LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Intervista a Maria Di Loreto Barrassi
Agnone. "Un voto di coraggio per una donna di coraggio", era lo slogan elettorale di Maria Di Loreto Barrassi, storica esponente della destra molisana, una donna tutta di un pezzo che ha pianto solo quando ha visto spegnersi, a Fiuggi, la fiamma del Movimento Sociale Italiano e che oggi, se vede Gianfranco Fini in televisione cambia canale. Domanda: – Preside Barrassi, ci può parlare della sua formazione e della carriera scolastica? Risposta: – Ho fatto le elementari ospitata da mia zia a Fossacesia. Mi alzavo alle cinque di mattina e percorrevo dodici chilometri a piedi fino a Lanciano. Erano strade molto pericolose. Mi nascondevo quando passavano i camion militari, le brigate marocchine erano temutissime, ma c'era anche il pericolo delle mine. Dopo la sospensione bellica ottenni il diploma di maturità classica, ma con quel titolo non si poteva insegnare, con grande sorpresa di mia madre. Dopo due anni il diploma magistrale. D: – Ed ha cominciato ad insegnare. R: – Ho guadagnato il mio primo stipendio insegnando al corso di scuole popolari per analfabeti di ritorno. Poi le scuole elementari di campagna, Collesente, le masserie Zarlenga. È stata quella la mia università. Poi le medie ed il liceo. Ricordo tra i primi allievi Maria Libera D'Aloise, le sorelle Lucci, l'ingegnere Mastronardi, Enzo Di Pasquo, Filippo Carnevale. Pur continuando a insegnare nel 1960 conseguii la laurea in Lettere moderne e più tardi, sfruttando un periodo di convalescenza, in Giurisprudenza, tutto da autodidatta. D: – È stata insegnante di lettere e poi preside. R: – Sì, sono stata preside ma mi ferì molto, dopo due anni, essere rimossa dalla presidenza dell'Itis di Agnone. Ma non ho mai mollato, ho chiuso la carriera scolastica come preside, per quindici anni, del Liceo scientifico Giovanni Paolo I, che ho lasciato per diventare giudice di pace. D: – È stata preside nei tempi della contestazione, quando moltissimi giovani erano di sinistra. R: – Non condividevo la strumentalizzazione politica che veniva fatta di quei giovani, o la pretestuosità di certi scioperi fatti solo per saltare le lezioni o evitare compiti in classe. Ero severa, è vero, ma quando occorreva difendevo i miei studenti. D: – Come avvenne l'incontro con la politica attiva? R: – Condividevo con persone come Ippolito Amicarelli, i Melloni, il maestro Vittorio Delli Quadri alcuni valori fondamentali: "Dio, Patria, Famiglia". Così quando nel 1970 l'avvocato Giovanni Marinelli suggerì all'onorevole Riccio di candidarmi alle elezioni provinciali accettai, a patto di non fare comizi. Venni eletta. D: – Poi è diventata una grande oratrice. R: – Col tempo si impara. D: – Ricordo che preferiva chiudere le campagne elettorali parlando per ultima, anche rinunciando alla piazza principale. R: – È vero. Tenemmo una chiusura a Maiella ed una alla Stazione, perché quando sentivo dire nei comizi degli altri cose che non andavano mi irritavo ed in quel modo potevo rispondere. D: – Fu eletta alla Provincia e poi a lungo come consigliere comunale di Agnone. R: – Sono stata anche candidata più volte alle elezioni politiche, sempre come capolista tranne quando si candidò il dott. Leandro Carile di Campobasso. Quando raggiungemmo il 16% dei voti Almirante, al teatro Petruzzelli di Bari, mi portò come esempio ed ebbi una autentica ovazione. D: – Non erano molte all'epoca le donne in politica. R: – Sono stata la prima donna molisana ad accettare un incarico politico e nel partito non ho avuto nessuna difficoltà. Piuttosto ho sacrificato tanto tempo alla famiglia, ma mio marito Mario, che pure era compaesano e molto amico del deputato Dc Sedati, ha sempre condiviso il mio impegno. Per non parlare di mio fratello Cenzino, assieme angelo custode e guardia del corpo. Ma dopo la morte di mia sorella ho scelto di abbandonare la politica attiva. D: – Cosa pensa delle quote rosa? R: – Credo che una persona debba essere valutata per le sue qualità per la sua intelligenza e non per il genere maschile o femminile. D: – Quello della Dc era un regime? R: – Tenevano tutto sotto controllo. Era un sistema clientelare che umiliava i giovani e li teneva avvinti a un potere esercitato a 360 gradi. Tanti giovani si avvicinavano a noi ma le famiglie, preoccupate del loro futuro, della loro sistemazione li allontanavano per tornare alla Dc. Un esempio: portammo con la nostra automobile delle persone vicine al patronato di Isernia per la pratica della pensione. Tutto bene, ma ci chiesero di farci scendere alle porte del paese, per non farci vedere insieme, al che Mario, mio marito, gli disse che avrebbero fatto molto meglio a dircelo a Staffoli. Quando riuscivamo poi a ottenere per loro quanto gli spettava, molti venivano da noi, che naturalmente rifiutavamo, offrendoci parte della pensione, in assegni o se necessario in contanti, perché a quanto pare "si usava così". D: – Ma con la DC condividevate l'anticomunismo. R: – Non so quale anticomunismo fosse il loro. D: – Con i comunisti era scontro frontale ma vi accomunava l'opposizione alla Dc. R: – Del comunismo non mi piaceva l'ateismo, il livellamento; non credevo in quel sistema economico e nella mancanza di libertà. Ricordo il deputato comunista Felice Carile che mi vendeva sempre il primo biglietto della sottoscrizione per la Festa de L'Unità. Era una persona di grande onestà intellettuale, che credeva in quello che faceva. D: – Come visse gli anni di piombo, l'epoca del terrorismo rosso e nero? R: – Ho sofferto moltissimo in quel periodo. Ricevetti minacce telefoniche ed i carabinieri mi assegnarono una scorta. Mi accompagnavano nel percorso tra casa e scuola, non potevo neanche fermarmi per fare la spesa. Dopo cinque giorni chiesi loro di smettere. Noi comunque eravamo assolutamente contro la violenza e l'estremismo, qualsiasi colore gli venisse attribuito. D: – Conosceva bene Giorgio Almirante? R: – Mi voleva bene, mi paragonava a Golda Meir, la statista israeliana, ma era molto severo. Quando venne ad Agnone lo accogliemmo con un ricco banchetto all'albergo Italia di Ilario Busico e ce facette brutte : «E voi credete di parlare alla gente con tutto quello che avete mangiato?». Infatti dovevamo fare altri comizi ed una riunione, a Isernia, dove un nostro iscritto, arrivato in ritardo, lo interruppe con un sonoro: «Viva il Duce» accompagnato dal saluto romano. Almirante lo gelò: «Nel Msi non c'è posto né per i pazzi né per gli ubriaconi». D: – Un momento memorabile fu il comizio tenuto in Agnone da Almirante. R: – Venne in Agnone nel '72 per inaugurare la sezione, ci fu una grande partecipazione da tutta la regione. Ci spostammo dalla Chiesa di Sant'Emidio a piazza Vittoria dove c'era il comizio ed in coda ci furono effettivamente degli scontri con militanti di sinistra che poi ci accusarono di avere svolto un corteo non autorizzato. D: – È mai stata in pellegrinaggio a Predappio, per visitare la tomba di Benito Mussolini? R: – Certamente, soprattutto per un sentimento di pietà umana per uno statista ucciso dopo aver goduto del consenso della stragrande maggioranza degli italiani, compresi tanti che poi sono diventati antifascisti. Fu appeso a testa in giù, ma dalle sue tasche non uscì neanche una moneta. D: – Siete sempre rimasti all'opposizione. Con quali risultati? R: – Non siamo mai stati sfiduciati. Anche un voto in più significava che gli italiani si svegliavano. Dal punto di vista pratico abbiamo aiutato tante persone. Anche con il concorso di Alfonsino Bartolomeo, socialista, riuscimmo a far costruire l'edificio dell'Istituto tecnico industriale. Mi infastidiva però il fatto che molti pensavano di utilizzarci per cavare le castagne dal fuoco, raccontandoci questa o quella malefatta della Dc senza avere il coraggio di esporsi pubblicamente. D: – Che differenze trova tra la Prima e la Seconda Repubblica? R: – Sono uguali. È tutto un sistema nato corrotto. D: – Dell'abolizione delle Province? R: – Io abolirei anche le Regioni, privilegiando lo Stato centrale e le piccole aggregazioni di Comuni. D: – Un messaggio ai giovani. R: – Non saprei cosa dire. Una volta li invitavo allo studio, alla cultura, all'onestà ed all'impegno ma mi sembra che oggi né le famiglie né la società né la stessa scuola riconoscano questi valori. Italo Marinelli Fonte: I. Marinelli, Gli anni di piombo e il rifiuto della scorta. Intervista a Maria Di Loreto Barrassi , in «L'Eco dell'Alto Molise», Agnone, 24 luglio 2015.
- Bortolo, Nena e la satira di Antonio Greppi
"Lo Spirito Folletto" è stato il primo giornale satirico e umoristico lombardo, che trovò terreno fertile dopo le celeberrime Cinque Giornate di Milano, ma la cui esistenza durò appena un trimestre. Alla iniziale satira politica affiancò subito elementi di satira sociale e di costume, e, soprattutto nelle illustrazioni, questo aspetto appare particolarmente esplicito. La consapevolezza del proprio ruolo sociale e il senso della misura dimostrato appaiono davvero sorprendenti in questo antesignano della stampa satirica, che alle accuse di disfattismo verso il Governo provvisorio, l'esercito, e le persone più stimate della città, rispondeva ai propri detrattori: Il Folletto non è un giornale popolare, che debba istruire il basso ceto, o spargere delle severe dottrine; egli è un giornale da conversazione che si debbe leggere dopo le cure più severe per divagare la mente dagli affari di alta importanza; se fa ridere ha ottenuto il proprio scopo, se non sa fare ridere lo si getta da parte e si pensa ad altro; il dare importanza alle sue ridicolaggini è cosa ridicola; il pretendere che egli debba pesare le sue parole è una cosa assai strana. Dopo l'Unità d'Italia lo Spirito Folletto tornò sulle scene, seppur edulcorato, e sul numero 232 ho rinvenuto un'illustrazione, realizzata dal caricaturista Antonio Greppi (1823-1867), che mi ha colpito, e che aveva per tema il nuovo codice civile italiano emanato il 2 aprile 1865, conosciuto anche come Codice Pisanelli, dal nome dell'allora ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Pisanelli (1812-1879). La vignetta che vedete quassù ritrae infatti un banditore nell'atto di notificare pubblicamente una promessa di matrimonio tra i fantasiosi Bortolo Buttafava e Nena Barbatucchi. La didascalia rimanda invece all'art. 57 del capo V del codice civile, che recitava: «Non può contrarre nuovo matrimonio la donna, se non decorsi dieci mesi dallo scioglimento o dall'annullamento del matrimonio precedente, eccettuato il caso espresso nell'articolo 107», che a sua volta sanciva che «l'impotenza manifesta e perpetua, quando sia anteriore al matrimonio, può essere proposta come causa di nullità dall'altro coniuge». Antonio Greppi, nel prendersi gioco del nuovo codice italiano, immaginò quindi Bortolo, «campanaro di Pisciarelli di 16 anni», che si sposava con Nena, «pantalonaia di Capracotta di anni 53». Un adolescente nel pieno delle forze virili che sposa una donna in menopausa era dunque una frizzante allegoria - o un consiglio politically incorrect - per invitare gli uomini a cambiar femmina. Ancora una volta, dunque, Capracotta entrò di striscio nella storia letteraria del nostro Paese, e non stupisce affatto che persino a Milano il suo nome fosse conosciuto, seppur indicante una località buffa e remota. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Caccianiga, Sotto i ligustri , Treves, Milano 1881; G. A. Cesana, Ricordi di un giornalista , vol. I, Prato, Milano 1920; G. Ciaramelli, Antonio Greppi caricaturista de "Lo Spirito Folletto" , in «La Reggia», XVIII:1, Soc. per il Palazzo Ducale, Mantova, marzo 2009; Codice Civile del Regno d'Italia , Stamp. Reale, Torino 1865; A. Greppi, Il nuovo Codice Civile illustrato dallo Spirito Folletto , in «Lo Spirito Folletto», V:232, Milano, 9 novembre 1865; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- La Mostra del Pioppo a Villa Umberto I
Sabato 20 maggio con l'intervento di S. E. l'On. Congiu Sottosegretario di Stato per l'Agricoltura, S. E. l'On. Bosco Lucarelli Sottosegretario di Stato per l'Industria, di un forte gruppo di deputati tra cui notati gli On. Visocchi, Sipari, Raineri, Guarino, Anella, Chiggiato, Federzoni ecc., del Direttore Generale delle Foreste Commendator Stella, Ispettore Superiore Forestale Cotta Sforzi, l'On. Mancini ed il Comm. Segre della Camera di Commercio, il Comm, Colombo e Coen delle Cartiere Meridionali, il Prof. Razzetti Direttore Società Pioppeti Maffizzoli di Cremona, Prof. Traverso Direttore Stazione Patologia Vegetale, Duca Privera, l'Ing. Toniolo, il Comm. Avena, il Comm. Rodano, gli Ispettori Forestali Zirpoli, Brengola, Brenna, il Rag. Gerosa della ditta De Capitani di Milano, ed altri espositori invitati ecc., vi erano inoltre parecchie e graziose signore, signorine: Duchessa di Capracotta, donna Vittoria Rivera, donna Isabella e donna Olimpia dei duchi Rivera, Colombo, Saccardo, Massano, Brunetto, Aiadene Biraghi, Coen, Razzetti, Piperno, Dell'Agata, Marchetti ecc. altri numerosi funzionari delle principali autorità e di folto pubblico si è inaugurato e Villa Umberto I, la Mostra Nazionale del Pioppo promossa dalla Federazione Pro Montibus ed organizzata dal Prof. Saccardo. Il discorso inaugurale fu tenuto dall'On. Miliani Presidente della Federazione Pro Montibus. Il Sottosegretario dell'Agricoltura On. Congiu ringraziando a nome del Governo per il saluto e l'invito portogli, ha ricordato compiacendosi vivamente della Mostra come S. M. il Re in un colloquio recente avesse rilevato la grande importanza del Pioppo nell'economia nazionale. Particolarmente interessante è quanto è esposto dalle Cartiere Meridionali, dalla Società Pioppeti Maffizzoli, i legni compensati e lavorati della Ditta Capitani di Milano, i mobili del Rag. Garosa, linoleum e la liucrusta delle Sorelle Adamoli, Morone di Torino, del materiale scientifico del Prof. Ferraris di Asti ecc. Fonte: La Mostra del Pioppo a Villa Umberto I° , in «Italia», VI:5, Ass. Movimento Forestieri, Roma, giugno 1922.
- Afa
Madre e figlio. Allattato per più di un anno. Per me, invece, non ci fu manco una stilla di latte materno. Non avevo ancora un anno quando mia madre se ne andò. Sparita senza dir nulla, lasciandomi con il babbo e la capra. Non mi ha più cercato né scritto né parlato. Incredibile, ma è la verità. Anche questo è restato per me un enigma mai chiarito fino in fondo. Mio padre era un uomo buono e semplice, i radi capelli crespi, le mani sempre in movimento. A sei anni era rimasto orfano. Si chiamava Loreto, Loreto Di Vito, ma tutti lo chiamavano Totò, perché rassomigliava un po' al grande comico napoletano. Faceva il sarto a Capracotta, mio luogo di nascita, che vanta una tradizione antica di sartori e li esporta in tutta Italia: anche Gianni Agnelli lo vestivano i miei compaesani. Aveva una casetta di proprietà comprata con i suoi risparmi. Stavamo in via Maestro Paglione, proprio sotto piazza Falconi, dove c'era il municipio e il bar Bernardo. La bottega-laboratorio si trovava a piano terra, buia e umidiccia. Quando lavorava, il babbo teneva sempre la radio accesa e lo scaldino in mezzo alle gambe. Cantava pezzi di canzoni in coro con la radio, la voce da tenoretto e l'inflessione dialettale. Mi torna sempre in mente una «casetta in Canadà con vasche pesciolini e tanti fiori di lillà» che veniva incendiata da un certo Pinco Panco. La capra stava a piano terra accanto alla bottega, dentro un bugigattolo maleodorante. Ma il puzzo lo sopportavo volentieri, perché da lei veniva il buon latte tiepido della mia colazione. Al mattino, appena dopo munta, passava il capraio coi suoi squilli di tromba e la nostra capretta se ne andava a pascolare fino a sera insieme a tutte le altre del paese. Di fianco alla porta del laboratorio c'era una panca di legno verniciata e due tronchetti di abete cavi con dentro i gerani rossi. Da una scala esterna si saliva nell'appartamento stretto e buio: al primo piano la cucina col camino, al secondo due anguste camere da letto. Il bagno non lo avevamo proprio e i bisogni bisognava farli all'aria aperta. Oppure, quando il freddo e la neve ti avrebbero congelato chiappe e pendenti, usavamo un secchio che veniva messo dietro al focolare perché il cattivo odore se ne andasse col fumo. Mia madre fuggì via che erano sposati da meno di due anni. Era belloccia, somigliava alla Lollobrigida, però con due occhi verdi da gatta. Figlia d'un pastore-padrone di quelli che si facevano rispettare e mettevano da parte dei discreti guadagni, aveva un corredo ben fatto e pure qualcosa in dote. Sembrava che tutto andasse bene, lei stava in casa, cucinava, stirava. Andava pazza per i fotoromanzi. Aveva smesso di lavorare come aiutante dalla signora Bianca, la parrucchiera. Quando venni al mondo io ci furono grandi feste. Il babbo ingaggiò una balia perché la moglietta non aveva abbastanza latte. In realtà si rifiutava di tenermi attaccato al seno. Dopo la balia toccò alla capra, che almeno non mi ha mai tradito. Sono tutte cose che ho saputo qua e là, interrogando la gente, soprattutto la nonna materna, che però aveva talmente vergogna della figlia da evitare pure me. Qualche sera la aspettavo al Comenisce, il posto dove le donne andavano a lavare. Le facevo domande a raffica, le stavo appresso mentre stendeva i panni sopra il prato, e non me ne andavo finché non avevo strappato almeno una notizia, un particolare qualunque su mia madre. Quanto a mio padre, lui diceva poco, si era chiuso come un riccio, al quale somigliava un po', col suo naso a punta e gli occhietti neri, furbi e timorosi. Io non gli rivolgevo mai domande, avevo capito che l'argomento lo amareggiava troppo. Cosa potevo ricordare di lei? Nulla. Da piccolo forse me li inventavo i ricordi. Ma dopo, crescendo, mi venne il chiodo fisso di sapere. Ascoltavo di nascosto le persone che parlavano di mia madre sperando di scoprire qualcosa. C'era chi mi diceva che era morta, o che era "come morta". Da impazzire. Ma indagavo. Forse lo spunto per fare il pubblico ministero m'è venuto da lì. A tredici anni divenne una smania, mi ero messo in testa di ritrovarla a tutti i costi. Soffrivo tra me e me, mi vergognavo davanti ai compagni, ai compaesani. La loro compassione bruciava più della malignità. Anche la bontà, l'amore del babbo mi ferivano. Comunque rifiutavo di credere che mia madre mi avesse abbandonato ancora in fasce senza una buona ragione. Un giorno venni a sapere che prima del matrimonio aveva avuto una relazione con un uomo sposato. Uno ricco, un barone, con moglie e due figlie, e tanta terra da non poterla misurare coi passi in una settimana. Ciononostante mio padre si era maritato con quella ragazza. Era carina, l'ho detto, e lui bruttino, senza contare che c'erano venti anni di differenza. Il sartino invogliato della bella chiacchierata: tutto il paese ci faceva i ricami. Quelli di Capracotta sono pettegoli, non mancano le invidie, le liti d'interesse. Eppure basta che valichino il Colle di Monteforte e ridiventano fratelli, si aiutano l'un l'altro con una generosità perfino esagerata. Quando conobbi quei fatti la voglia di vedere mia madre passò. Ma poi, una madre è una madre... Ricordo che facevo congetture, cercavo mille pretesti per giustificarla. In fondo era stata sfortunata. Mio padre l'aveva presa dalla sua famiglia approfittando del fatto che era compromessa. Se lei non lo amava, se non lo voleva, c'era da capirla. Ma possibile che il disgusto fosse tanto forte da contaminare anche me, una creatura innocente che si era portata in grembo per nove mesi? Ci pensavo ogni notte a mia madre. Tenevo sotto il cuscino una vecchia foto che la ritraeva a cavalcioni di una Lambretta, piccola e formosa, con gli occhi tristi che smentivano il sorriso forzato della bocca. Aveva il seno grosso e i capezzoli turgidi. Non un grammo di latte per ma da quel petto, non l'odore, il calore. Eppure la desideravo. Ma questo è il punto: non so se la desideravo come donna o come mamma. Era il segno della mia storta pubertà, dolorosa come un cilicio. Mi toccavo pensando a lei, con vergogna e con rabbia. Era un modo di evocarla e oltraggiarla quella mamma puttana. Nessuno le ha sapute mai queste cose, non sono stato capace di raccontarle neanche a mia moglie. Ecco dunque il motivo per cui il caso di Amina mi colpì tanto. La mia pubertà puzzava d'incesto. Con, o contro, una madre che non c'era. Ho portato dentro quel tarlo, quel gusto e disgusto di me stesso e di lei, per tutta la vita. Marco Rufini Fonte: M. Rufini, Afa , e/o, Roma 2007.
- Come si sviluppa l'industria nell'Abruzzo
Ogni qualvolta ritorno dall'Abruzzo sono tentato di dire quanta forza, energia ed iniziativa si riscontra in tale regione. La simpatia che ispira quel popolo forte e gentile deriva forse per me da alcune analogie di carattere che ho riscontrato con quello dei miei concittadini piemontesi; la stessa tenacia dei miei compaesani unita ad uno spirito d'iniziativa ed un senso industriale che può paragonarsi a quello dei lombardi. Non dirò dell'Abruzzo turistico e della relativa industria: altre penne più conosciute e più competenti della mia, ne hanno già lungamente scritto. Voglio solo dire dell'Abruzzo industriale e di quello meno sospettato. Parecchi conoscono oltre ad Aquila e Sulmona, la industriosa vallata del Pescara con i grandi stabilimenti di Scafa e S. Valentino per la fabbricazione dell'asfalto e derivati, ma quelli sono inglesi o furono tedeschi. Meno note sono forse le fornaci di calce e di laterizi di Bussi, Torre dei Passeri, Chieti, Pescara, Castellammare, Ortona, e di una buona parte del litorale adriatico ove parecchi stabilimenti moderni competono con i più rinomati delle altre regioni. Le industriose città di Pescara e Castellammare con le loro numerose e svariate industrie che vanno dalla fabbricazione dei colori e dei liquori, passando per quelle dei mobili, a quella dei macchinari necessari ai pastifici oleifici, ed altre industrie che finora erano in massima parte fabbricati solo nell'Alta Italia, sono certamente conosciuti data l'ultima settimana abruzzese che ebbe luogo l'anno scorso. Le varie fabbriche di maiolica artistiche di Rosburgo ed altre sono troppo note esistendo sin da secoli. Le fabbriche di liquorizia di Atri, esportano i loro prodotti fino in America. La vallata del Vomano da Teramo in su vede nascere ogni giorno qualche fabbrichetta nuova; la vallata del Sangro da Castello di Sangro a Lanciano comprende pure molti stabilimenti per laterizi e segherie e fra altri anche una fabbrica di birra. Tutto ciò lodevolissimo perché frutto del solo lavoro e della iniziativa abruzzese; ma si trova in regioni abbastanza munite di ferrovia ed in parte a contatto col mare. Ma quello che nessuno sospetta è lo spirito di modernismo e di progresso che anima gli abitanti dei più alti monti, ove uomini umili senza pompa, senza rumori e senza alcuna ricompensa nemmeno onorifica, lavora al solo scopo di migliorare le condizioni dei propri compaesani. In quei luoghi, ove uno spirito di collettività ben guidato ha permesso a delle popolazioni, che per cinque o sei mesi dell'anno sono isolate nella neve, di avere il beneficio della luce e della forza elettrica. Chi conosce per esempio la centralina di Gamberale S. Angelo? Costruita (e chissà se me lo perdonerà nella sua modestia il Reverendo Arciprete di Pizzoferrato che ne è l'anima) da un gruppo di montanari con le loro sole risorse senza aiuto né di governo né di banche. Centrale che produce 60 kw di forza distribuendo l'energia a Gamberale, S. Angelo, Pizzoferrato e Capracotta, paesi che si trovano a delle altitudini variabili da 900 fino a 1.400 metri. L'impianto di quella centrale oltre la luce ha permesso l'impianto di molini elettrici, vera manna del cielo per quelle popolazioni. Ed ora oltre il pane e la luce, Pizzoferrato continua nel suo programma e poiché quei montanari degni di ogni benemerenza, dando tutto al luogo che li ha visti nascere, ritornano dalle Americhe e costruiscono là sui loro monti, ove nessuno di noi cittadini oserebbe pensare di vivere, costruiscono dico una casa moderna molto diversa dai tuguri di una volta. Ma la natura è loro avversa: manca la sabbia, elemento primordiale di ogni costruzione: ebbene, l'impianto per produrla è quasi fatto. Macchine che pesano tonnellate vengono smontate e portate pezzo per pezzo a dorso di mulo per sentieri impervii con fatiche da Titani, ma la Casa sarà ben costruita e solida come i monti sui quali si erge. Chi conosce le segherie di Rivisondoli e Roccaraso? Là pure coraggiosi industriali hanno inoltre impiantato le industrie più moderne dei prodotti in cemento che permettono la costruzione della casa economicamente. In un'altra zona pure della provincia di Chieti, e in alta montagna , ogni giorno si modernizzano impianti per la lavorazione del gesso e Gizzi, Gessopalena ed altri paesi saranno presto la culla d'industrie, che permetteranno di esportare prodotti all'estero, poiché il gesso che producono è di primissima qualità. Quanto e quanto sarebbe a dire di altri villaggi e di altri luoghi pure in mezzo ai monti come Navelli, Capestrano, Molina Aterno, Pizzi ove piccole industrie nascono ogni giorno, veri ingranaggi del grandioso meccanismo che formerà la ricchezza della nazione. Una così grande riserva d'iniziativa e di lavoro, se come tutto lo fa sperare, verrà incoraggiata dal governo tanto più che in esso vi è un uomo come S. E. Acerbo che già benemerito di quella regione, conosce meglio di tutti i suoi compaesani, saprà dare al paese una ricchezza non sospettata. Forse mi son dilungato oltremodo, ma altri esempi di nobile incitamento avrei da citare, esempi che hanno ingigantito il mio cuore, l'entusiasmo e l'ammirazione che provo per quella gente che senza comizi, chiacchiere od altre vacuità, lavora e contribuisce veramente a fare più grande la nostra Italia. Carlo Brignone Fonte: C. Brignone, Come si sviluppa l'industria nell'Abruzzo , in «Giornale dei Lavori Pubblici», LI:9, Roma, 30 aprile 1924.
- La battaglia dell'acqua vinta da Marino d'Andrea
Maggio 1947: l'acqua era la più grave preoccupazione dell'Amministrazione comunale. Dalla distruzione del paese, l'impianto di sopraelevazione del Verrino non funzionava più: uno dei vecchi motori, riparato in un'officina di Napoli, alla prova risultò inefficiente; era stato ordinato al Tecnomasio, in seguito a suggerimento, dopo un sopraluogo, di un perito, un nuovo motore soltanto (per tutti e due la spesa sarebbe stata troppo forte!), ma intanto l'acqua già cominciava a mancare! Fu allora che l'assessore sig. Marino D'Andrea tenne al sindaco un discorsetto breve quanto mai. Intendeva il Sindaco affidargli l'incarico di interessarsi della cosa? Aveva fiducia nella riuscita? Egli, Marino D'Andrea, desiderava soltanto esser lasciato tranquillo fino a lavoro compiuto. Il dott. Carnevale, ben sapendo quali fossero le risorse di capacità e di intelligenza del D'Andrea, non esitò un attimo: «Bene – rispose – occupatene tu». E fu così che Marino D'Andrea, che in vita sua non aveva mai toccato un motore elettrico, si accinse ad un'impresa che, quando fu nota, apparve pazzesca. Marino intanto non perdeva il suo tempo in chiacchiere: amava i fatti! Andò a Roma, acquistò quei pochi pezzi che a suo criterio erano indispensabili, ritornò, e si trasferì subito a Verrino, nella casetta... dei motori! Passa un giorno e passa un altro... e di Marino nessuna notizia! Venti, trenta, trentanove giorni! Che fa Marino? Chi lo ha visto? Ma resta laggiù pure la notte? Nessuno era in grado di dar qualche ragguaglio, e la curiosità, dopo ben trentanove giorni, era addirittura esasperante. La famiglia del D'Andrea e il Sindaco, che pur dovevano saper qualche cosa, tacevano. In piazza, ogni sera, commenti e discussioni fino a notte inoltrata. Ognuno diceva la sua. Molti facevan voti pur di far subire uno scacco all'amministrazione, che l'acqua non arrivasse mai. Sorse così l'alba del quarantesimo giorno, la troppo lunga attesa cominciava ormai troppo a pesare. Sull'imbrunire, in piazza, i soliti gruppetti. Come dovunque (tutto il mondo è paese!), chi riferiva le notizie del giorno, chi le interessanti novità dei quotidiani pettegolezzi, chi picchiava ancora sul solito chiodo del solito Verrino... quando la bomba, improvvisa e inattesa, scoppiò fulmineamente: l'acqua, l'acqua! È arrivata l'acqua al serbatoio. E c'era arrivata davvero. Marino D'Andrea era dunque riuscito a rimettere in funzione i vecchi arrugginiti motori, ed un potente getto d'acqua arrivava, limpido e fresco, al serbatoio. La notizia si diffuse in un baleno fra la popolazione festante: tutti corsero ad aprire i rubinetti... e dai rubinetti aperti sprizzò fuori quel getto d'acqua tanto atteso, tanto sospirato. Il miracolo s'era compiuto davvero e i motori, dopo anni di silenzio, fecero sentir di nuovo il loro benedetto, ritmico ronzio, che mai da allora si è arrestato. Il motore di riserva è sempre là, nuovo, inoperoso, pronto per ogni evenienza. Fu dunque merito, onore e vanto di Marino D'Andrea se la popolazione ebbe di nuovo, e in abbondanza, il prezioso elemento. Egli aveva dato una prova superba delle sue capacità eccezionali. Pago dell'opera sua, rifiutò ogni compenso: gli bastò la soddisfazione immensa di aver fatto un bene immenso al suo paese. Nulla chiese; non solo: ma rifiutò persino l'offerta del Sindaco, che faceva insistenze acciocché accettasse almeno il compenso per le 40 giornate dedicate al Verrino. Sempre modesto, evitò i rallegramenti. Gli avversari e gli increduli, sbalorditi del miracolo, ammutolirono. Fu anche invidiato, e ben a ragione. E la riconoscenza della popolazione onesta fu generale. Per chi non ricorda e per chi mostra di non ricordare, e per chi spera che il nostro ricordo sia affievolito, abbiam voluto rievocare il clamoroso successo di Marino D'Andrea, il suo merito, che nulla e nessuno potrà mai diminuire, il miracolo che egli compì. Il fatto, se con l'andar del tempo assume sempre più significato e valore storico, storico essendone il carattere e storica l'importanza nella vita d'un paese, rappresentando uno di quegli eventi che non si ripetono né frequentemente né raramente, perché accadono una volta sola, e più e se ne apprezza la portata, va tuttavia acquistando un'apparenza tutta leggendaria... Un giorno si racconterà che nel lontano 1947 per la ferrea volontà di un uomo Capracotta riebbe la sospirata acqua; quell'acqua che ancora continua ad avere in abbondanza, perché quei motori, ai quali Marino D'Andrea aveva infuso nuova anima e nuova vita, cantano ancora la loro ritmica, benedetta, ronzante canzone. G. C. Fonte: G. C., La battaglia dell'acqua vinta da Marino d'Andrea , in «Il Messaggero», LXXIII:255, Roma, 16 settembre 1951.
- Facciamo un po' di cronaca scolastica
Diamo ora uno sguardo al Mandamento di Capracotta. Le Scuole maschili non lasciano a desiderare niente, tranne la 1ª elementare, in cui si dovrebbe fare e lavorare di più. Le Scuole femminili vanno benone, e se la prima non vanta una vasta istruzione in persona della Maestra, in lei però si elogia una volontà ferma, la quale riscontra all'energia dell'Amministrazione Comunale ed all'opra indefessa della Commissione di vigilanza, presieduta da quel degno uomo, ed Ispettore Scolastico, signor Filippo Falconi, a cui si deve, se gl'intenti e le disposizioni della Legge sull'istruzione obbligatoria sieno raggiunti ed applicati. Per S. Pietro Avellana, la Scuola maschile, tenuta dal Maestro Lembo Domenico da Lupara, va bene; non così la femminile, ch'è debole, e richiede miglioramenti. E se la Scuola maschile di Castel del Giudice dà buoni frutti, l'Amministrazione Comunale l'assecondi di più, e provvegga per la femminile in guisa, che, se l'attuale Maestra, buona madre di famiglia, non può tanto, si alletti qualche giovinetta del luogo, a venire, mercè qualche sussidio della Congrega di Carità e concorso municipale, presso questa Scuola Normale. Si raggiungerebbero due scopi: la Scuola andrebbe, senza spostamenti d'interessi, e si avrebbe un'altra Maestra, nativa del luogo, che rafforzerebbe l'opra della Maestra presente. Noi esortiamo quel Sindaco a pensarvi, e quel Segretario Municipale, sig. Zaccagnini Ferdinando, a promuovere, secondo il suo risaputo valore, quest'opra tanto progressista. E per S. Angelo del Pesco, poiché il Maestro, degno uomo e culto, da ben 14 anni dirige quella Scuola, sfornito di titolo legale, noi esortiamo il Regio Provveditore di fargli, a causa di benemerenza e di capacità, tenere il titolo della patente , affinché quel Maestro non si abbia a vedere e sapere nell'eterno provvisorio legale, sebbene moralmente non ne senta il bisogno. La Scuola femminile di S. Angelo è bene avviata. Da ultimi per Pescopennataro esortiamo quel Maestro, buon padre di famiglia com'è, a raddoppiare di premure per la sua Scuola, perché proceda regolarmente. Facciamo poi voti, perché a surrogare la Maestra De Francesco Candida, tanto brava, e passata ad insegnare a Penna d'Omo (Chieti), sia prescelta una Maestra, che non interrompa la tradizione tanto soddisfacente di quella Scuola femminile. E per ora basti. Albino Nobile Fonte: A. Nobile, Cronaca , in «La Libertà», III:86, Campobasso, 1 novembre 1879.
- Agnone e le sue campane
– Il Molise è la seconda regione più piccola d'Italia dopo la Valle d'Aosta – mi ha detto Stefi. – Lasciamo il mare e torniamo in montagna? – le ho chiesto. – La montagna è il cuore del Molise. E i molisani sono degli abilissimi artigiani. Cerchi un ottimo falegname? Uno scalpellino che lavori con bravura la pietra? Dei coltellinai che fabbrichino coltelli e forbici di ogni dimensione? Magari dei ramai che lavorino il rame sbalzato? O ti incuriosisce la fabbricazione delle zampogne? Allora sei nella regione giusta, Valentina. I paesi che la popolano sono ancora legati alle tradizioni del passato. Hanno dei nomi strani e curiosi, ma belli da pronunciare. Si chiamano Agnone, Pietrabbondante, Pescopennataro, Vastogirardi, Capracotta. Quest'ultimo si trova a 1.400 metri di quota e sembra sospeso fra la terra e il cielo. Ma non andremo fin lassù. La nostra prima tappa è Agnone. – Cos'ha di speciale questo paese? – Vi si fabbricano le campane, Valentina. E non solo per l'Italia, ma anche per New York e Sidney. Così l'aria del mondo si riempie di suoni inventati nel Molise. Ad Agnone ci hanno indicato subito la Pontificia Fonderia Marinelli. – Andate, andate. Vi faranno sicuramente assistere a una colata – ci ha detto un signore che sembrava il sindaco del paese. Quando siamo entrate nella fucina della fonderia, mi è sembrato di mettere il naso nel cuore di un vulcano. E di lì a poco abbiamo assistito a una colata di bronzo incandescente, tra il crepitio delle fiamme e dense nuvole di fumo. – Non avrei mai immaginato una cosa del genere! – ho esclamato. E mi sono chiesta da quale chiesa e in quale parte del mondo la campana appena costruita avrebbe lanciato al cielo il suo suono argentino. Angelo Petrosino Fonte: A. Petrosino, Il viaggio in Italia di Valentina , Piemme, Casale Monferrato 2002.
- La verità sulle elezioni di Capracotta
Dal titolo "Le allegre elezioni di Capracotta" si legge sul giornale della Capitale "Il Minuto" del 30 marzo scorso n. 33, la seguente corrispondenza: Ci scrivono da Capracotta: «Secondo notizie ufficiali le elezioni, che dovevano svolgersi il 24 marzo sono state rinviate per la presunta assenza di un'alta percentuale di elettori. Nulla di meno esatto: la verità è che una cricca di fascisti locali, nella impossibilità di far trionfare la propria lista, a mezzo di un esposto con non poche firme apocrife, ha fatto presente al Ministro dell'Interno che i socialisti ed i comunisti di Capracotta (quali?) sono temporaneamente assenti per ragioni di lavoro. La popolazione di Capracotta è indignata per il provvedimento, notificato solo qualche ora prima dell'inizio delle elezioni». È risaputo ormai, in Italia e all'estero, che quando si sta a corto di argomenti buoni, validi, si fa ricorso alla qualifica di fascista. Noi saremmo curiosi di sapere la data d'iscrizione al Partito fascista dell'anonimo corrispondente: ma possiamo senz'altro dedurre che è uno di quelli che al fascismo si iscrissero solo per convenienza personale, quando già si era capita la via che il fascismo avrebbe seguito, e quando coloro che al fascismo stesso avevano data da tempo la loro onesta adesione se ne allontanarono. Ma su questo argomento torneremo un'altra volta. Oggi abbiamo altri rilievi da fare. Il corrispondente da Capracotta sapete dunque come ha appreso la notizia del rinvio delle elezioni? Nientemeno da... notizie ufficiali! Pur stando sul posto, non sapeva nulla. Infatti, come i lettori han potuto constatare, ha scritto al Minuto: «secondo notizie ufficiali». Alla notizia ufficiale del rinvio il corrispondente ha creduto senz'altro: quanto ai motivi, la cosa è diversa. Egli è in grado di precisare che nulla è meno esatto dell'asserita assenza di un'alta percentuale di elettori. Noi vogliamo qui osservare che se il corrispondente sta a Capracotta, sa benissimo quanta parte della popolazione risiede in Paese: sa dunque che la maggior parte di essa è assente, non solo per motivi di lavoro, ma anche per l'attuale deficienza degli alloggi. D'inverno, a Capracotta, è stata sempre assente una forte percentuale della cittadinanza; dopo la distruzione del paese, questa forte percentuale è diventata la maggior parte. Nessun dubbio perciò su questa verità. Se dunque di inesattezze bisogna parlare, nulla è davvero meno esatto dell'affermazione del signor corrispondente. Per il quale la verità è... quella che egli immagina. Secondo lui, le cose sono andate così: i socialcomunisti di Capracotta sono temporaneamente assenti dal Paese per ragioni di lavoro. Di ciò hanno approfittato i fascisti locali, che si sono affrettati a far finta la cosa al ministro Romita, socialista. Il quale Ministro si è a sua volta affrettato a rinviare le elezioni. Come si vede, non sono stati i socialisti di Capracotta a rivolgersi al ministro socialista dell'Interno: costui - è chiaro - ascolta più i fascisti che i suoi compagni di fede. E perciò, i socialcomunisti capracottesi non si sono rivolti direttamente al Ministro dell'Interno. Vero è però che ad un certo punto lo stesso corrispondente è preso dal dubbio (o ne ha la certezza?), e si domanda (o domanda) quali sono i socialisti di Capracotta. Ma se non lo sa lui, che ha data la esatta versione della verità, come può saperlo il lettore? Il corrispondente conclude che la popolazione di Capracotta è indignata per il provvedimento. Questa volta siamo noi a poter ben dire la verità: nulla di meno [...]. Che il provvedimento [...] possa essere stato un amarissimo boccone per taluni è ovvio, e dalla corrispondenza stessa ne abbiamo conferma. Ma che la maggior parte della popolazione abbia trovato essere il provvedimento stesso un atto di giustizia, è innegabile. E il signor corrispondente lo sa. Comunque, a rettifica della fantasiosa corrispondenza, lo stesso giornale, nel n. 49 del 6 aprile corrente, pubblicava la seguente lettera: A proposito delle elezioni di Capracotta. Signor Direttore, ho letto su "Il Minuto" una corrispondenza da Capracotta (Campobasso) dal titolo "Le allegre elezioni" nella quale la verità che si vorrebbe difendere è tanto alterata da rendere necessaria una rettifica. A parte la trovata che i fascisti locali avrebbero fatto presente al Ministro dell'Interno che l'assenza temporanea dei socialisti e dei comunisti esigeva il rinvio delle elezioni, ci preme precisare: la lista degli elettori è di oltre 2.000 nomi; il numero degli elettori presenti il 24 marzo non raggiungeva la quarta parte; erano cioè presenti meno di 500 elettori. Se poi si arriva ad affermare che i tre quarti degli elettori - assenti - non costituiscono un'alta percentuale, è questione di criterio. Quanto poi all'indignazione della cittadinanza, si vuol confondere la popolazione con coloro ci faceva comodo far le elezioni il 24 marzo. Possiamo assicurare che il provvedimento, ispirato a vera giustizia democratica, è stato accolto con grande soddisfazione da tutte le persone serie, oneste e intelligenti. Che sono la maggioranza. Gennaro Carnevale Fonte: G. Carnevale, La verità sulle elezioni di Capracotta , in «Il Molise», III:5, Roma, 20 aprile 1946.
- Zero morti capracottesi nelle guerre d'indipendenza
L'Unità d'Italia passò per le guerre d'indipendenza: tre conflitti che, tra il 1848 e il 1866, ebbero come esito l'estensione territoriale del Regno di Sardegna con la conseguente proclamazione del Regno d'Italia. Tali eventi sono il fulcro del Risorgimento e rappresentano senza dubbio il punto più alto della strategia politica tanto di Camillo Benso, conte di Cavour, quanto dei vari movimenti e gruppi mazziniani che, a partire dalla fine delle guerre napoleoniche, avevano promosso l'unificazione di tutte le terre abitate da italiani. Sostenuto politicamente dall'Inghilterra e militarmente dall'alleanza con la Francia di Napoleone III e la Prussia di Bismarck, il Regno sabaudo si espanse a danno dei possedimenti asburgici e dei preesistenti Stati formatisi sulla nostra penisola a seguito del Congresso di Vienna. Sessant'anni dopo quei gloriosi eventi, in pieno fascismo, il Regno d'Italia, tramite il Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, decise di riservare un briciolo di onore ai caduti delle guerre d'indipendenza italiane. E così il museo romano invitò tutte le stazioni dei carabinieri a fornire gli elenchi dei morti in guerra tra il 1848 e il 1860, allargando poi l'arco cronologico al periodo 1844-1870. Il 17 febbraio 1927 il maresciallo Angelo Vincenti, comandante della Stazione di Capracotta, facente parte della Legione territoriale dei Carabinieri Reali di Chieti, trasmise alla direzione del Museo Nazionale la seguente comunicazione: Giusto ordini ricevuti dal superiore comando di Tenenza di Agnone, si ha l'onore di far conoscere che nella giurisdizione di questa stazione non vi sono stati morti nella guerra per l'indipendenza avvenuta dal 1844 al 1870 incluso (compresa la guerra di Crimea). Capracotta contò dunque zero caduti nelle guerre d'indipendenza italiane, una grazia che non si ripeterà nelle guerre successive: il nostro paese pianse infatti 65 vittime dopo la Grande Guerra e 37 dopo la Seconda guerra mondiale. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Bianchi, Le guerre d'indipendenza , Firenze, Salani 1935; S. Conti, Capracotta e la Grande Guerra: 1915-1918 , in V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Notizie italiane dal Molise
Capracotta, Isernia. Recenti uscite effettuate nell'alto Molise dal Gruppo Speleologico del Matese e del Gruppo Speleologico C.A.I. di Napoli, hanno rivelato le enormi potenzialità dell'area a NE di Isernia, essenzialmente inesplorata, dove soprattutto nel territorio di Capracotta sono stati individuati gli ingressi di svariate cavità naturali dalle interessanti prospettive di sviluppo; la zona, tutta al di sopra dei 1.300 m.s.l.m., è interessante oltre che per le morfologie anche per la disponibilità dei locali - di solito alquanto rara - non solo a livello di privati. Il Comune e l'Ente per il Turismo, insieme allo Sci Club Capracotta, si sono mostrati addirittura entusiasti all'idea che gli speleologi lavorino in zona! Varie prospezioni effettuate in zona da A. Lala e F. Jovino (Napoli) hanno dato interessanti risultati che si andranno moltiplicando nei mesi a venire. Vedremo. Natalino Russo Fonte: N. Russo, Notizie italiane: Molise , in «Speleologia», XVII:35, Soc. Speleologica Italiana, Città di Castello, dicembre 1996.
- Capracotta: sci, piste ed impianti dell'Appennino molisano
Già il nome parla di popoli antichi, di tradizioni radicate nel passato e di abitudini che tuttora vivono nei racconti e nelle feste locali: siamo a Capracotta, comune molisano di appena 1.120 abitanti in provincia di Isernia. Il toponimo, "Capracotta", si riferisce all'abitudine dei Longobardi di sacrificare una capra al dio Thor ogni volta che si insediavano in un luogo appena conquistato: mangiarne la carne era un rito propiziatorio che allontanava la sfortuna e la carestia, augurando ricchezza e prosperità al nuovo insediamento. Pare che il procedimento abbia portato fortuna: oggi il borgo, vicino al confine con l'Abruzzo, è un incantevole agglomerato di case che mutano aspetto a seconda delle stagioni. Paese di bambole dai tetti innevati d'inverno, villaggio solare e immerso in una natura ridente d'estate, ma sempre frequentato da numerosi turisti attirati dalla quiete e dallo splendore della natura. Ad incorniciare Capracotta, che con i suoi 1.421 metri s.l.m. è tra i comuni più alti dell'Appennino e d'Italia, c'è un paesaggio incontaminato costellato di sorgenti e torrenti, pascoli o fitti boschi di conifere, dove si può respirare a pieni polmoni un'aria argentina e si possono praticare innumerevoli attività sportive e di svago. Ad attirare gli sciatori ci sono due importanti impianti, uno a Monte Capraro per lo sci alpino e uno a Prato Gentile, per lo sci di fondo, che fu sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997 e ospitò la Continental Cup nel 2004. La stazione sciistica di Capracotta si arrampica lungo i fianchi del Monte Capraro e raggiunge punti panoramici mozzafiato, per poi regalare una discesa appassionante e suggestiva tra i boschi di faggio, di media difficoltà. Anche i principianti dello sci troveranno pane per i loro denti: non manca infatti un bel campo scuola, con discese dolci e ampia visuale, dove i più piccoli potranno cimentarsi nella disciplina con serenità e in tutta sicurezza. Alle discese classiche si affiancano altre attività come lo sci escursionismo, lo sci alpinismo e i fuoripista, mentre in estate Capracotta si trasforma in un perfetto trampolino di lancio verso una rete interminabile di sentieri. Dal centro, infatti, partono ben 130 chilometri di percorso segnalato, adatti per fare trekking e in certi casi anche per la bicicletta, immersi tra i faggi, le abetine, le radure e gli alpeggi. Ovunque si volga lo sguardo si scorgono meraviglie naturali da cartolina: da un lato del vette della Mainarde, che superano i 2.000 metri, e il Massiccio della Majella; dalla parte opposta le valli del Trigno e dell'Alto Volturno, il Matese e l'Alto Molise. Prima di avventurarsi nelle escursioni, però, vale la pena di visitare il Giardino della Flora Appenninica, lungo la strada provinciale che da Capracotta raggiunge Prato Gentile. Si tratta di un bel parco di 9 ettari, un vero e proprio orto botanico costituito da specie spontanee e endemiche dell'Appennino centro-meridionale. A parte la cura dei sentieri, per offrire ai turisti la maggiore comodità possibile nella visita, non ci sono segni di intervento umano: la semplice mano della natura è l'artista che ha saputo raccogliere tanta bellezza. Ogni stagione, poi, è corredata dal clima ideale per apprezzare Capracotta e la montagna: in inverno sono frequenti e abbondanti le nevicate, soprattutto in gennaio e febbraio, e il manto nevoso può arrivare anche a 3 metri, rendendo il paesaggio estremamente suggestivo e perfetto per le discese in pista; in estate, invece, le temperature fresche ma piacevoli sembrano studiate apposta per allietare le passeggiate lungo i sentieri. I valori medi di gennaio vanno da una minima di -3 °C a una massima di 4 °C, mentre in luglio si passa da una minima di 13 °C a una massima di 25 °C. Ed ecco giunto il momento di conoscere da vicino l'ospitalità, gli usi, le tradizioni culinarie di Capracotta: l'occasione perfetta è offerta dalle numerose manifestazioni che si organizzano nel corso dell'anno, e a cui vale la pena partecipare. Tra glie eventi più importanti si ricordano la Festa della Madonna di Loreto, dal 7 al 9 settembre, e la festa patronale di san Sebastiano. Quest'ultima è celebrata dalla Chiesa il 20 di gennaio, ma un tempo Capracotta era una paese umile, e in pieno inverno sarebbe stato difficile rendere i dovuti onori al santo: per questo la celebrazione venne spostata alla seconda domenica di luglio, e ancora oggi si festeggia in estate. L'evento più rappresentativo e più atteso è indubbiamente la "Pezzata", la sagra dell'agnello alla brace e della pecora bollita con le erbe aromatiche. Si tiene la prima domenica di agosto in località Prato Gentile, ed è una delle manifestazioni più attese dell'estate molisana. Raggiungere Capracotta non è difficile. Chi viaggia in auto e viene da Roma deve percorrere la A1 e uscire a San Vittore, quindi seguire le indicazioni fino alla meta. Sempre dalla A1 chi viene da Napoli deve uscire a Caianello, mentre chi viene da Pescara deve percorrere la A14 e uscire a Val di Sangro, proseguire in direzione Castel di Sangro, uscire a Rosello e seguire i cartelli fino a Capracotta. L'aeroporto più vicino è quello di Pescara, a 110 km. circa. Enrico Montanari Fonte: https://www.ilturista.info/ , 30 agosto 2009.
- La Casa del Fascio di Capracotta
Sempre a puro titolo esemplificativo e restando in ambito meridionale, citiamo il progetto di Casa del Fascio di Capracotta, in provincia di Campobasso, i cui elaborati grafici furono redatti dall'arch. Giovanni Jacobucci di Roma. Nella relazione tecnica, datata 20 luglio 1942, l'ing. Pasquale Del Vasto di Campobasso che, incaricato della direzione dei lavori, completa il progetto con gli opportuni elaborati tecnici, così descrive l'opera: La Casa del Fascio, che il Direttorio nazionale vuole costruire nel Comune di Capracotta, consta di un corpo semplice di fabbrica a due piani, nel quale sono ricavati il salone per le riunioni, nel piano rialzato, e quattro vani per uffici, nel primo piano; con la parte retrostante del lato sinistro contenente la gabbia della scala e con quella antistante, sporgente su due fronti, contenente la Torre Littoria, nella quale, nel piano rialzato, è ricavato un vano da adibirsi a bar e nel primo piano un vano da adibirsi ad ufficio. Jacobucci aveva infatti concepito l'edificio in due volumi, un anonimo blocco parallelepipedo con le aperture prive di qualsiasi accentuazione decorativa, coperto da tetto a padiglione, e la torre rivestita in scheggionato di pietra, tozza e per di più coperta da un tetto ad una falda. In tal senso il rivestimento lapideo, opposto alla superficie intonacata del volume degli uffici, la mancanza di slancio e la copertura in legno rappresentano elementi estranei al repertorio linguistico del tipo, ma concorrenti a determinare l'aspetto montano adatto alla realtà ambientale del sito d'impianto, posto a 1.400 m. sul livello del mare. Raffaele Giannantonio Fonte: R. Giannantonio, La costruzione del Regime. Urbanistica, architettura e politica nell'Abruzzo del fascismo , Carabba, Lanciano 2006.
- La famiglia De Maio
Nel principio del 1700 venne da Capracotta in qualità di Governatore d'Iliceto il signor D. Giuseppe De Maio che sposò D. Chiara Apotrino, ultimo rampollo della famiglia di tal nome. Ebbe un figlio nomato Innocenzio ch'era il più ricco uomo del Comune. Da Innocenzio derivarono gli altri De Maio non solo ricchi ma nobili. Vincenzo De Maio sposò la nobile Elisabetta De Negris, che era una della primaria famiglia di Campagna nel Salernitano. La di lui sorella sposò un altro nobile di S. Severino. Come eredi degli Apotrino e dei Ronca ereditarono anche i giuspadronati fondati da quelli. Cercando l'origine della famiglia De Maio trovammo che uno di essi fu fatto Governatore della Basilicata e della Calabria, dove esisteva un ramo di tal famiglia annoverato fra i nobili. Come pure appartenne al ceto nobile il ramo che si stabilì in Foggia. Anzi rimontando a tempi assai remoti noi troviamo nel registro di Borrelli, sotto il titolo "Connestabulia de Bitricto": «iudex Maio de Butunto qui tenet Lositum quod est pheudum 1 militis». Da questo Maio giudice e feudatario di Losito discese la famiglia Maio delle Puglie e della Basilicata, ben diversa da altre due pur nobili di Napoli dette pure De Maio e da una terza famiglia De Maio, ch'era albanese e stava anche ad Iliceto nel 1522. Giuseppe Bracca Fonte: G. Bracca, Memorie storiche di Deliceto , Colcerasa, Macerata 1903.
- I pregiudizi sessuali del popolo italiano
In molti luoghi per guarire l'ernia dei bambini si esegue, tuttavia, la prescrizione di Marcellino, il medico di Teodosio, facendo passare il piccolo infermo con tutte le precauzioni che il rito superstizioso impone, attraverso il fusto di un querciuolo o di un olmetto spaccato in due. La guarigione dell'ernia o della rottura o crepatura , come volgarmente chiamasi, è condizionata alla restituzione, per opera dell'arte e della natura, allo stato integrale dell'arboscello, le cui parti del fusto spaccato si ricongiungono e si legano, dopo la cerimonia, per farle rinsaldare. In molti altri luoghi si crede che a guarirsi della blenoraggia e, perfino, della sifilide, basti il contatto dei propri genitali con quelli di un individuo dell'altro sesso in stato di purità o di castità. Si contano a diecina e diecina i delitti commessi in forza di tale pregiudizio, al quale partecipano non solo gli uomini (questi sono spinti a violare, fanciulle impuberi), ma anche le donne. A Capracotta, nel Molise, una mala femmina di Agnone, nella fede di liberarsi dalla sozza infermità di cui era affetta, si congiunse con un povero idiota, Gaetano Di Bucci, inoculandogli il terribile morbo che lo rese deforme e gli procurò il nomignolo di Cupaione. Se la legge è violata dalla superstizione, l'igiene è addirittura calpestata, insieme coi precetti d'arte medica e chirurgica. È comune la credenza nei filtri, i quali spesso sono composti con qualche goccia di sangue mestruo, con qualche stilla di liquido seminale, con pezzettini di placenta, di cordone ombellicale. Talvolta, come accade in qualche paese del napoletano, a dire di un dotto folklorista, che è anche magistrato, è l'uomo che ad accendere la fiamma dell'amore nella donna desiderata o per maggiormente avvincerla a sé, le offre nel pane qualche goccia del proprio seme generatore; spesso poi, è la donna che a legare l'uomo di cui teme il distacco e l'abbandono, gli fa ingoiare qualche filtro composto col proprio flusso mensile. Raffaele Corso Fonte: R. Corso, I pregiudizi sessuali del popolo italiano , in «Rassegna di Studi Sessuali», IV:3, Roma, maggio-giugno 1924.
- Nunzio Baccari si presenta a Francesco Barberini
Preso dalla smania di svelare ogni minimo dettaglio sulla vita e l'opera del presule capracottese Nunzio Baccari (1666-1738), presso la Biblioteca Apostolica Vaticana ho rinvenuto una lettera autografa anteriore al novembre 1710 inviata al card. Francesco Barberini (1662-1738) - nipote diretto di quel Carlo Barberini che fino al 1704 era stato prefetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide - a cui Baccari, non ancora vescovo, chiedeva l'intercessione al fine di essere nominato rettore del Collegio Urbano. La Propaganda Fide, istituita nel 1622, era il dicastero pontificio nel quale si concentrava la direzione e il governo dell'attività missionaria cattolica nel mondo. Appena cinque anni dopo questa venne affiancata dal Collegio Urbano, nato con lo scopo di «istruire e formare un clero missionario secolare originario delle terre da evangelizzare». La lettera di presentazione inviata da Nunzio Baccari, nella quale prega il card. Barberini di farlo nominare rettore di quel collegio, è la seguente: Nunzio Baccari della Diocesi di Triventi, che fù Conclavista dell'Eccellentissimo Sig. Cardinale Orsini nel Conclave, in cui fù creato Sommo Pontefice Innocenzo XII di santa memoria, e che successivamente servì il medesimo Sig. Cardinale in qualità di soprastante di [...] anche per le materie del Santo Uficio, ed indi di Vicario Generale in Benevento per la grazia di anni sette, essercitato nelle materie legali, e Canoniche per lungo tempo qui in Curia. Dottorato nella Sapienza nell'una, e nell'altra legge, ed in età di anni 44 supplica umilmente V. E. a degnarsi di promuoverlo alla carica di Rettore del Colleggio de Propaganda Fide. Questa epistola fa nascere in me tre suggestioni: la prima è di carattere anagrafico, ossia lo stesso Nunzio Baccari ammette di avere 44 anni nella prima metà del 1710, il che collima con la mia ipotesi secondo cui egli nacque a Capracotta il 22 giugno 1666 (e non nel 1667); la seconda è di natura personale, cioè che egli, semplice sacerdote triventino, dimostrò sin da subito di nutrire una grande ambizione a voler scalare le gerarchie ecclesiastiche (il 14 marzo 1718 verrà nominato vescovo di Bojano), frustrando un poco l'idea di umile sant'uomo che mi ero fatto di lui; la terza è di carattere formativo, e mi riferisco al suo addottoramento presso la Sapienza di Roma, una delle più antiche università del mondo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato , Nobile, Napoli 1856; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Miranda, The Cardinals of the Holy Roman Church , Florida International University, Miami 2002; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro sino ai nostri giorni , vol. XCIX, Tip. Emiliana, Venezia 1860; G. Pizzorusso, I satelliti di Propaganda Fide: il Collegio Urbano e la Tipografia Poliglotta , in «Mélanges de l'École française de Rome», CXVI:2, Roma 2004.
- Carabinieri salvati
Verso mezzodì di ieri (20) due carabinieri della Stazione di Capracotta si recarono per ragioni di servizio nella contrada Staffoli , distante da qui 14 km., e, tornando la sera dopo un lungo e faticoso cammino fra monti e nevi, esaurirono le giovanili forze, e rimasero nell'aperta campagna (circa 8 chilom. dall'abitato) esposti alle intemperie, ed al pericolo di morte imminente. Erano le 8 pom., quando cominciarono a sentirsi da lontano dei confusi colpi di moschetto che quei due disgraziati esplodevano ad intervalli, come per chiamare gente in loro aiuto. Gittato l'allarme da un continuato suono di campane, moltissime persone di ogni condizione con a capo il solerte Brigadiere dei Carabinieri accorsero per salvare le vittime. Una densa nebbia rendeva più spaventevole nella muta campagna l'oscurità della notte, ed uno sgomento tormentava l'animo di tutti. Si organizzò presto un largo servizio di ricerca con fiaccole, lanterne, trombe di Tiro a Segno e finalmente dopo le 9 pom. si rinvennero i due bravi giovani fra le nevi, non più lungo la strada, ma dispersi nella campagna, stanchi, impotenti ed assiderati dal freddo. Non mancarono ristori ed aiuti per trarli fuori pericolo, perché - a giudizio di molti - era quistione di un'altra ora di vita! Una parola di lode va data a tante centinaia di persone che fra l'imperversare del tempo, e non senza seri malanni, si arrischiarono a tarda ora nelle lontane campagne per compiervi un'opera altamente umanitaria e civile, ed un caldo avvertimento va altresì dato alle Autorità militari d'Isernia e di Agnone, quello, cioè, di rendersi esatti conoscitori delle condizioni climatiche di Capracotta nella stagione invernale, durante la quale, se si ha cuore, debbono essere esonerati i poveri carabinieri da servizi pericolosi e lontani, usando loro quel trattamento eccezionale, cui la conservazione della propria esistenza dà anche dritto in un eccezionale paese. Un viaggio di km. 28 fatto nelle condizioni di tempo e luoghi come quello dei due carabinieri avrebbe snervato il più valido e resistente organismo!... Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Carabinieri salvati , in «L’Alba», I:7, Isernia, 24 febbraio 1901.
- T'aje ditte ca loche nen ce vaje!
Tutto ebbe inizio quando un giorno, su internet, mi soffermai sul sito della residenza anziani "Santa Maria di Loreto" di Capracotta ed ebbi presto l'idea di tirare uno scherzo ai miei suoceri. Lo scherzo consisteva nel fargli pervenire una lettera della residenza anziani nella quale si comunicava che la richiesta di ricovero presso la struttura era stata accettata: una richiesta che loro, manco a dirlo, non si erano mai sognati di inviare! Preparai tutto con dovizia di particolari. Nella missiva che spedii a nome della residenza anziani elencai le tariffe più consone alle loro esigenze economiche e, in vista del decennale della struttura, scrissi che veniva offerta anche una gita gratuita a Isernia e un pranzo nel miglior ristorante della zona, oltre a una prova gratuita di soggiorno di 15 giorni. Mi affrettai ad imbucare la lettera, smanioso che venisse presto recapitata. Nei giorni seguenti, infatti, mi recai spesso dai suoceri domandando: «C'è qualche novità?», finché la lettera, finalmente, arrivò a destinazione. Tornai a casa dei miei suoceri e li trovai un po' preoccupati, tanto che chiesi: – Cos'è successo? E loro: – Guarda, è arrivata questa lettera da Capracotta. Ma che vieàne truvànne? Nù nen séme fatta nesciùna dumànda! Finsi di leggere la lettera e spiegai che o loro stessi o qualcuno dei figli aveva inviato quella richiesta, ma i miei suoceri risposero che di certo loro non erano stati e i figli men che meno. Il giorno dopo li chiamai e, camuffando la voce in modo perfetto, mi qualificai come Pasquale Paglione, il responsabile della residenza anziani di Capracotta. Fatti i dovuti convenevoli, terminai la telefonata con una domanda: – Capacchió, allora, quanda vié alla casa de repóse? Mio suocero spiegò che non sapeva nulla di questa storia e soprattutto ci tenne a sottolineare che mai sarebbe andato in quella residenza. Io, nelle vesti di Pasquale, mi sforzai di convincerlo che lì si stava benone e lo invitai a provare almeno il periodo gratuito di 15 giorni della cennata promozione, al termine del quale avrebbe deciso. Niente da fare, mio suocero rispose: – T'aje ditte ca lòche nen ce viénghe e basta! Dopo quella telefonata mi recai nuovamente a casa dei genitori di mia moglie e, non appena entrato, mi dissero: – È telefonàte Pasquale, quire de la casa de repóse... Al che risposi: – Fate una cosa: andateci per 15 giorni, tanto è gratis, così questa storia finisce! Non feci in tempo a terminare la frase che mio suocero z'appeccieàtte e disse: – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! Tiénghe la casa méja, pecché aja ì lòche? Il giorno appresso ritelefonai e, spacciatomi nuovamente per Pasquale Paglione, comunicai loro che se non fossero giunti entro il 1° agosto, ci saremmo visti in tribunale perché la Regione Molise - minacciai - concedeva alla struttura, per ogni nuovo paziente, ben 10 milioni, ed essendo già stata erogata la somma, la spesa ricadeva sul paziente che rifiutava il ricovero. Ovviamente tornai di corsa a casa dei suoceri che subito mi riferirono della telefonata e della possibilità d'una citazione in tribunale. Tentai nuovamente di convincerli: – E jétece... ve facéte quìndece juórne e ze fenìsce la mùseca! Non l'avessi mai detto! Si scatenò l'inferno, con loro due che ripetevano: – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! Il giorno dopo chiamai di nuovo e stavolta mi feci passare per l'avv. Piscitello di Pescara, minacciando mio suocero di vederci in tribunale se non avesse accettato l'invito della struttura residenziale. Mio suocero disse: – Io lì non ci vengo e non vengo nemmeno in tribunale. Al massimo posso venire al ristorante! Mi recai per l'ultima volta a casa loro. Stavolta l'atmosfera era lugubre. I genitori di mia moglie erano nervosi, letteralmente stravolti, e quando chiesi cosa fosse successo, mi raccontarono della telefonata dell'avvocato, al che esclamai: – Ma jétece a su cazze de spizie e la storia ze fenìsce na vòlda pe tutte! – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! La vuó capì scin'o nóne? A quel punto sbottai: – Lòche nen ce vuó ì ma al ristorànde scì? Dopo quella mia uscita, i due compresero che si trattava di uno scherzo. A mio suocero j'arvénne la cèra e si limitò a dire: – Aja vedé quanda la fenìsce!!! Mia suocera aggiunse soltanto: – Ride ride... nu è na settemàna ca nen durméme! Nicola Carnevale
- Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (IV)
L'arrivo a Capracotta: lunedì 16 gennaio 1950 A noi bambini ci fecero uscire da scuola e tutti in fila ci portarono sul corso. In ordine sul marciapiedi aspettammo l'arrivo di "Capracotta Clipper". Non era una bella giornata, era nuvoloso e faceva freddo. Sì, io ricordo prevalentemente il freddo, stando impalati su quel marciapiedi di fronte all'allora Albergo Vittoria, assistiti dal nostro maestro. Neve non ce n'era. Il paese era imbandierato e tappezzato di manifesti colorati inneggianti all'Italia, all'America, ai sindaci di Jersey City e di Capracotta, ai cittadini ed ai nostri connazionali d'America, all'Ambasciatore degli Stai Uniti in Italia, ovviamente a tutte le autorità italiane, civili, di governo, militari ed ecclesiastiche. La Società Autotrasporti S.A.I. di Napoli aveva istituito anche delle corse straordinarie da Napoli per Capracotta, per quanti avessero voluto accogliere Clipper al porto. La cerimonia di accoglienza durò tutta la giornata, dal mattino fino a tarda sera: cortei, discorsi, ringraziamenti, benedizioni, consegne, canti, rinfreschi, pranzi e ricevimenti. I festeggiamenti si conclusero con il lancio di numerosi petardi da parte della ditta Basilico Gennarino di Villa S. Maria. Clipper all'arrivo fu preso d'assalto da giovani e meno giovani. Tutti volevano salirvi sopra. Sul cassone vi erano diverse casse contenenti ricambi ed altri attrezzi, più le lame laterali. Sulla cabina vi fu posto un grande ritratto del sindaco John Kenny, dipinto da un residente Capracottese, che si era basato su una fotografia. Lo precedevano la banda (S. Eusania di Chiauci) e la squadra degli atleti dello Sci Club, sci a spalla. In Piazza il palco per le autorità. Nonostante il freddo tutti erano in piazza e per il corso, ma soprattutto intorno allo spazzaneve, ad ammirarlo affascinati. Giunsero anche abitanti dei paesi vicini, incuriositi dal mezzo arrivato dall'America, desiderosi di vedere il grande mezzo, anch'essi speranzosi di poterne, in qualche modo, godere dei vantaggi. L'ambasciatore degli Stati Uniti nel suo breve discorso disse: «Sono particolarmente lieto che il sig. Armond Gaito abbia potuto venire qui da Jersey City. Egli potrà quindi dare all'onorevole sindaco di Jersey City, John V. Kenny, l'assicurazione che i cittadini di Capracotta non saranno più privati della possibilità di muoversi liberamente nei mesi invernali o dei servizi indispensabili, quale che sia l'intensità delle nevicate». E poi: «Ho l'onore, dott. Carnevale, nel consegnarle lo spazzaneve a nome del sindaco Kenny e della popolazione di Jersey City, di affermare che tale dono onora chi lo riceve quanto chi lo fa». La Rai intanto fece un gran servizio sull'avvenimento e, tra l'altro nel pomeriggio, promosse un collegamento con Jersey City, da casa dei fratelli Ezio ed Oslavio Di Nucci, cognati di John Paglione, con la presenza di Armond Gaito. Fu data così ai compatrioti d'America l'avvenuta consegna del "dono". La prova mancata Il Jersey Journal del 18 gennaio scrisse: «Quello che questo piccolo villaggio d'alta montagna vorrebbe immediatamente è una bella bufera di neve. E Armond Gaito di Jersey City è qui, impaziente in attesa che arrivi. È venuto per mostrare ai residenti come farlo funzionare. Proprio questo inverno però le pesanti nevicate sono in ritardo. E Gaito non può aspettare. Sua moglie dovrebbe dargli un bimbo verso il 1° febbraio. Gaito ha il biglietto aereo per tornare a casa il 25 gennaio». Lo stesso giornale del giorno successivo, dà la lieta notizia: «Armond Gaito, il fantino dello spazzaneve di Capracotta, ha perso la sua gara con la cicogna, ieri è diventato padre. Sua moglie, la signora Josephine ha partorito una bimba di sette libbre». Gli autisti e il meccanico Leo Conti, debitamente istruito da Armond Gaito, fu il 1° geloso conduttore e premuroso custode di Clipper a Capracotta, e per diversi anni. Il 2° fu Romeo Giuliano, il meccanico di fiducia Giuseppe Carugno. In breve tempo il cassone dell'autocarro fu coperto dagli artigiani del paese e servì ad accogliere eventuali passeggeri ed operai che scortavano lo spazzaneve. Lo spazzaneve fu dotato anche di una radio ricetrasmittente, per mezzo della quale gli operatori comunicavano con l'addetto alla stazione metereologica, al piano soprastante il Comune. Già dai primi giorni di febbraio il Comune prese contatti con l'Aci di Campobasso per l'iscrizione del mezzo al Pubblico Registro Automobilistico. Fu chiesta a breve, in loco, una visita da parte dell'ingegnere della Motorizzazione Civile. Le curiosità a margine Un sacerdote, don Gennaro Di Nucci, compose un inno allo spazzaneve. Fu cantato in coro. Il pastore Mauro Giuliano scrisse una poesia intitolata "Capracotta per i villeggianti". Per questa ricevette dal Prefetto di Campobasso un premio di £. 5.000. La società I.V.E.S., industria vinicola di San Severo, offrì 24 bottiglie di vino "San Severo Bianco" da destinare al Presidente degli Stati Uniti d'America e 6 all'Ambasciatore. Il Sindaco di Capracotta nel ringraziare l'amministratore della I.V.E.S. rispose : «Le leggi statunitensi non consentono al Presidente di quella Repubblica di accettare doni, qual che ne sia il valore: da ciò, l'impossibilità di far pervenire l'omaggio al presidente Truman. Credetti allora opportuno di offrire la cassetta piccola al comandante della nave Exiria, e le due grandi a S. E. l'ambasciatore Dunn, che mostrò di gradire moltissimo l'offerta». Anche vino fu il regalo che il Prefetto di Campobasso fece allo stesso Ambasciatore James Dunn. Pura inconsapevole coincidenza. Infatti gli regalò 25 fiaschi di 2 l. cadauno, del vino Sannio Rosso che aveva, insieme alla moglie, gradito a Capracotta, in occasione del pranzo presso l'Albergo Vittoria. Il vino era stato acquistato, per una spesa complessiva di £. 6.685, presso la cantina Teodorico Janigro di Montagano. La notorietà La Provincia di Trento e la ditta Pellegrini di Milano, la quale commercializzava mezzi sgombraneve, avendo letto sul giornale della potenza e unicità del mezzo arrivato, interessati, chiesero notizie tecniche e informazioni. La gestione L'Amministrazione provinciale del Molise assegnò al Comune di Capracotta un contributo di £. 500.000 per l'intera stagione. Lo spazzaneve di Capracotta avrebbe dovuto, a fronte di tale somma, assicurare la viabilità sulle strade: da Capracotta per Staffoli, per Pescopennataro, per S. Pietro Avellana, per Vastogirardi e Vastogirardi-Staffoli. Doveva comunque impiegare 3 operai per 5 mesi. Il sindaco Carnevale ovviamente fece garbatamente notare che la somma era assolutamente irrisoria rispetto ai servizi richiesti. La conferma: 1° attestato di efficienza In tutta la regione, in quegli anni, in occasione di nevicate anche minime la circolazione si bloccava dovunque. Si paralizzava tutto. La vita si fermava. I comuni e la provincia non avevano mezzi né, a quanto pare, cercavano di affrontare il problema, soprattutto per mancanza di fondi. A marzo del 1949, leggendo una rubrica "Girotondo Molisano", il quadro è veramente desolante: «La solita apatia, il solito disinteresse - Blocchi invernali - Gravissimo disagio» ecc. "Il Paese" del 24 gennaio 1950: «Isolati dalla neve le montagne gli abitanti ritornano alla preistoria», questo il titolo, il testo è tutta una dolorosa elencazione di disagi. "L'Unità" del 2 febbraio 1950 titola: «Bloccati dalle nevicate numerosi piccoli centri - servizi postali e comunicazioni interrotte». L'articolo racconta una triste situazione generalizzata nella Provincia, però conclude così: «Capracotta, il piccolo paesino del Molise che ha fatto perlare molto di sé nei giorni scorsi, ha risolto il gravissimo problema delle comunicazioni, non però, come sarebbe giusto attendersi, per interessamento del Governo Italiano». Capracotta ha risolto così, con l'aiuto dei propri compaesani emigrati in America, il suo problema. Riconoscimenti al sindaco di Jersey City Il Consiglio Comunale conferì a John Kenny con una pergamena la cittadinanza onoraria di Capracotta. John Arbitelli, sposato ad una capracottese, regalò al Sindaco un dipinto di Capracotta, il dipinto era stato realizzato dal 18enne Edward Fisher copiato da una cartolina. Nel riceverlo il Sindaco affermò: «Esso sarà incorniciato e abbellirà la parete del mio ufficio». È da dire di contro che dall'America qualche componente del Comitato "Carnival for Capracotta" avevano suggerito ai Capracottesi altre due belle azioni da compiere come segno di ringraziamento verso il sindaco John Kenny: intestargli una strada o una piazza di Capracotta , e possibilmente battezzare un neonato col suo stesso nome. A proposito di questo bimbo che avrebbe preso il nome di John Kenny, John Paglione dice: «Beato lui» , facendo intendere che il neonato sarebbe sicuramente stato adottato a distanza con tutti i vantaggi che ne potevano derivare. Un Giovanni che nacque il 16 gennaio 1950 c'è. Non sappiamo però se il nome Giovanni gli fu dato realmente per rispondere alla richiesta dell'America, oppure se è una coincidenza. È da verificare. Non fu soddisfatta la prima richiesta, peccato! Avrebbe lasciato un ricordo immediatamente visibile in paese e non sarebbe costato nulla. Bastava solo deliberarlo. Capracottesi a Burlington festeggiano il risultato Il "Progresso italo-americano" di mercoledì 8 febbraio 1950 titolava: «I benefattori di Capracotta riuniti a Burlington per celebrare il totale successo della beneficenza». Alla celebrazione (svolta domenica 5 febbraio) furono presenti quasi tutti i componenti il Comitato "Spazzaneve per Capracotta", il sindaco John Kenny, l'agente consolare di Trenton, Turiddu Simoni, il giudice Edward Zampella, il sindaco e altre autorità civili di Burlington, Armond Gaito e tanti altri. Gli italo-americani di Capracotta presenti furono: Giovanni Paglione, Vincenzo Di Rienzo, Sebastiano Di Rienzo, Vincenzo Ferrelli, Vincenzo Di Lorenzo, Nicola Paglione, Luciano Trotta, Loreto D'Onofrio e Francesco Angelaccio. Fu celebrata una messa, servito un pranzo italiano da circa 40 signore e signorine italo-americane. Pietanze prelibate e vini generosi. Testimonianze dell'accoglienza ai festeggiamenti di Capracotta sono state portate da Armond Gaito, lette lettere, telegrammi, articoli di giornali dall'Italia, che hanno dato risalto al driver . Grande soddisfazione di tutti. Qui è stata consegnata la pergamena attestante la cittadinanza onoraria di Capracotta al sindaco di Jersey City, John Kenny. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro , in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.
- Bagliori e faville
Capracotta - chi non lo sa? - è un borgo abruzzese, noto non solo per il nome bizzarro, ma anche per la posizione incantevole e la salubrità dell'aria, per cui meritamente è reputata una delle stazioni climatiche più importanti d'Italia. Nell'estate vi si recano in gran numero signori e signore della migliore aristocrazia italiana e straniera e volentieri vi trascorrono i mesi canicolari, perché ivi, oltre la frescura desiderata, l'amenità del paesaggio e l'ospitalità degl'abitanti, trovano anche ogni confort nei numerosi ed eleganti hotels . Lassù spesso assieme allo scrosciare delle acque digradanti ed al gorgheggio degli uccelli si espandono per la campagna verde e per il cielo infinito i melanconici ed appassionati canti dei montanari, ed in quei canti è trasfusa l'anima di quel popolo montanaro con tutti i suoi dolori, con tutte le sue gioie, con tutte le sue tradizioni, con tutte le sue superstizioni, con tutte le sue speranze. Ma non a tutti è concesso recarsi lassù ad attingere dal labbro di quei robusti garzoni, di quelle gioconde donzelle, di quei vecchi canuti, quelle dolci melodie. Però un giovine, amante della terra nativa, Oreste Conti, con nobile intento, affinché a tutti possa giungere almeno l'eco di quelle rustiche composizioni, volenterosamente e pazientemente s'è recato per quattro anni di seguito, nei brevi periodi di vacanza, lassù in vetta alla sua verde montagna e con diligenza ed amore ha raccolto ed ordinati ben centotrentatre di quei brevi, sì ma schietti canti e li ha pubblicati in questi giorni per i nitidi ed eleganti tipi della Stamperia Editrice Frattarolo di questa città, in un interessante opuscolo di cinquanta pagine, arricchendolo di note esplicative e di leggiadre considerazioni. Al giovine Oreste Conti, l'augurio di una seconda edizione dell'opuscolo, che ha per titolo "La poesia popolare capracottese". Leonardo Sannita Fonte: L. Sannita, Bagliori e faville: Capracotta , in «La Vampa», Lucera, 25 gennaio 1908.
- Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame
È questo un antico detto che riassume con toni lapidari tutta l'esperienza dei nostri avi in fatto di fenomeni meteorologici relativi alla vita contadina. E si, perché la neve che cade a tempo debito, si deposita sul terreno e poi, al disgelo, si scioglie piano piano alimentando le falde acquifere e fornendo il giusto nutrimento alle piante che, durante il lungo inverno, giacciono ricoperte dalla bianca coltre. A primavera i torrenti scorrono impetuosi e allegri cantando una briosa canzone di vita, mentre il grano cresce robusto, formando le spighe che, poi, diventeranno gialle al sole di maggio e di giugno. È la natura che si ridesta e che, se bene alimentata, darà i suoi frutti tanto attesi e sperati, tra i quali il pane, sostentamento essenziale per l'uomo. Sono una donna ultraottantenne che nella sua vita ha vissuto, in ogni inverno della sua vita, molte nevicate, con tormente e con lenti fiocchi, con venti forti e gelidi, con correnti di bora che seccava i volti e la fronte, che ha giocato con la neve, l'ha sciolta fingendo che fosse un gelato, l'ha combattuta e vinta nelle traversate quotidiane per raggiungere le sedi di lavoro, con stivaloni di gomma e senza pantaloni che a quel tempo erano vietati alle donne. Di essa dovrei avere un ricordo poco piacevole per i molti disagi causati non solo a me ma anche a tutti gli altri, privi come eravamo di fonti di calore adeguate, stretti intorno ai caminetti che spesso buttavano rigurgiti di fumo e ci annebbiavano le cucine prive di luce elettrica. Eppure questi miei ricordi sono come poesia, rielaborati nella memoria e rivissuti attraverso il ricordo, a volte, anche nostalgico. Oggi vivo a Capracotta, dove la neve è attesa sempre con gioia e con ansia perché fonte di vita, di ricchezza, di svago. Il gelo purifica l'aria e la disinfetta, rendendola ancora più salubre. Quasi sempre essa non delude; prima o poi arriva con forza e violenza, si ammucchia, crea problemi alla comunità e, quando tutto si placa, resta il manto bianco che ricopre strade, portoni e tetti creando angoli suggestivi degni di un quadro dipinto da un grande pittore. La località di Prato Gentile offre una pista di sci da fondo lunga 15 km. per gli esperti e di 5 km. per i principianti. Essa si snoda lungo il bosco in una cornice magica di alberi dai rami intrecciati sì da formare, a volte, vere e proprie gallerie. Va lo sciatore facendo scivolare il corpo con movimenti ritmici e armonici, offrendo il volto alla frescura, in una comunanza di vita con la natura. L'animo si rasserena, la mente si sgombra dallo stress della vita frenetica di oggi, il cuore gioisce per la libertà del corpo e dello spirito. A guardare la scena, si vede un piccolo esercito multicolore in fila indiana che si snoda come un serpente lungo i viali innevati, in piena armonia col mondo circostante. Il paese innevato, col bel tempo, rifiorisce e, nel fine settimana, si riempie di turisti; i pullman arrivano sul pianoro, scaricano uomini, donne e bambini, alcuni dei quali, soprattutto quelli che non praticano lo sport, si stendono sulle sdraio al sole della montagna che riscalda e tonifica e così passano il tempo crogiolandosi al calore intenso dell'aria. I maestri, uomini e donne, impartiscono lezioni ai principianti; sembra di stare nei pressi di un alveare, con gente che entra e esce dai bar-ristorante, dove a tempo debito molti siederanno a rifocillarsi col pranzo gustoso preparato dai gestori. Giù in paese intanto gruppi di gitanti passeggiano e osservano le gigantografie attaccate ai muri, le case e gli angoli suggestivi, entrano nei negozi e fanno incetta di prodotti tipici. La sera del sabato l'albergo è tutto illuminato: c'è un formicolio di gente che va e viene, macchine parcheggiate, uomini e donne adeguatamente equipaggiati mentre le luci diffondono tutt'intorno un alone di festa e di vita. Le due piste, quella del fondo e l'altra più breve di sci alpino per gli appassionati della discesa, le hanno regalate al paese la natura, l'altitudine, l'aria pura, la bellezza naturale; caratteristiche alle quali vanno aggiunte la gentilezza, la cortesia, la generosità, la forza degli abitanti, qualità queste che esaltano lo spirito del popolo capracottese. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 16 gennaio 2017.
- La fognatura a Capracotta
Capracotta, 6 Maggio. Pare finalmente che le sorti di questo ridente paese, nel quale l'aria finissima, le limpide acque, i verdeggianti colli e le nevi quasi perenni accolgano in ogni stagione il turista lo sportivo ed il villeggiante, siano felicemente decise per la prossima risoluzione di uno dei più vitali problemi cittadini, che segna indubbiamente un gran passo verso il suo sviluppo civile: la fognatura. Nulla è mancato a questo paese che non abbia accontentato, insieme con la tradizionale cordialità di tutti i cittadini, i numerosi villeggianti e turisti. La sola deficienza era costituita dalla fognatura che ha offerto occasione di critiche non certo benevole verso tutte le passate Amministrazioni comunali le quali hanno sempre rimandato la soluzione di questo problema tanto importante specie dal punto di vista della civiltà e dell'igiene, e che mette questo bel centro climatico e sportivo in condizioni di grande inferiorità di fronte ad altri consimili. Apprendiamo ora con viva soddisfazione che il nuovo podestà dott. Filiberto Castiglione, che in ogni campo porta il suo contributo di saggezza e di volontà si è reso conto della necessità impellente di un'opera igienica così importante, e sta studiando il progetto già redatto dal nostro egregio concittadino ing. Angelino Conti, avvisando ai mezzi per la più sollecita attuazione. Il nostro plauso all'egregio dott. Castiglione, il quale ai suoi meriti di valoroso combattente e di fervido ed attivo fascista, aggiungerà certamente anche quello di essere stato l'unico amministratore che abbia saputo e voluto dare al suo paese la tanto invocata fognatura. E questa sarà una delle sue benemerenze più notevoli. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, La fognatura a Capracotta , in «Il Mattino», XLVI:108, Napoli, 7 maggio 1937.
- Autori capracottesi di libri scolastici
Stando ai miei calcoli, Capracotta conta oltre 110 autori di libri. Tra questi ve ne sono stati, e ve ne sono tuttora, alcuni specializzatisi nei testi scolastici, a cui vanno aggiunti coloro che hanno compilato manuali universitari. Per quanto concerne le discipline umanistiche e sociali abbiamo infatti Alessandro De Renzis (diritto privato), Luisa De Renzis (procedura civile), Mario Di Ianni (teologia), Maria Monaco (linguistica) Loreto Di Nucci (storia contemporanea), Carmine Di Rienzo (disegno) ed Alfonso Falconi (solfeggio). In ambito scientifico e tecnologico facciamo invece assegnamento su Pasquale Carnevale (chimica), Anselmo Di Ciò (matematica), Mario Di Tella (meccanica), Nicola Iacovone (medicina sportiva), Agostino Santilli (scienze forestali) e Ruggero Maria Santilli (fisica). Comincio questa rassegna cronologica da Padre Anselmo Di Ciò (1767-1835), che fu autore di tante e preziose opere didattiche, tra cui i gradevolissimi "Elementi di matematica" del 1816, «vari e didatticamente interessanti come testi per i giovanetti del tempo se non fosse per la citata mania di non utilizzare strumenti di calcolo dell'analisi e della geometria analitica, noti da tempo, che avrebbero semplificato di molto la trattazione». Altrove ho spiegato ( qui ) come il Di Ciò, fedele ai dogmi cristiani, non poté mai utilizzare le intuizioni aritmetiche cartesiane per il timore di essere scomunicato. Valente musicista fu invece Alfonso Falconi (1859-1920) che, affermatosi a Firenze, non abbandonò mai la didattica musicale, impressa nella "Grammatica musicale" del 1890 e, ancor più, nel "Metodo per la divisione" del 1900, «ancor oggi adottata e facilmente reperibile». Egli fu «redattore de "La nuova musica", rivista fiorentina d'avanguardia. Fondò una casa editrice musicale dedicata alle derive contemporanee che distinse con lo pseudonimo anagrammatico di Nicola Salonoff, e fu autore nel 1882 di un'opera intitolata "Guerra alle donne"». All'interno del vasto settore delle scienze forestali, oltre al celebre Giuseppe Di Tella, Capracotta può poi contare su Agostino Santilli (1871-1962), il quale vanta un singolare primato, quello di aver pubblicato il primo manuale italiano di selvicoltura, nel lontanissimo 1891. Agronomo, direttore di banca, nonché ex sindaco del nostro paese, Santilli ripubblicò quasi vent'anni dopo il suo fortunato manuale per i tipi di Hoepli, aggiungendovi note di estimo e nozioni di economia forestale. Spostandoci ora sulle scienze fisico-chimiche rammento il prof. Pasquale Carnevale (1875-1956), «anch'egli capracottese, il quale - insegnante del principe Filiberto e conoscente del principe Umberto II di Savoia - scrisse numerose monografie e studi vari, fino a pubblicare un manuale di "Elementi di analisi chimica" presso l'editore Paravia». Prima di quelli, Carnevale aveva dato alle stampe gli "Elementi di mineralogia" (1909), sempre ad uso dei licei e degli istituti tecnici, visto che insegnava presso il prestigioso Istituto Tecnico "G. Sommeiller" di Torino. Facendo qualche passo in avanti si trova Carmine Di Rienzo (1884-1970), nato in Puglia a Minervino Murge, e che a suo tempo fu un «disegnatore e pittore silenzioso il quale rifugge dai facili successi e dalle voghe inconsistenti», ma che non mancò di dedicarsi all'insegnamento negli istituti magistrali di Barletta. Suo è il manuale "Disegnare così", pubblicato nel 1957 in quattro fascicoli dall'editore Carlo Signorelli. Nel campo della fisica pura risulta arduo comprendere ed esporre il pensiero di Ruggero Maria Santilli, sviluppatosi nell'arco di quarant'anni di lavoro teorico e sperimentale. Nonostante oggi sia di fatto estromesso dalla comunità scientifica internazionale, negli anni '70 egli «ha elaborato una teoria che costituirebbe una nuova generalizzazione della meccanica quantistica, alla quale ha dato il nome di meccanica adronica , e sostiene di aver elaborato una matematica nuova, basata su un nuovo tipo di numeri, denominati isonumeri santilliani ». Per la prestigiosissima Springer apparvero infatti due volumi di "Foundations of Theoretical Mechanics" (1978). Avvicinandoci sempre più ai giorni nostri, vi è il giudice d'appello Alessandro De Renzis, che «non ha mai smesso di adoperarsi nel campo del diritto, specializzandosi negli anni nel settore dell'amministrazione condominiale». Ha esordito come curatore nel 1985, assieme ad Umberto Apice, col manuale "Cambiale, assegno e altri titoli", e come autore nel 1991, con un saggio su "L'amministratore del condominio degli edifici". L'ultima fatica letteraria a più mani è il "Trattato del condominio", realizzato assieme ad Aldo Ferrari, Adriana Nicoletti e Riccardo Redivo, e giunto nel 2008 alla terza edizione. Luisa De Renzis «ha proseguito con notevole frutto la carriera giuridica del padre, spostando tuttavia il proprio interesse sul settore finanziario e azionario». Nel 1990 ha infatti dato alle stampe la propria tesi di laurea ma è solo nel 2007 che, per l'editore Giuffrè - specializzato in manuali e dispense universitarie - ha pubblicato, assieme a Fortunato Lazzaro, "Il decreto ingiuntivo nella fase sommaria", relativo agli artt. 633-644 del codice di procedura civile. Padre Mario Di Ianni, invece, è stato per molti anni professore alla Pontificia Università Urbaniana di Roma dove, assieme a Gaspare Mura, ha pubblicato nel 1995 un manuale di "Metodologia con una guida bibliografica per lo studio della filosofia e della teologia", oltre ad essersi occupato negli anni di bioetica sociale e di temi correlati. Lodevole l'incessante lavoro nel campo dei libri per l'infanzia quello svolto dalla capracottese Maria Monaco, che ha insegnato per oltre trent'anni in classi di scuola elementare a Roma e che, oltre a diverse raccolte di poesie e racconti, può vantare una collaborazione col celebre linguista Francesco Sabatini nei tre volumi de "La parola e il mio mondo", pubblicati nel 1995 dalla De Agostini e pensati proprio per il secondo ciclo della scuola primaria. Per le edizioni scolastiche di Bruno Mondadori, Mario Di Tella compare, assieme a Giuseppe Grosso, sul terzo volume del "Corso di tecnologia meccanica" (1996) per gli istituti tecnici e professionali, un manuale (con tanto di espansione online) nel quale vengono impartite nozioni in materia di lavorazioni non tradizionali, elementi di corrosione e protezione dei materiali metallici, prove non distruttive, prove meccaniche e tecnologiche, macchine utensili, progettazione e fabbricazione assistite da calcolatore ecc. E ancora il dott. Nicola Iacovone, medico dello sport residente in provincia di Roma, «ha collaborato con la Scuola dello Sport del Coni e con le commissioni mediche della Fisi e della Fir, e attualmente è medico del Comitato italiano paralimpico e della Federazione italiana bocce». Ebbene, nel 2004 Iacovone ha pubblicato, assieme a Giorgio Guatelli, il testo unico per i corsi nazionali di formazione e aggiornamento dell'Associazione nazionale dei Professori di Educazione fisica e Specialisti sci del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Cito da ultimo lo stimatissimo Loreto Di Nucci, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Perugia, il quale negli anni ha prodotto diverse monografie di storia e scienza politica per il suo corso, tra cui "Il sistema dei partiti e l'eredità del fascismo" (2008), sebbene le sue opere vengano oggi perlopiù pubblicate da Il Mulino, la maggiore casa editrice italiana nel campo della saggistica e della manualistica universitaria. L'ultimo libro del Di Nucci è infatti "La democrazia distributiva" del 2016, nel quale lo studioso analizza l'intera parabola della Repubblica Italiana, con i fari puntati sul nostro peculiare Welfare State . Ho volutamente tralasciato alcuni testi in lingua straniera, perché di difficile reperibilità. Mi riferisco tanto alle decine di opere di sociologia e politica economica firmate dai fratelli Torcuato Salvador e Guido Di Tella - ancor oggi utilizzate nei corsi accademici della Univesidad "Torcuato Di Tella" di Buenos Aires - quanto al manuale di diritto civile dei tre Castiglione d'Argentina o al commentario del codice penale brasiliano di Teodolindo Castiglione (1891-1973). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: U. Apice e A. De Renzis, Cambiale, assegno e altri titoli , Buffetti, Roma 1985; Carmine Di Rienzo all'arca , in «Pensiero ed Arte», XXII, Bari 1966; P. Carnevale, Elementi di mineralogia ad uso dei licei e degli istituti tecnici , Giusti, Livorno 1909; P. Carnevale, Elementi di analisi chimica ad uso degli istituti tecnici, industriali, commerciali e delle scuole agrarie medie , Paravia, Torino 1924; T. Castiglione, Código Penal brasileiro comentado , Saraiva, São Paulo 1950; V. J. Castiglione, A. V. Castiglione e J. C. Castiglione, Manual de derecho civil , El Liberal, Santiago del Estero 1994; C. De Lisio, Anselmo Di Ciò da Capracotta , in «Quaderni di Scienza e Scienziati Molisani», V:8, Campobasso, marzo 2010; A. De Renzis et al. , Trattato del condominio , Cedam, Padova 2008; A. Di Ciò, Elementi di matematica , Reale, Napoli 1816; L. Di Nucci, Il sistema dei partiti e l'eredità del fascismo , Dipartimento di Scienze Storiche, Perugia 2008; L. Di Nucci, La democrazia distributiva. Saggio sul sistema politica dell'Italia repubblicana , Il Mulino, Bologna 2016; C. Di Rienzo, Disegnare così. Nuovo metodo didattico per l'insegnamento dei disegno negli istituti magistrali , voll. I-IV, Signorelli, Milano 1957; A. Falconi, Grammatica musicale , Izzo, Napoli 1890; A. Falconi, Metodo per la divisione teorico-pratico-guidato , Izzo, Napoli 1900; G. Grosso e M. Di Tella, Corso di tecnologia meccanica , vol. III, Mondadori, Milano 1996; N. Iacovone e G. Guatelli, Sport, ambiente e salute dall'esperienza medica alla pratica sportiva , Soc. Stampa Sportiva, Roma 2004; F. Lazzaro e L. De Renzis, Il decreto ingiuntivo nella fase sommaria , Giuffrè, Milano 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I-II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; G. Mura e M. Di Ianni, Metodologia con una guida bibliografica per lo studio della filosofia e della teologia , Urbaniana University Press, Roma 1995; F. Sabatini e M. Monaco, La parola e il mio mondo. Itinerari di lettura e riflessione sulla lingua italiana , voll. I-III, De Agostini, Novara 1995; A. Santilli, Selvicoltura , Hoepli, Milano 1891; R. M. Santilli, Foundations of Theoretical Mechanics , voll. I-II, Springer, New York-Heidelberg-Berlin 1978.
- Taccuino capracottese
Capracotta, gennaio. Quando quassù cade la neve, è un'altra cosa. Bisogna starci, bisogna vedere. È uno spettacolo interessante, è bello. Anche perché la neve di quassù è diversa... È Neve (con la N maiuscola). È una neve superiore, una neve aristocratica: è la Neve. Giù il cappello, amici lettori, alla neve di Capracotta. Se poi, quando quassù cade la neve, si sente un pizzico di bufera, allora, compiaciuto, Dante si muove col più bello del suo Inferno, col più bello del suo Purgatorio, col più bello del suo Paradiso, messi insieme. E tutto trascende. È fisico e metafisico, in ordinato disordine. In queste condizioni, in questo ambiente, a questo spettacolo, se aggiungete un pizzico di sole (forse bastano dieci raggi), contemplate Iddio. Anche lo spirito volgare si avvicina a Dio e Lo contempla lassù quando cade la neve, con un pizzico di bufera e dieci raggi di sole. Usciamo di casa. Non è facile. Ma non è impossibile. Basta la buona volontà. La neve tutt'intorno è vergine: non un'impronta. Né un'anima viva. Procediamo. Saranno tre, quattro metri. Comunque tutte le porte del Corso sono quasi ricoperte. È nostra intenzione arrivare al telefono, in piazza, da Donato, per le ultime notizie. A metà strada un uomo ricurvo con la pala che lavora. Ci salutiamo. È Vincenzo, il buon Vincenzo, la cui vita si svolge tutta nel circolo, per il circolo. Vincenzo è uomo onesto e capace. Grave colpa sarebbe per lui trascurare il circolo. E Vincenzo non lo trascura. Il circolo, nonostante la neve e la bufera, è pronto. Mi raccomando per le sigarette, però. Andiamo avanti. Il telefono è inaccessibile per l'ingresso principale. Tutto è chiuso. Tutto è neve. Che fare? Eccolo, con gli sci, che avanza un uomo imbottito. Ci fa: – Dottore... vi accompagno a casa? Rispondo: – No, vado a comperare le sigarette. Ed egli: – Ma è tutto chiuso... Di rimando: – Ed allora entro qui, da Romeo. – Arrivederci, Dottore. – Ciao – faccio io – e grazie. Se ne va. Solo, solo. Qual è la porta di Romeo? Certamente quella. A due metri, forse meno. Mani e piedi, piedi e mani, in meno che dieci minuti raggiungo quella porta. Apro e faccio: – Ueeé... Sono invitato a entrare. Saraff, la bella Saraff, fa colazione. Rommell, vale a dire Romeo, fa il classico stravacco attorno al focolare. Mi faccio bello e dico: – L'amico fa grossi sacrifici per andare a trovare l'amico in certe circostanze. Vi serve qualcosa? Romeo (Forkettein, direbbe il comandante Nafra) fa il furbo e risponde: – Stavo per venire io da te. Usciamo tutti e due per andare a comperare le sigarette. E che vediamo? Un uomo che azzarda a uscire di casa. Lo guardiamo. Chi sarà? La montagna di neve è pericolosa, quell'uomo è temerario. Sembra strano. Io ho pensato all'uomo delle nevi dell'Himalaya, al tibetano Metoh-Kangmi. Quell'uomo fa di tutto per vincere. Anch'egli con le mani e con i piedi. Ad un certo momento si ferma, si arresta, ci guarda. Quindi ci fissa. Poi evidentemente ci ha riconosciuti, grida: – Ué, campió... È lui: Enzo. Enzo De Mauro. Gli risponde Romeo: – Ci vediamo allo Sci Club. Procediamo per le sigarette. Allo Sci Club troviamo il quarta serie Renato Mosca (irriconoscibile con quella coppola) e il fuori serie Antonio Policella. La competizione è di prammatica. Romeo e Renato, Francesco e il sottoscritto. Perdiamo. Sarà un'altra cosa quando a sostegno del sottoscritto verrà Natalino. Anche Enzo De Mauro abbozza qualche parata. Macché... niente da fare: è negato. Facciamo la via del ritorno. Non c'è più un pizzico di bufera, non ci sono più i dieci raggi di sole. C'è solo la neve. Completiamo questo "servizietto" fra le braccia di Enzo e di Michele, confortati dal sorriso del dolce Massimo. Intanto il 1953 è finito proprio come Dio ha voluto. Ha avuto inizio il 1954. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Taccuino capracottese , in «Momento-Sera», IX:8, Roma, 9 gennaio 1954.
- In memoria dei martiri della Resistenza capracottese
Era d'autunno. A sera, una pallida luce spiò il terrore sul volto di un popolo affranto, mentre nel bosco vagava ancora l'eco degli spari sulla scia nerastra della morte. Sopra il cupo odiare dell'uomo la pietà del cielo si sciolse in lacrime amare, mescolandosi a quelle dei figli e delle madri. Anche l'ultima rondine migrante lasciò cadere la sua stilla di pianto, simile a piccola gemma, perché rilucesse nei cuori di pietra da fittissima tenebra ravvolti. In quell'orizzonte chiuso, senza suoni, senza un palpito, senza neppure un vibrare di ciglia, giunse amico il suon d'una campana - quello della Madonnina - a invocare pace sul mondo senza pace. A notte, su quei due corpi accolti nel materno grembo della terra, si affacciò - per vegliare - un trèmulo brillare di stelle, simile a stormire di piante a primavera, annuncio e segno di resurrezione. Michelino Di Lorenzo
























