LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- L'Alto Sannio di Pirro Ligorio
Lo splendido "Theatrum orbis terrarum" è considerato il primo vero atlante moderno, redatto dal cartografo fiammingo Abramo Ortelio (1528-1598) e pubblicato ad Anversa, consistente in una raccolta di mappe corredate da testi esplicativi. Nel "Catalogus auctorem tabularum geographicarum", ovvero l'elenco di coloro che effettivamente realizzarono le mappe, si nota che quella del Regno di Napoli fu opera di Pyrrhus Ligorius Neapolitanus. Pirro Ligorio, architetto e pittore celebre più per i suoi falsi d'autore che non per le opere autografe, ci ha lasciato una meravigliosa cartografia del Regno di cui propongo uno zoom sull'area di nostra pertinenza, quella altosannitica. La prima caratteristica che salta all'occhio è la disposizione orizzontale della mappa, che contrasta con quella verticale delle mappe successive. La seconda peculiarità sta nell'apparente ordine anomalo in cui sono state tracciate le località di nostro interesse, situate tutte tra l'Adriatico, la Majella e il Matese. Prima di scendere nel particolare è bene elencare quali comuni - dei 63 attuali comprendenti l'Almosava - è stato possibile individuare sulla cartografia del Ligorio. Per il Molise vi sono Bagnolo [del Trigno], Capracotta, Castel [del] Giudice, Civita Nova [del Sannio], Montefalcone [nel Sannio], Pescolanciano, Rionigro [Sannitico], Roccavivara, S. Angelo del Pesco, S. Pietro d'Avellana, Salceto (Salcito) e Trivento. D'altro canto, Agnone è segnata sulla mappa ben tre volte, per cui sono portato a credere che una delle tre possa rappresentare Castelverrino, anticamente chiamata Castelluccio d'Agnone, mentre la cittadina odierna sia segnata come Anglona, in base alla distorsione latinizzante Anglonum. Su Pescopennataro resto incerto tra Penna e Pesclo, la prima posta a nord del Sangro, la seconda a sud, ad ovest di Castelverrino. Pietrabbondante dovrebbe invece essere Pietra, vista la disposizione ellittica nei confronti di Aquilonia, Aufidena, Bovianum e Telesia, in una sorta di continuum romano-sannita – la presenza di Aquilonia sulla mappa del Ligorio è infatti qualcosa di assolutamente sorprendente. Sempre per il Molise paiono mancare i comuni di Belmonte del Sannio, Carovilli, Chiauci, Forlì del Sannio, Poggio Sannita, Roccasicura e Vastogirardi. Per quanto concerne l'Abruzzo le località facilmente individuabili sono le seguenti: Aufidena (Alfedena), Bonanotte (Montebello sul Sangro), Castel di Sanguino, Cilenzo [sul Trigno], Civitella [Alfedena], [Pesco] Constanzo, Falle, Ferracina (Pietraferrazzana), Gabatore (Gamberale), [Monte] La Piano, [Civita] Luparella, Monferrato, Palmeri (Palmoli), Pesco (Pescasseroli), Quadro, Rivisonnoli, Rocca del Raso, Roccavalscura (Rocca Pia), Scontrone, Valregia (Barrea) e Villa di Valregia (Villetta Barrea). Non capisco se si tratti di un errore o di un'interpretazione personale dell'autore, tant'è che Aufidena e Castel di Sanguino compaiono due volte sulla mappa: due località definite Alfedena e una Castel di Sangro si trovano appaiate ad est del Matese, la seconda Castel di Sangro sta invece sul versante opposto, nei pressi di Roccaraso. Del resto, non sono stato in grado di individuare le attribuzioni topografiche per l'Abruzzo di Bomba, Borrello, Carunchio, Castelguidone, Castiglione Messer Marino, Colledimezzo, Fraine, Montazzoli, Montenerodomo, Opi, Pizzoferrato, Roccaspinalveti, Roio del Sangro, Rosello, S. Giovanni Lipioni, Schiavi d'Abruzzo, Torrebruna e Villa S Maria. Spostandomi sulla questione oroidrografica, mi preme segnalare alcune particolarità. Per quanto concerne le montagne, Ligorio ne segna davvero poche sull'intero territorio del Regno. Ciononostante, nell'area altosannitica ne figurano ben tre: il Maiella Mons, il Matesis Mons e il Palarius Mons. Quest'ultimo, con Capracotta adagiata sulle pendici orientali e dalle cui sorgenti nasce un fiume, potrebbe essere l'attuale Monte Capraro (con annessi Monte Civetta e Monte Cavallerizzo), effettivamente posto a sud-ovest di Capracotta e dalle cui nevi scaturiscono il Trigno ed il Verrino, presentando adunque un oronimo davvero insolito. Il fiume che Pirro Ligorio fa sgorgare dal Palarius è l'Asinella (Sinello); sulla carta disegna inoltre i corsi d'acqua del Veridis (Verde), dell'Aventinus (Aventino) e del Rasinus (Rasino), tutti affluenti del Sarus (Sangro). Assente ingiustificato: il Trigno. Se si passa a un'analisi dei confini dell'area altosannitica, essi vengono definiti a settentrione da Rocca Pia, a meridione da Pescolanciano, a occidente da Rivisondoli e a oriente da Civitaluparella. I termini attuali sono invece segnati da Bomba a nord, da Civitanova nel Sannio a sud, a Pescasseroli a ovest e da Montefalcone nel Sannio a est. Dalla mappa del Ligorio sarebbe sbagliato aspettarsi quella precisione millimetrica che caratterizza le cartografie odierne, le quali, grazie all'aiuto dei satelliti, sono diventate spaventosamente identiche alla realtà. Ma forse è proprio questa loro fedeltà al circostante a renderle meno affascinanti e immaginifiche. Il lavoro del cartografo fiammingo è invece una strabiliante opera d'artigianato, in quanto offre sia una prospettiva della realtà ma, al contempo, ci lascia a lambiccarci il cervello con l'annoso dilemma: con gli strumenti di allora, come ha fatto Ligorio a disegnare una mappa tanto bella e dettagliata? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Alberti, Descrittione di tutta Italia, Giaccarelli, Bologna 1550; F. Biondo, Roma ristaurata, et Italia illustrata, Tramezzino, Vinegia 1542; G. V. Ciarlanti, Memorie historiche del Sannio, chiamato hoggi Principato Ultra, Contado di Molisi, e parte di Terra di Lavoro, provincie del Regno di Napoli, Cavallo, Isernia 1644; G. Colonna, Ancora su Pallanum, il suo territorio e le antiche vie tra Sangro e Sinello, in E. Ceccaroni, A. Faustoferri e A. Pessina, Valerio Cianfarani e le culture medioadriatiche, Atti del convegno, Chieti-Teramo, 27-29 gennaio 2008; N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, dall'antichità più remota al 1789, vol. I, Virgilio, Napoli 1843; A. Di Nucci, L'arte di costruire in Abruzzo. Tecniche murarie nel territorio della diocesi di Valva e Sulmona, Gangemi, Roma 2009; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Ortelius, Theatrum orbis terrarum, Ægidium Coppenium Diesth, Antuerpiæ 1570.
- Pippasqua: tre cose che non so
Oh! Finalmente eccoci qua! Questa settimana proprio mancano solo le locuste e poi ce le abbiamo avute tutte contro! Il viaggio per tornare a casa che sembrava il viaggio della speranza in cui eravamo tutti pigiati come sardine (per 12 ore, voglio dire!) e in cui un temerario ha tirato fuori alle ore 5:26 della mattina un panino al salame mangiandoselo avidamente. Una roba che vomitavi a getto come la bambina dell'Esorcista e giravi la testa di 180° solo per vedere lo schifo dipinto in faccia al cristiano nel sedile di dietro. Devo dire che poi tornare a casa in pullman mi dà sempre delle grandi soddisfazioni a livello di umanità. No, non è che viaggio nel pullman dei fotomodelli in trasferta, magari! Ma ad esempio ogni volta mi stupisco di come la disperazione annulli la distanza interpersonale! Tipo che durante il giorno sei tutto compunto e se ti tocchi col gomito dici "oh, mi scusi!", durante la notte, dopo 5 ore di viaggio in un pullman che sembra il fiorino coi maiali che sta facendo la Parigi-Dakar, dormi proprio addosso al cristiano di fianco. Lui ti tiene la testa sulla spalla e tu gli sbavi sulla crapa. Alla fine a Pasquetta ti ritrovi a casa sua a Benevento a mangiare cantando "o campagnola bella" e brindando a vino cotto col cognato, ma non sai bene perché. Fai come quelli nei telefilm fantasy che vivono i salti temporali e si ritrovano sei mesi nel futuro sposati con uno gnu; ti svegli dalla trance e urli. Poi l'esodo della Pasqua che non si affronta! Alle 3 di notte al bagno dell’autogrill c'era una bolgia! C'era meno fila ai concerti di Giò Di Tonno quando aveva appena vinto San Remo (si, sono fan di Giò Di Tonno, e allora?)! Poi per il fatto che devo fare il mea culpa anche io, trattandosi di venerdì santo. Avete ragione. Gli ultimi pipponi erano lunghi una quaresima e la scusa "eravamo in tema" non regge. Cercherò di limitarmi, promesso, frenerò la mia diarrea verbale tenendola in tutta la sua augusta possanza per occasioni speciali tipo quando recensirò la web serie di Lory Del Santo (giuro che prima o poi lo faccio!), nel frattempo vi prego, continuate a sopportarmi che questi sono momenti delicati, e se persino Rocco non innalza l'interesse (mi metto questo -.- da sola, a nome vostro) entro in crisi profonda come fossi a Italia's Got Talent e mi avessero appena bocciato l'Aida suonata con le pernacchie delle ascelle. Allora, che programmi avete per Pasqua? La passerete in famiglia? Culo a culo come Facchinetti e DJ Francesco sulle poltroncine di The Voice, che fanno più tristezza della processione del venerdì santo? È vero che è "Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi", ma io mi chiedo... chi vuoi... che passi la Pasqua con te? La Pasqua è una festicciola tiepida. Infervora i cristiani che sembrano i fan di Ligabue quando parte "Certe notti" ai concerti, che un po' urlano e un po' piangono, e lascia noi altri amorfi, che ruminiamo mesti la nostra cioccolata direttamente dalla vaschettina plastica mentre teniamo ancora tra il gomito e il petto quella carta solitamente sobria, tutta a fiorazzi fuxia su sfondo giallo, che fa subito Vladimir Luxuria in versione equinozio. Tra l'altro oggi è venerdì santo, quindi non si ride. Basta, è vietato, si piange. Ma siccome (e oggi proprio il caso di dirlo) Cristo non l'abbiamo messo in croce noi, anzi, io non ero manco in zona, e sinceramente nonostante il look un po' hippie, Gesù mi faceva anche simpatia per cui anche al televoto con Barabba l'avrei salvato, proprio ho la coscienza pulita. Quindi ho deciso di usare questo pippone a scopo didattico. E per insegnarvi tre cose e smettiamo di essere capre capre capre che di sto periodo rischiamo che ci si fanno arrosto. Dunque, andiamo sui miei tre dubbi esistenziali sulla Pasqua. E poi dite che sono utile come un bikini in Alaska. 1. Perché cambia data? Oh, chiariamo questa cosa. E chiariamo che la prima risposta non è quella che pensate, cioè: per farci dare il giro. Per sfinirci, farci uscire di testa. Che sembra, oggettivamente! Perché Natale è bello, paciocco, rosso e panciuto, sta lì tranquillo il suo 25 dicembre e tu sai sempre quando viene. È affidabile come festività, rassicurante. Puoi fare biglietti, programmi, sai che è vicino a Capodanno e alla Befana, conosci anche la compagnia, diciamo. Pasqua no, è una peste bubbonica con le fregole. Passa con nonchalance da fine marzo a inizi maggio senza avvisare prima, roba che un anno abbiamo ancora il pandoro a mezzo del canarozzo e usiamo la colomba per farlo scendere e l'anno dopo invece ci si allunga il collo come alle giraffe dello Zambia, siamo già là a metà strada per Ferragosto e la Pasqua ci casca tra capo e collo impattandoci la cervicale. Non è che mette un avviso, fa un evento su facebook, ti dice prima "guarda, magari non prendere impegni suppergiù"... No, capito. Non è che tu che sei la Pasqua ti metti la mano sulla coscienza, non tanto per te, quanto per la tua festa minore, la Pasquetta, che sai che prevede un minimo di pic-nic, una sciuscelletta a giro per le fresche frasche e non è che uno la può fare che c'è ancora la neve per terra e fa i pupazzi di neve con Elsa e Olaf ma nemmanco che sfrigola lui al posto dell'agnello! Nelle fiamme dell'Ade! Regolati, Pasqua benedetta! Comunque basta, dopo aver a lungo discusso vi spiego il perché: a Nicea, nel 325, non avevano niente da fare. Si erano già presi il caffè e allora pensarono di stabilire la data della Pasqua. Ma siccome c'era scappato anche un amaro Averna non hanno voluto fissare una data precisa, prendersi sta responsabilità, non lo sai mai, gli impegni, sto periodo poi con la primavera stanno tutti più isterici, è un attimo che crei un incidenti diplomatico e il vicino ti piscia nelle petunie. Quindi decisero che la Pasqua doveva essere la prima domenica dopo il primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. Non avete capito una mazza? Allora: 21 marzo - passa del tempo imprecisato - prima luna piena (licantropi) - prima domenica: Pasqua. Vi è piaciuto lo schemino? No? Fottetevi, in clima di pace pasquale. Quindi in pratica la Pasqua va in base alla luna. Ora voglio dire, mia nonna mi dice sempre che non devo seguire la luna per fare le cose, che chi segue la luna è esaurito, e la Pasqua può? Ora non che io mi ritenga a livello della Pasqua come importanza, però insomma. Manco va bene. Io sapevo che alla prima luna piena si imbottigliava il vino, non risorgeva Cristo. Le due cose saranno forse collegate? Chi lo sa, ci vorrebbe Adam Kadmon, il mago Berrì e mezza setta degli Illuminati. Non dite niente a Dan Brown che partono 88 romanzi. "Il codice Montepulciano" o "Il codice decanter", ed è subito campione d'incassi. Comunque sapetelo, e se vi ritrovano il prossimo capodanno ancora con in testa il cotillon e con in mano uno il calendario, l'altro il sestante, l'altro la mappa delle lune che sembrate una triade di maghi Otelma fatti a merda che stanno cercando di calcolare la rotta per Atlantide, voi prenotate intelligentemente le vacanze di Pasqua e poi mettete pure la parcella dello psichiatra sul mio conto, compreso lo straordinario festivo. 2. Ma perché l'uovo? Capisco l'agnello, capisco la colomba, ma... l'uovo? Cosa c'entra? Me lo sono sempre chiesta. Potrebbe essere una pubblicità occulta de "La prova del cuoco". Forse. Potrebbe essere un simbolo magico, oscuro, pagano (scusate ma da quando ho iniziato a vedermi da capo Buffy L'ammazzavampiri sono rientrata nel tunnel di brutto! Ci sto sotto come l'idra di Hercules alla frana nella cava! Vedo vampiri dovunque! Prima della fine delle vacanze ridurrò un albino a spiedo, me lo sento! Ma perché? Ma se lo so che poi mi riduco a un sottoprodotto sfranto di sorella Halliwell suonato come le campane del giudizio universale, a una sorellastra Winchester unita mediante un esperimento andato male con Luna, il gatto di Sailor Moon, perché ricomincio sempre a vedermelo?) Per me l'uovo per esempio aveva una funzione sciamanica. Ovvero era l’unica cosa che aveva il potere occulto di azzerare le facoltà intellettive di mio padre. Ora, mio padre è un laureato, una persona di concetto, che nella vita parla tre lingue, ha lavorato anche all'estero, discute tutto l'anno di management e problem solving. Se non che la mattina di Pasqua, alla rottura dell'uovo, strappava la bustina della sorpresa e... zero. Gli si appiattiva l'elettroencefalogramma, passava dalla conformazione "Alpi Svizzere" alla conformazione "Pianura Padana". Non so perché quei minuscoli ingranaggi in plastichina gli creassero crisi estistenziali, me lo ricordo solo levarsi gli occhiali e poggiarli sul tavolo col pathos di Rocky che lascia due incisivi sul ring, e mettersi lì a orchestrare con queste mini cazzate ringhiando un atomico "che c'è?" a chiunque gli dicesse qualcosa. Poi gli si innalzava anche l'irritabilità... che io dico, principalmente al mio futuro marito se mai dovesse leggere questo pippone e ne dubito fortemente. Caro Giulio (tanto, persa per persa) non ti preoccupare, il fatto che tu non riesca a montare la sopresina dell'uovo di Pasqua non pregiudicherà la tua figura di maschio alfa. Il fatto che tu non riesca a procacciarmi un orrendo trenino con un mamozzo che esce e rientra a ogni centimetro che questo percorre sulla tovaglia della colazione di Pasqua, non devirilizzerà il tuo essere ai miei occhi. Anche perché voglio dire anche quando sei bambino bambino, proprio prepubere e felice, quinquenne e giocondo, la sorpresa dell'uovo di Pasqua la caghi uno spot della Barilla. 30 secondi netti e poi, di qualunque cosa si tratti ab initio, si converte in missile: la lanci il più via possibile. Te ne ricordi solo quando ci inciampi e cadi di faccia negli avanzi dell'uovo, così poi ti rialzi con la mezza cogna in testa come Calimero. Tra l'altro, giusto per finire la storia, alla fine mio padre fingeva di riuscirci e ottenevamo solo un orrendo Frankenstein mezzo uomo e mezzo trenino con pezzi di plastica che gli uscivano da anfratti non usualmente posseduti da giocattoli consigliati per 6-12 anni, che più che un giocondo capostazione sembrava un sadomasochista che aveva incontrato Christan Grey nella ferramenta di Italo. Ma andiamo alle cose serie. Ho trovato un sacco di teorie sull'uovo, pare che nel cristianesimo fosse il segno della rinascita di Cristo (comunque l'uovo sembra una pietra inanimata, come una roba morta, e poi invece ne esce un pulcino cicciotto e giallo) e invece nel medioevo si faceva dono dell'uovo alla servitù. Che a me sembra un po' na roba tipo "io mi magno la gallina e tu ciappati st'uovo!" però tutto sommato è un bel pensiero. Magari invece di regalarglieli potevano tirarglieli in segno di disprezzo. Certo, il fatto che i miei parenti a cinque anni mi trattassero (inconsapevolmente) come un servo della gleba mi sdubbia, ma questa è più una roba da Feudalesimo e Libertà che da Pippa. Oh, che altro? Ah, sì, fu poi Fabergé, un orafo, a fare il primo uovo con sorpresa per la zarina Maria, che conteneva un altro ovetto con dentro una riproduzione della corona imperiale e un pulcino d'oro. Per la cronaca, se lo zar era come mio padre o il pulcino non si è più ripreso dalla faccenda, oppure la Rivoluzione Russa c'è stata perché il popolo non ne poteva più di aspettare che lo zar finisse di montare la sorpresina. 3. Perché Pasquetta? E questa è un'altra cosa che mi ha sempre eroso. Ma perché? Festeggiamo Pasqua, basta! Anche perché, diciamo la verità, io Pasquetta l'ho sempre odiata. Questa cosa che bisogna andare, fare per forza la grigliata, si mette avanti quasi sempre gente che non è buona e bene che ti vada finisci in un 11 settembre di fumo e fiamme e puzzi di carnaccia fino a Natale dopo. Poi, devo dire la verità, anche qui, nel mio odio per Pasquetta, mio padre ha la sua colpa. Perché mio padre oltre ad essere un uomo di concetto è un naturista e colto, perciò quando toccavamo a lui a Pasquetta voleva che la gita avesse anche tutto un retrogusto erbivoro e culturale. Quindi sceglieva un posto scognito ai più locato in culo a tutti gli universi, che persino la Guida Galattica per Autostoppisti a un certo punto ti chiede di fermarti, farla scendere e ti saluta dicendo "Addio e grazie per tutto il pesce", e si perdeva come prerequisito. C'è da dire che non era colpa sua, perché le indicazioni in Italia sono messe secondo una logica: fino a 10 km dal posto, di continuo. Ogni 3 metri c'è un cartello "Moncuòlo–>", "Monculo–>", “Monculo in braille", "Monculo mare". Poi, da 10 km. in poi la cartellonistica ti vuole selezionare. Devi essere un po' Indiana Jones, non è che arrivi un giorno e puoi raggiungere le mete! Eh! Sono anche mete speciali! Lascia stare che tu magari devi andare a Capracotta da tua zia Ines, è sempre l'istinto di sopravvivenza che ti deve guidare! Allora cosa fa? Sparisce. Basta, da 10 km. in poi non c'è manco più un cartello, manco il classico cartello "benvenuti" dei film horror che poi il filo di vento lo fa girare e dietro c'è scritto "morirete" col sangue. Oppure peggio. Comincia a confonderti. Ti deve mettere i bastoni fra le ruote. Allora ti scrive. "Monculo: tutte le direzioni". Ma che vuol dire "tutte le direzioni"? Ma come fanno tutte le direzioni a portare lì? Ma che ci sono sei strade a cipolla che portano in sto posto? Ma quale ingegnere urbanista intinto nel mirto ha disegnato una cosa del genere? Oppure il cartello a destra dice: "Monculo", e il cartello a sinistra "Monculo centro". Dai di testa, proprio ti fermi, accosti e vomiti anche tu stessi su una strada più dritta del rettilineo di Montecarlo. Mancano i cartelli "su", "giù", "di qua", "di là" di Alice nel Paese delle Meraviglie e poi ti fumi una cannazza col Brucaliffo. Ma attenzione, mio padre aveva la sua tecnica per bypassare questo intoppo. La tecnica film americano, come Will Smith. "Segua quella macchina!". Seguiva una macchina. Solo che non era la macchina di un rapinatore assassino mezzo extraterrestre (che oggettivamente un po' potrebbe inficiarti la Pasquetta). È una macchina a caso. Motivando questo insano gesto con questa spiegazione per lui perfettamente sensata "ma se siamo nei pressi di questo posto turistico, questi andranno lì!". Al che io, che ho sempre rotto le palle per vocazione, dicevo "ma se questo sta andando a casa della sua donna a fare Pasquetta col cognato noi che facciamo? Ci sediamo anche noi a discutere dell'eredità e ad abboffarci di fettine panate come Kiss Me Licia? Facciamo anche i complimenti per la casa nuova?" Al che lui mi mandava a cagare ed eravamo pari. Però siamo sempre arrivati, a onor del vero. Sempre tipo a Pasquetta dell'anno dopo, ma arrivavamo. E vi dico questo perché il lunedì dell'Angelo si festeggia essenzialmente per un errore. Perché nel vangelo c'è scritto che "Il giorno dopo la Pasqua" le donne videro Gesù, peccato che la Pasqua degli ebrei era il sabato, non la domenica. Questi sono sempre quelli di Nicea, così imparano a fare le leggi religiose dopo l'amaro Averna. Vi posso dire invece che l'idea di festeggiare fuori porta è sempre suggerita dal vangelo, visto che Gesù il giorno dopo essere risorto apparve a due discepoli che stavano andando verso un'altra città e fece il cammino con loro. Caro Gesù, ti capisco. Visto che il pic-nic di mio padre prevedeva anche un'altra cosa. Una scarpinata orva. Perché chissà per quale motivo c'erano sempre 87.000 scale per raggiungere la tale cattedrale, il tale mausoleo o il tale obelisco ciolliforme. Roba che poi tu passavi grondando sudore come Pumba quando è inseguito dalle iene e dovevi fare i saltini nei ruscelli sulle birre messe a rinfresco come la versione poverissima di Kim Possible mentre i proprietari delle suddette birre ti guardano con la pietà negli occhi della serie "guarda questo, così giovane, già va in gita con le comunità"... Poi arrivavi e non c'era Emmaus, di solito c'era solo una camera di intonaco scrostato con scritto da un lato "Ecce Christi". Che la bestemmia ti saliva e tu evitavi, la trattenevi come i rutti quando sei alla Posta solo perché dopo la scarpinata, mentre l'acido lattico ti saliva al cervello mandandolo in pappa, Gesù lo vedevi proprio, ammantato di luce e in tecnicolor, e l'ultimo tuo pensiero prima di precipitare nell'oblio dell'ipossia era che lui risorgeva e tu morivi, così finivate uno a uno. Finalmente, dopo tanto tribolare: buona Pasqua a tutti, belli! Pippa Mentale Fonte: https://lapippamentale.wordpress.com/, 4 aprile 2015.
- Il sindaco di Capracotta scatena le ire degli animalisti
L'utilizzo dei social network, Facebook e Twitter in particolare, rappresenta, spesso, un'arma a doppio taglio per il comune cittadino, magari non consapevole del tutto, nel momento in cui scrive e posta un proprio pensiero, che i suoi lettori potenziali non hanno limiti territoriali, se non l'estensione planetaria. Ancora maggiore accortezza dovrebbe possedere chi opera all'interno delle istituzioni, soprattutto se trattasi di un amministratore democraticamente eletto dai cittadini, i quali si aspettano di esserne degnamente rappresentati. All'indomani di quasi tutte le elezioni amministrative, la più scontata e classica delle frasi che il primo cittadino, neo eletto, proclama in pubblico è: "Sarò il sindaco di tutti". In realtà è un'affermazione inutile, perché non si tratta di una scelta, davvero dovrà rappresentare il suo paese o la sua città senza fare distinzioni di sorta fra chi lo aveva sostenuto e votato e chi no. Candido Paglione, primo cittadino del comune di Capracotta, in provincia di Isernia, si è apparentemente dimenticato di applicare quest'ovvio principio, postando sulla sua pagina Facebook, lo scorso lunedì 26 marzo, un personale pensiero, che ha spaccato in due la sua comunità e quella del web. In realtà più la seconda, giacché la prima l'ha in maggioranza difeso a spada tratta... ma veniamo ai fatti. Il piccolo comune molisano (meno di mille abitanti), evidentemente fiero del suo antico retaggio, fa della pastorizia una delle attività economiche di maggior impatto a livello sociale. Visto l'appropinquarsi della Pasqua imminente, il solerte Paglione, per la cronaca anche veterinario (!) e, a detta di alcuni suoi amici che hanno commentato il post, di estrazione politica "sinistra", quindi come minimo ambientalista, ha pensato bene di inserire nella sua pagina, la foto di alcune pecore che brucano l'erba, con l'inquietante sovrascritta: "A Pasqua salva un pastore... mangia un agnello!". È stato davvero inevitabile suscitare l'ira degli animalisti, dei vegani e di chi conosce molto bene le crudeltà cui bisogna sottoporre sia i cuccioli, sia le loro madri, alle quali sono sottratti, per accontentare le fameliche tavolate "umane", durante le festività. Si rendono necessarie diverse precisazioni, nel merito. Chiaro che, come abbiamo già sopra evidenziato, immaginiamo siano davvero tante le famiglie di quel paese che lavorano e vivono grazie all'allevamento ovino. Da qui l'istinto di conservazione, in un periodo di forte crisi economica, può apparentemente trovare una sorta di giustificazione negli osanna mediatici che tanti concittadini del Candido (di nome...) Paglione, hanno immediatamente profuso in suo favore. Detto ciò, resta che un sindaco, dietro la scrivania della sua stanza municipale, oltre alla bandiera con lo stemma del paese, mostra con doveroso orgoglio, anche quelle dell'Italia e dell'Europa, infine, appesa alla parete, la foto del Presidente della Repubblica. In sintesi, egli rappresenta le istituzioni continentali all'interno del Paese che l'ha democraticamente eletto. Ciò non gli dovrebbe consentire, nelle vesti di cui sopra, simili prese di posizione, che, in maniera alquanto becera, vanno a offendere la sensibilità degli animi di coloro la pensino diversamente, per quanto in probabile minoranza. Non tragga, altresì, in inganno, l'analisi letteraria del nome "Capracotta", che potrebbe portare a giustificare, in parte, questa contestata forma di pubblicità indiretta. Il primo cittadino dovrebbe ben conoscere, almeno si suppone, le origini, le leggende e la storia del paese che è stato chiamato a rappresentare. Per quanto, come spesso accade in Italia, siano controverse e discusse, mai del tutto certe, in questo caso sono, invece, alquanto probabili. La combinazione di due antichi termini italici, kapp, che significa "luogo alto", e kott, "luogo roccioso", ne spiega, tutto sommato facilmente, le radici etimologiche. In realtà esiste anche una seconda, meno attendibile, ma non impossibile da scartare, origine del toponimo. Una leggenda, ben descritta con un esplicito dipinto proprio sullo stemma del paese, narra che degli zingari decisero di accamparsi in quei luoghi, accesero un fuoco per cucinare una capra, ma quest'ultima riuscì a fuggire saltando sopra i ceppi ardenti. Anche da questa sorta di mito si può facilmente trarre la morale che la povera bestia non avesse intenzione alcuna di farsi cibo per gli umani, quindi le loro stesse origini dovrebbero insegnare qualcosa al sindaco e ai suoi concittadini carnivori. Sappiamo bene quanto all'interno delle istituzioni, troppo spesso l'ipocrisia regni sovrana. Basti pensare al rilevante gettito economico che le vendite dei prodotti del tabacco, rivestono per il Paese, grazie al Monopolio delle stesse. Non sarebbero, però, ammissibili, spot pubblicitari per favorirne l'acquisto, al contrario vietati, mentre, in maniera, lo ripetiamo, assolutamente ipocrita, sono spesso trasmesse delle "pubblicità progresso" che ne spiegano i pericoli per la salute. È da ritenersi, pertanto, esecrabile l'utilizzo strumentale che il sindaco di Capracotta ha fatto della sua pagina Facebook, a prescindere da come la si pensi nel merito delle scelte personali in fatto di alimentazione. Nella più totale libertà, dono inestimabile che abbiamo ricevuto in eredità dai tanti patrioti, che hanno combattuto e sconfitto il nazifascismo, ognuno è libero di nutrirsi come meglio ritiene opportuno, ma tale libertà non deve ledere le sensibilità delle minoranze, le quali dovrebbero essere maggiormente protette, perché tali, da chi le rappresenta, nel rispetto della Costituzione e delle leggi che ne derivano. Fabio Rosica Fonte: https://www.notizienazionali.it/, 28 marzo 2018.
- Neritini che si distinguono
Nardò, 11 novembre 1912. Con vivo compiacimento apprendiamo i successi e le entusiastiche manifestazioni raccolte dal valoroso e geniale maestro signor Saulle Marzano, direttore della Banda Verde di Piedimonte d'Alife, in provincia di Caserta, diplomato due anni or sono dal Conservatorio di Napoli. In un giro di due mesi nelle provincie napoletane e molisane egli ha avuto sempre dei trionfi e a Capracotta si congratularono con lui il ministro on. Tedesco e tutti i villeggianti di diverse nazionalità. Al ritorno del concerto a Piedimente ha avuto accoglienze unanimi e festose dalla cittadinanza, e nel banchetto offertogli brindarono e inneggiarono al valore del giovane maestro il sindaco, i rappresentanti le associazioni e le più spiccate notabilità piedimontesi, a cui rispose commosso l'egregio musicista ringraziando per le attestazioni di stima e di simpatia tributategli. Anche Manfredi Marzano, suo fratello, militare a Spezia e direttore di quella banda cittadina, ha dato nel salone dell'Unione Fraterna una serata musicale, rivelandosi compositore e direttore d'orchestra, come pubblica "Il Comune di Spezia", dando prova di sicura conoscenza della direzione orchestrale e di avere una grande anima d'artista. Ai due fratelli Saulle e Manfredi Marzano, che col loro fratello maggiore Mario Marzano, direttore della nostra Banda Verde, onorano Nardò, i nostri rallegramenti e augurii di maggiori successi. Kleio Fonte: Kleio, Note neritine, in «Corriere Meridionale», XXIII:43, Lecce, 14 novembre 1912.
- Il ministro degli Esteri Guido Di Tella
La vita di Guido Di Tella si è mossa principalmente lungo due direttrici, la politica e l'insegnamento, e va analizzata di pari passo con la storia argentina del secondo Novecento, specificatamente sotto le luci e le ombre del peronismo, un'ideologia che ha permeato l'intero spettro partitico dell'Argentina dal 1946 ad oggi. Secondogenito del capracottese Torquato, Guido studiò dapprima presso la Escuela Argentina Modelo e poi alla Universidad de Buenos Aires, dove ottenne la laurea in Ingegneria industriale nel 1955, anno in cui il suo Paese conobbe la Revolución Libertadora che portò alla destituzione di Juan Domingo Perón (1895-1974). A dispetto del padre, Guido aveva trascorso la prima gioventù a stretto contatto con la Democracia Cristiana e con la Línea Recta ma, dopo aver visto da vicino la brutale repressione che aveva accompagnato il colpo di Stato del '55, si convertì apertamente al peronismo durante una congiuntura politica tutt'altro che favorevole, visto che il generale Perón era in esilio, molti dei suoi accoliti si trovavano in carcere e ogni espressione di sostegno al suo governo o al suo partito erano vietate e perseguite. Assieme al fratello maggiore Torcuato Salvador, Guido rilevò l'azienda di famiglia - la Siam - nella seconda metà degli anni '50 ma, per la poca esperienza imprenditoriale del nostro e per il ciclo economico negativo, l'azienda andò incontro a un lungo e tormentato periodo di crisi, aggravato da alcuni investimenti finanziari sbagliati. Nel 1959 Guido proseguì la propria formazione accademica col conseguimento del dottorato in Economia presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, per dedicarsi quindi all'insegnamento di materie economiche presso l'università cittadina e la Universidad Católica Argentina. Con la Siam in bilico tra continue depressioni e ripartenze, gli sforzi dei fratelli Di Tella si concentrarono sulla fondazione dell'Instituto Di Tella (1958), celebre nel Sudamerica degli anni '60 per il mecenatismo in favore di sperimentatori d'ogni sorta, compositori e artisti d'avanguardia. Inoltre, grazie al Centro de Desarrollo económico social, l'Istituto si dedicava anche alla ricerca in campo socioeconomico, un ambito particolarmente caro a Guido. All'interno del Centro egli si impegnò nella didattica e nell'organizzazione della ricerca scientifica, e lì elaborò la teoria del desarrollo indirecto (sviluppo indiretto), difendendo le proprie tesi in numerosi articoli pubblicati tra la fine degli anni '60 e il principio dei '70. Nel 1968 Guido Di Tella incaricò l'architetto Clorindo Testa di progettare la sua casa, lo studio e la collezione d'arte nel quartiere di Belgrano, un'abitazione che divenne un mirevole esempio di architettura brutalista argentina (nel 2011 la casa sarà demolita per costruirvi un condominio). Durante gli anni '60-'70 tutti i governi argentini eletti furono rovesciati da golpe militari caratterizzati da esplosioni di violenza politica e conflitto sociale. Ciononostante in quegli anni l'economia argentina registrò i più alti indici di crescita del mondo e nel maggio 1972 Guido Di Tella fece parte del séguito che riportò in patria Perón dopo ben 17 anni di esilio forzato. Di Tella presiedette dapprima il Fondo nacional de las Artes sotto la breve presidenza di Héctor José Cámpora (1973) e, nel successivo governo di Isabel Martínez de Perón (1974-76), vedova del generale, fu nominato sottosegretario all'Economia, dicastero allora presieduto da Antonio Cafiero. Nel frattempo, dopo le ripetute crisi economiche e un'inflazione galoppante, l'azienda di famiglia venne nazionalizzata, per scivolare nel 1981 in una disastrosa bancarotta e quindi essere definitivamente liquidata nel 1994. Dopo l'ennesimo rovesciamento militare del 24 marzo 1976, guidato stavolta da Jorge Rafael Videla, il nostro fu arrestato insieme ad altri leader peronisti e imprigionato sulla nave 33 Orientales, ove conobbe Carlos Saúl Menem. Grazie all'intercessione di alcuni economisti che in passato avevano apprezzato il suo lavoro presso l'Instituto Di Tella - tra cui l'allora ministro dell'Economia José Alfredo Martínez de Hoz - Guido venne infine liberato e andò in esilio in Inghilterra, stabilendosi a Oxford con una borsa di studio al St. Antony's College, dove pubblicò alcuni volumi sull'Argentina peronista e sulla propria esperienza politica. Dopo il ripristino del governo civile nel 1983, Di Tella fu eletto deputato federale e fece ritorno in Argentina; grazie all'amicizia con Cafiero, ormai leader della Renovación peronista, riallacciò subito i contatti col Partido Justicialista e durante il governatorato della Provincia bonaerense (1987-91), Guido Di Tella sostenne la candidatura di Antonio Cafiero alla presidenza. Tuttavia, quando alle elezioni presidenziali del 1989 questi venne sconfitto, Menem nominò Di Tella viceministro dell'Economia, come secondo di Miguel Roig, responsabile assieme a Domingo Cavallo del cambio fisso peso-dollaro a contenimento dell'inflazione. In séguito, il presidente lo nominò prima ambasciatore negli Stati Uniti, dove diede l'avvio a strettissimi rapporti diplomatici, poi, nel febbraio 1991, ministro della Difesa, ed infine, appena sei giorni dopo, gli offrì il dicastero degli Affari esteri. Il mandato ministeriale di Guido Di Tella agli Esteri è il più lungo della storia d'Argentina, 8 anni e 10 mesi: il suo ufficio cominciò il 1° febbraio 1991 e terminò il 10 dicembre 1999, in concomitanza con la fine del governo Menem. La linea principale della sua politica - coerente con quella del defunto padre - fu quella di rivendicare a gran voce, per l'Argentina, un posto all'interno del cosiddetto "primo mondo", da ottenere attraverso fitte relazioni diplomatiche e commerciali coi paesi dell'Europa centrale. È sotto questa lente interpretativa che bisogna leggere la riorganizzazione dei rapporti col Regno Unito voluta da Di Tella, dopo che l'infausta guerra delle Falkland (1982) aveva seriamente minato - per non dire compromesso - i rapporti fra i due Stati. Guido Di Tella decise invece di accantonare la disputa sulla sovranità territoriale delle isole atlantiche, portando avanti rapporti bilaterali basati su distensione e cooperazione reciproca. Va detto che questo incessante lavorio diplomatico col Regno Unito fu forse il suo maggior risultato politico. Dal punto di vista interno, il ministro pose l'accento sulla problematicità dei rapporti tra lo Stato centrale argentino e gli abitanti delle Malvine - i cosiddetti kelpers -, predisponendo una politica accomodante di donativi nei loro confronti: il principale risultato fu quello di rendere permanente la presenza argentina sulle isole ma probabilmente non riuscì a migliorare l'immagine del Paese sudamericano tra gli isolani. A tal proposito resta celebre la sentenza fornita da Di Tella a coloro che tacciavano la sua politica estera di "frivolezza": «Preferisco che i kelpers ci considerino frivoli (boludos) piuttosto che pericolosi». Al termine del governo Menem, Di Tella organizzò pure un incontro col ministro degli Esteri britannico Robin Finlayson Cook e con diversi rappresentanti delle Isole Falkland per avviare negoziati che portassero all'istituzione di rotte commerciali tra l'Argentina e le isole stesse, come poi effettivamente avvenne. Un altro obiettivo importante conseguito dal ministro Di Tella fu quello di aver posto fine alle dispute di confine col Cile. Un primo accordo internazionale del 2 agosto 1991 definiva la risoluzione della controversia del litigio del campo de hielo Patagónico Sur dividendo in due parti uguali l'area geografica della Patagonia meridionale; successivi trattati e lodi arbitrali ritoccarono ulteriormente i confini firmati nell'accordo originario fino a giungere alla sentenza definitiva del 21 ottobre 1994 emessa dal Tribunale arbitrale, appositamente nominato dalle parti, in cui veniva riconosciuta la sovranità della maggior parte del territorio conteso allo Stato argentino. I detrattori del peronismo ditelliano non smisero mai di biasimare la politica estera argentina degli anni '90, definendola sfacciatamente filoamericana, costantemente deferente nei confronti della superpotenza, ossequiosa ad ogni iniziativa statunitense presso l'Onu. A questa e ad altre critiche Guido Di Tella rispose con fine sarcasmo, definendo "carnali" i propri rapporti con gli Stati Uniti. Al di là di ogni provocazione dialettica, i benefici e i vantaggi di questa politica furono stringati dallo stesso Di Tella in un'altra uscita lapidaria: «L'Argentina è diventata oggi un paese chiaramente affidabile. Nel mondo i bassi standard di affidabilità esistono e di certo non ce ne siamo inventati uno speciale tutto per noi». Come anticipato, la fine della carriera politica di Guido Di Tella coincise con quella del mandato presidenziale di Carlos Saúl Menem ma fu segnata da un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti per la presunta vendita di armi a Ecuador e Croazia, nonostante l'embargo delle Nazioni Unite. Il processo a suo carico non fu mai celebrato poiché una malattia degenerativa se lo portò via nella sua casa di campagna. Guido aveva cinque figli. È l'unico dei tre grandi Di Tella d'Oltreoceano a non aver mai visto Capracotta. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; T. C. Cochran e R. E. Reina, Entrepreneurship in Argentine Culture. Torcuato Di Tella and Siam, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2012; Y. Dezalay e B. G. Garth, The Internationalization of Palace Wars. Lawyers, Economists, and the Contest of Transform Latin American States, The University of Chicago Press, Chicago-London 2002; G. Di Tella, Argentina Under Perón 1973-76, The MacMillan Press, London, 1983; G. Di Tella e D. C. Watt, Argentina between the Great Powers: 1939-46, The MacMillan Press, London, 1989; G. Di Tella e C. R. Braun, Argentina 1946-83. The Economic Ministers Speak, St. Martin's Press, New York, 1990; A. Giunta, Avant-Garde, Internationalism, and Politics. Argentine Art in the Sixties, Duke University Press, Durham-London 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Paternosto, The Stone and the Thread: Andean Roots of Abstract Art, University of Texas Press, Austin 1996; L. Zanatta, I sogni imperiali di Perón. Ascesa e crollo della politica estera peronista, Libreria Universitaria, Padova 2016.
- Il sociologo Torcuato Salvador Di Tella
Torcuato Salvador portava lo stesso glorioso nome del padre, l'industriale e filantropo capracottese Torquato Di Tella, tanto che durante la propria esistenza dimostrò un'eccezionale continuità politica ed intellettuale con l'ideale paterno. D'altronde, essendo il figlio maggiore, Torcuato si ritrovò troppo presto a gestire l'azienda di famiglia - oltre 6.000 dipendenti e un marchio, ribattezzato Siam Di Tella, di vasta eco in tutto il Sudamerica -, dapprima sotto la supervisione del cugino Torcuato Alfredo Sozio (1918-1976), poi assieme al fratello Guido, di due anni più giovane. Laureatosi nel 1951 in Ingegneria industriale presso la Universidad de Buenos Aires, la viva passione di Torcuato restava però quella per la ricerca in campo sociologico e politologico, con speciale riferimento ai profili comparativi degli Stati latinoamericani, finché nel '53 conseguì il Master of Arts in Sociologia presso la Columbia University di New York, dove seguì con fervore le lezioni del funzionalista Seymour Martin Lipset, per cominciare poi un dottorato alla London School of Economics. Dopo un'esperienza lavorativa in Cile, ove condusse ricerche sui sindacati del carbone e dell'acciaio in collaborazione col sociologo francese Alain Touraine, tornò a Buenos Aires per lavorare all'interno del Dipartimento di Sociologia dell'università cittadina a stretto contatto con altri illustri sociologi italo-argentini, tra cui Gino Germani e Fernando Jorge Devoto. All'interno di quel dipartimento Di Tella e Germani crearono "Desarrollo Económico", una rivista quadrimestrale che ben presto diventò la più importante nell'ambito delle scienze sociali. Torcuato fu visiting professor presso numerose università internazionali, tra cui quelle di Londra, Oxford, Parigi, Austin, New York, Berkeley, Tel Aviv e Kobe. Fondatore e animatore, assieme al fratello, dell'Instituto Di Tella, nel 1964 Torcuato pubblicò il suo primo saggio, "El sistema político argentino y la clase obrera", dando l'avvio ad una ininterrotta serie di pubblicazioni scientifiche, tutte in bilico tra la scienza politica e la sociologia. Tra le sue opere menzioniamo quelle più importanti: "Huachipato et Lota" (1967); "Populismo y contradicciones de clase en Latinoamérica" (1973); "Sociología de los procesos políticos" (1985), tradotta nel 1993 per Feltrinelli col titolo "Tra caudillos e partiti politici: la mobilitazione sociale in America Latina"; "Diccionario de ciencias sociales y políticas" (1989); "Historia de los partidos políticos en América Latina" (1993); "Historia social de la Argentina contemporánea" (1998); "Perón y los sindicatos" (2003) ed infine una raccolta multidisciplinare edita in 4 volumi, il celebre "Repertorio político latinoamericano" (2007). Nel 1986 Di Tella ricevette il Konex Platinum Award per il fondamentale contributo, sia in prospettiva teorica che comparata, alle scienze sociali. Insomma, se il fratello Guido fu un valente economista, Torcuato fu di certo un insigne sociologo. Nel cercare un comune denominatore all'interno del pensiero ditelliano, appare chiaro che Torcuato Salvador tentò costantemente di risolvere l'annoso conflitto tra l'astrazione della teoria e la realtà analizzata, per cui quest'ultima avrebbe sempre dovuto adattarsi alla prima. E uno dei luoghi fisici in cui la tensione intellettuale del nostro produsse risultati concreti fu certamente Villa La Pietra a Firenze, sede del campus della New York University, ove Di Tella accolse spesso capi di Stato ed intellettuali di caratura mondiale, da Tony Blair a Bill Clinton, passando per Philippe Schmitter, al fine di comporre una strategia per la cosiddetta "terza via" argentina, ovvero tracciare un percorso politico autonomo, endogeno ed equidistante dalla dicotomia mondiale capitalismo/socialismo, un solco culturale nel quale incanalare il processo di normalizzazione postperonista, capace al contempo di contenere germi di matrice europea. Nel suo ruolo di maggior sociologo argentino, Torcuato si spese molto nella ricerca di un modello che conciliasse, a livello teorico, la giustizia sociale con l'uguaglianza e, a livello pratico, l'esperienza peronista col socialismo democratico. Presto si convinse che il sistema politico che meglio raccordava teoria e pratica - ciò che egli definiva "prassi" - fosse la moderna socialdemocrazia, quella che si identificava nelle politiche del welfare State, prediligendo la democrazia parlamentare e il mercato capitalistico, l'intervento regolatore dello Stato nonché la redistribuzione del reddito su base egualitaria. L'ossessione di Torcuato era dunque quella di creare in Argentina istituzioni culturali e politiche in grado di guidare questa corrente di pensiero: oltre all'Instituto Di Tella egli diede vita al Departamento de Sociología de la Fundación Bariloche, al Ciclo básico común presso la Universidad de Buenos Aires (di cui era diventato professore emerito) ed infine alla Universidad Torcuato Di Tella, oggi prestigioso istituto universitario che accoglie, in una sorta di partnership, studenti provenienti da altre realtà accademiche ed istituzionali, e che propone una sconfinata serie di attività culturali e sportive, workshop e convegni. Torcuato Salvador Di Tella ha sempre cercato di sviscerare e chiarificare le apparenti contraddittorietà di «questa complicata nazione che è la Repubblica Argentina», rappresentando dunque un pilastro per lo sviluppo della sociologia argentina - e di quella sudamericana in generale - e per la formazione di una specifica comunità accademica, che ha prodotto nei decenni tantissimi studiosi di valore internazionale. Sostenitore dell'interazione fra intellettuali provenienti da ambienti diversi, Di Tella ha rappresentato un punto di riferimento di grande autorevolezza, un empirista che lavorò con i modelli sistemici, ma non per questo lontano dai mutamenti storici o restio a confrontarsi con le diverse scuole di pensiero dei suoi colleghi, mantenendo un profilo umano di contagiosa giovialità e profonda generosità. In veste politica Torcuato Salvador Di Tella fu sempre affiliato al Partido Socialista, sotto il cui simbolo ricoprì vari incarichi pubblici: il 25 maggio 2003 venne infatti nominato ministro della Cultura durante il primo governo di Néstor Kirchner (2003-2007), anche se, nel novembre 2004, fu costretto alle dimissioni per alcune frasi inopportune - e mal interpretate dalla stampa nazionale - in cui esprimeva molti dubbi sull'effettivo valore dell'amministrazione argentina. Da ministro il suo obiettivo dichiarato fu comunque quello di federalizzare la cultura, ovvero decentrarla, portandola in tutte le periferie del Paese. A tal fine, ebbe modo di dire: «Non voglio niente di nuovo per Buenos Aires se non promuovere la cultura popolare, valorizzare quella aborigena e farla circolare in Argentina, soprattutto attraverso le biblioteche pubbliche». Torcuato fu infatti il maggior promotore dell'apertura del Museo de Arte oriental di Rosario e del Museo argentino de Arte precolombino. Dopo la breve parentesi ministeriale il nostro fu proposto nel 2009 come possibile ambasciatore argentino in Gran Bretagna, ma il presidente Cristina Fernández de Kirchner decise di lasciare vacante il posto in segno di protesta per la secolare contesa delle Isole Falkland. Nel settembre 2010 la Kirchner lo nominò invece ambasciatore argentino in Italia, a cui si aggiunse l'anno dopo anche la nomina a console d'Albania. Torcuato tenne l'ambasciata di piazza dell'Esquilino per tutto il mandato presidenziale e fu sollevato dall'incarico soltanto dopo l'elezione di Mauricio Macri, attuale presidente di centrodestra del Paese sudamericano. Nei primi anni 2000 Torcuato era stato ospite a Capracotta in occasione di un convegno sull'emigrazione, cerimonia durante la quale fu intitolata una strada a suo padre nella zona artigianale del paese. Ma da ambasciatore egli viaggiò in lungo e in largo per l'Italia e dal 2012 in poi è sempre tornato a Capracotta, tanto che nel 2014 partecipò ai solenni festeggiamenti in onore della Madonna di Loreto. Durante una cerimonia organizzata nell'estate 2013 dall'associazione culturale "Amici di Capracotta", Di Tella dichiarò: «Nella mia famiglia c'era molta immaginazione su Capracotta perché, anche se mio padre non ricordava molto perché è andato via in tenera età, le mie zie mi parlavano sempre di Capracotta. Inoltre, dopo la guerra, mio padre non è più potuto rientrare in Italia a causa del suo impegno politico antifascista. Quindi, per me, da bambino, Capracotta era un luogo onirico, un luogo dell'immaginazione». Torcuato Salvador Di Tella riposa nel cimitero bonaerense di Chacarita. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; T. C. Cochran e R. E. Reina, Entrepreneurship in Argentine Culture. Torcuato Di Tella and Siam, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2012; T. S. Di Tella, Sociologia de los procesos politicos, Eudeba, Buenos Aires 1985; T. S. Di Tella, Tra Caudillos e partiti politici, Feltrinelli, Milano 1993; T. S. Di Tella, Le forze popolari nella politica argentina. Una storia, Ediesse, Roma 2012; G. Germani, T. S. Di Tella e O. Ianni, Populismo y contradicciones de clase en Latinoamérica, Era, Ciudad de México 1973. N. M. Girbal-Blacha, Mitos, paradojas y realidades en la Argentina peronista: 1946-1955, Universisad Nacional de Quilmes, Buenos Aires 2003; N. Kirchner e T. S. Di Tella, Después del derrumbe. Teoría y práctica política en la Argentina que viene, Galerna, Buenos Aires 2003; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; A. Monza, Sraffa y sus usos, Ides, Buenos Aires 1985.
- L'imprenditore e filantropo Torquato Di Tella
Torquato Di Tella nacque a Capracotta nella primavera del 1892, ultimo dei cinque figli di Amato Nicola e Anna Maria Di Tella, nonché nipote di Giuseppe Tommaso Di Tella, barone di Sessano. Nel 1894 la sua famiglia decise di partire alla volta delle Americhe in cerca di fortuna su invito dello zio Carmine, che in Argentina aveva impiantato con discreto successo una piccola gioielleria. Amato Nicola e il fratello Salvatore decisero però di dedicarsi al tabacco, aprendo un laboratorio di sigari nella città di Buenos Aires. Data la congiuntura economica negativa, in pochi anni furono costretti a chiudere la loro attività e agli albori del nuovo secolo, con l'aiuto del consolato, fecero ritorno in Italia, stabilendosi a Bagnoli del Trigno, dove Amato Nicola riuscì ad affittare degli appezzamenti di terra, vivendo modestamente ma tranquillamente in una grande masseria. Sarà per questo che, una volta adulto, Torquato ripeterà spesso che «la terra non tradisce». Sempre in Molise Torquato terminò la scuola elementare e proseguì negli studi finché, nel 1905, venne improvvisamente a mancare il padre. La vedova Anna Maria rimase sola con le figlie e col tredicenne Torquato, e soprattutto con una masseria che richiedeva un lavoro continuo e faticoso, che lo zio Salvatore non poteva assolvere. Su invito dei familiari rimasti in Argentina, i Di Tella ripartirono alla volta dell'Argentina, stabilendosi stavolta nel barrio Caballito di Buenos Aires, in una casa di avenida Acoyte. In Italia rimase il fratello maggiore di Torquato, Giuseppe (1876-1942), che com'è noto diventerà uno dei più validi studiosi italiani di selvicoltura. Deciso a diventare ingegnere, Torquato continuò gli studi superiori, dando gli esami da esterno nel Colegio Mariano Moreno, e alla fine del 1910, all'età di 18 anni, ebbe la sua prima grande occasione grazie ai fratelli Alfredo e Guido Allegrucci, entrambi meccanici italiani arrivati dal Brasile con un discreto capitale, che, apprezzando il dinamismo del giovane Di Tella, gli proposero di fondare una piccola fabbrica di macchine impastatrici. L'esigenza di produrre questi macchinari era figlia di un'ordinanza comunale che obbligava tutti i forni bonaerensi a dotarsi di impastatrici industriali per la panificazione. Il 27 dicembre 1910 Torquato e soci affittarono un locale a La Rioja dove predisposero l'assemblaggio della nuova impastatrice - con piccole ma decisive modifiche che ne miglioravano l'efficienza - e l'anno seguente la brevettarono col marchio Siam, il cui acronimo in principio stava per Sociedad Italiana de Amasadoras Mecánicas (proprio per sottolineare il rapporto strettissimo con la Patria) e che solo in un secondo momento diventerà Sociedad Industrial Americana de Maquinarias, ponendo l'accento sull'americanità del sogno ditelliano. Cinque anni dopo la Siam era già un'azienda di successo ma il Di Tella si arruolò nell'esercito italiano come ufficiale del genio, destinato come tanti coetanei a donare il proprio contributo a una guerra lunga e logorante. Durante gli eventi bellici Torquato tenne comunque vivi i contatti con gli Allegrucci, responsabili dell'esportazione dell'impastatrice Siam in Spagna. Dopo aver ricevuto ben tre decorazioni al merito, nel 1919 Torquato fece ritorno definitivo in Argentina, dove poco dopo conseguì l'agognata laurea in Ingegneria. Negli anni '20 la Siam conobbe la sua prima vera espansione industriale grazie a un accordo di licenza esclusiva siglato con la Wayne Pump Company per la produzione e montaggio di colonnine distributrici di carburante, cui seguirono l'ampliamento della fabbrica, che divenne in grado di produrre da sé tutti i componenti metallici, e la commercializzazione di utensili ed accessori destinati alle stazioni di servizio. Torquato ottenne persino la concessione della Shell-Mex, arrivando a possedere in breve tempo decine di distributori di carburante nella Capitale, a cui si aggiunse nel 1924 l'ufficio Siam di Londra e la presidenza presso la Compañía Mercantil Energina. In questo clima di grande ottimismo e floridi risultati economici la Siam cominciò una lunga relazione commerciale con gli Yacimientos Petrolíferos Fiscales (YPF), l'impresa petrolifera statale di cui Di Tella diventerà il principale agente economico. Il grande impatto della Siam sul mercato argentino fu tale anche dopo l'interruzione dei contratti con la Wayne, allorché apparvero i primi distributori a marchio Siam, con conseguente acquisto dei terreni di Avellaneda, sui quali fu impiantanto un enorme stabilimento industriale che nei decenni a venire rappresenterà il centro nevralgico dell'impero produttivo Siam. Nel 1928 - anno in cui Torquato Di Tella sposò Maria Robiola (1895-1967) - sorsero le succursali di San Paolo in Brasile, di Santiago del Cile e di Montevideo in Uruguay, tutte importantissime unità produttive. Nello specifico, l'aumento delle attività industriali e delle vendite provocarono ricavi su base annua di circa un milione di pesos netti nel 1924, oltre 3 milioni nel 1925-26, per arrivare a 4.800.000 nel seguente anno fiscale e a quasi 6 milioni nel luglio 1929. È chiaro che la biografia di Torquato Di Tella è inestricabilmente legata alle vicende della sua creatura, la Siam. E parlare di politica industriale argentina significa concedere molto spazio agli stravolgimenti politici, vista l'atavica instabilità dello Stato argentino. Non è infatti un caso se Di Tella abbia stretto rapporti con moltissimi protagonisti della politica sudamericana, a partire dal presidente Hipólito Yrigoyen, il cui governo (1928-30), incline a favorire l'ampliamento su scala del monopolio statale riguardo la distribuzione e vendita dei combustibili, mise nelle mani dello Stato il controllo effettivo sui giacimenti petroliferi e, di conseguenza, concesse alla Siam ampi spazi di manovra nelle contrattazioni con YPF. Purtroppo, la grande depressione del '29 e la successiva rivoluzione che portò alla dittatura di José Félix Uriburu (1930-32), causarono drastici cambiamenti all'interno di YPF e molti direttori persero il proprio incarico, incluso il generale Enrique Mosconi, amico di Torquato, interrompendo di fatto la collaborazione con la Siam. I grandi ampliamenti industriali voluti dal nostro cominciarono dunque a pesare sulle finanze dell'azienda e gli anni Trenta si aprirono in un clima torbido, acuito dalla diminuzione delle vendite. Nonostante ciò, Di Tella ancora una volta fu eccezionale nel volgere a proprio vantaggio quella che sembrava una combinazione disastrosa. Le misure conservatrici - diciamo pure autarchiche - adottate dal governo per far fronte alla crisi economica si concentrarono perlopiù nell'aumento dei dazi doganali sui beni d'importazione, a tutto vantaggio dei produttori interni. Infatti, dopo aver ottenuto dalla Permutit Company la licenza di produrre pompe idriche, arrivò il grande business ditelliano: gli apparecchi di refrigerazione. La vendita di frigoriferi commerciali e domestici esigeva però una rete aziendale molto estesa su tutto il territorio argentino e, siccome questi elettrodomestici richiedevano procedure di installazione ed assistenza meccanica, Torquato giunse all'organizzazione di concessionarie in tutto il Paese. Nel 1936 Di Tella firmò un accordo con la Nash-Kelvinator Corporation per la fornitura di piattaforme di difficile fabbricazione in Argentina e nello stesso anno il governo abolì le restrizioni imposte all'attività di YPF, cosicché vi fu una discreta ripresa della vendita dei distributori di carburante: la continua diversificazione dell'offerta fu chiaramente la soluzione migliore per ridurre al minimo il rischio finanziario. La Siam si avviava ora verso una nuova grande espansione, con Torquato saldo al comando e con crescenti relazioni estere. Fu infatti firmato un contratto con la Pomona Pumps per la fornitura di componenti per pompe a turbina e nello stesso periodo la celebre Westinghouse Electric decise di chiudere la filiale argentina lasciando alla Siam l'esclusiva sui propri prodotti. Il contratto, siglato nel 1940, segnò una tappa decisiva nella carriera imprenditoriale del Di Tella poiché non solo permise la realizzazione di prodotti elettronici all'interno dei confini nazionali - è fondamentale evidenziare che nel 1938 il governo argentino impose forti restrizioni alle importazioni dagli Stati Uniti - ma fornì anche assistenza tecnica e logistica alla ditta. Tutto ciò obbligò la Siam a trasformare le proprie officine in un sistema razionale e coordinato di produzione seriale. Inoltre, tramite questo accordo, la Siam ebbe la possibilità concreta di accedere a tutte quelle novità tecnologiche sviluppate dalla società nordamericana. Di Tella dimostrò di essere un pioniere anche in ambito sociale, giacché fu il primo industriale argentino ad istituire i bonus di produzione e nel 1934 introdusse un programma di assistenza sociale che, in caso di malattia, garantiva al dipendente la conservazione del posto di lavoro fino a 18 mesi dopo il congedo, e durante quel periodo gli veniva corrisposto uno stipendio calcolato sulla base degli anni di lavoro accumulati in azienda. Grazie allo spirito imprenditoriale e al dinamismo del suo fondatore, la Siam era dunque diventata la più grande e moderna azienda di elettrodomestici di tutto il Sudamerica. Per tentare un equilibrio tra il protezionismo industriale e le tutele dello Stato sociale, Torquato decise però di parlare a una platea più vasta come la Unión Industrial Argentina, presieduta dall'imprenditore Luis Colombo. All'interno di questa istituzione Di Tella diede vita a una sorta di forum aperto alla società argentina che prevedesse pure un centro di ricerca e di conferenze industriali, mentre il comitato direttivo dell'Unione si andava via via componendo di personaggi di grande spicco, tra cui il premio Nobel per la Pace Carlos Saavedra Lamas. Inutile nascondere che Torquato Di Tella fu una personalità di rilievo nella società argentina, assumendo posizioni forti anche in ambito politico. Assiduo frequentatore di Italia Libre - il circolo degli esuli politici italiani che ruotava attorno a Enrichetta Giolitti, figlia di Giovanni, e a Giuseppe Nitti, figlio del liberale Francesco Saverio, e che esprimeva posizioni in linea con la Mazzini Society -, il nostro mostrò uno spirito apertamente democratico, assai vicino al socialismo riformista ma non per questo lontano dall'area cattolica (prova ne siano i rapporti documentati con Luigi Sturzo e la DC), e fu quindi naturale per lui avvicinarsi alla Concentrazione antifascista, un'aggregazione guidata da Filippo Turati, uno dei più importanti leader del socialismo italiano, che allora si trovava in esilio in Francia assieme a diversi altri oppositori del regime fascista. Dallo studio della corrispondenza epistolare tra il «mio carissimo Di Tella» e il «mio caro e buon maestro» Turati emerge un dato significativo: tra il 1928 e il 1931 le donazioni in denaro effettuate dal capracottese in favore dell'azione antifascista di Turati - 419.000 franchi, per l'esattezza - rappresentarono il 31,7% del totale. E ovviamente il nome del Di Tella comparì, sin dal 1930, nel casellario politico centrale dell'Italia fascista con l'annotazione: «Iscritto alla Rubrica di frontiera». Nell'immediato dopoguerra, dopo l'insediamento di Juan Domingo Perón, la Siam entrò in quello che sarà il suo più roseo periodo di espansione con la sperimentazione di nuovi elettrodomestici quali il frigorifero a cherosene e la lavatrice: per quanto concerne il primo Di Tella stipulò contratti con la svedese Electrolux; per la distribuzione delle lavatrici l'accordo fu invece firmato con l'americana Hoover Company. Del pari, il peso politico di Torquato si andava riducendo sotto le insistenze e le pressioni di un regime dall'anima contraddittoria come quello peronista, in cui coabitavano spinte nazionaliste e rivendicazioni sindacali, una politica estera terzomondista unita a una repressione interna di matrice autoritaria. Nel 1948 l'instancabile Torquato effettuò il suo ultimo viaggio d'affari alla volta degli Stati Uniti, deciso a diventare una volta per tutte l'Henry Ford d'Argentina; ma al rientro a Buenos Aires sarà colpito da una grave emorragia cerebrale e dopo tre mesi morirà, a soli 56 anni, lasciando ai propri cari un impero industriale e all'Argentina tutta una firma ancor oggi sinonimo di successo economico ed impegno sociale: “los Di Tella”. Il sogno dei motori verrà realizzato pochi anni dopo la sua dipartita quando i figli Torcuato e Guido cominceranno a produrre l'equivalente della nostra Lambretta (ribattezzata per l'occasione Siambretta) per poi presentare la prima locomotiva diesel-elettrica argentina, conosciuta col soprannome de “la Justicialista”, fabbricata in consorzio con diverse aziende italiane, tra cui Fiat, Marelli, Breda e Ansaldo. I due fratelli Di Tella si getteranno definitivamente nel settore automobilistico nel 1959 grazie all'accordo siglato con la British Motor Corporation, che darà vita alla Siam Di Tella Automotores, un marchio capace di immettere sul mercato sudamericano circa 62.000 veicoli tra il 1959 e il 1966. Ancor oggi non è infrequente vedere sulle strade argentine automobili d'epoca che portano il glorioso marchio capracottese Di Tella. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., A la Mèreca. Storie degli emigranti capracottesi nel Nuovo Mondo, Cicchetti, Isernia 2017; N. Cassese, Los Di Tella. Una familia, un país, Aguilar, Buenos Aires 2012; M. Castelli, T. S. Di Tella e G. Rimanelli, In nome del padre, Iannone, Isernia 1999; T. C. Cochran e R. E. Reina, Torcuato Di Tella y Siam. Espíritu de empresa en la Argentina, Lenguaje Claro, Buenos Aires 2011; G. Di Tella, Il bosco contro il torrente. La redenzione delle terre povere, Capriolo e Massimino, Milano 1912; T. S. Di Tella, Torcuato Di Tella. Industria y política en tiempos de la Repubblica que no fué: 1892-1948, Norma, Buenos Aires 1993; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; P. Sergi, Patria di carta. Storia di un quotidiano coloniale e del giornalismo italiano in Argentina, Pellegrini, Cosenza 2012; L. Sturzo e A. De Gasperi, Carteggio: 1920-1953, a cura di F. Malgeri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; B. Tobia, Scrivere contro. Ortodossi ed eretici nella stampa antifascista dell'esilio: 1926-1934, Bulzoni, Roma 1993.
- Matteo e Francesca, i duri e puri
Mi sa che qualcuno ha frainteso, fraintende. Se mi occupo con una certa assiduità (post in arrivo, bamboli) di Andrea Cocco e Margherita Zanatta è per un motivo scontato, per uno negativo e per uno positivo. Il motivo scontato è che - piacciano o meno - sono al centro dell'attenzione di forum, blog, riviste-strofinaccio ecc. Ora, mi sembra cosa buona et giusta occuparmi di ciò che, magari, altri sottovalutano, ma far finta di non vedere e non sapere il bailamme che suscitano questi due, francamente... Il motivo negativo è che - lo neghino ad oltranza i fun, lo urlino pregiudizialmente i detrattori - c'è nell'aria un che di ambiguo, il famoso "qualcosa che non torna", che mi intrighicchia. Naturalmente, libero ognuno di misurare, catalogare e definire la natura di tale ambiguità. Io ho la mia idea. Il motivo... ehm... positivo è che, per me, sono, comunque, la coppia più interessante dello scopatoio umano (?) che è stato 'sto GF. Più interessante vuol dire, appunto, meno scontata e banale. Quindi, per rimediare ad un fraintendimento (non credo che siano i peggiori, ma, anzi, li ritengo un caso umano a sé), mi occuperò delle altre coppiette, a modo mio, ovvio. Per colpa mia, non è, forse, ben chiaro che mi trasformo in Mabbin Hood quando noto un accanimento basato sul doppiopesismo, pratica purtroppo non ancora dichiarata illegale, che mi fa letteralmente impazzire. E ciò vale individualmente, in coppia, ecc... Incomincio proprio dalla coppia che ha usurpato la immeritatissima fama di essere non solo la più vvvera (quanto mi fanno odiare questo bell'aggettivo!), ma anche la più dura e pura, ovvero, la meno mondana, la meno ansiosa di apparire, una versione popolare di Jean-Paul e Simone. Et voilà. Matteo e Francesca. Partiamo da lui. Segni particolari: amico di vecchia data di Cocco, di cui condivide i vvvalori. Stando ai racconti del Nipponico, oltre ai valori, hanno condiviso sbronze, visite a locali di scambisti, partner sessuali, ecc. ecc. (naturalmente, si parla solo, e con virtuoso sgomento, dei racconti hot di Margherita e/o di Guendalina. Nella vulgata internettiana, Cocco moltiplicava pane e pesci in cucina e predicava le Beatitudini in Sala relax... Vabbé). Stando ai racconti di tale Roger Garth, sedicente ex fidanzato di Cecchi Paone, un modello brasiliano di nome Thiago (Gulp! L'Isolano?) sarebbe stato il testimone oculare in quel di Tokyo che i due avrebbero condiviso molto altro. Un video ha imperversato sul web, accompagnato da didascalia. Magari, anzi, certamente era una minchiata, ma, appena il ruolo di Cocco si è meglio delineato, del video e di Roger Garth non si è più parlato. Fino a quando erano nella Casa, a differenza di altri, non sono stati disturbati da domande imbarazzanti. Non si sa di studi alla Sorbona, di provini con Al Pacino, o dell'aristocratica partecipazione a qualche film indipendente targato U.S.A. Ha praticato per anni (non è manco lui di primo pelo) l'impegnativa professione del modello, sconosciuto ai più, naturalmente, con lo straordinario picco di notorietà legato allo spot pubblicitario a colpi di tango di una... ehm... esclusiva marca di liquore. Ah, dimenticavo, ha girato un film porno. Gay, of course. Anche gli intellettuali devono mangiare. Scaricare cassette di frutta al mercato no, eh? Appena in Casa, ha sprezzantemente escluso di poter condividere il suo augusto talamo con una collega: fuori target rispetto alle laureate che era abituato a frequentare con Cocco. Cinque minuti dopo, si è buttato su Guenda, infine, si è fatto letteralmente ingroppare dalla famelica Francesca, altra mente superiore, che non avrebbe tollerato l'ennesimo due di picche al GF (è andata a caccia come una lupa famelica). Mentre si dava anche lui all'edilizia, predicava i vvvalori al resto della Casa. Astuto, non si è fatto buttar fuori in un amen come la elefantiaca fidanzata: ha imprecato ed è stato buttato fuori. Solo due o tre tonni asociali e tre sardine psicopatiche hanno creduto realmente chenonsapesse che mannaggia non significasse sempre sia lodata. Fuori, con la mogliettona artista (si ostina a latrare per ogni dove: sotto la doccia non basta?), si è tenuto lontano dai "salotti" trash... nel senso che, in quanto bestemmiatore ufficiale e fedifrago cacciato dall'Eden, proprio non ce lo volevano. Non per niente ha vinto san Cocco di Kamasutra. Infatti, appena può, si intruppa (vedi la festa di Visto... con un certo distacco, ovvio). E, sempre in coppia con Bobba Dylan, non manca una delle allegre adunate Gieffiane stile sagra del carciofo di Capracotta. Dimenticavo. Sempre in coppia con la sorella più pelosa di Nandorango, non ha potuto fare a meno di distruggere il carissimo amico e gentile consorte. Fosse stato per lui, Andrea non avrebbe vinto manco il bingo sotto casa. Aveva tradito i vvvalori. Lui. E passiamo a Francesca. Segni particolari: convinta di essere la più tutto del reame. Soprattutto un'artista. Ma con distacco. Sempre con distacco, non si è fatta mancare l'ultimo dei concorsi di bellezza (?), il provino più sfigato, si è fatta cacciare da tutti i talent show dell'orbe terracqueo... con distacco. Pettegola con cattiveria e senza i lampi di ironia delle Due, mugugnona (alle spalle), ma finge di meditare seriamente di essere sul punto di tagliarsi un orecchio e spedirlo a Gauguin (crede che sia ancora vivo e che passeggi in bermuda in quel di Los Angeles). Raglia con disperazione, ma di Patti Smith ha solo la forfora. Intanto che si trova lì (con distacco) ci prova con tutti i papabili (compreso il musicista incinto... fra artisti!), poi, disperata e furiosa si appolipa a Matteo e non lo molla più. Dopo quindici giorni di amore folle, l'ex attore porno-gay, stravolto, la ascolta dal tugurio scoprendo che "è l'uomo della mia vita". Oppresso dalla felicità, evita amplessi e scambi culturali per tre giorni. Poi, si arrende. Intanto, la musicista incompresa si intrippa e raggiunge dimensioni alla Dumbo. Le gambone sono due prosciutti, ma lei, misteriosamente, si gode la fama di "bella". Cafona q.b., arrogante, viene elogiata per lo "stile". Immagino le frequentazioni nella "vita reale" di cotanti estimatori. Vezzosamente, spara cazzate in dialetto salentino per far vedere quanto è verace. Finalmente buttata fuori, tra le lacrime dell'attore porno (che si precipita fra le braccia di Cocco), non esita a spalare menta sull'amico dell'amico e, soprattutto, sull'amica dell'amico dell'amica. L'ex gieffina ha fatto una dichiarazione (anzi, più di una) che rivelano il grande bluff di cui si è resa protagonista... La bella pugliese, che nella Casa si è fidanzata con il modello Matteo Casnici, ha dichiarato che la sua partecipazione al reality show è stata motivata soltanto dalla sua voglia di far conoscere la propria musica, e le canzoni che compone da anni. Francesca ha detto di non essere tagliata per i reality, perchè ha un carattere posato... Io non litigo e faccio musica, non faccio spettacolo. Mi piacciono le cose genuine vere, e là dentro non c'è una mazza di vero!!! (Intervista a Radio 105) E sappiamo con quanto furore artistico le abbia cercate... le mazze. La "Bella" Francesca Canta... Per distinguersi, frequenta deliziosi personaggini come la fidanzata del Pitone (quella che parlerà di un "ritardo" per una giornalata ed un'ospitata). Ospite di M.me D'Urso, non batte ciglio visionando video e foto della carriera artistica a chiappe al vento dell'uomo pieno di vvvalori, affermando che il passato è passato e poi lei ha una mentalità molto aperta. Si sa, è un'artista. Felicemente ricongiunta alle chiappe più espressive del cinema internazionale, continua a seminare veleno e a non mancare uno dei festini che ostenta di disprezzare. Intanto, compone. Questo è il pregiato ritornello del suo ultimo insuccesso. Ti sfido, ti vivo, io ti respiro io, io vivo, io grido, non puoi fermarmi mai, ti vorrei con me eh! Ti sfido, ti vivo, io ti respiro io, io vivo, io grido, non puoi fermarmi mai, ti vorrei con me eh! Se può mori'... Mab Fonte: http://tuttoquantofaspettacolo-mab.blogspot.com/, 15 giugno 2011.
- La ribellione fatta in casa
Da oltre trent'anni per diletto e per curiosità mi occupo di rimedi naturali e in particolare di erboristeria, soprattutto perché mi piace poter andare a raccogliere le erbe, le bacche e i frutti, e questo andare tra i boschi è già medicina di per sé. In queste ricerche ho scoperto che tra tutte le erbe, quella che preferisco e nello stesso tempo ho trovato in abbondanza è l'ortica. La pianta cresce in modo spontaneo e ha un uso ottimale sia in alimentazione, perché ricchissima di sali minerali, sia come prevenzione e rafforzamento del sistema immunitario. Inoltre depura l'organismo, e quindi ha anche proprietà curative. Da piccolo, come tanti, avevo paura delle sue punture e mi tenevo alla larga dai suoi cespugli. Incominciai a guardare con altri occhi l'ortica quando, alcuni anni fa conobbi a Roma, in un centro di alimentazione naturale, un amico di colore proveniente dal Suriname che si chiamava Arturo. Pur avendo vent'anni più di me sembrava più giovane. Mi raccontò che fu colpito da un tumore inguaribile al fegato tanto che i medici non gli avevano dato più speranza. Arturo non si perse d'animo e si curò con rimedi naturali bevendo tutti giorni infusi di malva e di ortica. Beveva tre tazzine al giorno facendo bollire per dieci minuti una parte di ortica e una parte di fiori secchi di malva. Alla fine guarì dalla sua malattia, tra l'incredulità di quei medici! Da allora, piano, piano è cresciuto il mio interesse per questa pianta al punto da prendere in considerazione l'apertura di un'orticheria. Così nacque nel 2004, grazie anche ai suggerimenti di qualche operatore, l'idea di organizzare Orticaria, la prima festa dell'ortica. Una settimana completamente dedicata alla preziosissima pianta che, insieme alla riconoscimento delle erbe spontanee, delle bacche e dei fiori (su questi temi suggeriamo la lettura di "Erbe, arbusti e fiori migranti" di Gilles Clément, architetto paesaggista ma anche agronomo e giardiniere, autore di "Elogio delle vagabonde"), sarà uno dei filoni principali di tutte le attività di "Vivere con cura" promosso a Capracotta (Isernia). L'altra pianta importante a cui "Vivere con cura" sta dedicando non poche energie è la rosa canina che tra le rose è la più semplice e umile. Quindi, Orticaria e Rosaria rappresentano a buon diritto i due fiori all'occhiello per le nostre attività. Durante la settimana, tempo permettendo, la mattina si va a raccogliere le piante e nel pomeriggio si prosegue con le attività di laboratorio. Durante Orticaria, la maggior parte dell'ortica, dopo averla raccolta in fasce di massimo dieci-quindici steli e averli legati con un laccio, si appende in un luogo asciutto e riparato. Dopo pochi giorni, dall'ortica, ormai secca, si separano i fusti dalle foglie e quest'ultima, una volta sbriciolata, si conserva in appositi contenitori, anche per lunghi periodi. Mentre dall'ortica fresca, si possono fare tante cose, come il succo e innumerevoli sono gli impieghi in cucina: dal pesto alla purea, dalle minestre alle polpette, ecc... In passato facevo fare i saponi all'ortica, poi ho voluto sperimentare il vino orticato e l'aceto. Quest'anno c'è stata la grande novità della birra all'ortica e da pochi mesi, l'amico Giuseppe Montalto, mi ha confezionato un altro prodotto cosmetico, lo shampoo all'ortica che, a quanto pare, è particolarmente adatto contro la caduta dei capelli. Ah! A saperlo prima! Una delle sorprese più piacevoli della settimana dedicata all'ortica è l'arrivo di Anna Montaruli, spesso accompagnata dalla sua amica Carmela. Le due operose donne sono di Ruvo di Puglia, una cittadina a nord di Bari, e tutte le volte che vengono a Capracotta non vogliono mai farci mancare le delizie della loro terra: vino, olio, salsa di pomodori, taralli, olive, ecc...: una festa. Ma il vero spettacolo è rappresentato dalle orecchiette che Anna e Carmela con precisione, quasi chirurgica, realizzano con abilità e maestria. Il piatto di mezzogiorno con le orecchiette e le erbe spontanee raccolte al momento è una delizia il palato e rinnova l'antica amicizia e collaborazione che la transumanza ha reso possibile e facilitato per tanti secoli tra i montanari molisani e abruzzesi e le popolazioni dell'agro pugliese. In tante edizioni di Orticaria (l'ultima si è svolta in maggio) hanno partecipato diversi studiosi, erboristi, nutrizionisti e semplici cittadini che hanno raccontato la loro esperienza sulle straordinarie proprietà di questa pianta e che un pregiudizio, becero e ignorante, ha relegato tra le erbacce. Tuttavia, la scarsa considerazione che ha goduto non le ha impedito alla pianta di sfamare, vestire e curare generazioni di uomini e di donne che si sono avvalsi delle proprietà di questa generosissima e preziosa pianta per vivere. Non meno importante è la rosa canina. La preziosa pianta cresce copiosa sui brulli e incolti terreni di montagna e non c'è luogo intorno Capracotta in cui non ci sia la sua silente presenza, appena accennata dal colore vermiglio delle sue bacche. Non c'è parte di questa pianta che non si possa utilizzare: dalle radici alle bacche, dalle foglie ai fiori. Gli usi alimentari sono molteplici, come la squisita marmellata o come condimento o per fare un elisir dal profumo delicato. I preparati di rosa canina sono una vera e propria riserva di vitamina C, molto più degli agrumi. È una delle più importanti riserve che la natura ci mette a disposizione e non è un caso che si offre generosa proprio all'inizio della stagione invernale, quando una buona scorta di vitamina C, serve ad immunizzarci da alcune malattie. Importanti sono anche gli usi che ha nella cosmetica e nell'omeopatia. Certo, la sua raccolta non è priva di insidie per via delle sue spine piuttosto aguzze. E proprio a proposito delle spine, alcuni anni fa, ho avuto la fortuna di ascoltare una storia dall'amico Nicola che in gioventù esercitava il mestiere di pastore. Una volta aveva notato che quando le capre si avvicinavano ai cespugli della pianta, avide delle sue succulente bacche, una di esse, forse la più anziana o la più robusta, entrava nel mezzo della spinosissima pianta, non senza ferirsi, per abbassare i rami. Così facendo, permetteva alle altre di mangiare con più agio. In sostanza, parve all'attento amico che una del gregge preferiva sacrificarsi per il bene di tutte le altre. Sarà vero? Mi limito a segnalarvi l'episodio, non senza confidarvi il mio stupore. Un'altra storia sulla pianta, che sempre Nicola mi raccontò, è ancora in relazione agli animali. Quando una mucca o un cavallo o un altro animale aveva un ascesso si ricorreva ad una spina, di solito quella che stava sulla parte più estrema del ramo, per inciderlo ed evitare che si formasse l'infezione. Le spine di rosa canina sono affilate come un rasoio e all'occorrenza sostituivano l'azione dei bisturi. Era un espediente che si rendeva necessario perché non sempre i veterinari erano disponibili in tempo utile. Ritornando alla marmellata di rosa canina che si produce a Capracotta con una piccola macchinetta proviene dagli Stati Uniti, amo mangiarla a crudo e senza zucchero, in modo tale che non si perda nulla dei suoi principi attivi e spalmarla in faccia come una maschera di bellezza. Quando poi vado a sciacquarmi il viso, un piacevole senso di benessere mi coglie e mi ripaga di tanta fatica. Antonio D'Andrea Fonte: M. Meomartino, Rivoluzione domestica. L'arte di vivere con cura, Tracce, Pescara 2013.
- I potenti fratelli Zurlo a Capracotta
Regno di Napoli, anno del Signore 1811: la bella capitale partenopea e tutti i suoi domini - al di là e al di qua del faro - sono nelle mani di Napoleone. A governare è infatti Gioacchino Murat, succeduto nel 1808 a Giuseppe Bonaparte, il quale, attraverso la legge 132 dell'8 agosto 1806, aveva profondamente ridisegnato la divisione amministrativa del Regno di Napoli, ripartendolo sul modello territoriale francese. E proprio nel 1811, precisamente col decreto 922 del 4 maggio, vi sarà un'ulteriore riforma per la nuova circoscrizione delle 14 province del Regno. È chiaro che all'interno dei confini statali, dopo un riassetto territoriale di simile portata, segua un periodo più o meno prolungato di caos amministrativo e burocratico. Ciò che mi appresto a riportare va dunque analizzato alla luce di quell'importante riordino napoleonico sul suolo meridionale. La questione giuridica che ha smosso il mio interesse concerne alcuni pascoli del Tavoliere delle Puglie ed è incentrata sulla causa sórta tra il comune di Monte S. Angelo, nel Foggiano, contro i nobili censuari, per capire se questi terreni fossero da considerarsi proprietà degli ex locati - i vecchi assegnatari presso la Regia dogana della Mena delle pecore - o dei rispettivi demani comunali, per gli indispensabili usi civici. Ad interessarmi non è tanto il lato giurisprudenziale quanto la natura degli attori coinvolti. Tutto comincia col riscontro ministeriale del settembre 1811 firmato dall'allora segretario dell'Interno Giuseppe Zurlo - molisano di Baranello - e inviato al ministro delle Finanze, in cui quest'ultimo viene rassicurato dal Zurlo circa il «piacere di secondare le sue premure manifestatemi nel pregiato foglio de' 13 corrente [nel quale] ho ordinato al Commissario incaricato della divisione de' demanj nella provincia di Capitanata di decidere la controversia tra il Comune di Montesantangelo ed i censuarj del Tavoliere di Puglia pe' diritti che costoro vantano nella difesa detta Casiglia». Ma il commissario incaricato di dividere i demani molisani e pugliesi altri non era che il fratello del ministro, Biase Zurlo, nominato nel 1799 visitatore economico del Contado di Molise e Capitanata e promosso intendente provinciale nel 1810, incarico mantenuto per ben undici anni. Insomma, è evidente che il ministro delle Finanze, a cui stava molto a cuore la faccenda dei demani pugliesi - probabilmente su pressione di un duca -, si fosse rivolto direttamente al ministro dell'Interno visto lo strettissimo legame di parentela che intercorreva tra questo e l'intendente regio. Tuttavia, cosa c'entra questo clientelismo ministeriale con Capracotta? La risposta risiede nel fatto che la seconda richiesta di Giuseppe Zurlo fu spedita il 17 settembre 1811 direttamente da Capracotta e recepita da Biase Zurlo nel medesimo giorno, sempre a Capracotta: praticamente i due fratelli - ministro del Regno il primo, intendente della Provincia il secondo - si trovavano entrambi nella cittadina altomolisana, sebbene costretti ad utilizzare i canali ufficiali di comunicazione per la trasmissione di ordini, posta corrente, circolari, relazioni, richieste e riscontri. Sorge spontanea un'ulteriore domanda: cosa ci facevano questi due importantissimi personaggi storici a Capracotta nel settembre del 1811? Non poteva certo trattarsi di un prolungamento vacanziero in onore della Madonna di Loreto, visto che la festa si era svolta l'anno precedente. Appare assai più probabile che i due funzionari napoleonici fossero in Capracotta perché in quei mesi il paese fu elevato a capoluogo di circondario - avente nella propria circoscrizione i comuni di Vastogirardi, Pescopennataro, S. Angelo del Pesco e Castel del Giudice - e forse la presenza dei due alti funzionari si rendeva necessaria per motivi legali, a maggior ragione visto che erano pure molisani. Dalle memorie di Luigi Campanelli (1931) si evince un altro valido motivo del soggiorno di Biase Zurlo in Capracotta, dopo che la Commissione delle Gravezze si era pronunciata in merito agli usi civici dei boschi provinciali, decidendo che i feudi di Macchia e Ospedaletto ne fossero esenti, a tutto vantaggio del Duca di Capracotta, che allora possedeva 6.300 tomoli di terra. Zurlo cercò di rimediare a questa ingiustizia tramite un'ordinanza del 19 dicembre 1811, mettendo in evidenza la necessità per la popolazione capracottese di usufruire di maggior combustibile per l'inverno. Il Duca cedette una quota di bosco all'Università di Capracotta ma questa dovette ricompensarlo con 337 tomoli in località Paduli, contigua a Monteforte. Ah... quasi dimenticavo di dirvi come andò a finire la causa pugliese: Biase Zurlo optò per la versione «in favore de' comunisti», andando contro gli interessi dell'aristocrazia e trasmettendo la sua relazione al fratello ministro che, a sua volta, informò il segretario delle Finanze, il quale - è lecito immaginare - non rimase particolarmente contento di quella decisione così "democratica". Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Casilli, Aspetti socio-economici della transumanza nel secolo XVIII, in E. Narciso, Illuminismo meridionale e comunità locali, Guida, Napoli 1989; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. III, Di Mauro, Cava de' Tirreni 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; C. Minieri Riccio, Biblioteca storico-topografica degli Abruzzi, Priggiobba, Napoli 1862; A. Mosca, Monografia su Caprasalva (Capracotta), Lampo, Campobasso 1966; G. Navarro, In morte di Biagio Zurlo, Tip. del Sebeto, Napoli 1838; N. Paone, La transumanza nel Molise tra cronaca e storia, Iannone, Isernia 1987; E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1998; A. Rizzi Zannoni, Atlante geografico del Regno di Napoli, Stamp. Reale, Napoli 1812; Supplimento del Bullettino della Commissione feudale, vol. XVII, Trani, Napoli 1842; I. Zilli, Il dibattito nella società economica di Molise, in M. A. Augello e M. E. Guidi, Associazionismo economico e diffusione dell'economia politica nell'Italia dell'Ottocento, vol. I, Angeli, Milano 2000.
- La Pineta del Ricordo
I pini di questa pineta sono 63. Furono piantati tra le due guerre, in ricordo dei capracottesi caduti durante il primo conflitto mondiale (1914-1918). La Grande Guerra fu un trauma, che trasformò l'Europa in una gigantesca comunità di gente in lutto. Una comunità che si sforzò, come testimonia questa pineta, di elaborare il lutto mantenendo in vita il ricordo dei caduti. Non vi era donna, infatti, che non avesse perduto un figlio, un marito, un padre o un fratello. A sostenere lo sforzo bellico dell'Italia furono, in larga misura, i fanti-contadini meridionali. Erano uomini robusti, coraggiosi, abituati da sempre a fronteggiare le difficoltà e le avversità della vita, ma anche i più stoici fra loro furono messi a dura prova dalla guerra di trincea. Molti combattenti impazzivano, o si fingevano pazzi, oppure di mutilavano o disertavano. Stando ai numeri, i fanti-contadini di Capracotta sembrano essere rimasti ai loro posti. Le speranze dei primi mesi di pace non durarono a lungo perché la guerra portò con sé anche i regimi totalitari del XX secolo, bolscevismo, fascismo e nazionalsocialismo. Non sbagliava, inoltre, il papa Benedetto XV quando aveva parlato della Prima guerra mondiale come di una «inutile strage». Di lì a qualche anno ricominciarono infatti a soffiare i venti di guerra, e nel settembre del 1939 scoppiò il secondo conflitto mondiale. La pace durò così poco che le due guerre finirono per sembrare una sola, una nuova e più devastante guerra dei trent'anni. Loreto Di Nucci Fonte: Comune di Capracotta, 70° anniversario della distruzione di Capracotta, Proforma, Isernia 2013.
- Capracotta, centrale di comunicazioni per una causa civile del 1737
La Real Camera di S. Chiara fu un organo del Regno di Napoli con funzioni giurisdizionali e consultive, istituito l'8 giugno 1735 da Carlo di Borbone, intenzionato a dar vita ad un «governo giusto, forte, uniforme, tranquillo, duraturo e incorruttibile». Composta dalla Cancelleria, dal Consiglio e dalla Segreteria, nonché da un Tribunale di prima istanza, la Real Camera - la cui competenza territoriale si estendeva a tutto il Regno - deliberava su questioni di natura ecclesiastica e laica relative ai benefici, ai regi patronati e alle libere collazioni. I magistrati venivano nominati direttamente dal re su proposta degli stessi membri della Camera ed erano ordinati in una gerarchia che prevedeva al vertice i cosiddetti capiruota ed un presidente. La storia che vado a raccontarvi non è che il dispiegarsi di una causa civile presentata direttamente al re, dunque alla Real Camera di S. Chiara, e che ha per protagonisti un libero cittadino e un'istituzione ecclesiastica, probabilmente la Chiesa della Madonna dello Spineto. Tutto comincia nell'estate del 1737 allorquando il sig. Vito Antonio de Juliis, di Gamberale, intentò una causa contro la badia di Quadri, forte del contratto siglato venticinque anni prima con l'ex abate Giulio de Juliis (un suo parente?) per i diritti di enfiteusi su una vigna «coll'annuo canone di una salma, e mezza di mosto». Infatti, Vito Antonio sosteneva convintamente che fin dal 1712 aveva migliorato le condizioni della vigna «con averla oggi ridotta a perfezione, ed in ogni anno puntualmente ha sodisfatto il canone al detto reverendo abate de Juliis, e dopo la di lui morte all'odierno abate successore don Simone Calabrese». Ciononostante il querelante accusava il nuovo abate di «pretendere con violenze, e minaccie spogliare de facto il supplicante del possesso di detta vigna coll'aura di esser egli ecclesiastico contro ogni ragione, e giustizia». Il 31 agosto 1737 la Real Camera di S. Chiara - nelle persone dei quattro capiruota Orazio Rocca, Antonio Maggiocco, Francesco Ventura e Carlo Danza - intervenne scegliendo un giudice delegato per dirimere la contesa: la nomina cadde sul regio consigliere Giuseppe Casimiro Capozzuto. Il 13 settembre questi dichiarò di aver preso visione dei documenti e decise di citare in giudizio tutti i contumaci, vista l'involontaria lontananza dei soggetti dalla sede del processo. Al fine di notificare la decisione Capozzuto ordinò di affiggere l'editto di citazione sia a Napoli, presso la Ruota di sua pertinenza, sia nella città in cui il contenzioso aveva luogo, ovvero la casa dell'Università di Quadri, come veniva allora chiamato il municipio. A Napoli l'editto venne affisso da Francesco Cassano, portiere della Sacra Camera, il 17 settembre. La medesima affissione in terra quadrese avvenne il giorno seguente e il 1° ottobre il notaio Nicola Ignazio Vizzoca inviò da Capracotta la relazione ufficiale alla Real Camera. Evidentemente il paese altomolisano esercitava allora una qualche forma di giurisdizione sul villaggio di Quadri, tanto che da qui in poi Capracotta entrerà a far parte dell'istruttoria in quanto centrale di comunicazioni per il querelante, per il querelato e per i testimoni. Trascorso il periodo necessario alla raccolta di tutte le informazioni preliminari, il 24 ottobre 1737 il consigliere Capozzuto richiese l'invio d'una testimonianza, utile al prosieguo della causa. Ed ecco che puntualmente, il 21 gennaio 1738, a Capracotta venne firmata la deposizione del teste Giacinto Polce di Gamberale, vidimata dal luogotenente capracottese Cosimo Campanelli. La formula depositoria recitava: Signore, tutto e quanto V. S. mi ha letto, e spiegato, ho inteso benissimo, e sono a fare informata V. S., che un territorio nelle pertinenze delli Quadri detto N. era sterpato, che non ce n'era principio, ma poi il reverendo abate don Giulio de Juliis lo diede in enfiteosi al magnifico Vit'Antonio de Juliis, e quello lo fece coltivare, e ci fece pastinare una vigna, e l'ha sempre lo medesimo posseduto pacificamente, e senza alcuna perturbazione, e questo averà da sotto a trent'anni, e questo lo so, perché ci tengo la sorella di mia moglie in detta terra delli Quadri, ed ho veduto, che sempre se l'ave vindemiata, e fatta vindemiare il detto Vit'Antonio fino all'anno passato; però in quest'anno ho veduto benissimo, che se l'ave vindemiata don Simone Calabrese, abate presentemente di detta terra delli Quadri, e se la vendemiò avanti il tempo, e non era fatta buona l'uva, perché dicea, che detta vigna era della badia; e questo lo so, perché sempre vado a vedere mia cognata alli Quadri. Il 1° febbraio 1738 la Real Camera, nella persona del consigliere Francesco Crivelli (subentrato al Capozzuto), fece sapere di aver tutti gli elementi per poter emettere una sentenza, che effettivamente verrà prodotta il 20 febbraio e nella quale si leggerà che «est esse concedendum Vito Antonio de Juliis regale præsidium, donec de justa possessionis causa constiterit». Insomma, il re garantiva la protezione a Vito Antonio de Juliis esclusivamente in merito al possesso della vigna, visto che la proprietà restava di diritto all'abbazia di Quadri. Accuso sempre un pizzico di emozione quando leggo il nome del mio paese, Capracotta, nelle pagine della storia. Nel caso specifico è per me fonte di interesse sapere che nella prima metà del '700 Capracotta godesse di una giurisdizione tanto ampia, fino a comprendere i comuni dell'Oltresangro; vieppiù, è stimolante leggere i nomi dei capracottesi Nicola Ignazio Vizzoca e Cosimo Campanelli in documenti ufficiali della Real Camera di S. Chiara. Ma quello che più mi stupisce sta nell'efficienza e velocità della giustizia borbonica. Nel 1737 un processo civile di primo grado cominciò il 31 agosto per terminare il 20 febbraio dell'anno seguente: 174 giorni. Nell'Italia di oggi la durata media di una causa civile di primo grado è di 367 giorni. Ai posteri l'ardua sentenza. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: S. Cimini, Note di topografia medievale tra Sangro e Aventino: presenze monastiche e organizzazione del territorio, in Quaderni di Archeologia d'Abruzzo, III:2011, Firenze 2014. P. Giannone, La Real Camera di Santa Chiara nei primi anni del Regno di Carlo di Borbone, in Annali del seminario giuridico economico della Regia Università di Bari, vol. VIII, Bari 1935. F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016. L. Ricci, Praxeos formulariæ judicii executivi, et ordinarii, vol. III, Roselli, Napoli 1758. E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Milano 1985; D. Stasio, Giustizia civile: nel 2016 i tempi in tribunale scendono a 367 giorni, in «Il Sole 24 Ore», Milano, 4 maggio 2016.
- La mia città
Provo a parlare del mio paese: Capracotta. Non ho molta dimestichezza con la penna, non la uso frequentemente ma mi piace rappresentare le mie emozioni in special modo se devo parlare del luogo dove sono nato. Il mio paese è arroccato sull'Appennino molisano in provincia di Isernia ad una quota di 1.421 m.s.l.m. È uno dei comuni più alti dell'Appennino e tra i primi d'Italia. È rinomato per lo sci di fondo e nel 1997 ha ospitato il campionato italiano di detto sport. Luogo più a sud del mondo dove è passata la carovana mondiale della corsa di slitte trainate dai cani. Si sale dolcemente per una strada ampia e percorribile sino lassù dove il cielo si incontra con l'orizzonte. Lo sguardo è chiuso dal pendio della montagna articolato di prati, campi incolti intersecati da sentieri punteggiati da linee spezzate da cespugli di rovi, o da isolati alberi di cerro, faggio, ippocastano, nocciola e qualche abete. All'improvviso il paesaggio si fa brullo e privo di vegetazione e si giunge su un pianoro. È spazzato ed accarezzato dal vento che nessun arbusto osa sfidare: solo sottili fili di erba, piccoli fiori ed i nuovi alberi d'acciaio dalla corteccia bianca del recente parco eolico. La vista si libera ed esplode in una visione ampia. Spazia a tondo perdendosi nella valle e sulle cime lontane. All'orizzonte si raffigura una sottile linea bianca lucente, orla il culmine del colle che sale dalla valle lussureggiante di boschi. Alle spalle si staglia in lontananza la sagoma massiccia e scura della Maiella, a destra il suo fedele Monte Campo, mentre a sinistra le pendici boscose del Monte Capraro. È il primo saluto che offre al suo figlio che torna dal lavoro o da un lungo viaggio. Per un attimo si ferma ad osservarti mentre tu immobile rifletti e diffondi i raggi del sole splendente a te più vicino e più caldo. Lo sguardo riposa nella contemplazione dello stupendo panorama, ti infonde un senso di inesprimibile serenità ed una sottile vena di malinconia e nostalgia. Riprende la strada quasi pianeggiante costeggiando Monte Capraro e si passa nel bosco di alti faggi. Si stagliano longilinei nel cielo come canne di un organo e proteggono la quiete ed il silenzio del luogo. Qualche uccello lancia il suo grido e ti accorgi di esistere. Dopo una curva si presenta davanti la vecchia fonte con la sua cannella in ferro molto grande ed il suo pilone di raccolta. Vecchia ed umile sorgiva, com'è gradevole e familiare il chioccolio ciarliero e giocondo con cui ti annunci al frettoloso e a volte distratto passante. Che pace intima, pensieri sereni e limpidi come la tua acqua: ti fermi. Niente turba la grande pace sotto quegli alberi ombrosi, mentre l'acqua sgorga dalla crepa della terra e scorre, fresca, cristallina e placida verso la valle. In lontananza osservi quella macchia bianca che ondeggia sui pascoli: si raggruppa, si sparpaglia, avanza; lungo la strada l'abbaiare dei maestosi cani bianchi maremmani ti avvisa che sono vigili e proteggono il loro gregge. Finalmente dalla sommità di un piccolo colle ti offri agli occhi serena ed adagiata sul crine in tutta la tua estensione sino alle ultime case che si inerpicano verso l'altro monte. Ti colori con tutte le sfumature che le stagioni ti offrono, come una giovane ragazza si offre alla vita. Un semplice vestito in verde pastello orlato di punti colorati indossi alla primavera che sboccia: pudica ed innocente prima di scoprirti al sole. L'erba si accresce e dai prati falciati di fresco esala l'acuto odore del fieno steso al sole per asciugare. La tua veste risplende in una ricca gamma di gradazioni di giallo fulvo nell'estate gioiosa e spensierata. Al soffio lieve del vento mattutino, nelle campagne dorate ondeggiano le poche messi mature o presso a maturare. Il tuo splendore aumenta e prendi in prestito tutta la tavolozza nell'autunno: rosso cupo, giallo, arancione, verde forte; ti vesti a festa con toni sgargianti in attesa di coronare il sogno della tua vita. E arrivata l'ora riprendi la tua serenità e ti avvolgi nel tuo vestito bianco come il manto di una sposa nel freddo e lungo inverno. Prima di imboccare le case la piccola chiesetta circondata da verdi pini vigila, osserva e sorride a tutti i suoi figli che ritornano, a volte per non partire mai più: riposano felici tra le tue braccia nel sonno profondo della tua tranquillità. La Madonnina è quella madre amorevole che tutti amano e salutano con gioia perché essa invita a tornare e a non dimenticare. Fai un saluto riverente e scorre nella mente il lento fluire del fiume di persone che ai primi soffi di autunno, 8 settembre, sono lì presenti e ti osannano e ti venerano in questa festa lieta del ritorno, che si ripete ogni tre anni. Le prime case ti salutano e coronano la tua ultima salita che porta nel centro, nell'anima: accogli tutti con assoluta serenità nelle giornate di autunno e primavera e con allegri e discreti rumori nella fresca e breve estate. Solo il tuo fedele compagno, il vento, è sempre al tuo fianco e brontola in silenzio e ti rinfresca nelle caldi assolate giornate d'estate, mentre in quelle fredde e tenebrose d'inverno si infuria, emette sibili, fischi acuti e sordi, solleva un turbinio di fiocchi bianchi e cristalli li spazza e poi li accumula. A volte nasconde le case la bufera, ti circonda e ti immerge in una dimensione dove si annulla lo spazio ed il tempo. Si passa per il tuo breve tratto in piano, il Corso del paese dove in lontananza si scorge la vetta di Monte Campo dominata dalla Croce immensa che si erge verso l'alto a protezione di tutte le valli in un arco completo. I giovani ed anziani usano camminare in un lento passeggio ripetuto senza stancarsi accompagnati da un vociare sommesso nelle caldi e fresche serate d'estate. È un continuo salutarsi felici perché ci si incontra, ci si rivede, ma anche triste perché si deve ripartire. Ti orli con tanti fiori ed acquisti un'aria civettuola e birichina a primavera: sei bella nella cascata di gerani in una esplosione di colori forti che pendono in ogni dove. Salendo ancora un po' si arriva alla chiesa del paese arroccata sul culmine della rupe e il suo campanile si innalza verso l'azzurro del tuo cielo. Ai suoi piedi si stende tutto l'abitato. Le case che circondano la chiesa sono l'unica testimonianza del tuo passato, perché tutto il restante è stato distrutto dai tedeschi e i tuoi abitanti, con caparbietà, hanno ricostruito con cura. Ci è dato immaginare, che dovevano essere molto modeste e fredde, addossate le une alle altre, quasi ammonticchiate, spesso comunicanti tra di loro, pullulanti di vita, piene di calore umano, vissute da persone che sapevano essere contente del poco, che vivevano i loro disagi con composta rassegnazione. Al suo fianco le case si diradano ed aprono una bella finestra sulla valle dall'altro versante e vedi la vallata del fiume Sangro circondata dagli avamposti delle Mainarde abruzzesi, aguzzi lo sguardo ma non scorgi la loro perla, Roccaraso: è nascosta da un cocuzzolo, mentre dinanzi nella sua maestosità si presenta in lontananza la Maiella. Il verde domina il tuo territorio ed anche le tue case in pietra vestono dello stesso colore le porte e le finestre protette da persiane. Quando si spalancano scoprono grandi occhi lucenti, donano un dolce sorriso alla casa e annunciano che si è tornati per stare con te quei pochi giorni strappati alla vita frenetica dei luoghi dove si è trovato lavoro. Dura è la terra alle tue altitudini ed i frutti che rende non sono abbondanti. Una pace irreale regna sempre tra le tue strade, larghe ed alberate, strette e sinuose contornate di lunghe file di case, addossate le une sulle altre per recuperare quel poco calore che il solo camino offriva ai tuoi abitanti. Le botteghe artigianali ricavate nelle viscere del tuo agglomerato una volta risuonavano di voci e rumori ora sono rimaste vuote. Rivedi il fabbro, il falegname, il calzolaio, il ramaio. Ora solo alcuni falegnami lavorano in grandi capannoni alla periferia delle tue case. Il vecchio mulino lo rivedi solo con l'occhio affettuoso del ricordo dove il mugnaio si muoveva nel brusio sonoro delle macine, circonfuse da un alone di candida farina. Arrivi errando tra le case, quasi tutte disabitate ma non abbandonate perché tutte sono tirate a nuovo e sempre pronte per accoglier il suo proprietario, sino al vecchio cimitero dove tanti tuoi figli riposano e fanno ritorno da ogni dove. È un piccolo cimitero di montagna dove anche nella tempesta di neve si deve trovare sepoltura; pertanto tutti i loculi dei cari estinti sono ubicati in cappelle chiuse, private o comuni a due piani. Sono disposte sui lati di un piccolo giardino costellato di cipressi ed ippocastani. Riposano al coperto e non temono le intemperie. Gli abitanti sono tutti temprati dal freddo e dalle difficoltà quotidiane. Sono animati da un grande spirito di solidarietà e di appartenenza e non temono di vivere, a queste altitudini, con grandi sforzi e sacrifici. Fonte: http://www.capracotta.com/, 2007.
- Isernia: raccolta di erbe spontanee, bacche e germogli
Sabato 21 settembre nella novena dei Santi Medici Cosma e Damiano alle ore 10:00 abbiamo fatto un percorso erboristico: abbiamo raccolto, riconosciuto e catalogato erbe e bacche spontanee che si trovano attorno al Santuario. Ha guidato l'esperienza la dottoressa Sonia Maria Baldoni. Una ventina i partecipanti. Alle 13:15 un bel pranzo preparato con molta cura da Daniela e realizzato con i 16 tipi di erbe raccolte in precedenza. Alle 15:30 presso la biblioteca si è svolto il convegno molto interessante guidato da Sonia che ha illustrato le ricchezze che la natura ci offre, solo dobbiamo saperle vedere. Ha dato poi la parola ad una giovane psicologa, Angelica, che con il fidanzato hanno comperato 13 ettari di terra abbandonata e oggi danno lavoro ed equilibrio psichico a giovani portatori di handicap. Antonio ha presentato le micro attività che possono venire fuori da un uso intelligente delle erbe. È un'esperienza pratica che realizzano a Capracotta. Vi è stato anche l'intervento di Adele che ha illustrato l'importanza di questo impegno per creare nuovi stili di vita sobri e solidali. Importante, secondo don Francis, vedere il percorso verso la santità dei SS. Cosma e Damiano come "integrato" con la loro pratica della medicina da "anargiri". Quindi, dal cammino ascetico fino alla trasformazione interiore/contemplativa, loro hanno vissuto qualcosa che corrisponde alla vocazione cristiana di ogni persona: vivere la propria vita come cammino e oblazione al Signore e in unione con il Signore. La quinta tappa (teoria tou cosmou: contemplazione del cosmo) è la tappa in cui loro ricevono il carisma di domare gli elementi e quindi il carnefice non poteva ucciderli con i 4 elementi, ma solo attraverso la decapitazione. La decapitazione richiede il non-impedire della lama della spada... e simbolicamente rappresenta l'apertura perfetta alla volontà di Dio attraverso l'oblazione totale della propria vita. Alle 17:30 tutti in Santuario per la novena ai Santi Medici. Celeste Cerroni Fonte: C. Cerroni, Isernia: raccolta di erbe spontanee, bacche e germogli, in «La Salette», LXXIX:5, Roma, settembre-ottobre 2013.
- Mio padre Pasquale Di Loreto, professione bastaio
Fermare entro alcune note essenziali la vita di mio padre, non richiede molto spazio e nemmeno molto tempo, perché la sua esistenza si è snodata entro le comuni coordinate della quotidianità. Nato a Capracotta il 15 maggio 1906, venne chiamato Pasquale in onore del santo del giorno. Suo padre, tatone Vincenzo, praticava il mestiere di bastaio, e sua madre, mamma Lena (Elena) Monaco, era casalinga, ma lavorava anche i campi per contribuire al sostegno della famiglia. Mio padre e mio zio Giovanni lavoravano nella bottega del padre, mentre mia nonna si faceva aiutare dalle tre figlie Mariuccia, Nicoletta e Cristina nei suoi lavori quotidiani quando non erano impegnate nel ricamo o nella filatura e tessitura della lana. Poiché a Capracotta le botteghe artigiane che producevano la varda erano piuttosto numerose dato che il basto era un attrezzo di lavoro indispensabile per la locale economia agricola, mio padre andò a cercare lavoro nella vicina Agnone e lo trovò nella bottega dei miei bisnonni Angelo Cacciavillani e Filomena Iannelli il cui unico figlio maschio, Vincenzo (mio nonno) aveva dovuto interrompere il lavoro tradizionale perché colpito da un male inesorabile che lo stava condannando alla paralisi graduale e progressiva degli arti. Mio nonno era già sposato ed era padre di otto figlie (l'ultima delle quali, zia Emma, contava appena cinque anni), e il suo posto nella bottega per la lavorazione dei basti, fu preso da mio padre. Questi, nel 1930, sposò mia madre Guglielmina, la prima delle otto, donna molto bella, di intelligenza non comune e infaticabile lavoratrice. Vivendo in casa dei suoceri, si assunse praticamente anche l'onere di concorrere al sostentamento della famiglia dei miei nonni materni nonostante il consistente apporto dello stipendio di mia nonna Carmela, portalettere rurale, al soddisfacimento delle necessità quotidiane. Nel 1932 sono nata io e, dopo di me, i miei genitori hanno dato vita ad altri sette figli, altre quattro femmine (Carmelina, Giulia, Rosaria e Rita) e tre maschi (Vincenzo, Antonio e Giuseppe). Dico questo perché nei miei ricordi personali c'è una costante inalterata e ineludibile: il numero elevato di componenti il nucleo familiare, il via vai continuo di persone, il cerchio di sedie intorno al focolare sempre acceso, il numero di letti nelle camere, i piatti disposti sulla grande tavola che si apriva a libro quotidianamente all'ora dei pasti e quando, nelle feste natalizie, si giocava a tombola. Proprio l'esigenza di un maggiore spazio, indusse i miei genitori a crearsi un nucleo familiare autonomo che ci unì più strettamente. Sebbene la frequenza della scuola elementare si fosse fermata ai primi anni, mio padre si rivelò un educatore straordinario, capace di coniugare perfettamente amore e severità, disponibilità al passatempo sereno, ma anche intransigenza nel rispetto delle regole e nel dovere da compiere. Era lui stesso a darne l'esempio col suo comportamento in famiglia e nella società civile. Il lavoro era, per lui, un culto; raramente si concedeva un po' di riposo, e anche durante quelle brevi parentesi sapeva impegnarsi per fare qualcosa di utile. Ricordo con quanta curiosità osservava le cartine geografiche dell'atlante per rendersi conto su quali terre erano emigrati amici e conoscenti. Si soffermava particolarmente sui punti dove sorgeva Malta e dove era indicata la città di Tripoli, località che aveva conosciuto direttamente quando aveva espletato il servizio militare. Probabilmente il loro ricordo gli poneva di fronte un mondo più dilatato che lo sbalzava lontano dalla bottega, da quella sedia di lavoro ai cui lati erano infilzati aghi di ogni dimensione per essere a portata di mano all'occorrenza e da quel locale dove si ergevano cataste di corve già rifinite usando sega, ascia e trapano a mano (ru vérdele). Quest'arnese è stato usato anche da me e dai miei fratelli quando siamo stati in grado, con le nostre forze, di produrre nel legno quei grossi buchi attraverso i quali le corve dovevano essere cucite sulla pelle equina o suina che sovrastava i "fusti". Le mani si ricoprivano di calli, però papà ci ricompensava sempre per la mano d'aiuto che gli davamo. Il lavoro lo assorbiva a tal punto, che il cuore cominciò a rivelare le conseguenze dell'affaticamento. Tuttavia, nemmeno la sofferenza riusciva a ridimensionare le sue prestazioni. La giornata cominciava sempre alle sei del mattino e si concludeva alle sette della sera, anzi, veniva prolungata in maniera considerevole quando si doveva partire per le fiere che si tenevano a Castiglione Messer Marino, a Carunchio, a Pietrabbondante. Quelle occasioni venivano molto attese perché significavano la ripresa economica e che era superata la costa di maggio. Il carro caricato di basti nuovi partiva subito dopo la mezzanotte per raggiungere di buon mattino il paese di destinazione e garantirsi il posto strategicamente più idoneo alla vendita e ad attrarre il cliente a scapito della concorrenza. Quanti chilometri ha percorso mio padre sballottato sul traino col suo cuore malfermo, sostenuto dalla speranza di un consistente guadagno! Tanto più cha da esso derivava anche il sostegno della famiglia dell'operaio che era diventato il suo braccio destro. La disponibilità umana di mio padre era favolosa, la condivisione dei problemi degli altri, compresi i clienti, finiva sempre col prevalere sulla logica del profitto al punto che gli introiti del lavoro finivano col coprire a mala pena i costi di produzione. Anche mia madre la pensava allo stesso modo, e se al posto della moneta alcuni clienti soddisfacevano i loro impegni con prodotti dei campi, accettava il baratto perché, diceva, tutti devono vivere, "le bocche sono sorelle". Mio padre era orgoglioso di tutta la famiglia e contava molto su di me che, aiutata da zia Dora sorella di mamma, frequentavo a Lanciano il Liceo Classico. Quando alla fine dell'anno scolastico rientravo in famiglia e conosceva l'esito del mio studio, non riusciva a trattenere le lacrime, e quell'espressione valeva per me più di una festa o di un regalo, premi che a casa mia non erano neppure concepiti visto che ogni lavoro doveva essere inteso come un dovere. L'orgoglio per la meta raggiunta fu l'unico premio sia quando conseguii la maturità classica nel 1950, quella magistrale nel 1951 (studiando privatamente) sia quando superai il concorso magistrale nel 1953. Purtroppo, la grave malattia cardiaca che affliggeva mio padre non gli dava tregua, ma non abbiamo mai sentito un lamento, né assistito ad un distacco dal lavoro fino a quell'11 novembre 1963 quando il suo cuore cessò di battere per sempre. Ricordo che pochi mesi prima della sua morte, conclusi i festeggiamenti in onore della Madonna di Loreto, papà mi chiese di accompagnarlo a Capracotta con l'automobile da poco acquistata, perché voleva salutare anche lui la Vergine venerata nel suo paese. Cercai di dissuaderlo perché ero venuta da poco in possesso della patente e fuori diluviava; ma quando notai la delusione e lo sconforto che le mie parole avevano provocato il lui, decisi di accontentarlo. Quando arrivammo ai piedi della scalinata davanti al Santuario pioveva ancora a dirotto, ma mio padre fu lesto a guadagnare la porta spalancata e la chiesa ancora illuminata dai ceri che avevano accompagnato le funzioni. Lo trovai inginocchiato ai piedi della Vergine, raccolto nella preghiera formulata in silenzio, con quella purezza di fede di cui sono capaci solo le persone umili. Fui contenta di aver risposto positivamente alla sua richiesta e gli ero grata per quell'ennesima lezione di amore che mi stava dando nel rivedere uno dei luoghi cari alla sua memoria e da cui la vita lo aveva tenuto lontano. Quell'immagine rivivevo mentre lo guardavo composto nel suo letto di morte, con le mani che non riuscivano a congiungersi, perché erano troppo nodose quelle dita che il lavoro aveva modellato come fa il vento su certe sporgenze rocciose. Maria Di Loreto
- Cronaca napolitana
Asseverasi che Chiavone abbia dato alle fiamme Rivisundoli e multati molti proprietarii liberali di Capracotta. Il giorno 13 i chiavonisti stavano accampati al Piano di Cinque Miglia e dintorni, quando furono attaccati dal generale Chiabrera; ma essi reputarono conveniente di non accettare il combattimento e quindi si ritirarono alle montagne, ove le truppe non ardirono di assalirli. In quello stesso giorno Chiavone minacciò il presidio di Roccaraso; e una parte della sua banda s'impadronì di Pietrascura. Il 14 il generale Cadorna fece ricognizioni sulla Maiella, in cui uccise 4 individui che si credono reazionari; poi si ricongiunse col generale Chiabrera nel Piano di Cinque Miglia, nel tempo stesso in cui Chiavone presentatosi a Gamberale, paese nel distretto di Lanciano, venivane respinto dalla guarnigione piuttosto numerosa che vi ha stanza. Chiavone con un corpo di reazionarii che si fa sorpassare il numero di 400, dopo di avere cimentato le sue truppe a Casteldisangro, si aggira nel Piano di Cinque Miglia donde minaccia d'invadere questo e quel paese; ed il governo piemontese ha ordinato ai suoi generali di accerchiarlo e di batterlo. A raggiungere questo scopo sono partite truppe da Solmona, da Avezzano e Palena, ed altre sono partite da Napoli, da Isernia e da Chieti. Il generale Chiabrera mosse da quest'ultima città alla testa di alcuni distaccamenti, ed il generale Cadorna, che ha il comando in capo, partì subito da Aquila per dare battaglia ai reazionarii. Il 16 vi fu uno scontro fra le truppe e i chiavonisti, secondo i giornali di Napoli i reazionarii ebbero la peggio. Parecchie provincie del napoletano sono spettatrici dal rinvigorirsi delle comitive reazionarie e degli scontri che esse con incessante accanimento sostengono colle truppe. Così Crocco, Caruso, Ninco-Nanco, Pilone, Tristany, Sambro, Bochicchio ed altri vengono dagli odierni giornali ricordati pe' conflitti in cui ora ottengono dei vantaggi, e ora delle perdite. Domenico Venturini Fonte: D. Venturini, Cronaca napolitana, in «Il Vero Amico del Popolo», XIV:70, Roma, 21 giugno 1862.
- Tracce domenicane a Capracotta
La storia che mi appresto a raccontare prende le mosse da Roma, precisamente dalla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, una grande chiesa gotica edificata dai domenicani che nel 1557 aveva acquistato il titolo cardinalizio e nel 1566, su volere di papa Pio V, era stata eretta a basilica minore. Nel 1583 l'inquisitore Tommaso Zobbio da Brescia, già vicario dell'intero Ordo fratrum prædicatorum domenicano, fu nominato commissario della universale inquisizione nonché Maestro del Sacro palazzo apostolico, una carica - storicamente affidata dai pontefici a un religioso dell'ordine dei predicatori - che indicava la funzione di reggente della facoltà di Teologia, facoltà che probabilmente aveva sede tra le mura del Convento di piazza della Minerva. Fu proprio frate Zobbio, il 16 aprile 1583, a scrivere «manu propria» la bella pergamena conservata nell'archivio parrocchiale di Capracotta e che potete ammirare in fotografia. Si tratta fondamentalmente di una licentia (concessione) emessa dall'Ordine dei frati domenicani di Roma in favore della Confraternita del S. Rosario di Capracotta, una delle sei congreghe presenti allora nel tessuto civile e religioso della cittadina altomolisana. Ogni confraternita - sarebbe meglio dire "pia associazione laicale" - aveva amministrazione, gerarchia e insegne proprie, bensì, dopo gli olocausti documentali del 1867 e del 1943, non ci è dato oggi sapere chi fossero i fondatori, quali gli intenti o i colori della Confraternita del Rosario. Sorge spontaneo chiedersi cosa c'entri san Domenico con l'orazione del rosario; e in particolare, che rapporti esistevano tra l'Ordo fratrum prædicatorum e la congrega di Capracotta? Nel 1212 Domenico di Guzmán, durante la permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Madonna con la conseguente consegna di una corona di rosario da utilizzare come arma per combattere l'eresia albigese senza spargimenti di sangue. Dopo questa apparizione san Domenico divenne ancor più uno strenuo difensore del rosario allorché, intento a predicare in Spagna, venne rapito dai pirati. La notte del 25 marzo 1214, festa dell'Annunciazione di Maria, una tempesta rischiò di far naufragare la nave su cui era costretto coi bucanieri, finché la Beata Vergine gli comunicò che l'unica salvezza per l'intero equipaggio era di affidarsi alla sua Casa: essi accettarono e il mare si calmò. Paradossalmente, stando a questa leggenda, furono i pirati i primi membri della confraternita di san Domenico. Nel tentativo di riallacciarmi alla ricerca sulla congrega capracottese, appare evidente che una confraternita dedita alla recitazione del rosario, al fine di ottenere benefici e prerogative di qualunque tipo, ne avrebbe dovuto chiedere il permesso agli alti papaveri dell'Ordo fratrum prædicatorum. Nella pergamena oggetto del mio studio vengono infatti concessi vari privilegi alla confraternita di Capracotta, evidentemente richiesti in una precedente missiva. Il primo, e forse il più importante, stava nell'erezione di una cappella e di un altare «sub dicto titulo beatæ Mariæ de Rosario» sia all'interno della Chiesa Madre che della Cappella della Madonna di Loreto - «in Altari sanctæ Mariæ de Laureto» - per interposizione del magister Giulio Nelli da Pistoia, frate minore che evidentemente operava a Capracotta e che, dopo una turbolenta esperienza in Francia, diventerà nel 1590 guardiano del convento di S. Francesco di Siena. Inoltre, ai confratelli capracottesi «utriusque sexus» di quella congrega venivano confermate le grazie, i privilegi e le indulgenze dei fratelli dell'ordine domenicano. La licentia manoscritta prevedeva pure l'istituzione della festa del Rosario, da celebrare la prima domenica d'ottobre, in vista della quale erano fortemente richieste, per decreto di papa Gregorio XIII, opere d'indulgenza - «gratiarum actionem præteritæ» - per commemorare «Victoriæ contra Turcas» con tutte le liturgie e i riti del caso nell'intero mese. Al contempo, veniva proibita la pittura di un'immagine di san Domenico, procrastinando la decisione a quindici anni dopo, in quanto l'iconografia del Santo doveva essere sottoposta a scrupolosa «recognitione». Infine, frate Tommaso Zobbio dispose che oqniqualvolta un domenicano si fosse trovato a Capracotta o all'interno delle sue chiese - «quandocunque contigerit Fratres nostros intus vel extra dictam Terram Capræ Coctæ Ecclesiam» -, gli si sarebbero dovuti riconoscere i privilegi e le indulgenze verso il nuovo altare e la nuova cappella che la dichiarazione stessa stava ora concedendo all'associazione laicale di Capracotta. Ad oggi di san Domenico di Guzmán e dei predicatori domenicani pare non esser sopravvissuto nulla a Capracotta e quasi nulla in Alto Molise: la maggior parte delle tracce domenicane si riferiscono a san Domenico di Sora, che molto operò sull'Appennino abruzzese. A partire dal 1854, la Confraternita del S. Rosario - che molti secoli fa edificò probabilmente la prima Chiesa Madre e il Santuario della Madonna di Loreto fuori le mura - smise di comparire persino sui documenti d'archivio. Tuttavia, nella Chiesa di S. Antonio di Padova v'è un altare dedicato alla Madonna del Rosario, altresì nota col nome di Beata Vergine del Rosario di Pompei: è forse questo lo scolorito ultimo ricordo della nobile associazione capracottese. Tutto il resto è stato cancellato dalle stratificazioni della historia. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; U. Dovere, Chiesa e denaro tra Cinquecento e Seicento. Possesso, uso, immagine, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004; W. A. Hinnebusch, I domenicani. Breve storia dell'Ordine, Ed. Paoline, Milano 1992; J. Lafon, L'année dominicaine, ou Les vies des saints, des bienheureux, des martyrs, et des autres personnes illustres, ou recommandables par leur pieté, de l'un et l'autre sexe, Morgan, Amiens 1716; B. Longo, Storia del Santuario di Pompei dedicato alla Vergine SS. del Rosario, vol. I, Longo, Valle di Pompei 1890; V. Lusini, Storia della Basilica di S. Francesco in Siena, S. Bernardino, Siena 1894; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, vol. XI, Tip. Emiliana, Venezia 1846; G. Palmerio e G. Villetti, Storia edilizia di S. Maria sopra Minerva in Roma: 1275-1870, Viella, Roma 1989; P. Scaramella, Le lettere della Congregazione del Sant'Ufficio ai tribunali di fede di Napoli: 1563-1625, Ist. italiano per gli Studi filosofici, Napoli 2002.
- La Corriera
5:50. Tititi titititi tititititi. Come tutte le mattine, anche in quella gelida giornata d'inverno la sua sveglia suonò puntuale alle 5:50. Adorava restare altri dieci minuti sdraiato nel suo letto, da sveglio, a guardare il giorno che nasce. Indossò la camicia bianca stirata con perizia, i pantaloni blu, il maglione altrettanto blu con scollo a V, le scarpe nere perfettamente lucidate. Ogni mattina che si sedeva alla guida della sua corriera sognava di essere l'autista di un0auto "importante". Così diceva lui. Fosse stata importante l'auto o chi c'era dentro, poco importava. Ed invece era lì, su quel sedile cigolante ad accontentarsi di una corriera azzurra, mezza scassata e completamente vuota! La sua Corriera. Aveva superato i cinquant'anni, viveva solo con sua madre in una piccola casa all'inizio del paese, aveva un gruppo di amici maschi, tutti scapoli, la mattina guidava la Corriera ed il pomeriggio faceva la "passatella". A Capracotta dicevano che era un buono a nulla, uno sfaticato che viveva sulle spalle della povera vecchia madre; lui non aveva mai reclamato di fronte a tali commenti, lasciava correre. Tanto era certo che a Capracotta era nato e lì avrebbe trascorso fino all'ultimo dei suoi giorni, nonostante le malelingue. Tanti anni prima, appena finita la scuola, sua madre aveva provato a mandarlo a Roma da una vecchia zia, ma dopo tre settimane di lacrimosissime telefonate era tornato indietro, forse per paura della grande città, forse per un senso di riconoscenza nei confronti della solitudine di sua madre, o forse, semplicemente, perché lui era di Capracotta e lì voleva stare. E fu così che iniziò a fare l'autista della Corriera. Erano passati ventisei anni da quella famosa mattina di "inizio carriera"; il precedente autista era andato in pensione e nessuno voleva quella tratta: Capracotta-San Pierto Avellana Stz. Nessuno voleva guidare una corriera che portava non più di dieci passeggeri al giorno, se tutto andava bene, nessuno voleva andare in una stazione dove dai treni non scendeva mai nessuno, nessuno voleva trasportare pacchi anziché cristiani, a nessuno interessava scarrozzare quel piccolo trabiccolo su per le impervie curve di una dissestata strada di montagna. Ma a lui piacque l'idea, tanto più che era un tipo solitario e silenzioso. Nessuno rimase sorpreso nel sapere che fu l'unico candidato per quel posto di lavoro. Mise in moto ed attese qualche minuto prima di partire, in inverno il motore fa fatica a compiere bene il suo lavoro se non gli si dà quel minuto per scaldarsi un po'; così lui ebbe il tempo di osservare con attenzione il cielo, era ancora buio ma già si potevano notare i nuvoloni carichi di neve. Sperò in una copiosa e concitata nevicata, magari addirittura in una bufera! E sì! La bufera! A Capracotta la bufera era temuta come la carestia, come un'epidemia, come la più acerrima di tutte le nemiche. La gente provava paura e fastidio per questo fenomeno atmosferico. In tanti erano andati via da Capracotta proprio per questa ragione perché, dicevano, i disagi dovuti alla bufera erano troppi. Lui non aveva mai appoggiato quest'idea, anche perché la bufera, oramai era diventata spettacolo raro, rarissimo. Ed in quelle rare volte che accadeva, tutti i mezzi del Comune venivano spiegati per liberare le strade dalla neve, come fosse pieno agosto. A lui la bufera era piaciuta da sempre, sin da quando, piccolino, la guardava da dietro i vetri che tremavano per l'impetuoso vento. Con gli anni imparò che il posto migliore per godersi la neve soffiata dal vento era Prato Gentile, o meglio, la pista di sci di fondo. Non era un gran campione ma sciava tutti i giorni che poteva farlo. E quando c'era la bufera era una gioia per lui essere su quella pista con i suoi sci ai piedi. I due soliti studenti dell'Istituto Agrario erano già a bordo, infreddoliti e assonnati come sempre, il Forestale era in malattia da qualche giorno e lo sarebbe stato anche oggi, Lei saliva alla fermata "sotto la Posta". Eccola! C'era! "Ora sale... che le dico??? La neve...? Il freddo...? Come stai...?" Pensò lui. Ma, mentre si chiedeva cosa dirle, Lei era già comodamente seduta nel suo posto, dietro di lui vicino al finestrino. Lui la osservava dallo specchietto retrovisore e Lei fingeva di dormire; quando Lei improvvisamente si svegliava, lui voltava gli occhi e guardava dritto la strada. Accadeva così, tutte le mattine e tutti i pomeriggi che Lei saliva sulla Corriera. Ma quella mattina era diverso, si sentiva carico come le nuvole di neve. E tra se e se si promise: "Se oggi fa la bufera le parlo, glielo dico. Solo se fa proprio una bella bufera!". Lei era piccolina, non più tanto giovane, portava gli occhiali e i capelli corti sempre in ordine, spesso indossava i pantaloni scuri, era timida e parlava a voce bassa. Anche Lei viveva con la madre e aveva solo amiche donne, tutte zitelle. Amava ballare quei balli popolari alle feste di piazza ed ai matrimoni, faceva sempre coppia con una delle sue amiche. Non era bellissima ma a lui piaceva da morire. Erano ventisei anni che voleva dirglielo. La seggiovia era chiusa, c'era ancora poca neve e pochi avventori infrasettimanali; dalla fontana un sottile filo di acqua gelata ne simulava il flusso, le pale eoliche giravano, qualche grande cane, che una volta doveva esser stato bianco latte, sedeva sul ciglio della strada, e poi solo curve fino alla stazione di San Pietro Avellana, il piazzale antistante. La larga curva per fare manovra. La corriera frena. Si aprono le porte. I passeggeri si alzano. Si salutano. Scendono. Quel pomeriggio, al ritorno, i due studenti non c'erano, erano già tornati a casa perché le scuole le avevano chiuse per mal tempo. Chiuse in tanti comuni lì intorno, meno che a Capracotta! Un controsenso!? O forse no! Comunque, accadeva spesso così! Il cielo era rimasto immobile, le nuvole grigie, leggeri e costanti fiocchi di neve durante la giornata, il termometro stabile appena sotto lo zero. Niente bufera. Addio promessa. Dopo qualche minuto Lei salì a bordo avvolta in una colorata sciarpa-cappello, si dissero un "Ciao" frettoloso. Lei si mise a sedere e lui, delusissimo per la mancata bufera, mise in moto e iniziò la risalita verso il paese. Durante il tragitto la nevicata pian piano si fece più intensa, i tergicristalli si affannavano sul grande vetro, l'aria calda spruzzata sul cruscotto tentava di aiutare gli stanchi tergicristalli affinché la neve non chiudesse gli occhi della Corriera. E faceva un gran rumore. Lui iniziò a crederci, ora ci sperava davvero nella bufera, era felice ed immaginava addirittura di sorridere. Il rumore dell'aria calda lo aiutava a prepararsi un ipotetico discorso. E poi eccola, finalmente arrivò! La bufera arrivò. Una bella bufera! Lei fingeva tranquillità, seduta nel suo solito posto, ma aveva una gran paura. Lui scese un attimo dalla Corriera e finse di dover controllare chissà cosa ma lo fece solo per farsi dare un po' di coraggio dal freddo della neve che scendeva. E poi di nuovo in marcia: l'Osservatorio, il Bosco, i fratelli Fiadino, la seggiovia, "meglio passare dalla strada di sotto” ragionò lui. La Madonnina. La Scuola. Sentiva il cuore battergli fortissimo nel petto, lo sentiva muoversi, sentiva il suo rumore nelle orecchie. Fermata "sotto la Posta" , la Corriera tirò dritto, Lei balzò in piedi e disse, quasi ad voce alta: – Hai dimenticato la mia fermata! – Ti prego, stai seduta. Tra poco ti riporto a casa. Guarda com'è bella la bufera! Arrivarono dritti a Prato Gentile, senza troppi problemi. Ventisei anni alla guida della Corriera lo avevano reso esperto. Fermò la Corriera. La prese per mano e scesero nella bufera, assieme. Le fece il discorso più bello che avesse mai pronunciato in vita sua, non ricordava di conoscere tante parole diverse. Poi si rese conto che a causa del forte vento Lei non aveva potuto sentire niente. Scoppiarono a ridere, si abbracciarono e lei gridò: – Finalmenteeeeeee! Esattamente un anno dopo era una serena serata d'inverno, un po' di neve a terra, il cielo pieno di stelle e il termometro ancora fisso sotto lo zero. Una schiera di amici scapoli ed amiche zitelle presero a ballare in coppia al loro matrimonio. Michela Notario Fonte: M. Notario, La Corriera, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.
- Molise, fine anno tra gli zampognari
Autunno inoltrato, quasi Natale. Ci sono diversi motivi, in questa stagione, per andare alla scoperta del Molise. Intanto per i paesaggi. Il territorio qui è prevalentamente montuoso, quindi nevica e tanto, anzi fiocca, come dicono da queste parti e come recita l'inizio di una filastrocca in dialetto locale: "Hiocca hiocca a la muntagna de la Rocca...". E la neve ricopre i tetti e le strade dei borghi arroccati su spuntoni rocciosi, definiti peschi, con un termine che ricorre anche nella toponomastica. Ricopre i resti archeologici delle città che furono degli Osci, dei Sanniti e dei Romani e la fitta rete di tratturi erbosi destinati alla transumanza delle greggi. E imbianca i boschi di querce, faggi, pini, abeti, quella vegetazione che rappresenta un''altra importante attrattiva del Molise, che, grazie alla ridotta densità abitativa e alla scarsa industrializzazione, è riuscito a salvaguardare i suoi habitat naturali. Il Parco Nazionale delle Mainarde, sul confine col Lazio, è in termini naturalistici e paesaggistici, con i suoi alberi monumentali e le sue faggete secolari, una della aree più interessanti dell'Appennino, caratterizzata dalla presenza di animali come l'orso bruno marsicano, il camoscio, il lupo, il cervo, la lontra, l'aquila reale e il picchio di Lilford. Ai confini con l'Abruzzo, tra i comuni di Pescolanciano e Vastogirardi, in provincia di Isernia, la Riserva Naturale della Biosfera di Collemeluccio-Montedimezzo, una delle otto istituite dall'Unesco in Italia, è costituita da foreste di abeti bianchi ed è popolata di cinghiali, lepri, martore, volpi, poiane, gufi, barbagianni, scoiattoli, ghiri e ghiandaie. Ancora abeti bianchi poco lontano: sono quelli del Bosco degli Abeti Soprani di Pescopennataro. Bellissimi con la chioma piramidale dal colore verde cupo e dai riflessi argentei e con il tronco ricoperto da una corteccia bianco-cenerina. Insieme con Pietrabbondante, Pescopennataro è arroccata a circa mille metri di altitudine e annidata tra enormi macigni che i molisani chiamano morge. In mezzo c'è Agnone, conosciuto come il paese delle campane per via di una tradizione millenaria che sopravvive nella Pontificia Fonderia Marinelli, che pare sia l'azienda a conduzione familiare più antica d'Europa. Qui si realizzano preziosi prodotti di artigianato artistico, ancora oggi rifiniti a mano pezzo per pezzo. Assistere ad una colata di bronzo è un'esperienza affascinante: fornaci a riverbero in mattoni refrattari, il legno di rovere per alimentare il fuoco, il crepitio delle fiamme, il rosso intenso del bronzo incandescente, tutto contribuisce a creare un'atmosfera densa di emozioni. I rintocchi delle campane fuse ad Agnone risuonano in tutto il mondo: da Roma a Sapporo. Attiguo alla fonderia, c'è il Museo Internazionale della Campana, che conserva una ricca collezione di esemplari databili dal Medioevo ad oggi, antichi attrezzi di lavorazione e calchi per la decorazione. Sempre in provincia di Isernia, Scapoli, è il paese degli zampognari, i musicisti girovaghi che bussano alla nostra porta in prossimità del Natale, e delle zampogne, che qui si fabbricano da tempo immemorabile. Restando in tema d'inverno, a Capracotta, uno dei paesi più elevati dell'Appennino, si scia. Le piste da fondo di Prato Gentile, a 1.573 metri di altezza, regalano eccezionali panorami sulla Valle del Sangro. E si scia anche a Campitello Matese, sul confine con la Campania, tra boschi di conifere e castagneti. Dove i rilievi appenninici lasciano spazio alle colline, gli alberi più alti cedono il posto agli ulivi. E l'olio novello, insieme agli altri prodotti dell'enogastronomia, tipici della tradizione contadina, è un altro ottimo motivo per venire in Molise. Sulle tavole di Natale, ad Agnone, non può mancare la Zuppa alla Santè: brodo di gallina ruspante con scarola lessa e uovo sbattuto che si versa su polpettine di carne, pezzi di caciocavallo arrostito e crostini di pane. Come dolce, le Ostie di Agnone, preparate con dei particolari stampi di ferro montati a forbice. Le ostie si mangiano a coppie con un ripieno di mandorle, noci, miele, cioccolato e buccia d'arancia. Intanto fuori, l'8 e il 24 dicembre, all'imbrunire, si rinnova un rito antichissimo di purificazione, la 'Ndocciata. Al suono delle campane della città, gli uomini accendono le 'Ndocce, gigantesche torce di abete bianco e fasci di ginestre secche e si incamminano verso il corso principale della città, trasformandolo in un fiume di fuoco che culmina in un enorme falò. La partecipazione degli abitanti del paese, e non solo, come per ogni festa della tradizione, è straordinaria. Del resto a proposito del Molise e dei molisani molti parlano di attaccamento alle origini e alle radici, autenticità, genuinità, termini che oggi possono suonare fuori moda o un po' retorici. A meno che a pronunciarli non siano persone arrivate da molto lontano, al riparo da qualsiasi sospetto di malinconico rimpianto. Gente del nord dell'Europa come gli olandesi e i belgi, che hanno scoperto nel Molise la nuova Toscana, la meta ideale di un sogno bucolico. Vengono qui non solo a trascorrere periodi di vacanza ma addirittura vi prendono casa, inventandosi un nuovo lavoro e lasciandosi la vecchia vita alle spalle. Scelgono di emigrare in quella che era la terra degli emigranti, quasi a riscattarne il passato, attratti dalle giornate luminose, dalla natura, dalla semplicità e dalla quiete dei posti. Come Adriaan e Hildegard van Overmeiren-Declercq, che hanno abbandonato il Belgio per trasferirsi a Morrone del Sannio, in provincia di Campobasso, dove hanno creato La Casa Molisana, albergo e ristorante. Scelta simile per Janine Foppes, artista olandese che dopo aver viaggiato per mezzo mondo, ha deciso di fermarsi a Ripabottoni, dove ha fondato La Casa Grande di Janine, un originale art-breakfast con camere a tema, laboratorio per le lezioni di scultura e galleria per le mostre d'arte. Altri olandesi, con famiglia al seguito, hanno deciso di venire a vivere in questo paese che conta poco più di seicento abitanti, quasi tutti anziani, ed è un incoraggiamento non da poco, per chi già viveva qui, a cancellare i segni del terremoto di sette anni fa. Ancora altri stranieri si sono stabiliti a Bonefro o a Guglionesi o a Castelverrino. Merito del passaparola e merito anche dell'AADI-Molise, l'Associazione Amici dell'Italia, che promuove il territorio regionale all'estero. E così vanno rinascendo a nuova vita questi borghi lontani, anzi lontanissimi dal turismo di massa. Nicoletta Speltra Fonte: N. Speltra, Molise, fine anno tra gli zampognari, in «La Stampa», Torino, 17 dicembre 2009.
- Guida alla lettura cormonese
Quando Ippolito Nievo afferma che il Friuli «è un piccolo compendio dell'universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì», mi viene in mente il mio Molise, per niente lagunoso, ma sinceramente meno produttivo e attraente di quel Nordest tanto ricco e vario. Il Friuli mi ricorda il Molise non solo per la completezza della sua geografia ma anche perché rappresenta appieno un contenitore etnico-linguistico - pure in Molise sopravvivono molte comunità arbëreshë - raccontando un'ibridazione culturale che è sia arricchimento che rivendicazione, sia cosmopolitismo che identità territoriale. Grazie all'incessante attività di promozione di "Tocs di Cormons" ho conosciuto meglio Massimo Coloso e la sua Cormons - che pensavo fosse celebre solo per il vino - in provincia di Gorizia, e con essa ho provato a cimentarmi in un'impresa pari a quella che ho portato avanti negli ultimi quattro anni nei confronti del mio paese altomolisano, Capracotta. L'impresa era quella di scovare ogni possibile citazione letteraria che la riguardasse, dal primo all'ultimo libro stampato nel mondo. Ma per rendere completo, autorevole ed originale un lavoro del genere, si rende necessaria una conoscenza approfondita dei luoghi oggetto della ricerca, e quindi mi scuso anticipatamente coi cormonesi per la superficialità e parzialità dei miei risultati, visto che Cormons non l'ho neppure mai visitata (purtroppo!). Voglio soltanto renderli partecipi di questa breve bibliografia commentata sul loro comune, invitandoli a portare avanti la ricerca, affinché i nostri paesi, tutti i paesi italiani, non muoiano d'inedia culturale. Dopo una spedita ricerca bibliotecaria e bibliografica su Cormons ho selezionato poco più di venti romanzi e racconti del XIX e XX secolo che menzionano il paese friulano, spesso importanti per la storia letteraria italiana e firmati quasi tutti da grandi scrittori nostrani. Ecco l'elenco in rigoroso ordine cronologico di pubblicazione: C. Percoto, Il pane dei morti, in Racconti, Le Monnier, Firenze 1858; M. Gianelli, Regina. Storia di una fanciulla, Coana, Rovigno 1866; P. Tedeschi, Per un'effe. Viaggio in istrada ferrata da Venezia a Trieste, Lampugnani, Milano 1871; L. Beha, Memorie d'un garibaldino. Campagna 1866 - Tirolo, Paolini, Roma 1884; M. Bontempelli, Dallo Stelvio al mare, Bemporad, Firenze 1915; Haydée, Vita triestina avanti e durante la guerra, Treves, Milano 1916; A. Baldini, Nostro Purgatorio. Fatti personali del tempo della guerra italiana: 1915-1917, Treves, Milano 1918; A. Soffici, La ritirata del Friuli, Vallecchi, Firenze 1919; G. Reina, Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. Combattendo sull'Isonzo e sul Carso con la Brigata Perugia, Ausonia, Roma 1919; L. Capello, Per la verità, Treves, Milano 1920; F. T. Marinetti, L'alcòva d'acciaio. Romanzo vissuto, Vitagliano, Milano 1921; U. Ojetti, Confidenze di pazzi e savii sui tempi che corrono, Treves, Milano 1921; G. Caprin, Il sogno del sottotenente, in Storie e moralità, Mondadori, Milano 1926; M. Moretti, Il trono dei poveri, Treves, Milano 1928; G. Comisso, L'italiano errante per l'Italia, Parenti, Firenze 1937; U. Zannoni, La meridiana, Cappelli, Bologna 1951; R. Alessi, La speranza oltre il fiume, Cappelli, Bologna 1959; G. G. Napolitano, Un colpo di luna, Bompiani, Milano 1967; M. Soldati, L'attore, Mondadori, Milano 1970; F. Burdin, Antropomorfo, Marsilio, Padova 1979; M. Milani, La fine della battaglia, Camunia, Milano 1993; M. Hack, L'amica delle stelle. Storia di una vita, Rizzoli, Milano 1998; E. Bartolini, Corinna, Aragno, Milano 2005; M. Brunelli, La pianista di Sambor, Carte Scoperte, Milano 2008. Francesco Mendozzi Fonte: https://tocsdicormons.org/, 29 maggio 2017.
- Caro Higuain, invece sei proprio un traditore
Le ragazze dei calciofili e la loro condanna Scrivo questo pezzo di mia iniziativa, dopo aver letto quello di Luigi Rusciano, "Grazie Higuain per me non sei un mio traditore". È una risposta a quelle parole, ma anche una chiarificazione necessaria in vista di Napoli-Juventus. E poi lo devo alla mia ragazza. Voi direte: e cosa c'entra? C'entra, c'entra. Lei è una specie di condannata al calcio, io e suo fratello la costringiamo a sentir parlare di questo sport praticamente da sempre. Poi ci si è messo il fatto che io abbia iniziato a lavorarci, col pallone. Quindi, la sentenza definitiva: lei, attraverso me, è costretta a sentir parlare di calcio giocato, di calciomercato, di reazioni dei tifosi e tutto il resto della storia. Povera figlia. Le devo questo pezzo perché una sera, sotto casa sua, siamo stati un'ora a parlare di Higuain alla Juventus. Lei è siciliana, ma si è laureata a Napoli e quindi apprezza la nostra città e i suoi abitanti. Quella volta, però, insisteva su un concetto su cui non ero d'accordo. Su cui io, personalmente, non ero d'accordo. Il concetto che sta alla base di questo pezzo, che mi ha permesso di costruire un certo titolo. Lei diceva che i napoletani «si sono incazzati in questo modo, per Higuain, solo perché è stato ceduto alla Juventus». Le ho spiegato che a me, che sono napoletano, non importa una mazza della Juventus. Il fatto che sia andato ai bianconeri è un'aggravante, se vogliamo, ma non è il nocciolo del problema. Higuain resta un traditore per il modo in cui è andato via. Avrei detto lo stesso se fosse andato, nella stessa identica maniera, all'Arsenal o al Bayern Monaco. Rifiutare lipocrisia Con questo, ovviamente, non voglio dire che sia felice che Higuain abbia scelto la Juventus. Sono stato perfettamente d'accordo con un mio amico che su WhatsApp, il giorno del suo sbarco a Torino, l'ha apostrofato con un napoletanissimo "Faccia Gialla". Ma è stata una reazione a caldo. Come ho letto nei commenti sotto il pezzo di Rusciano, il tifo è bello per questo. Perché è irrazionale. Però non è detto che debba esserlo per forza, e in maniera perpetua. E allora ho ragionato un po', mi sono fatto due conti (economici) e due domande (esistenziali) e sono arrivato alla mia conclusione sulla vicenda: Gonzalo Higuain è un traditore? Assolutamente sì. Ma la Juventus non c'entra niente. Gonzalo Higuain è un traditore perché si è fatto vedere solo ed esclusivamente a cose fatte. Per le visite mediche a Madrid, come un ladro, di notte. Perché non si è mai assunto la responsabilità di questa sua scelta nei confronti del suo pubblico. Non di quello con cui saltava, cantava i cori della città: stigrancazzi, la prima parte del pezzo di Rusciano è perfetta e Higuain è un professionista. Il suo mestiere è giocare a calcio, non sentire l'amore di 55mila persone in uno stadio e tutte quelle altre fuori. Non ha disatteso promesse, ha fatto quello che si sentiva di fare, sempre. Prima e dopo. Ci sarà un motivo per cui i tifosi della Roma amano così tanto Totti, no? Ecco, è lo stesso motivo per cui noi non amiamo così tanto Ferrara o Cavani, ma magari Hamsik sì. Ognuno, dal punto di vista emotivo, si qualifica per quello che è attraverso quello che fa - è la frase simbolo dello splendido film Batman Begins. E i calciatori sono professionisti dello sport, non dei sentimenti. La cosa più facile Gonzalo Higuain è un traditore perché ha fatto una scelta "normale", per alcuni pure condivisibile, nel modo peggiore possibile. Sentendosi in diritto di spiegarne i motivi solo dopo, dicendo che non è stata colpa sua, anzi soprattutto non dicendo niente quando era il momento. Quando mi sono espresso sulla vicenda, i miei interlocutori (compresa la mia ragazza) mi hanno sempre chiesto: "E cosa avrebbe dovuto fare?". Una cosa semplice, ma al tempo stesso difficilissima. Dopo Napoli-Frosinone, dopo Argentina-Cile, o comunque anche un'ora prima di sbarcare a Caselle, avrebbe dovuto presentarsi in conferenza stampa o rilasciare un'intervista al Corriere di Capracotta. E avrebbe dovuto dire quello che ha detto a Vinovo, in giacca e cravatta prima di abbracciare Marotta: «Vado via per colpa di Aurelio De Laurentiis». Vi dimostro la mia buona fede: avrebbe potuto dire questo senza menzionare la Juventus. Della Juventus, vi giuro, a me non importa. L'ho capito dopo: non è mai importato davvero. Invece Gonzalo ha scelto la cosa più facile. Il silenzio, prima. E dopo, sparare sul bersaglio più facile da colpire. Qualcuno mi e vi riporterà con la memoria a giugno, alle parole di quell'altro bel tipo di Nicolas Higuain. Le prime avvisaglie. Mi potreste dire "Sì, ma lui aveva avvertito". Facendo parlare chi, Nicolas? E facendogli dire cosa? Che «a queste condizioni noi non rinnoviamo»? Perdonatemi, non è la stessa cosa. Il suo è stato puro opportunismo mascherato da professionismo. Sì, perché uno è professionista e professionale quando si assume la responsabilità di questa sua condizione. Quando è il momento, però. Non dopo. Il ritorno Ora Higuain tornerà a Napoli, e per me è solo il centravanti di un'altra squadra. Il fatto che sia un ex calciatore del Napoli fa parte del ciclo della vita. Il calcio, del resto, è una riproduzione delle dinamiche umane con dentro un pallone che rotola e rimbalza su un prato. Quindi capirei e capirò i fischi del San Paolo. Anzi, fischierei anch'io. Ma avrei fischiato comunque, qualsiasi colore avesse avuto la sua maglia da avversario. Probabilmente fischierei un po' di più perché ora gioca con "loro"? Non lo so, a quasi un anno di distanza credo di aver riflettuto così tanto a freddo che la reazione calda oramai sia superata. Ci sono altri che proprio non ce l’hanno fatta, non li comprendo ma non è cosa che mi riguarda. Io sono del Napoli, ma a modo mio. Non ne farei nemmeno una questione di città "etichettabile" o troppo radicata nel passato, come scrive Rusciano. Perché è successo ovunque, e succederà ovunque. Barcellona (Figo), Milano (Ronaldo e Leonardo), la stessa Torino. La Juventus, con Pogba. In parecchi scrivono e hanno scritto che Paul è un professionista, è andato a Manchester per soldi quindi tutto giusto. Intanto, però, gioca l'Europa League e noi la Champions. È un odio più sottile, un vaffanculo più subdolo, se vogliamo meno eticamente condannabile e più etimologicamente raffinato di quello dei napoletani. Questo posso dirlo anch'io, lo riconsoco. Ma è lo stesso genere di cosa: noi viviamo nella retorica dell'amore, loro in quella delle vittorie. A ognuno la propria autonarrazione. Vedrete: succederà, presto o tardi, con Dybala. Che non verrà a Napoli, e questo è normale. Normale, come Higuain che va alla Juventus. Ma si è sempre meridionali di qualcuno. Basta rendersene conto, esattamente come quando si ha a che fare con la gente. Con certa gente. Perché non è tanto chi sei, ma quello che fai, e come lo fai, che ti qualifica. Professionista, uomo, traditore o salvatore della patria. Ognuno, facendo, decide qual è il proprio destino. Alfonso Fasano Fonte: https://www.ilnapolista.it/, 29 marzo 2017.
- Capracotta, cummara Ida e l'educazione di Manduccio
La famiglia di mia nonna era fatta di gente notoriamente distratta. Mia nonna Nietta faceva l'anisetta in casa a S. Pietro Avellana mettendo insieme nell'alcol semi di anice con cannella e buccia di limone, agitando ogni mattina per quindici giorni il vaso di vetro ermeticamente chiuso. Poi vi aggiungeva lo zucchero sciolto nell'acqua calda e lo faceva riposare per una quarantina di giorni, passati i quali filtrava tutto e versava in bottiglie trasparenti. Su ogni bottiglia incollava un'etichetta fatta con un foglietto ricavato da una pagina a quadretti con la scritta "Anisetta" e la data della preparazione. La trasparenza del liquore era motivo di orgoglio! Avendo dieci figli ne faceva anche per regalarla. Così pensò di regalarne una bottiglia a zia Iduccia, la figlia che stava a Capracotta. Nonna Nietta, però, non si accorse che quella bottiglia confusa tra le altre, pur avendo l'etichetta fatta a mano con la scritta "Anisetta", conteneva acqua. Semplice acqua. Zia Iduccia, ricevuta la bottiglia, la mise nella cristalliera, in mezzo ai bicchierini che usava per gli ospiti, senza sapere che contenesse acqua pura. La mattina dopo passò a consegnare la posta Manduccio, il postino, e zia Iduccia si sentì in obbligo di offrire un bicchierino di anisetta: – Grazie, cummara Iduccia, che ŝtu fridde ce va bbuóne – e con un sorso Manduccio vuotò il bicchierino. Zia Iduccia ne fu contenta e con la bottiglia in mano, disse: – Mandu', fatte n'ate bicchierine ca ŝte liquore nen fa male. – Cummara Iduccia, se è pe chésse me pòzze véve tutta la buttiglia! Franco Valente
- Il gran cuore di Donato Del Castello
Donato Del Castello nacque a Capracotta il 7 marzo 1858 e morì a L'Aquila il 26 giugno 1949. La sua famiglia di origine, pur avendo casa a Capracotta, dimorò stabilmente in Puglia, precisamente a San Nicandro Garganico, probabilmente dalla fine del 1800. Il padre, Celestino, morì a San Nicandro il 19 dicembre 1914. Il soprannome di famiglia, Fazzèlla, sicuramente deriva dal nome della nonna, Eufrasia, vezzeggiato in Eufrasiella, capracottesizzato in Fazzella. Di Donato Fazzella si è sempre sentito favoleggiare a Capracotta, poiché è stato definito dagli anziani come il più importante e ricco imprenditore boschivo del paese. Uomo tutto d'un pezzo, molto rigoroso ed esigente con i soci e con i dipendenti, ma altrettanto serio, di parola e generoso. A Capracotta, durante una serata estiva del 2015 davanti al bar, un nostro compaesano residente da molti decenni a Milano, discorrendo su questo famoso conterraneo ha sostenuto che nella piazza di un paese del Gargano vi è un monumento posto dalla popolazione locale in suo ricordo e per gratitudine. In verità, con l'indispensabile e comodo aiuto di internet, cliccando il nome "Del Castello Donato" emerge che nel centro storico di San Nicandro Garganico c'è l'Istituto Scolastico intitolato a questo nome. Per avere certezza che si trattasse proprio di Donato Del Castello di Capracotta è stata necessaria una visita in loco durante una bella giornata di primavera di quest'anno. Individuato il fabbricato, un gentile signore sannicandrese ha riferito che la scuola accoglie i bambini del popoloso paese (15.700 abitanti effettivi) ed è gestita ancora dalle suore, le quali vengono denominate in paese «le suore Del Castello». Suonato il campanello del portone principale, una suora molto gentile non ha saputo dire molto su questo benefattore, salvo che aveva molto a cuore la cura, l'istruzione e l'educazione dei bambini, specie i più poveri. Donato Del Castello - il quale non aveva figli - donò la sua grande casa sannicandrese alle suore a condizione che venisse adibita ad asilo infantile e che accogliesse tutti i bambini del paese. Il fabbricato nel corso degli anni è stato sopraelevato, tanto che oggi accoglie più di cento bambini. A domanda se esista in istituto qualche documento in ricordo di Del Castello, la suora ha detto di non saperlo ma (fortunatamente per il visitatore) ha parlato dell'esistenza di una vecchia fotografia incorniciata del benefattore. Chiestole il permesso di poterla visionare, dopo un attimo di incertezza la sorella ha consentito di entrare, di visionare il fotografia e, addirittura, di fotografarla. La fotografia incorniciata ritrae con certezza Donato Fazzella, poiché riconosciuta da Angela Venditti, figlia di Eufrasia, pronipote del famoso conterraneo. Serafino Trotta
- Un colpo infame per l'atleta capracottese
Questa è una storia degli anni Venti del '900 che il roccolano Ugo Del Castello - responsabile del settore finanziario del Comune di Pescocostanzo, nonché appassionato studioso di storia locale - decise di non inserire nel bel libro "Cinque Miglia di nostalgia", scritto a quattro mani col giornalista di La7 Stefano Buccafusca. L'autore ancor oggi afferma di essere «sconvolto e amareggiato» da ciò che il suo amico Alberto gli raccontò, ovvero la storia di un "incidente" occorso a uno sciatore capracottese sulle nevi di Roccaraso. Il racconto proviene dalle vive parole di Del Castello, il quale cita a memoria un ricordo di Alberto: Un giorno dei primi anni Sessanta, Alberto si trovava a Sulmona, lungo una stradina del centro storico che lo conduceva alla fermata dell'autobus per tornare a Roccaraso e, a metà percorso, stretto in mezzo a due file di case, incontrò una persona ormai anziana, che scambiò con lui alcune parole e appresa la sua origine roccolana lo fermò e incominciò ad agitarsi. Mentre si toglieva la giacca, la camicia e la maglia intima di lana gli disse che era di Capracotta e da giovane aveva partecipato a tante gare di sci di fondo; ma una, in particolare, lo aveva segnato nello spirito e soprattutto nel fisico: quella che si svolse a Roccaraso nei primi anni Venti. L'uomo si calmò, in silenzio scoprì, nonostante l'età, un fisico da atleta e sulla schiena possente apparve un segno spesso e violaceo che sbiadiva nel rosa da una scapola all'altra. Alberto non capì cosa gli fosse accaduto e, disorientato per quell'improvviso gesto, chiese timidamente una spiegazione. La spiegazione gli fu data mentre dovette aiutare quella persona a rivestirsi, e lo fece con tanta attenzione quasi per chiedere scusa a ciò che non avrebbe mai immaginato di sentirsi dire. La ferita, ormai rimarginata, era il segno lasciato da una catena di ferro vibrata di nascosto lungo il percorso della gara per far sì che quell'uomo abbandonasse la competizione; era uno degli atleti più forti e forse avrebbe vinto. Alberto finì di aiutare il vecchio atleta e a malapena riuscì a mormorare qualche incomprensibile parola che esprimeva tutta la sua amarezza. In un attimo gli apparvero davanti agli occhi quelle valli, quei pendii, quei prati pieni di fiori, percorsi mille volte per appagare un suo costante desiderio di vivere giornalmente la natura che rigogliosa circondava il suo paese e cercò con lo sguardo perso e annebbiato, come se ci fosse un turbinio di neve indefinita, di capire dove si fosse trovato quell'uomo nel momento in cui fu colpito. Fu un breve momento, Alberto tornò alla realtà e cercò di vedere con gli occhi, umidi di commozione, ma anche di indignazione, dove fosse l'uomo di Capracotta per chiedergli il luogo preciso dell'episodio. L'uomo non gli era più vicino, lo vide appena scomparire in fondo al vicolo. Alberto corse, cercò di raggiungerlo per esprimergli tutta la sua solidarietà, ma dietro l'angolo non c'era più nessuno, l'uomo si era infilato in uno dei tanti vicoli lì d'intorno dove era scomparso per sempre. Cerchiamo adesso di capire chi possa essere quello sciatore che subì l'infame cinghiata a Roccaraso negli anni '20. Dal racconto si evince che il colpo di catena precluse una vittoria al nostro atleta e che nei primi anni '60 questi era anziano, il che mi costringe a ricercarlo negli annali anteguerra dello Sci club Capracotta. È risaputo che Capracotta, prima della Seconda guerra mondiale, partorì su tutti due grandi sciatori che si distinsero oltre i nostri confini: Mario Di Nucci (1918-1975) e Noè Ciccorelli (1895-1976). È da escludere il primo per motivi anagrafici; Ciccorelli, al contrario, venne alla luce sul finire dell'Ottocento e certamente gareggiò a Roccaraso negli anni '20, ma i suoi risultati furono quasi sempre di ottimo livello e, visto che fu a lungo attivo sulla scena culturale e politica capracottese anche nel dopoguerra, probabilmente non avrebbe taciuto il triste ricordo dell'incidente. D'altronde, nella seconda metà degli anni Venti un altro capracottese fece molto parlare di sé per i risultati agonistici, anche se in pochi si ricordano di lui: ci riferiamo a Giuseppe Potena, vincitore il 7 marzo 1927 della Coppa Mussolini, disputata sulle nevi dell'Aremogna. Da un articolo dell'epoca del Corriere della Sera sappiamo che il Potena percorse i 10 km. della gara in 50'13''. Tuttavia credo di poter escludere anch'egli dall'indagine perché, effettivamente, la gara la vinse. Dopo diverse interviste ho scoperto che l'atleta in questione era - con un'approssimazione vicina alla certezza - Teodoro D'Alessio (1900-1990), per tantissimi anni residente a Sulmona e anagraficamente compatibile con l'infame evento sulle nevi di Roccaraso. Ugo Del Castello termina il suo racconto chiedendo perdono, a nome della comunità roccolana - anche se non è dato sapere se il vigliacco fosse di Roccaraso! - al nostro sciatore e a tutta la comunità capracottese. Dopo quasi un secolo non possiamo far altro che accettare le scuse e ringraziarlo di cuore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Conti, Per non dimenticare, in «Voria», II:2, Capracotta, marzo 2008; U. Del Castello e S. Buccafusca, Cinque Miglia di nostalgia. Nevi e skiatori d'altri tempi a Roccaraso, Biallo, Castel di Sangro 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; T. Paolone, 1914-2014: cento anni di sport. Cronache e storia dello Sci club Capracotta, Volturnia, Cerro al Volturno 2015; Ultime di sport, in «Corriere della Sera», Milano, 8 marzo 1927.
- Amate(vi)
Occhi che avrebber dat'occhi Per languire al fianco suo E uomini e sterili e scarafaggi, Inetti d'un tempo che non fu tempo, Ché le donne eran di sacro e di profano, Tanto che il martirio de' padri nostri Sembrava ciano al Suo veleno. «O voi, uomini, insulsa casta critica solenne, Che ricercate nel quotidiano il vostro gaudio, Sappiate che son qui per sorvegliarvi come guida O mentore di Giuda, Come apostolo e discepolo ad un tempo A ricordare che imparare è un insegnare a qualcun d'altro Se qualcuno è lì a sentire, Ad ascoltare, mirabile visione, In cielo aperto e nuvole e tifoni». Pellegrino non fu lui che venne a voi Ma Colui che ricercando trovò il senso delle cose E nulla è tutto, in egual peso, tanto Storia ci comanda, Sfiorisce, appanna e disincanta Come dama presta al tradimento. Francesco Mendozzi
























