo può comprendere l'enorme varietà sonora di questi strumenti molto ad effetto ma unici per comprendere effettivamente l’interpretazione dei brani musicali dell’epoca. I francesi, grandi clavicembalisti, furono anche grandi improvvisatori all’organo ma con caratteristiche diverse rispetto alla capacità di improvvisare dei colleghi della Chiesa riformata. Tra tutti Nicolas de Grigny (1672-1703) il cui "Premiere livre d'orgue", insieme alle opere di Frescobaldi e di Vivaldi era parte della biblioteca di Bach. Sonorità unica il grand jeu : registri di fondo ( montre e derivati) associati ai registri di ancia senza le fournitures e distinta dai plein jeu e grand plein jeu , che invece comprendono i principali e le fournitures senza ance; il primo viene suonato sul positif e il secondo sul grandorgue . L'uccelliera è presente con il nome di rossignol . Il manuale con le sonorità principali viene chiamato grandorgue , il positif secondo solo al precedente aziona la sezione generalmente posta alle spalle dell'organista, rivolta all'assemblea. Altri manuali vengono definiti come organo di écho (chiuso da portelle apribili) e organo di recit . La pedaliera spesso assente negli strumenti più antichi è generalmente a bottoni o con tasti a scomparsa pur se abbastanza estesa e raggruppa pochi registri di tromba e di flauto. Spesso tutte le tastiere hanno la prima ottava "corta" o priva del primo Do#. Spesso questo tasto, ove presente, suona emettendo il La sotto il Do1 (La 0) detto anche (Contro La) cosa unica nel mondo dell’organo. Un comando detto “unione” consentiva ai registri del grandorgue , tramite appositi meccanismi, di suonare anche sulla pedaliera, come anche il grandorgue stesso poteva esser tirato, tramite appositi pomelli ai lati della tastiera, come un cassetto (unione a cassetto) sul positif potendo utilizzare anche i registri di quest'ultimo. Ovviamente aumentando i meccanismi messi in movimento i tasti si appesantivano. Le catenacciature, molto estese ed estremamente complesse, richiedevano in alcuni punti l’adozione di tiranti in legno leggerissimo per non appesantire il tocco. Per fare un esempio nell'organo maggiore Vater-Müller della Oude Kerk di Amsterdam (XVIII secolo) unendo l' HauptWerk (equivalente del grandorgue ) con il positiv si arriva a dover esercitare una pressione sui tasti compresa tra i 500 grammi e 1 kg (notizia riferitami dall'organista titolare M.° Matteo Imbruno)! Per rendere più espressivo il suono vennero ideati alcuni registri accessori come il tremolo ( tremblant ) mutuati o ripresi anche nelle altre nazioni. Il tremolo leggero costituito da una membrana oscillante nei portavento che, variando il flusso del vento, dava un effetto di vibrato e il tremolo forte consistente in uno sportello che si apriva e chiudeva sul portavento facendo sfuggire grosse quantità di aria con un effetto di vibrato ancora più intenso e definito "a vento perduto". La cassa ( buffet ) è caratterizzata dalle grandi torri, mutuate e riprese dagli strumenti centroeuropei, contenenti le canne più grandi, alternate a mostre con campi rettilinei o curvi. I registri di mostra, come di norma in quasi tutti gli organi del mondo, sono i lucenti principali. Sono presenti spesso decorazioni e sculture sulle torri e alla loro base. In sostanza strumento con notevole forza sonora ma anche con voci civettuole e per certi versi "aristocratiche" ma capaci di trasformare in prodigi anche le ballate popolari. Il passaggio al XIX secolo portò ad una generazione di strumenti che tesero ad uniformarsi alla struttura degli strumenti centro europei pur mantenendo peculiari effetti sonori: preludio agli strumenti moderni. Curiosità: il termine "organo" in italiano è sostantivo maschile, altrettanto orgue in francese ed organo in spagnolo, così ancora orgao in portoghese. Organ in inglese è sostantivo neutro, come Orgaan in olandese, mentre Orgel in tedesco è sostantivo femminile. Francesco Di Nardo

  • Ulteriori bellissime parole del dialetto di Capracotta

    ...Chéss'è tùtte! Dopo oltre dieci anni di attività, il 29 dicembre 2024 è nata l’associazione di promozione sociale “Letteratura Capracottese”, così da poter proseguire tutte le attività culturali per Capracotta in una veste organizzativa più vicina alle esigenze operative e maggiormente indirizzata ai rapporti istituzionali. Le finalità associative, dunque, sono quelle che già avete avuto modo di saggiare con mano nell’ultimo decennio e che verranno opportunamente integrate. Le fila di questa associazione sono costituite da capracottesi veraci, nati e cresciuti a Capracotta. Ci siamo scelti per la stima che abbiamo l’una dell’altro e perché ognuno potrà dare il suo contributo professionale alla causa capracottese: Achille Conti per la parte storica, Gabriella Paglione per quella naturalistica, Lucia Giuliano per l’ambito linguistico, Lucia Paglione per l’area scientifica, Maria Assunta Ianiro per la didattica, Sebastiano Conti per la sfera cartografica e il sottoscritto in qualità di rappresentante. Insomma, tutto cambia e resta uguale. “Letteratura Capracottese” continuerà a riempire di contenuti la parola che tutti amiamo di più: Capracotta. Credo infatti che sia fondamentale operare direttamente da qui, da dentro il paese, poiché la nostra comunità va valorizzata 365 giorni l’anno e la cultura, d’altronde, necessita di un impegno continuo, prolungato nel tempo, quanto più vicino ai suoi fruitori. Prova ne siano “Le più belle parole del dialetto di Capracotta”, i cui buoni risultati, sia in termini di vendite che di accoglienza, mi hanno spinto a continuare il lavoro sulla parlata capracottese, raccogliendo, traducendo e commentando ulteriori 400 lemmi e derivati, raggiungendo ad oggi la non trascurabile cifra di oltre 1.100 parole. Ma come si spiega una tale ricchezza lessicale in un centro abitato che oggi conta meno di 800 residenti? Il discorso da fare sarebbe molto lungo, per cui dirò soltanto che gli "Argomenti di Letteratura Capracottese" sono una risposta alle politiche locali e nazionali che, nell'ultimo mezzo secolo, hanno indebolito e impoverito le aree interne, degradando le cittadine a paesi. Da paese, ora Capracotta rischia seriamente di diventare borgo. Questi libri cercano non solo di mantenere in piedi la memoria del luogo ma anche di valorizzarla, saldandola nelle menti dei più giovani, degli oriundi, di tutti quei figli di capracottesi che, sparsi per il mondo, rischiano di disconoscere la patria avita. Nelle "Ulteriori bellissime parole del dialetto di Capracotta", ancora una volta, non troverete traccia dello schwa , quel simbolo grafico che appartiene all'alfabeto fonetico e che trovo inopportuno in pubblicazioni non scientifiche, in quanto contravviene alla funzione primaria del dialetto, quella di essere la forma di comunicazione più diretta ed immediata. Per quel che mi riguarda, nel trasformare in grafia la complessità del dialetto, ho utilizzato le solite tre convenzioni. La prima è quella della cosiddetta "e" muta. Questa vocale la si pronuncia solo se accentata; se invece non presenta alcun accento, dà vita ad un suono gutturale che, nei fatti, è l'ottava vocale del dialetto centromeridionale. La seconda convenzione riguarda l'accento circonflesso sulla "s". Per dar vita al suono sh- seguito da "c", "d" o "t", qualcuno ha difatti pensato di renderlo col digramma sc-  – ad esempio sctiànzia  –, mentre trovo più apprezzabile la presenza d'un segno grafico italiano, seppur arcaico, che abbia la funzione di addolcire la "s" impura, per cui si avrà ŝtiànzia  (= stanza). L'ultimo criterio – chiamatelo vezzo – è quello della "i" consonantica, resa con la desueta "j" lunga, la quale facilita la lettura delle parole che presentano particolari combinazioni vocaliche (si pensi alla parola uàje , = guaio). Le regole che seguirò nella compilazione, dunque, non renderanno perfetta la trascrizione del dialetto ma forse aiuteranno il lettore ad interpretarlo meglio. Quest'opera, d'altronde, non pretende di essere scientifica, ed ecco perché ho scelto di limitarmi agli accenti gravi ed acuti, alla "e" muta ed al circonflesso. Azzardare una pubblicazione dialettale resta pur sempre una sfida lanciata alla propria gente, poiché fissare su carta il dialetto significa attentare alla tradizione orale, che solitamente è più libera nei costrutti ed aperta alle diverse pronunce. Per questo motivo spero che i lettori scusino le dimenticanze, sorvolino su eventuali sbadataggini o tacciano su madornali errori. Rimane inteso che non sono un linguista né un glottologo. Sono però convinto che per scrivere degnamente il capracottese, sia propedeutico saperlo parlare! Partendo dai miei genitori e dai miei nonni, da cui ho appreso i rudimenti della parlata capracottese, voglio ringraziare mia moglie Lucia e quei compaesani che ho periodicamente consultato: Michele Beniamino, Giovanni Di Luozzo, Sergio Di Nucci, Giacomo Di Tanna e Luciano Monaco. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Ulteriori bellissime parole del dialetto di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2025.

  • Storia dell'organo (IV)

    E non ti fermi, convinto che ti si può ricordare. Hai davanti una canzone nuova e una città per cantare... [Ron, "Una città per cantare", 1980] L'ogano della Chiesa di S. Hipólito. Una breve pausa... La Basilica Vaticana di S. Pietro ha sempre avuto un rapporto "complicato" con gli organi, pur alla luce dell'alta considerazione che la chiesa latina ha per tale strumento. La stessa Cappella Sistina, poiché tempio della polifonia e del gregoriano, è stata sempre priva, fino a pochi anni or sono, di un organo effettivo. Le stesse dimensioni degli ambienti e la diffusione del suono conseguente costituiscono tuttora intralcio non indifferente alla progettazione e funzionamento di un organo maggiore. Ma nel 1875 il grande organaro francese Aristide Cavaillé-Coll, autore anche degli organi maggiori della Chiesa di S. Sulpice e della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, propose al papa Pio IX la realizzazione di un poderoso strumento degno della grandiosità della Cattedra di Pietro. Una fastosa e monumentale cassa neobarocca alta 26 metri e larga 20, progettata dall'architetto Alphonse Simil, posta in controfacciata, avrebbe conservato i 155 registri distribuiti su 5 manuali e pedaliera per un totale di 8.316 canne. Le canne della "mostra" (facciata) erano rappresentate dal registro di Principale '32. Ne vennero realizzati diversi disegni e un modellino in scala fu donato alla fabbrica della Basilica. Considerate che l'attuale imponente organo maggiore realizzato nel 1962 dalla Pontificia Fabbrica Tamburini unendo due strumenti precedenti e collocato ai due lati dell'abside dispone di 4 manuali e pedaliera con 76 registri. I fondi per la costruzione vennero reperiti tramite una colletta a cui parteciparono anche i più grandi musicisti dell'epoca, ma il papa, dopo averli ricevuti, li destinò al rifacimento del pavimento della Basilica... Vi prego di dedicare un attimo di raccoglimento per il destino subìto « dell'alta considerazione della chiesa latina » che abbiamo incontrato nelle prime righe. Tuttavia anche l'Italia di oggi lascia da pensare: l'Auditorium della Capitale è privo di organo (cosa unica al mondo) e altri auditoria sparsi per lo Stivale presentano strumenti inservibili poiché parzialmente smontati o totalmente abbandonati. Per non parlare dei molti edifici sacri con strumenti storici tenuti in condizioni pietose qualora non abbandonati e vandalizzati. Organo iberico L'organo iberico si dimostra, causa il bacino liturgico cattolico cui faceva riferimento, molto simile all'organo italiano. Anche qui spicca la presenza di più manuali ( teclados ), ma spesso anche uno solo, con registri ( tiradores ) spezzati ( teclado partido ), e numerosi furono i tientos (toccate) con parte cantante al basso ( de bajo ) o al soprano ( de tiple ). La pedaliera, ove raramente presente, è costituita da pochi bottoni di forma circolare utili alla emissione di note lunghe. Nelle strutturazioni a due manuali il corpo d'organo secondario era chiamato "positivo tergale" perché posto vicino l'assemblea, integrato nella balaustra della cantoria e sporgente dalla tribuna, alle spalle dell'organista: conformazione che troveremo anche in alcuni strumenti italiani (melodium tergale), ma quasi universale negli strumenti francesi ( positiv ) e negli strumenti della Riforma ( Rückpositiv ). Dal manuale la catenacciatura passava al di sotto dell'organista nello spessore del pavimento della cantoria per collegarsi al somiere di questa sezione (meccanica di rimando). Diffusissimi gli organi rurales o "di parrocchia" strumenti resi spesso ancor più particolari dalla presenza di una pittura sita al posto del leggio: moltissimi organisti di quell'epoca non conoscevano la scrittura musicale. La divisione e disposizione dei registri somiglia a quella italiana. La predominanza di canne in legno dà un suono caldo, espressivo ed avvolgente. Anche il ripieno ( lleno ) è strutturato come il ripieno italiano. Ricordiamo che per molto tempo i territori meridionali italiani furono direttamente sottoposti alla Corona spagnola e gli scambi non solo culturali furono molteplici. Lo stesso Luigi Campanelli, nel suo volume dedicato alla Chiesa di Capracotta, ricorda come una accesa diatriba legale tra il vescovo di Trivento e il capitolo della Collegiata, nel XVIII secolo, terminò con il giudizio finale presso la Suprema Corte di Madrid. La tecnologia adottata dagli organari iberici si rivelò per molto tempo più avanzata di quella dei colleghi italiani. Padre dell'organo iberico viene considerato il presbitero francescano Josè de Echevarrìa (+ 1691) la cui scuola influenzò non solo la Spagna ed il Portogallo ma anche le Fiandre e le Filippine. Gli schemi costruttivi iberici vennero esportati anche nella realizzazione degli strumenti antichi dell'America Latina. Ma il vanto dell'organo iberico sono i registri ad ancia. Distinti in ance con padiglione verticale ( registros de lengueterìa ) e a padiglione orizzontale (trompeterìa tendìda o trompeterìa de batailla). Ma il nome più frequentemente conosciuto di quest'ultima varietà è chamada che, francesizzato in chamade , verrà esportato e conosciuto in tutta Europa. L'aspetto imponente delle facciate con le chamade a vista preannuncia la potenza del suono ( trompeta real e trompeta imperial ). Scelte in un primo tempo forse per la facilità di accessibilità per l'accordatura (le ance richiedono frequenti aggiustamenti: la croce di molti organisti) e perché meno suscettibili ad intasarsi (la polvere e le ragnatele formano dei tappi molto fastidiosi) divennero il suono caratteristico dell'organo spagnolo. I padiglioni orizzontali riversano in navata verso gli ascoltatori degli armonici non percepibili dalle tube verticali. Spesso il suono diretto della chamada alternato al suono sparato verso l'alto dalle lengueterìe veniva sfruttato per spettacolari giochi sonori durante le esecuzioni. Il primo esempio di chamada è del 1588 sull'organo della Cattedrale di S. Pietro a Jaca (Huesca). Ma anche passare sotto la galleria virtuale creata dalle quattro chamade dei due organi battenti del Santuario di Santiago de Compostela crea un atavico timore prima ancora che il vento fluisca in quelle poderose ance. Ciononostante le prime ance storiche erano alquanto dolci e contenute nella sonorità ( trompeta , clarin , bajoncillo ) e solo più tardi raggiunsero volumi poderosi. Tali registri, già costosi di proprio rispetto alle canne ad anima, se costruiti in orizzontale comportano un onere maggiore per il committente: il sistema di travi e cavi per sostenere il considerevole peso della struttura dei padiglioni fa lievitare notevolmente i costi dello strumento e richiede una progettazione accurata: esattamente sotto quella batteria di padiglioni c'è l'organista e poi l'assemblea! La chamade si diffuse in Francia dove compare nel 1772 sull'organo di S. Maximin-en-Var (Provenza) ma sarà il celebre organaro Aristide Cavaillé-Coll a farla conoscere a livello internazionale. Sicuramente importata dalla tradizione iberica e mediata dagli organari napoletani, anche se non è ancora chiaro come questo sia avvenuto, la prima chamade italiana compare sull'organo anonimo del XVII secolo nella chiesa di S. Giovanni Battista (o S. Domenico) ad Atri (CH) che ho avuto il piacere di suonare come allievo durante uno splendido masterclass del M.° Matteo Imbruno nell'ambito del Festival dei Duchi d'Acquaviva durante l'estate 2023. Altra caratteristica peculiare è la presenza della "arca degli echi" o "cassa degli echi": delle canne d'organo chiuse in una cassa per creare effetti di "camera chiusa", successivamente comandata da un teclado apposito, e anche con meccanismi per aprire e chiudere gli sportelli onde ottenere effetti di "forte" e "piano". Originariamente conteneva tre registri de tiple e veniva collocata sopra l'organo maggiore e successivamente fu portata a dimensioni più ampie. Sicuramente la possiamo considerare tra le progenitrici della "cassa espressiva" presente sugli organi moderni. La visione di uno di questi strumenti anche se di piccole dimensioni è imponente: dalle ricchissime e civettuole decorazioni dorate che sembrano quasi voler soffocare le canne di mostra si proiettano caparbiamente in avanti e sui lati le spettacolari chamade come a voler incutere timore. Ma gironzolando per le province possiamo ammirare anche dei piccoli prodigi architettonici ed ingegneristici come l'organo della chiesa di S. Hipólito el Real a Tamara de Campos, Palencia (Castiglia), costruito nel 1732 da Pedro Merino de la Rosa la cui cantoria barocca poggia su un'unica e sottile colonna apparentemente in marmo ma invece totalmente lignea. Tutta la Castiglia, con Palencia in particolare, oltre alle altre regioni, è un forziere pieno di queste gemme: la Ruta de los organos (Percorso degli organi) consente di ammirare strumenti di tutte le fatture da XVI al XVIII secolo. Corre subito il pensiero alla analoga "Via dei D'Onofrio", il percorso turistico dei nostri organi molisani. L'organo iberico: uno strumento particolare da ascoltare e studiare in maniera più accurata insieme alla sua letteratura ancora poco conosciuta nelle nostre regioni. Francesco Di Nardo

  • Salvarsi mediante una fuga collettiva

    Ezio Giorgetti e Osman Carugno. Negli stessi giorni della fuga da Aprica, il 9 settembre, a circa 200 chilometri di distanza piú a est, in Veneto, un altro gruppo di trentadue ebrei jugoslavi decise di abbandonare il suo luogo di residenza coatta, la cittadina di Asolo in provincia di Treviso, dove era stato confinato dal 30 novembre del 1941. L'intenzione era di dirigersi verso sud, incontro all'esercito degli Alleati, che stava risalendo la Penisola. Anche questo gruppo aveva leader riconosciuti: l'avvocato Ziga Neumann di Zagabria e il dottor Joseph Konforti, commerciante e commercialista che ne aveva sposato la figlia. La contessa Fieta, di Asolo, e la figlia Clara, che usavano passare l'estate a Bellaria, all'Hotel Miramare di proprietà della famiglia Giorgetti, munirono il gruppo jugoslavo di una lettera di raccomandazione. I Fieta erano padroni della casa che Neumann aveva preso in affitto durante il periodo di libero internamento e gli avevano consegnato parecchie lettere di raccomandazione, indirizzate ad amici che abitavano sulla costa adriatica. Non solo, la contessa prestò anche a Neumann una notevole somma di denaro per le necessità del viaggio. Un primo gruppo partí da Asolo a bordo di tre automobili fornite loro da un amico commerciante. I carabinieri, visto il caos e il vuoto di potere determinatosi l'8 settembre, non avevano ragione di ostacolare la loro partenza. Giunti a Castelfranco Veneto, dove arrivava la linea ferroviaria, gli jugoslavi decisero di non entrare nella stazione, già presidiata dai tedeschi, ma di dirigersi verso Adria. In quella cittadina, dotati delle credenziali della contessa, si presentarono alla tenenza dei carabinieri, dove un ufficiale, anch'egli privo di ordini superiori, acconsentì a firmare un permesso di circolazione per il loro camion fino alla Romagna. I fuggitivi avevano, infatti, fortunosamente trovato un mezzo di trasporto disponibile a portarli a Bellaria. Erano ora in ventisette e giunsero nella cittadina adriatica il 13 settembre, con mogli, bambini, masserizie e tante valigie. Si presentarono ai Giorgetti, buoni amici della contessa, per chiedere ospitalità temporanea. Il proprietario dell'hotel, il vecchio Giovanni Giorgetti, era in procinto di chiudere la sua struttura per la fine della stagione e rifiutò. Il figlio di questi, Ezio, proprietario dell'albergo Savoia, accettò invece volentieri. Neumann e Konforti, che parlavano bene l'italiano, presentarono il gruppo come semplici sfollati del Meridione residenti in Svizzera e rientrati poco prima dell'8 settembre su suggerimento del consolato italiano. Vennero creduti e, come tali, accettati. Il gruppo di jugoslavi decise allora di rimanere sul posto, che sembrava tranquillo, in attesa dell'evolversi degli eventi e per studiare una qualche soluzione definitiva. Dopo poco, il padrone dell'albergo cominciò a nutrire qualche sospetto che gli ospiti dell'albergo non fossero semplici sfollati: avevano nomi stranieri, parlavano una lingua strana, erano in tanti. Ai primi ventisette finti sfollati, infatti, se ne erano aggiunti altri tre. Il 17 settembre Giorgetti chiese chiarimenti e Neumann giocò a carte scoperte, gli rivelò che erano ebrei in fuga. Giorgetti non reagí subito, ma decise di condividere la traumatica notizia con il maresciallo dei carabinieri di Bellaria, Osman Carugno. Il giorno precedente erano giunti altri quattro ebrei jugoslavi in fuga verso sud; intercettati dai carabinieri in stazione, erano stati mandati, non a caso, all'albergo Savoia. Si trattava per ora di una specie di luogo di internamento, non molto diverso da quello precedente di Asolo, tant'è vero che il gruppo dei fuggiti/sfollati crebbe ancora con altri quattro jugoslavi di Zagabria. Ora il gruppo era composto da trentotto persone. Era una situazione del tutto anomala, tollerata dal maresciallo Carugno, ma irregolare. Dopo qualche giorno, per prudenza, i documenti d'identità di tutti vennero sepolti nel giardino dell'albergo, ma il gruppo mancava di carte annonarie. Il resto della cittadinanza considerava inverosimile che fossero sfollati, come avrebbero voluto apparire. I leader del gruppo cercarono un peschereccio per poter allontanarsi, via mare, dal posto diventato ormai pericoloso (a pochi metri dal loro albergo c'era un comando militare tedesco) ma, alla fine, abbandonarono quell'idea. Ezio, divenuto ormai l'organizzatore ufficiale del gruppo, era conscio che la soluzione di far passare per ospiti del suo albergo gli jugoslavi non poteva essere definitiva, organizzò quindi un incontro tra Neumann e Konforti e l'arcivescovo di Rimini, Vincenzo Scozzoli, per chiedere di ospitare i fuggitivi, in caso di necessità, nei conventi del Riminese. La cosa non andò a buon fine. Si era ormai agli ultimi giorni di ottobre, ed Ezio Giorgetti trovò un'altra soluzione: spostare il gruppo, ridottosi a trentaquattro persone, a Igea Marina nella pensione Esperia, appartata e lontana da sguardi indiscreti. La pensione era ufficialmente chiusa, gli ospiti dovevano essere “trasparenti”, non uscire, tenere le persiane chiuse, non fare rumore. Al vitto pensava Giorgetti. Quanto al problema dei documenti, fu lui a trovare una soluzione. Si rivolse a un suo conoscente, il segretario comunale di San Mauro Pascoli, Alfredo Giovannetti, che rispose prontamente e con generosità. Era in grado di sottrarre carte in bianco al comune, ma quelle necessarie erano troppe. I soccorritori Giorgetti, Carugno e Giovannetti si rivolsero allora a un'altra persona, Virgilio Sacchini, commissario prefettizio del comune di Savignano, sulla via Emilia. Anch'egli accettò di aiutare il gruppo di ebrei in fuga. Iniziò una frenetica attività di contraffazione delle carte in bianco. Parteciparono all'impresa: l'amico Giuseppe Rubino, cliente dell'albergo di Giorgetti, che si recò a Milano per procurarsi il timbro, falso, del comune di Barletta; l'incisore di Rimini Piero Angelini; il fratello di Ezio Giorgetti, Luigi, che scrisse i dati anagrafici falsi, con nomi italianizzati e de-ebreizzati. L'arcivescovo fece sapere che metteva a disposizione dei rifugiati coperte per l'inverno, che Giorgetti, Konforti e la moglie andarono a prendere a Rimini. Tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre 1943, Ezio venne a sapere che nella borgata di Capanni, sulle rive del Rubicone, c'era un grosso casolare disabitato appartenente alla tenuta La Torre di San Mauro Pascoli, dei principi Torlonia. Sembrava un rifugio piú sicuro della pensione Esperia. Accanto al casolare c'era anche una pieve, che i finti sfollati frequentarono per non destare sospetti nei contadini. La vita nel casolare con il freddo invernale fu molto difficile, qualcuno del gruppo si ammalò e ricevette aiuto dal farmacista di Bellaria, Giuseppe Olivi, che forní medicine e consulenza. Anche lui era al corrente che si trattava di ebrei in fuga. Intorno al gennaio del 1944, i tedeschi requisirono i principali fabbricati della tenuta La Torre, in vista di un previsto sbarco alleato sull'Adriatico, proprio all'altezza di Bellaria. Ordinarono lo sgombero totale entro quindici giorni. Fu il panico. Dove andare? La soluzione la suggerí Osman Carugno, che fece trasferire i profughi all'albergo Italia di Bellaria, di proprietà di un suo conoscente, Cino Petrucci, che subaffittò a Giorgetti i suoi locali. Si era ormai a metà febbraio del 1944. Il 4 marzo, Ezio Giorgetti portò la terribile notizia che il gruppo era ricercato. I tedeschi erano andati a cercarli ad Asolo e a Padova, e prima o poi sarebbero arrivati a Bellaria. L'amico milanese Rubino si recò allora a Milano per cercare di trovare un contatto con contrabbandieri in grado di condurre il gruppo in Svizzera. Li trovò: due del gruppo si recarono in seguito a Milano e poi sopra Varese per prendere accordi diretti con il passatore, ma tornando a Bellaria trovarono che alcuni compagni si erano ammalati ed erano impossibilitati ad affrontare il viaggio attraverso la montagna. Rinunciarono all'idea, ma l'atmosfera a Bellaria era ormai irrespirabile, i tedeschi stavano fortificando tutta la zona ed erano dappertutto. Fu di nuovo Giorgetti a trovare una soluzione: si consigliò con un parente della moglie, Giannetto Filippini, che era commerciante di bestiame e che, per questo, aveva molte conoscenze all'interno del territorio. Indicò, come possibile nuovo rifugio, Villa Battelli a Pugliano Nuovo, vicino a San Leo. Si trattava di un albergo in ristrutturazione e quindi, sicuramente, vuoto. I capigruppo andarono in esplorazione, il posto si trovava a settanta chilometri da Bellaria, lontano dalle vie di comunicazione, tra i monti. Sembrava una buona soluzione, inoltre era vicino alla Repubblica di San Marino dove Giuseppe Forcellini, segretario di Stato agli Affari interni, già da tempo contattato, aveva promesso accoglienza in caso di necessità. La villa era completamente vuota. Giorgetti, con i permessi speciali dati dal maresciallo Carugno, organizzò le cose in modo che tutta l'attrezzatura alberghiera di Petrucci venisse spostata in camion a Pugliano. Petrucci stesso vi si trasferí con la famiglia, cosí come gli amici Rubino. Gli abitanti di Bellaria e dei paesi vicini, intanto, ricevettero dai tedeschi l'ordine di evacuazione e il loro territorio fu militarizzato. Finalmente, gli ebrei ebbero un po' di quiete. Ma la calma era momentanea. Verso metà luglio del 1944, militari tedeschi si presentano a Villa Battelli, intimandone la requisizione entro due o tre settimane. Di nuovo, si presentò la drammatica scena di cinque mesi prima. Dove andare questa volta? La soluzione venne dal paesino vicino, a un chilometro di distanza: era abitato da poche decine di contadini che già avevano avuto parecchi contatti con gli “sfollati” di Villa Battelli. I contadini si dissero disponibili ad accogliere gli sfollati, che dovevano dividersi tra le varie case. I Puglianesi avevano paura dei tedeschi e delle requisizioni del bestiame che avevano nascosto; stavano occultando anche qualche soldato renitente alla leva. Non sapevano però di ospitare ebrei in fuga, cosí come non lo sapeva neanche l'albergatore Petrucci. Finalmente, il 22 settembre 1944, soldati inglesi si presentarono a Pugliano Vecchia e i finti sfollati poterono rivelare ai loro ospiti e ai loro amici la loro vera identità. Liliana Picciotto Fonte: L. Picciotto, Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah (1943-1945) , Einaudi, Torino 2017.

  • Pubblicato "Le parole che non dici" di Flora Di Rienzo

    Giovedì 5 giugno 2025 è stato pubblicato "Le parole che non dici", la prima raccolta ufficiale delle poesie di Flora Di Rienzo, ex insegnante capracottese classe 1951. L'opera è disponibile sui maggiori portali di vendita online, da Amazon a Feltrinelli , da Libreria Universitaria a Mondadori Store , da IBS a Libraccio , da Hoepli a Unilibro , fino al sito dell'editore: Youcanprint . Di seguito la breve prefazione a "Le parole che non dici". L'invisibile, il non detto, l'inascoltato, sono ambiti nei quali la poesia trova spiragli per esprimersi. Il senso più autentico della poesia, infatti, non sta soltanto nel rimestare l'anima, giù fino ai riposti anfratti della personalità, ma anche nello scandagliare l'Uomo nei suoi continui rapporti col circostante. Flora Di Rienzo ci offre allora una possibile interpretazione del suo e del nostro mondo, quasi fosse una variazione musicale od una fantasmagoria di luci e di colori. "Le parole che non dici" deraglia dai binari dell'io e si getta in un prato fiorito, su di un pascolo d'altura in un meriggio assolato. Incantata dalla natura, l'Autrice la tratteggia in un chiaroscuro continuo, dalle sfumature esistenziali. Ogni componimento, pur presentando i limiti fisici della parola scritta, presenta bordi soffusi per gettare un seme in quello successivo. Così, l'intera silloge diventa una irripetibile e duratura ode a questo mondo incostante e bellissimo, sfibrato, ma ancora, irrinunciabilmente, sublime. Francesco Mendozzi

  • Storia dell'organo (III)

    Respirerò l'odore dei granai, pace per chi ci sarà e per i fornai. Pioggia sarò e pioggia tu sarai, i miei occhi si chiariranno e fioriranno i nevai... [Zucchero, "Diamante", 1989] Meccanica sotterranea dell'organo di S. Alessandro in Colonna. Il passaggio dal XIV al XV secolo fu un punto di svolta per la storia dell'organo. L'evoluzione delle tecniche e dello studio dei materiali, condizionato dalle esigenze delle varie etnie e comunità di appartenenza insieme a quelle liturgiche, portarono alla comparsa di svariate e numerose scuole costruttive. Da non tralasciare anche le tecniche compositive e le prassi esecutive che portarono ad un ulteriore studio sistematico e scientifico per la costruzione di tali strumenti. Nacquero quindi organi la cui caratterizzazione e classificazione vengono strettamente legate all’ambito geografico di appartenenza, ma va tenuto conto anche dei continui scambi che avvenivano tra i vari organari che portarono alcuni ad adottare piani e metodiche di altri, per cui tale descrizione è molto schematica ma utile per una comprensione dell'argomento. Ovviamente stiamo osservando cosa avvenne nell'epoca d'oro dell'organo, cioè dal XV al XVIII secolo. Dopodiché si andò incontro ad una relativa uniformità degli strumenti tesa ad un eclettismo esecutivo pur conservando elementi tipici legati alla nazionalità ed alle varie esigenze liturgiche. La Scuola italiana L'organo italiano ebbe un prodigioso sviluppo nel Rinascimento anche se, purtroppo, non conserviamo più strumenti originali e senza successivi rimaneggiamenti. Numerose invece le notizie e le descrizioni pervenuteci tramite documenti storici, contratti di costruzione e di collaudo e ancora trattati organologici e di arte organistica. L'organo della Basilica di S. Petronio a Bologna è ufficialmente lo strumento più antico d'Italia. Costruito nel 1475 da Lorenzo da Prato, perfettamente funzionante, presenta in facciata le canne gotiche e rinascimentali pur se incorniciato in una cassa barocca. Dall'uso strettamente dedicato all'accompagnamento del coro o alla pratica dell'alternatim al gregoriano si passò alla realizzazione di brani per intonare il coro polifonico trasponendo le stesse partiture vocali in musica organistica (intavolature). Nacquero anche composizioni autonome di introduzione alle funzioni (le "toccate avanti la messa") o di preparazione al brano cantato (versi di intonazione) o di commento alle varie parti della messa (canzoni, ricercari). Osserveremo in seguito le varie tipologie compositive. Resta comunque inteso che l'esecuzione musicale nel culto cattolico era di tipo "verticale", cioè riservata esclusivamente ai musici e ai cantori. L'Assemblea non partecipava e non veniva coinvolta pur se le Scritture celebravano l’importanza del canto e della musica nella glorificazione di Dio. Cionondimeno l'organo iniziò a sviluppare e perfezionare tutte le tipologie di registri ad anima e ad ancia. È l'epoca dei grandi organisti italiani tra cui Andrea e Giovanni Gabrieli, Girolamo Cavazzoni, Girolamo Frescobaldi la cui scuola influenzò le prassi compositiva ed esecutiva di tutta Europa. Anche quando gli strumenti venivano realizzati in grandi dimensioni raramente troviamo organi con più di un manuale (le tastiere per le mani hanno questo nome), e con pedaliere di non eccessiva estensione con forma a "leggìo" e tasti corti, adatte a emettere note lunghe o per accompagnare e rinforzare le cadenze finali dei brani. Le pedaliere erano quasi sempre prive di registri autonomi e suonando "unite" al manuale: un sistema di tiranti collegava i pedali ai primi tasti del manuale (i bassi) facendo sì che abbassando un pedale si abbassava il tasto corrispondente. Molta importanza viene ad acquisire la figura dell'organista specialmente nella sua capacità di improvvisare la musica più adatta, qualità che da sempre viene ricercata nella scelta di un buon esecutore nell'ambito liturgico. Il Principale italiano è leggero, di "colore" trasparente ed adatto a sostenere anche accordi nei suoni bassi, senza creare dei fastidiosi contrasti durante l'esecuzione. La sua strutturazione verso le file acute e le relative mutazioni crea il "ripieno" cioè l'insieme di tutte le file derivate dal Principale che risuonano contemporaneamente ma da non confondere con il "tutti" che, invece, comprende anche gli altri registri. Il ripieno italiano, svettante, verticale ed "affilato", è indispensabile nella esecuzione delle grandi “toccate” che richiedono canne con risposta pronta e veloce. I comandi delle singole file sono autonomi ma l'inserimento simultaneo del ripieno è garantito da un ulteriore comando a mano o a pedaletto chiamato "tiratutti". L'organista inoltre può creare dei giochi sonori particolari selezionando a piacimento le varie file delle mutazioni. Abbiamo anche delle tabelle di riferimento dei vari organari che suggerivano le combinazioni utilizzabili a seconda delle necessità: il loro nome a volte è indicativo e suggestivo come "spiritoso", "granito", "granito spiritoso", "mezzo pieno" ecc. Le prassi esecutive e compositive sono molto vicine a quelle del clavicembalo e non a caso i brani potevano essere eseguiti indifferentemente su uno strumento o sull'altro. Parimenti chiari e dolci i flauti atti a garantire cantabilità ma con estensione del numero dei relativi registri verso le file acute abbastanza limitato e non vasto come per i principali. I "bassi", ove presenti, erano chiari e poco voluminosi per non oscurare la velocità delle mani e non diventare ossessivi specie nelle note tenute a lungo. Le ance iniziarono un graduale sviluppo e una diversificazione importante nei loro colori: L'importanza dell'organo traspare anche dalle bolle vescovili e papali che proibivano al celebrante di interrompere l'organista durante l'esecuzione, attendendo quindi fino alla fine del brano o del fraseggio musicale per proseguire (udite, udite!) la funzione: era preghiera anche la musica. In compenso i brani scritti venivano strutturati in vari "episodi" intercalati da opportune cadenze così da poterli correttamente e compiutamente interrompere quando necessario nei punti cruciali. La necessità di esecuzioni con differenti piani sonori in contemporanea venne raramente risolta con l'adozione di più manuali. Si preferì invece "spezzare" i registri, cioè dotare ogni singola fila di canne con due comandi. Un comando consentiva di suonare solo le note del registro nelle note basse fino a metà tastiera, mentre l'altro azionava i soprani per i tasti rimanenti. Quasi universalmente la prima ottava era " corta ": usanza rimasta fino al XIX secolo specie negli strumenti di medie e piccole dimensioni. Dovendo suonare dei passaggi in tonalità "critiche", dato che non era stato ancora concepito e adottato il moderno "temperamento equabile", l'adozione dei " tasti spezzati " consentiva di evitare o attutire dissonanze derivanti dagli schemi di accordatura antica legati ai vari " temperamenti inequabili ". Altri tentativi furono quelli di porre due diversi organi autonomi posti uno di fronte all'altro ai lati dell'altare: gli "organi battenti", azionati da due organisti in contemporanea o addirittura collegati tramite una catenacciatura che scendendo dalla cantoria di uno e passando sotto l'altare risaliva alla cantoria dell'altro consentendo ad un solo organista di farli risuonare insieme! Come gli organi della Basilica di S. Alessandro in Colonna a Bergamo realizzati dalla famiglia Serassi nel 1781, con una meccanica di collegamento lunga 33 metri e passanti sotto il presbiterio in una galleria di 17 metri. Tantissime sono le composizioni pervenuteci scritte "a due organi". Menzione particolare per gli organi della Basilica Cattedrale di S. Marco a Venezia che grazie alla peculiarità degli ambienti furono laboratorio di musica stereofonica e tridimensionale quando azionati insieme. Comunque molti furono i tentativi e gli studi per la realizzazione di strumenti a più tastiere. Il celeberrimo musicista e organista Azzolino Bernardino della Ciaia (1671-1755) membro del Sacro Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano ebbe modo di studiare anche l'arte organaria durante i numerosi viaggi al seguito dell'Ordine apprendendo anche le tecniche costruttive nordeuropee. Fu così che con l'aiuto di altri costruttori toscani realizzò il poderoso organo della Chiesa di S. Stefano dei Cavalieri a Pisa: 5 manuali di cui uno dedicato al cembalo, pedaliera indipendente e 60 registri di cui (cosa in quel periodo divenuta rara) molti ad ancia. Collocato sulla cantoria di sinistra nel 1733 facendo da "battente" allo strumento del 1571 opera di Onofrio Zeffirini posto sulla cantoria di destra. Entrambe le cantorie e la chiesa erano state disegnate da Giorgio Vasari (1511-1574). Questi strumenti, caduti in disuso, sono scomparsi da molto tempo ma le spoglie di Azzolino riposano ancora lì accanto. Le casse degli strumenti italiani sono generalmente rettilinee, ad armadio con corpo unico, progettate e realizzate da molti artisti del legno e della decorazione, seguono l'evoluzione della moda e del simbolismo dell'epoca. In alcuni casi sono presenti elementi a torre cilindrica appena abbozzata ma con campi di canne di facciata quasi sempre allineati sulla stessa linea di base. Va ricordato anche la stretta interazione tra organaro e intagliatore, spesso locale, nella progettazione e compenetrazione delle strutture sonore con le strutture portanti e decorative valutando anche gli spazi a disposizione nelle cantorie. A questo tripudio evolutivo ed entusiasmante del Rinascimento si oppose la ControRiforma che, se non fece fare una vera marcia indietro, diede sicuramente un deciso colpo di freno. La verticalizzazione della musica sacra e liturgica fu esasperata puntando l'accento specialmente sul canto gregoriano e la polifonia vocale riducendo drasticamente le competenze dell'organo. Alle donne venne vietato di far parte delle scholae aprendo la strada ai castrati in funzione di soprani. Termina così, o comunque viene rallentata, la grande scuola organistica italiana. Rimase la sovrapposizione clavicembalo-organo; molti registri specie ad ancia furono aboliti o caddero in disuso, mentre l'organo italiano rimase un semplice complemento alla musica liturgica e non ebbe la poderosa evoluzione che si verificò nel barocco nordeuropeo. Così anche la musica organistica: i nostri musicisti, pur grandiosi nella musica strumentale, vocale ed orchestrale e studiati in tutto il mondo, quando applicati all'organo non raggiunsero mai livello dei grandi ed "esplosivi" organisti del Nord. G. F. Händel (1685-1759) venne in Italia forse anche per studiare e perfezionarsi, ma non certo in organo, strumento che aveva studiato ad Halle sotto la guida di F. W. Zachow (1663-1712), peraltro strabiliando l'uditorio nelle sue esibizioni anche al grande organo della Basilica di S. Giovanni in Laterano. Lo schema costruttivo rimase quasi sempre il medesimo basato su un manuale ed una piccola pedaliera, ma comunque parliamo di stupendi capolavori come il nostro Principalone. Occorrerà aspettare la seconda metà del XIX secolo per vedere rifiorire completamente la scuola organistica italiana e un nuovo forte impulso evolutivo al "suo" organo. Oltre ai classici registri delle due piramidi sonore l'organo italiano presenta molti accessori: cornamuse e regali fissi (le scopine), uccelliere (piccole canne pescanti nell’acqua per imitare il canto degli uccelli), campanelli, cornette. L'influsso del melodramma operistico, del bel canto e della musica bandistica con l'idea che l'organo "re degli strumenti" lo fosse perché capace di imitare i suoni di tutti gli strumenti portò alla comparsa degli "organi orchestra" dotati di registri ad anima e ad ancia a denominazione orchestrale. Furono aggiunti accessori come piatti, tamburi, grancasse. Gli stessi organisti componevano brani di fattura bandistica o melodrammatica, portando in liturgia melodie operistiche o similari: G. Tomasi da Lampedusa nel suo Gattopardo riserva un intero capitolo alla descrizione della capacità dell'organista della chiesa di Donna Fugata nel riprodurre brani d'opera. Ma anche il nostro Luigi Campanelli menziona Giangregorio Falconi, organista della nostra Collegiata fino al 1899, anno della sua morte, e la sua capacità di riprodurre all'organo a memoria interi brani operistici. Il movimento ceciliano portò ad un recupero da tale strana situazione ma questa è un'altra storia. Eppure anche in questi casi scaturirono dei capolavori compositivi. E anche molti strumenti non furono da meno: oltre alla comparsa di più manuali e pedaliere più estese furono realizzati strumenti con più consolles quindi azionati da più organisti in contemporanea come l’organo della Chiesa di S. Nicolò l’Arena a Catania costruto tra il 1755 e il 1767 da Donato Del Piano, e l'organo della chiesa di S. Pietro a Trapani realizzato tra il 1836 e il 1847 da Francesco La Grassa, entrambi con tre consolles. Gli scambi con i costruttori di oltrealpe furono intensi, tuttavia pur quando stabilitisi in Italia gli organari nord europei assunsero gli schemi costruttivi italiani sebbene sfruttando ed utilizzando alcune foniche e sonorità tipiche delle loro latitudini. Molte le famiglie di costruttori sul territorio: era ed è un'arte trasmessa di generazione in generazione. Gli Antegnati, i Serassi, i D'Onofrio, i Catarinozzi, i Fedeli, i Mascioni sono solo una pallida rappresentazione del pantheon delle grandi famiglie che si dipanarono nel corso dei secoli. Varie anche le tipologie costruttive ciascuna con una propria peculiarità, spesso identificate mediante l'ambito geografico tra cui le scuole veneta, napoletana, romana,lombarda. Purtroppo per sua struttura l'organo italiano barocco, con le dovute eccezioni e pur se dotato di pregevoli caratteristiche peculiari, può sostenere un repertorio limitato ai suoi autori ed alla sua epoca di riferimento. Brani che richiedono più manuali o pedaliera indipendente sono praticamente impossibili da eseguire. Ma se vi fermate ad ascoltare un organo italiano cantare i "suoi" autori sentirete in musica la bellezza raffinata della nostra lingua e la calda luminosità dei nostri luoghi. A nonna Anna... Francesco Di Nardo

  • Capracotta in gita a L'Aquila

    Ve l'avevamo promesso: abbiamo organizzato la terza gita culturale della nostra Associazione per sabato 20 settembre 2025, giorno in cui visiteremo dapprima la meravigliosa città de L'Aquila e, nel pomeriggio, le magnifiche Grotte di Stiffe, a mezz'ora dal capoluogo abruzzese. Partiremo di buon'ora da Capracotta, su pullman gran turismo, alla volta de L'Aquila, dove arriveremo in tempo per conoscere la nostra guida Carla, che, partendo dalla Fontana delle 99 Cannelle, ci porterà a spasso per il centro storico della città, visitando la Basilica di Collemaggio - dove riposa il più grande molisano di sempre, papa Celestino V, - ed il Forte Spagnolo, e poi corso Vittorio Emanuele, la Basilica di S. Bernardino e piazza Duomo. In questo itinerario cittadino cercheremo di riannodare i fili dell'ex convento dei cappuccini nel quale, tra la fine del '600 e i primi del '700, visse e predicò fra' Gabriele da Capracotta, colui che, oltre ad essere un monaco francescano, fu anche un abile mastro nell'arte della "calcara". Dopo un pranzo al sacco, risaliremo nel primo pomeriggio sul pullman per raggiungere il territorio di S. Demetrio de' Vestini ove visitaremo, sempre accompagnati da guide, le misconosciute e strabilianti Grotte di Stiffe, la cui temperatura interna è di 10 °C, per cui sarà necessario indossare un abbigliamento adeguato e scarpe adatte ad un pavimento bagnato e scivoloso (almeno scarpe da ginnastica). Il prezzo della gita è di 40 € e comprende le spese di viaggio, i biglietti d'ingresso alle grotte, il compenso delle guide ed il noleggio delle radioguide, obbligatorie all'interno delle chiese d'Abruzzo. La caparra è di 20 € da consegnare esclusivamente a Francesco Mendozzi, al quale potete chiedere tutte le informazioni sul viaggio ed eventuali riduzioni sul prezzo. Insomma, quest'anno l'estate sarà più lunga del solito perché a settembre andremo a... scoprire Capracotta all'infuori di Capracotta! Consiglio direttivo di Letteratura Capracottese APS

  • Capracottesi decorati al merito della Repubblica dal 1991

    Paolo Di Vito nominato ufficiale. L'Ordine al merito della Repubblica italiana è il più alto degli ordini della Repubblica italiana, i cui colori sono il verde e il rosso. Il presidente della Repubblica italiana è il capo dell'Ordine, retto da un consiglio composto di un cancelliere e sedici membri, con sede a Roma. L'Ordine, che sostituisce i soppressi ordini sabaudi, è stato istituito il 3 marzo 1951 con lo scopo di «ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell'economia e nell'impegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari». Le onoreficenze odierne di primo grado sono le seguenti: cavaliere, ufficiale, commendatore, grande ufficiale, cavaliere di gran croce e cavaliere di gran croce decorato di gran cordone. A nessuno può essere conferita, per la prima volta, un'onorificenza di grado superiore a quella di cavaliere, se non in alcuni casi particolari espressamente stabiliti dalla legge. Con riferimento ai cittadini di Capracotta, abbiamo almeno 28 personaggi decorati al merito della Repubblica dopo il 1° gennaio 1991, data a partire dalla quale sono disponibili i dati online . Il primo capracottese fu infatti insignito il 2 giugno 1992 dal presidente Oscar Luigi Scalfaro: si tratta del generale Aldo Di Ianni, seguito a sei mesi di distanza da Pasquale Di Ianni. Sotto Scalfaro, poi, vi furono altri 10 capracottesi insigniti: nel 1993 il colonnello Ottaviano Di Nucci (nominato ufficiale tre anni dopo), nel 1994 Antonio Mendozzi ed Ines Lucia Di Rienzo, l'anno successivo Gioacchino Di Nucci e Nello Buzzelli, nel 1996 il prof. Michele Potena, il tenente Vincenzo Evangelista, Antonietta Battista, l'architetta Vincenza Trotta e Mario Sozio. Sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi fu invece decorato ufficiale nel 1999 Aldo Di Ianni, quindi il pittore Giovanni Leo Paglione (1917-2004) al quale, dopo esser stato nominato cavaliere il 2 giugno 2003, venne conferita postuma, un anno e mezzo dopo, l'onoreficenza di commendatore. Il presidente Giorgio Napolitano conferì 7 riconoscimenti, a partire da Giuseppe Perruzzi e Paolo Di Vito, nominati cavalieri della Repubblica il 27 dicembre 2006, cui seguì Bruno Dell'Armi nel 2007, Amato Nicola Di Tanna nel 2009 ed Antonio Liberatore nel 2013. Napolitano firmò poi il decreto di concessione della cosiddetta Stella della solidarietà italiana - destinata a chi ha acquisito particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e collaborazione tra l'Italia ed altri Paesi – a Giovanni Franceschelli ed Ernesto Di Tella (1937-2010). Demetrio Mendozzi nominato cavaliere. Con specifico riferimento ai Maestri del Lavoro, abbiamo Pietro Sammarone, nato a Roma ma decisamente capracottese, che il 27 aprile 2016 è stato decorato con la Stella per il lavoro svolto presso la FCA Fiat Chrysler Automobiles S.p.A. di Piedimonte San Germano. Arrivando ai giorni nostri, il presidente Sergio Mattarella ha finora conferito 8 onoreficenze al merito della Repubbica a cittadini capracottesi. Il 2 giugno 2015 è stato difatti nominato cavaliere l'ex sindaco di Capracotta Antonio Vincenzo Monaco, seguito nel 2017 dal fisico Ruggero Maria Santilli (cavaliere dell'Ordine della Stella d'Italia), l'anno successivo da Maria Di Rienzo e, nel 2020, da Demetrio Mendozzi, «dato il pluriennale impegno di umana solidarietà a favore del prossimo con le sue numerose donazioni di sangue e plasma». A dicembre 2018, infine, il generale Gioacchino Di Nucci è stato nominato cavaliere ufficiale della Repubblica. Stesso riconoscimento per Paolo Di Vito, residente in Emilia-Romagna, insignito l'11 giugno 2021 dal prefetto Francesca Ferrandino «per la sua costante attività di volontariato svolta sul territorio del comune e della regione». L'ultimo capracottese, in ordine di tempo, ad aver ricevuto una medaglia, è il dott. Michele Notario, che il 27 dicembre 2023 è stato insignito al merito della Repubblica Italiana quale «simbolo della lotta al Covid nella Provincia di Isernia». Francesco Mendozzi

  • Storia dell'organo (I)

    L'organo della basilica di Valère in Sion. Dagli albori al XIV secolo e qualche appunto di organaria Ormai penso sia acclarato che traggo un gran divertimento nel fare un po' di divulgazione su tutto ciò che circonda il mondo dell'organo, strumento ancora poco conosciuto anche in ambienti musicali e, molto spesso, ritenuto a torto noioso. Gli specialisti del settore mi perdoneranno le eccessive e banali semplificazioni: è solo il divertissement di un appassionato organista liturgico e perfino di provincia, ma credo che talvolta si debba uscire dalle torri di avorio, in cui lo studio specifico ed approfondito involontariamente rinchiude, per avvicinarsi al sentire comune. Penso che Conoscenza sia sterile senza Condivisione. Questo vale specialmente per l'organo, strumento musicale concepito fin dalle origini per avvicinarsi a più persone riunite e poi sfruttato nell'esaltare e completare le celebrazioni dedicate allo Spirito: pertanto un patrimonio di tutti. Non di rado, durante le ore che dedico allo studio in Cattedrale, molte visitatori o fedeli si fermano ad ascoltare chiedendo poi informazioni sui brani, sul loro significato, la contestualizzazione, e descrizioni circa lo strumento. Frequentemente rapiti dallo schiudersi di un mondo per molti del tutto sconosciuto, auspicano la realizzazione di stagioni concertistiche più interattive per una migliore godibilità dei brani presentati: una mano alzata per fare domande può far miracoli. Semplicemente, allora, tutto questo diventa un gettare dei piccoli semi di "ignoranza" che facciano germogliare la pianta della «Curiosità che a sua volta è madre della Scienza» (G. B. Vico). Le attuali possibilità del web consentono poi ad esecutori e ascoltatori ricerche che un tempo erano impensabili: chi vuole può facilmente alimentare la propria voglia di Sapere che di sicuro partorirà la Meraviglia. Personalmente, cosa che mi è accaduta anche cercando ulteriori fonti di studio per stendere queste banali righe, continuo a meravigliarmi... Non abbiamo la più pallida idea del momento in cui, nel corso della Storia, un essere umano scoprì che un flusso laminare di aria portato a scontrarsi trasversalmente con una struttura tubolare, una canna o un osso cavo, generasse un suono. Proprio in quel momento nasceva il flauto e tutti gli strumenti ad esso collegati. Altra scoperta: accorciando o allungando il tubo la nota diventava più acuta o più bassa e lo stesso effetto si otteneva praticando dei fori lungo il tubo e occludendoli o aprendoli con la punta delle dita. Effetto analogo si otteneva tappando l'estremità del tubo: il suono diventava molto più basso come fosse emesso da una canna lunga il doppio. Praticamente lo stesso effetto che Pitagora (VI sec. a.C.) studiò facendo risuonare una corda tesa e variandone la lunghezza, scoprendo così le note musicali e i rapporti matematici che le collegano tra di loro. Nel Museo nazionale della Slovenia è conservato quello che è ritenuto lo strumento più antico del mondo: un flauto, realizzato da un uomo di Neanderthal, ricavato da un osso di orso delle caverne e datato ad almeno 60.000 anni fa. Mettendo più canne insieme di varia lunghezza decrescente si ottenne il flauto di Pan. Modificando poi ciascuna canna con la bocca del flauto diritto e aggiungendo un sistema di valvole (ventilabri) che facevano affluire il flusso di aria (vento) in ognuna tramite un apposito comando si ottenne il primo organo della Storia. La prima descrizione ufficiale di un organo appartiene a Marco Vitruvio Pollione famosissimo architetto e scrittore (I sec. a.C.). Nelle sue opere parla di uno strumento detto hydraulos , cioè ad "aria-acqua". Il vento che faceva risuonare le canne era infatti prodotto da una caduta di un getto d'acqua in un recipiente cavo forzando l'aria ad uscirne. Una rudimentale tastiera o un sistema di leve aprivano e chiudevano i ventilabri. Secondo Vitruvio inventore ne fu l'egizio Ctesibio di Alessandria (III sec. a.C.) e risulta fosse uno strumento più concepito per la ricerca scientifica che per effettivo impiego musicale. Vitruvio descrive anche un sistema di selezione delle sonorità assimilabile agli odierni registri. Tuttavia occorre tener conto anche di altre testimonianze. Documenti ebraici medievali e disegni descrivono uno strumento molto semplice chiamato mashrokitha (suono sibilante) ovvero un insieme di canne azionate da tasti che si suonava soffiandoci dentro. Tale oggetto viene menzionato in Daniele almeno in quattro punti. Da notare che la stesura definitiva del testo ebraico risale al V sec. a.C. e quindi almeno 200 anni prima della invenzione di Ctesibio. Quindi occorre prestare attenzione alle varie traduzioni operate nel corso dei secoli tra ebraico, greco e latino e alla stessa scelta dei termini operata dai traduttori anche alla luce di ciò che loro consideravano probabile od opinabile. Così il termine "Ugav" viene tradotto ora come "flauto" ora come "organo" ed è presente in Giobbe, Daniele, Genesi e Salmo 150 e comunque ricondotto ad una origine Caldea ed Egizia. Avraham Ben David Portaleone (1542-1612), medico e filosofo, parla di tale magrefah , strumento a canne orizzontali alimentato a mantici usato nelle cerimonie del Tempio ma tale oggetto non viene menzionato nella Bibbia. Altri scrittori tra il XVII e XIX secolo descrivono con tanto di disegni uno strumento sempre a canne ma non disposte in progressione ma a coppie poiché probabilmente suonate insieme per formare accordi di accompagnamento al canto ascrivendolo comunque alla religiosità del Tempio. La confusione dei termini nel corso delle varie traduzioni e trascrizioni appare chiara se analizziamo il salmo 136 ( Super Flumina ) che sulla prigionia in Babilonia (sec. VII-VI a.C.). Gli ebrei che in segno di lutto e ricordando i tempi trascorsi di Gerusalemme riportano che «(sui salici nel mezzo del fiume) appendemmo le nostre cetre/arpe/strumenti» ma il testo della Settanta dice «suspendimus organa nostra»: era difficile per il traduttore pensare che degli organi (portativi) potessero essere appesi agli alberi oppure si supponeva che a quei tempi non esistessero tali strumenti? La diffusione nel bacino del Mediterraneo fu una ovvia conseguenza, accelerata dalla conquista romana. L'organo viene descritto come impiegato nelle celebrazioni del tempio di Delfi nel I sec. a.C., pur se ancora non conosciuto a Roma secondo alcuni autori. Cicerone (75 a.C.) infatti lo descrive dopo averne visto un esemplare durante un viaggio in Asia Minore. Ma successivamente Svetonio (67 d.C.) racconta di Nerone a far dimostrazione di uno strumento suonandolo personalmente. In quel tempo sempre alimentato a caduta di acqua e ancora denominato hydraulos o hydra era di due tipi: uno grande di almeno dieci registri, perlopiù ance, dal suono forte ed impiegato negli anfiteatri, e un altro più piccolo costituito da canne ad anima dal suono più dolce per uso privato. Con la denominazione di "canne ad anima" si intendono le strutture tubolari dove il vento entrato nel piede conico posto alla base viene stoppato da una lamina trasversale detta "anima" e forzato nella zona della bocca a passare attraverso una fessura (luce) posta tra anima e labbro inferiore con flusso laminare. La lama d'aria andando ad urtare con la parte superiore della bocca (dente) inizia a vibrare generando il suono. Meccanismo tipico del fischietto. La lunghezza della canna ne determina la nota emessa. Nelle canne ad ancia invece è una linguetta metallica (ancia) a vibrare al passaggio dell'aria creando il suono. Variando la lunghezza della parte vibrante varierà l'altezza della nota. Il padiglione, come nelle trombe, ne aggiungerà il "colore". Considerando che ogni a ogni nota (ogni tasto) corrisponde una canna avremo una fila di canne dal suono più basso a quello più acuto. Tale fila si chiamerà registro. Aumentando il numero dei registri aumenteranno le file di canne. La base su cui poggiano le canne viene chiamata "somiere" e nel suo cuore (secreta) il vento attende l'apertura dei ventilabri, azionati dai tasti tramiti appositi tiranti e leveraggi (catenacciatura) per fluire nelle canne. Ad Aquincum in Ungheria durante degli scavi archeologici in un sito romano venne ritrovato e riprodotto uno strumento con canne ad anima distribuite su quattro registri e tastiera di tredici. Questa volta l'alimentazione era tramite mantici azionati manualmente. Ovviamente l'alimentazione a mantice, nel corso del tempo, risultò più efficiente rispetto alla caduta d'acqua specie aumentando le dimensioni degli strumenti. Senza escludere i danni che potevano derivare dall'umidità. Da una targa con dedica posta su di esso fu possibile effettuarne la datazione al III sec d.C. Le invasioni barbariche determinarono la scomparsa della cultura dell'organo nell'Impero di Occidente. La tradizione continuò nell'Impero di Oriente e le cronache riportano la fama di Bisanzio nel secolo VIII per l'arte della costruzione degli organi. Nel 757 Costantino Copronimo V fece dono di un organo a Pipino il Breve: fu collocato nella chiesa di Saint-Corneille de Compiègne, mentre l'imperatrice Irina ne fece dono di un altro al figlio di Pipino: Carlo Magno, organo che risuonò durante la sua incoronazione. Tuttavia l'uso liturgico rimase confinato alla Chiesa cattolica romana, peraltro con autorizzazione attribuita a Papa Vitaliano (657-670), mentre nell'area ortodossa fu sempre considerato come strumento profano. Distinguiamo allora due tipologie fondamentali di organi: il "portativo", a cassetta, con poche canne montate suonato con una mano mentre l'altra azionava il mantice e con dimensioni tali da essere portato a tracolla o addirittura alla cintola e, se possibile, appoggiato su un banco. Il "positivo" invece più grande poiché "posato" a terra e suonato a due mani dall'organista mentre un altro addetto ne azionava i mantici. I monasteri, luogo di studio e di ampliamento delle conoscenze anche matematiche, fisiche e tecnologiche ne furono poi incubatrici del perfezionamento e sviluppo sistematico insieme alle campane. Si studiò anche il comportamento della fonica in base ai vari materiali costruttivi. Se le chiese romaniche potevano essere allietate da positivi di non eccessiva "stazza", le grandi cattedrali gotiche richiesero strumenti più grandi. A partire da IX secolo abbiamo testimonianze di strumenti positivi dalle cospicue dimensioni definiti Blockwerk : più registri risuonanti tutti insieme oppure differenziati con un registro di sonorità bassa (Principale) ed uno di forte generale (Tutti). Le tastiere erano costituite da leve molto simili ai tasti dei carillon dei grandi campanili nordici e come questi venivano azionate con i pugni. Leve che poi divennero bottoni. Frequentemente l'organista con una mano suonava la melodia sul "concerto di campanelli" mentre con l'altra azionava le leve che emettendo il suono fisso fungevano da accompagnamento. Suono fisso che sovente accompagnava anche il coro. Il Blockwerk della Cattedrale di Winchester costruito intorno al 950 disponeva di ben 400 canne suonate da due organisti ed alimentate da 26 mantici azionati da 70 uomini. L'evoluzione tecnologica fu importante anche in questo settore: nel 1779 per alimentare le circa 850 canne del Principalone della Chiesa Madre di Capracotta vennero realizzati tre mantici azionati da 2-3 addetti. Sarà a partire dal X secolo che la tastiera assumerà la forma che conosciamo oggi, dai ventuno tasti iniziali per elaborare ed accompagnare tutti i modi del gregoriano divenne via via più estesa. Nel XI secolo comparve la pedaliera. Usata fondamentalmente per note lunghe e basse di accompagnamento, e di pochi tasti, era costantemente collegata tramite tiranti alla tastiera (da quel momento definita come "manuale") e priva di registri propri. La pedaliera avrà successivamente uno sviluppo strepitoso diventando tastiera a tutti gli effetti (fino a 32 pedali) e corpo d'organo autonomo con registri propri. Attualmente è in corso un piano quinquennale di studio e ricostruzione e riproduzione di un organo ritrovato sepolto nella Basilica della Natività a Betlemme. Donato dai Crociati prestò servizio per tutto il XII secolo per poi essere sepolto in una cassa di legno nella Basilica onde preservarlo dalla distruzione durante la conquista musulmana della città. Un organo "congelato" nel tempo e forse unico strumento rimasto di quell'epoca che potrebbe far maggiore luce sulle sonorità di allora e sulla prassi esecutiva. Nel 1270 Goffredo vescovo di Brescia ordinò la costruzione di uno dei primi organi famosi d'Italia ormai diventata cuore pulsante di una scuola costruttiva che si sarebbe diffusa alla Francia ed alla Germania. Famosi anche gli organisti tra cui Francesco Landini (1325-1397), detto "il Cieco degli Organi". La sua lapide tombale in San Lorenzo a Firenze lo mostra sostenente il suo portativo. Dante Alighieri (XIII-XIV sec.) ci conferma ulteriormente, nel IX Canto del Purgatorio, l'uso liturgico dell'organo: «Quando a cantar con organi si stea, ch'or sì, or no s'intendon le parole», descrivendoci così anche la pratica del canto in alternatim : verso gregoriano cantato dalla schola alternato a versetto suonato dall'organo. L'organo di Norlland, costruito tra il 1370 e il 1400 sull'isola di Gotland ed oggi conservato presso il Museo Nazionale di Stoccolma, è lo strumento più antico che si sia conservato anche se purtroppo solo per la parte meccanica. L'organo viene menzionato nelle funzioni anche nei "Fioretti di san Francesco" (XIV sec.): «ho udito tutto l'ufficio e il sonar d'organi che ivi s'è fatto». La realizzazione di questi strumenti era diventata scienza a tutti gli effetti: al 1440 risale il trattato di organologia di Henri Arnault di Zwolle. Anche oggi tabelle apposite illustrano le misure per ciascuna canna e ciascun registro tenendo conto dei materiali, della tipologia delle parti sonore e delle caratteristiche dell'ambiente in cui verrà collocato, nonché la progettazione per la disposizione della struttura e dei meccanismi. Il tutto poi rapportato alla tradizione e alle peculiarità di ogni casa organaria: ogni organo è pertanto un'opera unica! Architetti e Maestri del legno poi interagiscono con l'organaro nella realizzazione e decorazione della cassa. Conosciuto oggi come scienziato, pittore ed inventore, Leonardo da Vinci (1452-1519) era famoso e richiesto nelle corti specialmente per la sua abilità di musicista e compositore, particolarmente virtuoso nel suonare la lira. Tra i primi ad usare il pentagramma, nel Codice di Madrid ci ha lasciato la progettazione di ben tre organi "sperimentali". L'"organo continuo", dove l'organista con una serie di leve e carrucole poteva in tutta autonomia azionare i mantici; l'"organo di carta", una fisarmonica ante litteram con le canne al posto delle attuali ance; l'"organo ad acqua", dove, cadendo in ogni singola canna, era la stessa acqua, muovendo la colonna d'aria, a far risuonare lo strumento. Parleremo ancora in altra sede di Leonardo e delle sue sperimentazioni musicali. Dal XV secolo osserviamo la comparsa degli "organi maggiori": grandi strumenti ad installazione fissa e posti in apposite cantorie a balconata o a "nido di rondine" e contrapposti agli "organi di coro", positivi più piccoli generalmente collocati nel transetto o comunque nei pressi dell'altare maggiore, talora anche in cantorie più ridotte, ed utilizzati per accompagnare il canto delle corali. Ma sono arrivati a noi anche disegni e miniature dove positivi sono montati su carri per essere trasportati durante feste e processioni. In un "nido di rondine" in controfacciata, con la cassa e le portelle dipinte, fa mostra di sé l'organo della Basilica di Valère in Sion (Svizzera) considerato lo strumento più antico al mondo ancora funzionante. Costruito nel 1435 ha subìto vari rimaneggiamenti fino al più recente restauro che lo ha riportato quasi alle condizioni originali. Manuale unico di 49 tasti con prima ottava e pedaliera " a scavezza " (o corta) e nove registri rimaneggiati e installati nel XV secolo, mentre tre erano i registri originali disposti su una tastiera di 31 note e senza pedaliera. A San Petronio in Bologna è conservato, perfettamente funzionante, l'organo più antico d'Italia, costruito da Lorenzo da Prato nel 1475. Giungiamo così al Rinascimento che segnerà l'inizio della vera grande avventura dell'organo e dei grandi organisti. Da qui ogni Nazione, ogni Confessione, ogni Etnia ed ogni stile compositivo connoteranno con i propri caratteri la costruzione degli strumenti in maniera più sistematica. Appuntamento allora per far svolazzare altra "polvere di cantoria" storica e guardare insieme ancora un pochino di organaria, per capire meglio quali sono, a grandi linee, le caratteristiche di queste complesse ma affascinanti macchine musicali... Francesco Di Nardo

  • Storia dell'organo (II)

    Siamo tutti in ballo, siamo sul più bello. In un acquarello che scolorirà... [Toquinho, "Acquarello", 1983] Interno e catenacciatura di un grande organo storico nordeuropeo. Prima di affrontare ulteriormente la storia dell'organo sarà bene presentare alcuni concetti di arte organaria per rendere più comprensibile questa chiacchierata. Ovviamente gran parte dei riferimenti sono addotti agli strumenti storici: l'epoca moderna ha portato ad una certa omogeneizzazione nella realizzazione degli organi per favorire un eclettismo esecutivo. Ai raffinati cultori e addetti ai lavori che staranno sicuramente storcendo il naso ricordo ancora che queste righe vogliono essere solo una semplice esposizione divulgativa dedicata ai profani e che pertanto in alcuni punti tende a opportune semplificazioni per avvicinare alla conoscenza di un meraviglioso prodigio dell'intelletto umano. Amare la propria passione significa, per chi scrive, cercare di farne dono agli altri. Michel de Notre-Dame, conosciuto come veggente, era in realtà un famoso e bravo medico. Egli convertì il suo cognome in Nostradamus facendo credere che ne fosse la latinizzazione. In realtà intendeva segretamente "Nostra Damus", cioè "diamo ciò che è nostro", offriamo le nostre (mie poche) conoscenze. E cercando di divulgare si è piacevolmente costretti a studiare ulteriormente. Aggiungo altre piccole informazioni a completamento del precedente capitolo: Pezzi di alcuni hydraulos sono stati rinvenuti anche negli scavi di Pompei ma, causa la devastazione indotta della nube piroclastica che si sprigionò durante l'eruzione, si sono rivelati insufficienti per una ricostruzione o un completo valore descrittivo. Polluce, coevo dell'imperatore Adriano, descrive la presenza contemporanea di sue strumenti a canne uno alimentato ad acqua che definisce « flauto tirrenico » ed uno azionato da mantici. Anche Giuliano l'Apostata (331-363) fa menzione dell'organo a canne. Nel basamento dell'obelisco di Teodosio il Grande (347-395) sono raffigurati due strumenti, di cui uno è sicuramente un hydraulos , mentre l'altro molto probabilmente un portativo a mantice. Nel III secolo compare la prima definizione di organum e a partire dal IV secolo scompare la menzione degli hydraulos nelle cronache. Saranno le invasioni barbariche a far scomparire la cultura dell'organo nelle terre di Occidente e, quando se ne riprese la costruzione, i primi esemplari ricomparsi nel Medioevo, erano più rozzi di quelli dell'epoca imperiale. Anno 826: Baldrico conte del Friuli conduce alla corte di Aquisgrana il prete e organaro Giorgio di Venezia per far costruire un organo « more Gr æ corum » . Ludovico il Pio, imperatore, volle che il costruttore rimanesse a corte per molto tempo e probabilmente dando origine così alla scuola organara nordeuropea. Anno 872: papa Giovanni VIII fa richiesta all'imperatore di Baviera di inviargli un organo ed un bravo organista e costruttore per istruire i chierici romani nella pratica musicale. IX secolo: prime tracce di trattati sullo studio e costruzione delle canne, tuttavia il concetto di ridurre i diametri di un registro (fila di canne) mano a mano che ne diminuisce l'altezza per mantenere un timbro sonoro uniforme sarà definitivamente acquisito solo a partire dal XIV secolo. Compare così anche la definizione della misura della lunghezza delle canne tramite il "piede organaro" pari a 30,48 cm. Così anche la definizione del registro: dire che un registro, cioè una fila di canne, è di 8 piedi si intende che la canna più bassa ha suddetta lunghezza, un registro di 4 piedi avrà questa lunghezza alla prima canna e suonerà una ottava più acuta rispetto al precedente: se la canna di 8 piedi è un Do la canna di 4 piedi sarà un Do ma un ottava più acuta (otto infatti sono le note da Do1 a Do2) e un 2 piedi un Do3 e quindi di due ottave più acuto (15 note di distanza). Inversamente se il registro è di 16 piedi la prima canna suonerà una ottava più bassa di quella da 8. Un registro di 2 e 2/3 emetterà alla prima canna un Sol2 (cioè una "quinta") oppure si definirà come XII : da Do1 al Sol2 ci sono dodici note. Una XVII sarà un Mi3 e quindi un registro "di terza". Ecco che la classificazione dei registri diventa comprensibile anche ai profani. Allora il 4 piedi sarà chiamato anche VIII e il 2 piedi XV, 1 piede XXII e via così... I registri non risuonanti sulla nota reale del tasto (XII – XVII – XIX – XXVI – XXXIII ecc.) vengono chiamati "mutazioni" e, come vedremo, sono di estrema importanza nella geometria sonora. Anno 1450, Chiesa di S. Nicola ad Utrecht: nascita primo strumento con registro autonomo alla pedaliera (Tromba). Si pongono le basi per lo sviluppo della pedaliera come registro autonomo. A partire dal XV secolo le figure dell'organista e dell'organaro, salvo eccezioni, tendono a dividersi pur mantenendo una stretta collaborazione nella progettazione e ricerca fonica. Gli organi possono essere classificati in: Organi portativi: strumenti di piccole dimensioni da potersi trasportare facilmente, alcuni anche a tracolla, come le odierne fisarmoniche, di poche canne e suonati con una sola mano mentre con l'altra si aziona il mantice. Altri portativi sono un po' più grandi e possono essere appoggiati su stativi o tavoli e suonati con due mani con un addetto ai piccoli mantici. Organi positivi: strumenti a sede fissa, di dimensioni più estese e da usarsi nei grandi ambienti. Posizionati accanto all'altare o al coro. Tuttavia se tali strumenti nelle prime chiese romaniche erano di sufficiente forza sonora le cattedrali gotiche e le grandi basiliche richiesero strumenti di dimensioni maggiori a partire dal XIV secolo e posizionati in apposite cantorie: appunto gli "organi maggiori". La definizione di positivo, negli strumenti nordici, passò successivamente a quel corpo dell'organo maggiore rivolto verso la navata, integrato nella balaustra della cantoria, più vicino all'assemblea. I veri positivi dedicati al canto corale vennero allora collocati generalmente nei transetti e si chiamarono "organi di coro". Tra i positivi e i portativi potremmo inserire gli organi "a baule" con due o tre registri, dedicati all'accompagnamento dell'orchestra in funzione di "continuo" o al canto del coro. Organi processionali: da usarsi per il canto nelle processioni e trasportati spesso su appositi carri trainati da animali da soma, come ci mostrano molte miniature e disegni. Organi maggiori: di cui abbiamo parlato e di dimensioni spesso veramente ragguardevoli. Installazioni di organi furono e sono praticate anche in appartamenti privati con varie finalità come anche nei teatri (strumenti molto particolari) e negli auditorium. Anche se l'estetica e a bellezza delle casse vengono celebrate ed ammirate per la finezza delle decorazioni e della struttura architettonica pochi sanno che tale aspetto risponde anche ad una funzione simbolica. Se nella fonica e nella potenza sonora l'organo rappresenta la trasposizione terrena dei cori angelici inneggianti al Creatore come anche, grazie ai rapporti matematici, armonici e fisici del suono la diretta emanazione di Dio, così la struttura architettonica e decorativa conferiscono maestosità e regalità al coro angelico sceso in terra e il posizionamento nelle grandi cantorie è il punto allegoricamente privilegiato per far discendere la lode a Dio verso l'Assemblea e contemporaneamente innalzandola verso il cielo. Pertanto dal recupero delle tradizioni classiche compaiono le casse medievali "a torre" di varia altezza con linee geometriche rette e spesso ornate di merlature. Nel Rinascimento le torri vengono modificate con colonne, trabeazioni e timpani tesi a imitare gli antichi templi greci ma anche, grazie ai campi di canne posti a cuspide, a rappresentare l'archetipo del tempio cristiano con le sue navate. Il barocco amplificherà tale simbologia arricchendola di cimase, angeli musicanti e festanti in un tripudio di elementi floreali e vegetali. La presenza di grandi portelloni di chiusura, arricchite da pitture pregevoli, aumenta il senso di sacra regalità e mistero specie nel loro lento e maestoso aprirsi prima che il suono riempia le navate. In alcuni strumenti si è voluto ravvedere anche un significato simbolico nel numero delle canne di facciata e nella loro disposizione richiamanti a versetti sacri o numeri a carattere biblico. Quindi azione sonora e visiva tesa alla elevazione dello spirito e al rallegrare gli animi ma anche spingendo al timor di Dio ed alla meditazione. Solo così possiamo comprendere come gli antichi Blockwerk avessero solo la sonorità del "forte", cioè tutti i registri in azione e di come sia ancora importante il suo diretto discendente: il "ripieno". I cori angelici cantano la Gloria di Dio con forza e a gran voce: « Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia Gloria ad altri né il mio onore agli idoli » (Isaia 42,8), con buona pace dei pii avventori che vorrebbero poter chiacchierare in chiesa senza il fastidio dell'organo. La stessa collocazione degli strumenti risponde oltre alle esigenze foniche anche a significato allegorico: ai lati dell'altare, nelle cantorie dei transetti, in controfacciata. La disposizione in abside sopra il coro richiedeva e richiede un accurato studio architettonico per evitare equivoci ed effetti visivi spiritualmente sgradevoli: è l'Altare, il Corpo del Cristo, il centro del Tempio, che deve essere glorificato. L'organo ne tesse la lode. Le canne vengono classificate in: Canne ad Anima. Sono le classiche canne che possiamo osservare nelle facciate. Realizzate in metallo o legno (o in alcuni casi letteralmente con quello che passava il convento come ad esempio il famoso "organo dei bidoni" di cui abbiamo parlato), sono dei veri e propri fischietti. Il vento entrato dal piede viene forzato da una lamina trasversale interna a fluire attraverso una fessura posta in basso sulla bocca della canna tra il bordo della lamina e il labbro inferiore e ad impattare contro il labbro superiore (o dente) creando delle turbolenze che danno origine al suono. La lunghezza della canna determina l'altezza del suono. Questa lamina è detta anima e dà nome alla tipologia delle canne. Va aggiunto che nell'anima della canna maggiore generalmente l'organaro incideva il suo nome e la data di costruzione prima di saldare le parti della canna. Il segreto veniva così conservato nel tempo. Questa consuetudine è presente anche nel nostro amato "Principalone": durante il restauro del 2000 quando dissaldando per il restauro le strutture della canna maggiore di facciata (Do2 del registro di Principale '16) è comparso il nome del costruttore e di cui ne abbiamo documentazione fotografica conservata negli archivi della Chiesa Madre. Una osservazione del M° Prof. Claudio Brizi, docente di Organo al Conservatorio "F. Morlacchi" di Perugia, durante una delle nostre chiacchierate (per me anche inconsce lezioni) mi ha particolarmente colpito: l'organaro dona simbolicamente la sua voce allo strumento e sa che tale voce rimarrà nel tempo anche secoli dopo la sua morte. Scrivendo il suo nome sull'anima della canna maggiore affida al tempo ed alla sua creatura la sua anima, la sua voce, chiuse nel segreto della canna maggiore ma parte fondante della sorgente del suono. Canne ad ancia. In tali canne il suono è prodotto dalla vibrazione di una linguetta metallica, l'ancia, posta su una canalina bloccate in un raccordo alla base della canna (il noce). Una gruccia metallica regola la lunghezza della parte vibrante e di conseguenza la nota. La restante parte: il padiglione (o risuonatore) conferisce il timbro al suono a seconda della forma e del materiale di costruzione. Avremo così tromba, oboe, cromorno, regale, bombarda, clarone, fagotto ecc.. Ovviamente non parliamo di sonorità ad imitazione dell'orchestra ma di nomi utilizzati per evidenziare le varie caratteristiche e "colori" del suono da esse emesso. La canne ad anima vengono classificate in base al materiale di costruzione: Principale: canne con alta percentuale di stagno. Di suono argentino, chiaro e vivace. È la voce caratteristica dell'organo e con i registri più acuti costituisce la sonorità tipica dell'organo: il ripieno. Una miscela di file di canne disposte in registri in "ottava" e registri di mutazione (generalmente in "quinta") verso l'acuto. Per esempio: Principale '8 – VIII – XV – XIX – XXII – XXVI – XXIX. Altro registro tipico è dato dalla miscela di mutazione in quinta (XII) e terza (XVII) da associare alla base di principale e VIII: la "sesquialtera" voce caratteristica ed amata dagli organisti nordici molto usata nei grandi corali barocchi. Canne di principale possono essere costruite anche in legno e la evoluzione verso il basso dà origine ai "contrabassi". Alcuni autori descrivono il gruppo delle canne di Principale in un organo come "piramide maschile". Canne di principale a diametro più stretto danno un suono frizzante e dolce: vengono definite "violeggianti" (viola, gamba, salicionale ecc.). Anche in questo caso riferirsi alla sonorità dell'orchestra potrebbe rivelarsi un abbaglio. Flauto: aumento della percentuale di piombo. Il suono è dolce, rotondo e vellutato. Anche nei flauti si creano più file acute e anche in mutazione: la miscela di registri in quinta e terza origina il "cornetto", sonorità tipica dell'organo francese: con una piccola forzatura potremmo considerarlo come l'equivalente in flauto della Sesquialtera che viene realizzata invece con delle canne di principale. Il gruppo dei flauti di uno strumento viene definito "piramide femminile". I flauti possono essere realizzati anche in legno e una loro variante viene definita "bordoni". L'aria che tramite le canne genera il suono viene definita "vento" ed era prodotta dai mantici sostituiti oggi da ventilatori elettrici o da motori elettrici azionanti il sistema dei mantici che talvolta per le grandi dimensioni degli strumenti erano posti in un apposito locale. La produzione del vento deve essere costante e non subire cali che darebbero effetti sonori sgradevoli, quindi fungono anche da riserva e stabilizzatori della costanza del vento. Molti autori riportano che J. S. Bach, severo collaudatore, « smontava tutti i tasti per vedere se i polmoni dell'organo fossero buoni » . In realtà Bach suonava inserendo tutti registri per verificare se i mantici riuscissero a sostenere un tale enorme consumo, mentre gli organari costruttori, sicuramente accanto a lui, sudavano freddo. Dai mantici all'organo l'aria fluisce in condotte (portavento) le cui giunture spesso sono guarnite da finissima pelle per evitare la trasmissione di vibrazioni allo strumento. La pressione del vento, peraltro relativamente bassa, viene espressa in millimetri d'acqua. Il somiere è il cuore pulsante dello strumento. Al suo interno tramite un sistema complesso di valvole (ventilabri) il vento passa in delle canaline poste al di sotto delle canne. Su ogni canalina posano le canne che suonano la stessa nota di ogni registro così il ventilabro, azionato dal tasto tramite un meccanismo o un circuito elettrico ne fa accedere il vento . ulteriori valvole, presenti nelle canaline ed azionate dal registro (in questo caso si intende il comando posto accanto alla tastiera) seleziona quale o quali delle tante file canne dovrà suonare. La parte più interna del somiere ove sono presenti questi meccanismi si chiama "secreta" ed anche questa è una sede ove ritroviamo le firme dei costruttori, dei restauratori ma anche dei bigliettini a sfondo umoristico o derisorio. Anche vecchi attrezzi dimenticati o lasciati per un uso futuro e mai recuperati. Non da ultimo: le sigillature delle secrete spesso venivano riparate in passato sfruttando pezzi di vecchie pergamene e vecchi codici che, distaccati e accuratamente restaurati, si sono rivelati testi unici e di grande importanza storica e letteraria. Gli organi diventati così anche delle capsule del tempo. La complessa rete di leve e tiranti (negli strumenti a trasmissione meccanica) che dai tasti portano il comando ai ventilabri viene chiamata "catenacciatura". Accordatura: regolazione della lunghezza della canna per calibrare l'altezza corretta della nota emessa partendo da una nota di riferimento detta "corista" generalmente il La 3 (nella musica moderna ad una frequenza di 440 Hz) e ad una temperatura prestabilita: l'organo infatti subisce alterazioni anche sensibili dell'accordatura a seconda del variare di umidità e temperatura dell’ambiente in cui è collocato. Intonazione: insieme degli accorgimenti che vengono messi in opera per una corretta e ottimale emissione del suono, transitorio di attacco (lo "sputo" della canna), uniformità del suono per ogni registro, regolazione degli armonici. Questa operazione viene effettuata anche in fase di montaggio o rimontaggio in sede e richiede anche settimane per un singolo strumento. Se siete stati così coraggiosi e pazienti ad arrivare fin qui senza coltivare idee malvage nei miei confronti, potremmo continuare, nei prossimi giorni, il viaggio nel mondo dell'organo e scoprire come l'organo si sia diffuso acquisendo la voce delle genti e delle etnie di riferimento, testimone storico, culturale e geografico. Non sanza fatiga si giunge al fine... [Girolamo Frescobaldi, Libro II delle Toccate] Francesco Di Nardo

  • Febbraio 1956: l'episodio di gelo e neve più importante dal dopoguerra

    Dopo quella del 1929, l'altra memorabile ondata di gelo e neve del Novecento a scala nazionale si verifica nel febbraio 1956. La sua durata è più breve, poco più di tre settimane anziché due mesi, in ogni caso rimane tuttora l'episodio freddo più significativo dal secondo dopoguerra. Tutto comincia a fine gennaio con la formazione di una grande massa di aria gelida nella regione tra Russia, Finlandia e Paesi Baltici, che poi tra il 1 o e il 2 febbraio raggiunge l'Italia richiamata da una depressione sul Tirreno. La bora rinforza, nevica sotto forma di tormenta sulle pianure del Nord-Est, dell'Emilia-Romagna, sulle coste adriatiche, ma si imbiancano lievemente anche la Riviera ligure di Ponente e il centro di Roma. Tornato il sereno, le temperature minime scendono intorno a -15 °C nelle zone padane più fredde. Ma l'apice dell'evento viene raggiunto verso metà febbraio a seguito di ulteriori irruzioni di venti nord-orientali. Il versante adriatico è abbondantemente innevato fino alle coste con spessori di 20-40 centimetri a Pescara, un metro e più sulle Murge, e (con il concorso di accumuli creati dal vento) anche oltre 2-3 metri in località appenniniche di Abruzzo e Molise, come Capracotta in provincia di Isernia (1.421 m), note per la loro estrema nevosità dovuta all'esposizione ai venti freddi balcanici. L'interruzione delle comunicazioni stradali e ferroviarie isola per molti giorni decine di paesi negli entroterra, non solo della Penisola, ma anche della Sardegna, lasciando gli abitanti a corto di viveri e combustibile. Il 7-8 febbraio alcuni centimetri di neve imbiancano località in cui il fenomeno è assai raro, come Cagliari, Palermo, Catania, Agrigento e perfino l'isola di Linosa, a metà distanza tra la Sicilia continentale e la Tunisia. Il giorno 9 l'osservatorio del Collegio Romano registra 10 centimetri di neve al suolo (Mangianti e Beltrano 1991), poi tra il 10 e l'11 ne cadono 35 a Torino e 46 a Modena, con temperature ampiamente sotto 0 °C anche nelle ore diurne (a Piacenza il termometro non sale mai sopra lo zero per ben 12 giorni consecutivi, dall'8 al 19 febbraio). I rasserenamenti nelle notti tra il 13 e il 16, fanno registrare in numerose località del Nord temperature che tutt'oggi sono in assoluto le più rigide del periodo successivo almeno al gelo del gennaio 1947, se non a quello del febbraio 1929, con minime di -26,2 °C a Anzola dell'Emilia, tra Bologna e Modena (tuttora il valore più basso ufficialmente noto nella pianura dell'Emilia-Romagna), -26 °C a Lombriasco, nel Torinese, -23,4 °C all'Istituto di Risicoltura di Vercelli, -21,8 °C a Torino-Caselle, -17,3 °C al Collegio Alberoni di Piacenza, -15,6 °C a Milano-Linate, -14,6 °C a Trieste. Al Centro, costituiscono dei primati per il solo mese di febbraio i -12,6 °C di Pescara aeroporto (stazione con dati dal 1947) e i -11,4 °C di Firenze-Peretola (dati dal 1931), mentre i -6,0 °C del Collegio Romano eguagliano il record ultrasecolare del 23 gennaio 1869. Al Sud e sulle isole già nella prima decade si erano stabiliti dei primati di freddo tuttora insuperati per febbraio (-3,2 °C a Cagliari-Elmas, la cui serie inizia nel 1932) o per qualunque mese dell'anno (0,0 °C a Pantelleria, stazione attiva dal 1951). Congelano tratti del Po, del Tanaro, dell'Arno, sebbene in modo meno esteso e duraturo rispetto al 1929. Se nelle campagne e in montagna le condizioni sono assai severe per la popolazione, in città non va molto meglio: "La Stampa" del 17 febbraio segnala che a Torino «migliaia di famiglie sono senz'acqua, senza gas e senza riscaldamento». Dopo la metà del mese le temperature si fanno meno glaciali ma, con l'apporto di umidità marittima, si verificano nevicate. A Roma altri 8 centimetri di neve cadono tra il 17 e il 18 febbraio. Il freddo e la frequenza degli episodi nevosi di quel mese nella capitale rimarranno impressi nella memoria collettiva, tanto che, a distanza di oltre un trentennio, li ritroviamo immortalati anche nel brano La nevicata del '56 scritto dalla sceneggiatrice romana Carla Vistarini per Mia Martini, nel 1990. A Imperia copiose fioccate si susseguono quotidianamente dal 19 al 23 portando il totale mensile di neve fresca a 44 centimetri, valore che rende febbraio 1956 il mese più nevoso della serie di dati dal 1876 a oggi. Date le temperature rigide la pianura Padana rimane estesamente innevata per un mese intero (all'Istituto agrario Zanelli di Reggio Emilia, dal 31 gennaio al 29 febbraio), fino a che, a inizio marzo, la grande massa di aria fredda in Europa viene sostituita da correnti piú tiepide che riportano le temperature diurne sopra i 10-15 °C in tutte le pianure e coste. Tuttavia un sussulto freddo notevole per la stagione si verifica ancora intorno al 10 marzo, sempre sotto venti da nord-est: nuove bufere di neve investono gli Appennini, tra l'11 e il 12 anche il centro di Roma torna a imbiancarsi (2 centimetri al Collegio Romano) e il derby Roma-Lazio allo stadio Olimpico viene rinviato. Per la capitale è una delle nevicate più tardive dell'ultimo secolo, superata solo dalla spruzzata avvenuta una settimana più avanti nel calendario il 18 marzo 1985, tra tuoni e lampi. Quello del 1956 risulta il febbraio piú rigido del periodo successivo al 1900 a Torino (con temperatura media mensile di -3,0 °C), a Milano (-2,2 °C), Modena (-3,5 °C) e Roma (3,3 °C), mentre nelle serie storiche di Piacenza e Venezia primeggia il febbraio 1929. In ogni caso l'episodio di fine anni Venti lo supera ovunque per la sua maggiore durata che coinvolse anche gennaio. Luca Mercalli Fonte: L. Mercalli, Breve storia del clima in Italia. Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale , Einaudi, Torino 2025.

  • Antonio Sammarone: con la "e" o con la "i"?

    Antonio Sammarone (1896-1965). Mio nonno nacque nel 1896 a Maschito, in provincia di Potenza, in Basilicata, anche se tutta la sua famiglia viveva a Capracotta, un piccolo paese tra gli Appennini, in provincia di Isernia, in Molise. I suoi genitori erano pastori e, come tutti, transumanti: in determinate stagioni, scendevano in terre più fertili a far pascolare i loro animali. Ecco perché Antonio è nato il 21 luglio in Basilicata, a sud della regione d'origine della sua famiglia. Arrivò a 5 anni in Argentina a bordo della nave "Duchessa di Genova" assieme alla madre Filomena Di Lorenzo e a tre fratelli: Celestino, di 9 anni, Carmen di 7 e Maria Domenica di 3 anni. Era il 1901. Qui li aspettava il padre Salvatore, da cui sarebbero nati altri sei figli. Si stabilirono nel distretto di Loberia e si dedicarono al lavoro rurale, così come facevano in Italia. La legge 1420 permise ad Antonio di completare l'istruzione primaria. Amava leggere, in particolare un romanzo inglese scritto alla fine del XVII secolo e tradotto in spagnolo, "Oscar e Amanda", di Regina Maria Roche, da cui attinse i nomi di due delle sue figlie: Amanda e Malvina. Nel 1922 Antonio sposò Mariana Etcheverry, figlia di baschi e originaria di Juan N. Fernández, distretto di Necochea. Ebbero dodici figli. Ogni volta che nasceva un bambino, Mariana gli chiedeva di dargli un certo nome, ma quando Antonio lo registrava all'anagrafe, gliene aggiungeva un altro. Ad ognuno dei dodici figli diede un secondo nome che iniziava con la lettera "a": Amanda Zulema, Daniel Antonio, Anìbal Oscar, Clavel Artemio, Carol Harold, Violeta Anabela, Malvina Alida, Azucena Elizabet, Franklin Ariosto, Lirio Abel, Pensamiento Alberto e Ada Eva. Il suo amore per i fiori è evidente anche nella scelta di alcuni nomi (Violet, Clavel, Azucena, Pensamiento e Lirio). Nel 1931 era nato il loro quinto figlio e, quando Antonio si recò in paese per registrarlo, lesse sul giornale "Crítica" una notizia riguardante il re Carlo di Romania, così il bambino venne chiamato Carol Sammaroni, col cognome che terminava in "i" o in "e", a seconda di come lo trascriveva l'ufficiale dello stato civile. Vi erano quindi bambini col cognome Sammaroni ed altri col cognome Sammarone. «Uscivamo da scuola, tornavamo a casa per bere una tazza di mate e poi portavamo gli animali a pascolare in un campo vicino. Nel pomeriggio, quando vedevamo il nonno che piantava davanti casa un lungo bastone con un panno rosso legato all'estremità, tornavamo indietro», racconta Clavel. «Il nonno preparava gli spaghetti la domenica, un uovo a persona, e li impastava lui stesso», diceva Carol. Morì nel 1965. Ho conosciuto mio nonno solo tramite mio padre Carol, che aveva continuato a coltivare le usanze tradizionali come la casa di campagna, il pollaio e la pasta della domenica. Forse essere un insegnante di storia mi ha reso, in un certo senso, custode della storia della mia famiglia, alla ricerca di aneddoti, fotografie, luoghi e ricordi. Conservo l'enorme foglio che servì da passaporto a Filomena Di Lorenzo, con i tratti distintivi che la descrivono come una donna minuta, di 36 anni, una contadina di Capracotta in viaggio con i suoi quattro figli verso una nuova vita in America. Evangelina Sammaroni (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: E. Sammaroni e S. Suffredini, Raíces tanas: testimonios de vida , Biblos, Buenos Aires 2025.

  • Un ricordo di Alessandro De Renzis

    Alessandro De Renzis (1939-2024) nella sua Capracotta. Un anno fa perdevamo Alessandro De Renzis, magistrato di alto profilo, un giurista che, nel corso dei decenni, è diventato una pietra miliare nel campo del diritto condominiale, tanto che i suoi manuali hanno oggettivamente fatto letteratura. Ringraziamo con tutta la nostra gratitudine Letteratura Capracottese APS per questo omaggio al nostro caro papà. Naturalmente il ringraziamento proviene anche da mamma che è molto commossa. Sono date importanti quelle che scandiscono alcune tappe della vita: lasciare andare chi si è tanto amato è straziante ma il ricordo mantiene vive le persone nel cuore di chi le ha amate e nel cuore di chi le ha conosciute. Papà era tanto legato a Capracotta sino a custodire, nel suo cuore e nella sua mente, tutto ciò che aveva appreso da un popolo e da una cultura intessuta di semplicità e di autenticità. Da lui abbiamo appreso il vero progressismo che si condensa in una sola frase: amare l’uomo e rispettarne la sua autenticità . Da lui abbiamo appreso il desiderio di essere rispettosi dell’ambiente: da piccoli ci portava a Prato Gentile per "raccogliere le cartacce" come diceva Lui. Noi eravamo un po' riluttanti e credevamo anche che fosse ingiusto “raccogliere le cartacce” gettate da altri su un prato meraviglioso. Ma quale insegnamento si racchiude dentro a questo semplice gesto? Papà ci ha insegnato, a modo suo, la responsabilità di tutti verso tutti . Uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, ci ha insegnato che nessuno è estraneo al destino dell’altro. Ed ancora, come non ricordare le Sue spiegazioni sul ritrovamento delle cose smarrite! Da piccola trovai un soldino per la strada; eravamo io e lui, avevo più o meno cinque anni e ricordo con precisione la sua spiegazione degli articoli del codice civile sul ritrovamento delle cose smarrite. La procedura che Lui minuziosamente mi spiegò fu utile per farmi capire che non ci si appropria di ciò che non ci appartiene. Lezioni di diritto privato per impartire il senso civico! È questo il senso della parola EDUCARE. Noi siamo grati di ciò che abbiamo ricevuto e speriamo anche di avere dato, ma desideriamo condividere con Voi questo ricordo perché Papà così avrebbe desiderato. La Sua Capracotta e la Sua gente la portava nel cuore tanto che, in fin di vita, ha voluto che io scrivessi per suo conto degli appunti su Francesco Di Lullo, figlio di Albino e di Lucia Ianiro, nato a Capracotta il 24 luglio del 1921. In quegli ultimi giorni della Sua vita, Papà voleva rileggere, quasi con una ostinazione insensata, le lettere di quel frate cappuccino molto legato alla Sua famiglia. È stato un modo per rinsaldare i legami con la Sua Terra e per resistere alla sofferenza di un male che ti sta portando via. Non è possibile elencare tutto ciò che un padre insegna ai propri figli ma è possibile custodire il ricordo di ciò che un Padre ha lasciato come germe di vita alla moglie, ai figli, agli amici, al suo Paese. Ecco perché Vi ringraziamo di questo prezioso dono che ci avete fatto. Maria Luisa De Renzis (a nome di Michela, Enrico, Maria, Luca, Alessandro e Ludovica)

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