LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Lindarella
Negli anni '70 frequentavo la scuola media in un ex convento della mia città e per raggiungerla, ogni giorno, percorrevo via Giuseppe Andrea Angeloni. In un luogo dove, in materia di toponomastica, Ovidio e Capograssi, a giusto titolo, la fanno da padrone, mi intrigava molto scoprire chi fosse quell'illustre sconosciuto. Avrei voluto fare delle ricerche nella biblioteca comunale, in un'epoca in cui internet non esisteva, ma il mio proposito veniva sistematicamente disatteso, avevo sempre mille altre cose, tipiche dell'adolescenza, di cui occuparmi. L'appuntamento era solo differito, quando infatti iniziai la mia vita da pendolare per motivi di lavoro e sul treno frequentavo, fra gli altri, un gruppo di ferrovieri che si infervoravano in discorsi legati alla loro professione, come tempi di percorrenza su rotaia non competitivi rispetto a quelli su gomma, antieconomicità e conseguente taglio dei cosiddetti rami secchi, mi appassionai alle vicende della linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Isernia ed ebbi modo di dare finalmente una risposta al quesito adolescenziale. Il deputato del Regno d'Italia, Barone Angeloni da Roccaraso, fu promotore e tenace sostenitore della realizzazione di quella tratta ferroviaria, caratterizzata da stupendi paesaggi, stazioni sciistiche, panorami suggestivi, che garantì il progresso sociale ed economico dell'Abruzzo e del Molise, favorendo altresì lo sviluppo turistico. Considerata tra le più spettacolari ed ardite dell'intera rete ferroviaria tanto da essere soprannominata la Transiberana d'Italia, vanta numerose gallerie e viadotti sospesi a mezz'aria ed affronta un dislivello dai 400 ai 1.268 metri della stazione Rivisondoli-Pescocostanzo che è seconda solo a quella del Brennero. Venne completata ed aperta all'esercizio il 18 settembre 1897, peccato davvero che il giorno dell'inaugurazione non fu presente proprio colui che era stato il principale artefice, l'onorevole Angeloni era mancato nel 1891, ma i suoi meriti vennero unanimemente riconosciuti. L'interesse che avevano suscitato in me quelle discussioni non era casuale, una delle ventidue stazioni, per storia familiare, è uno dei luoghi del cuore: la stazione San Pietro Avellana-Capracotta, che fu realizzata in prossimità della tenuta Montedimezzo-Feudozzo - ora di proprietà del demanio, che appartenne ai Borboni e fu riserva di caccia assai frequentata; da Napoli, i reali vi si recavano, quasi sempre a cavallo, faticosamente, per dedicarsi alla proficua caccia della numerosa selvaggina - è indissolubilmente legata alla mia famiglia materna ed al ricordo della mia prozia, mamma Linda, titolare dell'albergo trattoria "La Valle" che là visse nello scorso secolo, quando la ferrovia era nel pieno della sua attività. Si tratta di un personaggio controverso che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno indelebile e, sebbene siano trascorsi quasi quaranta anni dalla sua scomparsa, viene nominata e celebrata da parenti e conoscenti per la sua forte personalità ed i suoi modi di dire che sono ormai di uso comune nel lessico familiare. Era nata a Capracotta, due anni prima dell'inaugurazione della ferrovia, da Pietro, uomo severo ed autoritario e da Eleonora che, ahimé, morì troppo presto lasciando il marito nella più cupa disperazione con cinque figli in tenera età. Fortunatamente Giacinta, sorella di Eleonora, si occupò con dedizione, bontà e generosità dei bambini, nonostante i suoi impegni familiari e le condizioni di vita non fossero delle più rosee. In quell'epoca, erano i primi del '900, se non si apparteneva ad una famiglia agiata, per i ragazzi, poco più che bambini, si aprivano le porte del mondo del lavoro. I maschi seguivano le orme dei padri nei rispettivi mestieri e le femmine venivano destinate alle faccende domestiche nelle proprie case, ma anche a servizio presso quelle delle famiglie bene. Questa fu la sorte dei figli di Pietro, divennero tutti dei grandissimi lavoratori, nulla li spaventava, erano avvezzi anche alle fatiche più improbe. Spesso in casa ci si interroga sul loro temperamento così ruvido, nonostante l'amore grandissimo di Eleonora prima e successivamente di mamma Giacinta, il rigore di Pietro aveva avuto il sopravvento confermando il proverbio secondo il quale il lupo fa i lupetti. Intanto mamma Linda andò sposa a quel sant'uomo di Giulio Ianiro, era lui che usava chiamarla, con tanta tenerezza, Lindarella. Per tutta risposta lei sosteneva, quasi con risentimento, che le migliori attenzioni erano riservate alla cavalla Stellina piuttosto che alla moglie. Già, perché papà Giulio era munito di mezzo di trasporto, bene preziosissimo ai tempi e utile per i trasferimenti ma soprattutto per il suo lavoro, che gli consentiva di inerpicarsi in montagna, caricare la legna e discenderla a valle. Grazie al gran movimento generato dalla ferrovia, negli anni '30 ci fu la grande svolta, lasciarono Capracotta per stabilirsi nei pressi dello scalo e, dando corpo a un'idea di Maria, sorella minore di mamma Linda, iniziarono l'avventura dell'albergo-ristorante-emporio, sfidando lo scetticismo che serpeggiava fra familiari e conoscenti. Si trattava di un agriturismo ante litteram con tanto di orticello e piccolo allevamento di animali, i prodotti venivano utilizzati per l'attività e ciò che non riuscivano a produrre veniva acquistato. Famose sono le epiche trattative di mamma Linda, volte ad ottenere la migliore qualità al prezzo più basso, con i fornitori che puntualmente soccombevano alle sue condizioni, non smentendo chi la definiva la sorella del generale Custer. Rosetta, una delle nipoti, che da oltre cinquanta anni vive a Roma, racconta che la prima volta che fece visita alla storica gastronomia capitolina Volpetti, l'odore che aleggiava nel locale la fece immediatamente immergere nel mare dei ricordi della sua infanzia. Si trattava della medesima fragranza che avvolgeva l'avventore nell'emporio della zia allo scalo, il paese dei balocchi nel suo immaginario di bambina. Rivedeva il mobile con i cassettoni dai riquadri in vetro, attraverso i quali si scorgevano i vari tipi di pasta, all'epoca si vendeva sfusa, non esistevano le confezioni di oggi, si avvolgeva la carta paglia di colore giallo a forma di cono e si riempiva del quantitativo e formato desiderato. Le mortadelle, i migliori prosciutti, le soppressate, i caciocavalli e i burrini erano in bella mostra appesi ai ganci, sul bancone c'erano grandi contenitori in vetro pieni di asparagi, lampascioni, funghi e carciofini sottolio e il mitico barattolo di latta, in stile Liberty, con ritratta l'elegantissima dama in rosso dai capelli raccolti, che serviva una bibita con il citrato effervescente Galeffi da Montevarchi. Non mancava la scatola preferita quella delle caramelle al latte di cui era golosissima: un giorno ne mangiò ben trentasei! Fortuna che la zia era impegnata nelle sue molteplici faccende, altrimenti chissà che pandemonio avrebbe scatenato se l'avesse vista perpetrare il misfatto. L'attività di mamma Linda era articolata e mirata a soddisfare la clientela, dalla cucina, il suo regno, riusciva ad organizzare il lavoro reclutando i familiari, che il più delle volte, loro malgrado, soggiacevano alle sue richieste. Quando ciò non accadeva, il malcapitato veniva apostrofato come scansafatiche! Così come, se qualcuno non si comportava correttamente in più di un'occasione, manifestava il suo disappunto sostenendo con autorità: « Se cumbà/cummàre... nen ze magna n'àneme a re juórne, la sera s'ara fà la camomìlle sennó la notte nen pò durmì ». Per pubblicizzare la sua attività negli anni '50, aveva precettato il fotografo de Casctiéglie per realizzare una cartolina in bianco e nero, che ritraeva l'albergo trattoria "La Valle" immerso in paesaggio bucolico, con gregge di pecore in primo piano, stile intervallo del canale nazionale Rai dei tempi andati. Ma le sue indiscusse abilità gastronomiche avevano già varcato i confini della regione, suo cognato a Roma, alla Stazione Termini, non si stupì più di tanto, quando udì un distinto signore consigliare vivamente alla persona che stava accompagnando, di far visita alla trattoria di mamma Linda. La cucina, di estrazione tipicamente capracottese, risentiva di un'influenza pugliese, retaggio degli inverni trascorsi in quella regione, quando il padre si trasferiva a San Nicandro Garganico con tutta la famiglia per poter lavorare da fabbro. L'ospite pertanto poteva spaziare dalle petressenèlle in brodo alle orecchiette con le cime di rapa, pasta che realizzava a mano con gran perizia. La sua vocazione era quella di accontentare la sua clientela, anche quella dai palati più esigenti, per questo era riuscita ad instaurare rapporti eccellenti con varie personalità. Lo dimostra il fatto che, se si presentava un problema, sapeva sempre a chi rivolgersi ed ogni sua eventuale istanza veniva tempestivamente esaudita. Difficilmente si allontanava dal suo regno, papà Giulio desiderava viaggiare ed avrebbe voluto coinvolgerla, ma quando un nipote propose loro di visitare Assisi, il solo sguardo di mamma Linda fu così eloquente che la proposta cadde nel vuoto. Con il suo calesse però, papà Giulio raggiungeva, spesso e volentieri i paesi limitrofi, quando andava a Capracotta passava di casa in bottega per salutare tutti, amici e parenti, con i quali adorava intrattenersi facendo quattro chiacchiere. Mamma Linda aveva impostato la sua vita all'insegna del « mandié quanda tiè ca quanda nen tié nen te l'ha chi dà ». Era dunque molto accorta nella gestione delle sue risorse, venne meno a questo principio quando si trattò di erigere la sua ultima dimora nel cimitero di Capracotta. I familiari, la maggior parte dei quali vivevano altrove da tempo, cercarono di dissuaderla proponendole soluzioni alternative, ma proclamando la sua estraneità a qualsiasi altro luogo sulla terra, la fermezza, che da sempre l’aveva caratterizzata, ebbe la meglio. Per la nostra famiglia, la lontananza ha costituito un grandissimo cruccio perché non riusciamo a far visita al cimitero di Capracotta, con la frequenza che vorremmo, per onorare la memoria dei nostri defunti. Mamma Linda aveva accuratamente pianificato l'evento del suo congedo dalla vita terrena, ricordo perfettamente che avvenne una domenica di fine maggio e la sensazione di profondo sconvolgimento che provai. Si trattava di uno dei primi lutti che vivevo e fu, forse, l'origine del mio enigmatico rapporto con la morte, per il quale ancora oggi nella maturità, nonostante il gran lavoro su me stessa, non riesco ad avere un atteggiamento equilibrato: implacabilmente la sfera emotiva ha sempre il sopravvento su quella razionale. Con la sua scomparsa venne meno quello che, per più di quarant'anni, era stato un punto di riferimento per lo scalo San Pietro Avellana-Capracotta. Con la sospensione del servizio passeggeri poi, fra il 2010 e il 2011, si è compiuto anche il destino della Sulmona-Carpinone-Isernia dopo oltre un secolo di onorata attività. Senza infilarmi nel ginepraio delle polemiche che ha destato questo epilogo, mi auguro che si possa trovare, quanto prima, il modo di rilanciare questa tratta ferroviaria sfruttando, secondo quanto emerge dalle notizie che ho raccolto, le potenzialità di linea turistica non dimenticando le esigenze dei pendolari. Cercavo di dare una spiegazione al mio interesse per le persone e le cose del passato, penso di averla trovata in un libro di una scrittrice tedesca: portiamo dentro di noi i nostri morti e gli amori infranti. Sono loro che ci rendono quello che siamo. Se cominciamo a dimenticare o a scacciare i nostri cari... allora anche noi scompariremo come loro... L'amore. I defunti. Tutte le persone del nostro tempo. Sono come fiumi che formano il nostro mare, l'anima. Se non ce ne ricorderemo anche il nostro mare si prosciugherà. « Va', scì bendìtte, la Madonna t'accumpagna che re sette lume de Dìje » era l'augurio che formulava mamma Linda in occasione dei commiati e voglio immaginarla, ancora una volta, sull'uscio di quella che era la sua casa, dispensare questa benedizione. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, Lindarella , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. V, Proforma, Isernia 2014.
- Diario di guerra (III)
Febbraio 1944. Vengo a sapere che le famiglie alle quali affidai, a Lucera, quello che era rimasto, si trovano a S. Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. In casa decidiamo quindi di fare colà una capatina sperando di recuperare qualcosa. Per i civili è un problema affrontare viaggi, essendo quasi tutti i treni requisiti dalle truppe alleate per i loro spostamenti. Decido allora di andare io che, come soldato, posso essere autorizzato a viaggiare anche su convogli militari. Ottenuta la licenza dal mio comando del Distretto, parto. Dopo un viaggio di alcuni giorni, giungo a S. Pietro Vernotico al tramonto. Mi viene indicata una scuola dove sono rifugiati gli sfollati provenienti dall'Abruzzo. Li trovo ammassati nelle aule ma non ci sono capracottesi. Provengono da Ateleta, S. Angelo del Pesco, Castel del Giudice, Roccaraso, Gamberale. Da loro apprendo che alcune famiglie di Capracotta si trovano a Torchiarolo, una località a circa 10 km. da S. Pietro Vernotico. Nonostante siano calate le tenebre, mi metto in viaggio a piedi. Lungo la strada mi viene alla mente il racconto dal libro Cuore "Dagli Appennini alle Ande". Dopo un paio di ore raggiungo Torchiarolo e da un passante del luogo mi viene indicata una casupola dove sono rifugiate due famiglie di sfollati aventi caratteristiche simili a quelle indicate da me. Raggiungo la casupola e busso alla porta. La ricerca si esaurisce: sono proprio loro. Li accoglie un unico locale non più grande di 6-7 mq. Stanno cenando e offrono anche a me un piatto di minestra. Restano meravigliati da questa visita improvvisa ma ancor più meravigliati da come sia riuscito a trovare quel posto, non avendo, loro, contatti con altri paesani, perché in quella zona non ce ne sono. Durante la misera cena accenno al motivo della mia visita: recuperare, entro i limiti del possibile, quel bagaglio lasciatogli alla stazione di Lucera. La risposta è evasiva; mi fanno capire che mai avrebbero immaginato che ci potesse essere un rintraccio, per cui buona parte di quegli indumenti erano stati utilizzati da loro e che un vestito era stato fatto indossare a un bambino della famiglia Di Rienzo deceduto. Qualcosa, però, era rimasto intatto e mi viene riconsegnato. Meglio di niente. Trascorro la notte sui loro pagliericci e la mattina riprendo la via del ritorno di nuovo a piedi fino a S. Pietro Vernotico, e poi col treno fino a Barletta che, con il fiume Ofanto, forma una linea di demarcazione, controllata da militari alleati. Oltre quella linea, per venire verso nord, non si può andare: è necessario il permesso del comando alleato. A me questo problema non si pone, essendo militare di quel residuo scalcinato esercito italiano. Sono già in possesso del permesso, ottenuto prima di partire, e autorizzato a viaggiare anche con treni militari. Alla stazione di Barletta, infatti, staziona un treno di parecchi vagoni che trasporta truppe indiane al seguito dell'8ª Armata inglese che devono raggiungere il fronte verso Ortona a Mare. Insieme ad altri quattro soldati italiani e ad un maresciallo dell'aeronautica italiana, il servizio di scorta al treno ci assegna uno scompartimento per tenerci separati da quell'accozzaglia di soldati indiani, che sembrano un po' nervosi e irrequieti. Il treno parte al calar delle tenebre, in modo da viaggiare di notte ed evitare l'intercettazione da parte di aerei tedeschi. Dagli scompartimenti non filtra un filo di luce perché manca la corrente, però i soldati indiati e quelli della scorta sono muniti di torce elettriche, di cui si servono per muoversi sul treno. Viaggiamo tranquilli per qualche ora, fino a quando non cominciamo a sentire, provenienti da alcuni scompartimenti degli indiani, discussioni animate nella loro lingua, aventi le caratteristiche delle discussioni tra ubriachi; acuni tra i più scalmanati si mettono in giro lungo i corridoi del treno, dando fastidio a chi riposa nei vari scompartimenti. Né la scorta, né i superiori intervengono in quella bagarre, sicuramente giustificata dalla loro destinazione: sono carne da macello e dunque li lasciano liberi di sfogarsi come vogliono prima di raggiungere il fronte. In 4-5 si presentano davanti al nostro scompartimento; con le torce elettriche scrutano all'interno e quando scorgono il maresciallo italiano, pensando si trattasse di un ufficiale, entrano esagitati e, nonostante l'intervento di alcuni di noi, che cerchiamo di far loro capire che non è un ufficiale ma un sottufficiale, lo prendono di petto e, a schiaffi e pugni, lo riducono a uno straccio. Noi militari, impotenti davanti a quella furia, veniamo cacciati fuori dallo scompartimento e, urlando, chiediamo soccorso. Finalmente arrivano tre componenti del gruppo della polizia militare al seguito della truppa che riescono a calmare quegli energumeni e ad allontanarli, lasciando il povero maresciallo pesto e dolorante. Alla stazione di San Severo il mio viaggio ha termine. A casa c'è molta delusione per quel po' di roba recuperata. 2 maggio. Nel giro di una settimana viene a mancare zio Serafino. Da un banale dolore all'orecchio, dovuto a una raffreddata, si arriva a un intervento chirurgico a Cerignola. Senza gli opportuni esami non si sono accorti, né hanno chiesto di eventuali disturbi accusati in precedenza, del diabete che ha causato la morte. Per la nostra famiglia è stata una grande perdita. A San Severo, dove contava da anni molte amicizie in tutti gli ambienti, era sempre riuscito a risolvere tutti i problemi che si presentavano agli sfollati. È rimasto sepolto in quel cimitero perché così ha voluto zia Rosa. 4 giugno. Finalmente apprendiamo che Roma è stata liberata dalle truppe americane, sbarcate ad Anzio, e che la linea Gustav, lungo la quale è compresa Capracotta, è stata sfondata, e che le truppe alleate avanzano verso nord. È questo il segno che Capracotta potrà essere sgombrata dalle truppe e che potrebbe essere prossimo il rientro. Infatti cominciamo ad avere notizie secondo cui le truppe di stanza in quella zona si stanno trasferendo verso nord, lasciando liberi i paesi nei quali avevano trascorso l'inverno in attesa dell'offensiva primaverile. Luglio. Notizie ormai certe, provenienti da Capracotta tramite persone già rientrate, perché sfollate in paesi limitrofi quali Agnone, Carovilli, Pescolanciano, ci confermano che il paese è ormai completamente libero dalle truppe ed è pronto a riaccogliere i suoi figli sfollati che, oltre al desiderio di rientrare nel proprio paese, devono avere il coraggio di iniziare l'opera di ricostruzione. Le autorità locali, insediate dal comando militare alleato, possono dare agli sfollati soltanto il bentornato ed offrire loro una meravigliosa stagione estiva, indispensabile per poter lavorare. I miei, intorno, al 10 luglio, decidono anch'essi di rientrare in paese; mio padre è impaziente: deve tornare per ricostruire la casa. Oltre che barbiere è anche muratore, per cui può iniziare subito. Carovane di carretti riprendono la strada del ritorno; il carretto è l'unico mezzo di trasporto. Con esso, per raggiungere Capracotta, ci vogliono tre giorni, dovendo fare, per il riposo notturno dei cavalli, due soste in taverne lungo il tragitto. La mia famiglia riparte su uno di questi carretti. Purtroppo, per la posizione di soldato, io resto a San Severo e mi sento un vigliacco verso di loro, per non poter partecipare ai sacrifici che dovranno affrontare per ricostruire la casa. Agosto. Un decreto del Ministero della Guerra impone ai distretti militari di assumere, per il lavoro d'ufficio, personale civile, e di trasferire gli altri (che non appartengono a classi anziane dal 1910 in poi) ai reparti militari. Siamo una ventina ad essere trasferiti al 47° Reggimento Fanteria di Lecce, dove, appena giunti, resici conto della confusione esistente e del disordine che regna sovrano in tutti i servizi, decidiamo di abbandonare tutto e di tornarcene a casa. In poche parole disertiamo, sicuri di farla franca da quelle che erano le pene previste dal codice penale militare. Non accettano di partire tre o quattro sottufficiali, perché di carriera. Riprendiamo il treno e, dopo un viaggio di peripezie per evitare ronde e altri controlli, raggiungiamo San Severo, da dove ognuno avrebbe preso la propria strada, essendo quasi tutti della zona. Io mi metto in contatto con quelle famiglie di Capracotta che si trovano ancora a San Severo per ritardi nelle partenze o perché hanno deciso di non rientrare al paese e rimanere nelle Puglie. Una di queste famiglia, precisamente quella di Ruggero Battista, commerciante di cartone, mi offre alloggio, vitto e un posto sul loro carretto che partirà per Capracotta dopo un paio di giorni. Prima della fine di agosto sono a Capracotta, dove trovo i miei sistemati alla meglio e ammucchiati nella casa Trotta. Papà si è messo sotto a liberare dalle macerie la casa distrutta e a cominciare la ricostruzione cercando di recuperare pietre, sterratura e mattonelle rimaste intatte. Fiore si è messo a fare il barbiere, Filuccio il manovale con altri muratori. Io aiuto papà in qualità di manovale, a Monteforte a cavare le pietre lisce da utilizzare per la copertura del tetto. Dalle autorità provinciali dell'epoca cominciano ad arrivare segni di aiuto alla ricostruzione: rimborso del 45% della spesa sostenuta, concessione di travature in legno per i tetti da ritirare all'abetaia di Pescopennataro, risarcimento danni per i beni mobili perduti durante la distruzione. Giuseppe Trotta (a cura di Enza Trotta)
- «A' 28 Novembre 1828 è avvenuta in questo Comune una disgrazia»
Napoli, 14 dicembre. La notte del 26 al 27 novembre rovinò nel comune di Capracotta, in provincia di Molise, il tetto d'una casa abitata da tre famiglie. Il peso e l'urto delle grosse travi, di cui il tetto istesso era sostenuto, fecero crollare le volte di quattro stanze sottoposte. Due famiglie si salvarono come per miracolo in una picciola stanza, che restò integra: ma la terza famiglia fu più sventurata. Una madre e quattro figli rimasero seppelliti sotto le rovine. Grazie alla diligenza ed alle cure delle autorità locali, che vi accorsero subito che n'ebbero contezza, si giunse a cacciar viva da sotto le rovine la sola madre. I figli infelici erano già spirati. Fonte: Napoli, 14 dicembre , in «Gazzetta di Genova», 103, Genova, 26 dicembre 1829.
- Una sforbiciata ai capelloni
Avrò avuto circa 13 anni, era forse il 1968, un'epoca di grande contestazione e di emulazione dei Beatles e dei Rolling Stones. Noi ragazzi avevamo quasi tutti i capelli lunghi, anche a Capracotta. Ma di tanto in tanto i capelli andavano comunque tagliati. Io li portavo parecchio lunghi e così decisi di andare dal mio "parrucchiere" di fiducia, z' Brièle . – Bongiórne z' Briè, me puó fà ne po' re capìglie? – Come no! Assèttate esse. Io mi accomodai e z' Brièle , senza proferire parola, prese le forbici, quando all'improvviso dette una sforbiciata ai miei capelli dritto per dritto. Sorpreso ed allibito, esclamai: – Z' Briè, ma che sié cumbenieàte? La replica fu: – La persona distinta si vede dai capelli! Non sapendo se piangere o ridere, chiesi: – E mó ch'ema fà? La sua risposta fu lapidaria: – Ema fà re cuarùse, che vuó fà? Non avendo altra scelta, mi assoggettai al suo volere, dopodiché tornai mesto a casa, ma al contempo ridevo tra me e me dell'accaduto. Finché ho vissuto a Capracotta z' Brièle è rimasto il mio "parrucchiere", ma prima di sedermi decidevo sempre il tipo di taglio ai capelli. In ogni caso egli è stato un personaggio incomparabile: allegro, ironico, uno a cui piaceva scherzare e stare con noi ragazzi. Michele Sozio
- Ne la culla
A Vittorina Castiglione Il tenue raggio de la bianca luna illumina il visetto a la bambina che dorme soavemente ne la cuna; le carezza la rosea manina che fuor dei lini posa sopra il core, e la fronte fulgente come stella, e la dischiusa in dolce atto d'amore deliziosissima boccuccia bella. Che sogni, o bella bimba addormentata? Sogni candidi gigli ed aulenti rose o lunga fila d'angeli, beata del ciel ne l'alte sfere radiose? Dormi, o cara: lontane sono ancora per te le dure prove de la vita; e sogna: eterna e luminosa aurora risplenda su la tua età fiorita. Domani, col profumo delle viole, dal dolce sonno ti farà svegliare il primo raggio dell'aurato sole e pia la mamma ti verrà a baciare. Giuseppe Castiglione Fonte: G. Castiglione, Ne la culla , in «L'Alba», I:17, Isernia, 12 maggio 1901.
- Propaganda agraria
Il 13 corrente, come preannunziato dal Podestà e dal Segretario Politico, venne a Capracotta il Cinemambulante dell'Opera Nazionale combattenti per effettuarvi le proiezioni di propaganda agricola. Per la temperatura rigida, esse ebbero luogo al Teatro Goldoni, ove vi accorse gran numero di spettatori. Il Podestà, con belle parole presentò al folto pubblico il Dott. Raimone, reggente la Sezione della Cattedra di Agricoltura di Agnone, il quale a sua volta, tenne, con parola semplice e persuasiva la conferenza sulla cultura del grano . Parlò della preparazione del terreno, delle concimazioni razionali, della semina a rotazione, della disinfezione del grano prima della semina, della sarchiatura, delle macchine agricole ecc. La fine della chiara e dotta conferenza venne vivamente applaudita. Subito dopo ebbero luogo le proiezioni illustrative ed educative con le seguenti film: "San Cesario", "La battaglia del grano", "Mussolini". A generale richiesta, specie da parte della cittadinanza che per la ristrettezza del locale Teatro non aveva assistito alle proiezioni del giorno 13, col gentile consenso del Direttore della Cattedra della nostra Provincia On. Prof. Josa, le proiezioni, con l'aggiunta di quella "Verso la terra" vennero ripetute, con grande concorso di popolo, nella Piazza Municipio la sera del 14 corrente. Il Dott. Raimone e l'operatore Sig. Renzetti, nel lasciare Capracotta, hanno esternato alle autorità tutto il loro plauso per la riuscita veramente magnifica delle due serate. Vincenzo Gallina Fonte: V. Gallina, Dalla Provincia. Propaganda agraria , «Il Molise Fascista», III:7, Campobasso, 10 giugno 1928.
- Ara Pitracci, locus caprarum Cottæ magmenti
Ovvero l'Ara Petracca, il luogo del sacrificio delle capre di Cotta... L'avvertenza iniziale è che questo articolo si basa esclusivamente su una suggestione personale e non pretende in alcun modo di corrispondere alla verità storica dei fatti. Tale precauzione è necessaria perché ritengo doveroso, per chi si approccia a queste materie, distinguere sempre ciò che è storia da ciò che è finzione, necessità che si fa pressante vista l'incalzante abitudine di far collidere i due ambiti, producendo una deflagrazione di bugie che annichiliscono il metodo storico a vantaggio del sensazionalismo romanzesco, che presso i lettori meno avveduti diventa la storia "ufficiale". Infatti quest'oggi vi narro con leggerezza e amenità del luogo fisico sul quale i Romani - per ordine di Publio Villio Tappulo, commissario ripartitore inviato nel 200 a.C. in Alto Sannio - scannarono tre capre nere per la gloria del console Gaio Aurelio Cotta: il vittimario, ovvero colui che materialmente abbatté le bestie per eviscerarle, si chiamava invece Pitracco (o Pietracco). Fu proprio questi a condurre i tre animali sull'ara, l'altare sacrificale, quindi diede alle povere capre un colpo sul capo col malleus (martello) e, una volta iugulate, le uccise col culter (coltello). Estratti i visceri, venne disposto l'esame divinatorio da parte dell'aruspice, quindi preparata la porzione riservata agli dèi, offerta sulla medesima ara. Tale offerta venne accompagnata da un carme evocativo nel quale il sacerdote chiamò a sé la dea Cerere, domina di quelle terre abbrutite, per condurla definitivamente nel pantheum , il grande consesso delle divinità antropomorfe romane, defraudando il nemico della protezione divina e lasciandolo così indifeso, deriso, ramingo. L'intero magmentum (sacrificio supplementare) venne celebrato nel luogo più evocativo dell'intera regione in chiave antisannita, ossia la sorgente del Verrino, quello stesso fiume lungo il quale l'omonimo prefetto del Pretorio imperiale aveva compiuto, quasi un secolo prima, una strage di disertori dell'esercito romano, e a ricordo della quale aveva lasciato un'epigrafe: a poterla ritrovare quella pietra... che scoperta eccezionale sarebbe! Resta il fatto che il nome dell'Ara Petracca non può certo riferirsi alla dimensione del prato, poiché un'ara equivale a soli 100 mq. e, a ben vedere, quel lotto è vistosamente più esteso, fino a 25 volte più grande. Nondimeno il rito apotropaico appena richiamato dovette riecheggiare a lungo in tutta la valle, tant'è che nei secoli successivi, nel riferirsi a quella zona, si era ancora soliti dire: «Lì, dove sta il sangue delle capre di Cotta». E così sorse da quel sangue, a monte della Fons Cæmentorum , il castrum di Capracotta, la terra dei nostri padri. Francesco Mendozzi
- È ancora valida una rivendicazione di settore?
Lo sciopero bianco, cioè la rigida osservanza dei regolamenti in modo da rallentare la normale attività, è vietato dalla bozza di autoregolamentazione in discussione fra i sindacati: lo sciopero si paga, essi dicono; in altre parole non è lecito danneggiare l'azienda e ricevere salario intero. I magistrati lo hanno fatto. Perché? «La loro situazione si è fatta tanto intollerabile da spingerli a gesti disperati»: così ha scritto uno di loro sul "Corriere" del 19 settembre. Le resistenze del governo «favoriscono il processo di destabilizzazione del Paese», ha addirittura dichiarato una delle correnti in cui si articola la magistratura. Molte critiche rivolge il magistrato Ugo Genesio ad un mio articolo in cui, pur senza disconoscere l'opportunità di aumenti, facevo un confronto fra carriera e stipendi dei 7.500 magistrati e dei 10.000 presidi, e concludevo che i problemi retributivi non vanno risolti uno per volta, ma nell'ambito di un quadro di riferimento generale. Lasciamo stare le questioni di dettaglio. L'assunto principale del mio interlocutore è che è improponibile ogni confronto fra magistrati e altri lavoratori. Presiedere un tribunale, egli scrive, comporta maggiori responsabilità rispetto ad una scuola. Il che è vero: ma non sempre. Il tribunale di Mistretta ha una circoscrizione di 27.000 abitanti; ed esistono preture come Capracotta con meno di 5.000 persone. Fra i magistrati c'è chi si ammazza di lavoro e chi ne ha troppo poco. Donde l'urgenza di una radicale ristrutturazione: un terzo dei tribunali e metà delle preture potrebbe esser soppresso. I magistrati hanno il merito di aver avanzato da tempo questa proposta: qui sì che hanno ragione da vendere. C'è invece un confronto che il dottor Genesio auspica: con i professori universitari. Ma non è che questa carriera sia migliore. Nell'olimpo dei "baroni" si arriva dopo una lunga trafila e una notevole selezione; e ottenuta la cattedra, si comincia con 540.000 lire per finire, dopo molti passaggi, a 955.000. Non si tratta comunque di schierarsi pro o contro i magistrati e le loro richieste. Indubbiamente miglioramenti retributivi sarebbero meglio accettati dalla pubblica opinione se la gente sapesse che vanno avanti i più capaci e meritevoli: se, in altre parole, la carriera fosse un po' meno automatica e un po' più meritocratica (pur con tutti i difetti che qualsiasi forma di giudizio inevitabilmente comporta). Tuttavia, al di là della questione particolare dei magistrati, il nocciolo della questione è un altro. È accettabile che qualche categoria di lavoratori si consideri avulsa dal contesto retributivo generale? Se è giusto, come penso, esaminare ogni vertenza sindacale nel quadro complessivo del sistema retributivo, può esser utile un cenno sul trattamento del settore pubblico negli ultimi anni. Anche perché i magistrati si ritengono i più dimenticati. Il punto di partenza sono i decreti del 28 dicembre 1970, che vanno sotto il nome di «riassetto delle carriere»; in quell'occasione vennero sistemati anche i magistrati, equiparando il consigliere di Cassazione al direttore generale degli statali. Successivamente i miglioramenti sono stati di due tipi. Scala mobile L'indennità integrativa speciale era di 27.600 lire mensili, oggi è a quota 168.989; non è stata sufficiente a coprire l'aumento del costo della vita; tutto il pubblico impiego ha perso terreno rispetto a quello privato, perché solo dal 1° luglio 1978 il punto di contingenza è diventato uguale per tutti. Altri aumenti Nel 1973 fu istituito l'assegno perequativo (da un minimo di 43.000 lire mensili lorde a un massimo di 129.000 a seconda dei gradi); si voleva assorbire la miriade di indennità e rendere onnicomprensivo lo stipendio, quindi non per tutti si trattò di aumenti veri e propri. Nel 1976 furono concesse 20.000 lire di acconto sui futuri miglioramenti e nel 1977 altre 25.000. E i magistrati? Ovviamente hanno avuto la scala mobile come gli altri, inoltre hanno fruito nel 1977 dell'acconto di 25.000 lire. Ma il colpo grosso lo fecero nel 1972. Con una sentenza interpretativa relativa all'equiparazione ai dirigenti statali, si auto-aumentarono gli stipendi di 58.500 lire lorde mensili per l'uditore, 97.500 per l'aggiunto, 146.250 per il giudice, 165.750 per il consigliere d'appello, 195.000 per il consigliere di Cassazione. Per quanto riguarda le prospettive future, l'accordo-quadro del 5 gennaio 1977 per il pubblico impiego prevede la riforma della struttura retributiva da concordarsi categoria per categoria, purché non si superi un aumento medio pro-capite di 50.000 lire mensili, comprensive delle 45.000 già concesse nel 1976-77. Vogliamo dare uno sguardo al settore privato? L'ultimo contratto, quello dei pubblici esercizi dell'agosto 1978, prevede per il prossimo triennio un aumento di 20.000 lire: 14.000 dal luglio 1978, 6.000 dal luglio 1979. Il panorama è dunque piuttosto grigio. Non potrebbe essere altrimenti, dato che l'economia ristagna. Reddito crescente da spartire non ce n'è. La solita predichetta? E perché solo ai magistrati? D'accordo, il discorso riguarda tutti. Ma il rischio oggi è che le grandi categorie, più controllabili dalle centrali confederali, finiscano per essere le sole a pagare il costo della crisi; e che la lotta alle ingiustizie retributive si faccia solo al loro interno e magari solo ai livelli più bassi. Indubbiamente i magistrati hanno ragione se vale la regola di guardare ai privilegiati che stanno meglio. Ma prima di parlare di disperazione, sarebbe giusto pensare che un inserviente ospedaliero oggi guadagna, appena assunto, 256.988 lire e arriva a 355.680 dopo 23 anni; un impiegato d'ordine statale rispettivamente 272.889 e 318.507. Ripetiamolo fino alla noia. È indispensabile porre la parola fine alle rivendicazioni di settore. Senza un quadro di riferimento generale, il sistema retributivo diventerà sempre più giungla in cui i più forti mangiano i più deboli. Di questo passo con che coraggio si può pretendere che gli operai o gli statali si accontentino di quattro soldi? Ermanno Gorrieri Fonte: E. Gorrieri, È ancora valida una rivendicazione di settore? , in «Corriere della Sera», Milano, 29 settembre 1978.
- Nelle foreste dell'abete bianco
In passato l'abete bianco era diffuso su tutto l'Appennino. Decenni di tagli, però, hanno relegato questa specie su un numero limitato di massicci. Tra questi sono mete classiche del naturalista le foreste dell'Abetone, del Casentino e dei Monti della Laga, ma anche l'Alto Molise, in provincia di Isernia. Terra di borghi medievali, di monumenti sanniti, di panorami e tratturi, l'angolo più settentrionale della regione non raggiunge quote himalayane. Il Monte Campo, la vetta più alta, arriva a 1.746 metri. Per vedere una vera montagna, da qui, occorre rivolgere lo sguardo verso la Majella che si alza al di là della profonda valle del Sangro. Anche l'Alto Molise, però, è una terra suggestiva. Chi s'interessa alla natura, oltre a immergersi nelle atmosfere dei boschi, può andare in cerca delle tracce del lupo, del capriolo e della volpe, ascoltare il ritmico battere del picchio nero, fermarsi in silenzio all'alba o al tramonto nella speranza di sentire il richiamo del gufo reale, il più grande rapace notturno italiano. Chi preferisce la storia può dedicarsi agli eremi come quello di San Luca, che si addossa a una parete del Bosco degli Abeti Soprani, o alle molte chiese medievali a iniziare da quelle di San Francesco e Sant'Emidio ad Agnone. Per i biologi, però, la vera attrattiva sono le foreste di Colle Meluccio, di Rosello e degli Abeti Soprani, dove l'abete bianco è ancora oggi la specie d'alto fusto più diffusa. Per difendere l' Abies alba è stato costituito il CISDAM, il Centro studi e documentazione sugli abeti mediterranei, che ha sede nella Riserva naturale (o Oasi WWF) dell'Abetina di Rosello, sul confine tra il Molise e l'Abruzzo. Altri magnifici abeti formano il bosco di Colle Meluccio, al confine tra i territori di Pescolanciano e Pietrabbondante, che è protetto da una Riserva naturale dello Stato. Per ammirare gran parte dell'Alto Molise, però, conviene salire alla vetta del Monte Campo, che con i suoi 1.746 metri è il punto più elevato della zona. Sovrastata da una enorme croce metallica, la cima è un belvedere sul Bosco degli Abeti Soprani. L'itinerario segnato che la raggiunge da Capracotta è una breve e piacevole passeggiata che si svolge in un rimboschimento di pino nero. I sentieri dell'Alto Molise, d'inverno, si prestano a passeggiate con le racchette da neve e a escursioni sugli sci da fondo. Le piste di sci nordico di Prato Gentile sono le più interessanti della regione. Da Capracotta o da Pietrabbondante si segue la comoda strada asfaltata che collega i due centri fino al piazzale e al rifugio di Prato Gentile (1.573 metri, 5,5 chilometri da Capracotta e 5,5 da Pietrabbondante). Sulla strada che sale da Pietrabbondante, poco a valle del piazzale, merita una sosta l'eremo di San Luca, addossato alla parete calcarea. Dal piazzale si segue a piedi e in discesa la strada asfaltata che scende verso Capracotta, che offre un bel panorama sulla Valle del Sangro e la Majella. Dopo poco più di 1 chilometro si raggiunge un bivio (1.510 metri) dal quale si devia a sinistra verso l'albergo Monte Campo e la chiesetta di Santa Lucia (1.543 metri, 0.30 ore) A destra della chiesa parte un sentiero segnato (segnavia bianco-rossi B1) che supera a tornanti un breve e ripido gradino, e poi continua con minore pendenza attraversando un rimboschimento e toccando una piccola costruzione abbandonata. Una volta raggiunto (1.705 metri) l'orlo dei salti rocciosi che dominano il Bosco degli Abeti Soprani si piega a sinistra raggiungendo la vicina vetta del Monte Campo (1.746 metri, 0.45 ore), sulla quale spicca una enorme croce metallica. Il panorama dalla cima è magnifico in tutte le direzioni. Oltre alla Majella e alle alture rocciose di Pescopennataro, nelle giornate serene si vedono il Matese e i monti del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Nell'ultima parte dell'itinerario, qualche passo tra roccette e mughi richiede un po' di attenzione. In discesa si ripercorre la prima parte del percorso di salita, si lascia a destra il viottolo nel rimboschimento e si continua verso est sulla cresta trascurando un primo sentiero segnato che si abbassa per un ripido canalone verso sinistra. Qualche centinaio di metri più avanti (1.600 metri) si imbocca un altro sentiero segnato che scende verso sinistra, entra nel bosco e raggiunge una carrareccia pianeggiante utilizzata d'inverno da una pista da fondo. Seguendola verso sinistra si torna a Prato Gentile (1 ora). Stefano Ardito Fonte: S. Ardito, Cammini e sentieri nascosti d'Italia da percorrere almeno una volta nella vita , Newton Compton, Roma 2017.
- Annina
L'ovale del viso di Annina si staccava nitido nel fazzoletto scuro e la figura asciutta procedeva con un passo un po' tirato, tenendo il braccio piegato sotto il petto come a sorreggerlo. In lei traspirava una certa rettitudine, una sorta di riservatezza che raramente si apriva ad un sorriso. Forse la vedovanza l'aveva segnata nel tempo: il marito ancora giovane era stato ucciso per rappresaglia dai tedeschi appena fuori il paese, insieme al fratello. Nella cerchia delle donne sue coetanee occupava un posto discreto, amica di tutte, disposta a sbrigare piccole faccende si affacciava al portone o alla finestra delle case vicine per accordarsi e poi sfuggente e silenziosa riprendeva a muoversi. Si occupava con cura della casa e di altri piccoli lavori domestici non avendo altri animali da accudire che qualche gallina; frequentava la chiesa e partecipava alla conversazione sedendo insieme alle altre donne in un angolo sotto casa sua al riparo dal vento e dalla nebbia che calava sui fianchi della montagna. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- Una gita d'altri tempi su Monte Campo
Una gita d'altri tempi su Monte Campo di Capracotta, cima spoglia, svettante tra boschi di pini ed abeti secolari meravigliosi, una gita con tanti giovani per una passeggiata panoramica e sportiva in montagna, alla conquista di vette da scoprire e... scalare. La vetta di Monte Campo si eleva con uno squarcio di roccia aperta verso nord, frantumata da cataclismi antichi. Spinto dalla curiosità giovanile, in cerca di grotte o anfratti nascosti, mi spinsi ad ammirare, osservare ed esaminare quell'ammasso di rocce "accatastate e sconquassate". Saltando e balzando tra i vari suoi anfratti, apparve alla mia vista, colpendomi per la forma, un grosso e levigato masso pari a un uovo gigante di oltre un metro di diametro molto ben levigato come può esserlo un ciottolo di fiume. Nei suoi pressi giacevano altri massi che presentavano incavi tali da far intendere che, in tempi remoti, l'uovo-pietra fosse stato in essi inglobato, come nato da essi. La scoperta destò grande interesse e sorpresa tra i giovani. Accorsero ad ammirarne la forma e a divertirsi a cavalcarlo. Quante volte la natura offre bellezze insospettate, vere opere artistiche da ammirare. Il primo pensiero che corse alla mente fu: "Sarebbe bello farne un bel monumento da collocare in un giardino pubblico di città", ma il problema del trasporto rendeva l'idea impossibile. A quei tempi era impossibile Oggi un elicottero speciale renderebbe facile risolvere quel problema. L'uovo gigante di roccia, certo, sta ancora lì, su Monte Campo di Capracotta: attende altri escursionisti. Chiederò ad amici, che visiteranno eventualmente il luogo, di salutarlo e farne una fotoricordo... Purtroppo, per me, ormai, non è più tempo di salti e balzi tra rocce e anfratti. Raffaele Buzzelli Fonte: https://www.altosannio.it/ , 21 febbraio 2018.
- Un dolce ricordo
Capracotta per me era il posto più bello al mondo. Ci andavo spesso insieme alla mamma ed alle mie sorelle tutte le estati. Ed era molto bello ritrovarsi tutti insieme nella grande casa di famiglia. Lì ritrovavo i miei numerosi cugini, di tutte le età, gli zii ed il grande capo incontrastato capace di incutere rispetto ed obbedienza a tutti dai più grandi ai più piccoli: mia nonna, la mitica Mamma Rosa. Mamma Rosa era alta, magra, viso scavato, zigomi sporgenti e lineamenti resi ancor più duri da un’espressione sempre corrucciata ed accigliata che sembrava voler esprimere disappunto e malumore perenni e, cosa ancor più sinistra, vestiva di nero con delle ampie gonnone che le conferivano un aspetto ancor più austero. Penso di non averla mai vista sorridere, quando parlava era solo per riprendere o per emettere giudizi critici ai danni di qualcuno, o per impartire insegnamenti inappellabili che io non condividevo ma che nessuno mai si permetteva di contraddire, neppure i figli più anziani. Tra i nipoti prediligeva i figli dei figli maschi ed io, essendo figlio di una figlia, ne ero fuori. Questa palese ingiustizia mi inquietava ma mi guardavo bene dal manifestarlo anche perché ad essere un suo prediletto non è che si guadagnasse molto, forse qualche rimprovero in meno ma niente di più, quella donna era totalmente incapace di donare affetto e dolcezza, almeno in apparenza. Per fortuna il rapporto con i cugini e gli zii era tutt’altra cosa. In quel casermone, nonna a parte, c’era sempre una gran caciara ed un’atmosfera lieta e serena, si faceva tutto insieme e si condivideva tutto. Ma Capracotta è stato soprattutto il luogo dove ho fatto le mie prime dolci ed indimenticabili esperienze adolescenziali. Lì ho conosciuto i miei primi fantastici amori giovanili, amori tanto intensi quanto di breve durata. Questo bellissimo paese di montagna in estate si popolava di giovani provenienti da tutta Italia, soprattutto da Roma, figli di capracottesi che per ragioni di lavoro erano andati via ma che immancabilmente tutti gli anni ad agosto tornavano nel luogo di origine con l’intera famiglia. Il paese era piccolo e noi adolescenti la mattina ci ritrovavamo tutti in villa dove ci si conosceva, si scambiavano esperienze, si parlava, si scherzava, si ascoltava la musica ed immancabilmente nascevano forti amicizie, simpatie ed amori estivi. La sera, invece, ci si ritrovava da qualche parte a ballare. Io Laura la notai subito perché era molto carina ed aveva sempre intorno a sé un codazzo di ragazzi che le facevano la corte. La considerai subito un frutto proibito, un qualcosa di inaccessibile non solo per la mia insicurezza che mi faceva sentire inadeguato ad una ragazza così bella, ma anche perché era una sedicenne, aveva un anno più di me ed a quell’età era già un problema corteggiare le coetanee che pareva avessero tutte una certa predilezione per i ragazzi più grandi, una ragazza un po' più grande, poi, ne ero certo, non mi avrebbe nemmeno calcolato. Nonostante ciò, io non potevo esimermi dal lanciarle sguardi continui. Quando arrivava in villa, io sentivo imbarazzo perché mi imponevo di fingere indifferenza però finivo sempre col volgere lo sguardo verso di lei, era più forte di me. Un giorno inaspettatamente ci ritrovammo a parlare insieme, da soli, e quando arrivò l’ora di pranzo, visto che abitavamo vicino, tornammo insieme a casa e così avvenne nei giorni seguenti. Nacque così una bella amicizia ma non provavo nemmeno ad andare oltre perché avevo paura di rovinare tutto, anche quella piacevole simpatia reciproca. I giorni passavano ed io andavo avanti con quel rapporto così bello ma che, ovviamente, non mi soddisfaceva del tutto. Un giorno verso la fine di agosto mi feci coraggio e decisi che non potevo continuare in quella incertezza e con un mio amico combinai che, quella sera, appena avessi cominciato un ballo con la mia amica, lui avrebbe spento le luci. Questo era un espediente che usavamo spesso con gli amici quando qualcuno ci voleva provare con una ragazza. Il ballo iniziò, come convenuto le luci si spensero, ma io non riuscivo proprio a fare la prima mossa. Ad un certo punto però sentii stringermi forte, sentii il seno della ragazza premere con forza contro il mio petto e subito dopo la bocca di lei che si faceva strada fra le mie labbra ed una sensazione di infinita dolcezza quando avvertii la sua lingua all’interno della mia bocca. Una sensazione così forte non l'avevo mai provata, non mi era mai successo con le mie coetanee di sentire un abbraccio così forte ed un bacio così appassionato e coinvolgente, finora avevo provato solo l'ebbrezza di baci sfuggenti e balli guancia a guancia, niente di più, ed era questo che io, se avessi avuto coraggio, avrei provato a fare allo spegnersi delle luci. Dopo un primo momento di completo smarrimento cercai di riprendermi ma ero completamente dominato e sopraffatto dalla intraprendenza della ragazza che invece dimostrava molta padronanza e sicurezza di sé. Era tutto molto bello ma mi sentivo completamente soggiogato in una situazione che mi vedeva totalmente in balia della mia amica. Pregai che le luci si riaccendessero al più presto ed anche grazie alle lamentele di alcune ragazze il mio desiderio fu esaudito. A luci accese ripresi il controllo, la mia amica si ricompose e fu dolcissima con me per il resto della serata. Due giorni dopo lei ripartì e ci separammo con la promessa di ritrovarci l'anno dopo ma non fu così. Io Laura non l'ho più rivista ma mi è rimasto forte il ricordo di quella esperienza così bella e coinvolgente. Pasquale Terreri Fonte: P. Terreri, La polvere dentro , Keplero, Termoli 2020.
- Bernardo Pizzella, uno di famiglia per Benedetto XIII
Nella sezione "Alessandro Gregorio Capponi" della Biblioteca Apostolica Vaticana è conservata una "Succinta relazione della nascita, vita e costumi della famiglia di Benedetto XIII" stilata dopo la dipartita del papa: altro non è che un regesto teso a mettere in cattiva luce la famiglia di Vincenzo Maria Orsini, dove per "famiglia" deve intendersi la squadra clericale che il card. Orsini formò a Benevento e che si portò dietro a Roma una volta eletto pontefice. Come ben sappiamo, in questa squadra figurava anche il capracottese Bernardo Antonio Pizzella (1686-1760), cameriere segreto di Sua Santità che, nella cronaca appena scoperta, datata 1732, è così descritto dall'anonimo compilatore: Bernardo Pizzella da Capracotta venne in Benevento al servizio di m. Nunzio Baccari, che fù vicegerente di quella città, e lo chiamò di 6 anni, e lo lasciò scriba alla Curia, che esercitò più anni, poi fù fatto Canonico e Cancelliere, di più fù esaltato dal Cardinale fatto Papa. Da questa stringata descrizione si evince che il Pizzella giunse a Benevento grazie a mons. Nunzio Baccari, il più anziano dei dignitari ecclesiastici capracottesi, che evidentemente, viste le precoci doti letterarie del bambino, lo chiamò al suo servizio nel 1692. Effettivamente Bernardo Antonio Pizzella fu anche scrittore e ci ha lasciato un bellissimo sonetto composto a Capracotta, il cui manoscritto è conservato presso la Biblioteca e Archivio Diocesani di Gubbio... ma questa è una storia che racconterò più in là. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: P. Albino, Biografie e ritratti degli uomini illustri della provincia di Molise , vol. I, Solomone, Campobasso 1864; A. G. Capponi , Relazione in lettere, successi et interessi della città di Roma , Roma 1746; A. De Spirito, Visite pastorali di Vincenzo Maria Orsini nella diocesi di Benevento: 1686-1730 , Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2003; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle biblioteche d'Italia , vol. II, Bordandini, Forlì 1892; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Sui campi nevosi di Capracotta
Campobasso, 16 febbraio. L'ardente passione per gli sports invernali ha pervaso in un ritmo crescente le masse sportive molisane, le cui file di giorno in giorno si ingrossano di fedeli entusiasti adepti: giovanissimi delle avanguardie balillistiche e dei reparti dal fazzoletto dai colori di Roma, giovani dalla tempra irrobustita nei cimenti sportivi - adulti dalla fede sempre magnificamente balda; signore e signorine dalla squisita gentilezza e dalla elastica flessuosità delle eleganti movenze. Sciare: ecco il nuovo verbo che affascina. Sentire sulle nevi candide il fremito di passione nelle ripide dislivellate volate nella voluttà inesprimibile che è simile al bacio suadente di una donna amata. Così si muove la vita sui campi della regione molisana delle nevi: la candida Capracotta a quota 1.421 sul livello del mare. Ospitale, gentile, signorile: la cittadina ammantata dal bianco lenzuolo ospita i turisti e gli appassionati del magnifico sport della neve. Del Collegio militare di Roma le balde e fresche ed ilari giovinezze intersecano nella disciplina rigida i preordinati percorsi: dei Lupi del Matese gli ufficiali ed i militi gareggiano per i premi posti in palio dal Comando regionale sotto gli occhi dell'organizzatore console Tradardi coadiuvato molto brillantemente dal capo dell'ufficio sportivo centurione cav. Umberto Ciacca. Il console generale Maciocchi con la sua ambita presenza ha dato l'assenso ed il plauso alla magnifica manifestazione di allenamento e di forza. Anima e vita delle organizzazioni, il commissario provinciale del C.A.I. camerata Benedetto Giuliani, che della sua Capracotta conosce i misteri delle volate sulle nevi e che come commissario di gara nella vasta località Guardata dislivellata a 400 metri, indice le febbrili competizioni alle squadre bellissime e balde del loro entusiasmo sincero. Con lui lo strenuo comandante Noè Ceccarelli, che plasma al rischio dello sport invernale le sue squadre dei giovani fascisti, e che come Segretario politico di Capracotta è l'esponente attivo, zelante disciplinato della fede fascista della sua natia città. Non va dimenticato il podestà cav. Gregorio Conti, che dà prova di gentilezza cotidiana verso i moltissimi che trovano asilo in case private e nell'Hotel Cimalte. Del lungo elenco degli ospiti graditi stralciamo: da Campobasso: prof. Vernucci; ing. Barone Jannucci e signora; dott. Bevilacqua e sorella signorina Niny. Da Roma: ing. Soli; D. Cecilia della Pergola; le signore: Castiglioni Cipriato e poi una lunga fila di sempre eleganti cavalieri e di affascinanti damine, tutti nel costume invernale: ilari, festose, nel brio di una giovinezza fiorente, esuberante, gioviale. Ed a sera, dopo le brillanti trasvolate sulle navi candide, si aprono magnifiche di luci e di eleganza le belle sale del Circolo Unione che è presieduto dall'impareggiabile dottor Castiglione che vivifica con la sua cortesia e con la sua appassionata signorilità, la gentilezza innata della sua Capracotta simpaticissima. E le danze si intrecciano nel cadenzato ritmo delle musiche attraenti: come nel mattino si sono incrociate le gare sulle bianche nevi. Giovinezza gagliarda ed affascinante: giovinezza dell'Italia nuova che afferma come suo solo diritto l'eterno sorriso dell'eterna primavera dell'italica gente. Fonte: Sui campi nevosi di Capracotta , in «Il Giornale d'Italia», XXXV:58, Roma, 17 febbraio 1935.
- Sull'atlante della memoria vesuviana: Palazzo Capracotta
Già creazione di epoca spagnola e seicentesca, poi sede municipale durante l'epoca borbonica, condominio anonimo per privati cittadini oltre il secondo millennio, Palazzo Capracotta ad Ercolano è celebre tra le Ville Vesuviane del Miglio d'oro dei giorni nostri per le sue forme particolari, per la sua pianta ormai irriconoscibile, lo stato pessimo di conservazione, per il vuoto che ospita il nome, o i nomi, che insieme al Principe di Capracotta l'hanno stabilito. Le pieghe di gusto barocco assumono la fisionomia di un "libro aperto", e come un libro aperto Palazzo Capracotta ci parla con una sincerità e uno spessore di testimonianza che forse non solo i corpi che sanguinano, le vive piaghe delle carni mistiche, possiedono. Soprattutto la facciata ad angolo ottuso, le finestre decorate con stucchi arricciati, ringhiere in ferro battuto curvilinei e a sbuffo restituiscono una metafora architettonica molto produttiva per le nostre indagini. Come pagine vissute, ricche di sottolineature, umide perché intrise di inchiostro, angoli piegati, tracce di memoria sgualcita, citazioni, indicazioni, elaborazioni possibili di un passato scritto per chi ormai non sa più leggere, Palazzo Capracotta resiste a chi ha perso l'estetica, la sensibilità, attenta del lettore esercitato. Il Palazzo Capracotta è il "Nodo Borromeo" inaspettato tra l'architettura teatrale dei drappi e della rappresentazione barocca (e per certi versi effimera) e l'architettura dell'eternità. I tre piani del complesso soffrono come nell'architettura, come nella letteratura romanzata, contemporanea di depauperazioni, citazioni dall'antico non più evidenti, sventramenti del primo piano e del solaio che rovinano lo splendore che lo caratterizzava un tempo; Palazzo Capracotta è un altro araldo della profonda inconsistenza e melanconia che attanaglia, come i nostri cuori, i nostri luoghi. La florida e curiosa ricchezza delle attività sociali che la abitano e la circondano, lasciano sperare in un ready made ; il mercato dell'usato, che frequenta la strada antistante l'edificio, porta a pensare che un quartiere d'origine medievale come questo possa essere la superficie catalizzante per le, comunque attuali e resistenti, formule di pathos, immagini dialettiche, capaci di lavorare il passato anacronisticamente, elaborare nuove soluzioni architettoniche e urbanistiche per il passato e per il futuro. Angelo Calemme Fonte: https://www.vesuviolive.it/ , 9 giugno 2014.
- I vecchi e i giovani
Ma, tornando a noi, a volte queste case molisane ospitano bellissime e antiche biblioteche, un patrimonio inestimabile di libri. Ebbene, siccome le librerie spesso ingombrano, allora si svendono i libri. Un patrimonio che se ne va per sempre. Del resto il Molise è la regione dove si vendono meno libri e giornali. Dove ci sono solo due vere librerie. Due librerie in tutta la regione. Me lo spiegava Michele Paparella, ex proprietario di una di queste librerie, che dopo vent'anni di tentativi per portare i libri in mezzo ai molisani ha ceduto. La libreria è passata al nipote, che ha ristrutturato, ha dato più spazio alla cancelleria e acquistato un sacco di testi in uso agli avvocati. Siccome Campobasso è piena di avvocati, almeno la rendita mensile è garantita. C'è il direttore della biblioteca che non ci può pensare, ogni volta che mi incontra mi dice: – Il Molise non era così, nell'Ottocento tutti questi paesi erano attivi e sani. C'erano addirittura paesi che avevano due giornali. C'erano molte biblioteche e un pubblico che ad esse attingeva. Poi, durante il ventennio fascista tutto è cambiato. L'emigrazione ha fatto il resto. Per questo Maria Assunta Barranello si è fissata con Bob De Niro, per uscire da questo vecchiume, senza cacciare via i vecchi ricordi, ovviamente. Eppure la maledizione del forno di Guardiaregia continua a imperversare. Più di tanto non si può andare, diventi un corpo estraneo, bizzarro. Se volete un altro esempio di bizzarria imprenditoriale, di segno opposto ma speculare al forno, allora dovete proprio andare a Pietracupa. Che, come vi dicevo, non vuol dire cupa, inteso come aggettivo. Anche se, vi devo dire la verità, in certe giornate, quando i cumulonembi si arricciano sopra lo sperone di roccia, oppure quando il maestrale porta le perturbazioni del Nord, be', in quei giorni «cupa» diventa l'aggettivo adatto. Però, come mi dicevano i pietracupesi, anche questo ha il suo fascino: l'idea di poter guardare le sfumature della natura. Le sfumature del bianco e del grigio. Non è cosa da poco. Questo vale soprattutto per me che oggi, alle soglie dei quarant'anni, percepisco molto le sfumature. Fatto sta che a Pietracupa, paese di 252 persone, di cui 150 anziani, c'è un albergo, il President Hotel, che ha 250 stanze. Praticamente, può ospitare più persone di tutto il paese. Un albergo moderno, dice l'ingegnere: come si possono trovare a Londra o New York (però esagera), con i badge magnetici, sale convegni, discoteca incorporata, belle stanze e buona colazione. L'ingegnere di professione fa l'imprenditore ed è convinto, a ragione, che il Molise sia bellissimo. Mi ha fatto pure l'elenco delle bellezze molisane: – Abbiamo Sepino, un sito archeologico che fa impallidire Pompei ed Ercolano, tanto bello quanto sconosciuto, tanto da non essere riportato nemmeno nelle guide del Touring. Pietrabbondante, con l'anfiteatro sannita con i caratteristici sedili ergonomici da cui si deduce che l'ergonomia l'hanno inventata i Sanniti. Frosolone, con l'artigianato dei coltelli, esportati in tutto il mondo. Agnone, con le fonderie per la fabbricazione delle campane, uniche fonderie a possedere il brevetto. E poi sparsi qua e là ritrovamenti archeologici, alcuni dei quali rivoluzionerebbero gli studi sul Medioevo, eccetera, eccetera. Il nostro ingegnere è uno di quelli che dice sempre «eccetera, eccetera». Sono così tante le cose belle che non può elencarle tutte. E siccome è convinto che nessuno lo sa, nemmeno i propri concittadini, si è fatto fare delle cartoline pubblicitarie double-face. Un piccolo capolavoro narrativo. Sul davanti c'era l'immagine di un pascolo con su scritto: «Pascoli scozzesi? No!». La giravi e c'era la stessa foto con la risposta giusta: «Pascoli molisani». Effettivamente alcuni pascoli molisani sono uno spettacolo. La leggera ondulazione delle colline già placa lo sguardo, quando poi la terra è seminata a grano o a segale, oppure a prato misto, medica più loietto, quando le mandrie di cavalli selvaggi galoppano con ritmo e ardore, quando bellissime mucche brune alpine e frisone bastarde, con la pelle luccicante, in buona salute per via dell'aria fresca e della ginnastica fra le rocce, con delle mammelle piene di latte, quando queste vacche, dicevo, vi passano ac-canto alla macchina, indifferenti a tutto, pure alla storia, dimentiche di tutto, anche di loro stesse, un cinico come me diventa sentimentale. Oppure, altra cartolina double-face dell'imprenditore: piste da sci con la scritta «Courmayeur? No!». La giravi e c'era scritto: «Capracotta». Ma non basta; oltre al fatto che il Molise è bello, c'è da aggiungere il fatto non secondario che qui si vive benissimo. – Qua c'è ancora il senso della comunità. Gli anziani sono accuditi e rispettati, mica come a Roma – e mi guardava storto – che se muore un vecchio in un appartamento lo ritrovano dopo un mese. I vecchi e i giovani, quindi. I giovani che bevono e non hanno sogni e i vecchi che, sì, invecchiano bene, ma rinnovano anno dopo anno questa aria malinconica. I giovani che si dice accudiscano i vecchi li rispettano soprattutto perché hanno bisogno di loro, delle loro pensioni, dei risparmi accumulati nei libretti postali , dei legami di parentela che hanno con fratelli o cugini emigrati i quali dunque fanno arrivare metodicamente le rimesse. Antonio Pascale Fonte: A. Pascale, Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro , Laterza, Bari 2006.
- Fiore
Il secondo fratello di Lucia, Adamo Fiore, comunemente chiamato Fiore, faceva il capraio e portava al pascolo sempre con sé il figlio Emilio che, al pari del figlio di Irene, aveva preso il nome del nonno. Fiore aveva infatti sposato Giovannina Serlenga che morì a soli 43 anni; dalla loro unione erano nati Antonietta, Maria Rosa, Emilio e Lucio Antonio. Solo la prima figlia visse abbastanza a lungo da metter su famiglia, ma di lei si sono perse le tracce. A Capracotta ogni famiglia possedeva una capra, dimorante nella stalla, il più delle volte posta nella parte più bassa della casa, sia per contribuire al riscaldamento dell'abitazione sovrastante, sia per facilitare la mungitura quotidiana, passando così per le scale interne senza dover uscire in inverno sulla neve e sul ghiaccio. Fiore portava al pascolo fino a duecento capre. Ricordo questo favoloso avvenimento quotidiano, quando al mattino il capraio faceva il giro interno del paese suonando il corno, per avvertire i proprietari di capre affinché liberassero le bestie e gliele lasciassero in custodia. Le capre, svelte svelte, uscivano ognuna dalla propria stalla in un tintinnio di campanelli squillanti e di belati a tono variato. Che meraviglia vedere quel torrente caprino dai colori cangianti, dal bianco al marrone al nocciola al nero, punteggiato di ciuffi rossastri! E quel battere di zoccoli! Le vedevo partire verso la Guardata come un treno che sfreccia, lasciando una scia di gioia fatta di suoni, di polvere e di colori. Tenerissimi anche i nomi: Zerella, Bianchina, Peppenella... Credo che ci fosse molto amore verso quelle capre diventate, per ognuna di quelle donne, parte della propria famiglia. Al mattino la colazione era costituita da pane locale - molti avevano il forno in casa, altri lo producevano presso i forni a legna con farine locali - e latte appena munto. Erano sempre i caprai che si occupavano dell'accoppiamento degli animali, visto che possedevano il becco ( zùrre ), il maschio della capra, acquistato alla fiera degli animali dell'8 settembre, dove lo rivendevano dopo che, durante l'anno precedente, aveva montato non meno di duecento capre. Ricordo con vividezza l'odore asfissiante del caprone. Il capraio veniva pagato su base mensile per ogni bestia affidatagli e/o per ogni accoppiamento che avesse dato vita a splendide caprette. Fiore e il giovanissimo Emilio morirono durante la Seconda guerra mondiale. Mentre pascolavano il gregge in località Difesa, a circa tre chilometri dal paese, calpestarono una mina o un proiettile inesploso, restando uccisi sul colpo. È anche possibile che a ucciderli fosse stata una granata sparata dall'altra sponda del fiume Sangro, dove erano acquartierate le truppe tedesche. Le capre tornarono da sole in paese, ognuna nella propria stalla, tanto che i capracottesi si allarmarono e partirono alla ricerca dei due caprai. La morte di Emilione e di Fiore, così come la fuga di Francesco, porteranno a una situazione inedita che lascerà tre donne, Marosa e le figlie Lucia e Irene, a inventarsi molte attività per sopravvivere. Antonio D'Andrea Fonte: A. D'Andrea, La pecora che miagola perde il boccone. L'immensa eredità di Lucia di Milione: strega, amazzone e sacerdotessa di Capracotta , Youcanprint, Lecce 2019.
- Sepolta viva
Capracotta è un Comune del napoletano in provincia di Molise; ed è a Capracotta ch'è accaduto giorni sono un fatto orribile, spaventoso. Lo racconta a "Fanfulla" uno dei suoi abbonati di là, ed io lo riassumerò il più brevemente che sia possibile per non funestare più del bisogno le nostre lettrici. Una contadina, ancora giovane, alla vigilia di partorire, fu presa da dolori atrocissimi. La levatrice, che l'assisteva, le fece bere un litro e più di vino poderoso, ciò che le produsse una specie di stordimento e la mise in uno stato di quasi insensibilità. Venne un medico - benedetti medici! - e vitala appena, sentenziò: è morta. Il marito desolato, e due figliuolette s'inginocchiano e pregano per lei; dopo di che è messa in una bara, legata mani e piedi, perché pare che a Capracotta abbiano paura dei morti, e trasportata in cimitero. Là scavano una fossa, recitano le preci, e via. Il medico aveva accertato il decesso; il Sindaco aveva dato il permesso. C'era forse da chiedere altro? Dopo due giorni la terra vien rimossa e si vede che il corpo della donna non è più nella posizione di prima. La sua bocca stringe ancora la corda che le lega le braccia, e quell'atto disperato indica lo sforzo supremo da lei fatto per liberarsi. Ma non finisce qui: accanto a lei c'era una creaturina nata solo da poche ore e nata in una tomba. La povera sepolta viva aveva gridato, urlato; lo dicono certi contadini, i quali il giorno prima erano passati di là e avevano sentite le grida; erano scappati credendo che fosse qualche anima in lite col diavolo. Così, prima per il medico e poi per costoro, la poveretta moriva vittima dell'ignoranza dei suoi fratelli. L'autorità procede, ma certo non potrà restituire alla vita né lei, né la sua creatura. Massimo Curiel Fonte: M. Curiel, Sepolta viva , in «Il Corriere di Trieste», III:204, Trieste, 7 settembre 1875.
- Capracotta, la spuntano gli intransigenti
Anche a Capracotta l'avvento del fascismo avrebbe portato ad un lungo braccio di ferro tra gli esponenti della locale sezione e la parte politica che non sembrava propensa al fascismo, legata alla famiglia Conti, di cui Alfredo era sindaco del Comune. La sezione del Fascio venne aperta a Capracotta il 26 marzo 1923 e vedeva come segretario Francesco Paglione. Una sezione che si metteva pienamente in linea con l'intransigentismo del federale David Lembo e si poneva l'obiettivo di scalzare l'amministrazione locale. Proprio Paglione, a detta del federale Lembo, che «si è accinto all'arduo compito di ridare a Capracotta quella nobile e signorile fisionomia di civica corretteza che da un decennio di ignominioso sgoverno della cosa pubblica era divenuto un mito sperduto nella notte dei tempi e della leggenda». Il timore era che affiancandosi agli amici dell'ultima ora si potesse imbrigliare il fascismo evitando la sua azione di trasformazione radicale della società. La prova di forza la si faceva in occasione della consegna del gagliardetto alla sezione, ai primi di ottobre del '23. Era proprio Paglione a puntare il dito contro quanti all'interno dell'amministrazione «ardirono ritentar la tratta degli schiavi», sottolineando come il fascismo, «abbattute le cinte» delle rocche alzate «dagli innominati, porta la sua fede pura nella rocciosa Capracotta [...] e si ripromette l'elevazione materiale e morale della nostra Capracotta e il suo riscatto dalla medievale tirannide che per un decennio l'à oppressa, ed alla quale furono cariatidi e sorpassati faccendieri di una politica venduta». Proprio Lembo, nel suo intervento, sottolineava come nelle amministrazioni comunali vi fosse ovunque «vecchiume corroso e tarlato, incapace a nulla, sordo ad ogni benefica voce di progresso [...] Il fascismo ha tali e tante energie giovanili, sagaci e fattive da mettere al loro posto per dimostrare come e quanto si possa e si debba operare pel bene di tutti». Nessun compromesso e nessuna tregua, dunque, con la vecchia classe dirigente. Al partito doveva fare capo tutta l'organizzazione della vita pubblica e sociale della comunità. Nonostante i tentativi, però, della sezione locale di far cadere l'amministrazione, il prefetto mantenne saldi i piedi a terra. Le elezioni politiche del 1924 vedevano la lista ufficiale del Pnf raccogliere 347 voti. La Lista Bis, ottenere 29 voti; l'Opposizione Costituzionale, 20; il Psi, 13; il Ppi, 3. Sempre aspra, però, la disputa tra la sezione del Fascio e l'amministrazione Conti, che si sarebbe chiusa il 23 luglio 1925, con il decreto reale che scioglieva il Consiglio comunale di Capracotta. «Problemi indilazionabili, quali lo approvvigionamento idrico, la costruzione delle fognature, la sistemazione e la manutenzione stradale e del cimitero – si leggeva nel provvedimento – non sono stati neppure affrontati, mentre altri importanti servizi pubblici e particolarmente la vigilanza annonaria, la nettezza urbana, l'igiene, la pubblica illuminazione, l'assistenza sanitaria ai poveri, sono in abbandono [...] Inoltre, gli uffici risultato in deplorevole disordine [...] La situazione finanziaria del Comune è precaria». Contemporaneamente, la federazione decideva per l'espulsione dal Fascio di Conti e dei suoi sostenitori, fra cui il cugino Gregorio. Il Comune veniva commissariato e la scelta cadeva sul console della Milizia, Eugenio Iannone. Agli atti anche una lettera dell'ex deputato di Capracotta, Tommaso Mosca, che scrivendo al prefetto denunciava le continue manovre di componenti del locale Fascio «che erano gli ardenti elettori del mio avversario politico Marracino, nittiano, socialdemocratico, massone» e che oggi puntano a fare espellere il sindaco «per impadronirsi dell'amministrazione che sotto il prefetto Emina» non erano riusciti. «Gli addebiti sono sempre gli stessi e siano stati dimostrati insufficienti ed irrilevanti dalle precedenti inchieste, pure sembra che profittando del cambiamento del Prefetto [...] abbiano ottenuto la proposta di scioglimento». A fine dicembre del 1925, però, la caduta di Lembo portava alla guida della federazione fascista prima una Pentarchia e, poi, Giovanni Tirone, che avrebbe portato il fascismo molisano alla piena normalizzazione. Uno dei primi atti, la visita a Capracotta per riassorbire la famiglia Conti all'interno del locale Fascio allo «scopo di ottenere, ad ogni costo, la completa pacificazione di tutti i cittadini nel nome di Benito Mussolini». Non a caso, a gennaio del '26, chiedeva a Filiberto Castiglione di firmare un documento unitamente ad Alfredo Conti per ricomporre la frattura apertasi. Successivamente, riammetteva nel partito Gregorio Conti per consentirgli di potere avere la nomina a podestà. Pacificazione e normalizzazione erano il prezzo da pagare alla collaborazione e al consenso di vecchi avversari. Castiglione, seppure firmatario del documento congiunto con Conti, ritenne di mettersi da parte unitamente agli altri componenti del direttorio. Così, Tirone procedeva alla nomina di Gregorio Conti a segretario politico che, dopo la nomina a podestà, lasciava a Vincenzo Ianiro. Nel direttorio trovavano spazio Ottorino Conti, in qualità di segretario amministrativo, e lo stesso Alfredo Conti, come componente. Proprio quest'ultimo, nella riunione d'insediamento del nuovo direttorio, il 21 aprile 1927, ringraziava Tirone «che in pochi mesi abbatté campanili e nefaste muraglie». Sembrava la registrazione della sconfitta di quel fascismo della prima ora sancita un mese dopo dalla presenza a Capracotta, il 30 maggio, del prefetto Spadavecchia e del federale Tirone che, tra l'altro, nel ricordare la figura dell'ex parlamentare Tommaso Mosca, deceduto il 24 marzo 1927, sottolineò come lo stesso fosse «legato alla [sua] famiglia da vincoli di salda ed elevata amicizia». La musica, però, sarebbe cambiata con l'avvento alla guida della federazione del Partito di Nicola Palladino nei primi mesi del 1928. Dopo avere riammesso nelle fila del partito Giovanni D'Andrea, ex membro del direttorio fascista di Capracotta che aveva subito il provvedimento disciplinare, l'8 maggio 1929 procedeva a ricostituire il direttorio riportando Filiberto Castiglione alla segreteria politica. La nomina significava la rottura della tregua armata che si era avuta. Nonostante tutto, però, il prefetto Passerini, da poco a Campobasso, riteneva di confermare a podestà, l'8 luglio 1931, Gregorio Conti con il via libera anche della federazione fascista alla cui guida era stato inviato un federale di fuori regione, Mario Sensini, proprio per la piena normalizzazione della situazione politica. Nonostante tutto, però, i rapporti tra sezione locale del Fascio e podestà non sarebbero tornati cordiali, tanto che il nuovo prefetto Monticelli, a settembre del 1934, chiedeva ai carabinieri di verificare la situazione politica e amministrativa ancora in essere a Capracotta. «Il Conti – si leggeva nel rapporto dell'Arma al prefetto del 19 novembre 1934 – non ha mai chiesto la collaborazione col direttorio del Fascio che sarebbe tanto necessaria per assicurare una fattiva collaborazione. Non agevolerebbe i compiti dei dirigenti fascisti. Il carro funebre fatto costruire dal Regio commissario Iannone, per evitare che le salme venissero trasportate al cimitero a spalla, facendole sostare davanti le case dei conoscenti per il diritto alla sosta da 2 a 5 lire, è stato eliminato». A marzo del 1935 era nuovamente il direttorio locale del Fascio a spingere per la rimozione del podestà: «Lo stato è talmente increscioso che si dimostra fatale allo sviluppo dell'ideale fascista. Il locale direttorio ha spiegato tutte le sue migliori energie per porre termine ad un'epoca passativista. Tutto è stato vano perché il popolo di Capracotta reputa sovrana una sola famiglia, i Conti». Anche la federazione del Pnf, guidata ora da Tito Di Iorio, riteneva di dovere inviare un proprio ispettore che il 21 marzo così relazionava: A Capracotta sopravvive il feudalesimo, soggiogata com'è la popolazione dalle famiglie Conti e Castiglione; altra tinta medioevale dà alla vita capracottese l'esistenza di varie associazioni di arti e mestieri [...] e di fascismo nulla. Il popolo abituato a vecchi partiti li ha visti risorgere più insormontabili di prima, perché la parte malata, la parte cancrenosa si è vista protetta dal distintivo indegnamente acquistato. Fino a 10 anni fa un Conti era sindaco, uno farmacista, uno medico, uno arciprete, uno primo assessore. Di fronte al comune servilismo, sorse il Fascio di Combattimento nel 1923. I Conti, però, entrarono nel partito. Nel '25 fu espulso Alfredo Conti e poi gli altri. Con Gregorio Conti podestà, risorsero al potere le vecchiume idee. Sordo a qualsiasi iniziativa che sorga dal Fascio e sordamente ostacola il direttorio nell'opera di penetrazione verso il popolo. Non c'è la più pallida idea di sindacalismo ma ogni sua azione è improntata allo stile di un vecchio sindaco intento a conservare il più possibile la carica. Il popolo sordamente mormora, ma tace ricordando tempi di feudali vendette. Anche il prefetto, a questo punto, inviava un commissario prefettizio per una piena valutazione della situazione. Il 24 aprile '35 questi scriveva: «Mio convincimento che la situazione di Capracotta ha necessità di radicali provvedimenti: sciogliere tutti i circoli e le associazioni di vecchio stile; istituire un Dopolavoro; togliere le cariche politiche e sindacali a tutti indistintamente; dare le cariche a persone estranee alle beghe familiari. Sarebbe bene che una volta per sempre si metta fine alle beghe paesane perché Capracotta, sentendo veramente lo spirito fascista, si abbia l'avvenire che merita». Il prefetto raccolse la proposta così come formulata e il 16 settembre '35 nominava podestà Ermanno Santilli, di San Pietro Avellana, nonostante il parere negativo del federale Di Iorio, che lo riteneva «legato a vecchi interessi di Capracotta [...] Ha 64 anni, vecchissimo di idee e spirito e risiede a San Pietro Avellana». Un mandato podestarile, però, che sarebbe durato pochissimo. Infatti, era lo stesso prefetto a chiederne le dimissioni, il 15 luglio '36, perché non avrebbe garantito la necessaria assistenza sanitaria al Comune preoccupandosi «più dei suoi interessi che di quelli della salute pubblica». A questo punto non c'erano più ostacoli per la nomina a podestà di Filiberto Castiglione, sancita dal Regio decreto il 17 febbraio '37, il quale sarebbe stato riconfermato quattro anni dopo «perchél'opera svolta è stata bene apprezzata dalla popolazione». Giuseppe Saluppo Fonte: G. Saluppo, I Comuni molisani sotto il simbolo del Littorio. Amministrazioni, podestà e politica nella costruzxione del consenso , La Gazzetta, Campobasso 2015.
- La "Victoria in clipeo scribens" di Capracotta
Nel descrivere con dovizia di particolari i monumenti ai caduti della Grande Guerra nella provincia di Roma, la ricercatrice Valentina Santoro spiega che «sono fondamentalmente tre le tipologie [...] che si incontrano nella provincia romana - come nel resto d'Italia - con poche varianti: la prima tipologia è quella della lapide con iscrizioni e qualche elemento iconografico funerario; la seconda predilige un obelisco, o una colonna oppure un'ara posti su un piedistallo con l'aggiunta di qualche elemento iconografico allegorico; la terza tipologia consiste in una vera e propria scultura o in un gruppo scultoreo preferibilmente in bronzo». In ciascuno di questi tre tipi di monumenti molto frequentemente domina una raffigurazione della Vittoria alata. A parte alcune eccezioni, la maggior parte delle rappresentazioni della Vittoria risponde a canoni iconografici noti e piuttosto banali, come quello della Vittoria con clipeo iscritto, ovvero della figura femminile che incide sullo scudo una data storica o un nome altisonante: la più importante di queste rappresentazioni è senza dubbio la Vittoria alata di Brescia risalente al 250 a.C. e che infatti dà il nome a tutte le Victoriæ in clipeo scribens realizzate nei secoli successivi. Dirò subito che, per chi non lo sapesse, anche Capracotta ha la sua. Mi riferisco all'opera firmata nel 1925 dall'incisore fiorentino Mario Nelli (1878-1936) e che rappresenta la Vittoria su una delle lapidi esterne del Municipio di Capracotta nell'atto di inscrivere sullo scudo le date 1915-1918 a testimonianza degli oltre 60 caduti capracottesi nella Prima guerra mondiale sotto la frase: "Perirono gloriosamente pel trionfo della giustizia e per la grandezza d'Italia da prodi montanari sanniti". La particolarità della nostra Vittoria alata sta nel fatto che essa sormonta un piedistallo sul quale appare lo stemma di Capracotta - una spavalda capra incurante delle fiamme - e un'aquila reale che pare rafforzare l'idea del volo sia per la Vittoria che per quei «prodi montanari sanniti» morti sul campo dell'onore ed ormai erranti sui Campi Elisi. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; V. Santoro, Il recupero dei modelli classici nei monumenti ai caduti: l'iconografia della Vittoria alata , Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Ist. centrale per il Catalogo e la Documentazione, Roma 2016.
- Foglie e patane: ricetta, fatti, aneddoti e... curiosità!
È risaputo che le patate più buone sono quelle appena "cavate". Sarà perché novelle, sarà perché il desiderio della novità è insito nell'indole capracottese, ma il sapore delle prime patate è senza dubbio migliore delle successive. La ulìa , solitamente, il capracottese la soddisfa commissionando alla sua signora di ammassà dù cavatiéglie con un degno ragù. Tutto ciò, di norma a Capracotta, avviene ad ottobre. A novembre nuova ulìa ! Un'altra pietanza è desiderata dai capracottesi, sempre a base di patate, ma con la variante delle foglie (traduco per i barbari: la verza!), ovvero foglie e patàne ! Dicevo a novembre, perché con l'approssimarsi del rigido inverno, cade la gelatura (brina) che, seppure pericolosa per l'agricoltura e non, conferisce alla verza una inteneritura che la rende molto più gradevole al palato. Quest'anno per la verità è nevicato il tredici di ottobre, poi è tornato il caldo che sembrava maggio; adesso, che siamo agli inizi di dicembre il General Bianco torna a farsi sentire, ma tant'è... le stagioni di una volta non esistono più! E come dicevano i nostri antenati: « Munne è sctate e munne ara esse! ». Noi, comunque, torniamo alla ricetta di foglie e patàne . Della verza vanno utilizzate solo le foglie esterne. Dopo averle ben lavate e pulite, vanno eliminate le coste centrali, in quanto parti più dure (se gentili di stomaco!) e messe a bollire in abbondante acqua salata. Successivamente si aggiungono le patate tagliate a pacche (sezionate grossolanamente) e portate a cottura. Quando il tutto è ben cotto, scolare, aggiungervi il soffritto preparato a parte e, muniti di un buon pestello (preferibilmente di legno), incominciare a pestare. Va pestata e mescolata minuziosamente fin quando la pietanza non assume la forma di una crema ben amalgamata, ovvero un pappóne ! Dicevo soffritto, ma con cosa va preparato? Ingrediente indispensabile sarebbe la muscìsca (carne di pecora essiccata) ma, essendo oggi difficilmente reperibile, la si sostituisce con la pancetta tesa di maiale. La si lascia soffriggere a fuoco lento, aggiungere qualche spicchio d'aglio, farlo indorare, toglierlo, aggiungere il salutare peperoncino ed in pochissimo tempo è pronto. Prima di servire si consiglia di irrorare con formaggio pecorino di Capracotta, lasciandola riposare qualche minuto. I poteri salutari della verza sono molteplici. Secondo la tradizione popolare sembra che abbia proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti e depurative. Fonti attendibili sostengono che contenga vitamine: A, B1, B2, B6, C, D, E, K, PP, ma anche bromo, calcio, cobalto, ferro, fosforo, iodio, rame, manganese, magnesio, potassio, zinco, zolfo, clorofilla ecc. Per quanto riguarda, invece, la patata... ma forse è meglio parlarne la prossima volta! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Foglie e patan' , in «Voria», III:2, Capracotta, dicembre 2009.
- Profumi e balocchi
Lontano da noi la possibilità, anche Comunicato anti... ansia. Cade il Governo ma non scade l'inossidabile Festival. Considerata la capacità di rigenerarsi, nonostante i consueti veleni alla Borgia, sembra appropriato l'accostamento con il mitologico serpente dalle molte teste che rispuntavano ogniqualvolta venivano recise. Di certo è dimostrato che delle sette o nove teste una sia rimasta, per modo di dire, sul collo, anche se sempre più simile a quella di Frankenstein. Infatti, soltanto una fronte spaziosa quanto un aeroporto in disuso poteva rinchiudere il cervello non collegato in quella che Karen Kingston definisce «the dilemma box» o scatole dell'indecisione. Sì, insomma, uno di quei brevetti la cui più precipua caratteristica è quella di far masticare il brodo o di affettare le carote in tempo di record di 30 secondi, salvo poi il montaggio dell'apparecchiatura stessa, che per tale operazione richiede ben il tempo di un'ora. Pare proprio che il Festival sia stato concepito nella camera delle Meraviglie, in termine teutonico wunderkammer , in cui vengono creati e assemblati, per la delizia del genere umano, pezzi davvero unici. Replicabili oggetti d'arte che potrebbero trovare dignità nel Liberace Museum, luogo dove il genio dello spettacolo collezionava bizzarrie perfettamente inutili. Uno di quei posti dove esistono più capelli nelle testa del fu Tenente Kojak, che idee di buon senso. Tutti questi futili, ma necessari preamboli, per introdurre questo personaggio sempre fedele a se stesso, anche nella riproduzione di Medusa. Altro mostro caratterizzato da zanne di cinghiale, mani di bronzo e ali d'oro. Ossia, alcuni degli accessori occorrenti per rappresentare al meglio un evento unico al Mondo, meglio noto come Festival della Canzona italiana. Ecco «qualcosa di nuovo, anzi d'antico» immortalava, in versi, il poeta. Comunque un merito incontestabile gli si deve pur riconoscere ed è quello di aver saputo unire lo Stivale più di quanto non sia riuscito a farlo Peppino, l'Eroe dei Due Mondi. Tutti Fratelli e Sorelle Bandiera, dunque, in un ideale abbraccio che non riconosce distinzioni fra gli italioti, siano essi di Capracotta o Torre Padula, passando per Rocca Cannuccia. E qui si apre lo... "Scanzoniere" del... Pietrarca con "le solite ignote" tra amor sacro e amor profano. Pier delle Vignette Fonte: P. delle Vignette, Profumi e balocchi , in «Sanremo Nocte Festival», 1, Sanremo, 28 gennaio 2015.
- Cicciotto
Con il giornale sotto il braccio, l'immancabile cappello, avanzava rapido, come diretto ad uno scopo preciso, determinato, ma pronto a fermarsi per salutare ora questo ora quello, ben disposto alla battuta e al confronto. Cicciotto s'incontrava per le vie del paese, conosciuto da tutti per il mestiere di calzolaio che da sempre lo aveva impegnato a creare o riparare scarpe con particolare destrezza. Si fermava quasi compiendo una piroetta improvvisa, poi guardandosi intorno con gli occhi vivaci e gesticolando, imbastiva animate discussioni con i passanti in cui la politica era l'argomento preferito: l'impegno che metteva sembrava voler convincere gli altri a rafforzare il proprio ideale in una sorta di rinnovata esaltazione. L'esperienza della guerra e del fascismo aveva prodotto in lui una determinata e coerente risposta: con vanto si diceva socialista e con tenacia sosteneva le sue ragioni. Il pensiero e le parole per lui sembravano correre veloci, ma non lo distraevano dalla concretezza di una famiglia da campare e per la quale si prodigava con soddisfazione. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio , Capracotta 2011.
- Iaco, il campione
Da un lutto calcistico a un altro. Nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1978 perde la vita in un incidente stradale Erasmo Iacovone, 25 anni, il bomber di Capracotta, paesino appenninico in provincia di Isernia. Un pugno di settimane prima, il 20 novembre, ha ingannato il portiere Graziano De Luca (subentrato ad Angelo Venturelli) decidendo con uno scavetto a favore degli ionici il derby col Bari, il più antico di Puglia. Quel giorno, il Taranto ha agguantato il secondo posto, in solitudine. Da allora e per due mesi e mezzo ha sognato la A dietro l'Ascoli dei record. "Iaco", com'è chiamato dai tifosi rossoblù, firma nove reti nelle prime ventuno gare di campionato (come il barese Pellegrini e Massimo Palanca del Catanzaro). Cui si aggiungono le otto nelle 28 partite del torneo precedente, durante il quale, in ottobre, il Taranto lo ha strappato al Mantova e alla Serie C per 400 milioni di lire, più di un milione e 800 mila euro attuali. Sulle sue tracce c'è già la Fiorentina. Ma nella notte del 6 febbraio 1978 tutto finisce. Un'Alfa Romeo 2000 GT, appena rubata dal bandito Marcello Friuli, a fari spenti e alla velocità di 200 km. orari per sfuggire alla polizia, centra la Citroen Dyane 6 dell'idolo tarantino, sbucata da una strada secondaria. "Iaco" sta rientrando a casa dopo aver cenato con alcuni compagni a San Giorgio Jonico. Davanti a un buon pasto, ha provato a smaltire l'avvilimento per due pali colpiti nello 0-0 interno con la Cremonese di poche ore prima. Il suo corpo, a causa della violenza dell'impatto, viene sbalzato a cinquanta metri dal luogo dell'incidente. In quindicimila partecipano nella Chiesa di San Roberto Bellarmino ai funerali, conclusisi nello stadio "Salinella", sotto una pioggia battente. E scanditi dalle tremanti parole del patron Giovanni Fico, un ex macellaio arricchitosi grazie all'indotto dell'Italsider - come in quel periodo si chiamava l'acciaieria Ilva, diventata Arcelor Mittal nel novembre 2018 e ora... chissà -, davanti alla bara del campione portata in spalla dai compagni: «Ho considerato e considero sempre i giocatori del Taranto come i miei figli. Ma tu, Erasmo, eri il migliore. C'erano molte squadre che a novembre ti volevano. E io non t'ho ceduto. Se l'avessi fatto, ora tu saresti vivo. Perdonami, Erasmo. Questa folla ti applaude ancora e io m'impegno a che per il futuro questo stadio si chiami per sempre Erasmo Iacovone». Impegno mantenuto. Il "Salinella" cambia nome solo due giorni più tardi. Con lui, col bomber di Capracotta, svanisce anche il sogno del Taranto. Quello di una delle più grandi città di provincia a non aver mai disputato la Serie A. Ma anche quello del patron Fico. Quello del tecnico Domenico "Tom" Rosati. Quello di «Tetrovic, Giovannone, Cimenti; Panizza, Dradi, Nardello; Gori, Fanti, Iacovone; Selvaggi, Caputi» che i bambini recitano a mo' di filastrocca. Quello del Taranto che insegue una chimera. Sino a quella tragica notte d'inverno. I rossoblù. per altri nove turni, restano in zona promozione, lontani solo dall'Ascoli, capolista e irraggiungibile. Le speranze durano - destino atroce - proprio fino al derby di ritorno, il più atteso, con il Bari che s'impone coi gol di Sciannimanico e Penzo (2-0). Gli ionici scivolano al nono posto. Da quel momento, l'assenza del bomber molisano si fa sentire. Così, il Taranto più forte della storia chiude a sei punti dalla zona che vale la A - e insieme a Sampdoria, Cesena e Sambenedettese - un torneo in cui il sogno si è trasformato in un incubo. Massimiliano Ancona Fonte: M. Ancona, La Bari dei baresi e altre storie... , Wip, Bari 2019.
- L'elicottero inviato a Capracotta costretto a un atterraggio di fortuna
Pescara, 5 febbraio. Le enormi masse di ghiaccio che la neve va da giorni accumulando nelle provincie abruzzesi, si può dire che hanno cancellato nella regione ogni rilievo trasformando l'Abruzzo e il Molise in sconfinati campi di sci, senza più alberi di media altezza. In questo eccezionale spettacolo della natura si inserisce tuttavia un quadro drammatico e doloroso quanto la situazione delle centinaia di comuni isolati dalla neve, ed è l'indescrivibile miseria che attanaglia migliaia e migliaia di famiglie, aggravata dall'eccezionale protrarsi del maltempo. Oggi a Pescara mille disoccupati, pescatori che sono costretti alla inattività per i fortunali che infuriano sulle coste, donne, bambini, si sono raccolti di fronte alla sede della Prefettura per chiedere che vengano al più presto adottati provvedimenti di emergenza e inviati soccorsi. Commissioni guidate dai rappresentanti della C.G.I.L. si sono recate dalle autorità prospettando il grave problema dei tuguri e delle case pericolanti in cui sono costrette a vivere centinaia di famiglie, subendo in tutta la loro asprezza i rigori dell'eccezionale inverno, e chiedendo sussidi straodinari per i senza lavoro. Altre manifestazioni di disoccupati si sono svolte a Popoli, Caramanico, Bussi. Da Villa Celiera, un paese bloccato da vari giorni dalla neve, tre disoccupati sono riusciti a recarsi a Penne, percorrendo molti chilometri a piedi tra enormi difficoltà, per trasmettere da questo comune un messaggio alle autorità provinciali sulla grave situazione dei senza lavoro di Villa Celiera: alla richiesta di qualche sussidio da parte dei disoccupati, infatti, il sindaco di Villa ha allargato le braccia rispondendo che non dispone di alcun fondo. Altrettanto drammatiche sono le notizie che pervengono nel capoluogo sulla situazione determinata dal maltempo nelle varie provincie. In provincia di Pescara, la situazione mentre tente a migliorare in prossimità della costa, si mantiene precaria nelle zone interne dove cinque comuni sono tuttora isolati. A Salle-Caramanico e S. Eufemia a Maiella mancano farina, olio, zucchero e scarseggiano i medicinali. A Pesco Sansonesco, isolato e privo di rifornimenti alimentari, si sono verificati diversi casi di morbillo, e il medico non può recarsi ad assistere gli ammalati per l'impraticabilità delle strade sepolte sotto circa due metri di neve. Si sono verificati crolli, tra cui quello della volta della chiesa; altre case sono pericolanti. In provincia di Chieti i comuni bloccati sono 45. L'opera degli spalatori è stata paralizzata dalla nuova fittissima nevicata di ieri. Nel capoluogo è crollato il tetto di un'abitazione, e quattro case sono state sgomberate per misura prudenziale. A 5 km. da Casa Canditella, una pattuglia di P. S. si imbatteva in una slitta rudimentale che trasportava la sedicenne Ilda Serafini, colpita da appendicite acuta. Gli agenti la caricavano sulla propria jeep e la trasportavano a una clinica di Chieti dove poteva essere felicemente operata. A Orsogna, isolata da cinque giorni, alcuni malati gravi non possono essere trasportati all'ospedale. Nella zona mancano medicinali e viveri. Un'altra abbondante nevicata è caduta questa notte sulla Marsica. I lupi si sono spinti fino ad Avezzano: uno è stato ucciso in via Don Minzoni, altri due sono stati messi in fuga alla periferia della città; un altro lupo è stato ucciso ad Arielli-Stazione, dopo che aveva sbranato un cane. Ogni traffico tra Avezzano e Roma, Pescara, Sora, Napoli e L'Aquila è tuttora interrotto. Ad Aquila nevica copiosamente. Dopo gli appelli del sindaco di Ateleta è giunto questa notte a Castel di Sangro un vigile, Ippolito Di Girolamo, il quale accompagnato da due carabinieri, ha compiuto una marcia di 17 km. nella neve, durata 10 ore, e ha potuto raggiungere Ateleta recando una cassetta di medicinali per i malati gravi. In provincia di Teramo i paesi isolati sono saliti a 100. Branchi di lupi si avventurano fino ai centri abitati: uno è stato ucciso nei pressi di Bisenti. A Cellino Attanasio, la gestante Carmela Marinucci è stata portata su una slitta di fortuna in una clinica di Roseto. Anche nel Molise la neve continua a fioccare senza interruzione. A Capracotta il ghiaccio ha uno spessore di 5 metri e 20 cm. Il paese è isolato da oltre un mese e scarseggiano i viveri e gli antibiotici. La situazione sta diventando davvero grave. Trecento operai hanno preparato una pista di atterraggio per l'elicottero inviato da Roma ma l'aereo non è giunto, perché rimasto bloccato a Campobasso in seguito a un incidente. L'aereo è rimasto fortemente avariato essendo caduto nella neve nel tentativo di effettuare un atterraggio di fortuna effettuato mentre si recava a prelevare una partoriente. A Staffoli, cinque persone sono rimaste bloccate in un cascinale ed una jeep è partita nella speranza di poterle liberare. A Montelongo è crollata la volta della chiesa di San Rocco, senza conseguenze per le persone. A Montenero di Bisaccia, una frana minaccia l'intero abitato. Fonte: L'elicottero inviato a Capracotta costretto a un atterraggio di fortuna , in «L'Unità», XXXI:37, Roma, 6 febbraio 1954.
























