LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
I risultati della tua ricerca
Cerca in questo sito
2372 risultati trovati con una ricerca vuota
- Fra due plotoni di esecuzione
Nel 1908, di fronte allo squilibrio prodottosi ai nostri danni nel medio e basso Adriatico per effetto dell'annessione della Bosnia-Erzegovina all'Impero austro-ungarico, lo stato maggiore italiano, essendone ancora a capo il generale Saletta, dispose sull'ipotesi di un fortunato sbarco nemico in quegli scali, lo studio di un sistema campale addossato al massiccio abruzzese per la copertura di Roma. Sviluppate le indicazioni tratte dalla relazione sulle grandi manovre eseguite nel Molise sotto la direzione del medesimo generale nei primi anni del regno di Vittorio Emanuele III, fu anzitutto concretato sulla carta il tracciato di massima di una linea principale di resistenza incardinata sull'arpione costiero di Vasto la quale, appoggiandosi alla concatenazione di colli e monti via via più elevati dell'Anti-Appennino frentano fra i tronchi inferiori del Trigno e del Sangro, si sarebbe inoltrata nel centro della regione per comporre un vasto campo trincerato intorno all'anfiteatro alpestre che dalle creste di Capracotta si apre sulla conca di Agnone. Attuata così la guernizione dell'intera riva sinistra del Trigno, la linea sarebbe proseguita verso libeccio recingendo ad arco l'impluvio di Castel di Sangro e, attraversato lo spartiacque appenninico nel passo di Rionero, sarebbe risalita, fiancheggiando i depressi canaloni che defluiscono nel nascente Volturno, a rintracciare fra le paratie delle Mainarde il capo d'acqua della corsia Rapido-Garigliano. Giacomo Acerbo Fonte: G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione. Avvenimenti e problemi dell'epoca fascista , Cappelli, Bologna 1968.
- Capracotta nella Settimana della Montagna
Le origini della "Regina dell'Alto Molise" si perdono nella notte dei secoli. Il nome impostole sembra derivare da carpe copte che significa "rocce nude", bruciate dal sole. Alcuni, invece, sono dell'opinione che l'etimologia di Capracotta sia dovuta alle riunioni di pastori nomadi, sulle balze atte alla difesa e ricche di pascoli odorosi, celebrando il rito propriziatorio col pagano sacrificio di una capra tra le fiamme. Gli studiosi, quindi, per la scarsità dei documenti, non sono d'accordo. I pionieri del cristianesimo si riunirono lassù, costruendo nel 1589 la chiesa principale, la quale ancora oggi raccoglie tra le sue artistiche pareti i fedeli. La graziosa Cittadina, stazione climatica estiva e degli sport invernali, richiama molti turisti da ogni parte d'Italia. È il Comune più alto dell'Italia centro-meridionale, sovrasta la vallata del Sangro e del Verrino, e, nel suo vasto orizzonte, scopre centinaia di paesi di ben sette province. I pendii del Capraro e del Campo, insieme con la vasta zona lussureggiante di Prato Gentile, e l'aria saluberrima dei 1.421 metri e più, invitano gli ospiti del luogo a cimentarsi in ardue escursioni e ad immergersi nel sereno incanto della natura. Una magnifica attrezzatura alberghiera, l'innata ospitalità e la signorile cordialità dei nativi danno a Capracotta la certezza di un sempre maggiore incremento turistico. N. M. Fonte: N. M., Capracotta , in «Alto Molise», 7, La Fucina, Agnone, 14-22 agosto 1954.
- Cese, vicenne e cannavine
Continuando nel solco della toponomastica capracottese, ovvero lo studio dei nomi delle strade, dei monti, delle località e delle frazioni di Capracotta, giungo oggi a parlare di alcuni toponimi che hanno per oggetto l'attività agricola, ovvero la Vicenna, le Cese e la Cannavina. Nel primo caso si può parlare di due aree piuttosto distanti fra loro: una, la Vicenna vera e propria, situata a sud dell'antico abitato, precisamente al di sotto del Rione S. Rocco, l'altra, l'ex feudo delle Vicenne Piane, posta a sud-ovest di Monte Capraro e contigua con l'Ospedaletto, al confine col territorio comunale di Vastogirardi e San Pietro Avellana. Il nome della Vicenna non proviene in alcun modo da vicennium , "ventennio", bensì è il diminutivo di vicem (caso accusativo di vix ), che in latino volgare sta per "vicenda", nell'accezione agricola di avvicendamento di colture (maggese-grano-riposo). È questo un toponimo che si trova frequentemente in Italia centrale, dal Frusinate al Teramano, e che si riferisce a terreni coltivabili piuttosto produttivi. Storicamente parlando, le Vicenne Piane furono vendute il 4 aprile 1740 da Giuseppe Piscicelli, duca di Capracotta, al barone Domenico Antonio d'Alena. La toponomastica locale di Capracotta, tuttavia, rivela ulteriori antichi significanti di romana e preromana memoria, tra cui i prati della Cannavina (e relative selve delle Cannavinelle), il cui nome deriverebbe da cannabis , nel senso di "canapina", ossia il terreno su cui si coltiva la canapa (per farne magari tela per sacchi e cordami in epoca sannita); in un secondo momento queste terre piane, fertili ed irrigue, hanno preso ad indicare le coltivazioni di ortaggi. Per quanto concerne invece le Cese, situate alle pendici settentrionali di Monte Campo - e dette anche, impropriamente, Cèsari - stanno ad indicare le terre coltivate in zone collinose, in opposizione alle cannavine, che stanno spesso in pianura. Nello specifico il termine proviene dal latino cæsa (dal participio di cædere , "tagliare") e indica la particella disboscata: grazie alle foto aeree dell'IGM è infatti evidente il frazionamento dei prati delle Cese, terreni che fino a due secoli fa erano così fitti di alberi da lambirne l'abitato. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Chiappinelli, Lessico idronomastico dell'Abruzzo e del Molise , in «Quaderni di AION», XIV:7, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale", Napoli 2002; A. Germani, Odonimi dei comuni della provincia di Frosinone , in N. Mocanu, D. Loşonţi e E. Beltechi, Lucrările celui de-al XIV-lea Simpozion Internaţional de Dialectologie , atti del convegno, Cluj-Napoca, 16-17 settembre 2010; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Novi Chavarria e V. Cocozza, Comunità e territorio. Per una storia del Molise moderno attraverso gli apprezzi feudali: 1593-1744 , Palladino, Campobasso 2015.
- Belle da "morire"
Il Molise, una regione troppo spesso considerata la meno attraente d'Italia dal punto di vista turistico, una regione poco conosciuta. Ricordo che quando nel 1982 la squadra calcistica del Campobasso passò in serie B i miei amici di Roma facevano confusione con la regione di appartenenza, chi con la Campania e chi con la Basilicata. In Molise ci ritorno spesso e sempre con grande piacere. I miei sono originari di Poggio Sannita, in provincia di Isernia, e si sono trasferiti a Roma prima che io nascessi. Il Molise, dopo la Valle d'Aosta, è la regione più piccola d'Italia con una superficie di 4.438 chilometri quadrati e con 136 comuni. Uno di questi è Poggio Sannita, piccolo comune dell'Alto Molise con 700 abitanti, situato su una collina a 705 metri sul livello del mare che domina la valle del fiume Verrino. Facilmente raggiungibile (200 chilometri da Roma), il paese è meta ambita da quanti cercano una vacanza alternativa per rigenerarsi mentalmente e fisicamente in una natura incontaminata. A circa sei chilometri troviamo Agnone: si capisce da lontano che questo è il "borgo delle campane", 12 sono le torri campanarie di altrettante chiese. È qui che dal 1300 la Pontificia Fonderia Marinelli tramanda di padre in figlio l'arte della fusione di enormi campane, oggi diffuse in centinaia di luoghi sacri nel mondo. Sopra Agnone troviamo Capracotta (diventata famosa per essere stata citata in uno storico film di Alberto Sordi), stazione climatica e sciistica a 1.421 metri di altitudine, anch'essa ricca di tradizioni come quella della Pezzata, pietanza della civiltà della transumanza riproposta da un buon quarantennio la prima domenica di agosto. Ma il Molise non è solo montagna e collina: da Montenero di Bisaccia a Petacciato, da Termoli a Campomarino, in questo lembo di mare pulito, non è soltanto l'integrità della costa - a tratti ancora selvaggia - a fare da richiamo, bensì l'insieme armonico e la possibilità di coniugare i monti e il mare con itinerari inediti e inconsueti tra arte, natura e tradizioni. E poi in Molise non c'è mafia, non c'è pizzo, anche perché è talmente povero che, se ai negozianti molisani venisse chiesto il pizzo, al massimo potrebbero offrire una mozzarella e un buon bicchiere di vino. Dedico questo testo a mio padre. Angelo Amicone Fonte: A. Amicone, Belle da "rubare" , in «Sincronizzando 7», II:3, Telecom, Milano, ottobre 2011.
- La dispettosa marachella della Strega Majella
La Strega Majella è proprio una birbantella sulla sua scopa va e un incantesimo fa. Le piaceva fare i dispetti quando volava sopra i tetti. E agli abitanti del piccolo paesino fece uno scherzo davvero birichino. Nella piazza del paesino tutti si preparavano. Tre piccole Fatine: Emma, Sveva e Margherita volavano e gridavano felici per la festa... prima della notizia funesta! I cavalli della processione erano scomparsi in quella gran confusione. Risuonò nel cielo settembrino solo un malefico risolino. Con un gran cappello e una scopa volante la Strega Majella volteggiava trionfante! "Ha trasformato i cavalli in ranocchi!" urlarono le Fatine non credendo ai loro occhi. Tutti corsero verso il laghetto tristi e sconsolati per questo dispetto. "Come faremo senza i cavalli addobbati?" si chiesero tutti davvero costernati. "Principe Sebastiano faremo la festa?" chiesero gli anziani in preda ad un'ira funesta. "Dobbiamo svegliare i due Giganti" rispose il Principe indicando i monti. "Campo e Capraro aiutateci a rompere il sortilegio" gridò il Principe Sebastiano temendo il peggio. Andarono da Campo in cerca di aiuto sicuri e certi del suo rifiuto. Ma Campo amava la festa settembrina, la sognava ogni mattina. "La Strega troverò e i cavalli vi riporterò". Andarono da Capraro in cerca di aiuto sicuri e certi del suo rifiuto. Ma come Campo anche Capraro amava la festa settembrina, ci pensava dalla sera alla mattina. "Con Campo la Strega troveremo e insieme ai cavalli festeggeremo!” La banda suonava, la gente festeggiava, nel paesino la processione avanzava. Le tre Fatine dalla torre videro avvolti negli scialli non più brutti ranocchi ma solo meravigliosi cavalli. I Giganti avevano trionfato, la Strega Majella avevano scacciato! Le tre Fatine finalmente si riposarono, i due Giganti si addormentarono. Tutti finalmente festeggiarono. Nessuno vide più la Strega Majella dispettosa, puzzolente e monella. La festa terminò e nel paesino la pace ritornò... Emanuele Fusco
- Una tradizione di matrice pastorale
Una delle principali località turistiche della regione Molise è Capracotta, una rinomata stazione sciistica. Capracotta si trova in provincia di Isernia, nell'Alto Molise, ed è il comune più alto dell'Italia centro-meridionale ed il terzo d'Italia. Infatti il punto più alto di tale territorio è rappresentato dalla vetta di Monte Campo a quota 1.730 metri. L'origine di Capracotta sembrerebbe risalire ai primi anni della conquista del Mezzogiorno da parte dei Longobardi di Benevento, nel VII secolo. Il suo nome deriverebbe dall'abitudine dei longobardi di sacrificare una capra al Dio Thor, il dio del tuono, ogni volta che si insediavano in un luogo appena conquistato. Mangiare la carne di questo animale era un rito propiziatorio che allontanava la sfortuna e la carestia, augurando ricchezza e prosperità al nuovo insediamento. Memore di tale antico rito è infatti la rinomata sagra della Pezzata, di matrice pastorale, che si tiene ogni anno la prima domenica di agosto a Capracotta in località Prato Gentile. Tale tradizione attira molti turisti non solo dai vicini paesi, ma anche da altre regioni d'Italia. La Pezzata è una sagra dell'agnello arrostito alla brace e della pecora bollita con erbe aromatiche. Tale pietanza si caratterizza per la sua semplicità e per la facilità con la quale è possibile trovare gli ingredienti necessari per la sua preparazione. La ricetta originale di tale antica pietanza risale a tempi remoti quando gli antichi pastori molisani durante la transumanza delle loro greggi tra le montagne dell'Alto Molise ed il Tavoliere delle Puglie, uccidevano quelle pecore che si ferivano nel corso dell'attraversamento dei guadi e non erano più in grado di proseguire il viaggio. Dopo aver ammazzato gli animali, ne depezzavano le loro carni; sembra che il nome della sagra, "Pezzata", derivi proprio da tale antica usanza. Dopo aver ridotto l'animale a pezzi, i pastori lo cucinavano mettendolo a bollire in grosse pentole con acqua e lo condivano con le poche cose che avevano a disposizione e le erbe aromatiche che riuscivano a procacciarsi ai bordi delle alture che attraversavano. In ricordo di tale remota tradizione, nei primi anni Sessanta il Comune di Capracotta ideò ed organizzò una sagra che potesse far conoscere a tutto il Molise e ad altre regioni una pietanza tipica del paese, la cui ricetta era stata tramandata, all'origine, dal suo popolo di pastori. Fu così che nella realtà odierna della cittadina isernina nacque la sagra della Pezzata che a tutt'oggi è arrivata alla quarantanovesima edizione. Dunque la Pezzata era un pasto di cui gli antichi pastori molisani si cibavano per necessità, ossia quando erano costretti ad uccidere un loro animale non più in grado di proseguire il percorso della transumanza. La Pezzata da pasto d'emergenza si è trasformata ai giorni nostri in una pietanza prelibata. Così come veniva fatta anticamente, ancora oggi la carne di pecora viene ridotta a pezzi grossolani e cotta in grosse pentole di rame ricolme d'acqua. L'operazione più importante da fare nel corso della bollitura, quindi della cottura della carne, consiste nella schiumatura, ossia nell'eliminazione del grasso superfluo che sale a galla man mano che si cuoce. Dopo l'aggiunta di sale vengono messe a bollire alcune patate che aiutano ad assorbire il grasso durante la cottura che può durare anche più di quattro ore. Inoltre vengono aggiunti alcuni pomodori per offrire un po' di colorazione al brodo. Oltre a tutti questi ingredienti, indispensabili, ne possono essere aggiunti altri come cipolle, sedano, peperoncino e carote. Nell'occasione di tale sagra è dunque possibile trascorrere una bella giornata di assoluto relax in una delle zone più alte e più belle del Molise. In tale contesto tutti gli abitanti di Capracotta profondono il massimo impegno per la buona riuscita della Pezzata. Inoltre, i visitatori e i turisti fanno ritorno a casa con un piacevole ricordo, ossia una ciotola ed un bicchiere di terracotta ed una forchetta di legno. Anche se in qualche occasione tale sagra è stata un po' rovinata dal cattivo tempo e dalla pioggia, l'impegno di tutti ha portato sempre ad un risultato positivo e lusinghiero, ricco di buoni auspici per gli anni a venire. Lucia Santelia Fonte: https://equantestorie.wordpress.com/ , 20 novembre 2014.
- Il mistero del Monte Campo
L'indomani si tornò alle occupazioni solite: gli uomini al lavoro dei campi e al pascolo degli armenti; le donne a filar la lana, a sfarinare i legumi, a riassettare la casa, a pulire le madie e i forni per il pane. Erennio e suo padre con alcuni garzoni andarono verso le pendici della montagna più alta della zona, il Monte Campo, in una località chiamata ancora oggi "Procuoio", ove si era soliti radunare le pecore in speciali stazzi durante la notte per difenderle dai lupi. La famiglia Ponzio possedeva un numeroso gregge, che dopo lo svernamento nella terra più mite dei Dauni stava per tornare ai pascoli di montagna per la stagione bella: occorreva preparare le palizzate del procuoio per ospitare le oltre tremila pecore transumanti, divise in tante mandrie con seguito di cani, cavalli, muli e di carri carichi di attrezzature per la lavorazione del latte e del formaggio. Bisognava affrettarsi poiché l'arrivo del gregge si annunciava imminente dal tratturo di Duronia, tanto più che bisognava partecipare alla prossima festa della dea Perna, protettrice degli armenti. La giornata trascorse in questi preparativi, così il giorno seguente; al terzo Erennio girovagò col padre ai piedi di Monte Campo, il monte che assomigliava a un felino accovacciato, curiosando fra le rocce e i cespugli. Fu attratto da un particolare ben visibile sulla parete rocciosa del monte nella parte posteriore che guarda a mezzogiorno. Gli sembrò di vedere sulla fiancata liscia una grotta incavata a forma di capra, molto ampia ma poco profonda. Continuando a osservarla, si convinse sempre più che fosse veramente una capra accovacciata con la testa rivolta a osservare tutto ciò che accadeva nella distesa sottostante fino all'altra montagna dirimpetto. Incuriosito, chiese al padre chi avesse scavato quell'anfratto e perché poi questo avesse la forma particolare di una capra. Il padre, che conosceva l'antica leggenda intorno a quel segno particolare incavernato nel fianco di Monte Campo, si meravigliò del modo come Erennio l'avesse scoperto da solo, rivelando spiccato spirito d'osseriazione, e tentò di dargli la spiegazione nata dall'esaltante fantasia degli antenati. – Una leggenda – disse – tramandataci dai nostri avi racconta di una capra che si avventurò sola, inerpicandosi tra le rocce, per recidere i freschi germogli delle piante di rovo. A un tratto il cielo si oscurò come avviene spesso in montagna, dense nubi avvolsero il Monte Campo annunciando un forte temporale con lampi e tuoni; la pioggia cominciò a scrosciare, aumentò poi con forte intensità battendo sulla fiancata come se volesse lavarla e levigarla; un fulmine guizzò all'improvviso e incenerì la capra, poverina!, incidendo nella parete precipite la sagoma incavata della stessa bestiolina, quasi a formarne della grotta visibile da lontano uno dei misteri della natura. Il "mito della capra incenerita da un fulmine" è il mistero che il Monte Campo nasconde da secoli. Con questo racconto, amplificato ed esaltato dalla fantasia dei nostri avi, s'intese attribuire a quei luoghi una caratteristica indelebile. Erennio, meravigliato e convinto della spiegazione del padre, seppe intendere da quelle parole il significato che «ove le montagne presentassero qualche particolarità nella loro configurazione, era necessario cogliere quella stessa configurazione come il segno di un mistero della natura, capace di persistere oltre i limiti del tempo», così concludeva il genitore. Tale segno è visibile da lontano, ancora oggi, sulla parete del Monte Campo. Erennio volle per questo fare l'ascesa di quella montagna "incantata", perché nascondeva il mistero della capra incenerita. Così in un'ora di cammino, per una sequela di sporgenze di duri massi pietrosi, intersecate da solchi e da vuoti diseguali, padre e figlio raggiunsero la cima, sulla quale, ai nostri tempi, svetta da ormai cento anni una croce di ferro. Quale spettacolo stupendo si aprì al loro sguardo! Monti, valli, fiumi, boschi tutt'intorno: un paesaggio che sfumava all'orizzonte perdendosi in una nebbiolina azzurrognola. Il territorio che si scopriva, dall'Adriatico al Tirreno, dal massiccio della Maiella alla terra dei Dauni, era abitato dalle tribù dei Carecini, dei Pentri, dei Frentani e poi, oltre il Tiferno e il Taburno, dalle tribù dei Caudini, degli Irpini, dei Lucani, che avevano la stessa origine sannitica, la stessa religione, usi e costumi comuni e la stessa lingua; occupavano quella zona dalla notte dei tempi. Assorti per alcuni minuti nello spettacolo del paesaggio, furono attratti poi da un'altra particolarità della montagna: dalla cima dirupata vedevano ai loro piedi un ammasso di blocchi calcarei provenienti dalla stessa cima, che scendeva giù per oltre un chilometro. Il ragazzo chiese spiegazione al padre, come di solito, ma il genitore questa volta non seppe rispondere. Si trattava, e si tratta, di una frattura del crinale causata, durante il cretaceo superiore, da un terremoto che aveva dato luogo a un lento scorrimento dei massi, giacchè questi giacevano su un terreno franoso e che tutt'ora impercettibilmente continuano a scorrere, secondo quanto stabilito dai moderni geologi. Da ciò si può arguire che il Monte Campo, prima della suddetta frattura, avesse altezza e forma diverse da quelle attuali. Lo stesso fenomeno si era verificato là, sulla fiancata che guarda a occidente, ai piedi della nicchia a forma di capra di cui abbiamo parlato. Antonio De Simone Fonte: A. De Simone, Il Sannita. Il coraggio di un popolo , L'Autore Libri Firenze, Scandicci 2009.
- Dove vanno in vacanza i nostri politici
È Ferragosto, e Madetù fa gli auguri ad amici e lettori di "Lettere Meridiane" con una edizione speciale della sua rubrica satirica, che si apre con una trafila di calembour sul tema: dove trascorreranno gli uomini politici le vacanze? In copertina, il commento del nostro disegnatore satirico in versione solo testo ad una notizia d'attualità: la sottoscrizione del CIS (acronimo che sta per Contratto Istituzionale di Sviluppo) Capitanata, avvenuta l'altro giorno in Prefettura, alla presenza del premier, Giuseppe Conte. Leggete, sorridete, e buon Ferragosto. Le vacanze dei nostri politici Pres. del Consiglio, Giuseppe Conte: Cara pelle (Foggia); Vicepremier, Ministro del Lavoro e Previd. Sociale, Luigi Di Maio: Tre palle (Livigno); Ministro dell'Interno, Matteo Salvini: Altolà (Modena) e poi all'estero, a Rublino; Ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: Poveromo (Massa); Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: Rivoltella (Brescia); Ministro della Sanità, Giulia Grillo: Super sano (Lecce); Sen. Matteo Renzi: L'ego Maggiore; Europarlamentare, Silvio Berlusconi: Valle delle Fiche (Livorno); Mov. 5 Stelle, Davide Casaleggio: Capo Nerd (Norvegia); Leader Più Europa, Emma Bonino: Popoli (Pescara); Leader PD, Nicola Zingaretti: Purgatorio (Trapani); Leader Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: Pugno chiuso (Foggia); On. Alessandra Mussolini: Bel sedere (Siena); On. Vittorio Sgarbi: Capra cotta (Isernia). Maurizio De Tullio Fonte: http://www.letteremeridiane.org/ , 15 agosto 2019.
- A Capracotta c'era la neve, e il fumo saliva lento
Mi sembrava irriverente, quasi blasfemo, assimilare il titolo di questo breve racconto al brano musicale dedicato al campo di sterminio di Auschwitz; mi sono invece convinto che l'ambiente e lo stato d'animo della nostra gente negli ultimi mesi del 1943 non dovevano poi essere molto diversi da ciò che, in chiave assai più tragica, traspare nella canzone cui ho fatto riferimento; del resto ciò che purtroppo è avvenuto 70 anni fa a Capracotta, quasi un "olocausto minore" di cui sono stato piccolissimo protagonista, era frutto della stessa impietosa "regia di guerra" e, dispiace ripetere ancora, con il testo musicale che citavo: «Quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà?». Ed il pensiero corre spontaneo ai diversi "caduti" che anche il nostro paese ha dovuto purtroppo piangere. C'era comunque davvero, ancor prima del solito, la neve a Capracotta in quel terribile autunno, con tanto, tantissimo e strano fumo che «saliva lento» non dai comignoli, ma dalle stesse case incendiate o fatte saltare con l'esplosivo dai tedeschi: con le sue volute tragicamente mescolate al fumo innocente che il vento (la nostra vòria ) sollevava dai piccoli fuochi di bivacco organizzati in fretta dalle famiglie accampate nei pochissimi luoghi risparmiati da quella inutile rappresaglia: come appunto le chiese o il cimitero. Era infatti passato con la sua tromba per tutte le strade, nel suo cappotto "a ruota", il banditore comunale (Gildonio, che molti certamente ricordano) con l'ordine perentorio di evacuazione emanato dal comando militare tedesco e che tutti, nello sgomento e nella confusione più incredibile, si erano affrettati ad eseguire: per di più senza l'aiuto di diversi tra gli uomini più giovani e validi che avevano dovuto cercarsi un nascondiglio lontano per sottrarsi al continuo rischio di rastrellamento; mio padre Ottaviano, ad esempio, aveva raggiunto insieme ad alcun parenti ed amici, la località di campagna denominata Orto Ianiro, trovandovi rifugio nell'antico trullo di pietra a secco (impropriamente detto "pagliaio"), tuttora esistente e di proprietà della mia famiglia. È in questo scenario che anch'io, a poco più di 3 mesi essendo nato il 3 agosto, dopo essermi trovato con mia nonna materna Guglielma nel fuggi-fuggi generale del 9 settembre dalla Chiesa della Madonna all'arrivo delle truppe tedesche, ho seguito il mesto gruppo di persone che avevano preferito il cimitero: e questa volta senza neppure l'ausilio della mia robusta "carrozzina", ma con la certezza di una piccola cappella privata costruita anni addietro da mio nonno paterno Carmine, che purtroppo (come la nonna Cristina) non ho avuto la gioia di conoscere. Stavo comunque rischiando quotidianamente di morire di fame dal momento che, non potendo essere alimentato al seno da mia madre e con il bestiame tutto requisito, non si riusciva a reperire alcun tipo di latte; in quel frangente così tumultuoso inoltre, era impossibile usufruire dell'aiuto prezioso di alcune balie (a cominciare dalla cara cugina Cecilia) che nei giorni precedenti mi avevano generosamente soccorso: e, di sicuro, non solo per gratitudine nei confronti di mia madre Cesarina, venuta da Ferrara come ostetrica condotta del Comune; mi trovai così, secondo il preciso racconto di tutti, a disporre in esclusiva di una incredibile invenzione della nonna: una culla costituita dal loculo vuoto sovrastante quello occupato dalla mia sorellina maggiore, Antonietta, strappata alla nostra famiglia da una malattia infettiva a soli 14 mesi nel 1942. Suscitai così, da spettatore innocente com'ero, la reazione istintiva e quasi rabbiosa di mia madre che, tornando infreddolita e bagnata dopo aver portato di nascosto dei viveri a mio padre ed agli altri, mi trovò protetto, ma piangente, in quel singolare giaciglio improvvisato. Ho addirittura l'impressione di ascoltare quel concitato colloquio figlia-madre, che mi dispiace non saper riportare nel loro dialetto emiliano (incomprensibile, per i capracottesi più di una lingua straniera) e che recitava, in linea di massima, così: D: – Ma dove hai messo il piccolo Aldo? Vuoi far morire anche lui come Antonietta? R: – Ti sbagli: è esattamente il contrario; sto cercando infatti di proteggerlo almeno dal freddo non potendolo aiutare per la fame, ed il luogo più caldo che abbiamo è il loculo in cui si trova! Forse è proprio Antonietta (che sembra sorridergli come un Angelo) a proteggerlo dal Paradiso! E mia madre, singhiozzando, si rabbonì: costretta persino a raccogliere un po' di neve in una bottiglietta, a scioglierla in seno ed a farmela bere con un po' di zucchero che la signora Carmela De Renzis (mamma del carissimo amico di infanzia Ezio) aveva appena lasciato per me; e sopravvissi anche a questa seconda e più minacciosa prova, cui forse devo gran parte della mia estatica "devozione" per la neve di Capracotta: in cui tuttora, abbastanza spesso, mi trovo piacevolmente immerso anche in sogno. Di lì a poco, come in una favola, comparve davvero un Angelo in sembianze umane: era il valoroso sacerdote salesiano di Capracotta don Carmelo Sciullo che, non è casuale, è stato poi insignito di medaglia d'argento al valor civile per aver salvato delle persone nel Salernitano durante una alluvione degli anni '50; questo sacerdote, più che "buon Samaritano" per tutti e che abitava a poche decine di metri dal cimitero, informò mia madre che la sua casa sarebbe stata certamente risparmiata dalla distruzione essendovi custodite (unico Tabernacolo in quel triste periodo!) le Pissidi dell’Eucaristia con il Santissimo Sacramento; così, dopo avermici condotto, mi affidò a sua madre, la sig.ra Vincenza, che aiutò la mia a farmi cambiare al caldo i pannolini bagnati riuscendo anche a provvedere (non so in che modo) alcune preziose confezioni di latte evaporato. Proseguì poi certamente qualcosa di soprannaturale perché durante la notte mia madre, scorgendo da lontano il fuoco e il fumo di una tenda alla finestra della nostra casa appena incendiata, trovò il coraggio di raggiungerla da sola, nonostante il coprifuoco; con l'aiuto fortuito quanto prezioso, poi, di un cugino di mio padre, Vincenzo Di Tanna (il burbero-benefico mugnaio che molti ricordano), riuscì a spegnerne le fiamme con l'acqua ancora erogabile dalle tubature; così solo la porzione sinistra del tetto e la camera da letto della nonna risultarono bruciate: con la legna stipata in soffitta tuttavia che, precipitando come una colata incandescente al piano sottostante, aveva distrutto ogni suppellettile e addirittura letteralmente fuso un grande letto di ottone: lasciando intatta sulla parete solo la parte superiore di una acquasantiera di ceramica con l'immagine del Sacro Cuore che abbiamo poi sempre custodito come reliquia di quel disastro. Fu così che ciò che restava del nostro edificio di via Nicola Falconi, ancora sufficientemente ospitale, meritò una singolare promozione: diventò infatti un piccolo ospedale da campo autorizzato dallo stesso comando tedesco e con tanto di Croce Rossa disegnata sul portone: mia madre infatti, indossando con fierezza un camice bianco appena recuperato, riuscì a convincere un ufficiale (con un grosso e ringhioso cane al seguito) che, oltre ad alcune persone ammalate o anziane che cercava di aiutare, una spaventatissima vicina di casa (Annina Potena) era già in avanzato travaglio di parto: nacque infatti in quelle condizioni e ad alla luce di un solo piccolo lume a petrolio, una bambina di nome Diomira Angelaccio (per noi tutti la cara Mirella). Mi corre l'obbligo di ricordare che non sono mancate altre vicissitudini e/o ulteriori occasioni di grande disagio nei lunghi mesi che hanno preceduto la fine del conflitto e per di più in un inverno tra i più rigidi che si potessero ricordare: sempre però provvidenzialmente controbilanciate da qualche prezioso, quanto imprevedibile antidoto. Ad esempio allorquando, essendo rimasto in paese solo un centinaio di persone ritenute indispensabili (come mia madre per la sua professione) dopo lo sfollamento in sedi lontane di quasi tutti gli altri abitanti, un terribile ufficiale inglese, rifiutando in malo modo a mia madre l'elemosina di un po' di latte, le rispose nella sua lingua: «Ne muoiono tanti in Russia di bambini, che non possiamo certo preoccuparci di uno in più a Capracotta [sic]»; e tutto ciò con la testimonianza diretta di un nostro concittadino (se non vado errato della famiglia di Pasquale Venditti Bazzarìne ) che, costretto a fungere da interprete, era comprensibilmente restio a tradurre quella tremenda frase. Per passare poi a quando, essendo i tedeschi già lontani da Capracotta nella loro ritirata, fui molto sostenuto dalla generosità di soldati polacchi che non esitavano a condividere le loro razioni di cibo (e di latte evaporato) con la mia famiglia e con me: alcuni di loro anzi, si commuovevano alla mia presenza o mi "accarezzavano" anche dall'esterno dei vetri quando, passando con gli sci, lo spessore elevatissimo della neve consentiva di raggiungere la nostra finestra al primo piano. E di tutto ciò ho sempre informato le diverse persone di nazionalità polacca che ho avuto occasione di seguire e di curare per la mia professione di medico ospedaliero: quasi cercando di colmare, così in ritardo, un immenso debito di gratitudine e tanto più nel fondato timore che diversi di quegli "angeli" fossero poi stati uccisi di lì a poco nella famosa e drammatica battaglia di Cassino. O ancora quando mio padre riuscì ad acquistare dalla famiglia dei signori Campanelli, a prezzo simbolico, una discreta quantità di miele per addolcire in modo naturale e nutriente le prime pappine destinate a me; cominciavo infatti a stare abbastanza bene, tanto che mia madre, non senza una punta di ironia, poté scrivere nel suo diario: «Il mio piccolo crebbe poi sempre abbastanza gracilino, ma non morì come avevo tanto ed a lungo temuto». Ripensando a questi accadimenti, sembra davvero incredibile che da un simile scenario di distruzione potesse in qualche modo risorgere la vita; al termine invece, di questa mia testimonianza (diretta e indiretta al tempo stesso), sono maggiormente convinto che non avesse torto mia madre quando, sempre nel suo racconto del 1993, recitava testualmente: «L'alacre operosità dei capracottesi fece sì che, in pochi anni, il paese che la guerra aveva ridotto ad un cumulo di macerie tornasse ad essere bello e ridente come e più di prima». E, mi sembra superfluo ricordarlo, mia madre non era neppure molisana. Tornando alla mia storia personale, voglio sperare che affiori anche da queste memorie il mio particolarissimo legame di affetto per Capracotta, che mi ha visto nascere nel lontano 1943 (mi chiedo solo come sia possibile che tanti anni siano trascorsi così in fretta?); sempre convinto, per quanto sembri paradossale, che resti grande il debito di gratitudine nei confronti di "quella neve e quel fumo" (o di quella vòria ) da parte della mia generazione: davvero temprata da quei drammatici eventi a percorrere in seguito le diverse strade della vita: spesso (e per tanti) con la pesante valigia dell'emigrante in mano! Posso solo aggiungere che, quando per una visita oltrepasso ora la soglia del cimitero, specie se coperta di neve e di ghiaccio, ho l'impressione che salga sempre un po' di fumo (o di incenso?) dal suo tetto con la Croce e la piccola campana, mentre mi accolgono i bassorilievi della "Via Lucis" (voluti dagli amici sacerdoti don Michele e don Antonio Di Lorenzo); essi mi aiutano a pregustare, nel silenzio della preghiera "all'ombra di Monte Campo", un altro incontro con i miei genitori, la sorellina Antonietta e tanti nonni che cercano ora di proteggermi dal "freddo interiore": facendo a gara da lontano con la nonna Guglielma, che pure ha voluto essere sepolta nel cimitero del suo paese natale. Per concludere, considerando ancora una volta la coincidenza emblematica del mio 70° compleanno con l'anniversario della distruzione di Capracotta, non mi vergogno di ripetere, in tutta sincerità: E il naufragar m'è sempre dolce in quel turbine di guerra... tanto è vero che ho cercato di riviverlo un po' in queste righe che affido di cuore alla memoria dei cari concittadini vicini e lontani ed in particolare dei giovani e dei bambini di oggi: a cominciare dai miei cinque nipotini Lorenzo, Andrea, Elda, Emma e Mattia. Ti abbraccio forte... per 70 volte, Capracotta. Aldo Trotta Fonte: A. Trotta, A Capracotta "c'era la neve, e il fumo saliva lento...": un bambino nel turbine del 1943 , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
- Regj compassatori di Capracotta
Nella struttura amministrativa della Regia Dogana della Mena delle pecore di Foggia un importante ruolo spettava ai compassatori, tecnici di eterogenea formazione (perlopiù agrimensori) ed estrazione (sia laici che religiosi) che si occupavano di geometrizzare il territorio, e grazie ai quali abbiamo oggi uno spaccato visivo delle campagne dell'Italia centromeridionale tra il XVI e il XIX secolo. Il mastodontico quadro normativo che stava dietro alla strutturazione della trama territoriale della Dogana trovava nel compassatore la figura atta a garantire il giusto equilibro fra gli attori coinvolti. È per questo che poco più di un secolo dopo l'istituzione della Dogana, a partire dalla metà del '500, la figura dei compassatori regi acquisì sempre più rilievo. Come si evince dalla prammatica commentata da Stefano Di Stefano questi erano formalmente esterni alla Dogana e venivano chiamati all'occorrenza secondo le necessità del caso. I loro contributi erano perlopiù concentrati in due momenti: il compasso ex officio , organizzato in primavera, volto alla sistematica ricognizione della situazione dei tratturi e delle locazioni, e il compasso straordinario, teso a risolvere i contenziosi che venivano a crearsi tra i vari soggetti in conflitto sul territorio. La provenienza geografica di questi tecnici era anch'essa piuttosto eterogenea. Ad oggi gli studiosi contano quasi 500 compassatori, il cui profilo professionale caratterizzava le terre di provenienza dei locati, specie nei territori dell'Abruzzo e dell'Alto Molise. Capracotta, Lucoli e Vastogirardi han rappresentato, tra il XVI e il XVIII secolo, i luoghi di origine di un importante numero di tecnici, segno evidente di una specializzazione professionale tipica di quei territori, salvaguardata attraverso la tradizione familiare. I più stimati compassatori capracottesi sono stati probabilmente Giovanni Caporicci, Vincenzo Conti, Giacomo Di Lorenzo, Berardino Ferraro e Loreto Pettinicchio. Il primo, in ordine cronologico, è proprio Loreto Pettinicchio, che nel 1650 figura tra coloro che, su preciso incarico del governatore della Dogana Ettore Capecelatro, devono procedere alla cosiddetta reintegra dei tratturi, ovvero al ripristino fisico della strada d'erba. Le operazioni cominciano il 31 marzo dell'anno successivo e nella relazione che descrive i primi 13.400 passi dell'asse tratturale si legge che, tra Civitanova e il fiume Chiappino, si è resa necessaria l'«assistenza del Regio Compassatore Loreto Pettenicchio de Capracotta». Berardino Ferraro, invece, il 20 maggio 1734 sta in Basilicata, precisamente a Genzano di Lucania, su chiamata del «Reverendo Capitolo» di quella città, la quale intende ordinare la platea di tutti i propri possedimenti. Ferraro è incaricato di redigere il rilevamento della località Festola - dove sorge pure un abitato italico dedicato alla dea Cerere -, compito che egli assolve con assoluta solerzia. Un terzo compassatore del quale è possibile fornire una striminzita biografia è Giovanni Caporicci, classe 1707, ed anch'egli lo troviamo in Basilicata nel 1751 per dirimere una causa tra la badia di S. Maria di Banzi e l'Università di Palazzo S. Gervasio, una disputa per la quale il «Caporiccio» stila la cosiddetta "scrittura di concordia", ossia l'accordo definitivo. Giacomo Di Lorenzo, invece, è un perito che ha esercitato per decenni, in forma privata, «la professione agrimensoria senza alcun riconoscimento pubblico», e che approda alla Dogana soltanto nel 1765 dopo una lunghissima gavetta come «Compassatore del Regio Tavoliere». L'agrimensore Vincenzo Conti, infine, è a Bojano il 26 luglio 1812 per aver ricevuto mandato da Cesare De Gaglia, agente divisore di Cantalupo nel Sannio, di misurare le estensioni in tomoli di alcuni appezzamenti boianesi, tra le Cese Demaniali e la Sterpara . A quanto pare, nella sua storia Capracotta ha dato vita all'intera gamma dei personaggi della transumanza, dai semplici pastori ai butteri, dai massari ai ricchi locati, passando per i «Regj Compassatori», i veri guardiani del tratturo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Bullettino delle ordinanze de' commessarj ripartitori de' demanj ex feudali e comunali nelle province napoletane , vol. V, Trani, Napoli 1861; P. Di Cicco, Il Molise e la transumanza. Documenti conservati nell'Archivio di Stato di Foggia (secoli XVI-XX) , Iannone, Isernia 1997; L. Iannelli, Palazzo S. Gervasio. Microstoria tra fonti e documenti , Pianeta Libro, Potenza 1997; G. Liebetanz, In cammino, passo passo lungo il tratturo Lucera-Castel di Sangro , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1998; E. Lorito, Genzano di Basilicata: cronografia , Tipomeccanica, Napoli 1949; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi , Capracotta 1742; M. Petrella, Geometrie e topografie del territorio. I Regi Compassatori della Dogana di Foggia tra misurazione, rappresentazione e gestione , in «Bollettino della Associazione Italiana di Cartogafia», 161, Università di Trieste, Trieste 2017; V. Iazzetti, Le alterne misurazioni, le usurpazioni e gli atlanti delle reintegre , in E. Petrocelli, La civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata , Iannone, Isernia 1998.
- La famiglia Mosca di Capracotta
Nel XII secolo, quando i normanni stabilirono il loro dominio sull'Italia meridionale, il re Ruggero decise di ordinare la ricognizione di tutti i feudatari, dei vassalli e dei loro feudi, esistenti nel regno. Nacque così il Catalogus Baronum , sopravvissuto alle vicende della storia e conservato nell'Archivio di Stato di Napoli fino al 1943, anno in cui andò perso insieme ai manoscritti dei Registri Angioini, a causa dei noti eventi bellici. Fortunatamente gli storici avevano curato delle edizioni nelle quali l'uno e gli altri erano stati trascritti, preservando così il loro prezioso contenuto nonostante l'irrimediabile perdita degli originali. Proprio la consultazione di una di queste edizioni ci ha permesso di rintracciare, tra i tanti nomi di cavalieri e dignitari, quelli di alcuni membri della famiglia Mosca. Ovviamente non è stato possibile stabilire un collegamento tra i Musca del XII secolo ed i Mosca di Capracotta, ma questa scoperta è comunque interessante perché le notizie finora rintracciate sui Mosca riguardavano i signori di Racalmuto, presenti in Sicilia in epoca sveva, ed un Mosca d'Isernia, il cui nome figura in una pergamena conservata nell'archivio dell'Abbazia di Montecassino datata 1335, mentre il Catalogus Baronum ci permette di attestare l'esistenza del cognome Mosca, sul continente, ad una data che precede di oltre duecento anni quella della pergamena cassinese. Ancora più interessante, tuttavia, è stato scoprire le origini più remote di quest'antica famiglia di feudatari. Raynaldus Musca, figlio di Riccardo, discendeva da una famiglia d'origine scandinava, il cui capostipite in Italia fu un tale Turoldus, annoverato tra i signori di Aversa. Rinaldo, detto anche Johel , aveva ereditato dal padre la baronia di Aversa, ed aveva ottenuto dal re il feudo di Arienzo. Oltre questi feudi che possedeva in capite de domino Rege, ne possedeva anche altri in servitio essendo stato feudatario del conte di Buonalbergo e barone di Roberto II di Capua; a sua volta ebbe come vassallo, un certo Guillelmus Fillarinus . Numerose furono le donazioni di terre che fece, da solo o unitamente alla madre Ata ed alla sorella Cottoalda, al monastero di Montevergine, in un periodo compreso tra 1129 al 1163. In un atto datato maggio 1163, dichiara di essere ex genere francorum e figlio di Riccardo. Questa dichiarazione è molto importante. Innanzitutto perché permette di escludere definitivamente l'ipotesi azzardata da qualcuno, di un'ascendenza germanica della famiglia Mosca. In secondo luogo perché non contrasta bensì rafforza, la tesi dell'asserita ascendenza scandinava della famiglia. Infatti, com'è noto, la Scandinavia era la terra d'origine di popoli guerrieri e conquistatori, anticamente noti col nome di Vichinghi e successivamente con quello di Normanni che, attorno al IX secolo, occuparono e si stabilirono nella regione posta a nord-ovest della Francia che da loro prese il nome di Normandia. Era quindi naturale, per Raynaldus, che rappresentava la quarta generazione dei Musca italiani, tentare di richiamare al tempo stesso le sue più lontani origini scandinave, e la provenienza dalla terra di Francia definendosi ex genere francorum . Nei documenti è citata anche una figlia di Rinaldo, Fenicia, che pare gli successe nella baronia di Aversa. È verosimile ritenere che l'antenato di Rinaldo, Turoldus, venne in Italia al seguito dei conquistatori normanni, forse seguendo proprio quel Guglielmo d'Altavilla, primo conte di Puglia, che nel 1042, dopo aver sconfitto i Bizantini, costituì la contea di Melfi. La menzione di Turoldo quale unus ex magnatibus Aversae , inoltre, suggerisce l'idea che egli non fosse il titolare diretto di quel feudo, bensì uno dei maggiorenti o vassalli ( unus ex magnatibus) al seguito del conte di Aversa, che all'epoca era Rainulfo Drengot dei principi di Quarrel. Non a caso la contea di Aversa fu la prima contea normanna fondata in Italia meridionale. Da qui in seguito la famiglia si sarebbe diffusa nel Sud Italia dov'è attualmente presente con i cognomi Mosca e Musco. La storia di questa famiglia, documentata dal Catalogus , si ferma, purtroppo, alla fine del XII secolo, ma ci consegna un enigma ed un'ipotesi affascinanti: è possibile che nei Mosca di Capracotta scorra ancora del sangue vichingo? Questa domanda, probabilmente, non troverà mai una risposta; accontentiamoci, però, di aver scoperto la vera origine di una famiglia, di nome Mosca, la cui esistenza è storicamente documentata. Alfonso Di Sanza d'Alena Fonte: http://www.casadalena.it/ .
- Mons. Giandomenico Falconi
Mons. Giandomenico Falconi (1848-1862) di Capracotta, Vescovo di Eumenia in partibus infidelium , fu prima Arciprete di Acquaviva delle Fonti. Il Papa Pio IX con Bolla del 16 agosto 1848, promossa da Re Ferdinando II, unì æque principaliter le due Chiese nullius di Altamura e di Acquaviva e Prelato di entrambe fu nominato Giandomenico Falconi, il quale morì a Capracotta il 24 dicembre 1862. Queste le notizie del Lorena. Il surriferito Canonico Ciccimarra, nella stessa opera citata, confermando le suddette notizie, aggiunge: «Mons. Falconi fu senza dubbio un Prelato di energia e di grandi idee; quegli che fondò il grandioso Seminario e che restaurò completamente la Cattedrale; ma ebbe la disgrazia di vivere in tempi politici difficili e burrascosi. Il laicismo locale imperante fu il suo maggiore nemico che lo contrastò e perseguitò a morte, fino a fargli prendere nel '60 la volontaria via dell'esilio, per cui gli ultimi anni di vita egli li passò in Capracotta, sua patria, ove morì. Fu allo inizio del suo governo che, ad accrescere più lustro alla Chiesa di Altamura, furono creati i due Uffici di Penitenziere e di Teologo, ai sensi del Tridentino». Il restauro fatto alla Cattedrale, indubbiamente per renderla più bella, se allora sembrò ben fatto, se ancora appaga l'cchio di qualcuno, se seguì il corso della moda di quei tempi, in realtà le tolse il pregio artistico primitivo, perché le dorature e le stuccature eseguite guastarono lo stile. Ben si farebbe, come del resto si è fatto in altre Chiese, che subirono le stesse innovazioni, se si togliesse tutto ciò che è di posticcio per rimettere in evidenza le antiche originarie bellezze. Dopo la morte di Mons. Falconi la Chiesa altamurana fu per ben sedici anni (1862-1879) governata dal Vicario Capitolare Don Diego Labriola, Cantore di S. Nicola di Altamura, uomo di aurei costumi che sarà lungamente ricordato e desiderato dai suoi concittadini. Vincenzo Vicenti Fonte: V. Vicenti, I prelati di Altamura , a cura di D. Denora, Schena, Fasano 1987.
- Requiem per un accelerato
Ultimo della classe, pigro, svogliato, si staccava dalla piattaforma, tra la disattenzione generale, alle zero quaranta. Non lo degnavano di un'occhiata nemmeno i facchini che, malgrado i viaggiatori fossero curvi sotto il peso di cassette per militari in licenza, valige di cartone legate con lo spago, spropositati fagotti approssimativi, non avevano mai nulla da trasportare. Treno autarchico, almeno dal punto di vista del facchinaggio. Ed a questa autarchia obbedivano anche alcuni esseri strani e misteriosi che una sera, mai visti prima, come sbarcati da un ignoto pianeta, apparvero portandosi a spalla due lunghe assi cornute, impattate a due mazze di nocciòlo con alla punta un chiodo e due rotelle di bambù. Pantaloni alla zuàva, scarponi di montagna, sacco alpino, occhialoni scuri appesi al collo o sistemati a nastro sul cappello, andatura di allegria carburata (si vedrà fra poco!) da un solido appetito. Viaggiavano in terza classe e piuttosto che mettersi a dormire intonavano cori della naja. Un cantare dolce, caldo, melodico. Attenuato e in sordina diventava quasi un mugolìo d'una tribù pagana riunita a propiziare gli spiriti della propria divinità: la neve. Una divinità surgelata rispetto al sole di Napoli ma bella, soave, immacolata e castissima, salus infirmorum , lontana e raggiungibile in otto ore. Otto interminabili ore notturne di un viaggio ch'era una veglia d'amore. Non possono intenderlo certo i viaggiatori dei jet che in molto meno trasvolano continenti. Eppure fra quel treno e gli aerei d'oggi non sarebbe cattivo gusto elencare qualche differenza. Quel treno partiva senza rumore e si fermava a tutte le stazioni. Non così fanno gli aerei che non si fermano mai. Quì si dorme, lì non si dormiva. Negli aerei, nessuno oserebbe, anche se folle, mettersi a cantare. In quel treno il canto era un rito, una necessità primordiale, un bisogno religioso. Sugli aerei si consumano pasti, serviti ad aria pressurizzata, leggeri più del vasellame che li contiene, commestibili in pochi minuti, sterilizzati, asettici, lucidi di cellophane, inodori, spesso insapori, ma sempre bilanciati come i mangimi del veterinario. Per quel treno (che dopo molte piccole fermate si concedeva uno scalo di due ore, nel pieno della notte, a Caianello-Scalo) era possibile accomodarsi nella cucina del gestore del bar della stazione e sentirsi un cavaliere errante accolto da un ospitale signore del medioevo. C'era un camino che vampava come un altoforno. A quel fuoco si arrostivano metri di salsiccia paesana. Strizzati nelle pagnotte, prima di essere addentati, gemevano oro suino a 24 carati. Si delibavano melanzane sotto aceto, si vuotavano fiaschi a volontà ed alla fine per stabilire un ordine in tante fonti di energia si ordinavano mozzarelline allo spiedo che nel rosolarsi ingentilivano l'atmosfera già satura di odori patriarcali piuttosto robusti. L'accelerato, con le vetture ormai refrigerate dalla sosta all'addiaccio, si rimetteva in marcia alle quattro e dodici. Tùnf, tùnf, Tòra-Presenzanòòò... Buio pesto. Non si vedeva né Tora, né il nobilissimo feudo di Presenzano. Sesto Campanòòò... ciùf, ciùf, ciùfff... Venafròòò... ffffff... tozza, tarchiata, la vaporiera grassotella, annusava la notte con sospiri di faville, con boccate di fumo che somigliavano un poco a quelle del Vesuvio (allora ancora in attività di servizio). Ripartiva per rifermarsi. Ad ogni stazione gli stessi sbuffi, le stesse nubi basse di vapore nelle quali andava a perdersi la lanterna cieca agitata dall'uomo-nero, capotreno, controllore, guardiafreni, l'uomo-tutto, l'uomo-corno-di-ottone che ad ogni partenza soffiava ostinato la carica come il trombettiere d'uno squadrone di cavalleria decimato fino all'unità: una cavalla sola, la locomotiva. Roccaravindolààà, Macchia d'Iserniààà, S. Agapito-Longànòòò. E così sempre avanti nella notte sempre più fredda e sempre più nera. Un favoloso itinerario, una litania di stazioni con due, tre nomi, anzi col nome, il cognome e la paternità. Carpinonééé, Sessàno-Civitanova, Pescolanciano-Chiàuci, Carovilli-Roccasicura, S. Pietro-Avellana-Capracottààà. All'appello non mancava nessuno. Sembrava senza mai fine quella lista di reclute d'un'invisibile Armata del Sogno. Montenéro-Valcocchiara, Alfedéna-Scontrone: il primo brivido. Era già l'ora della madrugada , era cioè quel momento cosmico nel quale il giorno ancora non è nato e la notte si attarda a morire. Gli italiani che sanno tradurre tante cose questa parola non l'hanno assimilata. Bene, alla madrugada si scopriva il primo biancore della terra. Era una luce irreale, un manto che tuttavia esisteva e più che vedersi s'intuiva. La vaporiera intanto, alla stazione di Castel di Sangro, si preparava all'ultimo balzo. Sapeva il fatto suo e per questo si faceva controllare da un esperto l'arma segreta dello spazzaneve che sulla bocca le traballava come una dentiera. A S. Ilario Sangro, il miracolo del primo raggio di sole. Il primo raggio del primo sole che insieme al primo treno del mattino saliva a dare il buongiorno alla Rocca sul Ràsine. Altèra, superba questa rocca? No. Tutt'altro. Era un pugno di case raggrumate come un gregge intorno al campanile della chiesa madre. Un timido, umile gregge vegliato dalla pace e dal silenzio. La chiesa di S. Bernardino, a mezza strada tra la rocca e il santuario di Portella dove in solitudine viveva un eremita, nella sua nuda semplicità cantava eterna lode al Signore. Aveva una minuscola campana che nessuno suonava mai. Bastavano già quelle della chiesa madre dove S. Ippolito il guerriero ostentava elmo e corazza, o quelle di S. Rocco che offriva ad esempio le proprie morsicature. Nella voce umana, familiare, intima, universale, sommessa, discreta, malinconica e dolce delle campane, ad ora fissa, parlava la voce di Dio. Quì, alla Rocca sul Ràsine, l'accelerato delle zero quaranta da Napoli depositava alle 8, gli skiatori (sì, proprio, col "k"!) che quando erano numerosi non superavano la ventina. Si avviavano subito al Vallone di San Rocco disseminando nell’aria che odorava d'incenso, odori di catrame e paraffina. Sfoderati due magici nastri fatti con pelle di foca si avventuravano alla Selletta, scendevano all'Aremogna, salivano al Rifugio, alle Toppe del Tesoro, al Pratello, al Monte Greco. Erano pochi ed il silenzio bianco li ingoiava come pesciolini buttati nell'oceano. Nella distanza sembravano puntini, formiche, granelli. Skiavano tutto il giorno col sacco sulle spalle dove portavano viveri, indumenti ed accessori preziosi, come ad esempio una spatola di alluminio a forma di lancia. Era nientemeno che la punta di ricambio di uno ski. La possibilità di rotture era frequente. Quell'arnese stava agli ski come la ruota di scorta alle bucature di un'automobile. Tornavano alla base entro le cinque della sera. L'accelerato del mattino era ad attenderli per riportarli a casa. Nel viaggio di ritorno dormivano tutti. Un sonno solo, da Roccaraso a Napoli, Piazza Garibaldi. Ed anche molti sogni! Adesso a Roccaraso si arriva in due ore di automobile. Quel grumo di case addossate l'una all'altra, pecorelle di un gregge infreddolito, è un'esplosione di superbia e di spavalderia, una frenetica gara di condominii e grattacieli, di pentacamere e triservizi. Al calore dei grandi alberghi fa eco la luce delle insegne fluorescenti che gridano alle falangi di sciatori: boutique, snack, night, coiffeur, bar, all-sports. Parole familiari al linguaggio dell'Italia del benessere in piedi su quella del malessere, l'Italia atlantica dei drinks, dei cottages, degli ski-lift e degli ski-pass! Nel Vallone di San Rocco c'è la Sitar con i cavi e i seggiolini del Belisario e di Roccalta. Pelli di foca addio! All'Aremogna si arriva in automobile e la strada è sempre sgombra, il rifugio è in compagnia di alberghi, pensioni, ville sotto l'arcobaleno permanente delle funi di tre impianti che permettono di fare in un giorno più discese di quante una volta non potessero fare in tutta una stagione. Al Pratello, alle Toppe del Tesoro, ci si dà appuntamento come in città ad un caffè del centro. Alla Portella, l'Eremita viaggia in utilitaria, fuma Marlboro, si nutre di Tivù. Per quanti si recano in chiesa l'incenso è chimico e le campane hanno la voce dell'Enel. Suonano elettricamente come le chitarre-beat. Il curato indossa il clergy. Sulla neve di quella che fu la bianca, immacolata Rocca del Ràsine si posa un velo funereo di smog. Alle cinque della sera la stazione ferroviaria è deserta e l'ultimo guardiano recita un requiem per un fantasma. Non parte e non arriva nessuno. Sui binari silenziosi scende un'ombra che assume le sembianze di un treno. È quello degli skiatori e chiede di essere ricordato ora che l'orgia del vivere si pasce di altri miti. Emilio Buccafusca Fonte: R. Marchi, Dove lo sci , Ed. Milanese, Milano 1967.
- I nobili di Capracotta
Spesso mi è capitato di sentire in famiglia e più volte, io stesso, faccio mia l'espressione: «I nobili di Capracotta». Naturalmente per rendere la frase ancora più forte, la si fa precedere dall'interiezione sarcastica «ah ah ah». Una locuzione usata per prendere in giro chi si dava troppe arie, tanta era la fama e la notorietà dei nobili di Capracotta. Tra essi probabilmente veniva annoverata la famiglia Baccàri, dal cui ramo, trasferito a Bonefro, io stesso sono un discendente. La famiglia Baccàri da Capracotta (dove erano presenti tra il 1400 e il 1505) si stabilì a Bonefro a causa della rivalità con l'altrettanto prestigiosa famiglia di Majo. Quest'ultima lasciava Capracotta e si trasferiva a Deliceto (FG). Secondo quanto viene raccontato, i due maggiori rivali delle rispettive famiglie, avviatisi per l'esilio, s'incontrarono casualmente nei pressi di una fonte e, qui giunti, vinti dalla tristezza e dalla nostalgia per essere stati costretti ad abbandonare il paese natio, si abbracciarono tra pianti e lacrime. La riappacificazione fu così sentita dagli stessi ed apprezzata dagli abitanti del luogo,dove era posta la fonte, che quest'ultima in conseguenza dell'episodio accaduto, prese nome di Fonte del Pianto. Il cognome della famiglia, di origine bizantina, deriva dai ramoscelli verdi con bacche dipinte sullo stemma. Una pianta aromatica di cui facevano largo uso i Greci. Lo stemma di colore azzurro, al toro passante al naturale, su un prato disseminato da ramoscelli di verde caricati di bacche, ed accompagnato in capo da tre stelle d'oro poste in fascia. Una famiglia nobile e molto antica, la cui esistenza, la leggenda la fa risalire ai tempi dell'imperatrice Elena (madre di Costantino) che, recatasi in pellegrinaggio nei Luoghi Santi della Palestina, nel 326, fece dono proprio agli antenati dei Baccàri una reliquia della Santa Croce. Una famiglia nobile che a Bonefro possedeva un altare di jus patronato nella chiesa matrice, dedicato allo Spirito Santo. Bruno Zappone
- Capracotta, il borgo del Molise sulla cima dell'Appennino
In Molise c'è un borgo antichissimo, le cui origini affondano nella leggenda: è Capracotta, e si trova ad un passo dal Giardino della Flora appenninica. Celebre località sciistica, incastonata tra le cime più alte dell'Appennino, Capracotta è inserita nella comunità montana dell'Alto Molise. Ed è un gigantesco orto ad alta quota, per una località particolarmente ricca di svariate specie di fiori e piante locali. Il suo nome, alquanto particolare, deriva da una leggenda: si racconta che alcuni zingari, intenzionati a dare alle fiamme una capra per un rito, così da favorire la fondazione di una città, catturarono un animale che però riuscì a scappare, per poi morire sui monti. Fu lì che tali zingari diedero vita alla città. Una città che, secondo altre fonti, dovrebbe invece il suo nome all'espressione latina castra cocta , ovverosia accampamento militare. Le tracce più antiche della presenza umana risalgono al periodo Musteriano, con il primo insediamento datato IX secolo. Un'antica storia, delineata ulteriormente da alcuni recenti scavi, che hanno portato alla luce un sito ricco di capanne ed edifici in marmo (risalenti al I secolo d.C.) nei pressi di Fonte del Romito. La caduta dell'Impero romano pose fine alla crescita urbana, con il borgo sottoposto a svariati domini, dai Longobardi agli Aragonesi fino ai Savoia, per poi essere annesso all'Italia nel 1860. Durante la Seconda guerra mondiale il paese venne raso al suolo, eccezion fatta per le chiese, l'asilo e alcune case private. Dinamite sparsa un po' ovunque distrusse gran parte del patrimonio architettonico, senza riuscire però a cancellare del tutto le tracce della storia del borgo. Basti pensare alla chiesa parrocchiale dell'Assunta, risalente al 1673 e ricca di dipinti di pregio e, al suo fianco, alla chiesa di Santa Maria di Loreto. Uscendo dal borgo si potrà ammirare il Palazzo Baronale, realizzato nel XVI secolo al di fuori delle mura cittadine dell'epoca. Capracotta è inoltre particolarmente ricca di fontane, che consentiranno agli amanti di Instagram di realizzare scatti da sogno. Lo stesso si può dire inoltre del Giardino della Flora appenninica, ideale per una passeggiata romantica. Recarsi a Capracotta vuol dire anche cimentarsi in un viaggio in un antico mondo culinario, a partire dalla pezzata , la cui ricetta risale al periodo in cui i pastori effettuavano la transumanza tra i monti e il Tavoliere delle Puglie. Altro piatti da non perdere sono l'agnello alla menta e la zuppa di ortiche. Il tutto accompagnato da uno dei prodotti tipici, il pecorino, che affonda le radici al periodo dei Sanniti. Fonte: https://siviaggia.it/ , 16 febbraio 2019.
- L'oratorio di San Nicola della Macchia
Questa fotografia, scattata dall'architetto capracottese Franco Valente e recentemente diffusa sui social network, riporta in auge un antico presidio religioso di cui si è totalmente persa e traccia e memoria: l'oratorio di San Nicola della Macchia. Alcuni studiosi locali affermano che il reperto litico, adagiato sino al 2005 in un campo della Macchia al confine con la proprietà Pallotta, sia una pietra erratica, proveniente da un altro luogo, nei cui pressi - ammette Franco Valente - «vi sono mucchi di pietre che vengono da uno spietramento per attività agricole, però tutti sanno che l'area è ricca di sepolture cristiane. Sicuramente povere, ma significative per capire cosa sia successo in quella zona un migliaio di anni fa. Il disegno sopravvissuto è troppo poco per capire il contesto architettonico di cui quel rozzo fiorone faceva parte. Però la regolarità della lapide fa immaginare che vi fosse una chiesa di buona architettura». L'errare della pietra, a mio modesto avviso, è presto detto: proviene dalla vetta di Monte San Nicola dove, fino al XVII secolo, resisteva un oratorium dedicato al Santo della carità nativo dell'Asia Minore e adottato dalle Puglie. Il culto di San Nicola sulla cima della nostra montagna, dove c'era un insediamento abitativo di tutto rispetto - detto Spinete o Macchia Strinata o Macchia delle Spinete -, probabilmente giunse al seguito dei pastori transumanti che, molti secoli prima dell'istituzione della Dogana, già transitavano sul "tratturo delle pecore" a nord, parallelo al crinale del detto monte: stiamo parlando del XII secolo, per intenderci. I pochi contributi bibliografici di una qualche autorevolezza su quest'oratorio intitolato al vescovo di Mira sono fondamentalmente quattro: quello di Francesco Saverio Cremonese, all'indomani del rinvenimento della Tavola Osca nel 1848, valido perché ripreso dal Mommsen e dall'Henzen; quello di Antonio De Nino, che nel 1904 effettuò una perlustrazione dalle Guastre alla Macchia alla ricerca di tombe sannitiche; quello di Luigi Campanelli, che da studioso locale, tentò una personale interpretazione dei resti; infine quello di Ivan Rainini, uno dei più validi archeologi italiani, che tra il 1979 e il 1985 certificò l'esistenza di un abitato sannitico a valle di Monte San Nicola in un voluminoso contributo che, per i molteplici aspetti che tocca, analizzerò in altra occasione. Nell'ottobre del 1848 Cremonese scrisse che «s ul vertice di esso Monte della Macchia sorgeva nei tempi andati (e se ne veggono ancora i vestigi) un oratorio dedicato a S. Nicola arcivescovo di Mira; ed io credo che ciò si facesse per mandare in dileguo ogni memoria di falsi Dei annessa a quel luogo ». Se egli si limitò a fornire una spiegazione religiosa circa la presenza d'una chiesetta sul vertice d'un monte di quasi 1.600 metri, oltre mezzo secolo dopo De Nino aggiunse che «sullo spianato della vetta, ma più nelle fiancate, sono sparsi qua e là frammenti di tegoloni e di grossi e piccoli vasi di terracotta. La denominazione del santo barese è poi certa prova che una qualche chiesuola sorgesse in quel culmine e di cui resta fra le macerie un'acquasantiera spezzata». Nel 1904, dunque, vi erano ancora molte suppellettili a testimonianza e delle case e della chiesa, reperti che in un secolo sono stati perduti, dispersi, trafugati. Il nostro Campanelli si rivelò invece semplice e diretto quando ammise che «mi parve di scorgere in esse degli ampi recinti per raccolta di bestiame ovino, anziché resti di abitazioni umane. Queste probabilmente si trovavano sulla sommità stessa del Colle di S. Nicola dove mi vennero innanzi delle sepolture scoperchiate ed ossa umane che le bagna la pioggia e muove il vento». Parlando con i più anziani abitanti di quelle contrade capracottesi - ché, come scherza Lorenzo Di Menna, l'Italia sta tra la Macchia e il Casino! - mi è stato rivelato che era prassi comune ricoprire con molta più terra le antiche tombe che venivano a scoprirsi a causa degli agenti atmosferici, e che da quei luoghi ci si teneva a distanza, per evitare di disturbare il sonno dei defunti appestati. Ad oggi ripongo tutte le speranze in Bruno Sardella, validissimo archeologo molisano, che da solo sta ricostruendo, con dovizia filologica, la storia e l'urbanistica di un'area geografica vastissima e puntellata capillarmente da siti abitativi, religiosi e militari oramai cancellati dalla sedimentazione della storia. E di quella pietra fotografata da Franco Valente il 9 settembre 2005 che ne è stato? Ovviamente anch'essa è andata perduta, dispersa, trafugata. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Scuola Tip. Antoniana, Ferentino 1931; N. Corcia, Di alcune città greche nel Sannio , in AA.VV., Memorie della Regale Accademia Ercolanese di Archeologia , vol. IX, Stamp. Nazionale, Napoli 1862; F. S. Cremonese, Notizia di una tavola di bronzo con iscrizione sannitica ed altre antichità della stessa data scoperte nelle vicinanze di Agnone , in «Bullettino dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica», 10, Roma, ottobre 1848; A. De Nino, Capracotta. Tombe sannitiche con suppellettile funebre, simile a quella della necropoli aufidenate scoperte nel territorio del Comune , in AA.VV., Atti della Reale Accademia dei Lincei , Tip. della R. Accademia dei Lincei, Roma 1904; W. Henzen, Sulla tavola con iscrizione osca, ritrovata in Agnone , in «Annali dell'Instituto di Corrispondenza Archeologica», XX:5, Roma 1848; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; T. Mommsen, Die unteritalischen Dialekte , Wigand, Leipzig 1850; L. Quilici e S. Quilici Gigli, Fortificazioni antiche in Italia. Età repubblicana , Bretschneider, Roma 2001; I. Rainini, Capracotta. L'abitato sannitico di Fonte del Romito , Gangemi, Roma 1996; B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla , in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013.
- Capracotta, Pasqua 1919
Qua hora non putatis ... la morte è certa ma l'ora è incerta: purtroppo però questa è scoccata pel novello Cristo i di cui resti, nel dì di Giovedì santo, vennero deposti in un tumulo rivestito di gramaglia di vecchia, rancida wilsoniana democrazia. Inopinatamente è scomparso!... Gli amici, desolati, non sanno consolarsi ed attoniti, ma speranzosi, van ripetendo: resurget ... Io invece, punto smarrito, vo replicando con Cicerone: Valeant qui inter milites italicos latentes in insidiis volunt . Si addormentò placidamente e repentinamente nella pace del Signore senza nemmeno dar tempo che alla scienza fosse dato compulsare almeno i battiti del suo cuore e far rifulgere l'emozione dell'animo nostro!... I suoi cari, assenti, non han potuto rivestire le spoglie lasciate in balia delle arpie. Molisani, inchiniamoci tutti riverenti dinanzi a sì grave lutto! Ci consoli che per tanto crudele destino non vi può essere recriminazione di sorta... finì sulla colpa! Benediciamo la memoria di Lui; che la pace sia l'angelo tutelare del suo sepolcro! Requiesce in pace. Thoma, boicoctator belli! Ottava di Pasqua Ricorre sabato 17 entrante il trigesimo della Sua dipartita. Imponentissimi si prevedono i funerali nella cappella di Santa Maria del Bosco. Molte associazioni del Collegio annunziano la loro presenza. La messa di Requiem dalle note monotone ma soavi del Mercadante verrà eseguita dal quintetto rinomatissimo di San Belisario diretto dal prof. V. Ianiro. "La libera", del Iollicella, sarà cantata, a solo, dal baritono apprendista Signor De Gregorio che, col tenore provetto Don Olimpio, ci farà gustare il "De Profundis" del Salandrella. Che il Signore dia forza ai novelli artisti per l'esecuzione di tutto, se no: cantar e lacrimar vedremo insieme! Terrà il pergamo Sua Eccellenza Monsignor Tracca Tracca. Durante la funera cerimonia un Caproni, pilotato dall'uffiziale Tanna Coronato, volerà sulla Cappella e farà cadere una pioggia di manifesti listati a lutto che ricorderanno sempiternamente le virtù dell'Illustre che fu!... Al solerte comitato, composto di valorosi uffiziali reduci da Salonicco e dall'Adamello, diamo lodi anticipate perché saprà degnamente onorare la cara memoria di Lui. Giulio Conti Fonte: G. Conti, Corrispondenze , in «Il Faro», I:9, Isernia, 10 maggio 1919.
- Tratturi, paesi e rovine: una bellezza a lento rilascio
Prima la Puglia, e poi Matera, e adesso il Molise. Continua l'attenzione a un Sud che una volta era poco conosciuto. C'è da sperare che ora arrivi anche la Calabria. In Molise più che altrove si sente il silenzio di chi se n'è andato e quello di chi non è venuto. È una regione senza l'evidenziatore, colore chiaro, umore sincero, atteggiamento poco vanitoso. I molisani non sembrano scalpitare per dare notizie dei loro luoghi. Entrando in Molise sulla strada che collega Benevento a Campobasso compaiono le rovine romane di Sepino. Una piccola Pompei, ma senza file e senza pagare il biglietto. Parcheggi e a venti metri dalla strada sei dentro lo stupore. Un altro sito archeologico pregiato, ma in questo caso meno a portata di mano, è il teatro sannitico di Pietrabbondante. È davvero scandaloso che pochi italiani conoscono questo posto, ma in un certo senso è anche una fortuna. In Molise non vedi mai quella vernice omologante che il turismo fornisce ai luoghi. Il poeta Rimanelli pensa al Molise come alla «freccia d'oro che ho nell'addome». Lui, come tanti, ha vissuto fuori dalla sua terra. La gente è partita e continua a partire, ma i paesi ci sono ancora: Castel San Vincenzo, Capracotta, Fornelli, Roccamandolfi, Montemitro, Frosolone, Larino, Venafro, Agnone, Vastogirardi, Castelpetroso, Oratino, solo per citarne alcuni. Ci puoi andare per strade felicemente poco trafficate, ma li puoi raggiungere spesso anche dai tratturi, le antiche vie della transumanza, da poco riconosciute patrimonio Unesco. Si potrebbe dire: piccola regione, grandi paesi. E sì perché non esistono paesini. Un paese più è piccolo e più è grande. Questi paesi non si travestono da capolavoro, non vogliono stordirti con chissà quali attrazioni. Il Molise è una bellezza a lento rilascio, è la vitamina M. Franco Arminio Fonte: F. Arminio, Tratturi, paesi e rovine: una bellezza a lento rilascio , in «Corriere della Sera», Roma, 10 gennaio 2020.
- Ma perché in Molise c'è la montagna?
Il Molise, si sa, è terra poco conosciuta. Tra le cose che mi sono sentita dire c'è anche: "ma perché, in Molise c'è il mare?". La cosa mi ha lasciata un po' perplessa perché, per quanto i chilometri di costa siano solo trentacinque comunque ci sono. E, tra l'altro, non sono affatto male. A questo punto una domanda è sorta spontanea: ma il resto del mondo sa che in Molise c'è anche la montagna? Forse con questo dubbio siamo più fortunati e il merito spetta a un paese a me molto caro, vale a dire Capracotta. Il piccolo comune molisano, il secondo più alto degli Appennini, è balzato alle cronache proprio questo mese a causa della nevicata da record che l'ha visto protagonista: 256 centimetri di neve caduti in appena diciotto ore. Una nevicata impressionante che batte il precedente record di 193 centimetri registrato nell'aprile del 1921 a Silver Lake, una località del Colorado, negli Stati Uniti. Le immagini di Capracotta sommersa dalla neve hanno fatto il giro del mondo, giungendo persino in un servizio della CNN. Il più delle volte, però, se si parla di Appennini in questa zona il pensiero va alla vicina Abruzzo, con le sue località rinomate come Roccaraso. Bene, sappiate che se, ad esempio, desiderate sciare lì, nella vostra ricerca di "alberghi e B&B Roccaraso" potrete includere anche un paesino molisano come Rocchetta al Volturno, che dista davvero poco dalla località sciistica abruzzese. La realtà è che in Molise la montagna è "di casa". Non solo non mancano i posti dove poter sciare (oltre a Capracotta c'è anche l'area di Campitello Matese) ma ci sono molti incantevoli paesini dove si può godere dell'aria pura di alta quota, del buon cibo e dell'assoluta tranquillità montanara. Ogni paese offre la semplice accoglienza della sua gente e alcune peculiarità. Basti pensare a Castel Del Giudice, piccolo paesino di 351 abitanti, tirato letteralmente a lucido e trasformato in un bellissimo albergo diffuso. Pensiamo anche a Pescopennataro dove si trova l'eremo di San Luca con la sua vista mozzafiato, a San Pietro Avellana che è la "patria del tartufo bianco" o a Pietrabbondante dove l'area archeologica - espressa principalmente con il Teatro Sannita - rappresenta la testimonianza del popolo dei Sanniti. Con la primavera poi, tutto è ancora più magico. Le tonalità dei colori sono più marcate e passare qualche giorno in montagna è un bel modo per ricaricare le energie dopo l'inverno. Insomma, io ve l'ho detto... che ne dite di fare un salto in Molise in primavera? Alessia Mendozzi Fonte: https://moli.se/ , 21 marzo 2015.
- Capracotta paese del benessere
Capracotta paese del benessere: aria, acqua e suolo certificati per l'alta qualità ambientale. Un esclusivo riconoscimento di eccellenza accompagnerà tutto il bello e il buono del territorio. Aria pura, acqua di sorgente, boschi odorosi, sentieri ritempranti, prati e pascoli incontaminati. E i pregiati prodotti del territorio: la stracciata lavorata a latte crudo, il caciocavallo e il prelibato macchione, la ricercata lenticchia ( miccola ), e le saporite carni ovine, i tartufi, i frutti del sottobosco. Se la Pezzata, lo stufato di pecora a re cuttùre , rappresenta il piatto tipico per eccellenza di Capracotta, che dagli anni '60 gli dedica una sagra ogni prima domenica di agosto sulla verde spianata di Prato Gentile, l'antica cucina pastorale del territorio rivive anche nella minestra di lenticchie alla montanara e nel più povero pappone: latte, patate (rigorosamente locali, pasta gialla, buccia rossa) e pane, bolliti insieme in un caldaio fino a consistenza cremosa, comfort food delle giornate rigide. E poi ci sono le erbe aromatiche, l'ortica in primis, che qui si consuma sottoforma di zuppa, risotto o frittata: piatti aromatici e dall'alto valore nutrizionale. Sapori di alta quota, rimasti inalterati nel tempo. Con la certificazione della purezza ambientale dell'altopiano di Capracotta, idea maturata dall'amministrazione comunale con il supporto scientifico di Università del Molise e Cnr di Napoli, e l'appoggio del Gal Alto Molise, prende forma il sogno per le comunità di montagna di essere protagoniste del proprio destino. E il centro altomolisano - il più alto dell'Appennino, 1.421 s.l.m. - diventa laboratorio a cielo aperto nella nuova strategia comunitaria per le aree interne. Il suo hub, il Giardino di Flora Appenninica, orto botanico tra i più alti d'Italia a 1.550 metri sul livello del mare, scrigno di biodiversità endemica dell'Appennino, luogo di educazione all'ambiente e di ricerca (in rete con l'Università La Sapienza). Un punto di partenza ideale per conoscere la natura del territorio altomolisano. A piedi, a cavallo, in moutain bike. E d'inverno sugli sci di fondo, lo sport di eccellenza a Capracotta: tracciati di diversa difficoltà si irraggiano a monte e a valle di Prato Gentile, il vasto pianoro a 1.580 metri di quota. Piste ad anello per 15 chilometri e scuola di sci di fondo sono da sempre un richiamo per tutto il centro Italia. Ma anche sci alpino con gli impianti di risalita su Monte Capraro, 1.730 metri sull'Appennino alto-sannita, in provincia di Isernia. Un adattamento che ha il sapore della sfida per i capracottesi, settecento anime residenti stabilmente, che arrivano a cinquemila nell'alta stagione estiva. Gente di montagna che ha modellato il proprio stile di vita sull'altitudine, imperturbabile ai cambi climatici repentini e spesso estremi. Un isolamento geografico antico, che con l'imminente certificazione di eccellenza può trasformare la marginalità in originalità, lo svantaggio in forza. Capracotta presidio della natura madre, culla dei fieri sanniti pentri insediatisi in epoca italica sulle sue alte praterie, sfidando bufere di neve e di vento. La vòria , come qui chiamano la bora che soffia anche d'estate, tanta l'altitudine e l'apertura alle correnti fra Tirreno e Adriatico. Conosciuta dal turismo del benessere come stazione climatica, Capracotta è prima ancora terreno di ricerca di studiosi dell'Italia antica. Proprio su questa porzione di Alto Sannio, nell'agro tra Capracotta e Agnone, è stata rinvenuta la Tavola Osca, uno fra i più importanti reperti linguistici dell'etnia italica (250 a.C.), attualmente conservata al British Museum di Londra. L'altitudine che diventa virtù, risorsa, ancora di salvezza, rifugio sicuro sul pianeta compromesso dai guasti ambientali. L'insediamento sperduto sui monti, modello di valorizzazione di molte vocazioni naturali. Con peculiarità proprie, un modello unico nel suo genere. Un progetto ambizioso e possibile, invocato da tempo e finalmente in dirittura d’arrivo. Nuovo valore aggiunto, redditività, sviluppo sostenibile. Capracotta Svizzera d'Italia; aria sottile, acque limpide, boschi di abeti soprani (l'abete bianco, estremo lascito dell'era quaternaria), natura primigenia dal campo alla tavola. Speranze, desideri, conferme. Lo racconta la vivacità del paese, i vari programmi ricreativi messi a punto da Giardino di Flora, pro loco e attivisti di "Vivere con cura", scuola ecologia e conviviale. E il turbinio di buongustai tra i vari caseifici, forni, tartuficoltori, presi letteralmente d'assalto nei giorni festivi. C'è aria di ottimismo, scommessa vinta, con il lancio del brand Capracotta paese del benessere. Una sinergia contagiosa, prevediamo, tanto è prorompente la progettualità. E palpabile il desiderio di crederci tra i giovani che hanno scelto di restare, o tornare dopo gli studi universitari, per dare futuro alla tradizione di famiglia. Mastri casari, affinatori di formaggio, cercatori di tartufi, coltivatori di grani e legumi tradizionali tra cui spiccano le pregiate lenticchie, le miccole di Capracotta, pronte per la raccolta proprio in questi giorni. «Ho detto no all'impiego a tempo indeterminato in una multinazionale per restare nel mio paese e portare avanti con passione l'azienda di famiglia, una libera scelta» racconta Luca Pallotta, fresco di laurea in economia e management, pronto a sostenere la già florida impresa familiare, eccellenza riconosciuta nella trasformazione del latte raccolto dalle proprie vacche (razza pezzata rossa e bruna alpina) e da pochissimi altri allevatori sul territorio. «Se vivi in montagna non puoi non amare le sfide» fa eco Luca Beniamino, trent'anni, produttore custode delle saporite miccole e di varietà locali di fagioli dai nomi poetici, strappati all'oblio: fiocco di neve, ciliegiotto, prugnarello, variopinto, cannellino rosa, tenebroso, colori d'autunno. Con il fratello Loreto, Luca porta avanti l'attività di famiglia e progetta un nuovo e più grande laboratorio di trasformazione, fantasia e know how non gli mancano certo, tanto meno la convinzione. «Pioggia, vento, grandine, basta poco e una stagione di duro lavoro è cancellata. Ma è proprio questo a dare pregio ed eccellenza ai prodotti, microclima e sapore della sfida», ripete. Gli addetti allo studio hanno in programma: mappatura dei pascoli, studio di qualità dei boschi (ricchi di agrifoglio e tasso, importantissimi indicatori di qualità ambientale) nell'ottica dei cambiamenti climatici, percorsi di benessere per tutti. Perché la qualità dell'ambiente esercita nel tempo una pressione sui nostri geni. Ci modifica geneticamente in positivo o in negativo, dipende dall'equilibrio, o disequilibrio, tra ambiente, alimentazione e stile di vita. E a Capracotta il triangolo della vita è perfettamente isoscele, in equilibrio, osservano gli scienziati: «Il risultato è il nostro benessere». Dunque, geolocalizzazione degli ovini e bovini al pascolo. Servirà a scoprire di quali essenze si nutrono, quali erbe e fiori danno sapore ineguagliabile, e variabile con le stagioni, ai formaggi ottenuti da quel latte. E solo quello, lavorato a crudo, nell'arco delle 24 ore dalla raccolta. Tradizione al passo con i tempi. Benessere animale. Consapevolezza di avere a disposizione materie prime straordinarie, latte e carni con omega 3 e omega 6 in rapporto ideale. In buona sostanza, gli alti verdi pascoli di Capracotta sono il ricercato valore aggiunto che va ben oltre la più comune certificazione di bio. Grazie alla straordinarietà di tutte le condizioni: microclima, integrità ambientale, assenza di inquinanti, cibo più sano, ritmi a misura d'uomo, idea del bene comune. Che messo a sistema, sottolineano gli esperti, conta più della semplice sommatoria. Una concomitanza di fattori positivi difficile, se non impossibile, da ritrovare. Jolanda Ferrara Fonte: http://www.typi.it/ , 24 agosto 2018.
- L'esodo da Capracotta bombardata
Tutto ebbe inizio, o meglio... tutto ebbe fine, quando il dramma cominciò ad accrescere con il frastuono delle porte che sbattevano delle poche case ormai abbandonate e vuote, il rumore incessante delle sirene e delle camionette anglo-americane alleate che esortavano ed obbligavano il popolo capracottese, in preda al panico, ad andarsene per trovare un posto sicuro dove rifugiarsi - uomini, donne, bambini compresi - per scampare a quella guerra che stava strappando loro tutto ciò che avevano costruito, tutto ciò di cui non avrebbero fatto più a meno e che avrebbero rimpianto. «Molti di loro – racconta ancora Antonio Di Nucci – si incamminarono per la strada per Agnone, cercando qualcuno che li accogliesse e molti addirittura rimasero vittime delle mine o di altri incidenti di guerra: ricordo che un musicista perse la vista ma riuscì comunque a vivere la propria vita insegnando e scrivendo libri, fino a morire all'età di 82 anni. Molti altri persero l'uso di entrambi i piedi, come il nonno di un mio compagno». Il paese, non più difendibile, era oramai vuoto poiché i capracottesi cominciarono velocemente ad allontanarsi: ci fu chi scelse un luogo vicino, Agnone, per l'appunto, e chi decise di spostarsi, attraverso un percorso molto più lungo, per arrivare nelle Puglie, precisamente a Brindisi. «Antonio con un cavallo e una decina di persone della sua famiglia si rifugia ad Agnone, e, particolare non da poco, porta con se un po' di quella carne di maiale che aveva salvato dalla requisizione dei tedeschi, quell'inverno fu durissimo con tanta neve e poco cibo. Rimasero ad Agnone dal dicembre 1943 al marzo del 1944, quattro mesi terribili poi il tuono dei cannoni si affievolì ed il Comando inglese consentì ai più giovani e alle famiglie che avevano le case ancora in piedi di fare ritorno in paese» , come è testimoniato da Roberto Geminiani nel racconto "La guerra di Antonio", narrante la vicenda di Antonio Dell'Armi, caporal maggiore del primo reggimento dei bersaglieri, classe 1915. Furono tanti i luoghi dove gli sfollati cercarono riparo, dove riuscirono a ritrovare un po' di conforto, un briciolo di tranquillità che per troppo tempo si era assentata dal loro animo. Una volta riconquistato l'intero territorio dalle truppe alleate: «Il sei dicembre – scrive Corrado D'Andrea – ci fu l'ordine inglese di sgombrare il paese: "Tutti quelli che non sono considerati necessari dal comando alleato si debbono preparare per partire subito". I carabinieri da poco rientrati in servizio giravano di casa in casa per convincere tutti ad andare via. L'otto dicembre lo sfollamento era quasi completo. Una parte di capracottesi si rifugiò nella vicina Agnone. La maggior parte venne trasportata su camion nelle Puglie... A Capracotta intanto erano restate sol settentacinque persone che potevano girare per il paese con un speciale permesso». Ma, prima di ciò, intere famiglie si trovarono a vagare incessantemente, a camminare per chilometri e chilometri, al freddo e al gelo, con poche riserve di cibo e tanta stanchezza, costretti addirittura a dormire in posti angusti e spiacevoli dove più che riposare accrescevano la loro tristezza e la nostalgia di casa. «I nostri profughi – precisa nelle sue memorie Ugo Mosca – furono accolti di solito affettuosamente dalle popolazioni dei paesi vicini, anche se con le inevitabili difficoltà del condividere insieme tante miserie; ma quelli che andarono in Puglia... vissero per tutto l’inverno tra grandi disagi». Soprattutto i primi giorni dell’esodo furono i più difficili, perché in un certo senso ognuno doveva pensare per sé. «All'epoca – ci racconta Bianca Santilli, classe 1935, nella sua drammatica testimonianza – avevo appena 8 anni, la prima casa che vidi distrutta fu proprio la mia. Con la mia famiglia, genitori e fratelli, partimmo per cercare un primo rifugio a Staffoli. Ricordo che mi misero nello zaino di Michelone, l'operaio fidato di mio padre, e mentre lui camminava io guardavo incantata i colori del paesaggio intorno. Passammo alcune notti nel silos, ed era tremendo. In una di queste notti, sentimmo un tonfo molto forte e per lo spavento caddi su cinque maiali terrorizzata all'idea che potessero mangiarmi. Sentimmo l'esigenza di partire per Agnone, pur essendo a piedi nudi: le stoffe della mamma non bastavano per tutti. Attraverso i tratturi, arrivammo alle masserie prima di Agnone, ma nessuno ci aprì. Una volta giunti al paese non fummo presi in considerazione da nessuno. Fortunatamente avevo una zia in Agnone, la signora Chiarina Quaranta, la quale ci ospitò; mi piaceva stare a casa sua, avevo già all'epoca una passione innata per la pittura, e ricordo che restavo a fissare un quadro ottocentesco per ore e ore». E ancora... «La strada che condusse ad Agnone fu colma di sofferenze – ricorda invece Luisa De Renzis – perché molti uomini, oltre ai beni perduti, sembravano avere perso anche la speranza di poter continuare a guardare oltre l'orizzonte; in molti si sentirono incapaci di rimirare le nuove albe dai colori rosati ed i tramonti dalle sfumature cangianti, come se la dolorosa esperienza bellica avesse sbiadito i toni dell’iride e tutto prendeva la configurazione di un film muto, in bianco e nero: niente più voci, niente più colori!». In effetti molti agnonesi si ritrovarono ad accogliere i capracottesi; in svariati modi diedero loro quello che avevano, condivisero la casa, il cibo e qualche parola di conforto, seppur oltre le loro possibilità, anche economiche, rischiando di mettere in crisi quello che era un paese fiorente e abbastanza sviluppato rispetto ai limitrofi. «Quando partirono da Capracotta ed entrarono ad Agnone – racconta Rosa Angelaccio D'Aloise, classe 1934 – arrivando naturalmente a piedi, i "grandi" mandarono avanti i bambini perché loro avevano "paura". Entrarono dalla porta vicino Sant'Antonillo; la prima sera dormirono a casa di una zia e poi fittarono casa. Si fermarono da metà novembre fino alla metà di marzo, quando tornarono a Capracotta sempre a piedi passando però per Staffoli. Soffrirono molto il freddo, nella stessa casa c'erano più famiglie, ogni famiglia dormiva tutta insieme in un’unica stanza». Secondo chi invece si trovava ad Agnone, come Paride Bonavolta – agnonese di antiche origini capracottesi – entriamo nell'ottica di coloro che i fatti li hanno vissuti e visti accadere sotto i loro occhi, proprio nel ruolo di quelli che avevano offerto aiuto e alloggio: «Per mia esperienza diretta dei fatti, essendo in Agnone, ricordo che si temeva che anche la nostra città sarebbe stata distrutta dai tedeschi che già avevano approntato l'occorrente. Proprio per questo nella mia famiglia, alla quale peraltro era stata requisita la casa di campagna, si era predisposto un piano di rapida evacuazione. Quando nella notte sentimmo saltare i ponti e la ferrovia tememmo che la distruzione sarebbe proseguita con il paese. Ma quei boati notturni segnarono invece una imprevista evacuazione tedesca dal paese. Per gli esuli capracottesi, posti di fronte a scelte alternative, Agnone, tanto nel novembre con la minaccia di estensione della "terra bruciata", che successivamente nel dicembre del '43, con il fronte non lontano, avrebbe rappresentato un rifugio più precario rispetto a quello previsto e pianificato nel dicembre nella parte "liberata" del Paese». Tutto questo costituì un intero anno di caos, caratterizzando così il drammatico Exodus degli sfollati capracottesi, ovvero il periodo che si protrasse fino al 1944 quando come sostiene Corrado D'Andrea nel suo racconto: «a febbraio gli sfollati cominciarono a rientrare a Capracotta, e a maggio gli angloamericani lasciarono completamente il paese». Francesco Paolo Tanzj Fonte: F. P. Tanzj, La storia che ci unisce , S. Giorgio, Agnone 2015.
- Vittime del lavoro
Mercoledì scorso, alle ore 7:12 a.m. nelle case operaie in costruzione della Società Edilizia, crollò una volta che sosteneva la scala interna d'uno dei quartieri. Rimasero vittima del disastro due operai: Crema Nicola di anni 12 da Termoli e Ciccorelli Francesco di anni 40 nativo di Capracotta; e furono poi ricoverati all'ospedale Civico tre altri operai feriti: d'Abramo Giovanni d'anni 13, Salerni Gaetano di anni 30 e Monaco Martire ventenne. L'autorità giudiziaria ha spiccato mandato di cattura contro l'intraprenditore dei lavori e l'ingegnere direttore; ha ordinato la sospensione dei lavori ed ha incaricato l'ufficio del Genio Civile di procedere ad una severa inchiesta tecnica. È già la seconda o terza volta che abbiamo a deplorare in queste nuove costruzioni simili danni; e sebbene avessimo molti apprezzamenti da fare sui fatti occorsi, sospendiamo sul momento ogni nostro giudizio per non pregiudicare quello che sarà per emettere l'ufficio del Genio Civile. Promettiamo però d'occuparcene a tempo debito. Amanzio Zobel Fonte: A. Zobel, Vittime del lavoro , in «L'Ape», I:2, Foggia, 5 giugno 1887.
- I miei nonni
I miei nonni, Filippo Di Tella e Domenico Di Nucci, erano due personalità in antitesi. Il primo, classe 1896, era reduce dalla Grande Guerra, con tre anni trascorsi sul Carso, addetto al traporto di vettovaglie, di armamenti e muli, da sollevare con speciali carrucole sulle postazioni di controllo collocate dai 2.000 metri in su. Tornò dalla guerra pelle e ossa e lo Stato, nel 1970, lo premiò con l'onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto, una modesta pensioncina e tre medaglie, una per ogni anno passato nelle trincee in compagnia del caldo e del freddo, degli scarafaggi e di chissà cos'altro. Ma ogni medaglia valeva soprattutto per quei 10 chili di peso persi ogni anno! Era restio a parlare della sua guerra per il semplice motivo che ne aveva passate di tutti i colori e che aveva perso ben 65 amici capracottesi in quella assurda tragedia. L'altro nonno, classe 1906, all'età di 13 anni si imbarcò per l'America e ritornò dopo cinque anni con un elevato bagaglio culturale e di esperienze acquisite sul campo: sapeva leggere, scrivere, fare iniezioni, legger l'orologio ecc. Era un apicoltore, e con le api ci parlava, ma gli animali da soma che preferiva erano gli asini perché li considerava più intelligenti. Nonno Domenico era una persona colta ed eclettica e, forse, era un uomo tenace fuori dal suo tempo, in un luogo in cui purtroppo regnavano alti tassi di analfabetismo. Durante la notte tra il 10 e l'11 settembre 1943 entrambi i miei nonni parteciparono, coi carabinieri di Capracotta e un gruppo di Guastra , al totale sgombero dell'armeria ubicata nel Tiro a Segno di Capracotta, allora utilizzato come poligono per i militari dell'Esercito Italiano. Lo stesso gruppo si adoperò, tra settembre e ottobre dello stesso anno, a spostare i prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, ma questi sono racconti di cui parlerò un'altra volta, quando tratterò i 60 giorni di occupazione nazista nelle contrade di Guastra e Macchia, episodi che lasciarono il segno nella vita sociale di Capracotta e in tutti i coloni delle due frazioni. Filippo Di Tella
- Storia di un corpo
Vorrei fare un esperimento, potreste provarci anche voi: raccontare tre cose di me, dal punto di vista "del corpo". La prima che mi viene in mente è che ho una cicatrice sul sopracciglio destro, proprio parallela all'arcata, rosea come una smagliatura; ci sarebbero voluti dei punti ma la guardia medica di Capracotta, piccolo paese di montagna di cui è originaria mia madre, non aveva filo di sutura, e il solerte medico optò per una farfalla, con mio grandissimo sollievo. Me la sono fatta nel tentativo di impilare delle sedie nel magazzino del bar in cui lavoravo, senza curarmi del fatto che su di esse era posizionata una gigantesca cassa audio che, ovviamente, mi è precipitata dritta in faccia. Voi avete idea di quanto sangue fuoriesca da una ferita di questo genere? La risposta è "troppo". Da qui la seconda cosa, non si sviene perché ti esce molto sangue, certo a meno che non si tratti di una grossa perdita, si sviene perché persone attorno a te decidono sia il caso di farti notare "quanto sangue stai perdendo". Ecco, lì arriva lo svenimento da panico. Come in occasione di un'altra cicatrice, dito medio mano destra, che mi sono procurata cadendo con una bottiglia vuota in mano nel ristorante in cui facevo la cameriera, stessa scena: sangue, niente punti, coraggio non è nulla, svenimento per via delle considerazioni dell'idiota di turno. Risultato: il medio non si piega più. L'ultima cosa che vi racconterò è che non sopporto il dolore, abuso spesso di antidolorifici, la mia soglia di sopportazione è inesistente. Sono goffa, non mi spaventa il sangue ma l'idea di perderne molto, non ci penso da sola ma solo se me lo fanno notare, mia madre è di un paesino di mille anime, mi ferisco sempre a destra etc, etc. Tutte queste cose le racconta il mio corpo, come se interrogandolo, esaminandolo, studiandolo con attenzione potesse rivelare tutto ciò che è stato nella mia vita, chi sono e come sono, perché lui cambia e io con lui, anche se, a furia di non prestargli attenzione, spesse volte riconoscersi diventa difficile. L'odierna società, lungi dal fare del corpo un tempio, ne impone l'esposizione senza conoscenza, come se convenisse mostrare le natiche ma non interrogarsi sui propri odori e sapori. Viviamo in perenne contraddizione, tra l'idea che riflettere sulla carne sia immorale e superficiale, ma non tralasciando poi mai però di fare del nostro corpo una macelleria, ricordandoci di lui solo per offrirlo ad altri o quando è malato, nel mentre il nulla. E se la sede dell'anima negli uomini fosse nei "testicoli"? si chiede il protagonista di "Storia di un corpo" di Pennac. Dopotutto gli avvizziscono quando un ciclista fa un volo pauroso davanti a lui, o quando sua moglie Mona si avvicina troppo ad un parapetto. La trama è una vita, tutto qui. Quella vita è raccontata in un diario che non è intimo ma nemmeno scientifico, è il racconto delle scoperte, degli interrogativi, della storia di un corpo e dei corpi che gli stanno intorno. Diario che è un lascito strano alla figlia Lison. Eppure le mestruazioni raccontano l'universo femminile e quello maschile affascinato e impaurito dall'oscuro sortilegio che vede le donne rigenerarsi in una perdita; l'ansia che è una stretta, un cattivo sapore, una mancanza d'energia, condiziona giorni e incontri; l'esile corpo del bambino che il protagonista fu è il suo tentativo di essere un fantasma per essere più vicino al padre morente e più lontano dalla madre imperiosa e anaffettiva. Il diario del corpo racconta più di quel che farebbe un diario di segreti, racconta la verità perché una ruga, un callo, un setto nasale tormentato dai polipi sono reali e tangibili e non in contraddizione con le emozioni. In questa prova letteraria, di nuovo in forma diaristica, Pennac si cimenta in un tentativo di ridare sostanza vitale, soffio di vita, alla carne, alle ossa al sangue, gli dà voce e loro parlano attraverso il protagonista, più che lui attraverso loro. Il linguaggio ironico e realistico consente una immedesimazione totale, ancor più di quel che potrebbe una storia d'amore. Chi non ha mai amato? Tutti, certo, ognuno a modo suo. Ma cosa c'è di più universale d'uno starnuto o d'uno sbadiglio. Ho avuto la fortuna di assistere a teatro ad una lettura del signor Pennac di alcuni brani tratti da questo romanzo e, sebbene nulla a parte le sue labbra si muovesse, l'ho visto vivere, essere, esistere. Ho riso e mi sono commossa, al punto che la gola mi si è serrata e, visto che non ho i testicoli, forse è lì, sotto la trachea, che ho l'anima. Marina Vitale Fonte: https://www.letteratu.it/ , 7 gennaio 2013.
- Il fazzoletto di seta
Quante volte noi nipoti, ben lontani da certe realtà, siamo rimasti affascinati ad ascoltare le tue storie, i tuoi racconti, le tue vicissitudini... la tua vita. Con ancora tanta commozione e lucidità sai perfettamente descrivere, nel tuo dialetto così prezioso, quei tragici momenti della tua giovinezza. Ho cercato così di trasmettere, attraverso le tue parole, a chi leggerà, le stesse emozioni che tu, cara nonna Rosa, hai suscitato in noi. – In quel novembre del 1943 cominciò per Capracotta un terribile calvario e tutto rimarrà indelebile nella mia memoria. Il paese era in balia delle truppe tedesche che dopo l'Armistizio, incalzati dagli Alleati ormai giunti tra Carovilli e Staffoli, si preparavano a lasciare terra bruciata tutt'intorno. Proprio in quei giorni (precisamente il 4 novembre) una tremenda ferita sconvolse ancora di più i nostri animi già turbati. Direttamente dal balcone di casa mia avevo assistito attonita al passaggio di quella camionetta che così velocemente conduceva i fratelli Fiadino per l'ultima volta sott'a re Mónte . Disperazione, lacrime, lutti, paura, angoscia, terrore, smarrimento. Sento ancora la voce del banditore Gildonio che, su ordine del comando militare tedesco, annunciava per le strade: «Si avvertono i cittadini che il paese sarà distrutto. Gli uomini si devono radunare nella piazza municipale e le donne e i bambini dovranno recarsi nelle chiese e al cimitero». Bisognava sgomberare immediatamente le case perché in breve tempo sarebbero state distrutte. Iniziò così una lunga e dolorosa sfilata di donne, bambini e anziani; mentre tutti gli uomini validi, tra i quali anche mio padre, si tenevano nascosti per evitare di essere rastrellati e costretti a scavare bunker lungo la linea Gustav oltre il fiume Sangro. Si sarebbe voluto salvare qualcosa, almeno l'indispensabile, ma non c'era stato il tempo. Fuori già si sentivano quelle fortissime esplosioni delle prime case fatte saltare in aria. Solo chi ha vissuto quei terribili momenti può capire cosa abbiamo provato: freddo, aria irrespirabile, chi dormiva nei loculi, i vivi con i morti, si attaccavano le carni delle pecore alle Croci, voci, lamenti, preghiere... Quella mattina nevicava, un cielo grigio ed un freddo gelido ci avvolgevano. Mia madre, preoccupata di aver lasciato tutto all'improvviso, mi chiese di accompagnarla a 'rcercà la casa per provare a recuperare i nostri pochi oggetti di valore e qualche provvista nascosta. Io, sedicenne impaurita, non esitai e ci incamminammo rapidamente verso casa. Le strade erano deserte, si intravedeva ogni tanto qualche altra donna temeraria che in tutta fretta tornava verso il cimitero con quello che era riuscita a trovare. Da lontano solo boati e l'odore di quel fumo, presagio di una distruzione imminente. Davanti casa io e mia madre ringraziammo la Madonna de Lurìte nel vederla ancora in piedi. Entrammo e un irreale silenzio regnava laddove fino a qualche giorno prima un viavai di persone veniva al negozio di mio padre ad acquistare vino e altri generi alimentari. Restammo titubanti per qualche secondo e, nonostante l'ansia di poter essere scoperte e di non sapere che cosa poteva capitarci, con il cuore in gola salimmo le scale dirigendoci verso la camera da letto. Insieme, con tutte le nostre forze, spostammo l'armadio dietro il quale era nascosto dell'oro, tra cui dei gioielli etiopi che erano stati regalati dal compare Agostino Conti. Non potevo andar via senza quel "fazzoletto" di seta che mi aveva regalato il mio fidanzato e che poi sarebbe diventato mio marito... Avevamo appena preparato un maccatùre de róbba quando udimmo dei passi dalle scale. Apparvero sulla porta tre tedeschi con asce e fucili. Rimanemmo senza fiato. Uno di loro parlava italiano, probabilmente altoatesino, ci chiese che cosa stavamo facendo lì e ci intimò di allontanarci subito senza portare null'altro. Nella mia ingenuità, in quel momento pensavo solo al mio fazzoletto, che continuavo a cercare con lo sguardo tutt'intorno. Lo vidi per terra, sotto il tavolo e dissi a bassa voce: – Mó me z'ena tòlle pure re fazzulètte de seta! Un soldato improvvisamente lo raccolse e me lo diede dicendomi: – No signorina. Ecco il foulard. Io lo presi e rimasi immobile in quell'atmosfera di terrore incredula per quell'atto di umanità inaspettato. Mia madre lasciò il maccatùre e mi prese la mano per scappare via. Quel soldato, facendosi da parte, ci salutò con un sorriso. L'immagine di quel giovane in divisa, che con un semplice gesto mi aveva restituito un dono d'amore, mi ha sempre accompagnato in quel triste periodo della mia adolescenza regalandomi la speranza che prima o poi tutto sarebbe finito. Finalmente, dopo nove giorni e nove notti, potemmo lasciare il cimitero. Capracotta era libera, ma in buona parte distrutta! Terrorizzati dal pensiero di ritrovare solo un cumulo di macerie ci mettemmo in cammino verso casa. Arrivati in via Nicola Mosca tirammo un sospiro di sollievo: la nostra casa era lì! Ma solo dopo aver aperto il portone dovemmo tristemente constatare che all'interno tutto era stato bruciato. L'unica cosa risparmiata dal fuoco fu un'immagine di sant'Antonio che i miei genitori tenevano sul camino in quella che una volta era la cucina. Il dolore fu immenso. Avevamo perso tutto, ma eravamo pronti a ricominciare. Anna Maria Caraccio Fonte: A. M. Caraccio, Il fazzoletto di seta , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. IV, Proforma, Isernia 2013.
























