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  • Il meccanico Giuseppe in terra d'Africa

    Quando un capracottese si stabilisce in un luogo diverso dal paese natale la prima cosa che fa è cercare i propri conterranei, di cui si è informato con largo anticipo. Perché, si sa, «quando Colombo scoprì l'America vi trovò un capracottese». E noi capracottesi siamo proprio così: siamo ebrei, siamo zingari, siam montanari, insomma ŝtéme buóne fra de nù. Al pari di tanti compaesani, Giuseppe Potena dovette viaggiare in lungo e in largo prima di trovare il suo posto nel mondo. Egli era nato a Capracotta da Pasquale e Filomena Di Lorenzo; di famiglia numerosa, divenne operaio meccanico con tanto di diploma e nel 1947 convolò a nozze con Filomena Paglione. Ma prima di sposarsi venne inviato in Africa Orientale, in quel Corno d'Africa italiano da mezzo secolo e nel quale Benito Mussolini aveva concentrato la maggior parte degli sforzi coloniali della nuova Italia in camicia nera. Giuseppe era stato inviato in Etiopia dall'azienda per la quale lavorava dal 1° luglio 1939, la Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale (Citao), per essere inserito come operaio specializzato montatore meccanico nel reparto diesel dell'Officina principale di riparazioni automobilistiche del Regio Esercito (Oprare) ad Addis Abeba, la Roma d'Africa. I camion italiani che percorrevano migliaia di chilometri sugli altipiani d'Abissinia e d'Eritrea, ad oltre 2.000 metri d'altitudine, avevano bisogno di meccanici specializzati che fossero in grado di risolvere ogni problema, ricorrendo spesso all'inventiva e a un certo talento manuale, dati i gravi problemi d'approvvigionamento tra la Madrepatria e le sue colonie africane. C'è da dire che i nebulosi monopoli nelle colonie italiane appartengono a un mondo che soltanto negli ultimissimi anni la ricerca storica e storiografica sta approfondendo. La Citao, ad esempio, fortemente criticata persino da Roberto Farinacci, deteneva il monopolio sul trasporto di persone, merci e posta, sulla vendita e distribuzione di lubrificanti, combustibili e rottami, sulla riparazione di mezzi militari e civili, oltre ad avere il diritto speciale ad assicurare mezzi e dipendenti. La cattiva fama della Citao era tale che l'acronimo aziendale era spesso oggetto di satira, tant'è che veniva storpiato in Sciftao , «gioco di parole basato sulla parola della lingua locale scifta , "brigante"». Ciò nonostante, Giuseppe Potena lavorò di buona lena in quel reparto fino al 10 luglio 1941, quando, per cause di forza maggiore, il suo rapporto di lavoro venne risolto unilateralmente dall'Azienda. Le cause di forza maggiore consistevano nella requisizione dell'intera officina da parte dell'Autorità Militare Britannica, che aveva appena occupato la capitale etiope. Di quei due anni sotto il solleone africano, Giuseppe conservò una bella fotografia scattata il 26 febbraio '41 in compagnia di altri due capracottesi, che in Etiopia erano giunti in veste militare e che egli aveva presto incontrato: il sergente maggiore Sebastiano Di Bucci (1909-2010) e il soldato semplice Vincenzo Di Rienzo. Una volta tornato in Italia, sul retro della foto Giuseppe scrisse: Vani gli infiniti sacrifigî per la Conquista di quella Terra d'Africa. Molti lasciarono la propria Vita, in quella lontana Terra senza avere nessuna speranza. L'Italia Madre della Civiltà e della Dottrina Cristiana, sparsa nel mondo intero, volle portare anche in quella perduta Terra la Civiltà. Sotto questa didascalia un pochino demagogica, certamente figlia del periodo storico e della frustrazione per la sconfitta militare, Giuseppe annotò anche un detto popolare molto singolare: «Producete molto e spendete poco». Se egli tornò subito in Patria, diversa fu la sorte di Sebastiano Di Bucci, ritratto con lui in quella stessa fotografia, il quale, fatto prigioniero dagli Inglesi, rivide la propria famiglia soltanto nel 1946. Nel dopoguerra Giuseppe Potena tenne per ben dieci anni la Cooperativa Popolare di Capracotta, dopodiché emigrò in Venezuela per diversi anni ma, a causa di un infortunio sul lavoro, fu costretto a tornare in Patria, dove riprese in mano la gestione della suddetta società fino agli inizi degli anni '70 per poi essere eletto consigliere comunale. Giuseppe morì il 4 gennaio 1989. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Di Bucci, Il primo capracottese a Caracas: Sebastiano Di Bucci , in AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo , Cicchetti, Isernia 2017; P. Giovannini e M. Palla, Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo , Laterza, Bari 2019; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Da Redipuglia fin Sotto il Monte

    Redipuglia: una doverosa visita a uno scenario fuori del tempo in cui si avverte un irreale e ossequioso silenzio. L'acqua, che in un canale sovrastato da un ponte, scorre placida, senza alcuna increspatura o sciacquio durante il suo lento cammino; si immette nell'Isonzo e con grande deferenza sembra che voglia rispettare il sonno dei circa 100.000 caduti. I cipressi, alti quasi 50 metri, si stagliano a mo' di lancia verso il cielo, ondeggiano flessuosamente e ballano in compagnia del cinguettio degli uccelli nascosti fra i rami come a ricordare che la vita continua. È qualcosa di inesprimibile l'ambiente che ci circonda, non ci sono parole nel delineare lo stato d'animo che ti attanaglia e ti pervade nel leggere i nomi di alcuni dei 39.857 soldati inumati, riconosciuti e ricordati singolarmente con le targhe di bronzo allineate sui 22 gradoni (alti 2,5 m. e larghi 12 m.) e le ripetute scritte "PRESENTE" che si protendono verso il visitatore di turno come a chiedere un abbraccio misericordioso che purtroppo non arriverà mai. I caduti di Capracotta "presenti" e percepibili all'appello in questo smisurato sacrario sono: Carfagna Calzella, 34 anni, gradone 4; Carnevale Michele, 24 anni, gradone 4; Di Tella Martino, 21 anni, gradone 7; Evangelista Vincenzo, 28 anni, gradone 7; Santilli Vincenzo, 34 anni, gradone 18. I gradoni sono esposti a sud, forse per essere riscaldati dai raggi del sole, nell'intento di mitigare la fredda terra di sepoltura dei presenti, mentre gli altri 60.330 caduti non identificati sono stati tumulati in due fosse comuni e, purtroppo, non hanno avuto la stessa "sorte". La stessa sensazione la si avverte stazionando davanti alla lapide intitolata ai fratelli Gasperino e Rodolfo Fiadino in località Sotto il Monte, fucilati per aver dato ospitalità a prigionieri fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona. Nelle vicinanze non c'è alcun fiume o canale in cui scorra silenziosamente l'acqua ricca di vita, bensì una fontana intitolata loro, posizionata di fronte alla lapide al di sotto della strada provinciale, per il cui raddrizzamento fu necessario abbattere i due alberi a cui i fratelli Fiadino erano stati legati per l'esecuzione della condanna capitale e che si trovavano a circa 10 m. ad ovest dell'attuale targa in marmo. Li ricordiamo tutti con fierezza e in gran debito di riconoscenza perenne, perché per il coraggio e gli atti di eroismo, sfociati spesso, a causa di scellerate scelte politiche piovute dall'alto, nella morte o nell'inabilità fisica, hanno contribuito a donarci un bene incommensurabile: la libertà. Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie. [G. Ungaretti, "Soldati", 1918] Filippo Di Tella

  • Scout a Capracotta

    Le cime innevate di Capracotta hanno fatto da cornice all'uscita invernale, il 17 febbraio scorso, fatta da un gruppo di giovani scout, composto dal clan-fuoco DOC del CB5, dal noviziato Ariel del CB5, dal noviziato del CBl, e dal noviziato del CB7. L'orario della partenza previsto per le 7 e 30, con grande dispiacere dei nottambuli del sabato sera, ha fatto desistere alcuni elementi che nella lotta contro il sonno hanno avuto la peggio. Dopo circa 2 ore di viaggio trascorse tra chiacchiere e dormiveglia, si è arrivati a destinazione. L'accoglienza non è stata delle più calde dati gli 11 sotto zero registrati dalle colonnine. Nonostante tutto si sono svolte senza grandi problemi prima le scivolate in stile libero, a bordo di slittini artigianali e sacchi di immondizia, e successivamente le "olimpiadi" che prevedevano diverse discipline, tra cui un percorso con racchette da neve realizzate dai partecipanti. I rover e le scolte si sono poi rifocillati con un pranzo sulla neve a base di piatti freddi!!! Dopo il pranzo ci si è raccolti in clima di riflessione sulle parole di mons. Bregantini, per avvicinarci così al momento importante della promessa di una scolta. Grande è stata l'emozione della stessa, e la suggestione offerta dal paesaggio innevato e dalla croce che vegliava sulla cerimonia. Lo stesso clima ha accompagnato la messa, svoltasi nella chiesa madre di Capracotta raggiunta dopo il necessario cambio di abiti. Svanite le speranze di gustare una tanto desiderata cioccolata calda, i ragazzi si sono preparati per il rientro a Campobasso. Tanti sono i ricordi e i pensieri che rimarranno nella memoria dei ragazzi ancora oggi irrigidita dal freddo. Forse qualcuno avrà messo in dubbio le famose parole di Baden-Powell che recitano: «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento! » . Andrea Borrelli Fonte: A. Borrelli, Scout a Capracotta , in «Vita Diocesana», XI:6, Campobasso, 30 marzo 2008.

  • Pastorizia lecita alle Chiese, ed a' Clerici

    Né si dica, che, se detta industria di Dogana fusse negoziazione, sarebbe vietata alle Chiese, ed alle persone Ecclesiastiche; conciosiaché, ponendo da parte, che la negoziazione si esercita dal Fisco, e gli Ecclesiastici solamente comprano, e contraono, quando li pare, si aggiunge, che per dirsi illecita una negoziazione, si richiede, e che la cosa, che si vende, non sia nata da' proprj beni, e che si compri per il solo fine di rivendersi senz'altro artificio a maggior prezzo, e col pregiudicio degli altri, come avvertisce il cit. Sperelli. Or esercitandosi detta negoziazione dalle Chiese, e persone Ecclesiastiche in cose nate da' proprj beni, e nudrendosi le proprie pecore, ed altri animali, o negli alieni, o ne' loro erbaggi, che non mancano all'Annunziata di Sulmona, Badia di S. Spirito de' PP. Celestini, Madonna di Capracotta, Santissimo di Castel di Sangro, di Pesco Costanzo, ed altri luoghi pii in Abruzzo; e vendendosi poi con somma industria, applicazione, e pericolo la lana, i castrati, l'agnelli, ed altri frutti, non solo senza far ad altri alcun pregiudizio: ma col giovare al pubblico, ed al privato interesse, ne siegue per necessario conseguente, che detta industria di Dogana sia una negoziazione lecita, non vile, religiosa, ed onesta. Stefano Di Stefano Fonte: S. Di Stefano, La ragion pastorale, over comento sù la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris , libro I, Roselli, Napoli 1731.

  • Lettera a Sua Santità Papa Francesco

    Capracotta, febbraio 2014. Sua Santità, mi chiamo Concetta, un'orfanella sola che vive in un "paesino" dell'Alto Molise: Capracotta. Che bello... che emozione... in paese si vocifera (il paese è piccolo, la gente mormora) che Sua Santità del mio paese ne ha sentito parlare da miei compaesani che vivono in Argentina a B. Aires e che hanno avuto l'altissimo privilegio di incontrarLa e conoscerLa. Non so se questi compaesani hanno approfittato della mia senile ingenuità ma hanno sussurrato di averLa invitata a visitare Capracotta a settembre in occasione dei festeggiamenti triennali della SS.ma Madonna di Loreto... una ricorrenza che tutti i nostri emigranti onorano con il loro ritorno. Tantissimi capracottesi che vivono in Argentina hanno fatto di questa festa una tappa importante della loro vita. IncontrarLa a Capracotta... un sogno... non voglio essere svegliata... Con queste poche righe non voglio distrarLa dalla Sua altissima missione, voglio solo chiederLe una supplica: mi ricordi nelle Sue preghiere, sono una fedele che vive da sola, timorata di Dio; andando avanti negli anni mi sto accorgendo che la solitudine non è certamente la mia compagna ideale. È brutto dirlo... con le mie preghiere non riesco a raggiungere una pace interiore che conforti la mia solitudine. Nel periodo invernale sono ospite della locale residenza per anziani "Santa Maria di Loreto", un vero gioiello di struttura per anziani dove gli altri ospiti e soprattutto il calore umano delle maestranze diventano la mia famiglia... quella famiglia che non ho avuto e solo adesso in età avanzata mi sto chiedendo se è stata una mia scelta o una volontà di Nostro Signore. Santità, un cruccio mi logora: se è stato un volere di Dio Le chiedo una preghiera particolare che spazzi via la tentazione di abbandonare la Fede, fino ad oggi la mia compagna di vita. Santità, mi permetto di allegare un opuscolo della residenza "Santa Maria di Loreto" dove trascorro il freddissimo inverno di Capracotta. Io e tutti gli ospiti della Residenza preghiamo quotidianamente per Lei. Sarei contentissima di incontrarLa a Capracotta prima del mio lungo viaggio di andata... posso sperare nel ritorno? Scherzo... Devotissimi saluti in preghiera, Concetta De Simone Vaticano, 29 aprile 2014. Gentile Signora, il Santo Padre Francesco ha accolto con sentimenti di spirituale vicinanza l'atto di devota confidenza che Gli è stato presentato, accompagnati altresì, dal gradito dono di un opuscolo. Sua Santità, nel ringraziare per il gesto filiale, incoraggia ad abbandonarsi con rinnovata fiducia tra le braccia paterne del Signore, che sempre ascolta la supplica di chi, con pazienza e umiltà, bussa alla sua porta e, mentre invoca l'intercessione della Madre di Dio, di cuore imparte l'implorata Benedizione Apostolica, propiziatrice di ogni bene, volentieri estendendola alle persone care, con particolare pensiero per gli Ospiti della Residenza Anziani. Con sensi di distinta stima, Peter B. Wells

  • Mari e monti in Molise

    La premessa è che il giro nasce dalla voglia di fare un po' di km. in moto e successivamente alla rinuncia ad una 3 giorni di moto in Basilicata e Puglia. La premessa ci vuole perché altrimenti nel vedere il percorso, un giretto a zonzo per quasi tutto il Molise e sanza meta, potreste pensare che sono pazzo... Mercoledì sera mi chiama Vincenzo, e mi conferma la sua presenza per il giorno dopo. Ieri mattina mi chiama e "Marco, il tempo è bello, partiamo per le 9:30?", erano le 9:00 e io ero in mutande in giro per casa e "ok Vincè, ci vediamo da me". La successiva mezz'ora in casa mia è trascorsa come un film guardato a 2x, roba che io e Maria siamo partiti già sudati... Il percorso prevedeva la SS87, la mitica Statale Sannitica che nel tratto di Cerro Secco (verso Casacalenda) e successivamente da Casacalenda a Larino è di una bellezza tale da togliere il fiato in qualsiasi stagione dell'anno. Ed infatti l'abbiamo percorsa tutta ad andatura allegra ma sempre prudente, perché le zone d'ombra non sono poche e con le foglie a terra l'asfalto può diventare insidioso (come ben saprà quel fesso che venendo in direzione opposta alla nostra per poco non ci veniva addossso avendo perso l'alteriore in uscita di curva). Arrivati a Termoli ci fermiamo per un caffettino e un pipìstop e all'uscita dal bar troviamo due vigili accanto alle moto (parcheggiate in una isola di sosta) e Vincenzone gli dice "andiamo via subito", e il vigile "e chi v'ha detto niente"... si stava guardando le moto, e poi giù di chiacchiere e scopriamo che è di CB ma trasferito a Termoli, conosce Giancarlo ed è mezzo parente di Toni. Perché s'era avvicinato alla moto? È un motociclista e voleva sapere dove si vende questo adesivo. Ripartiti in direzione Nord mi faccio guidare dal Conte che lascia l'Adriatica a San Salvo per svoltare verso Cupello, e da lì prendiamo la SS86 che avevo rinunciato a fare nel giretto di fine ottobre (ma m'era rimasta lì). La strada si snoda subito con curve piacevoli, una carreggiata un po' più stretta a tratti ma sempre scorrevole. Purtroppo l'asfalto quasi mai è degno della bellezza dei panorami e delle curve che, altrimenti, farebbero della 86 la gioia di tutti i motociclisti, ma il peggio doveva ancora arrivare! Infatti appena passato Castiglione Messer Marino si entra in Molise, e quasi magicamente l'asfalto si trasforma in una groviera di buche, spaccature, frane e quanto di peggio si possa immaginare. Insomma, ancora una volta noi molisani ci siamo fatti riconoscere... Da Castiglione M. M., dove ho venduto un rene per fare benzina alla moto (mortacci...), volevamo prendere per il Mugellino, ma poco prima abbiamo sentito Toni al telefono e avendo preso appuntamento con lui si è optato per proseguire sulla 86 così da arrivare prima alla meta prescelta: Pescopennataro (perché strano ma vero, non c'ero mai stato!). Superata l'odissea di asfalto indegno, nel tratto prima di Pescopennataro e poi verso Capracotta abbiamo potuto sfogare un po' la cavalleria perché a tratti la strada migliora, ma l'altitudine iniziava a farsi sentire e le zone d'ombra erano mooolto umide e infide. Arrivati a Pescopennataro proviamo prima a farci accordare un tavolo dal noto "Lo Scamorzaro", che in quanto noto è talmente pieno che ci promette un tavolo non prima del cenone di Natale... al che riprendiamo la strada verso il paese e, arrivati al belvedere, mi si apre il cuore e mi parte l'embolo... voglio arrampicarmi verso la statua sullo sperone di roccia. La vista dal belvedere è fantastica e merita da sola il viaggio, ma anche le case tra le rocce sono molto suggestive, però la cosa che mi ha divertito di più è stato sentire l'apprensione di mia moglie mentre facevo lo scemo arrampicandomi su un terreno fangoso e pietroso solo per fare una foto vicino al guerriero sannita. Ma che volete farci, ogni tanto le mogli vanno fatte preoccupare, così poi ti coccolano ancora di più. Risceso indenne abbiamo ripreso la moto e ci siamo diretti verso Capracotta alla ricerca di un pasto. Arrivati in paese non abbiamo trovato nulla di decente aperto, tranne un negozio di formaggi che ha fatto la nostra gioia. Finiti gli assaggini di formaggi (e che formaggi!) abbiamo deciso di andare a pasteggiare al Rifugio Prato Gentile, che dalla bellezza dei suoi 1.567 m.s.l.m. ci ha accolto con una arietta fresca che ha stuzzicato ancor più il nostro appetito. Entrati dentro ci ha accolto un signore dalla faccia gioviale, Vincenzo si è informato sui panini e m'ha chiesto "prosciutto e pecorino o prosciutto e caciocavallo?", e io "tutti e due no?"... detto fatto arrivano dei megapanini pieni di fantastico formaggio! Mi avvicino al gestore e gli ordino una birra, "preferibilmente Forst". Lui mi guarda, fa una pausa alla Celentano e mi risponde "abbiamo solo Forst" (miitico)! Ma me lo dice con un orgoglio strano, tant'è vero che portandoci la birra al tavolo inizia a declinarci la gestione straniera di tutte le birre teoricamente italiche, l'unica ancora veramente italiana è la Forst. A me piace e basta, ma me la bevo con più gusto sapendo che fa di me anche un patriota. A fine pasto ci raggiunge Toni che, non avendoci trovato ad Agnone s'era già fatto il giro per Pescopennataro e Capracotta (ovviamente a velocità codice... sì, codice Intergalattico per salti nell'Iperspazio). Vista l'ora riprendiamo la strada di casa ma senza rinunciare ad una capatina a Torella del Sannio, dove sappiamo di poter trovare dei dolci degni di una chiusura di giornata come questa. Ed infatti arrivati alla pasticceria ordiniamo code di aragoste (se quelle erano le code, tutta l'aragosta era grossa almeno come un coccodrillo...) e cioccolata calda. Peccato che i cellulari non prendevano, perché era già pronto il post su FB per sfottere il nostro President... Con la pancia piena e le papille gustative appagate ci siamo rimessi in marcia e alle 17:15 eravamo alle porte di Campobasso, saluto veloce e poi a casa a rimettere i destrieri in garage, ma solo dopo averli ringraziati per averci regalato un'altra bellissima giornata di libertà, con 304 km. di libidine allo stato puro! Saluti a tutti e jamm' bell' ... in moto! Musum Fonte: http://www.jammbell.it/ , 8 dicembre 2011.

  • La struttura dei feudi

    Nell'Alto Molise erano ubicati i feudi di Caccavone e Vastogirardi, appartenenti - come si è detto - alla famiglia Petra: nel 1702 si traevano circa 260 ducati dal feudo di Vastogirardi e poco più di 280 da quello rustico di Caccavone. Nel primo caso, la rendita scaturiva per il 50% dalle giurisdizioni e per l'altra metà dalle rendite fondiarie e produttive; nel secondo caso, essa derivava per oltre i 2/3 dal comparto fondiario e particolarmente dai terraggi in grano, mentre l'altro terzo proveniva da due mulini e dal valcatoio . Le grandi rendite provenienti dall'attività economica dei complessi territoriali dei Petra rientravano nell'ambito dei quattro feudi rustici di Pizzi: S. Mauro e S. Maria Elisabetta, che «formavano un sol corpo»; Bralli (o Varaldo), Civitella. Erano estesi comprensori a pascolo, dove venivano fidati i greggi medio-grandi appartenenti alla "Doganella delle quattro province", e da cui scaturivano rendite ragguardevoli: oltre 530 ducati dal primo, più di 430 dal secondo, oltre 60 dal terzo e 420 dal quarto. Nella montagna di Campobasso erano insediati, invece, i feudi di Campolieto e Campodipietra: nel Settecento, il duca di Andria, Riccardo Carafa, percepiva una rendita dalla prima comunità di poco superiore ai 350 ducati, di cui oltre il 60% proveniva dalle giurisdizioni, mentre dal secondo centro scaturivano poco meno di 230 ducati; in ambedue le località, oltre il 60% della rendita era tratto dall'esercizio delle giurisdizioni e quella restante quasi esclusivamente dai terraggi . Tale composizione era dovuta al fatto che la popolazione dell'università di Campolieto, all'indomani della crisi del Seicento era pervenuta a oltre 2.100 unità; a Campodipietra, confinante con i feudi di Civitella e S. Felice posseduti dal barone Japoce di Campobasso, la popolazione ammontava a 1.400 abitanti. Nel medesimo territorio uno dei feudi più importanti era quello di Capracotta, che, appartenuto fino al 1669 alla famiglia Cantelmo, faceva parte del seggio dei Capuana, poi estinti nella famiglia Piromallo. Alla morte, nel 1681, di Andrea Capece Piscitelli, nel relevio presentato dal figlio Giuseppe per la successione feudale, il possedimento esibiva una rendita di tutto rispetto, pari a 2.596 ducati. Di questi solo 213 provenivano da diritti giurisdizionali, di cui una buona parte dalla colletta di S. Maria . Pure la rendita del comparto manifatturiero non era delle più solide, ammontando a poco più di 284 ducati, che oltretutto provenivano sia dalle attività di follatura tessile nella gualchiera sia dalla macina del grano nei mulini, strumenti operativi messi in funzione ed adoperati per animare il lavoro rurale all'interno del feudo. In tal modo, la fonte principale di reddito derivava dagli erbaggi degli enormi distretti compresi nei demani feudali: erano, infatti, i grandi demani provenienti dai feudi rustici di Monteforte, Macchia, Ospedaletto, Guastre, Orto Jannino, Cannavina e Cannaviniello a dare un gettito di ben 2.100 ducati. Si trattava, in tal caso, di un composito sistema di grandi difese , sovente condivise con l'università: ad esempio, per i grandi feudi rustici di Macchia, era di nove morre (una morra corrispondeva a un gregge di 100 pecore); per quelli di Ospedaletto di cinque; di Guastra e Orto Jannino di tredici. Il barone percepiva solamente i proventi derivanti dal "pascolo della sola erba estiva", mentre quelli relativi al pascolo praticato nei mesi autunnali e invernali spettavano all'università e una morra su nove veniva riservata ai cittadini locali. Alla conclusione del XVII secolo lo spopolamento delle campagne aveva fatto sì che anche i terraggi esercitati su questi demani si fossero di molto ridotti; si terraggiavano , per così dire, solo i feudi di Monteforte e di Guastra, dai quali derivavano appena 448 tomoli di grano. Marco Trotta Fonte: M. Trotta, Stato moderno e baronaggio nel Regno di Napoli: aspetti e problemi della feudalità nel Contado di Molise (secc. XVI-XVIII) , in «Mediterranea», XIV:39, aprile 2017.

  • Un pomeriggio con ze Briele

    Mercoledì 17 agosto 2005: sembrava un pomeriggio come tanti e invece... L'appuntamento era fissato per le 15:00 davanti al ristorante "La Traversa" e il piano prevedeva di guadagnare in mountain-bike la vetta di Monte Campo. La comitiva comprendeva, oltre al sottoscritto, Achille Conti d'Angelìtte , Gianpiero Di Rienzo de Martìne e Valerio Patete Trasciòtta . Ero quello che proveniva dal punto più lontano, per cui sarei passato via via a chiamare gli altri. Giunto annieànd'a re viécchie fùrne de ze Pasqualìne , vidi uscire Valerio, che abitava in via della Repubblica, poi scendere Achille in via Pescara, in lontananza ecco arrivare anche Gianpiero dalla fontana di San Giovanni. Non facemmo in tempo a salutarci che ze Brièle , affacciatosi alla porta dell'ex negozio di alimentari, i chiamàtte da sótte . – Uagliù, menéte a fàrve na 'óccia. Accampammo qualche scusa pur di non entrare perché eravamo reduci da un Ferragosto bellicoso, alcolicamente parlando, una di quelle scampagnate che ricorderai per tutta la vita: la gita in bicicletta era un alibi più che una reale esigenza. Tuttavia non ci avrebbe nuociuto fare un po' di sport dopo un Ferragosto del genere! – Nóne, ze Briè, éma ì a re Cuàmbe – rispondemmo. – Via ména, ve facéte na ŝtizza e puó partéte – controbatté il Barbiere. Se una persona più grande di te ti invita a far qualcosa non puoi rifiutare: è una legge scritta nel marmo. È come quando giocavi a calcetto al campo sportivo e arrivavano quelli più grandi. La tua partita finiva, cominciava la loro. È la legge della foresta, quella che ci ha reso ciò che siamo oggi. Fatto sta che, con molto imbarazzo e un po' scocciati, entrammo nel negozio di zia Italia e... cazzarola, lì dentro c'erano già parecchie persone, tutte più o meno coetanee di ze Brièle , tutti sangiovannari. Alcuni venivano dall'altro capo del mondo, dal Canada, dalla Francia, ritrovatisi a Capracotta per le vacanze estive. C'era ovviamente zia Italia, e poi c'erano Maria Bidù , Rina de Parìgge , Angelùcce "la Bionda", Pina Trasciòtta , Mario D'Andrea, Aurora e Antonia Sozio, ecc. Proprio in quel momento si trovò a passare anche mio fratello Alessandro e ovviamente fu invitato anche lui ad entrare. Ci fecero accomodare tutti e lo spettacolo ebbe inizio. – Ità, pìglia re uallùcce! – gridò alla moglie il padrone di casa. Re uallùcce era un recipiente a forma di "galluccio" in cui ze Brièle travasava il vino bianco per i pasti. Quel pomeriggio noi amici tracannammo molti gallucci. E altrettanti ne bevve ze Brièle coi suoi compagni tanto che, dopo un'oretta, canti e balli erano all'ordine del giorno. Non esisteva più alcuna differenza anagrafica, tutti ballavano con tutti, il Barbiere intonava ariette popolari mentre uno stereo sgangherato suonava tutt'altre canzoni. La confusione e i fumi dell'alcol erano tali che nemmeno ci accorgemmo dell'arrivo di Ciccìlle , giunto lì per mangiare. Zia Italia, infatti, si occupava anche dell'inseparabile amico di suo marito, che lavorava all'ufficio di collocamento di Isernia e viveva da solo in via San Giovanni. Ricordo che dopo aver mangiato con gusto la pastasciutta, zia Italia gli servì un piatto di carne arrosto e insalata, al che Fiorenzo chiese: – Ità, dàmme l'acìte ca l'aja ŝturdì s'arruŝte! Il padrone di casa, a proprio agio quando si trattava di calcare la scena, cantò per intero due canzoni lunghissime e piene di veloci scioglilingua. La prima era "La zita", quella di «che si mangiò la zita la prima sera...». Della seconda ricordo invece che ogni strofa aumentava di lunghezza, per cui cominciava con «mi incappellai», poi «mi incappellai, mi ingiacchettai», quindi «mi incappellai, mi ingiacchettai, mi incravattai» e via dicendo fino all'infinito, con ze Brièle che, al termine della maratona canora, z'abballàtte ne biéglie beccheróne de vìne . Eravamo entrati in quel locale alle tre di pomeriggio, ne uscimmo alle otto di sera. La gita a Monte Campo era presto andata a farsi friggere e lo sforzo che avremmo dovuto sopportare per pedalare tanti chilometri in salita era stato sostituito dalla lunghissima zulla con ze Brièle , a suo modo faticosa anch'essa. Faticosa e indimenticabile. Francesco Mendozzi

  • Il Lago di Mingaccio e le sue fontane

    Questo piccolo lago, alimentato dalle acque delle Fonticelle e dalla sorgente Malcorpo, è ubicato in un terreno privato, precisamente nella zona del territorio di Capracotta indicata col nome di Vallesorda. Per circa mezzo secolo, dalla fine dell'800 fino agli anni '50 del '900 ha fatto sfoggio della sua funzione di ricettacolo di comitive, di animali ecc. fino a quando, per necessità alimentari, non fu svuotato. Bisogna pensare che negli anni '50 l'agricoltura capracottese era al limite della sopravvivenza alimentare e qualsiasi pezzo di terreno, grande o piccolo che fosse, era pur sempre idoneo al sostentamento, dato che le famiglie di allora erano alquanto numerose e il terreno di Capracotta non aveva una produttività paragonabile a quello collinare o di pianura. Dopo circa un ventennio, con l'avvento del boom economico, dell'industrializzazione e della possibilità di avere un miglior tenore di vita anche in presenza di un eventuale titolo di studio, Capracotta ha cominciato a subire in maniera inesorabile un deleterio svuotamento demografico che ha portato ad abbandonare case e terreni, divenuti incolti e soggetti all'incuria del tempo. Negli anni '20 il Lago di Mingaccio fu luogo del varo di una prima barca a fondo piatto che, putroppo, dopo una collisione con un grosso ramo spuntante e non attentamente valutato, si inabissò come fece il Titanic, lasciando l'equipaggio e i passeggeri in balia del destino, visto che a quei tempi pochi sapevano nuotare e, per la paura, si moriva annegati anche in 20 cm. d'acqua! Per i malcapitati tutto si risolse per il meglio, sebbene in ammollo riuscirono a guadagnare la riva; tutti e quattro si salvarono senza gravi conseguenze visto che l'acqua era alta meno di un metro! Filippo Di Tella

  • I telai di Camilleri

    Con un padre nato a Licata e una madre napoletana, io la duosicilianità ce l'ho nel sangue. È così: la sento pulsare al minimo accenno dialettale, mi prende a ogni scatto di memoria. Se vedo "Passione", il film di John Turturro sulla canzone napoletana e sulla Napoli dei vicoli e dei panni stesi, ad esempio, mi viene subito in mente una battuta di Alessandro Siani: «Ma 'sti panni nun s'asciugano mai? » . Eppure, al cinema mi sono ritrovato anch'io preso dall'onda emotiva che ha portato tutti ad alzarsi e ad applaudire, perché ti sfido a resistere alle note di "Comme facette mammeta" e alla voce rugginosa e verace di Pietra Montecorvino. Per la stessa ragione, se leggo "Prima la musica, poi le parole", l'autobiografia di Riccardo Muti, ho un soprassalto di infantile euforia quando arrivo all'episodio del cappello. Non dico poi se il maestro lo racconta in tv e per giunta in dialetto: il suo compiacimento diventa di colpo anche il mio. Siamo nella fredda Milano degli anni Sessanta. Un amico incontra il giovane Muti da poco trasferitosi per proseguire gli studi e lo sorprende con il Borsalino in testa. – Ué, Riccà, ma ch'hai fatto? – Che ho fatto? – Ma come! Mi pari Barrièllo. – Barrièllo chi? E l'amico: – 'O cazzo c' 'o cappiello. Chiunque, a questo punto, avrebbe riso solo per la parolaccia, ma la duosicilianità non è acqua fresca: è memoria, è condivisione. E allora ecco che un napoletano come me ride anche per l'effetto livella, perché è proprio vero, come diceva Totò nella poesia, che qui «ognuno comme a 'n ato è tale e quale». Muti, il grande maestro che ha diretto le migliori orchestre del mondo e incantato ogni tipo di pubblico, era stato sfottuto esattamente come poteva capitare a un comune mortale. Solo che a me e a quelli della mia generazione, che il Borsalino lo avevamo già messo da parte, la rima veniva di farla con quelli che portavano gli occhiali. Dicevamo: « Me pari Clemente, 'o cazzo cu e lente » . Sono duosiciliano, ancora, perché sono nato a Napoli, nell'ex capitale del Regno delle Due Siciilie, dove ho vissuto per anni in un angolo di Sicilia agrigentina, in una casa che odorava di zucchero a velo e di lino bagnato. Una sorella di mio padre usava lo zucchero per i cannoli e il lino per i corredi. Di sera, quando il sole non poteva più scolorirlo, zia Nina faceva portare il lino bagnato in terrazza a sgocciolare. Poi, ancora umido, ordinava di riportarlo giù. Il mattino seguente tutta la casa sapeva di fresco. Questi profumi lontani, questi ricordi e queste atmosfere familiari sono la duosicilianità di cui sto parlando e che dunque esiste. Così come esiste la nordestità, o addirittura quella che un inviato speciale come Mariano Maugeri ha chiamato, traendone il titolo di un suo libro, la « Nordestraneità » , vale a dire la duosicilianità allo specchio, la particolare attitudine dei veneti e dei friulani alla libertà e all'autonomia. Fabio Fazio, intervistato su "Sette", il magazine del "Corriere della Sera", ha dichiarato di storcere il naso al solo sentir parlare di Padania: «Ma cos'è? Che confini ha? Sono di Savona e non l'ho mai vista». Capisco, perché in effetti ha ragione. Ma che la padanità esista ormai fo dicono in molti. L'hanno detto anche Sergio Cofferati, quando era sindaco di Bologna, e Riccardo Illy, quando era presidente della giunta friulana. Entrambi hanno ammesso che l'idea di Padania evoca comunque una comune appartenenza. Ed è un po' quello che pensa anche Nichi Vendola, governatore della Puglia, quando, in La fabbrica di Nichi, riconosce che «la Lega fa una straordinaria, seppur distorta, operazione di risarcimento simbolico», intendendo dire che la Lega ti dà ciò che il governo italiano ti toglie: il governo ti toglie con le tasse e i disservizi, la Lega ti accoglie nella sua grande famiglia politica. A ragione, si obietta che la Padania è nient'altro che un espediente, un artificio geopolitico. E chi lo nega? Ma qualcuno saprebbe dire dove comincia e dove finisce il Meridione? Eppure, Meridione è un concetto corrente, nessuno sta lì a misurarne i confini, a chiedersi se Sant'Agapito sia dentro o fuori. O Capracotta e Castelpizzuto. Pur avendola nel sangue e nonostante tutto quello che ho fin qui detto, dunque, io spero che la duosicilianità non mi vada alla testa, che resti lì dov'è, buona buona, senza invadermi. Perché ci si può inorgoglire citando la storia di Renato Cacciopppoli e delle Quattro giornate, ci si può divertire con gli aneddoti e la filosofia pret-à-porter di De Crescenzo e ci si può commuovere ascoltando canzoni come "Malafemmena" o "Indifferentemente", che per certi versi la supera, perché è più assoluta, più tragicamente shakespeariana: «E damme stu veleno, nun aspetta' dimane, ca indifferentemente, si tu m accide, je nun te dico niente». Ma non vedo perché si debba dire: «Homo terronicus sum, et amo cumterronicos». Questo lo lascio dire a Marcello Veneziani, autore di "Sud", libro scritto nel 2009 con lo stesso spirito con cui, nel 1941, Elio Vittorini scrisse "Conversazione in Sicilia": come un ritorno alle origini, con lo stesso amore per la terra, la famiglia, i luoghi dell'infanzia. Ma per Vittorini l'ebbrezza della nostalgia era un' ebbrezza senza speranza, tant'è che il protagonista del suo romanzo se ne torna deluso nella più moderna Milano, mentre per Veneziani la nostalgia del Sud è un'ebbrezza e basta, e tale rimane. Ora, so bene che a tutti possa scappare di rivendicare la propria napoletanità o sicilianità o pugliesità. Ma perché insistere su quel terronicus? Sempre in "Sud", Veneziani dice che «amare le differenze» non vuol dire «armarle». Ma il fatto è che, gonfi di rancore, gli «armati» potrebbero alla fine prevalere sugli «amanti», perché c'è poco da fare: la Bassa Italia cammina, ma l'Alta Italia va più veloce. Del resto, ne ho sentite molte, raccontate in siciliano, di storie sull' acqua mancante, sulle autobotti in ritardo, sulle buttigghie riempite con santa rassegnazione. E ne ho sentite ancor di più sull'illegalità patita a Napoli e sul destino di questa città che sarebbe già segnato. Insomma, loro potrebbero avere la meglio. E loro non sono, come scrive Veneziani, quelli che «dopo valanghe di istigazioni a liberare il Sud dagli incantesimi» vogliono a tutti i costi adeguarlo «alla nordica modernità, all'etica protestante e weberiana». Sarebbe poi cos1 sconveniente se ciò avvenisse, diciamo, in una certa misura? Loro non sono neanche quelli che si danno da fare per tenere in vita «il Sud di Pitagora e di Vico, il Sud greco e poderoso delle origini». Perché se cos1 fosse non ci sarebbe nulla di male, io credo. No. Loro sono i professionisti degli «amarcord» e degli anacronismi, i preraffaelliti del pensiero meridiano, i nostalgici della duosicilianità verginale che, nell'era dell'iPad e del BlackBerry e nell'Italia che non si incontra ma si briffa e che non scrive ma posta e logga, vorrebbero oggi un Sud «arcaico e perfino magico e superstizioso». Nonché borbonico. Tra questi, e con tutto il rispetto dovuto al padre letterario del commissario Montalbano, io ci metto anche Andrea Camilleri, lo scrittore siciliano di cui mi ha sempre colpito una storia da lui raccontata come esempio della perfidia dei piemontesi vincitori. È la storia dei telai. La ricordo proprio perché nella mia vita c'è stata una zia, piccola, silenziosa e curva, che con ago e ditale ricamava fino a poco prima del tramonto, alla luce naturale di una grande finestra; e che ancora rivedo come in un quadro di Vermer. La storia dei telai siciliani Camilleri la raccontò all'Unità nel 2008, quando Napoli, al tempo della prima emergenza rifiuti, era sepolta sotto cumuli nauseabondi e ognuno cercava una spiegazione a tanto scempio. Disse che al tempo dell'unificazione italiana i siciliani avevano ottomila telai che producevano stoffe di prim'ordine e che nel giro di due anni sparirono tutti, a esclusivo vantaggio di quelli di Biella, gli unici rimasti funzionanti. Capito? lo capii solo che i siciliani tessevano più e forse meglio dei biellesi. Mi lasciò invece basito il fatto che a Napoli noi si penasse tra cumuli di pattume e miasmi e Camilleri tentasse di spiegare tutto con i suoi telai. Non afferravo il nesso. Se a lui fossero rimasti i telai, a noi avrebbero tolto l'immondizia? In sostanza, non afferravo che al Sud «arcaico e perfino magico e superstizioso» avrei dovuto aggiungere, appunto, anche quello borbonico. Un po' troppo, in verità. E non credo che il mio sia il tipico disagio illuministico di chi vive male la propria meridionalità. La vivo bene, anzi benissimo. A patto che non sia totalizzante, che non diventi l'espressione di una nuova ideologia. Già ho detto della storia di Caccioppoli usata come corpo contundente. Ma potrei raccontare anche di quando, a metà degli anni Settanta, a Napoli fu allestita un'imponente mostra sulla «civiltà del Settecento». A inaugurarla fu il sindaco comunista Maurizio Valenzi, di cui ero il cronista al seguito. Di fronte a quella mostra, che era in realtà un deferente omaggio ai Borbone, anch'io mi sentii riconciliato. Da una parte Enrico Berlinguer, l'allora segretario del Pci, dall'altra Carlo III, il migliore di quei re; da una parte l'austerità anticapitalistica, dall' altra i fasti impareggiabili della monarchia borbonica. Per quanto arduo, l'accostamento reggeva, perché c'era un equilibrio di toni e di misure. E non c'erano equivoci sui tempi. Quello messo in mostra, gli arazzi, le porcellane, le carrozze e perfino le macchine per il divertimento, era il passato. Punto. Inoltre, non sono mai stato un novantanovino, uno di quelli che, nonostante il clamoroso falliimento, ancora coltivano il mito della Repubblica napoletana del 1799; il mito di Eleonora Pimentel Fonseca e di Gennaro Serra di Cassano, di Domenico Cirillo e di tutti gli intellettuali rivoluzionari che pagarono con la vita l'avversione alla monarchia, l'eccessiva dipendenza dai francesi e l'assoluta distanza dal popolo. Un vero novantanovino ha la fede antiborbonica di un napoletano come l'avvocato Gerardo Marotta, fondatore e presidente ad vitam dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, che all'imperituro ricordo di quei martiri ha devoluto tutti i suoi averi. O la passione giacobina di un cilentano illustre come il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, che ho visto piangere e immalinconirsi a ogni citazione di Francesco Mario Pagano, padre della Costituzione della Repubblica napoletana. Ma se non è la fede giacobina, che cosa mi infastidisce nell' esaltazione borbonica? Ebbene, credo che mi stordisca tutto quell' eccesso di orgoglio che trasuda da ogni elencazione dei cosiddetti primati storici meridionali. A partire proprio dai telai siciliani, dalle sete di San Leucio, dalla prima ferrovia Napoli-Portici, e perfino dall'insuperabile ma imitatissimo San Carlo. È vero, avevamo il più bel teatro del mondo, Stendhal ne andava pazzo; producevamo stoffe pregiate, si esportavano in tutti i continenti; potevamo andar fieri per una strada ferrata già nel 1839 (la Torino-Moncalieri è di nove anni dopo). E si sa, avevamo anche il primo telegrafo elettrico e il primo faro lenti colare, il primo ponte sospeso in ferro, quello sul Garigliano, lungo 287 palmi, pari a 76 metri, realizzato in soli quattro anni e così ben fatto da reggere il peso dei carri armati tedeschi in ritiraata. Senza contare il bacino di carenaggio più grande, ma tra quelli in muratura, e la prima nave a vapore del Mediterraneo o la prima a elica in Italia. Mentre nelle piazze e lungo i vichi c'erano già, a rischiarare le notti napoletane, i primi lumini a gas. Ne sono stati contati più di 350. Dimenticavo: e la prima cattedra di Astronomia in Italia, affidata a Pietro De Martino? E la prima cattedra di Economia politica nel mondo affidata ad Antonio Genovesi? E il primo orto botanico o il primo museo mineralogico al mondo? Avevamo anche il maggior numero di tipografie, più di cento solo a Napoli, il minor carico fiscale e la più consistente riserva aurea di tutta la penisola. Avevamo tutto questo. Ma sempre eccezioni erano. E con le eccezioni borboniche tutto, ancora oggi, si giustifica; poco o nulla si risolve. Del resto, nel suo "Voyages en Italie", Stendhal magnificava il teatro San Carlo, ma dei napoletani parlava come di barbari, gente «rozza e seminuda che neanche nei caffè ti si toglie di torno». E l'Abate Galiani, che pure a Napoli era di casa, scriveva in continuazione alle sue amiche Madame Necker e Madame d'Épinay per confessare che viveva «in un deserto spaventoso» e che temeva di finire «napoletano come gli altri». E poi, non vorrei dire: ma anche l'Urss aveva le sue Soyuz e i suoi laboratori spaziali, le sue prime cagnette spedite in orbita e le sue prime sonde lunari. E il lavoro per tutti? E l'assistenza garantita? E l'uguaglianza e l'internazionalismo? Eppure è finita come è finita. O sbaglio? Forse ora è più chiaro il perché del mio disagio quando ho letto "Terroni", il libro di Pino Aprile uscito nel marzo del 2010 e dedicato all'altra faccia del Risorgimento, al Mezzogiorno occupato e depredato. Ho pensato: ecco, ci risiamo con la voluttà della malinconia, con l'antagonismo meridionale, con la favola del Borbone liberale e garantista e la tesi del risarcimento per i danni subiti, con la furia rancorosa, con i coltelli tra i denti per le ferite ancora sanguinanti, con il Sud colonizzato dai piemontesi spietati. Siamo precipitati, infatti, in quello che per me è il paradosso del giorno confuso con la notte. Che consiste nel temere le luci dell'alba e non le oscurità profonde, lo scampato pericolo e non il pericolo incombente. Mi spiego. Nel caso di "Terroni", qual è la notte? Il regno borbonico o l'Italia unita? Non c'è dubbio: per Pino Aprile l'oscurità è venuta con le camicie rosse e con i bersaglieri, con il ribaltamento delle classi dirigenti infeudate e con le riforme sabaude. Così come in "Napoli milionaria" di Eduardo De Filippo la nuttata non è quella delle rappresaglie e dei rastrellamenti nazisti, ma viene con le am-lire e il boogie-woogie portati dagli americani. « Adda passa' a nuttata » dice Eduardo. E lo dice all'inizio del 1944, in una città appena liberata, quando i tedeschi sono stati già messi in fuga e a Napoli cominciano a sventolare le prime bandiere a stelle e strisce. In ogni caso, la vera chiave di lettura di "Terroni" me l'ha suggerita un take d'agenzia apparso un pomeriggio sul computer di redazione. Riferiva di un singolare gioco della torre e di una insolita domanda. Vittorio Emanuele II o Giuseppe Musolino? L'ultimo re di Sardegna e primo re d'Italia, il cavaliere a spada tesa dell'incontro di Teano, l'artefice dell'Unificazione insieme con Garibaldi e Cavour; o u rre dill'Asprumunti, il taglialegna diventato brigante, l'autore di almeno una dozzina di omicidi, tra cui quello di una donna? Era questa, nell' estate del 2010, la domanda posta a Roberto Maroni, ministro leghista con l'incarico preciso di acchiappare i fuorilegge. Il gioco della torre è la specialità di Atreju, la kermesse dei giovani berlusconiani che si tiene ogni anno a Roma e i cui partecipanti, per come è congegnata, non se la possono cavare con una battuta di comodo o sufficientemente ambigua. Tipo «abbatto entrambi» o «vada per il re dei briganti», che può valere, volendo e alludendo, tanto per il monarca, quanto per il ribelle armato. No. Bisogna letteralmente buttare giù uno dei due. Il ministro degli Interni Maroni, il volto istituzionale del Carroccio, chi avrebbe buttato giù? Il re o il brigante? Quando poco prima gli hanno chiesto di scegliere tra la canotta bossiana e la camicia d'ordinanza leghista, Maroni se l'è cavata tradendo il capo in nome dei sacri simboli. Per ironia della sorte, Atreju, il bambino-guerriero protagonista della "Storia infinita" che ha rinunciato a vendicare la morte dei genitori per dedicarsi alla Grande Ricerca, è un cucciolo della tribù dei Pelleverde. E Maroni è un camiciaverde, perché è il verde il colore d'ordinanza del suo partito. Ragione in più per non deludere. Ma adesso? «Giù il Savoia!» è la risposta. Una scelta antitaliana, avrebbe detto Francesco Cossiga, che all'antitalianità ha dedicato un bel libro. Ma è inutile farne un dramma, tanto più, mi dice lo storico Giuseppe Galasso, che «Maroni gioca a fare il leghista estremo ma è un buon ministro degli Interni e persegue i briganti, i nuovi briganti». La battuta di Maroni, che come è giusto che sia è scivolata senza lasciar tracce sui giornali, tranne che in un trafiletto sul "Corriere della Sera", era però importante, almeno per me, perché confermava una vecchia legge, valida sia in politica che in amore. E cioè che così come ci sono uguali che si respingono, ci sono anche estremi che si toccano. Anche gli estremi di cui si parla in questo libro: nordismo e sudismo. O meglio: turboleghismo e ultrasudismo, i quali possono specchiarsi, avvicinarsi e sovrapporsi molto più di quanto si possa immaginare. Se così non fosse, se certi opposti non si toccassero, sarebbe difficile spiegare il successo editoriale di Terroni, un volume che è uno sbuffo liberatorio di umori sudisti. Un libro antigaribaldino e antirisorgimentale in cui i piemontesi di Vittorio Emanuele II vengono paragonati, in ordine sparso, agli sterminatori di Marzabotto, ai Lanzichenecchi di Roma, ai carcerieri americani di Abu Ghraib, ai soldati marocchini in Ciociaria, ai francesi in Algeria, alle truppe di Tamerlano e di Gengis Khan, di Attila e di Pinochet. E solo dopo molte pagine, e in modo indiretto, anche ai Khmer rossi di Pol Poto Un libro così concepito e dichiaratamente di parte ( « Ho stabilito una personale moratoria: centocinquant'anni bastano, ora voglio sentir parlare solo dei difetti dei settentrionali») è stato letto ed è piaciuto sia nell'ex Regno delle Due Sicilie sia in quello di Sardegna. E non credo che ciò sia avvenuto solo perché al Nord ci sono molti immigrati meridionali. Quando nell'ottobre del 2010 "Terroni" viene presentato insieme con "Cuor di Veneto", di Stefano Lorenzetto, orgogliosa raccolta di testimonianze del Nord-Est, a far da «padrini» di un ipotetico duello geopolitico ed editoriale ci sono Raffaele Lombardo, governatore autonomista della Sicilia, e Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona. Sul Giornale Lorenzetto annota: «Chi si aspettava di veder scorrere il sangue a las cinco de la tardes, in realtà è rimasto deluso, perché Lombardo e Tosi si sono trovati d'accordo praticamente su tutto». Lo stesso giorno, Francesco Merlo, sulla Repubblica, parla di terroni e razzisti uniti nella lotta contro l'Italia. E rimpiange i tempi di Quelli della notte, programma Rai che spopolò nell'estate del 1985, quando con ironia e leggerezza Renzo Arbore metteva insieme Miss Nord e Miss Sud, il romagnolo comunista Maurizio Ferrini e il siciliano Nino Frassica di ritorno dalla sua mitica Scasazza. Con quale termine indicare questi opposti che si incontrano? Che cosa tiene insieme illeghista filobrigantista e il sudista antipiemontese? È il «terronismo», con la enne. Un termine che nei dizionari ancora non esiste. Dovrebbe stare prima di terrore, ma ancora non si trova. Nella Treccani c'è terrone, che è tratto dalle espressioni «terre matte» o «terre ballerine» con cui talvolta si indicavano le regioni dell'Italia meridionale. Ma non c'è terronismo. Se si interrogano Google e altri motori di ricerca, scatta automatica la correzione in terrorismo. Se però si insiste, come ha fatto Pietro Trifone in Storia linguistica dell’Italia disunita, a partire dalla base «terrone» può venir fuori di tutto. Dai diminutivi terroncino, terrunciello e terronetto, agli accrescitivi terronone e terroncione. Dai peggiorativi terronaccio, terronazzo e terronastro, ai sostantivi terronata, terrronità, terroneria, nonché terronizzazione, terronico, meridio-terronale, terronistico. E non mancano il verbo terronare, utilizzabile al posto di taroccare, e la parlata terronese. Che poi sarebbe quella di Diego Abatantuono ai tempi di "Eccezzziunale veramente" e "Viuuulentemente mia", quando chiamava la moglie Babbara e non Carmela, che era il suo vero nome, «pecché fa più settentrionale»; e quando da buon figlio di padre pugliese, a ogni occasione ripeteva: «I' so' milanese ciento pe' ciento». Marco Demarco Fonte: M. Demarco, Terronismo. Perché l'orgoglio (sudista) e il pregiudizio (nordista) stanno spaccando l'Italia in due , Rizzoli, Milano 2011.

  • Tempesta di Natale

    «Chi è lei? Cosa fa qui? Non vede che ora è?» «Sono Babbo Natale e ritiro doni» disse il giovane puntando una pistola contro il cuore del vecchio. L'uomo anziano ridacchiò, ma il sorriso divenne un singhiozzo. «Non c'è più niente da prendere. Lei è stato sfortunato. Non c'è più niente.» Il giovane spettinato ruggì come una bestia ferita, e prese a correre per l'appartamento gridando e bestemmiando. Il vecchio allargò le braccia con una smorfia. «Visto? Più niente. Faresti bene a trovarti un lavoro.» Il giovane disse "vecchio balordo". Il colpo scaraventò il vecchio contro la tavola mentre il sangue schizzava in alto come un fuoco d'artificio. Il corpo si adagiò lentamente sul tavolo a pancia in aria, prima di andare a sbattere contro la stufa a legna di maiolica, poi cadde a terra in ginocchio col culo in aria come un musulmano in preghiera. Dalla tavola un cavatappi gli cadde sulla schiena, rotolò sul pavimento, e andò a incastrarsi sotto il suo ventre. Il giovane che aveva detto di essere Babbo Natale strin­se i pugni e gridò di rabbia. La signora Loi si svegliò di colpo e accese la luce. Si guardò intorno e, con la bocca ancora impastata, mormorò "Arrigo". Poi si alzò sbadigliando e caracollò verso il salotto. «Arrigo, è tardi. Cosa fai ancora sveglio?» «Guardo "Ombre rosse".» «Dài, spegni quella televisione, vieni a letto. Ho sentito uno sparo.» «Era John Wayne.» «Ma no, ho sentito uno sparo fuori.» «Era una marmitta.» «Che marmitta, vuoi che non conosca il rumore di una marmitta? Dai, vieni a letto. Non hai sonno?» «No, la Messa mi tiene sveglio.» «Uffa, quante storie per una Messa. Non sarà la fine del mondo una Messa la notte di Natale. E poi male non ti fa. Da quanto tempo non andavi a Messa?» Il commissario Loi aspettò che John Wayne avesse compiuto la sua vendetta, poi raggiunse la moglie in camera. La signora Loi si era già riaddormentata. C'è gente che ha un rapporto molto felice col sonno. Il commissario si accese una sigaretta e andò alla finestra. Stava nevicando che Dio la mandava. Alle quattro di mattina la città era una distesa bianca e azzurra. Nessun segno di vita in strada. Un camioncino parcheggiato da­vanti a casa pareva un elefante bianco. La tempesta di ven­to sbatteva contro i vetri la neve che scendeva a piombo come se i fiocchi fossero sassi. "Cazzo!", pensò il commissario Loi. Pensava a come avrebbe fatto a raggiungere i suoceri il giorno dopo, per il pranzo di Natale. Le strade sarebbero state impratica­bili. Si ricordava di una nevicata così nel '77. Altre nevi. Altra vita. Proprio nel momento in cui un campanile batteva le ore in lontananza, qualcuno suonò alla porta di casa Loi. Il commissario, ancora immerso nella contemplazione della nevicata, ebbe un sussulto. Non era sicuro di avere udito bene. Era il campanello del suo appartamento o uno squillo nel silenzio della sua mente? Sua moglie non si era mossa, continuava a dormire con un leggero ronzio delle labbra. Poi ci fu il secondo squillo. Erano quasi le quattro di mattina. Il commissario Loi rimase senza parole davanti alla figura minuta e sparpagliata del dottor Zanardi, in pigiama e cappotto. «L'ha sentito?» chiese il dottore con la sua piccola voce chioccia. «Non ho sentito niente.» «Uno sparo!» esclamò il dottore allargando le braccia. «Venga dentro» sospirò il commissario facendosi da parte. «Prende qualcosa? Un caffè? Un liquore?» «Hanno sparato!» insisté il dottore sull'orlo delle la­crime. «L'ho sentito bene, c'è qualcuno nell'appartamento dei Righetti.» «Qualcuno nell'appartamento dei Righetti?» chiese pensieroso il commissario mentre prendeva i bicchieri e le bottiglie. «Si sieda, dottore. Si tolga il cappotto.» Il dottor Zanardi fece no con la testa, e alzò il bavero del cappotto. Poi si sedette in cima al divano, con le ginocchia strette come una vecchia signorina. «Hai visto? Te l'avevo detto, era uno sparo.» La signora Loi era apparsa in salotto silenziosa come un pensiero, avvolta in una camicia da notte di flanella a passerini bianchi e rossi. «Non cominciare anche te» disse il commissario. «Io non ho sentito niente. Può essere tutto, una marmitta, la piastra di un forno che cade, una castagnola di Natale, John Wayne...» «Però veniva dall'appartamento di Righetti» azzardò il dottore prendendo con due dita il bicchiere di whisky. «E Righetti non c'è. Se n'è andato.» «E dov'è andato?» chiese il commissario sorpreso. «Non lo sapevo. Quando?» «Ma come?!» fece la signora Loi. «Dove hai la testa? Non ti ricordi?» Il commissario ci rimase male. Dove aveva la testa? Appoggiò una mano alla maniglia della finestra e osser­vò la neve spazzare l'aria con ferocia. Sì che si ricordava. Solo che invecchiava. Capitava che non si ricordasse più di cose accadute il giorno prima. Bevve una lunga sorsata di whisky. «Smettila di bere. Devo ricominciare a nascondere le bottiglie di liquore?» Il commissario guardò la signora Loi come se fosse uno specchio, ma pensava a Righetti. La signora Righetti era stata investita da una moto con side-car il giorno di ferragosto. Era rimasta in coma due giorni prima di morire. Il marito non si era più ripreso. Il pirata della strada l'ave­vano beccato a Funo di Argelato mentre pisciava su una panchina della piazza, a notte fonda, ubriaco come una puzzola. Una moto con side-car. Che stronzata! Da riderci su per una vita. Per una vita. Per quella vita il signor Cleto Righetti aveva venduto l'appartamento e se n'era andato a stare dalla sorella, chissà dove. «Magari Righetti è venuto a prendere le ultime cose» disse il commissario alzando le spalle. «I rumori che avete sentito non sono altro che Righetti alle prese con le ultime fasi del trasloco.» «Ci avrebbe detto qualcosa» mormorò il dottor Zanardi. «Quello era uno sparo» disse con sicurezza la signora Loi. «Va bene, va bene» fece Loi spazientito «Magari non è Righetti, Righetti è via, d'accordo, i rumori vengono dai vicini, è la vigilia di Natale, abbiamo mangiato e bevuto, siamo stati a Messa, è già Natale, i ragazzini dei vicini sono agitati, arriva Babbo Natale coi regali, no? non è questo il Natale? Fra i regali ci sono delle pistole, i ragazzi adorano le pistole, le bambine preferiscono le bambole, come si chiama, la Barbie, e le pistole dei maschietti fanno bum, quello che avete sentito voi. Va bene? Avete sentito una pistola giocattolo azionata da Pietro, o da Ignazio. A posto?» «Sì, ma...» il dottor Zanardi cercò la signora Loi con uno sguardo incerto. «Arrigo» intervenne la signora Loi sospirando «non c'è nessuno nel palazzo. Siamo solo noi.» «Ma come sarebbe...» sbuffò Loi. «Siamo sei famiglie nel palazzo. O non so più contare?» «Al secondo piano ci siamo solo noi, perché i nostri vicini sono andati a Santiago di Compostela in pellegrinaggio, al primo piano c'è solo il dottore, perché i signori Andreani sono a fare le terme a Montegrotto, al piano terra non c'è nessuno, perché l'appartamento di Righetti è vuoto e l'appartamento vicino, quello dei Graziosi, è vuoto anche quello, perché Giacomo e Anna hanno portato i bambini, Pietro e Ignazio, a trovare i nonni a Capracotta. Totale appartamenti occupati: due.» La signora Loi tacque osservando soddisfatta l'effetto delle sue parole sul marito. Il commissario assunse l'aria di chi riflette intensamen­te, ma in realtà non sapeva che fare. Quella storia lo stava sfinendo. «Be'? E cosa vi aspettate che faccia?» sbottò alla fine l'ispettore. «Che chiami la polizia?» «Arrigo, sei tu la polizia. Tu sai cosa fare.» "La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte", canticchiava il commissario mentre scendeva le scale allacciandosi addosso il giubbotto. Si sentiva deficiente: trovarsi su per le scale del suo con­dominio, la notte di Natale, in ciabatte, tuta e giubbotto, per controllare le paure di sua moglie e di un medico ap­prensivo in pensione. Mentre fuori una tempesta di neve metteva alle corde la città. Giunto al primo piano si fermò ad ascoltare. Niente. Neanche uno scricchiolio, neanche uno spiffero. Un deserto. Pensò se non fosse il caso di tornare indietro. Solo per un fatto di autostima. Poi pensò anche che sua mo­glie lo avrebbe tormentato allo sfinimento se non avesse verificato... All'improvviso la luce delle scale si spense. Il commissario sbuffo e cercò con la mano l'interruttore del pianerottolo. Fu proprio nel momento in cui fece "clic" sul bottone che udì qualcosa, un rumore soffocato e indistinto, che pareva venire da sotto. Il commissario rimase immobile con le orecchie tese. Forse un'impressione, solo una suggestione. Guardò in su e vide i volti di sua moglie e del dottore che lo osservavano dall'alto delle scale. «Tutto bene, Arrigo?» gridò la moglie. «State attenti alla luce» rispose il commissario. «Non sento niente. Secondo me non c'è nessuno.» Il commissario si mise a giocare nervosamente con le chiavi dell'appartamento dei Righetti, che la previdente signora Loi gli aveva infilato in tasca, perché non si sa mai se uno deve aprire. Non si sa mai. Il commissario alzò gli occhi al cielo e vide il volto in ombra della moglie che osservava, come una spia. Arrigo Loi pensò che avrebbe fatto meglio a infilare le scarpe invece di scendere in ciabatte, e magari a prendere la pistola, che anche se non serve è di compagnia. "Basta, vediamo di chiudere questa stupida storia. Stupido io a dare retta a quei due esaltati" pensò con una pun­ta di rabbia Arrigo Loi scendendo gli ultimi gradini. Quando si trovò di fronte alla porta di Righetti rimase un attimo col fiato sospeso per cogliere un rumore all'in­terno, uno sbattere di porte, di vetri, una scopa che cade. Niente. Provò a spingere la porta. Chiuso. Tutto regolare. Suonò il campanello e rimase in attesa. Se Righetti avesse aperto gli avrebbe dato il buon Natale, come va? Credevo che fossi già partito. Ma la porta rimase chiusa. Udì un rumore sordo e continuo, "tud, tud, tud", a metà delle scale. Loi si voltò più incuriosito che spaventa­to. Erano i fiocchi di neve che sbattevano minacciosi con­tro i vetri della finestra. Fiocchi come noci. Il commissario si decise ad aprire la porta con le chiavi. Se ci fosse stato dentro Righetti gli avrebbe detto buon Natale, e tutto il resto. Righetti dentro c'era, ma era accucciato sul suo sangue, in cucina, accanto al muro, e non poteva né sentire né dire buon Natale. Loi rimase immobile sulla soglia. Il sangue di Righetti aveva tracciato delle piste rosse sul muro della parete lungo la quale era scivolato il corpo del pover'uomo, poi si era raccolto in un lago scivoloso che aveva coperto buona parte del pavimento. L'appartamento era vuoto, né un mobile, né un elettrodomestico, né un'asse da stiro, niente. Tranne un tavolino e una sedia, proprio immersi nel sangue di Cleto, e sopra il tavolo un bicchiere vuoto, dozzinale. E la stufa di maiolica. Sua moglie e il dottore avevano ragione: qualcuno aveva sparato. Nell'aria c'era ancora odore di cordite. Chi aveva sparato? E dov'era adesso? Il commissario Loi tornò indietro fino al pianerottolo e alle scale. C'erano delle impronte di fanghiglia in direzio­ne dell'appartamento di Righetti. Tracce di scarpe diverse. Tracce in entrata e in uscita. Prima entra Righetti, poi entra l'assassino. Le loro impronte. Poi però qualcuno era tornato indietro. Impronte confuse. Ad un tratto Loi sentì un movimento alle sue spalle. Scattò all'indietro col cuore in gola, pronto a difendersi. «Cazzo» sospirò abbandonando le braccia lungo i fianchi. «Vai a prendere il telefonino, dài. Fai presto. Dài.» Ma la signora Loi restava a fissarlo pietrificata, come avesse scorto un becco fra i suoi occhi. «Righetti è morto» fece Loi. «Dobbiamo chiamare i ragazzi. Vammi a prendere il telefonino. E anche la pistola.» La signora Loi avrebbe voluto chiedere e sapere e fare altre domande, ma capì che non era il caso e risalì le scale in fretta, come inseguita da una serpe. Arrigo Loi si chinò di nuovo a osservare le impronte. Tornò nella cucina di Righetti e cercò di vedere le scarpe del cadavere. Scarponcini vecchio modello, con suola di para a righe parallele. Anni sessanta. Le altre impronte appartenevano a scarpe con la suola apparentemente liscia. Niente scanalature nella fanghiglia. Erano quelle di chi è entrato e uscito. Chi gira sulla neve con suole lisce? Loi risalì alcuni gradini delle scale per guardare dalla finestra. La tempesta di neve non accennava a diminuire di intensità. Aveva cominciato a nevicare fin dal mattino, lentamente, a fiocchi morbidi. Nel pomeriggio pareva voler smettere. Poi, verso sera, aveva ricominciato, con forza sempre crescente, fino a trasformarsi in quella specie di tornado. La signora Loi arrivò con gli occhi sbarrati, tenendo la pistola per la canna con due dita, come fosse un ratto morto. Aprì la bocca ma la voce venne meno. Loi afferrò la pistola in silenzio e se la infilò nella tasca del giubbotto, poi allungò la mano nella quale la signora depose timidamente il telefonino. Loi fece il numero della centrale quasi con rabbia. Scandellari? Ascoltami... sì, buon Natale anche a te... no, sono a casa, non in vacanza, sì... ascoltami, perdìo! C'è un morto qui, assassinato. Sì, a casa mia... Manda una squadra e la scientifica, e un'ambulanza... Come sarebbe? Non abbiamo un'auto, un camioncino, un cingolato, un carro armato, un elicottero, un qualche cazzo di qualcosa si muova sulla neve? Ma dove siamo? Due fiocchi di neve paralizzano una città intera? Cosa mi racconti? Insomma, Scandellari, fai come vuoi ma manda qui qualcuno, anche perché l'assassino è ancora nei paraggi, secondo me. Sappimi dire. Lo so che è Natale, ma gli assassini hanno un'idea diversa delle feste da quella che abbiamo noi.» La signora Loi sembrava la statua della disperazione: immobile, bocca socchiusa, occhi neri spalancati in campo grigio pallido. «Torna su» le ordinò Loi «e chiuditi dentro. Non ho bisogno di te. Torna su e preparami del caffè. E aspettami. » La signora Loi non fiatò e rifece le scale che sembrava la notte dei morti viventi. Il commissario tornò nella cucina di Righetti. C'era qualcosa che non andava. Rimase a lungo a osservare la scena. C'era il corpo di Righetti. C'era la stufa di maiolica. C'era il tavolo con sopra un bicchiere vuoto. Vuoto? Loi si avvicinò finché poté, per non calpestare il sangue che aveva circondato il tavolo. Strinse gli occhi, si piegò sul­le gambe. Nel bicchiere restavano ancora alcune gocce di qualcosa. Sembrava vino o birra. Esitò un attimo, poi si decise. Allungò il braccio e, dopo alcuni tentativi, riu­scì a prendere il bicchiere con tre dita. Lo annusò: vino bianco. Probabilmente Cleto aveva bevuto del vino bianco. Il Pignoletto era la sua passione. Un ultimo addio all'appartamento in cui era stato felice prima di andarsene per sempre. Un'ultima lacrima prima di morire. Loi rimise il bicchiere al suo posto sul tavolo. La scientifica ci avrebbe trovato le sue impronte, ma pazienza. Il commissario continuava a osservare ogni dettaglio della stanza. Attratto da un riflesso sotto la pancia di Righetti, Loi si chinò fino ad appoggiare quasi la fronte a terra. Il cavatappi. Si intravedevano l'anello e uno dei bracci del cavatappi che spuntavano da sotto il ventre di Cleto. Il commissario si rialzò sbuffando. Mancava solo un elemento: la bottiglia. Loi uscì dall'appartamento e rimase di nuovo in ascolto. Solo, a tratti, il vento. Cominciava a prendere forma nella sua testa la sequenza degli avvenimenti, quanto meno un'ipotesi attendibile. Righetti era venuto per l'ultima volta nel suo appartamento per chiuderlo definitivamente e andarsene via per sem­pre. Prima, però, aveva voluto sedersi a bere un bicchie­re alla salute della moglie morta, secondo un rituale caro alla vecchia coppia di coniugi. Un bicchiere di Pignoletto e poi a nanna. Mentre beveva e piangeva, si è trovato di fronte uno armato di pistola, convinto evidentemente che nell'appartamento ci fosse qualcosa da portar via. Visto che invece l'appartamento era vuoto come una bolla di sa­pone, preso da un raptus di rabbia aveva sparato al povero Cleto e se ne era andato portandosi via la bottiglia. Se n'era andato. Ma dove? Dove va uno con quella tempesta? Loi scese i tre scalini che separavano l'appartamento di Righetti dalla porta principale e quando provò ad af­facciarsi all'esterno fu investito da un turbine di neve e ghiacciò che lo accecò. Si coprì con le braccia alla meglio per cercare di vedere la strada. Era tutto buio, neanche un lampione, non una luce dalle case. Tutto immobile. Nessuno. A lato del marciapiede stazionavano sagome bian­che, qualche auto, il camioncino che sembrava un elefante bianco, i cassonetti dell'immondizia, la carcassa di una bi­cicletta attaccata a un palo. La tempesta aveva cancellato ogni impronta nello spazio di pochi secondi, ammesso che qualcuno potesse aver provato ad andare in giro. Loi osservò di nuovo i veicoli parcheggiati di fronte a casa. Nessuno, nei dintorni, possedeva un camioncino. Il commissario Loi chiuse la porta e cominciò a scrollarsi di dosso l'acqua e i fiocchi di neve che gli si erano incollati in faccia come ragni bianchi. Gocciolava dai capelli e dai pantaloni della tuta. Si asciugò col fazzoletto come poteva. L'assassino è ancora nei paraggi, pensava Loi, ma dove? Vediamo: dopo avere ucciso Righetti, l'assassino corre in strada per scappare, ma si accorge che il camioncino su cui avrebbe dovuto caricare la refurtiva, non era in gra­do di percorrere un metro sotto quella tempesta, oppure, più probabilmente, non si era messo nemmeno in moto. Doveva aspettare che la tempesta finisse, se voleva recu­perare il camioncino, quindi bisognava trovare un luogo dove restare in attesa. Certamente non dentro al posto di guida, sarebbe morto assiderato. E nemmeno nell'ap­partamento di Righetti, con il rischio di lasciare tracce e indizi ovunque. Il commissario Loi prese la pistola e avanzò lentamente fino alla porta della cantina. Ma il lucchetto che assicurava la porta era intatto. Certo, non ci vuole niente a forzare un lucchetto, ma, una volta che si è entrati, non lo si può richiudere. E questo era chiuso. Non poteva essere in cantina. Il commissario abbassò l'arma e tirò il fiato. All'improvviso capì. Salì rapidamente le scale e entrò in casa con la furia di un marine. «Hai le chiavi anche dei Graziosi?» chiese ansimando alla signora Loi che, in poltrona, lo osservava con occhi sbarrati. Il dottor Zanardi si era addormentato davanti alla TV. La signora Loi indicò il tavolino del telefono accanto alla porta. Arrigo Loi cercò fra i mazzi di chiavi che aveva lasciato in custodia chi era partito per le vacanze e prese quello con il cartellino "Graziosi". Afferrò di passaggio le manette dall'attaccapanni e, uscendo, si voltò verso la moglie. «Fra cinque minuti telefona ai Graziosi. Cinque minuti. Poi chiama Scandellari, digli di muoversi.» La signora Loi si limitò ad aprire la bocca. La porta dell'appartamento dei Graziosi non mostrava segni di effrazione. Come quello di Righetti, del resto. Uno scassinatore molto abile, pensò Loi, uno che ci sa fare con le serrature, o magari uno paziente, che aveva preso le impronte delle serrature nell'arco di qualche mese. Il commissario appoggiò l'orecchio alla porta dei Graziosi, ma non udì il più piccolo rumore. Controllò la pistola ancora una volta. Poi provò a inserire la prima chiave nella serratura, molto lentamente, per non fare rumore. Non era la chiave giusta. Ad un tratto sentì squillare il telefono, dentro. La signora Loi. Freneticamente inserì la seconda chiave e girò. Il telefono continuava a squillare e la porta si aprì quasi in silenzio. L'uomo era seduto al tavolo della cucina e osservava il telefono. Era nervoso, agitava le dita. Quando vide Loi con la pistola puntata su di lui scattò in piedi e fece per get­targlisi contro. «Polizia!» gridò Loi. «Non ti muovere! Non ti muovere!» «Ei, calma» fece l'uomo tendendo le mani in avanti, come per parare i colpi della pistola. «Non ti agitare.» «Stenditi a terra! A terra!» continuava a urlare Loi. «Faccia a terra, braccia larghe. Muoviti! Muoviti!» L'uomo eseguì senza fretta e Loi gli fu sopra immediatamente e gli piantò la pistola nella nuca, mentre gli legava le mani con la corda della tuta. L'uomo portava alle mani guanti di lattice. Solo adesso Loi poteva guardare con calma l'uomo che stava seduto di fronte a lui, le braccia legate dietro la schiena, davanti alla tavola della cucina. Sopra la tavola c'erano dei crackers, del formaggio rosso, olandese, un cestino di noci, una bottiglia di vino quasi vuota e un bicchiere. «Ti stavi preparando il pranzo di Natale?» chiese Loi accendendosi uno dei sigari di Giacomo Graziosi. padrone assente dell'appartamento. L'uomo alzò le spalle con una smorfia. Poteva avere una quarantina danni, mal vissuti, capelli gelatinosi e impervi, barba di tre-quattro giorni. «Cosa aspettiamo?» chiese alla fine l'uomo agitandosi sulla sedia. «Il resto della polizia. Io sono l'avanguardia» fece il commissario Loi posando la pistola sul tavolo, ma a portata di mano. «Avanti, commissario, tutta questa scena per niente» disse l'uomo col gel abbozzando un sorriso. «È la notte di Natale, alla fine dei conti.» «Appunto. Cosa ti viene in mente di andare per case, la notte di Natale, a svaligiare appartamenti e a uccidere le brave persone?» «Di cosa parli, commissario? Io sono un piccolo delinquente, un ladruncolo della domenica, ogni tanto mi faccio un appartamento, una macchina, uno scippo, cose da ridere. Perché mi parli di omicidio?» «Il povero Cleto non ride tanto, in questo momento.» «Commissario, parli arabo. Chi è il povero Cleto?» «Quello dell'appartamento qui accanto, che hai steso prima di venire a rifocillarti un poco qui, in attesa che passi la tempesta.» «Stronzate!» grugnì l'uomo. «Dovresti cercare l'assassino invece di perdere tempo con me.» Il commissario Loi sorrise, e si appoggiò allo schienale per osservare il fumo del sigaro salire verso il soffitto a lente volute. «Come hai detto che ti chiami?» «Mi chiamano tutti Carmen» rispose l'uomo dopo averci pensato su. «È un nome da donna, Carmen. Sei un poco recchione?» «Mi chiamava così il mio padrino. Gli piaceva uno che ai suoi tempi tirava di boxe, e si chiamava Carmen Basilio, un americano, gran picchiatore. Dice che gli somigliavo.» «Non gli somigli. Basilio era pelato.» «Si vede che picchiavo come lui.» «Poi sei salito di grado, e dal tirare pugni sei passato alle pallottole. Non una gran carriera.» Carmen scosse la testa. «Non ho mai visto un commissario come te, in tuta, ciabatte e Beretta 92 e che spara stronzate a raffica.» «Vuoi che ti dica com'è andata?» fece Loi tirando una lunga sorsata dal sigaro. «Carmen ha saputo, chissà come, chissà da chi, ma non importa, Carmen ha saputo che alcuni appartamenti di questo condominio era­no vuoti per le feste natalizie. Carmen pensa: "Uh, che bazza!", e si mette a fare piani. Fatti per bene, ve', mica alla cazzo. Piani coi fiocchi, come quelli dei film. Impronte delle serrature, traffico di persone, come e quando, e insomma, una cosa ben fatta. Tranne per alcuni insignificanti dettagli. Carmen non sa che al terzo piano abita un commissario di polizia, che, malauguratamente, non è andato in vacanza e, soprattutto, ha una moglie gran spaccapalle ma con un orecchio finissimo, che sente scorreggiare i moscerini al luna park di Cento. Beviamo qualcosa, va'.» Il commissario Loi si alzò e andò a prendere un bic­chiere. Sedendosi prese la bottiglia semivuota e ne osservò l'etichetta. «Un Pignoletto. Buono.» «Per me un vino vale l'altro. L'ho trovato in frigo. Ma non c'era niente da mangiare. Solo queste formine di olan­dese, robaccia. Grissini e olandese. Che gente! Niente di niente da mangiare.» «Vedi, Carmen, il Pignoletto è un vino fantastico delle nostre colline. Non dovresti trattarlo così. Batte in pieno il Prosecco. Purtroppo, o per fortuna, lo conosciamo solo noi, qui in zona. Se vai, che so, a Milano, e chiedi del Pignoletto, ti guardano come se gli chiedessi di comprare la Madonnina.» «Sai, commissario, non me ne frega un cazzo delle tue storie sul Pignoletto. Perché non mi lasci andare e te ne torni a festeggiare il Natale con la tua signora dall'orecchio fino?» «Fai male, Carmen, a dire così, perché il Pignoletto è importante. Lo sai che ne parlava già Plinio il Vecchio? Lo chiamava Pinolaetus.» «Ognuno dice la sua.» «Pensa, forse è l'ultima occasione che ti si presenta per bere del Pignoletto.» «Mettila come vuoi, commissario, ma io non ho fatto niente, e soprattutto non ho ucciso nessuno. Mi arresti per cosa? Violazione di domicilio? Sarò fuori prima ancora che tu riesca a scrivere il verbale. E tutto quello che hai in mano. Che prove hai? E poi, quello lì, con cosa l'avrei uc­ciso? Una pistola? Un coltello? Vedi armi qua attorno?» «Una cosa alla volta, Carmen, abbi pazienza. Cosa dicevamo? Ah, ecco. Sì. Allora. Carmen arriva verso sera, la sera della vigilia di Natale, e piazza il camioncino, quello che serve per caricare la refurtiva, qua davanti a casa, e aspetta che faccia completamente buio e che la gente sparisca dalle strade. Poi quatto quatto come il gatto, entra e sta per dedicarsi all'appartamento di Cleto, quando si accorge che dentro c'è qualcuno: il povero Righetti, che accende per l'ultima volta la stufa di maiolica e se ne sta seduto a piangere sulla sua vita disperata davanti a una bottiglia di Pignoletto. Allora Carmen decide di farsi l'appartamento dei Graziosi, questo appartamento. Perché Carmen è stato qui prima di andare da Cleto, e si è portato via il televisore LG, il videoregistratore, la pendola che stava lì sulla parete dietro di te, il computer dell'Anna, là sul tavolino, e scommetto che ha sfrucugliato anche nei cassetti della camera da letto. Tutta roba che adesso sta nel camioncino di Carmen. Ha preso quello che c'era da prendere e si è messo ad aspettare che il signore dell'appartamento vicino se ne andasse. Carmen era convinto che fosse in vacanza e pensava che fosse rientrato per caso, per un'urgenza, poi ripartiva. E Carmen aspettava. E si innervosiva. E aspettava. E più aspettava più si innervosiva. Allora ha preso qualcosa per darsi la carica, un po' di coca, che ne so, una pasticca, si è fatto una pera, dove­va pure tenersi su, no? Alla fine ha perso la pazienza e ha deciso di provare lo stesso. La pazienza è quello che vi manca, a voi delinquenti. Non siete pazienti, volete avere tutto e subito, la vita facile, il mondo in mano, eh, ragazzi, si fa fatica a vivere. Insomma, Carmen è entrato, ha visto Cleto, Cleto gli dice che non c'era più niente lì da prendere, Carmen si arrabbia un sacco, proprio, si incazza, così, per la rabbia e il dispetto, non trova niente di meglio da fare che sparargli. Ma si può essere più cretini? E si porta via l'unica cosa che poteva prendere, la bottiglia di Pignoletto di Cleto. Ma... Sorpresa! Quando arriva in strada Carmen scopre che il suo camioncino è sepolto nella neve, e che non può muoversi. O forse addirittura che non va nemmeno in moto. Gelato come il Polo Nord. Allora Carmen torna dentro e si mette ad aspettare qui, nell'appartamento dei Graziosi che aveva svaligiato in precedenza. Finché arrivano i nostri e Carmen va in gattabuia per un migliaio di anni. Titoli di coda.» «Solo stronzate!» gracchiò Carmen. «Che prove hai di questa storia da televisione? Dove sarebbe la pistola? Una storia che non sta dritta neanche con le stampelle.» «Ma cosa credi» gridò il commissario Loi balzando in piedi e piantandogli un dito sotto il naso «cosa credi, che io sia nato la notte dello squassadino? Solo perché ti muovi con guanti di lattice e non lasci impronte, pensi di farla franca? Solo perché hai nascosto la pistola da qualche parte credi che mi stancherò di cercarla fino al giorno del giudizio? Hai perso, Carmen, non ti fare illusioni. La pistola la troverò, e le tracce del tuo passaggio le troverò, perché si lascia sempre una traccia, un'orma, un'impronta, un segno. Sempre.» Il commissario Loi prese fiato e tornò a sedersi. Carmen lo fissò. Non sapeva se il commissario bluffava, o se faceva sul serio. «E poi io non mi drogo» disse dopo un breve silenzio. «Ma guardati! Non ti droghi! Hai gli occhi che ti escono dalle orbite, lucidi come i pavimenti di mia moglie, ti tre­ma il labbro e i muscoli della faccia saltellano di qua e di là come pulci. Se ti faccio fare il test adesso... Ma che cazzo sto a parlare con te, un delinquente da operetta, una carogna che assassina i vecchietti per portargli via la bottiglia di vino.» «Stiamo qui ancora per molto?» disse Carmen sbuffando. «Finché non arrivano i ragazzi. Hai degli impegni?» «E se i ragazzi non arrivano?» «Allora ti attacco al termosifone e vado a farmi il pranzo di Natale in famiglia.» Il commissario Loi andò alla finestra e scostò la tendina. «Nevica» commentò. «I tuoi ragazzi non arriveranno mai, neanche in elicottero» ridacchiò Carmen. «Cosa c'è da ridere? Vuol dire solo che tu resterai lì fino al disgelo. È così da ridere?» Il commissario sospirò. Aveva voglia di una sigaretta. Poteva chiamare sua moglie e chiederle di portargli il pac­chetto, ma avrebbe dovuto dare molte spiegazioni. E lui non aveva voglia di raccontare. Neanche alla signora Loi. Niente di personale. «Devo andare in bagno» disse l'uomo con i capelli gelatinosi. «Dopo.» «Dopo quando?» «Quando arrivano i ragazzi. Non vorrai mica che ti tiri fuori io l'uccello, no? Se vuoi puoi fartela addosso, sai cosa me ne frega.» Il commissario aprì la porta della camera da letto. Aveva ragione, Carmen aveva già rovistato dappertutto. Cassetti aperti, materassi rovesciati, il solito. «Magari potresti dirmi dove hai nascosto la pistola»  disse a voce alta Loi. «Così risparmiamo tempo. Tanto lo sai che la troviamo.» Ma quale pistola, quale pistola? Io sono solo un topo d'appartamento, te l'ho detto... «Me l'hai detto. Solo che io, sai com'è, diffido, diffido, in particolare di chi non sa cos'è il Pignoletto... » Il commissario passò dietro la sedia di Carmen e si chi­nò ad afferrargli una caviglia per guardargli le scarpe. «Cosa ti viene in mente?» protestò Carmen. «...e diffido anche di chi va in giro sotto la neve con scarpe a suola liscia. Sei proprio un balordo. Tanto lo so che la pistola è qui in giro. Facciamo un gioco? Io ti dico un luogo e tu rispondi acqua, fuoco, fuochino, sai quel gioco da bambini.» Carmen perse la pazienza. «Ma vaffanculo, testa di cazzo. Fatteli da solo i tuoi giochi.» «Hai combinato un pasticcio e poi hai avuto paura. Per ogni evenienza hai nascosto l'arma. Uomo pruden­te. Non potendo buttarla in un canale o seppellirla, l'hai nascosta...» Il commissario Loi cominciò a girare per l'apparta­mento come un indemoniato, aprendo e chiudendo porte, sportelli e cassetti. «...nella credenza. No. Nella tavola. No. Nel cassetto del televisore. No. Nello sciacquone...» Un rumore di camion proveniente dalla strada fece tre­mare i vetri dell'appartamento. Il commissario abbandonò le sue ricerche e si avvicinò di nuovo alla finestra. «Buone notizie per te. Fra poco potrai andare in bagno» disse allegramente il commissario rivolto a Carmen. «Esco un attimo. Non ti muovere.» In strada stavano avanzando due spazzaneve. Il com­missario Loi, sulla soglia, faceva dei segnali con il braccio, mentre cercava di ripararsi invano dalla furia della tempesta. Gli spazzaneve si fermarono proprio davanti alla porta, in mezzo alla strada. Dall'abitacolo saltarono a terra Scan­dellari e altri quattro poliziotti. «È tutto quello che sono riuscito a trovare, signor com­missario» ansimò Scandellari indicando gli spazzaneve. Il commissario Loi sorrise e gli batté una mano sulla spalla. Era di nuovo bagnato come la fontana di Trevi, ma che importanza aveva? Mentre i ragazzi lo trascinavano via, Carmen ringhiava e strappava come un cane rabbioso. «Farai una figura di merda, commissario, rideranno tut­ti, non la troverai mai la pistola, non c'è nessuna pistola, nessuna, schifoso!» Il commissario, seduto di fronte alla tavola, osservava in silenzio la bottiglia di Pignoletto, come incantato. Strinse gli occhi e spinse la faccia più avanti, quasi a contatto con l'etichetta. «Ei, Carmen» disse il commissario a bassa voce. «Ho un'altra notizia per te. Sei perduto.» Arrigo Loi alzò il capo fieramente a sfidare la rabbia di Carmen. «Cazzo dici, commissario? Tu sei quello perduto. Non hai niente in mano. E io domani sarò libero come un frin­guello. Niente arma, niente prova. Non è così? Beviti il tuo Pignoletto Ravoni alla mia salute, e buon Natale, povero fesso!» «E qui casca l'asino, come si dice. Vedi? Se tu cono­scessi i produttori di Pignoletto delle nostre zone, sapre­sti che non esiste nessun Ravoni. Però esiste un Pavoni, che sta dalle parti di Monte Budello, e fa un ottimo Pignoletto. Hai scambiato una P per una R. C'è una gamba di troppo. P, non R. Carmen cercava di divincolarsi dalla stretta degli agenti. «Non sai più nemmeno leggere, commissario di merda? Non vedi l'etichetta?» Il commissario Loi si alzò tenendo la bottiglia per il collo. La piazzò sotto gli occhi di Carmen. «Guarda bene. La bambina della lettera R, non è fatta con l'inchiostro come tutto il resto dell'etichetta. Non ci crederai, ma è sangue. Una stupida miserabile gocciolina di sangue che è schizzata dal corpo di Cleto sulla bottiglia, ed è finita proprio sotto la lettera P di Pavoni tanto da farla sembrare una R. Hai capito adesso, povero coglione! È il sangue di Righetti, è il sangue che ti inchioderà in cella per tutta la vita. Non ci serve più la tua pistola, né le impronte che puoi avere lasciato in giro.» Carmen grugnì e tentò di caricare a testa bassa, riuscen­do solo a trascinare con sé nella caduta Scandellari e una matricola dalla faccia spaurita. Il commissario Loi si chinò su di lui come se nulla fosse. «E anche se hai cancellato le impronte di Cleto dalla bottiglia, quella goccia del suo sangue non la puoi più cancellare. Mai più. Hai capito?» Il commissario Loi raddrizzò la schiena e si stirò i muscoli. «Che ore sono, Scandellari?» chiese sbadigliando. «Le sette, commissario.» «Buon Natale, allora. Nevica ancora?» «Pare di sì» fece Scandellari dopo aver socchiuso per un attimo la tendina della finestra. «Portatelo via e mettete i sigilli e tutto quanto. Ci ve­diamo domani, magari. O, Scandellari: attento alla botti­glia, eh? Ancora una cosa. Dai un'occhiata al camioncino qui davanti, quello che sembra un elefante. Vedete se c'è una pistola. Se c'è, portatela via, è una prova.» Arrigo Loi prese dal portacenere quel che restava del sigaro di Giacomo Graziosi e lo riaccese. Cominciò a gi­rare per l'appartamento, pigramente. Si fermò davanti al frigorifero. Carmen aveva ragione: vuoto. C'è qualcosa di più triste di un frigo vuoto? La voce di Scandellari dalla soglia della porta mise fine alle riflessioni del commissario sui frigoriferi. «Niente, commissario. Solo refurtiva. Niente pistola.» Loi ebbe voglia di qualcosa di molto caldo, che gli fa­cesse passare il freddo lungo la schiena. L'avrebbero tro­vata, la pistola. Doveva essere nei dintorni, per forza. Ci voleva solo un po' di pazienza. Il commissario Loi uscì sospirando dall'appartamento dei Graziosi. Stava per salire il primo gradino delle sca­le quando gli venne in mente il lucchetto della cantina. Tornò indietro, pensando che un lucchetto da dentro non si può chiudere, ma da fuori sì. Rovistò tra i mazzi di chiavi e trovò la chiavetta della cantina. Aprì la porta e la pistola era lì, sulla mensola in alto, nascosta dai detersivi e dalle vernici. La osservò per alcuni secondi senza toccarla. Poi richiuse la porta. L'avrebbero recuperata domani i ragazzi. Non aveva nemmeno voglia di tenerla per la canna e portarsela in casa. Domani. Quando rientrò, Arrigo Loi aveva le ossa rotte e mal di gola. Davanti alla televisione sua moglie e il dottor Zanardi stavano bevendo qualcosa di caldo. Lo guardarono in silenzio. Il commissario chiese una tazza di quello che stavano bevendo. «Karkadé» disse la signora Loi. Il commissario la guardò sconsolato. Da non credere! Karkadé. Ma dove le andava a trovare tutte quelle stronzate? Il commissario si abbandonò sulla poltrona accanto al termosifone. «Allora?» chiese stralunando gli occhi per la curiosità il dottor Zanardi. «Allora?» rincarò la signora Loi versando il karkadé in una tazza a fiori. «Allora niente» disse il commissario Loi abbandonando il capo contro lo schienale. «Un delinquente ha ucciso Righetti. Per una bottiglia di Pignoletto. C'è della gente strana in giro». Sandro Toni Fonte: S. Toni, Il gusto del delitto , Leonardo, Milano-Parma 2008.

  • Lettera a Giuseppe Gerosa

    Capracotta, 18 febbraio 1945. Carissimo Gerosa, solo ieri ho ricevuto la vostra lettera scritta in data sette gennaio. Qui a causa dell'abbondante eccezionale neve di quest'anno (molti escono ancora dalle finestre...) siamo rimasti una cinquantina di giorni senza posta: inutile quindi scusarmi se non mi son fatto subito vivo. Vi ringrazio degli auguri e con me vi ringraziano gli altri di famiglia specie papà e mamma, che sovente mi domandano di voi, di cui hanno ricevuto in un solo incontro ottima impressione conservandovi molta riconoscenza e grande simpatia. Man mano che leggevo la storia del riconoscimento della causa di servizio passavo dalla meraviglia e dal dispetto al piacere per una simile conclusione... Eppure a Roma avevo ricevuto la netta sensazione del riconoscimento - penso sia stato l'ispettorato, a cui doveva ancora esser passata la pratica a bocciarlo. A tal riguardo vi ringrazio assai assai; sarei tanto lieto se potessi anch'io rendervi qualche servizio... Come state? Nessuna notizia da casa? A proposito, una sera - verso la metà di dicembre - sentii alla radio che un certo Gerosa Giacomo dava - mi sembra da Chiasso - sue buone notizie. È forse un vostro parente? La licenza mi è scaduta dal 27 u.s. e non posso ancora muovermi a causa della neve: spero tra qualche giorno recarmi a Campobasso: vi terrò informato sul mio carteggio sui miei movimenti: ma, chi sa se incontrerò ancora un altro fratello maggiore come il cap. Gerosa... Vi ricordo sempre come ricordo con grande affetto gli altri ufficiali coi quali ho vissuto per tanti giorni, pur se militare, una vera vita di famiglia. Vi saluto tutti, uno per uno, non escludendo i miei cari soldati. Quando celebro ogni mattino la S. Messa vi ricordo tutti a Gesù, voi e le vostre famiglie, perché Egli vi aiuti, vi assista, vi protegga, esaudisca ogni desiderio del vostro cuore. Notizie sulla mia salute? Sto benino. Ogni tanto però qualche dolore all'intestino, anche prima di Natale, non so se ve l'ho scritto, ho sofferto per una decina di giorni, dolori più forti, che non a ieri. Ho grande desiderio di rivedervi!... Pazienza. Con la vostra ho ricevuto scritti dal capo di Stato Maggiore, da Polese, Grassi, Bernalta, Pelagatti, vari cappellani ecc... Mi è sorto, col piacere di essere ricordato da tanti amici, qualche pensiero di nostalgia... Dalla radio ho appreso la presenza di truppe italiane nel settore tenuto dall'8ª Armata... Badate a voi... vi sono sempre vicino col pensiero affettuoso e più che tutto con la preghiera. Rocca e Movalli come stanno? E Neri? E il farmacista? E Della Beffa e gli altri? Salutate tutti, ufficiali e soldati, nominatemi. A Nello scrivo da parte. Dimenticavo di ringraziarvi per quanto avete scritto a mio riguardo al mio superiore a Roma: resto realmente confuso per tante prove di benevolenza. Vi abbraccio. P. S.: Sto ascoltando la radiocronaca di quanto si è svolto oggi - giornata del patriota e del combattente: Montelungo celebrata come giorno di rinascita e di gloria per l'Italia (Casati). Apprendo anche che P.A.R. il Luogotenente è tra voi... datemi notizie... Costantino Carnevale

  • Le Nevere

    Da sempre gli abitanti dell'altissimo Molise raccontano di misteriose creature che durante l'inverno popolano i boschi innevati. Nessuno puo dire di averne mai vista una, tutti però conoscono la loro storia. Queste misteriose creature sono chiamate Nevere dagli abitanti del posto perché amano le basse temperature e la neve. In estate il sole cocente le costringe a rifugiarsi nei profondi crepacci della montagna dove gelide si conservano le nevi dell'inverno, ma è la stagione fredda che le vede correre gioiose tra gli alberi nei boschi innevati di Vastogirardi e Capracotta. La leggenda narra che esse si rincorrano nella neve e che tutte insieme danzino senza mai stancarsi. Le loro vorticose danze danno origine alle numerose bufere di neve che d'inverno con furia flagellano i paeselli di Vastogirardi e Capracotta. Quando la bufera rabbiosa imperversa tutti gli abitanti pensano alle Nevere che danzano gioiose nella candida coltre nevosa. Leo Giuliano

  • I geositi dell'Alto Molise

    Su in alto, in mezzo ai boschi, al di sopra dei mille metri sul mare, ove il fremito della foresta e lo scroscio dei torrenti sono le voci più comuni... Questa descrizione di Giacomo Albo del 1919, molto fortunatamente giunta ai nostri giorni nell'unica copia nota in tutti i repertori bibliografici nazionali, attualmente conservata presso la Biblioteca dell'Orto Botanico dell'Università di Padova, ha tutto il "sapore", concedetemi il termine, di una scoperta geografica d'altri tempi; e tale appare essere il filo conduttore di molte delle descrizioni geografiche, topografiche, archeologiche di coloro che, solo recentemente, sembra abbiano letteralmente "scoperto" l'Alto Molise, soprattutto quello dei territori di Vastogirardi, Capracotta, Pescopennataro, Agnone, Carovilli, quello che qualcuno ha osato definire anche il Molise Altissimo. Nei fatti, a legger bene, dai più piccoli appunti ai più importanti volumi dei viaggiatori del Grand Tour, ci si rende conto subito quanto, un po' tutto il Molise, ma molto quella parte di territorio che oggi viene detto l'Alto Molise, sia rimasto ai margini o quasi escluso dagli itinerari di chi, nella fretta di conoscere e riscoprire il Bel Paese, si è soffermato soprattutto lungo le direttrici di comunicazione principali o si è lasciato attrarre dai più importanti e noti monumenti naturali o da quelli frutto dell'ingegno dell'uomo che, forse, in quella porzione d'Italia che oggi chiamiamo Molise, sembravano mancare. È una delle analisi più plausibili se si pensa, ad esempio, che le vicinissime ed imponenti cascate del torrente Verde in agro di Rosello nel vicino Abruzzo, non risultano mai citate; solo segnalate nelle descrizioni dei viaggiatori del Grand Tour. Accadde, tuttavia, che nell'ottobre del 1848, tutta la comunità scientifica archeologica venne a conoscenza di un'importante scoperta fatta, pochi mesi prima, proprio in questi territori, la cosiddetta "Tavola di Agnone" o come fu subito descritta la "Tavola Osca". Francesco Saverio Cremonese ne pubblica, infatti, le prime notizie nel Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica riferendo, non a caso pensiamo noi oggi, che «se niente altro si fosse trovato in Agnone, mia patria, basterebbe questo solo monumento ad assicurarle un posto distinto nella topografia del Sannio » . Questa frase, riteniamo di poter affermare, fu quasi profetica. Se fino ad allora questa regione del Sannio rimase ai più sconosciuta, la scoperta della Tavola Osca scatenò un certo interesse per questi territori. Le vicissitudini della Tavola, per le quali suggeriamo la lettura degli interessanti volumi di Rainini e de Chiocchis, terminarono solo nel 1947 quando il Dipartimento di Antichità Greco-Romane del British Museum di Londra riuscì ad acquistarla con tutta l'importante collezione privata di un antiquario romano. Da quel momento in poi molti studiosi se ne occuparono descrivendone non solo le caratteristiche linguistiche ma molto anche il sito di rinvenimento e l'intero circondario. È tra la fine del 1800, dunque, ed il primo decennio del 1900 che hanno luogo le prime ricerche geografiche, topografiche e più ampiamente naturalistiche in Alto Molise. Tra tutte, sebbene non la prima, ma senza dubbio la più ampia trattazione geografica, ancora oggi la più citata, segnaliamo la descrizione di "Un'escursione a Capracotta in Molise" di Senofonte Squinabol, pubblicata nel 1903 su "La Géographie", il Bollettino della Società Geografica di Parigi. Quali interessi abbiano portato Squinabol nell'Alto Molise non lo sappiamo, tuttavia, come risulta dalla sua breve biografia, pubblicata da Malaroda e Sacchi, Squinabol, per un breve periodo di tempo insegnò a Foggia da dove poté, probabilmente, raggiungere Capracotta, soprattutto se si considera che dal 1897 si trasferì definitivamente al nord Italia dove insegnò prima a Padova e poi a Torino. La sua ricerca dei fenomeni geologici, geografici e topografici fu così attenta da portarlo a scoprire che l'altezza della vetta del Monte Campo risultava erroneamente indicata (m. 1.645) nelle carte topografiche dell'Istituto Geografico Militare, cosa che egli ebbe modo di verificare con l'aneroide e di indicare più correttamente in metri 1.745, quota oggi esattamente attribuita a Monte Campo in tutte le carte topografiche. Tra i numerosi fenomeni naturali da lui osservati e descritti ricordiamo la Grotta di S. Nicola, della quale realizzò anche il rilievo e ne abbozzò una planimetria che nei fatti risulta essere ad oggi il primo rilievo di una grotta del Molise mai pubblicata prima. Descrisse le Fosse del Campo, il Lago Mingaccio, i Laghi dell'Anitra, le doline alla base del Monte Campo, alcune sorgenti, l'ubicazione dell'abitato di Capracotta su di una scarpata della quale interpretò e disegnò le pieghe degli strati, così come fece per il Monte Campo e le sue frane di blocchi calcarei. Insomma, nella sua attività di rilievo e poi nella pubblicazione del suo contributo, Squinabol, non tralasciò nulla meritandosi, sebbene la comunità scientifica lo annoveri tra i precursori nello studio dei Radiolari (protozoi fossili di plancton marino), di essere ricordato anche da noi molisani come uno dei più attenti naturalisti e osservatori dei fenomeni geologici dell'agro di Capracotta. È di appena un anno prima, nel 1902, la pubblicazione invece di un breve resoconto di un'escursione fatta a Monte S. Onofrio e poi al Piano di Capracotta, pubblicata da Manlio Simonetti ne "L'Appennino Meridionale". Partito in bicicletta da Agnone per raggiungere Napoli, Simonetti ed altri due ciclisti, seguirono alcuni loro amici partiti invece in carrozza diretti a Capracotta. Una volta giunti sulla cima del Monte Campo, racconta il nostro Autore: «L a giornata non ci è molto propizia, pure grandioso è lo spettacolo [...] Che bellezza, che imponente spettacolo! ». Rilette oggi, a distanza di oltre 100 anni, per chi conosce quei luoghi e per chi li ha visti mutare inevitabilmente, queste descrizioni affascinano molto, tanto quanto intenso è il senso di rammarico per aver dovuto assistere, forse solo in questi ultimi 10 anni alle trasformazioni radicali di un paesaggio che stava verosimilmente resistendo agli attacchi del tempo e degli uomini con i quali sembrava voler essere in sintonia. Tale è l'interpretazione del rapporto uomo/natura che per l'Alto Molise fa e racconta il geografo Lucio Bucci in alcuni suoi scritti geografici: « La regione geografica dell'Alto Molise è tra le più segrete ed intime d'Italia [...] è fondamentalmente naturale, avendovi l'uomo impresso solo precariamente la propria orma » . Ciò accadeva ancora nel 1984, essenzialmente ieri se si considera che gli impianti eolici e quelli di risalita per la valorizzazione turistica di Monte Capraro sono recentissimi. Quanto isolati e distanti fossero questi luoghi dal resto del mondo, forse un po' con tutto il Molise, lo si evince anche da una più attenta lettura dello studio antropogeografico di Lucio Gambi "La media e alta val Trigno" dalla cui trattazione scientifica traspare tutto l'isolamento territoriale e demografico che insieme hanno favorito la conservazione di un paesaggio e di un contesto geografico seriamente « intimo e segreto » come lo descrisse Bucci. Tra i più illustri geografi italiani anche Roberto Almagià frequentò più volte questi luoghi per i suoi studi sulle frane d'Italia; ebbe modo di dare alle stampe numerosi contributi su questi territori e quelli limitrofi, interessandosi anche di diversi aspetti geografici. Può essere interessante ricordare un suo poco noto studio su alcuni laghetti delle valli del Sangro, del Sinello e del Trigno pubblicato sulla Rivista Geografica Italiana. Osservò e rilevò pubblicandone i disegni il Lago Saletta, il Lago Mingaccio, il Lago delle Cornacchie, il Lago Negro, il Lago Scardavone ed i più noti, quanto fantomatici, Laghi dell'Anitra. La ricerca di questi ultimi, mai osservati da tutti coloro che li hanno cercati, trarrebbe in inganno anche oggi chi volesse cercarli, soprattutto se munito di carte topografiche dell'Istituto Geografico Militare. La simbologia utilizzata in quasi tutte le serie cartografiche lascia supporre l'esistenza di pantani perennemente allagati la cui presenza incuriosisce molte persone le quali, tuttavia, condividono la stessa delusione raccontata già anche da Squinabol e da Almagià. Quest'ultimo, a tal proposito, descrivendo i luoghi ed i fenomeni geomorfologici osservati, indirettamente suggerisce una ipotetica soluzione alla probabile scomparsa in epoca recente dei due laghi sebbene ancora segnalati su tutte le carte geografiche: « È da notare però che parte delle acque che scendono dai fianchi di Monte del Cerro, prima di raggiungere il piano, si perde in due inghiottitoi (localmente detti inghiottibovi) che si trovano in prossimità dell'angolo sud-est del maggiore dei due laghetti » . Considerata la segnalazione di due inghiottitoi che intercettano le acque dell'immissario principale dei due laghetti, l'ipotesi più plausibile è, dunque, che ci sia stata una rapida e recentissima evoluzione di forme superficiali e sotterranee di carsismo che hanno nei fatti determinato la deviazione delle acque che forse un tempo alimentavano i due cosiddetti Laghi dell'Anitra. Certo è che anche Squinabol, dubitando espressamente delle carte dell'Istituto Geografico Militare, scrisse: « Questi laghi non esistono come ho potuto convincermi nel corso di un'escursione che ho fatto proprio per studiarli ». Questa ipotesi, del resto, non rischia di essere interpretata come un azzardo scientifico se si considera che il carsismo superficiale e profondo dei rilievi calcarei dell'Alto Molise, sebbene modesto e presente con forme non particolarmente eclatanti, è piuttosto diffuso. Lo studio di questi fenomeni interessò, infatti, nel 1976 anche un gruppo di speleologi del Circolo Speleologico Romano i quali esplorarono e documentarono numerose cavità. Tra queste merita di essere segnalata la Risorgenza Vomero, il cui ingresso si apre sulla sponda sinistra del fiume Trigno in agro di Carovilli, presso l'omonima località Vomero. Si tratta di un lungo e stretto condotto idrico di difficile percorribilità non ancora conosciuto in tutto il suo sviluppo a causa di alcuni tratti completamente allagati anche durante i periodi di inattività; nei fatti un altro importante piccolo geosito il quale, anch'esso, concorre a fare dell'Alto Molise uno tra i più interessanti luoghi della natura d'Italia. Se da questi affascinanti studi del passato emerge un quadro geografico estremamente vario per l'Alto Molise, dove gli elementi naturali hanno modellato una superficie che oggi appare a tratti dolce a tratti tormentata, nella quale l'uomo ha faticato non poco prima di potersi insediare, sembra piuttosto chiaro quanto essere accettato dalla natura, a legger bene le descrizioni, fosse quasi parte di un patto di sangue. L'uomo ha, tuttavia, preso il sopravvento e sta lasciando tracce indelebili. Il censimento dei geositi sta assumendo sempre più le sembianze di un testamento, il cui patrimonio potrà essere lasciato in eredità solo se gli stessi uomini che vivono in quei luoghi sapranno comprenderne l'importanza strategica della loro conservazione e semmai, in rari casi, del loro uso sostenibile. Massimo Mancini Fonte: C. Rosskopf e F. Filocamo, I geositi dell'Alto Molise , Regione Molise - Università degli Studi del Molise, Ripalimosani 2014.

  • La Madonna del Rosario di Capracotta

    Nel magazzino della Chiesa Madre è custodito quel che resta di una scultura lignea che a mio avviso ha un grande valore e che raffigura la Madonna del Rosario. L'opera risale al ventennio che va dal 1790 al 1810 e venne realizzata dall'anonimo artigiano molisano secondo i criteri di costruzione di una statua in manichino. Il volto e le braccia, assemblate con la tecnica di incollaggio a meccia e chiodatura, sono ancorate ad una struttura in legno che funge da busto e che nella parte inferiore lascia intuire la presenza di una macchina lignea a forma di gabbia (una sorta di girello), vero e proprio sostegno dell'intera opera. La statua originale, vestita di tutto punto, ha risieduto fino ai primi anni '60 nella nicchia che oggi è dell'Assunzione di Maria, a sinistra guardando l'altare maggiore, su una mensa che nel XVII secolo rappresentava la cappella del S. Rosario, gestita dall'omonima congrega ( qui ), una confraternita ricca di anime e di pecore. E non è un caso se al di sopra dell'altare del Rosario il prezioso Giovanni Leo Paglione abbia dipinto l'altrettanto prezioso murale della battaglia di Lepanto, dove il 7 ottobre 1571 si scontrarono la flotta ottomana e quelle cristiane della Lega Santa. In quel frangente, mentre si moriva per Cristo e per la Chiesa, si recitava il Santo Rosario coi prigionieri che «remavano ritmando il tempo con le decine dei misteri». Il trionfo militare, la cui notizia giunse a Roma ventitré giorni dopo, fu attribuito all'intercessione della Vergine, tanto che Pio V, nel 1572, istituì la festa di S. Maria della Vittoria, trasformata da Gregorio XIII nella cosiddetta Madonna del Rosario. Ciò che resta della Madonna del Rosario di Capracotta è il nudo busto d'un manichino che lascia intravedere un roseo décolleté e che è stato a sua volta privato del Bambin Gesù (portato sulla mano sinistra), "prestato" fino al 2017 alla statua lignea della Madonna di Loreto, dopo il furto del Bambinello avvenuto nel Santuario nei primi anni '80 e mai ritrovato. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015; C. Siccardi, La Madonna del Rosario e la battaglia di Lepanto , in «Corrispondenza Romana», 1360, Roma, 8 ottobre 2014; M. Venturoli e M. Praitano, G. Leo Paglione , Lampo, Campobasso 1999.

  • L'origine dei nomi della Fonte e dei Montetti di Carvilio

    Per molto tempo non sono riuscito a spiegarmi il motivo per cui sul territorio di Capracotta esistessero una fonte e due collinette con il toponimo di Carovilli, ubicati a nord, ai piedi di Monte Campo. L'origine la si poteva ipotizzare ma occorreva il supporto di qualche altra informazione supplementare per rafforzare le mie congetture, derivate da uno scarno trafiletto relativo al console romano Carvilio presente su Wikipedia. Ecco che girovagando per la rete mi sono imbattuto in un interessante articolo di Benedetto Di Mambro, da cui ho estratto degli essenziali passaggi che mi hanno convinto del fatto che la Fonte e i Montetti di Carovilli dovrebbero essere modificati utilizzando il toponimo di Carvilio. Scrive Di Mambro in "Viticuso, il suo territorio, la sua storia": Uno dei due consoli romani che, prima nel 293 a.C. e poi nel 272 a.C., condussero sanguinose e vittoriose battaglie contro i Sanniti di Aquilonia e Cominium, prima, e contro la successiva ribellione sannitica al tempo dell'invasione dell'Italia Meridionale da parte di Pirro, re dell'Epiro, dopo, si chiamava proprio Carvilio e, più esattamente, Spurio Carvilio Massimo. [Evidente l'assonanza del nomen Carvilius con i toponimi Carvello, Carvìglie e Carovilli, n.d.r.]. Proprio da quelle parti dovette molto probabilmente passare, dunque, il console Carvilio con le sue legioni, incontrandovi resistenze sannite. La tradizione orale fece il resto, conservandone il nome, mutandolo di poco e tramandandocelo nelle due versioni di cui sopra. Cosa era successo? Nel 272 a.C., anno in cui l'antica Casinum diveniva Praefectura romana, i romani rielessero consoli gli eroi della 3 ª Guerra Sannitica: Papirio Cursore e Spurio Carvilio. Il primo si diresse contro i Bruzi ed i Lucani delle odierne Calabria e Basilicata, mentre il secondo, Carvilio, vero eroe di questa fase della guerra e della vittoria finale, passò da una vittoria all’altra contro le tribù sannite dei Pentri e dei Caraceni, che occupavano gli attuali territori di Cardito, Cerasuolo, Venafro, Isernia, del Matese e della valle del Sangro. A tal proposito, E. T. Salmon, massimo studioso della civiltà e della storia dei Sanniti, scrive: «Con la stessa metodicità impiegata nelle fasi conclusive della terza guerra sannitica, i Romani annientarono le tribù sannite, una dopo l'altra». Carvilio, dunque, riportò numerose vittorie consecutive, fino a conquistare Aesernia e Venafrum, anche quest'ultima destinata, qualche anno dopo (269 a.C.), a diventare sede di Praefectura romana. Tornando alle nostre considerazioni, in relazione al toponimo Carovilli, è plausibile che l'origine del nome sia dovuta o alla presenza di qualche piccolo insediamento romano presso la zona che attualmente circoscrive la Fonte di Carovilli e i Montetti di Carovilli (detta zona è protetta dai freddi venti del nord e l'acqua è sempre a disposizione) o a uno scontro bellico fra milizie romane e sannite che si concluse con la vittoria di Spurio Carvilio Massimo. Filippo Di Tella

  • Re dievre e ru teseure de la Macchia

    Ce ŝ tìane ancàura re diévre alla Macchia? Ma ce ne ŝ tà gné próima? Chi r'accióide? E allora ch'éma fa? R'éma da j a truvà? Che re dièvre e senza dièvre alla Macchia nu c'éma joie, nu c'éma jóie, gnorsì, pe l'aria bella, pe la bella v ó ja, ch'Agnéune e Capracotta n'armunója, nu c'éma jóie, nu c'éme jóie, gnorsì. Ce ŝ ta alla Macchia ru tesèure, ancàura? Nisciune r'à truvate e ci ha da stà! E r'ema j a cercà! E r'ema j a truvà! Ma pe ru teséure che ce ŝ ta alla Macchia nu c'éma jóie, nu c'éma jóie, gnorsì, pe l'aria bella, pe la bella v ó ja ch'Agnéune e Capracotta n'armunója, nu c'éma jóie, nu c'éma jóie, gnorsì. Però... ru teséure è essa la Muntagna, ch'éma canosce e sempre chiù apprezzà! E 'n l'éma abbandunà! E l'éma migliurà! È mamma, è mamma Santa la Muntagna: Essa che nu e nu che essa , gnorsì! La mamma 'nsa re figlie abbandunàje, re figlie che la mamma se na ŝ tàje e l'éna amàje e l'éna amàje, gnorsì! N. M. Il diavolo e il tesoro della Macchia Ci sono ancora i diavoli alla Macchia? Ce ne sono quanti ce n'eran prima? E chi li ammazza? Ma allora che fare? Dobbiamo andare alla loro ricerca? Diavoli o non diavoli, alla Macchia noi ci dobbiamo andar, ci dobbiamo andare, signorsì, per l'aria bella e sulla bella via che collega Agnone e Capracotta, noi ci dobbiamo andar, ci dobbiamo andare, signorsì. C'è ancora il tesoro alla Macchia? Nessuno l'ha trovato ma deve esserci! Dobbiamo andare a cercarlo! Dobbiamo andare a trovarlo! Per il tesoro nascosto alla Macchia noi ci dobbiamo andar, ci dobbiamo andare, signorsì, per l'aria bella e sulla bella via che collega Agnone e Capracotta, noi ci dobbiamo andar, ci dobbiamo andare, signorsì. Però il tesoro è... la montagna stessa, che dobbiam conoscere ed apprezzare sempre più! E non va abbandonata bensì migliorata! È una mamma, una madre santa la montagna: lei con noi e noi con lei, signorsì! I figli non devono abbandonare la mamma, devono restare con lei e la devono amar, la devono amare, signorsì! (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: N. M., Ru dièvre e ru tesèure de la Macchia , in «Alto Molise», 7, La Fucina, Agnone, 14-22 agosto 1954.

  • La vita di ogni uomo

    Frequento da qualche mese le riunioni della redazione del giornalino insieme ad alcuni ospiti della Casa Famiglia, il volontario Michele e l'animatrice Manuela. Rilevo in me un crescente entusiasmo, dato dall'interesse e dalla passione con la quale gli anziani ospiti espongono e confrontano le loro esperienze, i loro sentimenti, le loro gioie e i problemi che di volta in volta il percorso della vita ha loro riservato. Non solo di questi argomenti si dibatte e ci si confronta. Si affrontano anche numerose discussioni che riguardano argomenti di carattere sociale, storico e politico, che sono una costante della vita quotidiana dei popoli della Terra. Gli anziani ospiti, proprio per la loro esperienza di vita, esprimono sentimenti colmi di dubbi e preoccupazioni in merito alla persistente crisi economica e di lavoro che oggi affligge la nostra società. Il loro grande risentimento di dolore è rivolto in particolare al futuro dei nostri giovani che, in questo periodo storico, hanno notevoli difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, e alle famiglie poco agiate che, hanno perso o rischiano di perdere la loro principale fonte di reddito. Il mio approccio a questa attività è stato piuttosto casuale: un giovedì mattina di qualche mese fa mi recai a trovare mia madre Antonia presso la Casa Famiglia; incontrai l'animatrice Manuela che stava accompagnando mia madre in sala riunioni, dove settimanalmente si svolge l'attività di redazione. Dissi a Manuela che mi sarei occupato io di Antonia in quanto volevo passare un paio di ore con lei. Ricordo che mi sentii un po' in colpa per la mia richiesta, per non averle permesso, in quella occasione, di partecipare alla discussione di gruppo. Il giovedì successivo tornai, aggregandomi come ospite esterno, al gruppo e da quel momento la mia presenza è diventata una costante. Naturalmente non tutti i dibattiti e le discussioni hanno la stessa intensità emotiva e di partecipazione, però sempre interessanti. Per esempio c'è Domenico, lo scrittore del gruppo, che nei suoi assidui scritti giornalieri, non manca mai di evidenziare la sua grande fede e il costante ringraziamento al Creatore per tutto quello che ha fatto strutturando il mondo, e per il dono della vita che ha generato in ogni essere vivente. Penso all'interista Giuseppe, che, da quando Moratti ha venduto l'Inter, non indossa più il cappellino con lo scudetto, ma che ha intatta una passione giovanile indelebile, che il mitico Rodolfo Valentino ancora oggi sarebbe costretto a frequentarlo per prendere lezioni come Don Giovanni. Penso alla dolce Imelda, sempre molto raccolta, silenziosa, con un tenue sorriso sulle labbra. Alla mia mamma, cantante ufficiale della struttura ed ambasciatrice di Capracotta nel mondo. Vorrei descriverli tutti, ma sarebbe troppo lungo: ognuno dei partecipanti della redazione ha le sue peculiarità e caratteristiche che arricchiscono il gruppo e lo rendono vivo e sereno. Vivendo questi momenti insieme agli anziani ho percepito che la vita di un neonato e di un anziano al termine della sua esistenza terrena ha le stesse esigenze. Penso al bambino appena nato che ha necessità di un amore affettuoso e costante e di un'assidua assistenza da parte dei genitori e della società dallo svezzamento, all'inserimento all'asilo, nei primi anni di scuola fino almeno all'adolescenza, quando si inizia ad essere gradualmente autonomi e si iniziano ad assumere le proprie responsabilità nell'affrontare la vita. Così la persona anziana, che al culmine della prosperità intellettuale e fisica ha l'esigenza di essere assistita gradualmente da parte dei congiunti, dei figli ed eventualmente delle strutture sociali, sempre più intensamente man mano che le condizioni di autonomia diventano insufficienti. Le esigenze della vita di un uomo si possono riassumere come due treni che, partendo da due estremità opposte in linee parallele, fanno lo stesso percorso ma in senso inverso: il bimbo che cresce ha l'esigenza di essere supportato all'inizio della sua esistenza mentre la persona anziana ha queste stesse esigenze quando i problemi fisici, di salute ed autonomia diventano sempre più critici e precari. Domenico Carnevale Fonte: D. Carnevale, La vita di ogni uomo , in «Cose di Casa... Famiglia » , Fondazione Mantovani, Cologno Monzese, maggio-giugno-luglio-agosto 2014.

  • Usi e costumi di Capracotta: buon inno e buon anno

    Ne' paesi di montagna la vita interiore non è tanto complicata, né il sentimento prende la mano al buon senso. Le gravi quistioni economiche, i sistemi filosofici, le varie scuole letterarie non guastano il sangue, non tolgono l'appetito. Così, quando l'anno agonizza, non si rimpiange o maledice il tempo passato, ma si pensa a godere le ultime ore dell'anno fuggente ed a salutare festante il nuovo per augurarselo propizio. E si va per le vie, ne' cortili, a gruppi, soli, con chitarre e spiedi, a dare agli amici il saluto augurale ed a ricevere il dono che la tradizione non permette di rifiutare. – Buon'inne e buon'anne, è menute cape-d'anne, è menute l'anne nuóve, Die te guoàrde vacche e vuóve. 'Ncicce e 'ncicce, dàmme nu pòche de salsiccia, nen me ne dà tanta pòche, ca ze struie pe ru fòche, ma na cosa iustamènte, sant'Antuóne ze cuntènta, ca se la casa pèrze à l'use, l'anne che vè pòzza sta chiusa. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese , Pierro, Napoli 1911.

  • Il vuoto che mi hai lasciato

    Caro Federico, solo l'affettuosa insistenza dell'amico Giuseppe Tabasso mi ha convinto a rinnovare l'ultimo dolore che la vita mi ha inflitto. Non mi unirò ai colleghi, agli estimatori, ai rappresentanti delle Istituzioni che hanno avuto - nel ricordarti - parole di stima, ammirazione e affetto per il contributo che hai dato ai principi di libertà, di giustizia e di rigore morale. Non siamo abituati agli elogi tra familiari, ma solo a tenerci per mano nel rispetto dei ruoli reciproci. Sicché da quando mi hai lasciato, solo superstite della famiglia di origine, tocca a me far scorrere i fotogrammi dei ricordi e diradare la nebbia che "svela certe cose del passato". Rivedo così gli anni felici della fanciullezza e dell'adolescenza passati tra il verde delle campagne e dei frutteti di Larino, tra le escursioni sulle "rocce" di Capracotta e di Roccaraso, o al sole non malato e nell'acqua cristallina del mare di Termoli, là dove si scorge la sottile linea bianca di Campomarino, appena visibile nel tremolare dell'Adriatico. Poi, improvviso, il passo dei soldati per via Mazzini a Campobasso e ancora dopo lo sferragliare dei blindati e delle divisioni corazzate tedesche che per notti interminabili transitavano a pochi metri dal nostro letto di adolescenti. Quindi il cannoneggiamento, la morte del vescovo Secondo Bologna, la fuga della famiglia verso ricoveri meno insicuri fino a quel 13 ottobre '43 - giorno del tuo compleanno - quando la prima jeep dei canadesi della VIII Armata inchiodò le ruote sul lastricato di piazza S. Leonardo. Seguì l'incredulità per la desolazione delle distruzioni e l'incrudelirsi della fame, ma fummo testimoni della voglia di ricostruire e del desiderio di scoprire tante voci diverse ma che risuonavano in un modo sconosciuto quali strumenti di quella cassarmonica che è la democrazia. Ci siamo tenuti per mano anche quando siamo stati diversi; tu idolo della borghesia molisana, io promotore di iniziative tra gli studenti di Campobasso. Quindi l'università, la scoperta di Roma, la necessità di seguire percorsi di vita diversi pur senza perdersi di vista. Hai avuto per me un'attenzione che definirei "paterna", un'attenzione che non conosceva asprezze né punte polemiche, bensì suggerimenti, spunti critici, stimolo all'approfondimento storico, politico e di impegno civile. Da parte mia ti ho seguito nel progressivo tuo convergere dal liberalismo elitario al liberalismo democratico arricchito dalla radicale difesa dei diritti civili. Io ho fatto il percorso inverso spostandomi dall'acredine colta dell'azionismo ad un più meditato "liberalismo sociale" dove l'ircocervo crociano sfuma nella socialdemocrazia liberale. Da adulti ci siamo ritrovati nel solco culturale e politico nel quale ora mi trovo solo. Caro Federico, non potevo non dirti questo e scrivendo a te ho parlato anche di me. Non lo avrei fatto per il pudore che mi ha sempre soffocato e che tu giustificavi conoscendo la mia fragilità. Anche di questo ti ringrazio. Ma, soprattutto, ti ringrazio di essermi stato fratello. Annibale Orlando Fonte: A. Orlando, Il vuoto che mi hai lasciato , in G. Tabasso, Omaggio a Federico Orlando , Il Bene Comune, Campobasso 2014.

  • Tappa 105/136: Capracotta

    Capracotta, 29 giugno 2020. Il comune di Capracotta, un'altra eccellenza molisana, non avrebbe bisogno di presentazioni; è conosciuto talmente tanto che la lingua parlata per il corso principale nei weekend non ha nessun accento molisano ma decisamente di altre regioni, soprattutto laziale. Ha avuto la sua popolarità più grande per aver ospitato i campionati nazionali di sci di fondo; non è facile avere questa specialità nelle zone al di sotto delle Alpi ma è stata bravissima a organizzare la manifestazione sul suo punto di maggior pregio, la piana di Prato Gentile, dove ogni anno centinaia di maestri vi aspettano per darvi lezioni di sci di fondo e che, con l'aiuto del comune vicino, Pescopennataro, ha tanti chilometri di piste a disposizione dei patiti del settore. Fu completamente distrutta dai Tedeschi e per questo oggi sembra un paese diverso dagli altri centri storici, ma come altri comuni limitrofi faceva parte della linea Gustav; quando è stata aperta una breccia hanno distrutto tutto andando via. Da visitare assolutamente. Gaetano Di Criscio

  • Una vita da film quella di Larry Bigelow

    Ne scrissi nel secondo volume della " Guida alla letteratura capracottese " e ne parlai pubblicamente al convegno organizzato l'8 dicembre 2018 per ricordare i 75 anni dalla distruzione di Capracotta, con la mia relazione sulle " Storie di morte e rinascita nella letteratura capracottese di guerra ". In quelle due occasioni mi sono infatti occupato di un soldato, operante tra le fila irlandesi, a cui il 1° gennaio 1944 venne ordinato di trasferire due malati dal fronte di Capracotta al campo medico di Carovilli. Quel militare si chiamava Lawrence Graham Bigelow (1925-1996), meglio conosciuto come Larry Bigelow. Ho cominciato a scavare nella vita di questo soldato e ho scoperto dettagli pazzeschi, sensazionali, straordinari, dettagli che mi convincono sempre più che tutto quel che sto facendo per la storia e cultura capracottesi è cosa buona e giusta. Al diavolo la falsa modestia. Il giorno di Capodanno 1944 a Capracotta c'era la guerra. E c'era pure la neve. Tanta. Una bufera che noi capracottesi conosciamo bene ma che gli Alleati non avevano mai visto, se non durante la Campagna di Russia. Gli ambulanzieri dell' American Field Service (AFS) dovevano trasportare alcuni feriti verso le retrovie di Carovilli, dov'erano gli ospedali da campo dell'esercito americano. La neve non permetteva agli autisti di vedere la strada e i mezzi rischiavano seriamente di uscire fuori strada. Una volta scesi dalle ambulanze, i ragazzi dell'AFS presero atto che la bufera era indomabile. A quel punto il giovane luogotenente Larry Bigelow fece scendere con molta attenzione i malati - un capitano polacco ferito e un inglese febbricitante - per trasportarli in una casa colonica, probabilmente in località Civitella. La bufera infuriò per 72 ore, durante le quali le razioni di cibo finirono. In quei tre giorni Bigelow si prese cura dei due feriti, tenendo sempre un occhio aperto mentre dormiva. Il quarto giorno la neve smise di cadere e Larry, assieme a un capracottese che faceva da guida, uscì dalla masseria per recarsi a piedi verso un'altra casa colonica, posta al bivio del servizio postale a Staffoli, importante crocevia tra Agnone, Capracotta, Carovilli, Pietrabbondante e Vastogirardi. In un paio di viaggi tra la Civitella e gli Staffoli, Larry Bigelow si procurò cibo e medicinali. Il giorno seguente, tornato a Staffoli, ordinò a un'ambulanza di farsi trovare lì all'ora convenuta e, dopo aver organizzato un gruppo di tredici soldati e due autisti, costruì una slitta con la quale, tornato alla masseria della Civitella, trasportò i feriti all'automezzo che li attendeva più giù. Quella che vi ho raccontato è soltanto una parte della storia di Lawrence Graham Bigelow, quella parte della sua storia che è ambientata in Alto Molise. La sua vita, difatti, nasconde tantissime sfaccettature che soltanto Barbara McMillan è riuscita a individuare e a fissare su carta nella biografia di Bigelow pubblicata l'anno scorso negli Stati Uniti. Grazie all'attento lavoro di questa decoratrice, ho scoperto che Larry Bigelow - figlio del primo segretario dell'ambasciata statunitense a Berna -, dopo l'esperienza bellica, diventò un importante agente segreto, operante prima in Italia e poi tra l'Europa e l'Asia, al soldo della CIA. Come copertura egli diventerà un artista, un dignitosissimo pittore figurativo, di cui oggi è possibile acquistare alcune opere presso molte case d'asta a prezzi tutto sommato accessibili. Il suo acquerello denominato "Mountain" che vedete in alto, ad esempio, non pare anche a voi l'astrazione informale del brullo panorama che si gode da Monteforte? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Gallantry of Lawrence Bigelow , in «The American Foreign Service Journal», XXI:9, The American Foreign Service Association, Washington, settembre 1944; B. D. McMillan, Lawrence Graham Bigelow: an Artist Sees for His Country , Outskirts, Denver 2019; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Rock, The History of the American Field Service: 1920-1955 , American Field Service, New York 1956.

  • Il Lago della Vecchia

    È un nome alquanto fuori del comune, il perché di questa intitolazione non è dato a sapersi oppure è alquanto scontato. Da piccolo, quando attraversavo il ponte prospiciente il serbatoio comunale, mi assaliva l'angoscia dovuta al fatto che da un momento all'altro, dalla scarpata sottostante si manifestasse la figura di qualche malefica entità, visto che crescevamo con la paura dei lupi, delle streghe, dei "paponi" e quant'altro, creati ad arte nei racconti dei nostri nonni durante le lunghe giornate invernali. La fisionomia del posto purtroppo è cambiata nel tempo. Il gracidare delle tantissime rane si confondeva con il suono delle campane delle mucche, dedite al libero pascolo nella Guardata, che si abbeveravano a questo laghetto che a fine estate si prosciugava inesorabilmente pur rimanendo impregnato di acqua. Nel periodo di secca veniva utilizzato anche come campo di calcio da noi "scugnizzi" con stivali da pioggia, nostre usuali calzature tutto fare, e con un apparente pallone raccattato chissà dove. D'estate veniva utilizzato come pista di lancio di barattoli ( cuccariéglie ) traforati nel fondo e inseriti in una buca contenente uno strato d'acqua che, venendo a contatto con dei piccoli e puzzolenti sassolini di carburo di calcio, producevano l'acetilene. L'artificiere, dopo aver valutato il tempo strettamente necessario alla formazione della miscela esplosiva, appoggiava un pezzo di carta fiammante, attaccato all'estremità di un bastone, sul barattolo capovolto e forato, che partiva a razzo per circa 30-50 metri con un fragoroso boato alla ricerca di sconosciuti pianeti; qualche volta purtroppo si arrestò contro la fronte di qualche malcapitato inesperto. D'inverno veniva utilizzato come pista di arresto di sci con le famose chiòppe . La partenza era la copertura del serbatoio comunale dell'acqua. Questi sci generalmente erano il regalo di Natale dei nostri genitori o nonni, lunghi meno di 1 metro, fabbricati alla meno peggio dai falegnami del luogo con gli attacchi a strisce per gli scarponi ricavati da qualche pneumatico dismesso e assicurati lateralmente da chiodi che a lungo andare si staccavano, e noi lì subito a ripuntellare con chiodi e martello, che portavamo sempre con noi come arnesi del mestiere. Filippo Di Tella

  • La montagna: il nostro tesoro

    All'amico don Michele Di Lorenzo. Ho letto e riletto in questi giorni su "Voria" la tua bellissima riflessione intitolata " In dialogo... a singhiozzo con la mia terra d'origine " e sono convinto di aver riscontrato una stupefacente sintonia spirituale con i miei pensieri, pur riconoscendo che non sarei mai riuscito a trasmetterli con parole e con riferimenti teologici altrettanto profondi. Mi colpisce soprattutto il fatto che, pur non potendo ora raggiungere spesso Capracotta, sia per il maggiore impegno assistenziale in ambito di famiglia, sia per numerosi e non meno limitanti altri motivi, in diverse occasioni mi sia accorto, paradossalmente, di non desiderarlo poi così intensamente: quasi abbia timore anche solo di proporlo. È vero, sono abbastanza invecchiato e non solo dal punto di vista anagrafico, ma non è poi così lontano il periodo in cui, nello scorgere il profilo della nostra Chiesa Madre e delle nostre case, avrei voluto far volare la mia automobile per raggiungere più in fretta il paese; con ansia forse maggiore dei nostri pastori che arrivavano dopo un viaggio assai più lungo e meno confortevole (con i loro carretti ed i cavalli come descriveva Ciampitti in un suo libretto sulla transumanza). Allora anche le mie figlie, ancora bambine, restavano oltremodo sorprese della mia insolita "euforia"; io stesso non mi rendevo conto di beneficiare, inconsapevolmente, di quanto il salmo biblico ci assicura con le parole « alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto » : un aiuto concreto e prezioso che centellinavo nel corso dei mesi, come tanti anni fa le provviste di viveri e di legna per il lungo inverno di Capracotta. Ora mi sembra spesso di rassomigliare molto alle persone che descrivi « con la schiena curva » , forse ormai rassegnato a "sventolare bandiera bianca"; certamente sono diversi gli elementi che hanno contribuito al mio pessimismo, non ultimo i tanti anni di lavoro in un ambiente difficile come quello ospedaliero in cui il cimento quotidiano con i malati e le malattie non migliora certamente il tono dell'umore. Più volte ho inoltre vissuto con amarezza e forse con assurda nostalgia il fatto di non ritrovare più in paese le figure di riferimento e l'atmosfera di quando ero bambino, cosa del resto ineluttabile, ma anche di non riuscire più a ritrovarmi con gli stessi miei coetanei e con le loro famiglie, sempre più dispersi nel mondo e con ritmi di vita e di lavoro sempre più diversificati. Tutto ciò, unitamente a molte altre motivazioni difficilmente riassumibili, sembrerebbero indurmi in definitiva a fare un bilancio abbastanza deludente della mia vita e della mia attività: è così che, a... singhiozzo, avverto il rimorso di mortificare nei fatti, prima ancora che nei pensieri, la virtù cristiana della speranza. Riscopro poi con grande sollievo che, sempre più spesso, alcune occasioni sembrano invece aiutarmi a ritrovare un po', con la « luce della nostra montagna » , anche il sentiero smarrito della speranza: e mi fa piacere che la meditazione del tuo "dialogo" di fine 2008 sia senz'altro per me una delle più significative. Proprio oggi (non è certo casuale!) sono stato colpito del commento sul brano del Vangelo di San Giovanni in tema di "tenebre" e di "luce"; dovrei cioè essere capace, d'ora in avanti, di declinare al passato tutto ciò che riguarda le tenebre ed al presente invece tutto ciò che riguarda la luce: ed è quanto, riflettendo, è parso scaturire anche dalle tue espressioni che, ne sono certo, saranno di sprone e di conforto per moltissime persone, anche in apparenza assai lontane da noi. Per quanto poi possa apparire incredibile, diversi altri accadimenti recenti hanno operato favorevolmente nel mio stato d'animo: ad esempio la recente inaugurazione a Capracotta di una splendida residenza per anziani, per di più nello stesso edificio del nostro asilo infantile e della scuola elementare e per la quale ho molto trepidato; mi sembra chiaro che il significato profondo di essa vada ben al di là di una semplice realizzazione strutturale ed organizzativa e non mi stancherò di spiegare che, secondo me e secondo il tuo suggerimento, anche questa laboriosa e contrastata iniziativa sia da interpretare, a pieno titolo, nella prospettiva di « ripopolare la montagna » e soprattutto di « ritrovare l'anima della nostra montagna » . E mi auguro di tutto cuore che le nuove generazioni, anche e soprattutto di diversa estrazione, cultura o provenienza, possano riscoprire questi percorsi, spesso giudicati "utopistici" o, quanto meno, "anacronistici": con rinnovata speranza che, su tali percorsi di riscoperta delle proprie radici si possa « riempire di senso e di significato vero tutta la nostra esistenza » . Confesso però che, a questo punto, mi riassale più forte il timore di apparire come chi predica bene e razzola male. Aggiungo ancora una considerazione ed una speranza a commento della tua splendida nota: il fatto non trascurabile che mezzi apparentemente così elementari e cioè un giornale periodico come "Voria", che viene immediatamente diffuso in tutto il mondo, o la compilazione annuale di un "Diario di Capracotta" costituiscano sempre più un prezioso collante che ci aiuti non solo a restare immersi nelle nostre radici, ma anche a riscoprire che, in fondo, quella "montagna" è l'unico nostro vero tesoro. E non può non riecheggiare nel mio animo la felice espressione, comparsa sempre su "Voria" e utilizzata da tuo fratello, il carissimo don Ninotto, che diceva: «C hi ha un paese (anche solo nel cuore come spesso è per me?) non è mai solo ». Che la Santa Vergine di Loreto ci benedica. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, La montagna: il nostro tesoro , in «Voria», III:1, Capracotta, agosto 2009.

  • Capracotta: il fascino di un nome

    Per un'altra ipotesi sull'origine del nome Capracotta è opportuno fare riferimento alla Tavola Osca e più precisamente allo studio del prof. Adriano La Regina che ne dà una pregevole traduzione. Nella Tavola Osca sono elencati i riti in onore di Kerrì, parola che deriva dalla Kore greca. Kore, figlia della dea Demetra, per i Greci era la metafora del seme, per i Romani Demetra divenne Cerere, la dea del raccolto e delle messi, mentre Kore divenne Proserpina; presso i Sanniti, invece, Kerrì indicò più ampiamente la terra-madre della natura e degli esseri viventi. La Tavola elenca i riti che si celebravano nell'orto sacro recintato da un muro sul quale la Tavola era appesa e riporta le cerimonie in onore della terra-Kerrì nominandone tutte le implicazioni, le sue acque, i suoi semi, i suoi fiori e i suoi frutti, ma nel contempo dà anche una informazione su un rito speciale che doveva essere il più importante se per la sua descrizione nella Tavola sono usate otto parole. La descrizione si trova nel lato A in A17 e viene ripetuta nel lato B in B20 ed è degna di particolare attenzione. Secondo la traduzione e la corretta intuizione del prof. La Regina, nel lato A si intende l'aggiunta del giorno stabilito per i riti ( statif ), parola che precede tutti i riti elencati. L'intera descrizione del rito è in queste 8 parole: assaì purasiaì saahtùm tefùrùm alttreì pùtereìpid akeneì /sakahitèr. La traduzione del prof. La Regina della parola tefùrùm non è data con precisione anche se la sua intuizione è pertinente in quanto si parla di un sacrificio sul fuoco, infatti la traduzione del professore è: si sacrifica sull'ara ignea ogni due anni. La parola tefùrùm necessita di approfondimento. La parola, con metatesi della r con f , contiene tutte le consonanti del verbo greco terfòo che significa "incenerire". Quindi si potrebbe tradurre con "sacrificio di incenerimento" (di bruciare la vittima, sicuramente un animale) ogni due anni. Per quanto riguarda le parole assaì purasiaì , può essere di aiuto ancora una volta il greco assaì , forse una forma derivante da sàrcs-sarkòs ( di nuovo con variazione da metatesi ed in più con assonanza) che significa "carne" (s i pensi all'analogia della parola assaì con la parola spagnola asado che significa "carne arrosto" ) e purasiaì che più chiaramente deriva dal greco pùr-puròs che significa "fuoco". La traduzione completa della frase assaì purasiaì saahtùm tefùrùm alttreì pùtereìpid / sakahìter potrebbe essere questa: "giorno stabilito per il sacrificio di incenerimento" (della vittima-animale) che si ripete "ogni due anni per i semi da spargere" in occasione della " putrefazione" , come le due parole pùtereì pidakeneì lasciano intendere. Per quanto riguarda l'interpretazione della parola putereipìd potrebbe essere una parola composta dalla radice latina pute da puteo che significa essere putrefatto e dalla radice greca rei da rèo, un verbo che ha come secondo significato "spargere", "seminare". La commistione linguistica di greco e latino è possibile perché la lingua osca era formata sia da radici greco-arcaiche, (base di una lingua orale anteriore al greco classico scritto), che formavano la lingua parlata dagli agricoltori provenienti dalle isole greche, sia da radici latine introdotte in seguito alla ibridazione dei due ceppi linguistici. Il riferimento alla putrefazione può essere considerato perché è documentato un rituale di propiziazione della fertilità della terra in onore di Demetra che consisteva nel mescolare, in autunno, i semi di cereali e legumi insieme a pezzi di carne putrefatta, precedentemente buttata in un pozzo, di un maiale sacrificato, animale sacro a Demetra, presso i Sanniti sacro a Kerrì, data l'assimilazione delle due dee greche Demetra-Kore avvenuta nel suo nome. L'importante indicazione della Tavola Osca dice anche che questo sacrificio avveniva ogni due anni in onore di Kerrì, la terra-madre di ogni cosa, molto adorata dai contadini perché loro fonte di sostentamento e di vita. I Sanniti prima di essere un popolo di valorosi guerrieri erano un popolo di esperti agricoltori e allevatori. Ne sono dimostrazione le feste popolari che ancora sono celebrate nel Molise e nelle altre regioni da loro abitate. Tutte celebrano la terra e i suoi frutti e tutte conservano frammenti significativi di antichissimi i rituali agrari. Si pensi alla festa del grano di Jelsi, alle Tavole di San Giuseppe che si preparano in tutta la regione che celebrano le primizie che la terra offre in primavera o alle Carresi del Basso Molise con protagonisti i buoi, animali utilissimi per i lavori agricoli, (nonché loro animale-totem) solo per citarne alcune. Nell'immaginario dei nostri progenitori-agricoltori la terra era associata al femminile e i semi al maschile e questo connubio rappresentava il fulcro della loro idea di sacralità e i loro riti erano tutti propiziatori della fertilità di entrambi questi soggetti ritenuti sacri: la terra e i semi da una parte e il femminile e il maschile degli esseri umani dall’altra. La Tavola è datata tra il III e il II secolo a. C., l'epoca della fine delle guerre sannitiche, il periodo che diede inizio al dominio di Roma sulle terre del Sannio. È noto che ai popoli sottomessi di solito i Romani lasciavano la libertà di celebrare i loro riti in quanto erano interessati principalmente alla riscossione dei tributi e alla requisizione di schiavi. Per quanto riguarda il rito di sacrificio descritto nel puntuale e circostanziato lavoro sull'origine romana della cittadina e del suo nome si può supporre che probabilmente fosse un rito che da tempo era celebrato dalle popolazioni locali sottomesse. Nel corso dei secoli successivi con l'affermarsi della nuova religione cristiana che spostava l'attenzione dalla terra al cielo fu necessario trovare un compromesso con le cerimonie agrarie della tradizione locale ed è per questo motivo che parti di quei riti furono inglobati nella nuova religione, con operazioni di mirabile sincretismo religioso. Nei paesi mediterranei, in cui la vocazione agricola era più accentuata, la sacralità della terra e del femminile furono ravvisati e proiettati nel culto della Madonna e continuarono a coesistere nel tempo. Per questa stretta relazione del sacro tra la terra e il femminile è utile una riflessione sulla festa popolare della Madonna di Loreto di Capracotta, una festa religiosa molto importante. Se Kerrì era la terra ed era tanto venerata in quel recinto sacro, che nella Tavola Osca è chiamato hurz , "orto sacro" , allora quel culto così forte può essersi congiunto con quello della Madonna di Capracotta, la cui festa non si celebra ogni anno, ma ogni tre anni. Questa analogia che riguarda la data differita, seppure con lo slittamento di un anno, suggerisce una certa relazione tra quel rituale della Kerrì osca e la festa popolare moderna della Madonna di Loreto. C'è una ulteriore analogia con questa festa moderna ed è il tempo della sua celebrazione. Essa si festeggia a settembre all'approssimarsi dell'equinozio autunnale che prelude al tempo della semina proprio come lascia intendere il sacrificio dell'animale bruciato per propiziare la fertilità della terra. Dunque alla Kerrì osca era dedicato il sacrificio più importante, quello dell'animale bruciato in suo onore descritto con ben otto parole nell'angusto spazio della piccola Tavola. Oltre ad essere un popolo di contadini i Sanniti dell'Appennino interno erano un popolo di pastori e che fosse una capra ad essere sacrificata sembra più che pertinente. Per queste ragioni credo che il nome di questo splendido paese, Capracotta, si riferisca davvero al sacrificio di una capra abbrustolita in onore dell'antica Kerrì, che aveva il suo recinto sacro nei pressi del Monte Cerro che si chiama ancora come lei, Cerro-Kerrì, un nome scritto e ripetuto tante volte sulla Tavola Osca di Capracotta... e non di Agnone come erroneamente la Tavola viene chiamata. Un'ultima considerazione sullo stemma comunale di Capracotta che mi è piaciuto tanto e che mi ha spinto a ricercare l'origine del nome di questo delizioso paese. Non è importante quando sia stato realizzato, quello che conta è l'idea istintiva di chi lo ha riprodotto. Le idee sono la riproduzione dei simboli che raffigurano gli archetipi immagazzinati dentro ognuno di noi e mai cancellati: i simboli essenziali di quello che siamo stati e che possono riaffiorare in qualunque momento della vita di tutti noi e, come già è stato detto, allo stesso modo anche le parole, le usanze, i dialetti conservano solo le cose più significative accadute nel passato. Paola Di Giannantonio Bibliografia di riferimento: J. Campbell, Le figure del mito , CDE, Milano 1991; L. L. Cavalli-Sforza, P. Menozzi e A. Piazza, Storia e geografia dei geni umani , Adelphi, Milano 1997; Claudiano, Il ratto di Proserpina , Gismondi, Roma 1952; P. Di Giannantonio, Demetra per sempre , Fuller, s.l., 2005; P. Di Giannantonio, Terratradita , Fotolampo, Campobasso 2009; P. Di Giannantonio, I Misteri di Campobasso: una festa agraria dei Sanniti , Homeless Book, Faenza 2014; P. Di Sacco, Corso di storia , vol. I, Le Monnier, Firenze 2005; L. di Samosata, Dialoghi delle cortigiane , Vallardi, Milano 1953; R. Graves, I miti greci , Longanesi, Milano 1955; C. G. Jung, L'uomo e i suoi simboli , Longanesi, Milano 1964; Omero, L'inno omerico a Demetra , Giusti, Livorno 1896.

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