LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Premiata la ditta Carnevale
Tutti coloro che sono interessati e cercano i prodotti alimentari italiani nel Regno Unito, avranno sentito parlare di Carnevale. Carmine Carnevale e suo fratello, Giovanni, originari di Capracotta (un piccolo paese dell'Alto Molise) si sono stabiliti a Londra nel 1966 a produrre e consegnare mozzarella, ricotta e salsicce fresche. Dopo 51 anni e diversi capelli bianchi, Carmine, assieme a tutta la famiglia Carnevale, ha potuto vedere la C. Carnevale Ltd evolversi in qualcosa di speciale. Il piccolo camion Morris è stato sostituito da una flotta di veicoli, il business si è espanso in tutto il Regno Unito, la piccola produzione che c'era a Broadley Street è stata sostituita in diversi magazzini a Londra, Bristol, Bedford, Huddersfield e Glasgow e l'offerta di prodotti si quantifica in 3.000 linee. Quello che non è cambiato in tutti questi anni di successo è la determinazione che la famiglia Carnevale ha nell'offrire ai propri clienti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi; infrastrutture moderne; ingredienti di prima scelta; la constanza di stabilire forti e longeve relazioni con i fornitoti; l'abilità e la disponibilità ad adattarsi ai moderni trend di mercato senza però dimenticare le loro origini e compromettere la reputazione. Tutte queste qualità distintive hanno portato C. Carnevale Ltd a diventare l'azienda leader di riferimento nel mercato di prodotti food italiani, importati e distribuiti in tutto il Regno Unito. La storia ed il percorso della Carnevale sono stati gratificati quest'anno da PAPA (Pizza & Pasta Association) col massimo dei riconoscimenti. Carnevale ha ricevuto il prestigioso Industry Award per «l'importante contributo dato al mercato». Attraverso tutti questi anni, Carnevale, non solo ha stabilito importanti rapporti lavorativi con famosi brand italiani come Peroni, De Cecco, Barilla, San Pellegrino, Galbani, Moretti, Parmalat, San Carlo, Mulino Bianco, Balocco, Levoni ma anche con produttori specializzati e di nicchia come Igor (vincitore del Great Taste Super Gold per il loro gorgonzola erborinato), Bonifanti (nominato secondo nella classifica dei panettoni stilata da Gambero Rosso), Forteto, Mario Fongo e Polselli. Dal primo giorno di lavoro, l'azienda si è concentrata nella produzione e sviluppo di prodotti di alta qualità. Questo impegno ha portato Carnevale a ricevere diverse targhe e riconoscimenti che sono presenti nella reception degli uffici di Londra. Gli stessi risultati sono conseguiti dalle aziende satelliti Pronto Provisions, J&G Italian Food, Belloni Fine Wines, Pasta & Pasta, Delicatezza Online Retail e C&C Wines. I premi sono stati riconosciuti per prodotti tipo burrata, lucanica, gnocchi, mozzarella fiordilatte in palla, salsiccia secca piccante, arancini alla diavola, salsiccia Salsicciamo, triangoli scamorza e pecorino. C. Carnevale Ltd è un'azienda familiare apprezzata per la fedeltà verso i propri clienti e fornitori, grata per il percorso intrapreso negli ultimi 50 anni e che cercherà di emulare la professionalità e l'etica di oggi e per altri 50. Fonte: https://www.londrasera.co.uk/, 2 gennaio 2018.
- La storia dell'orso a Capracotta
Ma quali inutili allarmismi? Ma quale purezza dell'aria? Ma quale tam-tam su WhatsApp? Da sempre Capracotta ricorda l'orso bruno marsicano nei suoi toponimi: ad esempio alla Fonte dell'Orso, nel bosco di Pescobertino, o allo Iaccio dell'Orso, sul crinale meridionale di Monte Campo, prova che in passato il plantigrado era una presenza fissa sul nostro territorio. Si narra infatti che gli orsi vivessero nelle foreste di Vastogirardi e Capracotta, tanto che il sacerdote Anselmo Di Ciò (1767-1835), che insegnava matematica a Napoli, quando tornava nella sua Capracotta era solito sistemare trappole, da lui congegnate, per la caccia alle pernici, di cui era ghiotto, ma spesso trovava divelti i lacci delle trappole stesse. Fu così che «si appostò e scoprì che il ladro abituale era un grosso orso». Quella di don Anselmo Di Ciò è una delle più antiche testimonianze scritte sulla presenza di Ursus arctos marsicanus in quel di Capracotta, fino ad arrivare alla fatidica data del 23-24 ottobre 2022, quando il centro storico di Capracotta è stato probabilmente visitato da un bell'orso, del quale si sono ritrovati gli inconfondibili escrementi in via Roma, all'altezza del civico 27. Avvertito da Gabriella Paglione - che fa parte della rete di monitoraggio dell'orso bruno marsicano in Abruzzo e Molise - ero stato in un primo momento invitato al silenzio, perché si era deciso di non diffondere fotografie e notizie in merito, ma sin da subito avevo segnalato l'urgenza di pubblicizzare l'evento per due motivi fondamentali: salvaguardare la bestia e valorizzare il territorio. Se tutti sanno che c'è un orso, mi son detto, sarà più difficile per chicchessia usargli violenza perché l'opinione pubblica sarà sensibilizzata sull'argomento. E se tutti sanno che c'è un orso, Capracotta potrà ottenere un meritato exploit mediatico, senza tirare in ballo la qualità dell'aria che, si sa, a 1.421 metri è pura in ogni dove. Si sta ora cercando di capire se l'orso sia entrato in paese passando dalla villa comunale o se invece - come penso io - sia salito dalle cavùte del Rione S. Giovanni: è un nodo che spetta agli esperti del settore sciogliere. Di sicuro la frittata è fatta: a Capracotta c'è l'orso e questa, di per sé, è una notizia meravigliosa. Speriamo di individuare presto l'esemplare a cui, il prima possibile, i bambini delle nostre scuole dovranno dare un bel nome! Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Parco Nazionale d'Abruzzo, Relazione Sipari, Ed. del Parco, Roma 1926; L. Porreca, Passeggiata in Abruzzo, Montemurro, Matera 1957; G. Tarquinio, Testimonianze storiche della presenza dell'orso bruno marsicano in Abruzzo e nelle aree limitrofe, Grafitalia, Sora 2001.
- A don Gregorio Conti
Questo giorno dai suoi molti amici intorno don Gregorio è festeggiato. Anch'io qui mi son provato combinar quant'ho potuto pel saluto. Ma dirò che non oltre andar potrò: la mia penna non è franca ché, l'acuto ingegno manca, però più d'ogni altro onore; vale il cuore. Vale il vero, vale il detto più sincero, pur se manca in forma e stile, in eleganza signorile che spessissimo non basta. Anzi guasta. Il tuo nome, don Gregorio, è chiaro come un bel faro netto e vivo. La sostenni e qui la scrivo questa verità che canta sacrosanta. Imparato dall'esempio inalterato di tuo padre e di tua mamma conservato hai quel programma con costanza di pensiero giornaliero. L'avvenire, (augurando) possiam dire ti sarà più luminoso; perché tu, d'un armonioso portamento invidiato sei dotato. Spera e sia. Lunga vita il ciel ti dia, lunga vita allegro e sano; e proteggati la mano del tuo Protettor, gran Santo che ami tanto. Fida e spera! questa strada bella e vera, la più dritta e più sicura; che ti consigliò natura fiducioso seguirai, com'or fai. La persona che a niun duol mai s'abbandona e di Dio ne ha gran timore certamente è un gran signore, specialmente se sostiene nel far bene. La coscienza tua lo sa per esperienza. s'io mi sbaglio in te su questo. Tu non sei soltanto onesto, ma possiedi per gran dono d'esser buono, premuroso d'aiutare il bisognoso, e poi tanti; mai a scopo di guadagni prima o dopo; Quasi sempre con un viso di sorriso. Gentil nato; possiam dirlo a tutto fiato. Vò gridarlo a tutti i venti pur se tu distratto senti. Pur se tu, questi miei detti non permetti. Siamo al mese, siamo al dì che in casa e chiese il tuo nome è in festa tanto. Giorno poi dell'anno santo che si onora il Cristo-Re; "Trentatré". Quindi accetta nell'annata benedetta questi voti con più stima: sempre meglio ancor di prima l'avvenir tuo pieno sia d'armonia, di salute, di bellissime vedute; e per tutta l'esistenza d'una chiara intelligenza, per la gioia di te stesso. pel progresso, per l'onore come fece il genitore. Come fanno i tuoi parenti che ti seguono contenti. Vivi e spera in Dio l'aiuto. Ti saluto! Prima di terminare questo canto voglio cambiare ai versi un po' l'accento, per poter meglio dir quel che qui sento da questi amici che mi pregan tanto di non dimenticarmi ricordare che manca qualche cosa per brindare! Come sarebbe a dire; un bottiglione di vino pizzicante prìa di tutto. e poi... qualche ritaglio di prosciutto, e che so io... scamorze, provolone. Provvedi solamente perché poi, a tutto il resto penseremo noi! (1933) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- La scampagnata
In questo periodo c'è una canzone che passano spesso le radio e che sta avendo grande successo: "Watermelon Sugar" di Harry Styles. Come si può intuire dal titolo, il brano è un inno alla dolcezza dell'anguria: «sono in estasi di zucchero d'anguria»... Bene, questa canzone mi ha riportato alla memoria una delle famose scampagnate degli anni '70. Credo fosse il 1973, forse un Ferragosto, quando i miei, mio padre per la precisione, decise di organizzare la famigerata scampagnata estiva. Di solito lo faceva in concomitanza con altri suoi amici, con a seguito, chiaramente, le loro famiglie. E così ci si ritrovava tuti lì, in montagna, o al lago, o nelle vicinanze di qualche fiume. Quella volta ci ritrovammo tutti a Prato Gentile, località Capracotta. Montagna nel cuore dell'Appennino molisano. Si partiva la mattina molto presto, soprattutto perché se si arrivava tardi si correva il rischio di non trovare un bel posto al fresco, sotto un bellissimo albero. Si caricava la macchina come si se partisse per un mese di vacanza e non per una sola giornata. C'era di tutto: tavolo e sedie pieghevoli, plaid, pallone Super Santos (quello arancione), cesti di vimini e cassette di legno ricolme di tutto il ben di Dio che la mente umana potesse concepire, ma, soprattutto, lui, il re della giornata, il watermelon, Sua Maestà l'Anguria! Era la prima cosa da mettere al fresco appena arrivati insieme alle bibite varie e alla bottiglia di vino. Si cucinava per un esercito. Chiesi a mia madre il perché di quella esagerazione, mi rispose che il cibo andava "condiviso". Insomma si cucinava anche per gli altri in modo che ci si potesse scambiare quello che si era cucinato. L'attività principale della giornata in pratica era quella di abbuffarsi. Assaggia la mia frittata di maccheroni che io assaggio la tua parmigiana... e così via! Uno spettacolo! E così ci si ritrovò tutti lì quel ferragosto del 1973. Conoscevamo quasi tutti. I miei erano felici. Uno dei rari momenti di felicità assoluta che ti rimangono impressi nella mente per tutta la vita. Vedere i miei genitori felici, per me, era una cosa così gratificante, così emozionante. Mi faceva stare bene dentro. Una sensazione difficile da descrivere. Bella perché rara! Già quello mi bastava. Avrei potuto già archiviare quel ricordo, di quel Ferragosto, come una bellissima giornata da ricordare per sempre ma, ad arricchire i ricordi di quel giorno, tra un arrosto e una cotoletta, tra un bicchiere di vino e l'altro, ci fu Mario. Mario era il proprietario di un noto bar isernino di via Risorgimento. Con la sua famiglia erano lì che arrostivano, mangiavano, bevevano, cantavano. Di quelle scampagnate ricordo i suoni oltre che i profumi e il caldo. Il vociare, il chiacchiericcio continuo, le canzoni estemporanee, l'allegria contagiosa. Ad un certo punto però Mario, che aveva bevuto qualche bicchiere di troppo, decise di "scalare" un albero altissimo. In preda ai fumi dell'alcol iniziò ad arrampicarsi come una scimmia. Ci fu un attimo di panico. Per un attimo il vociare diffuso diminuì, solo il frinire delle cicale rimase inalterato. Inutile provare a farlo desistere, più lo chiamavano a gran voce e più si arrampicava in alto. Era chiaro che in quelle condizioni avrebbe potuto precipitare e farsi male, molto male. Così fu. All'improvviso un ramo cedette e Mario precipitò. A quel puntò si levò al cielo un grande urlo, non di Mario, ma di tuti i presenti che all'unisono strillarono per lo spavento. La sua fortuna fu che la caduta venne attutita dagli altri rami e che, probabilmente, l'alcol assunto agì da anestetico. Non ricordo se fu chiamata un'ambulanza, non ricordo quanto si fece male. Quello che ricordo però è che dopo pochi giorni, passando in corso Risorgimento, lo vidi. Era lì, come al solito, nel suo bar, un po' acciaccato ma tranquillo e beato, con la sua bella birra in mano. L'albero aveva avuto la peggio con i suoi rami spezzati, Mario aveva vinto, era sopravvissuto al Ferragosto del '73. Tiziano Primerano Fonte: https://tizprimerano.blogspot.com/, 19 luglio 2020.
- Ritratto del mio paese
Questo è il volto del mio paese. E questa è l'anima che lo rende vivo poiché non soltanto per gli uomini ma anche per le cose il volto è lo specchio dell'anima. Guardando gli orizzonti e la terra, le luci e i colori, le piante e le case si avverte un palpito ed arcane rispondenze si svegliano nel cuore di chi è nato qui. La patria s'imprime negli uomini e li richiama sempre: li richiama da tutte le distanze, oltre ogni volgere di tempo. E le città antiche chiamano con voci più forti. Questa è antichissima. I Sanniti la prescelsero per capitale ma dovettero fondarla gli aborigeni, tenaci nella ciclopica fatica delle mura, che ancora oggi si vedono fatte con le pietre enormi appena rozzamente squadrate e innalzate a strapiombo lì dove il terreno più divalla all'improvviso. In quei tempi gli uomini aprirono, nelle profondità della roccia, la prima via dell'acqua miracolosa di San Martino: un'altra ricchezza che si aggiunge a quella del clima e del paesaggio. Del paesaggio non tennero soverchio conto i fondatori della Città, occupati duramente ad altre bisogna. Essi tennero invece conto delle strade; delle strade d'allora s'intende, che non erano come oggi levigate, alberate, fiorite, ma erano pur sempre delle vie e qui confluivano a fascio da tutte le direzioni. E per chi dalle ricche pianure della Campania felix o dai pascoli sconsolati dell'agro romano volesse salire ai crinali dell'Appennino e scavalcarli per scendere poi alle marine adriatiche e andarsene pei litorali verso il nord o verso il sud; e per chi, senza abbandonare le vie della montagna, volesse risalire o ridiscendere le valli del Biferno, del Volturno, del Trigno, del Sangro; e per chi fosse costretto al viaggio lento delle migrazioni stagionali dietro l'incedere delle mandre o al viaggio affannoso, che la guerra imponeva con tragiche squille e sinistri lampeggiamenti, o al viaggio studiatissimo e redditizio dei mercanti, pur essi intimiditi, ansiosi per la vita e per le robe; per tutti, allora come oggi, Isernia era punto obbligato di transito. Eccola la ragione delle sue fortune e delle sue sventure. L'ultima, la più tragica, le capitò addosso in quel mattino di settembre di dieci anni addietro mentre la gente, fatta tranquilla dalla notizia della guerra finita, stava a guardare una nuvola argentea e rombante di aerei. Le macchine volavano nell'azzurro sereno e pareva venissero per uno spettacolo di festa. Invece piovvero le bombe e fu immensa la rovina e la morte. Per undici volte, nei giorni seguenti le macchine tornarono e poi, nell'ottobre, le mine sgretolarono le macerie e le cannonate rimossero le sepolture. Uomini stranieri giunsero in quell'apocalittico scenario e proclamarono che Isernia di lì era scomparsa per sempre. Non era vero. La gente del luogo è tenace: il paese ha il carattere di un vecchio mulo duro e testardo. Da soli, affannati, laceri, gli esernini, cominciarono la fatica. L'inverno era giunto con raffiche di nevischio e le pietre bagnate laceravano la pelle delle mani. Ma tutte le pietre furono rimosse per ritrovare i morti e per rialzare le mura. È il destino! Altre rovine avevano fatto qui i soldati di Silla implacabili e le turbe urlanti dei Saraceni ed altre rovine ancora erano venute nei secoli del Medioevo ed altre ancora nel 1799, quando le truppe francesi trovarono impensate resistenze tra le case di questa città, e nel 1860, quando l'attaccamento ai Borboni spinse gli Isernini alla resistenza contro l'occupazione garibaldina. Ma dalle rovine sempre la città era risorta più grande, come dice il Ciarlante, perchè gli olocausti non sono mai inutili. Anche oggi la resurrezione è in atto: cominciò con l'amara fatica dei derelitti, si va compiendo alla presenza di ministri, che non hanno però recato mai una medaglia d'oro per Isernia, che pure ebbe, più di ogni altra, bagnate di sangue le sue macerie. Questa città non domanda medaglie; si tiene le sue croci! e la sua dignità, fatta severa nei secoli, non s'offende se piccoli uomini parlano senza rispetto del sacrificio immenso che la Patria impose. L'omaggio non manca di certo. Giunge continuamente e non dall'Italia soltanto. Si ricordano d'Isernia soldati di tutte le razze, che qui sentirono al fondo di ogni tragedia della guerra il palpito insopprimibile della umanità; e se ne ricordano i profughi vagabondi, che qui, dove la vita era un miracolo, furono accolti e soccorsi nel nome di Dio. Scrivono. Ritornano. Mandano parole di meraviglia; arrivano e sono colpiti vedendo le case, le strade, la gente, la vita. Li accoglie un'ospitalità così cordiale da indurli a prolungare il soggiorno e la ritrovata dimestichezza con l'ambiente li rende lieti. Ma anche chi non è venuto mai, si ferma volentieri! Ai Cappuccini, in quella specie di pontile che la città protende per l'approdo dei forestieri fra le vicinissime valli del Sordo e del Carpino; oppure sulla piazza Andrea d'Isernia assorta nella contemplazione della catena delle Mainarde; o sull'altipiano della Stazione, ch'è una vasta tolda in un mare di verde, il forestiero si ferma. Lo ferma il paesaggio. Stanno ai lati della città due valli intensamente coltivate. Dalle quadrettature variopinte degli orti sorgono possenti muraglioni di pietra; ad essi Isernia si affaccia con i suoi campanili, i suoi palazzi, i suoi giardini. Seguendo lo slargarsi della valle si scopre una strana galoppata di colli, come una cornice di macchie oscure di boschi, di grigie pietraie, di manti argentei di uliveti, di verdi pendii di prati. Più lontano stanno i monti altissimi, coperti di neve, in uno sfarzo immacolato, nella grande luce del sole. A chiamare i nomi delle montagne è come un fatidico rosario: le Mainarde, Monte Marrone, Monte Cavallo, Monte Mare, la Meta, la Metuccia e più oltre le cime che nascondono Capracotta e Roccaraso: sembrano tutte vicine, affiancate. Di fronte, sull'altro punto dell'orizzonte, s'alza il massiccio del Malese, dominato dalle vette ardue e solitarie di Monte Miletto. E, più vicine, stagliate contro un cielo più azzurro, le montagne di Pesche e di Miranda. Nella conca immensa di questo incomparabile scenario si sentono solo le canzoni dei fiumi, che salgono dalle gole di pietra scavate dall'acqua attraverso i millenni. La contemplazione avvince, dà a1lo spirito le estatiche serenità del paesaggio. Inattesi conforti vengono dalle immagini di tanta bellezza! Quando il forestiero riparte Isernia gli ha già messo nell'animo così, furtivamente, un pizzico di simpatia per questi luoghi: l'ospite è innamorato! Ecco l'arcana ragione di questa strana fortuna della città molisana, che piace tanto anche a chi non v'è nato. A Isernia si lavora molto e si lavora volentieri nelle botteghe e nelle case perché se gli uomini sono abili nell'arte del ferro battuto, del rame a sbalzo, del legno intarsiato, del marmo scolpito, dell'argilla smaltata, abilissime sono le donne nel creare delicati merletti, vaporose trine coi fili e coi fuselli. Si racconta che ad insegnare la difficile arte alle fanciulle della città siano state le suore benedettine del Convento di Santa Maria delle Monache. Molte di quelle che vi stettero nel XVI secolo erano di origine spagnuola. E forse a calmare la nostalgia della loro terra lontana, a riempire il monotono scorrere della clausura, fatta densa dall'ombra e dal silenzio, esse istruirono le giovani dame isernine nell'arte del tombolo. ll merletto tipico è a motivi floreali, ha un carattere barocco ma è di una ingenuità casalinga anche se appare ricco e qualche volta presuntuoso persino. L'altro, quello modernizzato, affida tutta la sua bellezza alle volute capricciose di una fascetta sempre eguale, che segue gli arabeschi di un disegno che varia da lavoro a lavoro. Da questi delicati prodotti di mani femminili l'antica città sannitica, romana, medioevale e moderna riceve la fama più gentile. Onesta e laboriosa la gente di questo paese; ama anche la buona mensa e gli svaghi sereni. Ha pur'essa i suoi sogni e le sue speranze ma sa attendere. Giustificate, legittime aspirazioni di tutto il popolo non provocano insofferenze, convulsioni: tutto viene per chi sa aspettare! C'è una grande saggezza nel cuore degli isernini; una saggezza affinata dalla esperienza, una saggezza che tante volte gli estranei non riescono a comprendere. E sia questo modo intelligente di vivere, sia l'aria salubre ed il clima mite, sia il paesaggio con la sua luminosa bellezza, sia l'esperienza di tante vicende, sia quel senso quasi religioso con cui accetta la sorte felice o la mala ventura, essa, la gente, è buona; Questo è il volto del mio paese. E questa è l'anima che lo rende vivo. Franco Ciampitti Fonte: Città d'Isernia, 10 settembre 1943-1953, Tip. Riva, Novara 1953.
- La grande sfida del tempo: la terza età
Il tempo è galantuomo: è un proverbio nato dalla saggezza popolare. Mette tutto al suo posto, al posto giusto. Aspetta, non ha fretta perché ogni parola è fatta per la verità, non per la menzogna. Restituisce alla verità il suo valore, alle persone il maltolto, agli avvenimenti autenticità e rispetto. «Sine ira ac studio» ("Senza animosità e parzialità") è una espressione latina con la quale lo storico di Roma Tacito espone i fatti accaduti con assoluta imparzialità e obiettività. Il tempo ordina, illumina e trasforma lo spazio in una catena in costante crescita, senza retromarce, senza ansietà. «Il tempo è superiore allo spazio», afferma papa Francesco. In nessun luogo troviamo la verità, perché è sempre in cammino. Avviare processi, non occupare spazi. Il tempo è disponibilità a incontri veri per fare un pezzo di strada insieme. La vita è piena di dettagli che si rivelano a chi è sensibile al tempo. Basta mettersi a fianco, non al centro, per camminare. L'amore è l'unica strada, l'unico motore, la scintilla che custodisce il cuore. Conoscere la propria storia è indispensabile per sfidare il tempo con sano discernimento. La nostra vita è il libro più prezioso che ci è stato consegnato. Vincere la tristezza e la desolazione, saper leggere questi stati d'animo con discernimento, perché hanno qualcosa di importante da dirci. Sono un campanello indispensabile di allarme per la vita, che invita ad esplorare paesaggi più ricchi e più fertili, che la fugacità e l'evasione del tempo non consentono. Gli anziani sono i testimoni di quella memoria che può aiutare le nuove generazioni a costruire un futuro più umano e più cristiano. Agostino di Ippona, filosofo e grande ricercatore della verità, lo aveva compreso rileggendo la propria vita, e Invita a rileggere ogni pagina della propria esistenza. Ha notato i passi silenziosi e discreti, ma incisivi, della presenza di Dio. «Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità» è un invito da accogliere con serenità. Rileggere la propria vita educa lo sguardo, rasserena la mente, affina il cuore. L'uomo che non conosce il proprio passato è condannato a ripeterlo. «Il discernimento – afferma Papa Francesco – è la lettura narrativa dei momenti belli e bui, delle consolazioni e delle desolazioni che sperimentiamo nel corso della nostra vita». Il tempo costituisce la qualifica specifica dell'uomo, è forse la categoria in assoluto più umana, la componente che più qualifica l'uomo, è una esperienza interiore. È necessario distinguere nettamente, come ha fatto la lingua greca, tra tempo Kronos e Cairòs. Kronos misura il tempo come un orologio: giorni, mesi, anni, secoli si misurano in senso lineare calendaristico, indicano lo scorrere del tempo in modo quantitativo che passa tra un prima e un dopo. Cairòs indica la misura qualitativa, tempo di Dio, tempo favorevole, di grazia, di semina, di speranza. È un estendersi e un dilatarsi dello spirito, attraverso la memoria che si allarga sul passato, mette a fuoco il presente, attraversa l'attesa che si prolunga nel futuro. Il tempo è anche durata (secondo la riflessione filosofica), fluire della coscienza e della vita, che segna gli avvenimenti ma anche l'esistenza personale. Ricordare è il verbo della fede e della vita, dimenticare è il vocabolo dell'esclusione e della morte. Esistere, dal verbo latino ex-sisto, è un verbo importantissimo, vuol dire stare in, stare dentro la storia. Accettare la sfida del tempo oggi è una necessità e una prova per chi è avanti negli anni. L'emarginazione dei vecchi è un dato di fatto che è impossibile ignorare. Il vecchio racchiude in se stesso il patrimonio culturale della comunità. Il mutamento rapido dei costumi ha capovolto il rapporto tra chi sa e chi non sa. Non si è spenta la curiosità del sapere. È un atto di saggezza, peculiare virtù attribuita a chi è giunto alla fine della corsa della vita, guardare senza indulgenza al proprio passato. L'elogio del dialogo e della mitezza possono essere considerati buone disposizioni. La sfida del tempo va sempre considerata. La vecchiaia non è separata dal resto della vita precedente, è la continuazione della adolescenza, giovinezza, maturità. Rispecchia la visione della vita e cambia l'atteggiamento verso di essa. C'è il vecchio sereno e quello inquieto, il soddisfatto e il lamentoso. La dimensione in cui vive prevalentemente è il passato, il mondo della memoria. Richiamarla alla mente, farla rivivere è un modo di continuare a vivere. La malinconia, che si accende, è temperata dalla costanza degli affetti che il tempo non ha consumato. La scuola degli affetti deve essere positivamente frequentata da tutti. Solo il cuore fa vivere umanamente la vita. Solo attraverso il cuore «lo spirito diventa anima, e la materia diventa corpo, solo attraverso di esso esiste la vita dell’uomo come tale, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue fatiche e le sue lotte, misera e grande insieme» (Diego Fares, teologo recentemente scomparso). Non esistono due cuori uguali, ogni cuore è co-cuore, cioè un cuore che esiste con gli altri, con la memoria degli altri, in dialogo con gli altri che lo amano. Non ci sono cuori soli, ecco perché bisogna conoscere quello di chi ci ama, ci segue e conosce i tempi e i luoghi dell'aiuto e del sostegno. «Ascoltare con l'orecchio del cuore, parlare col cuore» sono temi della giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Vuol dire creare ponti e non muri, con uno stile di apertura e di misericordia, di confidenza e di dialogo. L'altro è sempre un bene e lo spazio di dialogo è vitale, l'incontro con l'altro fa nascere e fa rinascere, rende attendi al valore unico e irripetibile di ogni persona, attraverso relazioni sane e costruttive. Invecchiare con grazia, con esercizio fisico e plasticità mentale, è uno stile di vita che può rivelarsi un fattore protettivo. Gli effetti positivi dell'attività fisica sul mantenimento di un buon stato cognitivo e sulla riduzione dell'incidenza della demenza, sono confermati e sottolineati dalle ricerche attuali. La plasticità mentale diminuisce con l'invecchiamento, è evidente, ma l'attività fisica volontaria migliora lo stato cognitivo agendo su diversi processi e fattori. La combinazione di una dieta corretta, l'esercizio fisico, training cognitivo e monitoraggio del rischio cardiovascolare, mostrano che lo stato cognitivo globale migliora significativamente. Una semplice passeggiata comporta non solo attività fisica, ma anche stimolazione cognitiva e interazioni sociali. Le più aggiornate scienze della mente insegnano che le azioni sono parte dei nostri processi cognitivi, descrivono la mente umana come un sistema integrato con l'ambiente in cui si vive. Le neuroscienze, insieme all'ascolto attivo della persona, attraverso il suo vissuto, aiutano a vivere positivamente il momento delicato e fragile della vecchiaia. Per vivere serenamente e meglio è necessario capire le emozioni. Le emozioni sono una parte fondamentale della nostra vita. Imparare ad esserne maggiormente consapevoli consente di raggiungere un equilibrio psicologico con sé stessi e con gli altri. Le emozioni guidano attivamente le nostre azioni e sono fondamentali per scegliere, valutare, determinare, in modo flessibile, la migliore risposta comportamentale. I sentimenti sono il fondo vitale della persona. Sono considerati le forze propulsive più significative dei comportamenti che accompagnano le spinte cognitive, i valori acquisiti da parte della persona. Vivere è sentire. Una vita vera è una vita senziente. L'empatia è proprio la capacità di sentire con, ponendosi alla distanza giusta, compartecipando senza lasciarsi sommergere dalla emotività altrui, conservando la propria autonomia e chiarezza. È la simpatia benevola e ottimistica con cui ci sintonizziamo sulle frequenze della personalità dell'altro, duttili nei confronti di ciò che l'altro potrà dire e testimoniare. Un aspetto rilevante è l'importanza per l'interazione sociale, perché consente di entrare in rapporto positivo con gli altri, empaticamente appunto. L'empatia è l'arte di comprendere le emozioni. «La capacità di mettersi nei panni degli altri è una delle funzioni più importanti dell'intelligenza. Dimostra il grado di maturità dell'essere umano». Le emozioni positive producono un ampliamento dell'attenzione, aumentando la capacità di prestare attenzione e di memorizzare le informazioni. Conoscere le proprie emozioni in profondità. prenderne confidenza e accettarle, ottengono una più efficace regolazione delle emozioni stesse. Imparare ad essere maggiormente consapevoli delle emozioni, positive o negative, per vivere meglio, per raggiungere un equilibrio psicologico migliore con gli altri e con se stessi. Potenziare le capacità cognitive per un invecchiamento attivo è un altro consiglio da seguire. Le ricerche degli ultimi anni hanno mostrato che, anche in tarda età, gli allenamenti della mente consentono di modificare alcune funzioni cognitive e possono avere un impatto rilevante sulle politiche di promozione della salute. L'aumento dell'aspettativa di vita e la progressiva crescita degli anziani rappresentano una delle sfide più importanti per le istituzioni e per le comunità, per promuovere e favorire l'invecchiamento attivo e garantire una buona qualità di vita anche in età avanzata. Chi ha mantenuto uno stile di vita attivo, ha un declino cognitivo più lento e una ridotta incidenza di casi di demenza. Il livello di istruzione avanza, la formazione continua, l'impegno in attività intellettualmente stimolanti crea una riserva di risorse per mitigare il decadimento cognitivo associato all'invecchiamento. Coinvolgimento, partecipazione attiva, relazioni positive sono le parole chiave degli interventi di potenziamento cognitivo. Imparare a pensare è fondamentale per acquisire il significato del tempo e il senso della storia, aiuta a capire come sono andate le cose, le conseguenze che ne sono derivate, la nostra parte di responsabiltà. Il pensiero è l'orizzonte entro cui l'accadere diventa esperienza, perché è un accadere osservato, interiorizzato, personalizzato. Non si tratta di sapere molte cose ma di coglierne il significato e di collocarle al posto giusto. Anche l'esperienza del bello e la percezione della bellezza non è solo piacere estetico, ma esperienza conoscitiva che passa attraverso un'attivazione di specifiche aree cerebrali. Il bello non è solo ciò che piace: oltre ad essere una festa per gli occhui, il bello nutre lo spirito e lo illumina. Quando guardiamo qualcosa che troviamo bello stimoliamo un circuito della ricompensa o del piacere. Nella visione di un'opera di Michelangelo o nell'ascolto di una sinfonia di Beethoven o di Mahler, il cervello risponde rapidamente e automaticamente alla bellezza. Il nostro cervello dedica alla bellezza un'area specifica che si attiva quando sperimentiamo piacere. La musicalità è un'abilità naturale del cervello umano. Il cervello dei neonati, ad esempio, è già predisposto ad elaborare una struttura musicale. Per Platone e per la società della Grecia antica, la bellezza è un valore che si avvicina più al bene che all'arte. L'attrazione estetica si associa ad una idea morale di bontà complessiva. Il pensiero occidentale concorda nell'attribuire alla bellezza i caratteri dell'equilibrio, della proporzione e della misura. Aristotele nella Poetica connetteva il bello agli ideali di grandezza e disposizione regolare tra le parti. «Le supreme forme del bello sono: disposizione, simmetria, il definito e le matematiche le fanno conoscere più di tutte le altre scienze». Possiamo dire che «nell'esperienza del bello non sono in gioco un valore astratto, un piacere raffinato», ma una traccia di ciò che si sottrae per essenza ad ogni riduzione: il proprium della dignità dell'essere umano. Il bello dà qualità alla vita e unità al nostro essere e agire, e si esprime in quei valori come la sobrietà, l’essenzialità, la libertà, la disciplina interiore, l'eleganza del tratto e il senso del mistero. È la «purificazione di ogni superfluo», perché risulti l'unicità della relazione costitutiva che dà verità allo «splendore della bellezza». Parlare del bene e dell'etica in termini di desiderio e di bellezza motiva il tempo speso in una vita virtuosa. «In un mondo senza bellezza anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l'evidenza dl suo dover-essere-adempiuto. In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica». Così concludeva il suo libro "Gloria. Una estetica teologica", Hans Urs von Balthasar, uno dei pensatori più noti della filosofia e della teologia contemporanea. L'etica delle virtù è così diventata oggetto di trattazione da parte della filosofia, che riprende gli approcci della filosofia analitica e della prassi umana, messi a confronto con le neuroscienze e le scienze umane, che hanno rilevato il loro contributo cognitivo e il loro influsso sul ragionamento e sui processi decisionali in ordine alla felicità. Una delle fonti migliori per la filosofia morale è Tommaso d'Aquino, sia per l'ateo che per il cattolico o per un altro credente cristiano. Viviamo tutti tempi duri, non vi è dubbio, non solo per la terza età bisogna accettare la grande sfida dei tempi. Se è vero che viviamo «vite che non possiamo più permetterci» le riflessioni proposte non sono un lusso insostenibile. Restano una possibilità alla portata della libertà umana. Dipende da essa la qualità de nostro oggi e soprattutto del domani, sempre aperto alla speranza. Osman Antonio Di Lorenzo
- Francesca e Luigi Paglione, pezzi di Capracotta persi nel Colorado del sud
IAW-RF-A053: è questa la sigla presente sull'audiocassetta conservata nella Biblioteca del Congresso di Washington. Quel nastro fa parte del progetto "Italian Americans in the West", una collezione di manoscritti, registrazioni sonore e materiale fotografico raccolto nel 1992-93 da diversi ricercatori universitari in occasione del cinquecentenario della scoperta dell'America che, come tutti sanno, avvenne per mano dell'esploratore italiano Cristoforo Colombo. Su quel nastro, dicevo, vi è anche una lunga intervista condotta dal prof. Russell Frank a due italoamericani, Louis e Frances Paglione, nipoti di «grandpa Paglione e grandpa DiTella», due capracottesi emigrati in America nel lontano 1903, spinti dal fatto che lì «si trova l'oro per strada». Approdati ad Ellis Island, Di Tella e Paglione erano finiti dapprima a Boston, in una fabbrica di argenteria, poi a Pueblo, in Colorado, uno in fonderia, l'altro in acciaieria. Allora gli italiani erano malvisti, venivano chiamati «dagos, wops, black-hatters [o] mafia members» e a loro venivano affidati i lavori più infami, più pericolosi, almeno finché non arrivò la sindacalizzazione e il relativo massacro di Ludlow. Si lavorava 13 ore nel turno giornaliero, 11 in quello notturno. Di Tella e Paglione erano venuti insieme in America ed insieme si erano stabiliti a Bessemer, un misero sobborgo sorto nel 1886 alle porte di Pueblo. Avevano persino deciso di stringersi in famiglia, visto che il figlio diciottenne del Paglione avrebbe sposato la figlia quindicenne del Di Tella nella Chiesa del Monte Carmelo, retaggio del culto allora vivissimo a Capracotta. Così fu: dal matrimonio di Antonio Paglione e Lucia Di Tella nacquero ventidue figli e ne sopravvissero appena sette. Luigi, il figlio maggiore, nacque il 18 aprile 1917; Francesca il 30 maggio 1929, ultima di quattro sorelle. Nel 1933 morì grandpa DiTella, nel 1947 grandpa Paglione. Gli intervistati non esitano a raccontare quanti più dettagli ricordano dei loro genitori, come quella volta che la madre Lucia, in treno, aveva provato a mangiare una banana appena acquistata senza sbucciarla, «perché non ne aveva mai vista una prima». A casa si parlava sia l'italiano che l'inglese ma Luigi dice che nel 1921, quando era venuta da Capracotta la nonna, «non aveva mai visto una lattina e non sapeva aprirla». Son questi aneddoti che commuovono un nipote di emigrati come il sottoscritto. Russell Frank, l'intervistatore, fa domande precise, che indagano la vita degli italoamericani nel contesto storico americano, tra cui una domanda sulla Grande depressione del 1929, quando la famiglia Paglione viveva al 1038 di East Routt. Il padre Antonio faceva allora il carpentiere, motivo per cui «hanno sempre avuto una bella casa». Tuttavia quei nomi italiani, Luigi e Francesca, erano mal pronunciati dalla maggioranza della popolazione Anglo, ed ecco che nel 1937 si decise di cambiarli in Louis e Frances, primo evidente segnale di una perdita d'identità (identity loss) a cui tutti gli emigrati, prima o poi, vanno incontro. Riguardo alla segregazione, Francesca risponde che sì, Bessemer presentava una «distinzione in classi» ed era ghettizzata: perlopiù italiana, con East Bressemer slovena e Salt Creek messicana. Attraversare il ponte tra le due zone significava fare a botte. A Bessemer vi erano chiese nazionali e drogherie diverse per ogni etnia, vi erano pure 4-5 negozi italiani in cui i boss vendevano certificati di cittadinanza a 25 $ l'uno. In casa si faceva il vino col torchio (150 barili), si cuoceva il pane al forno e si realizzava la salsa (10 quintali di pomodori), proprio come da noi. Poi Antonio Paglione si trasferì nel quartiere centrale di Mesa, dove costruì un bilocale che gli permise di andare a lavoro in bicicletta. Lucia si mise invece a vendere il pane. Il prof. Russell pone anche una domanda sui proverbi familiari e Luigi ricorda che il nonno diceva spesso «You do good and forget it, you do wrong and remember», che in capracottese rende meglio: fa' bène e scòrdate, fa' màle e pènzace. Insomma, era una tipica famiglia capracottese emigrata. Dopo aver lavorato nella stessa fabbrica del padre - Luigi e l'altra sorella Rosa per 43 anni, Francesca per 29 anni - quest'ultima ha persino aperto, tra il 1984 e il 1988, un negozio di prodotti italiani chiamato "Francesca's Italian General Store" in cui vendeva macchine impastatrici, pasta, panini, formaggio e salumi. A questo punto Frank Russell annota che «gli italiani tendono a darsi a cuore aperto», uno stereotipo che forse tanto stereotipo non è. Si parla di scioperi, dell'occhio di Antonio perso sul lavoro e mai indennizzato, si parla degli amici italoamericani, si parla dei nomignoli affettuosi (Antonio era soprannominato Paisano) finché l'intervista non termina in modo un po' amaro ma dannatamente vero. Luigi, infatti, non voleva lavorare tutta la vita in fabbrica, il suo sogno era quello di aprire un negozio di idraulica ma, durante l'apprendistato, il capo lo aveva definito «un dannato immigrato dal colletto rosso [cattolico, n.d.a.]». Quando il capo chiamò suo padre per far tornare Luigi a lavoro, Antonio gli disse che «se io fossi Luigi tu non saresti qui, ti ammazzerei sul posto». Insomma, il passato è bello soltanto a ricordarlo. Tutti i Paglione che oggi vivono a Pueblo - e sono tanti - sono discendenti di grandpa DiTella e grandpa Paglione. Sono pezzi di Capracotta persi nel Colorado del sud. Francesco Mendozzi
- Don Carmine Sciullo, missionario senza frontiere
Si è detto che la nostra Congregazione è nata da un sogno. Ma anche la storia di ogni uomo ubbidisce a un sogno. Come quella di don Carmelo. A don Bosco è capitato così. E per un figlio di don Bosco? Il DNA è lo stesso: andare da sogno a sogno. Così successe per il nostro Carmelo. Sognò di studiare. Sognò di voler fare il salesiano come don Bosco. Sognò di imparare tante cose che servissero nell'incontro con i giovani. Per questo si impegnò ad imparare lo spagnolo, era colto e preparato in teologia, la sua predicazione era ricercata e suadente. Riusciva a piegare le difficoltà con la sua forza di volontà e con la costanza nell'impegno. Bisogna riconoscerlo: era tenace. Tenace, ma non amava mettersi in mostra, non amava mettere in mostra le doti e le conquiste raggiunte. Era pienamente convinto che non si può essere credenti attivi, senza sogni e senza desideri. Come don Bosco, fu inventore di molte piccole cose quotidiane, che servivano a rendere più lieta la giornata e più efficace l'intervento da educatore e da evangelizzatore. Fu ammirevole per la forza di volontà. Sapeva rinunciare a momenti di distensione e di riposo pur di riuscire negli intenti programmati. La felicità verso cui tutti tendiamo non dissipa la vita nella ricerca vana, affannosa, incerta. Erano chiare di fronte a don Carmelo le cose che voleva e che voleva realizzare. Sogni sì, ma anche ricerca voluta. La realizzazione di un sogno: missionario in Argentina Dopo una lunga insistenza ottiene il permesso di partire per l'Argentina il 21 settembre 1976. La sua destinazione era la provincia di Formosa, nel nord dell'Argentina, dove la comunità salesiana ha una solida presenza. Inizia così un compito arduo che si estenderà per un periodo di 15 anni. Quindici anni di passione e d'amore, passata attraverso le gambe e le mani. Un amore montanaro. Del resto ogni amore è montanaro, o non è; ogni amore tende all'alto, al profondo, alle altezze; di più, tende all'oltre. Lui ha usato le gambe ogni giorno per "salire" a trovare i suoi poveri, a correre per trovare aiuti per loro, a scuotere le coscienze, a raccogliere i giovani per dare loro un futuro. «Comincio ad ammalarmi per questa terra, comincio ad amarla, comincia ad entrarmi nel cuore, negli occhi, nei sogni, – così scriveva qualche mese dopo l'arrivo in Argentina ad un suo ex allievo –. Sento che non potrei più vivere lontano da essa, piangerei a lasciarla, più di quanto ho pianto la mia terra. Comincio ad amare questa gente e questa realtà prima sconosciuta. Io sto vivendo i giorni più belli della mia vita. Qui non è necessario essere poeti o sentimentali. Basta avere un po' di cuore, un briciolo di fantasia e di grazia di Dio, per vivere felici questa vita di intense emozioni e superare tutte le fatiche. Fatiche ce ne sono, ma sono la moneta con cui paghiamo a Dio la nostra felicità». «Quando morirò – scriveva ai familiari – non importa l'età, vorrei essere seppellito qui a Formosa, là dove riposano i miei fratelli formosani. È il luogo dove ho intensamente vissuto e che amo di più, come Capracotta!». Ma come viveva in Argentina? Stralciamo da una lettera inviata ad un suo compaesano. Carissimo Vincenzo, sono ancora vivo anche se ho quasi dimenticato da quanto tempo sono qui. Non c'è molto tempo per pensare ad altro. C'è sempre qualche cosa da fare. Ogni giorno c'è sempre una cosa nuova da imparare e non bisogna mai meravigliarsi. Qui non c'è il consumismo come in Italia, quasi quasi non ti accorgi che è festa. Ho imparato prima di tutto a semplificare la vita, a convivere con le cose più semplici, come il silenzio o le conversazioni elementari con gli altri. Insomma, la semplicità in tutti gli aspetti della vita: nel vestire, nel mangiare, nel discutere, nel pensare. La semplicità del vivere: nei rapporti umani, nella gioia e nella serenità della vita, nello spendere i soldi come nello scegliere un lavoro. Io cerco di copiare da loro questa semplicità, perché mi fa bene. A me non manca nulla. Ho raccolto le cose essenziali per vivere e sono felice di essere accanto a queste persone che ti amano, ti cercano, ti considerano uno di loro, perché parli la loro lingua, ti interessi delle loro difficoltà, perché porti loro il lieto annunzio dell'Evangelo. L'Argentina è per don Carmelo la terra di missione e, allo stesso tempo, di passione. Da subito se ne affeziona al punto tale da considerarla sua seconda patria. Lavora con i settori emarginati, nella cura delle famiglie più bisognose, soprattutto negli aspetti spirituali, ma anche per quanto riguarda i servizi sanitari e sociali. Dedica molto tempo per lavorare con gli uomini e le donne dei popoli indigeni, in particolare il gruppo etnico Toba: è riuscito a formare gruppi di giovani con i quali ha lavorato soprattutto nella formazione umana. Insieme alle suore della Congregazione religiosa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ha creato un centro di formazione lavoro, il cui obiettivo è quello di sviluppare le varie forme in artigianato (fabbro, carpenteria, confezione dei vestiti, lavorazione dei tessuti), uomini e donne che dopo il periodo di formazione professionale sono riusciti ad inserirsi nel mondo lavorativo. Lavora con tanto impegno in tutte le comunità parrocchiali: Pilar, Santa Rosa de Lima, Vergine di Caacupé, Santo Domingo Sabio, Vergine del Rosario e San Juan Bautista. Inoltre ricopre posti di grande responsabilità nella diocesi: è presidente della Caritas diocesana durante il periodo 1982-1987, in cui la provincia ha subìto uno dei periodi più difficili della sua storia, con un numero crescente di persone in gravi situazioni lavorative ed economiche. È assistente di Azione Cattolica, membro del Tribunale ecclesiastico, direttore spirituale del Seminario diocesano, vicario episcopale della Diocesi, compito in cui eccelleva come un fratello competente e comprensivo. In molte occasioni ha sostituito egregiamente il vescovo durante i periodi di assenza della diocesi. In campo civile si batte per le comunità aborigene, contribuendo in modo determinante nella promulgazione della Legge Aborigena n. 426 del 1985 il cui obiettivo principale è la conservazione sociale e culturale delle comunità aborigene, difendere il loro patrimonio e le tradizioni, migliorare le loro condizioni economiche, la loro effettiva partecipazione al processo di sviluppo nazionale e provinciale; e l'accesso a un sistema giuridico che garantisce la proprietà di terreni e altre risorse produttive sulla parità di diritti con gli altri cittadini. Il governo provinciale argentino ha voluto sottolineare il compito pastorale e civile svolto da don Carmelo a Formosa per 15 anni, dove ha lasciato un incancellabile ricordo nel cuore di quella popolazione, e nel 2008 ha intitolato un «Museo storico intitolato a don Carmelo Sciullo, sacerdote salesiano di Capracotta (Italia)». Il museo è stato allestito presso la parrocchia di Nostra Signora del Rosario nell'omonimo quartiere della città di Formosa. Ha iniziato le proprie attività su iniziativa di un gruppo di giovani per custodire gli oggetti di quegli uomini e donne che hanno segnato la storia del quartiere sotto l'aspetto civile e religioso. In particolare, nel suo percorso espositivo, mostra l'arrivo delle prime famiglie nel quartiere della città di Formosa con i loro usi e costumi a partire dall'anno 1967; contiene anche oggetti liturgici dei salesiani sin dal loro arrivo nella città di Formosa nel 1949, inginocchiatoi, leggii, libri liturgici in latino e oggetti personali di don Carmelo Sciullo. In occasione del suo decimo anno di permanenza a Formosa, nel corso di una cerimonia ufficiale, il governatore della provincia, dottor Gildo Insfran, lo nomina «figlio adottivo di Formosa»: riceve la cittadinanza onoraria della città con la consegna della bandiera della provincia di Formosa. Il vescovo di Formosa Dante Sandrelli così si esprime: Parlavamo a lungo, quando andavo a trovarlo. Ogni volta quasi una confessione anche per me. Parlavamo di Dio, della gente povera che bussava alla porta della missione. Viveva con quelle umili persone che da lui attingevano la fiducia nella vita e ricevevano un aiuto concreto nelle necessità quotidiane. Nei suoi discorsi generosi e nel sorriso innocente c'era una scintilla di eternità: era il missionario che cercava Dio. Non pensava neppure di ritornare in Italia: in lui si era spenta, quasi, anche la nostalgia. Ho incontrato un uomo felice, in pace con se stesso e con gli uomini: in questo contatto con la semplicità della natura e degli uomini ha trovato Dio. «Ho ripensato così alla mia idea di necessario – mi disse una volta –; tutte le cose che ritenevo indispensabili qui perdono molto della loro importanza, viste nella prospettiva giusta. E le cose che sprecavo ogni giorno come l'acqua, il cibo, qui acquistano ben altro significato». Sul suo viso non si leggeva alcuna solitudine, alcun rimpianto per quello che aveva lasciato dall'altra parte dell'oceano. La rinascita di Vietri sul Mare Un'esplosione di rinascita invade Vietri sul Mare quando arriva don Carmelo. I ragazzi si passano la voce per frequentare l'oratorio, dove nascono le più suggestive manifestazioni. Ognuno si sente considerato e accolto come unico e importante. Don Carmelo apre la città all'incontro con il nuovo oratorio. Sport e catechismo, gruppi di preghiera e impegno sociale, ascolto e allegria. Nasce la nuova vita salesiana dell'oratorio: musica, recitazione, calcio, spettacoli sono la fonte dell'animazione della gioventù vietrese: il Grest, l'oratorio che durante l'estate non va in vacanza, ma esce all'aperto nelle piazze e nei parchi della città; il M.A.O., Movimento Anti Ozio; gli incontri di calcio di genitori e figli, le scuole di musica, le gite, le attività teatrali. I gruppi associativi, le pratiche religiose e il catechismo. Un suo allievo ricorda: «C'erano una vivacità culturale e un fermento fino allora sconosciuti. Don Carmelo ha profuso a piene mani da quella riserva di energia umana e spirituale che sembrava infinita». Sapeva parlare agli adolescenti come pochi altri, don Carmelo. Riusciva meglio di tanti genitori a penetrare nel cuore dei ragazzi, specie i più diseredati. Ad amarli con l'intensità emotiva ma anche con il rigore morale che gli avevano insegnato la vita e l'apostolato di don Bosco. Il suo tempio era l'oratorio, il luogo di aggregazione per eccellenza, dove tante generazioni proprio là, nei cortili, hanno imparato a crescere, ad accettare le diversità, ad essere tolleranti e solidali. Carismatico, coraggioso fin dai primi anni della sua missione sacerdotale, un vulcano di idee. «L'educazione è cosa di cuore e solo Dio ne è il padrone»: don Carmelo realizzò l'esperienza stessa di don Bosco con l'affetto e la simpatia viva e appassionata; sapeva intessere legami di vera amicizia, amava ciò che amavano i giovani. «Raccoglievi le nostre lacrime per trasformarle subito dopo in grandi sorrisi, con parole di conforto e coraggio». Amico, maestro e padre. Questo era don Bosco per i suoi ragazzi. «Questo è stato don Carmelo per noi». "L'angelo del fango" dell'alluvione del 1954 «A chi mi domanda cosa rappresenta il distintivo tricolore che porto sul petto, che mi è stato appuntato quando mi è stata data la medaglia d'argento al valor civile, io rispondo sempre: è Vietri sul Mare, che porto sempre nel cuore!». Lo ha dichiarato commosso don Carmine Sciullo che, dal 1954 al 1959, è stato direttore dell'Oratorio salesiano di Vietri, ubicato all'interno di Villa Carosino, ospite d'onore della serata organizzata domenica 13 ottobre del 2012 al Teatro Don Bosco di Vietri; in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della tragedia dell'alluvione del '54. Il sindaco Francesco Benincasa, gli ha conferito la cittadinanza onoraria. «Don Carmine Sciullo, sprezzante del pericolo, cui coscientemente si esponeva, riusciva a condurre in salvo gran parte dei malcapitati al di là di un torrente in piena in condizioni estremamente difficili, anche per l'abito talare che indossava; attraversava a guado l'impetuosa corrente, organizzando il trasporto dei feriti ed il recupero delle salme»... Così recita la motivazione della medaglia d'argento concessa dal governo italiano il 6 dicembre del 1956, ripresa trent'anni dopo, nel 1985, per il conferimento della medaglia d'oro al valor civile. Salito sul palco ha raccontato quello che accadde in quella tragica notte del 24 ottobre 1954: Intorno alla mezzanotte sentii bussare alla porta del mia abitazione che era ubicata sopra l'oratorio: era il mio amico Giovanni Zampa che mi avvertiva che alcune persone erano rimaste bloccate all'interno di Palazzo Caiafa che, travolto dalla marea fangosa, minacciava di crollare. Scesi subito. La strada era coperta da fango e detriti di ogni natura. Chiedemmo aiuto ai giovani e ai militari di Vietri e con le scale aiutammo molte persone a scendere dal palazzo e mettersi in salvo. Scesi poi a Marina di Vietri: alcune persone erano rimaste bloccate al di là del fiume Bonea, e nonostante indossassi l'abito talare, che mi impediva nei movimenti, attraversai il fiume in piena per salvarle. Al mattino, mi recai poi a Molina, dove entrai in chiesa per mettere in salvo il Santissimo Sacramento. Don Sciullo organizzò anche il recupero delle salme e collaborò alla sistemazione dei sopravvissuti nelle scuole di Vietri: «A loro diedi delle coperte per la notte, del cibo, delle caramelle per i bambini ed anche alcune sigarette agli uomini». Volontario della Liberazione nell'Alto Molise nel 1943-44 Don Sciullo, ormai sacerdote, viene inviato a Portici e, dopo qualche mese, nominato direttore. Durante il secondo conflitto mondiale, dopo lo sbarco di Salerno del 9 settembre del 1943, Capracotta in provincia di Isernia, fu bombardata e distrutta dall'esercito tedesco in ritirata, da giovane sacerdote salesiano si mette a disposizione della chiesa locale perché i pochi sacerdoti della zona erano sfollati in altre località. Gli abitanti sono sfollati in Puglia. Don Carmelo sente che il suo posto è lì tra la sua gente bisognosa di conforto. Preziosa fu la sua opera nell'assistenza alla popolazione, sia in loco, che nelle località più lontane e di collegamento tra le famiglie che erano rimaste divise. È un prete, per questo nel dicembre 1943 ottenne dal town major inglese di Capracotta il permesso di circolazione per la campagna e nelle ore di coprifuoco, uno dei pochi lasciapassare che gli alleati concedono, il numero 70, oggi ingiallito ma custodito tra i suoi ricordi più cari. Con gli sci ai piedi percorre lunghi chilometri tra le montagne di Prato Gentile per portare la posta, per dir messa in luoghi di fortuna, confortare chi ha perso tutto ed essere l'unico anello di collegamento tra familiari divisi. «Arriva don Carmelo», così lo chiamano ancora oggi i paesani. "Arriva don Carmelo" è stato l'unico sussulto di gioia risuonato in quegli anni. E don Carmelo non si è risparmiato. Lo stesso Comando alleato segnala quel «giovane prete che si è distinto nell'assistenza alla popolazione di Capracotta tra il 1943-44» (nota del Comando Alleato del 15 maggio 1944) e il Governo italiano il 28 settembre del 1945 riconosce a don Carmine Sciullo l'attestato di "Volontario della Liberazione nell'Alto Molise nel 1943-44". Che cosa è rimasto... Se volessimo cogliere la nota dominante, dovremmo dire che don Carmelo, più che uomo di entusiasmo, fu l'entusiasmo fatto persona. Egli faceva pensare a don Cagliero nel momento della sua significativa protesta: «Frate o non frate, io starò sempre con don Bosco». L'ebbrezza di vita e di lavoro non l'abbandonò un'ora sola. Entusiasmo e tenacia: due note che molto contribuirono al ruolo che più gli si addiceva, quello del leader. Gli studiosi di psicologia affermano che il leader è competente, attraente e trasparente: don Carmelo fu competente in salesianità, attraente per il suo carattere entusiasticamente felice, trasparente per la sua fermezza. Egli, pur essendo certamente un uomo che desiderava e cercava la pace, aveva indubbiamente la stoffa del combattente, era abituato cioè a lottare pacificamente, ma con tutte le proprie forze, per ottenere gli obiettivi che voleva raggiungere, per trasmettere quei valori evangelici che testimoniava innanzitutto con la vita. Anche negli ultimi anni, pur avendo piena consapevolezza della sua età e della sua salute, ha dimostrato sia una grande capacità di adattamento, sia una santa furbizia, che lo conduceva a percorrere tutte le strade possibili per ottenere quanto riteneva giusto e opportuno, al fine di aiutare qualcuno, indicare con discrezione e decisione che cosa si doveva fare per migliorare nelle virtù. Non gli mancò il dono della parola facile e trascinatrice. La fede caricava di entusiasmo il suo dire, per cui creava subito una profonda simpatia con l'uditorio. Gli si addiceva quello che potremmo chiamare: l'ingresso trionfale. La voce chiara, il gesto festoso ed il sorriso gioioso si facevano ala tra la folla ed aprivano immediatamente i cuori dei presenti. Era straordinariamente estroverso ed interamente proteso verso gli altri. L'amicizia per lui era l'ambiente vitale. Ogni persona, presto o tardi, doveva diventare suo amico. Ti conquistava... Comunità Salesiana di Caserta Fonte: http://www.salesianicaserta.com/, 20 aprile 2021.
- Weekend Family: il diario di una mamma affidataria
Capracotta 2018: anche quest'anno ci siamo incontrati a Capracotta per una nuova "avventura"! Quest'anno abbiamo vissuto una nuova esperienza all'insegna dell'amicizia riscoprendo ancora una volta un nuovo senso di comunità e come sempre il piacere di stare insieme e condividere momenti importanti quanto piacevoli. Siamo giunti a Capracotta la sera di venerdì e ad accoglierci abbiamo trovato il vento e le basse temperature, ma ha importato poco perché adulti, bambini e ragazzi si sono riscaldati con calorosi saluti, baci e abbracci. Dopo la cena della prima sera riunione nella "stanza con le sedie verdi" a fare due giochini di socializzazione con Loruena. Alza la gamba, muovi un braccio, saluta con una mano o con due, cingi la testa con una mano, fai una giravolta, inventa un tuo slang e dicci chi sei! Così siamo partiti a farci riconoscere, ognuno con la propria personalità mostrando la ricchezza che siamo stati capaci di apportare al gruppo. Dopo aver rotto il ghiaccio con le risate del primo gioco di presentazione è la volta di tirar fuori un po' di sano agonismo: ed ecco due squadre pronte a sfidarsi per vedere chi riesce a conoscersi in poco tempo! E ordinati per nome, altezza, età, segno zodiacale (non troppo bene perché non siamo esperti di astrologia) alla fine abbiamo pareggiato, però Enzo ha provato ad argomentare qualcosa per prendersi qualche punto in più, ma la sua impresa è stata vana. Così le fatiche della prima sera si sono concluse, tutti a dormire (si fa per dire). È sorto il sole di sabato, l'appuntamento per le colazione è alle otto e mezza ma c'è chi è sceso prima, forse aveva fretta di iniziare la giornata (o forse di concludere la nottata passata in bianco a chiacchierare). Alle 9 c'è la messa e dopo la messa che si fa? C'era in programma la passeggiata ma il signor meteo ha detto di no, c'è vento e le nuvole corrono veloci potrebbe piovere, ma niente paura: il S.E.B.A. è disponibile ad accoglierci! Il S.E.B.A. è il museo dell'abbigliamento che si trova a pochi metri dal nostro hotel, ma noi siamo creativi e allora facciamo le scale chi da un lato chi dall'altro ma ci incontriamo tutti su, poi scendiamo (perché non era su che dovevamo andare) e poi andiamo a destra, ma era a sinistra la direzione giusta così invertiamo la rotta, scendiamo altre scale ed ecco il museo proprio sotto al nostro naso. Sebastiano con sua moglie ci accolgono mettendoci subito a nostro agio, inizia così un viaggio scandito dalle parole appassionate di Sebastiano che ci spiega la sua passione per la moda, come è nata e come si è sviluppata negli anni. Abbiamo visto l'evoluzione dello stile italiano dagli anni '50-'60 fino a giungere agli sgoccioli del ventesimo secolo e poi un giro fra i manichini che indossano alcune delle creazioni più significative dello stilista, abbiamo visto anche due costumi tipici capracottesi risalenti al periodo preunitario, fra i due quello che ha attirato maggiore attenzione era "l'abito per donna nubile", per intenderci a vesta r' 'e zitelle. Si è fatta ora di pranzo, ce ne dobbiamo andare per il dispiacere di Caterina più di tutti! Alle 13:30 tutti a tavola a mangiare, con buon cibo e chiacchiere piacevoli il tempo vola (il menù non ve lo dico, la prossima volta venite e lo assaggiate di persona); è il momento di avere un po' di tempo libero, chi va a passeggio (una passeggiata tonificante con il vento fresco) chi va in camera a rilassarsi. L'appuntamento è alle 15:45 nella "sala con le sedie verdi", abbiamo un programma da rispettare! Facciamo le squadre per i giochi della serata il cappello magico da chef attende i partecipanti per assegnare ognuno alla propria squadra! Et voila le squadre sono fatte, dopo cena ne vedremo delle belle con le squadre dei panzarotti ripieni, torta della nonna, pollo arrosto e carbonara! Ora è il momento di lavorare un po', bambini e ragazzi con Maria e Catia a fare i loro laboratori, noi "grandi" (qualche grande piccolo è rimasto ma dobbiamo seguire ciò che dice l'anagrafe) con Caterina e Loruena a fare i nostri. Presentiamoci di nuovo, ci hanno raggiunto altri amici, facciamoci riconoscere subito anche da loro così si mettono l'anima in pace! Giro di carta igienica per carta d'identità: nome e caratteristica custodita sulla toilet paper. È giunta l'ora di artistica e su una grande finestra con quattro vetrate (di carta è la finestra, non vi illudete) disegniamo il passato, il presente, il futuro agognato e il futuro temuto! È venuta fuori una galleria d'arte di cui solo i presenti conserveranno memoria. Tra le chiacchiere e il confronto siamo arrivati a ora di cena, salutiamoci con un girotondo! Tutti insieme di nuovo per la cena, ma non dilunghiamoci troppo, il cappello magico ci attende nella "sala con le sedie verdi" per vedere la disputa tra le squadre. Signore e signori ha inizio il primo round: centra il bersaglio! Vediamo se la squadra è capace a guidare un loro giocatore verso il bersaglio e accaparrarsi il massimo dei punti disponibili, ma attenzione, gli imbroglioni non hanno vita facile, se i punti li ottenete con le scorciatoie le perdete! Le squadre sono cariche è il momento di passare al secondo gioco: no panic! Tre turni più il giro di bonus in cui coordinarsi e rispondere ai quesiti del gioco, e non ve lo spiego perché è lungo ma i giocatori si sono appassionati! La squadra vincitrice della serata è: Carbonaraaa!!! Complimenti a tutti i partecipanti, è giunto il momento di andare: Morfeo ci aspetta! La notte è finita ed il sole è spuntato di nuovo fra i monti di Capracotta a illuminare le valli, andiamo a fare colazione. Bambini e ragazzi nella loro sala mentre i diversamente giovani nella "sala con le sedie verdi": è il momento del diploma. Ci siamo diplomati il 17 giugno 2018, ognuno con la sua specializzazione ma occorre un garante che ci firmi il diploma, così cerchiamo chi ci ispira nel gruppo in modo che accrediti il nostro nuovo titolo. E dopo il nostro diploma è il momento degli encomi e così torniamo a casa con due diplomi: quello delle risorse che sappiamo di avere e quello delle risorse che gli altri vedono in noi. Siamo tornati a casa con una ricchezza che non sapevamo di avere. La cerimonia del diploma è stata un po' lunga, non ci possiamo perdere in altri convenevoli perché gli stomaci brontolano e la cucina è pronta a sfornare le ultime prelibatezze che mangeremo. Il pranzo si è dilungato un bel po' ma le chiacchiere che si fanno a tavola sono più "saporite". È finita anche quest'anno la nostra avventura, pian piano l'albergo si spopola e ciascuno si avvia verso la propria magione, io ho trovato un acquazzone ad accogliermi! Cristina Riccardi Fonte: https://www.facebook.com/, 22 giugno 2018.
- Massa di Somma, il palazzo dimenticato dei duchi di Capracotta
È da ritenersi l'edificio storico più importante di Massa di Somma. Edificato in tempi antichissimi dalla nobile famiglia Piscicelli, il palazzo dei duchi di Capracotta si leva su una piccola altura del fianco nord-est di Monte Somma, poco fuori dal centro storico. Nel 1542 era già esistente ed aveva in dotazione una cappella pubblica dedicata a san Nicola di Bari. Probabilmente la dimora, nel periodo medioevale, rivestiva il ruolo di residenza feudale. La posizione isolata ed il fossato che la cinge su due dei suoi lati, infatti, indicano una posizione strategica e predominante sull'intero nucleo urbano. I Piscicelli furono tra quelli che si aggregarono alla famiglia Capece del Seggio di Capuano, per questo in seguito anteposero al proprio il cognome Capece e divennero duchi di Capracotta: un piccolo paese del Molise. L'eruzione del 1631 fu devastante per l'intero casale. Le colate di fango e successivamente di lava, incanalatesi nel Fosso della Vetrana, coprirono buona parte del centro storico, tra cui la chiesa angioina dell'Assunta. Il palazzo dei Capece-Piscicelli fu uno dei pochi edifici ad essere risparmiati dalla furia distruttrice del fuoco, ma comunque riportò danni ingenti. Fu grazie alla premura di don Giuseppe Capece-Piscicelli che iniziarono celermente i lavori di ristrutturazione nonché d'ampliamento e di abbellimento dell'antica dimora. Anche la cappella gentilizia fu ripristinata; nella Santa Visita del 1645 si apprende che la messa veniva celebrata ogni giorno dal reverendo don Francesco Russo, prelato della famiglia Capece-Piscicelli. Nel 1700 la dimora fu sottoposta a nuove trasformazioni volte a renderla più decorosa. Risalgono a questo periodo, infatti, sia gli stipiti in pietra di piperno del grande portale d'entrata che il grande affresco posto sotto la volta d'ingresso. L'opera di indubbia qualità si deve, presumibilmente, alla mano del pittore Giuseppe Russo, un allievo di Luca Giordano che tanto aveva lavorato per il patriziato locale. Abbandonato all'incuria più totale, l'affresco si presenta in uno stato di conservazione pietoso; si riesce a fruire solo del raffinato stemma centrale della casata dei Capece-Piscicelli, mentre la restante parte è celata da una miriade di tubi idraulici, che hanno seriamente compromesso lo stato conservativo dell'opera. Fu, con tutta probabilità, nella seconda metà del XVIII secolo che i Piromallo di Pianura, entrati in parentela con l'ultima discendente dei Capece-Piscicelli, subentrarono, come nuovi proprietari, dell'antico palazzo di Massa. Sopra la chiave di volta del portone d'ingresso un'antica epigrafe, fabbricata nel muro, riporto: Proprietà Piromallo. I Piromallo-Capece-Piscicelli duchi di Capracotta restarono, verosimilmente, a Massa di Somma fino al 1872, anno in cui la terribile eruzione del Vesuvio spianò quasi tutte le dimore patrizie del paese e mise in fuga gli ultimi nobili che ancora vi dimoravano. L'antico palazzo dei duchi di Capracotta abbandonato dai proprietari fu occupato dai coloni e dagli sfollati che avevano perso la casa in quel drammatico evento. Il passo, poi, per la vendita e il frazionamento della proprietà fu davvero breve. Oggi palazzo Capracotta, con i suoi piccoli abusi, con la sua facciata spoglia degli antichi stucchi è diventato una grande palazzina condominiale dove gli stessi residenti ignorano il suo glorioso passato. Bernardo Cozzolino Fonte: B. Cozzolino, Massa di Somma, il palazzo dimenticato dei duchi di Capracotta, in «Plinius», IV:22, S. Sebastiano al Vesuvio, maggio 2005.
- In memoria di un cittadino esemplare
Ieri 23 Settembre 1904, ad iniziativa del Comune di Capracotta, è stata fatta l'inaugurazione ufficiale della piazza Ruggiero Conti (già largo Sant'Antonio) con l'apposizione delle lapidi marmoree. La cerimonia riuscì imponente e sincera e vi presero parte: il Municipio, il Tiro a Segno, le Società operaie, le autorità civili, giudiziarie, finanziarie e militari, il clero, il circolo, il Ginnasio, le scuole, tutta la parte colta del paese ed un’immensità di popolo. Parlò da prima, applaudito, pel Municipio il sindaco cav. Luigi Campanelli, esponendo che il Consiglio volle attestare l'unanime riconoscenza per l'Amministratore provetto, pel cittadino esemplare, dando il suo nome ad una principale piazza del paese. Più dopo tratteggiarono, con molta efficacia, la vita dell'estinto: l'avv. Ottaviano Conti per rilevarne le doti del cuore; l'avv. Nestore Conti la vastità degli studi; lo studente Gianlorenzo Conti l'affetto pel popolo ed il cav. Costantino Castiglione i pregi come amministratore degli Enti Locali. In ultimo il Consigliere d'Appello cav. Tommaso Mosca, con parola affascinante, riassunse le virtù del defunto e, ringraziando, lodò lo slancio patriottico di Capracotta nell'assecondare la proposta da lui fatta in Consiglio. La solennità dell'inaugurazione fu degna dell'illustre uomo che si volle onorare, il cui nome è passato alla storia cittadina come esempio di notevole virtù e come modello di amministratore savio, diligente ed onesto. La famiglia dell'illustre cav. Ruggiero Conti commossa, ringrazia vivamente il Municipio di Capracotta, le autorità, i sodalizi e la popolazione della spontanea dimostrazione di caldo affetto per la cara memoria del loro amato congiunto. Fonte: In memoria di un cittadino esemplare, in «Il Giornale d'Italia», IV:270, Roma, 26 settembre 1904.
- Polvere di cantoria: il primo incarico
Il primo incarico sul "Principalone" fu da far rizzare i capelli e non per la difficoltà dei brani ma per le condizioni in cui versava lo strumento. L'interno della cantoria era disadorno e una vecchissima vernice bianca, che traspariva sotto cumuli di polvere, uniformava pavimento, balaustra e basamento dell'organo. Il legno del calpestio era usurato e sul lato sinistro consumato, fino ad avere dei buchi, dalle scarpe dei "tiramantici" che in quella sede puntavano i piedi per azionare i "polmoni" dello strumento, smantellati in un restauro degli anni '60. La smania di generazioni di capracottesi di lasciare una traccia del proprio passaggio aveva riempito di firme ogni punto accessibile dell'organo fino a rovinare i preziosi decori in oro. Un cavo elettrico a "piattina" di pochi millimetri, proveniente da una spina in bachelite marrone attaccata alle prese dell'illuminazione dell'altare maggiore, costituiva l'alimentazione del generatore del "vento". Magari avesse fatto corso lungo pareti ed angoli! La piattina percorreva trasversalmente il piano di calpestio della cantoria malamente inchiodata. Ovvio che ci si camminasse sopra... alla faccia dei cavi autoestinguenti e sotto sigillo previsti in tali situazioni! Un interruttore a peretta in plastica rosa sul lato sinistro della tastiera non accendeva un abat-jour ma dava corrente al motore che qualcuno chiamava "puleggia". Più sofisticato il sistema per accendere la luce del leggio: bastava fermare il portalampade di metallo con la mano sinistra e avvitare con la destra la lampadina a goccia che pendeva da un'altra piattina, i cui chiodi ferivano il bordo dorato della consolle a finestra. I restauri avevano, come già detto, eliminato i tre mantici (due per la messa ordinaria a cui si aggiungeva il terzo per il "plenum" solenne) e montato un elettroventilatore la cui portata era insufficiente per il "forte", in cui la voce dell'organo, dopo un po', calava miseramente. Nel basamento, aprendo le ante, i mucchi di spazzatura attestavano come lo sporco della cantoria fosse buttato nell'organo per evitare di fare le scale. La voglia di modernizzare aveva portato ad eliminare l'antica tastiera lignea, sicuramente decorata, e la pedaliera, sostituite con una tastiera di plastica da armonium e dei mezzi pedali moderni in legno dozzinale. Due tappi di legno grezzo chiudevano le "luci" alla base delle paraste di facciata, dove un tempo garrivano le "uccelliere". Sua maestà il tarlo regnava sui pregiati legni delle decorazioni e i sobbalzi del pavimento, se si camminava in maniera troppo disinvolta, creavano non pochi timori di ritrovarsi sdraiati sul pavimento del presbiterio. Moderne canne di "viola" avevano preso il posto delle file più acute del "ripieno", sbalestrando la fonica e il corretto flusso del vento. La stessa "catenacciatura", cioè tutti i tiranti tra tastiera e valvole delle canne (ventilabri), era stata modernizzata con filo di ferro in ossidazione al posto di rame ottonato. La meccanica delle canne di contrabbasso era stata modificata con un farraginoso sistema a leve e contrappesi, utili solo per indurire il "tocco". Le canne di facciata corrose e bucate dall'acido grasso delle cordicelle di fermo usate al posto dei più costosi ma sicuri nastri di seta. Tocco finale: i calcinacci nelle canne di contrabbasso e le perdite dai "portavento" realizzati a cap... Iniziava così un calvario di venti anni per concretizzare un serio e filologico restauro... ma questa è un'altra storia... mentre la "polvere di cantoria" mi cominciava ad entrare nel sangue... Francesco Di Nardo
- Capracotta e non solo
Ci sono numerosi studi sull'origine della denominazione del paese di Capracotta. Potrebbe derivare dalla combinazione di due termini: Cap, luogo elevato, e Kott, luogo roccioso. Due elementi che caratterizzano il territorio capracottese. Secondo altri, Capracotta deriverebbe, invece, dal latino Castra cocta, e attesterebbe l'esistenza di un accampamento militare romano protetto da un ager coctus, cioè un muro di cinta in mattoni. Un'altra ipotesi sarebbe quella longobarda, che alluderebbe alla tradizione religiosa pagana dei primi conquistatori di sacrificare una capra, in onore del dio Thor, prima di insediarsi in un luogo appena conquistato e mangiarne le carni, come rito apotropaico per scongiurare il rischio di un esaurimento delle fonti di sostentamento del gruppo tribale che, diventando stanziale, si costituiva come comunità. Le più antiche tracce della presenza umana, nel territorio di Capracotta, risalgono al periodo Musteriano, circa 80.000 anni a.C.; nella località di Morrone sono stati infatti trovati vari strumenti per la caccia dell'uomo del Neanderthal. Il primo insediamento stabile risale, invece, nel IX secolo a.C. Si tratta di un centro abitato, ritrovato nel corso di più campagne di scavo promosse dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise, nei pressi della Fonte del Romito. Gli scavi archeologici hanno rivelato, quindi, l'esistenza di un sito con una vita che era in essere da circa mille anni; ossia più capanne di forma circolare, dal IX secolo a.C., fino a costruzioni in pietra nel I secolo d.C., collocate in un contesto urbano ben coordinato. Altri ritrovamenti, inoltre, del periodo sannitico, sono la Tavola Osca, ed alcuni sepolcreti di epoca arcaica. L'abitato di Fonte del Romito risultava pertanto collegato, attraverso la transumanza, alle grandi arterie del tempo. Nel giro di pochi secoli, quel piccolo agglomerato di capanne ebbe, infatti, a trasformarsi in un insediamento esteso, e socialmente complesso. La Tavola Osca, o Tavola degli Dei, o Tavola di Agnone, è una tavoletta di bronzo, della dimensione di cm. 28 per 16,5, munita di una maniglia che attualmente si trova nel British Museum di Londra, con altri antichi reperti. La tavola fu scoperta nel 1848 in località Fonte del Romito, presso il podere di Giangregorio Falconi. Il contadino Pietro Tisone avrebbe scoperto casualmente il reperto e, non essendo un esperto, l'avrebbe sottoposto all'esame dei fratelli Cremonese di Agnone. Naturalmente la notizia del ritrovamento arrivò alle orecchie di Theodor Mommsen, che, da eminente studioso, tradusse l'importante reperto, come prova tangibile della antica lingua italica del Sannio. La Tavola, successivaqmente, entrò nella collezione di Alessandro Castellani che, poi, nel 1873, la vendette al British Museum di Londra, dove oggi è conservata nell'antiquarium. Questa tavola misura 28 x 16,5 centimetri, munita di maniglia e fori e vi è tracciata l'iscrizione, in modo netto e profondo, sulla superficie bronzea. Questa è presente su ambedue le facce, 25 righe sulla principale, e 23 sulla posteriore. La prima parte del testo descrive un recinto sacro dedicato a Cerere, dea della fertilità, per la quale nel corso dell'anno avvenivano, a scadenza ritmica, delle festività speciali. Inoltre, nel testo, è segnato che ogni due anni una cerimonia particolare aveva luogo presso l'altare del fuoco che, in occasione della Floralia (festività primaverile), nei pressi dello stesso santuario, avveniva anche in onore di altre quattro divinità. Sul retro era precisato che nel recinto sacro c'erano anche altri altari dedicati a divinità venerate nel suo interno. Vi si affermava, inoltre, che solo quanti pagavano le decime erano ammessi al santuario, e, quindi, elencava, a guisa di inventario, le pertinenze del santuario, le persone che sole potevano frequentarlo, e quelle che lo amministravano. Il santuario principale dei riti di tutto il popolo sannita, per la cronaca, era stato, come noto, già realizzato nel tempio italico di Pietrabbondante. La Tavola è tra le più importanti iscrizioni in lingua osca, dopo il Cippo Abellano e la Tavola Bantina. Risale, storicamente, circa al terzo secolo a.C. e le iscrizioni della Tavola sono ben leggibili ed incise profondamente, iniziando da sinistra. La Tavola o il giardino sannita vengono chiamati Hurz, come è riportato in fondo alla Tavola degli Dei. Aggiungiamo che Capracotta, lembo di terra a ridosso dell'Appennino abruzzese, fra il medio corso del fiume Sangro e l'alta valle del Trigno, a 1.421 metri di altitudine, nell'antichità era abitata dai Pentri carecini, probabilmente, ed inizialmente, nel sito chiamato Terravecchia. Inoltre ha un paesaggio mozzafiato, con immense distese di verde. Dalla sommità di Monte Capraro (m. 1.736) e Monte Campo (m. 1.746) è possibile ammirare, nella quasi totalità, boschi di faggio, le abetine, gli aceri, che formano l'ossatura delle rigogliose foreste altomolisane. Sullo sfondo s'erge il massiccio della Meta e la Maiella. Sull'altro versante, la vista del mare Adriatico, fino alle isole Tremiti. Capracotta si presenta poi da più punti di vista disposta sull'orlo di una ampia voragine calcarea che sovrasta la valle del fiume Sangro. Poco più avanti, nella sua inattesa bellezza, si allarga il pianoro di Prato Gentile e, più giù le acque della sorgente del fiume Verrino, che sgorgando l'acqua con notevoli salti, forma delle cascate molto suggestive. Nei primi quattro chilometri del suo fluire, il torrente, infatti, impegnato in vorticosi dislivelli, dà vita ad una serie notevole di salti d'acqua. Fra i più belli quelli in località Pisciarello, le cui acque, vaporizzandosi nella conca, creano straordinari giochi di colore. Che dire della aria sopraffina e dalla tanta neve che in genere copre il paese. Famoso per le nevicate di un tempo che venivano misurate e che facevano uscire dalle finestre e costringevano ad avere due ingressi, uno esterno ed uno interno, nelle abitazioni. In alcune zone esposte al vento, oltre 4 metri, per cui, solo con lunghe canne era possibile ritrovare le auto, nonostante il poderoso spartineve inviato dai concittadini dagli Stati Uniti d'America. A solo titolo di cronaca, Capracotta, per una sua esposizione, ha il record mondiale della neve caduta nell'anno 2015, in diciotto ore: metri 2,56, superando la nevicata a Silver Lake in Colorado del 1921. Inoltre, ha una delle prime scuole di fondo d'Italia nel 1914. La pista "Mario di Nucci" ha ospitato il campionato italiano di sci di fondo 1997. Fra le case, in genere, si parlava dalle finestre, ma non ci si capiva bene. Le parole si gelavano e non si sentivano. In compenso, però in primavera, c'erano mormorii per le strade proprio di quelle stesse parole che si scioglievano (me l'hanno raccontata). Dulcis in fundo, la Pezzata di Capracotta è tra gli eventi più caratteristici dell'estate molisana. Ogni anno, durante la prima domenica di agosto, esattamente quest'anno il giorno sette, Capracotta accoglie gli appassionati per gustare quella ricetta tradizionale legata alla pratica della transumanza delle greggi. Nella splendida cornice di Prato Gentile, famosa anche per le piste di sci di fondo, e le passeggiate con le ciaspole, si ripropone quel vivido legame con la tradizione pastorale che fa rivivere nella Pezzata la sagra dell'agnello alla brace, o della pecora bollita con erbe aromatiche sul fuoco, su grosse caldare di rame, e servito poi su piatti di creta, che ci riporta nell'immensa civiltà del Molise che iniziò da quei pastori che vissero in un tempo lontano e sono i nostri progenitori. Che dire poi dei prodotti di Capracotta, i latticini, i formaggi, la stracciata: un latticino fresco a pasta filata dalla forma appiattita prodotta con latte vaccino, le minuscole lenticchie, in vendita in tutta la regione come articoli di eccellenza e l'amore dei suoi abitanti che, ogni tre anni, ritornano in massa a festeggiare la Madonna di Loreto nella chiesetta che è all'inizio del paese. Per i danni subiti dalla presenza dei Tedeschi, durante l'ultima guerra mondiale, ha ricevuto, come riconoscimento, il premio al valore della Repubblica. Vincenzo Ferro Fonte: https://www.vincenzoferro.it/, 26 luglio 2022.
- Buongiorno Asilo!
Inno per il 1° centenario di fondazione dell'Asilo di Capracotta 1894-1994 Cantiamo al tempo delle rose; torniamo ai giorni dell'infanzia, cantiamo un inno a questo Asilo ed ai cent'anni della sua vita. E come attorno a un focolare lo spazio tuo ci fa famiglia fra giochi amici di memorie t'incorona novella gioventù. Cantiamo ai prati verdi e al sole; torniamo ai giorni delle nevi, cantiamo a questa nostra Casa ed ai cent'anni della sua vita. E come attorno a un focolare lo spazio tuo ci fa famiglia fra giochi amici di memorie t'incorona novella gioventù. Cantiamo alle montagne e al vento; torniamo a fare un girotondo, cantiamo insieme un ritornello per i cent'anni della sua vita. E come attorno a un focolare lo spazio tuo ci fa famiglia fra giochi amici di memorie t'incorona novella gioventù. Cantiamo intorno a questa mensa con suore e bimbi una canzone; buongiorno, o secolare Asilo, facciamo festa, gridiamo evviva! E come attorno a un focolare lo spazio tuo ci fa famiglia fra giochi amici di memorie t'incorona novella gioventù. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Asylum dossier, Capracotta 1994.
- Penne Papok, un piatto da re
Il nome è quello che è, quasi il ricordo d'un suono, o un rimando a papocchio, però la cucina non si impapocchia, ha una sua bella schiettezza. Vent'anni fa, in un ristorante sulla Costa Smeralda che aveva fra i clienti fissi l'Aga Khan, il piatto forte erano le penne alla Papok. In cucina c'era Pietro Di Tanna, che nell'85 aprì a Roma un minuscolo ristorante battezzato Papok. Specialità: pesce. Ma Pietro, molisano di Capracotta, da ragazzino era già a Roma, nelle cucine dell'ambasciata australiana, poi in case patrizie, poi a Parigi e Antibes, nel '73 è chef all'ambasciata italiana a Mosca. Insomma, di esperienza ne ha tanta, e si sente. Venuto dalla gavetta, sta volentieri ai fornelli e mostra qualche timidezza in sala. Non è il ristoratore da pacca sulla spalla, per intenderci. Bel posticino, con un piccolo dehors estivo. Abbiamo qualche riserva sui quadri appesi, ma quelli non si mangiano. Invece, esortiamo Pietro, pur sapendolo quasi astemio, a un maggior impegno sui vini. Piacevole il centrotavola di verdure crude, per ingannare l'attesa. Antipasti: spada affumicato, alici marinate, lumache di dragoncello, bruschetta con vongole, astite in guazzetto (veramente buono). Primi: fettuccine di casa con spinaci e calamaretti (da assaggiare), orecchiette con broccoli e vongole, spaghetti ai frutti di mare. Ma, lontano dal mare, sono raccomandabili rigatoni (eccellenti quelli al pomodoro e basilico, che si trovano ovunque ma quasi mai ben fatti, come qui: c'è da dire che Pietro dimostra nei sughi e nelle salse una mano molto felice), gnocchi, ravioli, cappelletti in brodo. Secondi: orata al forno con patate, sarago al cartoccio, spigola al sale, calamari ripieni. C'è anche la carne: bolliti misti (ottima la salsa verde, non agliata), pollo con peperoni, anatra all'arancia, stinco di vitello al forno. Dolci di casa, fissi: profiteroles, creme brulée, crostata di miele e torta di pinoli. Porzioni abbondanti. Viste le ridotte dimensioni del locale, è consigliabile prenotare. Gianni e Paola Mura Fonte: G. Mura e P. Mura, Mangia e bevi, in «La Repubblica», Roma.
- Il giorno buio della mia esistenza
Era una giornata fredda e ghiacciata, ed era da giorni che la neve resisteva e i suoi ghiacci a matita sui tetti decoravano le giornate gelide e serene a Pischialta. Roberto nella sua tenera età si svegliò a un'ora piccola quella mattina. Qualcosa lo preoccupava, lo attanagliava nel suo cuoricino di ragazzino già adulto per le circostanze. Si affacciò dalla finestra della sua cameretta e diede uno sguardo all'orizzonte di sempre e i tetti sempre più colmi di neve e il caseggiato del borgo di Pischialta già era in vita, e i suoi camini già sbuffavano nuvole, ingrovigliati di fumo come pipe. Più in là a valle, verso il vallone, il rumore era incalzante dell'acqua forzosa che scorreva e trascinava grossi massi per la furia delle sue acque gelide, a rifocillare le macro e micro sorgenti fino a gonfiarsi e trasportare alberi e cespugli e gonfiare il fiume Sente. I fitti alberi famigliari erano rivestiti tutti di bianco, gli uccelli e i pettirossi per il gran freddo si annidavano nei poveri tetti o nei pagliai circostanti, per proteggersi da una natura avversa, verso nord in lontananza si vedeva il crinale dolcemente scendere da Schiavi paese e si estendeva a valle fino al fiume Sente, reso molto più dolce e armonico dal manto nevoso. Però in cima dove si ergeva Schiavi, con il suo alto campanile, il rumore delle campane arrivava fin in fondo alla valle e rendeva il borgo di Pischialta spettrale e armonico e isolato e invalicabile per uno spostamento anche per i più avveduti uomini, ma di fronte al paese un'altra montagna, quasi gemella, come a fargli sponda e amica si ergeva a picco con i suoi piccoli pini indolenziti e infreddoliti. Roberto, quella mattina, dopo aver svolto i servizi primari di bambino e aver osservato i suoi orizzonti di sempre (la sua cameretta si posizionava in un umile caseggiato al secondo piano), scese i gradini a ventaglio che lo conducevano al primo piano e notò subito la gran folla che si muoveva come un formicaio e un gran fuoco che rendeva l'ambiente dai lineamenti umili e sobri accogliente e riscaldato. Gli si avvicinò una vecchina gentile e affabile che con voce sussurrata gli chiese che voleva per colazione. Il piccolo Roberto la guardò quasi con occhi lacrimanti e arrossati, come da giorni ormai, e le disse che gli andava bene qualsiasi cosa c'era disponibile. La vecchina, con modi matriarcali e attempata dai lunghi abbigliamenti scuri e con un fazzoletto scuro raggomitolato sulle orecchie a forma di conchiglia, era una zia del padre ma può essere definita mammanonna di tutti da diverse generazioni, dal nonno al padre a lui e il suo fratellino che, da pochi mesi, aveva fatto ingresso in quello spazio tempo. Il piccolo Roberto prese una piccola seggiola di foglie di canna, disponibile in quella folla, e si mise vicino al fuoco dove un altro vecchietto si riscaldava con un'altra seggiola, e gli chiese come mai non era restato a letto che faceva freddo. Ma i piccoli occhi bambini di Roberto si posarono sui grandi scarponi di suola del vecchietto dai gradi chiodi rotondi e ribattuti e poi, silente, lo fissò nei suoi occhi stagionati ed emozionati con la loro conoscenza antica e, in un silenzio radente dell'ambiente, gli tese una carezza senza parlare. Erano ormai giorni e mesi che la sua umile casa era piena di gente che andava e veniva come un formicaio, di gente amica e conoscenti in corsa d'aiuto per la tragedia, e più medici si avvicendavano nel visitare sua madre. Il piccolo Roberto si alzò dalla sua esile statura e si fece largo tra i conoscenti e amici e arrivò finalmente all'altra stanza dove prendeva posto il gran letto in ferro ricamato bordò e blu dove sua madre si annidava, come in una bomboniera di rosa fra i cuscini, e chiamandola a lungo una sua esile bianca mano dalla sua esile voce e dai suoi occhi stanchi e dolci lo chiamò e gli chiese come mai così presto, lui non rispose e la fissò, ed entrambi gli occhi si incrociarono e parlavano in una lingua segreta dove solo una mamma e un figlio possono dialogare. Tutto intorno seduti i famigliari, se li osservò dettagliatamente e li fissò, e tutti silenti e con occhi increduli lo inchiodarono come una spada a quel supporto metallico di emozione, come un tripudio di battiti e sensazioni lo marmorizzarono. Il piccolo Roberto, però, non era cosciente lì a breve cosa già era organizzato dal mondo dei grandi, il vociare si faceva falciante e prepotente tra suo nonno, suo zio e suo padre, nel parlare di reti e brande rigide e resistenti, ma il piccolo Roberto non capiva, non comprendeva, la sua prepotenza si fece largo e spazio per comprendere i programmi che avevano pianificato contro di lui. A un certo punto, dal cuore in gola e gambe tremanti, domandò al nonno cosa stava per succedere. E il nonno, uomo robusto e alto dai capelli brizzolati, dall'aria paterna e rassicurante, dalla voce tremante e più volte interrotta dall'emozione, si grattò la nuca più volte, gli disse: – Bisogna portare tua mamma da medici esperti per guarirla e bisogna portarla a Lanciano. Il piccolo Roberto, nella sua tenera età, era un condensato di emozione e reazioni, le sciabole e i coltelli affilati li sentiva dentro, voleva piangere, urlare, scappare, ma nulla di tutto questo gli fu concesso, come un lusso. Dentro lui non capiva e non sapeva dove era Lanciano o in quale posto preciso era destinata sua madre ma una cosa gli era chiara e netta: che voleva dire un distacco tra lui e sua madre. E lì a breve, in quella umile casa e nell'animo dibattuto e perso del piccolo Roberto, in quell'arsura invernale dove il borgo di Pischialta era stretto da giorni da ghiacci e metri di neve, e in lontananza gli orizzonti nord verso la montagna di Castiglione Messer Marino e Capracotta e Belmonte del Sannio tutto rivestito di bianco, e la tramontana radente e gelida si alzava e trasportava con sé, spolverandola qua e là, e costruendo dune morbide e lievi, qua e là, di neve fresca, sui cumuli stagionati, e nel fare ciò emanava nebbia, a volte fitta a volte diradata, che permetteva allo sguardo preoccupato del piccolo Roberto di sperdersi tra le grandi querce innevate e i vigneti ed oliveti circostanti. È qui che si consumava il più grande supplizio, il buco nero di un'esistenza spezzata e offesa per sempre per il piccolo Roberto. Gli uomini potenti e robusti, amici in compagnia di suo nonno e di suo padre, si organizzarono a turno per effettuare il viaggio in branda di sua madre malata fino a nord della contrada dove la strada rotabile arrivava, sopportata e sorretta da braccia e forze umane, presero grandi coperte e lenzuola impermeabili e legate tra loro, per rendere confortevole e sopportabile quel viaggio all'ammalata. L'animo del piccolo Roberto era a pezzi. Vedere quella rete, quella branda traballante tra i ghiacciai e le nevi immense, navigante tra colonne umane che a turno sorreggevano e spingevano verso nord, mentre la strada innevata si faceva pesante, insopportabile e ripida, ma lui era lì, in quella testiera di ghiaccio, da cui la mamma, con tutta la volontà e la forza, riuscì a estrarre la piccola e esile mano che raggiunse la manina del piccolo Roberto. Era orgoglioso e affranto in quel gelido trambusto stringere la mano e sentire il cuore battere e vibrare in una lingua segreta tra le piccole anime di mamma e figlio, si sentiva partecipe, laborioso e attivo di una didascalia dell'epilogo avverso in quella radura di ghiaccio. E così il viaggio si consumava e s'impennava e il piccolo Roberto, lì aggrappato a quella piccola esistenza sfuggente, i passi gli sembravano tagli e ferite indelebili, i passi faticosi, bambini, si inoltravano in un labirinto esistenziale, e così arrivarono al primo gruppo di case e, nonostante il tempo glaciale e il cammino sopra a un metro e mezzo, nel circondario le grandi distese di prati innevati e lisci interrotte dalle sole tracce del passaggio dei cani indolenziti, superstiti e volenterosi affianco ai loro padroni, il solo solco di neve aperto dove la gente amica e fraterna di una frazione solidale continuava ad aggregarsi e, nell'arrivo in un saluto, una carezza al piccolo viso di Roberto, ma lui, distratto e pieno di moltitudini interne, era immerso nel suo dramma sanguinante. In questo supplizio di carovane e folla umane, che il viaggio si consumava e si inoltrava sempre più a nord. A un certo punto il passaggio a picco scivolò verso un vecchio pozzetto dell'acqua comunale, e la ripidità e la robustezza della salita e il livello di neve sempre più alto, la carovana si fermò per un passaggio di braccia tra gli uomini amici e fraterni di una volontà solidale che sorreggevano la branda, la rete di sua madre, e una donnina esile, garbata, vestita di nero uscì da una umile e bassa casa dal camino fumante, col tetto scosceso e coperto di pietre pine. Da un ingresso, un cunicolo ricavato dalla neve stagionata e affumicata, con atteggiamenti materni si avvicinò con un commensale accompagnato dal marito, anche lui dai chiari segni sofferenti di una malattia perenne e offrì dolci e salati e bevande alla carovana, dalla testa ai piedi di chi ne accettava. Tutti, con garbo e silenzio, ringraziarono la cortesia e la gentilezza della vecchina. La carovana riprese il suo cammino lento e faticoso in quel percorso perverso. Il piccolo Roberto sempre marmorizzato alla testata del letto e, mano nella mano, ormai solidificata fra sua madre e lui. Con l'animo in ebollizione le ferite interne si facevano sempre più cocenti e vive e gli occhi si abbagliavano e si annebbiavano e scomparivano e si inorridivano dentro quel panorama incantevole come una sposa vestita all'altare. A un certo punto la folla della carovana gonfia e numerosa arrivò ad uno spiazzo con al centro un pozzo a cupola e una porticina chiusa che al piccolo Roberto era più che famigliare e nel lato sinistro, fiancheggiata, da una casa dal recinto orlato da ringhiere in ferro, si affacciò tutta una famiglia, compresi i suoi figlioletti a scala. Una femminuccia e un maschietto più adulto si avvicinarono alla testa della carovana verso il nonno del piccolo Roberto e confabularono a bassa voce e con delicatezza fraterna, dando una carezza al piccolo Roberto e alla sua mamma tra le grandi coperture, e il più anziano si aggregò alla testa della carovana vicino a suo nonno domandando notizie, ma dalle espressioni e gesti di suo nonno si notava chiaramente l'animo perso con tutta l'aria di una cosa più grande di loro, e così il viaggio continuò tra le ultime due case dove quello che rimaneva di una strada serpeggiante a tramontana in un cunicolo si svincolava e si snodavano le ultime due curve costeggiate da alberi pazienti e indolenziti dal freddo e neve e ghiacci pendenti. Finalmente si arrivò all'altro vecchio pozzetto dell'acqua comunale e da lì si apriva un nuovo squarcio di orizzonte dove poter guardare a est verso Casali. E così a breve questo martirio, questo supplizio, dall'ultima curva tra i boschi, la carovana e la testa della carovana di quella rete navigante tra le nevi, arrivò alla croce, dove finalmente si intravedeva la macchina del padre del piccolo Roberto, tutta innevata e si notavano a malapena i suoi lineamenti, una Fiat 1100. Si notava lo sgombero in una pista stretta ma pulita dai grandi cumuli laterali di una pista rotabile, ed è qui, in questi istanti, che il piccolo Roberto, tra il cuore in gola e le sue esili gambe tremanti, lasciò e creò il buco nero della sua esistenza. Quel distacco di quella manina gelida, bianca e raggrinzita dal freddo, si staccò e con lei si squarciò dentro di lui un groviglio, un boato di sensazioni, una carne viva che si tagliava per sempre fin dai suoi capelli grigi. Il distacco era imminente, di una lunga e perenne tragedia avversa, amara, dai latrati spigolosi e perversi di un anima candida e pura. In quella radura di ghiaccio e neve, gli occhi ragazzini inermi del piccolo Roberto, lì appeso a quella testata fredda e morta, si staccò, e la madre, dai suoi piccoli esili brandelli, si sollevò con braccia amiche e venne posizionata all0interno di quel gelido abitacolo, quella Fiat 1100 nemica e avversaria del piccolo Roberto, colpevole di un distacco sanguinante. Lì a breve il piccolo Roberto entrò in quell'abitacolo e strinse per l'ultima volta le esile mani di sua madre e, con occhi emozionanti e piagenti, incrociò i suoi e si immedesimarono in quella stanchezza avversa ché si salutarono, e poi il piccolo Roberto venne strappato via e accompagnato dalla nonna perché la macchina con sua madre doveva partire alla volta di Lanciano. Il padre del piccolo Roberto mise in moto e salirono in macchina. Il padre alla guida con a fianco suo zio e, dietro, vicino a sua madre, il nonno. Lo sguardo perso del piccolo Roberto fissò ininterrottamente quello di sua madre che si allontanava con difficolta per i continui slittamenti delle ruote della macchina tra la neve fino a scomparire del tutto. La macchina si inerpicò in quella strada dalla stretta carreggiata verso Schiavi paese e, lasciando la contrada di Valli, fino a scomparire. Il piccolo Roberto, rassegnato e perso e impotente di non poter fare più nulla per sua madre, si avviò con la nonna e tutta la carovana verso casa e lungo il tragitto la carovana amica e fraterna, salutandoci affettuosamente, arrivati vicino alle loro case ci lasciavano e rientravano, continuando il loro tragitto verso casa. Arrivati a casa trovarono la vecchina sempre affettuosa e materna che, dopo avergli domandato dettagliatamente del viaggio e aver detto alla nonna tutte le faccende svolte, disse che il fratellino dormiva, ci salutò e se ne andò nella sua casa, che non era distante dalla loro: era al di la dell'ara. Rimasti soli, il piccolo Roberto e la nonna, vicino al focolare seduti con le loro seggiole di paglia, un silenzio blasfemo li avvolgeva, il piccolo Roberto guardava la fiamma e nello stuzzicare con il soffietto ci vedeva gli occhi di sua madre dentro come a fargli compagnia e sorvegliarlo anche nella sua sventura. La sera si inabissò, si consumò nel silenzio tombale degli occupanti e, a notte fonda, ancora nessuno era tornato. Il vecchio telefono pubblico taceva, che era l'unico ponte di collegamento in quella realtà. Per il piccolo Roberto, tutto il caseggiato e il borgo di Pischialta in una morsa di gelo e di neve in una radura tra monti e valli, tutto era silenzio di una frustrazione perenne, dove le ferite non trovavano pace e riscontro, in un alba tirata a secco. In una notte vegliante l'aurora si fece avanti come fosse il giorno prima, con gli stessi panorami, gli stessi uccellini pigolanti e uomini e famiglie del borgo in un loro risveglio metodico e secolare dai camini spippanti di un fumo avvolgente che si alzava in volo e invadeva la valle del sud tra il Ciglione e il fossato del fiume Sente. Il piccolo Roberto, nel suo lettino solitario, in una camera sospesa di solitudine, la notte fu perversa e l'aurora dura e dibattuta per un risveglio sofferto, per una nuova giornata coraggiosa. Il sole, tra la neve all'orizzonte, colorava di rosso quel manto rosso e rigido di ghiaccio e penetrava tra le finestre del caseggiato e invadeva le stanze silenziose mentre il fuoco scoppiettava e aleggiava nel camino di pietra mentre la nonna, silenziosa, si muoveva tra i mille lavori di sempre. Anche il fratellino rumoreggiava dalla culla col piede lavorato in arancione, la tramontana fischiava dall'esterno impaziente tra i vetri, e solo quando il giorno si stagionò videro i famigliari muti ritornare, tra i berretti e i cappotti innevati. Il piccolo Roberto, pietrificato in quella seggiola minuta di foglie di canna, dai suoi occhi speranzosi e tremanti e stretto tra i mille battiti e la morsa in gola, attendeva notizie e speranze di una madre lontano da sé, ma il nonno, il padre e lo zio infreddoliti presero posto in seggiole di paglia e, silenti, si sedettero. Solo dopo lunghe riflessioni, tra il calore avvolgente del camino, iniziarono a dialogare con parole dimezzate e dibattute e quasi singhiozzate, quelle parole, quelle sillabe di sassi rotolanti in quell'anima segnata nulla di nuovo comunicarono, la stanza fu tabernacolo di ardore di uomini persi e di famiglia mancata. Il piccolo Roberto, con le sue membra di ragazzino e i suoi combattimenti interni, pensava quanto dovesse durare quella lontananza. Ma gli uomini tra loro e la nonna si dilungavano a descrivere quel viaggio di fuoco e ghiaccio del giorno prima, solo il nonno dagli occhi arrossati e con voce discontinua gli disse che la cosa era lunga e che nei prossimi giorni, nella speranza di un tempo più mite, tutti partivano e la potevano andare a trovare in quell'ospedale gentile per la mamma. Silvano Fantilli Fonte: S. Fantilli, La mia terra, Caosfera, Padova 2018.
- L'abitato sannitico di Fonte del Romito
Nell'estate del 1979, in occasione dell'avvio della prima campagna di scavo alla Fonte del Romito, il Prof. B. d'Agostino, a quei tempi Soprintendente archeologo pro tempore, incaricò l'Ing. R.E. Linington, direttore della Fondazione Lerici, di eseguire, per conto della Soprintendenza, una serie di prospezioni archeologiche su tutta l'area prescelta per le esplorazioni, e su una parte dei terreni circostanti, in base ad un progetto di sondaggio capillare di un esteso settore della contrada Macchia, così ricca, come si è dimostrato nel capitolo precedente, di tracce di frequentazione antica. L'indagine è stata condotta utilizzando il metodo di prospezione geofisica basato sulla misurazione delle variazioni, o anomalie, esistenti fra le proprietà fisiche del materiale di cui è composta una formazione archeologica, e quelle degli strati circostanti. Nel caso specifico, è stato necessario scartare, tranne in un paio di zone dove le condizioni del terreno lo consentivano, l'applicazione della prospezione elettrica: infatti, essendo questa basata sul rilevamento delle differenze di resistività delle strutture murarie e del terreno dentro il quale sono sepolte in rapporto al diverso contenuto di umidità, si sarebbe incorsi in gravi rischi di erronee interpretazioni dei dati a causa della vicinanza della sorgente e delle moderne opere di canalizzazione che, assieme alla presenza di banchi rocciosi in superficie, avrebbero senz'altro potuto influenzare negativamente l'esito dell'indagine. Si è preferito, perciò, utilizzare il metodo magnetico grazie al quale è possibile determinare la gamma dei mutamenti nel campo magnetico terrestre causati dalle diverse proprietà dei vari strati vicini al punto di misura. Gli aumenti più consistenti della suscettività magnetica, cioè del grado in cui un corpo è in condizione di polarizzarsi, vengono normalmente prodotti sia dai complessi cambiamenti negli ossidi di ferro contenuti nel terreno in presenza di materiale organico, sia da forti azioni di riscaldamento, delle quali rimane traccia, soprattutto, nell'argilla. Pertanto, strutture in mattoni, o anche in pietra che hanno subìto incendi, ed ancor più fornaci antiche, producono vistose anomalie magnetiche i cui valori, registrati dagli strumenti e tradotti successivamente in simboli differenziati a seconda delle variazioni di intensità, riescono a tracciare una mappa del giacimento archeologico, indicandone, oltre alla esatta collocazione, anche lo sviluppo ed un approssimativo orientamento. Nel corso delle prospezioni geofisiche alla Fonte del Romito, sono stati utilizzati un magnetometro a protoni di tipo differenziale ed uno del tipo Elsec, in grado di eliminare particolari disturbi durante le operazioni di misurazione, ciascuno collegato via cavo allo strumento rilevatore costituito da una sonda montata, ad un metro di altezza, in cima ad un'asta appoggiata sul terreno, per mantenere costante la quota di misura, che veniva spostata di un metro ad ogni rilevamento. In questo modo tutta la zona è stata rigorosamente scandagliata, ad esclusione di un'area molto periferica della contrada nella quale le indagini sono state svolte successivamente, durante una seconda breve campagna che ha avuto luogo dopo la fienagione, attraverso sondaggi più diradati con misurazioni ogni due metri. I dati raccolti si sono dimostrati soddisfacentemente attendibili, collimando con i primi ritrovamenti avvenuti quando ancora le prospezioni erano in corso di svolgimento, e decisamente utili, indirizzando nella giusta direzione le esplorazioni successive. Ivan Rainini Fonte: I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito, Gangemi, Roma 1996.
- Sernia, anima sannita
Su di un vasto crinale molisano collinare che separa i fiumi Sordo e Carpino, vi racconto della landa di papa Celestino che per responsabilità decise di rinunciare alla carica papale, figlio di terra di calcare e arenarie, sotto il centro v'è il travertino sostien l'insediamento paleolitico e latino municipium e Lega Italica di chi sa lottare da sannita, borbona o nel Cinquantasette da smuovere rivolte che si placano serene di fronte alla calma Fontana e la Pineta o all'ombra della Cattedrale di S. Pietro quieta che ospita le comunità che preparan cene di turcinelli, d'abbotta pezziente, le ricette dei cavatelli, atavici come il tratturo della transumanza lungo Venafro con le sue zampogne, oli e mozzarelle; Frosolone e i suoi coltelli, fin alle cime di Capracotta: suonan di giubilo le campane d'Agnone che riecheggian fiere in ogni fortificazione. Matteo Morotti Fonte: https://www.facebook.com/, 26 aprile 2020.
- Le corse in carrozza degli adolescenti capracottesi
Chi è stato adolescente a Capracotta tra gli anni '60 e '90 ha di certo conosciuto questi aggeggi infernali, impropriamente chiamati carrozze. Delle antiche carrozze, infatti, non avevano né la comodità né la sicurezza né tantomeno i cavalli a trainare. Si trattava semplicemente di gettarsi sulle lunghe discese asfaltate di via Repubblica, via Risorgimento o via Leonardo Falconi, seduti su queste assi con ruote, e il più delle volte senza freni. Le gare di carrozze erano rinomate soprattutto nel rione di S. Giovanni, notoriamente più agricolo di quello di S. Antonio. Al netto di qualche braccio rotto, di grossi lividi e brucianti abrasioni, è un miracolo che nessun giovane capracottese abbia perso la vita su questi maledetti mezzi di locomozione, che a volte finivano persino sotto le automobili. Nella foto in alto la carrozza da competizione costruita da mio padre: scocca in legno d'abete, per ruote quattro cuscinetti a sfera, tecnologia frenante presa in prestito dai bob e al posto dello sterzo una corda tipo redini per cavallo. A quel tempo i genitori avevano un concetto di "sicurezza" per i loro figli molto diverso da quello attuale. Francesco Mendozzi
- La spalmata
Capracotta, 1951. La nostra aula era situata al piano terra dell'attuale struttura per gli anziani con alle spalle la torre dell'orologio. Il maestro Renato era severo ed inflessibile. La "spalmata" era una tavoletta di legno lunga 60 cm., messa in bella vista come deterrente per 36 maschietti, usata per punirci con le mani bene aperte poste verso il maestro. Serviva per tenere a bada le tre file di banchi brutti sporchi e cattivi, ma era il prodotto di tempi in cui la sopravvivenza era una lotta. Io e Nannino Trasciòtta sedevamo al centro in prima fila non per merito, bensì per la nostra taglia sotto la media. Frequentavamo la terza elementare quando un sabato, prima che finisse la lezione, il maestro Renato ci raccomandò per il lunedì successivo di munirci di 2 quaderni nuovi necessari per continuare le lezioni. Nessuno di noi aveva rispettato la richiesta, e così il maestro, inviperito, fece parlare la spalmata, dichiarando con furore: – Dieci spalmate a testa, così imparate a ricordarvi quando parlo! Cinque in un mano e cinque nell'altra, cominciando dalla prima fila! Tutti eravamo in uno stato di agitazione incontrollata e si tremava dalla paura. Giunti al terzo alunno, con le spalmate che risuonavano nell'aula, ebbi un sussulto e chiesi al maestro Renato se potessi andare al bagno. Praticamente sfuggii alla tortura. Ma adesso cominciava un altro problema: come tornare a scuola? I primi due giorni feci finta di andare a scuola nascondendomi da mia madre e da mia sorella Maria che aveva 10 anni più di me, ma ciò non bastò. Il terzo giorno fu mia sorella ad accompagnarmi a scuola. Il maestro nutriva del rancore nei miei confronti e così mi mollò uno schiaffone davanti a tutti, compresa mia sorella. Da stoico non dissi nemmeno "ah". Insomma, mi salvai dalle dieci spalmate ma salvarsi dallo sganassone fu impossibile. Questa storia mi è servita molto nella mia vita quando dovevo uscire da situazioni difficili. Pietro Di Tanna
- Quadro del dolce Molise
Credo che le grandi donne non muoiano mai. Immagino siano come gli alberi, pronte a sfidare qualsiasi tempesta. Sotto un tenero cielo di seta, la campagna e la vita, persistevano. Una dolce luce nei cuori spezzava il duro lavoro. La loro bellezza non era barattabile con nient'altro. Nei loro occhi, una strada portava lontano. Una strada dove il tracciato aveva parole d'amore. Una strada dove il cielo aveva stelle chiare. Una strada dove la resistenza era grande come il sole. Una strada dove tutti i desideri diventavano eterni. Una strada dove il tempo sembrava non avere fretta. Una strada dove l'odore della terra e del sudore, erano il caldo focolaio... Orestina Di Rienzo Fonte: https://www.facebook.com/, 25 maggio 2018.
- Armenti e latticini
Sulla lunga via erbosa passano da alcuni giorni gli armenti. Sono mandre di pecore che procedono verso la montagna, guidate da pastori a piedi e a cavallo, fiancheggiate e difese da grossi cani, dal lungo pelo bianco, dalla testa enorme, dall'occhio vigile e mansueto, protetti da un largo e massiccio collare di cuoio o di lamiera irto di chiodi acuminati. Su quella via (chiamata comunemente tratturo e che, come tutte le altre del genere, parte da Foggia) a primavera inoltrata transitano le greggi che dal Tavoliere di Puglia salgono ai verdi pascoli del Matese e di Capracotta a passarvi la stagione estiva. Una volta il transito durava intere settimane, perché la vasta pianura pugliese ospitava durante l'inverno oltre un milione di pecore, circa 24 mila vacche, 18 mila bovi e 17 mila cavalli. Ma dopo le così dette leggi di affrancamento, il Tavoliere fu dissodato e coltivato a cereali, i suoi pascoli invernali scomparvero, e l'industria armentizia è venuta a deperire. Anzi queste ultime mandre si vanno ancora assottigliando; perché, oltre al dissodamento dei pascoli e dei boschi montani, cominciano a mancare i buoni pastori e massari d'un tempo, esperti fra tutti nel mestiere quelli di Capracotta e di Vastogirardi. Essi sono robusti montanari, dalle abitudini estremamente semplici, dall'ingegno pronto e acuto, buona parte analfabeti, che si alimentano poveramente di solo pane condito con olio e sale e d'un po' di ricotta. Eppure sono essi che un tempo assicuravano la ricca produzione della carne, della lana e dei latticini; essi lavoravano il latte, e lo trasformavano nei saporiti formaggi, nelle tenere ricotte, nel burro squisito, nei fragranti cacio-cavalli, nelle delicate scamozze. Ecco che l'armento si ferma nella località del tratturo detta riposo o iaccio. I pastori lo raggruppano e lo serrano d'intorno con una rete di corda, assicurata a pali di legno. I cani vi girano intorno, instancabili sentinelle contro gli assalti di qualche ingordo lupo che, a debita distanza, segue gli animali. Le gonfie poppe si mungono, è improvvisato un focolare con pietre e tre parli a cui si sospende la caldaia, e le fiscelle di giunchi man mano si riempiono di pecorino e di ricotta. Ora però il caseificio nomade si è trasformato in stabile; ma la lavorazione del formaggio vi si continua con gli stessi metodi. Il latte, filtrato a traverso tela o erbe, è riscaldato a 35 gradi. In esso si versa il caglio o presame naturale di capretto, stemperato nel siero; e dopo circa mezz'ora se ne ottiene la coagulazione. La massa coagulata si agita e si frange con un bastone, detto menaturo, fino ad avere dei granelli poco più grossi di un cece. Questi si depositano in fondo alla caldaia; poi, travasato il siero (destinato alla lavorazione della ricotta), vengono impastati con le mani, e la massa che se ne ottiene è compressa e rivoltata nelle fiscelle, dove prende la caratteristica forma cilindrica. L'indomani viene abbondantemente salata sopra una faccia e rivoltata di nuovo, il giorno seguente si sparge il sale sull'altra faccia, e così si continua per dieci o dodici giorni, a seconda il peso della forma. Su per giù identica è la lavorazione del cacio-cavallo, composto solo di latte di vacca; però la pasta ottenuta non si comprime nelle fiscelle, ma si taglia in fette lunghe e sottili, che si fanno cadere in un tino, ove si versa acqua calda a 65 gradi. In esso si riunisce di nuovo la massa caseosa, comprimendola e stirandola alternativamente col menaturo e con le mani, in modo da ottenere la caratteristica struttura fibrosa e lucente. Il filone, da prima piatto e largo, si restringe poco a poco, fino a poterlo prendere con una delle mani, e aiutandosi con l'altra ad avvolgerlo a gomitolo in modo speciale, secondo il tipo che si vuol fabbricare, se cacio-cavallo o provolone, e secondo la forma strozzata e allungata dell'uno o sferica dell'altro. I gomitoli si lasciano un po' nell'acqua calda, poi si modellano, stringendoli con forza, lisciandoli alla superficie, e formando nel cacio-cavallo la così detta testa, che si salda, tuffandola un istante nell'acqua bollente. Le forme di provolone o di cacio-cavallo, appena confezionate, vengono immerse in acqua fredda, dentro un tino che si dondola, imprimendo al liquido un lieve movimento. Dopo tre o quattro ore si passano in salamoia, restandovi da tre a sei giorni, secondo il peso; poi si accoppiano con legamenti di giunco, e si apprendono in cucina, dove, sotto l'azione del fumo, acquistano il bel colore giallastro. Le scamozze sono piccoli formaggi a pasta filata da consumare freschi; e nel Molise se ne producono delle squisite, un po' da per tutto, da Capracotta a Baranello, da Vastogirardi a Campobasso, da Carovilli a Riccia. Importante è in quest'ultimo comune la fattoria Sedati. Sorge in contrada Sfonderata, ricca di pascoli e d'acqua, e vi si producono cacio-cavalli e scamozze, assai ricercati dai consumatori locali e forestieri. Berengario Amorosa Fonte: B. Amorosa, Il Molise: libro sussidiario per la cultura regionale, Mondadori, Milano 1924.
- Morte di una pianta
Muta soffre la terra l'offesa dell'animale ingrato; assordante flagello meccanico il cuore le squarcia, impietoso portandole via i figli nutriti con pazienza ed amore. Invano implora gemito profondo misericordia inascoltata perché esso non giunge nel fragore ch'uccide il lamento ai timpani dell'avido corrotto che sordo impazzisce al denaro. Vacilla intanto il tronco nobile e nella rabbia furibondo scuote verdi le sue chiome in una cascata di soffici foglie... Lenta la vita spira dai germogli e le radici incredule a levarsi dal loro morbido letto di benessere si aggrappano ad estrema speranza strappando nell'abbraccio di morte le carni della madre generosa. Tenui umori sgocciolano candidi gli ultimi raccapriccianti, sussulti in freddo commosso sudario che cosparge di pianto il dolore d’intorno nei campi: di lutto si copre la lacera coltre, già ridente custode di messi rigogliose e privo d'anima giace infine riverso il tacito eroe appassito, abbattuto da feroce progresso che rozzo s'avventa contro mansueta natura. Ugo D'Onofrio Fonte: U. D'Onofrio, Vorrei... dall'eco dei miei monti, San Giorgio, Campobasso 1979.
- Teatro a mille metri
Da Isernia risalgo a Pietrabbondante, verso il cuore del Sannio e l'antico centro sacro e federale della regione, verso il monte che custodisce ancora i monumenti più intatti della gente sannitica e che, a tagliar corto alle tante controversie dotte e indotte tra la Boviano del monte e la Boviano del piano, siamo ormai d'accordo che sia da identificare col sito di Bovianum vetus. Dopo il ponte sul Carpino e un bel fondo valle dove il geometrico allineamento dei campi e la scoperta di un cippo terminale, permettono ancora di riconoscere le linee di un'antica adsignatio agrorum, ecco l'abitato di Carpinone con gran distese di frumemo nelle vie e gran torneare di galline e di polli tenuti a bada da donne ammantate e sedute sulla soglia delle porte come ai piedi dell'altare. Poi di costa in costa, tra rocce e querceti, si sale come tra le chiuse d'acqua di un bacino montano, fino alla conca di Sessano dove il paese, abbrancato al monte, guarda paternamente dall'alto le case del borgo di Pantanello al riparo di un folto di querce: poco più oltre, al valico di Colle Venditto, ci si affaccia sulla conca di Pescolanciano e si scopre un più vasto anfiteatro di monti percorso dalla chiusa valle del Trigno. Al castello di Pescolanciano, alto, quadrato, massiccio, il ponte levatoio si profila contro luce come il fornice di un viadotto; in basso, belle case e capannelli di mantelloni al sole: macchie scure contro le pietre assolate. Al bivio un'auto-diligenza scende giù giù per il vallone verso Trivento e Roccavivara dove è la bella basilica di S. Maria di Canneto sul greto del fiume, e dove un buon prete arrende dalla misericordia di Dio e degli uomini di rifar bella e sana la sua chiesa. Io risalgo invece verso il Monte Caraceno e riconosco il paesaggio di molti anni fa, quando venni a fare qui il mio noviziato sul terreno dell'archeologia militante e le prime nevi scese nelle trincee di scavo mi risospinsero al piano. Ecco la selva di Collemeluccio di abeti e di faggi; e le foglie arrossate dei faggi mettono una strana fioritura sulla macchia scura degli abeti. Alla prima radura presso la segheria, i tronchi lisci e decorticati, allineati o incastellati, sembrano gli stessi di rami anni fa. Alle case dei boscaioli c'è oggi ozio beato al sole. Oh potessi rifare con uno di loro il cammino di questi anni a colpi di ascia o di piccone con qualche ora di ozio beato al sole! Ma ecco, tra il bosco, la vetta a cupola del Monte Caraceno, selvosa dal lato di nord, pelata dal lato di mezzodì; ed ecco il paese con i suoi tre picchi di roccia e le case serrate a catena come entro una mascella robusta. All'ingresso dell'arce, un guerriero sannita in armi e in vedetta (buon bronzo del Guastalla a ricordo dei caduti di guerra), si staglia contro le nevi dei monti e pare gigante tra quell'orizzonte e quegli umili tetti stillanti di sgelo. Vado alla chiesa attanagliata all'estremo picco di roccia: stanno riparando il tetto scoperchiato dall'ultima bufera e il muro volto a settentrione tutto intessuto di pietre antiche squadrate, ha preso il freddo e grigio colore del sasso. È la più aerea vetta del Molise: l'occhio scorre dai monti di Capracotta sulle nevi di Monte Campo e di Monte S. Nicola, giù per la lunga fila delle case di Agnone, per risalire a Belmonte, Castiglione Messer Marino e Schiavi di Abruzzo e ridiscendere a Casal Verrino e Bagnoli del Trigno. Ed era la più forte posizione di vedetta e di difesa del Sannio. La cima del monte (a più di 1.200 metri) è ancora incastellata con le sue massicce mura poligonali; il più antico nucleo dell'abitato era ridossato alla meglio, come oggi, a questo costone; il quartiere delle pubbliche e sacre riunioni federali, più in basso, al riparo della gran vena del Caraceno e su meno aspro pendio. Scendiamo dunque per la mulattiera al tempio e al teatro della città antica: da poco più a poco meno di mille metri. È la contrada del "Calcatello" dove negli scavi iniziati e abbandonati, ripresi e non compiuti dal 1835 al 1930, si sono messi in luce, con la scoperta della più amica Bovianum, diversa dalla Bovianum Undecimanorum della pianura del Biferno, i due più integri monumenti italici del Sannio, un bel gruppo di iscrizioni osche e una serie di armature in bronzo, una «vena di armi» come si disse dagli scavatori del tempo, in spade, lance, elmi, paragnatidi, cinturoni e gambali, da fare del Museo di Napoli la più preziosa armeria che si abbia per il costume di guerra dei Sanniti durante il periodo della lotta contro Roma. Innanzi al teatro, il paesaggio si racchiude e si circoscrive tra l'arce ed i poggi che fanno da primo piano al vasco orizzonte: l'occhio spazia per tutto il paese sannita dei Pentri; e la cavea, affondata nel terreno, sembra un'immensa esedra fatta a bella posta per godersi riposatamente il panorama dei monti. È il teatro più alto d'Italia ed è il più felice connubio che io conosca tra strutture italiche e architettura greca. Il poligonale con la perfetta tessitura poliedrica dei suoi blocchi serrati e squadrati, fa da sostegno alle parodoi frenando la poderosa spinta del terrapieno, s'incurva docilmente, come una duttile opera cementizia, a racchiudere e a contenere il semicerchio della cavea. E accanto a queste sode strutture da muro di fortezza e da bastione di difesa, rifulge la più pura eleganza dei teatri di Grecia. Seggi di pietra polita ricavati da un sol blocco, con il dorsale elegantemente sagomato e rigettato all'indietro e chiusi da braccioli a zampe di grifo come erano i seggi di riguardo per magistrati e sacerdoti; lastroni di calcare a taglio trapezoidale lungo il corridoio del diàzoma; gradinate a semicerchio ai lati dell'orchestra per il miglior disimpegno dei posti della cavea: e come nell'Odéon di Pompei, ma scolpiti nel duro calcare anziché nel tenero tufo, due Satiri Telamoni, uno mutilo e uno intero, vecchia e cara conoscenza dci teatri di Grecia e di Sicilia; e, infine, quel che più stupisce, il ritrovare nelle poche ma preziose tracce dell'edificio della scena, il muro del proscenio ancora di tipo ellenistico, rettilineo, con l'impronta delle semicolonne e con gli intercolunni che dovevano essere occupati da tramezzi lignei dipinti e smontabili, come nel proscenio di Priene; e tutto ciò senza rifacimenti, senza aggiunte, senza quelle alterazioni posteriori che fanno dello studio della scena del teatro antico il più allegro rompicapo per archeologi e filologi: un puro e tipico esempio, insomma, di teatro ellenistico come se, invece di trovarci nel cuore del Sannio a mille metri di altezza, tra nevi e tra selve, fossimo sulle rive del Tirreno, dello Jonio o davanti al mare di Sicilia. Era indubbiamente il riflesso della gran luce che veniva dalla Campania, dalle genti sannite che si erano insediate nelle città greche della costa; ma è tal fatto da far meditare su quel che erano le condizioni di civiltà e di vita delle regioni più montuose del vecchio Sannio italico. E non era segno né di mollezza né di eccessiva arrendevolezza a più facili costumi di vita, ché, vicino al teatro, c'è ancora il tempio di pura architettura italica con l'iscrizione che ricorreva lungo il fregio nella lingua grave e solenne della gente osco-sannita; e, non lontano da qui, si rinvenne quel deposito di armature in bronzo che dovevano servire come armi di parata per i ludi italici nelle cerimonie e negli agoni per divinità ed eroi. I Sanniti, dunque, che vivevano su questi monti tra bufere di vento e di neve, o avvolti di pelli caprigne o coperti delle loro snelle e salde armature in bronzo, nelle cinte poligonali di Capracotta, di S. Nicola, di Carovilli, di Isernia e di Sepino, i mandriani che correvano dal monte al piano tra i bivacchi di pastura, quelli che ci hanno lasciato sulla tavola bronzea della "Fonte del Romito", presso Agnone, l'inventario dei loro dèi come una litania sacra nella quale sembra di poter cogliere risonanze ancora vive nei nomi di luoghi, di boschi, di fiumi, di borghi, qui convenivano annualmente ed assistevano da questi seggi allo spettacolo: i magistrati (i méddices) e i sacerdoti sugli scanni di pietra, i guerrieri e il popolo più in alto, forse su semplici gradinate di zolle erbose. E quanto daremmo per conoscere il programma di quelle liturgie italiche, per ricuperare dal naufragio della letteratura osca qualche reliquia meno misera di quel che non ci venga dalle glosse dei grammatici. E da secoli il teatro della vecchia Bovianum resiste vittoriosamente alle forze nemiche della montagna. La massa del terreno impregnata dalle acque di disgelo preme lentamente contro i muri di sostegno e ne ha piegato qua e là le strutture scatenandone i giunti come a colpi di ariete; e le acque di ristagno hanno provocato un sensibile cedimento del suolo. Lievi lesioni: poche opere di canalizzazione e di rimboschimento basteranno a proteggere per sempre il più eccelso teatro d'Italia. Certo qui visse l'ultima tribù libera dei Sanniti e Roma, dopo averne debellata l'ultima vana ribellione, dové abbandonarli al loro destino con il loro simulacro di libertà e di fede. Erano le città dei valichi e delle valli che bisognava presidiare e rinsanguare e la nuova Boiano del Biferno, e Saepinum sulla via del tratturo e Triventum lungo la valle del Trigno, furono le città romane di vedetta, di commerci e di traffico del vecchio Sannio domato. E qui, tra il tempio e il teatro, quella catasta di armi sepolte sotto un telo di terra, ebbe quasi il valore di un rito di abbandono e di esilio. Ma quando si voglia comprendere quella che fu la prima grande epopea delle stirpi italiche, e il gran dramma dell'unificazione compiuta da Roma e lo sforzo e il valore di quella conquista, bisogna salire su questa rocca solitaria dove gli Italici, squadrando i massi dell'Appennino, portarono la prima luce della civiltà mediterranea. Parvemi quel giorno, mentre l'ombra scendeva dall'arce sulla città sacra dei Sanniti e non so quale religioso e austero silenzio veniva dai monti, dalle selve, dalle nevi, da quel vasto orizzonte su quelle mute rovine, di ritrovarmi sui gradini del teatro della rocciosa Delfi, di una piccola e umile Delfi italica, senza ricchezze, senza tesori, senza offerte di templi e di bronzi, ma nel santuario di un popolo di guerrieri e di pastori che avevano acceso le prime faville dell'indipendenza e dell'unità del mezzogiorno della penisola e si erano soltanto piegati a quello che doveva essere, col destino di Roma, il loro più grande destino. Amedeo Maiuri Fonte: A. Maiuri, Passeggiate campane, Sansoni, Firenze 1950.
- Caratteristiche dell'originaria Torre angioina di Capracotta
Il monumento a cui i capracottesi di oggi sono più legati, paradossalmente, è un monumento inesistente, ossia la vecchia Torre dell'orologio, arbitrariamente ristrutturata nel 1952 ed infine abbattuta nell'agosto 1970. Le vicende che hanno portato alla demolizione di quell'antico edificio e che ci procurano rabbia e contrizione, le ho provate a raccontare in un precedente articolo. Oggi vorrei invece parlare brevemente di alcune caratteristiche architettoniche di quella torre, aiutandomi con le poche testimonianze fotografiche disponibili. Innanzitutto partiamo dall'epoca di costruzione, che l'autorevole arch. Franco Valente fa risalire all'epoca angioina (1282-1442) per la struttura a forma circolare, per l'altezza del tronco e, soprattutto, per la base a scarpa, il che rimanda a sua volta ad un'opera con scopo difensivo. La scarpa, infatti, portava molteplici vantaggi per la difesa del centro abitato: rafforzava le fondamenta, teneva il più distante possibile dal perimetro murario gli strumenti d'assedio nemici e migliorava sensibilmente le possibilità di tiro contro il nemico stesso. Qualcosa però non torna e mi riferisco, ad esempio, al tetto della Torre. Nella maggior parte delle torri angioine che ho potuto vedere, infatti, il tetto appare piano, per dar modo alle guardie di camminarci sopra e poter meglio sorvegliare l'area di pertinenza. Nel caso capracottese, invece, la Torre dell'orologio presentava un tetto spiovente a una falda, inclinato a nord-est, come risulta chiaro dalle fotografie scattate nel 1944 subito dopo la distruzione del paese, in cui si vede il retro della Torre. La Torraccia (così la chiamavano, con sdegno, i capracottesi di ieri) potrebbe allora rappresentare un casus rarus nel novero delle costruzioni angioine, una sorta di esperimento architettonico per una torre difensiva d'alta montagna, per la quale risultava controproducente un tetto piano, il quale, con gli accumuli di neve, sarebbe facilmente crollato. Un'altra caratteristica singolare della nostra vecchia Torre sta nella presenza stessa dell'orologio, quasi mai previsto sulle torri circolari di epoca angioina. È chiaro che la sua installazione è posteriore all'epoca di costruzione dell'edificio, visto che l'orologio meccanico si diffonderà soltanto nel '600, un periodo che coincide con l'espansione di Capracotta al di fuori dei confini della Terra Vecchia, quando vi erano soltanto campi da arare, prati e qualche abituro di campagna. Nel XVII secolo la comunità capracottese raggiunse infatti un livello di floridezza tale da edificare la piazza Mercato, il Colle delle Grazie e il corso S. Antonio, cosicché l'orientamento a meridione dell'orologio fa supporre che fosse utile soprattutto ai nuovi possidenti capracottesi, piuttosto che a quelli rimasti all'interno del borgo antico. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; V. Cazzato e S. Politano, Topografia di Puglia. Atlante dei "monumenti" trigonometrici: chiese, castelli, torri, fari, architetture rurali, Congedo, Galatina 2001; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
























