LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- Agnone e le sue campane
– Il Molise è la seconda regione più piccola d'Italia dopo la Valle d'Aosta – mi ha detto Stefi. – Lasciamo il mare e torniamo in montagna? – le ho chiesto. – La montagna è il cuore del Molise. E i molisani sono degli abilissimi artigiani. Cerchi un ottimo falegname? Uno scalpellino che lavori con bravura la pietra? Dei coltellinai che fabbrichino coltelli e forbici di ogni dimensione? Magari dei ramai che lavorino il rame sbalzato? O ti incuriosisce la fabbricazione delle zampogne? Allora sei nella regione giusta, Valentina. I paesi che la popolano sono ancora legati alle tradizioni del passato. Hanno dei nomi strani e curiosi, ma belli da pronunciare. Si chiamano Agnone, Pietrabbondante, Pescopennataro, Vastogirardi, Capracotta. Quest'ultimo si trova a 1.400 metri di quota e sembra sospeso fra la terra e il cielo. Ma non andremo fin lassù. La nostra prima tappa è Agnone. – Cos'ha di speciale questo paese? – Vi si fabbricano le campane, Valentina. E non solo per l'Italia, ma anche per New York e Sidney. Così l'aria del mondo si riempie di suoni inventati nel Molise. Ad Agnone ci hanno indicato subito la Pontificia Fonderia Marinelli. – Andate, andate. Vi faranno sicuramente assistere a una colata – ci ha detto un signore che sembrava il sindaco del paese. Quando siamo entrate nella fucina della fonderia, mi è sembrato di mettere il naso nel cuore di un vulcano. E di lì a poco abbiamo assistito a una colata di bronzo incandescente, tra il crepitio delle fiamme e dense nuvole di fumo. – Non avrei mai immaginato una cosa del genere! – ho esclamato. E mi sono chiesta da quale chiesa e in quale parte del mondo la campana appena costruita avrebbe lanciato al cielo il suo suono argentino. Angelo Petrosino Fonte: A. Petrosino, Il viaggio in Italia di Valentina , Piemme, Casale Monferrato 2002.
- La verità sulle elezioni di Capracotta
Dal titolo "Le allegre elezioni di Capracotta" si legge sul giornale della Capitale "Il Minuto" del 30 marzo scorso n. 33, la seguente corrispondenza: Ci scrivono da Capracotta: «Secondo notizie ufficiali le elezioni, che dovevano svolgersi il 24 marzo sono state rinviate per la presunta assenza di un'alta percentuale di elettori. Nulla di meno esatto: la verità è che una cricca di fascisti locali, nella impossibilità di far trionfare la propria lista, a mezzo di un esposto con non poche firme apocrife, ha fatto presente al Ministro dell'Interno che i socialisti ed i comunisti di Capracotta (quali?) sono temporaneamente assenti per ragioni di lavoro. La popolazione di Capracotta è indignata per il provvedimento, notificato solo qualche ora prima dell'inizio delle elezioni». È risaputo ormai, in Italia e all'estero, che quando si sta a corto di argomenti buoni, validi, si fa ricorso alla qualifica di fascista. Noi saremmo curiosi di sapere la data d'iscrizione al Partito fascista dell'anonimo corrispondente: ma possiamo senz'altro dedurre che è uno di quelli che al fascismo si iscrissero solo per convenienza personale, quando già si era capita la via che il fascismo avrebbe seguito, e quando coloro che al fascismo stesso avevano data da tempo la loro onesta adesione se ne allontanarono. Ma su questo argomento torneremo un'altra volta. Oggi abbiamo altri rilievi da fare. Il corrispondente da Capracotta sapete dunque come ha appreso la notizia del rinvio delle elezioni? Nientemeno da... notizie ufficiali! Pur stando sul posto, non sapeva nulla. Infatti, come i lettori han potuto constatare, ha scritto al Minuto: «secondo notizie ufficiali». Alla notizia ufficiale del rinvio il corrispondente ha creduto senz'altro: quanto ai motivi, la cosa è diversa. Egli è in grado di precisare che nulla è meno esatto dell'asserita assenza di un'alta percentuale di elettori. Noi vogliamo qui osservare che se il corrispondente sta a Capracotta, sa benissimo quanta parte della popolazione risiede in Paese: sa dunque che la maggior parte di essa è assente, non solo per motivi di lavoro, ma anche per l'attuale deficienza degli alloggi. D'inverno, a Capracotta, è stata sempre assente una forte percentuale della cittadinanza; dopo la distruzione del paese, questa forte percentuale è diventata la maggior parte. Nessun dubbio perciò su questa verità. Se dunque di inesattezze bisogna parlare, nulla è davvero meno esatto dell'affermazione del signor corrispondente. Per il quale la verità è... quella che egli immagina. Secondo lui, le cose sono andate così: i socialcomunisti di Capracotta sono temporaneamente assenti dal Paese per ragioni di lavoro. Di ciò hanno approfittato i fascisti locali, che si sono affrettati a far finta la cosa al ministro Romita, socialista. Il quale Ministro si è a sua volta affrettato a rinviare le elezioni. Come si vede, non sono stati i socialisti di Capracotta a rivolgersi al ministro socialista dell'Interno: costui - è chiaro - ascolta più i fascisti che i suoi compagni di fede. E perciò, i socialcomunisti capracottesi non si sono rivolti direttamente al Ministro dell'Interno. Vero è però che ad un certo punto lo stesso corrispondente è preso dal dubbio (o ne ha la certezza?), e si domanda (o domanda) quali sono i socialisti di Capracotta. Ma se non lo sa lui, che ha data la esatta versione della verità, come può saperlo il lettore? Il corrispondente conclude che la popolazione di Capracotta è indignata per il provvedimento. Questa volta siamo noi a poter ben dire la verità: nulla di meno [...]. Che il provvedimento [...] possa essere stato un amarissimo boccone per taluni è ovvio, e dalla corrispondenza stessa ne abbiamo conferma. Ma che la maggior parte della popolazione abbia trovato essere il provvedimento stesso un atto di giustizia, è innegabile. E il signor corrispondente lo sa. Comunque, a rettifica della fantasiosa corrispondenza, lo stesso giornale, nel n. 49 del 6 aprile corrente, pubblicava la seguente lettera: A proposito delle elezioni di Capracotta. Signor Direttore, ho letto su "Il Minuto" una corrispondenza da Capracotta (Campobasso) dal titolo "Le allegre elezioni" nella quale la verità che si vorrebbe difendere è tanto alterata da rendere necessaria una rettifica. A parte la trovata che i fascisti locali avrebbero fatto presente al Ministro dell'Interno che l'assenza temporanea dei socialisti e dei comunisti esigeva il rinvio delle elezioni, ci preme precisare: la lista degli elettori è di oltre 2.000 nomi; il numero degli elettori presenti il 24 marzo non raggiungeva la quarta parte; erano cioè presenti meno di 500 elettori. Se poi si arriva ad affermare che i tre quarti degli elettori - assenti - non costituiscono un'alta percentuale, è questione di criterio. Quanto poi all'indignazione della cittadinanza, si vuol confondere la popolazione con coloro ci faceva comodo far le elezioni il 24 marzo. Possiamo assicurare che il provvedimento, ispirato a vera giustizia democratica, è stato accolto con grande soddisfazione da tutte le persone serie, oneste e intelligenti. Che sono la maggioranza. Gennaro Carnevale Fonte: G. Carnevale, La verità sulle elezioni di Capracotta , in «Il Molise», III:5, Roma, 20 aprile 1946.
- Zero morti capracottesi nelle guerre d'indipendenza
L'Unità d'Italia passò per le guerre d'indipendenza: tre conflitti che, tra il 1848 e il 1866, ebbero come esito l'estensione territoriale del Regno di Sardegna con la conseguente proclamazione del Regno d'Italia. Tali eventi sono il fulcro del Risorgimento e rappresentano senza dubbio il punto più alto della strategia politica tanto di Camillo Benso, conte di Cavour, quanto dei vari movimenti e gruppi mazziniani che, a partire dalla fine delle guerre napoleoniche, avevano promosso l'unificazione di tutte le terre abitate da italiani. Sostenuto politicamente dall'Inghilterra e militarmente dall'alleanza con la Francia di Napoleone III e la Prussia di Bismarck, il Regno sabaudo si espanse a danno dei possedimenti asburgici e dei preesistenti Stati formatisi sulla nostra penisola a seguito del Congresso di Vienna. Sessant'anni dopo quei gloriosi eventi, in pieno fascismo, il Regno d'Italia, tramite il Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, decise di riservare un briciolo di onore ai caduti delle guerre d'indipendenza italiane. E così il museo romano invitò tutte le stazioni dei carabinieri a fornire gli elenchi dei morti in guerra tra il 1848 e il 1860, allargando poi l'arco cronologico al periodo 1844-1870. Il 17 febbraio 1927 il maresciallo Angelo Vincenti, comandante della Stazione di Capracotta, facente parte della Legione territoriale dei Carabinieri Reali di Chieti, trasmise alla direzione del Museo Nazionale la seguente comunicazione: Giusto ordini ricevuti dal superiore comando di Tenenza di Agnone, si ha l'onore di far conoscere che nella giurisdizione di questa stazione non vi sono stati morti nella guerra per l'indipendenza avvenuta dal 1844 al 1870 incluso (compresa la guerra di Crimea). Capracotta contò dunque zero caduti nelle guerre d'indipendenza italiane, una grazia che non si ripeterà nelle guerre successive: il nostro paese pianse infatti 65 vittime dopo la Grande Guerra e 37 dopo la Seconda guerra mondiale. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: E. Bianchi, Le guerre d'indipendenza , Firenze, Salani 1935; S. Conti, Capracotta e la Grande Guerra: 1915-1918 , in V. Di Nardo, Capracotta e la memoria della Grande Guerra: 1916-2016 , Capracotta 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Notizie italiane dal Molise
Capracotta, Isernia. Recenti uscite effettuate nell'alto Molise dal Gruppo Speleologico del Matese e del Gruppo Speleologico C.A.I. di Napoli, hanno rivelato le enormi potenzialità dell'area a NE di Isernia, essenzialmente inesplorata, dove soprattutto nel territorio di Capracotta sono stati individuati gli ingressi di svariate cavità naturali dalle interessanti prospettive di sviluppo; la zona, tutta al di sopra dei 1.300 m.s.l.m., è interessante oltre che per le morfologie anche per la disponibilità dei locali - di solito alquanto rara - non solo a livello di privati. Il Comune e l'Ente per il Turismo, insieme allo Sci Club Capracotta, si sono mostrati addirittura entusiasti all'idea che gli speleologi lavorino in zona! Varie prospezioni effettuate in zona da A. Lala e F. Jovino (Napoli) hanno dato interessanti risultati che si andranno moltiplicando nei mesi a venire. Vedremo. Natalino Russo Fonte: N. Russo, Notizie italiane: Molise , in «Speleologia», XVII:35, Soc. Speleologica Italiana, Città di Castello, dicembre 1996.
- Capracotta: sci, piste ed impianti dell'Appennino molisano
Già il nome parla di popoli antichi, di tradizioni radicate nel passato e di abitudini che tuttora vivono nei racconti e nelle feste locali: siamo a Capracotta, comune molisano di appena 1.120 abitanti in provincia di Isernia. Il toponimo, "Capracotta", si riferisce all'abitudine dei Longobardi di sacrificare una capra al dio Thor ogni volta che si insediavano in un luogo appena conquistato: mangiarne la carne era un rito propiziatorio che allontanava la sfortuna e la carestia, augurando ricchezza e prosperità al nuovo insediamento. Pare che il procedimento abbia portato fortuna: oggi il borgo, vicino al confine con l'Abruzzo, è un incantevole agglomerato di case che mutano aspetto a seconda delle stagioni. Paese di bambole dai tetti innevati d'inverno, villaggio solare e immerso in una natura ridente d'estate, ma sempre frequentato da numerosi turisti attirati dalla quiete e dallo splendore della natura. Ad incorniciare Capracotta, che con i suoi 1.421 metri s.l.m. è tra i comuni più alti dell'Appennino e d'Italia, c'è un paesaggio incontaminato costellato di sorgenti e torrenti, pascoli o fitti boschi di conifere, dove si può respirare a pieni polmoni un'aria argentina e si possono praticare innumerevoli attività sportive e di svago. Ad attirare gli sciatori ci sono due importanti impianti, uno a Monte Capraro per lo sci alpino e uno a Prato Gentile, per lo sci di fondo, che fu sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997 e ospitò la Continental Cup nel 2004. La stazione sciistica di Capracotta si arrampica lungo i fianchi del Monte Capraro e raggiunge punti panoramici mozzafiato, per poi regalare una discesa appassionante e suggestiva tra i boschi di faggio, di media difficoltà. Anche i principianti dello sci troveranno pane per i loro denti: non manca infatti un bel campo scuola, con discese dolci e ampia visuale, dove i più piccoli potranno cimentarsi nella disciplina con serenità e in tutta sicurezza. Alle discese classiche si affiancano altre attività come lo sci escursionismo, lo sci alpinismo e i fuoripista, mentre in estate Capracotta si trasforma in un perfetto trampolino di lancio verso una rete interminabile di sentieri. Dal centro, infatti, partono ben 130 chilometri di percorso segnalato, adatti per fare trekking e in certi casi anche per la bicicletta, immersi tra i faggi, le abetine, le radure e gli alpeggi. Ovunque si volga lo sguardo si scorgono meraviglie naturali da cartolina: da un lato del vette della Mainarde, che superano i 2.000 metri, e il Massiccio della Majella; dalla parte opposta le valli del Trigno e dell'Alto Volturno, il Matese e l'Alto Molise. Prima di avventurarsi nelle escursioni, però, vale la pena di visitare il Giardino della Flora Appenninica, lungo la strada provinciale che da Capracotta raggiunge Prato Gentile. Si tratta di un bel parco di 9 ettari, un vero e proprio orto botanico costituito da specie spontanee e endemiche dell'Appennino centro-meridionale. A parte la cura dei sentieri, per offrire ai turisti la maggiore comodità possibile nella visita, non ci sono segni di intervento umano: la semplice mano della natura è l'artista che ha saputo raccogliere tanta bellezza. Ogni stagione, poi, è corredata dal clima ideale per apprezzare Capracotta e la montagna: in inverno sono frequenti e abbondanti le nevicate, soprattutto in gennaio e febbraio, e il manto nevoso può arrivare anche a 3 metri, rendendo il paesaggio estremamente suggestivo e perfetto per le discese in pista; in estate, invece, le temperature fresche ma piacevoli sembrano studiate apposta per allietare le passeggiate lungo i sentieri. I valori medi di gennaio vanno da una minima di -3 °C a una massima di 4 °C, mentre in luglio si passa da una minima di 13 °C a una massima di 25 °C. Ed ecco giunto il momento di conoscere da vicino l'ospitalità, gli usi, le tradizioni culinarie di Capracotta: l'occasione perfetta è offerta dalle numerose manifestazioni che si organizzano nel corso dell'anno, e a cui vale la pena partecipare. Tra glie eventi più importanti si ricordano la Festa della Madonna di Loreto, dal 7 al 9 settembre, e la festa patronale di san Sebastiano. Quest'ultima è celebrata dalla Chiesa il 20 di gennaio, ma un tempo Capracotta era una paese umile, e in pieno inverno sarebbe stato difficile rendere i dovuti onori al santo: per questo la celebrazione venne spostata alla seconda domenica di luglio, e ancora oggi si festeggia in estate. L'evento più rappresentativo e più atteso è indubbiamente la "Pezzata", la sagra dell'agnello alla brace e della pecora bollita con le erbe aromatiche. Si tiene la prima domenica di agosto in località Prato Gentile, ed è una delle manifestazioni più attese dell'estate molisana. Raggiungere Capracotta non è difficile. Chi viaggia in auto e viene da Roma deve percorrere la A1 e uscire a San Vittore, quindi seguire le indicazioni fino alla meta. Sempre dalla A1 chi viene da Napoli deve uscire a Caianello, mentre chi viene da Pescara deve percorrere la A14 e uscire a Val di Sangro, proseguire in direzione Castel di Sangro, uscire a Rosello e seguire i cartelli fino a Capracotta. L'aeroporto più vicino è quello di Pescara, a 110 km. circa. Enrico Montanari Fonte: https://www.ilturista.info/ , 30 agosto 2009.
- La Casa del Fascio di Capracotta
Sempre a puro titolo esemplificativo e restando in ambito meridionale, citiamo il progetto di Casa del Fascio di Capracotta, in provincia di Campobasso, i cui elaborati grafici furono redatti dall'arch. Giovanni Jacobucci di Roma. Nella relazione tecnica, datata 20 luglio 1942, l'ing. Pasquale Del Vasto di Campobasso che, incaricato della direzione dei lavori, completa il progetto con gli opportuni elaborati tecnici, così descrive l'opera: La Casa del Fascio, che il Direttorio nazionale vuole costruire nel Comune di Capracotta, consta di un corpo semplice di fabbrica a due piani, nel quale sono ricavati il salone per le riunioni, nel piano rialzato, e quattro vani per uffici, nel primo piano; con la parte retrostante del lato sinistro contenente la gabbia della scala e con quella antistante, sporgente su due fronti, contenente la Torre Littoria, nella quale, nel piano rialzato, è ricavato un vano da adibirsi a bar e nel primo piano un vano da adibirsi ad ufficio. Jacobucci aveva infatti concepito l'edificio in due volumi, un anonimo blocco parallelepipedo con le aperture prive di qualsiasi accentuazione decorativa, coperto da tetto a padiglione, e la torre rivestita in scheggionato di pietra, tozza e per di più coperta da un tetto ad una falda. In tal senso il rivestimento lapideo, opposto alla superficie intonacata del volume degli uffici, la mancanza di slancio e la copertura in legno rappresentano elementi estranei al repertorio linguistico del tipo, ma concorrenti a determinare l'aspetto montano adatto alla realtà ambientale del sito d'impianto, posto a 1.400 m. sul livello del mare. Raffaele Giannantonio Fonte: R. Giannantonio, La costruzione del Regime. Urbanistica, architettura e politica nell'Abruzzo del fascismo , Carabba, Lanciano 2006.
- La famiglia De Maio
Nel principio del 1700 venne da Capracotta in qualità di Governatore d'Iliceto il signor D. Giuseppe De Maio che sposò D. Chiara Apotrino, ultimo rampollo della famiglia di tal nome. Ebbe un figlio nomato Innocenzio ch'era il più ricco uomo del Comune. Da Innocenzio derivarono gli altri De Maio non solo ricchi ma nobili. Vincenzo De Maio sposò la nobile Elisabetta De Negris, che era una della primaria famiglia di Campagna nel Salernitano. La di lui sorella sposò un altro nobile di S. Severino. Come eredi degli Apotrino e dei Ronca ereditarono anche i giuspadronati fondati da quelli. Cercando l'origine della famiglia De Maio trovammo che uno di essi fu fatto Governatore della Basilicata e della Calabria, dove esisteva un ramo di tal famiglia annoverato fra i nobili. Come pure appartenne al ceto nobile il ramo che si stabilì in Foggia. Anzi rimontando a tempi assai remoti noi troviamo nel registro di Borrelli, sotto il titolo "Connestabulia de Bitricto": «iudex Maio de Butunto qui tenet Lositum quod est pheudum 1 militis». Da questo Maio giudice e feudatario di Losito discese la famiglia Maio delle Puglie e della Basilicata, ben diversa da altre due pur nobili di Napoli dette pure De Maio e da una terza famiglia De Maio, ch'era albanese e stava anche ad Iliceto nel 1522. Giuseppe Bracca Fonte: G. Bracca, Memorie storiche di Deliceto , Colcerasa, Macerata 1903.
- I pregiudizi sessuali del popolo italiano
In molti luoghi per guarire l'ernia dei bambini si esegue, tuttavia, la prescrizione di Marcellino, il medico di Teodosio, facendo passare il piccolo infermo con tutte le precauzioni che il rito superstizioso impone, attraverso il fusto di un querciuolo o di un olmetto spaccato in due. La guarigione dell'ernia o della rottura o crepatura , come volgarmente chiamasi, è condizionata alla restituzione, per opera dell'arte e della natura, allo stato integrale dell'arboscello, le cui parti del fusto spaccato si ricongiungono e si legano, dopo la cerimonia, per farle rinsaldare. In molti altri luoghi si crede che a guarirsi della blenoraggia e, perfino, della sifilide, basti il contatto dei propri genitali con quelli di un individuo dell'altro sesso in stato di purità o di castità. Si contano a diecina e diecina i delitti commessi in forza di tale pregiudizio, al quale partecipano non solo gli uomini (questi sono spinti a violare, fanciulle impuberi), ma anche le donne. A Capracotta, nel Molise, una mala femmina di Agnone, nella fede di liberarsi dalla sozza infermità di cui era affetta, si congiunse con un povero idiota, Gaetano Di Bucci, inoculandogli il terribile morbo che lo rese deforme e gli procurò il nomignolo di Cupaione. Se la legge è violata dalla superstizione, l'igiene è addirittura calpestata, insieme coi precetti d'arte medica e chirurgica. È comune la credenza nei filtri, i quali spesso sono composti con qualche goccia di sangue mestruo, con qualche stilla di liquido seminale, con pezzettini di placenta, di cordone ombellicale. Talvolta, come accade in qualche paese del napoletano, a dire di un dotto folklorista, che è anche magistrato, è l'uomo che ad accendere la fiamma dell'amore nella donna desiderata o per maggiormente avvincerla a sé, le offre nel pane qualche goccia del proprio seme generatore; spesso poi, è la donna che a legare l'uomo di cui teme il distacco e l'abbandono, gli fa ingoiare qualche filtro composto col proprio flusso mensile. Raffaele Corso Fonte: R. Corso, I pregiudizi sessuali del popolo italiano , in «Rassegna di Studi Sessuali», IV:3, Roma, maggio-giugno 1924.
- Nunzio Baccari si presenta a Francesco Barberini
Preso dalla smania di svelare ogni minimo dettaglio sulla vita e l'opera del presule capracottese Nunzio Baccari (1666-1738), presso la Biblioteca Apostolica Vaticana ho rinvenuto una lettera autografa anteriore al novembre 1710 inviata al card. Francesco Barberini (1662-1738) - nipote diretto di quel Carlo Barberini che fino al 1704 era stato prefetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide - a cui Baccari, non ancora vescovo, chiedeva l'intercessione al fine di essere nominato rettore del Collegio Urbano. La Propaganda Fide, istituita nel 1622, era il dicastero pontificio nel quale si concentrava la direzione e il governo dell'attività missionaria cattolica nel mondo. Appena cinque anni dopo questa venne affiancata dal Collegio Urbano, nato con lo scopo di «istruire e formare un clero missionario secolare originario delle terre da evangelizzare». La lettera di presentazione inviata da Nunzio Baccari, nella quale prega il card. Barberini di farlo nominare rettore di quel collegio, è la seguente: Nunzio Baccari della Diocesi di Triventi, che fù Conclavista dell'Eccellentissimo Sig. Cardinale Orsini nel Conclave, in cui fù creato Sommo Pontefice Innocenzo XII di santa memoria, e che successivamente servì il medesimo Sig. Cardinale in qualità di soprastante di [...] anche per le materie del Santo Uficio, ed indi di Vicario Generale in Benevento per la grazia di anni sette, essercitato nelle materie legali, e Canoniche per lungo tempo qui in Curia. Dottorato nella Sapienza nell'una, e nell'altra legge, ed in età di anni 44 supplica umilmente V. E. a degnarsi di promuoverlo alla carica di Rettore del Colleggio de Propaganda Fide. Questa epistola fa nascere in me tre suggestioni: la prima è di carattere anagrafico, ossia lo stesso Nunzio Baccari ammette di avere 44 anni nella prima metà del 1710, il che collima con la mia ipotesi secondo cui egli nacque a Capracotta il 22 giugno 1666 (e non nel 1667); la seconda è di natura personale, cioè che egli, semplice sacerdote triventino, dimostrò sin da subito di nutrire una grande ambizione a voler scalare le gerarchie ecclesiastiche (il 14 marzo 1718 verrà nominato vescovo di Bojano), frustrando un poco l'idea di umile sant'uomo che mi ero fatto di lui; la terza è di carattere formativo, e mi riferisco al suo addottoramento presso la Sapienza di Roma, una delle più antiche università del mondo. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato , Nobile, Napoli 1856; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; S. Miranda, The Cardinals of the Holy Roman Church , Florida International University, Miami 2002; G. Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro sino ai nostri giorni , vol. XCIX, Tip. Emiliana, Venezia 1860; G. Pizzorusso, I satelliti di Propaganda Fide: il Collegio Urbano e la Tipografia Poliglotta , in «Mélanges de l'École française de Rome», CXVI:2, Roma 2004.
- Carabinieri salvati
Verso mezzodì di ieri (20) due carabinieri della Stazione di Capracotta si recarono per ragioni di servizio nella contrada Staffoli , distante da qui 14 km., e, tornando la sera dopo un lungo e faticoso cammino fra monti e nevi, esaurirono le giovanili forze, e rimasero nell'aperta campagna (circa 8 chilom. dall'abitato) esposti alle intemperie, ed al pericolo di morte imminente. Erano le 8 pom., quando cominciarono a sentirsi da lontano dei confusi colpi di moschetto che quei due disgraziati esplodevano ad intervalli, come per chiamare gente in loro aiuto. Gittato l'allarme da un continuato suono di campane, moltissime persone di ogni condizione con a capo il solerte Brigadiere dei Carabinieri accorsero per salvare le vittime. Una densa nebbia rendeva più spaventevole nella muta campagna l'oscurità della notte, ed uno sgomento tormentava l'animo di tutti. Si organizzò presto un largo servizio di ricerca con fiaccole, lanterne, trombe di Tiro a Segno e finalmente dopo le 9 pom. si rinvennero i due bravi giovani fra le nevi, non più lungo la strada, ma dispersi nella campagna, stanchi, impotenti ed assiderati dal freddo. Non mancarono ristori ed aiuti per trarli fuori pericolo, perché - a giudizio di molti - era quistione di un'altra ora di vita! Una parola di lode va data a tante centinaia di persone che fra l'imperversare del tempo, e non senza seri malanni, si arrischiarono a tarda ora nelle lontane campagne per compiervi un'opera altamente umanitaria e civile, ed un caldo avvertimento va altresì dato alle Autorità militari d'Isernia e di Agnone, quello, cioè, di rendersi esatti conoscitori delle condizioni climatiche di Capracotta nella stagione invernale, durante la quale, se si ha cuore, debbono essere esonerati i poveri carabinieri da servizi pericolosi e lontani, usando loro quel trattamento eccezionale, cui la conservazione della propria esistenza dà anche dritto in un eccezionale paese. Un viaggio di km. 28 fatto nelle condizioni di tempo e luoghi come quello dei due carabinieri avrebbe snervato il più valido e resistente organismo!... Costantino Castiglione Fonte: C. Castiglione, Carabinieri salvati , in «L’Alba», I:7, Isernia, 24 febbraio 1901.
- T'aje ditte ca loche nen ce vaje!
Tutto ebbe inizio quando un giorno, su internet, mi soffermai sul sito della residenza anziani "Santa Maria di Loreto" di Capracotta ed ebbi presto l'idea di tirare uno scherzo ai miei suoceri. Lo scherzo consisteva nel fargli pervenire una lettera della residenza anziani nella quale si comunicava che la richiesta di ricovero presso la struttura era stata accettata: una richiesta che loro, manco a dirlo, non si erano mai sognati di inviare! Preparai tutto con dovizia di particolari. Nella missiva che spedii a nome della residenza anziani elencai le tariffe più consone alle loro esigenze economiche e, in vista del decennale della struttura, scrissi che veniva offerta anche una gita gratuita a Isernia e un pranzo nel miglior ristorante della zona, oltre a una prova gratuita di soggiorno di 15 giorni. Mi affrettai ad imbucare la lettera, smanioso che venisse presto recapitata. Nei giorni seguenti, infatti, mi recai spesso dai suoceri domandando: «C'è qualche novità?», finché la lettera, finalmente, arrivò a destinazione. Tornai a casa dei miei suoceri e li trovai un po' preoccupati, tanto che chiesi: – Cos'è successo? E loro: – Guarda, è arrivata questa lettera da Capracotta. Ma che vieàne truvànne? Nù nen séme fatta nesciùna dumànda! Finsi di leggere la lettera e spiegai che o loro stessi o qualcuno dei figli aveva inviato quella richiesta, ma i miei suoceri risposero che di certo loro non erano stati e i figli men che meno. Il giorno dopo li chiamai e, camuffando la voce in modo perfetto, mi qualificai come Pasquale Paglione, il responsabile della residenza anziani di Capracotta. Fatti i dovuti convenevoli, terminai la telefonata con una domanda: – Capacchió, allora, quanda vié alla casa de repóse? Mio suocero spiegò che non sapeva nulla di questa storia e soprattutto ci tenne a sottolineare che mai sarebbe andato in quella residenza. Io, nelle vesti di Pasquale, mi sforzai di convincerlo che lì si stava benone e lo invitai a provare almeno il periodo gratuito di 15 giorni della cennata promozione, al termine del quale avrebbe deciso. Niente da fare, mio suocero rispose: – T'aje ditte ca lòche nen ce viénghe e basta! Dopo quella telefonata mi recai nuovamente a casa dei genitori di mia moglie e, non appena entrato, mi dissero: – È telefonàte Pasquale, quire de la casa de repóse... Al che risposi: – Fate una cosa: andateci per 15 giorni, tanto è gratis, così questa storia finisce! Non feci in tempo a terminare la frase che mio suocero z'appeccieàtte e disse: – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! Tiénghe la casa méja, pecché aja ì lòche? Il giorno appresso ritelefonai e, spacciatomi nuovamente per Pasquale Paglione, comunicai loro che se non fossero giunti entro il 1° agosto, ci saremmo visti in tribunale perché la Regione Molise - minacciai - concedeva alla struttura, per ogni nuovo paziente, ben 10 milioni, ed essendo già stata erogata la somma, la spesa ricadeva sul paziente che rifiutava il ricovero. Ovviamente tornai di corsa a casa dei suoceri che subito mi riferirono della telefonata e della possibilità d'una citazione in tribunale. Tentai nuovamente di convincerli: – E jétece... ve facéte quìndece juórne e ze fenìsce la mùseca! Non l'avessi mai detto! Si scatenò l'inferno, con loro due che ripetevano: – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! Il giorno dopo chiamai di nuovo e stavolta mi feci passare per l'avv. Piscitello di Pescara, minacciando mio suocero di vederci in tribunale se non avesse accettato l'invito della struttura residenziale. Mio suocero disse: – Io lì non ci vengo e non vengo nemmeno in tribunale. Al massimo posso venire al ristorante! Mi recai per l'ultima volta a casa loro. Stavolta l'atmosfera era lugubre. I genitori di mia moglie erano nervosi, letteralmente stravolti, e quando chiesi cosa fosse successo, mi raccontarono della telefonata dell'avvocato, al che esclamai: – Ma jétece a su cazze de spizie e la storia ze fenìsce na vòlda pe tutte! – T'aje ditte ca lòche nen ce vaje! La vuó capì scin'o nóne? A quel punto sbottai: – Lòche nen ce vuó ì ma al ristorànde scì? Dopo quella mia uscita, i due compresero che si trattava di uno scherzo. A mio suocero j'arvénne la cèra e si limitò a dire: – Aja vedé quanda la fenìsce!!! Mia suocera aggiunse soltanto: – Ride ride... nu è na settemàna ca nen durméme! Nicola Carnevale
- Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro (IV)
L'arrivo a Capracotta: lunedì 16 gennaio 1950 A noi bambini ci fecero uscire da scuola e tutti in fila ci portarono sul corso. In ordine sul marciapiedi aspettammo l'arrivo di "Capracotta Clipper". Non era una bella giornata, era nuvoloso e faceva freddo. Sì, io ricordo prevalentemente il freddo, stando impalati su quel marciapiedi di fronte all'allora Albergo Vittoria, assistiti dal nostro maestro. Neve non ce n'era. Il paese era imbandierato e tappezzato di manifesti colorati inneggianti all'Italia, all'America, ai sindaci di Jersey City e di Capracotta, ai cittadini ed ai nostri connazionali d'America, all'Ambasciatore degli Stai Uniti in Italia, ovviamente a tutte le autorità italiane, civili, di governo, militari ed ecclesiastiche. La Società Autotrasporti S.A.I. di Napoli aveva istituito anche delle corse straordinarie da Napoli per Capracotta, per quanti avessero voluto accogliere Clipper al porto. La cerimonia di accoglienza durò tutta la giornata, dal mattino fino a tarda sera: cortei, discorsi, ringraziamenti, benedizioni, consegne, canti, rinfreschi, pranzi e ricevimenti. I festeggiamenti si conclusero con il lancio di numerosi petardi da parte della ditta Basilico Gennarino di Villa S. Maria. Clipper all'arrivo fu preso d'assalto da giovani e meno giovani. Tutti volevano salirvi sopra. Sul cassone vi erano diverse casse contenenti ricambi ed altri attrezzi, più le lame laterali. Sulla cabina vi fu posto un grande ritratto del sindaco John Kenny, dipinto da un residente Capracottese, che si era basato su una fotografia. Lo precedevano la banda (S. Eusania di Chiauci) e la squadra degli atleti dello Sci Club, sci a spalla. In Piazza il palco per le autorità. Nonostante il freddo tutti erano in piazza e per il corso, ma soprattutto intorno allo spazzaneve, ad ammirarlo affascinati. Giunsero anche abitanti dei paesi vicini, incuriositi dal mezzo arrivato dall'America, desiderosi di vedere il grande mezzo, anch'essi speranzosi di poterne, in qualche modo, godere dei vantaggi. L'ambasciatore degli Stati Uniti nel suo breve discorso disse: «Sono particolarmente lieto che il sig. Armond Gaito abbia potuto venire qui da Jersey City. Egli potrà quindi dare all'onorevole sindaco di Jersey City, John V. Kenny, l'assicurazione che i cittadini di Capracotta non saranno più privati della possibilità di muoversi liberamente nei mesi invernali o dei servizi indispensabili, quale che sia l'intensità delle nevicate». E poi: «Ho l'onore, dott. Carnevale, nel consegnarle lo spazzaneve a nome del sindaco Kenny e della popolazione di Jersey City, di affermare che tale dono onora chi lo riceve quanto chi lo fa». La Rai intanto fece un gran servizio sull'avvenimento e, tra l'altro nel pomeriggio, promosse un collegamento con Jersey City, da casa dei fratelli Ezio ed Oslavio Di Nucci, cognati di John Paglione, con la presenza di Armond Gaito. Fu data così ai compatrioti d'America l'avvenuta consegna del "dono". La prova mancata Il Jersey Journal del 18 gennaio scrisse: «Quello che questo piccolo villaggio d'alta montagna vorrebbe immediatamente è una bella bufera di neve. E Armond Gaito di Jersey City è qui, impaziente in attesa che arrivi. È venuto per mostrare ai residenti come farlo funzionare. Proprio questo inverno però le pesanti nevicate sono in ritardo. E Gaito non può aspettare. Sua moglie dovrebbe dargli un bimbo verso il 1° febbraio. Gaito ha il biglietto aereo per tornare a casa il 25 gennaio». Lo stesso giornale del giorno successivo, dà la lieta notizia: «Armond Gaito, il fantino dello spazzaneve di Capracotta, ha perso la sua gara con la cicogna, ieri è diventato padre. Sua moglie, la signora Josephine ha partorito una bimba di sette libbre». Gli autisti e il meccanico Leo Conti, debitamente istruito da Armond Gaito, fu il 1° geloso conduttore e premuroso custode di Clipper a Capracotta, e per diversi anni. Il 2° fu Romeo Giuliano, il meccanico di fiducia Giuseppe Carugno. In breve tempo il cassone dell'autocarro fu coperto dagli artigiani del paese e servì ad accogliere eventuali passeggeri ed operai che scortavano lo spazzaneve. Lo spazzaneve fu dotato anche di una radio ricetrasmittente, per mezzo della quale gli operatori comunicavano con l'addetto alla stazione metereologica, al piano soprastante il Comune. Già dai primi giorni di febbraio il Comune prese contatti con l'Aci di Campobasso per l'iscrizione del mezzo al Pubblico Registro Automobilistico. Fu chiesta a breve, in loco, una visita da parte dell'ingegnere della Motorizzazione Civile. Le curiosità a margine Un sacerdote, don Gennaro Di Nucci, compose un inno allo spazzaneve. Fu cantato in coro. Il pastore Mauro Giuliano scrisse una poesia intitolata "Capracotta per i villeggianti". Per questa ricevette dal Prefetto di Campobasso un premio di £. 5.000. La società I.V.E.S., industria vinicola di San Severo, offrì 24 bottiglie di vino "San Severo Bianco" da destinare al Presidente degli Stati Uniti d'America e 6 all'Ambasciatore. Il Sindaco di Capracotta nel ringraziare l'amministratore della I.V.E.S. rispose : «Le leggi statunitensi non consentono al Presidente di quella Repubblica di accettare doni, qual che ne sia il valore: da ciò, l'impossibilità di far pervenire l'omaggio al presidente Truman. Credetti allora opportuno di offrire la cassetta piccola al comandante della nave Exiria, e le due grandi a S. E. l'ambasciatore Dunn, che mostrò di gradire moltissimo l'offerta». Anche vino fu il regalo che il Prefetto di Campobasso fece allo stesso Ambasciatore James Dunn. Pura inconsapevole coincidenza. Infatti gli regalò 25 fiaschi di 2 l. cadauno, del vino Sannio Rosso che aveva, insieme alla moglie, gradito a Capracotta, in occasione del pranzo presso l'Albergo Vittoria. Il vino era stato acquistato, per una spesa complessiva di £. 6.685, presso la cantina Teodorico Janigro di Montagano. La notorietà La Provincia di Trento e la ditta Pellegrini di Milano, la quale commercializzava mezzi sgombraneve, avendo letto sul giornale della potenza e unicità del mezzo arrivato, interessati, chiesero notizie tecniche e informazioni. La gestione L'Amministrazione provinciale del Molise assegnò al Comune di Capracotta un contributo di £. 500.000 per l'intera stagione. Lo spazzaneve di Capracotta avrebbe dovuto, a fronte di tale somma, assicurare la viabilità sulle strade: da Capracotta per Staffoli, per Pescopennataro, per S. Pietro Avellana, per Vastogirardi e Vastogirardi-Staffoli. Doveva comunque impiegare 3 operai per 5 mesi. Il sindaco Carnevale ovviamente fece garbatamente notare che la somma era assolutamente irrisoria rispetto ai servizi richiesti. La conferma: 1° attestato di efficienza In tutta la regione, in quegli anni, in occasione di nevicate anche minime la circolazione si bloccava dovunque. Si paralizzava tutto. La vita si fermava. I comuni e la provincia non avevano mezzi né, a quanto pare, cercavano di affrontare il problema, soprattutto per mancanza di fondi. A marzo del 1949, leggendo una rubrica "Girotondo Molisano", il quadro è veramente desolante: «La solita apatia, il solito disinteresse - Blocchi invernali - Gravissimo disagio» ecc. "Il Paese" del 24 gennaio 1950: «Isolati dalla neve le montagne gli abitanti ritornano alla preistoria», questo il titolo, il testo è tutta una dolorosa elencazione di disagi. "L'Unità" del 2 febbraio 1950 titola: «Bloccati dalle nevicate numerosi piccoli centri - servizi postali e comunicazioni interrotte». L'articolo racconta una triste situazione generalizzata nella Provincia, però conclude così: «Capracotta, il piccolo paesino del Molise che ha fatto perlare molto di sé nei giorni scorsi, ha risolto il gravissimo problema delle comunicazioni, non però, come sarebbe giusto attendersi, per interessamento del Governo Italiano». Capracotta ha risolto così, con l'aiuto dei propri compaesani emigrati in America, il suo problema. Riconoscimenti al sindaco di Jersey City Il Consiglio Comunale conferì a John Kenny con una pergamena la cittadinanza onoraria di Capracotta. John Arbitelli, sposato ad una capracottese, regalò al Sindaco un dipinto di Capracotta, il dipinto era stato realizzato dal 18enne Edward Fisher copiato da una cartolina. Nel riceverlo il Sindaco affermò: «Esso sarà incorniciato e abbellirà la parete del mio ufficio». È da dire di contro che dall'America qualche componente del Comitato "Carnival for Capracotta" avevano suggerito ai Capracottesi altre due belle azioni da compiere come segno di ringraziamento verso il sindaco John Kenny: intestargli una strada o una piazza di Capracotta , e possibilmente battezzare un neonato col suo stesso nome. A proposito di questo bimbo che avrebbe preso il nome di John Kenny, John Paglione dice: «Beato lui» , facendo intendere che il neonato sarebbe sicuramente stato adottato a distanza con tutti i vantaggi che ne potevano derivare. Un Giovanni che nacque il 16 gennaio 1950 c'è. Non sappiamo però se il nome Giovanni gli fu dato realmente per rispondere alla richiesta dell'America, oppure se è una coincidenza. È da verificare. Non fu soddisfatta la prima richiesta, peccato! Avrebbe lasciato un ricordo immediatamente visibile in paese e non sarebbe costato nulla. Bastava solo deliberarlo. Capracottesi a Burlington festeggiano il risultato Il "Progresso italo-americano" di mercoledì 8 febbraio 1950 titolava: «I benefattori di Capracotta riuniti a Burlington per celebrare il totale successo della beneficenza». Alla celebrazione (svolta domenica 5 febbraio) furono presenti quasi tutti i componenti il Comitato "Spazzaneve per Capracotta", il sindaco John Kenny, l'agente consolare di Trenton, Turiddu Simoni, il giudice Edward Zampella, il sindaco e altre autorità civili di Burlington, Armond Gaito e tanti altri. Gli italo-americani di Capracotta presenti furono: Giovanni Paglione, Vincenzo Di Rienzo, Sebastiano Di Rienzo, Vincenzo Ferrelli, Vincenzo Di Lorenzo, Nicola Paglione, Luciano Trotta, Loreto D'Onofrio e Francesco Angelaccio. Fu celebrata una messa, servito un pranzo italiano da circa 40 signore e signorine italo-americane. Pietanze prelibate e vini generosi. Testimonianze dell'accoglienza ai festeggiamenti di Capracotta sono state portate da Armond Gaito, lette lettere, telegrammi, articoli di giornali dall'Italia, che hanno dato risalto al driver . Grande soddisfazione di tutti. Qui è stata consegnata la pergamena attestante la cittadinanza onoraria di Capracotta al sindaco di Jersey City, John Kenny. Michele Potena Fonte: M. Potena, Capracotta, il paese della neve tra passato e futuro , in «La Città del Sole», Rocchetta a Volturno 2005.
- Bagliori e faville
Capracotta - chi non lo sa? - è un borgo abruzzese, noto non solo per il nome bizzarro, ma anche per la posizione incantevole e la salubrità dell'aria, per cui meritamente è reputata una delle stazioni climatiche più importanti d'Italia. Nell'estate vi si recano in gran numero signori e signore della migliore aristocrazia italiana e straniera e volentieri vi trascorrono i mesi canicolari, perché ivi, oltre la frescura desiderata, l'amenità del paesaggio e l'ospitalità degl'abitanti, trovano anche ogni confort nei numerosi ed eleganti hotels . Lassù spesso assieme allo scrosciare delle acque digradanti ed al gorgheggio degli uccelli si espandono per la campagna verde e per il cielo infinito i melanconici ed appassionati canti dei montanari, ed in quei canti è trasfusa l'anima di quel popolo montanaro con tutti i suoi dolori, con tutte le sue gioie, con tutte le sue tradizioni, con tutte le sue superstizioni, con tutte le sue speranze. Ma non a tutti è concesso recarsi lassù ad attingere dal labbro di quei robusti garzoni, di quelle gioconde donzelle, di quei vecchi canuti, quelle dolci melodie. Però un giovine, amante della terra nativa, Oreste Conti, con nobile intento, affinché a tutti possa giungere almeno l'eco di quelle rustiche composizioni, volenterosamente e pazientemente s'è recato per quattro anni di seguito, nei brevi periodi di vacanza, lassù in vetta alla sua verde montagna e con diligenza ed amore ha raccolto ed ordinati ben centotrentatre di quei brevi, sì ma schietti canti e li ha pubblicati in questi giorni per i nitidi ed eleganti tipi della Stamperia Editrice Frattarolo di questa città, in un interessante opuscolo di cinquanta pagine, arricchendolo di note esplicative e di leggiadre considerazioni. Al giovine Oreste Conti, l'augurio di una seconda edizione dell'opuscolo, che ha per titolo "La poesia popolare capracottese". Leonardo Sannita Fonte: L. Sannita, Bagliori e faville: Capracotta , in «La Vampa», Lucera, 25 gennaio 1908.
- Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame
È questo un antico detto che riassume con toni lapidari tutta l'esperienza dei nostri avi in fatto di fenomeni meteorologici relativi alla vita contadina. E si, perché la neve che cade a tempo debito, si deposita sul terreno e poi, al disgelo, si scioglie piano piano alimentando le falde acquifere e fornendo il giusto nutrimento alle piante che, durante il lungo inverno, giacciono ricoperte dalla bianca coltre. A primavera i torrenti scorrono impetuosi e allegri cantando una briosa canzone di vita, mentre il grano cresce robusto, formando le spighe che, poi, diventeranno gialle al sole di maggio e di giugno. È la natura che si ridesta e che, se bene alimentata, darà i suoi frutti tanto attesi e sperati, tra i quali il pane, sostentamento essenziale per l'uomo. Sono una donna ultraottantenne che nella sua vita ha vissuto, in ogni inverno della sua vita, molte nevicate, con tormente e con lenti fiocchi, con venti forti e gelidi, con correnti di bora che seccava i volti e la fronte, che ha giocato con la neve, l'ha sciolta fingendo che fosse un gelato, l'ha combattuta e vinta nelle traversate quotidiane per raggiungere le sedi di lavoro, con stivaloni di gomma e senza pantaloni che a quel tempo erano vietati alle donne. Di essa dovrei avere un ricordo poco piacevole per i molti disagi causati non solo a me ma anche a tutti gli altri, privi come eravamo di fonti di calore adeguate, stretti intorno ai caminetti che spesso buttavano rigurgiti di fumo e ci annebbiavano le cucine prive di luce elettrica. Eppure questi miei ricordi sono come poesia, rielaborati nella memoria e rivissuti attraverso il ricordo, a volte, anche nostalgico. Oggi vivo a Capracotta, dove la neve è attesa sempre con gioia e con ansia perché fonte di vita, di ricchezza, di svago. Il gelo purifica l'aria e la disinfetta, rendendola ancora più salubre. Quasi sempre essa non delude; prima o poi arriva con forza e violenza, si ammucchia, crea problemi alla comunità e, quando tutto si placa, resta il manto bianco che ricopre strade, portoni e tetti creando angoli suggestivi degni di un quadro dipinto da un grande pittore. La località di Prato Gentile offre una pista di sci da fondo lunga 15 km. per gli esperti e di 5 km. per i principianti. Essa si snoda lungo il bosco in una cornice magica di alberi dai rami intrecciati sì da formare, a volte, vere e proprie gallerie. Va lo sciatore facendo scivolare il corpo con movimenti ritmici e armonici, offrendo il volto alla frescura, in una comunanza di vita con la natura. L'animo si rasserena, la mente si sgombra dallo stress della vita frenetica di oggi, il cuore gioisce per la libertà del corpo e dello spirito. A guardare la scena, si vede un piccolo esercito multicolore in fila indiana che si snoda come un serpente lungo i viali innevati, in piena armonia col mondo circostante. Il paese innevato, col bel tempo, rifiorisce e, nel fine settimana, si riempie di turisti; i pullman arrivano sul pianoro, scaricano uomini, donne e bambini, alcuni dei quali, soprattutto quelli che non praticano lo sport, si stendono sulle sdraio al sole della montagna che riscalda e tonifica e così passano il tempo crogiolandosi al calore intenso dell'aria. I maestri, uomini e donne, impartiscono lezioni ai principianti; sembra di stare nei pressi di un alveare, con gente che entra e esce dai bar-ristorante, dove a tempo debito molti siederanno a rifocillarsi col pranzo gustoso preparato dai gestori. Giù in paese intanto gruppi di gitanti passeggiano e osservano le gigantografie attaccate ai muri, le case e gli angoli suggestivi, entrano nei negozi e fanno incetta di prodotti tipici. La sera del sabato l'albergo è tutto illuminato: c'è un formicolio di gente che va e viene, macchine parcheggiate, uomini e donne adeguatamente equipaggiati mentre le luci diffondono tutt'intorno un alone di festa e di vita. Le due piste, quella del fondo e l'altra più breve di sci alpino per gli appassionati della discesa, le hanno regalate al paese la natura, l'altitudine, l'aria pura, la bellezza naturale; caratteristiche alle quali vanno aggiunte la gentilezza, la cortesia, la generosità, la forza degli abitanti, qualità queste che esaltano lo spirito del popolo capracottese. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/ , 16 gennaio 2017.
- La fognatura a Capracotta
Capracotta, 6 Maggio. Pare finalmente che le sorti di questo ridente paese, nel quale l'aria finissima, le limpide acque, i verdeggianti colli e le nevi quasi perenni accolgano in ogni stagione il turista lo sportivo ed il villeggiante, siano felicemente decise per la prossima risoluzione di uno dei più vitali problemi cittadini, che segna indubbiamente un gran passo verso il suo sviluppo civile: la fognatura. Nulla è mancato a questo paese che non abbia accontentato, insieme con la tradizionale cordialità di tutti i cittadini, i numerosi villeggianti e turisti. La sola deficienza era costituita dalla fognatura che ha offerto occasione di critiche non certo benevole verso tutte le passate Amministrazioni comunali le quali hanno sempre rimandato la soluzione di questo problema tanto importante specie dal punto di vista della civiltà e dell'igiene, e che mette questo bel centro climatico e sportivo in condizioni di grande inferiorità di fronte ad altri consimili. Apprendiamo ora con viva soddisfazione che il nuovo podestà dott. Filiberto Castiglione, che in ogni campo porta il suo contributo di saggezza e di volontà si è reso conto della necessità impellente di un'opera igienica così importante, e sta studiando il progetto già redatto dal nostro egregio concittadino ing. Angelino Conti, avvisando ai mezzi per la più sollecita attuazione. Il nostro plauso all'egregio dott. Castiglione, il quale ai suoi meriti di valoroso combattente e di fervido ed attivo fascista, aggiungerà certamente anche quello di essere stato l'unico amministratore che abbia saputo e voluto dare al suo paese la tanto invocata fognatura. E questa sarà una delle sue benemerenze più notevoli. Giovanni Paglione Fonte: G. Paglione, La fognatura a Capracotta , in «Il Mattino», XLVI:108, Napoli, 7 maggio 1937.
- Autori capracottesi di libri scolastici
Stando ai miei calcoli, Capracotta conta oltre 110 autori di libri. Tra questi ve ne sono stati, e ve ne sono tuttora, alcuni specializzatisi nei testi scolastici, a cui vanno aggiunti coloro che hanno compilato manuali universitari. Per quanto concerne le discipline umanistiche e sociali abbiamo infatti Alessandro De Renzis (diritto privato), Luisa De Renzis (procedura civile), Mario Di Ianni (teologia), Maria Monaco (linguistica) Loreto Di Nucci (storia contemporanea), Carmine Di Rienzo (disegno) ed Alfonso Falconi (solfeggio). In ambito scientifico e tecnologico facciamo invece assegnamento su Pasquale Carnevale (chimica), Anselmo Di Ciò (matematica), Mario Di Tella (meccanica), Nicola Iacovone (medicina sportiva), Agostino Santilli (scienze forestali) e Ruggero Maria Santilli (fisica). Comincio questa rassegna cronologica da Padre Anselmo Di Ciò (1767-1835), che fu autore di tante e preziose opere didattiche, tra cui i gradevolissimi "Elementi di matematica" del 1816, «vari e didatticamente interessanti come testi per i giovanetti del tempo se non fosse per la citata mania di non utilizzare strumenti di calcolo dell'analisi e della geometria analitica, noti da tempo, che avrebbero semplificato di molto la trattazione». Altrove ho spiegato ( qui ) come il Di Ciò, fedele ai dogmi cristiani, non poté mai utilizzare le intuizioni aritmetiche cartesiane per il timore di essere scomunicato. Valente musicista fu invece Alfonso Falconi (1859-1920) che, affermatosi a Firenze, non abbandonò mai la didattica musicale, impressa nella "Grammatica musicale" del 1890 e, ancor più, nel "Metodo per la divisione" del 1900, «ancor oggi adottata e facilmente reperibile». Egli fu «redattore de "La nuova musica", rivista fiorentina d'avanguardia. Fondò una casa editrice musicale dedicata alle derive contemporanee che distinse con lo pseudonimo anagrammatico di Nicola Salonoff, e fu autore nel 1882 di un'opera intitolata "Guerra alle donne"». All'interno del vasto settore delle scienze forestali, oltre al celebre Giuseppe Di Tella, Capracotta può poi contare su Agostino Santilli (1871-1962), il quale vanta un singolare primato, quello di aver pubblicato il primo manuale italiano di selvicoltura, nel lontanissimo 1891. Agronomo, direttore di banca, nonché ex sindaco del nostro paese, Santilli ripubblicò quasi vent'anni dopo il suo fortunato manuale per i tipi di Hoepli, aggiungendovi note di estimo e nozioni di economia forestale. Spostandoci ora sulle scienze fisico-chimiche rammento il prof. Pasquale Carnevale (1875-1956), «anch'egli capracottese, il quale - insegnante del principe Filiberto e conoscente del principe Umberto II di Savoia - scrisse numerose monografie e studi vari, fino a pubblicare un manuale di "Elementi di analisi chimica" presso l'editore Paravia». Prima di quelli, Carnevale aveva dato alle stampe gli "Elementi di mineralogia" (1909), sempre ad uso dei licei e degli istituti tecnici, visto che insegnava presso il prestigioso Istituto Tecnico "G. Sommeiller" di Torino. Facendo qualche passo in avanti si trova Carmine Di Rienzo (1884-1970), nato in Puglia a Minervino Murge, e che a suo tempo fu un «disegnatore e pittore silenzioso il quale rifugge dai facili successi e dalle voghe inconsistenti», ma che non mancò di dedicarsi all'insegnamento negli istituti magistrali di Barletta. Suo è il manuale "Disegnare così", pubblicato nel 1957 in quattro fascicoli dall'editore Carlo Signorelli. Nel campo della fisica pura risulta arduo comprendere ed esporre il pensiero di Ruggero Maria Santilli, sviluppatosi nell'arco di quarant'anni di lavoro teorico e sperimentale. Nonostante oggi sia di fatto estromesso dalla comunità scientifica internazionale, negli anni '70 egli «ha elaborato una teoria che costituirebbe una nuova generalizzazione della meccanica quantistica, alla quale ha dato il nome di meccanica adronica , e sostiene di aver elaborato una matematica nuova, basata su un nuovo tipo di numeri, denominati isonumeri santilliani ». Per la prestigiosissima Springer apparvero infatti due volumi di "Foundations of Theoretical Mechanics" (1978). Avvicinandoci sempre più ai giorni nostri, vi è il giudice d'appello Alessandro De Renzis, che «non ha mai smesso di adoperarsi nel campo del diritto, specializzandosi negli anni nel settore dell'amministrazione condominiale». Ha esordito come curatore nel 1985, assieme ad Umberto Apice, col manuale "Cambiale, assegno e altri titoli", e come autore nel 1991, con un saggio su "L'amministratore del condominio degli edifici". L'ultima fatica letteraria a più mani è il "Trattato del condominio", realizzato assieme ad Aldo Ferrari, Adriana Nicoletti e Riccardo Redivo, e giunto nel 2008 alla terza edizione. Luisa De Renzis «ha proseguito con notevole frutto la carriera giuridica del padre, spostando tuttavia il proprio interesse sul settore finanziario e azionario». Nel 1990 ha infatti dato alle stampe la propria tesi di laurea ma è solo nel 2007 che, per l'editore Giuffrè - specializzato in manuali e dispense universitarie - ha pubblicato, assieme a Fortunato Lazzaro, "Il decreto ingiuntivo nella fase sommaria", relativo agli artt. 633-644 del codice di procedura civile. Padre Mario Di Ianni, invece, è stato per molti anni professore alla Pontificia Università Urbaniana di Roma dove, assieme a Gaspare Mura, ha pubblicato nel 1995 un manuale di "Metodologia con una guida bibliografica per lo studio della filosofia e della teologia", oltre ad essersi occupato negli anni di bioetica sociale e di temi correlati. Lodevole l'incessante lavoro nel campo dei libri per l'infanzia quello svolto dalla capracottese Maria Monaco, che ha insegnato per oltre trent'anni in classi di scuola elementare a Roma e che, oltre a diverse raccolte di poesie e racconti, può vantare una collaborazione col celebre linguista Francesco Sabatini nei tre volumi de "La parola e il mio mondo", pubblicati nel 1995 dalla De Agostini e pensati proprio per il secondo ciclo della scuola primaria. Per le edizioni scolastiche di Bruno Mondadori, Mario Di Tella compare, assieme a Giuseppe Grosso, sul terzo volume del "Corso di tecnologia meccanica" (1996) per gli istituti tecnici e professionali, un manuale (con tanto di espansione online) nel quale vengono impartite nozioni in materia di lavorazioni non tradizionali, elementi di corrosione e protezione dei materiali metallici, prove non distruttive, prove meccaniche e tecnologiche, macchine utensili, progettazione e fabbricazione assistite da calcolatore ecc. E ancora il dott. Nicola Iacovone, medico dello sport residente in provincia di Roma, «ha collaborato con la Scuola dello Sport del Coni e con le commissioni mediche della Fisi e della Fir, e attualmente è medico del Comitato italiano paralimpico e della Federazione italiana bocce». Ebbene, nel 2004 Iacovone ha pubblicato, assieme a Giorgio Guatelli, il testo unico per i corsi nazionali di formazione e aggiornamento dell'Associazione nazionale dei Professori di Educazione fisica e Specialisti sci del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Cito da ultimo lo stimatissimo Loreto Di Nucci, professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Perugia, il quale negli anni ha prodotto diverse monografie di storia e scienza politica per il suo corso, tra cui "Il sistema dei partiti e l'eredità del fascismo" (2008), sebbene le sue opere vengano oggi perlopiù pubblicate da Il Mulino, la maggiore casa editrice italiana nel campo della saggistica e della manualistica universitaria. L'ultimo libro del Di Nucci è infatti "La democrazia distributiva" del 2016, nel quale lo studioso analizza l'intera parabola della Repubblica Italiana, con i fari puntati sul nostro peculiare Welfare State . Ho volutamente tralasciato alcuni testi in lingua straniera, perché di difficile reperibilità. Mi riferisco tanto alle decine di opere di sociologia e politica economica firmate dai fratelli Torcuato Salvador e Guido Di Tella - ancor oggi utilizzate nei corsi accademici della Univesidad "Torcuato Di Tella" di Buenos Aires - quanto al manuale di diritto civile dei tre Castiglione d'Argentina o al commentario del codice penale brasiliano di Teodolindo Castiglione (1891-1973). Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: U. Apice e A. De Renzis, Cambiale, assegno e altri titoli , Buffetti, Roma 1985; Carmine Di Rienzo all'arca , in «Pensiero ed Arte», XXII, Bari 1966; P. Carnevale, Elementi di mineralogia ad uso dei licei e degli istituti tecnici , Giusti, Livorno 1909; P. Carnevale, Elementi di analisi chimica ad uso degli istituti tecnici, industriali, commerciali e delle scuole agrarie medie , Paravia, Torino 1924; T. Castiglione, Código Penal brasileiro comentado , Saraiva, São Paulo 1950; V. J. Castiglione, A. V. Castiglione e J. C. Castiglione, Manual de derecho civil , El Liberal, Santiago del Estero 1994; C. De Lisio, Anselmo Di Ciò da Capracotta , in «Quaderni di Scienza e Scienziati Molisani», V:8, Campobasso, marzo 2010; A. De Renzis et al. , Trattato del condominio , Cedam, Padova 2008; A. Di Ciò, Elementi di matematica , Reale, Napoli 1816; L. Di Nucci, Il sistema dei partiti e l'eredità del fascismo , Dipartimento di Scienze Storiche, Perugia 2008; L. Di Nucci, La democrazia distributiva. Saggio sul sistema politica dell'Italia repubblicana , Il Mulino, Bologna 2016; C. Di Rienzo, Disegnare così. Nuovo metodo didattico per l'insegnamento dei disegno negli istituti magistrali , voll. I-IV, Signorelli, Milano 1957; A. Falconi, Grammatica musicale , Izzo, Napoli 1890; A. Falconi, Metodo per la divisione teorico-pratico-guidato , Izzo, Napoli 1900; G. Grosso e M. Di Tella, Corso di tecnologia meccanica , vol. III, Mondadori, Milano 1996; N. Iacovone e G. Guatelli, Sport, ambiente e salute dall'esperienza medica alla pratica sportiva , Soc. Stampa Sportiva, Roma 2004; F. Lazzaro e L. De Renzis, Il decreto ingiuntivo nella fase sommaria , Giuffrè, Milano 2007; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , voll. I-II, Youcanprint, Tricase 2016-2017; G. Mura e M. Di Ianni, Metodologia con una guida bibliografica per lo studio della filosofia e della teologia , Urbaniana University Press, Roma 1995; F. Sabatini e M. Monaco, La parola e il mio mondo. Itinerari di lettura e riflessione sulla lingua italiana , voll. I-III, De Agostini, Novara 1995; A. Santilli, Selvicoltura , Hoepli, Milano 1891; R. M. Santilli, Foundations of Theoretical Mechanics , voll. I-II, Springer, New York-Heidelberg-Berlin 1978.
- Taccuino capracottese
Capracotta, gennaio. Quando quassù cade la neve, è un'altra cosa. Bisogna starci, bisogna vedere. È uno spettacolo interessante, è bello. Anche perché la neve di quassù è diversa... È Neve (con la N maiuscola). È una neve superiore, una neve aristocratica: è la Neve. Giù il cappello, amici lettori, alla neve di Capracotta. Se poi, quando quassù cade la neve, si sente un pizzico di bufera, allora, compiaciuto, Dante si muove col più bello del suo Inferno, col più bello del suo Purgatorio, col più bello del suo Paradiso, messi insieme. E tutto trascende. È fisico e metafisico, in ordinato disordine. In queste condizioni, in questo ambiente, a questo spettacolo, se aggiungete un pizzico di sole (forse bastano dieci raggi), contemplate Iddio. Anche lo spirito volgare si avvicina a Dio e Lo contempla lassù quando cade la neve, con un pizzico di bufera e dieci raggi di sole. Usciamo di casa. Non è facile. Ma non è impossibile. Basta la buona volontà. La neve tutt'intorno è vergine: non un'impronta. Né un'anima viva. Procediamo. Saranno tre, quattro metri. Comunque tutte le porte del Corso sono quasi ricoperte. È nostra intenzione arrivare al telefono, in piazza, da Donato, per le ultime notizie. A metà strada un uomo ricurvo con la pala che lavora. Ci salutiamo. È Vincenzo, il buon Vincenzo, la cui vita si svolge tutta nel circolo, per il circolo. Vincenzo è uomo onesto e capace. Grave colpa sarebbe per lui trascurare il circolo. E Vincenzo non lo trascura. Il circolo, nonostante la neve e la bufera, è pronto. Mi raccomando per le sigarette, però. Andiamo avanti. Il telefono è inaccessibile per l'ingresso principale. Tutto è chiuso. Tutto è neve. Che fare? Eccolo, con gli sci, che avanza un uomo imbottito. Ci fa: – Dottore... vi accompagno a casa? Rispondo: – No, vado a comperare le sigarette. Ed egli: – Ma è tutto chiuso... Di rimando: – Ed allora entro qui, da Romeo. – Arrivederci, Dottore. – Ciao – faccio io – e grazie. Se ne va. Solo, solo. Qual è la porta di Romeo? Certamente quella. A due metri, forse meno. Mani e piedi, piedi e mani, in meno che dieci minuti raggiungo quella porta. Apro e faccio: – Ueeé... Sono invitato a entrare. Saraff, la bella Saraff, fa colazione. Rommell, vale a dire Romeo, fa il classico stravacco attorno al focolare. Mi faccio bello e dico: – L'amico fa grossi sacrifici per andare a trovare l'amico in certe circostanze. Vi serve qualcosa? Romeo (Forkettein, direbbe il comandante Nafra) fa il furbo e risponde: – Stavo per venire io da te. Usciamo tutti e due per andare a comperare le sigarette. E che vediamo? Un uomo che azzarda a uscire di casa. Lo guardiamo. Chi sarà? La montagna di neve è pericolosa, quell'uomo è temerario. Sembra strano. Io ho pensato all'uomo delle nevi dell'Himalaya, al tibetano Metoh-Kangmi. Quell'uomo fa di tutto per vincere. Anch'egli con le mani e con i piedi. Ad un certo momento si ferma, si arresta, ci guarda. Quindi ci fissa. Poi evidentemente ci ha riconosciuti, grida: – Ué, campió... È lui: Enzo. Enzo De Mauro. Gli risponde Romeo: – Ci vediamo allo Sci Club. Procediamo per le sigarette. Allo Sci Club troviamo il quarta serie Renato Mosca (irriconoscibile con quella coppola) e il fuori serie Antonio Policella. La competizione è di prammatica. Romeo e Renato, Francesco e il sottoscritto. Perdiamo. Sarà un'altra cosa quando a sostegno del sottoscritto verrà Natalino. Anche Enzo De Mauro abbozza qualche parata. Macché... niente da fare: è negato. Facciamo la via del ritorno. Non c'è più un pizzico di bufera, non ci sono più i dieci raggi di sole. C'è solo la neve. Completiamo questo "servizietto" fra le braccia di Enzo e di Michele, confortati dal sorriso del dolce Massimo. Intanto il 1953 è finito proprio come Dio ha voluto. Ha avuto inizio il 1954. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Taccuino capracottese , in «Momento-Sera», IX:8, Roma, 9 gennaio 1954.
- In memoria dei martiri della Resistenza capracottese
Era d'autunno. A sera, una pallida luce spiò il terrore sul volto di un popolo affranto, mentre nel bosco vagava ancora l'eco degli spari sulla scia nerastra della morte. Sopra il cupo odiare dell'uomo la pietà del cielo si sciolse in lacrime amare, mescolandosi a quelle dei figli e delle madri. Anche l'ultima rondine migrante lasciò cadere la sua stilla di pianto, simile a piccola gemma, perché rilucesse nei cuori di pietra da fittissima tenebra ravvolti. In quell'orizzonte chiuso, senza suoni, senza un palpito, senza neppure un vibrare di ciglia, giunse amico il suon d'una campana - quello della Madonnina - a invocare pace sul mondo senza pace. A notte, su quei due corpi accolti nel materno grembo della terra, si affacciò - per vegliare - un trèmulo brillare di stelle, simile a stormire di piante a primavera, annuncio e segno di resurrezione. Michelino Di Lorenzo
- Leggendario grand-papà
Quando mio cugino torna a Roma dopo essersi ripreso dalle "fatiche" della sua professione ed essersi fatto coccolare da amici e parenti devo passare a chiudere la casa che lo ospita, che fu dei miei nonni materni Enrico e Maria. Non mi sono ancora abituata a quel silenzio in cui oramai è immersa quella dimora, un tempo sempre piena di gente e, dopo aver rassettato, mi induce a riallacciare un contatto con quel passato che, quando riaffiora, mi emoziona profondamente. E allora apro credenze, armadi, cassetti rovistando alla spasmodica ricerca di qualcosa che mi porti ad assaporare sensazioni mai sopite: torno a leggere i diari di nonno, la simpatica corrispondenza che egli intratteneva con uno straordinario esponente della nobiltà capracottese dalle insolite idee politiche per il suo ceto sociale, sfoglio gli album delle foto di famiglia cercando di cogliere particolari che precedentemente mi erano sfuggiti. L'ultima spedizione mi ha riservato una inaspettata sorpresa, da un fascio di foto spuntava una foderina di plastica nella quale era custodito un malridotto documento dal lembo superiore a tratti mancante, all'interno recava una foto sbiadita che mi ha fatto pensare al fratello minore di mio nonno: zio Adolfo, che viveva a Roma e faceva il sarto, stesso ovale, stessi baffi, ma mi sbagliavo poiché i dati anagrafici, perfettamente leggibili, mi hanno rivelato l'identità del titolare: il mio bisnonno che, in famiglia, abbiamo sempre chiamato col francesismo grand-papà . Da quel documento, datato 11 marzo 1927, apprendo che era nato a Capracotta il 24 dicembre 1858, tre anni prima dell'Unità d'Italia, che nonostante all'epoca avesse ben 69 anni, in corrispondenza della professione è riportato "muratore" e, cosa stupefacente, sotto la foto c'è la sua firma! Nell'esaminare minuziosamente ogni particolare: "Regno d'Italia", "Il Podestà del Comune di Capracotta", sono stata trascinata dai miei ricordi di bambina, quando la famiglia si riuniva al gran completo in occasione delle feste e nonno, coadiuvato da zio Ninetto, profondo conoscitore della storia di famiglia, narravano a me e ai miei cugini le "gesta" di grand-papà. Il periodo in cui visse, all'indomani dell'Unità d'Italia nell'ex Regno borbonico, era denso di disagi per le classi più povere: la struttura economico-sociale era rimasta arretrata, mancavano capitali, strade, ferrovie, acquedotti, l'analfabetismo era molto diffuso, l'introduzione della leva obbligatoria, insieme a provvedimenti fiscali impositivi, aumentò tale disagio determinando un'avversione nei confronti del nuovo governo unitario che si acuì il fenomeno del brigantaggio dando luogo a feroci rivolte del popolo, fomentate anche dai borbonici e dal clero e si affermò il fenomeno dell'emigrazione. La popolazione incominciò ad abbandonare l'Italia alla volta di nuovi continenti - Campobasso fu una delle province che diede il maggior numero di emigranti - e lo Stato non poté che assistere impotente a questo flusso migratorio che caratterizzò la seconda metà dell'800. Grand-papà, di umili origini, ebbe un'infanzia piuttosto breve, fu fortunato perché riuscì ad imparare a leggere e a scrivere ma, essendo il primogenito, ben presto fu destinato ad accompagnare con la callarèlla suo padre al lavoro e da questi fu avviato al duro mestiere del muratore. Nonno descriveva suo padre come uomo austero, prima con se stesso e poi con gli altri, guai ad abusare della sua pazienza perché immediatamente si rivestiva della sua intransigenza - caratteristica oggi riscontrabile in alcuni dei suoi discendenti! - ma al tempo stesso persona amabile che adorava stare in compagnia e per questo molto ricercato ma soprattutto animato da gran passione per tutto ciò che faceva. E qui nonno Enrico evidenziava l'importanza di quanto affermava: «In ogni cosa che si fa nel corso della propria vita bisogna impegnarsi, metterci amore...» e con orgoglio ci narrava che grand-papà, nel suo lavoro, era diventato talmente abile che un giorno fu avvicinato da un imprenditore che gli propose di seguirlo in Nord Africa per eseguire dei lavori edili che gli erano stati commissionati dal Governo francese, all'epoca potenza coloniale. Considerando lo strapazzo cui era sottoposto per raggiungere i luoghi di lavoro più disparati, le attese per ottenere incarichi, ma soprattutto i compensi, favorirono la decisione di accettare l'offerta, fortemente osteggiata però dalla famiglia e dal padre per primo con la motivazione che non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Dopo un intenso travaglio interiore, ma ispirato dall'intenzione di risollevare le sorti della famiglia, organizzò la partenza verso quella che rappresentava la sua terra promessa: lo immagino avvolto nel suo mantello e con un fagottello di poche cose che si lascia alle spalle Capracotta, la sua famiglia, i suoi amici, con l'animo in subbuglio, sentimenti di angoscia alternati a sogni ed ambizioni che lo portarono ad affrontare un viaggio lungo e terribile e ad approdare in Nord Africa: in Algeria, ed a stabilirsi nel capoluogo della Cabilia, a Bougie, l'attuale Bejaia. Solo Dio sa quante difficoltà dovette affrontare per integrarsi a cominciare dalle lingue: dovette imparare l'arabo ed il francese. L'Algeria infatti, da Stato colonizzato, era stata francesizzata, a cominciare dalla lingua - tant'è che grand-papà, da màstre 'Ntunine si trasfomò in maître Antoine –; sopravviveva fra la popolazione locale, i berberi, la lingua araba. E che dire del cibo? Ricordo che nonno ci descriveva il cous-cous, tipico pasto berbero, che veniva consumato con una specie di pane che fungeva da posata in un unico piatto ad uso di più commensali: chissà quante volte grand-papà avrà rimpianto i sapori di Capracotta, quelle buone sàgne e mìccule , la 'mpanicce oppure fòglie e patàne di mamma Filuccia. Anche l'habitat ebbe la sua parte: immaginiamo un capracottese che si stabilisce in una città sulle coste del Nord Africa! All'inizio dunque fu molto dura, ma l'entusiasmo che metteva in tutto ciò che realizzava non gli faceva quasi considerare la pesantezza del suo lavoro perché aveva fretta di tornare in Italia e riusciva a rimettere parte dei suoi guadagni alla famiglia. Quando meno se lo aspettava ci fu un piacevole imprevisto nella sua vita privata, venne distratto dall'amore, frequentando la comunità italiana aveva conosciuto la figlia di un marinaio proveniente da Cetara in provincia di Salerno: va precisato che l'immigrazione italiana, subito dopo i lavoratori dell'edilizia, era costituita da gente di mare. Il 4 giugno 1884 sposò la diciassettenne Concetta, ebbero quattro figli, tre maschi e una femmina, mio nonno era il più piccolo. Il progetto di tornare in Italia di grand-papà fu messo da parte perché oramai, oltre ad essersi integrato, aveva una famiglia, ma soprattutto poteva contare sul suo lavoro che gli dava grandi soddisfazioni: ora non era un semplice operaio, era diventato: «Imprenditore di lavori pubblici che presenta tutte le condizioni di moralità e solvibilità...» come recita un certificato de la Mairie de Dellys del 9 maggio 1893 custodito, con l'estratto dell'atto di matrimonio di grand-papà, come reliquie da mia zia Rosetta. Il destino però, se fino a quel momento era stato magnanimo, si capovolse ed inaspettati arrivarono a breve distanza due eventi devastanti per grand-papà. Morì prima la sua unica figlia femmina e successivamente il suo grande amore di gioventù, quella che aveva scelto come sua compagna di vita. Mio nonno raccontava che grand-papà era così disperato che continuare a vivere laddove era stato felice con sa femme gli provocava un tale stato di prostrazione che infine decise che era arrivato il momento di tornare a Capracotta, per riuscire a provare un po' di sollievo. Quando mise al corrente della novità i figli maggiori fu come rivivere gli animati confronti che, a suo tempo, aveva avuto con suo padre: perché tornare in Italia se adesso aveva tutto ciò che non aveva avuto in patria? Zio Vincent, il più grande, avversò il progetto con tutte le sue forze... i nonni materni non erano più giovani e non era opportuno lasciarli... ma grand-papà fu irremovibile, era troppo doloroso per lui restare: desiderava far ritorno a Capracotta con i suoi figli. Non sapeva che quella sua decisione gli avrebbe riservato un altro duro colpo. Infatti, quando la nave lasciò il porto, troppo tardi si accorse che zio Vincent si era tuffato in mare e stava raggiungendo a nuoto uno scoglio, quando udì che a gran voce lo chiamava, si fermò trafelato e gli gridò che sarebbe rimasto in Algeria con i nonni e che non aveva di che preoccuparsi. Fortemente impressionato dall'accaduto grand-papà ebbe come reazione quella di scrollarsi dallo stato di prostrazione in cui era caduto a seguito delle vicende luttuose e, sciogliendosi in un abbraccio con i suoi figli, si propose di riorganizzare la sua vita anche senza zio Vincent che lo aveva piantato in asso proprio quando aveva particolarmente bisogno di lui. Fu così che nel 1901 tornò a Capracotta con nonno Enrico che aveva tre anni, piccolo e malaticcio, tossiva sempre perché soffriva di quell'asma che lo avrebbe tormentato per tutta la sua lunga vita, zio Charles era grandicello e belloccio, cominciava a trasparire quello che sarebbe diventato, un tombeur de femmes ... con disappunto misto a compiacimento nonno raccontava che, di tanto in tanto, grand-papà lo doveva accompagnare alle "entrate" presso le famiglie delle signorine con le quali ogni tanto si fidanzava. Forte dell'esperienza maturata e grazie alle migliorate condizioni di vita grand-papà ricominciò a lavorare di gran lena ricevendo offerte di lavoro anche dai paesi limitrofi. Era diventato un personaggio di tale autorevolezza - nel suo piccolo - che parenti ed amici gli affidavano i propri figli affinché imparassero il mestiere. Fu in una trasferta a Termoli che zio Charles, divenuto oramai il suo braccio destro, fu colto da un malore, che sembrava un banale mal di pancia, ma che si rivelò fatale: perse la vita per un attacco di appendicite con somma disperazione di grand-papà. L'eredità "professionale" di zio Charles passò a nonno che, a nove anni, munito di callarèlla , iniziò ad accompagnare al lavoro grand-papà continuando così la tradizione di famiglia. Fra il 1912 ed il 1913, a seguito della colonizzazione della Libia da parte dell'Italia, grazie al fatto che grand-papà conosceva la lingua araba, gli fu offerta la possibilità di andare a lavorare a Derna e, dato che si trattava di un incarico a termine molto vantaggioso, decise di accettare e, per la seconda volta nella sua vita, lasciò Capracotta e si recò in Nord Africa con nonno Enrico, che ebbe così l'occasione di imparare l'arabo ed il francese. Sul fronte privato grand-papà tornò ad innamorarsi, si trattava di una signora, anch'essa vedova, che aveva quattro figli (mia madre la ricorda con grande affetto e, parlando dei suoi figli, li chiama zii), la sposò e nonno Enrico cominciò a beneficiare delle premure di quella che sostituì la madre, che ricordava solo vagamente, sebbene il rapporto con suo padre fu sempre impostato all'insegna di un'affettuosa complicità. Questa unione fu coronata dalla nascita, nel 1908, di zio Adolfo, il fratello al quale nonno era legatissimo e, nonostante vivessero in due città diverse, ogni occasione era buona per incontrarsi, lo vedevamo arrivare a bordo della sua Fiat 850 rossa senza alcun preavviso e stare insieme era sempre una festa. Nonostante gli eventi, zio Vincent non volle mai venire in Italia se non per brevi soggiorni, tuttavia quando nel 1963 fu colto da una grave malattia, nonno e zia Cettina si avventurarono a riprenderlo, facendo il viaggio andata e ritorno per Bougie, via Marsiglia, scortati dall'esercito francese, poiché in Algeria era in atto la ribellione che ebbe come epilogo la liberazione di questo paese dal "giogo" francese. Zio Vincent era molto sofferente, parlava un italiano con forte accento salernitano, felice di rivedere il fratello e quella nipote che portava il nome della mamma ma la sorte non gli permise di godere delle cure che la mia famiglia gli avrebbe riservato: si spense nel corso del viaggio di ritorno ed ora riposa nel cimitero della mia città. Sono immersa in questo vortice di ricordi quando il trillo del cellulare mi riporta alla realtà, devo tornare a casa, mio figlio mi sta dando per dispersa, e nel riporre il documento faccio una considerazione: basta un breve lasso di tempo per cadere nell'oblio per grand-papà, alias mastre 'Ntunine da Capracotta, scomparso nel 1929. Così non è stato se il suo ricordo si è conservato così vivido fino ad arrivare a oggi. Alda Belletti Fonte: A. Belletti, Leggendario grand-papà , in AA.VV., I racconti di Capracotta , vol. III, Proforma, Isernia 2013.
- Il Molise
La diffusione del credito in piccoli rivoli, la semplicità e la chiarezza nelle pratiche per ottenerlo, sono dunque un problema capitale di regioni rimaste statiche, e in cui troppo si attende dall'intervento dello Stato. Il vanto di avere fatto da sé, contrariamente all'uso, si udrà risuonare ad Isernia, seconda città del Molise. Semidistrutta dalla guerra, Isernia si è ricostruita e, insistono nel dire gli abitanti, con pochi aiuti. L'essere cittadina attiva, nodo di strade che conducono all'Adriatico e al Tirreno e centro naturale di un gran numero di villaggi alpini, le darebbe il diritto, secondo la tesi locale, di essere il capoluogo d'una nuova provincia. Gli uffici dai quali dipende, mi è stato fatto osservare, sono oggi decentrati, oltreché a Campobasso già difficile da raggiungere, a L'Aquila, a Pescara e a Napoli. Triste è la situazione dei villaggi alpini, che avrebbero bisogno di uffici meno remoti, giacché oggi è impossibile ad uno dei loro abitanti andare e tornare in un giorno per sbrigare una pratica: motivo anche questo dei guai tante volte indicati, isolamento, arretratezza ed esodo dalle montagne. Campobasso, lo abbiamo visto, non è dello stesso parere, e oppone che una zona povera, come quella d'Isernia con i villaggi alpini che la circondano, vedrebbe aumentata in misura insostenibile il già grave peso fiscale se si addossasse gli uffici di una provincia. Gli abitanti di Isernia controbattono che ben condotta la zona non sarebbe povera, perché la valle del Carpino è fertilissima. Ho accennato alla disputa, perché mi sembra tipica della regione molisana e abruzzese, nella quale persiste, come si è detto, un carattere cantonale, e a proposito dei Comuni alpini, dirò di sfuggita che uno, Capracotta, è il più alto dei Comuni appenninici, e perciò l'inverno è chiuso dalle nevi e dai ghiacci. Mi è sembrato che a Isernia si tenga oggi a mostrare soprattutto la parte nuova e le costruzioni postbelliche, vanto di una città che vuole affermarsi. Ma è anche piacevole girare in quello che resta d'Isernia vecchia. Vi si trova tra l'altro una delle migliori e più attrezzate biblioteche pubbliche della regione. Nei mercati si ammucchiano frutti di colori vivaci, i peperoni, e quei meloni giallo chiaro, simili a zucche, che vengono dalla Puglia, e hanno sapore di papaia. Isernia è tra i maggiori centri per il merletto a tombolo. Nelle viuzze, dentro le porte, nelle piccole piazze trasformate in salotto, si vedono centinaia di donne e di bambine che lavorano al tombolo sedute su sedie di paglia, spesso dalle otto del mattino alle nove di sera. Come dal vicino Abruzzo, dal Molise e dalle sue montagne viene la maggior parte delle storie di lupi, comodo riempitivo delle cronache dei giornali. Anch'io ne ho udite raccontare un bel numero. Secondo persone del luogo, quegli incomodi ospiti quasi distrutti dalla guerra sono molto cresciuti di numero recentemente, e durante l'inverno calano a centinaia dalle montagne. Il lupo è animale nomade; si dice qui che le razze di queste parti si siano rinforzate per l'immigrazione di una feroce specie proveniente dalla Toscana. È una storia simile a quella per cui si volle che nel secolo scorso gli orsi marsicani, ridotti al lumicino, fossero stati rinsanguati da confratelli siberiani donati dallo zar di Russia. Sui lupi del Molise e sulle loro parentele non so quanto sia vero, e quanto invece sia leggenda. Il fondo sordo e spiritato, che avvertii entrando nel Molise, ci viene incontro con la massima forza tra gli scavi di Altilia e nei loro dintorni, tra Campobasso e i confini della Campania. È questo uno dei luoghi più belli e meno conosciuti d'Italia, anche perché solo nel dopoguerra si iniziarono scavi veramente metodici, per opera dell'attuale soprintendente Cianfarani. Altilia è la seconda delle tre edizioni di una città sannitica, Sepino, costruita in alto sui monti, e distrutta da Roma. Mi dicono che un giorno si scaverà anche dov'essa sorse, ed i risultati potrebbero essere importanti per gli studiosi, giacché non conosciamo ancora città sannite, ma soltanto necropoli; la civiltà del Sannio, che si prolungò per secoli, scomparve sotto terra, e ci rimane quasi ignota. Distrutta Sepino, i superstiti scesero nella piana, e vi eressero Altilia, oggetto degli scavi d'oggi. Abbandonata e sepolta anche Altilia, nacque la terza Sepino, quella attuale, situata sui monti ma meno alta della prima. La Sepino romana, detta Altilia, di cui stiamo parlando, sorse probabilmente nel primo secolo. Volle la fortuna che fosse abbandonata, non spogliata, e costruita in pietre, non in mattone. Nella lenta ricostruzione si trovano perciò tutte le sue pietre intatte e basta rimetterle l'una sull'altra. La suggestione è portata dal luogo, in cui si addensa il carattere del Molise. Vi si può giungere percorrendo il tratturo, pista delle greggi che transumano, battuta da millenni, e attraversante le rovine della città. Si scorgono, tutto all'intorno, querce solitarie e scure, pecore, uomini a cavallo, butteri che accompagnano mandrie di buoi, donne con sottane rosse che le fanno spiccare nei campi. Si sente in modo fisico di essere in luogo separato dal mondo, dove la vita umana perdura, lo si è detto, allo stato brado, come in nessun'altra parte dell'Italia, nemmeno scendendo più a sud; una vita isolata ma piena di tensione, in cui uomini ed animali fanno parte di una stessa mitologia; i monti del Matese, limitando la piana, la chiudono in un senso che non è solo metaforico. Si può credere che gli usi antichi possano qui sopravvivere a lungo; e dicendo che nel Molise va sparendo il folclore superficiale, non intendevamo parlare di un certo folclore più profondo, quasi endemico, che si respira. Ma bisogna piuttosto definirlo degli ultimi avanzi del primitivo, che non sia invece decadenza, esistenti in Italia. Le rovine della città, tra cui sono state rialzate raccogliendo le pietre parte delle mura di cinta, il foro, una porta stupenda, uno stupendo ingresso all'anfiteatro, e un'impressionante tomba, così fuori del tempo, circondata di querce e battute dal vento, sono forse le più romantiche rovine del nostro paese. Si è accentuata qui la mia impressione, provata spesso nel Molise, di essere sullo sfondo di un dramma shakespeariano, in una Scozia primitiva trapiantata in Italia, ma sotto nuvole pesanti o un sole violento, che rende le querce ancora più stregate e più nere. Ho avuto la fortuna di vedere Altilia quando l'archeologia, seguendo il suo corso scientifico, non l'ha ancora disumanizzata. Abitazioni contadine sono state erette ad esempio sull'anello dell'anfiteatro, servendosi delle sue pietre, e la cavea è stata ridotta a piccola piazza rustica, con un grande albero al centro e accanto un toro accovacciato. Nella comunità di case disposte a cerchio si contempla la vita molisana allo stato puro: donne belle, dagli occhi tendenti al verde, dall'espressione aggrondata e quasi grifagna, gli orecchi ornati di orecchini ereditati, d'oro rosso alternato con l'oro giallo; ma invecchiate dalle fatiche, tanto che a trent'anni dimostrano almeno vent'anni di più. Non è facile allontanare questi abitanti delle rovine di Altilia per restituire la forma primitiva all'anfiteatro, un po' per affetto ai luoghi, e perché vedendo scavare si sono convinti che sotto le loro abitazioni vi sia un tesoro. Guido Piovene Fonte: G. Piovene, Viaggio in Italia , Mondadori, Milano 1957.
- Il mistero di due morti per assideramento
Abbiamo dato notizia della morte per assideramento di due coniugi capracottesi avvenuta il 3 corr. Diamo maggiori e più esatti particolari, tanto più che su altri quoditiani il luttuoso avvenimento non è apparso nella sua verità ed interezza, per le stesse tradizioni del popolo molisano e più semplicemente per il buon nome dei montanari di Capracotta, che hanno una non interrotta e mai smentita tradizione di generosità e di coraggio nel recare aiuto ai disgraziati, che nell'inverno quassù, a 1.421 metri s. m., dovessero essere travolti dalla bufera, sento il dovere di comunicare l'esatta versione dei fatti. Due medaglie d'argento al valore civile fregiano il petto di un nostro animoso montanaro per salvataggi operati in terribili condizioni. Molte altre dovrebbero fregiare il petto di decine di nostri concittadini che, mai segnalati, hanno sempre compiuto, con continuo rischio della vita, il loro dovere in simili frangenti invernali, oscuri, purissimi e modesti eroi del più santo altruismo. Sebastiano Di Luozzo con la moglie Sinfarosa Casciato, rispettivamente di anni 72 e 63, si recarono col loro asinello in Agnone per la compera di un maiale. A sera, sulla via del ritorno, essendosi fatto notte, pernottarono in una casa colonica in contrada Guastre, che è a circa metà strada fra Capracotta e Agnone. Al mattino seguente, facendo assegnamento sulle ancora valide forze della loro sana vecchiaia, ripresero il cammino con la sicurezza di rientrare nella loro casa sul mezzogiorno. Che successe allora? Da molti indizi risulta che, iniziata la marcia di ritorno, essi poco dopo furono sorpresi da un violento acquazzone, che man mano che si avvicinavano al paese si tramutava in nevischio acciecante, che divenne sempre più turbinoso quando furono a circa due chilometri da Capracotta, su di un falsopiano, nel quale la violentissima bora gelata si fa, di solito, sentire più gagliarda, mozzando il respiro. Con molta probabilità, i due vecchi, già inzuppati di acqua, ebbero le vesti congelate e fecero sosta per ripararsi dalla tormenta dietro un muricciolo. Fu la loro fine. Fra la neve, col nevischio che accieca e rende la respirazione faticosissima, i due vecchi, stanchi, furono presi lentamente dal caratteristico torpore che inizia l'assideramento e si addormentarono nella visione del loro tiepido focolare crepitante di fuoco. Torna alla memoria la cavallina storna che, in condizioni differenti, assistette alla tragica fine del padre di Giovanni Pascoli. L'asino, fedele e paziente, si fermò a pochi metri, rimanendo a guardare la tragica scena sulla piana bianca e desolata. Solo nelle sue miti pupille è impresso il tremendo mistero. Esso fu trovato coperto di ghiaccioli, imperterrito e fermo presso i padroni, da due robusti e giovani contadini, Costantino Paglione e Domenico Sozio, cognati, che rientravano nella loro casa colonica, dove avevano lasciato solo il loro vecchio padre e suocero. E questa impellente necessità filiale li spinse ad affrontare la bufera, altrimenti avrebbero abbandonata l'impresa. Impressionati dalla vista di quell'asino abbandonato, intuirono che qualche disgrazia era accaduta e fra la tormenta si dettero a far ricerche. A pochi metri, sotto un muro, trovarono i due disgraziati stretti in un gelido misero fardello. La donna era morta, l'uomo si lamentava fisicamente. Mentre il Sozio tornava immediatamente in paese per chiedere aiuto, l'altro rimase a guardia dei due disgraziati, cercando di rianimare il morente. Dopo poco le campane di Capracotta suonavano a stormo ed un gruppo di animosi accorreva. L'ottimo maresciallo Carlini, l'appuntato Nerico, i carabinieri Napoleone e Pompilio sugli sci, il manipolo sciatori della milizia comandato dal sig. Ciccorelli, raggiunsero i due disgraziati, che furono trasportati prima in una casetta presso il Serbatoio, dove dai militi sciatori Venditti e Ciccorelli si fece ogni sforzo con massaggi e respirazione artificiale per rianimare i due poveretti. Visto vano ogni tentativo, li trasportarono in paese, nella casa di Monaco Angeluccio, dove poco dopo arrivò il medico, che praticò iniezioni eccitanti ed ogni altra opportuna cura. Tutto fu vano. La donna era già morta e l'uomo si addormentò nel sonno eterno senza aver presa conoscenza. L'inchiesta sollecita e minuziosa condotta dal maresciallo Carlini e dal comandante del manipolo sciatori, nulla ebbe a rilevare. Ogni aiuto fu portato ai due disgraziati, ogni umano sforzo fu fatto per salvarli. Per il contegno coraggioso vanno encomiati i carabinieri, i militi e i molti concittadini, che fecero intero il loro dovere. È quasi sempre la fatalità che in montagna bisogna ricercare nei sinistri. Fra le tormenta, la voce di aiuti si perde nel nulla. Se i due fossero stati giovani, forse avrebbero potuto resistere; ma a quella età la vigoria è sempre più apparente che sostanziale. Inchiniamoci dunque davanti alla maestà della morte, ma ammoniamo anche che a 1.421 metri sopra il mare, in Capracotta, ogni insensato azzardo va bandito e ricordiamo che la prudenza deve essere il viatico di ogni viandante. Fonte: Dopo la sciagura di Capracotta il mistero di due morti per assideramento , in «Il Popolo di Roma», Roma, 11 dicembre 1931.
- Alle valorose donne del conte di Capracotta
Ma non pur Febo homai nel falso umore risposto havea di buona pezza il giorno; e i rai lucenti del divin splendore, scinti da l'aureo crin s'havea d'intorno; che, cibato d'ambrosia, e nettar, l'hore gli apprestavan veloci il letto adorno, e l'ombra cinta di più oscuro velo, precipitando giù cadea dal Cielo. Nel 1606 la poetessa Margherita Sarrocchi (1560-1617) pubblicò a Roma i primi canti del poema "La Scanderbeide", per onorare la figura del grande eroe albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, e nel 1623 l'opera vide la luce nell'edizione definitiva (postuma) di dodici canti sotto i torchi di Andrea Fei. Quando poi nel 1701 l'editore franco-napoletano Antonio Bulifon (1649-1707) decise di riportare all'attenzione del pubblico la gloriosa Scanderbeide (nella versione a quattordici canti), l'editoria partenopea stava vivendo una irripetibile stagione d'oro. Nel presentare il poema della Sarrocchi, il Bulifon decise di dedicare il primo libro dell'opera a Giovanna Caracciolo (1649-1715) - madre di Carmine Nicola Caracciolo, conte di Capracotta e futuro viceré del Perù - e il secondo a sua moglie Costanza Ruffo (1679-1715). Queste due donne, che guidarono e indirizzarono la vita del più famoso e potente abruzzese vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, sembrano infatti idealizzarsi in due personaggi femminili del poema epico: Rosana, figlia di Amuratte, e Flora, figlia di Pallante. Proprio in quell'anno, il 1701, la morte del re Carlo II apriva una grave crisi per la successione al trono di Spagna e provocava la divisione del patriziato napoletano in diverse fazioni; ma quella crisi fu una manna per il Caracciolo poiché questi, che aveva dichiarato fedeltà ai Borbone di Francia e Spagna, poté apertamente chiedere la «real protezione» quando salì al trono Filippo V di Borbone. Da quel momento in poi la carriera di Carmine Nicola Caracciolo fu una scalata verso le stelle, seppur inframezzata da pesanti difficoltà e viaggi logoranti, il che rafforza il senso del motto latino "per aspera ad astra". Scendon dal monte immantinente al piano, le valorose donne ambo due liete, la dolorosa madre in atto humano, Rosana prega, che sua pena acquete, e ricca copia d'or con larga mano, che d'avaritia può smorzar la sete, le dona, onde rallegra il mesto core, che compagna ricchezza, e 'l duol minore. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. M. Crescimbeni, Dell'istoria della volgar poesia, vol. II, Basegio, Venezia 1730; G. Gimma, Elogi accademici della Società degli Spensierati di Rossano, libro II, Troise, Napoli 1703; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; M. G. Paviolo, I testamenti dei cardinali: Tommaso Ruffo (1663-1753) , Lulu, Raleigh 2014; S. Pezzini, Ideologia della conquista, ideologia dell'accoglienza: "La Scanderbeide" di Margherita Sarrocchi (1623) , in «MLN», CXX:1, The Johns Hopkins University Press, Baltimore, gennaio 2005; F. Pintus, Sul poema "La Scanderbeide" di Margherita Sarrocchi. Note di lettura , tesi di laurea, Università degli Studi di Sassari, 2010-2011. M. Sarrocchi, La Scanderbeide , libro II, Bulifon, Napoli 1701.
- Valorizziamo Capracotta
Ferve l'attività sciatoria su tutti i campi di neve. Treni e littorine, autobus e autovetture riversano folle di sciatori sulle candide distese montane invitanti a corse gioconde e ardite. Lo sci è diventato sport di masse, con immenso progresso fisico e spirituale di coloro che praticano questo sport. La neve non manca nelle nostre montagne. Sono state prese e realizzate iniziative di carattere turistico e alberghiero. Capracotta a m. 1.421 sul mare - ospitale, gentile, signorile; non è soltanto una cittadina privilegiata per la bellezza della sua posizione naturale, è anche un centro turistico di notevole importanza e di particolare interesse. Dal declivio del monte sul quale è distesa, essa guarda M. Campo (metri 1.690) e M. Capraro (metri 1.720) e le ridenti vallate del Sangro e del Biferno. La neve, ottima e costante, nell'altezza media di oltre un metro offre per ben 6 mesi dell'anno allo sciatore virtuoso come al principiante la più svariata e desiderabile gamma di esercitazioni e di discese. Fonte: Turismo: Valorizziamo Capracotta , in «Luci Molisane», I:4-5-6, Campobasso, gennaio-febbraio-marzo 1935.
- La solitudine delle donne capracottesi
Nel 1911 l'analfabetismo in Molise era ancora intorno al 50%, eppure vi erano delle piccole realtà paesane in cui le donne sapevano leggere e scrivere e superavano il 50%. In provincia di Campobasso, spiccavano Ferrazzano e Montagano; in provincia di Isernia, Pescolanciano, Macchia d'Isernia, Pescopennataro e Capracotta. Il bisogno di istruzione si andava dunque sviluppando, anche se molto lentamente, soprattutto nelle zone di montagna. Le ipotesi potrebbero essere due: gli emigranti con le rimesse di denaro che avevano inviato in patria avevano caldeggiato l'istruzione delle proprie figlie, anche per mantenere vivi i contatti tramite corrispondenza e migliorare la loro cultura. Oppure le ragazze di buona famiglia, appartenenti alla borghesia artigianale del paese, andavano a scuola perché i genitori avevano compreso l'importanza di investire sull'istruzione delle proprie figlie. In ogni caso, i dati relativi al censimento del 1911 riferivano che, su una popolazione molisana complessiva di 390.135 abitanti, 12.995 alunne frequentavano le scuole elementari, a fronte di 14.843 alunni; 330 alunni le scuole ginnasiali e 53 le scuole liceali. Sicuramente ancora pochi, ma dagli anni '20, con la riforma Gentile e l'estensione della frequenza delle scuole superiori alle donne, anche le ragazze di condizione sociale più umile, ma portate per gli studi e dunque meritevoli, potevano aspirare a continuare gli studi. Non mancano testimonianze singolari che sembrerebbero corroborare la seconda ipotesi. E a essere protagonista era proprio la corrispondenza di guerra in un paese dell'alto Molise, Capracotta, in un episodio di storia femminile che, un po' pomposamente, potremmo definire di femminismo bellico. Gli eventi storici, desunti da un verbale di sommarie informazioni, alludono ad un caso di dimostrazione di donne, avvenuto nella cittadina in data 31 ottobre 1917, per la mancata consegna della posta militare. Un gruppo nutrito di donne, in pratica, portava in strada, dinanzi l'ufficio postale, la propria preoccupazione per la mancanza di notizie dei loro congiunti militari, dovuta all'interruzione del servizio postale e protestava apertamente contro la guerra. Le donne, poi, spostavano la protesta fin dinanzi la casa dell'On. Mosca, rompendo dei vetri e riunendo in corteo quasi 200 persone, che incitavano l'onorevole a far intervenire il governo per riattivare il servizio postale. Le indagini avviate dalla Regia Procura di Capracotta sulla dimostrazione delle donne portarono ad indagare alcune cittadine con l'accusa di sobillare lo spirito pubblico in senso antipatriottico e venne prescritto per le stesse regolare processo. L'unica a scamparla era Antenucci Michelina che s'allontanava da Capracotta per non farvi più ritorno, mentre tutte le altre furono imputate e processate dal Tribunale di Isernia in data 7 giugno 1918. A tutte fu chiesto di dichiarare le loro generalità e tutte risposero che sapevano leggere e scrivere. Alla fine del processo, venivano ovviamente assolte per inesistenza del capo di imputazione. Questo gettarsi nella mischia pubblica, manifestando il proprio disagio contro le autorità, può annoverarsi come una sorta di indizio, di rivelazione circa l'avvenuta espansione dei compiti femminili in tempo di guerra, dettato dall'urgenza di imporsi nell'agone politico del fronte interno per rivendicare i propri diritti e dimostrare di avere maggiore consapevolezza del loro ruolo, assumendosi le proprie responsabilità e correndo dei rischi. Una prova di coraggio delle molteplici attività femminili durante la guerra, di cui era disseminata l'Italia e che sanciva gli ulteriori passi mossi in avanti verso la conquista del diritto di voto politico femminile. Adele Rodogna Fonte: A. Rodogna, Le solitudini delle donne molisane ai tempi della prima grande migrazione , Meltemi, Roma 2018.
- Il grande viaggio (III)
Una vaga inquietudine mi stava prendendo. Trasalii allorché sul crinale apparve lo sconosciuto: ritto sopra uno scheggione di pietra grigia; era alto di gambe ed aveva un mantello a ruota molto corto. Portava un cappello dalla falda larga, piuttosto calata sul volto ed un fucile a tracolla. Un balenio di luce si accese due o tre volte sulle canne dell'arma. Io scorsi per primo l'uomo, mi rincantucciai meglio tra i due uomini. Girai bruscamente il capo a guardare Giacomo: il volto gli si era indurito di colpo. Taceva. Eravamo dinanzi ad una presenza reale e ostile, sotto il controllo di un'arma. Forse sarebbe stato meglio se fossi rimasto nell'abitacolo. Pensai alla dama, al compagno di viaggio che aveva la testa grande e mani pelose, al nonno. Buon per loro che non fossero esposti come lo eravamo noi tre. Mi ricordai del signore antipatico: forse avremmo potuto trarlo fuori, mostrarlo allo sconosciuto, offrirglielo. Oltre alla barba caprina aveva una spilla d'oro. Giacomo e il suo aiutante s'erano chinati in avanti; mi toglievano la visuale ai lato della strada; di questa scorgevo soltanto una striscia tra i fianchi dei due uomini, che scambiavano a tratti parole brevi, sommesse, incomprensibili. Mi sentivo protetto ma avvertivo che il pericolo non era scomparso: non riuscivo a scorgere la sagoma scura del nemico ma ero certo ch'egli stava ancora lì e ci guardava. E finalmente la salita finì. I cavalli si misero al trotto. I due compagni di viaggio si raddrizzarono, consentendomi di guardare verso lo scheggione di roccia: lo sconosciuto era sparito. Per la seconda sosta la diligenza s'arrestò in una zona boscosa pianeggiante, al centro di una radura, che la strada tagliava nel mezzo; da un lato, quasi nascosta dagli alberi, al margine estremo della radura, si scorgeva una vecchia capanna di legno. Una specie di piccolo terrazzino in pietrame le stava davanti e una rustica ringhiera, composta con grossi rami, le conferiva una certa grazia ingenua e dimessa. Aveva finestrine quadrate, che parevano ammiccare sotto la falda protesa del tetto spiovente. Stava lì solitaria e silenziosa come una bambina scontrosa. Immaginai che l'abitassero piccoli uomini amanti anch'essi del silenzio e della solitudine e sperai di poter rimanere ad attendere che uscissero da quella porta chiusa. Invece nessuno si mostrò e non ci fu segno di vita per tutto il tempo della sosta. A breve distanza, sotto una parete di roccia, sgorgava una fontanella; tutti e sette andammo a bere di quell'acqua. Presso la sorgente compresi che il nonno parlava di me con la signora. Col bicchiere in mano, mentre sorseggiava l'acqua, lei mi andava osservando. Intravedevo, sotto il velo, gli occhi scuri incupiti da un'ombra che li cerchiava e i denti bianchi, lucenti. Un volto che attirava guardandomi, che sembrava chiamarmi con gli occhi. Mi girai quasi di scatto e raggiunsi il lungo terrazzino della capanna. Mi venne incontro il ricordo di mia madre. Sorrideva anche lei con le pupille luminose, piene di quella dolcezza remissiva, un'offerta costante di tenerezza, un invito a tutte le confidenze. Lei non aveva cappelli con veli e animali; intorno al viso girava solo un'orlatura rigonfia e sempre ravviata di capelli castani sui quali si muovevano delicati riflessi. Non aver pensato a lei dalla mattina? da quando m'aveva baciato, stringendomi fra le braccia e fissandomi nel viso. Ricercai quello sguardo e si gonfiò dentro l'ansia di ritrovarlo davvero, un vago desiderio di tornare indietro, di raggiungere il paese, la casa e lei, lei soprattutto, la mamma mia! Invece mi ripresero in braccio, mi portarono sul sedile della carrozza e ripartimmo. Giacomo era sempre più premuroso; mi accarezzl sulla nuca, mi chiese se avevo mangiato qualcosa. Tardai a rispondere, ero distratto, assorto, vedevo il paese mio: strade, vicoli, piazze, mura, case, casette. Mi trovai nelle mani un po' di pane ed un uovo sodo. L'orizzonte si slargava di nuovo intorno a noi, l'aria diveniva più fresca. Ancora un po' di malinconia: la nostra casa in mezzo alle altre. La via stretta, il vicolo più stretto, la piazzetta piccola, il riquadro del giardino. Laggiù, in una lontananza dorata, tutto era sparito dalle prime ore del mattino. Allora era cessata l'oppressione di quelle mura troppo vicine fra loro, troppo alte, che si ergevano verso strisce di cielo e di luce. Partendo, ero felice di andarmene di là ed ora una sensazione di vuoto, di smarrimento mi veniva procurando sottili sofferenze: forse la prima nostalgia, il sintomo di un male oscuro e lieve. Si continuava a salire e l'orizzonte ad allargarsi. Una montagna grande grande si era avvicinata alla strada; l'aveva fatta strisciare sui suoi pendii e poi più in alto. Con certi muraglioni a strapiombo e svolte improvvise, la via, divenuta audace, si andava avvicinando alla cima. La diligenza avanzava a fatica; dal petto dei cavalli le cinghie si stiravano nello sforzo del traino. Finalmente una groppa verde, chiazzata di neve, niente più. Il cielo, il grande cielo. Una immensità di luce azzurrina, abbacinante. Guardavo e la sofferenza mia si stemperava, finiva. Ero in un altro mondo. L'avevo guardato da lontano, dai muraglioni che sorreggevano le strade e le case del mio paese. Ora lo avevo raggiunto, lo contemplavo da presso. Esso si faceva scoprire, si offriva alla curiosità ansiosa, tutta lievitata di fantasia. Impensate bellezze, luci, colori, riflessi, lontananze vibranti nel sole; rocce, prati, nevi, alberi, segni superbi della natura. E lo spazio, l'infinito. Esso mi eccitava. Al di là di quell'incantato sgomento, il desiderio, la curiosità, la spinta ad andare innanzi. Da lontano, da molto lontano un latrare di cani. Finì di colpo e poi ricominciò. Per un poco parve avvicinarsi ed invece si allotanò di nuovo. Ed ecco che venne decisamente dalla nostra parte spezzandosi, riprendendo, affievolendosi; si fece rabbioso, serrato, cattivo. – Adesso vedrai la volpe, – m'avvertì Giacomo. E la vidi. Distanziati i cani, che l'inseguivano, ci tagliò la strada, cento metri avanti. Era bella. Con la testa protesa e la coda dritta, correva muovendo le zampe velocemente: una pennellata di colore fulvo rapidissima. Poi, dopo alcuni minuti, sulla stessa traccia, passarono i cani: erano brutti e correvano male, a sbalzi scomposti, con la lingua pendente dalla bocca aperta. Si capiva ch'erano inferociti perché la volpe se n'andava, li batteva. Ero contento. Parteggiavo senz'avvedermene per la volpe. Sola e piccola mentre i cani erano cinque e quattro di essi molto grandi. Uno era basso e magro, un cane da niente. – La riporteranno alle poste. Disse Giacomo e indovinò di nuovo. Sentimmo che la canea ritornava. C'era sulla destra una valletta, coperta di erba alta e folta, con minuscole traccioline di vecchi sentieri. Su uno di questi s'infilò la striscia fulva ma dietro di essa, subito, a breve distanza, apparve il cane basso. Non si capì come avesse fatto a guadagnare tanto terreno, staccando gli altri quattro più grossi che tardavano ad apparire sul sentiero. Sperai che la volpe corresse di più e per un tratto questo avvenne; invece, all'improvviso, uno sparo spaccò l'aria sulla valletta e la vidi fare un balzo, ricadere sull'erba, rimanervi immobile. Povera volpe! Il cane le fu addosso; cercò di morderla ma quella, da stecchita che era, ebbe uno scatto ed azzannò il nemico alla gola. – L'ha fatto! – esclamò Giacomo. – È inutile: il cane che va avanti è sempre il più fesso. Le due bestie, dopo alcuni sussulti, stavano sull'erba e arrivarono gli altri cani e abbaiavano e saltavano senz'accostarsi. Poi giunsero i cacciatori, uno alla volta; discutevano, litigando fra loro, pareva che dovessero venire alle mani. La carrozza era ormai al culmine dell'ascesa; le voci irate non si sentivano più: dinanzi a noi s'apriva il valico, il punto più elevato del percorso. – Guarda –, disse Giacomo, sollevandomi il mento con un dito. – Lo vedi? Una fila di case bianchissime, forse fatte di neve, sull'orlo di un crinale; dietro quelle case il cielo, il cielo soltanto. La strada cominciò a scendere dolcemente e i cavalli si rimisero al trotto e il tintinnio dei campanelli si fece più allegro, si confuse col rumore delle ruote, con gli scricchiolii dei legni della diligenza, con alcune voci di gente che salutava, uomini issati sui basti di una teoria di muli sporchi, anneriti dal carbone. La carrozza correva di più perché il trotto diventava più vivace e le case bianche ingrandivano: il paese. Eccolo. Com'è bianco! Com'è bello! Socchiudere gli occhi. Palpebre appesantite dalla stanchezza, pupille abbacinate da tanta luce. Essa si trasformava nell'animo in una felicità primitiva, un tremore fuso nel nome, nelle sillabe di un nome che per la prima volta scandivo e che imparavo per sempre. Franco Ciampitti Fonte: F. Ciampitti, Il grande viaggio , in T. Sardelli, Narratori molisani , Marinelli, Isernia 1975.
























