LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
Cerca in questo sito
2371 risultati trovati con una ricerca vuota
- Maschera n. 1
Abbiamo avuto l'ordine da un'autorità, di riferire a tutti, chi ancora non lo sa, che, fino a marzo prossimo, in segno di protesta, a tutte le salsicce si deve far la festa!... Al primo di Quaresima, finito il Carnevale, a chi sarà trovata la carne di maiale; o non ha fatto in tempo, o un po' ne ha conservata, passa la Commissione, e viene sequestrata!... Noi non sappiam perché, né lo vogliam sapere... Certo che quest'è un ordine che a noi ci fa piacere... Per rispettar la legge, ed esser benvoluto, e fare un po' più subito, vi offriamo il nostro aiuto! Perché qui non si tratta di assaggi, o comunelle, ma di mangiarci tutto, ognuno, a crepapelle... E chi trascura gli ordini entro tutto febbraio (massimo della proroga) potrà passare un guaio. Se avete voi fiducia in noi, come si spera, potrem cominciar subito, anche da questa sera. È molto meglio il rischio D'un mal d'indigestione, che aver fastidi e multe da qualche commissione. (1937) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Via Roma a Capracotta, una storia fascista
Via Roma è la denominazione urbanistica più diffusa in Italia, figlia di una precisa imposizione del regime fascista. Roma, la città che nel progetto politico di Mussolini sarebbe stata la capitale del nuovo impero fascista, avrebbe dovuto dare il nome a una via centrale e non secondaria di ogni Comune italiano. Il 1º agosto 1931, infatti, tutti i podestà - che avevano sostituito i sindaci nell'amministrazione municipale - ricevettero una circolare prefettizia con l'ordine perentorio di intitolare una strada alla Capitale del Regno d'Italia, in concomitanza col 28 ottobre 1931, inizio dell'anno X dell'era fascista. Capracotta non fu da meno e nell'estate il podestà Gregorio Conti obbedì all'ordine del comm. Luigi Passerini, regio prefetto di Campobasso. Di strade centrali e non secondarie ve n'erano allora sei nel nostro paese: via Sant'Antonio, via Santa Maria delle Grazie, via San Giovanni, via Carfagna, via Nicola Falconi e via Sannio. Al podestà di Capracotta dovette sembrare oltremodo inopportuno cambiare il nome a strade intitolate ai santi o alla Vergine Maria, quindi rimasero in lizza le ultime tre. La prima, via Carfagna, era perfetta per il cambio nominativo ma era "malfamata", un viottolo sporco, stretto ed angusto, e quindi non se ne fece nulla. Via Nicola Falconi, la grande rotabile di Capracotta, invece, aveva ottenuto quella denominazione appena 14 anni prima, all'indomani della morte del Senatore, quindi cambiarle nome sarebbe apparso come uno smacco alla più illustre famiglia locale. Rimaneva soltanto via Sannio, su cui nulla ostava al cambio di nome. Se pensate che oggi via Sannio sia una semplice scalinata che, dalla casa canonica, scende su via Nicola Falconi, dovete sapere che questa, prima del 1931, collegava la Torre dell'Orologio con via S. Giovanni: la strada che oggi chiamiamo, per l'appunto, via Roma. Attualmente vi sono dei comuni italiani che risultano privi di una "via Roma" o di un "corso Roma". I motivi sono diversi: in alcuni casi i sindaci eletti nel dopoguerra hanno deciso di rimuovere ogni imposizione di stampo fascista, in altri casi trattasi di municipalità che si sono distaccate dal comune originario. In Molise, ad oggi, via Roma sta in ognuno dei suoi 136 comuni. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Fimiani e M. De Nicolò, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie, Viella, Roma 2020; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.
- L'avvocato Ninetta (VIII)
Scena VIII Giulio e detti. Giulio – Eccomi qua. Mi avete mandato a chiamare? Ninetta – Giusto giusto. Giù, tiene compagnia al signore, io fra cinque minuti sto quà. (via di fretta con Rosina) Giulio – (dopo pausa) Scusate, sapete dove è andata l'avvocato accussì 'e pressa? Giacinto – È ghiuto a dà latte a criatura. Giulio – Me pare na cosa curiosa che n'avvocato dà latte a na criatura. Giacinto – Che ce volete fà, è il progresso. (ride) Giulio – E il signore è cliente dell'avvocato Ninetta? Giacinto – Sissignore, sono un nuovo cliente, m'ha mandato il mio caro amico Ciccio Lanterna. Giulio – Ah! voi siete amico del Comm. Lanterna? Giacinto – Per l'appunto. Giulio – Ah! bravo, mi fa tanto piacere. Giacinto – E voi forse siete avvocato? Giulio – Sono il procuratore della signora Ninetta. Giacinto – Ah! bravo! (Da chisto putarria sapé l'affare che m'ha ditto D.ª Ninetta.) E se è lecito sapere, come vi chiamate? Giulio – Giulio Erbetta ai vostri comandi. E il signore? Giacinto – Giacinto Chiappo, Barone di Capracotta per servirvi. Giulio – (Uh! cattera!... chisto è o marito 'e Gesummina, 'a nammurata 'e Cesarino. E comme è capitato ccà? Che nc'è venuto a fà? Che sapesse quacche cosa?) Giacinto – (L'ha fatto mpressione 'o chiappo... me sta squadranno 'a capa 'o pere, tenesse quacche cuoppo a rete e nun me ne sò addunato?) Giulio – (Mo nce lo domando.) E se è lecito sapere, quale affare vi conduce dall'avvocato Ninetta? Giacinto – Un affare molto serio. A proposito, D. Erbè... Giulio – Giulio, volete dire, Erbetta è il cognome. Giacinto – Ah!... D. Giulio... Vi dovrei domandare una cosa di professione. Giulio – Dite, dite. Giacinto – Prima di tutto, voi siete ammogliato? Giulio – E che nce trase chesto cu 'a professione? Giacinto – No, è per affare mio... (po' ve dico 'o pecché.) Giulio – Nossignore, sono celibe. Giacinto – E da quanto tempo? Giulio – Come da quanto tempo se vi ho pregato che sono celibe. Giacinto – Ah! già, già... celibe... avevo capito n'ata cosa. Giulio – Ma chisto è nu tipo stu Barone! Giacinto – Dunque D. Erbè... Giulio – (È turnate da capo cu D. Erbè.) Giacinto – D. Giù, scusate. Supponete che invece 'e celibe foste nzurato. Giulio – E pecché avimma fà chesta supposizione? Giacinto – Per un affare mio... po' ve dico 'o pecché. Giulio – Va bene, supponiamo che io songo nzurato. Giacinto – Io songo l'avvocato vostro, voi venite da me e me dimandate. Si può annullare il mio matrimonio? Vi rispondo: E come lo fate annullà? questo è impossibile, ammenocché non vi trovate in condizioni tali. Siete marito, o non siete marito? Voi comme ’e spiegate sti parole? Giulio – Che bestia è st'avvocato. V'ha fatto sta domanda? e vuje ciuccio ciuccio ve site state zitto (ride forte). Ma, caro Barone, vuje siete curioso assaje... ah, ah. Giacinto – Che bella spiegazione aggio avuto, pozzo stà contento! Ma no... questo non è successo a me, è successo ad un mio amico, ed io perciò ve stava dicenno che... Giulio – E st'amico vostro ha da essere proprio na pastenaca, nu cretino. Come a non capire queste parole. (ride) Giacinto – (E mò aggia fà vedé che rido pur'io.) Già, chillo è nu miezo cafone, è nu piezzo 'e scemo... ah, ah. (ride forte) Giulio – Così solamente si spiega il fatto... Sentite, sò cose nove, cose non mai intese... (ridono forte tutte e due) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Una lezione di toponomastica
Sovente di fronte al nome stravagante di paesi o di città mi sono chiesto quale fantastico lampo abbia illuminato colui che li ha battezzati con quel nome a volte bizzarro: Belsedere (SI), Femminamorta (PT), Altolà (MO), Strangolagalli (FR), Golasecca (VA), Capracotta (IS) ne sono un esempio. Seduto a ridosso della chiesa parrocchiale, su una panchina di pietra corrosa dai secoli, non so quale "Madeleine de Proust" abbia richiamato alla memoria quel problema di toponomastica. Ricordai i miei dieci anni quando, a parte il dialetto del mio paese (dal bizzarro nome di lisurencu), come lingua conoscevo solo il francese. I miei allora risiedevano in Francia, ad Antibes, dove, per necessità di lavoro, gestivano un negozio di alimentari. Ho imparato il francese giocando in Rue du Revely, e forse non avrei mai parlato in italiano se, nel maggio del 1940, Mussolini e Hitler non avessero dichiarato guerra alla Francia, e i francesi avevano costretto gli italiani ad abbandonare la Costa Azzurra e a ritornare in Italia. Dovetti abbandonare gli amici dell'école primaire, per cominciare ad imparare l'italiano. In Francia frequentavo la seconda classe delle elementari. Giunto in Italia mi retrocessero in prima elementare. Fu durante il mio secondo anno di scuola che la maestra Devotina ci raccontò una storia locale legata a varie località della Valle Nervia. Una storia che non ho mai dimenticata perché raccontava l'avventura di un personaggio leggendario che già avevo conosciuto sui banchi di scuola francesi. Si trattava di Rinaldo, del suo cavallo Baiardo e della sua spada chiamata Fusberta. La maestra Devotina era una esperta affabulatrice, capace di cattivarsi l'attenzione del suo uditorio sempre pronto ad ascoltar fiabe e leggende locali o di altri paesi confinanti. Non faceva mai preamboli inutili: entrava subito nell'argomento. Il paladino Rinaldo - ci raccontò - dopo una lunga battaglia contro i Saraceni, si era lasciato alle spalle la riva del mare e, in groppa al suo cavallo Baiardo, aveva deciso di risalire le scoscese pendici della costa ligure seguendo i sentieri che i contadini avevano tracciato. Si sentiva stanco e ammalato. Nella difficile ascesa non si era neppure accorto che la nebbia notturna si era trasformata in pioggia sottile che penetrava attraverso i suoi vestiti e gli gelava il corpo. E neppure si era accorto di essere arrivato vicino ad un gruppo di casupole di legno abitate da boscaioli che lo accolsero e lo ospitarono. Il paladino rimase in un dormiveglia per alcuni giorni, durante i quali fu curato dalle mogli dei boscaioli finché i sintomi della malattia cessarono e la febbre che lo divorava si attenuò e si spense. – Dove mi trovo? – chiese non appena poté par lare. – Tra buona gente, cavaliere. Siamo boscaioli e viviamo con i prodotti della terra. Rinaldo rimase con loro per alcuni giorni, finché non decise di riprendere il viaggio. Ma prima di partire, guardandosi attorno e constatato che il gruppo di casupole era costruito in cima di un poggio, volle battezzare quel luogo col suo nome e lo chiamò Pogium Rinaldi (Poggio di Rinaldo, oggi Perinaldo). Anche il suo cavallo era affaticato e le ferite riportate nell'ultima battaglia non si erano mai rimarginate. Procedevano così l'uno a fianco dell'altro in silenzio e con fatica. In cima ad un alto monte dovettero fermarsi in prossimità di alcune casupole abitate da boscaioli i quali diedero loro ospitalità per alcuni giorni. Il tempo di rimettersi dalle fatiche e di lasciare che le ferite si rimarginassero. Purtroppo solo Rinaldo poté riprendersi. Il suo fedele cavallo Baiardo, l'infaticabile e insostituibile amico di molte avventure, non sopportò quell'aria rarefatta, non riuscì più a sostenere i dolori che lo affliggevano e un mattino fu trovato morto su uno strame di fieno. Forse fu quella l'unica volta in cui Rinaldo si accorse di saper piangere. Sepolto il cavallo con tutti gli onori, abbandonò quei boscaioli che lo avevano accolto ma prima battezzò il luogo dove era stato sepolto il cavallo, chiamandolo col suo nome. Baiardo. Salutata quella buona gente che lo aveva accolto e curato, raggiunse le pendici del colle e attraversò un ruscello in cui scorreva poca acqua. La giornata era splendida e il sole brillava alto nel cielo. Alzando il capo verso la sommità di una collina a forma di piramide notò alcune volute di fumo che si innalzavano. Segnale che là si trovava qualche casolare di contadini o pastori o boscaioli. Decise di far loro visita e risalì le pendici del monte pensando alle ragioni che avevano spinto quegli abitanti a scegliersi come dimora il cucuzzolo della collina. Probabilmente erano fuggiti dalla costa dove i Saraceni continuavano le loro ruberie, uccidevano gli uomini e rapivano donne e bambini per venderli come schiavi sui mercati orientali. Tra quei monti la gente doveva sentirsi al sicuro. Quando raggiunse la sommità fu accolto da un gruppo di bambini, da donne curiose e da uomini inizialmente sospettosi. – Vengo in pace, buona gente. Non abbiate timore di me. Come si chiama questa località? Nessuno rispose. Rinaldo si guardò attorno. Il sole inondava gli alberi e le foreste circostanti. Un luogo idilliaco, pensò, e abbagliato dal caldo sole, esclamò: –Oh, apricum collis! Senza volerlo, il paladino aveva inconsciamente suggerito agli abitanti che lo ascoltavano il nome che forse cercavano per dare una identità al luogo che avevano eletto per viverci. E da quel giorno la località prese il nome di Apricale (cioè: colle soleggiato). Chiese agli uomini da quanto tempo vivevano in cima al colle e quelli risposero che solo da un anno ne avevano preso possesso. Inizialmente erano pescatori, ma erano fuggiti dalla costa perché le scorrerie degli sciabecchi saraceni erano troppo frequenti e nel pericolo che poteva manifestarsi da un momento all'altro non si poteva vivere tranquilli a lungo. Avevano saputo che a monte delle rive del Nervia altri fuggiaschi avevano trovato rifugio e si erano rifatti una nuova vita cambiando le loro abitudini da pescatori in pastori, contadini, taglialegna. Uno di loro gli disse che più a valle, alla confluenza del rio che scorreva ai piedi della collina, in una zona chiamata Lagaccio, già esisteva un folto gruppo di ex pescatori che si erano sistemati sulla sponda destra, vicino ad un ponte romano. Curioso per natura, Rinaldo, quando lasciò il "colle aprico", dopo che gli abitanti ebbero con lui spartito il modesto pasto fatto di carne arrostita sulla brace e di frutta di bosco, si diresse verso Lagaccio. La distanza non era molta e presto si trovò alla confluenza del rio con il torrente Nervia. Su uno sperone roccioso, in prossimità di un ponte a schiena d'asino, sorgevano alcune casupole intorno alle quali uomini e donne si avvicendavano nei lavori domestici. Sotto il ponte sorgeva un ampio lago dalle acque scure e profonde dove alcuni ragazzetti stavano pescando con la canna. Dopo il primo istante di diffidenza nel vedere lo sconosciuto con la corazza lucente addosso e la spada al fianco, Rinaldo fu accolto festevolmente, specie dai bambini eccitati per la novità di quell'incontro e per le straordinarie avventure che quell'uomo poteva loro raccontare. E si rallegrarono quando seppero che il giovane guerriero sarebbe rimasto in loro compagnia per alcuni giorni. Passò una settimana durante la quale Rinaldo ebbe agio di conoscere e apprezzare l'indole di quel gruppo affiatato, composto di gente salda, robusta, fidabile, tanto che una sera, attorno al fuoco chiese loro: – Perché avete battezzato questa terra col nome di Lagaccio? Ben poco si addice alla serenità del luogo. – Vede, cavaliere, noi eravamo abituati all'immensa distesa del mare, quasi sempre azzurro, sporco e scuro solo nei giorni di tempesta, ma subito pronto a riprendere il primitivo colore. Qui ci siamo trovati di fronte a questo minuscolo lago, assai profondo e dalle acque sempre cupe, un lagaccio, insomma. Ecco il perché del nome. – No, – rispose Rinaldo – è un nome che non si addice a questa località. No, non mi convince e poi dà al paese che state costruendo un nome assai sgradevole. Questa per voi è un'isola di pace, dove regna l'amicizia, la solidarietà e la bontà. Io l'avrei battezzata Insula Bona. E da quel giorno, secondo la volontà di Rinaldo, l'agglomerato di case, la maggior parte in pietra, prese il nome di Isolabona. Quella breve vacanza di Rinaldo e quei giorni di riposo finirono bruscamente. Terminarono il giorno in cui un boscaiolo proveniente dal mare diffuse la notizia che i Saraceni dopo aver messo a ferro e a fuoco la costa, si stavano dirigendo verso l'interno, razziando, uccidendo e portando via donne e bambini. Lui era riuscito a fuggire e ora voleva avvertire gli abitanti della valle affinché si preparassero alla difesa. Senza porre indugi, Rinaldo indossò l'armatura di ferro, il cimiero piumato e messa al fianco Fusberta, la fida spada d'acciaio di Toledo, accompagnato da due giovani aitanti, armati di forca e bastone, si diresse a grandi passi verso il mare, ridiscendendo il greto del fiume. Giunto a poca distanza da un ponte romano a schiena d’asino, simile a quello che aveva visto a Isolabona, udì grida di terrore, frammiste a urla sguaiate di soldati. Avvicinatosi maggiormente si trovò all'improvviso di fronte ad uno sparuto gruppo di uomini armati di falci, bastoni, forche di legno che lottavano per difendere donne e bambini che stavano alle loro spalle. Ma poco potevano quelle armi rudimentali contro le scimitarre e i pugnali. Tratta dalla guaina la spada, Rinaldo si gettò nella mischia e roteando Fusberta cominciò a menar fendenti. Una battaglia lunga che terminò con il ritiro dei saraceni verso il mare. Rinaldo, coperto di sangue, fu accompagnato poco distante dal ponte, là dove da una profonda fenditura di una roccia sgorgava uno zampillo d'acqua. L'acqua aveva formato una minuscola pozza dove quotidianamente si abbeveravano gli animali. Il paladino vi si immerse e provò un tale sollievo che gli fece esclamare: – Ti ringrazio, Signore, per quest'acqua fresca, cristallina, pura capace di far rinascere uomini, animali e cose. – E, bevendo direttamente dalla fonte, aggiunse, – e ancor più ti rendo grazie per la dolcezza con cui essa lenisce le mie ferite e calma la mia gola arsa dalla fatica della lunga battaglia. Grazie, mio Dio, per questa dolce acqua. E da quel giorno la località dove avvenne la battaglia venne battezzata col nome di Dolceacqua. Bastarono pochi giorni di riposo prima che Rinaldo potesse riprendere il cammino verso il mare, la meta che si era prefisso. Il cammino che gli rimaneva da compiere per raggiungere la costa era breve. Quando si incamminò il cielo era sereno, terso, solcato da alti cirri. Voli di uccelli e di gabbiani si intrecciavano sopra la sua testa. Una brezza leggera, odorosa di salsedine soffiava dal mare. Ogni tanto si fermava per dar sollievo alle ferite non ancora rimarginate. Dopo aver superato un'ansa del fiume si trovò di fronte ad una ampia distesa pianeggiante tutta ricoperta da piante dai fior i rosso fuoco, una interminabile distesa di oleandri sotto i quali pascolavano pecore e capre. In lontananza brillava il mare che lameggiava sotto i raggi del sole. – Come si chiama questa località? – chiese il paladino ad un pastorello che con un vincastro in mano teneva a bada una cinquantina di pecore e capre, mentre un cane gli saltellava attorno abbaiando festosamente. – E me lo chiede, mio signore? – rispose il pastorello, facendo con la mano un ampio gesto. – Basta che si guardi attorno e la terra le risponderà. Rinaldo sorrise, guardò quella distesa di oleandri rossi e trovò subito la risposta: Camporosso. La riva del mare era ormai vicina e, seguendo lo sciabordìo delle onde che si frangevano sulla sabbia, raggiunse l'arenile dove ebbe una gradita sorpresa. A poca distanza dalla riva due galeoni che inalberavano una bandiera con la croce di San Giorgio, stavano vicino ad uno sciabecco saraceno che stava affondando. Qualcuno lo riconobbe e una scialuppa, calata subito a mare, lo raggiunse per portarlo verso nuove avventure. Prima di salire a bordo, Rinaldo si voltò indietro ed ebbe solo un rimpianto, quello di non poter avere al suo fianco il fedele cavallo Baiardo. Quel giorno aveva percorso circa venti miglia per raggiungere quella che, nella sua memoria si impresse con un solo nome: viginti milia: Ventimiglia. Marino Cassini Fonte: M. Cassini, Ricordi di un bibliotecario tra fiabe e enigmi, vol. I, Albisola Superiore 2020.
- Diario di guerra del Carleton & York Regiment
1 dicembre 1943: tempo buono e sereno e vento freddo. L'Ufficiale Pagatore (Capitano G. C. Buerk) era a Capracotta alle ore 09:00 ed ha pagato gli stipendi alle ore 10:30. È stato tenuto un O Group all'HQ del Battaglione organizzato dal Comandante (Maggiore E. D. Danby) e si è discusso della prossima mossa sulla costa est, i comandanti di tutte le compagnie erano presenti. Il restante personale della Compagnia di Supporto deve mettersi in movimento da Capracotta ritornando verso l'area della propria compagnia all'HQ di retrovia del Battaglione 265502, anche le Compagnia A e B devono muoversi verso l'HQ di retrovia del Battaglione alle ore 08:00 il 2 dicembre 1943. L'avanzata verso la costa deve essere svolta in due fasi. Si è discusso solo della prima fase, nelle vicinanze di Castiglione. Il punto di partenza deve essere l'incrocio al 260504 per il Battaglione e l'ora in cui attraversare il punto di partenza saranno le 10:00. Il Maggiore G. F. Foster (Ufficiale in Comando della Compagnia A), il Capitano G. J. Whitty (Ufficiale in Comando della Compagnia dell'HQ), il Tenente D. C. Kennedy ed il Sergente Maggiore Capo M. E. Martell, G17560, devono lasciare il Battaglione il 2 dicembre 1943 per passare in ricognizione la nuova area. L'Ufficiale in Comando del 1° Battaglione Green Howards, 5ª Divisione Inglese, sarà a Capracotta per fare i preparativi per aiutare il Reggimento Carleton & York il 2 dicembre 1943. L'Ufficiale in Comando dei Green Howards è accompagnato dai comandanti della sua compagnia e dall'I.O. (Tenente Yardley). Le pattuglie della Compagnia D sono in azione nell'area di Borrello e Rosello. Non hanno incontrato nessun nemico. 2 dicembre 1943: tempo sereno con sole. Un vento freddo da ovest ha continuato a soffiare per tutto il giorno. Le Compagnie A e B hanno marciato da Capracotta verso l'HQ di retrovia del Battaglione 265502 alle ore 08:00. Il Battaglione dei Green Howards ha attaccato con i propri mezzi di trasporto alle ore 10:00 e si sta preparando ad attaccare intorno ai nostri avamposti e alle aree della compagnia. Ci si aspettava che questi cambi fossero completati entro le ore 17:00. L'Aiutante (Capitano D. R. Sharpe) al comando dei mezzi di trasporto supplementari ha lasciato Capracotta alle ore 13:00. Ha incontrato la Compagnia di Supporto e lo Scaglione B all'incrocio 260504 e poi si è diretto verso una nuova area nella periferia di Castiglione, dove un'area era stata assegnata al Reggimento Carleton & York all'interno dell'area di adunata della Brigata. Gli Ufficiali del Reggimento Carleton & York sono stati ospiti a cena alla Mensa dei Green Howards alle ore 19:00. La Compagnia D ha fatto rapporto alle ore 19:30 da Pescopennataro e Sant'Angelo. Il plotone della Compagnia C sotto il comando del Tenente J. J. Weatherhead ha riferito, di ritorno da Castel del Giudice, alle ore 23:30, di aver subito una perdita. Pescopennataro è stata anche bombardata dal nemico nel pomeriggio, non ci sono state perdite. 3 dicembre 1943: tempo sereno durante la prima parte del mattino, la pioggia ha prevalso durante il resto del giorno. Alle ore 08:30 la maggior parte del Reggimento Carleton & York ha lasciato Capracotta all'incrocio 260504 che deve essere il nostro punto di partenza dove incontrarci con le Compagnie A e B sui loro TCV. Il Battaglione ha lasciato il punto di partenza alle ore 10:00. L'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ha guidato il convoglio con l'HQ del Battaglione, seguivano le Compagnie A, B, C e D. Il Battaglione è arrivato alle ore 13:30 a Castiglione, dove il Maggiore G. F. Foster (Comandante della Compagnia A) ha guidato le compagnie verso le loro aree. L'HQ del Battaglione deve muoversi verso Schiavi, dove la Compagnia di Supporto si è acquartierata con il Plotone Sask. LIMG. Il Brigadiere T. G. Gibson (Comandante 3ª Brigata di Fanteria Canadese) ha fatto visita all'HQ del Battaglione a Schiavi alle ore 14:00 ed ha conferito con l'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ed il Comandante in Seconda (Maggiore E. D. Danby). Alle ore 14:00 l'Ufficiale in Comando (Tenente Colonnello J. E. C. Pangman) ha tenuto una riunione con i comandanti di tutta la compagnia all'HQ del Battaglione, a Schiavi. La seconda fase dell'azione sulla costa est è stata discussa. Il Reggimento Carleton & York deve agire come avanguardia per la 3ª Brigata di Fanteria Canadese e deve passare per l'SP 377627 della Brigata alle ore 09:30. La Compagnia A sotto il Capitano W. C. Johnson deve guidare il Battaglione nell'avanguardia e devono essere seguiti dai Carrier, da due distaccamenti anticarri, dai mortai, dall'HQ del Battaglione, dalle Compagnie B, C, D e da ciò che rimane della Compagnia di Supporto. Il Maggiore G. F. Foster (Comandante della Compagnia A) con rappresentanti di ogni compagnia deve partire alle ore 06:30 per passare di nuovo in ricognizione l'area di Casalbordino. Fonte: T. V. Viola (a cura di), Di pace e di guerra. Tra memorie e diari, Arti Grafiche Picene, Maltignano 2011.
- Sant'Antonio
Il fiore all'occhiello di Sant'Antonio era, escludendo ovviamente la chiesa, l'orto del maestro Ottorino. Vi erano delle bellissime piante, tra le quali spiccavano un pero e un melo. A maggio, al tempo della rifioritura, gli alberi aprivano, oltre il muro di cinta, le loro belle chiome, che si fondevano in un'unica grande massa verde, dai toni variegati. I rami del pero ombreggiavano tutto l'imbocco del Corso e sfioravano con le loro punte i balconi dell'albergo; quelli del noce si lanciavano verso la casa di don Pasqualino. Il pero portava frutti piccoli e gustosi, il noce si caricava nelle annate buone di grosse noci. Ne sapevano qualcosa i ragazzi di Sant'Antonio e anche quelli degli altri rioni, i quali, a ottobre, quando i frutti erano maturi, nelle giornate ventose, ronzavano sempre lì sotto, in attesa che qualche pera o qualche noce venisse giù. Spesso però, stanchi di attendere, cominciavano la sassaiola contro i rami, con un occhio alle finestre del maestro Ottorino, il quale qualche volta si affacciava e...: – Domani, domani a scuola, birbanti! La piazza di Sant'Antonio aveva anche un altro punto di attrazione: una bella fontana di ghisa con teste di tre cavalli sopra alla vaschetta. Il pero non c'è più. Il noce è al lumicino e nei pomeriggi estivi l'ombra delle sue rame, un giorno così frondose, si proietta stanca e tremolante sul bianco della casa prospiciente. Non c'è più neppure la graziosa fontana, che in quelle lontane stagioni accoglieva nella sua vaschetta vuota i bimbi di sant'Antonio, i quali si divertivano un mondo con le loro finzioni giocose incitando i cavalli al galoppo, accarezzavano le loro testine con le froge dilatate, da cui neppure allora sgorgava l'acqua. Gustavo e Nicola Nell'idea di municipio era implicita quella di Gustavo. Non si concepiva l'uno senz'altro. Chiunque andava nell'Ufficio comunale per il disbrigo di una pratica, sapeva di trovare in Gustavo non solo il solerte redattore degli atti richiesti, ma anche il consulente disinteressato, pronto a consigliare, a chiarire, a "mettere in bocca col cucchiaino", se era il caso. Gustavo, nel suo piccolo, impersonava la burocrazia fattasi, prodigiosamente, umanità: il che non è poco. Nel primo pomeriggio Gustavo passava da mastro Nicola, che lo aspettava seduto sul muretto davanti all'orto del maestro Ottorino. Tutti e due se ne andavano lemme lemme alla Madonna, conversando allegramente di questo e di quello. D'inverno Gustavo e Nicola trascorrevano qualche ora pomeridiana insieme nella bottega di questi, nel largo Sant'Antonio. Tra una cucitura e l'altra, Gustavo infilava qualche battuta spiritosa, di quelle al peperoncino, che mandava in visibilio Nicola, facendolo esplodere nella sua nota risatona. Gustavo lo gratificava con due calorose pacche sulla schiena. Nicola, ridendo ancora più fragorosamente, esclamava: – Uŝtà...! E che diavolo! Di tanto in tanto dalla cucina retrostante faceva capolino la buona zi Francesca, che faceva venire in mente la candida vecchietta reclamizzata sulla scatola del cacao Talmone. La sera Gustavo e Nicola si rivedevano al Circolo, sul Corso. Capitava qualche volta che si mettessero allegri, che andassero, come dire, un po' su di giri. Cominciavano allora i dolori di pancia per il povero Vincenzo Campana, il gestore. Nicola, che pure qualche volta, come capita a tutti, perdeva il sestante, con Gustavo non si arrabbiava mai. Non se la prese neppure quella sera d'estate, quando diradatesi le nebbie del porto di... Bacco, si ricordò del lavacro della Fonte della Staccia, per la verità un po' troppo vigoroso, voluto da Gustavo per concludere degnamente le epiche gesta di Pescobertino. – Uŝtà...! E che diavolo! – E tutto finì lì. Avevano in comune la passione della musica lirica. Quando la banda suonava in piazza, nelle feste, Nicola e Gustavo erano in prima fila dietro agli ottoni, tutt'orecchi. Ascoltavano rapiti. Alle sinfonie e alle arie più note si commuovevano, si esaltavano. Il giorno dopo, in bottega, presente Gustavo, Nicola non faceva che ripetere i motivi musicali che più lo avevano entusiasmato, imitando il bombardino, lo strumento preferito. Gustavo e Nicola non sempre sentivano il bisogno di comunicare verbalmente fra loro. Talvolta rimanevano l'uno accanto all'altro lungo tempo senza dirsi nulla. Forse, in quelle pause silenziose, le loro anime sensibili, legate da vera amicizia, trovavano il modo di intendersi senza la materialità dei segni, solo spiritualmente. Don Olindo Don Olindo il pomeriggio scendeva giù di casa e cominciava la sua passeggiata, con la pipa in bocca, lo zucchetto in testa e le pantofole ai piedi. Camminava a passi corti: arrivava fino alla casa di Poldo e poi tornava indietro fino al muro dell'orto del maestro Ottorino. Su e giù: non andava oltre. Come la lupa del Campidoglio, dicevano. Qualche rara volta prolungava la passeggiata fino al Circolo, a metà del Corso. All'ingresso scambiava qualche parola con Vincenzo Campana e poi entrava nella prima sala, quella del bigliardo, dove immancabilmente trovava dei giovanotti che giocavano. Appena don Olindo entrava, manco a farlo apposta, una biglia andava a finire in buca, tra il disappunto del giocatore e di don Olindo, che sbottava: – Ma benedetto il cielo! Quante volte ve lo devo ripetere: otturate le buche con i giornali vecchi, è l'unica maniera per non farci andare le biglie. Ci vogliono quarantanove giornali, non di più. Si tratteneva qualche attimo ancora, spipando piano, e poi se ne andava in un'altra sala. Il maestro Ottorino Il maestro Ottorino era tutto l'anno alle prese con le organizzazioni sportive giovanili. Il suo tempo libero, e anche un po' dell'altro, lo dedicava ad esse; rimettendoci anche del suo. Era lui che organizzava le gare di sci, le manifestazioni sportive e patriottiche, i saggi ginnici. In queste attività profondeva tutto il suo dinamismo. Aveva riattato un vecchio fondaco sotto a casa sua e vi aveva impiantato una sezione giovanile dello Sci Club. Lì convenivano i ragazzi e i giovanetti sciatori, che si preparavano alle gare sotto la sua direzione. Lui poi li accompagnava alle gare nei centri sciistici dell'alta Italia. Nei periodi di bassa e quando il direttore mancava, i ragazzi facevano come i topi della favola in assenza del gatto: ballavano... più precisamente, facevano a seggiate, trasformando il vecchio fondaco in un saloon western. Un giorno a scuola, mentre il maestro Ottorino correggeva i compiti, venne Pasqualino Angelaccio a chiamarlo perché era atteso allo Sci Club. Il maestro lasciò i ragazzi in custodia a Pasqualino e, fatta la raccomandazione d'uso: – Ripassate la lezione: mi raccomando, zitti e buoni se no oggi digiuni, – se ne andò. Durante la sua assenza, uno scolaro, piuttosto scapatello, ebbe la luminosa idea di modificare a proprio vantaggio le votazioni segnate dal maestro sul quaderno, che erano per la verità bassine. Detto, fatto! Quando il maestro tornò, licenziò Pasqualino e riprese la correzione. Il caso volle che il quaderno dell'improvvisato correttore capitasse proprio sotto i suoi occhi. – E questo – chiese – che significa? Chi ha manomesso il quaderno? – Pasqualino, – venne fatto di rispondere al ragazzo. – Pasqualino!? E come s'è permesso? Domani, domani... di... Ma non fini di dire la parola "digiuno", sempre così a portata di... lingua, perché si rese conto che Pasqualino era ormai da qualche anno fuori della giurisdizione scolastica. – Va' a chiamarlo! – Disse a un ragazzo. Poi pensando che Pasqualino, componente della squadra dello Sci Club, era sul punto di partire con lui per Asiago, soggiunse: – Lascia stare! Penso io. E la cosa finì lì, grazie alla provvidenziale bugia, a Pasqualino, allo Sci Club, ad Asiago. La Valle Era tornato l'aprile. La primavera, come spesso accadeva, tardava a comparire. La campagna era ancora grigia e spoglia. Sulle pendici di Monte Campo e sotto la cresta di Monte Capraro, qua e là, c'erano ancora grosse chiazze di neve che al primo tiepido sole del mattino riverberavano tenui bagliori. Il maestro Ottorino, terminate le competizioni sportive invernali, si concedeva un po' di riposo e si dedicava alle cose di famiglia. Il sabato pomeriggio se ne scendeva col biroccio giù alla Valle, sotto a Monte Miglio. Lì aveva, in comproprietà, una piccola azienda agricola con un vecchio casolare, di pietra grigia, in un prato, seminascosto da un boschetto di quercioli. A fianco c'era un'antica cappella con uno stemma gentilizio sull'architrave. Intorno, boschi di cerri e praterie sempre verdi. Un angolo pittoresco, sereno e tranquillo. A scuola, quando se ne presentava l'occasione, il maestro Ottorino parlava della Valle, magnificandola: della primavera che lì era già arrivata, degli alberi già carichi di gemme in procinto di sbocciare, delle semine primaverili e degli altri lavori campestri. E allora, come per incanto, nell’aula ancora fredda che si affacciava sui tigli del giardino dell'asilo, ancora senza bocci, entrava una ventata della primavera della Valle e nelle menti degli scolari si accendevano fantastici sogni vagheggianti altri mondi e altri paesi. La loggetta di mamma Nunna Di fianco a Sant'Antonio, a sinistra, c'era la loggetta di mamma Nunna, tutta a basole di pietra, alla quale si accedeva per una piccola scaletta. Nei lunghi crepuscoli delle calde sere estive, quando rientrare in casa costava fatica, tanta era la dolcezza e la pace dell’ora, mamma Nunna con i capelli candidi che le sporgevano dal fazzoletto di raso scuro, annodato sotto il mento, rammendava seduta su quella loggetta. Mite, serena, affettuosa, mamma Nunna suscitava tenerezza in tutti. I bambini specialmente subivano il suo fascino e le stavano sempre tra i piedi. Venivano a farle compagnia le comari e le amiche del vicinato. Qualche volta salivano da lei Giacomo di Nenna e Paccale. Paccale, pacioccone, allegro, pieno di spirito, faceva sbellicare dalle risa tutta la compagnia con il racconto di fatterelli, condito di battute comiche irresistibili. Zi Donato Tatuccio Ai piedi della loggetta, di fianco, abitavano Tatuccio e Pascalotto. Essi non salivano mai sulla loggetta, ritenendola qualcosa come un futile soggiorno all'aria aperta, buono per le donnicciuole. Le spiritosaggini di Paccale erano per loro aria fritta. Seduti sulla soglia delle rispettive case, uno di qua e l'altro di là, si godevano in pace la bella sera estiva. Fino ad un certo punto, però. Perché, ad un tratto, che è che non è, cominciavano a rimbalzare dall'uno all'altro frizzi e stoccate da non dirsi: per cose da nulla, poi. All'ora di cena si apriva il buccìtto di zi Donato e compariva la testa di Mapina. Tatuccio allora salutava Pascalotto, come se nulla fosse stato, e si ritirava. Zi Donato Tatuccio era noto per le sue uscite mordaci, spiritose, caustiche. Le sparava serio, compunto quasi e senza mai accennare ad un sorriso. Ed era proprio questo suo atteggiamento che conferiva alle battute, già di per sé risibili, una incontenibile carica di ilarità. Zi Zaccaria Custode della villa comunale, nonché giardiniere, era in quegli anni zi Zaccaria. Zi Zaccaria curava con mano esperta le aiuole del giardino e vigilava a che i ragazzi non le calpestassero e non cogliessero fiori. Quando notava che qualcosa non andava, correva per quanto glielo permettesse la gamba di legno, appoggiandosi al bastone, per constatare eventuali infrazioni. Se notava che qualche ragazzo aveva contravvenuto ai regolamenti, per esempio andando a passeggiare (che faccia tosta!) proprio in mezzo alle aiuole, zi Zaccaria alzava prima il bastone in segno di autorità e di ammonimento, poi estraeva una vecchia agenda tutta consunta e minacciava di prendere nota del trasgressore per la segnalazione a chi di dovere, dicendo: – Attento che ti merco (ti marco, voleva dire). Naturalmente non marcava mai nessuno e i ragazzi lo sapevano e... figuriamoci se la smettevano! Ma zi Zaccaria, tutto compreso del compito affidatogli, che secondo lui aveva anche rilevanza educativa (non adoperava paroloni del genere, ci mancherebbe altro, ma il senso era questo), continuava a minacciare alla minima infrazione: – Attenti che vi merco! Quando imparerete a stare a posto? Quando se ne andò, i fiori avvizzirono e la villa divenne triste e vuota. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- La zampogna a Casalvecchio di Puglia
Le notizie da me raccolte in merito alla tradizione della zampogna nei paesi del Subappennino dauno, provengono da fonti orali legate alla memoria degli anziani abitanti del posto e si ricollegano alla tradizione pastorale abruzzese, intimamente connessa alla transumanza. Infatti, è noto che la zampogna è uno strumento musicale proprio del mondo dei pastori che lo progettavano, lo costruivano e lo usavano grazie alle preziose nozioni frutto di una sapienza millenaria che risale almeno all'antica Grecia (flauto di Pan), passando per i latini che chiamavano la zampogna Tibia utricolaris. Questa sapienza, e il mondo a cui ha dato vita, è giunta fino a noi con modalità che il presente volume si appresta ad illustrare. Anche la tradizione letteraria italiana, in particolare quella umanistica, non ha omesso di ricordare il legame tra la zampogna e l'universo bucolico, rinviandolo, magari, al più classicheggiante richiamo arcadico. Tornando all'aspetto a noi maggiormente vicino, occorre notare che quella di Casalvecchio era tra le prime presenze pugliesi - in senso geografico, poichè il paese è a pochi chilometri dal confine regionale tra Puglia e Molise - dei gruppi pastorali provenienti dalla parte più interna del Molise che, solo alcuni decenni addietro, era considerata regione unica assieme all' Abruzzo. Era tra le prime presenze pugliesi perché i pastori che seguivano la pista dauna, passavano il Fortore seguendo la via che congiunge Colletorto a Casalnuovo Monterotaro, anche se la maggior parte delle greggi guadava il fiume all'altezza del corridoio che si estendeva tra Dragonara e San Paolo di Civitate, seguendo il regio tratturo, il cui termine è tutt' ora segnato a Foggia dal cosiddetto Epitaffio. I luoghi di provenienza degli zampognari, però, non erano così prossimi al confine tra Puglia e Abruzzo-Molise poiché, tra i dati raccolti in Casalvecchio, emergono nomi di località tipicamente montane, come Capracotta, nota per la filatura e la tessitura delle lane, oltre che per i suoi pascoli in quota. Gli zampognari si muovevano al seguito delle greggi che dall'Abruzzo venivano a svernare nel Tavoliere, anche se non mancavano gruppi che, in maniera per così dire autonoma, venivano in Puglia per la campagna - così la chiamavano - di San Michele Arcangelo, festeggiato il 29 settembre (data culmine del periodo transumante preinvernale), giorno in cui, ancora oggi, viene celebrata la festività della sua apparizione nella grotta sotto stante al Santuario di Monte Sant'Angelo sul Gargano che, in epoche passate, era venerato e tenuto in grande considerazione in quanto, oltre ad aver ospitato l' apparizione del Santo, fu luogo di pellegrinaggio per i molti viaggiatori civili e militari, laici e religiosi, diretti in Terra Santa. Nessun cenno, invece, viene fatto al periodo natalizio che, almeno nella zona di Casalvecchio, pare non vedesse la presenza di zampognari, a differenza di ciò che, come dirò, accade oggi. Con ogni probabilità, gli zampognari che passavano per i paesi del Subappennino dauno, appartenevano a quegli "autonomi" che, non essendo obbligati a seguire da presso le greggi, potevano effettuare percorsi alternativi rispetto a quello segnato dal tratturo attraversato dagli armenti e che prevedevano un progressivo avvicinamento a Monte Sant'Angelo passando per Casalnuovo Monterotaro, Castelnuovo della Daunia, Torremaggiore, San Severo, San Marco in Lamis e, infine, San Giovanni Rotondo. Le fonti attestano che lo scopo dichiarato dagli zampognari circa la loro venuta era devozionale nei riguardi dell'Arcangelo Michele, ma gli stessi ammettevano, sia pur velatamente, che suonare la zampogna attraversando i paesi era un modo per allietare gli occasionali ascoltatori, con la speranza di ottenere qualcosa per sbarcare il lunario; indiretta testimonianza, questa, della povertà materiale che accompagnava la ricchezza spirituale della vita contadino-pastorale fino alla prima metà del nostro secolo. Ma queste due finalità erano accompagnate almeno da una terza, perseguita dai musici che venivano in Puglia a più stretto contatto con le greggi, ossia quella terapeutica nei riguardi degli uomini e degli animali . Per i primi la musica della zampogna fungeva da ausilio e stimolo a superare di buon animo le faticose giornate di cammino al seguito degli ovini e per questi aveva addirittura una valenza maieutica o, almeno, tale era ritenuta dai pastori che solevano accompagnare i parti delle pecore con la musica della zampogna. Le ricompense che i suonatori si attendevano dagli abitanti di Casalvecchio, così come da quelli dei paesi viciniori, erano in natura e non si parlava assolutamente di compensi in denaro, all'epoca merce rarissima, bensì di vino, uova, salsicce, dolci casarecci e simili. Del resto, il baratto regolava anche gli scambi tra pastori abruzzesi e contadini casalvecchiesi. Non accadeva raramente che in cambio di un agnello, di una forma di formaggio o di ricotta, i pastori ricevessero dai contadini un barilotto di vino o una fusina di salsiccia prodotta con le carni del maiale allevato l'anno precedente. Con l'estinzione della transumanza, si è avuto un parallelo calo dell'afflusso di suonatori di zampogna, ma, recentemente, si è registrato un ritorno di giovani zampognari che, a causa della penuria di offerte di lavoro tipica delle nostre parti, sono tornati a percorrere le stesse vie dei loro antenati e con le stesse motivazioni, anche se con occhio più attento al fine materiale che a quello spirituale. Una importante differenza, però, è costituita dal periodo di presenza degli zampognari che, adesso, prediligono le festività natalizie, confidando magari sulla benevolenza nei riguardi del prossimo che è ancora tipica della Natività. Proprio a proposito di benevolenza, concludo con l'auspicio che ognuno di noi possa, nei limiti delle proprie possibilità, sostenere il prosieguo e, perché no, il rilancio di una tradizione che è patrimonio sociale, folklorico e culturale di ognuno di noi. Ferdinando Fratta Fonte: F. Fratta, La zampogna a Casalvecchio di Puglia, in A. Capozzi, P. De Angelis e M. Delli Muti (a cura di), La zampogna nella Daunia, Centro Distrettuale FG/32, Foggia 1999.
- A Capracotta il 70° Campionato nazionale A.N.A. di sci di fondo
L'assegnazione del 70° campionato nazionale sci di fondo a Capracotta, ha costituito per il centro alto molisano, dopo l'organizzazione tra gli altri dei campionati italiani assoluti del 1997 e della Continental Cup nel 2004, la sua definitiva affermazione tra le località di sicuro prestigio a livello nazionale per lo sci nordico e premessa per la realizzazione di manifestazioni sempre più prestigiose. Il sito, che si estende a cavallo di una sella montuosa, è fra i centri abitati più alti dell'Appennino, e si è meritato l'appellativo di Tibet dell'Appennino per i suoi lunghi inverni bianchi, caratterizzati da intense precipitazioni nevose, così abbondanti da raggiungere i tre-quattro metri d'altezza. All'appuntamento del 13 febbraio 2005, in occasione dei campionati nazionali di fondo, Capracotta si è presentata anche agli alpini con un innevamento "d'annata", che ha destato meraviglia in tutti i partecipanti alla manifestazione sportiva per l'abbondanza di precipitazioni in una stagione così avara. Il numero dei partecipanti e delle sezioni presenti è stato superiore ad ogni più rosea previsione: 280 atleti appartenenti a 25 sezioni, più due sottufficiali alpini in servizio. La calorosa accoglienza da parte degli abitanti di Capracotta e degli alpini molisani è stata da tutti molto apprezzata. Il sabato le manifestazioni si sono svolte come da programma: nel pomeriggio cori con fanfara alpina attraverso le principali vie del paese imbandierate e la deposizione di corone al monumento ai Caduti. Successivamente Santa Messa officiata dal vescovo della Diocesi di Trivento e dal parroco di Capracotta, sinceri amici degli alpini. Al termine della Messa, in Chiesa, concerto di musica etnica con zampogna, strumento pastorale tipico del Molise, ed altri strumenti della tradizione popolare molto apprezzati. Al termine distribuzione di "vin brulé". Nei locali della palestra comunale cena con prodotti tipici offerta agli ospiti e (circa 700 persone) e allietata da cori e canti improvvisati. Domenica 13, con cielo sereno e temperatura rigida, sono iniziate le partenze degli atleti in un clima festoso alla presenza del presidente nazionale Corrado Perona, del vicepresidente Giorgio Sonzogni, dei consiglieri nazionali Bruno Serafin e Antonio Cason (che ha partecipato alle gare), di Mario Benedetti, componente la commissione sportiva e di diversi presidenti di sezione. Al termine delle gare e nel rispetto degli orari programmati hanno avuto luogo le premiazioni nel piazzale antistante il Rifugio di Prato Gentile e le piste. La sezione Molise, nella consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per la migliore riuscita della manifestazione, ringrazia i partecipanti, il presidente nazionale Corrado Perona, i consiglieri nazionali, le sezioni intervenute, le autorità, gli enti, le Associazioni e quanti hanno collaborato al successo di questo campionato. Lunghissime le classifiche e le premiazioni: 36 premi assegnati, compreso un premio speciale al “giovane ottantasettenne” Paolo Ferrari della sezione di Trento. Il campione nazionale 2005 è risultato Marco Fiorentini della sezione di Verona con il magnifico tempo di tutto riguardo di 34.36.6 (km. 15), nella classifica delle sezioni è risultata in testa Bergamo seguita da Vicenza e Trento. Mario Francesco Capone ed Eugenio Giuliano Fonte: M. F. Capone e E. Giuliano, A Capracotta il 70º Campionato nazionale ANA di sci di fondo, nel cuore dell'Appennino, in «L'Alpino», LXXXIV:5, Milano, maggio 2005.
- Il senatore Nicola Falconi di Capracotta
Capracotta, 6 dicembre 1834 - Roma, 28 dicembre 1916 Ortensio Nicola Falconi nasce a Capracotta il 6 dicembre 1834 da Bernardo e Carmela Conti. Il suo secondo nome - che diventerà quello principale - è certamente legato al giorno di nascita, in cui ricorre la memoria liturgica di san Nicola di Bari, un santo per il quale a Capracotta esiste un'antichissima devozione. Nicola viene educato dallo zio Giandomenico Falconi (1810-1862), vescovo di Acquaviva delle Fonti ed Altamura, nel seminario che questi ha fondato e dotato dei migliori insegnanti. Da lì viene mandato a Napoli dove si laurea in Giurisprudenza, entrando infine nella magistratura ad appena 21 anni, nel 1855, sotto la protezione di un altro fratello del padre, lo zio Stanislao Falconi (1794-1880), avvocato generale presso la Corte Suprema. Il 9 maggio 1860 Nicola Falconi viene nominato giudice presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere e il 31 dicembre è tramutato a quello di Napoli. Al contrario dello zio vescovo, Nicola Falconi non subisce alcun tipo di persecuzione né dai lealisti né dai liberali. Lo storico Giambattista Masciotta sostiene che «i Borboni [gli] avevano dato il posto in virtù dell'alta situazione e della devozione dei congiunti, l'Italia nuova glielo conservò senza tener conto dei precedenti politici della famiglia. Questa, la verità». Da qui in poi comincia un lungo pellegrinare per i tribunali meridionali: nei primi 11 anni ne cambierà 10. Il 6 aprile 1862 viene infatti trasferito giudice a Benevento dove il 30 agosto 1863 diviene sostituto procuratore generale. È ancora sostituto procuratore il 26 giugno 1864 al Tribunale di Salerno mentre il 21 gennaio 1866 torna a Napoli. Un mese e mezzo dopo è nominato procuratore presso il Tribunale di Melfi, il 23 dicembre è a Taranto, il 9 settembre 1869 viene trasferito a Chieti, dove vi rimane fino al 19 marzo 1871. A giugno è tramutato in quello di Trani, poi a Catanzaro, quindi il 15 ottobre 1871 approda al Tribunale de L'Aquila. Nicola Falconi si sposta di corte in corte senza battere ciglio perché ha deciso di restar celibe. Il suo unico punto fermo è Capracotta, dove vivono quasi tutti i suoi parenti più stretti. La gavetta nel settore della magistratura è durissima ma dà i suoi frutti. Il 15 giugno 1873 Falconi viene nominato consigliere della Corte d'appello de L'Aquila. Per far sì che la carriera prosegua, deve però riprendere a viaggiare nei vari tribunali italiani. Il 17 dicembre 1882 torna da consigliere di Corte d'appello nella sua Napoli. È del 1876 l'unica opera dottrinale del Falconi, "Di alcune riforme sulla amministrazione giudiziaria". In quel corposo saggio, oltre a proporre alcune riforme tecniche, Nicola Falconi consiglia vivamente di rivedere al ribasso i salari della Magistratura, poiché «lo stipendio deve essere lo stesso per le classi di concetto, e solamente va ammesso il sistema delle categorie nelle classi di ordine, [affinché] l'aumento di stipendio per ciascun individuo si potrebbe conseguire in un periodo d'anni di servizio, come oggi ha luogo per i Professori delle Università». Il fine ultimo, a dimostrazione del pragmatismo di Falconi, è quello di portare ad un risparmio per le casse dello Stato di £ 457.000 (circa 2 milioni di euro). Durante il periodo napoletano, precisamente nel 1884, egli celebra il processo d'appello a Cosimo Giordano (1839-1888), un pericoloso brigante già membro dell'esercito borbonico e autore dell'uccisione di 45 militari italiani tra Pontelandolfo e Casalduni, nel Beneventano, strage che ha come conseguenza una rappresaglia forse più sanguinosa dell'attacco stesso. La storiografia odierna è giunta a sostenere che «le dichiarazioni rese da Giordano spontaneamente al presidente Nicola Falconi non possono più essere sottovalutate, perché alla luce della nuova documentazione acquistano un senso che getta luce su tutta la tragica storia». Sta di fatto che il 29 aprile 1886 Falconi è trasferito a Milano e il 10 dicembre 1891 giunge finalmente la nomina a consigliere di Corte di cassazione a Roma, il 15 novembre 1900 quella di presidente della Corte d'appello. Roma diventa così la sua nuova città d'elezione: la residenza è fissata prima in via Sistina 14, poi in via Belisario 7, in un palazzo signorile nel cuore del Rione Sallustiano. Il 2 dicembre 1909 Falconi viene collocato a riposo per raggiungimento dei limiti d'età col grado di primo presidente onorario di Corte d'appello. Non meno brillante, però, è la sua carriera amministrativa e politica. Consigliere provinciale per Capracotta dal 1872, diventa presidente del Consiglio provinciale di Molise nel 1879, e poi dal 1882 senza interruzione fino al 1900. Nel 1910, scaduto il mandato, non ripresenta la propria candidatura. Il dominio assoluto della scena politica molisana gli vale il soprannome di «Czar della Provincia». Nicola Falconi, d'altronde, sin dal 1876 è stato eletto deputato al Parlamento dai collegi di Agnone e Campobasso II, che rappresenta ininterrottamente fino al 1909, anno in cui, nell'infornata del 4 aprile, viene nominato senatore del Regno, dopo aver ricoperto la carica di sottosegretario di Stato al Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti col ministro Adeodato Bonasi nel governo Pelloux II (14 maggio 1899-24 giugno 1900). Nicola Falconi muore a Roma il 28 dicembre 1916, lasciando disposizioni affinché la sua salma riposi «fra le balze native, che gli avevano conferita la saldezza della fibra fisica, e la tempra adamantina del carattere morale». Capracotta ricorda il suo più illustre uomo politico nella toponomastica, intitolandogli una delle principali strade cittadine. L'8 aprile 1906 il paese di Carovilli aveva riconosciuto a Nicola Falconi la cittadinanza onoraria «sia per la stazione ferroviaria, come anche per il palazzo del Municipio, che egli stesso fece edificare in paese». Giuseppe Manfredi, presidente del Senato del Regno d'Italia nel decennio 1908-18, nel commemorare l'illustre collega, dirà che «amministrò giustizia sapientemente e specchiatamente, lasciando nome integro ed amato ovunque risiedé». Bonasi, che aveva avuto Falconi in qualità di sottosegratrio, confiderà invece che «è scomparsa una di quelle rare modeste figure di schietto galantuomo, che, ancora più che nella memoria, rimangono incancellabilmente impresse nel cuore di quanti ebbero la ventura di incontrarlo sulla loro via». Infine Guglielmo Ugo Petrella, a nome dei senatori molisani della Provincia di Campobasso, affermerà che aveva «animo buono, carattere leale, modesto, servizievole. [...] Tutti gl'immegliamenti materiali e morali che si sono verificati nel suo collegio elettorale da quarant'anni in qua portano l'impronta dell'attività del Falconi e anche il contributo del suo peculio particolare, che [...] non era largo, il che accresce il merito del Falconi». La stampa locale, decisamente più uterina di quella nazionale, pubblicherà articoli elogiativi, tra cui spicca l'articolo con titolo a tutta pagina e foto del defunto sull'edizione de "La Provincia di Campobasso" del 20 gennaio 1917. Il redattore scriverà che «di Lui, che volle scendere nella tomba del piccolo cimitero del paese natìo senza pompa, senza fiori, tranquillamente, silenziosamente, modestamente, com'era vissuto, noi non tesseremo, oggi, una necrologia altisonante, con abbellimenti e fronzoli rettorici: stonerebbe con l'indole, con la natura stessa dell'Uomo che tutti piangiamo; il quale visse operando e beneficando senza mai richiamare l'attenzione degli altri attorno a sé, senza menare mai scalpore, disdegnando che si facesse romore sul suo nome o sull'opera sua, ispirata sempre dalla più squisita bontà umana, che fu la più notevole caratteristica di quell’animo così grande e così modesto». È oltremodo curioso il fatto che il popolo capracottese, da sempre poco avvezzo alle incensazioni, abbia conservato la lapide sepolcrale del sen. Nicola Falconi ma non il suo loculo, probabilmente rimosso durante i lavori di restauro. L'epitaffio, scritto dall'immenso Francesco D'Ovidio, lo si può ammirare nel cimitero di Capracotta e recita così: Giace qui ahime immobile quel così pronto ed agile all'opera e così sollecito ad accorrere e a soccorrere Nicola Falconi che fu Magistrato integerrimo e Deputato per 32 anni al Parlamento Sottosegretario di Stato alla Giustizia Presidente del Consiglio provinciale del Molise Senatore del Regno ed in tanti ufficii come da Uomo privato pose ogni sua brama e ogni suo orgoglio nel beneficare Francesco Mendozzi
- L'avvocato Ninetta (VII)
Scena VII Rosina e detti. Rosina – Signurì, 'a signora ha ditto che ghiate dinto pecché bebè s'è scetato, sta chiagnenno e vò zucà. Ninetta – (con rabbia repressa) Dì a mammà che s' 'o spassasse nu poco pecché io pe mò sto facendo n'affare e nun pozzo lascià. Rosina – Ma chella povera criatura nun zuca da stamattina. Ninetta – E aspetta n'ato poco, io sto c' 'o cliente e nun pozzo penzà a chesto. Rosina – Ma chillo... Ninetta – Basta mò... vattenne dinto e nun me seccà. (Rosina via e poi torna) Giacinto – Ma, avvocato mio, voi potevate andare pecché io aspettavo nu poco. Ninetta – Io, quando sto cu 'e cliente, lloro nun m'hanna seccà, nce l'aggio ditto tanta vote e nun me vonno sentì. Stevemo dicenno che nuje nce vedimmo domenica dal Comm. Lanterna, ma venite priesto acciò io possa stare un poco sola cu vostra moglie. Rosina – (col pupo avvolto in uno scialle) Signorì, scusate. V’aggio portata 'a criatura pecché schiattava a chiagnere e 'a signora ha ditto che nun 'a poteva tené cchiù. Ninetta – (Rosì, comme t'è venuto ncapo?) Cheste sò penzate 'e pazzo. Giacinto – Ma avvocà, fate, fate, senza suggezione... io me voto 'a chesta parte. Ninetta – Allora aspettate nu mumento ca io mo vengo. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Giannino Castiglioni: medaglia per i campionati di sci di Capracotta
L'insieme degli sport che prevedono l'utilizzo di attrezzi e indumenti particolari e specifici per determinate attività costituisce il tema della presente sezione, che risulta di conseguenza piuttosto eterogenea rispetto ai contenuti; su tutti, si è dato ampio spazio agli sport invernali e al mondo del ciclismo, e si è voluto raggruppare tali discipline così differenti fra loro sotto un'unica categoria che avesse come denominatore comune una morfologia peculiare degli strumenti. Questa particolare oggettistica, relativa agli sport più nuovi e non a quelli che affondino le radici a tempi più remoti, si qualifica evidentemente come una novità tematica nelle arti figurative (compresa naturalmente l'incisione di medaglie) e fa solitamente capo a discipline individuali e non di squadra. Non è infrequente che nelle varie medaglie a questi strumenti sportivi sia concesso da parte dell'incisore un ruolo di protagonista nel campo, al punto di omettere la presenza della figura umana. Tutte le attività sportive invernali, non solo quella più antica dello sci, in epoca fascista videro la nascita di un considerevole numero di enti, ed è necessario sottolineare che su molte manifestazioni sportive legate alla montagna e allo sci vi fu la supervisione del C.A.I., il Club Alpino Italiano. Rivolte anche alle categorie di popolazione non necessariamente giovani, tali discipline non si distaccarono mai completamente dalla matrice militare che da sempre ne era alla base, ma più di tutte si ritagliarono lo spazio, nell'organigramma del Regime, di attività al contempo ricreative, dilettantistiche e di esplorazione. Sono oltre venti le medaglie raccolte nel corpus che riguardino gli sport invernali, riguardanti soprattutto lo sci. Hanno per buona parte un'origine legata a manifestazioni che si svolsero in località alpine, spesso per eventi locali ma talvolta anche di natura nazionale e internazionale. La particolarità di questa sottosezione consiste nell'assenza di una modalità tipica con cui si mostri generalmente la figura dello sciatore: le pose e le composizioni si esplicitano in una pluralità di modi in cui è difficile individuare uno schema tradizionale. Tuttavia, quasi a contrasto di ciò, più di un conio fu reimpiegato per medaglie di altre manifestazioni invernali svoltesi nell'arco del Regime e anche successivamente. È ricorrente in questa sezione l'acronimo F.I.E., la Federazione Italiana Escursionismo, che appunto patrocinò molte manifestazioni sciistiche non agonistiche. In molti dei rovesci la legenda è decorata da tipi minori rappresentati per la loro simbolicità, e quasi sempre si tratta di strumenti di montagna quali ad esempio sci, bastoni, racchette da neve e accessori per l'escursionismo. Come si è accennato, il conio del dritto della medaglia vista sopra è ripreso per quella riferita ai Campionati di Sci tenutisi a Capracotta, località dell'Appennino molisano tutt'ora una delle principali stazioni sciistiche della regione. Il metallo qui utilizzato è il bronzo, e colpisce che nonostante il palese reimpiego del conio questa seconda medaglia sia autoriale. Il Casolari attribuisce infatti questo pezzo a Giannino Castiglioni, uno dei nomi più noti della medaglistica italiana novecentesca. Figlio di Giacomo Castiglioni, che per lungo tempo fu a capo dello Stabilimento Johnson e primo medaglista a introdurre la lavorazione "vermeil", Giannino compì gli studi all'Accademia di Brera dove si diplomò nel 1906. Proprio in quell'anno partecipò all'Esposizione Internazionale di Milano con una propria scultura ed alcune medaglie commemorative dell'Esposizione. Non cessò mai l'attività di coniatore, che vide il culmine intorno al 1930 ma si dedicò soprattutto alla scultura (spesso monumentale) e, in misura minore, alla pittura. Il reimpiego di un conio numismatico è una prassi che è spesso avvenuta nei secoli, e anche quest'epoca ne è investita; risulta senz'altro singolare che un autore affermato e all'apice della sua carriera di medaglista abbia utilizzato questo espediente, e si dovrebbe attribuire al Castiglioni solamente il rovescio di questo pezzo, che presenta una targa con legenda circondata da tipi decorativi, sui quali spicca un'aquila romana. È lecito ritenere che anche la medaglia del 1929 per le gare di Limone Piemonte sia opera, almeno per quanto riguarda il dritto, dello stesso Castiglioni. Tra le medaglie a tema sportivo del Castiglioni sotto il Regime si segnala l'avanguardistica medaglia per i Giochi Universitari Fascisti di Bardonecchia del 1933, di tre anni successiva a quella per Capracotta. Al dritto compare un gruppo di figure su uno sfondo neutro, ossia quattro atleti rivolti a sinistra che incarnano quattro delle discipline invernali più note: lo sci, il fondo, l'hockey e il pattinaggio. Al rovescio invece un atleta è impegnato nel salto, rivolto a destra, sopra le sigle della manifestazione legata al mondo universitario. Un semplice confronto stilistico evidenzia come quella di Capracotta non sia in linea con questa medaglia: qui la simbolicità delle figure è dominante, e lo stile si caratterizza per una resa dei corpi semplice, in buona misura severo e primitivistico, che rimanda alla sua scultura di quegli anni. Compare la sigla dei Gruppi Universitari Fascisti (G.U.F.), sotto a una sigla C.I.E. di incerta interpretazione. Il modo di rappresentare gli atleti non incontra il realismo del conio precedente, che riferisce alla pittura, mentre è lampante il legame di questa medaglia con l'anima di scultore del Castiglioni, una correlazione che coinvolge molti autori citati nel presente lavoro che si cimentano in entrambe le arti. Francesco Gallo Fonte: F. Gallo, L'immagine sportiva nella medaglistica sportiva, tesi di laurea, Università Ca' Foscari, Venezia 2017.
- E che è, ca me jètte déndre a se cutìne?
Nel periodo antecedente alla Prima guerra mondiale, un nostro compaesano ebbe modo di frequentare per poco tempo la scuola elementare: le esigenze familiari lo costrinsero a seguire la stessa trafila di quasi tutti i suoi coetanei. Dapprima garzone di carbonai durante tutta l'invernata al seguito di una squadra, poi a primavera e in estate contadino, pastore, falciatore e mietitore poi di nuovo ad autunno tagliaboschi e carbonaio. Non era una vita facile la sua e, quando tornò dagli Usa, un suo vicino di casa si informò accuratamente sulle condizioni di vita degli emigranti, sul lavoro e sulla paga. Ebbe le risposte che cercava anche se l'amico fu molto sincero: c'era il lavoro per tutti anche se non mancavano difficoltà di tutti i tipi, dalla lingua a nuove abitudini, dai turni di lavoro alla nostalgia di casa. I dollari non si guadagnavano facilmente però le condizioni di vita erano migliori. Chiese così al vicino di casa se poteva fargli l'atto di chiamata e si salutarono. Non era facile ottenere il visto d'ingresso e l'attesa dell'atto di chiamata affievoliva inevitabilmente la sua volontà di partire. Dopo oltre un anno ricevette dal Consolato americano l'avviso che il visto gli era stato concesso, che doveva richiedere il passaporto e che aveva tre mesi di tempo per imbarcarsi. Contattò un'agenzia di navigazione che pretese un anticipo e fissò il giorno della partenza dal Porto di Napoli. Con la solita valigia di cartone e con le lacrime agli occhi, insieme a un paio di compaesani, con un calesse scese a San Pietro Avellana: una pioggerellina fitta e insistente accompagnò il viaggio fino alla stazione e salì per la prima volta nella sua vita sul treno. Non fu una gita di piacere: un nubifragio lo accompagnò per tutto il viaggio e a ogni fulmine sobbalzava spaventato. Finalmente arrivò a Napoli e insieme ai compaesani arrivò al porto. Non aveva mai visto il mare, al massimo lungo il Verrino aveva visto i laghetti, in uno dei quali, in dialetto re cutìne (un laghetto), situato dopo una cascata, i pastori buttavano le pecore prima della tosatura: era quello il più grande specchio d'acqua che aveva fino ad allora visto. Il mare nel porto era in tempesta: enormi cavalloni si frangevano fragorosamente sulle strutture portuali, anche la nave su cui avrebbe dovuto imbarcarsi ondeggiava e beccheggiava. Fu preso dal panico: «E che è, ca me jètte déndre a se cutìne?» ("E che mi butto dentro a questo lago?") disse ai compagni di viaggio. Riprese la carrozzella fino alla stazione, il treno fino a San Pietro e tornò a Capracotta. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, E mó vè maiie auanne! Pillole di saggezza popolare capracottese, PressUp, Settevene 2020.
- Stordimento da neve
Gli "esperti" meteorologi prevedevano per gennaio una notevole quantità di neve nella parte di New Jersey in cui vivo. Ad oggi - e siamo nel 2023 - non s'è vista. Anche se sono felice che ciò non sia avvenuto, questo mi ha fatto pensare ai tempi del liceo quando i notiziari notturni annunciarono una tempesta di neve. Ricordo di essere andato a letto con l'anticipazione della chiusura della scuola la mattina dopo, perché il tempo sarebbe stato davvero brutto per due giorni! Non pensavamo mai a ciò che gli adulti avrebbero dovuto affrontare ma, perlomeno, non dovevano scappare al negozio perché il latte veniva consegnato a casa. Ora ricordo l'esito... che neve; quanta neve, appena sufficiente per chiudere la scuola; bufera di neve. Non vedevamo l'ora di uscire. C'erano gli igloo da realizzare, gli slittini da costruire, le battaglie a palle di neve e i pupazzi di neve da costruire. Non vedevamo l'ora di uscire. In qualche modo, senza messaggi, tutti sapevano dove ciò sarebbe avvenuto. C'era una grande collina dietro casa mia, con pochissimo traffico, e in qualche modo siamo riusciti ad arrivarci tutti allo stesso momento. Il freddo non è mai stato un problema. Stavamo fuori per ore, tornavamo a casa per pranzo, cioccolata calda Nestlé con latte intero, magari un panino; mettevamo i vestiti asciutti e tornavamo indietro. Alla fine della giornata eri contuso ed esausto e speravi che la scuola stesse chiusa anche il giorno successivo. Sono andato alla scuola cattolica quindi questo era raro: le suore non andavano matte per quelle cazzate. Ora il liceo è un'altra faccenda. Ai miei tempi prendevi un autobus e due metropolitane. Aspettare l'autobus all'angolo non era però così divertente come scivolar giù per la collina. Sono stato fortunato perché la fermata dell'autobus era proprio dall'altra parte della strada e avevo cronometrato il suo arrivo al minuto. L'autobus ti lasciava proprio alla metropolitana, quindi dovevi solo muoverti bene sui gradini ghiacciati senza romperti il collo. E allora in metrò c'era l'odore di lana bagnata dei stivali di gomma ad accoglierti. Se eri sfortunato capitavi nel vagone non riscaldato. Si cambiava il treno su una piattaforma all'aperto, col vento e la neve che turbinavano e, se la coincidenza era in ritardo, poteva fare piuttosto freddo. Una volta sceso ad Astoria, c'erano ancora sette-otto isolati da fare prima di arrivare a scuola. Ah, ai Christian Brothers non importava niente se eri in ritardo. – Ma fratello, la neve... – Saresti dovuto partire prima! Una volta, durante le vacanze di Pasqua, c'era un temporale. Mio cugino Lou venne a riempire il serbatoio dell'olio e mi chiese se volessi lavorare sul camion. Sicuro! Ma non sapevo che avrei dovuto portare il tubo di casa in casa mentre lui mi sorvegliava da un taxi. Fu comunque molto divertente e guadagnai qualche soldo, così in estate mi assunse per aiutare a pulire i bruciatori a gasolio. Durante gli anni di lavoro presso la Chemical & Chase Bank di New York, non vi fu un solo giorno di neve. Lavoravo ai trasferimenti di denaro. Dovevo solo arrivarci, e così ho sempre fatto. Ora sono in pensione, posso guardare la finestra e meravigliarmi del candore della neve, almeno per un giorno. Spero che Mike venga a pulire il marciapiede e che lo spazzaneve cittadino non accumuli neve sul mio vialetto. Non sono così preoccupato per il latte e per il pane, ma controllo ancora la scorta di vino. Robert Sorrentino (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: https://www.italiangenealogy.blog/, 7 febbraio 2023.
- Le nozze del notaio
La notizia era giusto allora arrivata in comune che il sindaco urlò al messo: – Corri subito a cercare il postiere e portalo qui immediatamente! Avendo percepito l'urgenza della richiesta, Francesco si mise subito in movimento e trenta minuti dopo rientrava in comune seguito dal postiere Tiziano. Il postiere fu introdotto nella sala consiliare dove, con sua sorpresa, ad attenderlo insieme al sindaco v'erano il sarto Giovanni, il medico Michele, il macellaio Sebastiano e Luciano lo scarparo. – Allora Tizià, chi è questo personaggio che ha pensato di fare fessi a noi? Tiziano capì subito a cosa si riferisse il sindaco e iniziò a fornire le informazioni richieste. Due giorni prima, Anselmo il casaro, che ogni sabato portava da Capracotta le sue caciotte al mercato di Isernia, era stato raggirato da due "personaggi" che in cambio del suo buon formaggio gli avevano rifilato del pessimo aceto, una damigianina da 5 litri, facendolo passare per un pregiatissimo vino di Puglia. Il postiere, che era nato a Isernia, ben conosceva i due soggetti, fece una relazione dettagliata dell'accaduto al sindaco e agli astanti e, con dovizia di particolari, descrisse i due "soggetti". Si trattava di Pino detto Trippa di Vacca (facile capire perché), oste della locanda "La Pignata Nera", e di Valerio Recchietella (ché teneva una recchia più piccola dell'altra), suo collaboratore. Entrambi i "cipollari" erano conosciuti da tutti per essere due pessimi "arnesi" e per questo la locanda era molto poco frequentata. (Gli abitanti di Isernia venivano chiamati "cipollari" perché dediti alla coltivazione delle cipolle.) Al termine della relazione del postiere, il sindaco, che come gli altri aveva ascoltato con attenzione, si alzò e disse: – Questa cosa che due cipollari devono fregare a noi, non può proprio essere... la devono pagare... e il conto deve essere salato assai. L'assemblea fu sciolta. Nonostante tutti in paese sapessero del fatto di Isernia, il sindaco aveva ordinato il «silenzio cittadino sulla faccenda» e tutti erano rispettosi nei confronti di tale ordinanza. Dopo un febbrile lavoro fatto di incontri, riunioni, simulazioni e soprattutto di ricerca di attori... dopo appena tre giorni il piano era pronto al 90%, mancavano soltanto i due attori protagonisti. Intanto il sarto Giovanni si era recato dal vicino vasaio, compare Leo, e gli aveva chiesto di realizzare una bella bottigliuccia, circa mezzo litro di capacità. – 'N gòppa alla bottigliuccia ci devi scrivere questa cosa – disse il sarto porgendo un pezzo di carta a compare Leo il quale, dopo aver letto, abbozzò un sorriso e disse che di lì a tre-quattro giorni il lavoro sarebbe stato pronto. Ma cosa c'era scritto sul pezzo di carta? E perché scrivere quella cosa sulla bottigliuccia? Boh! Erano passati quindici giorni dal "fattaccio di Isernia" e mancavano ancora gli attori protagonisti, utili ad attuare il piano che avrebbe dovuto riscattare l'onore dell'intero paese. Davanti al bar in piazza erano circa le 10 in quella bella domenica di fine marzo, il sindaco e i suoi fedelissimi discutevano con voce bassa del problema: – Addó li dobbiamo trovare questi due che ci mancano? – Aveva appena detto il sindaco manifestando una velata preoccupazione quando, preceduta da un meraviglioso rombo di motore a scoppio, si vide avanzare da sotto alla Chiesa di S. Antonio una meravigliosa automobile che si fermò a pochi passi dai presenti. Che macchinone! E chi l'aveva mai vista 'na cosa simile. Si trattava di una Lancia Appia color blu cobalto con paraurti e borchie cromati, un'automobile di gran lusso per quei tempi, una macchina da ricchi. L'arrivo aveva suscitato curiosità tra i presenti in piazza che osservavano incuriositi e lentamente si avvicinavano all'autovettura. Si aprirono i due sportelli anteriori. – Vincenzino! – Esclamò sorpreso il sindaco, e subito si avvicinò per salutare l'amico. Si trattava di Vincenzino, un capracottese che aveva messo su a Padova una fiorente industria meccanica e di tanto in tanto tornava a trascorrere qualche giorno a Capracotta, suo paese natale. – Che bella sorpresa Vincenzì, come mai da queste parti? – Chiese il sindaco porgendo la mano all'amico. – Dovevo provare la macchina nuova e visto che il mio amico Sandro deve andare a Palermo per lavoro, lo accompagno a Napoli, così piglia l'aereo e se ne va alla Sicilia – spiegò Vincenzino. L'amico di Vincenzino era il dottor Sandro Rossetti, noto chirurgo in quel di Padova. Quarantotto anni, aspetto curato e nobile, il Sandro Rossetti, di bell'abito vestito, era un omone assai alto, forse più del postiere che in paese deteneva il primato. Il volto del sindaco, che prima appariva preoccupato, divenne solare e sereno subito dopo l'arrivo della Lancia Appia. L'arrivo di Vincenzino e del suo amico dottore era una vera fortuna calata dal cielo, anzi, venuta da Padova! Erano circa le 11:30 quando, davanti a "La Pignata Nera", si fermò una meravigliosa macchina blu con luccicanti finiture in metallo cromato. La cosa non sfuggì a Recchietella che stazionava per mestiere davanti l'osteria. Questi aprì la porta e chiamò l'oste: – Corri Trippa di Va', vieni a vedere che razza di macchina è arrivata. In un attimo Trippa di Vacca era accanto a Recchietella a bocca aperta a mirare quel gioiello. Era il 1953, la guerra era finita da appena 8 anni e quel gioiello di meccanica rappresentava, per la povera provincia di Isernia, una novità assoluta. Dall'automobile scese un uomo ben vestito che, voltandosi su se stesso, pareva cercare qualcosa con lo sguardo. Recchietella, che di mestiere cercava "polli", capì subito che quello era lavoro per lui e a grandi falcate si avvicinò all'uomo: – Vi occorre aiuto, signore? – Chiese rivolgendosi al forestiero. – Buongiorno buon uomo, certo, la ringrazierei molto. Sono l'autista del notaio Sua Eccellenza dottor Sandro Campanelli, che è comodamente seduto in auto con la signora Beatrice Marconuovo Rossetti. Ho accompagnato Sua Eccellenza e la signora perché ci è stato riferito che qui al mercato di Isernia c'è un banco che vende baccalà e sardine sotto sale di ottima qualità. Sua Eccellenza domani sera dovrà festeggiare i 25 anni di matrimonio in campagna, nella tenuta Campanelli, e vorrebbe acquistare tali delizie qui a Isernia, dopodiché proseguiremo per Monteroduni dove ci hanno indicato un contadino che produce dell'ottimo vino. Trippa di Vacca, che, incuriosito, si era avvicinato ai due, non esitò ad intervenire: – Certo, certo Signore, il banco del Siciliano è poco più avanti, il mio garzone vi accompagnerà. Vai Pino, accompagna Sua Eccellenza e la signora, poi al ritorno conducili nell'osteria perché voglio offrire loro una bottiglia del nostro vino migliore. Intanto il notaio era sceso dall'automobile e teneva aperto lo sportello posteriore per agevolare l'uscita della sua signora. Il notaio era un omone alto come pochi, indossava un abito grigio con cappotto di tono superiore e cappello Borsalino. La signora, bella assai, forse più giovane di almeno cinque anni, indossava un abito rosa ben attillato che i pensieri di chi la mirava faceva viaggiar liberi per l'universo intero. Alla vista dei due, tanto lo stupore, l'oste rimase senza parole per la seconda volta e, abbozzando un rozzo inchino, quasi balbettando: – Prego, prego Eccellenza, il mio garzone è a vostra disposizione, vi accompagnerà ovunque vogliate. L'automobile parcheggiata aveva attirato un folto gruppo di persone che osservavano quel gioiello di meccanica. Mentre l'oste osservava a distanza dietro la porta a vetri attendendo il ritorno del Recchietella coi "polli", dal gruppetto si era staccato un ometto ben vestito che si dirigeva verso la sua osteria. – Buongiorno, – disse l'ometto varcando la soglia dell'osteria, – vedo l'automobile di Sua Eccellenza il notaio Campanelli. È forse qui? – Buongiorno a lei, – rispose l'oste – certo, Sua Eccellenza è a far compere al mercato con la signora, li accompagna il mio garzone, dovrebbero tornare a momenti. – Posso aspettare qui Sua Eccellenza? – Certo, si accomodi pure. – L'oste gli indicò una sedia al tavolo, poi incuriosito continuò – Posso sapere perché sta cercando Sua Eccellenza, se non sono indiscreto? – Ma si figuri, io sono il sarto Amedeo Bernardi della famosa Sartoria Bernardi in Castel di Sangro. Domani Sua Eccellenza darà una grande festa per il suo 25° di matrimonio e, per l'occasione, si è fatto confezionare due abiti per lui e due per la sua meravigliosa signora – rispose il sarto. – Sua Eccellenza mi aveva detto che oggi doveva andare a contrattare il vino a Monteroduni e allora mi sono messo d'accordo per consegnargli qui a Isernia il lavoro. Ci dobbiamo incontrare alla stazione dove mi aspetta mia moglie con gli abiti, ma siccome col treno siamo arrivati prima, ho deciso di fare una passeggiata al mercato. – Ah, va bene, va bene, – disse l'oste, fregandosi le mani – ma permettete che vi offra un bicchiere di buon vino. Mariellaaa... – rivolgendosi alla moglie – porta un bicchiere del nostro vino migliore all'amico di Sua Eccellenza il notaio. Al sarto Amedeo, che si guardava intorno per cercare di valutare la topaia in cui si trovava, non era sfuggito il gesto dell'oste che soddisfatto s'era fregato le mani. Mariella stava servendo il vino al sarto quando si aprì di nuovo la porta d'ingresso. Finemente vestito, con occhiali, baffo curato e borsa di cuoio nella mano destra, era appena entrato un uomo di media statura che si guardava intorno come a cercar qualcuno. – Dottor Filippo! Buongiorno, come mai da queste parti? – Esclamò il sarto che aveva riconosciuto l'avventore. – Oh, Amedeo! Buongiorno a te, che sorpresa incontrarti. In realtà pensavo di trovare Sua Eccellenza il notaio Sandro, ho visto la sua nuova meravigliosa automobile e ho pensato che stesse qui ma... L'oste che era lì ad attendere non perse tempo: – Ma... buongiorno dottore, prego, prego, si accomodi, il notaio sarà qui a momenti, mi permetta di offrirle un delizioso bicchiere di vino – e lo condusse al tavolo del sarto. – La ringrazio di cuore, ma non vorrei dare disturbo, attenderò qui fuori Sua Eccellenza per un saluto veloce. Tra circa un'ora dovrò prendere la corriera per Campobasso dove Sua Santità il vescovo mi attende per un importante consulto medico, mi creda, lei è gentile ma non posso accettare – e, salutando, fece per uscire ma subito l'oste che intanto gli si era avvicinato: – Si figuri, dottore, è un grandissimo onore per me e mia moglie poterla ospitare, la prego, stia tranquillo, manca ancora un'ora alla partenza della corriera, vedrà che Sua Eccellenza sarà qui a momenti. Manifestando un finto imbarazzo, il dottor Filippo accettò l'invito e si accomodò al tavolo del sarto. Intanto all'esterno la Lancia Appia, come fiori ad attirar le api, era circondata da decine di curiosi che ne ammiravano lo splendore. L'osteria era diventata un viavai di gente, e che signoroni! Ingegneri, avvocati, colonnelli, professori, commercianti, tutti a chiedere di Sua Eccellenza Sandro e tutti invitati ad attendere davanti a un buon bicchiere di vino. La taverna di Trippa di Vacca non aveva mai vissuto una giornata come quella, tanto era il movimento di gente ché tutti i passanti si fermavano per cercare di capire cosa stesse accadendo. Intanto il Trippa offriva vino agli amici di Sua Eccellenza e li invitava ad attendere. Finalmente, dopo una buona mezz'ora, arrivò Sua Eccellenza Sandro. Ad accoglierlo circa una decina tra i suoi conoscenti "importanti", tutti di bicchiere muniti. Il notaio con la bella moglie accanto fece l'ingresso nell'osteria, seguito dal Ricchietella che portava un bel cesto, forse un paio di chili di sardine sotto sale. Strette di mano, saluti e brevi conversazioni impegnarono subito il notaio che, incalzato dai più a spiegare quella sua imprevista presenza a Isernia, prese la parola: – Domani sera io e la mia signora, come alcuni di voi già sapranno, festeggeremo venticinque anni di matrimonio presso la nostra tenuta di campagna e, per l'occasione, abbiamo pensato di offrire ai nostri ospiti il famoso baccalà del Siciliano. Purtroppo, il mercante non ha una quantità di baccalà tale per accontentare trecento ospiti, però mi dispiaceva non acquistar nulla e quindi abbiamo comprato solo questo cesto di sarde salate. Il lavoro di questa gente e il loro sacrificio quotidiano va sempre sostenuto e apprezzato acquistando i loro prodotti. Ne seguì uno scrosciante applauso dei presenti che esprimevano apprezzamento per le parole giuste e sagge del notaio. Anche l'oste e la moglie avevano apprezzato il discorso e, guardandosi, si compiacevano a vicenda. – Questo è proprio un signorone – disse l'oste, quasi sussurrando alla moglie. – I signori ci scuseranno ma a Monteroduni siamo attesi dal contadino che deve fornire il vino per la festa di domani ed altri impegni ancora ci attendono – disse il notaio porgendo la mano alla sua signora. – Ma... Eccellenza, mi permetta, assaggi il nostro vino, la prego, mi conceda questo onore – pregò l'oste. – Sì, sì, Eccellenza, – disse il sarto – noi ne abbiamo già bevuto diversi bicchieri, e mi dovete credere, fino ad oggi non ho mai bevuto un rosso più delizioso. Roba fine Eccellenza... E tutti a cascata a dire che il vino era buono, meraviglioso, spettacolare, e tutti i complimenti possibili e immaginabili. La faccia dell'oste, come il sole a mezzogiorno, emanava luce, felicità, soddisfazione. – Va bene, – disse il notaio – mi sembra giusto onorare il qui presente oste e la sua signora, che tanto sono stati cortesi con tutti noi. La mia signora ed io siamo lieti di accettare il cortese invito. Un vassoio con caraffa e due bicchieri ben lustrati furono portati al tavolo dove il notaio si era accomodato con la signora. L'oste empì i due bicchieri e fece cenno alla moglie Marietta di portare altre tre caraffe per gli altri ospiti amici. Il notaio, portando in alto il bicchiere in segno di ringraziamento, bevve un sorso... silenzio... un altro sorso... e ancora silenzio... poi il volto dell'oste diventò rosso come brace viva... un ultimo sorso a vuotare il bicchiere... – Davvero... meritevole di attenzione, ma qualcosa mi sfugge – disse il notaio, continuando ad assaporare l'ultimo sorso divino. Subito l'oste si precipitò a empire di nuovo il bicchiere: – Prego, prego, Eccellenza, assaggi di nuovo, si tratta di un grande vino, mi creda... Un altro sorso... silenzio... ancora un altro sorso... nella piccola osteria era sceso un silenzio tombale... – Eccolo, non riuscivo a trovare il timido mirtillo, solo adesso si è palesato al mio palato, le faccio i miei complimenti – disse il notaio all'oste. – Questo nettare di Bacco custodisce insieme i sapori e le fragranze della primavera e dell'estate e bea il palato carezzandolo con dolcezza e delicatezza come fosse un bambino appena nato. Nuovo applauso scrosciante dei presenti. Il ragno aveva posto l'ultimo filamento a chiusura del suo lavoro d'alta ingegneria. La mosca era nei paraggi... – A questo punto, posto che lei abbia le quantità necessarie, sono a porle una richiesta: la mia signora ed io avremmo piacere di condividere, con gli illustri invitati alla nostra festa di domani sera, il prelibato nettare che ha deliziato e stregato i nostri palati. Avrebbe disponibilità per 500 litri? Non le chiedo nemmeno il prezzo, mi dirà lei... – disse il notaio all'oste. "Oppalamaiella!" pensò l'oste, "Che colpo, che fortuna, che giornata"... Finalmente le cose cominciavano a girare per il giusto verso. – Sarebbe per me un onore servire le Vostre Eccellenze, il rosso che vi ho servito è quanto di meglio si possa trovare in questa città, frutto delle migliori uve della vicina Puglia. Per i 500 litri... nessun problema, giù in cantina ve ne sono almeno 1.500 (grande bugia!), mi dica solo dove li dovrò consegnare. Servo Sua Eccellenza... Anche in questo caso l'oste aveva servito un vino che poi sarebbe risultato molto, molto diverso da quello che avrebbe consegnato. Infatti in cantina di quel delizioso vino ne erano rimasti appena due barili da 50 litri ciascuno, di cui uno era stato utilizzato per metà come assaggio dalla comitiva "eccellente". – Molto bene, il mio autista le indicherà dove fare la consegna, le raccomando solo la precisione. Il vino dovrà essere alla tenuta entro le 13 di domani. Alle 17 cominceranno ad arrivare i primi ospiti e tutto dovrà esser pronto. Questa sera andrò in quel di Napoli per importanti affari ma rientrerò alle 13 di domani. Ad attenderla troverà mia moglie, che provvederà anche a pagarle il dovuto. – Poi, rivolgendosi agli amici in sala: – Adesso, vista l'ora, avrei piacere di offrire ai presenti le sardine appena acquistate accompagnate dal suo buon vino rosso. Ci farebbe la cortesia di dissalare e condire il pesce? – rivolgendosi di nuovo all'oste. – Servo Sua Eccellenza – rispose l’oste. Come posseduto da una forza diabolica, scattò in cucina e, cinque minuti dopo, sui tavoli venivano serviti dalla moglie Mariella cesti di pane, boccali di vino e piatti di sardine dissalate e condite con aglio e olio. Le sardine erano una vera squisitezza e andavano giù una dopo l'altra, ben accompagnate da bicchieri colmi di vino rosso che, scendendo giù per l'esofago, pretendevano di essere accompagnati da un'altra sardina che a sua volta esigeva altro vino. Trenta minuti erano passati e, sulle tavole, piatti e cesti di pane vacanti e soprattutto tanti boccali vuoti. Oltre alle sardine erano andati via sei chili di pane e trentadue boccali da due litri. Il primo a salutare fu il dottore, che doveva prendere la corriera, di seguito gli altri amici di Sua Eccellenza. Erano rimasti in sala il sarto, il notaio con la signora e l'autista. – Bene, Amedeo, – disse il notaio al sarto – la mia signora vorrebbe visitare un negozio di calzature che abbiamo visto prima, le chiederei di andare a prendere i vestiti e di portarli qui in osteria, naturalmente il mio autista l'accompagnerà con l'automobile. Nel frattempo noi concluderemo gli acquisti, ci vedremo qui al massimo tra 20 minuti. – Poi, rivolgendosi all'oste: – A lei invece chiedo la cortesia di preparare una diecina di bottiglie del vino che c'ha servito, e che siano ben tappate perché vorrei farne dono agli amici che stasera incontrerò a Napoli. – Infine al suo autista: – Sii puntuale, abbiamo già perso tempo e come sai alle 17 dovremo partire per Napoli. A tra poco dunque... Sua Eccellenza e la signora uscirono per primi, seguiti dal sarto ed infine dall'autista. – Presto, vai a preparare le dieci bottiglie, che quelli tornano subito. Vai, vai, muoviti! – disse Mariella all'oste. Eran giunte le ore 14 e nessuno era tornato in osteria. – Avranno avuto contrattempi, questi sono signori, mica è gente come noi – disse Recchietella a un Trippa di Vacca corrucciato. Vennero le 15, poi le 16 e le 17, le 18, le 19 ed infine... la notte buia. La mosca era finita nella tela del ragno. L'indomani mattina, mentre a Napoli Sua Eccellenza prendeva l'aereo che lo avrebbe portato in Sicilia e una fiammante Lancia Appia viaggiava in direzione nord in direzione Padova, un bambino coi calzoni strappati, scarpe rotte e faccia sporca entrava nell'osteria de "La Pignata Nera". – Buongiorno, un signore qui fuori mi ha detto di dare questo al padrone. Il bambino poggiò un cartoccio sul tavolo e scappò via. L'oste, subito incuriosito, prese il cartoccio e, con grande curiosità, lo scartò frettolosamente. La rabbia fu tanta... Dal cartoccio venne fuori una bottigliuccia in ceramica, circa mezzo litro di capacità, finemente decorata. Dall'odore sembrava contenere aceto, aveva forma panciuta e recava una frase scritta con eleganza: «Con questo aceto ci condisci quell'insalata». Leo Giuliano
- La catastrofe astrologica sanremese
Infiniti amiconi dello zoo, ben ritrovati in questa rubrica pregna di caos! Questa settimana è importante, oserei dire di preparazione o di fuga, perché precede quella del 14 febbrario (la data che divide). Quindi leggete bene! Buona lettura. Ariete Ora et labora. Dovete pregare e lavorare fin quando questo cielo non diverrà sereno. Vi risuona? Soprattutto "ora" se non volete avere guai. C'è forse qualche interferenza con il passato da dover smaltire, 'na cosetta dai. L'amore se lo porta il vento. Ciao. Toro ...È vero che martedì inizia Sanremo e a voi piace tanto? Ah no?! Il bello è che c'avete Mercurio in quadratura ma a voi non ti quadra un cavolo. Siete super occupat* sto periodo, manco foste la Meloni al governo, ma dai. Dovreste pensare di più all'amore, regalarvi una gioia, un toys, un amic*. Gemelli Ué simpaticon* diteci il vero, avete truccato le carte. Il Sole, Marte e pure Mercurio sono vostri complici? Si, sono loro ma state attent*, usufruitene bene, altrimenti per punizione torna quell'ex... pazzerell come voi, voglios* di voi , lunatic* come voi e insieme bene mio... Scappate! Cancro Adorabili e serenissimi amici del cancro, come butta? Suppongo tutto male e mai na gioia, ma ci sta, non sareste voi altrimenti. L'obiettivo da raggiungere questa settimana presuppone indipendenza, volontà e predisposizione al cambiamento (tutte doti che non avete ma le trovate su www.vogliofarminavita.com). Si tratta, appunto, di come combattere la castità che, a sua volta, non presuppone obbedienza e povertà. Se stai leggendo vuol dire che non sei in convento: datti da fare! Leone C'è aria di luna nuova in Leone. Siete i padroni dello zoo, approfittate, condividete la notizia fino allo sfiatarvi. Gioite e godetevi tutto quello che questa luna vi regala, mi raccomando. Era quasi ora. Attenzione se non volete diventare genitori troppo presto. Vergine Habemus Venerem a favore! Ti supplico, ti imploro esci da quel buco di cuculo dove risiedi. Carpe diem teso. Questa settimana "potrebbe" restituirti un pizzico di follia. Il tuo atteggiamento danneggia, slega l’equilibrio all’interno dello zoo e, se permetti, non ci sta bene. Okay? Esci e trovati un segno con cui vedere Sanremo sotto al cuculo. Bilancia "Signori e signore è arrivato l'arrotino". Tu sottovaluti Federica e sopravvaluti te stess*. C'è una situaz molto interessante sotto un punto di vista lavorativo. Se hai trovato il posto sfitto a Milano a 1.000 euro in un sottoscala non è fortuna. È Saturno. Scorpione Cari tutti, siamo qui riunit* per celebrare una combinazione astrale esilarante: scorpione vs Marte. Tremate. Gli amici dello Scorpione sanno essere feroci, passivi e aggressivi con persone che non sopportano ma quando incontrano la "belva" diventano cuccioli di ameba sotto giudizio divino. Casualità? Non credo... Sagittario Carissim*, titoli di coda: "Il sagittario, segno fortunato, perde le caramelle alla pignatta di carnevale. Grida: ridatemi la fortuna, non so stare senza". Succederà prima o poi, sappilo. Intanto, però, l'amore sta sficcando. Complimenti. Capricorno Amici del Capricorno, fin qui tutto bene... C'è solo da rivedere un pochino l'atteggiamento del beverdì ma possiamo lavorarci serenamente. Assolutamente disastrosa la situazione sentimentale che purtroppo hai voluto tu. Ma vabbè, lo sai, tue e fede siete un corpo e un’anima ("le stesse cose che vuoi tu, le voglio anch'io e questo è amoreee" cit.). Acquario Amichetti dell'Acquario è sempre un onore scrivere di voi, per voi. Questa settimana sarete meno stronzi del solito per via della congiunzione con Saturno, che vi mette in riga. Fidatevi solo delle vostre scelte, è fondamentale che lo capiate se non volete ritrovarvi a Capracotta, persi nella nebbia. L'amore è un tasto che non volete toccare voi, figuriamoci le stelle. Pesci Splendid* Pesciolini con voi le abbiamo viste e sentite di ogni, ma non sapevamo foste anche promotori della specie disumana, caratterizzata da: casi umani e clinici, topi di fogna e di città, sanguisughe, blatte di ogni genere ecc. Di solito è colpa dell'unione di tutti i pianeti se vi riducete ad uno schifo totale, ma stavolta Urano si è mosso di sbieco e l'ha fatta grossa. La cosa che rincuora l'intero zoo è che vi riprenderete entro giovedì. Clara Cavaliere Fonte: https://www.blmagazine.it/, 6 febbraio 2023.
- Che fa jennàre jennaróne? Sfàscia o scópa re ferlóne?
Il "Calendario della Letteratura Capracottese", che realizzo e diffondo con successo dall'anno scorso e che l'anno prossimo verrà distribuito anche in versione cartacea (sul modello dell'intramontabile format di Frate Indovino), dà spesso vita a discussioni circa la correttezza di alcuni modi di dire e proverbi del nostro dialetto. È bello che ciò accada perché significa che il dialetto capracottese non è morto, tutt'altro. Soprattutto significa che di ogni proverbio esistono più e più varianti, in base alla tradizione orale tramandata in ogni famiglia. Nel mese di gennaio, ad esempio, alla data del 31 avevo scelto un detto celeberrimo a Capracotta, che ho proposto nella versione riportata dal folclorista Oreste Conti nella sua "Letteratura popolare capracottese" del 1911, la cui traduzione è piuttosto facile per chi è di Capracotta. «Vattene gennaio gennaione, distrugge soffitta e cassapanca» diventa così: Vattìnne jennàre jennaróne, sfàscia cuoatenàre e cuoascióne. La tradizione capracottese voleva infatti che i ragazzini, incuranti della neve, girassero per il paese facendo baccano con campane e campanacci, gridando quel detto in tono propiziatorio e sperando che qualcuno desse loro un po' di salsiccia. Quello di "jennàre jennaróne" era infatti un motto che, proseguendo le matenieàte del "bòn ìnne e bòn ànne" di Capodanno, portava allo "'ngìcce 'ngìcce" di Carnevale. Ma se per i bambini lo "jennàre jennaróne" era soltanto un gioco, per gli adulti era un improperio bello e buono, perché un gennaio particolarmente rigido metteva a dura prova le provviste di casa. Tanti capracottesi nati nel secondo dopoguerra hanno sentito l'urgenza di correggere il proverbio che avevo proposto io: la maggior parte di loro, infatti, sostiene che gennaio non debba andar via e che non sfasci, bensì spazzi la soffitta e la cassapanca, per cui il detto diventerebbe: Jennàre jennaróne, scópa cuoatenàre e cuoascióne. Qualcun altro, provenendo da una tradizione più ancorata al passato tipica della Terra Vecchia, mi ha invece corretto con un'ulteriore variante, che prevede il plurale e l'aggiunta del ferlòne, ovvero il mobile in legno usato per impastare, far lievitare il pane e per conservare le farine: Jennàre jennaróne, scópa casciùne, catenieàre e ferlùne. In qualsiasi variante preferiate questo proverbio, il senso è sempre lo stesso: le rigidezze del mese di gennaio mettono in crisi la famiglia che vive di ristrettezze. Il tipico gennaio di Capracotta, insomma, consumava la legna riposta in soffitta, prosciugava il grano del contadino e azzerava la farina conservata nella madia. Voi quale versione siete soliti ripetere? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: O. Conti, Locuzioni e modi di dire del popolo capracottese, Frattarolo, Lucera 1909; O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- L'avvocato Ninetta (VI)
Scena VI Rosina e detti. Rosina – Signurì, scusate si v'addimmanno na cosa! 'A signora vò sapé si avite posto 'o sale int' 'o raù. Ninetta – Che bestia! È chisto 'o mumento d'interrompermi? Giacinto – Nuje stammo nfaccia 'o codice e tu te ne viene cu 'o sale. Ninetta – Dincello che nun me ricordo, che nce ne mettesse nu poco. (Rosina via poi torna) Dove eravamo rimasti? Ah! alla mancanza... Giacinto – D' 'o sale int' 'o ragù. Ninetta – No, che stato dicenno... che ce trase 'o sale. Stavamo alla mancanza... (legge) di accettazione delle parti... E questo non è affare vostro. Vedimmo appriesso. Art. 1068. (legge) Qualunque donazione fatta per un «futuro matrimonio è senza effetto se il matrimonio non segue o pure è annullato». Giacinto – Bravo, benissimo! Si è trovato. Facimmo annullà 'o matrimonio. Ninetta – E come lo fate annullare? Questo mi pare impossibile!... almeno... che voi non... vi troviate in condizioni tali... da fare annullare il matrimonio. Giacinto – In condizioni tali... Comme se ntenne? io nun ve capisco... spiegateve meglio. Ninetta – Baró, io songo femmena e nun pozzo spiegà comme vulite vuje. Giacinto – Chisto è nu guaio ca vuje site femmena. Ninetta – Insomma, siete marito? o non siete marito? Giacinto – Queste sò domande curiose, comme non era marito? Allora pecché veneva a du vuje. Ninetta – Ma vuje nun capite niente, io che ve pozzo fà. Rosina – (fuori) Signorì, signorì, venite nu mumento dinto pecché 'a signora ha fatto nu scoquasso, ha fatto azzeccà tutte cose ncopp' 'o fuoco. Ninetta – Ma io sto facenno l'avvocato, pozzo penzà 'a robba che sta ncopp' 'o fuoco? Rosina – Signurì, lasciate nu mumento, c' 'o permesso d' 'o signore, pecché si nun venite vuje, stammattina nun se magna. Ninetta – (alzandosi di fretta) Auff. Accussì nun pò andà avanti, un rimedio s'ha da truvà. (dà il libro a Giacinto) Baró, permettete nu momento, leggiteve da ccà fino a ccà, io mò vengo. (entra gridando con Rosina poi ritorna) Giacinto – Io nun aggio arrivato a capì ch'à vuluto dì... a meno che non vi troviate in condizioni tali... Siete marito o non siete marito? Po' ha ditto che essa è femmena e nun poteva parlà!... Mò m'ha assegnata la lezione e se n'è ghiuta. Aggia truvà nu paglietta mascolo pe sapé se io sono marito o non sono marito, chesti cose 'e femmene nun 'e ponno sapé. Ninetta – (fuori) Eccomi quà, aggio aggiustato tutto. Dunque avete letto l'articolo? Giacinto – No, nun aggio letto niente. Ninetta – E pare che v'aggio lasciato 'o libro. Giacinto – Io steva riflettenno a chello che m'avete detto, se ero marito o non era marito, ci sono i testimoni: 'o vicesindaco, 'o parrocchiano. Ninetta – È inutile che ci penzate, pusammo 'o libro e rispondete a me: Vi avesse attentate la vita vostra moglie? Giacinto – Sicuramente. Ninetta – Ah! vi ha attentato? Giacinto – M'ha ditto che me vuleva dà na foca nganna, e se veramente m' 'a deva, io mureva! Ninetta – Ma ve l'ha data? Giacinto – No! nun me l'arrivaje a dà. Ninetta – E che ne parlate a fà allora. Sevizie ne avete avute? Giacinto – Sevizie? Uh! avite voglia. Aggio avuto cchiù pizzeche e ponie addereto 'e rine... tengo ancora 'e braccie piene 'e mulignane. Ninetta – E chillo s' 'e fa 'a parmiggiana. Poche lividure m' 'e chiamate sevizie? ancora avita vedé 'e sivizie overamente. Giacinto – Ma D.ª Ninetta mia... cioè, avvocato mio, vuj addirittura me vulite vedé muorto. A foca nganna dicite che è cosa 'e niente... 'e mulignane manco sò bone, nzomma stu codice che tenite vuje nun me dà ragione affatto affatto... allora vò dì che sarrà nu codice 'e femmena. Ninetta – Vuje che state accucchianno, nce sta 'o codice 'e femmena e chillo 'e l'uommene? Giacinto – Sarrà comme vulite vuje. Ma insomma che se pò fà? Ninetta – Se volete ascì 'a miez' 'a stu guaio, fidatevi a me che vi servo io. Giacinto – D.ª Ninè io me menco dint' 'e braccie voste; basta che me levate stu guaio 'a tuorno, io ve prometto che ve porto a Capracotta. Ve faccio fare na gita 'e piacere. Ninetta – Parlammo doppo 'e Capracotta. Voi fidate in me?... Me date carta bianca? Giacinto – Io v'affido tutte cose. Ninetta – Prima di tutto io debbo conoscere la Baronessa vostra moglie, debbo fare amicizia cu essa... al primo movimento io la piglio incastagna e l'attaccammo 'o processo. Giacinto – Benone, la vogliamo processare. Ninetta – Perciò me l'avita presentà. Giacinto – E comme faccio? le presenta na figliola accussì... e chella dice chi è sta giovane? Ninetta – E credete che pigli gelosia di me? Giacinto – Fusseve brutta, meno male. Ma voi siete bona, simpaticona, ne fate andà 'e capa 'e cliente. Ninetta – Uh! Baró, e v’è venuto ncapo 'e farme 'a corte? Giacinto – No... nun v' 'o dico pe cerimonie... lo dico perché, parola d'onore, lo sento. Ninetta – Capisco che lo sentite, ma cierte cose nfaccia all'avvocato nun se ponno dì. Capite che in questo momento non sono io... non sono Ninetta... io rappresento la legge. Giacinto – Se la legge è accussì bona, io mi getto con tutto il cuore nelle braccia della legge. (per eseguire) Ninetta – Baró non vi riscaldate, si no fenesco 'e fa 'o paglietta e me ne traso 'a parte 'e dinto. Giacinto – No, no, restate... mò me sto zitto. Parlammo d' 'o fatto nuosto. Ninetta – Dunque comme facite pe me fà conoscere 'a Baronessa? Giacinto – E stu mezzo nun 'o trovo... Ninetta – (dopo pensato) Ah! l’aggio trovato. Voi conoscete 'o Commendatore Lanterna, embè giusto giusto, domenica a sera è l'onomastico della figlia Maria, vediamoci là... Certamente si farà un poco di musica e di ballo, sarà una bella occasione per avvicinarmi a lei... e poi lasciate fare a me il resto. Giacinto – E brava!... D.ª Ninè lasciate che io ve vaso 'a mano. (la bacia replicatamente) Ninetta – 'O vedite, mò ascite n'ata vota 'a fora 'o seminato. Giacinto – No, nun v'avità piglià collera, lasciate che io sfoghi nu poco cu vuje. È un amico che ve cerca stu favore. Ninetta – N'amico? Io appena ve conosco da mezz'ora. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- C'è sempre un buon motivo per vivere
«Un buon motivo per vivere». Con le parole dell'ultima canzone dei The Sun è iniziato questo campo giovani che ci ha visti arrivare a Capracotta in un modo e ci ha visti ritornare a casa trasformati. Tanti sono stati i titoli dati a questo campo: "vocazionale", "della rivalutazione", "della riscoperta", "della preghiera", ecc. Con vari titoli ognuno di noi ha segnato nel cuore questa esperienza. Oltre che dalla canzone dei The Sun, siamo stati accompagnati per mano da alcuni personaggi biblici che con le loro storie, la loro sincerità, le loro insicurezze, la loro caparbietà e il loro coraggio, ci hanno scosso, facendo rimbombare dentro al cuore di ognuno di noi una domanda: qual è il tuo buon motivo per vivere? Questo campo è stata la risposta di Dio alle domande di vita che ogni giovane porta nel cuore: cosa realizzerò, chi sarò? In queste domande ci dimentichiamo quasi sempre di Dio, ma in questo campo il Signore stesso, facendosi presente, ci ha ricordato che Lui è alla base del nostro buon motivo per vivere. Antonino Imperato Fonte: https://www.diocesisorrentocmare.it/, 10 agosto 2020.
- L'anello di Monte Campo per un progetto promesso agli occhi celesti di Vincenzo D'Itri
L'escursionismo viene visto molto settoriale e quindi molto localmente. Vincenzo invece era avanti e in tutti questi anni ha sempre partecipato attivamente, con il suo entusiasmo, alla realtà di coloro che capiscono che le montagne non sono solo in Molise ma ci sono luoghi stupendi ma più lontani da scoprire. Non è un caso infatti che attualmente è andato già oltre le 150 cime over 2.000 m. Per questo motivo, anni addietro prima del covid, gli avevo fatto una promessa. Certo, poi, la conoscenza con Massimiliano Pittiglio (ora grandissimo appenninista) e l'amicizia con Stefania Altieri e Michele Carnevale, seguita poi da Massimo Martusciello, il re del Matese, mi ha spinto ancora di più a cercare di porre le basi di un evento su questi magnifici territori. Così nasce questa ascesa non lunga ma di grande soddisfazione motivata dall'invito fatto da Matilde Di Domenico (presidente del C.A.I. di Isernia) di partecipare alla festa sociale di fine anno 2022 finalizzata ad un approfondimento logistico di un possibile evento futuro. Capracotta, che con i suoi 1.421 metri si aggiudica il secondo posto sul podio dei comuni più alti dell'Appennino, e Michele Carnevale ne è sicuramente uno dei padroni di casa più importanti. Ubicato nell'Alto Molise con 885 abitanti, questo piccolo paese è circondato da numerose pale eoliche che sembrano silenziosi guardiani al centro di luoghi abitati in passato dalle tribù sannite dei Pentri fra le vallate del Sangro e del Trigno. I boschi di abeti bianchi e faggi rendono magica l'atmosfera quando la neve, sempre copiosa, decide di imbiancare questa catena montuosa. Dalla cima di Monte Campo si ha una visuale privilegiata di tutto il P.N.A.L.M. e della Majella oltre al mare che oggi sembrava toccarsi con la mano. Il vento forte ma non impossibile sulla cresta non spaventa la tempra di Vincenzo che dimostra di essere abituato a queste temperature da buon molisano doc. Una qualifica ottenuta sul campo nonostante la sua vita inizialmente itinerante a causa del lavoro del papà. Per questo motivo Vincenzo si è fortificato affrontando senza arrendersi alle varie problematiche che poi la vita gli ha posto davanti soprattutto nell'ultimo decennio. Senza guanti e con un solo ma importante pile che ultimamente lo caratterizza nelle sue tantissime solitarie realizzate negli ultimi anni sopra la croce di Monte Campo si materializzano tutte le bellezze paesaggistiche e morfologiche di queste cime. La prima croce fu costruita in legno nel 1900. Alta 13 metri cadde a causa di una bufera nel 1911. Tra il 1929 e il 1932 fu eretta in ferro riuscendo a resistere fino al 1981. Quella attuale è del 1982 ed è molto cara agli abitanti, oltre al fatto che è visibile veramente da tutti i punti cardinali da lontanissimo. La neve, molto profonda soprattutto a nord, ha reso questa ascesa ancora più bella. Questa volta il terzo tempo lo abbiamo fatto direttamente alla festa del C.A.I. Molise a Staffoli Horses dove Matilde mi ha riservato una accoglienza che non dimenticherò. Torno a Roma a mezzanotte ripensando non solo alla classica grande generosità di Michele ma anche al dono di Stefania che, uniti alla sincerità di Vincenzo e all'inaspettato affetto di Matilde, mi daranno la forza di affrontare con entusiasmo la prossima avventura che tutti insieme cercheremo di vivere con il cuore! Francesco Mancini Fonte: https://www.esplorandox.it/, 4 dicembre 2022.
- La formazione delle maestre fra '800 e '900: Elisa Avigliano
Ben diversa rispetto a quella di Adele fu la vicenda di un'altra insegnante che aveva iniziato la sua carriera nella scuola "Settembrini": era Elisa Avigliano, fidanzata all'epoca di Salvatore Di Giacomo, che aveva vissuto durante la sua permanenza a Lagonegro una delle fasi più intense del fidanzamento con il poeta napoletano. Elisa era nata il 13 ottobre 1879 a Nocera Inferiore dal magistrato Antonio Avigliano, consigliere di corte di appello e dalla baronessa Silvia Falcone, originaria di Capracotta, discendente di una famiglia di galantuomini che avevano sostenuto le idee liberali. Prima di sei figli, si era dedicata all'insegnamento dopo aver completato gli studi presso la scuola di magistero di Napoli: ebbe cinque fratelli Raffaele, medico, Alfonso, ufficiale di cavalleria, Roberto, ufficiale di artiglieria, Carlo, funzionario delle poste, Mario, avvocato. Salvatore aveva conosciuto Elisa nell'estate del 1905 quando lei lo aveva contattato per raccogliere notizie per la sua tesi di laurea proprio sulla poesia del cantore napoletano. Le prime frequentazioni erano avvenute nella stessa biblioteca "Lucchesi Palli" dove Di Giacomo lavorava: lei, una brunetta alta e delicata, aveva ventisei anni e lui era già quarantacinquenne. Slanciata, molto bella, Elisa era all'epoca del tutto presa dall'amore per Salvatore, anche se la lontananza non la lasciava tranquilla e, a volte, era molto turbata da attacchi di gelosia; lei, immaginando chissà quali giri del fidanzato tra bar e ristoranti, dichiarava nelle sue lettere di soffrire per quelle frequenze mondane e per quella carica di vitalità e di esuberanza. A Elisa non piaceva neppure la grande passione di Salvatore per il teatro; in una lettera spedita da Lagonegro il 22 novembre 1912 aveva inveito contro quella sua ricerca spasmodica di gloria. Prima di essere nominata a Lagonegro, aveva conseguito nel 1912 a Roma, presso il ministero, l'abilitazione all'insegnamento di italiano e storia, superando la prova con non grande soddisfazione, né contenta, né del tutto soddisfatta. Era stata successivamente nominata come supplente di lingua italiana presso la scuola complementare "Settembrini", dove era giunta il 9 ottobre 1912, probabilmente prendendo il treno sulla linea Eboli-Lagonegro in quanto era la via più diretta e semplice per raggiungere la sua sede di servizio. Ad accoglierla era stato l'allora direttore Giuseppe Bruno Spampinato, docente di scienze fisiche e naturali e di agraria che l'aveva assegnata al corso complementare. Lì aveva incontrato Giuseppina Maccaroni Gorini, insegnante di lingua francese, sempre del corso complementare, «madre di tre bambini e moglie del locale ricevitore del Registro» che svolgeva le funzioni di vice-direttrice e che le aveva affidato il compito non proprio gradito di compilare l'orario delle lezioni: una di quei tre bimbi era Donata Doni, futura poetessa lagonegrese. Sperò a lungo che il fidanzato la raggiungesse a Lagonegro; in realtà, lui era molto restio ai viaggi e l'avrebbe accontentata solo in una occasione, quando, però, lei si era già spostata a Benevento. Nel frattempo, nelle lettere, Elisa confidava a Salvatore, anche in modo minuzioso, tutti gli eventi legati al suo lavoro, rassicurandolo che tra le colleghe, «niente c'è di bello e di fresco! Mi lusingo perfino (modestia a parte) di essere io quanto c'è di meglio nella compagnia. Immagina un po'!». Presa dai pensieri per il suo Salvatore, Elisa non si legò molto all'ambiente lagonegrese; strinse amicizia con la collega di origini leccesi Emma Gerunda, maestra assistente ai lavori donneschi, con la quale, raccontava, di aver cenato una prima volta, mangiando un po' di pastina e una bistecca, «neanche molto giovane dev'essere ed è ancora una graziosa donnina. Piccola, bianca, delicata, con due begli occhi azzurri che sembrano fiori, coi capelli castani tirati su semplicemente con un nastro ha davvero qualche cosa che mi pace e specialmente nel carattere; energico, buono, generoso, ospitale. Pare che sia rimasta incollata a Lagonegro da un affare di cuore e pare che l'oggetto dei suoi pensieri sia proprio quel tale giovanotto studente che mi presentò a lei». Non frequentò molto le altre colleghe, anzi, nelle sue lettere non fu proprio benevola nei giudizi nei loro confronti, come, ad esempio, con Beatrice Spotti Tenchini, moglie dell'ispettore scolastico, che insegnava lingua e lettere italiane, «che serba ancora le vestigia di una discreta bellezza che ella cerca tuttavia di rinfrescare con delle toelette stringate, un'aria giovanile nonostante la sua mole rispettabile e la sua parrucca», o con la professoressa di disegno, Beatrice Lanzavecchia, «brutta e antipatica». Elisa avrebbe lasciato dopo un solo anno la scuola "Settembrini", partendo il 9 ottobre 1913 alla volta della sede di Benevento, ottenendo solo l'anno successivo il trasferimento a Napoli, forse per l'interessamento dello stesso Di Giacomo. Il loro fidanzamento avrebbe continuato ad essere caratterizzato da sentimenti contrastanti, tra passione e gelosia, per tutta la sua lunga durata di ben quindici anni circa: si sarebbero sposati a Napoli il 20 febbraio 1916, andando ad abitare in un appartamento a S. Lucia che lui aveva arredato nel tempo. Elisa sarebbe morta il 15 giugno 1962, quasi trent'anni dopo la morte di Salvatore, avvenuta il 4 aprile 1934. Nunziante Capaldo Fonte: N. Capaldo, La formazione delle maestre fra '800 e '900. La scuola normale "Raffaella Settembrini" di Lagonegro (1880-1925), Basilicata University Press, Potenza 2022.
- L'avvocato Ninetta (V)
Scena V Rosina e detti. Ninetta – Fate imbucare questa lettera, ma presto perché è urgente. Rosina – Va bene. (via) Ninetta – Dunque signore, eccomi interamente ai suoi pregevoli comandi. Lei mi deve scusare se l'ho fatto attendere un pochino, ma gli affari innanzi tutto. Per me gli affari dei miei clienti sono parte di me stessa. S'accomodi. Prima servo il pubblico e poi mi dedico alla famiglia. Perciò non se l'avrà certamente a male se per poco l'ho trascurato. Da ciò dovrà arguire quanto interesse e zelo metterò nei suoi affari qualora avrò l'onore di essere il suo avvocato (si seggono tutti e tre). Dunque in che debbo servirla? in affare civile o penale? Per ora io mi son dato a tutti e due i rami, salvo poi, quando gli affari saranno aumentati, di dedicarmi soltanto al primo; sa, perché negli affari civili l'intelligenza può esplicarsi maggiormente nelle ardue quistioni di diritto... mentre nel penale vi sono quistioni molto elevate, e poi d'altra parte si ha fare per lo più con gente abbrutita nel vizio e quindi caduta nel delitto. Io già suppongo che il caso di cui ella vorrà parlarmi, non riguarda certamente un crimine, perché se così fosse le assicuro che a malincuore ne assumerei la difesa. Purtuttavia mi sacrificherei per strappare un innocente che potrebbe essere vittima di un errore giudiziario e che potrebbe finire i suoi giorni in un ergastolo. (in tutta questa scena Bettina, che sarà seduta vicino a Giacinto, farà controscena con lui) Giacinto – Vuje che vittima, che ergastolo... che giustizia, n'ato poco me mannate ngalera. Quà non si tratta affatto di tutto questo. (a Bettina) E chesta ata che me sta zucanno 'a reto; me pare che 'a putite fernì. Si me lassate parlà vuje e mammà che me s'è appizzata comm'a na mignatta, allora nce putimmo capì, si no perdimmo tiempo io e vuje. Ninetta – Parli... parli... io sono tutta intenta ad ascoltarla. Giacinto – Ecco quì... non è propriamente pe na causa pecché sò venuto da voi... pe mò se tratta 'e nu semplice consiglio, ma se appriesso le cose seguitano accussì, 'a faccio 'a causa. Ninetta – Benissimo! In tal caso voi farete l'attore? Giacinto – Io mò chesto sto facenno. Ninetta – Ah! già fate l'attore? Giacinto – Uh! mò nce mbrugliammo n'ata vota ch' 'e lengue? Ninetta – Basta, venite al fatto. Giacinto – E 'o fatto nun 'o pozzo dì se nu ne mannate a mammà 'a vicino a me, e pure vostro marito che sta llà assettato. Ninetta – Oh! è giusto. Vi sono delle cose che bisogna confidarle solamente all'avvocato, e specialmente poi quando questo sacro ministero è rappresentato da una donna che è il simbolo... Giacinto – Signó, mò accuminciate 'a capo n'ata vota? Io aggio che fà. Ninetta – Dunque mammà, potete ritirarvi, lasciatemi sola col signore, e tu Cesarì và un momento dall'usciere per farti dare quelle carte, nel mentre io debbo abboccarmi col signore. Cesarino – Vuje ve vulite abbuccà con mia moglie? E abboccatevi, io nc'aggio sfizio. (via) (Oh anema.) Giacinto – Che faccia 'e pepierno che tene. Bettina – Signó voi mi permettete, io me ne traso dinto. Sentite i consigli 'e Ninetta che ve ne trovate proprio contentone. Cesarino – Rosina, (Rosina esce) vieni con me. (e via) Giacinto – Ah, se n'è ghiuta. Me pareva mill'anne. Ninetta – Eccoci completamente soli, adesso potrà parlare francamente. Prima di ogni altro, con chi ho l'onore di parlare? Giacinto – Comme, nun sapite 'o nomme mio? Ninetta – Se ella non me lo ha ancora detto come vuole che lo sappia? Giacinto – Eppure io me credevo che ve ll'avesse ditto. E che vulite, nella confusione nun nc'aggio penzato. Io me chiammo Giacinto Chiappo, Barone di Capracotta. Ninetta – Capracotta. È un nome abbastanza curioso. Giacinto – È il nome del mio paese. Io sono capracottese. Ninetta – Me ne compiaccio tanto. Dunque di che si tratta? Giacinto – Si tratta... Signora mia... che io sono ammogliato. Ah!... Ninetta – E perché sospirate? Giacinto – Sospiro... perché pe causa 'e stu matrimonio me trovo mmiez' 'e guaje. Il primo guaio è che mia moglie nun me vò bene pecché me spusaje pe forza. Ninetta – Per forza? Voi siete un bell'uomo, non ancora vecchio, svelto, simpatico, dunque non ha fatto nessun sacrifizio. Giacinto – Oh! mille. M'avite levato nu pisemo 'a copp' 'o stommaco. Era na cosa che io voleva sempe sapé, ma nun aveva 'o curaggio 'e dimandarlo a nisciuno. Ninetta – Ed io vi ho parlato come la sentivo, e vi assicuro che se fossi stato nei panni di vostra moglie, vi avrei sposato con tutto il piacere. Giacinto – Vuje site nu zucchero, nun site na femmena. (Eppure st'avvocato è proprio bona.) Però Gesummina mia moglie nun dice accussì. Dice ca io sò brutto e cafone, e primma 'e spusarme vulette 'a donazione 'e tutta 'a robba mia. Ninetta – E voi scemo scemo ce la faceste. Giacinto – E se capisce. Neh! comme se fa quanno uno tene na passione? Io pe spusarla avarria fatto qualunque cosa, me sarria jettato pure a mare. Essa me dicette, o me faje 'a dunazione, si no nun te sposo... e io avetta cedere pe forza. Ninetta – E chella ve vedette d' 'a faccia, dicette mò m' 'o spenno stu pullastiello e ci riuscì. Giacinto – E credo che accussì avett' 'a essere. Ninetta – E dopo ch'è successo? Giacinto – Quanno spusajemo, v'assicuro che i primi giorni del nostro matrimonio furono belle assaje. Ho passato na luna di miele incantevole, nce ne ietteme ncampagna tutt'e duje... sule, sule... io Giacinto, essa Gesummina... e llà sull'erba, passaveme certi momenti... Ninetta – Eh! basta, basta Barone. Vi dimenticate che parlate con una donna. Giacinto – E che volite, me n'ero andato di testa. Ninetta – Dunque, veniamo al fatto. Giacinto – Ecco quà. D.ª Ninetta mia... Ninetta – Uh! comme è brutto sta D.ª Ninetta mia, è una cosa molto volgare. Giacinto – Allora ve chiammo avvocatessa mia. Ninetta – Peggio, peggio. Avvocatessa me dà l'idea di una abbadessa. Giacinto – Ma vuje site femmena, vi spetta la finale in "essa". Ninetta – Niente affatto. La laurea in giurisprudenza è una, perciò il titolo d'avvocato spetta tanto all'uomo che alla donna. Giacinto – Dunque, comme v'aggia chiammà? Ninetta – Avvocato, semplicemente, e nient'altro. Giacinto – Avvocato mio, dovete sapere che D.ª Gesummina, mia moglie, dopo i primi mesi del nostro matrimonio me n'ha fatto vedere di tutti i colori. Ninetta – Dopo i confetti si vedono i difetti. Giacinto – E che difetti aggio visto io. Sò cominciati i capricci, i maltrattamenti, se n'esce, se ne trasa senza dirmi niente, comme si fosse l'ultimo servitore della casa, capite? A me!... doppo che l'aggio levata dalla miseria. Ninetta – E voi non avete alzata la voce, nun vi siete fatto rispettà? Giacinto – Se ho alzata la voce?... alzata la voce... Io na sera che essa era asciuta sola e se ritiraje tarde, alzaje tanto 'a voce che 'e strille se sentevene 'a copp' 'o Corso fino abbascio 'a Riviera. Ninetta – E essa che fece? Giacinto – Essa... capite... vedette che io nun pazziavo, rimase sbalordita là per là... ma poi me dicette: "Si strille n'ato poco te dongo na foca nganna e me n'esco n'ata vota". Ninetta – Voi, allora, m'immagino che faceste. Giacinto – Io, sentenno 'a foca nganna, me stette zitto, si no chella 'o faceva veramente. Ninetta – Ma Baró, voi veramente siete nu piezzo e babbasone. Vuje che ommo site? Giacinto – Ma io però da chella sera aggio cominciato a sospettare di lei... e perciò... Ninetta – E perciò l'avete pedinata quando asceva pe vedé che cosa faceva. Giacinto – No, chesto manco 'o puteva fà, pecché si chella me 'ncucciava mmiez' 'a strada facevamo nu poco d'opera tutte 'e duje. Ninetta – Ma io ve l'aggio ditto che site nu papurchio. Giacinto – Invece sapete che ho fatto? L'ho minacciata. Ninetta – Di ucciderla forse? Giacinto – No, di una separazione. Ninetta – E essa? Giacinto – Se n'ha fatto na resata. Ninetta – E sicuro che aveva ridere, chella tene 'a donazione vosta. Giacinto – E accussì ha ditto: Io tengo 'a dunazione toja. Io me levo nu guaio 'a tuorno e i denari restano a me. Ninetta – 'O guaio, per esempio, siete voi! Giacinto – E già, pe compenso 'e chello che l'aggio fatto me chiamma guaio. Ombre dei miei antenati capracottesi, vedite a che m'ha ridotto na femmena. Ninetta – Insomma, io che debbo farvi? Giacinto – Mò v' 'o dico. Non fidandomi più di soffrire, ieri sono andato da Ciccio Lanterna, mio amico intimo e pure paisano mio, e l'aggio pregato 'e truvarme n'avvocato, e isso m'ha mannato ccà. Io v'aggio ditto 'e che se tratta, vuje mò avita dì comm'aggia fà p'annullà sta dunazione, che io aggio fatto in un momento d'amore. Ninetta – V' 'o putiveve fà passà stu momento d'amore. Giacinto – È stata una follia di gioventù, lo capisco, tutti siamo soggetti all'amore. Pure i gatti vanno in amore. Ninetta – Allora vuje comme fusseve stato nu gatto. Giacinto – Avvocà, non scherziamo, ve ne prego. Trovate voi un rimedio. Ninetta – Caro Barone, il codice civile parla chiaro. (piglia un libro) Non vi sono questioni da fare. Ecco qui, mò ve faccio sentì l'art. 1052 che è applicabile al caso vostro. (legge) Le donazioni fatte in riguardo ad un futuro matrimonio ecc... ecc... non possono essere impugnate per mancanza... Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Storia di un internato capracottese nel manicomio di Reggio Emilia
Amatonicola venne al mondo il 18 aprile 1857 a Capracotta. A farlo nascere fu la levatrice Concetta Policella, che aiutò Agata Sozio a partorire un bel maschietto, orgoglio del padre Vincenzo, di professione «bastiere», come quasi tutti i Monaco originari di Capracotta. Amatonicola, però, non era come tutti gli altri ragazzini. I genitori se ne dovettero accorger presto, tant'è che invece di avviarlo al mestiere di famiglia - costruire basti era un lavoro specialistico - venne affidato ai pastori di Capracotta affinché diventasse uno di loro. Quello del garzone era il lavoro meno pagato in assoluto, ma perlomeno ci si liberava per buona parte dell'anno di una bocca da sfamare. Non erano belli i tempi andati, si proveniva da secoli di povertà ed arretratezza, i rapporti umani erano duri e crudi, non esistevano coccole e moine, vi erà pietas ma non pietà, men che meno quelle di un padre verso il figlio. Chi dice che si stava meglio prima è semplicemente un ingenuo. O un imbecille. Fatto sta che Amatonicola era sempre triste, di una tristezza morbosa e ostinata, indipendente dagli accadimenti esterni, era smaccatamente pessimista, perennemente sfiduciato, per non dire paralizzato: il mondo lo avviliva. Ogni manifestazione od impressione gli riusciva spiacevole e i pensieri giravano in cerchio, uno si sedimentava sull'altro e si facevano cupi ed ossessivi, finché nella sua testa cominciarono a germogliare idee deliranti. Un senso di colpa misto a vergogna di miseria, un desiderio di rovina unito al bisogno di dannazione. Nel 1883 Amatonicola si ritrovò chissà come a Modena. Quella povera cittadina agricola divenne allora lo scenario ideale della sua follia: in preda ad un raptus Amatonicola vestì i panni dell'assassino. Le forze dell'ordine lo arrestarono quasi subito e lo condannarono a una lunga detenzione in carcere. Ma, proprio come Agata e Vincenzo tanti anni prima, anche i secondini si accorsero presto che Amatonicola non era un omicida come gli altri, per cui l'8 agosto 1884, dopo avero cominciato a sbattere la testa contro il muro ed aver tentato di lanciare contro un altro recluso un vaso da notte, venne trasferito nel manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia. In quella struttura esisteva una differenza tra i «rei folli» e i «folli rei». La discrepanza sembrerebbe oggi una questione di lana caprina ma in verità i primi erano coloro che avevano commesso reati e che durante la detenzione in carcere avevano manifestato i sintomi di malattie mentali, per cui venivano trasferiti in ospedale psichiatrico. I secondi erano invece coloro che avevano commesso un reato in stato di mancanza di lucidità mentale ed erano pertanto prosciolti, per cui non venivano inviati in carcere, ma subito in manicomio. Amatonicola rientrava nella prima fattispecie, quella dei «rei folli». Egli manifestò atteggiamenti violenti ed era solito minacciare tutti, temendo inoltre «di essere un pederasta passivo». Le autorità sanitarie del San Lazzaro gli diagnosticarono una «lipemania di persecuzione allucinatoria con eccessi di agitazione». Durante la degenza i medici scrissero di lui: 25 agosto 1884 - Questa mattina è ricaduto nel suo solito mutismo. Non risponde a ciò che gli si domanda e si limita a fissare il suo interlocutore con un atteggiamento da imbecille, ma che ha molto del simulato. Quando gli si porta da mangiare egli si rifiuta e mostra coi gesti il desiderio d'essere imboccato. Però se gli si lascia il cibo nella stanza, dopo qualche tempo mangia spontaneamente. 26 agosto 1884 - Sempre nello stesso stato. Passa tutto il giorno nella sua cella col corpetto di forza, ma senza essere assicurato. Ora passeggia per la stanza, ora se ne sta sdraiato sopra il letto, sempre muto. Quando si entra in cella egli fa prova di volere uscire, ma non oppone alcuna resistenza a chi glielo impedisce. 27 agosto 1884 - Questa mattina si mostra abbastanza disinvolto. Iersera incominciò a parlare e diceva che sentiva delle calunnie che gli venivano indirizzate dagli infermieri e da altre persone che non vedeva. I medici che lo ebbero in cura annotarono che, a causa delle allucinazioni, Amatonicola pensava di essere troppo magro, ed invece era piuttosto grassottello; inoltre riteneva che gli venissero somministrati strani medicinali assieme al cibo, in particolare il «magnetizzo», un nome che non corrispondeva ad alcun farmaco, essendo frutto del suo delirio. 12 settembre 1884 - Domanda di essere sciolto e dice: «È vero che non sono stato pazzo? Le cose che ho fatto l'altro ieri è stato effetto di magnetizzo che mi hanno dato gli infermieri con una bevanda». 1 luglio 1885 - Il malato in questi ultimi giorni si è mostrato malinconico e stravagante. Anche oggi perché gridava e smaniava mentre era all'aperto fra gli altri si è dovuto subito condurre in camera. Si lamenta perché gli viene somministrato tanto magnetizzo nei cibi da fargli dolere persino la schiena. Con tono desolato dice che è molto dimagrito e mal ridotto, mentre è grasso e sta fisicamente bene in modo perfetto. 20 settembre 1885 - Continua nello stesso stato. Si notano due cose, ora non chiede più di ottenere una purga, né parla mai di magnetizzo. Cosa ne fu di Amatonicola non è dato sapere. Era un pazzo, un violento, un assassino, ma era uno di noi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Arduini et al., I "rei folli", in AA.VV., Uno sguardo al passato: un tuffo dentro al San Lazzaro, Liceo delle Scienze umane "Matilde di Canossa", Reggio Emilia 2019; E. Ferri, Il rimorso nei delinquenti, in «Archivio di Psichiatria, Scienze penali ed Antropologia criminale, V:1, Bocca, Torino 1884; E. Lugaro e E. Tanzi, Melancolia, in Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, libro VIII, Treccani, Roma 1934; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Celebriamo il nuovo anno con le miccole di Capracotta
Meno famose delle celeberrime lenticchie di Colfiorito, le miccole di Capracotta sono però considerate dai gourmet una vera rarità. Vengono coltivate grossomodo nel medesimo areale, ovvero nell'area del Gran Sasso, ma sono tipiche soltanto del territorio di Capracotta, in provincia di Isernia. Qui, un progetto privato sostenuto però dalla provincia e dall'Ersal regionale, vuole diffonderne la coltivazione (oggi ancora quantitativamente scarsa), con criteri da agricoltura biologica. Questi piccoli legumi sono molto digeribili, privi di colesterolo, ricchi di ferro, fosforo e di vitamine del gruppo B. Dal punto di vista nutrizionale, 100 grammi di lenticchie equivalgono a 215 grammi di carne, per un maggior assorbimento e completezza delle proteine è sufficiente consumarle insieme a cereali come riso, pasta o pane, meglio se integrali. Il punto di partenza per ricominciare a coltivare la lenticchia è stato il recupero dell'antico seme coltivato a Capracotta e ormai ridottosi a poche quantità in possesso di alcuni anziani del paese, i quali coltivavano questo legume solo per consumo personale. Una volta recuperata una certa quantità di seme, si è proceduto alla semina nei vecchi campi pietrosi di montagna (circa 1.450 m.s.l.m.) limitrofi al paese, in gran parte ormai abbandonati. Si semina nella tarda primavera distribuendo il seme a righe distanti cm 25-35. La germinazione avviene intorno al 4°-5° giorno. Occorrono in genere due sarchiature prima della fioritura. La durata della coltura è intorno ai 100 giorni. L'obiettivo, per la prima volta, è quello di commercializzare le miccole di Capracotta su scala nazionale e internazionale, puntando sulle qualità organolettiche uniche di questo prodotto, valorizzate dalla scelta di utilizzare esclusivamente tecniche di coltura biologica. Il risultato di questo progetto è una lenticchia piccola e soda e dal sapore inconfondibile. Il lungo processo di raccolta e lavorazione (spagliatura) è eseguito manualmente come secoli fa: le piantine si calpestano, poi si lanciano in aria in modo che il vento separi la paglia dai legumi, infine le lenticchie devono essere setacciate e raccolte per essere impacchettate. Il prodotto finale, fresco, è morbidissimo: le miccole di Capracotta non vanno mai messe in ammollo prima di essere cucinate (e la cottura richiede al massimo 30 minuti). Fonte: http://www.originalitaly.it/.
- Il fondaco del Duca di Capracotta
Voglio menzionare queste dimore signorili, certo non patrizie come quelle romane o napoletane, per ricordare non tanto l'agiatezza di chi le ha commissionate, ma l'arte, la maestria e le fatiche di chi le ha costruite. Quando si parla di storia, soprattutto di architettura, non si possono non menzionare le famiglie più ricche, perché loro commissionavano le opere maggiori ed erano loro ad erigere atti su cui oggi si basa la storia, per non dire che il padre curato proveniva quasi sempre da queste. Commissionavano non la solita casetta, disegnata e costruita dal mastro muratore, ma fabbriche più grandi, palazzi, dove ci voleva il disegno e l'opera dell'architetto, di cui alcuni erano costruiti con la pietra locale finemente lavorata ed erano ricoperti con lastre di calcare, le lìsce. Erano molto tipici e caratteristici, come lo era tutto il paese, unica vera località di alta quota. Purtroppo i nazisti ne bruciarono buona parte, l'80% circa, ma fu tra i primi ad essere ricostruito. Le politiche, poi, che non si indirizzavano sul restauro, la conservazione e la valorizzazione, ma solo sull'ammodernamento, hanno prodotto l'eccellente risultato di non far giungere fino a noi la vecchia Crapacotta castrum. Quelle pietre rimosse erano collocate lì dai mastri fabbricatori e fondatori del paese, pietre sacre ed intoccabili che solo il tedesco nazista propagatore di odio e violenza poté profanare. La casa baronale, o palazzo fortezza, oggi palazzo comunale è l’edificio maggiore del paese, edificato nei primi anni del XVI sec. dai signori Gualtieri-Budone, anche se in quel periodo i baroni di Capracotta erano i d'Evoli, rimaneggiato a metà del XVIII dal duca Capece-Piscicelli. La posizione impervia e la presenza agli angoli di due torri (una fu demolita per aprire via Santa Maria delle Grazie) lo rendeva protetto da incursioni nemiche. La facciata, dove sono presenti due cornici in pietra di portoni finemente sagomati, dà sulla piazza principale che doveva fungere già allora da piazza del mercato, punto di incontro; difatti nel borgo fortificato della Terra Vecchia non era presente nessuna piazza, eccetto uno slargo di fronte la chiesa. La facciata retrostante, senza elementi di rilievo, affaccia su una rupe che a nord delimita l'abitato, i fronti laterali sono contigui ad altre fabbriche. Il palazzo ha una struttura rettangolare suddivisa in tre piani (originariamente due) ed è stato rialzato, così come quasi tutte le case che si affacciano sulla Piazza. La casa tra il Corso e il Colle era più bassa ed aveva due spioventi come le case successive. Ora ne ha tre. Il cambio di volumetrie cambia lo spazio, le atmosfere, le dimensioni: perché un'ambiente che è stato così concepito e rimasto tale per secoli deve cambiare in poco tempo ed in questo modo drastico? Non a caso il primo a muoversi irregolarmente è stato proprio il Comune: è sempre lui a dare il buon esempio. Perché le giunte che si sono succedute hanno sempre prodotto uno sviluppo indirizzato all'ammodernamento del paese e non al restauro e conservazione, che ci avrebbe reso unici non solo nella nostra regione ma nell'Italia intera? Il primo piano della casa baronale presenta tre balconi e due finestre sormontate da un timpano lineare, il secondo, recente, ha cinque finestre. In pratica il palazzo inizia dalla torre superstite e finisce all'angolo opposto, accanto alla farmacia, dove ce n'era un'altra demolita per collegare la Piazza al Colle, con al centro il portone dello Sci Club. Il motivo per cui oggi per la metà è privato risiede nel fatto che la moglie di uno degli ultimi duchi del paese, la contessa di Carpinone, rimasta vedova, alla sua morte lasciò in eredità quasi la metà del palazzo ad un suo amante, un certo Di Ciò: questo lo avrà poi lottizzato come oggi si presenta. Fernando Comegna Fonte: F. Comegna, Capracotta, dalle origini ai giorni nostri, Kaos, Tivoli 2013.
- La storia del casale Santilli
Antica casa rurale costruita nel 1861, originariamente composta di pochi vani. I primi proprietari furono i componenti di una famiglia contadina agnonese. Successivamente Michele e Carmela Santilli si sposarono - lui originario di Capracotta - e formarono famiglia. Ebbero tre figli: due femmine, Ninella e Gemma, e un maschio, Bruno. La casa allora era composta da un piano terra in pietra adibito a stalle, legnaia e conteneva anche una antica vasca in pietra per pigiare l'uva e fare il vino. Il piano di sopra era composto da una cucina e una camera. Molti contadini allora dormivano nelle stalle insieme agli animali. I nostri contadini allora vivevano nel sacrificio, con il duro lavoro nei campi, in spazi ristretti e affollati per l'elevata natalità caratteristica dell'epoca. Ereditato dal figlio Bruno subì delle modifiche mantenendo comunque intatta la struttura originaria. Il figlio di Bruno, Michele, con la moglie Maria, successivamente hanno apportato ulteriori modifiche, dotando il casale di zone di grande confort. Ma il casale non ha mai subito modifiche che ne hanno stravolto le origini di antica masseria di contadini agnonesi. Adesso il casale Santilli, struttura completamente in pietra, si compone di più vani. Al piano terra si trova una taverna in pietra con archi e una cantina. Al primo piano si accede direttamente in un grande salone e un salotto con i soffitti in mattone antico, una cucina, una camera da letto e un bagno. Al piano superiore ci sono due camere da letto e un bagno. Nel salone è presente un grosso camino in pietra, originario dell'antica casa rurale, i pavimenti rivestiti di parquet in castagno massello, applicato con l'antica tecnica dei magatelli affogati nel cemento. Le porte, tutte in legno massello di castagno, sono opere di artigiani locali. L'arredamento in legno massello in arte povera e antichissimi mobili, madie, cassapanche, macchina da cucire Singer, restaurati e tuttora utilizzati. La ricerca dei particolari dell'oggettistica e la scelta dei colori rendono l'ambiente delicato e da vivere per lunghi e medi periodi. Maria Carosella Fonte: https://www.casalesantilli.it/, 29 settembre 2019.
























