LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Chierchia e Salvini nella stessa foto
In rete è stata condivisa e commentata da un numero cospicuo di utenti: si tratta di una foto che ha lasciato tutti sgomenti, ne hanno parlato sia i giornali che le piazze virtuali scatenandosi in boutade di vario spessore. È l'immagine che ha tenuto incollato allo schermo l'intero popolo della Terra di Mezzo per giorni. No, non è lo scatto del buco nero, quello in confronto è una roba che ci si aspettava da un momento all’altro, prima o poi. Stiamo parlando della Vicesindaca della città di Campobasso - nonché esponente di spicco del Partito Democratico molisano guidato dal segretario Facciolla -, Bibiana Chierchia, che ha posato per un selfie accanto a lui: il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, Lega Nord. Che si tratti di un evento innaturale lo capirebbero anche Tinky Winky, Dipsy, Laa-Laa e Po dei Teletubbies: c'erano più probabilità di trovare un licaone che allatta un koala orfano dietro le frasche del parchetto Leopardi. Riassunto: Il giorno 11 aprile la Vicesindaca di Campobasso pubblica uno scatto di lei con Salvini Matteo e dall’altra parte del globo muoiono diversi reporter di National Geographic. Per la serie "INDIMENTICABILIINCONTRI" è il titolo del post che la professoressa Chierchia sviluppa così: E dove altro se non nel cuore del Veneto e davanti allo stand della sua amata Lombardia potevo io imbattermi nel Salvini in campagna elettorale perenne? Eppure mi tocca rivelarvi, amici cari, un segreto: è stato lui a chiamarmi, a scocciarmi, a muovere petulanti richieste. Con il suo vocino da capitonino, mi ha chiesto, richiesto, quasi implorato di metterci una buona parola con il "nostro Zingaretti": Salvini vuole iscriversi al PD! BuonaGIO'. Se il significato del messaggio per molti era palesemente ironico e canzonatorio, per altri la decodifica non è stata poi così scontata. Qualcuno ha pure colto la palla al balzo per cavalcare l'onda della polemica giornaliera ma la Vicesindaca più volte ha ribadito la sua distanza non solo politica ma soprattutto umana dal personaggio Salvini. Ciò che non è chiaro, invece, riguarda la vera dinamica che ha portato i due a scattarsi una foto insieme. Il primo indizio a cui far assolutamente caso è proprio quella bella insegna in alto nel frame che spazza via ogni dubbio: "Lombardia, una straordinaria esperienza di gusto". Erano a Vinitaly ed erano per forza ubriachi. Ma c'è una seconda ipotesi: non erano ubriachi e con altissima probabilità la Chierchia aveva appena tirato fuori la 'mbosta da dodici chili confezionata a Capracotta e Salvini non aveva una foto di lui insieme al cibo da almeno dieci minuti. Terza ipotesi: la Chierchia si era ferita ad un dito affettando il salamino da mettere nella 'mbosta e l'odore del sangue ha richiamato il ministro che ha iniziato ad avvicinarsi prima girandole intorno due volte e poi sferrando l’attacco che ha ucciso tutti quelli che hanno guardato la foto per più di tre secondi. Quarta ipotesi: Salvini vede una bella donna dai capelli rossi e incuriosito le chiede"“di che parte sei?". Quando la Chierchia risponde "PD", Salvini traduce "Padova" e le chiede un selfie. Ma osservando attentamente l'immagine, sempre ad una distanza di sicurezza, è possibile infine trarre l'unica possibile reale conclusione: mentre Matteo ha l'espressione del bebè che finalmente ha appena espulso il tappo liberando otto chili di cacca nel pannolino, la Chierchia ha indubbiamente quella di colei che glielo sta cambiando. Cristina Salvatore Fonte: http://moliseweb.it/ , 18 aprile 2019.
- La mossa del cavallo
Carissimi Calimero e Giancarlo, ci sono cascato in pieno, come descritto in oggetto, ieri 1 aprile 2015, Calimero e Flavio sono riusciti almeno per mio conto a realizzare a pieno il pesce d'aprile 2015. Con grande stupore della maggioranza dei telespettatori, si sono scambiati i ruoli di presentatori, cioè Flavio Insinna lo abbiamo visto alla conduzione dell'Eredità e Calimero a quello di Affari Tuoi, e devo aggiungere che Calimero, presumo per fare lo spavaldo e difendere la categoria, cioè il suo collega Bonolis, il mattatore maleducato, che nella relazione di ieri "La mossa del cavallo" il sottoscritto ha massacrato di accuse pesanti. Quindi, Calimero, per solidarietà verso il suo collega, ha mostrato con forza il torace da petto di piccione e si è comportato nella stessa stregua, cioè da maleducato, nei panni di mattatore, prendendo in giro in modo persistente un concorrente alquanto diversamente abile nel linguaggio, originario e residente nella località: Capra Cotta, in provincia della Sgurgola. Proprio in una delle località citate dal sottoscritto, dove desidererebbe ritirarsi in pensione, oppure nd' luc' della buonanima di Z' Nculen' in località Putignano (BA), ovviamente, se dovessi essere risarcito dalle Istituzioni. Quindi ho ritenuto opportuno difendere a spada tratta un mio eventuale concittadino Sgurgolano. Calimero dal sottoscritto è stato bocciato da tale conduzione televisiva. Invece Insinna l'ho visto solo preoccupato di dover lasciare il suo ruolo iniziale di conduttore, dove effettivamente lo ritengo al giorno d'oggi insostituibile per il suo modo elegante ed umanitario verso i concorrenti. In ogni caso il pesce d'aprile è riuscito, ci sono cascato in pieno, ma questa sceneggiata non mi ha distratto dalla mia proposta iniziale, cioè quella di sottoporci appassionatamente a core a core alla macchina della verità, con tutti i personaggi citati dal sottoscritto nella relazione di ieri titolata: "La mossa del cavallo", con il solo scopo di verificare chi sono i veri buoi che dicono cornuto all'asino sottoscritto. Cioè, di verificare chi sono effettivamente i bugiardi patentati oppure chi invece ha sempre detto la verità, come il sottoscritto, durante sedici anni di intensa attività politica. Concludo quindi, carissimi Calimero e Giancarlo, siete tutti sotto scopa, quindi se entro cinque giorni non riceverò Vostre notizie Vi aspetta uno sputtanamento colossale con la divulgazione di 10.000 volantini satirici. Quindi, tutti a sottoporci alla macchina della verità, presso la trasmissione Verdetto Finale, dal giudice dott.ssa Maccaroni, altrimenti sarete tutti sputtanati. E che sputtanamento Vi aspetta, al modo ed alla moda di: "Je suis Charlie", Pierre Samedì. Con una vignetta umoristica che rimarrà incisa per sempre nella storia. Ciao ed a presto spero... Pietro Sabato Fonte: http://www.nuovagenerazioneroma.it/ , 28 marzo 2015.
- Fenomenologia cortinese
L'Epifania (e la Guardia di Finanza) tutti i cinepanettoni si porta via. Eppure riguardando un vecchio film come Il Conte Max (1957, regia di Giorgio Bianchi) si capisce che la tradizione è più antica di quanto si vorrebbe e che anche l'ultimo Vacanze di Natale a Cortina , un po' bistrattato, deve molto a quel modello, molto precedente alla serie vacanziera inaugurata nel 1983. Non c'è solo - oggi - il De Sica figlio che ripete e iperbolizza i birignao del De Sica padre, vero conte Max Orsini Varaldo, che presta la sua identità all'edicolante Alberto (Sordi) che invece che trascorrere come ogni anno il capodanno "a Capracotta" decide di "vedere un po' di mondo", dunque sperimentare i lussi del vagone letto per puntare sulle Dolomiti. C'è anche una citazione forse involontaria: nell'ultimo Vacanze , la coppia proletaria che oggi si direbbe aspirazionale, da sempre ingrediente fondamentale cinepanettonico, è anch'essa imperniata sul borgataro romano edicolante, oggi un efficace Ricky Memphis. Come ieri, il finto conte-edicolante Max, anche oggi l'edicolante (ma con orgoglio proletario) Massimo si mischia col "bel mondo" di aristocratici e bon vivants. Anche i luoghi sono gli stessi. Nel Conte Max, Sordi non riesce a essere ammesso al Cristallo, dove invece, grazie a un biglietto miracolosamente scontato su Internet, Massimo riesce a trovare posto e fare amicizia nientemeno che con Emanuele Filiberto. Insomma, nulla è cambiato in cinquant'anni di aspirazioni italiane, "Cortina è sempre Cortina". Com'è possibile? Lo si chiede a Giovanna Nuvoletti, giornalista, fotografa e anche scrittrice, che sta finendo proprio un romanzo ambientato a Cortina, luogo a cui è particolarmente affezionata, e di cui il padre, il mitologico conte Giovanni Nuvoletti, ha rappresentato forse il più importante personaggio simbolico. «Una delle attività principali di papà era presentare libri all'hotel Savoia. Era brillantissimo. Le signore della prima fila si entusiasmavano, si commuovevano, lo seguivano a bocca aperta. I mariti nelle seconde file, come sempre, lo invidiavano un po'» dice Nuvoletti figlia. Nelle Finte Bionde (1989, vanzinianismo in purezza, film disconosciuto perché quasi sperimentale nel suo feroce iperrealismo documentaristico) il solito gruppo romano cerca posto in uno dei ristoranti carissimi all'aperto (probabilmente il Caminetto) e poi molto soddisfatto lo trova. Il cameriere dice: "siete fortunati, era il tavolo del conte Nuvoletti". Loro estasiati. Replica del cameriere: «il conte ha disdetto all'ultimo, ha detto che ci sono in giro troppi romani». Quello dell'amore dei romani per Cortina rimane un mistero, così come il mito stesso della "perla delle Dolomiti". Si è stati diverse volte, ed è sempre rimasto un dubbio: certo, il paesaggio è molto bello, il paese però non è niente di che, moderno, un po' cementificato. Ci sono tanti altri posti, l'Alto Adige per esempio, molto meno costosi, eppure Cortina rimane Cortina, almeno dagli anni Venti. Giovanna Nuvoletti mi fulmina subito: «La bellezza di Cortina non è discutibile. E sai perché? Perché è fatta dello stesso materiale di Capri. Le Dolomie, me lo diceva appunto mio padre, sono le stesse rocce dei Faraglioni. È quello che dà al paesaggio quell'aria inimitabile, le dolomie sono depositi legati al mare, e ai piccoli crostacei che anticamente conteneva. Il signor de Dolomieu li studiò...». Giovanna Nuvoletti ci ha fatto pure un anno di scuola a Cortina, la terza elementare. Il padre abitava nella famosa Villa Bella, di proprietà della seconda moglie, Clara Agnelli, sorella dell'Avvocato. C'è una famosa foto di lui con un maglione molto anni Settanta e un cappello con una piuma in testa e tre cani al guinzaglio. Giovanni Nuvoletti, mi dice la figlia, frequentava Cortina fin dagli anni Trenta, ci sono belle foto di lui che scia a fianco di Umberto di Savoia e Edda Ciano («una donna molto bizzarra ma originale e di qualità»). La sua storia è pure un po' da Conte Max o da Vacanze di Natale. Bel provinciale, due lauree, aitante e affascinante, riesce a entrare nel bel mondo «da giovane, prima di incontrare mia madre ma anche dopo, aveva avuto una fortunata carriera di seduttore di gran signore belle e annoiate. E nello stesso tempo affascinava i mariti con la conversazione e la cultura». «Nel mio primo romanzo, Dove i gamberi d'acqua dolce non nuotano più, per i capitoli ambientati negli anni Trenta ho utilizzato aneddoti veri che mio padre mi andava raccontando, pochi mesi prima della sua morte. Lì si capisce bene come ambienti elitari fossero spesso in ricerca di personaggi affascinanti e brillanti... anche mia madre Adriana Pellegrini, di nascita borghese, ma dotata di bellezza strepitosa, di naturale eleganza e di umorismo frizzante fu adottata dagli stessi ambienti». Quando Nuvoletti sposa in seconde nozze Clara Agnelli, già maritata Fürstenberg, nell'Italia degli anni Cinquanta è uno scandalo. Nuvoletti non nasce conte, «viene adottato, il titolo di conte lo ricevette negli anni 70 da uno zio, Perdomini, conte in quanto discendente da antico figlio illegittimo della famiglia Gonzaga. Naturalmente, poiché i titoli nobiliari avevano da tempo perso valore legale, la cosa fu soprattutto decorativa. Famosa è la battuta di marina Cicogna, che lo definiva l'autonobile, con allusione Fiat». La leggenda vuole che l'Avvocato abbia sempre provato fastidio nei confronti di quel cognato, elegante e eccentrico forse più di lui. «Non credo si trattasse di rivalità dandistica, quanto il fastidio di ritrovarsi in famiglia uno che in fondo non era nessuno ma aveva qualità impagabili – e poi esisteva fra loro anche il riconoscimento reciproco di notevole intelligenza... un rapporto agrodolce, direi». Nuvoletti, che scrive due romanzi, Un matrimonio mantovano e Un divorzio mantovano , che rifonda e presiede l'Accademia italiana della cucina, si diverte anche a interpretare piccole parti al cinema (tra cui l'indimenticato chirurgo Azzerini nel Prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue), anche qui dunque cinema e anche qui Alberto Sordi. La Cortina che racconta Giovanna Nuvoletti è molto diversa da quella vanziniana. Giovanna Nuvoletti, che dirige anche la internettiana Rivista Intelligente , l'ultimo cinepanettone non l’ha visto. «Dai trailer mi sembrava che la neve fosse finta, e che fosse stato girato in un altro posto». «Ho ricordi di un posto di bellezza abbagliante», mi dice invece. «I miei primi soggiorni risalgono agli anni Cinquanta-Sessanta, allora era frequentato da intellettuali, artisti e aristocratici "sublimi". Esisteva una vera religione dello sci, e chi meglio sciava era un dio in quegli ambienti. Era tutto molto semplice ed elegante. Risultava naturale frequentare i migliori maestri di sci, che raccontavano le storie della loro valle, e portavano la loro giovanile energia in ambienti assai raffinati». Ma la cafonalizzazione di Cortina allora quando è cominciata? C'è un momento preciso? «Le serate me le ricordo soprattutto negli anni '70, le mie. Si andava poco nelle case, eravamo giovani. Si frequentavano molto i rifugi e le baite, dove si mangiavano canederli, maiale affumicato, e si bevevano svariate abbondanti grappe. Ho un vago ricordo di esser stata portata da mio padre a ricevimenti in case, in appartamenti travestiti da baite, un po' kitsch, con industriali vari». Gli anni Settanta, momento del trapasso? «Allora è cominciata una certa invasione di generone romano, le cui rappresentati femminili si coprivano d'ori anche in pieno giorno, e non sapevano neanche sciare». Sempre questo amore da parte dei romani. «Vengono a Cortina da tempi antichi. Parlando dei miei amici romani, non erano cafoni, ovviamente non venivano su il week end, ma possedevano case dove si trasferivano con figli e bagagli per intere estati e tutte le vacanze invernali. Poi c'erano anche i romani cafoni, ma finché sono stata minorenne mi era proibito frequentare gente maleducata». Veneti e romani. «Anche calabresi». Di sicuro il target cortinese non contempla «lombardi, liguri e piemontesi», cioè le terre dell'understatement, «non solo, oltre alla sobrietà hanno loro montagne più vicine». La definitiva mutazione pre-Suv c'è stata negli anni Ottanta, 1quando hanno cominciato ad affacciarsi signore in Ferrari Testarossa con moon boots di pelo e gioielli di pomeriggio». Poi naturalmente la mania del dirndl , il costume tipico ampezzano. La mia impressione è sempre stata che tutte queste signore che si affacciano su Corso Italia in direzione Cooperativa (il supermercatone sulla via principale che è un po' il luogo cult di ritrovo, dove si possono trovare ragazzini in Moncler e col Blackberry, e le cui buste della spesa in tela gialla con una margheritona stilizzata sono spesso sfoggiate come status symbol di ritorno a Roma), con gonnoni a fiori e bustini a stelle alpine non si abbiglierebbero mai in questo modo nelle località di provenienza, nemmeno pagate molte decine di migliaia di euro. «Il dirndl per noi vecchie frequentatrici di Cortina era religiosamente riservato alle oriunde. Avevamo rispetto per gli usi locali. Alcune di noi ne avevano uno in seta, a volte antico, che però sfoggiavano solo nelle case, alle feste – magari per un carnevale chic. Ma mai assolutamente di giorno, per il passeggio». Poi gli anni Ottanta. «Ricordo che mio padre aveva rinunciato, non so perché a sciare. Passeggiava con Clara sulla strada della ferrovia (quando ci fu), e tornava sempre dal paese ridendo. Ormai l'eleganza non era più regina delle vie di Cortina, punteggiate di vistosi e goffi nuovi ricchi impellicciati dalla cima della testa alla punta dei piedi. I cafoni cortinesi dell'ultimo anno che sono passata a Cortina, doveva essere il 2007, erano assolutamente divini. Signore della bassa in dindrl e Gucci. Signori dalla faccia unta e losca in Ferrari». Pellicce, Ferrari, dirndl, gioielli. É forse l'unico posto in cui si possono trovare ancora maschi adulti che in pieno pomeriggio passeggiano con cappotti di visone, mantelli di leopardo. Ma non sarà che alla fine Cortina piace sempre ai (nuovi) ricchi proprio perché alla fine è un mite paesotto democratico, col suo Corso, i suoi riti tutto sommato semplici, non dissimili da quelli di provenienza, e nessuna discriminazione per il new money . Forse a St. Moritz o a Gstaad si avrebbero ben altre difficoltà, non solo linguistiche. Massimo Boldi, un'autorità, ha sostenuto che qui ci sono soprattutto finti ricchi: «tanti di quelli lì che si fanno vedere impellicciati e col macchinone spesso sono dei poveracci. Per pagarsi la vacanza da ricchi fanno un prestito da 15 mila euro e poi lo pagano con le rate». Ma Nuvoletti smentisce sdegnosamente: «coi prezzi che ci sono attualmente a Cortina i finti ricchi certo non possono arrivarci. È difficile anche per me che appartengo al ceto medio». Michele Masneri Fonte: https://www.rivistastudio.com/ , 12 gennaio 2012.
- Calciomercato mon amour
Come ogni anno impazza nell'estate il calciomercato. Acquisti, scambi, pettegolezzi e manovre delle squadre in vista della nuova annata sportiva sono il sale che da anni ormai condisce le vacanze del tifoso italico. Voci vicine all'ambiente danno la Juventus sempre più vicina a Pedro Luiz Miralcros fortissima ala spagnola. La squadra torinese ha previsto un ingaggio triennale per 14 milioni di euro al mese. Il giocatore intervistato a proposito ha commentato: "Es siempre estado mi sueno poder jugar en e la Juventus. Jo soy grande tifoso. Jo amo molto Italia. Italianos muy caloroso!" Il Chelsea da par suo non è certo rimasto a guardare, rilanciando con un offerta di 25 milioni di euro al mese più un bonus di varie zoccole siberiane al giorno per 5 anni da scegliersi a catalogo, gentile omaggio del presidente Abramovich. Il giocatore intervistato a proposito ha commentato: "Es siempre estado mi sueno poder jugar en e la Chelsea. Jo soy grande tifoso. Jo amo molto Englatera. Englesos muy caloroso!" L'Inter invece sta procedendo ad una massiccia campagna acquisti per il completamento del suo parco giocatori. La società prevede di portare l'organico a 134 effettivi, tra i quali 118 stranieri, 6 allenatori ed un piano di allargamento dello stadio di san siro, con inserimento di altre 4 porte, per poterli farli allenare tutti insieme. Scetticismo da parte dei bene informati sulla mozione presentata alla federazione per aumentare il numero di giocatori per squadra da 11 a 33. Le piccole squadre da par loro si danno da fare pur con budget diversi. L'Atalanta ha ingaggiato tre squadre intere del Mali per cinque anni allo stesso costo complessivo di una serata in discoteca del bomber Vieri. I giocatori, tutti sprovvisti si permesso di soggiorno e di età media inferiore ai 16 anni, sono stati gentilmente accolti da una delle società sponsor della squadra bergamasca ed impiegati come lavoratori part time in una fabbrica di polenta taragna. La Roma punta invece sui gioielli di casa, sempre alla ricerca del nuovo Totti. Quest'anno farà il suo debutto in prima squadra il giovanissimo Brando Capracotta, diciottenne di belle speranze, che dopo essersi messo in evidenza in un'unica apparizione nella nazionale giovanile, dove ha segnato con un fortuito rimbalzo della palla sotto l'ascella, ha visto crescere le sue quotazioni in una sola settimana, fino alla ragguardevole cifra di 4 milioni di euro al mese. Intervistato dai giornalisti sportivi Capracotta ha commentato: "Aho, ce lo so che so ffortunato cioè li regazzini deveno annà a scola e io nun è che annavo tanto bbene, speciarmente nitaliano, però ce lo sai che è, io annavo aggiocà cogli amici mia che se conoscemio de quanno che eravamo regazzini e semo cresciuti nzieme... cioè mo, mmagari cioè spero che er mister me facci ggiocà perche se lo decide er mister pe' Capracotta va bbene, che io possò pure sta'n panchina se nun me fa ggiocà, poi io aspetto er momento bbono, m'alleno, cioffiducia ner mister, che lui ce parla a nnoi ggiovani, poi ce Totti, grande France', speramo de fa bbene, io m'alleno, e me metto a disposizzione d'a squadra..." Protagonista indiscussa del calcio mercato sarà quest'anno, ancora una volta, il Real Madrid. Dopo Zidane, Owen, Roberto Carlos, Beckham e tutta una serie di nomi illustri del calcio ingaggiati negli anni precedenti, la compagine madrilena si appresta a mettere a segno una campagna a dir poco inarrivabile. Già chiuso l'affare per l'acquisto di tutta la nazionale argentina al completo, a Madrid si danno ormai per certi gli arrivi di Pelè, Maradona, Rumenigge, Baggio e tutta una sfilza di leggende del passato riesumate per l'occasione a prezzi faraonici. La cifra complessiva per questa operazione non è ancora ufficialmente nota, ma i bene informati azzardano una stima pari all'acquisto di un pianeta del sistema solare con tutti i satelliti. Il soprannome di "galacticos", mai come in questo caso, sarà meritato. A margine delle varie notizie di calciomercato ha destato scalpore il singolare caso di Elio De Magistris, un brillante laureato in fisica teorica. Il giovane scienziato, dopo la scadenza dell'ennesimo contratto di collaborazione a progetto a 750 euro al mese, è balzato agli onori della cronaca per avere rapito e segregato il coetaneo Mirko Frucchi, terzino della Fiorentina. De Magistris sfruttando l'incredibile somiglianza fisica con il Frucchi si è per lui spacciato presentandosi qualche giorno fa al ritiro estivo della squadra. Il suo piano per sperare in un futuro migliore è però andato storto. Già insospettiti dall'ottimo eloquio del De Magistris, capace addirittura di coniugare il congiuntivo ma sfortunatamente scevro di nozioni calcistiche, i compagni di squadra non hanno avuto più dubbi quando il giovane, al primo passaggio ricevuto, ha raccolto la palla con le mani, urlando "gol". Obongo Fonte: http://www.obongoforever.com/ , 19 giugno 2007.
- Emma Simonetti e il profilo di Quirino Leoni
Il profilo in bianco ritagliato è quello di Quirino Leoni (1828-1897), pittore, poeta e copista nella Roma papalina alle prese con la Breccia di Porta Pia. Cattolico e liberale, Leoni fu esiliato dallo Stato pontificio nel 1863 perché membro attivo del Comitato nazionale romano, di cui facevano parte «persone rispettabili e stimate», esponenti dell'alta borghesia cittadina e mercanti di campagna dalle infiammate idee mazziniane. Quel volto ritagliato, dicevo, è opera di Emma Simonetti, cantante, pianista, artista a tutto tondo che nel 1896 aveva sposato l'archeologo Lucio Mariani. Cresciuta in una famiglia di artisti e madre di altrettanti uomini d'arte e d'intelletto (tra cui lo storico dell'arte Valerio Mariani e la bibliotecaria Lucilla Mariani), la Simonetti realizzò il profilo di Quirino Leoni nel 1900 e lo fece a Capracotta, la stazione climatica nella quale confluiva la crema della borghesia e dell'aristocrazia romana e napoletana. Quel ritaglio autografato dalla Simonetti è diventato, assieme a tanti altri, un oggetto d'antiquariato che non è difficile reperire sui siti di aste online. Probabilmente Emma Simonetti Mariani ritagliò il profilo di Quirino Leoni, tipicamente primonovecentesco, sulla base d'una stampa che aveva trovato a Capracotta o che aveva portato con sé in vacanza. Il fine era forse quello di utilizzarlo in futuro per eventuali copertine a mo' di sovrimpressione, tecnica antesignana del moderno fotomontaggio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Amici dei Musei di Roma, Bollettino dei musei comunali di Roma , vol. XXX, Gangemi, Roma 2016; C. Hugo, Rome en 1886: les choses et les gens , Imp. Nationale, Paris 1886; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; T. Sacchi Lodispoto e S. Spinazzè, Attilio Simonetti. Pittore alla moda e antiquario a Roma: 1843-1925 , Berardi, Roma 2019; M. E. Tittoni, Protagonisti del Risorgimento a Roma. Aristocratici e mercanti di campagna , in AA.VV., Il Risorgimento dei romani. Fotografie dal 1849 al 1870 , Gangemi, Roma 2011.
- La fontana delle Croci, o del Calvario
Una delle tre "facce da bronzo" che nel tempo passato ha appagato gli uomini e gli animali tormentati e assetati, appartiene a questa fontana che, come le due di quella di San Giovanni, ha un'età risalente al 1890. Il suo nome è lo stesso del quartiere di Capracotta più in quota, generalmente sferzato dai freddi venti di origine balcanica, dovuto alla presenza di una sovrastante croce del Calvario, eretta dell'eremita Gaetano Fiadino. Durante la Via Crucis del Venerdì Santo quello è il luogo della tredicesima stazione della Passione di Gesù Cristo, ma spesso, per il freddo intenso e il forte vento o per la presenza di neve, non è stato possibile effettuare la relativa funzione religiosa. In passato la zona circostante la fontana era invasa da un numero incalcolabile di animali di grande e piccola taglia che caratterizzavano la fiera dell'8 settembre, un mercato multilingue, visto che i dialetti dei paesi limitrofi erano fuori del comune per noi capracottesi! Era quello il giorno in cui si acquistavano i maialini da ingrassare e macellare nel periodo invernale con l'augurio vanaglorioso da parte dei venditori: – Che ti si possa spezzare la trave di casa che lo sorreggerà. La risposta degli acquirenti stava in un sorriso di cortesia con malcelata seccatura, poiché pensavano che a Capracotta, in moltissime case, la trave in oggetto poteva flettersi ma mai spezzarsi. A tal proposito mi torna in mente la particolare ed enigmatica considerazione di mio nonno che aveva il vezzo di informarmi che a Capracotta vi era sì la ferrovia ma che sicuramente non avrei mai udito il fischio del treno! Filippo Di Tella
- Risveglio
È triste, doloroso, ammettere il fallimento. Quella sera, la testa sotto il cuscino del divano, Chiappone rifletteva sul bilancio in rosso della sua vita. "Sono un buono a nulla, altro che amministratore", disse al cuscino, senza trattenere un orribile singulto. Per la vergogna, la rabbia, la delusione, si era ingozzato di tonno e cipolle. A stomaco liberato, tornò a riflettere sul da fare. Lanciarsi dalla finestra o simili azioni neanche a parlarne, visto come era andata la volta delle piattole. Piuttosto c'era da prendere una decisione, a costo del licenziamento. "Chiamo Tinazzi e mi dimetto", decise, dopo un tormento di rutti e sensi di colpa. Prima che afferrasse la cornetta squillò il telefono. – Sergio carissimo, sono Tinazzi. Buonanotte, pensò Chiappone, avrà saputo del corso. – Sei tu, Marco? Stavo per chiamare e dirti tutto. – Ho telefono apposta – , lo interruppe Tinazzi. E mi chiami ancora carissimo? – Una potenza, Sergio, sei stato una vera potenza. Ho parlato con Baro e Caramella. Sono entusiasti. Pensa, dopo essersi complimentati, mi hanno chiesto dove avessi trovato un talento come il tuo. – Allo zoo, gabbia dei babbuini – , rispose amaro Chiappone. Avvertiva ancora dolore, dopo quella rozza perquisizione. – Dai, Sergio, non fare il cretino. Caramella mi ha raccontato tutto. Si è trattato di una messinscena, è la prova di iniziazione che fanno ai nuovi. – Anche il dito in culo? Si sentiva preso in giro, anzi, a essere precisi, per l'oggetto della perquisizione. Lui era soltanto un professore, cosa poteva saperne di quelle nuove tecniche, di diavolerie da colloquio di assunzione. – Il dito? Certo, anche il dito fa parte della procedura. – La voce dell'amico era dolce e suadente, come fa una madre col suo piccolo. – Devi capirli, Sergio. Data l'importanza della carica, vogliono essere sicuri, devono verificare che il nuovo entrato sia una persona per bene. Perciò l'accusano ingiustamente di aver rubato, per verificare come reagisce. Test di ingresso, esame delle reazioni. E se fosse uno scherzo della fantasia? e se dall'altro capo del filo non ci fosse nessun Tinazzi ma solo la proiezione dei suoi desideri? Chiappone indugiò a riflettere. Era già successo ad alcuni colleghi. Devastati dalle frustrazioni di quel lavoro, ansiosi di una pur minima gratificazione, si erano inventati chi l'annuncio dell'arcangelo Gabriele, chi la consegna delle tavole della legge e chi la telefonata del re di Svezia, con tanto di assegnazione del Nobel per l'erboristeria. – Cosa posso fare per convincerti? – , supplicò allora Tinazzi, dopo che Chiappone gli ebbe confidato queste sue paure. Dall'altro capo un sospiro sofferto, attimi infernali. Che fare? Dimmi, luna, dimmi che fare! Credere per davvero di non essere affetto da allucinazioni e, di conseguenza, risorgere a nuova vita? Oppure... oppure dare con la testa contro il muro!? E dormire, sììì, dormire! Beninteso, dopo ricovero in apposita struttura convenzionata e previa attestazione "che il paziente è affetto da prostatite acuta di sospetta origine alimentare". Basta! Chiappone decise di andare incontro alla sua sorte. – Chiudi, Marco. Ti richiamo per un controllo. Mentre componeva il numero accarezzò forte il casco. C'è bisogno di affetto prima dell'abbraccio col fato. – Fesso, mi credi adesso? – , rispose Tinazzi dopo due squilli. E Chiappone pianse calde lacrime di affetto. Nel congedarsi fece in tempo a dire: – Prima che mi dimentichi, Marco... quella somma. Sai, non penso ad altro, ci passo intere notti, non riesco a dormire. – Eeeh, quanta fretta. Appena una settimana di lavoro e già chiedi lo stipendio? Dopo il terribile spavento decise di rimuovere l'esperienza del corso. Certo, permaneva il ricordo di quell'indice nodoso, ma vuoi mettere il fastidio alla prostata col paradiso del doppio lavoro? Una dimensione nuova, tutta da assaporare, incrinata appena dal mistero della facciata del condominio Tinazzi. Malgrado ne studiasse i particolari non vi scopriva niente di anormale. Intonaci e cornicioni degni di un Palazzo Ducale, pittura nuova di zecca, tetto da paese dei campanelli. "Che bel palazzo", concluse in estasi, dopo un lungo appostamento. "Vattene, maiale, o chiamo la polizia!", gridarono dall'alto. Era stato scambiato per un lurido guardone. Fatta eccezione per il deprecabile insulto, riferì tutto all'amico, disse che, a suo giudizio, non c'era bisogno di alcun intervento. Tinazzi s'incavolò di brutto, fece anche la ramanzina. – Hai già dimenticato gli insegnamenti di Caramella? – , e poi: – Sei andato dalla signora Capracotta? Non c'era andato no, dopo l'incidente del trinciapollo. O la screanzata porgeva le sue scuse o non avrebbe mai messo piede in quella casa. Tinazzi fu irremovibile, giunse a minacciare la revoca dell'incarico. Chiappone fu perciò costretto a chinare il casco. Per forzare le resistenze della signora decise di servirsi dall'allievo Ugatti, esperto in scasso di serrature, teche di faraoni e organi vari. Il giovane era anche un fior di ragazzo e, attraverso lo spioncino, impose le sue doti di rubacuori. La Capracotta si lasciò subito concupire. Prima disse "un attimo solo e apro", poi corse in camera per agghindarsi come una pornodiva in pensione e infine spalancò porte e quant'altro. Alla sua vista l'allievo Ugatti, cui dai sette ai novantacinque andavano bene tutte, senza nemmeno dire buonasera, si avventò sulla signora e prese a succhiare dappertutto. Figuriamoci quella. Ricambiò prontamente, lì, su due piedi, in sala di ingresso, sollazzando il giovanotto con una magistrale lezione di arte della fellatio. Sebbene spettatore di stupro a una settantenne, Chiappone pensò bene di non intervenire. Lasciati i due amanti, ora impegnati in un amplesso in stazione eretta, varcò il fatidico balcone e prese a ispezionare con la lente. Due ore durò la caccia alle mosche, due ore di inferno, tra gemiti e cigolii provenienti da dentro, cui si aggiunsero gli schiamazzi di una pornotroupe accorsa a filmare l'evento. Malgrado il clima di eccitazione riuscì a individuare il guasto, una lieve fessura tra i marmi di un frontalino. Visto che c'era associazione, chiese alla troupe di riprendere la crepa, cosa che fu interpretata come una variante naif alle scene in ingresso. Nell'andar via provò a chiamare Ugatti, ma non ci fu niente da fare. Era strafatto di cocaina, coinvolto in un gioco a tre con la governante della Capracotta e pare avesse lucrato succosi diritti. Durante la proiezione espresse di nuovo i suoi dubbi all'amico. "Sei proprio sicuro che si debba intervenire?". D'accordo che i soldi vengono prima di tutto, va bene per l'avanzamento nella scala sociale, ma certe correlazioni iniziava a farle anche lui. – Sicuro??? – , sobbalzò Tinazzi. – Ma l'hai vista quella fessura? Hai pensato ai danni a terzi che può arrecare? – No. – Te lo spiego io, ignorante. La disamina di un ingegnere va rispettata, specie se tu sei un modesto professore. Per farla corta, il Tinazzi partì dai monsoni australi, adombrò con accortezza lo spettro dello scioglimento dei ghiacci, per approdare alla faglia di San Ciro, al catastrofico terremoto di Milano Marittima e all'eruzione del monte Argentario. "Ammazza!", fece Chiappone, "quanto sono ignorante" e convenne che il balcone avrebbe costituito una seria minaccia in caso di ripetizione simultanea di quegli eventi. L'ammissione di ignoranza gli fece venire in mente qualcosa d'altro. – A proposito, Marco, vorrei sempre parlarti di quella sommetta. – Uffa, come sei assillante! Credo di essermi già espresso con chiarezza: regoliamo tutto a fine mese. – Dopo l'assemblea di condominio? – , azzardò Chiappone, visibilmente perplesso. Aveva perso dei chili, a furia di passare le sue notti sulle carte. Intanto si guardava intorno. A parte due panche, un lenzuolo alla parete e il proiettore, il salotto di Tinazzi non esisteva. Mancavano i pavimenti, i muri erano grezzi, gli infissi divelti. Perfino il bagno, che un tempo aveva ospitato una piscina tropicale, era ridotto a una caverna. Un gran buco al centro lasciava intendere dove l'amico sfogasse le sue incombenze. Chiese il motivo dello sconquasso. – Niente – , minimizzò Tinazzi. – M'era venuto a noia. Ho deciso di rifarlo diverso. "Che gran signore il Marco", pensò Chiappone."“E che amico. Mi aiuta anche a spedire le lettere di convocazione di assemblea". Questa si tenne direttamente a casa Tinazzi. Erano presenti Chiappone, l'amico, i carabinieri e due corazzieri. Nessuno dei condomini aveva risposto all'appello. – Che facciamo? – , domandò perplesso l'amministratore. – Niente, procediamo lo stesso, ho due deleghe. All'unanimità Chiappone fu nominato presidente dell'assemblea. – Fai le somme – , ingiunse Tinazzi porgendogli le deleghe. Dopo un turbine di calcoli, durante il quale perse venti chili, finalmente lesse il risultato: Condomini presenti: l'ingegner Marco Tinazzi. Per millesimi 50. Presenti per delega: Il dottor Mele e il cavalier Costacurta. Per un totale di millesimi 450,1. Assenti: gli altri ventotto. – Ma il Mele e il Costacurta non sono quei due poveretti del quinto piano, l'uno non vedente e l'altro schizofrenico grave? – , insinuò Chiappone. – Zitto! – , lo fulminò Tinazzi. – Perché, cosa ho detto? – Si parla tanto di legge sulla privacy e tu vai a spifferare in pubblico i guai della gente? Vuoi che finiamo tutti in galera? Chiappone si grattò candidamente la cocuzza. – Ah già, la legge, hai ragione”. – Cari condomini – , ruppe gli indugi Tianzzi, – visto che è presente il cinquanta per cento più uno dei proprietari, l'assemblea è validamente costituita. A quelle parole Militi e Corazzieri scattarono sul saluto militare. Da fuori giunsero le note dell'Inno di Mameli. "Che gran signori, che classe", restò ammirato l'amministratore. "Altro che buffonate della scuola!". – Presidente! – , invocò Tinazzi. Subito i corazzieri si affiancarono a Chiappone che scattò sull'attenti e gridò: – Agli ordini! – Comodo, comodo – , largheggiò l'amico. – Vogliamo dare lettura del verbale della seduta precedente? – E dove stiamo, a scuola? – Poiché era stato centrato da un'occhiataccia, aprì il librone e si inventò di suo: – In virtù dei poteri a me conferiti... – Ma che dici? Cosa farnetichi, cretino! – , fu costretto a intervenire Tinazzi, che poi aggiunse: – Chiedo la parola. – Prego, che le tue parole sien conte – , fece Chiappone, che era un fanatico della Divina Commedia. "Sì, i conti. Li facciamo dopo. Una volta per tutte". – Signori – , attaccò Tinazzi, rivolto ai corazzieri, – non vi annoierò con i discorsi che hanno infiammato le precedenti riunioni. Tutti ormai siete convinti che non si debba più frapporre tempo al tempo. Il condominio, la nostra casa comune, è a un passo dal disastro. No, no, vi prego, non c'è bisogno che aggiungiate altro. Già sento il vostro grido di dolore, già scorgo l'ansia, la paura, negli sguardi smarriti dei vostri figlioletti. Qualcuno di voi è venuto perfino a bussare alla mia porta, a chiedere di intervenire, di fare presto, prima che il tetto ci crolli addosso. Per tale motivo non indugerò sul terremoto di Milano Marittima o sulla faglia di San Ciro. Vi mostro subito i preventivi delle tre ditte prescelte dal nostro amministratore. Prego, ragioniere, legga pure. – Due cose, prima di cominciare – , fece Chiappone, schiarendosi la gola. – Questo non è previsto. Tu devi leggere e basta. – Primo, io sono un professore. – Sì, sì, andiamo avanti. – Inoltre, la Caramella Lavori società di fatto, la Carpenterie Edili società individuale e la Caramella Holding Costruzioni, io non le conosco affatto. No, tanto per l'esattezza. Tinazzi levò gli occhi al cielo, sbuffò platealmente, fece un cenno ai carabinieri. I due, estratte le manette, presero ad agitarle con noncuranza. Cosa che lasciò Chiappone un po interdetto, anche perché, a pensarci bene, uno di quei due era Cartonazzo Michele, noto allibratore al cinodromo comunale, e meglio conosciuto come Michele Tressette, tale essendo la quota che offriva, a prescindere dal cane. "Anche lui arrotonderà col doppio lavoro", sospirò tra sé Chiappone, prima di leggere i preventivi. Questi, come ogni gara che si rispetti, risultavano di ardua interpretazione. Chiappone li compulsò scorrendo a turno ora l'uno ora l'altro: – Due milioni e ottocento, questo è il primo. Poooi... – sudava come un animale tra quelle cifre – un momento che ora leggo eh – e inforcò due cannocchiali per decifrare il carattere minuscolo – duuue, due milioni e ottocentouno, giusto! – qui venne il turno di una rassicurante lisciatina al casco –, e ora il terzo... ma dov'è il terzo? – Ce l'hai davanti, stupido! – , uno dei corazzieri. – Uuuh, che scemo, non avevo visto. Il terzo preventivo è: due milioni ottocento virgola cinque... – Tutto per mille, naturalmente – , intervenne paonazzo l'amico. Era anche lui madido di sudore. Fremeva, si agitava sulla sedia, incrociava in continuazione lo sguardo di Tressette. – Mille? – , fece Chiappone, candidamente. – Dai, Marco, vabbene che sono agli inizi, ma mettersi a sottilizzare per mille lire! – Maledetto, io ti strozzo! – Marco, che ti è preso? non ti avevo mai visto così agitato – , cadde dalle nuvole l'amministratore. L'altro capì l'errore e si armò di pazienza. – Procediamo con calma. Ti pare mai possibile che un intervento così radicale costi soltanto due milioni? – No eh? – No di certo! Quindi... – Quindi? – , incalzò Tressette. – Quindi... Come il sole di oriente, che a poco a poco semina i suoi raggi, e lividi bagliori spande nel buio, timidi dapprima, poi ardimentosi, similmente accadde nell'aere di Chiappone. Mise insieme Baro, Caramella e la fessura, rivisse l'esperienza del dito in culo e finalmente approdò all'aurora del risveglio. – State dicendo che quei preventivi vanno moltiplicati per mille, che quindi valgono miliardi. Capito bene? – E c'era bisogno di fare mezzanotte per arrivarci? – , disse un corazziere al Tinazzi. – A proposito, Marco – , aggiunse levandosi il cimiero, – ci pensi tu a includere casa tua... nel tutto? – Già fatto – , annuì Tinazzi, accennando alla lista dei millesimi. Alzatosi in piedi, proclamò solennemente: – Propongo che si passi senza indugi alla votazione. – Votano anche loro? – , chiese a quel punto Chiappone, indicando Tressette, il compare e i due colossi. – Vuoi sfottere? – Per carità, ci tengo allo stipendio. Lo chiedevo perché temo non ci sia la maggioranza qualificata. – Ma se abbiamo 500,1 millesimi!? – Duecentocinquanta virgola zero cinque, prego – , corresse Chiappone. Un ghigno amaro, frutto di mille disincanti, gli storse le labbra. – Ho provato a fare la somma dei millesimi condominiali – , spiegò all'amico. Che rispose con un basso insulto: – Perché, ne sei anche capace? – Hai ragione, pensavo di non esserlo, visto che mi usciva sempre duemila. E dire che ce la mettevo tutta. Notti intere, ore e ore di lezione passate a bisticciare con quei millesimi. Sai, Marco, è lì che ho temuto di impazzire... Tinazzi lo ascoltava con le mascelle contratte. Era impallidito e palpava con insistenza la giacca. Un istante prima Tressette gli aveva allungato qualcosa che prontamente aveva infilato in tasca. – Che bestia, mi dicevo – , stava proseguendo Chiappone, – nemmeno una semplice addizione so fare. Eppure lo sanno tutti che quella somma è uguale a mille. Ieri, tornando da casa tua – a proposito, a quando la festa di inaugurazione? – mi sono fatto coraggio e ho consultato il regolamento condominiale. E finalmente ho capito. – Fermi! – , fece a quel punto Tinazzi, a corazzieri, Tressette e secondo carabiniere. Erano scattati in piedi, chi con la molletta, chi con manette e chi con elmo impugnato a mo' di clava. – Dimmi un po', cosa avresti capito? Chiappone a sua volta brandì il casco, lo strinse sotto l'ascella come un pallone di football americano. – Semplice, che il fesso non ero io ma gli altri ventotto poveracci. Qualcuno aveva cancellato i millesimi veri col bianchetto, sostituendoli con altri moltiplicati per due. Ecco perché la somma fa sempre duemila. Ed ecco perché alle assemblee c'è sempre il numero legale. Chi vuoi si prenda la briga di controllare, e chi vuoi si accorga che sulle lettere di convocazione la sua quota è moltiplicata per due. Con questo accorgimento un totale di presenti per 500,1 millesimi fa maggioranza. Peccato nessuno sappia che è su base duemila. – Ehi Perry Mason! hai mai pensato a metterti in affari? – Senza il cimiero anche quest'altro corazziere era riconoscibile. Si trattava del galoppino di Tressette, un marcantonio che il principale spediva dagli scommettitori insolventi. Chiappone non gli diede retta, continuava a fissare Tinazzi. – E pensare che ho cercato anche di avvisarti. Non so quante volte ti ho parlato di quella somma che non tornava. Ma, come ogni furbo, non hai mai sospettato che fossi sul punto di scoprire tutto. Voialtri, gente di affari, siete convinti che il mondo si divida in svegli e fessi... – Tu sei matto –, esclamò con forza Tinazzi. Continuava ad asciugarsi le mani sul vestito, trattenendo a stento l'agitazione. – Tu vaneggi, Sergio, hai bisogno di cure. – Me lo dicevi anche a scuola, Marco. Quando sedevamo allo stesso banco e consumavo tre stilografiche al giorno. Bastava che mi voltasi e spariva la penna. Se ti incolpavo del furto scoppiavi a ridere, ricordo ancora quel sorriso beffardo, quei tuoi occhi irridenti. Arrivasti perfino a dire che soffrivo di allucinazioni. – Ne ho la conferma, adesso. – Come era paranoia l'accusa di aver spalmato il burro del mio panino al salame sulla sedia del professor Anfosso. Cercai di spiegarlo al preside ma figurati lui, mettersi contro la famiglia Tinazzi: mi accusò di incolpare un innocente. Ebbi cinque mesi di sospensione, perché quel poveretto, scivolando dalla sedia, si era fracassato il culo. – Il burro apparteneva al tuo panino, ci furono i riscontri della Scientifica... – Che però si rifiutò di ascoltare la testimonianza di Fattori. Te lo ricordi Fattori? quel compagno un po' sordo, a cui avevamo appioppato il soprannome di Sordello? Ti aveva sorpreso durante l'intervallo, mentre spalmavi il burro. Purtroppo nessuno volle prestargli fede. Dissero che era menomato... La pistola di piccolo calibro brillò alla luce delle fotoelettriche. A Tinazzi tremava il polso, non era adatto per quel tipo di lavoro. Chiappone, che la conosceva bene la morte, fosse biologica o civile, non si smosse. – ... come se un sordo non ci vedesse – , concluse con amarezza. Per scoppiare a ridere di un riso altrettanto amaro, interminabile, come la vita di uno statale. Poi smise di colpo, si fece serio, c'era da sistemare l'ultima tessera: – Visto che devo morire, desidero rammentarti uno degli insegnamenti di Caramella. In casi del genere, nel ripartire le spese di lavori comuni, bisogna dividere per mille la quota del condomino più importante. Tanto, chi vuoi che vada a controllare se ha pagato cento milioni oppure centomila lire? – Fuori! sparisci – , gli fece segno Tinazzi con la pistola. Durante la requisitoria di Bertoglio aveva avuto modo di riflettere. Non c'era uno straccio di prova che confortasse quelle accuse bislacche. Certo, rimaneva il bianchetto, ma si fa presto a tirarlo via col diluente. Poiché Chiappone era rimasto fermo al suo posto, fu costretto a ripetersi. – Vattene, sei libero, mi hai sentito? – A cosa devo? – È da stupidi sporcarsi le mani per un coglione. – Le tue sono già sporche di burro – , rispose secco Chiappone, prima di infilare il casco e affogarvi i pensieri. Carlo Capone Fonte: C. Capone, School River , Lulu, Raleigh 2010.
- Divertirsi in montagna: villeggiatura su Capracotta
Capracotta, stazione climatica e sciistica a 1.460 metri di altitudine, posta al centro di un sistema montuoso delimitato dai complessi di Monte Capraro e Monte Campo, è oggi un equipaggiato punto di riferimento per tutto lo sci di fondo del Centro Italia. Nello splendido scenario naturale di Prato Gentile, godibilissimo d'estate e innevato d'inverno, sono stati infatti ospitati nel 1997 i Campionati Nazionali di Sci di Fondo, consacrando Capracotta tra le località di elezione per tale disciplina; la recente apertura di una pista per lo sci alpino ha inoltre arricchito l'offerta estiva. Capracotta ospita uno storico Sci Club, fondato nel 1914 e che si fregia della Stella d'Oro CONI e del Distintivo d'Oro FISI. Architettura in pietra locale, paesaggi brumosi della montagna appenninica, neve che oltrepassa i piani delle case in inverno ed aria fresca in estate, ottimi latticini e pecorino locali, caratterizzano questo centro le cui origini risalgono all'Età del Ferro, come testimoniato dai reperti venuti alla luce in località Le Guastre. Invece, in località Fonte del Romito (o Fonte Romita) è stata rinvenuta, nel 1848, la famosa Tavola Osca o Tavola di Agnone, tavola bronzea in osco recante un'iscrizione sacra. Un cenno particolare merita senza dubbio la sagra de la Pezzata, piatto tipico della civiltà della transumanza a base di pecora bollita e aromi; i sapori della civiltà pastorale portano migliaia di persone, anche da fuori Regione, al verde di Prato Gentile la prima settimana di agosto, da quasi un quarantennio. Questa specialità veniva preparata dai pastori in alta montagna, rappresentandone uno degli alimenti principali. La ricetta è di semplice esecuzione, ma richiede una lunga cottura a fuoco lento, magari in un paiolo messo a bollire su un all'aria aperta. Degna di visita è la chiesa parrocchiale dell'Assunta, che al suo interno conserva artistiche statue. Rilevanti sono i portali del campanile e il portale della Cappella della Visitazione. Tra gli edifici civili si segnala la casa baronale, del primo Cinquecento dei nobili Gualtieri-Budone. La festa più cara ai capracottesi è quella che si tiene in onore della Madonna di Loreto. Le celebrazioni hanno cadenza triennale e si svolgono nei giorni 7, 8 e 9 settembre. L'origine di questa festa è legata alla leggenda di un albero su cui apparve, miracolosamente, la Vergine e il cui tronco divenne poi la statua che oggi si venera. Fonte: http://molise.italiaguida.it/ .
- Riscoperta la Madonna di Montevergine a Canosa
Giaceva sconosciuta una tela in alto nella sacrestia della Cattedrale di S. Sabino di Canosa con un'immagine mariana annerita dal tempo. Nel corso di uno spostamento per restuari, il quadro ha rivelato agli occhi attenti di mons. Felice Bacco la sua identità. Infatti in basso sulla cornice lignea è scritto: "S. M. DI MONTE VERGINE", mentre in alto si riporta "AD A.D. FC 1863", forse con le iniziali dell'autore della cornice ottocentesca. L'abbiamo fotografata con l'amico Sabino Mazzarella il giorno successivo al distacco dalla parete della Sacrestia. Ma l'esame obiettivo di don Felice indica una tela più antica, ristretta, quasi ritagliata dalla cornice di epoca successiva. L'immagine della Madonna in trono riporta somiglianza alla Madonna in trono col Bambino, che nel suo splendore artistico e religioso è venerata dal XII secolo nel Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino. Il dipinto di Canosa ritrae la Vergine Maria tra due santi, che possiamo riconoscere nella simbologia agiografica. A destra viene rappresentato san Guglielmo da Vercelli (1085-1142), fondatore del monastero benedettino di Montevergine, e che intorno al 1115 si ritirò in vita monastica «in monte quod vocatur virgine», sui 1.500 metri dell'Appennino. Ai suoi piedi figura accovacciato il lupo, secondo la tradizione della vita eremitica nei boschi. A sinistra viene rappresentato san Benedetto nella classica iconografia del Santo con il libro della Regola e con il corvo con pane nel becco, come riporta il "volgarizzamento" (scritto in volgare) dei Dialoghi di Gregorio Magno (libro II, cap. IX): «il corvo pigliò il pane col becco e portollo via», a rappresentare il tentativo vano di avvelenamento di san Benedetto. La tela con la devozione risulta "forestiera" nella Cattedrale di S. Sabino, non ritrovando fino ad oggi alcuna citazione o memoria liturgica e riteniamo improprio collegare il dipinto all'Abbazia benedettina di S. Quirico di epoca precedente citata dal Tortora e dipendente direttamente da Monte Cassino. Abbiamo svolto, senza frettolose valutazioni, una ricerca storica contattando direttamente il Santuario di Montevergine e la Biblioteca prestigiosa, cui abbiamo offerto la lettura dello stesso dipinto ritrovato nella sua identità. Dall'Archivio di Montevergine abbiamo ritrovato l'anello di congiunzione del culto legato a possedimenti benedettini del Monastero di Montevergine a Canosa, «in silva canusia» . Il Santo di Montevergine e la comunità benedettina virginiana estesero la devozione nell'Irpinia, nella Campania, nella Puglia. Il Regesto (registro) delle Pergamene con estratti dei Registri Angioini, nel 1279 cita: «Monasterio Montevirginis mentio de quibusdam terris in silva canusia», dove, dal Monastero di Montevergine, si fa «menzione di alcune terre nel bosco di Canosa». Ringraziamo l'Archivista di Montevergine per la preziosa e fondata collaborazione. Nei mesi scorsi, studiando i Sette Colli di Canosa e il Colle storico dei Quaranta Martiri di Sebaste del rione Castello, abbiamo apprezzato la pubblicazione del prof. Morea del 1969, in cui si riporta la descrizione del paese nel Tabulario di Onofrio Papa del 1694. Il funzionario del tribunale napoletano ricevette in scriptis (per iscritto) i dati dal Prevosto che corrisponde al Nicolai, il cui nome è inciso nella lapide documetale della Cappella della Madonna della Fonte della Cattedrale di S. Sabino. «La città, posta sulla collina dei Santi Quaranta Martiri», con circa 1.000 abitanti nello stato di indigenza, viene descritta in un percorso dalla Chiesa di S. Teodoro (Chiesa del Purgatorio e attualmente di S. Lucia), di S. Caterina, sede della Confraternita del Santissimo e della Chiesa del Carmine, legata al Convento dei monaci Carmelitani dove era riconosciuto lo «jus patronato degli Abruzzesi di Capracotta». «La Chiesa era ad una navata grande, con a destra l'altare della Madonna di Montevergine e a sinistra quello della Madonna del Carmine, seguito dal pulpito». La ricerca storica viene sostenuta e illuminata dall'emerito studioso Michele Menduni da Firenze, che esclude l'appartenenza all'Abbazia San Quirico, ormai rudere nel '700 ed allega il documento della Santa Visita del giugno-luglio 1677 per ordine del Prevosto Giangiacomo Silicio al Monastero di S. Maria del Montecarmelo. Il delegato «visitò l'Altare della Beata Maria di Monte Vergine, della famiglia De Zocchis, con la Cappella di legno e l'immagine della Beata Vergine». Nel '700 il Prevosto Tortora cita sulla collina della Rocca i Monasteria inhabitata (monateri abitati) a Fratribus Montis Carmeli (dai Frati del Monte Carmelo) e S. Francisci Minoribus (dai Frati conventuali di S. Francesco). Forse dopo la soppressione dei Monasteri, come asserisce Menduni, l'immagine viene trasferita alla Cattedrale di S. Sabino, dove oggi l'abbiamo riscoperta con la destinazione del Museo dei Vescovi. Consegniamo queste conoscenze riscoperte a don Felice Bacco e a don Peppino Balice, Parroco della Chiesa del Carmelo, proponendo il recupero della devozione a S. Maria di Montevergine, che si celebra il 1° settembre, in comunione con il Santuario di Montevergine, meta ancora oggi di pellegrinaggi della Chiesa canosina. Riteniamo che nell'Archivio Storico della Chiesa del Carmine, siano presenti tracce e riferimenti al culto e all'immagine della Madonna di Montevergine. Le due sacre immagini riportano in comune l'ascesa sul "monte", di quel monte biblico originario del Karmel, del Carmelo nella visione mariana: «Alla fine dei giorni, il monte del Tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti» (Isaia, 2,2). L'arte, la storia, la devozione hanno radici, recuperate anche oggi in questo tassello di devozione mariana nella Chiesa canosina, dal 1115 al 2015 nella continuità di fede tra passato, presente e futuro. Giuseppe Di Nunno Fonte: https://www.canosaweb.it/ , 12 luglio 2015.
- Il matrimonio
Nel trasferirsi da Castel del Giudice a Sant'Angelo del Pesco, Filomena cercò di raccontare parte della sua vita. Ci tenne a far presente a suo marito che la sua esistenza non era stata molto facile. – Sai, come ti ho detto, sono rimasta orfana di madre a un anno di vita. Mia madre ebbe una forte febbre e, in quel periodo, più di cinquant'anni fa, le medicine di oggi non c'erano e per una forte febbre, se non si avesse avuto una fibra corporea molto forte, si finiva per morire. A mia madre fecero fare un bagno a freddo in una tinozza. Quello fu il segno della sua fine. Dopo, anche mio padre, in un bombardamento in Africa, l'unico a morire, sfortunato, fu lui. A questo punto, priva di genitori, fino a quando non son potuta andare in collegio, sono rimasta sballottata da Castel del Giudice a Sant'Angelo perché una settimana dovevo stare con la nonna materna ed una con la nonna paterna. Tutto ciò perché la mia nonna materna, grazie a me, al fatto che doveva badare a me, alla mia crescita, riuscì a non raggiungere mio nonno in America... che minacciava di non inviarle più i soldi per vivere e per far studiare mio zio, suo unico figlio! A dire la verità, mi è sembrato di capire che lei avesse una storia con il padre del mio amico dottor Antonio Di Nardo, di Capracotta! Io fui costretta a fare il giro dei due comuni portata in bicicletta da mio zio, che mi veniva a prendere e a riportare! Sai, è stata molto dura... Questa strada, che sale verso destra, è il bivio per Capracotta e fra poco siamo arrivati a Sant'Angelo. Ora che arriviamo dai miei parenti, non ti spaventare. Sai, è gente alla buona. Non hanno avuto la possibilità di studiare, però sono molto buoni d'animo! Lo riscontrerai da solo. Questa, che vedi davanti a te, è la periferia del piccolo comune dell'alto Molise... Infatti erano entrati nel centro abitato, incontrando due filari di case sia dal lato destro che da quello di sinistra. Quindi, dopo aver percorso quasi cinque chilometri, avevano raggiunto la località di Sant'Angelo del Pesco, l'ultimo comune del Molise, prima di potersi immettere nella regione Abruzzo. Il comune si estendeva e si estende con esposizione verso est-nord-est, a differenza di quello lasciato che si estendeva solo verso nord. A un centinaio di metri, dopo l'entrata, rimaneva il municipio, a destra, preceduto dalla cattedrale locale. Anche il comune di Sant'Angelo del Pesco era abbarbicato ad un cocuzzolo dell'Appennino centrale. Alle falde della collina su cui era il centro abitato, passava la ferrovia privata: la Sangrina. – Sai, laggiù, in fondo, rimane Gamberale, il paese di mia zia Clora, la moglie di zio Angiolino. I suoi parenti fanno i commercianti, padroni della zona e stanno abbastanza bene, economicamente parlando. Allora Elio capì che lo zio l'aveva sposata per interesse! – Ora gira a sinistra e parcheggia l'auto. Dopo a piedi, raggiungiamo la casa della mia cara cugina Filomena. Elio parcheggiò l'auto, e, dopo essersi rinfilati nel cappotto, perché l'aria era ancora molto fresca, lei avanti e lui dietro, si portarono a far visita alla cugina di lei di nome Filomena. Era la figlia degli zii Di Lucente, il padre Fiore e la madre Giuseppa, che chiamavano za Pippina. Il padre di lei aveva sposato una Di Giulio, zia Giuseppa, appunto. Filomena, nel vederli, li abbracciò caramente, esprimendo la sua gioia e felicità. – Che gioia avervi qui da me! Grazie per essere passati a salutarmi. Ora chiamo anche mio marito, che sta giù in cantina. Intanto, visto che noi ancora non abbiamo pranzato, preparo anche per voi. Sono convinta che non avete ancora pranzato e perciò pranzeremo insieme. Sono, inoltre, convinta che rimarrete con noi qualche giorno. Io vi preparo la camera da letto e sarò felicissima di farlo per voi. Vi prego, non dietemi di no! Recandosi da Filomena, la cugina della moglie, Elio poté notare che molte case del paese risultavano ancora distrutte dai bombardamenti dell'ultima guerra mondiale. Rimasto solo per qualche attimo, mentre la cugina era scesa a chiamare il marito per il loro arrivo, il giovane chiese a sua moglie: – Scusami, perché qui le case risultano tutte distrutte e non sono state ancora ricostruite con i contributi dello Stato? – Qui la gente è alla buona. Le leggi non le conoscono. Non sanno neanche che esistano certe leggi, che possano sfruttare a proprio beneficio! A proposito, Filomena, oltre al pranzo, ci preparerà anche il letto per la notte. Non ti dispiace rimanere qui, fra loro? – Se non sbaglio, siamo venuti per far loro visita e trattenerci un poco con loro. Quindi, se ti va, possiamo rimanere fino a domani e, poi, si vedrà... – Allora faremo le visite di prammatica con una certa lentezza, senza fretta, con molta calma. Questo fatto mi fa molto piacere, stare un poco con i miei parenti, che mi hanno voluto sempre molto bene. Per esempio, il fratello di zia Antonia e marito di zia Peppina, zio Fiore, mi veniva a prendere e a riportare a Castel del Giudice con il cavallo. Quando ci penso, mi commuovo. Mi fa molta tenerezza ricordare tutte quelle attenzioni, che hanno avuto per me, quando ero piccola! – Non ci sono problemi. Se il loro letto sarà confortevole, potremo rimanere qualche giorno con loro, così potrò conoscerli ed apprezzare le loro doti di magnificenza... – Quando ha sentito che eri venuta qui, mio marito si è messo ad affettare prosciutto e salame per il nostro antipasto. Quando sale, porterà anche il vino e potremo mangiare tutti insieme. – Non ti preoccupare troppo, Filomena, noi sappiamo accontentarci. Per noi basta anche il solo primo piatto. A proposito, cosa hai preparato? – Ho preparato un ottimo sughetto. Per quanto riguarda la pasta, la lascio scegliere a te. Tu sai i gusti di tuo marito. Io, è la prima volta che lo vedo! – Fammi vedere che tipo di pasta tieni conservato. Così ti posso dire quale tipo Elio gradisce di più. Hai spaghetti, maltagliati e rigatoni... Penso che fra tutti questi tipi... Elio sentì confabulare le due donne ed intervenne per dire: – A me stanno bene i rigatoni. Oggi potete cuocere quelli. Mi stanno benissimo, li gradisco molto più del resto. Allora le due donne presero un chilo di rigatoni e li buttarono nella pentola, la cui acqua bolliva, rimestandoli, di tanto in tanto, fino a quando non furono sicure che erano cotti. Allora li tirarono fuori dal fuoco e li condirono, buttandovi sopra molto parmigiano. Dopo di che: – Ora, tutti a tavola, essendo pronto, prima che la pasta si raffreddi molto! Prima mangiamo qualche fetta di prosciutto e di salame. Dopo metteremo nel nostro stomaco i rigatoni. Dopo qualche attimo che ognuno ebbe ingurgitato qualche fetta di prosciutto e di salame, la padrona di casa pensò a riempire i piatti con i rigatoni. Intanto Luigi, il marito della cugina, pensò a versare il vino nei bicchieri ed invitò a fare un brindisi insieme. – Io, quando mangio, non parlo. Sono stato abituato a farlo in silenzio, perché, quando si mangia, si combatte con la morte. Se il cibo va di traverso, si finisce per distendere le gambe! Io voglio farlo il più tardi possibile. Non ho fretta. Penso che voi la pensiate come me! – Disse il giovane sposo. In coro gli risposero: – Condividiamo e sottoscriviamo il desiderio – e si proseguì nel completamento del pranzo, che risultò squisito. Dopo il pranzo i due sposi furono invitati a fare il giro, che si erano promessi di fare, arrivando in paese. Così uscirono per svoltare a destra e raggiungere la casa della comara Lisetta, vedova con tre figli: due figlie ed un figlio. Il figlio era nato menomato nell'uso degli arti inferiori, per cui fu impiegato al Municipio locale. Rimasero con lei una diecina di minuti per poi proseguire l'incontro con i parenti di lei, risalendo verso il centro del paese e raggiungere, così, via Madonna per recarsi dallo zio Fiore e "za Peppina" o zia Giuseppa, che trovarono intorno al fuoco, vicino al camino. – Caro zio Fiore e za Peppina, vi presento mio marito. Il vecchio e la vecchia, alzandosi, andarono loro incontro per abbracciarsi e baciarsi. – Siamo felici di vedervi ed accogliervi qui, in questa povera casa. Come sai, siamo soli perché Carmine e Graziella, con i loro figli, sono in Svizzera. Felice con la moglie e i figli sono a curare la loro pizzeria a Francoforte. Da Filomena ci siete stati a pranzo... la mia famiglia è tutta qui. – Sedetevi. Voi sapete che piace anche a me stare seduta vicino al fuoco, così potremo chiacchierare un poco e sentire i vostri racconti sui vostri figli, che si trovano a lavorare all'estero... – Intanto che parleremo degli assenti, ditemi: cosa posso offrirvi mentre chiacchieriamo del più e del meno. – Non vi preoccupate. Abbiamo finito di pranzare da poco e per ora non desideriamo nulla. Così dicendo, Filomena si sedette intorno al fuoco, invitando anche gli zii ad imitarla. Dopo essersi seduti intorno al focolare, i tre hanno iniziato a farsi delle confidenze. Lo zio Fiore e la zia Giuseppa hanno raccontato che i figli avevano scritto e telefonato per far loro sapere che stavano bene e che, forse, sarebbero tornati per far visita a loro e rimanere un pochino con loro, almeno per le festività del Natale. La chiacchierata si protrasse per una buona mezz'ora, fu il tempo che rimasero con gli zii Di Lucente. Dopo di che si riportarono in via Madonna per andare a fare visita alla sorella di sua zia Antonia, che si trovava in Venezuela: zia Concetta. Uscendo dagli zii Di Lucente, si trovarono davanti ad una casa diroccata, distrutta dalle vicende belliche dell'ultima guerra mondiale. – Guarda, questa casa distrutta dai bombardamenti americani, era nostra. Mio padre morì, mia madre ugualmente e la casa rimase così. I miei parenti, che sono rimasti, avrebbero potuto ricostruirla. Ma, se ne sono lavati le mani perché proprietari erano diventate molte altre persone... per cui nessuno se l'è sentita di preoccuparsi per un qualcosa che direttamente non gli apparteneva! Come vedi, quando una persona rimane da sola, perché sfortunata, incorre in certe realtà... – Cosa vuoi, sono i casi della vita. C'è chi ci rimette per alcune cose ed altri per altre... – Questa a destra, è la casa, che hanno ricostruito i miei zii con i sacrifici, che hanno dovuto sopportare in Venezuela con tanti anni di lavoro... A sinistra rimane la casa della sorella di mia zia Antonia, dove stiamo andando, per salutare gli altri parenti. Questa strada, in fondo, termina al cimitero locale, dove sono sepolti tutti i miei parenti di questo paese. Gli altri, quelli di Castel del Giudice, sono lì, compresa mia madre che mia nonna ha voluto al suo paese e non a quello del marito... cioè mio padre! – A riflettere su certe realtà, devo dirti che un certo amaro in bocca lo lascia... e, non sempre si riesce a sopportarlo senza subirne le malefiche consequenze! Così s'immisero in un vicoletto, che conduceva sulla strada provinciale, che portava verso la regione Abruzzo. Un attimo prima di finire sulla strada asfaltata, Filomena, a bassa voce disse: – Dietro a quelle imposte, che vedi tinte di colore verde, vi abita una donna, che dicesi sia amante delle donne e non degli uomini! Mi sono sempre chiesta come sia, se diversa da me o come me! Io sto bene solo con un uomo e non con una donna. Con lei non saprei proprio cosa fare... – Evidentemente questa donna ha un imene molto prominente, che le consente di avere un quasi rapporto sessuale con le donne. Sai, voi donne non siete tutte uguali. Molte di voi godono il sesso anche solo sfregandosi esternamente e non internamente! – Però, farlo internamente, è molto più bello ed interessante... – Infatti, è proprio per tale modo che si riesce ad avere i figli... Diversamente gli eredi non ci sarebbero, in quanto la donna, non può dare ad un'altra donna ciò che non ha! – E sarebbe? – Lo sperme per la riproduzione, mia cara... Senza di esso, non si produce nulla! – Ed è per questo che alcune donne non riescono ad avere figli? – No. Non è solo questo il motivo. Le cause sono diverse. Ci vuole la predisposizione della donna che cade: a chi dal giorno otto al giorno ventidue di ogni ciclo mestruale e a chi va dal giorno dodici al diciotto. C'è poi chi, avendo per motivi di salute il prolungamento improprio dello stesso ciclo, finisce per divenire sterile. In tal caso nessun uomo, a mio avviso, potrebbe inseminarla... Inoltre c'è da dire un'altra cosa. Come voi donne siete diverse l'una dall'altra, anche noi uomini siamo diversi l'uno dall'altro... – In che senso voi uomini siete diversi l'uno dall'altro? Chi è pederasta e chi no? – No. Non mi riferivo a questo. Intendevo dire che lo sperme degli uomini non è uguale. La potenza di esso è varia. C'è chi ce l'ha di centomila e chi dieci milioni. Quello che ha una potenza di centomila è sterile e i suoi ovuli non attecchiscono mai in una donna. Se, invece, l'uomo ha la potenza di dieci milioni, finisce per attecchire anche se fa sesso durante il periodo mestruale della donna. – Allora questo è quello che è capitato a me? Io e te, quando siamo stati la prima volta insieme, ero stata indisposta da poco, perciò non mi riuscivo a spiegare il fatto di essere rimasta incinta! – Ora, se ti chiedono se sei incinta o meno, cosa rispondi ai tuoi parenti? – Dirò loro la verità. Dovranno pur saperlo, prima o poi... Tanto vale che glielo dica subito, se me lo chiederanno. No? Elio non ebbe il tempo di rispondere alla moglie perché aveva già suonato al campanello della sua comara. Da su chiesero al citofono: – Chi è? – Sono io, Filomena. – Sali, comara. Ho riconosciuto la tua voce e sono felice della tua visita. Sali, così parliamo un poco di tante cose, che ti voglio chiedere e di cui voglio parlare con te. – Salgo subito, anche perché voglio farti una sorpresa. I due salirono la stretta scalinata, che portava al primo piano della casa. Arrivati al pianerottolo, attesi dalla donna, che aveva risposto al citofono, dopo essersi abbracciate le due comare, Filomena, all'amica: – Ti presento mio marito. Mi auguro che ti sia simpatico! – Oh, che piacere... Ma, dimmi, quando vi siete sposati? E non avete fatto sapere niente a nessuno! Vi siete sposati alla chetichella? – Sai, comara Concetta, incominciavo a sentire il peso della solitudine, così, incontrando lui, ho perso la testa e mi sono decisa a sposarlo. Penso che tu condivida il fatto, la realtà che ho realizzato e tu mi dica che ho fatto bene a concludere questo grande ed importante passo, che non ho voluto fare mai prima... – Hai fatto benissimo. In compagnia si sta sempre molto meglio e per tante ragioni, mia cara comara. Ora, certamente, non vorrai raccontarmi come è andata la prima notte di nozze, ma, in seguito, me lo dovrai raccontare con tutti i particolari. Penso che ora vi tratterrete qualche giorno con noi... – Si vedrà!? – Cosa vuoi vedere comara mia? Se qualcuno vi ospiterà? Qui tutti sono disponibili. Anch'io, se ti va, posso offrirti un letto matrimoniale per tutti i giorni che tu vorrai. Non avrai solo che da scegliere dove e con chi vorrete stare, mia cara. Tu sai che questa rimane sempre la casa a tua completa disposizione sia per te che per tuo marito. Noi siamo povera gente, che non ha studiato, ma il nostro cuore è sempre aperto e molto grande per te. – Grazie comara. Lo so che siete molto ospitali perché mi volete molto bene ed anche io ne voglio a voi tutti, che siete sempre così cari con me e mi volete riempire sempre di notevolissime attenzioni, che, forse, non merito! – Non dire schiocchezze. Anzi, scusatemi, per parlare, siamo rimasti in cima alla scalinata. Entrate, che ci mettiamo vicino al fuoco, visto che fa ancora molto freddo qui da noi. Accanto al focolare si sta molto meglio, anche se voi, dopo il matrimonio, siete arroventati! Così tutti e tre entrarono nella camera,che fungeva da sala da pranzo e da cucina con un grande focolare sempre ricco di legna arroventata. – Sai, mio marito è andato in campagna e non sarà qui molto presto perché dopo, dovrà accudire alle bestie. Tu avrai saputo che Antonia ha deciso, assieme al genero e alla figlia che stanno pensando di tornare definitivamente in Italia?! – Antonia è mia zia ed è sua sorella, che ha sposato mio zio, il fratello di mio padre di nome, anche lui, Antonio! E sembra che abbiano deciso di tornare definitivamente in Italia per godersi in pace la loro vecchiaia! – Mi farà piacere conoscerli, se sono, come dici sempre tu, delle persone meravigliose, che ti hanno voluto molto bene... – Ora su, cosa posso offrirvi, mentre parliamo e ci raccontiamo un poco di pettegolezzi del luogo, miei cari amici? – A me, basta un bicchiere d'acqua. Ad Elio puoi offrire un bicchierino di liquore. Naturalmente secco, cioè cognac o whisky. Lui non beve liquori dolci. Non gli piacciono. Se non li hai, non fa niente. Non è che sia un grande bevitore per cui non possa farne a meno. Visto che l'aria, qui, è molto più rigida di Campobasso ed umida, penso che gli farebbe piacere e, bere un bicchierino, fa bene per riscaldarsi un poco... – Non occorre. Non è necessario. Certo, col freddo che fa qui oggi, non ci starebbe male un bicchiere di cognac... Intanto Concetta si apprestò alla credenza e tirò fuori una bottiglia di liquore svizzero, dicendo: – Questa me l'hanno riportata dalla Svizzera i miei nipoti. Mi fa molto piacere aprirla per te e mi dirai se sarà di tuo gradimento o meno. L'ho conservata per le grandi occasioni e questa è, per me, una grandissima occasione. Così dicendo, prese il cavatappi ed aprì la bottiglia. Poi prese un bicchiere dalla credenza e lo riempì per offrirlo ad Elio. – Così pieno e grande... è troppo. È meglio meno! – Non occorre che tu lo beva tutto d'un fiato, puoi bertelo un poco per volta e con molta calma, mentre noi chiacchiereremo... – Non datevi disturbo. Saprò stare in silenzio, mentre voi spettegolerete fra voi. Il giovane sorseggiò il suo cognac e le donne incominciarono a spettegolare fra di loro. – Dimmi, comara, dove siete già stati? Raccontami come ti hanno accolta al tuo paese di Castel del Giudice e da chi siete stati. I tuoi amici cosa ti hanno detto quando ti sei presentata da loro con un meraviglioso marito? Certamente avrai scatenato anche una certa invidia! – Forse sì. Mi hanno guardata con certe facce... Per prima ci siamo fermati dalla signora della posta, mia vecchia e carissima amica. Infatti ci ha anche invitati a rimanere a pranzo da loro. Elio ha preferito proseguire per completare il giro e poi venire qui. Evidentemente non ha gradito rimanere fra loro. Dopo siamo passati a trovare Leonilde e la vecchia zia con figlio e nipoti. Poi siamo passati a fare visita a Cleonice, comara Antonietta e Teodora. – Da tua zia Censa non ci sei stata? – Ma, za Censa non sta a Napoli? Sai, da quando i figli si sono sistemati con il padre presso la Esso Oil Petroli, si sono trasferiti tutti in quella città. Quando torneranno farò visita anche a lei. Può darsi che si possa andare a trovarla addirittura a Napoli, se Elio lo gradirà... Dopo, per evitare che si facesse molto tardi, siamo venuti qui. La prima visita l'abbiamo fatta a Filomena di za Peppina che è stata molto gentile. Oltre al pranzo, ci hanno preparato anche il letto per la notte. Speriamo di stare bene. Elio ha un sonno molto leggero... – Da Filomena, che non ha figli, starete benissimo. Luigi esce molto presto la mattina per andare in campagna a lavorare. Perciò rimarrete padroni di casa voi! – Tutto ciò l'ho considerato molto bene. Perciò ci siamo diretti da lei, certa di non essere disturbati e di essere trattati divinamente. Infatti non mi sono sbagliata. – E qui? – Dopo aver pranzato da Filomena, siamo andati a trovare la comara Siria e la sua famiglia. Sai, il figlio lavora in Comune e può sempre essere utile! Dopo siamo passati dagli zii Di Lucente e successivamente siamo venuti qui da te. – E a me fa molto piacere avervi qui e poter chiacchierare con te piacevolmente. – A proposito. Dimmi, la levatrice si comporta sempre allo stesso modo? – Cosa vuoi sapere, se fa combutta sempre con la sua amica? – Sai, sono curiosa e perché certe cose non me le so spiegare. Elio, prima di salire, ha cercato di farmi capire cosa avviene di diverso fra donne e cosa non si può realizzare se non solo con l'uomo... – Ha perfettamente ragione. La gioia e il piacere che ti può dare un uomo, una donna non potrà in nessun modo darteli... Il discorso fu interrotto perché, proprio in quel momento, suonò alla porta l'amica dell'ostetrica. Elio, mentre le due donne ciarlavano fra loro, accanto al fuoco, appoggiato con il gomito al tavolo, sorseggiò il suo cognac. Poco dopo rientrò anche il padrone di casa con il quale si salutarono, dopo le presentazioni ed Elio, visto che era rientrato dal lavoro nei campi, disse alla moglie: – È il caso che si vada via. È tornato dalla campagna stanco ed avrà bisogno di cenare ed andare a riposarsi, dal momento che al mattino si alza molto presto... – Hai ragione. Andiamo. Intanto a Campobasso, la famiglia Scarlatelli, composta da Angelo, capofamiglia, dalla moglia Clorinda e dai figli Oreste, Antonio, Rosina e Franco si stava trovando in una situazione molto delicata. Angiolino, come in famiglia lo chiamavano, era segretario comunale con un sindaco sfegatato democristiano. Ultimamente avevano effettuato una gestione alquanto allegra. Nell'aria si incominciò a paventare un problema giudiziario. Così, stando in famiglia, si decise a parlarne con la moglie, che amava, anche se a modo suo, visto che continuava a tradirla con la stessa nipote, che, ora, lo aveva tradito, ingannato, per essersi andata a sposare senza seguire la tradizione familiare del matrimonio religioso, bigotto e senza chiedere, prima a lui, il permesso di farlo! C'è da dire che l'allegra amministrazione dei sindaci democristiani, aveva portato anche l'amico di Angiolino a comportarsi con una certa leggerezza amministraiva. Don Arturo, come lo chiamavano, era un dirigente del provveditorato agli studi del capoluogo molisano. Elia Giuseppe Del Gatto Fonte: http://orsetto-grigio.blogspot.com/ , 2 dicembre 2011.
- Due passi fuori dall'Abruzzo... a Capracotta
Ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile e i tuoi malanni puoi dimenticar; in fondo basta il minimo, sapessi quant'è facile, trovar quel po' che occorre per campar! Mi piace girare, ma ovunque io sia mi sento di stare a casa mia... Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar, lo puoi trovar! Così cantava Baloo nel "Libro della Giungla" ed aveva ragione! Oggi vi portiamo in una regione nascosta che ha dei posti bellissimi da visitare. Siamo in Molise, a Capracotta, tra le cime più alte dell'Appennino. Con i suoi 1.460 m. di altitudine rappresenta una stazione invernale di sci nordico ed alpino e una stazione per passeggiate ed escursioni nelle altre stagioni. È una regione molto ospitale e specialmente in estate... sempre in festa! Un appuntamento da non perdere è la sagra della Pezzata, un evento pastorale che si svolge sul pianoro di Prato Gentile e per farvi capire meglio di cosa si tratta vi citiamo qualche numero: 700 kg. di pecora, 800 kg. di agnello consumati, 100 persone impegnate nell'organizzazione e tante tante altre a degustare questo piatto simbolo delle civiltà della transumanza e a fare "baldoria". A Capracotta è inevitabile cimentarsi in un viaggio culinario perché la regione vanta tanti prodotti tipici, dal pecorino ai latticini. Cucina, artigianato e tradizioni che si uniscono ai paesaggi suggestivi e alle montagne incontaminate. Da un lato Monte Capraro, dall'altro Monte Campo, due giganti che si fronteggiano quasi a protezione del paese. E proprio in questi luoghi nel 2015 ci fu la più abbondante nevicata in un giorno: 256 cm. di neve in 16 ore. Un record mondiale! Siamo venuti da queste parti in una soleggiata domenica d'autunno. La prima sosta è stata nel paese, una buona colazione e una passeggiata tra i vicoli e le numerose fontane fino ad arrivare nel parco giochi comunale, tappa fissa di ogni meta per un po' di divertimento. Ad un passo da Capracotta c'è il Giardino della Flora Appenninica, qui la passeggiata è nella natura. Un rigoglioso orto botanico naturale che custodisce tutte le specie vegetali dell'Appennino centro meridionale. Lungo il percorso si trovano interessanti tabelle illustrative con spiegazioni e curiosità. Un viaggio straordinario nella biodiversità. Viaggiando si impara... sempre! Usciti da questo giardino ci dirigiamo verso l'Hotel Monte Campo perché proprio dietro la struttura parte una piacevole escursione con veduta del borgo e della valle sottostante. In questa zona ci sono tanti percorsi da fare e tanti sport da poter praticare. Ripresa la macchina andiamo verso Prato Gentile; qui d'inverno si pratica sci di fondo e per chi vuole esplorare in tranquillità i paesaggi innevati c'è la possibilità di camminare con le ciaspole, mentre per i più piccoli è presente uno snow park con gonfiabili e giochi. In estate è possibile praticare nordic walking , divertirsi nel Parco Avventura tra ponti tibetani, funi e carrucole oppure semplicemente rilassarsi distesi sui prati. Noi siamo arrivati in questo grandissimo prato in una stagione che lo rende magico: l'autunno. I colori trasmettono un senso di pace, quasi a far pensare che il bosco ora si stia riposando dopo il frenetico fulgore estivo. La natura si prepara all'inverno e alle sua abbondanti nevicate rallentando i ritmi. E così anche noi facciamo lo stesso, rallentiamo e ci concediamo attimi di pace, ascoltando i suoni che regala la natura, cercando nelle foglie figure di fantasia, giocando a nascondino fra gli alberi e ogni tanto restando anche in silenzio. Sì, ancora una giornata meravigliosa! E se non ne avete ancora abbastanza, prima di riprendere la via di casa potete fermarvi anche a Pescopennataro che oltre ad essere un borgo autentico ha una pineta che vi farà immergere nello scenario del "Parco di Pinocchio". Elisa Col Fonte: https://ingiroapiunonposso.it/ , 25 novembre 2019.
- Il masso caduco di Franceschiello
Per inaugurare la serie di escursioni esplorativo-letterarie da me ideata, ho pensato di dedicare la prima uscita del 25 luglio scorso a un evento storico che ebbe vasta risonanza nel Molise ottocentesco: la visita del principe e futuro re Francesco Gennaro Giuseppe Saverio Giovanni Battista Borbone (1777-1830) nel 1824 a Capracotta. Il 16 settembre di quell'anno, infatti, il principe ereditario delle Due Sicilie, che da alcuni giorni soggiornava a Montedimezzo, entrò a cavallo a Capracotta dal Rione S. Antonio, scortato dal suo fedelissimo codazzo e accolto dal sindaco Leonardo Antonio Conti e dall'arciprete Vincenzo Campanelli. Francesco aveva deciso di visitare la nostra cittadina perché intenzionato ad osservare dal punto più alto le sette province del Regno, quel Regno che quattro mesi dopo sarà suo per la morte improvvisa del padre Ferdinando I (1751-1825). La nostra escursione ha quindi avuto come obiettivi quello di ripercorrere una parte del sentiero borbonico dall'abitato di Capracotta alla croce di Monte Campo e, soprattutto, quello di cercare la grossa pietra sulla quale il principe Francesco aveva appoggiato l'augusto piede due secoli fa mentr'era intento ad ammirare il panorama: quel masso era rimasto sulla sommità del Campo almeno fino al 1900 quando alcuni sacerdoti e cittadini capracottesi di idee liberali non decisero, in sfregio al Borbone, di precipitarlo nel dirupo a settentrione. Per cercare il "masso caduco di Franceschiello" (così lo definì erroneamente la scrittrice Lina Pietravalle) ci siamo basati su due fotografie: una scattata sulla vetta di Monte Campo dal cav. Giovanni Paglione prima che il macigno venisse scaraventato giù, l'altra realizzata da Alfredo Trombetta nel 1910 subito dopo il "fattaccio". Partiti alle 8:15 da piazza Emanuele Gianturco, siamo stati guidati dagli esperti Erberto Paglione e Achille Conti fin sulla cima del Campo dove abbiamo cercato e trovato il luogo esatto in cui poggiava il "masso caduco": al di sotto di quella cresta una conca in cui poteva trovarsi l'agognato masso. Tornati a Portella Cieca abbiamo velocemente attraversato la faggeta a nord di Monte Campo e, poco prima di toccare la Selletta, ci siamo diretti al valico esistente tra il Campo e il Ciglione. A quel punto abbiamo nuovamente asceso, al di fuori della sentieristica convenzionale, la parete rocciosa del Cuandóne Pezzùte per giungere perpendicolarmente sotto la croce di ferro, dove pensavamo che stesse il pietrone. Dopo alcune indagini legate alla conformazione, alle dimensioni e alla sua posizione, abbiamo individuato un papabile "masso caduco di Franceschiello". A ciò si aggiunga che Luigi Campanelli scrisse nella sua monografia capracottese del 1931 che su quel macigno esisteva forse un'iscrizione a ricordo dell'evento del 1824, il che la renderebbe unica e inconfondibile. Tuttavia, giacché la pietra che abbiamo identificato come quella più probabile è conficcata orizzontalmente nel terreno ed offre all'escursionista il suo "lato b", sarebbe necessario capovolgerla per verificare la presenza di una qualche incisione: operazione che non può avvenire se non grazie all'aiuto di molte braccia. Carichi di timido ottimismo ci siamo diretti sulla strada che porta a Prato Gentile e, intrapreso un sentiero della Guardata, siamo rientrati a Capracotta alle 12:00, certi che serviranno ulteriori indagini per confermare o confutare la nostra modesta scoperta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta , in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; L. Pietravalle, Nel Sannio mistico , in «La Lettura», XXIV:1, Corriere della Sera, Milano, 1 gennaio 1924.
- La Fonte Brecciaia e la Guardata
L'origine del nome Brecciaia deriva sicuramente dalla roccia sgretolata dai normali processi di erosione da parte degli agenti atmosferici, molto attivi nelle nostre zone, contraddistinti da sbalzi di temperature molto accentuati e dall'inclemenza del tempo. La Fonte Brecciaia caratterizzava, assieme al Pilone Vecchio, la vita agreste della zona chiamata Guardata, situata a nord di Capracotta, che nei tempi passati veniva scommessa l'8 maggio, in cui generalmente coincideva il primo e completo disgelo primaverile. Essendo la zona sottoposta all'esercizio del pascolo e del legnatico (uso civico), essa era riservata nei mesi estivo-autunnali sequenzialmente ai buoi aratori, ai cavalli, alle mucche ed infine a pecore e capre. Nella stagione primaverile c'era un notevole flusso di acqua sorgiva che, oltre ad alimentare la fontana, allagava tutta la zona sottostante dove era ubicato un edificio adibito alle normali operazioni di mungitura, che per tale motivo fu poi abbandonato. Ingenui, ardimentosi e incoscienti, quand'eravamo bambini ci addentravamo in quell'edificio nella speranza di trovare qualche baule pieno di dobloni d'oro, e, rischiando l'osso del collo poiché era fatiscente e pericolante, cercavamo di imitare i cercatori d'oro di quei libri di avventura che ci affascinavano e ci ammaliavano. Negli anni '60, nelle vicinanze della fontana, furono messi in opera dei bagni con acqua corrente, utilizzati dai campeggiatori sistemati nel campo sportivo in disuso e quasi mai utilizzato in quel periodo. L'acqua della fontana è tuttora alquanto leggera e generalmente fredda, caratteristica che faceva sì che quando ci dissetavamo come cammelli, dopo la fine del primo tempo di qualche partita di calcio effettuata sotto un cocente sole estivo, accadeva che qualche malcapitato sperimentasse a suo spese gli effetti diuretici dell'acqua! Filippo Di Tella
- La ribellione "buona" di Maria Assunta
«Qualche volta persino le previsioni del tempo ci saltano: una cosa che non mi è mai andata giù». Maria Assunta Padula, vulcanica massaia nata e cresciuta in un paesino di 700 anime arroccato a 820 metri sul mare, Pescolanciano, ha scelto di ribellarsi allo spopolamento del Molise. «Una regione sconosciuta più che dimenticata», commenta Maria Assunta. E aggiunge: «Sono sempre stata una ribelle. A 10 anni volevo leggere "L'amante di Lady Chatterly", ma dovetti aspettare i 25. Nel 1964, imitando la tv, iniziai a portare la minigonna nel mio paese. Mi sposai solo a 27 anni, ormai "zitella"; a 47 anni, dopo la nascita del secondo figlio, conclusi da privatista gli studi che avevo dovuto abbandonare in seconda media perché mia madre volle mettere a tacere le false voci di professori ventenni innamorati di me, ragazzina cresciuta precocemente. Da allora non mi sono mai fermata». Missione: recuperare le tradizioni locali, a cominciare dalle antiche sementi, e far conoscere un territorio e una civiltà a rischio di cancellazione. Pescolanciano, il paese in provincia di Isernia, è abitato soprattutto da pensionati e «qualche ragazzo di 50 anni che lavora tra Isernia e Campobasso»; ma Maria Assunta non è sola. Accanto a lei il marito, per cinquant'anni muratore, i figli (Nicola, 38 anni, carabiniere a Capracotta, e Gianfranco, 34 anni, metalmeccanico a Val di Sangro), e un gruppo di amiche e vicini di casa. Assieme hanno iniziato a piantare su un terreno, poi due, quest'anno tre terreni per complessivi 4 ettari, granturco, fagioli e ceci di cui si erano perse le sementi. E, sempre in movimento tra gli studi di storia e tradizioni, la militanza politica e la partecipazione come attrice a cortometraggi amatoriali, Maria Assunta ha recuperato ricette di una volta, quando non si trovava pane fresco tutti i giorni. «Il pane raffermo veniva bagnato nei pomodori e farcito con un soffritto – spiega Maria Assunta – di salsicce secche (conservate nel lardo del maiale), frigitelli (i peperoncini verdi) e pancetta. Ed ecco il panunto, perfetto per la domenica sera». Perfetto se nel frattempo hai smaltito il pranzo respirando l'aria buona di montagna, magari passeggiando in una delle due riserve naturali: Montedimezzo e Collemeluccio. Da vedere il castello del 1400, in cui i duchi d'Alessandro costituirono un'importante pinacoteca e una fabbrica di ceramiche che iniziò a fare concorrenza a quella di Capodimonte. Tradizione a cui è dedicato uno dei tre musei inaugurati nel 2014: quello della ceramica, appunto; il museo didattico dei castelli e quello della civiltà contadina, che ospita un centinaio di pezzi - dall'aratro alla macchina da cucire - raccolti dal marito di Maria Assunta, Franco. Intorno a loro una rete virtuosa (soprattutto donne) che sta abbracciando il Molise. « Per fortuna – dice Maria Assunta – ci sono ragazzi che tornano, o semplicemente restano » . Come Loreto e Luca Beniamino, rispettivamente 31 e 29 anni, che hanno scelto di non lasciare Capracotta, un paese a 1.421 metri di altitudine, e iniziare a coltivare come facevano i nonni. Così è nata l'azienda agricola Le Miccole, nome dialettale delle lenticchie che a Capracotta sono piccolissime e policrome. Laurea in Economica, tesi sulle "Donne del latte", undicesima generazione del pluripremiato caseificio di famiglia, anche Serena Di Nucci è in campo per la riscossa del Molise. È la prima di tre figli che sta affiancando Franco Di Nucci nella promozione di Agnone, il paese di pietra un tempo capitale del rame, attraverso la sua storia e le sue tradizioni, come le campane della fonderia Marinelli, la seconda impresa più antica del pianeta, e la festa della 'Ndocciata, un fiume di fuoco che attraversa il paese la sera dell'Immacolata e quella della Vigilia di Natale, oltre che attraverso i loro caciocavalli. Massaie illuminate anche le signore di San Giuliano del Sannio, che per le feste di famiglia preparano i fiadoni, caratteristico dolce-rustico tipico dei matrimoni. « Il segreto – dice Carmela Di Soccio, ex insegnante – è nell'abilità delle massaie di intuire il momento giusto per il formaggio semi-fresco di mucca che, unito a zucchero e limone, offre un retrogusto inimitabile ». Matrimonio o fidanzamento. Il Molise festeggia con la danza del contromalocchio, in ricordo della fattucchiera che debellava il male con una formula e una danza isterica. Ambasciatori nel mondo di balli, canti e strumenti tipici del Molise i 34 elementi del gruppo folcloristico di San Giovanni in Galdo, i Zig-zaghini. « Un nome evocatore del nostro girovagare, dagli Stati Uniti al Venezuela, dal Canada al Medio Oriente, e del passo della quadriglia, ballo portato dai francesi » , racconta Marco Messone, che ha acquisito la direzione del gruppo dal nonno, Nicolino Di Donato, autore delle ricerche etnografiche e etnomusicali che hanno permesso di riscoprire il folclore locale. Dalla provincia di Isernia siamo arrivati a quella di Campobasso. Ad unirle il tratturo, per i molisani segno forte di riconoscimento in quanto vera e propria orma lasciata dalla transumanza. Dalle donne del Molise l'invito a scoprire un mondo che credevamo scomparso. Caterina Ruggi d'Aragona Fonte: https://27esimaora.corriere.it/ , 15 dicembre 2014.
- Per Elvira
Lo scorso maggio si è spenta a Campobasso Elvira Tirone Santilli, una delle voci letterarie più significative del Novecento molisano. Elvira si è spenta serenamente come era vissuta. La sua lunga esistenza è stata ricca di affetti familiari, piena di successi professionali come docente, e di sinceri apprezzamenti per la qualità della sua attività culturale. Certo, come a ognuno di noi, non le erano mancati dolori, lutti e sofferenze, ma aveva affrontato ogni ostacolo con fronte serena e passo lieve. Con lo stesso spirito aveva vissuto i bagliori e i capovolgimenti del Novecento, sforzandosi incessantemente di comprenderli, pur senza mollare la barra della coerenza e dell'intimo convincimento. Sta di fatto che in pieno 1968, in perfetta dissonanza con l'aria che tirava e le barricate materiali e ideologiche alzate in mezzo mondo, aveva dato alle stampe il suo primo romanzo, che con voce cristallina e scrittura piana affrontava un argomento di tutt'altro tenore, mettendo in scena un territorio ai più misconosciuto - Capracotta e l'Alto Molise - e un mondo di affetti percorso da problematiche familiari e scosso dai radicali mutamenti imposti dal travaglio bellico. Nelle intense pagine di "Oltre la valle" (1968, III ristampa 1999) si coglieva il profondo, assoluto amore della protagonista per la natura e il suo paese natale, così come affiorava - elemento da non sottovalutare - l'atteggiamento distintivo di Elvira verso la vita e le cose, ovvero l'esigenza di far bene, ma con il dono del sorriso, del pizzico di ironia, che, oltre a stemperare i drammi e a condire la giornata, è sempre segno sicuro di intelligenza. Giunta alla svolta dei quarant'anni, lei aveva avuto urgenza di narrare delle sue radici, di soffermarsi sul suo privato - inquadrato nella più vasta trama della storia lungo le tappe più importanti del secolo, dagli albori del Fascismo fino alla ricostruzione del secondo dopoguerra - e lo ha fatto con grande onestà intellettuale. Dopo "Oltre la valle" la sua penna, grazie al suo «cervello a scacchi» non si è fermata più. In occasione del centenario della battaglia di Dogali ha appuntato la sua attenzione sul dramma vissuto allora dal prozio del marito Giovanni Tirone curando la riedizione delle lettere ("Un molisano a Dogali", 1987, ristampa 1988). Si è inoltrata in sentieri da lei quotidianamente praticati come docente, quando ha intavolato un colloquio con Belzebù, simbolo della nostra cattiva coscienza, quella che rende incapaci di affrontare le conseguenze delle nostre scelte ("A colloquio con Belzebù", 1991, Premio "Scopri l'Autore"). Nel 1996, riprendendo il mito di Aracne, ha esaminato il cammino muliebre verso il riconoscimento delle proprie attitudini nel romanzo "Il sentiero di Aracne". La raccolta poetica "L'ora dei sogni", dopo molti ripensamenti, perché Elvira rimaneva sempre con i piedi ben piantati per terra, e non presumeva di sé, finalmente ha visto la luce nel 2005. E poiché «vividi di luce, i richiami allo spirito guizzano come le minuscole stelle del cui palpito trema il silenzio cupo della notte» si è sentita sempre spronata alla conoscenza, dandone prova con i suoi meditati contributi sulla stampa, con il suo fattivo sostegno alle associazioni di cui ha fatto parte, come la Fidapa, di cui è stata presidente, con la sua presenza agli incontri culturali. Era anche un voler dire: "Ci sono...", ma negli ultimi tempi notavo con tristezza che, pur conservando la figura snella e svelta di sempre, la massa dei capelli corvini un po' ribelli che la distingueva tra mille adesso era meno folta e sembrava troppo docile al pettine. Ci siamo conosciute nel 1969, quando, fresca di nomina come docente sono giunta all'Istituto Magistrale, e, sull'onda lunga del successo ottenuto da "Oltre la valle" , volli leggerlo subito . Non mi è capitato spesso di acquistare svariate copie dello stesso libro, ma quella volta tornai in libreria per farne gradito dono a sorelle e amiche. Erano tanti i motivi che mi avevano affascinato dell'opera, e alcuni li espressi in una lettera (mi è più congeniale la penna della parola) alla collega Elvira; è nata così la nostra lunga amicizia, anche se ondivaga, perché diverse volte ci siamo perse di vista, ma ci siamo spesso ritrovate davanti a nuovi interessi da condividere o impegni da portare avanti. Nell'ultima nostra telefonata, io ero in partenza, aveva scherzato sul suo novantesimo compleanno, festeggiato nell'affetto della numerosa parentela. Per attutire il cocente rammarico di non averla potuta accompagnare all'ultima dimora, ho ripreso in mano qualcuna delle sue poesie. Che dire? Mi hanno avvolta le immagini della madre giovinetta, le lucciole della sua infanzia, il suo orgoglio di madre, il suo affetto per i morti di tutte le guerre civili, il gentile ricordo della suocera, e ogni pagina, illuminando un angolo del suo prezioso scrigno segreto, mi ha restituito Elvira, rivelandomi, grazie alla ricchezza del suo sentire, i tanti fili che tessono la trama dorata del suo canto sommesso e palpitante. Rita Frattolillo Fonte: https://ritafrattolillo.blogspot.com/ , 27 giugno 2013.
- Corpi di Gloria
Quando ero una ragazzina passavo buona parte della mia estate in un piccolo paesino di montagna, Capracotta, luogo d'origine di mia madre. Non saprei spiegare, se non con le immagini suggerite dalla nostalgia, quei mesi caldi passati lontano dal mare. C'è una villa comunale a Capracotta, piccola come è piccolo quasi tutto, ma il cielo no, quello è davvero immenso. Mi stendevo sull'erba, nessun palazzone all'orizzonte - non ne esistono - attenta che l'occhio non incontrasse altro che l'azzurro, davanti, dietro e intorno a me. In quei momenti ero niente e tutto, cielo infinito e nuvole, mi annullavo nell'impressione che tutto mi appartenesse e che io stessa non appartenessi a niente. Potevo avvertire una sola emozione: la malinconia. Credo non esista uno stato d'animo più appropriato all'adolescenza della malinconia, quel magone di cui è difficile spiegare l'origine, ma che afferra la bocca dello stomaco: nessuno è più tormentato e provato come chi alla vita si è da poco affacciato. In questo suo esordio letterario, Giuliana Altamura dipinge con tratti sicuri emozioni impalpabili, stati d’animo evanescenti eppure scuri e forti, perché a vent'anni ogni cosa è enorme, tranne forse la morte. "Corpi di Gloria" è un lungo racconto: Gloria e Andrea sono due fratelli riunitisi in vacanza dopo un periodo di separazione, attorno a loro amici, amanti, genitori, ognuno con la propria vertigine, il proprio senso d'impotenza, le potenzialità che non riescono ad esprimersi. Non solo le persone fanno da cornice, ma anche una Puglia amica e nemica, e Riva Marina, luogo della villeggiatura di Gloria e della sua famiglia, pare usuale e ignota nello stesso identico momento. L'indolenza d'agosto lascia spazio solo ai tormenti interiori fino a che la vita non decide di squarciare il caldo con la sua manifestazione più violenta e naturale: la morte. Eppure "il cielo sulle spalle di Gloria è immenso", così come il suo amore per il fratello e il vuoto dentro di lei: un buco nero che la fagocita. E Gloria ama, e lotta con il cibo e con se stessa. E in fin dei conti in una storia che parla di ventenni come poteva non rivelarsi forte, distruttivo, tracimante, enorme e fugace l'amore? Morboso, torbido, gentile, ingenuo, l'amore fraterno, quello carnale, quello materno. Tutto è amore, proprio perché ognuno dei protagonisti di questa storia crede di non meritarlo, lo insegue e non lo avverte, lo cerca nelle ferite e nelle pieghe nel grembo materno, nel frigorifero, in un corpo morto che galleggia sull'acqua. È una lettura incalzante e scorrevole insieme quella di questo breve testo, che mercoledì arriverà in libreria, in cui per forza di cose si finisce per riconoscersi, ricordare la propria giovinezza nel senso più vero del termine, un'immedesimazione che toglie il velo della nostalgia per restituire quello crudo della realtà all'età più feroce dell'esistenza. Non si è mai così grandi, e soli, e disperati, e capaci di tutto come quando si è inesperti e nuovi al mondo. Dialoghi riuscitissimi, un ritmo sostenuto che non permette distrazioni ed esige un finale; uno spaccato tanto breve eppure capace di donare identità completa ad ogni personaggio e a lasciarci intravedere il futuro possibile di ognuno, quasi si trattasse di conoscenti o amici del passato: noi stessi e quelli che erano con noi, nella nostra villeggiatura. Quante volte vi siete chiesti come sarebbe tornare indietro? Io molte, e molte volte avrei voluto la possibilità di ripetere daccapo tutto, per cambiare e trovarmi oggi diversa. Ma dopotutto, non vi pare già un miracolo essere sopravvissuti all'adolescenza? Marina Vitale Fonte: https://www.letteratu.it/ , 27 gennaio 2014.
- La nuova linea telegrafica di Capracotta
Il 17 luglio vi è stata l'inaugurazione di questo nuovo servizio di comunicazione elettrica, ma sia per la fama nazionale che lo precede, sia per l'ubicazione della linea, da esso poco d'utile e di comodità ci attendiamo. A parte le difficoltà d'avere le comunicazioni coi maggiori centri, per giunta questo posto telefonico è stato collegato - con quale criterio e perché non sappiamo - al centralino di Carovilli con cui Capracotta quasi non ha nulla a che vedere, sia sotto il punto di vista privato, sia commerciale. Quando si doveva allacciare ad un altro mandamento vicino, sarebbe stato opportuno prescegliere il centralino d'Agnone, con cui Capracotta ha anche linea telegrafica diretta, la cui palificazione che scende a valle si sarebbe prestata bene per l'appoggio della linea telefonica e l'Amministrazione avrebbe economizzato tutta la spesa per l'impianto a nuovo della linea telefonica Capracotta-Carovilli. Linea che l'Amministrazione si vedrà subito costretta a rimuovere perché corre tutta in alta montagna e specie il tratto che percorre Monteforte d'inverno è inaccessibile ai guardafili ed esposto agli effetti di continue e violentissime bufere. E non esageriamo: una linea telegrafica che un tempo collegava Capracotta a Carovilli passante per lo stesso Monteforte, l'Amministrazione dei telegrafi dové togliere; l'attuale linea telefonica costruita nell'estate-autunno del 1921, fu subito nell'invernata scorsa abbattuta dall'intemperie per oltre 2 chilometri. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Echi molisani , in «Eco del Sannio», Agnone, 4 agosto 1922.
- Il confine settentrionale del Regno di Sicilia
Le due province del Regnum Siciliæ , dette Ducatus Apuliæ e Principatus Capuæ , erano tagliate in senso orizzontale da un confine la cui esistenza non fu mai formalmente riconosciuta nell'organizzazione militare ed amministrativa della monarchia ruggieriana, ma che rappresentò invece, per il Papato fino al trattato di Benevento del 1156 e per l'Impero d'Occidente, il confine settentrionale del Regno normanno. Tale confine può essere così ricostruito: dopo aver seguito il corso del fiume Garigliano, dalla foce sul mare Tirreno fino alla confluenza del Liri con il Gari, piegava verso nord-est e poi verso nord, così come procede l’attuale confine tra le province di Gaeta-Caserta, Isernia-Frosinone; al monte La Meta deviava verso nord-est e raggiungeva prima il fiume Sangro, poi il Trigno, che percorreva fino alla foce sul mare Adriatico, secondo come è tracciata l'attuale divisione tra il Molise e l'Abruzzo, ad eccezione del fatto che questo antico confine abbandonava il fiume Sangro all'altezza di Castel del Giudice e raggiungeva il Trigno da Capracotta seguendo la valle del fiume Verrino, ponendo così al nord i paesi di Pescopennataro e Belmonte del Sannio, che oggi sono inclusi nel Molise. Questo confine, dal punto di vista romano, come mostra il Liber Censuum , separava dal Regnum Siciliæ le terre di Marsia e ultra Marsia, il cui possesso fu riconosciuto a re Guglielmo I di Sicilia soltanto nel trattato di Benevento del 1156 dal pontefice Adriano IV. Le terre di Marsia erano costituite dalle diocesi di Aprutium, Penne, Chieti, Valva, Forcone, Marsia, Gaeta, Fondi; quelle ultra Marsia erano costituite da una parte delle diocesi di Rieti e di Ascoli Piceno. Secondo il punto di vista imperiale, in particolare di Federico I di Svevia, tale confine segnava il limite settentrionale del Regno normanno per due motivi: perché era questo il confine settentrionale riconosciuto dall'imperatore Enrico II al principato di Capua, ed al ducato di Puglia da lui stesso creato per Melo di Bari; perché tutte le terre a nord di questo confine, cioè le terre di Marsia e ultra Marsia del Liber Censuum , appartenevano all'impero, essendo state parti del ducato di Spoleto, a sua volta parte del Regnum Italicum . Errico Cuozzo Fonte: http://www.cesn.it/ , 16 febbraio 2004.
- Laura Carnevale, una donna contro il clero di Capracotta
Dai regesti del notariato e del decurionato frentano relativi al XVII secolo ho estratto un testamento davvero curioso, datato 10 aprile 1617 e firmato da Laura Carnevale di Capracotta, vedova di Marco Antonio Coccio di Sant'Angelo del Pesco. In realtà Laura era al secondo matrimonio perché in prime nozze aveva sposato un capracottese, Lazzaro Di Bucci, colui che diversi anni prima aveva patrocinato, all'interno dell'antica Chiesa Madre, una cappella posta al di sotto dell'organo, poi donata al clero locale. Il testamento di Laura cominciava con una formula di rito: «In terra Sancti Angeli de Pesco Pennatario et proprie in domibus Marci Antonij Cocci» tanto che è possibile notare, sin dall'incipit, come la terra di Sant'Angelo del Pesco debba il suo nome (e la sua stessa esistenza) alla vicina Pescopennataro. La disposizione testamentaria continuava così: Lassa essa testatrice che si faccia una cappella et quatro nella chiesa matrice di St° Agnelo in detta terra di St° Agnelo per detti suoi heredi con l'imagine della Trinità S.ma e de St° Martino, et ai piedi di essa farci fare l'immagine di essa testatrice e di detto Marco Antonio Coccio suo marito, de prezzo et valore de cinquanta docati. Item essa Laura testatrice dechiara et asserisce li anni passati haver fatto una certa donatione allo Clero et preti di Capracotta de docati quattro cento per mano de don Prospero Carfagno di Capracotta in beneficio de detto Clero; la quale donatione essa testatrice vole espressamente che sia nulla et invalida. A quanto pare Laura Carnevale disponeva che alla sua morte gli eredi innalzassero nella Chiesa di Sant'Angelo una cappella dedicata alla Santissima Trinità e a san Martino e realizzassero dipoi un'immagine dei coniugi Coccio a testimonianza del lascito. Al contempo la signora chiedeva l'annullamento della donazione fatta dal primo marito al clero di Capracotta, cioè quando Lazzaro Di Bucci aveva elargito 400 ducati a don Prospero Carfagna, canonico di Santa Maria. Laura ne aveva già parlato col vescovo di Trivento, il francescano Paolo del Lago, e la sua strana richiesta era dettata dal fatto che «la volontà de Lazzaro de Buccio suo primo marito [...] di lasciare ogni cosa alla Chiesa non fu vero, atteso che li preti di Capracotta lo sedussero a far fare detta declaratione et fu ingannata». Che fine ha fatto la cappella della Trinità a Sant'Angelo del Pesco? E il quadro di Marco Antonio e Laura? E della cappella dei Di Bucci a Capracotta che ne è stato? Tutto perduto, ché omnia fert ætas . Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Cocozza, Dai vertici degli Ordini al Regio Patronato: il caso di Paolo Bisnetti de Lago e la diocesi di Trivento (1606-1621) , in «Mediterranea», XII:35, dicembre 2015; C. Delle Donne, Nostalgia: Sant'Angelo del Pesco , San Leucio, Isernia 2002; C. Marciani, Regesti marciani: fondi del notariato e del decurionato di area frentana (secc. XVI-XIX) , voI. I, Japadre, L'Aquila 1987; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; F. Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia , Enne, Bari 2003.
- Il Verrino e le sue cascate
Il fiume Verrino, con la sua sorgente posta a quota 1.250 m.s.l.m., ai limiti dell'abitato di Capracotta in località Ara Petracca, si sviluppa per circa 24 km., bagna i territori dei Comuni di Capracotta, Agnone, Castelverrino, Poggio Sannita, Pietrabbondante e Civitanova del Sannio, per poi confluire nel fiume Trigno in località Sprondasino. Il nome Verrino ha sicuramente origini romane. Ci sono due contrastanti versioni di derivazione, la prima attribuisce l'origine al console romano Lucerio Verino, mentre la seconda, più verosimile, al maschio della specie suina adibito alla riproduzione, il verro (lat. verres ), visto che nessun animale, come il maiale, ha rivestito un'importanza così fondamentale nell'economia alimentare di tante popolazioni. Dalla corruzione dell'antica denominazione verres si è dunque passati al nome Verrino, diminutivo di "verro". Pensare che Comuni come Agnone e Capracotta utilizzassero l'acqua del Verrino come unico bene primario per la sopravvivenza umana e dell'ambiente è alquanto riduttivo, in quanto le caratteristiche orografiche del terreno permisero di sfruttare le cascate delle sue acque mettendo in opera nel XVII secolo opifici come ramere e mulini, e, all'inizio del XX secolo, delle centrali idroelettriche. Basti pensare che l'illuminazione elettrica pubblica nel Comune di Capracotta risale al 1901, mentre a Milano arrivò soltanto nel 1905! Ai piedi delle due cascate del Verrino si erano formati dei piccoli invasi che venivano usati ad inizio stagione per lavare le pecore, i cosiddetti bagnaturi . Non bisogna dimenticare che negli anni '50 quello fu il teatro di tragedie umane, come l'annegamento di due bambini caduti in questi piccoli laghetti in località Pisciarello. Nelle vicinanze del mulino di Santa Croce, precisamente sotto la masseria Amicone, a 1.050 metri di quota, mio nonno Domenico sperimentò per un triennio la coltivazione del caffè. Fu costretto a malincuore a più miti propositi perché, sebbene l'appezzamento di terreno fosse piccolo, a quei tempi era necessario sfamare nuove bocche, non soddisfare il suo fine palato! E così tornò presto a tostare e macinare l'orzo per il buon caffè mattutino. Con l'avvento della Seconda guerra mondiale il territorio prospiciente il fiume Verrino fu interessato, suo malgrado, da episodi bellici sia a favore dei prigionieri alleati scappati dal campo di prigionia di Sulmona, sia da episodi ostili agli occupanti tedeschi. Durante l'occupazione tedesca, nell'ottobre del '43, il luogo fu teatro di un episodio di belligeranza da parte degli occupati che, con i moschetti prelevati nella notte del 10 settembre dal fabbricato del Tiro a Segno di Capracotta, operarono nei pressi della cascata del Verrino un agguato a una pattuglia nemica intenta a requisire vettovaglie ferendo quasi mortalmente un militare. Fu un'azione alquanto avventata che comportò la reazione da parte dei belligeranti con le batterie antiaeree, adiacenti la casa cantoniera ubicata centralmente alle due stazioni ferroviarie Verrino-Cassillo, che si scatenarono per quasi tre settimane ad "alzo zero" contro la frazione Guastra al minimo sospetto o movimento. Di conseguenza la messa in opera di postazioni militari nelle case coloniche lasciate disabitate per le conseguenze dell'attentato fece sì che la frazione diventasse terra di nessuno. Filippo Di Tella
- Neve da record a Capracotta
Capracotta, chi altri se no? Il paese più alto degli Appennini, con i suoi 1.421 metri sul livello del mare, annualmente si mette in evidenza per la quantità di neve che lo ricopre. Non solo centimetri, ma metri. La sua web camera, collocata in piazza Falconi, è un legame imprescindibile per i tanti emigrati che hanno così modo, quotidianamente, di controllare il loro piccolo angolo di Paradiso. Tra un camion e qualche automobile, d’inverno il vero protagonista è il manto bianco. Tra il 7 e l'8 marzo scorsi, in appena sedici ore, sono caduti più due metri e 56 centimetri di neve, tanto da far parlare di primato mondiale che il paese avrebbe strappato a due località statunitensi. Proprio partendo da questo record - in fatto di guinness gli americani sono particolarmente sensibili - la notizia ha avuto forte risonanza soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. La CNN, tra le maggiori e più note emittenti a stelle e strisce, ha mandato in onda più servizi video e ha pubblicato una news apposita sul proprio sito web. Altri giornali - quali Mirror, Telegraph, Time - hanno diffuso la notizia, accompagnandola al "timore" che cada il primato attualmente detenuto da Boston e da Silver Lake, in Colorado, per la nevicata del 1921 (193 centimetri di neve in 24 ore). A decidere a chi andrà il primato dopo l'evento italiano sarà l'Organizzazione meteorologica mondiale. Il Mirror ha intervistato una residente del posto, la quale ha raccontato di aver vissuto tutta la vita a Capracotta e non di non aver mai visto una nevicata del genere. Il Telegraph ha titolato il proprio pezzo "Il paese che ha raggiunto gli otto piedi (2,5 metri, ndr ) di neve in un giorno", pubblicando le foto della nevicata. « Un paesino italiano – si legge sul quotidiano inglese – potrebbe diventare uno dei luoghi più nevosi del mondo dopo essere stato ricoperto da 2,56 metri di neve in meno di 24 ore. Gli abitanti salgono su grossi cumuli di neve per entrare nelle finestre ai primi piani e vanno in giro con ciaspole e sci » . I giornalisti di TeleAesse, la dinamica web-tv dell'Alto Sangro, hanno fatto sapere di essere stati contattati dalla giornalista Margot Haddad della CNN, in possesso di molti scatti fotografici sulla nevicata molisana reperiti attraverso la rete, ma a corto di immagini. Facendo una ricerca su Youtube, la giornalista americana ha scoperto il video dell'emittente con le spettacolari immagini della neve a Pescopennataro, paese vicino a Capracotta, convincendosi di poterle utilizzare sulla piattaforma CNN. La redazione della tv ha rilasciato l'autorizzazione a Mrs. Haddad con la promessa che, nel mandare in onda le immagini, citi il riferimento della fonte. Gabriele Di Nucci Fonte: G. Di Nucci, Neve da record a Capracotta , in «Forche Caudine», Roma, aprile 2015.
- La grande tristezza
Quando arrivò il treno proveniente da Isernia la corriera era ferma già da quindici minuti alla stazione di San Pietro. Corrado aprì le porte e il primo a salire fu il vento che gli assestò un fresco e dolce ceffone. Passato il brivido che lo aveva fatto tremare, si presentò ai suoi occhi un'immagine sconosciuta per quei posti di pecore e di lupi. Davanti alle porte una signora chiedeva se quella fosse la corriera per Capracotta, e quasi balbettando lui le rispose di sì, invitandola a salire. Era diversa dalle femmine che lui conosceva in paese, bella assai, prima di allora una così l'aveva vista solo su qualche giornale. Capelli rossi e lunghi, come la neve che ancora si stava squagliando, le carni erano bianche, di sottile stoffa rossa il vestitino che, partendo dalla balconata che a stento nascondeva, scendeva stretto fasciandole i fianchi e come un fiore riaprirsi a coprir e un poco mostrar la grande piazza per infine fermarsi appena sopra il ginocchio. Col suo piccolo bagaglio la donna si accomodò proprio dietro l'autista, non c'erano altri passeggeri. La corriera partì. Corrado era così rapito dal fascino di quella donna che non riusciva a parlare e non vedeva l'ora di arrivare in paese per liberarsi di quell'imbarazzo. Quando la corriera si fermò in piazza, la signora scese salutando in modo educato e, guardandosi intorno, si diresse subito verso il bar della piazza, la cui insegna recitava "BAR CLUB". All'interno del bar un oste solo, pensoso e assonnato stava spazzando il pavimento: anche quella, come tutte le precedenti, sarebbe stata una giornata tranquilla, troppo tranquilla. – Buongiorno, posso avere una tazza di caffè caldo, per cortesia? La voce, seppur gentile e soave, fece sobbalzare l'oste che, voltatosi di scatto, lasciò cadere la scopa che aveva in mano, ma, superato l'attimo della sorpresa, si mise subito a disposizione dell'avventrice dalla meravigliosa balconata. Come succede in ogni paesello, il forestiero è sempre avvolto da un alone di mistero, oggetto d'attenzione e curiosità da parte dei residenti, e così, senza perder tempo, l'oste iniziò a porre domande alla bella sconosciuta. Il modo di parlare di lei era talmente gentile e suadente che a udirla si rimaneva inebriati e il corpo tutto veniva pervaso da incandescenti bollori. Ella affermò di essere una dottoressa che curava la tristezza e che lì a Capracotta voleva affittare una casa per esercitare la sua professione. Chiedeva quindi di essere aiutata nella ricerca. La casa che cercava doveva essere munita di bagno, di salotto e di camera con letto matrimoniale, e possibilmente non al centro del paese. Dopo essere riuscito a domare con grossa fatica l'incendio che gli era scoppiato dentro, l'oste suggerì alla Dottoressa di rivolgersi al postiere che, conoscendo tutti in paese, avrebbe potuto aiutarla. Il postiere fece bene il suo lavoro e trovò subito la casa giusta. La Dottoressa riceveva solo per appuntamento e, inutile dirlo, solo a pagamento. La sua grande esperienza le consentiva di curare tutte le tristezze, grandi o piccole che fossero. Le terapie erano varie, sempre rapportate alla grandezza del problema, e potevano servire molte sedute per curare un paziente affetto da una grossa tristezza. Non ci volle molto tempo che tutti gli uomini del paese scoprirono d'essere terribilmente tristi, e così... tutti in cura dalla Dottoressa. Erano gli ultimi giorni di ottobre, come lupo famelico il freddo iniziava a morder le carni, e una mattina il paese si svegliò di neve imbiancato. Era arrivato l'inverno. Toc toc, toc toc, toc toc... Le undici del mattino e Anastasio, di pino silvestre cosparso, senza ricevere risposta, bussava con insistenza a quella porta, ma quel giorno nessuno gli avrebbe aperto. In altri paeselli la Dottoressa era andata a curar tristezze. E per il paesello... fu di nuovo la grande tristezza. Leo Giuliano
- L'arte della seduzione
Come già visto, nella sua Sala Jesurum alla Biennale di Venezia del 1927, Giulio Rosso affrontò la sfida di creare uno spazio che, pur suggerendo un interno domestico, funzionasse anche da showroom. I suoi murali sulla "Leggenda di Lacco" trasformavano le origini mitiche dell'artigianato nella storia di un'azienda; raffigurare un'illustre tradizione - un passato reale o leggendario - si rivelò una potente forma di promozione. Quando un avvenimento storico o una leggenda non erano disponibili, Rosso ne inventava una. La bottega da sarto di Ciro Giuliano (1928), ad esempio, è stata animata e nobilitata da due pitture murali: "La scelta dell'abito" e "La storia dell'abito". Nel primo Rosso aveva raffigurato un sarto nell'atto di trattare col cliente e con un amico di quest'ultimo, e che, sdraiato su un divano, dispensava consigli ora utili ora fastidiosi circa l'abito. Nel secondo murale il decoratore raccontava invece una storia in cinque episodi: un giovane comprava un abito che, nell'ultimo pannello, veniva guastato da un goffo cameriere, con le scene separate da forme geometriche e motivi floreali. Come evidenziato dalla moda sartoriale, le storie dei dandy , fossero impazienti o sfortunati, sono tutte ambientate agli albori del XIX secolo. A metà strada tra i generi dell'illustrazione satirica e della pittura murale storica, i murali di Giulio Rosso hanno offerto a Ciro Giuliano due miti ancestrali fatti su misura per il mondo della moda. Erano divertenti, ma anche sottilmente moralistici, riflettendo probabilmente la visione del padrone, uno dei sarti allora più richiesti. Antonio David Fiore (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: A. D. Fiore, "In Defence of the Decorator": Giulio Rosso (1897-1976) in Italy in the Interwar Period , The Open University, Milton Keynes 2017.
- La Madonna di Loreto a Capracotta
Ogni tre anni Capracotta festeggia Santa Maria di Loreto, la «protettrice dei viaggi » e, quindi, dei transumanti. La festa si tiene nei giorni sette, otto e nove settembre, a cavallo della data di celebrazione della Natività di Maria. Il primo giorno, una processione conduce la statua della Madonna di Loreto dalla sua piccola dimora fino alla Chiesa Madre, dove resta fino al nove, quando, con una seconda processione - un tempo caratterizzata da una sfilata di muli, oggi sostituiti da cavalli - viene riportata alla chiesetta di provenienza, posta extra moenia , a meno d'un chilometro dall'abitato. Luigi Campanelli attestò come la chiesa rurale sia stata il luogo sacro di raduno dei pastori transumanti di Capracotta: Vuolsi che fosse stata eretta per più intensa devozione dei nostri maggiori verso quella Madonna protettrice dei viaggi, perché in quei dintorni eran soliti di radunarsi con gli armenti per condurli a svernare ai bassi piani nei principii dell’autunno, ed ivi, dopo qualche giorno di permanenza, si accomiatavano dalle donne, le quali recavan loro fardelli del vestiario e delle prime provviste alimentari da porre sulle bestie da soma, e che, dopo gli ultimi addii, raccomandavano nella preghiera l'incolumità dei cari partenti. Nello stesso luogo questi sostavano al ritorno sul finire della primavera per rientrare contenti nei modesti abituri, e da tutti si rendevan grazie alla Vergine. Anche Oreste Conti segnalò la consuetudine per i pastori di partire, da ottobre, dal Santuario capracottese: «L'ottobre s'avanza. [...] Tutte le mattine ci s'imbatte in gruppi di partenti, seguiti da donne accorate, e [...] vanno sino al santuario della Madonna di Loreto e ivi si distaccano » . La festa di Capracotta è un limpido esempio di fitoculto mariano. Lina Pietravalle la definì festa del legno poiché la «Madonna di Loreto [...] con la sua aria di idolo immobile [...] cela un simbolo. Il suo corpo è un tronco d'albero». Secondo una radicata tradizione, infatti, la statua della Vergine (datata 1634) avrebbe fattezze inconsuete, il suo scheletro interno sarebbe costituito da un tronco di pero selvatico che, sebbene sbozzato, mostrerebbe la sua originaria forma arborea; così come scrisse la viaggiatrice italo-inglese Estella Canziani: «Il corpo è fatto con la parte superiore di un albero tagliato nella foresta, e il piedistallo con la parte inferiore del tronco. Questo perché la Madonna era apparsa su quest'albero nel bosco». Mauro Gioielli Fonte: M. Gioielli, Madonne, santi e pastori. Culti e feste lungo i tratturi del Molise , Palladino, Campobasso 2000.
- Capracotta, la comunità della neve
Le foto spettacolari di questa pagina rimbalzano da alcune ore su siti e social network. Anche le tv nazionali hanno mandato inviati a Capracotta (1.421 s.l.m., il secondo più alto dell'Appennino, il tetto dell'Altosannio), paese della provincia di Isernia, sepolto il 5 e 6 marzo da una nevicata straordinaria: sono caduti quasi due metri e mezzo di neve in meno di 18 ore (pare abbattendo così il limite storico di 193 centimetri in 24 ore misurato nel 1921 a Silver Lake, in Colorado). Tuttavia sotto quella neve ci sono alcune cose che i media distratti non sanno riconoscere e vedere. Capracotta, come molti paesi dell'Appennino, è prima di tutto una comunità che resiste, un paese sempre più disabitato. Dei quasi 5.000 residenti negli anni Venti ne sono rimasti 600. La scuola elementare e quella media (per lo Stato sono solo piccole aziende in perdita), la farmacia comunale, le piste di sci di fondo, il meraviglioso Giardino della flora appenninica, le strade (la cui spalatura, con la soppressione delle province, è ora priva di responsabili), i sentieri dell'antica transumanza, la casa degli anziani, sono alcuni presidi intorno ai quali i cittadini costruiscono ogni giorno relazioni solidali. Qui una Casa della paesologia potrebbe diventare qualcosa di bello. In un paese come questo, segnato dalla migrazione all'estero e nelle grandi città italiane, la parola comunità ha per molti ancora un significato importante. Non è un caso che quando la neve rende impossibile uscire di casa sono molti a prendere ciaspole e sci per portare soccorso ai più anziani. Non sono neanche trenta i chilometri che separano Capracotta da Roccaraso (L'Aquila), ma la distanza tra le due località di montagna è abissale. Gli oltre cento chilometri di piste da discesa, gli alberghi e ristoranti di lusso, gli impianti per l'innevamento artificiale che hanno reso nota la piccola località abruzzese per alcuni capracottesi sono motivo di invidia. Per altri, invece, la fortuna di Capracotta è di non averli. Da queste parti prevale ancora un'idea di turismo leggero, poco urlato, in grado di rispettare il respiro delle montagne (da Monte Campo a Monte Capraro passando per Prato Gentile) e di intrecciarsi con la vita quotidiana degli abitanti. Qui sciare significa prima di tutto sci da fondo, cioè camminare in montagna, muoversi lentamente per prendersi cura di boschi di abeti e faggi e prati. Via Fratelli Fiadino è una piccola traversa del quartiere San Giovanni di Capracotta. Per sapere chi sono Rodolfo e Gasperino Fiadino basta percorrere un chilometro della strada che porta a San Pietro Avellana e che accoglie una lapide importante. Subito dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943 numerosi prigionieri di guerra alleati, fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, vagavano per i boschi abruzzesi e molisani cercando di ricongiungersi alle truppe alleate che risalivano la Penisola. Nel loro vagabondare e nel nascondersi ai tedeschi furono spesso aiutati e sfamati dai contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta (comune situato all'interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi, citato anche da Ernest Hemingway in "Addio alle armi") il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati fuori dal paese e fucilati per aver nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della Memoria di questa gente di montagna, amica delle neve e dello sci da fondo. Gianluca Carmosino Fonte: https://comune-info.net/ , 11 marzo 2015.
























