LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Quilli iurni: tra S. Pietro Avellana e Capracotta due delle più antiche parole italiane
Il memoratorium, per dirla in latino, è una «notitia brevis pro modernis et fucturis temporibus [...] ad memoriam retinendam» ovvero è una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo. Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso. Brevemente vediamo prima il contesto storico. Nei territori di questi due comuni molisani si trovano due montagne che si fronteggiano e che una volta fecero parte della giurisdizione monastica di Montecassino, ma che più anticamente avevano una propria organizzazione amministrativa dipendente dalla prepositura dell'abbazia di S. Pietro Avellana, una delle più importanti di questa parte dell'Italia. Su Monte Capraro vi era una chiesa dedicata ai santi Simone e Giuda Taddeo che apparteneva al cenobio di S. Giovanni Battista che si trovava su quella montagna. Probabilmente nel 1171 nacque una qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa e il priore di quell'eremo volle compilare un documento da lasciare, come si suol dire, a futura memoria per ricordare che la chiesa dei Santi Simone e Giuda faceva parte dell'eremo di S. Giovanni. Il priore era un certo Ruele ed era figlio di Ugone proprietario di Montemiglio, la montagna che sta di fronte, dove era posta un'altra importante chiesa dedicata a S. Nicola ed egualmente dipendente dalla prepositura di S. Pietro Avellana. Il memoratorium fu trascritto la prima volta dall'archivista p. Mauro Inguanuez. Il memoratorium di monte Capraro è stato variamente interpretato, ma una esauriente analisi si trova in un saggio, ormai introvabile, di Arrigo Castellani e da esso ho tratto queste note. La pergamena, riferisce l'archivista di Montecassino Inguanuez, era molto rovinata per l'umidità, ma la macchia non si estendeva alle parole in volgare. Questo è il testo: Fr(ater) Ruele prior heremitus S(an)c(t)i Ioh(ann)is de Monte Caprarum [...] s(an)c(t)orum ap(osto)lo(rum) Sy/monis (et) Iude in t(er)ritorio de S(an)c(t)i Ioh(ann)is p(ro) subdita (ecclesia) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is fesit pro ipsu(m) (et) p(ro) / aliis fr(atribu)s heremit(is) de S(an)c(t)i Ioh(ann)is li quali laborasseru p(ro) ip(s)i (et) p(ro) aliis fr(atribu)s li quali fusseru / in S(an)c(ti) Ioh(anni)s (et) p(ro) facere or(ationem) quilli iurni li quali no(n) gisseru a llabore. Qualunq(u)a h(om)o volsesse depa(r)/tire ista eccl(esi)a da S(an)c(t)u Ioh(ann)e scì scia exco(m)municat(us). Questa la traduzione: Frate Ruele priore dell'eremo di San Giovanni del Monte Capraro fece (questa chiesa) dei Santi Apostoli Simone e Giuda nel territorio di S. Giovanni quale (chiesa) dipendente (dal detto monastero) di San Giovanni per sé e per gli altri frati eremiti di San Giovanni i quali lavorassero per loro e per gli altri frati i quali fossero in San Giovanni e per fare orazione quei giorni in cui andassero al lavoro. Chiunque volesse separare questa chiesa da San Giovanni sia scomunicato. Castellani sostiene che iurni costituisce la più antica attestazione italiana del tipo "giorno" che verrebbe da diurnum che era usato come sostantivo nel tardo latino imperiale. Il memoratorium di Capracotta-S. Pietro Avellana riapre i termini della questione sulla originalità dell'uso del termine e certamente mette in discussione la sua più antica attestazione retrodatando di una quarantina di anni l'uso che se ne era fatto agli inizi del Duecento in un verso marchigiano di S. Alessio. Per il momento a noi fa piacere prendere conoscenza di questa circostanza che restituisce una notevole importanza alla documentazione archivistica che, conservata a Montecassino, proviene dal Molise Alto. Franco Valente Fonte: https://www.francovalente.it/, 6 dicembre 2012.
- Gara mandamentale di tiro a segno
Nei giorni 5 e 6 c. venne eseguita, come negli anni scorsi, la solita gara mandamentale. Presiedevano sul campo di Tiro il Direttore di Tella, il vice Direttore Castiglione, il vice Presidente Conti e il Segretario di Nardo. Dell'ordine e del procedimento più che militare delle gare va data lode a la squisita gentilezza ed alla massima lealtà dei componenti la presidenza, che, sempre instancabili, nulla trascurano perché progredisca la bella ed utile istituzione. Ecco intanto il risultato della gara nelle diverse categorie. Categ. I - Incoraggiamento Conti Gaetano - Medaglia d'argento Sammartino Antonio - Medaglia d'argento Liberatore Liberatore - Medaglia d'argento Di Pietro Francesco - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia di bronzo Di Tanna Loreto - Medaglia di bronzo Ianiro Vincenzo - Medaglia di bronzo Ianiro Saverio - Medaglia di bronzo Categ. II - Campionato Carugno Sebastiano - Medaglia d'oro Sammarone Savino - Medaglia d'argento Conti Gaetano - Medaglia d'argento Ianiro Vincenzo - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia di bronzo di Tella Croce - Medaglia di bronzo Castiglione Salvatore - Medaglia di bronzo Di Pietro Francesco - Medaglia di bronzo Categ. III - Serie di Tella Croce - Medaglia d'oro Conti Donato - Medaglia d'argento Carugno Sebastiano - Medaglia d'argento Conti Giovannino - Medaglia d'argento Di Pietro Francesco - Medaglia di bronzo Castiglione Salvatore - Medaglia di bronzo Conti Fortunato - Medaglia di bronzo Conti Gaetano - Medaglia di bronzo Categ. IV - Tiro di squadra Conti Donato - Medaglia d'argento Conti Fortunato - Medaglia d'argento Castiglione Salvatore - Medaglia d'argento Ballo al Circolo d'Unione La sera del 6 c. m. per desiderio di alcune signore e ad iniziativa di intelligenti giovanotti fu tenuta nelle sale del Circolo d'Unione una soirée di ballo, che riuscì gaia e divertente per il concorso di gentili signore e signorine, tutte in elegantissime toilette, e per l'armonia e famigliarità senza pari, cui è improntato qualunque trattenimento di questo nostro paese. Intervennero l'On. Falconi, l'on. Maurg con la gentile sig.ra, l'Avv. Pallotta con la famiglia; la signora Giulia Falconi, la signora Rosina Falconi, la signora Colasanti e signorine, la signora Carmela Conti, la signora di Ciò, la signora Giulia Paglione e signorina Ines, la signora Buonfiglio, le signorine Gemma ed Elisa di Ciò, Luisa Falconi, Lina Conti, Lida Carugno, Clelia Antenucci, Silvia di Rienzo, Maria Conti, Maria Falconi. Suonatore instancabile fu l'illustre Prof. Falconi: scelti ballabili vennero eseguiti anche dalla signorina Luisa Falconi e dalla signora Buonfiglio. Furono offerti rinfreschi, liquori e dolci. Chiuse il ballo uno svariato cotillon. Di tutto, lodi e grazie infinite alle signore promotrici ed ai giovanotti, che dimostrarono massima operosità per la riuscita splendida della serata. Claudiano Giaccio Fonte: C. Giaccio, Fuori di Agnone, in «Il Cittadino Agnonese», IV:8, Agnone, 18 settembre 1903.
- Il memoratorio di Monte Capraro
In merito alla storia, alla distribuzione geolinguistica e alla tipologia dei primi testi in volgare, Rosa Casapullo, sull'Enciclopedia dell'Italiano (2011), scrive che «un terzo gruppo è costituito da testi, risalenti alla fine del XII e all'inizio del XIII secolo, che segnano la fine dell'affioramento episodico del volgare e l'inizio di vere e proprie tradizioni discorsive [tra cui il] memoratorio di Monte Capraro (1171)». L'insigne professoressa dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa si riferisce a un memoratorio, ovvero a «una notizia breve da tenere nella memoria per i tempi moderni e futuri. Se ne fa grande uso nei documenti che vanno dal IX al XII secolo. Uno di questi si trova a Montecassino ed è particolarmente importante per il nostro Molise perché contiene, in un contesto in lingua latina, alcune parole in italiano che riconducono al territorio compreso tra S. Pietro Avellana e Capracotta il primato nazionale per il suo uso». Di quel memoratorio, prima della Casapullo, se n'è infatti occupato nel 1973 il filologo Arrigo Castellani (1920-2004), e prima ancora, nel 1942, l'archivista di Montecassino don Mauro Inguanez (1887-1955), il quale, primo fra pochissimi, trascrisse il prezioso documento facente parte del «fondo di pergamene della Prepositura cassinese di S. Pietro Avellana». In Molise c'ha invece pensato l'arch. Franco Valente a rispolverare e divulgare questa perla della storia e della lingua italiane in un bell'articolo online del 6 dicembre 2012. È complicato aggiungere qualcosa a quanto detto da Valente, e sarebbe oltraggioso rimettere le mani sulle congetture del Castellani - linguista tra i migliori del nostro Paese - o dell'Inguanez - archivista per precisa scelta dello Spirito Santo. Ciononostante, posso offrire qualche ulteriore elemento di riflessione, a mio avviso sfuggito al fluir dei decenni, sia sulla chiesa intitolata a Simone e Giuda sul Monte Capraro, sia sui germi della lingua italiana da sempre esistiti (spesso allo stato letargico) sul territorio dell'Alto Molise prima ancora che in altri lontani luoghi d'Italia. Per fare ciò mi baserò direttamente sulla relazione di padre Inguanez, giacché Castellani e Valente, nei rispettivi contributi, hanno approfondito quel documento esclusivamente per quanto concerne la parte redatta da frate Ruele, ovvero la notitia sulla Chiesa dei SS. Simone e Giuda, che riportava quanto segue: Fratel Ruele prior heremitus sancti iohannis de monte caprarum [...] sanctorum apostolorum Symonis et Iude in territorio de sancti iohannis p. subdita [...] de sancti iohannis fecit pro ipsum et pro aliis fratibus heremitis de sancti iohannis li quali laborasseru pro ipsi et pro aliis fratribus li quali fusseru in sancti iohannis et pro facere orationem quilli iurni li quali non gisseru al labore. qualunqua homo volesse departire ista ecclesia da sancto iohanne sci scia excommunicatus. Se, come ha rivelato Franco Valente, il memoratorio sembra riferirsi ad una «qualche vertenza sulla giurisdizione di questa chiesa», esso tratta soprattutto della sua consacrazione, avvenuta probabilmente il 28 ottobre 1171, giorno in cui ricorre la memoria liturgica dei due santi apostoli. Dirò di più: detta consacrazione fu celebrata da Raone, vescovo di Trivento, il quale, in memoria di ciò, «concesse una indulgenza di un anno, da lucrarsi dai fedeli ogni anno in detto giorno». La consacrazione avvenne alla presenza del succitato Ruele (o Raele), priore di S. Giovanni di Monte Capraro e di S. Nicola di Vallesorda nel 1160 e riconfermato a quella carica dieci anni dopo. Nel nostro memoratorio v'è poi la donazione di un feudo - probabilmente quello di Vicennepiane - effettuata da Ugo di Montemiglio, padre di Ruele, allo stesso monastero di S. Giovanni di Monte Capraro. Dal punto di vista lessicale, Castellani mise in evidenza le forme volgari terminanti in -ru (laborasseru, fusseru, gisseru), la prima attestazione italiana di «quilli iurni» e le curiose forme di «qualunqua» e della palatalizzazione di «sci scia». A queste mi sento di aggiungere il «fratel» iniziale, che Castellani aveva riportato come «frater» per via d'una macchia di umidità presente sulla pergamena che rendeva illeggibile le lettere che seguono fr-. Trovo che il «fratel Ruele» del memoratorio richiami prepotentemente san Francesco d'Assisi e quel frate presente tre volte nel suo eterno Cantico (frate sole, frate vento, frate focu), il tutto mezzo secolo prima! Non solo. Il sostantivo latino frater, che col suffisso diminutivo -lus diventa fratellus, nella pergamena cassinese viene impiegato in un'accezione modernizzante che forse non è da intendere in senso diminutivo. Dirò di più. Dalla lettura dell'intero memoratorio emerge un'ulteriore notizia che, soprattutto per i capracottesi, appare compenetrata di fascino e mistero. Mi riferisco al fatto che la chiesetta montana intitolata agli apostoli Simone lo Zelota e Giuda Taddeo era in realtà dedicata anche a una terza martire: Lucia di Siracusa. Alfonso Di Sanza d'Alena, proprio in riferimento al feudo di Vicennepiane, aveva già fatto rapida menzione a questa terza intitolazione. Il memoratorio, nella prima parte, quella realizzata dal vescovo Raone, recita dunque così: In nomine summe et individue trinitatis. Ad futuram memoriam declaramus et notum facimus quod deo propitio et auctore Ego Rao dei gratia sancte triventine sedis licet indignus antistes cum maxima clericorum et laycorum baronum et nobilium virorum turba ac utriusque concidionis status et etatis frequentis ecclesiam quandam dedicavimus et consecravimus multis sanctorum reliquiis ibi conclocatis ad honorem dei et perpetue virginis marie et precipue vocabulo sanctorum apostolorum idest Symonis et Iude, et Sancte Lucie virginis vocabulo est consecrata. Manet autem ecclesia ipsa in territorio montis qui dicitur caprarum. Negli scorsi mesi sono stato invitato a produrre una pubblicazione sul culto di santa Lucia a Capracotta e nei comuni limitrofi. L'attestazione di questo culto sul suolo capracottese-sampietrese a partire dalla seconda metà del XII secolo, certificata dal memoratorio di Monte Capraro, sposta di almeno tre secoli indietro le lancette dell'indagine storica, che allo stato attuale vuole l'arrivo della martire siciliana a Capracotta sul finire del Quattrocento e la costruzione di una chiesa a suo nome soltanto nel 1948. Insomma, gli echi della regola di Monte Capraro erano in realtà più ampi di quelli che oggi gli studiosi riconoscono loro. Tuttavia, il passo successivo da compiere sta nel confrontarli, dal punto di vista amministrativo e linguistico, e da una prospettiva altomolisana, coi Placiti Capuani, e questo è un compito per me piuttosto difficile da assolvere. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Castellani, I più antichi testi italiani. Edizione e commento, Pàtron, Bologna 1973; B. Croce, Note sulla letteratura italiana nella seconda metà del secolo XIX, in «La Critica», I:1, Dir. della Critica, Napoli 1903; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; M. Inguanez, Memoratorio della consacrazione della Chiesa dei SS. Simone e Giuda sul Monte Capraro, in «Bollettino ufficiale della Diocesi di Trivento», XIX:1, Trivento, gennaio 1943; G. Marcato Politi, La sociolinguistica in Italia, Pacini, Pisa 1974; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; R. Simone, Enciclopedia dell'Italiano, vol. II, Ist. dell'Enciclopedia Italiana, Roma 2011; B. Terracini, I segni, la storia, Guida, Napoli 1976.
- Conti Claudio, professore e compositore
Nacque a Capracotta nel marzo del 1836. Di undici anni dimostrandosi appassionato per l'arte musicale, suo padre (nel 1847) lo inviava a Napoli alle scuole esterne del Real Collegio di S. Pietro a Majella, e in men di un anno il piccolo Claudio si fece ammirare per ingegno svegliato, tanto che il Mercadante lo volle fra i pochi allievi cui egli stesso insegnava finché stette in Collegio (anno 1860). Dei sette anni in cui fu a scuola dal Mercadante, quattro ne spese nell'insegnamento, poiché gli fu commesso l'onorato ufficio di primo maestrino con l'incarico d'insegnare le prime nozioni di contrappunto ai più giovani; la pratica di un tale esercizio lo ha avviato a un metodo savio e severo d'insegnamento, anche quando uscì dal Collegio. Dopo molta musica che il Conti compose pel Collegio sia sacra che profana, ebbe a scrivere un Inno per l'avvenimento al trono di Francesco II (anno 1859) e nell'anno stesso compose una Messa, un Credo ed un Inno. Scrisse poi molta musica per chiesa, molta vocale per camera pubblicata dall'editore Clausetti. È autore dell'opera applauditissima datasi al teatro Bellini di Napoli "La figlia del Marinaro". Nel 1867-68 pubblicò due bellissimi Album di musica per camera, l'uno pei tipi Ricordi, e l'altro per quelli di Cottrau. Nel 1869 ebbe commissione dall'impresario del teatro San Carlo di comporre l'Inno per la nascita del Principe di Napoli e quest'Inno fu vivamente applaudito. Scrisse ancora il Conti un'Elegia a grande orchestra uin memoria della morte di Mayerbeer di cui egli era grande ammiratore. Sarebbe lungo l'enumerare a una a una le sue accurate composizioni, poiché egli è indefesso scrittore. Nel gennaio 1871 Vittorio Emmanuele II gli conferì la croce di Cavaliere nell'ordine equestre della Corona d'Italia. Giovanni Masutto Fonte: G. Masutto, I maestri di musica italiana del secolo XIX, Cecchini, Venezia 1884.
- Vale la pena andare a Capracotta domenica?
La musica... una parola dolce, di tre sole sillabe, ma che può avere un significato immenso, perché la vita stessa, perché tutto ciò che ci circonda è musica. La musica è melodia, è una poesia infinita, la vita stessa è una sinfonia che non ha mai fine... Se la musica ingenere rispecchia e accompagna le nostre vere emozioni e i nostri comuni stati d'animo, se la musica profana diventa una interpretazione del tutto personale di un insieme di note e pause, se la musica è in grado di trasmettere sentimenti, immagini, pensieri, ricordi, perché non è rumore di fondo, se Alfred de Musset confidava che «è stata la musica che mi ha fatto credere in Dio». Abbiamo tutti bisogno di musica seria, di musica vera, di musica rigenerante. Sebastian Johann Bach ha lasciato scritto: «Io ho lavorato molto. Chiunque si applicherà tanto potrà fare quello che ho fatto. La musica mi aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori», e Ludwig van Beethoven ha aggiunto che «la musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia». Il nostro papa Benedetto, quando era ancora cardinale, con lungimirante profondità, ha scritto: «La Chiesa non può appagarsi dell'ordinario e dell'usuale: deve ridestare la voce del cosmo, glorificando il Creatore e svelando al cosmo la sua magnificenza, renderlo splendido, e quindi bello, abitabile, amabile. L'arte che la Chiesa ha espresso è, accanto ai santi che vi sono maturati, l'unica reale "apologia" che essa può esibire per la sua storia. La magnificenza che esplose ad opera sua accredita il Signore, e non le acute scappatoie che la teologia escogita per gli aspetti terribili di cui purtroppo tanto abbonda la sua storia. Se la Chiesa deve convertire, migliorare, "umanizzare" il mondo, come può farlo e rinunciare nel contempo alla bellezza, che fa tutt'uno con l'amore e con esso è la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa non deve accontentarsi facilmente; dev'essere un focolare del bello, guidare la lotta per la "spiritualizzazione", senza la quale il mondo diventa "il primo cerchio dell'inferno". Perciò il problema dell"'adatto" deve essere anche e sempre il problema del "degno" e la provocazione a cercare questo "degno"». Un pomeriggio di musica religiosa a Capracotta: perché? Non trovo altre parole più adeguate di quelle con le quali ce lo spiegava bene Leonard Bernstein: «La musica può nominare l'innominabile e comunicare l'inconoscibile». Dio deve essere sempre la musica dell'anima, come la musica nell'universo è vita... Dio è musica, dolce e soave, ai nostri cuori, Lui ci suggerisce sempre ciò che è giusto e cosa non lo è... È bello pensare a Lui, è bello lodarLo, ma è altrettanto bello dedicargli tutta la vita come un'unica canzone, una canzone infinita. Domenicantonio Fazioli Fonte: https://www.diocesitrivento.it/, 23 novembre 2008.
- La luce nera
Nel Policlinico dell'Università di Roma. Siamo alloggiati a Roma, tutta la famiglia, nella pensione Villa alle Terrazze di via Giovan Battista Morgagni. La pensione giornaliera è di seimila lire a testa. Una spesa eccessiva per il nostro portafoglio. Il mio stipendio è di 200.000 mensili. La pensione per tutti e 4 di famiglia ne richiederebbe 800. Comunque non oso dire nulla a mia moglie. La prenotazione era stata già fatta da mio cognato Rinaldo. Si vedrà poi con l'aiuto di Dio. Intanto è necessario sottoporre a visita sia me che mia figlia Beatrice, la quale per le numerose assenze fatte deve ormai rinunziare all'anno scolastico. La mattina del 30 mi visita il cardiologo Prof. Angelini, amico di Rinaldo. Non c'è nulla da fare. La pressione sanguigna è crollata dai 140-150 di Orbetello a poco più di 100. Ho uno svenimento. Si impone il ricovero. E vengo infatti ricoverato nella 1a clinica medica Malattie Infettive, letto n. 7. È per me un colpo, perché malgrado l'azotemia elevata (0,70) non avevo avvertito disturbi di sorta e i dolori al torace si erano ormai notevolmente attenuati, tanto da permettermi di muovermi con una certa facilità. A letto dovevo però ancora conservare solo la posizione supina. Compagni di corsia erano un napoletano Ispettore delle ferrovie in pensione, il Signor Bove Luigi, residente a Roma, il Signor Giambattista Veronese, funzionario dell'Agricoltura della Regione Siciliana residente a Siracusa e 2 ragazzi, Gianfranco e Carlo, convalescenti di epatite virale. Il vecchio Ispettore chiamava tutti col numero del letto. Io instaurai subito il sistema nominativo e si fraternizzò presto. Ma cominciò subito la rotazione: al posto di Carlo venne un altro ragazzo, Pietro Capogna di Torre Gaia, al posto di Gianfranco venne un sacerdote di Ascoli Piceno, Gilberto D'Angelo, che passò poi subito alla chirurgia, al posto di Giambattista venne un Signor Lorenzo Renzi impiegato postale, malato anch'egli di epatite, al posto del sacerdote venne un geometra di Campobasso, Di Nucci, la cui famiglia è oriunda di Capracotta. Oh come è diventato piccolo questo nostro mondo! Oltre al Di Nucci di Capracotta avevo conosciuto nel reparto il Medico De Simone di Schiavi d'Abruzzo. Sono paesi a me familiari, perché visibili dalla mia natia Pietrabbondante, anche se per raggiungerli, essendo paesi di alta montagna, si debbono fare 22 chilometri per Capracotta e 50 per Schiavi! Dopo una settimana di osservazione, ebbe inizio, sabato 9 maggio il trattamento della mia azotemia ma, fatto strano, invece di un miglioramento avvertii un peggioramento delle mie condizioni generali con crisi di vomito e perdita totale dell'appetito. Il 15 maggio si dovette smettere ogni terapia senza per altro che il vomito cessasse. Ricordo di aver detto a qualche mio parente che la settimana più brutta della mia vita è stata quella dal 10 al 17 maggio. E il 19 maggio in um momento di crisi psicologica approfittando della venuta di mio figlio Gennarino mi feci dimettere dalla Clinica e rientrai a Porto S. Stefano. Chiedo scusa anche in questa sede al Direttore Prof. Giunchi, al Prof. Avella, al Prof. Maddaluno, al Dott. De Simone e alla Dott.ssa Ciarla e ad altri di cui mi sfugge il nome per aver abbandonato la loro clinica in un momento di choc psicologico e li ringrazio per le cure che sapientemente mi prodigarono. Ma occorre a questo punto precisare come arrivai alla fuga dalla Clinica. Nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 maggio avevo sofferto più del solito per il vomito ed avevo dovuto passeggiare a lungo nel corridoio del reparto. C'era nella sala medica una statua della Madonna. Tra le due e le tre le mie sofferenze erano divenute pressoché insopportabili. Mi rivolsi allora alla Madonna chiedendole che se era venuta la mia ora ero preparato a ricercare la morte "corta e netta" come diceva il povero mio padre, se invece la mia ora non era ancora venuta - mi sarebbe piaciuto - che allora mi avesse concesso un po' di respiro e mi avesse alleviato le sofferenze. Mi parve di udire nel mio inconscio una voce che mi diceva: tu stai bene, tornatene a casa. E così fu infatti il 19 a mattina quando arrivò mio figlio Gennarino, tra la meraviglia dei compagni di corsia e la costernazione dei miei parenti romani: mio cognato Rinaldo e moglie Irene, mio cognato Franceschino, la moglie Therese e la figlia Maria Pia, mio fratello Gino, moglie e suocera. Quando arrivai a Porto S. Stefano trovai mia moglie sul pianerottolo che mi ricevette sì a braccia aperte ma aveva il volto della disperazione. Poco dopo venne il Dott. Birardi e, dopo aver esaminato il foglio di uscita dell'Ospedale, data l'azotemia notevole (più dell'1%) sconsigliò assolutamente la cura domestica. Sentii letteralmente cadermi le braccia, perché ero convinto di aver ricevuto una grazia della Madonna. Intanto mia figlia Beatrice era rimasta a Roma a casa di mio cognato Francesco. Le sue condizioni di salute, dopo le visite e l'inizio della cura, sembravano tornate alla normalità, Dio ne sia ringraziato. La permanenza nella clinica universitaria era durata esattamente 20 giorni. Altri fatti degni di menzione, verificatisi in tale periodo, sono la conoscenza di un ebreo canadese ricoverato per epatite virale, la comunione presa a letto Domenica 2 maggio, la partecipazione alla recitazione del SS. Rosario la sera di Martedì, quando rimasi profondamente colpito dalla potenza martellante dell'ora pro nobis della litania in onore della Madonna. Gennaro Di Jacovo Fonte: http://ksantomo.blog.kataweb.it/, 8 febbraio 2006.
- A pesca di fario italica col cucchiaino rotante lungo il corso del Verrino
Agli amanti della pesca a spinning oggi noi di Piscor.com vogliamo presentare un itinerario insolito, in un territorio ancora non urbanizzato, caratterizzato da un'orografia prettamente montuosa, con foreste incontaminate di abeti, faggi e cerri (non a caso alcune di esse si fregiano del prestigioso appellativo di M.A.B.) e torrenti cristallini: parliamo dell'Alto Molise, area geografica conosciuta da pochi ma con un potenziale attrattivo enorme, soprattutto nei confronti di quegli appassionati che amano la natura "vera"! La catena montuosa dell'Appennino centro-meridionale è contraddistinta dalla presenza di numerosi corsi d'acqua a carattere tipicamente torrentizio (come il Verrino, torrente che sorge nel comune di Capracotta, sviluppando pienamente il suo corso nel comune di Agnone e confluendo a valle nel fiume Trigno) che ospitano quella specie ittica che viene definita da noi pescatori la regina delle acque dolci: stiamo parlando della trota fario italica autoctona. La fario italica autoctona differisce dalla "cugina" inibridata d'allevamento anzitutto per la colorazione della propria livrea: premesso che la pigmentazione può variare a seconda dell'ambiente in cui essa vive si può asserire che generalmente nella fario italica la puntinatura dorsale e laterale assume un colore rosso vivo contornata da un cerchio bianco, mentre, nella zona ventrale, padroneggia il giallo canarino; tali colorazioni così marcate sono del tutto assenti nelle fario immesse dalle associazioni di pesca durante il preapertura. La fario autoctona, essendo tale, è molto più smaliziata e diffidente rispetto alla corrispettiva da allevamento, di conseguenza molto più difficile da insidiare: elegge come habitat ideale in cui vivere acque molto ossigenate e tendenzialmente fredde, ha abitudini territoriali e si ciba prevalentemente di insetti ma in età adulta può prediligere anche piccoli anfibi o addirittura suoi simili, inizia a riprodursi intorno al secondo anno di età, nel periodo che va da ottobre a febbraio. Di contro questo pesce è molto delicato, non ha la "pellaccia dura" di cavedani e barbi ed è stato capace di resistere all'estinzione (come invece non è avvenuto altrove) proprio grazie alla purezza delle acque in cui vive ed alla presenza in esse di microrganismi ed insetti di ogni tipo che rappresentano il suo sostentamento: nel momento in cui noi (esseri umani) smetteremo di salvaguardare la sanità delle nostre acque, allora cesserà di esistere in esse anche la Fario Italica, il discorso è drammaticamente semplice! Con l'avvento della buona stagione (e con la speranza che gli effetti della pandemia con i vaccini possano mitigarsi permettendoci di tornare alla nostra libertà) inizia anche la stagione di pesca relativa allo spinning in torrente. Tale categoria di pesca nel Verrino è molto più praticabile in estate anziché in inverno, la motivazione è da ricercare nella presenza d'acqua nei piccoli e tortuosi corsi idrici dell'Appennino italiano: in inverno infatti, la loro portata troppo imponente rappresenta un serio rischio per lo spinnerista che deve "risalire" il torrente, inoltre, l'eccessiva presenza d'acqua e la forte corrente condizionano non poco la visibilità dell'esca stessa in acqua, con conseguente e giustificato "disinteresse" da parte della trota fario, la quale al contrario, in estate, quando l'acqua scarseggia ed è più chiara, attacca con molta più voracità (con scatti che possono raggiungere i 50 km orari) il nostro cucchiaino, per il semplice motivo che "lo vede". Se in acqua limpida la trota vede il nostro cucchiaino vuol dire che può vedere anche noi, quindi l'approccio giusto ad una piccola pozza del Verrino è cercare di non avvicinarsi troppo all'argine in fase di lancio, di avanzare chinati e lanciare con precisione, possibilmente senza incagliare, altrimenti il frastuono che ne deriva fa si che la suddetta pozza sia "bruciata". Nella pesca a spinning alla trota lungo il corso del Verrino, in Alto Molise, occorre montare un cucchiaino rotante dal peso e dalla dimensione riferibili alla portata idrica presente in quel determinato periodo. Con più acqua utilizzeremo un rotante più pesante, anche se, è sempre preferibile applicare al nylon misure più piccole (misura 1 è l'ideale) in quanto più reali, più simili alla grandezza effettiva di un insetto acquatico, quindi più appetibili per la trota. La paletta del cucchiaino può essere prevalentemente argentata o dorata, con o senza puntini (quelle neutre di solito hanno un effetto più attrattivo, in quanto i puntini sulla paletta vorrebbero richiamare la colorazione di un avannotto) ma non dobbiamo dimenticare che il cucchiaino rotante viene impiegato dal pescatore con l'auspicio che sembri il più possibile un insetto, se si vuole esortare la trota fario al cannibalismo bene, ma servono altre tipologie di esche artificiali (ad esempio piccoli minnow, crank e ondulanti). I modelli di cucchiaini rotanti possono essere vari nella forma e nel peso e di diversi marchi, tra i più noti annoveriamo gli inossidabili (nel vero senso della parola) Mepps, i Martin ed i Mapso; io personalmente ho una leggera propensione per i primi, ai quali, con una pinza, schiaccio gli ardiglioni affinché la slamatura del pesce sia indolore e la sua reimmissione in acqua più rapida ed agevole possibile. Per praticare tale tipologia di pesca, oltre al cucchiaino, dobbiamo disporre di un moschettone al quale applicarlo che faciliti la possibilità di cambiare rotante ogni qual volta lo riteniamo opportuno, senza dover spezzare la lenza. Il suddetto moschettone va fissato ad un nylon che abbia un diametro ideale compreso tra gli 0,12 e gli 0,16 mm, non si necessita di diametri maggiori in quanto la taglia delle trote fario italiche che vivono nel Verrino non è mai troppo elevata; in ogni caso, nelle pozze più profonde e capienti, può aggirarsi tranquillamente qualche "pezzo da novanta", e, nel caso mangi, occorre giocare di frizione senza forzare il recupero. La canna ideale per effettuare spinning al Verrino può essere una "due sezioni" che non superi 2,10 m aperta, in quanto la vegetazione è molto fitta e una canna più lunga sarebbe impossibile da gestire; l'ingombro della stessa è altresì importante, la pesca in queste tipologie di torrenti è un continuo ed impegnativo trekking, di conseguenza bisogna avere meno impedimenti possibili in fase di "risalita" (in questo caso mi sento di consigliare l'utilizzo di piccole canne da spinning telescopiche). Infine il mulinello: va benissimo un mille front drag marcato Trabucco, Tubertini, Colmic, Shimano, Daiwa o qual si voglia grande marchio tranquillamente reperibile presso Piscor. In ultimo ma non meno importante: per "risalire" il Verrino è giusto indossare un paio di Waders soprattutto in primavera ed autunno e accertarsi di possedere la licenza di pesca nelle acque interne, che ha validità su tutto il territorio nazionale. Questo itinerario del Verrino, nel cuore del Sannio altomolisano, è un'esperienza di pesca che dovrebbe compiere chiunque ami lo spinning alla fario in torrente almeno per due motivi fondamentali. La prima ragione sta nella dilagante emozione che può comportare l'incontro, la cattura di un essere vivente a dir poco ancestrale come la trota fario autoctona; la seconda sta nell'avere l'occasione di poter pescare, e di godere in generale di un territorio splendidamente incontaminato, un eden che rappresenta con forza ed orgoglio una delle ultime realtà ambientali capaci di conservare quell'habitat originale pre-urbanizzato, che sta diventando sempre più raro nel nostro bel Paese. Alessandro Scarponi e Luca Caslini Fonte: https://www.matchfishing.it/, 26 maggio 2021.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: l'Acqua Zolfa
Capracotta vanta almeno una sorgente di acqua sulfurea, una serie di splendide vasche naturali al confine col territorio di Castel del Giudice che, in dialetto, prendono il nome di Acca Sólfa o Solfanàra. Queste acque termali furono riconosciute pubblicamente da Lorenzo Giustiniani nel lontano 1797, quando il grande erudito napoletano scrisse che «alla distanza di un miglio dall'abitato verso settentrione vi sorge un'acqua sulfurea, della quale fanno uso gli abitanti, e quegli altresì di altri luoghi vicini, per varie loro indisposizioni». Da quel momento l'Acqua Zolfa venne menzionata in quasi tutti i dizionari che si occupavano di acque termali e terapeutiche: da Salvatore De Renzi a Giovanni Battista Carta, da Luigi Marieni ad Antonio Perone, da Guglielmo Jervis a Luigi Tioli. All'indomani dell'unificazione italiana, persino il Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio, nella Statistica ufficiale del 1868, riportò una fonte solforosa situata in territorio di Capracotta e detta di Castel del Giudice, caratterizzata da una portata giornaliera di 3.000 litri. Ne scrisse persino il prof. Giovannangelo Limoncelli sulla rivista "Il Manicomio Moderno", organo ufficiale dell'Ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, a proposito della cura delle malattie mentali nei comuni della Provincia di Molise. Colui che più di tutti studiò la nostra fonte sulfurea fu Senofonte Squinabol, il quale, diventato professore di storia naturale presso il Regio Istituto Tecnico di Foggia, compì una lunga escursione a Capracotta, la cui dotta relazione venne pubblicata in francese, nell'estate del 1903, su "La Géographie", la rivista ufficiale della Société de Géographie, la più antica società geografica del mondo. Dopo aver tradotto il suo contributo, si legge che «nel letto del torrente Molinaro si trovano altre sorgenti fortemente mineralizzate che, sebbene note e descritte da tempo, sono attualmente trascurate; queste potrebbero essere utilizzate in ragione della loro elevata altitudine (1.000 m.s.l.m.) per dar vita a una stazione climatica. Tali sorgenti sgorgano a pochi metri dal confine tra Capracotta e Castel del Giudice, sul talweg [mezzo del confine fluviale, N.d.T.] del Molinaro, sotto una piccola cascata nei pressi della masseria Campanelli. Ci si arriva, seguendo un sentiero molto faticoso che funge da strada laterale tra Capracotta e Castel del Giudice, dopo un'ora buona di cammino. Le sorgenti in questione sono di tre tipi: solforose, magnesiache e ferruginose. Le prime sono fortemente mineralizzate e abbondanti. Ho effettuato delle misurazioni in loco da cui è emersa, senza contare l'acqua che si perde nella roccia, una portata di oltre 4.000 litri al giorno. Effettuando piccoli lavori di captazione, tale quantità potrebbe essere raddoppiata e, inoltre, potrebbe essere molto maggiore nella stagione non umida. La temperatura dell'acqua era di 16,5 °C mentre la temperatura dell'aria era di 21,5 °C». Il prof. Squinabol, dunque, riconobbe tre diverse sorgenti sulfuree e certificò che la loro portata giornaliera era di oltre 4.000 litri! Tuttavia resterebbe confermata la nozione secondo cui l'Acqua Zolfa di Capracotta presenta una temperatura uguale o addirittura minore di quella esterna e che è fortemente «indicata negli erpeti», ossia contro l'herpes cutaneo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. B. Carta, Dizionario geografico universale, tratto e compendiato dalle opere più accreditate e recenti di geografi insigni, Stamp. del Fibreno, Napoli 1843; A. Ciccone (a cura di), Statistica del Regno d'Italia. Acque minerali: anno 1868, Tofani, Firenze 1869; S. De Renzi, Guida medica per la città di Napoli e pel Regno, Filiatre, Napoli 1838. F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, vol. III, Manfredi, Napoli, 1797; G. Jervis, Guida alle acque minerali dell'Italia centrale, Loescher, Torino 1876; G. Limoncelli, La pazzia nei Comuni della Provincia di Molise, in «Il Manicomio Moderno», IV:1, Nocera Inferiore, maggio 1888; L. Marieni, Geografia medica dell'Italia: acque minerali, Vallardi, Milano 1870; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Perone, Dizionario universale topografico storico fisico-chimico terapeutico, Trani, Napoli 1870; É. Reclus e A. Brunialti, L'Italia nella natura, nella storia, negli abitanti, nell'arte e nella vita presente, vol. II, Ed. Libraria, Milano 1904; S. Squinabol, Une excursion à Capracotta en Molise: observations de géographie physique sur un territoire mal affermi, in «La Géographie», VIII:1, Société de Géographie, Paris, 15 luglio 1903; L. Tioli, Le acque minerali e termali del Regno d'Italia, Hoepli, Milano 1894.
- Gli stemmi delle città sono fantastici
Gli stemmi delle città sono fantastici, ma alle volte per capirli bisogna documentarsi. I miei preferiti in realtà sono quelli che si spiegano da soli. Lo stemma di Capracotta è una capra che arrostisce sul fuoco, punto. Quello di Canegrate, un cane dietro le grate. Quello di Strangolagalli, un gallo strangolato. Ci pensavo questo weekend, un catino in cima a un monte: infatti ero a Montecatini. C'era la presentazione della "Guida Slow Wine" 2017 e la Vitovska di Zidarich è un bianco macerativo che, a differenza degli stemmi, non si coglie in un secondo. Anche in un contesto entropico come una degustazione è obbligatorio ritagliarsi qualche minuto per ragionare, perché ha un'ampiezza tale da far saltare in aria la scheda dell'Ais. Al naso c'è davvero di tutto: dagli agrumi alla paglia, al miele, fino a una sfumatura caramellata e all'odore delle strade di pietra quando ci piove sopra. È grezzo e fine allo stesso tempo, freschezza e sapidità se la giocano alla pari su uno sfondo di tannino appena accennato e riverberi quasi di ruggine. Questa Vitovska la fanno in provincia di Udine, a Prepotto: lo stemma della città mostra un bell'albero verde. Belsedere, in provincia di Siena, invece è solo una frazione e purtroppo non ha uno stemma. Graziano Nani Fonte: https://gutin.it/, 2017.
- Il bandito Antonio Fonsetti da Agnone
Il bringantaggio è un fenomeno antico che ha assunto una marcata impronta politica a metà Ottocento in seguito alla propagazione delle istanze liberali da un lato e di quelle lealiste dall'altro, in merito alla sempre meno taciuta possibilità di unire gli stati della penisola italiana sotto un'unica bandiera. In realtà, però, il fenomento del brigantaggio fu sempre e comunque, prima di ogni altra cosa, mero banditismo, ossia l'unione in bande, squadroni, finanche eserciti, col preciso intento di arricchirsi a danno delle popolazioni, il che portava spesso ad uccidere e/o violentare. Il bringantaggio nello Stato pontificio fu uno dei più virulenti della storia e, difatti, venne quasi sempre punito con metodi altrettanto forti e definitivi: la pena di morte. Nei diari e nelle cronache giudiziarie spicca il nome di «Antonio di Arcangelo Fonsetti da Agnone in Regno». A ben vedere, infatti, Agnone era una città estera in quanto apparteneva al Regno di Napoli. Il Fonsetti, dunque, non era solo un bandito ma presentava anche un'aggravante, quella di essere straniero, acuendo il sentimento sciovinista delle popolazioni pontificie. Egli fu inquisito (leggasi "torturato") finché non confessò i propri reati, ovvero «più crassationi da lui fatte in compagnia di altri in più tempi e strade». Nonostante la confessione estorta con la violenza, il 27 novembre 1665 Fonsetti fu condannato alla pena di morte per impiccagione, quindi condotto sulla «scomparsa piazza di Ponte» - adiacente Ponte Castel Sant'Angelo - «et ivi impiccato et poi squartato per portarsi i quarti a luoghi di delitti commessi». La punizione per i banditi - per lo meno dopo il Sacco di Roma del 1527 - non consisteva infatti nella "mera" uccisione per mano del boia, bensì nel depezzamento dei cadaveri (il più delle volte veniva tagliata la testa) e nella conseguente macabra esposizione dei brandelli di corpo, divisi in quattro pezzi proprio come le bestie macellate, come monito per tutti i passanti. Una delle più antiche tradizioni del popolo romano era proprio quella di dare uno scappellotto ai propri figli quando si era di fronte a un condannato a morte, di modo che quel piccolo gesto di violenza li avvertisse sulla fine che facevano i briganti. L'agnonese Antonio Fonsetti, dunque, conobbe la morte per ordine di Fabio Chigi, papa Alessandro VII, che comunque non figura tra i pontefici più spietati come i precedenti Pio V e Sisto V. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Gigli, Diario romano (1608-1670), a cura di G. Ricciotti, Tumminelli, Roma 1958; O. Grossi, I boia di Roma. Crimini, torture e "giustizie" dal Quattrocento a Mastro Titta, Netwon & Compton, Roma 1997; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Moretto, Mastro Titta: il boia del papa re, Polo, Roma 2009.
- Il bello del Molise ritrovato tra borghi e sapori di casa
Certo non stupisce che tra le destinazioni must per questo 2020 ci siano Parigi o la Mongolia, il Lake District di Wordsworth e il Borneo degli oranghi, mentre ha fatto notizia la scelta del New York Times di inserire il Molise tra le 52 places to visit per quest'anno. L'annuale short list della testata americana suggerisce spesso ai lettori di scoprire città o regioni meno battute dal turismo di massa e dai vacanzieri prêt-à-porter. Eppure da Campobasso a Termoli è ancora fonte di (compiaciuto) stupore l'inserimento della piccola regione tra le Asturie e le Bahamas. Ondine Cohane è conscia della peculiarità della propria scelta e per questo rassicura i lettori. «Mai sentito parlare del Molise? Nessun imbarazzo. Pure molti italiani non ci sono mai stati – scrive la giornalista –. Ma quelli che compiono il pellegrinaggio possono scoprire una delle aree più spettacolari del paese». Fra le attrazioni, oltre alle feste tradizionali, la Cohane menziona gli insediamenti romani come Sæpinum, la costa incontaminata (in primis Termoli), le montagne per lo sci e le vie della transumanza. «Abbandonate l'auto e ammirate i paesaggi dal treno», suggerisce infine esaltando la "Transiberiana d'Italia" che tra Sulmona e Isernia attraversa foreste e villaggi di montagna. Il viaggio attraverso le terre molisane può toccare il borgo di Castel del Giudice, dove case e stalle in pietra sono state recuperate dall’abbandono creando l'albergo diffuso Borgotufi, circondato da filari di mele, piante di luppolo e orzo (per la birra agricola Maltolento) e arnie colorate dell'Apiario di Comunità. E poi le foreste attorno a Capracotta, il Bosco degli Abeti Soprani e il Museo della Pietra a Pescopennataro, il paesino di Pietrabbondante nato sulle morge rocciose, ma anche la Riserva della Biosfera dell'Alto Molise (Mab Unesco) tra il bosco di Collemeluccio e la foresta protetta di Montedimezzo. Tra i siti preistorici a Isernia e il Museo della Campana della Pontificia Fonderia Marinelli ad Agnone si respira invece la storia di queste terre. Viene da chiedersi, allora, come i molisani doc sentano la propria terra e quali siano i sapori e i luoghi capaci di restituire il genius loci. Marco Giannantonio e Maurizio Mastrangelo sono due molisani emigrati a Dublino, portando i sapori di casa al ristorante Pinocchio e con corsi di cucina, mentre con Flavour of Italy accompagnano gli irlandesi nel Belpaese. «I piatti della memoria sono legati al maiale, da sempre sulle tavole del Molise contadino – dice Giannantonio –. Viene usato per il ragù sui cavatelli, gran piatto regionale come il torcinello di agnello». I luoghi dell'anima sono i borghi di San Giovanni in Galdo, dove alcuni giovani combattono lo spopolamento, e Ripalimosani con le sue tradizioni culinarie. «La nostra è una cucina povera, legata alla tradizione contadina – riecheggia Pasquale Moscufo del Vecchio Tratturo a Montefalcone nel Sannio, un piccolo borgo di montagna che merita una visita –. I salumi sono la base e la punta di diamante è la ventricina, fatta con il guanciale e il peperone piccante». Partita per studiare economia, Stefania Di Pasquo è tornata nel 2013 (dopo la scuola di Niko Romito) per aprire Locanda Mammì ad Agnone e tra i sapori fondanti cita i formaggi, «in particolare vanno assaggiati il caciocavallo e la stracciata, ma poi anche la zuppa alla santé e le ostie», dice la chef che invita a scoprire la città della 'Ndocciata e della fonderia pontificia di campane. Anche Stefano Rufo ha girato fuori regione, ma poi un richiamo ancestrale lo ha riportato alle pendici delle Mainarde - che invita a scoprire per un'esperienza slow - dove ha aperto la Locanda Belvedere; prepara anche un piatto della memoria: il raviolone scapolese ripieno di patate, bieta, salsiccia, pancetta, carne macinata, scamorza, formaggio e uova. A Isernia, Existo nasce con lo chef Marx Di Nella in cucina e il sommelier Carlo Pagano in sala che rivela: «il tartufo bianco delle nostre terre è straordinario, ottimo con i piatti semplici» e suggerisce una piccola chicca: il castello dei Principi Pignatelli di Monteroduni. A Termoli lo chef dello Svevia, Massimo Talia (presidente regionale della Federazione Italiana Cuochi) gioca la carta del mare con un "intruso" originale e autoctono. «Qui sull'Adriatico i piatti della tradizione come il brodetto, 'u pappone, la pescatrice e le seppie ripiene hanno un elemento in comune – spiega – il peperone: cornetto verde fresco o peperoncino pestato». Sulla costa è rimasto solo uno dei tradizionali trabocchi e per raggiungere il luogo dell'anima Talia si allontana verso il santuario di Castelpetroso, «un pezzo di gotico fiabesco incastonato tra le montagne». Giambattista Marchetto Fonte: G. Marchetto, Il bello del Molise ritrovato tra borghi e sapori di casa, in «Il Sole 24 Ore», Milano, 20 gennaio 2020.
- D'Acchille, la tabaccheria n. 1 di San Salvo
La tabaccheria D'Acchille, la tabaccheria n. 1 di San Salvo, non è solo un'attività commerciale, ma una delle memorie storiche della nostra città. Mario D'Acchille rilevò la licenza della tabaccheria, da «quelli di Capracotta», nel 1960. Aveva aperto a soli 18 anni con il fratello un frantoio su corso Garibaldi, negli anni in cui la città praticamente finiva con la fine del corso. A 25 decise di rilevare la licenza del tabacchino che allora sorgeva sul muraglione di corso Umberto, la tabaccheria n. 1 di San Salvo. Dopo pochi giorni sposò Anna Maria Sterlicchi, teramana, nipote del comandante della stazione dei Carabinieri, che allora sorgeva anch'essa sul corso. La famiglia D'Acchille crebbe con la città, da avamposto di periferia si trasformò, negli anni '80, diventando centrale rispetto alla "zona nuova", quella che divenne la 167. Sansalvesi e "forestieri" passavano dalla tabaccheria da Mario e Anna Maria, raccontando le loro storie, le storie di un paese che si stava anno dopo anno trasformando in città e segnavano i legami tra chi c'era e chi arrivava. Sandra, la figlia, dopo gli studi, ha continuato a lavorare nell'attività di famiglia. Ancora oggi, se ti fermi a fare due chiacchiere, è grazie a loro che riesci a conoscere le storie delle famiglie storiche, di quelli nati sansalvesi e quelli che questa città la sentono loro per averci investito il loro presente e il loro futuro. Un avamposto che è memoria storica, che è punto di osservazione di una città che cambia, che continua a resistere su un corso che da crocevia, si è piano piano svuotato, anticipando ciò che sarebbe accaduto al resto del centro della città. Antonia Schiavarelli Fonte: https://www.sansalvo.net/, 12 novembre 2016.
- La Madonna del Carmelo di Agnone
Nella Chiesa dell'Annunziata, o del Carmelo, edificata nel 1505, si celebra la festa in onore della Madonna del Carmine. La chiesa custodisce la preziosa statua settecentesca di Maria SS. del Carmelo, opera dell'artista Colombo. La Vergine indossa una bellissima corona e con una mano sorregge il Bambino incoronato, vestito con un abitino decorato, mentre con l'altra porta un fiore e lo scapolare. L'abito è di colore carminio, a ricordo del paramento dei Carmelitani, mentre il manto decorato è di colore bianco. Secondo la tradizione la Vergine del Carmelo è protettrice particolare dei carbonai (nel giorno della festa, i carbonai di Capracotta spegnevano la carbonaia e si recavano in pellegrinaggio ad Agnone) e dei muratori, salvaguardando anche da terremoti e smottamenti. Nel secolo scorso e fino agli anni Venti, grazie al contributo degli emigranti, questa ricorrenza viene ricordata come la più bella di Agnone, festeggiata anche dagli agnonesi residenti in Argentina. Ogni anno il 16 luglio viene celebrata la Santa Messa a cui partecipano i pellegrini dalle zone del Sangro e, in seguito, si procede in processione attraversando il paese seguiti dalle bande musicali locali. Per la ricorrenza viene organizzata la tradizionale fiera e il paese viene addobbato a festa con decorazioni e luminarie. Maria Carosella Fonte: https://www.cilentontheroad.it/, 16 luglio 2019.
- Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (IV)
PARTE III Proposte di riforme ed opere igieniche Perché non si possa dire che io noto il male senza additare rimedi opportuni mi sforzerò di esporre ora alla meglio i provvedimenti più economici e modesti immaginabili. Questa è veramente la parte difficile e spinosa del mio compito, non potendo proporre alcuna spesa eccessiva. I. Nettezza dell'abitato Avanti tutto s'impone la necessità superiore a tutte le altre di dover allontanare, per quanto più è possibile, rapidamente e completamente, i materiali organici di rifiuto degli uomini e delle bestie domestiche. Fognatura? – Una condottura cloacale estesa a tutte le case e per tutto il sottosuolo stradale del paese sarebbe il maximum desiderabile, ma disgraziatamente ciò è inattuabile: Perché la ristrettezza delle abitazioni non consente la costruzione di cessi ben fatti nell'interno di esse e che poi abbiano comunicazione con la fognatura del sottosuolo stradale. Per la buona igiene è indispensabile che il cesso sia posto in un luogo appartato della casa; e qui intanto una sola stanzetta serve per lo più per cucina, dormitorio e dispensa. Dato e non concesso che l'ampiezza della casa permettesse la costruzione della latrina mancherebbero i mezzi pecuniari a quasi tutte le famiglie. Un cesso igienico deve avere una canna in ferro fuso, impermeabile, o in gris verniciato accuratamente, una vaschetta di seduta in porcellana con valvola; due tubi a sifone innestati uno al punto di immissione nel cesso, e l'altro al punto di emissione nella fogna sotto la strada, forniti bene di acqua; una canna di ventilazione portata sin sopra al tetto ecc. ecc. Ora, se il cesso non risponde regolarmente a simili esigenze igieniche (ottenibili solo un forte dispendio e perciò incompatibili per la grande maggioranza dei cittadini), non servirà che qualche sifone di richiamo nelle stanze di abitazioni di tutti i gaz deleterî della fogna e del pozzo nero. Una buona condottura cloacale richiede una proporzionata e sufficiente quantità di acqua: molta più acqua di quella ora condotta in paese. Le cloache del sottosuolo dovrebbero essere costruite dal Municipio, il quale è oberato di debiti e non ha risorse sufficienti per sostenere una spesa così ingente come questa della fognatura generale, fatta a regola di arte e di scienza. Pozzi neri – Per la raccolta dei materiali di rifiuto potrebbero farsi dei pozzi neri, il cui uso generale non è però consigliato dagli igienisti, perché anche quando è in muratura impermeabile pure non raggiunge sempre lo scopo di evitare le esalazioni malsane. Tuttavia se qualche ricco possidente volesse sostenere la spesa di una buona latrina in casa, di una buona condottura esterna e di un pozzo nero, lontano discretamente dall'abitazione, non crederei giusto il contrariarlo. Se poi anche il Comune volesse costruire qualche latrina pubblica isolata con sottostante pozzo nero impermeabile, da votarsi frequentemente e senza condottura stradale e senza congiunzione con le case, al versante sudest del paese, farebbe a mio credere una cosa molto savia. Di tali latrine se ne potrebbe costruire almeno una all'anno, a cominciare dal rione S. Rocco. Gettito ai Ritagli – Un vantaggio naturale per l'esito delle immondezze gode il versante occidentale del paese per la rupe a picco su cui è piantato. Infatti in molti punti dei Ritagli i rifiuti domestici gettati dalle finestre vanno a finire giù in fondo al precipizio lontano dalle case e direttamente nei campi. Dove una tale comodità non si raggiunge è facile accomodare un selciato col pendio sufficienti a che i rifiuti non si soffermino a piedi delle case. Sbocchi – Il Municipio dovrebbe riaprire quegli sbocchi dei Ritagli (aperture sulle ripe) che una volta erano di dominio pubblico e poi improvvidamente furono serrati in tutto o in parte. Attualmente esistono solo la Cavuta della Cioppa, la Rua di Piscella, la Rua di Rascia, e furono chiuse quelle dei Carugno, Palazzo, Guado di Scionna, Campanile, Rifolta ecc. con criterio vandalico. Il Municipio dovrebbe costruire dei semicanali in pietra o legno incatramato, su cui i materiali gettati passino rapidamente e vadano a cadere Sotto la Terra, dove sono i campi coltivati. Va senza dire che questi sbocchi dovrebbero essere forniti di cancelli di ferro atti ad impedire disgrazie, e di porte metalliche sufficienti per impedire il riflusso dei venti dalle ripe alle vie interne. Con le latrine pubbliche ad est, e con gli sbocchi ad ovest, il Municipio senza una spesa eccessiva otterrebbe in gran parte lo scopo della nettezza urbana. Mi permetto però di consigliare qualche altro espediente per la pulizia del paese, e primieramente quello delle botti mobili. Botti mobili – Il Prof. A. Celli, l'insigne igienista di Roma, encomia il sistema delle botti in ferro o in legno incatramato esternamente ed internamente e con una buona valvola. I nostri paesani che si recano in Puglia, sanno che un tal sistema ivi è comunissimo e lodevole. Spazzamento – Gli spazzini municipali dovrebbero essere obbligati a girare, ognuno con una botte, dalla mattina alla sera per raccogliere le immondezze delle case e delle strade; indi dovrebbero portarle, quando fossero colme, direttamente nei campi designati dalle autorità, e disseminare il contenuto in tante piccole fosse superficiali e poscia ricoprirle di terra. Due raccomandazioni sono indispensabili: che le botti abbiano una chiusura a valvola per impedire i cattivi odori;che gli spazzini siano impiegati esclusivamente a tale servizio (oltre quello di necrofori) con retribuzione migliore dell'attuale e con obbligo di spazzare non solo le vie principali, ma anche le secondarie e le più vicine al paese. Deposito delle botti – Ognuno di essi dovrebbe poi avere, a spese del Comune, l'uso di una stalla per il ricovero delle bestie adottate al tiro delle botti e per il deposito delle botti stesse; le quali così servirebbero, specialmente di notte, per comodo di quelle persone, abitanti nelle vicinanze, che volessero portarvi a buttare direttamente le immondezze. II. Obblighi dei privati A raggiungere lo scopo eminentemente civile della nettezza urbana non deve solamente provvedere il Municipio con le spese su mentovate delle latrine pubbliche, degli sbocchi ai Ritagli, degli spazzini, delle botti mobili e delle strade pubbliche, ma devono contribuire del proprio e cooperare allo stesso lodevole intento anche i privati cittadini. In conseguenza io qui mi farò ad indicare alle famiglie quei provvedimenti più opportuni che essi dovrebbero adottare. Vasi portatili – Ogni famiglia dovrebbe raccogliere le materie escrementizie in vasi di porcellana o smaltati, usando il metodo semplice, economico e igienico di mescolare delle terre secche (arena, argilla, cenere) con un po' di calce viva alle immondezze. Il cattivo odore e la vista ributtante sono così impediti, e viene pure impedito qualsiasi danno igienico, se al più presto possibile, e mai più tardi di 24 ore, i vasi siano vuotati o nelle botti portate in giro dagli spazzini, o in quelle depositate nelle stalle o latrine pubbliche, o negli sbocchi ai Ritagli, o direttamente nei campi. Poubelles – A raccogliere le spazzature di casa, i rimasugli di cucina, lo scarto delle erbe, frutte, patate ecc., ogni famiglia dovrebbe tenere al portone di entrata o nella stalla una cassetta, di un modello rassomigliante a quelle che si usano a Parigi dette poubelles. Il contenuto delle cassette dovrebbe essere vuotato giornalmente nel modo indicato per i vasi portatili. Stalle – Le stalle dovrebbero essere sgombrate giorno per giorno del concime, ed i proprietari dovrebbero uniformarsi alle disposizioni del regolamento di igiene che proporrò al Consiglio Comunale. Castri – È indispensabile che nelle stalle del centro del paese non debbano restare nella buona stagione né i maiali né le pecore. A tale uopo bisognerebbe procedere come è costume in Toscana. Il possidente tiene il maiale nel suo podere; il povero costruisce nelle viuzze poco lontane dal paese un castro di legno occupante due metri quadrati di suolo ed alto un metro e mezzo. Perché qui non si potrebbe fare altrettanto? Ogni proprietario di maiali dovrebbe costruire a sue spese una cassettina alla Guardata o altrove; ed a spese comuni di tutti i proprietari dovrebbero esservi dei guardiani notturni, come ora ve ne sono dei diurni. Così solo si potrà rimediare ad una schifosa bruttura! Ma si obietterà che gli abitanti non vedranno di buon occhio una novità tanto incomoda per essi, che sarebbero obbligati almeno due volte al giorno al recare il nutrimento alle bestie. Alla mia volta io faccio notare che è naturale il malcontento negli ignoranti, ma che non si può e non si deve più oltre tollerare un simile abuso nocivo alla salute. «L'igiene pubblica – diceva il Bertani – deve essere comandata». Non possiamo arrestarci nella via del progresso per seguir l'aura del favore popolare. Letamai – È assolutamente da proibirsi l'accumulo del concime presso l'abitato e sulle vie del traffico; e deve essere combattuto l'errore volgare della innocuità del letame bovino e ovino. Se nello inverno, essendo le vie impraticabili per le nevi, si deve tollerare che i letami si facciano presso le stalle più esterne del paese (ma sempre in prati, orti o campi e non sulle vie) non si deve permettere che si facciano depositi nel centro quando le vie sono sgombre dalle nevi. Vi è poi una ragione economica efficace per obbligare i proprietari di bestiame al trasporto diretto del concime dalle stalle ai campi, ed è che in tal modo non si disperderà tanto di materiali fertilizzanti quanto se ne disperde ora. Il sole, i venti e l'acqua steriliscono presentemente quello che sarebbe un tesoro per l'agricoltura se se ne sapesse trarre profitto. III. Acqua potabile Occore, per impedire l'inquinamento e l'intorbidimento dell'acqua, che in tutta la zona acquifera, circa un km. di diametro, sia fatta una piantagione foltissima di arbusti, come biancospini, rovi, vimini, salici e robinie. Attorno alla zona bisognerà costruire un muro a secco, ovvero piantare una stretta staccionata per impedire il passaggio alle persone ed il pascolo alle bestie. Sono convinto che solo con questo mezzo da me indicato si potrà ottenere l'acqua limpida anche dopo gli acquazzoni. L'attuale filtro a ghiaia e carbone è addirittura meschino e insufficiente, onde bisogna ampliarlo e rimutare spesso il carbone. L'acqua di rifiuto dei fontanini deve essere incanalata in grossi tubi di ghisa, altrimenti il ristagno dell'acqua in S. Rocco e all'Agio della Terra, dove sono tanti fossi di calce e concime, produrrà una vera palude pestifera. Gli abbeveratoi per le bestie non dovrebbero essere vicini ai fontanini, ma un poco più lontani. L'acqua della Fontegiù non dovrebbe servire per gli abitanti, se prima non son rimessi i letamai soprastanti in S. Rocco, S. Giovanni, e S. Sebastiano. IV. Cimitero Bisogna scavare un fosso, nelle parti più alte del terreno fuori le mura di cinta a ovest e a nord, lontano due metri dalle mura e profondo due metri; e in tal modo si otterrà lo scolo delle acque fuori del cimitero. Scavando poi un canale, e lasciandolo aperto, dalla porta della galleria settentrionale direttamente in giù sino al muro di cinta ad oriente, che è il punto più basso del terreno, si otterrà il deflusso delle acque sorgenti dal terreno d'inumazione. V. Macello È vero che per ora il Municipio non ha obbligo di costruire il macello pubblico, ma stante il continuo aumento della popolazione è da sperarsi che venga presto il tempo dell'edificazione. Intanto sarebbe utile affittare un locale verso la Fontegiù e destinarlo a macello pubblico, imponendo una lieve tassa di macellazione, e ricavando così un qualche utile oltre la retribuzione del custode e l'affitto. VI. Carceri e Scuole Le carceri non dovrebbero stare nel centro del paese, ma in qualche località più remota o recondita, come ad esempio alla Fontegiù. Le scuole dovrebbero essere riunite in un solo edifizio appositamente eretto; e così si avrebbero un'efficace sorveglianza didattica e una frequente ispezione igienica. VII. Disinfettanti A norma dell’art. 111 del Regolamento generale igienico il Municipio dovrà provvedere all'acquisto dei materiali ed apparecchi di disinfezione per locali infetti; come per esempio calce viva, sublimato corrosivo, acido fenico, solfato di ferro e di rame, acido solforico, qualche pompa spruzzatrice ecc. VIII. Locali di isolamento L'art. 112 dello stesso Regolamento prescrive che ogni Comune deve preparare e arredare un locale per isolamento di infermi affetti da malattie contagiose, che non possono essere convenientemente tenuti nelle proprie abitazioni. La casa annessa alla Cappella della Madonna di Loreto potrebbe essere ampliata e accomodata a questo scopo. Potrebbesi pure sopraelevare un piano sull'Asilo Infantile, e destinarlo ad uso di ricovero e di ospedale. IX. Ufficio sanitario Secondo la Legge sanitaria e i vari Regolamenti vigenti in materia bisogna che il Municipio fornisca all'Ufficiale sanitario un locale idoneo per ufficio. Il locale può essere nella sede del Municipio, ma starebbe meglio nella piazza principale, e ciò specialmente per facilitare l'esame dei commestibili che dai forestieri si portano qui a vendere. Il Municipio ha pure l'obbligo di fornire all'Ufficiale sanitario quei mezzi materiali che servono all'esercizio delle sue funzioni, vale a dire gli oggetti di cancelleria, i registri, gli stampati ecc. ecc. come pure la suppellettile tecnica. X. Piano regolatore e Società edilizie Le case del paese sono poche ed insufficienti, e perciò è necessario erigerne molte ed ampie. Mancando i suoli edificatorii bisogna che il Municipio, in base ad un piano regolatore, proceda all'espropriazione per pubblica utilità di zone di terreno circondanti l'attuale abitato, aprendo così nuove vie e vendendo suoli al pubblico. Spero che, al pari di altre società qui create, voglia sorgere una società per l'erezione di case operaie economiche. Simili imprese sono riuscite bene anche in piccoli centri; oltre che nelle grandi città; onde in questo Comune, dove sono varî cospicui capitalisti e molte piccole fortune, è da sperarsi che con un poco di buona volontà si possa un giorno tradurre in atto il voto dello scrivente, e si possa dire, come esclama il Bovio per altra ragione: «L'utopia dell'oggi la realtà di domani». Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.
- Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (III)
PARTE II - Passivo I. Morbilità e mortalità La cifra della morbilità, è molto alta, come è alta quella della mortalità del trenta per mille, paragonabile solo alla percentuale delle grandi città e dei luoghi insalubri. In forza della nativa robustezza una gran parte degli infermi guarisce, specialmente tra gli adulti; ma i bambini soccombono alle malattie infettive e contagiose che qui dominano sovrane sopratutto in estate e in autunno. Ora è precisamente su questo punto della frequenza e insità anormale delle malattie infettive che ho il dovere di richiamare l'attenzione dell'autorità comunale. Noi siamo al livello delle località più insalubri, mentre potremmo essere naturalmente e con un poco di buona volontà a livello dei paesi più sani. È doloroso osservare come non vi sia morbo infettivo che qui non si verifichi anno per anno, e non prenda subito carattere epidemico. Da quando io esercito la professione medica ho avuto l'agio di osservare qualsiasi caso di morbo infettivo di origine nostrale. Morbi infettivi più diffusi – Avanti tutto è da notarsi che la febbre tifoidea solamente da due anni, e cioè da quando l'acqua potabile è stata incanalata in tubi di ghisa, è diminuita; ma prima era frequentissima e più grave, e circa 200 persone erano attaccate annualmente e molti ne soccombevano. Il morbillo fa spessissimo la sua comparsa. La tosse convulsiva nel 1887 menò strage fra i bambini. La scarlattina, da tre anni sino ad ora, miete numerose vittime. Presentemente vi è un'epidemia di vajuolo, che per fortuna è di forma benigna. I casi di difteria o crup spesseggiano. Nell'inverno dell'anno scorso 1890 infierì l'influenza, che attaccò quasi tutti gli abitanti, ma non fu mortale che per qualche vecchio sofferente negli organi respiratori. La diarrea estiva dei bambini è una malattia diffusa e pericolosa, che, specialmente nelle famiglie povere, ora con decorso acuto, ed ora cronico, miete il maggior numero di vittime in questo paese. Una malattia non rara è la pustola maligna, che si verifica specialmente nei pastori, nei bastieri e nei vetturali, vale a dire con le persone che hanno maggior contatto con le bestie domestiche o che maneggiano cuoi non conciati. Degno di nota è il fatto che la verminazione (non veramente malattia d'infezione ma d'invasione) è comunissima non solamente nei bambini ma anche negli adulti. Sarebbe un cattivo medico curante in questo paese, chi, sconoscendo la costituzione medica locale, non somministrasse in qualsiasi caso di malattia qualche antielmintico. Lo Ascaris lumbricoidese lo Oxyuris vermicularis sono gli ospiti immancabili degli organi digerenti, che o costituiscono una malattia a sé, ovvero complicano e spesso in forma stranissima altre malattie. In paesi più civili, dove la nettezza pubblica e personale è lodevole, è difficile riscontrare tanti casi di verminazione, ed io ho avuto occasione di osservare un tal fatto in Toscana. Invece dove la pulizia è trascurata, come in Capracotta, gli esseri inferiori della scala zoologica trovano maggior facilità di nascita, sviluppo e propagazione, e negli organi digerenti degli uomini trovano il terreno favorevole di coltura. Morbi infettivi meno diffusi – La febbre solo da pochi anni è diventata rara; la pneumonite non è molto frequente, e le malattie tubercolari sono poco estese: di tisi non muoiono annualmente che due o tre persone; la sifilide però si va diffondendo ogni anno di più per opera specialmente dei domestici residenti nelle grandi città. La malaria non esiste su questi nostri monti; però i 1.500 e più cittadini, che nelle stagioni fredde emigrano in Puglia, presentano al loro ritorno in patria varie forme di infezioni malarigene, dalle semplici primaverili alle gravi autunnali. Alcuni anni fa il tracoma era molto diffuso, ma ora la grave malattia va lentamente a sparire. Lo stesso debbo dire della tigna favosa. Il reumatismo articolare acuto è raro. Le malattie cutanee da infezione o invasione si osservano spessissimo. Morbi comuni – I catarri acuti e cronici delle vie respiratorie sono frequentissimi con tutte le loro conseguenze. I vizi cardiaci non sono rari. I catarri acuti e cronici delle vie digerenti sono comuni. La debolezza congenita, e la cloranemia nella pubertà si avverano ben più spesso che non nei tempi anteriori, il che deve pur dirsi delle psicopatie e delle malattie nervose in generale. I morbi di spettanza chirurgica sono abbastanzi rari, ad eccezione delle ernie, più acquisite che congenite, delle varici emorroidarie e delle lesioni traumatiche, sopratutto delle scottature nei bambini. Conseguenza – Da quanto ho esposto chiaramente risulta che la morbilità e la mortalità, così alte in questo paese, sono dovute più che altro ad infezioni. Ora poiché le acque potabili sono buone, la posizione e l'esposizione sono eccellenti, la ventilazione non è impedita, l'aria è asciutta e vivificante, la natura del suolo è lodevole, il vitto è sano e nutritivo ecc. ecc., e tutti codesti sono fattori favorevoli alla buona salute, dobbiamo trovare altrove le cause delle malattie e delle morti eccessive. Ora quando io avrò detto delle condizioni delle case, della densità della popolazione, dell'accumulo del bestiame nell'abitato, del difettoso e mancante allontanamento dei rifiuti organici, della strettezza e lordura delle vie interne o prossime al centro, della macellazione degli animali, del cimitero, delle carceri, delle scuole, delle sorgenti dell'acqua potabile, della trascuranza di pulizia personale, ognuno potrà spiegarsi il fenomeno anormale delle malattie e delle morti. II. Abitazioni Reca immensa meraviglia il vedere come in uno spazio tanto ristretto vivano oltre 4.000 persone abitanti in meschine casupole, il cui esterno è di fabbrica e l'interno per l'ordinario è di legno. Le case hanno un pian terreno e un piano sovrapposto, e spesso dalla parte di occidente, il cui livello è più alto, restano interrati ambidue i piani con conseguente mancanza di luce e infiltrazione di umidità. La densità della popolazione è pareggiabile a quella delle grandi città, dove l'agglomerazione spesso è eccessiva. In una sola stanza alle volte non dorme una sola coppia di sposi, ma anche tutta la famiglia, e qualche volta, divisi con leggeri tramezzi di legno, abitano altri individui estranei a quella famiglia. Oltre poi alla popolazione umana, vi è nelle case un'altra popolazione più numerosa: vi è l'arca di Noè delle bestie domestiche: maiali, cavalli, pecore, capre, vacche, galline ecc. ecc. La stalla sul pian terreno non sempre è un vano isolato, ma serve pure per l'entrata e per il passaggio degli inquilini. Qualche rara volta serve pure da dormitorio e da cucina. Tra la stalla e le camere di abitazioni vi è sempre diretta e libera comunicazione, la quale diventa tanto più intima in quanto che l'interno delle case è costruito per lo più da pavimenti e tramezzi di solo legno; e perciò le esalazioni delle stalle si diffondono pienamente e profumatamente per tutta la casa. Intanto il letame si lascia nella stalla per molti giorni di seguito, specialmente nell'inverno; né vi sono fognuoli e pozzi impermeabili per lo scolo e per la raccolta delle orine. Tutto è abbandonato lì con le feci, finché l'accumulo stesso non costringa i proprietari al trasporto… in un luogo più possibilmente vicino. Nelle case esiste pure il deposito della paglia e del fieno, onde lo spazio disponibile per le persone viene ad essere sempre più ristretto. Le camere sono piccole, basse, con finestre meschine, ingombre di mobili e di viveri. Le pareti e il cielo delle stanzette erano prima lodevolmente imbiancate a calce; ora con mal vezzo si tappezzano di carte colorate. I camini mal costruiti danno fummo in quasi tutte le case del paese. Deve notarsi che non vi sono latrine. La stalla per lo più serve all'agio degli adulti, e la via pubblica è il cesso dei bambini. Quando gli escrementi sono deposti in casa allora vige il comodo sistema di gettarli sotto le finestre sulle vie pubbliche, dove risiedono spesso per molto tempo. Qualche famiglia usa raccogliere gli escrementi in vasi di terraglia, e li tiene in casa per vari giorni con evidente maggior danno igienico per essa; e quindi li manda a buttare nelle vicinanze immediate del paese, dove certamente non sono meno pericolose alla salute pubblica. Per i soli abitanti ai Ritagli vi è il vantaggio che i rifiuti domestici possono essere sbalzati direttamente nei campi giù in fondo al precipizio, dove dall'aria e dalla luce sono rapidamente ossigenati, assorbiti dalle piante in crescenza, e resi così innocui alla popolazione. Pochissime case, appartenenti alle famiglie più facoltose sono ampie e rispondenti mediocremente alle necessità igieniche. Però le latrine non esistono che in alcune di esse, e poiché difettano di molte cose indispensabili sono più dannose che utili. Una lodevole eccezione è da farsi per le latrine dell'Asilo Infantile. III. Strade Le vie principali del paese sono abbastanza larghe e diritte, e vanno da settentrione a mezzogiorno, all'infuori del rettilineo che va da occidente ad oriente. Sono per lo più pavimentate alla Romana, vale a dire con piccole selci giustaposte, di forma piramidale, con la base in fuori di otto centimetri quadrati e con l'apice in sotto. Sarebbe questo un buon pavimento stradale impermeabile, qualora non venisse così sovente guasto e deteriorato dai grossi carri e fosse riparato annualmente. Le vie secondarie sono mal tenute, anguste e tortuose. Lasciano specialmente a desiderare la Terra Vecchia, le Sorcherie, la Via Nuova, perché tutte a rialzi e a fossi che permettono il ristagno di acque immonde. Le località private, come cortili e passaggi riservati, esistenti alla parte opposta alla strada pubblica delle case, sono nelle più cattive condizioni immaginabili. Le più schifose sono quelle situate alle ripe tra la Rifolta e le ultime case Sammarone a S. Giovanni, e la viuzza sotto la Pretura, che pure potrebbero essere facilmente riparate. Le così dette tombe (passaggi coperti) come quella di Rascia, di S. Giovanni, di Piscella, detta Piazza, di Grifa meritano bene il nome loro dato; esse sono il ricettacolo di ogni putridume, e servono come canali per cui l'aria passa con maggior impeto pregna di nauseabondi odori. Allo spazzamento e alla nettezza delle principali vie interne del paese sono destinati alcuni spazzini del Municipio. Ma quattro o cinque spazzini poco valgono contro le antiche e sudicie usanze degli abitanti, i quali si permettono appena dopo il passaggio e l'opera degli spazzini, di lordare di nuovo con altre immondezze le vie pubbliche; onde queste costituiscono così la cloaca massima ed unica, dove sono abbandonate tutte le specie dei rifiuti organici. Innumerevoli letamai esistono tanto nell'interno del paese quanto nelle immediate vicinanze dell'abitato, liberamente ed alteramente scoperti all'aria in colossali piramidi. Nei rioni di S. Giovanni, di S. Rocco e di S. Antonio, i tre Santi Protettori del luridume paesano, si vedono e pur troppo si sentono, gli enormi mucchi di concime, che spesse volte sono situati sui corsi dell'acqua di rifiuto e sulle vie di passeggio. La quantità enorme di tutti i materiali di rifiuto abbandonati dentro e presso l'abitato vizia ed ammorba tutto l'ambiente del paese, onde ne consegue la maggior parte delle malattie e delle morti. Affermo con sicurezza, che se si provvedesse ad eliminare questo gravissimo avanzo di barbarie tanto lo stato di salute quanto lo stato economico dei cittadini ne guadagnerebbero immensamente. IV. Acqua potabile L'acqua condotta in paese è buona e sarebbe sempre buona se qualche volta non s'intorbidasse al sopravvenire dei grossi acquazzoni. L'intorbidamento dell'acqua avviene precisamente nel bacino acquifero prima ancora di entrare nei pozzetti di raccolta e poscia nei tubi di ghisa. È un inconveniente serio a cui bisogna riparare, e si può riparare facilmente. È deplorevole la mancanza di tubi chiusi per l'allontanamento delle acque di rifiuto dei fontanini esistenti in paese, ma non è deplorevole la distruzione del lavatoio della Fonte S. Giovanni, avvenuta nel 1887 e la mancanza attuale di altri lavatoi pubblici nell'interno del paese. I lavatoi devono esser fatti in modo inappuntabile rispetto all'igiene, altrimenti riescono di danno. Il lavare, come ora si costuma, nelle acque correnti è più commendevole che il lavare in cattivi lavatoi dentro l'abitato, in prossimità degli abbeveratoi per le bestie e delle fontanine pubbliche. L'acqua della così detta Fonteione è inquinata per i depositi di concime soprastanti. V. Cimitero L'attuale cimitero ha un gravissimo inconveniente: nel terreno, verso i lati occidentale e settentrionale, vi sono delle sorgenti di acque che si spandono nel suolo addetto alle inumazioni. Perciò i cadaveri, specialmente quando sono interrati un poco più profondamente, restano circondati a permanenza dalle acque, ed il consumo di essi non avviene già per rapida ossidazione ma per lenta putrefazione. Una scelta più infelice di suolo per inumazione non potea avvenire! VI. Carceri e Scuole I locali presentemente adibiti all'uso di carceri mandamentali sono angusti e insufficienti, perché privi di sale di lavoro, di celle separate, di cortili o logge adatte per dare aria in qualche ora del giorno ai detenuti, di abitazione per i custodi; sono malsani poi, per mancanza di latrine; e in ultimo sono indecenti e immorali, perché posti nel centro del paese. Le scuole sono sparpagliate in varie case, piccole, anguste, mal ventilate, male esposte, mal riscaldate, mancanti di cessi, di palestre, di giardini, di buoni banchi e di tante altre cose necessarie. VII. Abusi riprovevoli dei cittadini Macellazione – Non essendovi macello pubblico, le bestie sono ammazzate sulla via pubblica di pieno giorno. Gli stessi venditori di carne, non tutti e non sempre ammazzano gli animali in luoghi lontani alquanto dall'abitato, ma spesso e volentieri nei loro spacci. Questi ultimi non sono lodevoli per pulizia, specialmente quando servono per depositi di pelli e residui di vendita o quando servono per cucina! Commestibili – È deplorevole il fatto che le femminucce del popolo preferiscano la compra e l'uso di olii rancidi e puzzolenti, del vino mosto, del vino cotto o dolciastro ed abusano straordinariamente di frutte e verdure o immature o fradicie. Non hanno poi l'accortezza di far osservare le vettovaglie cattive alle guardie municipali o all'ufficiale sanitario. Vestiario – Il vestito è per lo più in lana lavorata nel paese. Ora si va deplorevolmente sostituendo con cotone. La biancheria non è sempre ben netta, specialmente nell'inverno. Le donne del popolo usano una pessima calzatura (pedali) ed una mantelletta (panno) impropria per il riparo del freddo e dell'acqua. Pulizia personale – La nettezza e la proprietà sono maggiori negli uomini che nelle donne. L'uso di lavarsi almeno le mani ed il viso, non è giornaliero; l'uso dei bagni è ignoto o avversato; l'uso della pezzuola o moccichino è rarissimo. Gli attrezzi da cucina sono sporchi e luridi al pari dei barili o tini per la raccolta dell'acqua potabile da usarsi in casa. Si adopera un solo boccale o maniere o fiasco per bere in comune! Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.
- Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (II)
PARTE I - Attivo Sguardo generale su Capracotta Altezza sul mare – Il paese è situato a 1.400 metri circa sul livello del mare, altezza in cui son posti pochi villaggi in Italia. Posizione – A chi viene da oriente (Carovilli - Agnone) si offre in una graziosa posizione, ed in piano moderatamente declive; a chi viene da occidente (fiume Sangro) si presenta spaventosamente situato sopra una rupe altissima tagliata a picco. Esposizione – L'abitato è esteso per oltre un chilometro di lunghezza; e le case sono poste su due linee quasi sempre parallele ed esposte ad oriente; e perciò le strade vanno da settentrione a mezzogiorno, abbastanza larghe nella parte più recentemente costruita, ma molto strette nella parte antica. Panorama – La vista che si gode da questo monte è estesissima; la provincia di Campobasso è tutta ai suoi piedi, e molti paesi delle vicine provincie si scorgono ad occhio nudo. Il mare Adriatico, che pure dista una sessantina di chilometri, sembra vicinissimo. Clima – Il clima è asciutto; e le nebbie non resistono ai venti. Il freddo, relativamente all'altimetria, non è intenso; e il termometro, anche nelle notti più rigide e più lunghe dell'inverno non scende mai al disotto di -6 centigradi. La temperatura ordinaria dell'inverno varia da +6 a -2 °C; la temperatura dell'estate non si eleva mai sopra a +25 °C, e la media è di +15 °C. In tutte le stagioni però, ma specialmente in estate, si avverano brusche variazioni nella temperatura e nella pressione barometrica. Le piogge sono abbondanti e frequentissime; la neve cade in quantità enorme, e da novembre a tutto marzo permane quasi costantemente sul suolo ad uno od anche a più metri di altezza. I venti vi dominano tutti con prevalenza di quelli di nord-ovest. Natura del suolo – Il paese è situato sopra una roccia compatta siliceo-calcarea; lo strato più superficiale è argilloso; la falda acquea è poco profonda, e perciò riuscirebbe molto facile scavare dei pozzi in ogni punto del paese, ma per ora non ne esistono che pochissimi, per buona fortuna stante le sporcizie del soprasuolo. Acque meteoriche – Le piogge, qui tanto frequenti e copiose, non possono produrre ristagno, essendo il paese situato più in alto dei luoghi circostanti; le acque scendono verso occidente e settentrione al fiume Sangro, e verso oriente e mezzogiorno al torrente Verrino, confluente del fiume Sangro. Acque potabili – L'acqua potabile, di uso esclusivo nel paese, proviene da alcune sorgenti lontane 2.000 metri circa, e più alte circa 80 metri sul livello dell'abitato. La condottura è in tubi di ghisa, ed è estesa per quasi tutto il paese con distribuzione al pubblico in otto fontanine ad uno o due gettiti ognuna. Alle sorgenti vi è un filtro a ghiaia e carbone, ed a 300 metri di distanza dall'abitato vi è un serbatoio capace di 2.000 ettolitri. La quantità media giornaliera di acqua per ciascun abitante è di circa 40 litri nell'estate, ma nelle altre stagioni si triplica o quadruplica. Popolazione – La popolazione riunita è di oltre 4.000 persone, ma nelle stagioni fredde si riduce a due terzi per l'emigrazione degli uomini validi al lavoro nelle Puglie. Le nascite in questi ultimi cinque anni sono state in media 150 all'anno, le morti 120, i matrimoni 30. Gli uomini sono addetti ai seguenti mestieri: pastori, carbonai e braccianti nell'inverno in Puglia che nell'estate diventano qui contadini, vetturali, artigiani, domestici. Non vi sono stabilimenti industriali meno un molino meccanico. L'industria armentizia, benché in decadenza rispetto ai tempi anteriori, è sempre la più estesa e copiosa che in qualsiasi altro comune della provincia. Le donne attendono alle cure domestiche; nella stagione fredda filano e tessono nelle proprie case, e nella stagione calda lavorano nei campi. La popolazione stabile di campagna, che è di circa 150 persone, attende solo ai lavori campestri. Possidenza – Vi sono pochi ricchi possidenti, ma vi è pure un discreto numero di famiglie agiate. Anche i più poveri cittadini, possiedono una casuccia propria, un piccolo appezzamento di terreno e qualche animale domestico. L'agro comunale è molto esteso, e la maggior parte (boschi e pascoli) è proprietà comune e indivisa dei cittadini. Vi sono pure latifondi boscosi e pascolativi di uso promiscuo tra feudatari e cittadini. Il resto del suolo, diviso e frazionato esageratamente, carico di tasse fondiarie, di canoni di prestazioni feudali, è coltivato con scarso successo per la freddezza del clima e l'altezza dei luoghi. Le produzioni poche ma buone, sono in ordine d'importanza: grano, patate, legumi, orzo, lupinella, granturco. Per la smania insana delle coltivazioni si sono distrutti i magnifici boschi di abeti e di faggi intorno all'abitato, d'onde le frane sempre più invadenti, e lo sfruttamento del terreno vegetale; e la decadenza dell'industria del bestiame, la sola veramente razionale sulle montagne. Alimentazione – L'alimentazione è in generale sana e nutritiva. Predomina l'uso dei cereali superiore, delle patate, delle erbe e delle frutta, ma anche l'alimentazione azotata è diffusa in ogni ceto della cittadinanza col consumo di buone carni ovine e suine, fresche e salate, di ottimi legumi, di eccellente latte e squisiti latticini e formaggi, e di uova. I grassi per condimento sono quelli di maiale e l'olio d'oliva. L'uso del vino è in continuo aumento, i liquori sono di uso limitatissimo. Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.
- Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta (I)
Capracotta, febbraio 1900. Illustrissimo Sig. Sindaco, ho l'onore di presentare alla Signoria Vostra la presente relazione sullo stato sanitario ed igienico di questo Comune con le opportune proposte di riforme ed opere nuove, le quali sono molto pratiche e poco costose; e perciò mi voglio augurare che incontrino la completa approvazione del Consiglio Comunale. Sono convinto che, attuandosi le mie proposte, si rimedierà in buona parte agli sconci presenti: dico solamente in buona parte e non completamente, perché a mio credere non si potrà risanare del tutto questo paese, se prima non saranno rimosse (cosa per se stessa difficilissima) le tre cause principali dei danni igienici e sanitari; vale a dire: che non si distruggano molte abitazioni insalubri sui luoghi più stretti ed affollati; che non si mutino con la disciplina e con l'educazione civile le tendenze ed abitudini, tutt'altro che nette e pulite, della popolazione; che non si edifichino molte e buone abitazioni, rispondenti a sani principî igienici. In ciò non si voglia trovare una gratuita esagerazione; quando avrò esposto il vero col mio abituale libero linguaggio si dovrà convenire dalle persone competenti che ho pienissima ragione. Meminisse juvabit In febbraio 1891, quale ufficiale sanitario di Capracotta, presentai alla autorità municipale una mia relazione su lo stato sanitario ed igienico del Comune, esponendone le condizioni buone e cattive, e proponendo per queste ultime gli opportuni rimedi. Mi lusingavo che le proposte sarebbero state, un poco per volta, messe in opera; ma disgraziatamente, col pretesto delle cattive condizioni del bilancio ed in realtà per contrario volere degli amministratori, sono passati nove anni in inutile attesa, mentre quelle riforme ed opere si vanno rendendo sempre più indispensabili. Non si vuole considerare che la salute pubblica è un obbligo strettissimo: salus publica suprema lex; e non si vuole rimediare al fatto che le malattie e le morti in questo comune sono dovute in modo principalissimo ad infezioni. Ora per chi non la sappia è bene ripetere la dimostrazione della scienza che i morbi infettivi sono impedibili se combattuti con opportuni rimedi profilattici. Mi sembra perciò necessario, a mia discolpa od a scorno di gratuiti denigratori, pubblicare per le stampe quella mia umile relazione del 1891, con le piccolissime aggiunte successive sino ad oggi da me debitamente contrassegnate. Voglio sperare che la pubblicazione induca finalmente i signori amministratori del comune a adottare le mie proposte. A vincere la riluttanza dei consiglieri timorosi di una spesa troppo grossa devo far notare che con l'attuazione delle mie proposte non si dovrebbero spendere annualmente più di mille lire, e certamente una tale somma è compatibile con le risorse attuali del bilancio; o che le opere si volessero fare gradatamente, un poco all'anno ed in economia dal Municipio, o che si volessero fare tutte in una volta, ricorrendo ad un prestito governativo di favore secondo l'ultima legge votata dal Parlamento; e in questo ultimo caso le mille lire annue dovrebbero servire per rata di ammortamenti o interessi. Il comune inoltre può contare sempre in qualche sussidio governativo, come quelli già ottenuti per scopi igienici, ma invertiti dal municipio in opere non indicate dall'ufficiale sanitario e dal governo. A coloro i quali si aspettavano e si aspettano la risoluzione del problema igienico dalla sola opera dell'ufficiale sanitario io debbo ricordare alcune verità di fatto e di dritto che li possono trarre dall'errore. L'ufficiale sanitario, secondo la legge e i regolamenti è un funzionario, che disimpegnando un vero servizio di stato, dovrebbe dipendere esclusivamente dal governo, ma intanto è alla totale soggezione delle capricciose, incompetenti e ostili amministrazioni comunali, di cui non è che un semplice consigliere tecnico né voluto né cercato. Se i suoi consigli sono accettabili bene è; ma se sono messi in non cale, come in Capracotta, non vi è ragione di prendersela contro di lui, che non ha alcun potere esecutivo. Ma qualcuno obietta che, essendo qui la nettezza urbana molto trascurata, l'ufficiale sanitario può presentare al Sindaco e al Pretore quanti verbali di contravvenzioni egli vuole contro i trasgressori. Rispondo francamente che chi vuole dall'ufficiale sanitario, allo stato attuale delle cose, solo il rilievo delle contravvenzioni alla nettezza urbana, non desidera certamente il vantaggio positivo della cittadinanza, ma desidera solo l'abbassamento della dignità professionale e la compromissione del suo esercizio. Dimostro questi tre punti: La cosa più necessaria, anzi indispensabile, in Capracotta, è la nettezza dentro e presso l'abitato che ora è in stato deplorevole. Ebbene con tutta coscienza io credo, che per ottenerla più facilmente ed economicamente, bisogna mettere in opera le proposte contenute nella relazione del 1891, che intendono allo scopo di dare ai cittadini la maggiore comodità possibile di allontanare dall'abitato il materiale di rifiuto. Attualmente non esiste alcuna comodità, e perciò avviene che le immondezze vengono da tutte le case, nessuna esclusa, gettate sulle vie interne ed esterne più vicine e frequentate. Se le famiglie fossero obbligate ora dalle vessazioni poliziesche dell'ufficiale sanitario a non gettare le immondezze presso le loro abitazioni, dovrebbero tenerle in casa con evidente maggior danno igienico; e finirebbero, sempre, dopo uno o più giorni, per buttarle di nascosto nelle vicinanze dell'abitato e sulle vie di transito; e tutto ciò per assoluta necessità non esistendo luoghi adatti per lo scarico delle immondezze. Si noti che le immondezze abbandonate sulle vie prossime dell'abitato non sono meno pericolose alla salute pubblica che se fossero gettate sulle vie interne del paese, donde almeno gli spazzini municipali anche ore le rimuovono ed esportano. Si provveda dunque dal Municipio prima alla comodità degli scarichi di rifiuto, e in seguito si potranno pretendere i famosi verbali di contravvenzione anche dall'ufficiale sanitario, oltre che (intendiamoci bene) dalle guardie municipali, forestali, rurali, dai carabinieri, cantonieri, spazzini ecc. ecc. Attualmente ciò non è giusto e logico. Se il solo ufficiale sanitario dovesse occuparsi delle contravvenzioni alla nettezza urbana dovrebbe stare alla vedetta giorno e notte, avere gli occhi di Argo e le ali ai piedi di Mercurio. Ma egli infine è un professionista, e non un sergent de ville o una guardia del piscio come è chiamata in Toscana, il quale ha diritto a vivere decorosamente, e perciò deve impiegare il suo tempo con gli ammalati e con lo studio. Sarebbe strano pretendere che un dottore laureato in una Regia Università si dovesse avvilire col sostituirlo alle guardie municipali, destinate precisamente ad un servizio così facile ed umile! Qualche farabutto pretenderebbe addirittura dall'ufficiale sanitario, da un onesto galantuomo, che egli rivelasse solamente le contravvenzioni della gente bassa (quantité négligeable)! Ora qui tutti sono contravventori, ma specialmente i ricchi e quelli in preferenza che posseggono bestiame, e questi si permettono le più gravi irregolarità e scostumatezze, quali sono quelle di lordare le vie coi rifiuti della casa, di tenere le stalle e i cortili in modo schifoso, di deporre il letame in enormi mucchi scoperti all'aria presso l'abitato, di servirsi di pozzi neri aperti e filtranti nel suolo pubblico, di pretendere la vendita di carni malsane, di occultare le malattie infettive del bestiame, di chiudere cortili ed accessi già di dominio pubblico ecc. ecc.! Si stuzzichi uno di codesti prepotentucoli, e se ne vedranno allora le conseguenze… sul povero ufficiale sanitario. Prego le persone di buon senso a voler leggere la non amena relazione da me fatta nel 1891. Sono fiducioso che, se non son mossi da odî personali o di partito, si darà ragione a me e torto a chi spetta. Capracotta, maggio 1900. Luciano Conti Fonte: L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta, Del Monaco, Isernia 1900.
- I migliori cacciatori sono i "pecorari"
Di primo acchito il nome di Gaetano Del Vaso non dice nulla a nessuno. Egli fu probabilmente un semplice amatore dell'arte venatoria nonché corrispondente romano di "Caccia e Tiri", organo ufficiale del Kennel club italiano, una rivista pubblicata dal 1890 al 1898. Più che di armi e di caccia, il Kennel club si occupa di selezionare, categorizzare e migliorare le razze canine, tanto che dai suoi rami è sorto l'Ente nazionale cinofilia italiana (ENCI), ancor oggi attivo e operante in tutto il mondo. La rivista "Caccia e Tiri" ha invece chiuso i battenti prima dell'anno 1900 ma ha dato vita a una marea di figli spuri. Dicevamo di Gaetano Del Vaso... In una relazione datata 20 febbraio 1896, il buon cacciatore romano avvisò i lettori di un'uscita venatoria in quel di Maccarese per scovare e abbattere le ricercatissime beccacce. Nel suo articolo, Del Vaso, sconfortato dal magro bottino, raccontò pure una storiella che un suo amico - il sig. De Lellis - gli aveva precedentemente confidato, non senza ilarità. Era questa ambientata a Capracotta, luogo ideale per cacciatori d'ogni specie: di selvaggina, pesci, funghi, tartufi, frutti e pure di minerali. Il De Lellis «si trovava in compagnia di altro amico a Capracotta a caccia alle beccaccie [sic]. Avevano faticato tutto il giorno e non avevano trovato il becco di un animale». Il problema principale della scarsezza di selvaggina stava, a suo dire, nella folta presenza dei "lacci", vere e proprie trappole in fil di ferro che servivano alla cattura di animali selvatici proibiti (come mi ha avvertito il bravo cacciatore Piergiorgio Di Rienzo). Fatto sta che, ad un certo punto, i due cacciatori «s'imbatterono in un numero sterminato di lacci, e da buoni figliuoli si dettero a strapparli, intenzionati a distruggerli tutti. Quand'ecco sbucca [sic] fuori un pecoraro che tutto piagnucoloso si raccomandò di non rovinarlo». Cacciatori e pastore giunsero così a un accordo: i primi avrebbero lasciato intatti i benedetti lacci mentre il pastore si impegnava a scovare le introvabili beccacce. Andò che «fu combinato il provvisorio armistizio e detto fatto a pochi metri dalla capanna del pecoraro furono alzate le tre beccaccie e uccise». Ho già detto che Capracotta, al pari dei comuni limitrofi, è il paradiso di ogni cacciatore, e lo era ancor di più in quell'arco temporale che va dall'Unità d'Italia all'avvento del fascismo. Il mio paese era la meta prediletta dei nobili romani e napoletani che vi trascorrevano le vacanze estive: prova ne siano le tante fotografie della famiglia Ruspoli scattate negli anni '20 del Novecento. A tal proposito, dirò che Francesco Ruspoli (1899-1989), VIII principe di Cerveteri, in un'intervista rilasciata alla Repubblica del 1987 ebbe modo di affermare: Mio padre era un gran cacciatore, io ho preso un fucile in mano quando avevo sette anni, a tredici ho ucciso il mio primo "cignale". Quando ero più piccolo andavamo d'estate a Capracotta in Abruzzo. Facevamo un pezzo di strada in treno sulla linea Carovilli-Agnone, poi prendevamo la diligenza a cavalli. A Capracotta ci arrampicavamo su per Monte Campo che era un posto di caccia alle pernici, ora invece c'è la strada asfaltata e il monte è tutto coperto di case. Ma, tornando alla nostra storia, il corrispondente Gaetano Del Vaso terminò il suo reportage del 1896 ammettendo che «i migliori cacciatori del mondo sono i "pecorari" e vi assicuro sarebbe meglio vendere fucile, cane, stivaloni, comprarsi un po' di pecore e andarvi a fare... cacciatore». Come dargli torto? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Del Vaso, Roma, 20 febbraio 1896, in «Caccia e Tiri», X:431, Rivara, Milano, 27 febbraio 1896; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; D. Pasti, A caccia di cinghiali nelle terre dei principi, in «La Repubblica», Roma, 19 agosto 1987.
- In giro per il Molise con Flaviano Testa
Flaviano Testa con il suo obiettivo sceglie come racchiudere i paesaggi, i paesi che incontra in un quadrato o in un rettangolo a colori o in bianco e nero, ma sa sempre cosa vuole raccontarci e ferma l'"attimo" in cui percepisce un'emozione e ce la descrive con le immagini che ci invia. Oggi siamo in Alto Molise. Capracotta è una piccola città, in provincia di Isernia, posta lungo uno sperone di roccia con vista sui crinali della Maiella. Come tanti paesi del Molise non raggiunge i mille abitanti, ma la sua particolare caratteristica è che sorge a 1.421 metri sul livello del mare e questo ne fa il secondo comune più altro dell'Appennino. Poco lontano dal centro abitato si erge Monte Campo che raggiunge i 1.746 m., siamo in montagna dunque e lungo la strada che congiunge il paese con Pescopennataro si può godere della refrigerante ombra del Giardino della Flora Appenninica. Costituito nel 1963, si tratta di un orto botanico naturale, tra i più alti d'Italia, che si estende per oltre dieci ettari, in cui vengono conservate, tutelate, protette le specie vegetali della flora autoctona dell'Appennino centro-meridionale, e si allunga per valli, boschi e praterie, fino a sfiorare una foresta di abete bianco che copre le pendici di Monte Campo. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto e vi si possono ammirare specie di piante rarissime o in via di estinzione. Tra le specie spontanee di maggior pregio, oltre ai faggi e all'abete, si annoverano il giglio rosso, l'orchidea palmata, lo spillone della Maiella e la stella alpina degli Appennini. Sono certamente luoghi che, nel rispetto dell'ambiente, consentono di vivere in mezzo alla natura in un'atmosfera di pace più unica che rara. Durante lo scorso mese Capracotta è balzata agli onori della cronaca e su tutti i telegiornali del mondo è apparso un video in cui si vedeva il paese letteralmente sommerso dalla neve. In un giorno solo, tra il 7 e l'8 marzo, erano caduti 256 centimetri di neve, battendo così un record mondiale che la piccola città molisana avrebbe strappato a due località degli Stati Uniti. Data la posizione, l'altitudine e l'esposizione ai venti del nord, non è raro che nel paese arrivino pesanti precipitazioni durante l'inverno, tant'è che nel gennaio del 1997 Capracotta ha avuto l'onore di ospitare i Campionati nazionali di sci di fondo. E chi non è giovanissimo ricorderà come l'amena località del Molise fu portata alla ribalta dall'Albertone nazionale già nel film "Il conte Max" con Vittorio De Sica, dove la definiva «piccola Cortina degli Abruzzi». Le emergenze dovute alla neve non sono cosa di oggi insomma, è raccontato nella storia del dopoguerra che il dottor Gennarino Carnevale, sindaco del paese, martoriato dal recente conflitto, nel 1949 scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, significando le necessità che lo affliggevano: Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1.421 m. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco. Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve? Gli emigrati di origine molisana e non solo, in una gara di solidarietà, si interessarono di raccogliere fondi che consentirono l'acquisto e la spedizione del mezzo richiesto. La città di Capracotta ha origine antichissime, in località Guastre sono stati rivenuti reperti dell'età del Ferro e in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Nei pressi dell'abitato, si ergono mura poligonali, appartenenti a una fortificazione sannitica. Nel suo agro, in località Fonte del Romito, fu rinvenuta la famosa tavola bronzea recante un'iscrizione in lingua osca, nota come "Tavola di Agnone" e oggi conservata al British Museum di Londra. In centro al paese è sicuramente da visitare la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta che all'interno conserva una statua attribuita allo scultore napoletano Colombo, oltre a pregevoli marmorei barocchi. La più grande attrattiva di Capracotta resta comunque il suo splendido territorio che permette escursioni in boschi stupendi durante l'estate e consente di dedicarsi a sport invernali quando Prato Gentile si copre di neve, usufruendo di efficienti impianti funicolari, luoghi di ristoro e piste da sci. L'appuntamento più tradizionale di Capracotta, che richiama in paese molti turisti, è la sagra della Pezzata che si tiene ogni prima domenica di agosto nell'incantevole cornice naturale di Prato Gentile. È l'incontro di tante persone con la più antica tradizione del luogo che consente di gustare pezzi di agnello bollito e di capretto cotto alla brace, ritornando così alle originali ricette dei pastori che, costretti a stare lontano da casa per lunghi periodi, si cibavano del loro gregge. Una curiosità, leggendo "Addio alle armi" di Hemingway sarà possibile sentir nominare un sacerdote, l'esile cappellano «che arrossiva facilmente», lo descrive sorridente e paziente in mezzo ai soldati che a volte lo tirano per la tonaca e lo mettono in imbarazzo con racconti piccanti. Il giovane pretino era don Placido Carnevale di Capracotta e invitava, nelle pagine dell'avvincente romanzo, Frederic Henry, il protagonista, a visitare la sua terra dove sarebbe stato accolto amabilmente dalla sua famiglia. «Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto... Mio padre è un gran cacciatore». Il tempo sembra non essere trascorso, fare visita a Capracotta è come sentirsi a casa, le persone sono gentili e ospitali e il paesaggio bellissimo proprio come raccontava don Carnevale. «Le notti sono fresche d'estate, e non c'è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d'autunno andare a caccia nei boschi di castagni»... Franca Poli Fonte: http://signoradeifiltri.overblog.com/, 25 aprile 2015.
- Capracottese conquista il Regno Unito
Capracotta. Ingegnere capracottese alla ribalta nazionale in ambito scientifico per aver vinto l'ambito Premio di Ingegneria "MacRobert" che ogni anno viene assegnato nel Regno Unito alle scoperte tecnologiche più interessanti. Franco Carnevale ha ottenuto il riconoscimento insieme allo staff dell'azienda Inmarsat. Il premio è stato assegnato loro per la realizzazione del servizio Broadband Global Area Network (BGAN), che si avvale di una vasta rete di satelliti in orbita geostazionaria in grado di offrire una copertura quasi globale per la telefonia e la trasmissione dati. Il Premio "MacRobert" è rilasciato dalla Royal Academy of Engineering ed ha lo scopo di premiare le idee innovative. Il presidente della giuria del Premio "MacRobert", Geoff Robinson, ha dichiarato: «La squadra della Inmarsat ha avuto la lungimiranza di prevedere quella che sarebbe stata la richiesta di un servizio a banda larga a livello mondiale, ed ha avuto il coraggio di investire tempo e denaro nel suo sviluppo». Il servizio di telecomunicazione ideato dalla Inmarsat non soltanto è usato dalle aziende di media e comunicazione di tutto il mondo per trasmettere dati da aree remote, ma è divenuto diffusissimo anche tra le organizzazioni governative. Ora, poi, è considerato uno strumento chiave per le agenzie umanitarie e di emergenza coinvolte nelle operazioni di soccorso. Si pensi che pochi giorni dopo il devastante terremoto in Haiti, quasi 500 singoli terminali della piattaforma ideata dalla Inmarsat hanno avuto accesso al "fascio spot" del Paese. Grande l'orgoglio molisano per il successo conseguito da Franco Carnevale, che ha tenuto alta la bandiera dell'Italia, e nello specifico di Capracotta, al di fuori dei confini nazionali. Carnevale ricopre il ruolo di direttore del settore di ingegneria spaziale dell'azienda inglese. Oltre all'indiscusso onore di aver ottenuto il riconoscimento, l'ingegnere di Capracotta è stato premiato anche con un assegno di 50mila euro da dividere con altri tre menbri del team londinese dell'azienda che ha lavorato al rivoluzionario progetto. Fonte: Capracottese conquista il Regno Unito, in «Il Quotidiano del Molise», XIII:157, Isernia, 9 giugno 2010.
- Il monastero di Santa Croce di Verrino
Sono fermamente convinto che qualsiasi studio sui secoli XIII-XV in Alto Molise non possa prescindere dall'influenza esercitata dal priorato celestiniano di Agnone. Dico questo perché Pietro da Morrone, futuro papa Celestino V, canonizzato dalla Chiesa nel lontanissimo 1313, ha impresso un solco così profondo nell' establishment cattolico del suo tempo che le conseguenze sono ravvisabili persino nel secondo '900, a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In pochissimi anni, difatti, il celestinianesimo si allargò a macchia d'olio dalle montagne della Majella verso Isernia, dove tra il 1272 e il 1275 venne fondato il monastero di S. Spirito. Di lì, sull'onda della novità teologica, anche Trivento ne risultò contagiata, tanto che nel 1290 - ben quattro anni prima dell'elezione al soglio pontificio di Pietro Angelerio - in località Montepiano sorse un cenobio intitolato alla Madonna. Nel 1292 la badessa di S. Chiara di Isernia vendette poi alla congregazione celestiniana rappresentata dal monaco Tommaso di Agnone, la Chiesa di S. Maria, situata proprio in terra d'Agnone, corredando la cessione di tutte quelle proprietà a essa spettanti: stando agli studi del prof. Bruno Figliuolo, l'acquisto era stato favorito e sovvenzionato dall'Università di Agnone che forse intendeva così incrementare il dato spirituale della propria comunità. Appare evidente che, al momento dell'elezione papale avvenuta il 29 agosto 1294, le città di Isernia, Trivento e Agnone ospitavano un monastero celestiniano ciascuna, ufficializzati dallo stesso Celestino V con bolla del 27 settembre 1294. Tralasciando Trivento e Isernia - la prima perché non si può dire con esattezza dove sorgesse il priorato, la seconda perché esterna all'area altomolisana - mi concentrerò qui sul cenobio celestiniano di Agnone, di cui oggi sopravvive l'antica Chiesa di S. Maria a Majella, e in particolare sulla Chiesa di S. Croce di Verrino, dipendente dal monastero di Agnone. La fortuna della congregazione celestiniana agnonese, al pari delle altre, risiedette nella «fama di santità del suo fondatore e dei di lui compagni, [e] si guadagnò in breve la considerazione delle popolazioni delle zone in cui operava, suscitandone, insieme alla pietas , una concreta generosità, che si manifestò nel flusso delle donazioni, cui parteciparono in misura significativa anche gli strati sociali più alti della società locale». Ebbene, lo storico larinese Ugo Pietrantonio (1917-2004) sostiene che al 1433 la conventualità del monastero di S. Croce di Verrino fosse già estinta ma poco dice dell'ospedale annesso a quella chiesa - com'era prassi dell' Ordo Cœlestinorum - e, soprattutto, è piuttosto paradossale che una carta topografica del 1700 firmata da Giovanni Pizzella e una del 1815 evidenzino i confini del feudo verrinese di S. Croce con tanto di chiesa, ospedale e i cosiddetti casalini , gli abituri della gente di campagna. Sulla base della storiografia più recente il priorato di S. Maria a Majella termina la propria attività soltanto dopo il 1789, in ottemperanza alle leggi sulla soppressione degli ordini monastici promulgate dai francesi in Italia. Per quanto concerne la Chiesa di S. Croce di Verrino va detto che il 20 agosto 1443 - dieci anni dopo la data di presunta estinzione formulata dal Pietrantonio - essa risulta parte in causa tra i monaci celestini di S. Spirito del Morrone e Giuliano da Macchia, «da loro accusato di averli spogliati del possesso di quella chiesa». Il nome di Giuliano fa pensare al casato che tenne Macchia almeno fino al tardo XVII secolo, quando anche padre Carlo Borrello scriveva che, per Agnone, « Robertus de Maccla, & fratres eius tenent de supradicto Guillelmo Macclam feudum 1 militis ». La storia del monastero verrinese è fatta di donazioni e oblazioni, e i documenti conservati presso l'archivio della Curia vescovile di Trivento non fanno che riportarne soltanto le informazioni amministrativo-burocratiche: nomi, date e somme in danaro. Per conoscere quale fosse l'attività religiosa svolta in quella chiesa, non si può far altro che desumerla dal numero dei conventuali, probabilmente pochi, visto che la nomina ad abate del monastero di S. Croce di Verrino era spesso un incarico aggiuntivo per chi di fatto risiedeva nel cenobio di S. Maria a Majella. È il caso di Marino di Agnone (o da Anglona) - uno dei nomi maggiormente presenti negli annali del celestinianesimo altomolisano -, procuratore ed economo del priorato agnonese e, al contempo, rettore e poi abate della Chiesa di S. Croce, un frate spesso alle prese con cause terriere. L'encomiabile lavoro di geolocalizzazione effettuato dall'associazione culturale capracottese "Terra Vecchia" nel dicembre 2010 - nelle persone di Pasqualino Potena, Michele Carnevale e Sebastiano Conti - ha portato ad ipotizzare che il luogo in cui sorgesse la chiesa celestiniana di S. Croce di Verrino fosse ampiamente in territorio di Capracotta, al di sopra dell'odierno Parco fluviale del Verrino. Sebbene non vi siano prove murarie sufficientemente consistenti per confermare o meno l'ipotesi dei ricercatori capracottesi, posso dire che nella traduzione della "Narratio historica" che ho firmato per " L'inaudito e crudelissimo racconto ", ho avuto modo di scoprire che uno dei protagonisti, il calvinista slovacco György Lányi (1646-1701), durante la sua fuga del maggio 1675 che da Capracotta lo riportò in Germania, ebbe modo di ripararsi dalla pioggia battente in una piccola chiesetta ( aedes ) di Guastra da cui era possibile vedere casali diruti, molto probabilmente quelli di S. Croce o di S. Nicola della Macchia, la località più prossima. Una prova, questa, che avvalora il persistere della congregazione celestiniana in Alto Molise da cui promana tuttora un dolce odore di alpestre santità. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Frugoni, Celestiniana , Ist. Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1954; B. Figliuolo, I priorati celestiniani molisani di Trivento e Agnone dalle origini alla soppressione (secoli XIII-XIX) , in G. Barone, A. Esposito e C. Frova, Ricerca come incontro. Archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu , Viella, Roma 2013; C. Borrello, Vindex neapolitanæ nobilitatis animadversio in Francisci Ælii Marchesii , vol. II, Ægidium Longum, Neapoli 1653; F. Bozza, Lezioni di storia celestiniana , Homeless Book, Faenza 2014; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018; G. Lányi, Narratio historica, crudelissimæ & ab hominum memoria nunquam auditæ captivitatis papisticæ, necnon ex eadem liberationis miraculosæ , Lipsiæ 1676; J. Aurelien, La vie admirable de notre glorieux père saint Pierre Célestin , Guérin, Bar-le-Duc 1873; K. Borchardt, Die Cölestiner. Eine Mönchsgemeinschaft des späteren Mittelalters , Matthiesen, Husum 1994; L. Gatto, Celestino V: pontefice e santo , Bulzoni, Roma 2006; L. Pellegrini, «Che sono queste novità?». Le religiones novæ in Italia meridionale (secoli XIII-XIV) , Liguori, Napoli 2000; M. G. Del Fuoco e L. Pellegrini, Da Celestino V all'«Ordo Cœlestinorum» , Colacchi, L'Aquila 2005; U. Paoli, Fonti per la storia della congregazione celestina nell'Archivio segreto vaticano , Centro Storico Benedettino Italiano, Cesena 2004; U. Pietrantonio, Il monachesimo benedettino in Abruzzo e Molise , Carabba, Lanciano 1988.
- Pel Comm. Falconi
Il 22 agosto con la corsa delle 2:12 p.m. il Comm. Nicola Falconi, proveniente da Napoli, fu di passaggo per questa stazione ferroviaria diretto a Capracotta. Un largo stuolo di amici, che sapevano del suo arivo, furono a salutarlo alla stazione per confermare ancora una volta all'illustre uomo la loro simpatia. Anche il Cav. Veneziale, venuto appositamente da Longano, volle andare a salutarlo. Il Comm. Falconi però era troppo commosso, perché chiamato telegraficamente in famiglia per la sorella malata. I presentimenti non tradiscono! Un'ora dopo il suo arrivo, potuto appena darle l'ultimo bacio, la diletta sorella spirava in grembo a Dio. Anche noi commossi a tanta sventura, mandiamo all'illustre Comm. Falconi ed al nipote Avv. Leonardo Falconi, figlio dell'estinta, le proteste più sincere del cuore, per la perdita della sorella e madre rispettiva Sig.a Concettina Falconi, associandoci al loro lutto di famiglia. Domenico Barbato Fonte: D. Barbato, Pel Comm. Falconi, in «Il Battagliere Indipendente», VII:15, Isernia, 1° settembre 1898.
- La Repubblica napolitana e l'Alto Sannio
La Repubblica napolitana è quella parentesi statuale che si viene a instaurare a Napoli, dal gennaio al giugno 1799, in seguito alla vittoriosa prima campagna d'Italia di Napoleone. La conquista della Penisola, infatti, rappresenta per Napoleone l'inizio di un cammino trionfale. Nel marzo del 1796, dopo l'uccisione del sovrano Luigi XVI, la nuova Francia rivoluzionaria viene attaccata dalle monarchie europee. Le truppe transalpine si dirigono in Germania per lo scontro decisivo ma il governo francese invia una modesta armata anche in Italia: circa 30.000 uomini, mal equipaggiati, alla cui guida c'è il giovane Napoleone Bonaparte, pronto a cogliere questa grande occasione. Tra il luglio 1796 e il febbraio 1797 l'esercito francese in Italia sconfigge Austriaci e Piemontesi, conquistando Milano e la Lombardia. Napoleone, non pago, valica le Alpi, minacciando persino Vienna. Il 17 ottobre 1797, col trattato di Campoformio, la Francia si annette la Lombardia ma cede Venezia e il Veneto agli Austriaci, causando il risentimento di molti patrioti italiani. Ha così inizio un effetto a catena in tutti i regni e ducati italiani, che si ribellano agli Austriaci, con la formazione di repubbliche anche in Liguria, in Emilia Romagna e a Roma, dove papa Pio VI è costretto ad abbandonare la Santa Sede. Le truppe francesi arrivano fino a Napoli, dove, accendendo le passioni degli illuministi meridionali, danno vita alla Repubblica napolitana. La capitale partenopea, che fin dal 1793 conteneva molti dei germi rivoluzionari, proclama la repubblica dopo che la disfatta di Civita Castellana, coi borbonici costretti alla ritirata davanti all'esercito francese guidato da Jean Étienne Championnet (1762-1800), aveva costretto il conte Francesco Pignatelli - vicario del re, visto che questi era fuggito a Palermo - a concludere il pesante armistizio di Sparanise: a molti liberali meridionali quella sembra l'occasione giusta per instaurare una repubblica sul modello rivoluzionario francese, nella quale le istanze illuministe possano finalmente trovare applicazione concreta. Detta Repubblica, però, nasce non prima dell'aspra guerra civile scoppiata tra controrivoluzionari sanfedisti e rivoluzionari filofrancesi, terminata con l'affermazione dei secondi, e vive un'esistenza travagliata, probabilmente a causa della scarsa adesione del ceto popolare a quegli ideali rivoluzionari d'importazione che hanno invece infiammato le élite intellettuali. Nel breve lasso di tempo in cui la Repubblica napolitana esiste, Championnet emana una serie di proclami, editti, sanzioni ed inviti, che vanno a modificare effettivamente l'organizzazione statale dell'ex Regno di Napoli, tra cui la legge «concernente lo stabilimento e la distribuzione de' Cantoni del Dipartimento del Sangro», firmata il 2 piovoso dell'anno VII che, nel nuovo calendario rivoluzionario, corrisponde al 21 gennaio 1799. Championnet decide di dividere quel territorio in 16 cantoni: Lanciano, Ortona, Palena, Atessa, Pescocostanzo, Castel di Sangro, Agnone, Baranello, Campobasso, Riccia, Trivento, Larino, Termoli, Serracapriola, Dragonara e Vasto. I comuni dell'Alto Sannio sono compresi tutti tra il 6° cantone, quello di Pescocostanzo, e l'8°, quello di Agnone, oltre a quello di Trivento, il 12°. A quel punto il «cittadino Aniello Nobile» compendia, con pressapochismo, il decreto rivoluzionario in una collezione, tant'è che nel sesto cantone inserisce «Pesco Costanzo, Revisondoli, Pietrabondante, Petranzieri, Colleangelo, Giuliopoli, Roscello, Civita Borrella, Civita Luparella, Buonanote, Fallo, Monte Negro, Monte Lapiana, Quadri, Gambarelle, Pizzo Ferrato e Pietra Ferrazzana». Nel settimo cantone include i comuni di «Castel di Sangro, Alfidea, Monte Nero, Acquasparta, Malacocchiara, S. Pietro, Castel delli Giudici, Campo di Giove, Crudoli, Rocca di Cinque Miglia, Rocca del Raso, Rimogna, Scontrone, S. Angelo, Valle Varrea, Civitella, Varrea, Rocca Tramonti, Opi e Peschio Asserole». Nell'ottavo cantone figurano i centri di «Agnone, Pescopignataro, Belmonte, Castelluccio, Cacavere, Begnuolo, Torella, Civitavecchia, Molise, Fusolone, S. Angelo in Grottola, Pescolanciano, Civitanuova, Chiavici, Castiglione, Carovilli e Vastogirardo». Infine Aniello Nobile inserisce nel dodicesimo cantone i comuni di «Trivento, S. Biase, Salcita, Peselatura, S. Salvatore, Castel Guidone, li Schiavi, S. Giovanni in Verde, Castiglione, G. di Jonata, Guardia Bruna, Torre Bruna, Monte Ferrante, V. M. S. Civitella del Conte, Colle di Mezzo, Baselice, Rocca Spinalberto, Fraino, Celenza di Trigno, Acqua Borrara e Rocca Vivara». Data la storpiatura dei toponimi, c'è da credere che nella raccolta del Nobile siano presenti molti refusi di stampa ma è altrettanto sicuro che alcuni comuni mancano all'appello, primo fra tutti Capracotta e poi Forlì del Sannio, Roio del Sangro o Villa S. Maria. Capracotta probabilmente non ha partecipato, o lo ha fatto in minima parte, al fervore rivoluzionario del 1799. Luigi Campanelli scrive che «quel nascente entusiasmo fu presto ammorzato presso il popolo, già di per sé scettico per l'antico e perseverato servaggio». Lo storico Alfonso Perrella, con riferimento al cosiddetto Albero della Libertà – elemento tangibile e simbolo supremo degli ideali rivoluzionari –, evidenzia poi che «in Capracotta non si ha memoria certa che si fosse piantato». A ciò aggiungiamo che la trascuratezza storiografica con cui Aniello Nobile confeziona nel 1799 la sua raccolta di editti sembra rispecchiare lo spirito con cui Capracotta prende parte alla Rivoluzione francese, uno spirito pressoché nullo. Il maggior contributo che la nostra cittadina apporta agli eventi del 1799 sta tutto nella persona di Maria Angela Rosa de Riso (1760 ca.-1815), duchessa di Capracotta, una donna modernissima, dal raffinato gusto estetico, che partecipa e organizza i salotti intellettuali nei quali l'illuminismo partenopeo cerca con urgenza un'applicazione concreta. Tuttavia, all'indomani della caduta della Repubblica, avvenuta il 13 giugno 1799 dopo la riconquista del cardinale Fabrizio Ruffo, la duchessa Mariangela, disperata e impaurita, è costretta a riparare in modo rocambolesco a Parigi dove, inizialmente «priva di mezzi [e] faceva debiti da per tutto», riceve finalmente un sussidio dal governo napoleonico di 200 franchi mensili. La vita della duchessa di Capracotta prosegue tra alti e bassi fino alla sua morte, sopravvenuta il 9 dicembre 1815 proprio a Parigi, capitale eletta di ogni uomo libero, di ogni vero citoyen du monde, in un'Europa che sta per inabissarsi nella Restaurazione. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Albanese, Cronache di una rivoluzione. Napoli 1799, Angeli, Milano 1998; B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, Laterza, Bari 1935; M. D'Ayala, Napoli nel terrore: 1799-1800, in «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», XCV:174, Roma, settembre-ottobre 1901; C. De Nicola, Diario napoletano, vol. I, Pierro, Napoli 1906; M. A. Macciocchi, Cara Eleonora. Passione e morte della Fonseca Pimentel nella Rivoluzione napoletana, Rizzoli, Milano 1993; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Nobile, Proclami, leggi, editti, sanzioni, ed inviti così del generale in capo Championnet, vol. I, Nobile e Bisogno, Napoli 1799; A. Perrella, L'anno 1799 nella Provincia di Campobasso. Memorie e narrazioni documentate con notizie riguardanti l'intiero ex Regno di Napoli, Majone, Caserta 1900; A. M. Rao, Esuli. L'emigrazione politica italiana in Francia: 1792-1802, Guida, Napoli 1992.
- Capracotta, Prato Gentile e Monte Campo
Il Molise, è una terra piccola nelle fattezze ma che racchiude al suo interno molteplici bellezze da scoprire. Una di queste è il comune di Capracotta che con i suoi 1.421 m. sul livello del mare si aggiudica il secondo posto sul podio dei comuni più alti dell'Appennino. I suoi 885 abitanti godono di una vegetazione florida caratterizzata da boschi di abeti bianchi e faggi che generano panorami inalterati dal tempo e dalla mano dell'uomo. Nonostante le origini medievali, nel corso del tempo e di varie ristrutturazioni ha assunto sembianze più moderne ma passeggiando tra le sue vie i mattoni delle mura, la legna fuori dalle porte, il fumo dei comignoli che invade l'aria pungente, mantengono un forte sapore montano. In inverno non è difficile imbattersi in paesaggi innevati divenendo così il luogo ideale per gli amanti degli sport sulla neve, è infatti nota per i suoi due importanti impianti: uno per lo sci alpino in località Monte Capraro e Monte Campo predisposto di seggiovia e l'altro per lo sci di fondo in località Prato Gentile, dove si svolsero nel 1997 i Campionati assoluti di sci di fondo appunto. E per chi non avesse questa passione ma volesse semplicemente perdersi tra suggestivi angoli di pace, una tranquilla ciaspolata sortirebbe i medesimi effetti benefici. Allo stesso modo la stagione estiva non mancherebbe di stupire, la natura spogliata del manto nevoso si concede lussureggiante nel verde dei prati e nelle innumerevoli sfumature floreali senza mai stancarsi di percorrerli. Un luogo da non tralasciare è il Giardino della flora appenninica posto a 1.525 m. e che si estende per oltre dieci ettari fino ad arrivare nel versante nord di Monte Campo. Si tratta di un orto botanico naturalein grado di ospitare e tutelare diversi habitat naturali grazie a diversi terreni disponibili. Rappresenta un esempio di vero amore per il proprioturismo naturalisticotanto da essere continuamente impegnato nella tutela dellabiodiversità. Ma dopo aver girato e faticato anche il palato è giusto che venga soddisfatto e l'aspetto culinario fa di questo posto un'eccellenza. Proprio d'estate, nella prima domenica d'agosto a Prato Gentile è tradizione gustare la Pezzata, piatto d'altri tempi legato alla transumanza, caratterizzato da agnello alla brace e da pecora bollita con erbe aromatiche seguendo le ricette originali dei pastori, tutt'intorno ai grossi calderoni usati per cuocere suddette prelibatezze, i gruppi folcloristici animano con musica e canzoni, ed è una gran festa per tutte le età. Insomma la quiete e il silenzio dell'inverno per un giorno, lasciano il posto a momenti di sana euforia. Ed è bene goderne perché come si dice da queste parti: "Alla prima acqua di agosto rimetti il busto". Cioè alle prime piogge di agosto rimetti vestiti pesanti, perché l'estate sta finendo. Le stagioni si ripetono com'è giusto che sia, ma questi luoghi trasmettono sensazioni sempre nuove e positive e una cosa è certa, quando si ha la fortuna di conoscerli si fa molta fatica ad andar via. Irma Alleva Fonte: https://magazine.dooid.it/.
- Capracotta!? Che nome buffo...
– Capracotta!? Che nome buffo ha questo paese? – esclama all'improvviso Claudia a spasso con nonno Matteo nella villa comunale. – Non è il solo paese in Italia ad avere un nome strano – ribadisce il nonno. – Pensa che in Puglia un paese si chiama Troia ed in Umbria un altro paese si chiama Bastardo. La nipotina, non soddisfatta, ne vuole sapere di più. Non la interessano gli altri paesi e le amichette che la invitano a giocare, vuole sapere perché Capracotta si chiama così e con aria incuriosita chiede al nonno: – Tu sai perché, nonno, questo paese si chiama Capracotta? – Certamente e, visto che lo vuoi sapere, proverò a spiegartelo anche se non sarà facile farmi capire per la tua tenera età. – No no, capirò perché tu sei molto bravo a raccontare le storie. – Le storie sì, la Storia però è un'altra cosa, cara piccolina, e tu non hai ancora le conoscenze basilari per comprendere i fatti che andrò ad esporti. – No, no, dai nonnino voglio sapere. – Va bene, cercherò di essere il più semplice possibile e partiremo da moltissimi secoli fa. E così si siedono sull'ultima panchina della villa comunale, Claudia si sistema la gonnina, e con attenzione si dispone vicino al nonno per ascoltare la lezione. Nonno Matteo si schiarisce la voce, farfuglia qualche parolina e dopo una breve pausa di concentrazione inizia la lezione. – Devi sapere, Claudia, che Capracotta ha una storia più antica di Pompei ed Ercolano. Tu conosci Pompei ed Ercolano? – Certo – ribadisce Claudia, – agli scavi delle due città vi lavorano mio padre e mia madre. – Le città antiche di Pompei ed Ercolano, – continua nonno Matteo, – furono fondate dai Romani e furono distrutte dal Vesuvio nel corso della più potente eruzione della sua vita. Il primo abitato di Capracotta, che non si chiamava così, fu fondato dai Sanniti e fu distrutto dai Romani. – Erano cattivi, i Romani? – ribadisce stizzita Claudia. – Non erano né buoni né cattivi, erano come tutti gli uomini di allora e di oggi. A volte buoni e a volte cattivi. Un po' come te, che a volte sei brava e a volte sei meno brava. – No, io sono sempre brava – si difende la bimba. – Va bene, scusa, sei brava, scherzavo. Devi sapere, allora, che gli antichi Sanniti vissero per molti secoli in due contrade del territorio di Capracotta e precisamente in località Guastra e Macchia. I Sanniti erano un popolo forte, dei montanari che, per loro sfortuna, però, si trovarono a far la guerra coi Romani per la conquista dei territori necessari alla loro sopravvivenza. La guerra durò moltissimi anni e si concluse con la sconfitta dei Sanniti. Nel territorio di Capracotta, oggi, ci sono molti reperti che testimoniano dell'esistenza di questo popolo. – Dove si trovano esattamente? – Alcuni, a pochi km. da Capracotta, sulla strada che porta ad Agnone, come ti dicevo prima, in località Macchia e Guastra. Qui si pensa che oltre alle case, naturalmente non come quelle di oggi, allora erano piccole e di legno, vi era anche una specie di Santuario dove le persone si riunivano per pregare i loro Santi. La sua esistenza è dimostrata dal ritrovamento, nella seconda metà del 1800, da parte di un contadino che stava arando la terra in quella zona, di una tavola di bronzo chiamata Tavola Osca, dove sono incise i nomi delle divinità venerate e le preghiere recitate dai Sanniti. Oggi La Tavola Osca è conservata in un importante museo di Londra. Altri reperti archeologici risalenti ai Sanniti si trovano anche su Monte Capraro, su quella montagna dove c'è la seggiovia. Si tratta delle mura ciclopiche. Una fortificazione costruita con grosse pietre poste a secco una sull'altra dai Sanniti per difendere i loro animali dai nemici. Oggi, sono visibili lunghi tratti dell'antica muraglia nonostante i circa duemila anni trascorsi dalla data di costruzione. – Vorrei andarla a visitare – implora con insistenza la bimba. – Ci andrai ma appena diventerai più grande, il grosso del tragitto si può percorrere in macchina, ma l'ultimo km. bisogna percorrerlo a piedi. È faticoso perché è un tratto tutto in salita e tu ora non sei in grado di affrontarlo. Appena diventerai più grande nonno o papà e mamma ti accompagneranno. Claudia si tranquillizza, chiede di bere. Il nonno si stiracchia un pò le gambe. Una breve pausa è d'obbligo per entrambi gli interlocutori e le distrazioni non mancano data la presenza rumorosa di amici, parenti e bambini che si godono il sole di questa magnifica giornata di agosto. Claudia viene catturata dalla cugina Eleonora. Di corsa sugli scivoli e sulle altalene della villa comunale. Nonno Matteo è avvicinato da alcuni estimatori del suo "Diario di Capracotta" che lo invitano per il giorno dopo a Santa Lucia per fotografare il meccanismo elettrico che verrà applicato alla campana della cappella. C'è anche chi gli chiede che tipo di fiore è quello riportato sulla copertina del Diario di quest'anno. Insomma la mattinata sembra concludersi in chiacchiere. Ma non è così, Claudia ritorna sui suoi passi, abbandona le amichette e si riavvicina al nonno per riprendere la storia di Capracotta. – Sei di nuovo qui? – esclama nonno Matteo. – Sì caro nonnino, non ho ancora capito perché questo paese ha un nome così buffo. – Va bene, fra poco riprenderemo la lezione. Intanto nonno Matteo saluta gli amici, riprende Claudia per mano e vanno a sistemarsi sulla stessa panchina in fondo alla villa, ancora libera forse perché troppo soleggiata. – Sediamoci qui, nessuno ci disturberà. – Va bene nonno, sono tutta orecchie. – Dove eravamo rimasti Claudia? – Alle mura ciclopiche nonno. – Le mura ciclopiche costituirono l'ultimo baluardo dei Sanniti, che, come abbiamo detto prima, furono sconfitti dai Romani e sparirono come popolo autonomo. I Romani, che avevano, un esercito molto forte oltre a sconfiggere i Sanniti sconfissero anche altri popoli italiani e stranieri, e diventarono i padroni del mondo per circa mille anni. Durante questo lungo dominio del popolo romano si sa niente di quello che è successo nel territorio di Capracotta. Di certo si sa, invece, che, al tempo delle invasioni dei barbari in Italia c'è stata presenza umana nel comprensorio e che il nome Capracotta apparirà ufficialmente nel 1040. – Chi erano i barbari, nonno, gente cattiva? – Erano popoli che venivano da molto lontano: dall'Asia, dalla Germania, dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Russia, ed da altre nazioni europee. Spinti dalle guerre, ad ondate, entrarono nei territori dell'Impero Romano e lo conquistarono. Anche l'Italia fu conquistata dai popoli barbari. Erano spietati e incutevano paura. Molte persone, soprattutto i religiosi, per paura di essere uccisi dai Barbari, si rifugiarono sui monti. Nel circondario di Capracotta successe così che alcuni religiosi per sfuggire al massacro degli infedeli si rifugiarono ancora sopra Monte Capraro. – E non avevano freddo su quella montagna? – Beh non vivevano all'aperto. Per vivere si costruirono un monastero. Resti di quel monastero sono ancora visibili sulla dorsale del monte. Si è scoperto che quell'eremo si chiamava eremo di San Giovanni ed era gestito da un certo padre Ruele che scrisse le regole in volgare e non più in latino. – Posso andarlo a visitare? – Certamente ma solo quando sarai grande perché è lontano e bisogna andarci a piedi e tu sei piccolina per poter fare una simile passeggiata. – Va bene nonno. E dopo che succede? – Succedono tante cose. Con l'arrivo dei barbari cambia la storia italiana e così anche la storia di Capracotta. – Davvero, e che succede di tanto sconvolgente? – Succede che Capracotta diventa paese e verrà chiamata appunto Capracotta. – Finalmente saprò perché il paese si chiama così e chi la chiamata così! – Tra i tanti popoli barbari che arrivarono in Italia ci furono anche i Longobardi. I Longobardi erano una popolazione germanica orientale che, nel 568, guidati da Alboino, si insediarono in Italia, dove diedero vita a un regno indipendente che estese progressivamente il proprio dominio sulla massima parte del territorio italiano continentale e peninsulare. – E arrivarano anche a Capracotta? – Sì, Claudia. E furono proprio questi Longobardi arrivati nel nostro territorio a fondare il paese e a dargli il nome di Capracotta. – Non ci posso credere! – interrompe Claudia tutta stupita. – E perché proprio Capracotta? – La risposta è semplice. Questi popoli quando conquistavano un nuovo territorio uccidevano una capra e donavano la testa al dio Thor in cambio della sua protezione. E così arrivati a Capracotta eseguirono il rito propiziatorio e assieme ai pochi abitanti del posto decisero di chiamare il nuovo abitato Capracotta proprio come la capra uccisa. – E dove si trovava il vecchio abitato? – A quei tempi il paese era molto piccolo e comprendeva l'area dove oggi c'è la Chiesa Madre e i giardinetti del Belvedere. Col passare dei secoli Capracotta, però, diventerà sempre più grande e subirà diverse dominazioni. – Che significa dominazioni? – chiede Claudia. – Significa che altri popoli avranno il comando di Capracotta secondo le varie dinastie che si succederanno nella dominazione del resto d'Italia. E così dopo i Longobardi, arrivarono i Normanni. Reperti normanni sono stati rinvenuti anche nella zona di Monte Forte. Dopo i Normanni, Capracotta passò sotto il Regno di Napoli e praticamente lo è stata sino alla formazione dello Stato Italiano. – Dove abitiamo noi – precisa la bambina molto attenta alla lezione del nonno. Un piccolo sbadiglio di Claudia fa capire che la stanchezza comincia a farsi sentire. Uno sguardo all'orologio. – Oh! è ora di pranzo! Dobbiamo andare. E nonno Matteo e la nipotina Claudia si incamminano vero casa. Percorrono corso Sant'Antonio, piazza Falconi, via Roma, via Leonardo Falconi e finalmente a casa, dove nonna Maria li accoglie rimproverando nonno Matteo per il ritardo. – Nonno Matteo è bravo – interviene Claudia. – Mi ha detto tante cose belle sulla storia di Capracotta e domani mi deve raccontare tante altre cose belle sul paese, tu non devi sgridarlo. Poi tutti a tavola, anche il piccolo Matteo, il fratellino di Claudia, che nonostante ha appena finito di mangiare, si riaccomoda sul seggiolone sgranocchiando un pezzo di pizza all'olio. Claudia ripete con gioia quello che ha appena imparato dal nonno e si mostra sempre più entusiasta della sua permanenza a Capracotta. – Ora so chi ha fondato Capracotta e chi l'ha chiamata così. Sono stati i Longobardiii – ripete Claudia, con soddisfazione e con aria da saputella. – La storia di Capracotta continua, – le ricorda il nonno. – La lezione non è ancora finita. – Sono pronta a riprendere la lezione, nonno, cosa è successo dopo la fondazione del paese? Si siedono sul divano di casa e nonno Matteo riprende la spiegazione. – Come anticipato, Capracotta per molti secoli fu assoggettata al Regno delle Due Sicilie. In questo lungo periodo molti sono stati i duchi napoletani che hanno comandato a Capracotta. E i palazzi più importanti esistenti in paese risalgono proprio a quel periodo storico. Tra questi: l'attuale palazzo comunale e il palazzo che ospita la residenza per anziani. Costruzioni imponenti realizzate sulle rocce del massiccio capracottese. – C'è ancora il duca di Capracotta? – chiede Clauda. – Certo che c'è, anche se non comanda più a Capracotta. Vive a Napoli e si chiama Capece Piscicelli Piromallo. Devi sapere che a Napoli, Ercolano e Massa di Somma esistono altrettanti palazzi Capracotta, appartenuti alla nobiltà napoletana. – Dopo l'Unità d'Italia i duchi perdono il potere e Capracotta diventa un paese della Repubblica Italiana. Diventa un paese sempre più grande e molto ricco grazie agli allevamenti di pecore. Nel 1943 nel corso della Seconda guerra mondiale viene distrutto dall’esercito tedesco in ritirata. Dopo il 1945 viene ricostruito e diventa uno dei paesi più importanti del Molise, soprattutto, per le piste di sci. Oggi Capracotta è una località turistica, con tante bellezze naturali e strutture ricettive importanti, molto frequentata sia nei mesi estivi sia nei mesi invernali da tanti vacanzieri come te. – Tu, nonnino, vuoi bene a Capracotta? – Sì, nipotina, è il paese dei miei nonni, dei miei genitori che porto sempre nel cuore. Spero che piaccia anche a te per averti a Capracotta anche quando sarai grande. – Anch'io voglio bene a Capracotta. Gli vogliono bene anche mamma e papà e ci torneremo sempre. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, Capracotta!!?? Che nome buffo..., in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.
























