LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- P. Mario Di Ianni: una presenza viva, un amico fraterno attraente
Con estremo pudore scrivo queste note per presentare il profilo di p. Mario Di Ianni, sacerdote missionario del Sacro Cuore, chiamato dal Signore a 84 anni, il 30 giugno 2023 a Roma. Nato a Capracotta, fin dalla prima adolescenza ha risposto alla chiamata del Signore tra i religiosi missionari, nel collegio di Narni, in Umbria. Ha accolto il magis, il di più della sua grazia, che gli ha permesso di andare avanti nella vocazione, di gioire con semplicità di cuore, di partire e ricominciare sempre tendendo la mano agli altri. Lontano da ogni forma di seduzione dell'effimero, della mediocrità, dell'abitudinarietà e dell'apparenza, ha percorso il suo cammino di formazione con coerenza e estremo rigore. Ha vissuto la propria chiamata con gratuità gioiosa, con semplicità e mitezza evangelica, con gentilezza e rispetto, lontano da ogni tentazione di sentirsi "funzionario del sacro". Si è costruito nella relazione corretta con i suoi educatori e con i suoi compagni, convinto che la relazione è costitutiva dell'essere umano, è essenziale alla fraternità della fede. Abitare il tempo e le relazioni: era il modo di crescere in fraternità, in cammino con gli altri, esercitando il ministero sacerdotale sull'aiuto e sull'ascolto, avvertendo più il noi ecclesiale che l'io autoreferenziale. Ha compreso la profonda unità tra la qualità della vita, la serenità personale e la qualità del ministero, chiamato ad annunciare con la vita un messaggio di salvezza. Ha vissuto i primi anni della sua vita a Capracotta, «terrazza del Molise», «vetta degli Appennini», con i suoi 1.421 metri di altitudine, dove «il cielo è sempre più blu», ha ereditato la fierezza del montanaro e la tempra degli antichi sanniti. Capracotta, "amata in modo viscerale", gli ha permesso di intessere rapporti sereni con i compagni di gioco e di quartiere, favorendo il confronto, l'amicizia e la dimensione familiare. Ha considerato la fragilità umana come il canale privilegiato della grazia di Dio, come colui che può guarire attraverso le proprie ferite assunte senza negarle. La fragilità accolta gli ha consentito di vivere relazioni vere, all’insegna della misericordia e della compassione e rendere credibile il ministero sacerdotale. La fragilità, che ha avvertito in modo vivo e indelebile, è stata la perdita della mamma Rosa, morta di parto nel 1942. Aveva 3 anni, «era struggente sentirgli dire: non ricordo nemmeno la voce di mia madre», commenta il suo confratello p. Domenico Rosa. Dell'amore materno ha avvertito l'assenza, la nostalgia e il rimpianto, che ha evidenziato in tanti incontri che ha avuto con me. «Beato te, – mi ripeteva spesso, – che hai avuto e sperimentato l'affetto di una madre, che ha segnato un'orma indelebile nella tua infanzia, rimanendo impressa per tutta la vita». La madre, l'unica forza capace di conquistare il cuore, la tenerezza fatta silenzio. Incanta e attrae, piega e vince, apre e scioglie, è via percorribile sempre, anche quando sembra di smarrire il cammino. L'unica forza che vince ogni ostacolo, fonte di sicurezza e di crescita per la sua infinita comprensione, è la forza irresistibile dell'amore e della dolcezza. Il rapporto e la relazione affettiva crea un'intimità stabile e fedele, che si imprime nell'animo e non si cancella mai. E imprinting unico e irripetibile del rapporto madre-figlio. La mancanza della mamma in parte è stata colmata dalla risposta spontanea alla chiamata di Dio. Il noviziato ad Agrano in Piemonte gli ha permesso di affrontare sacrifici e dure prove, affinando il suo carattere nel cammino di formazione, temprando la sua personalità tenace e determinata. Sembra riecheggiare le parole di Francis Thompson come sintesi di ogni prova: «Quello che ti ho tolto, non te l'ho tolto per tuo male, ma perché tu lo venga a cercare tra le mie braccia». Vale per p. Mario e per mamma Rosa. Padre Mario ha trovato in Gesù Cristo la sua fonte, la sua pienezza, il suo modello. In questo orizzonte ha collocato la sua "formazione cristocentrica", che costituisce l'asse portante dell'educazione della fede, la misura e la verifica più autentica che ha avuto con in confratelli e i laici. Rapporti improntati ad una amicizia profondamente soprannaturale e squisitamente umana nelle espressioni, facendo attenzione alla persona in concreto. Sempre disponibile a chi chiedeva un aiuto e un servizio, portato a vivere una vita "piena di Dio, piena d'amore". Raccontava spesso le vicende della sua famiglia di carbonai e dei sacrifici e del "sangue buttato" di papà Paolo e delle prove e sofferenze dei suoi fratelli Aldo e Rosa. Il 18 dicembre 1965 ha raggiunto la vetta del sacerdozio, culminando il suo iter di formazione nel Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore a Roma. Una testimonianza personale e comunitaria tradotta nella vita attraverso la corrispondenza e la fedeltà, anche se non sono mancati momenti di sofferenza. La speranza, anche se umanamente piccola e qualche volta gira a vuoto, è una luce che non si spegne mai. Il tempo del dolore è stato per p. Mario tempo di grazia. Il termine risurrezione indica anche pazienza di ricominciare giorni rinati dall'alto, per trasformare le ferite in feritoie, in brecce sui muri, fessure di domani. Pasqua è il punto in cui «si annodano il Gesù storico e il Cristo della fede». Il progetto di tutta la creazione è incamminato verso il compimento, pur attraverso le prove della croce e del parto. Il soffrire passa, l'aver sofferto resta. Dalla sofferenza nasce una nuova aurora, la nostra anima ha in sé un'energia che le permette di reagire ad ogni tempesta e di lasciare un raggio di luce sul terreno arido e sassoso della nostra storia. Gli anni di formazione culturale alla Università Gregoriana e in seguito all'Alfonsianum di Roma, hanno imboccato strade con scelte nette, limpide, serene. Fine intelligenza, ampia cultura e sensibilità pastorale arricchivano la sua personalità, coniugando il rigore dello studioso e la sollecitudine del pastore. Misurato in tutto ha seguito i suoi studi aprendosi alle problematiche ecclesiali, che studiava, approfondiva, scriveva. Chiamato al ministero pastorale al Collegio di Torvaianica si è prodigato con vigore per l'educazione dei giovani, senza personalismi e formalità, facendo risuonare la sua voce fraterna ed empatica. Lucidità di pensiero e fermezza di decisione hanno caratterizzato il suo servizio ai ragazzi e ai giovani dell'Enaoli di Torvaianica. La consonanza tra la sua tempra di montanaro e la delicatezza dell’educatore lo ha reso disponibile all'accoglienza e all’ascolto, facendo trasparire l'umiltà e la prossimità che l'accompagnavano, con l'attenzione riservata ai più deboli e bisognosi. Il servizio prestato nella comunità dei Missionari del Sacro Cuore nella casa di corso Rinascimento ha rivelato capacità di entrare in relazione con i confratelli e lavorare con gli altri, ma soprattutto esigenza di comunione, di collegialità, fondata sulla natura stessa del sacerdozio. Educato al pensare e al lavorare insieme, al saper dire noi e non solo io, ha sviluppato la sua formazione non come dato giuridico e disciplinare, ma come valore teologico e spirituale. Ha concepito il suo ministero e il suo servizio come impegno radicale, esigente, esclusivo, che prende tutta la vita. Nel contesto attuale questo servizio radicale si scontra con il clima del consumismo, ricerca del benessere e il lassismo morale, viene riproposto in modo chiaro e vissuto fedelmente. Con il nitore dell'argomentazione e la lucidità di pensiero ha offerto motivi di riflessione mai banali, sempre centrati al cuore delle questioni, specialmente in alcuni temi la cui sensibilità etica è oggi particolarmente vivace e contrastata. Professore di Teologia morale nella Pontificia Università Urbaniana, ha dimostrato una sicura competenza acquisita attraverso una vivacità e curiosità intellettuale, con i suoi scritti, che hanno scandito il percorso tracciato dal Concilio Vaticano II. Le questioni di fondo da affrontare erano quella dello statuto proprio della verità morale e quello della identità della morale cristiana. Tutto questo sulla spinta del Concilio Vaticano II che, riconoscendo nella Gaudium et spes l'autonomia delle realtà terrestri, riconosceva l'esistenza di un’etica umana fondata sulla ragione, nella quale la stessa rivelazione affondava per molti aspetti, le proprie radici. Per p. Mario non solo era l'occasione di continuo rinnovamento dei suoi interessi, ma anche motivo per la coltivazione di amicizie e collaborazioni con molti esponenti della cultura laica per un confronto intelligente e aperto, e anche per significative mediazioni su delicate questioni dell'etica politica, economica e della bioetica. Un teologo morale, con una sua capacità di richiamo e di stima dei suoi alunni, ha rappresentato un punto di riferimento qualificato nel suo campo di competenza, in quel settore impegnativo dedicato e rappresentato appunto dalla riflessione etica. Come docente ha lasciato un'impressione forte motivata dal rigore e chiarezza del suo pensiero, dalla stima sincera della sua umanità e dall'affetto che riusciva a conquistarsi. Colpiva l'autorevolezza di stile, la serietà e l'impegno del suo insegnamento, la spiccata predilezione per l'uso della ragione nelle argomentazioni teologiche, la passione e la generosità del dialogo, la luminosa testimonianza di vita. Esperto dei temi della bioetica ha dato risalto anche a temi dell'etica sociale e pubblica sottolineando la necessità di "rimanere umani", di "non smettere di essere umani", in un'epoca densa di squilibri e incertezze. Il richiamo al senso di responsabilità di tutti e di ciascuno era continuo e perentorio sulle labbra di p. Mario, con l'intento di delineare un modello di cattolicesimo e di Chiesa capace di restituire credibilità ed efficacia alla proposta evangelica. «Un cristianesimo che ricuperi la dimensione trascendente e mistica e faccia propria la radicalità del discorso della montagna», che si incarni in modello di Chiesa, diventa fermento vivo nella società attraverso un'esperienza comunitaria di fraternità e di condivisione dei beni della terra. Una tale testimonianza, frutto di una grande fede e libertà evangelica, la conserviamo tra le cose più preziose che p. Mario ci ha lasciato. Le pubblicazioni più note da ricordare sono "La verità nel comunicare" (ed. VivereIn), gli "Appunti di metodologia teologica" (ed. Pontificia Università Urbaniana), "Fecondazione artificiale" (Enciclopedia Cattolica, voce), il saggio su "La prudenza", pubblicati su Letteratura Capracottese. «Encomiabile – infine, afferma un suo confratello, – il proficuo lavoro svolto per la Provincia Italiana dei Missionari del Sacro Cuore per la cura, la risistemazione e l'ordine dell'archivio e della biblioteca». Una nota caratteristica del profilo di p. Mario è la capracottesità. Nato, vissuto e pasciuto a Capracotta, ha conservato nella vita l'impronta di composta fierezza e di dignitosa responsabilità, che hanno plasmato e impastato la sua storia personale. Capracotta "sempre e dovunque", punto di partenza dove è sbocciata la sua vocazione, punto di riferimento nelle sue scelte e nel faticoso cammino della vita, punto di ritorno per trovare riposo nell’amplesso materno dei suoi monti. Anche il dialetto capracottese, parlato con disinvolta padronanza, generava facilità di sentimenti e gusto della sonorità in chi lo ascoltava, facendo assaporare l'anima popolare dei capracottesi. Il sapore di ogni parola nata dalla mente, sviluppata nel cuore, diventa musica sulle labbra, perché porta impresso il sigillo della sincerità. I dialoghi trascritti nelle interviste, raccolte e annotate nel libro "La distruzione di Capracotta del 1943/44", sono una chiara testimonianza. La forma dei dialoghi, diretta e a caldo, nella immediatezza e freschezza dell'eloquio, senza mediazioni, ha reso vivo il dipanarsi cronologico dei fatti accaduti. Ognuno potrebbe aggiungere qualcosa del suo vissuto in quel tragico inverno del 1943-44. Un semplice assaggio di dialetto parlato si scopre nel dialogo con gli zii Annina Di Ianni e Cenzitto Sammarone, alla nascita del figlio Peppino: «Ména (= orsù), Annina, ché una creatura comincia nella stoppa e finisce nella seta»... La profezia si è verificata, il lenzuolo regalato da zia Cenzella, madre di don Carmelo, divisa in tanti pannolini, è stato di aiuto e sollievo, per i genitori di Peppino. La parola dialettale "ména, mó" traduce sollecitudine, solidarietà, saggezza, attenzione, condivisione e fiducia nella Provvidenza. Il dialetto capracottese parlato da p. Mario è l'eco fedele, l'interprete armoniosa di quel vecchio popolo sannita ricco di passioni, sempre nutrito di quell'intima forza morale che produce ancora intelletti robusti e genera buone qualità, come la facilità dei sentimenti semplici e il gusto della bella parola nel suo effetto di sonorità. Un particolare intervento dedicato alla Madonna di Loreto e pubblicato sul numero speciale di "Voria" nel 2008, mette in risalto la devozione tra verità e leggenda. «Certamente, – scrive p. Mario, – le apparizioni a Valle Sorda sono un tipico esempio di religiosità che è sconfinata nella fantasia e nel mito. Con ogni probabilità i monaci benedettini di Montecassino (la cui presenza nelle nostre zone si evince anche dai toponimi squisitamente benedettini) avranno esortato il popolo di Dio alla devozione alla Vergine Santissima un simulacro già diffuso in altri luoghi d'Abruzzo e ponendolo nella piccola cappella che si trovava nei pressi dell'attuale chiesa. [...] Noi onoriamo Maria nella purezza della fede cercando di togliere tutto ciò che sa di religiosità e di mito». A un capracottese basta richiamare all'orecchio il tinnulo suono della «campanella della Madonnina» per ridestare e riaccendere nel cuore la presenza vibrante della Madonna di Loreto, il ricordo del suo paese con le sue piazze, i suoi vicoli, le sue chiese e le sue montagne. La sua presenza vigile e premurosa stupisce ancora nel perdurare del tempo per sentire tutti in un comune senso di fraternità, senza discriminazioni tra buoni e cattivi, colti e ignoranti, ricchi e poveri. «Infinitamente giovane perché infinitamente Madre, infinitamente celeste perché infinitamente terrestre»: è questo il mistero profondo di Donna e di Madre. Un ultimo tratto del profilo di p. Mario è riservato al mio rapporto personale. La comune scelta di vita al servizio del Vangelo, la comune origine capracottese, la schiettezza delle relazioni, l'unità nello spirito hanno armonizzato tutte le diversità. Le nostre azioni erano propedeutiche al bene, al vero, al bello, al santo, come le nostre scelte di vita, nonostante le fragilità, le imperfezioni e le inadempienze. Dio non impone la sua presenza, ma la offre come possibilità di comunione e di crescita, si lascia trovare quando abbiamo bisogno di Lui. L'amicizia sacerdotale matura col passare del tempo, è un rapporto di affetto che fa sentire uniti e porta a sentire il bene dell'amico, è intimità che si condivide con sincerità e fiducia. Nella vita ci sono momenti di grazia da cogliere e non perdere. L'incontro sereno e felice con una persona causa crescita umana, culturale e spirituale, perché l'amico è anche sacerdote. È una sorta di attimo fuggente, e non a caso attimo deriva da "atomo", perché quantità indivisibile di tempo. I Greci lo chiamavano kairòs, «la migliore di tutte le cose». Il Vangelo definisce kairos «il tempo che Dio ha deciso e attuato con l'avvento di Cristo», tempo favorevole, tempo giusto e opportuno, da non perdere. È il tempo che Dio mi ha regalato con l'incontro di p. Mario. Le concelebrazioni della S. Messa insieme a don Nannino Carnevale nella chiesetta di S. Giovanni, negli ultimi anni, hanno incrementato, rafforzato e santificato il dono dell'amicizia. Quanto fa bene un prete che si fa vicino, non fugge le ferite dei fratelli, «ama la Chiesa così com'è», capisce che «l'amore per la sapienza è ciò che si cerca diventando amici, tutti e due l'uno per l'altro». È il luogo della originale e irripetibile risonanza dell'altro-Dio, da cui veniamo e dei volti con cui con-viviamo, con-dividiamo e con-creiamo il noi: il naturale e il soprannaturale non sono piani sovrapposti, ma fili intrecciati nell'amicizia sincera e fraterna. Osman Antonio Di Lorenzo
- La famiglia Pettinicchio di Capracotta
La famiglia originaria di Trani, giunta a Capracotta, edificò la propria «ampia casa» nei quartieri "nuovi" costruiti tra il 1400 ed il 1500 e denominati S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate. La famiglia fu annoverata tra le più facoltose ed agiate dell'Università, infatti nel Libro dei Fuochi datato 1561, è annotato il Do.ne Petrus Nicchius de Trani. I Pettinicchio appartennero alla schiera dei grandi locati della Dogana di Foggia, nei cui registri sono riportati Lorito, nell'anno 1639, e Gregorio, nel 1700. Altre annotazioni nell'Archivio della Dogana, più antiche, risalgono agli anni 1612 e 1613 e riguardano rispettivamente Sebastiano e Nunzio Pettinicchio di Capracotta. Un Amico Pettinicchio viene ricordato dal Campanelli come il più agiato di Capracotta. Forse proprio per questo motivo, il 9 luglio del 1657, fu catturato da una banda di 104 banditi capeggiata dal calabrese Paolo Fioretti, e condotta altresì da Peppe Nastro e Agostino del Mastro, detto Boccasenzossi, che lo restituirono alla famiglia solo dopo che questa ne ebbe pagato il riscatto. Tuttavia la banda fu catturata dopo poco tempo ed i suoi componenti furono giustiziati. Tra i vari componenti si ricordano Donato Antonio Pettinicchio, arciprete di Capracotta (dal 1622 al 1638) ed il medico Carmine, padre di Rosalba che sposò il Magnifico Amicantonio Carugno, governatore del Duca di Capracotta. I Pettinicchio ebbero il jus patronato sull'altare dedicato a S. Maria della Pietà e S. Francesco di Paola, all'interno della chiesa matrice. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.
- Cronache dal borgo
Da un po' di tempo gira per Capracotta un volpino che non teme l'uomo e spesso lo si può vedere che giocherella nella villa comunale, sul belvedere nei pressi della chiesa madre e non teme la presenza dell'uomo, anzi gli gira intorno, agitando la sua coda a mo' di vessillo. La notizia viene sussurrata, riportata, accettata come impossibile; ma una cosa è certa: la persona che l'ha vista alla villa è degna di ogni fiducia e non si è sbagliato, perché nelle sue lunghe escursioni e passeggiate in montagna, più di una volta ha avuto modo di fare incontri di questo genere. Il quartiere antistante alla chiesa madre è quasi del tutto disabitato. Ci abita Concetta che assiste, quando può, un gatto randagio: dalla sua finestra vola qualche ossetto, un boccone di pasta avanzata dal suo piatto, un pezzettino di pane, un cencio di carne col grasso, scartato dalla donna. Il gatto attende e, quando il pranzo vola dalla finestrella, un po' alla volta, lui è già in attesa e gusta tutto con grande ingordigia. Il movimento ripetuto tutti i giorni è stato notato dalla volpe appollaiata sul muretto del belvedere. Piano piano l'animale ha guadagnato terreno, un passo dopo l'altro, si è accostata, ha assistito alla consumazione del pasto, poi, un bel giorno, con un balzo ferino, si è buttata a pesce e ha cercato, anche lei di gioire delle leccornie. Non ha avuto fortuna perché il felino l'ha aggredita, l'ha graffiata, l'ha ferita con le unghie proprio da esemplare, le ha fatto uscire il sangue dalla bocca, dal naso, dalle orecchie. Il controllo del territorio è stato appannaggio del gatto, la difesa del cibo altrettanto. Nelle favole, anche quelle antiche, la volpe è sempre stata il simbolo della furbizia; ma di fronte all'aggressività felina nulla essa ha potuto. Non so poi come è finita: mi piacerebbe sapere che i due animali sono diventati amici. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.facebook.com/, 26 novembre 2017.
- Scene da uno State banquet
Dopo un inizio col botto, soprattutto grazie alla Principessa di Galles e alle sue gambe, la prima giornata della visita ufficiale nel Regno Unito della coppia presidenziale sudcoreana ha vissuto il suo acme la sera, grazie al sontuoso State banquet a Buckingham Palace. Esamineremo le mise delle signore nel fine settimana, ma posso anticiparvi che ho amato il velluto rosso abbinato ai rubini birmani da Queen Camilla. Mentre mi tacerò sul frac, e in particolare sui pantaloni del presidente Yoon Suk-yeol. Ci si chiedeva se la Principessa di Galles avrebbe indossato una tiara diversa da quelle scelte finora, e la risposta è sì! Non solo Catherine ha coronato la sua testina con un gioiello mai indossato prima, ma la scelta è caduta su un diadema che non si vedeva da una novantina d'anni. Si tratta della Strathmore Rose Tiara che Elizabeth Bowes Lyon, poi Queen Consort, poi Queen Mother, ricevette in dono dal padre Lord Strathmore per le nozze col Duca di York, divenuto King George VI in seguito al gran rifiuto del fratello. Acquistato da Catchpole & Williams, gioiellieri con sede al numero 510 di Oxford Street, il diadema è composto da cinque elementi separabili che formano una ghirlanda di rose, probabilmente la rosa canina, nello stile romantico e ispirato alla natura tanto di moda negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento. La tiara dispone di due strutture differenti per poterla indossare sopra la testa, come ha fatto Catherine, o sulla fronte, alla moda degli anni '20, come faceva la Queen Mom, e che io francamente preferisco. Catherine lo porta molto alto sulla testa, e la combinazione con i capelli tirati e aderenti al capo, e la fronte spianata ha qualcosa di poco armonico. Noto inoltre che la principessa è tornata al vecchio makeup, con gli occhi appesantiti da una linea scura, che mi piace poco, ed è troppo aggressivo per un gioiello così delicato. Catherine a parte, scivoloni ce ne sono stati parecchi. a partire da Samantha Cameron. Per uno di quei cambiamenti improvvisi che a volte capitano nella vita il marito Davis, già Prime Minister, accompagnato rapidamente alla porta dopo il disastroso referendum sulla Brexit, qualche giorno fa è rientrato dalla finestra, piazzato dall’attuale capo del governo Rishi Sunak a capo del Foreign Office in seguito a un rimpasto di governo. E siccome nel Regno Unito i ministri devono necessariamente essere membri del parlamento, King Charles lo ha dotato di titolo nobiliare - Baron Cameron of Chipping Norton, che suona un po' come Barone di Capracotta - e di relativo seggio alla House of Lords. Dunque ieri sera primo impegno formale per Lady Samantha, e lei che fa? Si presenta a un evento di gala, accompagnando il marito in frac e decorazioni, con un vestituccio midi, più adatto a una pesca di beneficienza in parrocchia. Peggio ancora, l'abito è una creazione del brand Cefinn, e indovinate a chi appartiene? Esatto, a Lady Samantha! Che non solo sbaglia clamorosamente mise, ma ne approfitta pure per farsi un po' di pubblicità aggratis. Imperdonabile. A proposito di mise, in molti avranno notato il principe di Galles accompagnare una bionda signora, abbigliata bizzarramente, e sicuramente non alla coreana (e neanche all'inglese, a dirla tutta). Dunque una domanda sorge spontanea: chi è Heidi, e cosa ci fa lì, tra l'altro in un posto di rilievo? Lady Violet ha la risposta. La signora è Elisabeth Reuß, The Lady Mayoress of the City of London in quanto consorte di Michael Raymond Mainelli, nuovissimo Lord Mayor della City (che vi ricordo avere giurisdizione solo sulla City, il sindaco di Londra è un altro). Mainelli, economista e scienziato, è nato negli USA e ha origini (anche) italiane, mentre la moglie è teutonica; visto però che al momento rappresenta una istituzione britannica, non potremmo lasciare il dirndl nell'armadio? A noi i costumi tradizionali piacciono, ma non tutti. Alcuni però sì, moltissimo. Centoquarantadue Fonte: https://ladyvioletsofa.com/, 22 novembre 2023.
- La candela di san Fabrizio
– Appìccia la cannéla a sand'Anna e dici la preghiera alla Madonna e vìde ca te fieàne la grazia! – diceva zia Lippina alla nipote Anna che non riusciva ad avere figli. Anna aveva solo 2 anni quando il padre morì ucciso dal calcio di un mulo con cui stava portando legna, e la madre, presa dalla disperazione, cadde in una tremenda depressione che la condusse l'anno successivo a ricongiungersi con il marito. A soli 3 anni Anna, rimasta orfana, fu affidata alla zia Filippina, detta Lippina, che la prese in famiglia e che la diede in sposa a 17 anni ad Azelio, detto Zeliuccio, di anni 41. Zeliuccio era un uomo piccolo in tutte le sue dimensioni, la cui statura non raggiungeva il metro e quaranta; al contrario Anna era un fiore di uagliòla alta circa un metro e settantacinque, con un fisico perfetto in tutte le sue proporzioni. Solo un difetto teneva, i baffi. Quando a 12 anni Anna 'ngumenzàtte a fare lo sviluppo, subito le uscirono i baffi e da allora non si levarono più, tanto che al paese la chiamavano "Mustaccia", e nonostante avesse un gran bel fisico, tutti la evitavano. Zeliuccio, a cui nessuna donna aveva mai rivolto lo sguardo, accettò di sposare Anna su invito di zia Lippina. Lui faceva il minatore alla Francia e tornava solo una volta all'anno per quindici giorni per Natale e Capodanno, quasi sempre ripartiva il giorno della Befana. Nei quindici giorni di permanenza con Anna, Zeliuccio stava sempre a casa senza mai andare in paese ma... forse l'età o forse non si sa, i bambini tanto attesi non arrivavano, e così lui ripartiva e la giovane moglie rimaneva sola per altri undici mesi e mezzo ad aspettarlo sotto alla massarìa in contrada Sotto la Terra. Erano ormai sposati da otto anni, lei aveva raggiunto i 25 anni e lui 49 ma niente da fare, la cicogna non voleva arrivare. In quel 27 febbraio del 1956 a Capracotta era fatta neve assai, ma veramente assai, tanto che Anna era rimasta bloccata sotto alla massaria da quando Zeliuccio se ne era arriùte alla Francia il 7 gennaio. Quella mattina Anna si svegliò come sempre alle 5 per andare a mungere le cinque pecorelle nella stalluccia a pochi passi da casa, mise addosso un pesante tabarro e 'scètte fuori. La bufera era così forte che a stento vedeva la stradina che pur conosceva bene. Piano piano, un passo dopo l'altro... Anna si ritrovò a terra. Subito si rialzò e si voltò per capire il motivo dell'inciampo. Lì a terra, quasi completamente ricoperto dalla neve si vedeva poco un panno nero, anzi anche rosso, sembrava un tabarro. Si inginocchiò ed iniziò con le mani a spostare la neve ma, scava scava, comparve prima una mano, poi un braccio e poi... ma era un uomo... sembrava morto... anzi no, forse era vivo, sì, era vivo! Nonostante la furia della bufera, con un terribile sforzo Anna lo prese in braccio - era bello grosso e pesante - e lo portò dentro casa adagiandolo sul pavimento. Chiuse la porta alle sue spalle e, dopo aver ripreso fiato, iniziò a strattonare l'uomo che era un pezzo di ghiaccio ma che poco poco ancora respirava. Quando iniziò a togliere la neve venne fuori che quell'uomo: era un carabiniere. Che fare dunque? Nessuno, nel raggio di tre chilometri, poteva aiutarla e nemmeno lei poteva portarlo in paese. Così si fece coraggio, lo riprese in braccio e, adagiatolo sul letto, iniziò a liberarlo da quegli abiti bagnati e ghiacciati. Era troppo bagnato, doveva denudarlo completamente, asciugarlo e metterlo a letto. Man mano che toglieva gli abiti si accorgeva che in realtà si trattava di un ragazzo, forse 18 massimo 20 anni, biondo, alto più di lei, e molto bello. Quindi tolse il mantello, la giacca, la camicia, la maglia di lana, le scarpe, i pantaloni. le calzette, rimanevano i mutandoni in lana, anch'essi fradici e ghiacciati, che afferrò e tirò via con forza, ma questi erano appiccicati alle mutande e... Anna rimase immobile, davanti a lei un ragazzone completamente nudo! Suo marito Zeliuccio, forse per vergogna, non si era mai mostrato completamente nudo a lei che però, spiandolo mentre si lavava, qualcosa l'aveva visto. Ma quel ragazzo che aveva ora davanti era assai diverso, più grosso, aveva tutto più grosso, da tutte le parti era più grosso... Anna ze facètte róscia róscia gné na ceràcia. Superato lo stupore, lo coprì ben bene con coperte e copertine e accese il fuoco che era ancora spento. Il ragazzo era carabiniere, nella giacca teneva un libretto con una fotografia e delle cose scritte, ma lei non sapeva leggere, quindi non sapeva come si chiamava. Il fuoco subito prese corpo e Anna mise sulla fiamma un cotturello pieno di vino rosso a cui aveva aggiunto miele, papavero ed erbe medicamentose che conosceva e, non appena raggiunse l'ebollizione, tentò di farne bere al giovane uomo, ma senza successo. Il ragazzo, infatti, nonostante le coperte, tremava come una foglia battuta dal vento che non vuol staccarsi dal ramo. La situazione era disperata, Anna non sapeva che fare. Deciso: in un attimo si spogliò, si infilò nel letto e abbracciò forte il ragazzo per trasferirgli il calore del suo corpo. La cosa sembrò funzionare, dopo una decina di minuti il giovanotto tremava meno, molto meno, fino a smettere completamente per scivolare in un dolce incosciente sonno. Pur restando in uno stato di incoscienza, riuscì con pazienza a fargli bere un bel bicchierone di vino caldo speziato, poi subito si distese nuovamente accanto a lui e nuovamente tornò a tenerlo stretto a sé per scaldarlo. La situazione sembrava essersi stabilizzata per il giovanotto ma non per Anna. Una strana sensazione la pervadeva, una cosa nuova, come dire... si sentiva tremare la vita. E così, mentre fuori la bufera rappresentava lo spettacolo dell'inferno, dentro casa era scoppiata una tempesta d'impeto forse maggiore. Quando veniva Zeliuccio dalla Francia, Anna era solita farsi trovare sempre pulita e profumata di lavanda ma, dopo aver cenato, quando si mettevano a letto, lui iniziava a dormire dal suo lato e cosi fino al mattino. Lei voleva tanto un figlio e per questo una volta al mese appicciava la candela a sand'Anna, ma qualcosa le diceva che forse bisognava fare qualcosa di più. Non bastava solo dormire con il marito? Nessuno le aveva mai detto nulla ma... come si facevano i bambini? Quando invece stringeva quel giovanotto al petto, si sentiva un vulcano dentro e si accorgeva che anche lui aveva delle reazioni... positive! E come dicevano gli antichi, l'acqua del ruscello trova sempre la via giusta per scendere a valle. Quel giorno e poi la notte che seguì, passarono tra vino caldo al papavero e miele, uova sbattute, petti caldi e tanto tanto altro ancora... Il mattino seguente, di buon'ora, Anna si recò nel pollaio a prendere altre uova e di rientro a casa trovò il ragazzo seduto sul letto con una coperta a mo' di mantello, che si guardava intorno. – Dove sono? Che cosa è successo? E lei chi è? – chiese rivolto ad Anna, poi, incuriosito, prese ad osservarla con attenzione, i baffi lo intrigavano e confondevano anche se i grandi seni gli dicevano che aveva davanti una donna, anzi un pezzo di donna. – Signore Carabbiniere, state dentro a casa mia perché io ieri matina vi ho trovato fuori dentro alla bufera che stavate quasi morto e così vi ho portato dentro e vi ho messo dentro al letto per salvarvi... Il ragazzo si rilassò e prese a spiegare quel ch'era successo. Si chiamava Fabrizio, veniva dalla caserma di Sulmona e trasportava un documento molto importante per il maresciallo di Capracotta. Dopo aver consegnato il plico era subito ripartito con il suo cavallo ma all'improvviso la bufera lo aveva sorpreso e poi non si ricordava piu niente. Comunque doveva andare a prendere il treno alla stazione di San Pietro Avellana. Questa era la storia del carabiniere Fabrizio, nato a Canosa di Puglia, classe 1937, assegnato al comando Carabinieri di Sulmona. Il carabiniere doveva ripartire subito. Fuori la bufera si era placata e si faceva strada nel cielo un giovane sole che faceva ben sperare. Anna uscì dalla stanza per farlo vestire e quando lui le si mostrò vestito... lei di nuovo sentì il fuoco dentro ma questa volta doveva solo aspettare che l'incendio si spegnesse da solo. Così, dopo aver ricevuto un merenda per il breve viaggio, Fabrizio salutò Anna e si incamminò per la discesa che lo avrebbe portato alla stazione. Del cavallo si erano perse le tracce. Era la fine di aprile ché Anna salì a Capracotta per prendere i pochi soldi che il marito le aveva mandato alla posta e per comprare un po' di provviste, poi sarebbe passata in chiesa per accendere la consueta candela, avrebbe salutato la zia Lippina e sarebbe rientrata alla massaria. Uscendo dalla chiesa incontrò Mariolina, la levatrice del paese. – Buongiorno Anna, ti vedo bella cricca e contenta, fatti guardare un po'... – e prese a scrutare con attenzione la donna. – A quanto vedo, sant'Anna ha fatto il suo lavoro! – Anna non capiva, annuì con un cenno del capo e rispose: – Scì scì signó, quella sand'Anna mi aiuterà, mo' me ne rivaio però ca si è fatto tardi. – Salutò e andò via. La levatrice Mariolina, in realtà, aveva notato dei cambiamenti nella ragazza che ai suoi occhi avevano un significato preciso. Così, con la bicicletta, ogni 15-20 giorni, con la scusa di prendere le uova, calava capabbàlle alla massaria di Anna e seguiva la crescita... Ma Anna non aveva capito niente, penzàva ca z'era 'ngrassàta e baŝta! Alla fine di settembre la panza z'era fatta grossa e Mariolina, recatasi a prendere le solite uova disse: – Anna cara, mi sa che sant'Anna ti ha ascoltata e ti ha fatto la grazia. Da come capisco, penso che tra due mesi nascerà un bel bimbetto o una bella bimbetta. La notizia fece precipitare la ragazza in uno stato di grossa confusione: come era possibile? Lei non aveva fatto mai niente con Zeliuccio? Allora era veramende stata sand'Anna... "Mudunna meja" penzàtte, "che grazia che m'è fatta!". Venne novembre e Mariolina ogni mattina calava alla massaria perché il tempo era arrivato e poteva succedere da un momento all'altro. Era sabato quella mattina quando la levatrice arrivò alla massaria e, da fuori alla porta, sentì strilli di neonato. Spalancò la porta e, seduta sul letto, Anna con un bimbo in braccio che strillava, biondo come l'oro, ancora legato dal cordone ombelicale. – Anna, ma quando è successo? – Ma signó, mó mó mi volevo alzare ca tenevo un po' di dolore alla panza e mi sono trovata a quiste uagliunitte ca è sciuto! Forse forse, più che accendere le candele a sand'Anna, era servito... spegnere la candela a san Fabbrizzio. Quando Zeliuccio aprì la lettera dall'Italia e se la fece leggere, tutti a fargli gli auguri e a fargli i complimenti. Lui sapeva e non sapeva, e mai chiese di sapere in fondo in fondo. Padre e marito onorato fu. Leo Giuliano
- La famiglia Campanelli di Capracotta
L'idea di tracciare una genealogia della famiglia Campanelli, previo censimento di tutti i soggetti con tale cognome presenti in Capracotta nel periodo compreso tra la prima metà del '700 e la fine del secolo successivo, e ricondurli ai rispettivi nuclei familiari, è nata dalla lettura di un articolo di Francesco Mendozzi, pubblicato sul sito Letteratura Capracottese, nel quale era inserito un albero genealogico tratto dal libro di Giambattista Campanelli "Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta". Un rapido esame della genealogia delineata dall'autore, tuttavia, denunciava alcuni macroscopici errori. La necessità di correggere queste discordanze unita al desiderio di ricostruire in maniera completa la genealogia di una famiglia alla quale appartengono diversi miei antenati, mi hanno indotto a realizzare questo breve studio. Pertanto al termine del lavoro di ricostruzione dei diversi nuclei familiari, illustrerò gli errori riscontrati nella ricostruzione fatta dall'autore del "Cenno biografico". La consultazione di fonti archivistiche della metà del 1700, ha permesso di individuare i quattro nuclei principali nei quali era suddivisa la famiglia Campanelli in quel periodo storico. L'indagine sui libri di stato civile del comune di Capracotta (1809-1899) ha consentito, poi, di rintracciare tutti i discendenti di questa famiglia e ricondurli ai suddetti nuclei, i cui capostipiti risultano essere: Giuseppe e Anna Petilli di Isernia, nucleo n. 1; Angelo (o Aniello) e Chiara Pettinicchio (1ª moglie), Leonarda de Iuliis (2ª moglie), nucleo n. 2; Giosafatte e Palma Trazza, nucleo n. 3; Savino e Francesca Tartaglia, nucleo n.4; Tutti costoro risultano essere già deceduti nel 1743, epoca della redazione del catasto onciario. Nucleo n. 1 Questo nucleo abitava in contrada San Rocco, in una casa di dodici membri, ed era composto dai fratelli Alessandro, capofamiglia, celibe di anni 38, Angela nubile di anni 42 e Cosmo celibe di anni 33. Nel libro dei fuochi è indicato il nome di un'altra sorella di nome Claudia, nata attorno al 1706, ma assente nei censimenti successivi. Il padre, Giuseppe, era medico e probabilmente possedeva sufficienti beni di fortuna in quanto i suoi figli non lavoravano, pur essendo soggetti alla tassa di industria, che veniva pagata da tutti i cittadini con eccezione dei nobili, di chi viveva civilmente, dei professionisti, nonché degli ultrasessuagenari e degli invalidi al lavoro. Con loro vivevano i figli di un'altra loro sorella, Giovanna, deceduta, moglie di Francesco de Iuliis, anche lui deceduto. I tre nipoti, tutti minorenni, erano: Nunzio (12 anni), Felice (11 anni) e Pasquale (8 anni). Giuseppe Campanelli, padre dei predetti, aveva due fratelli: d. Sebastiano (n. 1678 circa) sacerdote, e Domenico Diego, emigrato attorno al 1705 in Minervino, dove terminò i suoi giorni. Questo ramo ebbe solo discendenti per via femminile per cui si estinse nella famiglia de Iuliis. Nucleo n. 2 Anche questa famiglia abitava in contrada San Rocco, in una comoda abitazione costituita da ben 15 vani, che fu di proprietà di Angelo Campanelli, capostipite, ed attualmente intestata a Maria di Tella, per eredità dal defunto marito Carmine Campanelli, nonché a Nunzia Campanelli, sorella consanguinea di Carmine e cognata di Maria. Sulla casa erano ipotecate le favolose doti di Chiara Pettinicchio (300 ducati), di Leonarda de Iuliis (addirittura 800 ducati) e di Maria di Tella (350 ducati). Angelo Campanelli ebbe dunque due mogli: Chiara Pettinicchio e Leonarda de Iuliis. Dal primo matrimonio ebbe tre figlie: Cecilia (n. 1675 circa) coniugata con Rubino di Lorenzo, Odorata (n. 1677 circa) coniugata con Marco di Buccio, Nunzia (n. 1680 circa) coniugata con Mattia Venditto. Dal secondo matrimonio con Leonarda de Iuliis nacquero invece: d. Giuseppe, arciprete di Capracotta (n. 1693 circa), e Carmine (+ 1729). Questo nucleo familiare, nel 1743, era composto da Nunzia Campanelli di anni 63 e suo marito Mattia Venditto di anni 59, i quali non avevano figli e vivevano insieme ai nipoti, orfani di Carmine e Maria di Tella: Domitilla di anni 16, Agostino di anni 13 e Carmina Antonia di anni 11. Con la famiglia viveva anche Anna Maria d'Antonelli, originaria di Borrello, donna di servizio. Da questo ramo, attraverso Agostino, si generò la successiva discendenza. Egli era uno dei grandi locati della Dogana, e sposò Sinforosa Camelonti, dalla quale nacquero: d. Vincenzo Maria (Capracotta 1757-1834) arciprete; Giuseppe (Capracotta 1770-1837) medico, marito di Maria Giuseppa Falconi; Maria Giuseppa (Capracotta 1767-1836) moglie di Martire Falconi (ebbero undici figli tra cui i famosi mons. Giandomenico, e Stanislao avvocato generale presso la Corte di Cassazione, in seguito nominato Pari del Regno). Giuseppe e Maria Giuseppa ebbero ben dieci figli: Michelangelo (Capracotta 1799-1878) marito di Maria Bambina Falconi; Antonietta (Capracotta 1800-1825) moglie di Francesco Bonanotte: non ebbero figli; Giacinta (Capracotta 1801-1846) nubile; Pasquale (Capracotta 1804-1837) proprietario, marito di Angela Maria Conti (di Domenico e Maria Antonia Castiglione) ebbero una sola figlia, Chiarina Antonietta, nata nel 1836, che sposò Bernardo Giacinto Flocco, di Atessa, proprietario (figlio di Camillo e Carolina Falcucci, entrambi proprietari) e si trasferì col marito nel comune della provincia di Chieti; d. Agostino (Capracotta 1805-1871) canonico; Carmela (Capracotta 1806-1889); Giovan Battista Benedetto (Capracotta 1809-1888) probabilmente celibe in quanto nello stato civile di Capracotta non è registrato il matrimonio e non sono censiti figli; d. Enrico (Capracotta 1811-1891) canonico; Maria Grazia Teresa (Capracotta 1812-1870) civile, moglie di Berardino Conti medico: ebbero discendenza (Giulio Conti, loro figlio, sposò Giovannina Battista Gaetana, figlia di Pietro dei baroni d'Alena di Vicennepiane); Giacomo Maria (Capracotta 1815-?): eccezion fatta per la nascita, non è stato possibile rinvenirlo in nessuno dei libri dello stato civile di Capracotta. La discendenza di questa famiglia fu assicurata da Michelangelo e Maria Bambina Falconi. Essi ebbero sette figli: Maria Giuseppa (n. Capracotta 1849) sposò Dante Stiatti di Siena, pretore; Vincenzo Maria Alessandro (Capracotta 1851-1874), celibe; Rosa (n. Capracotta 1852) sposò Ruggero Falconi (con discendenza); Luigi Francesco (n. Capracotta 1854) avvocato, sposò Maria Adele Cardarelli di Civitanova del Sannio, dalla quale ebbe: Enrico (n. Capracotta 1889) e Michelangelo (n. Capracotta 1890); Maria Giacinta (n. Capracotta 1856) sposò Ottaviano Conti; Maria Felicia (Capracotta 1858-1886) sposò Gaetano Calvani, controllore; Alessandro Alfonso Maria (n. Capracotta 1861) ingegnere sposò Lucia Conti (di Pasquale e Anna Chiara Conti) dalla quale ebbe Maria Bambina (n. Capracotta 1893) e Vincenzo Agostino (n. Capracotta 1895). Questi primi due nuclei abitavano entrambi in contrada San Rocco e godevano di un'indiscussa agiatezza, come dimostrano la consistenza della casa di abitazione, le professioni esercitate, le parentele contratte, l'uso negli atti di stato civile del trattamento di Don e Donna. Inoltre l'ubicazione dell'abitazione, la parentela contratta con la medesima famiglia de Iuliis, nonché l'appartenenza ad una medesima classe sociale, lascia propendere per una comune origine dei due nuclei familiari (probabilmente Giuseppe e Angelo Campanelli erano fratelli). Agostino ed i suoi figli Giuseppe e Vincenzo, furono tra i maggiori locati (proprietari di greggi) della Dogana di Foggia. Agostino, infatti, nel periodo compreso tra il 1780 ed il 1800, possedeva circa 8.400 capi di bestiame ovino. Possedevano, inoltre, in qualità di censuari, diverse estensioni di terreno in Puglia. Nucleo n. 3 In contrada delle Ionche, in una casa di 5 vani, abitava il nucleo familiare composto da Crescenzio Campanelli, pastore, di anni 35, sua moglie Nunzia Rosa di anni 41 e dall'unico loro figlio Felice Antonio di anni 6. Crescenzio aveva un fratello più piccolo di nome Mattia, presente nei censimenti del 1732 e del 1741, ma non in quello del 1743. I libri dello stato civile non restituiscono nominativi riconducibili ad eventuali discendenti di questo ramo che, pertanto, deve considerarsi estinto, oppure emigrato da Capracotta. Nucleo n. 4 Savino, figlio di Benedetto e Rosa di Maio, era massaro alla custodia delle pecore e sposò nel 1684 Francesca Tartaglia; ebbero sette figli, due dei quali, Giuseppe e Costanza, moglie di Nicola di Nuccio, emigrarono rispettivamente a Castellaneta ed a Sant'Angelo del Pesco. Savino contrasse un secondo matrimonio con Elisabetta Bonavolta, dalla quale non ebbe figli. Gli altri cinque suoi figli erano: Palma, Giovanni, Nunzio, Angelo e Rosa. Palma (n. 1692 circa) sposò Angelo Giuliano. Rosa (n. 1702 circa) sposò Sapenzio Angelaccio. Gli altri tre fratelli, Giovanni, Nunzio ed Angelo, abitavano tutti, con le loro rispettive famiglie, nella casa che fu del padre Savino, un'abitazione di 10 vani sita in contrada San Giovanni. Di seguito, la composizione dei singoli nuclei familiari. Giovanni, massaro alla custodia delle pecore, di anni 51, sposò nel 1717 Maria Antonia Pizzella, dalla quale ebbe tre figli: Liborio di anni 11, Felice Antonio (deceduto ante 1741), Gregorio Antonio di anni 7; Nunzio, mastro falegname, di anni 48, sposò nel 1720 Eufrasina Caporiccio, dalla quale ebbe nove figli: Francesca di anni 20, promessa sposa a Pasco di Ianno, Donata di anni 18, Rosaria di anni 17, Sabina di anni 12, Carmina Antonia di anni 7, Agostino Antonio di anni 4, Sabino di anni 1, Francesco (deceduto ante 1741), Saverio (deceduto ante 1741); Angelo, massaro al governo delle pecore, di anni 45, sposò nel 1737 Antonia di Rienzo, dalla quale ebbe: Teresa (deceduta ante 1741), Anna Lucia di anni 13. Nei libri dello stato civile di Capracotta (1809-1889) non sono stati rinvenuti soggetti riconducibili a questo quarto nucleo. Tutte le persone con il cognome Campanelli censite nei registri di nascita, matrimonio e morte, sono riconducibili ad un unico nucleo familiare, e cioè a quello di Angelo Campanelli (nucleo n. 2), con la sola eccezione del canonico don Luigi (Capracotta 1781-1845) e dei suoi genitori, Gaetano e Vincenza Mosca, che non è stato possibile collegare con i predetti nuclei familiari. Dopo aver terminato il lavoro di ricostruzione dei singoli nuclei familiari, è ora possibile esaminare criticamente l'albero genealogico redatto da Giambattista Campanelli, e pubblicato nel suo "Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta". La prima discordanza rilevata grazie agli atti consultati, riguarda l'inesatta indicazione di Giuseppe Nicola e Maria Petilli (o Pittillo) come "stipiti" comuni di tutti i Campanelli capracottesi, mentre essi dettero orgine solo ad un ramo che in breve tempo si estinse. In secondo luogo Agostino non era figlio di Cosmo (che apparteneva al nucleo n. 1) bensì di Carmine, a sua volta figlio di Angelo. La terza inesattezza riguarda Carmina Campanelli che secondo l'autore del libro sarebbe la figlia di Agostino, mentre in realtà era la sorella. Carmina, tra l'altro, portava lo stesso nome del padre in quanto costui (Carmine Campanelli) morì poco prima della sua nascita. Risultano invece esattamente indicati tre dei figli di Agostino: Maria Giuseppa (moglie di Martire Falconi e la loro discendenza), l'arciprete don Vincenzo Maria, e Giuseppe. Esatti risultano anche i nomi dei dieci figli di quest'ultimo, con la sola eccezione di Gaetano che è risultato chiamarsi Giacomo Maria. Altrettanto dicasi per i figli di Michelangelo Campanelli, con esclusione della sola Clotilde che non ho trovato censita nei registri di stato civile. Quindi in conclusione l'errore più grave di Giambattista Campanelli è stato quello di innestare l'ascendenza della sua famiglia su un ramo (quello di Giuseppe definito "stipite") che non gli apparteneva, errore determinato sicuramente dalla difficoltà di rinvenire documenti di un'epoca piuttosto remota. Non è comunque da escludere una parentela stretta tra i due rami e cioè tra quello di Giuseppe Nicola e di Angelo che potrebbero verosimilmente essere entrambi figli di tale Cola Antonio Campanelli, che alcuni documenti della Dogana di Foggia indicano come vivente a Capracotta nel 1639. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.
- Il territorio di Capracotta: periodo barbarico
Il territorio di Capracotta incluso nella Provincia Valeria Seguì l'èra dei più grandi travolgimenti della società umana: lo sfacelo del Regime imperiale di Roma, il rapido espandersi del Cristianesimo, l'irruzione dei popoli Nordici ed orientali al saccheggio delle ricchezze italiche; lo spavento delle feroci invasioni e dal diffondersi della voce di un prossimo dissolvimento del mondo; donde il sorgere dell'ascetismo, della beatificazione dei perseguitati per la novella fede, la santificazione dei martiri suoi, l'isolamento degli anacoreti in eremi reconditi, invasi da quel delirio di «atroci congiungimenti di dolor con Cristo» del poeta; il raccoglimento dei bramosi di pace nei Monasteri, o nell'oscurità delle Catacombe. Ed, in concomitanza di questi avvenimenti, anche la lenta, ma perseverante trasformazione del linguaggio, fino al chiarore del novello idioma Italico. Non altrimenti alle denominazione locali antiche potettero succedere dapertutto le nuove, consacrate in gran parte alle novelle adorazioni divine o santificate con vocaboli per lo innanzi sconosciuti. Per cui l'altra supposizione che sorge spontanea è che, anche sulle nostre inospiti solitudini montane venisse a fermarsi più di uno di quegli asceti, accesi da mistico fervore, o costretti ad andare fuggiaschi per l'irrompere delle orde barbariche, cercando asilo in remote spelonche, esponendosi alla vita più dura sotto ogni aspetto; ma sicura per la propria dedizione alla via della salvezza dell'anima propria e della povera gente che paurosa li ascoltava e dalla quale essi traevano proseliti. E così sul nostro Monte Capraro sorse e prese nome l'eremo di S. Giovanni del Montecapraro; appresso l'altro di S. Nicola di Valle Sorda; e poi l'altro ancora di S. Maria Caprara. L'antica Macchia ebbe il suo eremo di S. Nicola della Macchia e la vicina fonte ove attingevasi l'acqua restò col nome di fonte del Romito. Altre contrade ebbero posteriormente appellativi da nuove consacrazioni; Santa Croce; S. Iusta; S. Sebastiano; e poi S. Antonio, S. Rocco, Madonna della Consolazione, S. Maria di Loreto, S. Maria delle Grazie. Quindi il fermarsi dei primi nuovi nuclei di gente nei differenti punti del nostro territorio con quei nomi sopravissuti fin oggi, in taluni dei quali punti sussistono vestigia delle povere abitazioni, dei ricoveri, delle inumazioni ed anche delle opere di difesa e di protezione del bestiame. Nei rapporti politici generali è da osservare che, sotto la dominazione di Costantino il Grande, rinnovata la ripartizione geografica d'Italia con la costituzione delle 18 Provincie, questa parte Settentrionale del Sannio antico fu annessa all'Abruzzo. Il Gregorovius dice alla Provincia Valeria, annessione suggerita forse dalla somma scarsezza di popolazione nella parte stessa del Sannio, scarsezza che persistette sino al sopraggiungere della dominazione longobarda. Prima della quale i Goti avevano invaso, con le parti migliori del Sannio, anche questa parte Settentrionale, senza lasciar traccia di sé, fuorché nel nome del loro celebrato condottiero Totila, restato, come è noto, al selvoso monte presso cui si adagia Pescolanciano. Sempre che il pensiero si volge a questo periodo di tempo lunghissimo ed oscuro ritornano alla mente quei pensieri medesimi che il Gregorovius espresse nello stupenpo epilogo della sua "Storia di Roma nel Medio-Evo": «Intere Regioni rimangono nel Medio-Evo ottenebrate da una oscura notte e vi filtra dentro appena un lieve barlume alimentato da notizie di cronaca e di documenti. La vita delle popolazioni Occidentali ottenne svolgimento per virtù della religione Cristiana. La sublimità delle sue idee, il fervore suo, la grandiosità nei suoi sistemi ampi quanto il mondo, il misticismo fantastico, i profondi contrasti del mondo soprannaturale col reale, la lotta acerba e feconda compone un cosmo la cui natura recondita par voglia occultarsi nel mistero». Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Capracotta, 2 novembre 2013: 70° anniversario della distruzione
Non credo che questa sera ci stiamo occupando di storia minore. Certo, le storie locali, le storie delle piccole comunità quasi mai trovano spazio nella storiografia ufficiale; ma esse sono oltremodo importanti perché parlano di persone in carne ed ossa che hanno sofferto o sono morte dando il loro contributo alle necessità della patria. Quando Bertolt Brecht si chiedeva: “Ma, Napoleone con sé non aveva nemmeno un cuoco?”, intendeva rimarcare l'importanza di tutti coloro che partecipano agli eventi storici, anche di quelli che svolgono le mansioni più umili. La stessa consapevolezza mosse il grande Benedetto Croce a scrivere la storia di Pescasseroli, suo paesello natio. Le micro storie sono, insomma, tanti tasselli che vanno a comporre la grande storia, la storia universale. Anche gli elaborati pervenuti al concorso letterario di quest'anno, che si ispirano all'ultimo conflitto mondiale e agli avvenimenti drammatici del 1943 quando Capracotta venne distrutta dai Tedeschi, non vanno visti come racconti di storia minore, ma vanno inquadrati nel difficile momento dell'occupazione nazista durante la quale si scrissero pagine gloriose della Resistenza italiana contro l'esercito nemico che occupava il nostro suolo. Martiri della Resistenza furono i fratelli Fiadino che furono giustiziati per aver dato ospitalità ad alcuni soldati nostri alleati ed eroine della Resistenza sono da considerarsi le tante donne dell'Alto Molise che nascosero nelle loro abitazioni molti di quei soldati o che si adoperarono per salvare il loro bestiame o altri averi togliendo così il sostentamento al nemico e rendendogli la vita difficile. In queste imprese il ruolo delle donne fu fondamentale, in quanto gli uomini erano costretti a nascondersi per timore di essere rastrellati dai Tedeschi e avviati a scavare trincee. Oltre a questi episodi pur significativi, durante l'occupazione tedesca si registrarono nel Molise molte azioni di sabotaggio e di vera lotta partigiana messe in atto da giovani molisani in modo spontaneo o organizzato; ricordiamo a tal proposito che il podestà di Fornelli Giuseppe Laurelli e i suoi cinque concittadini vennero giustiziati non solo per rappresaglia, ma anche perché stavano progettando un piano per impedire ai Tedeschi di entrare nel paese attaccandoli nel bosco dove erano accampati. Ricordiamo anche l'impresa memorabile del principe Giovanni Pignatelli, giovane ufficiale dell'Esercito Italiano che, insieme a Francesco Stroia di Gallo Matese, riuscì a sminare il ponte cosiddetto di 25 Archi sul fiume Volturno, di estrema importanza per le comunicazioni tra il Molise e le regioni vicine del Lazio e della Campania. Grande impresa compirono Ermanno Izzi ed altri giovani di Cerro a Volturno che disinnescarono due casse di dinamite dal ponte di Valloni di Cerro che i Tedeschi volevano far saltare, salvando così le circostanti abitazioni di quella frazione. All'inizio di marzo del '44 si costituì a Roccasicura una compagnia di volontari molisani composta di soldati sbandati, contadini, impiegati, studenti che dapprima vennero addetti dagli Alleati ai servizi ausiliari, ma che poi, dopo un breve corso di addestramento, costituirono la CXI Compagnia Protezione Ponti con compiti militari. I giovani partigiani molisani dopo aver partecipato allo sfondamento della Linea Gustav, presero parte a tutta la compagna adriatica fino alla liberazione di Ancona e di Pesaro. Tra essi erano presenti quattro giovani di Capracotta: Caporicci Giulio, classe 1924; Carnevale Donato, classe 1915; Di Luozzo Diodato, classe 1925; Di Tanna Luigi, classe 1915. Questo segmento importante della Resistenza è del tutto sconosciuto alla storiografia italiana e locale; bisogna fare di tutto affinché sia chiaro che anche il Mezzogiorno e il Molise hanno dato il loro contributo alla Liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Fernando Cefalogli Fonte: Comune di Capracotta (a cura di), 70° anniversario distruzione di Capracotta, Proforma, Isernia 2013.
- Usi e costumi di Capracotta: considerazioni generali
Giunto alla fine del mio lavoro, non posso non fare una generale considerazione. Queste vecchie costumanze, anello che ci lega ai padri, ricordo d'un passato primitivo, andrà man mano scomparendo sotto l'influsso di novelle civiltà. La qual cosa, se per un verso è buona, perché mostra che il popolo apre la mente alla luce del vero, che il paese si avvia verso un avvenire più civile e più lieto, induce d'altronde a fare una melanconica riflessione, perché i buoni costumi lentamente spariranno. Gran bella cosa, certo, vedere i lampioni a petrolio, ricordo del passato ed il grano non più macinarsi con i sistemi patriarcali, ma chi ci ricompenserà della natìa semplicità perduta, dell'austerità di vita, della bontà, della concordia e della frugalità dei nostri padri? Non progrediremo noi per indietreggiare? Torneremo noi a quella industria armentizia, che ha sempre formata la salute e la ricchezza del paese o rinneghermo davvero le antiche tradizioni? Ricordiamoci che la capra è l'arme paesana e che perciò dobbiamo fare onore, se non a lei, alla sua affine: non aveva Genova repubblicana l'agnello di San Giovanni sulle sue bianche bandiere? L'agonìa di questa industria è causa d'emigrazione, ond'è che al borgo vengono meno le forze più vive, il sangue più gagliardo ed i costumi si demoralizzano e la razza deperisce. Né mi si parli del vantato benessere trovato dai nostri conterranei nei novelli Eldoradi dell'America. Quanti davvero vi hanno fatto fortuna? Da quelli che ritornano con qualche soldo si giudica del benefizio dell'emigrazione, perché non si vedono gli altri, che soffrono e muoiono di stenti e di fame in quei lontani paesi. Parimenti, dobbiamo difendere e accrescere i boschi, perché essi sono la nostra esistenza e la nostra ricchezza, perché ci danno la legna e l'ombra e ci difendono dalla grandine, dalle piene dei fiumi. Il faggio, l'aria e l'acqua sono i nostri capitali naturali, che noi dobbiamo in tutti i modi sfruttare per il comune bene. Solo così, Capracotta, che già tra le stazioni climatiche d'Italia gode d'una meritata fama per la bellezza del soggiorno, per l'ospitalità del suo popolo, per la cristallina limpidezza ch'è nella sua atmosfera, per l'invidiabile ed incantevole vita, darà maggiore impulso a questa industria proficua e metterà i figli, che non vogliano o non possano emigrare nelle Puglie nella rigida stagione, in condizioni di procacciarsi un pane onorato nel proprio paese. Perché i nostri montanari, tanto intelligenti, potrebbero fabbricare giuocattoli di legno nelle lore stesso case, senza alcun lusso d'officina e di laboratorio, facendo mobili per bambini, oche, pecore ecc. dando vita ai leggendari personaggi delle nostre fiabe popolari. Vedremmo così i nostri vecchi, i nostri giovani e le donne, non più costretti ad una forzata inoperosità, lavorare per la propria famiglia e la felicità dei bambini, i quali comprerebbero i nostri giuocattoli di poco prezzo, ma graziosi ed istruttivi. Concludendo, riaffermo che, la pastorizia la villeggiatura ed il lavoro manuale sono le tre vive speranze del nostro borgo e che, colui il quale incoraggerà o darà le sue forze perché queste speranze diventino realtà, avrà ben meritato da' suoi conterranei e da tutti coloro che intendono i meriti delle civili virtù. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- La famiglia Pizzella di Capracotta
La famiglia Pizzella è una delle più antiche di Capracotta, come testimonia il libro dei fuochi dell'anno 1561 nel quale è censito Nicolaus Pizzella. Nella prima metà del 1700, Mattia Pizzella risulta essere annoverato tra le persone più agiate del paese. Mattia nacque nel 1693 da Giovanni e Vincenza Pollice, viveva nella sua casa "palazziata" in via Santa Maria delle Grazie ed era annoverato, così come in precedenza lo fu suo padre, tra i grandi proprietari della Regia Dogana. Dal catasto nel 1743 si evince la composizione della famiglia. In quell'anno sua moglie Antonia d'Andrea, che aveva sposato nel 1712, era già deceduta e Mattia viveva con i suoi sei figli (Giovanni, Francesco Saverio, Nicola, Giuseppe Maria, Anna Rosa, monaca in S. Chiara ad Agnone, l'altro figlio Alessandro morì prima del 1743), suo fratello maggiore Bernardo Antonio, vescovo di Costanza, di cui parleremo diffusamente in seguito, e due persone di servizio, Stellanta e Carmine. Mattia aveva anche tre sorelle, Giulia, Maria Antonia ed Anna, che sposarono rispettivamente Nazario Angelaccio, Giovanni Campanelli e Liberatore di Loreto. Nella seconda metà del 1700, la famiglia in persona di Giovanni, figlio del predetto Mattia, si trasferì a Roma su richiesta dello zio, mons. Bernardo Antonio. Questo dato trova un'indiretta conferma nei registri di stato civile di Capracotta (1809-1899) dai quali non risultano, né tra le nascite, né tra i decessi, soggetti appartenenti alla famiglia Pizzella o Pizzelli. A Roma Giovanni sposò Maria Cuccovilla, figlia di un avvocato di Bari, nota per aver dato vita nella loro casa, un appartamento all'interno del palazzo Bolognetti (ora non più esistente) in via dei Fornari, ad un apprezzato salotto borghese frequentato soprattutto da molti intellettuali dell'epoca, tra i quali i letterati Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, il conte Alessandro Verri, l'archeologo Ennio Quirino Visconti, lo scultore Antonio Canova, la pittrice Angelica Kauffmann. Anche Wolfgang Goethe conobbe il salotto di Maria Pizzelli. Il figlio di Giovanni ed Anna, Pierluigi, fu compositore di musica sacra oltre ad essere un apprezzato filologo. Lo zio di Giovanni, mons. Bernardo Pizzella, viveva già da tempo a Roma dove rivestiva importanti incarichi ecclesiastici conferitigli dai pontefici Benedetto XIII e Benedetto XIV. Bernardo Antonio Pizzella nacque a Capracotta nel 1686. La sua carriera ecclesiastica iniziò nel 1706 quando mons. Nunzio Baccari, non ancora vescovo di Bojano, lo inviò a Benevento come segretario del cardinale Vincenzo Maria Orsini (futuro Benedetto XIII) titolare di quella sede arcivescovile. L'ordinazione sacerdotale avvenne nel 1710, e nel 1725 si laureò in leggi. In seguito venne nominato canonico del Capitolo cattedrale di Benevento, cancelliere maggiore, plenipotenziario e visitatore apostolico dell’arcidiocesi. Fu sempre stimato e benvoluto dal cardinale Orsini il quale, divenuto papa (1724) col nome di Benedetto XIII, nel 1726 lo nominò suo cameriere segreto e canonico di S. Pietro in Vaticano. Nel 1727 dopo aver rinunciato alla nomina in qualità di vescovo di Melfi, fu nominato vescovo di Costanza in Arabia, e quindi assistente al soglio pontificio con la prerogativa di poter creare quattro protonotari apostolici e sette cavalieri dello Speron d'Oro. Fu nominato commensale e familiare di Sua Santità con privilegio di inserire nel suo stemma quello degli Orsini. Di questa facoltà usufruì con parsimonia, utilizzando solo la rosa rossa in campo d'argento «come tutt'ora osservasi nel suo Palazzo, ed in una sua Cappella sita nella Chiesa Collegiata di Capracotta». Lo stesso anno (1727) consacrò nella basilica di San Pietro un altare dedicato alla Beatissima Vergine Maria. In quanto canonico di S. Pietro ricoprì gli incarichi di archivista bibliotecario del Capitolo, canonico coadiutore del Capitolo, canonico di S. Pietro e sindaco del Capitolo di S. Pietro. Nel 1746, nel palazzo del Quirinale, partecipò al concistoro di cardinali, patriarchi, arcivescovi e vescovi, convocato da S. S. Benedetto XIV, per la canonizzazione del beato Camillo de Lellis. Gli anni vissuti a Roma coincidono con il periodo in cui la corte papale era bersaglio delle famose "pasquinate", che non risparmiarono neanche mons. Bernardo Antonio. Alla morte di Benedetto XIII fu istituita una commissione cosiddetta de nonnullis che avrebbe dovuto giudicare gli assistenti del pontefice accusati di essersi procurati illeciti guadagni grazie alle loro cariche ecclesiastiche; tra questi non fu mai presente il nome di mons. Pizzella. Alla sua morte, avvenuta il 23 gennaio del 1760, fu sepolto nella Chiesa di S. Spirito dei Napoletani, dove si trova ancora oggi una lapide che lo ricorda. L'attuale, tuttavia, non è l'originale che fu danneggiata ed andò distrutta durante i lavori di ristrutturazione della chiesa nel XIX secolo. La lapide originaria riportava il seguente epitaffio: D. O. M. BERNARDUS ANTONIUS PIZZELLI NATUS IN SAMNIO BENEVENTANÆ INDE VATICANÆ BASILICÆ CANONICUS ET EPISCOPUS COSTANTIENSIS OB PROBATAM PER ANNOS XXV IN GRAVIBUS MUNERIBUS FIDEM SEDULITATEM PRUDENTIAM BENEDICTO XIII P. M. APPRIME CARUS ET TAM INTER SPLENDIDAS AULÆ ILLECEBRAS QUAM IN HONESTO PRIVATÆ VITÆ OTIO MIRA SEMPER MORUM SUAVITATE AMIMIQUE CANDORE SPECTABILIS OBIIT ROMÆ XXIII IANUARII A. D. MDCCLX ÆTATIS SUÆ LXXIII IOANNES ET NICOLAUS PIZZELLI PATRUO OPTIMO AC BENEMERENTI ET SIBI SUISQUE P. P. H. M. H. S. Un breve cenno vorrei dedicarlo alla famiglia della mia antenata Anna Pizzella, sorella di mons. Bernardo Antonio. Anna nacque nel 1686 circa e sposò, nel 1708, Liberatore di Loreto (di Nunzio e Laura Rosa), al quale portò una discreta dote di 133 ducati. La loro casa (di 8 membri) non grande come quella del fratello Mattia, ma comunque capace di garantire un certo agio ad una famiglia composta da ben nove persone, si trovava in località chiamata del Ristretto della Terra, o anche Terra Vecchia, che rappresenta il nucleo medievale del paese. La famiglia, che fu censita nel catasto onciario del 1743, era composta dai coniugi Liberatore di Loreto, di anni 61, fabbricatore e Anna Pizzella di anni 56 e dai loro figli Gervasio (anni 26) medico, Marcantonio (anni 23) fabbricatore, Nunzia Rosa (anni 21) figlia in capillis, Costanza (anni 19) figlia in capillis, Raffaele (anni 16), ed infine Lucia (anni 14) figlia in capillis. Con loro abitava anche il nipote ex fratre, don Mauro (anni 43) sacerdote aggregato al clero di Capracotta (figlio di Carlo e Angela di Lorenzo). Lucia, figlia ultimogenita di Anna e Liberatore, sposò Leonardo Antonio Falconi, ricco proprietario, locato della Regia Dogana, dalla cui unione nacque Martire, anch'egli proprietario e locato della Regia Dogana marito di Maria Giuseppa Campanelli (di Agostino, locato R.D., e Sinforosa Camelonti). Dei loro dieci figli Capracotta ricorda particolarmente Stanislao, avvocato generale presso la Corte di Cassazione e nominato Pari del Regno (R.D. 26 giugno 1848), mons. Giandomenico, arciprete di Altamura, vescovo di Eumenia, U.J.D. dottore in Sacra Teologia, Regio consigliere a latere e barone di Ventauro. Altro loro fratello Eustachio, sposò Maria Illuminata di Ciò (di Diego, medico, e Vincenza Mosca), da cui Maria Rubina (n. 1814) nonna della mia nonna paterna, Lida Maria Rubina Adele Giulia Diomira Carugno (1884-1959). Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.
- La famiglia Falconi di Capracotta
Lucio Anneo Seneca affermò che «è l'animo che ci rende nobili: da qualunque condizione sociale esso può sollevarsi al di sopra della propria fortuna». Questi nostri antenati, fossero o meno consapevoli di quanto scritto dall'illustre filosofo, possono essere considerati un esempio di concretizzazione di questo pensiero. Nel giro di qualche generazione i Falconi hanno modificato la loro posizione sociale raggiungendo elevate dignità ecclesiastiche, le più alte cariche istituzionali del Regno delle Due Sicilie, e del Regno d'Italia, giungendo ad essere trattati familiarmente dai sovrani borbonici. Sono stati addirittura nominati Pari del Regno, in persona di Stanislao Falconi. La transizione della famiglia da una condizione ordinaria ad una illustre, passa attraverso l'esercizio della redditizia attività collegata all'istituzione della Regia Dogana. Quest'industria armentizia non disdegnata, grazie alla sua elevata redditività, dalle grandi casate nobiliari né da quelle cosiddette civili rappresentava una non indifferente fonte di guadagno per i cosiddetti "grandi locati", coloro cioè che possedevano un elevato numero di capi di bestiame, normalmente superiore alle duemila unità. Nei documenti antecedenti il XIX secolo il nome della famiglia è indicato come Falcone, mentre nei registri di stato civile del 1800 viene trascritto come Falconi. A partire dal XIX secolo, i Falconi esercitarono i diritti di jus patronato sugli altari dedicati alla Madonna del Rosario ed a S. Pietro Apostolo, all'interno della chiesa matrice. Il legame genealogico tra chi scrive e la famiglia Falconi è rappresentato dalla mia trisava Maria Rubina Falconi. Dall'atto di nascita si evince che Maria Rubina nacque a Capracotta il 20 giugno del 1814 dalla signora Maria Illuminata di Ciò e dal signor Eustachio Falconi, di professione proprietario, nella casa posta in strada San Vincenzo. Si sposò all'età di trentaquattro anni con il notaio don Domenico Filippo Carugno, di ben diciotto anni più grande di lei. Nonostante l'età i coniugi generarono sei figli, alcuni dei quali deceduti in tenera età: Francesco Saverio (1850-1850), Teresa Emilia (n. 1851), Pietro (1852-1853), Maria Illuminata (n. 1853), Pietro (1855-1931), Saverio (n. 1858). Maria Rubina ebbe due illustri zii, fratelli del padre Eustachio: Stanislao e Giandomenico, la cui biografia è di seguito illustrata. Stanislao Nazario Falconi nacque a Capracotta il 28 luglio del 1794, da don Martire Falconi e donna Maria Giuseppa Campanelli, e fu battezzato il 31 luglio nella Collegiata Chiesa sotto il titolo di S. Maria Assunta in Cielo del Comune di Capracotta, dal canonico don Filippo Carnevale. Studiò a Napoli dove si laureò in giurisprudenza per abbracciare, in seguito, la carriera giudiziaria. Nel 1836 dedicò un elogio funebre alla Beata Maria Cristina di Savoia, regina delle Due Sicilie, e ne pronunciò il relativo discorso. Nel 1848 era avvocato generale presso la Corte di Cassazione ed in tale qualità fu chiamato a far parte della commissione, istituita con R. D. 17 maggio 1848, che aveva il compito di «inquirere per tutti i reati contro la sicurezza interna dello Stato, e contro l'interesse pubblico, che sono stati commessi dal 1° maggio 1848, e che si potranno commettere fino a che dura lo stato d'assedio». La sua devozione al sovrano, in questo compito, fu premiata con la nomina a Pari del Regno, conferita con R. D. 26 giugno 1848. In realtà la Camera dei Pari non entrò mai in funzione, ma Stanislao ne era l'unico rappresentante per il Molise. Nel 1860, a seguito dei noti eventi che portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie ed alla proclamazione del Regno d'Italia, gli fu offerta la nomina a senatore, nonostante i suoi pregressi stretti rapporti con la casa reale di Borbone; Stanislao, tuttavia, in piena coscienza e perfetta coerenza con la sua posizione legittimista, rifiutò la nomina a senatore del Regno, e si ritirò a vita privata. Acquistò dai Piscicelli il palazzo ducale di Capracotta, in seguito ereditato dal figlio secondogenito Federico. Quest'ultimo ebbe come eredi i Greco che cedettero il palazzo al Comune di Capracotta, oggi sede del municipio, sul portone del quale campeggia lo stemma, scolpito nella pietra, della famiglia Falconi. A Stanislao è intitolata la piazza principale del paese natio. Giandomenico Falconi (all'anagrafe Giovan Domenico Giuseppe), fratello minore di Stanislao, nacque a Capracotta il 4 agosto del 1810, nella casa paterna in via San Vincenzo. Abbracciò la vita ecclesiastica, si laureò anche lui in giurisprudenza (dottore in utroque iuris) e fu nominato arciprete di Acquaviva delle Fonti. Il 16 agosto del 1848, su sollecitazione del sovrano Ferdinando II, S. S. Pio IX emanò la bolla "Si aliquando" con la quale unì aeque principaliter le due chiese nullius (cioè non soggette ad alcuna diocesi, esercitando il prelato una giurisdizione quasi episcopale) e nominando arciprete di entrambe mons. Giandomenico. Il canonico Ciccimarra restituisce una testimonianza dell'attività svolta in quel periodo dallo "zio Vescovo": «Mons. Falconi fu senza dubbio un prelato di energia e di grandi idee: quegli che fondò il grandioso Seminario e che restaurò completamente la Cattedrale [...]. Fu allo inizio del suo governo che, ad accrescere più lustro alla Chiesa di Altamura, furono creati i due uffici di Penitenziere e di Teologo, ai sensi del Tridentino». Nel seminario accolse non solo i clerici ma anche tutti i giovani volenterosi di apprendere, e mons. Giandomenico fu «un vero protettore della gioventù studiosa [...] chiamò all'insegnamento valenti professori ed arricchì il Laboratorio di un gabinetto di chimica». In seguito (1858) fu nominato vescovo titolare di Eumenia in partibus infidelium. Altre testimonianze circa la persona di Giandomenico Falconi lo descrivono «sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona», nonché «abbastanza colto nel Latino e nel Francese, energico e intraprendente». All'interno del palazzo diocesano di Altamura vi è la cappella privata di mons. Giandomenico: l'ambiente con volte a crociera decorate con stucchi, accoglie un altare in marmo policromo, sul quale è posta l'immagine di san Giuseppe con Gesù Bambino. Ai lati dell'altare (direzione di chi guarda) sulla destra lo stemma di mons. Falconi, sulla sinistra lo stemma reale di Ferdinando II di Borbone. Una sincera amicizia legò il prelato al sovrano, devozione che gli dimostrò in diverse circostanze; così, ad esempio, in occasione dell‟inaugurazione del mezzo busto in marmo di S. M. Ferdinando II, all'interno della Regia Palatina Chiesa di Acquaviva delle Fonti, avvenuta il 6 marzo 1853, commissionò appositamente al maestro Nicola de Giosa una cantata da eseguirsi nel corso della cerimonia. Ma la fedeltà ed il sentimento di amicizia emerge ancora di più in un passo dell'elogio funebre recitato nella chiesa di Acquaviva, in occasione dei solenni funerali (1859) per la morte del sovrano: «Salve dunque, anima bella: accogli in cambio il mio supremo vale, ultimo omaggio dell'amor mio; e sappi che l'altare che t'alzai nel mio cuore, no, non si spegne colla tua morte: ché se non varrà a spingere sino a Te il profumo de' suoi timiami, infinita essendo la distanza che n'intercede, saprà dirigerlo ad altro come Te. Arderà pel Figlio nel modo stesso che arse pel Padre». E tanto affetto fraterno era ricambiato dal sovrano, come testimoniano i numerosi riconoscimenti tributati al prelato ed anche l'atteggiamento di re Ferdindando che, ad esempio, durante il viaggio in Puglia del 1859, per onorare mons. Giandomenico volle «pernottare in Acquaviva ad ogni costo, nel palazzo dell'arciprete» e non in altre sedi più indicate dall'etichetta. Nei documenti ufficiali apparivano, come di consueto, tutti i titoli del soggetto da cui l'atto promanava; nel caso di mons. Giandomenico l'elenco dei titoli accademici, ecclesiastici e civili, era il seguente: dottore in ambo i diritti ed in sacra teologia, vescovo di Eumenia, real prelato ordinario delle Reali Palatine Chiese e Città nullius di Altamura e Acquaviva delle Fonti, abate di S. Maria de Mena, S. Maria de Padula, S. Martino e S. Rosalia, barone di Ventauro e regio consigliere a latere, ed infine cavaliere di prima classe del Real Ordine di Francesco I. Il giuramento di fedeltà al sovrano, secondo il concordato siglato nel 1818 tra la Santa Sede ed il Regno delle Due Sicilie, veniva reso da tutti i vescovi in quanto i presuli erano chiamati a svolgere anche importanti funzioni statali, come ad esempio l'istruzione scolastica. A seguito dell'invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie, su un totale di sessantacinque vescovi, soltanto undici non furono messi al bando dagli invasori avendo, probabilmente, deciso di appoggiare il "nuovo ordine". Monsignor Falconi, ovviamente, non era tra questi ultimi, per cui fu perseguitato in quanto ritenuto "nemico" del governo e, costretto ad abbandonare la sede di Acquaviva, tornò nel paese natio. Qui morì nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre del 1862 mentre, seduto nella sagrestia della Chiesa Madre di Capracotta, era in attesa di concelebrare la funzione con l'arciprete Agostino Bonanotte. Fu sepolto nella stessa Chiesa; attorno al 1960 la sua tomba fu aperta per eseguire dei lavori all'interno dell'edificio sacro, e il suo corpo fu ritrovato incorrotto e in posizione seduta. L'epitaffio posto sulla lapide sepolcrale, visibile all'interno della chiesa madre di Capracotta, così recita (trad. dal latino): Qui è sepolto / Giovanni Domenico Falconi / Prelato Ordinario di Altamura e Acquaviva / Creato da Pio IX, Pontefice Massimo, Vescovo di Eumenia sette giorni prima della calende di luglio 1858 / In Dio pietoso verso tutti esimio di umanità e di beneficenza verso i poveri / e per l'abbondanza delle parole esimio nelle divine e umane conoscenze / e ancora dotto nella conoscenza di svariate lingue / E per la salvezza delle anime e con le parole e con gli esempi fu eccellente / costruì il seminario di Altamura e lo arricchì di scuole e di costume ecclesiastico / Molto esattamente sull'esempio di Cristo subì accuse dagli ingrati / né temendo di unirsi ai vescovi del mondo cattolico per generale giudizio attaccati al Romano Pontefice / con sapientissimi scritti confutò i peggiori nemici della Chiesa. / Visse 52 anni 4 mesi e 18 giorni. / Capracotta / diede a lui di nascere nell'anno 1810 sette giorni prima delle idi di agosto e di morire il 1862 / nel giorno e nell'ora in cui la salvezza fu ricostruita / Questa lapide in testimonianza di dolore e vindice della dimenticanza / i consanguinei posero. In aggiunta ai predetti famosi zii paterni, Maria Rubina ebbe anche un illustre cugino, Nicola Falconi. Nicola, o più precisamente Ortensio Nicola, nacque a Capracotta il 6 dicembre del 1834, da donna Carmela Conti e don Bernardo Falconi, di professione legale (Bernardo era fratello di Eustachio, padre di Maria Rubina). Ricevette l'educazione presso il seminario di Acquaviva, fatto costruire dallo zio mons. Giandomenico Falconi, in seguito si laureò in giurisprudenza a Napoli ed a soli ventun anni (1855) entrò in magistratura. La carriera giudiziaria, iniziata sotto l'egida dei sovrani borbonici, proseguì anche in seguito alla proclamazione del Regno d'Italia. Nel 1861 fu trasferito a Benevento, e successivamente, quale procuratore del re, a Melfi, Taranto, Chieti e Catanzaro. In seguito fu consigliere di corte d'appello a L'Aquila, Napoli, Milano, quindi consigliere di Corte di Cassazione a Roma, ed infine presidente di sezione della Corte d'Appello di Roma. Nel novembre del 1909 fu collocato a riposo per raggiunti limiti d'età col titolo e grado di presidente di Corte di Cassazione; «amministrò giustizia sapientemente e specchiatamente, lasciando nome integro ed amato ovunque risiedé». Alla carriera giudiziaria affiancò quella politica che iniziò nel 1872 quale rappresentante per Capracotta al Consiglio provinciale, del quale ricoprì ininterrottamente la presidenza dal 1882 al 1900, circostanza che gli fruttò, da parte del Gianturco, lo scherzoso appellativo di "Czar della Provincia". Diresse «il consiglio con plauso, con accortezza, con avvedutezza straordinaria». Ma la sua attività politica non si arrestò in ambito locale: nel 1876 fu eletto deputato al Parlamento, ufficio che ricoprì ininterrottamente dalla XIII alla XXII legislatura (1876-1909). In questo periodo presentò cinque progetti di legge quale primo firmatario, e fu sottosegretario del ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti, nel governo Pelloux. Al termine del mandato, nel 1909, fu nominato senatore del Regno. Nel corso della sua vita fu insignito di varie onorificenze, tra cui le maggiori furono quelle di grande ufficiale dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro (conferito il 15 gennaio 1914) e di Gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia (conferito il 2 dicembre 1909). Si spense a Roma, all'età di 82 anni, il 28 dicembre del 1916; per sua espressa volontà fu sepolto a Capracotta. Non ebbe discendenti in quanto celibe. Il paese natio lo ricorda nella toponomastica, avendogli intitolato una delle principali vie cittadine. Una descrizione del magistrato e del politico, ci perviene dal ricordo di chi gli fu amico e collega: «Con Nicola Falconi è scomparsa una di quelle rare modeste figure di schietto galantuomo, che, ancora più che nella memoria, rimangono incancellabilmente impresse nel cuore di quanti ebbero la ventura di incontrarlo su la loro via. Sortito da quella nobile regione del Molise, che a schiere ha dato all'Italia uomini insigni in tutti i rami del pensiero e dell'azione [...] Così pure avendo il Falconi sincere e ferme convinzioni religiose non si ristette mai dal praticarne i doveri, senza vistose ostentazioni, ma anche senza pavidi riguardi, incurante delle intolleranze, dei giudizi e pregiudizi partigiani che non fanno torto che a chi se ne fa banditore, accusando in essi un falso concetto della libertà, della quale la religiosa è parte sì essenziale. [...] La perdita dell'uomo giusto e del cittadino benemerito, che tutta la sua lunga vita spese servendo sempre modestamente, sempre nobilmente e serenamente sempre, il suo paese da lui tanto amato». Altri ne hanno sottolineato i tratti personali: «Animo buono, carattere leale, modesto, servizievole. Io qui non posso particolareggiare: altri lo farà in altro tempo; dirò soltanto che tutti gl'immegliamenti materiali e morali che si sono verificati nel suo collegio elettorale da quarant‟anni in qua portano l'impronta dell‟attività del Falconi, e anche il contributo del suo peculio particolare, che, me lo permetta l'illustre oratore che mi ha preceduto, non era largo, il che accresce il merito del Falconi. La prova della gratitudine, che tutti hanno sentito, per Nicola Falconi, prova irrefragabile, sincera, spontanea l'ha data tutta la cittadinanza quando le spoglie mortali di lui furono condotte alla tomba di famiglia in Capracotta». Altro illustre personaggio, cugino di secondo grado di Maria Rubina fu Alfonso Falconi (Capracotta 4 marzo 1859, Firenze 1920), figlio di don Giangregorio, proprietario, e donna Luisa Conti, studiò al Regio Liceo Musicale "S. Pietro a Majella" di Napoli dove ebbe come insegnante di pianoforte, Beniamino Cesi, e maestro di composizione Paolo Serrao. Si trasferì a Firenze per insegnare solfeggio e dettato musicale presso il Regio Istituto Musicale. Nel 1906 ottenne la cattedra di teoria e solfeggio presso il Regio Conservatorio "S. Pietro a Majella" di Napoli. Nonostante quest'impegno, tuttavia, non abbandonò i suoi allievi toscani. Fu redattore e compositore de "La Nuova Musica", rivista fiorentina d'avanguardia. Fondò una casa editrice musicale, dedicata alla musica contemporanea, che distinse con l'anagramma del suo nome e cognome "Nicola Salonoff". La sua produzione musicale riguardò soprattutto il pianoforte. Fu anche autore di un'operetta, “Guerra alle donne”. Le forme musicali a cui si ispirava erano le musiche e le danze popolari molisane, abruzzesi e napoletane. L'opera didattica e teoretica comprende trattati di grammatica musicale, solfeggio e teoria musicale, armonia. Fu autore del "Metodo per la divisione", sussidio didattico ancora oggi adottato e reperibile. Altri zii (fratelli e sorelle del padre) di Maria Rubina, oltre i già citati Stanislao e Giandomenico, furono Angelarosa (1795-1836), Amalia (1798-1837), Bernardo Giovanni Battista, legale (1799-1874), don Bonaventura, canonico (1801-1846), Filomena (n. 1808), Michelangelo e Giuseppe. I fratelli germani di Maria Rubina furono: Colomba, nubile (1812-1874), Martire, proprietario, celibe (1816-1894) e Giacinta Nunziarosa, nubile (1818-1862). I fratelli consanguinei, invece furono: Giocondino (1825-1888), Mariannina, nubile (1828-1891), Francesco Paolo (1829-1888). Da quanto appare, dunque, solo Maria Rubina contrasse matrimonio, mentre gli altri fratelli e sorelle rimasero celibi o nubili. Sarebbe interessante capire i motivi di questa "ritrosia" ad accasarsi. La genealogia ascendente della nostra antenata prosegue sia sul lato paterno che su quello materno fino a raggiungere, in alcuni casi, altre sei precedenti generazioni. Dovendo contenere i risultati della ricerca all'interno del filo patrilineare, ed omettendo anche i dati relativi ai parenti collaterali di tale linea, ci limiteremo a ricordare solo i cognomi delle famiglie dei vari nonni, bisnonni, ecc. di Maria Rubina, che risultano essere i seguenti: Campanelli, di Ciò, Mosca, di Loreto, Camelonti, de Massis, Ianiro, Pizzella, di Tella, di Lorenzo, del Vecchio, Fiadino, Rosa, Pollice, de Iuliis, Verrone, Marracino, d'Onofrio, Castiglione, Potena, di Ianno. Seguono, più nel dettaglio, i dati relativi agli ascendenti paterni di Maria Rubina Falconi: - genitori: Eustachio, proprietario, cancelliere (ca. 1788-1843) e Maria Illuminata di Ciò, civile (ca. 1790-1820); - nonni: Martire, proprietario, locato della Regia Dogana, ricevitore del Regio Bollo (ca. 1760-1821) e Maria Giuseppa Campanelli, civile (ca. 1767-1836); - bisnonni: Leonardo Antonio, proprietario, locato della Regia Dogana (ca. 1720-1802) e Lucia di Loreto (n. 1727 ca.); - trisnonni: Martire, massaro al governo delle pecore (n. 1691 ca.) e Preziosa Ianiro (n. 1700 ca.); - quartavi: Domenico (deceduto prima del 1743) e Caterina Fiadino (n. 1657 ca.). Piacque alla divina Provvidenza fornire la famiglia Falconi di tanti doni, virtù e carismi, che la portarono ad ascendere, dall'umile e genuina condizione di pastori, fino ai più alti gradi civili ed ecclesiastici; o per dirla ancora una volta con il filosofo «Animus facit nobilem, cui ex quacumque condicione supra fortunam licet surgere». Lo stemma dei Falconi di Capracotta, si blasona come segue: d'azzurro alla torre al naturale, merlata alla guelfa, terrazzata di verde, accompagnata in capo da un falco di nero ad ali spiegate tenente un cuore di rosso trafitto da una freccia d'argento, sopra il tutto due stelle d'oro ad otto punte. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: https://www.casadalena.it/.
- Campanelli a Capracotta e Campanelli a Colletorto
Una piccola lapide nella chiesa di S. Francesco nel convento di S. Francesco a Colletorto e due quadri di sant'Alfonso de' Liguori (uno a Capracotta e l'altro a Colletorto) aiutano a capire la complessità della rete dei tratturi che dal Molise portavano alla Puglia. La Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia era dotata di ampi poteri amministrativi e giudiziari. Istituita da Alfonso V d'Aragona, re di Napoli nel 1447, aveva a capo il doganiere. Gli itinerari tratturali aragonesi (Regi Tratturi) coincidono perfettamente con i tracciati tratturali attuali e sono riconosciuti dai decreti di vincolo vigenti che sono legge dello Stato Italiano. La misura originaria della larghezza del tracciato viario è di 111 metri, corrispondenti a sessanta passi napoletani. Il fondo naturale in genere è erboso e in alcuni tratti pietroso. A Foggia era la Dogana delle Pecore. Lungo i percorsi si incontrano campi coltivati, piccoli nuclei abitati, stazioni di posta, rocche sannitiche, chiese ed abbazie. Ma non è semplice capire il loro funzionamento perché le regole generali iniziali di epoca aragonese nel tempo sono state soggette a una serie di trasgressioni pratiche che erano fortemente condizionate dalla consistenza delle greggi che dovevano essere spostate per la transumanza e dagli impegni economici delle famiglie che ne erano proprietarie. Per questo, piano piano, nel corso dei secoli, dal Quattrocento a tutto l'Ottocento, alla rete fondamentale dei Regi Tratturi si è aggiunta una rete incredibile di cosiddetti tratturelli e di bracci, molti dei quali non sono più individuabili con una semplice lettura catastale. Per esempio non abbiamo la conoscenza degli itinerari che le greggi capracottesi seguivano per raggiungere la Puglia o, comunque, quei territori dove le pecore potevano spostarsi per i pascoli invernali. Uno studio dettagliato manca anche se la mole del materiale d'archivio è immensa. A volte ai documenti di archivio vanno aggiunte considerazioni che consentono di immaginare una realtà che le carte di cui disponiamo non sempre spiegano. Faccio un esempio. A Capracotta c'è una cappella fatta costruire dall'arciprete Agostino Campanelli, mi pare nel 1783. All'interno c'è una statua di sant'Alfonso de' Liguori. A Colletorto nella chiesa del convento di S. Francesco vi è una lapide per una cappella di juspatronato della famiglia di Crescenzo Campanelli del 1750. D. O. M. DIVOQ(ue) ANT(onio) PATAV(in)O HOC ALTARE MARMOREUM ET AD REI POSTERUMQ(ue) SEMPITERNAM MEMORIAM MAGNIFICUS CRESCENTIUS CAMPANELLI EX SUI DEVOT(i) DOMUSQ(ue) SUÆ DE JURE PATRONATUS FECIT DICAVIT AMEN J. M. J. ANNO DOMINI MDCCL Questa chiesa passò in proprietà delle monache di S. Alfonso de' Liguori nel 1810. Perciò in essa è un bel quadro di sant'Alfonso de' Liguori. Cosa ci facevano i Campanelli a Colletorto? È un bell'argomento da approfondire. Certamente non cambierebbe la storia dell'umanità ma permetterebbe di dare una risposta a piccoli interrogativi dei capracottesi amanti della propria terra. Franco Valente
- Il territorio di Capracotta: note agronomiche e zoologiche
Del resto, trovandosi l'agro nostro tutto nella zona superiore a quella del castagno, la vegetazione delle piante coltivabili si restringe a quella propria dell'alta montagna. Perciò indarno vi si cercherebbe l'olivo, la vite, i buoni alberi da frutta, il castagno stesso. La posizione e la conformazione del territorio non consentono una vera e rimunerativa agricoltura. Più che l'ordinaria bassa temperatura ne fanno ostacolo la frequenza della neve e dei geli dal Novembre all'Aprile, dei venti, spesso impetuosi, che accumulano neve altissima in alcuni punti, lasciandone scoperti altri sotto l'azione deleteria dei geli; la sovrabbondanza delle pioggie autunnali e primaverili, che, dilavando gli strati superficiali coltivati, lasciano sporgere fuori i massi compatti del sottosuolo ed i detriti numerosi dei loro conglomerati; talvolta il repentino sopraggiungere dell'aria secca e calda dopo la forte umidità primaverile. Dei cereali i grani teneri (soline), l'orto, il farro, la segale, la spelta (le quali ultime non si seminano più) producono bene in qualità, ma mediocremente in quantità: meglio prosperano le patate, fra le leguminose le lenticchie, le veccie (farchio in dialetto), i piselli (riveglie). I fagiuoli, le fave, i ceci e le cicerchie danno qualche prodotto nel basso così il granturco, gli ortaggi. Perciò la somma parte dei generi alimentari e delle bevande deve essere importato da fuori: legumi, frutta, ortaglie, olii, vini. Ottime soltanto sono le praterie naturali; e, delle artificiali quelle a lupinella: eccellenti dovunque i pascoli. Quanto alla fauna il territorio di Capracotta non offre gran che di speciale salvo il ricordo di una grande abbondanza di selvaggina, ed in un tempo non molto remoto: le lepri specialmente, i tassi, le martore, pernici, starne, colombacci, svariati uccelli di passo, beccacce, oche selvatiche, quaglie, storni, pivieri. Talvolta comparivano anche cignali, caprini ed orsi, quando cioè sotto i Borboni c'era la riserva di caccia nel vasto bosco di Monte di Mezzo, e da questo fino al nostro monte Capraro era tutta una fitta sequela di selve. Poi il diradamento dei boschi, il moltiplicarsi dei cacciatori, il perfezionamento delle armi e degli esplosivi, la detestabile emulazione dei cacciatori stessi hanno reso così scarsa la selvaggina da farne prevedere la non lontana scomparsa, se non si opporrà un freno all'accanimento distruttivo di tante graziose ed utili bestiole che allietano la campagna e le selve. Del resto nessun zoologo, per quanto io mi sappia, ha interloquito sulla nostra fauna e ci è ignoto se nel mondo minuscolo o meno appariscente degli esseri animati, esistano specie rare o altrimenti notevoli e sulle quali quindi nulla posso riferire. Nell'allevamento degli animali domestici può dirsi che il primo posto spetti agli ovini, ai quali sono assai confacenti la natura dei pascoli e il clima estivo; onde se n'hanno, date le debite cure, ben pasciute greggi; vengono in seconda linea i vaccini ed equini e quindi i suini, le carni di questi ultimi, sotto forma di prosciutti e salami, acquistano serbevolezza e sapore eccellente per le congelazioni nell'autunno inoltrato e nell'inverno, e la lenta azione del fumo. Il freddo e la neve però ostacolano largo allevamento di grossi quadrupedi. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Usi e costumi di Capracotta: sponsali
I nostri popolani s'innammorano in chiesa, alla fontana, alle libere aure de' campi, tra i solchi, seminando o mietendo il grano. Si amano dapprima di nascosto e, quando i genitori sono a giorno di tutto, si fidanzano, ed allora il giovine va tutte le sere a bearsi nel guardo dell'amata, e la dolce scena ha luogo presso il focolare, già testimone degli amori degli avi. La sera precedente il giorno del matrimonio, i parenti dello sposo si recano in casa della sposa per dare un valore al corredo, che generalmente è sempre inferiore al vero. Avvenuta l'operazione di stima, tutta la roba della sposa viene trasportata in casa dello sposo. Il corredo è messo in grossi canestri e portato in capo da donne. Precedono i sacconi arrotolati e messi sopra un'assicella di legno, alla quale vengono assicurati mercè nastri, perché si mantengano rigidi; poi, vengono i guanciali, le vesti collocate intorno al canestro sì da essere visibili e in ultimo il tirapieànne (cantarano) con la cascetèlla (cassetta) contenente scarpe ed oggetti intimi della sposa. Dopo qualche giorno si fa la scritta. La giovane va a braccio dello sposo ed entrambi tra due parenti della prima: nell'uscire dal Municipio vanno soli. Il corteo nuziale si dispone a coppie con gli sposi alla testa. Spesso è costretto ad arrestarsi, ché gli amici della sposa, dolenti di perdere l'ornamento del rione, stendono da casa a casa un nastro di seta: lo sposo, allora, dà in regalo del danaro e il corteo procede. Anticamente, la suocera rompeva sulla testa della nuora una scodella di creta, e ciò per significare che, nella nuova condizione, le doveva rispetto e sudditanza. Oggi, dello antico non è rimasto che l'uso delle ossa nel piatto, di cui è parola in altra parte dell'opuscolo. A pranzo, la lista di prammatica è la seguente: antipasto di affettato o prosciutto, condito con zucchero e pepe, poi il tradizionale brodo con verze, maccheroni, carne in umido e arrosto, insalata e frutta. Per pudore, i genitori della sposa non prendono parte al corteo, né al banchetto nuziale. A notte alta, mentre gli sposi incominciano a tessere la trama della felicità, gli amici, con chitarre e organetti, vanno a cantare e suonare sotto le finestre della camera nuziale. La famiglia dello sposo, allora, lascia scendere all'allegra comitiva dolciumi e liquori per mezzo di nastri colorati. Il giorno dopo le nozze, la sposa si leva per tempo e, sempre per pudore, per otto giorni si trattiene in casa. In genere, le nostre popolane sono virtuose e tengono la famiglia in grande onore. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Pagine capracottesi durante la Grande Guerra
La Prima guerra mondiale è ricordata come uno dei più sanguinosi conflitti della storia dell'umanità, che non risparmiò nemmeno la nostra Capracotta. Dei 664 chiamati a combattere una guerra lontana mille chilometri dalle proprie case, molti non tornarono. In 65 persero la vita in un conflitto per il quale ai più erano sconosciute le vere motivazioni. La guerra fu vissuta duramente al fronte e allo stesso tempo fu vissuta nel nostro paese e dalla nostra comunità con il dolore per le immense perdite di giovani vite capracottesi. La disperazione era così forte che portò, in alcune occasioni, ad organizzare proteste che sfidarono le rigide indicazioni governative che vietavano qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti della guerra. A tale riguardo, è decisamente molto interessante il materiale storico custodito presso l'Archivio di Stato di Isernia che, grazie ad una accurata e pregevole ricerca effettuata da funzionari dell'Archivio stesso, è stato possibile visionare nella mostra allestita in occasione di questa ricorrenza. Come in tutta Italia, anche il tessuto economico di Capracotta risentì delle conseguenze belliche. A titolo di esempio si richiama quanto risulta dal verbale di prova presso il Tribunale di Isernia nella causa contro Sebastiano D'Onofrio. Titolare di un'azienda di legnami, chiamato alle armi il 1° maggio 1917, la vide miseramente andare alla malora per «fatti di guerra», in quanto a causa della sua partenza per il fronte le attività rimasero senza alcuna guida e l'impresa subì gravissime conseguenze. I documenti ci mostrano una popolazione capracottese che visse quegli anni ossequiosa ai doveri di cittadinanza italiana, ma allo stesso tempo temeraria e pronta a sfidare le restrizioni imposte alla libertà di pensiero. Da un rapporto dei Carabinieri della Stazione di Capracotta si sa della protesta organizzata il 31 ottobre del 1917, quando una folla di oltre duecento capracottesi voleva invadere l'ufficio postale per protestare contro la mancata ricezione della posta militare che privava i residenti delle notizie dei congiunti che erano sul fronte di guerra. Fu una contestazione forte, che si spostò davanti all'abitazione dell’onorevole Tommaso Mosca, affinché si adoperasse presso il Governo per chiedere il ripristino del servizio postale. Alcuni dei manifestanti furono denunciati e sottoposti a processo con l'imputazione di aver protestato «contro lo spirito della guerra per deprimere lo spirito pubblico», per poi essere assolti con sentenza emessa dal Tribunale di Isernia il 28 giugno 1918 in quanto il fatto non costitutiva reato. Da altri documenti si apprende che nei fascicoli penali presso il Tribunale di Isernia risulta presentata denuncia da parte del Sindaco nei confronti di una donna, Giovanna Di Nucci, accusata e sottoposta a processo per aver il giorno 14 marzo 1918 imprecato pubblicamente contro la guerra tanto da mettere in subbuglio l'intero rione di Sant'Antonio. La protesta fu inscenata in occasione dell'emanazione del bando riguardante la macinazione del grano. Seguì, anche in questo caso, sentenza di assoluzione. È inoltre importante sottolineare che tra i soldati del nostro paese non vi furono disertori; alcuni renitenti alla leva vi furono solo tra i giovani che, negli anni precedenti, per guadagnarsi il pane, erano emigrati nelle Americhe. A guerra finita il Ministero della Pubblica Istruzione, con lettera circolare del 27 dicembre 1922 e con circolare n. 73 del 28 dicembre dello stesso anno, invitava i Comuni italiani a realizzare i Parchi della Memoria a ricordo dei caduti. Capracotta rispose piantando i pini che oggi rappresentano la "Pineta del Ricordo", nelle immediate vicinanze del Santuario della Madonna di Loreto, dove nel mese di novembre del 1996, su iniziativa dell'Amministrazione Comunale, fu posizionata una targa con incisa una frase di Gandhi: «Non credere alla possibilità di una pace permanente vuol dire non credere alla santità della vita umana» e l'elenco dei fanti-contadini capracottesi caduti nel corso delle operazioni belliche della Grande Guerra, accompagnato da un significativo commento del prof. Loreto Di Nucci. Antonio Vincenzo Monaco Fonte: V. Di Nardo (a cura di), Capracotta e la memoria della Grande Guerra (1916-2016), Capracotta 2016.
- Il bosco degli Abeti Soprani e i suoi "giganti"
Tiziano Fratus nel suo libro "L'Italia è un bosco" parla del Molise e in particolare del bosco degli Abeti Soprani a Pescopennataro-Sant'Angelo del Pesco. Egli dice: «Nonostante sia una piccola regione, il Molise ha diversi boschi di valore. Curiosamente ospita quattro concentrazioni d'abete bianco tra cui il bosco degli Abeti Soprani (1.000 ettari). Nonostante ciò, nessun abete bianco è segnalato fra i monumentali censiti su "Molise Alberi", uno dei siti di riferimento dei cercatori d'alberi in Italia». Allora noi siamo andati a trovare un bel po' di abeti bianchi per misurarli, fotografarli e per stabilire l'albero «simbolo, di notevole interesse e forse monumentale» per questo bosco. È stato difficile scegliere un abete, in quanto abbiamo constatato che se facessimo riferimento solo alla circonferenza del tronco, quelle che superano i 2,50-2,90 metri sarebbero tutte piante monumentali. E con le altezze di queste piante come la mettiamo? Prendiamo per esempio l'abetina di Rosello in vicinanza del nostro bosco degli Abeti Soprani. Qui dal libro sui grandi alberi d'Abruzzo di Francesco Nasini si fa riferimento all'abete tra i più alti d'Italia con una circonferenza di 2,90 m e un'altezza di 54 m descritto da Franco Tassi: «Alberi spontanei presenti in una forra poco conosciuta dei Monti dei Frentani al limite meridionale dell'Abruzzo e non lontano dal Molise [...] individui che raggiungono i 50 metri e talvolta li superano [...] un autentico miracolo della natura [...] stranamente questi altissimi alberi possiedono una circonferenza che non supera mai i 3 metri». Inoltre si afferma nel libro «che abeti di altezza più modesta (45 m) presentano una circonferenza di oltre 4 metri». Noi di "Molise Alberi" abbiamo invece trovato in vicinanza della strada Pescopennataro-Prato Gentile di Capracotta un esemplare di abete bianco che ha un'altezza stimata di 25 m con una circonferenza di 3,40 m ed in vicinanza altri esemplari di abete bianco con circonferenza di 2,70 m ma altezza molto superiore, 27-30 metri. Allora quale dei due possiamo considerare "monumentale"? Quello con il tronco più largo e molto corto in altezza o al contrario, con tronco "stretto" e altezza elevata? Conclusione: difficile parlare di alberi monumentali se facciamo riferimento solo alla circonferenza o solo all'altezza. Abbiamo trovato alberi con circonferenza di 2,50-2,70 m alti oltre i 25-30 metri. Il nostro albero di 3,40 m di circonferenza (54 cm di diametro del tronco) anche se non è un gigante, è monumentale? Per noi sì, perchè circonferenze di questo genere non sono facili da trovare e poi si presentava bene anche con un po' d'edera, con qualche ramo rotto, in bella raggiera con la sua età (150-170 anni). Altra verifica. Dalla tavola cormometrica ad una sola entrata del bosco Abeti Soprani di Cantiani per l'abete bianco con il diametro del tronco di 54 cm, il volume cormometrico è di 2,33 mc ed una altezza di 25 metri. L'età in base alla tabella seguente per il nostro abete di 2,33 mc supera i 170 anni (con mc 2,27 calcolati l'eta è 170 anni). Comunque questa tabella dovrebbe essere utilizzata al contrario, partendo dall'età e poi non è riferita al nostro bosco di abete. Valido Capodarca, che di grandi alberi se ne intende, in un post del 20 agosto 2014 su Facebook risponde alla domanda: "Quali sono i criteri per stabilire se un albero è monumentale?". «Meglio lasciar perdere». Lo stesso facciamo anche noi. Inoltre Valido Capodarca dice che «pur continuando a misurare i miei alberi, gli unici parametri che ho tenuto da conto (ovviamente di nessun valore in termini giuridici) è l'emozione che la pianta mi suscita»... Andrea Di Girolamo Fonte: https://www.molisealberi.com/, 8 ottobre 2014.
- Bellezza e costume della popolana capracottese
Il compianto De Amicis, nel libro "Sull'oceano", così dice d'una nostra contadina emigrante in America. «Spiccava una bella donnetta di Capracotta, con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parevano veri e fiammeggiavano agli occhi». Ed, allo sbarco, con evidente compiacenza, rivede la bella donna e volentieri ne riparla. «Avevano preso fuoco perfino certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintilla non si dovesse più accendere nemmeno per confricazione. Uno di questi, un monferrino, con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto». Ed invero la capracottese è bella, ma invecchia precocemente a causa delle dure fatiche a cui si assoggetta, in ispecie quella d'arrampicarsi sui picchi e sulle rocce delle vicine montagne scoscese per far legna e ceppame, che, assicurato a robuste funi, carica sul capo e penosamente porta al paese. Prestante della persona, ha generalmente occhi e capelli bruni. Ciò che rendeva più simpatica la Capracottese d' una volta e che dava maggior risalto alla sua florida bellezza, era la foggia di vestire, di cui una pallida idea ci viene dal fiammante paludamento di qualche vecchia rimasta fedele al suo tempo ed alle sue costumanze. Portava essa una gonna di panno scarlatto, pieghettato, con galloni d'oro, corpetto di velluto anche gallonato, con maniche sostenute da be' nastri di seta, in guisa da lasciar vedere il candore della camicia di tela casalinga. Le calze erano di seta, gli scarpini di pelle lucida, con fibbie d'argento e d'oro; portava agli orecchi grossi pendenti a forma di mezzaluna, alle dita grandi anelli chiamati corniòle. Completava l'abbigliamento la nappa di lana verde posta sopra la cuffia, ed un mantello in gergo detto puoànne, di castoro; variamente colorato, guarnito di nastri fiammeggianti. Oggi, invece, il vestito della nostra popolana non è così bello, né così comodo; lungi dal somigliare come l'antico al panneggiato d'una statua, esso consiste in una mezza dozzina di gonnelle, la più interna delle quali non sempre risponde alle regole della decenza e dell'igiene. Gli uomini vestivano di lana bleu, calzoni corti sino alle ginocchia, abbottonati, calza di lana bleu, scarpe di pelle allacciate. Il bavaro della giacca era corto e rialzato, lo sparato della camicia grosso, con fazzoletto di seta annodato, cappello duro, di feltro, a tronco di cono, infettucciato. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Il territorio di Capracotta: note mineralogiche e botaniche
Scarso d'interesse, e perciò forse mai preso a oggetto di indagini scientifiche, è il regno minerale sull'agro nostro. Non soltanto mancano tante di quelle materie che fan ricche oggi le altre regioni, come i bitumi, i metalli, lo zolfo, il marmo, i vegetali fossili, l'amianto, il caolino ed altre che la chimica e l'industria trasformano utilmente, ma difettano persino i materiali necessari agli usi più comuni, come l'argilla da laterizi, il gesso, le pozzolane, le pietre calcari o d'arenaria per le costruzioni, l'arena stessa trovasi in cave faticose e lontane né di pregio onde i fabbricati riescono costosissimi ed ineleganti. La sorgente minerale innanzi accennata può far supporre minerali sepolti nelle ime viscere della terra, ma a niuno credo sorgerà mai la tentazione di raggiungerne la profondità. Troppo vasto è il campo di questa materia per discorrerne diffusamente. E pertanto annoterò sommariamente che, delle piante arboree maggiori. il Faggio (Fagus silvatica) è la predominante nel territorio. Le chiome dei suoi rami ammantano di verde dal maggio al settembre, e di rosso rame nell'ottobre novembre i dorsi dei nostri monti vicini e le valli di Ospedaletto di Cannavina di Cannavinello. In quest'ultima, lungo la limitrofa abetaia di Pescopennataro si incontrano abeti crescenti (Picea abies). In altri punti allignano allo stato selvatico il Cerro (Quercus cerris), l'Orno (Fraxinus ornus), l'Oppio (Acer campestris), la Quercia (Quercus robur), il Pero (Pyrus communis), il Melo (Pyrus malus), l'Acero bianco (Acer pseudoplatanus), il Salice (Salix alba), l'Orniello (Cytisus laburnum) e pochi altri come il Tiglio, il Carpine bianco o nero, 1'Alvanello ecc. Tra le piante arboree minori prosperano il Sambuco, i Vetrici, il Ginepro, l'Agrifoglio, il Tasso, i Rovi, la Ginestrella. Non allignano il Castagno, l'Olmo, il Cipresso, l'Ontano, il Platano, l'Elce, il Larice ecc. Un tempo, come spesso si andava ripetendo, abeti secolari si stendevano dal Nord-Est fin presso all'abitato, che servirono alla costruzione delle case, e di cui gli ultimi, dicesi, furon decimati per la ricostruzione della Chiesa nel primo ventennio del 1700. E deve essere così, argomentandolo dalle dimensioni delle incavallature che ne armano il tetto. In una nota del Sindaco del Comune il 9 Luglio 1827 all'Intendente della Provincia, informativa che un temporale con grandine il giorno innanzi aveva distrutto i campi e tagliati i canali dei molini, si annunziava d'essersi scoverti nel fondo di un torrente in vicinanza dell'abitato tre abeti lunghi palmi 30 (m. 7) di palmi 15 (m. 4) di circonferenza. Nel 1878 l'ingrossamento dello stesso torrente (Vallone Grande) ma molto più in giù, mise fuori la parte superiore di un altro grandissimo e bellissimo tronco, che presentava un metro e mezzo circa di diametro, sprofondato il resto nel letto del torrente tra enormi macigni: da esso io stesso ricavai vari pezzi sceltissimi di cui feci ricostruire quattro porte in una sala grande di casa. Un nuovo diligente sguardo fu poi rivolto alla nostra flora minuta dal diligente e studioso botanico nostro comprovinciale, il dott. Armando Villani nel 1908; egli stese il risultato delle ricerche nel Bollettino della Società Botanica Italiana in Firenze. Premise ivi che già il notissimo botanico Gussone aveva studiato un rilevante numero di piante speciali dei nostri monti «pittoreschi ed affascinanti per la prodigiosa ricchezza della flora». E dopo aver annoverate piante che si trovano anche in altri luoghi dell'alto Molise ne indicò parecchie «non ancora notate in altri siti della Provincia, né in altri lavori botanici quali ad esempio l'Aspidium aculeatum, la Melica uniflora, il Lilium martagon, la Silene italica, la Helianthenum chamaecistus, la Couringia orientalis, il Thlaspi arvense, il Latyrus platensis, l'Astrausia major, il Laserpitium sileri, la Malva moscata dai fiori bianco nivei, l'Euphorbia platispylla sub-ciliata, l'Armeria vulgaris plantaginea, l'Ancusa barrelieri, il Thymus striatus, la Plantago media, la Campanula glomerata, l'Erigeron alpinus, il Chrysanthemum leucathemum pallidum ed il ceratophylloides, l'Anathemis cota, l'Achillea nobilis, la Centaurea cyanus, il Hypochaeris cretensis, il Trapagon pratensis, la Crepis aurea; e poi diversi Heracium berardanun, mulite, oretis, muronum, nyreanum, jaconianum». Gran parte di queste piante furon rinvenute nei recessi ombrosi dei nostri boschi o sulle cime dei monti vicini. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Un cuore e tre capanne
Intervista di Roberta della "Rete delle Case delle Erbe" ad Antonio di "Auser - Vivere con Cura". Vita dei carbonai nei boschi Domanda: – Dai, raccontami la tua esperienza di aver dormito in una Capanna dei boscaioli-carbonai di Capracotta il 24 ottobre 2023. Risposta: – Sì. Solo circa tre settimane fa sono venuto a conoscenza che in estate un gruppo di uomini, sotto le indicazioni di Adriano di 82 anni boscaiolo da quando aveva 8 anni fino ai 14, aveva realizzato una capanna, riproducendola fedelmente, così come la costruivano i boscaioli-carbonai di Capracotta - di solito in squadre di cinque uomini e un ragazzo addetto alla cucina - quando andavano in giro nei boschi del sud Italia a produrre il carbone vegetale e la carbonella. Il primo giorno di arrivo subito la costruivano in modo da potersi riparare fin dalla notte stessa. Tieni conto che il lavoro era stagionale, di solito da novembre a marzo-maggio quindi con punte di clima freddissimo. E se il tempo era particolarmente inclemente e quindi non potevano lavorare tornavano a casa senza neanche un soldo, alcuni addirittura vendevano il paiolo - re chettùre in dialetto - per ripagarsi il viaggio. Iniziavano a lavorare da prima dell'alba e andavano a dormire stanchi morti al tramonto cadendo in profondi sonni ristoratori. C'era chi era addetto a nutrire e curare anche di notte il catozzo (la cupola-igloo di legna) che bruciava lentamente fino ad arrivare al prodotto finale: carbone e carbonella. Ci voleva forza sapienza e abilità, in sintonia con tutto il gruppo, per realizzare bene tutti i passaggi, dal taglio degli alberi, con la grande sega a mano - re ŝtuócche - manovrata da due uomini fino ai sacchi di carbone che venivano acquistati dal proprietario del bosco o da una impresa a carattere familiare. E i rami venivano venduti a fasci nel paese vicino, andando con l'asino o il mulo e questo compito era svolta dai bambini o dalle donne. Preparativi D: – Va bene come premessa, ma adesso raccontami della notte in grotta. R: – Dopo esser andato a vederla dall'esterno ho chiesto a Carmen, la botanica che cura - e fa anche da guida erboristica - il Giardino della Flora appenninica a 1.500 m, se potevo visitarla anche all'interno e se avessi potuto trascorrere una notte nella capanna. Mi ha risposto che ne avrebbe parlato con il direttore e mi avrebbe dato la risposta. Il giorno dopo ho l'approvazione e concordiamo la data per martedì 24 ottobre dopo aver avuto conferma che non avrebbe piovuto, anzi si prevedeva giornata soleggiata. E così, contento come una pasqua ma senza perdere la serenità, al mattino presto del 24 carico l'auto di cuscinoni che fungeranno da materasso, asse di legno di 1,80 m per 90 cm da mettere sopra i rami che fanno da rete, ma essendo irregolari avrebbero potuto disturbarmi il sonno, e poi coperte, cuscino di alloro, candele e portacandele, vaso da notte (contenitore con tappo), scatolone di cartone che avrebbe funto da micro baldacchino proteggi spifferi al collo-testa, scatolone aperto pieno di lavanda secca per contribuire a profumare l'ambiente e libro da leggere. Dopo aver sistemato per bene sono tornato a casa per il pranzo e dalle 16 sono tornato in pianta stabile portando le ultime cose. Quella sera avrei saltato la cena come ormai faccio due o tre volte la settimana, anche per concentrarmi sui dettagli per non avere possibilmente problemi la notte. Appena arrivato, alle 16, il termometro, che avevo portato, dava 15 gradi centigradi ma dopo un'ora ne dava 13 e così mi sono detto che siccome a Capracotta da alcuni giorni dava 7 gradi di notte, lì al Giardino, più in alto di cento metri, sarebbe potuto arrivare anche a 4 o 5 gradi... anche se so che la copertura di terra sopra i tronchi permette un accumulo di calore, ho dedicato tempo alla vestizione pezzentella. Imbacuccato Questo è il corredo che ho indossato: un paio di calzerotti di lana fatti a mano con anche un altro paio lungo di cotone leggero per far sì che non ci fosse neanche un millimetro scoperto tra calzerotto e pigiama. Poi un pantalone pigiama di cotone con sopra un altro pantalone pigiama di lana di una volta, caldissimo e due maglie di lana attillatissime, di cui una fatta a mano con motivi a rilievo in modo che in caso di freddo estremo, sfregando le mani dall'alto in basso sulla suddetta maglia avrebbe attivato ancora di più la circolazione sanguigna e procurato quindi più calore. E ancora: un cappuccetto rosso - e alla fine mi sentivo proprio come il personaggio della famosa fiaba - trovato giusto dieci giorni prima (che mi avevano dato in uno scatolone insieme ad altri panni da far circolare come riuso) sempre come proteggi spifferi per tenere calda la testa. E dulcis in fundo ho messo uno scatolone di cartone come micro baldacchino, sempre proteggi spifferi per la testa, con sopra un panno di lana rossa che mi simboleggia il sangue vitale e il fuoco interiore e non. Topi e serpenti D: – Beh, arriviamo alla notte vera e propria. Avevi altri timori? R: – Sì, più che timori, lievi inquietudini: oltre al freddo e il timore di soffrirne e non dormire, cosa che avevo vissuto in altre tende o yurte, temevo possibili visite se non assalti di topi e di serpenti. Perché i topi? Mia madre, Peppina, da piccolo, mi aveva raccontato più volte che durante lo sfollamento del 1943 a Poggio Sannita (a trenta km da Capracotta) per via che i tedeschi avevano dato alle fiamme quasi tutte le case di Capracotta, dormendo in una masseria (fattoria), di notte per un pelo aveva salvato Nicola, il primo figlio nato l'anno prima, da un topo che gli stava entrando in bocca mentre dormiva... e che a un bambino i topi cavarono un occhio per mangiarselo... Che orrore e terrore... Mi rendo conto che potrebbe essere una paranoia ma avevo questa inquietudine. L'altra era per eventuali serpenti in cerca di un rifugio. Ma avendo fatto ricerche e ammirando tanto le serpi mi sono detto: sarei contento di incontrarli e cercare di accarezzarli e se anche mi dovessero mordere fino a morire, morirei contento - ormai il grosso della mia vita l'ho vissuta - anche perché avevo letto che il morso del serpente rimane così impresso che addirittura si vorrebbe essere morsi di nuovo, chiaramente senza rimanerne avvelenati. Notte magica D: – Va bene ma adesso passiamo alla notte, a che ora sei andato a letto, o nel giaciglio, come ti piace chiamarlo? R: – Alle 17:30, dopo aver fatto una perlustrazione attorno alla capanna e ammirato il paesaggio autunnale e il crepuscolo, mi sono messo dentro il sacco a pelo con sopra una coperta di lana a stelle bianca, rossa e nera per fare le ultime prove e vedere se tutto era a posto. Ma una volta disteso - e giocoforza ero immobile, fermo - è accaduto l'imprevisto favoloso. Davanti ai miei occhi vedevo solo tronchi di alberi ancora vitali perché erano stati tagliati a luglio, ed era come se ci guardassimo negli occhi e ci presentassimo e conoscessimo. Prima ero tutto preso dai preparativi e i timori-inquietudini che intanto come per incanto erano spariti. Inoltre da un angolo della parete di lato, in alto, entrava da un piccolo vetro a triangolo, una bellissima luce che esaltava i colori dei tronchi che mi apparivano sia come canne di un grande organo di chiesa sia come le zampe-gambe di elefanti e ne rimanevo affascinato e anche intimorito perché sotto sotto ero entrato con la baldanza di fare il piccolo eroe eremita selvatico anche se solo per una notte... E così piano piano è avvenuta una trasformazione interiore, psichica e mentale: osservavo ad uno ad uno i tronchi (di circa 8-10 cm di diametro) sia davanti a me che per tutta la capanna e li ringraziavo e ringraziavo chi aveva costruito la capanna per questa situazione favolosa in cui mi trovavo. Non stavo nella pelle per la gioia... E così senza accorgermene ho continuato a osservare, guardare, affinare l'olfatto e l'udito... E sì, perché c'era anche un silenzio indescrivibile, imponente... Come se da un momento all'altro dovesse accadere un qualcosa di straordinario e che poi ho realizzato che quel mix di tronchi, colori, profumi, sensazioni, silenzio e il tutto stando sempre più fermo senza dovermi rialzare - che avrebbe spezzato l'incantesimo - per poi rimettermi nel giaciglio... insomma era come se fossi entrato in un "utero arboreo" e dovessi restare fino a quando, novello feto in via di maturazione ne sarei uscito rinato... Grazie alberi. Il monello (non) addormentato nel bosco D: – E così ti sei addormentato... R: – Ero stanco soprattutto per la giornata di preparativi con annesso impegno fisico, ma una volta disteso e entrato in quel vortice favoloso ho fatto di tutto per non addormentarmi. Sapendo anche che difficilmente l'esperienza si sarebbe potuta ripetere: il Giardino chiude i primi di novembre per riaprire a metà-fine aprile. Mi ripetevo che desideravo vivere ogni secondo in modo totale come se fosse il primo e l'ultimo della mia esistenza, un secondo dietro l'altro; e intanto la luce si affievoliva fino a scomparire verso le 19:00; e anche al buio le sensazioni erano completamente diverse dal buio che vivo in camera da letto prima di addormentarmi. Il silenzio era interrotto ogni tanto dagli animali, credo piccoli, che giocavano, si muovevano e scivolavano sul tetto spiovente della capanna: all'inizio mi distoglievano dalla contemplazione, meditazione e riflessioni ma poi rientravano nel teatro favoloso della natura e della vita notturna del bosco. E così intervallavo silenzi e suoni (chiamati impropriamente rumori) di animali che avvertivo felici e contenti, forse alcuni anche impegnati in giochi d'amore. E circa ogni ora controllavo il termometro. Come dicevo, ero preparato ormai a vederlo in picchiata verso i 4 o 5 gradi. E invece dai 13 gradi delle 17:30 non è più sceso... tanto che verso mezzanotte ho tolto il cappuccio, un paio di calze, aperto il sacco a pelo e tenuto la coperta stellata meno stretta e per ultimo anche il baldacchino... E anche poi al mattino alle 5:30 quando mi sono svegliato erano ancora 13 gradi... Che scoperta-conferma... Alla fine mi sono addormentato quasi alla una anche perché ho scoperto che l'asse che avevo messo sui rami si era leggermente inclinata: qualche ramo aveva uno spuntone poco più alto e rigirandomi si inclinava e tendevo a scivolare e mi disturbava, ma non volevo alzarmi e risistemare il tutto, sempre per non rompere l'incantesimo. Ormai era andata cosi. Verso mezzanotte accendo il mozzicone di candela... Altre visioni meravigliose con quella luce di piccolo fuoco. E mi è venuta l'immagine di Geppetto che stava nel ventre della balena... Ma dopo un po' ho preferito il buio, il silenzio, acuire gli altri sensi, sentire gli animali e qualche verso di insetti o uccelli (rari)... che meraviglia! Alle 5:30 mi sveglio. Ancora buio e mi vien voglia di leggere, come faccio tutte le mattine d'abitudine. Però è buio e così riaccendo il mozzicone di candela che sorreggo con una mano e con l'altra il libro: "La luna nera", letto e riletto ma che non smette di arricchirmi e meravigliarmi. Ne leggo circa dieci pagine e intanto ammiro anche la situazione di leggere a lume di candela... quanta altra poesia... Alle 6:30 mangio le due mele zitelle (locali ma non di Capracotta) che mi ero portato e poi esco fuori per fare i bisogni... ma prima ne approfitto per mangiare una decina di bacche di rosa canina già belle e che mature: fino a tre anni fa maturavano a metà dicembre dopo la prima o seconda gelata, ora con il riscaldamento del pianeta iniziano a essere mature già agli inizi di ottobre. Mentre rientro nella capanna per togliere tutto e caricarlo in auto vedo passare il pullmino che porta le/i bambine/i di Pescopennataro alla scuola di Capracotta e ci salutiamo, e poco dopo passa un amico che ama camminare al mattino presto e mi chiede cosa ci faccio lì e gli racconto l'esperienza della notte in capanna... dopo le sue risate miste a stupore gli dico di provare a dormire nella capanna e mi risponde: «Ma te sié scemunìte?» (trad. "Ma sei diventato scemo?"). E con una grassa risata ci salutiamo. Rimetto tutto a posto e alle 7:30 riparto per casa a Capracotta. Bocca mia fatti capanna D: – Come ti sentivi? R: – Avevo raggiunto una serenità incredibile ma ero stordito, quasi come fossi sballato dopo una serata di sbornia di vino, no, meglio: una notte d'amore. E anche dopo la doccia fredda fatta in casa, come d'abitudine, ero, ripeto, stordito e un po' intontito e mi chiedevo il perché, cosa che ho fatto per tutta la mattinata. E credo alla fine di aver capito: lo stare in quello che ho chiamato utero arboreo per oltre 14 ore (e in nottata ho fatto i calcoli: quasi 50.000 secondi molti dei quali vissuti con tanta intensità-avidità per farne una scorta per i mesi a venire) ha fatto sì che il mio sistema nervoso non reggesse il tanto amore, gioia, vitalità, emozioni e così mi sono detto che questa che potremmo chiamare capanna-arborea-terapia (CAT) va approcciata, almeno per me, a dosi piccole per poi aumentare gradualmente. Per esempio iniziare con tre ore (il tempo minimo per avere gli effetti della foresta terapia), per poi passare a 5-6 ore per arrivare a 8-10 ore e più. E mi dicevo che i carbonai stavano di giorno tra gli alberi vivi e facevano, nonostante il duro lavoro, una forma di foresta terapia e la notte sempre in contatto con tronchi e rami recisi, trascorrevano 6-8 ore di sonno rigeneratore e quindi erano abituati e comunque arrivavano ad avere una forza fisica e morale altissima. Erano tutti uomini, raramente c'era una donna, e mi chiedo come reagirebbero le donne a un impatto simile in una capanna arborea ove credo entrerebbero in una grandissima sintonia tra cicli cosmici, cicli stagionali e cicli mestruali. Nel pomeriggio lo stordimento è svanito e ormai sono diventato capanna-arborea-dipendente (CAD) e non vedo l'ora di riandare a trascorrere altre ore o nottate ma credo che dovrò aspettare la prossima primavera. Comunque una delle lezioni che ne ho tratto è che non bisogna mai essere avido di natura ma saper vivere in equilibrio tutti i doni che la natura e la vita ci offre affrontando anche lutti, disgrazie, violenze e guerre con un animo più sereno, distaccato e collaborativo. Grazie alberi e grazie capanna arborea! E ricordo un vecchio modo di dire che solo ora mi intriga: bocca mia fatti capanna... Capanne di pietra e parco con ludoscuola delle capanne Post intervista, dopo tre giorni: D: – Hai altro da aggiungere? R: – Si, in questi tre giorni mi sono tornate alla mente tante cose sentite e pensate durante le 14 ore. Una è l'aver riflettuto sulla mia vita attuale e sulle scelte da fare in quanto da anni mi dico di prepararmi a vivere gli ultimi anni della mia vita in una fattoria-masseria didattica erboristica e animalista con mille attività, corsi e laboratori. E in tale masseria non dovrebbero mancare corsi-lab per insegnare a realizzare capanne e tende con i diversi materiali a disposizione a km zero. Per esempio anche realizzare le capanne di pietra costruite a secco, in passato, da contadini/e sui - o vicino ai - campi coltivati. Queste capanne, a forma di cupola-igloo, servivano come riparo dal sole o dalla pioggia e come ripostiglio per gli attrezzi agricoli. Anch'esse sono cadute in disuso ma possono avere una seconda vita: capanne curative basate sulla litio terapia, cioè le pietre rilasciano vibrazioni sottili benefiche al nostro sistema nervoso e di conseguenza rinforzano il sistema immunitario e quindi, come con la foresta terapia, si potrebbero offrire per cicli di sedute di almeno tre ore. E insegnare a realizzarle come avevamo fatto con Edoardo Micati, esperto che vive in Abruzzo, che, coinvolgendo anche bambine/i, ne costruimmo una nel 2011 quasi di fronte all'attuale capanna arborea in questione. E quindi si potrebbero proporre corsi-lab di costruzione di questi due tipi di capanne per poi poterne godere dei benefici. Seguite/i anche da naturopate/i e curate da qualcuna/o per tenerle sempre in ordine e in ottimo stato. E arrivare a un parco-campeggio di capanne e tende, e perché no, anche una capanna-casa delle antiche popolazioni osche in modo da potersi curare, soprattutto dal tecno-stress e dalle depressioni causate oltre che da illusioni ideologiche e consumistiche anche dai mille gravissimi problemi ambientali e flussi migratori da guerre e povertà. Ho proposto, infine, a Carmen, che sarei disposto anche a trascorrere una settimana nella capanna a patto che si apportasse una modifica: invece del fuoco da accendere per terra con i problemi di fumo e cenere, installare una piccola stufa a legna con tubo che esce fuori. E invito tutte le Case delle Erbe, laddove è possibile, a realizzare capanne arboree e di pietra, a partire dalla ricerca, raccolta e eventuale trasporto dei materiali: quanta sapienza e abilità si acquisirebbe. E a partire anche dall'infanzia. Perché dalle elementari non si insegna a costruire? bambine/i ne vanno matte/i. Ricordo che da piccolo, quando tornavo a Capracotta per tre mesi ogni gruppo di bambini costruiva i propri cuasòtte e tuttora il passaggio dall'infanzia all'adolescenza è autocertificato dal costruire casotti, capanne, baracche, utilizzando i materiali più disparati. Alla prossima intervista ti presenterò la terza proposta, sempre frutto di ricerche, riflessioni e discussioni: la "Capanna dei fiori". E ultimissimo suggerimento: come giaciglio metterei quattro balle di fieno, quelle a forma di parallelepipedo, attorniate da alloro per tenere lontano gli insetti. È troppo bello riposarci sopra. Non mi dilungo... Antonio D'Andrea
- Fratelli Fiadino, vittime civili di Capracotta
Pur avendo già scritto sulle vessazioni che subì Capracotta negli ultimi mesi del 1943, ricordiamo altre violenze di cui furono vittime i civili tra la fine di ottobre e i primi di novembre allorché i tedeschi decisero la costruzione della linea fortificata Gustav. Da quel momento non si contarono i rastrellamenti di uomini abili al lavoro e le requisizioni di ogni genere tra alimentari e bestiame. Il 30 ottobre il feldmaresciallo Kesselring ordinò lo sfollamento del centro abitato e dintorni, sulla linea di fortificazione invernale che si trovava lungo il fiume Sangro. Emanò poi un'ordinanza che stabiliva un premio per chi avesse catturato e consegnato ai reparti tedeschi i soldati americani fuggiti dal campo di prigionia di Sulmona che si trovavano sul territorio. Lo fece dapprima con una ordinanza allettante, senza minacce, poi passò a quella con le minacce di morte per tutti coloro che avessero aiutato i prigionieri a nascondersi. I fratelli Fiadino, Alberto, Gasperino e Rodolfo, dei quali si è già detto, ospitarono alcuni soldati inglesi fuggiti incuranti del pericolo. Un delatore guidò una pattuglia germanica alla masseria dov'erano nascosti e vennero tutti catturati. I tre fratelli vennero portati al comando di Alfedena dove un Tribunale Militare li processò sommariamente e li condannò a morte. Sulla strada del ritorno uno dei tre fratelli sollecitò gli altri due a fuggire ma questi scioccati e paralizzati dalla paura non si mossero. Solo Alberto, a una curva, riuscì a saltare dal mezzo e pur fatto segno di numerosi colpi di mitraglia riuscì a fuggire. I due fratelli Gasperino e Rodolfo vennero condotti in località Sotto il Monte, legati a un albero e assistiti dal parroco, don Leopoldo Conti, vennero fucilati. Domenico Antonio Borsella Fonte: D. A. Borsella, Molise 1943. Frammenti di una guerra, Micrograf, Mappano 2021.
- Il territorio di Capracotta: note climatologiche
La definizione climatologica meglio appropriata al nostro ambiente fu quella un po' umoristica di un Napoletano che si recava qui a vendere terraglie: «Diece mise 'e fridde e duie 'e frische» (Dieci mesi di freddo e due di fresco). La neve persiste d'ordinario dalla seconda metà di Novembre all seconda di Marzo, salvo naturalmente le eccezioni, e salvo anche le nevicate in Aprile ed in Maggio, in Ottobre e talvolta anche in Settembre ed in Giugno, quantunque per poche ore. Pochissimi i giorni sereni e calmi gli altri nebulosi o ventilati. La bassa temperatura d'altronde, la frequenza del tempo cattivo e dei venti son dovuti oltrecché dall'altrimetria, dall'essere Capracotta circondata nell'ampio orizzonte dai più alti nuclei dell'Appennino centrale. Il massiccio della Maiella al nord, la catena delle Mainarde ad ovest, tutte le alture del Matese a sud con gli altri contrafforti dei monti abruzzesi ad est fan sì che da qualunque direzione spirino le correnti aeree, passino fredde e spesso veloci, trasportando nembi o vapori in condensazione. L'atmosfera quasi sempre agitata ed il pendio dell'agro non fanno predominare molta di quella umidità che persiste nelle bassure; e danno uniformità alla temperatura notturna con quella diurna senza quegli sbalzi repentini nelle tarde ore vespertine o agli albori del giorno tanto incomodi in altri luoghi. Nelle giornate più calme dell'estate anzi, e nelle più rigide nell'inverno, queste ore sono forse più tepide delle altre. Come rilievi scientifici inserisco alcuni specchietti tratti dalle osservazioni termo-idrometriche giornaliere fatte nel triennio 1910-1912 dal dirigente incaricato dal Regio Ufficio di Meteorologia cav. Giovanni Paglione. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Giuochi infantili di Capracotta
Boia e re È un giuoco comunissimo da noi e corrisponde all'italiano aliossi. Si fa con l'osso del malleolo degli animali ovini, chiamato astragalo, e vi possono prender parte due o più giuocatori. Chi fa cadere l'osso per terra da una delle due parti lisce è re, se dalla parte opposta è boia. Proceduto alla nomina delle cariche, incomincia il giuoco. Guai all'infelice che fa cadere l'osso trasversalmente, dove è un segno a forma di osso. Il re ordina al disavventurato tante decine di pugni ed il boia, compiacentemente, esegue senza lesinare sulle proprie forze. Ma la fortuna è femmina e spesso le parti s'invertono, ed allora botte da orbo agli spodestati. Così il giuoco continua sino a quando i giuocatori sono stanchi e le partite equiparate. A pischìte È il giuoco fanciullesco per eccellenza e si fa in due. Il pischìte è un corto pezzo di legno tagliato a fuso. Il favorito dalla sorte, per mezzo d'una mazza cilindrica e liscia, lancia il pischìte lontano e mette poi la mazza orizzontalmente sopra una fossetta appositamente scavata, che rappresenta il punto di partenza. L'altro va a raccogliere il pischìte e cerca di colpire la mazza, nel qual caso le parti s'invertono, e quanto meno d'avvicinarsi ad essa. Il primo giuocatore, allora, percotendo la punta del pischìte, lo fa rimbalzare e contemporaneamente cerca di colpirlo e mandarlo lontano: questo per tre volte. Poi, con la mazza conta la distanza sino alla fossetta, e il giuoco ricomincia. Ad un certo numero di punti la partita è vinta. Alle fosse Si scavano quattro fossette ad una relativa distanza, e a ciascuna di esse vi è il giuocatore favorito dalla sorte, munito di mazza, con a lato un altro che butta il pischìte al compagno più vicino, cercando di farlo andare nella fossa. Ma, per lo più, il compagno avversario respinge con la mazza il pischìte, che va lontano. Mentre qualcuno va a raccoglierlo, i quattro con le mazze corrono da fossa a fossa, gridando: «Uno, due, tre, ecc.». Ma, se a colui che è andato a raccogliere il pischìte, riesce di metterlo nella fossa, gli avversarii perdono la mazza. A chiùppa È semplicissimo e comune ai due sessi. Il non favorito dalla sorte deve cercare i compagni che si sono nascosti; se riesce a scoprirli e ad acchiuppàrne qualcuno, lo obbliga a prendere il suo posto e così seguita il giuoco. A ŝtìcchie Su d'una pietra rettangolare, posta verticalmente (in gergo detta iérche), i giuocatori mettono uno o più soldi per ciascuno. Poi, a turno, per designazione della sorte, ognuno, da un punto stabilito, cerca di colpirlo con la piastrella e di far rimanere i quattrini vicino a questa. Indi, gli altri si ingegnano di accostare le loro piastrelle alle monete rimaste per terra, più o meno lontano dal iérche. A parandìglie Lo fanno le fanciulle, e consiste nello spingere in alto varie pietruzze (parandìglie) alternativamente, e così raccoglierle nelle mani senza interruzione. Il difficile sta nel non far mai cadere le pietruzze per terra, nel qual caso la partita è perduta. Zalzamùsse e sciuoàmmare Giuocano i fanciulli a zalzamùsse disponendosi a cavalcioni, tanti per parte, alle due estremità d'una trave in bilico. Alternativamente, fanno peso e, or gli uni, or gli altri, si sollevano in aria e dolcemente ne discendono. Il sciuoàmmare è il dondolare che fanno i fanciulli con le mani afferrate ad una fune, sospesa per lo più a un ramo d'albero. A scandìglie Si fa con le noci, per lo più quattro, tre sormontate da una quarta. I castelletti si dispongono a rettangolo o verticalmente, nel qual caso dicesi giuocare a caporale. Chi colpisce il primo, superiormente, prende tutto. A volte, le noci si mettono in fila, orizzontalmente, l'una vicina all'altra: allora il giuoco si dice a filarèlla. A vrìccia Si fa questo giuoco con soldi disposti l'uno sull'altro. Il favorito dalla sorte batte forte sul gruppetto con un ciottolino (vrìccia); i soldi, al colpo, rimbalzano: quelli che si presentano con l'effigie del Re vengono intascati dal giuocatore, il quale seguita a battere il ciottolino sui soldi rimasti sin che non siano esauriti o il colpo non sia sbagliato. Pise e pisèlle Graziosi e concettosi sono i canti con i quali i bambini accompagnano i loro giuochi. In quello detto pise e pisèlle i fanciulli si dispongono seduti, in linea orizzontale, con i piedi distesi. Qualcuno scandisce le parole su ciascun piede. Quegli a cui il canto termina viene messo fuori giuoco, il quale seguita sino a che non sia rimasto uno solo dei componenti la partita e questo viene portato a spalla dai compagni, per turno. Pise e pisèlle e scióre de cannèlle, cannèlle e così sia, ficca la penna... a [e qui il nome], scarafó, scarapicchió tira ru pète a téo. E l'altro, che a spiegarlo alla parola è incomprensibile e che forse è stato inventato per amore d'assonanza. Pipendó venerdì boscó carta in Francia e falla arremenì e falla cotechì. Spesso i nostri ragazzi, non sappiano o non vogliano, per risparmiarsi il fastidio di contare sulle dita, giuocando a pennini, a bottoni, a noci dicono: Vù, vù, vù, séra jèmme pe buttùne, n'arrecàmme ciént'e une, ciént'e une e la patacca, li une, li due, li tre, li quattre. Quegli a cui cade l'ultima sillaba del quattro è il designato dalla sorte. Negli stessi giuochi, i ragazzi, con la stessa procedura, dicono: Séca e muléca e le donne de Gaeta e chi fila e chi tèsse e chi fa pezzìglie d'ore, mamma, mamma jésce fòre jésce fòre arru giardine pizzìglie d'ore e tagliulìne. Zéza e zéza e mìttemene mèza e mìttemel'a renfrìsche mó ze ne vieàne re tedische re tedische e re spagnuóle mó ze ne vieàne le scòppele bòne e scòppele e scuppulùne mó ze ne vieàne re buffettùne. Chi dei Capracottesi, a primavera, d'estate, quando si aspetta l'acqua come una benedizione del cielo, non ha inteso il canto dei nostri ragazzi venir dalle finestre o dalla strada, benedicente alla benefica piova? Chiòve e chiòve e l'acca de ru vòve e l'acca alla marina e le grane a cinche carrìne. Quando v'è un rovescio di piogge i ragazzi (socialisti in erba) mettono in caricatura i poveri padroni o implorano un raggio di sole consolatore. Chiòve e chiòve da na settemàna pane e vine arru gualàne pane e vine arru garzóne ŝchieàtta e crèpa signó padróne. O se la prendono coi calvi, specie con quelli che malvolentieri sopportano la loro sventura. Tatta carùse che trenta capìglie tutta la notte ce canta ru grìglie e ru grìglie c'ha sèmpe cantate bonanòtte, coccia pelàte. Le donne, poi, per divertire i bimbi, se li mettono a sedere sulle ginocchia e, toccando successivamente le dita della loro destra, a incominciare dal mignolo, dicono: Dite, ditiglie preta d'anieglie lunghe lungane accide peduocchie e lecca murtale. E, a incominciare dal pollice: Quiŝte dice ca vò le pane quiŝte dice ca 'n ce ne ŝta quiŝte dice: vàlle a 'ccattà quiŝte dice: 'n ce vuóglie ì e quiŝte ti ri ti rì. E, quando i bambini mutano un dente, buttandolo al fuoco, dicono: Sant'Antuóne, sant'Antuóne, ècchete re viécchie e damme ru nuóve, me re puózze dà tanta forte da caccià re chiuóve alla porta. I giovanotti fanno il giuoco detto cavàglie e cavaglìtte. Si dispongono i giuocatori l'uno dietro 1'altro, poggiando quello di dietro le mani alla cintola di chi è davanti e con la testa bassa inclinata a sinistra. Chi è stato favorito dalla sorte salta, dopo breve rincorsa, sopra qualcuno di essi, a seconda la volontà e l'abilità dell'improvvisato acrobata, il quale, una volta a cavalcioni, dice: Tinche e tincóne, pane e sapóne, cavàglie e cavaglìtte, quanta corna tè re crapìtte? [e qui mostra le dita] e s'avìsse ditte quoàttre mó ŝtarìsce a cavaglìtte, 'ccavaglìtte ŝta ru papa: quanta corna tè la crapa? E qui mostra le dita ancora. Se chi sta sotto indovina, prende il posto dell' altro, che fa da cavallo. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- La merenda letteraria #5
È passato un po' di tempo dall'ultimo incontro - era il 18 giugno! - e credo sia giunto il momento di riprendere quell'abitudine, così com'eravamo rimasti d'accordo a fine primavera. Domenica 5 novembre, alle 17:30, nei locali dell'onorabile Società di Mutuo soccorso dei Pastori e degli Artigiani ritornerà finalmente "La merenda letteraria", il ciclo di incontri letterari, sociali, culturali dedicati a chi ama la lettura e non solo. Le regole d'ingaggio restano immutate: approfondire un grande argomento tramite la lettura e il commento di quei libri che ognuno porterà all'incontro, libri che ovviamente devono avere un legame con l'argomento scelto. Al contempo, per far sì che non sia soltanto un ritrovo di appassionati, ci gusteremo una buona merenda con dolci fatti in casa, infusi, tisane e quant'altro. L'argomento proposto per l'incontro di domenica 5 novembre è: Un luogo dell'anima Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva un posto ideale, una città, una casa, un ambiente, uno spazio magnifico e sorprendente, un libro, insomma, in cui si possa godere di un luogo senza doverlo visitare fisicamente. Staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Sulla nuova locandina de "La merenda letteraria" ho scelto una tela di Francesco Paglione realizzata nel 2023, in cui si nota bene qual è il "luogo dell'anima" per eccellenza di tutti noi. Francesco Mendozzi
- Usi e costumi di Capracotta: pani e grani
Pezzetti di pane nell'acqua I vaccari, per ingannare la monotonìa delle lunghe ore estive, mentre le vacche pascolano, riducono il pane a pezzettini e li buttano in una fonte. Ognuno, a turno, deve prendere con la bocca un pezzo. Colui che prende l'ultimo è tenuto a pagare un soldino. Poi, il giuoco ricomincia, e così di seguito. Il ricavato serve per comprare il companatico, che si mangia da tutti quelli che hanno fatto il giuoco. Granati e lessati Nel giorno di santa Lucia e in quello di san Nicola, le famiglie che hanno devozione per questi santi dispensano ad amici e parenti de' grani lessati. I rimasugli dell'annata, ceci, piselli, lenticchie, si lessano il primo di maggio da' benestanti e si distribuiscono ai poveri. Così, verrà la bella stagione e l'offerta agli indigenti propizierà il nuovo raccolto. Ru 'nturtié Per liberarsi talvolta; momentaneamente, de' bambini eccessivamente vivaci, i familiari li mandano da qualche parente con l'incarico di farsi dare un po' di 'nturtié (trattenimento). Il parente capisce e trattiene l'ingenuo con un pretesto, una lusinga. Durante la mietitura Durante la mietitura ci sono degli usi abbastanza curiosi e originali. Il padrone si reca da' mietitori e il più giovane di costoro gli va incontro, portando in una mano una brancata di spighe e nell'altra la fiasca: dà a mangiar l'una al cavallo e offre l'altra al padrone, il quale capisce l'antìfona e dà a tutti una regalìa. All'ultima trebbia col cavallo, gli ultimi giri vengono fatti in onore de' componenti la famiglia del proprietario, a cominciare dalla moglie sino all'ultimo dei figliuoli. Ogni giro dei cavalli, naturalmente, è seguito dall'immancabile giro della fiasca, che il proprietario, rispettoso delle patrie usanze, compiacentemente riempie di sua mano, specie se il raccolto è abbondante. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Pubblicata la "Prima antologia di poeti capracottesi"
Il 24 ottobre scorso è stata ufficialmente pubblicata da Youcanprint la "Prima antologia di poeti capracottesi", una raccolta che si occupa perlopiù di autori nostrani che hanno già superato con successo il vaglio di almeno una casa editrice. Ma, oltre a quella editoriale, vi è un'altra discriminante a rendere originale questa raccolta: tutti i poeti trattati sono infatti defunti. In essa sono compendiati ed esaminati ben 11 poeti, tutti nativi od originari di Capracotta che, a partire da Giuseppe Maria Pizzella (1733-1780), arrivano ad Antonio De Simone (1928-2018), passando per Luigi Ianiro (1805-1890), i fratelli Berardino (1865-1905) ed Oreste Conti (1877-1919), Nicola D’Andrea (1886-1973), i fratelli Ermanno (1907-1984) ed Elvira Santilli (1923-2013), Umberto Colacelli (1919-2007), Gabriele Mosca (1923-2017) e don Geremia Carugno (1923-2007). Ci tengo ad aggiungere che nella "Prima antologia di poeti capracottesi" vi sono anche delle inedite gemme. La prima è del folclorista Oreste Conti, un manoscritto autografo - gentilmente donatomi dai suoi discendenti - su cui egli impresse a penna una lunga ode dedicata all'ascesa di Napoleone. La seconda è di Nicola D'Andrea, umile falegname nonché fotografo, e trattasi di due poesie scritte a Milano tra il novembre 1972 e il gennaio 1973, poco prima di morire. Infine potrete leggere un'ode del prof. Antonio De Simone ritrovata dalla figlia Simona, un componimento disarmante e struggente su «Capracotta, bruciata dalla ferocia nazista nell’autunno del 1943 durante la II Guerra mondiale» che egli compose nel gennaio del 1944 a Vico del Gargano, quand'era nel seminario dei cappuccini del SS. Crocifisso. Credo che tutti possano apprezzare la poesia perché essa, in una manciata di parole, condensa i sentimenti, le emozioni e le percezioni di un momento unico ed irripetibile. Le nostre vite, diverse l'una dall'altra, non sono che una concatenazione di quei sentimenti, di quelle emozioni e di quelle percezioni che la maggior parte di noi non riesce ad esprimere a parole: è questo il motivo per cui esistono i poeti. All'interno della "Prima antologia di poeti capracottesi", insomma, troverete riassunta ed analizzata tanto la poesia elegiaca, partorita nei salotti culturali, quanto quella bucolica, realizzata dai pastori transumanti, da artigiani appena alfabetizzati oppur fiorita tra i banchi delle scuole e delle sagrestie. Probabilmente, nelle prossime settimane presenterò questo mio ottavo libro presso la Società dei Pastori ed Artigiani di Capracotta. Nel frattempo sappiate che è disponibile in commercio sui maggiori portali di vendita online: Amazon; Hoepli; IBS; La Feltrinelli; Libraccio; Libreria Universitaria; Mondadori Store; Unilibro; nonché sul sito dell'editore, la leccese Youcanprint. Francesco Mendozzi
























