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  • Capracotta: la popolazione sa far da sé

    Ill.mo Signor Direttore del "Popolo del Molise". Ho letto con ritardo l’articolo dell'Avv. Ruggieri "Qui i leoni", e non posso che plaudire a ciò ch'egli ha scritto. Vorrei far rilevare un interessantissimo particolare. Nei paesi distrutti e danneggiati dalla furia bellica, dovunque, in Italia, il Genio Civile è in attività costruttiva. Al di là del Sangro, nei paesi viciniori delle Provincie di Aquila e di Chieti, si va di corsa. A S. Pietro Avellana un ingegnere del Genio Civile sorveglia ben 14 lavori! A Capracotta, dove, data l'altitudine, si dovrebbe far qualche cosa in fretta, perché i muratori possono lavorare solo da maggio alla fine di settembre, non c'è un lavoro, uno solo, che il Genio Civile faccia eseguire! I ¾ del paese sono già stati ricostruiti, per virtù della nostra attivissima popolazione. La quale perciò è finanziariamente stremata: la miseria impera, essendo stata pietrificata ogni risorsa. Il Genio Civile di Campobasso ha sempre dichiarato che tale mirabile sforzo era degno di particolare considerazione, e che le questioni di Capracotta sarebbero state sempre trattate con particolare benevolenza. Dio ci liberi da tali particolarità! Perché questa considerazione e questa benevolenza si traducono così: se la popolazione sa far da sé, faccia pure! Noi, pensiamo ad altro! Ringraziando, con i più distinti saluti. Capracotta, 25 giugno 1947. Gennaro Carnevale Fonte: G. Carnevale, Capracotta , in «Il Popolo del Molise», I:17, Campobasso, 25 luglio 1947.

  • La presenza di una Donna da sempre in mezzo a noi

    Se si aprisse il cuore di un capracottese vi si troverebbe inciso un nome: "Madonna di Loreto", con le lettere dell'alfabeto dell'amore. Incancellabili proprio come è incancellabile l'amore. La Madonna di Loreto la portiamo dentro di noi come la realtà più amata e più amabile; come una notizia meravigliosa che stiamo per rivelare e ci sorridono gli occhi. Anzi, ci sfavillano come vi si riflettessero tutte le stelle del firmamento. La sentiamo nostra "conterranea", nata in mezzo a noi, iscritta alla nostra anagrafe. Ma la sentiamo soprattutto come la nostra "contemporanea". Porta i suoi anni con la leggerezza di una piuma. Essa va, come incontro ai secoli, li ringiovanisce; li fa perfino innamorare. Forse, siamo noi che dobbiamo essere suoi contemporanei. In principio, c'era la Madre. Come a dire: « C'era la vita » . E alla fine? Ammesso che possa esserci una fine e non un fine, beh - alla fine - ci sarà ancora e sempre la Madre. Ci affascina e ci seduce il suo "giovane splendore". Quando mi incammino verso il suo Santuario lì, in mezzo ai pini odorosi e il vento soffia tra i loro rami come se fossero canne d'organo e ne trae sublimi accordi con la sinfonia del Creato, la saluto da lontano come « la creatura più giovane del genere umano » . È la "protettrice dei viaggi" la Madonna di Loreto. Una viaggiatrice e pellegrina anch'essa. Da sempre amo invocarla con la stessa parola dei cristiani d'Oriente: odigitria, colei che "addita la via". Ma è anche la donna del primo passo. I suoi spostamenti sono tutti segnati nel Vangelo di Luca e sono tutti in salita: verso la "pietrosa" Betlemme; verso Hain Karin, lì, tra le aspre giogaie dei monti di Giuda; verso Gerusalemme, la città posta sull'altura di Sion; verso il Calvario, il monte della "sfigurazione" del suo Figlio e verso il Rabor, il monte della "rara" sfigurazione. Sulla sua agenda di viaggio è annotato l'"espatrio clandestino" in terra d'Egitto e ritorno in Palestina, con il "foglio di via" rilasciato dall'Angelo del Signore: « Và, torna nella terra dei tuoi padri perché è morto il re, che attentava alla vita del Bambino » . La Madonna di Loreto? Una itinerante. E chi dopo di Lei è più itinerante di un capracottese? A lui essa addita la via per le "partenze dolorose" e indica la via per i sospirati ritorni. Itineranti per vocazione prima e per necessità poi lungo tutte le strade del mondo, i figli di Capracotta portano sempre nella loro valigia il "lievito amaro" della nostalgia. Nostalgia delle radici! Le radici e le fondamenta sono la stessa cosa. Servono a rendere stabili la casa e l'albero, quando la voria soffia con rabbiosa violenza. Una tradizione rabbinica racconta di un gruppo di giovani che chiedono ad un anziano rabbino: – Quando ha avuto inizio l'esilio degli ebrei? E il rabbino risponde: – Quando Israele non ebbe più a soffrire del fatto di essere in esilio. È vero, l'esilio comincia non quando si lascia la patria ma quando nel cuore non c'è più la struggente nostalgia della patria lontana; quando ci si adagia nella piattezza di una vita senza fremiti, senza l'attesa di un ritorno, senza neppure il sobbalzo di un ricordo. Ma chi non ricorda è condannato a non vivere. A un capracottese basta richiamare all'orecchio il tinnulo suono di una delle campane per ridestare nel cuore il ricordo del suo paese con le sue piazze, i suoi vicoli, le sue chiese e, in modo più vibrante, quella della Madonna di Loreto. Fu costruito a spese dei pastori, uomini con il cuore fatto buono dal guardare le stelle e con gli occhi fatti miti dalla viva lana di pecore erranti. Era il 1700, il secolo in cui Capracotta traeva dalla pastorizia il suo maggiore incremento economico e segnò il suo boom demografico. Faceva ormai fatica a rimanere "entro la cerchia delle antiche mura". La civiltà della pastorizia stimolò una gran voglia di vivere e l'apertura alla speranza, che fidanza un popolo con il suo futuro. I pastori dotarono la "loro" Chiesa di una ingente ricchezza: 15.577 capi di ovini. Era l'anno 1794 quando fu iscritta nei registri della Dogana di Foggia (da cui dipendeva, in quel tempo, il Molise) con una connotazione del tutto atipica sul piano amministrativo: "azienda armentizia". La chiesa "Madonna di Loreto" promossa cooperativa di mutuo soccorso fino a svolgere attività creditizie. « L'Europa – al dire di Goethe – nacque durante un pellegrinaggio e il Cristianesimo fu la sua lingua materna » . E il nostro Molise? È nato durante la transumanza ( trans humus = passare da una terra all'altra). Un pellegrinaggio sui generis anch'esso, sostenuto da una presenza materna, che rende sicuro il cammino e certa la meta, lungo l' iter tractorium , designato e tracciato sulle curve delle colline, sulla sinuosità delle vallate, sempre vicino ai corsi d'acqua. Ha cento metri di larghezza il tratturo. Molto più di una autostrada. Vi transitavano in media 3 milioni di ovini. Come non ricordare D'Annunzio nella lirica dedicata ai pastori? « E vanno per il tratturo / antico al piano / quasi per un erbal fiume silente / su le vestigia degli antichi padri » . Andavano i nostri pastori, sorretti da un'incrollabile fede in colei che "addita la via". La fede insegna ad aver coraggio, insegna a vivere non a sopravvivere. I piedi eran ben piantati sulla terra ma gli occhi erano rivolti verso l'alto, miravano il cielo. La Madonna di Loreto ha dimestichezza con il cielo, non è senza motivo che Benedetto XV l'abbia proclamata Patrona degli aviatori. L'astronauta McDivitt volle portare con sé, in volo verso la luna con la sua navicella spaziale, l'immagine della Madonna di Loreto. La volle nella carlinga del suo aereo l'aviatore americano Lindberg nella prima trasvolata da New York a Bourget, in Francia, nel 1927: 33 ore e 39 minuti. Si racconta che la casa della Madonna di Loreto fu portata di peso da Nazareth a Loreto da un nugolo di angeli, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294. Lì a Nazareth fu smontata pezzo dopo pezzo e lì, sulla collina di Loreto, fu rimontata con diligente cura. "Angeli" erano stati chiamati i Crociati e i Francescani perché erano i "custodi della terra" di Gesù. Santi crociati marchigiani gli angeli trasportatori della Santa Casa. La Madonna, venendo in Italia ( ad italicos suos , come amabilmente si sarebbe espressa, secondo una accreditata tradizione) è come se avesse trasportato un pezzo della sua terra in Italia. Poi venne Lourdes, venne Fatima. Ma Loreto resta il "più italiano" tra gli altri mille e cinquecento santuari mariani che costellano, come punti luce, la nostra Penisola. Tra questi santuari c'è anche il nostro, piccolo nelle sue dimensioni ma tra i più elevati con la sua quota di altitudine: 1.421 metri. È lì che batte il cuore di ogni capracottese. Madonna di Loreto siamo fieri di Te noi montanari; razza di aquile giammai suddita. E siamo fieri della nostra libertà. Lasciaci dire che ci stupisce questa tua presenza vigile e premurosa in mezzo a noi. E ci stupisce ancora di più questo Tuo durare nel tempo e questo nostro attaccarci a Lei come un groviglio di funi delle nostre ansie, delle nostre pene, dei nostri drammi. E andiamo interrogando perché mai solo davanti a lei ci accogliamo tutti in un comune senso di fratellanza, senza più discriminarci tra buoni e cattivi, tra colti ed ignoranti, tra poveri e ricchi. È in questo il tuo mistero profondo di Donna, di Madre. Infinitamente giovane perché infinitamente Madre. Infinitamente celeste perché infinitamente terrestre. Michelino Di Lorenzo Fonte: M. Di Lorenzo, La presenza di una Donna da sempre in mezzo a noi , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • Il principe scoreggione

    Il 16 dicembre 1943 il Primo Raggruppamento Motorizzato Italiano, di cui ne ero il Cappellano Militare, in concorso con la fanteria statunitense, aveva conquistato il Monte Lungo sulla strada per Cassino, e si era attestato a difenderlo da una controffensiva nemica. Saputo del buon risultato ottenuto sul campo di battaglia da un reparto militare italiano Sua Altezza Umberto di Savoia, che era nei paraggi, volle complimentarsi con loro e lo fece salendo sulla collina accompagnato da un Generale suo aiutante di campo. Intanto si era fatto buio e l'eco delle cannonate arrivava sino a noi. Sua Altezza preferì pernottare nell'Ospedale da Campo allestito ai piedi della collina in una tenda dove alloggiavamo io ed il Maggiore Medico Comandante dell'Ospedale da campo, divisa all'interno da un telo che teneva separate alla vista le due brande. Trasferii la mia branda accanto a quella del Maggiore e feci sistemare altre due brande con i relativi pagliericci in quella parte della tenda sulle quali presero posto il Principe ed il suo aiutante. Durante la notte io ed il Maggiore fummo svegliati da una sonorosissima scorreggia proveniente dall'altra parte della tenda che fece più rumore delle cannonate sparate nelle vicinanze. La mattina seguente Sua Altezza e il Generale si accomiatarono da noi dopo averci ringraziato per l'ospitalità e se ne andarono, ma né io e né il Maggiore sapemmo mai se quella notte, quella sonorosissima scorreggia fuoruscì da un culo generalizio oppure da un culo principesco, reale ed imperiale. Costantino Carnevale Fonte: E. Benvenuto, Il barbiere Mast'Attilio , Foggia 1999.

  • Una famiglia di affinatori

    A Capracotta, nel Molise Altissimo, in una terra di freddo pungente e di neve, di pascoli incontaminati e di economia pastorale, troviamo una famiglia che da molti anni "alleva" formaggi e non solo. Sebastiano Trotta, il capostipite, non nasce "stagionatore" ma in qualche modo lo diventa da che, partito come tanti capracottesi alla volta di Roma ed entrato in crisi il sistema sartoriale - Sebastiano faceva infatti il sarto - non prende la via dell'estero come tanti suoi compaesani, ma fa ritorno a Capracotta dove rileva dalla zia e rinnova una piccola bottega con l'insegna "Vino & Olio". Di qui ha origine la sua storia di commerciante di alimentari e di pregiati prodotti locali. Sebastiano comincia in piccolo a "custodire" per pochi clienti affezionati qualche caciocavallo. Il formaggio fresco, uscito esclusivamente dai laboratori locali, veniva riposto in un locale asciutto e areato e riconsegnato al cliente bello stagionato e pronto per essere consumato in tutta la sua consistenza e fragranza. E così di caciocavallo in caciocavallo, di pecorino in pecorino e di prosciutto in prosciutto quella che agli inizi rientrava in una semplice cortesia fatta dal buon commerciante, nel tempo si è tramutata in una vera e propria attività con le sue imprescindibili fasi e le sue regole, a partire dal "marchio di fabbrica", una T che da 30 anni ormai marchia all'origine le forme di pecorino che passano per le mani e le grotte di stagionatura dell'impresa Trotta. Al papà Sebastiano si sono poi affiancati i figli, Fabrizio e Oreste, che avendo ormai appreso l'arte, sostengono il padre nella conduzione dell'impresa convinti di continuare quella che è diventata una tradizione. I Trotta, si avvalgono di fidatissimi produttori con longeva esperienza artigianale, abili e capaci nel trasformare la materia prima di alta qualità in un sano prodotto finito, che a stagionatura ultimata diventa un vero e proprio capolavoro del gusto. La selezionatura e la stagionatura in seguito - sostiene Sebastiano - sono momenti importantissimi, affinché il prodotto possa soddisfare ogni palato e diventi un vero e proprio capolavoro del gusto. Fiore all'occhiello dell'attività di stagionatura, il pecorino a marchio T. È un formaggio prodotto solo nel periodo primaverile, quando l'erba dei pascoli brucata dagli ovini è più verde e ricca di fiori colorati che riversano i loro pigmenti nel latte offrendo così da lavorare una materia prima più grassa e ricca di proteine. Il Pecorino T è il soggetto di una iniziativa molto particolare che si tiene ogni fine di anno, nel punto vendita aziendale. Sono infatti esposte per circa una settimana, forme di pecorino maxi a marchio T, pezzatura 10 kg., con stagionatura che varia da 30 a 44 mesi. Le forme esposte vengono presentate con una letterina in cui le stesse parlano e spiegano tutto l'iter di stagionatura e le cure a cui vengono sottoposte nel tempo affinché si raggiungano risultati eccellenti. La scheda del formaggio pecorino a T Le forme vengono posizionate a stagionare nei "fondaci", locali seminterrati con muri in pietra in condizioni di aerazione, temperatura e umidità controllate in modo naturale ma con attenzione maniacale dato il lungo periodo di stagionatura che dura almeno 6 mesi e si può protrarre oltre i 18. Durante tale periodo, le forme, appoggiate su castelletti di legno, ad intervalli precisi vengono spazzolate, unte con olio extra vergine di oliva e rigirate su se stesse. La forma è cilindrica con scalzo convesso e regolare, il peso varia da 3 a 12 kg. La crosta, con la stagionatura, assume il color mattone, è canestrata dura e untuosa. All'interno la pasta è di colore giallo paglierino, morbida all'inizio della stagionatura, dura e compatta con il passare del tempo con occhiature fini e regolari, che rilasciano piccole lacrime. Al naso i profumi sono intensi e persistenti e rimandano a note animali, vegetali, fruttate e floreali. Al gusto si presenta inizialmente dolce e con il giusta grado di sapidità con il passare del tempo. Esprime una lunga persistenza gustativa. Al palato offre un’ottima solubilità. Il pecorino stagionato T esalta ancora di più le sue qualità organolettiche abbinandolo con vini rossi strutturati con buona morbidezza, oppure confetture di frutta come la pera, uva, crema di peperoni, miele. Nicola Iasenza Fonte: N. Iasenza, Una famiglia di affinatori , in «In Forma», III:9, Onaf, Grinzane Cavour, settembre 2014.

  • La miracolosa guarigione di Margherita Di Lorenzo

    Il culto del francescano Andrea De Comitibus dei conti di Segni, sorto immediatamente dopo la sua morte, fu riconosciuto ed approvato da papa Innocenzo XIII soltanto nel 1724. La sua celebrazione liturgica è al 1° febbraio ad Anagni e a Piglio, in provincia di Frosinone, mentre per il francescanesimo regolare è al 3 febbraio. Ciò che mi accingo a raccontarvi oggi è la testimonianza di una signora capracottese, tale Margherita Di Lorenzo, che è risultata utile per il processo di beatificazione di Andrea Conti. Due anni prima del processo, infatti, la donna aveva ventisette anni ed era tormentata da fortissimi dolori, tanto che quando padre Giuseppe Besagni - un frate genovese che in quell'estate stava predicando nel Regno di Napoli - giunse a Capracotta e vide Margherita così malridotta, la esortò a confessarsi, temendo che non ci fosse più nulla da fare per la povera donna. Ma proprio quel giorno Margherita, nell'attesa della confessione, si assopì e, in sogno, le apparve il beato Andrea Conti «nel medesimo abito del padre Giuseppe, di statura de corpo più che alta», che le disse di non aver paura perché frate Giuseppe portava con sé una sua reliquia. Sempre in sogno, il beato Andrea le confidò che quel fraticello francescano, grazie alla ferrea fede, l'avrebbe aiutata e liberata dalla malattia senza che avesse provato alcun dolore. L'unico scotto da pagare per «contrasegno d'intera liberazione [era che] avrebbe sbattuta un po' la testa, e sarebbe caduta in terra tramortita». Difatti, quando Margherita si ridestò dal sonno e narrò la celestiale visione a Giuseppe, questi, nel pronunciare i rituali scongiuri, vide la ragazza dibattersi e svenire. Dopo nove giorni Margherita Di Lorenzo era perfettamente guarita, come effettivamente ratificato dall'allora arciprete di Capracotta Francesco Antonio Del Baccaro. Fu bugia? Fu sogno? Fu miracolo? A che (e a chi) giova saperlo? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. M. Bonucci, Istoria della vita, virtù e miracoli del beato Andrea Conti sacerdote professo del serafico Ordine del patriarca san Francesco , Mainardi, Roma 1724; F. Adiaforo, Di qual ordine de' minori sia il beato Andrea Caccioli da Spello, Marescandoli , Lucca 1727; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Il quarto settore, gli scacchisti di Capracotta e i troppi enti del non profit

    Nella lettura - devo dire non entusiasmante - degli emendamenti, si comprende che alcuni senatori hanno ragionato e si sono applicati, altri brancolano nel buio peraltro in buona compagnia con tanti colleghi deputati. Non faccio classifiche o esempi, ma faccio un passo indietro su un tema di fondo che non è mai stato affrontato. Alcuni emendamenti riscrivono la definizione di soggetti del terzo settore, chi in un modo, chi in un altro. Ma se nella definizione degli enti del III settore si legge che devono essere senza scopo di lucro e non abbiamo un'idea comune - giuridicamente fondata, peraltro - di cosa si intenda per "assenza di scopo di lucro", di cosa stiamo a parlare? Fermo restando che non stabiliscono il vero significato di assenza di scopo di lucro, alcuni emendamenti propongono di definire i settori di utilità sociale individuandoli in quelli riportati nella legge sull'impresa sociale. Solo per questo bisognerebbe collezionare amuleti apotropaici, ma a parte questo, centrano il problema anche se non la soluzione. Ci chiediamo: abbiamo dei metri (che deve darci la politica, intesa come legislatore) per dire che un certo settore di attività è di utilità sociale (es. onlus) e un altro non lo è? Siamo certi che l'attività degli scacchisti - hobbistica per definizione - sia da eliminare dalle attività di utilità sociale? L'ente Scacchisti di Capracotta (Isernia), quando usciranno i decreti legislativi, sarà un ente del terzo settore o no? Lo capisce anche un cretino che non debba avere le stesse agevolazioni riconosciute a chi assiste persone con disabilità gravi, ma ad oggi quell'ente è un ente non commerciale, un'associazione non riconosciuta, un ente di minore "utilità sociale" rispetto ad altri e per questo gode di alcuni vantaggi fiscali pur non potendosi "elevare" ad onlus. Il fatto che il relatore Lepri intenda eliminare le onlus per realizzare un sistema omogeneo di agevolazioni, quindi un sistema dentro/fuori,  in/out, mi sembra fuorviante. O stai dentro o stai fuori. Avete mai visto qualcosa in Italia che abbia questa chiarezza, questa pulizia dei confini? Pertanto, pensare che il nostro legislatore delegato sappia scrivere una norma che mette paletti e steccati invalicabili tra ciò che è terzo settore e ciò che non lo è mi sembra assurdo, e poco conveniente - ammesso e non concesso che sappiano farlo - in quanto vorrebbero eliminare una caratteristica della nostra legislazione non profit che afferma che: a seconda delle modalità di erogazione dei servizi; a seconda delle tipologie di attività; ti premio di più, ti premio di meno, concedendoti di volta in volta più o meno agevolazioni. Certo che è un mare magnum spesso confuso, ma permette di costruire steccati più sicuri per un perimetro più ridotto dell'area che non è più il "terzo settore", ma quello che fa attività di utilità sociale acclarata. E in più, scusate, cosa succede agli enti che sono fuori dal terzo settore? Gli scacchisti di Capracotta cosa diventano? Del quarto settore? E chi farà parte di questo IV settore? Le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche? Lo sanno questi geni che oggi - giustamente - la defiscalizzazione dei corrispettivi da soci è riconosciuta anche alle associazioni di categoria, sindacali e politiche (art. 148, c. 3, TUIR)? Cosa ne fanno di questo articolo? Non è che fanno leggi ad hoc per le une e per le altre? Vi potete immaginare quali prebende fiscali verrebbero concesse ai partiti (2 per mille) e, in un periodo come quello attuale di contestazione del ruolo del sindacato, quale rischio di fendenti fiscali colpirebbero questo tipo di organizzazioni. Davvero vedo con sospetto questo ridursi del perimetro del terzo settore, in una sorta di spinta darvinista che non ha senso. Tutti sentiamo dire: ma ci sono troppi enti, troppe onlus, troppi iscritti al 5 per mille. Capiamoci: questo si chiama inanellamento di tre stronzate. Troppi enti? Quanto sono orgogliose le province che ad ogni statistica sul numero di volontari e sul numero di associazioni si trovano in testa alla classifica e i cui rappresentanti spiegano che il territorio è presidiato dagli stessi cittadini, che questo fatto aumenta la qualità della vita ecc? E quanto sono depressi i territori che mancano di associazioni? Troppe onlus? Chi sa quante sono le onlus in Italia alzi la mano. Nessuno? Certo, perché l'Agenzia delle Entrate non lo dice a nessuno, e non è possibile sapere al 31/08/15 quante sono le onlus. Quindi dire "sono tante" o "sono poche" le onlus è dare aria ai denti, anche perché partiamo da considerazioni legate da impressioni personali. Vorrei io alzare la mano e dire che secondo me sono troppi... i negozi di cartoleria... sotto casa ne ho almeno tre! Cosa dite? È libera imprenditoria? E allora le associazioni? Art. 18 Costituzione: "I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale". Troppe organizzazioni iscritte al 5 per mille? In 10 anni, cavolo, i politici hanno avuto tempo di scrivere norme e regolamenti sulla base di un'esperienza ormai lunga e ricca. Non l'hanno fatto e vogliono dire che è colpa di chi si iscrive e che ne ha pieno diritto proprio in base alle norme che i politici hanno scritto? Fatemi scendere. Carlo Mazzini Fonte: http://www.quinonprofit.it/ , 17 settembre 2015.

  • Drin drin drin...

    Tra il 1965 e il 1966 fui protagonista di un aneddoto molto curioso e divertente. Avevo allora 11 anni e mi trovavo, come di consuetudine, a trascorrere d'agosto le vacanze estive a Capracotta. Abitando proprio a ridosso della Chiesa di San Giovanni ogni giorno servivo lì la Santa Messa e, da chierichetto, davo una mano a padre Mario Di Ianni. Per questo motivo ogni mattina la mia cara mamma veniva a darmi la sveglia, sollecitandomi così: – Nicò, àlzate ca già sona la campana. Ajùttate ca sennò fieà tarde alla Messa. La mia mansione principale era quella di suonare il campanello durante l'offertorio per la consacrazione dell'ostia. Per sottolineare quel momento di grande importanza dovevo infatti suonare un campanellino che avevo in mano. Ma quella fatidica mattina, a mia insaputa, il campanello era sprovvisto di batacchio, cosicché, al momento di scampanellare, ci fu un angoscioso silenzio. Padre Mario, non udendo alcun suono, mi disse sottovoce: – Nicò, sona re cuambaniéglie! Al che risposi: – Nen pozze sunà pecché z'è rutte... Di nuovo sottovoce il parroco mi implorò: – Nicò, fa' gnà vuó, ma sòna! Preso dal panico, non mi scoraggiai, tanto che decisi di imitare il suono del campanello con la bocca: – Drin drin drin... Sul volto di padre Mario scorsi un sorriso a stento trattenuto. Alla fine della celebrazione, in sacrestia, il prete mi disse: – Nicò, me sié fatta ride sopra all'altare! Di rimando, risposi: – Padre Mà, e ch'eva fà? Z'era rutte... Quell'incidente terminò in un riso generale e tornai a casa soddisfatto. Ricordo sempre con allegria questa mia esperienza e ogni volta, al solo pensiero, mi faccio una grassa risata. Nicola Carnevale

  • Le nostre vie si dividono (II)

    – Guarda, – mi disse accalorandosi. – Ho preso di mira quelle stelle lassù. Capracotta giace proprio sotto di esse. So dove vado, e ti ci porterò prima dell'alba! Anch'io «avevo preso di mira» qualcosa ed ero assolutamente sicuro che stavamo marciando verso ovest, invece che verso sud-est. Ma poiché Bunny era d'accordo con il suo compagno pilota, non potevo far altro che seguirli o andarmene per conto mio nella direzione che credevo giusta. Dopo un tempo incredibilmente lungo giungemmo in una radura, dove giacevano tagliati alcuni grandi alberi. – Che alberi immensi! – disse Curly. – Mi ricordano casa mia... Ma i boscaioli dove sono? Andammo fino ad una capanna di tronchi fra gli alberi dove non trovammo nessuno. Di nuovo provai il desiderio folle, insensato di lasciarmi cadere per terra e di dormire, dormire fino a non poterne più. All'improvviso, come nato dal nulla, ci raggiunse il suono di una campana. Era debole, veniva da lontano, ma era molto distinto nel silenzio profondo del bosco. – Hai sentito? – chiesi. – Da qualche parte nella foresta ci deve essere una chiesetta o una cappella. Andiamo a cercarla? – Sciocchezze! – rispose trionfante Curly. – È la chiesa di Capracotta. Avevo ragione... Poco dopo udimmo un cane abbaiare, e la sua voce reiterata evocò l'immagine di una fattoria, calda e riparata nel cuore della fredda foresta, mentre a me pareva di esser tornato in contatto con il mondo. Fummo avvolti da una fittissima nebbia che ci scivolò addosso dalle spalle. – Bloccati, siamo bloccati! E qui ci facciamo un sonno! Le stelle erano scomparse e non ci si vedeva a cinque passi. Ci sdraiammo, stendemmo le coperte e i miei compagni si addormentarono quasi subito. La nebbia infittiva e potevo appena distinguere i corpi dei miei compagni. La tristezza si insinuò nuovamente nei miei pensieri: eravamo in un mondo oscuro, spettrale... che galleggiava senza forma fuori dello spazio e del tempo... che non conteneva nulla di reale salvo i nostri corpi vaghi, stremati... Udii di nuovo le campane, più distanti, più attutite... Quando ci destammo c'erano di nuovo le stelle, la luna era alta e la nebbia scomparsa. Ci mettemmo frettolosamente in marcia. Una mucca immobile dietro un albero ci spaventò; però, quando ormai era rimasta troppo indietro alla nostre spalle, Curly esclamò: – Che scemi! Avremmo potuto mungerla! Piegando a sinistra, uscimmo dalla foresta, sorpassammo una casa colonica, bianca e immobile fra gli olivi, e ci trovammo subito di fronte ad un pendio ripido e accidentato. Esausti, sostammo in cima ad un colle, fermandoci a guardare un mondo chiaramente disegnato dalla luce lunare. Un'altra salita, poi la strada. La traversammo, faticammo a tirarci fuori da un campo arato di fresco, ed eccola di nuovo, bianca come il latte, contorta sul fianco nudo della montagna; quando la incrociammo una terza volta, Curly ebbe ancora la forza di imprecare ad alta voce. L'alba non poteva essere lontana e le stelle cominciavano ad impallidire. Un'altra salita, poi Capracotta ci apparve con le sue case scure contro il cielo giù grigio. – Mi dispiace, – dissi a Curly. – Sbagliavo di grosso. Non discuterò mai più il tuo senso di orientamento. – Fa nulla, – grugnì. – Tutti sbagliano... Ci stavamo avvicinando: si accesero tre o quattro luci, poi i tedeschi avviarono i motori dei camion per riscaldarli. – Dobbiamo spostarci; – disse Bunny. – Presto qualcuno di quei camion verrà giù. Traversammo di nuovo la strada, e ce la trovammo ancora di fronte cinquanta metri più avanti. L'avevamo appena attraversata quando udimmo il primo camion venire giù per la collina; non ci eravamo allontanati che una ventina di metri, quando il camion comparve sulla curva. Ci buttammo nell'erba umida. Il camion ci passò accanto e un tedesco disse all'altro: – Mein Gott , fa un bel greddo, Heinrich... Per un terribile istante mi parve che l'autista intendesse frenare, ma l'attimo dopo il camion era già scomparso oltre la curva. Balzammo in piedi e corremmo a nasconderci dietro alcune altre rocce. Passarono altri quattro camion prima che potessimo rimetterci in marcia. Divenne una corsa contro l'alba. Seguendo il fianco della montagna che girava attorno a Capracotta avremmo potuto oltrepassare il villaggio se avessimo camminato abbastanza in fretta. In cima c'era uno sperone e una volta superatolo saremmo stati fuori vista da Capracotta; ma lo sperone era ancora lontano, il primo gallo aveva già cantato e si vedeva chiaramente il campanile della chiesa. Il terreno stava diventando più difficile, perché il fianco della montagna era cosparso di grossi blocchi di pietra che sembravano nettamente staccati dal colpo di un gigantesco scalpello manovrato da un gigante. Non potevamo raggiungere la cima andando direttamente avanti, perché le pareti alla nostra sinistra erano alte una trentina di metri e continuavano così fino allo sperone. Proseguimmo, correndo se appena si poteva e inciampando spesso sulla grossa ghiaia. I nostri scarponi risuonavano sulle rocce staccando a volte piccole valanghe di ciottoli che ruzzolavano giù di balza in balza, fino in fondo dove si fermavano con un rumore che a noi pareva assordante. – Per amor di Dio, state attenti a dove mettete i piedi, – disse Curly, – o ci sentiranno al villaggio! Da parte mia, pensavo che ci avessero già uditi, e mi voltai per guardare verso Capracotta. Il cielo sopra di noi era già rosso e per le strade si vedeva gente in movimento. Poi mi ricordai della moglie di Lot e decisi che non mi sarei più voltato indietro. Ce la facemmo alla fine, e superato lo sperone ci trovammo dietro la cresta dei monti sui quali ci eravamo arrampicati per tutta la notte. Sotto di noi il pendio era nudo; sopra, c'erano un centinaio di metri di macchia , poi la sommità rocciosa. La nostra cima sembrava la più alta per centinaia di miglia intorno. La luna era calata e ci si vedeva assai poco. Su quella vastità di vette azzurrine e di profondità buie la stella del mattino splendeva in magnifico isolamento, con una luce così intensa da farmi pensare ad un girasole. Gli unici indizi dell'alba prossima erano alcune strisce di rosso sull'orizzonte e l'aria diventata madreperlacea. Presto anche la stella del mattino non fu che un pallido lucore contro il cielo. Le montagne cominciarono ad assumere forma e concretezza, aggrovigliate le une sulle altre. Eppure, sebbene chiaramente disegnato, il paesaggio non era ancora permanente: ad ogni istante compariva una nuova montagna, un nuovo picco emergeva alla luce. Proprio sotto di noi, una cittadina rosea sembrava dischiudersi alla luce del suo stelo costituito da un ripido colle. A poca distanza, leggermente a sinistra, un villaggio, posato sulla sommità rocciosa di un crepaccio, aveva trovato la sua forma perfetta. Presto comparvero altri villaggi, paesi, case isolate ovunque volgessimo gli occi; puntato contro di noi come una lancia d'argento apparve anche un fiume; il paesaggio non era più fluido e aveva raggiunto la stabilità; all'alba, ormai, non mancava che il sole. – Ne abbiamo fatta di strada! – disse Bunny. – È difficile a credere, ma quel paese più grande deve essere Agnone. Consultammo la mappa consunta e polverosa di Brunozzi. Il paese non poteva essere che Agnone, sebbene quando la mappa era stata disegnata Agnone ci fosse parsa all'altro capo del mondo. Dovevamo superare quel paese sulla destra, per raggiungere il Trigno; almeno così ci avevano detto Brunozzi e i nostri amici della frazione . Ma il fiume, con nostra grande sorpresa, puntava direttamente verso di noi. – Non può essere il Trigno, – disse Curly. – Non possiamo esser giunti dal Sangro al Trigno in una sola notte. Non sembra possibile... – Devo ammettere – disse Bunny – che quel fiume mi preoccupa. E non stiamo sognando. È un fiume . – Certo che è un fiume, – disse Curly. – Ma non ho voglia di perdere altro tempo a raddrizzare un paesaggio che non corrisponde a quanto si pensava... Uys Krige (trad. di Piero Pieroni) Fonte: U. Krige, Libertà sulla Maiella , trad. it. di P. Pieroni, Vallecchi, Firenze 1965.

  • Le vere sagre sono longeve

    Il nome pezzata lascia pensare a una pecora fatta a pezzi e posta in un contenitore di rame per essere cotta con le erbe che caratterizzavano il manto erboso delle antiche autostrade dell'umanità e i campi vicini al suo percorso. C'è da dire che, anche se è vero che la pecora viene ridotta a pezzi, il nome fa riferimento al panno ( pezza ) che serve per filtrare il brodo di cottura e renderlo privo di pezzi grossolani. Una straordinaria tradizione che si perde nella notte dei tempi e che, da 50 anni, anima una delle sagre (vere e non inventate) più famose (18° posto) tra quelle che si svolgono nelle piazze più belle della nostra fantastica Italia, o, come nel caso di questo piatto unico per bontà, in un immenso pianoro, Prato Gentile, delimitato da faggi, che, d'inverno, è meta degli appassionati dello sci di fondo. Mezzo secolo di successi, con migliaia di affezionati frequentatori che sono diventati, nel tempo, cultori di un piatto simbolo della civiltà della transumanza, che vive grazie alla passione di chi continua ad allevare pecore che, come sa chi conosce la cultura e il mondo della pastorizia, sono sempre state, a differenza degli agnelli e dei castrati, utilizzate vive. Una regola ferma della civiltà dei pastori, salvo la necessità di un abbattimento delle pecore per zoppia o infortuni lungo il percorso di andata e ritorno, trac-tur (tratturo), che, in autunno, dall'Abruzzo portava, attraverso il Molise, alla Puglia per poi risalire, in primavera, facendo il percorso inverso. La fatica dei volontari (soprattutto giovani) raccontata dal presidente della pro-loco, Rosignoli, che ha evidenziato i suoi aspetti organizzativi; le problematiche, da quella economica a quella logistica e metrologica; le prospettive per dare all'iniziativa il ruolo di immagine e di sviluppo turistico di un territorio altamente vocato. La passione e il racconto di personaggi di questo territorio, come Michele Conti, da una vita notaio a Isernia, che non ha mai perso il suo legame con Capracotta e la sua attività di sempre, l'allevamento ovino. Uno dei 24 allevatori, dei 167 che popolavano cinquant'anni fa questo splendido territorio montano, che continua a gestire, dopo la fine della transumanza, la sua stalla di 700 e più pecore e a produrre, rigorosamente con l'utilizzo di latte crudo, il suo Pecorino di Capracotta dall'antica fama. Un allevamento moderno il suo, che, con quelli ancora attivi, ha portato a moltiplicare per tre il patrimonio ovino, lasciando intatto il numero delle vacche allevate sul territorio. Una passione, dicevamo, quella del notaio-allevatore Conti, che ha fatto proseliti tra i giovani, con Antonella che, dopo la laurea in ingegneria e la prospettiva di andare a cercare fortuna fuori dall'Italia, ha scelto di tornare nella sua Capracotta e di dedicarsi all'allevamento per produrre Molisello, un latte selezionato, rispettoso dei suoi caratteri organolettici. E, ancora, Michele, che torna a Capracotta per aprire un ristorante e, così, investire anche lui sulle bellezze del territorio forte delle sue peculiarità e tipicità. Esempi di amore e passione per la propria terra, le proprie tradizioni e di attaccamento al proprio territorio che hanno fatto vivere momenti di emozione nell'incontro organizzato dal comune di Capracotta per i 50 anni della Pezzata. Un incontro che ci ha visto partecipi con l'idea di dare a questa specialità gastronomica e a due prodotti conosciuti da sempre per la loro origine di Capracotta, il Pecorino e le deliziose Lenticchie, uno dei marchi europei riservati alle eccellenze Dop e Igp. Chiudiamo riportando il procedimento, così come codificato nel 2005 dall'Accademia della Cucina italiana, delegazione di Isernia, che porta alla Pezzata di Capracotta, un piatto davvero unico. Una caldaia in rame con pezzi grossi di pecora, prima sgrassati, coperti di acqua e portata a bollore avendo cura di togliere via via la schiuma che si forma, necessaria per la delicatezza dei profumi e dei sapori della Pezzata come quella di aggiungere gli odori, il sedano, il sale e le patate tagliate in quattro, qualche pomodoro e peperoncino. Girare fino a quando l'acqua non si sarà trasformata in un sughetto cremoso, soprattutto grazie alle patate. Un'operazione lunga quattro ore, dopodiché il passaggio obbligato nella pezza prima di servirla in un tegame di terracotta per mantenerla sempre calda insieme a una fetta di pane. Alla fine, prima di gustarla e poi digerirla con il palato impresso di bontà, sentire l'intensità e la delicatezza dei suoi profumi e non perdere l'occasione di abbinarla con i grandi vini rossi del Molise, in primo luogo il Pentro di Isernia o la Tintilia che dei vini della regione è l'immagine. Pasquale Di Lena Fonte: https://www.italiaatavola.net/ , 28 febbraio 2012.

  • A caccia di cinghiali nelle terre dei principi

    Viterbo. Vacanze veramente d'altri tempi quelle dei Ruspoli principi di Cerveteri e conti di Vignanello: don Francesco ricorda di quando la zia Maria sorella di suo padre don Alessandro, alle prime vampate estive si recava ai Bagni di Lucca per cercare refrigerio in quelle terme lanciate da Elisa e Paolina Bonaparte. Vi si recava in treno in un vagone letto messo a sua disposizione: un'ora prima della partenza la cameriera privata della principessa andava in stazione e rifaceva il letto con la biancheria ricamata con lo stemma principesco. La zia Maria arrivava solo dopo e veniva accolta sulle rotaie da un funzionario del ministero delle ferrovie che la intratteneva fino alla partenza del treno. Tre bauli di biancheria Lo zio invece veniva a passare le vacanze qui a Vignanello e per rimanere quindici giorni si portava tre bauli di biancheria, il suo letto veniva cambiato ogni giorno. Vignanello è anch'esso una dimora di altri tempi: un castello fortificato cinquecentesco alto e cupo sulla sommità del colle che domina l'agro romano, completo di torri merlate, fossato, ponte levatoio. Intorno ci sono boschi scuri di lecci e di alloro e davanti un grande giardino all'italiana. Tutto è austero e non sfarzoso. In questa grande dimora pietrosa non c'erano mollezze, neanche durante le vacanze. Principi romani della nobiltà papalina e rurale, i Ruspoli avevano mitigato la loro origine guerriera con le raffinatezze mutuate dalla lunga frequentazione con la chiesa. Don Alessandro è stato l'ultimo Gran Maestro del Sacro Ospizio dei palazzi apostolici e con questa carica accolse in Vaticano Vittorio Emanuele III e la regina Elena nella loro prima visita al papa dopo la Conciliazione. Nel castello di Vignanello d' state era tutto un andirivieni di monsignori e di madri badesse invitati al pomeriggio per il cioccolato. E un tormentoso dovere, specie per i bambini, era il rosario che ogni sera veniva recitato nella cappella del castello dedicata a Santa Giacinta, la santa di famiglia. Alle sette e mezzo in punto tutte le persone di casa, compresi gli ospiti e i famigli, dovevano trovarsi in cappella. Non andare era semplicemente impensabile. Don Francesco Ruspoli ha 89 anni e un aspetto da sessantenne grazie al fisico asciutto e alla pelle rosea e liscia. Si scusa di ricevermi così, cioè senza cravatta, con immacolati pantaloni di lino e una camicia pure di lino candido. Sicuramente in lui ogni durezza guerriera è scomparsa lasciando il posto a dei soffici modi mondani, arrotondati da un morbido accento romanesco. Dice che uno dei pochi vantaggi della sua età è che ora quando va ai cocktail può rimanere seduto anche in presenza di una donna perché ogni volta che accenna ad alzarsi le signore subito lo supplicano di non disturbarsi. Prima di venire a Vignanello ha passato un periodo di vacanza ad Ansedonia: – Lì abbiamo un piccola casa con la piscina, ma non c'è niente da fare tutto il giorno. Mia moglie mi esortava sempre a distendermi a riposarmi, ma io le ho detto: "Senti, fra un po' mi distendo del tutto, non mi vanno per niente 'ste prove generali". I ricordi di vacanza di don Francesco sono legati, fin da quando era un bambino, alle battute di caccia. Lui li rievoca gentile ma sbrigativo, con il tono riduttivo di chi non capisce perché ci si interessi a certe cose. Per lui non hanno fascino: le ha vissute, erano prerogative scontate della nobiltà. Mio padre era un gran cacciatore, io ho preso un fucile in mano quando avevo sette anni a tredici ho ucciso il mio primo cignale (dice proprio così, cignale ). Quando ero più piccolo andavamo d'estate a Capracotta in Abruzzo. Facevamo un pezzo di strada in treno sulla linea Carovilli-Agnone, poi prendevamo la diligenza a cavalli. A Capracotta ci arrampicavamo su per Montecampo che era un posto di caccia alle pernici, ora invece c'è la strada asfaltata e il monte è tutto coperto di case. Gli chiedo se questi che mi sta raccontando sono per lui ricordi piacevoli. Don Francesco fa spallucce: – Eh, piacevoli! Piacevoli finché le vacanze sono state divertenti. Le dirò una cosa: con l'età la villeggiatura diventa una gran fatica. Non ci crede? Ma sì, bisogna cambiare tutte quelle piccole abitudini che fanno la vita di una persona anziana. Poi finge di preoccuparsi: – Ma davvero vuol sapere queste cose? Lei con questo articolo chissà come mi cucina. In realtà comincia a divertirsi: – Che le hanno detto di me? Io sono cresciuto nell'Agro romano e nella Maremma. Quando sono stato un po' più grande andavamo a Cerveteri in primavera e a Vignanello in estate. A Cerveteri si cacciavano le quaglie nella fascia litoranea e i cignali, a Vignanello invece si andava sui monti Cimini che erano pieni di starne. Partivamo prima che albeggiasse, i cani eccitati latravano nel cortile, avevamo dei bravissimi Spaniel bréton. Alle cinque eravamo già sul posto, con noi veniva il nostro cacciatore stipendiato, talvolta si univa qualche altro cacciatore: quando ho ucciso il mio primo cignale stavo alla posta insieme al parroco del paese. Daniela Pasti Fonte: D. Pasti, A caccia di cinghiali nelle terre dei principi , in «La Repubblica», Roma, 19 agosto 1987.

  • La foresta demaniale di Monte Capraro

    Dalla stazione ferroviaria di San Pietro Avellana (IS), direzione Osservatorio astronomico e comune di Capracotta, si attraversa un bosco e si vedono alcune tabelle ad indicare la foresta demaniale di Monte Capraro. Un grande pannello, sopra una sbarra in metallo, indica un sentiero pedonale con indicazione del tempo di un'ora necessario per raggiungere il rifugio sul pianoro. Monte Capraro non si conosce solo per gli impianti di risalita per lo sci invernale, ma il versante sud ed ovest è coperto da quasi 200 ettari di bosco con quote comprese tra i 1.000 e i 1.730 m.s.l.m. Monte Capraro fa parte dell'area SIC (Sito di Importanza Comunitaria) denominata Monte di Mezzo–Monte Miglio-Pennataro-Monte Capraro-Monte Cavallerizzo, della rete Natura 2000. Siamo nel bacino idrografico del Sangro, o meglio del Vandra. In questo bosco si incontrano molti torrenti, fossi, valloni. Qui l'acqua è "padrona" ed ha determinato il modellamento del suolo. Dalla carta geologica e litologica l'area di Monte Capraro presenta: formazione di calcari marnosi avana chiari, di calcilutiti e di marne pulverulente alternate, nella parte più alta e risalente al miocene medio; orizzonte calcareo discontinuo costituito da calciruditi con clasti subarrotondati e da calcareniti nella parte media ad ovest; formazione a calcari grigio-chiari debolmente marnosi tipo "scaglia cinerea" con sottili liste e noduli di selce varicolore prevalentemente rossa, riscontrabile in particolare per il versante occidentale di Monte Capraro fino ad una quota di 1.300 m.s.l.m. risalente all'Eocene, dove ci sono frane ed ed erosioni. Infatti è visibile una lunga fascia franosa che ogni tanto fa i "capricci" raggiungendo la strada sottostante. Il clima è freddo umido, la temperatura media annua è di 8,2 gradi. Monte Capraro rientra quindi nella regione bioclimatica con temperatura media minima inferiore a 0 °C per 2 mesi. Forte incidenza dello stress da freddo da ottobre a maggio. Il problema per il bosco sono anche le nevicate tardive che possono danneggiare le piante di faggio e di cerro. La vegetazione Semplicemente, in base alle fasce altitudinali, la riserva di Monte Capraro presenta una fascia basale con un querceto misto mesofilo con dominanza di cerro e una fascia montana con faggeta pura e mista con conifere in particolare abete bianco. Il querceto misto mesofilo a prevalenza di cerro Riscontrabile nell'orizzonte submontano e rappresenta una tipologia di vegetazione con un elevato indice di biodiversità, con clima temperato fresco, suolo fertile e ben provvisto di acqua per tutto l'anno. Nell'Appennino i querceti misti mesofili sono fondamentalmente caratterizzati dalla presenza del cerro ( Quercus cerris L.) e secondariamente da altre latifoglie (roverella, carpino bianco e nero, aceri ecc.) alle quali si associa una vasta gamma di specie arbustive ed erbacee. Dal punto di vista ecologico il cerro è una specie particolarmente versatile, in montagna riesce ad arrivare a 1.200 m.s.l.m. ed eccezionalmente, in condizioni climatiche favorevoli, fino ai 1.500 m. di altitudine (Pirone, 1995); insinuandosi nelle faggete dove costituisce cenosi riconducibili all’ordine Fagetalia sylvaticæ . Fisionomicamente la formazione vegetazionale risulta costituita da una fustaia monoplana di cerro e subordinatamente faggio ( Fagus sylvatica L.), carpino bianco ( Carpinus betulus L.), carpino nero ( Ostrya carpinifolia Scop.), acero campestre ( Acer campestre L.), acero napoletano ( Acer opalus Miller var. neapolitanum Ten.), acero di monte ( Acer pseudoplatanus L.) e perastro ( Pyrus pyraster ). A chi è interessato di statistiche si ricorda che Monte Capraro è la quarta vetta più alta del Molise con i suoi 1.730 m.s.l.m. (Wikipedia e molti altri siti indicano 1.787 m.s.l.m.). Noi abbiamo fatto riferimento alle tavolette IGM in scala 1:25.000. In vicinanza vi nasce il fiume Trigno. Andrea Di Girolamo Fonte: http://www.molisealberi.com/ , 29 agosto 2014.

  • Ecco chi realizzò la Visitazione di Capracotta

    Non sono mai stato così felice di aver torto anche se, alla fin fine, avevo ragione! Nel 2004 la ricercatrice veneta Dora Catalano - oggi Soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio del Molise - presentò in un convegno internazionale uno studio nel quale sosteneva, tra le tante cose, che il gruppo ligneo della Visitazione di Capracotta, «sino ad oggi concordemente attribuito a Colombo, ancor più evidentemente dopo il recente restauro, si è dimostrato opera della fase più fresca e brillante di Paolo Di Zinno». Qualcuno ha ripreso quello studio ma evidentemente non l'ha letto a fondo poiché nell'articolo che ha pubblicato in aperta contraddizione al mio s'è dimenticato di comunicarci quali sono i motivi artistici, biografici, filologici e storici che avvalorano la tesi della Catalano. L'unica prova fornita a suo tempo dalla ricercatrice, infatti, risiede in alcune incertezze del Masciotta allorché, a proposito di altri comuni molisani, questi aveva parlato di «statue quasi tutte del Colombo», mentre il nostro cronista avvalora la sua tesi attraverso una tela custodita nel Duomo di Napoli che, dice, sarebbe stata la fonte d'ispirazione per Paolo Saverio Di Zinno per realizzare la Visitazione di Capracotta. Le due opere - la Visitazione di Capracotta e il dipinto di Napoli - sono in realtà antitetiche, a partire dalla totale asimmetria della seconda, una regola che nella statua di Capracotta è invece ferrea. Insomma, felice di aver stimolato una discussione sull'attribuzione di un meraviglioso capolavoro custodito nella Chiesa Madre di Capracotta, invito i detrattori ad essere un pochino più originali ed organici. E ora veniamo a noi. Ammetto di esser saltato sulla sedia quando ho letto che la Soprintendente del Molise sosteneva che la Visitazione di Capracotta fosse opera di Paolo Di Zinno e non più di Giacomo Colombo. Ho reperito il suo contributo sulla scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento e ho scoperto che nulla dice di nuovo circa quell'opera se non didascalizzare una fotografia della Madonna e di santa Elisabetta "svestite" di corona e aureola. Operazione ovvia quella di rimuovere le parti in metallo quando si sottopone a restauro un'opera in legno! Grazie alla solerzia di Daniele Di Nucci possiamo vedere in alto una fotografia del dicembre 2003 - a restauro appena concluso - che ribalta quanto finora detto e scritto da chiunque sulla Visitazione di Capracotta. L'opera mostra chiaramente la data del 1858, il che pare escludere a priori tanto Giacomo Colombo (1663-1731) quanto Paolo Saverio Di Zinno (1718-1781). Con un pizzico di buonsenso la si potrebbe dunque collocare, assieme al san Sebastiano e al san Giuseppe, nel gruppo di statue realizzate dalla bottega Di Capita di Vastogirardi, attivissima nel XIX secolo. Sul lato sinistro del basamento, nonostante gli stucchi cadenti, si legge ancora: "[...]NÒ DI VASTOGIRA[...] A.D. 1858". Questa annotazione, prima del restauro, era coperta da una patina di vernice, il che forse spiega perché la Catalano non l'abbia notata e menzionata nel suo studio: in qualità di responsabile del progetto di restauro evidentemente non partecipò a tutte le fasi tecniche di lavorazione e infatti ammette che «si tratta di un lavoro ancora ben lontano dalla conclusione». A ciò si aggiunga che nel 2019 la Soprintendenza è tornata a visionare e fotografare l'opera, forse perché ancora incerta sull'attribuzione. Stando così le cose, gli autori della Visitazione di Capracotta potrebbero quindi essere Pasquale e Giuseppe Di Capita, artisti vastesi che l'anno successivo intagliarono il nostro patrono, e parenti diretti di Francesco Di Capita (1843-1907), colui che dodici anni dopo realizzerà il san Giuseppe. Ma la questione è destinata a complicarsi per via della memoria pubblicata nel 1859 da Amato Nicola Conti, priore della Congregazione della Visitazione e Morte di Nostro Signore, che, appena un anno dopo la presunta realizzazione della statua, scrisse senza mezzi termini: «L'autore è Giacomo Colombo della nostra scuola napolitana, che fu discepolo dello scultore Domenico di Nardo; ma perfezionato poscia dal celebratissimo pittore Cav. Francesco Solimena a lui annodato di spiritual parentela, tanto nel disegno, che nelle mosse delle figure». È altamente improbabile che il Conti, colui che dirigeva e amministrava i beni e i fondi di quella Congregazione, ignorasse l'autore del manufatto. E se l'opera non è del 1858, allora quella data rappresenterebbe l'anno in cui fu donata da un agiato cittadino di Vastogirardi alla nostra confraternita. Da tale ipotesi ne scaturisce un'altra, ossia che la Visitazione di Capracotta, prima del 1858, stava in un'altra chiesa. Quale sia questa chiesa è il nodo da sciogliere in futuro. Giunti a questo punto bisogna assumere che tra Capracotta e Vastogirardi sussiste da sempre un'affinità elettiva e, stando ai ricordi dei più anziani, la festa della Visitazione veniva celebrata tanto a Capracotta quanto a Vastogirardi il 2 luglio: se a Capracotta la solennità è caduta nell'oblio dopo le devastazioni belliche i nostri vicini l'hanno invece "convertita" in festa della Madonna delle Grazie. Preciso che la ricorrenza liturgica della festa della Visitazione è al 31 maggio e che il 2 luglio è tuttora giorno di festa in forma straordinaria. A Vastogirardi, dunque, la tradizione è rimasta viva tanto che la processione del 2 luglio, invece di rientrare nella Chiesa della Madonna delle Grazie, fa l'ingresso nella chiesa matrice, e soltanto di sera la Vergine torna al Suo tempio, il che sembra ricondurre proprio al Vangelo di Luca: In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. [...] Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua. Daniele Di Nucci mi ha infine raccontato due aneddoti sulla Visitazione capracottese. Il primo riguarda l'ex sagrestana Carmela Venditti la Cendrélla , che ricordava come, prima della Seconda guerra mondiale, durante la processione della Visitazione la statua venisse girata di lungo per transitare nelle anguste vie della claustrofobica Terra Vecchia. Pasqualina Di Nucci Cuócce narrava invece che spesso il 2 luglio pioveva e lei, intenta come tanti compaesani a mietere il grano, accusava santa Margherita e santa Elisabetta (molti anziani credevano infatti fossero queste le donne raffigurate) di essere "cattive". È chiaro che la storia di Capracotta ha ancora tantissime pagine da leggere e da scrivere, da scoprire e da reinventare. Sono d'altronde convinto che chi controbatte alle mie ipotesi con serietà non fa che arricchire la capracottesità , chi lo fa per motivi terzi z'attendàsse re nuoàse . Allo stato attuale, dunque, il gruppo ligneo della Visitazione di Capracotta va ascritto alla bottega di Giacomo Colombo, con buona pace della Soprintendenza del Molise, che conferma come «la diffusione delle opere di Colombo in Molise è assai più estesa di quanto sino ad oggi ritenuto». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana , Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , S. Giorgio, Agnone 1986; D. Catalano, Da Giacomo Colombo a Paolo Saverio Di Zinno: restauri e recuperi di sculture del XVIII secolo , in «Conoscenze», 7, Soprintendenza archeologica e per i Beni ambientali, architettonici, artistici e storici del Molise, Campobasso 1994; D. Catalano, Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagini sulle presenza napoletane (Colombo, Di Nardo, De Mari, D'Amore) , in L. Gaeta, La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea , Congedo, Galatina 2007; A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta , Festa, Napoli 1859; C. Iannone, Vastogirardi in America. La diaspora di mille vastesi verso gli Stati Uniti d'America e la ricostruzione delle loro radici , Nuova Phromos, Città di Castello 2018; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni , vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017.

  • Una belva umana inferocita

    Era un pomeriggio del gennaio '72, nevicava pesantemente ma la neve, come suol dirsi, era papparèlla. Mi stavo recando, assieme ad altri ragazzi del Rione S. Giovanni, in piazza quand'ecco che, giunti davanti al sali & tabacchi di Genoveffa, c'imbattemmo in Tripoli, un uomo particolarmente folcloristico originario di Sant'Angelo del Pesco che, con una carriola adattata al trasporto delle bombole di gas, incontrava difficoltà a spingerla forse per via del carico forse a causa del fondo scivoloso. Cominciammo a prenderci gioco di Tripoli col classico sfottò in dialetto santangiolese: – Vusse... vusse... vusséte! – al che l'uomo replicò: – La féssa de màmeta... All'improvviso Tripoli, preso da uno scatto d'ira, lasciò la carriola e si lanciò al nostro inseguimento su via Roma. Essendo ragazzini, ci rifugiammo nel Bar Centrale di Bernardo e, dopo pochi secondi, giunse sull'uscio Tripoli che, con la coppola mezza storta e il naso che grondava, sembrava davvero una belva umana inferocita! Con un occhio che guardava in direzione della Cooperativa e l'altro semichiuso cercava di individuare qualcuno della nostra cricca. Nella sua mente aveva focalizzato un ragazzino con la giacca a vento arancione ma non riusciva a trovarlo. Dopo aver scandagliato il bar si recò nel locale retrostante dove stavano il biliardino e il flipper. Fu lì che Tripoli trovò la sua preda. Con gli occhi iniettati di sangue prese il mio amico e lo sdraiò sul biliardino, riempiendolo di botte. Gli astanti non fecero nulla per difendere il malcapitato. Ma, come in ogni cosa, la Provvidenza ci mise una mano ed ecco infatti farsi strada Lucio re Scuppelàte - pace all'anima sua! - che immobilizzò Tripoli consentendoci di guadagnare la via d'uscita. Luciano Monaco La storia che hai raccontato mi ha riportato ai tempi della mia infanzia. Erano tempi duri per molta gente, compresi noi, e papà, come tutti sanno, cercava di mandare avanti la famiglia a modo suo, soprattutto al servizio della gente. Faceva quello che poteva: le bombole di gas, qualche masciàta ed altri lavoretti al cantiere. Questa era la sua vita e non era facile. A ciò si aggiunga che alcuni ridevano di lui e lo prendevano in giro (e certe volte perdeva le staffe, era proprio così). A volte veniva a casa scoraggiato e gli dicevo: – Papà non scoraggiarti, lasciala parlare la gente, sono ragazzi e non capiscono quello che fanno e le conseguenze. Lui mi guardava con la coppola messa di traverso e coll'unico occhio buono che aveva (perché era orbo) e mi diceva: – Hai ragione. Nel '72 avevo 22 anni ed ero già fuori per lavorare, però posso assicurarti che papà ci ha sempre insegnato il rispetto per la gente tanto che oggi, specialmente in questo periodo, aiuto i senzatetto, la gente sola e tutti coloro che hanno bisogno di sostentamento. Mia moglie son 25 anni che aiuta le persone. Ecco, questa è la nosta vita: aiutare sempre i bisognosi, forse perché a noi tutto questo è mancato. Un'ultima cosa prima di chiudere. Papà ci ha insegnato tanto e vorrei che fosse vicino a me per ringraziarlo di ciò che ha fatto per la sua famiglia e per la gente di Capracotta che amava tanto. Papà, ovunque tu sia, ti voglio bene. Mario Rago

  • Gratitudine del popolo di Capracotta

    Capracotta: un bel paese dell'Alto Molise, a cavallo della catena appenninica, tra Monte Capraro e Monte Campo, posto a vedetta della valle del Sangro e di quella del Verrino-Trigno, è ad un'altezza di 1.421 m. sul livello del mare, con clima secco e freddo. La sua posizione ne fa un centro di rilevante attrattiva turistica, ricco di storia e singolari tradizioni che affondano le proprie radici nei tempi più remoti della sua gente. Il Capracottese, da sempre itinerante per paesi e città d'Italia e del Mondo, ha tenuto in alto con la sua onestà e laboriosità il nome di questo alpestre paese . E tanti sono quelli che hanno legato il proprio nome a gesta di operosità e di bontà. Antonio Conti «è stato il migliore dei figli di questa nostra terra». Egli nacque a Roma da Pasqualino e Adelaide Petrucci il 14 maggio 1928. Frequentò le scuole elementari a Capracotta sotto la guida del maestro Ottorino Conti. A Roma fece gli studi delle scuole superiori. Avviatosi ai corsi universitari frequentò la facoltà di Medicina, laureandosi brillantemente a pieni voti. Prima di iniziare la sua carriera di specializzazione in chirurgia frequentò l'Accademia Militare di Modena. Ben presto iniziò il suo curriculum di chirurgo in vari ospedali di Roma: Policlinico, San Camillo, Santo Spirito, Santo Eugenio, San Filippo Neri, San Giovanni ove ebbe modo di mettere in mostra le sue qualità di uomo, di chirurgo apprezzato e stimato sempre cosciente e responsabile dell'alto compito che aveva nel conservare la vita e ridare il sorriso a chi era nella tristezza e nella sofferenza. È stato scritto che egli era «un grande personaggio del mondo chirurgico romano». Era infatti un chirurgo lineare, metodico, razionale, sicuro per la coscienza della sua professionalità, basata su di una profonda preparazione ed una lunga e sofferta esperienza che gli derivava dalle tante giornate di corsia e di camera operatoria, nonché dalle lunghe notti di guardia e di emergenza vissute. Chirurgo eccellente, dunque, ma anche uomo dotato di capacità naturali e doti non comuni. Animava gli ambienti di lavoro con la sua presenza stimolante, sempre in grado di dare un indirizzo, una soluzione appagante, creare un modello di vita, così come ha saputo fare nella serenità della sua famiglia. Era sempre attento ai vari problemi della vita, ricco di interessi, amante della natura in cui vedeva ed ammirava, ricolmo di fede, la mano provvidenziale della presenza divina. Capracotta vuole eternare nel bronzo riconoscenza e gratitudine a questo suo figlio, additandolo ad esempio a quanti, nel tempo, conosceranno le sue notevoli doti di uomo e di chirurgo stimato ed apprezzato. Mario Comegna Fonte: M. Comegna, Gratitudine del popolo di Capracotta , Capracotta 1989.

  • Cercando nuovi orizzonti

    La nascita di Solange significò per noi un'allegria immensa. Col suo arrivo abbiamo imparato cosa significa diventare nonni, sempre condiscendenti e disponibili a soddisfare, nel possibile, tutti i desideri della bimba. In principio, pensavo che Diana fosse così attaccata alla bambina perché sentiva dentro di lei la mancanza di quella figlia che avevamo perso, ma con il tempo e l'arrivo di nuovi nipoti, mi accorsi che la sua disponibilità e attenzione, non erano altro che l'immenso amore di nonna che ha sempre sentito dentro se. Intanto il tempo continuava a passare inesorabilmente. Diana continuava a lavorare nel panificio, ed io a viaggiare tutte le settimane a Campobasso. Purtroppo, dopo quel che era successo per il riconoscimento del tempo lavorato nella ditta del mio principale, sentivo che ora tutto era diverso. Non avevo la stessa volontà con cui avevo lavorato fino ad alcuni mesi prima, e questo perché qualcosa si era spezzato tra me ed il mio capo. Non è che lui mi riprendesse per quello che era accaduto, ma sentivo che niente era come prima. Fu così che un giorno, Antonio Clementino, in quegli anni sindaco d'Altino, mi fece una proposta che fu molto difficile non accettare. – Io penso che non vi pentirete a fare questo passo. – L'unico dubbio che ho nell'immediato è che dovremo ricominciare di nuovo in un'altra città, senza avere un lavoro sicuro. – Non è vero. Tua moglie inizierà subito a lavorare in casa di mia cognata, e vostro figlio non dovrà più prendere l'autobus per andare a scuola; Vasto è una città molto più grande del nostro paese, e potrà studiare lì senza problemi. – Ma, come potrò trovare un nuovo lavoro in quella città dove non conosciamo nessuno? – Non è vero che non conoscerete nessuno. Il dottore ha molti contatti in città. Vedrai che in poco tempo ti troverà qualcosa da fare. – Spero sia così. – Mia moglie ha detto che, mentre cerchi un lavoro, potresti fare il giardiniere nella villa del dottore. – E noi dovremmo vivere lì? – Certamente. Da molto tempo loro sono in cerca di una coppia che possa essere loro di compagnia, e che si occupi della casa, quando loro non ci sono. Che decidete? – Parlerò con mia moglie. Vedremo se è disposta ad abbandonare la sicurezza che ora ha, per avventurarsi in una nuova vita. – Hai detto bene. Si tratta di una nuova vita che dovrete affrontare seriamente. Questa è un'opportunità che non dovete lasciarvi sfuggire perché, forse, potrebbe non presentarsi un'altra volta. Io e mia moglie parlammo molto quella notte, analizzando i pro e i contro della situazione che ci si era presentata. Sapevamo che si trattava di qualcosa di molto importante per il nostro futuro e, convinti di questo, decidemmo di avventurarci e provare, sperando che tutto risultasse come desideravamo che fosse. Il giorno dopo ci licenziammo dai nostri rispettivi lavori e, siccome era l'inizio dell'anno scolastico, non ci furono problemi per cambiare l'iscrizione a scuola di nostro figlio. Fu così che, dopo aver messo negli scatoloni tutte le nostre cose, con l'aiuto di Nicola che aveva chiesto in prestito un furgone ad un suo zio, partimmo per la città del Vasto, lasciando dietro di noi Selva di Altino, con la nostalgia, la malinconia ed il ricordo di tutta quella gente che avevamo conosciuto, e che si erano comportati così bene con noi. La villa del dottor Deliberato era molto bella e grande. Aveva un'enorme quantità d'alberi da frutto in mezzo ai quali c'era un bel laghetto, dove oche, anatre e cigni nuotavano tutto il giorno. Pavoni, fagiani reali e quaglie si vedevano sempre attorno al verde degli ulivi. Era incantevole quella villa. Ricordo che ci dispiacque tanto quando, molti anni dopo, abbiamo visto arrivare lì delle pale meccaniche che hanno buttato tutto a terra, per iniziare a costruire in quel posto edifici residenziali. Fummo ricevuti con molto calore da parte del dottore e di sua moglie Wanna, ci sistemarono nella parte bassa del palazzo, dove c'era una stanza da letto, un bagno e un'enorme sala, che noi dividevamo in cucina e stanza di pranzo e che, di notte, allungando un letto, diventava la camera dove Eduardo dormiva. Diana iniziò immediatamente a lavorare. Era incredibile come riusciva a distribuire il suo tempo nel portare avanti il lavoro in tutte e due le case. Non solo quello, perché doveva preoccuparsi anche del piccolo Andrea, figlio della coppia, che aveva bisogno d'essere aiutato. Era passata da poco una settimana, quando fui chiamato da Wanna, la moglie del dottore. – Jorge, abbiamo trovato un lavoro anche per lei. – Grazie al cielo! Cominciavo a preoccuparmi. – Perché? – Perché temevo di passare troppo tempo senza lavorare. – Come vede, non è stato così. Solo che per il momento è l'unico che siamo riusciti ad ottenere. – Di cosa si tratta? – Un nostro vicino, Edmondo, fa il ragioniere al deposito di pasta, che si trova a una decina di chilometri da qui. Noi gli abbiamo chiesto se c'era la possibilità di trovarle un lavoro lì. – Grazie, Wanna. La verità è che stavo già sentendomi una persona inutile. Il lavoro è qualcosa di molto importante per l'uomo! – È vero. Ad ogni modo, Edmondo ha parlato col proprietario che ha accettato di assumerla. – Benissimo. Quando potrò cominciare? – Penso da domani stesso. Il ragioniere si è offerto gentilmente di accompagnarla tutti i giorni al lavoro con la sua macchina, giacché il deposito è un po' distante. Questa sera, quando lui torna, glielo farò conoscere, così già domani potrà iniziare a lavorare. – Non so come ringraziarla per quello che sta facendo per noi. – Non mi deve ringraziare. Anche mio marito si è interessato personalmente per sistemarvi al meglio. Il giorno dopo il signor Edmondo passò a prendermi. Arrivati al deposito parlai col mio nuovo principale, e iniziai a lavorare subito. Due o tre volte la settimana arrivava un camion carico con pacchi di pasta. Io ed un altro ragazzo dovevamo sistemarli per bene e preparare le consegne che dovevano partire il giorno dopo in diversi furgoni. Dopo un paio di mesi su questo reparto, m'incaricarono alle consegne nei diversi paesi dei dintorni. Villa Santa Maria, Quadri, Roccascalegna, Gamberale, Bomba, Pizzoferrato, Castel del Giudice, Capracotta, tutti paesini degli Appennini Abruzzesi, che diventarono posti dove dovevo arrivare, per consegnare ai commercianti la pasta che avevano ordinato quotidianamente. Era un buon lavoro che però, ad un certo punto, iniziò a non piacermi per un motivo in particolare. Ed, infatti, un giorno, parlando con Edmondo, gli feci notare questo mio disagio. – Io sono contento del lavoro che faccio, e devo sempre ringraziarti per quello che hai fatto permettendomi di farlo, solo che c'è un qualcosa che non mi piace tanto. – Cosa c'è che non va, Jorge? – Quando stavo nel magazzino della pasta iniziavo alle otto del mattino e finivo alle cinque. Ora invece, non è così! – Perché? – Perché alle cinque del pomeriggio mi trovo ancora in mezzo alla montagna, con la metà del carico nel furgone. – Vuol dire che devi accelerare i tempi di consegna. – Non posso fare miracoli. Solo per andare a Castel di Sangro, ad esempio, ci impiego quasi due ore. Non è possibile farmi tornare a lavorare di nuovo nel magazzino? – No, perché adesso c'è un'altra persona che fa quel lavoro. – Ma io sto tornando a casa tutte le sere alle dieci. Ti sembra giusto? – Credo che ci sarebbe una soluzione; solo che il lavoro che faresti non sarebbe tanto pulito quanto questo che stai facendo ora. – Di cosa si tratta? – Potresti fare il benzinaio qua stesso. È un lavoro un po' sporco e duro, adesso che si avvicina l'inverno e deve essere fatto all'aria aperta. – Non fa niente. Basta che mi serva a guadagnarmi il pane. – Così avresti la sicurezza di lavorare soltanto otto ore al giorno. – Fino ad ora, sono stato sempre lontano di casa e dalla mia famiglia. Non chiedo altro che restare più vicino a loro. – Va bene. Parlerò domani col proprietario e vedremo cosa si può fare. Due giorni dopo, lavoravo alle pompe e mettevo benzina alle macchine, e gasolio alle enormi quantità d'autotreni che si fermavano lì di continuo. Tutto mi faceva pensare che adesso avevo trovato una sistemazione definitiva con questo lavoro, e che non avrei dovuto spostarmi più da nessuna parte, lasciando la mia famiglia abbandonata alla sorte. Jorge Yañez Candia Fonte: J. Yañez C., Dalle Ande agli Appennini , Ires, Pescara 2013.

  • I formaggi "archeologici" firmati Di Nucci

    Nel cuore del Molise, dal 1662 esiste una famiglia che da dieci generazioni produce dei formaggi eccezionali, si tratta della famiglia Di Nucci. Originaria di Capracotta (IS) questa famiglia produce formaggi a pasta filata dai tempi della transumanza, con passione, costanza, attenzione, competenza, in una terra di bovini, di pecore, di pastori, di lavoro duro e di mancanze. Agnone è il punto di partenza della storia della famiglia: nonno Giovanni fin dai primi del Novecento fece arrivare i suoi formaggi nelle più affermate attività commerciali del borgo. Nei primi anni Cinquanta invece Antonio e Ida decisero di trasferirsi ad Agnone e di iniziare la lunga storia del Caseificio Di Nucci, che è stato dichiarato "Azienda Storica Nazionale". All'inizio degli anni Duemila l'attività ha dovuto cambiare sede, non più nel centro di Agnone, ma nell'area artigianale, si è allargata, mantenendo però sempre le tecniche produttive di un tempo. I principi cardini della famiglia sono rimasti invariati, generazione dopo generazione: produzione di formaggi con latte che proviene esclusivamente dal comprensorio montano di Agnone e dell'Alto Molise, lavorazione solo di latte crudo, utilizzo del siero innesto (se vogliamo, si può paragonare alla pasta madre dei formaggi) senza l'aggiunta di fermenti, coadiuvanti o conservanti. Trasparenza e tracciabilità della filiera in tutte le fasi produttive rendeno così i formaggi della famiglia Di Nucci pura espressione della migliore arte casearia molisana, e non solo. Il processo di filatura avviene esclusivamente a mano, senza l'ausilio di alcun tipo di macchinari: questo comporta che le forme dei formaggi siano tutte un po' diverse l'una dall'altra, garantendo quindi un'assoluta manualità e artigianalità nel processo produttivo. La stagionatura avviene in cantine naturali realizzate in pietra di Agnone, con temperatura, umidità e microclima che favoriscono lo sviluppo delle muffe nobili. Oggi il caseificio è gestito da Franco Di Nucci, assieme alla moglie Rosetta e ai tre figli: Antonia, Francesco e Serena. Si tratta di una famiglia eccezionale, di grandissimi lavoratori, che mettono passione ogni giorno in tutto ciò che fanno, nonostante le enormi difficoltà che sono proprie dell'arte della caseificazione e, soprattutto, delle produzioni in territori impervi, complessi e montuosi, come quelli dell'Alto Molise. Ma grazie anche al supporto dei figli, la tradizione può continuare e si possono collezionare innumerevoli successi e traguardi, come diversi premi a livello internazionale, riconoscimenti in Italia e all'estero e moltissimi clienti importanti. Serena si sta anche adoperando in un ambizioso progetto, "Le donne del latte", per dare voce alle innumerevoli donne che hanno deciso di dedicare la loro vita all'arte di fare il formaggio. Diversi sono i «formaggi archeologici» (così ama definirli Franco) del Caseificio Di Nucci che possono essere considerati unici nel loro genere. Si inizia dalla stracciata, filo di mozzarella del più raffinato dei formaggi meridionali, simbolo indiscusso dell'arte casearia della famiglia Di Nucci. Si passa per la tradizione, con il caciocavallo di Agnone, formaggio antico, «il cacio a cavallo di una pertica», dalla classica forma a pera, sormontata da una piccola testa sapientemente rifinita. Per arrivare alla manteca, vera perla del caseificio e probabilmente il primo esempio di sottovuoto naturale nasce dalla necessità di conservare il burro quando ancora non esistevano i frigoriferi. Il connubio tra il burro artigianale e la pasta di caciocavallo che lo avvolge lo rende un formaggio inconfondibile. Il Caseificio Di Nucci oggi è una piccola azienda, con circa quindici dipendenti, con un obiettivo illustre: proseguire ancora per almeno altre dieci generazioni, un percorso iniziato tantissimi anni fa per preservare la tradizione nel tempo. Irene Vianello Fonte: https://www.gastronauta.it/ , 15 giugno 2017.

  • Scherzi da prete

    Nel campo di Capracotta, ai tempi del fatto che vado a raccontare, non c'era un telefono pubblico, i telefonini non erano ancora stati inventati e non si facevano arrivare i giornali. Erano 15 giorni di assoluta segregazione dal mondo. Un buontempone aveva messo due apparecchi telefonici a batteria, che collegavano la dirigenza con la "pretura" (la tenda dei preti), distanti da loro pochi metri. Spesso, la voce che si sentiva nell'apparecchio era quella che proveniva dall'ascolto diretto di chi parlava dall'altra tenda. Don Luciano non era un prete sempliciotto come si potrebbe pensare dai fatti che dirò, però era portato a credere un po' tutto, anche che un asino potesse volare. Non ho mai capito come questa ingenuità si coniugasse con le sue capacità di musico di alto rilievo, bravissimo in matematica e oratore godibilissimo. Sta il fatto che quella sera, mentre eravamo tutti a cena, in mezzo al campo, in una di quelle sere splendide di luglio con le stelle quasi a portata di mano, dalla tenda della pretura, echeggiò un grido: – Don Luciano, corri, al telefono c'è tua madre. Noi osservatori, per le ragioni anzidette, ascoltavamo agevolmente tutte e due le voci. – Luciano, ma cosa hai fatto? – Mamma, perché? – Qui a casa c'è una ragazza che dice di essere stata messa incinta da te e che devi riparare, altrimenti sarà costretta ad abortire. – Mamma – e don Luciano urlava come uno spiritato – tu puoi pensare questo di tuo figlio? Questa ragazza sta mentendo; tu sai che io non giuro mai, ma ora ti giuro sulla testa del povero babbo, te lo giuro su queste mani consacrate: mamma, credimi, dille forte, forte, forte che non è vero. Esistono delle anime buone che, quando vedono che lo scherzo prende una via pericolosa, intervengono. Intervennero e ce ne volle del bello a fargli capire che, in alta montagna, il telefono non c'era e c'era, invece, chi si divertiva alle sue spalle. – Eppure – concluse don Luciano, – dalla voce era proprio mia madre. Martino Valerii Fonte: M. Valerii, Spigolature e racconti di Martino da Spiano. Guardando, giudicando, pensando, ricordando , Ed. Sant'Antonio, Saarbrücken 2018.

  • Capracotta sotto il dominio angioino

    Sono stati pochissimi gli studiosi, dopo l'impareggiabile Luigi Campanelli, a spingersi così indietro nella storia di Capracotta, al periodo di transizione tra il dominio svevo (1196-1266) e quello angioino (1266-1442). Allo stato attuale si ignora quasi tutto del primo e del secondo si sa soltanto che nel 1269 il feudo di Capracotta fu concesso a Francesco della Posta, il quale, morto sette anni dopo, ebbe per successore il figlio Gentile. Si sa pure che nel 1279 re Carlo I tolse il feudo di Macchia Strinata - in seguito noto come Spinete - dalle mani del vassallo Andrea de Sully (a cui l'aveva precedentemente concesso) e che nel 1340 il feudo di Capracotta risultava ormai in possesso di Andrea Carafa, signore di Forlì. Aggiungere mattoncini ai tanti «punti oscuri che ne rimangono» è oggi compito mio, grazie alla ratio della Cancelleria Angioina pubblicata dall'Accademia Pontaniana e relativa al periodo settembre-dicembre 1280. Si tratta di 41 manoscritti in cui è contenuto il movimento del denaro per i lavori del Castel dell'Ovo, un flusso banalmente registrato in partita doppia, sotto forma di introitus (entrate) ed exitus (uscite). In una nota presente nel foglio 101 del secondo registro ho trovato appuntato quanto segue: Fit mentio de monstra in qua inter alia dom. Robertus Scillatus de Salerno presentat milites pro castro Castagna quod tenet ratione domine Lisie de Villa Cublay uxoris sue annui valoris unc. XL et pro castro Bassani ann. unc. XL, pro medietate baronie Plate de qua Margarita de Sancto Georgio tenet castrum Caprecocte vel Capriate pro dodario et dom. Philippus de Villa Cublay tenet aliam medietatem dicte baronie et inter milites quos presentat est Rogerius Cavasilice familiaris suus. Sappiamo che il sovrano Carlo d'Angiò, dopo aver elargito moltissime baronie ai suoi uomini fidati, perlopiù francesi, pretese una tassazione gravosa e caotica su quegli stessi territori, ordinando «ai Giustizieri delle Provincie di fargli pervenire per un dato giorno tante once d'oro, così ad occhio e croce». In realtà la sopracitata nota della Cancelleria ci informa che il feudo di Capracotta era tassato, nell'autunno del 1280, per sole 40 once d'oro, molte meno delle 100 di cui parlava Campanelli. Ancor più interessante è il nome del feudatario di allora, colui che deteneva il nostro castrum dopo Gentile della Posta e prima di Andrea Carafa: si tratta della nobildonna Margherita di San Giorgio (o Sangiorgi), che ebbe Capracotta per controdote ( dodario ). Leggiamo cosa scrive lo storico seicentesco Carlo De Lellis a proposito di questa signora: Margarita di San Giorgio, tal volta per errore chiamata Maria figliuola di Gentile, e di Sincorosa di Rebursa, fù primieramente moglie di Egidio, di Villacublai, e vedova di lui rimasta signora di Trivento, e di Capriata, si rimaritò a Gionata di Sanframondo signor di Cerrito, da cui vuole il Duca della Guardia nascessero i Conti di Cerreto, nel trattato de' Sangiorgi, benché da noi in tanta antichità non si sia potuto certamente investigare. Alla morte di Gentile della Posta, dunque, il feudo di Capracotta passò ai Villacublai: una metà ( medietate baronie ) a Margherita Sangiorgi, per sopraddote del marito Egidio, l'altra ( aliam medietatem ) a Filippo, entrambi baroni francesi che erano scesi in Italia al fianco di re Carlo I. Per sillogismo si può dire che i Villacublai furono i signori di Capracotta almeno dal 1280 al 1313, anno in cui morì Egidio lasciando vedova Margherita, la quale, risposatasi con Gionata Sanframondo, probabilmente cedette la sua metà del feudo capracottese a Filippo o direttamente ai Carafa, i nuovi acquirenti. Dalla ratio si desume anche che tra i milites forniti dal feudo di Capracotta vi fosse Ruggero Cavasilice, familiare dei Villacublai e rampollo di un prestigioso casato salernitano che impresse il proprio marchio su molti degli eventi che caratterizzarono il Regno di Sicilia al tempo degli Angioini. Tuttavia, nonostante abbia cercato di arricchiare le conoscenze sulla Capracotta angioina, permane il medesimo problema sollevato dal Campanelli nel 1931, ossia «l'assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati in quella lunga era, sia nei rapporti privati, che verso le comunità; né ci resti cenno del numero delle famiglie, dei cognomi, delle più comuni usanze». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa , libri I e III, Bulifoni, Napoli 1691; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; B. Candida Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia , vol. II, De Angelis, Napoli 1876; G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio, chiamato hoggi Principato Ultra, Contado di Molisi, e parte di Terra di Lavoro, provincie del Regno di Napoli , Cavallo, Isernia, 1644; C. De Lellis, Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli , libro I, Savio, Napoli 1654; J. Mazzoleni e R. Orefice, I registri della Cancelleria Angioina , vol. XXV, Accademia Pontaniana, Napoli 1978; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • De Maio avverso Falconi, Santilli ed altri

    All'eccellentissima Corte di cassazione di Napoli. Vincenzo de Maio, propr. domiciliato in Deliceto, ed Elisabetta de Maio, autorizzata dal marito consigliere Francesco Paolo d'Ambrosio, proprietaria domiciliata in Trani, rappresentati dal sottoscritto avvocato espongono. Nella causa tra essi de Maio ed i signori Stanislao Santilli, Angelo e Serafina Santilli fu Sisto, quest'ultima autorizzata dal marito Giovannangelo Sammarone, Cesarina Antoldi, ved. di Pasquale Santilli fu Sisto, Eustachio Monaco, Agostino e Croce Conti fu Antonio, Filippo Falcone fu Francesco, Francesco Falcone fu Agostino, Filippo e cavaliere Ruggiero Conti fu Giampietro, e questi due anche come eredi del defunto Gregorio Conti, Gerardo, Ettore, Eugenio, Silvio ed Ortenzia Conti fu Raffaele, quest'ultima maritata a Nicola d'Onofrio, Francesco Buonanotte fu Salvatore, Vincenzo Buonanotte di Francesco, Pasquale e Donato di Tella fu Vincenzo, Eufrasia Conti, madre e rappresentante i figli minori Raffaela, Sebastiano ed Innocenzo, procreati col defunto marito Vincenzo di Tella, Vito e Sebastiano di Tella fu Domenico, Leonardantonio Falconi, Pasquale, Domenicangelo ed Agnese Fantozzi fu Giuseppe, Caterina Fantozzi fu Vincenzo, Mariannina Carugno ved. di Michelangelo di Loreto, Remigio, Salvatore, Luigi, Tito, e Lindoro Conti fu Giovanni, e costoro come eredi della defunta loro madre Carolina Falconi, nonché quali succcessori del testè defunto fratello Cesare e tutti nella qualità di eredi del sig. Carlo Conti, Filippo, Ferdinando ed Alfonso Monaco fu Gaetano, Pietro Labbate fu Francesco, Giuseppe Castiglione, Tito di Ciò fu Giuseppe in nome proprio e quale gestore di negozio del germano Giacomo, Pasquale di Rienzo e Benedetto di Rienzo, autorizzata dal marito Eugenio Vizzoca, e costoro quali eredi del defunto loro padre Agostino di Rienzo fu Saverio, Pasquale e Sebastiano Carnevale, figli della fu Angela di Rienzo, Francesco Rosa figlio della fu Mariantonia Paglione, Giovanni e Giacomo Bucci fu Emiliano, Princiano e Francesco Monaco fu Angelo, ed il primo come tutore pure dei minori Angela e Teresa Monaco, fu Mariano, eredi del defunto avv. Michelangelo Monaco per l'interposta persona della loro madre defunta Chiara Monaco, Pietro e Raffaele di Nucci fu Amicantonio, dom. tutti in Capracotta ad eccezione di Salvatore Conti dom. in Carovilli, la Corte di appello di Napoli in 1ª sezione ha profferito a 18 febbraio 1800novantuno e pubblicata a 6 aprile detto anno la seguente sentenza: Uditi i procuratori delle parti, senz'attendere alle dedotte eccezioni d'inammessibilità e di nullità che rigetta, provvedendo sull'appello proposto da Pasquale Fantozzi, Stanislao Santilli ed altri con atti diciasette e diciotto settembre 1800novanta avverso la sentenza del tribunale d'Isernia de 14-22 agosto 1800novanta, respinte tutte le altre istanze ed eccezioni, ordina che i signori Primiano e Francesco Monaco fu Angelo Ruggero e Filippo Conti fu Giampietro, Pietro Raffaele di Nucci, Filippo Falcone fu Francesco, Francesco Falcone fu Agostino, Gerardo, Ettore, Eugenio, Silvio ed Ortensia Conti fu Raffaele, Leonardantonio Falcone, Cavalier Cesare, Remigio, Salvatore, Luigi Tito e Lindoro Conti fu Giovanni e Giuseppe Castiglione fra il termine di giorni sessanta dalla pubblicazione della presente esibiscono a mezzo della cancelleria i titoli di particolari acquisti che assumono aver essi fatto dei fondi dei quali fu loro ingiunto il rilascio con l'apposto precetto. E riserba all'esito dell'esibizione ed esame di siffatti titoli i diffinitivi provvedimenti in merito dello appello per quanto riguarda i predetti individui. Rigetta poi lo appello nel rapporto di tutti gli altri, ed ordina che la impugnata sentenza sia contro di essi eseguita. Condanna questi ultimi alle spese del presente giudizio che col relativo onorario di avvocato saranno tassate dall'estensore della presente. Le riserba nel rapporto degli altri appellanti all'esito del disposto mezzo istruttorio. Contro la trascritta sentenza, registrata uff. atti giudiziari di Napoli al numero 4600, non notificata, gli esponenti propongono parziale ricorso per cassazione per i motivi che saranno indicati dopo sommaria esposizione del fatto. Nel 1828 Vincenzo de Maio, seniore, istituì giudizio di revindicazione contro alcuni detentori dell'ex feudo di S. Croce in Capracotta. Nel 1829 simigliante domanda libellò contro altri detentori dello stesso ex feudo. Con sentenza 28 gennaio 1830 il tribunale di Molise pronunziando su questa seconda domanda in contumacia dei citati li condannò al rilascio delle porzioni occupate, ed alla restituzione dei frutti disponendo mezzi istruttorii per la liquidazione. Con altra sentenza 23 novembre 1830 lo stesso tribunale pronunziando sulle opposizioni prodotte contro la contumaciale, sull'altra istanza del 1828, e sull'intervento del Comune di Capracotta, dichiarò inammessibile in quanto al rito l'intervento, rigettò le opposizioni alla contumaciale, condannò gli altri detentori citati nel 1828, al rilascio delle altre porzioni occupate, si riserbò di pronunziare sui frutti in esito dei disposti mezzi istruttori, e condannò gli opponenti e tutti i convenuti nelle spese. Nel 1837 produssero i condannati appello da ambedue le sentenze. Nel 1856 Giuseppe de Maio, erede di Vincenzo ne domandò la perenzione. Una decisione del 1860 la profferì nel rapporto del Comune, la rigettò nell'interesse degli altri possessori. I quali dal 1864 lungi di promuovere la discussione dell'appello limitaronsi ad interromperne la perenzione, riassumendo l'istanza degli appellanti nella qualità di eredi alcuni, e di aventi causa altri. Nel 1888 per irritualità dell'atto notificato nel 1886, gli eredi di Giuseppe de Maio, Vincenzo ed Elisabetta, rinnovarono la domanda di perenzione. E con sentenza della Corte di appello di Napoli dei 23 novembre 1888, confermata la sentenza della Corte di Cassazione dei 12 aprile 1890, fu dichiarato perento l'appello. Notificate le sentenze del 1830 e 1836, precettaronsi a 30 e 31 luglio 1889 pel rilascio delle rispettive porzioni coloro che avevano riassunta l'istanza in qualità di eredi ed aventi causa dei condannati. Il precetto fu opposto con atto dei 12 agosto 1889. Il Tribunale d'Isernia rigettò con sentenza 14 agosto 1890 le opposizioni. E sulle appellazioni la Corte d'appello pronunziò la sentenza su trascritta, che mentre conculca il diritto dei ricorrenti viola la legge per i seguenti Motivi: Deducono i ricorrenti l'inammissibilità dell'appello per inosservanza delle forme prescritte dall'articolo 703 cod. proc. civ. in ordine al termine a comparire, e per inappellabilità della sentenza in quanto rigettava eccezioni di nullità di procedura e di forma, ai termini dell'articolo 702 n. 3 cod. proc. civ. La sentenza impugnata mentre non ha dubitato nel fatto dell'irritualità della citazione a comparire nel termine di un mese, del rigetto di eccezioni di nullità di procedura e di forme, ha ritenuto inapplicabili al rilascio forzato degli immobili gli articoli citati relativi agli appelli da sentenze pronunziate nei giudizi di spropriazione. Ma se il rilascio forzato degli immobili costituisce una esecuzione, se in nessun altro luogo il Codice regola la materia, se l'applicazione delle norme comuni avverserebbe il fine della legge, la celerità richiesta dal sociale interesse, non potea negarsi l'applicazione al rilascio forzato degli immobili delle suddette disposizioni. Violazione degli articoli 703, 702, n. 3, fallace applicazione dell'art. 153 e violaz. dell'art. 56 cod. proc. civile. Ritenendo la Corte l'inefficacia dei giudicati del 1830 e 1836 nel rapporto degli aventi causa a titolo particolare abilitò alcuni degli appellanti ad esibire i titoli di acquisto. Ma la dottrina, che afferma e non dimostra, si ribella ai più certi canoni del dritto. Il successore a titlo particolare rappresenta l'autore, ed il giudicato reso con quest'ultimo non può non avere autorità ed efficacia contro il primo. Violazione 360, 361 e 517 proc. civile, violazione degli articoli 1350, 1351 cod. civ. e delle leggi 9 p. 2 lire, 11 p. 9 e 10 e legge 22 ff de essep rei judic. Ma non era questa la questione della causa. Bisogna esaminare, ed a questo esame fu formalmente invitata la Corte con capo speciale di conclusione se gli aventi causa potessero reputarsi terzi dopo aver riassunta l'istanza degli antichi appellanti. Seguita la riassunzione essi divennero parte del giudizio, ed in loro contraddizione furono dichiarati dal giudicato 23 novembre 1888 cosa giudicata le sentenze 1830 e 1836. Onde l'esame dottrinale intorno la efficacia dei giudicati verso i successori a titolo particolare era accademico ed esaurito. Ha osservato la Corte che colla riassunzione non avesse potuto venir meno la qualità di terzi acquirenti. Ma o rinnega l'effetto della riassunzione, quelli cioè di render comune l'istanza a chi la riassume, o fraintende l'eccezione ed omette di motivare. Ritenendo pure la qualità di terzi acquirenti eran parti nel giudizio ed il giudicato profferito in loro contraddizione dove a sortire effetto. Violazione degli art. 519, 360, 361, 262 e seg. c. p. civ., 1350 e 315 c. civ. Per tali motivi chieggono i ricorrenti accogliersi il presente ricorso, costarsi la sentenza nei capi impugnati, rinviarsi la causa per nuovo esame ad altra sez. della corte d'app. di Napoli, restituirsi il deposito e condannarsi i resistenti nelle spese. Fatto con ampia salvezza di ogni altro dritto nel più ampio senso. Napoli, 30 gennaio 1892. Vincenzo Gennarelli Fonte: V. Gennarelli, Inserzioni a pagamento , in «Gazzetta Ufficiale», 68, Roma, 21 marzo 1892.

  • Sul Campo

    Alla fine, eccomi giunto sulla vetta del Campo, a 1.710 metri di altezza, dopo un'ora di faticosa ascensione, fra rocce scoscese e macerie rotte. Riesco appena a toccare colla mano l'alta croce di legno che si leva, modesto monumento di semplicità e di fede, diritta in mezzo alla sommità del monte, allorché il sole luminoso s'affaccia sulla volta limpida ed azzurra del cielo e spande intorno i suoi raggi d'oro, apportatori di beatitudine e di vita. Per me quel primo bacio di sole è come una calda benedizione dell'Eterno; non so perché, mi si riempie l'anima di una soave esultanza, il cuore mi sobalza forte nel petto. Stando ai piedi della modesta croce di legno, in alto, molto in alto, ammirato nella contemplazione dell'incantevole panorama che mi circonda, io sento piovermi sul capo, benefica rugiada, un'onda purissima di beatitudine, che eleva, che nobilita e sublima. Più splendido e magnifico spettacolo non si offrì mai al mio sguardo; né provai, altra volta, quell'ammirazione per la bellezza del creato, quella pace, quella serenità della solitudine, quell'incantamento che ora mi hanno conquiso e inebriato. Non mai, come ora, io sentii di essere felice. Vedo ai piedi di questo monte maestoso, Capracotta, la colta e gentile Capracotta, distesa placidamente fra il verde cupo dei boschi rigogliosi, fra il verde chiaro delle vaste praterie, lieta in mezzo al trionfo della luce del sole. Qui non giunge da essa alcun rumore di carri, non grida umane, non schiamazzi di bimbi, non vocio di donne, non fragore di fucina: essa pare una bella donna addormentata in mezzo allo splendore di profumata stanza, e sorridente, nel sogno, ad una celeste visione. Quanta calma, quanta quiete, quanta pace in quelle fitte boscaglie, lontane lontane, in quei monti elevatissimi, in quelle valli popolate di casette bianche, in quei pendii verdeggianti, disseminati di buoi e di pecore, in quelle immense e gioconde praterie, che fanno, intorno alla piacente cittadina, una smagliante e sublime cornice! È un quadro veramente grandioso, splendidissimo! È uno di quei quadri che solo dalle alte vette delle Alpi è dato di ammirare a chi va in cerca della salute e della felicità... Oh, mi fosse dato di erigere qui, su questa vetta, una modestissima casetta e passarvi il resto di mia vita, lontano dagli uomini, ma più vicino a Dio, senz'affanni, senza amarezze e senza dolori! O, almeno, di ascendere ogni giorno questo monte incantevole, nelle ore di travaglio, nelle ore di sconforto, per venire a chiedere a questa semplice e modesta croce di legno, segno di fede, di amore, di pace, la salute dello spirito, la beatitudine dell'anima, col pensiero a Dio e alle persone amate, e lo sguardo perduto, lontano lontano, nella immensa calma di tutte le cose create... Miosotide Fonte: Miosotide, Fiori e spine , in «L'Alba», I:38, Isernia, 29 settembre 1901.

  • Viaggio a Capracotta

    All'arrivo mi accolgono i cavalli: puledri e adulti, dal mantello scuro, che emergono tra il verde di un paesaggio già mitologico... e subito penso a Ovidio e mi viene da chiedermi se siano proprio cavalli quelli lì davanti, o non, forse, una famigliola sannita, trasformata dagli immortali per punire la fedeltà dei coniugi e il loro rifiuto, soprattutto di lei, di giacersi con gli dei. Già... "giacersi con gli dei"... chissà con questa espressione, gli antichi, quante "esperienze" del corpo avranno fatto! Risalgo in macchina e arrivo in paese. Antonio, l'anima e la vestale di tutte le iniziative di Capracotta, mi accoglie in una casa a due piani, dove si respira una tranquilla aria sibillina. Mi parla subito della Tavola Osca; non afferro bene lì per lì di che si tratta, se non che è una iscrizione antica, che ha a che fare con quel luogo. Fino a che, qualche giorno dopo, non la vedo: non quella originale, che se mai devo aver vista - ma non notata - quando appena diciottenne visitavo il British Museum a Londra, no, quella gigante, riprodotta fedelmente sulla porta di bronzo fuori dal laboratorio della Fonderia Marinelli, ad Agnone, Isernia. I Marinelli! Loro sì che sono i discendenti oschi di Mercurio: continuano a fondere bronzo per farne oggetti di culto, uno in particolare, a noi molto familiare: la campana, che come il calice è il più femminile degli oggetti della nostra liturgia cattolica (la quale, invece, tanto femminile non è!) E non è colpa dei Marinelli se ora tutto è regolato dalla Pontificia Sede, che di femminile, sia in forma che in merito, ha ormai proprio poco. E più che le campane dei vari papi, a me colpiscono le varie fasi artigianali di lavorazione della campana - affascinanti - e poi il laboratorio, il forno, il fosso tracciato per la colatura del metallo. Ma soprattutto quel momento della fuoruscita del bronzo fuso, che al grido di "Ave Maria!" (già, proprio Lei, la Madonna) scende, come la lava dal vulcano, lungo il canaletto scavato dagli operai, per arrivare a tuffarsi e a riempire, come una torta farcita, l'intercapedine fra i due calchi: un vuoto sottile riempito di fuoco bronzeo che poi, freddo, diventerà campana. Si, è tutta all'insegna dell'antica mitologia femminile questa estate a Capracotta! Anche Antonio, che pure è un uomo e ha un figlio grande, è molto attaccato alla sua genealogia femminile e anche al valore delle donne e a quello della cura, attribuita nei secoli solo alle donne. Il giorno che siamo andati a piedi a lavare al ruscello mentre lo fotografavo a strusciare i panni vedevo, fusi nella stessa immagine, un impavido esploratore con la barba e una efficiente lavandaia. Per la centrifuga dei panni sciacquati abbiamo improvvisato una danza dervisci con la retina che avevamo portato con noi: Antonio è pieno di fantasia e rende ogni attività da fare, anche la più semplice, una preziosa scoperta e un modo personale di dare il nostro ritmo al tempo, senza essere schiacciati dai doveri. Più tardi mi porta a visitare la sua casa di famiglia piena di oggetti e suppellettili che raccontano storie e quasi quasi riesco a respirare quell'aria matriarcale di cui mi parla, mentre ci perdiamo nel labirinto di scale ed ammezzati. Anche a casa dell'assessore qui a Capracotta a muovere il mondo sembrano le donne: arriviamo quasi all'ora di pranzo e sono tutte gentili e ospitali e Maria, la giovane assessore alla cultura del comune, mostra subito quel senso pratico di cui la nostra politica avrebbe un gran bisogno! Le spiego che sono qui per mostrare la mia versione teatrale del mito di Circe: uno spettacolo in forma di affabulazione che ruota tutto attorno al pensiero, antico e nuovo, del femminile. Con una coincidenza incredibile avevo scoperto alcuni mesi prima su internet, che, per altre vie e con altre forme, anche Antonio si era occupato del libro della Yutta Voss, storica delle religioni e antropologa. La Voss era la stessa studiosa svizzera, che, con il suo libro "La luna nera", aveva guidato la mia esplorazione teatrale sulla maga Circe, dove la scoperta della sacralità antica del maiale si legava a quella del sangue femminile e alle scomparse dee della luna nera. "Scomparse?!" Maria, lì davanti a noi, con la camicia colorata dal disegno rotondo, a metà tra un mandala e il ricordo di una coda di pavone, sorride e ci invita a pranzo. Non è il caso: io e Antonio abbiamo tante cose da fare e io vorrei pure trovare un'oretta per un'altra prova di memoria, prima di mangiare. Più tardi, a tavola mentre mangio con i nuovi ospiti arrivati a Capracotta per le iniziative della rassegna di quest'anno, tutta dedicata alle religioni antiche del maiale e delle gorgoni, penso che nelle antiche religioni della rinascita e del ciclo vita-morte-vita, di cui racconto nel mio viaggio teatrale su Circe, c'è come un'eco della Tavola Osca. È come se i Sanniti mi avessero richiamato quassù. La Tavola Osca parla del culto a Cerere, alla dea delle messi, alle religioni naturali: l'antica codificazione di una cultura naturale e metamorfica, di cui Circe è rappresentante. Il giorno dopo cammino per le strade del paese come Iride, la messaggera degli dei: mi immagino che gli abitanti di Capracotta, sia quelli che ci stanno sempre, sia quelli che ci tornano d'estate - puoi riconoscere gli uni dagli altri, perché coi secondi hai uno scambio intellettuale, coi primi invece basta uno sguardo silenzioso per condividere tutto un pensiero - bè immagino che tutti avvertano che sono lì per portare un messaggio, per riaccendere quella memoria ancestrale del femminile, che, mai sopita, alimenta il nostro mondo profondo, nascosto, inconscio e impercettibile. La prima notte a Capracotta avevo sognato di un cinghiale... poi di nuovo quel mare in tempesta che sale minaccioso e invade le terre... Due giorni dopo, mentre cerchiamo alcuni reperti per una mostra sul maiale, Antonio mi fa conoscere Salvo, un boscaiolo. Ecco quando lo vedo capisco che la nostra specie ha dovuto pagare un alto prezzo per avere computer e aereoplani. Salvo è un omone giovane e forte, sanguigno: ma soprattutto è un uomo antico: forte come una roccia, vicino a lui si sente la stessa energia che circola attorno agli ulivi della valle d'Itria, o vicino alla culla di un bambino. Mi attrae e mi spaventa per la sua forza e la sua innocenza barbara. Ci racconta della caccia al cinghiale, della sua durezza, della fatica. Ci racconta di averne catturati a volte anche da solo: gli credo, lo vedo capace, e per la prima volta, nonostante il pensiero di quei labirinti verdi che sembrano giardinetti curati, e invece sono fatti ad hoc per attirare i cinghiali in un tranello, mi riappacifico con un cacciatore. Vedo con quanto amore, anche se rude, parla di quella testa di cinghiale, di quelle zanne, di quel pelo duro, di quegli occhi vivi di animale. E come san Francesco, prima di salutarci, indicandoci un albero cinguettante, ci parla degli uccelli, che sono scappati dai boschi, perché i cinghiali son diventati troppi, visto che i loro predatori non ci sono più, e la catena si è squilibrata. Così tordi e storni, rondini e passerotti, si avvicinano alle case, agli uomini, temono meno da loro che dai boschi, infestati da cinghiali. Salvo conosce bene il bosco e il suo è un pensiero pratico e schietto: parla di equilibrio naturale senza ideologie. Squilla il telefono e anche Salvo si intenerisce, orgoglioso, parlando con sua figlia, una giovanissima infermiera che ha già girato il mondo, anche come volontaria (buon sangue non mente, penso io) e, guarda le coincidenze, vive nel paese dei miei genitori e suo padre mi ci fa parlare. Il giorno dopo Cerere è con noi e brillano tra i raggi di sole mille tavolette osche: i campi, freschi di mietitura, hanno partorito infinite balle di grano. Il colpo d'occhio lungo il lieve pendio è da istallazione di museo d'arte contemporanea. Tra quei rotoloni giganti verrebbe voglia di allestire uno spettacolo, grande e maestoso, con il cielo per graticcio, da cui, a notte, calare le stelle. Ma mi accontento di abbracciarlo, il grano e mi distendo a pancia in giù sopra la balla rotonda, come attorno alla mia tata ciccia, da bambina e lascio che l'odore delle spighe penetri la pelle... fino a che la gioia si scioglie in un canto, che regalo ai miei compagni di viaggio e a tutto il campo. Laggiù in fondo alla collina, lontano, c'è la casa: quella delle due sibille che Antonio ci vuol far conoscere. Nella passeggiata di tutto un giorno, senza tempo, né rumori, né automezzi, la sosta è come quelle stazioni da pellegrinaggio, che rifocillano l’'nima più ancora che il corpo. Due anziane signore vivono sole, laggiù, con un pollaio, una piccola stalla e campi intorno: vendono uova, latte, formaggio e, ogni tanto, quando non possono farne a meno, un vitellino da latte. In casa l'odore della carne che cuoce per cena - sebbene il sole sia ancora alto - si mescola a un buon odore di fermentato: solo dopo alcuni minuti mi accorgo che dietro di me riposa in una gerla quella parte di latte che, come un baco da seta, lavora al suo mutamento. Sul soffitto le forme appese di caciocavallo gli indicano la strada, come stelle comete. Quando, dopo due ore, raggiungiamo l'asfalto, avverto ancora il rossore sulle guance, del momento in cui ho chiesto... un bagno: la più giovane delle donne, la figlia, più che settantenne, mi ha indicato il campo, l'aperto e mentre mi accovacciavo dietro casa per "cambiare la mia acqua" pensavo a Rilke, alle sue elegie e allo sguardo degli animali. Il giorno dopo Antonio propone un picnic alla fonte sulfurea: per fortuna non ho il costume, così posso ravanare fra la vecchia biancheria di casa, pulita e profumata, dove trovo un paio di mutandone di lino pesante, rifinite al giornino, su cui le mie cosce, più tardi alla fonte, faranno bella figura, molto più che sotto bikini alla moda. La fonte è lontana, nascosta nel bosco, e i fili bianchi che colorano l'acqua, rendono la pelle tonica e pulita. Quando con Mery cominciamo a inerpicarci, a piedi nudi, verso l'origine della fonte, ritrovo intatta la mia natura capricornina di arrampicatrice, e che gioia quando arriviamo lassù in alto alla piccola sorgente, che è nascosta dentro un cratere di pietra, come lava trasparente in un vulcano bianco e levigato. Il sole ci riscalda dai brividi di quell'acqua gelata e rimettersi le scarpe giù in basso al ruscello, per riprendere la marcia, sarà come incartare il mondo. La strada del ritorno è cambiata, ci dice Antonio, mentre raccolgo ciuffi di coda cavallina. Dopo un po' infatti siamo costretti a seguire un tracciato grande e polveroso, una ferita nel bosco che chiameranno strada. Il giorno dello spettacolo arriva presto: carico sulla macchina una bella sedia rossa che ho trovato a casa di Antonio e salgo nella parte alta del paese, verso la chiesa: là vicino, ho adocchiato, qualche giorno prima, una minuscola piazzetta in fondo a un vialetto a scale, tra le case, che gli abitanti che vi si affacciano sembrano contenti di cedermi per un'ora come palcoscenico. Le quinte saranno i muri delle loro case e ogni oggetto, lì intorno, diventa un mio elemento scenico, da far entrare nel racconto, nelle mie storie, dentro le scene. Quando scarico la sedia dall’auto una frotta di bambini mi segue incuriosita, come avessi il flauto magico, poi mi aiutano, sistemano e qualcuno si piazza seduto proprio in mezzo a quello che dovrebbe essere il palcoscenico. Spiego loro dove sarà lo spazio scenico, dove mi muoverò io e dove si metterà il pubblico, lì sugli scalini che portano alla piazzetta: allora vanno lì a sedersi, dal più piccolo al più grande: non se ne andranno più, mentre io comincio a preoccuparmi di come potrò gestire i più piccoli durante lo spettacolo, sola in scena, senza rete! né musica o luci. Ma Cerere e le divinità osche sono con me (o forse io divento Cerere): tutti sono incollati alle mie labbra e mi seguono con interesse mentre passo da Omero a Pavese, da un quadro a una favola, dal buffo al misterioso e parlo delle Scritture e dei maiali, di Ulisse e delle Sirene, di Circe e dell'amore, di Maddalena e del sangue delle donne, e quando comincio a cantare si avvicinano anche le anziane signore che tornano dalla Messa. Il prete però, anche se l'ho invitato, non viene. Ma la serata non finisce certo con i complimenti. Di corsa ci spostiamo in un palazzo del centro a vedere come ancora si ammazza il maiale, in campagna: questa volta ritroviamo sul video quel racconto che poco prima, nello spettacolo, avevo fatto "solo" immaginare! Con un'altra lingua, quella del cinema di Dino Viani, attraversiamo altri sentieri di poesia, in bianco e nero: un mondo sincero, ci riporta in una campagna dove uomini e donne, bestie e paesaggio, hanno ancora un ritmo comune. Poi la sera, a casa di Antonio, mangiamo prelibatezze semplici e genuine, preparate con cura e attenzione e la torta è una testa di Gorgone. Come quella di bronzo che porto al collo: dono simbolico e prezioso che mi brilla in petto come un sole-femmina! Isabella Carloni Fonte: http://www.vivereconcura.org/ , 2007.

  • Capracotta e la nuova Italia

    Capracotta, comune del Molise, provincia, e distretto di Campobasso, circondario di Isernia, mandamento di Capracotta, collegio elettorale di Agnone, diocesi di Trivento, parrocchia unica dedicata a S. Maria Assunta; popolazione (cens. 1901) 4302 abitanti. Giace nel versante Adriatico, in montagna, diramazione dell'Appennino Centrale, a 34 km. da Isernia. L'abitato è a 1.420 m. sul livello del mare. L'agro comunale varia da un'altezza minima di 890 m. ad una massima di 1.721. Le case, che si trovano a nord-ovest, s'innalzano a picco su rupi inaccessibili, sotto le quali si stende in forte declivio l'ala destra della valle del Sangro, le cui acque a 2 km. serpeggiano in fondo in linea retta. Il torrente Verrino, uno dei rami che formano poi il Trigno, sgorga a 1.500 m. a sud del paese. Il clima è assai fresco all'estate, rigido all'inverno. La caduta della pioggia e della neve di cui si hanno veri turbini viene favorita dalla prossimità di tanti gruppi montani e specialmente da quelli selvosi del Campo e Montecapraro. In mezzo a burroni scavati dal torrente Molinaro zampilla una sorgente d'acqua solfurea e vicino a questa alcuni fili di acqua ferruginosa e piombina. Allo sciogliersi delle nevi si formano delle bellissime cascate, fra cui notevole quella che si precipita fra le balze della Difesa . Meritevole di speciale attenzione a mezz'ora dall'abitato è la vetta del monte Campo che offre agli sguardi un orizzonte vastissimo e un panorama stupendo a nord-est, la distesa dell'Adriatico dalle spiagge del Teramano fino a quelle del Barese, a nord-ovest, tutta la catena di monti che va dal nucleo della Maiella alle Mainarde, poi a sud-ovest, le montagne fra Isernia e Venafro con la valle del Volturno e tutto il nucleo del Matese, e a sud-est, le diramazioni appenniniche del Beneventano e le alture della Basilicata e ad est, il Gargano che digrada nel piano pugliese. Si vedono avanzi di mura ciclopiche sulla spianata in vetta al monte Vallesorda o Cavallerizza. Alle falde del monte S. Nicola si rinvennero parecchi oggetti antichissimi, stoviglie, monete, strumenti e una pregiatissima tavoletta in bronzo con una doppia iscrizione in lingua osca. Il comune è fornito di ottima acqua potabile che gli viene trasmessa per conduttura metallica, ed avrà fra breve un osservatorio meteorologico. Il territorio ha una superficie di circa 4.700 ettari, dei quali 3.500 coltivati a cereali, legumi, patate, foraggi; 800 boschivi, 400 incolti, a pascolo, che alimentano numeroso bestiame. Si esportano legumi, latticini, lane. S'è incominciato a introdurvi ed esercitare con metodi razionali l'apicoltura e vi si ricava in copia miele squisito. Prodotti agricoli prelibati e rari sono le ciliege di agosto e di settembre, i piselli freschi in settembre ed ottobre. V'è un molino a gas, cui è annesso un piccolo lanificio e una piccola segheria a macchina. La sola industria locale è quella della fabbricazione dei basti per animali da soma. Una strada rotabile comunale lunga 13 km. mena alla stazione ferroviaria di Carovilli, una delle più vicine, sulla linea Isernia-Sulmona; un'altra strada lunga 11 km. conduce alla nazionale lungo il Sangro a Pescopennataro. Per la stazione di Carovilli vi è servizio di vettura. Le stazioni ferroviarie più vicine sono quelle di Vastogirardi e S. Pietro Avellana, ma non vi sono strade rotabili di comunicazione, né servizio normale di trasporto. Vi sono Pretura e Ufficio Registro. La popolazione vive dell'industria, della custodia del bestiame e del lavoro di trasporto e commercio dei prodotti dei boschi. Tre quarti della popolazione maschile nel novembre emigrano temporaneamente per le Puglie in cerca di lavoro. Vi sono scuole elementari comunali, il corso completo per la maschile, il corso inferiore per la femminile, un Asilo infantile retto da Suore, un Ginnasio privato coi 3 corsi inferiori, un Circolo d'Unione con piccola Biblioteca, una Società di tiro a segno, una Società di mutuo soccorso fra pastori, artigiani, operai, domestici, una congregazione di carità. Giovanni Battista Magrini Fonte: G. B. Magrini et al. , La nuova Italia. Dizionario amministrativo, statistico, industriale, commerciale dei comuni del Regno e dei principali paesi d'Italia oltre confine e colonie, illustrati nei ricordi storici e nelle bellezze naturali ed artistiche , vol. I, Vallardi, Milano 1908.

  • Sulla guarigione perfetta della demenza

    Al Signore Giacomo Maria Paci Dottore nella facoltà fisico-matematica, Professore di scienze fisico-chimiche, Socio onorario della Società economica della Provincia di Molise. Dopoché la demenza, questa malattia che mette l'uômo al di sotto dei bruti, un tempo abbandonata alla cura delle battiture e delle catene, ha richiamato l'attenzione de' Medici filosofi, ed ha meritato i riguardi de' Governi civilizzati, la sua guarigione è divenuta il soggetto delle ricerche di varii Dotti, i quali ai rimedii fisici congiungendo i morali, hanno cercato di giovare in ogni modo agli infelici affetti dall'alienazione mentale. Ad onta però di tanti sforzi questa guarigione non è stata mai perfetta, in modo che è passata in proverbio presso del volgo, demens semper demens ; e si esporrebbe al ridicolo chiunque pensasse il contrario. Non potendosi intanto caratterizzare assolutamente per incurabile una infermità refrattaria ai rimedii impiegati, senza rinunciare al buon senso, ne segue, che non si dee disperare della guarigione completa de' mentecatti, per non potersi questa con facilità ottenere colle cure finora adoperate. L'esperienza infatti è venuta in appoggio di questa consolante conseguenza. Essa ha provato che la malattia in discorso, la quale non si vince con i comuni metodi che con difficoltà, cede assolutamente all'ustione a ferro rovente praticata sul vertice della testa del paziente. I seguenti fatti mostrano ad evidenza la forza di questo rimedio, e l'importanza di un tal ritrovato. Ventidue anni fu, mia moglie puerpera e poppante di quindeci giorni, per un grave disastro avvenuto in famiglia, soffrì la soppressione improvvisa de' lochii e del latte, e fra quarantott'ore cadde nella demenza, in cui restò stazionaria per tre mesi. Essendosi invano praticati i più accreditati ed opportuni rimedii, coll'accennata ustione, e col metodo dietetico, fra un mese dal giorno della stessa, ricuperò l'uso della ragione; né mai più ha palesato alcuna alterazione in esso. Un'altra donna di Pizzoferrato, contadina, e demente furiosa, fu da me guarita collo stesso rimedio perfettamente, ed in un periodo più breve; né mai più è ricaduta nella stessa disgrazia. Rosa di Lullo moglie di Michele d'Atria, contadina del Comune di Bonanotte due anni addietro fu guarita dalla demenza egualmente, e non ne ha mai più dato alcun segno. Quattro miei concittadini del Comune di Villa S. Maria, mia patria in Abruzzo Citeriore, dei quali due celibi, e due ammogliati, cioè Domenico di Nozze del fu Giuseppe Nicola, Nicolangelo Fantini del fu Domenico, Nicolangelo d'Agostino del fu Innocenzo, e Pasquale Nardizzi del fu Carlantonio, furono da me liberati dalla malattia in quistione collo stesso mezzo. Luca del Peschio soprannominato Luchitto uômo atletico e furente del Comune di Pietraferrazzana nel Distretto del Vasto, restò guarito nella maniera medesima. Nello scorso Aprile operai un demente di Carunchio nomato Giuseppe Mosca; e fin da più giorni sono stato accertato dal mio pregiatissimo amico sig. D. Diego di Ciò da Capracotta della sua perfetta guarigione. Il pregio del nuovo metodo curativo consiste meno nella perfetta, che nella breve guarigione, ottenendosi questa fra un mese circa dopo che si è praticata l'operazione. Io ignoro se il calorico eccentrico sviluppato dal ferro rovente, qual reagente eguale e contrario all'azione morale del morbo lo raffreni, o arresti: se producendo sul fisico animale un'alterazione, e questa cagionando un'azione irritativa, richiami nel suo perimetro le interne ed esterne famiglie de' secernenti disordinati, ostrutti, o intorpiditi, per deporvi le particolari secrezioni affine di riparare la distruzione della parte usta, per cui gli assorbimenti, e le secrezioni nell'intera regione animale a grado a grado vadano a ripristinarsi. Ciò che è incontrastabile si è che il demente per qualunque causa idiopatica operata coll'ustione ricupera l'uso della ragione fra un mese o poco più dal giorno dell'operazione. I particolari dell'operazione sono i seguenti: dopo d'avere assicurato il demente alla custodia di validi assistenti, e precauzionato principalmcnte la testa onde non sfugga all'atto operativo; premesso l'apparecchio a roventare il ferro chirurgico comunemente detto bottone , ed una piastra, rasi all'ampiezza di un dodici carlini i capelli sul vertice della testa ove corrisponde la sutura coronale, in questo luogo si applica prima il bottone , fortemente roventato, a perpendicolo con stabile contegno, e sino ad approfondirlo prossimamente al pericranio, che sarà manifestato dai segni, che il demente darà di percepire una sensazione positivamente dolorosa. Ciò eseguito si fa lo stesso colla piastra, che deve impegnare il rimanente dello spazio raso dai capelli, e pervenire allo stesso sito dell'ultima impressione del primo ferro, e formare un piano eguale fra di loro. Terminata questa operazione, sulla parte usta si applica il butiro loto, o assuorgia con degli sfilati, e così si prosegue mattina e sera sino alla perfetta cicatrizzazione, che avviene dopo un mese, o forse più. Di tempo in tempo si appresta un purgante salino, che è stato sempre per me il catartico Anglicano (solfato di magnesia), per rimuovere dalle intestina dei materiali, che stazionandovi possono, come cause irritative, simpaticamente fomentare, e sostenere il disordine del sistema animale; e per nudrimento non permettere legumi, né abuso di vegetabili di qualunque natura, e pochissimo vino temperato per quanto si crede analogo ed atto alla digestione. Con questo semplice metodo senza mistero alcuno i miei dementi si sono perfettamente, e stabilmente guariti. Benché non siasi da me adoperato, che sui pochi soggetti che la posizione locale mi ha presentato, pure mi sembra talmente sicuro, che non esiterei a metterlo in pratica a pro degli infelici rinchiusi nei pubblici stabilimenti, se il saggio Governo mel permettesse. Ciò non potendo per ora verificarsi, ho creduto opportuno di comunicare le mie osservazioni ad un soggetto, che ogni riguardo merita per qualità di spirito e di cuore che lo distinguono, aspettando dal tempo la sua applicazione pel bene dell'umanità sofferente. Spero che Ella, o Signore, curando meno i miei lumi, che l'impegno di rendermi utile, troverà degno di qualche considerazione il mio esposto. E con questa lusinga, che con sensi di profondo rispetto passo a dirmi per sempre Div. Obbl. Servo, ed Amico vero. Nicolangelo Sabatini Fonte: N. Sabatini, Sulla guarigione perfetta della demenza , Manzi, Napoli 1828.

  • Novembre: paesi

    Gli scolari, seduti sull'erba sbocconcellavano la colazione e scrivevano con le matite sul diario. Le donne, in circolo, si scambiavano porzioni di cibo. Il maestro aveva acceso un sigaro e guardava col binocolo. – Guarda – disse a Luigino che gli sedeva a lato, porgendogli il binocolo – che cosa vedi lì, a nord, pel fianco di quel monte? – Un paese molto lungo. – È Poggio Sannita – precisò il maestro. – E più su? – Sulla cima del monte vedo alcune case. – Come corri! – disse ridendo il maestro. – Ma giacché ci sei arrivato sappi che lì su trovasi Capracotta, il paese più in alto del Molise, perché situato a circa 1300 metri sul livello del mare. – Brrr! Che freddo! – disse una bimba. – Ma che aria pura! Capracotta, è una stazione climatica molto frequentata dai forestieri durante l'estate. – Come ci si arriva? – Si scende alla stazione di Carovilli sulla linea ferroviaria Carpinone-Sulmona. Da Carovilli una comoda strada carrozzabile conduce a Capracotta. Carmela, prendi il binocolo e guarda più in giù, a sinistra... così. Che cosa vedi? – Un altro paese molto grande. – Agnone. Mentre gli alunni si contendevano il binocolo, il maestro riordinò alcune carte. Saziata la curiosità fece sedere tutti e disse: – Agnone è uno dei centri più importanti della nostra provincia; è stata ed è madre d'ingegni eletti e ha dato in ogni tempo eroi e martiri alla causa della indipendenza italiana. La bella cittadina va ricordata specialmente per le sue antiche industrie del bronzo, del rame, del ferro e dell'oro. Ad Agnone si fondono campane, si fabbricano utensili e attrezzi di rame e di ferro, si fanno monili d'oro molto apprezzati. Rimasta quasi staccata dai maggiori centri della provincia, perché lontana dalla ferrovia, ha visto intristire le cento botteghe , illanguidire il suo commercio; ma, per la volontà e la tenacia dei suoi figli, Agnone ha oggi la sua ferrovia, e vedrà presto le sue industrie tornate all'antico splendore. Eugenio Cirese Fonte: E. Cirese, Gente buona. Libro sussidiario per le scuole del Molise , Carabba, Lanciano 1925.

  • L'ultimo tratturo del nonno

    Da piccolo volevo tanto bene a mio nonno materno, Giangregorio Mendozzi, metalmeccanico allora pensionato a Youngstown, proveniente da una fabbrica il cui fumo tossico copriva la città giorno e notte. Prima della mia nascita, nonno abbandonò il suo lavoro faticoso per una poltrona accogliente e per piccoli sigari neri che gli davano tanto piacere. Era molto simpatico. Parlava o cantava a tutti suoi nipoti in uno zoppicante inglese con forte accento italo-molisano. Mi sedevo sul suo ginocchio ad "andare a cavallo" e mi chiamava piccirìlle . A dispetto delle ore che passavo con il mio caro nonno, non sapevo del suo passato in Italia, di quello che vi faceva o non faceva. Più avanti, arrivò il triste momento, gli 80 anni di mio nonno, in cui prendemmo atto che non poteva più vivere da solo: la sua senilità si faceva sentire mentre riaffioravano ogni volta gli episodi della sua giovinezza a Capracotta. Per di più faceva vari capricci che spaventavano la famiglia. Purtroppo, nell'abitazione del nonno c'erano il fornello a gas e un sacco di altri pericoli domestici. Perciò, si decise di non lasciarlo senza compagnia e di farlo soggiornare a turno dai suoi figli: una settimana da zia Norma, un'altra da zio Mario, e le due ultime settimane del mese da noi. Durante una triste serata soffrì un attacco di panico nel cercare in fretta il suo ciùcce , o asino, stranamente perduto. In quell'epoca abitavamo in un quartiere di case modernissime, tutte. Era difficile convincerlo che la sua bestia non si era perduta, ma che in realtà non esisteva. Inoltre credeva che a pochi metri, lì alla fine della nostra strada, sarebbe stato trovato l'amato animale smarrito. Voleva che lo cercassimo. Più tardi nella primavera dello stesso anno, me ne andai a trovare lavoro a Juneau, la capitale dell'Alaska, dove il costo della vita era altissimo ma con salari minimi. Facevo l'operaio in un panificio ma il tutto non era sufficiente per pagare l'affitto. Senza aver avuto successo in quella terra, decisi di ritornare a Youngstown. Prima di salire in aereo passai in un piccolo negozio di ricordi cento per cento fatti nell'Alaska. Questo stato degli U.S.A. è noto per gli ovini selvaggi, chiamati "Dall sheep". Parecchie volte li vidi nel loro saltare qua e là nelle montagne. Perciò mi comprai due ricche pelli fitte di lana alba da regalare alla famiglia. Ritornato a Youngstown, trovai che il nonno era già arrivato a casa nostra e si era sistemato nella mia stanza da letto. Pover'uomo, in quei tempi passava le notti nel terrore di una morte improvvisa. Di giorno camminava su e giù nei corridoi prendendo e controllandosi il polso. Quando i rassicuranti battiti venivano meno, lui diceva: «Aiuto, il polso non ci sta!». Siccome mi trovavo senza letto dovevo dormire sul divano. Dunque non restavo molto a casa più del necessario. Uscivo con i miei amici, assorto nell'egoismo dei giovani. Quindi non prestavo molta attenzione ai disagi del nonno. Il curarsi del vecchietto era faccenda degli adulti della famiglia. Però una sera, lui disteso sul mio letto con la mano al polso come sempre, vide per la prima volta le pelli da poco tirate fuori dai miei bagagli. In un attimo si tolse la mano dal polso e si animò alla vista del biancore dei due velli portati dall'Alaska. Subito si accese una scintilla insolita negli occhi. Poi articolò la parola «Capracotta» e qualche altra che non capii. Nel corso della sera, con l'aiuto di mamma mi resi conto che mio nonno faceva il pastore in Italia in un tempo lontano di cui io non ebbi idea. Insomma, in quell'anno, prima che morisse, Giangregorio Mendozzi mi regalò un tesoro: gli ondulanti tratturi verdi della sua giovinezza fitti di bianchissime pecore che belavano qua e là nell'aria fresca dell'Alto Molise. Fu proprio un'eredità. Ben Lariccia Fonte: B. Lariccia, L'ultimo tratturo del nonno , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

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