LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Polvere di cantoria: organisti nella letteratura e nel cinema
Anche se qualche volta nella mentalità poco acculturata di alcuni l'organista viene considerato una sorta di pianista sfigato, ignorando addirittura l'esistenza di una specifica antologia esecutiva e un percorso di studi particolarmente lungo, spesso la figura di questo musicista compare nella letteratura, nei film e nell'arte che mettono in rilievo, invece, le peculiarità di questa professione. Purtroppo, vuoi per l'alone di mistero che circonda l'organo con le sue implicazioni sacre e l'arcano suono caratteristico, vuoi per la "tenebra" lontana della cantoria che cela l'esecutore agli occhi dei più, tale figura viene frequentemente associata a personaggi oscuri se non del tutto malevoli, ovviamente con numerose eccezioni. Già nelle miniature medievali vengono raffigurati organisti all'opera e spesso sotto le spoglie di animali domestici e selvatici: le famose "drolerie" tipiche dell'iconografia del "mondo alla rovescia"... Beh! Qualcuno sostiene che un sentore di selvatico lo assuma anche il sottoscritto incocciando in bipedi poco educati durante il servizio in Cattedrale... Jules Verne, in "20.000 leghe sotto i mari", descrive l'ampio salone nel cuore del sottomarino Nautilus e il grande organo in esso custodito che il Capitano Nemo suona anche nell'oscurità delle profondità marine. Nemo, misterioso e cupo, nei romanzi successivi si rivelerà un principe indiano che assaliva e speronava colando a picco le navi britanniche. Una vendetta implacabile nei confronti di una nazione colpevole di aver distrutto il suo regno e la sua famiglia. Tuttavia il suo lato umano si esprimerà come benefattore nascosto, proteggendo ed assistendo i naufraghi piombati dal cielo su "L'isola misteriosa", ultimo rifugio del Nautilus. Isola nei cui bacini sotterranei ospitanti il Nautilus si spegnerà lanciando un ultimo sguardo infuocato dai suoi occhi severi. In alcuni film e stampe il conte Dracula, celebre vampiro nato dalla penna di Bram Stoker e raccontato anche da altri scrittori successivi, viene raffigurato seduto all'organo mentre un ghigno satanico si stampa sul suo viso. Il suo macabro strumento è costruito con ossa umane. Il folkloristico vampirismo dell'Europa orientale si fonde, in una letteratura minore, con gli spunti derivati dal concetto della danza macabra medievale e, quasi sempre, la "Toccata e fuga in re minore BWV565" di Bach viene "sparata" di continuo: una bella frittura mista. Va aggiunto che in alcune pellicole il vampiro potrà essere allontanato suonando una musica di protezione. Il concetto della musica di protezione lo abbiamo già affrontato con il famoso "canone di Lucedio" parlando del tritono e della "musica del Diavolo". Un organo fatto con ossa umane è presente anche nel film "I Goonies": dovrà essere suonato con molta attenzione. Gli accordi mal eseguiti provocheranno l'aprirsi di voragini pronte ad inghiottire i malcapitati. Baldassarre Vitali, negromante ed assassino, è anche un organista ne "Il segno del comando", sceneggiato Rai del 1971. Il simbolo ed il potere magico ad esso associato potranno essere ritrovati tramite i segni e i simboli criptati nel "Salmo XVII o della Doppia Morte", scritto appunto dal maligno musicista; in sostenza un codice scritto in musica. In una puntata da brivido, la scena in cui un organo, rivelatosi poi muto da secoli, suona da solo davanti all'allibito o forse allucinato professor Foster, il protagonista. La maledizione che colpisce il castello ed i suoi occupanti, trascina con sé anche il maestro Forte, il musicista di corte ne "La Bella e la Bestia”, cartone animato Disney. Il maestro, con suo compiacimento, viene trasformato in un gigantesco organo, suo strumento preferito. Farà di tutto per restare nel suo stato, cercando di impedire il dissolvimento della maledizione anche, se necessario, distruggendo Bella e Bestia tramite le sue canne capaci di agire come enormi arti o scatenanti tempeste. Sarà invece Bestia a distruggerlo, strappando via le tastiere dal contatto con la cassa, come privandolo del cuore. Il grande organo gotico crollerà al suolo in mille pezzi. L'abominevole Dr. Phibes, interpretato da un grande Vincent Price nel film omonimo, organista pazzo di dolore per la morte della adorata moglie, decide di sterminare una intera equipe chirurgica responsabile, a suo giudizio, del terribile evento. Lo farà usando stratagemmi ispirati alle bibliche piaghe d'Egitto. Nella cripta di famiglia il suo strumento che suona a cercare ispirazione. Nella Parigi di fine '800 un fantasma si aggira per i sotterranei del teatro dell'opera ed è responsabile di morti misteriose. "Il Fantasma dell'Opera" in realtà è Erik, un giovane e geniale musicista che all'organo, nei meandri della grande struttura, suona il suo amore disperato verso il soprano Christine. Una maschera bianca e un mantello ne celano il volto deturpato ed orribile, Anche in questo caso, tra musical e film, la "toccata e fuga" si spreca a tal punto che in molti la identificano univocamente con lo stesso film. Un intero capitolo de "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi da Lampedusa è dedicato all'organista del paese ed alla sua abilità di accompagnare le funzioni sacre con brani tratti dalla "Aida". Retaggio della fase organistica italiana dell'organo orchestra: cioè della fase musicale in cui l'organo, "re degli strumenti", veniva concepito, su influsso della musica operistica e della lirica, come imitazione degli ensemble strumentali e dotato anche di piatti, tamburi, timpani, triangoli ecc. Paradossalmente, se in Europa, anche nei nostri tempi, l'organo è associato spesso a personaggi negativi, ambientazioni gotiche e soprannaturali, in America era comparso per accompagnare il cinema muto e gli spettacoli teatrali. La Wurlitzer, che noi conosciamo per i juke-boxes, era leader nella costruzione di questi strumenti al punto che "organo Wurlitzer" divenne sinonimo di "organo da teatro". Ted Cassidy, che noi conosciamo per il personaggio di Learch da lui interpretato ne "La famiglia Addams", era un valente organista da teatro e ne possiamo vedere l'abilità mentre con i suoi 206 cm di altezza ed il volto impassibile suona il clavicembalo nella serie in bianco e nero. Ma non finisce qui: nel film "Shrek", Ciuchino, in una scena finale, suona la sigla su uno strumento a due tastiere. Tom e Jerry per sfuggire alla polizia, giunti in un teatro, vengono aspirati nelle condotte e pompati nei complicati meccanismi, ovviamente fantasiosi ma utili alla sceneggiatura, di un organo che uno dei poliziotti suona mirabilmente interpretando... guarda un po': la "Toccata e fuga in re minore"! Brontolo, uno dei famosi sette nani, organista di casa in "Biancaneve", suona e sblocca bruscamente le canne del suo organo domestico, dotato anche di un cucù, azionando i mantici in modo poco ortodosso se non del tutto irriverente. Anche Bianca e Bernie sfuggono ai due coccodrilli Bruto e Nerone, finendo tra le canne di un organo che i due inseguitori suonano per stanarli. Martyn Mistère, ne "L'almanacco 1998", deve combattere dei mostri fuoriusciti dalle tastiere di un sinistro e a sua volta mostruoso organo. Ancora vediamo Susan Sarandon all'organo in "Prima pagina", film del 1974. Così anche Fernandel nel ciclo "Don Camillo". Ne "L'uomo di S. Michel" un organista concertista, interpretato da Alain Delon, si fa sacerdote dopo la morte della moglie. Il ritorno della consorte che aveva finto la sua scomparsa lo scaraventa in una profonda crisi di coscienza. Spassosissima la scena in cui, durante un rovente assolo in organo pleno , arriva al punto di far esplodere una delle canne di facciata sotto lo sguardo impassibile del suo vescovo. Potremmo andare avanti per pagine e pagine ma penso sia stata una proficua infarinatura. Pensandoci bene, in fondo, non posso dar torto allo spiritosone che voleva affiggere alla consolle di un organo su cui prestavo servizio il cartello recitante: "Si prega di non disturbare l'organista: è già disturbato di suo"... A me mi piace vivere alla grande, eh già, girare tra le favole in mutande ma... [F. Fanigliulo, 1979] Francesco Di Nardo
- Ma quanne ma' Capracotta ha cacciate le percoche?
Se vi piace la neve andate a Prato Gentile. Lasciate perdere lo sci alpino e scegliete quello nordico. Che vi permette di apprezzare la natura con un paio di sci da fondo o semplicemente con le ciaspole. A Prat'Intile vi riconciliate con il Molise bello. Voglio bene a Francesco Mendozzi perché, con un coraggio immenso, sta cercando l'anima di Capracotta smuovendo i sassi dell'oblio e sta sollevando la coltre della rassegnazione. Non esiste una citazione antica, un racconto dimenticato, un personaggio popolare, uno scrittore importante o un artista che abbia avuto a che fare con Capracotta che non sia entrato nella sua imponente raccolta ragionata di brani di quel paese che, per chiunque abbia un po' di sangue capracottese, è il più bello del mondo (la "Guida alla Letteratura Capracottese" di Francesco Mendozzi potete trovarla su Amazon, IBS, la Feltrinelli, Youcanprint ecc.). Così, ogni volta che Francesco scova una frase che per un motivo qualsiasi contiene un riferimento al paese "più bello del mondo", egli non esita a segnalarlo per dimostrare che Capracotta esiste. E non solo nell'immaginario collettivo. Perciò quando penso al catastrofico investimento degli impianti sciistici di Capracotta, dove si sono spese montagne di risorse pubbliche per lo sci alpino, mi torna a mente il detto popolare che circola soprattutto a Campobasso: "Ma quanne ma' Capracotta ha cacciate le percòche?". Nei fatti la storia delle "percoche di Capracotta" è un po' più complessa perché, come al solito, i buoni capracottesi la battuta campobassana non se la sono tenuta e l'apprezzamento negativo è diventato una considerazione molto speciale sulla particolarità delle percoche che a Capracotta esisterebbero, ma sarebbero senza osso. Con tutte le sottintese allusioni becero-maschiliste che richiamano quell'erotismo vegetale che Donato Decubertino nel 1550 si divertì a rappresentare nel Castello di Gambatesa. Orgogliosamente « Capracotta può vantare una delle più belle piste di sci di fondo nazionale nello splendido scenario di Prato Gentile, a quota 1.575 sul livello del mare. Sono circa 15 i chilometri di lunghezza della pista, quasi tutta all'interno di un bellissimo bosco di faggi e di abeti, con una larghezza media di 6 metri » . Ma a Capracotta da oltre un trentennio si buttano soldi per la seggiovia di Monte Capraro, dove si pretende di fare sci alpino con una pista che dovrebbe richiamare non si capisce quale tipo di amante degli sport invernali. Probabilmente se quei denari male investiti fossero stati destinati tutti a Prato Gentile, Capracotta veramente sarebbe la più rinomata ed esclusiva "Regina delle Nevi" della dorsale appenninica. Tanto è stato fatto ed è bello godere di questo angolo meraviglioso dell'Italia. Franco Valente Fonte: https://www.facebook.com/ , 26 gennaio 2023.
- Alfonso Falconi: pianista, compositore, docente
Alfonso Falconi nacque il 4 marzo 1859 a Capracotta, a 1.421 m s.l.m., nell'allora Provincia di Molise. Al momento della nascita, la madre Luisa Conti aveva già 40 anni, mentre il padre Giangregorio Falconi ne aveva 43. Nonostante questi fosse un ricco proprietario d'armenti, Alfonso dimostrò subito di avere orecchio, motivo per cui venne iscritto al Liceo musicale "S. Pietro a Majella" di Napoli, dove ebbe come insegnante di pianoforte Beniamino Cesi (1845-1907), uno dei più importanti esponenti della scuola pianistica italiana, e per maestro di composizione un discepolo di Saverio Mercadante, Paolo Serrao (1830-1907), che fu insegnante pure di Alfredo Catalani e Francesco Cilea. Fu proprio in quegli anni, precisamente nel 1892, che, al fine di accompagnare e render solenni gli eventi ufficiali d'una piccola grande cittadina di provincia, Alfonso Falconi istituì la Banda di Capracotta, della quale curava ogni aspetto artistico, organizzativo, finanche promozionale. Il suo entusiasmo era tangibile. Il 16 aprile 1893 «la Società orchestrale di Capracotta, diretta da Alfonso Falconi, fondata da poco più di un anno, organizza presso l'asilo una serata musicale in onore del violinista tedesco Eugenio Schmitzberger». L'8 settembre 1894, il complesso orchestrale suonò in onore della Madonna di Loreto, la più importante ricorrenza religiosa del paese altomolisano. Vincenzo Lombardi, oggi direttore della Soprintendenza archivistica e bibliografia di Basilicata, ci informa che, da lì in poi, la Banda di Capracotta «acquista maggiore sicurezza, assume una più stabile forma organizzativa e una consequenziale maggiore visibilità. Ciò avviene grazie anche a un accentuato fenomeno associazionistico che coinvolge la popolazione capracottese, al pari di molti comuni molisani. La maggiore stabilità acquisita dalla banda sotto la direzione di Alfonso Falconi permette al gruppo di evitare le possibili conseguenze negative derivanti dalla partenza del maestro agli inizi del 1895». Probabilmente in quell'anno Falconi risultò vincitore di concorso per l'insegnamento presso il Reale Conservatorio "L. Cherubini" di Firenze dove, dal 1896, insegnò Armonia, quindi, a partire dal 1907, Teoria, solfeggio e dettato musicale. Il periodo fiorentino coincide con quello della sua produzione teorica, quasi sempre pubblicata a proprie spese con lo pseudonimo anagrammatico di «Nicola Salonoff»: si pensi alla "Grammatica musicale" (1890) o al suo "Metodo per la divisione" (1899), ancor oggi pubblicato e commercializzato dalle Edizioni Curci. Del pari, egli scrisse a lungo su una rivista d'avanguardia, "La Nuova Musica", nella quale apparvero vari articoli su compositori minori, come il tedesco Salomon Jadassohn (1831-1902), artisti che stavano esplorando nuove forme e nuovi stilemi, quali il contrappunto. Falconi entrò nella redazione de "La Nuova Musica" nel 1902, sotto la direzione di un eminente musicologo, Arnaldo Bonaventura (1862-1952), ed ebbe per collaboratori Durante Duranti, Gino Modona e, dal 1904, Paolo Bertini. Un'aggiunta significativa alla redazione del periodico avvenne nel gennaio del 1910 con l'incarico al compositore e critico musicale Ildebrando Pizzetti. Alfonso Falconi, dunque, era perfettamente immerso nella cultura musicale del suo tempo e in un luogo, Firenze, nel quale alcuni anni dopo nascerà il Maggio Musicale Fiorentino. Ciò nonostante, egli non esitava a far ritorno nella sua Capracotta. Il 6 settembre 1903, ad esempio, lo troviamo nel Circolo d'Unione cittadino per «una soirée di ballo, che riuscì gaia e divertente per il concorso di gentili signore e signorine, tutte in elegantissime toilette , e per l'armonia e famigliarità senza pari, cui è improntato qualunque trattenimento di questo nostro paese. [...] Suonatore instancabile fu l'illustre Prof. Falconi». Accanto alla speculazione teorica, però, vi sono la pratica pianistica e la produzione musicale, cominciata parecchi anni prima, a cavallo del 1880, quando pubblicò gli omaggi a due grandi suoi maestri: Beniamino Cesi, col quale aveva imparato a suonare la musica, e Francesco Florimo, grazie al quale aveva conosciuto la musica. Nello specifico, l'omaggio a Florimo «si concretizza nella elaborazione etnicamente attenta di una sua idea musicale, [...]: la forma scelta è personale, una danza bipartita, con introduzione e coda, in cui la prima parte presenta un secondo tema di coesione tra il primo ed il terzo, mentre la seconda parte vede riapparire senza modifiche strutturali sia il primo che il terzo tema senza il secondo; la reale proporzione fra le parti strumentali rimane però equilibrata grazie al dilungarsi della coda». Come pianista, il critico Federico Polidoro scrisse che «l'attenzione generale l'attrasse un artista giovanissimo e provetto, sì come esecutore, che come autore: Alfonso Falconi. I quattro pezzi ch'egli ha scritto sullo stile delle suites rivelano un ingegno vigoroso; la sua mano è del meccanismo espertissima». Già nel 1882, infatti, Alfonso Falconi compose un'operetta comica, "Guerra alle donne", la cui partitura autografa ho prontamente inviato al M° Giulio Costanzo dell'Orchestra Sinfonica del Molise al fine di capire se vi sono i requisiti per adattarla e riproporla all'interno della stagione concertistica 2024/25. La produzione di Falconi è tuttavia ricca di ballate, allegretti, gighe, gavotte, minuetti, notturni, tarantelle, melodrammi, fantasie, sonate, preludi, romanze ecc. e le «forme musicali a cui si ispirava erano le musiche e le danze popolari molisane, abruzzesi e napoletane». Ne "Il pastore sulla collina" (1889), non a caso, si sente Falconi «aggirantesi su due note soltanto», poiché, in quelle due note, egli volle forse «riprodurre il suono del campanello delle vacche pascolanti»: impossibile non pensare ai pascoli alpestri del suo luogo natio. Nel 1898 il compositore Pietro Floridia (1860-1932), suo ex compagno di corso a Napoli stabilitosi negli Stati Uniti, gli dedicherà i "Six pièces pour piano". Il 7 dicembre 1901, invece, l'Accadema del Conservatorio di Firenze, «procedendo al giudizio sul concorso Cristofori, [...] per una "Grande fantasia per due pianoforti e orchestra" conferiva il premio, a maggioranza di voti, alla composizione portante il motto "Via Crucis", del maestro signor Alfonso Falconi di Capracotta». Nel 1907, "Ars et Labor", il celebre periodico illustrato di Giulio Ricordi, arrivò ad affermare che Falconi era un «esecutore sobrio e preciso, compositore eletto e geniale, stilista nel miglior senso della parola [...], insegnante coscienzioso, la cui esperienza è consacrata in lavori didattici sagacissimi, infine persona modesta e gentile». Da un lato, dunque, vi è il maestro, il pianista, il compositore, il docente; dall'altro vi è «il puro montanaro della nevosa Capracotta», figlio prediletto del popolo capracottese e suo altoparlante naturale. Del primo, Pasquale Guarino scrisse che «ha studiato in Conservatorio parecchio, e quando ne uscì continuò a studiare». Del secondo, basterà dire che nel 1914, anno di fondazione dello Ski Club Capracotta, uno dei più antichi sodalizi italiani di sport invernali, musicò l'inno ufficiale dell'associazione, su testo del magistrato napoletano Giorgio Borrella. Nel 1921, il suo amico Alessandro Longo (1864-1945), compositore e musicologo, scriverà note dolenti sulla scomparsa di Falconi, rimproverando al mondo la mancanza di attenzione nei suoi confronti ed esaltando il carattere improntato alla più sobria modestia dell'artista molisano. Longo, infatti, rammentò che «fu dopo molte delusioni ch'egli riuscì ad ottenere la cattedra di teoria [...]: ed avendo egli, in quel tempo, domicilio a Firenze, ed avendo colà degli alunni, il poverino si sobbarcò a una fatica che ha del fantastico, e che fa pensare alla pena cui fu sottoposto l' Olandese volante wagneriano. Sette anni di viaggio continuo [poiché] egli rifaceva tre vole alla settimana la via Firenze-Napoli, Napoli-Firenze, passando sei notti in treno, e non concedendosi il riposo nel proprio letto, a Firenze, altro che la notte del sabato». Un'ultima nota di colore è quella che vede Alfonso Falconi menzionato "di striscio" all'interno di un romanzo pubblicato nel 1910 in Belgio, "Le papillon" di Christian Beck. Nel libro, infatti, il protagonista, giunto a Capracotta, si invaghisce di una ragazza del posto, Luisa Falconi, e, per avvicinarla, diventa amico dello «zio della ragazza, insegnante di musica». Luisa (che si chiama come la madre del compositore) gli farà poi conoscere la cugina Maria Pia, di cui egli s'innamorerà perdutamente. Insomma, nonostante l'oblio che sembra aver avvolto la sua vita e la sua opera, Alfonso Falconi fu «una figura di grande rilievo nello scenario musicale italiano tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX». Si pensi che allo stato attuale non conosciamo né la data della sua morte - se non che questa avvenne prematuramente nel 1920 - né il luogo della sepoltura - probabilmente uno dei cimiteri monumentali del capoluogo toscano. Ed ora veniamo ai giorni nostri. Il Conservatorio di musica "L. Perosi" di Campobasso ha finalmente messo in programma due concerti dedicati al nostro compositore, i cui esecutori saranno: Paolo Zampini al flauto, Maurizio Marino all'oboe, Lelio Di Tullio al clarinetto, Salvatore Acierno al corno, Eliseo Smordoni al fagotto, Paola Landrini al pianoforte, Gianluca Apostoli al violino e Veronica Fabbri al violoncello. Vieppiù, è in cantiere anche la pubblicazione di un'edizione critica del "Sestetto per fiati e pianoforte", curata dal Conservatorio stesso in collaborazione col M° Paolo Zampini (la docente referente è la prof.ssa Enza Ciullo). Ad oggi, infatti, sono state recuperate partiture che testimoniano l'impegno di Falconi nella composizione cameristica, «in un'epoca in cui in Italia si apprezzavano quasi unicamente i melodrammi e le riduzioni per pochi strumenti dei melodrammi stessi» (Falconi ridusse per pianoforte "L'Arlesiana" di Francesco Cilea). Il lavoro di Alfonso Falconi è tornato alla luce proprio grazie all'interessamento del flautista Paolo Zampini, già direttore del Conservatorio "L. Cherubini" di Firenze e collaboratore per 35 anni di Ennio Morricone. Successivamente, sempre su suo interessamento, è stata realizzata una prima stesura delle parti staccate, curata dal prof. Franco Pisciotta. I due concerti che il Conservatorio di Campobasso ha in programma per il 2024/25 verrano probabilmente replicati anche a Capracotta e a Pescolanciano, come confidatomi dallo stesso Zampini, il quale mi contattò a maggio 2023 per scambiare con me le rispettive informazioni sull'illustre artista capracottese. Se oggi conosciamo meglio Alfonso Falconi e se riusciremo a breve ad ascoltare qualcuna delle sue composizioni, sappiate che è per merito del M° Paolo Cesare Zampini. Musica a stampa di Alfonso Falconi Al mio esimio maestro sig. Beniamino Cesi: introduzione e scherzo , per pianoforte; Fogli d'albo : 3 pezzi per violino e pianoforte ( D'autunno: egloga - Solitudine! - Sole morente: gondoliere ); Guerra alle donne (tin tin tin caprette belle, fate liete nel cammin) ; Omaggio all'Illustre Comm. Francesco Florimo : trascrizione libera della sua Tarantella sopra idee popolari; Romanze , per pianoforte; Quartetti , op. 3; Musette , op. 13; Allegretti , op. 15; Quattro pezzi per pianoforte , op. 17 ( Allegretto - Il pastore sulla collina - Gavotta - Giga ); Quattro pezzi per suite , op. 26 ( Preludio - Gavotta - Gavotta - Giga ); Canti dell'alba : 5 pezzi idilliaci per pianoforte, op. 32 ( L'aurora - I falciatori - Le pastorelle - Nella foresta - Ballata mattutina ); Quartetti , op. 33; Preludi per pianoforte , op. 35; Quatre morceaux pour piano , op. 36 ( Minuetto polonaise - Berceuse - Ungherese - Siciliana ); Hochzeitmusik , op. 39 ( Notturno - Serenata - Valse ); Fantasia e fuga , op. 44; Duetto d'amore , da' canti nuziali, op. 48; Coquetterie (bluette) , op. 53; Danses comiques , per pianoforte, op. 54; Il piccolo clavicembalo : 48 fughette per pianoforte, op. 59; Sestetto (in mi♭) , per pianoforte, flauto, oboe, clarinetto, fagotto e corno, op. 60; Sonata (in do) , per pianoforte e corno, op. 61; Quartetto , per pianoforte, violino, viola e violoncello, op. 62; L'Arlesiana (riduzione per pianoforte); Quiete lunare , per voce e pianoforte; Studio d'imitazione a Chopin . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986; Acuto, Napoli, 23 Febbraio , in «Gazzetta Musicale di Milano», XL:9, Milano, 1 marzo 1885; C. Beck, Le papillon. Journal d'un romantique , Bénard, Liege 1910; A. Brambilla, I quattro vincitori di Roma per cattedre del R. Conservatorio di S. Pietro a Majella a Napoli , in «Ars et Labor», LXII:2, Ricordi, Milano, 15 febbraio 1907; R. Cafiero e M. Marino, Francesco Florimo e l'Ottocento musical e, Jason, Reggio Calabria 1999; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; M. Conati, La Nuova Musica (1896-1919) , R.I.P.M. International Center, Baltimore 2015; A. Damerini, Il Regio conservatorio di Musica Luigi Cherubini di Firenze , Le Monnier, Firenze 1941; A. Di Sanza d'Alena, Ricordi e racconti. Storia e genealogia di famiglie di antenati , Youcanprint, Lecce 2024; A. Falconi, Grammatica musicale , Izzo, Napoli 1890; A. Falconi, Metodo per la divisione teorico-pratico-guidato , Izzo, Napoli 1899; A. Falconi, Esposizione critica dei trattati di S. Jadassohn , Salonoff, Firenze 1905; F. Florimo, Cenno storico sulla scuola musicale di Napoli , Rocco, Napoli 1869; C. Giaccio, Fuori di Agnone , in «Il Cittadino Agnonese», IV:8, Agnone, 18 settembre 1903; P. Guarino, Musica e musicisti in Napoli , in «Il Teatro Illustrato», V:59, Sonzogno, Milano, novembre 1885; V. Lombardi, Le bande musicali molisane dell'Ottocento , Palladino, Campobasso 2012; A. Longo, Alfonso Falconi , in «L'Arte Pianistica»,VIII:12, Napoli, 31 dicembre 1921; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Moretti, Accademia del R. Istituto musicale di Firenze , in «Bollettino Ufficiale del Ministero dell'Istruzione Pubblica», XXIX:6, Roma, 6 febbraio 1902; Nivis, Lo sport degli ski , in «La Riscossa», IV:148, Isernia, 1 marzo 1914; Ras, Corrispondenza , in «Il Battagliere Indipendente», II:10, Isernia, 1° maggio 1893; B. Szapiro, Christian Beck. Un curieux personnage , Arléa, Paris 2010; G. B. Traverso, Nuove pubblicazioni , in «Paganini», III:1, Genova, 15 gennaio 1889.
- Napoleone (cent'anni dopo)
Di folgori e di fiamme era il suo trono, il sole Egli era, a lui dinanzi stava senza voce e pensiero il mondo prono: i fulmini e le folle trascinava e il terrore e la gloria e la vittoria pel mondo, che di sangue abbeverava. In breve regno secoli di storia; creò i millenni; pungolo divino, scosse popoli e re, lor diede gloria, segnò la via al fulgido cammino: Iddio impose un'opra portentosa, ed Egli sorpassava il suo destino. Aspirava la gloria sanguinosa: quindici popoli erano il suo impero, quindici re la scorta radïosa. E Vizir, il suo candido destriero varcava il monte e percoteva il vallo, uragano siccome il suo pensiero. Movea il globo su un punto Egli a cavallo; i suoi proclami aveano lo splendore del sole e i cupi toni del metallo. Era codice al mondo il Monitore. A ogni pugna seguìa, come d'incanto, il trïonfo del gran seminatore, ed al trïonfo tenea dietro il canto, e il crollo d'un impero fulminato e d'un antico privilegio infranto. C'era un trono nel zaino a ogni soldato, e questa o quella vinta capitale dovean fornire a lui, spirito armato, il bronzo alla sua statua trïonfale. Spiriti magni, i suoi grandi vicini, curvan la fronte innanzi all'Uom fatale, che della gloria vïolò i confini. Novo miracol, unico portento, possa che assolver può tutti i destini, e pari sempre ad ogni intendimento, lo smisurato Eroe per ogni verso l’ebbrezza della vita ed il tormento compendïava in sé, dell'universo. Da un lato Ei sol, dall'altro il mondo vinto; era l'odio di questo in lui converso, che a sé voleva ed al suo cenno avvinto, al suo freddo pensier lungivolante, onde il mondo reggea, d'aureola cinto, sopra l'omero suo, novello Atlante. Solo i fulmini a Giove Egli chiedea, ché spalancavasi sempre più davante l'abisso ond'era emerso si vedea. Era, qual fiera l'attendeano al varco, ma in un lampo di genio Egli vincea: il brando a lui era propizio carco. E vola e vince e vincitore incede, e sale e sale e mai rallenta l'arco: dalla vittoria il suo poter procede. Com'è bello con lui sfidar la sorte! Era il nome di lui come una fede, era giovine allora anche la morte! Che più dovea? Gire all'opposto polo e dell'empiro vïolar le porte, Ercol novello, a Lui restava solo. Ma ahi! non più l'instabil dea il noto crin svolazzante ora gli porge e a volo non lo rapisce più verso l'ignoto. E in piedi cadde, e vinse i vili egregi con l'alto esempio, e il secol più remoto dirà l'alte sue gesta e i sommi pregi. Su lastre d'oro, in tempio di granito, è inciso il nome suo, terror de' regi, e la sua storia portentosa è un mito! Oreste Conti Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi , Youcanprint, Lecce 2023.
- Relazione sul bicentenario della visita di Francesco I di Borbone
Lunedì 16 settembre 2024 è stato il bicentenario della visita del principe ereditario Francesco I di Borbone a Capracotta, una ricorrenza che credevo meritasse d'essere ricordata attraverso una passeggiata escursionistica che ripercorresse l'identico sentiero battuto allora dal principe e dal suo codazzo. Inoltre, quella ricorrenza era importante perché doveva ricordare quanto fosse arduo sottomettere i popoli montanari, visto che i nostri avi avevano scaraventato a valle il masso (definto «caduco» dalla scrittrice Lina Pietravalle) sul quale il futuro re aveva poggiato il suo piede nell'atto di mirare sette province del suo Regno. Lo scopo della mia escursione commemorativa, quindi, era quello di spiegare ai partecipanti che assolutismi, totalitarismi ed autoritarismi sono concetti che abbiamo alle spalle e ai quali non dobbiamo più cedere alcuno spazio. Molti di voi sapranno quali e quante sono state le difficoltà burocratiche per ottenere l'autorizzazione del Comune di Capracotta ad apporre una piccola targa in alluminio, autorizzazione che, di fatto, mi è stata negata, corredata vieppiù da articoli sui social network e sui giornali locali. Ancor più singolare il fatto che la pagina di " Primo Piano Molise " (ed. del 12 settembre), in cui vi era la controrisposta del sottoscritto, sia stata persino "prelevata" dalla copia del quotidiano riservata ai soci dello Sci Club Capracotta, ai quali è stato dunque negato unilateralmente da "qualcuno" un diritto sacrosanto. Ma questo è uno dei tanti "misteri" della censura locale. Insomma, se fossi un complottista direi che c'è una metodica operazione di boicottaggio ai miei danni da parte di "qualcuno", ma sono una persona mite e diplomatica, per cui mi limiterò a raccontarvi com'è andata l'escursione del 14 settembre scorso. Alle 8:30, assieme a buona parte dei partecipanti, siamo partiti dalla Chiesa di S. Antonio, non prima di aver letto la cronaca di Bernardo Falconi (padre del futuro senatore Nicola) sull'arrivo del principe Francesco: «g iunto per la fine a cavallo in S. Antonio, che fù dal Sindaco presentato un fiore su d'una coppa d'argento. Lo ringraziò, lo gradì, e con benigno cuore si fè da tutti baciare la mano ». Abbiamo percorso il corso cittadino fino al sagrato della Chiesa Madre, poiché, «g iunto in Chiesa, ove si era esposto il Venerabile, si genuflesse, ed aspettò quivi con tutta la divozione, fino a che si ebbero terminati i cantici di lode, colla benedizione del Santissimo ». A quel punto ci siamo incamminati verso il Rione S. Giovanni, dove ci siamo uniti ai partecipanti che partivano da lì. A differenza di quanto fece il Borbone, il quale, «montato di bel nuovo a cavallo progredì fino al giù della summentovata montagna, da dove, come ancora nello scendere procedette a piedi, togliendosi il vestito di castoro blù chiaro, e rivestendosi di giubbone largo di color Siviglia», la nostra ascesa a Monte Campo è stata una passeggiata allegra e scanzonata, piena di rimandi ai fatti ed ai volti di Capracotta. Ho ricordato quanto fosse importante la nostra escursione perché la strada che stavamo percorrendo - quella che dalle Croci giunge a S. Lucia - divenne tale proprio nel 1824, ossia «rotabile in tre giorni, col lavoro forzato di tutt'i zappatori, e forestieri, e paesani, con sorpresa per altro, e meraviglia di tutti; mentre basti il ragionare che la sola salita al Campo, nel tratto del passato, abbenché troppo libera a' becchi, ed irci pure angustiosa doveva giudicarsi per gli homini». Prima di guadagnare la vetta, abbiamo incontrato una folta comitiva del Fondo Ambiente Italiano (Fai) proveniente da Trento e da Padova, giunta a Capracotta mercoledì 11 settembre e dimorante presso l'Hotel Monte Campo. Arrivati in cima, a 1.746 metri di altitudine, è stato meraviglioso vedere stamparsi sul volto dei nostri nuovi amici l'immagine della meraviglia: il verde selvaggio del Mar Adriatico, la neve sommitale della Maiella, il picco del Gran Sasso far capolino dal Guado di Coccia e poi un panorama infinito a perdita d'occhio, al di qua e al di là, dall'Abruzzo alla Puglia fino ai Balcani. Dopo aver indicato a tutti i partecipanti il probabile punto in cui era posizionato il «masso caduco» prima che i capracottesi lo precipitassero, ho letto e raccontato a tutti il contesto storico di quell'evento, giungendo a parlare persino della linea Gustav e dell'eccidio di Limmari. Insomma, la nostra escursione del 14 settembre è stato un bel momento di alta capracottesità . Abbiamo creato relazioni stabili, abbiamo ricordato la nostra storia, abbiamo valorizzato il nostro ambiente, abbiamo prodotto cultura, abbiamo attratto turisti. Questa è la comunità che sogno. Le chiacchiere le lasciamo agli amici del Potere. Francesco Mendozzi
- Marosa e re zurre
La guerra non ha risparmiato Capracotta, la linea Gustav era a due passi, la popolazione si era rifugiata nel cimitero dopo che i Tedeschi avevano fatto saltare in aria quasi tutte le case del paese. Una delle poche risparmiate fu quella di Lucia. Forse venne a lei l'idea di chiudere re zùrre déndre a re cuatenàre (il capro in soffitta) per non farlo prendere dai Tedeschi che requisivano ogni animale che trovavano per poterlo mangiare. Re zùrre era il solo elemento che potesse perpetuare il gregge, quello che veniva acquistato alla fiera dell'8 settembre o "rottamato" nella stessa l'anno successivo, dopo aver montato non meno di duecento capre. Fu una lotta portarlo nel solaio, chiuderlo dentro e portagli da mangiare e bere. La scala per arrivarci era a quei tempi a pioli. Un giorno Marosa salì per dargli da mangiare e mentre con fatica stava chiudendo la botola il caprone si precipitò per uscire dallo spazio angusto e la urtò con forza. Lei perse l'equilibrio e cadde giù dalla scala, procurandosi una ferita alla testa che sanguinava copiosamente. Lucia, disperata, chiamò alcune donne del vicinato e tutte le dissero la stessa cosa: occorreva un disinfettante per evitare il peggio, re spìrete (l'alcol). Dove trovarlo? Ma dai Tedeschi, ovviamente! E Lucia va dai Tedeschi, truppe d'occupazione, al comando, ex Asilo, oggi casa di riposo "S. Maria di Loreto", per cercare lo spirito. Al suo arrivo spiega l'incidente occorso alla madre mimando la testa rotta della madre e le corna del caprone. E ad alta voce dice: – Mamma mea, rotta capa, zurro bianco, blè blè blè blè blè... I Tedeschi non capiscono, pensano che li stiano prendendo in giro, chiamano l'interprete che a sua volta chiama delle donne del posto e finalmente è tutto chiaro e Lucia può avere, tra soffocate risate, il suo spirito. Tempi duri, durissimi. I Tedeschi requisivano ogni animale che trovavano, evidentemente i loro approvvigionamenti non erano più regolari. Ricordo ancora mio padre che si decise ad ammazzare il maiale, l'unico che avessimo, ancora non a completo ingrassamento, strangolandolo con una fune e non scannandolo per evitare che gridasse. Lo fece con determinazione sperando che nessuno sentisse. Quell'anno niente salsicce né suprescieàte (soppressate). La carne fu divisa tra familiari, parenti e vicini. In silenzio, pena una "visita" inattesa dei Tedeschi. Nunzia Flesca Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.
- Un chitarrista originario di Capracotta nell'Urban Quartet
L'Urban Quartet è un ensemble strumentale che mescola magistralmente le sonorità del jazz più mainstream con le sfumature contemporanee, mantenendo sempre al centro del processo sonoro l'interazione tra i musicisti. Il 29 ottobre 2023 l'Urban Quartet ha pubblicato, per l'etichetta Jazz Collection, il suo esordio discografico, "Sofà", un album composto da brani originali scritti ed arrangiati dai membri del gruppo e che vede la partecipazione straordinaria di Max Ionata (in 5 brani su 6), considerato uno dei maggiori sassofonisti italiani della scena jazz attuale, collaboratore, tra l'altro, di Roberto Gatto, Fabrizio Bosso, Ada Montellanico e Daniele Luttazzi. Il progetto Urban Quartet è nato dall'incontro di quattro talentuosi musicisti durante alcune jam session romane, guadagnando rapidamente visibilità sulla scena jazz nazionale ed internazionale. I componenti sono Giuseppe Sacchi al pianoforte, Vincenzo Quirico al contrabbasso, Federico Balestra alla batteria e Gianluca Robustelli alla chitarra, quest'ultimo originario di Capracotta per via materna e innamoratissimo del suo paese. Si pensi che il terzo brano del disco, "Lucia" - il momento più dolcemente struggente di "Sofà" - è dedicato alla nostra Lucia Sammarone, nonna di Gianluca. Negli ultimi anni, i musicisti dell'Urban Quartet hanno partecipato al B-Jazz International Contest di Gent, al JazzAP Festival di Ascoli ed all'Anagni Jazz Festival ma uno dei momenti più significativi è stato sicuramente partecipare alla finale del Conad Jazz Contest all'interno del cartellone dell'Umbria Jazz 2022, quando conquistarono il favore del pubblico vincendo il premio della giuria popolare con ben 5.810 voti. Il giornalista Giuseppe Ostillo, ad esempio, scrisse che l'Urban Quartet «ha messo in luce una varietà di sfumature jazzistiche attraverso composizioni originali e rivisitazioni di brani classici». Parlando dell'ultimo disco, poi, Pietro Mazzone, ha aggiunto che «è un album delizioso e rilassato, che rievoca le stagioni intramontabili del jazz». In effetti, chi ama il jazz noterà alcune altisonanti influenze in "Sofà": si va dalla delicatazza pianistica di un Dave Brubeck all'eleganza chitarristica del miglior Kenny Burrell, fino alla tecnica sbarazzina di un Charles Mingus o al gusto percussivo di blakeyana memoria. L'Urban Quartet, però, non si ferma qui, e continuerà ad esplorare le nuove frontiere del jazz, alzando costantemente l'asticella della creatività. Sono infatti già in lavorazione nuovi progetti discografici che promettono di esplorare ulteriormente i confini del jazz contemporaneo. Il prossimo album, atteso con grande interesse, vedrà nuove collaborazioni ed un'ulteriore evoluzione del loro distintivo sound ... Staremo ad ascoltare! Francesco Mendozzi
- Le sacre olimpiadi di Capracotta
"Voria": che bel nome, caratteristico, di questo vento impetuoso e gelido del Nord-Est. Il vento è il simbolo con cui il cristiano rappresenta lo Spirito Santo. Il culto mariano a Capracotta è dovuto alla presenza di una antica statua bizantina dell'Alto Medioevo appartenente, forse, a qualche antica abbazia benedettina del luogo. Oggi la statua è senza il suo Bambino rubato alcuni anni fa, ed è sostituito con un altro Bambino di una statua di una Madonna del secolo XVI, ad opera di don Geremia Carugno, parroco del tempo. Il titolo della Madonna di Loreto alla statua fu dato, forse, quando si costruì la prima chiesa in onore della Madonna. L'attuale chiesa è del 1600, la prima di cui esistono ancora oggi tracce è di incerta data la sua costruzione. Questo piccolo Santuario dei nostri monti costituisce un pilastro su cui hanno giocato la loro esistenza terrena per la vita eterna tutti gli abitanti del paese, anche quelli che per motivi di esistenza hanno dovuto lasciare questo lembo prestigioso dell'Alto Molise. Quel «Rivederci all'8 settembre», quando ci si incontra per il mondo, tra noi di Capracotta, è un augurio di gioia e di speranza. Ci rivediamo insieme con la nostra Madre. Tutta la vita del Capracottese è ritmata dalla presenza della Madonna e soprattutto dal ciclo triennale della sua festa; sono le sacre olimpiadi di Capracotta per ricordare in modo più solenne la sua presenza tra noi. Grandi funzioni in chiesa e tre solenni processioni, due accompagnate da cavalli bardati a festa, a suon di musica. La gente accompagna non una statua ma quasi una persona viva. È la Madonna che esce dalla sua Chiesa fuori dal paese e per tre giorni cammina benedicendo per le strade del paese. Sono grato per l’onore di aver potuto dire una parola sulla Madonna a cui devo tutto, la mia vita, l'essere figlio di Don Bosco, l'essere sacerdote da 60 anni, ordinato il 4 luglio 1948 a Torino nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Alfredo De Renzis Fonte: A. De Renzis, Le sacre olimpiadi di Capracotta , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.
- Amore e gelosia (XX)
XX Elisa Avigliano, la nostra bella compaesana, ha avuto un'influenza enorme su tutta l'opera del grande poeta, fin dal primo giorno che i due si conobbero. Il rapporto non fu mai sbilanciato da una parte o dall'altra: i due si compensavano, questa è l'opinione che mi sono fatto. Travolgente e sospettoso l'amore di lui, ricco di sentimenti complicati e talvolta anche oscuri, con una gelosia pervasiva e continua che invece di avvelenare l'amore, forse lo alimentava e riaccendeva la fiamma ogni qualvolta essa accennava a titubare, a vacillare. Elisa di contro, amava anch'essa don Salvatore, ma di un amore più tranquillo, se possiamo parlare poi di tranquillità dei sentimenti per quella generazione così profondamente pervasa dal Romanticismo e dal sentimentalismo. Non va dimenticato che il primo passo, come abbiamo già scritto, fu lei a farlo, con una lettera che vale la pena di leggere, ricca di espressioni di amore e di stima per un uomo che era decisamente più grande di lei, ma che le si presentava con l'aura del grande poeta, capace di trasformare in parole i moti dell'anima. In ogni caso, quel loro rapporto influì tantissimo sulla produzione letteraria del poeta e del drammaturgo: "Assunta Spina" potrebbe esserne una prova. A Napoli don Salvatore era costantemente coinvolto nella vita letteraria e teatrale della città. Aveva e coltivava un rapporto stretto con gli artisti della bella Napoli. Tra essi, una grande attrice, Adelina Magnetti. – Don Salvato', quanne me la scrivete una bella commedia, anzi no, una tragedia, solo per me? una di quelle che fanne chiagnere pure 'e criature dinte 'a connola? me l'avite prumise, ma da quanne ve site perze adderete 'a gunnella della bella nocerina, me pare che nun tenite voglia 'e scrivere niente cchiù! Don Salvatore si mise a ridere: la bella Adelina! Le piaceva di pigliarsi la pizzicata con lui ogni volta che si incontravano, ma lui le perdonava tutto, era troppo bella e troppo brava, e poi era vero: le aveva promesso di scrivere un pezzo per il teatro adatto alle sue qualità artistiche, ma il tempo passava e non se ne faceva niente. – Donna Adelina, avete ragione, sono in colpa, ma rimedierò, vi prometto che già stasera a casa proverò a mettere giù qualche cosa. Ma deve essere qualche cosa di veramente bello, di unico, di cui tutta Napoli, dovrà parlare... – Don Salvato'... e mò vi suggerisco subito io qualche cosa! La bella Elisa addó sta in questo momento, vuie lo sapite? Il poeta la guardò sconcertato, che cosa voleva fare intendere? – Sta a casa sua, a Nocera Inferiore, e dove potrebbe stare? – Ah... e vuie cumme 'o putite sape', cumme putite sta co pensiero sicuro? chella è na bella uagliona, chiossà quanta muscune tene attuorne! Don Salvatore si adombrò e si fece scuro scuro in volto. – Donna Adelina, che cosa mi volete dire, parlate chiaro! sapete qualcosa che io non so? se siete un'amica... Una risata squillante lo travolse: – Aaahhh... avete visto come è facile suscitare, risvegliare i sentimenti dell'anima e svegliare pure i morti?! – Il volto accaldato della donna si fece ancora più bello e intenso. – La gelosia, don Salvato', la gelosia muove i bastimenti a mare più del vento di una tempesta! scrivete qualcosa sulla gelosia e ce purtamme Napule appriesse! Vi saluto caro amico, e attendo il frutto della vostra opera. Era giunto nel frattempo l'uomo con cui l'attrice si accompagnava in quei giorni: con dignità all'altezza di una regina la bella donna diede il braccio all'innamorato e si allontanarono, lasciando il poeta lì sull'atrio del teatro a pensare, a pensare... la gelosia... Francesco Caso
- Per la istituzione di una biblioteca
Lettera ai Signori Capracottesi Nella quiete della campestre solitudine, di fronte all'austera bellezza della vergine natura, mi rise un giorno nella mente la nobile idea di iniziare nel nostro paese una Biblioteca circolante , onde far sì che, siccome l'aria e la luce dappertutto circolano, così anche il sapere fosse patrimonio comune: che al banchetto intellettuale prendessero parte le masse, cui ingentilisse i cuori, fortificasse gli animi, aprisse le menti ai fulgidi raggi del vero. Ove si pensi che l'istruzione elementare va quasi tutta perduta, allorquando i giovanetti abbandonano le pubbliche scuole; che un luogo aperto a tutti tiene i giovani lontani dai bagordi, in ispecie nei nostri paesi freddi, ove tante menti si scimuniscono nei vizi, ove nelle cantine si consuma il denaro e si ruba la pace delle famiglie; ove si pensi che la lettura di un buon libro educa l'intelligenza e desta affetti miti e belli, sentimenti puri e fecondi, e sottrae il lavoratore all'influenza deleteria di velenosi principi, ogni colto Capracottese non potrà che plaudire alla mia nobile iniziativa, essermi largo di incoraggiamenti, di consigli, di aiuti, far sua l'idea mia, vagheggiarla, carezzarla e, con energia di soldato, con fede di apostolo, mandarla ad effetto. La nostra Biblioteca circolante dovrebbe essere provveduta di libri di lettura dei più reputati scrittori popolari, di trattati di economia domestica, di igiene, di agricoltura, particolarmente quelli concernenti l'allevamento del bestiame, la manipolazione dei latticini ecc. come le cose più attinenti coi prodotti locali. E chi sa che, scossa così l'apatia paesana, una biblioteca non dia la stura a mille opere umanitarie, che possano dar prestigio al paese e migliorare la condizione dei nostri concittadini? A lato alla nostra Biblioteca, potrebbe sorgere una scuola popolare-complementare , una scuola di lavoro manuale , che insegnasse ai nostri montanari, così ricchi di ingegno, a lavorare la giovane potenza dei faggi che incoronano le nostre montagne, onde confezionare quei giocattoli che sono la sola ricchezza di non poche regioni della Svizzera e della Germania. E questo non sarebbe poca cosa per un paese come il nostro, ove l'inverno è lungo, ove l'industria armentaria va ogni giorno più scomparendo, e la popolazione emigra verso i novello Eldoradi dell' Americhe in cerca di lavoro. O Signori Capracottesi, obbligatevi tutti a pagare una quota mensile di lire una per la fondazione e dotazione di una biblioteca; io sono pronto a cedere, per quella serie di anni che si crederà più opportuno, il locale da adibirsi a tale uso, ed a chiedere al Ministero e alla Provincia un sussidio per tale bisogno. Non intendendo, poi, di istituire una biblioteca esclusivamente popolare, attesoché noi difettiamo di una biblioteca pubblica, comunale o governativa, ma di estendere il beneficio alle classi medie, rivolgo ai Signori Capracottesi, la preghiera di donare alla futura Biblioteca tutti i loro libri, che ora stanno a dormire negli scaffali, logorati dai tarli e rosi dai topi. Son sicuro che il mio nobile intendimento troverà una fiorita di protezioni e di favori. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Per la istituzione di una Biblioteca , in «Eco del Sannio», IV:18, Agnone, 25 settembre 1899.
- Immagini dall'Abruzzo
È stata una lunga escursione, non troppo calda nonostante la calura settembrina di mezzogiorno a questa quota elevata, impreziosita di continuo. Prima vista a nord nell'ampia pianura di Sulmona, poi a est e a sud nella terra dei Frentani e dei monti del Sannio. Che romantici questi antichi borghi rupestri: Torricella Peligna, Montenerodomo, Capracotta, quant'è vario il raggruppamento di montagne e valli, boschi e pascoli! Tutto questo al di sotto dei tuoi piedi, incluso il gruppo del Secine, alto 1.883 m., con le sue scogliere calcaree che emergono da verdi boschi intrecciati di faggio: un piccolo massiccio del Giura. Poco dopo aver superato il solitario Fondo di Femmina Morta, abbiamo attraversato un punto geologicamente importante: la Sfischia (in abruzzese significa "taglio naturale"), la "Fessura". Potrebbe facilmente capitare a un botanico o un geologo che volesse girovagare su questo altopiano, persosi in un sogno, di precipitare improvvisamente per 15 metri in questa voragine. Infatti, la crepa è larga da 1,5 a 3 m. ed è difficile da vedere, se non a una distanza di 5 passi, perché le due parti, forse divise da un terremoto, si fronteggiano in pareti verticali la cui altezza in superficie è rimasta pressoché la stessa, come se fossero state tagliate artificialmente. Questo fenomeno naturale mi ha ricordato le trincee dell'antica fortezza greca di Eurvelos, vicino Siracusa. Sono sceso nella fessura e vi ho trovato molta neve perenne e, accanto ad essa, piccoli fiori con foglie filigranate che sbocciavano dalle rocce, che fiorivano nella costante frescura, quasi senza sole. Alexander Rumpelt (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: A. Rumpelt, Bilder aus den Abruzzen , in «Himmel und Erde», XIX, Paetel, Berlin 1907.
- La festa della Madonna di Loreto del 1901
I giorni 7, 8 e 9 corrente si celebrò la festa triennale della Madonna di Loreto. La tanto rinomata musica di Fara Filiorum Petri dette prova della sua bravura eseguendo sceltissimi pezzi di autori italiani e tedeschi. L'illuminazione alla Ottino occupava il corso S. Antonio e la piazza; ed il resto del paese fu rischiarato dall'acetilene. La corsa di cavalli fu riuscitissima, e se non vi fu incidente alcuno, va data lode al direttore sig. Conti Ottorino. Fu vinto un orologio d'argento Roskopf dal sauro Lampo del sig. Mascia di S. Severo. La corsa dei somarii assai buffa, diretta da Giovanni Grifa, fu vinta da Caituzz del sig. Angelo Conti. Molto ordinata e di grande effetto la cavalcata: ben duecento cavalli, tutti giovani e bizzarri, vi presero parte. Un bravo al sig. Giuseppe Conti che seppe tenere un sì difficile comando. Spari, fuochi pirotecnici, palloni aerostatici a bengala, nulla mancò, e la festa non poteva riuscir meglio. Credo bene, poi, pubblicare i nomi di persone residenti nell'Argentina, che han creduto dare l'obolo per la festa. A Buenos Ajres, per cura del sig. Francescopaolo Carnevale: Carnevale Peppino £ 10, Carnevale Francescopaolo fu Pasquale £ 10, Di Nucci Francesca £ 25, Paglione Antonino fu Vincenzo £ 2, Vizzoca Maria Lucia £ 5, Di Tella Emilio £ 4, Ianiro Mariangiola £ 4, Iovinelli Vincenza di Agnone £ 5, Di Tella Donato £ 5, Monaco Errico £ 2, Conti Amelio £ 5, Di Luozzo Luigi £ 2, Di Luozzo Agostino £ 2, Colacelli Sebastiano £ 4, Di Tella Adele £ 2, Venditti Tommaso e Giovannangelo £ 12, Carnevale Aurelio £ 5, Stabile Virgilio ed Ovidio £ 50, Di Nucci Raffaela £ 20, Carnevale Gennaro £ 20. A Santiago, per cura del signor Giovanni Castiglione: Castiglione Giovanni £ 20, Di Lullo Giovanni £ 10, Fratta Paolo £ 10, Labate Barbaro £ 10, Di Rienzo Andrea £ 10, Di Nucci Francesco £ 5, Di Bucci Eduardo £ 5, Labate Gaetano £ 5, Pollice Antonio £ 10. Agnonesi: Del Fraino Cosmo £ 10, Del Fraino Paolo £ 5, Del Fraino Giuliana £ 5, Falcione Cristanziano £ 5, Falcione Michele £ 6, Amicone Maria Giuseppa £ 5. Totale £ 328. Giuseppe Castiglione Fonte: G. Castiglione, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VIII:18, Agnone, 25 settembre 1901.
- Carmine Pollice e il portale dell'Immacolata di Guilmi
La Chiesa dell'Immacolata Concezione di Guilmi (CH) è posta nella parte più alta del piccolo paese abruzzese. Costruita prima del 1568, venne ampiamente trasformata nel XVIII secolo ed oggi presenta un impianto a navata unica con transetto, la cui facciata, divisa in due registri da una cornice, è recentemente tornata allo splendore della pietra viva dopo la rimozione del rivestimento con intonaco cementizio. Quel che è interessa a noi è soprattutto il bellissimo portale in pietra, scolpito nelle forme del barocco meridionale. L'iscrizione posta sull'architrave di quel portale recita: SVMPTIB(us) ECCL(esiastica) ET VNI TIS AC MAXIMA POPVLI DEVO TIIONE TEMPLVM HHOC AB SOLVTVM FVIT ANNIS TRIB(us) SEDVLO STVDIO R. ARCHIP(resbyteri) D(omini) CAROLI RECCHIA EIVSQ(ue) NEPOTVM D(omini) AMADEI, ET DE ODATI SVB ARTI(fic)E M(agistro) CARMI NE POLLICE: A CAPRACOT TA A.D. 1766 I.M.I. QVI LABORATIS VENITE AD ME ET REFICIAM VOS A.D. 1767 Traducendo l'epigrafe si ha: «A spese della chiesa, con gli sforzi congiunti della devozione popolare, questo tempio è stato terminato dopo tre anni di diligente studio dell'arciprete don Carlo Recchia e dei suoi nipoti don Amedeo e Diodato, sotto il maestro artigiano Carmine Pollice: da Capracotta nell'anno del Signore 1766. Gesù, Maria, Giuseppe, venite a me, voi tutti che siete affaticati, e io vi darò riposo. Anno Domini 1767». Questo significa che il lapicida che realizzò il portale nel 1766 era capracottese, tal Carmine Pollice - un artista di cui non possiedo alcuna informazione -, e che l'anno seguente l'edificio sacro venne riaperto ai devoti. Non è secondaria la presenza dei due punti di interruzione tra il nome dell'artigiano e il luogo di provenienza (in latino a = da). Non si tratta infatti di «Carmine Pollice da Capracotta» ma di «Carmine Pollice: da Capracotta», il che significa che il portale fu realizzato nella nostra cittadina e poi spedito a Guilmi, il che lascia a sua volta supporre che il Pollice non fosse un mastro itinerante ma avesse una bottega per la lavorazione del marmo a Capracotta. E non è da escludere quanto dichiarato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio de L'Aquila, ossia che a Carmine Pollice sia da attribuire la costruzione della chiesa stessa. Nel XVII secolo nel Molise (Capracotta, Carovilli, Montenero Valcocchiara, Rionero Sannitico, Vastogirardi ecc.) i marmorari locali erano pressoché surclassati dai maestri napoletani come Cosimo Fanzago (1591-1678), a cui seguirono quelli abruzzesi come Norberto Cicco (1659-1725). Carmine Pollice, probabilmente, è erede di quella tradizione marmorea che, dopo aver preso il largo dalla capitale del Regno un secolo prima, si era affinata sui nostri monti, assumendo caratteri propri. Grazie alle ricerche di Ivan Serafini, posso segnalare altre due curiosità legate alla Chiesa dell'Immacolata Concezione di Guilmi, anche conosciuta col titolo di S. Maria Assunta. La prima è che il restauro del 1817 fu effettuato dal costruttore Vincenzo Ferreri di Pescopennataro. L'altra riguarda invece il pregevole organo ligneo, collocato sopra l'ingresso principale in una cantoria in muratura sorretta da colonne e bussola. Lo strumento è attribuito a Francesco D'Onofrio, lo stesso artigiano nativo di Poggio Sannita che tra il 1750 e il 1780 realizzò la parte fonica del "Principalone" di Capracotta. Difatti anche la cassa dell'organo di Guilmi è riccamente decorata: il prospetto è tripartito e diviso da paraste con motivi vegetali ed arricchito nei fornici da decorazioni lignee a motivi vegetali ed al centro da teste di cherubini, proprio come nel nostro caso. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Casale , «Perfezionare tutti li colori delle pietre»: il commesso marmoreo in Abruzzo e Molise , in V. Casale, Cosimo Fanzago e il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell’età barocca , Colacchi, L'Aquila 1995; G. Meaolo, I vescovi di Chieti e i loro tempi , Il Nuovo, Vasto 1996; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Capracotta anni '70: i fumosi balli e le anime vendute a Pruto
I ricordi, sia belli che brutti, fanno parte della nostra storia, e da essi riscopriamo le nostre radici, ci fanno capire chi siamo, da dove veniamo. Non è vero che ci fanno perdere il senso del presente o del futuro. Negli anni '70, nel pieno della contestazione giovanile, noi giovinastri, che appartenevamo a famiglie piene di speranze e cariche di sacrifici già pesantemente consumati per gli effetti della ricostruzione, cominciavamo ad avvertire i primi segnali di attrazione, invaghimento, di improvvise e di indescrivibili cotte verso il gentil sesso. Si cercava in ogni modo di comunicare un prematuro e innocente ammiccamento giusto per far capire il proprio interessamento verso l'altra, sperando poi di portarla a ballare in qualche locale. Generalmente gli avvinghiati balli della mattonella si svolgevano sotto una luce diffusa oppure nel buio pesto, proprio per superare quei tremendi momenti di imbarazzo, di pudore e di vergogna dovuti agli sguardi indiscreti degli astanti non accoppiati. Con il corpo fremente, le farfalle nello stomaco e il capo poggiato sulla spalla della compagna di turno, si andava alla ricerca di un improbabile bacio a sigillo di un possibile fidanzamento ma che, nella maggior parte delle circostanze, non sortiva l'effetto sperato. Il problema principale stava però nel trovare un locale da utilizzare come sala da ballo; non sempre si riusciva nell'impresa e l'unica sala attiva era quella di Ze Mònache , ubicata nel rione di Sant'Antonio, nella quale non eravamo ben accetti per via della nostra minore età. Uno dei tanti compagni di merenda del gruppo di sangiovannari - dal nome pittoresco "La Cricca" - era Alfonso Monaco, dotato di un forte carisma e di una convincente parlantina, nonché frate francescano a tutti gli effetti ma che, durante le vacanze estive, non avendo vestiti borghesi, andava in giro con la tonaca, il cordone bianco e la corona grande del Rosario. Dietro le nostre incessanti pressioni riuscì a convincere i miei genitori, che lo ritenevano persona di specchiate e ineccepibili virtù, ad utilizzare come ambiente fraternizzante e socializzante un locale di mio nonno Domenico, residente stabilmente in un casolare di campagna di via Pescara 11. Il locale era adibito a magazzino e le pareti erano bianchissime perché, appena dopo la fine della guerra, era stato utilizzato come studio medico dal dott. Ermanno Santilli che l'aveva sanificato con la calce. Durante l'estate del '69 tutto andò liscio come l'olio, senza contrattempi e con qualche saltuario sopralluogo da parte di mio padre che, tuttavia, era sereno nel trovare tutto in ordine e contento di aver dato la possibilità a noi giovani di divertirci e di ballare dopo aver contribuito a svolgere i necessari lavori per il sostentamento familiare, come il governo delle mucche. Papà era confortato dal fatto che la bolletta elettrica, tutto sommato, non si discostasse molto dalle precedenti, anche se non ne capiva il motivo, visto che in prossimità della porta interna del locale erano posizionati su un grande tavolo, oltre al giradischi e agli altoparlanti appesi al muro, corredi elettrici e lampadine di vario genere, utilizzati sotto l'egida di Angelo Monaco Zazóne , studente di elettrotecnica. Dopo aver salutato e festeggiato la fine dell'anno e fatto baldoria, giunse l'estate del 1970 e, con essa, nuove proposte e idee innovative da parte di alcuni che, forse per ataviche ossessioni, decisero di aggiungere un tocco di arte al locale. Con carboni e gessetti colorati abbellirono tutte le pareti con disegni allegorici e frasi figurate. I balli presero tutt'altra piega rispetto a quelli dell'estate precedente, perché si svolgevano con nuove e collaudate ingegnosità: una lampadina centrale di color rosso a bassa luminosità, musica a palla per frastornare le coppie con le canzoni del tempo ("Emozioni", "Un'avventura", "E penso a te", "Piccolo grande amore" ecc.) e tutto l'occorrente per creare l'atmosfera, incluso lo spesso strato di fumo generato da chi, per mascherare la propria insicurezza, fumava a tutto spiano. Ricordo che il fumo di sigaretta seguiva le vibrazioni dell'aria, spinta dai coni degli altoparlanti. Verso la fine di agosto accadde l'inaspettato. A mio padre venne la geniale idea di portare mia madre e nonna Giovannina a osservare i balli della nuova generazione, entrando di soppiatto dalla porta interna. Non appena le due donne si affacciarono sulla porta socchiusa rimasero di sasso! A loro, che erano abituate a veder ballare i coetanei con quadriglie e mazurche alla luce del giorno, sembrò di trovarsi in un girone dell'inferno dantesco. Dopo un attimo di smarrimento si ripresero e mia madre, con l'aiuto di nonna che le dava manforte, sulla scorta delle reminiscenze scolastiche e televisive de "I promessi sposi" e della "Divina Commedia", proferì, verso chi stava nei pressi della consolle , frasi alquanto deprecabili che non lasciarono adito a replica alcuna: – Voi siete come i bravi e avete venduto l'anima a Pruto (Pluto)! Mio padre, pensando anche al buon nome delle famiglie Di Tella-Di Nucci che non potevano e non dovevano métterse 'nmócca a ne pòpole , nel vedere il fumo stratificato e l'intreccio di fili elettrici che si dipartivano dall'unica lampadina centrale, stabilì in cuor suo che prima o poi sarebbe potuto scoppiare un incendio per qualche imprevedibile cortocircuito. Di colpo, salendo le scale come una gazzella, si diresse verso il contatore elettrico, posto al primo piano all'interno di un piccolo vano circondato da pellicole fotografiche e Super 8 - pensando a chissà quali oscenità contenessero e che invece servivano per "ammorbidire" il contatore stesso -, senza tanti complimenti staccò il coperchio della valvola a tabacchiera, che era rovente, e lasciò tutti i ballerini al buio. Si concluse così la nostra socializzazione e da quell'infausto giorno dell'estate '70 tornammo tutti a riveder, del cielo, le stelle! Dopo oltre cinquant'anni osservo con più attenzione questi disegni simbolici, che nel tempo sono leggermente sbiaditi: sebbene sembrino infantili, hanno per me un grande valore affettivo, perché esprimono un passaggio fondamentale della nostra formazione umana. L'unica considerazione che mi sento di fare è che in qualcuno di essi si notano dei sorrisi sardonici, come se in un baleno, noi comuni mortali, siamo passati dalla sospirata, incosciente e spensierata giovinezza all'attuale, indesiderata e preoccupata vecchiaia! Questo racconto farà parte del libro autobiografico "C'era una volta Capracotta", che speriamo di vedere presto pubblicato. Filippo Di Tella
- Amore e gelosia (XIX)
XIX Il fidanzamento, ormai ufficializzato in tutte e due le famiglie, andava avanti tra alti e bassi. Don Antonio Avigliano, giudice di corte di appello nonché padre di Elisa, poco aveva capito di quello che era accaduto dopo il pranzo tra il prete e sua moglie: aveva anche chiesto spiegazioni, ma era stato licenziato con frasi generiche, da donna Silvia Falcone, sua moglie, e da don Alessandro, il parroco, che si era trincerato dietro ad un farfugliare quasi sconnesso infarcito da parole strane, tipo peccatori, scribacchini napoletani, femmine scollacciate e via dicendo. Il giudice aveva sospettato che il prelato ce l'avesse con il suo futuro genero, ma non gli era stato chiarito nulla. Alla fine, a malincuore aveva consentito che la sua unica bella figlia si fidanzasse con Salvatore Di Giacomo, ma una certa ostilità nei confronti del suo futuro genero gli era rimasta dentro, e non gli passò mai, neanche dopo il matrimonio. Il matrimonio: ecco il vero dramma che dovettero affrontare i due innamorati. Fidanzati ufficialmente nel 1906, i due, in verità specialmente Elisa, avrebbero voluto coronare il loro sogno d'amore, come si suol dire, e niente sembrava potesse impedirlo. Infatti che cosa mancava ai neo fidanzatini, che tutto sommato provenivano da famiglie benestanti e non mancavano di un lavoro certo? Don Salvatore godeva ormai di una fama sempre più crescente, non solo come poeta, ma anche come drammaturgo. Inoltre, aveva un lavoro fisso, ben stipendiato presso la biblioteca nazionale di Napoli. Elisa, una volta diplomata al Magistero, si diede all'insegnamento, lavoro che poi fece per tutta la vita. In quanto a proprietà, ai due proprio non mancavano: non tanto lui, per quanto lei. La madre di Elisa proveniva da una famiglia benestante di Capracotta, con proprietà sparse un po' dappertutto. Il padre, giudice di corte d'appello, non mancava di certo di beni economici da reddito e da rendite, ed Elisa era figlia unica. Eppure, il matrimonio tardava: passarono prima i mesi, poi i mesi si fecero anni, e la data veniva sempre spostata in avanti, avvolta in una nebbiosa certezza che: si farà, si farà! ma quando? I due si amavano, questo è un dato di fatto: Elisa si recava spesso a Napoli a casa di Salvatore, in via Marinella 23, e ormai tutta la città sembrava conoscerla bene. Poi, insieme si recavano al Gambrinus, il caffè preferito dal poeta, e lì si inoltravano in discorsi fatui, risate, complimenti e rapporti con la borghesia di Napoli, ansiosa di tenere il famoso poeta all'interno della sua cerchia. Tutta Napoli sapeva che don Salvatore stava scrivendo un'opera teatrale importante: chi aveva avuto la fortuna di leggerne qualche scena, parlava di un vero capolavoro, e gli attori napoletani dell'epoca non vedevano l'ora di cimentarsi con quel lavoro. Se ne conosceva solo il presunto titolo, un nome di donna: "Assunta Spina". Francesco Caso
- A l'avvocato Luigi Campanelli
Dedicato alla cara memoria d'una bella invidiata figura, d'una vita geniale, immatura, che la morte nel fiore spezzò, lessi un libro, più bella scrittura sto in gran dubbio se letta l'avrò. C'è nel testo una scritta imponente... Breve fila che gridan dolore. Le ha dettate quel povero cuore di suo padre, a se stesso, l'autor, Campanelli, quel nato signore, l'avvocato, che è sempre un valor. Quanta luce mancava. Lo scritto, nella bella raccolta dimostra, don Luigi, per opera vostra quale genio s'impose, chi fu, come venne alla luce la nostra Capracotta, millenne, lassù. Quasi fosse assegnato a quel posto fra due monti, da madre natura, in quel dolce pendio di pianura invidiato, da ognuno che sa, il valor di quell'aria sì pura, odorosa! Di rara bontà. Tutto sembra ben chiaro, avvocato, per le tue gran ricerche pazienti, confermate dai resti esistenti che, con quella passione che tu sai spiegarle, par di esser presenti alla vita del tempo che fu. Il tuo nome sarà ricordato, per l'oprato di detta scrittura, dalla gente presente e futura, fin che in piedi il paese sarà. Vogliam dire che, fino a che dura, per te sempre un pensiero si avrà. (luglio 1942) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.
- Che cosa potrebbe divenire Capracotta?
Che cosa potrebbe divenire Capracotta? Una stazione climatica ottima, dove numerosi, dalla fine di Giugno a tutto Settembre, potrebbero affluire coloro che, logorati dalla vita di città o dal lavoro, verrebbero ad attingere a queste pure aure e nella tranquillità, novello vigore. Ma che cosa bisognerebbe fare per attirare i forestieri? Ecco, secondo me, quanto occorrerebbe indispensabilmente da principio. Prima di tutto la costruzione di un albergo fatto secondo le norme dell'igiene, della pulizia e della comodità, e la cui direzione fosse affidata a persona esperta. L'albergo dovrebbe avere un servizio speciale di automobili per la stazione di Carovilli, e mi pare superfluo spiegarne la ragione: se ai forestieri non si dà agio di andare e venire con facilità e comodità, è inutile parlare di stazione climatica. Dopo ciò ritengo sarebbe utile costruire un piccolo stabilimento di bagni idroterapici. L'amministrazione comunale poi dovrebbe coadiuvare, limitandosi da principio per l'esiguo bilancio a stabilire un servizio di spazzamento irreprensibile, a curare la manutenzione delle strade, la piantagione degli alberi, e a prendere altri piccoli provvedimenti indispensabili. Fatto ciò non resterebbe che battere la gran cassa. Il resto verrebbe da sé. Dopo tutto, se l'esperimento è riuscito a Roccaraso, perché non potrebbe riuscire a Capracotta, che si trova in condizioni più favorevoli, tranne per la ferrovia? Dove trovare una stazione climatica a 1.400 m. di altezza, sita a 9 o 10 ore di distanza da Napoli e Roma? Fare dei progetti, però, è opera vana, se non si studia il modo di attuarli, e a me pare che il più facile, se ci fosse un po' di buona volontà, sarebbe questo: si uniscano dieci dei nostri proprietari che vanno per la maggiore, mettano 10 m. lire per ciascuno, e l'opera sarà fatta. Se l'esperimento riuscirà, il comune ne risentirà gran benefizio: se non riuscirà, i nominati proprietari non andranno certo in rovina, e l'edifizio costruito potrà adibirsi ad altro uso. Ho detto che il mezzo sarebbe facile, ma non abbiamo noi il difetto di tutti i meridionali, i quali si spaventano per qualunque impresa aleatoria di metter fuori una lira? E non manca in noi lo spirito di associazione, la leva potente che tutto muove? Ah? Sì, ma scuotiamoci una buona volta e mostriamo di voler cambiare rotta. Donatantonio Amicone Fonte: D. Amicone, Echi molisani , in «Eco del Sannio», VII:17, Agnone, 10 settembre 1900.
- Sande Niende, attualità d'un santo nato a furor di popolo
Una delle esclamazioni più ricorrenti che ascoltavo da bambino quando venivo a Capracotta, detta con malcelata gioia soprattutto in caso di una sorpresa o in presenza di una situazione difficile da risolvere, era: « Oh pe Sànde Niénde! ». Questa espressione faceva sì che si cambiasse atteggiamento di fronte alla novità che si presentava inaspettatamente, oltre allo stupore di trovarsi a tu per tu quasi con una prova del destino. Mi colpivano sia l'esclamazione sia la persona che la declamava quasi sempre solo con spirito bonario, benevolo, positivo. Da questi ricordi e riflessioni mi è venuta questa preghiera a Sànde Niénde . Preghiera a Sànde Niénde Grazie Sànde Niénde sia che tu esista sia che tu non esista. In ogni caso sappiamo che non puoi aiutarci e che quindi, invocandoti, in realtà ci esortiamo a far conto sulle nostre forze, a tirar fuori il meglio di noi, ad attivare la gnìgnera , cioè l'intelligenza pratica-sapienziale-intuitiva, e ad agire con calma e in caso saper aspettare il corso degli eventi, a non disperare, a saper collaborare o chiedere aiuto al vicinato, a non scoraggiarsi mai neanche nelle situazioni più drammatiche. E grazie ancora perché è un invito a non bussare più, né a chiedere sempre né a elemosinare ma a cercare dentro di noi le soluzioni ai nostri problemi e temi piccoli o grandi che siano. Mi aiuti a gestire le paure. Grazie Sànde Niénde . Ti amo, anzi, ti adoro. Antonio D'Andrea
- I mesi dell'anno nel dialetto capracottese
Negli ultimi tempi si parla molto dello schwa, un simbolo che nell'alfabeto fonetico internazionale è rappresentato così: -ə. Nel dicembre scorso persino l'Accademia della Crusca è dovuta scendere in campo per ribadire a tutti, puristi e non della lingua italiana, che il suo utilizzo è «inaccettabile». Lo schwa è quella vocale indistinta che si produce con la bocca semiaperta, lasciando fluire l'aria senza imporle alcuna barriera se non quella delle corde vocali. È un suono molto comune nelle lingue del mondo e il suo nome deriva da una parola ebraica che indicava una vocale debole o non realizzata. Il simbolo -ə fu inventato nel 1821 dal tedesco Johan Andreas Schmeller, che lo usò nella sua grammatica per tentare di riprodurre il suono prodotto nel dialetto bavarese. Nei dialetti italiani meridionali (esclusi il siciliano, il calabrese e il salentino) lo schwa chiude tantissime parole, per non dire tutte. A mio avviso, visto che si tratta di un grafema dell'alfabeto fonetico, sarebbe più corretto non segnarlo quando si scrive, così come non vengono segnati gli innumerevoli altri simboli fonetici IPA. Storicamente, infatti, quando ci si trovava di fronte a parole dialettali, le si segnava in corsivo con le - e non accentate che rappresentavano le vocali mute. Da alcuni anni, invece, sull'onda di una sedicente maggiore inclusività grammaticale, si tende a segnare con lo schwa sia le desinenze che indicano il genere (bello, bella, belli, belle = bellə , o bell* ) sia la vocale terminale dei dialetti meridionali. Ora veniamo ai mesi dell'anno, nello specifico a quelli presenti sull'ultimo calendario in vendita presso la Pro Loco Capracotta, calendario nel quale si è scelto di utilizzare lo schwa: scelta opinabile ma tutto sommato legittima. I mesi di aprile e settembre, invece, hanno destato qualche perplessità presso molti compaesani. Nel succitato calendario il mese di aprile è segnato come abrilə , ma in realtà andrebbe tradotto senza la - a iniziale, per cui diventerebbe brìle . Settembre, invece, è stato tradotto con səttiémbra . Qui l'errore, veniale, potrebbe essere legato alla festa della Madonna di Loreto, che ha causato l'involontaria crasi dell' ozzettiémbra ( òtte + settiémbre ), una simpatica contrazione lessicale che vorrebbe racchiudere in una sola parola tutta la gioia del popolo in vista del giubileo capracottese. Ma il mese di settembre, preso singolarmente, non fa altro che seguire le medesime regole grammaticali dei successivi mesi di ottobre, novembre e dicembre. Nulla da eccepire sul singolare fəbbralə , che non ripete il rotacismo del precedente gennaio. Facciamo un plauso a tutti i componenti della Pro Loco Capracotta per l'impegno (gratuito e volontario) che profondono nell'attività di promozione della nostra cittadina, anche in occasione del calendario 2022, il quale presenta un tema originale e una veste grafica accattivante. È quindi importante ribadire che i mesi dell'anno nel dialetto capracottese sono i seguenti: Iennàre , o jennàre ; Febbràle ; Màrze ; Brìle ; Màie , o màje ; Giùgne ; Lùglie ; Aùscte ; Settiémbre ; Uttóbre ; Nuviémbre ; Deciémbre . Insomma, il dialetto cambia al cambiare dei tempi ma questo non significa che sia lecito stravolgerlo arbitrariamente solo perché non lo si conosce a fondo. Il dialetto capracottese è un tesoro del popolo capracottese, e di questo popolo - solo di questo - resti appannaggio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese , Frattarolo, Lucera 1909; O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911; M. Cortelazzo e C. Marcato, I dialetti italiani. Dizionario etimologico , Utet, Torino 1998; G. Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese , Bastone, Agnone 1893; B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX , in «La Critica», I:1, Napoli 1903; O. A. Di Lorenzo e F. Dell'Armi, Piccolo dizionario del dialetto di Capracotta. La dolce favella del «scì» , Rotostampa, Nusco 2011; A. Ledgeway, The Syntactic Distribution of «raddoppiamento fonosintattico» in Cosentino: a Phase-Theoretic Account , in A. Nicolae e A. Dragomirescu (a cura di), Romance Languages and Linguistic Theory , Benjamins, Philadelphia 2021; M. R. Manzini e L. M. Savoia, A Unification of Morphology and Syntax: Investigations into Romance and Albanian Dialects , Routledge, Abingdon 2007; G. Marcato Politi, La sociolinguistica in Italia , Pacini, Pisa 1974; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; E. Seifert, Tenere «Haben» im Romanischen mit vier Karten , Olschki, Firenze 1935.
- Reperti turistici dei Sanniti
Scrivere di civiltà italiche preromane, da Padova, fa un certo effetto poiché questa è la città che ha dato i natali a Tito Livio, il più grande tra gli scrittori di Roma caput mundi . Antonino Di Iorio, tra i suoi libri scrive che Roma celebrò 30 trionfi sui Sanniti, che adoravano 17 divinità, minuziosamente riportate nella Tavola Osca. Quest'estate, con colti soci del club eclettico "Ragno" di Bojano (CB) ho rivisitato il Tempio di Campochiaro (CB) dedicato ad Ercole: lo avevo visto, una prima volta (ma dal versante nord, accompagnotovi dal cultore di storie patrie bojanesi, Michele Campanella) una ventina d'anni fa. Sia la prima volta che la seconda (accompagnatovi dal dr. in Criminologia ed appassionato di Archeologia, A. G. Del Pinto), oltre alla maestosità dei reperti archeologici (li ho dovuti ammirare da lontano poiché, era orario di chiusura e festivo domenicale) il Tempio, mi ha sorpreso piacevolmente. Esso è dominato quasi come una corona, con il viso libero dal bosco, rivolto a nord, dalla natura maestosa del bosco di faggi del Matese settentrionale. Sembrava di scorgere tra il Tempio culturale e il Tempio naturale una simbiosi armoniosa. La prima volta che vi andai mi accarezzò il viso un fresco venticello o brezza di monte quasi all'ora dell'imbrunire che mi rimandò, con l'immaginazione, ai sacerdoti politeisti del Sannio che là celebravano la divinità di Ercole insieme alle altre 16 riconosciute nella civiltà preitalica dei nostrani Sanniti. Con l'imperatore Costantino termina il politeismo anche di Roma, caput mundi , ed inizia l'epoca del monoteismo cattolico, siamo nel IV sec. d.C. anche se in Armenia 50 anni prima dell'editto costantiniano c'era stata la scelta monoteista giudaica. Ma torniamo a Campochiaro, dove nel 1600 il famoso naturalista francese Tournefort, ospite dei locale baroni fratelli, Fabio e Giovanni Colonna, scoprì la pianta erbacea appartenente alle Scrufolariacee e la classificò Veronica campiclarensis . Dunque Campochiaro, da campo clarus , dove si seppellivano i morti, forse del vicino Santuario di Ercole, si fregia di non poche rarità naturali (pozzo della Neve, altre grotte da primato, fossili paleontologici e archeologici antichi e medievali come i cavalieri longobardi sepolti sui cavalli rinvenuti quasi 30 anni fa durante il mio periodo d'insegnamento a Campobasso) e culturali (Tempio di Ercole, architettura delle fontane con mascheroni cantati da E. Spensieri, chiesette graziose, patrimonio artistico, emigrati di valore, ecc.). Ma riveniamo al locale Tempio di Ercole, eretto dai Sanniti sia prima che dopo la battaglia di Canne, che pare non vide il favore delle divinità romane tra cui anche il nostro Ercole, per cui si eresse ancora più solido il suo tempio esistente già a Campochiaro, almeno dal IV sec. a. c.. Il culto di Ercole a Roma ricalcava il mito greco di Eracle, con alcune aggiunte e specificità. Ercole era venerato il 12 agosto e aveva gli epiteti di Invitto, Vincitore, Custode. Spesso il culto era associato a fonti e specchi d'acqua. A Campochiaro il 12 agosto si dovrebbe ricordare di più Ercole ed il suo tempio poco visitato e spesso chiuso nonché con cartelli stradali fuorvianti il sito stesso. Il mantovano Virglio nel libro VIII dell'Eneide scrisse di Enea a Pallanteo, dove regna il re Evandro, che sta celebrando un rito in onore di Ercole. Dopo il banchetto seguito alla cerimonia, il re racconta a Enea le origini di quel rito. Ercole, di ritorno dalla Spagna con la mandria dei buoi catturati da Gerione, fa sosta nel Lazio, a quel tempo infestato dal mostruoso Caco, che ruba la mandria di Ercole e la nasconde nel suo antro; l'eroe, irato, lo scopre e lo uccide. Gli abitanti del luogo, grati per essere stati liberati dal flagello, gli dedicano un rito, testimoniato ancora ai tempi di Virgilio dall'ara massima di Ercole Invitto, situata nel Foro Boario, da cui partivano i cortei trionfali. Perché il 12 agosto non si inizi una bella scampagnata al Tempio di Ercole di Campochiaro con pranzo di prodotti locali come Boletus edulis o porcini, Lepiota procera o mazze di tamburo, fragoline di bosco, insalata condita con l'ottimo origano di Campochiaro e per i non vegetariani agnello alla brace con patate o cipolline locali? Non ci vuole affatto il solito fondo erogato da qualcuno, basta ripetere massime locali: "Alla montagna chi porta magna". Ercole fu il primo mortale che riuscì a diventare Dio, nei sarcofagi romani sono frequenti le raffigurazioni delle 12 fatiche, quale simbolo delle prove che deve affrontare il defunto per raggiungere l'immortalità. Invece nel piccolo fiume Lete, situato a Letino sull'alto Matese, bastava bagnarsi per purificare i peccatucci terreni, prima di andare nel Paradiso, dove Virgilio fa incontrare il padre Anchise ad Enea, e Dante vede nel venticello carezzevole, come al Tempio di Campochiaro che ho notato io, il volto della sua amata donna ideale del "dolce stil nuovo", Beatrice, nel bosco di faggi che circonda il piccolo fiume Lete o fiume dell'oblio. Tale fiume è situato, a mio giudizio interpretativo della descrizione virgiliana e dantesca, nell'alta valle del Lete in territorio di Letino come scritto nei due libri, disponibili presso il Club "Ragno" di Bojano. Il filosofo greco Seneca scrisse le tragedie "Hercules furens" e "Hercules Oetaeus"; nella sua satira "Apokolokvntosis" sulla morte dell'imperatore Claudio, immaginando ironicamente che Ercole avesse avuto il ruolo di portinaio e buttafuori dell'Olimpo. Come i nostri Sanniti nella Tavola degli Dei di Capracotta, detta impropriamente di Agnone, si ispirarono alla divinità di Ercole così alcuni imperatori romani si ispirarono ad Ercole: Commodo che amava combattere nell'arena, vestito come il semidio e Massimiano Erculio, che diceva di essere suo discendente e aveva una guardia del corpo dedicata, gli Herculiani. Numerose sono le leggende che hanno Ercole come protagonista e numerosi sono i suoi figli, protagonisti a loro volta di ulteriori miti. In Romania ricordo di aver visto e sentito raccontare del mito di Idra in lotta con Ercole nella valle dell'affluente del piccolo fiume che riempie il lago di Cincis, che raffredda gli altiforni di Hunedoara, città dell'acciaio, da cui, fornace di Govasdie, partì la lega ferro-carbonio o acciaio per edificare un piede della Torre Eiffel di Parigi. Sembrava di intravvedere, così lontano dalla colta Padova, Ercole combattere strenuamente con i tanti tentacoli dell'idra. Secondo la mitologia greca, la seconda delle 12 fatiche di Ercole fu la lotta vittoriosa di Ercole con l'idra di Lerna, mostro con 9 teste di serpente. L'impresa dell'eroe era letta dai neoplatonici come simbolo della lotta tra un principio superiore ed uno inferiore, secondo l'idea di una continua tensione dell'animo umano, sospeso tra virtù e vizi; l'uomo in pratica era tendenzialmente rivolto verso il bene, ma incapace di conseguire la perfezione e spesso insediato dal pericolo di ricadere verso l'irrazionalità dettata dall'istinto, naturale?; da questa consapevolezza dei propri limiti deriva perciò il dramma esistenziale dell'uomo neoplatonico, consapevole di dover rincorrere per tutta la vita una condizione apparentemente irraggiungibile. Nella cattedrale di Bojano, il colto Arcivescovo di Ancona, nativo di Colle d'Anchise (CB) ha voluto un'applicazione artistica di catechesi con indicati i vizi in discesa e le virtù umane in salita lungo la scaletta che conduce alla cripta con un'altra fonte delle fredde acque del fiume Biferno, che ha origine a Bojano, Tifernus Mons dei Romani e montagna sacra dei Sanniti. Là, in quella valle romena, prima citata e quasi deserta di uomini, l'Idra sembrava ravvivare le limpide acque come Ercole sembrava soffiare dietro il venticello di Campochiaro quella sera d'estate del 1989. Ma vediamo un po' cos'è la Tavola degli Dei del Sannio. Essa è una tavoletta o lastra bronzea, rinvenuta nel 1848 presso Agnone in località Fonte del Romito, presso il terreno di G. Falconi, vicino il Monte Cerro del comune di Capracotta (IS), del III sec. a.C. in lingua osca dei Sanniti. Il contadino Pietro Tisone, durante l'aratura, avrebbe scoperto il reperto, sottoposto all'osservazione dei fratelli Saverio e Domenico Cremonese. Presto la notizia del ritrovamento arrivò alle orecchie del famoso studioso tedesco Theodor Mommsen, che studiò l'importante reperto, come testimonianza nel Sannio della lingua italica. La tavola successivamente entrò nella collezione di Alessandro Castellani, che nel 1873 la vendette agli inglesi del British Museum di Londra, dove ancora è gelosamente custodita e non restituita al nostro amato e identitario Sannio. La Tavola suddetta misura 28×16,5 centimetri, munita di maniglia e fori; è tracciata l'iscrizione in modo netto e profondo sulla superficie del bronzo. Essa è presente su ambedue le facce, 25 righe sulla principale e 23 sulla posteriore. La prima parte del testo descrive un sacro recinto dedicato a Cerere, dea della fertilità, per la quale nel corso dell'anno avvenivano a scadenza ritmica delle festività sacre. Si aggiunge nel testo che ogni due anni una cerimonia speciale aveva luogo presso l'altare del fuoco, che in occasione di Floralia (festività primaverili), nei pressi dello stesso santuario si celebravano sacrifici in onore di quattro divinità. Sul retro si precisa che al recinto sacro appartengono gli altari dedicati alle divinità venerate al suo interno. Vi si afferma inoltre che solo quanti pagano le decime sono ammessi al santuario, e quindi il testo elenca ad inventario le proprietà del santuario, le persone che possono frequentarlo e quelle che lo amministrano. Il santuario principale dei riti del popolo sannita è stato individuato nel Tempio italico di Pietrabbondante (IS), che spesso dà più voce a Mommsen (Bovianum Vetus è a Pietrabbondante) e non al prof. canadese E. T. Salmon (Bovianum Vetus è a Bojano) per individuare la vera e non presunta Bovianum Vetus, che l'autodidatta, Benedetto Brunetti, di Bojano, non riconosce affatto perché ritiene il popolo dei Sanniti abitanti di piccoli villaggi senza necessità di una capitale. Forse è l'unico bojanese "doc" a ragionare non da campanilista esasperante come lo sono, purtroppo, molti dell'Alto Molise per la loro Pietrabbondante e il Molise centrale per la loro Bojano. Il patrimonio naturalistico, ma ancora di più quello culturale ed artistico italiano, è il più ricco del pianeta Terra. È tempo di cominciare a utilizzarlo come azienda che produce servizi di alta qualità, non per il personale impiegatizio delle sovrintendenze varie (lo scrive anche Antonino Di Iorio in un recente libro sulla Storia del Sannio) e non consuma solo continui contributi erogati come un grande fiume con migliaia di rivoli defluenti e troppi impiegati improduttivi. Non pochi giovani studenti e disoccupati, capaci e meritevoli, aspettano di entrare nel ciclo produttivo del nostro Grande e Bel Paese. Alcuni, selezionati con il concorso meritocratico, possono da subito fare da guide ai musei, ai templi e ai giacimenti naturalistici e culturali, soprattutto in Mezzogiorno (dove inefficienze, sprechi e parentopoli, purtroppo, non danno facile spazio democratico all'ascensore sociale meritocratico e i musei tranne Pompei non sono produttivi per il contribuente italiano supertartassato) ed in Molise come a Campochiaro, Terravecchia, Isernia, Venafro, Civita di Bojano, Pescolanciano, Roccamanndolfi, nonché a Pietrabbondante, Altilia, Agnone, Larino, Termoli, ecc., dove i turisti sono pochissimi e i non pochi fondi per i musei e i templi archeologici non sono ancora capaci di attrarre i flussi turistici, oltre la costa balneare termolese. Giuseppe Pace Fonte: https://caserta24ore.altervista.org/ , 28 agosto 2017.
- Amore e gelosia (XVIII)
XVIII Finalmente, come Dio volle, il pranzo terminò, le donne si ritirarono nel salotto a ciarlare di tutte le cose che il loro mondo misterioso sembra creare appositamente per tenerle sempre su di giri, e don Salvatore rimase sotto al patio, solo col padre di Elisa e la presenza discreta del parroco della vicina chiesa, che era stato invitato anche lui al pranzo direttamente dal giudice. A rompere il ghiaccio fu proprio il prelato: – Signor Di Giacomo, mi hanno informato che siete bibliotecario alla biblioteca nazionale di Napoli, vivete quindi tra i libri: ottima cosa! Poi però qualcuno mi ha detto che siete anche un poeta, come dire, un po' audace, che avete scritto canzoni d'amore e versi... troppo spinti! Versi... sporcaccioni! Non dimenticate, figlio mio, che noi siamo figli di Dio, e a lui risponderemo di tutto ciò che facciamo, pensiamo o diciamo quaggiù. – Che cosa è questa storia dei versi sporcaccioni? – intervenne il giudice scuro in volto, – Spiegatemi signor Di Giacomo: mia figlia è una ragazza timorata di Dio, non le consentirò mai di frequentare ambienti e persone malfamate! Il povero Salvatore Di Giacomo rimase di sasso: mai gli era passato per la mente che sarebbe stato sottoposto ad un tale terzo grado dal suocero e da quel serpente di un prete! Sbirciando con più attenzione, si accorse che il religioso teneva in mano un fascio di carte: Gesù mio! Dovevano essere le sue poesie licenziose, quelle che avevano definito «l'inferno di Napoli!». Se il giudice le avesse lette, lo avrebbe cacciato di casa accompagnandolo a calci fino alla stazione. Che doveva fare, che doveva dire? Fortunatamente entrò la suocera (suocera? a questo punto ne dubitava) e portò il caffè, con un enorme vassoio d'argento, tazze, macchinetta napoletana, zuccheriera, piattini e cucchiaini. La salvezza poteva essere solo lei: – Cara suocera, posso chiederle di accompagnarmi alla toilette? Non conosco la strada, la casa è tanto grande! Un'alzata di ingegno, decisamente una idea geniale. La suocera, che nutriva simpatia per il poeta, capì che qualcosa non andava e: – Ma certo, don Salvatore, seguitemi, andiamo in casa, vi rinfrescherete e poi prenderete il caffè. Appena giunti dentro casa don Salvatore quasi la investì: – Carissima suocera, quella serpe del prete ne sta pensando una delle sue! Tiene in mano le mie poesie, come dire, sconcie, e le vuole mostrare al giudice! Qui va a finire male! La donna capì subito che il fatto era grave: il marito era un bigotto, l’avrebbe presa nel peggiore dei modi. – Don Salvatore, andate dentro, chiudetevi nella toilette per cinque minuti: ci penso io! Tirandosi su la sottana per camminare più lestamente, la donna ritornò nel patio, appena in tempo! Con aria trionfante il parroco stava tirando fuori le carte: – Giudice, date un'occhiata a queste... – Don Alessandro, che state facendo? Pigliate quelle vostre brutte cartacce e seguitemi! V'aggia parla' nu momento! Dite quel che volete, ma da che mondo è mondo, una donna incazzata in casa vince sempre! Il prete capì subito che stava rischiando l'ostracismo permanente in casa Avigliano. Raccolse le sue carte, se le mise in tasca e seguì la donna. – Un momento! Che succede? Don Alessandro, dove andate? E le carte? – Niente giudice, volevo farvi leggere un sermone che ho scritto, ma non ne vale la pena. La signora vostra moglie mi deve parlare, vengo subito subito... E si mise dietro la gonnella della mamma di Elisa. Francesco Caso
- Poca neve sulle Alpi, oltre un metro sugli Appennini
In queste ore l'apertura di tutti i TG è dedicata alla violenta bufera di neve che ha interessato il centro-sud Italiano. Le foto ci mostrano gli oltre due metri in alcune zone del Centro Italia (Capracotta, foto 1) e paesaggi iconici come i trulli di Alberobello imbiancati (foto 3). A questa coltre bianca si contrappone la leggera sploverata a Zermatt, ai piedi del Cervinio (foto 2) e il paesaggio totalmente senza neve a San Martino di Castrozza nelle Dolomiti occidentali (foto 4). Proviamo quindi a chiarire alcuni punti che, agli occhi di chi non segue la meteorologia in maniera approfondita, possono sembrare paradossali, rispondendo ad alcune domande che immaginiamo vi stiate facendo. È normale vedere le Alpi poco innevate e l'Appennino sotto due metri di neve? Non è normale, ma nemmeno così inconsueto. Ricordiamo, a questo proposito, il febbraio 2012 quando una dinamica simile ha sortito i medesimi effetti. Questa diversità è frutto di specifiche condizioni di circolazione dell'atmosfera che saranno argomento del successivo punto di questo speciale. Un interessante studio proposto qualche anno fa da Massimiliano Fazzini ci mostra alcuni dati medi di nevosità in alcune zone italiane. Sebbene sia estremamente difficile riuscire a comparare dati per stazioni a diversa altitudine, possiamo notare dalla tabella come il Monte Scuro sulla Sila in Calabria a 1.714 m.s.l.m., abbia una nevosità media annua nel periodo 1981-2004 di 275 cm., quasi identica a quella di S. Martino di Castrozza 1.460 m.s.l.m. con 284 cm. annui, simile a Arabba (Dolomiti Centrali 1.608 m.s.l.m.) con 353 cm. o Rochemolles (Alpi Cozie 1.989 m.s.l.m.) con 355 cm. Inoltre parimenti rilevante risulta il dato di Campobasso (807 m.s.l.m.) 71 cm. annuali, e Capracotta (1.421 m.s.l.m.), in Molise, sempre citata dagli amanti della neve nel Centro-Sud Italia, che risulta, da rilevazioni di Meteonetwork, essere di ben 508 cm. annui. Al netto dell'anomala differenza di nevosità tra Alpi e Appennini di questo inizio inverno 2016-2017, c'è quindi da sfatare il mito che le Alpi siano molto più nevose degli Appennini, alla luce soprattutto dell'altitudine media minore e della localizzazione più meridionale. Perché l'Italia può avere innevamenti così diversi a poche centinaia di km. di distanza? Semplicemente perchè l'Italia è un paese estremamente complesso dal punto di vista orografico, e uno spostamento di poche centinaia di chilometri di una perturbazione determina effetti completamente opposti. Le montagne, infatti, sono delle barriere invalicabili per le piogge. Infatti: se una perturbazione (come nel caso di questi giorni) si trova sullo Ionio, Adriatico, Centro Italia o Mar Egeo, le zone occidentali tirreniche rimangono sottovento rispetto alla catena Alpina Ligure o Appenninica. Non saranno quindi riscontrabili precipitazioni a ovest della catena appenninica o a sud di quella Alpina; se una perturbazione è posizionata sul Mar Ligure o il Tirreno Meridionale, le zone Adriatiche parimenti si troveranno esposte a venti secchi che inibiscono le precipitazioni, rimanendo quindi sottovento. Saranno invece le zone Tirreniche a vedere precipitazioni, nevose in caso di freddo intenso. In gergo questa configurazione viene chiamata "Rodanata" poichè il freddo scende dalla valle del Rodano; se una perturbazione è in arrivo dal Nord Atlantico-Mare del Nord e segue di poche ore-giorni un'intensa fase fredda e secca da est, può determinare neve da "addolcimento" su cuscino freddo su tutto il nord. È, per gli amanti della neve, la situazione più propizia per la neve su Genova e Savona; Questa configurazione genera precipitazioni in tutta Italia ma con temperature molto più alte al centro-sud rendendo impossibile la neve nelle zone appenniniche se non a quote alte. Le previsioni vedono neve anche al Nord Ovest nei prossimi giorni? Abbiamo appena capito che per nevicare nelle zone Tirreniche ci vuole molto freddo e una perturbazione Nord Atlantica o Mediterranea che arriva da nord-ovest subito dopo un'intensa fase di freddo da est. Se quindi, nel momento in cui scriviamo, dovesse attivarsi una perturbazione con queste caratteristiche, ecco che ci sarebbero le condizioni per un'intensa nevicata nelle zone più fredde della Liguria costiera. Gli aggiornamenti vedono per martedì lo sviluppo di una debolissima bassa pressione sul Tirreno occidentale, a ovest della Corsica. Ad ora non riteniamo che questa perturbazione mediterranea riesca a generare perturbazioni così intense da provocare nevicate in Liguria e su tutto il Nord Ovest. Inoltre risulta impossibile l'attivazione di successive perturbazioni atlantiche poichè l'Anticiclone delle Azzorre sulla Spagna sbarra la strada alle correnti umide occidentali. Quindi difficilmente vedremo neve rilevante al Nord Ovest, e questo inizio inverno, come nel 2012, sarà almeno fino ad ora, ricordato come un altro episodio storico per l'Appennino Orientale. Stefano Massini Fonte: https://www.meteolanterna.net/ , 7 gennaio 2017.
- Perché la Fonte di Don Salvatore?
...E in mezzo a un bosco spettacolare, in una magica atmosfera, sotto il confine tra S. Pietro e Capracotta, si sente gorgogliare la vera Fonte di Don Salvatore con il suo blasone baronale... ANNO DOMINI 1768 La cercavo da anni... poi grazie a Enzo e Marisa Ricchiuti finalmente qualche tempo fa l'ho trovata. È uno dei luoghi più belli dell'Alto Molise. A un paio di chilometri c'è la chiesa di S. Giovanni. Un piccolo gioiello di architettura. Siamo nell'ambito delle terre benedettine del famoso monaco Ruele, quello che da Capracotta lanciò uno dei primi anatemi in lingua italiana... Una fontana spettacolare per la quantità di acqua che viene buttata fuori direttamente dalla montagna. Lo stemma è molto particolare. Se n'è occupato diffusamente Alfonso Di Sanza d'Alena nel suo prezioso stemmario sulla storia e l'evoluzione del blasone di famiglia perché questa bella fontana si trova nel cuore dell'ex feudo di Vicennepiane. Lo scudo è sormontato da una corona con tre fioroni. Le figure all'interno del campo sono: tre stelle di 4 punte (capo dello scudo); un'aquila in volo (figura centrale); tre monti all'italiana (punta dello scudo). Questo stemma, appartenente al ramo dei d'Alena baroni di Vicennepiane, è simile agli altri esistenti a Macchia d'Isernia, feudo che i d'Alena acquisirono pochi anni dopo il primo, e precisamente nel 1748. Capostipiti dei due rami furono i fratelli Domenicantonio (Vicennepiane) e Nicola (Macchia d'Isernia). Don Salvatore che ha dato il nome alla fontana è stato uno degli ultimi eredi dei d'Alena e che negli anni Venti del secolo scorso fece realizzare la cappella di famiglia nel cimitero di S. Pietro Avellana. Franco Valente
- La storia di Lucia, la Befana di Capracotta
Come le più belle favole, anche questa non può che iniziare con... C'era una volta, nel piccolo borgo di Capracotta (il cui nome è di per sé una favola) una donna di nome Lucia. Abitava in cima a via Carfagna, all'ombra del campanile e della chiesa nella quale, per lunghi anni, era risuonata prepotente la sua voce; attraverso un portoncino, situato sulla parete di un angusto passaggio ad arco che sfocia in una piazzetta, si accedeva a una misera e buia casetta col soffitto in legno e le pareti annerite dal fumo. Il suo aspetto? Un volto squadrato e un naso piuttosto pronunciato che sormontava una bocca larga, nella quale spiccavano due canini nell'arcata inferiore, unico residuo di una antica e robusta dentatura. Da un piccolo fibroma sulla guancia destra emergeva un ciuffetto di peli. La capigliatura appena ingrigita, raccolta in una crocchia sulla nuca, era ricoperta da un fazzolettone annodato sotto il mento; larghe spalle sormontavano una statura superiore alla norma per quegli anni. La schiena non era più eretta come una volta; gli acciacchi di una vita dura, di fatiche, di lunghe e diuturne camminate nei boschi a raccogliere funghi e frutti selvatici, da vendere poi in paese per pochi soldi, avevano piegato il busto e usurato le articolazioni. Una voce possente la contraddistingueva, con la quale si divertiva a far paura a qualche bambino impertinente; non di rado una madre spazientita ne minacciava l'arrivo per ridurre alla ragione il figlioletto disubbidiente o recalcitrante; ma era solo un gioco poiché dietro quell'apparenza burbera, palpitava in realtà il cuore di una donna dall'animo buono, povera ma fiera, laboriosa ed onesta. Lucia conosceva i sentieri della campagna e dei boschi circostanti come pochissimi; c'erano posti dove raccoglieva quei doni della natura, noti a lei soltanto. Si spingeva spesso oltre i confini comunali fino all'abetaia di Pescopennataro, al territorio di Vastogirardi, di Agnone o giù verso la valle del Sangro, in prossimità di Colle Pecoraro, per portare in paese le erbe e i frutti della natura incontaminata. È proprio su questi sentieri, al chiudersi di una fredda giornata di dicembre, che avvenne un fatto straordinario scoperto anni dopo in una piccola lettera, scritta in un dialetto sgrammaticato, nascosta nelle tavole del soffitto della sua casa dai muratori Mario e Adriano, che così racconto... Il sole aveva ormai quasi fatto capolino ed io, con il mio lungo bastone ed un fascio di ceppe sulla testa, allungai il passo cercando di precedere il buio, ma la neve rallentò il mio cammino e così presto la luna sostituì il sole; mi trovai sola ma senza paura, conoscevo quei posti meglio delle mie povere e bucate tasche, ma ciò non bastò, ingannata dagli alti faggi, persi l'orientamento e mi ritrovai senza via di uscita. Mi accovacciai così nell'insenatura di un grande tronco rassegnata nell'attendere il giorno, ma improvvisamente i miei stanchi occhi videro atterra una piccola ma sfolgorante luce subito gridai: – Cùja sié? – pensando fosse una fiaccola di qualcuno che era venuto a cercarmi, ma nessuno rispose, così mi alzai e mi incamminai. Più mi avvicinavo e più la luce si allontanava, correvo e lei correva, mi fermavo e lei si fermava, finché ad un tratto non si mosse più e vidi un piccolo scrigno ricco di ogni tesoro, mi inginocchiai per prenderlo ma ècche na voce d'òmmene che me decètte : – N'è pe te se rieàle, Lucì. Chiesi nuovamente: – Cùja sié? – ed egli mi disse: – Sono Gaspare. Risposi: – Che nòme ŝtràne, nen sié de ècche? – ma non mi rispose, disse solo: – Vié che me. Ci incamminammo ma, invece di scendere, salimmo di nuovo; io, che ben conoscevo quel posto, domandai: – Chemmuó jéme 'ngìma e no abbàlle? – ma niente... l'òmmene z'èra ammutìte. La luce di quell'oro ci faceva strada; tutto d'un tratto di fronte a me vidi una colonna di fumo bianco che da terra andava verso l'alto, subito esclamai: – Scié bendìtte, re fuóche! Certa di trovare un po' di calore, allungai il passo ma anche questo sembrava allontanarsi man mano che mi avvicinavo, si fermava quando mi fermavo, ad un tratto si arrestò ed io mi avvicinai: n'èra fuóche ma na pónda de vràce che faceva na faccia de fumèra prefumuàta, gné chéla che dun Leopòlde aùsa alla chiesa . Avvicinai le mani per scaldarmi un po' ma ècche na voce d'òmmene, me fa itechà e me dice : – N'è pe te se fuóche ... Subito chiesi: – Cùja sié? – ed egli mi disse: – Sono Baldassarre. Al che risposi: – Mah! che nòme ŝtràne, mànghe tu sié de ècche ? – ma nemmeno lui rispose. Mi girai per chiedere a Gaspare: – Re canùsce? – ma non c'era più. Tuttavia anch'egli mi disse soltanto: – Vié che me. Riprendemmo a camminare e finalmente jèmme pe la capabbàlle , per la strada nemmeno una parola, il fumo dall'alto si era trasferito sul sentiero e segnava la via da percorrere; ci trovammo ad un tratto in un largo spazio senza alberi né piante, solo neve a terra e in cielo una luna che sembrava chéla de jennàre o, mèglie ancora, re sòle de màje . Il fumo si disperse e tutto il posto fu invaso da un odore mai sentito prima, conoscevo ogni fiore e pianta di quel posto, ma nessuno profumava così; ci rincamminammo verso il bosco, al contrario di prima, però, più ci addentravamo e più il profumo si faceva forte. All'improvviso, su un piccolo masso, vidi un vasetto, non lo toccai, ormai sapevo che non potevo toccarlo, sicché, sciuólte re maccatùre , mi avvicinai col naso e, con le mani dietro la schiena, mi abbassai, ma ècche na voce d'òmmene, ca me dice : – Lucì, n'è pe te s'addóre... Subito chiesi: – Cùja sié? – ed egli mi disse: – Sono Melchiorre. Risposi stranita: – Che nòme ŝtràne, mànghe tu sié de ècche ? – ma nemmeno lui rispose, per cui mi voltai per chiedere a Gaspare se lo conosceva ma non c'era più, disse solo: – Vié che me e chiùde l'uócchie. Non fui subito d'accordo e dissi: – Tu sié feraŝtiére e ècche è notte: gnà c'éma arrevià alla casa? – ma lui ripeté: – Chiùde l'uócchie e ne re japrì, finacché l'addóre nen ze n'è jùte. Con qualche dubbio, dopo un breve battibecco, feci come aveva detto e il profumo di quell'olio mi fece strada. Il mio bastone sembrava avesse preso vita, precedeva ogni mio passo e mi guidò per un lungo tratto, questa volta tùtte de chieàne , fino a quando non sentii più l'odore, così mi fermai. Pian piano aprii gli occhi ùne alla vòlda ; mi ritrovai sotto un grande albero di noce, di fronte a me tutt'e tre l'uómmene si inginocchiarono davanti ad un mucchio di fieno e poggiarono chi re scrìgne, chi re fùme e chi l'uóglie . Ancora una volta chiesi: – Ma cùja séte? Si avvicinò uno di loro e mi disse: – I doni che hai visto in questa notte non sono per te, ma per Colui che domani notte nascerà ancora una volta su questo fieno, in questo che sarà per te l'ultimo Natale sulla terra... Capii allora chi erano i tre forestieri che mi avevano accompagnato fin lì e mi inginocchiai anch'io ai piedi di quel mucchio di fieno. Diversamente da loro non avevo nulla da dare, allora dissi: – Niénde tiénghe per il mio Signor se non chéste du cóse! Poggiai allora il mio bastone e il fascio di ceppe, e i tre mi dissero: – Vié che nù, la tenéme nù na cósa pe te. Mi alzai e girammo tutti intorno all'albero, appesa ad un ramo trovai una grande calza di lana bianca archiéna d'ògne bene de Dìje , me la consegnarono e assieme dissero: – Noi porteremo i nostri doni al Bambin Gesù anche per te. Tu invece, d'ora in poi, preoccupati di accontentare una volta l'anno ogni bambino, portando loro in dono una calza ricca di ogni bontà. Adesso, Lucia, corri prima di giorno, riprendi il tuo bastone e torna a casa. Girai intorno all’albero e ripresi il bastone ma, nen sàcce còme , il fascio di ceppe si era legato al bastone e aveva formato una scopa, la guardai stranita ed esclamai: – Muah! M'incamminai verso il paese pensando e con passo svelto. Si intravedevano le prime luci della mia ultima viglia di Natale, era impossibile arrivare a Capracotta prima dell'alba. La strada da fare era ancora tanta, guardai ancora una volta incuriosita quella scopa e, all'improvviso, una voce di bambino, con riso scherzoso e divertito mi intimò: – Lucì, mìttete a cuavàglie! In quella notte tutto era strano e, senza pensarci, ascì facìve ... la scopa si alzò e io, dòpe n'allùcche a use mié , volai sui tetti fumanti di Capracotta, con la calza stretta stretta in petto. Vedìve re sòle scì da Mondefòrte e mi affrettai a rientrare a casa, nessuno doveva vedermi. Giunta annieànd'alla rùfa , Irene, che la mandèra 'mmieàne , mi vide scendere dalla scopa e, con gli occhi sbarrati, urlò: – ...E tu cùja sié? Io risposi: – Shhh... sò la Befana! Sebastiano Trotta
- Capracotta, 30 anni di storia (V)
La Squilla e il 1913 Questi, a sua volta, per difendersi dai feroci attacchi della stampa agnonese, fondò "La Squilla", un periodico edito a Capracotta con il preciso compito di rispondere alle accuse e, a sua volta, di accusare pesantemente. Ma, ritornando alle elezioni suppletive del 29 giugno 1913, queste videro contendersi il campo dal trio Mosca, Marracino e Piccoli; i votanti furono 3.568 che diedero al candidato agnonese 781 voti, a quello capracottese 1.597, e a Marracino 1.079. Per mancanza del quorum richiesto nessun candidato venne eletto e, come legge imponeva, fu necessario ricorrere al ballottaggio che avvenne il 6 luglio 1913, con Mosca, unico candidato presente a causa del ritiro dei suoi avversari. I votanti, però, questa volta furono solo 1.846 e Mosca venne eletto con 1.750 voti. Ma la lotta non era ancora finita, perché, dopo tre mesi, a ottobre, Mosca avrebbe dovuto fare ancora i conti con le elezioni generali, specialmente con gli elettori, quasi triplicati in conseguenza della riforma elettorale. E venne ottobre! Dei tre candidati il Marracino, credendo di essere un intruso, ritirò la sua candidatura lasciando libero il campo. In realtà si opinava la candidatura di Piccoli, il cui programma faceva da contraltare al vecchio schematismo moschiano, ma non poche imprudenze, commesse da alcuni facinorosi agnonesi, indispettirono i paesi del Collegio che ristabilirono l'equilibrio votando ancora lo "zio Tommaso", come preferiva essere chiamato. Sicché Giovanni Piccoli restò ancora una volta soccombente, come soccombenti restarono l'Eco, "La Lotta" e "Il Rinnovamento". Gli strascichi elettorali si protrassero per molti altri mesi ancora dopo le elezioni che avvennero in un clima rovente, sia in Agnone, per il tradimento operato da Ionata in favore di Mosca, sia in Capracotta, dove alcuni parenti di Mosca decisero di non votarlo; in ambedue i casi fu fatto uso anche di armi da fuoco e di oggetti rompivetri. Si sa che Ionata, il traditore, fu costretto a riparare fuori Agnone e quindi cacciato a furor di popolo. Poi venne la guerra e non vi furono più elezioni. La fine del "predominio capracottese" Al termine di questa, a cui Capracotta aveva immolato uno stuolo di giovani, ci si accorse che bisognava cambiare il sistema elettorale, istituendo dei Collegi interprovinciali. Il Molise venne aggregato con il beneventano ed alla competizione del 1919 presero parte ben 7 partiti. Mosca nel "Ferro di Cavallo", il Marracino nella "Stella Raggiante". Anche questa volta la battaglia fu aspra ed in alcuni casi selvaggia; la guerra aveva influito a formare una coscienza diversa nei nostri, i quali abbatterono con violenza quel sistema corrotto che prima aveva governato indisturbato il Paese. Il Ferro di Cavallo subì una clamorosa sconfitta e quindi anche Mosca fu costretto a lasciare la poltrona di Montecitorio. Vinse Pietravalle e Marracino della "Stella Raggiante" e gli elettori - come in simili circostanze accade ancora - composero un sonetto che diceva: La stella scintillante che esce la mattina, con tutti i suoi votanti, evviva Marracino! Evviva Marracino ch'è entrato in Camerone, povero zio Tommaso ha fatto un gran fiascone! Con questa sconfitta Capracotta non ebbe più il suo deputato: l'incantesimo era durato già troppo rispetto a quell'equilibrio che natura vuole: 1876-1919 ininterrottamente! Anche la storia stava per subire una profonda modifica. E così, signori, nella speranza di non avervi tediato, sono giunto al termine della esposizione di quanto troverete esposto nella mostra; con questa chiacchierata sono certo di aver contribuito, anche se in forma infinitesimale, alla ricostruzione storica di Capracotta, di questo centro caratteristico, dove i suoi abitanti vigiliano il verde, i monti e le proprie case come i benedetti fantasmi creati dalla natura, con un cuore sempre aperto al passeggero, tipico esempio di un forte popolo montanaro. Antonio Arduino Fonte: A. Arduino, Capracotta: 30 anni di storia , S. Giorgio, Agnone 1986.
























