LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La via Nuova
La via Nuova allora era tutto fango e breccia, con dei solchi carrai profondi, che quando pioveva si riempivano di acqua, formando grosse pozzanghere. In esse sguazzavano i ragazzi, godendosela un mondo. Le case erano quasi tutte di aspetto modesto, ma dignitose: alcune con la facciata a bolognini. Ai bordi della via, addossati al vecchio muro sbrecciato dell'orto di Tabanella e davanti a Triano, c'era sempre qualche carretto con le grandi ruote fermate da grossi sassi e le stanghe rivolte al cielo. A sera c'era sempre un grappolo di ragazzi vocianti appeso ai raggi delle ruote e alle stanghe. Il carretto re della strada Il carretto era il re della strada. Passavano e ripassavano i traìni dalla mattina alla sera, carichi di mercanzia. Qualche volta, nel tardo pomeriggio, arrivava con fragore di ruote e tinnire di sonagli, veloce, traballante, il carretto di Scarcione, trainato da cavallo e bilancino. Alla guida uno dei figli, ritto in piedi, pettoruto, a gambe divaricate, che incitava i cavalli con la frusta. I ragazzi lasciavano di giocare e seguivano con lo sguardo, ammirati, l'intrepido vetturale fino a quando, alla svolta di Giorgetto, non scompariva alla vista. Fiore il capraio Di primo mattino passava Fiore il capraio per rilevare le capre e menarle al pascolo, giù alla Difesa o più su al Piano delle Grotte, alle pendici delle coste della Ruchetta. La convivenza con gli animali e la lunga permanenza quotidiana in campagna gli avevano conferito un non so che di silvano nell'aspetto, ma sotto quella scorza ruvida e scontrosa c'era tanta semplicità d'animo. Si annunciava suonando il corno. Le capre uscivano dalle stalle e si univano al branco. Se tardavano Fiore chiamava le padrone, infilzando i loro nomi, uno di seguito all'altro, come i grani del rosario: Giacinta Pulcheria Annina Bambina!... Vento, sole, pioggia, il buon Fiore passava sempre, con il bastone, il corno e la bisaccia con la colazione: pane e una crosta di formaggio secca; per bevanda: acqua fresca di fonte campestre. Zimba Si chiamava Sinforosa, ma tutti, storpiando il suo bel nome, che sapeva di musica e di fiori, la chiamavano Zimba. Il marito, zi Sebastiano, lo chiamavano Bandista. Abitavano sotto alla via Nuova, tra la casa dell'Arciprete e quella di don Leonardo. Che onore per Zimba!... Tutti e due erano avanti negli anni. Campagna o casa, con qualche puntata in chiesa per la messa, quando possibile. Un giorno al Pischeto per sarchiare il grano in quel benedetto terreno sempre pieno di sassi, che più ne toglievi, più aumentavano; un altro giorno a Santa Croce a battere il farchio; un altro al Fossato a raccogliere il fieno. Questa la loro vita. Stava venendo l'inverno. Il lavoro dei campi era sospeso. Zimba e Bandista una mattina di fine novembre misero il basto all'asino e scesero per San Rocco, diretti ad Agnone. Volevano comprare un maialetto, che avrebbero allevato durante l'inverno. Sinforosa per la verità era un po' inquieta perché si era alla incrociatura dei mesi. Faceva freddo, il cielo era velato. Arrivarono a destinazione prima di mezzogiorno e subito si misero in giro per le masserie in cerca del maiale. Combinarono, consumarono una parca colazione e ripresero la via del ritorno. Cominciò a piovigginare. Scesero al Vallone del Cerro e presero a salire verso la Macchia. La pioggia insisteva, il freddo penetrava nelle ossa. Stava scendendo la sera e allora decisero di passare la notte a Macchia, alla masseria di un conoscente. La mattina dopo, di buon'ora, si rimisero in viaggio, nonostante il parere contrario degli ospiti, ai quali per ogni buon fine avevano lasciato in custodia il maiale. Avevano il pensiero delle bestie, delle due capre in particolare, rimaste incustodite nella stalletta. Il tempo andava peggiorando. La temperatura era scesa e da Sant'Onofrio soffiava un vento teso, infido. Grossi nuvoloni si addensavano minacciosi sul colle di San Nicola. Mentre procedono dietro all'asinello su per la scoscesa mulattiera, cominciano a cadere di traverso spruzzate di pioggia mista a neve. Superano il Passo della Regina. Al Precorio, dove la mulattiera si biforca, si decidono per la via di sopra, quella che passa sotto alla Fonte Fredda, alle Macerie. Fanno questa scelta per evitare di impantanarsi con tutta quell'acqua, alla Lamatura e forse anche perché sperano di essere più al riparo. Il tempo incrudelisce. Turbini di neve investono i due vecchi viandanti. I panni fradici gli si ghiacciano addosso e stringono in una morsa di gelo i loro corpi già intirizziti. Arrancano dietro all'asino, sfiniti. Sono finalmente sopra alla Lamatura. Intravedono nello spolverio il casone di Potena. Il cuore si riapre alla speranza: forse è la salvezza! Troppo tardi: sono allo stremo delle forze, assiderati dal gelo. Si lasciano cadere, presso un muretto, a qualche centinaio di metri dalle prime case, forse nel tentativo disperato di cercarvi un riparo. Non si rialzeranno più. Costantino di Bonafede, che era stato al mulino a macinare, sulla via del ritorno alla masseria, li trova lì, vicini all'asino, vivo, che ha un grumo di ghiaccio sulla fronte e intorno agli occhi e il pelame raggelato. A bocce A primavera, nelle prime ore del pomeriggio, prima della ripresa del lavoro, la via Nuova diventava campo di bocce per gli improvvisati bocciofili della zona. Giocando, arrivavano sotto a don Leonardo e poi tornavano indietro fino all'orto di Nocente. Le buche, i sassi e le altre asperità erano per loro come tanti zuccherini. Si cimentavano in gare puntigliose quanto mai. Raramente bocciavano e se lo facevano, colpivano sempre la palla sbagliata. Facevano un chiasso indiavolato, canzonandosi a vicenda, tra la piccola marmaglia, che tifava plaudente per l'una o per l'altra squadra. Zi Colitto Zi Colitto aveva la sua bottega sulla via Nuova. Nel suo piccolo laboratorio tutto era funzionale: dei ripiani per gli arnesi di lavoro, ai cassetti per i chiodi e le viti, alla porta a vetri che dava sulla strada, fornita di apposite cerniere ed altri aggeggi, inventati da lui, per l'apertura e la chiusura automatica degli scuri e delle controvetrine. Aveva fama d'inventore e in effetti lo era. Al tempo cui ci si riferisce con la presente narrazione, costruì una carrozza di legno semiautomatica, fornita di ingranaggi e di un sistema di leve, azionando le quali essa si metteva in moto e correva su e giù per la via Nuova. Tutti volevano provare a manovrarla. I ragazzi se la sognavano la notte. Durante la Prima guerra mondiale, al fronte, inventò una mangiatoia smontabile, di grande praticità, che fu adottata subito dalle salmerie. Ecco come andarono le cose, secondo il racconto che ne faceva lui stesso, con aria divertita, confermato dal fratello, che condivise con lui, per un breve periodo, le fatiche del fronte a Palazzolo della Stella. Zi Colitto era capo reparto in una falegnameria militare nella località su ricordata. Un giorno lo chiamò il comandante del battaglione e gli ordinò di fare un esemplare di mangiatoia smontabile per le salmerie e gli mostrò il modello a cui si doveva attenere. Zi Colitto osservò il modello attentamente, poi si rivolse al comandante e gli disse: – Signor Maggiore, questa mangiatoia è ingombrante e poco maneggevole: si perderà tempo per montarla e smontarla. – Questa sì ch'è bella! – esclamò il maggiore, sorpreso e indispettito; – Poco maneggevole... ingombrante... Falla tu una migliore, se sei capace! – Sono pronto – disse zi Colitto. – Caporale, quando ripasserò, fra qualche giorno, mi farai trovare il tuo bel campione di mangiatoia smontabile. Intesi? Zi Colitto si mise subito all'opera. L'idea della sua mangiatoia ce l'aveva già in mente: gli era sorta, osservando il modello del maggiore. In un paio di giorni, lavorando con impegno, con l'aiuto di un commilitone fabbro per le parti metalliche, costruì il campione. Ingrassò le cerniere e attese il comandante di battaglione. – Caporale, vediamo questa mangiatoia... Il caporale Colitto con pochi rapidi gesti: trac... trac... smontò la mangiatoia; trac... trac... la rimontò con altrettanta rapidità. Provò anche il maggiore: trac... trac... trac... trac... Con il volto spianato ad un sorriso di grande soddisfazione, il comandante, alla presenza dei soldati, che avevano fatto cerchio, si rivolse a zi Colitto e gli disse: – Caporale, una licenza premio, subito, e una proposta di promozione al grado superiore. Qui finisce il racconto della mangiatoia di guerra. Torniamo alla bottega. Nel cassetto sotto il banco c'era il Canzoniere del Petrarca, il poeta prediletto. Scriveva anche lui poesie, quasi sempre di notte, nei momenti di veglia, al buio, servendosi di foglietti predisposti; forniti di una specie di guida mobile per la matita, di sua invenzione. In quei tempi era in voga l'ultima sua poesia: "La regina del villaggio", le cui strofe erano declamate anche dai ragazzi. Faceva anche il fotografo. Qualche reclamo in proposito: – Zi Culì, come m'hai fatta vecchia! – È colpa della macchina: un po' di ritocco e ritorni più giovane di prima. Era un accanito lettore e gli piaceva commentare con qualcuno ciò che leggeva. Negli ultimi anni, passando davanti alla sua bottega, lo vedevi seduto accanto al banco, intento a leggere. Qualche volta lo sorprendevi assopito, con la testa reclinata sul libro posato sul banco, che ormai era solo il suo leggio. Don Leonardo Più giù, andando verso il Fontanino (che oggi, coperto di ruggine, fa bella mostra di sé a ridosso del muraglione eretto sotto al mercato), abitava don Leonardo nella sua bella casa con la facciata a bolognini e le finestre e il portone di pietra grigia di Monteforte. Il terrazzo era sempre pieno di ragazzi, che trovavano lì sopra il modo di organizzare certi loro giochi di gruppo. Don Leonardo lasciava fare. Aveva altro per la mente. Era sempre alla ricerca di nuove progettazioni per risolvere vecchi problemi di interesse pubblico. Dinamico, fattivo, geniale, aveva impiantato nei primi decenni del secolo l'illuminazione pubblica e il mulino ad acqua a Santa Croce; poi la sega e il mulino a vento, a proposito del quale, il poeta artigiano, più sopra ricordato, così dice in una poesia dedicata a don Leonardo: ...nessuno sapeva cosa mai con lui facessero tanti operai. ...solo dopo si seppe l'utile vero scopo: quando, finito ...quel movimento, era... che cosa? un mulino a vento. Impianterà più tardi la segheria elettrica, il mulino elettrico, il servizio automobilistico. A detta di tutti, don Leonardo anteponeva sempre il bene della comunità al suo interesse personale. Don Luigi Qualche volta sul balcone si vedeva don Luigi Campanelli, serio in viso, curvo, con un libro in mano. Aveva pubblicato da poco "Il territorio di Capracotta". Il libro circolava tra le famiglie. I ragazzi ne sentivano parlare e ponevano domande sulle cose e i fatti narrati, cominciando così sin da allora a prendere qualche interesse per la storia del paese. Si sapeva che l'opera - la storia di Capracotta dalle lontane origini, inquadrata nel panorama degli eventi politici ed economici della regione, intesa in senso lato - era il frutto di anni di studio e di ricerche, fatte con impegno e passione negli archivi e nelle biblioteche. Arricchiscono il libro interessanti note sulle tradizioni, i costumi, le attività preminenti dei capracottesi e sulle caratteristiche fisiche e geologiche del territorio. Felice il fogliaro Primavera! Il disgelo era alla fine. I valloni della Guardata gorgogliavano, gonfi d'acqua delle nevi che si scioglievano più a monte, e cento piccoli rivi, anch'essi ricolmi, scorrevano mormorando dalle pendici di Colle Cornacchia, sparpagliandosi giù per la Difesa. Segno che l'inverno era finito. Allora da Sant'Angelo saliva zi Felice il fogliaro con la giumenta carica di ortaggi. "Iàmme alle fòglie" ed ecco la sua figura ciondolante in fondo alla svolta, col cappellaccio tirato giù. "Insalata, cipolle, scarola!". Le donne escono: zi Felice le conosce tutte e le chiama per nome. Mentre è intento alla vendita, chiacchiera allegro e di tanto in tanto, scappellandosi, manda una lode al Cielo. Per pochi soldi rifornisce tutti di verdura, ma qualche donna, incontentabile, gli sfila dal mazzo un cespo d'insalata: lui allora, trattenendo un'imprecazione, sbotta in una... benedizione. A giro finito, appena il tempo di una capatina in chiesa e via... a casa. I banditori Scende dalla scalinata di Muccio Gildonno il banditore. Stava lavorando da manovale, con la callarella sulle spalle, quando Cosimo l'orefice l'ha mandato a chiamare per il bando. Gildonno ha avuto appena il tempo di ingollare un bicchiere di vino. Col berretto a sghimbescio, la pipa in bocca mezzo spenta e la cornetta in mano, strascicando il passo, com'è sua abitudine, si avvicina alla cantonata di Trotta, si sporge, suona due volte e lancia con voce alta e chiara il bando giù per la china di San Rocco: – In casa di Erasmo Iacovone è arrivato Cosimo di Agnone con ricchi assortimenti di oro e d'argento e si trattiene fino a domani a mezzogiorno. Quando don Gildonno se ne andò, lo sostituì Vincenzone. Vincenzone, quando andavano nella bottega a chiamarlo, appendeva la sega al piuolo, si scuoteva la segatura di dosso, si riempiva le tasche di pane e via col suo bando. Tra una fermata e l'altra, dava una smozzicata al pane e avanti. Qualcuno gli gridava: – Vincè... Ma mangi sempre, mangi…? Vincenzo, per tutta risposta, emetteva con la bocca piena una specie di grugnito e proseguiva. Qualche volta il bando era lungo e difficile a ricordarsi e allora Vincenzone leggiucchiava, complicando seriamente le cose. Il gelataio Pomeriggio estivo. La strada è quasi deserta. Due o tre vecchiette, sedute sulla soglia di casa, intente a fare la calza, il fazzoletto scuro, con le cocche ripiegate sopra, sulla testa. Ai loro piedi tre o quattro marmocchi che si trastullano come meglio possono. In mezzo alla strada, bianca di luce riflessa dalle facciate delle case, un cane steso al sole. Ad un tratto il suono di un fischietto rompe la quiete sonnolenta dell'ora. È Ercolino di Mercallò, detto anche zi Merca, che viene avanti, col grembiule bianco, dalla svolta di Giorgetto, spingendo il carrettino del gelato. Ercolino, falegname uscito delle vecchie e rinomate botteghe della via Nuova, uno dei bocciofili a tempo... libero, perdurando la disoccupazione artigiana, si è improvvisato gelataio; forse deve aver pesato sulla decisione di cambiare di punto in bianco mestiere, anche il fatto che sotto al casotto di don Luigi, di cui egli è il custode c'è una piccola neviera, che gli risolve il problema del rifornimento del ghiaccio. Una ragazza con un bimbo per la mano gli si avvicina e gli chiede un gelato per il piccolo. Zi Merca per due soldi porge al bimbo un piccolo cono al cioccolato, semiliquido. Come era da prevedersi, ben poco della succulenta pappardella finisce in bocca al marmocchio: buona parte gli gocciola addosso, fra la costernazione della sorella. Carminuccio sotto alla gonnella In fondo alla strada compare una strana figura nera, che fa vivo contrasto col bianco delle case. Sembra un'apparizione. È Carminuccio "sotto alla gonnella", un anacoreta delle masserie di Gamberale, che viene per la cerca. L'uomo è tutto nell'espressione con cui viene nominato. Una lunga sottana nera, che gli scende fino alle caviglie, stretta alla cinta da un cordoncino, dalla quale emerge la testa con due occhi vivi da spiritato. Un cappellaccio nero a larghe falde, col cocuzzolo tondo, completa l'opera. Ha in mano la cassetta delle offerte con una immagine sacra appiccicata sopra, e nell'altra un lungo bastone. A tracolla la bisaccia. Parla, anzi farfuglia, in modo appena percettibile, con voce gutturale, profonda. Sembrano, le sue, parole di una cabala. I ragazzi, appena lo vedono apparire, lasciano i giochi, turbati. Qualche donna si avvicina e infila una moneta nella cassetta. Carminuccio alza la mano in un gesto vagamente benedicente e barbuglia qualche parola, forse di ringraziamento, e se ne va. I ragazzi devono avere intuito che sotto sotto Carminuccio non deve poi essere quel baubau che sembra e timidamente tentano qualche approccio canzonatorio. Visto che va, attaccano e allora cominciano veramente i guai per il povero Carminuccio sotto alla gonnella. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Amore e gelosia (XXXV)
XXXV Dico la verità: mi sarebbe piaciuto stare nei panni di Salvatore Di Giacomo, il grande poeta, quando don Alessandro, il prete di Nocera Inferiore, gli pose così, ex abrupto, la domanda finale: – Don Salvato'... ma voi l'avete veramente l'amante, la grande attrice? – e lo guardava! e come lo fissava! Con gli occhi da fuori, la lingua quasi penzoloni, lo sporcaccione voleva sapere, voleva notizie sullo scandalo, e magari pure qualche particolare erotico, così poi al suo misero paesello avrebbe detto, poi ritirato, poi rifatto sapere che lui sapeva, "eeeh, cose enormi, cose mai sentite, cose di città... e sporche eeeh! e la povera Elisa che aspetta e passa p' 'a vetrina, mente 'o napulitane fa la bella vita!". Pensando a tutto questo, don Salvatore prima si gonfiò, poi esplose: – Ma don Alessandro, che cacchio state dicendo? ma facite 'o vere o pazziate? ma per chi mi avete preso? Io songhe n'omme serio, io voglio bene ad Elisa e a nisciune cchiù! – Tirò un respiro e: – Ma cumme campate 'nda chillu paese, facenne sule nciucie? povera Elisa mia, mò overamente capisco! ma io me la porto a Napoli e la tolgo da quel paesaccio e dalle malelingue! Don Alessandro si fece quanto un pizzico: aveva fatto una gaffe, e che gaffe! E mò come se la cavava? La curiosità irresistibile di sapere lo aveva messo in una brutta situazione, ora doveva rimediare... – Don Salvatore, perdonatemi, stavo scherzando, così, tanto per dire... quello... al paese davvero non fanno altro che parlare di voi... siete un personaggio famoso, le vostre canzoni sono sulla bocca di tutti e poi... sapete com'è... il teatro, le attrici, quelle donne bellissime che vi circondano sempre... – e poi gli sfuggì involontariamente, con un sospiro – Beato voi! Beato voi! Il poeta si acquietò e si mise a ridere: – Don Alessandro, ma quasi quasi ve piacesse na bella napulitanona? Ma vuie appartenite a Dio, 'e femmene ve le dovete scordare! – e fece una di quelle risate squillanti che a Napoli tutti conoscevano. Il prete si fece quanto un pizzico, poi assunse l'aria indignata. – Ma che dite, don Salvato'! io dicevo così... tanto per dire... cose da uomini... pecché poi alla fine sempre un uomo sono anch'io... ma per carità, mai, mai una cosa simile! Una bella napoletana! a me! una di quelle coi capelli neri neri, con gli occhi neri come due carboni, con un paio di cosce piantate a terra, un paio di spalle, un seno duro e prorompente, una così insomma... mai! non ci voglio neanche pensare, io devo curare le anime, le mie pecorelle... A Don Salvatore venne da ridere ancora più forte: il prete una napoletana così ci faceva un pensiero eccome! quello se la sarebbe mangiata viva! – Va buone, don Alessandro, lasciamo stare, non ci pensiamo più... pensiamo piuttosto a come sistemare i miei problemi con Elisa... voi cosa proponete? Il prete colse a volo la scappatoia: – Don Salvatore, oggi siamo diventati più amici, e ho l'obbligo di aiutarvi fino in fondo... dunque , io avrei pensato che... – e si mise a parlare fitto, mentre don Salvatore ascoltava attento e ogni tanto annuiva... Francesco Caso
- Il fascino discreto dello sci di fondo
Valle d'Aosta, il paradiso del fondo Lo sci nordico consente di apprezzare il silenzio della natura addormentata sotto la neve e di ammirare panorami eccezionali attraverso boschi, ruscelli e distese innevate. In Valle d'Aosta lo sci di fondo si pratica sia in stazioni già famose per lo sci alpino come Courmayeur (Val Ferret), La Thuile, Valtournenche e Champoluc sia in località considerate da sempre il paradiso dello sci di fondo: Cogne, Brusson, Gressoney-Saint-Jean, Gressoney-la-Trinité e Torgnon, le cui piste sono collegate con quelle di Verrayes. Località più piccole, con svariati tracciati da sempre apprezzati dagli appassionati, sono Arpy (Morgex), Valgrisenche, Rhêmes-Notre-Dame e Valsavarenche (nel Parco nazionale del Gran Paradiso), il comprensorio di Flassin nella valle del Gran San Bernardo, Champorcher e Saint-Barthélemy, località soleggiata e luogo d'origine del campione olimpico valdostano Federico Pellegrino. In Abruzzo, fra boschi e faggete innevate L'Abruzzo è una destinazione d'eccellenza per gli appassionati dello sci che qui hanno a disposizione 700 km. di piste, di cui 300 km. solo per lo sci di fondo. Mentre le aree degli alti rilievi montani sono perfette per la discesa, i numerosi altipiani abruzzesi accolgono gli appassionati dello sci di fondo con una vasta scelta di anelli e itinerari. Una delle mete più frequentate è la Riserva regionale Bosco S. Antonio di Pescocostanzo che vanta la presenza di tre anelli per un totale di 13 km. Partendo dal Comune di Pacentro, gli appassionati di fondo possono avventurarsi alla scoperta del Monte Morrone e del Monte Amaro della Majella o seguire i diversi itinerari escursionistici nei pressi del borgo di Santo Stefano di Sessanio e presso la piana di Campo Imperatore. A Passolanciano, a Ovindoli e presso la Majella Occidentale sono presenti tracciati con anelli da 3 e 5 km, mentre tra Pizzoferrato e Gamberale l'anello La Mandra si sviluppa all'interno di una meravigliosa faggeta. Molise, piccola terra di grandi campioni Capracotta (Isernia) è una tra le mete invernali più conosciute del Molise per gli appassionati di sci di fondo. Capracotta, a 1.400 metri d'altezza, affacciato sui suggestivi paesaggi dell'Appennino, da sempre raccoglie il consenso di migliaia di turisti che amano sciare immersi nella natura più incontaminata. Chi viene a sciare a Capracotta può praticare sci di fondo a Prato Gentile o sci alpino a Monte Capraro. Prato Gentile nel 1997 ha ospitato i Campionati Italiani di sci di fondo e nel 2004 alcune gare internazionali della Coppa Europa. Su queste piste sciava Mario Di Nucci, campione di sci di fondo e stella della Nazionale al tempo della Seconda guerra mondiale. Fonte: http://www.touringmagazine.it/, marzo 2019.
- Una relazione sulla Società di Tiro a segno
Questo egregio Direttore del Tiro, Sig. Giovanni Paglione, con lodevole pensiero, ha compiuto una succinta e particolareggiata relazione di questa Società di Tiro, rendendo un grande servizio a questa bella istituzione, che fra noi ha trovato un buon campo, e che, colle rinnovazioni che si hanno in mente di aggiungervi, progredirà ancora moltissimo. Infatti, si cerca di aggiungere accanto al Tiro ed alle Esercitazioni militari una Palestra di ginnastica ed anche una Sala di Scherma! Se si attueranno queste due utili e buone cose, la nostra Società progredirà molto rapidamente, perché tutti vorranno temprare i forti animi nell'esercizio delle armi, e dare e ricevere botte e puntate incruenti, quando i lunghissimi inverni e la neve altissima ci avranno bloccati e ci faranno attrappire accanto ai grossi fuochi. Colla relazione suddetta del Direttore Sig. Paglione, si rileva che la nostra Società ha 177 soci iscritti ai diversi riparti, e che 150 di essi presero parte alle esercitazioni; e se soli pochi potettero compirle, è da imputarsi ai pochi nostri mesi freschi, che quest'anno furono cattivissimi, da Agosto in poi, ed impedirono del tutto le esercitazioni. Con tutto ciò furono sparate durante il '96 ben 3.972 cartucce! Che l'istruzione poi sia qui veramente bene acclimatabile lo prova che tutti i soci inscritti han pagato regolarmente la tassa e le munizioni. La gara del '96, che si dové interrompere pel cattivo tempo, sarà completata nel giugno di quest'anno; ed in detto mese sarà pure pubblicato il programma della XII gara ordinaria del 1897, che avrà luogo in luglio ed agosto, e sarà divisa in due distinte categorie. I premi per il 1897 sono i seguenti: un elegante orologio remontoir; un elegante astuccio foderato in raso con quattro bellissime saliere, dorate, a forma di conchglia; un altro simile astuccio con un trinciante ed un forchettone da tavole, con manico di maiolica, decorata. Il Sig. Paglione da ultimo fa voti, perché in quest'anno non sia più un'utopia ed abbia luogo presso la Società di Venafro, che ne ha il dritto, la gara provinciale sannitica, e perché si istituissero in Campobasso e negli altri centri più importanti della Provincia simili società di tiro, onde ne' diversi luoghi, in tal modo, si affermi il culto per sì nobile e patriottica istituzione! Il Sig. Paglione, davvero, merita una pubblica lode per la sua bella relazione, da tutti ammirata e lodata. Gabriele Di Tella Fonte: T. G., In Provincia e fuori, in «Il Nuovo Risveglio», II:3, Agnone, 3 febbraio 1897.
- Il pane in prestito
Una delle più gentili consuetudini paesane spazzate via dalla rapida mutazione dei costumi è quella del pane in prestito. Sì, una volta nel mio paese si andava per pane in prestito dai parenti o dai vicini di casa. Delegati a questo compito, di norma, erano i ragazzi. La sera se ne incontrava sempre qualcuno per via con il panóne, avvolto in un tovagliolo, sotto il braccio. Si capiva subito che era andato per pane in prestito. Se lo seguivi con lo sguardo, vedevi che ogni tanto ficcava la mano sotto la salvietta, staccava un po' di crosta e se la cacciava in bocca. Quando arrivava a casa, il pane era tutto sfrangiato sull'orlo, torno torno. «Un altro po' te lo mangiavi tutto per via!», lo rimbrottava, con voce querula, la madre. Questa consuetudine, curiosa quanto si vuole, ma ricca di significato umano, era il simbolo di un certo stile di vita comunitaria, di un modo, cioè, di intendere e vivere i rapporti con i propri simili. I vicini, cui ci si rivolgeva quando in casa, per una ragione qualsiasi mancava il pane, erano sentiti quasi come un'estensione della propria famiglia. Lo scambio del pane, prima il prestito e poi la restituzione, esprimeva una forma umanissima di donazione reciproca, frutto di rispettosa e fiduciosa dimestichezza: un farsi onore reciprocamente. Mangiare il pane dei vicini amici, del grano della loro terra, voleva dire anche che si aveva fiducia nelle sane abitudini alimentari di casa loro. In quei tempi in paese il pane normalmente non si comprava come si fa oggi. Si confezionava con la farina del grano del proprio campo (tutti possedevano qualche terreno) e si cuoceva in casa, se si disponeva di un forno casalingo, al forno del rione in caso contrario. Di pane allora, come è risaputo, se ne consumava un subisso. I ragazzi, che quasi non conoscevano il companatico, chiedevano solo pane. Ma che sapore aveva quel pane! Nella sua intima fragranza era nascosto, per così dire, anche il companatico. Li vedevi, i bambini, per strada con le tasche dei giacchetti sempre rigonfie di tozzi di pane, che tiravano fuori e mangiucchiavano, nelle pause dei giuochi, a piccole riprese, per paura che finisse presto. Se li scambiavano fra loro come pennini o bottoni. Si faceva perciò presto a vedere il fondo della madia. In attesa di confezionare le nuove pagnotte, via... per pane in prestito. Capitava talvolta ai piccoli, addetti a questa commissione, di dover picchiare a più di un uscio prima di trovarne. Ragione di più per una sbocconcellatura a più ampio raggio lungo la strada. Capitava anche di trovare talvolta, dalla vicina, pane fresco di giornata. Allora c'era speranza di avere in dono un pezzetto di pizza fresca, soffice e fragrante, odorosa ancora di forno. In tale fortunata circostanza c'era speranza che il panóne arrivasse a casa integro, senza sfrangiature. Quando si doveva fare il pane, la casa si animava, come per una festa, sin dal giorno avanti. C'era da macinare il grano, e allora qualcuno caricava il sacco del frumento sulla carriola e andava al mulino. Due erano i mulini: il "Mulino vecchio", sotto alla via Nuova, e il "Mulino nuovo", vicino alla cabina elettrica. I loro gestori, zio Vincenzino Buonanotte e Cosimo, si identificavano così bene coi loro mulini che riusciva difficile immaginarli distinti da essi; e ancora oggi li rivedi, con l'occhio affettuoso del ricordo, al loro posto, nel brusio sonoro delle macine, circonfusi da un alone di candida farina. Dopo la macinatura, cominciava la stacciatura. Ti svegliava, ancor prima dell'alba, il rumore cadenzato dello staccio che correva su lla madia, e, a quel ticchettio, discreto e gradevole, dopo un po' riprendevi sonno. Poi, d'un tratto, il rumore cessava e vedevi le donne apparire sulla porta con una sfarinatura leggera sul le vesti e sul fazzo lettone che s'erano annodate al capo. È il momento d'impastare. La massaia, dopo aver fatto nella farina stacciata nella madia un gran buco, vi versa l' acqua, vi mette il lievito, il sale, le patate e dimena con discrezione per amalgamare; impasta e attende che la pasta lieviti. Ecco: la pasta è lievitata. La massaia taglia e fa le pagnotte: al centro ci fa un segno, un occhiello, perché nel forno non vadano confuse. Le cosparge di una spruzzata lieve di farina, poi le colloca l'una accanto all 'altra, in bell 'ordine, sulla mésa, una lunga e capace tavoletta, adatta all'uso, e le copre con una bianca tovaglia. Prende il cercine, se lo mette sul capo, centrandolo, si china e su quello, aiutata da qualcuno di casa, sistema la mésa bene in equilibrio; si rialza e, reggendola forte con una mano, si avvia verso il forno. Il fornaio si è alzato presto per preparare il forno. Quando la massaia vi giunge, è ormai giorno da un pezzo. Il fornaio ha il viso rubicondo, arrossato dal calore. Ci sono altre donne. Che tepore e che sentore di farina lievitata! Fuori, il maiellese fischia e punge, ma lì dentro si sta bene. La conversazione si anima, si fa calda, sapida anche, adeguandosi, certo inconsapevolmente, allo stato termico, impregnato di forti effluvi, dell'ambiente. È dal forno che si propalano poi le novità del giorno. Il fornaio, assicuratosi che il forno è ben caldo, al punto giusto, toglie i residui della legna arsa, spazza accuratamente dentro, e comincia ad introdurvi le pagnotte, servendosi di una pala lunga come un remo. La massaia indugia fino a quando le sue pagnotte non vengono ingoiate dalla bocca del forno e torna a casa. Tornerà al forno più tardi, con un canestro, per riprendere il pane. Affiora adesso un'altra gentile costumanza dei tempi: l'invito all'assaggio del pane fresco: invito che si compiva come un rito. La portatrice del pane fresco, ancora odoroso di forno, quando, durante il tragitto verso casa, incontrava qualche persona, non importa se parente o semplice conoscente, la invitava ad assaggiare un po' del suo pane. «Favorisci», diceva con un sorriso gentile. Oltre i convenevoli, era questo un invito sincero, tanto che spesso la portatrice si toglieva dal capo il canestro del pane, lo posava, staccava un lembo di crosta, scegliendolo dall'orlo più rosolato, e lo porgeva cortesemente all'invitato perché lo assaggiasse. L'invito era rivolto a tutti. Passando diritto, senza farlo, era segno di cattiva educazione, di cui nessuna donna voleva dare prova. Quante fatiche era costato quel pane! Dura è la terra a quelle altitudini e i frutti che rende non sono abbondanti. Quanto sudore per rimuovere quelle zolle! Ma l'amore per essa, pur così avara, era fortemente radicato nella gente. Un pezzo di terra da coltivare lo avevano tutti e poco importava che esso fosse vicino all'abitato o nell'agro lontano, a un'ora di cammino a piedi. Durante il lungo inverno, quando il seme dormiva sotto la neve, la gente sognava copiosi raccolti, traendo auspicio dalle abbondanti nevicate. "Sotto la neve, pane": l'antico adagio non era stato mai smentito, dicevano. A primavera, dopo lo scioglimento delle nevi, quando la campagna cominciava a rinverdire e i primi germogli spuntavano timidamente qua e là, i vecchi sentieri sassosi, che percorrevano il territorio in tutte le direzioni e menavano alle lontane contrade, cominciavano a rianimarsi: iniziavano i primi lavori campestri. C'era da zappettare il grano, poi da seminare le patate, i legumi, gli ortaggi. So du le cóse che n'iéne paràgge: la luna de iennàre e re sòle de màgge. Nelle sere di maggio, così piene d'incanto, mentre sui campi scendevano le prime ombre, si levava improvviso, dolce e malinconico, un canto d'amore: erano le campagnole, che si preparavano al rientro. Lontano rispondeva un altro coro. Datasi così la voce, le donne dei gruppi, cantando a cori alterni, riprendevano, stanche ma liete, la via di casa, recando ciascuna la zappetta sulle spalle e l' involtino dei panni sotto il braccio. A giugno c'era la fienagione. I robusti falciatori avanzavano curvi nei prati falciando: con una falciata, a semicerchio, rasavano una larga striscia d'erba. Si udiva il sibilo, rapido e ritmato, prodotto dalla lama sugli steli. Dietro, i falciatori si lasciavano lunghe e ordinate strisce di fieno. Di tanto in tanto sostavano un momento, si tergevano l'abbondante sudore e si attaccavano alla fiasca: di vino, non d'acqua. Il vino, dicevano, asciuga e dà forza. Issavano la grande falce fienaia, dalla parte del manico, e affilavano la lama con la còte. Dai prati falciati esalava, acuto, l'odore del fieno steso a terra ad asciugare. Poi, una volta asciugato, veniva ammucchiato e la campagna si agghindava di stigli, quei caratteristici mucchi di fieno, simili a pagliai, ma più alti e snelli, da cui emergeva la punta di un palo. Venivano rimossi prima dell'inverno, quando il fieno si era ben seccato e bisognava riporlo nei fienili. Il paesaggio, privato degli stigli, immalinconiva. Ma il pensiero di tutti era rivolto al grano, che ormai aveva accestito. Si temevano le grandinate, il flagello dei campi, che qualche volta purtroppo venivano. È impresso ancora nella memoria collettiva il ricordo di una violenta grandinata che un anno, prima della mietitura, si rovesciò improvvisamente sulla campagna. Cessato il temporale e tornato il sereno, uomini e donne, oppressi da un'ansia angosciosa, corsero trafelati nei campi. Uno scempio! Le messi, pronte a maturare, giacevano a terra, piegate sugli steli, come se vi fosse passato sopra un rullo compressore. Il raccolto di intere contrade era irrimediabilmente compromesso. I lamenti delle donne riempivano la sera estiva. Luglio, finalmente! Le messi biondeggiavano ormai mature e la campagna pullulava di gente da mane a sera. Partivano ai primi chiarori dell'alba i mietitori, diretti alle lontane contrade: li accompagnava qualcuno di famiglia, spesso un ragazzo. Alla levata del sole rifulgeva, in una ricca gamma di gradazioni, il giallo fulvo della campagna, cosparsa di una miriade di appezzamenti, grandi e piccoli, recintati con muretti di pietra a secco, coperti di rovi. Tutto quel mare d'oro era franto, qua e là, dal verde delle seminagioni di primavera. Le messi ondeggiavano lievi al vento del mattino. Quelli di Macchia, di Guastra e dell'Orto Ianiro erano, a detta di tutti, i terreni più redditizi. Le spighe cedevano, piegando il capo, sotto il peso dei grossi chicchi. Mentre il sole avvampava nel cielo, i mietitori mietevano svelti, curvi, a dorso scoperto, lasciandosi dietro i dorati mannelli, che poi legavano in covoni. Al ritmo delle falci alzavano lunghi e patetici canti. Acqua, chiedevano continuamente acqua. I barilotti e le cicine di creta si svuotavano presto. Per rifornirsi, bisognava cercare le fonti campestri, spesso lontane. Dai terreni delle Cimalte, che erano più a nord e lambivano le fresche faggete di Monte Campo, si scendeva a cercare la Fonte dei Pezzenti o la Fonte del Forno, alle pendici del Colle di San Nicola; oppure si andava per acqua alla masseria di Cennaflora, giù alla Macchia. Percorrendo la campagna dorata, vedevi spuntare, qua e là, a ridosso dei muretti di recinzione, i vecchi casotti, chiamati impropriamente pagliai, così intimamente assimilati al paesaggio. Erano stati costruiti in tempi remoti, con pietre a secco: avevano un'apertura per l'ingresso e il tetto di lastroni di pietra sovrapposti, che si restringevano gradatamente, a cerchio, fino al colmo. Servivano per riporvi gli attrezzi agricoli ed anche per riparo in caso di pioggia. Se ne può ancora vedere qualcuno, mezzo diroccato, nella campagna incolta. I ragazzi si prestavano a qualche lavoretto, come quello di riunire i covoni. Speravano in cuor loro che venisse giù un po' di pioggia per avere il piacere di correre a ripararsi nei vecchi casotti, ai loro occhi così pieni di mistero. Ma la pioggia non veniva. Ardente splendeva il sole nel cielo sempre terso, di un azzurro intenso, limpido, luminoso. Si trebbiava. I mietitori erano partiti. Le vie di campagna erano ingombre di asini, giumente e mul i con le "carrucole" legate ai fianchi, ricolme di covoni, se provenivano dai campi mietuti; vuote, se dalle trebbiatrici, installate alle porte del paese, andavano nei campi a caricare. Le strade interne erano affollate di animali carichi di some di grano nuovo, provenienti dalle trebbiatrici. Il rombo dei motori e lo scarrucolìo delle pulegge durava fino a notte. Una gioiosa attività, quasi frenetica, animava il paese. Le donne che avevano già trebbiato, stendevano a terra i grandi teli di canapa e vi spandevano sopra il grano nuovo per farlo asciugare. I bambini erano ingaggiati, per un pugno di albicocche o di prugne, per parare le galline e tenerle lontane. Finite le prugne, non resistevano alla tentazione di ficcarsi in bocca una manciata di chicchi. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Storie capracottese d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995.
- Capracotta e il pianoro di Prato Gentile
Immagina una splendida domenica di gennaio. Di buon mattino il sole dipinge di un rosa tenue la coltre nevosa del pianoro di Prato Gentile, e tu a un tratto pensi davvero che quella neve candida, caduta silenziosamente durante la notte, fiocco dopo fiocco, abbia davvero un'anima gentile, pronta e desiderosa di accogliere i tuoi passi per regalarti quell'intimità magica che solo un paesaggio innevato sa offrire. Siamo a Capracotta, piccolo e suggestivo borgo del versante più settentrionale della provincia di Isernia, situato a circa 1.400 metri di quota, caratteristica che rende questo luogo uno dei paesi più alti dell'Appennino. L'altimetria, le condizioni orografiche favorevoli e il forte innevamento hanno contribuito in maniera piuttosto significativa affinché l'attività turistica e gli sport invernali in particolare potessero svilupparsi in modo eccellente. Capracotta è senza dubbio una delle più belle e suggestive località dove praticare sport come lo sci di fondo, attività escursionistiche con le ciaspole e, nella tranquillità dei boschi e dei borghi circostanti, trascorrere piacevoli giornate in totale relax. Il Centro per lo Sci di fondo di Prato Gentile offre tracciati di diversa difficoltà che si estendono per oltre quindici chilometri, formati da due anelli agonistici e uno di tipo turistico. La pista "Mario Di Nucci", omologata F.I.S.I., ha ospitato il Campionato italiano di sci di fondo del 1997. Il suo tracciato attraversa splendide faggete e abetaie che regalano un paesaggio fiabesco. Il comprensorio sciistico di Prato Gentile è poco distante dagli impianti di risalita di Monte Capraro che, insieme a Monte Campo, rappresenta la cima principale del comprensorio e consente di praticare anche lo sci alpino e lo snowboard. I sentieri presenti consentono di raggiungere punti panoramici particolarmente incantevoli che spaziano dai monti della Meta sino alla Majella e al Gran Sasso; percorsi che, con l'ausilio di una Guida Ambientale Escursionistica, rivelano e svelano tutta la loro ricchezza e bellezza. Capracotta è anche una straordinaria destinazione gastronomica, rinomata soprattutto per i prodotti ottenuti dalla trasformazione del latte, dai sapori genuini e autentici che soddisfano i palati più sopraffini. In tutto il territorio sono presenti diversi caseifici specializzati nella produzione artigianale di vere e proprie prelibatezze. Ne sono un esempio la stracciata, un latticino fresco a pasta filata dalla forma appiattita prodotto con latte vaccino, i gustosi fiordilatte, i caciocavalli e i caratteristici pecorini che arricchiscono l'offerta gastronomica locale. Un'altra squisitezza tutta "capracottese" è senza dubbio la Pezzata, un piatto molto gustoso le cui origini rimandano al rito della transumanza, lo spostamento di greggi e pastori dalle montagne verso le valli. Si tratta di carne di pecora che viene sapientemente preparata e cucinata in un callàre di rame e gustata in tegami di terracotta che ne esaltano i profumi e i sapori. Questi primi suggerimenti permettono già di vivere una bella esperienza di soggiorno tra natura incontaminata, gastronomia di alta qualità e attività sulla neve per tutti i gusti; ma Capracotta ha ancora molto altro da offrire ai suoi visitatori. Venite a scoprire un luogo capace di sorprendervi in tutto l'arco dell'anno ma che durante il periodo invernale sa esprimere il meglio della sua sincera e originale accoglienza. Guglielmo Ruggiero Fonte: G. Ruggiero, Capracotta e il pianoro di Prato Gentile, in «Guida turistica del Molise», Piedimonte Matese, ottobre 2021.
- Il matematico Nicola Trudi
(Campobasso, 21 luglio 1811 - Caserta, 3 ottobre 1884) In base a una consolidata ed errata prassi i biografi del passato tendevano a trascurare la discendenza matrilineare dei grandi personaggi. Nicola Trudi, infatti, è sempre ricordato come un grandissimo matematico campobassano, altre volte come un figlio illustre di Forlì del Sannio. Ma in quasi nessun libro e su nessuna lapide egli viene ricordato per le sue origini capracottesi in quanto figlio di Rachele Carugno, a sua volta «figliuola di Preziosa Falconi, cugina dell'avo materno del defunto senatore Nicola Falconi, e sorella a Filippo Falconi, avo materno del padre di Tommaso Mosca». Nel bel libro di Sergio Bucci sul Convitto Nazionale "Mario Pagano" di Campobasso, nella sezione dedicata agli studenti illustri, si legge che Trudi fu un «matematico insigne, come recita la lapide posta sulla facciata esterna del Convitto, [...] fu professore di Calcolo all'Università di Napoli dove si conserva tuttora un suo busto». Nella capitale del Regno la famiglia Trudi abitò nel Palazzo Filangieri d'Arianello, in via Atri 23, uno splendido edificio sul quale oggi si stagliano, oltre a quella di Nicola Trudi, le epigrafi di Wolfgang Goethe, Gaetano Filangieri e Benedetto Croce, che lì vissero. Facendo tesoro dei fitti contatti avuti con Jakob Steiner (1796-1863) e con Carl Jacobi (1804-1851), che nell'aprile 1844 furono in viaggio a Napoli, Nicola Trudi fu tra i primi a elevare il livello degli studi matematici nella capitale del Regno. Egli si era infatti discostato dal cav. Vincenzo Flauti (1782-1863) - uno dei principali esponenti della scuola matematica sintetica napoletana del XIX secolo che si rifaceva alla geometria euclidea -, di cui fu allievo, per seguire la geometria cartesiana e altri metodi moderni che cozzavano col principio d'autorità stabilito dalla dottrina della Chiesa. Nicola Trudi fu socio del Reale Istituto d'Incoraggiamento, dell'Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche e dell'Accademia Pontaniana; i suoi contributi scientifici concernono la teoria delle funzioni ellittiche e i connessi poligoni di Poncelet. Nel 1862 pubblicò uno dei primi saggi sulla teoria dei determinanti, che vennero definiti "determinanti di Trudi" proprio per evidenziarne l'originalità rispetto a quelli di Alexandre-Théophile Vandermonde. Alla ricerca scientifica Trudi affiancò sempre la missione didattica, tanto che fu professore di Calcolo infinitesimale presso l'Università di Napoli, dove ebbe per allievo anche Pasquale del Pezzo (1859-1936), futuro esponente della Scuola Italiana di Geometria Algebrica. Ai nostri occhi appare altamente probabile che Nicola Trudi, soprattutto in giovane età, abbia soggiornato a Capracotta per far visita ai parenti materni e per godersi l'aria salubre d’alta montagna; tuttavia rileviamo che, allo stato attuale, non vi sono testimonianze scritte in grado di confermarcelo. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.
- La dea Kerres
Nel 1848, in località Fonte del Romito, in territorio di Capracotta, il contadino Pietro Tisone, intento a dissodare la terra di Giangregorio Falconi, rinvenne una tavoletta di bronzo con inciso un testo apparentemente indecifrabile: era la Tavola Osca, una placca metallica di 28x16,5 cm. risalente al 250 a.C. che parla del culto allora esistente presso il popolo osco-sannita. La tavola era posta all'entrata di un recinto sacro che fungeva sia da luogo di culto, all'aria aperta, che da centro fiscale, dove poter pagare i tributi per la comunità, una rudimentale forma di cassa erariale. Il culto era finalizzato a ringraziare e propiziare la dea Kerres, incarnazione dei fenomeni della natura, quindi generatrice e protettrice della flora, delle sorgenti e dell'agricoltura. Non mancavano le divinità maschili, anche se in una posizione secondaria e non aggressiva: tra queste, Giove ed Ercole erano quelle principali, tuttavia erano molto diversi da quelli greco-romani, profondamente maschilisti. Ebbene, le nostre antenate riconoscevano sia la meraviglia che la sorgente di tutto il ciclo della natura, fosse essa spontanea, coltivata o addomesticata, dove Kerres ne simboleggiava vita, morte e rigenerazione. Ne conseguiva che la natura era vissuta con amore e attenzione e celebrata insieme alle donne, tutte, anch'esse fonti di vita e di amore, finché i Romani prima e poi il cattolicesimo non spazzarono via questo culto, imponendo una vera e propria religione di Stato fondata su un dio maschio e autoritario che oscurò le origini di Kerres e la visione naturale della vita e del mondo ad essa collegata. Ciò nonostante, il suo culto, da quei secoli antichi, è rimasto presente nel grande amore e nell'attenzione verso la natura e la vita conviviale, tramandate e in parte ancor oggi avvertite. Il culto della Dea Madre è sopravvissuto camuffato (e depotenziato) in quello odierno della Madonna di Loreto - una Vergine nera, a emblema della terra fonte di vita per tutti gli esseri -, Madre di Gesù che, nonostante rivesta una posizione subalterna rispetto al Dio Padre, genera, protegge, ama. Ogni tre anni si celebra a Capracotta la festa della Madonna di Loreto con la sfilata di cavalli bardati. E il cavallo non era forse l'animale archetipico delle amazzoni? Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta, Youcanprint, Lecce 2019.
- Amore e gelosia (XXXIV)
XXXIV Ma voi poi ve lo siete ricordato a don Alessandro? È lui, lo stesso prete che stava facendo un bel servizio a don Salvatore quando si era presentato a casa di Elisa per la prima volta. Con il mazzo di poesie "sporche" nella tasca della tonaca, stava per far leggere quei versi audaci al giudice, il padre di Elisa. Ne sarebbe derivato uno scatafascio! Per fortuna era intervenuta la madre della ragazza che l'aveva fermato in tempo! Questo tanto per definire meglio il personaggio: e tuttavia quell'uomo così ristretto di mente, bigotto fino alle estreme conseguenze, ebbe uno scatto di impulso che neanche lui seppe poi spiegare. – Ma dove andate, don Salvatore? Tornate indietro! Mica ve sto dicenne che nun ve voglio aiuta'! Venite ccà, parlamme! Ma secondo voi a me fa piacere vedere quella povera uagliona che si intristisce? Per me è una figlia, e una figlia prediletta! La famiglia poi! Che signori, che gente perbene! Don Salvatore, statemi a senti': diciteme 'e cose cumme stanne overamente e poi vediamo che cosa fare! Va bene? Il poeta capì che a quel punto non poteva più tirarsi indietro: doveva dire tutto a don Alessandro e poi affidarsi a lui, non c'erano altre strade. – No, è che... Elisa una quindicina di giorni fa mi ha fatto uno strano discorso... che non poteva venire a Napoli, doveva andare a Capracotta con la madre, che per un po' non dovevamo vederci e via dicendo... Io mi sono offeso e me ne fino andato, poi... come si dice... tu mantiene accà, io nun molle allà... – Agge capite tutte cose! Eeeh, ma chelle 'e femmene hanno ragione! Don Salvatore, voi vi dovete decidere! La ragazza la dovete impalmare! E mica la potete tenere lì al vostro servizio mentre gli anni passano! – E questo mò che c'entra? Che cosa è questo discorso che mi fate, don Alessandro? Io a Elisa le voglio bene e me la sposo, ma... – C'entra, c'entra, statemi a sentire! La questione è tutta lì! Ma non capite che Elisa vive in un piccolo paese e tiene tutti gli occhi addosso! Quelli aspettano solo che voi la lasciate! Mò già murmureiene che si è fatta grossa, e n'atu poche rimane pa vetrina! Ma ve le immaginate le zeppate che riceve la madre dalle compagne? Io le ho sentite una volta! Il prete si mutò in volto e mimò una delle sue parrocchiane, tra le più assidue a battersi il petto durante la messa... – Cara amica mia, – cominciò a parlare con voce fessa, al femminile – mia figlia si sposa, a diciotto anni... Come sono contenta, è l'età giusta! – Senti, ma io te lo devo dire proprio: Elisa, tanto bella, ancora a perdere tempo dietro a quel... poeta, tanto più vecchio di lei! Per quanto pure lei ormai va per i trenta... Tu devi insistere, devi farli sposare! E se no, ognuno per la sua strada! Affaticato dall'imitazione fatta, il prete prese fiato, poi concluse: – E mò avete capito, don Salvato', in che guaio avete cacciato quella povera uagliona? Tutto il paese chiacchiera, le amiche vere consigliano, 'e mmeriose se spassane e mettono inciuci in mezzo continuamente! L'ultimo è che voi tenete per amante una grande attrice ed Elisa fa solo 'o cupierchie! Prese di nuovo fiato don Alessandro e: – Don Salvato'... ma veramente tenete l'amante, la grande attrice? Francesco Caso
- Tiberio Carafa e il clima di tensione a Napoli tra il 1693 e il 1696
Tiberio Carafa nacque a Chiusano il 27 gennaio 1669 da Fabrizio principe di Chiusano e da Beatrice della Leonessa dei duchi di Ceppaloni. Dopo aver ricevuto una prima educazione dai maestri del luogo si trasferì a Napoli, dove si dedicò all’apprendimanto delle cosiddette arti cavalleresche. Nel 1692, sposò Giovanna Carafa dei duchi di Forlì, vedova del duca di Capracotta e, successivamente del duca di Campolieto. Il matrimonio era stato voluto dal padre del Carafa interessato ad assicurare al figlio la pingue eredità del Campolieto. Gli ultimi anni del secolo XVII, durante i quali giunse a maturazione il problema della successione spagnola, determinarono un certo clima di irrequietezza di cui si faceva portatore un gruppo di nobili di cui il Carafa può essere considerato, insieme allo Spinelli, l'ideologo. I valori che lo muovevano non erano però quelli della nuova cultura sviluppatisi a Napoli nella seconda metà del Seicento. L'interesse dimostrato dal Carafa nelle sue Memorie per le polemiche religiose del tempo, la simpatia per le filosofie moderne, sono legate a ben precisi interessi politici. In particolare il richiamo alla tradizione anticlericale era strumentale all'opposizione alle tendenze filofrancesi in materia di successione sul trono spagnolo che avevano il loro centro nella Curia napoletana. Nell'estate del 1699 si ebbero i primi accordi relativi alla possibilità di realizzare una azione aristocratica comune da avviare in previsione dell'estinguersi della linea asburgica madrilena. Gli obbiettivi erano: l'assunzione del potere da parte del gruppo alla morte del re ed il trasferimento di esso agli eletti di Napoli per conseguire o l'autonomia del Regno o la possibilità di sceglierne il sovrano. Per procurarsi gli aiuti necessari il Carafa si sarebbe recato a Venezia. I contatti che vi ebbe non furono fruttuosi. Ritornato nel Regno riuscì ad attirare dalla sua parte un considerevole numero di nobili molisani. Alla morte di Carlo II di Spagna il programma del partito patrizio si rivelò, tuttavia, irrealizzabile. L'ascesa di Filippo di Borbone al trono spagnolo vanificava ogni possibilità di rendere Napoli autonoma dal Madrid. Fu necessario mutare gli orientamenti del movimento e cercare di dargli uno sbocco inserendolo nella contesa tra Borboni ed Asburgo. Ci si proponeva a questo punto di giungere all'acclamazione di un principe austriaco come re di Napoli. La dinamica della rivolta fu fallimentare tant'è che il Carfa unitosi al principe di Macchia fu costretto a fuggire alla volta di Venezia. Da qui si trasferì presso l'esercito imperiale di stanza in Italia, comandato da Eugenio di Savoia, alle cui dipendenze partecipò alla presa di Cremona, all'assalto di Mantova ed alla battaglia di Luzzara. Nel 1702 si recò a Vienna dove svolse un'azione mediatrice per comporre i contrasti da cui erano divisi gli esuli napoletani. Alla fine del 1703 si recò al seguito di Eugenio di Savoia in Ungheria, dove si erano avute sommosse. Tornato a Vienna, nel settembre del 1704, postosi al seguito dell'arciduca Giuseppe prese parte all’assedio di Landau. Infine nel luglio del 1707 il Carafa poté tornare con l'esrcito austriaco del Daun a Napoli. Il 16 luglio 1707 venne inviato a Barcellona presso Carlo d'Asburgo per dargli notizia dell'avvenuta conquista del Regno e per esporgli le condizioni in cui esso versava nonché le disposizioni date da Vienna. In questa occasione il Carafa stese un Parere su ciò che riteneva "vantaggioso e convenevole alla sua Patria". Alla fine del 1708, trovandosi in difficoltà finanziarie, ritornò a Napoli non senza aver ricevuto da Carlo d'Asburgo il titolo di Grande di Spagna ed una pensione annua di seimila ducati. Le sue condizioni economiche non erano delle più brillanti e lo stesso esilio volontario sarebbe stato in parte determinato dall’esigenza di ridurre le spese. Da questo ritiro il Carafa uscì in occasione della guerra che avrebbe condotto alla fine del dominio austriaco nel Napoletano. Nel dicembre del 1733 venne nominato vicario generale della provincia del Principato Ultra. Costretto ad abbandonare la provincia per l'avanzata dell'esercito nemico, si ritirò al seguito del viceré prima in Capitanata e poi in Terra di Bari. Di questa ultima provincia assunse il governo. Caduto il Regno nelle mani dell'esercito borbonico, il Carafa nel maggio 1734 si imbarcò per Venezia donde si recò a Vienna. Qui si risposò con Maria Giuseppa Pinelli dei duchi di Tocco e poté risanare un po' le finanze tanto più che tutti i suoi beni erano stati sequestrati. Morì a Vienna il 9 dicembre del 1742. Francesca D'Avino Fonte: F. D'Avino, La confisca dei beni agli eretici nella Napoli di età moderna, Dottorato di ricerca, Università degli Studi di Napoli "Federico II", Napoli 2011.
- La cartolina: elogio del cappotto
C'è in casa una vecchia cartolina illustrata di Capracotta sotto la neve - edizioni S. Sammarone - di cinquanta e passa anni fa, che ogni tanto mi capita sotto gli occhi. Quando ciò accade, non la ripongo subito, ma mi soffermo a rimirarla con qualche diletto. Si vede la piazza, lato verso la torre, sommersa da enormi cumuli di neve. La ragione per cui mi fermo a guardare la cartolina, a vezzeggiarla, non è tanto per quel subisso di neve, che certamente fa effetto, specie in tempi di magra come sono quelli correnti, quanto la suggestione che suscitano le figure che movimentano la scena. Sono tutte intabarrate nei loro mantelli, tranne due, tanto da costituire una specie di campionario del cappotto a ruota. Splendeva un bel sole quel pomeriggio di tanti anni fa in cui l'ignoto fotografo scattò la foto. La luce è vivida, ma radente; le ombre sono ben marcate e cominciano ad al lungarsi, segno che il sole sta declinando. I cumuli di neve più grossi sono ammonticchiati davanti alla casa di Vincenzino Conti e a quella dove abitava il sarto Popolano. Davanti a Vincenzino è stato creato un passaggio, ma Popolano è bloccato: portone e finestre, sepolti. Forse lui non c'è. L'ingresso della macelleria Sozio, a fianco, è scoperto: vi hanno spalato. Addosso alle case gravano, fitti e compatti, strati di neve simili ad immani parrucconi. Oddio (vien da pensare), e se i tetti cedono? Da uno di essi sporge, lateralmente, lungo la linea del timpano, una lunga fila di lisce. Il portone di Sebastiano è coperto visibilmente fino alla sommità, dove spunta il tabellone, su cui si legge: "Sebastiano Sommarone parrucchiere". Dico visibilmente perché non è detto che l'accesso al negozio sia ostruito, anzi non lo è, dal momento che, di lato, ci sono cumuli di neve rimossa e si nota una donna rivolta verso il negozio, in procinto di scendere. Sulla torretta, uno spesso strato di neve, a cupola. Dal finestrino della medesima, sopra il tabellone, si protende un coso, forse uno stuoino o una veneziana. E questo francamente stupisce non poco. Che ci fa quel coso, spruzzato di neve, sporto in avanti come se dovesse riparare l'interno dal sole? In pieno inverno? Che forse la nevicata abbia colto tutti di sorpresa, dopo un periodo di bel tempo, tanto che zia Bettina, o Lucietta, non abbia avuto il tempo di ritirarla? Mistero. Andiamo avanti. La torre dell'orologio non mostra neppure una spruzzatina di neve. Si vede che il vento l'ha aggirata. L'orologio segna, almeno così sembra, le sedici e dieci. Dunque la foto è stata scattata in un pomeriggio invernale, alle quattro e dieci. In che mese? Non a dicembre e neppure a gennaio, quando le giornate sono cortissime e a quell'ora il sole si sta coricando. A febbraio, dunque, o a marzo. Il tetto della casa di Bazzarino e quello della casa a fianco, appena imbiancati, fanno vivo contrasto con gli altri tetti bene incappucciati. Trovandosi sopravvento, la neve li ha risparmiati. Spruzzate di neve sono anche le facciate delle case della piazza, a sinistra, che hanno i balconi e le mensole delle finestre stracolmi. La persiana di una finestra al pianterreno è rimasta aperta, incastrata nella neve. Sullo sfondo, Monte Campo è ammantato di bianco. Andiamo adesso a vedere chi c'è in piazza. Ci sono ben dodici figure, undici uomini e una donna. Sono tutti in fila lungo la pista battuta tra un cumulo e l'altro. Alcuni, accortisi del fotografo, si sono messi in posa; tre uomini e un ragazzo camminano in fila indiana, tutti e quattro intabarrati; davanti al bar del Milionario c'è un uomo con un pastrano addosso o un cappotto, non si capisce bene. Tutte le volte che prendo in mano la foto, sono punto dalla curiosità di identificare le figure, forse per un desiderio inconscio di ricreare, in ispirito, un rapporto umano, affettivo con le persone che esse rappresentano, specie quelle che non ci sono più. Due di esse si riconoscono bene: sono Aurelio Di Rienzo e Annibale di don Giacinto. Aurelio non ha il cappotto, ha l'impermeabile: forse sarà venuto in piazza da sotto al serbatoio, dopo giorni di isolamento, per sentire le novità. La bufera avrà imperversato, come al solito, per tre o quattro giorni, tappando tutti in casa. Annibale ha una mantellina con il collo rialzato: sembra che guardi divertito verso il fotografo. La visione della sua immagine suscita ancora, dopo tanti anni, sensi di accorato rimpianto. Vicino ad Aurelio c'è uno che sembra Bozzetto, ma potrebbe essere anche Pompilio. Un altro sembra Amedeo Paglione. Davanti alla macelleria c'è uno che mastreggia con qualcosa che ha in mano: forse è compare Vincenzo Borrelli con il cartoccio della carne appena comprata. E quella donna che va da zio Ciano chi sarà? La moglie dello scarparello che va a comprare quattro soldi di smicce? L'uomo del bar, cui si è fatto cenno, pare che sia Antonio di Tavuto, ma il pastrano che indossa, se di pastrano si tratta, ne fa dubitare. I tre uomini e il ragazzo che incedono in fila indiana, tutti incappottati, si vedono di spalle e qu indi non sono identificabili. Nella cartolina c'è un solo ragazzo: e gli altri? Possibile che siano tutti rintanati in casa? C'è da scommettere che la fine del maltempo e la ricomparsa del sole li abbia indotti a prendcre i loro sci arrangiati e ad andarsene a sciare nei prati di Conti o al trampolino, dietro alla Madonna. Forse qualcuno si è spinto fino a Colle Liscio. Quasi tutti i personaggi hanno le fasce alle gambe, come si usava allora. Ma l'indumento che campeggia, attirando l'attenzione dello spettatore, è il cappotto a ruota. Merita perciò, questo impagabile capo di vestiario, un piccolo elogio per il servizio reso a tante generazioni. In quell'epoca, quando non esistevano giubbotti e giacconi imbottiti, per ripararsi dal freddo, in montagna, non c'era niente di più congruo del cappotto a ruota. Bene avvoltolato in esso, ti sentivi a tuo agio perché il cappotto ti creava intorno al corpo una sorta di cuscino d'aria, un isolante termico, che impediva la dispersione del calore corporeo. Ti sentivi, per modo di dire, nelle tua nicchia ecologica, al riparo. La tormenta spesso cercava di rivoltartelo sul capo, e qualche volta ci riusciva, ma questi erano gli incerti del mestiere, si fa per dire, che non sminuivano affatto la praticità e la funzionalità dell'indumento. Uno o due cappotti, spesso anche di più, di panno nero o blu, coi colli di pelliccia forniti di borchie e catenelle d'ottone per l'aggancio, funzionali ma anche elementi di ornamentazione, pendevano dagli attaccapanni di ogni casa. Erano lì, a portata di tutti, anche delle donne, quando necessario. Facevano figura, davano tono all'ambiente e, ciò che più conta, davano un appagato senso di tutela contro la tormenta e il freddo. Merito anche dei bravi sarti del paese che li sapevano confezionare a regola d'arte. (1988) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Superstizioni del popolo capracottese
Ce n'è anche da noi! Una gallina si prende licenza di cantare strozzatamente, tanto per fare del femminismo anche nel pollaio, e, se la malcauta ha l'accortezza di farlo di notte, salva la pelle, ma se vi si prova alla luce del giorno, la qual cosa annunzia sventura per il proprietario, va a finire in pentola. Ru cuoànte a r' pusatùre è buóne pe ru padróne. Vi nasce un porro all'occhio? Ebbene, esso è causato dal fascino maligno esercitato da una donna incinta, alla quale vi siete rifiutato di dare qualche cosa. Cigola il tizzo da un capo? Annunzia infortunio a chi v'è dirimpetto. Vi capita, per caso, di trovare un pezzo di ferro? La miseria vi stringerà nelle sue spire dolorose. Nel bosco vi scappa davanti una lepre? Presto v'incoglierà un gran malanno. Vi batte l'occhio destro? Avrete sfortuna; se il sinistro, bene ve ne verrà. Quànda bàtte l'uócchie drìtte, còre afflìtte. Quànda bàtte l'uócchie mànche, còre frànche. Per salvaguardare i cavalli dal danno del mal'occhio, bisogna mettere in mezzo alle loro cavezze de' peli di tasso e pezzetti di ottone. Se il caldaio esce dal fuoco con la fuliggine accesa, o la minestra scodellata fùmiga molto, o gli animali corrono all'impazzata con la coda eretta e il collo inarcato, muggendo, o la luna ha il cerchio bianco, il tempo si guasterà di certo. Vi viene il singhiozzo? Qualcuno, di lontano, parla di voi. Una pulce si è posata sulla vostra mano? Rallegratevene, ché avrete presto una cara lettera. Bevete con una vecchia? Avrete un figlio cieco. La donna incinta mangia carne di lepre o pecora scannata da' lupi? Darà alla luce un muso di lepre o sarà allupato, ossia mangerà più che se fosse affetto da tenia e avrà istinti sanguinarî. Una giovine va a cavallo nel periodo della mestruazione? Ebbene, se dimentica di configgere il coltello nel basto, sarà fatale alla bestia che cavalca. Con l'osso della forcella d'un pollo si decide se la donna incinta farà maschio o femmina e il canto primaverile del cuculo dice alle fanciulle quanti anni dovranno ancora aspettare per trovar marito. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Letteratura popolare capracottese, Pierro, Napoli 1911.
- Gli avanguardisti capracottesi alla gara nazionale di sci di Oropa
Nelle recenti gare nazionali di sci di Oropa, indette dall'Opera Nazionale Balilla, concorsero due squadre di avanguardisti di Capracotta, in rappresentanza del comitato provinciale di Campobasso, così degnamente presieduto dall'egregio Cav. Maggiore Rabbito, il quale con mezzi adeguati provvide al perfetto equipaggiamento e finanziamento del viaggio. Nell'animata ed importantissima competizione scesero in campo circa 800 Avanguardisti, ordinati su 96 squadre, in maggior parte sciatori provetti, provenienti da tutta la cerchia delle Alpi, ove il forte esercizio dello sci è molto progredito, sia per la persistenza della neve per molti mesi dell'anno, sia per i meravigliosi campi nevosi su cui possono eseguirsi i più ardui cimenti. I nostri minuscoli Avanguardisti, guidati dal loro solerte ed infaticabile organizzatore prof. Ottorino Conti, presidente dello Sci-Club e del comitato comunale di Capracotta dell'O.N.B., riuscirono ad onorare l'Italia Centro Meridionale e il Comitato provinciale di Campobasso in generale, e la nostra piccola terra montana di Capracotta in particolare. Sulle 96 squadre concorrenti, la nostra prima squadra risultò 24ª e la seconda 36ª, orgogliose di trovarsi circondate, nella classificazione generale, dalle valorose squadre delle città della nostra magnifica chiostra alpina. Le nostre squadre furono ammirate per ordine e disciplina e per l'irreprensibile tenuta ed equipaggiamento. Al riguardo la "Gazzetta del Popolo" di Torino del 16 Febbraio scriveva: «Sorprende fra le squadre meridionali, quella di Campobasso che, stretta, serrata fra le forti ed agguerrite squadre del settentrione, riusciva a piazzarsi al 24° posto, mentre Aquila, si classificava al 32ª». I tempi differenziali furono i seguenti: la squadra classificata prima impiegò 37'5''2/5; l'ultima 95'17''1/5; la nostra prima squadra impiegò 45'43''1/5; essa destò la più favorevole impressione anche per il suo contegno militare, distinguendosi anche pel modo elegante e spigliato di correre in guisa da meritare dei tre premi stabiliti per lo stile, il secondo, poiché il primo fu attribuito a Torino, il secondo a Campobasso, il terzo a Trento. Perciò la giuria della gara assegnò alla nostra squadra un ricchissimo premio, cioè la splendida coppa, munifico dono degli esercenti di Oropa, pregevole opera d'arte, in superbo stile fascista, alta cm. 45, in argento su basamento di ebano. Alle prime trenta squadre, fra cui la nostra, classificate di prima categoria, fu assegnata una speciale medaglia. Nella gara individuale il nostro avanguardista Mosca Raimondo fu classificato 85° su 355 concorrenti e partenti e premiato con medaglia di vermeil. Nel complesso il Comitato Provinciale di Campobasso dell'O.N.B., può essere orgoglioso delle squadre di avanguardisti mandate ad Oropa a rappresentarlo. Ciò ad onore dei nostri giovanissimi sciatori, ma soprattutto del prof. Conti, che ha saputo ben organizzarli, esercitandoli proficuamente in un valido allenamento e guidarli opportunamente, infondendo loro lo spirito di una forte e nobile emulazione. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, Gli avanguardisti capracottesi alla gara nazionale di sci di Oropa, in «Il Mattino», Napoli, 23 febbraio 1930.
- L'arciprete Agostino Bonanotte
(Capracotta, 5 agosto 1812 - 25 febbraio 1889) «Tra la fine del XVII secolo e gli inizi del XVIII secolo si insediò a Capracotta il primo nucleo familiare dei Bonanotte». Salvatore, il padre di Agostino, era un proprietario di greggi che probabilmente aveva visto aumentare la propria ricchezza all'indomani delle leggi eversive della feudalità. Il nostro Agostino, sesto di sette figli, dopo gli studi religiosi in quel di Trivento, venne nominato nel 1840 parroco di Montenero Val Cocchiara e, sette anni dopo, arciprete di Capracotta, dove restò in carica per ben 42 anni. Va eccettuato un periodo di vacanza, dal 1872 al 1876, durante il quale don Agostino emigrò negli Stati Uniti, sostituito nell'arcipretura dal fratello maggiore Giuseppe. L'utilissima monografia di Angela Caruso, discendente dei Bonanotte di Capracotta, fa luce su questo religioso e in parte chiarisce quali furono le cause del suo allontanamento, ossia uno «sconforto idealistico, sociale e, soprattutto, economico» in seguito alla confisca dei beni ecclesiastici da parte della nuova Italia, soprattutto per mano della cosiddetta Destra storica. In effetti il nome di Agostino Bonanotte è intimamente legato alle battaglie che, assieme ad Errico Campanelli (1811-1891), procuratore del Capitolo di Capracotta, condusse per difendere la collegialità della nostra chiesa. Dal saggio della Caruso emerge un Bonanotte ispirato da ideali liberali, antiborbonici, ma probabilmente le sue convinzioni non furono così nette, visto che mostrò servile deferenza nei riguardi di mons. Giandomenico Falconi quando quest'ultimo, inflessibile lealista, si ritirò a Capracotta. Anche per quanto concerne l'attivismo in favore della collegiata, alcuni osservatori non mancarono di mettere in dubbio il reale disinteresse dell'Arciprete. Sulla scorta della cronistoria pubblicata nel 1926 da Luigi Campanelli circa «l'avventurosa missione assunta dal Procuratore», emerge che fu don Errico e non don Agostino a riportare i maggiori successi in difesa del titolo collegiale della Chiesa di S. Maria in Cielo Assunta, almeno fino all'«iniqua confisca» del 1867. Finanche il pastore Luigi Ianiro e il calzolaio Vincenzo Labbate, amatori della poesia, dedicarono sonetti altamente celebrativi nei riguardi di don Errico Campanelli e piuttosto pungenti nei confronti di don Agostino Bonanotte, che rispose con evidente «musoneria». Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.
- Ermanno D'Andrea e la tracotanza del potere
Ermanno D'Andrea è uno degli imprenditori più importanti e apprezzati del nostro Paese; opera nella meccanica di precisione con due aziende: la casa madre a Lainate, in provincia di Milano, e la D'Andrea Molise nata nel 2002 a Castel del Giudice, un borgo di soli 300 abitanti in provincia d'Isernia, che produce semilavorati per l'impianto lombardo. Negli anni si è segnalato per aver dato vita a un progetto imprenditoriale aperto e solidale, incardinato sulla responsabilità sociale dell'impresa, nel solco di una cultura che da Adriano Olivetti ha illuminato la strada della nostra modernità, ma che negli anni si è offuscata, passata al tritacarne di una crisi interminabile e complessa, che ormai minaccia l'esistenza del genere umano sul pianeta. All'atto costitutivo della sua formidabile azienda, fatta crescere sul genio e sul talento imprenditoriale del padre Marino, ha voluto che nello statuto fosse compresa una clausola per la quale una percentuale degli utili dovesse essere devoluta in beneficenza. «La sola cosa che non torna polvere in terra è la rettitudine di un uomo», ama ripetere Ermanno D'Andrea citando Zarathustra, e poi scandisce una massima del profeta iraniano vissuto misteriosamente ottocento anni prima di Cristo, che all'uomo che vuole essere signore del suo destino, impone «pensieri retti, parole corrette e soprattutto buone azioni», gettando un ponte metatemporale fra epoche e religioni differenti. Nel 2018 l'U.C.I.M.U., l'Associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione, lo ha insignito del premio "Maestro della meccanica" amato e ambito dagli imprenditori del settore di tutt'Italia. L'anno scorso il Comune di Lainate, dove D'Andrea finanzia l'associazione La-Fra che opera a beneficio delle persone disabili e delle loro famiglie, gli ha attribuito il "Premio Galatea" «per la responsabilità sociale dell'impresa oltre che per la sua personale»; così si legge nella motivazione del prestigioso riconoscimento. Ancora in Lombardia, a Tradate, dando corso alla sua passione per l'astronomia, collabora con l'Osservatorio astronomico per la divulgazione della cultura scientifica. Ermanno D'Andrea ha scavato pozzi d'acqua e ha consentito la nascita di 13 scuole in Guinea Bissau, permettendo a circa 10.000 ragazzi africani di accedere all'istruzione di ogni ordine e grado. Ha finanziato una casa di riposo nel suo comune d'origine, Capracotta, e a Castel del Giudice, a pochi chilometri e al confine con l'Abruzzo dove, insieme al sindaco Lino Gentile, ha sostenuto un progetto di rigenerazione territoriale diventato punto di riferimento in Italia e in Europa. Fra gli altri riconoscimenti, Castel del Giudice ha ottenuto il premio "Angelo Vassallo" dedicato al sindaco di Pollica ucciso dalla camorra, il "Cresco Award" per la sostenibilità economica del micro modello di sviluppo al quale ha saputo dar vita; il piccolo comune molisano è sede degli Stati generali delle popolazioni appenniniche organizzati da Slow Food ed è stato individuato dalla Società dei territorialisti fondata da Alberto Magnaghi presso l'Università di Firenze, come buona pratica di rigenerazione territoriale e comunitaria. Il fecondo sodalizio col sindaco di Castel del Giudice ha favorito la nascita di una public company partecipata dai cittadini del luogo che ha rilevato e rilanciato l'attività della società agricola Melise, che coltiva 35 ettari di frutteto biologico, producendo mele distribuite a gruppi di acquisto solidale di Roma e Napoli, succhi di frutta e marmellate. Lo Sprar di Castel del Giudice ha accolto quattro famiglie africane che si sono integrate armoniosamente nella comunità locale corroborandone il fondamentale progetto di ripopolamento; è stata avviata la coltivazione della pregiata patata viola ed è in corso la selezione del luppolo per la produzione di birra agricola locale. Inoltre, in collaborazione con l'Università del Molise e con Legambiente, è stato inaugurato un "apiario di comunità" al quale prendono parte attiva 50 cittadini che produrranno miele dopo aver frequentato un intenso corso di formazione. L'incontro con Enrico Ricci, titolare di un'importante ditta di costruzioni di Castel di Sangro, per Ermanno D'Andrea e Lino Gentile è stato il viatico per realizzare il progetto di Borgo Tufi, un albergo diffuso con 100 posti letto, ristorante e centro benessere, nato sul recupero e la riqualificazione delle stalle e dei fienili abbandonati, al limitare del centro storico. Castel del Giudice, in un ventennio approssimato per difetto, ha dato vita a una rivoluzione garbata, civilissima, democratica, solidale e progettuale, che ha saputo diventare esempio e laboratorio per un territorio assai più ampio del piccolo confine molisano. D'Andrea si è fatto costruire una casa nella pertinenza della sua azienda a Castel del Giudice, proprio di fronte alla Melise; vi si reca appena gli è possibile per riprendere fiato e tornare nel suo Molise e nella sua Capracotta. L'ho incontrato domenica 26 gennaio a Borgo Tufi, nella sala di disimpegno del "Tartufo Bianco", il ristorante dell'albergo diffuso, mentre erano in corso le votazioni per il rinnovo dei Consigli regionali della Calabria e dell'Emilia Romagna. Un occhio alla televisione che trasmetteva in diretta la partita dell'Inter (è garbatamente interista) e poi un ragionamento fitto, appassionato, in bilico fra crisi della politica, corruzione del linguaggio, informazione di parte e senza coraggio, citofoni e sardine. «Quest'anno compio 75 anni e 55 li ho dedicati al lavoro; a risolvere problemi, a realizzare progetti con l’aiuto degli straordinari collaboratori che ho incrociato sulla mia strada e dei miei figli Maria Pina, Marino ed Amedeo, col pensiero ad operare anche nel sociale, perché la vita non è un progetto solitario, ma la si realizza insieme agli altri» con umiltà e concretezza, come recita la massima cristiana fondamentale. «Ho avuto la fortuna di nascere in un ambiente sano, di attingere all'insegnamento degli innumerevoli maestri che ho incontrato; alcuni con nomi di prima grandezza, altri sconosciuti che mi hanno colpito per la loro perizia, per la loro quotidiana rettitudine». Non fa sfoggio dei suoi clamorosi successi Ermanno D'Andrea; si schermisce con ritegno umanissimo, rifuggendo dall'eclatanza assolutamente motivata che deriva dal suo impegno imprenditoriale, sociale e civile. «Una cosa però non posso fare a meno di chiedertela...» gli dico quando già si preparava l’ora del ritorno a Campobasso dalla effervescente Castel del Giudice. «Dimmi, dimmi pure...», mi risponde con aria cortese e accondiscendente; «di Salvini, del capitano leghista che ormai imperversa al sud e anche nel nostro Molise, che cosa ne pensi?». Abbassa gli occhi in terra e corruga la fronte come per raccogliere e ordinare pensieri che covava da tempo: «Salvini è tracotante; fa strame delle regole e del buonsenso con un'improntitudine che imbarazza. La tracotanza infastidisce sempre, ma quando diventa il costume di un uomo di potere, allora è davvero insopportabile. Il precetto fondamentale di Zarathustra imponeva pensieri retti, parole corrette e azioni buone; Salvini pervicacemente, con tracotanza ripeto, si comporta in modo avversario a questi fondamentali insegnamenti morali, e questo per un uomo politico rappresenta un vizio davvero irrisarcibile, denso di pericolose conseguenze». Lo saluto e mi riavvio verso casa accompagnato da un pensiero intenso e civilissimo; mite e fecondo nello stesso tempo. Antonio Ruggieri Fonte: https://www.ilbenecomune.it/, 31 gennaio 2020.
- Amore e gelosia (XXXIII)
XXXIII – Cucchié, firme sta carrozza, famme scennere, aggia parla' nu poche cu don Alessandro! Così disse don Salvatore rivolgendosi al vetturino con piglio tra l'autoritario e l'amichevole. – Subite, don Salvató, ai vostri ordini, vuie site 'o padrone! – fece l'uomo a cassetta, e con un grido tipico dei cavallari, «Iiihhh!!!», rivolto all'animale, tirò forte le redini e la carrozza si fermò, consentendo a don Salvatore di scendere mettendo i piedi attentamente sul predellino di metallo che conduceva giù dalla vettura. Don Alessandro aveva finalmente riconosciuto don Salvatore Di Giacomo. All'inizio era rimasto perplesso e impaurito sentendosi apostrofare: ogni volta che veniva a Napoli, si inoltrava per le strade sempre con un pò di timore, era pur sempre una città pericolosa, piena di mariuncielli e di uappetielli. Ma confidava nell'abito talare, era un prete, anzi un diacono, quasi un monsignore, e il popolino aveva conservato un rispetto per gli uomini in nero della chiesa, infatti non era mai stato infastidito da chicchessia. "E così il grande Salvatore Di Giacomo mi vuole parlare! chisà che me vò dicere? certamente coccosa che riguarda Elisa... È da parecchio che non lo vediamo a Nucera Inferiore, chiste 'e duie nnammurrate s'hanne sferrate, è succiese n'appiccica... e pe fforze! 'o tiempe passe e stu napulitane nun parle 'e se spusa', se ne sta a casa soia cu mammà e 'a povera peccerella a Nucera aspette 'e commode suoie! se se...", così elugubrava don Alessandro mentre l'altro uomo gli si avvicinava. – Don Salvatore! che piacere rivedervi! È da tanto tempo che non vi vediamo più a Nocera! propete ieri sera questo dicevo con donna Elisa... no, no, non Elisa la vostra fidanzata, con la nonna, donna Elisa Guarna! Era venuta in chiesa per pregare, poi, sapete come è, si parla, si discute, le figlie, 'e nipute, na parola tira n'ate... e notavamo che non si vedeva più, che Elisa, la nipote stavolta, stava scura scura... ma... è succiese coccosa? Ve site questionati? site tanta na bella coppia! ve vulite tantu bene! Il poeta aveva ascoltato tutta la tiritera con pazienza e in silenzio, ma quando sentì dire che la sua Elisa era «scura scura», decise di interrompere il prete. – Don Alessandro, e io propete 'e cheste ve vuleve parla'! No, nun è succiese niente... anzi no! È succiese che ce simme nu poche questionate e mò stamme fridde, ie nun vengo a Nocera e Elisa nun viene a Napoli e songhe più di quindici giorni che non ci vediamo! Prese un po' di tempo il poeta prima di fare la richiesta che teneva in mente. – Don Alessandro, se tratte 'e fa nu primme passo, ma ie songhe omme, l'orgoglio... sapete come è! – prese fiato di nuovo e proseguì – E pure Elisa... chella la ragazza io la conosco, tene na capa tosta! Come si può fare don Alessandro, ditemi voi! "Vuo' vede' che chiste mò m'addummanne 'e me mettere miezze, ma fa che me vò fa mettere 'e cazettine russe! Ie nun facce 'o ruffiane 'e nisciune!". – Don Salvatore, ma che prubleme è? Ma venite a Nucera, pigliamme 'o treno insieme mo mo, iamme a casa di Elisa e ve parlate! Tutto si risolve, basta essere umili e capire gli altri! – Don Alessandro, non lo posso fare! Io non mi sottometto a nessuno, neanche ad Elisa che è la vita mia! Vi volevo chiedere un piacere, ma se non ve la sentite, scusatemi tanto, non vi volevo offendere né tantomeno volevo che voi faceste 'o ruffiane mio! Si trattava solo di portare un biglietto, e... magari attendere una risposta… niente di più! Ma capisco, avrei abusato della vostra cortesia... scusatemi di nuovo e buona giornata... Il poeta si rimise il cappello in testa che per cortesia e gentilezza, come si usava a quei tempi aveva tolto e aveva tenuto in mano e fece per andarsene, lasciando lì il povero prete che non si aspettava una simile reazione... Francesco Caso
- Capracotta e il suo Guinness dei primati
Ma tu sai dove si trova Capracotta e perché ha un nome così... strano? Allora prima di spiegarti perché possiede un Guinness World Record devi conoscere queste informazioni importantissime. Prendi carta e penna e annota, sei pronto? Capracotta è una famosa località sciistica che fa parte della comunità montana dell'Alto Molise. È un piccolissimo borgo di soli 800 abitanti e si trova in provincia di Isernia molto vicina al confine con l'Abruzzo. Si trova a 1.421 metri sul livello del mare ed è una delle località più alte dell'Appennino. Insieme a Campitello attira tantissimo turismo invernale grazie al suo comprensorio costruito negli anni '90. Le origini del nome del borgo di Capracotta non sono certe. Ci sono diverse teoria e leggende che ti elenco qui di seguito, fammi sapere quella che secondo te è la più attendibile o che preferisci di più: Un vecchio studio ha sostenuto l'ipotesi che il nome provenga da due termini italici: kapp - luogo alto - e kott - luogo roccioso - che descrivono due proprietà del territorio cittadino. Un altro studio sostiene, invece, che il nome derivi da termini latini: castra cocta, cioè da una presunta presenza di accampamenti militari protetti da una recinzione, perché Capracotta sorge proprio in prossimità del tratturo. Un altro studio, ancora più interessante, sostiene che l'origine del nome derivi dalla tradizione religiosa dei longobardi di sacrificare una capra in onore del loro dio Thor e di mangiarne le carni come simbolo di prosperità delle fonti di sostentamento. Questo avveniva una volta che il gruppo tribale si insediava in un luogo appena conquistato. Questo studio è interessante perché giustificherebbe il nome "Capracotta" che è presente in altre regioni d'Italia che hanno subito conquiste longobarde. Una leggenda narra che alcuni zingari vollero costruire un villaggio e accesero un fuoco per arrostire una capra. Ma questa capra saltò sul fuoco e riuscì a fuggire. Nel punto in cui l'animale si fermò esanime, gli zingari decisero di stabilirsi. Non si sono ancora messi d'accordo ma è bello pensare che ci possano essere tantissime origini e studi diversi su questo strano nome. Ma il Guinness? Aspetta, aspetta, adesso ci arrivo. Prima devi sapere che Capracotta è una destinazione sciistica presa d'assalto da tantissimi turisti da svariate parti d'Italia, pensa che in una citazione di Alberto Sordi ne "Il Conte Max", Capracotta è descritta come una piccola Cortina d'Ampezzo. Infatti Capracotta è dotata di due impianti molto importanti, uno dedicato allo sci alpino, in località Monte Capraro, corredato di seggiovia, e un altro per lo sci di fondo che si trova invece in località Prato Gentile, ed è stato sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. Il Guinness World Record è stato vinto nel 2015 perchè nel giro di 17 ore è caduta più di 2 metri di neve battendo il precedente record di Silver Lake in Colorado, negli Stati Uniti risalente al 1921 con 193 centimetri di neve in 24 ore. Americani, please, fate largo a Capracotta! Per questo se sei amante di sport invernali e ami la neve, questo è l'unico posto al mondo in cui devi recarti. Capracotta è una destinazione perfetta anche in primavera ed estate. Per gli amanti del trekking, Capracotta offre decine e decine di sentieri e percorsi con diversi gradi di difficoltà, distanze e dislivelli. Nelle vicinanze, in direzione Pescopennataro, sorge il Giardino della flora appenninica, un posto speciale e unico. Si tratta di un orto botanico ad alta quota dove è possibile ammirare numerosissime specie di fiori e piante locali: è il luogo ideale per passeggiate nella natura. Quando visitare Capracotta? Bè... è una bella domanda. Capracotta non ha stagioni, ha tantissimo da offrire sia d'estate che d'inverno. Ma se ti trovi nei paraggi del borgo ad agosto, non devi perderti la sagra della Pezzata. Si tratta della sagra della pecora bollita che si tiene ogni prima domenica di agosto. La tradizione di bollire la pecora risale alla pratica della transumanza che avveniva lungo il tratturo che attraversa il borgo. Quando un animale si feriva gravemente veniva ucciso e depezzato, da qui il nome della ricetta, e poi veniva cucinato. La carne di pecora viene cotta in pentoloni pieni d'acqua e, quando il grasso in eccesso viene a galla, si procede alla "schiumatura" per eliminarlo. Si aggiungono sale, patate e pomodori e si fa cuocere per almeno quattro ore. Nel 2014 questo piatto è stata inserito tra le "eccellenze" dalla rivista Gambero Rosso e non devi assolutamente perdertelo! Luciana Sciannimanico Fonte: https://www.moliseesiste.it/, 17 marzo 2021.
- Il vescovo Giandomenico Falconi
(Capracotta, 4 agosto 1810 - 25 dicembre 1862) Esiste una fitta bibliografia su mons. Giandomenico Falconi. La quantità di contributi su questo vescovo capracottese non è legata tanto alla sua missione pastorale, che pure fu incisiva, quanto al fatto di aver rappresentato - ideologicamente e cronologicamente - lo spartiacque tra il Regno delle Due Sicilie e il Regno d'Italia, tra l'antico feudalesimo borbonico e le nuove spinte unitarie. Diremo subito che Falconi fu sempre fedele ai Borbone e, in nome di quella fedeltà, fu costretto a lasciare la sua cattedra in Puglia per ritirarsi nella natia Capracotta. Figlio di un'antica e ricca famiglia capracottese che da generazioni serviva lo Stato, Giandomenico sentì presto la vocazione al sacerdozio. Segretario dell'arcivescovo di Bari Michele Basilio Clary (1778-1858), fu nominato prima arciprete e poi prelato di Acquaviva delle Fonti ed Altamura, nel cui seminario passeranno tanti personaggi illustri, da Baldassarre Labanca a Nicola Falconi. Nel 1853, in occasione dell'inaugurazione di un busto in marmo del re Ferdinando II, Giandomenico Falconi commissionò al maestro Nicola de Giosa (1819-1885) una cantata da eseguirsi durante la cerimonia e, «in una notificazione del 1854, consolò la propria comunità pastorale all'indomani dell'epidemia di colera del 1837 e indisse tre mesi di Giubileo». Nel 1858 il Falconi venne finalmente nominato vescovo titolare di Eumenia. Nel 1859 Ferdinando II, recatosi in Puglia per accogliere Maria Sofia di Baviera, sposa dell'erede al trono, ricevette ad Acquaviva un'accoglienza trionfale e persino lo storico Raffaele de Cesare, piuttosto critico nei confronti del Borbone, scrive che i preparativi erano stati impeccabili perché «Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittore delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini». Il re pernottò ad Acquaviva, nel palazzo di Giandomenico Falconi, proprio per la fiducia che riponeva nel prelato. Alla morte di Ferdinando, il vescovo capracottese scrisse un elogio funebre piuttosto pomposo, il cui incipit la dice lunga sul grado di lealtà verso il sovrano: «La vita di Ferdinando II è uno specchio di virtù. Da qualunque lato si guardi essa offre sempre lezioni di religione e di morale». Eppure in quell'elogio vi è un dato statistico che ci ha sorpreso, relativo al sistema giudiziario e carcerario, per cui tra il 1849 ed il 1856 il re aveva graziato 2.686 imputati e sospeso 12.723 processi per reati politici. «Dal 1856 al 1858 – scrisse mons. Falconi – le carceri rimanevano quasi interamente vuote». Subito dopo l'invasione piemontese il Falconi subì, assieme a 54 colleghi duosiciliani (su un totale di 65), l'ostracismo del nuovo regime. Lo storico Giambattista Masciotta sostiene che «la rivoluzione del 1860 afflisse profondamente mons. Falconi, anche perché i liberali non mancarono di sollecitarne dal governo il trasferimento, addebitandogli soprusi e maneggi in parte veri, in parte immaginarii». Fatto sta che il Falconi, dopo la capitolazione borbonica, si autoesiliò a Capracotta. Il 25 dicembre 1862, durante la Santa Messa di Natale, Giandomenico Falconi spirò, seduto sul suo scranno nella sagrestia della Chiesa Collegiata di Capracotta, mentre si preparava a concelebrare la funzione con l'arciprete Agostino Bonanotte, che poi gli dedicherà una raffinatissima elegia funebre in latino. Luciano Rotolo, lo studioso che per ultimo si è occupato della vicenda umana e politica del Falconi, scrive che «negli anni '60 del XX secolo la sua tomba fu aperta [...] in vista di una ventilata apertura della causa di canonizzazione ed il suo corpo fu ritrovato non solo incorrotto, ma inposizione seduta». Verità o leggenda? Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.
- Capracotta, un paese sospeso nello spaziotempo
Capracotta, un nome, un perché! Insieme ad Oratino, di cui parlavamo qui, è un altro di quei paesi che - già solo con il nome - ci mette allegria ancor prima di visitarlo! Tutti sorridono al nominare Capracotta, che sembra derivare da "capra" e "cotta" nel senso di "seccato al sole", da una usanza dei pastori della zona per conservare la carne. La strada per raggiungere Capracotta, è un piacere per gli occhi e per lo spirito: Una miriade di tornanti con panorami tanto vasti da far respirare il cuore, nuvole basse che sembra di poterle toccare e vento, tanto vento... Calcolate che siamo a 1.400 m.s.l.m, in uno dei punti più alti degli Appennini, e il vostro minivan potrebbe sbuffare un po' su queste salite... prendetevi tempo e percorrete il tragitto senza fretta, che tanto Capracotta è lì, e vi aspetta. Come per tutti i piccoli centri abitati del Molise è impensabile entrarci col minivan, ma potrete sostare qui ed entrare con una piccola passeggiata in paese. Di Capracotta si hanno le prime notizie di insediamento umano datate intorno al I secolo d.C. grazie al ritrovamento di alcune capanne circolari ed edifici in marmi collocati in un contesto urbano ben strutturato. L'attuale paese di Capracotta, invece, nasce sullo sperone della Terra Vecchia nei primissimi decenni del Medioevo durante la conquista longobarda del Mezzogiorno d'Italia e si sviluppa nei secoli successivi attraverso la pratica della transumanza, cioè lo spostamento invernale di pastori e bestiame dalle alture dell'Abruzzo al Tavoliere delle Puglie. Quasi interamente rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale dalle truppe tedesche in ritirata verso la Val di Sangro con il fuoco e la dinamite, è stata completamente ricostruita intono agli anni '50, e l'unica traccia rimasta oggi sono le antiche mura di cinta, spazio poi recuperato come fontana. Oggi Capracotta è una stazione sciistica con un impianto di risalita sopra il Monte Capraro, e mantiene viva la sua tradizione di posto di villeggiatura molto piacevole. Per i cinefili: in una citazione di Alberto Sordi ne "Il conte Max", Capracotta è descritta come la "Piccola Cortina d'Ampezzo degli Abruzzi". Capracotta detiene anche un record: ha battuto Silver Lake in Colorado per la nevicata più abbondante e rapida nel 2015 : più di due metri di neve in sole 17 ore! Sapevate che il Molise è la patria del tartufo? Una piacevolissima scoperta per noi, dato il Molise non era di certo nella lista delle regioni che associavamo a questo tubero così prezioso... e invece... Il Molise è uno dei maggiori produttori a livello nazionale, e che addirittura alcune regioni sembra si approvvigionino dal Molise spacciandolo per proprio... Tartufo bianco e nero, con la provincia di Isernia che - principalmente con i comuni di San Pietro Avellana, Carovilli e Capracotta - detiene il primato, seguita da Castelmauro e Bojano per quanto riguarda le provincie di Campobasso. Ci siamo domandati se tutto questo non sia pubblicizzato per preservare la "preziosità del territorio": eppure non mancano le sagre e una mostra mercato che si tiene a San Pietro Avellana i primi di novembre. Proprio a San Pietro Avellana c'è un'esperienza tutta da provare che è il "Treno del tartufo bianco", un'iniziativa che unisce il viaggio fatto su un treno con carrozze d'epoca sulla cosiddetta Transiberiana d'Italia - la tratta Sulmona-Carpinone - alla scoperta e degustazione proprio del tartufo. Certo, non è un profumo né un sapore che tutti apprezzano, ma per noi è pura goduria ed abbiamo voluto assaggiarlo proprio a Capracottoa, al ristorante L'Elfo. L'esperienza è stata sublime: la menèstra patan' (pasticcio di patate con pane raffermo, pancetta, tartufo nero e lenticchie) che ci presentano ha un aroma che è un vero inno alla gioia! Consigliatissimo accompagnarla con una bottiglia di Tintilia Bio del Molise e…dormire in loco! Michela Catenazzi Fonte: https://blog.togovan.com/, 30 settembre 2020.
- Amore e gelosia (XXXII)
XXXII Chissà se la figura del "mezzano" è ancora attuale al giorno d'oggi, e se il suo ruolo nella società ha ancora una ragion d'essere. Non parlo di chi svolge un lavoro di intermediario, anche se tutto sommato sempre di interposizione si tratta, tra due parti che per un motivo o un altro non trovano un accordo: 'o mezzane, oppure 'a mezzana, era una persona che favoriva gli intrecci amorosi, si metteva in mezzo, portava il bigliettino e attendeva la risposta, riferiva e spesso aggiungeva o sottraeva a seconda del suo giudizio, per favorire un matrimonio, per aiutare due amanti, per superare incomprensioni tra gli innamorati. Una figura indispensabile per quei tempi senza telefonino! Scherzi a parte, questo ruolo se lo assumevano un po' tutti: l'amica del cuore, il compagno fidato, la vecchia serva che in casa sa e vede tutto, la zia che ti ama più dei genitori e che ritiene suo dovere aiutarti a sposare il giovane innamorato che la famiglia non vuole, assolutamente. Spesso, anche il prete vestiva i panni del mezzano e con il placet di Dio e della Madonna dava una spinta ad una situazione in stallo, a qualche fidanzamento che non andava avanti, insabbiato tra divieti e sospetti. Il mezzano ha svolto un ruolo fondamentale nella società, fin quasi ai giorni nostri, e non sono sicuro che questa figura sia del tutto sparita: magari inconsapevolmente, ogni tanto ricompare e in un modo o nell'altro qualcuno ne indossa le vesti e aiuta un amico o una amica in difficoltà. Niente a che vedere comunque col "ruffiano"! Tutta un'altra cosa! Quest'ultimo è un termine quasi spregiativo, non a caso la fantasia popolare gli fa indossare i "cazettini rossi", per segnalarne la presenza vistosamente. 'O ruffiane insinua, intrallazza, imbroglia, si mette in mezzo non richiesto e i suoi scopi non sono mai del tutto chiari e volti al bene: ha sempre un secondo fine, dice, sdice e riferisce mescolando menzogna e falsità e... udite udite! quasi sempre è una persona con una delusione amorosa alle spalle, che finge di dare aiuto ma che cerca solo di travolgere nel fallimento dell'amore altre persone, meglio ancora se si tratta del suo migliore amico o la sua amica del cuore. Tutto questo per dire che i giorni scorrevano e né Elisa né don Salvatore si decidevano a fare il primo passo: soffrivano in silenzio ma facevano prevalere l'orgoglio, avrebbero voluto buttarsi l'uno nelle braccia dell'altro ma restavano lui a Napoli, lei a Nocera Inferiore. Col tempo, nonostante si amassero profondamente, il loro legame avrebbe potuto spezzarsi definitivamente, ed ora non saremmo qui a parlarne. Non accadde, e il merito fu del mezzano, che tra l'altro si ritrovò in questo ruolo ignorando completamente di stare sul punto di entrare nella storia di amore di Elisa e Salvatore con un ruolo simile. Camminava sveltamente per via Mezzo Cannone don Alessandro, poi imboccò il rettifilo e si ritrovò all'ingresso dell'Università di Napoli. Doveva andare alla stazione a prendere il treno per Nocera e c'era ancora un bel tratto da fare a piedi. Era andato a San Gregorio Armeno per i pastori per il presepio in chiesa. Niente aveva comprato ma si era fatto gli occhi, come si dice. Una carrozza lo affiancò e si fermò sul ciglio della strada, un signore sulla cinquantina seduto nel dietro scoperto della carrozza prese a guardarlo insistentemente, poi lo chiamò per nome: – Don Alessandro! Siete voi, vero? Francesco Caso
- Cartoline di viaggio
Il viaggio Capracotta-Campobasso è stato per anni la mia routine settimanale: di sabato a salire, di domenica pomeriggio a scendere. Ciò ha portato ad una conoscenza approfondita della strada, degli angoli e delle curve, sicché avrei potuto camminare ad occhi chiusi e la macchina avrebbe fatto il suo percorso senza difficoltà. Una qualsiasi domenica: mi lascio alle spalle il paese, Monte Campo, la Maiella, le alture di Roccaraso e vado incontro a Monte Capraro con i suoi sbuffi di nebbia, alla galleria verde di Vallesorda, al parco eolico che, stranamente, non offende l'occhio dell'ambientalista, situato com'è sui pianori sconfinati di Monteforte, battuti dal vento e dalle tempeste di neve. Arroccato su un'altura appare Vastogirardi, spesso avvolto dalla foschia; in lontananza le cime delle Mainarde, seghettate e spesso imbiancate, quasi un baluardo a difesa di questo suggestivo angolo di mondo, avvolto nel silenzio e nella solitudine. La strada prosegue verso Staffoli, un tempo distesa di verde, ora non più, infestata di capannoni, recinti per cavalli e tracciati per rodeo, un ristorante, a 1.000 m. di altitudine. Siamo scesi parecchio dai 1.421 m. di Capracotta. L'aria si fa più mite, la strada prosegue: un ruscello! Macché: quello è il Trigno, arriverà fino al mare. Corri, corri, fiume, l'Adriatico ti aspetta. Ad una svolta successiva appare un angolo di Svizzera: cosa sarà mai quel paesino ridente con la faccia rivolta al sole? È Carovilli con la stazione ferroviaria oggi in disuso, perché ramo secco. E chi l'ha seccato? Tra poco anche i nostri piccoli borghi saranno rami secchi e verranno cancellati dalla carta geografica. La strada prosegue, come l'ansa di un fiume, a sinistra la foresta di Pietrabbondante, poi boschi, prati, qualche casa colonica, un ristorante e via... verso Pescolanciano arroccato intorno al suo castello, ricordo di un tempo felice e prospero. Anche qui si rasenta un ramo secco. Il viaggio si arresta con la visione del Monte Totila... e con la galleria di San Venditto. Oltre non andiamo: il nostro Alto Molise si chiude nel suo bozzolo e non vuole contaminazioni. Gli altri non pensano a noi e noi, fieri delle nostre origini, tentiamo di escluderli per lo meno dalla nostra vista. Maria Delli Quadri Fonte: M. Delli Quadri, Il mondo di Maria, a cura di E. C. Delli Quadri, Youcanprint, Lecce 2021.
- Il trampolino di Capracotta
All'inizio degli anni '60 a Capracotta frequentavo la scuola elementare e una mia parente mi regalò un bel paio di sci da fondo che teneva conservati a ricordo di un suo fratello scomparso molto giovane, ottimo sciatore che con quegli sci aveva gareggiato sulle piste di fondo alpine. Qualcuno dei miei amici scoprì che era stato preparato da qualche sciatore adulto, e sicuramente esperto, un piccolo trampolino su una pista molto ripida a ridosso del Santuario della Madonna di Loreto, ed un pomeriggio un gruppetto di piccoli ed incoscienti sciatori fondisti, di cui facevo parte, andò a provare il "brivido" del salto al trampolino. Gli sci che portavo ai piedi erano molto lunghi, adatti ad un adulto, non certamente ad un bambino. Ma l'incoscienza era tanta e tanta era la voglia di provare a saltare. Presa la velocità, arrivai al trampolino, il volo fu corto ma disastroso. Atterrai con gli sci al cielo e la testa piantata nella neve. Fu la prima e l'unica volta che provai questa particolare e pericolosa disciplina sportiva invernale. Gli sci li conservo gelosamente, attaccati ad una parete dopo che negli anni passati li ho fatti restaurare per conservare i ricordi della fanciullezza, ed oggi fanno bella mostra insieme ad un bel paio di bastoncini di bambù degli anni Sessanta, anch'essi regalo di un mio parente. Antonio Vincenzo Monaco
- Capracotta stazione climatica
Col giorno 15 giugno sono stati riaperti nella fiorente ed ambita stazione di Capracotta gli Hotel Cimalte, Montecampo e Quisisana, decentemente ampliati e mobiliati, e riforniti con squisita ricercatezza di tutte le comodità della vita da gareggiare con i primari alberghi di città. I forestieri di nazionalità diverse, che tanto si avvantaggiarono negli scorsi anni nella salute dalle amene ed allegre passeggiate, dalle fresche e facili ascensioni sui monti boscosi, dall'esercizio della caccia e di altri sportivi divertimenti, non meno che dalla quiete ristoratrice e dalla cordialità degli abitanti, ritornano volentieri con entusiasmo, e scrivono presentando e raccomandando amici e conoscenti. Dalle richieste pervenute e dai fitti di private abitazioni per famiglie vi è da prevedere un largo concorso di nobiltà fiorentina, massime ora che il recente cambiamento di orari ferroviari, dovuto alle efficaci premure degli Onorevoli De Amicis e Falconi, ha reso celere, in sei o sette ore, i viaggi rispettivamente da Capracotta per Napoli e per Roma. Orazio Vietri Fonte: O. Vietri, Capracotta stazione climatica, in «La Provincia di Campobasso», XI:10, Campobasso, 23 giugno 1906.
- Il bovaro Pietro Tisone
(Capracotta, 19 giugno 1809 - 14 ottobre 1862) Nella Capracotta napoleonica del 1809 era impensabile che uno come Pietro Tisone, persona di umili natali, potesse essere l'iniziatore, seppur involontario, di un dibattito storico-archeologico che ancor oggi non smette di produrre suggestioni e teorie, chiamando a raccolta i nomi di eminentissimi studiosi, da Theodor Mommsen a Wilhelm Henzen, da Nicola Corcia a Luigi Pigorini, da Joshua Whatmough a Edward Togo Salmon, da Adriano La Regina a Valerio Cianfarani. Pietro Tisone è infatti colui che nel 1848, dopo oltre duemila anni, riportò alla luce la cosiddetta Tavola Osca, una lastra di bronzo del III secolo a.C., rinvenuta presso la Fonte del Romito, appartenente al popolo italico dei Sanniti, nella quale è descritto il sacro recinto dedicato alla dea Cerere e le festività sacre, le cerimonie e i sacrifici che si celebravano in un vicino santuario. Registrato dall'ufficiale di stato civile nella variante cognomica Tesone, questo modesto lavoratore ha subito le più disparate manipolazioni. Se quella di Antonio de Nino, che parlò di «un Pietro Tirone, bifolco del sig. Giangregorio Falcone», fu probabilmente una svista, lo stesso non può dirsi nel caso di Francesco Saverio Cremonese, che non menzionò affatto il nome del ritrovatore nella sua lunga e circostanziata notizia inviata all'Istituto di Corrispondenza Archeologica, per non parlare della spudorata affermazione di chi, come Giuseppe Gamberale, sostenne che «nessun Tisone risulta mai nato o residente in Capracotta». Per fortuna il dott. Vincenzino di Nardo, sul finire dello scorso anno, ha dato alle stampe una interessantissima monografia sulla Tavola Osca nella quale descrive, con dovizia di particolari, il luogo e le circostanze del ritrovamento, denunciando il furto di paternità perpetrato negli anni e le possibili macchinazioni che portarono alla vendita del manufatto - l'originale o forse la sua copia - al British Museum di Londra. E grazie a un articolo di Costantino Castiglione apparso su "Il Mattino" di Napoli nell'ormai lontano 1937, possiamo leggere la testimonianza di Giangregorio Falconi, proprietario della terra in cui stava la Tavola Osca, fedelmente contestualizzata al periodo: In una sera dell'autunno 1848 il bovaro Pietro Tisone da Capracotta, che era al servizio del Falconi, si recò da lui e gli disse: – Signor padrone, arando oggi il terreno sopra alla masseria presso il vallone di Fonte Romito, il vomere ha urtato e messo alla superficie questo mattone di metallo. Il Falconi esaminò il mattone, si assicurò che non era d'oro e disse al Tisone: – Posalo sul camino perché dopo vedremo di che cosa si tratta. Intanto nel paese e dintorni si sparse la voce che il mattone fosse d'oro non ostante che gli orefici l'avessero smentito. Dopo pochi giorni si vide arrivare a cavallo il signor Francesco Saverio Cremonese, suo caro compare di Agnone che dispensò molti dolci ai piccoli figli del Falconi e dissegli: – Compare, ho saputo che il tuo bifolco ha trovato un pezzo di metallo nelle tue terre della Macchia. Per curiosità, me lo fai vedere? Il Falconi andò a prendere il mattone. Frattanto scese in cucina per far preparare il caffè. Sul tavolo ove il Cremonese faceva le sue osservazioni, aveva posato in precedenza una scatola di legno di circa quaranta centimetri di lato e cinque di altezza, contenente fogli di piombo per calchi. Rientrò il Falconi proprio al momento in cui il compare aveva disteso un foglio di piombo sul mattone per farvi incidere i segni impressi. Ma l'ospite si affrettò a far rilevare che avrebbe fatto decifrare da persone competenti quei segni. Il Falconi non dette alcuna importanza al calco eseguito. Il Cremonese ripartì e tornò dopo una decina di giorni, recando in dono diversi oggetti d'oro alle figliuole del Falconi, al quale chiese poi il mattone per un miglior esame che avrebbe affidato ad abili amici di Napoli. Nessuna difficoltà per la consegna e non se ne parlò più. Il Cremonese fece come aveva detto. Ma il mattone passando di mano in mano, ne trovò delle poco scrupolose, che ne fecero commercio. E si seppe poi che era stata venduta per trecento ducati [...] Gli anziani guardaboschi del paese che avevano avuto occasione di conversare col bovaro Tisone confermano i fatti. Pietro Tisone aveva sposato Maria Rosaria Venditto, che gli diede quattro figli: Maria Vincenza, Loreto, Angelarosa e Maria Sebastiana. Egli «passò agli eterni riposi» a 53 anni, nel pieno delle forze, e risulta «seppellito in questa Madrice Chiesa». Di certo nessuno potrà mai negare che son state le «callose mani dell'aratore, per la storia, Pietro Tisone» a regalare all'umanità quella piccola iscrizione bronzea che parla di com'eravamo prima di Gesù Cristo. Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.
- Anniversario della Vittoria
Ad iniziativa del R. Commissario della Sezione Fascista, avv. Eugenio Iannone, l'anniversario della Vittoria fu festeggiato con solennità. Vicino all'artistica lapide di bronzo sulla quale sono incisi i nomi dei nostri gloriosi caduti, fu eretto l'altare per la celebrazione di una Messa di requiem all'aperto. Alle ore 10:30, terminato il suono delle campane, sul posto della commovente cerimonia erano già riuniti la Sezione Fascista e la Milizia, le autorità civili e militari, gl'insegnanti e le suore dell'asilo infantile con le scolaresche e vessilli, le società Operaie con i labari. Accanto alla lapide erano i genitori, le vedove e gli orfani dei morti in guerra. Erano presenti anche le Autorità, fra cui l'avv. Ottorino Iannone, comandante la 1a Coorte, insegnanti ed alunni, venuti da S. Pietro Avellana. La messa fu celebrata dal Tenente Cappellano, rev. D. Nicola Sammartino, di Agnone, decorato di guerra, il quale pronunziò uno splendido discorso, rievocando episodi di guerra e tratteggiando la grande figura del Duce Mussolini come persona designata dal Cielo per salvare la Patria dai pericolosi nemici interni, e per renderla degna dei suoi alti e intangibili destini. Prese poi la parola il R. Commissario, che salutò e ringraziò gl'intervenuti, accennando alla prossima inaugurazione del Parco della rimembranza, ed in ultimo il Segretario Politico dottor Filiberto Castiglione ricordò i nomi dei settantaquattro morti. La bella cerimonia si chiuse con canti patriottici, e con interminabile corteo, il quale preceduto dalla musica percorse le principali vie del paese. Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XXXII:11, Agnone, 8 dicembre 1925.
























