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  • Capracotta, "regina della neve" e qualità della vita

    Vi siete mai persi in un libro di fiabe? Bene, questa è l'opportunità per tornare bambini e provare a scoprire quanto fa bene sognare con i piedi per terra, anzi... sulla neve! Fiero di accogliere i primi fiocchi di neve già durante la stagione autunnale, Capracotta, un suggestivo borgo molisano situato in provincia di Isernia nell'Alto Molise, si merita il titolo di Regina della neve e vi diciamo perché! Grazie alla sua altitudine di 1.421 m. svettante tra le cime dell'Appennino Sannita e a una posizione geografica particolarmente esposta a correnti fredde d'inverno (e fresche d'estate), Capracotta si ammanta di abbondanti coltri nevose raggiungendo record eccellenti senza eguali nella storia e nel mondo. Sì, avete letto bene: record eccellenti senza eguali nella storia e nel mondo! In sintesi l'insieme di questi elementi - la vicinanza al mare, l'esposizione ai venti di nord/est e la particolare distribuzione dei rilievi montuosi - favorisce le condizioni ideali per straordinarie nevicate. Proprio per questi motivi la zona di Capracotta è considerata una delle zone dalle nevicate più copiose del pianeta. Meteorologia a parte, per noi che amiamo osservare il territorio con il cuore, la bellezza di queste nevicate da guinness dei primati sta nel vivere una magia, quella di perdersi con lo sguardo su tetti imbiancati, strade, campi e boschi completamente immersi dal soffice manto in un silenzioso clima ovattato. Tutto pare meravigliosamente irreale! Grazioso borgo medievale, il più alto paese dell'Appennino centrale dopo Rocca di Cambio (AQ), Capracotta vanta per il piccolo Molise due impianti invernali molto importanti: uno per lo sci alpino con seggiovia, presso Monte Capraro (1.787 m.s.l.m.), e un altro per lo sci di fondo in località Prato Gentile (1.657 m.s.l.m.). Ricordiamo che è stato sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. L'impianto di risalita di Monte Capraro tra l'altro torna fruibile per turisti, sportivi e sciatori dal 15 febbraio 2021 - salvo diverse disposizioni governative - dopo aver superato importanti interventi di sicurezza. Nei dintorni, sempre ad alta quota, spicca il Giardino della Flora Appenninica, anch'essa meta ambita e di ammirevole attrazione turistico/naturale. Si tratta di un orto botanico con sentieri guidati e percorsi sensoriali in cui ci si può immergere tra numerose specie di fiori e piante locali. Selezionato tra i Borghi più belli d'Italia , Capracotta con i suoi appena 900 abitanti circa, è una destinazione fruibile di turismo sostenibile e del benessere che merita sicuramente di essere visitata tutto l'anno. Meta corteggiata da appassionati di montagna, passeggiatori, sportivi e amanti della natura in generale, Capracotta non delude per la sua capacità di accogliere in modo semplice e genuino, tipico nello stile del Molise. I visitatori che la scoprono per la prima volta infatti ne restano affascinati e non rinunciano alla tentazione di farvi ritorno per l'atmosfera di quiete e benessere che emana, elementi essenziali per un'ottima qualità della vita! Elementi che accompagnano fortemente altre peculiarità del Molise, di indubbia preziosità per il Bel Paese. Dalla storia delle sue origini al paesaggio, dalle tradizioni popolari al cibo locale, dai caratteristici angoli del borgo antico alle leggende... questo paesello dell'Alto Molise è una miniera di risorse persino per l'anima, tanto che potrebbe ispirare artisti e scrittori di libri di fiabe. Ma quello che più conquista, se decidete di farvi una visita appena possibile, è "abbandonare" il proprio sé alla gioia del presente, senza meta e senza pensieri, camminando a passo lento, cadenzato solo dalle emozioni, laddove il silenzio della natura disegna paesaggi interiori manifestati all'esterno. Ecco, si potrebbe parlare di Paesaggi del Benessere . Capracotta: una tappa consigliatissima e da segnare in agenda per i prossimi viaggi. Impossibile rinunciare al Molise! Maria Vasco Fonte: https://www.moliseinvita.it/ , 1 febbraio 2021.

  • Alla signora Maria Pizzelli in morte d'una sua figlia

    Qual cresce al Liri, od al Sebeto in riva, primo de' campi onor, tenero morto, qual suole al mattutin fiato de l'aure tra la fresc'erba aprir candido fiore, tale, e più vaga ancora in sue sembianze Violante sorgea... Ahi donde uscì l'invidioso vento, che svelse il gentil mirto, e sul bel fiore chi passò con l'aratro? Acerbo, occulto, lento, mortale, immedicabil morbo le discorrea per ogni vena, e quasi studiando crudeltà, dal sen materno a poco a poco, e promettendo sempre di ridonarla, ei la rapìo per sempre. Torci da le ferale ultima pompa gli occhi, o Madre, e poggiar vedila in alto, qual novello sorgente astro, lasciando lunga striscia di luce in suo cammino. Vedila in faccia al vero Ben far paghe l'alte sue voglie, e in quel gran Mar di lume ber di quanto sofferse eterni obblii, certa del suo riposo: e se talora piega da quello, e giù china lo sguardo, non è già per vedersi ai piè di sotto i fissi nel gran vano astri sospesi, o le armoniche danze, che gli erranti tessono a quelli senza posa intorno; ma il nostro globo sol ricerca, e solo volge al caro Fratel, volge a l'amato Padre il cupido sgaurdo, e su la Madre l'arresta alquanto, e non però s'avvede che già feo col pensier ritorno in terra. Ippolito Pindemonte Fonte: I. Pindemonte, Le poesie originali , a cura di A. Torri, Barbèra e Bianchi, Firenze 1858.

  • La Banca di Capracotta: storia di un dissesto

    Questa che ripercorriamo è una pagina triste della storia cittadina, amara per le decine di famiglie che persero quasi tutti i lori averi nel dissesto della Banca di Capracotta. Un'intrigante vicenda che sembra estratta da una pagina di cronaca finanziaria di questi mesi e che, invece, si riferisce ad avvenimenti successi più di settanta anni fa. Prima di inoltrarci nel racconto, voglio premettere che la difficoltosa ricostruzione dei fatti e del ruolo delle persone coinvolte ha richiesto una selezione sia del materiale che degli eventi citati. Non posso assicurare di aver sempre scelto per il meglio; posso garantire di aver operato al meglio delle mie capacità, come mi dettava la coscienza e nient'altro. Nella sede che mi ospita mi atterrò alla pura cronistoria degli avvenimenti, riducendo all'essenziale le mie valutazioni e considerazioni sugli accadimenti che, tuttavia, verranno affidati ad una pubblicazione in corso di stampa. Partiamo dall'inizio. Il 20 agosto del 1905, nel palazzo comunale sito allora in via S. Maria delle Grazie 21, l'attuale piazza Stanislao Falconi, per atto del notaio Filippo Falconi fu Agostino, si costituiva una Società anonima cooperativa di Credito con la denominazione "Banca di Capracotta". La direzione della Banca è affidata ad Alessandro Campanelli fu Michelangelo, in qualità di direttore, e ad Agostino Santilli come vicedirettore; cassiere Amatonicola Conti di Ettore. Presidente del Consiglio di Amministrazione l'assemblea nomina Tommaso Conti fu Pasquale, vicepresidente Gregorio Conti fu Ruggiero. Nel Consiglio di Amministrazione siedono, tra gli altri, Costantino Castiglione fu Giuseppe, Vincenzo Ianiro di Giovanni e Salvatore Di Tella. Il patrimonio della Società è costituito di 100.000 £ diviso in azioni di 50 £. Lo scopo, si legge nello Statuto, è: «procacciare colla mutualità e col risparmio, il credito ai propri soci a somiglianza di tutte le consimili istituzioni popolari e cooperative». Nei primi anni del Novecento, in Italia, sorsero numerose piccole e medie banche, la cui nascita, favorita dal regime di inflazione cartacea che facilitò la raccolta dei depositi, coltivava l'intento di estendere in campo creditizio le positive esperienze di mutualità e cooperazione vissute in altri ambiti economici, sottraendo spazi ai rapporti creditizi informali e all'usura dilagante soprattutto nelle province meridionali. Nel primo decennio della sua attività, l'attività della Banca rispose a queste attese. Dalla lettura del bilancio al 31 marzo del 1923 emerge un quadro complessivo positivo: la Banca attrae depositi e risulta essere ben capitalizzata. Il 29 maggio del 1929 si riunisce il Consiglio di Amministrazione. Il direttore dell'epoca è Costantino Castiglione: era stato nominato il 18 novembre del '28. Castiglione informa il Consiglio che, a seguito di verifiche contabili e sul servizio di cassa, sono state riscontrate delle irregolarità e malversazioni ad opera del cassiere Giuseppe Falconi fu Agostino. Falconi era stato assunto come cassiere nel '20, ipotizzo io, in sostituzione di Amatonicola Conti, sindaco di Capracotta negli anni 1914-18, morto il 26 gennaio del 1920 a cinquantuno anni. Falconi era stato arrestato a Napoli quattro giorni prima, il 25 maggio; scarcerato e rimesso in libertà provvisoria 15 giugno successivo. Dal dispositivo della sentenza della 2 ª Sezione del Tribunale penale di Campobasso datata 13 luglio del 1932, che lo condannerà per appropriazione indebita ad un anno di reclusione e al pagamento di 2.000 £ di multa, si legge: «Il Falconi nel periodo 1924-1928, si sarebbe appropriato in danno della banca delle somme affidategli a causa del suo ufficio per l'ammontare di 179.087 £ sui conti dei depositi e risparmi, sugli importi inviati dai corrispondenti nonché sugli effetti incassati omettendo tale somma in proprio profitto ed occultando inoltre le proprie malversazioni mediante fittizie registrazioni ed omettendo di registrare il denaro incassato». A complicare le cose vi è anche un risvolto privato: Costantino Castiglione è il cognato di Giuseppe Falconi, ne ha sposato la sorella Vittoria, morta giovanissima a ventotto anni nel 1892. Nella sentenza del Tribunale si dà atto a Castiglione della integrità di comportamento in ragione del suo ufficio nonostante il legame familiare. Gli ammanchi totali e le passività procurate dal cassiere infedele furono colmate attraverso proventi rivenienti dalla vendita dei terreni di Falconi, versamenti degli amministratori della Banca, concessione di mutuo ipotecario alla signora Ida Pitassi Mannella, moglie di Falcone, garantito su un terreno sito nell'agro di Foggia, località Stornara, e dalla garanzia ipotecaria di 61.000 £ iscritta sulla casa di Capracotta del cassiere valutata 85.000 £. L'escussione di questa garanzia sarà un vero tormento per i liquidatori della Banca. Siamo nel '29, l'economia americana sperimenta la crisi economica che caratterizzerà la storia del Novecento. Si succedono una serie di fallimenti bancari. Il parallelismo con l'attualità è puntuale. In Italia entra in crisi il modello della cosiddetta "banca mista", il perverso intreccio tra banca e industria che aveva prodotto tra le sue vittime eccellenti la Banca italiana di Sconto, fallita nel 1921. Di lì a poco gli effetti della Grande Depressione americana si faranno sentire anche nelle economie locali. Il Meridione d'Italia non farà eccezione. Allora come ora vale la regola che se entra in crisi la finanza ne soffre persino l'agricoltura. La vicenda Falconi infligge un primo duro colpo alla sopravvivenza della Banca. Castiglione lo comprende e decide di agire. Il 14 novembre del '29 indirizza al direttore del Banco di Napoli una missiva in cui di fronte alle difficoltà crescenti di fronteggiare il ritiro dei depositi e nell'intento di conservare l'istituto locale «magari sotto altra forma», propone l'assorbimento della Banca di Capracotta da parte del Banco. Castiglione è consapevole che questa è l'unica strada praticabile per preservare la sopravvivenza della Banca. Consapevole e ben informato, aggiungo io, nel rivolgersi al Banco di Napoli. Il 17 luglio del '29 era stata costituita la Società anomina per azioni Banca agricola commerciale del Mezzogiorno, l'Agricom come verrà chiamata. Tra gli azionisti vi era il direttore generale del Banco di Napoli, Giuseppe Frignani, ideatore del progetto. L'oggetto sociale venne identificato «nell'esercizio del credito per favorire lo sviluppo dell'agricoltura» ma, qualora fosse stato necessario, «acquisire partecipazioni in istituti di credito locali». L'azione dell'Agricom si sviluppò proprio sul terreno delle acquisizioni di banche locali in crisi sia rappresentando un'ancora di salvezza per molti centri desiderosi di sostegno finanziario che assicurando la tutela dei depositi e dei risparmi di tante famiglie. In sette anni di attività l'Agricom assorbì o acquisì la totalità del pacchetto azionario di ben otto istituti tra cui la Banca popolare di Alfedena e la Banca popolare di Caiazzo. L'Agricom ebbe un ruolo attivo anche nella liquidazione della Banca popolare di Campobasso, finanziando gli acquirenti delle attività dell'Istituto. La richiesta non ebbe seguito. Vani anche i tentativi successivi di approcciare il Banco di Roma; rigettata, dalle autorità di vigilanza sul credito, l'istanza di trattative con la Cassa di Risparmio marrucina di Chieti. Nei tredici mesi e dieci giorni di sua permanenza alla direzione della Banca, Castiglione realizza che lo stato di dissesto in cui versa la Banca non sia da attribuirsi solo alle malversazioni di Falconi. A più riprese tra il novembre e dicembre del '29 denuncia alla Prefettura di Campobasso, nonché all'Assemblea della Banca, affinché «le comode tolleranze non passino allo stato di dimenticanza con l'impunità di coloro che tengono mano a questa deplorata incoscienza», il disordine contabile dei rapporti tra Banca e Comune di Capracotta. Si apre un nuovo fronte sulle cause del dissesto. Facciamo un passo indietro. Il 16 ottobre del '28, Giuseppina Monaco moglie del defunto esattore Salvatore Di Tella, cede alla Banca il servizio di esattoria e tesoreria comunale. Nel contratto vi è la condizione che la vedova abbia la responsabilità della tenuta conti per il solo anno '26, comprensibile visto che il marito muore il 27 gennaio del '27. Per gli anni 1927 e 1928 risponde la Banca. Dai registri della Banca risultava un attivo di 50.910,30 £ verso il Comune. Nella contabilità comunale la Banca risultava, invece, debitrice di 26,611.19 £. I conti non tornano: in contestazione vi sono niente di meno che 77.521 £. Le denunce di Castiglione vennero di fatto "insabbiate" a livello provinciale. Per contro, nell'Assemblea della Banca tenuta il 2 dicembre del '29, Alfredo Conti prendeva la parola per difendere la correttezza di Gregorio Conti, podestà di Capracotta nonché vicepresidente della Banca, chiamato in causa dalle denunce di Castiglione. Nel verbale si legge che «l'Assemblea, venuta a conoscenza delle insinuazioni lanciate dal Castiglione all'indirizzo di Gregorio Conti, rendendosi interprete dei sentimenti della popolazione, riafferma intera fiducia, stima e devozione verso il Regio Podestà». Della denuncia di Castiglione circa il «caotico sistema di contabilità e relativi sbilanci contabili», vi è conferma nella relazione di Umberto Marzullo di Pasquale, uno dei ben cinque commissari che si succederanno alla guida della liquidazione della Banca. Lo scontro fu duro, personale, ed ebbe strascichi giudiziari. Breve considerazione: questi uomini che si erano anche duramente "combattuti" in vita, riposano nel nostro cimitero gli uni a poca distanza dall'altro. Ironia della storia toccherà ad un altro Castiglione, Filiberto, classe 1889, figlio di Costantino e Vittoria Falconi, il 26 luglio del 1938, in qualità di podestà, concordare una transazione e risolvere il contenzioso tra Banca e Comune. Venute meno le ipotesi di aggregazione o assorbimento da parte di altro istituto e fallito un ultimo disperato tentativo di ricapitalizzare la Banca, il 30 ottobre 1932 viene convocata un'assemblea straordinaria presieduta da Alessandro Campanelli, con all'ordine del giorno la messa in liquidazione e la nomina di un commissario. In apertura di seduta l'Assemblea commemora Tommaso Conti, ex presidente della Banca, morto il 13 agosto dello stesso anno. L'Assemblea non può che prendere atto dello stato dissestato della Banca e approvare l'ordine del giorno. Si chiude una pagina ma il calvario delle famiglie che aspettano di riavere i loro risparmi è solo agli inizi. Non si trova l'accordo sul nome del commissario. L'Assemblea si aggiorna al 2 novembre successivo, quando viene nominato Vincenzo Ianiro fu Giovanni. Durata della liquidazione: 3 anni. L'Assemblea si orienta verso una soluzione "interna": Ianiro, oltre che aver fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Banca, è stato anche per un certo periodo dipendente. La scelta non sarà delle più felici: Ianiro non garantisce con la sua attività quella imparzialità necessaria al ruolo. Passano invano, ai fini della liquidazione, più di tre anni. L'8 marzo del 1936 viene nominato Carlo Monaco di Giovanni nuovo liquidatore. Il 21 gennaio del '37, Monaco redige una relazione sullo stato finanziario della Banca: il passivo supera di ben 228.837 £ il valore dell'attivo stimato in 337.094 £. Il capitale sociale di 100.000 £ era quindi perduto; rimanevano 128.837 £ di passivo che avrebbero prodotto una perdita stimata del 29% sui depositi a risparmio. Il 19 febbraio del 1937, l'organo di vigilanza presso la Banca d'Italia nomina Umberto Marzullo fu Pasquale, segretario presso il Comune di Capracotta, nuovo liquidatore; sarà affiancato da un comitato di sorveglianza composto da Giovanni Paglione fu Francesco, Oreste Ianiro fu Antonio e da Amerista Di Lucente. Il 6 marzo 1937 arriva il decreto di revoca all'autorizzazione per l'esercizio del credito a firma di Mussolini, capo del Governo, controfirmato in pari data dal governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini. Il 2 agosto 1938 viene formalizzato l'incarico ad un nuovo liquidatore: Domenico D'Onofrio fu Feliceandrea, avvocato in Agnone. Marzullo lascia perché nominato ragionere capo al Comune di Velletri. Nel mese di agosto dello stesso anno si dimetteranno dal Consiglio di Sorveglianza Amerista Di Lucente e Giovanni Paglione, quest'ultimo per motivi di salute, sostituiti da Gregorio Giuliano di Eugenio e da Ermanno Santilli fu Ruggiero. Per avere un primo atto concreto di risarcimento verso i depositati della Banca si deve attendere il 1° febbraio del 1939, quando il Comitato di Sorveglianza autorizza la distribuzione di un primo riparto del 5%. La guerra è alle porte: D'Onofrio viene richiamato alle armi. Otterrà un primo rinvio ma poi dovrà partire. Anche Ermanno Santilli è chiamato alle armi, così come Gregorio Giuliano, pompiere a Campobasso. Novembre '43: Capracotta brucia. Le speranze di molte famiglie di riavere i lori risparmi rischia di andare in fumo, come le loro case. L'immobile dato in garanzia da Falconi, costituente tra gli attivi della liquidazione, è distrutto perché bruciato dai tedeschi. L'avv. Nicolino D'Onofrio, omonimo del liquidatore, legale della Banca muore durante il bombardamento di Isernia, con lui vanno perse tutte le pratiche, gli atti e i titoli creditori. Anche tutta la documentazione della Banca va distrutta, compresa la lista dei depositanti che aspettano ancora di essere rimborsati da quel che resta della liquidazione. Fortunatamente, copia della stessa era in possesso della Banca d'Italia di Campobasso, a loro inviata in occasione del primo riparto. L'8 maggio del 1948 D'Onofrio si dimette da liquidatore: ha conseguito la nomina a notaio e dovrà trasferirsi. Il 23 novembre dello stesso anno viene nominato Giuseppe Marinelli fu Giovanni, avvocato in Agnone. Marinelli riesce finalmente a liquidare gli attivi della Banca: ottiene lo smobilizzo dei titoli a garanzia e a liberare l'ipoteca sulla casa Falconi che nel frattempo era stata ricostruita. Per la cronaca, dopo una serie di vicissitudini, l'ipoteca sulla casa fu riscattata dallo stesso ex-cassiere. Il 23 aprile del 1950, il Comitato di Sorveglianza, su proposta di Marinelli, delibera l'ammontare totale del riparto ai creditori nell'ordine del 20%. La somma da ripartire è 79.104 £: una beffa per i depositanti. Ecco perché all'inizio ho parlato di storia amara. A Costantino Castiglione fu risparmiato di assistere a questo epilogo: era morto nel maggio del '43. La sua tomba sbiadita, quasi cancellata, nel cimitero di Capracotta, non rende omaggio ad un uomo che, per come l'ho conosciuto ricostruendo questa storia, mi ha emozionato per coraggio e determinazione nel difendere la causa della Banca. Mi permetto di onorarlo dedicandogli questo scritto visto che, tra l'altro, proprio in occasione dello sgombero per lavori della sua casa, Antonio Vizzoca recuperava alcuni indizi di questa vicenda. In questo ritrovamento vi ho voluto scorgere un segno: l'unica licenza che mi sono concesso nel ricostruire questa vicenda. Mastr'Antonio, in una mattina di dicembre di oltre quattro anni fa, mi affidò questi indizi ed io promisi che me ne sarei occupato. Ho provato ad onorare questa promessa e spero di esserci riuscito. Se così non fosse, la responsabilità è solo mia. Incoronato Sammarone Fonte: I. Sammarone, La Banca di Capracotta: storia di un dissesto , in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • I casalini di Santa Croce

    Cenni storici Il 2 aprile del 1349, un Fra Martino di Agnone, abate di Santa Croce del Verrino, viene confermato priore della chiesa di San Salvatore di Monteformoso dei Padri celestiniani. Nel 1433, secondo quanto afferma Ugo Pietrantonio autore del testo "Monachesimo Benedettino" alla pagina 399, la conventualità pare essere cessata. Si ha la conferna dell'esistenza e del sito di Santa Croce da due carte topografiche del 1700 che riportano sia la posizione di un piccolo insediamento urbano, definito «Casalini di Santa Croce», e dei resti di una chiesa. Un'ulteriore conferma del sito si trova in una carta topografica del 1815 che rappresenta il territorio del Comune di Capracotta con i confini e la toponomastica più importante. Relazione sul sopralluogo Per raggiungere il sito di Santa Croce del Verrino, da Capracotta è necessario percorrere la strada comunale che porta al Parco fluviale del Verrino. Dopo aver percorso circa 3 km. si giunge nei pressi della casetta di Z' Loll' Farm , dove è stata costruita la nuova Fonte di Santa Croce. Si giunge quindi nella zona in cui, con una certa probabilità, erano presenti sia i casalini di Santa Croce che la chiesa stessa come si evince dalle suddette carte topografiche. Dalla ricognizione effettuata sul posto non sono state trovate eclatanti conferme. L'unica vera conferma è la posizione della vecchia sorgente di Santa Croce, che è situata a monte della strada che conduce in contrada Fonte della Lama. I casalini, probabilmente, dovrebbero trovarsi subito a valle della nuova fonte. Michele Carnevale , Sebastiano Conti e Pasqualino Potena Fonte: https://www.capracottatracking.com/ , 12 dicembre 2010.

  • Gli ex feudi della Duchessa di Capracotta

    In contrada Macchia esiste la Fonte del Duca, un "nobile" fontanile, tra i più distanti dall'abitato di Capracotta, dirigendosi ad est, il cui nome è dovuto al fatto che si trovava all'interno dei possedimenti del Duca di Capracotta. Grazie a due piante topografiche redatte il 31 ottobre 1812 dagli agrimensori Saverio Pulcino e Matteo Mascioli, siamo in grado di aggiungere ulteriori dettagli storici, geografici e toponomastici. La prima cartografia descrive, con dovizia di particolari, gli «ex feudi di Cannavina, Cannavinello, Macchia, Ortojaniro e Guastra di proprietà della Duchessa di Capracotta», la cui realizzazione è diretta conseguenza delle leggi napoleoniche che, al fine di abbattere la feudalità, portarono a una nuova divisione dei demani. L'intendente provinciale incaricato della ripartizione era Biase Zurlo ( qui ), il cui lavoro implicava due operazioni distinte: la prima consisteva nel dividere le terre ex feudali tra baroni e comuni con lo scioglimento delle promiscuità, ossia la ripartizione dei demani tra comuni limitrofi e il ripristino dei confini modificati dalle usurpazioni; il secondo riguardava la divisione in quote delle terre spettanti a ciascun comune e la loro assegnazione ai richiedenti. Per quanto concerne Capracotta, i territori da ripartire e da riassegnare erano detenuti da donna Maria Angela Rosa de Riso dei Baroni di Carpinone, che li aveva ereditati dal marito Carlo Capece Piscicelli, 6° Duca di Capracotta, morto il 23 settembre 1799. La porzione di territorio in suo possesso era piuttosto ampia e comprendeva 6 feudi, 2 dei quali interamente boscosi (Cannavina e Cannavinello). Il feudo più esteso era quello di Orto Ianiro (1.382 tomoli), seguito da Macchia (1.333), Guastra (1.011) e Difesa di Guastra (207). In questa vasta fetta di territorio - che proprio in virtù delle leggi di eversione della feudalità appartiene oggi al Comune di Capracotta - ricadevano alcune fonti che ancor oggi gettano acqua ed altre che evidentemente non esistono più. Tra le prime vi sono: Fonte Ariente; Fonte Cupello; Fonte dell'Eremita; Fonte del Forno; Fonte della Gravara; Fonte Guagnarda; Fonte della Lama; Fonte dei Pezzenti; Fonte di S. Giovanni. Bisogna precisare che quella che chiamiamo Fonte Cupello era allora segnata come Fonte delle Cupelle, probabilmente dal latino cupella , che significa "piccolo vaso". Diverso il discorso per la Fonte Ariente, che nel 1812 si chiamava Fonte d'Argenzio, forse in onore di quel nobile casato capuano, il cui discendente Decio d'Argenzio, nel 1582, era stato «Capitano d'Infanteria sotto 'l Colonnello D. Francesco Carafa». Questa fonte si trova al di sotto della Gravara, termine prelatino ( grava ) che sta per "ghiaieto". Grazie al lavoro degli agrimensori Pulcino e Mascioli scopriamo poi alcune fonti di cui ignoravamo l'esistenza, come: Fonte del Colle Bell'Apete; Fonte dello Iaccio del Bove; Fonte del Lupo; Fonte del Meluccio; Fonte del Pisciariello; Fonte di S. Maria; Fonte del Trocco di Lemme; Fonte del Tremolizzo; Fonte della Vallecona; Fonte della Veticara; Pescara; Pozzo d'Incagno. Mancano all'appello la Fonte della Cannavina, la Fonte di Guastra, la Fonte di Jennaruccio e la Fonte del Passo della Regina, messe in opera nella prima metà del XX secolo. Per quanto riguarda i casalini di Guastra e Macchia, vengono indicati i cosiddetti «Molini del Duca» nel punto più depresso del territorio capracottese (796 m.s.l.m.), sulle sponde del Verrino, e una grande «Massaria della Macchia» in prossimità della Fonte di S. Maria, da cui si dipartiva la strada per Agnone. La dedicazione di una fonte alla Madonna fa pensare che l'antico feudo di S. Maria Caprara fosse probabilmente situato nelle vicinanze. La seconda cartografia mostra invece i 3 feudi meridionali di «Monteforte, Paduli e Ospidaletto», anch'essi di proprietà della Duchessa di Capracotta, il più esteso dei quali è ovviamente Monteforte (1.474 tomoli), a cui è accorpato Paduli, seguito dall'Ospedaletto (838). Anche in questo caso leggiamo di fonti svanite nel nulla e di altre tuttora esistenti, come ad esempio: Fonte dell'Acqua Nera; Fonte del Galluccio; Fonte dell'Ospedaletto; Fonte delli Prati; Fonte della Terravecchia; Lago Spadone. Una delle cose sorprendenti contenute in questa seconda carta sta nei toponimi andati perduti e che sarebbe interessante recuperare, sia in chiave narrativa sia in vista di una nuova sentieristica dal sapore archeologico. I due agrimensori hanno infatti indicato 7 fonti supplementari di cui s'è persa memoria e posizione: Fonte del Padulone; Fonte della Parchesana; Fonte di Pietra Campanile; Fonte di Pietra Pomponio; Fonte della Pignatara; Fonte di S. Simmaco; Fonte Vecchia. L'unica fonte a restar fuori è quella della Morgia, che probabilmente ha sostituito nel nome la Fonte della Parchesana. Tuttavia un altro elemento che attira la nostra attenzione è la «Terra diruta dell'Ospedaletto», che pare far coppia con la «Terra diruta di S. Nicola» presente sulla prima mappa, in un continuum spazio-temporale che ci porta dritti alle escursioni storico-letterarie ( qui ) sul territorio capracottese che abbiamo incominciato l'anno scorso alla ricerca di nuove tracce e di nuove interpretazioni in grado di chiarire remoti irrisolti dilemmi... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Coronelli, Biblioteca universale sacro-profana , libro IV, Tivani, Venezia 1703; D. D'Andrea, Sul filo della memoria , a cura di V. Di Nardo, Capracotta 2016; M. De Giovanni, Molise , Pacini, Pisa 2003; F. Jovine, Il Molise , in Touring Club Italiano, Abruzzo e Molise , vol. XIV, Bertieri, Milano 1948; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43

    L'aver collegato il tema dell'Unità d'Italia con la cerimonia di assegnazione della Medaglia di Bronzo al Merito Civile a Capracotta, in riferimento ai drammatici eventi del settembre-novembre 1943, che portarono alla distruzione del nostro paese, assume un preciso interesse storico. Talvolta, infatti, ed è questo un caso, gli avvenimenti della storia locale consentono una riflessione critica sulla nostra storia nazionale, che si delinea con connotati specifici a partire dall'unificazione territoriale e politica, ovvero dalla nascita dell'Italia come Stato-Nazione. Fatta questa premessa, è necessario soffermarsi su alcune particolarità del processo unitario italiano, mai così contestato come in questo 150° anniversario da parte di taluni che, in forme ed in modi spesso semplicistici, attribuiscono allo Stato nato dal Risorgimento buona parte dei mali attuali dello Stato italiano. Per affrontare un tema davvero ampio in forma chiara, e necessariamente sintetica, conviene porsi alcune precise domande storiche, che sono: come è nato il Regno d'Italia? Che carattere ha avuto il processo risorgimentale? E ancora, quale forma ha assunto lo Stato unitario? E infine, qual è stato il suo sviluppo storico in questi 150 anni? Quali le sue prospettive future? Tenendo conto di un dato storico di partenza, ossia del fatto che il processo unitario è stato il frutto dell'incontro tra garibaldinismo e statualità sabauda, si può avviare la riflessione mettendo a fuoco tre aspetti. Bisogna considerare, innanzitutto, che l'evento si è rivelato straordinariamente rapido: dall'inizio della II guerra di indipendenza (aprile 1859) alla conclusione della Spedizione dei Mille (ottobre 1860), passa poco più di un anno; ciò ha condizionato le modalità con cui si è compiuta l'unificazione, non previste dai suoi stessi artefici. I governi provvisori, nati dalle insurrezioni nei Ducati e nelle Legazioni pontificie all'indomani dello scoppio della guerra, chiesero l'annessione al Piemonte, sancita dai plebisciti del marzo 1860. La Spedizione dei Mille, che nasceva da un rinnovato entusiasmo mazziniano per un'iniziativa democratica nel Sud e che poteva risultare vincente, fu supportata da Cavour con l'intervento militare e con l'azione governativa prevedendo, come di fatto fu, l'annessione di tutte quelle regioni italiane che ne avessero fatto richiesta attraverso i plebisciti. Tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre 1860, il Mezzogiorno, le Marche e l'Umbria entrarono a far parte del Regno d'Italia. Il 17 marzo 1861 il primo parlamento italiano proclamava Vittorio Emanuele II re d'Italia «Per grazia di Dio e per volontà della nazione», formula compromissoria (a cui non si giunse facilmente) che sintetizzava nella prima parte, "per grazia di Dio", l'azione delle forze conservatrici e nella seconda, "per volontà della nazione", l'azione di quelle liberali. In secondo luogo, il processo di unificazione ha dato l'avvio ad un organismo assolutamente nuovo e straordinario nella storia italiana, diverso cioè da qualsiasi formazione politica italiana antica o medievale, ovvero uno Stato monarchico-costituzionale. Uno Stato tipicamente moderno che colmava, alfine, il divario che esisteva tra gli antichi Stati preunitari e l'Europa. La nascita di uno Stato siffatto, dello Stato nazionale italiano, e veniamo così all'esame del terzo aspetto, fu determinata dalla combinazione di due tendenze ideologiche diverse, ma alla fine complementari. L'Unità fu concepita sulla base del disegno liberal-moderato di Cavour, che prese forma nel contesto della statualità sabauda, e fu resa possibile dalla garibaldina Spedizione dei Mille. Garibaldi consegnò l'Italia meridionale a Vittorio Emanuele II, ma questo non significa affatto che si possa parlare del Risorgimento come di una conquista regia. L'Unità fu preparata da un ampio moto di opinione pubblica, che coinvolse strati sociali dinamici e attivi, seppure minoritari. Intellettuali, studenti, borghesia produttiva concepirono l'Unità come la necessaria precondizione di uno sviluppo economico e sociale che avrebbe fatto dell'Italia una nazione moderna. In ogni caso, le particolari modalità per mezzo delle quali si pervenne all'Unità hanno influenzato la vicenda storica della nazione nei decenni successivi, ed alimentato un dibattito interpretativo che ancora perdura. Certamente una delle analisi più interessanti e significative del processo risorgimentale è stata quella di Antonio Gramsci, contenuta nei "Quaderni dal carcere". I democratici non assunsero la guida del movimento perché non sostennero nei loro programmi la riforma agraria, che avrebbe invece coinvolto le masse popolari. La posizione di Gramsci è stata messa in discussione da Rosario Romeo, il quale, dati alla mano, ha dimostrato che la riforma agraria non avrebbe consentito lo sviluppo del Paese. Ovvero l'accumulazione del capitale necessario per la creazione di strutture produttive ed infrastrutture moderne, indispensabili per il decollo industriale e per il superamento del gap italiano rispetto alle altre nazioni europee. La storia del Paese, nell'età del liberalismo classico, è stata contrassegnata da contrasti sociali molto forti, che sono divenuti acutissimi tra la fine dell'800 e gli inizi del '900. Nel periodo giolittiano, la classe dirigente riesce in parte ad esaudire le richieste di estensione di diritti e di partecipazione delle grandi masse. All'indomani della Grande Guerra, tuttavia, lo Stato liberale non appare più in grado di fronteggiare la gigantesca mobilitazione sociale che il conflitto ha generato, e crolla infine sotto i colpi che gli infligge il fascismo. Il regime fascista, inseguendo l'utopia della costruzione della nuova Italia e dell'uomo nuovo, si attribuì la titolarità dell'idea di patria e finì con l'identificare la nazione stessa con il fascismo. In questo modo, l'ideale risorgimentale e liberale della "patria degli italiani" venne sostituito dalla "patria dei fascisti", e ciò significò che il vincolo sacrale di "patria e libertà" fu spezzato. Ma è con l'armistizio dell'8 settembre '43, con l'Italia tagliata in due e la presenza di due Stati nella penisola, che il "comune sentire", il sentimento di appartenenza alla nazione, andò definitivamente in frantumi. La ricomposizione di tale sentimento fu affidata alla Costituzione repubblicana, che ha promosso una forma di patriottismo costituzionale ed ha affermato principi e valori che ne palesano la discontinuità rispetto allo Statuto Albertino. Assicurando taluni importanti diritti sociali, tra i quali spiccano il diritto allo studio e il diritto alla salute, che sono divenuti patrimonio comune di tutti gli italiani, la Costituzione è stata in grado di promuovere un reale e unitario progresso civile. Per farsi un'idea di questa grande trasformazione, basti considerare alcuni dati. Lo Stato nato nel 1861 contava 22 milioni di abitanti, per la stragrande maggioranza contadini poveri, con un'aspettativa di vita media intorno ai 40 anni e con un tasso di analfabetismo del 90%. Oggi, i 60 milioni di italiani sanno, per il 99%, leggere e scrivere; vivono mediamente 80 anni e per il 95% non sono addetti all'agricoltura. Sono dati tratti da un articolo di Emilio Gentile, apparso sul Corriere della Sera del 13 marzo 2011, e sono davvero emblematici. I passi da gigante compiuti dall'Italia non devono tuttavia far dimenticare la drammatica crisi che attraversa il Paese, dovuta all'occupazione dello Stato da parte dei partiti e alla dissipazione delle risorse pubbliche. È forse quella stessa criticità che già Aldo Moro, alla fine degli anni '60 e del "boom" economico, aveva avvertito in tutta la gravità della sua minaccia. Il fatto è che allora lo Stato nazionale sembrava godere di ottima salute, mentre ora attraversa uno dei passaggi più difficili dell'intera storia repubblicana. È allora legittimo chiedere alla classe dirigente un grande sforzo unitario, per superare di slancio la crisi che attanaglia il Paese e ricomporre il sentimento dell'unità nazionale con il senso dello Stato, in cui la stessa unità si concretizza. Maria Rosaria Di Nucci Fonte: M. R. Di Nucci, Dall'Unità d'Italia ai tragici eventi del '43 , in «Voria», V:1, Capracotta, dicembre 2011.

  • Incontaminate bontà

    Fa un freddo cane a Capracotta. I tornanti della strada ci spingono sopra i 1.420 metri, nel secondo Comune più alto dell'Appennino. Quassù d'inverno si pratica lo sci da fondo tra silenziosi boschi di faggi e abeti bianchi, ma la sera tutti rintanati in taverna o al calduccio di casa. Noi, a tentoni nella nebbia, ci rifugiamo accanto al camino dell'Elfo, accolti dallo chef Michele Sozio e dalla moglie Franca. La cena è istruttiva sul viaggio appena cominciato: una saporita zuppa di lenticchie di Capracotta con patate e cicoria selvatica; delicati ravioli con mousse di stracciata locale, granella di pistacchi, pomodorini confit e gocce di basilico; a chiudere una gustosa "pezzata", piatto della transumanza, un mix di bocconcini di pecora in brodo, saporiti e morbidissimi, che Sozio fa con le parti nobili dell'animale. Il freddo ora ci fa un baffo. L'indomani andiamo a Pescopennataro, ancora avvolto tra le nuvole siderali di gennaio; un colpo d'occhio incredibile. Il paese degli scalpellini, tradizione mantenuta ormai da un solo giovane, si affaccia sulla valle del Sangro attirando nei suoi giorni migliori scalatori coraggiosi pronti ad agganciarsi come ragni alle pareti naturali a strapiombo. Una manciata di km. e saltiamo sull'altra "sponda" dell'Agnonese-Medio Sangro, terra di confine che ricade in due regioni, l'Abruzzo e il Molise. La buona sosta successiva - dopo aver sgranato vista e udito davanti alle spettacolari cascate del rio Verde - è a Borrello nel negozio con laboratorio della famiglia Mosca, cercatori e trasformatori con il marchio Rio Verde Tartufi. La signora Vittoria ci racconta che in zona «troviamo il bianco pregiato tuber magnatum pico, tra ottobre e dicembre, e il nero scorzone tra maggio e settembre». Ma solo tartufi "naturali", poiché non ci sono tartufaie e campi micorizzati. Il nero cresce sotto i cespugli di ginestre, il bianco tra pioppeti e faggete, trovando condizioni ottimali in un ambiente incontaminato. Lasciata Borrello arriviamo a Rosello, il cui sindaco è lo scrittore Federico Moccia (sì, proprio lui, l'autore di "Tre metri sopra il cielo", il best seller dei liceali 2.0). Fortuna che non ci sono ponti da "lucchettare" e neanche ragazzini "stile ponte Milvio", Roma. L'attrazione di Rosello è piuttosto la riserva di abeti bianchi, un angolo di Scandinavia tra Abruzzo e Molise. Ci guida alla scoperta di questo mondo misterioso il direttore del centro di documentazione, Mario Pellegrini. Avanzando su un letto di foglie e neve tra il canto degli uccelli, il suono del torrente Turcano, le impronte fresche di caprioli, cervi e lupi, dopo la lunga camminata siamo al cospetto di sua maestà l'abete bianco. La fatica è ripagata da alberi maestosi, bellissimi, addossati l'uno all'altro, il più alto (forse d'Europa) di 54 metri. La passeggiata ha stuzzicato anche l'appetito, giusto in tempo sulla strada per Roio del Sangro, il "paese dei cuochi di famiglia", dove ci attende la cucina genuina della cuoca Vincenzina Annecchini, che guida la trattoria Sangri Là, nascosta in una sala interna dell'unico bar di Roio. Piatto d'esordio? Una minestra di sagne "appezze" al pomodoro. Poi rincorsa energetica con un assaggio di sagne "andremap", sempre di farina integrale ma condite con ricotta di capra, cicoria passata in padella, pecorino grattugiato di Capracotta e peperoncino secco. Chiudono in trionfo le delicate "pallotte cacio e ova al sugo". Roio è uno di quei posti dove non si arriva per caso, lontano com'è da ogni strada di passaggio. Ma Enrico Cese, lasciata Roma, vi si è trasferito con la moglie Rosaria - e il figlioletto Elia - per produrre ottimi formaggi artigianali, caprini e caciotte con il latte che il papà Enrico, ex cuoco di famiglia, munge nell'allevamento di capre (incroci di maltesi, alpine, camosciate e ioniche). «Vogliamo fare una piccola produzione di qualità, senza l'uso d'abbattitori, come avviene nelle malghe di montagna con il latte di animali munti a mano, ogni mattina», racconta Enrico con la passione di chi ha fatto una scelta importante. Certo non potevamo lasciare i pascoli di queste vette senza provare gli ottimi formaggi locali. E così, tornando verso Capracotta, facciamo sosta allo Scamorzaro - un nome, una promessa - che ci propone anche salsicce di cotechino, salumi e un'accogliente trattoria. A Capracotta, invece, c'è il caseificio Pallotta, che fa scamorze, stracciate, pecorino e il caciocavallo "macchione": 18-20 kg. di sapore intenso leggermente piccante, stagionato 15 mesi in grotta. Ultima tappa Agnone, paese di chiese, campane, dolci e grandi formaggi. Ne sa qualcosa Franco Di Nucci, che guida il caseificio con i figli Serena, Antonio e Francesco, undicesima generazione. Il latte crudo degli alti pascoli molisani è trasformato a mano in pasta filata. Tra i freschi troviamo ricotta e stracciata (una striscia di mozzarella ripiegata e tagliata). Tra gli stagionati una serie di caciocavalli da 60 a oltre 180 giorni di riposo. E poi il curioso cacio-salame, un salame nascosto in un formaggio fallico, "inventato" negli anni '50 per conto di un emigrante che - poi si scoprì - lo usava per aggirare i divieti d'importazione degli Usa dei derivati di maiale. Non è un caso se Di Nucci fornisce anche il Vaticano: da secoli il paese di Agnone produce campane di bronzo per le chiese di tutto il mondo. Ma suore e preti non sono da sempre ottime forchette? Massimiliano Rella Fonte: M. Rella, Incontaminate bontà , in «Alice Cucina», VIII:1, Roma, gennaio 2015.

  • Tempi di guerra: l'incontro con i tedeschi a Capracotta

    Mentre i giorni sempre più tiepidi dell'estate del 1943 lasciavano presagire l'imminente arrivo dell'autunno, mio padre Giuseppe, allora diciassettenne, insieme ai genitori Alfonso e Lida, s'incamminava da San Pietro Avellana verso il luogo che da quel momento in poi, e precisamente fino al termine del conflitto mondiale ed alla ricostruzione postbellica, sarebbe stato un sicuro rifugio per la famiglia: la masseria in località Pezzamurata, territorio quasi a metà strada tra il paese natio e Capracotta. L'edificio sorgeva all'interno di un'ampia tenuta, retaggio dell'eredità del suo avo paterno, D. Peppe d'Alena, barone di Vicennepiane. Con loro erano lo zio materno Edoardo Carugno, ed un'altra zia, Olga Carugno (di Saverio), cugina della mamma, insieme a sua figlia Bruna d'Alessandro. Il trasferimento alla masseria fu determinato dalla necessità di allontanarsi dal paese, perché la presenza dei militari era diventata preoccupante, ma anche perché in quel periodo i tedeschi avevano dato il via ad una campagna di rastrellamento di tutti gli uomini abili al lavoro, che venivano "tradotti" oltre la linea del fiume Sangro, e utilizzati come manodopera per approntare trincee e postazioni difensive. Era pertanto opportuno evitare ogni tipo d'incontro con il "nemico", soprattutto per Giuseppe, giovane nel pieno vigore delle forze. Occorreva, però, anche rimediare il necessario per la sopravvivenza quotidiana, e questo lo costringeva a continue, prudenti visite a Capracotta, patria dei nonni materni, Pietro Carugno e Ernestina Antinucci. Un giorno, sulla strada del ritorno, in compagnia dello zio Edoardo, dopo una breve sosta alla chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto, cui aveva affidato una preghiera e donato dei fiori di campo, giunse alla biforcazione che si trova ai piedi del paese, dove le due strade, una a monte e l'altra a valle, si dividono per ricongiungersi al bivio prospiciente l'impianto di risalita di Monte Capraro. All'epoca in cui si svolsero i fatti, esisteva solo la strada a valle, carrabile e non asfaltata, mentre quella che portava in alto sulla collinetta era una semplice scorciatoia, percorribile a piedi o a dorso d'animale. Prudenza e buon senso suggerivano di utilizzare quest'ultima perché permetteva una discreta copertura e al tempo stesso offriva un posto d'osservazione privilegiato per scorgere in lontananza l'eventuale sopraggiungere di pattuglie di controllo in zona. Appena giunti sulla cima della collinetta udirono distintamente il rumore di mezzi in avvicinamento, segno inequivocabile che un'intera colonna motorizzata stava per transitare proprio sotto di loro. Quindi si appostarono in modo tale da poter osservare senza essere visti, e dopo pochi minuti scorsero la colonna di mezzi pesanti, preceduta da lunghe fila di motocicli con il caratteristico sidecar che procedevano piuttosto distanziati gli uni dagli altri. Provenivano da sud, risalendo la strada che sale dal bivio di Staffoli. Erano appena transitate le prime due motocarrozzette che aprivano il convoglio, quando una terza, con due militari a bordo, affrontò scorrettamente la curva a gomito, cadendo rovinosamente nella scarpata sottostante. L'incidente era reso più drammatico dal fatto che la distanza intercorrente tra il passaggio di un sidecar e l'altro, era tale da rendere impossibile agli altri militari del convoglio di avvedersi di quanto accaduto ai loro commilitoni, che pertanto rischiavano di rimanere senza soccorso. In quel momento in Giuseppe si scatenò una battaglia di sentimenti contrastanti; da un lato il turbamento provocato dal fatto che il suo intervento poteva essere decisivo per salvare la vita dei due malcapitati, dall'altro il timore di essere catturato e avviato, come tanti altri, di là delle linee difensive tedesche. Intanto dal punto in cui i due erano precipitati, non perveniva alcun rumore, né voce, né tantomeno si percepiva il benché minimo movimento. In un attimo Giuseppe decise che non poteva restarsene lì a guardare; scese rapidamente il pendio, scivolando di tanto in tanto, senza sapere ancora bene come avrebbe potuto soccorrerli; giunto sulla strada vide arrivare un'altra motocarrozzetta militare facente parte della colonna, e agitando le braccia riuscì a farla fermare. Sempre a gesti, riuscì a far comprendere ai tre tedeschi, cosa era accaduto. Due di loro dopo aver guardato dal ciglio della strada e scorto i loro camerati, si apprestarono a raggiungerli. Trascorsero alcuni minuti durante i quali il terzo militare parlò concitatamente alla radio e al sopraggiungere degli altri mezzi, gli fece cenno di proseguire. Giuseppe si rese conto che la sua presenza non era più necessaria e pensò che fosse meglio riguadagnare il vantaggio risalendo il pendio dal quale era pocanzi disceso. Tuttavia l'arrampicata non fu facile; si procedeva molto lentamente, rischiando di scivolaree precipitare in basso. Per di più ora al rumore dei motori si erano aggiunte le grida dei soldati tedeschi, che Giuseppe non capiva, ma percepiva dirette a lui. Ad un tratto vide che anche lo zio, con estrema difficoltà, cercava di calarsi per aiutarlo a salire più rapidamente. Furono momenti di concitazione e di forte emozione, ma alla fine entrambi riuscirono a riguadagnare la cima e soprattutto la distanza dal pericolo. Si voltarono e guardarono ancora una volta in basso, con un senso di soddisfazione per lo scampato pericolo; videro i tedeschi che agitavano le braccia verso di loro e gridavano ma... con grande sorpresa si avvidero che i loro gesti non erano minacciosi, bensì di saluto e di ringraziamento. Allora anche Giuseppe sollevò la mano dall'alto della collinetta per salutare, e in quello stesso istante si udì la sirena di un'ambulanza che si avvicinava, segno inequivocabile che i militari coinvolti nell'incidente erano ancora in vita, seppur feriti. Prima di allontanarsi per tornare a casa, rivolse lo sguardoverso la chiesetta di S. Maria di Loreto, in segno di saluto e ringraziamento; quindi insieme allo zio riprese la via del ritorno. I gesti gratuiti di amore fraterno, che non tengono conto degli opposti schieramenti, che non guardano al colore della divisa o della pelle, che superano gli ostacoli dei pregiudizi e dei luoghi comuni, sono quelli che più di ogni altro contribuiscono a rendere inequivocabile la dignità e la grandezza della persona umana. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: A. Di Sanza, Tempi di guerra: l'incontro con i tedeschi a Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.

  • Solidarietà dei capracottesi per i terremotati della Marsica

    Nell'inverno del 1915, un violentissimo terremoto sconvolse la Marsica. Avezzano ed altri paesi ne uscirono semidistrutti. A Capracotta venne costituito un Comitato composto dal sindaco Amatonicola Conti, presidente, Giovanni Paglione, Ottorino Conti, Gregorio Conti, Costantino Castiglione, Alfonso Gargiulo (non capracottese), Gianlorenzo Conti, Carmine Sciullo, Saverio Ianiro, Domenico Potena, Giangregorio Carnevale, Salvatore Stabile, Sebastiano Evangelista, Raffaele Policella. Il Comitato organizzò una raccolta di fondi, e due spedizioni di soccorso. La prima spedizione, di cui facevano parte Conti Amatonicola, Conti Ottorino, Paglione Giovanni, Grifa Giovanni e Di Tanna Giovanni, con due autocorriere, messe a disposizione dall'avv. Leonardo Falconi, partì da Capracotta il 20 gennaio, portando ad Avezzano 10 sacchi di pane, coperte nuove, scialli, vestiario. La seconda spedizione partì il 30 gennaio, portando altra roba per il valore di lire 4.000. I capracottesi, oltre ai capi di vestiario, offrirono anche denaro: la somma raccolta fu di lire 1.100. Giambattitsa Carfagna Fonte: G. Carfagna, Note di vita capracottese , Capracotta 1977.

  • Z' Mart'

    Qualche tempo fa ho visto una foto degli anni '40, dove ho riconosciuto quasi tutti i giovanotti presenti, nonostante i volti fossero ben precedenti a quelli che ricordavo, mi meravigliavo invece di non riconoscere un anziano col cappello ed un mantello di panno nero che gli avvolgeva la persona. Cercai di ricordare tutti gli abitanti delle case intorno, ma inutilmente, finalmente un pronipote disse chi era, ed allora fui preso da una serie di ricordi. Era Martire Monaco ru vardar' (bastaio). Nella prima metà degli anni '50, nel paese si parlava di lui sempre con piacevole ammirazione, era infatti uno dei rari che insieme alla moglie aveva superato i novant'anni, nonostante la sua vita non fosse stata facile, era vissuto ai tempi in cui per nutrirsi si ricercava anche l' siv' , il grasso che i macellai scartavano perché non si vendeva. Venne da un paese dove la vita era ancora più difficile che a Frosolone: Capracotta a 1.400 metri sull'Appennino, dove la terra produce solo erba e boschi, con alberi i cui tronchi il vento forte si divertiva a contorcere nei modi più strani, buoni solo per il fuoco. Nelle situazioni impossibili, per sopravvivere viene fuori la capacità di utilizzare quanto si ha a disposizione. Quegli alberi andavano bene per l'ossatura delle varde , rendendole più resistenti di qualunque altra soluzione. Durante i lunghi inverni si lavorava in casa per poi andare a vendere nelle fiere. Qualcuno poi si stabiliva a lavorare dove c'era lavoro e smercio tutto l'anno senza bisogno di lunghi e faticosi spostamenti a piedi. Anche a Pescolanciano conobbi e sono amico di una famiglia soprannominata ru vardar' , il cui capostipite Giu'uann' mi incontrava sempre con un sorriso per raccontarmi la sua vita. Era un vecchietto basso dal corpo robusto, con le gambe un po' storte, procedeva ondeggiando da un appoggio all'altro, i piedi andavano un po' in fuori prima di appoggiarsi al terreno, anche le braccia oscillavano un po' lateralmente. Era simpatico a tutti, la mascotte del paese, si divertiva anche a scendere in campo in pantaloncini, per una partita con quelli che potevano essere più suoi nipoti che figli. L'ho visto a 84 anni partecipare alla campestre del paese col numero attaccato a quella che era più una canottiera che una maglietta. Aveva superato anche brutte disgrazie occorsegli ed era benvoluto da tutti. Tornando al nostro paesano ricordo il mio stupore di ragazzo nell'apprendere che aveva un nome inusuale, Martire, e da allora avevo sempre il dubbio se si dovesse dire Z' Mart' o Z' Mart'r' . Quante volte l'ho visto venire alla bottega del nipote Martucc' dove confezionava, un po' al giorno, la sua varda , oppure aiutava a completarne una già iniziata. talvolta c'era qualche discussione su come era meglio fare l'imbottitura di paglia. C'è un quadro che mi viene sempre più spesso in mente: era una di quelle mattine domenicali quando il tempo cominciava a intiepidirsi ed il sole faceva risaltare il candore dello splendido, innocente marciapiede che ornava il mercato e dava pregio al paese. Sotto le acacie della loggia mio padre e Z' Mart' convesavano, io intorno a loro giocavo ascoltando. Ai ferri della scala di Pepp' Nardell' era legato un asino in sosta, qualcun'altro passava carico per andare in piazza a vendere la frutta, quasi tutti i contadini ne avevano con cavalli e muli. Di tanto in tanto passava rumorosamente qualche auto. In paese ce ne erano forse una ventina o poco più. Mio padre fece notare che ormai passava quasi un'automobile ogni cinque o dieci minuti, al che Z' Mart' disse: – Tra quin'c' o vint' iann' d' chist' ciucceriell' n' nc' n' ar'man' manch'un (Tra quindici o venti anni di questi asinelli non ce ne resterà più nessuno). Io ascoltavo stupito, non mi pareva possibile una cosa così strana, ma sopratutto non colsi lo stato d'animo di quel vecchietto. Sono passati sessant'anni ed ogni volta che ripenso a quelle parole mi immergo sempre di più nei sentimenti del personaggio e nel valore di quella che fu allora una profezia amara. Anch'io, insieme alla persona, vedo svanire quel mondo che fu mio, ma per me è facile fare previsioni che ormai nulla sarà più come prima, i cambiamenti saranno continui e sempre più rapidi. Ma p' ru Vardar' era molto difficile constatare che in un mondo, che pareva eterno, il suo mestiere, quello che gli aveva permesso di realizzarsi e crescere una numerosa famiglia, sarebbe scomparso. Solo ora vedo la nostalgia e il rimpianto che c'era in quelle parole. Durante l'inverno successivo la moglie si ammalò, il nipote Martucc' disse a mio padre che un passero batteva sui vetri della camera, forse voleva entrare per ripararsi dal freddo, quando lo raccontammo a casa mia madre si allarmò: quello era un cattivo presagio, avrebbero dovuto far qualcosa per scongiurare. Poco dopo la donna morì e dopo alcuni mesi anche il marito la raggiunse, erano stati insieme una sessantina di anni, forse settanta. Allora non si usavano fiori ed era il numero di luci a dare lustro e prestigio, insieme alla solennità della messa cantata, il trasporto al cimitero avveniva a spalla. Stavo nella sagrestia di San Pietro quando venne un familiare per gli accordi del funerale e ricordo che don Filippo La Gamba frenò le insistenti richieste dicendo che non poteva mettere intorno al catafalco più di venti candele perché queste facevano annerire le pareti della chiesa, rifatte da poco. Il giorno del funerale il cielo era coperto, il sole della stagione precedente non si fece vedere. Al ritorno dal cimitero la gente non gradì la limitazione del parroco. Giuseppe Fazioli

  • L'edilizia rurale a Capracotta

    Una costruzione molto particolare, una struttura monocellulare con basamento cilindrico e tetto a foggia conica, ovvero con copertura a tolos . Queste costruzioni sono facilmente riscontrabili nel territorio di Capracotta e si tratta di una capanna in pietra a secco, detta "a falsa cupola", che rappresenta un sistema economico e veloce grazie all'abbondanza di materiale e ad una certa predisposizione delle popolazioni locali all'accumulo ed alla sistemazione della pietra. Si tratta di dimore molto modeste destinate soprattutto ad un ricovero temporaneo. Esse hanno mediamente un raggio che non raggiunge i due metri e non superano i tre metri di altezza. La nascita di queste costruzioni nel Comune di Capracotta è senz'altro antica e legata prevalentemente all'azione di bonifica del territorio montano operata dai contadini e dagli allevatori ai fini dell'incremento delle loro attività produttive. Il fenomeno si accentua maggiormente tra il XVIII ed il XIX secolo, allorquando a seguito di un forte incremento demografico, si dette avvio ad una attività di spietramento del territorio alle quote più alte, proprio per consentire una maggiore disponibilità di pascolo, mentre più a valle i terreni vennero utilizzati prevalentemente per fini agricoli. Vale la pena ricordare che tra il 1600 ed il 1700 Capracotta è uno dei paesi molisani con la più alta concentrazione di allevatori di ovini dediti alla transumanza sia stanziale che interregionale. Le capanne a falsa cupola, dette "a tolos", sono realizzate con circoli di pietra aggettanti verso l'interno fino alla completa chiusura della luce. Sono costituite essenzialmente da due elementi strutturali: il basamento e la volta. Il basamento, generalmente a pianta circolare, è costituito da strati di pietre ben sovrapposte; lo spessore della muratura è in funzione dell'ambiente da realizzare in quanto, in parte, il basamento ha una funzione di contenimento delle spinte orizzontali che si ingenerano per la presenza della cupola nonostante questa abbia una struttura tale da renderle realmente minime. Donatella Cialdea Fonte: D. Cialdea, L'edilizia rurale in Molise. Un'ipotesi di catalogazione , La Regione, Ripalimosani 2007.

  • Antonio da Capracotta e il problema di Dio

    Dio è per l'uomo un problema. E risolvere un problema di siffatte dimensioni è l'aspirazione di ogni buon cristiano. Questo pensa all'alba frate Antonio da Capracotta mentre, scalzo, se ne va in giro per le contrade a sillabare il Verbo e a imbrattar col sangue le nevi primaverili del Capraro. Guarda i prati e gli alberi, le cime innevate oltre la valle, le fiere d'ogni misura, i suoi simili, quasi sempre indaffarati, e si chiede in che modo la realtà circostante possa esser stata creata e perché possieda quelle forme e non altre. L'idea d'un Dio creatore, fattoSi uomo per la nostra redenzione, è cristallina ma inaccessibile. D'altronde Dio che se ne fa della nostra adorazione? Esige forse la deferenza degli inferiori al pari d'un volgare feudatario? E a quel punto, data l'inutilità delle nostre lodi, potremmo forse fare a meno di Dio? Senza di Lui, pensa Antonio, quale sarebbe il senso di un'esistenza umana che non si discosterebbe di molto da quella delle aguzze pietre del Campo? Stringe il cilicio, frate Antonio, lo avvince alla vita, cosicché il dolore gli sia di monito e di carezza. La Fede è la risposta ad ogni interrogativo, la risposta che le Scritture e i Padri della Chiesa ci han lasciato in eredità. Ma la fede non si vede, non si tocca, non si prova. Datemi un tomolo per misurarla, erompe Antonio, e vi farò vedere quant'è grande la mia. – Ma che dico? Pecco di vanità... la mia fede non è superiore a quella di nessuno. Anzi, devo credere ancor di più. Ma come posso, se persino Gesù Cristo, esanime in croce, gridò « Eloì , Eloì , lemà sabactàni »? Anch'Egli dubitò del Padre, anch'Egli provò il terrore, umano, di finire. Cristo morì ma non finì. Due giorni dopo resuscitò ma non si presentò al mondo, né ai potenti o alle tribù, trasecola frate Antonio. Si fece vedere dai Suoi accoliti. La Resurrezione, pecca Antonio, sembra un affare di pochi. E per pochi. Antonio, invece, vorrebbe aver coscienza della propria fine. Vorrebbe compendiarla nell' ars moriendi . Il momento del trapasso, unico e irripetibile, diverso per ognuno eppure sempre uguale, è il suo pensiero principe che si presenta con veemenza nella fase che precede il sonno. Può durare pochi minuti come può durar delle ore: il terrore dal collo gli fascia in fretta la nuca. – Penso a coloro che mi hanno lasciato qui e a coloro che presto nasceranno. Mi rivedo sul letto quando sarà la mia ora e immagino le parole da dire in quel momento. Mi contorco e capisco che non è questo a terrorizzarmi bensì la paura dell'attesa di svegliarmi sapendo che sarà tutto confortevole, come oggi, e sarà tutto diverso, come domani. La morte resta lì, cancello del giardino d'un'isola lontana, oltre il quale non si vede niente, nemmeno la foschia, che pure sarebbe rinfrancante. Vista da qui, riflette frate Antonio, la morte è solo una realtà in potenza, che si farà concreta quando un giorno mi appresterò a oltrepassare quell'inferriata. – Cosa troverò? Dio. Sarò ancora? Io. Mentre la giornata si illumina d'un sole vivido, Antonio piange, e per un attimo dimentica di essere un frutto e non l'albero. Frate Antonio interrompe allora le orazioni e rimembra le agiografie d'Ilarione di Gaza e Malco di Maronia, eremiti d'oriente che vissero agli albori del Cristianesimo, e che aveva letto nell'edizione di san Girolamo quand'era a Monte Sant'Angelo. Il loro distacco dalle passioni terrene è un esempio affinché la materia umana non reiteri se stessa nel tempo, da per sempre simile a sé nei secoli dei secoli. Digiuna e si sferza, Antonio. E poi la sofferenza, che attanaglia l'intero corso dell'esistenza: subirla è tribolare, superarla non vivere appieno. Frate Antonio nella sofferenza si crogiola, il suo è un animo per niente ozioso o rinsecchito, figuriamoci avaro; la sua condizione di assoluta libertà è sigillata dalla propria fede. Egli non ha più una storia precedente che lo condizioni, ne è slegato. Non ha più padri e madri, fratelli e sorelle, nemmeno Capracotta a fargli da patria. Dio è il suo fabbro. – Ma perché mi affanno tanto – si chiede Antonio – a cercare una soluzione al problema di Dio? Lui non fa compromessi con la contemporaneità: Dio è il Classico. E allora frate Antonio, col saio logoro e unto, giunto alla Fonte dell'Orso proprio mentre il sole è alto in cielo, sciorina la sua metafisica a un istrice che s'è fermato un poco a fissarlo. – Siamo ombre, sempre agganciate al Padre, a volte compresse, altre volte distese. Ma, quando il Sole, nel suo giro attorno al mondo, ci è a perpendicolo, le ombre spariscono: così noi svaniamo di fronte alla grandezza di Dio quando Lo adoriamo. Diventiamo un tutt'uno con l'Uno. Ahimé, quella sensazione dura un attimo appena, difatti non appena il grande astro vitale comincia la sua naturale discesa che lo porterà al tramonto, ecco riapparire le ombre. La fede in Dio deve essere costante affinché la contemplazione di Lui duri il tempo d'un battito d'ali a mezzodì. Dopo un attimo di interdizione l'istrice riprende il cammino, non prima di aver lasciato un aculeo sul terreno. Antonio lo raccoglie e, mentre la luce si offusca, scoppia a ridere: – Ho risolto il problema di Dio. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Cattaneo, L'uomo della novità , Garzanti, Milano 1968; E. M. Cioran, Sommario di decomposizione , trad. di M. A. Rigoni e T. Turolla, Adelphi, Milano 1996; S. da Milano, Annali dell'Ordine de' frati minori cappuccini , vol. III, libro II, trad. it. di G. da Cannobio, Frigerio, Milano 1744; A. Di Napoli, I cappuccini di Capitanata in epoca moderna tra slanci riformatori e contaminazioni eterodosse , in R. Parisi, Compagni/e di viaggio. Le associazioni laicali nelle religioni , Angeli, Milano 2020; G. T. Fechner, Il libretto della vita dopo la morte , trad. di E. Sola, Isis, Milano 1921; Girolamo (san), Vite di Paolo, Ilarione e Malco , trad. di G. Lanata, Adelphi, Milano 1975; F. Nietzsche, Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è , a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano 1969; F. Nietzsche, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali , trad. di F. Masini, Adelphi, Milano 1978; M. Sgalambro, Dialogo teologico , Adelphi, Milano 1993; R. Walser, La passeggiata , trad. di E. Castellani, Adelphi, Milano 1976.

  • Le sorgenti del Verrino: la tina, la candra e il DDT

    Fra tutte le sorgenti esistenti sul suolo capracottese quella del Verrino è la più importante. Questo non toglie che anche le altre - la Spogna, il Cutruglio, la Fonte Fredda, la Fonte Nascosta, la Staccia, l'Acca Nera e l'Acca Solfa - abbiano soddisfatto, per decenni, le richieste delle 100 fonti sparse nell'abitato e sul territorio di Capracotta. A cavallo tra XIX e XX secolo, purtroppo, i capracottesi non riuscirono a beneficiare di questo enorme quantitativo d'acqua, con evidenti problemi igienico-sanitari. L'acqua veniva infatti prelevata a caduta dalle sorgenti poste a monte del paese e, attraverso tubi di pino cavi, veniva immessa nel serbatoio, da dove era convogliata verso i fontanili pubblici all'interno del Comune. Solo a partire dagli anni '50 le abitazioni cominciarono a dotarsi di tubazioni interne con acqua corrente, una svolta tecnica legata alle nuove pompe idrauliche che, dalla sorgente del Verrino, portavano l'acqua al serbatoio comunale. Nel tempo passato uno degli stereotipi più diffusi voleva la donna come "angelo del focolare". A lei era infatti delegata non solo la cura della prole e la conduzione della casa, ma veniva richiesto anche l'accudimento continuo, la protezione, la dolcezza femminile, il calore umano, l'aiuto nei campi, il tutto sempre in subordinazione rispetto all'uomo, che deteneva illecitamente il primato della vita sociale. Alla donna toccava pure di prelevare l'acqua dalla tina col maniére in rame o di trasportarla con la spàra sulla testa in perfetto equilibrio, come le attuali modelle da passerella. E alla donna era demandata l'educazione dei figli che, per l'insofferenza di uscire, magari a causa dell'inclemenza del tempo, a volte vedevano volteggiare nell'aria degli oggetti non identificati aventi le sembianze di zoccoli, manici di scopa o quant'altro! Era sempre la donna che doveva accudirli in caso di malattia e dei quali doveva valutare lo sviluppo psicofisico. A tal proposito ricordo che prima di andare a letto mia madre preparava la borsa dell'acqua calda e, quando necessario, ci invitava, con le buone o con le cattive, a trangugiare l'olio di fegato di merluzzo, oppure, in caso di infortunio, spargeva penicillina in polvere a tutto spiano sulle ferite sanguinanti; in altri casi ancora, in particolare dopo la rasatura, la mamma disinfettava la cute col temutissimo flit , a base di DDT! La cucina di montagna era molto povera ma non mancava mai la farina di grano o di granoturco, tanto che, per approntare un pasto, si impastavano in quattro e quattr'otto dei tagliolini o delle sagne con fagioli, lenticchie o semplice concentrato di pomodoro. A fine pranzo, data la mancanza di frutti di stagione, si mangiavano spesso le peràzze in salamoia, estratte dalla cosiddetta càndra , utilizzata anche come contenitore della salsiccia sotto sugna. Questo era ciò che si aveva a disposizione. Tuttavia mi vien da ridere a pensare che gli uomini di allora non sapevano cucinare nemmeno un uovo fritto mentre oggi sono tutti dei Masterchef! La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'occasione. [Seneca] Filippo Di Tella

  • Servitù, fondo dominante-serviente e competenza

    Ricorso prodotto dal sig. di Tella avverso sentenza del Tribunale civile e correzionale d'Isernia, nella causa contro il sig. de Francesco: Annibale Giordano avvocato del ricorrente; non essendo intervenuto alcuno pel resistente. È competente il Pretore a conoscere dell'indole e delle conseguenze di una servitù se il valore complessivo del fondo dominante e del serviente non sorpassa quello assegnato alla sua competenza. La Corte di Cassazione osserva in fatto, che in giugno 1867 Luigi di Tella denunziava al Pretore di Capracotta che il di lui vicino Giovanni di Francesco, era per innalzare un muro della sua casa, che induceva a danno del denunziante una servitù di luce e di prospetto. Accorso il Pretore sopra luogo, compose amichevolmente le parti, che si fecero delle scambievoli concessioni, e di Francesco si obbligò di non alzare il muro al di là di mezzo palmo, e di munire una finestra di cancelli di ferro, graticola ed invetriata fissa. Questo accordo si confermò da un proununziato Pretorio. Il di Francesco, lungi dall'adempire alle obbligazioni assunte, si permise una maggiore estensione nell'altezza del muro, di modo che di Tella venne costretto ad adire lo stesso Pretore per demolirse le fabbriche costruite al di là del patto, e chiudersi o munirsi di cancelli la finestra. Il convenuto tra le altre eccezioni dedusse la incompetenza, che il Pretore respinse ordinando una perizia; ma il Tribunale l'accolse sul fondamento che l'azione era petitoriale e di valore indeterminato. Di Tella denunziando siffatta sentenza di censura di questo supremo Collegio, sostiene che il presente giudizio sia un'appendice, un'accessorio del precedente, e quindi invoca la disposizione dell'art. 99 cod. di pr. civile. Pel detto finora il precedente giudizio era già spento sì per l’amichevole accordo, che pel giudicato: quindi il secondo giudizio non può dirsi accessione del primo. L’art. seguente spiega che la causa viva ancora, davanti a cui pende la causa principale . La ragione è semplicissima; siaccede alla lite vivente, non già a quella che più non esiste: quindi questo motivo del ricorso non merita ascolto. Più ragionevole è l'altra proposizione del ricorrente, cioè che nel più sta il meno: e se il pretore può conoscere complessivamente del predio dominante e serviente purché non sorpassino il valore di lire 1.500, molto più può conoscere di una servitù nei rapporti dei due fondi. Dal certificato dell'agente delle tasse si vede apertamente, che il valor complessivo dei due fondi è in lire 1.285, cioè infra le 1.500 lire disegnate a termine della giurisdizione pretoria. Conosciuto il valore dei due immobili dominante e serviente, la giurisdizione era abbastanza determinata; imperciocché la servitù non è che la modalità della cosa, o per dir meglio, la sottrazione di un valore del fondo serviente a pro del fondo dominante. Né giova il dire che siasi innanzi al tribunale esibito il solo certifico del fondo dell'attore, imperciocché ben poteasi ordinare l'esibizione del certificato del fondo del convenuto; ciò che si è praticato dal ricorrente presso questo collegio. Merita quindi annullamento la impugnata sentenza. Poiché annullandosi la sentenza debbe restituirsi il deposito, e riunirsi le spese a quelle sul merito. Luigi Capuani e Vincenzo Napolitani Fonte: L. Capuani e V. Napolitani, Giurisprudenza civile della Corte di Cassazione di Napoli , vol. VII, Marchese, Napoli 1871.

  • Il teatro delle rufe

    Cos'è il teatro delle rufe? Qual è la sua storia? Per rispondere a queste domande desidero trascrivere quanto mia madre, Peppina, mi ha raccontato nel corso degli anni. Una delle cose che ha sempre messo in evidenza è che la vita a Capracotta, paese di montagna, a 1.421 m., soprattutto fino alla Seconda guerra mondiale, era quasi come un partecipare a un teatro permanente sia per gli accadimenti piccoli e grandi, sia per gli attori e attrici, in questo caso gli abitanti di Capracotta. Migliaia e migliaia sono i fatti, e relativi commenti, che mi ha raccontato di accadimenti che avvenivano nella vita quotidiana, così come i profili dei singoli abitanti, piccoli, giovani o anziani. Chi vive in montagna, soprattutto allora, prima dell'avvento della società dei consumi, era costretto ad ingegnarsi in mille modi per sopravvivere e a cercarlo di fare nel modo più dignitoso, il che portava ad un'arguzia e attenzione al particolare notevole e quindi facilmente ognuno era e diventava una persona eccentrica, particolare. Purtroppo c'è l'immagine che la vita di un paese di montagna sia qualcosa di monotono e basso rispetto alla vita di città, con i suoi mille stimoli, da cui facilmente nascono geni e grandi uomini e grandi soddisfazioni della vita. In realtà, soprattutto tra le donne di montagna, c'è una ricchezza esistenziale e umana notevoli, non è un caso, giusto per fare un esempio, che le apparizioni mariane o comunque di fenomeni cosiddetti paranormali avvengano a donne, il più delle volte bambine, proprio in montagna. Peppina mi ha raccontato in particolare di certe famiglie, allora quasi tutte allargate, in cui andare a trovarle, per qualsiasi motivo, era come andare a teatro per le scene e le battute a cui si assisteva. Ma anche presso la pensione di sua madre, Mammaletta, con al piano di sotto il laboratorio di sartoria di papà Loreto, era un continuo di atti unici fatti di micro/macro-avvenimenti con immancabile corollario di botta-e-risposta, riflessioni particolari, esclamazioni, mimica e movimenti dei corpi con sviluppi successivi. Una vera e propria telenovela e secondo me non è un caso che per tanti anni le telenovelas abbiano tenuto banco in TV proprio perché in ogni famiglia e in ogni paese accadeva di tutto e di più, e i sentimenti e le emozioni erano esaltati e messi a dura prova, nel bene e nel male. Detto questo arrivo a parlare della figura chiave che mi ha ispirato verso la proposta del teatro delle rufe. Una zia paterna di mia madre era Antonietta Borrelli, chiamata Mammà della Rufa. Il termine mammà o simili non erano solo dovuti all'anzianità, ma soprattutto all'autorevolezza che una donna era riuscita a "conquistarsi" per uno o più meriti. La rufa , in dialetto capracottese, è la gradinata che collega le zone alte con quelle poste più in basso. E la rufa principale, a Capracotta, è quella che collega la piazza, la chiazza , ove c'è il municipio, con la via nova, chiamata così perché asfaltata solo dopo la Seconda guerra mondiale. Mammà della Rufa abitava una delle case - purtroppo non c'è più dopo la distruzione avvenuta con la guerra - poste ai lati di questa gradinata principale. Mi dico che chiamarla Mammà della Rufa era un po' come considerarla la "Signora della Gradinata", un po' come Lucia di Milione era considerata la "Signora dei Boschi" per la sua attività di raccoglitrice. E perché era arrivata ad essere la Mammà-Signora di quella gradinata? A detta di Peppina era di un'arguzia e simpatia eccezionali, tanto che la consideravano un'attrice "mancata". Con la verve, dice sempre mia madre, di Tino Scotti, un attore che negli anni '60 faceva la pubblicità per Falqui, un lassativo. Peppina, fin da piccola, frequentava questa zia paterna soprattutto perché andava con lei al torrente Verrino a fare il bucato. Fu lei a iniziarla in questa operazione molto impegnativa e faticosa ma anche ricca di potenzialità magiche. E sì, perché un conto è far fare il bucato alla lavatrice oppure andare in un lavatoio, come è successo fino agli anni '60, già più artificiale; un altro conto è andare a fare il bucato presso la sorgente di un ruscello tra piante e massi dopo oltre mezz'ora di cammino su un sentiero tortuoso e scosceso (tanto che a Capracotta c'è l'espressione "come la via del Verrino" per indicare un qualcosa di veramente tortuoso). Inoltre il Verrino (deriva da un conte della zona che si chiamava all'incirca Verrinus) sta a indicare il cucciolo del maiale, animale sacro nell'antichità, soprattutto nel neolitico matriarcale, perché simboleggiava la potenza delle donne, soprattutto incarnava il senso della ciclicità della vita, in particolare il ciclo mestruale, poi diventato immondo insieme al maiale e al serpente. Quindi abbiamo un torrente che sgorga acqua pura tra massi e alberi dove le donne vanno a fare il bucato, interagendo con l'elemento per eccellenza che simboleggia le donne e la vita: l'acqua. Fare il bucato, con tutte le sue operazioni: ammollo, insaponatura, risciacquo, strizzatura, asciugatura su sassi cantando e parlando è un'attività che potenzia la forza morale e vitale di chi la compie, soprattutto in gruppo. Secondo la studiosa Jutta Voss le donne hanno un campo biopsichico differente e più completo rispetto ai maschi, che viene potenziato se le donne stanno insieme, senza maschi, e se fanno delle attività con la natura selvaggia, in questo caso il bucato, così come potrebbe essere la raccolta della legna, per esempio. Mammà della Rufa faceva il bucato per sé e le sue tre figlie, Lucia, Rosa e Michelina, anche a pagamento. Quindi era anche un lavoro retribuito. Mia madre mi racconta che in tasca portava sempre dei pezzi di sapone e per questa sua attività di lavandaia "mercenaria" non era ben vista, tanto che alcuni parenti del futuro marito di Peppina, Marino, non volevano che la sposasse perché imparentata con una donna quasi strega... L'altra caratteristica di Mammà della Rufa è che il marito, Filippo, era un pastore transumante. A detta di mia madre era un uomo buono come il pane, un buon pastore quindi. Solo che da metà ottobre a metà giugno transumava nelle Puglie e quindi non era in casa, e anche nei mesi estivi doveva stare sul pascolo e faceva poco la vita di famiglia, cioè viveva pochissimo sotto lo stesso tetto della moglie. Questa situazione avrà come conseguenza, più o meno presso tutte le famiglie di pastori, che le donne, le mogli, faranno da reali capofamiglia e tenderanno a frequentare di più i propri alberi-parenti piuttosto che quelli del marito e soprattutto avranno molta più libertà, non dovendo rendere conto al marito di ogni scelta e quindi organizzando la propria vita sui propri ritmi e dedicandosi ai figli con maggior disponibilità. Avendo anche più tempo per sè. Per esempio Peppina cita un proverbio capracottese: " la chiàcchiar'è bella e cara pe la moglie de re pecuràre " e cioè che solo le mogli dei pastori hanno più tempo libero per chiacchierare (e oziare un po'). Mammà non doveva far da mangiare per il marito, né lavargli i panni, né essere disponibile sessualmente se lei non voleva e così via. Questo tipo di amore è per molti versi simile a quello vissuto nelle antiche società matriarcali in cui gli amanti vivevano presso i rispettivi alberi materni con incontri più o meno saltuari. Questo, tra parentesi, ha il vantaggio di lasciare molta autonomia ai partner con il risultato di tenere sempre vivo l'amore che non scade in abitudine e sopraffazione. L'altra particolarità, come avevo accennato, è che dall'unione di Antonietta e Filippo nasceranno tre figlie. E anche questo contribuirà a potenziare la forza e verve di Mammà della Rufa, anche perché, purtroppo, in quelle società il maschio era quello che doveva e voleva comandare e che succhiava le energie della madre. Un contesto tutto femminile creava una atmosfera più egualitaria tra madre e figlie. E ancora: Mammà della Rufa era la sorella di papà Loreto, il padre di Peppina. Ogni giorno, a detta di Peppina, dovevano vedersi per stare un po' insieme, tanto si volevano bene e quindi la sartoria e pensione erano quotidianamente frequentate da madre e figlie. Mammà della Rufa chiamava re fruàte (il fratello) Loreto che a sua volta la chiamava la sora (la sorella), a conferma che avendo libertà lei preferiva stare con i suoi parenti piuttosto che con quelli del marito. Sempre nelle antiche società matriarcali, il rapporto orizzontale principale tra i sessi non era dato dall'amore e quindi tra amanti ma tra sorelle e fratelli. Noto anche che la moglie di papà Loreto, mia nonna, si chiamava Antonietta, proprio come Mammà della Rufa. Peppina mi racconta che una mattina Mammà della Rufa entrò molto turbata nel laboratorio di papà Loreto e gli disse che aveva fatto un brutto sogno: un cane rognoso le mordeva re detóne de re pète (l'alluce) e non lo mollava e lei provava un dolore fortissimo, insopportabile. Il giorno dopo arrivò il telegramma dell'America che annunciava la morte del loro fratello emigrato in America. Riassumendo: Mammà della Rufa sposa un pastore buono e mite che per forza di cose vive raramente in casa con cui ha un rapporto d'amore vivo (e il fatto che nascano sempre femmine, secondo alcune ricercatrici, è un segno di positività del rapporto e di evoluzione). Questa situazione fa sì che lei diventi capofamiglia e s'inventi il lavoro di lavandaia, attività magico-conviviale femminile. Può frequentare a volontà il fratello, papà Loreto, inserito in una grande casa-pensione conviviale. Ha tre figlie femmine. Vive lungo una rufa , che era un viavai di persone, con cui ha tempo di chiacchierare quasi a volontà e stringere bei rapporti di vicinato e mutuo soccorso. Grazie a tutto questo diventa una grande affabulatrice, acuta, saggia, amorevole, simpaticissima, giocosa. Una teatrante. La commedia dell'arte, anzi l'arte della commedia, l'arte di relazionarsi e vivere senza dominare ma riconoscendo e valorizzando i mille accadimenti quotidiani, soprattutto con le donne, i bambini, gli animali e la natura selvatica, o quasi, come protagoniste. E il teatro delle rufe (e nell'antichità la scala-gradinata, vedi anche le piramidi, erano un simbolo di comunicazione tra il cielo e la terra, il basso e l'alto [sud e nord)] gli inferi e la terra, il conscio e l'inconscio...) vuol essere un momento di incontro negli spazi posti tra le rufe ove sia raccontare i fatti e i saperi orali sia quelli attuali, in particolare di Capracotta, senza scadere nel pettegolezzo, sia parlare in dialetto, sia cantare, e ancora: raccontare ninne nanne, scioglilingua, espressioni, intervallandole con presentazioni di libri oppure con canzoni di cantastorie "forestieri". E tutto questo mentre i partecipanti possono fare mille piccole attività ecologiche, per esempio cucire e rammendare, riparare oggetti o pulirli all'aperto, preparare la cena e cuocerla con un bel fuoco acceso, possibilmente dentro un pentolone ( re chettùre ), simbolo di trasformazione, oppure fare e ricevere massaggi leggeri e tanto altro. Sempre più a livello delle "grandi" città il teatro è diventato un qualcosa di alienante, secondo me. Sempre più c'è un apparato di impresari, dirigenti intellettuali che devono programmare e organizzare l'industria della rappresentazione-illusione, che separa gli attori, minicasta particolare, dagli spettatori, passivi. Già Carla Lonzi negli anni '70 denunciava il ruolo allucinatorio dell'attore professionista sia di teatro che del cinema. E sempre Carla Lonzi parlava che solo dalla sconfitta di questo teatro può nascere il vero dialogo e la vera relazione tra gli individui, in particolare con la donna come soggetto e non più come oggetto e con il vissuto e il quotidiano di ciascuna/o come valore immenso. D'altronde il teatro nasce in Grecia con l'avvento delle società guerriere in cui accanto alla violenza dovevano costruire e dare in pasto al popolo sia il divertimento bruto delle arene e delle olimpiadi (che mimavano le dinamiche della guerra) che quelle più raffinate degli spettacoli teatrali e culturali (Iliade e Odissea, per esempio). Ma in esse oltre ai contenuti di disprezzo e subalternità del mondo delle donne, del popolo e degli animali, era proprio necessario che venissero rappresentate in forma di spettacolo che cioè nascesse la categoria di spettatori-passivi che introiettino la visione del mondo e della vita della casta politica religiosa, militare e economica. Con le sue problematiche spacciate come universali e neutre. In particolare, ripeto, con la visione della donna e dei suoi simboli come fonte di tutte le disgrazie. Per esempio l'Iliade racconta della distruzione di Troia città ancora legata a una simbologia femminile, troia è la scrofa, come dicevo simbolo della potenza femminile e della vita generosa e piacevole legata alla natura, alla convivialità e al dialogo. Troia sarà conquistata con il cavallo costruito dal genio di Ulisse (che nell'Odissea sconfiggerà Polifemo, un pastore dipinto come crudele e mostruoso) e quindi l'opera e l'impresa diventeranno gli obbiettivi della realizzazione umana maschile. Invece prima, nel matriarcato, erano le relazioni e la cura delle stesse, sia tra umani che con gli animali e le piante al centro della felicità e del ben vivere e quindi non c'era bisogno delle grandi narrazioni con chissà quali colpi di scena nè c'era bisogno della bravura mostruosa di un attore professionista. Già la vita conviviale era ricca di accadimenti e motivo di riflessione e insegnamento e divertimento e umorismo. Che il vecchio sipario si abbassi e chiuda! E rientrino i corpi e le vite con i loro racconti e saperi, in prima persona, insieme ad animali, piante e fenomeni della natura. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, Il teatro quotidiano di Mammà della Rufa. La lunga lingua di una donna di Capracotta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • Trapani non trapana

    Immaginiamo che un vegetariano si trovi costretto a passare da Capracotta, in Molise. Difficile pensare che in qualche modo non provi disagio. Lo stesso disagio che un astemio proverebbe a Taverna, in Calabria. O che un dente - con uno sforzo di fantasia - proverebbe passando da Trapani. Una battuta per la quale si può sorridere. O finire in tribunale. Già, perché di Trapani si tratta e non di trapani, con la "t" minuscola. è la trovata che un'agenzia pubblicitaria ha escogitato per lanciare la nuova campagna del dentifricio "Neo Emoform", comparsa sul numero della rivista Focus di luglio, in cui due surreali denti a dimensione umana danno vita a una scenetta immaginaria ambientata in una stazione ferroviaria: «Scusi, ferma a Trapani?», «No», «Meno male». Quanto è bastato per mandare su tutte le furie il presidente della Provincia trapanese, il senatore forzista Tonino D'Alì, ex sottosegretario all'Interno, rappresentante di una delle famiglie più note e influenti di Trapani. D'Alì ha colto al volo la segnalazione del vice capogruppo azzurro, Paolo Ruggieri, e ha incaricato l'ufficio legale della Provincia di agire nei confronti dell'ignara agenzia pubblicitaria, accusandola di aver leso con quel messaggio l'immagine della sua città. «È vero, è così – conferma il burbero senatore – perché non vedo la ragione per la quale una simile battuta si debba fare per lanciare un prodotto commerciale a discapito di una città come Trapani. Non so, potevano scegliersi Venezia o chissà quale altra città. Personalmente lo ritengo un fatto lesivo, e per questo ho dato mandato ai nostri avvocati di agire per tutelare l' immagine della nostra città». I legali della Provincia sono al lavoro, e stanno andando a caccia della pubblicità "incriminata" anche su altri giornali e periodici. A giorni partirà la richiesta di risarcimento, indirizzata all'agenzia pubblicitaria che ha avuto il torto di accostare Trapani ai denti e alle testate giornalistiche che hanno avuto l'ardire di pubblicare lo spazio a pagamento. E se magari fosse un escamotage per andare a caccia di soldi nel momento in cui le casse pubbliche languono? «Macché – dice D'Alì, stavolta sorridendo – non è certo questo il problema. A noi non interessa chiedere soldi, ne sia prova che stiamo ipotizzando, come formula di ristoro per l'immagine lesa, uno spazio pubblicitario che offra un'immagine positiva di Trapani e del suo territorio. Per esempio: "Ferma a Trapani? Sì, che bello". Tutto qui». E dire che nella vignetta incriminata tutto lasciava capire che si trattava di una battuta, come quel «Fortunata-dente» posto a chiosa del dialogo. Ma per l'austero senatore tanto non è bastato: il nome di Trapani non si nomina invano. Alberto Bonanno Fonte: A. Bonanno, "Trapani non trapana". L'omonimia in tribunale , in «La Repubblica», Palermo, 17 luglio 2007.

  • La vacanza col vescovo di Trivento

    Michele andava volentieri a trascorrere alcuni giorni nella casa di montagna del suo suffraganeo di Trivento, sebbene lasciare soli i genitori gli pesava sul cuore. Non pensò, minimamente, di riposare in quel sito. Il vescovo l'avrebbe sottoposto a un interrogatorio martellante. Ci andava soprattutto per conoscere meglio quel confratello. Questi gli aveva promesso di seguirlo nella realizzazione della sua missione, fin dal primo giorno, a Castelpetroso, nel corso del pranzo offerto ai presuli che gli avevano conferito l'episcopato. Se avesse potuto ottenere di più dalla visita, Michele n'avrebbe ringraziato infinitamente il suo Signore. Non gli fu difficile arrivare alla casa. Percorse la superstrada nazionale fino al bivio di Pesche, quindi, imboccl la Fondo Valle del Trigno. Ne uscì e proseguì per Capracotta. Poco dopo tale comune, posto ad oltre mille e quattrocento metri d'altitudine, a sinistra, trovò il bivio che cercava. La casa era immersa nel verde di un bosco di rovere. Dal piano superiore della casa si godeva un vasto panorama, in direzione di Monte Campo, che, con i suoi 1.750 metri, incombeva sulla piccola pianura sottostante. Il vescovo l'attendeva in giardino. Stava leggendo, allorché avvertì il rumore del motore della Jetta. Si fece sulla stradina e sorrise a Michele, che l'aveva riconosciuto e salutato dal finestrino. Cordialissimo l'incontro! – Benvenuto, eccellenza! Le rinnovo il mio vivo grazie per aver accettato l'invito. Qua è bello e fresco: si potrà riposare. Le presento mia nipote, che m'assiste generosamente, da qualche anno. – Sono io a doverla ringraziare, diletto fratello! Ha una bella nipote! Spero che non peseremo troppo su di lei, signora! – No, affatto, eccellenza. Mio zio ed io eravamo ansiosi d'averla qua. Io sono stata presente all'indimenticabile Processione del Corpus Domini della sua città, assieme ad amici, che, la mattina, hanno voluto vedere i "Misteri". Desideravo tanto di conoscerla! Michele guardava, con ammirazione, la nipote del vescovo. Occhi di un verde brillante. Capelli neri, corvini, che gli ricordavano quelli della sua ex fidanzata. Bel viso regolare. Le curve della femminilità erano deliziose. La bella signora, sui trenta anni, era leggermente claudicante, a causa della poliomielite. Ella pure era affascinata dal giovane vescovo, che continuava a guardare, apprezzandone l'alta statura, la conformazione fisica, messa in risalto dal clergyman, il viso misterioso. Il vescovo di Trivento si disse: "Mò, vuoi vedere che mi devo mettere a sorvegliare questi due!". Sedettero in giardino, dove ancora resisteva qualche rosa, dall'intenso profumo Sorseggiarono bibite fresche, poi accompagnarono Michele nella sua camera, al piano superiore. – Eccellenza, va bene il pranzo per le tredici! – chiese la nipote. – Vi prego di mantenere le vostre abitudini, signora. Mi sentirò meno in imbarazzo, per quest'intrusione nella vostra vacanza! – Quale intrusione, quale intrusione! Come ha detto mia nopote, l'aspettavamo. Sono contento, le ripeto, che abbia accettato il mio invito. Io resto in giardino. Cominciò a recitare le Ore. – Se posso, vorrei unirmi a lei, venerabile fratello! Sarò pronto in dieci minuti. Dopo pranzo, tutti andarono a riposare a letto. Michele dormì, come non gli capitava da qualche tempo, nel silenzio e nella frescura di quell'antica casa in pietra in vista, restaurata con molto gusto. Montanaro come si sentiva, Michele era a suo agio a circa 1.400 metri d'altitudine. Nel pomeriggio, il suo ospite si offrì di fargli da guida nel bosco. – Oggi, l'accompagno io, eccellenza, fungendo da guida. Negli altri giorni, si muova da solo, se le aggrada, e si riposi, guardando la bellezza del sito e parlando col Creatore. So che ha bisogno di riposo. L'ho seguita, attraverso la stampa, in questi due mesi. Ha scorrazzato, in lungo e largo per la diocesi. Ha parlato di qua e di là, senza sosta. È giovane, ma sempre bisognoso di riposo! – Grazie, ancora, fratello! Ho già ripreso a dormire, qua. C'è una pace! – Più tardi, sentirà che coro di belati e che effluvi! Arriva il gregge di un pastore che si prende cura della casa, dell'orto, del piccolo frutteto. In cambio, gli consento di utilizzare la vecchia, ma funzionale stalla, sita poco distante dal casolare. La stalla è indispensabile d'inverno, a quest'altitudine. Sono venuto qua, una volta, nel mese di gennaio, dopo l'Epifania. È stata un'avventura che non ripeterò più: neve e neve per una settimana. Stade bloccate e interi comuni isolati, compresa la mia casa. Mi hanno stanato dopo vari giorni. Per fortuna che da Trivento hanno avvertito carabinieri e guardie forestali che ero qua, diversamente, saremmo rimasti senza cibo. Qua non sempre funziona il collegamento per l'uso del telefono cellulare. Il buon pastore, che dorme in una stanza con camino, accanto alla stalla, a guardia del gregge e per il suo governo, cominciò a mattare pecore, per farci nutrire. Qua è buona la carne di pecora. Ha un sapore piacevole, sa! – La conosco. L'ho mangiata a Capracotta, d'inverno, ospite dell'unico albergo della cittadina. Ricordo l'immenso camino della sala da pranzo, al cui fuoco cuocevano le porzioni di carne, servita, poi, nel piatto ancora gocciolante di grasso. Per la sala da pranzo e per le scale dell'albergo si spandeva quel profumo d'arrosto, com'effluvi d'incenso in una cattedrale. – E già, lei è molisano, conosce la sua regione e la relativa cucina. – E lei, fratello, da quale regione proviene? – Ma sono abruzzese! Non si sente? Lanciano è il mio luogo di nascita. – La città di un mio venerato predecessore, il vescovo Caringi, primo metropolita molisano! – L'ho ben conosciuto! Lo stimo molto anch'io. È sepolto nel Santuario di Castelpetroso, come saprà. – Mi reco sempre presso la sua tomba, allorché salgo al Santuario. Ora, gli chiedo di supplicare perché io sia un suo degno successore! – Il Signore l'ha già ascoltata, eccellenza: monsignor Caringi era ed è un ottimo oratore, sa come convincere il Signore! A proposito d'oratori, ho letto in cronaca e nel vostro mensile, "Vita Diocesana", del corso del Casale, come lo definiscono. A sentire il vostro metropolita emerito, esso è stato un successo! Anche i giornalisti hanno parlato molto bene dell'iniziativa, oltre che della lunga intervista, dei suoi interventi presso la Scuola per Allievi Carabinieri, delle sue omelie. I miei seminaristi, poi, hanno sentito i suoi, eccellenza, e vogliono fare la stessa esperienza, quella del ben parlare al popolo. Mi piacerebbe sentire il suo parere. – Positivo, ovviamente. – Non aggiunge altro? Oh, mi scusi: non dobbiamo parlare del nostro lavoro. Mi tapperò la bocca! Cosa difficile, a sentire mia nipote! – Ella è severa! Le prometto, venerabile fratello, che alla fine parleremo del corso e di quant'altro lei gradisce. Restiamo pastori, anche quando ci troviamo innanzi a questo spettacolo! È proprio bello qua! Io abito nella casa di campagna della nostra famiglia; eravamo coltivatori. Da essa, si ammirano le montagne del Matese, Monte Miletto compreso. Abbiamo la città ai nostri piedi; a destra, il Monte, come si chiama da noi, col suo castello ed una chiesa in cui si venera la nostra Castellana. Mi piace stare là, con le mie montagne sempre in vista, sia pure in lontananza. Lei dovrebbe venire, un giorno, a vedere la casa e, magari, a stare con me un poco, appena i suoi impegni pastorali la lasceranno respirare. – Verrò, eccellenza! Non solo per curiosità: verrò, soprattutto, per parlare con lei. Cosa che non dobbiamo fare qua. Questi pochi giorni devono essere di riposo! Stefano Palladino Fonte: S. Palladino, Progetto per la Chiesa che sogno , vol. II, Roma 2001.

  • Il collezionista di emozioni

    Percorre da anni l'identico tragitto ogni giorno alla stessa ora del mattino e della sera. Il suo turno al negozio finisce alle 19:00, chiude la cassa, si cambia, un saluto alle colleghe, la linea gialla per Zara e poi il 31 fino alla fermata di Bignami. Una volta scesa ha ancora un bel pezzo a piedi da fare prima di arrivare a casa. Ritrova il cordolo rotto e mai riparato, il tombino in strada che sporge e contro il quale impattano autovetture con motori che rombano stressati così come i loro conducenti, il gruppo di extracomunitari nullafacenti davanti al phone center che ridacchiano al suo passaggio, il prato incolto e sporco da attraversare che chiamano "giardino", il barbone indifferente a tutti che prende possesso dell'unica panchina integra per passare la notte. Le è tutto noto e familiare, rassicurante addirittura. C'è poca gente in giro ed il marciapiede davanti al portone di casa è poco illuminato. Sale in ascensore e ricorda che stasera c'è "Ballando con le Stelle" su RAI Uno. In negozio come ogni sabato le hanno permesso di prendere gratuitamente qualcosa dalla gastronomia, sono avanzi che non possono essere tenuti fino alla riapertura del lunedì. Questa sera è vitel tonné, già pronto da mettere in tavola. È dentro casa oramai quando si sente strattonare violentemente, afferrata da dietro e una mano che le serra con forza la bocca. Non riesce a gridare per richiamare l'attenzione, né a difendersi cercando di colpire lo sconosciuto, che richiude dietro di sé la porta ancora aperta dell'appartamento. Cadono per terra, lei cerca di divincolarsi, lui con forza le torce un braccio dietro la schiena, le sferra un pugno. I due corpi sono avvinghiati e lottano come bestie selvagge che ansimano. Grida solo soffocate e la stanchezza che ha lentamente il sopravvento. Sono fermi ora, stesi sul pavimento. I loro cuori che battono all'impazzata. – Se stai zitta ti tolgo la mano dalla bocca. Non voglio farti del male! L'aggressore la fa voltare e lei può vederlo in faccia. È giovane, ben vestito. Lui appoggia un fazzoletto sul labbro tumefatto della donna. Lei reagisce stizzita: – Lasciami stare! Cosa vuoi da me? Va via, non dirò nulla a nessuno, non ti denuncerò, ma vattene! – Non provare a scappare o gridare! Io non voglio farti del male, ma solo prendermi un po' di quello che mi è dovuto e che la vita mi nega. Lei lo guarda con gli occhi sgranati: – Ma come cavolo parli? Non ti capisco. Io vendo salamelle e formaggi tutto il giorno, come posso averti tolto qualcosa? Con chi ce l'hai? – Io ho il diritto di essere qui. Il Mondo mi ha respinto, mi ha bandito. Alzati ora e raccogli la spesa perché è ora di cena – lui ordina con voce decisa. Mentre lei, cercando di non farsi prendere dal panico, inizia a mettere nei piatti il vitel tonné, lui rovista nei vari cassetti ed apparecchia la tavola con due coperti e si siede ad osservarla. Si calma ed inizia come un fiume in piena a raccontare del suo passato infelice, della solitudine, dei suoi ideali traditi. – Ogni mia passione mi è stata restituita col disprezzo, con l'offesa. Le dice che la sua condanna è quella di essere sempre ad un passo dall'eccellenza, senza mai raggiungerla e doversene vergognare. Escluso per questo dalla felicità. Il carisma, la bellezza, la salute, l'intelligenza non ammettono deficienze per primeggiare e per essere amati, per una vita che valga la pena di essere vissuta. – Vado in giro a collezionare emozioni, ma non mi basta mai. Desidero amare una donna più bella di quelle che ho già amato, ma che non conosco ancora. Ho girato il Mondo, ma non tutto. Il posto dove vorrei essere è sempre un altro: ho sognato di viaggiare nelle terre estreme dell'Alaska, di scalare l'Hillary Step sull'Everest. Non conosco l'emozione del ritrovare le cose di ogni giorno, il rito quotidiano, lo stesso sapore del giorno prima. Non esiste per me il porto sicuro, dove rifugiarmi. Non ho chi mi rassicura: sono disperatamente solo. Lei lo guarda esterrefatta. Si avvicina con i piatti e si siede al tavolo con lui. Mentre cenano, lei spiega che per la salsa occorre tritare il tonno, capperi, un filetto d'acciuga. Tutto va amalgamato con la maionese e si aggiunge una spruzzata di limone. Le fettine di vitello devono essere tagliate molto sottili e cosparse con la salsa tonnata, lasciate poi per un po' in frigorifero. Da Peck è uno dei piatti pronti più venduti. Pacatamente poi gli racconta un po' della sua vita, dell'uomo che ha tanto amato e che è sparito, della fatica di arrivare a fine mese, delle vacanze fatte ad anni alterni perché troppo care. – Io non so dove siano le terre estreme dell'Alaska dove vuoi andare tu, ma ti consiglio il viaggio che ho fatto lo scorso anno, una settimana a Sharm El Sheikh. Ricordo ancora il nome dell'albergo: Al Diwan, un tre stelle molto carino a 500 metri dalla baia. Pensa: tutto compreso ho speso solo € 340. Vacci. Sono due esseri umani lontanissimi, con storie diversissime, incapaci di comunicare le loro diversità, ma accomunati dallo stesso destino tragico: l'infelicità. – Andiamo a letto – ordina lui. Lei si irrigidisce, diventa rossa, trema tutta. – Non toccarmi! Hai sentito la mia storia? Sono stufa di uomini che scappano. E poi tu chi sei? Sei entrato in casa mia e mi hai aggredita. Lui la rassicura, chiede solo di poterle dormire accanto, ma lei deve restare sveglia, tutta la notte. Non la toccherà, ma non vuole sentirsi solo. Tutte le persone desiderano dormire la notte con qualcuno. – Sei uno psicopatico. Lei chiede di potersi preparare per la notte, ma vuole essere lasciata sola. Chiude a chiave la porta del bagno, vuole prendere tempo per decidere come gestire la situazione. Ragionandoci su, non crede di trovarsi effettivamente in pericolo o che debba telefonare di nascosto alla polizia. Si convince invece di essere di fronte ad un uomo non cattivo che ha davvero solo bisogno di qualcosa che lei non comprende bene: cosa possiede lei che interessi a questo giovane che ha fatto irruzione nella sua casa? Intanto in camera lui si è spogliato ed ha indossato un pigiama che ha trovato in un cassetto, cimelio della passata vita di coppia della padrona di casa. Si infila sotto le coperte. Lei va a sedersi di fianco al letto, lo guarda rilassarsi e prendere sonno. Più di una volta si sveglia, apre gli occhi smarrito e lei si mostra sorridente, gli offre dell'acqua. Così lui si tranquillizza e riprende a dormire. È stanca e si corica anch'essa sotto le coperte, domandandosi come possa sentirsi sicura e serena con questo sconosciuto in casa, steso di fianco a lei nel suo letto. Dovrebbe restare sveglia, ma non è abbastanza resistente e si addormenta. Alle prime ore del mattino lo sente alzarsi, rivestirsi, ripiegare il pigiama e uscire di casa. Il rumore del portoncino che sbatte non è la fine dell'incubo, ma l0inizio di una Domenica che sente sarà ancor più malinconica delle altre. È passato del tempo oramai da quella sera e lei, recandosi al lavoro, rivede le stesse scene di sempre: il barbone che lentamente riordina le sue povere cose, il prato incolto e sporco, il tombino in strada che sporge, il cordolo rotto, gli extracomunitari davanti al phone center, il 31 che tarda, la linea gialla stracarica di gente fino in Duomo. Un film visto mille volte. Alla cassa conta con attenzione il resto, si inumidisce con una spugnetta i polpastrelli delle dita per essere certa di sfogliare le banconote una per volta. Controlla meticolosamente quelle che riceve, per poi infilarle nel rilevatore di falso. Guarda distrattamente i clienti in fila, senza dar loro chiacchiera per non perdere la concentrazione. Arriva un signore che raccoglie il resto e la ringrazia cordialmente, con un'enfasi particolare, eccessiva. Lei alza lo sguardo e lo riconosce. Lui le sorride dicendo: – La mia collezione di emozioni, quella sera, si è arricchita di un pezzo molto pregiato. Grazie ancora! – Perché ringrazi, di cosa? Io non ti capisco. Massimo Antonarelli Fonte: M. Antonarelli, Racconti di un presuntoso , Lulu, Raleigh 2010.

  • I medaglioni di san Biagio e san Carlo Borromeo

    Nella primitiva Chiesa di S. Maria Assunta, a Capracotta, «all'entrare à destra è la Cappella di S. Anna della Famiglia di d'Andrea». La prima attestazione del culto di sant'Anna in quel di Capracotta risale quindi alla metà del XVII secolo, quando l'altare in suo onore era prerogativa della ricca famiglia D'Andrea. Quando il tempio principale venne ristrutturato - per non dire completamente riedificato - a destra di quello precedente, e finalmente consacrato a partire dal 1725, l'altare di S. Anna venne a trovarsi sulla sinistra, tra quello di S. Michele Arcangelo e quello dell'Immacolata Concezione. Ma nel corso del XIX secolo molti altari «mutarono di patrono» e infatti quello di S. Anna passò prima nelle mani della famiglia Mosca, poi in quelle dei Di Rienzo, «successori di Sebastianello», finché nel 1919 la famiglia Di Tella ne rilevò lo jus patronatus in seguito a una grazia ricevuta. Dal 2014 l'altare è passato ai Mendozzi, che hanno continuato la festa di sant'Anna , portandola oltre il secolo di vita. Se quell'altare - oggi impreziosito da una tovaglia dell'artista Fabiola Di Tella - nasce chiaramente per adorare la Madre della Madonna, meno chiare appaiono invece le effigi stuccate sui medaglioni ai lati di sant'Anna. Grazie ad una precisa ricognizione di don Geremia Carugno, sappiamo che quello sulla destra è san Carlo Borromeo mentre a sinistra vi è san Biagio di Sebaste. Che rapporto esiste fra questi vescovi con sant’Anna? E, soprattutto, sopravvive un qualche loro culto a Capracotta? L'iconografia di san Biagio, vescovo in Armenia, lo vuole con in mano la palma del martirio e lo scardasso, strumento un tempo utilizzato dai cardatori, attività che a Capracotta era svolta tra la primavera e l'autunno. Difatti «nel passato più remoto la lana veniva cardata col fiore del cardo dei lanaioli, così chiamato per la sua antica funzione. Presso le famiglie più povere, d'altronde, si dormiva sui saccùne , grandi sacchi di canapone, cotone o iuta, riempiti di foglie secche di granturco, da rinnovare ogni anno». Lo scardasso di san Biagio, in realtà, venne utilizzato contro di lui dai suoi torturatori romani. L'arch. Franco Valente sostiene che nella Chiesa Madre «probabilmente vi era un altare o un ex voto legato a questo santo» ma non ve n'è traccia nella passata chiesa, tuttavia san Biagio è il protettore dei cardatori e a Capracotta i De Renzis menavano quell'arte. La memoria liturgica di san Biagio ricorre il 3 febbraio. Carlo Borromeo (1538-1584), invece, nominato cardinale da papa Pio IV, fu l'indimenticabile arcivescovo di Milano durante i terribili mesi della peste del 1576-77, chiamata per l'appunto "peste di San Carlo". La presenza del suo culto non deve sorprendere, innanzitutto perché Carlo aveva vissuto tanti anni a Roma, a due passi dal Sannio, e poi perché fu uno dei maggiori patrocinatori del Concilio di Trento, le cui riforme erano condivise dalle alte sfere diocesane di Trivento. Egli è inoltre il protettore dei seminaristi, il che fa supporre che nel Seicento, gli allievi del ginnasio francescano di Capracotta, lo invocassero in vista degli esami più duri. La memoria liturgica di san Carlo Borromeo ricorre il 4 novembre. Se, partorendo Maria, Anna ha generato Cristo, Biagio e Carlo Lo difesero nei secoli col sacrificio e con la dottrina. A Capracotta, a nord del sud dei santi, la sofferenza delle gnaulanti, dei cardatori e dei malati di stomaco la si leniva con la preghiera, mentre il freddo, di fuori, allestiva nuovi martirî. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bene, Nostra Signora dei Turchi , Bompiani, Milano 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta , San Giorgio, Agnone 1986; M. Di Rienzo, Il diario di Capracotta: luglio 2017-giugno 2018 , Capracotta 2018; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Niccolai, Memorie storiche di s. Biagio vescovo e martire protettore della Repubblica di Ragusa , Salomoni, Roma 1752; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali (1593-1744) , Palladino, Campobasso 2015.

  • Il cammino della fede

    Quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al Cammino. È il Cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo. Santiago de Compostela è uno dei principali cammini di fede della cristianità. Il santuario accoglie le reliquie dell'apostolo Giacomo e si trova nella parte più ad ovest della Spagna, nella regione della Galizia. Questo cammino ripercorre il viaggio dell'apostolo compiuto per evangelizzare tutto il mondo allora conosciuto, mettendo in pratica la parole di Gesù: «Portate la mia parola fino ai confini del mondo». Il nome della città, che ha origini celtiche ed è carica di un profondo senso di religiosità, viene fatto derivare da San Giacomo, apostolo e martire del Cristianesimo (le cui spoglie, secondo la leggenda, sarebbero giunte miracolosamente via mare in Spagna) e dal termine Compostela (o Campostela, in latino campus stellæ ) che significa campo di stelle. Molte le leggende fiorite nel tempo intorno a questa località; una di esse la vuole come punto di congiungimento delle anime dei morti pronte a seguire il sole nel suo corso per attraversare il mare. In realtà è meta fin dal Medioevo di importanti pellegrinaggi di fedeli, che la ritengono un punto centrale della cristianità. I pellegrini che affrontavano questo viaggio erano spinti dal desiderio di sentirsi più vicini a Dio, e lo compivano senza speranza di ritorno alle loro case. Arrivavano fino ai confini dell'Oceano Atlantico dove bruciavano gli abiti e prendevano una conchiglia come simbolo del viaggio. La conchiglia raccolta in spiaggia, tutt'ora è sui cippi lungo le strade ed indica la direzione da seguire per arrivare a Santiago. La scorsa estate la Diocesi di Trivento ha organizzato questo pellegrinaggio a cui hanno partecipato molti giovani dei comuni diocesani. In venticinque abbiamo intrapreso questo viaggio partendo con molto entusiasmo dall'aeroporto di Milano. Il nostro percorso, però, è andato un po' controcorrente avendo scelto quello meno frequentato delle strade portoghesi perché più impegnativo ed impervio. Siamo partiti da Tuy dove nella cattedrale abbiamo preso la "credenziale", un libretto che ci ha accompagnato per tutto il viaggio accogliendo i timbri di ogni ostello del pellegrino in cui abbiamo alloggiato. Con questa credenziale abbiamo ottenuto, una volta arrivati a Santiago de Compostela, un attestato rilasciato dalla parrocchia che testimonia l'avvenuto pellegrinaggio e l'aver percorso a piedi almeno gli ultimi 100 chilometri del cammino. Voglio terminare questo mio piccolo racconto, e penso di parlare anche a nome dei miei compagni, dicendo che quella da noi affrontata è stata un'esperienza di vita che ci ha inevitabilmente segnato nel profondo dell'animo in quanto ci ha consentito di cercare le risposte o semplicemente di ritrovare noi stessi in una dimensione più umana e più vicina alla natura e a Dio. Anna Comegna Fonte: A. Comegna, Il cammino della fede: Santiago de Compostela , in «Voria», II:1, Capracotta, febbraio 2008.

  • L'arte casearia a Capracotta

    Capracotta, magica terra di pascoli incontaminati con erbe pregiate dell'Alto Molise; latte proveniente da bovini e ovini alimentati al pascolo, oppure con foraggi dalle ricche essenze prodotti nel medesimo territorio, specialmente durante i mesi primaverili, quando i prati sono gonfi di erba fresca. L'aria, l'ambiente, mucche e pecore controllate e selezionate, la passionale cura nella preparazione dei derivati del latte con prodotti che garantiscono genuinità, sicurezza, rara qualità e inconfondibile sapore, insieme a tanti nutrienti per la salute. Prodotti che costituiscono il risultato di attività dalle lontane origini legate ai riti della transumanza, della storia e della cultura di un popolo, di intere generazioni di pastori, esportata anche al di fuori della nostra nazione. Bontà, sapori e tradizione di questa antica arte che continua attraverso attività a conduzione familiare, artigianale, aziendale. Latte crudo non pastorizzato, al quale si aggiungono caglio o fermenti naturali e sale da cucina, utilizzando caldaie d'acciaio, riscaldandolo alla temperatura tra 37° e 40°. Dietro, però, l'eccellenza dell'intera produzione di rinomati prodotti caseari, c'è da considerare quella che è l'attività lavorativa legata alla produzione di tali specialità, ovvero il casaro, e l'elemento essenziale che è il latte, di mucca o di pecora, che arriva nelle rispettive aziende per essere lavorato. Il primo momento della lavorazione è rappresentato dalla cagliata (la coagulazione del latte, caseina, grassi) che dopo 30 minuti si rompe ed i diversi pezzi si sistemano in ambienti con specifica temperatura ed umidità, procedendo, poi, con successive lavorazioni ad approntare i prodotti, fino al momento della formatura prima e della stagionatura dei formaggi poi, che avviene in locali con temperature intorno a 15°-18°. In tale ciclo produttivo, oltre ad agenti fisici e chimici, il casaro va incontro a tutta una serie di movimentazioni di carichi e movimenti ripetitivi che possono causare disturbi agli arti superiori ed alle spalle, posture incongrue con problemi a livello del rachide cervicale e lombare, microclima sfavorevole, caldo associato ad umidità, problematiche legate all'uso di soluzioni disinfettanti e sanificanti. Durante la manipolazione delle materie prime e la produzione delle citate specialità, si corre il rischio di allergopatie caratterizzate da pneumopatie, in particolare, nei lavoratori del formaggio ammuffito per la presenza di funghi. Lavorare per diverse ore al giorno con il collo o il tronco flessi, o con le ginocchia in posizione obbligata, effettuare movimenti ripetuti ogni pochi minuti, insieme al disagio da posture incongrue significa, a lungo andare, essere esposti a problemi dell'apparato osteo-articolare. Tali situazioni possono sfociare in tutta una serie di patologie fortemente invalidanti, tali da modificare sostanzialmente ed in maniera negativa la qualità della vita del lavoratore stesso. A parte i corsi che, con periodicità, tale tipo di lavoratore deve frequentare presso l'ASL, alla luce delle norme di controllo alimentare basato sui principi del sistema HACCP - D. Lgs. 155/97 e seguenti - nel rispetto dei decreti legislativi vigenti 81/08 e 106/09, sarà necessario programmare un idoneo protocollo di sorveglianza sanitaria, con visite specialistiche periodiche, per le patologie muscolo-scheletriche che sono causa di affaticamento, dolore e altre problematiche che condizionano non poco la vita del lavoratore. Si dovrà impostare un programma di tipo ergonomico finalizzato all'ottimizzazione delle condizioni e dell'ambiente di lavoro, per renderle più consone all'attività dell'uomo. Sarà pertanto utile istituire corsi di formazione-informazione, al fine di diffondere nozioni sui corretti atteggiamenti posturali, oltre all'utilizzo di idonei dispositivi di protezione individuale. In conclusione, l'organizzazione del lavoro, gli eventuali interventi sull'ambiente di lavoro, insieme ad altre procedure prima menzionate, rappresentano un approccio globale che consente di porre l'attenzione sulla cura dei casari, sia in un'ottica preventiva che diagnostica/terapeutica, quale solo il medico del lavoro può garantire. Felice Dell'Armi Fonte: F. Dell'Armi, L'arte casearia a Capracotta: lavoro in azienda, bontà a tavola , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.

  • Gente di paese

    Prologo Questo breve e romanzato racconto vuole essere un omaggio soprattutto ai miei genitori ed alla famiglia a cui mi onoro di appartenere, anche se con un cognome diverso, ma spero possa essere un omaggio per tutte le famiglie di questo paese che magari si riconosceranno nelle esperienze e nei ricordi. Mi perdoneranno i miei parenti ma non potevo inserire i nome di tutti. Ho scelto le nostre origini. Mia madre Vincenza Di Lullo è deceduta nell'ospedale di Agnone il 16 luglio 2009, ed era, come tutti gli anni della sua vita, durante il periodo estivo, nella sua casa natale di Capracotta. Mio padre Francesco Grillo si è spento sei mesi più tardi, il 27 gennaio 2010, nella residenza per anziani "S. Maria di Loreto" di Capracotta. Gente di paese Nella residenza per anziani "S. Maria di Loreto" il sig. Francesco si trascina stancamente nel corridoio con il cervello attraversato da pensieri, immagini, lampi, alla ricerca di qualcosa che non saprebbe definire. «Franco, Franco dove vai?» Pina, Giuseppina Mosca, è una delle infermiere, badanti, assistenti che operano nella struttura, lo cinge dolcemente per le spalle e gli spiega che lo deve accompagnare dal dottore per la solita visita di controllo. Il dottore, Michele Notario, il medico condotto del paese che aggiunge ai suoi normali compiti di assistenza l'impegno di un presidio presso la struttura, quale servizio integrante delle attività offerte agli ospiti. La struttura è una conquista della comunità che, guidata dal sindaco Antonio Monaco, ha appoggiato l'imprenditore Ermanno D'Andrea e partecipato con un azionariato popolare al finanziamento dell'opera. Michele visita il paziente con gesti veloci ed esperti gli rivolge le solite domande di routine, sostituisce un farmaco con un alto un po' più blando ma che ritiene abbia la stessa influenza su quel povero cervello ormai sommerso dalla demenza senile ed al termine lo affida a Pasquale Paglione, una delle pietre miliari, il factotum dei lavoratori della casa, l'animatore con una battuta per tutti, sempre con un sorriso o una carezza per gli ospiti. Pasquale lo accompagna verso il salone dove si trova la quasi totalità dei degenti. Due figure femminili si avvicinano, zia Ida (l'ha sempre chiamata zia!) con la figlia Angelica. Ida Catalano, moglie di Salvatore Di Lullo, era la più affezionata, più legata e vicina alla moglie di Franco, sua nipote, ed ancora non sa darsi pace della sua scomparsa. Angelica, la figlia, è forse la più conosciuta della dinastia. Ha sposato giovanissima il sarto Sebastiano Di Rienzo che si rileverà munito di grande talento tanto da operare nelle più importanti sartorie ed atelier di grande moda, ancora oggi impegnato ad organizzare eventi e sfilate. Zia Ida si sincera delle condizioni del nipote acquisito e poco dopo si allontana con la figlia. Franco si avvicina e siede di fianco al suo compagno di stanza, Giovanni Borrelli. I due si "intuiscono" ed a modo loro si rispettano, scambiano a volte qualche frase ma sempre persi nei loro sogni. Il sig. Borrelli tenta sistematicamente di scappare, di tornare a casa, la sua casa che probabilmente nemmeno ritroverebbe ma che cerca disperatamente. Franco invece chiama, urla come può urlare un vecchio di 85 anni, il nome della moglie, «Enza, Enza», diminutivo di Vincenza Di Lullo, scomparsa da pochi mesi. Liliana Di Rienzo, un altro angelo della struttura, si avvicina e cerca di tranquillizzarlo. – Stai calmo Franco, è uscita, è andata a comprare, fra poco torna – è la solita gentile bugia che gli dicono tutte le volte che la cerca, cioè almeno ogni mezz'ora. La malattia gli ha annullato il presente, non percepisce il quotidiano, dimentica quello che ha appena fatto o detto, ma non quella figura femminile sempre presente al suo fianco da quasi 60 anni di vita comune. Un matrimonio di altri tempi, si direbbe oggi. Franco si avvicina ad una finestra, guarda il cielo grigio da dove, come per magia, migliaia di fiocchi bianchi scendono volteggiando, nevica, nevica, e i ricordi lontani, chissà perché, riaffiorano, non sono cancellati: sono indelebili. Ricorda ancora la prima volta che arrivò a Capracotta. Aveva conosciuto Vincenza per corrispondenza (allora si usava molto), era una vicina di casa, la sua casa natale a S. Nicola la Strada, un paesino alle porte di Caserta, e aveva il nominativo di una brava ragazza di montagna in età da marito, gli aveva mostrato una foto di lei. Franco era rimasto affascinato da quel volto con una fluente chioma di capelli neri ondulati ed un sorriso caldo e luminoso. Lui si era arruolato nella Guardia di Finanza a 16 anni e non aveva avuto modo di conoscere molte ragazze (come se fosse semplice all'epoca!) ma quel volto lo faceva sognare ed aveva iniziato una fitta ed appassionata corrispondenza. Dopo un anno erano "fidanzati" e lui si accinse a presentarsi ai genitori dell'amata per il fidanzamento ufficiale e per chiederla in sposa. Era il lontano 1951 ed i mezzi di trasporto non erano certamente paragonabili a quelli attuali. Con il treno, dopo due o tre cambi, arriva alla stazione di S. Pietro Avellana da dove gli hanno spiegato deve prendere la corriera per il paese. È ottobre, fa freddo e c'è un po' di neve. Per un casertano la neve è un evento e lui si guarda intorno stupito. Un vocione lo fa sobbalzare: è Onorato Di Lullo (altra branca della famiglia), l'autista che tutti i giorni percorre la stessa strada per due o tre volte caricando i pochi o tanti viaggiatori in arrivo o in partenza, che lo apostrofa e, con un accento strano, gli dice che se deve andare al paese deve salire in fretta ché è in partenza. La corriera dipinta di verde si inerpica per la statale che sale, curva dopo curva, con la neve sempre più alta. Franco è bianco come un cencio, no, non per paura, in fondo ha partecipato anche alla guerra, ma perché non sopporta le curve e la puzza di nafta che fuoriesce dal motore tirato al massimo della vecchia corriera. Onorato lo guarda nello specchietto e, memore di altre esperienze simili, tira fuori un bel limone e glielo porge. – Succhialo, succhialo pianom vedrai che ti aiuta. Nel frattempo la strada diventa stretta, la neve ormai è una massa enorme e altissima: non si passa. Franco non ha mai visto in vita sua tanta neve messa insieme. L'autista invece è calmo e tranquillo, ma come fa a non preoccuparsi? Strano! Improvvisamente un tuono, un rumore assordante ed un filo di fumo grigio compare dall'altra parte della massa di neve, al quale muove come un'onda del mare o come la sabbia di una duna del deserto, ed ecco comparire un trattore enorme, gigantesco, con due lame di ferro a mo' di denti appiccicate sul davanti sembra un enorme squalo! È il famoso spazzaneve dono dei capracottesi emigrati in America e giunto in paese solo l'anno precedente dopo un lungo e avventuroso viaggio. L'autista manovra il macchinario come se fosse un'auto di piccola cilindrata ed in breve la strada è nuovamente libera. Finalmente la corriera arriva in paese, ora a quest'altezza è una bellissima giornata, il cielo è blu, un blu smeraldo, il panorama mozzafiato, l'aria tersa e fredda. Mentre si guarda intorno, un suono di corno attira la sua attenzione. – Udite udite, domani mattina ci sarà il mercato a S. Giovanni. Chi grida quelle informazioni è Vincenzone, cioè Vincenzo Evangelista, di professione falegname ma anche una specie di messo comunale che informa la popolazione degli "eventi" della settimana che si svolgeranno in paese o quelli vicini: quale sistema migliore? Ad attendere il promesso c'è solo una piccola parte della famiglia ma sembrano tantissimi. Il padre della ragazza, Giovanni, con due dei suoi fratelli, Michele e Giuseppe, tutti avvolti in strani cappotti, i famosi cappotti "a rota", le relative mogli Giuseppina, Ida ed Elena Catalano, guarda caso tre sorelle di una famiglia sempre paesana, ed i relativi figli. Il cognome si dice arrivi dalla Spagna, esattamente dalla Catalogna, da dove emigrarono in Campania e da dove, a causa di persecuzioni religiose, si spostarono nell'Alto Molise. Ma lui ha occhi solo per lei, gli pare molto più bella che in foto e, se prima aveva ancora dei remoti dubbi, questi svaniscono come la neve al sole. Enza è in compagnia di sua cugina Lucia Di Rienzo, che sposerà poi Vincenzo Di Lorenzo; il fato porterà le due amiche a vivere insieme, da vicine, a Torino negli anni della prima maturità. Lucia sarà la sorella a cui confessarsi, con cui condividere gli affanni e le gioie della nuova vita, ed in seguito trascorrere le estati nel paese natio. Lo portano a casa dove sul fuoco del camino nel "cotturo" bolle allegramente un'abbondante pasta e fagioli preparata da mamma Giuseppina. Nella casa ricostruita, come quasi tutto il paese dopo la distruzione della guerra, vivono due dei fratelli, Giovanni e Michele, ed infatti Vincenza è cresciuta con i cugini Vittorio ed Antonio, con i quali continuerà a dividere la casa per tutta la vita, e con l'ultima arrivata Maria. La famiglia Di Lullo, come quasi tutte le famiglie del paese, viene identificata con un soprannome, per tutti sono i Mescùne , forse perché essendo in tanti, quando si presentano, sembrano uno sciame, o forse perché il vociare tutti insieme sembrava un ronzio o forse... chissà. Sono sette fratelli e una sorella, Enerina; mancano Salvatore, che emigrerà in Germania, e Raffaele, che vivrà a San Severo. Pasquale, il primogenito, è mancato da qualche anno. Dalla progenie la famiglia conterà fino ad oggi ben 176 individui. Sono uomini duri, avvezzi alle fatiche del lavoro pesante, sono soprattutto carbonai e, per questa attività, stanno spesso lontani da casa per settimane o mesi. I "grandi" sono anche partiti come soldati per partecipare al grande conflitto: Giovanni, Salvatore e Giuseppe sono stati prigionieri per alcuni anni ed in Paesi diversi, provando, oltre ai maltrattamenti e alle privazioni materiali, la fame, la vera fame. Giovanni racconterà al suo primo nipote che «quando trovavo le bucce di patàne nella spazzatura dei Tedeschi mi sembrava un dono del cielo e piangendo me le divoravo». Non sono tanto ciarlieri i fratelli e Giovanni forse più di tutti ma bastano gli sguardi per capirsi. E quel giovanotto venuto per portarsi via la sua unica figlia forse gli sta antipatico, ma nota che la fanciulla è felice, non l'ha mai vista così radiosa, e poi il forestiero è una Guardia di Finanza, ha la divisa dello Stato, uno stipendio sicuro: come resistere? Le donne della famiglia subissano di domande il promesso, non gli danno nemmeno il tempo di rispondere e lui molte volte non capisce nemmeno quel dialetto misto a qualche parola di italiano. Soprattutto Michela Sozio, la futura moglie di Adamo, il fratello giovane, cantoniere sempre in giro a riparare strade e preparare sentieri, lei è donna gentile pronta sempre a sacrificarsi per gli altri, e sempre con il sorriso sulle labbra. Da buon militare Franco deve accorciare di qualche centimetro la lunghezza dei capelli per rimanere nella misura di ordinanza. Lo accompagnano alla bottega, un piccolo ma dignitoso e pulito locale dove opera da barbiere Vincenzino Catalano, il fratello maschio della famiglia, ammalatosi da bambino di nanismo e, pertanto, mai cresciuto nel fisico, ma anch'egli dotato di umanità e calore, oltre che di capacità che lo porteranno a diventare infermiere nella maturità. Certo, il taglio non è da concorso, ma per i paesani va più che bene. La licenza sta per scadere, Franco deve ripartire, ma ecco che... «Nonno, nonno», il richiamo lo riporta per un momento al presente, sono i nipoti Daniele e Riccardo, il primo, impegnato per lavoro, ritorna saltuariamente alla casa dei nonni, Riki invece, diminutivo utilizzato da tutti, è legatissimo al paese dove ha trascorso tutte le estati dell'infanzia e che continua a frequentare non appena ha possibilità di "scendere" dalla sua Torino, conosciuto da tutti per la sua folta e vistosa capigliatura. Franco è tornato con la mente ai suoi ricordi, si vede di nuovo in procinto di salire sulla corriera, ma ora, davanti a lui, ci sono proprio tutti, i figli, i nipoti, tutta la famiglia, vecchi e giovani, quelli ancora presenti e i tanti passati a miglior vita e davanti a tutti c'è lei che gli sorride con uno sguardo dolce. – Vieni nonno, ti accompagno in camera... – gli dice il nipote. Franco gli sorride ed a braccetto del giovane si incammina verso la sua stanza per l'ultima volta. Vincenzo Grillo Fonte: V. Grillo, Gente di paese , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.

  • L'autocandidato

    È un uomo di molte speranze quando parte per il Congresso; ma quando ritorna quasi sempre è un altro. Ha i nervi tesi, allora; tutto gli dà fastidio, non può sentir né rumori né suoni, specialmente di... tromba, ed è capace di rimanere a digiuno se sulla tavola apparecchiata fa bella mostra di sé un... fiasco. – Dio mio – gli domandano premurosi gli amici – ma sei matto? – Sì... no... lasciatemi fare. – Ma in tal caso noi facciamo voti... Diventa feroce: – Voti? Voti? Me ne infischio, dei vostri! – Oh, ma perché ci tratti così? Ti abbiamo sempre riguardato come il nostro amico più eletto! Scoppia, allora: – Ma se non mi hanno eletto affatto, bestie che siete! Al Congresso non è difficile conoscerlo: già, non gli sfuggite. Vi guarda, vi scruta, e i suoi occhi sono come due ganci. Quando sa che siete maestro, vi sorride; alla notizia che siete congressista vi stringe la mano... – Delegato? – Sì. Vi cade tra le braccia. – E ti chiami? – Cecco Rocco. – Benissimo, non m'è nuovo il tuo nome: sei... aspetta... aspetta... di... – Capra... – Ah, ecco, di Capracotta! – No, Capracruda. – Ma è lo stesso. Lessi un tuo articolo su I Diritti . – Ma io sono abbonato a Scuola, libertà ... – ...e fratellanza ... – ...No: giustizia . – Ah, ora ricordo bene: proprio in questo giornale vidi il tuo bellissimo articolo su... – Non è possibile! non scrivo mai... Sì, qualche volta il sagrestano mi prega di buttargli giù quattro righe per la moglie che sta lontano a servire... ma questo non c'entra. – Eppure, guarda, mi pareva tanto!... Ah, tu fai amicizia col sagrestano?... – Ma... sai... – Che? Fai benissimo: t'approvo. Finalmente un certo principio di moralità... di religione, ci vuole. Ah, io sono stato sempre per la fede dei miei maggiori, e il prete, tira là, non è quella bestia nera!... E mi fanno ridere quando parlano di scuola. – Oh, oh, ma che credi? Ma no, il mio sagrestano, poveretto, accende le candele e tira le campane per la pagnotta; ma ha un'anima di proletario ed è più rivoluzionario di Braccialarghe! Se non fosse così, non lo guarderei neppure; lo metterei al cantuccio come ho fatto col curato. Amici codini non ne voglio. L'autocandidato spalanca le braccia: – Così, così mi piaci. Volevo ben dire... Io facevo per non avvilirti: ma noi dobbiamo andare verso la vita. Già uno quasi sovversivo: non si dirà mai che Taddeo Bertoli... – Bertoli? Tu sei Taddeo?... Ah, per Bacco, ma a te sì che ti si conosce!... Scrivi da per tutto, su I Diritti , la Tribuna , il Corriere , l' Unione ... La fronte dell'autocandidato si tinge di un rosso che può anche essere di modestia: la sua voce prende un che di untuoso: – Ma... così... qualche volta, butto giù! – Scrivi di politica, di scuola, di letteratura, di cucina... – Troppo buono... – Di scuola pedagogica, di lavoro manuale. Ah, bravo, bravissimo... Ho piacere! – Zitto, zitto; che bravo! I colleghi, piuttosto son buoni con me, e quei signori della stampa!... – E fai dei discorsi anche! – Così... qualche parola; ogni tanto, porto il saluto della Sezione, nei convegni, nei comizi.... – ...Nei congressi. – Già. Ma pel Congresso ho pronti dodici discorsi. Cecco Rocco ha dei segni di spavento. – Che vuoi! bisogna dir tutto e non aver peli sulla lingua: anche la nostra Unione ha bisogno di essere rinnovata dalle radici. – Hai ragione, ci vuole una riforma... – ...Radicale! Ed io apposta mi sono iscritto nel partito radicale, che poi, mentre ha un sapore di sovversivo, permette anche la partecipazione al potere, e se non si conquista il potere non si fa nulla... Se non si è in cima all'albero... – ...Non si possono rinnovare le radici: è naturale! – Bravo! Vedi che le verità non sfuggono alle persone intelligenti. Peccato davvero che un maestro come te debba essere sacrificato laggiù a Capracotta! – Ma no: Capracruda! – Fa lo stesso. Del resto credi tu che se i signori della Presidenza dell'Unione avessero avuto un po' di buona volontà non avrebbero potuto migliorare le condizioni di voi colleghi di Capra...? – ...cruda. – Chi ha mai preso a cuore gl'interessi vostri? La vostra voce lassù non arriva. – Dici bene: bisogna portarcela! Giusto nell'ordine del giorno del Congresso c'è anche l'elezione dei consiglieri... L'autocandidato ha un sorriso un po' amarognolo: – Ah, ma che speri? Sono sempre gli arruffoni che vanno su; gli altri debbono lasciar fare. E t'assicuro che tra quelli che rimangono giù, vi sono dei valorosi che scrivono in tutti i giornali, di politica, di questioni scolastiche... – Di arte, di letteratura, di cucina... – E parlano... – E presiedono Sezioni. Ma lascia fare. Questa volta il mio voto è per te. L'autocandidato protesta: – Che dici mai! Non parlavo mica... Troppo buono. – Via, via, bando ai complimenti: tra colleghi. E poi è ora d'imporsi: ho degli amici, il loro voto non lo negheranno... Peccato, però, che essi siano teste un po' calde, mentre tu... soltanto così radicale! L'autocandidato non si scoraggia: – Oh, finalmente, le idee camminano! Quando si è sulla strada, se occorre un passo di più, io non ci guardo! Ma quasi sempre, al responso delle urne, s'accorge che è proprio la sua candidatura quella che non cammina! Angelo Magni Fonte: Agnolo, L'autocandidato , in «I Diritti della Scuola», VII:44-45, Roma, 30 agosto 1906.

  • Gregorio

    Il sole ormai alto riscaldava l'aria e la sua luce s'infilava tra le case del corso animato di gente affaccendata oppure desiderosa di trascinarsi pigramente da un estremo all'altro per godere della bella giornata, del cielo azzurro in cui netto si stagliava la sagoma di Monte Campo. Nella piazza del Municipio confluivano in molti dalle strade vicine, qui s'incontravano giovani e anziani, promesse ed esperienze. Un'edicola fornita di pochi numeri di giornali e qualche rivista era una meta importante, un collegamento minimo con il resto del mondo; è proprio di ritorno da qui e diretto verso casa che Gregorio con il giornale in mano si fermava a salutare qualche conoscente e scambiava della chiacchiere; distinto, quasi professionavele coglieva ogni spunto per un'indagine sottilmente filosofica sull'esistenza umana e con altrettanto entusiasmo, se gli si dava l'occasione, si soffermava a celebrare l'arte figurativa che lui da autodidatta coltivava con interesse. Proprio la descrizione accurata della tecnica appresa tradiva un sogno non del tutto realizzato, una passione non pienamente soddisfatta, quanto piuttosto un impegno con se stesso, con la sua naturale inclinazione. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.

  • Caso Fontana: giustizia a orologeria o visione patrimonialistica della cosa pubblica?

    Lunedì il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è intervenuto nell'Aula del Consiglio regionale con una lunga comunicazione volta a informare sulle vicende riguardanti le indagini in corso su di lui. In realtà, Fontana non ha affrontato solo questo argomento, ma ha fornito una ricostruzione puntuale di quanto accaduto nei mesi scorsi, nel pieno dell'emergenza da Covid-19 che ha colpito la regione da lui governata più di ogni altra realtà del nostro paese. La Lombardia è nell'occhio del ciclone per la gestione della pandemia e l'inchiesta sui camici e il materiale sanitario prodotto per la Regione dalla ditta di proprietà del cognato e della moglie del Governatore rappresenta soltanto l'ultima di una serie di indagini che stanno interessando la Giunta lombarda. Ma veniamo ai fatti. In piena emergenza la Regione Lombardia, alla disperata ricerca di dispositivi di sicurezza individuale (camici, mascherine ecc.) si rivolge alle imprese della regione. All'appello risponde, fra le altre, l'azienda del cognato e della moglie di Fontana, il quale non si capisce bene se e quando venga informato di questa cosa (si dice che il 10 maggio ne sia informata la sua segreteria, anche se trattandosi di una domenica è piuttosto improbabile, quindi il Governatore ne sarà stato informato lunedì 11 o martedì 12; è inoltre alquanto singolare che debba venire a conoscenza del fatto dall'Assessore Cattaneo e non dalla moglie con cui vive... ma ciò non ci riguarda!). Si tratta di una fornitura di qualche decina di migliaia di camici per poco più di mezzo milione di euro. Un'inchiesta giornalistica di Report mette sotto la lente di ingrandimento su quel contratto, negli stessi giorni in cui Fontana decide di parlarne con il cognato. Gli articoli della stampa riportano che l'iniziativa di Fontana segue e non precede l'avvio dell'inchiesta di Report; anche in questo caso ballano due o tre giorni (fra il 12 e il 15 maggio), ma non è che con i pressanti impegni che in quei giorni il Governatore si trovava ad affrontare per fronteggiare la pandemia dovesse proprio correre ad incontrare il cognato... quindi possiamo in buona fede immaginare che, al di là dell'inchiesta giornalistica, lo avrebbe comunque fatto. Ad ogni modo sentito il cognato, lo convince su due piedi a trasformare la commessa in donazione. Probabilmente il cognato non avrà reagito molto bene, quel che però conta è che chiama e scrive un'e-mail in Regione per comunicare lo storno della fattura (peraltro, già emessa... che straordinaria rapidità!), e lo fa talmente di corsa che la Regione ha finora soltanto accusato ricevuta di quella e-mail, senza aver ancora proceduto alla formalizzazione della donazione secondo le consuete procedure (tra l'altro, non si capisce nemmeno se abbia formalmente risposto alla proposta di donazione, perché - e dobbiamo saperlo - in Italia anche una donazione, se riguarda la Pubblica amministrazione, non è una cosa che si può fare su due piedi!). Infine, a parziale risarcimento della perdita procurata, Fontana decide motu proprio di bonificare alla società del cognato 250 mila euro (circa la metà del compenso perso) da un conto di cui è intestatario in Svizzera. Un conto sul quale sono depositati più di cinque milioni di euro, risparmi di una vita della madre e del padre arrivati dalle Bahamas, dove erano originariamente collocati in due trust (un meccanismo di origini anglosassone, non proprio trasparente, per la gestione di fondi in rapporto strutturato con diversi beneficiari), successivamente sanati con voluntary disclosure per il fisco italiano. Valore e causale del bonifico ("camici") sono così singolari da allertare Banca d'Italia rispetto alle ordinarie procedure di inchiesta per riciclaggio. Dell'attività di Banca d'Italia vengono informati i magistrati che già stavano indagando sul caso dei camici per altre ragioni. E Fontana finisce nell'occhio del ciclone con un'indagine che si fa sempre più articolata e complessa. La vicenda, di per sé, sembrerebbe degna di un feuilleton, o di una telenovelas di quelle che ancora oggi vanno per la maggiore nelle serate del fine settimana delle reti Mediaset. Ed è in parte anche alimentata da dichiarazioni alquanto stravaganti del diretto interessato, che non ricorda esattamente quando fosse venuto a conoscenza della fornitura onerosa di camici da parte del cognato, si dice sorpreso del passaggio dei soldi dalle Bahamas (avendo sempre pensato fossero depositati a Lugano), afferma di non avere operato almeno dagli inizi degli anni Ottanta sul conto svizzero dove si trovavano quei soldi (anche se poi si scopre che di movimenti, e pure per cifre consistenti, su quel conto in anni recenti ci sono stati), e non ricorda neppure di aver pagato all'Anac una multa di mille euro, per aver omesso di dichiararli nel suo stato patrimoniale del 2015, l'anno in cui i cinque milioni di euro depositati a Lugano vennero sanati. Insomma, visto il modo maldestro in cui risponde ai rilievi che gli vengono mossi, c'è proprio da ritenere che Fontana si sia sempre comportato in perfetta buona fede. Anche perché è poco plausibile pensare che un amministratore pubblico di esperienza e un professionista navigato come quale il Governatore della Lombardia è, con un passato ricco di importanti incarichi societari (Missoni, Fiera di Milano, Macchi, SIAE SpA ecc.) e di governo (Sindaco di Induno Olona e Varese, Presidente del consiglio regionale lombardo e infine Presidente di Regione Lombardia), possa essere vittima di svarioni così eclatanti. Non dobbiamo però dimenticare che - piccolo particolare non del tutto indifferente - stiamo parlando del Governatore della Lombardia, mica del Sindaco di Capracotta (con tutto il rispetto per il Primo cittadino e i circa 800 abitanti di quell'ameno comune del Molise). L'indagine giudiziaria farà il suo corso e potrebbe anche non sorprendere (come già accaduto in altre occasioni) che alla fine Attilio Fontana risulterà non aver commesso nessun reato. Ma il problema politico resta ed è grande come una casa. Non si tratta tanto dell'opportunità o meno, per un Presidente di regione, di lasciare via libera a propri congiunti in una cospicua commessa dell'amministrazione di cui si è a capo. In circostanze di emergenza, come quelle in cui si trovava la Lombardia qualche mese fa, potrebbe essere del tutto trascurabile se a rispondere all'appello per risolvere un problema di scarsità di camici fosse anche un'azienda che ha legami familiari con il capo dell'esecutivo. Ciò che è grave sta nel fatto che un amministratore pubblico di lungo corso, nonché un avvocato professionista con tanto di studio affermato, come appunto è Fontana, non abbia deciso di rispettare alcune regole minime di condotta che riguardano chi riveste una carica pubblica. Tenere un comportamento ispirato a principi di trasparenza, evitare improvvisazioni del tutto incompatibili con la gestione della cosa pubblica, non accertarsi - come avrebbe dovuto fare, una volta a conoscenza del fatto - della correttezza delle procedure amministrative seguite dai propri congiunti. Sono aspetti fondamentali che devono ispirare e contraddistinguere l'azione di chi esercita una funzione pubblica di governo come Fontana. E quel che sorprende, nella sua comunicazione di ieri al consiglio regionale lombardo, così come nella difesa della sua condotta esercitata dai suoi colleghi di partito, Matteo Salvini in testa, è che non si intraveda il benché minimo straccio di cultura delle istituzioni e della loro terzietà. Fontana, così come la Lega e Salvini, trattano la cosa pubblica adducendo ragioni di natura privata. Come nel più retrogrado e tradizionale patrimonialismo, nel senso weberiano del termine, il rispetto di principi di trasparenza, correttezza procedurale e separatezza della pubblica funzione dal propria sfera privata, come stile distintivo dell'amministratore pubblico, viene derubricato e messo in un cantone, in virtù di un pratico richiamo alla sostanza delle cose. Una persona non può essere indagata per una donazione. Sì, ma questa donazione non è un semplice affare di famiglia (ciò che, peraltro, per la legge italiana, richiederebbe comunque un atto di certificazione da parte di un notaio). È qualcosa che riguarda un'ente pubblico come Regione Lombardia, così come riguarda Attilio Fontana in quanto Presidente della Giunta di quella regione. Se Fontana e la sua Giunta, la Lega e il centro-destra lombardo, Matteo Salvini non se ne rendono conto è un problema. Pretendere di parlare in nome del "popolo" (italiano o lombardo che sia, poco conta!) non può significare trattare come casa propria le istituzioni della Repubblica. E su questo non del tutto trascurabile aspetto, la magistratura politicizzata, la giustizia ad orologeria e il garantismo non c'entrano assolutamente nulla! Luciano Mario Fasano Fonte: https://blog.ilgiornale.it/ , 29 luglio 2020.

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