LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Italo
A sera le vacche ad una ad una rientravano pesanti per essere munte, allora Italo le indirizzava alla stalla; compiva questo rito con la facilità di chi lo fa con abitudine, ma anche con lo stesso distacco un po' flemmatico di chi per sua natura tratta le cose o l'intera esistenza con schermata distanza. Alto, asciutto, di corporatura ben proporzionata, non sembrava affatto un contadino anche quando era impegnato a scaricare balle di fieno dai cavalli o in attività egualmente faticose; solo il colorito ambrato tradiva la continua esposizione all'aria aperta nei pascoli e nei campi come un esperto pioniere, ma in ogni azione metteva un'istintiva signorilità. Italo condivideva la stessa casa, in una sorta di grande clan animato da diversi bambini liberi e chiassosi, con le famiglie dei fratelli Guido e Mario, anche loro schivi e di poche parole, e la madre Michela. Da questa realtà di tanto in tanto si astraeva: appoggiato ad un rudimentale bastone, si fermava accavallando un piede sull'altro e guardava lontano; assorto in questa posa inseguiva chissà quali pensieri. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.
- Una terra montana ricca di squisiti formaggi e siti archeologici
L'Alto Molise rappresenta sicuramente uno dei territori che meglio hanno conservato il paesaggio rurale e la cultura contadina. Siamo nella provincia di Isernia, nella zona interna del Molise, in un territorio montano appartato, solitario e sconosciuto, dove il traffico delle auto è quasi assente e il rumore di fondo è il canto degli uccelli. In questo territorio - che consigliamo di visitare in primavera, per la fresca bellezza della natura, ma anche in autunno, per i bellissimi colori del paesaggio e per la possibilità di effettuare l'acquisto dei tipici formaggi che vengono venduti proprio in questa stagione - più che altrove si sono conservate antiche tradizioni rurali, rimaste integre con il passare del tempo. La cultura contadina autentica è miracolosamente ancora viva e un sapore di antico si respira nell'aria, ma di un antico nobile, impreziosito da un artigianato ricco di echi lontani, da espressioni artistiche popolari. Basti pensare che in questa zona si producono le campane per le chiese di tutto il mondo e che l'antica tradizione degli zampognari tinge ancora i caratteri della cultura locale, sino ad evocare il fiabesco, la leggenda. Il paesaggio è il vero protagonista della scena; un paesaggio che si distende in ampie visioni di monti e colli che si susseguono in diversi profili di terre mai troppo scoscese. Qui i monti non sembrano tali, ma piuttosto delle ampie colline, o meglio dei poggi, dei colli arrotondati e talvolta distesi sulla sommità in assorti altipiani. Si ha sempre la sensazione di un territorio selvaggio, anche quando viene coltivato e non si comprende mai bene il confine tra la campagna e la natura. Qui, la protagonista è l'erba, o meglio le erbe dei monti, i fiori di campo, quelli selvatici; le erbe dei campi di fieno, i profumi intensi di una campagna rimasta intensamente bucolica. Le praterie sembrano sconfinate, i verdi cangiano in tutte le tonalità stagionali, sino a divenire gialli aranciati e bronzati nelle estati siccitose. Dove finiscono le praterie, cominciano le foreste, i boschi, i boschetti, la macchia, le fustaie e poi ancora la prateria e infine la gariga (macchie di arbusti sempreverdi intercalate a radure erbose). I vecchi frutteti, le siepi di biancospino, prugnolo o rosa canina, i piccoli campi immersi in un mare di erba, i segni dei tratturi, le piccole chiese rupestri, le antiche masserie, testimoniano di una civiltà rurale che disegna ancora il paesaggio senza contraddizioni con la natura. E tutto questo per chilometri e chilometri, senza altro a turbare lo scorrere di un paesaggio senza tempo, se non piccoli borghi o silenziose cittadine, come Agnone, San Pietro Avellana, Capracotta, Carovilli, Pietrabbondante, Vastogirardi. Eccoci nel territorio dell'antico popolo dei Sanniti Pentri Siamo nel territorio dell'antico popolo italico dei Sanniti Pentri che ci hanno lasciato diverse opere importanti, come le cinte murarie megalitiche e soprattutto il teatro di Pietrabbondante, il teatro antico più alto d'Italia, sito a più di mille metri di altitudine. Nei piccoli paesi è possibile assistere ad alcune tra le feste popolari che hanno saputo meglio mantenere una intensa autenticità, assai lontana dal folklorismo di maniera. Qui vi è ancora un popolo contadino e di pastori che vive la propria cultura istintivamente, senza la contaminazione della modernità. I piccoli centri montani, tutti compresi tra i 900 e i 1.400 metri di altitudine, sono sovente racchiusi in forme nettamente distinte dal territorio circostante. In queste terre così ricche di verdi pascoli, l'allevamento ovino e bovino ha radici storiche che si perdono nel tempo. L'Alto Molise è terra di tratturi, qui passavano infatti le antiche vie erbose attraverso le quali le greggi venivano portate dal vicino Abruzzo verso il Tavoliere della Puglia, a svernare in luoghi più ospitali e meno freddi. L'Alto Molise ha conservato anche visivamente, almeno in alcuni tratti, i segni dei tratturi. Qui passano infatti i tracciati di ben tre tratturi: Celano-Foggia, Lucera-Castel di Sangro, Pescasseroli-Candela. La cultura della prateria nell'Alto Molise non è solo transumanza, ma soprattutto allevamento bovino, all'interno di un'economia agrozootecnica basata su prodotti "poveri" ma di ottima qualità. In questo quadro si muovono figure dal sapore antico come i massari, i vaccari, i mastri casari (cascieri), i buttari: tutti personaggi che ancora è possibile incontrare in queste terre sospese nel tempo. Sono i formaggi e i tartufi le più autentiche tipicità dell'Alto Molise In un simile contesto storico e naturalistico i formaggi, soprattutto quelli vaccini, rappresentano senza dubbio la più autentica tipicità dell'Alto Molise. A cominciare dalla "stracciata di Agnone", il caciocavallo, le scamorze dell'Alto Molise, le trecce. La tecnica di base per ottenere tutti questi prodotti è quella classica della pasta filata, tradizionale anche in diverse altre aree dell'Appennino centro-meridionale, ma che qui mantiene una spiccata originalità e una tipicità conferita soprattutto dalla particolarità dei pascoli. Il latte crudo viene messo a scaldare in contenitori di rame, o caldaie di acciaio, a una temperatura di 38° C, poi vi si versa il siero acido del giorno precedente. Si aggiunge quindi il caglio di vitello lattante. Dopo circa 20 minuti si rompe la cagliata in granuli grandi quanto chicchi di mais e si lascia raffreddare il tutto per circa un'ora. La pasta è ormai pronta per essere sistemata sul tavolo spersore, tagliata e filata in acqua bollente. Dai diversi tipi di lavorazione si ottengono diversi formaggi a pasta filata. Per produrre la "stracciata" si lavora la pasta in tini di legno e con arnesi di legno, al fine di ottenere delle strisce larghe dai 3 ai 5 centimetri, che una volta salate vengono ripiegate su se stesse in pezzature da 500 grammi. La "stracciata" è ottima fresca, da consumarsi al massimo entro uno o due giorni; ma se ciò non avviene, il formaggio diventa burroso, tipo stracchino, e quindi spalmabile. Dalla pasta filata si può ottenere anche il caciocavallo, il tipico formaggio vaccino che ha la forma di una grande pera. La pasta viene inserita in un contenitore e premuta a mano, bagnata in acqua bollente. La lavorazione a mano serve a spurgare la pasta dal siero e a conferire la tipica forma che rende inconfondibile il caciocavallo. Inconfondibile è anche il sapore, tendente al dolce, con spunti aromatici che nelle versioni a lunga stagionatura arrivano sino al piccante. La scamorza ha la medesima lavorazione del caciocavallo e così pure le trecce, nate dall'abilità e dalla fantasia locali che hanno creato la tipica forma originale a forma di treccia, appunto, dove lunghe strisce di pasta filata vengono attorcigliate tra loro. Nell'area si producono anche altre tipologie di formaggio, tra cui il ben noto formaggio pecorino di Capracotta, la cui area di produzione interessa tutto l'Alto Molise. I formaggi citati possono essere acquistati nei numerosi caseifici artigianali o nelle piccole aziende agricole zootecniche, in tutti i centri del comprensorio. Carovilli, Vastogirardi e San Pietro Avellana sono famosi anche per il tartufo bianco e per quello nero, che insieme ai formaggi caratterizzano l'ottima gastronomia locale. I luoghi da visitare II centro più importante dell'Alto Molise è Agnone, che racchiude una serie di motivi di attrazione, a cominciare dal centro storico ricco di testimonianze artistiche. Le antiche case in pietra, i bei portali, le numerose chiese, il convento di Santa Chiara e il monastero di San Francesco con il bellissimo chiostro. E soprattutto ad Agnone si respira più che altrove un'aria di antico, quasi di magico. Non a caso, in questa cittadina si producono le campane per tutte le chiese del mondo. Qui ha sede infatti la Pontificia Fonderia Marinelli (consigliata una visita al museo delle campane). Agnone è anche famosa per l'artigianato e in particolare per la lavorazione del rame, dell'oro e del ferro battuto. Capracotta, a pochi chilometri di distanza, è uno dei borghi più alti dell'Appennino, sito a 1.421 metri di altitudine; qui le nevicate sono particolarmente abbondanti e il paese ha saputo creare una solida tradizione nel campo degli sport invernali. In particolare gli amanti dello sci da fondo possono trovare delle piste talmente ben curate ed attrezzate da essere state scelte come sede di uno degli appuntamenti del campionato del mondo di sci nordico. Capracotta conserva un bel centro storico con le caratteristiche case in pietra e le strade lastricate. Pietrabbondante (1.027 metri di altitudine) è un centro agricolo montano famoso soprattutto per i resti archeologici del teatro-tempio dei Sanniti Pentri che risale al II° sec. avanti Cristo. In particolare, il teatro rappresenta una perfetta sintesi tra architettura ellenistica e struttura italica. Notevoli sono i grossi sedili in pietra scolpiti nella roccia. San Pietro Avellana (960 metri di altitudine) è famoso per la raccolta e la valorizzazione del tartufo bianco (mostra, la prima domenica di novembre) e del tartufo nero (prima domenica di agosto). Vastogirardi (1.200 metri di altitudine), in splendida posizione, con vista sul gruppo montuoso delle Mainarde, conserva una solida tradizione nell'arte casearia che ci ha regalato le particolarissime "treccine", dette appunto di Vastogirardi. Qui la pasta filata viene lavorata in un modo del tutto singolare; dopo la coagulazione il formaggio viene fatto riposare in modo che possa assumere una consistenza tale da poter essere lavorato a trecce. Nel comune di Vastogirardi merita una visita anche la Riserva di Montedimezzo che tutela una bellissima foresta ad alto fusto di faggio. Della Riserva fa anche parte la foresta di Collemeluccio, nel Comune di Pietrabbondante, distante circa 20 chilometri, dove invece si può ammirare una rara foresta di abete bianco, ricordiamolo, l'unico abete autoctono (originario) dell'Italia peninsulare. E come scordare Carovilli (1.100 metri di altitudine), noto centro per la produzione del tartufo bianco, in splendida posizione tra boschi e prati verdissimi e vista panoramica sui gruppi montuosi del Matese e delle Mainarde. Da ammirare anche i casali rurali in pietra che si trovano nelle praterie circostanti; nei pressi la già citata foresta di Montedimezzo. Marco Manilla Fonte: M. Manilla, L'Alto Molise, una terra montana ricca di squisiti formaggi e siti archeologici, in «Vita in Campagna», XXIII:6, Verona, giugno 2005.
- Da Capracotta alla Germania
Correva l'inizio dell'anno 1960, quando all'ufficio di collocamento di Capracotta arrivò dalla Germania una richiesta di manodopera. Questo, in base ai contratti di reclutamento di manodopera previsti tra l'Italia e la Germania dall'accordo del 1955. Gli iscritti alle liste dei disoccupati vennero avvertiti dell'offerta di lavoro, al ché cinque di essi decisero di accettarla facendo quindi domanda. Dopo qualche settimana ai cinque arrivò l'invito di presentarsi a Verona per sottoporsi ad una visita medica. In quella città, infatti, c'era la sede della commissione tedesca istituita appositamente per accertare lo stato di salute delle persone interessate ad emigrare in Germania. Va ricordato che allora non esisteva la libera circolazione dei lavoratori come la conosciamo oggi. Per poter arrivare in Germania gli interessati dovevano sottoporsi ad una visita che, visto come veniva espletata, era da considerare al limite della violazione della dignità umana. Solo chi era sano al 100% passava; gli altri venivano rimandati a casa. Ed era proprio questa la paura di tante persone, cioè quella di non superare la visita e quindi vedersi rispediti al mittente, il che comportava la perdita di denaro, che allora non c'era, per le spese necessarie ad affrontare il viaggio per Verona. I primi cinque capracottesi partirono l'11 Aprile del 1960 e si chiamavano: Pasquale Carnevale, Nicola Colangelo, Enrico Di Ianni, Donato Pollice e Giovanni Potena. Arrivati a Verona tutti e cinque superarono le visite mediche. Quattro di essi, caricati su un treno, furono mandati a lavorare in una cava di pietre nei paraggi di Baden Baden, al sud della Germania. Mentre il quinto, Enrico Di Ianni, approdò nei pressi di Stoccarda, in una fabbrica di legno compensato. Arrivati a destinazione, i quattro vennero sistemati in una baracca senza né bagno e né acqua. E lì rimasero, qualcuno per soli otto mesi, fino cioè alla scadenza del contratto. Qualcun altro, dopo il ritorno a Capracotta per le festività natalizie, la primavera successiva tornò di nuovo a lavorare in quel luogo per rimanerci ancora qualche anno. Quelli che non tornarono a lavorare nella cava di pietre, al ritorno in Germania si cercarono un altro lavoro e vi rimasero a lungo. Uno di essi, Donato Pollice, che come tutti gli altri voleva restare in Germania solo per pochi anni, continua a vivere ancora lì, assieme alla moglie ed ai figli che lo raggiunsero nel 1966. Infatti, il sogno di queste persone era quello di tornare in Italia non appena messi da parte i soldi necessari per comprare una casa nuova, magari non a Capracotta da cui tutti scappavano in quegli anni, ma in una città dove i figli potevano fare una vita diversa da quella che loro avevano conosciuto. Tuttavia, ben presto si dovettero rendere conto che l'emigrazione non era un capriccio, ma una mano forte e pesante capace di piegare il destino delle persone. Questi emigrati hanno svolto le mansioni più basse ed i lavori più duri, sempre accettate per necessità ma anche in cambio di certezze contrattuali e retributive quasi sconosciute negli ambienti sociali e lavorativi da cui erano partiti. Le condizioni di vita della prima generazione ha poi condizionato quelle delle successive generazioni a causa del rigido sistema scolastico e formativo tedesco che, per l'alto tasso di selettività che esprime, tende a riprodurre i ruoli sociali di partenza. Il basso grado di integrazione degli immigrati italiani in Germania rispetto ai ruoli sociali che sono stati loro riconosciuti pur nella fase di sensibile evoluzione e sviluppo che ha caratterizzato la storia recente di questo paese, trova, secondo me, in sostanza due risposte ragionevoli: prima di tutto, ha funzionato il grande scambio tra buoni salari, buona attesa pensionistica e buoni servizi sociali da un lato ed accettazione di mansioni e ruoli di rango non elevato dall’altro. In più, la permanenza in Germania da parte dei nostri emigrati è stata concepita e vissuta come una presenza temporanea, in vista di un auspicabile ritorno in patria. Ma la presenza temporanea, via facendo, si è trasformata in insediamento stabile ed in molti casi definitivo per l'affiorare di elementi che non erano compresi nell'iniziale progetto di vita, e che solo con il tempo vi sono entrati in maniera preponderante. Il radicarsi dei figli e dei nipoti; l'investimento dei risparmi in terra tedesca, in particolare nelle case; la convinzione, con l'avanzare dell'età, di non poter fare a meno della qualità dei servizi sanitari e sociali, che ancora non trova adeguato riscontro in Italia, soprattutto nelle regioni meridionali. Nell'anonimato democratico e civile degli italiani in Germania, al quale evidentemente non sfuggono né i molisani, né i pochi capracottesi rimasti, vi è dunque un duplice segno che va pazientemente decifrato. Da un lato vi è un segnale di progresso sociale, cioè di lavoratori stabilizzati che sentono meno il morso del bisogno e della tutela o che ad un certo punto del loro percorso lasciano un'occupazione dipendente e si avviano verso un'attività in proprio. Dall'altro una rivelazione assai preoccupante di un'esclusione sociale ancora forte e di una conseguente ricaduta in aree di marginalità indistinta, dove è difficile recuperare una pratica attiva dei diritti in collaborazione con soggetti sindacali e politici. A questo punto tengo a precisare che non è mia intenzione mettere in cattiva luce gli italiani che vivono in Germania, ma cerco di descrivere la loro reale situazione che vede, come accennavo prima, anche degli esempi positivi. Certo è che la colpa, se di colpa si può parlare, di questa difficile situazione, non va attribuita solamente agli stessi italiani, ma soprattutto al Paese ospitante. Perché, nonostante la Germania fosse una storica terra di immigrazione, è mancata, da parte dei governi succedutisi nel tempo, la volontà di attuare concrete politiche di integrazione sociale dei lavoratori stranieri. Questi, infatti, pur essendo, grazie anche all'impegno del Sindacato, sempre stati integrati dal punto di vista lavorativo, poiché indispensabili a sostenere il boom economico tedesco, non hanno mai beneficiato di interventi volti a garantire il loro inserimento nella collettività (vedi ad esempio la mancanza di adeguate politiche scolastiche). Per anni il Sindacato, che mi onoro di rappresentare, si è battuto affinché venisse varata una legge di tutela e integrazione per i lavoratori stranieri, ma solo negli ultimi anni il Governo tedesco ha varato una legge che dà un minimo di garanzie sociali (ad esempio corsi di lingua per i lavoratori stranieri). Un'ultima osservazione vorrei farla sui molisani. In Germania è difficile trovarli, sia perché sono dispersi in grandi aree, sia perché non si sono aggregati nei modi usuali degli altri emigrati, vale a dire in associazioni paesane e regionali. Per motivarli verso il Molise occorre prima individuarli e realizzare una possibilità di colloquio. Tuttavia, per farlo bisognerebbe avere un progetto serio e strumenti adeguati, forniti dall'iniziativa degli enti pubblici. Ma dov'è tutto questo? Giovanni Pollice Fonte: G. Pollice, Da Capracotta alla Germania: uomini in cerca di fortuna, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.
- Padre Marcello e il centerbe
I protagonisti di questa storia sono padre Marcello da Campozillone, al secolo Enrico Lepore, e padre Luciano De Paola da Capracotta, entrambi transitati tra il 9 settembre 1961 e il 30 giugno 1966 nel Convento dei frati minori cappuccini di Isernia. La loro vita monacale - e l'amicizia che li legava - li ha soprattutto avvinti a una delle figure più carismatiche del francescanesimo moderno, quella di san Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione (1887-1968), quando i due frati oravano e predicavano tra le mura del Convento di S. Giovanni Rotondo, con padre Marcello e padre Luciano che si occupavano principalmente di regolare l'ordine delle (innumerevoli) confessioni con Padre Pio. Di san Pio, oltre ai miracoli e ai prodigi compiuti, si raccontano centinaia di aneddoti, tutti molto divertenti. E uno di questi coinvolse proprio il casertano padre Marcello e il capracottese padre Luciano. Padre Marcellino Iasenzaniro, biografo di Padre Pio, racconta nel suo libro che questi, «nel partecipare al momento conviviale, stava attento a quanto avveniva o si diceva a refettorio». In un freddo pomeriggio d'inverno padre Luciano e padre Marcello, allora giovani sacerdoti alle prime armi, per allentare la tensione del lavoro che svolgevano intorno al venerabile Pio, decisero di compiere un'escursione sui monti garganici che sovrastano il convento. L'aria era particolarmente gelida e, per riscaldarsi, i due fraticelli pensarono bene di portarsi dietro una fiaschetta di centerbe, un liquore abruzzese ad alta gradazione alcolica, pari a circa 70 gradi. Salendo sulla montagna, assaggiavano di tanto in tanto un sorso del micidiale distillato. Il giorno dopo ognuno riprese il proprio lavoro, con padre Marcello a mettere ordine al confessionale delle donne, «che quella mattina sembrano particolarmente irrequiete, tanto che è costretto ad alzare sovente la voce, per ridurre alla calma le più vivaci». A mezzogiorno tutti a mensa. Padre Marcello, nell'assaggiare le pietanze, si accorse che la sua lingua era diventata insensibile ai sapori, per via del centerbe tracannato il giorno prima. Forse era ancora un pochino ebbro e a padre Luciano - che mangiava di fronte a lui, all'altro capo del refettorio - alludendo al liquore, gridò: – Sento la lingua come bruciata. A quel punto intervenne Padre Pio, seduto al centro: – È perché stamattina hai parlato troppo al confessionale! Padre Marcello, che di solito aveva la battuta facile, decise di non replicare, perché se avesse tirato in ballo la storia del centerbe avrebbe di sicuro "avuto il resto" dal corrosivo Padre Pio! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. S. Calò Mariani e P. Corsi, Foggia medievale, Grenzi, Foggia 1997; A. Dalla Serra, Memorie storiche dei cappuccini della provincia di Sant'Angelo, a cura di A. da Ripabottoni, Curia Provinciale dei Cappuccini, Foggia 1988; M. Iasenzaniro, Padre Pio: profilo di un santo, vol. II, Padre Pio da Pietrelcina, S. Giovanni Rotondo 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Uno xenodochio a Capracotta
In via Arco a Capracotta, allo spigolo di un fabbricato, rimane a vista una lapide apparentemente incomprensibile, non solo perché è in latino, ma anche perché segnala qualcosa che non esiste più. Si tratta di una pietra rettangolare, limitata da una cornice piuttosto semplice e di grandezza non particolare, dalla quale si ricava con un po' di fatica questa epigrafe: XENODOCHIUM HOC VETVSTA TE MAIORVMQUE INCVRIA PENITVS DEMOLITVM ANNO ITERO 1720 ET 1721 A FVNDAMENTIS REÆDI FICATVM FVIT EX LEGATO R.D. PHI LIPPO BARDARO ET NONNVLLORVM PIETATE Questa pietra non sfuggì a Luigi Campanelli che ne parlò nelle sue memorie sul territorio di Capracotta. Egli annotava, peraltro, che l'area vicina veniva definita con il toponimo di Ospedale. Quest'ultima notazione forse ci aiuta a capire qualcosa che oggi non esiste più, ma che una lapide ci costringe a ricordare. Il termine "ospedale" si riferisce ad una struttura che ha la funzione specifica di accogliere ed assistere persone che si trovano in un particolare stato fisico. Non pensiamo ai moderni nosocomi. Nel Medioevo gli ospedali erano edifici di grande semplicità destinati ad una accoglienza molto sommaria. Quasi sempre non più di uno stanzone dove poteva essere accolta, anche in promiscuità, una persona che aveva bisogno di cure che privatamente non era in grado di farsi fare. Una particolare attenzione a tal tipo di assistenza appartenne a congregazioni laicali che nel regno di Napoli si diffusero al tempo di Roberto d'Angiò con il proliferare delle congreghe dedicate all'Ave Gratia Plena. Lo xenodochio, invece, pare avesse avuto la funzione più specifica di accogliere gente di passaggio. Coloro che genericamente definiamo pellegrini, ma che potevano essere anche semplicemente viaggiatori con interessi religiosi. Insomma una sorta di taverna che però rientrava in una gestione in qualche modo regolata dalle organizzazioni della chiesa. Nell'Alto Medioevo lo xenodochio diventa anche una parte del monastero. Un ambiente collegato, ma esterno al monastero, realizzato in maniera che potesse essere utilizzato autonomamente senza disturbare la vita del cenobio, pur godendo dell'assistenza dei monaci. Ad esempio nel 742 nei pressi di Montecassino esisteva un S. Benedetto ad Caballum nelle cui pertinenze era uno xenodochio. Dovrebbe essere la più antica attestazione della esistenza nell'area cassinese di una struttura destinata ad ospitare i pellegrini. Siamo nell'epoca immediatamente precedente il concilio di Nicea II (787) che dette particolare importanza alla necessità che le chiese possedessero reliquie di santi favorendo ed istituzionalizzando, in fin dei conti, un traffico di ossa dall'Oriente all'Occidente. Non sappiamo quasi nulla del loro funzionamento e come venisse ripagata l'assistenza che veniva assicurata, che aveva sicuramente un costo. Lo xenodochio, dunque, pur essendo espressione dell'organizzazione religiosa non aveva il carattere del monastero, quanto piuttosto del luogo di accoglienza occasionale. Anche per i monaci. Si pensi allo xenodochio che nell'XI secolo la comunità di Montecassino aveva in proprietà a S. Michele sul Gargano, proprio per assicurare una decorosa accoglienza ai monaci che da Montecassino si recavano nel santuario. La piccola pietra di Capracotta, ricorda dunque che tra il 1720 e l'anno seguente fu demolito l'antico xenodochio e ne fu realizzato uno nuovo. La demolizione del vecchio fu determinata da incuria. Quindi è da presumere che da molto tempo esso non venisse usato. Ovviamente nulla sappiamo della sua forma e della sua consistenza, anche perché non abbiamo manco conoscenza dell'edificio ricostruito. Neppure riusciamo a capire quanto sia stato speso per la ricostruzione che fu finanziata con un cosiddetto "legato" (ovvero per disposizione testamentaria) di Filippo Bardaro e con la generica "pietate nonnullorum", cioè con il contributo volontario di "qualcuno". Possiamo ritenere, però, che la sopravvivenza nella lapide del termine xenodochio, che appartiene alla tradizione altomedioevale, sia un indizio per immaginare che a Capracotta un edificio destinato all'ospitalità e collocato subito fuori della cinta muraria più antica, esistesse, come si suol dire quando non si hanno elementi certi, da tempo immemorabile. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/, 7 settembre 2012.
- Così 4 milioni di italiani taroccano la villeggiatura
Fa impressione, ma soprattutto tristezza, apprendere (fonte: il mensile Focus) che in questo momento circa 4 milioni di italiani stanno fingendo di essere in vacanza in posti esclusivi, ma in realtà sono tappati in casa o - nella migliore delle ipotesi - stanno trascorrendo la villeggiatura in posti tanto modesti da vergognarsi di documentarli sulle proprie pagine Facebook. Esempio: uno è in ferie a Capracotta (semi-ridente paesino montano in provincia di Isernia) ma sui social invia selfie dalla spiaggia di Villasimius (paradiso sardo per ricconi). Ma i furbetti dell'autoscatto possono fare ben altro: devi accontentarti di ballare in un dancing di paese? ok, ma puoi sempre mettere in rete un'immagine (costruita) che ti immortala davanti al Billionaire; il vip più famoso che hai conosciuto è Giggi il bagnino o Nando il barista? va beh, però sul web nessuno ti impedisce di photoshopparti con Fabrizio Corona (ammesso e non concesso che «Furbizio» sia meglio di Giggi o Nando); ogni giorno mangi pane e frittata sulla spiaggia libera? niente paura, le applicazioni in grado di teletrasportarti ai tavoli del ristorante Cracco sono abbondanti ed economiche (l'opposto cioè dei piatti serviti da Cracco); la tua unica conquista è stata la cameriera (o il cameriere) della pensione dove hai prenotato una vacanza «tutto compreso» (bevande escluse)? tranquillo, usando la app di cui sopra puoi farti baciare da Belen (se sei un lui) o da Iannone (se sei una lei), o viceversa se sessualmente sei di larghe vedute. Insomma, il mondo dei bluffatori del Ferragosto a cinque stelle regala sempre e comunque orizzonti di infinito squallore infinito. Tutto perché «la verità ti fa male, lo so», come cantava Caterina Caselli, che - giustamente - non voleva essere giudicata da nessuno. Idem per i poveretti delle vacanze del «vorrei, ma non posso», decisi tuttavia a fare un «figurone» con gli amici. In che modo? Trasformandosi in sfacciati turisti tecno-simulatori. Gente che alla fatidica domanda «Dove sei stato in ferie?», non si rassegna a rispondere con un realistico «Albergo Mariuccia, a Capracotta», ma preferisce millantare un fantasmagorico «Hotel Residence Cormoran, a Villasimius». Ma gli «amici», che sotto sotto sono carogne, ti chiederanno di tirare fuori le «prove». E qui nascono i problemi. Tutt'altro che insormontabili. Per evitare di essere scoperti basta infatti procurarsi virtualmente il kit completo del villeggiante-falsario. Nulla di illegale e, per giunta, gratis. Garantito il trasferimento nel paradiso turistico, anche se ti trovi nell'inferno della località più sfigata del mondo. A questo punto cerchiamo qualcosa delle app magiche a misura di (falsi) vip estivi. Roba ideale per Napalm51, il mitico «leone da tastiera» inventato da Crozza: uno che non abbandonerebbe la sua sedia di web-odiatore per nessuna sdraio al mondo. Lui, le ferie, non le prende. Al limite se le inventa. Come quei quattro milioni di connazionali, abituati a navigare su internet esclusivamente per far emergere il proprio ego. Insomma, un popolo di repressi che, per dare un senso al «se stesso estivo», millanta ferie da favola, utilizzando ad esempio l'applicazione Fake Gps «che modifica la vostra posizione su Google Maps, rendendola condivisibile sui social». Trucco ben noto ai tanti professionisti del ritocco col selfie scam che «consente di scaricare, come sfondo per gli autoscatti, scenari di rinomate località». Obiettivo: «Mettere in rete selfie di vacanze finte, spacciandole per vere». Con tanto di vip (inventati pure quelli) applicati con lo sputo del photoshop a fianco al vostro faccione inspiegabilmente sorridente. Per concretizzare l'operazione rivolgetevi con fiducia all'apposito sito PhotoWithMe, che mette a disposizione una lunga serie di immagini di gente famosa in ogni settore dello scibile umano da inserire nell'autoscatto modello-celebrity. Il tutto da mixare con l'applicazione che consente di scaricare lo scenario preferito direttamente da Google Street View. Risultato? «Apparire (senza essere) in resort extralusso, ristoranti costosissimi, discoteche alla moda e spiagge da incanto». «Chi vuole condividere scatti in località da sogno – spiegano gli esperti del settore – ha a disposizione una miriade di app che consentono di inserire lo sfondo panoramico che preferiamo sul nostro selfie. Le più utilizzate sono le app Fake Gps e Fake My Location che permette di raggiungere le località vacanziere più remote rimanendo stesi sul divano di casa». Il tocco di classe per disattivare i sospetti degli amici più diffidenti? «Falsificare anche la nostra posizione su Google Maps». E a quel punto anche i più incalliti malpensanti dovranno arrendersi all'«evidenza». A operazione compiuta, avrete però il problema di non poter più uscire di casa per non rischiare di essere smascherati. E allora niente di meglio che rivedervi il film "Mari del Sud". Ricordiamo la trama: Alberto (Diego Abatantuono) è un consulente finanziario in procinto di andare in vacanza ai Tropici con la moglie e la figlia, quando scopre di non avere più un euro. Per non perdere la faccia davanti a colleghi e vicini di casa, insieme alla sua famiglia si chiude nella cantina della propria abitazione, facendo credere a tutti di essere partito. La necessità di non farsi trovare da nessuno, insieme alla possibilità di osservare le vite dei vicini in loro assenza, dà origine a numerose situazioni comiche all'interno del film. Questo ciò che accade «all'interno del film»; all'interno della realtà, invece, c'è solo la certezza di ritrovarsi in una situazione patetica. Ma ognuno è libero di mortificarsi come vuole. Basta esserne coscienti. Nino Materi Fonte: N. Materi, Così 4 milioni di italiani taroccano la villeggiatura, in «Il Giornale», Milano, 23 luglio 2018.
- Caproni a Capracotta
Per lei voglio rime chiare, usuali: in -are. Rime magari vietate, ma aperte: ventilate. Rime coi suoni fini (di mare) dei suoi orecchini. O che abbiano, coralline, le tinte delle sue collanine. Rime che a distanza (Annina era così schietta) conservino l'eleganza povera, ma altrettanto netta. Rime che non siano labili, anche se orecchiabili. Rime non crepuscolari, ma verdi, elementari. (G. Caproni, "Per lei", 1959) La bella cantante napoletana, che è stata invitata a Capracotta per la festa "Mari e Monti", dopo essersi esibita in alcune canzoni anni '70, è venuta a mangiare al nostro tavolo accanto a due simpatici e socievoli signori che poi ho scoperto essere i suoi genitori. A questo trio dagli occhi luminosi ho decantato le bellezze di Capracotta, il fascino di questo paesaggio, che irretisce paesani e villeggianti. Montagne a perdita d'occhio che cambiano forma e grandezza a seconda dei punti di osservazione e della distanza e che col variare della luce assumono velature di colore continuamente diverse. Non solo il paesaggio ho elogiato ma anche quella autenticità, ormai merce rara, che rimanda la gente di questo paese. Persone con salde radici, abituate alla fatica, con tanta voglia di fare e di raccontarsi. Gli sguardi degli abitanti, forse perché fin dai tempi antichi si sono spinti lontani, sono aperti al nuovo. I capracottesi sono stati infatti abituati con la transumanza ad incontrare altri popoli, altre abitudini e altri valori e, in tempi più recenti, con l’emigrazione hanno attraversato oceani e continenti. Per me Capracotta è come un'isola che ti avvolge interamente con il cielo e le montagne e non vorresti più andare via. Dalla terrazza della chiesetta di S. Lucia, sulle pendici del Montecampo, l'emozione è tale che non ti chiedi più nulla perché sei tutt'uno con il paesaggio. Capracotta ti regala la protezione delle sue montagne e quando scendi a valle ti volti a rimirare il suo bel verde condito dalle pale eoliche che sembrano grandi uccelli e ben presto la nostalgia si fa struggente. Al termine del mio racconto i miei occasionali compagni di tavolo erano così tanto entusiasti che la madre della cantante ha esclamato: – Vendiamo la casa di Roccaraso e compriamola qui. Un'altra caratteristica dei capracottesi è quella di aver incoraggiato i figli a studiare, anche a prezzo di molti sacrifici. Come mi ha raccontato un teologo nato a Capracotta, ma presto inurbato a Roma, di questi almeno un migliaio hanno conseguito la laurea e alcuni hanno anche raggiunto posizioni ragguardevoli in Italia e nel mondo intero. Carolina, maestra di ricamo, mi ha raccontato che i suoi figli e i suoi fratelli sono tutti professori, mentre a Lei - donna - non è stato permesso di studiare. Ciò nonostante ha l'aria di essere una intellettuale e mi ha chiesto di dedicarLe la poesia "La ricamatrice" di Giorgio Caproni. Quest'anno infatti per il 2° ciclo di "Donne e Poesia" avevo scelto come tema "Caproni a Capracotta" ed ho letto in pubblico una serie di poesie tratte dalla raccolta "Il seme del piangere" dedicate dal poeta alla madre. Prima di iniziare la poesia "La ricamatrice" ho guardato intorno per cercare la signora Carolina e pur non vedendola, pensando che magari stesse nascosta in qualche anfratto… le ho dedicato ugualmente la poesia a voce alta… Nel sole era il cantare candido, d'un canarino. Vedevi il capo chino (e acre) strappare la gugliata nuova, per ricominciare. (G. Caproni, "La ricamatrice", 1959) Ma Carolina, maestra di ricamo, non era proprio venuta, confermando così quello spirito un po' da monelli, più volte da me riscontrato tra i capracottesi di ogni età. Restando nel tema della monelleria, un altro tipico personaggio è Natalino un ex-elettricista che, alle porte di Capracotta, ha costruito da sé una casa-laboratorio esclusivamente con materiali di riciclo e un sistema acustico e di illuminazione eco-compatibile. Un pomeriggio siamo andati a trovarlo e ci ha accolto con canzoni anni '70 insieme a pane, formaggio e a un "goto de vin" che io e la mia amica padovana non ci siamo lasciate scappare. All'ingresso di questo regno fai-da-te (cucina, focolare, cantina, sala da pranzo, ripostiglio e veranda) campeggia una frase curiosa e ironica: "Qui abita nessuno". Giusi Anna Salmaso Fonte: http://www.vivereconcura.it/, agosto 2010.
- Il Paesello
L'uomo lascia il Paesello, ma mai il Paesello lascia l'uomo. L'uomo porta sempre con sé una parte del Paesello, il ricordo di quei prati, quella piazzetta, quel panorama, tutto gli rimane vivo nella mente, inciso nel cuore, ed ivi rimane una parte di quella casetta, la scuola elementare, la chiesetta e i luoghi ove si sono trascorsi i più bei giorni della vita, la fanciullezza, il sacro luogo ove riposano e sorvegliano i suoi antenati. Vi sono eredità nella vita che invecchiano ma non si cancellano. L'uomo emigra in lontani continenti ma il cuore, lo sguardo, rimangono sempre sul paesetto; s'incammina per le vie di Londra, si intrattiene nei caffè di Parigi, si perde tra i grattacieli di New York, si incanta nei misteri d'Oriente, ma è il Paesello che domina il pensiero, lo sguardo. L'uomo lascia il Paesello per una nuova dimora, una nuova vita e diviene il Magistrato, il Diplomatico, il Mago Industriale ma in sé è sempre quel ragazzetto del Paesello. Il Paesello, sia una città, sia una borgata con due casette e una sola via, ma, piccolo o grande, sono le memorie della fanciullezza che ne fanno una metropoli, un po' di quella fanciullezza avvolta nella storia di ieri. Il gioco del pallone, la gita in campagna, i primi giorni di scuola, la vendemmia, la prima comunione, la ragazza a cui avevi rubato il primo bacio, la chiamata alle armi, tutto è parte del Paesello, parte dell'uomo, malgrado la grandezza, malgrado i titoli e gli onori acquistati. Vi è sempre quella nostalgia che lo induce al ritorno, a incamminarsi per la via di ieri ove il cuore rinasce e il corpo ringiovanisce. Il Paesello è un nido di memorie ove i sogni si realizzano, le riunioni di famiglia, il ritorno dello zio d'America, il battesimo del neonato, il matrimonio della cugina, i canti folcloristici. L'uomo ritorna al Paesello e lo trova cambiato: nuova generazione, nuova vita, nuova dimensione, cerca i vecchi amici, si incammina per la via di ieri e osserva, il passato ritorna, nulla è cambiato e lì l'albero di ciliegie che spesso rubava, il balcone della ragazza del primo bacio, la montagna che adesso sembra una collina, tutto sembra piccolo oggi nel Paesello, ma piccolo è il mondo, gli anni comandano cambiamenti e ci recano nuovi valori, nuova vita, ma il Paesello, malgrado che esista solo nella memoria, è il luogo più bello, il luogo più grande che esista. Il Paesello. John Paglione (trad. di Fernando Di Nucci) Fonte: J. Paglione, Il Paesello, in «Voria», I:0, Capracotta, aprile 2007.
- Massoni del "Verrino Trionfante" in via Falconi
Vi ho già raccontato della lunga permanenza, tra il 1821 e il 1824, del carbonaro Salvatore Pitocco a Capracotta (qui) e dell'arresto del brigante Giovanni Wolff, il 21 ottobre 1864, nelle campagne di Macchia (qui). Quelle sono due pagine relativamente importanti nella storia della nostra cittadina sulle quali ho tentato di far luce. Oggi voglio aggiungere un nuovo tassello a quegli studi, sperando di allargare i margini della ricerca sulla massoneria e la carboneria capracottesi, sul brigantaggio e la Reazione, sui moti liberali e l'Unità d'Italia. Due sono stati gli studiosi nostrani che, a un secolo di distanza l'uno dall'altro, hanno affrontato questi temi in modo organico e approfondito: Oreste Conti con "I moti del 1860 a Capracotta" (1911) e Alfonso Battista con "Capracotta e l'Unità d'Italia" (2011), a cui si aggiunga la monografia sulla "Identità molisana e Unità d'Italia" (2012) curata dalla Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino" della Diocesi di Trivento, diretta dal nostro don Alberto Conti. Oreste Conti ci informa che, prima del 1841, «a Capracotta si era costituita una società segreta improntata e animata dal verbo massonico. Ne fu subito duce, o presto divenne, il reverendo D. Michelangelo Campanelli, avendo a compagni fondatori D. Gaetano e D. Amatonicola Conti, D. Francesco e D. Bernardo Falconi». Il nome della società rimandava "Al Verrino Trionfante", in una mistura di idee rivoluzionarie e identità rusticale che non mancherà di generare qualche sorriso in chi legge. Le riunioni del gruppo massonico avvenivano alla Casa della Madonna, l'ex asilo infantile di Capracotta, e dopo il 1859 ebbero luogo in casa di Filippo Falconi, futuro grande benefattore del popolo capracottese. Chi scrive è convinto che la massoneria (e la carboneria) abbiano svolto un ruolo fondamentale e positivo nello sviluppo culturale, ideologico e spirituale d'Italia, propagando i semi del liberalismo e della democrazia. Soprattutto nel Mezzogiorno, la loro segretezza era dovuta al persistere di un potere arcaico e feudalistico che non permetteva pubblicità a idee che minavano la struttura cristallizzata della società. Tornando ai nostri giorni, spero che molti di Voi avranno notato, al civico 14 di via Nicola Falconi (poco prima della scalinata di via Sannio), un singolare fregio sul portale di quel bel palazzotto in pietra. Il fregio riporta chiaramente un compasso - indiscutibile effige massonica, segno dello spirito, dell'astrazione e dell'intraprendenza personale -, le iniziali D. V., la data del 1893 e diversi altri elementi che cercherò di decifrare. Ma com'è possibile che un massone abbia fatto scolpire il compasso sulla chiave di volta del proprio portone di casa, mettendo in pericolo la società segreta cui apparteneva? Chi potrebbe essere quel D. V.? E che voglion dire gli altri segni presenti assieme al compasso? Al primo quesito rispondo grazie alla data stessa: nel 1893, data di edificazione del palazzo, erano probabilmente venuti meno i presupposti della segretezza. Il Regno d'Italia era ormai un dato di fatto e il proprietario dell'edificio forse voleva rivendicare con orgoglio i propri trascorsi nella massoniera capracottese del Verrino Trionfante. Per quanto riguarda le iniziali del nome, è difficile scoprire chi abitasse in quella casa oltre 120 anni fa. Dalle interviste effettuate sono riuscito a risalire al nome di Donato Vizzoca (forse il figlio di Florindo, che prese parte agli scontri capracottesi del 1860?), colui che certamente costruì l'edificio ma che non ne era proprietario. Ciò significa che o Vizzoca utilizzava il compasso come stemma della propria impresa edile (ma allora dovremmo trovarne altri in paese) oppure gli fu commissionato da chi abitava lì. Per quanto concerne gli altri simboli presenti assieme al compasso, posso ipotizzare che si tratti di una squadra (a sinistra) e di una piuma (a destra): la prima vuole simboleggiare la misurazione della realtà oggettiva; la seconda è la metafora dell'anima massonica, poiché «libertà, uguaglianza, rispetto, rendono il cuore del massone leggero come una piuma». Infine le foglie: nel simbolismo massonico troviamo spesso quelle di acacia, a rappresentare la speranza e la continuazione della vita dopo la morte, legate al mito di Hiram, l'architetto del Tempio di Gerusalemme. Credo che i massoni della loggia del Verrino Trionfante abbiano invece sostituito l'acacia con qualche arbusto prettamente capracottese, ad esempio il biancospino o, più ragionevolmente, l'agrifoglio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Battista, Capracotta e l'Unità d'Italia. Autointervista immaginaria, One Group, L'Aquila 2011; O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911; A. G. Mackey, Lessico massonico. Vocaboli, simboli, riti, significati e regole, Atanor, Roma 2018; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Scuola di formazione all'impegno sociale e politico "Paolo Borsellino", Identità molisana e Unità d'Italia: frammenti di storia, Gemmagraf 2007, Roma 2012.
- 40 anni fa i primi inning in terra tarantina
È forse un adagio un po' troppo utilizzato ma rimane pur sempre vero che, da un punto di vista sportivo, nelle bocche della maggior parte dei tarantini c'è spazio solo per masticare il calcio. È vero oggi ed era sicuramente vero 40 anni fa. E d'altronde non poteva essere altrimenti, se si considera che il 31 ottobre 1976, in un Novara-Taranto di Serie B, faceva il suo debutto con la maglia rossoblù il bomber di Capracotta, Erasmo Iacovone. La città dei Due Mari si preparava insomma, proprio 40 anni fa, a vivere il suo breve, intenso e in una certa misura drammatico biennio di glorie calcistiche, quello di cui tutti i padri tarantini raccontano inorgogliti e commossi ai propri figli. Ai successi del mondo del pallone faceva coro un rimarchevole impegno da parte dell'amministrazione comunale di allora nel campo dell'edilizia sportiva, di cui non si sottovalutava l'importanza sociale. Come sottolinea lo storico Giuseppe Stea, «delle attuali strutture sportive pubbliche, l'80% fu progettato e realizzato dal 1976 al 1983», a testimonianza di una grande attenzione per la creazione di spazi comunitari per la pratica sportiva in ogni quartiere. Non è allora forse un caso che, pur nel monopolio calcistico sulla nostra città, proprio alla data 17 ottobre 1976 risalga la prima partita ufficiale di baseball giocata a Taranto. In quella domenica autunnale di quaranta anni fa, la neonata formazione jonica della A.S. Baseball Mitem Sud ospitò al Salinella B la più esperta compagine salentina del GBC Cus Lecce, in un incontro valevole per la seconda giornata della 1° Coppa C.A.B.S. Mar Vin, un torneo di preparazione alla serie C organizzato dal CONI e dalla FIBS in Puglia. Sono questi i dati che emergono dall'archivio raccolto in questi anni, con cura certosina, da Antonio Maggio, presidente dell'attuale rappresentativa jonica di baseball, i Tritons Taranto, e dai ricordi di alcuni pionieri del Batti&Corri locale, come Piero Romano o Mimmo Galasso. Attraverso una serie di trafiletti di secondaria importanza su testate quali "Il Corriere del Giorno" e "La Gazzetta del Mezzogiorno", si riconosce, talvolta nitidamente, talvolta lacunosamente, l'attività in quegli anni di un fervente movimento in rapida crescita. Quella A.S. Baseball Mitem Sud si era costituita, con tanto di presentazione alla stampa in un bar del Borgo, in data 29 giugno. Lo sponsor, in una città come la nostra, non poteva che essere una ditta dell'indotto dell'Italsider, e il presidente e finanziatore della nuova impresa sportiva, il commendatore Angelo Guarini, fu in parte spinto a caricarsi di quell'onere dall'affetto verso suo figlio, appassionatosi allo sport nazionale americano. Si potrebbe quindi pensare che il baseball a Taranto fosse nato come frutto di un isolato atto di mecenatismo interessato. Niente di più falso. Veniamo infatti a sapere da Mimmo Galasso, storico lanciatore tarantino e negli anni '90 dirigente dei Maran 74, che, nei due anni precedenti alla nascita della Mitem, ben quattro squadre di baseball, più o meno amatoriali per organizzazione, erano attive nel nostro territorio. Queste usavano sfidarsi tra loro in partite stracittadine su campi di fortuna, tra i quali lo spiazzo antistante la palestra Ricciardi rimaneva il preferito. La Mitem stessa nacque dalle ceneri di una di queste formazioni, la Leader Taranto. Volendo andare ancora più indietro nel tempo, il baseball era approdato per la prima volta a Taranto, come in tante altre realtà italiane, insieme alle truppe alleate alla fine del secondo conflitto mondiale. Nella città du spezzijedde (una versione locale del gioco della lippa, imparentato questo a sua volta con gli antenati angloamericani del baseball) però, lo sport americano per eccellenza sembra aver attecchito su un’iniziativa tutta locale. Fu infatti il cestista Passariello, ammaliato dal fascino della disciplina, a coinvolgere alla metà degli anni '70 i primi ragazzi della periferia tarantina alla pratica di questo nuovo sport. L'entusiasmo per la novità e la bellezza del gioco fecero il resto: si stima che, entro il 1976, una quarantina di ragazzi avessero già indossato un guantone e lanciato la palla con le cuciture. Alcuni tra questi riuscirono appunto a coinvolgere l'imprenditore Guarini, il quale nel settembre 1976 si dichiarava impressionato dalla loro fame di sport: «Guardando questi ragazzi non me la sentii di dire loro di no [...] si tratta di ragazzi veramente in gamba, volenterosissimi». A quella prima Mitem Sud, che trovava in un tarantino purosangue come Piero Romano uno dei propri giocatori di maggiore prospettiva, non mancava l’internazionalità. Il lanciatore partente era infatti spesso l'italoamericano Eupremio Hayworth, mentre il miglior battitore era indiscutibilmente l'italoaustraliano Ferrari, autore di un homerun al debutto assoluto della squadra a Monteroni (Lecce) e scomparso purtroppo anni addietro in un terribile incidente stradale. Oltre ai pionieri con la divisa navy blue della Mitem, non va dimenticato l'apporto straordinario di Michele Dodde, arbitro di quel primo storico ball game al Salinella. Generale in pensione dell'esercito, Dodde era in quegli anni contemporaneamente giudice di gara, cronista e fotoreporter del baseball primordiale a Taranto e nel resto della Puglia, una vera e propria colonna portante per il movimento dunque. Certo è che sfogliando le testate locali di quei mesi possiamo notare come non mancassero errori e incomprensioni quando era il momento di dedicare qualche riga al baseball: per fare degli esempi banali, la Mitem diventa talvolta Mitez e l'arbitro Dodde viene citato come Doddole in più di una sede, ma le foto che ci rimangono di quella prima partita del 17 ottobre 1976 tramandano una significativa verità su cui riflettere: la curiosità attorno al baseball era qualcosa di notevole nella Taranto dell'epoca e l'attendance era sicuramente superiore a quella in cui oggi si può sperare per una qualsiasi partita di Serie C Fibs al Sud. Nell'intento di celebrare una storia ormai longeva, nella speranza di ritrovare quell'entusiamo originario e di vivere in futuro nuovi glory days col baseball a Taranto, i Tritons si stanno facendo promotori di una mostra-evento in occasione di questo sorprendente quarantesimo anniversario, da tenersi in dicembre nel capoluogo ionico. Nell'attesa, ho l'onore di tramandare ai posteri il tabellino di quella partita senza precedenti che, quarant'anni fa, inaugurò il cammino del baseball a Taranto: GBC Cus Lecce-A.S. Mitem Sud Taranto 5-4 (I), 2-1 (II), 5-1 (III), 0-1 (IV), 0-0 (V), 0-0 (VI), 12-7 (tot.). Partita sospesa al VII inning per insufficienza di luce. Marco Costante Fonte: https://www.percontotuo.it/, 17 ottobre 2016.
- G come Gettone, D come Depuratore
Se la Parola rappresenta una delle forme di potere per eccellenza, quale occasione migliore per sfogliare un Dizionario tranese, fatto di parole, iniziali messe in evidenza, tra vizi e virtù della nostra città, mini storie e personaggi da dimenticare o da esaltare? È in questa rappresentazione e altalena di potere e parola, sfumature e randellate, carezze e sberle, che vi offro una nuova idea, una nuova rubrica. Buona lettura. Ogni martedì, su Traniviva. Baciamo le mani. S come Sgommato: nell'ultimo numero di "Avviso di chiamata" ho citato un consigliere comunale di larga stazza come Gianni Gargiuolo. Il bello è che in una nota pubblicata sempre da Traniviva, dallo stesso GG, il Nostro ci chiede apertamente un nomignolo. Provocato, lo accontento subito. Ricordandomi la sua faccia uno di quei simpatici pupazzi della fortunata serie di Sky, non potevo esimermi. Gianni Gargiuolo è lo Sgommato per eccellenza. R come Rendicontazione: a parte quella che prima o poi si farà all'interno della traballante maggioranza retta da Gigi R., un regolamento di conti già strisciante ma che prima o poi sarà esplicito e roboante, viste le tante provette di veleno che si stanno sommando intorno al gruppo dirigente in questione, noi tranesi stiamo aspettando un'altra rendicontazione, molto più prosaica, ma utile per capire che fine fanno i soldi pubblici. Stiamo parlando della rendicontazione del mitico TIF: ce la promisero in estate, con conferenza stampa annessa. Stiamo ancora aspettando. Forse si aspetta la nomina dell'addetto stampa comunale per fare una gran cerimonia? L'ultima volta che in consiglio comunale Beppe Corrado ha chiesto notizie sulla questione, qualcuno invece di rispondere - a sentire lo stesso Beppe C - è letteralmente sbiancato. D come Democratici (tranesi): i lupi perdono il vizio ma non il pelo. In questo momento di travaglio, passaggio e transizione, faranno finta di non pestarsi più i piedi e faranno finta di andare d'accordo. Dopo l'elezione di Renzi vedremo. Tra Cuccovillo, Ferrante e De Laurentis, Avantario, quattro storie e quattro anime politiche completamente diverse, quale sarà il piatto offerto dai piddini tranesi? Minestrone riscaldato o ragù con rutto continuativo? T come Talpa: raccolgo il grido di dolore dei colleghi della mia redazione, in quanto non mi occupo propriamente di cronaca: ma come è possibile che per le notizie provenienti dal Comando dei Vigili urbani, ci sia sempre e solo un'unica testata giornalistica locale che riporta per prima notizie riguardanti l'attività della Polizia locale? A quando, come in tutto il mondo, anche a Capracotta, un elenco mail a disposizione per mandare segnalazioni contemporaneamente a tutte le testate e non solo ad una? Talpa amica di una sola testata, se ci sei, batti un colpo anche a Traniviva. D come Depuratore: onde evitare nuovi rossori a maggio e giugno, sia per i bagnanti in acqua, sia per i politici, che poi devono trovare scuse, cominciamo fin d'ora, a costo di sembrare un po' squinternati, come il folle che a Ferragosto ti chiede cosa fai la sera di Capodanno, a martellare perché sia mantenuta la promessa di avviare in questo autunno i lavori di ripristino del prezioso elemento, il Depuratore, appunto. Cellamare, Scaringi e co. andate fin d'ora con pinne ed occhiali a Palazzo a rompere i maroni settimanalmente al Professore Assessore Ambientale e al lucido Gigi. G come Gettone: non è possibile che i consiglieri comunali tranesi guadagnino più del doppio di quelli barlettani per il gettone del consiglio, ma soprattutto per quello di presenza, molto più frequente e preziosa, come per i bambini i gettoni delle giostre, relativo alle Commissioni. Mi piacerebbe essere una mosca per vedere che fanno e dicono e decidono in quelle commissioni, perché io e gli altri cittadini, dobbiamo poi scucire dalle nostre paghe, quei settanta euro e passa a botta. Riducetevelo! Giovanni Ronco Fonte: https://www.traniviva.it/, 19 novembre 2013.
- Castelli, viabilità, paesaggi del Molise medievale
Il castello di Pesche costituisce un eccezionale esempio di recinto fortificato in Molise: a pianta trapezoidale, sorge a mezza costa sul versante meridionale del monte San Marco (m. 931) in posizione di controllo sulla valle del Carpino e su Isernia con ampia visuale sino a Venafro e al fiume Volturno. Conserva nell'angolo nord-occidentale il mastio costituito da un torrione merlato posto al vertice della fortificazione preceduto da due torri semicircolari affrontate, una ad est, l'altra ad ovest, impostate sul pendio naturale della roccia; quattro torri di dimensioni minori sono individuabili nella fitta vegetazione lungo le mura di cinta, due mediane e due angolari sui lati settentrionale e orientale; la torre nell'angolo sud-orientale si conserva integralmente poiché è stata adattata a colombaia; è probabile che altrettante torri fossero presenti anche sul lato meridionale e su quello occidentale, distrutte e obliterate dalle successive cellule edilizie. Il borgo murato di Vastogirardi, a ridosso del tratturo Celano-Foggia, si trova in cima ad uno sperone calcareo dell'alta valle del Trigno; sul versante settentrionale una barriera rocciosa separa il territorio di Vastogirardi da quello di Capracotta con rilievi che oscillano tra i m. 1.300 e i m 1.350 e che scendono fino al Piano Sant'Angelo e alla Difesa Grande, la valle lacustre dove nasce il fiume Trigno. Il borgo è caratterizzato da una cinta muraria che racchiude un'ampia corte: si tratta di un nucleo ancora abitato con il palazzo ove un tempo risiedeva il feudatario e la chiesa di San Nicola di Bari che si trova nel punto più elevato del borgo, in posizione simmetrica rispetto alle due porte di accesso; la residenza signorile, invece, nasceva riadattando il corpo di guardia che doveva essere presente a difesa della porta di accesso al borgo sul lato nord-occidentale; le mura che cingono il sito sono caratterizzate da un'altezza costante frutto dell'adattamento alla conformazione geomorfologia del sito; l'orizzontalità delle mura stesse è spezzata dalla presenza di tre torri: una rompitratta a pianta circolare posta sul lato settentrionale e due angolari, una circolare nell'angolo orientale del recinto e la torre presso la porta principale di accesso al borgo, nell'angolo nord-occidentale, a pianta poligonale. Le due porte di accesso si trovano sulle due estremità del crinale, su cui si adagia il borgo fortificato: una, quella principale, sul lato nord-occidentale, l'altra, secondaria, sul lato sud-orientale; la porta nordoccidentale venne inizialmente fortificata con un torrione, il donjon. Se i recinti e i borghi murati costituiscono un piccolo numero, sono assai numerosi gli esempi di borghi con castelli-residenza, ossia provvisti del castello, la residenza del feudatario, la maggior parte dei quali hanno subito interpolazioni e riadattamenti che spesso ne hanno cancellato l'impianto originario. Per alcuni di essi, tuttavia, è ancora possibile distinguere il nucleo originario. Tra gli esempi più caratteristici ricordiamo quelli di Bagnoli del Trigno, Pescolanciano, Carpinone e Macchiagodena. Il castello di Bagnoli del Trigno, a cavaliere delle valli del torrente Vella e del fiume Trigno, seppur oggi in stato di rudere, conserva la sua strategica posizione svettando tra le due valli con un ampio controllo sul territorio circostante e su Pietrabbondante a nord-ovest e Civitanova del Sannio a sud-ovest; è a pianta quadrangolare con massicce mura perimetrali a scarpa; in età rinascimentale, sotto il controllo della famiglia Sanfelice, il castello fu oggetto di ampliamento sui lati nord ed ovest. Le massicce mura a scarpa del castello di Pescolanciano poggiano direttamente sul banco roccioso, come un'integrazione orografica alla rupe stessa. Esso si trova alle propaggini nord-orientali del monte Totila (m. 1.359), su uno sperone roccioso che scende ripido sul lato nord-orientale sfiorando il tratturo Castel di Sangro-Lucera con dolce pendio sul lato meridionale, ove inizia l'abitato odierno. Nell'angolo nord-orientale è riconoscibile il mastio, originario nucleo fortificato dell'edificio; a pianta quadrangolare, appare più alto del resto del castello rinascimentale. Il castello di Carpinone presenta i caratteri di una residenza fortificata che ha subito molteplici trasformazioni e rifacimenti. L'edificio domina il fiume Carpino. Un complesso sistema collinare interessa il versante meridionale e nord-occidentale, mentre sul versante orientale un accentuato terrazzamento separa il territorio di Carpinone da quello di Frosolone. L'edificio, a pianta pentagonale, si imposta direttamente sullo sperone di roccia sottostante. Il castello di Macchiagodena si affaccia sulla valle di Boiano in posizione di controllo sulla sottostante viabilità. Lo sperone su cui si imposta, scosceso verso ovest, domina la confluenza di due torrenti. L'edificio è a pianta sub-quadrangolare; restano le basi dei muri perimetrali e tre robuste torri cilindriche, una più grande nell'angolo nord-orientale, una nell'angolo sud-orientale e la terza nell'angolo sud-occidentale. Per tutti questi castelli e borghi murati è attestata l'esistenza tra l'XI e il XII secolo, periodo in cui i normanni si radicarono nel territorio del futuro Molise, da un lato conquistando ed inglobando le precedenti fortezze longobarde, dall'altro costruendone di nuove; da esse si sarebbero originati gli attuali paesi e comuni molisani. Alcuni castelli, come si è visto, rimangono in forma di ruderi, spesso nella parte apicale del centro urbano. È il caso, oltre al già citato esempio di Bagnoli del Trigno, del castello di Pietrabbondante del quale restano alcuni piccoli lacerti murari al vertice del picco calcareo che domina l'abitato sottostante, del castello di Rionero Sannitico nella parte più elevata del paese, di quello di Forli del Sannio, del castello dell'attuale borgo di Rocchetta al Volturno, a pianta rettangolare, che conserva l'impianto tardo-rinascimentale e si eleva sulla viva roccia con ingresso a sud sull'orlo di uno strapiombo; e ancora, del piccolo villaggio di Roccaravindola della cui fortificazione resta qualche traccia al vertice del dosso collinare che domina l'alta valle del Volturno. E gli esempi potrebbe continuare. Il numero delle torri isolate è decisamente esiguo e sono tutte allo stato di rudere. Tra esse: la torre di Santa Maria dei Vignali presso Pescolanciano, la torre di Colle Alto in agro di Torella del Sannio e la torre di Boiano. Degna di nota e di estremo interesse, la torre di Santa Maria dei Vignali con pianta circolare e bassa scarpa; essa trova la sua ragion d'essere nella posizione strategica a guardia del tratturo Castel di Sangro-Lucera e non è un caso che sia impostata al vertice di una precedente fortificazione preromana, fenomeno non raro in Molise; della torre di Colle Alto a pianta quadrangolare di circa m. 5x5, si conserva un piccolo lacerto murario del fronte settentrionale che risulta difficilmente contestualizzabile; la torre di Boiano è anch'essa a pianta quadrangolare ed è ubicata in posizione di controllo alle pendici della fortificazione di Boiano lungo il tratturo Pescasseroli-Candela. Nella porzione orientale della Contea di Molise sono stati individuati una cinquantina di fortificazioni e castelli, la maggior parte dei quali hanno generato gli attuali borghi e comuni. La ricerca, ancora in itinere, sta fornendo molteplici elementi utili ad approfondimenti futuri. Il limite di questo territorio, che per estensione copriva un'area pari a circa la metà di quello occidentale ricadente nel Principatus, si innesta nell'altissimo Molise, a Castel del Giudice, Capracotta e Agnone, passa per Trivento e Salcito, scende poi ad includere Castropignano e Campobasso sino a San Giuliano del Sannio più a sud, risale verso Campodipietra, Sant'Elia a Pianisi, Casacalenda e Guardialfiera per proseguire, infine, piegando verso nord-ovest in direzione di Mafalda e tornare a Trivento lungo il confine che corre parallelo al corso del fiume Trigno. Sul piano geomorfologico questo territorio è molto variegato: offre paesaggi da montani a basso collinari che raggiungono quote comprese tra i 1.746 m. s.l.m. di Monte Campo, presso Capracotta e i 285 m. s.l.m. di Guardialfiera. A parte il picco montano di Capracotta a nord-ovest, le elevazioni massime sono localizzate nel settore centrale dove affiorano le litologie più competenti: da sud Colle Senaglio (950 m.), Colle Marasca (974 m.), Monte Andrea (930 m.), Monte Mauro (1.025 m.); da qui i versanti digradano in modo consistente e progressivo verso nord-est, cioè verso la costa, dove si raggiungono le quote più basse. Procedendo parallelamente ai principali assi fluviali, il Trigno e il Biferno, si tagliano in senso trasversale le successioni geologiche che compongono questo settore della catena appenninica molisana strutturato nel corso della orogenesi mio-pliocenica. Le successioni geologiche sono rappresentate prevalentemente da terreni marnosoargillosi e sabbioso-arenacei, mentre le litologie calcaree, fatta eccezione per la zona di Capracotta e di Agnone, risultano molto più limitate rispetto al Molise occidentale. Gabriella Di Rocco Fonte: G. Di Rocco, Castelli, viabilità, paesaggi del Molise medievale, in «Spolia», Roma, gennaio 2016.
- Capracotta: trekking nel cuore dell'Appennino
Un piccolo nucleo di case in pietra fra le vette più alte del Molise. Questa è Capracotta, uno dei comuni più in quota d'Italia con i suoi 1.421 metri d'altitudine. Il punto più elevato del territorio comunale coincide con la sommità del Monte Campo (1.746 metri). L'incontro fra tre regioni è vicino ed è segnato dalla lunga catena delle Mainarde, estremo lembo del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Il paese è una stazione climatica nota soprattutto a chi ama ritemprarsi in oasi tranquille, al riparo dalle rotte turistiche più frequentate, ma anche agli appassionati di sci di fondo: la bella zona di Prato Gentile è stata infatti più volte teatro di competizioni nazionali e internazionali di questa disciplina. In linea con la filosofia della villeggiatura a tu per tu con la natura, attorno al paesino sono stati tracciati ben 130 chilometri di sentieri segnalati, ideali per il trekking e, in certi casi, anche per le due ruote. Le attrattive ambientali sono davvero tante. Nella zona si apprezzano gli ecosistemi tipici della quote medie appenniniche: splendidi boschi di faggio, abetine, radure e alpeggi che in primavera si presentano nella loro veste più seducente e colorata. Ogni tornante presenta scenari non antropizzati e panorami sempre diversi: da un lato le cime delle Mainarde, tutte sopra i 2.000 metri, e il grande massiccio della Majella; dall'altro le valli dell'alto Volturno e del Trigno, il Matese e tutto l'alto Molise. Se poi si capita da queste parti in agosto, si avrà la fortuna di assaggiare la "pezzata", antichissima pietanza a base di carne di pecora preparata dai pastori durante la transumanza, nella grande festa campestre che si svolge a Prato Gentile. Prima di imboccare uno dei tanti sentieri escursionistici ricavati fra queste montagne, vale davvero la pena di fare una visita al Giardino della Flora Appenninica (lo si incontra proprio sulla provinciale che collega l'abitato a Prato Gentile, a 1.550 metri d'altitudine). I circa 9 ettari di parco costituiscono un rarissimo esempio di "orto botanico naturale", perché la maggior parte delle specie botaniche che vi si incontrano sono spontanee ed endemiche della flora dell'Appennino centro-meridionale. La stessa architettura interna del giardino è naturale e non presenta segni di intervento umano, se si escludono le opere di sistemazione dei sentieri preesistenti e di miglioramento della fruibilità da parte di visitatori e studiosi. L'itinerario escursionistico qui segnalato è un percorso ad anello piuttosto breve (circa tre chilometri) che si sviluppa poco sotto i 1.400 metri d'altitudine, con un dislivello decisamente contenuto (150 metri). Altri sentieri, ben più impegnativi, sono descritti nelle guide in vendita nella zona. L'Anello Di Nucci, intitolato a un socio del Club Alpino Italiano, prende il via a circa tre chilometri da Capracotta, in località Fonticella. Nelle vicinanze degli impianti di risalita per il Monte Capraro si apre uno spiazzo con una fontana e un'area picnic. Da qui partono anche i sentieri per il Capraro e il Cavallerizzo. Lasciata l'auto nel parcheggio si prosegue a piedi, in un primo tempo sulla strada asfaltata per Staffoli. Dopo 500 metri si notano sulla destra una tabella segnavia e un grosso masso con la segnaletica bianca e rossa del Cai, a indicare l'imbocco del Sentiero Di Nucci. Lo si imbocca in senso antiorario, affrontando un tratto in leggera salita fra begli esemplari di faggio e campi abbandonati. Poi ci si addentra nella faggeta, da attraversare sempre seguendo la segnaletica bianca e rossa sui tronchi, fino a una piccola radura che offre vedute incantevoli sul paese e sulla vallata sottostante. Poco più avanti il sentiero sfocia in uno splendido anfiteatro naturale chiamato Coppo della Madonna. L'acustica perfetta lo rende un luogo ideale per ospitare concerti nella stagione estiva. Da qui gli amanti delle scalate possono raggiungere il prato della Crocetta (250 metri a sud-ovest) per affrontare il sentiero segnato che si inerpica fino alla vetta del Capraro (il più alto del Molise settentrionale). Il Sentiero Di Nucci rientra invece nel bosco per salire, in pochi minuti, in prossimità della cima del Monte Cavallerizzo. A sinistra si contemplano lemura ciclopichee la porta d'accesso di un antico insediamento fortificato. Si tratta dei resti di una città fondata nel III secolo a.C. dai Sanniti, la fiera popolazione che per molto tempo sbarrò il passo all'espansione romana. Cento metri più avanti ci si ritrova su una roccia a strapiombo a 1.465 metri di quota: uno spettacolare balcone panoramico con vista sui monti del Matese, delle Mainarde e della Meta. In basso si nota il paesino di Vastogirardi con il castello e, nelle vicinanze, i resti del Tempietto italico (pure di epoca sannita). Poi il sentiero punta verso nord, entrando nella vasta faggeta di Coste Acereta. In effetti si percorre un lungo costone roccioso, scendendo gradualmente nel bosco. Fra gli alberi si intravede l'altipiano di Monteforte con il suo impianto eolico. A un tratto il sentiero piega decisamente a ovest e inizia a salire fra le rocce. Dopo un tratto a zig-zag si torna a scendere in rettilineo mentre la vegetazione si fa meno densa. In un'altra radura si incontra la Fonte della Netta: dal vecchio abbeveratoio sgorga sempre acqua, sebbene non ci siano più greggi da dissetare. Infine si esce allo scoperto per ricongiungersi col tratto iniziale del sentiero e tornare, in poche centinaia di metri, sulla strada asfaltata. Fonte: http://www.cercaturismo.it/.
- Le due tedesche
Arlette e Berta erano due tedesche di Berlino che avevano avuto la fortuna di vincere un concorso quali addette all'ambasciata tedesca a Roma. Da sempre amiche avevano qualcosa di particolare, qualcosa di più... insomma erano due trans. In Germania non c'è l'obbligo di trascrivere il sesso sulla carta di identità, nel loro caso c'era una X, erano sempre riuscite a passare per donne, questo le aveva evitato di avere problemi in una società che si proclama liberista ma che, in effetti, è piuttosto discriminante. Arlette era alta, longilinea, piacevole di viso, bionda, lunghe gambe affusolate e piedi da far felice un feticista, Berta stessa altezza ma massiccia di corpo, aveva uno sguardo e un portamento deciso, tette non molto pronunciate, insomma piuttosto mascolina. Amanti della libertà, dopo sei mesi di lavoro in cui avevano avuto modo di imparare l'italiano, decisero di passare un mese di vacanza in un villaggio naturista, insomma di nudisti; vicino Roma ce n'era uno a Capracotta ma lo scartarono per motivi pratici, avevano timore di incontrare qualche persona di loro conoscenza. Girando nel web scovarono il villaggio "Le Betulle" vicino Torino, faceva al caso loro. Per l'occasione pensarono ad un più comodo viaggio in auto; non possedendone, si recarono in una concessionaria Volkswagen ove scelsero la meno costosa, una Up! rossa parva sed apta nobis (Berta aveva studiato il latino). In mancanza della somma in contanti, Berta, che era la "caposquadra", firmò una serie di cambiali e poi, contentissime, presero l'autostrada che le portò con l'ausilio del navigatore satellitare al villaggio turistico "Le Betulle". All'ingresso nessun problema; gli fu assegnato, a loro prudente richiesta, il bungalow più lontano dai luoghi frequentati da tutti. Il capo villaggio Sigismondo, disponibile e sorridente, le aveva accontentate e finalmente le due ragazze si poterono riposare. Ritornate alla realtà si posero il problema della loro nudità dinanzi a tutti, nel villaggio c'era l'obbligo del nudismo. Nessuno, tranne gli addetti, poteva girare vestito e così Arlette e Berta uscirono dal bungalow in costume adamitico. Gli ospiti del villaggio erano tutti abituati alle altrui nudità ma nel vedere due trans rimasero meravigliati, mai successo in passato. Alcune madri si rivolsero a Sigismondo facendo presente che loro non avevano alcun problema nel vedere due trans nudi, il problema erano i bambini che facevano domande su due donne mezze uomini. Cosa rispondere loro? Sigismondo era in difficoltà, quale decisione migliore? Avvicinò Arlette e Berta chiedendo loro di aiutarlo a risolvere il problema, le due accettarono di mostrarsi in pubblico con uno slip, in cambio ebbero un soggiorno gratis di un'altra settimana. Tutto bene allora? Quando mai: Arlette e Berta con uno slip, peraltro mini che metteva in mostra un "bozzo" sospetto attiravano l'attenzione dei villeggianti più di prima; le due dame se ne fregarono, come pure Sigismondo che aveva altri problemi da risolvere. Poi un avvenimento: nell'entrare nella sala del ristorante Arlette e Berta furono interpellate da un signore di mezza età che: – Signorine ci sono due posti nel tavolo dove siamo io e mia moglie Gemma, se voleste accomodarvi sarebbe per noi un piacere. Le due acconsentirono anche perché il cotale con occhiali cerchiati in oro e per lo stile personale dava l'idea di una persona agiata. – Io sono il classico milanese, non per niente mi chiamo Ambrogio e siamo in questo villaggio per la prima volta, voi avete attirato l'attenzione mia e di mia moglie, siamo nudisti come tutti oltre che anticonformisti, non ci meravigliamo di vedere due trans, anzi! Se volete ordinare, cameriere... Gemma era una bella signora di mezza età, capelli tinti in azzurro come gli occhi, bella figura sicuramente migliorata in qualche istituto di bellezza, era piacevole ma non distaccata come tante persone ricche, cercava lo sguardo soprattutto di Berta... – Signore a questo punto propongo una passeggiata digestiva, in vacanza si tende a mangiare un po' troppo, alla mia età crescono il naso e, purtroppo anche la pancia! Si era creata un'atmosfera distesa e amichevole, Gemma aveva preso sottobraccio Berta, il cummenda Arlette. Tutti erano in vena di confidenze e si raccontarono le loro rispettive esperienze: Ambroeus era figlio di gioielliere ed aveva seguito le orme del padre, Gemma era un'insegnate di disegno e talvolta metteva in mostra i suoi quadri in una galleria, le sue opere venivano bene accolte dal pubblico (soprattutto dagli amici). Strada facendo i quattro incontrarono Sigismondo particolarmente ossequioso con Ambrogio. – Signor capo villaggio vorremmo stare vicino alle nostre amiche, qualora ci fosse un bungalow nei pressi del loro... – Siete fortunati, proprio questa mattina si è liberato un bungalow vicino a quello delle signorine, farò trasferire subito i vostri bagagli in quell'alloggio. Gemma chiese: – Sapete il significato di Sigismondo? È colui che protegge, un nome che gli si addice! A quell'ora attorno alla piscina c'erano poche persone, i quattro approfittarono delle sdraio libere per un riposino. Dopo due ore, di comune accordo si recarono nello store per vedere quello che c'era di bello, gira che ti rigira arrivarono alla vetrina degli orologi, e Ambrogio: – Vedo che la signorine non hanno l'orologio al polso, che ne dici Gemma se facciamo loro un piccolo omaggio? Chiamalo piccolo omaggio! Arlette e Berta misero al polso ognuna un Rolex d'acciaio, non era d'oro ma il loro prezzo era sicuramente alto. Un bacio di ringraziamento tra Berta e Gemma e tra Arlette e Ambrogio, poi tutti a correre come adolescenti. Arrivarono ai bungalow e si sdraiarono sul letto scambiandosi i relativi partners, ripresero a baciarsi ma poi giunse l'ora della cena e rimandarono le coccole a dopo cena. Arlette a Berta: – Che ne dici di deliziarci con un detto latino? – Ut sis noctis levis cena brevis. Applauso a Berta. – Abbiamo capito, ci aspetta una lunga notte di bagordi sessuali e dobbiamo restare leggeri di pancino! Gemma aveva espresso il suo pensiero e soprattutto aveva preannunziato il loro futuro notturno. Niente passeggiata, tutti e quattro avevano il pensiero al sesso e così fu. Berta scoprì in Gemma una "gatta" pelosissima e dalle labbra grandi, anche il popò si apriva e chiudeva ritmicamente, pian piano furono accontentati ambedue magno cum gaudio. Più problematico l'approccio di Ambrogio con Arlette: inizio manuale col cosone della ragazza, un po' più difficile l'approccio orale ma giunto al popò proprio non se la sentiva. Arlette pian piano lo convinse e Ambrogio dovette ammettere che gli era molto piaciuto, ebbe col suo ciccio un orgasmo lungo e piacevolissimo, era diventato bisessuale! Ormai le coppie si erano sparigliate, quasi tutte le notti erano da "Mille e una notte" e fu difficile rientrare nella realtà. Durante l'ultima colazione, prima di ritornare alle rispettive sedi, Berta si esibì con un'altra frase latina: – Concordia magna dilabuntur. Un sigillo a quello che ormai era diventato fra di loro puro amore. Durante il viaggio di ritorno fu Ambrogio che: – Sai cara cosa era durante la Prima guerra mondiale la "Berta"? Te lo dico io. Un lungo cannone a grande gittata che i tedeschi usarono in guerra, la tua Berta come se la passava a "cannone"? Ho capito che aveva un grosso calibro ed una lunga gittata. Ambrogio aveva conoscenze in alto loco nei Ministeri di Roma, talvolta aveva foraggiato qualche ministro e le loro amanti, ne approfittò per chiedere ed ottenere il trasferimento alla Delegazione tedesca a Milano di Arlette e di Berta. Conclusione della storia come da aforisma: «L'amore è un gioco a cui due persone possono giocare e entrambi vincere». Nel loro caso Arlette, Berta, Ambrogio e Gemma vinsero in quattro. La loro storia era pour toute la vie. Alberto Mazzoni Fonte: https://www.aphorism.it/, 16 luglio 2019.
- Gustavo va al mare
Ma il messaggio di Luna era ancora tutto lì. Stava ancora tutto lì. C'era tutto. Lo feci scorrere verso il basso. In fondo, Luna aveva scritto: «Mio Dio, come mi piacerebbe che tu mi chiedessi di fare qualcosa insieme, un viaggio, chessò... Mio Dio, come avrei voglia di starti vicino e di alleviare la tua solitudine, la tua malinconia. Sentirmi vivere attraverso il tuo desiderio... Ma non voglio fare la crocerossina, tanto più che questo atteggiamento adolescenziale mi sembrerebbe un po' ridicolo per noi due, per la nostra "seria" professione comune. Dovremmo forse tenere i nervi saldi, ma soprattutto il cuore saldo, per aiutare chi ci chiede soccorso. Un transfert fra noi due, un transfert che assomiglia tantissimo a un innamoramento sembra sembra proprio il colmo». Luna aveva ripetuto due volte sembra, come una sorta di balbuzie del linguaggio scritto. C'era un nome per questo? Boh, avrei dovuto saperlo. Ma perché diavolo scadeva tanto in basso col transfert? Conclusione da adolescente cotta innamorata: «Non sono brava a scrivere lettere d'amore... Magari fossi brava come mio fratello. Lui sì che sa scrivere tutto. Ma ti posso dire che mi manchi, Gustavo. Questo te lo posso dire. Anche quando ti vedo, mi manchi. Mi manchi tantissimo, mio Gustavo... Ti voglio bene. Tua Luna Mio Dio. Il coraggio della rivelazione. Questo almeno Luna ce l'aveva. Bisognava ammetterlo. Ti voglio bene. Detto da lei era come ti adoro. Le mancavo perfino quando mi vedeva. Timida Luna. Compare, scompare e poi riappare. Ma che farsene della rivelazione di una cara amica che dovrebbe restare appunto una cara amica? Mi trovavo in una di quelle situazioni in cui all'improvviso, clic. Un'idea, clic. Una vita nuova, clic. Sì, mi sarebbe piaciuto rifarmi una vita da qualche parte. Una vita nuova, per sfuggire allo stato di cose conosciute. Non che tutte le cose conosciute fossero proprio noiose o fastidiose, no. No. Ma arriva uno di quei giorni in cui si vorrebbe ricominciare tutto da un'altra parte. Da qualsiasi parte. Qualsiasi cosa. In una qualsiasi casa. Volevo entrare in tutte le case, in tutti i cassetti. Essere tutti. Dovunque. Chessò, magari una nuova vita a Pedaso. Oppure Bressanvido, Capracotta, Canicattì, Vigevano, Molfetta, Nereto Controguerra, Pisticci, Diano Marina, Brisighella, Roseto degli Abruzzi, Marostica, Civitavecchia oppure Civitanova Marche, chessò. Come sarebbe stato giardiniere municipale a Roseto degli Abruzzi? Oppure una vita da impiegato comunale a Nereto Controguerra, a Diano Marina? Oppure giornalaio a Civitanova Marche? Queste domande mi giravano in testa. Come sarebbe stato tornare in monovolume dalle vacanze estive sulle Dolomiti, e riaprire la casettina con vista sul mare, magari a Pedaso? In compagnia di una donna, due bambini e un cane. Come sarebbe stato tutto questo? Come sarebbe stato trovare al ritorno il rubinetto del bagno che gocciolava sempre di più? La rabbia, quel tipo di rabbia. Come sarebbe stato riaprire le finestre sul mare e sentire il profumo di bucato mentre vedi sulle terrazze circostanti dieci cento mille canotte e mutande stese al sole ad asciugare? Come sarebbe stato, mettiamo, pensare che da domani si ricomincia il lavoro, e speriamo che la contabilità l'abbia portata avanti il capufficio Righetti? Come sarebbe stato rientrare dalle vacanze a casa dei suoceri e sentirsi felice perché oggi è sabato, perché c'è ancora un giorno per non pensare, e domani non si lavora e si portano i bimbi ai giardinetti pubblici, e poi una passeggiata al molo, e poi un gelato in piazza, e poi al cinema, e poi forse una pizza fuori? Com'era tutto questo? Come sarebbe stato vivere un'altra delle infinite possibilità di vita? Com'era? Come sarebbe stato, guardare in pantofole un soporifero show del sabato sera su raiuno o su retequattro? In compagnia di una moglie che ci ronfava divinamente accanto sul divano di cuoio marrone in soggiorno? Come sarebbe stato udire i bambini litigare sopra in camera e il cane che abbaia sul balcone al gatto che miagola di sotto? Come sarebbe stato accompagnare la moglie dal parrucchiere o aspettarla fuori dai negozi del corso nella passeggiata del sabato pomeriggio? E andare a riprendere i bambini a scuola. E portare fuori il cane per l'ultima passeggiatina della giornata. Il profumo del caldo pane fresco la mattina. Aspettare il turno, in coda davanti a un automat di vhs e dvd, per noleggiare un film da domenica pomeriggio. E magari il sabato sera con la scusa degli amici, prendere la macchina e andare sulla riviera per un po' di sesso nascosto, rapido e indolore. Come sarebbe stato tutto questo? Mettiamo rifarsi una vita a Roseto degli Abruzzi, a Pedaso oppure a Civitanova Marche? Una vita parallela, in uno degli infiniti binari paralleli della nostra esistenza. Una vita nell'universo alternativo di Pedaso. O Roseto. O Civitanova». Mi vennero in mente i Camaleonti. Canzoni d'estate, allegre canzoni colorate. Mi bombardò in testa un'improvvisa nostalgia per quegli anni che avevano sfiorato la mia mente plastica di bambino. Bambino in giro con moto di rivoluzione e di rotazione su se stesso, sopra una giostra che allora doveva sembrarmi tutto l'universo. Con una girandola in mano. Come i matti. Gira gira in tondo, potesse cascare il mondo. Armonie e melodie che mi davano una gran voglia di crescere subito. Volevo diventare grande per baciare in bocca la mia bella maestra bocca d'oro. Mi vennero in mente i Dik Dik e l'Equipe 84. Mi vennero in mente anche i Nomadi. Mi venne in mente Mina e poi Battisti. Mi venne in mente la Formula 3. Mi venne in mente Gino Paoli. Mi venne in mente il sapore del sale. Mi venne in mente Little Tony. Riderà riderà, tu falla ridere, perché. Mi venne in mente riderà. Mi venne da ridere. I miei che mi spiavano dietro la porta, mentre giocavo serissimo con giacche azzurre e indiani in guerra dentro il fortino di legno colorato. Il Fort Allamo, con doppia elle. Così. Pellerossa che poi salivano sul plastico elicottero rossonero lego, e con giacche azzurre trasportate d'urgenza nel metallico ospedale meccano dai pompieri clementoni. A sirene spiegate. Indiani e giacche azzurre enormi che non entravano mai nei mezzi di locomozione e che dovevano arrangiarsi sul tetto. Anche con una ferita al cuore. Giacche azzurre che scendevano nel campo di subbuteo per l'ultima sfida cogli indiani. In quel territorio dove il pallone occupava un quarto della porta. Cowboy che giocavano a palla con gli apache, anche con una freccia nel cuore. Riflettori che non si accendevano. Riflettori dipinti sul campo e che non si accendevano mai, proprio mai. Pubblico assente che non c'era mai. Stavano ancora sullo zero a zero, quando i miei occhi si aprirono di nuovo. Mi manchi tantissimo, mio Gustavo... Ti voglio bene. Tua Luna. Renzo Ardiccioni Fonte: R. Ardiccioni, Hippocampe, Le Presses du Midi, Toulon 2019.
- Capracotta, neve e sci da fondo
Capracotta è situata al centro di un sistema montuoso delimitato dai complessi di Monte Capraro e Monte Campo, apprezzato come attrezzato punto di riferimento per tutto lo sci di fondo del centro-Italia. Nello splendido scenario naturale di Prato Gentile, godibilissimo d'estate ed innevato d'inverno, sono stati infatti ospitati nel 1997 i Campionati Nazionali di Sci di Fondo, consacrando Capracotta tra le località di elezione per tale disciplina. La strada descrive per circa 38 km' una dolce ma costante salita scandita dal mutamento della vegetazione che passa dai boschi di cerro e faggio agli arbusti sempreverdi del pino nano e del ginepro. Sul versante adriatico il Comune è raggiungibile dalla Fondovalle del Trigno (n. 650) e da quella del Sangro (n. 652), entrambe vie a scorrimento veloce. Solo il tratto di collegamento con la Valle del Sangro assume i connotati di tipica strada di montagna, passando da 200 m.s.l.m. a 1.421 m.s.l.m. in circa 30 km. Il borgo si presenta con architetture in pietra locale. Architettura in pietra locale, paesaggi brumosi della montagna appenninica, neve che oltrepassa i piani delle case in inverno ed aria fresca in estate, ottimi latticini e pecorino locali. Centotrenta chilometri di sentieri segnati e relativa cartina (reperibile presso la Pro Loco) rappresentano un'ulteriore attrattiva per il visitatore, che non può partire da Capracotta senza aver prima assaggiato la pezzata, pietanza della civiltà della transumanza. Fonte: Capracotta, neve e sci da fondo, in «Camper Press», VI:220, Verona, 27 novembre 2014.
- Il paese dei balocchi
Piccoli saggi di democrazia diretta. "Soldi", la canzone con cui Mahmood ha vinto l'ultimo festival di Sanremo, è diventata la più scaricata su internet della storia d'Italia: solo su YouTube è stata ascoltata oltre cento milioni di volte. Per intenderci: "I giardini di marzo" di Lucio Battisti sta sui dieci milioni, "Volare" di Domenico Modugno sui dodici. Non fosse per l'accidente che "Soldi" vinse coi voti della giuria di qualità, cioè delle élite radical chic di Capalbio (a conferma che poi tira lo stesso vento per tutti, a Capalbio o a Capracotta), e non fosse per l'altro accidente, che Mahmood è un immigrato di seconda generazione, quindi in sé disarmonico al sovranismo, e fosse invece soltanto per assecondare la sacra volontà del popolo, "Soldi" potrebbe assurgere a inno nazionale, per di più con quel titolo corrispondente all'unanime aspirazione. Se pensate si tratti di sarcasmo, siete fuori strada: com'è risaputo, dalla maturità è stata abolita la traccia di storia col motivo che lo scorso anno era stata scelta soltanto dall'1,7 per cento dei candidati. L'introduzione del gusto degli studenti nello svolgimento degli esami è un passo deciso lungo il cammino che conduce al paese dei balocchi, nostra inevitabile meta. E l'attestato s'è avuto ieri, quando hanno chiesto al presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, se condivida Di Battista quando propone di derogare dalla regola dei due mandati in Parlamento. È meglio di no, ha risposto Morra, ma se gli attivisti diranno di sì a me va bene. Cioè, se i miei elettori vogliono una cosa sbagliata, io gliela do: sintesi insuperabile di un suicidio collettivo. Mattia Feltri Fonte: M. Feltri, Il paese dei balocchi, in «La Stampa», Torino, 20 giugno 2019.
- Amicizia
Cacchio! Oggi fa freddissimo. I vetri dei balconi sono appannati, con quell'alone tipico che rende i bordi sfumati e lascia giusto qualche goccia di condensa al centro che, scivolando lentamente, disegna righe e percorsi sulla lastra gelida e offuscata. Il tepore di casa si mescola al profumo del pranzo che arriva dalla cucina; le luci sono accese perché i raggi del sole non riescono ad illuminare, così tenui, la stanza; di sottofondo "November Rain" e, di tanto in tanto, la voce del cronista del tg che racconta gli avvenimenti recenti. L'atmosfera fa pregustare già il calduccio del Natale, caldo non tanto per i focolari accesi nelle case o per i termosifoni, ma caldo per le cose belle che si dicono, per quelle che si vivono, nonostante tutto e nonostante la tv, quando si sta insieme e ci si ritrova dentro, mentre fuori piove o, anche se non piove, il freddo schiaffeggia la carne. Servirebbe solo una bella spruzzata di neve per coprire tutto di bianco, come una gomma su foglio, e dire a tutti che un nuovo inizio è possibile! Che anche la natura ci invita a riscrivere la nostra vita cercando di dare il meglio, ogni volta! La rinascita della primavera non sarebbe possibile senza il freddo dell'inverno, senza la neve. Forse la vera primavera è proprio in inverno! Quando tutto è bianco e tutto si piò ancora scrivere! Che bella la neve! Soffice, carezzevole, ma comunque potente! Non cade veloce come la pioggia, o immediata come la grandine che fa male; no, la neve scivola lungo l'aria, si fa guardare, dice: «Eccomi, guarda, sto cadendo per coprire qualche macchia scura, pe dirti che puoi farlo anche tu!». E ne è convinta, lo sa. Per questo lo dice a tutti. Ci sono cose, infatti, che si sanno senza sapere il perché. È così e basta. Si sanno e si sente il bisogno di dirle! Come alcune parole che nascono mentre non te ne accordi e sbocciano improvvisamente dalla bocca, lasciando sbigottito anche te che le pronunci. Come un abbraccio che nasce timido ma deve nascere per forza, perché non puoi contenerlo. Come tutte le cose sincere: non te ne accorgi che ci sono fino a quando non impari a vederle. Ho dovuto interrompere per un po' la scrittura, ma, in fondo, è stata un'interruzione quasi provvidenziale. Sai che a Capracotta ha nevicato? Che è tutto bianco? Immagina un prato enorme, visto dall'alto, tutto immensamente e sofficemente bianco! Tutto da scrivere! Come la vita. Come l'amicizia. Come gli inizi: non sai mai con quali parole cominciare. Provi e poi cancelli. Riscrivi e ricancelli. E di nuovo, in un'altalena che ti gongola fino a quando non arrivano quelle bombe in mente che ti spostano da sola la mano sul foglio e tu non devi fare altro che reggere la penna. O premere i tasti del pc. Sto ricordando, scrivendo queste righe, la nostra amicizia, cercando anche di darti una definizione di cosa sia l'amicizia, di potertela raccontare, ma mi accorgo che più ci provo e più non ci riesco. Se potessi, ti allegherei i mille incipit che ho scritto e cancellato, fino al punto di cancellare l'intera sezione dell'amicizia. Ma poi... "perché"? Solo perché non so definire un sentimento, non vuol dire che non possa parlarne, perché i sentimenti, in fondo, non vanno definiti, ma vissuti. Allora ho deciso di ricordare alcuni momenti veri e belli della nostra amicizia, trascorsi insieme anche ad altri amici, sfumandoli un po', ma sapendo che sono sempre vividi e nitidi nella memoria, nel cuore. Il primo ricordo che mi viene in mente è legato ad una foto, a dei colori poco saturi ma a parole vere: – Per me è tutto. Non so dire il perché, ma questa volta davvero ci sto bene. E via a passeggiare tra pineta e battigia spoglia, col vento che smuoveva il mare invernale. Quanto propositi avevi? Quanti sogni hai inciso con le impronte sulla sabbia bagnata? Quanti se n'è presi il mare con la delicatezza della spuma e il cinismo di chi non cambia mai il il suo corso? E poi l'immondizia, il reportage quel che resta dell'estate e le risate quando mi hai detto: «Non sono mai stato in montagna!». A me? A uno che in montagna ci starebbe da un anno all'altro? Mare o montagna che sia, su un punto eravamo d'accordo senza averne parlato: davanti all'immensità della natura ogni cosa diventa più bella, più serena. Come parlare a lungo di notte, fino al mattino presto o fermarsi al mare a guardare il cielo pieno di stelle col sottofondo della risacca e delle musiche dei cellulari degli altri amici. E i lunghissimi silenzi "fuori sede" e i va a quel paese sinceri ma mai offensivi. Ricordi anche il convento di S. Matteo? Quel freschetto che in poco tempo ha reso tutta l'aria frizzante e il baccano, col tirmore che i frati uscissero da un momento all'altro. Loro non aprirono alcuna finestra, ma una pattuglia di black security fece un giro intorno alla panchina dove stavamo mangiando. Cose usuali, comuni come dire "buongiorno" ogni mattina a chi ci sta accanto, ma belle perché vere, essenziali, libere. Cose che tutti possono vedere ma che solo chi vive può ricordare. Cose che si aggiungono ad altre cose e scavano, creano, raccontano. Cose che si aggiungono ad altre cose, ad altre cose non dette, perché ci sono cose che vivono in noi e di uscire, proprio non ne vogliono sapere. Cose che si trasformano in immagini. In profumi. In suoni. Cose che diventano ricordi. Ricordi che fanno appoggiare la storia. Cose che già vedono il futuro. Amedeo Di Tella Fonte: A. Di Tella, Lettera ad un amico lontano, Lucera 2014.
- Jersey City spazza la neve di Capracotta (II)
Fino a questo punto arriva la versione ufficiale. Però, dalle lettere dei parenti residenti a Jersey City, la storia appare leggermente diversa. È vero che il vecchio spazzaneve fu distrutto dai tedeschi in fuga nella valle del Sangro, è vero che il sindaco Carnevale scrisse al Mayor di Jersey City, ma l'idea del "Capracotta-Clipper" è nata in America, dalla mente stessa del sindaco John V. Kenny. Alcuni capracottesi residenti a Jersey City, tra i quali Francesco Angelaccio e Vincenzo Sozio, in lettere al cugino Felice Santilli, sarto di Capracotta, danno allo «affare dello spartineve» un'origine puramente politica: nel mese di gennaio prossimo, nello stato del New Jersey si svolgeranno le elezioni e i voti dei 35 mila italiani hanno la loro importanza. L'idea dello spazzaneve a Capracotta sembra sia stata concertata tra il Mayor e il deputato italo-americano Louis P. Messano: appena venuti a conoscenza del progetto, alcuni oriundi capracottesi avvertirono d'urgenza i loro parenti, questi corsero dal sindaco Carnevale che spedì la famosa lettera. La versione è resa più valida dal seguente particolare: lo spazzaneve fu comprato dal comune di Jersey City prima di iniziare la sottoscrizione, e ciò dimostra che se invece di 20 mila dollari - prezzo pagato per l'apparecchio - se ne fossero raccolti di meno, lo spazzaneve sarebbe stato inviato ugualmente al comune di Capracotta. Don Gennarino va e viene da Roma e conta i giorni che mancano al 1° dicembre. L'altro giorno, gli è giunta una lettera del signor Giovanni Arbitello, abitante di Trenton, poco distante da Jersey City, nella quale gli si raccomandano quattro punti fondamentali: i ringraziamenti al sindaco di Jersey City, appena il "Capracotta-Clipper" avrà toccato la strada da Monte Forte a Monte Capraro, una pergamena del comune con le firme dei consiglieri e del sindaco, una strada del paese intitolata al nome di John V. Kenny e un premio alla donna che metterà per prima un figlio al mondo al quale vengano imposti i nomi di John e Vincent. Gennaro Carnevale è già al lavoro e la leggenda del premio ha già messo in allarme le future madri di Capracotta. La pergamena, dice il vice-sindaco Pettinicchio, costerà trentamila lire ma si farà uno storno di bilancio. Per la strada, è opinione che al Mayor del "Capracotta-Clipper" verrà intitolata la via d'accesso al villaggio. Il 16 dicembre la Capracotta ufficiale sarà tutta a Napoli. I pastori, i borghesi, i cacciatori, i carbonai, le donne si rovescieranno in piazza per salutare Gennaro Carnevale seduto al volante del "Capracotta-Clipper" con la fascia tricolore di sindaco. I maligni sussurrano che lo spartineve consumerà troppa nafta e che alla fine bisognerà venderlo a un comune più ricco per contentarsi di uno meno costoso. Ma questo è un discorso «d'opposizione» del quale non bisogna tener conto, almeno per ora. Gennaro Carnevale ha legato il suo nome all'impresa e il suo immediato programma conta già il piano di lotta contro i lupi che infestano le montagne vicine e che l'anno scorso sbranarono un soldato, certo Del Castello, mentre due settimane fa hanno assaltato una stalla alle porte del paese. Così si chiude la storia del "Clipper": Capracotta avrà lo spazzaneve e il Mayor Kenny i voti elettorali degli italiani del New Jersey. Ilario Fiore Fonte: I. Fiore, Jersey City, NJ, spazza la neve di Capracotta, in «La Settimana Incom», II:46, Roma, 12 novembre 1949.
- Jersey City spazza la neve di Capracotta (I)
Capracotta, novembre. Nel cuore dell'Appennino molisano, a ottanta chilometri da Sulmona e a quarantacinque da Ortona a Mare, i quattromila abitanti di Capracotta stanno vivendo febbrili giornate di attesa. La neve è scesa l'altra notte da Monte Capraro, altra ne verrà presto e per Natale, sulla strada che da Monte Forte conduce al paese, si ammucchieranno dai tre ai quattro metri di neve: così Capracotta sarà isolata dal resto del mondo e fino a maggio nessuno potrà scendere a Castel di Sangro o a Staffoli. Dalla fine della guerra ad oggi, la neve è stata un incubo per il sindaco e la popolazione: per fortuna, adesso, il rimedio è quasi pronto e se Dio vuole, per l'inverno già cominciato, il comune disporrà del più moderno spazzaneve d'Europa e Capracotta non sarà più sepolto e isolato sei mesi all'anno. L'iniziativa di fornire uno spazzaneve al paese è partita da una città americana, Jersey City, una propaggine di New York, ma l'affare si sta complicando e nessuno degli abitanti del paese è oggi in grado di dare una versione sicura di tutta la faccenda. Il sindaco di Capracotta, Gennaro Carnevale, uomo abile nell'amministrare le cose locali, vive tra il paese abruzzese e Roma, proprietario di due farmacie, una in montagna e l'altra in città. Nel mese di luglio, seriamente intenzionato di liquidare la voce comunale dello spazzaneve, don Gennarino scrisse una lettera al sindaco di Jersey City, John V. Kenny, illustrandogli drammaticamente la situazione di Capracotta e pregandolo di interessarsi affinché, prima dell'inverno, ottenesse dall'obolo dei suoi cittadini la somma per acquistare uno spartineve. Perché il sindaco italiano abbia scritto al sindaco della città del New Jersey e non al sindaco di un'altra città americana, si spiega tenendo conto che nello stato del New Jersey vivono 35 mila emigranti italiani, di cui quattromila abruzzesi e quasi 500 ex-cittadini di Capracotta. Gennaro Carnevale sapeva di colpire nel segno: la sua lettera, infatti, ebbe un successo immediato, il sindaco Kenny adunò i suoi collaboratori, tra cui il giudice Edward Zampella, oriundo abruzzese, preparò il piano della sottoscrizione e nel mese di agosto, dalla casa del Mayor di Jersey City, partì la lettera per Gennaro Carnevale che diceva: «Avrete lo spartineve, i miei concittadini hanno risposto all'appello e per Natale potete stare tranquilli!». Da allora, notizie sono giunte sempre più numerose, dai giornali e dalle lettere dei capracottesi del New Jersey che scrivono ai parenti d'Abruzzo. Lo spazzaneve, battezzato "Capracotta-Clipper", fu acquistato a Boston coi fondi del comune: pesante 12 tonnellate, è del tipo usato in Alaska, col vomero alto e snodato, manovrabile dall'interno della cabina del motore. Non ha la turbina, quindi non si può chiamare spazzaneve, tecnicamente è soltanto uno "spartineve". Esposto in una piazza di Jersey City, fu visitato da migliaia di connazionali che osannarono naturalmente al sindaco Kenny e lodarono il suo amoroso interessamento per il povero e sperduto villaggio italiano. La sottoscrizione raccolse ventimila dollari, circa 12 milioni, quanti ne sono necessari per pagare il prezioso congegno meccanico. Domenica 23 ottobre, il "Capracotta-Clipper" fu issato su un camion e, durante una solenne parata per le strade, venne portato dal quartiere italiano fino a Journal Square. Bambini figli di emigrati, indossanti costumi abruzzesi, portarono fiori al Mayor Kenny, il giudice Zampella pronunciò un vibrante discorso, il reverendo Gerardo Santoro benedisse l'apparecchio mentre i capracottesi piovuti con pullman e macchine anche da Trenton, Filadelfia, Florence, Princeton e Bristol, avevano gli occhi bagnati di lagrime. Poi, una società di trasporti si offerse di caricare gratis il "Capracotta-Clipper" da Boston a Napoli su un piroscafo mercantile che arriverà il 16 dicembre. Ilario Fiore Fonte: I. Fiore, Jersey City, NJ, spazza la neve di Capracotta, in «La Settimana Incom», II:46, Roma, 12 novembre 1949.
- I commandos polacchi a Capracotta e Pescopennataro
Il 1° dicembre 1943, nel porto di Taranto, approdò la nave "Ville d'Oran" che trasportava, destinata alla missione in Italia, la 1ª Compagnia Indipendente Commando guidata dal capitano Władysław Smrokowski. L'unità di commando polacca fu formata ed addestrata per oltre un anno nei territori della Scozia, del Galles e dell'Inghilterra. Faceva parte del 10° Inter-Allied Commando, come sua sesta compagnia. Esattamente a 75 anni dallo svolgersi di quegli eventi, vogliamo ricordare il contributo di questa piccola unità militare, che fu la prima a combattere sotto lo stemma dell'aquila bianca una vittoriosa battaglia sul suolo italiano, ancora prima della gloriosa vittoria del 2° Corpo d'Armata polacco nella battaglia di Monte Cassino. Inizialmente, le compagnie commando - polacca e belga - e il plotone jugoslavo furono trasportate per ferrovia da Taranto alla cittadina di Molfetta. Qui il 3 dicembre, nel cortile della locale scuola cittadina, il brigadiere Tom Churchill, comandante della No. 2 Special Service Brigade, informò gli arrivati che le due unità di commando erano state inserite nel suo gruppo. I soldati furono informati che il compito a loro assegnato riguardava le operazioni di pattugliamento e di esplorazione nell'area montuosa del fronte, sull'ala sinistra delle unità dell'8ª Armata britannica. Ci fu anche l'ordine di assegnare a entrambe le compagnie commando due soldati dal plotone jugoslavo come traduttori. La compagnia dei commando polacchi contava 91 soldati e fu inizialmente inserita nella famosa per le battaglie in Africa 78ª Divisione di fanteria "Battleaxe" e posta sotto gli ordini diretti del 56° Reggimento di ricognizione. Il 12 dicembre la compagnia commando del capitano Smrokowski iniziò il suo spostamento verso il fronte. Viaggiando su camionette, in un itinerario che toccò le città di Barletta, Foggia e Lucera, i commandos giunsero a Bojano, un piccolo paese della provincia di Campobasso dove pernottò. Il pomeriggio del giorno seguente la compagnia raggiunse il paese di Capracotta, ubicato a 1.421 metri sul livello del mare. Qui sono stati distribuiti i singoli plotoni e il comandante della compagnia ordinò di effettuare durante la notte il primo servizio di ronda e di pattugliamento nei pressi del fiume Sangro, in prossimità della città di Castel del Giudice. La mattina del 14 dicembre, il secondo plotone di commando polacco intraprese la marcia da Capracotta alla vicina località di Pescopennataro (1.237 m sul livello del mare) con il compito di sostituire i soldati britannici del reggimento di ricognizione, lì presenti da qualche giorno. Diamo la parola al comandante del plotone del comando polacco Maciej Zajączkowski: La mattina il secondo plotone guidato dal capitano Wołoszowski e tenente Zalewski si mise in marcia verso Pescopennataro. Era un piccolo villaggio nascosto tra ripide rocce, distante circa 6 chilometri in linea retta da Capracotta. C'era una strada che portava là, ma i commandos non potevano utilizzarla. [...] Il paesino era quasi completamente distrutto. I tedeschi in ritirata avevano fatto esplodere quasi tutte le case. Soltanto una delle due chiese e la casa del sindaco si erano salvate. Nel frattempo, la sera del 14 dicembre, un'altra pattuglia dei commandos polacchi partì da Capracotta per esplorare l'area di Ateleta e gli edifici posti sulle colline sulla sponda opposta del fiume Sangro. Il giorno seguente, durante l'attacco a una delle case della Masseria Rossi sulla collina 829, morì Franciszek Rogucki, un volontario dell'americano Pittsburgh. Fu il primo soldato polacco caduto in Italia nella campagna del 1943-45. Fu sepolto inizialmente al cimitero di Capracotta (nel 1945 i resti di Franciszek Rogucki furono trasferiti al Cimitero Militare Polacco a Loreto). Parallelamente alle azioni condotte dai plotoni presenti nell'area di Capracotta, altre operazioni di ricognizione furono svolte dal secondo plotone di commando di stanza a Pescopennataro. Qui i commandos polacchi diedero avvio alle attività di pattugliamento nelle aree circostanti le cittadine di Borrello e Quadri situate nelle vicinanze del fiume Sangro. Il 18 dicembre il plotone di comando e il primo plotone partirono dal loro precedente luogo di stazionamento per raggiungere Pescopennataro, poiché alla compagnia polacca fu assegnato il compito di pattugliare ed esplorare un lungo tratto del fronte, sul fiume Sangro, compreso tra S. Angelo del Pesco e Villa S. Maria. A Capracotta sono rimasti soltanto gli autisti e i soldati che si occupavano dell'approvvigionamento. A Pescopennataro, al comando di compagnia dei commandos polacchi fu assegnato l'edificio del sindaco, rimasto in piedi dopo la ritirata dei tedeschi. Sulla porta dell'edifico i tedeschi lasciarono un biglietto con su scritto: "Lasciamo questa casa ai vostri feriti". L'area più vicina all'edificio fu occupata dal plotone di comando. Il primo plotone si acquartierò tra le mura della Chiesa di S. Bartolomeo Apostolo, parzialmente distrutta dai tedeschi, situata sul lato settentrionale del paese, mentre i soldati del secondo plotone installarono le loro postazioni tra le rovine delle case diroccate presenti nella parte meridionale dell'abitato. Il paesaggio di Pescopennataro era quello della totale distruzione. Quasi tutti gli edifici vennero rasi al suolo dai tedeschi. La popolazione locale fu costretta a condividere il suo destino con i soldati polacchi cercando un po' di riparo nelle cantine e tra le rovine del paese poiché non aveva un posto dove andare. La scarsità del cibo e le basse temperature, tipiche su questo territorio, resero la loro situazione di vita ancora più tragica. Una settimana prima del Natale, nel pomeriggio del 18 dicembre, la pattuglia di ricognizione guidata dal capitano Stanisław Wołoszowski, il vice comandante della compagnia dei commandos polacchi, partì in direzione di Borrello e Villa S. Maria. A Villa S. Maria il comandante Wołoszowski, grazie alle indicazioni fornite dal sindaco locale, arrestò con galanteria, parlando in francese, una parente di Mussolini, la signora Farinacci, che fu poi consegnata al comando britannico. Nei giorni successivi i commandos furono impegnati a pattugliare le aree nei pressi di S. Angelo del Pesco, Quadri e Borrello. Il 21 dicembre, la posizione dei commandos polacchi a Pescopennataro fu visitata dal brigadiere Churchill che si complimentò con il capitano Smrokowski per le eccellenti azioni di pattuglia svolte dai suoi soldati. La stessa sera, verso le ore 18:00, il capitano Smrokowski fu urgentemente informato dalla presenza di truppe tedesche in marcia verso i villaggi di Pescopennataro e Capracotta. L'unità tedesca composta da circa 250 soldati era partita da Gamberale con l'obiettivo di conquistare entrambi i villaggi. Fu emesso l'ordine di organizzare immediatamente la difesa e mantenere a ogni costo Pescopennataro e postazioni di artiglieria britannica a Capracotta. Il comandante Smrokowski diede l'ordine di stabilire una linea di difesa, sebbene questa non fosse una delle migliori mosse tattiche nelle operazioni di truppe speciali e nel loro destino. Durante il briefing con i comandanti dei plotoni, il capitano Smrokowski ordinò al primo plotone di preparare un'azione difensiva nella parte centrale del paese chiudendo l'uscita per Agnone e la strada a nord. Al secondo plotone fu affidato il compito di difendere l'unica strada che conduceva fuori città verso la valle del Sangro in direzione di S. Angelo del Pesco e di mantenere l'area degli edifici nei pressi del cimitero. Infine il plotone di comando chiudeva l'area orientale degli edifici e aveva a disposizione la squadra dei mortai. Mezz'ora dopo aver emesso ordini, i commandos polacchi erano pronti alla difesa sulle posizioni assegnate. Nel frattempo, la popolazione locale è stata condotta in rifugio tra le mura della chiesa superstite (Chiesa della Madonna delle Grazie), sita nella piazza centrale della città. Intorno alle ore 20:30 i soldati tedeschi delle truppe alpine, confluendo da più direzioni, sferrarono il loro attacco su Pescopennataro tentando di rompere la difesa ma furono respinti da un deciso fuoco difensivo. L'azione di difesa più difficile fu sostenuta dai soldati del secondo plotone dei commando poiché si trovarono a dover respingere l'attacco tedesco che fu condotto dalla sovrastante collina vicino al cimitero. I cruenti combattimenti si svolsero a distanza ravvicinata con l'utilizzo di armi da fuoco leggere, bombe a mano e sotto la pioggia di fuoco dei mortai. Dopo circa un'ora i tedeschi lanciarono un secondo attacco che fu respinto al termine di un duro scontro che durò fino a mezzanotte. In prossimità del paese di Capracotta operavano attivamente le batterie dell'artiglieria britannica. La conquista di queste postazioni rappresentava il secondo obiettivo del piano di attacco tedesco, dopo la presa di Pescopennataro. Dai margini del paese arrivavano in maniera incessante i boati delle esplosioni dei combattimenti che provocarono un forte spavento tra i civili che si erano rifugiati all'interno della piccola Chiesa della Madonna delle Grazie. Durante l'incessante battaglia, dall'interno della chiesa si udivano provenire le grida isteriche delle donne, il pianto dei bambini, i canti di preghiera. Il fuoco dell'artiglieria cessò verso l'una di notte ed i soldati delle truppe alpine tedesche ne approfittarono per tentare altri attacchi, molto meno decisivi. L'ultimo impetuoso tentativo di assalto fu condotto dai tedeschi verso le tre del mattino. L'attacco fu fermamente e sanguinosamente respinto. All'alba il capitano Smrokowski fece uscire le pattuglie esplorative che confermarono il ritiro dei tedeschi. Fu così che a Pescopennataro un'incompleta compagnia di commandos polacchi, composta da soli 80 soldati, era riuscita a sconfiggere un avversario tre volte più forte, l'eccellente unità tedesca dei famosi Gebirgsjäger. Dopo quei scontri il comando britannico ha emesso l'ordine di rinforzare la linea di difesa su quella parte del fronte. A Capracotta fu inviato un squadrone di riserva, mentre a Pescopennataro è stata indirizzata la compagnia irlandese dal reggimento di Inniskilling Fusiliers e due plotoni di genieri. A questi fu affidato il compito di minare tutti i sentieri e le strade site nella prossimità della città, mentre i commandos polacchi dovevano tornare a pattugliare i terreni sul Sangro. Gli irlandesi ai quali fu affidato il compito di proteggere la città furono alloggiati nella parte settentrionale di Pescopennataro, là dove precedentemente stazionava il primo plotone del commando polacco. Il 23 dicembre la 1ª Compagnia Commando Indipendente polacca ricevette dal comandante della 78ª Divisione di fanteria, generale C. Keightley, una lettera di congratulazioni per l'eroica difesa di Pescopennataro. Lo stesso giorno i commando polacchi ricevettero la visita del colonnello Klemens Rudnicki che stava lavorando alla realizzazione di un report per il 2° Corpo d'Armata polacco che stava in arrivo sul fronte italiano. I giorni seguenti i commando polacchi passarano a pattugliare l'area di Borrello e S. Angelo del Pesco. Il 25 dicembre, giorno di Natale, incominciò a nevicare. Tutto fu coperto da una fitta coltre bianca. Le bufere di neve continuarono senza tregue anche nei giorni successivi. La sera del 29 dicembre una pattuglia, tornando da Villa S. Maria a Pescopennataro, si addentrò in un sentiero precedentemente minato dagli irlandesi. Il soldato Stanisław Stadnik, uno dei pochi alpinisti presenti nella compagnia polacca, incappò su una mina che lo ferì gravemente causandone la morte. Il giorno dopo fu sepolto nel piccolo cimitero di Pescopennataro (nel 1945 i resti di Stanisław Stadnik furono trasferiti al Cimitero Militare Polacco di Montecassino). Le azioni condotte dai commandos polacchi nel periodo compreso tra il 13 e il 29 dicembre del 1943 permisero di conoscere le forze nemiche, difendere delle importanti posizioni sul fronte ma anche di documentare il comportamento criminale dei soldati tedeschi su questo tratto della Linea Gustav. Il 17 dicembre a Quadri, la pattuglia del tenente Stefan Zalewski che operava dal lato opposto del fiume Sangro, vide l'assassinio di una ragazza italiana. La giovane fu fucilata. Il 20 dicembre, nella cappella del cimitero di S. Angelo del Pesco furono scoperti i cadaveri di tre uomini fucilati la notte precedente. Inoltre gli abitanti di alcune cittadine sul Sangro informarono i soldati polacchi di diversi atti di prepotenza da parte dei tedeschi. Denunciarono frequenti saccheggi di cibo, bestiame e altri beni. In reazione al comportamento criminale dei tedeschi, gli italiani fornirono ai soldati polacchi preziose informazioni sui movimenti delle loro truppe e la dislocazione delle postazioni militari. I dati raccolti consentirono ai commandos di riportare sulle mappe le posizioni nemiche e di segnalarle al comando britannico. Il 29 dicembre, a Villa S. Maria i polacchi trovarono un gruppo di minatori dell'Alto Adige deportati dai tedeschi ed impegnati, in regime di lavoro forzato, alla realizzazione di alcune opere minatorie. Sul finire del 1943 le forti nevicate tagliarono fuori dai rifornimenti i polacchi e gli irlandesi di stanza a Pescopennataro. Per cercare di risolvere la situazione fu impartito l'ordine dello scavo di un tunnel, attraverso la neve, in direzione di Capracotta, ma il lavoro non poté essere svolto a causa delle incessanti nevicate. Per far fronte al problema, dal 7 gennaio 1944 furono effettuati su Pescopennataro dei lanci paracadutati di contenitori contenenti viveri e armi. Il 10 gennaio i soldati polacchi riuscirono a farsi strada tra un imponente cumulo di neve scavando un tunnel in direzione di Capracotta. Nello stesso giorno il capitano Smrokowski ricevette l'ordine di spostare la sua compagnia da Pescopennataro ad Agnone. Si concluse così il primo capitolo del valoroso servizio svolto dei commandos polacchi nella Penisola appenninica. I due compagni caduti furono lasciati a Capracotta e Pescopennataro mentre alcuni feriti furono inviati in ospedali da campo nelle retrovie. La compagnia commando, in numero incompleto dopo le azioni svolte sul fiume Sangro, fu inviata sulla costa occidentale dell'Italia dove, appena una settimana dopo, partecipò alla prima battaglia di Monte Cassino attraversando il fiume Garigliano e combattendo nell'area del paese di Suio e Castelforte. Krzysztof Piotrowski (trad. di Danuta Wojtaszczyk) Fonte: https://naszswiat.it/, 5 marzo 2019.
- Un apoftegma per Nunzio Baccari
Nunzio Baccari nacque a Capracotta il 22 giugno 1666 da Filippo e Cesarea Baccari. Nel rione S. Antonio la sua famiglia possedeva «una casa con un'altra casetta contigua con mobili, et utensilij, e coll'hosto avanti per uso proprio fra soprani, e sottani l'una, e l'altra membri 32», oltre a «territorij tomola 131, cioè tomola 84 colti, e 39 incolti, e pratini tomola 8 assegnati per patrimonio sacro [...] nella pertinenza d'Agnone». Le rendite familiari provenivano dalle locazioni presso la Regia Dogana della mena delle pecore di Foggia, consistenti in «una massaria di pecore con cavalli, somari, e bovi, giumente indomite, e vacche, delle quali vacche la maggior parte le tiene in società, che sono della veneranda Cappella di S. Maria di Loreto di questa Terra». Insomma, la famiglia Baccari era sicuramente una delle più agiate di Capracotta e difatti Nunzio fu avviato alla vita religiosa d'alto rango. Mi piace credere che Cesarea lo partorì sotto un persistente aroma di ginepro e che lo chiamò Nunzio con la speranza che diventasse messaggero di Dio... e tale fu, nomen omen. Formatosi probabilmente nel nostro ginnasio e trasferitosi in giovane età a Prezza (AQ), fu ordinato sacerdote il 15 aprile 1693 per venir nominato vescovo di Bojano il 14 marzo 1718 sotto papa Clemente XI. In seguito, grazie alla benevolenza del cardinal Vincenzo Maria Orsini - futuro papa Benedetto XIII - che lo aveva voluto al suo fianco a Benevento, Nunzio fu nominato vicegerente di Roma, colui che «coadiuva il vicario generale per la diocesi di Roma nelle sue funzioni di governo», una carica di grandissima responsabilità e di altissimo onore. La più importante opera di Nunzio Baccari fu quella realizzata presso il Conservatorio di S. Pasquale Baylon, situato a Roma in via Anicia, un'istituzione di particolare valore nell'ambito delle iniziative in favore degli orfani. Difatti, nel 1724 Nunzio «raccolse otto fanciulle che vagavano per la città senza educazione e le affidò a una pia signora genovese, Caterina de Rossi, assegnando due baiocchi e mezzo al giorno per ognuna di esse, a difesa della loro onestà ed innocenza». Potrei dire che il Vescovo strappò alla strada ragazze che facilmente si sarebbero traviate, rischiando di finir violentate o ammazzate nei pericolosi vicoli della Roma tardobarocca. Nunzio Baccari morì a Roma il 3 gennaio 1738 sotto il pontificato di Clemente XII. Mi sento particolarmente legato alla figura di Nunzio perché spero che diventerà il protagonista del mio primo romanzo, intitolato appunto "Nuntio, vobis". L'idea del romanzo nacque quando, alcuni anni fa, scoprii il luogo di sepoltura del Vescovo ma, con l'intento di ricostruire all'indietro la sua vita, non riuscii a recarmi sulla sua tomba, posta all'interno della Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, in terza posizione rispetto alla «linea di mezzo prossima alla cantoria», perché il rettore dell'istituto era appena deceduto e contemporaneamente erano in corso dei lavori di restauro. Oggi voglio però regalarVi un'anteprima della mia ricerca, un mistero che avvolge la vita di Nunzio Baccari e che, ai miei occhi, lo rende tanto affascinante. Mi riferisco alla missiva che padre Angelo Cancellieri, abate del monastero benedettino di Matelica (MC), inviò il 19 ottobre 1734 al re Carlo III di Borbone, incentrata proprio sul nostro prelato. Quella lettera conteneva infatti un apoftegma (l'espressione di una sentenza profetica) secondo il quale Nunzio sarebbe diventato papa dopo Clemente XII. In realtà il Baccari morirà proprio sotto il pontificato di Lorenzo Corsini, eletto il 12 luglio 1730, e non potrà beneficiare in alcun modo di quella rivelazione. Tuttavia, questo suggestivo presagio non deve meravigliare più di tanto. Con l'avvicinarsi di un conclave erano tanti i religiosi sparsi in ogni parte d'Europa che si premuravano di prevedere l'elezione pontificia - ora di questo ora di quello - sperando di influenzare in qualche modo i cardinali elettori. Questa abitudine era talmente malvista dai cronisti più ortodossi da aver dato vita al seguente detto: Chi in Conclave entra con indizio di poter riuscire Papa, ne esce sempre Cardinale. L'autore della profezia, Angelo Cancellieri, monaco benedettino, era nato a Matelica nel 1689 ed aveva indossato l'abito monastico nella congregazione «de' PP. Silvestrini, e fatta la carriera degli studj, e de' gradi regolari, conseguì meritamente quello di Abate, avendo di più avuto l'onore di esser benedetto in Roma dal sommo Pontefice». Ad una prima analisi, penso che padre Cancellieri avesse voluto blandire Carlo III, incoronato il 15 maggio 1734 re di Napoli, con la possibilità di un imminente papa abruzzese, meridionale, quindi lontano dagli intrighi politici di Roma e più facilmente plasmabile dai Borbone. La misteriosa epistola è la seguente: Sacra Real Maestà. È tanta la gioja che sento nelle gloriose conquiste delle vittoriose armi della Maestà Vostra, per la sorte che ho d'essere suo suddito di origine, venendo li miei antenati come è ben noto dalla città di Pistoja. Che se lo stato mio di Religioso Silvestrino dell'Ordine di S. Benedetto, ed il grado che sostengo di Abate e Superiore di questo Monistero non mel vietassero cercherei certamente poter applicare le mie qualunque sieno deboli forze in servizio della Maestà Vostra. Ma giacché non m'è permesso spargere il sangue per la sua corona si degni per lo meno la M. V. benignamente permettermi, che v'impieghi l'inchiostro. Ben vede, invitto Monarca, quanto potria esserle giovevole un Pontefice Nazionale di Napoli e interessato come il presente per la sua reale persona. Essendomi non pertanto riuscito più volte spiegarle anche preventivamente come senz'altri testimoni sonovi costì veraci li congiunti del fu Duca di Gravina, cui, defonto Innocenzo XIII, annunziai l'esaltazione di Benedetto XIII, prego la di lei gentilezza a compiacersi, che io le significhi col qui accluso umilissimo foglio questi amminicoli, che in tutto e in parte dovranno verificarsi nel futuro Conclave, e che si adattano appieno ad un soggetto che per anco non è Cardinale, ma in grado; voglio dire Monsignor Vescovo di Bojano Nunzio Baccari suddito della Maestà Vostra e Vice Gerente di Roma. Sicuro che qualor non riesca trovare altri cui si convenga una simigliante spiegazione, egli dovrìa essere lo prescelto da Dio alla Reggenza della Santa Chiesa. E pregando la Maestà Vostra a compiacersi non isdegnare il reverendissimo ufficio in olocausto di vero ossequio per potermi lusingare vivere nel numero de' suoi più infimi vassalli rispettosissimi e fedelissimi servi, mi umilio a piè del suo regal soglio. Matelica nella Marca Anconitana li 19 ottobre 1734. Umilissimo Devotissimo Padre Cancellieri Monaco Silvestrino. Il foglio accluso alla lettera, nel quale padre Cancellieri dimostrava come i tre precedenti papi fossero stati eletti sulla scorta delle profezie dell'abate Gioacchino da Fiore, Ve lo risparmio per rispetto della religione. Credo che sia fondamentale tenere a mente un dato: sembra che questi oracoli fuori tempo massimo non nutrissero alcuna fiducia nello Spirito Santo, la cui azione, stando alla teologia cattolica, è invece imprescindibile durante il rito del conclave. Al di sopra di queste macchinose manovre politiche stava Nunzio, messaggero del Signore, uomo del bene, cristiano vero e... papa apoftegmatizzato! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. F. Cecconi, Roma sacra, e moderna, Mainardi, Roma 1725; «Il Corriere Ordinario», Vienna, 19 novembre 1721; P. de Stephanis, Prezza, in F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato, Nobile, Napoli 1856; «Diario ordinario», 1798, Roma, 12 febbraio 1729; «Diario ordinario», 2011, Roma, 24 giugno 1730; «Diario ordinario», 2059, Roma, 14 ottobre 1730; L. Lancellotti, La Regia chiesa dello Spirito Santo dei Napolitani in Roma, Guerrera, Napoli 1868; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. I, Pierro, Napoli 1914; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Monachino, La carità cristiana in Roma, Cappelli, Bologna 1968; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro sino ai nostri giorni, vol. XCIX, Tip. Emiliana, Venezia 1860; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; C. Orlandi, Delle città d'Italia e sue isole adiacenti, libro V, Riginaldi, Perugia 1778; G. Rossi, Catalogo de' vescovi di Telese, Soc. Tipografica, Napoli 1827; G. Russo, Di un dichiarato nemico del Sommo Pontefice addivenutone involontario apologista, in «La Scienza e la Fede», XXXVII:8, Napoli 1877; F. Valesio, Diario di Roma, vol. VI, Longanesi, Milano 1979; F. Vecchietti e T. Moro, Biblioteca picena, o sia Notizie istoriche delle opere e degli scrittori piceni, libro III, Quercetti, Osimo 1793; G. Zigarelli, Storia della Cattedra di Avellino e de' suoi pastori, vol. II, Stamp. del Vaglio, Napoli 1856.
- Ispezione su carni da macello
Il Socio dott. Armani scrive: Desidero uno schiarimento circa quanto vengo esponendo a cotesta R. Società ed Accademia. Qui a Capracotta (Molise) si fa un'abbondante macellazione di ovini; ma stante le condizioni attuali di mancanza di animali da carne, da qualche macellaio un po' più spesso è stata macellata qualche capra, fin qui tollerata. La Giunta Comunale con recente deliberazione stabilì che per la macellazione delle capre, i macellai si dovessero provvedere anzitutto di un permesso speciale dal Municipio ed inoltre tale permesso dovesse essere confermato dal veterinario, il quale dopo la visita sanitaria dell'animale vivo e morto, ne avrebbe fissato il prezzo d'accordo coll'assessore delegato. E così mi si dà ordine che trovando negli spacci di carne di capra, non denunziata al Municipio e senza averne il macellaio avuto il relativo permesso, l'avessi fatta sequestrare. Ora io domando: 1° Fra i provvedimenti, che un Municipio può prendere circa il servizio delle carni, può dar disposizioni per il sequestro di carni di una data specie di animali, che per quanto non denunziate, sono sane? 2° Secondo la deliberazione della Giunta debbo io sequestrare la capra, che per quanto non denunziata, è sana e perciò da ammettersi al consumo? A me sembra che la deliberazione della Giunta esorbiti per quanto riguarda il sequestro, e credo che la carne, sebbene non denunziata sia da vendersi a prezzo conveniente, salvo a dichiarare in contravvenzione il macellaio per aver omesso la denuncia per ottenere il permesso di macellazione. Con ossequio. Capracotta (Campobasso), 17 febbraio 1904. Il Presidente osserva che un Municipio ha sempre facoltà di stabilire per il locale servizio di ispezione delle carni da macello tutte quelle disposizioni che gli paiono opportune. Agussi, Cenerelli, Minciotti e Tabusso si associano all'opinione del Presidente, aggiungendo che il veterinario comunale deve ottemperare sotto tutti i riguardi agli ordini datigli. Il Segretario Generale non può non condividere le opinioni emesse dal Presidente e dagli altri Soci che dopo di questi hanno preso la parola; ma trova però non aver poi tutti i torti il Socio Armani quando dice sembrargli che il Comune esorbiti un poco dall'onesto e dal legale facendo sequestrare e distruggere della carne sana. Con tanto depauperamento fisico che c'è nella razza umana, non c'è proprio bisogno che si distrugga carne sana. Gli pare quindi che il Comune di Capracotta farebbe bene ad accettare il consiglio del suo veterinario consorziale, metter cioè in contravvenzione l'esercente; che non ha chiesto la voluta autorizzazione, ma lasciar consumare la carne di capra. Diamine! – conchiude ridendo il Segretario Generale – proprio in un Comune che si chiama di Capra...cotta non si permetterà il consumo della capra che certamente si mangia... cotta? Fonte: Ispezione su carni da macello, per lo spaccio di carne ovina e caprina, in «Giornale della Reale Società ed Accademia veterinaria italiana», LIII:13, 26 marzo 1904.
- Nunziatina la Salarola
Il mio racconto è una piccola testimonianza; sicuramente una storia minima di quello che accadde negli anni terribili e successivi della Seconda guerra mondiale. Sono nato nell'anno 1940, durante il quale l'Italia, a fianco della Germania, dichiarò guerra alla Francia e all'Inghilterra ed entrò nel conflitto mondiale. Sostenere che la guerra non abbia influito sui nostri percorsi di vita, non è possibile. Con la fine della guerra, i cannoni si spensero, ma le ferite sono rimaste e per alcuni la guerra non è mai finita. Sono trascorsi molti anni e i ricordi della mia infanzia sono ancora nella mia memoria. Feci il mio primo viaggio alla fine dell'anno 1945, su un traìne (carro), per andare in Puglia nella città di San Severo dove si trovavano i nonni paterni e parte della famiglia. Il viaggio durò quattro giorni. Di notte si dormiva nelle cosiddette taverne che erano delle località prestabilite per la sosta di persone ed animali. Lo zio Angelo, il fratello maggiore di papà, guidava il carro. Poi, per la notte, lo zio preparava un piccolo giaciglio sotto le stanghe del carro, dove potevo dormire vicino a lui. A San Severo frequentai le prime due classi delle elementari. Mi guidava nella lettura la nonna Peppinella. – Lorenzo, – mi richiamava – porta il segno con il dito –, mentre era intenta a liberare le sue calze dalle pulci. C'erano, infatti, molte pulci nell'ambiente ed era necessario fare con frequenza il bagno in una tinozza. La nonna era maestosa ed imponente nelle sue lunghe gonne, con i capelli leggermente ondulati raccolti sulla nuca. A tavola, per il pranzo, dove ero seduto tra la medesima ed il nonno Leonardo, distribuiva le porzioni della carne: «Questa a Lunàrde (Leonardo)», il nonno, «quest'altra ad Angelo», il figlio maggiore. E così di seguito, secondo l'età degli altri componenti della famiglia. La forchetta passava sopra il mio piatto e i miei occhi la seguivano, ma non si posava, se non alla fine, con una piccola porzione di carne. La stessa nonna, per tutto il mese di maggio, alle ore cinque del mattino, mi sollecitava a seguirla: – Lorenzo, alzati che dobbiamo andare alla messa alla chiesa di S. Antonio. Dopo il secondo anno delle scuole elementari tornai a Capracotta, perché la mamma mi volle con sé insieme agli altri due figli Pina e Michelino. Diceva, con una espressione poco elegante ma piena di orgoglio: – Dove mangiamo in tre, possiamo mangiare anche in quattro – per giustificare la decisione di aver voluto a Capracotta, presso di sé, i tre figli. Completai il ciclo della scuola elementare con il maestro Romeo. Insegnante molto bravo quanto severo. Spesso eravamo impreparati, e questo accadeva soprattutto durante la stagione invernale; come risposta ordinava a tutti di portare gli sci a scuola, che altro non erano che due pezzi di legno di faggio stagionato con la punta un poco rialzata, i quali andavano ad alimentare la stufa dell'aula di classe. In aggiunta c'era poi la punizione con la "spalmata": una striscia di legno, sempre di faggio, ben levigata che veniva data sul palmo della mano per cinque, dieci, venti volte secondo la gravità dell'errore. Rimasero famose quelle che prese Eutimio, il quale, da vero sannita, non cedette mai, neanche ad un pur piccolo lamento, lasciando insoddisfatto il maestro. Non solo, ma Eutimio aveva anche l'abilità di evitare il colpo della spalmata che invece andava a colpire dolorosamente la gamba del maestro. Al maestro Romeo piaceva suonare la fisarmonica e spesso ci faceva cantare "Il Piave mormorò, non passa lo straniero", accompagnando la celebre canzone patriottica con le note del suo strumento musicale. In quella classe mi fu compagno di banco il buon Celeste Curdìsche. Il maestro Romeo lasciò il nostro paese perché vinse il concorso da direttore didattico per la sede della città di Teramo. Alla mamma cercavamo di dare fastidio il meno possibile. Il nostro tempo era occupato, oltre che dagli obblighi scolastici, essenzialmente dai giuochi di piazza che erano diversi per ogni stagione. A primavera si incominciava con zompacuavàglie. Si andava a scuola al mattino prima dell'orario dell'entrata e, appoggiate le cartelle a terra, si componevano le squadre. Quelle più adeguate per il gioco erano composte di tre ragazzi ognuna. Si tirava alla conta e la squadra che usciva a sorte si disponeva in fila a mo' di schiena di cavallo. I componenti dell'altra squadra, con una lunga rincorsa, saltavano cercando di restare in equilibrio. La prova terminava quando qualcuno di quelli che stava sotto, per l'eccessivo peso cedeva oppure qualcuno di quelli che stava sopra perdeva l'equilibrio e cadeva giù. Con la chiusura della suola iniziavano altri giochi; tra essi quello che maggiormente ci teneva impegnati era il calcio. Interi pomeriggi si restava al campo sportivo, pur essendo lo stesso pieno di buche e di "pizze" di cacca di vacche che vi pascolavano liberamente. Tra i giochi di strada, cosiddetti minori, pur sempre divertenti, ricordo quelli a peschìtte, una forma semplificata del baseball americano, dove la palla veniva sostituita dal peschìtte, che era un pezzo di legno da colpire con una mazza; a "bottoni"; a nascondino, tra le mete di grano durante la trebbiatura; alla "voga". I giochi poi venivano intervallati con le scorribande tra i cespugli della Guardata per la ricerca dei ravascìne (uva spina) e per la raccolta delle peràzze (perastre) giù alla Difesa. Il mese di giugno poi era il più atteso perché portava le prime feste religiose: sant'Antonio e san Giovanni. Quella di san Giovanni era la più ricca di avvenimenti. Per tutta la giornata si poteva visitare la fiera degli animali, che si svolgeva lungo il costone dove attualmente è ubicato il serbatoio dell'acqua. Dopo pranzo si organizzavano le corse dei cavalli e degli asini: i primi partivano dal Ponte di Ferro e i secondi dalla fonte del Cummunìce. Quella degli asini era la più divertente ed allegra. Tommaso, il figlio di Incoronato il bastaio, poneva sotto la coda del suo asino un grosso cardo per sollecitarlo a correre. I giochi si concludevano con lo scivoloso albero della cuccagna tra gli applausi per chi era riuscito ad afferrare il prosciutto posto alla sommità del palo. La mamma, frattanto, aveva ottenuto la concessione governativa per la rivendita di sale e tabacchi, con la quale, insieme alla modesta pensione di vedova di guerra, cercò di crescere la famiglia. Non so dire se eravamo sotto o sopra la linea della povertà. Ma la miseria, per così dire, non pesava, per il semplice motivo che non sapevamo che cosa fosse la ricchezza o il benessere. La guerra ormai era alle nostre spalle e la ricostruzione del paese era cominciata ed andava avanti con molti sacrifici della popolazione. L'attività principale degli abitanti era l'agricoltura. Il prato della Guardata era pieno di animali che pascolavano: vacche, cavalli, muli, capre, asini. La nostra famiglia non esercitava l'attività agricola, ma commerciava il carbone. I pochi terreni che possedeva erano di difficile coltivazione. La mamma cercò di mettere a coltura qualcuno di essi, ma dopo qualche anno dovette smettere per le eccessive difficoltà che incontrò. Io, la sorella Pina e il fratello minore Michele avevamo l'incarico di sostituire la mamma presso la rivendita per darle l'opportunità di preparare il pranzo. A dire il vero però, la più impegnata era la sorella, la quale, dopo aver fatto l'esame di ammissione, aveva lasciato la scuola pur avendo delle ottime capacità per lo studio. Quando eravamo alla bottega io, Pina o Michelino, gli amici venivano a farci compagnia; allora il locale diveniva un posto di intrattenimento, di chiacchiere, di ingenui pettegolezzi. Nacquero anche degli amori, alcuni leggeri e transitori, altri duraturi che sono divenuti di vita. Quanta gente è passata per la bottega, con o senza soldi, perché a molti piaceva fumare. La mamma faceva credito a chi non poteva pagare subito, segnando il debito su un libretto dalla copertina nera, pronto a scomparire quando arrivava voce che in paese era giunta la Guardia di Finanza di Agnone. Vi erano personaggi bizzarri. Il veterinario Turchetti, romagnolo verace di ampia cultura, inveterato fumatore, era uno di questi: entrava e allargava sul bancone un fazzoletto colorato di 50 centimetri per 50 sul quale versava e mescolava i due trinciati di tabacco, quello comune e quello forte, che poi avvolgeva nelle cartine per farne le sigarette da fumare. La mamma, che ormai tutti chiamavano Nunziatina "la Salarola", a mezzogiorno lasciava il negozio per andare a casa a preparare il pranzo, sempre con la solita raccomandazione: – Non chiudete, aspettate che passino Achille, il segretario comunale, e Arnaldo, l'esattore. Questi erano clienti da tenere in massima considerazione, perché assidui fumatori; fra l'altro avevano la fisima di tastare i pacchetti, perché dicevano di gradire le sigarette morbide. Quando c'era la necessità di andare a fare il pane al forno, nel primo turno della notte, si sentiva la voce di zio Pasqualino il fornaio sotto la finestra della camera da letto: – Nunziatina, Nunziatina. – Lorenzo, – mi svegliava la mamma, perché dormivo nella sua camera – sta chiamando Pasqualino, affacciati e digli che vado subito. Questo succedeva anche quando c'era la bufera di neve ed era possibile vedere zio Pasqualino avvolto in una piccola mantella di panno di lana tirata sulla testa. Zio Pasqualino era un uomo speciale, garbato e pieno di odore di farina, sempre pronto a dare consigli a tutti. Si vedeva con il vestito della festa soltanto nel giorno di sant'Anna (26 luglio), in onore della quale organizzava ogni anno la festa. Le chiamate, durante la notte, non erano solo quelle del fornaio. I camionisti Antonio e Peppe Tagliacoccia avevano l'abitudine di partire nelle ore della notte per arrivare a Pescara verso l'alba, scaricare la legna o il carbone e ripartire subito per Capracotta. Spesso accadeva che si trovavano sprovvisti di sigarette e la soluzione immediata era quella di suonare il clacson in direzione della finestra dove sapevano che dormiva la mamma, la quale riconosciuto il segnale, buttava il pacchetto di sigarette dalla finestra, mentre Antonio la rassicurava: – Poi viene Lauretta a portare i soldi. – Lauretta era la moglie. L'arrivo della neve, annunciato dal volo basso dei passerotti, era sempre un evento felice per noi ragazzi. Nei giorni di forte bufera non si andava a scuola e si restava in casa con il naso appiccicato al vetro della finestra. Il pensiero correva ai giorni successivi quando, cessata la bufera, si poteva andare a sciare. Durante il periodo invernale, la mamma si alzava verso le ore sei del mattino per preparare il fuoco da cui ricavare la brace che doveva alimentare il braciere del negozio. Quando c'era la bufera, che accadeva spesso, trovava la porta del negozio ostruita dalla neve. Allora si fasciava la testa con la sciarpa di lana nera, per evitare che il vento la portasse via, e con la pala che le prestava zio Enrico il calzolaio, faceva il passaggio per entrare. Il primo a presentarsi alla bottega era Antonio Codì. – Nunziatina, – esordiva – dammi una sigaretta –, che all'epoca si potevano vendere anche sfuse – e non la segnare perché mi ricordo io. Ne fumava più di una al giorno, ma sempre una alla volta ne prendeva e le pagava qualche giorno dopo. Non è mai accaduto di aver omesso dal conto qualcuna quando decideva di pagare. Fu una persona onesta. Comunque, per la mamma non erano quelle le giornate peggiori. Il giorno più triste ed angosciante era quello della commemorazione dei defunti; ella non andava al cimitero come tutti facevano, ma restava a casa che riempiva di ceri accesi; e saliva e scendeva le scale in continuazione con evidente agitazione. Non trovò mai il sereno distacco dal ricordo degli avvenimenti che l'avevano coinvolta da quel triste anno 1945, nel quale le fu comunicata la morte di nostro padre. Il suo pensiero andava sempre a lui per non aver avuto una civile sepoltura e a noi figli per non averlo mai conosciuto. Durante il periodo della nostra prima infanzia, nostro padre fu sempre impegnato per esigenze militari prima in Albania, poi in Grecia, dove fatto prigioniero dai tedeschi nell'anno 1943, fu portato in Germania. Nel mese di marzo dell'anno 1945, con un barbaro pretesto, fu ucciso, insieme ad altri internati militari, dalla furia omicida nazista, nella città di Hildesheim, nel cui cimitero furono sepolti in una fossa comune, senza nomi ma con la semplice indicazione "208 sconosciuti". Questa è l'eredità che abbiamo ricevuto dalla guerra: un ricordo che si rigenera e mai si annulla. La mamma visse con l'animo perennemente addolorato, triste, chiuso al sorriso, ma non disperato. Fu donna di fede e di preghiera; la sera recitava il rosario e ogni venerdì della settimana, sul camino di casa, accendeva una lampada votiva per i defunti: un bicchiere a forma di calice, pieno di acqua per oltre la metà e per il resto di olio, sul quale poneva lo stoppino che bruciava, fissato su un pezzetto di sughero. La mamma, Nunziatina "la Salarola", morì all'età di 77 anni in un ospedale di città; ci fu detto che durante la notte, nell'ultimo tratto della sua esistenza, le fece compagnia un frate cappuccino, recitando il rosario. Ciao mamma. Lorenzo Potena Fonte: L. Potena, Nunziatina la Salarola, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Antonio Battilo, l'eroe di Palazzo Capracotta
Questa testimonianza ci è stata fornita direttamente dalla voce dell'interessato Antonio Battilo, classe 1939, per il tramite di un nostro lettore del blog, il caro amico Luigi Battilo. La famiglia Battilo, pescivendoli ambulanti per tradizione familiare al largo Santa Croce a Portici, per generazioni hanno sempre abitato a Palazzo Capracotta, meglio conosciuto come 'o palazzo 'e Peppe 'e Catiello, nonno del dott. Saldamarco. Ricordiamo ai nostri lettori che la struttura attuale con pianta a libro risale più o meno agli inizi del '700. Appartenuto alla famiglia Capece Piscicelli, duchi di Capracotta, ha rivestito nel corso dei secoli varie destinazioni d'uso, prima sede della Curia, poi prigione e poi sede del Municipio in epoca borbonica e post-unitaria. Vi pubblichiamo anche due mappe, una di fine '700 ed un'altra di fine '800 dove si possono rilevare lo stato del palazzo all'epoca con la presenza del giardino al suo interno. Ci racconta Antonio che lui e la sua famiglia vivevano al primo piano insieme ad altre famiglie, tra cui quella del dott. Saldamarco. Le condizioni di vita erano al di sotto degli standards attuali ovvero c'erano bagni comuni ma comunque c'erano due fontane e due giardini su due livelli. Il signor Antonio ha vissuto tutta la sua infanzia e la sua adolescenza fino al matrimonio nel Palazzo e ricorda con viva commozione i vari eventi che si sono succeduti. Ricorda le botteghe storiche che erano presenti sulla facciata del Palazzo, ovvero botteghe di macelleria della famiglia Iodice, detto 'o Signurino, che erano anche proprietari nello stabile. Nel cortile interno c'era la bottega per le tende da paracadutista del sig. Armando Senatore e verso l'angolo della strada la bellissima salumeria dell'avvocato Coppola, con giardino interno, padre del dott. Gabriele Coppola. Nel Palazzo la famiglia Battilo era molto numerosa e lo stesso Antonio ci raccontava che in una stanza del Palazzo vivevano in nove. Ma l'episodio più significativo della vita di Antonio avvenne all'incirca in un'estate, forse, del 1962, quando durante la notte sentì un boato tremendo e si accorse che parte del solaio della sua stanza cadde sopra di lui. Non convinto, visto il clamoroso boato, si precipitò al piano di sopra in corrispondenza dell'appartamento della famiglia Iodice constatando che tutti loro erano rimasti sotto una massa di detriti e calcinacci. Nonostante l'oscurità e la polvere sollevatasi riuscì a trarre in salvo i genitori ed i figli che erano rimasti sotto. Intanto gli altri abitanti del Palazzo avevano chiamato i vigili del fuoco ma l'improvviso intervento di Antonio riuscì sicuramente a salvare delle vite umane. La conseguente inalazione della polvere provocò ad Antonio, una volta giunto sul ballatoio del palazzo, uno svenimento e fu necessario l'intervento di alcuni sanitari giunti sul posto. L'accaduto fu ricordato su diverse testate giornalistiche nelle cronache locali (speriamo di trovare i giornali dell'epoca) ed Antonio Battilo fu convocato in Comune qualche settimana dopo per ricevere un encomio pubblico ed anche una somma in denaro. Dopo quest'episodio e visto l'ormai stato di precarietà del Palazzo stesso, tutti gli abitanti furono trasferiti a via Tironi di Moccia. Quello che resta dell'ormai antico palazzo sta solo nella memoria di Antonio e di chi ci ha abitato o vissuto per un po' della sua vita. Luigi Cozzolino Fonte: https://www.bloginresina.it/, 2014.
























