LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
Cerca in questo sito
2372 risultati trovati con una ricerca vuota
- Il poeta Gabriele Mosca
(Capracotta, 21 giugno 1923 - Sulmona, 6 novembre 2017) Gabriele Mosca era un ferroviere, capostazione per la precisione, e ha vissuto buona parte della sua vita a Sulmona, in provincia de L'Aquila, la stessa città che diede i natali a Publio Ovidio Nasone, forse il più grande poeta romano. La poesia elegiaca di Ovidio, però, nulla c'entra con quella dialettale del Mosca, un uomo semplice che Enea Di Ianni descrive «estremamente riservato nei modi, ma stupendamente ricco nella sensibilità». Gabriele Mosca, infatti, iniziò in tarda età a comporre poesie in dialetto sulmonese, nel 1982, spinto dagli amici che lo spronavano a partecipare a vari concorsi letterari locali. E infatti, da lì in poi, ottenne diversi premi e menzioni, dal Premio Francavilla del 1982 alla Vª Rassegna di poesie dialettali di Vasto nel 1983, fino al Premio Internazionale "Emigrazione" del 1988. Il Mosca, che «predilige l'endecasillabo alla rima e si destreggia nel sonetto», nel 1992 cominciò finalmente a poetare in dialetto capracottese: una prima tranche di poesie venne composta dal 1993 al 1995, la seconda si spinse fino al 2007 e dà vita ad un compact disc pubblicato l'anno seguente. Tuttavia, la morte prematura del figlio Paolo, innamorato della montagna d'Appennino, lasciò in Gabriele Mosca un dolore inestinguibile, immenso, eppure egli non smise mai di provare un'ammirazione bambinesca e genuina per la montagna, un'entità che da sempre attrae gli esseri umani e che rimane madre anche quando sottrae qualcosa di unico come un figlio. Del Mosca ho scelto allora tre «toccanti poesie in dialetto capracottese, dove Gabriele, con la sua passionalità e l'amore per il suo paese natale, ci fa rivivere in forma lirica momenti e situazioni della quotidianità di Capracotta. Riaffiora spesso la nostalgia per il paese natio ed essa rende più sublime e gradevole la lettura di chi ha dovuto lasciare il paese». Si ricorda che nel dialetto scritto la vocale e non accentata rappresenta la cosiddetta "e muta", che dà vita allo stacco tipico delle parlate meridionali. Ovviamente, nelle note ogni poesia è stata tradotta letteralmente, cosicché tutti possano gustare i versi di Gabriele Mosca. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- Il territorio di Capracotta: codicillo fuori programma
Ai miei compaesani - Congedo Devo dirvi che un dubbio è venuto a picchiarmi al cervello intento allo scrivere: il dubbio che qualcuno di voi, leggendo, non sia venuto a domandarsi: A che questo pezzo d'imbecille è andato perdendo il tempo per fare questa scocciante mostra di pastocchie e storielle? Ed allora la penna mi è caduta di mano. Ma poco appresso m'è venuto da ridere, ridestandomisi in mente tanto quel che Paolo Ferrari fa dire ad un personaggio scettico d'una sua commedia: Che scopo ha chi passeggia? chi fuma? e che so io, chi, avendo tanti debiti, si raccomanda a Dio? Quanto la lunga filza d'interrogazioni canzonatorie in versi a rime baciate, a voi nota, cori de'quali un Pievano di Colle di Macine incalzava un amico, che poco innanzi la mietitura, andava in cerca di paglia; versi che non posso trascrivere perché troppo numerosi, né rivelatori di sacerdotale castità, alla quale quei pievani erano alquanto restii fin da come si è visto nella numerazione dei fuochi del 1447 (Dio mi guardi dal malignare oggidì). E poi pensavo che ci son quelli che scrivono romanzi, bozzetti, articoli critici o biografici e poesie, che Dio li accolga nella sua infinita misericordia! Ed allora la penna ha ricominciato a scorrere di nuovo. Tal'altra, specie traverso le cose «quarum pars parva fui» precorrevo un po' macabramente quel che si potrà andar borbottando quando l'Arciprete «ritto su la mia cassa» reciterà con piagniculosa cantilena il "Libera me Domine... A porta Inferi" (e il dì lungi non è che diventerò favola a la gente, quasi alla vigilia dell'ottantina). Forse, rammentando le male fatte prove del pecoraio, del cantiniere, dell'azzecca-garbugli, «et de quibusdam aliis» si ricorderà che mi fecero fare anche quella del Sindaco ovverosia Podestà. Ma fu proprio all'esordio che vollero tornare a «le fresche brezze del patrio suol» quei tali Signori di Maio, che se n'erano andati a Deliceto, e non per «un regal serto sul crin posarmi»; ma per solleticarmi quella «grattatio capitis quæ facit recordare cosellas». E fu allora che che mi trovai davanti la Bella addormentata nel bosco (quella tale Signorina Promiscuiquità lasciataci da Zurlo), che per tenermela fedele dovetti dedicarle la prima stampa del mio vituperato opuscolo. Salterà fuori in ultimo come diventai: Dio dell'or Del mondo signor Possente, risplendente. E mio ministro fu Belzebù, il quale mi si prese l'anima ed anche i danari, nonostante patti in contrario. Però compiei la mia giornata innanzi sera facendo pigliare prima i vostri paesani soldi per liberarvi una volta per sempre da quell'Idra che ho sempre lamentata nei miei noiosi libercoli. Che me n'è restato? Ricordo un'allegoria d'uno degli scrittori miei prediletti, il russo Turghenieff. Raccontò su per giù il Turghenieff che lo spirito candido d'un giovine era salito al Cielo; e fra le beatitudini delle celesti sfere, scorse due donzelle di sorprendente bellezza, una bruna ed una bionda andar liete a braccetto. Stette lungamente a rimirarle per la bellezza, e perché si sovveniva vagamente di averle incontrate talvolta in terra, ma senza rammentare chi fossero e dove. Di che accortosi l'angelo suo custode che ancora lo accompagnava, disse: «Come? non le riconosci? Ma quella è la Generosità e questà è la Riconoscenza... Ah sì, adesso rammento; ma è che la prima volta le vedo andare insieme». E poi ricordate Didone? Didone chiese al Re africano (aspettate... come si chiamava? Gianbarba Sciarpa Giarra, Giarba...) un po' di terra per farci alcuni villini, ma Jarba, che aveva tentato di sollevarle alquanto le gonnelle, ma non ci era riuscito, per farsi una risata, rispose di volerne dar quanta ne chiudeva la pelle d'una vacca... Gratis? Gratis. Parola di Re?... Parola di Re. Io invece non ho potuto ottenere tanta terra quanta Jarba voleva darne a Didone, e pure, nonostante, patti in contrario. Però Didone, ch'era una bella e gioviale ragazza capracottese, ma furba, e se n'era andata in Levante, dove l'aveva sposata il miliardario Sicheo; ma poi si era messa a far l'amore con un commesso viaggiatore, un certo Enea, della ditta Virgilio, Marone e compagni e perciò al marito aveva rotto un prezioso portacenere per sigarette e lo dice pure Dante quando la trovò all'Inferno, Didone dico teneva le forbici affilate non meno della lingua; cosicché tagliò la pelle della vacca in sottilissimi cordoncini, e li dispose un dopo l'altro in semicerchio attorno alla riva del mare. Fece andare tutti i maestri... Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- La Chiesa di San Vincenzo a Capracotta
Dopo una vita dedicata alla predicazione, lo spagnolo Vicente Ferrer (1350-1419) diventò il compatrono di Napoli e, più tardi, del Regno delle Due Sicilie, l'entità statuale scaturita dal Congresso di Vienna e scomparsa con l'Unità d'Italia. A Capracotta esiste una piccola chiesa dedicata a quel santo, una chiesa di cui, fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, la famiglia Campanelli godeva il giuspatronato. Edificato tra il 1779 e il 1783 sui resti dell'oratorio della Visitazione e della Morte per volere di Agostino Campanelli, il piccolo tempio capracottese sta tra via Roma e la scalinata di via San Sebastiano ed affaccia verso il palazzo che un tempo era di una tra le famiglie più ricche e prominenti della borghesia capracottese. Al pari di quelle di San Giovanni e di Sant'Antonio, anche la Chiesa di S. Vincenzo ha navata unica ma la differenza con le altre sta nel fatto che questa difetta persino dell'abside. Conficcata nel borgo antico della Terra Vecchia è difatti una chiesetta nata per permettere ai Campanelli di praticare meditazioni e seguire privatamente funzioni di mane e sera, talmente privata che dal 1915 ospita la tomba del giovane Michelangelo Campanelli, di cui ho parlato in un articolo del 7 settembre 2020. La chiesa «in onore di S. Vincenzo Ferreri e dell'Incoronata» non è sfarzosa, non ha pregi evidenti, non attrae gli sguardi dei passanti, eppure è bellissima. Preziosa. Per chi, come me, subisce il fascino del sacro, questa chiesuola rappresenta un'oasi di riservatezza spirituale tra il vocio dei villeggianti estivi. Oltre ai meravigliosi pavimenti - non valorizzati ma, grazie a Dio, ben protetti - al suo interno sono conservate tre statue: una è quella del Santo eponimo (ormai trasferito nella Chiesa Madre), un'altra raffigura sant'Alfonso e l'ultima, piccolina, è di Maria Addolorata. Per quanto riguarda la statua di san Vincenzo, questa presenta quattro connotati che non si discostano affatto dall'iconografia tradizionale. Il primo sta in ciò che gli abitanti della Terra Vecchia, con schiettezza popolare, chiamavano peparulìtte, ossia la fiamma dello Spirito Santo che arde sul suo capo e che simboleggia tanto l'illuminazione divina quanto il cosiddetto dono delle lingue. Ferrer era infatti un attivissimo predicatore domenicano e, nonostante parlasse soltanto spagnolo, si dice che venisse compreso a meraviglia. La seconda peculiarità sta nella tromba che tiene nella mano destra, il cui dito indice è rivolto all'insù: è infatti con strepito di fiati che Vincenzo ricorda come la meta ambita d'ogni uomo sia il Cielo e come sia il Cielo ad elargire grazie e miracoli, non la sua misera persona. La terza caratteristica del santo sta nel paio d'ali che indossa, in quanto egli è buono come un serafino e ammonitore come un angelo dell'Apocalisse. E questa è infatti l'ultima e più specifica tra le sue particolarità. Nella mano sinistra san Vincenzo sorregge la Bibbia, aperta proprio al Libro dell'Apocalisse, in cui si legge «timete Deum et date Illi honorem» (Ap 14,7). Anche se il versetto non è completo, il taumaturgo spagnolo ricorda che l'ora del giudizio è vicina, per cui «temete Dio e dateGli gloria». La sua memoria ricorre il 5 aprile. La seconda statua lignea è quella di sant'Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787), dottore della Chiesa, compositore di melodie celesti e anch'egli legato a stretto giro con la città partenopea. Quando la Chiesa di S. Vincenzo è stata eretta Alfonso era ancora in vita, seppur vecchio e infermo, e forse il suo culto in quel di Capracotta nasce proprio tra queste mura nell'intervallo di tempo che sta tra la sua morte, nel 1787, e il 1839, quando papa Gregorio XVI lo canonizza universalmente. Va detto che quella di sant'Alfonso è una delle statue lignee più curiose di Capracotta. Essa è infatti l'unica raffigurazione a mezzo busto naturale e, vista la leggera curvatura delle spalle, credo che la scelta iconografica dell'ignoto artigiano sia caduta sulla sua sofferenza terrena, giacché Alfonso de' Liguori era affetto da artropatia deformante. Nonostante ciò la figura appare dolce, tonda, affettuosa, incorrotta come quella d'un bambino. Con l'indice destro Alfonso suggerisce di guardare la sua mano sinistra, nella quale impugna una «Croce, che fu fabbricata da tanti miei gravissimi peccati». La sua memoria ricorre il 1° agosto. Al di sopra dell'altare centrale sta un bell'affresco della Madonna Incoronata - oggi conservato nella Chiesa Madre dopo un attento restauro - ai cui piedi sono raffigurati due personaggi, probabilmente il pastore Strazzacappa e il conte di Ariano, come narra la leggenda dell'Incoronata di Foggia. Nel 2015 l'arch. Franco Valente ha posto un quesito che, ancor oggi, non trova risposta, ossia scoprire quale sia il rapporto tra il culto della famiglia Campanelli per sant'Alfonso a Capracotta e il fatto che «a Colletorto nella chiesa del convento di S. Francesco vi è una lapide per una cappella di juspatronato della famiglia Crescenzo Campanelli del 1750. Questa chiesa passò alle monache di S. Alfonso de Liguori nel 1810. In questa chiesa vi è un bel quadro di S. Alfonso de Liguori». Per quel che mi compete, posso aggiungere che Agostino Campanelli, colui che ottenne il «locale chiamato S. Vincenzo anche cadente», aveva per fratelli Alessandro e Cosmo, e che il loro stipite discendeva dal capracottese Giuseppe Nicola Campanelli e dall'isernina Anna Maria Pittillo, vissuti nella prima metà del XVII secolo. Allo stato attuale, dunque, non ci sono evidenze su un Crescenzo Campanelli emigrato da Capracotta a Colletorto. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Campanelli, Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta. Brevi nozioni di questo paesetto, Guttemberg, S. Maria Capua Vetere 1877; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; A. N. Conti, Memoria per la laicale Confraternita della Visitazione e della Morte eretta in Capracotta, Festa, Napoli 1859; R. D'Addio, S. Alfonso Maria de Liguori e le missioni popolari. Il carisma missionario alfonsiano strada per la nuova evangelizzazione, Tau, Todi 2020; V. Ferrer, Sermoni scelti, a cura di A. Fratta, Aracne, Canterano 2018; A. M. de' Liguori, Massime eterne, Aureli, Roma 1841; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; M. Rocco, Colletorto dalla storia e dai documenti sul territorio, ai racconti, ai ricordi, Etabeta, Lesmo 2020.
- Mimmo Di Tella, il primo "americano" del basket orlandino va via
Si sono svolti oggi pomeriggio, nella chiesa di Cristo Re, i funerali di Mimmo Di Tella, scomparso a 66 anni ieri mattina e, come riportato sui manifesti a lutto, già capitano dell'Orlandina Basket. Infatti sulla bara è stata appesa una sciarpa biancazzurra. Un grande applauso all'uscita della bara, in mezzo a due ali di folla, ha salutato oggi pomeriggio Mimmo Di Tella, il capitano di lungo corso dell'Orlandina Basket tra la fine degli anni '80 ed i primi dei '90, deceduto ieri mattina all'ospedale "San Raffaele Giglio" di Cefalù dove si trovava dopo un periodo di degenza in una struttura sanitaria di San Marco d'Alunzio a causa di un brutto male. Dapprima la bara è stata portata davanti al "Pala Valenti", lì dove Di Tella ha sfoggiato la sua classe ed è stata apposta una sciarpa dell'Orlandina. I funerali si sono svolti nella chiesa di Cristo Re e sono stati celebrati dall'arciprete Nello Triscari che ha ricordato la grande umanità di Mimmo e di come si era legato al paese. Presenti la moglie Claudia Lentini, il figlio Esterino, oggi sottufficiale dell'Esercito, la sorella arrivata da Napoli con i figli e tantissima gente con in prima fila coach Maurizio Cucinotta ed i giocatori del tempo Mario Iannello, Lino Milone e Francesco Cucinotta, grandi attori dell'Orlandina promossa in C1 nella memorabile stagione 1983-84. Mimmo oggi raggiunge in Paradiso gli altri compagni andati via troppo presto di quella squadra, gli indimenticabili Daniele Di Noto e Salvatore Brogna il quale ultimo, insieme a Di Tella, costituiva una coppia di formidabili assi invidiati dappertutto. Presenti anche il già giocatore e direttore sportivo dell’Orlandina Diego Pastori, il già arbitro internazionale e di Eurolega Luigi Lamonica, per la società dell'Orlandina, tra gli altri, il direttore generale Francesco Venza e lo storico dirigente Pippo Munafò. Napoletano di origine, Di Tella era un playmaker estroso ma anche saggio, dispensatore di assist e con una buona mano al tiro. Nella sua carriera ha giocato anche nella Cestistica Messina e nel Basket Napoli in Serie A2 e arrivò a Capo d'Orlando nell'estate 1981. Giocò in Serie C sino al 1986 e, successivamente dal 1989 al 1994 sino alla conclusione della carriera ultimata a Sant'Agata Militello e vincendo tre campionati con i biancazzurri. Fece parte della formidabile Orlandina che, con i vari Brogna, Iannello, Di Noto, Francesco Cucinotta, Milone, allenata da Maurizio Cucinotta, conquistò la Serie C1 (paragonabile alla B Nazionale di oggi) nella stagione 1983-84 con la vittoria nella finale playoff contro il forte Cap Reggio Calabria dell’epoca. Nella classifica all time dei migliori realizzatori dell'Orlandina, della quale fu a lungo capitano, Ditella si trova all’ottavo posto con 2943 punti segnati. Dopo avere appeso le scarpe al chiodo, Ditella è rimasto a Capo d'Orlando lavorando alla Irritec (presenti tanti colleghi di lavoro ai funerali) e venendo nominato team manager prima dell'Orlandina e poi della Costa d'Orlando. Era detto "Larry", come se fosse stato il primo "americano" della storia dell'Orlandina. Lascia tanti amici con il suo carattere riservato ma dal grande cuore e sostava tante ore sul lungomare. La salma di Di Tella, malgrado la sua origine partenopea, è stata tumulata al cimitero di contrada San Martino dove potrà essere visitata. Giuseppe Lazzaro Fonte: https://www.glpress.it/, 4 aprile 2024.
- Al mattino il belato delle pecore...
Al mattino il belato delle pecore e il muggito delle vacche si diffonde per il pendio; animali e uomini percorrono luoghi già abitati dagli avi e custodiscono memorie di gente fiera. Quell'angolo di terra come una culla consente una vita semplice e frugale ai suoi figli, tra le sue pieghe scorrono vene d'acqua «benedetta dagli dei» che scendono dalle cime e si raccolgono in fonti preziose alle quali tutti possono abbeverarsi, quella dell'Eremita, più in basso quella del Duca. Le attività contadine si muovono in uno scenario ampio che ogni giorno si misura con il dominio dei monti e il più vasto paesaggio a valle: l'occhio si perde alla vista dell'orizzonte, con il cambio delle stagioni vede mutare la dimensione dei chiaroscuri rocciosi, la sfumatura dei boschi distanti o dei campi vicini, poi la notte nel buio accendersi un anfiteatro di luci sparse. Rimane il suono di qualche campanaccio o il lamento del vento ad evocare storie del passato anche molto remoto quando le genti sannite lottavano per difendere le loro terre e affidavano il destino alle divinità. Flora Di Rienzo
- I cavalli soffiano dalle narici...
I cavalli soffiano dalle narici come a voler liberarsi della stanchezza, scuotono la testa mentre un brivido percorre il loro corpo fino alla coda agitata e calpestano nervosi lo stretto sentiero di ciottoli producendo un rumore metallico lungo un percorso noto di stagione in stagione; accanto gli uomini procedono a piedi e sorvegliano che tutto vada per il meglio gettandosi la voce, richiamando qualche cane al seguito che fa la sua parte correndo qua e là. Tutti in colonna compongono una processione di fatica che trasporta legna dai boschi fino alle case giù in paese per risalire di nuovo a fare altri carichi. Nel frastuono generale non mancano gli imprevisti: i pesi sbilanciano i corpi e il cammino si fa più difficile; poche le soste anche perché il tempo può improvvisamente cambiare, a volte la nebbia scende a inumidire ogni cosa, poi il vento porta nuvole minacciando una pioggia imminente e allora occorre sbrigarsi e mettere la giacchetta o la mantella sulle spalle affrettando il passo e solo giunti alla Fonte delle Croci la carovana si sente già al sicuro. Flora Di Rienzo
- Il territorio di Capracotta: osservazioni su le disposizioni intellettive e l'indole dei capracottesi
A questo punto m'avvedo d'esser pervenuto al termine del già lungo scrivere sulle memorie del passato e di dover porvi fine. Ma non riuscirà forse superfluo aggiungere qualche osservazione relativa ai tempi nei quali son vissuto, alle qualità intellettive ed all'indole della nostra gente e mi lusingo che i miei concittadini non si dispiaceranno di quel che andrò esponendo ancorché severo, né qualcuno vorrà lamentarsi di qualche omissione, di qualche errore, certo inevitabile. Parmi che valga bene premettere quel che delle nostre popolazioni in genere scrisse il già menzionato cronista Paolo Mattia Doria nel "Regno di Napoli descritto nel 1713": «Gli abbruzzesi e i Molisani, nati in clima freddo ed aria sottile, han temperamento chiaro e sereno. Abili negli atti di valore e di coraggio, sinceri, fedeli, leali; non pazienti alle fatiche; capaci agli studii per apprendere ogni cosa, quantunque non inventori; insomma sufficientemente buoni, ma non ottimi per gli studii». Lo stesso biografo dei nostri "Uomini illustri del Molise", il buono e compianto Pasquale Albino, apertamente annotava nella Prefazione della sua raccolta: «Di rado, o forse giammai, non s'incontrerà una mente che si levi ad un alto e fecondo concetto speculativo; che si renda iniziatrice di un'impresa arditamente meravigliosa; ma ben sovente riscontriamo ingegni ricchi di peregrine cognizioni; animi dell'apostolato della giustizia e della civiltà, devoti fino al martirio». Infatti Capracotta non ha dato inventori di sorta, non personalità celebrate per alte o ardite imprese, non audaci esploratori. Neppure alle arti ha dato notevoli contributi, salvo la musicale nella quale si segnalarono Claudio Conti, ricordato dal Florimo nella Storia dei Musicisti ed Alfonso Falconi noto come compositore prevalentemente in Germania. Ma pittori, scultori, architetti, artefici in grandi o minuti lavori non ne son venuti ch'io sappia. Neppure Talia ha avuto mai apprezzabili seguaci, e ancor meno Melpomene e Polinnia. Neanche Tersicore! Invece buoni cultori di studii filosofici, letterari, matematici, di medicina, di scienze naturali, e sapratutto giuridiche non han fatto difetto. Ho già menzionato gli antichi Carfagna, Pizzella, Baccari, i Canonici Di Ciò, Melocchi: ma nei tempi a noi più accosti dettero prova di sapienza e d'integrità non comune nelle discipline giuridiche non solo i nominati Stanislao e Nicola Falconi ma i magistrati Giovan Grisostomo Di Ciò, Gaetano Falconi, Zaccaria Conti, Vincenzo Falconi; e più ancora Tommaso Mosca elevato anche alla reggenza dello Stato. Michele Giuliano assunto all'alta dignità d'inviato alla Conferenza per la pace a Parigi, Giuseppe Di Ciò nel Ministero della Giustizia; ultimo Vincenzo Campanelli strappato da fato inesorabile, appena nominato giudice a Roma nel 1926. Nel fòro Emanuele Pettinicchio a Trani, Giambattista Campanelli a S. Mana Capua Vetere tennero alto il prestigio della loro nobile professione ed attualmente avvocati bene esercenti sono gli Erariali Adelchi Falconi a Roma, Ruggiero Falconi a Bari e liberi professionisti a Roma Pasquale Mosca, Alfredo Sozio, Sebastiano Vizzoca ora nella Confederazione delle Industrie, Sebastiano Falconi nelle Dogane. A Napoli Giuseppe Antenucci anche nelle Dogane, Guglielmo Conti, già Direttore in quella città della grande azienda commerciale italo-brasiliana Matarazzo. Nell'esercito Nestore Conti che nella grande guerra, gettò la toga per la spada. Nella carriera amministrativa Pietro Conti fu a reggere svariate Prefetture importanti, suo fratello Gregorio è l'attuale nostro benveduto Podestà. Nelle scienze naturali, e sempre fra diplomati, si sono altamente segnalati Giuseppe Di Tella che da gran tempo è Professore nell'Istituto superiore forestale di Firenze; Pasquale Carnevale chimico professionista che ne spezzò il pane ai giovinetti figliuoli del Duca D'Aosta (ora a Ventimiglia), ambo autori d'importanti studi del rispettivo ramo dello scibile; Roberto Conti che ha trasformato in podere modello un proprio fondo in Puglia; Gennaro Carnevale, chimico studioso della sua scienza e della sua storia; e provetti nella chimica farmauceutica sono Americo Angelaccio trasferitosi dall'Argentina a Bologna, Alfredo Conti, Filiberto Castiglione in paese, Corradino Terreri a Iesi. Nel ramo medico chirurgo ricorderò Luciano Conti che fu apprezzatissimo, condotto in varie cittadine toscane e tornò nostro ufficiale sanitario. Suo figlio Mario, restò, durante la guerra, nella Direzione dell'Ospedale Militare di Chieti; ora con l'Istituto delle Assicurazioni a Bari. Dello stesso ramo familiare Gaetano Conti per gran tempo fu a capo dell'Istituto siero-vaccinogeno di Asmara, ed avrà fra poco il grado di colonnello in Roma. Giovanni Conti, quantunque abbia messo in pratica l'"impara l'arte e mettila da parte" riscuote fiducia dei clienti che, pure in Roma, sappiano scovarlo fra uno scelto pezzo di musica ed una filosofica partita di tresette. Claudio Conti è il sanitario principale in paese. Alberto Campanelli, nato in S. Maria, medico in guerra nella marina militare; ferito pericolosamente all'addome nella impresa dei Dardanelli, è salito al grado di medico primario in quella città. Diego Di Ciò esercente in S. Pietro Avellana è accreditatissimo in tutti i nostri dintorni. Francesco Di Tanna, raggiunto il grado di Colonnello veterinario si gode il meritato riposo a Viareggio. In matematica Nino Campanelli in S. Maria come il fratello Alberto, trincia calcoli astrusi e ne dà insegnamenti ai giovani del Liceo e d'istituti di quella città. Ingegneri in efficienza sono Alfonso Pollice nell'Abruzzo chietino, Vincenzo Castiglione, Agostino Conti, Alfredo Di Ciò in Roma. Nel campo delle industrie, grandiosa ed attiva si mostra presso la Stazione ferroviaria S. Pietro-Capracotta la fornace da laterizi, col vicino stabilimento per la lavorazione del legno, della Società Industriale Alto Molise (Siam) sorta per iniziativa di Agostino Santilli, dottore in agraria, col contributo dei suoi fratelli, dei fratelli Ianiro ed altri, tutti capracottesi. Il dott. Agostino è autore di un Manuale di Silvicoltura ed un altro d'Agricoltura editi dalla casa Hoepli e Casanova e fu il promotore della rotabile litoranea adriatica dal Fortore al Sangro che ora si sta per completare. Nell'Argentina sono attivi industriali capracottesi. Principale a Buenos Aires quello di costruzione di macchine industriali, pastifici, molini ecc. di Torquato Di Tella, germano del Prof. Giuseppe anzi menzionato. Come partecipe dell'industria e dell'arte devo far menzione di Ciro Giuliano, il quale con l'indefessa ed accorta precisione del lavoro, con l'amabile tratto, seppe formarsi ancor giovanissimo la maggiore e più aristocratica sartoria in Roma. Alle sue mani, al suo gusto si sottomettono fiduciosi i più eleganti viveurs, rappresentanti delle nazioni stranieri, e personaggi di Corte e di Case regali pei migliori vestiti. Dame e Damigelle accorrono a lui vogliose di far risaltare le grazie delle loro forme corporee nelle movenze degli esercizi ginnastici o sportivi, nello stare a cavallo alla caccia o al galoppatoio di Villa Borghese. Il clima rigido di Capracotta, la lunga permanenza della neve con la conseguente improduttività agraria, il ristretto ambiente paesano, costringono i nativi ad emigrare. L'emigrazione invernale dei lavoratori manuali, dei pastori è abituale e antichissima. Ma coloro che raggiungono una professione liberale, perizia in mestieri o coloro che non trovano stabile occupazione, sono necessariamente indotti ad allontanarsi definitivamente, come emerge dai cenni innanzi fatti. Capracottesi ed oriundi capracottesi sono disseminati in innumerevoli comuni specie del Mezzogiorno; ciò che fece dire a un bello spirito: «Quando Colombo scopri l'America vi trovò un capracottese». Oggidì ve ne sono moltissimi. Relativamente all'indole del nostro popolo posso rilevare con soddisfazione che esso non è stato mai facile ad accalorarsi troppo anche negli eventi più clamorosi politici e sociali. Cospiratori, settari accaniti, propagandisti arrabbiati non ne sono usciti da noi. Certi osanna ai nuovi destini, alla libertà, al progresso; certi proclami ampollosi, certe mostre di miraggi in sociali mutamenti, sono stati accolti per lo più con incredulità o indifferenza. Anche l'entusiasmo che invade le folle per certi uomini di grido e per le loro gesta è stata ognora assai tepida. Insieme il nostro popolo non ha avuto mai esponenti di efferati o nefandi delitti. Il parricidio, l'assassinio per rapina, o per lunga o brutale premeditazione, i furti rilevanti per scasso, l'associazione a delinquere fra compaesani, lo stupro di fanciulle, l'incesto, e tutte insomma «quelle colpe che non han perdono» come dice l'Aleardi, sono restate sempre, e senza eccezione, sconosciute. Lo stesso brigantaggio non ebbe da noi feroci adepti, tanto che nessuno dei pochissimi che si dettero alla macchia potette subire condanna a grave pena: quei pochi che affrontarono quella vita perigliosa e triste lo fecero per sfuggire a minacce d'altri procedimenti penali, per disagi familiari, per sfuggire al servizio militare, alla miseria. La reazione del 1860, apparsa qual nube minacciosa di vasto temporale tragico, manifestatosi altrove ferocemente, finì qui dopo tre o quattro giorni in maniera alquanto burlesca; con la proclamazione cioè di fraterna pace fra reazionarii e loro perseguitati. Veramente a chetare i forsennati reazionarii valse assai l'interposizione di Mons. Giandomenico Falconi, Vescovo di Acquaviva ed Altamura che trovavasi in paese e che quì morì poco appresso. Di quel moto reazionario stese una memoria Oreste Conti fu Giulio nel 1911, stampata a Napoli dal Pierro. Quantunque il compilatore fosse incorso in varii strani errori, la sua narrazione mi dispensa dal ripeterne i particolari. Aggiungo solo un mio fanciullesco ricordo che cioè il 4 Ottobre (compivo quel giorno 6 anni), una giornata greve, plumbea, la folla dei cafoni, sollevatisi contro i galantuomini da cui credevansi oppressi, invasero la nostra casa, rovistandone ogni angolo ed asportandone ogni arma; ma tutto e tutti rispettando; ed il capo degli insorti Calzettone (Pasquale Di Janni) dai cerulei occhi fiammanti, borbottare fra i denti minaccioso alle povere donne di casa: «Bolle il sangue, bolle la terra!»; poi, dopo un po', entrare il vicino di casa farmacista Ettore Conti con un'ampia ferita al collo presso la nuca, ed una mia zia Carminia Corvinelli medicargli il micidiale taglio di roncola. Le donne?... Nel complesso buone madri di famiglia, solerti massaie, fide spose, affettuose compagne. Non prive però di tutti i difetti delle donne, aggravati da certe speciali fisime di abitudini da far accapponare la pelle. Delle loro fattezze fisiche s'incontra lode in più di un libro. Il Galanti, per esempio, nella "Descrizione dello stato antico e attuale del Contado di Molise" del 1781 le afferma belle: lo ha ripetuto il Sig. Masciotta nel 1° Volume del "Molise". Edmondo De Amicis nell'Oceano ricorda «la bella contadina di Capracotta con la sua faccia di Madonna (lavata male)», che con lui navigava verso l'Argentina su Galileo Galilei. Io mi permetto di credere che l'avvenenza sia da riferire in prevalenza alla svelta regolarità di conformazione del corpo (e certo la corpulenza, le deformità sono abbastanza infrequenti), alla espressione viva dello sguardo, della fisonomia, anziché, a quella leggiadria di lineamenti e di profili che attrae nelle donne dell'alta valle del Biferno, dell'Aquilano, della Ciociaria. Ma tanto per le donne, quanto per gli uomini, a nessun paese si addice meglio la formula di P. M. Daria «non pazienti alle fatiche». Perciò le donne sono assai mediocri nei lavori del loro sesso manca loro quell'accorgimento, ad esempio, nell'arte del ricamo e dei merletti delle loro compagne di Pescocostanzo, d'Isernia; nel taglio della vestimenta, nel cucire, nell'arte sopraffina della cucina. Scarso è il sentimento dell'emulazione. Degli uomini pochissimi si dedicano ad arti e mestieri che portin seco cure lunghe e minute: intagliatori, ad esempio, orologiai, incisori, gioiellieri, disegnatori. Date ad un capracottese la cavezza d'un cavallo, l'accetta, l'aratro o la zappa e sarà contento. Ed un'altra manchevolezza mi pare di scorgere nel comune carattere popolare, la scarsa virtù della subordinazione; per cui vedo riuscir difficile o di poca durata ogni forma di associazione anche in opere di comune interesse, di comune vantaggio, non che la restia osservanza dei patti. Ciascuno crede di poter fare da sé, o di poter guidare gli altri e così con scarsi risultati. Addentrandomi nelle ricerche del passato, non mi è sfuggito qualche pensiero del presente e per l'avvenire del nostro popolo. Quel pensiero mi dice che è vano dissimularsi come le fonti di vita del popolo stesso vadano disseccandosi con la decadenza o crisi della pastorizia, con l'esaurimento del taglio dei vasti boschi, con la sminuita rimunerazione del lavoro, con la difficoltà della emigrazione all'estero. Quale risorsa sarà dunque possibile? Inutile, o assai problematico, aspettarsela dall'agricoltura. Le industrie meccaniche (la tessile per esempio sarebbe indicata) son diventate troppo numerose, e qualunque di esse richiederebbe ingenti capitali per l'avviamento ad un largo impiego dell'opera locale. L'industria dei trasporti, a cui i capracottesi son bene inclinati presuppone un notevole movimento di ricchezza che ancora non c'è. Quella detta del forestiero (che la villeggiatura estiva e gli esercizi invernali ginnastici sulla neve suggerirebbero) è una industria da poltroni e da parassiti. Non appare dunque all'orizzonte del futuro che l'antica delle greggi e degli armenti. Ma anche su questa bisogna anzitutto considerare che a volerla risollevare alla maniera antica, cioè da soli, sarebbe un fatale errore. Il nuovo andamento delle cose impone al contrario quella forma di conduzione che ci appare la meno gradita, cioè la consociazione. Al mio pensiero (che potrà essere anche un sogno d'inferma fantasia) si presenta la possibilità, il miraggio anzi d'un intero popolo possessore di bestiame, unito in una o più Masserie armentizie, affidato alle cure di persone le più volenterose e sagaci, intente agli interessi di tutti. Non importa che la femminuccia apporti una pecora sola ed il possidente mille, il contadino una vacca e il possidente venti; tutto potrebbe esser equamente ripartito. Prevedo bene le innumerevoli obiezioni, le grandi difficoltà di una prima attuazione di questo concetto, ma giova ben ricordare il motto fatidico del Prof. Giovanni Bovio: «L'utopia dell'oggi, la realtà del domani». Finito di scrivere 29 Novembre 1929. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Da Capracotta a Gerusalemme
La cappella posta a nord del transetto della Chiesa Madre, in cornu Evangelii, è dedicata alla Madonna Addolorata, con il piano dell'altare sovrastante la teca del Cristo morto. Le due porte ai lati dell'altare sono state realizzate nel XX secolo per dare accesso alla sagrestia e al coro. Anticamente una balaustra chiudeva la cappella come per l'omologa, ancora presente, del Sacro Cuore in cornu Epistulæ, e l'accesso al coro e alla sagrestia avveniva tramite l'altare maggiore tramite un passaggio mimetizzato da armadio che dava accesso anche al locale da cui parte il passaggio alla scala della cantoria. Pochi sanno che nel coro è conservato un magnifico orologio a pendolo con pesi di pietra ancora funzionante, proprio accanto al varco verso l'altare del Sacro Cuore. Solo recentemente il coro arcipretale della Collegiata onorifica di Capracotta, magnifico monumento ligneo, è stato rivalorizzato dopo essere stato per anni adibito a magazzino. Nel Venerdì Santo, quando il meteo lo consente, la dolorosa Madre e il Figlio esanime vengono portati in processione fino al cimitero in un simbolico cammino che unisce la comunità alle spoglie mortali dei propri antenati. Segue poi al rientro in chiesa il canto del tradizionale Stabat Mater da parte del coro "Il Principalone". Una delle prime rievocazioni di questo canto, per tanto tempo caduto in disuso, avvenne poco dopo la costituzione del coro in una suggestiva cerimonia dove i coristi presero posto negli stalli sotto l'organo, dando voce alla melodia che sembrava scaturire dalle profondità remote dell'altare maggiore come avveniva in passato. La credenza popolare ci mostra una scena di Maria piangente con il Figlio in grembo: la Pietà tanto raffigurata e venerata da qui voglio offrire alcuni spunti di riflessione sui giorni della Passione. Dedicatomi per tanti anni all'egittologia e al mondo mistico-spirituale dell'antico Egitto ho cercato umilmente di esplorare anche la spiritualità giudaica e cristiana che è figlia dell'Egitto dei faraoni e leggere gli studi tesi a verificare la veridicità dei testi sacri. Spunti che hanno anche alimentato lo studio della simbologia nella musica sacra antica senza poi dimenticare la mia formazione medica e scientifica. Abituati a scorrere le scritture come un bel racconto fin dall'infanzia, non riusciamo a coglierne il senso e le notizie in esse nascosti. Abbiamo dimenticato il concetto di semantica e di come gli scrittori dell'antichità utilizzassero parole e sinonimi: certamente non solo in termini estetici come facciamo noi ma per descrizioni estremamente precise. Recenti osservazioni sul papiro Magdalen, conservato nell'omonimo College del Regno Unito, ed il frammento 7Q5 di Qumran, l'uno attribuito al Vangelo di Matteo e l'altro al Vangelo di Marco, fanno retrodatare la loro composizione ad una epoca precedente a quella attualmente ritenuta e di pochissimo successiva alla crocefissione, al punto pensarli redatti da "testimoni oculari" del Cristo. Pertanto riferimenti storici, geografici e di costume, interpretati con lo studio linguistico, archeologico-antropologico e medico-scientifico, ci fanno occhiolino tra le righe fatte salve le esigenze narrative. Vediamo qualche indizio tra i tanti. Possiamo così dire che il pianto di Maria con il Cristo sul grembo non si è mai verificato: il morto di morte violenta con spargimento di sangue e "appeso" era impuro. Bisognava impedire che passasse la notte sulla croce e venire a contatto col suo sangue significava per gli Ebrei contaminarsi e non poter celebrare la festa imminente (la parascève). Da qui la rottura delle ginocchia (crurifragium) operata in alcuni casi dai romani per accelerare la morte, che però per Gesù già morto non fu necessaria. Ecco allora la sepoltura veloce solo con i balsami e senza lavare ritualmente il cadavere come prescritto dalla Legge. Curiosamente la Sindone ci mostra un corpo sepolto con questa modalità e, particolare interessante rilevato da indagini fotogrammetriche, manipolato come se parte del tessuto fosse stato usato a mo' di "presina", come attestano alcune impronte digitali lasciate in prossimità delle tracce lasciate dai piedi del morto, afferrandone i talloni. Se per alcuni la scena della spugna imbevuta di aceto data da bere al Crocifisso possa essere solo un espediente narrativo per rievocare un passo dei profeti (Sal 68,22) potrebbe essere realmente accaduta. I soldati romani, cui era affidata l'esecuzione, utilizzavano una bevanda rinfrescante durante il servizio, la posca, che era composta di acqua e aceto. Inoltre si sapeva che dar da bere ad un uomo sulla croce significava accelerarne la morte. Pietà o crudeltà? Così il subitaneo alto grido e la repentina morte dell'Uomo per il dolore lacerante di un infarto miocardico iperacuto in un soggetto già estremamente provato dai precedenti supplizi. Infarto miocardico con rottura del cuore e sedimentazione del sangue; ecco perché il colpo di lancia al costato perforando il pericardio fece uscire prima «sangue», le cellule ematiche sedimentate in basso, e (poi) «acqua»: il siero che era rimasto in alto. – Dio mio, Dio mio... – Ecco, chiama Elia! In realtà Gesù stava recitando la preghiera per i morenti, per se stesso, ma la pronunciava in aramaico occidentale, la sua lingua, poiché galileo, ma Gerusalemme era in Giudea e con un dialetto differente: il fraintendimento di chi era in ascolto è evidente. Notate allora come piccoli particolari, che consideriamo in termini quasi favolistici, diventano materia di riflessione. E sono tantissimi! Gli apostoli, al sepolcro del Risorto, si «chinano» a guardare: la tomba ebraica era bassa e scavata nella roccia. Vedono le bende ed il sudario «piegato a parte». Una recente revisione del termine greco per questa espressione fa notare che in realtà stessero osservando il velo che avvolgeva la testa del Risorto, che appariva non afflosciato, ma irrigidito dai balsami versati, rimasto gonfio come un palloncino mentre il capo al suo interno era svanito. Esattamente come la Sindone, dove il corpo contenuto era diventato «fisicamente trasparente». Guarderemo ancora gli antichi scritti con gli stessi occhi di prima? Francesco Di Nardo
- Ricordo di antica trebbiatura con cavalli praticata in contrada Macchia di Capracotta
Il territorio La contrada Macchia, con un'altitudine media di 1.150 m s.l.m., occupa la parte alta del territorio che, da Monte San Nicola, degrada fino alla valle del Verrino sotto Agnone. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, operavano una decina di masserie sparse nel territorio, che era privo di ogni servizio essenziale; in più era raggiungibile solo a piedi in circa un'ora e mezza, sia da Capracotta che da Agnone percorrendo un sassoso "tratturello". L'attuale provinciale fu costruita e resa percorribile solo nei primi anni Sessanta. Qualche anno dopo si ebbe la fornitura di energia ed acqua corrente. Le masserie avevano un'estensione tra i 10 e 25 ettari ed erano strutturate più o meno allo stesso modo: circa metà fabbricato lato nord era adibito allo stoccaggio di paglia e fieno, il lato sud piano terra come stalla, il primo e il secondo piano ad abitazione. A parte c'era un piccolo "casotto" per i maiali e nei pressi il letamaio sempre di fronte alla stalla. In prossimità c'era l'orto, un'aia vicino il pagliaio e tutt'intorno i terreni. Le principali attività La produzione di grano e patate, più un piccolo gregge, costituivano le principali attività per una magra fonte di reddito, integrata da coltivazioni accessorie di sussistenza alla famiglia come legumi, farro, randìgne (mais), oltre all'allevamento di suini e polli. Le mucche da latte erano poco presenti perché ritenute non convenienti. Date le condizioni ambientali e la mancanza di mezzi meccanici, penso che le tecniche di coltivazione non fossero molto dissimili da quelle praticate dagli antichi Sanniti, che già abitavano il luogo. In particolare, la trebbiatura era rimasta la stessa per secoli, sia nel caso in cui fosse praticata a mano per battitura, sia con l’ausilio di animali per grandi quantità di cereali. Negli anni Cinquanta ho avuto modo di partecipare a più stagioni di trebbiatura con l'ausilio di cavalli e buoi nella masseria di mio nonno Carmine Di Rienzo, detto Cennaflòra, ubicata a circa 400 metri a nord della Fonte del Duca. Al tempo, la masseria era gestita a mezzadria dai giovani fratelli Felice, Nicola, Mario, Angelino di Agnone, e Michelina, moglie del primo; la proprietà, oltre ad un vasto caseggiato, si estendeva per 21 ettari, pari a 67 tomoli, e contava la presenza di 2 cavalli, 2 buoi, un gregge di 50-60 capi, 15-20 galline ed un paio di maiali. La mietitura Nel mese di luglio, dopo la fienagione e la raccolta delle lenticchie, si procedeva con la mietitura. Nella suddetta masseria si mietevano circa 2.500-3.000 manuócchie (covoni) corrispondenti a 70-80 quintali di grano. Prima di iniziare, il mietitore, affilata la falgìglia (falcetto), preparava alcune legature per i covoni. Per questo sceglieva le spighe con gli steli più alti, ne estirpava due mannelli (manciate) e li annodava fra loro per le radici. Poi iniziava il taglio: col falcetto in una mano riuniva un gruppo di spighe che veniva afferrato con l'altra, le cui dita erano protette da pezzi di canna; quindi, le recideva ad un palmo da terra e le lasciava sul posto. Tutte queste manciate tagliate venivano successivamente raccolte a formare un fascio tenuto insieme da una delle legature già preparate. Il covone così formato era lasciato in piedi sul posto per ulteriore essiccazione, e solo a fine giornata veniva riunito con altri in un'ordinata catasta. Finita o quasi la mietitura, si era pronti per la trebbiatura; per l'occasione si preparava l'aia, che era di forma circolare con diametro di circa 15 metri e lastricata con grosse pietre piatte ben infisse nel terreno a formare una pavimentazione leggermente sconnessa. La trebbiatura Il primo giorno, chiamato capocanale, era considerato di festa per celebrare l'inizio di una nuova fase del lavoro, e la festa consisteva semplicemente in un ricco pasto per il quale venivano sacrificati un paio di galli, e servito un buon vino di Agnone come augurio. L'ultimo giorno di trebbiatura era della stessa importanza del primo; per tradizione della masseria si cucinava un agnello e si servivano sàgne (maltagliati) al sugo; per terminare c'era anche un semplice dolce, di solito una pizzélla (ferratella) imbrattata di miele accompagnata da una bevuta di vin cotto. Nei giorni normali, oltre la pasta e le minestre, si mangiava formaggio, frittata o "pallotte cacio e ova", una fetta di fiadóne (torta salata a base di ricotta) e un'abbondante insalata di pomodoro con cipolla fresca e cetrioli. Dal campo, i covoni venivano portati sull'aia solo la sera prima della trebbiatura, con l'utilizzo di una grossa tràglia (slitta) trascinata dai due buoi, Belfiore ed Occhiobello, coadiuvati dal piccolo e vivace volpino Zumpitt', compagno inseparabile dei grossi animali. La mattina, prima delle cinque, con il sole ancora nascosto, iniziava l'attività del giorno durante il quale ognuno aveva il suo preciso compito da svolgere: Mario era addetto ai buoi andava a recuperarli al pascolo; Felice e Nicola si occupavano dei cavalli e prendevano l'acqua alla Fonte del Duca (due viaggi con quattro taniche metalliche - residuati bellici), mentre Angelino si occupava del gregge, provvedendo alla mungitura mattutina delle pecore e al governo degli agnelli e dei montoni tenuti separati. Le donne, ossia Michelina, sua cognata Santina venuta a dare una mano per l'occasione, e nonna, detta zi 'Ndunìna, erano indaffarate in cucina ad accendere il fuoco, accudire i bambini, preparare la colazione e rassettare. Terminate le quotidiane attività del mattino, verso le sette, con i cavalli e i buoi già pronti, ci si ritrovava sull'aia per disporre sapientemente i covoni sciolti a formare una sorta di ciambella. Se ne contavano circa 400 se erano impegnati anche i buoi, 300 con due cavalli. In altre realtà si usavano anche tre o quattro cavalli; l'uso abbinato di buoi e cavalli era più impegnativo e non sempre praticato, perché occorreva una persona che "menasse" i cavalli ed una dedicata solo ai buoi. Disposti i covoni, si era pronti ad iniziare la fase di separazione dei chicchi dalle spighe. Una persona era posta al centro, compito spesso che già ad otto anni ero in grado di adempiere egregiamente, tenendo la briglia del cavallo interno, mentre l'altro era vincolato al primo con una corda legata al collo di entrambi. I cavalli, a piccolo trotto, giravano calpestando le spighe e gli steli con gli zoccoli, col risultato di far uscire i chicchi e schiacciare e rompere la paglia rendendola più morbida. I buoi, legati al giogo e seguiti da una persona, trascinavano lungo la circonferenza più esterna una grossa e pesante pietra piatta legata ad una catena, ed era questa che scorrendo sopra le spighe separava il grano. Per dirigere i cavalli, bastava agitare e far schioccare una rudimentale frusta, senza mai colpire gli animali. Per i buoi era differente, e per spronarli spesso veniva usato il pungolo che colpiva le mucose del sedere; si trattava di un lungo e dritto bastone che aveva all'estremità un piccolo chiodo ben appuntito sporgente, quel tanto che bastava per non arrecare danno. Capitava, a volte, che una pungolata più decisa provocasse l'uscita di una piccola goccia di sangue, che subito richiamava un nugolo di mosche con forte disappunto del bue. Attorno alle 8, arrivavano le donne con le ceste in testa per la colazione; una grande tovaglia veniva stesa sul prato in prossimità dell'aia e tutti intorno seduti, bambini compresi, ci si serviva di grosse fette di pane, formaggio, raramente una mezza salsiccia, un pezzo di frittata con i cucuccìglie (zucchine) freschi dell'orto, la ricotta del giorno prima ed una cicìna d'acqua fresca da bere. Finita la colazione, prima di riprendere il lavoro con gli animali, si rassettava l'aia a formare di nuovo la ciambella che si era allargata, mentre Angelino con il gregge si dirigeva verso i pascoli liberi di Monte San Nicola, seguito da un paio di grossi cani. Si riprendeva a far girare i cavalli e i buoi per circa un'ora. A questo punto si facevano riposare e bere gli animali e si procedeva armati di forche a rigirare il tutto per far emergere le spighe non calpestate. Di nuovo si riprendeva a far girare gli animali fino al completamento dell'apertura delle spighe. Liberati gli animali, si passava alla rimozione della paglia che veniva direttamente messa nel pagliaio. Sull'aia rimaneva il grano, la càma (pula), tanta polvere e tutti gli escrementi degli animali in essa impastati. Tutto questo, con rastrelli, forche e pale in legno veniva raccolto nel lato più ventoso dell'aia, in attesa della scamatùra (separazione per ventilazione). Nel frattempo, le donne che in cucina avevano fatto il formaggio, acceso il forno per la cottura del pane (attività settimanale), lavato qualcosa alla fonte e preparato il pranzo, comparivano sull'aia con le loro ceste sulla testa. Secondo i più esperti, a giudicare dalla posizione del sole, era mezzjuórne. Stesa la tovaglia, questa volta comparivano anche i piatti per servirsi dei cibi posti in capienti spàse (zuppiere) poste al centro, e da bere c'era sempre una cicìna d'acqua ed una fiaschetta di legno per il vino. Quest'ultima era munita di una cannuccia per facilitare e limitare l'erogazione del vino, durante i giri di bevuta a garganella. Finito il pranzo, si aspettava la brezza che, da ovest, immancabilmente cominciava a spirare prima pigra poi più sostenuta ed intervallata da varie pause: era il tempo della scamatùra. Due o tre uomini, armati di pale di legno, buttavano all'aria il grano, in modo che il vento allontanasse di qualche metro la pula e più distante la polvere. Sul cumulo rimaneva il grano, gli escrementi degli animali, qualche rara spiga non aperta e residui di paglia. Conclusa questa operazione, era il momento della vagliatura, eseguita attraverso un grosso crivello rettangolare con due manici sul lato corto, che veniva legato sull'altro lato tramite corregge (cinghie di cuoio) ad un bastone verticale nei pressi del cumulo. Il crivello, tenuto da un uomo per i manici, dopo essere stato caricato di alcune palate, era pronto per la vagliatura, ed era prima agitato in modo ondulatorio e circolare, poi con un colpo verso l'alto ripetendo di continuo il ciclo fino ad esaurimento del carico. Il grano vagliato si accumulava sopra una ràcana (telo), mentre qualche rara spiga, la paglia e gli escrementi, ossia il non vagliato, venivano raccolti in un sacco come ottimo mangime per le galline. Finita la vagliatura, finalmente il grano caricato in sacchi veniva portato nei capienti cassoni di legno per lo stoccaggio. Le donne, con le scope di ginestra, provvedevano a pulire l'aia per un ulteriore recupero di grano. Mario, intanto, allestita la tràglia con i buoi, era pronto a trasportare i covoni necessari per la trebbiatura del giorno dopo, per un nuovo ciclo che si ripeteva da 7 a 10 giorni. Sistemati gli attrezzi e gli animali, Angelino rientrava con il gregge e veniva fatta la mungitura della sera. Al tramonto ci si riuniva nella capiente cucina per la cena, al primo buio i bambini andavano a dormire e si accendevano un paio di lanterne a carburo. Scambiate ancora due chiacchiere, arrivava per tutti l'ora di riposare. Finita la trebbiatura, nel periodo di agosto-settembre il grano non necessario alla semina e alla famiglia veniva portato ad Agnone all'ammasso (punto di raccolta) e venduto ad un prezzo fissato. Questo era l'unico mercato certo. La vendita degli altri beni come formaggio, agnelli, lana ecc. erano invece soggetti ai capricci del mercato. Spesso capitava di fare un viaggio ad Agnone con alcune forme di cacio e tornare con tutto invenduto per mancanza di richiesta, non di prezzo. Alla fine degli anni Cinquanta, il benessere in forte crescita non aveva toccato la vita dei contadini delle nostre masserie. Iniziò così l'emigrazione verso il Nord Italia ed il Nord Europa alla ricerca di nuove prospettive di vita. Nei primi anni Sessanta il nuovo collegamento stradale rese possibile l'utilizzo di mezzi meccanici e così finì per sempre la trebbiatura coi cavalli. Renato Di Rienzo
- Polvere di cantoria... a trazione integrale
Fin dalla preadolescenza ho sempre amato i climi nevosi e tipicamente nordici. Specialmente camminare anche da solo quando nel freddo silenzio la nebbia si fonde con la neve che cade e le luci del giorno cominciano a spegnersi (mai preteso di essere una persona normale, ma questo lo sapete già!). Ed ecco allora la semioscurità che viene squarciata da dei potenti raggi di luce mentre un bagliore rossastro mostra una scritta lampeggiante: "Stop! Stop! Stop!" in alto, tra quattro fari accecanti. E, nel rombo di un motore, la neve velocemente si apre come spinta dalla prua nera di un transatlantico e delle trombe marine ne annunciano il passaggio come un maggiordomo alla porta: "Signori... il Padreterno!". Il Clipper! Il Capracotta-Clipper! Poi il silenzio... come se fosse stata una visione... ma la neve aperta ai lati della carreggiata che resta bianca e lucida e le impronte tipiche delle catene dal caratteristico profilo del battistrada a losanga testimoniano il passaggio di un pezzo della nostra Storia. Certo conosciamo tutto della vita del nostro amato Clipper, anzi, del Walter Snow Fighter, il "Guerriero della Neve", di come venne acquistato e portato sui nostri monti. Ma cosa sappiamo delle sue origini, di dove e come venne costruito? Facciamolo insieme... Giunto dalla Svizzera negli U.S.A. William Walter si dedicò fin dal 1898 alla costruzione di automobili, fondando nel 1904 a New York una prima casa costruttrice spostandola poi a Trenton, nel New Jersey. La fabbrica cessò le attività nel 1909 quando Walter si dedicò alla realizzazione di automezzi pesanti, da 1,5 a 7 tonnellate, nel 1911, specializzandosi nella trazione integrale nel 1914. Il mercato comprendeva mezzi per la logistica, l'edilizia e l'industria mineraria. Lo stabilimento si spostò quindi a Long Island ma già dal 1920 venivano realizzati mezzi da 25 tonnellate. Nel 1929 la Walter Motor Truck Company Ltd. elaborò un pianale adatto alla costruzione di un mezzo sgombraneve: nasceva così lo Snow Fighter, con una produzione che si estese presto anche al mercato canadese fino alla fondazione, nel 1957, della Walter Motor Trucks Canada Ltd., divenuta indipendente nel 1968. Durante la seconda guerra mondiale la Walter MTC realizzò anche motrici per lo spostamento dei grossi pezzi di artiglieria e mezzi antincendio specie per l'uso aeroportuale. La compagnia statunitense cessò le attività nel 1980, seguita nel 1985 dalla canadese, e mantenendo solo la costruzione di mezzi antincendio come Walter Trucks Corporation, confluendo poi nella KME nel 1997. La grande caratteristica dei mezzi sgombraneve, oltre ad uno specifico telaio come detto in precedenza, fu la adozione di due ponti De Dion anteriore e posteriore e ulteriore hub di demoltiplicazione per ogni singola ruota tramite ingranaggio dentato ad assale eccentrico. La potenza, così enormemente aumentata, era garantita da motori a sei cilindri con quattro o cinque marce; dapprima a benzina ed in seguito diesel con radiatore spesso posizionato dietro il motore. Lo stesso era montato davanti l'asse anteriore per una migliore distribuzione dei pesi e delle forze traenti. Il consumo del vecchio motore a benzina era notevole: nel 1972 per liberare 12 km di strada il Clipper arrivò a bruciare 400.000 lire di benzina in poche ore. I differenziali autobloccanti consentivano di ripartire la trazione sulle ruote ancora in presa quando una o più di esse slittavano. Mi riferirono che talvolta la potenza fornita sulla singola ruota poteva essere così elevata da rompere le catene antineve montate. Il mezzo così concepito poteva operare "di slancio", aprendosi un varco nella neve a tutta velocità con l'apposito vomere. In operatività aeroportuale era possibile montare delle lame ausiliarie ai lati tramite opportuni sostegni ed argani tuttora visibili ai lati dietro la cabina del Clipper. Le lame ausiliarie del mezzo di Capracotta per molto tempo rimasero visibili nelle vicinanze delle rimesse sulla strada verso il Serbatoio. Con opportune piccole modifiche lo Snow Fighter continuò ad essere prodotto fino alla chiusura delle fabbriche. Un prodigio della tecnica e dell'ingegneristica. Un pezzo di infanzia ed una lacrima versata di nascosto per la commozione: in pochi metri la vecchia scuola, il vecchio asilo e la teca del Clipper con le luci rosse di coda che si allontana nel buio della sera... Ciao vecchio Guerriero! Francesco Di Nardo
- Il territorio di Capracotta: divagazioni sul nome
Quanto al nome di Capracotta, buffo appellativo per quanti l'odono la prima volta, e fonte perciò dei sollazzevoli motteggi al nostro arrivo fra nuovi condiscepoli del Ginnasio e del Liceo, bisogna dire che non ne abbiamo una spiegazione storico-filologica. Nondimeno come Mefistofele nel Faust di Gounod, «farò quel che potrò». Per non seccar la gente, ponendo, come appendice a queste notizie, alcune ipotesi che ne sono state espresse di discutibile consistenza etimologica. Già prima è facile avvertire che l'imbroglio non è riposto tanto nella derivazione della prima, quanto della seconda parte della parola. Un anonimo ricercatore di vecchie memorie, da Piedimonte d'Alife, molti anni fa, fece pervenire a questo Archivio comunale il dono d'una sua Monografia di Capracotta manoscritta, ma riferentesi a periodi posteriori alla scoperta dell'America. Egli notava che l'appellativo di capra dette luogo alla denominazione di molte terre quali ad esempio Capraia, Capri, Capralba, Capranica, Caprarola, Capriati, Serracapriola ecc. tutte di natura favorevoli alla pastorizia. Ricordava le Nonæ caprotinæ celebrate dai Romani in onore di Giunone, a sua volta detta anche caprotina, ed effigiata perciò talvolta con una pelle di capra addosso. Aggiungeva che Strabone designava Capri col nome greco di Kapreas, e Tolomeo con Kaprea; ma che in greco Kapros significa porco o cinghiale. Dimodoché secondo il detto monografista la frequenza di capre ovvero di porci selvatici nel nostro territorio poteva aver dato lo spunto al nome. Che n'avesse ragione? dato che nel nostro territorio c'è anche il Verrino ossia la denominazione derivante dal diminutivo del maschio della scrofa? Ma il monografista tace su questo e sul resto. Il Cervesato nell'attraente libro "Latina tellus" osserva come la natura stessa dei luoghi conduce all'origine delle loro denominazioni e tal altra, secondo le osservazioni del Tommasetti è la destinazione loro o la storica evoluzione della proprietà; così il nome di Caprolano e di Capracoro a due tenute dall'Agro Romano corrisponde ad asprezza di sito adatto alle capre. E sta bene: possiamo esser d'accordo sempre sulla prima parte della parola. Ma sulla seconda? Il Prof. Antonio De Nino espresse il parere che questa seconda parte dovette essere trasformazione di parola più antica. Ma quale? Ed egli credeva di scorgere in essa una certa analogia con le altre, per es. cozia (Alpi cozie), ozzo (Tagliacozzo). Restiamo nel campo delle ipotesi. L'avv. Giambattista Campanelli, mio zio, in un breve sunto di memorie del paese nativo premesso a ricordi genealogici familiari pubblicati in S. Maria Capua Vetere nel 1875, riferì una tradizione tramandatagli da vecchi che il nome di Capracotta avesse avuto ragione dal fatto che «in tempi barbarici, distrutti per politiche emergenze, quattro paeselli esistenti in vari punti viciniori, i superstiti, a somiglianza dei Capuani radunati in Sicopoli, si fossero ridotti su quel monte ove si era soliti di sacrificare a Diana. Un giorno si vide sulle rupi una capra vagante e poscia s'intese lo scroscio d'una folgore, e la capra fu poi rinvenuta bruciata». Negli emblemi o stemmi di Capracotta infatti trovasi effigiata una capra sulle fiamme con una stella crinita a guisa di cometa al di sopra. Così nell'Onciario del 1742, nel bassorilievo su pietra murata a sinistra dell'altare maggiore della Chiesa, e l'altro nel pilastro che sorregge la cupola; ma nessuno può dirci se non fu la parola stessa a dar l'argomento allo stemma, come appare più probabile, anziché il fatto tradizionale ricordato dallo zio. Un tempo io stesso, ebbi la temerità di spifferare la sentenza che il significato della denominazione dovesse ricercarsi nell'antico linguaggio osco, quando con l'osco non avevo avuto neppure una breve intervista. Pensai pure alta possibilità di andar pescando vocaboli analoghi nel greco antico e nel latino arcaico ma «ignoti il loro m'erano e ora» perché ero stato sempre il più asino della classe. Bisogna riconoscer peraltro che tutti i torti non li avevo, tenuto presente che qua s'era trovata la famosa tavola osca di bronzo, e serbavo la vaga reminiscenza di un Caio Cotta giovane romano esiliato al tempo della terza guerra sannitica, a quanto narra, mi pare, Livio. In più ricordavo che c'è la Cotta che indossano i chierici, gareggiando nella ricchezza dei merletti che ne adornano il bordo inferiore e l'estremo delle maniche e c'erano una volta la Cotta d'armi, lussuosa sopravveste di Principi e Cavalieri e infine la cotta di maglia, corpetto a rete in acciaio protettore del busto di quei guerrieri che avevano danaro per procurarselo. Il che mi faceva andare all'idea che cotta potesse avere un significato diverso dal participio del verbo cuocere. lnsomma, nello strimpellare il Carducciano «chitarrin cortese sul mio dolce paese», andavo rimuginando che si potesse a questo sottrarre il banale attribuitivo di un qualsiasi Dannunziano pezzo della «carne del becco sordido e bisulco» rivoltato sul fuoco per elevarne il nome a più fastoso significato. Ma rimasi con le pive nel sacco atteso più constatazioni che mi si sollevarono incontro. Perché l'aggiuntivo di cotta o cocta non trovasi unito solamente a Capra in denominazioni locali di questi dintorni. Presso i contermini Pescopennataro e S. Angelo del Pesco c'è una contrada denominata Lisciacotta o forse Bisciacotta (liscia da noi si chiama una lastra di pietra sottile, sfaldata da massi d'arenaria, usata come tegola, biscia si dice specialmente de' serpi di pantano). Nella "Cedula generalis subventionis imposita in Iustitieratu Aprutii citra flumen Piscariæ" nel 1320, riportata dal Minieri Riccio, si trova menzionata Piscis coda, frammezzo ai nomi di Castellum novum S. Vincenti, Castellionum caput fluminis, Rocca intermontes, Campus miczus, castello diruto, il quale, come assicura il Faraglia, giaceva presso il Sangro, verso Pescasseroli. Anche in Minieri Riccio trovasi questa graziosa notizia che Chiara d'Aquino, dal suo sposo Gualtieri di Sangro ebbe «pro honore primi osculi sedecim casatos vassallorum, quos tenebat in Villa Sancti Angeli, quæ dicitur Piscecotta». Era dunque la Villa S. Angeli di Barregio, nominata in altri ricordi storici, vale a dire l'odierna Villetta. Si era soliti in quei tempi, aggiunge il Minieri Riccio, di assegnare alla sposa, nei contratti di matrimonio, qualcosa o una certa somma pel detto onore «primi osculi». Si trattava naturalmente dell'onore, e del piacere se vogliamo, che la sposa s'apparecchiava a concedere lasciandosi baciare col primo amplesso, e il cospicuo regalo di Gualtieri a Chiarina depone che le signorine gentildonne del tempo si facevan pagare bene e in anticipo le loro grazie, altro che nei tempi attuali che sono i loro babbi a fare l'opposto, offrendo, come suol dirsi, fior di quattrini a chi vuol fidanzarsi con le figliuole. Scorrendo poi a caso gli Annali del Cardinale Baronio, mi venne fatto di leggervi, nelle vicende medioevali, d'una carnevalesca usanza dei Longobardi di sacrificare capre, o in linguaggio più povero ammazzarle, cuocerle e divorarle, lasciandone la testa per consacrarla al... Demonio! «Anni Christi 579 Eodem quoque tempore, dum fere quadraginta captivos alios Longobardi tenuissent, more suo immolaverunt caput capræ diabolo; hoc ei per circuitum currentes et carmine nefario d'edicantes. Cumque illud ipsi, submissis cervicibus, adorarent, eos quoque quos ceperant hoc pariter adorare compellebant». Ora la concomitanza dei nomi di Bisciacotta e di Piscecotta col racconto della capra dei Longobardi contribuirono a risospingermi verso l'interpretazione banalmente letterale di Capra-cotta. Perché andavo fantasticando, può bene essere avvenuto che, a quel tempo del primo spuntare dell'idioma italico, una copiosa pesca dei polputi capitoni del medio Sangro e dello Stagno di Saletto; e poi di grosse e nere trote, specialità dell'alto Sangro tra Villetta e Pescasseroli, e infine di grasse capre, o caprioli selvatici (un tempo c'erano nella vastissima distesa di boschi del nostro Monte Capraro in su del fiume) potevano benissimo aver dato occasione a pantagrueliche scorpacciate di pesci o di carni specialmente ai lanzichenecchi longobardi che, da veri tedeschi lurchi chi sa con quale golosità formidabile scorazzavano pei nostri luoghi. Che poi essi, dopo l'immolazione della capra e piene le pancie, ne circondassero la cornuta testa ballandole intorno una ridda infernale con grida mefistofeliche ed osceni atteggiamenti, costringendo i prigionieri a piegare ad essa il capo in adorazione, è cosa che poteva provocare lo scandalo del timorato di Dio e rinunziatario papa, Cardinale Cesare Baronio: ed empire di stupore o d'allegria i prigionieri stessi o le genti prossime a' Castelli sacri alla luna di miele di Chiara d'Aquino e Gualtieri di Sangro, ovvero i nostri pastori, ma io credo che quella era tutta una ginnastica per digerire e far chiasso. Dunque? Dunque «state contente umane génti al quia» ed il quia è che Capracotta non ha altro significato che di Capra-cotta, e che il Capretto di Capracotta al forno nel Marzo-Aprile è una leccornia di primissimo ordine, e che il celebrato gigot de mouton di Parigi non di rado è fatto di capra. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il territorio di Capracotta: attraverso il secolo XIX
Degli eventi del secolo XIX non difettano documenti e giudizii di ogni sorta. Molti son vivi nella memoda di noi sopravvissuti nel secolo XX, onde mi soffermerò a quelli più attinenti allo scopo di questo scritto. Con l'entrata di Giuseppe Bonaparte al governo di Napoli (febbraio 1806) fu proclamata l'abolizione della feudalità con la Legge del 2 Agosto. Rispose questa Legge ai bisogni ed alle aspirazioni del popolo? Ebbene, oso affermare che no. Che cosa infatti turbava le popolazioni? Era l'ordinamento feudale, giunto a tale eccesso da far considerare il Barone come padrone di tutto e dominatore di tutti nei singoli luoghi a lui soggetti: la massa dei sudditi quali usufruttuari parziali di quanto a lui universalmente appartenesse. Ogni adito alle iniziative individuali o delle Comunità ostinatamente precluso. Mi par ovvio, dunque, che sarebbe stato semplicissimo troncare questo intollerabile ordinamento, con la completa sua inversione, attribuendo cioè innanzi tutto alle Comunità la padronanza patrimoniale, dei Demani feudali nel rispettivo territorio, ed assegnando al Barone tanta parte dei frutti e dei provventi dei beni sottratti alla sua disponibilità da restarne in grado di vivere con la famiglia in perpetuo più che decorosamente, oltre al lasciargli liberi i beni privati o burgensatici. In quella Legge invece prevalse il soffio della deprecata supremazia baronale. Fu lasciato al feudatario il prestigio fumoso della nobilità (art. 13) che ne sovrapponeva la personalità a quella dei singoli, quasi ancora suoi spregevoli umili soggetti; poi, quel che più monta, lo lasciava proprietario di somma parte dei territorii e dei beni immobiliari d'ogni specie (articoli 9-12-13-15). L'esecuzione di quella Legge, levata a salvar capra e cavoli, divenne una fonte copiosissima di nuove pene e di contese in cui dovettero ingolfarsi i nostri Comuni e Comunelli, e un vasto campo di pappatoria aperto a quanti avrebbero dovuto provvedere a derimerle. Commissioni accozzate, Archivi rovistati, Processi riesumati, Commissari, Periti, Agenti, Agrimensori su e giù. Poi Prefetti, Consigli e Giunte provinciali in faccende per discutere e per impedire ai Comuni di fare un passo senza superiore intervenfo, contrasti di quotizzazioni, di vincoli, di scioglimento di promiscuità, procedimenti contro i 1avoratori che prendevano l'accetta o l'aratro ecco in pochi tratti il disastro sopravvenuto e che gravò su di noi meridionali per oltre il secolo che ne seguì. Non senza ragione restò celebre fra i giuristi il motto "L'Idra feudale ancor morde". Esemplare fu il caso di Capracotta. Nel suo territorio il Duca aveva dominio su 6.800 tomoli di are 33 e dispari ciascuno; la Badia di Montecassino su 1.800: il Monastero dei Celestini di Agnone su circa 1.000; dimodoché dei 13.500 che lo componevano solo 5.000 eran considerati Demanio del Comune. La proprietà privata era affatto insignificante, anzi nulla, or quando, più di un anno dopo alla promulgazione di quella Legge, ne fu affidata l'esecuzione alla Commissione delle Gravezze (o Commissione feudale, 11 Nov. 1807) quella Commissione (che in verità ebbe ad esplicare una incredibile attività di fronte ad una congerie immensa di volumi processuali su contese agitatesi da tempi remoti e senza risultati fra popolazioni e feudatarii) quella Commissione dico pronunziò due sentenze relative a Capracotta in date 10 Aprile e 26 Luglio 1810 con le quali, non soltanto attribuì al Duca 6.300 tomoli, ma di questi nientemeno ne dichiarò 4.400 proprietà assoluta, qualificando feudi separati Macchia ed Ospedaletto cioè feudi esenti da usi civici! Primo ad imbattersi nella falla aperta da queste sentenze ne fu l'esecutore Biase Zurlo, eminente nostro comprovinciale. Egli cercò di rimediarvi, esponendo nella sua Ordinaza 19 Dicembre 1811 la necessità di derogare al rigido dispositivo su quei feudi separati mettendo innanzi il bisogno di molta quantità di combustibile pel rigido clima di Capracotta, e stabilì competere alla popolazione la comunanza del legname boschivo fra popolo e feudatario anche sui feudi separati. Ne dovette compensare però la casa ducale, assegnandole altri 337 tomoli di terre coltivate in contrada Paduli, contigui a Monteforte che l'Università vantava qual Demanio Comunale. La Commissione nelle su citate Sentenze, mentre aveva definite come feudali separate le nostre contrade di Macchia ed Ospedaletto aveva qualificato come demani feudali (cioè con pieni usi civici) le altre due di Monteforte e di Macchioli. Quest'ultima denominazione mai incontrata per lo innanzi, apportò una certa confusione, ma in sostanza comprendeva le tre contrade di Cannavina, Cannavinello e Guastra. Ma Zurlo diradò la confusione stessa attribuendo al Comune la demanialità di Cannavina (tomoli 285), e del più basso lembo di Guastra, detto Difesa dei Bovi (tomoli 108), giustificando questo assegno quale compenso degli usi civici di pascolo sui precedenti due feudi separati, sottratti al Comune. Sparvero gli antichi attributi di Capracoctæ feudum, Capracoctæ Castrum e restarono definite da Zurlo come demaniali comunali le contrade più immediate al paese (Guardata e Stocco, Cese, Santacroce, Pietralearda, Sottolaterra, ossia gli interi avvallamenti orientali ed occidentali, dell'abitato cui si aggiunsero Vallesorda, Cannavina e Difesa delle Guastra 6.600 tomoli) con altra ordinanza del susseguente giorno 20 Dicembre 1821. In questa però, prenotando che la somma parte dei surriferiti territori si presentava poco atta alla coltivazione ed alla quotizzazione, ma nondimeno in molte parti s'era ficcata la zappa e l'aratro, affidò al perito Giovanni Paolantonio il modo di regolare questo stato di fatto. Il perito trovò che queste terre, coltivate ed occupate da 172 contadini avevano una estensione complessiva di 215 tomoli, che gli occupatori chiedevano di tenerle definitivamente come proprie. Furono accontentati e perciò il 18 Agosto venne approvato un Ruolo coi loro nomi e i canoni per le singole terre ripartite in tre classi, la prima col canone di £. 2,20, la seconda di 1,76, la terza di £. 1,32. La somma parte dei contadini aveva prescelte le terre dei demani feudali per la coltivazione. Avvenne poi che, morta la Duchessa (1825?), parecchie questioni sorsero sulla eredità, ma i creditori suoi e degli eredi ne fecero espropriare i beni. Già nel 1816 era stato venduto l'Ospedaletto a Gaudenzio Scocchera. Gli altri di Capracotta, messi all'asta nel 1854, rimasero aggiudicati a un illustre giureconsulto capracottese, Stanislao Falconi per 18.000 ducati (76.500 lire). Nella ripartizione del prezzo molti creditori ne rimasero fuori, tra cui la nostra Congregazione di carità pel capitale di 700 ducati. Ma perdurarono le contestazioni, principalmente per la misura dei terraggi che pretendevansi esigere dai Coltivatori diventati numerosissimi. Alle proteste di costoro nel 1860 seguì giudizio chiuso con la loro condanna (Sentenza della Cassazione 10 Luglio 1862) alla contribuzione di mezzo tomolo di grano (litri 28) per ogni tomolo di terra di vecchia colonia, e di un tomolo per le altre di recente coltivazione. In seguito alla legge 8 Giugno 1873 fu chiesta loro dal Falconi la commutazione dei terraggi di vecchia colonia con citazione per pubblici proclami, e nel 1884 con istrumenti collettivi pei Notai Di Ciò e Di Rienzo fu confermata la corrisposta di £. 4,25 in sostituzione dei litri 28 di grano, e questo canone affrancabile al cinque per cento. Contemporanea sorse l'altra della ripartizione dei boschi che Zurlo aveva lasciati promiscui, contestazione che dal 1861 al 1904 ebbe svariati e clamorosi dibattiti in sedi amministrative e giudiziarie che sarebbe lungo enumerare, ma che si chiuse con l'accoglimento dei voti della cittadinanza nostra, cioè con la conservazione dello stato promiscuo, accoglimento che apparve quale un vero trionfo tanto che ne fu eretto un monumento dedicato ad Emanuele Gianturco, patrocinatore della causa dei capracottesi. Pure concomitante si svolse un'altra contesa che si era andata agitando fin dal 1827 fra i coltivatori dei terreni nel piccolo feudo o terzo di Santacroce (stendentesi verso oriente fino a quella Difesa dei Bovi nelle Guastra data da Zurlo a Capracotta) avverso a quegli emigrati capracottesi a Deliceto Sig.ri Di Majo per terraggi da costoro pretesi e pel rifiuto che i primi opponevano. Ma la tesi di rivendica, celata col rifiuto dei capracottesi, era troppo ardita per essere accolta dall'autorità giudiziaria, la quale nel 1836 li aveva condannati. La condanna però, rimasta sospesa fino al 1888 per appelli interposti, fu confermata da sentenza della Cassazione nel Maggio 1897, ed allora l'Ente Comune addivenne a transazione coi superstiti della famiglia Di Majo Sig.ri Vincenzo ed Elisabetta pagando loro un capitale di £. 21.000 a tacitazione di ogni pretesa. Quando poi la Commissione feudale nel 1810, esaminando le condizioni del territorio di Capracotta, si imbatté nei diritti che vantava la Badia di Montecassino su Vallesorda, ordinò alla Badia l'esibizione dei titoli costitutivi di quei diritti. Ma, o che quei titoli giacessero dimenticati fra i processi innanzi al S. R. Consiglio (tra essi la primitiva donazione del 1040 da me riferita in questo scritto), o che i Cassinesi non se ne brigassero, dato che il Bonaparte aveva incamerato le loro rendite ai reali demanii, o per altro motivo, certo la esibizione non avvenne; e pertanto la Commissione assolse definitivamente l'Università dal contributo degli ottanta ducati annui di prestazione a cui si era obbligata con l'istrumento del 1781. E questo fu l'unico positivo vantaggio che l'Università trasse da quei provvedimenti abolitivi della feudalità. Tra le innovazioni politico-amministrative apportate dai Bonapartisti con la formazione delle nuove provincie, ripartite in Distretti (Decreti 8 Dicembre 1806, 4 Maggio 1811), il territorio di Capracotta fu distolto dal Dipartimento di Lanciano e riunito alla provincia autonoma di Molise, e nel distretto di Isernia. A reggere la Provincia fu messo a capo un Intendente, assistito da un Consiglio provinciale, dapprima formato con ristretto numero di membri; poi accresciuti sotto il Murat, e più ancora nel 1816 dal Borbone. Allora Capracotta, coi Comuni limitrofi, uniti in mandamento vi ebbe il suo rappresentante. A reggere il comune furono istituiti Consigli formati da Decurioni, con a capo un Sindaco e tre Eletti, tutti di nomina dell'Intendente; dovevano essere provvisti di un determinato censo. Per l'amministrazione della giustizia Capracotta fu incluso nella giurisdizione del Giudicato Regio distrettuale di Isernia e poscia nel suo Tribunale. In paese era soltanto un Conciliatore, oltre al Giudice di pace (Pretore). Istituiti gli enti laici di beneficenza, col titolo di Congregazione di carità fu trasformata con tal nome e laicamente, sotto tutela amministrativa la Pia Opera di S. Maria di Loreto. Ho fatto già cenno del locale Montefrumentario fondato dai fratelli Liborio e Gregorio Campanelli, con disposizioni testamentarie del 1792 per Notar Persico di Napoli e 21 Dicembre 1800 per Notar Vizzoca di Capracotta. I loro beni all'uopo destinati furon valutati in inventario 6.700 ducati complessivamente; ma pare che dalla vendita non si ricavasse tale somma. Inoltre per contestazioni sorte nell'ammmistrazione dei beni stessi e delle somme raccolte, nonché per lungaggine dell'ufficio d'Intendenza, il decreto di erezione del Montefrumentario si ebbe il 28 Agosto 1822, col titolo di Eredità Campanelli. Nel 1827 poi, per un violento temporale scatenatosi in Luglio con grandine che devastò tutto il territorio (ne ho fatto cenno nelle Note botaniche) si fecero ad implorare soccorsi al Re Francesco I il quale elargì 1.000 ducati, e con questi si formò un secondo Monte, fuso però col primo, ma intitolato a S. Sebastiano protettore del paese. Il duplice Monte prosperò: e pertanto nel 1831, con le esuberanze degli utili, fu creato anche un Monte di pegni, eretto in Ente con Decreto 12 Marzo 1832. Devo dirlo? Queste utili istituzioni precipitarono nel primo decennio del Regno d'Italia; ma su diversi fenomeni manifestatisi col nuovo Regime dovrò tornare fra poco. In conclusione quel tanto di capitale che poté essere ricuperato nel 1895 e 96 servì alla fondazione di una Cassa Rurale di piccoli prestiti, riconosciuta ed approvata con Decreto 18 Ottobre 1898, concentrata nell'amministrazione della Congregazione di Carità, ma che vive di vita assai grama. Col Governo del Murat fu pure intrapresa la formazione del Catasto fondiario, che dal 1816 determina le parti del nostro territorio e ne regola il reddito imponibile. Per l'insegnamento non c'era che il seminario di Trivento per istruirsi, ma ecclesiasticamente. Fu anche del Governo del Murat e per opera di Biase Zurlo coadiuvato da Giobbe Baudino, e da Agostino de Santellis, la istituzione del Collegio di Campobasso, prima fondazione laica della istruzione, in provincia aperta all'insegnamento ed all'accolta dei convittori il 17 Novembre 1817, con una dotazione di 6.000 ducati (25.500 lire), collegio dove nel 1863 mi rinchiusero per iniziarmi a questo triste mestiere dello scribacchino. Capracotta contribuì finanziariamente alla erezione del Collegio, acquistando il diritto di tenervi un alunno paesano a metà retta annuale. Qualche po' d'insegnamento privato era impartito in paese solo da preti, che all'uopo dovevano munirsi di apposita autorizzazione Governativa. Dopo cominciarono a sorgere le scuole Pie, dette così perché sostenute da Enti di beneficenza. Ed a proposito di ecclesiastici mi piace di riassumere brevemente ciò che esposi in altro opuscolo, che cioè in Capracotta s'era costituito con Bolla Pontificia fin dal 1622 un clero composto di sette sacerdoti ed un parroco, sovvenzionati dalla Pia Opera di S. Maria di Loreto, con obbligo di tutte le funzioni pro Populo. In seguito alla ricostruzione ed all'ingrandimento della Chiesa il numero dei sacerdoti fu portato a dodici con relativo accrescimento della prebenda (1754), e questo clero ottenne nel 1757 dal Vescovo Pitocco di essere costituito in Capitolo Collegiale e nel 1772 dall'altro Vescovo Paglioni conseguì le insegne maggiori. Mancò peraltro la convalidazione Pontificia al Capitolo, onde la Commissione dei Vescovi, chiamata all'esecuzione del Concordato del 1818, rivedendo i titoli di ciascuna Chiesa, riconobbe quella di Capracotta solo come Ricettizia numerata (1842). Nel 1854 la Chiesa stessa fu elevata a vera Collegiata in via affatto eccezionale con Bolla Pontificia del 15 Maggio e Regio assenso del 23 Dicembre 1855. In seguito alla ricostruzione della Chiesa nel primo decorso del 1700 i nuovi altari, quattro sulla sinistra, quattro sulla destra, due in fondo alle navate laterali, ebbero nuovi patroni, i quali vi apposero statue o quadri di Santi a cui essi erano particolarmente devoti; buona parte differenti da quelli elencati nella Relazione Cafaro del 1671. Nel corso del secolo XIX taluni di detti altari mutarono di patrono. Pertanto sulla sinistra s'incontra prima quello dedicato a S. Michele, un tempo della famiglia Carnevale, poi dei Carugno: secondo l'altro a S. Anna, un tempo dei Mosca, poi dei Di Rienzo (successori di Sebastianello); appresso l'altro alla Concezione della famiglia Conti (successori di Filippo); quindi l'altro alla Madonna del Rosario, un tempo dei Pizzella poi dei Falconi (successori di Francesco). In fondo quello al Sacramento dei Campanelli fondatori del Montefrumentario, poi della Confraternita del SS. Sulla destra, prima l'altare alla Madonna del Carmelo della Confraternita omonima; appresso l'altro a S. Giuseppe della famiglia Castiglione; in seguito l'altro a S. Pietro Apostolo della famiglia Falconi (successori di Leonardantonio); poi quello a S. Sebastiano protettore dell'Università. In fondo l'atro all'Addolorata di un'Associazione di sorelle fra le quali emergono diverse signore (Corvinelli, Peschi, Conti, Di Tella, Falconi ecc.). Lateralmente a questo altare una nicchia conteneva un pallido S. Domenico Sorano col suo serpe, coculliano della famiglia Pettinicchio, statua detronizzata da un Cuore di Gesù della famiglia Ianiro. Frammezzo agli altari della Concezione e del Rosario un ingresso scavato nella spessa muraglia di sinistra, mena ad una Cappelletta ove una discreta statua di S. Filomena, adagiata sul letto di morte, è custodita in una capace urna ad invetriate. La cappella fu fatta bellamente adattare, e dotata della statua e dell'urna dall'Arciprele Achille Conti (che resse la cura dal 1834 al 1846) e la trasmise ai suoi nipoti Gianlorenzo, Gaetano, Leopoldo. Dalla navata di destra, scendendo nella Cappella della Visitazione e Morte, un altare laterale a S. Francesco di Paola appartiene alla famiglia Ciccorelli; quello principale della Confraternita ha ìl gruppo statuario artistico della Vergine e di S. Elisabetta del Colombo, di cui ho fatto parola nella nota 150 ter. Il S. Francesco è pure una bella effigie mentre le altre dianzi annoverate lascian molto a desiderare. Nella chiesetta di S. Antonio, il Santo, vestito di nero, col giglio alla mano e un bambino non suo nell'altra, viene festeggiato dalla gente del quartiere, e gli fan compagnia un S. Nicola color cioccolato che distribuisce benedizioni con tre dita, della famiglia Stabile; una S. Lucia, che ha molte devote, ma guasta la vista, al contrario di quella ch'è in Cielo; così una Madonna dei Miracoli, che non è il caso di farne, ma richiama ogni anno un pellegrinaggio da Casalbordino nei primi di Giugno. Nell'altra chiesetta di S. Giovanni, ugualmente festeggiata dalla gente del limitrofo quartiere, la statua del Santo indarno, nella sua meschinità, si sforza di raffigurare il gran Battezzatore di Gesù. Invece vi fa bella mostra di sé una S. Chiara della famiglia Conti (coniugi Tommaso e Michelina), famiglia cospicua e benefattrice. Ancora un'altra chiesetta eretta nel 1783 da Agostino Campanelli in onore di S. Vincenzo Ferreri e dell'Incoronata racchiude un S. Alfonso, mezzo busto al naturale. Nei tempi attuali però poche di quelle famiglie nominate serbano qualche ossequio particolare ai rispettivi altari; un formale diritto di patronato non sussiste più, giacché fra l'altro mancano ecclesiastici da poter investire del beneficio: tutto riman concentrato nel Parroco, unico rappresentante del Clero, oggi Leopoldo Conti, nipote dell'altro anzi nominato. Nella generalità il fervore religioso appare assai attutito; può dirsi che vige la superstizione al posto della religione, e chi sa questo di passo dove arriveremo. Nel 1867-68 il Governo d'Italia, abolendo le Collegiate, tra tante altre istituzioni ecclesiastiche, ne incamerò i redditi ed i beni che questo popolo aveva raccolti ed assegnati alla propria Chiesa ed ai propri sacerdoti. A parer mio quella fu una confisca iniqua, tanto più che il Governo se ne disfece con inadeguato vantaggio e turbò in più modi l'intera cittadinanza, oltre che ridusse nella indigenza parecchi canonici già molto innanzi con gli anni. Già questo avvenne perché il nuovo Governo d'Italia unita non fu in principio un governo Italiano, ma Piemontese. Esso venne ad insediarsi fra noi nell'ignorantissimo preconcetto, gìà tenuto da Napoleone, di una Italia Meridionale inesauribilmente ricca e sfruttabile; per cui subito vi sguinzagliò numerosi suoi agenti fiscali. Dai quali i sudditi rimasero assai turbati soprattutto pei metodi introdotti abbastanza arbitrari di accertamenti e di riscossioni, cui si aggiunsero i disagi della introduzione della carta moneta, del sistema metrico decimale dei nuovi codici, delle nuove leggi, dei moltiplicati obblighi del Bollo e Registro. Poco appresso vennero il corso forzoso, l'obbligatorietà dell'affrancamento dei canoni sulle locazioni di Puglia, il prestito forzoso per la guerra del 1866; insieme ad un forte rincrudelimento del brigantaggio, la tassa sul macinato. Da questi molteplici aggravi diverse famiglie agiate qui restarono completamente rovinate e tutte indistintamente ne furono finanziariamente menomate o scosse. Seguì poi la sperperazione del vistoso patrimonio ecclesiastico di tutto il mezzogiorno. Tutte le ricchezze così spillate alle nostre provincie andarono a beneficio delle settentrionali; per giunta il popolo meridionale fu disprezzato e deriso come sudicione, miserabile e malvagio. Intanto i nostri comunelli restarono con le mulattiere per sole vie di comunicazioni, traversate ed interrotte da frane, da corsi d'acqua, senza ponti o ripari di sorta, con le campagne e le grandi strade di traffico infestate da malviventi; privi quasi tutti di cimiteri, di acquedotti, di scuole; e, quando essi dovettero aprirsi le strade, costruirsi i pubblici edifici, avere le scuole e le sepolture, scavarsi gli acquedotti, furon costretti a farseli a proprie spese, colmandosi di debiti ed aggravandone in conseguenza le derelitte nostre popolazioni. Queste si sottrassero pian piano all'estrema miseria e selvatichezza non mai per aiuti di governi; ma dalla dedizione ai più duri lavori od ai mestieri anche più umili nelle Puglie, nelle grandi città e poi in altre terre, principalmente nell'America meridionale e settentrionale e tutto questo è noto. Circa le consuetudini della vita privata ed i sistemi della vita pubblica nei nostri luoghi, entro il periodo trascorso fra gli ultimi tempi del regno Borbonico ed i primi del Regno Italico, non so far meglio che invitare i volenterosi a leggere la menzionata storia del De Cesare "La fine di un Regno" specialmente il capitolo I del secondo volume; ed il libro del nostro comprovinciale Signor Masciotta "Il Molise" specialmente il capitolo intitolato "Il bilancio morale di un secolo". Il male maggiore è che il nostro paese è povero, naturalmente povero, più di ogni altro misero paesello, perché poverissima è la produttività del suolo del suo territorio come ho esposto nelle prime note di questo scritto. La prosperità, che unicamente davano un tempo i suoi pascoli, è tramontata, può dirsi, per sempre con l'abbattimento (o crisi) dell'industria armentizia. Il sottosuolo è del tutto e di tutto improduttivo. I boschi sono appena sufficienti pel solo combustibile necessario al lungo inverno. Di questa innegabile povertà dovrebbero persuadersi i reggitori dello stato ed i loro agenti e dipendenti, al contrario di quel che han creduto ed agito finora. Capracotta non ha neppure l'acqua sufficiente pei suoi abitanti e potrebbe averne, almeno la potabile, con l'elevazione delle scaturigini del Verrino, ovvero delle altre a piè dei Monti verso Pescopennataro, però con rilevante spesa, che la stremata finanza comunale non può sopportare. Ma mandate a dirlo ai governanti! Vi risponderanno che ben si possono regalare diecine di milioni per acquedotti a città cospicue e ricche (Perugia ad esempio, Venezia); ma per tanti sitibondi Comuni della Cenerentola Molise non ci sono mai fondi stanziati in Bilancio. Però, se volete un prestito a conto lo devono garantire e pagare alla Cassa Depositi e Prestiti i soli, possessri di terre e di fabbricati. Capracotta ha sede di Pretura, ma per andare nei Comuni del Mandamento non v'è altro mezzo ordinario e sistematico che il ciuco, o qualche altro quadrupede altrettanto flemmatico, sul quale tragitta la posta quotidiana e la gente che paga la carta bollata, l'avvocato le tasse al Cancelliere o al Ricevitore, Dio sa perché. E passi per Casteldelgiudice e S. Angelo del Pesco, che han poco discosto la ferrovia Sangrina; ma per Pescopennataro (saluberrima v1llegg1atura per gli abeti che la cingono) non c'è stato modo di ottenere il prosieguo dell'automobile che percorre la strada Capracotta-S. Pietro Stazione, che è pure l'unico approdo dei Pescolani. Così pure il sullodato ciuco rimane quale unico e fido amico a cui pazientemente raccomandarsi per arrivare sani e salvi ad Agnone traverso quella mulattiera semplicemente spaventevole. Se volete poi che il ciuco trotti sulla rotabile non avrete a fare che 40 Kil., quando ce ne sono 4 o poco più in linea d'aria. Contentiamoci però che non sia peggio, consoliamoci d'aver potuto pagare le più necessarie strade carrozzabili, l'acquedotto, per quanto scarso i principali edifici d'uso pubblico. E rallegriamoci che ci sia stato un concittadino, il quale, senza chieder nulla a nessuno, né piegando ai primi insuccessi, per essere stato male assecondato, ci fa tenere la luce elettrica, il molino in paese, la trebbiatrice, macchinari a movimento elettrico, e l'autobus per andare alla stazione. Il concittadino benefattore, che mise in atto così il principio del "non qui bene incipit, sed qui perseveravit" fu l'avv. Leonardo Falconi della famiglia donde erano usciti Stanislao, Giandomenico, Nicola, menzionati in questo scritto. Ho detto consoliamoci di aver potuto pagare le varie opere pubbliche (tra cui oltre 40 Km. di strade). Ci sarà qualcuno, lo spero che vorrà adoperarsi a mettere in luce quanto costarono quelle opere alla popolazione di Capracotta, vissuta sul finire del secolo XIX e il principio dal XX. E, se per poco ad essi aggiungerà il costo dei litigi pei demani Feudali, e poi per il loro riscatto, vedrà che durante la vita di una generazione sola, vennero fuori dal popolo qualche paio di milioni di contributi, e ciò di pari passo coi sempre crescenti oneri fiscali! Mostrerà come ci fu una legge sulle strade obbligatone imposta ai più poverelli Comuni del Mezzogiorno quasi misura punitiva della loro stessa miseria, e quasi che quelle strade dovessero considerarsi come una proprietà redditizia riservata a sé soli. Con questo opprimente criterio si venne ad imporre anche la manutenzione di quelle strade ai Comuni stessi. Né siamo usciti del tutto da questo velenoso criterio. Bordone allo stato in questa oppressione tenne sempre la nostra Amministrazione Provinciale. Che anzi per le bizzose competizioni durate gran tempo in seno a quella Amministrazione, si andò ostacolando il compimento di altre Opere pubbliche nella Provincia; ad esempio quella strada designata, parmi in serie, col n° 70, che avrebbe congiunto più brevemente questo Mandamento all'altro di Agnone, ed avrebbe data una pulsante arteria al vasto, ma impervio territorio orientale di Capracotta e occidentale di Agnone. La competizione, divenuta dispettosa, giunse al segno di sopprimere i progetti di quella strada che due Ingegneri di sangue Capracottese avevano diligentemente e disinteressamente studiati: Francesco Pettinicchio da Cerignola, prima e poi Francesco Giancola da Roccaraso. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Mario Santilli: «Creo cose!»
Mario Santilli, classe 1991, discende da chìre de Mondìne (dal capostipite Edmondo Santilli) ed è un operaio capracottese col pallino per la piccola falegnameria artigiana, un ragazzo che tenta invano di sminuire la propria passione con un modesto «Creo cose!». In realtà la sua vena artistica e il suo talento tecnico sono vivi e debordanti. Egli è infatti, prima di tutto, un bravissimo disegnatore e proprio dal disegno scaturisce il processo creativo che lo porta al prodotto finale. Negli scampoli di tempo libero, dietro il moniker ZorroLab, Mario Santilli si diletta nella progettazione, costruzione ed installazione di presepi, tutti rigorosamente in legno, opere che è possibile ammirare qui e là in casa di qualche compaesano o nei locali pubblici, chiaramente nel periodo natalizio. Nondimeno, realizza portavivande, tavolini, taglieri, scacchiere, insegne, lampade e lampadari, orologi a cucù, mangiatoie per animali domestici, per non parlare dei giocattoli semoventi che, assieme alle scene della natività, sono probabilmente il suo punto di forza. Utilizzando soltanto legname - e il più delle volte di scarto - Mario ha dato vita a trattori, biciclette, autovetture, escavatori, persino elicotteri. La particolarità del suo lavoro non sta soltanto nella bellezza estetica dei giocattoli creati ma nello scoprire che sono dotati, il più delle volte, anche di apparati elettrici, motivo per cui le sue macchinine in legno hanno i fari accesi, così come i presepi prendono magicamente vita di notte. Mario Santilli ha partecipato, nell'estate del 2022, alla mostra di artigianato del legno "Artisti nascosti", tenutasi nei locali della Società di Mutuo soccorso dei Pastori e Artigiani. Accanto a lui c'erano alcuni dei nomi più "blasonati" della falegnameria capracottese come Giovanni "re Lùnghe" Di Luozzo, Franco Carnevale, Sergio "Bobbóne" Di Nucci e Walter "Maŝtrùcce" Di Rienzo. In quel bellissimo caleidoscopio di arte e artigianato che fu la mostra del 17-22 agosto 2022, i lavori di Santilli furono molto apprezzati e ottennero diversi attestati di stima. Mario Santilli, insomma, è il più giovane testimone della tradizione falegnameristica di Capracotta, un tempo attivissima e rispettata in ogni dove, una tradizione che sta ahimé scomparendo sotto i colpi dello spopolamento e di costi d'impresa altissimi, per non dire proibitivi. Vi lascio con una galleria di lavori di ZorroLab: Francesco Mendozzi
- Il poeta Umberto Colacelli
(Capracotta, 12 settembre 1919 - Borrello, 13 febbraio 2007) Umberto Colacelli è stato per trent'anni il maestro elementare di Borrello - dove ha licenziato intere generazioni - ma questa, forse, fu una scelta obbligata visto che, prima di entrare in ruolo, deciso a prendere i voti clericali, egli stava compiendo con costanza e diligenza gli studi presso il Pontificio seminario regionale di Chieti, interrotti a causa della tubercolosi. Il ritorno alla vita, dopo una lunga degenza in sanatorio, combaciò col diploma magistrale e l'abilitazione all'insegnamento, «praticato in quarant'anni di intenso e appassionato lavoro», durante il quale ebbe per studente persino don Elio Venditti, attuale parroco di Capracotta, che oggi ammette come la propria vocazione religiosa sia sbocciata sotto la guida del maestro Umberto. Il nipote Amelio Ferrari lo descrive come una persona colta e poliedrica, grande oratore nonché scrittore e pittore. Appassionato della natura, l'ha riportata su tela non senza una personalissima vena artistica. Aggiunge poi che nei primi anni di insegnamento, pur vivendo a Borrello, il Colacelli si recava ogni mattina a Sant'Angelo del Pesco a piedi e portava sempre con sé il fucile per cacciare quello che trovava lungo il percorso. Sposato con Consiglia Di Benedetto, Umberto Colacelli ebbe un solo figlio, Raffaele, di professione medico. E infatti lo spirito di Umberto Colacelli fu profondamente segnato dalla prematura morte del figlio, cui sopravvisse grazie a una saldissima fede. Quel dolore è contenuto anche nell'unica opera poetica pubblicata, "Voci del cuore", un libretto stampato ad Agnone da cui ho estratto tre poesie semplici, piene di rimandi ai bambini, colonne portanti dell'istituzione scolastica. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- Il territorio di Capracotta: periodo dei primi Borboni (II)
Erano quetati appena i litigi ducali e vescovili quando un altro ne sopraggiunse nel 1751 con gli Abati di Monetecassino, sostenendo l'Università di competere ai suoi cittadini i pieni usi civici sul feudo di Vallesorda, e quindi non averne il Monastero la libera disponibilità, di che il monastero si schermiva trincerandosi nell'eccezione d'averne fino allora liberamente contrattato le locazioni con gli stessi cittadini, e doverne restare quindi nell'illimitato possesso. Il Sacro Regio Consiglio nel 1755 gli dette ragione. Ma, a complicare il giudizio di merito, nel 1773, sorse altra questione sul confine, che il Monastero sosteneva stendersi assai più presso all'abitato entro un'ampia striscia di territorio che l'Università a sua volta considerava quale pubblico Demanio (Contrada Pietralearda, Fossate piccole, e tutto dalla Fonte dei Cimenti al disotto delle Sorgenti del Verrino) e quindi perizie, rilievi e discussioni innanzi al S. R. Consiglio il quale, come di consueto, menava i giudizii per le lunghe, specialmente poi se si trattava di urtare suscettibilità di Baroni e d'Ecclesiastici. Il lembo di territorio in contestazione fu rilevato in pianta topografica per l'Università del perito Agrimensore, Michele Della Croce da Agnone e da essa emerge che l'estensione di quel lembo era di 758 tomoli locali, e il resto del Monastero di 1.058 tomoli. In complesso 1.816 tomoli (446 ettari circa). Della lungaggine della lite dovettero rimanere infastiditi gli stessi Abati, perché in conclusione risolsero di concordarsi coi capracottesi mettendo al sicuro un reddito all'Abbazia, ed infatti con istrumento rogato dal Not. Fortunato di Napoli del 20 Giugno 1781 intervenne pel Monastero il R. Padre Giustino Lamberti e per l'Università il Sig. Francesco Falconi, all'uopo delegati, col quale la vertenza si chiuse con l'obbligo assunto dalla Università di pagare al Monastero un annuo canone di ducati 80 (£. 340), lasciandosi libera l'Università nel possesso e godimento del feudo e lasciando impregiudicate le questioni sulla natura della proprietà e sui diritti di ciascuna delle parti su di essa. Noto come io trovi alquanto incomprensibile che nell'Onciario ossia Catasto compilato nel 1743, la estensione del territorio del Monastero sia riportata per tomoli 484. Forse questa era la sola parte coltivata. Ho accennato a molestie inflitte all'Università in quei tempi pel contributo di soldati alle milizie. In verità per antica avversione a qualsiasi forma di coscrizione obbligatoria sono stato alieno da indagini di tal genere. Posso quindi riferire soltanto che il governo della Vice-reggenza spagnola aveva istituito i Battaglioni in numero di dodici; ossia che ogni Provincia doveva darne uno. Nell'insieme formavano un contingente di 21.200 uomini. Carlo III ne cangiò la denominazione in Reggimenti provinciali; e, con Decreto 17 Gennaio 1743, ordinò che a comporli, ciascuna Provincia dovesse provvedervi con un numero prestabilito di soldati, ed ogni Provincia dovesse prescrivere il numero dei militi che ciascuna Università doveva eleggere. Capracotta fu chiamata a trovarne quattordici, dovendo escluderne ogni specie d'ecclesiastici, di nobili, di locati, di addetti alla pastorizia, di professionisti, di studenti e di non so quale altra classe privilegiata. Or figuriamoci in quale imbarazzo si trovasse l'Università in questa ricerca qualificata elezione, e quale malcontento si ingenerasse nei militi designati e nelle loro famiglie specialmente allora che il servizio militare durava dai 5 agli 8 anni. Peraltro quei tali vantaggi economici ricavati dai nostri antichi dalla cura delle greggi, come mi lusingo d'aver messo in chiara luce, nell'antecedente periodo, si protrassero ancora nel restante corso del 1700. Ne attesta la fermezza degli amministratori dell'Università nel sostenere le molteplici contese innanzi riferite, e lo confermano i fatti ch'essi, dopo aver liberata la Università nel 1716 da un debito di 500 ducati contratto nel 1660 con Tommaso Marchesano Barone di Casteldelgiudice, non soltanto non ebbero più debito alcuno, ma non gravarono d'imposizioni di sorta il popolo concittadino. Nel Luglio del 1739 riscattarono presso il Monte di Pietà di Napoli il debito che il Duca vi aveva contratto, vincolando il reddito di annui ducati 287,50 di fiscali ch'egli doveva esigere dall'Università stessa, e che capitalizzato al 100% importava almeno il pagamento di 7.187,50 ducati (£. 30.546,85). Concorsero nel 1725 alla fondazione o rinnovazione del Seminario di Trivento con 700 ducati per avere la possibilità di farvi istruire giovanetti da avviare al ministero ecclesiastico. È rimarchevole poi anche qualche circostanza di ordine morale. Valga ad esempio che, percorrendo pagina per pagina i Registri parrocchiali dal 1644 a tutto il 1700, non è segnata che una sola morte per delitto - in quei tempi che il farsi giustizia con le proprie mani era assai frequente -, scarsissimi i nati, illegittimi. La più rilevante manifestazione delle disponibilità accumulate in quei tempi si riscontra nel concorso degli Enti costituiti e della popolazione alla restaurazione della Chiesa. Non ci restano documenti da cui desumere la spesa che essa assorbì, ma che nessuno può dubitare di essere stata ingente per la gran mole dell'edificio e l'accuratezza con la quale fu ricostruita. Non si sa altro se non che l'altare maggiore, con la balaustra del presbitero e gli stipiti con gli archetti di ingresso al coro retrostante, costò 540 ducati senza quanto occorse a trasportarne i pezzi da Napoli, allora che non c'erano rotabili, e per metterli a posto nel 1754. L'artefice che lo fornì fu Biagio Salvati. Si sa pure che la campana maggiore fu rifusa nel Giugno 1726 da tal Domenico De Francesco di Guardiaregia con la spesa di 65 ducati, più vitto, alloggio e donativi di metalli preziosi, come è uso in simili circostanze nei nostri luoghi. Ho già detto che il popolo non era gravato d'alcuna imposizione oltre quella governativa del focatico. La finanza dell'Università si reggeva principalmente sui provventi del pascolo degli animali sul territorio, piu precisamente sulla parte costituente il demanio comunale. Un tratto di questo, tutto saldo e boscoso, cioè Difesa, Guardata e Stocco a nord dell'abitato era riservato al bestiame grosso. Tutto il restante al libero spandersi del bestiame minuto. Questo a sua volta era ripartito in sette corpi demaniali, ciscuno suddiviso in parti capaci di nutrire una morra di 300 pecore, denominate àniti. Se ne lasciava qualcuno alternativamente ogni anno per difesa dei bovi aratori, e c'erano spazi destinati alle pecore di piccoli possidenti, di quelle che servivano per l'alimentazione quotidiana e ve n'era anche per una mandra di porci. Perché non v'era famigliola che nella buona stagione non avesse un maiale da ingrassare e v'era un apposito guardiano che al mattino li accoglieva tutti in un recinto, quindi li menava al largo a pascere o a diguazzare nella mota fino a qualche ora innanzi al tramonto, che li riconduceva alle porte del paese e quindi li lasciava liberi, ed era curioso vederli correre difilato alle case ove li attendeva il pastone preparato dalle povere donne reduci anch'esse dalla campagna. Ora il porcaio pubblico non c'è più e credo sia un male. Non sarà fuor di luogo pertanto di trascrivere il Bilancio della Università del 10 Ottobre 1741 quale trovasi inserito nella Pandetta nuova n. 9158 presso il Grande Archivio di Stato a Napoli, cioè lo Stato discusso presuntivo, compilato dagli amministratori il 12 Settembre 1741, come fu modificato dalla Ruota presso la Camera della Sommaria. Di questo magro bilancio dunque ben 960 ducati erano assorbiti dal Duca e 510 andavano al fisco. Ma altre passività erano state messe in previsione, che la Ruota della Sommaria volle sopprimere. Principalmente 35 ducati dovuti, per un biennio per l'ultimo Donativo a Sua Maestà, che la Sommaria prescrisse dovessero tassarsi ai ricchi: altri 72 ducati pel Tabacco fornito dalla R. Corte che ordinò mettersi a carico degli usufruenti: altri 24 ducati pel Corriero o Procaccio; 5 ducati per l'Ospedaliero; 4 ducati pei numeratori dei fuochi e del bestiame; altre piccole somme che la Sommaria credette conglobare tutte nei 110 ducati di spese straordinarie, tra cui anche i sei ducati che si pagavano alla Cappella del Crocefisso e Carmine in Canosa di Puglia pel riservato diritto di seppellirvi i morti. La Sommaria inoltre riservò l'approvazione definitiva alle entrate dai Corpi demaniali, prescrivendo che si aprisse prima la gara per trovare il migliore offerente. Frattanto l'accrescimento della popolazione, le difficoltà del commercio e degli scambi avevan portato di conseguenza nel 1600 e 1700 il moltiplicarsi della coltivazione dei terreni, in crescente contrasto con la grande pastorizia. Però la cultura si restringeva a pochi cereali ed alcune leguminose più adatte al clima. Provvidenzialmente invalse l'usanza di seminare alternativamente le terre di un intiero quartiere che dicevasi pieno, lasciando incolti per un anno gli altri che dicevansi vacanti, come tuttora benché tanto differentemente. Ma anche i quartieri pieni dopo la messe erano lasciati liberi alla pastura. I coltivatori dunque non avevano che l'uso della semina biennale del terreno impreso a coltivare, ma il diritto di pascolo restava alla comunità non appena avvenuta la raccolta del prodotto (sectis segetibus, come si disse in linguaggio forense). La facoltà dell'uso ritornava dopo l'anno al coltivatore stesso. Avvenne col tempo che, sia perché le terre di fresco dissodate davano miglior prodotto, sia perché le bocche crescevano, incominciarono nel 1700 a sollevarsi questioni pel soverchio dilatarsi delle dissodazioni, tanto che il Duca e l'Università stessa impresero ad opporvisi emanando ordini in proposito, impedendo principalmente lo stendersi della zappa e dell'aratro in prossimità dei jacci, ossia larghe giacende fisse del bestiame. Coloro inoltre che avevano intrapreso a coltivare terre più lontane dall'abitato cominciarono a fabbricarsi ricoveri, trulli e case coloniche, per la necessaria ed immediata assistenza. Il Duca stesso, la Cappella di S. Maria di Loreto avevan consentito questi fabbricati in fondi loro, essi con altri pochi privati pagarono perciò la Bonatenenza. Avveniva però, e non di rado, che, quando il quartiere pieno era devastato dalla grandine o da contrarietà per intemperie, siccità ecc. i coltivatori restasssero senza grano, e il paese risentisse della carestia. Sorse così in un nostro concittadino il proposito di rimediarvi col disporre di tutti i suoi averi per fondare un Montefrumentario, ed a questa fondazione provvide con testamento rogato dal Notar Persico in Napoli del 7 Dicembre 1791. Di essa ricorderò le vicende nel periodo successivo. E non sarà superfluo annotare ancora come lo spirito che tenne vivi i contrasti avverso ai feudatari, Duca, Abate di Montecassino, Vescovo, in tutto il secolo XVIII, rivela come anche nei nostri piccoli e remoti paesi covasse quel fermento contro la tirannia feudale e clericale, non che contro lo stesso potere regio impotente a frenarla, fermento che, come è noto, portò alla Rivoluzione francese. Le conseguenze di questo, peraltro, non giunsero immediate a noi: gli stessi avvenimenti caotici della Repubblica Partenopea, la quale frammezzò per poco il regno di Ferdinando IV, non arrecò nella nostra regione altro mutamento fuorché la riannessione dei nostri territori all'Abruzzo. Infatti, con legge del 9 Febbraio 1799 l'antica circoscrizione di Bovianum vetus fu ricostituita e ribattezzata col nome di Cantone, capitale Agnone; e questo Cantone fra i diversi che componevano il Dipartimento (ossia Provincia), fu compreso nel Dipartimento di Lanciano che ne fu creato capoluogo. Non mancarono peraltro episodi memorabili, perché le voci di libertà e d'eguaglianza, sparsesi specialmente con l'avvento della Repubblica Partenopea, furono accolte non senza entusiasmo in parecchi comuni della nostra Provincia: in quasi tutti esso assunse una certa forma concreta in un promettente simbolo, cioè nel piantamento di un albero sulla maggiore piazza o sull'ingresso dell'abitato, che fu detto albero della Libertà. Sugli eventi di questa manifestazione, sugli episodi di quanto d'eroico e d'inique persecuzioni, di nobile e d'infame, di comico e di orrendo avvenne nel corso del 1799 in Provincia raccolse gran numero di vive memorie il compianto amico, paziente raccoglitore di frammenti e di cronaca e di minuti ricordi, Alfonso Perrella in un volume stampato a Caserta nel 1900 (Tip. Majone) al titolo "L'anno 1799 nella Provincia di Campobasso". Ma quel nascente entusiasmo fu presto ammorzato presso il popolo, già di per sé scettico per l'antico e perseverato servaggio, dalla mvadenza francese venuta quasi ad imporre con la forza le parole di eguaglianza, libertà, fraternità; e dalla eterna prepotenza militare. Non era ancora proclamata la republica (proclamazione avvenuta il 22 Gennaio) che già si sparpagliavano ordini minacciosi alle popolazioni per rifornire di tutto le rapinatrici soldatesche francesi, le quali, dopo aver bene smunto lo Stato Pontificio, venivano a depredare il Napoletano. Il Perrella riporta molti degli ordini perentori emanati, specialmente da Isernia dall'incaricato delle forniture, tal Vischi, alle amministrazioni del Circondario. Capracotta, come si è detto, chiuso nel dipartimento abruzzese, ne ricevette dall'Uffiziale fornitore De Luca da Casteldisangro; ed il 3 ed il 12 Gennaio dovette spedire ivi, per le truppe francesi accasermatevi, 27 tomoli di grano (ettolitri 16) prosciutti e salumi cantaia 2.112 (quintali 2,30); 26 rotoli e mezzo di formaggio, ed un quintale circa di sale, danaro ducati 97. Pochi giorni appresso, il 18 Gennaio nuovo ordine di spedire statim et illico altri 100 tomoli di grano (50 ettolitri ); 12 cantaia di cacio (quintali 11); 15 cantaia di prosciutti e salami (quintali 13 1/2); 100 tomoli di orzo (60 ettolitri con la misura a mezzetto colmo); 100 quintali di fieno, 10 porci vivi e grassi, 2 vacche o buoi e persino un altro cantaio di sale come se Capracotta fosse stato Castrovillari! E bisognò striderci (come dice il Giusti)! Fu proprio il caso della canzonatoria canzone napoletana: "Egalité, fraternité, spogliate tu e viéstem'a mme". Non è tutto. Come sempre avviene nelle turbolenze, presto vennero fuori quelli che ne profittavano. E gli amministratori del Comune il 24 febbraio eran costretti a deliberare «che atteso i cattivi esempi di saccheggi avvenuti a queste vicine popolazioni da persone che sotto pretesto di Leva in massa vanno saccheggiando le famiglie» si rendesse necessario formare una Ronda armata con un salario di carlini 3 (£. 1,27 1/2 argento) a persona ripartita in due Corpi di Guardia. La scelta dei componenti farsi dai Sig. Gerardo Conti, Diego Di Ciò, Giuseppe Mosca, Vincenzo Santilli, Delegati a comandarli. Contemporaneamente avvenne che, sia pel disgusto dell'intervento francese, sia per coloro che avevano interesse di restare con l'antico regime, sia per arginare il malandrinaggio, molti si sollevarono contro il nuovo ordine di cose: e costoro furono detti Insurgenti. Queste altre compagnie armate furono dette di Leva a massa. A capo di queste fra gli altri nell'Abruzzo stette il generate Giuseppe Pronio. E fu un nuovo guaio. Perché anche queste milizie composte dì gente d'ogni risma e d'ogni conio, comparvero il 14 giugno fra noi, guidate da tal Francesco Fantini da Villa Santamaria, ed il 6 Luglio, chiedendo esse cavalli e vettovaglie, furono invece accontentate con danaro. Fu deliberato di mandare messi al Ministro Plenipotenziario, residente in Lucera, Antonio Micheroux, per esporgli questi inconvenienti; e, messi, furono inviati Nicola e Felice Di Rienzo; Sindaco era Savino Venditti. Il Presidente della milizia in Lucera provvide nominando a colonnello il Dott. Diego Di Ciò, a comandante maggiore il Sig. Gerardo Conti, il Dott. Giuseppe Campanelli a Capitano, i Sig. Giuseppe Mosca e Carlo Conti a Tenente, Il Sig. Felice Comegna ad Alfiere, il Sig. Salvatore Bonanotte Sergente, Leonardo di Luozzo Caporale. Nessuna indicazione dei militi, presi forse fra i contadini ed operai meglio atti alle armi. Il compito di tutti cessò con la restaurazione del Borbone. Chiudo i ricordi del socolo XVIII con l'annotare che la famiglia ducale, alla morte del secondo Giuseppe Capece-Piscicelli, si protrasse col figlio di lui, Giacomo, il quale nel 1756 sposò Marianna Capece Zurlo. Il palazzo baronale a Capracotta, stendentesi dall'antica porta del paese, fino all'altro dei Pizzella ora Borrelli, Conti, affiancato da due torrette cilindriche di cui una sussiste tuttora, fu restaurato l'anno innanzi 1755, probabilmente in vista del matrimonio suddetto. Sulla chiave di volta del portone leggesi quella data, ed il portone stesso, formato di grossi pezzi di pietra bianca, a bugni ottagonali finemente scalpellati, e con vago disegno, è l'unico vestigio della nobile signoria ducale. Al secondo Giacomo Piscicelli seguì il figlio Carlo nel 1758 e questi nel 1775 sposò Mariangela Rosa De Riso, baronessa di Carpinone da cui vennero Beatrice, Luisa. Carlo morì intorno al '95-'97, ma con lui poté dirsi estinta la discendenza maschile dei duchi Capece-Piscicelli. La sua vedova si rimaritò poco appresso sposando un borghese napoletano, Antonio Curcio, che mi fu detto essere stato un medico militare. Su di lei pesava tra i nostri vecchi qualche tradizionale diceria che mi fece dare della Duchessa un giudizio spropositato. La verità storica è che essa fu una gran dama quantunque un po' mondana, e fu una perseguitata politica dei Borboni, per aver preso le parti dei repubblicani. Nel Diario napoletano di Carlo De Nicola dal 1793 al 1825 lo scrittore, alludendo ai patrioti, venuti su nel 1798-1799 annota che «la primaria nobiltà s'era trovata infetta di tal peste (patriottismo)» citando ad esempio nomi di persone nobili eminenti, quali i Principi di Torella, di Sansevero, di Moliterno, il Duca di Maddaloni, il Conte di Ruvo, non che delle dame celebri Duchessa di Cassano, Principessa di Piedimonte. Con queste ultime, «la Duchessa di Capracotta, – egli narra, – non so quale altro matrimonio fece, e fuggì coi Francesi». A Parigi essa restò legata d'amicizia con gli altri esuli napoletani specie i più rappresentativi della Repubblica Partenopea, Francescantonio Ciaia, Cesare Paribelli, il Moliterno. La De Riso, sotto i Bonapartisti, tornata a Napoli, si recò più volte a villeggiare in Capracotta; fu la sola feudataria che ci onorò della sua presenza. Non so indicarne gli anni. Arredò di mobiti dorati il suo appartamento, convertì in teatrino l'antico fondaco facendo venire dei comici, anche per sollazzo della cittadinanza, e lasciò un duraturo attestato della sua aristocratica generosità donando alla Chiesa sacri paramenti intessuti di seta e d'oro, fregiati per giunta del suo stemma ricamato riccamente, paramenti ancora nuovi può dirsi, che riappaiono nelle maggiori solennità del culto religioso. Per la tutela dei suoi interessi patrimoniali qui scelse il dottor Diego Di Ciò, il quale in verità la lasciò soddisfatta sì che in ultimo essa gli donò parte del palazzo ed una casa di campagna nella Macchia con alcuni terreni intorno, restati col nome di Masseria del Duca. Si suppone che il Di Ciò si fosse assai cooperato presso la Commissione feudale per la dichiarazione di Macchia qual feudo separato. Sopravvenuta la restaurazione dei Borboni nel 1815 la Duchessa fu costretta a rifugiarsi di nuovo a Parigi, dove morì nel corso del successivo decennio. Alla successione dei beni oberati di ipoteche, concorsero le figlie, il marito, le legatarie, i cui vincoli con lei restano sconosciuti, tanto più che portano nomi francesi: Felicia Hinard - Louise Barilot. Tra i postumi eredi trovasi un Antonio Curcio juniore. Era questi un figlio del suo secondo matrimonio; o un figlio d'altra donna del secondo marito?00000 Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Per le donne offese
Nella gola le urla di penose tempeste, nei pugni i lacci di sofferti segreti; gli sguardi bassi al male che hanno in fondo bambine e donne, figlie e madri, scosse dal torto che fa loro il mondo. La sordità dei cuori è una corteccia dura, intanto le ferite aperte piagano corpi intrisi di paura. Flora Di Rienzo
- Una storia capracottese d'altri tempi
Nel noto libro "Il territorio di Capracotta" di Luigi Campanelli, a pag. 106, leggesi: «Il nove luglio dell'anno 1657, verso le otto del mattino, irruppe in aspettatamente in paese una numerosa comitiva armata di banditi», una frangia, si potrebbe dire, di quelle bande brigantesche «che in quei tempi scorrazzavano indisturbate pel Reame di Napoli». L'autore attinge questa notizia dal "Catalogo delle cose notabili, redatto a norma del rituale romano per la cura delle anime" dall'arciprete dell'epoca Pietro Paolo Carfagna. L'anno prima c'era stata la peste che aveva dimezzato la popolazione del paese: «In quaranta giorni perdettero la vita 1.126 abitanti su poco più di duemila che ne contava il comune. È facile immaginare quale sgomento si fosse propagato nelle famiglie, quante cose fossero state abbandonate o distrutte, quanto disordine nelle abitazioni», dice lo stesso autore. La pestilenza infierì con particolare veemenza nel piccolo borgo detto Casale di San Nicola delle Macchie, situato sul crinale del monte omonimo, a oriente di Capracotta, di cui era frazione. I pochi superstiti scampati alla «pestifera epidemia», per usare un'espressione del Campanelli, si rifugiarono nel capoluogo e negli altri centri vicini. Trascorsa l'estate e cessato, con le prime piogge, il furore del contagio, i sopravvissuti cominciarono a riprendere la via dei campi per le semine autunnali. La vita riprendeva faticosamente il suo corso. Chiusi nel proprio dolore i miseri paesani trascorsero il lungo ed aspro inverno delle altitudi ni montane. Con il ritorno della buona stagione la speranza era tornata a rifiorire nel cuore dei poveri spiantati. Le campagne si ripopolavano: si andava a mondare il grano; si facevano le semine primaverili; si riaprivano le botteghe. Il lavoro distoglieva la gente, per guanto possibile, dai pensieri angosciosi. Era giunta l'estate. Nove luglio. Sorse una splendida mattinata, una di quelle giornate che sono un po' la peculiarità dell'estate capracottese. Al soffio lieve del vento mattutino, nelle campagne dorate, ondeggiavano le messi mature o presso a maturare. La gente era almeno da tre ore in piedi. Erano cominciati, in qualche agro lontano, più in basso, i lavori della mietitura, per la verità alquanto in anticipo rispetto al tempo previsto. Molti erano già nei campi o lungo le mulattiere e menavano ad essi. Ma che compagnie sparute in confronto a quelle degli anni precedenti! I loro discorsi erano ancora intrisi di rimpianto e di sconforto. Le poche botteghe artigianali risuonavano di voci e rumori. A quell'ora del mattino quattro vecchiette salivano, cianciando sommessamente, la scalinata sconnessa che portava su al sagrato della Chiesa madre. Una di esse si tirava dietro per la mano il nipotino, per non sapere a chi lasciarlo. La vecchia chiesa del paese, quella che era ancora in piedi all'epoca dei fatti che si narrano, era anch'essa, come l'attuale, arroccata sul culmine dei Ritagli. Ai piedi si stendeva l'abitato, che constava di vecchie casupole addossate l'una all'altra, con i tetti ricoperti delle caratteristiche lastre di pietra locale, dette lìsce. In mezzo ad esse facevano spicco, qua e là, le abitazioni dei pochi possidenti e massari, solide, di pietra scalpellata, qualcuna con lo stemma del casato sull'architrave. Quella mattina del nove luglio il vecchio arciprete don Tobia Campanelli celebrava messa all'altare della Santissima Trinità. Erano accorse al suono della campana quelle poche donnette che abbiamo incontrato lungo la scalinata del sagrato e al tre poche. Il buon arciprete usava talvolta, durante la celebrazione del rito, dialogare con le fedeli per rincuorarle ed esortarle alla preghiera. Così fece pure quella mattina e, nel far ciò, senza avvedersene, tirò la messa in lungo. Quando i briganti irruppero nell'abitato, chi poté si barricò in casa, sprangando gli usci, e provvide a nascondere ciò che andava nascosto. Le donne si davano la voce, gridando dai buccìtti delle finestre, che si spalancavano e si chiudevano in continuazione, aumentando il frastuono. Il capo della masnada, tale Agostino del Mastro (registra don Luigi), sdentato, e perciò detto Boccasenzossi, sguinzagliò i razziatori per le viuzze del paese con l'avvertenza di avere alla scelta, di fare cioè pulizia dove andava fatta, nelle case dei signori, senza lasciarsi impietosire da chicchessia. Raccomandò anche di non perdere tempo con le donne, «Perché – disse, – non è proprio il caso e poi, ricordatevelo, noi siamo uomini d'onore». Cominciò così la feroce razzia, fra le grida d'orrore delle donne e dei bambini. Alcuni, temendo il peggio, fuggirono sotto ai Ritagli, svicolando per quei caratteristici cunicoli a volta di botte, aperti qua e là fra le case, verso la rupe, chiamati tombe (tombini). Essi servivano per lo scarico delle immondizie, per il deflusso delle acque piovane ed anche per lo smaltimento della neve acccumulatasi nelle strade. Fino a qualche anno fa ne esisteva ancora qualcuno. Altri cercarono rifugio nel vecchio cenobio sopra al Colle, edificato dalla famiglia Baccari, il quale, più che essere un convento stabile, era adibito a «rifugio dei francescani, in occasione di passaggio», si legge nel citato libro di don Luigi. Il protervo capo brigante Boccasenzossi si piantò in mezzo alla piazzetta del paese, insieme a due suoi sgherri, e attese che gli altri manigoldi compissero la razzia. Tutte le famiglie benestanti del paese furono passate al seraccio e alleggerite di ducati, preziosi ed altro. Da ciò si desume, scorrendo l'opera del Campanelli, dovettero essere spennati in modo particolare don Filippo del Baccaro, Leone D'Andrea, Fabrizio Carnevale, Antonio Di Tella, Mattia Pizzella, don Amico Pettinicchio, cioè tutte le famiglie più agiate. Il bottino ammontò, dice il nostro autore, a circa 30.000 ducati, cioè 130.000 lire oro, più preziosi, suppellettili ed anche bestiame. A questo punto sorge ovvia la domanda: «E il servizio d'ordine?». Il servizio di polizia municipale era affidato, stando sempre a quel che dice don Luigi, a due guardie campestri, i cosiddetti "guardiani della difesa". In tempi normali, però, stanziavano in paese, per coadiuvare al servizio d'ordine e provvedere, in caso di bisogno, al reclutamento delle leve militari, due soldati della "sacchetta" e nove a piedi (si suppone che quelli della sacchetta fossero dei militari a cavallo, forniti di sella con le due sacche laterali). Ad essi, secondo quanto scrive Campanelli, era assegnato il magro salario di due ducati a testa. Ma la peste dell'anno prima li aveva decimati, né si era provveduto alla riorganizzazione del servizio. Abbiamo lasciato don Tobia che celebrava messa all'altare della Trinità, nella vecchia chiesa parrocchiale; presente quello sparuto gruppetto di pie donne. La celebrazione era giunta al termine. L'eco del gran trambusto non era ancora arrivata fra le navate del tempio. Dopo l'ultimo "Dominus vobiscum", il celebrante si rivolta all'altare giungendo le mani. Proprio in quel momento irrompono strepitando i briganti, «seguiti dal popolo piangente e implorante», si legge nell'opera citata. Alla terribile apparizione le buone vecchiette sussultano spaventate, senza ancora capire. Il venerando arciprete, «vecchio di ottant'anni», dice Campanelli, si volta, sorpreso in volto, allo strepito. Vede gli armati, la gente, comprende e, tenendo le braccia, esclama: «Pace, fratelli! Siate buoni! Siamo tutti figli di Dio! Siamo nella sua casa benedetta! Non fate male a questa povera gente, già tanto provata!». E resta lì sull'altare, implorante con gli occhi, con il gesto, con il cuore. Parole e gesti vani, i banditi, sordi al suo grido, irrompono nella sacrestia, nel presbiterio, dappertutto e arraffano tutto ciò che ha un qualche valore: arredi sacri, calici e patene d'oro, tra il pianto e le grida delle donne. Don Tobia, prete umile e mansueto, quando vede manomettere gli oggetti sacri, ha un fremito di sacro sdegno, di ribellione: il vecchio cuore gli balza in petto, il viso gli si imporpora e dalla bocca gli escono veementi parole di riprovazione e di condanna. Il buon parroco non sa di aver firmato la sua condanna. Forse pensa che i paramenti sacri, di cui è rivestito, valgano ad ispirare rispetto e riverenza nei banditi. Macché. Non hanno alcun sentimento di pietà. Uno di loro, infastidito, gli esplode contro a bruciapelo un colpo di archibugio. Cade il vecchio arciprete esanime sulla predella dell'altare «cospargendola del suo sangue innocente, fra le grida d'orrore degli astanti». «Di questi due eventi dolorosi, la peste e l'irruzione banditesca, il paese tutto restò decimato e sconvolto. Il numero dei fuochi (come a dire delle famiglie), che nel 1652, prima cioè degli avvenimenti descritti, ascendeva a 264, scese a meno di 150. Ma la popolazione si riebbe presto. Molti matrimoni riempirono i vuoti formatisi nelle famiglie e un nuovo ardore di fede sembrò risorgere in coloro che erano scampati alla morte, ai pericoli». Con queste parole di fede e di speranza, espresse dall'autore del libro "Il territorio di Capracotta", cui più volte ci siamo riferiti e che ci ha fatto da guida, termina la presente narrazione, libera ricostruzione di fatti storicamente accertati. (1986) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Dammi un segnale
Se gli occhi socchiudo, ti vedo ancora presente qui... proprio al mio fianco, mentre intento ricerchi i boleti fra lattarii e lepiote, appena svelati dai raggi del sole che filtra fra gli aghi del bosco. Ma... dopo scompari nel vortice... e il silenzio ti avvolge e così anche il buio riempie profondo il mio cuore. Ormai solitario, ti rincorro verso le nuvole e nel volo degli uccelli, guardo in cima alla collina, fra le acque dello stagno o in una falce di luna! Dammi un segnale!... perché intraveda ancora il tuo volto là... disegnato da una nuvola, confuso nel volo degli uccelli, pastore... in capo alla collina, trasparente nelle acque dello stagno e illuminato dal raggio della luna. Dammi un segnale! perché io ancora son qua, son qua... son qua che l'aspetto. Ugo D'Onofrio
- Il mio amico Gianni Morandi
Era il lontano 1967 e avevo da poco compiuto 20 anni quando ricevetti la cartolina per partire a fare il militare di leva obbligatoria. E così, il 19 ottobre partii per il C.A.R. (centro di addestramento reclute) di Imperia e, tre mesi dopo, fui assegnato al Battaglione Genio Pionieri Legnano di Pavia nella caserma "Nino Bixio". Ed è proprio in quel luogo, durante l'alzabandiera del mattino, che conobbi Gianni Morandi. Ci vedevamo quasi tutte le mattine e, dopo l'alzabandiera, ognuno di noi si occupava delle diverse attività che venivano assegnate. Nel battaglione eravamo 450-550 uomini ed io e Gianni dormivamo vicini di branda in una camerata di circa 120-130 persone. Gianni era magazziniere e passava il tempo a cantare e a suonare: proprio in quell'anno uscì la sua canzone "Chimera" (1968). Era già piuttosto famoso e ricordo che quando eravamo in libera uscita, la sera, davanti alla caserma c'era tanta gente e tante belle signorine che abbracciavano e sorridevano a tutti. Gianni a Pavia aveva sua moglie, Laura Efrikian, e al rientro in caserma spesso non era presente, così al contrappello si prendeva la C.P.R. (camera di punizione di rigore). Tuttavia, la mattina all'alzabandiera era sempre presente. Ricordo che la sera, quando era consegnato (in punizione), veniva allo spaccio della truppa dove si passava il tempo a guardare la TV in bianco e nero e a giocare a biliardino. Gianni era molto bravo a quel gioco ma anche al calcio. Una sera, dopo una partita che aveva vinto ed io perso, Gianni disse improvvisamente che doveva andar via perché aveva un appuntamento a Milano. Noi continuammo a giocare con la TV accesa a cui ogni tanto buttavamo uno sguardo. Dopo circa mezz'ora, proprio in quella televisione in bianco e nero apparì Gianni! Rimasi sorpreso e mi chiesi come avesse fatto a spostarsi così velocemente per andare direttamente in televisione. Tornando alla partita che avevo perso con lui, non pensavo di rimborsargli i gettoni ma lui, non appena rientrò, mi disse che dovevo ridarglieli, al che feci: – Ammazza quanto sei tirchio! Lui che era fiscale mi rispose: – Mi dispiace ma il gioco è il gioco... Arrivò il giorno del suo congedo e a me lasciò la stecca di 4 mesi, visto che lui era del I quadrimestre '67 ed io invece del III quadrimestre '67. In quel periodo incise "Ciao Pavia", che diventò la nostra canzone, il cui 45 giri poteva essere acquistato presso lo spaccio della truppa. La canzone rimase impressa nei miei ricordi di quel periodo: ...ciao Pavia io vado via, arrivederci, addio Pavia. Parto, sono borghese, ritorno al mio sognato paese... Nel frattempo nel mio incarico 18/A (conduttore di automezzi), tramite uno specifico corso, passai a quello 54G (pilota di M113). Eravamo 13 piloti tutti graduati e, al termine del periodo di leva, arrivò anche per noi il congedo. Ciao Pavia! Domenico Di Nucci
- Il poeta Nicola D'Andrea
(Capracotta, 10 marzo 1886 - Milano, 4 settembre 1973) Di Nicola D'Andrea sono rimaste 64 poesie scritte a mano in bella calligrafia, spesso riviste, a mesi di distanza, altre volte ribattute a macchina. 62 di quelle poesie sono state pubblicate dai nipoti Nicola ed Ermanno in un volumetto rilegato, stampato nel 1972 dalla tipografia "Il Richiamo" di Milano. Grazie a quello sforzo editoriale, il D'Andrea ha realizzato il sogno di veder pubblicate alcune delle sue creazioni e, tuttavia, non smise di comporne di nuove. Tante poesie sono andate perse nell'autunno-inverno del 1943-44, nel caos dell'occupazione nazista di Capracotta, nei giorni tremendi della distruzione e in quelli tristissimi dello sfollamento. Le poesie sono state composte in un arco di tempo piuttosto ampio, tra il 1910 e il 1973, anche se il grosso della produzione poetica sembra concentrarsi tra gli anni '30 e i '60. La loro struttura, che agli inizi si confà alle cosiddette sestine narrative, vira presto verso la quartina a rima alternata; altre volte l'Autore si cimenta, con risultati sbalorditivi, nelle più rare eptastiche. La lingua italiana del D'Andrea è sostanzialmente impeccabile per un uomo appena scolarizzato: vi sono pochissimi errori grammaticali (che mi sono assunto la responsabilità di correggere) e pochissime licenze. L'Autore pare conscio dei suoi limiti tecnici ma l'ispirazione è tanta e tale da traboccare splendidamente sul foglio. Le poesie di Nicola D'Andrea sono infatti semplici come quelle di un bambino, auliche come quelle del Petrarca. Egli era infatti un falegname diseconomico, giacché la sua produttività era bassa; tuttavia, visto il rapporto esistente tra mezzi e prodotti, coi primi che letteralmente latitavano, si può affermare che la produttività del D'Andrea fu più che soddisfacente. Egli non partecipò, insomma, al progresso nel senso comune del termine. Il progresso che inseguiva era quello della creazione poetica, della perfezione fotografica, dell'invenzione meccanica, di qualsiasi cosa che non desse vita a un mero accumulo di profitti. Questo non significa che Nicola D'Andrea fosse socialista, tutt'altro. Non è possibile delineare la sua idea politica perché il mondo di ze Culìtte era Capracotta, dove le fazioni politiche cambiavano al mutar delle amicizie, delle famiglie e dell'utile personale. Negli anni del regime fascista l'Autore aveva per amici i notabili del paese, ma nei giorni bui della guerra malediceva «fascio e tedesco». Nel dopoguerra osteggiò i cosiddetti «democristi», pur esaltando le qualità individuali di alcuni di essi. Nicola D'Andrea, insomma, coglieva l'umanità del potere quando questo si presentava col volto d'una brava persona, ma lo detestava quando non ne comprendeva appieno le strategie e le manovre. Era un uomo che costruiva nell'intimo dello studio e della bottega, al riparo da occhi indiscreti e giudizi trancianti. D'Andrea produceva per il piacere stesso che l'atto creatore offre. La cittadina di Capracotta fa capolino in quasi tutte le sue poesie. D'Andrea ne decantò le bellezze paesaggistiche e architettoniche, ma ritrasse anche i tipi umani, signorili o popolari, d'una Capracotta che oggi non esiste più: il podestà, l'industriale, il medico, l'avvocato, l'inventore, finanche il pittore, il falegname, il pastore, la locandiera, il bevitore. L'Autore aveva anche a cuore i problemi di Capracotta. Il primo di essi, di vitale importanza per la cittadinanza, era l'atavica mancanza d'acqua potabile. Quando Nicola D'Andrea scrive le sue prime poesie, l'abitato si approvvigiona dalla sola Fonte Fredda, alle pendici di Monte Campo, con tubature pressoché inadeguate: sono di là da venire il pompaggio idrico dal fiume Verrino o il serbatoio comunale che raccoglie le acque del Cutruglio. Un'altra questione che feriva la sua sensibilità era la lotta politica, personalistica, che si ripresentava in paese ad ogni tornata elettorale, locale o nazionale, fino a coinvolgere l'antica torre orologiaia di Capracotta, demolita nell'agosto 1970, un importante edificio angioino che nel 1952 aveva già subito un’arbitraria ristrutturazione utile solo a dar lavoro alla ditta appaltatrice e ai tanti disoccupati. Viceversa, la fede di Nicola D'Andrea era semplice e sincera, trasuda dalla civiltà contadina dalla quale egli proveniva, una religiosità ricca di celebrazioni e di riti, di precetti e di tabù. La certezza del Paradiso sta nell'affidarsi totalmente a Dio, nel seguire gli insegnamenti di Gesù, nel pentirsi dei propri peccati, cercando di non nuocere agli altri. Per tutti c'è la speranza della redenzione, per tutti c'è la possibilità di accedere al Regno dei Cieli, si è tutti perfettamente uguali agli occhi del Padre, tutti fratelli, tutti responsabili delle proprie azioni, tutti liberi di scegliere al di sotto della scelta ultima, che è imprescindibile affare di Dio. E allora D'Andrea scrisse preghiere a san Nicola di Bari e alla Madonna, cantò le bellezze della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta e del Santuario di S. Maria di Loreto, auspicò per i potenti la guida del Signore, giacché «l'ignudo spirto mio corre a Dio». Le questioni affrontate dall'Autore, insomma, sono riconducibili a tre grandi temi: Capracotta coi suoi problemi e i suoi personaggi, la fede e una visione disincantata del mondo. Ho scelto una poesia per ognuno di essi: "Capracotta sentinella" (1914), "A Maria SS. di Loreto" (1936), "Gli occhiali all'asino" (1972) e "Una caduta dal letto" (1973), entrambe inedite, ritrovate tra le carte di ze Culìtte che il nipote Antonio D'Andrea ha sottoposto alla mia attenzione. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, Prima antologia di poeti capracottesi, Youcanprint, Lecce 2023.
- Il territorio di Capracotta: periodo dei primi Borboni (I)
Nonostante le turbolenze e i disagi cui restarono soggette le nostre provincie durante la dominazione spagnuola del 1600, i nostri antichi quassù tennero con sufficiente libertà l'amministrazione delle cose proprie. Vi contribuì l'assenza del Signore locale, perché fintanto che durarono i contrasti per la successione in feudalibus di Aurelia d'Eboli, anzi anche prima che costei e i suoi antenati tennero principale dimora in Castropignano e Civitanova, il territorio di Capracotta fu, può dirsi, dei Capracottesi. In questo libero svolgimento potettero raggiungere quel grado di prosperità di cui ho dato prove e la quale forse fu cagione delle grandi molestie ch'ebbero poi a sopportarne. Allorché un diretto Signore venne loro assegnato in persona del neoprescelto Duca Andrea Capece Piscicelli, dovettero lusingarsi d'incontrare in lui un protettore o almeno un equo amministratore di giustizia, e forse in principio la signoria non fu troppo opprimente. Il nuovo Duca volle compiacersi di dare un segno della sua paterna munificenza al popolo, inviando nel 1676 uno scarabattolo con un misterioso interno racchiudente le reliquie dei S. Martiri Costanzo, Faustina, Aurelia e Feliciano, scarabattolo che ogni anno si porta in giro nella processione del santo protettore S. Sebastiano, non senza destare un senso di compassione e di disgusto per le orrende figure delle statuette di legno dorato che lo contornano. L'Università a sua volta, nel 1691, gli ricambiò l'offerta con un annuo tributo detto per presenti et comandamenti, ossia offerta per mano d'opera e per ordini di mano d'opera e prestazione di servizi diversi che il Duca si compiaceva di esigere. Ma ben presto le cose cangiarono d'aspetto ed i nostri antichi cominciarono a sentire tutto il peso delle soverchierie e degli abusi sempre crescenti del governo ducale. Né la loro quiete fu turbata solo da queste molestie: altre sopraggiunsero provocate dalle popolazioni delle Università limitrofe per sconfinamenti nel nostro territorio, altre ancora dal Vescovo di Trivento, che voleva ridurre alla propria dipendenza i patrimoni e le rendite costituite a favore degli enti acclesiastici locali: altre ancora dagli aggravi fiscali, e nuove angustie creava la nuova leva militare, pei reggimenti provinciali, la quale veniva a gravare solo sulla classe degli umili. Così che, sotto il nuovo dominio di Carlo III di Borbone, fu un continuo insorgere contro le prepotenze dei poteri del tempo. Il nostro Libro delle Memorie ci ha tramandato un buon numero di documenti relativi a quelle giuste ribellioni ed agli scarsi provvedimeli emanati ad arginare le soperchierie. Dall'esame di questi documenti sembra per prima che le contese col Duca avessero avuto principio nel 1704, col trattenere, costui il pagamento della Bonatenenza all'Università, ossia un tributo sui beni burgensatici, come eran chiamati i beni non feudali (fabbricati, bestiame, ecc.) questione complicata dall'altra dell'accertamento di questi. Seguì il tentativo di far risorgere il diritto del Duca ai servigii reali e personali degli abitanti (prestazioni di lavoro e d'animali) che l'Università aveva creduto di affrancare col tributo d'annui ducati 52 a titolo di presenti e comandamenti. Un formale litigio s'aperse nel 1722 innanzi al Sacro Regio Consiglio su diversi capi di contestazione sollevati dall'Università contro il governo ducale; ma quel tribunale indugiava la pronunzia, tanta era l'influenza dei Baroni anche sull'andamento della giustizia; e solo nel 1728 potette essa ottenere qualche soddisfacente risoluzione, quale il riconoscimento al diritto di proprietà delle acque della percezione della Bonatenenza, degli usi civici sui territori feudali. Ma le controversie continuarono a sorgere e ad agitarsi sulle diverse angarie, oltre che sulle precedenti, e cioè: sul diritto preteso e imposto dal Duca di far pascere gratuitamente sui demani comunali mille delle sue pecore e venti cavalli addetti alla pastorizia, col pretesto della Bonatenenza, ch'egli pagava per ben altra causa, ed era così tenue (18 ducati) che i cittadini, per ugual numero d'animali, venivano a pagare non meno del triplo. Sul fatto che il Duca, oltre ad avere il monopolio della sfarinatura nei suoi molini e delle gualchiere lasciava, esigere la molitura dei cereali e la valcatura dei panni anche da coloro che le facevano eseguire altrove. Sull'abuso che così lasciava esigere la panatica, tassa sulla confezione del pane, anche su quello che forestieri venivano a vendere, e persino sul pane e sulla farina importata da cittadini in paese. Sull'impedimento frapposto all'esercizio degli usi e diritti civici, per lo scopo d'esserne altrimenti compensato e l'impedimento di lasciar pascolare gli animali occorrenti ai lavori di coltivazione di terreni nel feudo. Sulla insistenza di voler esigere dall'Università una somma fissa annuale per danni e pascoli abusivi dei cittadini per esimersi dall'esigerli dai singoli danneggiatori. Sulla vessatoria esazione delle terraggiere su qualunque vettovaglia, (cereale) anziché sul solo grano, e nella ragione di un tomolo per ogni tomolo di terreno seminato, con l'aggravio della colmatura nella misurazione del grano da consegnarsi ben concio e secco nel fondaco della casa ducale, al contrario di quanto erasi praticato per lo innanzi, che la terraggiera era dovuta pel solo frumento riscosso all'aia del prodotto della giornata e senza colmature. Sull'ingiusto diniego ai coltivatori bisognosi di grano di poter trattenere la terraggiera e pagarne il valore alla mercuriale del capoluogo distrettuale, Isernia. Sulle pretese del Governatore ducale di voler intromettersi nella imposizione dell'assise (calmiere) e nelle nomine degli agenti e impiegati della Università. Sulle pretese del Governatore, di esigere e partecipare alla Catapania (tassa comunale su generi alimentari o d'uso che forestieri venivano a vendere), alle multe per trasgressioni agli ordini municipali, e persino ai diritti d'imposizione di Portulania, Zecca, Giurisdizione di 1ª e 2ª istanza, Mastrodattia, Bagliva, Esercizio di molini ecc. Del resto a che potessero giungere le prepotenze dei Baroni può argomentarsi dal seguente fatto. I Capracottesi sono stati sempre nella necessità di fornirsi di derrate e merci che in paese non si producono, specie vino, olio, frutta, fagioli ecc. Un giorno del 1745 alcuni d'essi, recatisi a Caccavone, comprato ciò che loro bisognava e caricate le some sulle bestie, furono fermati, nell'avviarsi da tal Domenico Antenucci Procuratore del Cardinal Petra e sottoposti a formale sequestro non solo dei carichi, ma anche delle bestie; e ciò per ordine e conto del Cardinal Petra suddetto. Stupore più facile a immaginare che a riferire! Che è che non è, venne a galla che l'Università non aveva inviata una certa somma al detto Cardinale Vincenzo Petra, Arciprete di S. Pietro in Vincoli a Roma, fratello di Nicola Petra, Duca di Vastogirardi. Il Duca Capece Piscicelli aveva contrattato debiti con costoro ed, a cautela, aveva loro ceduto la riscossione di una parte delle entrate dei fiscali dalla Università di Capracotta, assegnandone 172 ducati al Duca di Vastogirardi e 158 al Cardinale. L'Agente di costui in Caccavone, per ottenere il pagamenio di ciò che gli era dovuto, ricorse a questo indegno espediente, che l'Università fu costretta a denunziare alla Camera della Sommaria. Ho già notato che il Sacro Regio Consiglio tentennò sempre a risolvere tutte queste rimostranze dell'Università. Onde nel 1732 si tentò un concordato fra Giacomo Piscicelli qual procuratore del fratello Duca e gli amministratori, ma il concordato fallì per la insistenza di costoro a farvi includere la condizione che, in caso di trasferimento del feudo ad altri, tutte le ragioni dell'Università restassero del tutto impregiudicate, e il Piscicelli si rifiutò. Nel Libro delle Memorie non vi è documento e notizia del modo come fu definita quella controversia; ma la rinvenni nell'Archivio di Stato a Napoli fra i processi avanti la Camera della Sommaria. Si addivenne a concordato definitivo nel Settembre del 1747 fra gli amministratori della Terra D. Mattia Pizzella, Dott. Salvatore Castiglione, Dott. Felice Mosca, Not. Ignazio Vizzoca, Alessandro Campanelli e Nicola Carugno (che nominarono poi Procuratore l'avv. Nicola Pallotta) da una parte e il Procuratore del Duca dall'altra. La redazione del concordato seguì innanzi la detta Camera il 23 Gennaio 1748 - Presidente Mazzucca, relatore Nicola Cavallo e si stabilì: L'Università assolta dal pagamento dei 52 ducati annui per presenti, donativi e comandamenti. Non contrastato al Duca il pascolo di due morre di pecore (n. 700), pagando però 10 ducati annui. Escluso il Duca dal jus prohibendi dei molini e gualchiere; obbligo suo di tener il mugnaio obbligatoriamente dal Giugno a Novembre a spese sue per due parti e una dell'Università, senza potersi impedire ai cittadini di macinare o gualcare altrove, né esigersi panatica dai forestieri. Tenuti i coltivatori di terre ducali alla terraggiera di un tomolo per tomolo; e non potersi ritogliere i terreni ai coltivatori stessi (Colonìe inamovibili) e dovere la colmatura del 10% non altro. Dover pagare l'Università gli annui ducati 80 di Bagliva per gli inventerati usi civici senza diritti ad aumenti o diminuzioni. Esonerata l'Università dal pagamento di annui 69 per danni dati o possibili, potendo il Duca esigere carlini 2 (cent. 85) per pascolo abusivo di ogni animale grosso, ed almeno dieci piccoli. Tenuta l'Università al canone di annui ducati 7 per Mastrodattia. Obbligato il Duca a pagare a sue spese il Governatore e suo Luogotenente. Facoltà ai coltivatori di pagare la terraggiera in danaro alla mercuriale di Isernia. Facoltà al Duca di far pascere in autunno in promiscuo col bestiame della Terra i suoi cavalli e vaccini. Sulle altre contestazioni la Camera della Sommaria stessa già aveva messo i suoi provvedimenti conforme ai reclami dell'Università. Terminarono così circa 80 anni di controversie, di prepotenze e di litigi tra feudatario e popolazione. Ripetute molestie sopportò in secondo luogo dai preti locali l'Università, i quali insistevano nella conservazione del privilegio di pascolo gratuito pei propri animali sia per uso domestico che per scopo di industria che godevano nel 1600, come è asserito nella relazione Cafaro; ma i reggenti dell'Università lo tolsero e tennero duro contro tutti i loro reclami. Quanto ai turbamenti più gravi e più duraturi inferti all'Università per fatto delle popolazioni contermini una contesa si aprì da Pescopennataro che fin dal 1610 avanzò la pretesa della proprietà d'una notevole zona selvosa stendentesi alle falde del Monte Campo verso nord-est superiormente al bosco d'abeti di quel Comune, denominata Difesa di Prato Gentile. Nel 1728 fu dato incarico a 4 fabbricatori di Casteldelgiudice per rintracciare gli antichi termini di delimitazione dei due territori ma senza soddisfacenti risultati, e allora il Sacro Regio Consiglio delegò la Corte di Agnone per l'istruttoria della contestazione, la quale chiamò alla perizia Venanzio Del Sole e Nicola Tollis da Pescocostanzo, riuscita pure inefficace. Nel 1736 una nuova ricognizione fu eseguita da Periti Liberatore e Berardinelli; ma le contestazioni continuarono senza risultato presso il Sacro Consiglio, finchè nel 1751 le due Università le rimisero a tre arbitri ciascuna nominando il suo, ed entrambi il terzo. Capracotta scelse ad arbitro Luigi De Geronimo, Pescopennataro Andrea Mazzucca, e costoro il R.° Tavolario Gennaro dall'Aquila. La Linea delimitatrice fu tracciata dall'ingresso dello speco dedicato alla venerazione di S. Luca ai due culmini denominati Montetti di Carovilli. I pescolani peraltro non s'acquetarono. Nel 1798 irruppero un'altra volta nella zona contrastata, onde nuovo giudizio. Il Sacro Regio Consiglio, relatore il Consigliere Gorgoglione, con sentenza 14 Luglio 1798, ordinò la manutazione in possesso dell'Università di Capracotta, delegando il Governatore della Corte di Rionero Nicola Francesi all'esecuzione ed osservanza del dispositivo. Altre contese seguirono con Casteldelgiudice, i cui popolani nel 1712 invasero un buon tratto del territorio detto di Vallone Ricotta. Il Sacro R. Consiglio ordinò il 5 Ottobre di quell'anno la reintegra in possesso di Capracotta. Nel 1749 nuova contestazione sorse pei confini sulle alture sovrastanti al torrente Molinaro; ma il 31 Ottobre si addivenne alla fissazione del termine di delimitazione al punto detto Crognale Paolone. Una terza questione si agitò nel 1751 pei confini fra il bosco Cerritelli di Casteldelgiudice e difesa di Capracotta fin verso la fonte del Sambuco. Il S. R. Consiglio delegò per l'istruttoria il Regio Tavolario Luca Vecchione, il quale presentò una Relazione, con la relativa mappa topografica il 28 Maggio 1755. Ma, il tracciato di confine, proposto in questa, apparve poco soddisfacente ai capracottesi: i quali «con tumulto ed armamento nei giorni 5 e 6 Giugno s'introdussero con violenza nel territorio assegnato a Casteldelgiudice». Il Consigliere Iannucci autorizzò l'Università di Casteldelgiudice a tenere la zona controversa fino al Muro di D. Giulio e alla fonte del Sambuco, ed alla nuova istruttoria e perizia delegò il Regio Tavolario G. Volpicelli, il quale presentò la sua Relazione il 21 Aprile 1787, conchiudendo che la linea di confine doveva tracciarsi congiungendo varii punti segnati sulla mappa topografica determinati come qui trascrivo: dalla cima non controversa dei Tre Confini (S. Pietro Avellana, Capracotta, Casteldelgiudice) al termine già fissato del Crognale Paolone; da questo seguendo il torrente Molinaro sotto le Costefiadine alla confluenza del Molinaro e del Vallone grande; da questo punto di confluenza rimontando il Vallone grande per passi 40; da questo punto volgere salendo la Scrima dell'Oppieto fino al Muro di D. Giulio; dal Muro di D. Giulio al Sasso Croce segnato sulle Cime alte; di qui alla fonte del Sambuco. Rimanere però in territorio di Capracotta un terreno di 11 tomoli pertinente alla famiglia Baccari, rimasto fuori la linea retta di delimitazione presso il Muro di Don Giulio. Maggiori strapazzi più che molestie ebbero l'Università e la popolazione dalla Curia Vescovile di Trivento. Nel 1736 era stato chiamato a reggere la detta Curia il Vescovo Fortunato Palumbo da Mordano (Lecce), il quale, venuto a conoscenza del ricco patrimonio costituito al nome della Cappella di S. Maria di Loreto e delle altre Cappelle pensò bene di stenderci lo zampino. All'uopo ne commise gli approci nel l741-42 al sacerdote di qui Ermogene Bucci, nominandolo sul Vicario foraneo, e questi cominciò con le pretensioni che le rendite dovessero destinarsi, secondo prescrizioni indicate dalla Curia. Ma incontrò l'osso duro degli amministratori. Visto che costoro non si piegavano ad imposizione di sorta, tentò, nientemeno, che di far imprigionare due dei più resistenti, Carmine Ferrelli e Liberatore Di Loreto. Ma tutto fu inutile e da allora le ire e i dispetti del Vescovo non ebbero più limite né tregua, e tanto apertamente che ci fu un «generale parlamento il 1° Settembre 1742, per ricorrere ad pedes S.S. (Suæ Sanctitatis) rappresentando l'astio e l'odio del Vescovo contro questo popolo, e mandi un Visitatore apostolico». Tutto lascia supporre che il Vescovo, oltre che al negare una Santa Visita, facendo mancare le cresime, in quei tempi assai in voga per le parantele spirituali, avesse intrapreso l'ostruzionismo ai matrimonii, rifiutando ed elevando a caro prezzo le dispense per ragioni di parentele di sangue che nei nostri paeselli erano e sono numerose e numerosissime furono nel secolo che seguì alla peste del 1656, rifiutando inoltre la nomina del predicatore quaresimale, del panegirista designato per feste solenni ecc. E quì cade in acconcio rifare una certa cronaca della Chiesa. Ho già rilevato che i due funestissimi avvenimenti della peste del 1656 e della uccisione sull'altare in Chiesa del sacerdote Tobia Campanelli perpretata dai banditi nel 1657 avessero indotto, oltre all'antichità dell'edificio, i nostri antichi a ricostruirla intieramente. È strano che i Libri parrocchiali né il Libro delle Memorie ci abbiano tramandato i particolari di questa rinnovazione. Racimolando qua e là si può credere che il disegno ne fosse fatto dall'Architetto lombardo Piazzoli; si può affermare che i fondi furon somministrati in parte dall'Università e dal popolo, ma nella parte massima dall'amministrazione della Cappella di S. Maria di Loreto, del Carmine, di S. Antonio ecc. Resta sconosciuta l'epoca precisa in cui fu data mano ai lavori e in quale maniera, ma possiamo fissarne l'inizio nel primo quarto del secolo 1700 (Arcipreti Giuseppe di Rienzo 1691-1710 - Francesco de Baccaro 1711-1733) perché quest'ultimo invocò ed ottenne la benedizione dell'altare maggiore primo eretto dall'eminente prelato compaesano Mons. Francesco Baccari, allora Vescovo di Telese, benedizione impartita il 7 Ottobre 1723. La struttura grezza fu completata nel 1725. Infatti il 15 Agosto di quell'anno venne in Santa Visita a benedirla intera il Vescovo titolare di Trivento il nobile Mons. Alfonso Mariconda rinnovandone la intitolazione a S. Maria in Cielo Assunta, quale era già prima. Ma i lavori interni di completamento e di ornamentazioni, intonachi, cornici, stucchi, dorature, commessi nel Maggio 1735 all'impressario Venanzio del Sole da Pescocostanzo furono completati nella primavera del 1744. Fu allora che l'Arciprete del tempo, Giuseppe Campanelli (1734-1765) credette suo dovere invocare dal Vescovo la definitiva e canonica consacrazione. Ma con sommo stupore di tutti se n'ebbe uno scortese ed ingiusto rifiuto, che sollevò un generale risentimento. Ne fu steso ricorso al Re che trasmesso alla Regal Giurisdizione, fu da questa spedita insieme alle giustificazioni dal Vescovo, al Tribunale di Nunziatura a Madrid, mancando presso il governo di Carlo III un potere costituito, competente a derimere simili controversie. Quel Tribunale accolse il ricorso e, quantunque fosse trascorso un biennio, con Regal Dispaccio del 20 Aprile 1746 da Madrid, fu dato ordine al Vescovo d'adempiere alla domanda di benedizione, che fu dovuto notificare legalmente al Palumbo per ministero di Notaio nella residenza abituale di lui in Agnone. E nondimeno il Palumbo, testardo e prepotente sempre, non se ne dette per inteso, onde nuovi ricorsi alla Delegazione della Regal Giurisdizione e rinnovati rifiuti. In ultimo, a tagliar corto, il Titolare della Delegazione Brancone dovette dare l'incarico della consacrazione solenne ad altro prelato, che fu D. Donato Sammartino d'Agnone, il quale la impartì il 23 Dicembre del 1748 e l'Arciprete poté esprimere con fine ironia la generale soddisfazione annunziando al popolo convenuto alla messa solenne, «esser quella una vittoria stentata dopo 4 anni di contrasti, dovuta a Santa Vittoria ricorrente quel giorno appunto». Crebbero allora i dispetti di Monsignore da parere inverosimili. Proibì al Sammartino la consacrazione degli altari minori, la benedizione del fonte battesimale; delle fosse nei sotterranei della Chiesa destinate al seppellimento dei cadaveri (mancava allora un cimitero), inibì la predicazione! cose per ottenere le quali trascorse un'altro anno. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Il tramonto è rosso dietro il profilo del paese...
Il tramonto è rosso dietro il profilo del paese. Il cavallo procede soffiando dalle narici: il manto è lucido di sudore, la coda menata a scacciare le mosche fastidiose e insistenti. Di ritorno dai campi il contadino decide di scendere dalla sella e trascinandosi negli scarponi tiene le redini lente, poi le abbandona per passarsi ripetutamente il fazzoletto sul capo e intorno al collo. L'animale lancia un nitrito e continua nella direzione conosciuta. La strada assolata compie molte curve e brevi tratti rettilinei nella montagna brulla e sassosa. I campi più a valle sono ancora animati: c'è chi si attarda al taglio del grano e le voci si raggiungono ora forti ora deboli di canti, di accordi, di imprecazioni. Le cicale e i grilli fanno musica e si danno l'intesa. La fiaschetta al fianco è asciutta, ma il mietitore sa che la Fonte del Cippo non è lontana; c'è un ciuffo di arbusti a segnarla che un alito caldo muove a concerto. Poi finalmente l'acqua, sorella, richiama l'attenzione dei sensi cadendo ritmica nell'invaso. L'uomo e il cavallo insieme si dissetano: uno scuote la criniera, l'altro si bagna la nuca e soddisfatti entrambi riprendono il cammino verso casa. Flora Di Rienzo
- Il territorio di Capracotta: l'amministrazione pubblica e privata antica
Come poi quei nostri antichi provvedessero alle occorrenze della comunità, e come la governassero in quelle epoche (sempre 1400-1600) non si può che argomentare indirettamente ed incompletamente da saltuarie memorie delle quali raccolgo un sunto. La gestione amministrativa era tenuta da un piccolo consesso formato da un Sindaco proposto dall'Università e nominato dal Governatore, ossia agente del Barone, e da sei eletti, scelti dai cittadini, che insieme eran detti del Governo; restavano nell'incarico da un Settembre all'altro e insieme risolvevano gli affari di ordinaria amministrazione, perché a quelli di più grave e generale importanza eran chiamati a discutere i cittadini senza distinzione. Pare che il Governatore avesse diritto e facoltà di intervenire a presiedere qualsiasi adunanza. Al Sindaco era affidata precipuamente la gestione finanziaria, per la quale percepiva un diritto fisso di 50 ducati, ed il suo rendiconto annuale era riveduto da due Razionali. Il Segretario del consesso era detto Cancelliere. V'eran poi due Grascieri, il cui compito era di sopraintendere allo smercio di commestibili al pubblico, a stabilirne i prezzi, invigilarne il peso, le misure, la qualità, far osservare le ordinanze del Governo, i patti da coloro che assumevano forniture, specialmente di carne. Le Entrate eran costituite dalla tassa sui fuochi in £. 4,25 a famiglia, il complesso della quale si riversava all'Erario; e dalle fide dei pascoli Demaniali, ossia proprii dell'Università, perché quelle sul territorio feudaÌe, che era il massimo, venivano assorbite dal Barone. Gli Ecclesiastici erano esenti dal focatico e per un certo tempo lo furono anche pel pascolo di loro animali. Non ci erano Dazii, eccetto la Catapania, ossia il diritto di prelevamento di un Rotolo (Kilog. 0,891) di merce, o relativo importo, sopra ogni soma (cioè carico di vettura a schiena) di generi alimentari, generalmente frutta o verdure, pesci, salumi, ecc. dazio che gravava sui forestieri venditori. Stipendiati dall'Università erano: il detto Cancelliere: due Medici con tutto che a quei tempi la medicina si riduceva al salasso, all'applicazione di unguenti ed empiastri, a narcotici, ad estrazioni di denti ed operazioni chirurgiche, parto, fratture e distorsioni ossee ecc.: due consultori legali, i quali non sempre erano in paese: un Mastrodatti ossia Notaio: due guardiani dei boschi e delle campagne: un banditore: un assistente all'orologio pubblico: un sagrestano. C'era una tassa al Barone per la pubblicità dei bandi! Avevano acciottolate le vie interne; accortamente peraltro fin dai tempi più antichi erano stati lasciati dei tratti aperti fra le case specialmente verso le rupi e coperti da volta in pietre (dette tombe) opportuni pel getto delle immondezze, dei materiali inutili ed anche della troppa neve ammonticchiata nelle vie. Un orologio sulla torre d'ingresso del primitivo abitato segnava e suonava le ore regolate da un'ora dopo il tramonto. Avevano anche provveduto a un ricovero pei viandanti, destinando a tale uso un apposito fabbricato, indicato nei documenti col nome di Taverna, la quale si dava a mantenere ad un apposito incaricato, con l'obbligo a costui di tenerla sempre aperta e di fornire il vitto ai viandanti stessi e i foraggi per le loro bestie da cavalcare o da soma. L'istituzione di un tale albergo o ricovero doveva rimontare ad epoca abbastanza remota, come è dato desumere da una iscrizione restata su una lapide infissa sul prospetto di una casa nella piazzetta ora denominata: XENODOCHIUM HOC VETUSTATE MAJORUMQUE INCURIA PŒNITUS DEMOLITUM ANNO ITERO 1720-1721 A FUNDAMENTIS RÆDIFICATUM FUIT EX LEGATO R.DI D.NI PHILIPPO BARDARO ET NONULLORUM PIETATE Qui rilevo un dubbio che mi si affaccia dal considerare che all'infuori del detto albergo, ricordato col nome di xenodochio, o taverna, sopravvivono col nome di Ospedale le adiacenze della casa ov'è la lapide insieme a un terreno sottostante lasciato gran tempo a prato naturale e ad una via a fianco che scende alla campagna. Inoltre il Giustiniani, nel breve cenno di Capracotta nel suo "Dizionario regionale del Regno di Napoli" edito nel 1797, segna questa espressa menzione: «vi è un Ospedale». C'era dunque un edificio distinto e separato destinato per lo meno a lazzaretto, con la dotazione del terreno annesso e che poi similmente per incuria fu lasciato in abbandono? Il terreno poi nel principio del secolo XIX entrò nel patrimonio della Congregazione di carità; perché? Oppure quel che un tempo era Albergo pei viandanti fu convertito in lazzaretto in tempo di epidemia? Se così avvenne, la trasformazione dovette avvenire già prima della epidemia del tipo esantematico o petecchiale del 1827 che fece circa trecento vittime. Oggi di quell'Ospedale non sopravvive che il nome indicante la località confusamente. Si può concludere dunque che un certo grado di agiatezza s'era andato diffondendo in paese. Della gente minuta peraltro ben pochi si dedicavano a un mestiere, intenti tutti d'ordinario alle cure del bestiame. Nessuno poi e di nessun ceto per quanto si rammemori, si dedicò all'arte; le muse non lasciarono cultori degni di nota, forse perché, e non c'è da illudersi su questo, la vita era sotto ogni aspetto assai dura; i mestieri eran tenuti in dispregio perché mal rimunerati; e la pastorizia era preferita perché assicurava alla gente il vitto quotidiano, offriva l'agio delle provvistole familiari, la lana pel vestiario. Ma su questo mi riserbo ritornare nell'esame del periodo storico successivo, volendo offrir prima documentazione di quanto sono andato esponendo, traendola dal nostro Libro delle Memorie. Leggesi al foglio 154 che il 30 Luglio 1667 (11 anni dopo la peste) «essendosi congregati in pubblico parlamento la maggior parte dei cittadini della Terra nel Fondaco del Ducal Palazzo perché essi, venuti in cognitione come, accesa la candela per l'affitto di detta Terra, rimase al magnifico Giulio De Furnis per 2.000 ducati l'anno, avevan rivolto domanda di prelazione al Sacro regio Consiglio per mezzo del Procuratore Prospero Amedeo, e, avendone ottenuto regio assenso, si era preteso dai ereditori quali cautele volesse dare l'Università per detto affitto. Il Sindaco afferiva l'obbligo delli magnifici D. Filippo del Baccaro, Leone D'Andrea, Amico Pettinicchio, Fabritio Carnevale, e di più offeriva di pagare prontamente ducati mille e di più in fine d'anno altri ducati 2.000 e sempre pagare anticipatamente un semestre durante li quattro anni di detto affitto. Benché non ci fosse necessità di tanta cautela, mentre la Università è ricca, senza debito alcunoi, vi sono 1.500 giumente e più, vi sono più di 50.000 pecore e li su detti quattro nominati possiedono più di 40, 50 mila scudi». Al foglio 134 nella copia dell'Apprezzo della Terra per la «vendita in beneficio dell'Ill.mo Duca Andrea Capece Piscicelli» fatto dal perito Donato Cafaro nel 1671 trovasi scritto. Nella descrizione dell'interno della Chiesa trovansi annoverati molti altari con le famiglie che ne avevano il patronato. Nella navata centrale verso l'altare maggiore uno dedicato a S. Maria della Pietà e S. Francesco di Paola della famiglia Pettinicchio: di fronte l'altro al Crocifisso un tempo della famiglia Pede poi dell'Università. Verso la porta uno a S. Maria di Montevergine e. S. Vito della famiglia Di Majo; l'altro a S. Maria di Costantinopoli della famiglia Carnevale. Nella navata sinistra uno alla Madonna del Rosario della Confraternita della stessa; un secondo all'Annunziata della famiglia Di Janni; un terzo allo Spirito Santo e S. Caterina della famiglia Baccari: un quarto a S. Francesco della famiglia Di Rienzo. Nella navata destra un primo a S. Anna della famiglia D'Andrea, un secondo ai SS. Innocenti della famiglia De Bucci; un terzo a S. Leonardo della famiglia Carfagna; un quarto alla Concezione della famiglia Campanelli. Lateralmente un altare a S. Maria degli Angeli della famiglia Tartaglia; e all'incontro quello a S. Carlo dell'Università, un altro alla Concezione della famiglia Colangelo ecc. Il complesso di tutti i su riferiti accenni mi par bastevole a credere che una notevole prosperità erasi andata diffondendo in paese a quel tempo, e fosse dovuta all'industria prevalente, l'allevamento del bestiame specialmente ovino. Ed a questo proposito credo opportuno di aggiungere qualche ricordo che è attinente a moltissimi altri comuni e comunelli della nostra regione. La spinta data dagli Aragonesi a popolare di greggi e d'armenti il deserto Tavoliere di Puglia ed a renderselo fruttifero con l'offrire ai loro possessori la sicurezza di trovare dei posti determinati fissi e bastevoli al numeroso bestiame che non poteva restare l'inverno sui nostri nevosi monti abruzzesi e sanniti, indusse i possessori stessi non soltanto ad accrescerlo, ma a preferire quindi innanzi la Puglia alla Campagna romana anche per cansare l'incontro delle pressioni del differente governo politico ed amministrativo papale; ad assoggettarsi al disagio del più lungo percorso, al pericolo dei guadi di tre maggiori fiumi e di molti torrenti che lo attraversavano, ma che ne era compensato dal tempo e dall'agio che potevano impiegarvi, senza che le bestie trasmigranti ne soffrissero per deficienza di cibo, offerta da Tratturi, dai Riposi, e dai villaggi. Di più essi trovavan conveniente lo stendersi in quelle vaste e pressoché abbandonate terre, costituendovi una prima forma di dominio che per quanto precaria, era però reiterabile. Ai massari (possidenti industria armentizia diremmo oggi) capracottesi furono assegnate vaste estensioni di pascoli nelle Locazioni di Canosa, Gaudiano, Locone, Minervino, cioè nel versante a destra delle corrente dell'Ofanto, dall'antico ponte di Canosa in su verso Venosa e quindi fin sulle Murge di Minervino, pascoli che le loro generazioni tennero fino al secolo XIX ed alcuni posseggono tuttora. Confesso di non aver consultato l'Archivio della Dogana di Foggia per più ampi e precisi ragguagli su ciò, ma nell'Onciario del 1743 trovasi annotazione che eranvi già iscritti come Locati: la Cappella di S. Maria di Loreto, membri delle famiglie Baccari, Castiglione, Conti, D'Andrea, Di Janni, Melocchi, Mosca, Pizzella, Di Tella. Però sicuramente ve n'eran parecchi altri non menzionati nell'Onciario forse perché assenti al tempo della compilazione, ovvero perché non domiciliati in paese, ad esempio il Duca. Né soltanto con le Locazioni andaron fuori stendendosi i capracottesi; molti andarono acquistando vigne in contrade vicine ove erano o s'impiantavano viti. Nello stesso Onciario del 1743 sono annotati possidenti di vigne per circa 20 mila ordini (ogni ordine di un filare di 15 viti; 800 a 1.000 ordini per ettaro) la più parte in agro d'Agnone, contrade Acquasalsa, Pietronero, Vallon del Cervo, ma ne avevano anche a Belmonte, a Borrello ecc. Nelle carte di acquisto, permute, obbligazioni riguardanti dette vigne trovasi d'ordinario l'indicazione d'esser costituite di viti latine, attestazione sicura che i vitigni erano originari del Lazio, ai cui vini i nostri han sempre avuto grandissima rassomiglianza. L'industria degli ovini ne aveva portato seco altre; ad esempio la fabbricazione dei pannilana. Non v'era e non ci fu, sino ai nostri tempi, altra stoffa pel vestiario. Calze, vestiti, manti da donna mantelli, giacche, coperte, tutto era in lana. In flanella per lo più anche le camicie da uomo, le mutande e le mutandine donna. Per gli abiti maschili la tinta della stoffa, anzi della lana in toppe, veniva fatta esclusivamente con l'indaco; l'indaco vero vegetale, ed ancora al giorno d'oggi la maggior parte dei lavoratori adopera questo igienico decente e duraturo vestiario, con le camicie di flanella a carne nuda. Per le vesti da donna anticamente e fino alla formazione del nuovo Regno d'Italia la tinta delle gonne era in un inalterabile rosso cremisi, tinta di cui s'è perduto il segreto. Alle coperte da letto le donne si sbizzarrivano di crear tinte svariate, e a svariati disegni. Ogni casa, può dirsi, aveva il suo arcolaio, il suo filatoio, il telaio, la caldaia, il tino da tingere. Ai molini erano annesse le gualchiere. Il nostro geografo Giuseppe Galanti ricorda che in Capracotta ed in Morcone erano fabbriche di panni ordinari. Le guarnizioni delle vesti e delle mantelline da donna erano in seta, e come ricorda il Cafaro, qualche donna più ricca aveva abiti pure in seta. La biancheria era generalmente di canapa filata e tessuta pure nelle case, e candeggiata al sole in lunghe striscie sulla neve, ma ve n'era anche in lino ed anche in bambagia che veniva dalle Puglie. Sconosciuto il cotone. Altra industria fu ed è tuttora quella della composizione dei basti per bestie da soma che rimase quasi come un privilegio, un monopolio dei bastai capracottesi, conservato fino ai nostri giorni, trasmesso in determinate famiglie di padre in figlio, che poi si sono sparsi in gran numero dei paesi del mezzogiorno, gelosi d'insegnare il mestiere ad altri. Circa le vicende del nostro territorio nel decorso del 1500 e 1600 è da ricordare che il governo spagnuolo soppresse i dieci Giustizierati, ricostituendo le Provincie in numero di dodici. Il nostro Contado di Molise, all'estremo del quale rimanemmo, venne segnato all'11° posto e si estese dal Sangro fino alla Capitanata. Localmente, all'infuori dell'assegnazione dei demani feudali al Duca Capece Piscicelli, altri mutamenti avvennero. I benedettini di Montecassino, che eran soliti di esigere direttamente le rendite o i terraggi in derrate da una trentina di famiglie di coloni coltivafori, nel 1600 lo dettero in locazione ai fratelli Giovanni e Berardino Mosca per 102 tomoli di grano. Posteriormente la locazione fu assunta da altri. Degli altri mutamenti nelle parti di S. Croce di S. Maria Caprara, di S. Nicola della Macchia ho già fatto parola innanzi. I governanti spagnuoli, a quanto pare, vollero che ogni Provincia serbasse un emblema distintivo e l'avesse anche ciascuna Università da figurare nelle principali sedi dei pubblici assembramenti e nei sugelli (timbri) metallici da adoprarsi, di cui le prime impressioni trovansi nell'Onciario compilato nel 1743. Luigi Campanelli Fonte: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte del Bacile
Questa fonte non esiste più né in quanto manufatto né in quanto sorgente. Tuttavia, fino a trent'anni fa, era ancora possibile bere le sue limpide acque, anche se il catino che le presta il nome (in capr. Fónde de re Vaccìle) era già stato trafugato. Il bacile, infatti, altro non era che un vassoio in pietra lavorata atto a raccogliere le sorgive scaturenti dal cuore di Monte Cavallerizzo, nel fitto del bosco di Vallesorda, pochi metri al di sotto dell'attuale strada Montesangrina. Il bacile in metallo, d'altronde, dal Medioevo in poi ha ricoperto anche una funzione liturgica, o per deporre le offerte in denaro e in natura o, più spesso, per raccogliere l'acqua versata per l'abluzione sulle mani del celebrante. La Fonte del Bacile, infatti, era geograficamente situata a metà strada tra il Monastero di S. Giovanni Capraro e la Chiesa di S. Nicola di Vallesorda, quindi non è peregrino immaginare che fra l'uno e l'altra vi fossero vie di comunicazioni e che su queste sorgessero acquasantiere o bacili per le lavande. Non dobbiamo infatti mai dimenticare che la presenza di fonti sul territorio è giustificata non solo dalle tipiche attività lavorative (pastorizia, agricoltura e selvicoltura) ma, in alcuni casi, si devono prevedere utilizzi terzi, attinenti con le abitudini religiose degli antichi, per i quali l'acqua aveva un significato decisamente più sacro di quello che siamo soliti riconoscerle. Il maestro Domenico D'Andrea scriveva che «poco oltre l'entrata del bosco, sottomano alla strada, c'è una sorgiva che versa un filo d'acqua fresca in una piccola conca a bacile, il bacile che le ha dato il nome. Era meta di spuntini domenicali e qualche volta di scampagnate. Credo che non ci vada più nessuno. Il pensiero corre a te, anonimo compaesano, che scalpellasti, forse durante il taglio del bosco, la piccola conca a bacile e vi facesti pure un canaletto per il flusso dell'acqua. Silenziosa fluiva l'acqua della tua fonte all'ombra fitta dei faggi di Vallesorda». Se oggi voleste cercare la Fonte del Bacile non la trovereste. Al suo posto troverete invece un bel cesso in ceramica: questo la dice lunga sul cambio di passo tra i tempi andati e quelli odierni! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte d'Argenzio
A Capracotta questa sorgiva di campagna veniva chiamata Fónd'Ariénde ma il suo nome, semplicemente, non significa nulla. È soltanto grazie alla "Pianta degli ex feudi di Cannavina", redatta il 31 ottobre 1812 dagli agrimensori Saverio Pulcino e Matteo Mascioli, che possiamo finalmente conoscere il nome originale della Fonte d'Argenzio. Nel firmamento dei blasoni nobiliari napoletani, gli Argenzio (anche Argenio, Argencio od Argentio) hanno rappresentato una meteora; trattavasi, nello specifico, di una famiglia capuana col titolo nobiliare di Polignano a Mare, la cui arma era costituita da un trinciato d'argento e di rosso. Non è possibile stabilire in che misura la fonte capracottese fosse legata alla famiglia d'Argenzio ma, allo stato attuale, questa sembra l'unica connessione etimologica possibile, ancor di più alla luce del matrimonio contratto attorno al 1625 tra Giulia d'Argenzio, figlia di Dezio, e Federico Carafa «nato da Don Antonio Carafa fratello di Don Ferdinando Duca di Nocera». La confusione che dominò la successione nobiliare al feudo capracottese tra la metà del XV e l'inizio del XVII secolo permette infatti di non escludere la presenza di un Carafa al titolo ducale di Capracotta, giacché questi «vennero in possesso dei feudi molisani per un intrigo fittissimo di parentele, successioni, vendite, usurpazioni, attribuzioni del Regio demanio». Di certo appare incongruo che una fonte "di sangue blu" come questa non presenti un manufatto di pregio, poiché allo stato attuale essa è poco più di una sorgente temporanea, situata in località Passo della Regina, che s'ingrossa all'aumentare delle piogge e delle nevi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia Carafa, libro II, Bulifon, Napoli 1691; F. D'Avino, La confisca dei beni agli eretici nella Napoli di età moderna, dottorato di ricerca, Università degli Studi di Napoli "Federico II", Napoli 2011; C. De Nicola, Diario napoletano, vol. I, Pierro, Napoli 1906; F. De' Pietri, Cronologia della famiglia Caracciolo, Stamp. Simoniana, Napoli 1803; F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Jovine, Viaggio nel Molise, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1967; G. Masciotta, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. II, Pierro, Napoli 1915; G. Reccho, Notizie di famiglie nobili, ed illustri, della città, e Regno di Napoli, Parrino, Napoli 1717.
























