LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La febbre di Tommaso
Maria Lucia Santilli era una delle mie trisnonne, nello specifico era la mamma di Maria Giuseppa Di Nucci, a sua volta madre della mia nonna paterna Elena Comegna (1925-2009). Per gli aneddoti che aleggiano sulla sua figura, credo che Lucia dovesse essere una persona piuttosto allegra e sagace, certamente saggia, e l'unica fotografia che conosco la ritrae nella tipica posa dell'epoca, anziana ma ben pettinata, lo sguardo serioso ma un pochino rassegnato. In fondo Lucia sopravvisse dieci anni alla sua prima figlia e quella è una brutta esperienza che segnerebbe chicchessia, in un qualsiasi periodo storico. Tuttavia era imperturbabile e utilizzava spesso l'espressione « via càcchie », come a voler ingentilire l'inflazionato « via càzze »! Si pensi che un giorno, in campagna, si tagliò un dito che le rimase penzoloni; a chi le intimò di andare immediatamente in ospedale, rispose: « Ne tiénghe àrr'e nòve! ». Fatto sta che il 14 giugno 1897 Lucia aveva sposato Tommaso Di Nucci, un umile bracciante. Il loro fu un matrimonio semplicissimo ma felice. L'unico problema risiedeva nel fatto che Tommaso, col passare degli anni, cominciò a soffrire di asma e di forti emicranie, alternate a frequenti stati febbrili. Da perfetta casalinga qual era, Lucia si occupava dell'intero governo della casa e immagino che deve essere accaduto in una grigia mattinata di aprile allorquando, uscita di casa per fare la spesa, si sentì chiedere dalla sua vicina impicciona: – Er Lucì, gnà ŝtà marìttete? – Addumàne i vè la fèbbre a Tumàse! – volendo intendere che lo stato di salute di suo marito era talmente prevedibile, e sempre in senso negativo, che le speranze di vederlo fuori casa erano davvero poche. Ancor oggi, quando una persona sta per ricevere un grave incarico che siamo certi non apprezzerà, a Capracotta si usa dire: « Addumàne i vè la fèbbre a Tumàse ». Una vera e propria cit. , come dicono sui social network! Francesco Mendozzi
- La "Contrada Popolo"
In questi giorni a Capracotta sono venuti alla luce i resti di quello che fu un fabbricato distrutto dalla furia nazista nel novembre del 1943. Il nostro concittadino Lucio Carnevale, dopo un attento intervento di recupero di una vasta area, ha rinvigorito nell'animo di tantissimi capracottesi i ricordi, quasi sopiti, di quelle tristi giornate del 1943 quando la nostra cittadina fu quasi totalmente distrutta dalla follia nazista. Tutto ciò accade a settant'anni dalla distruzione di Capracotta, un lungo periodo durante il quale si è sempre parlato di quei giorni e dei patimenti della nostra gente, ma oggi possiamo vedere nella sua cruda realtà i resti di una delle tante abitazioni che andarono distrutte. Possiamo sicuramente dire che Capracotta ha acquisito al patrimonio collettivo un vero e proprio monumento alla memoria di quelle disperate giornate. Lucio ha voluto ricordare per brevi cenni le vicende di quella abitazione, andando a ritroso nel secolo scorso. Ricorda i protagonisti di questa storia, che sono diversi e fa dei riferimenti ben precisi desunti da atti che custodisce gelosamente tra le sue carte, tra i ricordi della sua famiglia. La casa era molto grande con circa 18-20 vani, dislocati su più piani, già appartenuta alla famiglia Pettinicchio, nella zona chiamata Contrada Popolo. Nel 1924 l'immobile fu acquistato dalla signora Di Ciò Romilde, di Agnone. Di seguito la trascrizione della parte introduttiva dell'atto notarile di compravendita dell'immobile risalente al 1924. Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d'Italia. L'anno 1924 il giorno 18 del mese di Novembre, in Capracotta nel mio studio in via Sant'Antonio 39, avanti a me Filippo Falconi, notaio, si sono presentati Conti Cav. Tommaso, fu Pasquale (nonno dei medici Conti Antonio, Tommaso, Paolo, Letizia e Michelina) e dall'altra la signora Di Ciò Romilde fu Giandomenico da Agnone. Questo il racconto di Lucio: – Dopo soli 19 anni dal suo acquisto (dicembre 1924-novembre 1943) la signora Di Ciò vedeva svanire la sua abitazione minata ed incendiata dai tedeschi, cosa accaduta anche a tante altre abitazioni di Capracotta. Abitazioni che si incastravano l'una con l'altra, con proprietà diverse, che durante la fase della ricostruzione diedero luogo a controversie, anche di natura legale. La furia nazista colpì anche l'abitazione di mio nonno, Antonio Carnevale, che aveva una abitazione che come altre si intersecava con la proprietà altrui, quelle della signora Romilde Di Ciò e della famiglia di Silvestro De Renzis. Nei giorni successivi alla distruzione ci fu un fuggi fuggi generale di tutti. A Capracotta la storia ci ricorda che rimasero pochissimi abitanti, tutti gli altri su ordine delle autorità militari furono trasferiti come sfollati in Puglia ed in altre località. Iniziò la ricostruzione, mio nonno Antonio, che aveva otto figli, impartì ai figli maschi, tra questi anche a Giacomo, mio padre, l'ordine di preparare due fazzoletti, uno per il naso e uno per il sudore. Ma la ricostruzione portò ai problemi dovuti alle proprietà che si incastravano e si intersecavano tra di loro. Così accadde anche per la proprietà di mio nonno che per poter ricostruire quanto di esclusiva proprietà, non potendo assolutamente fare diversamente, dovette ripristinare anche parte delle proprietà di altri, della signora Romilde Di Ciò e della famiglia di Silvestro De Renzis. Mio nonno con al seguito mio padre, che era il più istruito della famiglia (seconda elementare) e sapeva fare di conto, chiese alle famiglie De Renzis e Di Ciò un contributo per le spese sostenute per ricostruire anche parte delle loro proprietà. La risposta fu picche per entrambe le richieste, anzi la signora Di Ciò chiese a mio nonno un risarcimento per un muro di confine che il veterinario, nonché geometra, Turchetti Giuseppe periziò il 14/11/1950 con giuramento davanti al cancelliere Carnevale Mario nella sede della pretura di Capracotta. Copia della perizia a firma di Turchetti è in mio possesso. La perizia fu di 12,6 metri cubi di muro da risarcire, per un totale di 40.320 lire oltre al valore pari a 69.680 lire per un corridoio che la signora di Ciò non volle riprendere cedendolo a mio nonno. L'impiego totale veniva pagato con 80.000 lire contanti e 30.000 lire con cambiale (l'originale è in mio possesso). Alla scomparsa della signora Romilde Di Ciò, la proprietà si trasferisce a favore di altri soggetti. Stiamo parlando di macerie e dell'area di sedime del fabbricato distrutto e di quel poco che restava della casa, dove tra le altre cose nel passato esisteva una oreficeria. Dopo una lunga trattativa nell'aprile del 2013 ho acquistato dall'erede della signora Romilde Di Ciò, unitamente a mia nipote Anna (sovvenzionata dal padre ricco, Franco), le macerie di quello che fu un grande fabbricato prima che fosse distrutto dai nazisti. Dopo l'acquisto mia madre con grande franchezza mi disse: «Figlio mio hai comprato la sterratura». C'è stata una breve pausa. Poi sono iniziati i lavori, con tanta paura perché l'abitazione era stata utilizzata dai tedeschi come deposito per le munizioni, ma grazie ad un accorto lavoro, molte volte manuale, è iniziata l'opera di recupero dell'area. Oggi quel cumulo di "sterratura" come definito da mia madre è stato rimosso, sono tornati alla luce vecchi pavimenti, le basi delle mura perimetrali, un pezzo di muro alto circa 3 metri e resti di oggettistica, tutta recuperata. Un luogo dove tutti si fermano a guardare, dove tutti vogliono sapere. È il nostro passato, la nostra storia, una storia che non è ancora finita. Lucio Carnevale Fonte: L. Carnevale, "Contrada Popolo", da sporca e degradata, riconsegnata a nuova vita , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.
- Mattone dopo mattone
Il narratore, come instancabile mastro carpentiere, deve raccogliere tutte le energie per affilare e cementare le parole giuste e, mattone dopo mattone , la struttura della storia vive sempre in una incredibile combinazione di pensieri, di idee e di volti. Ogni personaggio trova il suo spazio ed è pronto per salpare verso quel viaggio immaginario e simbolico, nel quale porterà come unico e malconcio bagaglio la propria esistenza e, con essa, quella spolverata di fantasia e di leggerezza degli anni lievi; quel carico di malinconia e di solitudine degli anni maturi; quel fardello troppo pesante degli anni di vecchiaia, talora alleggerito dalla magia di uno sguardo a ritroso che fa brillare, tutto d'un fiato, l'incredibile viaggio della vita. Un piccolo paese di montagna fa da sfondo a questa nuova avventura dove i protagonisti sono gli uomini e le donne che, per incanto, rinascono dai ricordi di una grande casa sita nel quartiere di San Giovanni ed ancora brillano come stelle dalla luce inesauribile. La bianca facciata sbruffata, nemmeno intaccata dal grigiore del tempo, rievoca il silenzio ovattato del paese innevato dove il vento e la neve danzano in coppia, intessendo danze vorticose come giri di valzer nell'aria. L'aria, da silente qual era, improvvisamente diviene carica di energia e lungo la strada di San Giovanni, lastricata dalle quadrate pietre regolari e ben tagliate, il vento ruba la scena all'aria mite intessendo mulinelli di folate, tanto poderose e forti da spostare il peso di un uomo vigoroso e dalle spalle possenti. Dalle finestre sulla via di San Giovanni si apre lo spettacolo mozzafiato della Maiella, la "Montagna Madre" degli Abruzzesi o "Padre dei Monti" come la definì Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia . Lo sguardo incantato si perde nella cresta dei monti e nell'orizzonte, ancora più lontano, e, come la memoria, si immerge nei ricordi di una vecchia casa che ancora sa parlare di sé e degli uomini e delle donne che l'hanno abitata. Tutti i componenti della famiglia, vicini e lontani, sono intenti, con le azioni e con il pensiero, a svuotare la grande casa Carnevale dagli infiniti oggetti e dalle suppellettili varie e tutti, chi più chi meno, hanno trovato qualche piccolo segno capace di rinverdire il cuore e di alimentare il ricordo fiero delle proprie radici montane. La sala della bisnonna Michela, fatta di legno scuro ed intagliata con delle minute figure di angioletti sospesi nell'aere, giace lì con appeso un bigliettino giallo con la scritta: "Non buttare". I locali sono vuoti e la memoria li rivive ad uno ad uno come nella sequenza di un vecchio film dalla bobina consunta, del quale solo ora scopro la trama: la vecchia bottega ( putèca ) di falegnameria di nonno Giulio e zio Giacomo, alla quale si accedeva attraverso una curiosa porta angolare di colore chiaro, utilizzata da noi bambini come una specie di altalena rustica per via di un predellino interno; il grande terrazzo dal quale ancora si può godere del verde fogliame dell'albero di noce; l'orto, senza tempo, che un tempo era affollato di fiori dai colori intensi e di belle piante bulbose e rigogliose. L'operazione "svuotamento casa" tira fuori i ricordi e dai cassetti tanti documenti che parlano di quelle persone come se ancora fossero lì a ricordare che una casa si può svuotare ma la memoria no, quella resta salda nella vita di ciascuno e conferisce dignità ed identità a quello che siamo diventati con il trascorrere del tempo. Un prologo più ampio per significare che gli oggetti ed i luoghi sanno parlare e persino raccontare degli uomini e delle donne che un tempo li hanno posseduti. Primiano Carnevale, il mio bisnonno, nonostante ne avessi tanto sentito parlare, l'ho scoperto, anche nell'anima, durante questa strana operazione "svuotamento casa" come persona fiera ed allegra, dotata di forza d'animo e di cuore gentile; sposatosi ben presto con Michela Ianiro, che portò in dote addirittura una parte della vecchia casa, ebbe sette figli: Filomena, l'unica femmina, e sei maschi, dei quali, Giovanni, Cesare, Costantino e Pasqualino seguirono la strada tracciata da Don Bosco e si fecero preti; gli altri due, Giacomo e Giulio, divennero falegnami come san Giuseppe e sposarono le due sorelle Maria ed Anna, detta Annina, la quale, a sua volta, ebbe sette figli. Filomena, l'unica femmina, sposò un cancelliere e ben presto partì per la sua nuova vita. Come in un moderno social network , le loro vite sgorgano, in uno con l'energia ed il dolore di quegli anni, dal linguaggio pacato e forbito delle tante lettere rinvenute nei vecchi cassetti, dal tono aulico e burocratico dei documenti e dai colori sbiaditi delle cartoline d'epoca, tutte conservate con una cura per i ricordi come se celassero ancora istanti di vita non consumati. Nella grande casa abitavano tutti insieme, secondo gli usi del tempo, e tutti insieme dovettero affrontare lo strazio dello sfollamento; lo storico documento rinvenuto tra le vecchie carte, reca la firma del Commissario Prefettizio (data 8 novembre 1943) ed attesta, purtroppo senza possibilità di smentita: ...che la famiglia del Sig. Carnevale Primiano [...] a seguito dell'avvenuta distruzione dell'abitato di questo comune ad opera delle truppe tedesche si trasferisce nel comune di Agnone (prov. Lo Basso). Si rilascia il presente per far constatare quanto è detto e perché la suddetta famiglia possa usufruire dei mezzi di trasporto che le Autorità Anglo Americane potranno mettere a disposizione della stessa per il raggiungimento del Comune di Agnone. Beni perduti: mobili, suppellettili ed effetti personali dell'intera famiglia e abitazione propria. La strada che condusse ad Agnone fu colma di sofferenze perché molti uomini - oltre ai beni perduti - sembrarono avere perso anche la speranza di poter continuare a guardare oltre l'orizzonte; in molti si sentirono incapaci di rimirare le nuove albe dai colori rosati ed i tramonti dalle sfumature cangianti, come se la dolorosa esperienza bellica avesse sbiadito i toni dell'iride e tutto prendeva la configurazione di un film muto, in bianco e nero: niente più voci, niente più colori! Subito dopo lo sfollamento, giunta l'epoca della ricostruzione, nonno Primiano tuttavia non si perse d'animo e allestì una piccola fabbrica di mattoni (detta la Pincera o pinciera ) con la quale aveva in animo di procurare a sé ed ai suoi compaesani il materiale per l'edilizia da riedificare. La lettera (data 13 settembre 1945) indirizzata da nonno Primiano al figlio don Costantino, all'epoca cappellano militare, testimonia la fatica e le preoccupazioni di quel tempo e così, mattone dopo mattone, pare di udirne ancora la voce: Amato Figlio... Domani, a Dio piacente, si darà fuoco alla prima cottura di mattoni. Io sono stato per due giorni al bosco a fare due traini di ceppe per casa ed ho fatto una buona provvista. Cerca di provvedere un po' di potassa se da costà se ne trova [...] Amoroso mi dice che sono sospesi gli attacchi di luce elettrica perciò l'attacco alla chiesa di S. Giovanni non può farlo e sarebbe un guaio se la novena si dovesse fare all'oscuro perciò ti prego di scrivere all'Unione Esercizi Elettrici per tale attacco. Rispondi subito. Ringraziandoti ti bacio. Papà. Che emozione nel leggere le preoccupazioni di quegli uomini, che nel periodo di guerra avevano perso tutto (mobili, suppellettili ed effetti personali dell'intera famiglia e abitazione propria) eppure si preoccupavano della piccola Chiesa di San Giovanni perché sarebbe stato un guaio recitare le novene all'oscuro! Le preoccupazioni non mancavano davvero per questi uomini vissuti negli anni dolorosi ed intensi e nonno Primiano morì di lì a poco per una violenta polmonite cagionata dalla fatica e dall'affanno derivati - come si dice - dall'avere impegnato tutto se stesso, e la propria vigoria, nella organizzazione della festa di san Giovanni. Tra le carte, ecco che spunta un doloroso cordoglio, scritto di pugno dal fratello Vincenzo alla mia bisnonna Michela; la lettera, dai toni intensi e drammatici, riassume il dolore e la fatica di quegli uomini e di quelle donne vissuti nel tempo della guerra e così ora par di ascoltare una voce ferma e dolente declamare: Carissima sorella, il 1943 ci ha fatto andare in rovina, le nostre case ed i nostri averi, il 1944 ci ha mandati esuli e raminghi ed il 1945 ci ha immersi nel lutto privandoci degli affetti più cari. Nel comune dolore piango con voi l'immatura perdita del caro Primiano ed esorto te ed i tuoi ad una santa rassegnazione, unico conforto a tanta sciagura. La rassegnazione, si sa, consente ai saggi di attraversare con passo più leggero il guado doloroso dell'esistenza e di rendere meno grave il peso delle inevitabili fatiche del vivere; così fece nonna Michela negli anni a venire e per superare gli anni difficili ed il lutto prematuro si dedicò alla casa, alle minute cose di ogni giorno, ai figli e ai nipoti. La lunga veste nera, talora grigia, abbellita da piccoli scialli, dai colori pastello, ben confezionati all'uncinetto e sempre appoggiati sulle spalle a scongiurare la potenza dello spiffero montano, agghindavano una femminilità d'altri tempi composta e quasi nascosta. Gli occhi ridenti, dal colore nocciola, lanciavano penetranti scintille di luminosità a chi muto li interrogava e rivelavano tratti sapienti ed arguti, dai modi semplici e raffinati. La tempra dai cromosomi robusti e longevi le aveva consentito di sfidare le intemperie ed il logorio del tempo, come si attraversa un lungo mare, senza mai smettere di tenere ben saldo il remo della piccola barca che conduce alla riva. Il suo passo fermo, mi pare ancora di udirlo rintronare nelle piccole orecchie, calcare il solaio malfermo e ballerino della vecchia sala, tutta ricostruita con le traversine della ferrovia dismessa per fare economia sui materiali al tempo della ricostruzione. Nonna Michela era solita preparare profumati brodini vegetali, quasi anticipando la moda della cucina salutistica; ne ricordo ancora l'odore rimasto impresso nella mia memoria olfattiva di bambina, sempre così impegnata nella ricerca del segreto della vita da immagazzinare i volti, i profumi ed i racconti di quelle belle estati dell'infanzia. La sua ricetta miracolosa era quel profumato brodino, che consumava tutte le sere, segno di una alimentazione essenziale e fatta di pochi e selezionati ingredienti. La casa, superati gli anni difficili, era sempre allietata dal rumore giocoso di molte persone ed era come se vivesse, in uno con gli uomini e le donne che l'abitavano, di una vita allegra ed insolita dove gli umori, gli ardori, i dolori e le gioie, con una imponderabile mescolanza, rivelavano segnali di una vita autentica e di forte socialità. La casa pulsava nei rumori della falegnameria dove i piccoli apprendisti si recavano per imparare il mestiere ed emanava odori intensi: il profumo del legno segato di fresco evoca ricordi teneri ed infantili, come se l'odore di quei trucioli fosse ancora lì a parlare di quelle persone. Nonno Giulio con i suoi petressi (ovvero piccoli pezzi di legno tagliati in modo regolare, proprio come delle pietre quadrangolari, da qui forse il termine dialettale) mi procurava rudimentali giocattoli, per i quali io andavo pazza tanto da custodirli gelosamente come un antico tesoro. La sua maestria artigianale era accompagnata anche da un forte impegno verso la società civile come rivelano i vecchi "Schemi di lezione per la formazione politica e sociale" della nascente Democrazia Cristiana, custoditi nel vecchio cassetto del comò. Pagine sbiadite e giallognole dove si spiega il senso del vivere politicamente, a cui consegue «il dovere di una preparazione morale» e il «dovere di una preparazione culturale». Trovo anche il libro mastro con l'annotazione della contabilità della piccola Chiesa di San Giovanni. In quel quaderno, dal sapore antico, le entrate, le uscite ed i riporti sono indicati in grafia stilografata, bella e precisa, quasi si fosse trattato di redigere un bilancio di una moderna società multinazionale. Quanti volti riemergono dalle stanze vuote della vecchia casa; volti di uomini e di donne legati alla terra ed alle radici inestirpabili delle proprie origini montane; volti che hanno saputo lasciare traccia, come firma indelebile, nei piccoli gesti e nelle povere cose possedute. E così... mattone dopo mattone... tutti i volti cari riappaiono e sembrano ancora parlare di sé, col solo monito di non disperdere i semi della loro esperienza perché, mattone dopo mattone, come casa dalle solide fondamenta, si costruisce l'esistenza e si diventa uomini e si diventa donne... e si impara a camminare con passo fermo sul solaio ballerino della vita. Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Mattone dopo mattone , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Analisi del caciocavallo
Il caciocavallo è il vero e legittimo rappresentante del caseificio dell'Italia Meridionale, dove ebbe la sua origine. Si fabbricano, è vero, caciocavalli in alcune località della Lombardia; ma i centri di produzione più importanti trovansi nell'Agro Romano, negli Abruzzi, nelle Puglie, nella Calabria, nella Basilicata, ecc. Il consumo maggiore di esso viene fatto nell'Italia Meridionale; persino quello che si fabbrica in Lombardia viene quasi intieramente consumato laggiù. Tuttavia è probabile che fra qualche anno la fabbricazione del caciocavallo possa maggiormente estendersi, poiché, indipendentemente dalle sua qualità specifiche, esso si può fabbricare in tutte le stagioni, non dà scarti ed è di facile conservazione. La composizione chimica del caciocavallo non venne fin qui studiata, almeno ch'io sappia, da nessun sperimentatore. Ma se è interessante di conoscere, specialmente nei riguardi della chimica alimentare, la composizione di questo importantissimo tipo di formaggio, non si può pretendere di averne un giusto concetto con le due analisi che ora io presento, poiché è presumibile che le condizioni speciali dei vari centri di produzione, e i metodi di fabbricazione un po' diversi da un sito all'altro, possano esercitare un'influenza anche sulla composizione chimica del formaggio. Il metodo di fabbricazione, ad esempio, usato nell'Agro Romano, è diverso da quello che viene seguito in altri luoghi; il caciocavallo prodotto in Lombardia è ordinariumente preparato con latte mezzo scremato, mentre nell'Italia Meridionale si adopera sempre latte intero. Guidato da queste considerazioni, io infatti mi sono procurato parecchi campioni di caciocavallo nei vari centri di produzione; senonché per molte circostanze, che qui trovo inutile di dire, non mi fu dato di ultimare che due sole delle molte analisi incominciate, e sono quelle appunto cui la presente nota preliminare si riferisce; quanto prima mi sarà possibile, tornerò sull'argomento. I campioni da me analizzati provengono dalla R. Scuola pratica di Agricoltura di Scerni, e furono preparati dal Sig. Agostino Santilli, capo-coltivatore di quella Scuola, al quale devo la cortesia di alcune utili informazioni a loro riguardo. Il campione n. 1 venne fabbricato con latte di vacca intiero; quello del n. 2 con una mescolanza di latte di vacca centrifugato mediante la Baby-Laval e di latte di pecora contenente l'otto per cento di burro. Il n. 1 ha colore giallo-pallido e sapore gradito non molto marcato del caciocavallo; il n. 2 è fortemente colorato, come se lo fosse artificialmente, ed ha sapore leggermente pecorino. È importante, secondo il mio avviso, l'esperimento fatto dal Sig. Santilli col mescolare del latte di vacca centrifugato a quello di pecora intiero, per le conseguenze tecniche ed economiche che ne potrebbero derivare, allorquando questa mescolanza fosse praticata sopra vasta scala, tanto più che, dal lato tecnico, l'esperimento in discorso mi sembra abbia dato buoni risultamenti. Non credo ora né logico né prudente, per la scarsezza del materiale da me analizzato, di soffermarmi a considerazioni speciali, a riavvicinamenti e confronti. Questi saranno da me fatti a suo tempo, allorquando potrò raccogliere in un quadro molte analisi di caciocavalli di varia specie e provenienza. Non posso però fare a meno di notare fin d'ora il grado di concentrazione (se così mi si permette di esprimermi) dei singoli principi alimentari nei campioni da me analizzati, per mettere in maggior rilievo l'importanza di questo tipo di formaggio in riguardo appunto alla alimentazione. Le analisi in discorso furono eseguite seguendo in gran parte il metodo da me adoperato nell'analisi del cacio pecorino; devo soltanto avvertire che la proteina pura fu determinata col metodo di Stutzer mediante l'idrossido di rame fungoso sopra 1 grammo di sostanza secca e digrassata. Il precipitato rameico lavato e disseccato servì alla determinazione dell'azoto col metodo di Kjeldahl. Giuseppe Sartori Fonte: M. Zecchini, Le stazioni sperimentali agrarie italiane , vol. XXII, Bianchi, Asti 1892.
- Squarcione
Poche cassette di frutta e verdura sprigionavano fragranze fresche e pungenti che si diffondevano nella piccola stanza spoglia fino alla porta e poi si mescolavano agli odori della strada. Passando si poteva aspirare quel profumo che nell'aria tersa di montagna acquistava più forza e rappresentava una piacevole alternativa a quello acre del fieno e dello sterco degli animali presente in certe vie del paese. I colori erano inconfondibilmente quelli dell'estate: dei peperoni, delle melanzane, delle pesche, delle pere, che facevano una tavolozza variopinta quando il sole superava la soglia e illuminava l'interno della bottega di Squarcione, piccola e di un gradino sotto il livello della strada. Non c'era certo una folla a fare la spesa, ma le poche donne attratte dalle primizie, alla richiesta di quello o di quell'altro, combinavano un bel cicaleccio tutto intorno. Lui cercava di accontentarle, di rassicurarle sulla qualità, il peso, il prezzo, ma si spazientiva quando qualcuna metteva in dubbio la freschezza e la bontà della merce. Allora Squarcione arrossiva contrariato, scoprendo i capelli tutti bianchi sollevava un po' il berretto come fosse diventato d'impaccio e, nel rimetterlo, lo poggiava leggermente di traverso, intanto si accalorava e il suo aspetto un po' burbero finiva per sciogliersi a qualche compromesso, consapevole di non avere che pochissimi concorrenti in quegli ambulanti che salivano dai paesi vicini fino sulla montagna. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- L'epigrafe di mons. Baccari nel cortile di San Bartolomeo
Casualmente mi è capitato di accedere ad un cortile della chiesa di San Bartolomeo, nel centro storico di Campobasso (non è semplice entrarvi perché non aperto al pubblico). All'interno di esso ho notato, oltre una curiosa nicchia, un'epigrafe settecentesca. Essa è testimoniata anche dal Gasdia che la colloca però «sulla parete che sovrasta gli archi della nave in corno del Vangelo». L'epigrafe si trovava quindi dentro la chiesa, almeno fino al XVIII secolo. Ma cosa c'è scritto? D.O.M. PRINCIPEM HANC ARAM FRANC(iscus) DE BACCARIIS EP(iscop)VS THELES(inus) DIE XXX MAIJ MDCCXXVI NEC NON ECCL(esi)AM HANC CVM RELIQVIS DVOBVS ALT(aribus) S(anctæ) M(ariæ) ANGELOR(um) ET S(ancti) DONATI DOM(inicus) ANT(onius) MANFREDVS EP(iscop)VS BOJANEN(sis) DIE III JVL(ii) MDCCXL SOLEMN(iter) DEDICAVIT IPSAMQVE VISITANTIB(us) DOM(inica) I JVL(ii) XL DIES INDVLGENTIÆ PERPETVO CONCESSIT L'epigrafe è chiaramente settecentesca. Il 30 maggio 1726 il vescovo della diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant'Agata dei Goti Francesco Baccari (nato a Capracotta l'8 ottobre 1679 e morto a Cerreto Sannita il 13 maggio 1736) consacrò anche l'altare maggiore di San Bartolomeo. Il 3 luglio 1740 il vescovo di Bojano Domenico Antonio Manfredi consacrò l'intera chiesa ma in particolare due altari: quello della Madonna degli Angeli e quello di San Donato. Interessante come un vescovo di una diocesi campana viene interpellato nella consacrazione della chiesa. Inoltre c'è da dire che il fratello del nostro Francesco Baccari, ovvero Nunzio Baccari, fu vescovo della diocesi di Bojano dal 1716 al 1737 e sotto il pontificato di Benedetto XIII (Orsini, che conosciamo bene) fu vicegerente a Roma. Probabilmente, proprio perché il fratello era vescovo della diocesi di Bojano dal 1716, Francesco Baccari fu invitato a consacrare la chiesa di San Bartolomeo nel 1726. La famiglia Baccari, della quale abbiamo la foto dello stemma, era di origini chiaramente capracottesi. Libero Cutrone
- Le alte mura difensive di Capracotta
Nel mio " L'inaudito e crudelissimo racconto " tradussi e approfondii i memoriali di alcuni teologi slovacchi e ungheresi che, nella primavera del 1675, erano transitati in catene a Capracotta; due di essi, evasi e riacciuffati, avevano persino trascorso un periodo nelle nostre carceri. Uno di loro, Giovanni Simonide (1648-1708), scrisse nel suo memoriale che «[a Capracotta] delle alte mura circondano il suo nucleo interno per difenderlo dagli attacchi dei briganti». Quel fulmineo riferimento alle mura di Capracotta, fatto da chi le mura le aveva viste coi propri occhi, ha sempre colpito la mia immaginazione perché confermerebbe alcune miei ipotesi legate a un contrafforte presente al termine della scalinata di via S. Sebastiano, dove abito. Nelle due figure in alto ho evidenziato quelli che sembrerebbero dei veri e propri contrafforti, alti circa 9 metri, presenti sul confine sud di via Roma, tra la Terra Vecchia e il cosiddetto Rione Celano: quello di sinistra sembra anzi un rinforzo, ossia una struttura contenitiva e di consolidamento che ne rafforza un'altra, in questo caso il grumo di case del Sorcario (sul primo tratto di via Milano vi sono altre evidenze di mura contenitive). La foto di destra ritrae invece il contrafforte di via S. Sebastiano che, per la sua conformazione, pare essere un rimasuglio del muro di cinta della Terra Vecchia e che, al contempo, lascia immaginare come lì vi fosse una porta (le altre due sono la Porta Nova alla ex torre dell'orologio e la ripida scalinata al di sotto della Chiesa Madre). I contrafforti, tipici delle opere fortificate, sono elementi strutturali diretti a neutralizzare le spinte di una costruzione di notevole sviluppo verticale o comunque soggetta a notevoli sollecitazioni orizzontali. La loro presenza in quel di Capracotta è testimoniata nel tratto settentrionale dei Ritagli, sopravvissuto alla devastazione della Seconda guerra mondiale, come ho evidenziato nella sottostante fotografia. Va detto che questo tipo di struttura è presente in diversi punti dell'abitato di Capracotta ma il più delle volte, scrostando la brecciatura o gli intonaci, si intuisce che trattasi di semplici avanzi di muri perimetriali di abitazioni precedenti, riutilizzati per rinforzare i fabbricati adiacenti. In quel caso credo si debba parlare di falso contrafforte. Ma perché un paese situato in una posizione così privilegiata, dal punto di vista difensivo, aveva bisogno di alte mura? Davvero, come affermava Simonide, gli attacchi dei briganti giustificavano la costruzione di possenti mura difensive? Sì, i capracottesi vivevano «nella paura costante delle scorrerie dei banditi. Del resto, se ne radunano duecento, cinquecento e a volte anche più: provengono dallo Stato della Chiesa e tornano indietro con un ricco bottino». Si pensi che proprio mentre Giovanni Simonide è detenuto nelle carceri di Capracotta, il 10 giugno 1675, i «banditi saccheggiarono la città vicina. E, poiché sembrava che si stessero avvicinando a Capracotta, suscitarono tra i cittadini caos e terrore. Ovunque risuonavano le grida delle donne. Trasportarono bambini, indumenti ed altre cose verso il centro della città. Gli uomini, presenti perché erano già tornati dalle Puglie col bestiame, impugnarono le armi, spararono e si accingevano a scacciare i briganti. Vicino alla nostra prigione si trovavano sei tiratori. La prigione era infatti situata più in alto e davanti ad essa c'era un viottolo. Diedero dei fucili anche a noi ma ci rifiutammo di prenderli perché non ci intendevamo di armi. Tutti i preti e i religiosi erano armati». Se la mia può sembrare la semplice suggestione di un appassionato di storia locale, ci tengo a ricordare che l'ipotesi delle alte mura difensive di Capracotta venne sottoscritta anche dallo storico Luigi Campanelli (1854-1937), il quale sosteneva che l'altura del nostro abitato «era protetta da inaccessibili dirupi e dalla parte orientale da scoscendimenti che [gli abitanti] completarono con mura, forse anche per consolidare le sovrastanti case: e poi chiusero con porte, addossate a torri, i due ingressi estremi. [...] Le mura impostate come contrafforti, e sotto alle quali col tempo si stesero nuove case, restarono col nome di Rinforzi nei Registri parrocchiali della popolazione nel XVII e XVIII secolo, confermando col nome la primiera destinazione». Immaginate ora quanto fosse dinamica e malsicura la vita nella Capracotta seicentesca, con le campane della Chiesa di S. Maria Assunta che allertavano la popolazione quando una banda di briganti si avvicinava alle mura della nostra cittadina. Immaginate pure quanto potesse apparire bella Capracotta, nascosta dalle sue alte mura, sia a chi la guardava dal Sangro, magnifica e inaccessibile, sia a chi lavorava la campagna nella valle del Verrino, inviolata e protettiva! Casa. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018.
- La Fonte del Duca e la bretella transumante
A vederla così, sembra una fonte anonima al pari di tante altre, sparse sul territorio di Capracotta, eppure questa è l'unica a fregiarsi del titolo aristocratico, visto che apparteneva a don Giacomo Capece Piscicelli, che deteneva il titolo feudale di duca di Capracotta, proprietario di terre molto fertili in contrada Macchia. Alla sua morte don Giacomo lasciò ogni bene a suo figlio Carlo, quindi a sua moglie Mariangela de Riso, duchessa di Carpinone, che alla fine, per i debiti accumulati e per altre vicissitudini storico-politiche tra Borboni e Francesi, i loro figli furono costretti a vendere. La Fonte del Duca è geograficamente l'ultima fontana che si incontra sul territorio di Capracotta attraversando quella bretella transumante Castel del Giudice-Sprondasino di 29 km. che univa i due tratturi Celano-Foggia (208 km.) e Ateleta-Biferno (28 km.). Il tratturello di terzo livello partiva da Castel del Giudice a quota 800 m., costeggiava in sequenza il Vallone Molinaro, la sorgente dell'Acqua Zolfa e, dopo un'erta ascesa, giungeva a Capracotta in località Coccia Muzzo, poi ridiscendeva alla Fonte Giù, toccando il Casino, la Fonte del Procoio, la Fonte dei Pezzenti, il pilone di Passo della Regina e, finalmente, la nostra fonte di sangue blu. Va detto che in località Casino, dove una volta operava la trebbiatrice di Vincenzo Di Tanna " re Mulnàre ", era presente una zona di sosta ( re jàcce ) sia per la partenza che per il rientro dei transumanti capracottesi. Tra il XV e il XIX secolo Capracotta ha rappresentato uno dei maggiori centri della transumanza che, coi suoi 110.000 ovini, contribuì allo sviluppo economico dell'intero Alto Molise. Lungo il Verrino erano invece operativi diversi opifici che lavoravano i prodotti derivanti dalla tosa delle pecore e che crearono uno grande indotto anche nella lavorazione del latte, cosicché Capracotta vide aumentare costantemente la popolazione fino a 5.000 abitanti e la vicina Agnone raggiungere la ragguardevole cifra di 10.000 persone. Il comparto transumante interessava in tutto cinque regioni: Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, con circa 3.000.000 di capi nel 1700. Si pensi che per ogni 100 pecore occorreva un pastore, oltre al personale preposto alla lavorazione dei prodotti caseari, alla concia delle pelli e alla sorveglianza, (persone autorizzate a portare il fucile), accompagnati dai cani col collare di chiodi per proteggere il gruppo di uomini e pecore dagli attacchi dei lupi. Con l'avvento dell'Unità d'Italia l'economia transumante divenne il pretesto riparatore per le spese militari sostenute, il che portò, a fianco al progresso tecnologico, alla lenta rottura di quel "giocattolo" perfettamente funzionante: nel 1950 le pecore erano ormai 250.000 e negli anni seguenti il fenomeno semplicemente scomparve. A prima vista il tramonto della transumanza peggiorò le condizioni di vita in alta quota mentre le esigue greggi che continuarono a transumare lo fecero tra mille sacrifici e difficoltà, dato che i vecchi privilegi legati alla movimentazione di quegli sterminati armenti erano ormai un ricordo. Gli umili capracottesi, che avevano conosciuto un ininterrotto aumento demografico fino al 1900, non conobbero mai pari aumento delle condizioni igienico-sanitare ma furono sempre soverchiati da chi imponeva loro lo stato di legittimo possessore di diritti inalienabili diritti! Tra l'800 e il '900 nacquero a Capracotta e nei territori vicini dei motti canzonatori che con fine sarcasmo raccontavano la realtà. Dopo l'avvento dei Francesi si diceva "Egalitè, fraternitè, spògliate tu e viéŝtem'a me"; con l'Unità d'Italia invece "Finita la transumanza o brigante o emigrante"; dopo la conversione dei pascoli in colture scarsamente redditizie, negli anni '30 si era soliti dire: "Date a un capracottese l'accetta, l'aratro, la zappa, la cavezza di un cavallo o di una giumenta e sarà contento". Che magra consolazione! Tra un fiore colto e l'altro donato l'inesprimibile nulla. [G. Ungaretti, "Eterno", 1915] Filippo Di Tella
- Un personaggio riflessivo, intraprendente e industrioso: Marino D'Andrea
Nelle vie di Capracotta si ascolta il camminar della sera, tutti sono affaccendati alle proprie disposizioni che la vita a sequenza offre al passar dell'attimo che prosegue senza sosta, mentre l'"astro continuo", ad un occidente fosco e lontano, abbandona definitivamente la recinzione delle giogaie al tenebroso sguardo del cielo. Si ripetono i gesti delle origini, quelli che hanno dipinto il colore dei secoli: il celere passaggio di una mandria di pecore che sono dirette all'ovile, oppure l'attraversamento della bianca e vigorosa giovenca che non tanto silenziosa dalla contrada dei "prati del monte", calcando il molle zoccolo sull'erboso tappeto, a rilento e da sola, si trascina nei dintorni del proprio tugurio, che richiama il "traguardo garganico" ove zia Mariuccia e la figlia Concetta la stanno aspettando al vecchio abbeveratoio di legno, che a stenti ancora resiste alle intemperie dei secoli e dell'uomo. Dall'altra parte di un pagliaio dell'orto, possente si sente l'andatura del cavallo "ungarico" che trasporta continui barili d'acqua, forse anche la notte, che al ritmo della guida di un acquaiolo affaticato e stanco non vede l'ora di scendere alle scalette della propria casa, ove c'è chi con tanto amor l'aspetta, forse anche un po' distratto per mezzo di un'attempata finestra, che illuminata dalla fiamma di un camino acceso, ove questo, ripercuote dalla parete opposta al muro del fabbricato un'ombra in dislocamento, come se si trattasse di un rudimentale cinematografo, guardano divertiti anche i bambini, che con qualche nonna ed anziano dell'arteria allegramente commentano l'avvenimento. Sul bordo di un muretto a secco e poco lontano dalla strada mulattiera, s'odono rumorose voci di "campagnole", che in gruppetto, distinte od in spostamento si accingono a sparire oltre il piano della siepe per proseguire verso il borgo della periferia, ove la campana di Santa Maria di Loreto, echeggiando spigoli d'armoniosi suoni sulle chiome dei verdi e secolari fusti, continuamente le sta chiamando per mezzo del veterano, ed energico volontario innamorato sacrestano, che con la continua e appassionata memoria stilizza a pastorale tutto il sacro ed antico percorso del Tempio, mentre dall'altro campanile, opposto e centrale, a turno, i famigliari di Donato, con le corde guadate alla finestra della propria casa, ribattono intonati all'eco di Vallesorda. Alcune donne, quelle più in avanti, intonano canti religiosi alla loro amata Madonna, altre recitano un antico e locale Rosario, altre ancora invocano la Vergine per una pioggia più consistente, non solo per il raccolto ma, perché gli antichi e profondi pozzi e i primitivi serbatoi sono andati quasi tutti in secca, non bastano più per colmare il rifornimento idrico dell'alto paese, bloccato dalla rottura della pompa sistemata alle scintillanti acque sorgive Verrino, ove l'acquedotto è originato. Ogni ordine si crea e si frantuma all'istante. Ciascuno è un personaggio a se stesso e per gli altri. Sono le epoche che danno sembianze ai secondi, sono gli attimi che conformano le epoche a distanza. Cosi, in quest'habitat, culturale e formativo, che Capracotta cede alla propria storia uno del più romantico e rilevante personaggio: Marino D'Andrea. Fortunato il Castellino, C'è il figlio del Marino: Dove nasce lì il Verrino Al motore si consacrò! Una causa misteriosa Arrestò il gran pompaggio, Lui ristudia l'ingranaggio Eppur d'april si passa a maggio. Ma che uomo pien d'ingegno, Sulla liscia fa il disegno Ma la valvola di ritegno Mal contrasta il ripartir! Tra le ruote e gli inventari Là, che pare Leonardo, Ma la gente del ritardo Già incomincia a contrastar! Tutti parlano, ognun dice, Però il Marino là è felice! Avvolgibili al conduttore Ma scintille fa il motore. Sia di giorno che di notte Lui si chiude tra le porte. Tutte vanno ancora storte Ma il coraggio, stimol dà! Stacca, connette e ci riprova Bensì la chiocciola non cova! Là si esercita al collettore Ecco il dubbio se ne va! Si reca la moglie, sì che pensa: – È leggera la dispensa Del ritorno, là condensa Pan, formaggio e vino un po'... Capracotta, l'acqua piange Che, ai borghi più non nasce Ma nel cuore ognuno pasce: Il ruscello canterà! C'è chi pure prega storto Qualche cerchio al verso rima, Assai gelosi a quella stima, Mai, Marino si arrenderà! Tra le pinze colorate Lui contatta l'elettrone Nei dintorni un gran bagliore Il motor si avvia e va! Egli tentenna e non ci crede Del Ferraris si sente erede, C'è Marcon che dentro preme Ma il Duce più non c'è. Un sospir, va forte dentro Là si siede ed ascolta il vento Vien l'orgoglio dal tormento, L'allacciatura riapre là! Capracotta, quasi dorme, Al tramonto qualche stella, La cannella che saltella, Qualche spicciolo chiocciar. Nessun crede al par che vede, Si rallegrano indivisi i cuori, Tutti corrono per fuori Fino all'alba a festeggiar! Lui ritorna, eppure è notte, Nella piazza c'è la banda, Egli apprezza, ma rimanda, Vuol il riposo conquistar! Che esempio! Dà l'Assessore, Non vuol paga dal comprensorio, Lui lo ha fatto senza avorio Per amor della beltà! Il gran Sindaco Carnevale Al Capracottese che più vale Gli vuol dare il vero sale Ma lui insiste e dice: – No! Ecco il figlio, lui, Ermanno Che di scienza, ne ha il gene, Nel Contado porta il bene, tanto, tanto è d'ammirar! Anche lui come il babbo Dove ancora c'è ritardo... Nei terren del gattopardo Schizza acqua in quantità! Lui lo fa con tanto amore E ci dedica le ore, Nel silenzio vibratore Quiete al cuor senza rumore! Entro i campi del Caldora Dove l'alba, tanto indora Tra il fiume e molta flora Porta in alto un capannon! La "D'Andrea Molise" chiama Pezzi d’elevata precisione Hanno messo, sì in pensione Tante ruote a sonnecchiar. Succursale di Lainate Trasferisce a 'ste borgate, Porta pane e tante date, Vive un mondo che lui dà! Dai metalli va alle stelle, Pensa a cose troppe belle, Sulle "Scale del Paesello" Vuole il coro salterello! Sulla "Piazza delle Scale" Vuol cultura generale, Vuole cinema e teatro Che rammenta, là l'aratro! Vuole canti ed aspira squilli, Ben ci vede la Ferilli, Là che scende fra i birilli Con la rosa e tanti fior! Viene giù ed osserva il mondo Composto dal sol presente Tutto il borgo fa corrente Intero osserva proprio là! Sembra immobile il presente, Pian si approssima la Ferilli, Dalle fratte, tutti i grilli Fanno i trilli all'immensità! Per guardare questa diva Anche il Sangro eleva il letto Che vibrando tutto il petto Inoltre al mare racconterà! Qui ai piedi del Capraro, Che dell'aspetto è tanto raro, Il serio D'Andrea Ermanno Vorrebbe starci tutto l'anno! Frammenti ordinati e perfetti Per corpi faticosi sono gli effetti, Sul mercato vanno veloci e retti Oltre i limiti vanno nei distretti. Stimano anche le stelle, quelle vere, Tra le orbite e le nuove primavere. Cambiano i mondi e mutano le ere A volte bianche e delle altre nere... Qua il Comune dove nacque lui: Il Capitano delle ruberie Che all'Abate chiese poi perdono E volentieri le riconsegnò in dono. Tra i tali il Castellin di Licinoso, Del paesello di chi adesso scrive Che del confin n'erano due le rive Da lungo tempo ne riempì le mire. A Sessano voleva diventar sovrano Ambiva superare l'Angioino Che germogliato era assieme a lui. Ma trattar non volle e lo sfidò! Ai piedi di Sessano, là in pianura Si svolse la battaglia tanto dura, Il D'Angioino mise sì là, la prua E lo sconfisse senza la paura! Ammutolito, taciturno e assai pauroso Ai piedi di Capracotta rincasò ombroso, Angosciato, afflitto e non più fiducioso, Il troppo orgoglio lo abbatté pietoso! Entro i campi addietro tanto malandati Or molti meleti in fila ed ordinati Che allo sguardo, sembrano soldati Modicamente ingenui ed un po' sbandati. Tra il capannon moderno ed allineato Il figlio Ermanno tanto ha programmato. Ferri e frutti, mele e tanto acciaio Allegano solo il bene e mai un guaio! Tante canne al vento, come delle vele A San Matteo, danno belle mele Chissà un giorno, saranno nelle tele Se pittori verranno a conquistar! Indubbiamente qualche altra diva Alle "Scale Castellane" ad esibir Melise Organizzate dall'industrial che tanto ha fatto Diligente ed esemplar ha costituito l'atto. Collaborator d'Ermanno è Lino Gentile Che pure lui tant'ama quest'ovile, Col proprio stile ed anche signorile Sempre impegnato sì, da maggio ad aprile! Quando a settembre ci saran le mele Ed il foro del borgo tutto è completo Ognuno comparirà giocoso e molto lieto Per parlar di pomo e di meleto! Allo sguardo esteso del grande Ermanno Tutta l'ammirazione per lui che avranno Col sorriso nel cuor e mai un affanno Sicuramente questo in tutto l'anno. È lei Melise, che agguanterà il comando! Al soave vocalizzo delle tinteggiate elise Tra i raccolti del picciol e contadin Molise Al qual sovrasta vigorosa 'sta Melise Anche un po' capracottese: In terra castellana che fu frazione Questa, originaria eredita la nozione Ed il buon Ermanno esegue l'orazione! Tutti e due "ri paisi" indubitabilmente La piccola comunità competente E mai uno sguardo rimerà: "assente" Per sempre e con gioia fermerà al presente! La mela tanto sirena sul pendio affaccia, Incantevole il vento che scende e la setaccia. La Venere dell'Appennin che vive intrise, Merito altresì d'Ermanno che benedise! Ed al suo cor l'imprenditor condivise: La stupenda mela che mai più divise, Al territorio il pomo oltre sorrise Che osservò la sfera e poi convise! Meraviglioso frutto delle assise di Capracotta, intorno e il "Castellise". Una volta avviato tutto il gran motorio Vanno d’accordo acciaio e territorio! Tra materia ferrosa, pomi ed agronomia Il gran D'Andrea osserva astronomia, Sarà più forte ed incisa l’'ssatura Non si farà mai più la potatura! Come si è visto, l'industriale Marino D'Andrea è stato un grande personaggio di Capracotta, ma l'illustrissimo figlio dottore Ermanno, non è che sia da meno, è precisamente la stessa continuità del padre. Ermanno, elegante, sincero e giusto, apre i suoi interessanti moti giornalieri con cento e mille riflessioni, perché non tutto è facile, ma il bello della sua intransigente volontà, non è il solo affaccendarsi degli interessi propri com'è logico che sia, ma questo vale anche per la propria famiglia, gli appartenenti lavorativi, ed in particolar modo per l'avvenire, pure della sua cara e limitrofa terra: la valle del Sangro con le sue campagne e le imponenti cime appenniniche, ove la sua Capracotta con robusto orgoglio svetta allo sguardo degli orizzonti vicino e lontani. Se non fosse stato così, anche in eguale partecipazione con altri ed interessanti personaggi del perimetro, sicuramente non avremo molto ammirato tante belle mele del posto: la Melise. L'incantevole e ripristinato borgo antico di Castel del Giudice, che ha attirato anche l'affettuosa attenzione di tanti notabili della zona e dintorni, ma forse quella più caratteristica degli avvenimenti è l'attaccamento e l'ammirazione di questi ritocchi, da parte di noti vescovi delle nostre Diocesi ed abruzzesi; qualche invitato a stento voleva tornarsene alla propria residenza ed in taluno avvenimento, col cuore e con tanta generosità di tutti è stato ampliamente accontentato. Monsignore ha voluto replicare ed assorbire tutta la silenziosa ed attraente bellezza del "solco sangrino", ove saturatosi della spiritualità interiore e ringraziando Dio per averlo consegnato tra questi stupendi luoghi e persone, tutto appagato, salutando e benedicendo se n’allontanava. Il dottor D'Andrea è molto orgoglioso della sua Capracotta e prossimità, ma ama anche la sua Lombardia, che tanto ha voluto bene al suo indimenticabile papà. Ermanno è anche un taciturno benefattore! Teodorico Lilli Fonte: T. Lilli, Un personaggio riflessivo, intraprendente ed industrioso: Marino D'Andrea , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- La (mezza) rivincita del Fertility Day
Il Fertility Day, spernacchiato per la goffa campagna pavoliniana, si è preso la sua rivincita coi dati presentati venerdì dall'ISTAT: 14.000 nati in meno nel primo semestre dell'anno, -6%, il triplo di un anno fa, 1,35 figli per donna, record mondiale d'infertilità. Di converso, la mortalità è invece, nel 2015, salita del 9% (una strage, dicono per l'influenza, il freddo e il caldo...): la speranza di vita non calava dal 1945. Denatalità giù e mortalità su: un combinato disposto da allarme rosso. Che giustifica i presupposti di cento Fertility Day. Se nascere di meno e morire di più sono quindi ottime ragioni per procreare, a sconsigliarlo è invece quello che succede nell'intermezzo. C'illuminano i più recenti dati sul Belpaese: +250% di poveri dal 2007 (ISTAT); 28,7% degli Italiani a rischio povertà ed esclusione sociale (Eurostat); 10% di under 34 è povero assoluto (ISTAT); 67% di under 35 vive con i genitori, record EU, 3,7% in Danimarca (Eurostat); 2,3 milioni di 15-29enni non studiano né lavorano (Neet), record EU (Eurostat); -8,5% gli assunti a tempo indeterminato nell'ultimo anno, +31% i licenziamenti, +36% i voucher, indice di precarietà (INPS), 14 miliardi spesi per le imprese col Jobs Act (Ministero Economia); 47% di Italiani è analfabeta funzionale, record OCSE (media 15%); abbiamo una tra le minori quote di laureati in EU (OCSE); sempre meno servizi dai comuni (per dire: se in Germania non trovi posto nell'asilo nido pubblico lo Stato ti rimborsa); per la prima volta nella nostra storia moderna s'inverte l'"ascensore" generazionale: i figli peggio dei padri. Ne basta e avanza per tifare il villain di "Inferno" di Dan Brown (no spoiler). Sei nei panni (pannolini) di un italico neonato: al primo vagito devi 38.000 euro allo Stato (2,2 trilioni di debito pubblico), ti aspetta una vita da precario sottopagato (se papà non è iscritto alla loggia giusta), o ciondolerai con la mancetta di nonno fino alla canizie, se donna allo spirare dell'età fertile (la clessidra). Se non analfabeta funzionale come la metà dei tuoi connazionali, ma tra i pochi laureati (altro record negativo EU), puoi aspirare a un call-center albanese (loro assumono, i nostri chiudono) Unica gioia (!): essere una delle decine di migliaia di follower social di Corona o Vacchi… Lo capisci da te che è per il tuo interesse se i tuoi genitori esitano a generarti. Pure perché loro stessi sono a voucher e tenerti in grembo per i prossimi 35 e più anni è un tantino scoraggiante. Allora, è giusto il presupposto del Fertility Day, sbagliate le soluzioni comunicate: altro che clessidre ansiogene o "buone abitudini" da surfisti suprematisti bianchi e "negri" e "rasta" poco puliti e promiscui con scambio di psicotropi e liquidi organici, infertili "compagni da abbandonare" (i comunisti, si sa, i bambini non li fanno, li mangiano). Insomma il record di denatalità appena attestato dall'ISTAT è sì rivincita del Fertility Day, ma solo a metà: sì alla sua spinta all'educazione sanitaria e alla prevenzione (siamo il fanalino EU pure lì), ma tutto fuori tema quel posizionamento e il suo messaggio (manca lo "Stop-Onanism Day", sponsor la Società di Oftalmologia?). Serve invece più welfare. Churchill lo volle per la sua nazione prostrata dalla guerra, si è diluito poi omeopaticamente da Reagan e la Thatcher fino a Blair, Schroeder e ai nostri epigoni da liberismo a dispense. La lista di dati ISTAT, Eurostat e INPS di cui sopra non è forse da Paese post bellico? Oltre al ritorno ad una diversa redistribuzione diretta e indiretta tra salari e profitto, urgono servizi pubblici per dare (anche) alle coppie respiro economico ma anche e soprattutto solido senso di appartenenza ovvero fiducia, il migliore dei "fertilizzanti". Per recuperare quel civismo in gran parte perso nel loop insano di paure e individualismi alla base del nostro accresciuto egoismo decadente. In tal senso la sanità, può avere un ruolo centrale integrandosi col sociale, per trasformare esponenzialmente la loro sommatoria nel loro prodotto. Integrazione sociosanitaria istituzionale, gestionale, professionale. Un Sacro Graal che, come l'originale, tutti vogliono ma in fondo solo in pochi cercano davvero convinti. La sanità mano nella mano col sociale anche per non far vincere il messaggio che per procreare bisogna essere come i suddetti giovani ben pettinati del volantino del Fertility Day del "vivere così col sole in fronte" in spiagge Vip (a Capracotta tra coatti, fagottari e laziali notoriamente non si fertilizza). Buffo, però: i figli non li fanno proprio più proprio quelli come quei testimonial patinati dal sorriso smaltato che c'impartiscono lezioni di vita. A farli sono invece proprio gli altri, quelli scuri da "abbandonare". Magari quando sono sui barconi, in quel mediterraneo diventato il più grosso cimitero abusivo del mondo ("is a dead niggers storage here?!?" dice J. Dimmick-Q. Tarantino nel suo cinico ma didascalico monologo cult di Pulp Fiction). Riproducendosi con una loro dinamica che la dice assai lunga sul tema: solo cinque anni fa l'indice di fertilità degli immigrati in Italia era di 2,5 figli per donna, quasi il doppio di noi autoctoni (1,35). Ora sono già scesi a 1,9. Pure loro, vedendo l'aria che tira dalle nostre parti, stanno ripensandoci. Fabrizio Gianfrate Fonte: https://www.quotidianosanita.it/ , 2 4 ottobre 2016.
- La Banda musicale di Hilpertsau-Gernsbach a Capracotta ed Agnone
L'ensemble della Banda musicale di Hilpertsau-Gernsbach si esibirà il 16 agosto 2024 a Capracotta e il 17 ad Agnone. Di seguito, alcuni cenni storici dell'associazione bandistica e lo stretto legame con la famiglia Pollice. La Banda fu fondata nel 1924 e quindi quest'anno festeggia il centesimo anniversario. Durante la Seconda guerra mondiale tutte le attività furono sospese per diversi anni e a fine guerra, durante l'occupazione dell'esercito francese, l'associazione bandistica fu sciolta. Le attività ripresero agli inizi degli anni '50. La nostra famiglia Pollice è molto legata alla Banda perché nel 1969, con l'inizio di una nuova era, la Banda accolse per la prima volta nelle proprie fila tre ragazze, tra le quali mia sorella Anna, che suonava il clarinetto. Anch'io iniziai a prendere lezioni di flicorno all'interno della Banda. Vista la passione per la musica e l'opportunità data ai propri figli, mio padre Donato decise di diventare socio sostenitore della Banda e, dopo 40 anni, ne divenne socio onorario. Per riconoscenza, la Banda ha onorato mio padre in occasione della festa del suo 100° compleanno esibendosi il 5 settembre 2021 nella Chiesa Madre di Capracotta, visto che il 3 ottobre 2020, giorno del suo compleanno, a causa della pandemia, non fu possibile suonare in Germania. Inoltre, la Banda ha riservato alla nostra famiglia un altro grande onore esibendosi il 14 febbraio 2023 in chiesa in Germania durante il rito funebre di papà. Per tutto ciò, vadano alla Banda i nostri più sentiti ringraziamenti. Giovanni Pollice
- Natalino Sozio, quando determinazione e passione fanno la differenza
Natalino Sozio è la dimostrazione vivente che quando si fa qualcosa con determinazione e passione si ottengono sempre buoni frutti. Molti di lui dicono: «Tutto ciò dove ha messo mano è diventato oro». Durante un'intervista per un'altra storia di vita era uscito il suo nome perché era andato a trovare una sua dipendente malata fino a Parma e le aveva fatto sentire la sua vicinanza. Quante volte abbiamo sentito parlare di un datore di lavoro che ha a cuore la vita di un suo operaio? Ed ecco che è nato il desiderio di questa intervista e di cui riporto un'estrema sintesi. Domanda: – Ci sono avvenimenti particolari che hanno segnato la sua vita? Risposta: – Ce ne sono tanti ma di sicuro aver conosciuto la guerra quando avevo solo tre anni mi ha segnato in maniera molto incisiva. Ricordo un giorno in particolare in cui il cielo si era quasi completamente coperto per uno "stormo di aerei" che poi ho scoperto andavano a bombardare Isernia. Capracotta, mio paese di origine, per sei mesi ha vissuto gli orrori del fronte, i tedeschi che arretravano in ritirata e gli inglesi che incalzavano da dietro. I tedeschi, per non lasciare cose che potevano essere utili agli inglesi, incendiavano tutto. Capracotta è stata distrutta e i suoi abitanti sono diventati degli sfollati e la mia famiglia ha vissuto in quel periodo a Fresagrandinaria. Noi bambini, un po' incoscienti, vivevamo quell'esperienza come "l'avventura di andare fuori". Quando avevo poco più di 8 anni siamo riusciti a tornare nel nostro paese e ho potuto cominciare a frequentare la prima elementare. In quinta avevo orami 13 anni e quindi era arrivata l'ora di dover imparare un mestiere e sono andato da un mastro artigiano che mi ha insegnato l'arte del rivestimento e decorazioni di pareti, tendaggi e altri lavori del settore. All'epoca non era l'apprendista che veniva pagato ma era la famiglia di chi imparava che dava qualcosa al mastro. D: – Ha continuato poi questo lavoro? R: – A 18 anni il mastro mi ha portato a lavorare prima a Napoli e poi a Roma, eravamo degli artigiani specializzati e conosciuti. Arrivata l'età del militare, sono partito e ho fatto il carro Bari e poi sono andato prima a Pavia e negli ultimi 9 mesi a Milano dove ho conosciuto un architetto che era in ritardo con il militare per via della laurea e che insieme a tanti altri ha avuto modo di apprezzare la mia arte in occasione dei festeggiamenti dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate del 4 novembre. Mi sono congedato a Natale del 1961 e all'Epifania del '62 sono tornato a Milano perché avevo trovato lavoro tramite il tenente cappellano dell'esercito nel mio settore. Ci sono rimasto per sei mesi. Grazie all'architetto che avevo conosciuto durante il periodo del militare ho aperto un mio laboratorio e lavoravamo non solo a Milano, ma anche fuori, Saint Moritz e Cannes. Durante la mia permanenza a Milano mi sono sposato con una ragazza del mio paese, e ho avuto anche i miei due figli. Stavo benissimo, mi ero affermato professionalmente e la città offriva ogni tipo di svago ma col tempo si impara ad avere una visione più ampia della vita e avevo il piglio di tornare giù. D: – Qual è stata poi l'occasione di tornare giù? R: – Lavorando con i vari architetti, ho conosciuto un geometra di Vasto (zona che non conoscevo per niente), Nicola D'Ambrosio, e che mi diceva sempre che aveva un ristorante a Vasto Marina, "La Bitta", e che stavano progettando di aprire un nuovo ristorante a San Salvo insieme a un altro socio. Siccome quel socio si è ritirato, mi ha proposto di subentrare io. Dopo essermi confrontato con la mia famiglia nel gennaio del '71 abbiamo sottoscritto il contratto ma dopo un paio di mesi anche D'Ambrosio si è ritirato. Era tutto in fase embrionale ma io ero già entrato nell'ottica dell'attività di ristoratore e così mi sono ricomprato la sua quota e ho portato avanti quel progetto. Per un anno e mezzo facevo entrambi i lavori e ogni settimana tornavo giù per controllare e pagare i dipendenti. All'epoca a San Salvo Marina non c'era niente ma ci ho creduto nonostante tutto perché c'erano delle buone premesse, il mare, la Statale 16, la previsione di un casello autostradale. Avevo assunto un mio cugino cuoco che aveva maturato la sua esperienza a Roma e due camerieri. Nel 1972 ho chiuso il laboratorio di Milano e ci siamo trasferiti definitivamente a San Salvo. Gli architetti di Milano mi avevano aiutato a scegliere l'arredamento e le pitture e il papà di uno di questi anche a trovare il nome, "La Poppa". Il primo giorno che abbiamo aperto, su suggerimento di un mio architetto, abbiamo detto: «Mettiamo un tavolo apparecchiato fuori con un fiasco di vino sulla strada e il primo camionista che passa lo invitiamo» e così è stato. Nell'arco di 2-3 anni il ristorante si è ben affermato ed era diventato un punto di riferimento. La zona si è riempita di palazzi e si è costruita una bellissima comunità molto compatta intorno alla neonata chiesa R.N.S.G. Recitavo anche nei vari teatri che organizzavamo in parrocchia. Sono sempre stato molto espansivo e in quell'ambiente mi sentivo come un pascià. Avevamo 18 dipendenti ma non avevamo neanche un po' di tempo libero e siccome avevamo figli piccoli abbiamo voluto fare una scelta di vita cambiare attività. Il ristorante, anche se l'ho dato prima in gestione e poi ceduto molto avviato, chi l'ha ripreso non ci si è impegnato e alla fine è stato chiuso. D: – Quali erano le vostre specialità? R: – Le nostre specialità erano l'agnello e i formaggi di Capracotta, risotto alla milanese e tanti altri piatti. Facevamo sia carne che pesce, e abbiamo ospitato tantissimi matrimoni anche perché all'epoca i ristoranti così grandi in zona erano pochissimi. D: – Com'è arrivato poi ad avviare una fabbrica di bandiere? R: – Cercavo comunque un'attività in proprio ma più a misura di famiglia. Nel scervellarmi sul da farsi ho avuto un flash. Quando stavo a Milano vicino a dove abitavo si teneva la fiera campionaria annuale e io restavo affascinato dalle varie bandiere che abbellivano la facciata. Ho cominciato a fare una piccola ricerca di mercato e a inviare lettere (che tuttora conservo ben catalogate) ai vari stati sulla nascente fabbrica di bandiere. Dopo aver avuto diversi riscontri ho intrapreso questa nuova avventura. D: – Quali sono i lavori che le hanno dato maggiori soddisfazioni fino a oggi? R: – Uno dei lavori più importanti che ho fatto all'inizio è stato nel 1983 in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II. Ho realizzato tutte le bandiere che hanno sventolato in quel memorabile giorno. Nel 1987 ero entrato nello stadio di Roma e avevo lasciato il mio biglietto da visita e grazie a questo sono diventato il rifornitore ufficiale del campionato mondiale di atletica leggera che si è tenuto in quell'anno. Sono stato il rifornitore ufficiale delle bandiere dei mondiali di calcio di Italia '90. Nel 2011, in occasione del 150° dell'Unità d'Italia, la Presidenza del Consiglio mi ha onorato con l'esclusiva per la commercializzazione della bandiera creata con il logo appositamente studiato per l'occasione. Ho realizzato e realizzo bandiere per eventi di portata regionale, nazionale e mondiale. D: – Quali sono i suoi maggiori punti di forza? R: – Di sicuro la determinazione e l'essere affiancato da una famiglia che è sempre al mio fianco, a cominciare da mia moglie Enza Buccigrossi. Maria Napolitano Fonte: https://www.sansalvo.net/ , 14 novembre 2016.
- A suon di organetto
La musica dell'organetto accompagnava mazurca e tarantella nelle sere d'estate a San Giovanni, ballando in coppia o in cerchio, con inchini e giravolte, fino a tirar tardi. Non c'erano differenze d'età: si poteva ballare liberamente con dame e cavalieri, l'importante era divertirsi tutti insieme, seguendo il ritmo della musica che entrava nelle finestre delle case, quasi a voler invitar chiunque ad unirsi alle danze. Quei balli all'aperto erano momenti di vita collettiva rubati al caldo dell'estate, sotto un cielo stellato che sembrava dipinto, mentre la luna, con il suo volto argenteo, se ne stava solitaria, in disparte, ad osservare quegli istanti di festa. Marinella Sammarone
- Cosa vedere a Capracotta
Ci troviamo nel cuore del Molise, dove tra le alture dell'Appenino Molisano sorge il comune di Capracotta, una delle più importanti stazioni sciistiche della regione. Il borgo è di piccole dimensioni, conta al suo interno meno di 900 abitanti, e pochi anni fa è diventato famoso per essere stato protagonista di un record mondiale. Nel marzo del 2015 Capracotta superò, anche di molto, il record di precipitazione nevosa in 24 ore. Gli abitanti del borgo dall'oggi al domani dovettero far conto all'incredibile quantità di 2 metri e mezzo di neve precipitata, di 60 cm. superiore al precedente record, registrato negli anni '20 del XX secolo in una cittadina statunitense. Complice anche questo evento, Capracotta incuriosì i viaggiatori italiani, che in pochi anni la scelsero come destinazione delle proprie vacanze. Il Molise, la regione che non c'è , è un territorio molto più interessante di quanto si possa in realtà immaginare. Bisogna tener conto che la sua posizione, ben remota da tutte le metropoli italiane, scoraggia ancora oggi il grandissimo turismo di massa, garantendo però cosi relax e tranquillità quasi assoluta ai suoi visitatori. Da sempre esiste un certo stereotipo nei confronti del Molise, l'immaginario collettivo descrive la regione come fatiscente, noiosa , e poco attraente. Capracotta è l'esatto opposto. È un piccolo angolo di Svizzera nel Sud Italia: una città pulitissima, immersa in un paesaggio naturale da pelle d'oca e caratterizzata da un piccolo centro storico davvero bello, sebbene ristrutturato dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. La sua ubicazione nel bel mezzo del nulla è un punto di forza. Oltre alle due strade provinciali alla periferia del paese, il borgo è contornato solo dal paesaggio collinoso dell'Appenino, ricco di flora e fauna. Ed è proprio dalla flora e la fauna che parte il nostro viaggio alla scoperta delle cose da vedere a Capracotta. È infatti d'obbligo visitare il Giardino della Flora Appenninica, uno dei più alti giardini botanici d'Italia, posto a 1.500 metri sul livello del mare. Il Giardino della Flora Appenninica nasce negli anni '60 come progetto per la sperimentazione di piante officinali. Ben presto il parco divenne un'interessante attrazione turistica e, con il supporto della Regione Molise, uno dei più importanti centri per la tutela delle specie floreali protette. Il piccolo centro storico si caratterizza per la Chiesa di Santa Maria Assunta, che domina due delle più suggestive strade di Capracotta, la via Carfagna e la via Roma, entrambe dotate di una bellissima pavimentazione mosaica. Per accedere alla chiesa bisogna seguire la breve scalinata che conduce al piccolo piazzale frontale all'ingresso. Questo spiazzo è molto simile a un balconcino, da cui si gode di un bellissimo panorama sul centro storico di Capracotta e su i suoi immediati dintorni. È presente anche un'altra chiesa a Capracotta, intitolata a San Giovanni Battista, molto più sobria e semplice nelle sue forme. La chiesa, esternamente, presenta delle pareti bianchissime, mentre la facciata si compone esclusivamente del modesto portale d'ingresso e da una finestrella e mezzaluna, mentre a coronare l'edificio c'è la piccola campanella che suona allo scoccare delle ore. La terza chiesa di Capracotta è quella di Sant'Antonio di Padova, di dimensioni leggermente superiori a quella di San Giovanni Battista. La struttura di presenta composta da una serie di mattoni grigi, la facciata presenta esclusivamente il portale d'ingresso, raggiungibile seguendo i pochi gradini che lo separano dalla strada, e - alla cima - è presente la piccola campata. Uscendo dal borgo, infine, merita essere ammirato il Palazzo Baronale, risalente al XVI secolo e ubicato fuori dalle antiche mura cittadine. Ricordiamo inoltre che l'intero centro abitato è di per sé un'attrazione turistica di grande interesse. Grazie all'eccezionale pulizia e all'ottima conservazione degli edifici, Capracotta è un vero e proprio piacere degli occhi, impreziosita poi dalla presenza di numerosi viali alberati, fontane e monumenti vari. Simone Spelta Fonte: https://www.onemag.it/ , 21 luglio 2020.
- Re majellese e re sole
Ne juórne re majellése e re sòle letechieàvane. Une pretennéva d'esse chiù forte dell'uoàrre. A ne ciérte punde vediérne n'òmmene ca jéva camenieànne tutte cupiérte sott'a ne mandiéglie. Re dù decediérne ca re chiù forte tra lóre era quire ch'arrescéva a faje levà re mandiéglie all'òmmene. Re majellése cumenzàtte a scesciuà forte ma, chiù scesciuàva, chiù l'òmmene ze ŝtregnéva re mande, tant'è ca re pòvere viénde avètta siŝte. Dope n'anzé de tiémbe re sòle apparètte 'n ciéle e l'òmmene, ca sendéva calle, esse ze levàtte re mandiéglie. Accuscì, re majellése avett'ammétte ca re sòle era re chiù forte. T'è piaciuta la ŝturièlla? La vuléme arraccundà n'arra vòlda? Francesco Mendozzi Il vento di tramontana e il sole Un giorno il vento di tramontana e il sole litigavano, l'uno pretendendo di essere più forte di quell'altro. A un certo punto videro un uomo, che andava avanti interamente coperto da un mantello. I due decisero che il più forte sarebbe stato chi fosse riuscito a far togliere il mantello all'uomo. Il vento di tramontana iniziò a soffiare molto forte, ma più lui soffiava, più quell'altro si stringeva con il mantello, tanto che poi il povero vento dovette fermarsi. Dopo un po' di tempo il sole apparve in cielo, e l'uomo, che sentiva caldo, si tolse il mantello. Così la tramontana dovette dire che il sole era il più forte dei due. «Ti è piaciuta la storiella? La vogliamo raccontare un'altra volta?». Esopo Fonte: https://fgranatiero.wordpress.com/ , 29 marzo 2020.
- Il coraggio di nuove vite
Mio padre, Francesco Paglione, era figlio di Vincenzo e Giacinta Di Cesare. Mio nonno morì di tetano nel 1929, infezione contratta a causa di un'operazione per rimuovere una scheggia, presumibilmente di arma da fuoco, conseguenza della sua partecipazione alla Battaglia di Adua nel 1896 in cui si salvò in modo rocambolesco dal massacro che le truppe italiane subirono: nonno Vincenzo sventrò uno dei cavalli caduti e vi si nascose all'interno (ecco il perché del soprannome della mia famiglia, l'Afrechieàne ). Papà aveva allora solo nove anni ed è questo il momento in cui iniziò i primi lavori, lavori umili: taglialegna, carbonaio, manovale. – La vi' la casa candoniéra, tutte l' callarèlle 'ngoppa a cheŝta spalla! Mia madre, Concetta Perruzzi, è figlia di Gaetano e Raffaella Trotta che morì quando lei aveva soli tre anni. Ebbe così un'altra mamma, Giuseppina ( Peppenèlla ) Fiadino. La loro vita scorreva, come quella di tante famiglie capracottesi, in modo semplice, accontentandosi del poco e gioendo delle piccole, piccolissime cose. E arrivarono quei terribili anni in cui, dall'osservare da lassù, con apprensione e dolore, i fuochi della battaglia che imperversava nella Valle del Sangro, si ritrovarono truppe tedesche nel proprio paese. Papà e mamma persero tutto in quei terribili mesi del '43. Entrambe le case di famiglia distrutte, quella in piazza Ruggero Conti e quella sopra al Colle. Nessuna possibilità di salvare alcunché. Restò loro solo quello che indossavano. Mamma aveva venti anni: – Ero scalza, un tedesco mi ha dato un paio di scarpe, di "scarpini", una donna ze mettètte a alleccuà , diceva che erano sue, ma i nen ie l'haie date . Ero scalza, con i piedi nell'acqua. Io non avevo preso nulla, quelle scarpe mi erano state donate. E lei aveva le scarpe ai piedi. In quel caos e quel viavai di gente ci perdemmo, non sapevo dove fossero mio padre e mia madre, seppi più tardi che erano andati alla masseria di mamma Lucia (Trotta). Mi rifugiai nella chiesa, stipata di gente. Trovai posto sui gradini di legno, dietro l'altare e non avevo niente da mangiare. Dalla chiesa vedevo la mia casa che bruciava e non potevo fare nulla, solo piangere. Per giorni non potetti raggiungere i miei perché i Tedeschi non permettevano di passare. Ci ritrovammo dopo sette giorni. Ze bruciuatte tutta la casa, nen ge ŝteva niende d'arcapà ! Si salvò solo una "tina" con un po' di panni che avevamo lavato prima che fosse dato l'ordine di lasciare le abitazioni e che non avevamo fatto in tempo a stendere. Andai a stendere, ma poi ci rubarono tutto, anche la camicia di mio padre. Quando me ne accorsi, provai un dolore così forte, quasi fosse scoppiata un'altra guerra, quella sola aveva per cambiarsi, non aveva niente più! Quindi giunse l'ordine di abbandonare il paese. Ci muovemmo verso San Severo. Ze ne ièmme all'appète fin'a sotte a l' Fundecélle , poi una macchina ci portò fin'a re Ŝtieàffare , a Pescolanciano trascorremmo la notte da chire de re Ferrieàre, nen m'arcòrde cuia erane, so' passate tanda ieànne ! Poi, a tappa a tappa, verso la Puglia, non avevamo modo di lavarci e prendemmo la scabbia. Arrivammo a San Severo da compare Savino Venditti, dove lavorava mio padre. Erano gentili e ci davano da mangiare. Rimanemmo lì a lungo. Alcuni soldati americani, fra cui uno che si chiamava Fiore Fabrizio, originario di Bari, ci ricondussero finalmente a Capracotta. Qualcuno mi disse poi che quel soldato era morto al fronte ed io ne fui profondamente addolorata. Non avevamo soldi e non potevamo comprare nulla, mangiavamo solo patate e qualcosa che qualche buon'anima ci dava. Andavo da Clotilde e, quando sfornava il pane, se ce ŝteva qualche muglìca appesa, me la pegliàva e lei mi permetteva di farlo: era brava. Mia madre è stata protagonista di un episodio che pochi conoscono: assieme ad un'amica distrassero, con la loro presenza e qualche chiacchiera, i soldati tedeschi che presidiavano l'Asilo dove era rinchiuso un gruppo di uomini rastrellati, dando a questi la possibilità di approfittare del non controllo per scappare attraverso i Ritagli. Si salvarono tutti e il successivo rastrellamento, compiuto per racimolare altrettanti uomini, non soddisfò i comandanti: troppo avanti in età, solo quelli avevano trovato, e furono quindi rilasciati. Mia madre si nascose per giorni in un'intercapedine nella casa di una zia e i Tedeschi, che per giorni cercarono « la signorina bionda » , non riuscirono a trovarla. Papà tornò dalla guerra che lo aveva visto sul fronte francese prima, in Albania poi. Come a Piero della canzone di De André, gli sparò un soldato greco incontrato in un solitario giro di ricognizione. Per papà non importava l'appartenenza, erano prima di tutto due uomini. Si guardarono e passarono oltre ma, non appena voltate le spalle, quel soldato gli sparò e lui riuscì fortunosamente a salvarsi rifugiandosi dietro un albero. L'uso della mano e del braccio sinistro rimarrà tuttavia, per sempre, seriamente compromesso. Francesco Paglione e Concetta Perruzzi si sposarono il 4 settembre del 1944. Il vestito da sposa di mia madre fu cucito utilizzando camicie di papà. Qualcuno imprestò loro un lenzuolo per la prima notte di nozze che fu prontamente restituito la mattina seguente. Andarono ancora una volta via dal paese, prima a Trani poi a Bari, dove nacque il loro primo figlio, Vincenzo, quindi il ritorno definitivo a Capracotta. Come per molte famiglie, la loro casa divenne la Scuola, povere traverse improvvisate per definire, nelle aule, spazi "privati". È qui che nasce il secondo figlio: Michele. Nel frattempo la ricostruzione procedeva con l'instancabile lavoro dei tanti uomini. E fu il momento in cui tutti poterono tornare nelle loro "nuove" case, finalmente uno spazio propriodove poter sperare. È nella "nuova" casa in piazza Ruggiero Conti che sono nata io e, due anni più tardi, mia sorella Giacinta. Papà cominciò a lavorare al Municipio e, in tempi ancora così duri, i miei che avevano sofferto la fame (è ricorrente nei racconti di mia madre il non avere nulla da mangiare) non dimenticheranno di condividere, con chi aveva meno, un panóne di pane, una cesta di legna. E ricominciò la vita nella casa sulla rupe. Da un lato la Valle del Sangro, dall'altro la piazza: zio Ciro e il suo bar, Papèppe con il suo vociare, Vengenzóne e la sua tromba, le donne a stendere il grano ad asciugare, i bambini a raccogliere le noci del grande albero, le bambine a fingere, nella Chiesa di Sant'Antonio, matrimoni per le loro bambole. Qualche anno dopo mio padre decise che era tempo di andare. A Capracotta non c'erano le scuole che avrebbero permesso ai suoi figli di studiare: Michele non aveva vissuto positivamente, lontano dalla famiglia, l'esperienza del primo anno di scuola media. Fu così che nel 1959 papà fece un concorso e iniziò per tutti noi una nuova vita. Assieme a mia madre si andò a casa di parenti e amici per i saluti. Un rito che durò alcuni giorni, accompagnato da un dono prezioso per me e i miei fratelli: un pacco di biscotti, una stecca di cioccolato. Giunse il giorno della partenza ed io credevo saremmo andati in America, come i miei cugini. I nonni rimasero soli e le lacrime scendevano dai loro occhi azzurri. Dai monti il treno raggiunse il mare che vedevo per la prima volta, ancora un lungo tratto e l'arrivo in una città sconosciuta, Bologna, dove ad attenderci c'era mio padre. Tutto era lontano, proprio come l'America. Mi mancavano i boschi, i prati, i fiori, i giochi nella piazza, i miei amati nonni, i cugini, gli zii, gli amici. Mi mancava tutto. Dopo tre giorni ebbe inizio la scuola, per me la prima elementare e, nel salutarmi, fra le varie raccomandazioni, mia madre mi disse: – Ricorda di parlare italiano, sennò qua non ti capiscono! Ora, quando durante le lezioni di storia parlo ai "miei" studenti della Linea Gustav e delle battaglie che imperversarono in quei territori, mi soffermo sulle sofferenze vissute in quel paesino sui monti e sul sacrificio di Gasperino e Rodolfo Fiadino e dico loro: – Erano i fratelli di mia nonna. Il 4 settembre scorso Concetta Perruzzi e Francesco Paglione hanno festeggiato sessantanove anni di matrimonio. Rose rosse e una bella torta. Dieci giorni dopo papà se n'è andato: era nella sua casa, nel suo paese, nella sua adorata Capracotta. Adele Paglione Fonte: A. Paglione, Il coraggio di nuove vite , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- L'Incoronata di Foggia
L'ultimo sabato di aprile è una data molto importante per la religiosità della transumanza. La tradizione vuole che in questo giorno dell'anno 1001, in un bosco, nei pressi di Foggia, la Vergine Incoronata sia apparsa secondo la leggenda su una quercia ad un nobile (il conte di Ariano Irpino) e a un povero mandriano, i cui buoi si fossero inginocchiati davanti all'albero. Il mandriano si chiamava Strazzacappa e, in segno di venerazione, appese all'albero la sua caldaietta dell'olio. Nel bosco nelle immediate vicinanze del grande tratturo che collegava L'Aquila a Foggia sorge il santuario della Madonna Incoronata dove è venerata una statua lignea della Madonna dal volto scuro. Sul luogo dell'apparizione fu costruita una cappella che oggi è divenuta un grandioso santuario, dove si può ancora ammirare l'albero dell'apparizione. I pastori quando preparavano il ritorno si recavano alla fiera di Foggia e partecipavano alla festa della Madonna Incoronata, in segno di ringraziamento alla Madonna. Lungo le "vie erbose", questa devozione si è diffusa ampiamente, come testimonia il moltiplicarsi di immagini votive dedicate alla Madonna Arborea seduta su una quercia e incoronata dagli angeli tra Puglia, Molise e Abruzzo. Sicuramente furono i pastori stessi a portare questa devozione qui a Capracotta, il quadro dell'Incoronata è venerato nella Chiesa di San Vincenzo, non sappiamo nulla su chi sia l'autore e su chi l'abbia commissionato, se gli stessi Campanelli proprietari della Chiesa. Possiamo solo dire che fino a qualche anno fa la Chiesa di San Vincenzo veniva aperta durante il mese di aprile per onorare lo stesso san Vincenzo la cui festa ricorre il 5 aprile e per l'ultimo sabato in cui si ricorda l'Incoronata. Oggi il quadro restaurato viene conservato nella Chiesa Madre. Daniele Di Nucci
- Il libro dei ricordi
Il libro dei ricordi è intessuto con preziosa filigrana di pensierie di volti: la speciale tessitura ne ordisce la trama, ora fitta ora diradata, sino a comporre un'opera d'arte di inusitato pregio. Sono pagine di vita senza un accenno di logorio, mai intaccate dal colore sbiadito e giallognolo del passato, sempre pronte ad essere sfogliate e rinverdite... ricordi ed emozioni affiorano nella mente come piccoli fiori natanti dai vari colori ed i volti lasciano ancora trasparire intatte le infinite sfumature e la nostalgia di momenti perduti. Il ritmo del tempo scandisce l'esistenza e confina quei pensieri e quei volti nel cassetto intimo e creativo della memoria, che intatto racchiude il senso (emozione) ed il significato (ragione) del vivere. Il ricordo si confeziona da sé e, come pittore di inesauribile vena, attinge le tinte dalla "tavolozza" della vita, ricolma delle infinite sfumature dell'iride. Pensieri questi che nascono nell'interiorità di una celebrazione e da qui... l'avvio per narrare con le parole semplici e con lo sguardo rivolto al passato e ai suoi ricordi. Modernizzata nei toni ed in alcuni dettagli, quanto basta per avvicinarla a noi, questa storia è di tanto significato perché l'anziano narratore con il suo racconto, lungo quanto lo spazio di un'omelia, ha saputo affascinare e tenere con il fiato sospeso anche i molti piccoli uditori, che della guerra mai hanno sentito parlare. La voce narrante colma di emozione non ha mai impoverito la sostanza e il contenuto del racconto, parabola esistenziale piena di speranza, non meno di dolore... Don Costantino Carnevale, sacerdote salesiano, nato a Capracotta il 5 aprile 1913, ha celebrato, nel mese di agosto 2013, insieme alla sua famiglia ed alla intera comunità, una messa in ricordo dei suoi primi cento anni. Zio Costantino, così è per noi pronipoti, parla lentamente nello spazio riservato all'omelia, quasi a voler tenere lontana la commozione, e ricorda i tempi della gioventù, la decisione di diventare sacerdote salesiano ed il momento in cui il padre seppe di tale scelta. Nonno Primiano, appresa la determinazione del figlio di diventare prete (seguirono poi altri tre figli e tutti salesiani), disse: – Figlio mio, se è questo che può farti felice segui pure la tua strada ma mi raccomando a te... non farmi fare brutta figura. Nel 1943, zio Costantino ricevette l'atto di precetto dal Ministero della Guerra e fu inviato a Bari come cappellano militare nell'attesa di partire per il Montenegro. Gli eventi, si sa, specie in tempi di guerra sono mutevoli e l'armistizio di Cassibile del 1943 impose altro corso, altra via e diversa destinazione: fronte di Cassino, linea del Volturno, zona Mignano Montelungo. Don Costantino, cappellano militare con i gradi di Tenente, insieme al primo Raggruppamento Motorizzato, venne aggregato alla Quinta Armata Americana ed inserito nel 51° Nucleo di Sanità Motorizzato. Ha inizio così la dolorosa e nota vicenda bellica del Monte Lungo. La sera del 7 dicembre del 1943, i soldati, in autocolonna, raggiunsero il bivio di Presenzano e di qui proseguirono a piedi per le basi di partenza. Il mattino successivo, il campo di battaglia era oscurato da una fitta nebbia tanto che fanti e bersaglieri superarono le prime difese nemiche e puntarono diretti sulla quota principale del Monte Lungo. L'operazione bellica si rivelò cruenta, a causa della forte resistenza tedesca, e prevedevala caduta del Sammucro, di San Pietro Infine e del Monte Lungo. Dopo giorni di battaglie, alle ore 9:15 del 16 dicembre del 1943 fanti e bersaglieri italiani ripartirono all'attacco del Monte Lungo e, alle ore 12:30, il nemico fu costretto a ripiegare. Le bandiere italiana ed americana sventolarono sulla vetta. Questa la ricostruzione storica degli eventi ma per il tenente don Costantino Carnevale l'emblema di quei momenti cruenti e dolorosi fu il volto del giovane soldato Filippo, morto nelle lunghe ed estenuanti battaglie nella zona del Monte Lungo. Qui la voce diviene flebile e la commozione - non certo debolezza - incarna tuttora la ferma dignità al ricordo di quel dolore, vissuto sì ma ancora inspiegabile: – Il Comandante mi disse che un mio paesano aveva perso la vita. Si trattava di un giovane avvolto da un cappotto. Era di Capracotta, era un Sammarone ed io dovevo impartire la benedizione. Le emozioni e la voce - come lo sguardo - nascono dall'anima e le parole, a mala pena, riescono a musicare l'intensità di emozioni speciali e la ricchezza di uno sguardo che illumina un volto segnato dagli anni. L'empatia del linguaggio e la narrazione hanno però la forza, unica, di ricreare il valore morale e simbolico del vissuto e la narrazione diviene persino memoria e simbolo di uno stato d'animo: il dolore per la morte di Filippo, la lontananza dal proprio paese, il profondo sconforto di constatare che nessuno fu graziato dalla sciagura della guerra, nemmeno i cari ed amati "paesani", ai quali si sarebbe voluta risparmiare questa disperazione. Ma proseguiamo nel racconto... I tedeschi sconfitti ripiegarono lungo la linea Gustav ed agli alleati spettò il difficile compito di inseguire le truppe tedesche che marciavano in ritirata; così anche il cappellano militare don Costantino si trovò a risalire la Penisola - sul fronte Adriatico - con l'esercito italiano e l'Ottava Armata Inglese, la quale agiva in cooperazione con le truppe polacche. I combattimenti si spostarono nelle Marche, subito dopo il fiume Musone, ove don Costantino fu colto da un terribile attacco di peritonite e fu ricoverato con urgenza all'ospedale di Jesi dove corse rischio per la vita. Se lo stollo è solido il sostegno è assicurato ed il pagliaio resta al suo posto. Mi venga concessa, cari lettori, questa fantasiosa digressione dal tono agreste perché la vita somiglia ad un bel pagliaio, in apparenza così fragile e scomposto, incrollabile se il sostegno centrale è ben fermo. Così come stollo incrollabile, zio Costantino tornò a Capracotta per la convalescenza. E qui... dopo i drammatici momenti della distruzione, dello sfollamento verso Agnone e della ricostruzione del paese, quasi interamente raso al suolo dalla furia bellica, la scena mutevole si aprì ad insolite e divertenti storie di vita del periodo post-bellico. I bambini si divertivano con giochi molto pericolosi, estraendo dai proiettili la balistite, composto di nitrocellulosa e di nitroglicerina, che assumeva la forma di un lungo spaghetto. I piccoli monelli erano accorti a non farsi sorprendere dalle loro mamme e riponevano con cura questi pericolosi giocattoli in un casotto sotto le macerie, ben attenti a non renderlo visibile agli occhi indiscreti degli adulti. In quel periodo, quale antidoto alla tristezza e agli orrori della guerra, nel piccolo paese di montagna la "vita" si aprì persino all'operetta, una forma di teatro musicale che si sviluppò nella seconda metà dell'Ottocento e che trovò grande fortuna negli anni Trenta. L'operetta si proponeva di divertire spensieratamente e presentava storie comiche e satiriche che prendevano di mira la buona società ed i costumi della gente di città per esaltare la vita semplice dei paesani e dei montanari. E con la fantasia odo ancora la voce poderosa del banditore annunciare per le vie del paese, tutto di un fiato: – Signori e Signore, al bando la mestizia! Venite, venite! Accorrete numerosi perché a Capracotta i tristi pensieri fuggon via con l'operetta, direttore artistico e suonatore don Costantino, primi attori e protagonisti canori gli uomini del paese; è gradita la partecipazione di tutti gli abitanti, uomini e donne, e soprattutto bambini. Sin qui la dolorosa tristezza degli eventi ma, a seguire, la rappresentazione teatrale divenne ragione di speranza e persino di umorismo. Quei pochi lettori si chiederanno: "Come mai l'operetta in un paese di montagna e subito dopo la guerra?". Ebbene si, nell'inverno dell'anno 1944-1945, don Costantino, abile suonatore di pianoforte, specialista nella esecuzione delle messe solenni Pontificalis e Te Deum , pensò bene di allestire la compagnia teatrale per l'operetta buffa, anzi comicissima, in due atti di Marcello Cagnacci, dal titolo "Una gara in montagna". Si trattava di un poemetto musicale, di fine Ottocento, con temi orecchiabili e scritti in chiave di violino, allegro ma molto, molto, molto allegro. Don Costantino al pianoforte, il coro di soli uomini addestrato a non stonare tanto che la selezione fu accuratissima e non si cedettea nessuna pressione; si narra persino di mamme catturate dall'arte tutta italica della raccomandazione (a voler utilizzare un termine moderno, della "segnalazione") per far sì che i figlioli ottenessero la parte dell'attore protagonista... questo comportò qualche piccola chiacchiera per il paese e qualche comprensibile malumore per coloro che non furono selezionati causa insopportabili stonii! La colonna sonora della vita passò dunque dalle note tristi e dolorose della guerra alle note allegre e orecchiabili della rappresentazione musicale; certo questo non bastò a fugare gli orrori della guerra ma qualche risata energica fu preziosa per gli abitanti di Capracotta ancora intenti a "combattere" con la ricostruzione delle proprie abitazioni. Ed ecco che si alzò il sipario, mostrando le quinte ed il boccascena del teatro della scuola di paese dove la divertente commedia musicale "Una gara in montagna" metteva alla berlina la prosopopea e la spavalderia dei "cittadini" rispetto alla bonaria semplicità della gente di montagna. Grazie ai divertenti ricordi ancora impressi nella memoria di zio Primiano, allora bambino, riesco a ricostruire persino la scena di apertura con il coro dei camerieri, che canta a gran voce: – Belle cime coperte di abeti, verdi prati coperti di fieno. La trama narrava di una gara tra due protagonisti per la scalata del Picco Disgrazia. Il Monte Disgrazia (3.678 metri), detto anche Picco Glorioso, è una grande montagna tra la Valmalenco e la Valmasino, sito nelle Alpi Valtellinesi, e, per la cronaca, è stato scalato per la prima volta il 23 agosto del 1862 dai britannici Edward Shirley Kennedy e Leslie Steven (papà di Virginia Woolf) insieme al loro cameriere Thomas Cox ed alla guardia svizzera Melchior Anderegg. Non so dire se Cagnacci, nello scrivere l'operetta, fosse stato inspirato proprio da tale evento; certo è che la gente di montagna (poco importa se Alto Molise o Valtellina) conoscebene la fatica ed il valore di una scalata. Ma torniamo all'operetta; il primo protagonista Epaminonda Tor-Soloni, tipo insolente e presuntoso, era impegnato, assieme all'altro co-protagonista, nella scalata del famoso Picco Disgrazia. Lo scalatore vittorioso avrebbe dovuto sparare un razzo dalla meta: i razzi erano di colore rosso e verde. Tra mille peripezie, risate, canti e suoni, la scena si concluse con i due protagonisti, arrivati vittoriosi entrambi sul Picco Disgrazia: ed ecco il finale pirotecnico, i razzi rosso e verde si intrecciarono in segno di vittoria sul malumore e sulla desolazione bellica. Applausi a scena aperta ai cantori ed al suonatore e fu così che il sipario calò su quegli anni di vita ma non riuscì a coprire i ricordi. Come nelle vecchie storie dei nonni, la morale è rinfrancante. La vita, quale mirabile opera d'arte, estrae forma e colore dai pensieri, dalle emozioni e dai gesti; nei ricordi di un anziano porta con sé inesauribile carica di vitalità... lo splendore dell'alba che apre il passo al giorno; lo spazio del giorno dove gli attimi, i piccoli o grandi eventi, le fredde "stoccate" entrano in misteriosa ed insondabile composizione; infine, la bellezza del tramonto dove i colori, solo in apparenza, sono sbiaditi e malconci ché, a ben mirare oltre, si intravede lo squarcio infinito della prospettiva futura. Il libro dei ricordi vale più di molti libri: insegna a vivere, ad amare e perché no... anche a sorridere. Luisa De Renzis Fonte: L. De Renzis, Il libro dei ricordi , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Traverso l'Abruzzo
Da Chieti città si gode uno dei più bei panorami che vanti il Paese nostro. Costa poca fatica arrivarci per goderlo e Chieti città dovrebbe essere mèta di una gita per ogni italiano che si rispetti e che disponga di qualche risparmio da godere. Poi, lasciando Chieti per inoltrarsi, in provincia, scendendo verso il sud, perché il capoluogo è eccentrico situato come è verso le rive del Pescara, che forma il confine fra le due provincie abruzzesi, si procede assai malagevolmente attraverso vallicelle e burroni che vanno all'Adriatico e si incomincia, arrivando nella vallata del Sangro, a sentire odore di Mezzogiorno!... Non più l'appoderamento diffuso della zona settentrionale della provincia; non più il territorio totalmente arborato delle colline prospicenti l'Adriatico, ma bensì i centri abitati appollaiati in cima ai colli con la popolazione rurale ivi accentrata a guisa del Mezzogiorno. Si intravedono all'orizzonte, verso sud, i monti di Capracotta con la loro caratteristica sagoma; il Molise non è lontano. E col Molise si entra decisamente in quello ambiente agrario tipicamente meridionale che nell'Abruzzo chietino a mala pena si incomincia a delinare. Nel Molise, l'economia agricola permane imperniata, purtroppo, sul grano, che il clima avversa. In Abruzzo dove maggiore è il progresso, il grano passa in linea secondaria e sono le frutta, gli ortaggi, l'uva da tavola o da vino, l'olio d'olive, il bestiame ecc. che formano la spina dorsale dell'economia rurale. Un Paese tanto vario, dove dolce, dove aspro o selvaggio addirittura, con gente laboriosissima, attaccata tenacemente al proprio suolo per quanto ingrato, deve cercare in tutte le più svariate colture erbacee ed arboree, coltivando per l'esportazione, oltre e più che per nutrire direttamente la propria popolazione, le risorse maggiori dell'agricoltura. Uscire dalla ristretta cerchia della produzione del pane cotidiano e di quant'altro occorre per la sussistenza, industrializzare, diciamo pure l'abusata parola, l'agricoltura e sfruttare le risorse turistiche della Regione. Ecco un vasto compito per la tenace gente d'Abruzzo. Eugenio Azimonti Fonte: E. Azimonti, Traverso l'Abruzzo , in «L'Italia Agricola», LXI:4, Roma, 15 aprile 1924.
- Personaggi capracottesi, uomini e donne della nostra storia
Nella seconda metà dell'Ottocento, come anche nei primi anni del Novecento, molti furono i capracottesi eccelsi, nel campo dello studio, dell'arte e nel duro e poco redditizio lavoro della pastorizia e dell'agricoltura, tutta gente onesta e coraggiosa com'è la vera indole del cittadino di Capracotta. Le difficoltà della vita di quell'epoca e del tempo inclemente, costrinsero molti di loro ad emigrare per terre lontane come l'America o l'Argentina ed anche in Europa, mentre tanti altri, la maggior parte, poiché pastori, ogni anno andavano e tornavano dalla lontana Puglia percorrendo lo storico "tratturo", restando così fuori dal proprio paese e da tutta la famiglia per ben otto mesi ed anche di più. Quelli che invece ebbero la possibilità di dedicarsi allo studio, divennero avvocati, senatori, onorevoli, dottori, industriali e grandi maestri artigiani. Il mio modesto contributo nel ricordare uno di loro che ha fatto la storia di Capracotta, mantenendone alto l'onore, ha inizio in una sala dell'ospedale S. Giovanni di Roma trenta anni or sono. Una mattina decido di andare a salutare i chirurghi riuniti, è un giorno come tanti per loro, i quali discutono sui vari interventi da effettuare in giornata. Mentre parlano qualcuno sembra li stia osservando in silenzio: si tratta di un loro amatissimo e stimatissimo collega venuto tragicamente a mancare a soli 54 anni; una gran bella foto incorniciata ed appesa alla parete rende vivo il suo ricordo: trattasi del caro professore Antonio Conti, la cui improvvisa scomparsa brucia ancora nell'animo di tutti coloro che gli vollero bene. Figlio di Capracotta, Antonio non si vergognava delle sue origini "montanare", tanto che per lui erano come un biglietto da visita. Fin da ragazzo aveva sempre amato il suo paese e le sue montagne; non c'era un anno in cui non ritornava tra quei verdi e ridenti paesaggi, in quella sua grande casa e per stare insieme ai tanti paesani. Nelle sue vene scorreva sangue capracottese, amava ripetere spesso, e quando arrivava da Roma, lo vedevi vestito con pantaloni di felpa ed un rosso maglione che poi erano la sua divisa. Tutti erano felici di poterlo salutare, non senza strappare anche qualche consiglio medico e, se c'era un caso complicato, dava a ognuno appuntamento a Roma. La sua bontà, la sua cultura e la sua grande specializzazione, ebbe modo di dimostrarle negli ospedali romani, come il Santo Spirito e il San Giovanni. Se non c'erano posti letto, dopo mezz'ora uno già era disponibile. Tentò anche di lavorare in uno studio privato, ma presto abbandonò perché preferì tornare nei suoi ospedali, tanto che un giorno mi confidò: – Ho studiato medicina e chirurgia perché la mia deve essere una vera missione. Oltre che lontani parenti con don Antonio c'era anche il San Giovanni, essendo lui stato il padrino della mia prima figlia, e il giorno di sant'Antonio decisi di passare all'ospedale per gli auguri, sapendo che smontava da una notte di lavoro. Salii al quinto piano ed incontrai la caposala, sempre poco affabile, la quale mi fece comunque entrare. Da una cameretta sentii solo ridere e parlare in dialetto capracottese; mi affacciai e con grande gioia trovai sei donne, tutte paesane ricoverate, che circondavano don Antonio, il quale invece di essere già a casa dopo la nottata di lavoro, era seduto al centro di quella cameretta e si dilettava con le signore ascoltando storie ed aneddoti di gente di Capracotta. Sembrava di assistere ad una vera terapia del sorriso come oggi lo è la "Patch Adams". Tutte da lui operate, quelle donne ridevano e scherzavano con il suo contributo, e così fu che il San Giovanni divenne l'ospedale dei capracottesi, mentre la caposala, ogni volta sempre meno ospitale, borbottava. Quella mattina da cui ho iniziato il mio piccolo racconto salutai tutti i colleghi del professor Conti e mi avviai verso l'uscita dell'ospedale; l'immancabile caposala mi bloccò sulla porta e, guardandomi, esclamò: – Capracò, è finita per voi, perciò kaput! – quasi a voler rimarcare il fatto che, senza don Antonio, al San Giovanni non potevamo più entrarci. Maména, mia zia adottiva, d'inverno ammazzava il maiale, come tutti d'altronde, e quando appendeva salami e salsicce alla pertica per farli essiccare diceva sempre di non toccare le prime due paia di soppressate, perché erano di don Antonio, quando poi sarebbe tornato l'estate. Quand'egli arrivava da Roma e passava da casa, saliva sopra al Colle a salutare, trovando sul tavolo una mappìna con sopra soppressata e caciocavallo; usava in quel modo fare lo spuntino e ogni tanto lo accompagnava con una bevuta d'acqua prelevata dalla tina con il maniero . Spesso papà mi accompagnava a far visita all'amata famiglia Conti nella casa romana omaggiandoli con qualche nostro tipico prodotto; Antonio spesso ripeteva: – Paluccio, Paluccio, come e quando ci potremo sdebitare con te? Davanti all'Albergo Vittoria, in compagnia di mia moglie Lena, appena sposata, incontrai don Antonio con la sua famiglia e, dopo i saluti, mi chiese se avevo con me una cinepresa; risposi che avevo solo una macchina fotografica, pensando che potesse servirgli in quei giorni di ferie. La mattina dopo, invece, si presentò a casa con un pacco regalo e con mia grande sorpresa, una volta aperto, vi trovai una cinepresa, che ancora conservo. Rimasi così senza parole, tanta la gioia che ancora oggi non riesco a dimenticare quel momento. Ora che questo grande uomo ed emerito chirurgo non c'è più da oltre trent'anni, il paese ha pensato di rendergli eternamente omaggio con un busto che, tra la Chiesa Madre e il Belvedere, sorride ancora, com'era sua abitudine, a tutti coloro che passando ricordano quanto grande fu l'opera sua e quanto onore diede orgogliosamente ai suoi paesani, alla sua tanto amata Capracotta. Pasquale Mosca Fonte: P. Mosca, Personaggi capracottesi, uomini e donne della nostra storia , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Studi geografici sulle frane in Italia
Assai gravi sono le condizioni della valle sangrina da Castel del Giudice a Villa S. Maria, tutta incisa nelle formazioni argillose eoceniche; e ne fa fede la stessa via sangrina, in moltissimi luoghi danneggiata. Sulla destra, oltre a numerose contrade a lame, come quelle del vallone Malfettato, dei Due Valloni, del vallone Grande e del rio Gerardo, sono da ricordare le numerose frane sui fianchi settentrionali ed orientali della collina di Capracotta e del M. Campo (1.645 m.) incisi da fossi che formano il vallone Molinaro: la frana Spunto della Corsa, un chilometro ad ovest del paese, ha danneggiato la rotabile, quella della Croce Secinaro e l'altra della Guardata sono più vicine all'abitato, pel quale l'ultima costituisce una minaccia lontana: più in basso alla base del M. delle Cornacchie, un'altra frana negli scisti argillosi eocenici distrusse un tratto della strada Capracotta-Pescopennataro, rovinando un ponticello, e il nuovo tronco, costrutto poco più sotto, ma sullo stesso terreno, è del pari pericolante; i movimenti interessano anche i banchi sovrastanti di calcare che formano la zona culminale del M. Caruso, come dimostra l'enorme ammasso di blocchi calcarei che si osservano sopra la via per circa un chilometri di lunghezza e che precipitarono probabilmente per rottura dell'anticlinale che forma la vetta, scivolando poi a valle coinvolti nel movimento del letto argilloso. Roberto Almagià Fonte: R. Almagià, Studi geografici sulle frane in Italia , vol. II, Soc. Geografica Italiana, Roma 1910.
- Il figlio di Guinizzo di Capracotta: rivalsa ed evizione nel XIII secolo
In nomine Domini, amen. Dominus Rainerius Christofani venit et apportavit domino Iohanni iudici unum suum instrumentum donationis, ut in hoc libro tenor eius scribatur. Cuius tenor est talis... Questa è una storia che ho cercato di ricostruire sulla base di un cartulario medievale, il cosiddetto "Liber Quatuor Clavium". Data la scarsità di elementi probanti, non posso nemmeno assicurare che questa vicenda stia nei modi in cui ve la racconterò. È una storia ambientata nel Lazio di 800 anni fa che vede protagonisti un giudice, un proprietario terriero e un acquirente. Il primo si chiama Raniero, il secondo Giovanni, il terzo Orso, ed è figlio «di Guinizzo di Capracotta», un nome che dalle nostre parti non esiste o, perlomeno, non esiste più. Siamo a Viterbo l'8 marzo del 1233. Orso dona a Raniero, figlio di Cristofano, giudice, i diritti che vanta per rivalsa verso Giovanni, figlio di Burgulo, a cui ha prestato fideiussione per varie somme di denaro dovute a Benefaci da Mirra, figlio di Guidone, a Leone, figlio di Tebaldo, e a Paolo, figlio di Germana, «per l'evizione da lui subìta di un terreno presso il fossatello di Manzo vendutogli dallo stesso Giovanni». Per sciogliere l'intreccio dirò che Orso s'è avvalso del diritto di rivalsa - ovvero di una compensazione - derivante dal fatto che il terreno che egli aveva appena acquistato da Giovanni gli era stato requisito sulla base dell'evizione, ovvero del diritto d'un terzo di far valere il proprio diritto sulla cosa venduta da Giovanni, sottraendola a chi l'aveva comprata, Orso. Siccome, da che mondo è mondo, il venditore ha l'obbligo di garantire all'acquirente l'assenza di evincere est aliquid vincendo auferre (evincere è portare via qualcosa vincendo), Orso di Capracotta, forte della giurisprudenza a lui contemporanea, ha donato al giudice Raniero quei profitti derivanti dalla rivalsa che gli spettava, trasferendo quindi a Giovanni l'onere del debito col giudice. Di quel manoscritto conservato presso il Comune di Viterbo (inventario C.24) non so dire se Orso e Guinizzo fossero originari della nostra cittadina né se la qualifica «di Capracotta» sia effettivamente riferita a quella «fila di case bianchissime, forse fatte di neve, sull'orlo di un crinale», ma una cosa è certa: proseguirò e approfondirò l'indagine. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Buzzi, Il "Liber quatuor clavium" del Comune di Viterbo , vol. I, Ist. Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1998; F. Ciampitti, Il grande viaggio , Varesina, Azzate 1971; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; A. Neri, Castello e Badia di Poggio Marturi presso Poggibonsi , in «Miscellanea Storica della Valdelsa», III:2, Castelfiorentino 1895; A. Pagani, Viterbo nei secoli XI-XIII: spazio urbano e aristocrazia cittadina , Vecchiarelli, Manziana 2002.
- La Fonte del Pisciarello, l'oro bianco e l'oro nero
A nord-ovest di Capracotta, negli ultimi anni, un gruppo di volontari ha recuperato e valorizzato una zona verdeggiante, georeferenziandone l'area, realizzando un sentiero che tocca quattro fonti, costruendo ex novo un tholos e migliorando lo spazio prospiciente la seminascosta Fonte del Pisciarello. La fontana in questione è protetta a settentrione da una parete rocciosa molto alta, che a primavera dà vita a una scrosciante cascata di oltre 100 metri e che d'inverno, in alcuni casi, ghiaccia, rendendo l'ambiente surreale e offrendo l'opportunità ad arrampicatori e alpinisti di scalarla con corda e piccozza. La Fonte del Pisciarello è posta a 1.322 m.s.m. mentre l'omonima cascata si lancia nel vuoto da 1.457 m.s.m., accarezzando la superficie sassosa del fianco di Colle Cornacchia. Nei tempi andati intorno a quella fonte vi era assembramento e movimento di manovali che sbarcavano il lunario adattandosi a qualsiasi lavoro in grado di garantire loro entrate supplementari e una più degna sopravvivenza durante i lunghi e rigidi periodi invernali. Applicando le conoscenze acquisite nei lunghi periodi trascorsi in Puglia come garzoni o manovali si procedeva all'estrazione di "oro nero" dalla legna del bosco e di "oro bianco" necessario alla ricostruzione di Capracotta. Il primo riguardava la produzione di carbone vegetale. Dal bosco circostante si procedeva al taglio della legna e delle fascine necessarie alla costruzione conica del celebre catuózze , da cui estrarre, per ogni 5-6 kg. di legna, 1 kg. di carbone, utilizzato non solo per accendere il caminetto ma anche come regalo nella calza della Befana! La figura tecnica a più alta responsabilità per la buona riuscita dell'operazione carbinifera era quella del cuocitore, colui che anche per due settimane doveva vigilare affinché la legna all'interno della carbonaia non prendesse fuoco; egli, grazie alla grande esperienza acquisita, controllava quale tipo di fumo usciva dalla bocca del "vulcano" che aveva dinnanzi. Era suggestivo, soprattutto di mattina, notare una nebbiolina stratificata e azzurrognola che diffondeva un caratteristico odore di bruciato capace di inebriarti a partire dalle narici... Necessari alla ricostruzione di Capracotta furono però anche la breccia, il brecciolino e la pietra bianca porosa: i primi due si ottenevano spaccando le pietre della costa rocciosa e poi martellandole ritmicamente con la mazzetta, mentre l'ultima la si otteneva dalla costruzione della calcàra , edificata sul posto, al cui interno si mettevano a cuocere le pietre per ottenere la calce viva. Anche questa operazione durava circa due settimane e avveniva anch'essa sotto la supervisione di un cosiddetto cuocitore. Il prodotto finale era molto leggero, con le sembianze d'una normale pietra di colore bianco ma che, a contatto con l'acqua, sprigionava vapore e schizzi - pericolosissimi per gli occhi - e che veniva impropriamente chiamata "calce spenta". Appena dopo la guerra furono messe in opera molte calcàre a Capracotta: oltre a quella del Pisciariéglie ne furono realizzate a re Cuasìne , alla Fundióne , alla Uardàta , a Piéŝche Bertìne , alla Macchia e a Uàŝtra . Per quanto riguarda la Fonte del Pisciarello possiamo affermare che non vale il celebre detto "non si può cavar sangue dalle pietre" perché, nel bene e nel male, queste sono in grado di sprigionare calore e causare brucianti scottature! Il duro lavoro svolto dai nostri genitori non è riconosciuto e apprezzato dalle nuove generazioni, anzi, nei loro volti traspare un sorriso imperturbabile e distaccato. Noi, che quella vita l'abbiama sfiorata appena, li rispettiamo perché siamo il prodotto dell'infanzia che abbiamo vissuto. Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. [S. Quasimodo, "Ed è subito sera", 1930] Filippo Di Tella
- Capracotta minata
In una fredda serata d'inverno, mentre fuori soffiava un forte vento di bora, Lucia chiese alla nonna se al suo paese il vento soffiava più forte e se ci nevicava tanto. Voleva sapere anche come la nonna avesse trascorso la sua fanciullezza, dei suoi svaghi, di ciò che faceva e delle sue amiche d'infanzia, di tutto insomma... Così nonna Consiglia cominciò a raccontare come aveva trascorso la sua infanzia e prese a rivivere con le parole una storia lunga, quasi senza fine. – Lucia, nel mio paese, Capracotta, il clima è sempre stato molto rigido e d'inverno la fa da padrona la bora ( vòria ) che batte insistentemente su case, su alberi, su tutto ciò che incontra e che sibila forte forte quasi come un guaìto d'animale. Nei giorni di freddo, infatti, si sta sempre dentro vicino al fuoco. Quando ero bambina io, non c'era né televisione, né telefono e tante altre comodità odierne: vivevamo in modo semplice ma in armonia con tutti. Noi bambini ascoltavamo con piacere i racconti degli adulti che parlavano di castelli bellissimi ed incantati, di principi e di principesse, di orchi cattivi, di animali parlanti o personificati. Si pendeva dalle labbra dei bravi faulatori (novellatori) che erano sempre accolti con grandi manifestazioni di gioia ed alla fine dei racconti tutti erano contenti e accomunati da una magia incredibile. I nostri giochi erano semplici e per niente costosi. Tutto questo prima del secondo conflitto mondiale, per l'Italia, poi tutto è cambiato: gli uomini al fronte, le donne ed i ragazzi a svolgere i lavori di agricoltura e di casa. Avevo quattro anni quando è iniziata la guerra, in quel lontano «giorno della follia» del 10 giugno 1940; abitavo in una casa con altri fratelli di mio padre, vivevamo modestamente con il papà Oreste, che svolgeva il lavoro di falegname, la mamma Maria Pulcheria e Renato e Corrado, miei fratelli maggiori; ci si ingegnava in mille maniere per tirare avanti. La guerra sarà veloce, sarà una guerra-lampo si diceva da qualche parte, gli uomini al fronte torneranno presto: invece i giorni peggiori dovevano ancora venire. Continua nonna Consiglia: – Avevo sette anni quando la guerra sentita un po' alla lunga arrivò anche a casa nostra: erano i giorni dell'Armistizio dell'Italia con le potenze alleate quando la furia nazista si riversò su Capracotta, proprio da quell'8 settembre 1943 quando il nostro paese era in festa per le celebrazioni in onore della Madonna di Loreto. Da soldati che combattevano insieme, gli italiani e i tedeschi divennero acerrimi nemici, così in un batter d'occhio, i nostri senza essere repentinamente informati, divennero vittime di rappresaglie e fucilazioni dai più furbi ex alleati. I nostri soldati la dovevano pagare perché traditori, la dovevano pagare perché erano venuti meno al Patto d'Acciaio che era stato stipulato solo da due uomini, non tra due popoli convinti. E così la guerra dai fronti arrivò nei piccoli borghi, arrivò nelle campagne, arrivò a casa nostra e Capracotta fu bruciata tra il 9 e l'11 novembre 1943. Qualche giorno prima e precisamente il 4 novembre 1943 due nostri cari compaesani, Rodolfo e Gasperino Fiadino, furono fucilati in località Sotto il Monte, vittime della furia nazista con la sola colpa di aver ospitato alcuni soldati alleati scappati dal campo di concentramento di Sulmona. Invano si cercò di scongiurare la terribile decisione tedesca, invano il sacerdote Leopoldo Conti supplicò il comandante del plotone d'esecuzione perché lasciasse liberi i due fratelli. Così scrisse a proposito di questo episodio la scrittrice capracottese Elvira Tirone Santilli nel suo libro "Oltre la valle": Ma come poteva il buon parroco convertire con le sue preghiere una tale sentenza? Le sue appassionate insistenze, simile alla bora, che invano batte sui macigni di monte Campo per rimuoverli dalla loro radicata posa, non potevano essere udite... Nella giornata di lunedì 8 novembre il banditore comunale diede l'avviso alla popolazione a nome del Comando Militare che ordinava a tutte le famiglie l'immediato sgombero delle case le quali dovevano essere distrutte, sarebbero state risparmiate solo le chiese e il cimitero. Cominciò a nevicare e la gente, ormai in preda allla disperazione, si rifugiò nelle chiese e nel cimitero, portando con sé qualche coperta e quel che poté. Ben presto si cominciarono a sentire gli scoppi delle prime case fatte saltare in aria con una diabolica miscela esplosiva. Furono giorni terribili, il fumo acre delle case incendiate soffocava le gole e i cuori di tutti e creava uno spettacolo triste e indimenticabile. Si attuava, così, la tattica della terra bruciata per non far avanzare le truppe alleate che risalivano da sud e che furono bloccate lungo la linea Gustav. – Nonna, chiese Lucia già un po' addormentata, se c'era la distruzione delle vostre case dove vi siete rifugiati? – Ci siamo rifugiati al cimitero e per tre giorni e tre notti non abbiamo mangiato, l'ultimo giorno fu concesso ai bambini (tra cui io) di mangiare un piatto di sagne e patate che mia madre aveva procurato, e ricordo anche che quel giorno mangiammo con le mani. Non avevamo luce, nemmeno una candela, solo il leggero bagliore dei lumini del cimitero e per tre giorni abbiamo dormito nei loculi destinati ai morti. Serbo ancora il ricordo di come fu seppellita una giovanetta di 17 anni avvolta in un lenzuolo bianco: la fecero scivolare delicatamente nella fossa e poi la ricoprirono con accortezza, quasi con il timore che quel corpo, ormai senza vita, potesse sentire dolore. Il terzo giorno la mia famiglia prese la decisione di non rimanere più al cimitero e di andare verso Agnone dove aveva dei parenti, e precisamente da Eduardo (nostro cugino) e Rosaria, sua moglie. Il viaggio a piedi fu pieno di difficoltà – riprende nonna Consiglia – quel giorno nevicava ed il fiume era in piena, perciò nell'attraversarlo persi una scarpa e mi ferii il piede spaventandomi tanto. In Agnone ci si dovette adattare alla meglio tanto che i miei fratelli dormivano su una porta rotta, io per fortuna dormivo con i miei genitori in un letto normale. I nostri parenti, anche se non avevano molto spazio per ospitarci, ci trattarono molto bene, dividevano con noi tutto ciò che avevano da mangiare, anzi ci trattavano con riguardo ed io ricordo con tanto affetto la loro famiglia. Nel dormiveglia la bambina aveva degli incubi tanto che spaventata gridò: – Nonna! Anch'io sento dolore ad un piede, è scoppiata una mina... mi ha ferita un proiettile, nonna, aiutami c'è la guerra!!! – Lucia, stai già dormendo ed anche i tuoi sogni si sono fatti paurosi, tu sei fortunata, adesso non c'è la guerra, c'è quella appresa in televisione di posti lontani dove ancora si muore, dove ancora si bombarda: Kabul, Beirut... dove ancora i bimbi muoiono e muoiono, a volte, anche quei soldati che sono andati a portare pace. Lucia, cerca di non addormentarti ed ascolta ancora un po' il racconto della guerra a Capracotta. Passò quel triste inverno del 1943, venne la primavera e noi tornammo al nostro paese, per fortuna la nostra casa non era stata distrutta ma era stata occupata dal Comando inglese e noi fummo ospitati dai nostri compari. Poi, piano piano, si cercò di tornare alla normalità, non avevamo niente, solo la grande volontà di farcela, così tutto il paese ricominciò a vivere, a lavorare, a ricostruire ciò che era stato distrutto. Ascolta ancora quest'ultima parte del racconto: quando la guerra finì tutto si rimise in movimento, si cercò di sanare le ferite esterne, ma non si potevano sanare subito la sofferenza ed il dolore che si erano incarnati dentro di noi e che avevano segnato gran parte della mia e altrui giovinezza. Dopo questi tristi avvenimenti ci portò felicità e gioia la nascita del mio terzo fratello Giuseppe che in tanta distruzione rallegrò la vita della mia famiglia. Oggi il dolore di allora è stato alleviato dal trascorrere degli anni, i ricordi non si sono affievoliti, ma sono intatti nel mio animo e pur vivendo altrove non è diminuito l'affetto per i miei cari e quello per il paese, per il Santuario della Madonna di Loreto posto in prossimità delle ultime case di Capracotta e luogo prediletto di commozione, di salutie di preghiere dove ci si ferma tutte le volte che torno al mio paese. Adesso Lucia si era proprio addormentata e sognava, forse, un mondo senza guerra in cui i bimbi potessero tornare ai loro giochi ed i grandi ai loro lavori nei campi e nelle botteghe artigiane. – Sogna, le disse nonna Consiglia, sistemandola su una poltroncina vicino al fuoco, sogna sempre un mondo senza guerra, sogna sempre un mondo senza profughi che lasciano la propria casa e la propria terra, sogna sempre un futuro di pace da raccontare quando sarai anche tu nonna... Consiglia D'Andrea Fonte: C. D'Andrea, Capracotta minata , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Sant'Anna
Anna forse deriva dall'ebraico Hannah che vuol dire "grazia". I latini veneravano una divinità lunare denominata Anna Perenna, che festeggiavano all'inizio della primavera con giochi e allegri banchetti nel Campo Marzio. Al tempo di Ovidio la dea fu confusa con Anna, sorella di Didòne. Alla popolarità della santa «ha contribuito probabilmente anche il culto precristiano di Demetra-Persefone o Cerere-Proserpina, dove la Grande Madre genera la Figlia che a sua volta genera, come si rievocava nei Misteri di Eleusi, la Spiga di grando mietuta in silenzio, il sacro fanciullo Brimòs». Secondo un'antica tradizione cristiana, Anna era il nome della moglie di san Gioacchino e madre della Madonna. Perché accendere i fuochi proprio il 26 luglio, festa di sant'Anna? Si possono avanzare almeno due ipotesi: la prima riguarda sicuramente la collocazione calendariale a poco più di un mese dal solstizio d'estate, allorquando accendere i fuochi significa non solo rallentare la discesa del sole verso il semestre oscuro, ma preservare i raccolti da ogni pericolo e sventura; la seconda, indubbiamente meno probabile, potrebbe essere il ringraziamento a sant'Anna da parte degli scampati al terribile terremoto che si abbatté sul Molise il 26 luglio 1805. Nella nostra regione questi fuochi sono conservati solo a Capracotta, mentre negli altri paesi il rito è completamente estinto. Il fuoco di sant'Anna arde il 26 luglio proprio a Capracotta. «Una volta, quando la popolazione era numerosa, se ne accendeva uno per ogni quartiere ma col calo demografico degli ultimi cinquant'anni questa usanza, oggi, è praticata solo nei quartieri di Sant'Antonio e di San Giovanni». In quest'ultimo rione il fuoco infiamma il crocevia tra via Michelangelo e via Pescara nelle vicinanze di casa Di Tella. Infatti la famiglia Di Tella è molto legata al rito per una grazia ricevuta. Nel 1914 Carmela Sciullo, mamma di Costantino, Giuseppe e Raffaele Di Tella, fece voto a sant'Anna affinché i loro figlioli tornassero illesi dalla guerra. La santa esaudì il cuore della mamma e i tre baldi giovani rientrarono sani e salvi a Capracotta. Da allora gli eredi Di Tella omaggiano e ringraziano sant'Anna ogni 26 luglio, patrocinando la festa. A sera, insieme ad alcune persone del vicinato, donano legna e fascine, allestiscono il falò rituale con al culmine l'immaginetta della santa e con fervore e devozione gli danno fuoco. A seguire, tra compaesani si consumano stuzzichini, patate sotto la cenere e vino; canti e balli completano la serata. Adesso, al contrario dei tempi passati, «i ragazzini non accendono più le stoppie, [...] per cuocere nella cenere patate novelle rubacchiate nei campi». I Di Tella con solerzia si occupano di organizzare le cerimonie religiose e civili, che di solito vengono spostate alla domenica successiva. Il giorno della festa a mezzogiorno, dopo la messa solenne, si svolge la processione. La statua della mamma di Maria, che risiede nel secondo altare a sinistra della Chiesa dell'Assunta, come da tradizione è portata solo dalle donne. La banda e i fuochi pirotecnici arricchiscono la ricorrenza. A Carovilli sino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, la sera del 26, in località Fontecurelli, allora campagna, si accendeva un falò in onore della santa. Da circa un quarto di secolo il fuoco dedicato a sant'Anna non arde più a Roccasicura. I ragazzi a mano raccoglievano e caricavano le fascine e la legna ed era un'armonia vedere i pargoli, i giovani e alcuni uomini assortire con spensieratezza le pire. I fuochi si potevano ammirare in piazza Marconi, piazza Umberto (qui si allestiva il più grande), nel rione Villaggiotto e in altri spazi e stradine del paese. La sera, alle nove, si incendiava una decina di falò ed ognuno diventava teatro di canti, balli e passatempi in buona compagnia. A Spinete il rituale igneo non si pratica più da circa quarant'anni. Il giorno di sant'Anna i falò si preparavano grazie all'impegno dei ragazzi nel raccogliere la legna. Tutti davano il massimo per fare il miglior fuoco. I posti prescelti erano piazza Fontana, piazza San Pietro e tutti i vicoletti. I fuochi cominciavano a sprigionare le fiamme al comparire delle prima ombre della sera. Una delle particolarità più belle era quella di saltare tra le fiamme. Per i giovani diventava un'autentica gara, ricca di audacia e spavalderia. Si faceva il giro dei fuochi per verificare chi era il più bravo ad attraversare le fiamme. Un rito, quello di Spinete, improntato alla semplicità e impresso nei ricordi di quanti lo hanno vissuto. Domenico Meo Fonte: D. Meo, Riti e feste del fuoco: falò e torce cerimoniali in Molise , Volturnia, Cerro al Volturno 2008.
























