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  • Sci d'erba a Capracotta

    Con i suoi 1.421 metri sul livello del mare, Capracotta è il più alto Comune dell'Appennino. Conta poco più di 2.500 anime e, nei mesi invernali, la neve è talmente alta, che c'è chi preferisce uscire di casa dalla finestra anziché dal portone. Ma a Capracotta mancano le grandi infrastrutture di una stazione invernale, ma l'ospitalità della gente è sufficiente a soddisfare le necessità del turista più esigente. Lo Sci Club Capracotta è, infatti, uno dei più antichi d'Italia: fu costituito il 19 febbraio del 1914 e, dal 1949, è affiliato alla Fisi. Vittorio Giuliano, presidente dello Sci Club, ne ricorda con entusiasmo la storia parlando «del distintivo d'oro concesso dalla Fisi nell'84 e della Stella d'oro del Coni, al merito sportivo, assegnata l'anno successivo». Capracotta ha deciso di puntare in alto: «Con un investimento di soli 7 miliardi è possibile realizzare a Monte Capraro una invidiabile stazione sciistica, sia invernale che estiva». L'idea è del dr. Ezio D'Onofrio, ex vice presidente della Comunità Montana "Alto Molise", il quale quando era nel pieno delle sue funzioni fece predisporre un interessante progetto «che rischia, però, di rimanere al palo», sottolinea amareggiato D'Onofrio, convinto che «gli attuali amministratori della Comunità Montana hanno immotivatamente messo da parte l'idea di valorizzare Monte Capraro». Se l'iniziativa pubblica lascia a desiderare, i privati però non stanno a guardare. È stato infatti istituito un campo scuola di sci alpino (discesa) e da quest'anno è entrato in funzione anche un piccolo impianto di risalita (appena 200 metri), realizzato e gestito dalla competitiva "Monte Civetta". Ezio D'Onofrio, ovviamente, è uno dei promotori dell'iniziativa convinto che «con l'apporto dei cittadini sarà possibile disporre di un capitale tale da avviare il discorso della valorizzazione di Monte Capraro». Stazione di sport invernali, dove lo sci di fondo è veramente di casa, ma anche stazione climatica estiva dove lo sci d'erba si pratica da anni. Fernando Fabrizio Fonte: F. Fabrizio, Sci d'erba. Capracotta, stazione invernale in funzione solo... d'estate, in «Il Mattino», Napoli, 7 aprile 1987.

  • Paese mio

    Il freddo dell'inverno si fa sentire. Fuori sta nevicando, fiocchi di neve che si legano ai miei ricordi di un'infanzia remota. Da queste sbarre ghiacciate si nota un panorama suggestivo pennellato dallo scorcio delle campagne, con l'orizzonte che completa questo quadro con l'immenso mare Adriatico. Mi rendo conto della fortuna della vista che ho dalla mia cella, che occupo ormai da un anno e mezzo. Non passa giorno che non pensi che oltre questo muro c'è il mondo di fuori, che non si ferma mai. Per noi invece il tempo si è fermato, qui solo i nostri ricordi mantengono viva la nostra esistenza. È arrivato il Natale, di questo magico periodo sento il calore del fuoco del camino della casa di montagna dell'Alto Molise, Capracotta, il paese dei pastori e dei sarti. Quanta nostalgia provo per le miei tradizioni e per il mio paese… «non c'è paese più bello del creato, del paese di dove sei nato». Avevamo l'inverno che ci salutava con bufere di neve, fino ad accatastare metri e metri dentro il paese… fino a sei metri. E i vecchi giravano con indosso il famoso cappotto di lana nero, con il collo di pelliccia, che veniva abbottonato con una catenella dorata. Questo era il cappotto delle bufere di neve. Il paese spesso era isolato per moltissimi giorni, nei lontani anni '60 anche per un mese, finché gli emigrati in America, da New York fecero una colletta e mandarono via nave un gigantesco spazzaneve… attraversò l'oceano arrivando al porto di Napoli, e così Capracotta poté essere liberata dall'abbondante neve. Finalmente non c'era bisogno dell'elicottero per portare i viveri. I caminetti erano sempre accesi in ogni casa, il fuoco trasformava i ciocchi di legna che ardevano in brace ardente e si usava mettere la brace nei bracieri per riscaldare le stanze. Mentre fuori finiva la tempesta di neve, la quiete arrivava, il panorama diventava magico. Da quell'altezza sembrava di poter toccare le stelle. Essendo il comune più in alto del Sud, 1.500 metri sul livello del mare, si poteva avere l'impressione di stare sopra le nuvole. Dal belvedere della Chiesa Madre si vedono le luci e le forme dei 13 paesi sotto di noi, si confondono con le costellazioni. La Maiella e le sue montagne ci salutano. Tutto totalmente imbiancato proprio per Natale, dà l'impressione di vedere la forma di un pandoro, era il nostro pandoro di Natale. Nelle vie i paesani iniziavano l'infrenabile lavoro con le pale, per spalare la neve e scolpire le scale del paese. Per ritrovare la porta di casa si formavano delle gallerie di neve, tutto era così immensamente bello, era il nostro paese di pastori, il nostro presepe vivente. Ricordo Rivisondoli, un suggestivo spettacolo del presepio vivente della vigilia del Santo Natale. Elisabetta Sozio Fonte: E. Sozio, Paese mio, in «Voci di Dentro», VIII:20, Chieti, dicembre 2013.

  • «Con una pietra fù ferito alla Terra di Capracotta»

    ...e perché io aspettavo l'occasione, occorse, che nel principio del mese di Settembre di dett'anno, con una pietra fù ferito alla Terra di Capracotta da un'altro Paggio, e ne morse, dolendomi Io di non haver saputo intender l'avvertimenti di detto Padre... Vi racconto una storia speciale, una storia che ha tanti protagonisti, alcuni dal nome altisonante perché uomini di fede e di potere, altri di persone comuni che hanno subìto disgrazie e accidenti. È una storia di sangue e di miracoli in cui, su tutti, fanno la loro comparsa in qualità di protagonisti san Camillo de Lellis e don Marino IV Caracciolo, principe di San Buono e conte di Capracotta. Il paesino di Bucchianico (CH) aveva infatti dato i natali ad entrambi: il 25 maggio 1550 vi nacque Camillo, di lì a poco il conte Marino IV. Ora vi faccio vedere in che modo Capracotta legò il destino di questi due personaggi con quello di un giovanissimo disgraziato di nome Lelio. Camillo de Lellis fu proclamato santo nel 1746 da papa Benedetto XIV, oltre mezzo secolo dopo che il cardinale Leandro Colloredo (1639-1709), capo della Sacra Congregazione dei Riti e quindi responsabile dell'istruttoria di canonizzazione, aveva approntato una dettagliata positio super dubio, ovvero una lista di testimonianze da cui emergesse l'incontrovertibilità della santità del religioso abruzzese. Fra queste prove v'erano due interviste fatte a una coppia di Bucchianico - Giovan Maria de Lellis, cugino del sacerdote, e sua moglie Santa Bucciarola - che confermavano l'effettiva realizzazione di una torva previsione di Camillo, il quale aveva loro intimato di richiamare a casa Lelio, il loro figliolo, mentre questi prestava servizio presso la casa del nobile Caracciolo. La signora Bucciarola, di anni 56, matrigna di Lelio, affermò infatti che nel 1612 il ragazzo lavorava a Napoli per il principe di San Buono in qualità di paggio. Il paggio era il servitore personale dell'uomo d'arme, una figura che dopo il servizio poteva aspirare a diventare scudiero ed anche cavaliere. Sempre in quell'anno, Camillo de Lellis, vecchio e malato, aveva ormai lasciato la direzione dell'Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi (da egli fondato nel 1583) e si trovava nel suo paese natio. Santa se ne stava in casa quando vide passare a cavallo il santo Camillo che, a sua volta, la chiamò. La signora Bucciarola scese trafelata in strada - che brulicava di gente, a giudicare dai vicini che in seguito confermarono la testimonianza - per baciare i piedi di Camillo ma questo le ordinò con voce stentorea: «Santa dite al vostro marito, che levi il figliuolo dalli servitij del Signor Prencipe, e che lo facci ritornare, perche corre gran pericolo». Fatti pochi passi a cavallo, si voltò e di nuovo intimò alla donna: «Santa, averti di non scordarti di dire à vostro marito quello, che v'hò detto». Camillo pronunciò quattro volte il nome di Santa, forse presagendo la sventura che le sarebbe toccata in sorte, ovvero quella di seppellire il figliastro. La donna rientrò a casa in preda a una forte agitazione, tanto che, non appena rientrò pure il marito Giovan Maria, di anni 61, subito gli confidò quanto ordinato da Camillo, pregando per ben dieci volte il consorte di adoperarsi affinché richiamasse Lelio a Bucchianico. Giovan Maria, sottovalutando le parole della moglie o forse per non urtare la magnanimità di don Marino, non fece nulla. E agli inizi di settembre di quell'anno il fosco presagio si concretizzò. La disgrazia avvenne proprio a Capracotta, dove il principe Caracciolo si era recato, assieme a tutto il suo stuolo, per ammirare le proprietà di fresco (ri)acquistate dalla famiglia d'Evoli di Castropignano. Lelio de Lellis - chissà perché - litigò col buffone di corte e questo, per tutta risposta, gli scaraventò addosso un sasso acuminato, colpendolo alla testa e procurandogli un'agonia che terminerà nel peggiore dei modi il 29 settembre. La nefasta predizione che Camillo de Lellis aveva fatto a quella "santa donna" di Santa e a suo cugino Giovan Maria gli valse la santità ma il povero nipote Lelio perse la vita per una stupida lite tra servitori, poveracci che subivano ogni tipo di angherie dal padrone di turno. Insomma, quello di san Camillo fu un miracolo pagato a caro prezzo in famiglia. Ciononostante, credo che questo resoconto porti alla luce un elemento importantissimo per la cultura e la storia capracottesi: dato che il fattaccio avvenne «in casa del detto Signor Prencipe à Capracotta», posso affermare che Marino IV Caracciolo, secondo principe di San Buono, quinto marchese di Bucchianico, conte di Capracotta e patrizio napoletano, soggiornò nel palazzo ducale del nostro paese d'alta montagna. Posso inoltre aggiungere che, sebbene questo soggiorno possa apparire storicamente trascurabile, rappresenta invece un importante dato storiografico, perché confuta la tesi di Luigi Campanelli secondo cui la duchessa Mariangela de Riso «fu la sola feudataria che ci onorò della sua presenza». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane, vol. I, Massi, Firenze 1630; R. Aurini, Dizionario bibliografico della gente d'Abruzzo, Andromeda, Colledara 2002; G. Brancaccio, Il Molise medievale e moderno. Storia di uno spazio regionale, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; D. Casera, San Camillo de Lellis rivisitato secondo la "Positio" dei processi canonici, San Paolo, Cinisello Balsamo 2003; L. Colloredo, Sac. Rituum Congregatione Romana, seu Theatina Beatificationis, & Canonizationis Ven. Servi Dei Camilli de Lellis Fundatoris Clericorum Regularium Ministrantium Infirmis: positio super dubio, Typ. Reverendæ Cameræ Apostolicæ, Romæ 1690; F. De Pietri, Cronologia della famiglia Caracciolo, Simoniana, Napoli 1803; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Ma che brutte quelle pubblicità alla radio

    Cosa racconta la pubblicità radiofonica di noi? Facile. Siamo ossessionati dalle tariffe dei telefonini cellulari, visto che le varie offerte e promozioni ci inseguono a tutte le ore e in ogni dove; siamo sempre in automobile con l'ossessione di fare il pieno di carburante ad ogni stazione di servizio per partecipare alle irresistibili raccolte punti per sacche, sacchette, sacconi, telecamerine, tutone e quant'altro, ma corriamo anche in officina per i trenta controlli estivi da fare assolutamente prima di partire (per dove?) o nella concessionaria per non lasciarci sfuggire la city car bicolore che aspetta solo noi. Insomma, siamo così: irrecuperabilmente consumisti. Ma anche inevitabilmente rimbecilliti se dalle nostre radio escono messaggi pubblicitari che sembrano avere tutti lo stesso obiettivo commerciale: colpire nel mucchio ad alzo zero poiché il livello è (presumibilmente e presuntuosamente) basso. Sarà per questo che la pubblicità radiofonica è, generalmente, molto brutta, sciatta, priva di originale creatività: la radio è il non luogo privilegiato della parola, dell'evocazione, dei silenzi, dei suoni, fatto di evocazioni, di figure da costruire dentro di sé, di emozioni. E invece arrivano giù sparati sempre gli stessi spot che quando si credono spiritosi diventano uno sfracello. Esempi? A carrettate. Ci sono le assicurazioni monarchiche che non hanno promotori ma ciambellani: gli stessi, si immagina, che in casa usano rotoli di carta asciugatutto tempestati di cuori per insegnare a parlare d'amore (in braille?), magari dopo aver tirato a lucido il tinello marrone con l'ormai insopportabile sapone che arriva da quel porto maledetto francese che un tempo ci sapeva di Gitane e Jean Gabin mentre oggi puzza d'un pulito globalizzato. Sarà passato di lì anche il buon Miguel de Cervantes (autore dell'epico Don Quichotte) che nel valicare le Alpi ha lasciato ai posteri un epitaffio in favore dell'acqua minerale che un tempo faceva fare tanta tin-tin. E sempre nell'acqua - minerale, s'intende, ché ormai si beve solo quella, che diamine! - c'è la tristissima storia di una particella di sodio costretta a giocare da sola a battaglia navale. Ma subito veniamo messi di buonumore dai morsi strappati a wurstel che assicurano l'allegria anche nei funerali. Nel caso potremmo digerire con un'opportuna Ram aziendale: sempre meglio che inseguire un mistico Maestro che ci informa su olio per motori che, giura, è l'evoluzione della perfezione. È campionario generalizzato che non tiene conto dell'orrendo scempio della targetizzazione inseguito dai pubblicitari che giurano di irretire gli imprenditori con la proposta di «software gestionali ad altissima sensibilità» recitati da roche voci femminili o interi equipaggi di sommergibili con un detersivo che lavora per due («ma come fanno i marinai?» si chiedevano Dalla & De Gregori…). Meglio, molto meglio, la ruspante antologia delle radioline commerciali di paese (Radio Capracotta International in the World) che ci invitano nella pizzeria Stella Alpina con specialità marinare egiziane e vini piemontesi dove «lo chef Giuseppe soddisferà prontamente ogni vostra esigenza». Non osiamo chiedere tanto. Un applauso al creative copy della pizzeria! Alberto Gedda Fonte: A. Gedda, Ma che brutte quelle pubblicità alla radio, in «L'Unità», Roma, 22 giugno 2001.

  • L'industria boschiva

    Il mestiere del carbonaio (l'arte du chèrvunére), oggi scomparso, consisteva nel trasformare in carbone la legna ottenuta dagli alberi dei boschi. Fra i tanti carbonai che nel corso dei secoli operarono in paese consideriamo tre famiglie, di stampo patriarcale, ancora presenti nella memoria collettiva, che nel primo Novecento emigrarono da Capracotta a Serracapriola per intraprendere il mestiere di produrre e commerciare il carbone e la legna. In ordine di tempo si stabilirono in paese, incrementando con la prole i nuclei familiari e l'attività lavorativa: i Giuliano, i Carnevale e i Santilli. 1) Filomeno Giuliano (n. il 24-7-1859), cgt. Colomba Paglione (figli: Mira, Serafino, Alfonso, Sebastiano, Angeloantonio), era un uomo buono, alto oltre un metro e 90. Rispecchiava i semplici della Verità Evangelica quando accompagnava la vendita del suo prodotto con la parlata capracottese, mèrechè pèriénte, per far capire all'acquirente povero che poteva pagare la merce con comodo. L'attività finì con il figlio Angeloantonio (1899-1990) che, passato poi a lavorare presso i Santilli con il suo carretto come trasportatore di carboni, negli anni '50, assegnatario di un podere dell'Ente Riforma, diventò coltivatore diretto. 2) Costantino Carnevale, cgt. Michela Carnevale (figli: Ernesta, Marietta, Fortunata e Gaetano), già dal 1910 commerciava legna e carboni a Serracapriola. Gaetano (2-7-1894/9-2-1976), coniugato con Assunta Comegna (1896-1973), sviluppò l'industria boschiva paterna, cooperando successivamente con i figli, Costantino junior (1920-1975) cgt. Colomba Potena (1929), Michela (1922), Sebastiano (1924-1993), Giuseppe (1927-1997) cgt. Adelia Rendine (1934), Antonia (1929), Pasquale (1931) cgt. Teresa Mosca (1945), Ersilia (1937). Nella famiglia di Gaetano Carnevale vigevano i motti "Uno per tutti, tutti per uno", "Donne e buoi dei paesi tuoi". Si viveva sotto lo stesso tetto e ci si sposava facendo la scelta nel paese natio: a Capracotta. L'unico componente della famiglia patriarcale a fare eccezione alla regola fu Giuseppe che sposò la serrana Adelia. Ma questa libertà non turbò minimamente l'armonia e l'unità della famiglia. 3) I tre fratelli Santilli arrivarono a Serracapriola nel 1924 con un basto (mmàste) e una frusta (screjète). Erano boscaioli-taglialegna ed esperti carbonai. Producevano il carbone, realizzando la carbonaia (chètòzze), e lo commerciavano: Geremia cgt. Giuseppina Sozio (figli: Sebastiano e cinque femmine); Carmine (22-03-1893/22-12-1980) cgt. Giuseppina Sammarone (figli: Esterina (1920), quattro maschi morti in tenera età, Laura (1928), Nunzia (1930); Giampietro cgt. Margherita Fiadino, trasferitosi dopo pochi anni a Bonefro (CB). La ditta si radicò bene in paese. I Santilli lavoravano con due carretti (trèine), un mezzo più leggero, dotato di balestre (scèrèballe), cinque cavalli e un mulo. Ma la mala sorte, procurata dalla mano dell'uomo, li investì. Negli anni '30 gli animali da tiro morirono per avvelenamento e i carbonai, precipitati sul lastrico, dovettero risalire la china. Nel 1948 Geremia si divise da Carmine. La figlia di quest'ultimo, Nunzia, sposò nel 1953 Sebastiano Paglione (1925-1990), già dipendente della ditta, il quale continuò a lavorare con il suocero. Svolgeva la mansione di capo carbonaio (chèpòcce) Paolo Caputo. Questi, proveniente da Sant'Irico Raparo (PT), venne a Serracapriola nel 1956. Inizialmente commerciava la legna, ottenuta dal disboscamento delle fantine di Benedetto Maresca, poi passò alle dipendenze di Carmine Santilli, come esperto nella preparazione della carbonaia. Ma nel 1962 una fiammata gli procurò una grave e permanente lesione agli occhi e per invalidità fu costretto ad abbandonare questo lavoro. Sebastiano Paglione, ultimo titolare della ditta, continuò l'attività fino al 1990, anno della sua prematura morte. Nel dopoguerra (fine anni '40) un altro carbonaio, Gabriele di Rienzo, si trasferì a Serra per lavorare. L'industria boschiva dei Carnevale La ditta Carnevale iniziava il lavoro acquistando il prodotto per uso combustibile, dopo che un componente della famiglia aveva visitato e stimato il valore del bosco ceduo (sottoposto per il rinnovo a tagli periodici) in questione. Stabilito l'accordo con il proprietario del bosco, bene demaniale controllato dal Corpo Forestale dello Stato, iniziava il lavoro di trasformazione della legna ad uso combustibile. Dal bosco ceduo si ricavavano fusti per paleria, legna da ardere e legna da trasformare in carbone. Le essenze "forti" (querce, cerri, lecci e carpini) erano maggiormente impiegate perché per la produzione del carbone i legni dolci, come castagni, tigli e olmi sono meno pregiati. Per organizzare l'attività la ditta assumeva i taglialegna, i mulattieri e i carbonai. I taglialegna Taglialegna (spacchélène), venivano da Chieuti e da Capracotta. Lavoravano "a squadra" e venivano pagati a cottimo per non far rallentare il ritmo del lavoro. Dopo aver segnato un albero, prima si sfrondava la chioma con la roncola (runge) o con l'accetta (ccettélle) per facilitare la caduta senza danneggiare le piante circostanti. Per abbatterlo c'erano due modi: il taglialegna procedeva alla scalzatura, che consisteva nell'assottigliare la base dell'albero per poi segarla più facilmente; o a intaccarla con la scure a lama lunga (ccétte) da una parte, mentre dal lato opposto altri due boscaioli azionavano una lunga sega (u strungóne). Man mano che procedeva il lavoro, per evitare l'inceppamento della lama, s'inserivano dei cunei (zéppe). Quando si arrivava con il taglio vicino all'intaccatura, già procurata, l'albero cadeva dalla parte opposta ai segantini. Si segavano i rami della lunghezza di circa un metro e si accatastavano a "canne". I rami più sottili venivano utilizzati per fare la carbonella o fascine (fàsce de céppe). Questo lavoro si eseguiva d'inverno quando la linfa scende nel tronco. I boscaioli rispettavano la natura. Sembra un paradosso per chi abbatte degli alberi per vivere. Ma proprio per questo si guardavano bene dal distruggerli irrazionalmente, curando il bosco ceduo con tagli, a turni da 3 a 18 anni, senza toccare gli alberi di alto fusto. I mulattieri Dopo l'abbattimento delle piante operavano i mulattieri, che venivano da Chieuti (Donato Florio, Pietro Leone), da Capracotta e Monte Sant'Angelo. Essi trasportavano la legna appezzata secondo i suggerimenti dati dai carbonai. Erano molto abili nell'accatastarla secondo l'uso. La catasta non doveva superare un metro di altezza. I pezzi di legno da convertire in carbone, lunghi circa cm.75, venivano separati in base alla natura del legno ed alla grossezza. Il lavoro proseguiva nel legare le fascine per i forni del pane e i fascinotti di frasche per le fornaci di mattoni, nell'accatastare legna grossa da carbone, rami sottili per la carbonella e nella raccolta della sterpaglia (rovi, ginepro, spine) per la brace. I carbonai I carbonai, provenienti da Cervinara e da San Martino Valle Caudina (AV), assicuravano alla ditta Carnevale l'approvvigionamento del prodotto mediante la produzione del carbone e della carbonella (chèrvunèlle), molto richiesta durante il periodo invernale per alimentare i bracieri. Questi artigiani dalla faccia nera, riscattata dalla luminosità degli occhi e dai denti bianchissimi, restavano nel bosco da ottobre a maggio e dormivano nei pagliai (pègghjère) da loro stessi realizzati. Si cominciava con lo scegliere il sito per la carbonaia (chètòzze), un terreno piano, ampio e solido, la "piazza" o "area del fornello", protetto dai venti e vicino ad una sorgente d'acqua o ad un pozzo. Si tracciava una linea circolare della grandezza della carbonaia voluta, impostando una canna fumaria al centro del cerchio, intorno al quale venivano accatastati i legni di leccio, già tagliati, e opportunamente accostati. Si erigeva così a chètòzze, una catasta di forma conica. Si copriva tutta la superficie esterna di foglie, di altro materiale del sottobosco e infine di terra, la così detta camicia, per impedire la penetrazione dell'aria. La carbonaia veniva accesa, salendo sulla cima con una scala e introducendo la brace nella canna fumaria. Si chiudeva la buca con una pietra piatta. I carbonai giorno e notte controllavano il procedere della combustione sostituendo la terra che si staccava dalla camicia. Nella prima fase dell'essiccazione dalla carbonaia usciva un fumo bianco, si diceva che sudava. Nella seconda fase, quando la legna era diventata asciutta, e all'interno della catasta il calore aveva raggiunto i 350°, la carbonaia emetteva fumi acri, gialli e marrone. Iniziava la distillazione del legno, che emetteva gas, fra cui il biossido di carbonio. Nella terza fase i vapori, trasparenti azzurrognoli, usciti dalla canna fumaria annunciavano che era iniziata la distillazione (combustione del carbone). Questo era il momento più delicato in cui i carbonai dovevano praticare dei fori intorno al cono per far carbonizzare anche gli strati inferiori della catasta e per darle sfogo contro il rischio di un eventuale scoppio. Questo duro lavoro durava ininterrottamente giorno e notte per due settimane. Terminata la combustione si gettava terra sulla massa di carboni e si attendeva pazientemente la "sfornatura". Completato il raffreddamento il carbone veniva valutato dai carbonai e dal datore di lavoro. Se si presentava leggero, asciutto, sonoro, scuro con bellissimi riflessi blu, era di ottima qualità. Da 100 quintali di legna si ricavavano 12-16 quintali di carbone. Il prodotto (carbone e carbonella), in sacchi di iuta da 25 Kg cadauno, veniva caricato sui carretti e consegnato alla ditta Carnevale che lo vendeva oltre che a Serracapriola anche nei paesi limitrofi. I carbonai intanto provvedevano a preparare una nuova carbonaia. La ditta Carnevale si adeguava all'evoluzione tecnologica che portava man mano a sostituire i mezzi per il lavoro e lo stesso combustibile: le seghe e le accette con le motoseghe e la sega elettrica a nastro per il taglio della legna; i cavalli e i muli, i carretti (per il trasporto del prodotto dal bosco al paese) e i scèrèballe (per la vendita in giro per il paese), con i camion Fiat (il 626 nel 1948, il 642 nel 1955, il nuovo 643 nel 1964 e il 160 nel 1970). Si vendeva, cu scèrèballe in giro per il paese, tanta carbonella per alimentare i bracieri, i carboni e la legna per i camini, le cucine (in muratura ed "economiche") e le stufe. Questi combustibili di origine vegetale vennero man mano sostituiti da altri: il gas in bombole per uso civico (butano e propano G.P.L.), il kerosene e la sansa. Oggi Pasquale Carnevale ed il figlio Antonio continuano l'attività atavica della famiglia soltanto con la vendita della legna e di poche bombole di gas. Il lavoro si è ridotto dal 1998, quando la Italcogim compì l'impianto cittadino del gas metano. Ma la vendita della legna continua, grazie alla diffusione del termocamino e al revival del caminetto tradizionale, che in molte case e ville, non più per necessità, arricchisce l'ambiente insieme con il termosifone, il condizionatore e qualche stufa al pellet o al nocciolino. Giuseppe Gentile Fonte: G. Gentile, L'industria boschiva (i carbonai), in «La Portella», XIII:6, Serracapriola, dicembre 2006.

  • Piccolo poliorama capracottese

    Ben prima delle Pagine Gialle esisteva l'Annuario generale d'Italia, ovvero l'«unica guida generale amministrativa, professionale, commerciale e industriale del Regno e delle colonie, autorizzata e compilata col concorso degli organi dello Stato». Pubblicato fin dal 1886, ho avuto modo di dare uno sguardo all'annuario del 1933 e intendo condividere le tantissime informazioni contenute su Capracotta (comune n. 5177), che restituiscono un quadro dell'intero tessuto sociale della nostra cittadina negli anni di massimo consenso del regime fascista, un tessuto fatto di numeri, persone ed esercizi commerciali. Passiamo dunque alla disamina vera e propria dei dati dell'anno 1933, a partire da quelli corografici, forniti agli uffici dell'Annuario dal corrispondente Ubaldo Di Nardo. Capracotta conta 3.067 abitanti ed è capoluogo di mandamento giudiziario con una superficie di 4.232 ettari. Il paese «è sull'alto di un monte al settentrione di Isernia ed è stazione climatica estiva e di sport invernali con campi sciatori». Tra le industrie figura soltanto «la pastorizia [che] vi è stata sempre fiorentissima: i suoi armenti svernano nel Tavoliere di Puglia, dove i capracottesi hanno vasti possedimenti. Sono rinomate le sue carni pecorine e i suoi latticini». In ambito amministrativo leggiamo che il podestà è il cav. Gregorio Conti (1871-1943), il segretario Felice Liscia. Le tasse vengono esatte direttamente dalla Banca di Capracotta, le carceri mandamentali sono dirette dal pretore (nome non pervenuto) e il ricevitore dell'ufficio del Registro è il rag. Aldo Galli. Le scuole elementari sono dirette da Ottorino Conti, le biblioteche stanno al Circolo d'Unione in corso S. Antonio e l'unico teatro è rappresentato dalla sala Goldoni interna all'asilo infantile di via S. Maria delle Grazie. Per quanto concerne le tipologie di attività commerciali, merceologiche e imprenditoriali, ne vengono contate ben 60, dai negozi di acque gassose agli assicuratori, passando per caffettieri, commissionari, frantoi, mediatori, ramai e tabaccai. Non mi sorprende leggere tra gli agronomi il nome di Agostino Santilli (1871-1962), visto che possiedo una copia del suo "Manuale dell'agricoltore" del 1898. Non mi sorprende leggere tra gli apicoltori il nome di Alessandro Campanelli - di cui ho riportato un contributo nella mia Guida - né mi sorprendono Filiberto Castiglione (1889-1973) tra i farmacisti, visto che era il proprietario della farmacia della Terra Vecchia, o Leonardo Falconi (1862-1932) tra gli impresari di autotrasporti, visto che nel 1912 aveva inaugurato il servizio automobilistico per la stazione di Carovilli. Tuttavia, i nomi fin qui proposti erano tutti notabili del paese, signorotti, persone benestanti che a volte si facevano la guerra a vicenda. I nomi che più mi colpiscono sono invece quelli della minuscola borghesia, semplici cittadini che avevano un'attività in paese che garantiva loro accettabili standard di vita. Parlo ad esempio degli albergatori Elisabetta Giuliano, Giovanni Grifa e Carmela Di Nucci; parlo di Alessandro Di Rienzo tra gli «apparecchiatori di tessuti»; parlo di Vincenzo Vizzoca che vendeva «vini di lusso»; parlo dei bastai, tutti appartenenti alla famiglia Monaco (Franco, Primiano, Achille e Antonio); parlo dei calzolai, tra cui Quintiliano Mosca, Errico Di Rienzo ed Erasmo Iacovone (il nonno del calciatore?); parlo degli elettricisti Costantino Giuliano e Domenico Potena; parlo della latteria di Luigi Di Nucci; parlo dei falegnami Giacomo Casciero, Giovanni D'Andrea, Celestino Monaco e Sebastiano Evangelista; parlo della levatrice Concetta Battista; parlo della maestra di musica Lisetta Falconi; parlo del panettiere Santino D'Onofrio; parlo dei fabbri Michele Trotta, Vincenzo Casciero e Agostino Giuliano; parlo dei parrucchieri Ercole Trotta e Sebastiano Sammarone; parlo dei venditori di vernice Giangregorio Carnevale e Galileo Conti; parlo della Società Monaco che riparava le automobili e si occupava di trebbiatrici. Se poi mi soffermo sui miei familiari, vedo il nome del pizzicagnolo Saverio Ianiro ma, soprattutto, leggo straordinariamente quello di una vedova, Carmela Sciullo (1868-1940), la mia bisnonna - colei che ha istituito la festa di S. Anna - annoverata tra i venditori di cemento e gesso, attività che fino ad oggi tutti i miei parenti ignoravano. Mi ha sempre affascinato il passato più del futuro: considero ciò che è stato più misterioso di ciò che sarà. Il futuro ha sempre qualcosa di deludente, mentre il passato lo si può immaginare ricco di novità, di rivoluzioni, di stravolgimenti. E con questo piccolo poliorama capracottese che ho offerto ai miei lettori, spero di aver regalato la stessa emozione che provo io quando leggo di persone a me vicinissime nel sangue eppur sconosciute, perché, come afferma suor Maria nel film "La grande bellezza": «Sa perché mangio solo radici? Perché le radici sono importanti». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Annuario generale d'Italia, vol. II, Soc. Anonima Ed., Genova 1933; A. Campanelli, Risposta all'articolo del sig. ing. Marrè sul grande telaio italiano, in «L'Apicoltore», XXVII:37, Catania 1904; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-17; A. Santilli, Manuale dell'agricoltore, Casanova, Torino 1898.

  • Il viaggio della riconoscenza

    Un ex prigioniero di guerra neozelandese è tornato a Capracotta a rivisitare i luoghi dove trovò rifugio durante la Seconda Guerra Mondiale. È noto che nei giorni immediatamente seguenti all'Armistizio dell'8 settembre 1943 innumerevoli prigionieri di guerra alleati, fuggiti, approfittando della confusione, dal campo di concentramento di Fonte d'Amore di Sulmona, vagavano per la campagna abruzzese e molisana cercando di ricongiungersi alle truppe alleate che stavano rapidamente risalendo la Penisola. Nel loro vagabondare e nel nascondersi ai Tedeschi essi furono spesso aiutati e sfamati dai contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano benché minacciati di morte da un'ordinanza tedesca. È anche noto come a Capracotta il 4 novembre 1943 ciò portò alla fucilazione dei fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino la cui unica colpa era, appunto, quella di aver sfamato, per carità cristiana, alcuni prigionieri alleati. Dopo 56 anni, il 20 ottobre 1999, si è presentato a Capracotta un arzillo signore di 81 anni, Francis "Bill" Parker, accompagnato da due dei suoi sei figli, Francis jr e Lindsay. Ha esordito, lasciandoci per qualche momento impietriti, dicendo: «Io sono la causa della morte dei fratelli Fiadino, prima di morire dovevo tornare qui a rendere loro omaggio». Passato il primo momento di stupore, abbiamo trascorso insieme a lui quasi un'intera giornata. Ci ha raccontato di essere neozelandese e di aver trovato ospitalità, con altri sette connazionali, presso i Fiadino dopo essere fuggiti da Sulmona nel settembre del 1943. I particolari narrati corrispondono a quanto era già noto a Capracotta su quei tragici fatti. Ha lasciato al Comune una prima memoria scritta con l'impegno di ampliarla successivamente con altri particolari. Ha voluto visitare la tomba dei Fiadino ed il luogo della loro esecuzione. Ha voluto rivedere la loro masseria e ripercorrere, benché le sue gambe fossero alquanto malferme, il sentiero che porta ad un capanno in pietra che fu il suo rifugio da fuggiasco nell'Italia occupata dai Tedeschi. Quello stesso sentiero che tante volte aveva percorso per andare incontro alle donne dei Fiadino che per quella strada portavano loro quotidianamente da mangiare, quello stesso sentiero percorso tra le urla, i calci e la disperazione di quella notte che lo vide, insieme ai suoi benefattori, di nuovo prigioniero dei Tedeschi. Ha affrontato un viaggio di oltre 15 mila chilometri durato più di 23 ore di volo per sciogliere un voto di riconoscenza nel suo cuore tornando a rendere omaggio alla terra ed alla gente che più di altri lo aveva aiutato in un triste frangente della sua vita. Molti ex prigionieri sono tornati in Italia dopo la guerra e sono rimasti legati ai loro benefattori. Molti episodi sono stati da loro trascritti in memorie che, a volte, sono anche dei piccoli capolavori letterari. Altri hanno addirittura costituito delle fondazioni che ancora oggi cercano di ricambiare l'aiuto ricevuto offrendo stages nei Paesi anglofoni, per l'apprendimento della lingua inglese, ai discendenti dei loro benefattori. Tutti gesti che dovrebbero far ben riflettere e meditare le generazioni che hanno avuto la fortuna di non conoscere direttamente la guerra, che non sono state da essa segnate nell'animo e che vivono un'epoca ed in Nazioni libere grazie al sacrificio di chi li ha preceduti. Grazie, Bill. Grazie per essere tornato, da uomo libero, in questi luoghi. Grazie per la grande lezione di vita che ci hai dato. In un racconto di uno scrittore russo si legge di un giovane che appena arrivato in Paradiso è colpito dall'avvenenza di due donzelle, una bionda e l'altra bruna, che vanno liete a braccetto. Gli sembra di averle già incontrate sulla Terra ma non rammenta dove e chi fossero. Il suo Angelo Custode, meravigliato, gli ricorda che la prima è la Generosità e l'altra la Riconoscenza. «Ora le riconosco – esulta il giovane – ma è la prima volta che le vedo andare insieme!». Sul quel sentiero percorso oggi con l'incedere ansimante di un vecchio e calpestato tanto tempo fa con il vigore della gioventù, la Generosità e la Riconoscenza si sono incontrate ed hanno fatto, anche sulla Terra, un pezzo di strada insieme. Bill Parker è morto nell'agosto del 2000. Fernando Di Nucci Fonte: http://www.capracotta.com/, novembre 1999.

  • Se pensi che il Molise non esista, non sei mai stato alla Pezzata di Capracotta

    In questi giorni io e Donatella siamo in viaggio per documentare le sagre più interessanti (o sconosciute) d'Italia. Da appassionati di grafica ci diverte un sacco - la loro comunicazione amatoriale e colorata - mentre da appassionati di cibo ovviamente ci interessano i loro piatti, espressione di una cultura locale e genuina. Da qui l'idea di documentare il viaggio sulla nostra pagina The Italian Case. L'informazione online sulle sagre è spesso frammentata e imprecisa, ma siamo riusciti a tracciare un itinerario affrontabile umanamente, facendo combaciare tragitti e date. Ci siamo dati poche regole: una sagra al giorno, preferibilmente piatti impronunciabili (o mai sentiti prima) e amore per la provincia! Per questo quando abbiamo sentito parlare della Pezzata di Capracotta abbiamo deciso che sarebbe stata la prima tappa del nostro viaggio. La Pezzata è un evento alla sua 54^ edizione, che si svolge la prima domenica di agosto nel pianoro di Prato Gentile, un grande pascolo sull'Appennino molisano nella provincia di Isernia. È una festa della montagna legata alla transumanza, momento in cui i pastori spostavano i greggi dalla Puglia al Molise. Spesso in questa occasione dovevano macellare e consumare gli animali infortunati durante il lungo cammino. Arriviamo a Capracotta alle dieci del mattino, l'aria fresca di montagna e tanta gente sparpagliata per il grande prato. Il primo impatto con l'area fuochi è suggestivo e fotogenico. In uno spazio di circa cento metri quadrati, giustamente transennati, il team della Pezzata ha organizzato una ventina di bracieri su cui cuociono diversi tipi di carne. Il personale è numeroso e tutto funziona alla perfezione: c'è chi tiene le braci sempre accese rifornendosi da un unico cumulo di carboni roventi, chi gira le griglie, chi tiene la carne, chi mescola i grandi pentoloni, chi carica e chi scarica la carne dalle griglie. Siamo completamente circondati dal fumo bianco delle braci e dal vapore che sale dai pentoloni oscurando il sole. Mentre i nostri vestiti assorbono gli aromi del barbecue, parliamo con il mastro focaio, facile da riconoscere perché passa il suo tempo a dare indicazioni a tutti. Ci racconta i tempi di cottura e le tecniche da vero pit master. Tipicamente i giovani, ci spiega, fanno il lavoro più pesante, spostando pentole e griglie, mentre gli anziani danno istruzioni e controllano la cottura della carne. Conviene con noi che mettere d'accordo i trenta maschi alfa che dicono la propria davanti ai barbecue non sia la cosa più semplice, ma tutti sono felici e rispettosi, sanno quando intervenire o quando stare al proprio posto. Dall'area fuochi passiamo alla cucina, una zona un po' più riservata all'ombra del bosco, dove il personale macella e prepara la carne per la cottura, la toglie dai paioli e dalle griglie roventi, la suddivide in piccole portate che vengono servite poi in una sorta di bancone self service. Noi corriamo da un punto all'altro dell'area, spesso intralciando le operazioni e rischiando di ustionarci vicino ai ferri roventi, ma tutti sono estremamente gentili, il clima è rilassato e alla fine ci viene offerto un vassoio fumante e un bicchiere di vino rosso. Il menù della festa è ridotto ma indimenticabile, puoi mangiare quello che vuoi, basta che sia pecora o agnello! La pezzata, ovvero il bollito di pecora Il piatto forte della sagra molisana è sostanzialmente un bollito di pecora, che viene messa a cuocere a fuoco lento per almeno 4 ore in grandi pentole di rame annerite dal fuoco, i cotture, che vengono appesi a tre tronchi posizionati a piramide sul fuoco. Queste strutture fanno sembrare la festa un rito ancestrale, ma sono indispensabili perché i cotture sono così pesanti da essere spostati da 6 persone alla volta. Periodicamente durante la bollitura, una persona preposta si occupa di togliere la schiuma bianca che affiora dall'acqua, spostandola in un secchio di plastica. Oltre alla carne nel paiolo ci sono acqua, gli odori, il sale, le patate per assorbire il grasso e qualche pomodoro per dare colore al brodo. Il risultato è simile a un bollito, dove la carne è morbidissima e il sapore molto forte poiché l'animale ha pascolato e mangiato erba di montagna. L'alternativa: l'agnello grigliato La carne di agnello viene disposta dentro griglie di circa un metro quadrato, così grandi e pesanti da aver bisogno di due robusti manici per essere girate da altrettante persone. In questo caso la carne viene salata a freddo e poi cotta rapidamente, circa 22 minuti secondo il mastro focaio. Durante la cottura la griglia viene girata frequentemente e irrorata con una soluzione di olio, aceto e limone. Il boccone del pastore Interiora di agnello, tra cui fegato e cuore, vengono cotte per circa 2 o 3 ore in un piccolo bidone posto sulle braci. Al loro interno, oltre alla carne, vino bianco, cipolle, alloro, sedano carote e peperoni. Oltre ad assaggiare i 3 piatti della festa, le persone portano il proprio cibo da casa e organizzano dei barbecue indipendenti. Passeggiando per il pianoro sentiamo quindi musiche e profumi diversi provenire dai vari boschetti che circondano gli stand. Quindi non serve nulla per partecipare a questo evento ma se proprio dobbiamo dare un consiglio portatevi un bel telo per digerire in pace sul prato dopo il pranzo! Giorgio Mininno Fonte: https://www.vice.com/, 20 agosto 2018.

  • Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica (II)

    Dalla parte di tramontana e levante il ridetto monte della Macchia vedesi coperto di arbusti spinosi con qualche pianta di faggio tra massi e dirupi che si sprofondano in una valle boscosa e romita, detta la Canavina o piano del Peschio. Ivi, e propriamente a dugento passi incirca, dal sommo dell'erta più verso il nord, poco sotto il margine del burrone e la cerchia delle mura, trovasi l'ingresso dell'antro, fin dal principio di questo articolo accennato. Corre il medesimo all'ingiù per la lunghezza di quasi un miglio entro il vivo seno del monte nella direzione di mezzogiorno; e secondo le tradizioni del paese e la non dubbia testimonianza di persone che l'hanno attraversato, va a riuscire presso alla Fonte del romito. Anzi è volgare opinione che l'acqua di questa fontana proceda da un mormorante rivolo che scorre al basso prossimamente al termine dell'antro. Questo sotterraneo, non rischiarato da nessuno spiraglio, può percorrersi senza pericolo mercè delle fiaccole, come ho fatto io per quasi la metà della sua lunghezza; ma non senza fatica per le frequenti scese da farsi e per i massi caduti dall'alto che rendono in più siti malagevole il cammino. L'ingresso, oggi in parte chiuso da un macigno, ha sette palmi di altezza e tre di larghezza. Eguali dimensioni ha l'antro a principio per un tratto leggermente declive di palmi diciannove; indi piegandosi a gomito dal suo lato sinistro incomincia a discendere, e dopo altro breve tratto, ripiegandosi a destra, seguita avanti fino alla fine in linea retta con la stessa larghezza a un di presso di tre palmi, ma con altezza assai maggiore, aggiungendo talvolta a trenta palmi. La figura piuttosto regolare della porta e di tutto l'antro, le pareti del quale veggonsi per lo più tagliate a piombo a guisa di muro nella roccia, e l'eguaglianza della superficie del suolo mostrano apertamente, che nell'opera di questa grotta oltre la natura vi abbia avuto parte anche la mano dell'uomo. Comunque sia, i nativi di questi luoghi attribuiscono ad essa tante varie strane e paurose istorie, che non osano neanche appressarvisi. Con molta credulità si fanno a raccontare esservi nascosti grandi tesori, ma che i demoni non permettono a chicchessia d'involarli. Poscia per un naturale legame d'idee meravigliose aggiungono che l'inoltrarsi in essa è cagione di grandini e piogge infeste alle campagne. Queste ed altre simili meteore, secondo essi, han principio sul monte della Macchia, e nelle forme naturalmente bizzarre delle nubi procellose, credono vedere l'immagine dello spirito malefico e per dir così del genio della tempesta, chiamato da loro il dragone della Macchia. Posto da parte quel poco di vero che si rinchiude in queste credenze tradizionali del volgo (non potendosi negare che le alte montagne influendo sulla direzione ed elettricità delle nubi, contribuiscono alla produzione delle meteore), io trovo in queste credenze medesime una prova certo non dispregevole che il monte e l'antro in parola fossero tenuti dai prischi abitanti in grande venerazione e destinati ad operare de' prodigj. Egli è difficile perciò il non ravvisare in questo punto più settentrionale del Sannio un seggio antichissimo di religione e forse anco di oracolo nazionale. Ciò mi sembra risultare dal trovarsi riuniti nel monte di che si tratta, il tempio, il fonte, il luco e soprattutto l'antro, il quale, come è noto, non suole mancare negli oracoli più famosi dell'antichità. Tornando al bronzo, una piena illustrazione di esso deve attendersi dai dotti d'Italia e d'oltremonti, che più sono versati nello studio dell'osco e dell'antico idioma dei Sanniti. Quanto a me, io non poteva ad altro aspirare che a pubblicarlo. Non pertanto in altra occasione dirò talune mie idee sul proposito, frutto delle indagini che sto facendo sul linguaggio vernacolo di Agnone e paesi convicini, dove, non ostante il corso di tanti secoli, si conservano ancora parecchie voci non solo, ma altre particolarità del prisco idioma patrio, soprattutto per ciò che concerne il frequente raddoppiamento delle vocali e le inflessioni e terminazioni delle parole. Mi permetto solo per ora accennare brevemente come, a mio modo di vedere, potrebbero andare spiegate talune delle voci relative alle divinità in esso bronzo registrate; giacché non sembra che possa dubitarsi esser liturgico e teologico l'argomento di esso, ed esposto, a quel che pare, in forma di carme, diviso in quattro parti, come apparisce dalle lineette orizzontali che osservansi incise a destra del bronzo dopo i versi 19, 27 e 36. L'Anter Statai dei vv. 5 e 31 si può credere la Stata Mater menzionata da Fessto, come divinità protrettrice di Roma, ed invocata perché frenasse gli incendi, ut incendia starent, donde le venne il nome. L'Ammai dei vv. 6, 23, 33 è manifestamente Maja, ciò è la Terra secondo Macrobio o la Mater Magna de' Greci. Potrebbe essere altresì la divinità tutelare del mese di Maggio, epoca in cui la grandine suole disertare queste campagne. Maatuis dei vv. 10 e 38 pare che abbia relazione con la dea Matura che presedeva alla maturazione delle biade, giusta si legge in S. Agostino; ma può rispondere anche a Matuta deità Sabina o dei Volsci. Nel Diuvei de' vv. 11, 12, 39 e 40 ognuno ravviserà quel Diove, forma particolare del nome Giove, che s'incontra in un frammento di tavola di bronzo pertinente ad iscrizione latina del secolo sesto di Roma o in quel torno, pubblicata dal Mommsen. L'Hereclui dei vv. 13 e 41 p senza dubbio alcuno l'Herecleis, Ercole del cippo Abellano. Nelle voci Patanai Piistiai dei vv. 14 e 42 credo d'intravedere la Diana Pistia di un'iscrizione riportata ral Reinesio, benché questo autore reputi falsamente errore del marmorario l'aggiunto Pistia, che riceve dal nostro bronzo una solenne conferma. Il nome quindi di Diana presso i Sanniti sarebbe molto affine al Thana degli Etruschi. Si potrebbe anche pensare a Patalena derivante dal verso pateo, dea dei Romani che presedeva alla messe secondo S. Agostino nel luogo sopraccitato: ma parmi preferibile l'origine etrusca. Francesco Saverio Cremonese Fonte: F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone, in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica per l'anno 1848», 10, Roma, ottobre 1848.

  • Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica (I)

    La storia del Sannio deve chiedersi dai monumenti, e per nostra ventura le terre di questa regione, massime nei siti più reconditi e montuosi, ne sono ricche più di quel che si crede, né lasciano mai senza compenso chi si faccia a ricercarle. Una prova sufficiente di questa verità si rinviene nelle varie scoperte che mi è avvenuto di fare nel breve giro di alcuni anni in Pietrabbondante e suoi dintorni: ed una più recente ne porge la bella e veramente singolare iscrizione in bronzo che mi accingo a descrivere. Se niente altro si fosse trovato in Agnone, mia patria, basterebbe questo solo monumento ad assicurarle un posto distinto nella topografia del Sannio; ben altre cose possono ammirarsi in queste vicinanze: le quali, debbo dirlo quasi con rossore, erano rimaste infino a questi giorni affatto dimenticate. Tali sono i residui di una città sannitica, intorno al cui nome dirò più innanzi le mie congetture, e quelli di un sacro edificio della stessa data con antro probabilmente fatidico, de' quali non si trova alcun ricordo nella storia e nella stessa tradizione. Ognuna di queste nuove scoperte vorrebbe un lungo discorso; ma per non farle rimanere più oltre ignote ai dotti, e perché intimamente collegate fra loro, ho stimato opportuno di comprenderle tutte in una medesima succinta relazione, riserbandomi di parlarne distintamente e più al minuto altra volta. L'accennata iscrizione sta incisa a bulino in ambedue le facce di una tavola di bronzo alta 9 pollici in circa, larga 5 pollici. La sua parte superiore è guernita di maniglia anche di bronzo, da cui pende una catena di tre grossi anelli di ferro ossidato portante all'estremità un come arpione dello stesso metallo. Incomparabile ne è la conservazione e solo vedesi alcun poco macchiata di ruggine nella 26° linea. Si rinvenne in marzo ultimo, giacente alla profondità di nove palmi, tramezzo a due grandi massi riquadrati, nel cavarsi un fosso per riporvi le pietre di una vicina maceria in un terreno posto in su i confini di Agnone e Capracotta, circa tre miglia distante dal primo di questi Comuni verso settentrione, e quasi altrettanto dal secondo. Chiamasi quel luogo Fonte del romito da una sorgente che vi è di tal nome, le cui acque limpide e freschissime crescono talvolta oltre il costume e formano il torrente detto di S. Quirico. Alcune ceppaie di alberi di cerro rimastivi qua e là fan supporre che anticamente vi fosse un cerreto. Quasi nel centro del masso di sotto vedeasi un incavo circolare, entro cui si rinvenne conficcato l'arpione sopraddetto, il quale deve credersi di origine vi stesse fermato con piombo. Accosto a tali massi si scoperse porzione di muro costrutto di pietre egualmente riquadrate unite insieme con calcina. La sua grossezza è di circa palmi sei; onde pare che appartenesse a qualche grandioso edificio, che da molti indizi ed in ispecie dal soggetto del nostro bronzo risulta dover essere un tempio, nel cui recinto doveva stare sospeso da un muro a tutti cospicuo il bronzo medesimo. Il che era solito farsi dagli antichi pe' monumenti di maggior rilievo. Fra gli oggetti tornati a luce all'occasione di tale scavo, in mezzo a mattoni e rottami di fabbriche antiche, sono degni di speciale menzione tre monete d'argento e quindici di rame. Delle prime una certamente consolare venne tosto esitata; l'altra pure consolare è il denario della famiglia Antestia col cane nel dritto, e la terza monetina di tanto contrastata spiegazione con delfino, grano d'orzo, conchiglia e la scritta fistluis nel rovescio. Quelle di rame, all'infuori di una di Sessa col gallo e di un semisse logoro che appella ad asse onciale, sono tutte imperiali romane, cioè quattro di Augusto, due di Tiberio, una di Germanico, tre di Claudio, due illeggibili d'imperatrici ed una di Nerone. Dal che si deduce che l'edificio testè accennato fu in essere anche nel primo secolo dell'era cristiana. Si trovarono pure due vasettini ed uno scifo o scodellina fittili che vennero smarriti e dispersi per incuria dell'ignorante scopritore, e in fine due fistule acquarie d'argilla e cinquanta chiodi di ferro ossidato più o meno grandi, fra i quali ve n'ha alcuni piegati ad angolo retto verso la metà. Mi si dice d'esservisi rinvenuta altresì una piccola campana di metallo, ma non avendola peranco osservata non posso decidere della sua antichità. Dal contadino che l'ebbe trovata passò la detta iscrizione tosto e subito nelle mani del proprietario del terreno e mio amico D. Giangregorio Falcone di Capracotta. Ma per le segrete pratiche d'invida persona, a grande stento e non prima di questi giorni mi è stato permesso poterla osservare, e ricavarne due calchi l'uno in carta, l'altro in stagnuolo. Il terreno dianzi indicato col nome di Fonte del romito giace in un piano abbastanza spazioso sul pendìo meridionale della Macchia, una delle più alte vette degli Appennini della provincia di Molise. Aspro, scosceso, quasi tutto sasso è questo monte, e coperto di nevi gran parte dell'anno. Gli stanno allato verso ponente la montagna detta il Campo, forse dalla grande pianura che vi è alla sommità; e più in là quella di Monteforte, ove sono i ruderi di alcune fabbriche antiche rispondenti ad un Castrum inhabitatum Montis fortis, giusta si legge in antico strumento del 1450 esistente, come gli altri che saranno citati in appresso, nell'archivio municipale di Agnone. Dal lato opposto trovasi Monte del Cerro, e più all'oriente Monte Formoso, nella cui vetta sono gli avanzi di un castello menzionato in altro strumento antico del 1371 sotto il nome di Roccæ Montis Formosi castri inhabitati. Sul vertice di esso Monte della Macchia sorgeva nei tempi andati (e se ne veggono ancora i vestigi) un oratorio dedicato a S. Nicola arcivescovo di Mira; ed io credo che ciò si facesse per mandare in dileguo ogni memoria di falsi Dei annessa a quel luogo. Più abbasso, dalla parte di sud-ovest, alla distanza di circa mezzo miglio dal sito dello scavo, scorgonsi le reliquie della vetusta città più sopra indicata. Fra esse trovasi un ricinto di mura ciclopiche formate in modo affatto diverso dalle altre mura poligonali di questa contrada, di grandi massi irregolari e di pietre minori disposte in file orizzontali, siffattamente che le pietre più piccole stanno sempre al di sotto. Dalla parte di levante esso recinto, che ha 1.300 palmi di lunghezza e circa sei di grossezza, va a terminare in una fabbrica semicircolare che suppongo essere i fondamenti di una torre di forma rotonda, più salda agli attacchi delle macchine belliche di quella quadrata che vedesi preferita nelle torri di Pompei. In tutto lo spazio occupato da queste ruine, che per altro non è molto esteso, difficilmente scorgesi un mattone: ma trovansi invece copiosi frantumi di vasi di terra cotta, rossi e nerastri di fabbrica ordinaria, come pure innumerevoli pezzi di quella materia vetrificata in colore nericcio che vedesi nelle fornaci de' pentolai: onde è lecito argomentare che esistessero colà delle figuline, dei cui lavori importerebbe avere qualche saggio, non conoscendosi finora nulla intorno a quest'arte tanto necessaria agli usi ordinari della vita domestica presso gli antichi popoli del Sannio. Tutti gli avanzi di quelle fabbriche mostrano semplicità e rozzezza. Si cercherebbe invano in mezzo ad esse un segno o vestigio d'ornamenti d'architettura: anzi è notevole che non pochi muri di case veggonsi fatti di pietre più o meno regolari senza cemento. Ogni cosa concorre dunque ad accennare che tale città, o castello che dir si voglia, sia tra le più vetuste dei Sanniti, e forse una delle prime abitazioni della colonia sacra dei Sabini dopo il passo del Sangro, che non dista da questi luoghi più di sei miglia dalla parte del comune di Castel del Giudice. Ma quale ne sarà il nome? Io credo che si trovi nei vocaboli Kerriin, Kerri, Kerriiais e simili, che replicate volte e non ambiguamente leggonsi nel bronzo in discorso. Tale idea mi vien suggerita dal considerare che ritiene tuttora il nome di Cerro, come sopra si è detto, la montagna situata all'oriente e presso di quella in cui giacciono i residui di essa città, e che vallone parimenti del Cerro addimandasi un torrente che scorre lungo le radici di questi monti e va ad imboccare nel vicino fiume Verrino, detto Guerrino in pergamena del 1450. Né questo è tutto. In diverse scritture del 1377, 1480 e 1483 è fatta frequente menzione di un Castri inhabitati Cerri; il quale castello certamente antico, perché già allora disabitato, se non è identico alla città di cui si parla, ho argomenti per conchiudere che non doveva esserne lontano. Io tengo dunque per molto probabile che la nostra acropoli si chiamasse Cerro, e che in questo senso debbano spiegarsi le parole analoghe della nostra iscrizione, dove, a quel che sembra, sono registrati i nomi di diverse divinità sannitiche, la più parte campestri. Così quel Kerri della 3° e 32° linea io inclino a crederlo una deità tutta patria, cioè il genio tutelare del monte e della città guardatrice del tempo che le era sottoposto. Del resto non è cosa fuori dell'ordinario che si appellasse Cerro una città posta in contrada ove nascono e sono folti e frequenti gli alberi di tal nome, poiché si sa che tanti paesi antichi denominavansi dalle piante dimestiche o silvestri che solevano allignare nei luoghi dove erano situati. In fatti senza uscire nel Sannio ne abbiamo un esempio nei popoli Fagifulani e Ficulenses rammentati da Plinio, i quali io credo così detti dai loro siti pieni anticamente di piante di faggi e di fichi. Francesco Saverio Cremonese Fonte: F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone, in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica per l'anno 1848», 10, Roma, ottobre 1848.

  • L'antico miele di Capracotta

    Chi vuol provare le pene dell'Inferno la state in Puglia, ed in Apruzzo il verno. Nonostante l'estrema altitudine, nonostante la durata dell'inverno, nonostante i metri di neve, nonostante l'arretratezza agricola, anticamente a Capracotta si è sempre praticata l'apicoltura, dando vita a un miele pregiato e squisito. Nel lontano 1798 padre Antonio Maria Tannoia, religioso di grande cultura nonché agiografo di sant'Alfonso, scrisse un trattato "Delle api" in cui rivendicava «che nell'inverno si fa uso in Capracotta della finestra in luogo della porta, tanto le nevi sono in abbondanza. Con tutto ciò la vendemmia del mele, come mi attesta un patriotta, è tutta in conformità di quella di Puglia». D'altronde, Capracotta è sempre stata patria di pionieri in ogni campo del sapere umano, a volte facendo un buco nell'acqua, più spesso avendo ragione sui critici e i disfattisti. Agli albori del Novecento troviamo infatti l'ing. Alessandro Campanelli, fratello del nostro illustre don Luigi - avvocato e sindaco - che a Capracotta aveva impiantato una fiorente industria di miele, e a riprova di ciò porto due documenti incontrovertibili. Il primo è contenuto nella rivista "L'Apicoltore", stampata a Catania, in cui Campanelli, il 2 luglio 1904, rispondeva seccatamente alle teorie di Teodoro Marrè e agli strali lanciati al suo indirizzo dal famoso specialista di apicoltura Andrea de Rauschenfels, direttore della rivista stessa: Ad A. de' Rauschenfels che in una nota all'Apicoltore, perché lo protestai contro la guerra che nel giornale ha fatto all'americana mi paragona al cavaliere che egli chiama della triste figura del Cervantes, rispondo che nel passato articolo non feci nomi e perciò le mie parole erano rivolte contro l'indirizzo dell'Apicoltore e non contro la sua persona essendo il caso del senatores boni viri senatus autem, ecc. Conosco troppo bene il grande merito di A. de' Rauschenfels che è quello di avere insieme col Dubini e col Sartori, scritto e parlato d'apicoltura in Italia quando tutti tacevano e scritto con brio ed originalità non comuni: e ciò mi impone il dovere di non ritenere ingiurioso quanto ha detto nella nota, e che io pur ho creduto tale non tanto per paragone di cui sopra, quanto per aver supposto che io non abbia letto i suoi scritti e, criticandoli in qualche parte, mi sia lasciato insinuare dai contorcimenti e storpiature che altri ne ha fatto. Per altro, fondandomi proprio sul paragone sopra cennato, perché nel carattere del famoso hidalgo è l'assenza completa di ogni mala fede, debbo ritenere che egli sia convinto, almeno, della mia perfetta buona fede. Ed in omaggio a questa e alla sua imparzialità mi rivolgo a lui perché pubblichi nell'Apicoltore queste parole e la precedente risposta per riabilitarmi verso chi non mi conosce. La seconda testimonianza sulla produzione e commercializzazione di miele capracottese è di poco antecedente, contenuta in una cartolina postale datata 2 ottobre 1903 e inviata da Alessandro Campanelli all'indirizzo del sig. Schmid Pfister di Rapperswil (la celebre "città delle rose") in Svizzera, in cui il nostro apicoltore chiedeva: Vostra signoria mi viene indicata come compratore di miele. Poiché io abito una regione a 1.420 metri sul mare e il miele vi è squisito e finissimo, così la prego dirmi se posso spedire un campione per poter poi contrattare l'acquisto. Io dispongo di parecchi quintali, premiati con medaglia d’oro a Perugia e a Nogent-sur-Seine. Mi dica se il campione basta che sia piccolo quanto si può per spedirlo come campione senza valore, o è necessario mandare almeno un pacco postale di tre o quattro chilogrammi. Prego scusare il fastidio e con alta stima sono ing. Alessandro Campanelli. Oggi che l'agricoltura italiana è cambiata radicalmente, adeguandosi maggiormente alle caratteristiche chimiche e geologiche dei terreni, tanto che negli ultimi anni in un luogo poco produttivo come Capracotta sono state impiantate con successo piccole industrie di tartufi (Le Ife di Giuseppe Beniamino) o legumi (Le Miccole di Loreto Beniamino), ci sarebbe qualche coraggioso disposto a rinnovare l'antica tradizione del miele nostrano? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Campanelli, Risposta all'articolo del sig. ing. Marrè sul grande telaio italiano, in «L'Apicoltore», XXVII:37, Catania 1904; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; M. Pelliccia e A. Zarlenga, La rivoluzione delle api. Come salvare l'alimentazione e l'agricoltura nel mondo, Nutrimenti, Milano-Roma 2018; A. M. Tannoia, Delle api e loro utile e della maniera di ben governarle. Trattato fisico-economico-rustico, libro II, Morelli, Napoli 1798.

  • Taccuino di Capracotta

    Capracotta, 21 agosto. Padre Emanuele da Capracotta, cappuccino, alle ore 11 del 15 agosto ha celebrato la Prima Messa. La Chiesa Madre di questo paese, che pure è capace di raccogliere un gran numero di fedeli, per la solenne circostanza si è vista oltre misura gremita. Lo spettacolo è stato magnifico e superbo. La modestia di padre Emanuele ha ben mascherato la logica emozione del momento. Con particolare attenzione è stato seguito il parroco don Nicola, nella spiegazione del Vangelo e nel brillante saluto augurale rivolto a padre Emanuele. Alle ore 18:30 dello stesso giorno nella sala Goldoni, pure gremita di autorità, di parenti e amici, ha avuto luogo in onore del neo-sacerdote una accademia letterario-musicale che ha svolto un programma interessante e vario, con brani di noti autori. In questa circostanza sono state rivolte a padre Emanuele parole di occasione. Al neo-sacerdote i rallegramenti e gli auguri nostri e di "Momento-Sera". Il gran ballo di Ferragosto svoltosi nei locali del nuovo Circolo è brillantemente riuscito. Signore e signori distinti, graziose fanciulle e... robusti garzoni sono convenuti numerosi all'appuntamento della sera dando vita ad uno spettacolo brioso e mondano allo stesso tempo, degno del passato più luminoso di questo importante paese molisano. Abbiamo notato con piacimento la presenza dei consiglieri provinciali Sciarretta di Termoli e Ruggieri da Pescolanciano, il noto ingegnere napoletano Capobianco, il colonnello d'Abruzzo, il sindaco di Capracotta, l'ing. Conti e tanti altri autorevoli signori i cui nomi ci sfuggono. Sandwich, birra, whisky, cocktail, pasticcini e confetti di Agnone sono stati consumati a profusione. Con l'apertura della caccia molte quaglie hanno fatto "caput". Macchine targate Lucca, Roma, Trento, Napoli, Firenze, Torino, Rieti, Foggia, Bari, sono arrivate sin quassù e con le automobili sono anche venuti provetti cacciatori e numerosi cani dal fiuto rinomati. Grande animazione fin dalle prime ore del giorno di Ferragosto, quindi schioppettate numerose e continue dappertutto per i prati e per i boschi di Capracotta. Sembra, a conclusione della prima giornata di caccia, che in questo sport che ha tanti amatori si sia particolarmente distinto il signor Achille Conti che ha inondato la sua casa di quaglie prelibate. Per il comunale Gustavo invece il Ferragosto è trascorso come una domenica qualsiasi. Per don Mario il cancelliere è stata una questione di tacchi e punta. Alla fine: due impallinati. Il gran numero di forestieri affluiti in questo agosto a Capracotta, mentre ha fatto sorridere di giustificata gioia i buoni molisani e i locali che vedono così il loro paese avviarsi, anche se faticosamente dopo i gravi danni e i tristissimi lutti dell'ultima guerra, agli splendori di una volta, dall'altra parte ha dato luogo alla constatazione delle seguenti deficienze: due alberghi sono pochi a ricevere tanti forestieri che ogni anno aumentano sia nella buona stagione che in quella invernale; le strade di accesso a Capracotta, come del resto tutte quelle che interessano all'Alto Molise, dovrebbero essere urgentemente allargate e bitumate, dando a queste, per ovvi motivi di carattere umano, sociale e di gran turismo, la precedenza a qualsiasi altra sistemazione del genere; le strade interne di Capracotta dovrebbero essere una buona volta sistemate (e a proposito ci auguriamo di dare al più presto una buona notizia). In mancanza di un distributore di nafta e di benzina nel paese ha dato luogo a molte lagnanze di tutti i forestieri motorizzati; l'insistenza del noto disgraziato servizio pubblico automobilistico che persiste nel disservizio che è tanto dannoso e inumano nonostante i richiami dei locali amministratori e della stampa; e poi è grave la mancanza a Capracotta di un vulcanizzatore per la riparazione delle gomme. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Taccuino di Capracotta, in «Momento-Sera», VII:204, Roma, 28 agosto 1952.

  • Capracotta, ieri, oggi, domani

    Capracotta ieri Luglio 1964: comincia la prima estate, a Capracotta, della mia nuova vita da coniugata. All'epoca le case erano ancora piene di gente, i negozi di alimentari numerosi e frequentati; c'erano latterie, rivendite di vino, allevamenti di mucche, pecore e cavalli, sarte bravissime, ricamatrici, calzolai rinomati, agricoltura praticata su larga scala con coltivazione di lenticchie, patate, fagioli e anche grano. La transumanza era ancora esercitata regolarmente. Le scuole, elementari e medie, pullulavano di bambini vocianti che attraversavano il paese, la mattina e all'uscita; c'erano le suore che curavano i più piccoli e insegnavano l'arte del ricamo alle ragazze da marito. Era, insomma, tutto un fervore di vita che dava sicurezza e stabilità e che non faceva sentire l'isolamento che tanto colpisce i paesi di oggi. Le donne si riunivano, d'estate, fuori all'aperto fino a sera tarda; d'inverno, davanti a grandi fuochi scoppiettanti nei camini, si facevano compagnia ragionando tra loro di questo e di quello. Televisioni, poche; giornali in qualche casa, sempre, ma con poca scelta. Vita semplice, modestia di comportamento, morigeratezza di costumi, osservanza piena alle leggi dell'etica e ai precetti della religione. D'estate il paese era meta ricercata di villeggianti che affollavano l'albergo Vittoria e davano lustro al centro altomolisano, sito a 1.421 m.s.l.m. Questa era la Capracotta che io ho trovato nel 1964. La diaspora I primi anni '60 non avevano ancora conosciuto l'esodo biblico che si sarebbe verificato di lì a poco, anche se qualche avvisaglia del disastro si era già manifestata. Le famiglie che avevano ragazzi in età scolare, dopo la 3° media, pur nel grande dolore dell'abbandono, trovavano logico lasciare il paese per trasferirsi soprattutto a Isernia, Lanciano, Agnone o altrove, dove fittavano case in economia e dove si stava tutti, grandi e piccoli, con l'assistenza della mamma o della nonna. Alle feste si tornava in paese, poi, a poco a poco, anche questa abitudine sparì e si preferì rimanere, anche per ragioni di clima e di economia, nei luoghi prescelti. Così, col passare degli anni, un po' alla volta Capracotta perse, uno dopo l'altro, molti dei suoi figli. Le mete più disparate: Roma, col suo grande e esteso hinterland, Milano, Torino, Firenze, paesi più vicini come San Salvo, Termoli, Pescara furono le mete della diaspora. E poi Svizzera, Francia, Germania, Inghilterra. Dovunque ci fosse un lavoro e una sistemazione conveniente, il popolo capracottese emigrò, senza voltarsi indietro, a fare i mestieri più disparati. Le case furono lasciate e chiuse, gli animali venduti, i campi abbandonati, i ricordi e gli affetti accantonati (e qui non vogliamo considerare la grossa colonia pugliese già emigrata molti anni prima, come pastori e carbonai). I ragazzi crebbero nelle città, ebbero la possibilità di studiare: divennero medici, ingegneri oppure tecnici, operai nelle fabbriche, imprenditori, impiegati. Amavano anche loro la terra dei padri; ma un po' la lontananza, un po' i matrimoni con le ragazze della città, la consuetudine del lavoro e dei rapporti sociali finirono col mitigare gli entusiasmi e limitare i ritorni. Le persone Quando, giovane sposa, mi trasferii dalla natia Agnone a Capracotta, ebbi modo subito di conoscere tanta gente: parenti, amici, persone comuni che volevano incontrare la sposa forestiera di un valente giovane appartenente alla buona borghesia locale. Erano tutti curiosi di guardare o ammirare la bella ragazza agnonese che era arrivata fra loro e che trattava tutti con cordialità e semplicità di modi. I primi tempi fu difficile per me ricordare i volti e i nomi di tutti, per cui, senza scontentare nessuno, fingevo di ricordare e mantenevo una conversazione anonima in attesa di un segnale, di una parola che mi desse qualche spunto per mettere a fuoco la persona che avevo di fronte. Frasi come: «A casa tutti bene?» facilitavano il compito, per me arduo, di inserirmi nel contesto e di ricordare nomi e fatti già partecipatimi. Presto imparai anch'io a far parte di questi gruppi che sostavano in piazza, s'incrociavano, poi proseguivano, per fermarsi subito dopo con altre comitive. Così, tra pic-nic, gite in montagna, passeggiate per il corso o nel verde della natura rigogliosa, l'estate passò ed io imparai, finalmente, molti nomi, fui in grado di riconoscere molti visi, entrai in confidenza con tante persone giovani ed anziane. Mariangela Tra le altre persone conobbi Mariangela, donna del vicinato, che mi fece un'enorme impressione per la sua intelligenza e vivacità di carattere. All'epoca aveva 60 anni o poco più; vedova per due volte, gestiva una rivendita di vino a casa sua, nella sua cucina, dove volentieri gli uomini la sera passavano per bere un buon bicchiere di rosso sanseverese. Mariangela aveva una voce squillante che le consentiva di cantare canzoni e stornelli di altri tempi, di narrare storie straordinarie che incantavano grandi e piccoli. Con eloquio scelto e pertinente raccontava fatti della sua vita, aneddoti, su questo e su quello, destando interesse nell'interlocutore che rimaneva affascinato dalle sue performances. Nel parlare aveva il vezzo di tentennare la testa coronata da una folta capigliatura candida che addolciva i tratti del suo viso, sicuramente molto bello ed espressivo. Le chiacchiere con lei non erano mai noiose, anzi arricchivano le mie conoscenze su persone e fatti e mi fornivano lo spunto per imparare, io stessa, le esperienze di vita degli emigrati. E sì, perché la donna aveva due figlie residenti a Basilea, in Svizzera, dove si recava nei mesi invernali, quando ormai era in età di pensione. Rientrava in paese, dopo essere passata per Milano, dove viveva il figlio maschio, nella primavera inoltrata, felice di ritrovare la sua casa, le sue abitudini, le amiche del cuore. Riportava regalini alle amiche e ai bambini di sua conoscenza, tra cui mia figlia, come centrini, colletti di pizzo San Gallo, cappellini ornati di fiorellini ricamati e di trine, qualche vestitino e, soprattutto, pezzi di cioccolato al latte o fondente, di cui tutti eravamo ghiotti. Passarono gli anni e con Mariangela ci vedevamo molto d'estate, ma anche alle vacanze di Natale. Era sempre una festa ritrovarci, raccontarci le nostre esperienze, io di madre giovane con due figli che l'adoravano, lei di persona saggia con molta esperienza di vita. Anche Mariangela, come tanti altri capracottesi, morì in un angolo d'Italia e fu riportata col carro come tanti altri. Sulla tomba poche parole: Mariangela Iacovone 1901 - 1991 Rodolfo Rodolfo era il gestore dello Sci Club di Capracotta: correva dentro e fuori dal locale portando vassoi colmi di birra e aperitivi con contorno di noccioline, patatine, pop corn, caffè e gelati. Nel mese di agosto i turni erano continui e lui si stancava, ma resisteva fino a sera. A settembre la musica cambiava drasticamente e l'uomo si ritrovava con i soliti pochi clienti abituali. Le famiglie con gli anziani ripartivano e lui, vedendo l'esodo continuo, diceva: «Ma perché ve ne andate?». E quelli: «Che cosa dobbiamo fare più qui? Non c'è rimasto nessuno e poi dobbiamo fare i controlli dal dottore, dobbiamo pagare il condominio, dobbiamo vedere la posta (sic)». Rodolfo, senza scomporsi, concludeva: «Chi ve lo fa fare? Tanto fra poco dovete tornare e dovete pagare pure 7.000 mila euro p'arpurtà r' viecchie». La famiglia rimaneva un po' perplessa, ma poi il desiderio di allontanarsi dalla landa desolata era più forte. Così, con i debiti scongiuri degli occupanti, la macchina partiva a razzo sgommando sui sanpietrini. Spesso la profezia di Rodolfo si avverava per cui, di lì a poco, la famiglia doveva tornare per compiere l'ultimo atto misericordioso della sepoltura nel paese d'origine del defunto. Capracotta oggi A Capracotta i funerali scandiscono il tempo e diventano un fenomeno collettivo a cui si partecipa comunque, sia che si conosca o no il defunto. Qualche giorno fa ne è passato uno sotto le mie finestre: triste, povero, con sole 11 persone al seguito e una macchina dietro. Complice il tempo piovoso, nebbioso, freddo; è sembrata la scena di un film ambientato nella landa desolata di un paese nordico. Le poche persone, curve sotto gli ombrelli per ripararsi dalla pioggia battente, il sacerdote avanti, il ragazzo col crocifisso, il carro funebre: unico rumore, il temporale e i passi cadenzati dei pochi accompagnatori. L'uomo, emigrato al nord da tanti anni, ha chiesto di essere riportato, morto, nella sua casa, lasciata con dolore in tempi lontani in cerca di lavoro; poi al cimitero del paesello, dove tutti sulla lapide riacquistano la propria identità perduta. E questo accade spesso: ogni tanto un carro funebre riporta tra gli amati monti una persona deceduta in qualche angolo d'Italia. Sono andati via raminghi per il mondo, ma a tutti piace pensare che il loro paese li accoglierà fra le sue amate braccia come una madre amorevole e generosa. La campanella di S. Antonio suona per annunciare l'arrivo del feretro: parenti e amici seguono la bara fino al cimitero: saluti, pianti... poi i congiunti vanno via, ripartono. Non c'è tempo di aprire le case che sono gelide e respingenti. L'impresa di pompe funebri è di Agnone. La macchina grigio argento arriva a Capracotta e sfila lentamente lungo il corso con due addetti laterali, anche loro vestiti di grigio con i guanti pure grigi (faranno tutti i trasporti necessari in chiesa e oltre). All'interno si vede la bara coperta di fiori e di cuscini; le corone appese di lato, dietro i parenti, e il rumore cadenzato dei passi rimbomba nel corso deserto. I necrofori dicono sempre che loro con i capracottesi lavorano molto: col navigatore innestato arrivano ovunque, anche all'estero. Mai un problema, mai una difficoltà. Domenico, l'operaio del cimitero, mi disse una volta, indicando il suo luogo di lavoro: «Quir'è pajese! Madonna che ce sctà! Quiscte (indicando la quasi totalità delle case sbarrate a Capracotta) n'è niende a cunfronte, signora Marì». La vita che torna Il cielo è cupo, la nebbia avvolge tutto l'universo, il paese non mostra segni di vita, il silenzio è assordante. Io però so che le donne, intabarrate nelle giacche a vento, si recano in chiesa, alla spicciolata, per assistere alla messa festiva. Non saranno molte a contarsi ma l'importante è esserci. A casa i figli ciondolano dopo la serata e parte della notte trascorsa con gli amici al bar, gli uomini si affacciano allo Sci Club. In cucina è pronto il ragù. Le giornate sono scandite da questi ritmi sempre uguali e monotoni. Se non avessimo la lettura in famiglia che ci occupa per la maggior parte del tempo sarebbe un disastro. Ma non è sempre così! Il ricordo dell'estate capracottese è un sentimento ancestrale forte e potente a cui pochi resistono. A Ferragosto sono tutti là: si abbracciano, si baciano, cantano e ballano fino alle ore piccole. D'estate la piazza è il luogo del ritrovo: il salotto dove tutti devono passare e sostare per salutare gli amici rientrati dalle città, per guardare ed essere guardati, per respirare l'aria natia, per commentare gli ultimi fatti accaduti, tra la gioia e l'euforia del rientro nel paese che ha visto nascere la gran parte di loro. Nella piazza suona la banda quando è festa, c'è il raduno degli amici, si svolgono le manifestazioni e i comizi, c'è il passeggio elegante, sfilano le processioni. Poi, ai primi di settembre, il paese si svuota. Qualcuno dice che ci spruzzano il Flit (DDT). Noi che restiamo, ci guardiamo intorno smarriti e scopriamo che molti portoni hanno le tavole trasversali per non fare entrare acqua e neve d'inverno; è il momento più brutto quello, poi la vita, per fortuna, riprende il suo ritmo. Le donne che partono dicono a quelle che restano: «Badate a voi». Quelle che restano rispondono piccate: «Voi dovete badare a voi; là dove state vi scippano, vi rubano, vi spingono, vi ammazzano, vi accarrano. Noi qui stiamo bene, pensate per voi». Piccola vendetta delle paesane! Questi sono i paesi di oggi: senza vita, senza anima. Penso a parziale mia consolazione, che non potrà essere sempre così: tornerà il sereno, tornerà la vita e non solo a Ferragosto. La gente un giorno dirà: «Meno male che ho una casetta ad Agnone o a Capracotta perché voglio andare via dall'inferno». Maria Delli Quadri Fonte: http://www.altosannio.it/, 30 luglio 2016.

  • La casa cantoniera di Staffoli

    Il Consiglio provinciale di Molise, presieduto dal prefetto Emilio Caracciolo e convocato in sessione straordinaria per sabato 17 settembre 1881 nella grande sala della Prefettura di Campobasso, era chiamato a deliberare su ben 75 ordini del giorno, tra cui la «domanda della Giunta municipale di Capracotta perché sia costruita una piccola casa cantoniera nel punto in cui la strada obbligatoria di quel Comune s'innesta con l'Aquilonia». La domanda all'autorità provinciale era stata fortemente voluta da Nicola Falconi (1834-1916), l'indimenticato uomo politico di Capracotta, attivo su ogni fronte pur di creare sviluppo nelle aree interne dell'Alto Molise a partire dalle grandi infrastrutture di collegamento. Soltanto durante la quarta tornata di giovedì 22 settembre la questione venne discussa dal Consiglio e, a prender per primo la parola, fu Ottavio De Salvio (1848-1898) di Macchiagodena, nominato supplente di fresco per il Circondario d'Isernia. Volendo forse mettere in mostra le proprie capacità oratorie e saggiare il proprio peso politico, De Salvio, ammettendo che «sulla opportunità e necessità di tale costruzione egli, poco pratico com'è, anzi affatti ignaro di quei luoghi, non oserebbe portare alcun giudizio», si schierò a favore del progetto di Falconi e della costruzione della casa cantoniera, sostenendo che «tenuto conto dei precedenti e delle disposizioni adottate sopra altre domande dello stesso genere, non gli pare giusto non accogliere ora quella avanzata da Capracotta». In realtà il De Salvio invitò il Falconi a dare ulteriori delucidazioni sull'utilità e i costi di quel progetto. E il nostro deputato, componente ordinario del Consiglio provinciale di Molise, una volta chiamato in causa, fu molto chiaro nelle sue tesi. Falconi ci tenne innanzitutto a precisare che non era «nel tenimento di Capracotta il punto designato per la costruzione della casa cantoniera», bensì a Staffoli, «un punto situato a 15 chilometri da Capracotta ed Agnone, ed a 10 circa da Pescolanciano, Pietrabbondante e Vastogirardi. In esso convengono ben quattro importanti strade, ed ivi si raccolgono i corrieri di tutti e cinque quei Comuni in attesa del passaggio della vettura postale per rilevare la corrispondenza». Giustamente, il Falconi fece leva sul fatto che i comuni interessati raggiungevano la ragguardevole popolazione di 22.196 abitanti e che quindi «a mille metri dal livello del mare, quei poveri sventurati mettono in giuoco nientemeno che la vita allorché nella stagione invernale son colti dalle nevi e dai gelidi venti boreali». Il preventivo economico sarebbe stato di sole £ 2.000, circa 9.000 euro attuali, una spesa lontanissima dalle cifre mostruose dello sviluppo infrastrutturale del boom economico. La richiesta fu accolta e la casa cantoniera costruita. Nel secondo dopoguerra l'edificio venne ricostruito ed ampliato nelle forme odierne de "Il Rifugio". Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; Ufficio di Presidenza del Consiglio Provinciale, Atti del Consiglio Provinciale di Molise 1881, De Nigris, Campobasso 1882.

  • La mia favola dello spartineve

    "My fairy tale of the snowplough": così intitolavo, molti anni fa, un piccolo componimento in lingua inglese nel periodo in cui frequentavo dei corsi serali per adulti di questa lingua, divenuta cosi indispensabile per tutte le professioni; ricordo lo stupore dell'insegnante che, pur nel fraseggio assai elementare ed alcuni inevitabili errori, aveva intuito quanto fosse importante, tra i miei ricordi infantili, quello dell'arrivo dello spartineve a Capracotta: sottolineò infatti scherzosamente che sembrava io descrivessi l'arrivo di una persona cara piuttosto che quello di una macchina. Lo spartineve, acquistato per iniziativa e con il sacrificio dei concittadini emigrati negli Stati Uniti d'America, doveva essere un dono di Natale per Capracotta nel lontano 1949: arrivò invece un po' in ritardo, forse per le complesse procedure di spedizione da New York verso il porto di Napoli, diventando così il più prezioso regalo per tutti poco dopo l'Epifania ed esattamente il 16 gennaio 1950. Io avevo allora meno di 7 anni e per i miei coetanei e tutti noi alunni della Scuola elementare fu l'attesa più spasmodica che avessimo mai vissuto: tale da farci dimenticare lo stesso periodo natalizio, pur non riuscendo a capire del tutto perché un simile dono fosse tanto desiderato dai nostri genitori e dagli adulti; avevamo anche provato ad immaginare come apparisse nella realtà un grande "spartineve americano", ma le nostre idee migliori non andavano al di là di un rumoroso trattore cingolato né qualcuno ci aveva mostrato la sua foto, già comparsa in anteprima su alcuni giornali americani per raccogliere la grossa somma necessaria al suo acquisto. Ci appariva, oltre tutto, assai sconfortante che la neve, in quegli anni di solito così copiosa, non fosse ancora caduta nel periodo che sto ricordando: e per noi bambini, del tutto sinceramente, la neve non aveva mai rappresentato un problema, ma piuttosto una fantastica quanto insostituibile "compagna di gioco". Ad ogni modo e dovunque in paese fremevano i preparativi per accogliere le autorità che ci avrebbero consegnato un dono così "storico" e che, per unanime previsione, ci avrebbe liberato dal rischio frequentissimo di restare del tutto isolati nel periodo invernale: con i tanti pericoli ad esso correlati e che noi piccoli avremmo compreso in seguito; basti pensare alla sfortunata occasione di qualche inverno più tardi (1956) in cui l'impossibilità immediata di una riparazione meccanica allo spartineve provocò un blocco prolungato delle vie di accesso al paese e fummo costretti a ricevere viveri e medicinali con il lancio di paracadute dagli aerei; debbo confessare però che anche allora, per quanto fossimo già più grandi, fu assai piacevole goderci lo spettacolo dal terrazzino del campanile salutando festosamente i nostri soccorritori. A Natale ignoravo ancora che mi avrebbero affidato, fra tanti bambini, un compito assai privilegiato e cioè quello di accogliere la consorte dell'ambasciatore americano in Italia, sig.ra Dunn che sarebbe arrivata da Napoli con il corteo di automobili e prima che salisse sul palco allestito in piazza Falconi: per di più rivolgendole un indirizzo di saluto in versi ed offrendole un mazzo di fiori; quando ne fui informato, all'entusiasmo iniziale seguì la preoccupazione di non essere all'altezza del compito e per giorni e giorni ebbi cura di imparare molto bene non solo i versi da recitare (come se la sig.ra Dunn avesse potuto comprenderli!), ma soprattutto le regole di cortesia e di galateo per una occasione così "speciale". Nel fatidico giorno, ancor prima che lo spartineve giungesse vicino al palco su cui mi avrebbero fatto salire, un po' sballottolato dalla marea dei presenti, mi sono trovato di fronte a S. E. l'ambasciatore ed alla sua signora; ho avuto un attimo di grande perplessità ed esitazione, ma non per tutto ciò che avevo previsto e temuto; ero infatti solo intimorito, nell'abbraccio affettuoso della sig.ra Dunn cui offrivo le rose, dalla sua splendida pelliccia di visone che mi capitava di vedere (e di toccare) per la prima volta nella mia vita: non credo infatti che allora vi fossero altre signore di Capracotta a possederne una e confesso che rimasi piacevolmente sorpreso della sua estrema e quasi vellutata morbidezza. Non ho purtroppo conservato il testo di quel mio indirizzo di saluto né potrei ricordarlo dopo 60 anni: tanto più che, già nel pomeriggio dello stesso giorno, invitato a ripeterne i versi dinanzi ai microfoni di Radio Pescara (allora il Molise era una sola regione con l'Abruzzo), me li ero già in parte dimenticati per la grande emozione e nel comprensibile disappunto di mia madre Cesarina che cercava di suggerirmeli da lontano; tanto meno ricordo le parole, certamente molto affettuose nel loro tono, ma per me incomprensibili, della Sig.ra Dunn e me ne dispiace ancora adesso. Piovigginava paradossalmente quel 16 gennaio, con tanto freddo, quando il magnifico autocarro giallo (non cingolato) cui era stato assegnato il nome di "Capracotta Clipper" si avvicinò al palco nel suono inconfondibile delle sue trombe: con un assurdo quanto pericoloso grappolo di persone a bordo, preceduto da tanti giovani con gli sci in spalla e tra gli applausi scroscianti della folla; e posso assicurare che lo spettacolo di quella mattina superò di gran lunga ogni nostra fantasia lasciandoci letteralmente a bocca aperta per la grande sorpresa. Io ricordo poi di essere rimasto buono, buono per tutta la cerimonia, con un buffo cappellino di lana sulla testa ed ormai in grande confidenza con la sig.ra Dunn che mi teneva per mano, quasi "avvolto" dalla sua calda pelliccia; mi scuoteva ogni tanto l'emozione per alcune espressioni nel discorso appassionato del nostro arciprete don Nicola Angelaccio, che comprendevo solo in parte, mentre avevo necessità, ogni tanto, di essere rassicurato dallo sguardo compiaciuto di mia nonna Guglielma che, ospite per l'occasione della cara amica Penelope Carnevale Ianiro, mi sorvegliava dalla sua finestra proprio sulla piazza. Poco più tardi ed ormai rilassato, mi distraevo ad osservare un robusto signore accanto a noi che indossava una tuta chiara: ho appreso poi che si chiamava Armand ed era l'autista inviato appositamente dagli Stati Uniti a fornire le indispensabili "istruzioni" per l'impiego pratico dello spartineve; se solo me lo avessero consentito, avrei interrotto la cerimonia in corso per salire con lui alla guida pregandolo di mostrarmi come avrebbe funzionato l'immenso vomere di quella macchina: ma un coro già intonava la famosa "canzone dello spartineve" appositamente scritta in dialetto dal reverendo don Gennaro Di Nucci e vedevo che molti... si asciugavano gli occhi facendo finta che fosse per le strane gocce di piaggia gelata che cadevano. È per queste ragioni che, durante la visita ufficiale a Capracotta (nel settembre 2006) di tanti concittadini provenienti dagli Stati Uniti, ho affettuosamente rivendicato il "diritto" di essere ospitato sullo stesso imponente spartineve durante il corteo di automobili che si è snodato per il paese al loro arrivo: mi sono trovato così nella cabina, accanto a Ennio Di Nucci che lo conduceva, a ricordare le diverse occasioni di vero e proprio "soccorso in emergenza" di cui era stato protagonista il vecchio "Clipper"; era il modo più bello e spontaneo per rinnovare la gratitudine di tutti noi nei confronti di coloro che, tanti anni prima e nel periodo così critico del dopoguerra, ce lo avevano donato: e mai il suono delle sue trombe, rimasto del tutto uguale nel tempo, ci è sembrato così somigliante a quello di un antico piroscafo di emigranti (da Capracotta?). Sono ora nonno da tempo ed anche i miei nipotini più grandicelli, Lorenzo e Andrea, saliti per la prima volta in quella occasione a bordo dello spartineve prima del corteo, hanno dimostrato di essere assai meravigliati: non tanto e non solo dell'aspetto elementare e quanto mai "spartano" dei suoi comandi e delle sue leve, che comprensibilmente si attendevano più tecnologici, ma sopratutto del mio singolare "privilegio" di poter restare accanto all'autista: quasi fossi di nuovo, unico tra i bambini, sul palco di piazza di Falconi ed accanto all'istruttore americano. Sono stato costretto perciò, ancora una volta, a riassumere quella che io chiamo "la mia favola dello spartineve" ed in particolare a raccontare un sogno che ancora adesso e di frequente ricorre nel mio riposo. In una notte di neve, di vento e di bufera che mi svegliano intimorito come da bambino, il grande faro giallo centrale dello spartineve squarcia il buio, mentre nel più silenzioso fruscio del suo potentissimo motore, tra due altissime pareti di ghiaccio, le sue trombe rassicuranti echeggiano a lungo: con un suono ancora più struggente, come quello delle zampogne per la novena di Natale. Mi riaddormento poi rapidamente, davvero tornato piccolo, in una nuvola di piccoli "cristalli argentati" che mi sommerge piacevolmente e quasi mi fa dimenticare tutte le angosce presenti. Così, grazie alla curiosità dei bambini, la mia favola continua ad essere narrata…: «tanti anni fa a Capracotta, piccolo paese di montagna che rimaneva spesso isolato per la neve, arrivò in dono da lontano un grande spartineve giallo...» e sono certo che la mia favola non verrà dimenticata dalle nuove generazioni. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, La mia favola dello spartineve, in AA.VV. I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La bella del monte di neve

    Ecco un posto da non farsi scappare prima che, chissà, qualcuno o qualche cosa lo stravolga. Tanto poco conosciuto, quanto noto per una battutaccia alla Sordi: «Che, vieni da Capracotta?», a compendiarne l'isolamento montano e il nome rusticale. Ebbene, proprio Capracotta è sede di uno dei più antichi sodalizi di sport invernali d'Italia (fondata dai soci locali e napoletani del Tci nel febbaio del '14) e vanta una delle più - se non la più bella - tra le piste da fondo dell'Appennino, omologata Fisi: la pista di Prato Gentile con il suo piccolo rifugio. Sciando per i 10 chilometri dell'anello maggiore (ve n'è anche di più brevi, e sono avviati lavori per aggiungere un tratto più impegnativo), si sbuca dal folto dei faggi su squarci di paesaggio memorabili, mentre si possono individuare sulla neve, le pedate di cinghiali, lepri, e perché no? lupi. L'intensa e lunga pratica delle competizioni dello Sci Club Capracotta non si limita ovviamente al solo fondo, ma per il fondo, questa cittadina a 1.421 metri s.l.m. è l'ideale, posta com'è su di una sella tra i monti Capraro (m 1.730 slm) e Campo (1.746), ricca di pascoli, di faggete e di rari abeti bianchi, che libera lo sguardo sulle valli del Sangro, del Verrino, sulle Mainarde, la Maiella e l'Adriatico. Capracotta è oltretutto molto bella. Chi cerca antiche architetture provinciali urbane, qui trova esempi significativi, perfettamente conservati, lindi e nobili, e nemmeno violentati da perfide periferie "moderne". Capracotta è splendidamente tenuta dalla sua amministrazione, e rispettata dai suoi abitanti. È dominata dalla sua chiesa-fortezza (addolcita di un bel barocco) la cui campana suona per una fune che dal campanile entra direttamente nella finestra della campanara. L'inverno la neve raggiunge anche i quattro metri, e vi rimane fino a primavera inoltrata. Ora le strade di accesso sono subito sgomberate, ma negli anni '50, furono i capracottesi emigrati in America a regalare al loro paese il primo spazzaneve. Da Roma (200 chilometri), si arriva per l'A2 fino a San Vittore, e per Isernia. E si può tornare, allungando un poco, per il Parco d'Abruzzo, prendendo l'A25 a Pèscina di Silone. Napoli e Vasto sono ancor più vicine. Si dorme al Monte Campo con bella vista sul paese, o in appartamenti privati. Si mangia, alla pecorara, "Al Pioppo". Luciano Filippi Fonte: L. Filippi, La bella del monte di neve, in «L'Espresso», Milano, 4 novembre 1990.

  • Prato Gentile e il sacco di Borbone

    Don Francesco Cantelmo divenne il legittimo proprietario della terra di Capracotta nel 1620, dopo la morte della madre Laura. Quando anch'egli passò a miglior vita, i diritti furono trasferiti alla zia Faustina delli Monti, che non aveva figli, finché, dopo di lei, il territorio di Capracotta, specificamente per la parte in feudalibus, nel 1670 fu incamerato dal fisco regio. Questa grossa porzione territoriale comprendeva castelli, baronie e feudi "quaternati", che a Capracotta erano ben definiti ed erano sei: il castello di Capracotta e i feudi della Macchia, Ospedaletto, Monteforte, Macchia delle Spinete e Vincennepiane. Di conseguenza, in questi fondi non rientravano in alcun modo i territori di Vallesorda, Monte Capraro o Prato Gentile, una località, quest'ultima, poco studiata dalla toponomastica, dalla feudistica e dalla storia locale. Ad esempio, perché si chiama così? Per via del «prato gentile, immune del primo taglio»? O prende il nome da Gentile della Posta, il nobile che sul finire del XIII secolo ottenne la signoria di Capracotta? E qual era l'utilizzo principale di quell'anello di prato nel fitto del bosco? Per quanto riguarda il presente articolo, desidero per ora divulgare soltanto una notizia eccezionale che ho avuto modo di acclarare grazie a un manoscritto di Antonio Coppi conservato presso la Biblioteca Chigiana di Roma e datato 1663. È noto che il 26 febbraio di quell'anno papa Alessandro VII indisse un terzo Giubileo straordinario - dopo quelli del 1655 e del 1656 - per invocare il soccorso divino contro l'invasione dei turchi, ma è meno noto che nel 1663 il papa decise di riparare i danni provocati dal cosiddetto "sacco di Borbone" del 1527, durante il quale furono letteralmente trafugati innumerevoli preziosi del Vaticano, coi vandali che entrarono persino nella Cappella Sistina a depredar crocifissi e arazzi, per non parlare della distruzione di libri all'interno delle biblioteche cardinalizie. Per pagare i lavori di restauro la Chiesa decise di autotassarsi, tanto che ogni porporato dovette provvedere personalmente all'esborso di denaro in favore delle proprietà sante. Nella nota dei beni ecclesiastici venduti da quattro (anonimi) cardinali deputati a sovvenire all'erario vaticano, è saltata alla mia vista una cessione importante, ovvero «una pedica dicta Prato Gentile spectantibus fratribus S. Pauli de Urbe vendit D. Ciriaco Mattheo per 375 scuti». Ho passato settimane a interrogarmi sul sostantivo pedica perché, sfogliando qualsiasi dizionario di latino classico, la corrispondente traduzione era "legaccio", "trappola", "pastoia", finché non mi sono imbattuto nel mirabile studio di Vincenzo Ortoleva sul latino tardo. L'erudito siciliano ha infatti rinvenuto in pedica «un significato particolare del latino medievale: "misura agraria" e, in senso più lato, "terreno corrispondente a questa misura"». Nelle note ha aggiunto che l'etimologia della parola proviene dal metro del "piede" e che tale unità di misura era perlopiù utilizzata in Italia centrale. Nonostante Capracotta fosse signoreggiata da don Francesco Cantelmo, posso affermare che i pascoli e la legna di Prato Gentile, pur essendo in territorio extra-papale, spettavano ai frati di S. Paolo, la meravigliosa basilica esotica di Roma, i quali acconsentirono alla sua vendita per riparare i danni del sacco di Borbone. Il nostro amato prato fu venduto per 375 scudi (d'argento) a un certo Ciriaco Matteo, probabilmente un possidente capracottese, visto che quel cognome è ancor oggi diffuso tra i nostri compaesani. In una sorta di antico e autoreferenziale 8xMille, si può dire che nel 1663 Prato Gentile contribuì alla ricostituzione delle ricchezze e dello splendore ecclesiastico e, per di più, tornò nelle mani della nostra gente. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Betti, Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, vol. XV, Tip. della Rev. Cam. Apostolica, Roma 1864; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Dell'Oro, La grande riforma di Cristina di Borbone (1631-1663). Il conflitto per il controllo dei benefici ecclesiastici, in «Cristianesimo nella Storia», XXXIII:3, 2012; G. M. Galanti, Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado di Molise, con un saggio storico sulla costituzione del Regno, libro I, Soc. Letteraria e Tipografica, Napoli 1781; V. Giolo, Avvertimenti di agricoltura teorico-pratica e d'igiene veterinaria, Minelli, Rovigo 1864; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Ortoleva, Lat. "tripedica", in «Indogermanische Forschungen», 114, de Gruyter, Berlin-New York 2009; M. Sanfilippo, I giubilei straordinari, in F. De Caprio, I giubilei straordinari in età moderna (XVII-XVIII), Sette Città, Viterbo 2016.

  • La storia di Raffaele Di Lullo

    Raffaele "Ralph" Di Lullo nacque a Capracotta, oggi provincia di Isernia, il 30 marzo del 1911 da Sebastiano (nato a Capracotta il 30 aprile del 1887 da Vincenzo) e Giuseppina Di Tanna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale il padre fu chiamato, come caporal maggiore, al fronte. Alla fine del conflitto Sebastiano tornò nella sua Capracotta ma, gravemente minato nella salute, vi morì il 2 giugno del 1919. Due anni più tardi Giuseppina accettò la proposta di raggiungere dei parenti negli Stati Uniti. Nel 1921, Raffaele, la madre e la sorellina Emilia (di sette anni), sbarcarono ad Ellis Island dopo aver navigato sulla nave "Presidente Wilson". Si stabilirono a Paterson, contea di Passaic, nel New Jersey. Sin da piccolo Ralph si innamorò del baseball che diverrà la sua stessa ragione di vita. Firmò il suo primo contratto di lega minore con i St. Louis Browns nel 1931 e giocò poi con i Pittsburgh Pirates, i Paterson Emblems e i Newark Bears come catcher (ricevitore). Finita la carriera di giocatore Ralph divenne manager e scout, ricercatore di talenti, per i Chicago Cubs e per loro scoprì talenti come Joe Niekro e Bruce Sutter e anche per i Detroit Tigers (per loro scoprì e lanciò anche il campione Jim Bunning poi divenuto senatore degli Stati Uniti). Dal 1975 al 1993 fu tra i più prestigiosi componenti della "Major League Baseball Scouting Bureau". Nel 1986 fu nominato East Coast Scout of the Year dalla Fondazione "Scout of the Year". In suo onore sono nati due prestigiosi riconoscimenti: il "Ralph DiLullo Award" e il "Ralph DiLullo Memorial Award". Il suo nome figura, nel tempio del baseball, come Professional Baseball Scout's nella "Wall of Fame". Su di lui è stato scritto un libro dal titolo "The Life of Baseball Scout Ralph DiLullo". Una delle più grandi firme del giornalismo sportivo, Grahame Jones del "Los Angeles Times", lo definì «il più grande scopritore di talenti». Per altri è stato «uno dei più grandi ambasciatori del baseball». L'ex giocatore James LaBagnara disse di lui: «vedeva molto più avanti degli altri osservatori». Ralph sposò Rosalie Portelli con la quale ebbe tre figli: Louis, Ralph Jr. e Patricia. "Corp" (soprannome datogli in onore del padre, caporale dell'esercito italiano, ucciso durante la prima guerra mondiale) Ralph DiLullo morì il 9 agosto del 1999. Geremia Mancini Fonte: https://www.molisenews24.it/, 19 gennaio 2019.

  • Bellezze naturali di Capracotta

    S'avvicina la stagione propizia alle escursioni; è il momento di continuare il piacevole lavoro di far conoscere le regioni più pittoresche di questa nostra Italia, e di ripetere una volta ai nostri lettori: «Perché cercare al di là delle Alpi ciò che abbiamo in casa nostra?». Capracotta è in una delle regioni più degne di essere visitate nell'Abruzzo. Ne parla in queste pagine Antonio De Nino, l'insigne raccoglitore delle memorie e delle leggende della sua regione, ricordato con tanta simpatia da Gabriele D'Annunzio, nel "Trionfo della Morte". Ricordi e monumenti In un volume di memorie manoscritte, raccolte dal dott. Nicola Mosca nel 1745, e continuate da altri, si riporta un documento del 1040, dove si fa menzione di Capracotta. Il volume è conservato nell'Archivio del Municipio. Ma le popolazioni di quelle contrade devono rimontare ad epoche antichissime, a voler giudicare dalle tombe arcaiche scoperte nei dintorni con suppellettili della così detta prima età del ferro. Anche la seconda parte del presente nome dovrà essere una trasformazione di parola più antica: forse Cozia o Cozie. Abbiamo le Alpi Cozie, Tagliacozzo, ed altri simili. Capra e Capraro, poi, si spiegano con la ripidezza dei monti. Nel vicino Monte Cavallerizza, resiste ancora agli urti del tempo una grandiosa cinta ciclopea, la cui severità è aggraziata da una fitta boscaglia e, qua e là, da tappeti erbosi e fioriti che invitano a posarvisi chi li ammira (v. "Notizie degli scavi", 1904, pag. 397). Dell'età romana, finora non vi sono ricordi. Nulla di grande interesse nel medio evo. Si sa soltanto che fu feudo degli Eboli, dei Cantelmi e dei Piscicelli. Il paese e gli abitanti Capracotta diede i natali a personaggi eminenti, specie nella magistratura. Gli abitanti sono di belle forme a validi. Pittoresco l'antico costume delle donne. I pastori anche oggi si coprono di pelle caprina. Questo paese è capoluogo di mandamento. Enrico Bacco Alemanno (edizione del 1618) ne fa ammontare la popolazione a 164 fuochi, secondo la numerazione vecchia, e a 246 nella numerazione nuova. Nelle succitate memorie manoscritte si ricorda che nella peste del 1656, dal 4 agosto al 13 settembre, morirono 1.126 persone. Oggi, secondo l'ultimo censimento, vi si enumerano 3.902 abitanti. La storia ricorda altresì che l'anno successivo a quel flagello di Dio, vi fu un flagello economico: 104 banditi saccheggiarono il paese per trentamila ducati (£ 127.000) «salvo però li honore di tutti». I capi banditi furono Paolo Fioretti calabrese, Boccasenzossa, Carlo Petrillo e Beppe Nastro. Capracotta si distende sopra una lunga e tortuosa cresta di monte, all'altezza di m. 1.400; cresta che si rannoda a Monte Campo, alto 1.690 m., e a Monte Capraro, alto m. 1.726. Dalla cima di Monte Campo, il paese appare come veduto a volo d'uccello, e da Monte Capraro vi sembra che le case si addossino e si stringano le une alle altre, bisognose di un tepore. Si sa che, stando a quell'altitudine, il paese è rigidissimo d'inverno, ma tiepido e delizioso d'estate. Il rigido inverno: bloccati dalla neve Volete avere un'idea dell'inverno di Capracotta? Mi servirò della descrizione che nel periodico "Provincia di Campobasso" ne fece il marzo ultimo l'egregio insegnante signor Giovanni Paglione, geniale autore di tutte le fotografie che qui si riproducono e delle quali io gli rendo vive azioni di grazie (v. "Un paese sepolto dalla neve", 17 marzo 1905). Le nevi che si sciolgono da Monte Capraro formano il Lago di Mingaccio con isolotti ghiacciati. Le strade Il paese ha varie strade. La principale è il Corso Sant'Antonio, brutto d'inverno, pittoresco d'estate. La Via di San Giovanni dà le più genuine caratteristiche dei paesi alpestri. La Via della Madonna delle Grazie è qui prima rappresentata mentre è percorsa dalla gaia processione delle fanciulle che fanno la prima comunione, e poi sepolta dalla neve. In una naturale terrazza, detta Costa del Grillo, si apre il Passeggio pubblico, donde si prospetta la Vallata del Sangro e giganteggia il gruppo della Majella con le forre nevose. Alla estremità di questo Passeggio, il paese ha un'altra attraente visuale. Ma una visuale veramente sublime si gode al di sotto delle rocce, proprio dal punto detto Sotto la Terra. Gli edifici del paese, se non sono monumentali, sono però decenti. Degno di essere segnalato come manifestazione di civiltà è l'edificio scolastico con un asilo infantile modello. La settecentesca Chiesa matrice, veduta sotto il dirupo della parte settentrionale, sembra un edificio campato in aria. L'interno è di arte non comune. Graziosa la balaustra di marmo con intarsii e disegni a traforo. Questa chiesa fu restaurata nel 1735 dall'architetto di Pescocostanzo Venanzio del Sole; e, cinque anni dopo, un pittore di Alfedena, Filippo Passerelli, dimorante anche a Pescocostanzo, vi fu chiamato a rinnovare gli antichissimi stemmi. Rappresentazioni sacre Tra i varii usi attinenti alla religione, è pieno di simpatia quello della Sacra Famiglia, nella ricorrenza festiva di San Giuseppe. Il piccolo dramma sacro si rappresenta in alcune famiglie signorili di Capracotta e specialmente dalle famiglie Campanelli e Castiglione. Si prepara un pranzo per quattro poveri del paese, cioè un vecchio, che fa da San Giuseppe, una vecchia che rappresenta Sant'Anna, e un'altra che funge da Maria; più un fanciullo che fa da Gesù Bambino. Giuseppe, Anna e Maria hanno l'obbligo di confessarsi e comunicarsi. Il Bambino Gesù è dispensato. Tutti vestono con abiti più o meno nuovi e puliti. Chi non ne ha, li riceve in dono da chi festeggia quel giorno. Il pranzo per la sacra famiglia si compone di frittata, minestra di ceci, pasta asciutta con sugo, pesce, per lo più, secco, sottaceti, carne e frutta: totale, sette cose. S'intende che non tutto si mangia. Quel che avanza, si manda alle famiglie dei sacri rappresentatori. Le donne di casa servono a tavola. Ciascuno della parentela assaggia le vivande per divozione. Vanno ad assaggiare anche i non poveri e sempre per divozione, rompendo la divozione ai padroni di casa! Questa pia costumanza vige anche a Palena, e il cav. Luigi Campanelli, cultore di storia patria e autore di una pregevole monografia sopra Capracotta, crede che appunto da Palena la introducesse nel paese nativo, tra il 1687 e il 1766, un arciprete suo antenato e suo omonimo. Le bellezze naturali: i lupi Altre bellezze naturali e sorprendenti di Capracotta sono le cascate del Verrino e del Pisciarello. Quest'ultima è alta m. 150; e tutte e due nulla hanno da invidiare alle cascate svizzere. Bellezze non meno deliziose sono i circostanti boschi, dove può entrarsi in poco d'ora. A Monte Campo si ascende a piedi o con sicure cavalcature, e l'ascensione non è che di 290 metri dalle ultime case. Se Capracotta è deficiente di storia propria, Monte Campo può vantarne parecchia. E, in prima, spigoliamo nelle citate memorie manoscritte dell'archivio municipale. Sotto la data del 30 settembre 1824, è detto che Francesco Borbone, duca di Calabria e primogenito di Ferdinando I, dovendo recarsi alla Tenuta di Montedimezzo, la Corte decise di scegliere un punto più elevato e di piacevole vista. Fu scelto perciò il Campo, sopra Capracotta. Il Duca col suo seguito doveva recarvisi dai confini di Vastogirardi, per la Forcatura. Col lavoro spontaneo di paesani e forestieri, in tre giorni fu improvvisata una strada. Era sindaco di Capracotta don Leonardantonio Falconi, antenato dell'on. Nicola Falcone, e di altri cugini che fanno onore alla Magistratura. L'incarico speciale di provvedere a tutto fu dato a Sua Eccellenza il marchese Cappelli, amministratore dei Reali Beni. La venuta sovrana fu alquanto ritardata a causa di un temporale. Nel giorno prefisso, nella Forcatura, comparve lo stuolo sovrano. Le campane sonarono a festa. La cittadinanza andò incontro al Duca. Il sindaco gli offrì un fiore, e il Duca si fece baciare la mano da tutti. Dopo la visita al paese, il Duca consegnò al parroco 26 ducati pei poveri; al sindaco 18 ducati pei lavoratori della strada improvvisata, e 24 ducati al comandante del Corpo civico. In verità, pochi e mal distribuiti! Quindi, funzioni religiose. Terminate queste funzioni, il principe di Collamare, gentiluomo di Camera, diede il braccio al Duca: e tutti, montati a cavallo, in breve tempo si trovarono sulla vetta di Monte Campo. Da quel punto, il Duca poté avere sott'occhio una gran parte del Regno che poi, cioè nel 1825, ereditò per la morte del suo genitore. Seduti sull'erba, si fece un luculliano asciolvere, mentre il Duca permetteva a tutti una grande familiarità. Su quello stesso culmine, il dotto monsignor Pietropaoli, vescovo di Trivento, nel 1900, fece innalzare una colossale croce, monumento al Redentore. – In quelle montagne non vi sono lupi? – No; se vi fossero, sarebbe una festa pei cacciatori. Il paese ha molti cacciatori e bravi tiratori e vincitori nei Tiri a segno. Quando capita qualche lupo, non manca la festa e subito gli fanno la festa. Tempo addietro, ne capitò uno sul primo piano di Monte Campo, festeggiato subito dai cacciatori; uno di loro se lo caricò sulle spalle, seguito da una frotta di ragazzi, e nel paese fu esposto a capo in giù, ammirato da vecchi, da giovani e fanciulli coi sorrisi più o meno canzonatorii. Dunque, niente paura dei lupi. Di orsi non se ne ha idea. La caccia dell'orso si fa alla montagna della Meta. Rimosse le paure dei lupi e degli orsi, restano le bellezze della natura. Se l'arte e l'artista sono inseparabili, l'artista che va a Capracotta si sente di stare in mezzo all'arte; e, chi non è artista, sente l'arte nel più intimo dell'animo e diventa prediletto della natura. Il sofo da Verulamio soleva dire che un giardino è il più puro dei nostri piaceri e il ristoro più grande dei nostri spiriti, e che, senza esso, le fabbriche e i palagi altro non sono che opere manuali. Di fatto, si osserva sempre che, dove il secolo perviene a un certo grado d'incivilimento e di eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare con sontuosità e poi a disegnare giardini con la maggiore accuratezza, come se nei giardini consistesse la perfezione dell'arte. Or bene, entrate nei boschi di Capracotta, passeggiate in quelle praterie, e lunghesso le sponde del Verrino e, se mai, arrampicatevi come capre, nelle stratificate balze, e rintanatevi come... volpi nelle basse tane... perdono, perdono! - e avrete la illusione di trovarvi nei giardini più fantastici, dove in limitato spazio sono raccolte molte e svariate bellezze naturali, e dove i polmoni si dilatano per dar posto a grosse onde ossigenate di purissima vita. Antonio De Nino Fonte: A. De Nino, Bellezze naturali di Capracotta, in «Il Secolo XX», V:7, Milano, luglio 1906.

  • Una banda di (perfetti) idioti

    – Ma avete visto Douglas come guarda la segretaria? Secondo me se l'è portata in barca e l'ha sventolata come una bandiera. – Omnia munda mundis. – Cioè... tutto il mondo è paese? –Ignorante, è latino e significa "Tutti mondano i mandarini". Beh, comunque la barca di Douglas è una zattera vicino al mio mille piedi. – Io ho una barca così grande che per andare da Crotone a Milazzo ho dovuto girare intorno all'intera Sardegna. – Non potevi passare per lo stretto di Messina? – Non ci passa. – La mia barca è solo settecento piedi, direi parva sed apta mihi. – Scusate, il cliente mi chiede a che ora atterri domani. – I dialoghi tra partner sono come coiti, non vanno mai interrotti. Parole sagge. I suddetti dialoghi durano trenta secondi, imbrattano, sono pieni di suoni gutturali senza senso e l'unico aspetto positivo è che prima o poi arrivano, alla fine, proprio come un coito. Quindi proseguo: – Scusate, ripasso quando avete finito di eiac... ehm, parlare. – Ormai ci hai interrotto... comunque rispondi tu per me. – Ma non so né che volo prendi, né per dove, né quando! – E allora informati meglio, e visto che ci sei prenotami il volo. – Che volo? Per dove? Per quando? – Qui le domande le faccio io. Perché non ho ancora il biglietto? – E io che ne so? – Non sai mai un cazzo. Allora il primo volo per Capracotta. – Ma non c'è nessun aeroporto a Capracotta! – Est modus in aerobus. – C'hai sempre la scusa pronta per non fare un cazzo. È bello sentirsi apprezzati. Massimo Della Penna Fonte: M. Della Penna, L'ultimo Abele. Storia di un'ossessione, Della Penna, Torino 2015.

  • Capracotta visitata e descritta

    Che Capracotta esistesse già in epoca normanna si ricava dal Catalogo dei Baroni normanni perché Gualterius Bodanus teneva il feudo di Capram Coctam per conto di Guillelmo di Agnone, fornendo perciò due militi e due servienti all'esercito. Il nome del paese ha sempre creato curiosità e nessuno è disposto a scostarsi dalla tradizione popolare che vuole che in un'epoca imprecisata, quando alcuni pastori tenevano le greggi al pascolo, una capra cercò di saltare il fuoco attorno al quale gli uomini si erano radunati. La capra rimase bruciata e da ciò sarebbe nato il nome del paese. Per questo lo stemma civico ricorda l'episodio con una capra che salta il fuoco. Nel Duecento il suo feudo fu concesso ai della Posta e successivamente ai Carafa, ai d'Evoli, ai Cantelmo ed ai Piscicelli che lo tennero fino agli inizi del secolo XVIII. Poi tornò ai d'Evoli per qualche decennio e ai Caracciolo di Santobuono finché feudatario di Capracotta divenne nel 1788 Antonio Capece Piscicelli con il titolo ducale. Un feudo che finì male perché la sua erede, la duchessa Capece Piscicelli, dopo la caduta della Repubblica Napoletana nel 1799 e dopo la confisca dei beni, fu costretta all'esilio a Parigi con un sussidio di un franco al giorno assicurato dal governo francese. Capracotta ha una sola parrocchia dedicata a Santa Maria Assunta, ma i suoi abitanti preferiscono dividersi in santantoniari e sangiovannari, in relazione alle due chiese poste ai due estremi del paese. E sebbene il protettore sia san Sebastiano, come si deduce anche dai nomi di tanti capracottesi, neanche una chiesa gli è dedicata perché Capracotta sta tutta raccolta nella sua Chiesa Madre che, per essere posta nel più alto di tutti i paesi degli Appennini, certamente è la parrocchiale più vicina al Cielo. Una chiesa dall'interno arioso e solenne che, sviluppandosi spazialmente in tre navate, si mostra con un'apparente strutturazione architettonica settecentesca, come ricordano le lapidi relative ai suoi restauri. In realtà credo che nasconda nel suo impianto originario i caratteri di una basilica desideriana, cioè della stessa epoca di Gualterio Bodano, sicuramente legato all'abate filo-normanno di Montecassino. Notevole il suo organo monumentale e l'altare marmoreo che è riconducibile a quei marmorari che si formarono alla scuola di Norberto Di Cicco di Pescocostanzo. Forse proprio dopo i restauri settecenteschi il clero di Capracotta si impegnò ancora di più nel proprio ministero e così il vescovo Pitocco, il 7 ottobre 1756, concesse ai presbiteri l'insegna del rocchetto e della cappa. Un secolo dopo, nel 1854, come ci ricorda il Masciotta, Pio IX dichiarerà la chiesa di Santa Maria Assunta, con grande soddisfazione del clero, Collegiata Insigne. Essa domina con la sua mole l'intera valle del Sangro e dal suo campanile si osserva uno scenario di incomparabile suggestione che si chiude sul fondo con i monti della Maiella. E quel campanile, che una volta era staccato dalla chiesa più antica, aveva una funzione importante nella vita del paese. Un vero e proprio gigantesco strumento musicale che, con le sue note, comunicava con il territorio annunziando cose liete e cose tristi, ritmando le ore, richiamando il popolo nei momenti di pericolo, avvertendo che a mezzogiorno ci si ferma per mangiare. E a suonare le note era sempre un sagrestano maschio, che poteva uscire di casa anche quando faceva la neve o tirava la filippina. Perciò, quando per questioni pratiche il compito fu affidato a Carmela, che aveva la casa di fronte alla chiesa e che doveva pensare anche alle sue faccende domestiche, si pose il problema delle scampanate nel periodo invernale. A Capracotta, come osservò un arguto venditore di terraglie napoletano, fa dieci mesi di freddo e due di fresco, così Carmela risolse il problema solo come un capracottese poteva risolverlo. Legò una fune al battaglio del campanone e, attraversando la piazza, legò il capo al davanzale della cucina. E ogni volta che scoccava l'ora si affacciava alla finestra e, tirando la fune, neve o filippina, faceva rintoccare la campana. Adesso il problema è stato risolto con quegli aggeggi infernali che fanno suonare le campane automaticamente, ma, togliendo quella fune, hanno tolto anche l'anima al campanile. Allo stesso modo a Capracotta fu tolto un pezzo di cuore quando, con inaudita superficialità, fu demolita l'ultima torre angioina che ancora definiva il perimetro della murazione trecentesca. Ma Capracotta è bella comunque, pur se le manca qualche pezzo, perché i suoi figli e i figli dei figli, la vedono bella e si sentono capracottesi anche se nessuno, ringraziando le A.S.L., nasce più in quel luogo. E solo chi è capracottese può capire quanto sia importante l'appuntamento con l'altra Madonna, che è quella di Loreto, per ricordare i tempi in cui partire significava andare in Puglia per la fida delle pecore e tornare significava esistere ancora. Ogni tre anni, l'8 settembre, cavalli bardati e cavalcati da cavalieri dal gusto un po' folkloristico, ma con l'orgoglio di conservare una tradizione, accompagnano tra ali di folla festante il simulacro della Madonna di Loreto dalla chiesetta fino al paese e viceversa, con la segreta speranza che la Madre di Dio intervenga presso l'Eterno per assicurare la ripetizione dell'evento negli anni futuri. Ma Capracotta è anche sport. Il suo Sci Club è tra i più antichi d'Italia e chi vuole sciare oggi può scegliere la bella pista di fondo che si snoda per 15 chilometri tra i faggi e gli abeti di Prato Gentile oppure quella per le specialità alpine a Monte Capraro. In estate, quando il paese richiama i suoi figli da ogni parte del mondo, tutto il territorio sembra rivivere anche per chi di Capracotta non è. Così è diventato una festa dell'ospitalità quello straordinario appuntamento della Pezzata che si rinnova nella prima domenica di agosto e che negli anni Sessanta era nato solo per evitare che si perdesse una tradizione pastorale locale. Franco Valente Fonte: F. Valente, Luoghi antichi della Provincia di Isernia, Enne, Bari 2003.

  • Quattro chili di paste miste

    Nacqui a Roma d'autunno, l'8 ottobre 1984, ma per le vacanze natalizie, ovviamente, i miei genitori mi portarono a Capracotta, dove avrei ricevuto il battesimo. L'inverno del 1984-85 fu particolarmente tremendo a Capracotta, e il saggio don Geremia Carugno non poteva permettere che un neonato uscisse con quel tempo per essere portato in chiesa: il mio battesimo venne dunque rinviato a data da destinarsi. Proprio in quei giorni giunse in paese anche don Alfredo De Renzis che - guarda il caso! - era lo zio della mia madrina. Don Geremia parlò col suo collega e assieme decisero che il primo Sacramento me lo avrebbe dato l'indomani (il 31 dicembre) proprio don Alfredo tra le calde mura domestiche, portando letteralmente la Chiesa in casa mia, visto l'imperversare della bufera. Mia madre, persona dotata di uno sconcertante senso pratico, organizzò tutto in quattro e quattr'otto. Non appena saputo che il giorno dopo mi avrebbero battezzato, decise di organizzare un rinfresco per la comare, i parenti e gli amici che sarebbero venuti a far visita, e siccome suo fratello Giuseppe (Peppìne de Ciòcce) si recava per lavoro ogni giorno ad Agnone, pensò bene di delegare lui all'acquisto dei dolci necessari per la buona riuscita dell'evento. Quel pomeriggio, mio zio stava facendo la passatèlla nel bar de La Traversa, il locale simbolo dei giovani sangiovannari degli anni '80-'90, e mamma gli si avvicinò per chiedere: – Peppì, addumàne ema vattieà Frangésche. Quand'arvié da Agnóne accatta quàttre chile de pàste mìscte. – Vabbuó – tagliò corto Peppino, tutto preso dal "padrone e sotto". – Peppì, me sié sendùte? N'è ca puó te ne scuórde? – Lucì, nen te n'encarcà. Ce penze ije – fu la lapidaria risposta di zio. Mio zio è un uomo con un innato senso del buonumore ed è estremamente affidabile: tuttavia, non sopporta le persone pedanti, quelle che ripetono cento volte la stessa cosa. E così, conscia del carattere di suo fratello, mia madre tornò a casa sicura che egli avrebbe svolto la masciàta con premura e diligenza. Arrivò il giorno del battesimo e la neve non cessava di cadere. Don Alfredo entrò in casa e, in assenza dell'abitino battesimale, mia madre sfilò in fretta e furia un panno bianco da qualche stipo, col quale venni avvolto per ricevere l'acqua santa che mi avrebbe accolto nella comunità cristiana. Terminata la funzione religiosa, mamma andò a casa di mia nonna, dove viveva zio Peppino, per prendere in consegna i quattro chili di dolci agnonesi. Non appena entrò in cucina, nonna Rosa, sorridendo sommessamente, la avvisò: – Lucì, nen t'arrajà. – Ch'è succiésse? – chiese mia madre. – Nen te la piglieà – ripeté mia nonna. – Scì, ma se pò sapé ch'è succiésse? A quel punto, tutti scoppiarono a ridere. Sul tavolo della cucina erano infatti disposti gli acquisti che zio Peppino aveva fatto ad Agnone per la mia festa di battesimo. Ma, invece di quattro chili di paste miste, c'era mezzo chilo di rigatoni, mezzo chilo di zita, mezzo chilo di spaghetti, mezzo chilo di bavette, mezzo chilo di fusilli, mezzo chilo di bucatini, mezzo chilo di farfalle e mezzo chilo di tortiglioni. Zio Peppino aveva comprato quattro chili di "pasta mista". E non riusciva a capire perché tutti ridessero. Francesco Mendozzi

  • Il Verrino e la metafora del Molise

    Il Molise terra vergine e incontaminata. L'Alto Molise patria di colline verdi, vedute spettacolari, vallate mozzafiato, montagne rocciose, cascate dalle acque freddissime. Queste sono solo due delle frasi che noi molisani usiamo quotidianamente per descrivere la nostra regione, un lembo di terra che potrebbe sparire dagli atlanti geografici senza che nessuno se ne accorgesse. Ma possiamo biasimare gli altri se poi siamo noi stessi, i molisani, a non conoscere il territorio in cui viviamo? Onestamente, credo di no, perciò mi sono ripromesso che non rimanderò più e che approfitterò, quando sia possibile, di ogni chance per conoscere quest'area. E, devo dire, che ho cominciato bene. Partendo dal fiume Verrino, un torrente che attraversa comuni come: Capracotta, Agnone, Poggio Sannita e così via… Un sabato pomeriggio, sono andato proprio a Capracotta e in compagnia di alcuni amici (tra cui due ragazzi che conoscono la zona) abbiamo parcheggiato la macchina a circa un chilometro dalla riva. Abbiamo disceso una stradina piena di breccia e ciottoli, prima di addentrarci in un sentiero che ci ha portato a valle, sulla battigia del fiume. Giunti lì, abbiamo dimenticato la "stabilità" e l'abbiamo abbandonata in virtù di una serie di piccoli misurati passi su superfici meno agevoli come terra, fango e soprattutto ciottoli. Più volte, abbiamo dovuto saltare da una pietra all'altra, badando a non scivolare. Talvolta, abbiamo anche usato le mani, cercando degli appigli di fortuna come tronchi, edera o radici. Il rischio non era grande: un bagnetto nelle acque fredde, ma volevamo evitarcelo, così ci attaccavamo a tutto mentre, in silenzio (più o meno), ci godevamo i suoni dell'acqua che scrosciava. Poi, la prima cascata. Improvvisamente, si sono materializzati cellulari e macchine fotografiche perché, ammettiamolo, c'era già materiale per una cartolina. La sosta qui è stata breve, infatti subito abbiamo proseguito alla volta della seconda cascata. A questo punto, il tragitto si faceva più rocambolesco; ad un certo punto si interrompeva e ci siamo visti costretti ad infilare il piede in una piccola fessura nella parete della montagna. Per la legge di Murphy, il terreno doveva cedere ed è capitato a me. Improvvisamente ho sentito la terra entrare nelle mie scarpe e mi sono sorpreso scivolare lungo un cunicolo che mi avrebbe guidato verso alcune rocce. Lì, potevo farmi male. Veramente. Tuttavia, devo ammetterlo: non ho avuto tempo di vedere la vita che mi scorreva davanti o cose simili. Pensi solo: "mi farà male?". Comunque, non ho provato l'ebrezza dello schianto perché il ragazzo che ci guidava, aiutato da un altro della compagnia, mi ha ripreso per un braccio e mi ha fatto risalire. L'attimo dopo, ero sull'altro versante con le gambe tremanti, incredulo. Non ci siamo fermati e siamo arrivati alla seconda cascata. Devo ammettere che questa non mi ha colpito molto. Almeno, non quanto la terza che sembrava presa da un set cinematografico o meglio da uno di quei documentari sugli orsi. Avete presente quelle scene dove vedete dei grandi Yoghi rinfrescarsi? A me, la terza cascata ricordava uno di quei documentari. Anche qui, alla cascata di Yoghi, ci siamo fermati un po'. Altre foto sono state scattate e poi ci siamo riavviati. Stava per fare buio e dovevamo camminare a lungo, prima di tornare nel "mondo reale". E così ci siamo rimessi in marcia. Il ritorno, personalmente, l'ho affrontato bene, anche se in alcuni punti la situazione si è fatta critica. Pochi appigli, un tragitto incerto (nel quale la segnaletica viene mantenuta in vita dai volontari) e insicuro metterebbe a rischio la vita di chiunque si improvvisi. Risaliti in collina, quando tutto era finito mi sono detto: certo, si tratta di una camminata che tutti dovremmo fare. Ognuno di noi dovrebbe conoscere ogni singolo versante di questo fiume ma affrontarlo così com'è ora è davvero rischioso. Insomma, il Molise è in quel parco fluviale: una ricchezza buttata; un tesoro creato con dei fondi a pioggia poi abbandonato alla mercè del tempo. Giovanni Giaccio Fonte: https://www.giogiaccio.com/, 26 agosto 2015.

  • La grande sartoria femminile di Capracotta

    Capracottesi, popolo di sarti, poeti e navigatori... I nostri concittadini hanno infatti scritto centinaia di libri e sono sparsi ai quattro angoli del mondo ma l'artigianato più nobile che li ha contraddistinti è stato certamente quello sartoriale. Della sartoria capracottese se n'è parlato tantissimo in questi ultimi vent'anni, talora a sproposito, perché ognuno ha voluto esaltare un parente sarto, definendolo di volta in volta il migliore nel suo campo, un genio, un pioniere, un novello Valentino. Per evitare stupide e inopportune schermaglie, menzionerò diversi sartori del nostro passato e presente, così da non creare imbarazzi di sorta: Luigi Antenucci, Giovanni Borrelli, Loreto Borrelli, Vincenzo Carfagna, Francesco Carnevale, Pasqualino De Renzis, Claudio Del Castello, Giandomenico Di Ciò, Pasquale Di Ciò, Cesare Di Rienzo, Giovanni Di Rienzo, Sebastiano Di Rienzo, Giovanni Di Tanna, Mario Di Tanna, Mario Di Tella, Ciro Giuliano, Gabriele Giuliano, Vincenzo Giuliano, Antonio Monaco, Luigi Monaco, Nicola Monaco, Panfilo Monaco, Antonio Mosca, Giuseppe Mosca, Italo Mosca, Mario Mosca, Alfio Paglione, Antonio Paglione, Eduardo Paglione, Giovanni Pollice, Alberto Sammarone, Felice Santilli, Ercole Sozio, Mario Sozio, Gaetano Terreri, Giovanni Terreri, Fiore Trotta e Vincenzo Vizzoca. Tuttavia, come in ogni campo dell'attività umana, anche nella sartoria capracottese non c'è stata la dovuta attenzione nei riguardi del gentil sesso, nel senso che troppo spesso chi si è occupato della storia e delle tradizioni di Capracotta ha tralasciato - forse per ignoranza in materia - la valente tradizione femminile, anch'essa attiva nell'alta moda italiana e mai contaminatasi col semplice prêt-à-porter. A livello quantitativo i sarti maschi (e per maschi) hanno sovrastato le colleghe, ma a livello qualitativo le nostre sarte non sono state da meno. Difatti l'attività delle sartore capracottesi si è accompagnata perlopiù a un nome eccellente della moda italiana, quello di Clara Centinaro, ed è diretta conseguenza di colei che per prima le chiamò a lavorare al servizio dell'indimenticabile stilista, la compianta Vincenza Di Rienzo, una sarta che è «letteralmente nata nell'atelier Centinaro». A proposito di quest'ultima, il Sistema informativo unificato per le Soprintendenze archivistiche dice testualmente: Chiarina Moglia, in arte Clara Centinaro, nasce a Bedonia (PR) nel 1914. È la pioniera della moda italiana, tra le prime a portare il made in Italy in tutto il mondo. A vent'anni arriva a Roma dal suo paese natale, dove ha sempre operato ininterottamente e inizia a lavorare presso importanti atelier. Il suo lavoro e il suo nome sono cresciuti di pari passo con il nome e il prestigio che la moda italiana ha conquistato nel mondo. Il suo successo e la sua fama mondiale sono testimoniati anche dalle sue clienti: Evita Perón, mogli di ambasciatori, mogli di alcuni uomini di governo come Gronchi, Mattarella, Pella, Fanfani, molte esponenti dell'aristocrazia come la principessa Borghese, le principesse Odescalchi, la principessa Ruffo di Calabria, Donatella Pecci Blunt e la contessa Marta Marzotto. Spesso si sono rivolte a lei esponenti della Corte del Belgio, tra cui Paola di Liegi e la figlia Astrid. Nel 1952 partecipa alle sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti. I più prestigiosi giornali di moda ne hanno sempre ampiamente illustrato l'attività e l'importanza, riportando puntualmente, e in tutto il mondo, la cronaca delle sue collezioni. Nel 1970, a riconoscimento del suo lungo operato, le viene conferito il titolo di Cavaliere della Repubblica dal presidente Giuseppe Saragat; nel 1986, per lo stesso motivo, il presidente Francesco Cossiga le conferisce il titolo di Ufficiale, e nel 1992 quello di Commendatore. L'ultima esperienza di lavoro per Clara Centinaro è la preparazione dei costumi per il balletto "Il lago dei cigni", nel cartellone del Teatro dell'Opera di Roma nella stagione 1990-91. Muore a Roma nel 1994. Gli archivi della Centinaro sono di proprietà della sartoria Litrico che negli anni Novanta ha rilevato l'atelier. La Centinaro aveva una tagliatrice di fiducia nel suo laboratorio e diverse sarte che si occupavano di confezionare i modelli o i vestiti veri e propri, tra cui le capracottesi Luisa Di Ianni e Angela Di Lullo. La prima ha lavorato per la Centinaro dal 1975 fino al 1996 e ricorda che «Clara era buona, alla mano, una persona semplice ma elegante nei modi, si vedeva che veniva dal Nord». Mai una parola fuori posto, mai un nervosismo, una discussione, un rimprovero. Per il marchio d'alta moda - produttore di capi unici e mai seriali - Luisa ha confezionato tantissimi vestiti e anche alcuni abiti da sposa (Centinaro diventerà negli anni '80 il must nella moda nuziale, con lo slogan "Alla sposa"). A livello privato, invece, la Di Ianni conta poco meno di cento abiti da sposa, molti dei quali per le mogli di Capracotta. Stessa attività ha svolto Angela Di Lullo, che a Capracotta ha pure tenuto una bellissima mostra. Non io lo dico - ma la storia - che Clara Centinaro è stata la prima donna dell'alta moda italiana, così come Valentino Garavani lo è stato nel mondo maschile, entrambi in un periodo fortemente monopolizzato dagli stilisti francesi. Oggi possiamo affermare che Clara Centinaro è stata la Coco Chanel del Belpaese e, nella sua magistrale avventura fatta di successi e splendore artigianale, hanno avuto un ruolo fondamentale le sarte capracottesi, prime fra tutte Vincenza Di Rienzo, Luisa Di Ianni e Angela Di Lullo, non semplici lavoranti esterne, ma sarte professioniste negli atelier romani di via Margutta, via Lombardia e via Toscana. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Di Rienzo e M. S. Rossi, Alla corte di Valentino. L'ultimo imperatore della moda e dello stile, De Luca, Roma 2013; A. Fiorentini Capitani, Moda italiana: anni Cinquanta e Sessanta, Cantini, Firenze 1991; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Vergani, Sarti d'Abruzzo. Le botteghe di ieri e oggi protagoniste del vestire maschile, Skira, Milano 2004.

  • I moti del 1860 a Capracotta (II)

    Tra i reazionari principalissimi furono Francesco d'Onofrio e Pasquale di Janni. Il primo, contadino, ventenne, dalle forme erculee, veniva chiamato "Francescone". Il secondo, anche contadino e benestante, dell'età di anni quaranta, era soprannominato "Calzettone". Egli arringava la folla, proclamando che bisognava difendere quel "povero guaglione" (Francesco II°). Si fece proclamare governatore della "Terra" (così il popolo chiama ancora il paese) e come tale emanava pubblici bandi e decreti insieme di severissime pene a chi non obbedisse. Ma bisogna soggiungere che l'animo di costui non era inferocito al pari di quello di Giustino Carnevale, Cesare Carnevale, Pasquale Grifa, Pietro Di Luozzo, Saverio di Nucci, borbonici emeriti e corrivi alle vendette e alle rappresaglie inumane. Il moto fu dapprima capitanato da una donna, cui fu dato il nomignolo di "Cannatella" che le rimase a suggello di tanta gesta. Procedeva essa infatti con un orciuolo (cannatella) infisso su d'un bastone, palleggiando la volgare insegna con gesti e parole più volgari ancora, ma sommovitrici. Notavansi tra la folla due soldati in divisa borbonica, Pasquale Sozio ed Angelo Grifa, i quali con l'atteggiamento della persona e con grida aggiungevano esca al fuoco. Ad ingrossare le file de' reazionari contribuì forse il fatto che cadde molta pioggia la notte e parecchi contadini, che si sarebbero recati ai loro campi, rimasero in paese; ed anche i vetturini anticiparono il ritorno dal bosco dove quell'anno si faceva legna. Tornava uno di costoro, Peppe Sciarrigli, con un asino carico di ceppame e giunto in paese e saputo del fermento e inebriato dalle grida di morte de' reazionari, si unì esclamando: «M'aia fa pur'ì quatte còcce de gammacuòtte». Ma, appena arrivato in piazza, da una finestra della casa di Domenico Conti partì un colpo di fucile che lo ammazzò. Tra i liberali rimasero feriti di un colpo di stile al fianco destro mio padre, il quale mai volle dirmi il nome del feritore, sebbene io abbia sempre insistito di saperlo, e il farmacista Don Ettore Conti d'una terribile roncata al collo infertagli dal suo compare Cola Di Rienzo e D. Sebastiano Falconi alla mano dal vinaio Felice d'Andrea e D. Florindo Bizzoca alla testa. Mio padre, recatosi in casa Sozio, fu adagiato e medicato sul letto nuziale preparato per le nozze del padrone di casa Agostino con Anna Antenucci. Lo sposo si era anzi mostrato liberale sino al punto da preferire in quel giorno alle d'Imene i pericoli della pugna. De' reazionari furono feriti Cesare Carnevale, Donato Di Rienzo alias "Zappone" e Giustino Carnevale. Essi andarano a farsi medicare dal farmacista D. Giuseppe Castiglione, il quale dapprima risolutamente si negò, ma dovette poi cedere alle minacce di morte de' forsennati che li accompagnavano. Nel giorno successivo la folla, volendo vendicare il morto e nel medesimo tempo garantirsi di ogni ulteriore pericolo, si diede a ricercare i civili per disarmarli e arrestarli. Furono così isolatamente presi i canonici D. Policarpo e D. Vincenzo Conti, D. Gregorio Conti, monsignore in partibus, l'arciprete prof. D. Filippo Falconi, D. Giovanni e D. Salvatore Conti, D. Anselmo di Ciò, D. Olindo Chiaffarelli, maestro della musica cittadina, Benedetto Giuliano e Giuseppe de Vita. Quest'ultimo, quantunque nato di popolo, fu tra quelli che mostrarono grande entusiasmo per il nuovo Governo e ne aveva pagato ben caro il fio. Si racconta che, soldato del Borbone, avendo ricevuta una medaglia per non so che atto di valore compiuto, un po' per brio giovanile e più per odio del Re, la sospendesse al collare d'un cane, saputa la qual cosa dai superiori, fu egli sottoposto a Consiglio di guerra e condannato nel capo e graziato poi mercè l'intervento dell'illustre conterraneo D. Stanislao Falconi, Procuratore Generale della Suprema Corte di Giustizia. I sopraddetti liberali ghermiti della plebaglia furono tutti rinchiusi nelle carceri del paese e severamente invigilati. Quelli tra i compagni che riuscirono a salvarsi, si asserragliarono nelle case, risoluti a vender cara la pelle. La turbe, briaca d'odio e di sangue, girava obbligando tutti a cedere le armi. D. Antonino Conti, minacciato, fu il primo a darle. Da D. Francesco Falconi, padre di D. Filippo, pretesero un lauto pranzo; anzi Nicodemo di Luozzo chiese una miscisca ed ottenutala la presentò ai compagni gridando: «Ecche ru scuòrze de Garibaldi!». Calzettone intanto mandava bandi di morte. La plebaglia però non era d'accordo sulla sorte da dare agli arrestati. Alcuni avrebbero voluto mandarli ad Isernia, anche perché i signori reazionari di quella città avevano promesso una certa somma per ogni liberale che venisse loro consegnato. Altri, ed erano i più, propendevano per la fucilazione immediata, che secondo loro doveva aver luogo alla Piana del Monte Capraro o alle Croci. Non riuscendo ad accordarsi intorno alla pena da infliggere ai malcapitati, si decisero di mandare ad Isernia Domenico Mastrociomme per chiedere la sentenza al Comitato reazionario di colà. Il Corriere però si fermò a Miranda per aver saputo che il De Luca con i suoi mille volontari aveva messo Isernia a sacco e fuoco. Il Mastrociomme fece tosto ritorno e giunto in paese, corse defilato alle carceri, gridando: «Pace! Pace!» senza aggiungere altro a quei che gli chiedevano conto della missione. Così gli arrestati furono liberi. Essi però la sera precedente, all'annunzio dell'invio del Corriere ad Isernia, d'accordo col sagrestano Pietro Bizzoca, avevano stabilito d'evadere per una buca praticata nel muro della prigione che dava in una cappella della chiesa madre. Il progetto naturalmente per i fatti che seguirono non fu effettuato. Per suggellar la pace, tutt'altro che sincera da parte de' popolani, intervenne D. Giandomenico Falconi, Vescovo di Altamura, dottissimo e forte ingegno, il quale con l'autorità del nome e del ministero, e con quella che gli veniva anche dal non essere ritenuto un liberale, placò l'ira del popolo, inducendolo alla pace con i civili ed in forma solenne. A tal uopo celebrò una messa pontificale ed alla elevazione predicò, raccomandando la concordia degli animi e invitò al bacio fraterno i numerosi dissidenti. Infine ebbe luogo la processione per le vie del paese. Degno di nota fu che, subito dopo il Santissimo, veniva portato dal reazionario Francescone il ritratto di Vittorio Emanuele II. E quest'atto fu molto significativo, perché passarono appena una decina di giorni e il Re Galantuomo faceva ingresso solenne a Castel di Sangro, e la buona notizia fu data a D. Francesco Falconi da un amico dell'Abruzzo Chietino. Molti uomini del paese mossero alla volta di Castello e in casa Fiocca furono presentati al Re dall'insigne clinico Salvatore Tommasi. Nel Novembre i capi del moto reazionario furono arrestati, processati e condannati dal Tribunale d'Isernia a pene varianti da cinque mesi a sei anni di prigione. Calzettone passò cinque anni nelle carceri di Campobasso, e uscitone non aveva di che vivere. Ciò non pertanto morì vecchissimo, sorretto sempre dalla speranza di rivedere sul trono il suo "guaglione". Ma, s'intende, nel fondo dell'anima reazionaria covava la luce borbonica e la consacrazione del suo destino d'Italia non valse a rimutare di subito la coscienza di coloro che avevano soffiato nel fuoco e che erano trascesi ad atti inconsulti. D'altronde, il timore di rappresaglie e di punizioni esemplari da parte dei nuovi dominatori e quel vago indistinto bisogno d'attendere sempre il futuro, sperandone giustizia indusse parecchi reazionari capracottesi a lasciar la vita del lavoro e darsi alla macchia dove avrebbero potuto organizzarsi e riconquistare insieme con gli altri dispersi e borbonici di buona lega le cose perdute. Cosicché, dopo tanto fermento e splendore di eroismo, Capracotta fornisce anche l'esempio per necessità ineluttabile di tempi di questa detestabile avventura italiana, anzi meridionale, che tenne dietro alla rivoluzione del 1860 e che infestò tante nobili regioni e fu causa di lutti e di incresciose repressioni. E principalmente briganti, bisogna pur dirla la parola nefasta, furono Francesco d'Onofrio, Sebastiano di Rienzo alias "Nabisso" e Vincenzo Pettinicchio. Il primo, dopo aver commesso furti e grassazioni, fu ammazzato dalla gelosia dal compagno Raffaele D'Agostino, di Roccasicura, al bosco di Montedimezzo; Nabisso morì vecchio, e il terzo si offrì ai giudici italiani e dopo breve prigionia emigrò in America, dove tuttavia vive. E fu proprio quest'ultimo che prese parte con la banda di "Cuzzitto" all'assalto di Vastogirardi, il 28 luglio 1864, dove per opera della valorosa Guardia Nazionale di colà rimasero morti quattro briganti e l'eroica difesa de' Vastesi meritò loro una bandiera d'onore della Guardia Nazionale di Napoli. Sentirei di venir meno al mio dovere di cronista se omettessi un elogio speciale alla valorosa Guardia Nazionale di Capracotta, la quale, oltre che nella caccia ai reazionari, si segnalò nella repressione del brigantaggio e soprattutto all'Ospedaletto, a Santa Maria del Monte, alla Macchia, dove venne catturato il celebre Wolff disertore della Legione Ungherese in Italia e che in ultimo fu condotto ad Isernia ed ivi giustiziato. La bandiera della Guardia Nazionale divenne poi la bandiera del Municipio di Capracotta. L'agro capracottese fu infestato dalle terribili bande di Cuzzitto, Ferrara e Tamburini e non poche famiglie del luogo ebbero a subire gravi danni e qualcuna anche la rovina. Ricorderò solo la distruzione di una intera masseria di pecore di D. Geremia Conti avvenuta per opera del Ferrara. Già Capracotta, che nel 1656 era stata quasi distrutta dalla peste, tanto che dal 4 agosto al 13 settembre morirono ben 1.126 persone, fu anche assaltata e devastata da' briganti, i quali vi entrarono all'una pomeridiana del 6 luglio 1657. Persino in chiesa, senza alcun rispetto per il sacro luogo, essi ammazzarono, vicino all'altare della Santissima Trinità, il sacerdote D. Tobia Campanelli e molti secolari, depredarono il paese «per denari, ori e argenti e animali di 30000 ducati», cifra favolosa per quei tempi. I briganti in tutto erano 104 e avevano per capi Paolo Fioretti, calabrese, Boccasenz'osso, Carlo Petrulli e Peppe Nastri. Adesso, non occorre dirlo, a Capracotta non c'è più brigantaggio come non c'è pure divisione di partiti, e quello spirito fazioso che travaglia altri paesi vi è appena ai primi albori, che speriamo non sia seguito da nessun'alba, né meriggio. Oreste Conti Fonte: O. Conti, I moti del 1860 a Capracotta, Pierro, Napoli 1911.

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