LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La pazienza di Enzo
Millecentotrentatré pezzi: 558 personaggi, 14 cavalli, 42 asini, 113 pecore, 110 volatili e così via. Nei dodici metri quadrati di presepe di Enzo Mosca, esposto nel museo diocesano di Santa Chiara, è racchiuso un lavoro di quattro anni minuzioso e attento al particolare. Ogni pezzo è un lavoro a sé: profilo e ritaglio della sagoma, poi delle braccia, la colorazione, gli accessori. Uno sforzo di pazienza e memoria che l'artigiano e artista del legno sulmonese ha fatto richiamando i suoi ricordi di bambino e i racconti. E così mestieri e usanze del passato sono stati sottratti all'oblio: l'arrotino, il bastaio, il funaio, il seggiolaio. Tutti recuperati e rappresentati, intenti, in una dovizia di particolari millesimali, che curano gli arredi degli interni e le scene di vita quotidiana, a formare un quadro d'insieme: una comunità che fu. Operosa e solidale. Con i bambini che giocano, gli scalpellini che sagomano le pietre estratte dalle rocce, i manovali che costruiscono case in pietra, le donne che impastano il pane. Ci vorrebbe la pazienza di Enzo Mosca, per rimettere insieme quella di oggi di comunità, in carne, ossa e mascherina. Perché il 2021, che ci siamo lasciati alle spalle, è stato un anno divisivo e devastante dal punto di vista sociale, prima ancora che sanitario. La pandemia, superata la paura, si è trasformata in un terreno di scontro: vax e no vax, buoni e cattivi, con e senza green pass, lavoratori e "mantenuti". Abbiamo rovinato relazioni personali e amicizie d'infanzia per una diversa visione di un insieme che, però, sfugge in realtà a tutti. Ognuno aggrappato alle proprie certezze, irrobustite dallo scibile dei contrari della Rete, conditi dall'arroganza di un modello di società che ci vuole tutti primi della classe e non parte della classe. Nell'evento dell'Annuario del Germe tenutosi lunedì scorso al cinema Pacifico, il Premio innovazione, lo scienziato e ricercatore Vito Di Cioccio, ci ha dato, con una umiltà e una chiarezza che è merce rara oggi, una lezione umana e di scienza: «La scienza è fatta principalmente di fallimenti – ha spiegato – e da questi si impara più che dai successi». Ci ha spiegato, uno che alla scienza e ai vaccini ha dedicato la sua vita, che la lotta al Covid è in continua evoluzione e che bisogna adattare le risposte alle minacce, bilanciare i rischi, partecipare tutti a trovare una via d'uscita. La pandemia, d'altronde, non dà tregua e ieri, per chiudere con il botto, si è avuto il record assoluto dei contagi: 220 solo nel Centro Abruzzo, 4.773 nella nostra regione, 144.243 in Italia. Di contro i vaccini hanno ridotto considerevolmente i ricoveri in ospedale e gli effetti più gravi della malattia, mentre il virus sembra finalmente essersi indebolito nella sua ultima variante, nella speranza che presto diventi endemico e, se non innocuo, almeno non letale. Non ne siamo fuori e di questo dobbiamo esserne consapevoli, ma oltre al Covid abbiamo, nel 2022, da combattere un'altra battaglia: rimettere insieme i pezzi della comunità che si è disgregata, fare pace con i nostri simili, ritrovare le ragioni e gli strumenti del dialogo e del confronto sereno. Prima che i ricordi di quel che eravamo e l'idea di quel che dovremmo essere cadano nell'oblio e prima di ritrovarci come pezzi spaiati di un presepe al quale non apparteniamo più. Ci vorrebbe la pazienza di Enzo. Patrizio Iavarone Fonte: https://www.ilgerme.it/, 1 gennaio 2022.
- Buona notte mamma
Mamma, dormi?!... Non mi senti?!... Il suon della mia voce non rammenti?!... Son qui vicino a te prostrato, dal bel lungo cammino affaticato; ho i brividi nel cuor, freddo di gelo, ma il sonno è sì greve, che non senti?!... Ho colto un fior per Te, lungo la strada, laggiù nella scarpata e Lello, lo ricordi il mio piccino, m'ha dato, nel partir, per Te, un bacino, m'ha dato a dirti, sai, cose innocenti, ma Tu dormi tanto, mamma, non mi senti?!... Vien giù muovendo lento, il fitto velo della gelida sera e in flebile preghiera, l'ultimo tocco tremola nel cielo e com'eco risponde il mio singhiozzo, ad intervalli e poi si perde. Qui, sul tuo letto rozzo, ricoperto d'agreste verde, scende caldo l'umor del mio dolore, oh, non avverti il suo tepore?!... Or l'ultimo sospiro d'esto giorno va morendo tra i rami del cipresso e con me vien piangendo qui dappresso, l'ore fuggite ormai, senza ritorno!... Oh, dolci giorni di sogni, tempo caro, quando, mamma, tergevi sul mio viso, il pianto, con amabile sorriso!... La mia vita or non è che un pianto amaro, ma la tua mano è fredda e nuda, bianca di neve nella terra cruda e i pianti miei, ahimé, son tutti vani!... Buona notte, mamma, ci rivedrem domani!... Umberto Colacelli Fonte: U. Colacelli, Voci del cuore, Tip. S. Giorgio, Agnone 2001.
- Mappatura dei musei del Molise: Capracotta
A seguito di una delicata opera di ristrutturazione sono stati da poco ultimati i lavori di recupero di ampi locali nel piano seminterrato dalla Casa Comunale, oggi tornati al loro splendore epocale, che nel passato hanno ospitato le famiglie feudali che si sono succedute nel territorio di Capracotta. Nelle varie sale sono stati raccolti gli attrezzi e gli strumenti della vita quotidiana di un popolo di montagna, che raccontano le vicissitudini di intere generazioni che hanno vissuto sacrifici immani dedicandosi a lavori che a mala pena riuscivano a soddisfare le più elementari esigenze personali e familiari. Oggi le varie stanze vogliono ricordare a tutti il nostro passato, le nostre tradizioni, le arti manuali dei nostri padri. I locali, senza barriere architettoniche, sono pronti a ospitare esposizioni, mostre e iniziative culturali di ogni genere. Capracotta mette a disposizione non solo della comunità capracottese, ma dell'intera regione un angolo del proprio patrimonio storico culturale per favorire iniziative che possano concorrere a dare risalto al territorio dell'altissimo Molise in una concezione di miglioramento dell'offerta e nella contestuale opportunità di offrire spazi ad associazioni culturali, enti, privati, per la promozione e la diffusione della nostre specificità e della nostre vicende. Un ringraziamento a tutti coloro che hanno voluto donare i "beni" di loro proprietà facendoli diventare di pubblico interesse e di "proprietà pubblica". Un ricordo alla figura del compianto Loreto Di Nucci, che negli anni passati si è prodigato nel raccogliere presso le case dei capracottesi importanti reperti e per averli catalogati con il loro nome originale, nel vero dialetto degli anni passati. Antonella Golino Fonte: https://antonellagolino.blogspot.com/, 23 settembre 2016.
- «Un saluto a tutti i capracottesi»: Susanna Tamaro verrà a Capracotta?
Il 28 settembre scorso, prima che uscisse il nuovo romanzo di Susanna Tamaro, avevo già scoperto che questo conteneva delle citazioni su Capracotta e che vi era addirittura un personaggio capracottese. La Tamaro aveva commentato allora il mio articolo con un telegrafico «Grazie per l'omaggio. Viva Capracotta!». In tanti abbiamo acquistato "Il vento soffia dove vuole" e le recensioni, fin qui, sono state tutte positive: c'era da aspettarselo. Il personaggio capracottese del romanzo, infatti, che è il marito della protagonista, si chiama Davide Mastronardi, il cui cognome rimanda alla limitrofa cittadina di Agnone, il che ha rafforzato in me l'idea che la Tamaro avesse avuto contatti con Capracotta e l'Alto Molise. Vi erano poi altri elementi a riguardo. Innanzitutto la descrizione caratteriale dell'uomo, un tipico montanaro delle nostre zone, e poi il racconto dell'organizzazione del matrimonio, od ancora «il medico condotto di Capracotta che era in grado di affrontare la nevicata più terribile per andare in soccorso dei suoi pazienti». Queste parole mi hanno fatto pensare ai racconti sulle gesta di Durante Antonarelli ed Antonio Di Nardo, come pure di Michele Notario. Dopo aver letto e gustato il libro, venerdì 26 gennaio ho deciso di scrivere a Susanna Tamaro per saperne di più. Volevo insomma sapere dove e come era nata l'idea di inserire nel libro un personaggio capracottese e se quest'idea era frutto di una qualche conoscenza materiale - sua o per interposta persona - del nostro territorio. Le ho menzionato proprio il dott. Notario perché, per primo, mi aveva pregato di approfondire questo "mistero" letterario. Al termine del mio messaggio ho ringraziato la Tamaro a nome dell'intera comunità capracottese per averci onorato di un'altissima menzione letteraria. Quattro giorni dopo la grande scrittrice triestina mi ha risposto: Caro Francesco, grazie del messaggio. Amo molto il Molise e nel 2017 ho fatto un bel viaggio che mi è rimasto nel cuore. Sono una grande appassionata di sci di fondo e mi ha sempre colpito che ci fosse una pista a Capracotta: l'ho visitata purtroppo in autunno. E ho voluto rendere omaggio a posti così belli. Purtroppo non conosco bene il posto ma non è detto che un giorno venga a fare una bella sciata e a salutarvi. Un saluto a tutti i capracottesi, dottor Notario in primis che spero di conoscere. La Tamaro, insomma, confessa di essere un'appassionata di sci nordico, tanto che è stato proprio questo sport ad averla avvicinata a Capracotta, poiché non immaginava che il nostro paese ospitasse una delle migliori piste italiane omologate dalla F.I.S.I., sede di competizioni nazionali ed europee. Ha poi affermato di avere visitato Capracotta nell'autunno 2017, lasciandoci con la speranza di tornare in inverno per sciare e stare un po' con noi. Cara Susanna, ti aspettiamo a braccia aperte! Francesco Mendozzi
- Il territorio di Capracotta: le prime cronache cittadine
Che gli ordinamenti del primo Aragonese nel 1447 in pro della pastorizia fossero riusciti di giovamento alla nostra popolazione, anzi alle nostre popolazioni montane, può argomentarsi dalla notorietà in cui vennero nell'epoca immediatamte posteriore oscuri paeselli sparsi attraverso i massicci del Gran Sasso, della Majella, delle Mainarde, del Matese; i quali presto ebbero notevole popolamento ed assetto, quali, per citarne qualcuno Scanno, Pescasseroli, Palena, Roccaraso, Pescosostanzo, Frosolone, Celano, S. Demetrio, Morcone; dai quali si levaron non soltanto per ricchezza non poche famiglie, ma a rinomanza per intelletto e dottrina, ad esempio i Cappelli, i Sipari, gli Angeloni, i Croce. Così anche Capracotta fece il suo passo innanzi nell'incremento della popolazione, della prosperità, del progresso intellettuale. Già prima d'ogni altro emerge l'accrescimento costante della popolazione dal succedersi delle Numerazioni dei fuochi. Nel più antico Registro di queste che mi fu dato di consultare, compiuto l'11 Novembre 1522 dal Commissario fiscale Sebastiano Di Santo da Sepino, assistito dall'Arciprete locale Arcangelo Di Rienzo e da Nicola De Cagno e Gabriele Carfagna trovansi noverati 118 fuochi. In quelle successiva del 1545 compiuta il 3 Agosto da Girolamo Brancia, Giacomo Miraglia e Alessandro Passeri, Arciprete Amico Carfagna, Salirono a 134; nell'altra del 1561 a 175; nell'altra ancora del 1575 a 248. Dell'incremento nella prosperità finanziaria primi chiari indizi si traggono dai Quinternioni e dai Cedolari del Molise nel Grande Archivio di Napoli. Nel Repertorio ai Quinternioni di Terra di Lavoro, e Molise leggesi in: «Carovilli, Castiglionis Castri Anno 1515 Salvictus de Carphaneis de Capracotta asserì aver comperato da Bartolomeo ed Adriano Carafa suo figlio ed altri suoi fratelli le Castella di Carovilli e Castiglione e certa parte de Vassalli che tenevano nel Castello de Sangro per ducati 2.700 con tutte le ragioni di mero e misto impero ad jure baronibus». Nel Cedolario di Molise «a 8 Gennaio 1515 prestato R° assenso alla vendita fatta da Bartolomeo Carafa padre e Adriano suo primogenito dei Castelli di Pietrabbondante, Caccavone e Pizzi a Salvitto Carfagna ad jure Baronum al prezzo di ducati 4.300. Il medesimo Salvitto vendeva il 5 Giugno 1517 ad Alfonso de Raho ducati 187-2-10 delle sue entrate sui detti Castelli». Nello stesso Cedolario leggesi: «Per fidem D.ni Dominici Castaldi di Not. di Napoli costitutus sub die vigesima mensis Januari 1583 Fabius de Anna vendidit libere absque pacto de retrovendendo Mariæ de Buccis de terra Capracoctæ pheudum S. Mauri» e nell'altro consecutivo leggesi che dopo di Maria il feudo detto fu intestato a Francesco di Buccio. Negli stessi Registri dei fuochi appaiono i cognomi di altre famiglie venute poi notoriamente in agiatezza, Baccari, D'Andrea, Carnevale, Di Majo, Pettinicchio, Pizzelli, ed altre. Quanto all'incremento nel campo intellettuale indizii sicuri emergono sia dalle indicazioni ora riferite, sia da altre particolari, tra cui in preferenza son da ricordare talune riguardanti la famiglia Carfagna, dalla quale più d'uno venne in rinomanza per essersi segnalato nelle discipline giuridiche o militari. Trascrivo all'uopo prima quel che della famiglia stessa è annotato nel registro dei fuochi del 1522, "Folio 451": Capsilla de Carphaneis, in veteri Numeratione non indicatus, quia dicitur esse ad servitia Cesareæ et Imperialis Mujestatis in partibus Lombardiæ cum alios ejusdem castri Capracottæ. Est persona privilegiata et non exigitur, annorum, 53 viduus. Habet filiam nuptam in civitatem Sulmonis cujdam nobili viro Francisco Andreæ de Baccaris. Petrus Paulus ejusdem frater, solutus, qui similiter est in partibus Lombardiæ annorum 42. Joannes Baptista nepos prædictorum, ex quondam Bernardino, legum doctor eorum frater, similiter absens videtur partibus Lombardiæ annorum 32. Bernardinus nepos prædictorum Abbas tituli Monte Vetere annorum 17. Da questo stato di famiglia risulta come più antico Bernardino addottorato in legge, come attesta il Ciarlanti, divenuto poi in questa eccellente tanto che la Regina Giovanna II gli commise la soluzione d'una importante contestazione territoriale fra Tiberio Caracciolo e la Comunità di Agnone pel Casale di Rocca Labate; e nel 1499 da Re Federico d'Aragona fu nominato Giudice ed Auditore degli Abruzzi. Secondo fu il già nominato Salvitto, che con la raggiunta agiatezza poté competere con nobili feudatari nell'acquisto delle loro possidenze. Terzo è più celebrato fra tutti fu Calzella, che illustrò il casato e il natio loco con la fama di supremo maestro nelle manovre guerresche e più nel maneggio dell'Artiglieria, magistero che a quei tempi poteva dirsi alla sua infanzia. Il Calzella, o Cæcella, o Capsilla come è indicato nel Registro sopradetto, nato il 1369 era dunque vedovo nel 1522 e non aveva avuto che una figlia già maritata al nobiluomo Francesco Andrea de Baccari. Egli trovavasi in quell'anno presso il Comando dell'esercito di Carlo V in Lombardia con altri di famiglia ed anche compaesani. Il Ciarlanti afferma che aveva fatto carriera con Antonio de Leva. Poco appresso egli fu inviato in Toscana a guidare l'Artiglieria come vedremo. Infatti nel Ciarlanti troviamo inserita buona parte di un Breve indirizzatogli da Papa Clemente VII da Bologna in data 8 Novembre 1529, parte che l'autore asserisce d'aver tratta dall'originale conservato dai discendenti del Carfagna in Capracotta. Avvertasi che la prima edizione delle "Memorie storiche del Sannio" venne fuori nel 1644 in Isernia, per cui non è poco a deplorarsi che quel diploma fra altri documenti che certo dovevan rimanere di quella famiglia fosse andato disperso e distrutto come del resto ogni altro antico del paese e delle famiglie, così che nulla ce ne resta, e se non fosse stato il Ciarlanti a rievocarne qualche ricordo tutto resterebbe sepolto nel più completo oblio. In quel Diploma il Papa, encomiando largamente lo studio, la fedeltà, la perizia addimostrate dal Carfagna con efficace profitto della Santa Sede e dello stesso Imperatore, non esita a lusingarlo con l'offerta di tenerlo solo per sé nel caso che per una qualunque ragione si fosse allontanato dal servizio imperiale. E qui credo conveniente copiare la parte trascritta dal Ciarlanti come degna di far parte di quelle Memorie di Capracotta raccolte dal Dott. Mosca e di aggiungervi qualche commento che mi sembra appropriato a completare la storica figura del celebrato guerriero. «Dilecto figlio Calzellæ de Carphaneis nostro et S.e Romanæ Ecclesiæ Tormentorum bellicorum, seu Artelliarum Præfecto, seu Capitaneo Generali [...] Nemo se nobis obtulit nec aptior, nec magis dignus, quam tua devotio, cui curam hujusmodi demanderemus, quique, majori come studio, fide ac peritia cum nobis, tum Serenissimo ipsi Cæsari sis satisfacturus, cujus quidem Serenitas; et si a te demoveri, tuoque ministerio tam egregio, et fido si aliqua ex parte privari ab aliis non facile pateretur, pro eo tamen benevolentiæ, et amicitiæ vinculo, quod inter eam, et nos intercedit, proque perpetuo ejus nobis et S.e Romanæ Ecclesiæ, cujus optimum et observantissimum filium se præstat gratificandi studio libenter permisit, ut nos quoque et eadem Ecclesia hos tuæ virtutis fructus perciperemus». Ora il perché quel Pontefice si fosse degnato di lodare così il Carfagna non poteva derivare che dalle ben riuscite imprese belliche guidate dalla solerte e intelligente opera di tui in quegli ultimi tempi e specialmente in quell'anno 1529 in Toscana, e nell'assedio di Firenze principalmente. È noto infatti che, in seguito alla disfatta di Francesco I a Pavia, Carlo V poteva considerarsi padrone anche d'Italia eccetto la Toscana che schivava di riassoggettarsi alla signoria dei Medici tanto bramata dal Pontefice che era di quella famiglia (Giulio de' Medici). Ma questi, nel concordare con Carlo a Barcellona, poco innanzi alla Lega di Cambrai, ottenne l'impegno suo del riassoggettamento forzato della Toscana ai Medici. Scrive il Guicciardini: «Carlo, subito ch'ebbe fatto l'accordo col Pontefice, commesse al Principe d'Oranges che, a requisizione del Pontefice, assaltasse con l'esercito lo Stato dei Fiorentini; e composero che il Pontefice gli desse prima 30.000 e poi 40.000 ducati per ridurlo a restituirlo alla famiglia dei Medici. All'Oranges si unì a Spello il Marchese del Vasto, e, occupate diverse città e borgate, posero l'assedio a Firenze. Io non dubito che l'Artiglieria del Marchese d'Avalos fosse da allora comandata dal Carfagna, e che, nell'assedio detto, le ben riuscite prove dei cannoni e delle colubrine, come dice il Guicciardini, contro parecchi forti e contro il palazzo dei Signori fossero state dirette dal Carfagna. Ma l'assedio durava a lungo e poiché la risoluzione dei Fiorentini era di difendere Prato, Pistoia, Empoli, Livorno, nelle quali avevano messi presidi sufficienti, fu deliberato dagli assedianti di occuparle». E a questo punto la parola al Giovio: «Francesco Ferruccio, fiorentino era a guardia di Empoli desideroso d'acquistar lode nella nuova milizia. Diego Sarmiento fu mandato dal Principe di Oranges a espugnare Empoli, e il Marchese del Vasto gli diede alcune compagnie di soldati vecchi spagnuoli e provvide di buona artiglieria. Giunte queste, le piantò il Sarmiento fra Arno e terra, e ordinò di battere le muraglie a due lati diversi. Resisteva Alessandro Vitelli con le fanterie italiane. Da la parte del Sarmiento, per la prima e principal cosa Calcella pugliese, maestro dell'artiglieria, in pochi colpi ruppe le mulina et le spezzò in modo che, apponendosi uno margine, rivolse a mano manca un canale di acqua corrente, il quale voltava le rote et le macine, et perciò le fosse, essendogli tolta tutta l'acqua del fiume, si seccarono, e i soldati spagnuoli si confidarono di potere entrare dentro da quella parte. Ma l'argine di terra molle cedeva sotto i loro piedi. Allora furono sparati più di 200 colpi di artiglieria grossa contro la muraglia e questa s'aperse». Così fu presa Empoli. Ma il Ferruccio già era accorso a Volterra che era fortezza assai importante e munita, e contro cui era accampato il Maramaldo. Da Empoli il Carfagna passò a questo terzo assedio. Quindi, segue il Giovio «il Marchese del Vasto, preso e saccheggiato Empoli, col Sarmiento andò a Volterra, perché il Maramaldo (Maramaus lo chiama l'autore) aveva fatto chiedere rinforzi e buon apparato di artiglieria non essendo a nulla riuscito con la propria. Il Marchese aveva piantato pezzi grossi parte per diritto parte per fianco, e foce battere la muraglia con tanta furia che fu aperta con 400 colpi di palle di ferro. Più ancora ne fu gettata in terra dalla parte dove era Maramaldo, onde Ferruccio fu costretto a ritirarsi». E prosegue narrando le vicende furiose degli assalti dati e ripetuti dagli essedianti traverso le mura cadenti in cui trovavansi infisse punte di ferro aguzze, assalti guidati dai capi in persona, e della difesa disperata degli assediati, paurosi forse della inesorabilità del Ferruccio, intenti a rotolare persino botti colme di sassi. Il Sarmiento pel primo cadde per archibugiata, poi il Duca di Navarra, che l'autore chiama Macicao, poi il Carfagna. Scrive testualmente il Giovio: «In questi assalti morirono molti valenti uomini e fra gli altri Calcella pugliese, maestro dell'artiglieria, il quale era reputato il più valente uomo che fosse in quell'esercito, sì come quegli che nelle guerre passate aveva servito benissimo il Signor Antonio de Leva. Vi fu ammazzato ancora Donato da Trani, il quale per essere sufficiente in quella arte era succeduto al Calcella. Tenendo ora innanzi, che questi fatti per la resa di Empoli e di Volterra avvennero nel 1530, e che il Breve di Clemente VII era del Novembre 1529, non rimane dubbio che il Carfagna avesse già preso parte all'assedio di Firenze, si fosse segnalato in esso, nonché nelle precedenti occupazioni di Arezzo, Spello, Pietrasanta, S. Gimignano e altre fortezze toscane, con evidente compiacimento di Sua Santità, il quale glielo esprimeva con quel diploma. Si argomenta bene che il Carfagna doveva essere dottissimo ed espertissimo in balistica. Di Giambattista, quarto dei Carfagna, scrive il Ciarlanti desumendolo dal Chioccarello, come «militando nel 1517 in Lombardia con Antonio de Leva, con carichi al suo valor convenienti, infermatosi nella città di Pavia, dopo ch'ebbe ricevuto dal suo Generale ogni grande onore, vi venne a morire e nel suo funerale furono fatte quelle dimostrazioni che a gran soldati far si sogliono e, volendo in parte mostrarsegli grato fè subito nel medesimo luogo e grado assentare (?) un nipote di quello per nome Desiderio quantunque giovane che ivi esisteva». Desiderio adunque, un quinto della famiglia. Quanto al sesto, ossia Bernardino, il giovane abate di Montevetere, non resta che il suo nome. Come è riferito nella Numerazione la famiglia veniva considerata privilegiata pari alle grandi feudatarie, onde era esente dalla tassa del fuoco. Nello stesso Registro del 1522 e nelle altre Numerazioni del 23 Agosto 1545 e del 10 Marzo 1561 si incontrano i cognomi di famiglie tuttora sopravviventi, in mezzo a molte scomparse, ovvero esistenti in paesi contermini. Occorre qui notare che fino al 1644 nessun Registro o Annotazione si stendeva in paese della Popolazione, né, per quanto si sappia, si conservava copia delle suddette Numerazioni ordinate dagli Aragonesi e continuate sotto i Viceré Spagnuoli. Soltanto in seguito ad ordinanze pontificie i parroci dei nostri luoghi furon tenuti a segnare i battesimi, le cresime, i matrimoni, le morti con le singole date rispettive ed anche le somministrazioni dei sacramenti. Nel 1644 appunto il nostro arciprete Pietro Paolo Carfagna imprese a compilare queste registrazioni in un volume che intitolò: "Catalogus rerum notabilium juxta rituale romanum ad curam animarum pertinentium inceptus ab anno 1644 ab Archipresbitero Petro Paulo Carphaneo" col quale si proponeva dunque anche qualche cenno di fatto memorabile relativo alle anime ed alla comunità. Frattanto, e cioè tra la fine del 1400 e il 1505, l'accrescimento della popolazione aveva portato seco il bisogno di nuove costruzioni fuori della cerchia delle antiche, per cui nuove case si stesero verso settentrione formando, il nuovo quartiere intitolato a S. Giovanni Battista, ed a S. Antonio Abate, altre verso mezzogiorno e ponente, biforcandosi, generarono gli altri intitolati a S. Antonio da Padova e a S. Maria delle Grazie, altre ancora verso oriente e mezzogiorno formarono un gruppo che fu detto quartiere di Celano o dei Rinforzi. Più ampi fabbricati erano sorti in questi piccoli sobborghi. Dei Di Majo, dei Carnevale, dei Pettinicchio nel primo; dei Pizzella, dei Melocchi, dei Baccari, dei Di Tella nei secondi, Chiesette e Cappelle in onore di quei Santi avevano accompagnato la denominazione dei sobborghi e delle vie. Noto che il quartiere verso nord-est dove era l'ampia casa dei Pettinicchio prese nome da una Chiesetta dedicata a S. Antonio Abate di Vienna, protettore dalle epidemie pestilenziali, dal fuoco ecc. Aveva un patrimonio questa Chiesa di diversi beni tra cui una casa presso la Torre dell'Orologio che esisteva ancora nel 1671. Un'altra Cappella al nome di S. Maria delle Grazie era situata poco discosto dal palazzo Baccari (poi Fantozzi, poi Mosca) edificata forse dalla detta famiglia. Questa chiesetta aveva soprastante un piccolo Convento o rifugio di frati Francescani, fondato da Donato Baccari nel 1546. Di queste due Cappelle trovasi ultimo ricordo nella Relazione stesa da Donatantonio Cafaro alla Camera della Sommaria il 15 Aprile 1671 per la valutazione feudale di Capracotta. La Chiesetta e i1 Borgo di S. Antonio da Padova sorsero un po' appresso ma l'epoca precisa non è nota. Quanto ad altre famiglie salite in onori e in agiatezza nel 1500-1600 nulla di meglio che inserire fra questi ricordi quel che ancora resta scritto sui meriti di alcuni individui eminenti venuti da quelle. L'Ughelli cita fra i Vescovi: «Nuntius de Baccariis. Trivientinæ Diocesis Præsbiter. I. V. D. Vicarius primum generalis Beneventi Auditor deinde Cardinalis Thomasi: Cardinalis denique de Comitibus Episcopi Viterbiensis Vicarius generalis. Agnello Rendina Beneventanus successor datus est 14 Martii 1718». Era nato nel 1667 a Capracotta da Filippo Baccari. Da Benedetto XIII fu elevato all'Ufficio di Vice-reggente in Roma, ufficio che tenne anche sotto Clemente XII dopo che Clemente Xl nel 1718 lo aveva nominato Vescovo di Boiano. Morì in Roma il 1735, o il 1736, come afferma il Corsignani, con dispiacere di tutti. Il Corsignani stesso cita Francesco Baccari, Vescovo di Telese e Giovan Prospero Baccari fratelli del Predetto Nunzio e aggiunge che il primo morì in buona opinione nel 1737, e l'altro aveva sposato Antonia Porpora, figlia del gentiluomo napoletano Diego Porpora, Tesoriere di Chieti. Nel nostro Libro delle Memorie sono ricordati entrambi i Vescovi su detti; con l'aggiunta ch'essi avevano conseguito le lauree in Legge ed in Teologia a Napoli e quindi eransi trasferiti a Roma: che Francesco nato in Capracotta il 1673 morì in Cerreto nel 1737 dopo aver predetto il giorno della propria morte come attestò il Canonico Rossi, nel Catalogo dei Vescovi Telesini. Di Francesco abbiamo anche ricordo in una lapide sulla parete sinistra dell'ingresso nella Chiesa che rammenta la benedizione da lui impartita nel 1723 al compimento dei primi lavori di restauro della Chiesa stessa. I Di Majo costituiron pure cospicua famiglia fra cui Innocenzo che censì dai PP. Celestini di Agnone il piccolo feudo di S. Croce, del quale ho fatto parola innanzi. Le due famiglie Baccari e Di Majo però dovettero allontanarsi da Capracotta. Sussiste la tradizione ch'esse vennero a trovarsi in forte antagonismo; e le contese presero una piega minacciosa al segno che d'ordine superiore, non so se civile o ecclesiastico, fu stabilito l'esodo di entrambe. Quella dei Baccari si fermò a Bonefro, quella dei Di Majo a Deliceto, e tutte due le famiglie conservano tuttora il prestigio dall'antico casato nelle dimore elette. Raccontasi che sulla via dell'esilio presso una fontana del Molise, si fossero incontrati due degli antichi contendenti, che ivi si fossero rappaciati fra le lagrime del pentimento, e del dolore d'aver dovuto lasciare i tetti natii; che a quella fonte perciò fosse restato il nome di Fonte del pianto. Dei D'Andrea si ha memoria di Giulio, che, o per aver preso parte al commercio, ovvero alle armate verso l'oriente contro i turchi ritornò in paese nel 1660, conducendo un domestico bosniaco, che egli aveva riscattato dalla schiavitù e che volle far battezzare, come è scritto nel Catalogus rerum notabilium, Leone D'Andrea, fu citato come fra i più agiati della Università; e, per questo stato di agiatezza, lasciaron buon nome Amico Pettinicchio, Fabrizio Carnevale, Antonio Di Tella, Mattia Pizzella. Dalla famiglia Pizzella venne un illustre prelato, Bernardantonio nato qui da Giovanni e Vincenza Polce nel 1687, del quale un cenno biografico è inserito nel nostro libro delle Memorie e che mi piace trascrivere: «Mons. D. Bernardantonio Pizzella, Dottore dell'una e l'altra legge, pei suoi meriti e costumi lodevoli, fin dall'età di 18 anni fu familiare del sommo Pontefice Benedetto XIII, in tempo che era Arcivescovo di Benevento, dal quale fu poi eletto Canonico di quella Chiesa Metropolitana e Cancelliere maggiore. Nei primi anni di ponteficato del detto Papa fu creato suo cubiculario d'onore. Fu decorato anche delle dignità di Canonico di S. Pietro. Dopo fu nominato Vescovo di Costanza in Telesinia, avendo rinunciato alla Diocesi di Melfi, e dichiarato Plenipotenziario dell'archivio di Benevento, assistente al soglio pontificio con altre prerogative. Ebbe facoltà d'inserire nel suo stemma lo stemma degli Orsini di Gravina, e infatti ne prese una parte, la Rosa rossa in campo d'argento». Morì in Roma nel 1760 e sul sepolcro in S. Pietro v'è una lapide che ne ricorda il nome e la Patria. Avrebbe avuta la nomina di Cardinale se la morte non lo avesse raggiunto. D'altre famiglie antiche infine potremo intrattenerci in prosieguo, bastando questa digressione su quelle che ho nominate. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il calendario romano della battaglia contro la neve
30 gennaio 1954 L'On. Sammartino interroga il Ministro dell'Interno per sapere che cosa intenda fare per le popolazioni di Capracotta e di Pescopennataro «sepolte vive» da oltre un mese. 1 febbraio L'On. Sammartino, ricevuto al Viminale dal Direttore Generale della Assistenza Pubblica, prospetta la situazione, che si va facendo grave, per ora, dei Comuni di Capracotta e di Pescopennataro. 2 febbraio Gli Onn. Spataro, Sammartino e Sedati, ricevuti da S. E. l'On. Andreotti, Ministro dell'Interno, espongono la situazione dei centri montani dell'Abruzzo e del Molise e sollecitano dal Governo gli aiuti possibili. Nella stessa giornata, il Sindaco di Capracotta (Nicola Ianiro), telegrafa all'On. Sammartino il S.O.S. della popolazione. L'On. Sammartino telegrafa al Prefetto di Campobasso, perché invii al Ministero proposte concrete di aiuti. Il giornale-radio delle ore 14 dà notizia dell'azione svolta presso le autorità di Governo dai tre Parlamentari sunnominati. La sera, il Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, Gen. Urbani, ricevendo l'On. Sammartino, concorda con il Gen. Silvestri, Segretario Generale dell'Aeronautica, un piano di soccorsi con l'invio di un elicottero a disposizione del Prefetto di Campobasso. 3 febbraio Il Pro Sindaco di Agnone, Sig. Corradino Iannelli, alle ore 10, telegrafa all'On. Sammartino la invocazione generale di aiuti concreti e di mezzi meccanici per la riapertura del traffico. Segnala tragica la situazione di Capracotta e di Pescopennataro. Il Prefetto segnala grave la situazione anche di Casacalenda e di Cercemaggiore, isolati completamente da due giorni e senza viveri. Alle ore 16, l'On. Sammartino è ricevuto dal Ministro dei LL.PP. Sen. Merlin, al quale ripete l'urgenza e la necessità di autentici spazzaneve, come da sua interrogazione nella seduta del 22/8/1953 alla Camera e dello stesso Deputato al Ministro, in data 2/1/1954. Il Ministro convoca al Gabinetto il Direttore generale dell'A.N.A.S., Ing. Cesare Renzi. Si telefona ai Capi Compartimento di Torino e Milano perché dispongano subito l'invio di almeno tre lancianeve ultimo tipo, nel Molise. Si accerta la possibilità dell'invio di un lancianeve a turbina e due a fresa, da raggiungere il Molise per via Adriatica e per via Roma-Isernia; quest'ultimo per aprire il traffico sulla statale n. 86 "Istonia" dal bivio di Pesche al ponte sul Sente. Si stabilisce di consentire che l'A.N.A.S. provveda ad aprire anche la strada per Capracotta e Pescopennataro e si decide di inviare a Campobasso, per coordinare l'azione straordinaria dell'Azienda, l'Ispettore Ing. Carbone. Alle ore 18, il Generale Borghetti, V. Segretario Gen. dell'Aeronautica, comunica all'On. Sammartino che è segnalato in arrivo l'elicottero a Campobasso, dopo una lunga sosta a Frosinone, causa le condizioni atmosferiche sfavorevoli. Il Presidente dell'Unione Provinciale dei Commercianti telegrafa agli Onn. Sammartino e Sedati per plaudire all'azione che stanno svolgendo presso le autorità di Governo e chiede dotazione di spazzaneve e differimento termini pagamento imposte oltre che la dilazione del pagamento presso Banche degli effetti cambiari. 4 febbraio S. E. l'On. Zoli, Ministro delle Finanze, riceve gli Onn. Sammartino e Sedati che gli prospettano la situazione economica grave del Molise, ove le attività produttive sono ferme da circa quaranta giorni e gli portano l'istanza dell'Unione Commercianti del Molise relativa al pagamento delle imposte. Il Ministro dà disposizione al Direttore Generale delle II.DD. perché chieda telegrafiche proposte in merito all'Intendente di Finanza di Campobasso. Assente il Ministro del Tesoro, i due Parlamentari conferiscono col suo Capo di Gabinetto circa l'istanza per il differimento dei termini del pagamento tratte ed effetti cambiari. Ai fini pratici, si richiama il decreto 15/1/1948, n. 1, per l'applicazione analoga da parte del Prefetto, che dichiari eccezionale la contingenza verificatasi. In tal senso i due Parlamentari prendono contatto telefonico col Prefetto di Campobasso. Alle ore 14, gli Onn. Sammartino e Sedati conferiscono, al Viminale, col Capo di Gabinetto del Ministro dell'Interno circa la situazione. Dal Molise si ha notizia che l0elicottero, segnalato in arrivo a Campobasso nel pomeriggio del giorno innanzi, non è in grado di levarsi alla volta dei centri isolati, non consentendolo ancora le condizioni atmosferiche. In quel mentre, telefona il Prefetto di Chieti, che sagnala critica la situazione dei Comuni di Gamberale e Pizzoferrato ed invoca che l'elicottero inviato a Campobasso, sorvolando Capracotta, arrivi fino a quei due paesi per attingere notizie della situazione dei viveri e medicinali. Seduta stante, da Campobasso il Prefetto invoca per telefono aiuti in danaro per i disoccupati, i bisognosi e per gli addetti allo sgombero della neve. L'On. Sammartino, ritenendo da tali notizie insufficiente l'azione di soccorso con l'elicottero, propone di aiuti reali a mezzo di paracadute. Per l'assistenza pubblica, il Capo di Gabinetto del Ministro dell'Interno accoglie la proposta dei due Parlamentari per inviare a Campobasso il Comm. Dr. Abbrescia, Vice Direttore generale dell'Assistenza Pubblica. Gli Onorevoli, prima di lasciare il Viminale, prendono contatto con l'autorevole Funzionario, che è, difatti, in partenza per Campobasso. Alle ore 18, l'On. Sammartino si reca al Ministero dell'Aeronautica dove, a colloquio col Gen. Silvestri, apprende che il Ministero dell'Interno ha disposto l'invio di viveri e medicinali con paracadute. Si discute della orografia dei centri da rifornire per via aerea e si fissa il campo di Latina come base di partenza di due aerei, non appena vengano segnalate idonee al volo le condizioni atmosferiche. Alle 19, il Ministero dell'Interno comunica che, tramite la stazione radio emittente della Prefettura di Campobasso, si è appreso che l'elicottero, dopo un'azione su Matrice, è rimasto inutilizzato, a causa di un grave guasto. Urgono, quindi, soccorsi massicci paracudati, tempo permettendolo. 5 febbraio Alle ore 11, l'On. Sammartino è a colloquio col Gen. Borghetti, V. Segretario generale dell'Aeronautica, per conoscere lo stato delle condizioni per la partenza degli aerei dall'aeroporto di Latina. Condizioni ancora negative. Alle 11:30, lo stesso Onorevole conferisce col Direttore Gen. dell'A.N.A.S., per sapere quando possano giungere i lancianeve annunziati. Il loro arrivo è previsto per oggi. Alle ore 17, il Gen. Borghetti informa l'On. Sammartino che si prevede possibile il decollo degli aerei sull'Alto Molise per l'indomani. 6 febbraio Alle ore 11, gli Onn. Sammartino e Sedati sono ricevuti da S. E. l'On. Gui, Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, al quale espongono il disagio delle masse lavoratrici del Molise, in conseguenza delle persistenti nevicate. Il Ministro consente di mandare a Campobasso un Funzionario del Ministero perché studi, d'intesa col Prefetto Antonucci, un piano di lavoro per l'assistenza ai disoccupati. Parte, perciò, in giornata il Dr. Irmici, del Gabinetto del Ministro. Alle ore 17, il Gen. Borghetti, ricevendo per conto del Segretario generale dell'Aeronautica l'On. Sammartino, informa il Parlamentare molisano che domattina gli aerei sorvoleranno i centri isolati della montagna tra l'Abruzzo ed il Molise. Intanto, automezzi carichi di viveri e medicinali stanno raggiungendo l'aeroporto di Latina per conto del Ministero dell'Interno. 7 febbraio Alle ore 14, il Gen. Silvestri telefona all'On. Sammartino che a mezzogiorno due aerei hanno gettato viveri su Agnone ed i centri d'intorno segnalati; domani l'operazione sarà ripetuta sui centri ove la situazione appare più critica. Per telefono da Isernia si informa l'On, Sammartino che uno dei lancianeve, precisamente quello proveniente da Torino, è ivi giunto alle ore 10 e ripartito alla volta di Agnone. Il Capo Sezione A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Mario Petracca, assicura per telefono il nostro Deputato che, entro la stessa giornata, si presume possibile riaprire la strada almeno fino ad Agnone. L'On. Sammartino telegrafa al capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica i ringraziamenti suoi e delle popolazioni montane del Molise a lui ed ai generosi avieri che, la mattina, sorvolando Agnone, Capracotta e Pescopennataro, avevano dato a quelle popolazioni in ansia la più eloquente dimostrazione della solidarietà nazionale. 8 febbraio Prima di ripartire per Agnone, l'On Sammartino fa la seguente dichiarazione al "Giornale d'Italia": Quella di quest'anno è da considerarsi un'autentica calamità per le nostre popolazioni. Sono quaranta giorni che sulle nostre montagne ogni attività produttiva è letteralmente paralizzata. Intanto, da questa calamità dobbiamo aver tratto qualche avvertimento: bisogna affrontare nel suo insieme il problema delle comunicazioni, che sono già tanto scarse ed inefficienti in tempi normali! Non è possibile che centri popolosi, sedi di scuole, uffici, ospedali come Agnone; capoluoghi di mandamento come Capracotta, Casacalenda, Castiglione Messer Marino, Celenza sul Trigno; paesi della più incantevole montagna come Pescopennataro e Pietrabbondante, debbano vivere, ad ogni invernata, intere settimane fuori dal mondo! Ma c'è di più. Questa triste circostanza mi ha fatto scoprire un'altra verità grave: l'Aeronautica militare possiede solo tre elicotteri. Il problema quindi è anche nella necessità di dotare la nostra Arma area di centinaia di questi moderni mezzi ad atterraggio verticale, che in circostanze come le presenti possono rendere servigi preziosi. 10 febbraio Alle ore 11, l'On Sammartino riferisce al Prefetto di Campobasso sulle circostanze inerenti allo stato eccezionale di molti paesi della regione e lo ringrazia per l’opera sagace e solerte da lui espletata nei giorni scorsi. 11 febbraio Alle ore 21, l'On. Sammartino riceve visita del capo Sezione dell'A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Petracca, col quale discute su problemi inerenti alla organizzazione per lo sgombro della neve nella regione. È con lui il rappresentante di una casa costruttrice di lancianeve. 13 febbraio Oggi l'A.N.A.S. ha dato riaperto al transito il tronco Agnone-Ponte Sente. Il lancianeve a turbina sta riaprendo la strada Staffoli-Capracotta. Dopo di che, provvederà a riaprire il troco Tre Termini- Roccatamburri-Pietrabbondante. 14 febbraio Alle ore 20, il Capo Sezione dell'A.N.A.S. di Campobasso, Ing. Petracca, informa l'On. Sammartino che sono state riaperte oggi al traffico tutte le strade statali del Molise. 15 febbraio Il Capo Servizio Telegrafi e telefoni del Ministero delle PP.TT. comunica all'On. Sammartino che il telefono della cantoniera di Staffoli sarà collegato con la rete urbana nazionale. N.D.R. Qui termina il calendario interessante per tutti. Ci è doveroso aggiungere che S. E. il Prefetto, il Presidente della Camera di Commercio, Industria e Artigianato, il Presidente dell'Unione Provinciale dei Commercianti, nonché i Sindaci di Agnone, Capracotta, Carovilli, Pescopennataro, Schiavi d'Abruzzo, Castiglione Messer Marino e l'Assemblea dei democristiani di Pietrabbondante hanno inviato con lettere e telegrammi espressioni grate all'On. Sammartino, la cui azione è stata altresì oggetto di nobili commenti da parte della stampa di ogni colore. Fonte: AcR, Il calendario romano della battaglia contro la neve, in «La Fucina», Agnone, 28 febbraio 1954.
- Il Molise è verde
Un anno fa sono stato invitato nel Molise, a Isernia per aprire il primo festival di letteratura di quella città. Ci sono arrivato in treno da Roma e nel tragitto ho notato che l'ultima ventina di chilometri la linea ferroviaria saliva. La città occupa la dorsale di un'altura definita dalle valli scavate dai fiumi Carpino e Sordo, quindi è alta rispetto al territorio che la circonda. Il paesaggio che si può osservare tutto intorno è poco abitato, coltivato e molto verde perché coperto da boschi e segnato da un sistema di tratturi che, con la transumanza, hanno fatto da sfondo al transito di uomini e greggi e hanno caratterizzato la vicenda economica e culturale molisana. Le zone di collina e di montagna che circondano Isernia sono coperte da fitti boschi di cerro e faggio e caratterizzate geologicamente da formazioni calcaree. Dalla piazza della città un forestale mi ha indicato all'orizzonte i confini del Parco Regionale del Matese; il versante molisano è coperto da faggete in alto e alle quote inferiori da castagneti, leccete e da formazioni miste di roverella, cerro e carpino nero fino agli uliveti. Da quelle parti c'è anche uno dei due boschi puri di cipresso presenti in Italia, chiamato Bosco degli Zappini, l'altro è in Toscana. Si tratta di una formazione costituita da cipressi che hanno i rami inseriti orizzontalmente nel fusto; il loro nome scientifico è Cupressus horizontalis, una forma a cui non sono abituato e che avevo visto solo nell'isola di Creta. Durante la mia visita sono riuscito a fare una camminata: a quote un po' più alte, fino ai 1.746 del Monte Campo, ho attraversato con un comodo sentiero una foresta di abeti bianchi considerati relitti dell'ultima era glaciale. Le loro dimensioni sono davvero notevoli tanto che la zona è chiamata Bosco degli abeti soprani. La seconda volta che sono tornato nel Molise era per conoscerne la parte compresa nel Parco nazionale e ho incontrato un monumento vegetale di grande fascino. Nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, il Monte Tranquillo forma con la Chiatra del Re e il Marsicano uno splendido panorama di vette e valli. Una di queste, la Valle Ura, è coperta di boschi di faggio maestosi per imponenza e affascinanti per vecchiaia. Ma la presenza arborea più importante è data da un'altra specie o, meglio, da un unico individuo di un'altra specie: l'acero montano (Acer pseudoplatanus). È uno degli aceri più grandi d'Italia: quasi 7 metri di circonferenza, 30 di altezza e 450 anni di età ed è come se fosse nascosto tra i faggi, quasi a non farsi notare. Noi lo chiamiamo "acero", quindi il genere maschile che in lingua italiana si usa per la maggior parte delle specie arboree: pino, abete, larice, rovere, leccio, melo, castagno ecc. Ci sono poche eccezioni, per esempio la betulla, chissà perché. Ma gli abitanti di Pescasseroli, considerata la capitale storica del Parco, quello che per gli altri è "lacerane", lo chiamano "l'Acera d'Trnghill". Dunque è femmina, una grande madre solitaria di fronte alla quale nel 1960 alcuni boscaioli incaricati di abbatterla deposero le accette e si rifiutarono di eseguire l'ordine. A pochi passi da lei si può visitare la Grotta dei briganti, dove per un decennio, tra il 1861 e il 1870, si nascondeva la Banda Cedrone in aperta ribellione contro l'esercito piemontese. L'Acera era già là da molto tempo e sicuramente i briganti si sentivano rassicurati dalla sua presenza. Anzi l'avrebbero usata come nascondiglio per la refurtiva. A Pizzone, un paese ai piedi della montagna, si narra che sull'Acera veglia un sortilegio. Tutte le valanghe che da secoli scendono giù per il canalone di Valle Ura, schiantando tutti i faggi che incontrano sul loro cammino, si limitano a sfiorare il suo piede senza mai travolgerla. Pare che i briganti avessero fatto un patto con il diavolo: avrebbero nascosto un tesoro frutto delle loro rapine sotto il terreno nella cavità dell'acero e Satana lo avrebbe custodito, accettando un cambio terribile: loro gli avrebbero sacrificato un neonato, sgozzandolo sopra il terreno che copriva il tesoro. Da allora si dice che il diavolo abbia sempre mantenuto il patto di sangue stipulato, tanto che, ogni volta che qualcuno si azzarda a tentare di trafugare il tesoro, all'improvviso attorno all'Acera si scatena una tempesta di vento, pioggia e fulmini che mette in fuga gli incauti. Il tronco alla base è cavo e può ospitare fino a tre persone non troppo voluminose e poi si biforca a un paio di metri di altezza. Chiunque vada a visitarla prova ad abbracciarla, è un gesto istintivo, ma per circondarla del tutto bisogna essere almeno in tre. Non ci sono cartelli che ne segnalino la presenza, una sorta di segreto riservato all'Acera, che insieme al fatto che vive a una quota piuttosto alta, 1.660 metri sul mare, ha contribuito alla sua difesa e ad aumentarne il fascino. L'escursionista nel cercarla potrebbe trovare sul suo cammino i segni del passaggio dell'orso marsicano o del lupo oppure scorgere nel cielo il volo maestoso dell'aquila reale. Daniele Zovi Fonte: D. Zovi, Voci dal bosco, in «La Rivista del Club Alpino Italiano», 5, Milano, novembre 2023.
- La distruzione di Capracotta da parte dei tedeschi in ritirata
Nei giorni dal 7 al 12 novembre i capracottesi hanno vissuto i momenti più tristi della loro esistenza, dovendo assistere inermi alla distruzione delle loro case da parte dei corpi speciali delle SS delle truppe tedesche in ritirata e subire ogni genere di persecuzione, repressione e privazione. Nei tre volumi "1943: la guerra a Capracotta", pubblicati dal Comune di Capracotta alcuni anni fa, sono raccontati con dovizia di testimonianze e con accurata ricostruzione storica i tragici fatti di quelle giornate di novembre del 1943. Alle tante cose dette e scritte, però, ho voluto apportare un ulteriore contributo alle sofferenze di quei giorni, riportando l'esperienza vissuta in quei giorni da Michelina Sozio, (deceduta il 26 marzo 2004), che con commozione e con l'orrore per le guerre ha raccontato la sua storia e quella della sua famiglia in quell'arco di tempo che va dal mese di novembre 1943 al mese di luglio del 1945. Una storia brutta, che non augura a nessuno, che inizia con la distruzione di Capracotta, segue lo sfollamento e si conclude col ritorno definitivo qualche anno dopo a Capracotta. Nei primi giorni del mese di ottobre, credo tra il sette e l'otto, le truppe tedesche si avvicinarono a Capracotta e si accamparono nelle campagne circostanti. In paese occuparono solo l'edificio scolastico che adibirono ad ospedale. Qualche compaesano bisognoso fu anche curato in questa struttura dai tedeschi. Costretti ad indietreggiare i tedeschi a quel punto si stabilirono in paese utilizzando le case vuote e quelle sottoccupate. Di notte dormivano nelle case e di giorno si recavano al comando. Il loro comportamento fu corretto e non fu segnalato nessun atto di molestia alle donne. Tutto questo andò avanti sino ai primissimi giorni di novembre. Il quattro novembre accadde il primo fatto tragico. Furono fucilati dai tedeschi i fratelli Fiadino, rei d'aver ospitato alcuni prigionieri canadesi scappati dopo l'otto settembre dal campo di prigionia di Sulmona. Il banditore Gildonio, tutti i giorni, su comando del podestà di allora, Filiberto Castiglione, ricordava ai cittadini di denunciare la presenza dei fuggiaschi inglesi e a non ospitarli, pena la rappresaglia tedesca, ma i Fiadino ascoltarono la loro coscienza e pagarono con la vita la disobbedienza alle ordinanze tedesche. Nei giorni successivi non si videro più tedeschi in giro e questa calma eccessiva ci mise in allarme. Non sapevamo cosa stava succedendo e cosa potesse accadere. Immaginavamo che i tedeschi erano andati via e che, quanto prima, sarebbero arrivati gli inglesi a liberarci. Ma la mattina dell'otto novembre il banditore Gildonio annunciò: – Uscite tutti dalle case perché fra poco incendieranno il paese. Mia suocera si affacciò alla finestra per capire che stava succedendo e per strada vide zio Antonio Sozio ( Cicchemuórte ) che le riferì: – Sto venendo dalla Piazza e don Filiberto, il podestà, ha detto di portare via tutta la roba perché fra poco i tedeschi bruceranno il paese. Essendo un tipo burlone non fu creduto, però questa volta diceva la verità. Nel giro di qualche ora si scatenò l'inferno, e le case cominciarono a bruciare e a saltare in aria con le mine fatte esplodere dai tedeschi. Quell'anno l'inverno arrivò in anticipo, c'era neve dappertutto e questo rendeva più difficile la decisione di lasciare le abitazioni. Purtroppo non avevamo scelta e anche noi fummo costretti a lasciare la casa. Portai con me un cappotto e uno scialle e la prima notte la passai assieme alla mia famiglia nella casetta del Tiro a Segno, mentre altre persone avevano trovato rifugio nelle chiese e altre nel Cimitero. All'imbrunire del giorno successivo tornammo in paese e notammo che la casa dei miei suoceri non era stata bruciata, quindi decidemmo di rientrare. Verso le dieci del mattino, però, c'intimarono di lasciare nuovamente la casa. Mio suocero, malato di cuore, non voleva uscire e per portarlo via fu una faticaccia. Prima di andare via portammo fuori i mobili e li accantonammo sui marciapiedi, dopodiché, verso mezzogiorno ci dirigemmo verso la Chiesa di S. Antonio, dove si erano rifugiati altri paesani. Appena giunti davanti alla chiesa, sentimmo un forte boato e la nostra casa crollò disseminando pezzi di pietre in tutte le direzioni e in particolare sui mobili addossati al marciapiede, ormai inservibili. Non tutte le abitazioni, però, furono completamente distrutte perché i tedeschi, mettendo le mine una casa sì ed una no, consentirono alle abitazioni non direttamente minate di subire danni meno pesanti. Tra queste anche quella dei fratelli di mia zia Maria, disabitata perché questi parenti vivevano nella masseria in località Guastra. E così io, mio padre, mia madre, le sorelle, mio fratello, mio zio Antonio con tutta la sua famiglia, in tutto eravamo diciassette persone, ci sistemammo in quest'abitazione. I miei suoceri, invece, si sistemarono nella casa di Giacomo Giuliano sotto la piazzetta. Intanto l'esercito alleato era fermo tra Staffoli e Pescolanciano e nonostante le segnalazioni di entrare in paese, perché i tedeschi erano andati via, temporeggiavano a farlo, continuando a cannoneggiare il nostro territorio e quello dei paesi vicini. I disagi per tutti noi capracottesi erano forti. Il cibo scarseggiava e le condizioni igienico-sanitarie spaventose. Si cercava di avere un po' di farina e così si preparava un po' di polenta o pasta fatta in casa. In paese eravamo in tanti ma con la guerra eravamo rimasti: donne, vecchi, bambini e qualche imboscato perché i giovani erano tutti al fronte. Tra il 20 e il 25 novembre, finalmente gli alleati entrarono in paese. C'erano soldati di tutte le razze: canadesi, marocchini, tunisini, algerini, polacchi ed altri. Sembrava la fine di un incubo e invece di lì a qualche giorno ricominciò l'odissea. Giunse l'ordine di lasciare Capracotta perché il paese era diventato linea di fronte di guerra. Nei primi giorni di dicembre iniziò lo sfollamento. L'abbandono del paese verso località che non avevano subito i danni della guerra. Era obbligatorio. Controvoglia anche noi dovemmo lasciare Capracotta. Era mezzogiorno dell'otto dicembre, faceva freddo e, mal nutriti e mal vestiti, coi camion militari fummo portati al centro di prima accoglienza di Campobasso. Qui fummo lasciati all'addiaccio per tutta la notte, assieme agli altri sfollati provenienti dal resto dei paesi dell'Alto Molise e dall'Alto Sangro aquilano e chietino, passando una notte tremenda, in condizioni pietose in mezzo al fango che ti arrivava oltre la caviglia per le piogge abbondanti cadute nei giorni precedenti. Al mattino ci portarono, sempre con i camion militari, alla stazione di Termoli dove pigliammo un treno diretto a Bari. Con noi c'erano sfollati di tutto l'Abruzzo e Molise, provenienti dai paesi che avevano subito la sorte di Capracotta. Arrivati a San Severo in provincia di Foggia, il controllore ci chiese dove eravamo diretti. – Non lo sappiamo, – ripondemmo – ci hanno caricati sul treno a Termoli e non sappiamo qual è la destinazione finale. Al che ci disse: – Prima di arrivare a Foggia il treno rallenta, scendete, nessuno vi vedrà perché è buio. Poi dirigetevi verso San Severo o verso Lucera, paesi ricchi che vi potranno ospitare, perché se andate verso Bari, Brindisi, morirete di fame. Alcuni di Capracotta scesero, mentre noi proseguimmo e la mattina arrivammo a Bari. Nessuno, al nostro arrivo si prese cura di noi. Per tre giorni restammo in attesa sul treno in condizioni igieniche disastrose coi pidocchi che ormai cominciavano a diffondersi con rapidità. Alla fine decidemmo di inviare una delegazione in Prefettura per sollecitare la nostra sistemazione. Solo così il prefetto si decise a darci una destinazione. Potevamo scegliere tra diverse località, noi decidemmo per la città di Trani, perché vedemmo che quella località era più vicina a Capracotta. Cosi ci sistemarono in un vecchio edificio pubblico adibito ad uffici. A noi, cioè alla mia famiglia e a quella di zio Antonio, capitò una stanza di 4x4 m., che, oltre ad essere piccola (eravamo sempre in diciassette), era posta all’ingresso dell'edificio e quindi era usata anche da corridoio per gli sfollati delle stanze adiacenti. Letti non ce n'erano e per dormire, la sera, stendevamo la paglia per sdraiarci sopra, il mattino la ritiravamo e la accantonavamo in un angolo. Una notte, uno sfollato lasciò l'acqua aperta dei bagni e ci allagammo tutti. La paglia si bagnò e non ce la vollero cambiare dicendoci di asciugarla e di riutilizzarla. Una vera tragedia, trattati come le bestie. Non so chi ci ha dato la forza di andare avanti. Nel febbraio del 1944 le cose andarono un po' meglio perché alcune famiglie siciliane e campane andarono via e potemmo sistemarci più comodamente. Da mangiare ci davano brodaglia di foglie di cavolfiori con fave, preparata dalle suore. Il pane era razionato e la razione era di cento grammi a testa. Mio fratello e mio padre, intanto, incominciarono a lavorare con gli americani e a guadagnare qualche soldo. Noi donne non facevamo niente, l'unica attività era di andare a zappare la terra, ma questo lavoro era riservato agli uomini. La scelta era di fare le serve, ma a noi non piaceva. Solo mia sorella Angela, allora diciassettenne, tramite l'interessamento di una persona del Comitato Profughi, fu inserita presso le suore Ventura per continuare il lavoro di sarta che già aveva iniziato a Capracotta. Nel mese di giugno del 1944 lasciammo l'edificio pubblico ed andammo ad abitare in una casa vicino al mare. L'alloggio era gratis. Per campare ricevevamo un sussidio e in più c'era l'entrata di mio padre e mio fratello. Tra maggio e giugno del 1945, ormai a guerra finita, tornammo in paese. Andammo ad alloggiare, questa volta solo la mia famiglia, in una casa malmessa dei miei nonni materni lungo corso S. Antonio. Di lì a qualche mese iniziò il piano di ricostruzione e il paese man mano riprese a vivere. Matteo Di Rienzo Fonte: M. Di Rienzo, La distruzione di Capracotta da parte dei tedeschi in ritirata , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Il territorio di Capracotta: le varie parti del territorio
Sono stato minuzioso un po' troppo forse nello intrattenermi sulle successioni dei feudatari; ma è da considerare che ad esse sono associate le manifestazioni di vita della nostra popolazione in quei tempi. Avvertendo prima che questa non era in principio raccolta in unità; ma sparsa in piccoli e negletti agglomerati di rustici casolari nelle varie parti del territorio. Infatti ciò rilevasi, oltre che dalle vestigia ormai informi di quegli agglomerati, dai documenti già dinanzi ricordati, ossia l'Elenco delle Baronie dell'epoca normanna (1189); la Cedola delle Sovvenzioni dell'Angioina (1320) i Registri delle Adohe (1507) e posteriori. Queste parti, feudalmente ripartite, erano quattro, cioè: Vallesorda; Monteforte; Macchia Strinata o Spineta; Capracotta. Nel 1507 apparve la quinta con Ospedaletto; nel 1568 una sesta con Cannavina e Cannavinelle; Capracotta dunque in principio non fu che l'espressione di una rustica località al pari delle altre. Il complesso dei minuscoli abituri in queste parti sopravvisse col nome di Casali. Né soltahto il nostro territorio era diviso così: molti altri abruzzesi lo erano. Ho riportato ad esempio i nomi dei vari Casali di S. Pietro Avellana. Sulle porte di bronzo di Montecassino trovasi menzionato Pescocostanzo «cum tredicim cellis et villis suis» le quali non erano che analoghe suddivisioni di quel territorio. I signori nominati a reggere queste parti non vi tennero mai soggiorno: è da supporre che loro agenti venissero a trarne militi, tributi, bestiame: forse anche a sedare contese fra la povera gente. Secondariamente sono stato minuzioso sui Baroni del 1500, 1600, 1700 per mettere in rilievo le crescenti invadenze e i soprusi, loro consentiti dallo stesso potere Regio. Né per giunta mi par superfluo annotare il fenomeno che capostipiti di cospicui casati Napoletani sorgessero a contendersi la signoria del territorio nostro. Perché, allora, andavo domandando a me stesso: quale poteva essere la ragione intima della loro aspirazione al dominio d'una regione montuosa, fredda, sterile; d'un paesello di umile gente, fino ad ambirne il titolo di Barone, di Conte, di Duca? Ebbene, le mie modeste indagini suggeriscono che la ragione precipua era questa che il territorio tutto di Capracotta offriva pascoli eccellenti per l'alpeggio del bestiame, specialmente ovino, ed attesoché una delle prime fonti di reddito di quei signori erano appunto le grandi masserie armentizie, essi avevan motivo di disputarsi i luoghi più propizii per condurvele. Prova se n'ha ad esempio che nei capitoli matrimoniali di Aurelia d'Ebulo, rogati dal Notar Castaldi il 10 Marzo 1582, tra i cespiti dotali, è annoverata la masseria armentizia valutata ben 13.000 ducati ossia 55.000 lire e più oro, ed è da credere quindi fosse costituita da quattro a cinquemila capi. Prova n'è pure la maggior valutazione data a Capracotta in confronto di Castropignano e di Civitanova come ho accennato nella nota 106. Maggior prova si trae poi dalle ripetute contestazioni levatesi fra l'Università di Capracotta contro i Duchi Piscicelli, pei tentativi di costoro di stendersi prepotentemente con le loro greggi sulle terre nelle quali pascevano quelle degli abitanti, come riferirò in seguito. Singolarmente delle varie parti del nostro territorio mi convien ricordare: che Vallesorda, quale feudo ecclesiastico dei Cassinesi esteso circa 1.800 tomoli (Ettari 600), non subì ulteriori molestie essendo Montecassino ognora «Neapolitani Regni primus Baro». I suoi primi abitatori, come ho esposto innanzi, vi avevano eretta una Chiesuola dedicata a S. Nicola e che probabilmente era un tempietto ed un Eremitaggio insieme. Di essa non è rimasta pietra su pietra, e mentre qualche vestigio segna ancora il posto ove fu l'Eremitaggio di S. Giovanni Battista sul Montecapraro, della Chiesuola predetta, dei Casolari, se v'eran dappresso, si sarebbe perduta ogni traccia se la loro ubicazione non si trovasse indicata nella "Pianta Topografica dell'intera Tenuta di Vallesorda soggetta alla Badia di Montecassino" rilevata nell'Ottobre del 1773 dall'Agrimensore Michele della Croce di Agnone per incarico ricevutone nella contesa che da tempo si agitava fra i Cittadini di Capracotta e la Badia stessa pei terraggi da questa pretesi. Da quella Pianta si scorge che quella Chiesa era posta sui declivio fra la mulattiera che mena a Vastogirardi ed un fontanina sulla rotabile verso il bosco di Vallesorda. Sotto alla rotabile un ampio e lungo avvallamento declina verso est in cui talvolta si formano dei laghetti. Non è improbabile che il franamento di questa distesa di terreno abbia provocato un tempo la ruina e la scomparsa degli edifici succennati. Credo che ciò dovette avvenire nella seconda metà del 1200, ricordando che nell'istrumento di componimento della vertenza pel vestiario dei Monaci del 1294 fu rilevato che la Chiesa era stata abbandonata dai Monaci stessi, ma le ruine fossero ancora visibili sulla fine del 1700. Sulla sommità del bosco di Vallesorda si stende una radura o meglio prateria cinta tutta da un gran muro formato di grossissimi macigni bene e saldamente collegati a secco; un saggio insomma delle mura ciclopiche, che si incontrano in tante parti d'Italia, specialmente meridionale. Resta ignota la prima destinazione di quel recinto. Una tradizione, udita quando ero fanciullo, la ricordava come un luogo di raccolta nella notte delle giumente coi loro allievi ed i cavalli, per sottrarli all'assalto dei lupi. Parrebbe dar peso a questa tradizione il nome di Monte Ippone (dal greco Ippos, cavallo) in documenti antichi e di Cavallerizza, con cui viene indicata tuttora quella sommità di Monte. Monteforte, dal tempo che fu in dominio dei Borrello, poi dei d'Ebulo, quindi di Caracciolo, dei Cantelmo, del delli Monti trovasi quasi sempre indicato qual feudo abitato. Confusi ammassamenti di pietre rivelano ancora la preesistenza di miseri abituri; forse erano Trulli messi su senza malta. Ma quel che c'è da annotare riguardo a questo feudo è che da esso fu distaccato un buon tratto di territorio verso oriente, che prendeva nome, dal suo Casale di S. Maria Caprara, o S. Maria del Montecapraro, ed aggregato all'agro di Agnone, ed è quello che oggi si designa col nome di Montagna Fiorita, o Colle Fiorito. Ciò si desume fra l'altro da un "Ristretto dei fatti sostanziali incontrovertibili nella causa dell'Università di Agnone con l'illustre Principe di S. Buono, redatto in Napoli il 2 Gennaio 1751" e dalle "Ragioni per l'università di Agnone" per la causa stessa stese ivi nel 14 giugno 1757, citate dal Minieri Riccio. In questi documenti si asserisce come premessa che, per «concessione ottenuta nel 1446 dei provventi giurisdizionali (ossia demanialità) da Alfonso I d'Aragona, l'università di Agnone aveva acquistato alcuni feudi disabitati, e fra questi nel 1484, il Castello di S. Maria del Monte Capraro cum aquis quarumque decursibus principali le acque del Verrino, che, per la sua larghezza media di palmi dieci e la profondità media di mezzo palmo, fosse da considerare come un rivo e non come un fiume. Che esso, traendo origine da tre sorgenti, una detta fonte delle Moree, un'altra detta delli Cimenti, e l'altra propriamente del Capo di Verrino, tutte giacenti in S. Maria di Montecapraro, scorre attraverso territori demaniali e feudali della Università di Agnone, i quali ultimi eran passati da Prospero Colonna ai Gonzaga» e successivamente ai Carafa, ai d'Aquino, ai Caracciolo; e di questi, l'ultimo, Marino, nel 1698 s'era impadronito delle acque, onde l'Università aveva fatto ricorso nel 1736 al Sacro Regio Consiglio per esserne reintegrata in possesso. Ora qui si capisce che il vantato acquisto della Regione di S. Maria Caprara, di cui si tacciono il venditore, le circostanze e l'atto del trasferimento, non potette avvenire che per fatto arbitrario e di sorpresa. Si capisce che, per esservi un Castello, era stato abitato un tempo; che per la contiguità e continuità di piano livellare con Monteforte doveva aver fatto parte del territorio di Capracotta, circostanza questa avvalorata dal fatto che la Città di Agnone non dissimulava il proposito di stendere l'estensione del proprio agro fino alle sorgenti del Verrino ed alla fonte dei Cimenti, ostentandone la antecedente padronanza fino a chiederne la manutenzione in possesso con tutto che dalla lamentata turbativa (1698) al primo ricorso (1736) fossero corsi quasi quarant'anni! Però se arrivò ad ottenere l'annessione della parte di quel territorio fino al torrente che è restato col nome di Vallone di S. Maria Caprara, non riuscì a spuntarla con la restante parte alle sorgenti predette. Non è improbabile che Marino Caracciolo o il suo successore, signore anche di Monteforte e Capracotta, avesse contribuito presso il S. R. Consiglio a dare, come suol dirsi un colpo alla doga ed uno al cerchio, soddisfacendo Agnone con la concessione di S. Maria Caprara, e Capracotta col lasciarla padrona del corso superiore del Verrino e adiacenze. Così l'estremo limite del nostro territorio verso sud-est restò nel punto di confluenza del torrente suddetto col Verrino, che vi formano entrambi delle pittoresche cascatelle. Ivi era un altro molino detto del Signore, che un tempo aveva unita una gualchiera e macchine per apparecchi di pannilana. Detto così forse perché era stato fatto costruire da qualcuno dei d'Ebulo o dei Caracciolo, o forse anche da Capece Piscicelli. Certo questi ultimi ne percepivano emolumenti di cui si lamentavano gli utenti come troppo onerosi. Nel secolo XIX detto molino divenne proprietà privata, e sulla fine di esso fu, dai possidenti fratelli Paglione, ceduto alla Società elettrica del Verrino costituitasi in Agnone, la quale ne derivò un canale animatore dell'energia per la illuminazione della città e per la trazione delle vetture sulla tramvia Agnone-Pescolanciano. Macchia, indicata nel medio Evo col nome di Maccla Spinetarum e di Maccla Strinata, ebbe il suo piccolo centro abitato sull'altura del Monte di San Nicola, ove se ne scorgono le vestigia. Sottoposta un tempo feudalmente a tal Roberto (1189) come ho cennato, l'ebbe circa 60 anni dopo Andrea de Sully, poi Riccardo Anibaldi (1270); poco appresso qualcuno dei Carafa; quindi pervenne ai d'Ebulo, i quali le aggregarono le limitrofe zone selvose di Cannavina e Cannavinello. Dalla Numerazione dei fuochi del 1522 e dalle posteriori emerge che la piccola popolazione ivi residente era considerata quale frazione di Capracotta. Infatti in quella Numerazione trovasi inscritto il nome di Dominicus de Verrone quale Arciprete della Macchia, e nell'altra del 1561 trovasi, con la stessa qualità il nome di Ioannes de Arcangelo de Rentio. Gli scarsi abitanti furon decimati poi dalla peste nel 1656 (di cui tratterò in seguito) e le casette abbandonate e distrutte, come annota il Perrella (Effemeridi del Molise, 29 Novembre). Osservando dall'alto la configurazione delle mura lungo il pendio sottostante, come ne son restate le vestigia, mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento! triste spettacolo! Andando in giù verso oriente trovasi la località della fonte del Romito, di cui mi sono a lungo intrattenuto nelle Note Archeologiche. Verso nord-est il dorso del Colle di S. Nicola precipita a picco sull'avvallamento del bosco Cannavinello. Quanto a Capracotta ho già rilevato come attraverso al buio storico del suo tempo antico, apparisse quale denominazione in principio di località, prima che di centro abitato, cioè quella plaga accosto al Vallesorda data al Monastero di S. Pietro nel 1040 da Gualtieri Borello («per finalità dei Capracotta» dice quel testo) fino ai territori di Castelgiudice, di Pescopennataro, di Macchia Strinata. Ho notato pure che, qual luogo popolato, trovasene una prima menzione nel Catalogo baronale del 1189 da cui emerge che la popolazione vi era tanto scarsa da offrire un solo milite al delegato della sua giurisdizione militare Gualtiero Budone. E qui conviene aggiungere che, sia per la ragione che i primi feudatari insediati dai carolingi, dai normanni, dagli svevi disdegnassero la signoria stabile di così remoto e povero luogo montano come il nostro, sia perché questo restasse ignorato e quei nostri progenitori rifuggissero dal richiamarne l'intervento ed il loro governo, certo nessuna menzione di formale investitura feudale di Capracotta trovasi anteriormente a quella aragonese del 1487. Né vestigio di diruto Castello ne lascia lontanamente supporre l'esistenza più antica. Invece sulla maggiore altura all'abitato fu riservata un'ampia area per edificarvi una Chiesa; ed è da credere che quegli antichi vi si andassero lentamente e tacitamente raccogliendo, costruendovi i loro abituri intorno poi vi accorresse la gente sparsa in altri Casali dei dintorni, prima forse quella di S. Nicola di Vallesorda per la ruina anzi cennata. Attrattiva dovette essere la posizione del luogo, prestantesi da più lati a sicura e facile difesa da incursioni frequenti dei tempi. Perché da nord ovest era protetta da inaccessibili dirupi e dalla parte orientale da scoscendimenti che essi completarono con mura, forse anche per consolidare le sovrastanti case: e poi chiusero con porte, addossate a torri, i due ingressi estremi. Anguste viuzze traversarono l'insieme dall'abitato, come ancora si vedono. Una delle torri fu poi demolita, e, su quella che ci restò verso nord, era un arco (ora chiuso da casa addossatale) che probabilmente serviva di vedetta. Le mura impostate come contrafforti, e sotto alle quali col tempo si stesero nuove case, restarono col nome di Rinforzi nei Registri parrocchiali della popolazione nel XVII e XVIII secolo, confermando col nome la primiera destinazione. La casa baronale sorse fuori l'ingresso dall'abitato, chiuso dalla torre predetta, nel 1500 giusta quanto ho riferito a innanzi e che dette motivo alla denominazione di Capracottæ Castrum. È da credere quindi che la signoria di Gualtieri Budone o Sodano non fosse formalmente feudale. E fosse invece una delegazione di giurisdizione militare e giudiziaria e tributaria. Ad ogni modo, poiché la popolazione s'era andata concentrando ed accrescendo stabilmente, avvenne che il territorio circuente più dappresso il paesello seguisse l'evoluzione delle terre consimili nello svolgimento dei rapporti contrastanti tra feudatari e centri abitati, per cui venne ad essere considerato trasformato in Demanio popolare o Comunale, vale a dire che l'uso e la destinazione veniva assunta dalla Comutità, ed il feudatario ne conseguiva dei privilegi tra cui il titolo e provventi diversi, con l'obbligo di provvedere al governo deila Comunità stessa. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- La Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Capracotta
Il titolo di Madonna delle Grazie ha una duplice valenza. Da un lato sta a significare l'effettiva maternità di Maria, il suo essere madre di Gesù Cristo, e dunque madre della grazia divina discesa tra gli uomini in redenzione dei peccati e come messaggio di salvezza. Dall'altro lato, il riferimento riguarda le grazie che la Madonna garantisce agli uomini intercedendo per loro presso il Padre onnipotente. Nel 1671 il tavolario Donato Antonio Cafaro, incaricato di redigere una stima del feudo di Capracotta in vista della sua messa all'incanto, scriveva che questo si componeva di quattro contrade, una delle quali era «il borgo di S. Maria delle Gratie, che stà alla seconda strada, però unito con l'habitatione antica [in cui] vi è un'altra chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Gratie, sita al borgo del medesimo nome, grancia del Clero, et ospitio de' padri della religione di S. Francesco». Sessant'anni dopo, nella "Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia", frate Arcangelo da Montesarchio aggiungeva che a Capracotta fu «edificata una Chiesa sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, arricchita di molti privilegj, come leggesi in detto breve appostolico, la quale fu benignamente data a' religiosi di questa Provincia a titolo di ospizio, e colla appostolica facoltà di potervi edificare un convento; ma i frati non vi abitano, e solamente vi albergano, quando capitano in detta terra per limosinare le lane, o altro bisognevole pe 'l convento di S. Bernardino di Agnone». Nel 1931, lo storico Luigi Campanelli confermava che «un'altra cappella al nome di S. Maria delle Grazie era situata poco discosto dal palazzo Baccari (poi Fantozzi, poi Mosca) edificata forse dalla detta famiglia. Questa chiesetta aveva soprastante un piccolo convento o rifugio di frati francescani». Questa affermazione era figlia delle ricerche di Gaetano Sabatini di Pescocostanzo, il quale negli "Annales minorum" di Luca Wadding aveva trovato la seguente dicitura: Apud oppidum Triventinæ Diocesis, quod Capracocta appellatur, in regno Napoletano, Donatus Vaccarius qui ordinis tertiarii leges atque instituta domi professus ad cerum præscriptionibus vitam agebat, observantibus ædem atque cœnobium in patrio fundo ædificavit, qui annuente Pontifice maximo ad incolendum deducti, religioni ac populorum saluti egregiam operam novam acceperunt. Alfonso Di Sanza d'Alena, attento studioso delle famiglie illustri capracottesi, sostiene che in via S. Maria delle Grazie, sul cosiddetto Colle, «sorse il palazzo Baccari, vicino al quale si ergeva una cappella dedicata a S. Maria, che si presume fondata da questa famiglia. Infatti il piano soprastante la cappella era occupato da un convento o rifugio dei frati francescani, fondato nel 1546 da Donato Baccari». A proposito della fede e della sua declinazione popolare, padre Mario Di Ianni riportava invece una delle leggende legate alla nostra Beata Vergine Maria di Loreto, secondo la quale la sua statua venne dapprima custodita «dove fino a pochi anni or sono c'era l'asilo, il che spiega perché quell'edificio si chiamasse "Casa della Madonna". Dunque la Madonna [...] accettò di risiedere momentaneamente nella cappella della Madonna delle Grazie, fino alla costruzione dell'attuale chiesa». Allo stato delle attuali conoscenze, dunque, possiamo affermare con certezza che sul territorio di Capracotta esisteva sin dal XVI secolo una chiesa - o una cappella - dedicata alla Madonna delle Grazie, che la stessa era gestita dai francescani e che era situata sull'omonima via, al di sopra di quello che i capracottesi chiamano "Colle". Accanto a queste notizie certe ne abbiamo una incerta, ossia la posizione esatta di detta chiesa, che per alcuni era all'interno del Palazzo Baccari - sede dell'asilo infantile di Capracotta per tutto il '900 ed oggi della residenza anziani -, per altri nei pressi di questo palazzo. Facciamo ora un salto apparentemente insensato e... pensiamo al racconto "La lettera rubata" (1844) di Edgar Allan Poe. La storia di quel breve, fulminante, capolavoro è presto detta: il prefetto di Parigi non riesce a trovare una lettera che è stata rubata, nonostante sia a conoscenza del ladro e della stanza nella quale è nascosta la refurtiva. Le ricerche, minuziose fino all'inverosimile, non danno risultati. L'investigatore Dupin, però, ha una teoria, secondo cui l'eccessiva semplicità del caso non può essere colta dagli inquirenti, i quali non vedono ciò che è davanti ai loro stessi occhi: la lettera. Proprio come quella missiva trafugata, forse la Chiesa di S. Maria delle Grazie l'abbiamo sempre avuta sotto gli occhi e non ce ne siamo mai accorti: a mio avviso, infatti, potrebbe trattarsi dell'alto edificio che sorge al civico 42 di via S. Maria delle Grazie. Per lo storico dell'architettura Mario Ortolani quell'edificio è infatti un esempio notevole di casa "a capanna", tanto che nel 1961 affermava che «a Capracotta è possibile riconoscere, tra le ricostruzioni di guerra, un superstite tipo arcaico turriforme di casa in pietra squadrata, a base rettangolare, a tre o quattro piani, con tetto displuviato a capanna, fortemente inclinato e ricoperto di lastre». La facciata a capanna è un termine architettonico usato per definire la forma della facciata di un edificio quando la copertura presenta solo due spioventi: solitamente si tratta di una chiesa. Il Ministero della Cultura ha censito quell'edificio nel suo Catalogo generale dei Beni culturali sotto il nome degli attuali proprietari (Di Gennaro); ha inoltre certificato che «l'edificio, in pianta rettangolare, si sviluppa su quattro livelli di piano, la muratura è in pietra e la copertura è a due falde [...] L'edificio [è] posto a chiusura dell'espansione edilizia cinquecentesca a Sud del borgo originario». Questo significa che per il Ministero quel palazzo rappresentò nel '500 il confine del centro abitato di Capracotta il quale, evidentemente, era da poco fuoriuscito dalla Terra Vecchia spingendosi in piazza S. Falconi, sul corso S. Antonio e sul Colle. Un secolo dopo l'abitato sarà ancora più vasto e i suoi termini diventeranno invece le chiese di S. Antonio e di S. Giovanni. Visto che a Capracotta soltanto le chiese hanno una facciata a capanna, posso ipotizzare che la Casa Di Gennaro fosse in passato un edificio di culto, anzi che quella fosse la sua funzione originaria. Come ogni chiesa che si rispetti, anche questa doveva avere un campanile ma, probabilmente, era a vela, come spesso si rinviene nelle chiese francescane per evitare qualsivoglia ostentazione architettonica. La sua conversione a edificio residenziale dovette avvenire comunque presto, quando nella prima metà del XVII secolo i francescani lasciarono Capracotta per stabilirsi esclusivamente ad Agnone, nel Convento di S. Bernardino, chiudendo l'ospizio di S. Rocco di via Roma e abbandonando la Chiesa di S. Maria delle Grazie. Ricordo che nel circondario di Capracotta esistono tuttora due chiese intitolate alla Madonna delle Grazie: la prima è quella di Poggio Sannita, edificata attorno al 1590; l'altra a Vastogirardi, edificata nel XVIII secolo su una preesistente cappella. Il mio, insomma, è soltanto un primo passo per cercare di capire quali caratteri avesse una chiesuola cinquecentesca edificata nel cuore dell'attuale abitato di Capracotta e che ha lasciato dietro di sé una lunga scia di interrogativi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. Di Sanza d'Alena, In cammino nel tempo. Percorso storico genealogico della famiglia Di Sanza d'Alena e delle famiglie collegate, dal XVII al XXI secolo, Ilmiolibro, Roma 2015; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. da Montesarchio, Cronistoria della riformata Provincia di Sant'Angiolo in Puglia, libro III, Mosca, Napoli 1732; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744), Palladino, Campobasso 2015.
- Dai Borboni alla Forestale
A voler condensare in poche pagine la storia della razza Persano si fa una fatica immane ma piacevolissima poiché è davvero affascinante la genesi e l’evoluzione di questo splendido cavallo italiano. Perché Persano? Perché a Persano, in provincia di Salerno, i Borbone decisero, in una loro tenuta di caccia, di allevare cavalli per ogni loro esigenza (militare, di caccia). Una forma di organizzazione lucida di allevamento equino si deve a Carlo III di Borbone, il quale nel 1763 decise di razionalizzare ciò che già in maniera spicciola e disordinata si faceva da un secolo circa, non solo a Persano ma anche a Carditello (Caserta) e a Ficuzza, in Sicilia. Si lavorava allora, si riproduceva basandosi su due popolazioni cavalline, genericamente definite napoletane e salernitane, molto affini ovviamente perché contigue. La Napoletana più imponente, più "di carrozza", più elegante anche per aver avuto influenze andaluse nei secoli passati, la salernitana più rustica, più forte, meno alta e meno rappresentativa, per solito brada proprio nella Piana del Sele, attorno a Persano. Nel 1741 su un certo numero di femmine di questi due ceppi, (pare 61 femmine!) il Re di Napoli decise di far riprodurre quattro stalloni di razza Araba, che aveva ricevuto in dono dall'Ambasciatore turco Huseyn Efendi in occasione di un Trattato di pace e commercio stipulato tra l'Impero Ottomano e il Regno delle Due Sicilie. I Borbone quindi selezionando per linea femminile su base locale riuscirono a dare vigore e brio ad una linea di razza di grande pregio. Pare che nella loro scelta di apportare sangue arabo (della Mesopotamia) su popolazioni cavalline indigene, non fosse di secondaria importanza il fatto che così si producessero cavalli più leggeri, con diametri trasversi ridotti, un po' più bassi del "carrozziere" di napoletana origine ma tanto più nevrili, tanto più agili e veloci. Si scelse cioè di produrre cavalli più adatti per le tecniche di guerra che stavano cambiando in quel periodo: da guerra di appostamenti, di battaglie frontali, di fanterie opposte, a guerra di movimenti veloci, di aggiramento rapido del fronte nemico, di movi- menti di cavalleria tanto rapidi da risultare sorprendenti. I Borbone cioè compresero fin dalla metà del Settecento quell'evoluzione dello stile dell'Arte Militare che ebbe poi il suo principale artefice in Napoleone, verso la fine del Settecento. E il cavallo allevato a Persano fu un fantastico interprete di ciò: un cavallo brioso ma sereno, tranquillo e confidente col buon cavaliere, forte, robusto e resistente, molto equilibrato ed "intelligente", mai timoroso, mai nervoso. L'evoluzione poi della "Reale Razza" di Persano ha avuto vicende alterne e non sempre fortunate: ad esempio, l'introduzione di sangue centroeuropeo, della razza Meeklemburg, decisa da Ferdinando II, Re Nasone dal 1830 al 1859, non fu una buona idea, producendo soggetti con tare, bassa fertilità, scarso sviluppo osseo nei puledri: fu nefasta quindi la scelta di accoppiare «fattrici indigene di ceppo orientale con stalloni prussiani», come attestò l'allora Direttore Brandi ai suoi Superiori. Ma nel 1860, alla nascita dello Stato unitario, il Demanio dello Stato tentò di gestire la "Razza Governativa di Persano" per alcuni anni e nel 1868 passò la mano al Ministero della Guerra, con una base di ben 356 capi di cui 287 femmine! Si poteva fare, si sarebbe potuto fare un gran bel lavoro di selezione, ma a sorpresa nel 1879 un decreto dello stesso Ministero della Guerra sancì la soppressione della ex "Reale Razza di Persano", ora "Razza governativa di Persano". Si decise di vendere tutto il parco cavalli sulla piazza di Eboli: ma nella casa regnante ben si conosceva il valore quel ceppo genetico, tant’è che il responsabile Cavalli di Casa Savoia acquistò in quella occasione molti esemplari, i migliori forse, che andarono a far parte della tenuta di San Rossore. Altri più idonei furono acquistati da accorti allevatori della stessa Piana del Sele: tra di essi anche un noto produttore di cavalli da trotto (Gargiulo di Afragola). Ma, ancora, nel 1900 il Ministero della Difesa volle la ricostituzione della Razza di Persano: si fece un intenso lavoro di ricerca e acquisizione di ciò che si era stoltamente disperso solo 26 anni prima, ripartendo con 100 fattrici per lo più indigene (o salernitane) ed esemplari di Persano recuperati da San Rossore. Si scelse, per fortuna, di usare soprattutto riproduttori arabi o berberi o beduini: oltre 50 stalloni acquistati tra il 1906 e il 1929 da Siria, Mesopotamia, Egitto. Molti di questi, per saturazione, hanno riprodotto anche in Sardegna, a fare quella base equina dalla quale, nel 1937 col purosangue inglese Rigogolo, si derivò e si iniziò la razza anglo-araba-sarda, con lucida e soprattutto costante programmazione. A Persano invece, si reiniziarono presto forme di meticciamento, forse per la discontinuità della direzione aziendale. Col tempo poi, in relazione a riorganizzazioni logistiche attuate (1954) dall'Esercito Italiano, i cavalli Persano furono concentrati a Grosseto, presso il Centro Veterinario Militare, da dove si continuò a rifornire i reparti montati, via via sempre più ridotti come numero e come esigenze di soggetti allevati in purezza: infatti, scelte diverse si affermarono come linee di sangue maschile, sicché a Grosseto il Persano perse via via rilievo. Alla fine degli anni Novanta, una specifica attenzione al destino di un gruppo di circa 160 soggetti Persani dichiarati di fine carriera venne posta dal Corpo forestale dello Stato. Fu facile concordare con l'Esercito la cessione di quei soggetti sicché 41 femmine "scartate" vennero destinate nell'Azienda demaniale della Torre di Feudozzo in Castel di Sangro (L'Aquila) per tentarne la riproduzione, e circa 120 maschi castroni vennero distribuiti in varie riserve gestite dalla Forestale, per servizi ordinari di pattugliamento del territorio. Sulle femmine persane pure dislocate a Feudozzo, quelle che presentavano problemi non incompatibili con una gravidanza vennero incrociate con salernitani puri ottenendo una leva giovanile di gran pregio. A livello funzionale, i persani si dimostrarono in fretta cavalli di totale affidabilità, intelligenti, rapidi nell'apprendere (non a botte, però!) e dal carattere molto equilibrato e confidente, docile e coraggioso. Nell'ordinario servizio di pattugliamento, hanno poi convinto rapidamente anche cavalieri molto esperti ed adusi ad altre razze. L'inserimento del nucleo di "Feudozzo" nelle procedure in corso presso l'Associazione regionale allevatori della Campania, che opera per conto dell'Aia (Associazione italiana allevatori) alla costituzione di un registro anagrafico del Persano e del Libro Genealogico, fanno ben sperare nella ricostituzione di una base numerica e qualitativa di questa splendida razza storicamente italiana e così il Corpo forestale dello Stato avrà salvato dall’estinzione ancora una razza animale. Giovanni Potena Fonte: G. Potena, Dai Borboni alla Forestale, in «Il Forestale», 54, gennaio 2010.
- Zia Pierina
Per quanto mi sforzi di ricordare zia Pierina o - come la chiamavo io - zia Pina, mi sembra che abbia fatto parte della nostra famiglia da sempre. Con mamma sempre in farmacia e papà in studio o in giro per visite, aiutava nonna a mandare avanti la casa e piano piano era diventata la mia tata con la sua presenza esile e silenziosa. Più che tata, una zia acquisita. Curioso il suo modo di osservare meglio i piccoli oggetti accostandoli di lato agli occhi e, se un oggetto si rompeva il suo commento: – Nen ze putéva murì de pulmunìte... – sdrammatizzava il tutto, la vita è fatta di cose più importanti. Ancora oggi mi ripeto questa espressione in caso di perdita di beni materiali. Apprendevo così anche il dialetto e il primo termine che mi rimase impresso fu papattuócchie: piccolo pupazzetto antropomorfo. Nei giorni caldi della bella stagione la accompagnavo per i campi e a cogliere la cicoria: silenziosamente mi insegnava il rispetto per la terra, madre e nutrice, che lei più volte aveva dissodato e nella quale contribuiva ad impiantare le mie radici. Pochi i ricordi precisi, più un lento fluire nel tempo, come fermarsi e guardare lo scorrere di un ruscello cullato ed abbracciato dal caldo sole d'estate. Ecco allora un pomeriggio alla Terra Vecchia dove lei, seduta accanto a zia Elena, sua sorella, insieme ad altre donne, come in un rito quotidiano a godere del tepore del sole al tramonto, proteggendosi gli occhi con le mani vissute ma sempre dalla stretta dolce ed affettuosa. Scena ben rappresentata da Giulia Paglione in un acquerello che fece in dono alla mia famiglia. Il trasferimento a Tivoli fu il primo distacco da me vissuto verso una persona cara, ma ogni ritorno era una felice occasione per andarla a trovare e poi, adulto, per portarle in visita anche i miei figli. Ancora oggi, passando davanti a quel portone, mi sembra di percepire la sua presenza in cima alla ripida e stretta scala di legno e, per qualche istante, aspetto di sentire la sua voce che mi invita a salire. Francesco Di Nardo
- La storia di Villa Blanc
La storia di Villa Blanc inizia quando, nel 1973, la Società Generale Immobiliare vende la Villa all'Ambasciata dell'allora Germania Federale. Scoprimmo quasi per caso che l'accordo tra le parti prevedeva il perfezionamento del contratto previa eliminazione dei vincoli (e i vincoli sono leggi dello Stato) che tutelavano la Villa. Da allora iniziammo una battaglia, la cui prima vittoria tangibile fu una delibera del Comune in cui si dichiarava la Villa "zona N" (parco pubblico): era il 1974. In quei tempi la Villa era abbandonata a se stessa e chiusa al pubblico, si sperava che quello fosse l'ultimo atto di una battaglia vinta. Diciotto anni dopo, nel 1992, le condizioni della Villa erano ulteriormente peggiorate e la Villa continuava a restare chiusa. In quell'anno, l'allora ministro dei Beni Culturali Ronchey acquisì la Villa tra i beni pubblici per frenare una delle ennesime speculazioni: la storia è nota, Ronchey dovette desistere. Sei anni dopo la Luiss acquistava la Villa. Fummo tra i sostenitori di quella soluzione. Un'università è comunque un servizio pubblico, un'istituzione culturale, e poi la Villa aveva veramente bisogno di restauri immediati. Siamo nel 2002, sono passati quattro anni e la Villa è in uno stato di abbandono crescente e sempre chiusa al pubblico. L'anno prossimo sono trent'anni esatti che la vicenda della Villa ha avuto inizio. Abbiamo lottato contro amministratori sonnolenti, speculatori, vandali, ladri (una volta si sono persino rubati un'intera scalinata), incendi ecc. Ad ogni nuova fase abbiamo chiesto di fare in fretta, abbiamo urlato ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno. Ad ogni nuova fase ci dicevano che finalmente si era trovata la soluzione più adatta alla Villa, che finalmente la Villa era salva e via dicendo. Esauriti i facili entusiasmi di ogni nuova fase, quando tutti discordano del problema, tornavamo a chiedere di fare in fretta, urlare ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno. A trent'anni dall'inizio della nostra lotta e a quattro dall'acquisto da parte della Luiss, la Villa è ancora in stato d'abbandono. Anche questa volta torniamo a chiedere di fare in fretta, a urlare ai quattro venti che ci sono pericoli per le strutture, pericoli per il parco e pericoli per il quartiere intorno: non vorremmo essere ripetitivi, ma è la situazione a non cambiare. La Villa va restaurata immediatamente e il parco non riceve manutenzioni serie ormai da decenni. Noi continuiamo a sperare che il futuro di Villa Blanc sia tornare ad essere un bene fruibile, che possa diventare una sede universitaria con un parco aperto a tutti. Questo potrebbe essere uno degli ultimi appelli, non perché ci stancheremo di farli, ma perché potrebbe essere la Villa a non esistere più se non si parte immediatamente con un lavoro serio di restauro. Antonina Di Rienzo Fonte: https://digilander.libero.it/leperseidi/, 2002.
- Sintesi
Tra vallate e montagne, tra mari e terre, tra cirri e cumuli, tra tuoni e saette; il giorno e la notte, la luna ed il sole; fra stelle e stelle in vuoto assoluto m'adagio su galassia e lungi ghermisco l'ultima scoperta della scienza; la fermo sul palmo della mano: piccola formica che cerca il suo rifugio e per questo l'accontento. Immerso nel silenzio ancestrale, non distratto da buco nero che tutto s'ingoia d'intorno, osservo l'universo al di sotto del mio piatto giaciglio, conferma assoluta del pensiero di Aristotele. Al di sopra, l'eterno: Signor dell'Infinito! Ugo D'Onofrio
- Sotto il sole caldo dell'estate...
Sotto il sole caldo dell'estate l'uomo scende dai monti per lo stretto sentiero battuto dalle vacche che corre tra le rocce e l'erba rinsecchita. Intorno è forte il ronzio di api e calabroni che si rincorrono tra rari fiori e bassi arbusti. Il fianco assolato della Guardata riserva pochi ripari o zone d'ombra a conforto della canicola eppure tra i rovi di uva spina il tracciato inaridito che suona sotto il passo pesante ad un certo punto compie una svolta e finalmente dietro un masso scopre una fontana gorgogliante unico refrigerio di pastori ed animali. Qui gli insetti si fanno più operosi e l'uomo sudato raccoglie tra le mani quell'acqua fredda di breccia che le viscere generose della montagna hanno portato giù a valle e si disseta; con sollievo si sofferma a guardare intorno, ad ascoltare lo scampanio degli armenti, poi lascia alle spalle il suono della fonte, che man mano ammutolisce, per seguire il limite della pineta alle porte del paese. Flora Di Rienzo
- La famiglia Baccari di Capracotta
La famiglia Baccari (anche Baccaro o del Baccaro), la cui presenza a Capracotta è attestata già alla fine del 1400, abitava nei cosiddetti quartieri "nuovi", detti di S. Antonio di Padova e S. Maria, che sorsero a mezzogiorno dell'abitato, tra il 1400 ed il 1505. Qui sorse il palazzo Baccari, vicino al quale si ergeva una cappella dedicata a S. Maria, che si presume fondata da questa famiglia. Infatti il piano soprastante la cappella era occupato da un convento o rifugio dei frati francescani, fondato nel 1546 da Donato Baccari. Nel 1561 è presente a Capracotta il Magnificus Bernerdinus Baccarius che, insieme alla moglie Giulia, e Johannes de Baccaro, viene censito nel Libro dei fuochi. Nel 1489 i Baccari acquistarono dalla famiglia Carafa la terza parte del castello disabitato di Staffoli che, nel 1492, risulta intestato a Colarosa e Isaia Bachariis di Capracotta. Nel 1540 la sesta parte del medesimo feudo viene intestata ad Andrea de Rosa de Bachariis per successione all'avo paterno Giacomo de Rosa de Bachariis. Nel 1571, invece, l'intero feudo di Staffoli è intestato a Quintiliano de lo Baccaro alias de Rosa di Capracotta, che succede al padre Nicola de Rosa de lo Baccaro. Essendo deceduto Quintiliano, nel 1572 il feudo viene intestato a suo fratello Altavilla de lo Baccaro alias de Colarosa. Nei documenti relativi a quest'ultima intestazione, viene nominato anche il feudo di S. Mauro. Furono anche titolari dei feudi di Cantalupo nel Sannio e Sant'Elena Sannita (Cameli). Possedevano il jus patronato dell'altare dedicato allo Spirito Santo e a S. Caterina, all'interno della chiesa madre, nonchè la cappellania di San Nicola di Mira nella chiesa di Sant'Antonio Abate, della quale, a metà del 1700 erano titolari Apollonia, Filippo e Gerardo Baccari in quanto eredi di Antonio Baccari. Diversi membri della famiglia si addottorarono in legge: tra essi si ricordano Filippo, Giacomo Antonio (suo figlio), Giovan Prospero (altro figlio di Filippo), Gerardo (laureatosi nel 1724) ed i fratelli mons. Nunzio e mons. Francesco. Filippo, censito nel catasto onciario del 1743 come «nobile vivente e locato della Regia Dogana, don, era anche professor dell'una e l'altra legge». Sposò donna Barbara Susi (o Jusi) di Introdacqua, paese nel quale viveva per gran parte dell'anno per poter amministrare l'ingente patrimonio della moglie. Suoi zii paterni erano mons. Nunzio e mons. Francesco Baccari. Abbracciarono la vita religiosa: Francesco Antonio (n. 1669) arciprete, Ruggiero (n. 1675), Domenico Maria (n. 1729), Nunzio (n. 1670) vescovo di Bojano, Francesco (n. 1673) vescovo di Telese. La famiglia rivestì un ruolo preminente nell'amministrazione della Regia Dogana: furono eletti sindaci generali Filippo, suo figlio Giacomo Antonio (eletto nel 1669), ed altro Filippo (eletto nel 1724) rispettivamente figlio e nipote dei precedenti. Filippo viene definito come «persona onesta e ben nota e cugino del viceregente di Roma». Sempre nell'ambito della Dogana, i Baccari fin dal 1600 a cominciare da Giovanni (forse figlio di Giulio), possono essere annoverati tra i più ricchi armentari del Molise. Si narra che a causa di una contesa iniziata con la famiglia di Majo, i Baccari per superiori ordini, forse dell’autorità civile, forse di quella ecclesiastica, furono costretti ad abbandonare Capracotta e si trasferirono a Bonefro; i di Majo, dal canto loro, si trasferirono a Deliceto. Pare che avviatisi per l’esilio, due degli antichi contendenti s’incontrarono ad una fonte e, vinti dalla tristezza e dalla nostalgia per aver dovuto abbandonare il paese natio, si riappacificarono tra le lacrime: la fonte da allora si chiamò "Fonte del Pianto". Gran parte dei fabbricati e terreni dei Baccari, secondo quanto scrive il Campanelli, furono venduti all’asta e acquistati dalla famiglia Conti; alcuni terreni da Agostino Campanelli. Non sappiamo se l'aneddoto sia vero o meno, mentre ci risulta che le due famiglie erano imparentate. Infatti don Girardo Baccari, u.j.d., nel 1726 sposò Leandra di Majo, dalla quale ebbe ben sei figli: Cecilia, Cassilda, Saverio, Artemisia, Ignazio ed Eliodora. Altrettanto evidente, però, che un ramo dei Baccari fiorì in Bonefro dove si ricordano: Vincenzo rappresentante al Consiglio Provinciale per l’anno 1861; i sindaci Francesco (1818-1822), Paolo (1829-1832), dott. Alberindo (1873-1873 e 1884-1885), Gennaro (1876-1878; 1885-1886; 1890-1892), dott. Filippo (1893-1894), Paolo (1905-1910), oltre Serafino, speziale di medicina (diploma conseguito nel 1754) e Beniamino che conseguì la laurea in legge nel 1797). Mons. Giovanni Andrea Tria ricorda che nella chiesa matrice di Bonefro, l'altare dedicato allo Spirito Santo era affidata al governo della famiglia Baccari. I Baccari si sono imparentati con altre famiglie notabili di Capracotta, appartenenti alla "casta" dei ricchi proprietari della Dogana di Foggia: Apollonia (n. 1670, figlia di Domenico e Porzia Baccari) sposò Gregorio Melocchi; Agata (n. 1697) sposò il dottor fisico Nicola Mosca; Antonia Baccari (+ 1724) sposò Pascantonio Melocchi. Altre famiglie Baccari sono ricordate nella città di Sessa, dove furono ascritti al seggio nobile di San Matteo, ed in quella di Velletri dove visse Vespasiano consigliere e priore della sua patria fin dal 1654; alzava come arma: «d'azzurro alla fascia d'oro sormontata da un toro passante al naturale e accompagnata in punta da vari ramoscelli verdi, caricati di bacche d'oro». Una menzione particolare meritano i fratelli presuli Mons. Nunzio e Mons. Francesco Baccari. Nuntio de Baccariis (Capracotta 1 marzo 1670, + Roma 10 gennaio 1737), di Filippo e Cesarea Baccari, conseguì le lauree in Legge e Teologia a Napoli e fu investito dal pontefice Benedetto XIII dell'Ufficio di vice-reggente in Roma, incarico che gli fu confermato da Clemente XII. Intanto, il 5 febbraio del 1718, altro pontefice, Clemente XI, lo aveva nominato vescovo di Bojano. In seguito fu nominato consultore del Sant'Uffizio ed esaminatore dei Sacri Canoni dei Vescovi. Pietro de Stephanis lo ricorda così: «La costui famiglia era di Capracotta, ed egli veramente ebbe a colà i natali. Ma poiché Filippo Baccari suo fratello fu chiamato a raccogliere il dovizioso retaggio del dottor Simone Susi di Introdacqua, tutta la casa traslattosi in Prezza. Il giovinetto Nunzio, come che dedicato alla vita chiericale, applicò lo ingegno alla giurisprudenza, e meritò la laurea dottorale. Conosciuto di singolar dottrina e probità, ebbe l’ufficio di vicario generale in diverse chiese, fino a che Vincenzo Maria Orsini, arcivescovo di Benevento, lo chiamò alla stessa carica nella sua Diocesi. Il quale, poiché egli fu fatto papa (Benedetto XIII, 1724), lo creò vescovo di Boiano, e non molto dopo vicegerente di Roma, dove pregiato per le sue virtù e moderazione, il nostro Nunzio finì di vivere sotto il pontificato di Clemente XII nell’anno 1738». Mons. Nunzio è sepolto nella Chiesa di S. Spirito dei Napoletani, a Roma. Mons. Francesco Baccari (Capracotta 8 ottobre 1673, + Cerreto, 23 maggio 1736), fratello di mons. Nunzio, conseguì le lauree in Legge e Teologia e fu nominato vescovo di Telese nel 1722. In occasione dell'istituzione delle Suore della Carità, promossa da san Vincenzo dé Paoli, ne curò in modo particolare la fondazione insieme a Luigia di Marillac. Nella chiesa di Capracotta è posta una lapide che ricorda la benedizione da lui impartita (1723) per la riapertura dell’edificio dopo i primi lavori di restauro. Il canonico Rossi, nel catalogo dei vescovi telesini, racconta che mons. Francesco Baccari predisse il giorno della sua morte. È ancora il de Stephanis a consegnarsi alcune note biografiche: «Francesco Baccari, anch’egli fratello del vescovo di Boiano, dal medesimo papa Benedetto XIII fu mandato a reggere la Diocesi di Telese nel 1728. Prelato di umili e modesti costumi vescovò in quella chiesa fino all’anno 1737 in cui chiuse la vita rimpianto e desiderato da tutti. La mansuetudine e la bontà sono care virtù, le quali si conciliano l’amore e il rispetto universale; ma più assai desiderate negli altri ministri del santuario». Altro contributo è quello del presbitero Giovanni Rossi: «Durò appena un mese la vedovanza della nostra Chiesa, dopo la morte di mons. Gambaro. Gli fu destinato per successore nel seguente mese di novembre dal sommo pontefice Innocenzio XII (Angelo de' Conti) il suddetto Francesco Baccari, nativo di Capracotta in Diocesi di Trivento, fratello di monsignor Nunzio Baccari, ch'era già vescovo di Bojano sin dal 1718, e che fu sotto Benedetto XIII vice-gerente di Roma. Venne ivi consecrato questo nostro vescovo nel dì 18 gennajo del 1722; prese possesso nel 27 del seguente febbrajo; e recossi a fare residenza in Cerreto nel 23 marzo di detto anno. Grandi cose egli fece ne' 14 anni del suo governo. Presentatosi al suo gregge, qual perfetto modello di vero sacro pastore; colle sue virtù, colla sua profonda dottrina, colla sua integrità di vita, col suo zelo paterno, e colla sua consumata prudenza si mostrò sempre istancabile ristauratore della religione, e della disciplina, forte sostegno del santuario, temuto flagello del vizio, fermo protettore della giustizia, vindice acerrimo dell'innocenza. La nuova chiesa cattedrale a lui dee la sua vaga e grandiosa esistenza, avendola su bel disegno portata a compimento, e quindi ristaurata, e presso che riedificata in poco tempo da capo, tosto che per alcuni difetti dell’arte nella costruzione de’ pilastri la vide imprevedutamente crollare. Ottenne a tal uopo un sussidio dal Santo Padre Benedetto XIII, ch'erasi nel 1729 recato di persona nella sua chiesa metropolitana di Benevento per celebrarvi il Concilio provinciale, cui si degnò presedere. Ottenne pur ivi dallo stesso Santo Padre la conferma della traslazione della chiesa cattedrale in Cerreto. Altre chiese della città, e diocesi a lui debbono il loro splendore. Quella del SS. Nome di Dio in San Lorenzo Maggiore fu da lui consecrata. Fè rispettare da tutti la religione, e la dignità episcopale, del cui decoro fu rigido mantenitore: e dopo aver edificato il clero e 'l popolo a lui soggetto colla voce e coll’esempio; chiuse la sua gloriosa carriera nel di 23 maggio del 1736. Venne sepolto il suo cadavere in luogo di deposito nella Chiesa di Sant'Antonio, presso a quello del suo predecessore monsignor de Bellis». Giovan Prospero, fratello dei precedenti, sposò Antonia figlia di Diego Porpora, tesoriere di Chieti, gentiluomo napoletano. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.
- Polvere di cantoria... sulla neve (II)
Quando un uomo muore, muore con lui la sua prima neve, e il primo bacio e la prima battaglia... Tutto questo egli porta con sé. Rimangono certo i libri, i ponti, le macchine, le tele dei pittori. Certo, molto è destinato a restare, eppur sempre qualcosa se ne va. È la legge d'un gioco spietato. Non sono uomini che muoiono, ma mondi. [E. Evtushenko, 1972] La fine degli anni '60 ed i primi anni '70 furono un periodo di transizione e profonda modifica della società sotto tutti i punti di vista: tecnologico, politico e sociale. Nella realtà del paese l'emigrazione fu un altro passaggio drammatico. Vecchio e nuovo si fronteggiavano e non senza poche tensioni. Ma la neve portava ad una tregua: tutti a sciare! Eppure anche qui si manifestava una pittoresca e strabiliante coesistenza di vecchio e nuovo. Dalle soffitte, dalle cantine e dai ripostigli, nel nome del puro divertimento, venivano tirate fuori, con la partecipazione anche di chi tornava in vacanze e la fornitura dello Sci Club ai giovani atleti, le più disparate attrezzature di una caleidoscopica rassegna vivente della storia degli sport invernali. Andava bene tutto, purché funzionale ad affrontare una discesa. Le tavole da sci erano ogni foggia: da quelle interamente in legno costruite dai falegnami di Capracotta, che ricordavano il rumore indiavolato della fresa per modellarle, a quelle di fabbrica. Le punte, in alcuni casi, erano fortemente rialzate: ci si potevano attaccare delle bandierine come su delle aste. Erano sci dedicabili al fondo. Altre punte erano basse e con uno sperone ligneo verticale per evitarne l'impuntamento nella neve. Erano sci pesantissimi e la costola dorsale di rinforzo, presente in alcuni, contribuiva non poco al peso, tutti senza lamine: certamente non il massimo del controllo sulle virate. Evoluzione intermedia gli sci in legno plastificati dotati di lamine modulari avvitate alla soletta con puntale metallico di rinforzo a cappa laterale (stile "stivale western") e tasselli metallici in coda. Il mio primo paio blu Pony in legno di Hickory, marca Lamborghini, perse rapidamente alcuni tratti di lamina e l'umidità cominciò ad aggredire alcuni punti del legno ma ci scendevo bene lo stesso! Va tenuto conto che quando gli impianti non funzionavano la risalita si effettuava "a scaletta", lenta ma poco faticosa, o a "spina di pesce" in avanti, veloce ma si arrivava in cima col fiatone. La disperazione si raggiungeva con gli sci in spalla: se non avevi le cinghiette di raccolta eri spacciato. Gli sci diventavano due anguille che rifiutavano di restare accoppiati e allineati e, "scrociandosi", ti massacravano la già sofferente spalla che, dopo qualche giorno, diventava di un viola che era un amore! Sostenerli con le racchette a doppio incrocio su tutte e due le spalle era un altro pio tentativo, senza contare il rischio di spadellarsi senza la protezione di almeno un braccio con aggiunta, quindi, di altri lividi sul "lato B". Gli anni '70 portarono gli sci in fibra di vetro: più leggeri e resistenti nonché affidabili e con prestazioni elevate. Erano gli anni della Spalding-Persenico con i colori sgargianti. Mitici i Sideral arancio di Oreste Ianiro dalla sciata velocissima; zio Vincenzino Di Nardo prese un paio di Formula 2 blu e fucsia e papà, accortosi delle mie tavole fradice, mi regalò un paio di Glass 3000 rossi a fregi neri. Nicola Ianiro portava un paio di Glass 300 rossi con fregi argento. Ciro Mendozzi, invece, quelli di un'altra celebre marca: i Salomon color verde scuro. Sulla lunghezza degli sci esistevano numerose scuole di pensiero: fino alla punta del dito medio a braccio esteso, fino al palmo della mano, fino al polso poi fino all'altezza degli occhi... ma l'importante era sciare! E quale sciolina? Eravamo la croce dei sacrestani: la cera andava a ruba... specie quando la neve caduta era "bagnata" e tendeva ad attaccarsi alle solette con effetto di un freno a mano inserito. Gli attacchi erano un altro formidabile capitolo: da una prima necessità di alternare sci di fondo o discesa con la stessa attrezzatura si svilupparono attacchi che poi sfociarono nell'attuale Telemark. L'attacco Kandahar a cinghie di cuoio trasversali e speroni laterali di metallo conviveva con il Thiering, che bloccava la punta dello scarpone con due lamine metalliche "a vomere" e cinghie in cuoio sempre trasversali. Il tallone veniva fermato da una molla trasversale ad asola con leva di serraggio laterale. La necessità di usare il tallone libero rendeva necessario una molla di acciaio con leva di serraggio anteriore. La molla a cordicella poteva essere fissata posteriormente a delle alette metalliche montate sulla talloniera bloccando completamente lo scarpone che portava sui lati del tacco delle apposite scanalature e una sporgenza per l'incastro della corda. L'adozione su questo attacco con il moderno puntale a sgancio di sicurezza laterale rendeva necessario una sporgenza anteriore sullo a mo' di "becco d'anatra" rinforzata da due viti sui lati. L'attacco Rottefella era tipico dello sci di fondo: una Y di metallo bloccava il puntale a becco della scarpa incastrandola anche con l'ausilio di spuntoni sulla base della soletta. La parte anteriore dell'attacco si bloccava su una ghiera a scatti chiudendo il tutto. I ragazzi di Capracotta però usavano il Rottefella anche con le calosce nere Superga ed anche in discesa: in caso di caduta se non "partiva" la caviglia partivano gli sci con tutte le calosce attaccate sfilatesi dai piedi... I moderni puntali e talloniere venivano installati sugli sci in fibra e se lo scarpone ciurlava, perché leggermente corto, si inseriva uno spessore di cartone tra attacco e scarpone: tecnica volante insegnatami dai fratelli Sebastiano e Pasquale Paglione... Avanti con il caravanserraglio: gli scarponi! Da quelli neri di cuoio, con lacci interni ed esterni rossi e bordo giallo con il catarifrangente posteriore rosso fuoco, a quelli plastici a levette con spoiler basso a corpo unico passando per gli ibridi: cuoio rigido e levette con calzata posteriore (li aveva Vincenzino Di Nardo). Negli scarponi i pantaloni elasticizzati neri con talloniera: ottimi per far entrare la neve nelle caviglie e la rigorosa calzamaglia di conforto termico (sóttecalzùne). Mitico il commento di un amico che guardandosi dopo una rovinosa caduta si accorse di aver stracciato calzùne, sóttecalzùne e mutandìne... Azz'! Un mondo variopinto, un circo equestre le cui voci, le nostre voci, se vi fermate ad ascoltare mentre la neve cade sul Prato di Conti, ancora risuonano mentre il bianco del cielo abbraccia e si fonde con manto nevoso come in un grembo materno: «Ariòpp'... a tutta lìpp'!...». Francesco Di Nardo
- Il territorio di Capracotta: periodo della dinastia di Castiglia
Vice-reggenza spagnuola e nuove usurpazioni feudali nel territorio Quell'Andrea d'Ebulo juniore, che ricevé la conferma d'investitura dei feudi di Capracotta, Castropignano, Civitanova nel 1483 da Ferrante I, come poco innanzi è detto, ne ottenne una seconda da Ferdinando di Castiglia (il Cattolico) nel 1507: « prout ipse tenebat et tenere asseruit vigore privilegiorum suorum » : così nel Repertorio ai Quinternioni. A questo Andrea, detto anche Ebulo Magno o Andreone per la sua corpulenza, successe il figlio Gianvincenzo che a sua volta ebbe novella conferma d'investitura dal Viceré Filiberto d'Orange: « di tutte le Castella predette et oltre di quelli dell'infrascritti altri comprati da esso Andrea mediante regio assenso, del Casale de Valle, Monte Millulo, Cucuzzola, cum thaberna, del Casale denominato li Pizzi e del Casale nominato l' Hospitaletto cum Vicennis planis et Lacu dicto la Salzara, cum territoriis cultis et incultis, montibus et aquis ». Da Gianvincenzo vennero tre figli: un altro Andrea, Cesare ed Antonio. Ma questi ignobili baronali rampolli, nonostante la « potestas erigendi furcas » assassinarono due uomini; e la uccisione dovette avvenire tanto vigliaccamente ed ingiustamente che ne vennero puniti, fra l'altro, con la fuorgiudicazione, vale a dire con la perdita perpetua di tutti i diritti e privilegi feudali: « In la quale Fuorgiudicatione (trovasi registrato nel Repertorio) li predetti d'Ebulo incorsero per causa dell'omicidio patrato e commesso da essi in persona di Fabrizio e Camillo Rocco fratelli » . Tutto ciò intorno al 1471-1473. Già prima però, nel 1453, Gianvincenzo e la moglie Aurelia Carafa avevano affibiata in moglie al primogenito Andrea, Isabella Crispano; ed in occasione del matrimonio gli avevano assegnati diversi Feudi; onde quando nel 1568 morì Gianvincenzo e cioè prima del delitto, l'Andrea si trovò iscritto nella Cedula delle Adohe pei feudi sottoindicati coi relativi oneri annui espressi in ducati: « Civitanova 12-1- 15; Castelciprano 11-3-8; Speronasino 3-2-12; Roccaspromonte 2-14-12; Castropignano 12-5-1; Capracotta 10-2-5; Macchia Spineta 3-12-16; Pescolanciano 4-5-12; Valle di Montemiglio et Spitaletto 29-0-0, ricevuti in assegno. Ed inoltre Covatte Castri; Castellucci æ prope Spelunch æ Castri; Cannavin æ et Cannavinell æ feudum; Casalis Cipriani Castrum; Capracott æ Castrum , Castripignani Castrum, ricevuti in eredità » . Or dunque qui per la prima volta si incontrano i nomi di Cannavina e di Cannavinelle feudo, che mai prima trovasi menzionato al pari di Capracott æ Castrum , che nessuno aveva mai dominato, di cui nessuno aveva ricevuto investitura. Ciò rivela che Andreone se n'era arbitrariamente appropriato, convertendoli da Demaniali in Feudali! Avvenne inoltre che, per effetto della pena di fuorgiudicazione inflitta ai figli di Gianvincenzo, alla morte di costui nel 1568, i feudi suoi dovevano essere reintegrati alla R. Corte: invece fu volta istanza a questa perché quei feudi fossero devoluti alla figliuola primogenita del fuorgiudicato Andrea, a nome Aurelia, e la Corte assentì (oramai le deroghe, non avevano più limite), previo pagamento del Relevio (tassa di trasferimento) nel 1564. E così, quando Aurelia d'Ebulo nel 1582 andò sposa al cugino Giambattista d'Ebulo figlio dell'altro fuorgiudicato Antonio, essa gli arrecò in dote i beni feudali aviti oltre a molti allodiali o burgensatici; e parecchio danaro superato sulla vendita di Montemiglio a Nicola Fiorini; di Covatta a tal scacciato; di Pomigliano d'Arco, fatte dal padre per liberarsi forse dalla prigione. Nell'elenco delle Terre e Castella al suo nome nel Registro delle Adohe si trova: « Capracotta con li feudi di Monteforte , l' Hospitaletto il Montesarcino (cioè la distesa di terre dietro le alture di Vallesorda fra Monteforte e l'Ospedaletto), la Macchia Spineta , con le Cannavine e Cannavinelle » in mezzo a tanti altri. Aurelia morì nel 1603: nel testamento, rogato in Civitanova, ove dimorava, istituì erede nei beni burgensatici o privati, il marito Giambattista, con fidecommesso a favore del cognato Carlo, fratello di Giambattista, o figliuoli del detto Carlo; e dei beni feudali dispose andassero a chi per legge spettassero. Or da questo punto d'apertura di successione comincia ad incontrarsi una discreta sequela di imbrogli relativamente ai feudi di Capracotta. Perché Aurelia d'Ebulo aveva avuto cinque sorelle, cioè; Giovanna, maritata ad Alfonso Caracciolo di Feroleto; Beatrice a Muzio Spinelli; Luisa a Giangiacomo Gesualdo; Laura a Fabrizio Cantelmo; Faustina a Pietro delli Monti di Acaja. A sua morte si fecero innanzi il Caracciolo, il Delli Monti, il Cantelmo a reclamare l'intestazione dei feudi in rappresentanza delle rispettive mogli. Forse le altre sorelle Luisa e Beatrice erano morte. Contestazioni nacquero fra loro e Giambattista, e fra tutti ed il fisco per la ripartizione dei beni in feudalibus. Ma in conclusione nel 1605 si concordarono Marino Caracciolo di S. Buono, quale procuratore di Isabella Caracciolo figlia di Giovanna defunta e Giambattista d'Ebulo. Con atto pet Notar Verlezzi stipularono li 14 Febbrajo che al d'Ebulo restassero Castropignano e Civitanova e Capracotta alla Isabella e Marino Caracciolo. Nel 1606 nuova ripartizione, per la quale l'Ospedaletto, con Valle di Montemilio, furon dati pure alla Caracciolo; Macchia, Monteforte, Macchioli e Guastra a Laura Moglie di Fabrizio Cantelmo Signore di Popoli; Capracotta con Cannavina e Cannavinello a Faustina con Pietro delli Monti, Marchese d'Acaja, discendente d'un fratello di Carlo d'Angiò. Nel 1619 poi Isabella figlia di Alfonso e di Giovanna restata forse vedova di Marino Caracciolo, cedette ogni sua ragione su quanto le era spettato su Capracotta, cioè l'Ospedaletto, alla sorella Laura e Fabrizio Cantelmo. Si avverta che questa cessione fu consentita del Viceré Conte di Lemos, con la clausola che andasse estinto il titolo di Conte di Capracotta, il quale sarebbe spettato ai discendenti di Alfonso Caracciolo e Giovanna d'Ebulo; e, mancando questi, ai discendenti di Marino e Isabella, per diritti di primogenitura. A Laura morta nel 1620, succedé il primogenito Francesco Cantelmo, al quale fu intestata la Terra di Capracotta per l'adoha di ducati 10-3-15 come leggesi nella "Nova situazione dei pagamenti fiscali ed adohi" compilato da Pietro Antonio d'Aragona nel 1652 per la Camera della Sommaria. La successione del Cantelmo fu raccolta da sua zia Faustina delli Monti. Nel 1670, morta pure Faustina e suo marito delli Monti, senza prole, la rispettiva quota in feudalibas sul territorio di Capracotta e che era la maggiore, fu rincamerata dal Fisco ovvero Regia Corte. Da questa ricomprò la intera massa dei feudi di Capracotta, meno l'Ospedaletto, Andrea Capece Piscicelli nel 1671 per Ducati 53.350 (£ 226.737) sulla valutazione fattane dal regio perito Donato Antonio Cataro, in data 15 Aprile 1671, con l'assistenza dell'avvocato fiscale Antonio Fiorillo. L'Andrea Piscicelli ottenne anche il titolo di Duca di Capracotta con privilegio emesso da Re Carlo l'Ottobre 1674. Ebbe in moglie Giovanna Carafa dei Duchi di Montenero, e da costei ebbe unico figlio Giuseppe. Il suo palazzo in Napoli a Monte di Dio all'angolo del Vico Calascione, porta tuttora il nome di palazzo Capracotta. Egli morl il 30 Novembre 1681, e la tutela del minorenne Giuseppe fu assunta da suo fratello Giacomo. Ma il giovinetto Giuseppe morì nel 1693. Il tutore Giacomo, con atto per Not. de Conciliis del 26 ottobre 169l comprò anche l'Ospedaletto, posseduto come s'è detto da Antonio Caracciolo. Poco appresso il Caracciolo volle ricomprare la intera massa dei feudi. Ma la Regia Corte ritenne nulla questa rivendita e li reintegrò nuovamente a sè stessa. Giacomo peraltro, accampando diritti di successione sulla eredità del nipote, si offerse a riacquistarli; ma con riduzione sul prezzo di stima. L'offerta fu accolta dal Viceré Benavides; la stima fu rifatta l'anno stesso 1694 dal regio perito De Ruggiero, assistito dall'avv. Guernieri e risultò di ducati 50.262,48 (£ 213.615,50). Ma Giacomo si trovò a corto di danari, e per versare la prima rata di due terzi della somma stabilita lo sovvenzionò lo stesso Caracciolo. La compra fu fatta nel 1696 al nome dell'altro Giuseppe Capece Piscicelli, figlio di esso Giacomo e di Francesca Filangieri, ed al quale Giuseppe fu conferito il titolo di Duca già prima concesso allo zio Andrea primo acquirente. Questo secondo Giuseppe ebbe un fratello nomato pure Andrea, e questi più volte s'interpose nell'amministrazione dei beni in Capracotta. Giuseppe prese in moglie nel 1726 Beatrice Sanfelice, dai cui ebbe un figlio nel quale rinnovò il nome di Giacomo: morì nel 1755. Ritornando ora all'ultimo periodo della signoria dei d' Ebulo è opportuno annotare come, per la prima volta, in conferme di investiture agli stessi durante la Vicereggenza spagnola e propriamente nel 1568, si trova l'appellativo di Capracott æ Castrum separatamente da Capracott æ feudum , e tale innovazione all'apertura di successione di Gianvincenzo d'Ebulo. Questa nuova menzione lascia bene l'adito alla supposizione che la casa, o palazzetto, baronale, sorta immediatamente fuori l' antico ingresso dell' abitato, troppo esaltato con l'appellativo di Castrum (castello, rocca, forte), fosse fatta costruire da Gianvincenzo. Infatti in più d'una delle Memorie relative al 1667 e cioè prima della instaurazione dei Capece Piscicelli, trovasi accenno che i cittadini si raccoglievano in Pubblico parlamento per deliberare su importanti questioni appunto nel Fondaco del Palazzo Baronale. Col nome di fondaco veniva e vien designato generalmente nelle nostre Provincie uno stanzone a pianterreno adoperato per riporvi derrate. Bisogna aggiungere però che anche l'Università aveva un locale proprio per le adunanze popolari; ma era angusto o lo divenne ancor più per l'aumento della popolazione. Di questo locale il 15 Settembre 1696 l'Università fece cessione alla Congregazione dei Morti appunto per la sua insufficienza. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Don Orlando Di Tella: "servo inutile" a tempo pieno
Il primo anniversario della morte di don Orlando invita a ricordare e fare memoria della sua figura di prete a "tutto tondo", ripercorrendo in rapida sintesi le "coordinate" della sua vita sacerdotale e del suo ministero pastorale. C'è una distinzione tra ricordo e memoria che potrebbe tornare utile. Il ricordo è una duplicazione della vita, la memoria è fedeltà a ciò che è accaduto. Don Orlando viene ricordato (= riportato al cuore) per la chiara testimonianza della sua vita e per il valore delle sue scelte. Se la sua perdita ha impoverito il presbiterio diocesano, dal quale si è congedato il 26 agosto 2014, siamo sicuri che il Regno di Dio si è arricchito di un degno rappresentante. La sorella Doretta, i fratelli Michele e Alfredo, i nipoti, i parenti, i parrocchiani di Pietracupa, gli amici e i paesani capracottesi hanno avvertito la sua scomparsa con profondo cordoglio e vivo rimpianto. Ottanta anni compiuti (1934-2014): alta figura, larghe spalle squadrate, sorriso spontaneo, voce profonda e calda, mani ampie e accoglienti, incedere lento e sicuro creavano in chi lo ha avvicinato un’atmosfera di intimità. “Il passo fermo, lo sguardo fiero, la mano forte, sursum corda sempre!”, così lo definiva una sua parrocchiana. Colpiva soprattutto la passione che vibrava nelle sue parole, passione che aiutava non solo a scoprire i problemi, ma a viverli, soffrirli e risolverli. La sua parola arrivava efficace sia alla gente umile che alle persone colte, tracciando solchi profondi, seminando con larghezza semi fecondi. Passione per lo studio, per la Sacra Scrittura e la teologia, unita a rigore morale senza sconti, qualificavano il suo stile sacerdotale. Prete dallo scheletro robusto, richiamava “la stirpe degli asceti del Sirente e del Morrone, dei candidi ma saldi Angelerio” (papa Celestino). Ho conosciuto Don Orlando fin dalla preadolescenza, quando i primi segni di vocazione sbocciano nel cuore di un ragazzo e crescono in famiglia, in Parrocchia, nei giochi di quartiere. Il quartiere di San Giovanni (quartiere nobile, si dice con sottile ironia a Capracotta) era ricco di spunti ricreativi, di tanta umanità e di ricche relazioni. Poi, dopo un lento e severo “cammino di discernimento vocazionale” è stato accolto nel Seminario diocesano di Trivento. Ho incrociato con lui tutti i passi della formazione umana, culturale e sacerdotale, condividendo sacrifici, sofferenze, rinunce e piccole gioie, temprate sempre dalla fiducia e dalla speranza di raggiungere la meta agognata del Sacerdozio. Eravamo 48 ragazzi che iniziavano l’erta dura e lunga di questo cammino. Soltanto 8 sono diventati preti, 4 nati a Capracotta: Don Michele D’Andrea, Don Michelino Di Lorenzo, Don Orlando Di Tella, Don Antonio Di Lorenzo (il più piccolo della squadra!). “Figlio di panettiere, Pasqualino “ru’ furnare” – ripeteva spesso con crudo realismo – non mi sono saziato di pane”. Alludeva alle privazioni, sacrifici e rinunce nel Seminario. Preghiera e studio, coltivati nel silenzio, nell’attesa e nell’attenzione, erano i punti di riferimento di una formazione permanente strutturata come proposta sistematica di contenuti che si snoda per tappe e si riveste di modalità precise, curando la circolarità e la integrazione tra fede e vita, tra teoria e pratica. Fede e intelligenza ben coniugate con saggezza alla scuola severa del dovere e svincolate dal formulario della grammatica di sacrestia, hanno facilitato la risposta alla chiamata di Dio. Poi... il lungo cammino di 13 anni di formazione nei Seminari di Trivento e Chieti. Quando si è avuto la grazia di rispondere ad una chiamata, di camminare sorretti da validi formatori e di amare intensamente il proprio ideale, si spende tutta la vita a cercare di nuovo quell’ardore e quella luce. Per Don Orlando non è mai bastata un’attrezzatura teologica (pur necessaria e insostituibile) sostenuta da uno studio serio, paziente, duraturo e senza soste. Ha ritenuto indispensabile una gestazione lunga di preghiera, di pensieri, di affetti, per far risuonare la parola divina nell’orizzonte aperto del cuore e dell’anima, in un intenso ascolto interiore. Per non divenire un arido esecutore di gesti sacri si è sempre dimostrato uomo di preghiera, di studio e di meditazione, con affinata capacità di ascolto e di contemplazione del volto di Dio come si è manifestato in Cristo. Ha “rimodellato” la sua preparazione secondo le esigenze dei tempi, i nuovi linguaggi e il cammino di fede della sua comunità parrocchiale. Con uno stile chiaro e coerente ha risposto all’esigenza di testimoniare efficacemente il Vangelo agli uomini del nostro tempo. Preparato e coraggioso, senza timori e ambizioni, convinto della verità del Vangelo, sempre pronto a chinarsi sulle sofferenze umane, era capace di coinvolgere e far sentire coinvolti i suoi fedeli nell’opera dell’evangelizzazione. Partiva dalla preghiera, piccola e fragile, e lasciava farsi condurre dalla preghiera nelle difficoltà e nel servizio pastorale. La complessità del ministero trasformava la preghiera e la rendeva simile a quella di un “pellegrino”, ritmata sui passi, fatta per la strada, custodita nel cuore. La sua preghiera, come la sua vita, si riempieva di incontri, di esperienze, di volti per i quali egli viveva e con i quali era “annodato” nell’amicizia umana e sacerdotale. La sorgente della preghiera, la ritrovava continuamente nell’Eucarestia e nella devozione alla Madonna. Preghiera sentita come gratitudine per infondere speranza e rinvigorire i cuori spenti. Gratitudine grande e bisogno di consegna, nella percezione del senso di peccato, di limite, di fragilità, con la sorpresa di trovarsi davanti a Dio che rinnova sempre la sua fiducia. Carattere forte e volontà tenace, nella piena fedeltà alla vocazione sacerdotale, ha saputo infondere in coloro che lo hanno avvicinato la sete di Dio, intuendo nella contemplazione e nella riflessione teologica la chiamata alla santità, che è la vocazione fondamentale dell’uomo. La sollecitudine per un “apostolato della vita interiore”, il cui nocciolo è il “restare umani”, che non è una raccomandazione ovvia, ma essenziale e fondamentale, perché non indica fuga dall’impegno ma traduce viva partecipazione, spiritualità intensa e generosa disponibilità agli altri. Un filo conduttore si è snodato lungo questo percorso: la sua figura di sacerdote, il modo di esprimere nel quotidiano la sua identità incarnata, nella fedeltà a Dio che lo ha chiamato e all’uomo di oggi, al quale Dio lo ha mandato. Convinto che non servono preti clericali, né preti funzionari, aveva lo sguardo fisso su ciò che davvero è essenziale per rinnovare il suo “sì” al dono ricevuto, lasciandosi conformare al Buon Pastore per ritrovare unità, forza e pace nell’obbedienza del servizio. Pastore attento al quotidiano come luogo di salvezza, Don Orlando avvertiva questa dimensione delicata e discreta, proprio per questo altamente preziosa, perché sentiva forte l’esigenza di vivere conforme a Cristo. In questa presenza trovava l’ispirazione vera, anche se non facile e talora molto sofferta, per una interpretazione della vita alla luce del Maestro che per primo è vissuto immerso nella quotidianità. Proporre questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria, calata nella esistenza concreta di tutti i giorni, per sentire e gustare le vie che il Signore riserva, era uno dei punti essenziali della sua spiritualità e della sua interiorità. Sapienza di vita e del cuore che derivava, oltre che dallo studio attento e aggiornato della filosofia e della teologia, soprattutto dalla capacità di “vedere dentro” (essere “dioretico”, come dicevano i Padri greci), di guardare profondamente il quotidiano per vederne le opportunità di ascolto, di compassione, di condivisione, imitando Colui che è passato tra la gente amando, guarendo, sorridendo, dando la propria vita. Pastore che ha avuto una esperienza viva di Cristo, avendolo ”udito, visto e toccato” ha liberamente creduto al suo amore gratuito ed ha avvertito la necessità, direi quasi l’urgenza, di comunicare e trasmettere agli altri ciò che ha sperimentato in prima persona. La motivazione derivava dal sentirsi sollecitato dai tempi nuovi e dal cambiamento del quadro culturale complessivo. Nel cuore di chi ha aderito totalmente a Cristo nasce prepotente il desiderio di condividere il dono ricevuto e di “aprire ad una conoscenza esperienziale e amorosa” le persone che lo hanno avvicinato. Ha annunciato e testimoniato ciò di cui per primo ha fatto esperienza viva nella sua esistenza. Ha implicato tutto se stesso nell’ascolto, nel confronto, nel lasciarsi coinvolgere, nel suo incarnarsi nell’oggi, nel suo donarsi gratuitamente. Quando il Signore vuol trarre qualcosa di buono lo fa con due elementi, che sono un pò la “logica di Dio” : ti schiaccia e ti attrae. Fa fare l’esperienza che da solo non stai in piedi, e attrae, facendo sentire un profondo bisogno di Lui, attirando a sé nella preghiera e nella comunione profonda. Don Orlando ha fatto sua questa semplice intuizione e l’ha sperimentata, nel ministero della confessione, negli incontri formativi e nei colloqui di direzione spirituale. Condividere per trasformare e per edificare la civiltà dell’amore: sono la trilogia della spiritualità del prete, i tre pilastri della spiritualità dell’incarnazione. Nei numerosi colloqui personali, camminando lungo le splendide faggete di Prato Gentile, a Capracotta, ricordava spesso questa “logica di Dio” (ti schiaccia e ti attrae!) e descriveva “gli incubi notturni” che da adulto ancora avvertiva, nel ricordo vivo di un educatore che a volte “schiacciava” con il suo lucido autoritarismo e dava poco spazio alla libertà e alla spontaneità personale, nella crescita vocazionale. Aveva ben compreso che il luogo dove Dio e l’uomo si toccano e si incontrano è il cuore di ogni persona, la fonte di tutte le energie fisiche, emozionali, intellettuali, volitive e morali. Il “cuore” : l’organo centrale e unificante che determina la personalità e, di conseguenza, è il luogo dove abita Dio. Un pezzo della sua vita l’ha dedicata anche allo sport (calcio e volley), animando con la sua presenza i gruppi giovanili che seguivano i suoi insegnamenti, educandoli a vivere lo sport come festa ed esperienza associativa. La devozione profonda alla Madonna, (guida spirituale fidata in numerosi pellegrinaggi nei Santuari Mariani), lo ha aiutato a superare ogni incertezza a compromettersi per Cristo, senza protagonismi da copertina, per divenire gioioso testimone del Vangelo fuori dalle sacrestie e indicare a tutti con entusiasmo un cammino di speranza. Ha fatto avvertire a chi lo ha incontrato che il rosso di sera non si è ancora scolorito. Osman Antonio Di Lorenzo Fonte: https://www.diocesitrivento.it/, 15 gennaio 2015.
- Cronaca nera capracottese 1920-1936
Dopo aver pubblicato due articoli sulla cronaca nera dei decenni 1900-1909 e 1910-1919, mi accingo a chiudere il quadro generale dei delitti perpetrati prima dell'avvento della Repubblica nel nostro Comune, giungendo all'aprile 1936, quando l'"Eco del Sannio" - fonte primaria di questa ricerca - riportò l'ultimo fatto di cronaca nera capracottese prima di chiudere i battenti nel 1945. A differenza delle scorse volte, illustrerò i 10 fatti in ordine cronologico, mantenendo intatta la volontà di omettere il cognome delle vittime di crimini particolarmente esecrabili. Il primo delitto perpetrato in quel sedicennio avvenne il 2 luglio 1920, quando alle 8 di mattina il diciannovenne Michele Carnevale, di Francesco, tentò di violentare la giovanissima Maria. Grazie a Dio venne prontamente denunciato alle autorità competenti ma va ricordato che soltanto a partire dalla legge n. 66 del 15 febbraio 1996 si affermerà il principio secondo cui lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica. Questo mi fa pensare che il Carnevale fu semplicemente ammonito dai Carabinieri Reali di Capracotta e non trascorse nemmeno una notte in gattabuia. Il secondo fatto di cronaca nera è del 4 settembre 1921, quando a mezzogiorno, «per cause non ancora assodate», si sviluppò un grande incendio «nella gran massa di bighe di grano vicino alla trebbiatrice elettrica». Le fiamme assunsero proporzioni tali che nessuno riuscì a placare quella furia devastatrice, tanto che il settantaduenne Mario Venditti, cercando di salvare il proprio raccolto, riportò ustioni in diverse parti del corpo, «guaribili in 40 giorni». I Carabinieri, che tentarono in ogni modo di spegnere l'incendio, si meritarono comunque gli elogi della popolazione e delle autorità civili, le quali constatarono che i danni ammontavano a 325.000 £ (circa 310.000 € di oggi), per cui si chiese al governo nazionale e ai privati di «venire in aiuto dei danneggiati miseri». Un terzo delitto finito sulle pagine di giornale è quello del 15 luglio 1929, allorquando i nostri militari denunciarono Angelo Di Lando, Domenico Battista e Giovanni Battista «per furto aggravato in danno di Di Nucci Amicantonio di Pietro». Sempre nell'estate del 1929, precisamente il 10 agosto, i Carabinieri denunciarono Prospero Capussi per tentato stupro verso la giovane Rachele, mentre il 19 agosto Francesco ed Antonio Marcovecchio furono denunciati «per furto qualificato continuato in danno di Di Rienzo Ermanno». L'anno seguente, il 2 marzo 1930, avvenne una «raccapricciante disgrazia»: quel giorno, infatti, alcuni scolari erano andati a «far chiasso sul Poggio dei Grilli» - lì dove oggi sorge la villa comunale di Capracotta - ed uno di loro «volle dar prova delle sue abilità a slittare sulla neve gelata; ma per poco non precipitò nel burrone». Il Poggio, infatti, non aveva allora le inferriate odierne e si presentava come un vero e proprio colle a dirupo sulla valle del Sangro. Con generoso slancio il «balilla» dodicenne Remigio Carnevale tentò di aiutare il compagno ma scivolò a sua volta «e non riuscendo a trattenersi [...] precipitò nel baratro per ottanta metri, arrossando il candore del ghiaccio con una tragica scia». Il giorno successivo - avvertì il cronista dell'"Eco del Sannio" - la Capracotta fascista gli rese i funerali d'onore. Va detto che il gesto di Remigio finì sui quaderni italiani dell'azienda grafica Pizzi & Pizio dedicati alle «Giovinezze eroiche». Nel marzo 1931 i Carabineri Reali procedettero ad arrestare Alfredo Di Ianni, di anni 31, «per esecuzione di mandato di cattura spiccatogli dal Pretore di Isernia», ma non si conoscono i motivi dell'arresto. Il settimo delitto è datato 10 giugno 1934, quando un fulmine si abbatté sulla casa rurale di Pasqualino Conti e ne provocò l'incendio. All'opera di spegnimento accorsero molti volenterosi e, mentre tutti facevano del proprio meglio, un carabiniere pensò di incitare Giustino Di Lorenzo, che se ne stava «a fare il semplice spettatore, a prestare la sua opera che il momento richiedeva». Questi, però, si rifiutò categoricamente, per cui venne «invitato a favorire in caserma, onde poter sapere i veri motivi del rifiuto». Nel mentre sopraggiunse Antonio Di Lorenzo, che pretese il rilascio di suo fratello Giustino, il che causò un parapiglia coi militari. Alla fine della storia i fratelli Di Lorenzo vennero dichiarati in contravvenzione «per il rifiuto di prestare la propria opera» e furono pure tratti in arresto «per oltraggio ad un pubblico ufficiale». I danni dell'incendio furono invece stimati in 6.000 £ (circa 7.000 € attuali). Nell'estate del 1934, invece, si registrarono un paio di furti in paese. Il 25 luglio Cesare Mosca non ritrovò la mula che aveva lasciato a pascolare liberamente alla Guardata. La Benemerita, dopo accurate indagini, ricostruì la vicenda e arrestò i malfattori: Edmondo Paglione, figlio «di ignoti», nel recarsi alla fiera di Torricella Peligna, aveva infatti chiesto a Giacomo Rosa e Pietro D'Amico, entrambi di Quadri, di custodirgli, dietro lauto compenso, una mula. Ai due il Paglione aveva detto di essere di Pescopennataro, tuttavia i cittadini quadresi non accettarono l'offerta, il che comunque non precluse a Edmondo la vendita dell'equino a un certo Giuseppe Amoroso di Lama dei Peligni. Quando il fatto fu scoperto, «venne intimato il fermo della mula rubata». Il 2 agosto 1934, invece, il falegname Celestino Monaco, di anni 36, avendo lasciato il proprio orologio d'argento Longines appeso ad un chiodo in una casa in cui stava lavorando, non lo trovò più al suo ritorno. Le indagini dei Carabinieri stabilirono che gli autori del furto rispondevano ai nomi di Giuseppe Potena ed Innocenzo Marinelli. Il penultimo fatto di cronaca nera risale al 21 giugo 1935, quando l'orefice agnonese Vittorino Busico, di anni 38, fu dichiarato in contravvenzione «per esercizio abusivo sulla disciplina del commercio, perché sprovvisto di regolare licenza». Il periodo preso in esame terminò con un assassinio. Il cronista dell'"Eco del Sannio" esordì scrivendo che «questa cittadinanza è sempre sotto l'impressione e la costernazione della brutta fine fatta dall'egregio concittadino sig. Pasquale Ianiro fu Remigio, ucciso, giorni fa, a Termoli, ove risiedeva, con un colpo di bastone in testa, tiratogli da un capraio, certo Di Palma. Costui avrebbe commesso la vile aggressione in seguito al risentimento dello Ianiro per l'esercizio abusivo di pascolo a suo danno, da parte del prepotente capraio. Commesso il delitto, per simularlo, il Di Palma ruzzolò il cadavere per un pendio». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVII:5, Agnone, 5 agosto 1920; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXVIII:8, Agnone, 28 settembre 1921; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVI:9, Agnone, 18 agosto 1929; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVI:10, Agnone, 15 settembre 1929; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVII:3, Agnone, 26 marzo 1930; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXVIII:2, Agnone, 10 marzo 1931; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLI:5-6, Agnone, 25 giugno 1934; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLI:8, Agnone, 31 agosto 1934; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLII:6, Agnone, 11 luglio 1935; Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLIII:3, Agnone, 3 aprile 1936; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.
- Polvere di cantoria... sulla neve (I)
Sai che sarà per sempre anche se non sarà mai più... [F. Özpetek, "Mine vaganti", 2010] Per una curiosa combinazione astronomica, nei giorni del tempo di Natale il sole dell'alba inondava dalla finestra il tinello di casa riempiendo l'atmosfera di una soffusa e suggestiva luce rosa-arancio. La neve nella via Nova aumentava questo riflesso. Oggi è un piacevole fenomeno che mi fa compagnia mentre studio o scrivo ma tanto tempo fa era il segnale che, libero dagli impegni scolastici, potevo volar giù per le scale e correre a sciare. Il massimo della perfezione si otteneva quando era nevicato da poco e si rendeva possibile partire direttamente con gli sci ai piedi: in questo caso lo scorrere per la strada conduceva al Prato di Conti. Il pendio, grazie al suo orientamento verso il sole del mattino, era l'ideale per delle belle discese: sì, ero uno dei pochi discesisti nella patria dello sci di fondo... nessuno è perfetto! Prima, però, se la neve era fresca, occorreva battere la pista e questa operazione, condotta tramite passaggi su e giù "a scaletta", portava via molto tempo: la prima discesa alcune volte era a ridosso dell'ora di pranzo. Non dimenticherò mai che nel tragitto per raggiungere il Prato di Conti mi fermavo per un tempo indefinito a guardare affascinato la mole arrugginita ma ancora impressionante del vecchio spazzaneve a cingoli abbandonato più o meno a lato della strada dove oggi sorge l'Hotel Capracotta. Curiosamente, invece, il vomere giaceva solitario nella piazzetta della via parallela, nelle vicinanze dello "stop" verso via S. Maria di Loreto. Quando la nevicata era stata molto abbondante il confine inferiore del Prato di Conti veniva ricoperto, pertanto la discesa, diventata spettacolare, terminava nel pianoro davanti al rudere del Tiro a Segno. Le nevicate più contenute imponevano al novello discesista di curare ed imparare attentamente la "frenata" generalmente verso sinistra che, in caso contrario, portava il malcapitato a centrare in pieno una colossale rocchia di cacaviàsce che sorgeva al fondo del prato e da cui uscirne richiedeva tempo, strappi alle tute e pazienza, associata alle imprecazioni dei soccorritori. Più avanti ritornerò sul tema dell'importanza della frenata. Sul Prato di Conti le prime lezioni di diagonale e curve a sci uniti da un giovane prof. Michele Potena e anche i primi esperimenti di sci estivo sull'erba battuta e sulla paglia. Menzione d'onore al rimpianto mastro Alfredo Sozio che fu anche tra i primi a collaudare e dominare i Grass Ski: corti cingoli infernali facili da avviare e quasi impossibili da arrestare. Con lo smantellamento della sciovia di Iaccio Vorraina la manovia a gasolio situata a monte dell'impianto principale fu trasferita al Prato di Conti dove funzionò per svariato tempo e poi, negli anni '90, sostituita da un impianto a trazione elettrica. A Coste Grilli la pista "Sotto a Catarì" era più indicata per le discese pomeridiane e nella nebbia. Qui calzai gli sci per la prima volta, per poi abbandonarli non sapendo come risalire. Arrivato in cima dovetti tornare di corsa indietro a riprenderli dopo uno "shampoo" da parte di papà... l'attenuante della tenera età (5 anni) non venne presa in considerazione dal "giudice monocratico" di casa! Dietro il Santuario della Madonna di Loreto, protetto dalla pineta, la corta discesa ripida del "Trampolino" era una valida alternativa in caso di scarso innevamento. Dai racconti degli anziani, la presenza in quel punto, prima dell'ultima guerra, di un trampolino di allenamento per gli atleti di Capracotta. Anche qui la frenata sbagliata costava il tuffo nel canale delle fogne di Capracotta, a quel tempo a cielo aperto dopo un tratto in tubazione. Colle Liscio, sopra la Guardata, era invece stata la prima sede di progettazione dell'impianto degli anni '60, installato poi a Iaccio Vorraina: era stato anche sede delle prime gare di sci a Capracotta agli inizi del '900 e alcune gare vennero disputate persino negli anni '70. Partendo poco al di sotto del Giardino della Flora appenninica, il tracciato era molto lungo, ma anche assolato, e richiedeva un certo innevamento per durare a lungo. Con sci in spalla e scarponi si tentava l'assalto a Prato Gentile, per scendere verso l'eremo di San Luca, visto che difficilmente la strada veniva sgomberata, oppure verso la Selletta, tra Monte Campo e Monte Ciglione, verso lo spiazzo di Fonte Carovilli. Il bosco manteneva bene la neve ma la scelta della pista variava a seconda delle mode del momento. Ad un'effimera discesa faceva da contraltare un'estenuante salita, resa difficile dagli scarponi da sci ai piedi, ma il premio, se la neve era abbondante, consisteva nel poter tornare in paese sugli sci e... farlo di notte al chiaror della luna era entusiasmante! Ricordo ancora le lamine sprizzare scintille quando si incocciava su qualche sasso, il tutto mentre qualche canide ci ululava alle spalle. Non ho mai avuto la tentazione di andare a vedere di che tipologia fosse ma, a pensarci bene ora, qualunque cosa potesse farci, era nulla a paragone del paliatóne che ci aspettava al rientro a casa a tarda ora e con il buio. In sostanza, per noi discesisti era come il proverbio della guerra: ogni buco una trincea, ogni pendio una discesa. Le solette degli sci però non erano molto contente... Iaccio Vorraina: la madre delle piste! Il funzionamento della sciovia consentiva risalite facili e con la manovia in cima la discesa era ancor più interessante. Si partiva, così, lungo il fuoripista che, dalla base dell'attuale sciovia di monte, dislocata lungo le "nevere", portava verso la base Iaccio Vorraina in uno spettacolare primo tratto tra gli alberi: la "Picchiata". Ebbi modo di ripercorrerla pochi anni fa insieme al mio primo maestro Michele Potena. Dalla Picchiata, come da Santa Lucia, riuscimmo anche ad organizzare delle fiaccolate di fine anno sugli sci. Sciare, sciare, anche con la neve che cadeva o con la nebbia e, quando le vacanze di Natale terminavano, si sciava nei pomeriggi prima del tramonto, e soltanto dopo si andava a fare i compiti. Il tempo passava e, con il suo passare, quelle che sembravano lunghe piste sono diventate più corte e la neve da sotto gli sci ce la siamo ritrovata tra i capelli! «Com'era bella la mia valle»... Francesco Di Nardo
- Il territorio di Capracotta: periodo degli Aragonesi
Il territorio di Capracotta nella giurisdizione della Capitanata Come nei cenni fatti del periodo angioino vincoli di affinità avevan legato i feudatari che nel secolo 1300 spadroneggiavano in questo nostro alto Molise e nel contiguo Abruzzo: nuovi se ne strinsero non solo fra i d'Ebulo e i Caldora, ma fra i d'Ebulo e i Carafa; fra essi e i Cantelmo; tutti ossequenti sostenitori della Dinastia Angioina, che li aveva lasciati pappar bene con l'accrescimento di numero e di vastità dei possedimenti. Ecco perché i Caldora contrastavano i passi ad Alfonso d'Aragona. Ad ogni modo dopo l'ultimo fatto d'arme il 29 giugno 1442 presso Carpinone, tutti dovettero sottomettersi al trionfante Alfonso, il quale li lasciò stare nelle sedi occupate, dicono i Cronisti per magnanimità (e come magnanimo egli rimase nella Storia), ma è da credere invece per prudente politica. Nel Febbraio 1443 i Baroni furon da lui chiamati a Congresso. Come attesta il Ciarlanti, vi intervenne Antonio d'Eboli (figlio di un Andrea), il quale, non solo prese parte attiva al Congresso, ma vi presentò anche il giovane figliuolo Andrea, circostanze attestanti che la qualità di Barone gli era stata riconosciuta regalmente; anzi in seguito a tale intervento fu dichiarato diletto Consigliero di Sua Maestà. La Rocca prescelta a sede e dimora dai d'Eboli era stata e rimase Castropignano. Uno di essi ne aveva costruita un'altra a Civitanova, dopo aver avuto questo altro feudo nel 1360. Morto Antonio nel 1456 (?), Re Alfonso confermò o rinnovò al detto figlio Andrea la formale investitura dei varii feudi tra cui quelli di Capracotta. Perciò nei Registri feudali Capracotta si trova unito a Civitanova ed a Castropignano. Trascrivo quel che è inserito nel Repertorio ai Quinternioni di Terra di Lavoro e Molise sulla detta investitura: «In anno 1457 Re Alfonso investì lo Magnifico Andrea D'Ebulo pro se et suis dell'infrascritte Castella: Civitanova, Castropignano cum Casalis, Casalciprano, Roccaspromonte, Speronasino cum Casalis, Capracotta, Macchia Strinata et Cobatta habitati; nec non delli infrascritti altri inhabitati; Castelluccio prope Sperlunga, Monteforte cum medietate Spelunchæ, Pescuvenafre de Comitatu Molisii, et Ripalva de Capitanata, cum eorum Castris, fortellitiis, vassallis, feudis, vineis, herbagiis, olivetis, silvis, nemoribus, pascuis, aquis; molendinis, captinderis, bajulationibus, venationibus, passaggis, gabellis et cum mero et mixto imperio, banco justitiæ, et cognitione causarum civilibus et criminalibus, et cum omnibus ad castra ipsa spectantibus, et pertinentiis, devenute le Castella predette per morte del quondam M. e diletto consigliero suo Antonio D'Ebulo suo padre». Così dunque la formale investitura riaffermata ad Andrea d'Ebulo col grado di gran feudatario, e Barone tra l'altro di Capracotta e suo territorio, era compiuta ed allargata coi maggiori poteri fino a disporre delle sostanze e della libertà personale delle genti poste sotto le grandi ali della sua protezione, pari a quella del manzoniano Don Rodrigo. Nondimeno bisogna riconoscere a questo punto che un certo rinnovamento ed incremento di attività poté cominciare a svolgersi presso la nostra popolazione antica. Già questa s'era andata accrescendo notevolmente sullo scorcio della dominazione angioma, come potremo constatare, ed in essa era penetrato un soffio della cultura intellettuale, anzi laica, pagana propagatasi in Italta fuori dei chiusi cenobii; coi poeti v'era entrato un incitamento allo studio delle lettere, delle leggi, dell'arte di guerreggiare con l'uso delle armi da fuoco piccole e grandi, che già aveva destata l'emulazione dei Condottieri. La vittoria aragonese poi aveva smorzato nel reame l'incentivo alle contese dinastiche ed alle guerriglie tribolatrici delle Comunità ed aperto l'adito ad una pace durevole. Ed il governo aragonese apportò pure un complesso di disposizioni che sollevarono abbastanza tutte le nostre popolazioni montane. Nell'enunciato Congresso dei Baroni, aperto il 28 febbraio 1443; fu provveduto alla riforma tributaria; e fu allora che, abolito il sistema delle arbitrarie Collette e Sovvenzioni, fu istituita la tassa dei fuochi, cioè di un Ducato (£. 4,25) per fuoco o famiglia, col diritto a questa di ricevere un Tomolo (litri 56) di sale. Fu stabilita all'uopo la numerazione dei fuochi nei centri abitati, da rinnovarsi ogni triennio. I detti centri o comunità tennero più degnamente il titolo di Universitates civium. Ma sopratutto giovevole fu l'istituzione (o ripristino secondo alcuni) della Dohana Menapecodum Apuleæ, ordinata il primo Agosto 1447, con la quale, reintegrandosi allo Stato tutto il Tavoliere di Puglia, si distribuirono i pascoli di quell'ampia plaga ai possessori di greggi e di armenti: ed i Molisani e gli Abruzzesi, che ne avevan gran numero, ne furono incitati ad accedervi e ad accrescere le loro industrie. Per facilitarne il tragitto furon tracciate ed aperte le ampie e rette vie erbose dette Tratturi, dagli Abruzzi Aquilano e Chietino fino all'estremo della penisola salentina. Per migliorare le razze furono importati i merinos di Spagna. I pascoli del Tavoliere furon ripartiti in ampie zone dette Locazioni; e queste suddivise ai singoli possessori o massari di armenti, proporzionatamente al numero di ciascuna Masseria; il proprietario o massaro diventava un Locato che assumeva l'obbligo di pagare un vettigale cioè contributo o canone annuo allo Stato. Centro della Dogana fu Foggia. I Locati e tutti i loro pastori, custodi e dipendenti, furon sottratti alle giurisdizioni baronati tanto per le contestazioni civili che penali, e sia per tutte le controversie amministrative sulle Locazioni, e sottoposti alla giurisdizione del Tribunale di Lucera, in prima istanza ed in appello alla Corte di Trani. Anzi tutto il Contado di Molise fu perciò staccato per l'ordinamento amministrativo e giudiziario da Terra di Lavoro ed aggregato alla Capitanata. Fu così che in quel mezzo secolo di favorevole regime ebbe quì incremento l'industria del bestiame e con essa una certa prosperità dei nostri antichi. Con l'aumento della popolazione ingrandì l'abitato, nuove case sorsero fuori del ristretto recinto del vecchio: dilargò la coltivazione delle terre col maggior bisogno di cereali: crebbe la circolazione del denaro che sul finire degli Angioini era diventato rarissimo specie nella valle del Sangro; altre Chiesette sorsero nei nuovi rioni; si accrebbero dì beni le Pie associazioni per confraternite: fu dotato il Clero. Dalle famiglie incominciarono a venir fuori alcuni studiosi che si dedicavano al sacerdozio, alle leggi, alla rinnovata arte del guerreggiare come ho già accennato e come ci è dato desumere dalle note nei Registri dei fuochi di quei tempi. La prima numerazione dei fuochi si sarebbe dovuta cominciare presto, almeno nel corso 1443-1444; ma la più antica ritrovata in Archivio è del 1447. Il Faraglia, che fu tra i primi ad esaminarla, e la trovò mutilata di fogli, ne trascrisse quella parte incompleta relativa alle Terre della Valle del Sangro dal mare a Pescasseroli in una recensione pubblicata nel 1898 in "Rivista Abruzzese di Storia e d'Arte". Il dotto compilatore v'interpose interessanti annotazioni, dalle quali traspare un quadro vivo, ma desolante delle nostre popolazioni a quel tempo, rese più che mai infelici dall'oppressione feudale; dalla vergognosa incuria del governo dei Franchi, dei Normanni, degli Angioini. L'autore rileva che quelle eran cresciute nella proporzione da 1 a 22; ma in quali condizioni mio Dio! Ed è per questo appunto che mi sembra opportuno citare qualche altra annotazione dell'autore, perché poi infaustamente di quella prima Numerazione mancano le pagine relative a Capracotta. Le Numerazioni eran fatte d'ordinario da un Commissario regio, da uno del Barone coadiuvati dal Parroco e da due Massari del luogo. Ma non si trovavano dappertutto Registri regolari dei nati, dei viventi, dei matrimoni, dei morti. A molte famiglie mancavano i cognomi e bisognava andarli rintracciando dal nome patronimico, dall'esercizio del mestiere, dal luogo di provenienza, da qualità o da difetti dell'individuo da nomignoli affibbiati a capriccio o da svariati attributi. Il denaro rarissimo donde nullità del commercio e difficoltà dello scambio delle derrate e delle sostanze. La tutela dei diritti, la giustizia alla mercè del Barone o del suo Agente. Assolutamente nulla la pubblica assistenza, la pubblica utilità, o protezione ad ogni privata iniziativa. Dalla nuova tassa restarono esentati il Barone, i suoi agenti, gli ecclesiastici; i ricchi insomma. Il bene che gli Aragonesi cominciarono a fare in pro dei sudditi fu offuscato però dal non aver saputo resistere alla enorme pressione dei feudatari in cerca sempre di maggiori privilegi. Contro l'ingordigia di costoro e le prepotenze non eran valse gran fatto le Costituzioni Sveve, i Capitoli angioini, le Prammatiche della nuova dominazione; anzi, come afferma il Winspeare, furono «gli aragonesi che più degli altri alienarano i diritti sovrani nell'ammistrazione della giustizia concedendone ai Baroni». Un saggio di questa fatale condiscendenza si trova nella conferma fatta da Re Ferdinando I (il Bastardo) nel 1483 all'altro Andrea d'Ebulo, nipote di quello innanzi menzionato, della investitura dei feudi aviti, principali quelli di Castropignano, Civitanova e Capracotta. All'uopo trascrivo quel che n'è inserito nei Repertori ai Quinterioni: «Il detto Andrea procreò Carlo, et il detto Carlo procreò Andrea juniore, lo quale Carlo, essendo morto prima di detto Andrea seniore, suo padre, successe lo detto Andrea juniore suo nipote in tutte le predette Castella, delle quali in anno 1483 Re Ferrante investì et confirmò et etiam de novo concesse in quibuscumque lo mero et mixto imperio, et cum potestate erigendi furcas et alia meri et mixti imperii signa denotantia, itaque in primis causis homines et vassalli dictarum terrarum non possint extrahi a trubunali ipsius Andrææ et suorum Judicorum, cum potestate componendi delicta; et cum quatuor Literis arbitrariis, cumque Colletta S. Mariæ et de renovato appretio». Da altre Numerazioni di fuochi fatte sotto gli Aragonesi sopravvivono in Archivio quelle del 1472 e del 1489, ma non ho avuto possibilità di consultarle. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il territorio di Capracotta: periodo degli Angioini
Il territorio di Capracotta alla mercè di nuovi Feudatarii Non maggior luce si spande attraverso il succedersi della Dinastia Angioina, anzi forse la confusione è maggiore. Ma quel che più penoso riesce nelle ricerche fra le memorie di tutto il periodo medioevale, è l'assenza di ogni traccia della maniera di vivere dei nostri antenati in quella lunga èra, sia nei rapporti privati, che verso le comunità; né ci resti cenno del numero delle famiglie, dei cognomi, delle più comuni usanze. Dei Feudatari non sappiamo altro se non che, quando re Carlo d'Angiò, assiso sul trono di Napoli, largheggiò di rimunerazioni ai suoi fedeli ed ai sostenitori della sua venuta, sanzionate nel 1269, si rammenta che al romano Riccardo Anibaldi fu assegnata la metà di Agnone, che fu dei Borrello per 30 Oncie d'oro; e che altri ebbero in queste parti Signorie «per concessioni del medesimo Re o per non esserne privati come suoi fedeli». Ma quale metà? L'altra rimase forse al d'Ebulo? Sono punti oscuri che ne rimangono, tanto più che trovasi segnato un Andrea de Sully quale vassallo di Maccla Strinata, ritoltagli dal medesimo Re Carlo nel 1219. La confusione si aggrava nel decorso di tempo posteriore, perché trovasi annotazione del nostro Ospedaletto, trasferito con le Baronie di Forlì e di Castel di Sangro al vice Ammiraglio Cornay, la cui unica figliuola, Maria, andò sposa ad Andrea Carafa, ed a costui restarono i detti feudi fra il 1340 e 1360. Anzi costui acquistò gli altri di Capracotta nel 1352. E così i Carafa assunsero, con gli altri molti, il titolo di Signori di Capracotta, di cui tuttora qualcuno si vantava ai nostri giorni. Intorno al 1430 però un Antonio d'Ebulo aveva preso in moglie Andriella Carafa e con lei riebbe in dote i feudi di Capracotta meno però lo Spedaletto restato ai Carafa. Che la Signoria dei d'Ebulo potesse coesistere con quella limitrofa e vastissima dei Caldora, saliti in quell'epoca all'apogeo della potenza, è spiegabile col fatto dei legami di affinità strettisi fra gli uni e gli altri, perché Giacomo Caldora, vincitore di Braccio da Montone ad Aquila, ebbe in moglie Medea d'Ebulo, ed Antonio Caldora loro figlio (l'avversario di Alfonso d'Aragona) ebbe in moglie Caterina d'Ebulo. Abbandonando il noioso campo delle incertezze sui nostri oppressori, appare notevole nel nuovo dominio Angioino l'imposizione delle fiscalità dal potere Regio direttamente alle singole Comunità. E questo fiscalismo in duplice forma sotto le carezzevoli locuzioni di Collette e di Sovvenzioni, ché quanto al resto è nella storia la cupidigia di Carlo I e di sua moglie «avida di corona e di ricchezze», quale la definisce il Cantù. Veramente le Collette ebbero origine più antica, cioè fin sotto i Normanni, che chiedevano con questo nome sussidi straordinari ai propri Conti e Baroni; e che divennero più frequenti sotto gli Svevi. Carlo primo si avvalse d'una maniera assai spiccia per aver danari; cioè ordinava ai Giustizieri delle Provincie di fargli pervenire per un dato giorno tante once d'oro, così ad occhio e croce. Per esempio nel Luglio 1274 mandò ordini al Giustiziero del nostro Contado di Molise di fargli pervenire 1.000 once d'oro a Lagopesole presso Melfi pel primo Agosto. Nel 1276 ne ordinò un altro di 500 per l'otto Dicembre: nel 1283 una terza pure di 1.000 once. È facile immaginare con quanto giusti criteri potessero raccogliersi in breve tempo dette prestazioni dai feudatari e da questi ai propri dipendenti. Della ripartizione della seconda delle cennate imposte, cioè le sovvenzioni, fatta pare posteriormente con più equi criteri, abbiamo un saggio documentato nella "Cedula generalis subventionis imposita in Justitierato Terra Jaboris et Comitatus Molisii, datum per Magistros rationales Magnæ Regiæ Curiæ Anno Domini 1320 die nona Octobris" Regnante Roberto d'Angiò, l'amico del Petrarca. Questa Cedula, trascritta dal Minieri Riccio nelle "Notizie tratte da sessantadue registri Angioini" dell'Archivio di Stato in Napoli può considerarsi come un ruolo in piena regola dei nostri tempi. In essa troviamo finalmente una indicazione di parti feudali nel nostro territorio assoggettate all'imposta Sovvenzionale come appresso: Maccla Strinata per unce nove e grana quattordici; Capracotta per unce otto e grana sette; Monsfortis per unce cinque tareni 24 e grana sedici; Vallisurda per unce cinque tareni tredici e grana undici. Se si consideri ora, salvo lievi differenze, che un tareno era formato da ventiquattro grana; ed un'Oncia da trenta tareni o tarì, avremo che gli abitanti di questo territorio contribuivano con ventisette once e tre tareni, e poiché ogni oncia valeva ventisei lire oro dei tempi nostri si deduce che pagavano circa settecento lire oro Napoleonico. Se si consideri altresì che Napoli era tassata per seicentonovantatre once (ossia diciotto mila lire e circa) e che la sua popolazione si aggirava sulle 250.000 anime, la tassazione veniva a corrispondere a settantacinque centesimi per abitante. Quindi, se Capracotta contribuiva alla stessa ragione, può bellamente dedursi che i suoi abitanti erano poco meno di un migliaio nel primo ventennio del 1300. Ma essi andarono crescendo di numero piuttosto rapidamente come è dato dedurre dagli eventi del tempo posteriore. Fu in principio del periodo Angioino che potette quietarsi la contesa fra i Monaci Benedettini ed i Capracottesi per i redditi di Vallesorda che il Padre Roffrido aveva destinato alle tonache dei frati di S. Pietro. Il Gattola ne fa menzione nella Sua storia di Montecassino: «In istrumento anni 1294 facto quod litem continet inter homines Vallissurdæ et monachos Sancti Petri pro redditibus ab his hominibus solvendis». La contesa doveva essersi agitata su questa circostanza che quegli eremiti, i quali assistevano la chiesa di S. Nicola di Vallesorda, giustamente pretendevano che i redditi o somma parte dei redditi di Vallesorda restassero a proprio beneficio anziché per rivestire i frati di S. Pietro. Poi quegli eremiti nel 1294 non c'erano più come riferisce altrove lo stesso Gattola: «Ex quibus liquet monachos pro ea tempora in Ecclesiam Sancti Nicolai degisse». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Capracotta nella letteratura del 2023
Il 2023 è stato un anno strano per la "letteratura capracottese", nel senso che, assieme a libri di poca importanza (oggettivamente), abbiamo registrato una menzione letteraria talmente importante da fare il paio con la «contadina di Capracotta» di Edmondo De Amicis o il «cappellano di Capracotta» di Ernest Hemingway. Qualcuno storcerà il naso: poco male. Mi riferisco, infatti, a «Capracotta, il paese natale di Davide», uno dei personaggi de "Il vento soffia dove vuole", l'ultimo bellissimo romanzo di Susanna Tamaro. Ho ampiamente parlato di quella menzione in un articolo specifico, all'indomani di quella che ai miei occhi fu una gran bella scoperta letteraria, tanto che la Tamaro stessa, dopo aver letto le mie inadeguate righe, ebbe la deliziosa cortesia di scrivermi: «Grazie per l'omaggio. Viva Capracotta!». Lucia Bellaspiga, giornalista di "Avvenire", ha scritto che «non c'è nulla di scontato nella trama, che avvince il lettore tra pacate considerazioni e improvvise accelerazioni (colpi di scena), alternando commozione ad umorismo, tenerezza a parole crude, che non fanno sconti ma nemmeno condannano». Sono contento di aver promosso questo romanzo presso i miei compaesani, che l'hanno acquistato numerosi. Per quanto riguarda la letteratura minore che si è interessata a Capracotta, meritano una menzione altri due/tre libri. Il primo è curato Alison Keith e Micah Y. Myers e tratta il rapporto tra Virgilio e l'elegia, in cui una volta ancora il nostro paese - all'interno di un saggio di Sophia Papaioannou - viene tirato in ballo per l'abitato sannitico che vi sorgeva, dove la dea cerealicola per eccellenza, Cerere, era venerata e tributata. L'altro libro meritevole di menzione è "Stendhal in bicicletta" di Manlio Pisu, in cui l'autore, responsabile dell'ufficio stampa della Consob, scrive che «le montagne dell'Appennino, con il loro manto boschivo ben preservato, la fanno da padrone: [...] Capracotta e Campitello Matese, forti anche di un buon innevamento invernale, hanno una naturale vocazione per sci di fondo, ciaspole, trekking, escursioni a cavallo e naturalmente mountain bike». Il terzo ed ultimo libro di discreta importanza a citare Capracotta è "Gunners from the Sky" di Paul Chrystal, in cui l'autore ha raccolto e ricostruito le testimonianze del maggiore David Chrystal, tra cui leggiamo quella dell'«atrocious weather» (tempo atroce) di Capracotta, sotto cui si erano attestate due batterie canadesi e dove vennero finlmente raggiunte da una terza. Curiosa infine la menzione capracottese all'interno de "Il lago scomparso" di Giuseppe Greco, in cui leggiamo una teoria eccentrica sull'origine di un monte lucano detto Carpineto, in provincia di Cosenza, tanto che «tradisce un'origine longobarda da crap, tomba, a sua volta dal germanico graft, fossa, tomba, come per il toponimo Capracotta» che, per l'autore, significherebbe «la tomba dei Goti». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., I viaggi del Sole. Le mete in Italia e all'estero - I diritti del turista, Il Sole 24 Ore, Milano 2023; P. Chrystal e D. Chrystal, Gunners from the Sky. 1st Air Landing Light Regiment in Italy & at Arnhem (1942-44), Pen & Sword, Barnsley 2023; G. Greco, Il lago scomparso. L'eredità sommersa dei longobardi in Italia, Gagliardi, Roma 2023; G. Grossi, Propileo quadrato, Youcanprint, Lecce 2023; A. Keith e M. Y. Myers (a cura di), Vergil and Elegy, University of Toronto Press, Toronto 2023; E. Lunardon e L. Piazzi (a cura di), Comunque nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani, Mimesis, Milano 2023; M. Pisu, Stendhal in bicicletta. Itinerari cicloturistici d’autore e bike economy, Il Sole 24 Ore, Milano 2023; S. Tamaro, Il vento soffia dove vuole, Solferino, Milano 2023;
- «Vir bonus dicendi peritus»: il dialogo è l'arte della comunicazione
È un'espressione latina attribuita a Catone e in seguito ripresa da Cicerone e Quintilliano. Uomo di valore (dal latino vir, non semplice homo), esperto nel possesso della parola, nell'arte del comunicare. Qualità del sapersi esprimere con proprietà, chiarezza, efficacia ed eleganza di linguaggio. Farsi capire ed essere compresi è una dote non comune. Bonus, cioè onesto, è qualità indispensabile, trasparenza piena che coincide con lealtà, saggezza e competenza. Qualità morali che denotano la persona eticamente irreprensibile. Il silenzio e la menzogna insabbiano la verità. Eu-leghein significa dire il bene, non semplice bonomia, ma virtù che definisce il valore e l'eccellenza della persona. Dicendi peritus, esperto nel parlare, nel confronto continuo, leale e rispettoso delle opinioni altrui, con padronanza di termini e coerenza. «È la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui», affermava don Milani con icastica incisività. Il vir bonus che si esprime con perizia possiede lungimiranza, conoscenza piena ed esperienza dei problemi. La comunicazione è studiata a tre livelli differenti, pur essendo un unico evento: la sintassi, la semantica e la pragmatica. La sintassi studia i canali e i codici che si usano nel parlare, permette il passaggio di informazioni attraverso il contatto diretto "faccia a faccia". La semantica studia il significato dei segni e dei simboli che si usano, perché differenti sono le esperienze della vita e differenti sono i significati che vi si attribuiscono. Ogni parola ha in ogni momento della vita un significato che è in parte nuovo, in parte antico. La pragmatica è la più nuova e utilizzabile nella comunicazione nella scuola relazionale di Palo Alto. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed una di relazione, che indica il modo in cui la comunicazione deve essere assunta da chi la riceve, studia gli effetti sul comportamento. La coerenza con i valori, la padronanza di essere se stessi, rispecchiandosi in atteggiamenti di luminosità comportamentale con tutti, esercitano un trascinante potere educativo, senza abdicare alla propria dignità, che è il dono più prezioso ricevuto da Dio e dalla natura. Accoglienza calorosa, accettazione incondizionata, non direttività, consultazione "centrata nel cliente", sono utili strumenti pedagogici, preservano dall'imporre contenuti autoritari che bloccano l'esercizio della comunicazione (Karl Rogers, psicologo umanista). Trasmettere un messaggio significa rispettare la dignità dell'altro. «Spero che tu sarai diverso da me domani, ma non senza di me oggi»: è il consiglio di un grande educatore, Bruno Bettelheim. Con chiarezza introduce il seme della bontà, della disponibilità, del rispetto vero, dell'amore intelligente e creativo nel difficile campo dei rapporti sociali e della comunicazione. Rilegge semplicemente il Vangelo per evidenziare una maniera esigente di vivere l'impegno cristiano a servizio del prossimo. Addita le vie del coraggio per ritrovare la voglia di "camminare nella vita". Assume il tono semplice del colloquio senza imporre la sua verità, con la capacità di discernimento e di conversione della persona impegnata. Discernimento dei segni dei tempi che irrompono nell'oggi. Indica non tanto di fare delle cose, ma di fare delle scelte, non altro ma oltre, allargare gli orizzonti, non lasciarsi incapsulare dall'effimero e dalla banalità del quotidiano. Alimenta la speranza, che indica certezza che il bene è possibile, se il vento dello Spirito soffia sul fuoco della solidarietà degli uomini e delle donne. Avere il coraggio e la saggezza di cambiare le cose che si possono cambiare, comunicando, modalità originaria della persona che traduce in concreto la capacità di relazione. Quando un pensiero è limpido e carico di energia trova sempre la terminologia essenziale, assumendo anche la lingua della gente arricchendola di locuzioni inedite per essere comunicato, acquisisce e utilizza alcune competenze comunicative "per dirsi e darsi all'altro". Si richiede il culto dell'ascolto, dell'attenzione e della disponibilità per fare insieme un po' di strada, cercando domande e risposte vere per la vita. Restituisce alla parola una valenza costitutiva, dialogica e chiara, evitando le chiacchere e l'"oceano verbale" di parole inutili, rompe il muro della incomunicabilità e arriva alla parola giusta. L'uomo è la sua parola, in essa riversa il cuore del suo essere, quel cuore che è prima della parola e dal quale nasce ed attinge quella profondità interiore in cui hanno origine i pensieri e le emozioni. La comunicazione è scambio di messaggi e partecipazione di sentimenti. Chi parla non riferisce solo avvenimenti, ma rivela il suo modo personale di sentire, le personali risonanze emotive di fronte alla vita e al mondo. Nell'arte del comunicare è un facilitatore, che riesce a creare un clima di libertà psicologica e di reciprocità, di stima e di compartecipazione. Per ben comunicare serve una capacità empatica: la fascinazione. Aprire il cuore e la testa delle persone, condurle ad una evoluzione, direbbe Umberto Galimberti, psicanalista ed esperto di comunicazione, dall'impulso alla emozione, dalla emozione al sentimento, dal sentimento alla azione educativa. Comunicazione empatica e intelligenza emotiva coinvolgono, emozionano, educano, sempre, dovunque, tutti. Per dare qualità e spessore al proprio stile comunicativo ognuno deve conoscerlo, affinarlo e utilizzarlo con scioltezza e duttilità. Cogliere i sentimenti e le emozioni, stabilire un rapporto orizzontale nel dialogo e nutrirlo di fede e di fiducia, scegliere i registri più opportuni e accorti, i canali più efficaci per dare al dialogo il nome di confidenza, parlare nell'autenticità del proprio essere, hanno un'alta qualità comunicativa. Saper ascoltare in silenzio ha un significato che va oltre ciò che si esprime in modo manifesto. Anche i momenti di pausa sono importanti come nella musica: indicano tensione, stupore, riflessione, memoria, attesa. Se si introducono nella comunicazione i geni della tenerezza e della serenità, della pazienza e della gioia, si troverà un giusto correttivo all'efficientismo e all'autosufficienza contemporanea. La mancanza di dialogo crea diffidenza, chiacchericcio, la tattica del sospetto, la confusione delle lingue, la Babele della comunicazione. Il cardinale Martini, nel testo "Effatà. Apriti!", traccia alcune costanti della comunicazione umana seguendo il comunicare di Dio nella storia: il silenzio, il tempo, le luci e le ombre, la pazienza, il coinvolgimento, l'ascolto, la reciprocità. È rilevante la reciprocità. Non si può mai parlare a senso unico, si comunica per suscitare una risposta, magari silenziosa, verbale o solo gestuale. La persona alla quale ci rivolgiamo ha i suoi sentimenti, le sue attese e le sue difficoltà, bisogna inserire tutto in un dialogo costruttivo per far passare le parole. I vangeli presentano alcune scene mirabili di comunicazione autentica. Pensiamo a Gesù che accoglie la samaritana diffidente, parla con Nicodemo uomo ripiegato su sé stesso, scioglie la lingua al muto, toccandolo e stimolandolo anche con i gesti. La sua parola non è mai priva di fecondità e di effetti trasformativi visibili. La comunicazione è essenziale alla missione di pastore e di guida, traduce e perfeziona la capacità di relazione e si inserisce nell'orizzonte della "carità personale", autorevolmente proposto dal magistero della Chiesa. Il comunicare è modalità originaria della persona, l'io sollecita ed è sollecitato da un tu e diventa persona. Quando un pensiero è limpido e carico di energia culturale e spirituale trova sempre la sua terminologia essenziale, assumendo anche la lingua della gente arricchendola di locuzioni inedite, per essere compreso. È un valore decisivo della sua esperienza umana e religiosa: senza comunicazione non c'è esistenza e sviluppo. È come un «camminare nella seta», afferma il card. Martini, è «il quinto talento» da far fruttare insieme agli altri quattro: Vangelo, liturgia, sacramenti, comunione. Senza l'attenzione alla comunicazione non sono incisivi, i talenti, «si richiudono su se stessi e alla fine sbiadiscono». Altra caratteristica del buon comunicatore è l'affabilità. Dall'etimo affabile è colui che parla e colui a cui si può parlare, colui che ha tanta stima e tanta attenzione per l'altro da essere sempre disposto al dono della parola, un dono del proprio cuore e della propria intelligenza. Affabilità è la base di ogni rapporto, segno di rispetto e di condivisione, richiesta di collaborazione, crescita di relazioni giuste e corrette. Il ministero sacerdotale è fatto davvero di servizio, di decentramento e non di onnipotenza. È l'uomo della parola autentica, che vince la frantumazione della vita, rompe il muro della incomunicabilità, costruisce relazioni giuste. È un facilitatore della parola che crea un clima di genuinità, perché crede nella tendenza costruttiva della persona, alle qualità indispensabili, quali il calore, la spontaneità, la comprensione e l'accettazione non giudicante. Nelle omelie, nelle catechesi e in tutti i diversi modi di comunicare, anche il Sacerdote, tiene presente la risposta che l'altro può o è chiamato a dare per continuare il dialogo. Attento alle domande, come Gesù nei Vangeli, usa la parabola, i paragoni, esempi e riferimenti facili, sminuzzando le argomentazioni in maniera immediata e diretta, per essere vicino alla gente. Un uomo che costruisce la sua vita come risposta alla Parola di Dio che lo costruisce e lo rende sereno, riesce a suscitare negli altri, attraverso tutti i linguaggi con cui si esprime, la straordinaria presenza di Dio nella sua vita. La voce, il modo di porsi, «un non so che di fine e di deciso», generano attenzione e fascino. Un grande poeta e teologo, David Turoldo, ha affermato: «ascolto la Parola, perciò parlo e agisco, se occorre protesto, se necessario subisco, ma senza arrendermi, senza rintanarmi all'ombra del disimpegno». La scienza dell'amore (modalità del cuore) può essere unita alla scienza della fede (modalità intellettuale). Se infatti la scienza della verità è l'adeguazione dell'intelletto alla verità, la scienza dell'amore è l'adeguazione del cuore alla realtà. Direi di più: la carità è l'adeguazione della persona umana alla Persona di Gesù Cristo. La parola facilitata, espressa con amore, coraggio e impegno, permette di essere persone vere che vivono la vita quotidiana nell'amore e nell'abbandono fiducioso nelle mani creative di Dio, che plasma ogni creatura a «sua immagine e somiglianza». La capacità di parlare, con semplicità e chiarezza, (chiarozzo chiarozzo, direbbe Filippino Neri - Pippo Bono) a coloro che sono lontani dalla fede, renderebbe più credibili e disposti ad ascoltare la Parola e professare la fede. Il fenomeno del mutismo e della sordità nella Bibbia è metaforico e designa chiusura e assenza di comunicazione. La capacità di ascolto senza pregiudizio e senza remore è contrassegnata dall'identità dell'altro, dal desiderio sincero di comprendere le ragioni, gli orientamenti e le diversità che hanno accompagnato la distanza e sono alla base dell'incomunicabilità e dell'incomprensione reciproca. Valorizzare ciò che unisce piuttosto ciò che divide conduce ad un vero e costruttivo incontro con l'altro è un atteggiamento di assoluto rispetto della libertà della persona. La testimonianza della propria vita crea occasioni di riflessione e di confronto. Favorisce l'incontro con chi vive "al di là del recinto" e si professa non credente, è scelta pastorale irrinunciabile. Nessuno deve sentirsi estraneo o ai margini della comunità ecclesiale. Il "prete oggi" deve facilitare l'incontro ravvicinato per coltivare e costruire ponti che lo conducano all'incontro con chi vive sull'altra sponda. Negli ultimi quarant'anni la ricerca scientifica sulla comunicazione ha accordato un'attenzione sempre maggiore alla religione, alimentato dall'espansione del mondo online e dalia crescente visibilità di gruppi nel mondo dei media. Molti hanno asserito che un impegno religioso personale rende più facile comprendere il mondo della comunicazione e della religione "dall'interno". Si può rintracciare il maggiore impulso alla crescita di quest'area di ricerca nella volontà che anima un numero sempre maggiore di studiosi: lavorare insieme al di là di confini nazionali e religiosi. «Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, approfittate di ogni occasione. ll vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno»: è un invito saggio di san Paolo ai Colossesi (Col, 4,3-6). Invito chiaro al pensiero rigoroso e alla franchezza discorsiva, con la fermezza, la parresia e la serietà della persona adulta. Il potere della parola è creativo e ricostruttivo, è medicina. La partecipazione attiva ed emotiva di chi ascolta offre parole ricche di risonanza, che solo un'attenta attività interiore rende possibili. Ogni parola risuona nel cuore di chi ascolta. È come una corda di chitarra che, in se stessa muta, può produrre suoni straordinari, se mossa e amplificata dalla mano e dal cuore di chi la tocca e la fa risuonare nel cuore di chi ascolta. Senza perdere l'acutezza dello sguardo e la serenità del volto, senza smarrire una profonda simpatia per le persone che incontra, per quanto confuso, incerto e faticoso possa essere il suo cammino. Osman Antonio Di Lorenzo
























