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  • Intervista a Silvio Trotta

    Carissimi lettori, introducendo il post con l'intervista a Daniele Girasoli avevo detto che mai e poi mai avrei potuto riportarvi interviste così come sono avvenute. Il tempo passa, le cose cambiano, ed ecco a voi un'intervista a Silvio Trotta, musicista molisano, eccellente suonatore di strumenti a plettro e leader dei Musicanti del Piccolo Borgo. Domanda: – Qual era la musica che circolava in famiglia quando eri bambino? Risposta: – La mia famiglia non era una famiglia musicale: non c'era una particolare attenzione per l'acquisto di dischi o cassette, né si cercavano programmi televisivi o radiofonici che trasmettessero specifici generi musicali. La musica era semplicemente ciò che passava la radio che mio padre, facendo il sarto e lavorando in casa, teneva sempre accesa. D: – Quando hai iniziato a condizionare musicalmente la vita della tua famiglia? R: – Tutto è iniziato verso i quattordici o quindici anni, quando ho cominciato a suonare qualche strumento, la chitarra in particolare. Non ho mai fatto studi classici, ho sempre suonato la chitarra acustica e d'accompagnamento oltre all'elettrica. Fino a vent'anni circa suonavo pop, rock e anche qualcosa di leggero italiano. Facevo cover dei Led zepelin, Deep Purple e altri gruppi simili, all'interno dell'oratorio dei Salesiani, dove si era allestito un gruppetto, nel quale io suonavo o la chitarra elettrica o il basso. Tutto ciò è durato fino a quando dei miei compagni di classe del liceo ebbero la folgorazione dopo l'ascolto della "Tammurriata nera" interpretata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. I ragazzi rimangono sconvolti dall'ascolto (non erano musicisti e non glie ne importava nulla), tanto da parlarne sempre in classe ed essere andati a Roma per vedere il gruppo napoletano. I due, intanto, si divertono a suonare insieme chitarra e flauto, in modo completamente dilettantistico, mentre io, a mio modo, ero affermato e già facevo dei concerti, anche se di tutt'altro genere. Venne un giorno, però, che non potei più trattenere la mia curiosità, quindi ebbi l'occasione di ascoltare anch'io la Nuova Compagnia, rimanendone a mia volta folgorato, soprattutto dalle voci di Giovanni Mauriello e Peppe Barra, specialmente dalla loro "sanguignità". Siamo nel 1975. Proposi ai miei compagni di fare qualcosa di serio e, tornato a Roma al negozio dove avevo preso la chitarra elettrica circa l'anno prima, riportandola indietro presi un mandolino. Da qui iniziò l'avventura dei Musicanti del Piccolo Borgo. D: – Chi erano questi due compagni di liceo? R: – Stefano Tartaglia [fiatista del gruppo, N.d.A.] e Franco Giusti, che è stato il nostro chitarrista fino a due anni fa. D: – Quando nasce invece il Silvio Trotta ricercatore? R: – All'inizio, come facevano tutti i gruppi alle prime armi, anche noi, per il primo anno o anno e mezzo di vita, facevamo solo cover della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Mettemmo su velocemente un repertorio di 15-20 pezzi, con tutti i loro brani più famosi. Entrò subito la cantante Marika Spiezia, che era più grande di noi. Era solo una nostra amica napoletana, che quindi ci facilitò il compito di rifare i brani della NCCP. Poi, grazie a Stefano Tartaglia, che si era iscritto a Etnomusicologia all'Università, ci chiedemmo: dato che il repertorio raccolto da De Simone viene tutto da ricerche archivistiche confrontate con fonti orali, perché non iniziamo a nostra volta a ricercare canti "sul campo" [dai suonatori anziani, N.d.A.]? Le ricerche le iniziammo noi tre nell'estate dell'anno successivo, partendo da Capracotta, mio paese d'origine, in Molise. Ora noi abbiamo un archivio di circa trentasei cassette, incise in sei anni di ricerca. D: – Però nel lavoro dei Musicanti non si è mai rinnegata la cover. R: – Se si guarda la nostra discografia in ordine cronologico, si vede che, nella prima incisione, una cassetta autoprodotta intitolata "Musicanti del Piccolo Borgo" ci sono solo brani nostri, ricercati e rielaborati da noi in maniera molto tradizionale e semplice, d'altronde eravamo agli albori. Anche il secondo lavoro, uscito solo su cassetta ed intitolato "Canti e ritmi dell'appennino", conteneva solo brani rielaborati da noi, mentre poi abbiamo pensato di pubblicare "Pacienza nenna mia", omaggio alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, per ringraziarla della scintilla che aveva fatto scoppiare in noi. L'album contiene brani come "Sia maledetta l'acqua", "Si te credisse" e altri. Non abbiamo fatto questo album come chi vuole fare delle cose per la prima volta, ma solo come omaggio, la cosa ci è piaciuta molto, ma, ad un certo punto, ogni musicista deve fare le proprie cose. Per quanto riguarda il nostro archivio, l'anno scorso è stato digitalizzato, permettendoci di non toccare più quei fragili nastri incisi negli anni Settanta. Per giugno è prevista l'uscita del nuovo CD dei Musicanti, che conterrà molti brani molisani, tra cui due canzoni in dialetto albanese raccolte da Cirese. Il CD si chiamerà "Ecchite maio" (Ecco maggio) e nel titolo si ispira ad un rito che ha luogo a Fossalto, nella Pagliara di Fossalto, in Molise, dove un uomo vestito completamente di arbusti, viene accompagnato nel suo peregrinare per il paese dalle zampogne, ed innaffiato d'acqua affinché il nuovo raccolto sia buono. D: – Con che spirito rielaborate i brani? R: – Noi, quasi sempre, abbiamo trovato solo la persona anziana che ci ha cantato la melodia e ci ha dato un testo. Tutto il resto è nostra creazione. Intanto individuiamo un'armonia, che rispetti i canoni della musica popolare, infatti noi, molto difficilmente, usiamo accordi che abbiano spudoratamente a che fare con altri generi musicali. Ci permettiamo, invece, di godere di una maggiore libertà per quanto riguarda gli strumenti usati. Noi, infatti, abbiamo uno strumentario che, a grosse linee, rispecchia tutta la tradizione del centro-sud Italia, ma l'abbiamo voluto gestire in maniera molto libera, facendoci magari portare più dalle sonorità e dai nostri gusti, piuttosto che da uno studio attento del folklore di ogni zona. Comunque, i nostri interventi, sono stati sempre portati verso una riconoscibilità del testo e della melodia, perché ne abbiamo massimo rispetto. La cosa che più ci fa piacere, quando torniamo a suonare in paesi dove abbiamo ricercato brani, è ritrovare gli anziani che ce li hanno insegnati, che a fine concerto ci vengono a dire che hanno riconosciuto i brani che loro ci avevano dato. Non ci è mai piaciuto contaminare tanto per farlo, oltretutto questa parola racchiude in sé qualcosa di negativo. D: – Come nascono le collaborazioni con Riccardo Marasco e altri musicisti tosco-emiliani? R: – Io, circa vent'anni fa, mi sono trasferito ad Arezzo, dove ho incontrato Riccardo Marasco, migliore e più grande interprete di musica popolare toscana. D: – Come vi siete conosciuti? R: – Ci siamo conosciuti tramite un giornalista di Firenze, che conosceva i Musicanti del Piccolo Borgo, il quale ci ha detto di pensare ad una collaborazione. Marasco fu subito molto aperto e inizialmente collaborò con tutto il gruppo [ribattezzandolo spesso "I Musici di Acanto", N.d.A.]. Con il tempo, poi, io sono diventato l'arrangiatore dei suoi brani, ho cominciato a seguirlo da solo, anche per questioni pratiche. Questa collaborazione, naturalmente, è sfociata in due dischi di Riccardo Marasco: "Pace e non più guerra", dedicato alle laudi, e "Un bacione a Firenze", dedicato al grande autore, cantante ed attore fiorentino Odoardo Spadaro. Anche con i Viulan [gruppo di ricerca e riproposta emiliano, di cui fa parte anche Lele Chiodi, che spesso canta con Francesco Guccini, N.d.A.], è stato un incontro fortuito. Stavo incidendo il cd dei Musicanti del Piccolo Borgo "Stella cometa" nello studio di Giorgio Albiani. In quei dieci giorni lui, che già faceva parte dei Viulan da cinque o sei anni, si è accorto che io suonavo tutti questi strumenti, proponendomi di entrare nel gruppo. Mi fece ascoltare il cd che avevano fatto e a me piacque da morire ed accettai. Poi venne il disco live, numerosissimi concerti dappertutto, l'imminente disco nuovo... Ho anche progetti più piccoli che mi fanno un po' respirare, perché muovere un gruppo di sei persone come Musicanti del Piccolo Borgo, oggi come oggi è molto difficile. Faccio parte del trio tresca, con il quale eseguo musica da ballo del centro Italia, ed i nostri concerti sono fondamentalmente feste da ballo, il duo con Jessica Lombardi, che mi ha permesso anche di aprire alcuni concerti di Davide Van De Sfross. Ultimamente mi sono messo a collaborare anche con i Setamoneta, gruppo di folk toscano, per il quale sto ultimando gli arrangiamenti del disco. L'anno scorso ho fatto un'esperienza molto interessante con Claudia Bombardella, musicista che lavora in Val d'Arno, che ha una formazione in quartetto, con fisarmonica e clarinetti suonati da lei, violino, violoncello e contrabbasso. Avevo paura perché tutti quei musicisti provenivano dalla musica classica, mentre, devo dire di essermi trovato benissimo e di essere stato molto apprezzato. D: – Come hai studiato gli strumenti popolari? R: – Nella maniera più tradizionale: guardando gli altri. Per i plettri guardavo nel revival gente come Eugenio Bennato o la Nuova Compagnia, mentre per quanto riguarda i tamburelli, i pifferi e le zampogne, ho imparato dai suonatori tradizionali. La cosa non riguarda solo me, tutti noi dei Musicanti abbiamo sviluppato la nostra cultura e tecnica imparando dagli altri, senza particolari approcci di studio. D: – Però siete molto rigorosi nell'intonazione degli strumenti. R: – Sì, su questo Stefano Tartaglia è micidiale, lui, praticamente, passa la vita con il piffero e la zampogna che sono strumenti che fanno dannare!. Nel nostro nuovo disco avremo delle collaborazioni, tra cui Nando Citarella alle percussioni, avremo l'aiuto del nostro ex percussionista Andrea Piccioni, e Giancarlo Parisi, straordinario suonatore di zampogna a paru messinese. Per scoprire un po' Silvio Trotta e i suoi Musicanti, vi consiglio di andare su http://www.musicantidelpiccoloborgo.it/, da cui ci sono i link ai profili degli altri progetti di cui si parla in questa intervista. Buon ascolto e buon divertimento. Valentina Locchi Fonte: https://musicadautoredintorni.blogspot.com/, 8 aprile 2009.

  • Riflessioni sulla vicenda di Bernadette Soubirous

    Questa vicenda, secondo me, parla a tutte/i coloro che amano la natura e un altro mondo possibile e in particolare a chi si occupa di energie sottili e di pratiche esoteriche ma anche ai materialisti scettici. Prima di entrare nel merito, faccio queste premesse: come accennavo, ormai da 4 mesi non mi muovo da Lainate e quasi anche da casa perché Peppina, mia madre, non può stare più da sola. Ebbene questa mia situazione mi ha portato a guardare di più la televisione, in particolare non mi perdo quasi mai la trasmissione "Geo", che non mi stanco mai di elogiare. Agli inizi di febbraio annunciano che l'11 dello stesso mese ci sarà una puntata di "Porta a porta" (che non vedo mai) dedicata al 150° anniversario dell'apparizione della Madonna a Bernadette, a Lourdes. Incuriosito, la vedo tutta, ricordandomi che nel giugno del 1971, con mia madre, una lontana parente, zia Adele e una loro amica, partecipammo al pellegrinaggio in treno (oltre 600 persone di tutte le età e condizioni di salute e vita) per Lourdes. In quel periodo stavo uscendo dall'esperienza in un oratorio "alternativo" gestito da un prete, don Sante, che si rifaceva molto all'esperienza di don Milani, però il nostro gruppo ne uscì abbandonando la fede ma non l'amore per il mondo, per dirla con Hannah Arendt. Ci andai a Lourdes, perché me lo chiese mia madre che già allora soffriva di problemi di artrosi varie e mal di testa. Il clima che trovai era di freddo, pioggia e umidità. Però mi piaceva tanto quell'aria frizzante dei Pirenei. E desiderai fare il bagno nella famosa acqua. Fu forse la mia prima esperienza di idroterapia perché il contatto di pochi secondi con quell'acqua gelida mi risvegliò tutte le cellule ed ebbi la sensazione, lo ricordo come fosse oggi, di un'acqua oleosa e una piacevolissima sensazione di caldo e di benevola leggerezza. E così invitai Peppina a fare il bagno. Lei non desiderava farlo perchè sua madre, Mammaletta, in passato le aveva consigliato la massima prudenza nel toccare o farsi toccare dall'acqua fredda, secondo lei causa, soprattutto per i grandi bucati al torrente Verrino a Capracotta, paese di montagna del Molise ove vivevano, dei suoi malanni. Ma alla fine decise di provare e il risultato fu che, dopo pochi giorni al ritorno a Lainate, le venne una pericardite in seguito a una pleurite, a detta del suo medico Roberto (non voglio fare il cognome perché ora lo chiamano spesso in TV), causata proprio dall'imperizia dell'immersione e aggiungeva a Peppina: «la Chiesa mostra sempre i casi di chi torna miracolato ma mai dice delle tante persone che si ammalano o aggravano per l'imperizia nel praticare questa forma di idroterapia oppure semplicemente che quella persona non è pronta, o non le fa bene, per l'immersione». Per farla breve, per 6 anni Peppina ha convissuto con una pancia enorme, sembrava perennemente incinta al dodicesimo mese, con una via crucis di ospedali e cure fino a quando all'ospedale Maggiore le dissero che ormai le rimanevano pochi mesi di vita e l'unica possibilità era fare un intervento al cuore per staccare la pellicola, il pericardio (non vorrei sbagliare i termini), che si era incollata al cuore e non le permetteva una normale contrazione. Aggiungendo che, data l'età e le condizioni generali di salute e lo stadio di interventi così delicati, un'operazione su mille andava bene. L'intervento riuscì tra lo stupore dell'equipe medica. Tre di quei medici, dopo pochi anni, sono morti chi di infarto chi di altri malanni; Peppina, grazie alla sua fibra forte, ha resistito. E veniamo ad oggi. Dopo qualche giorno dall'aver visto la trasmissione in TV, facendo ordine e pulizia nell'armadio di Peppina, su sua autorizzazione, trovo uno dei suoi libri che gelosamente custodisce dal titolo "Bernadette Soubirous" e, come sottotitolo, "La guerriera disarmata di Anne Bernet" (Società Editrice Internazionale), scritto nel 1994 e uscito in Italia due anni dopo. E così l'ho letto e poi riletto e mi ha illuminato e portato a queste riflessioni. L'autrice è una giornalista cattolica che però racconta bene i particolari della vita di Bernadette. Ne esce quasi una saga e grazie a tutti quei dettagli e alla rilettura dei medesimi con le ricerche della studiosa svizzera Jutta Voss, in particolare con il libro "La luna nera" di Red Edizioni, ho capito tante cose e ne traggo tanti insegnamenti, personali ma anche per tutte/i coloro che amano un mondo di pace e amore in armonia con la natura. Di solito si evidenzia l'apparizione della Signora Bianca, più spesso chiamata, all'inizio Signorina Bianca perché molto giovane e quindi quella visione è vista come il vero segno straordinario che conferma la santità e la dottrina di fede cattolica, in particolare che la Signora Bianca, alla fine degli incontri si chiamasse, Immacolata Concezione. Ma faccio un riassunto dei particolari che mi hanno colpito con relative riflessioni. Allora, prima di tutto Bernadette ebbe le famose apparizioni, diciotto in totale, mi pare, all'età di 13-14 anni, e spesso ad altre "pastorelle" accadrà di avere visioni, sempre attorno a quell'età. Nelle antiche società matriarcali, quella era un'età particolare, di passaggio; cioè era l'età del menarca, l'apparizione (!) del ciclo mestruale, considerato fenomeno straordinario, meraviglioso, metamorfico tanto che la bambina-ragazza ne sarebbe uscita donna. Quella trasformazione era fatta vivere in una capanna, al chiuso e su una pedana, per alcuni giorni in isolamento, non per punizione o disprezzo, bensì perchè a un certo punto la ragazza avrebbe avuto un sogno o visione premonitore-oracolare che avrebbe orientato tutta la comunità, e una campanella o tamburo avrebbero avvisato tutta la comunità del sogno avvenuto che, grazie alla sapienza delle sagge donne anziane, lo avrebbe decifrato o semplicemente tradotto in indicazioni concrete. Quindi i sogni e le visioni non erano e non sono un qualcosa di straordinario, soprattutto nel mondo delle donne, anzi sono quasi la norma. Senza andare lontano, mia madre mi ha sempre raccontato centinaia e centinaia di episodi, sia accaduti a lei o alle sue conoscenti, di sogni, visioni, segni tranquillamente considerati messaggi da ascoltare, decifrare e seguire e chi non lo faceva, male gliene coglieva... E sempre in quelle società era il colore bianco il simbolo del menarca e/o del primo periodo delle tre età delle donne. E i fiori sono un altro simbolo di quell'età (le rose ai piedi della Madonnina, che fosse anche lei giovanissima?). Ma dove appare la Madonna? In una zona, fuori Lourdes, chiamata Massabielle, che aveva queste caratteristiche: c'era una grotta, alcuni alberi e cespugli e una sorgente d'acqua che però si era otturata e la Madonne, in una visione a Bernadette, dirà di scavare per riattivarla. Di solito si evidenzia solo questa caratteristica del posto. Comunque notevole perchè sempre in passato le grotte rimandavano simbolicamente alla vulva e al grembo materno, quindi luoghi sacri ove spesso le guaritrici portavano i malati a curare, per esempio a Capracotta, sul Monte San Nicola, c'è una grotta "curativa" poi chiamata Grotta del Diavolo... Anche la sorgente era - ed è - sacra, l'acqua pura che sgorga dalle viscere della terra è uno dei doni per eccellenza, permette di bere, mangiare, innaffiare, lavarsi, curare, giocare... Ma l'altro aspetto fantastico è che a Massabielle c'era un porcaro, Samson, che portava a pascolare i maiali, proprio davanti alla grotta. Questo aspetto viene taciuto oppure commentato come se la divinità appaia nei luoghi più sporchi... In realtà, sempre secondo la cultura matriarcale, il maiale o meglio le scrofe, le cinghialesse e anche i verri e verrini erano animali sacri che incarnavano tutti gli aspetti del femminile, in particolare i cicli vitali e il ciclo mestruale, nonchè la potenza e generosità femminile. E ogni luogo frequentato dalle scrofe era un luogo magico, positivo, tanto che laddove figliavano spesso costruivano città, vedi per esempio Milano e la "leggenda" della scrofa semilanuta... Inoltre, Bernadette in quel periodo faceva la pastora delle pecore. Secondo la Chiesa Cattolica, Gesù è simboleggiato come buon Pastore, cioè guida degli uomini. Mi chiedo come mai la Madonna appare, il più delle volte, alle donne pastore, forse a simboleggiare che devono essere le donne a guidare la società, le chiese ecc.? Ma vado a riflettere sui primi 14 anni di vita di Bernadette. Chi era costei? A quell'età era una ragazza molto problematica-infelice e con problemi di salute. La famiglia Soubirous era caduta in disgrazia, così dice il libro, quasi una fatalità dovuta agli errori del papà di Bernadette, François, mugnaio. In realtà c'era stato un periodo in cui tutto l'albero genealogico materno di Bernadette si era trovato in una situazione inedita, matriarcale, e cioè alla morte del papà della madre di Bernadette, Louise. Era rimasta vedova Claire Casterot, la nonna di Bernadette con tre figlie (non ricordo se anche un figlio maschio, il più piccolo) a mandare avanti il mulino ad acqua. E lo gestivano bene soprattutto grazie all'energia della primogenita, Bernarde, zia di Bernadette, giovane forte e volitiva. È da tener presente che il mulino ad acqua con le attività legate alla macinazione dei cereali è un altro luogo magico di traformazione, «paiolo delle trasformazioni», dal chicco alla farina grazie alla sinergia dell'acqua trasformata in energia dalle pale. Inoltre luogo conviviale, con i buoni profumi del grano (vera aromaterapia). Quindi accade che un mulino viene gestito da donne. In una società rurale tendenzialmente molto maschilista, anche se nei Pirenei, come in tutte le zone di montagna, le donne sono forti e al centro della vita. Comunque era rarissimo che un mulino fosse gestito tutto da donne. E da donne complementari: come dicevo la primogenita. Bernarde, era donna energica "maschiaccio" che spesso alzava la voce e le mani, la secondogenita, Louise, madre di Bernadette (il nome glielo darà la zia, come lei) era più dolce-casalinga; la nonna, Claire una via di mezzo. Secondo molte studiose la complementarietà autentica è tra donne tanto che nelle società matriarcali c'era quello che si chiamava il potere condiviso, e cioè ogni responsabilità sociale o conviviale era gestita da due donne, una più estroversa e l'altra più introversa, dal loro dialogo nasceva la gestione assennata eccellente. I maschi dovevano avere consapevolezza di essere a un livello bio-psichico-energenico diverso, non solo non dovevano ostacolare le relazioni di donne, ma imparare e favorirle, assolutamente non succhiare le loro energie, facendosi accudire, ma anzi contribuire il più possibile. Ebbene per un periodo nel mulino dei Casterot si respirò un'aria e una vita matriarcale, un nuovo inzio, secondo me il vero miracolo, la potenza delle donne in azione. E il mulino andava bene anche economicamente. Questa situazione andrà in malora grazie a François Soubirous che incarna il patriarcato, lo spirito patriarcale, nella versione buonista, e purtroppo alla incapacità del neo gruppo matriarcale a resistere al modello di amore e famiglia coniugale. François era anche lui un giovane mugnaio che iniziò a frequentare il mulino dei Casterot. Il modello era che si sposasse la prima figlia, in questo caso Bernarde, ma François mise gli occhi su Louise, la madre, Claire non voleva e alla domanda perchè non desiderasse in sposa Bernarde, lui candidamente rispose: – Bernarde è troppo forte, invece Louise è una dolce donna di casa. Alla fine Claire diede l'approvazione anche calcolando l'apporto di un uomo mugnaio, forte e lavoratore... E così sposò Louise e andò a vivere con loro. Ma lì accadde quello che spesso accade quando un maschio va a vivere presso la casa della moglie: inconsciamente porta la rovina e con una serie di mosse sbagliate, unite a un eccesso di generosità (spesso non si faceva pagare dai più poveri o da chi non aveva denaro), andarono letteralmente in rovina. Bernadette nacque in questo contesto, si ammalò più volte, sopravvisse al colera, doveva mangiare il pane bianco, un lusso, e andò a balia lontano dalla famiglia che ormai viveva in un luogo malsano... Adesso chiedo e mi chiedo: qual è il vero miracolo: quello di vedere delle visioni oppure quello di costruire una vita semplice, assennata, in armonia con la natura e riconoscendo la bellezza delle relazioni tra donne. Quel sogno d'amore patriarcale, tanto auspicato e su cui i maschi a forza di insistere cercano di realizzare a tutti i costi, ha un conto salatissimo, e lo vediamo sempre... Il modello della famiglia coniugale con il maschio addirittura capofamiglia è un'ideologia micidiale che depotenzia le donne e porta alla rovina la famiglia stessa e tutta la società... Invece nelle società matriarcali autentiche l'amore era una ciliegina sulla torta della vita conviviale matriarcale e gli innamorati, ciascuna-o viveva presso il proprio albero materno con incontri "omeopatici" garanzia di amore vivo e di non invadere e stravolgere la vita altrui. Ci sarebbero mille altre osservazioni e riflessioni da fare ma invito tutte/i a rileggere questa vicenda e questo libro, per esempio che dopo che avevano riconosciuto la veridicità delle apparizioni, l'apparato ecclesiastico costringerà Bernadette a farsi suora perchè il mulino (alla fine riuscirono a dare in gestione un altro mulino alla famiglia Soubirous) era un luogo "pericoloso" per le tentazioni e la promiscuità, in sostanza, Bernadette potrebbe insieme alle sorelle, con ormai i genitori anziani, prendere a gestire un mulino ma viene imprigionata nel ruolo di santa, da porre sotto una campana e allontanata dalla madre e da François che tanto amava. La zia Bernarde invece diventerà ragazza madre e crescerà il figlio con la madre finchè sarà in vita, poi non si sa più niente e l'invito è a far ricerca sulla zia di Bernadette, Bernarde. Grande Bernarde (la piccola e la grande Dan Bernadette, quasi come le due gallerie, mi pare), lei è stata una donna Amazzone che ha resistito all'invadenza patriarcale. A lei non c'era bisogno di visioni, già aveva in chiaro che la sua vita era sua e desiderava gestirla lei. Bernadette per quella serie di situazioni avrà quelle visioni che se fossero state lette in modo corretto-matriarcale ne avrebbe tratto orientamenti liberatori: celebrare il menarca e i cicli vitali, sacralità delle sorgenti e delle grotte, nonchè degli alberi e della raccolta della legna (quando andarono alla grotta alla prima apparizione, ci andarono per andare a raccogliere la legna ed erano tre (il numero sacro delle tre età delle donne). e durante un'apparizione la Signora Bianca dirà a Bernadette di cospargersi il viso della terra-fango rossa su cui erano stati i maiali, il top della fangoterapia, addirittura arriverà a metterla in bocca insieme alle erbe selvatiche. Un'altra indicazione è che le donne, potrebbero fare tirocinio di governo di sè e del mondo diventando pastore, boscaiole, guaritrici con i poteri delle acque di soregente, la terra, le erbe e la lettura dei sogni e delle visioni. Secondo Vanna De Angelis, per arrivare a riattivare queste capacità, quasi completamente perse, occorre che le donne riprendano tante pratiche considerate infantili, per esempio dormire insiemo, durante le fasi della luna (piena, nera e a falce), possibilmente in un bosco, all'aperto vicino al fuoco... Ho iniziato a rileggere il libro su Bernadette e vorrei fare delle precisazioni. La prima è quando quasi "addossavo" la responsabilità del matrimonio con Louise a François, il papà di Bernadette. In realtà La nonna di Bernadette, Claire Casterot, quando morì il marito mugnaio, si trovò a gestire il mulino con le figlie, ben quattro e non tre come avevo scritto. Con Bernarde di 20 anni e Louise di 17. Ma potevano gestirlo e lo gestirono bene grazie alla forza di tutto il loro gruppo e in particolare dell'energia di zia Bernarde. Ma Claire incominciò a pensare sia al futuro (anche o soprattutto del mulino) che al "sistemare" le figlie con buoni matrimoni. E quindi Claire mise gli occhi su François che era figlio di mugnai, era un bell'uomo, forte al punto giusto anche se non era un grandissimo lavoratore. François allora aveva 34 anni, era ormai quasi fuori dall'età da matrimonio e viveva con i genitori, mugnai che aiutava. Ecco aiutava perchè credo che il perno fosse il suo papà in termini di gran lavoratore. Quando inizia a frequentare il mulino dei Casterot, Claire spingerà affinchè sposasse Bernarde ma lui rifiuta perchè donna forte che non aveva timore a comandare con il bastone! Lui continua a frequentare perchè si era invaghito di Louise ma non diceva e faceva nulla. Era una situazione quasi matriarcale cioè da amore itinerante: di giorno aiuta i genitori al mulino e nel tardo pomeriggio va a trovare-frequentare il mulino con Louise. Anche qui a Milano c'era una canzone che parla di un amore itinerante che fa più o meno così: "andava a piedi da Lodi a Milano... a trovare la sua bella Gigogin... Ma Claire insiste, e alla fine a malincuore accetta quel matrimonio e anche Bernarde accetta. Su François faccio queste considerazioni: è lui che andrà a vivere presso la moglie, cosa rara se non rarissima, apparentemente matriarcale perchè la vera e autentica pratica matriarcale sarebbe stata continuare con le visite più o meno frequenti e giammai il vivere tanto o sempre insieme. E infatti la sua presenza innescherà lo sfaldamento-dispersione della forza e unità dialettica delle cinque donne Casterot. Non solo, mentre quando viveva con i genitori poteva dare il suo contributo lavorativo e dedicarsi ad altro oppure non logorarsi fisicamente né psichicamente, quando si ritroverà a essere capofamiglia e con i figli e il mulino da gestire (e Louise lasciava decidere tutto a lui mentre finchè c'era Bernarde decideva lei discutendo con tutte le altre) occorreva che si trasformasse in accanito e cinico lavoratore, dice proprio così l'autrice del libro, in modo tale che il mulino funzionasse bene e sicuro da un punto di vista economico. Ma in questa situazione, come dicevo prima, lui non è così cinico, furbo, scaltro. Insomma non diventa "imprenditore", rimane quasi ragazzo, d'altronde era arrivato a 34 anni. I moderni cultori dell'impresa, lo definirebbero un bamboccione. Personalmente lo vedo positivo, quella sua generosità che gli permetteva di aiutare i bisognosi è un tratto che lo fa restare umano ma sono il frutto di quel modello che vuole che se due persone si amano, sia etero che omo, devono vivere insieme, chiamato l'amore coniugale. Un'altra conseguenza è che quando inizia il declino economico sia per la siccità che per scelte sbagliate, arriveranno a bere vino in maniera eccessiva e sia a continuare a sfornare figlie/i anche se alcuni moriranno presto e la madre Louise si logorerà presto sia per le tante gravidanze in pochi anni sia per le preoccupazioni che per la miseria. E chiaramente accade ciò che spesso accade ai poveri che si amano: fare troppo coito, perché rimane l'unica, o quasi, consolazione... Senza contare l'ignoranza sessuale da parte del maschio, e credo in quella cultura anche della donna, per cui il soddisfare il desiderio sessuale significava vivere il coito. Quindi vedendo l'insieme di questa vicenda: lui fino ai 34 anni rimane più un ragazzo che un uomo, l'amore coniugale lo porterà a caricarsi di responsabilità e lavoro che non saprà o non era in grado di vivere e trascinerà Louise e tutta la famiglia verso la miseria nera. Su queste conseguenze del modello dell'amore coniugale e del modello unico del coito bisognerebbe rifletterci mille volte, soprattutto quando si parla di vita ecologica e armoniosa. Inoltre c'è la riflettere su Bernadette. Perché lei arriva a vedere la Signora Bianca dopo una serie di avvenimenti, di cui avevo iniziato ad accennare nella prima parte: uno è che andrà a balia da una conoscente dei genitori di cui la figlia, quasi della stessa età (pochi mesi) era improvvisamente morta e quindi Bernadette vivrà quasi due anni nell'altra famiglia. Questa è un'esperienza eccezionale che purtroppo quasi più nessuno fa perchè si preferisce dare il latte di animali o svezzare prima piuttosto che far allattare da un'altra donna. Poi sarà colpita dal colera ma ne uscirà guarita anche se gracile di salute, tanto che non digeriva la polenta ma doveva mangiare il pane bianco, quello che era considerato un lusso da signori (idioti perchè privo di crusca che ha la sua funzione e beneficio). ora spesso nelle vite dei santi accade che malattie o incidenti rendono e soprattutto cambiano il panorama esistenziale degli stessi. E Bernadette, secondo me è una di queste. Inoltre la miseria e il fatto di vedere il papà che andrà in prigione per aver rubato, anche se forse per sbaglio del legname non suo, contribuiranno ad una certa sensibilità particolare. Inoltre il fatto che prenderà l'asma che l'accompagnerà per tutta la vita e dovrà stare sempre molto attenta perchè facilmente si aggrcerà o ammalerà. In passato ho fatto una ricerca e riflessioni su un altra persona, in questo caso di sesso maschile che era accampagnato dall'asma: Ernesto "Che" Guevara. Ebbene sia gli attacchi di asma (in cui manca il respiro e quasi stai per morire per poi tornare a respirare quasi come fosse un rinascere alla vita) e la condizione di asmatico, incrementano sensibilità e sensitività. Aggiungiamo il fatto di essere stata in quel periodo pastora, e anche su questa condizione va aperta la ricerca: lei bambina nella fase del menarca, pascola e cura le pecore. Mentre di solito i pastori maschi, soprattutto adulti hanno un atteggiamento di potere, e spesso violento, verso le pecore o gli animali, ho notato che le donne spesso parlano, accarezzano gli animali, insomma c'è uno scambio esistenziale, psichico con elevazione reciproca e quindi è un altro motivo di aprire animo e psiche al meraviglioso. Senza contare il fatto di ascoltare belati e vagiti di agnelli, il frequentare fonti e torrenti per il beveraggio delle pecore, l'assistere a parti e a morti degli animali: insomma si ritrova in sintonia con i cicli della natura, la meraviglia della natura. Sommando insieme queste cose e il fatto che andrà presso una grotta, con una sorgente d'acqua latente, su un terreno frequentato da maiali. Il miracolo è quasi spiegato. L'ultima riflessione che faccio è che la Chiesa patriarcale invoglierà i pellegrinaggi a Lourdes e si guarderà bene dal proporre quelle esperienze che sono alla base della formazione, tutta strana e fuori dai canoni della famiglia tradizionale e del modello perbenista. Ecco perché alla fine mi dico che invece vanno rilanciate tante pratiche considerate selvagge e negative: l'allattamento promiscuo, le bambine che lavorano, o anche lavorano in contatto con gli animali, cioè donne-pastore, e nella natura quasi selvaggia e la vita seminomade-transumante. Mi fermo qua per anchilosi da seduta. Antonio D'Andrea Fonte: https://www.vivereconcura.org/.

  • L'abbraccio del bosco...

    L'abbraccio del bosco, mai uguale a se stesso, è un'emozione che tocca tutti i sensi e il montanaro lo sa, lo sperimenta quando entra tra i faggi, gli abeti e s'inoltra ancora tra le sagome maestose respirandone l'alito ricco di essenze. L'uomo conosce la voce del bosco, ma tende l'orecchio a cogliere i rumori improvvisi e si guarda intorno ogni volta sorpreso e incantato, segue le tracce di vecchi sentieri segnati nel tempo ai fianchi di Monte Campo come a disegnarlo e poi in una radura luminosa, un incrocio di passi, si trova improvvisamente davanti alla Fonte Carovilli, un cannello d'acqua che benedice il percorso; si disseta e immagina che la notte in quel luogo s'incontrino creature sconosciute, fate o ninfe, elfi o fauni comunque custodi di tanto scrigno. Flora Di Rienzo

  • Ginnastica dolce a Capracotta

    Lasciata la superstrada della Val di Sangro a Villa Santa Maria, io e Jagran siamo pian piano saliti a Capracotta, 1.421 metri sul livello del mare. Dopo aver ammirato panorami bellissimi, culminanti a nord con l'imponente massiccio della Maiella e a sud con quello del Matese, il nostro sguardo è stato bruscamente colpito da una moltitudine di case nuove che della montagna non avevan certo l'incanto. Cercando l'abitazione di Antonio D'Andrea, promotore e coordinatore di "Vivere con Cura" e del movimento internazionale "Uomini Casalinghi" ci siamo inoltrati dentro l'abitato e finalmente... l'anima del paese si è rivelata a noi. Le due strade principali sono delimitate da vecchi palazzi e vecchie case con un loro stile e una loro bellezza e sono collegate da scale più o meno larghe, piuttosto ripide, alcune con caratteristici passaggi coperti, sormontati da volte a botte, chiamati "tombe". Personalmente li consideravo il passaggio degli innamorati. Degli innamorati di Capracotta: • gli emigrati che grondano amore e nostalgia per il paese natio; • i villeggianti che la scelgono per la natura, l'aria finissima, il rispetto delle tradizioni e la proverbiale accoglienza dei suoi abitanti. Per informare delle nostre attività attacchiamo locandine che i ragazzi e il vento strappano velocemente; noi comunque andiamo avanti. Tutte le mattine appuntamento ai giardini della villa comunale dove Jagran tiene una sessione di ginnastica dolce adatta a tutte le età, comprendente movimenti di respiro, esercizi per il corpo e suoni con la voce. Le sessioni terminavano sempre con i "cinque suoni di guarigione" legati alle cinque fasi o cinque elementi dell'antica medicina cinese, suoni che oltre ad espandersi nell'etere producevano profonde vibrazioni dentro di noi, nei nostri organi. Questa ginnastica che, unitamente alla meditazione, allo shiatsu, alla riflessologia e all'alimentazione, fa parte dell'Osho Divine Healing Arts, non è soltanto un esercizio fisico, ma aiuta anche a comporre la frammentazione che quotidianamente viviamo nel rapporto con noi stessi e con gli altri e specialmente per noi che abitiamo nelle città, il praticarla è inoltre un modo per ritrovarsi, per ritrovare una unità che si è spezzata: corpo-mente, silenzio-rumore, città-campagna, passato-futuro, è in sostanza un modo per ritrovare il "sé" e il "qui e ora". All'inizio i partecipanti erano 4 o 5 , poi, a poco a poco il gruppo, che era formato da persone di tutte le età (dagli 8 agli 80 anni) è aumentato ogni giorno di più, fino a raggiungere una ventina di persone. Oltre agli esercizi che tutte le mattine teneva al giardino della villa comunale e che sono stati definiti l'«unico punto fermo» di "Vivere con Cura 2008" a Capracotta, Jagran ha proposto anche alcune tecniche di meditazione attive in luoghi molto suggestivi quali un magnifico bosco sul Monte Capraro, sotto ad un faggio ultrasecolare, per abbracciare il tronco del quale occorrevano 5 persone adulte, un bellissimo prato sulle pendici del Monte Campo ed un altro nel Giardino della Flora appenninica, un orto botanico naturale dall'atmosfera magica. Ma i capracottesi doc, i veri residenti, che non partecipavano alle iniziative di "Vivere con Cura" cosa facevano? Penso che fossero già soddisfatti di quel meraviglioso paesaggio, che le tante scale del paese li aiutassero a mantenere la forma fisica e che le panchine di corso Sant'Antonio, che diventavano veri e propri salottini privati, creassero unità indissolubili... A questo proposito voglio raccontare un episodio: tra le tante iniziative proposte quotidianamente dal vulcanico Antonio per "Vivere con Cura" (come il disegno, le canzoni ed i giochi per i bambini, la riscoperta di tradizioni, cibi e mestieri antichi nonché delle vecchie fonti, dei tolos e dei tratturi, la raccolta della legna secca nei boschi e quella delle erbe officinali, soprattutto l'ortica) un giorno abbiamo anche cardato la lana a mano per rifare cuscini e materassi secondo l'uso antico. Col mio sacchetto pieno di lana stavo per sedermi all'aperto su una delle tante panchine del Corso, sulla quale stava già una signora anziana che, appena mi ha vista, mi ha detto che stava aspettando un'amica e che insomma... Ci sono luoghi e tempi dove ci si perde per la bellezza e l'incanto di cui si è circondati e non serve più "fare", basta "esserci". Questa è Capracotta! Giusi Anna Salmaso Fonte: https://www.vivereconcura.org/, 2008.

  • Battute e motti spiritosi dei capracottesi (V)

    – S'éma fa' nu becchiére senza làbbese. Ci dobbiamo fare un bicchiere di vino senza matita, cioè non segnando un quarto e mezzo litro: così diceva Francesco D'Alessio re Cuallaràre. – Chéŝta è zappa! Aldre che chéla de Merieànne! Questa è zappa, altro che quella di Miranda, dove si usavano zappe grosse e pesanti: così diceva mastr'Orazio Stabile alludendo a qualche bella fregatura. – E ti par poco la pancia tua? Così disse la madre dell'avv. Adelchi Falconi a Vincenzone, quando questi, uomo grosso e grasso, le disse che per fare il lavoro voleva solo quello che metteva in pancia. – Chi appènne e chi spènne. Chi mette e chi toglie. Così disse il fratello di Ercolino di Mercallò quando di notte gli amici gli rubarono le scamorze e poi gli fecero credere che l'avevano rubate a mio padre, tanto che lo stesso Ercolino, nel tagliarle, diceva: «Come sono buone le scamorze di z'Eugenio!». – Averlo dodici mesi dell'anno! Così disse Ciccio di Mariano Sammarone quando zi' Michele Trotta gli domandò se era buono il vino che, involontariamente, aveva scambiato con l'aceto, per offrirglielo. – Une e dù sò tre. Così diceva Carmine Frezza, cuoco di don Gregorio Conti, nel consegnare i capponi all'avv. De Amicis di Alfedena, inviati dallo stesso don Gregorio. In effetti Frezza ne consegnò solo due, ma faceva intendere che erano tre con solo due gesti in questo modo. L'avv. De Amicis, che capì l'imbroglietto, volle fare l'atto pratico, dicendo a Carmine: «Uno me lo prendo io, uno lo diamo alla mia signora e sono due, e l'altro?». «Me lo mangiai io a Castel del Giudice con mia moglie» (chiedo scusa se non rendo bene il significato). – Ne tè chiù 'n gùre na allìna. Ne tiene più sotto una gallina per fare l'uovo. Così raccontava Fafitto, quando, a pensione a Roma, per non poter compare altri materassi, la padrona, per ogni nuovo arrivato ne toglieva un poco da quelli già esistenti. E dire che gli alloggianti erano parecchi e i materassi pochi. – Le undici compar Michele un quarto. Così rispose D. Di Tella all'avv. M. Falconi che gli aveva chiesto l'ora esatta. – Se n'è de quìre cuàne, è de quìre péle. Se non di quel cane, è dello stesso pelo. Così diceva Petracchiéglie alludendo a persona un poco rognosa. – È mèglie na feŝta grossa che tanda feŝticciòle. Così dissero i quattro garzoni della ditta Ianiro a San Nicandro Garganico, quando uno degli amministratori tornò il 26 dicembre e chiese loro se tenevano ancora le anguille (pare 20 chili, che avrebbero dovuto bastare fino a Capodanno), che essi mangiarono il 24 a sera, il 25 e a mezzogiorno del 26 dicembre! – Alzati, Pasqualino, ca tu sié ru mèglie fìglie de mamma. Raccontava Donato la Penta che così diceva la mamma al figlio, e questi rispose: «I vuóglie èsse ru chiù brutte e vuóglie durmì» (Io voglio essere il più brutto e voglio dormire). Battute fatte nei locali delle Società fra Luiggiotto (che parlava soltanto quando era brillo), Tatuccio e Nocente. Era nei locali di queste società che, durante il periodo invernale, si forgiavano intorno al braciere: L. – Io so fa' tanti mestieri: il pittore, il falegname, l'ebanista ecc. T. – Niénd'altro? N. – Ha ragione z' Luiggiotto. T. – Ŝchiàffamete 'n gùre a te e zi Luìgge tié. – Tace il merlo? Ma se r'acchiàppe, che le udèlla c'éna fa la paratura! Sempre alla Società, sbraitando, Bettóne, un poco brillo, aveva saputo che il Consiglio Sociale lo stava proponendo per una punizione per una banale scorrettezza e, agli amici intorno al braciere, diceva quanto sopra, pur diretto al consigliere Ciccariéglie, il quale leggeva educatamente il giornale. «Tace il merlo?». Gli amici, fra i quali qualcuno non sapeva nulla della punizione che si profilava: «Con chi l'hai, Bettóne?». «Se lo acchiappo, con le budella devono farci l'involtino (chiamato marro)». – Tande che Pasqualìne ména da sótte, mitte a còce n'aldra patàna. Metti a cuocere un'altra patata. Così diceva don Sebastiano Conti quando seppe che il nipote si era dato un poco alla pazza gioia (e vi era tanta possibilità di farla) ma don Sebastiano era un pochino avaro. – Sò sciùte troppe guaŝtameŝtiére. Così rispondeva Frangìsche, mendicante di Civitanova del Sannio, quando gli chiesero se arrangiava con le elemosine. Gregorio Giuliano

  • Polvere di cantoria... su due ruote

    L'arrivo della bella stagione e poi delle vacanze scolastiche consentiva a noi ragazzini di passare ancor più tempo fuori casa. Messi gli sci in cantina, o nel cuatenàre, con le tute invernali sotto naftalina eravamo pronti a "scatenare" le biciclette. Anche in questa faccenda mode, gusti e contingenza erano sovrapposti: i portoni delle case e delle cantine sfornavano modelli di tutti i tipi e di tutte le epoche. Dalle vecchie e pesanti 28" da lavoro con i freni trasmessi a bacchetta a quelle da corsa con i manubri ribaltati e il cambio. Tra gli anni '60 e i '70 fece furore un modello molto gradito e particolare. Progettata da Rinaldo Donzelli, venne prodotta, a partire dal 1964, dalla Carnielli di Vittorio Veneto e pubblicizzata dalla stessa Brigitte Bardot, per cui venne chiamata la "Rolls-Royce di BB". Prese il nome da una delle riviste femminili più in voga: "Grazia": era la mitica Graziella. Senza canna orizzontale con cerniera centrale per poterla piegare; con manubrio e sellino smontabili, montava ruote da 16", portate poi a 20" nel 1971, portapacchi in tinta (il "posto in piedi" del passeggero) e fu prodotta fino alla fine degli anni '80. Fu il simbolo dell'infanzia e dell'adolescenza di quei tempi. Alcuni modelli derivati, per non dire clonati, montavano cerchi più piccoli, come la mia Mirella da 14", per consentirne l'uso anche ai più piccoli. Il peso non era indifferente ma la maneggevolezza sicuramente superiore alle grandi bici che alcuni bambini usavano restando in piedi lateralmente su un solo pedale, con pedalata "a saltello", che io chiamavo "a ciclista zoppo". Torme di ragazzini scatenati su due ruote si aggiravano per Capracotta in gruppo come in una sorta di 24 ore di Le Mans ciclistica. Il circuito prevedeva lo start dai box di piazza Falconi per una discesa a rotta di collo lungo i Rinforzi e via San Giovanni, fino alla svolta della "Chiesuola" e la chicane di piazza Gianturco. Da qui la parte bassa del circuito sulla via Nòva dove, grazie alla discesa, si raggiungevano le massime velocità, fino alla variante della nuova cabina elettrica. Poi, il doppio gomito dello "Spazzaneve" e dello "Stop" portavano all'estenuante salita di via S. Maria di Loreto e al plateau del Colle, con la discesuola della "Cooperativa". E si ricominciava con un eventuale pit-stop al distributore di gigomme a palline colorate (manopola a 10 lire) fuori la bottega gestita dalla famiglia del maestro Onorino, all'incirca davanti Squarcióne. Il rifornimento di liquidi era alla fontanella collocata nello specchio di marciapiede dove sorge la casa nuova di Giuveddì, ed oggi posta sotto largo dei Sartori. Un cartoncino fissato ad un montante del portapacchi tramite una molletta da panni scattava sbattendo tra i raggi della ruota posteriore e il rumore ci dava l'illusione di stare a bordo di una motocicletta. La manopola nera per la regolazione dell'altezza del manubrio della mia Mirella mi sembrava il tappo del serbatoio di un'onirica benzina. Tante le modifiche pionieristiche. Una fra tutte: Franco "Izzóne" Mosca, amico e compagno di scorribande, aveva sostituito la ruota posteriore da 20" con una da 14", guadagnando in agilità e maneggevolezza. Una bici acrobatica ante litteram che Franco faceva impennare e girare su se stessa senza sforzo apparente. La potente pistola ad aria compressa dei compari D'Andrea, la cui bottega era posta di fronte casa, ricaricava in pochi istanti la camera d'aria in un periodo in cui una semplice pompa era merce rara. Eravamo quelli della colla Artiglio e delle Tip-Top, quelli che in caso di acquazzone si rifugiavano in stalle, garage e cantine, ma anche sfrecciare nelle pozzanghere aveva il suo fascino. Eravamo quelli delle gitarelle... e memorabile fu quella a Vastogirardi, conclusasi abbondantemente dopo il tramonto con più di metà delle bici senza fari. Il paliatóne invernale cedette il posto al mazziatóne estivo ma l'orgoglio per l'impresa ci faceva sentire veterani reduci da azioni di guerra. Non infrequenti i cascatoni: molti di noi, me compreso, portano sottopelle parecchi frammenti di asfalto della via Nova ma anche attimi di spavento nel cuore. Come quando, forse in sovrappensiero, Giovannino "la Banca" Di Tella svoltò ad angolo dal "Centralino" verso il Corso e la sua bici venne centrata sulla ruota anteriore da un'automobile. Tanta paura ma, per fortuna, solo un'empirica "quadratura del cerchio". Avevamo progettato anche delle uscite invernali mettendo delle catenelle sulle ruote per camminare sulla neve ma santa Pupa, patrona dei ragazzini scavezzacollo, e il tempo che scorreva, misero lentamente un pochino di sale nelle nostre zucche. Forse fu anche il non voler sentire i cazziatóni di papà che, anche quando divenni adulto, professionista e padre di famiglia, non di rado mi domandava se avessi il naso posizionato in mezzo agli occhi o nel lato B! Arrivarono le bici cross, le mountain, le City, ma le Grazielle con le corse dietro le Apecar scoppiettanti e perennemente corredate di cagnolino abbaiante al seguito, il fumo aromatico dei camion che ci sorpassavano, il pedale che, sfuggito, girava al contrario e centrava la tibia procurando estasi mistiche, i "cipolloni" con le mamme che promettevano a casa di darci la dose di rinforzo se ci facevamo male, avevano un sapore diverso e indimenticabile. Ci credevamo eterni, ci credevamo eroi ma il tempo se ne frega e passa su di noi... Francesco Di Nardo

  • Polvere di cantoria: lento in re maggiore

    È una storia dove il confine tra fiaba e realtà sembra evidente ma lascio a Voi non solo il piacere di identificarlo, ma anche di spostarlo e creare un seguito. Una sera di dicembre, primi anni '60, un paese dell'Alto Molise. Mentre camminiamo nel buio ovattato dalla neve che cade, una finestra illuminata richiama la nostra attenzione. Noi, viaggiatori del tempo e dell'anima, in silenzio e senza farci vedere, ci sporgiamo a guardare. Il giovane professore di musica della scuola ed organista della Chiesa Madre è tornato da poco a casa. La stanchezza si fa sentire: agli impegni didattici e compositivi si è aggiunta anche la preparazione dell'imminente Oratorio di Natale. Le prove del coro sono più serrate. Ma, come tutti i musicisti, quale miglior riposo se non la musica stessa? Così, tra il calore tremolante del camino, lo scrittoio ed il pianoforte, un attimo di quiete prese vita su un foglio di carta a pentagramma. Un solo e semplice foglio: un divertissement per pianoforte che fissò nel tempo un attimo da dedicare a se stesso. Qualche giorno più tardi il Professore ne fece dono alla signorina Enrica, figlia della signora Luisetta, una dei suoi mentori. Il foglio rimase così custodito accanto al pianoforte della padrona di casa insieme a tanti altri manoscritti. Anni dopo, un giovane studente, invitato dalla signora Enrica per fare esercizio su quel pianoforte, rimane incantato a contemplare e sfogliare quel fascio di manoscritti e la signora, colpita da quello sguardo imbambolato, gliene fa dono. Quella meraviglia si tramutò in gioia nel ritrovare il divertissement composto da uno dei suoi primi maestri: la grafia precisa e pulita come una stampa, una linea melodica semplice con una armonia elegante e sobria. Un'altra lezione giunta dal passato! Il manoscritto rimase così tra i libri del ragazzo come in attesa del momento giusto per essere apprezzato finché il ragazzo, diventato organista di Cattedrale, dismesse le lenti della miopia per tirar sul naso quelle della presbiopia, tornò a ristudiarlo. Altri spunti di riflessione, di interpretazione... Quando il tempo, che ti sorrideva dalle frenetiche lancette dell'orologio, inizia a sogghignarti dall'implacabile vetro della clessidra, scopri che la voglia di sapere diventa sposa della necessità di capire e di far conoscere. Non è un voler lasciar traccia di sé ma tramandare, con affetto e gratitudine, ricordi, conoscenze ed emozioni di coloro che hanno formato la nostra sensibilità. Sessanta anni dopo, quel momento di raccoglimento torna a rivivere, storpiato dalle mani di un organista prestato al pianoforte; e di questo chiedo perdono a Voi ed al Professore. Uno dei tanti istanti di quella sera, dietro altre finestre illuminate in quel paesino, andati perduti tra i fiocchi di neve vorticanti nel buio... È Giuseppe Di Lullo ed il suo "Lento in re maggiore", composto a Capracotta il 19 dicembre 1963. Francesco Di Nardo

  • La vecchia campana

    Vecchia campana! Guardandoti nella tua nuova sede inattiva, senza voce, coperta dalla tua patina e dalle rughe del tempo, torna nel mio ricordo l'attività della tua giovinezza, nella quale hai brillantemente assolto alla attenta guida del popolo di Roio, di cui sei e resterai la madre affettuosa, attenta e premurosa. Circa 500 anni fa quel Nicolaus di Crapacotta realizzò nei pressi del campanile lo stampo della tua elegante figura e nella colata aggiunse alla lega di metallo e di bronzo l'oro delle fedi offerte dalle madri di Roio per ingentilirne il suono; venisti poi collocata nella tua nicchia campanaria, lanciasti la tua voce per annunciare l'assunzione del tuo ruolo di scrupolosa, attenta, precisa, allegra, afflitta, ed, al momento giusto, rabbiosa e reattiva madre di tutti i cittadini. A quell'epoca, in cui l'orologio non esisteva, tu iniziasti ad impartire ai cittadini le regole della loro vita. All'alba non hai mai smesso di suonare la sveglia con i tuoi rintocchi del mattutino per affrettare l'avvio ai campi dei lavoratori. Più tardi le tue lente, sommesse note, chiamavano in chiesa le massaie rimaste a casa, per partecipare alla messa di ringraziamento al Signore per il nuovo giorno concesso. Ed a mezzogiorno i tuoi rintocchi di suono a festa annunziavano ai lavoratori dei campi l'arrivo del canestro del primo pasto; ed erano in molti ad esclamare "voce santa" ed agli stessi, i tuoi rintocchi di "ventun'ore" annunciavano la fine della giornata di lavoro ed essi iniziavano la lunga marcia per partecipare all'ultimo pasto del giorno. Ricordi quanta frugalità e semplicità governavano quei pasti? Unico vassoio della minestra in cui affondavano le posate dei commensali, assenza di bicchieri ed unica fiasca del vino che veniva avviata periodicamente ai commensali dal capofamiglia cui spettava la prima bevuta. Non esisteva secondo piatto, ma una soddisfacente disponibilità di pane di grano o di granone. E dopo il pasto la stanchezza del giorno conciliava il sonno e tu non tralasciavi, con i rintocchi dell'Ave Maria, di dare a ciascuno il tuo bacio di madre affettuosa con l'augurio della buona notte. E non dimentico la gioia della tua voce nei giorni di festa, quando chiamavi a collaborare le tue sorelle minori ed insieme recitavate un inno la cui armonia trasmetteva ai tuoi figli un momento di felicità nel loro costante tormento di lotta per l'esistenza. E quella stessa armonia di voci tu la recitavi in tutte le circostanze giulive, alle nascite, ai matrimoni all’avvio ed al ritorno dei pellegrini dai luoghi sacri che annualmente raggiungevano a piedi, per rinnovare le preghiere ai santi protettori. Ma tu, madre affettuosa, sensibile al dolore della morte, non trascuravi di parteciparvi, unendo al pianto dei parenti le lugubri note dei tuoi rintocchi cui aggregavi quelle delle consorelle per recitare l'addio agli scomparsi. Era l'armonia della tua voce festosa e delle tue consorelle che accompagnava la processione del 2 luglio sulla montagna, ove i robusti montanari portavano, a spalla. Le pesanti statue di san Filippo e della Madonna. Lo squillante scampanio durava per tutto il percorso e riprendeva, dopo la messa al campo, all'inizio del ritorno in cui la processione scendeva dal lato opposto a quello dell'andata. Nell'attraversare i campi ondeggianti del grano colorato in fase di maturazione, il sacerdote impartiva la sua benedizione e chiedeva al Signore l'allontanamento delle calamità ed alle recitazione del parroco il coro compatto del popolo recitava il "Libera nos, Domine". E sempre tu, attenta sentinella della sicurezza del tuo popolo, quando della radiosa giornata d'inizio estate si faceva minacciosa la nuvola scura della grandine, non esitavi a gridare al cielo l'urlo della tua indignazione e la frequenza e la potenza della tua voce dissipava la lugubre minaccia e ritornava il sereno. Allora il Signore, soddisfatto, elogiava la solerzia del tuo energico intervento. Ed allora tu, nella notte, in cui il popolo dormiva il sonno del naturale riposo, vedevi ergersi al cielo le fiamme sinistre dell'incendio che minacciava la sua vita, lo svegliavi con l'affrettata frequenza delle tue note per gridare l'allarme al pericolo incombente. Ed il popolo accorreva tutto e dava luogo ad una condotta umana che portava l'acqua dall'unica fontana e dagli abbeveratoi agli uomini in prima linea che fronteggiavano le fiamme. Qualcuno nella generosa lotta veniva inghiottito dal fuoco, ma il dolore della sua scomparsa non arrestava l'azione di lotta che perseverava con più rabbia fino alla vittoria Col tuo amore di madre sei stata ancora tu a chiamare a raccolta il popolo per gettare le basi della tua solidarietà nei confronti dei più deboli e di quelli impoveriti dalle calamità. Nacque il monte frumentario che fu, per tanti anni, la banca della generosità, sempre pronta ad aiutare i figli in difficoltà. Ricordi i giorni che precedevano le feste natalizie? Allora molti roiesi, per integrare il modesto bilancio familiare, praticavano il commercio dell'olio. A dorso di mulo, partivano alla fine della semina in ottobre e rientravano per le feste natalizie col gruzzolo del guadagno commerciale. Arrivavano alle mulattiere di Agnone ed il più delle volte all'imbocco della Valmara, incontravano la tormenta di neve. La voria quel veloce quanto freddo vento del Nord, sollevava da terra nuvole di neve aggiungendola a quella che cadeva dal cielo. Le strade, cancellate dal manto nevoso, erano invisibili e quasi sempre la nebbia completava la triste situazione. In tale circostanza non si può tenere gli occhi aperti ed è difficoltoso respirare, la furia del vento e l'asprezza degli aghi di neve costringono a proteggere le vie respiratorie con un lembo della giacca e gli occhi con la falda del cappello; con tutto ciò è ancora necessario tenere la testa girata per attutire l'impatto con la bufera. Non esiste in tali circostanze possibilità di orientamento allora intervenivi tu, madre campana, a spandere nel frastuono della bufera il tuo urlo accorato, poderoso e continuo. Giungeva all'orecchio dei tuoi figli in difficoltà e questi lo seguivano, confortati dalla tua assistenza. Raggiungevano il paese, ti passavano davanti, ma non avevano la forza di pronunciare parole di ringraziamento che, in compenso, rimanevano stampate nel loro cuore e ti volevano bene. Ora, vecchia madre campana, hai esaurito il tuo ruolo, non partecipi alle gioie, ai dolori, alle apprensioni del tuo popolo, ma sei sempre viva nel ricordo e nell'affetto di coloro che hanno vissuto con te; per questi è gioia grande constatare che il loro affetto è stato ereditato dai loro figli i quali hanno avuto la sensibilità di toglierti da una nicchia nascosta, per esporti nell'atrio della nostra chiesa all'affetto e all'ammirazione delle nuove generazioni che apprenderanno la tua storia e perciò continueranno a volerti bene. Ora che sei in pensione, buon riposo, madre campana! Filippo Di Carlo Fonte: https://www.roiodelsangro.com/, agosto 2000.

  • Il poeta Geremia Carugno

    (Agnone, 10 dicembre 1923 - 28 agosto 2007) Don Geremia Carugno nacque in Agnone e, dopo gli studi ginnasiali presso il Seminario di Trivento e quelli liceali e teologici nel regionale di Chieti, venne ordinato presbitero da mons. Epimenio Giannico l'11 luglio 1948. Dopo una lunga e fruttuosa esperienza di padre spirituale, si laureò anche in Teologia e nel 1967 fu nominato parroco di S. Maria Assunta in Cielo a Capracotta, paese natio di suo padre Arturo. Nel 2000 diede le dimissioni dalla parrocchia per ritirarsi a vita privata, amorevolmente assistito dalla sorella Edelia. Morì un anno prima di celebrare il sessantesimo anniversario di sacerdozio, lui che, fin dagli inizi del lunghissimo e fecondo servizio sacerdotale, per oltre quindici anni era stato padre spirituale del Seminario vescovile di Trivento. Ma, oltre a parroco ed insegnante, Geremia Carugno è stato anche un validissimo scrittore, pittore, poeta nonché vignettista. La sua prima opera, di natura didattica, è il bellissimo manuale di meditazioni "Duc in altum", adottato negli anni Sessanta in molti seminari minori italiani. Ma solo nel 1963 giunse a pubblicare la prima silloge poetica, "Petali", per l'editore Sammartino di Agnone, contenente ben 91 poesie, tutte splendide, dedicate alla memoria della madre Rosa D'Agnillo. Tra manuali di catechesi e saggi brevi di storia locale, Carugno ritornò alla poesia nel 1981 con "Le rose di Gerico", realizzato in occasione del disastroso terremoto dell'Irpinia, ed infine nel 1993 con "L'arcobaleno", contenente appena venti composizioni. Don Alberto Conti, parroco di Castelguidone e direttore della Caritas triventina, afferma che «don Geremia scriveva le sue poesie nelle lunghe notti invernali, quando a Capracotta la neve e la bufera fanno sentire più aspra la solitudine, la paura ti assale e ti entra nella vita. Don Geremia, solo nella sua casa canonica, attigua alla maestosa Chiesa Madre di Capracotta, superava il suo deserto con la preghiera che spesso traduceva in versi, pensando a chi viveva nel dolore e nella solitudine». La scrittrice torinese Fede Vaira, che ha curato la prefazione di "Petali", scrisse invece che «la sua poetica appassionata rivela accenti di una chiarezza e di una forza che sono a volte come richiami solleciti al cuore di quegli uomini ancora volutamente sordi ai vecchi accenti immutabili della bontà generosa e dell'altruismo ed inspiegabilmente indifferenti alle ricchezze dello spirito, pur comprensivo delle bellezze della natura e del Creato [...] Leggendo Carugno si leggono liriche dallo stile incisivo e tuttavia non prive di una certa delicatezza di toni e di espressioni ma soprattutto si leggono delle antiche verità che tanto è necessario rammentare oggi». Così ho preso quattro poesie di don Geremia, pubblicate tra il 1963 e il 1993, rappresentative del suo spirito cristiano e della vastità della sua cultura, e le presento qui di seguito: "Tempo ed eternità", "In un paese del Sud", "Pane per tutti" e "Capracotta - Ricordo". Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • Albert Joseph Paglione, che sacrificò la vita nella Guerra di Corea

    Il sergente Albert Joseph Paglione nacque a Trenton, in New Jersey, il 12 settembre del 1931, da Pasquale Paglione (nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, nel 1897; giunse negli Stati Uniti nel 1912; sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Ancona"; morì nel 1982) e da Giuseppina Casciani (nacque a Norcia, in provincia di Perugia, il 21 febbraio del 1904; morì a Tucson, in Arizona, l'8 maggio del 1983). Ebbe una sorella, Francesca "Frances" (nacque il 19 maggio 1928; sposò Albert Laezza; ebbe quattro figli; morì a 78 anni il 3 aprile del 2007) e due fratelli, Renato "Reno" (nacque nel 1926; veterano della Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale; prestò servizio nel Pacifico; lavorò, come portalettere, nel Servizio Postale degli Stati Uniti a Trenton; sposò Sara "Jess" Menghini; ebbe due figli, Albert e Janet; morì a 81 anni nel 2007) e Anthony (nacque a Trenton il 27 ottobre 1935; lavorò, per molti anni, al PSE&G Trenton Gas Department e come manager part-time presso il Pennington Quality Market; fu poeta e calligrafo; prestò servizio nella Guardia Nazionale dell'Esercito degli Stati Uniti e fu membro della New Life Christian Church di Newtown in Pennsylvania e della Saint James Roman Catholic Church di Trenton; sposò Patricia Allen Brown; ebbe due figlie, Lisa e Linda; morì ad 80 anni il 19 luglio 2016 a Southampton, in Pennsylvania). Il sergente Albert Joseph Paglione fu arruolato con il 5° reggimento dei Marines. Numero di matricola 1184753. Il Sergente Paglione fu poi membro della Compagnia G, 3° Battaglione, 5° Marines, 1° Divisione Marine. Fu ucciso in azione mentre combatteva contro il nemico in Corea il 26 ottobre 1952. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 11 aprile 2023.

  • Carmela Mendozzi e suo figlio deputato del Nevada

    Carmela Mendozzi nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 19 marzo del 1910, da Giangregorio Mendozzi e Maria Di Tanna. Giangregorio, il padre di Carmela, emigrò negli Stati Uniti una prima volta nel 1906 (sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Luisiana"). Tornò a Capracotta per ripartire nel 1909 (viaggiò fino ad Ellis Island sul piroscafo "Mendoza"). Forse definitivamente, dopo essere tornato in Molise, ripartì nel 1913. Giangregorio lavorò per un produttore di acciaio a Youngstown in Ohio. Carmela e la madre, lo raggiunsero nel 1920. Nel 1927 Carmela conobbe e si innamorò di Amedeo DiCianno (figlio di Ludovico Pasquale e Loreta Di Sanza; lasciò l'Italia quando aveva 16 anni; non rivide mai più i suoi genitori di San Pietro Avellana; visse a Montevideo, in Uruguay, dove ha lavorò come cameriere; successivamente giunse in Messico e da lì entrò negli Stati Uniti). I due si sposarono il 14 aprile del 1928. La madre di Carmela morì di parto all'età di 38 anni. All'epoca Carmela aveva 19 anni ed era sposata da poco. Carmela si assunse l'arduo compito di allevare i fratelli più piccoli. Nel 1934 Carmela e il marito lasciarono l'Ohio. Amedeo ottenne un lavoro, come macchinista, presso la Southern Pacific Railway a Ely, in Nevada. Vissero nell'alloggio, molto umile, che la compagnia ferroviaria mise a loro disposizione. Carmela lavorò come custode alla Murry Street School e fece il bucato per il Domingo's Market. Carmela e Amedeo ebbero tre figli: due maschi, Richard e Romolo "Rom", ed una femmina, Marie Antoniette. Il marito, Amedeo DiCianno, morì nel 1985 a Ely. Carmela Mendozzi morì il 21 gennaio del 2005 a Ely. Il primo figlio, Richard DiCianno, nacque a Youngstown, in Ohio, il 23 giugno 1929. La su famiglia si trasferì dall'Ohio a Ely, nel Nevada, quando lui aveva solo cinque anni. Si diplomò, nel 1947, alla White Pine High School. Lavorò per l'"Ely Daily Times" come fattorino di giornali e negli anni successivi imparò il mestiere della tipografia, diventando infine un compositore tipografo. Mentre era a Ely, lavorò per due redattori, che alla fine divennero governatori dello Stato del Nevada: Vail Pittman e Charles Russell. Richard prestò servizio anche nella Guardia Nazionale e nelle riserve come sergente maggiore dal 1948 al 1957. Richard lavorò anche per il "Nevada State Journal/Reno Evening Gazette" come compositore tipografico per 14 anni in totale. Dopo aver lasciato l'industria dei giornali lavorò, per 15 anni, come venditore per la Moore Business Forms. Richard fu deputato del Nevada State Council dal 1976 al 1977. Il 25 marzo 1956 sposò Beverly Blackham (si erano conosciuti quando entrambi lavoravano presso l'ufficio dell'East Ely Railroad Depot). Ebbe quattro figli: Debbie, Marcie, Mark e Sheila. Richard DiCianno morì a 90 anni il 25 aprile del 2020. Il secondo figlio, Romolo "Rom" DiCianno, nacque a Youngstown il 19 agosto del 1931. Rom frequentò la East Ely Grade School e la White Pine High School di Ely, diplomandosi nel 1949. Su sollecitazione di sua madre, sostenne l'esame di servizio civile per lavorare per il servizio postale degli Stati Uniti. Lavorò per la USPS dal 1950 al 1952. Fu arruolato e prestò servizio nella guerra di Corea dal 1952 al 1954, con sede a Yakuza, in Giappone. Fu poi trasferito al Signal Corp. Tornò a lavorare per il Servizio Postale dal 1954 al 1990, quando andò in pensione come direttore delle Poste. Nel febbraio del 1957 si sposò con Billie Manderville, un'infermiera canadese. Rom fu membro, per 55 anni, della Elks Lodge, membro dell'Ely Lions Club per 48 anni e fece parte del Consiglio comunale di Ely dal 2007 al 2013. Ebbe tre figli: due maschi, Currie e John, ed una femmina, Carmi. Romolo "Rom" DiCianno morì il 21 luglio del 2018 a Sparks, in Nevada. La figlia di Carmela, Marie Antoniette DiCianno, nacque nel 1938. Sposò Donald R. Carrick nel luglio del 1961. Marie fu un'infermiera professionista. Si laureò in infermieristica presso la Holy Cross Hospital nel 1959. Marie lavorò al Saint Mary's Hospital di Reno, allo Steptoe Valley Hospital e alla struttura di assistenza estesa della White Pine County a Ely. Nel 1974 iniziò a lavorare con Home Health Services del Nevada, servendo per 38 anni come direttore di filiale. Marie ricevette, nel 1991, il Silver State Citizen Award come infermiera dell'anno dal procuratore generale del Nevada nel 1991. Fu nominata uno dei dieci pionieri della salute rurale più onorati per 53 anni di attività infermieristica nel 2013. Fu scelta come Grand Marshall per la Fourth of July Parade nel 2005. Ebbe tre figli: Michael, Richard e Timothy. Marie Antoniette DiCianno morì il 5 settembre del 2023. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 22 gennaio 2024.

  • Il poeta Gabriele Mosca

    (Capracotta, 21 giugno 1923 - Sulmona, 6 novembre 2017) Gabriele Mosca era un ferroviere, capostazione per la precisione, e ha vissuto buona parte della sua vita a Sulmona, in provincia de L'Aquila, la stessa città che diede i natali a Publio Ovidio Nasone, forse il più grande poeta romano. La poesia elegiaca di Ovidio, però, nulla c'entra con quella dialettale del Mosca, un uomo semplice che Enea Di Ianni descrive «estremamente riservato nei modi, ma stupendamente ricco nella sensibilità». Gabriele Mosca, infatti, iniziò in tarda età a comporre poesie in dialetto sulmonese, nel 1982, spinto dagli amici che lo spronavano a partecipare a vari concorsi letterari locali. E infatti, da lì in poi, ottenne diversi premi e menzioni, dal Premio Francavilla del 1982 alla Vª Rassegna di poesie dialettali di Vasto nel 1983, fino al Premio Internazionale "Emigrazione" del 1988. Il Mosca, che «predilige l'endecasillabo alla rima e si destreggia nel sonetto», nel 1992 cominciò finalmente a poetare in dialetto capracottese: una prima tranche di poesie venne composta dal 1993 al 1995, la seconda si spinse fino al 2007 e dà vita ad un compact disc pubblicato l'anno seguente. Tuttavia, la morte prematura del figlio Paolo, innamorato della montagna d'Appennino, lasciò in Gabriele Mosca un dolore inestinguibile, immenso, eppure egli non smise mai di provare un'ammirazione bambinesca e genuina per la montagna, un'entità che da sempre attrae gli esseri umani e che rimane madre anche quando sottrae qualcosa di unico come un figlio. Del Mosca ho scelto allora tre «toccanti poesie in dialetto capracottese, dove Gabriele, con la sua passionalità e l'amore per il suo paese natale, ci fa rivivere in forma lirica momenti e situazioni della quotidianità di Capracotta. Riaffiora spesso la nostalgia per il paese natio ed essa rende più sublime e gradevole la lettura di chi ha dovuto lasciare il paese». Si ricorda che nel dialetto scritto la vocale e non accentata rappresenta la cosiddetta "e muta", che dà vita allo stacco tipico delle parlate meridionali. Ovviamente, nelle note ogni poesia è stata tradotta letteralmente, cosicché tutti possano gustare i versi di Gabriele Mosca. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.

  • Il territorio di Capracotta: codicillo fuori programma

    Ai miei compaesani - Congedo Devo dirvi che un dubbio è venuto a picchiarmi al cervello intento allo scrivere: il dubbio che qualcuno di voi, leggendo, non sia venuto a domandarsi: A che questo pezzo d'imbecille è andato perdendo il tempo per fare questa scocciante mostra di pastocchie e storielle? Ed allora la penna mi è caduta di mano. Ma poco appresso m'è venuto da ridere, ridestandomisi in mente tanto quel che Paolo Ferrari fa dire ad un personaggio scettico d'una sua commedia: Che scopo ha chi passeggia? chi fuma? e che so io, chi, avendo tanti debiti, si raccomanda a Dio? Quanto la lunga filza d'interrogazioni canzonatorie in versi a rime baciate, a voi nota, cori de'quali un Pievano di Colle di Macine incalzava un amico, che poco innanzi la mietitura, andava in cerca di paglia; versi che non posso trascrivere perché troppo numerosi, né rivelatori di sacerdotale castità, alla quale quei pievani erano alquanto restii fin da come si è visto nella numerazione dei fuochi del 1447 (Dio mi guardi dal malignare oggidì). E poi pensavo che ci son quelli che scrivono romanzi, bozzetti, articoli critici o biografici e poesie, che Dio li accolga nella sua infinita misericordia! Ed allora la penna ha ricominciato a scorrere di nuovo. Tal'altra, specie traverso le cose «quarum pars parva fui» precorrevo un po' macabramente quel che si potrà andar borbottando quando l'Arciprete «ritto su la mia cassa» reciterà con piagniculosa cantilena il "Libera me Domine... A porta Inferi" (e il dì lungi non è che diventerò favola a la gente, quasi alla vigilia dell'ottantina). Forse, rammentando le male fatte prove del pecoraio, del cantiniere, dell'azzecca-garbugli, «et de quibusdam aliis» si ricorderà che mi fecero fare anche quella del Sindaco ovverosia Podestà. Ma fu proprio all'esordio che vollero tornare a «le fresche brezze del patrio suol» quei tali Signori di Maio, che se n'erano andati a Deliceto, e non per «un regal serto sul crin posarmi»; ma per solleticarmi quella «grattatio capitis quæ facit recordare cosellas». E fu allora che che mi trovai davanti la Bella addormentata nel bosco (quella tale Signorina Promiscuiquità lasciataci da Zurlo), che per tenermela fedele dovetti dedicarle la prima stampa del mio vituperato opuscolo. Salterà fuori in ultimo come diventai: Dio dell'or Del mondo signor Possente, risplendente. E mio ministro fu Belzebù, il quale mi si prese l'anima ed anche i danari, nonostante patti in contrario. Però compiei la mia giornata innanzi sera facendo pigliare prima i vostri paesani soldi per liberarvi una volta per sempre da quell'Idra che ho sempre lamentata nei miei noiosi libercoli. Che me n'è restato? Ricordo un'allegoria d'uno degli scrittori miei prediletti, il russo Turghenieff. Raccontò su per giù il Turghenieff che lo spirito candido d'un giovine era salito al Cielo; e fra le beatitudini delle celesti sfere, scorse due donzelle di sorprendente bellezza, una bruna ed una bionda andar liete a braccetto. Stette lungamente a rimirarle per la bellezza, e perché si sovveniva vagamente di averle incontrate talvolta in terra, ma senza rammentare chi fossero e dove. Di che accortosi l'angelo suo custode che ancora lo accompagnava, disse: «Come? non le riconosci? Ma quella è la Generosità e questà è la Riconoscenza... Ah sì, adesso rammento; ma è che la prima volta le vedo andare insieme». E poi ricordate Didone? Didone chiese al Re africano (aspettate... come si chiamava? Gianbarba Sciarpa Giarra, Giarba...) un po' di terra per farci alcuni villini, ma Jarba, che aveva tentato di sollevarle alquanto le gonnelle, ma non ci era riuscito, per farsi una risata, rispose di volerne dar quanta ne chiudeva la pelle d'una vacca... Gratis? Gratis. Parola di Re?... Parola di Re. Io invece non ho potuto ottenere tanta terra quanta Jarba voleva darne a Didone, e pure, nonostante, patti in contrario. Però Didone, ch'era una bella e gioviale ragazza capracottese, ma furba, e se n'era andata in Levante, dove l'aveva sposata il miliardario Sicheo; ma poi si era messa a far l'amore con un commesso viaggiatore, un certo Enea, della ditta Virgilio, Marone e compagni e perciò al marito aveva rotto un prezioso portacenere per sigarette e lo dice pure Dante quando la trovò all'Inferno, Didone dico teneva le forbici affilate non meno della lingua; cosicché tagliò la pelle della vacca in sottilissimi cordoncini, e li dispose un dopo l'altro in semicerchio attorno alla riva del mare. Fece andare tutti i maestri... Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • La storia di Connie D'Andrea

    Consilia "Connie" Elisabetta D'Andrea nacque a Philadelphia, in Pennsylvania, il 27 luglio del 1927, da Giuseppe "Joseph" (nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 luglio 1883; morì a 72 ann il 1° aprile del 1956 a Philadelphia) e da Filomena "Philomena" Carugno (nacque nel 1895 da Francesco Carugno e Maria Di Tella, entrambi emigrati da Capracotta). Connie ebbe due fratelli, Vincent e Joseph. Connie si diplomò, nel 1945, alla Philadelphia High School for Girls. Frequentò la University of Pennsylvania, dove fu membro della Sigma Kappa Phi. Con la famiglia visse in un quartiere conosciuto come Swampoodle. Connie all'inizio lavorò presso la Philadelphia Savings Fund Society (PSFS, una cassa di risparmio mutualistica). Fu analista fiscale e di bilancio presso la Philadelphia Savings Fund Society. Nel 1973 si trasferì in California (per risiedere con il fratello Vincent e la cognata Shirley McFarland). In California iniziò a lavorare part-time presso Hewlett-Packard (questo mentre frequentava la San Jose State University, dove si laureò, con lode, in gestione aziendale). Nel 1974 fu assunta a tempo pieno presso la Hewlett-Packard, dove ricoprì varie posizioni di gestione dei clienti. Coltivò la passione per l'archeologia e la storia. Fu sostenitrice di molte attività culturali a Palo Alto. Fece parte del St Anne's Chapel Renaissance Choir. Prestò servizio volontario in compiti amministrativi con la Alto Chamber Orchestra e il California Art Preservation Act (fornisce protezione legale per i diritti morali degli artisti vietando l'alterazione o la distruzione delle loro opere d'arte senza il loro consenso). Consilia Elisabetta D'Andrea morì a 86 anni il 9 febbraio 2014 in California. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 3 dicembre 2023.

  • La Chiesa di San Vincenzo a Capracotta

    Dopo una vita dedicata alla predicazione, lo spagnolo Vicente Ferrer (1350-1419) diventò il compatrono di Napoli e, più tardi, del Regno delle Due Sicilie, l'entità statuale scaturita dal Congresso di Vienna e scomparsa con l'Unità d'Italia. A Capracotta esiste una piccola chiesa dedicata a quel santo, una chiesa di cui, fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, la famiglia Campanelli godeva il giuspatronato. Edificato tra il 1779 e il 1783 sui resti dell'oratorio della Visitazione e della Morte per volere di Agostino Campanelli, il piccolo tempio capracottese sta tra via Roma e la scalinata di via San Sebastiano ed affaccia verso il palazzo che un tempo era di una tra le famiglie più ricche e prominenti della borghesia capracottese. Al pari di quelle di San Giovanni e di Sant'Antonio, anche la Chiesa di S. Vincenzo ha navata unica ma la differenza con le altre sta nel fatto che questa difetta persino dell'abside. Conficcata nel borgo antico della Terra Vecchia è difatti una chiesetta nata per permettere ai Campanelli di praticare meditazioni e seguire privatamente funzioni di mane e sera, talmente privata che dal 1915 ospita la tomba del giovane Michelangelo Campanelli, di cui ho parlato in un articolo del 7 settembre 2020. La chiesa «in onore di S. Vincenzo Ferreri e dell'Incoronata» non è sfarzosa, non ha pregi evidenti, non attrae gli sguardi dei passanti, eppure è bellissima. Preziosa. Per chi, come me, subisce il fascino del sacro, questa chiesuola rappresenta un'oasi di riservatezza spirituale tra il vocio dei villeggianti estivi. Oltre ai meravigliosi pavimenti - non valorizzati ma, grazie a Dio, ben protetti - al suo interno sono conservate tre statue: una è quella del Santo eponimo (ormai trasferito nella Chiesa Madre), un'altra raffigura sant'Alfonso e l'ultima, piccolina, è di Maria Addolorata. Per quanto riguarda la statua di san Vincenzo, questa presenta quattro connotati che non si discostano affatto dall'iconografia tradizionale. Il primo sta in ciò che gli abitanti della Terra Vecchia, con schiettezza popolare, chiamavano peparulìtte, ossia la fiamma dello Spirito Santo che arde sul suo capo e che simboleggia tanto l'illuminazione divina quanto il cosiddetto dono delle lingue. Ferrer era infatti un attivissimo predicatore domenicano e, nonostante parlasse soltanto spagnolo, si dice che venisse compreso a meraviglia. La seconda peculiarità sta nella tromba che tiene nella mano destra, il cui dito indice è rivolto all'insù: è infatti con strepito di fiati che Vincenzo ricorda come la meta ambita d'ogni uomo sia il Cielo e come sia il Cielo ad elargire grazie e miracoli, non la sua misera persona. La terza caratteristica del santo sta nel paio d'ali che indossa, in quanto egli è buono come un serafino e ammonitore come un angelo dell'Apocalisse. E questa è infatti l'ultima e più specifica tra le sue particolarità. Nella mano sinistra san Vincenzo sorregge la Bibbia, aperta proprio al Libro dell'Apocalisse, in cui si legge «timete Deum et date Illi honorem» (Ap 14,7). Anche se il versetto non è completo, il taumaturgo spagnolo ricorda che l'ora del giudizio è vicina, per cui «temete Dio e dateGli gloria». La sua memoria ricorre il 5 aprile. La seconda statua lignea è quella di sant'Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787), dottore della Chiesa, compositore di melodie celesti e anch'egli legato a stretto giro con la città partenopea. Quando la Chiesa di S. Vincenzo è stata eretta Alfonso era ancora in vita, seppur vecchio e infermo, e forse il suo culto in quel di Capracotta nasce proprio tra queste mura nell'intervallo di tempo che sta tra la sua morte, nel 1787, e il 1839, quando papa Gregorio XVI lo canonizza universalmente. Va detto che quella di sant'Alfonso è una delle statue lignee più curiose di Capracotta. Essa è infatti l'unica raffigurazione a mezzo busto naturale e, vista la leggera curvatura delle spalle, credo che la scelta iconografica dell'ignoto artigiano sia caduta sulla sua sofferenza terrena, giacché Alfonso de' Liguori era affetto da artropatia deformante. Nonostante ciò la figura appare dolce, tonda, affettuosa, incorrotta come quella d'un bambino. Con l'indice destro Alfonso suggerisce di guardare la sua mano sinistra, nella quale impugna una «Croce, che fu fabbricata da tanti miei gravissimi peccati». La sua memoria ricorre il 1° agosto. Al di sopra dell'altare centrale sta un bell'affresco della Madonna Incoronata - oggi conservato nella Chiesa Madre dopo un attento restauro - ai cui piedi sono raffigurati due personaggi, probabilmente il pastore Strazzacappa e il conte di Ariano, come narra la leggenda dell'Incoronata di Foggia. Nel 2015 l'arch. Franco Valente ha posto un quesito che, ancor oggi, non trova risposta, ossia scoprire quale sia il rapporto tra il culto della famiglia Campanelli per sant'Alfonso a Capracotta e il fatto che «a Colletorto nella chiesa del convento di S. Francesco vi è una lapide per una cappella di juspatronato della famiglia Crescenzo Campanelli del 1750. Questa chiesa passò alle monache di S. Alfonso de Liguori nel 1810. In questa chiesa vi è un bel quadro di S. Alfonso de Liguori». Per quel che mi compete, posso aggiungere che Agostino Campanelli, colui che ottenne il «locale chiamato S. Vincenzo anche cadente», aveva per fratelli Alessandro e Cosmo, e che il loro stipite discendeva dal capracottese Giuseppe Nicola Campanelli e dall'isernina Anna Maria Pittillo, vissuti nella prima metà del XVII secolo. Allo stato attuale, dunque, non ci sono evidenze su un Crescenzo Campanelli emigrato da Capracotta a Colletorto. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Campanelli, Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta. Brevi nozioni di questo paesetto, Guttemberg, S. Maria Capua Vetere 1877; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; R. D'Addio, S. Alfonso Maria de Liguori e le missioni popolari. Il carisma missionario alfonsiano strada per la nuova evangelizzazione, Tau, Todi 2020; V. Ferrer, Sermoni scelti, a cura di A. Fratta, Aracne, Canterano 2018; A. M. de' Liguori, Massime eterne, Aureli, Roma 1841; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Rocco, Colletorto dalla storia e dai documenti sul territorio, ai racconti, ai ricordi, Etabeta, Lesmo 2020.

  • Mimmo Di Tella, il primo "americano" del basket orlandino va via

    Si sono svolti oggi pomeriggio, nella chiesa di Cristo Re, i funerali di Mimmo Di Tella, scomparso a 66 anni ieri mattina e, come riportato sui manifesti a lutto, già capitano dell'Orlandina Basket. Infatti sulla bara è stata appesa una sciarpa biancazzurra. Un grande applauso all'uscita della bara, in mezzo a due ali di folla, ha salutato oggi pomeriggio Mimmo Di Tella, il capitano di lungo corso dell'Orlandina Basket tra la fine degli anni '80 ed i primi dei '90, deceduto ieri mattina all'ospedale "San Raffaele Giglio" di Cefalù dove si trovava dopo un periodo di degenza in una struttura sanitaria di San Marco d'Alunzio a causa di un brutto male. Dapprima la bara è stata portata davanti al "Pala Valenti", lì dove Di Tella ha sfoggiato la sua classe ed è stata apposta una sciarpa dell'Orlandina. I funerali si sono svolti nella chiesa di Cristo Re e sono stati celebrati dall'arciprete Nello Triscari che ha ricordato la grande umanità di Mimmo e di come si era legato al paese. Presenti la moglie Claudia Lentini, il figlio Esterino, oggi sottufficiale dell'Esercito, la sorella arrivata da Napoli con i figli e tantissima gente con in prima fila coach Maurizio Cucinotta ed i giocatori del tempo Mario Iannello, Lino Milone e Francesco Cucinotta, grandi attori dell'Orlandina promossa in C1 nella memorabile stagione 1983-84. Mimmo oggi raggiunge in Paradiso gli altri compagni andati via troppo presto di quella squadra, gli indimenticabili Daniele Di Noto e Salvatore Brogna il quale ultimo, insieme a Di Tella, costituiva una coppia di formidabili assi invidiati dappertutto. Presenti anche il già giocatore e direttore sportivo dell’Orlandina Diego Pastori, il già arbitro internazionale e di Eurolega Luigi Lamonica, per la società dell'Orlandina, tra gli altri, il direttore generale Francesco Venza e lo storico dirigente Pippo Munafò. Napoletano di origine, Di Tella era un playmaker estroso ma anche saggio, dispensatore di assist e con una buona mano al tiro. Nella sua carriera ha giocato anche nella Cestistica Messina e nel Basket Napoli in Serie A2 e arrivò a Capo d'Orlando nell'estate 1981. Giocò in Serie C sino al 1986 e, successivamente dal 1989 al 1994 sino alla conclusione della carriera ultimata a Sant'Agata Militello e vincendo tre campionati con i biancazzurri. Fece parte della formidabile Orlandina che, con i vari Brogna, Iannello, Di Noto, Francesco Cucinotta, Milone, allenata da Maurizio Cucinotta, conquistò la Serie C1 (paragonabile alla B Nazionale di oggi) nella stagione 1983-84 con la vittoria nella finale playoff contro il forte Cap Reggio Calabria dell’epoca. Nella classifica all time dei migliori realizzatori dell'Orlandina, della quale fu a lungo capitano, Ditella si trova all’ottavo posto con 2943 punti segnati. Dopo avere appeso le scarpe al chiodo, Ditella è rimasto a Capo d'Orlando lavorando alla Irritec (presenti tanti colleghi di lavoro ai funerali) e venendo nominato team manager prima dell'Orlandina e poi della Costa d'Orlando. Era detto "Larry", come se fosse stato il primo "americano" della storia dell'Orlandina. Lascia tanti amici con il suo carattere riservato ma dal grande cuore e sostava tante ore sul lungomare. La salma di Di Tella, malgrado la sua origine partenopea, è stata tumulata al cimitero di contrada San Martino dove potrà essere visitata. Giuseppe Lazzaro Fonte: https://www.glpress.it/, 4 aprile 2024.

  • Lawrence Bucci e la sua "Mama Bucci's Pizzeria"

    Lawrence Bucci nacque a Capracotta, in provincia di Isernia, il 13 dicembre del 1913, da Antonio e Filomena Liberatore. Lawrence sposò, il 22 aprile del 1939, Frances Delores Taormina detta "Mama Bucci" (nacque il 3 febbraio 1922, figlia di Vito e Cecilia "Matilda" Reinholtz, ottima cuoca, il suo primo lavoro fu presso la Adornetto's Pizzeria, fu membro della St. Thomas Catholic Church e della Daughters of Isabella). Lui e la moglie fondarono la Enrico Fermi Lodge - Sons of Italy, che poi divenne Bucci's Italian Village (infine denominato Mama Bucci's Pizzeria). Lawrence e Cecilia ebbero sette figli: Larry, Ron, Charlene, Robert, Anthony, Richard e Tyrone. Lawrence Bucci morì nel luglio del 1984 a Columbus in Ohio. La moglie, Frances Delores Taormina, morì, 13 giugno 2014. Geremia Mancini Fonte: https://www.facebook.com/, 20 aprile 2023.

  • La storia di Paul Borrelli

    Paul Augustine Borrelli nacque a Parkersburg, in West Virginia, il 3 luglio del 1928, da Vincent (nato a Capracotta, in provincia di Isernia, da Agostino e Vincenza Di Nucci, giunse negli Stati Uniti, insieme alla madre, nel 1906, sbarcò ad Ellis Island dal piroscafo "Luisiana", il padre, Agostino, era arrivato in America due anni prima, nel 1904, viaggiando sul piroscafo "Palatia", Vincent morì, aveva 83 anni, il 7 dicembre 1981 a Parkersburg) e Mary Verno (24 settembre del 1904-28 luglio del 1987). Il padre di Paul, Vincent, aprì "Artcraft Studio" nel 1925. Lui iniziò a lavorare nello studio del padre quando aveva circa 10 anni. Crescendo partecipò all'attività dell'Artcraft Studio sia per le fotografie di famiglia (matrimoni, comunioni e ricorrenze varie) che per quelle della città di Parkersburg. Si diplomò alla PHS nel 1946 e nel 1952 si arruolò nell'esercito statunitense. Durante il servizio militare fu incaricato del laboratorio fotografico della sua caserma e imparò a conoscere meglio il mestiere. Una volta congedato riprese a lavorare nell'azienda fotografica di famiglia. Alla morte del padre, nel 1981, Paul scoprì che quest'ultimo conservava un negativo di quasi tutte le foto che aveva scattato alla città fin dall'apertura dell'attività nel 1925, ottenendo così la "Storia di Parkersburg in fotografie". Con la passione di preservare la storia di Parkersburg, Paul continuò a raccogliere numerose foto della città utilizzando microfilm di giornali e ricevendo foto da molte persone che le ritenevano un peso. Per Paul, invece, erano tesori. Questa passione lo portò a raccogliere quasi 10.000 negativi della città. La Artcraft Studio, nel corso degli anni, cambiò più volte sede. Nel 2013 venne riconosciuto come West Virginia History Hero dalla "WV Division of Culture and History" per la sua collezione fotografica e per i volumi di articoli di giornale che fornivano informazioni e dettagli sui principali eventi e sugli edifici più importanti di Parkersburg. Paul sposò Ruth (morta nel 1992) che gli diede due figli: Jim e Gina. Paul Augustine Borrelli morì a 93 anni, il 24 novembre del 2021, nella "sua" Parkersburg in West Virginia. Geremia Mancini

  • Al mattino il belato delle pecore...

    Al mattino il belato delle pecore e il muggito delle vacche si diffonde per il pendio; animali e uomini percorrono luoghi già abitati dagli avi e custodiscono memorie di gente fiera. Quell'angolo di terra come una culla consente una vita semplice e frugale ai suoi figli, tra le sue pieghe scorrono vene d'acqua «benedetta dagli dei» che scendono dalle cime e si raccolgono in fonti preziose alle quali tutti possono abbeverarsi, quella dell'Eremita, più in basso quella del Duca. Le attività contadine si muovono in uno scenario ampio che ogni giorno si misura con il dominio dei monti e il più vasto paesaggio a valle: l'occhio si perde alla vista dell'orizzonte, con il cambio delle stagioni vede mutare la dimensione dei chiaroscuri rocciosi, la sfumatura dei boschi distanti o dei campi vicini, poi la notte nel buio accendersi un anfiteatro di luci sparse. Rimane il suono di qualche campanaccio o il lamento del vento ad evocare storie del passato anche molto remoto quando le genti sannite lottavano per difendere le loro terre e affidavano il destino alle divinità. Flora Di Rienzo

  • I cavalli soffiano dalle narici...

    I cavalli soffiano dalle narici come a voler liberarsi della stanchezza, scuotono la testa mentre un brivido percorre il loro corpo fino alla coda agitata e calpestano nervosi lo stretto sentiero di ciottoli producendo un rumore metallico lungo un percorso noto di stagione in stagione; accanto gli uomini procedono a piedi e sorvegliano che tutto vada per il meglio gettandosi la voce, richiamando qualche cane al seguito che fa la sua parte correndo qua e là. Tutti in colonna compongono una processione di fatica che trasporta legna dai boschi fino alle case giù in paese per risalire di nuovo a fare altri carichi. Nel frastuono generale non mancano gli imprevisti: i pesi sbilanciano i corpi e il cammino si fa più difficile; poche le soste anche perché il tempo può improvvisamente cambiare, a volte la nebbia scende a inumidire ogni cosa, poi il vento porta nuvole minacciando una pioggia imminente e allora occorre sbrigarsi e mettere la giacchetta o la mantella sulle spalle affrettando il passo e solo giunti alla Fonte delle Croci la carovana si sente già al sicuro. Flora Di Rienzo

  • Il territorio di Capracotta: osservazioni su le disposizioni intellettive e l'indole dei capracottesi

    A questo punto m'avvedo d'esser pervenuto al termine del già lungo scrivere sulle memorie del passato e di dover porvi fine. Ma non riuscirà forse superfluo aggiungere qualche osservazione relativa ai tempi nei quali son vissuto, alle qualità intellettive ed all'indole della nostra gente e mi lusingo che i miei concittadini non si dispiaceranno di quel che andrò esponendo ancorché severo, né qualcuno vorrà lamentarsi di qualche omissione, di qualche errore, certo inevitabile. Parmi che valga bene premettere quel che delle nostre popolazioni in genere scrisse il già menzionato cronista Paolo Mattia Doria nel "Regno di Napoli descritto nel 1713": «Gli abbruzzesi e i Molisani, nati in clima freddo ed aria sottile, han temperamento chiaro e sereno. Abili negli atti di valore e di coraggio, sinceri, fedeli, leali; non pazienti alle fatiche; capaci agli studii per apprendere ogni cosa, quantunque non inventori; insomma sufficientemente buoni, ma non ottimi per gli studii». Lo stesso biografo dei nostri "Uomini illustri del Molise", il buono e compianto Pasquale Albino, apertamente annotava nella Prefazione della sua raccolta: «Di rado, o forse giammai, non s'incontrerà una mente che si levi ad un alto e fecondo concetto speculativo; che si renda iniziatrice di un'impresa arditamente meravigliosa; ma ben sovente riscontriamo ingegni ricchi di peregrine cognizioni; animi dell'apostolato della giustizia e della civiltà, devoti fino al martirio». Infatti Capracotta non ha dato inventori di sorta, non personalità celebrate per alte o ardite imprese, non audaci esploratori. Neppure alle arti ha dato notevoli contributi, salvo la musicale nella quale si segnalarono Claudio Conti, ricordato dal Florimo nella Storia dei Musicisti ed Alfonso Falconi noto come compositore prevalentemente in Germania. Ma pittori, scultori, architetti, artefici in grandi o minuti lavori non ne son venuti ch'io sappia. Neppure Talia ha avuto mai apprezzabili seguaci, e ancor meno Melpomene e Polinnia. Neanche Tersicore! Invece buoni cultori di studii filosofici, letterari, matematici, di medicina, di scienze naturali, e sapratutto giuridiche non han fatto difetto. Ho già menzionato gli antichi Carfagna, Pizzella, Baccari, i Canonici Di Ciò, Melocchi: ma nei tempi a noi più accosti dettero prova di sapienza e d'integrità non comune nelle discipline giuridiche non solo i nominati Stanislao e Nicola Falconi ma i magistrati Giovan Grisostomo Di Ciò, Gaetano Falconi, Zaccaria Conti, Vincenzo Falconi; e più ancora Tommaso Mosca elevato anche alla reggenza dello Stato. Michele Giuliano assunto all'alta dignità d'inviato alla Conferenza per la pace a Parigi, Giuseppe Di Ciò nel Ministero della Giustizia; ultimo Vincenzo Campanelli strappato da fato inesorabile, appena nominato giudice a Roma nel 1926. Nel fòro Emanuele Pettinicchio a Trani, Giambattista Campanelli a S. Mana Capua Vetere tennero alto il prestigio della loro nobile professione ed attualmente avvocati bene esercenti sono gli Erariali Adelchi Falconi a Roma, Ruggiero Falconi a Bari e liberi professionisti a Roma Pasquale Mosca, Alfredo Sozio, Sebastiano Vizzoca ora nella Confederazione delle Industrie, Sebastiano Falconi nelle Dogane. A Napoli Giuseppe Antenucci anche nelle Dogane, Guglielmo Conti, già Direttore in quella città della grande azienda commerciale italo-brasiliana Matarazzo. Nell'esercito Nestore Conti che nella grande guerra, gettò la toga per la spada. Nella carriera amministrativa Pietro Conti fu a reggere svariate Prefetture importanti, suo fratello Gregorio è l'attuale nostro benveduto Podestà. Nelle scienze naturali, e sempre fra diplomati, si sono altamente segnalati Giuseppe Di Tella che da gran tempo è Professore nell'Istituto superiore forestale di Firenze; Pasquale Carnevale chimico professionista che ne spezzò il pane ai giovinetti figliuoli del Duca D'Aosta (ora a Ventimiglia), ambo autori d'importanti studi del rispettivo ramo dello scibile; Roberto Conti che ha trasformato in podere modello un proprio fondo in Puglia; Gennaro Carnevale, chimico studioso della sua scienza e della sua storia; e provetti nella chimica farmauceutica sono Americo Angelaccio trasferitosi dall'Argentina a Bologna, Alfredo Conti, Filiberto Castiglione in paese, Corradino Terreri a Iesi. Nel ramo medico chirurgo ricorderò Luciano Conti che fu apprezzatissimo, condotto in varie cittadine toscane e tornò nostro ufficiale sanitario. Suo figlio Mario, restò, durante la guerra, nella Direzione dell'Ospedale Militare di Chieti; ora con l'Istituto delle Assicurazioni a Bari. Dello stesso ramo familiare Gaetano Conti per gran tempo fu a capo dell'Istituto siero-vaccinogeno di Asmara, ed avrà fra poco il grado di colonnello in Roma. Giovanni Conti, quantunque abbia messo in pratica l'"impara l'arte e mettila da parte" riscuote fiducia dei clienti che, pure in Roma, sappiano scovarlo fra uno scelto pezzo di musica ed una filosofica partita di tresette. Claudio Conti è il sanitario principale in paese. Alberto Campanelli, nato in S. Maria, medico in guerra nella marina militare; ferito pericolosamente all'addome nella impresa dei Dardanelli, è salito al grado di medico primario in quella città. Diego Di Ciò esercente in S. Pietro Avellana è accreditatissimo in tutti i nostri dintorni. Francesco Di Tanna, raggiunto il grado di Colonnello veterinario si gode il meritato riposo a Viareggio. In matematica Nino Campanelli in S. Maria come il fratello Alberto, trincia calcoli astrusi e ne dà insegnamenti ai giovani del Liceo e d'istituti di quella città. Ingegneri in efficienza sono Alfonso Pollice nell'Abruzzo chietino, Vincenzo Castiglione, Agostino Conti, Alfredo Di Ciò in Roma. Nel campo delle industrie, grandiosa ed attiva si mostra presso la Stazione ferroviaria S. Pietro-Capracotta la fornace da laterizi, col vicino stabilimento per la lavorazione del legno, della Società Industriale Alto Molise (Siam) sorta per iniziativa di Agostino Santilli, dottore in agraria, col contributo dei suoi fratelli, dei fratelli Ianiro ed altri, tutti capracottesi. Il dott. Agostino è autore di un Manuale di Silvicoltura ed un altro d'Agricoltura editi dalla casa Hoepli e Casanova e fu il promotore della rotabile litoranea adriatica dal Fortore al Sangro che ora si sta per completare. Nell'Argentina sono attivi industriali capracottesi. Principale a Buenos Aires quello di costruzione di macchine industriali, pastifici, molini ecc. di Torquato Di Tella, germano del Prof. Giuseppe anzi menzionato. Come partecipe dell'industria e dell'arte devo far menzione di Ciro Giuliano, il quale con l'indefessa ed accorta precisione del lavoro, con l'amabile tratto, seppe formarsi ancor giovanissimo la maggiore e più aristocratica sartoria in Roma. Alle sue mani, al suo gusto si sottomettono fiduciosi i più eleganti viveurs, rappresentanti delle nazioni stranieri, e personaggi di Corte e di Case regali pei migliori vestiti. Dame e Damigelle accorrono a lui vogliose di far risaltare le grazie delle loro forme corporee nelle movenze degli esercizi ginnastici o sportivi, nello stare a cavallo alla caccia o al galoppatoio di Villa Borghese. Il clima rigido di Capracotta, la lunga permanenza della neve con la conseguente improduttività agraria, il ristretto ambiente paesano, costringono i nativi ad emigrare. L'emigrazione invernale dei lavoratori manuali, dei pastori è abituale e antichissima. Ma coloro che raggiungono una professione liberale, perizia in mestieri o coloro che non trovano stabile occupazione, sono necessariamente indotti ad allontanarsi definitivamente, come emerge dai cenni innanzi fatti. Capracottesi ed oriundi capracottesi sono disseminati in innumerevoli comuni specie del Mezzogiorno; ciò che fece dire a un bello spirito: «Quando Colombo scopri l'America vi trovò un capracottese». Oggidì ve ne sono moltissimi. Relativamente all'indole del nostro popolo posso rilevare con soddisfazione che esso non è stato mai facile ad accalorarsi troppo anche negli eventi più clamorosi politici e sociali. Cospiratori, settari accaniti, propagandisti arrabbiati non ne sono usciti da noi. Certi osanna ai nuovi destini, alla libertà, al progresso; certi proclami ampollosi, certe mostre di miraggi in sociali mutamenti, sono stati accolti per lo più con incredulità o indifferenza. Anche l'entusiasmo che invade le folle per certi uomini di grido e per le loro gesta è stata ognora assai tepida. Insieme il nostro popolo non ha avuto mai esponenti di efferati o nefandi delitti. Il parricidio, l'assassinio per rapina, o per lunga o brutale premeditazione, i furti rilevanti per scasso, l'associazione a delinquere fra compaesani, lo stupro di fanciulle, l'incesto, e tutte insomma «quelle colpe che non han perdono» come dice l'Aleardi, sono restate sempre, e senza eccezione, sconosciute. Lo stesso brigantaggio non ebbe da noi feroci adepti, tanto che nessuno dei pochissimi che si dettero alla macchia potette subire condanna a grave pena: quei pochi che affrontarono quella vita perigliosa e triste lo fecero per sfuggire a minacce d'altri procedimenti penali, per disagi familiari, per sfuggire al servizio militare, alla miseria. La reazione del 1860, apparsa qual nube minacciosa di vasto temporale tragico, manifestatosi altrove ferocemente, finì qui dopo tre o quattro giorni in maniera alquanto burlesca; con la proclamazione cioè di fraterna pace fra reazionarii e loro perseguitati. Veramente a chetare i forsennati reazionarii valse assai l'interposizione di Mons. Giandomenico Falconi, Vescovo di Acquaviva ed Altamura che trovavasi in paese e che quì morì poco appresso. Di quel moto reazionario stese una memoria Oreste Conti fu Giulio nel 1911, stampata a Napoli dal Pierro. Quantunque il compilatore fosse incorso in varii strani errori, la sua narrazione mi dispensa dal ripeterne i particolari. Aggiungo solo un mio fanciullesco ricordo che cioè il 4 Ottobre (compivo quel giorno 6 anni), una giornata greve, plumbea, la folla dei cafoni, sollevatisi contro i galantuomini da cui credevansi oppressi, invasero la nostra casa, rovistandone ogni angolo ed asportandone ogni arma; ma tutto e tutti rispettando; ed il capo degli insorti Calzettone (Pasquale Di Janni) dai cerulei occhi fiammanti, borbottare fra i denti minaccioso alle povere donne di casa: «Bolle il sangue, bolle la terra!»; poi, dopo un po', entrare il vicino di casa farmacista Ettore Conti con un'ampia ferita al collo presso la nuca, ed una mia zia Carminia Corvinelli medicargli il micidiale taglio di roncola. Le donne?... Nel complesso buone madri di famiglia, solerti massaie, fide spose, affettuose compagne. Non prive però di tutti i difetti delle donne, aggravati da certe speciali fisime di abitudini da far accapponare la pelle. Delle loro fattezze fisiche s'incontra lode in più di un libro. Il Galanti, per esempio, nella "Descrizione dello stato antico e attuale del Contado di Molise" del 1781 le afferma belle: lo ha ripetuto il Sig. Masciotta nel 1° Volume del "Molise". Edmondo De Amicis nell'Oceano ricorda «la bella contadina di Capracotta con la sua faccia di Madonna (lavata male)», che con lui navigava verso l'Argentina su Galileo Galilei. Io mi permetto di credere che l'avvenenza sia da riferire in prevalenza alla svelta regolarità di conformazione del corpo (e certo la corpulenza, le deformità sono abbastanza infrequenti), alla espressione viva dello sguardo, della fisonomia, anziché, a quella leggiadria di lineamenti e di profili che attrae nelle donne dell'alta valle del Biferno, dell'Aquilano, della Ciociaria. Ma tanto per le donne, quanto per gli uomini, a nessun paese si addice meglio la formula di P. M. Daria «non pazienti alle fatiche». Perciò le donne sono assai mediocri nei lavori del loro sesso manca loro quell'accorgimento, ad esempio, nell'arte del ricamo e dei merletti delle loro compagne di Pescocostanzo, d'Isernia; nel taglio della vestimenta, nel cucire, nell'arte sopraffina della cucina. Scarso è il sentimento dell'emulazione. Degli uomini pochissimi si dedicano ad arti e mestieri che portin seco cure lunghe e minute: intagliatori, ad esempio, orologiai, incisori, gioiellieri, disegnatori. Date ad un capracottese la cavezza d'un cavallo, l'accetta, l'aratro o la zappa e sarà contento. Ed un'altra manchevolezza mi pare di scorgere nel comune carattere popolare, la scarsa virtù della subordinazione; per cui vedo riuscir difficile o di poca durata ogni forma di associazione anche in opere di comune interesse, di comune vantaggio, non che la restia osservanza dei patti. Ciascuno crede di poter fare da sé, o di poter guidare gli altri e così con scarsi risultati. Addentrandomi nelle ricerche del passato, non mi è sfuggito qualche pensiero del presente e per l'avvenire del nostro popolo. Quel pensiero mi dice che è vano dissimularsi come le fonti di vita del popolo stesso vadano disseccandosi con la decadenza o crisi della pastorizia, con l'esaurimento del taglio dei vasti boschi, con la sminuita rimunerazione del lavoro, con la difficoltà della emigrazione all'estero. Quale risorsa sarà dunque possibile? Inutile, o assai problematico, aspettarsela dall'agricoltura. Le industrie meccaniche (la tessile per esempio sarebbe indicata) son diventate troppo numerose, e qualunque di esse richiederebbe ingenti capitali per l'avviamento ad un largo impiego dell'opera locale. L'industria dei trasporti, a cui i capracottesi son bene inclinati presuppone un notevole movimento di ricchezza che ancora non c'è. Quella detta del forestiero (che la villeggiatura estiva e gli esercizi invernali ginnastici sulla neve suggerirebbero) è una industria da poltroni e da parassiti. Non appare dunque all'orizzonte del futuro che l'antica delle greggi e degli armenti. Ma anche su questa bisogna anzitutto considerare che a volerla risollevare alla maniera antica, cioè da soli, sarebbe un fatale errore. Il nuovo andamento delle cose impone al contrario quella forma di conduzione che ci appare la meno gradita, cioè la consociazione. Al mio pensiero (che potrà essere anche un sogno d'inferma fantasia) si presenta la possibilità, il miraggio anzi d'un intero popolo possessore di bestiame, unito in una o più Masserie armentizie, affidato alle cure di persone le più volenterose e sagaci, intente agli interessi di tutti. Non importa che la femminuccia apporti una pecora sola ed il possidente mille, il contadino una vacca e il possidente venti; tutto potrebbe esser equamente ripartito. Prevedo bene le innumerevoli obiezioni, le grandi difficoltà di una prima attuazione di questo concetto, ma giova ben ricordare il motto fatidico del Prof. Giovanni Bovio: «L'utopia dell'oggi, la realtà del domani». Finito di scrivere 29 Novembre 1929. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

  • Da Capracotta a Gerusalemme

    La cappella posta a nord del transetto della Chiesa Madre, in cornu Evangelii, è dedicata alla Madonna Addolorata, con il piano dell'altare sovrastante la teca del Cristo morto. Le due porte ai lati dell'altare sono state realizzate nel XX secolo per dare accesso alla sagrestia e al coro. Anticamente una balaustra chiudeva la cappella come per l'omologa, ancora presente, del Sacro Cuore in cornu Epistulæ, e l'accesso al coro e alla sagrestia avveniva tramite l'altare maggiore tramite un passaggio mimetizzato da armadio che dava accesso anche al locale da cui parte il passaggio alla scala della cantoria. Pochi sanno che nel coro è conservato un magnifico orologio a pendolo con pesi di pietra ancora funzionante, proprio accanto al varco verso l'altare del Sacro Cuore. Solo recentemente il coro arcipretale della Collegiata onorifica di Capracotta, magnifico monumento ligneo, è stato rivalorizzato dopo essere stato per anni adibito a magazzino. Nel Venerdì Santo, quando il meteo lo consente, la dolorosa Madre e il Figlio esanime vengono portati in processione fino al cimitero in un simbolico cammino che unisce la comunità alle spoglie mortali dei propri antenati. Segue poi al rientro in chiesa il canto del tradizionale Stabat Mater da parte del coro "Il Principalone". Una delle prime rievocazioni di questo canto, per tanto tempo caduto in disuso, avvenne poco dopo la costituzione del coro in una suggestiva cerimonia dove i coristi presero posto negli stalli sotto l'organo, dando voce alla melodia che sembrava scaturire dalle profondità remote dell'altare maggiore come avveniva in passato. La credenza popolare ci mostra una scena di Maria piangente con il Figlio in grembo: la Pietà tanto raffigurata e venerata da qui voglio offrire alcuni spunti di riflessione sui giorni della Passione. Dedicatomi per tanti anni all'egittologia e al mondo mistico-spirituale dell'antico Egitto ho cercato umilmente di esplorare anche la spiritualità giudaica e cristiana che è figlia dell'Egitto dei faraoni e leggere gli studi tesi a verificare la veridicità dei testi sacri. Spunti che hanno anche alimentato lo studio della simbologia nella musica sacra antica senza poi dimenticare la mia formazione medica e scientifica. Abituati a scorrere le scritture come un bel racconto fin dall'infanzia, non riusciamo a coglierne il senso e le notizie in esse nascosti. Abbiamo dimenticato il concetto di semantica e di come gli scrittori dell'antichità utilizzassero parole e sinonimi: certamente non solo in termini estetici come facciamo noi ma per descrizioni estremamente precise. Recenti osservazioni sul papiro Magdalen, conservato nell'omonimo College del Regno Unito, ed il frammento 7Q5 di Qumran, l'uno attribuito al Vangelo di Matteo e l'altro al Vangelo di Marco, fanno retrodatare la loro composizione ad una epoca precedente a quella attualmente ritenuta e di pochissimo successiva alla crocefissione, al punto pensarli redatti da "testimoni oculari" del Cristo. Pertanto riferimenti storici, geografici e di costume, interpretati con lo studio linguistico, archeologico-antropologico e medico-scientifico, ci fanno occhiolino tra le righe fatte salve le esigenze narrative. Vediamo qualche indizio tra i tanti. Possiamo così dire che il pianto di Maria con il Cristo sul grembo non si è mai verificato: il morto di morte violenta con spargimento di sangue e "appeso" era impuro. Bisognava impedire che passasse la notte sulla croce e venire a contatto col suo sangue significava per gli Ebrei contaminarsi e non poter celebrare la festa imminente (la parascève). Da qui la rottura delle ginocchia (crurifragium) operata in alcuni casi dai romani per accelerare la morte, che però per Gesù già morto non fu necessaria. Ecco allora la sepoltura veloce solo con i balsami e senza lavare ritualmente il cadavere come prescritto dalla Legge. Curiosamente la Sindone ci mostra un corpo sepolto con questa modalità e, particolare interessante rilevato da indagini fotogrammetriche, manipolato come se parte del tessuto fosse stato usato a mo' di "presina", come attestano alcune impronte digitali lasciate in prossimità delle tracce lasciate dai piedi del morto, afferrandone i talloni. Se per alcuni la scena della spugna imbevuta di aceto data da bere al Crocifisso possa essere solo un espediente narrativo per rievocare un passo dei profeti (Sal 68,22) potrebbe essere realmente accaduta. I soldati romani, cui era affidata l'esecuzione, utilizzavano una bevanda rinfrescante durante il servizio, la posca, che era composta di acqua e aceto. Inoltre si sapeva che dar da bere ad un uomo sulla croce significava accelerarne la morte. Pietà o crudeltà? Così il subitaneo alto grido e la repentina morte dell'Uomo per il dolore lacerante di un infarto miocardico iperacuto in un soggetto già estremamente provato dai precedenti supplizi. Infarto miocardico con rottura del cuore e sedimentazione del sangue; ecco perché il colpo di lancia al costato perforando il pericardio fece uscire prima «sangue», le cellule ematiche sedimentate in basso, e (poi) «acqua»: il siero che era rimasto in alto. – Dio mio, Dio mio... – Ecco, chiama Elia! In realtà Gesù stava recitando la preghiera per i morenti, per se stesso, ma la pronunciava in aramaico occidentale, la sua lingua, poiché galileo, ma Gerusalemme era in Giudea e con un dialetto differente: il fraintendimento di chi era in ascolto è evidente. Notate allora come piccoli particolari, che consideriamo in termini quasi favolistici, diventano materia di riflessione. E sono tantissimi! Gli apostoli, al sepolcro del Risorto, si «chinano» a guardare: la tomba ebraica era bassa e scavata nella roccia. Vedono le bende ed il sudario «piegato a parte». Una recente revisione del termine greco per questa espressione fa notare che in realtà stessero osservando il velo che avvolgeva la testa del Risorto, che appariva non afflosciato, ma irrigidito dai balsami versati, rimasto gonfio come un palloncino mentre il capo al suo interno era svanito. Esattamente come la Sindone, dove il corpo contenuto era diventato «fisicamente trasparente». Guarderemo ancora gli antichi scritti con gli stessi occhi di prima? Francesco Di Nardo

  • Ricordo di antica trebbiatura con cavalli praticata in contrada Macchia di Capracotta

    Il territorio La contrada Macchia, con un'altitudine media di 1.150 m s.l.m., occupa la parte alta del territorio che, da Monte San Nicola, degrada fino alla valle del Verrino sotto Agnone. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, operavano una decina di masserie sparse nel territorio, che era privo di ogni servizio essenziale; in più era raggiungibile solo a piedi in circa un'ora e mezza, sia da Capracotta che da Agnone percorrendo un sassoso "tratturello". L'attuale provinciale fu costruita e resa percorribile solo nei primi anni Sessanta. Qualche anno dopo si ebbe la fornitura di energia ed acqua corrente. Le masserie avevano un'estensione tra i 10 e 25 ettari ed erano strutturate più o meno allo stesso modo: circa metà fabbricato lato nord era adibito allo stoccaggio di paglia e fieno, il lato sud piano terra come stalla, il primo e il secondo piano ad abitazione. A parte c'era un piccolo "casotto" per i maiali e nei pressi il letamaio sempre di fronte alla stalla. In prossimità c'era l'orto, un'aia vicino il pagliaio e tutt'intorno i terreni. Le principali attività La produzione di grano e patate, più un piccolo gregge, costituivano le principali attività per una magra fonte di reddito, integrata da coltivazioni accessorie di sussistenza alla famiglia come legumi, farro, randìgne (mais), oltre all'allevamento di suini e polli. Le mucche da latte erano poco presenti perché ritenute non convenienti. Date le condizioni ambientali e la mancanza di mezzi meccanici, penso che le tecniche di coltivazione non fossero molto dissimili da quelle praticate dagli antichi Sanniti, che già abitavano il luogo. In particolare, la trebbiatura era rimasta la stessa per secoli, sia nel caso in cui fosse praticata a mano per battitura, sia con l’ausilio di animali per grandi quantità di cereali. Negli anni Cinquanta ho avuto modo di partecipare a più stagioni di trebbiatura con l'ausilio di cavalli e buoi nella masseria di mio nonno Carmine Di Rienzo, detto Cennaflòra, ubicata a circa 400 metri a nord della Fonte del Duca. Al tempo, la masseria era gestita a mezzadria dai giovani fratelli Felice, Nicola, Mario, Angelino di Agnone, e Michelina, moglie del primo; la proprietà, oltre ad un vasto caseggiato, si estendeva per 21 ettari, pari a 67 tomoli, e contava la presenza di 2 cavalli, 2 buoi, un gregge di 50-60 capi, 15-20 galline ed un paio di maiali. La mietitura Nel mese di luglio, dopo la fienagione e la raccolta delle lenticchie, si procedeva con la mietitura. Nella suddetta masseria si mietevano circa 2.500-3.000 manuócchie (covoni) corrispondenti a 70-80 quintali di grano. Prima di iniziare, il mietitore, affilata la falgìglia (falcetto), preparava alcune legature per i covoni. Per questo sceglieva le spighe con gli steli più alti, ne estirpava due mannelli (manciate) e li annodava fra loro per le radici. Poi iniziava il taglio: col falcetto in una mano riuniva un gruppo di spighe che veniva afferrato con l'altra, le cui dita erano protette da pezzi di canna; quindi, le recideva ad un palmo da terra e le lasciava sul posto. Tutte queste manciate tagliate venivano successivamente raccolte a formare un fascio tenuto insieme da una delle legature già preparate. Il covone così formato era lasciato in piedi sul posto per ulteriore essiccazione, e solo a fine giornata veniva riunito con altri in un'ordinata catasta. Finita o quasi la mietitura, si era pronti per la trebbiatura; per l'occasione si preparava l'aia, che era di forma circolare con diametro di circa 15 metri e lastricata con grosse pietre piatte ben infisse nel terreno a formare una pavimentazione leggermente sconnessa. La trebbiatura Il primo giorno, chiamato capocanale, era considerato di festa per celebrare l'inizio di una nuova fase del lavoro, e la festa consisteva semplicemente in un ricco pasto per il quale venivano sacrificati un paio di galli, e servito un buon vino di Agnone come augurio. L'ultimo giorno di trebbiatura era della stessa importanza del primo; per tradizione della masseria si cucinava un agnello e si servivano sàgne (maltagliati) al sugo; per terminare c'era anche un semplice dolce, di solito una pizzélla (ferratella) imbrattata di miele accompagnata da una bevuta di vin cotto. Nei giorni normali, oltre la pasta e le minestre, si mangiava formaggio, frittata o "pallotte cacio e ova", una fetta di fiadóne (torta salata a base di ricotta) e un'abbondante insalata di pomodoro con cipolla fresca e cetrioli. Dal campo, i covoni venivano portati sull'aia solo la sera prima della trebbiatura, con l'utilizzo di una grossa tràglia (slitta) trascinata dai due buoi, Belfiore ed Occhiobello, coadiuvati dal piccolo e vivace volpino Zumpitt', compagno inseparabile dei grossi animali. La mattina, prima delle cinque, con il sole ancora nascosto, iniziava l'attività del giorno durante il quale ognuno aveva il suo preciso compito da svolgere: Mario era addetto ai buoi andava a recuperarli al pascolo; Felice e Nicola si occupavano dei cavalli e prendevano l'acqua alla Fonte del Duca (due viaggi con quattro taniche metalliche - residuati bellici), mentre Angelino si occupava del gregge, provvedendo alla mungitura mattutina delle pecore e al governo degli agnelli e dei montoni tenuti separati. Le donne, ossia Michelina, sua cognata Santina venuta a dare una mano per l'occasione, e nonna, detta zi 'Ndunìna, erano indaffarate in cucina ad accendere il fuoco, accudire i bambini, preparare la colazione e rassettare. Terminate le quotidiane attività del mattino, verso le sette, con i cavalli e i buoi già pronti, ci si ritrovava sull'aia per disporre sapientemente i covoni sciolti a formare una sorta di ciambella. Se ne contavano circa 400 se erano impegnati anche i buoi, 300 con due cavalli. In altre realtà si usavano anche tre o quattro cavalli; l'uso abbinato di buoi e cavalli era più impegnativo e non sempre praticato, perché occorreva una persona che "menasse" i cavalli ed una dedicata solo ai buoi. Disposti i covoni, si era pronti ad iniziare la fase di separazione dei chicchi dalle spighe. Una persona era posta al centro, compito spesso che già ad otto anni ero in grado di adempiere egregiamente, tenendo la briglia del cavallo interno, mentre l'altro era vincolato al primo con una corda legata al collo di entrambi. I cavalli, a piccolo trotto, giravano calpestando le spighe e gli steli con gli zoccoli, col risultato di far uscire i chicchi e schiacciare e rompere la paglia rendendola più morbida. I buoi, legati al giogo e seguiti da una persona, trascinavano lungo la circonferenza più esterna una grossa e pesante pietra piatta legata ad una catena, ed era questa che scorrendo sopra le spighe separava il grano. Per dirigere i cavalli, bastava agitare e far schioccare una rudimentale frusta, senza mai colpire gli animali. Per i buoi era differente, e per spronarli spesso veniva usato il pungolo che colpiva le mucose del sedere; si trattava di un lungo e dritto bastone che aveva all'estremità un piccolo chiodo ben appuntito sporgente, quel tanto che bastava per non arrecare danno. Capitava, a volte, che una pungolata più decisa provocasse l'uscita di una piccola goccia di sangue, che subito richiamava un nugolo di mosche con forte disappunto del bue. Attorno alle 8, arrivavano le donne con le ceste in testa per la colazione; una grande tovaglia veniva stesa sul prato in prossimità dell'aia e tutti intorno seduti, bambini compresi, ci si serviva di grosse fette di pane, formaggio, raramente una mezza salsiccia, un pezzo di frittata con i cucuccìglie (zucchine) freschi dell'orto, la ricotta del giorno prima ed una cicìna d'acqua fresca da bere. Finita la colazione, prima di riprendere il lavoro con gli animali, si rassettava l'aia a formare di nuovo la ciambella che si era allargata, mentre Angelino con il gregge si dirigeva verso i pascoli liberi di Monte San Nicola, seguito da un paio di grossi cani. Si riprendeva a far girare i cavalli e i buoi per circa un'ora. A questo punto si facevano riposare e bere gli animali e si procedeva armati di forche a rigirare il tutto per far emergere le spighe non calpestate. Di nuovo si riprendeva a far girare gli animali fino al completamento dell'apertura delle spighe. Liberati gli animali, si passava alla rimozione della paglia che veniva direttamente messa nel pagliaio. Sull'aia rimaneva il grano, la càma (pula), tanta polvere e tutti gli escrementi degli animali in essa impastati. Tutto questo, con rastrelli, forche e pale in legno veniva raccolto nel lato più ventoso dell'aia, in attesa della scamatùra (separazione per ventilazione). Nel frattempo, le donne che in cucina avevano fatto il formaggio, acceso il forno per la cottura del pane (attività settimanale), lavato qualcosa alla fonte e preparato il pranzo, comparivano sull'aia con le loro ceste sulla testa. Secondo i più esperti, a giudicare dalla posizione del sole, era mezzjuórne. Stesa la tovaglia, questa volta comparivano anche i piatti per servirsi dei cibi posti in capienti spàse (zuppiere) poste al centro, e da bere c'era sempre una cicìna d'acqua ed una fiaschetta di legno per il vino. Quest'ultima era munita di una cannuccia per facilitare e limitare l'erogazione del vino, durante i giri di bevuta a garganella. Finito il pranzo, si aspettava la brezza che, da ovest, immancabilmente cominciava a spirare prima pigra poi più sostenuta ed intervallata da varie pause: era il tempo della scamatùra. Due o tre uomini, armati di pale di legno, buttavano all'aria il grano, in modo che il vento allontanasse di qualche metro la pula e più distante la polvere. Sul cumulo rimaneva il grano, gli escrementi degli animali, qualche rara spiga non aperta e residui di paglia. Conclusa questa operazione, era il momento della vagliatura, eseguita attraverso un grosso crivello rettangolare con due manici sul lato corto, che veniva legato sull'altro lato tramite corregge (cinghie di cuoio) ad un bastone verticale nei pressi del cumulo. Il crivello, tenuto da un uomo per i manici, dopo essere stato caricato di alcune palate, era pronto per la vagliatura, ed era prima agitato in modo ondulatorio e circolare, poi con un colpo verso l'alto ripetendo di continuo il ciclo fino ad esaurimento del carico. Il grano vagliato si accumulava sopra una ràcana (telo), mentre qualche rara spiga, la paglia e gli escrementi, ossia il non vagliato, venivano raccolti in un sacco come ottimo mangime per le galline. Finita la vagliatura, finalmente il grano caricato in sacchi veniva portato nei capienti cassoni di legno per lo stoccaggio. Le donne, con le scope di ginestra, provvedevano a pulire l'aia per un ulteriore recupero di grano. Mario, intanto, allestita la tràglia con i buoi, era pronto a trasportare i covoni necessari per la trebbiatura del giorno dopo, per un nuovo ciclo che si ripeteva da 7 a 10 giorni. Sistemati gli attrezzi e gli animali, Angelino rientrava con il gregge e veniva fatta la mungitura della sera. Al tramonto ci si riuniva nella capiente cucina per la cena, al primo buio i bambini andavano a dormire e si accendevano un paio di lanterne a carburo. Scambiate ancora due chiacchiere, arrivava per tutti l'ora di riposare. Finita la trebbiatura, nel periodo di agosto-settembre il grano non necessario alla semina e alla famiglia veniva portato ad Agnone all'ammasso (punto di raccolta) e venduto ad un prezzo fissato. Questo era l'unico mercato certo. La vendita degli altri beni come formaggio, agnelli, lana ecc. erano invece soggetti ai capricci del mercato. Spesso capitava di fare un viaggio ad Agnone con alcune forme di cacio e tornare con tutto invenduto per mancanza di richiesta, non di prezzo. Alla fine degli anni Cinquanta, il benessere in forte crescita non aveva toccato la vita dei contadini delle nostre masserie. Iniziò così l'emigrazione verso il Nord Italia ed il Nord Europa alla ricerca di nuove prospettive di vita. Nei primi anni Sessanta il nuovo collegamento stradale rese possibile l'utilizzo di mezzi meccanici e così finì per sempre la trebbiatura coi cavalli. Renato Di Rienzo

  • Polvere di cantoria... a trazione integrale

    Fin dalla preadolescenza ho sempre amato i climi nevosi e tipicamente nordici. Specialmente camminare anche da solo quando nel freddo silenzio la nebbia si fonde con la neve che cade e le luci del giorno cominciano a spegnersi (mai preteso di essere una persona normale, ma questo lo sapete già!). Ed ecco allora la semioscurità che viene squarciata da dei potenti raggi di luce mentre un bagliore rossastro mostra una scritta lampeggiante: "Stop! Stop! Stop!" in alto, tra quattro fari accecanti. E, nel rombo di un motore, la neve velocemente si apre come spinta dalla prua nera di un transatlantico e delle trombe marine ne annunciano il passaggio come un maggiordomo alla porta: "Signori... il Padreterno!". Il Clipper! Il Capracotta-Clipper! Poi il silenzio... come se fosse stata una visione... ma la neve aperta ai lati della carreggiata che resta bianca e lucida e le impronte tipiche delle catene dal caratteristico profilo del battistrada a losanga testimoniano il passaggio di un pezzo della nostra Storia. Certo conosciamo tutto della vita del nostro amato Clipper, anzi, del Walter Snow Fighter, il "Guerriero della Neve", di come venne acquistato e portato sui nostri monti. Ma cosa sappiamo delle sue origini, di dove e come venne costruito? Facciamolo insieme... Giunto dalla Svizzera negli U.S.A. William Walter si dedicò fin dal 1898 alla costruzione di automobili, fondando nel 1904 a New York una prima casa costruttrice spostandola poi a Trenton, nel New Jersey. La fabbrica cessò le attività nel 1909 quando Walter si dedicò alla realizzazione di automezzi pesanti, da 1,5 a 7 tonnellate, nel 1911, specializzandosi nella trazione integrale nel 1914. Il mercato comprendeva mezzi per la logistica, l'edilizia e l'industria mineraria. Lo stabilimento si spostò quindi a Long Island ma già dal 1920 venivano realizzati mezzi da 25 tonnellate. Nel 1929 la Walter Motor Truck Company Ltd. elaborò un pianale adatto alla costruzione di un mezzo sgombraneve: nasceva così lo Snow Fighter, con una produzione che si estese presto anche al mercato canadese fino alla fondazione, nel 1957, della Walter Motor Trucks Canada Ltd., divenuta indipendente nel 1968. Durante la seconda guerra mondiale la Walter MTC realizzò anche motrici per lo spostamento dei grossi pezzi di artiglieria e mezzi antincendio specie per l'uso aeroportuale. La compagnia statunitense cessò le attività nel 1980, seguita nel 1985 dalla canadese, e mantenendo solo la costruzione di mezzi antincendio come Walter Trucks Corporation, confluendo poi nella KME nel 1997. La grande caratteristica dei mezzi sgombraneve, oltre ad uno specifico telaio come detto in precedenza, fu la adozione di due ponti De Dion anteriore e posteriore e ulteriore hub di demoltiplicazione per ogni singola ruota tramite ingranaggio dentato ad assale eccentrico. La potenza, così enormemente aumentata, era garantita da motori a sei cilindri con quattro o cinque marce; dapprima a benzina ed in seguito diesel con radiatore spesso posizionato dietro il motore. Lo stesso era montato davanti l'asse anteriore per una migliore distribuzione dei pesi e delle forze traenti. Il consumo del vecchio motore a benzina era notevole: nel 1972 per liberare 12 km di strada il Clipper arrivò a bruciare 400.000 lire di benzina in poche ore. I differenziali autobloccanti consentivano di ripartire la trazione sulle ruote ancora in presa quando una o più di esse slittavano. Mi riferirono che talvolta la potenza fornita sulla singola ruota poteva essere così elevata da rompere le catene antineve montate. Il mezzo così concepito poteva operare "di slancio", aprendosi un varco nella neve a tutta velocità con l'apposito vomere. In operatività aeroportuale era possibile montare delle lame ausiliarie ai lati tramite opportuni sostegni ed argani tuttora visibili ai lati dietro la cabina del Clipper. Le lame ausiliarie del mezzo di Capracotta per molto tempo rimasero visibili nelle vicinanze delle rimesse sulla strada verso il Serbatoio. Con opportune piccole modifiche lo Snow Fighter continuò ad essere prodotto fino alla chiusura delle fabbriche. Un prodigio della tecnica e dell'ingegneristica. Un pezzo di infanzia ed una lacrima versata di nascosto per la commozione: in pochi metri la vecchia scuola, il vecchio asilo e la teca del Clipper con le luci rosse di coda che si allontana nel buio della sera... Ciao vecchio Guerriero! Francesco Di Nardo

  • Il territorio di Capracotta: divagazioni sul nome

    Quanto al nome di Capracotta, buffo appellativo per quanti l'odono la prima volta, e fonte perciò dei sollazzevoli motteggi al nostro arrivo fra nuovi condiscepoli del Ginnasio e del Liceo, bisogna dire che non ne abbiamo una spiegazione storico-filologica. Nondimeno come Mefistofele nel Faust di Gounod, «farò quel che potrò». Per non seccar la gente, ponendo, come appendice a queste notizie, alcune ipotesi che ne sono state espresse di discutibile consistenza etimologica. Già prima è facile avvertire che l'imbroglio non è riposto tanto nella derivazione della prima, quanto della seconda parte della parola. Un anonimo ricercatore di vecchie memorie, da Piedimonte d'Alife, molti anni fa, fece pervenire a questo Archivio comunale il dono d'una sua Monografia di Capracotta manoscritta, ma riferentesi a periodi posteriori alla scoperta dell'America. Egli notava che l'appellativo di capra dette luogo alla denominazione di molte terre quali ad esempio Capraia, Capri, Capralba, Capranica, Caprarola, Capriati, Serracapriola ecc. tutte di natura favorevoli alla pastorizia. Ricordava le Nonæ caprotinæ celebrate dai Romani in onore di Giunone, a sua volta detta anche caprotina, ed effigiata perciò talvolta con una pelle di capra addosso. Aggiungeva che Strabone designava Capri col nome greco di Kapreas, e Tolomeo con Kaprea; ma che in greco Kapros significa porco o cinghiale. Dimodoché secondo il detto monografista la frequenza di capre ovvero di porci selvatici nel nostro territorio poteva aver dato lo spunto al nome. Che n'avesse ragione? dato che nel nostro territorio c'è anche il Verrino ossia la denominazione derivante dal diminutivo del maschio della scrofa? Ma il monografista tace su questo e sul resto. Il Cervesato nell'attraente libro "Latina tellus" osserva come la natura stessa dei luoghi conduce all'origine delle loro denominazioni e tal altra, secondo le osservazioni del Tommasetti è la destinazione loro o la storica evoluzione della proprietà; così il nome di Caprolano e di Capracoro a due tenute dall'Agro Romano corrisponde ad asprezza di sito adatto alle capre. E sta bene: possiamo esser d'accordo sempre sulla prima parte della parola. Ma sulla seconda? Il Prof. Antonio De Nino espresse il parere che questa seconda parte dovette essere trasformazione di parola più antica. Ma quale? Ed egli credeva di scorgere in essa una certa analogia con le altre, per es. cozia (Alpi cozie), ozzo (Tagliacozzo). Restiamo nel campo delle ipotesi. L'avv. Giambattista Campanelli, mio zio, in un breve sunto di memorie del paese nativo premesso a ricordi genealogici familiari pubblicati in S. Maria Capua Vetere nel 1875, riferì una tradizione tramandatagli da vecchi che il nome di Capracotta avesse avuto ragione dal fatto che «in tempi barbarici, distrutti per politiche emergenze, quattro paeselli esistenti in vari punti viciniori, i superstiti, a somiglianza dei Capuani radunati in Sicopoli, si fossero ridotti su quel monte ove si era soliti di sacrificare a Diana. Un giorno si vide sulle rupi una capra vagante e poscia s'intese lo scroscio d'una folgore, e la capra fu poi rinvenuta bruciata». Negli emblemi o stemmi di Capracotta infatti trovasi effigiata una capra sulle fiamme con una stella crinita a guisa di cometa al di sopra. Così nell'Onciario del 1742, nel bassorilievo su pietra murata a sinistra dell'altare maggiore della Chiesa, e l'altro nel pilastro che sorregge la cupola; ma nessuno può dirci se non fu la parola stessa a dar l'argomento allo stemma, come appare più probabile, anziché il fatto tradizionale ricordato dallo zio. Un tempo io stesso, ebbi la temerità di spifferare la sentenza che il significato della denominazione dovesse ricercarsi nell'antico linguaggio osco, quando con l'osco non avevo avuto neppure una breve intervista. Pensai pure alta possibilità di andar pescando vocaboli analoghi nel greco antico e nel latino arcaico ma «ignoti il loro m'erano e ora» perché ero stato sempre il più asino della classe. Bisogna riconoscer peraltro che tutti i torti non li avevo, tenuto presente che qua s'era trovata la famosa tavola osca di bronzo, e serbavo la vaga reminiscenza di un Caio Cotta giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica, a quanto narra, mi pare, Livio. In più ricordavo che c'è la Cotta che indossano i chierici, gareggiando nella ricchezza dei merletti che ne adornano il bordo inferiore e l'estremo delle maniche e c'erano una volta la Cotta d'armi, lussuosa sopravveste di Principi e Cavalieri e infine la cotta di maglia, corpetto a rete in acciaio protettore del busto di quei guerrieri che avevano danaro per procurarselo. Il che mi faceva andare all'idea che cotta potesse avere un significato diverso dal participio del verbo cuocere. lnsomma, nello strimpellare il Carducciano «chitarrin cortese sul mio dolce paese», andavo rimuginando che si potesse a questo sottrarre il banale attribuitivo di un qualsiasi Dannunziano pezzo della «carne del becco sordido e bisulco» rivoltato sul fuoco per elevarne il nome a più fastoso significato. Ma rimasi con le pive nel sacco atteso più constatazioni che mi si sollevarono incontro. Perché l'aggiuntivo di cotta o cocta non trovasi unito solamente a Capra in denominazioni locali di questi dintorni. Presso i contermini Pescopennataro e S. Angelo del Pesco c'è una contrada denominata Lisciacotta o forse Bisciacotta (liscia da noi si chiama una lastra di pietra sottile, sfaldata da massi d'arenaria, usata come tegola, biscia si dice specialmente de' serpi di pantano). Nella "Cedula generalis subventionis imposita in Iustitieratu Aprutii citra flumen Piscariæ" nel 1320, riportata dal Minieri Riccio, si trova menzionata Piscis coda, frammezzo ai nomi di Castellum novum S. Vincenti, Castellionum caput fluminis, Rocca intermontes, Campus miczus, castello diruto, il quale, come assicura il Faraglia, giaceva presso il Sangro, verso Pescasseroli. Anche in Minieri Riccio trovasi questa graziosa notizia che Chiara d'Aquino, dal suo sposo Gualtieri di Sangro ebbe «pro honore primi osculi sedecim casatos vassallorum, quos tenebat in Villa Sancti Angeli, quæ dicitur Piscecotta». Era dunque la Villa S. Angeli di Barregio, nominata in altri ricordi storici, vale a dire l'odierna Villetta. Si era soliti in quei tempi, aggiunge il Minieri Riccio, di assegnare alla sposa, nei contratti di matrimonio, qualcosa o una certa somma pel detto onore «primi osculi». Si trattava naturalmente dell'onore, e del piacere se vogliamo, che la sposa s'apparecchiava a concedere lasciandosi baciare col primo amplesso, e il cospicuo regalo di Gualtieri a Chiarina depone che le signorine gentildonne del tempo si facevan pagare bene e in anticipo le loro grazie, altro che nei tempi attuali che sono i loro babbi a fare l'opposto, offrendo, come suol dirsi, fior di quattrini a chi vuol fidanzarsi con le figliuole. Scorrendo poi a caso gli Annali del Cardinale Baronio, mi venne fatto di leggervi, nelle vicende medioevali, d'una carnevalesca usanza dei Longobardi di sacrificare capre, o in linguaggio più povero ammazzarle, cuocerle e divorarle, lasciandone la testa per consacrarla al... Demonio! «Anni Christi 579 Eodem quoque tempore, dum fere quadraginta captivos alios Longobardi tenuissent, more suo immolaverunt caput capræ diabolo; hoc ei per circuitum currentes et carmine nefario d'edicantes. Cumque illud ipsi, submissis cervicibus, adorarent, eos quoque quos ceperant hoc pariter adorare compellebant». Ora la concomitanza dei nomi di Bisciacotta e di Piscecotta col racconto della capra dei Longobardi contribuirono a risospingermi verso l'interpretazione banalmente letterale di Capra-cotta. Perché andavo fantasticando, può bene essere avvenuto che, a quel tempo del primo spuntare dell'idioma italico, una copiosa pesca dei polputi capitoni del medio Sangro e dello Stagno di Saletto; e poi di grosse e nere trote, specialità dell'alto Sangro tra Villetta e Pescasseroli, e infine di grasse capre, o caprioli selvatici (un tempo c'erano nella vastissima distesa di boschi del nostro Monte Capraro in su del fiume) potevano benissimo aver dato occasione a pantagrueliche scorpacciate di pesci o di carni specialmente ai lanzichenecchi longobardi che, da veri tedeschi lurchi chi sa con quale golosità formidabile scorazzavano pei nostri luoghi. Che poi essi, dopo l'immolazione della capra e piene le pancie, ne circondassero la cornuta testa ballandole intorno una ridda infernale con grida mefistofeliche ed osceni atteggiamenti, costringendo i prigionieri a piegare ad essa il capo in adorazione, è cosa che poteva provocare lo scandalo del timorato di Dio e rinunziatario papa, Cardinale Cesare Baronio: ed empire di stupore o d'allegria i prigionieri stessi o le genti prossime a' Castelli sacri alla luna di miele di Chiara d'Aquino e Gualtieri di Sangro, ovvero i nostri pastori, ma io credo che quella era tutta una ginnastica per digerire e far chiasso. Dunque? Dunque «state contente umane génti al quia» ed il quia è che Capracotta non ha altro significato che di Capra-cotta, e che il Capretto di Capracotta al forno nel Marzo-Aprile è una leccornia di primissimo ordine, e che il celebrato gigot de mouton di Parigi non di rado è fatto di capra. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.

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