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  • La nascita del coro

    Tra le poche cose che dànno gioia alla vita, ci sono la musica e con essa il canto. La memoria corre verso quei lunghi inverni pieni di neve in cui la sera, dopo una cena fra amici, onorata con qualche bicchiere di vino, Antonio "la Parrocchia" iniziava a cantare con la sua sottile voce e gli altri con lui. E fra questi anche Michele. Perché il canto si coniuga bene con il vino. Così Michele, voce di basso, ha un desiderio. Costituire un coro. Un giorno di fine settembre, con il tiepido sole e con gli alberi che hanno iniziato a cambiare il colore delle foglie, Michele esce di casa, quella sulla piazza principale. E incontra don Elio, il parroco, che passava di lì per caso: – Senti, – gli dice – vogliamo costituire un coro? – Cosa? – risponde don Elio, che stava pensando sicuramente ad altro. – Un coro, un coro parrocchiale: ho già trovato la maestra – aggiunge entusiasta Michele, pensando a una maestra di musica di Isernia. – Certo, mi fa piacere, ma prima ancora mi stupisce. E cosa dobbiamo fare? – Chiede questa volta don Elio. – Poco fa è passata Antonietta Beniamino, forse stava andando dalla mamma. – Risponde Michele, – Iniziamo a chiedere a lei cosa ne pensa. So di sicuro che ha una bella voce e voglia di cantare. Michele e il parroco si incamminano lungo corso Sant'Antonio per interpellarla. Giunti sotto l'abitazione del padre, Antonino Fox, Michele chiama Antonietta che subito risponde affacciandosi alla finestra. – Che bella idea, mi piace. – E suggerisce: – Perché non chiedete anche a Emilia "la Caccia" che, con la sua estrosità, mi sembra abbia anche l'attitudine al canto. Emilia abita qualche portone più giù rispetto a quello di Fox. Quando i due la raggiungono sembrava proprio essere in attesa di un'occasione per sfuggire alla noia che a volte prende il paese. E risponde con un secco: – Ci sto. – Poi aggiunge: – Può cantare anche Adriano. – Adesso non esageriamo. Dobbiamo fare il coro, non la cummenèlla. – Replica con un filo di ironia Michele. – Anche quella, – aggiunge di rimando "la Caccia", – e poi Adriano ha una voce intonata. Con questa risposta, Michele si lascia convincere. Promosso anche Adriano. – Adesso bisogna trovare una voce robusta – propone Don Elio. – Ho un'idea e so a chi chiedere – afferma Michele, che subito si avvia, seguito dal parroco, verso la Via Nova fino a prendere la vecchia via San Rocco: che, raccontano le semplici storie locali, era sempre piena di gente che saliva e scendeva per andare al mulino di zi' Vincenzino Buonanotte. Proprio dove oggi c'è la bottega di Costantino "il Mastruccio". Come se Michele volesse andare alla ricerca di qualcosa di nuovo sulle tracce del passato. Mentre si avvicinano al quartiere di Curdìsche, Michele nota, seduto sopra a un trattore, il personaggio che stava cercando; riconoscibile anche dalla folta e vistosa barba. – Ennio, ferma un poco quel trattore – gli chiede Michele. – Buon giorno Avvocato, che mi dici? – Siamo alla ricerca di persone per costituire il coro parrocchiale. Tu ne vuoi fare parte? Enniuccio, buono e generoso come sa essere in tutte le circostanze, risponde con un semplice: «Va bene», senza chiedere altro. Sicuramente perché le persone che gli stanno di fronte, gli ispirano fiducia. E poi aveva anche cantato quando faceva l'alpino. E sempre lo si vede, nei giorni di canto, vestito a festa. Cosa alquanto rara, perché le sue giornate sono continuamente prese dal lavoro. Don Elio e Michele possono essere soddisfatti. L'inizio è avvenuto. E poi... Il poi verrà. – Passiamo parola – consiglia fiducioso don Elio. Oggi il coro è un elemento essenziale della collettività di Capracotta. È come un'opera d'arte che impreziosisce e allieta le occasioni alle quali viene chiamato a partecipare. I suoi canti rendono meno greve perfino la naturale tristezza dei funerali. Al Padre Nostro della Messa cantata, poi, sulle note delle canne dell'organo: su, tutti insieme, cantiamo con il coro. E il canto, senza uscire dalla gola, diventa sempre più vasto. Non è questo un momento di gioia che il coro ci dona? Fanno inoltre parte del coro parrocchiale anche: Antonio Sozio e la moglie Giuliana Di Rienzo, Liliana di Rienzo, Antonio Di Lullo e la moglie Ernesta Sammarone, Maria Di Rienzo, Nicola Casciero, Maria D'Andrea, Tonino Giuliano e la moglie Anna Maria Labbate, Maria Vizzoca, Bruna Fiadino, Donato Di Tella, Loreto Giuliano, Carla Paglione, Rosalba Carnevale, Antonia Potena e Margherita Carnevale. Lorenzo Potena Fonte: L. Potena, La nascita del coro, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Gaetano

    La giornata cominciava presto per Gaetano, ma anche per il vicinato che lo sentiva all'alba battere sulla falce per prepararla al lavoro nei campi e ancora quando incitava le vacche ad uscire dalla stalla per avviarle al pascolo; lo scampanio risuonava nella strada ora accelerato ora lento come il loro passo che a tratti accennava ad una corsa o seguiva mollemente l'ancheggiare dei fianchi pesanti. Il muggito sotto le finestre diventava poi più debole quando si allontanavano dietro le case per dividersi lungo i sentieri della Guardata. Lui gridava, imprecava alla loro pigrizia, con un bastone in mano le seguiva, le chiamava, le rimproverava. Gaetano, magro nel gilet, nei pantaloni di velluto stretti con una larga fascia intorno alla vita, indossava un cappello un po' logoro che gli nascondeva gli occhi già piccoli e il naso sottile dal quale partivano dei baffi discreti. Affascinante nella sua rudezza, aveva un modo di preparare il cavallo che faceva pensare all'eroe di un'impresa epica di cui solo lui conosceva pericoli e glorie, con maestria legava la sella e con eleganza prendeva le briglie, poi si avviava a passi lenti diretto alla masseria: gli scarponi chiodati suonavano sulla pietra confondendosi con gli zoccoli del destriero fino alla prima svolta della strada. Quest'uomo avvezzo ai lavori nei campi ed esperto nel trattare gli animali sembrava indurito dalla fatica, in realtà nascondeva un cuore tenero, soprattutto con i bambini che trattava con una distanza ammirata, rivolgendo loro sorrisi disarmanti che per i piccoli valevano più delle parole. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • L'eroismo del telefonista Alfredo

    Doliana (Peloponneso), 7 novembre 1940. La pretenziosa e fallimentare campagna italiana di Grecia è cominciata da appena dieci giorni, dopo un'offensiva dell'esercito italiano lanciata in Epiro, quando il caporale Alfredo Sozio, appartenente al 26° Raggruppamento artiglieria di Corpo d'Armata, si ritrova nel bel mezzo di una violenta controffensiva greca. Malgrado la propaganda del regime fascista, i greci sono molto più organizzati degli italiani e, soprattutto, possono contare sull'efficiente supporto britannico. Gli uomini del comandante Alexandros Papagos sono infatti pronti a difendere con ogni mezzo il suolo patrio dagli invasori italiani che, dopo aver guadagnato l'Albania, vogliono ora dimostrare a Hitler di poter guerreggiare in autonomia e con poco sperpero. Alfredo, però, si accorge presto che gli italiani sono numericamente inferiori, militarmente impreparati e logisticamente disorganizzati. Di questo passo la guerra la perdiamo, pensa il caporale. Ciò nonostante, lui è un telefonista e, in quanto tale, ha l'ordine preciso di mantenere costanti i collegamenti tra il reparto e il relativo comando. Ma Alfredo è soprattutto un montanaro - è nato il 19 giugno 1916 a Capracotta - e, come tutti i capracottesi, è testardo, intelligente e ligio al dovere. La controffensiva greca è tuttavia micidiale, ed egli, voltatosi un momento per dare un'occhiata ai suoi commilitoni, si accorge che alcune cariche di lancio del suo reparto, evidentemente colpite da una granata greca, stanno prendendo fuoco. Non c'è un minuto da perdere: l'intero raggruppamento potrebbe saltare in aria, visto che accanto alle cariche ci sono le munizioni. Alfredo intuisce che deve abbandonare la linea telefonica se vuole sperare di salvare sia gli uomini che i telefoni. Correndo accovacciato fin dove sta divampando l'incendio, con gran sprezzo del pericolo riesce a isolare le fiamme utilizzando alcune pesanti coperte militari. La tragedia è scongiurata ma la guerra incessa. Solo nel tardo pomeriggio termina l'attacco dei greci, coi nostri che si ritrovano spaesati a contare decine e decine di morti sul suolo peloponnesiaco. Ad Alfredo Michele Sozio (1916-1963), tornato in Patria, viene conferita una Medaglia di bronzo al valor militare per l'atto d'eroismo compiuto durante la campagna italiana di Grecia, dopo di cui capisce di essersi sbagliato almeno su una cosa. Quella guerra è stata vinta... ma a che prezzo? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: Decorazioni al V. M. concesse per operazioni di guerra sul fronte greco, in «Il Messaggero», LXIII:117, Roma, 16 maggio 1941; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; G. Rochat, Le guerre italiane: 1935-1943, Einaudi, Milano 2008.

  • Fonti e sorgenti di Capracotta: la Fonte Sambuco

    Il sambuco (Sambucus nigra) è una pianta angiosperma dicotiledone appartenente alla famiglia delle Viburnacee. Per le proprietà benefiche dei suoi fiori e delle sue bacche, il sambuco trova largo impiego in ambito fitoterapico come diuretico e/o lassativo. Sul territorio di Capracotta esso è piuttosto comune e, nel caso specifico, ha dato nome anche ad un'antica fonte situata nel bosco del Vallone delle Incotte che, nella stagione fredda, porta molta acqua. Questa gola deve il suo nome non tanto alla natura calcarea della roccia quanto all'aggettivo latino incocta, nel senso di "bruciata": in quest'area, infatti, i capracottesi erano soliti preparare le carbonaie (cuatuózze) per la preparazione del carbone. Un'accezione di terra incocta altrettanto aderente è quella di "luogo imbevuto", il che spiegherebbe quanto detto circa la portata idrica del vallone stesso. La Fonte Sambuco (in capr. Fónde Sammùche) - che il maestro Domenico D'Andrea considerava «sorella, in un certo senso, della Fonte degli Angeli» di Sant'Angelo del Pesco - è una sorgente perenne con una portata media di 2,46 l/s ed è segnalata sin dal 1753 sulla cosiddetta Pianta Barosio come punto di ristoro del «tratturo antico». La sua particolarità è che il muschio copre omogeneamente tanto le rocce da cui sgorga l'acqua quanto i tronchi in cui essa cade, così da farla sembrare una pianta viva. Francesco Mendozzi Bibligorafia di riferimento: D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995. F. Di Tella, L'oro blu di Capracotta. 100 miniere attive ed esaurite, Capracotta 2021; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.

  • Ruggero Maria Santilli

    Ruggero Maria Santilli nasce l'8 settembre 1935 a Capracotta (Isernia) ed oggi ha doppia cittadinanza, italiana e statunitense (è negli Stati Uniti dal giugno 1985). La moglie, Carla Santilli, è RSU presso l'Università di Boston. Ha due figli, Luisa ed Ermanno, entrambi laureati a Boston. Dopo essersi diplomato ad Agnone (Isernia) e laureato in fisica con tesi di ricerca (tra le BS e un Master) del Dipartimento di Fisica teorica presso l'Università di Napoli (1959), si è specializzato in Fisica teorica con tesi di ricerca avanzata (equivalente italiano del dottorato di ricerca a quel tempo) presso l'Istituto di Fisica teorica presso l'Università di Torino (1966). Fino al 1965 è professore assistente presso l'Istituto San Secondo a Torino, quindi insegna presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Torino (dal 1965 al 1967) ed è nel contempo assistente di professore e direttore del Dipartimento di Fisica nucleare dell'Istituto "Avogadro" a Torino e visiting scientist (estate) presso il Centro internazionale di Fisica teorica di Trieste. Dal 1967 è negli Stati uniti come visiting scientist presso il Centro di Fisica teorica dell'Università di Miami, Coral Gables, FL, sotto contratto con la Nasa e Usafosr. Dal 1968 al 1970 è senior research associate presso il Dipartimento di Fisica dell'Università di Boston, sotto contratto con Usafosr quindi, fino al 1975, ricercatore di Fisica presso il Dipartimento di Fisica della Boston University e nel 1976 professore associato di Fisica presso il Dipartimento di Fisica della Boston University. Dopo il 1976 diventa visiting scientist presso il Centro di Fisica teorica del Massachusetts Institute of Technology a Cambridge e nel 1977-78 onorario research fellow, Lyman Laboratorio di Fisica dell'Università di Harvard a Cambridge (Massachusetts), passando poi al Dipartimento di Matematica come principale co-investigator di contratti DOE. Negli anni Novanta è in Russia: nel 1992-1993 è visiting professor presso l'Istituto Nazionale per la Ricerca Nucleare a Dubna (Russia). A seguire è professore onorario di fisica presso l'Accademia delle Scienze dell'Ucraina a Kiev. Non dimentica mai le sue origini molisane ed il legame con la sua terra. Nel 1994 è presidente dell'Istituto per la Ricerca di Base a Monteroduni (Isernia). A seguire è direttore di ricerca presso aziende degli Stati Uniti (in Florida). Tra le materie che ha insegnato, ricordiamo Fisica senza calcolo, Fisica con calcolo, Meccanica, Meccanica quantistica, Teoria quantistica dei campi avanzati, Geometria differenziale, Topologia, Calcolo delle variazioni, Teoria dei sistemi con vincoli. Innumerevoli le pubblicazioni. Attualmente Santilli risiede in Florida, a Palm Harbor. Giampiero Castellotti Fonte: https://www.forchecaudine.com/, 11 settembre 2019.

  • "Coccia di bronzo" si racconta (II)

    Puoi girare tutto il mondo: troverai un capracottese, anche in Antartide. Ho avuto la fortuna, la possibilità e la necessità di fare tanti viaggi, soprattutto quelli che chiamo "missionari": nei posti dove gli uomini hanno il coraggio di sporcarsi ancora le mani per aiutare i poveri, i deboli, i più sfortunati, e soprattutto di annunziare, con la loro vita e la testimonianza, l'amore di Dio e di Gesù per ogni uomo. Ho visitato e conosciuto tanti popoli e tante nazioni. Oltre a quasi tutta l'Europa, compresa quella dell'Est, anche Brasile, Perù, Bolivia, Argentina, Messico, Zambia, Corea, India, Indonesia, Burkina Faso, Algeria, Mali, Etiopia, Egitto, Sudan e Medio Oriente: dove sono stato a trovare i vecchi amici e compagni di seminario o missionari cattolici conosciuti nel corso degli anni. Così come i viaggi della testimonianza che sono le G.M.G. (Giornate Mondiali della Gioventù): le ho fatte quasi tutte da Roma 1985, Buenos Aires 1987, Santiago de Compostela 1989, Częstochowa 1991, Denver 1993, Manila 1995, Parigi 1997, Roma 2000, Toronto 2002, Colonia 2005, Sydney 2008, Madrid 2011; poi la salute non mi ha accompagnato e ho dovuto seguire il papa e i giovani con la TV e la preghiera. Ebbene, in quasi tutte le località dove sono stato, ho trovato tracce di Capracotta, il paese che mi ha dato i natali e che porto nel mio cuore, o la presenza dei suoi figli emigrati per lavoro: questi si fanno onore e sono tutti accomunati dallo stesso amore, devozione, ardore e passione verso la Madonna "nostra". Racconto, uno per tutti, l'incontro avuto a Manila nel gennaio 2005. Per una svista di lettura e interpretazione dei biglietti aerei, il giorno del ritorno in Italia ci troviamo all'aeroporto di Manila alle ore 8:00 del mattino, mentre l'imbarco è previsto alle 9:00 di sera (sui biglietti era scritto "9:00 PM"). Su mio suggerimento proponiamo all'autista dell'autobus un giro per la città, pagando un supplemento. Ci accordiamo sul prezzo e visitiamo Manila in alcune zone non viste precedentemente. All'ora di pranzo andiamo nel ristorante italiano "Roma" dove vi è un self-service libero con prezzo bloccato (puoi servirti a volontà, paghi sempre la stessa somma). I giovani ne approfittano al punto che la coda rimane sempre lunga (qualcuno mangia tre volte il pranzo completo!). Nell'attesa di essere servito, mio figlio Francesco si intrattiene con un distinto signore italiano che gli chiede di dove sia. Risponde di Chieti: a questo punto intervengo e preciso che la provenienza del gruppo è la Diocesi di Chieti, mentre io sono di Capracotta. Il signore si illumina in volto e mi chiede in dialetto: – A cuje appartié? (a quale famiglia appartieni?) –, dicendomi che anche sua madre era di Capracotta: si era sposata ad Alfedena (AQ) e lui era nato lì ma da piccolo spesso veniva a Capracotta per trovare suo zio Emilio "Bozzetto" e suoi cugini. Immaginatevi la sua e la mia gioia: pranziamo allo stesso tavolo. Tra i ricordi riaffiora quello che da piccoli ci siamo affrontati in una di quelle "guerre" di quartiere che avvengono tra S. Antonio e S. Giovanni, e lui rimane terrorizzato dal vedermi armato di una spada vera. Si tratta della sciabola di guerra di mio padre, che ho sottratto dal suo ripostiglio, per andare a combattere contro gli avversari, armati di spade fatte con bastoni di legno. Ricordo bene il fatto, perché la punizione ricevuta non è stata cancellata dalla memoria: rimaniamo tutto il tempo a nostra disposizione per rivivere fatti e riportare alla mente ricordi comunque piacevoli. Mi dà il suo biglietto da visita, che conservo. Ci siamo risentiti qualche volta quando è rientrato a Roma, poi ci siamo persi di vista. Dici «Capracotta», qualcuno risponde. I tanti giovani che ho accompagnato nei nostri viaggi hanno coniato questo motto: "Dio è dappertutto. Alfonso già ci è stato!". Alfonso Monaco Fonte: A. Monaco, "Coccia di bronzo" si racconta. Alcuni ricordi capracottesi, San Salvo 2016.

  • Anonimato su smartphone

    Per quanti desiderano navigare in modo anonimo dal proprio smartphone Android, schivando il tracciamento di aziende e governi, non ci sono più scuse. Il Tor Project, organizzazione dietro alla rete omonima che garantisce l'offuscamento dell'identità di chi la usa, ha rilasciato un'app che dà accesso alla darknet anche da cellulari Android, per la prima volta in versione stabile. La app si chiama Tor Browser 8.5 e consente di navigare all'interno dell'infrastruttura informatica mantenuta dalla no-profit: approdo sicuro non solo per attivisti e giornalisti, ma anche per chi tiene alla propria privacy digitale. Come funziona Tor Quando navighiamo online, la nostra connessione viene normalmente instradata attraverso una rete di server che garantiscono il raggiungimento della risorsa richiesta. Grazie alla rete Tor, la connessione viene dirottata su una rete parallela e gestita da volontari in tutto il mondo, che permette di raggiungere il servizio che vogliamo raggiungere senza che questo - e nessuno nel mezzo - sappia chi siamo e da dove ci connettiamo. Il processo si basa sul fatto che la scelta dei server è casuale e che ciascuno dei tre nodi in cui transita la connessione non conosce l'identità del precedente. In parole povere, chi controlla la destinazione può conoscere solo il server di uscita (per esempio Ottawa) anche se ci siamo connessi da Capracotta in provincia di Isernia. Strumento particolarmente utile per quanti vivono in regimi repressivi e dittatoriali, tale tecnologia è diventata negli anni sempre più popolare anche per eludere il controllo delle connessioni a fini commerciali. «Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire», aveva detto Edward Snowden, esperto di sicurezza informatica e fonte anonima che ha permesso l'apertura di numerose inchieste sul tracciamento dei cittadini di tutto il mondo da parte dei servizi segreti statunitensi. A sei anni dalle sue rivelazioni, sono sempre di più gli utenti che tengono alla riservatezza delle proprie comunicazioni e che utilizzano attivamente degli strumenti progettati per offuscarne l'identità. «La navigazione dati è in aumento in tutto il mondo e, in alcune parti del mondo è comunemente l'unico modo in cui le persone accedono a Internet», si legge nel post pubblicato dal Tor Project. «Proprio in queste aree c'è spesso una forte sorveglianza e censura online, per cui abbiamo reso prioritario raggiungerne gli utenti». Ormai facilmente accessibile anche all'utente medio, il Tor Browser è basato sul parente Mozilla Firefox, di cui mantiene alcune funzioni come la navigazione a schede. In precedenza è stato possibile accedere alla rete Tor tramite degli applicativi che forzavano la connessione del browser attraverso i server che fanno parte dell'ecosistema. La nuova app permette invece una connessione diretta dal browser alle centinaia di server volontari sparsi nel mondo, senza doversi preoccupare di effettuare ulteriori passaggi. A garantire la sicurezza della connessione è una rete di sviluppatori e volontari, protagonisti della lotta al controllo delle reti da parte delle grandi aziende e di Paesi illiberali. Allo stesso modo, anche i telefoni di Apple godono di un'app dedicata e sviluppata in collaborazione con il Tor Project che si chiama Onion Browser, e che è disponibile sull'Apple Store. La criminalità organizzata usa Tor? Noto soprattutto per i traffici di droga e materiale pedopornografico, il darkweb (termine comune per chiamare la rete Tor) è spesso identificato come un luogo nel quale avvengono crimini informatici e traffici loschi. In realtà i server permettono a qualunque tipo di informazione di essere consultata, così come la normale rete Internet. In alternativa, per proteggere l'identità di chi gestisce uno specifico sito è possibile installarlo direttamente all’interno della rete Tor. Questi sono identificati dal dominio .onion, dall'acronimo di Tor, "The Onion Router". Il riferimento è alla cipolla, che richiama il metodo con cui vengono cifrati i pacchetti trasmessi. Sono proprio alcuni di questi siti ad aver attirato critiche e pregiudizi, in quanto responsabili della distribuzione di oggetti illeciti come droga e armi. Ma oltre a loro, altri servizi ricorrono ai domini .onion per meglio proteggere l'identità dei propri utenti. Tra questi anche il New York Times, che su Tor ha una pagina consultabile anonimamente, creata per essere letta anche in Paesi poco tolleranti all'interesse dei propri cittadini ai fatti del mondo. Raffaele Angius Fonte: R. Angius, Anonimato su smartphone: ora Tor ha la sua app per Android, in «La Stampa», Torino, 7 giugno 2019.

  • Le cento patrie dei molisani nel mondo: Capracotta

    Capracotta è il paese più alto dell'Appennino centro-meridionale (m. 1.421 s.l.m.). Con le leggi eversive e la fine della feudalità, i contadini seminarono le terre tolte alla duchessa Di Risio, ultima feudataria. Le dissodarono e per circa cinquant'anni ne ricavarono buoni redditi. Ma la mancanza della concimazione naturale, dovuta alla riduzione dei pascoli, le rese sterili. Il raddoppio, poi, della popolazione rese la vita difficile. Fine della transumanza, eccessivo carico demografico ed espatrio: l'unico spiraglio che si aprì fu l'emigrazione, di cui però non vi è traccia nei registri ufficiali, data l'abitudine di non cancellarsi all'anagrafe. Infatti, la popolazione anziché diminuire aumenta! Dai 2.793 del 1861, si passa nel 1901 a 3.468 residenti. Eppure la diaspora, come nella vicina Agnone, fu molto forte, soprattutto verso l'Argentina. Per informare gli emigrati nacque nel 1913 il periodico "La Squilla", su cui vengono riportati per esteso i piccoli fatti paesani (feste, cronaca nera, notizie utili...). Gli emigrati gradivano anche leggere i numerosi periodici di collegamento editi ad Agnone ("L'Emulazione", "Il piccolo sannita", "Il risveglio", "L'eco del Sannio", "Il cittadino agnonese"), su cui apparvero molte notizie su avvenimenti capracottesi: anno 1895: inaugurazione del Ginnasio Inferiore; anno 1895: inaugurazione Società Filodrammatica, attività della Società Musicale, attività della Società Tiro a Segno; 1897: l'antropologo Oreste Conti erige il primo albero natalizio nella piazza; 1900: inaugurazione della croce metallica su Monte Campo. Proprio l'ampia diffusione dei periodici testimonia l'esodo e la grande fame di notizie da parte degli emigrati i quali, analfabeti al 90%, ascoltavano la lettura nei capannelli di persone nei primitivi circoli, che funzionavano da patronato, segretariato, ufficio postale. Molti capracottesi, noti per la loro schietta indole montanara, "teste dure", emigrarono anche in U.S.A. e un loro club, nel 1950, donò al comune di Capracotta il primo spartineve, mezzo essenziale per un paese che è interessato dalle precipitazioni nevose. Col secondo dopoguerra, l'emigrazione ha cambiato direttrice: si va a Roma, Napoli (come portinai), nelle Puglie, nelle città industrializzate del Nord. In Germania vivono 100 oriundi, 50 in Svizzera e 50 in Francia. Tutti conservano l'abitazione nel paese, che nei mesi estiva si rianima. Annalisa Carbone Fonte: A. Carbone, Le cento patrie dei molisani nel mondo, Iannone, Isernia 1998.

  • Un pugno in faccia al rapinatore

    Mette ko, con un pugno in pieno volto, il rapinatore che stava tentando di sottrargli il portafogli. Questa singolare vicenda è avvenuta domenica scorsa a Roma. Protagonista un 83enne originario di Capracotta, ma da tempo residente insieme alla sua famiglia nella Capitale. L'anziano signore si era recato a messa, nella chiesa di San Gioacchino e Sant'Anna, nella zona del Tuscolano. Una volta terminata la celebrazione, l'83enne si è intrattenuto sul sagrato della chiesa per fare due chiacchiere con due signore. Il gruppetto, preso dalla conversazione, non è passato inosservato ad un extracomunitario che si è subito avventato sui tre per mettere a segno il suo colpo. Ma qualcosa è andato storto. Il pensionato capracottese, sentendosi aggredito alle spalle, ha subito reagito, e con una prontezza ed una forza paragonabili a quelle di Cassius Clay ha steso il malintenzionato con un cazzotto in pieno volto. La colluttazione ha richiamato l'attenzione dei passanti che immediatamente si sono avvicinati e hanno chiamato i soccorsi. Subito dopo nel piazzale della chiesa di San Gioacchino e Sant'Anna sono giunti gli agenti di pubblica sicurezza che hanno portato via il malconcio malvivente. Per il nonnetto di Capracotta invece una standing ovation e una piccola contusione al dito mignolo. Fonte: Un pugno in faccia al rapinatore, in «Nuovo Oggi Molise», Campobasso, 31 maggio 2007.

  • Trianon

    14 agosto. Ieri siamo stati a Prato Gentile. Questo nome da osteria fu dato dagli abitanti di Rocca Luparella al posto più bello del mondo: un prato verde in piano, sfiorato da mandrie di cavalli allo stato semibrado con gli zoccoli anteriori ferrati, e circondato da fitti boschi di faggio. Nell'area bassa del quadrilatero archi naturali d'alberi sotto cui sedersi. Abbiamo avuto con noi le figlie di don Prospero, «l'uomo più ricco di Rocca Luparella», dicono gli abitanti del luogo che, impressionabili e smaliziati come molti italiani, non nascondono la loro ammirazione per la ricchezza. Don Prospero, ex sindaco di questo Comune, d'inverno vive a Roma. Somiglia a un sacrestano e pare che indossi la parrucca; fa pure collezione di orologi moderni. Le figlie, infagottate ma rachitiche, hanno però l'espressione della povertà; una delle due ha diciott'anni ma sembra aver superato a malapena i dodici. Un vescovo, che fa il consueto giro per il paese, ha portato con sé un senatore - indossa una piccola vecchia cravatta bianca in stile 1860 - che ha l'aria d'un capufficio, ma in realtà è presidente della Corte dei Conti, e si dice che sia molto influente sulla contabilità del Regno. Completano il nostro corteo la madre di Trianon, la sorella, i suoi quattro fratelli, una ragazza il cui padre si stabilì in una splendida pineta qui vicino e che poi ha fatto disboscare, entrambi i nipoti dell'ultimo duca - giacché Rocca Luparella ha un duca, i cui antenati ne erano i proprietari -, alcune zie ed infine i muli carichi di provviste. In breve, l'inevitabile picnic. L'ascesa rocciosa, su sentieri a letto di fiume, è piuttosto piacevole. Io cammino accanto alla madre di Trianon. Ma trascorrere un'intera giornata in questo prato, che ho goduto appieno quand'ero solo, ho paura che possa provocarmi qualche imbarazzo. Sicuramente starei meglio nella mia stanza, allo scrittoio, ad aggiustare le mie memorie su "L'eredità e l'imitazione dei centopiedi nel gruppo degli artropodi". Se la natura e il prendere in considerazione l'idea di aspettare il suo fiume lento e patetico mi danno piacere, sento comunque la necessità di far qualcosa. Ma ho vissuto due settimane pensando a lei ogni minuto, e ora non dovrei essere ovunque sia Trianon? Tra l'altro, perché la chiamo così? Questo soprannome, di cui è all'oscuro, è semplicemente ridicolo. E ridicolo lo sarebbe, se fosse ricercato. Invece scaturì in modo così naturale dalla sua grazia che non potevo lasciarmelo sfuggire. Lo ripeto tra me e me, e sembra che ci sia una sorta di pudore nel non pronunciare il vero nome di lei. Persino la famiglia e i conoscenti la chiamano con un nome diverso dal suo. Quel potere che non sa di esercitare sulla mia persona mi appare ancora fragile e formidabile a un tempo. Non posso vivere senza la sua considerazione, come se fosse sempre qui davanti a me. In sua presenza, sono convinto di non riuscire a pronunciarne il nome come fosse una semplice parola, senza che l'anima crolli e poi muoia prima di riemergere e alfine risorgere: è come squarciare un velo, abbandonarsi alla preghiera o arrendersi alla furia radiosa d'una tempesta. Perché la preghiera è violenza: «i cieli subiscono violenza e i violenti se ne impadroniscono». Ahimé! La mia ultima violenza è morta. Non sarò mai un lupo solitario, men che meno un lupo violento. Per un lupo gentiluomo, la giornata a Prato Gentile, tuttavia, non è stata così male. Ho subito notato che è divertente stare con tutte queste donne, a parte Trianon e sua sorella, una ragazza piuttosto sciocchina. Al gioco della medaglia, spassoso di suo, dove si salta con entrambi i piedi, questi ragazzi, la cui formazione montanara dovrebbe averli forniti - com'è prevedibile - d'un che di selvatico, non sanno saltare bene. D'altronde, Trianon, che tanta cortesia riserva anche ai suoi nuovi amici, ha preso molto male un principio di conversazione, forse troppo diretto. Non so cosa m'abbia spinto a chiederle se non pensava di essere come tutti o come un celebre pittore di cui aveva appena parlato, ma presumo che, sopra ogni cosa, prediligesse - Dio mio! - la pittura. Fatto sta che ha troncato questo imprudente tentativo di flirt rispondendo secca che «lei non è così». Bene! Perlomeno, mentre m'addentro nel bosco, mi dico che la sua indifferenza è unanime e generale. È egoista con imparzialità! Giovanni m'accompagna, siamo andati a cavallo. È stato divertente abbassarsi appena in tempo per evitare i rami e poi infilarsi negli spazi stretti. Si ha l'impressione di giocare a roverino con la testa. Christian Beck (trad. di Francesco Mendozzi) Fonte: F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017.

  • Alla scoperta di Capracotta

    Ho avuto Capracotta nel cuore da sempre. Da quando bambino ascoltavo i racconti di Marco Potena, quando veniva a trovare mio padre a casa per parlare di lavoro, o quando lo aiutava a interrare l'abete di Natale. E lui raccontava di mitiche nevicate che duravano giorni e costringevano la gente a non uscire di casa. Io, allora, avevo pochi anni e con gli occhi della mente cercavo di immaginare il paese. Non c'era nessuna webcam che potesse mostrarmi le immagini, e tutto era affidato alla fantasia, al gusto dell'immaginazione. Tra l'altro non sapevo ancora cosa fosse la neve, non avendola mai vista; quindi la fantasia viaggiava ancora più impetuosa. – Tu devi venire a Capracotta – mi diceva Marco – perché devi sapere che c'è una via che si chiama via Carfagna, saranno stati sicuramente i tuoi antenati, gente importante. E questo non faceva che aggiungere altra curiosità, che già era tanta. Il tempo poi è passato. Marco non lo abbiamo più incontrato (l'avrei poi rivisto a Capracotta dopo più di quaranta anni), perché non c'erano più discussioni di lavoro con mio padre, avendo lui lasciato la MobilOil di Napoli. E sono cresciuto con questo ricordo e col desiderio di conoscere questo paese. Come poi succede il più delle volte, la vita ti prende nel suo vortice e per lunghissimo tempo ho lasciato questo ricordo a dormire, insieme a tanti affetti legati alla mia infanzia. Il lavoro mi ha portato a girare il mondo, a conoscere paesi ed abitudini nuove. E di tanto in tanto, in un angolo della mente, riemergeva l'immagine di questo paese, legata indubbiamente alla piacevolezza ed alla serenità dei ricordi dell'infanzia. Poi, non so bene perché, ho deciso di dare forma a queste immagini sbiadite, e dopo più di quaranta anni ho sentito forte l'esigenza di conoscere Capracotta. Per caso mi sono ritrovato a trascorrervi Capodanno con la famiglia mia e di mio fratello. Non so dire se il paese che ho conosciuto era veramente quello impresso nella mia mente di bambino. Non so se vi è mai capitato di tornare da grande in un posto, ad esempio, la casa dei nonni o un posto di villeggiatura visitato durante la vostra infanzia. Vi sembra più piccolo. Ecco a me ha fatto questo effetto: è come se, pur non avendolo mai visto, io lo conoscessi il paese, con le strade, le chiese, le scale; insomma tutto... però di dimensioni ridotte. Sarà forse che da piccoli si ha fretta di crescere e tutto sembra più grande. Poi diventi grande, e tutto assume una forma diversa. Tutto si ridimensiona. E mi è piaciuto il paese, tanto da decidere di comprarvi casa. D'altronde come poteva non piacermi, visto che l'ho sempre conosciuto, da quando ero piccolo. Vincendo quindi la resistenza (solo iniziale) di mia moglie, e con la complicità di mio fratello, con un autentico colpo di mano, dopo solo qualche giorno da quel Capodanno, comprammo casa. Poi ci rifletto, e penso che non è stato solo dopo qualche giorno che ho comprato casa, ma dopo più di quaranta anni. È stata quindi una scelta ben ponderata, altro che colpo di mano! Adesso quando posso ci vengo. In estate, in inverno, quando piove o nevica... cerco di ritagliarmi uno spazio, e compatibilmente con le attività di lavoro faccio un salto a Capracotta. D'altra parte, devo recuperare più di quaranta anni di abbandono e non posso perdere altro tempo. Cosimo Carfagna Fonte: C. Carfagna, Alla scoperta di Capracotta, in «Voria», I:2, Capracotta, ottobre 2007.

  • D'estate andiamo a Capracotta

    Tutti i pomeriggi, Pandora, la bella teen-ager dai lunghi capelli corvini, era solita fare lunghe passeggiate per le silenziose strade di Capracotta, un piccolo paese del Molise, posto a 1.421 metri d'altitudine in Provincia di Isernia; trovava che ciò fosse un ottimo invito alla riflessione. Luogo preferito, però, era il Belvedere, il punto più alto del paese nei pressi della Chiesa Madre, un posto tranquillo e rilassante, con vista mozzafiato sulla sottostante vallata del Sangro, dominata dalla catena montuosa della Maiella e delle Mainarde. Un giorno di agosto era ospite a casa sua la nonna, che, saputo delle passeggiate solitarie della nipote, le chiese se per quel pomeriggio poteva accompagnarla. Pandora accettò entusiasta, felice di accontentare la nonna. – Allora andiamo a fare un giro sul Belvedere, te lo ricordi? – Certo cara. Ricordo anche che per arrivare fin lassù c'è bisogno di fare tante scale e io non so se sono in grado di farcela. Te la senti di accompagnarmi lo stesso? – Eh mia cara nonnina. L'età comincia a farsi sentire veroooo? Sì, ti sarò di sostegno. Non preoccuparti, per oggi sarò la tua accompagnatrice. E s'incamminarono verso la meta. – Cosa ci trovi, nipotina, di tanto divertente nel percorrere tutti i pomeriggi, da sola, la stessa strada? Pandora, immaginando che nessuno avrebbe mai potuto comprendere quello che faceva precisò: – Nonna, io vengo qui perchè questo è un posto poco frequentato, è per me un rifugio, un modo per scappare dal grigiore della città, dalla realtà che mi circonda quotidianamente. – E dimmi un pò, tesoro, hai degli amici qui? – Sì nonna! Qui conosco solo persone meravigliose che rendono Capracotta altrettanto straordinaria. Ho tantissimi amici, molti dei quali sono costretta a vedere solo una volta all'anno, ma fortunatamente questo è diventato il nostro punto di incontro. Dopo esserci persi, ci rincontriamo qui, questa è l'unica cosa che mi rallegra. La lontananza è davvero triste, però rafforza i rapporti e ogni volta che ci rivediamo ci sentiamo tutti un po' più legati. Proseguivano lentamente. La nonna rimuginava sulla risposta di Pandora e incuriosita dalle sue parole chiese ancora: – Sono contenta delle tue frequentazioni e del piacere che provi a stare a Capracotta ma cosa fate voi, giovani di oggi, di così straordinario, per desiderare tanto di trascorrere i mesi estivi in paese? – Cose semplici e gratificanti. I ragazzi che, qui, trascorrono l'estate come me, trovano sempre modi efficaci per divertirsi, e quando non li trovano, se li inventano. Ci si diverte sempre, nonostante ci siano poche attrazioni e poca vita frenetica. Il piacere è stare in compagnia. Di giorno si organizzano scampagnate, se il tempo lo permette. Le mete preferite: Monte Campo, Pescobertino, le Mura Ciclopiche, Prato Gentile, Monte Capraro, la Fonte Brecciaia. Invece quando si resta in paese si passeggia per il Corso, si sosta alla Villa comunale, si va alla Madonnina, insomma si chiacchera, si ride e si scherza. Di sera, invece, si fanno altre cose. Le nostre sono, solitamente, serate "da sballo". C'è chi preferisce passeggiare sotto quel meraviglioso cielo stellato, chi se ne sta seduto ai tavolini del bar a chiacchierare con gli amici, chi beve, chi si trastulla in sala giochi impegnato in continui tornei di bigliardino, chi canta, chi balla e chi si scatena fino a notte inoltrata. Ognuno fa quel che gli pare, con estrema moderazione, senza esagerare. Nella tipica estate capracottese, insomma, non ci sono regole, o meglio a farle siamo noi. – E tu nonna, ci venivi d'estate? Avevi tanti amici? Cosa facevi durante la giornata? – Anche tu sei curiosa di sapere eh...? Sì, Pandora. Noi, come te, ci divertivamo tanto, anche se i tempi erano diversi, i nostri genitori un po' più severi, non tutto ci era permesso, ma a nostro modo eravamo felici. Dopo poche centinaia di metri si trovarono di fronte alla rampa di scalini. Erano arrivate alla meta. Pandora aiutò la nonna a salire i gradini e raggiunsero il Belvedere. Si appoggiarono al muretto e la vallata del Sangro e il massiccio montuoso delle Mainarde e della Maiella si impose maestoso alla loro vista. La fanciulla esclamò: – La salita sarà stata pure dura, ma la vista da qui è spettacolare. Non credi? – Certo, sono perfettamente d'accordo con te tesoro! La vista è unica, merita una sosta ben più lunga. Il panorama era davvero meraviglioso. Pandora continuò: – È il posto in cui tutti i pensieri vanno a nascondersi, non è solo bello, è pure magia. Il paradiso non è in cielo, è qui. La nonna le sorrise: – Non credevo, mia cara, che questo luogo facesse provare a te quelle stesse sensazioni che per tanti anni mi hanno resa felice e continuano a farmi felice, nonostante i cambiamenti che ha subito. E mentre le due donne si godevano lo spettacolo del meraviglioso panorama ed erano immerse nei loro ragionamenti furono distratte da Gianfilippo, un professore in pensione sulla sessantina a spasso anche lui da quelle parti. – Che fate tutte sole da queste parti? – esordì l'anziano compaesano. La nonna con altrettanta baldanza rispose: – E tu che ci vai facendo? – Passeggio approfittando della bella giornata – fu la risposta dell'uomo. – Ed è quello che facciamo anche noi. Ne stiamo approfittando anche per scambiarci quattro chiacchiere visto che da alcuni anni viviamo lontane – replicò la nonna, mentre Pandora ascoltava in silenzio. – Immagino quante cose vi siete dette e quante ne avrete da dirvi – rintuzzò il professore. – Tra le tante cose, replicò la nonna, stavamo parlando anche del modo di divertirsi dei giovani di oggi a Capracotta. Un divertimento sano, per quello che mi sta raccontando mia nipote, che perpetua la tradizione della gioventù capracottese di ogni tempo. – Questa è una bella notizia, temevo che i giovani di oggi avessero preso strade pericolose. – Pensavi male caro signore – puntualizzò Pandora. – Non volevo offenderti, graziosa fanciulla, anzi sono contento per questa tua puntualizzazione. Allora vi lascio alla vostra conversazione. – Se vuoi, professore, ci puoi fare compagnia e unirti alla nostra chiacchierata – replicarono le donne. – Con piacere – annuì l'anziano amico. – Anche tu sei molto legato a Capracotta? – gli chiese la nonna. – Moltissimo, perché io ho sempre avuto il meglio di quello che dava e dà il paese. – Che significa? – irruppe Pandora. – Significa che mi sono sempre divertito. – Quale era il modo di divertirvi ai vostri tempi? – insistette ancora la bruna fanciulla. – Un po' come fate oggi voi e un po' con quello che il paese offriva in quel tempo. In ogni modo, se volete, posso raccontarvi un po' delle mie esperienze. – Certamente, – risposero le donne – anche perché, precisò la nonna, tu sei stato uno di quelli che ha fatto parte della gioventù bruciata di allora. – Non esageriamo, sono stato uno di quei tanti studenti che passava i mesi di vacanza a Capracotta da fine giugno a metà settembre, praticamente quasi tutte le vacanze scolastiche. – Interessante, avrai davvero tante cose da dirci. Dai, raccontaci – caldeggiò Pandora. – Il momento più bello dei ricordi capracottesi, esordì Gianfilippo, è sempre stato il giorno del ritorno in paese. Il giorno più brutto, invece, quello della partenza. Si gioiva al momento del ritorno, si piangeva al momento della partenza. Quand'ero giovanotto, devi sapere, Pandora, si tornava a Capracotta una volta l'anno e solo nel periodo estivo. Non c'erano auto, quindi non era così facile ritornarvi. Per questo quando si andava via si era tristi. Il magone ti pigliava la gola e il pianto ti assaliva. Oggi è diverso, dispiace andare via, ma se uno vuole può tornarci, senza difficoltà, quando vuole. – Come impiegavate il vostro tempo? – incalzò Pandora. – Il divertimento a Capracotta ha sempre avuto tempi e modi specifici. Mi spiego. Da ragazzini il tutto ruotava intorno al quartiere. Si costruivano i casotti, si giocava alla guerra, a pallone. Da adolescenti si cominciava a frequentare la Villa, la Piazza e a corteggiare le ragazzine. Da giovanotti, invece, si raggiungeva l'apice del divertimento anche con azioni birbantelle. I ricordi più belli che ho sono quelli dai sedici anni in poi. Di giorno, di solito, ci si divertiva in Villa giocando a tamburelle, a chiacchierare, a fare conquiste e ad oziare tra amici e amiche. Il pomeriggio, spesso, noi maschietti giocavamo a calcio impegnandoci in tornei cittadini e in confronti con squadre dei paesi vicini. Normalmente, però, si andava a ballare. Frequenti erano anche le scampagnate come fate ancora voi, oggi, e le passatelle a carte ai bar di Bernardo e di Taccone senior. Una delle stravaganze più colorita che mi ha lasciato il segno è stata quella vissuta nell'estate del 1962. Quell'anno sangiovannari e santantoniani ci mettemmo assieme e costituimmo un'unica comitiva. Eravamo, tra ragazzi e ragazze, circa 60 giovani e per distinguerci decidemmo di indossare un foulard al collo e ci chiamammo i foulardati. Un'esperienza bellissima. Il campo base era localizzato nella casa di z' Monache. Tutti i pomeriggi si ballava e si passava il tempo in allegria. – La casa era completamente a vostra disposizione? – interruppe Pandora. – Sì, confermò Gianfilippo, per il semplice fatto che i genitori e gli zii dei nostri amici proprietari non erano a Capracotta. La casa di z' Monache, però, fu luogo di divertimento anche negli anni successivi. Affascinati da quello che accadeva a Rimini e a Riccione, alcuni amici o vitelloni nostrani pensarono di trasformare l'ex stalla dell'abitazione in night. Furono tappezzate le pareti, installato un piccolo impianto stereo, sistemati dei posti a sedere ed essa diventò, per alcuni anni, una piccola discoteca, il ritrovo della meglio gioventù capracottese. Si ballava sulle note di "Strangers in the night" di Frank Sinatra, "Sognando California" e su tante altre canzoni dei favolosi anni Sessanta. In prevalenza erano brani musicali del genere slow, di tanto in tanto, però, si inseriva anche qualche hully gully e cha cha. E qui quanti amori sono nati e sono finiti!!! – Quello che dici conferma che a Capracotta il divertimento è sempre stato inventato e costruito da sé, proprio come facciamo adesso anche noi. – Dici giusto Pandora, la fantasia e l'operosità non ci sono mai mancate – confermò Gianfilippo – E le azioni birbantelle, – chiese curiosa Pandora, – a cosa si riferiscono? – Diciamo che più che birbate sono state delle bravate al pari di quelle che ogni generazione di giovani ha sempre praticato in paese. Oggi non so, semmai sarai tu Pandora a precisarle. Ma fino alla mia generazione, quindi ti parlo degli anni fine Sessanta-inizio anni Settanta, i giovani più temerari si dilettavano a intrufolarsi nei pollai per torcere il collo a qualche gallina o pollastro per poi mangiarli in compagnia a cena. Spesso si visitavano anche le soffitte dove stagionavano salumi, formaggi ed altre scorte per l'inverno. Per alcuni, però, l'attenzione si spostò sulle amarene sotto spirito. E in quegli anni molti barattoli sparirono dai davanzali delle finestre delle soffitte dove venivano lasciati a maturare. Tutti i malcapitati ci restavano male ma l'incazzatura era momentanea perché tutti sapevano che erano scherzi, anche se di cattivo gusto, di giovanotti in vena di divertirsi. Spesso c'era la complicità anche di qualche giovane parente delle vittime. – Scherzi davvero di cattivo gusto – aggiunse Pandora. – Ricordo quel periodo – irruppe la nonna, – e ti dico che davvero molta gente si arrabbiò. – Tu, caro professore, – chiese Pandora, – hai mai partecipato a queste spedizioni? – Io non l'ho mai fatto, – rispose l'anziano interlocutore. – Primo perché avevo paura e secondo perché la sera ad una certa ora dovevo rincasare altrimenti mi lasciavano fuori. – Ma tutti si divertivano a Capracotta? – chiese ancora Pandora. – Il divertimento era, soprattutto appannaggio di noi studenti. Gli artigiani, come chiamavamo i giovani avviati ad un mestiere, non avevano il tempo per dedicarsi a queste stravaganze. Il loro era un divertimento più misurato. – E le donne che ruolo hanno avuto in quel periodo? – insistette Pandora. – Le ragazze locali al pari delle artigiane non godevano della libertà delle ragazze di fuori. Quelle di fuori si divertivano come noi maschietti, le locali si divertivano di meno. – Come vivevate il sesso in quegli anni? – incalzò Pandora. – In maniera molto misurata, cara Pandora. A quei tempi per noi era sufficiente tenere tra le braccia la ragazza e ci si accontentava del bacio e della stretta. Oltre era difficile andare. Ci accontentavamo de r' piette calle (abbracciati con passione). – Vedo, caro Gianfilippo, che continui a frequentare il paese, ci sei ancora molto legato? – Chi ama Capracotta è perché l'ha vissuta, chi non l'ha vissuta non l'ama. Io ho avuto la fortuna di averla vissuta e di viverla ancora e questo fa si che io porto sempre nel cuore il paese e ci torno appena mi è possibile. E tu cara nonna di questa bella fanciulla non hai nulla da aggiungere? – Con tutti questi tuoi ricordi mi hai fatto ritornare alla mente i momenti felici della mia giovinezza. I primi amori, i primi balli, le sgridate dei genitori e, soprattutto, il piacere di stare in compagnia, parlare con le amiche e con gli amici delle nostre ansie, dei nostri progetti, dei nostri desideri. È stato un periodo favoloso e lo è tuttora, anche se sotto altre forme perché Capracotta è quello che è, e non ho ancora trovato nulla di meglio al mondo. Speriamo che questi giovani continuino a mantenere vivo il legame con il paese in modo che avrà un futuro ancora molto lungo. Da quello che mi ha espresso, la cara nipotina, credo che lo faranno e questo mi rallegra. Il chiacchiericcio dei bambini, che avevano preso d'assalto i giochi del Belvedere, riportò i tre interlocutori alla realtà. Si era fatto tardi. Pandora e la nonna si congedarono dall'anziano paesano e ripresero la strada di casa. La nonna si guardava intorno, era felice. Aveva ritrovato quelle dolci essenze, che l'avevano trasportata in una dimensione surreale. Era come d’un tratto ritornata adolescente. Aveva ripreso la voglia di vivere. Era euforica. – Era da tempo che non mi accadeva una cosa del genere. – Esultò l'anziana signora e complimentandosi con la nipote per i sani principi che la ispiravano concluse – In tempi come questi in cui tutti dicono che i sentimenti semplici e nobili delle nuove generazioni siano andati perduti, mi rallegro quando vengo a sapere che non per tutti i giovani è così. Tu, mia cara, sai apprezzare i veri valori della vita, sai che l'odio e il disprezzo non portano da nessuna parte. Abbiamo tante cose in comune io e te, soprattutto l'amore per Capracotta. Grazie per avermi portata qui... Fabiola Autiero Fonte: F. Autiero, D'estate andiamo a Capracotta, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • La Visitazione di Giacomo Colombo nella Chiesa Madre di Capracotta

    Tra la fine del XVI e i primi anni del XVII sec. si impose in Italia lo stile barocco, seguito nel secolo successivo dal rococò. Il barocco non fece che arricchire di motivi scenografici l'arte del tempo, proponendo una ostentata ricchezza di motivi ornamentali nel tentativo di stupire lo spettatore. Ma, mentre il barocco mostrava «un'arte robusta, cioè fatta di grandi masse in movimento con audaci soluzioni per la ricerca di effetti prospettici», lo stile rococò si concentrava sugli effetti minuti, sui dettagli, offrendo una delicatezza addirittura sdolcinata. Nell'arte sacra il Seicento è il secolo nel quale riprese con gran fervore la realizzazione di immagini sacre e sculture lignee e, per quanto riguarda specificatamente il Molise, la produzione scultorea venne spesso demandata ad autori di primo piano provenienti da altre regioni, come Giacomo Colombo (1663-1730) e Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745), due artisti che operarono a cavallo tra la meraviglia del barocco e la ricercatezza del rococò. Il primo lasciò in Molise parecchie tracce della sua eccezionale maestria, tra cui un san Nicola a S. Giuliano del Sannio, ben dodici santi a Macchia Valfortore, un'Immacolata a Larino, un altro san Nicola a S. Giovanni in Galdo, una seconda Immacolata ad Agnone e il bellissimo gruppo della Visitazione (assieme all'altare dell'Immacolata) a Capracotta. Giacomo Colombo, nato ad Este (PD) ma trapiantato quindicenne a Napoli, fu infatti un artista moderno, un uomo che incarnò perfettamente lo spirito dei tempi. A dispetto dei colleghi più anziani, egli fu il primo artista-imprenditore, «sorretto da una organizzatissima bottega capace di soddisfare, senza mai scendere al livello della pura serialità artigianale, di mera routine devozionale, una richiesta sostenutissima di sculture lignee, che la bottega inviava in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale». Colombo era infatti il titolare della sua bottega e, in quanto tale, riceveva personalmente le committenze sulle quali lavorava assieme a una nutrita e preparata équipe di collaboratori, cercando di mantenere alti standard qualitativi, sia dal punto di vista tecnico che estetico. L'imperativo di Giacomo Colombo era sostanzialmente uno: organizzazione. E la Visitazione capracottese non fa eccezione. Difatti il gruppo ligneo conservato nella ex Congrega di Capracotta presenta tutti i modelli stilistici della bottega del Colombo. I ricchi pannamenti e le pose plastiche della Vergine Maria e di santa Elisabetta non si discostano dalla tradizione religiosa ma, semmai, presentano una straordinaria simmetria, che accarezza gli occhi di chi guarda. I colori scelti dal Colombo rendono i personaggi tutt'altro che austeri e, dai capi al basamento, le protagoniste della Visitazione sono perfettamente complementari. Una incoronata (la Madonna), l'altra aureolata (Elisabetta), presentano simmetria di forme nelle mani che si toccano (la destra di Maria con la sinistra di Elisabetta) e nei piedi piegati nell'arresto (il destro di Maria e il sinistro di Elisabetta). Risultano corrispondenti persino gli spazi vuoti tra le due figure e al di fuori di esse. L'unica differenza che pare studiata per colpire lo spettatore sta negli sguardi delle donne. Elisabetta fissa Maria nel salutarLa, mentre la Vergine, pur accennando un labiale, è assorta in qualcosa di lontano, d'indefinibile e misterioso. Il Vangelo secondo Luca vuole infatti che, nel guardarsi l'un l'altra, Elisabetta abbia subito riconosciuto in Maria la madre del Salvatore dicendoLe: «Benedetta tu fra le donne», al che Maria abbia risposto con l'intonazione del Magnificat. Ecco perché Elisabetta si rivolge a Maria mentre Questa loda il Signore Iddio. Un ultimo dettaglio non privo di significato per noi capracottesi è quello svelato da Bernardo De Dominici, secondo cui il pittore Francesco Solimena (1657-1747) «fece da padrino al Colombo e che non solo l'indirizzò all'arte, ma gli fu prodigo di consigli, disegni e bozzetti». Al Solimena viene infatti attribuito un esteso dipinto dell'Ultima Cena, posto al di sopra del coro della Chiesa Madre, che sarà oggetto di una mia successiva indagine, basata proprio sull'acclarato rapporto affettivo esistente tra Giacomo Colombo e Francesco Solimena. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Abbate, Storia dell'arte nell'Italia Meridionale. Il secolo d'oro, Donzelli, Roma 2002; G. Borrelli, Giacomo Colombo, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXVII, Ist. dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1982; L. Campanelli, La chiesa collegiata di Capracotta. Noterelle di vecchia cronaca paesana, Soc. Tip. Molisana, Campobasso 1926; G. Carugno, La Chiesa Madre di Capracotta, S. Giorgio, Agnone 1986; D. Catalano, Scultura lignea in Molise tra Sei e Settecento: indagini sulle presenza napoletane (Colombo, Di Nardo, De Mari, D'Amore), in L. Gaeta, La scultura meridionale in età moderna nei suoi rapporti con la circolazione mediterranea, Congedo, Galatina 2007; B. De Dominici, Vite de' pittori, scultori, ed architetti napoletani non mai date alla luce da autore alcuno, vol. II, Ricciardi, Napoli 1742; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017.

  • Alcune precisazioni sul Padre Nostro

    Nei più di vent'anni che sono stato vicino ad un Santo Sacerdote dal nome Orlando Di Tella, di Capracotta, direttore del Seminario di Trivento, ho maturato delle considerazioni di cui vorrei un giudizio, iniziando dalla bellissima grotta del paese di Pietracupa, in cui su una vecchia macina di molino, vi è sopra un antico Cristo di legno senza braccia, che sembra sempre volerci dire: «Siate voi le mie braccia». La prima cosa che feci, fu un studio accurato della possibilità che, in tempi storici, questa caverna possa essere stata anche un antico Mitreo. Quindi, la possibilità che le 'ndocce del paese, siano l'avviso del ritorno, per Natale, di quanti non risiedevano più nel paese, lontani solo per ragione di lavoro, problema tristemente difficile a trovarsi nel nostro Molise. Per maggiormente santificare la grotta in base al pensiero di Don Orlando, parroco del paese, vi portai un Gesù Bambino di legno, comprato a Nazareth, ed un calice, pure di legno, acquistato a Betlemme, ambedue benedetti, allo scopo, da Papa Wojtyla. Ogni anno, poi, feci venire, per la Messa natalizia, due bravi zampognari da Casalciprano, e c'era anche una mia novena, molto diffusa, ora, in tutto il Molise. Io, poi, mi sono sempre impegnato con una nota cantante ed un giovane organista, per i canti religiosi da me composti. Don Orlando, dal canto suo, mi faceva mantenere un calice pieno di vino, da cui attingere per bagnare le ostie, od, alcune volte, mi faceva dare la comunione alle tante persone amiche che, spesso, venivano anche da Campobasso. Insomma, l'intento era riuscire a creare una seconda Greccio, una Betlemme molisana. Tornando al Padre Nostro, mi accorsi che c'era un errore che, per abitudine, viene ancora ripetuto. «E non ci indurre in tentazione» (Ne nos inducat in temtationem). Ma non è il Signore che ci induce in tentazione. La frase andava corretta, nella maniera più semplice, con un semplice "si". «E non ci si induca in tentazione». Parlando poi, del mistero della Santa Trinità, una e trina, dove si parla del Signore Gesù Cristo, nato dal Padre, prima di tutti i secoli. Se nato, vuol dire che prima non c'era. La Trinità, come noto, è composta dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, e si parla di Gesù, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. Orbene, il mio pensiero è che essendo la Santa Trinità una, il mistero potrebbe essere spiegato in questo modo: il Padre è la mente, lo Spirito Santo, il naturale pensiero dell’amore per Gesù Cristo, che si è immolato per l’umanità, attraverso la prescelta Maria. E quindi, la corretta dizione sarebbe stata: Padre, Spirito Santo, Gesù Cristo, cosa che mi sembra più giusta, perché il Padre, solo in un afflato di Spirito Santo, ha potuto generare il Figlio. Don Orlando si è spento ad Isernia, nelle mie braccia, il 24 agosto 2014, dicendomi: «Sarò il tuo Angelo Custode». Ebbe tre funerali: Pietracupa, Trivento e Capracotta, dove erano presenti, e lo accompagnarono, 52 sacerdoti e due Vescovi. Vincenzo Ferro Fonte: http://www.vincenzoferro.it/, 22 giugno 2019.

  • Il Molise non esiste

    Cercando su Google "Molise non esiste" si ottiene come primo risultato una pagina di Nonciclopedia con questo virgolettato attribuito a un fantomatico Dottor Gregory Donald Johnson: «Ho studiato a lungo la geografia [...] dell'Italia, e sono giunto alla conclusione che il fatto che nessuno ricordi il capoluogo del Molise, il piatto tipico del Molise, una canzone popolare del Molise o perfino il dialetto di questa regione, si può spiegare così: il Molise non esiste». Che vi piaccia o no il Molise invece esiste eccome, però è afflitto da un problema non da poco: l'incapacità atavica di associare a se stesso qualcosa che lo renda riconoscibile non solo ai turisti stranieri ma anche agli italiani. Agli occhi dei suoi detrattori questa regione è un po' come quelle formule matematiche che si insegnano a scuola, nessuno le tiene a mente più di mezz'ora perché sono troppo astratte per riuscire a collegarci un'immagine che aiuti il cervello a ricordarle. La geografia ci ha messo del suo, questo non si può negare. Come la Valle d'Aosta, il Molise è una regione piccola e montagnosa, ma non può competere con la reginetta delle Alpi se si parla di neve e impianti sciistici. Ha il privilegio di avere anche il mare, certo, ma si ritrova a dover fare i conti a una manciata di chilometri più a sud con gli strombazzati lidi salentini. A guardarlo sulla mappa il Molise appare per quello che è: un pezzetto di terra stritolato tra la Puglia e l'Abruzzo e ricacciato verso l'Adriatico dal Lazio e dalla Campania. Se con Madre Natura è inutile prendersela, con il Caso invece ci si può anche arrabbiare. A Ferrazzano, il comune molisano che ha dato le origini ai bisnonni di Robert De Niro, firmerebbero subito per ricevere anche solo la metà della visibilità avuta da Bernalda, il paesino della Basilicata scelto da Francis Ford Coppola per costruirci un relais di lusso in onore dei suoi antenati lucani. Nonostante una corte spietata, pare che l'attore non si sia mai fatto vivo nella terra in cui riposano i suoi avi. Nel frattempo, nella poco distante Montenero di Bisaccia, c'è chi si accontenta del ricordo di Antonio Di Pietro che in maglietta gialla e cappellino parasole trebbia il grano della sua campagna. Ma l'agricoltura, si sa, non ha il fascino dell'hôtellerie di lusso targata Hollywood. Se ci si aggiunge un po' di danno, il Molise è stata l'unica regione italiana non visitata dall'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e pure la beffa, dal Molise partono i traghetti che portano i turisti alle visitatissime Tremiti, che però sono pugliesi, ecco che il quadro può cominciare a farsi sconsolante. Come per gli esseri umani, anche lo spirito di una città e di una regione è influenzato dagli eventi del passato. È quello che ho capito passeggiando per le vie di Termoli con Roberto Trivelli,  termolese doc e tra i fondatori di "Let's Dig Again", la prima web radio italiana che affronta tematiche legate all'archeologia. Roberto mi ha spiegato che questa città è stata per secoli terra di conquista da parte di pirati e briganti di ogni sorta, che ne hanno saccheggiato non solo le ricchezze ma anche, un po' alla volta, l'identità. Scoprendo Termoli ci si rende conto di come le varie sfortune del Molise possono trasformarsi in punti di forza. Questa città, che conserva ancora le vestigia dell'antico borgo marinaro, riesce a regalare tutto quello che un turista cerca d'estate: mare pulito, un'unicità da fotografare (il vicolo più stretto d'Italia, Rejecelle, purtroppo abbandonato a se stesso), un buon rapporto qualità-prezzo e spettacoli come quello del sole che tramonta sui trabocchi. Il romanticismo però non basta. Servono strategie di promozione turistica non solo per le località marittime ma anche per quelle, ancora più trascurate, dell'entroterra. Magari non si riuscirà a replicare il colpaccio messo a segno nel 2010 dalle Marche, che per qualche milione di euro si aggiudicò Dustin Hoffman come testimonial, ma da qualche parte bisogna pur partire. Magari da un blogtour o da un sito del turismo regionale che non faccia tornare in mente gli albori dell’era digitale. A cercare bene la materia prima che può essere usata per creare un'immagine forte del brand Molise c’è tutta. Ma non è sufficiente appuntarsi la medaglietta sul petto quando una testata internazionale parla di te (mi riferisco a questo articolo della Cnn che ha fatto gonfiare d'orgoglio il Presidente della Regione Paolo Di Laura Frattura) o lanciare improvvisati gemellaggi con Boston e Silver Lake (questo inverno a Capracotta, in provincia di Isernia, sono caduti la bellezza di 256 centimetri di neve e il paese è finito sui media di mezzo mondo, mandando in estasi il primo cittadino Antonio Monaco). Mi chiedo se chi si occupa di turismo in Molise sa che su Facebook c'è una pagina che si chiama "Il Molise non esiste" che ha 13 mila "mi piace", più di quelli di tutte le pagine collegate al turismo nella regione. E mi chiedo, poi, se le battute sulle dimensioni fatte da personaggi pubblici come Luciana Littizzetto e Crozza siano state prese solo per quello che sono oppure usate come spunto di riflessione. Le gambe corte non si possono allungare, ma le lenti degli occhiali possono essere pulite. Chiudo questo post con una domanda: perché non lanciare una vera campagna per sfruttare quelle che sono ragioni di ilarità collettiva - le dimensioni, la presunta inesistenza - a proprio favore e ribaltare l'idea che gli italiani hanno del Molise? L'hashtag esiste già e io ve lo ripropongo: #moliseesiste. Antonio Leggieri Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/, 5 ottobre 2015.

  • Una gara tanto desiderata

    Sentivo in lontananza le grida dei miei amici, eravamo d'accordo che mi avrebbero chiamato e con la scusa programmata di andare da zi' Antonio per sistemare la carrozza con cui passavamo i pomeriggi a correre sotto e sopra per la salita di Prato Gentile, mamma sicuramente non avrebbe potuto dire di no! La porta si aprì e mia madre apparve all'uscio con in mano la mappìna con cui stava asciugando i piatti e mi disse: – Pietro, ti sono venuti a chiamare i compagni, sbrigati, dicono che avete da sistemare certe cose alla potèca di compa' Antonio. Non mi stai mica per combinare qualcuna delle tue? Guarda che poi le cose le vengo a sapere e se ne combini qualcun'altra delle tue scordati di uscire, passerai tutti i tuoi giorni chiuso dentro, ti chiudo nella stalla con le bestie, almeno non stai da solo. – Ma mamma che ti vai ad immaginare? Ci misi un batter d'occhio per infilarmi i miei soliti calzoni, la maglia, il cappello e la mia giubba, gli scarponi erano davanti al camino sempre caldi per essere indossati, sul tavolo era già pronta e fumante la mia tazza di latte ed accanto la fetta di pane, quella mattina non mi andava proprio, avevo fretta, ma non potevo perdere tempo a fare storie, i miei amici se ne sarebbero andati ed io avrei dovuto lottare non poco con mamma per potermela svignare senza dover fare un minimo di servizi... ma era domenica... almeno un giorno a settimana volevo essere libero. Le scarpe furono infilate velocemente mentre sentivo il latte caldo che mi scaldava tutta la vita, era quello che mi ci voleva per affrontare il freddo dell'inverno che c'era fuori. Corsi giù per le scale con mia madre che mi urlava dietro di lavarmi la faccia, ma ormai ero arrivato in fondo alla scala, spalancai la porta e solo allora mi resi conto della neve che era venuta giù nella notte: feci fatica ad uscire, infatti la neve aveva superato la metà della porta e dovetti usare la pala per farmi strada... loro erano lì, e mentre correvamo mi giunsero le urla di mia madre che mi ricordava di andare alla S. Messa e di tornare presto a casa. Nella potèca di zi' Antonio c'erano tutte allineate le carrozze che in inverno fungevano da slittino, e d'estate con le rotelle erano il nostro passatempo preferito; dovevamo sbrigarci, io, Peppe, Antonio, Francesco e Loreto avevamo architettato bene una modifica per fare correre più velocemente la nostra carrozza giù per la discesa, e se avesse funzionato la nostra squadra di S. Giovanni sarebbe riuscita a battere quella di S. Antonio composta da ragazzi, ché un'idea come la nostra non gli era sicuramente venuta in mente... se avesse funzionato saremmo stati rispettati da tutti e mamma, sicuramente felice, mi avrebbe concesso più tempo libero. Nella potèca gli attrezzi necessari erano a disposizione e le tavole che ci eravamo procurate in precedenza erano state levigate e formate a mestiere, ricontrollammo attentamente la particolarità delle tavole di ognuno dei carròzzi prima della loro collocazione alla base centrale che sorreggeva il tutto, certo sarebbe stato bello poterla verniciare di un bel rosso, ma la vernice? Chi te la dava? Certo se ci fosse stato mio padre, lui sì che mi avrebbe capito e aiutato, sicuramente avrei avuto un alleato su cui contare per preparare la più bella carrozza della storia, e non avrei dovuto raccontare continuamente balle a mia madre che mi ripeteva fino allo sfinimento: «Stai attento che ti fai male». – Non immischiarti con i compagni che combinano guai altrimenti anche tu verrai considerato tale – ma che ne poteva sapere lei che era una femmina, di quello che deve fare ogni ragazzo per divetare uomo; mio padre, se fosse stato qui, avrebbe sicuramente aiutato l'unico figlio maschio, ma era inutile che ci pensavo: papà era lontano, ormai erano tre anni che lavorava in Germania ed io lo rivedevo due volte l'anno, tornava per la vigilia del Natale e restava fino a febbraio, quando poi preparava la sua umile valigia e ripartiva per il lungo viaggio verso la terra straniera che lo stava ospitando e che ci permetteva di vivere discretamente... sì, sì, sì... ma lui non c'era! E a me serviva la sua grossa mano per stringere quei dannati bulloni; lui che una volta, quando lavorava i carboni al bosco, aveva incontrato il grande orso bruno, non si era di certo spaventato, perché era consapevole di possedere una forza incredibile e tutti lo rispettavano, nessuno si azzardava a litigarci perché poi lui aveva la meglio... il mio papà era il più forte, io gli volevo tanto bene, ma adesso non c'era ed io me la dovevo risolvere da solo. Durante tutto l'anno l'unico mezzo che avevamo io, mia madre e mia sorella per scambiare notizie con lui, erano le lettere, certo mia sorella ne scriveva una a settimana e lui puntualmente gli rispondeva, io ascoltavo mia madre che mi leggeva i saluti che mi rivolgeva e quello mi bastava... ma erano parole, sì, solo parole ed io attualmente avevo bisogno dei fatti: lui non c'era. Certo sarebbe stato diverso avere un papà a tempo pieno, mamma non mi avrebbe più scocciato nel mandarmi a prendere la legna ogni volta che stava per finire, non sarei dovuto andare insieme a lei e nonno a riprendere le mìccole e le patate in campagna, o a dar da mangiare alle bestie. La vigilia del Natale l'attendevamo per molto e poi all'improvviso lo ritrovavamo lì che ci aspettava, e mentre gli correvo incontro e lo abbracciavo, sentivo il prurito della sua barba sulle mie guance, e la sua stretta mi lasciava senza respiro e pieno di gioia, lì sospeso a mezz'aria, ed in quei momenti la fatica, la rabbia, dimenticavo tutto, tutto... sentivo i suoi baci che mi schioccavano sulle guance e mi scaldavano il cuore. Nella mia cameretta sul letto c'erano i regali che mi aveva portato ed io non impiegavo più di qualche minuto a scartarli, tra gli urli di gioia nel vedere i bei giocattoli tedeschi che mi aveva portato, quello che preferivo era il trenino, ma anche i Lego facevano la loro bella figura, la cioccolata poi sarebbe servita tutte le volte che dovevo contrattare con qualche amico. Nei giorni successivi in casa era festa, ma non soltanto perché nasceva Gesù, ma perché era l'unico periodo in cui sentivo il senso reale della parola "famiglia", allora ritrovata intorno al camino mentre il fuoco rischiarava le gelide serate. I suoi racconti mi illuminavano e mi davano modo per fantasticare su quante cose ci sono nel mondo, lui era il ponte tra il mio piccolo paese e tutto il mondo che c'era intorno, in quelle sere, mentre stavo appollaiato sulle sue gambe, ascoltavo di quella terra lontana dove la gente è fredda ma precisa, ordinata, dove ogni cosa funziona con precisione e metodicità. Ci raccontava di come fosse difficile per lui tornare a casa e non riconoscerci, tanto eravamo cambiati in un anno, e di quanto fosse duro stare laggiù con il tempo che volava mentre lavorava e poi si bloccava durante i giorni di festa. Ci raccontava di quanto si sentiva triste quando la domenica vedeva le famiglie che andavano in Chiesa con i bei vestiti a festa, e poi nei pomeriggi passeggiavano nei bei parchi colmi di gente allegra e spensierata. Ci raccontava di quanto dolore provava ogni volta che sapeva di non poter essere presente ad un cerimonia importante della famiglia. Ci raccontava di quanto fossero preziose per lui le provviste che portava da casa, unico gancio tangibile con la sua cucina famigliare, con i sapori che da sempre avevano scaldato il suo palato. Ci raccontava delle varie vicissitudini in cui si era imbattuto e quante volte aveva fatto a meno del suo pezzo di pane e soppressata per poterlo donare al compagno che vicino a lui aveva poco o niente nel suo piatto dopo una lunga giornata di lavoro. Ci raccontava della stanza umile e spartana che lo ospitava e che divideva con altri compagni, ci raccontava di come gli fossero tornati utili i consigli casalinghi che mamma gli aveva dato, di come fosse prezioso saper cuocere e preparare un buon pasto dopo una giornata di duro lavoro, lavori umili e faticosi che nessuno voleva fare. Quel pasto segnava la differenza sostanziale per una lunga e serena convivenza. Nelle lunghe serate invernali, mentre mamma metteva i "punti" al corredo di mia sorella, lui ci aiutava a fare i compiti, e mentre fuori infuriava la bufera, noi, rischiarati dal calore del camino, sentivamo dopo tanto tempo il calore nel cuore che lui, con la sua presenza, poteva darci. Era allora che i miei sogni diventavano sereni e felici con la certezza che l'indomani lui era lì presente: il mio papà. L'arrivo di papà coincideva con quando in casa si ammazzava il maiale e solo chi lo ha vissuto può ricordare che grande festa fosse. L'uccisione della povera bestia era dolorosa, nel non vedere più colui a cui tutti i giorni portavo gli avanzi del cibo, ma rappresentava un momento di gioia per le provviste che la dispensa riceveva utili per tutto l'anno. La parte migliore era il sanguinaccio con cui ogni famiglia faceva a gara nel rendere più gustoso possibile, aggiungendo ingredienti a volte segreti ma sicuramente deliziosi. La preparazione dei prosciutti, delle salsicce, dei supresciàti, del guanciale, era riservato agli adulti ed ogni più piccola parte della bestia veniva minuziosamente preparata per l'uso che gli era stato imposto. Sfido chiunque ad ammettere che almeno una volta nella vita non abbia rubato innocentemente qualche salsiccia; nel gelido inverno capracottese, confortante merenda era il pane con sopra il lardo, che riusciva a scaldare immediatamente ogni parte del mio corpo intirizzito. Dopo il lungo ed estenuante lavoro tutta l'attrezzatura veniva riposta con cura in attesa del successivo utilizzo. La casa in cui erano tali provviste non aveva di certo timore d'affrontare il lungo periodo di freddo del mio paese. Come volavo facilmente nel mio immaginario e mi dissociavo da quella che era la realtà... ma ci pensavano i miei compagni a riportarmi con i piedi per terra. Lì dentro la potèca faceva veramente freddo e con le mani intirizzite di certo non riuscivamo a portare a termine un lavoro così delicato e di precisione, dovevo trovare un rimedio per scaldarci velocemente... ma cosa potevo fare senza tornare a casa dove c'era quello che mi occorreva? Ci pensai e la risposta mi fu subito chiara, dissi ai compagni di continuare a mettere le viti e controllare con attenzione che fossero ben strette: io dovevo fare una commissione urgente. Corsi a casa di mio nonno (poveretto, viveva da solo visto che era vedovo), lì avrei sicuramente trovato qualcosa, la porta era chiusa ma senza il chiavistello (nessuna delle porte del mio paese era chiusa a chiave), dentro trovai il callàre sul camino con tanta acqua bollente per la preparazione del pranzo, di sotto nella stalla trovai un secchio di ferro e lo utilizzai per contenere l'acqua, ma per contenerla che potevo inventarmi? Cercai per casa qualcosa di decente e finalmente sotto il letto trovai un coperchio sopra il pisciatùre... ci andava a perfezione, mi sbrigai cercando di andarmene in tutta fretta prima che tornasse mio nonno e fu soltanto mentre uscivo che mi accorsi di quello che c'era sul tavolo già apparecchiato, un piatto contenente una bella quantità di prosciutto e formaggio. Ci pensai poco ma fui più veloce ad aprire la tasca della mia giubba nella quale feci scivolare il tutto, e corsi via. Per strada il secchio era pesante da trasportare ma quando giunsi a destinazione i compagni furono felici di potersi scaldare. Controllai il lavoro che avevano svolto ma ormai si era fatto tardi e mancavano ancora gli ultimi ritocchi ed ecco da lontano giungere le urla delle mamme che venivano a cercarci. Ma insomma non potevamo stare in santa pace? Ci accordammo sul da farsi. Ormai i nostri gioielli erano pronti, uscimmo fuori e soltanto allora ci rendemmo conto di come il tempo fosse volato senza che ce ne fossimo resi conto. L'indomani, per fortuna, non andammo a scuola e ci tornò utile il raduno che avevamo in piazza alla solita ora pomeridiana per accordarci sull'ora ed il luogo dove svolgere la gara. Fu deciso all'unanimità di svolgere l'incontro dietro alla pineta dove nessuno ci avrebbe disturbati e l'ora era quella pomeridiana in cui generalmente tutti ce la svignavamo da casa per il nostro momento di svago. Non restava che aspettare il giorno seguente, che avrebbe segnato in modo incisivo il percorso del nostro quartiere e che grazie a noi sarebbe stato rispettato e onorato, se tutto fosse andato per il verso giusto. La sera a casa ero in preda ad impazienza e nervosismo, tanto che anche mia madre si rese conto che qualcosa mi stava agitando particolarmente, così mi chiese se c'era qualcosa che mi disturbasse, ma la rassicurai dicendole che avevo discusso con i compagni e che presto mi sarei chiarito. L'indomani vissi le ore che precedevano la gara con un'agitazione particolare, ma finalmente giunse l'ora stabilita. Ci recammo tutti insieme sul posto, lì mostrammo le nostre carrozze affilate l'una vicino alle altre, mentre le posizionavamo sulla riga che Antonio, il più piccolo del gruppo, aveva tracciato sulla neve. Le carrozze le tenevamo a fatica ritte alla partenza e lì cominciammo ad azzuffarci con le parole, incolpandoci su come ci stavamo collocando e sul rispetto delle regole, non chiare nella loro applicazione. Il più grande del gruppo era stato eletto giudice e fu lui che ci azzittì imponendoci di prepararci e, contando 3-2-1, diede il via alla grande gara... Oddio... tutti giù velocemente lungo la grande discesa, cercando di superarci a vicenda e calcolando in largo anticipo il dosso da evitare per non cappottarsi, mentre cercavamo di controllare il compagno con cui poter continuare la lunga corsa verso il traguardo... e fu proprio in uno di quegli istanti in cui cercavo di controllare la situazione che non mi accorsi del legno che spuntava dalla neve e che mise fine alla mia folle corsa. – Pietro, Pietro, Pietro, ti svegli o che hai deciso di fare stamattina? Feci fatica ad aprire gli occhi e poi mi controllai addosso: le gambe c'erano, le braccia pure, mi tirai in piedi sul letto e con una fragorosa risata attirai la curiosità di mia madre che guardandomi incredula mi disse: – Sei per caso impazzito o cosa ti è successo? La mia risposta, ancora tra le risate, fu netta: – Mamma, era un sogno, sapessi che ho sognato? Devo correre dai miei compagni a raccontarglielo... ma forse oggi mi riposo e poi magari ci vado dai miei amici e gli racconto tutto, sì, proprio tutto... Maria Pia De Paulis Fonte: M. P. De Paulis, Una gara tanto desiderata... ricordi tra verità ed immaginazione, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. I, Cicchetti, Isernia 2011.

  • Marcantonio Capracotta e la peste del 1528

    Oh quanti monumenti di patrio amore nella venerabile antichità si rinvengono a pro de' poveri! Dopo la grave pandemia del 1348 la peste si attestò endemicamente nel nostro Paese, manifestandosi in forma epidemica ben cinque volte nella seconda parte del XIV secolo, due volte negli anni Venti e due negli anni Settanta del XV secolo, ancora due volte nel XVI secolo ed infine altre due volte nel XVII secolo. A Capracotta sono di pubblico dominio soltanto le informazioni sulla peste del 1656, grazie alla cronistoria del tempo fatta dall'arciprete Pietro Paolo Carfagna e, in tempi moderni, grazie all'attenzione del maestro Domenico D'Andrea, agli studi raffazzonati di Giovanni Schieda e alla pubblicazione curata nel 2015 dall'associazione "Amici di Capracotta". Per quanto riguarda l'epidemia del 1525-28 non vi sono purtroppo evidenze bibliografiche che riguardino specificatamente il nostro paese, quindi ne parlerò diffusamente per poi entrare nel dettaglio grazie a un personaggio storico che, nel proprio nome, portava quello di Capracotta. Mi riferisco a don Marcantonio Capracotta di Atessa, un ricco possidente che rivestì un ruolo fondamentale nel salvataggio del ceto contadino abruzzese tra la Val di Sangro e la costa adriatica. Nel febbraio del 1523 cominciò infatti a spargersi la voce che a Napoli si fossero verificati alcuni casi di peste. Ad aggravare il malumore del popolo partenopeo «il Vicerè si accorse che i fornitori di grano napoletani e dei Casali, ad un'attenta verifica, si stavano accaparrando il grano, così che la scarsa fornitura cominciò a provocare notevoli dissensi in Città». Insomma, nonostante il timore di un nuovo attacco pestilenziale, gli spagnoli, tra il 1520 ed il 1525, accentuarono i prelievi fiscali in tutto il Regno di Napoli, visto che spesso, quando «si profilava all'orizzonte una crisi annonaria, alcune università [...] erano restie a consegnare gran parte delle provviste di farina, e questo per due motivi, da una parte per la paura della carestia e della propria sopravvivenza e dall'altra per gli interessi degli speculatori che speravano di fare maggiori profitti». È una storia antica quella di fare affari quando il popolo è in miseria. Dopo che la peste del 1528 aveva stremato la popolazione contadina - a cui si aggiunse quella del 1530 e la marcia degli eserciti sui terreni coltivati (con conseguente distruzione dei raccolti) - Marcantonio Capracotta, coadiuvato da Giovanni Robertella e dall'Università di Atessa con 2.000 ducati, spese una vera e propria fortuna per risollevare la situazione acquistando quanto più grano possibile per sfamare i miseri lavoratori della terra d'Abruzzo, malati e rimasti senza provviste. Si potrebbe dire che ad Atessa il nome di Capracotta sia sinonimo di salvezza, tanto che il cronista padre Tommaso Bartoletti scrisse nel 1836 che «Marcantonio Capracotta, e Messer Giovanni Robertella furono i liberatori della Patria per le carestie penuriosissime, che l'afflissero». Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: AA.VV., Anno Domini 1656. La peste a Capracotta, Cicchetti, Isernia 2015; T. Bartoletti, Biografia cronologico-storico-critica degli uomini illustri atessani, Tizzano, Napoli 1836; D. D'Andrea, Storie capracottesi d'altri tempi, D'Andrea, Lainate 1995; P. Lopez, Napoli e la peste: 1464-1530, Jovene, Napoli 1989; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Montanaro, La macchina sanitaria del Vicereame spagnolo durante le epidemie pestilenziali del primo '500 in Napoli e nei casali napoletani, in «Archivio Storico di Terra di Lavoro», 18, Soc. di Storia patria di Terra di Lavoro, Caserta 2000-2001; E. Novi Chavarria, Sulle tracce degli zingari. Il popolo rom nel Regno di Napoli (secoli XV-XVIII), Guida, Napoli 2007.

  • Sugli antichi sentieri della transumanza

    Pescara. A Serafino Di Tanna capitava di pensare alle sue pecore lasciate a Capracotta nel Molise e ai tratturi, anche lì in Ohio, all'America, nei pochi metri della baracca del campo di prigionia in cui era rinchiuso, dopo essere stato catturato in Africa durante la guerra. Sua sorella, Carmela, che all'America c'era finita trent'anni prima, l'andava a trovare una volta al mese. Gli portava da mangiare e qualche maglia di lana per riparasi dal freddo crudele del Midwest. Non gli portava il cheese, quel formaggio americano troppo giallo e molle, che non sa di formaggio, Carmela, una sartina di paese che era andata maritata a un altro abruzzese (non si faceva differenza, allora, tra abruzzesi e molisani di montagna: stessa razza), Rocco Giagnacova, figlio di contadini di Villamagna, emigrato anche lui da ragazzo in Pennsylvania, che lavorava nelle ferrovie, con il legno e l'acciaio dei binari da mettere insieme per collegare un pezzo dell'America a un altro: dall'est verso l'ovest. Sentieri grigio-neri di ferro che tagliavano l'oro e il verde di quelle pianure che a Carmela ricordavano quelle della Puglia dove, ogni anno alla fine dell'estate, Serafino scendeva con il gregge e i pastori abruzzesi, lasciandosi alle spalle il paese sotto un cielo plumbeo e gravido di presagi dell'inverno. Serafino era lo zio di mio padre, ma questo non conta. Conta, invece, che era un pastore, uno di quei pellegrini che per secoli hanno percorso i tratturi, le piste della transumanza delle greggi. Dalle montagne dell'Abruzzo e del Molise verso le pianure della Puglia, alla fine dell'estate per sottrarre le pecore al freddo. E in senso inverso, in primavera, per riportarle nei pascoli in altura. La tappa del Giro d'Italia che parte oggi da Lucera in provincia di Foggia per concludersi all'Aquila, si muove lungo questo percorso di ritorno che i pastori abruzzesi e molisani hanno affrontato a piedi fino agli anni Settanta, quando hanno iniziato a trasportare le greggi con i camion. Ce n'erano due, di principali, che portavano dall'alto Tavoliere all'Aquilano. Il tratturo L'Aquila-Foggia, chiamato anche Tratturo del Re o Tratturo Magno, con i suoi 244 chilometri è il più lungo. Parte dal piazzale della Basilica di Collemaggio all'Aquila, scende lungo la valle dell'Aterno-Pescara passando nei pressi di Sant'Elia, Bazzano, Onna e San Gregorio. Superato Poggio Picenze, il sentiero risale verso l'altopiano di Barisciano e si inoltra nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Quindi, seguendo le orme dell'antica via Claudia Nova raggiunge l'antica Peltuinum. Il Tratturo Magno attraversa poi la piana di Capestrano, supera il valico di Forca di Penne, scende verso il Chietino dirigendosi verso Lanciano per raggiungere la costa vicino alla foce del fiume Osento. Qui si interna di nuovo nella pianura di Vasto per costeggiare di nuovo l'Adriatico alla foce del fiume Trigno ed entrare nel Molise. Raccolte, qui, le greggi del Molise, il sentiero della transumanza costeggiava la vecchia ferrovia Foggia-San Severo per poi raggiungere Foggia, dove aveva sede la Dogana delle pecore, vicino alla chiesa delle Croci. L'altro tratturo è quello che la tappa del Giro di oggi ricalca a tratti. Quello che partiva (e approdava) dalla campagna alle porte di Lucera e finiva a Castel di Sangro snodandosi per 130 chilometri. Si chiama il Tratturo della Zittola, dal nome del torrente: a Castel di Sangro corre quasi parallelo al Pescasseroli-Candela e con esso costituisce una delle coppie di direttrici longitudinali più importanti. Prima di approdare al ponte sulla Zittola, il sentiero passa per Campobasso e poi, nell'alto Molise, prima di attraversare il Sangro, Forlì del Sannio, Pescolanciano e Carovilli. Era questo il tratturo di Serafino. Lungo quel sentiero, tante tappe notturne. Il cibo era quello povero della transumanza: latte, ricotta, formaggio. Il passaggio delle pecore su questo e sugli altri sentieri era una prova di forza per il fisico. I fardelli economici non c'erano più, almeno quelli imposti dallo Stato. Per secoli le finanze del Regno di Napoli e delle Due Sicilie s'erano sostenute anche sulle tasse che gravavano sui pastori. Re Alfonso I d'Aragona nel 1447 aveva istituito la Dogana per la Mena delle pecore in Puglia, una sorta di finanziaria ante-litteram che stabiliva che le terre di pascolo erano del Demanio regio e si potevano utilizzare solo pagando la "fida", un canone annuo, fissato in rapporto al numero delle pecore. Nel 1465 erano 600 mila le pecore transumanti. Un secolo dopo, 1.137.064. Il culmine fu raggiunto all'inizio del Seicento con 5 milioni e mezzo di capi, di proprietà per il 98 per cento di pastori delle montagne d'Abruzzo. Quel pesante sistema di tassazione fu abolito solo all'inizio dell'Ottocento da quando Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì le servitù sul Tavoliere di Puglia. Tornò dalla prigionia nel 1946, Serafino Di Tanna, e riprese la sua vita fra le estati che somigliavano a primavere dell'alto Molise e i miti inverni del Tavoliere. D'estate lo stazzo, nella campagna fuori Capracotta, era presidiato dai cani. Pastori abruzzesi feroci con gli estranei, con chi si presentava senza essere accompagnato da Serafino o da altri pastori. Bastava farsi scortare e quelle furie bianche si placavano fino a farsi anche accarezzare. Lì Serafino ti scodellava in un piatto la ricotta fresca e, se ne aveva voglia, superando il pudore della fatica, poteva capitare che ripescasse dalla memoria un brandello o due di quell'epopea chiamata transumanza. Giuliano Di Tanna Fonte: G. Di Tanna, Sugli antichi sentieri della transumanza, in «Il Centro», Pescara, 19 maggio 2010.

  • La ricetta delle ceca maretra

    È caduta la prima neve. Il General Bianco, dopo aver buttato l'assedio, non soddisfatto, si accinge a stringere in una morsa di freddo e ghiaccio il paesello. I capracottesi, dal canto loro, non si lasciano cogliere impreparati: le provviste per l'invernata sono ben riposte e pronte per l'abbisogna. La secolare sfida, pur riproponendosi ogni anno, ha sempre visto, seppur "decimati", vincere i capracottesi. Essi sanno bene che questo è solo l'inizio e che dopo novembre c'è la nève de deciémbre che métte re diénde e poi c'è jennàre e jennaróne che scopa paglieàre, cuatenàre e cuascióne! Insomma, pur non disdegnando la neve, necessaria per le sorgenti e fonte di gioia per gli sportivi ed operatori economici, i paesani stanno sempre all'erta, anche perché: tiémbe de viérne e cure de criatùre nen puó sctà mieà secùre! E quando fa freddo, solitamente, si mangia un po' più grasso e il pensiero sovente volge alla carne di maiale. Eh, sì, questa "dispensa ambulante", per secoli, ha rappresentato l'arma migliore, per i capracottesi, per difendersi dai lunghi e rigidi inverni. Del maiale (allora!) non si scartava nulla: il sangue si mangiava cotto o, più tardi, addolcito con zucchero, cacao, cannella e altro, si trasformava in sanguinaccio. Prosciutti, salami, salsicce, ventresche, gnuóglie, ossa, piedi e testa, venivano appesi rappresentando la quasi totalità della sua trasformazione. Dico quasi, perché un ruolo determinante era svolto dal lardo: guai, se allora, un maiale non avesse procurato la giusta quantità di grasso (ùnde), per poter soddisfare le esigenze dell'intera famiglia, che a quei tempi era abbastanza numerosa. L'olio di oliva era per pochi privilegiati ed avere ùnde a sufficienza era già un lusso. D'altronde, quando qualcuno commetteva un'azione poco "lecita" lo si apostrofava dicendogli: «Pe ulìja de làrde, ha mìsse re dìte 'ngùle a re puórche!». Perfino le setole venivano recuperate per il calzolaio! Disgrazia immane era, pertanto, la morte per malattia del maiale. Essa gettava in costernazione l'intera famiglia, che già avvezza a vivere più o meno a stecchetto, passava alla "fame"! E immaginate che invernata dovette passare quella famiglia di otto componenti, che negli anni Sessanta subì la perdita dell'unica mucca che possedeva e che, morendo di notte, si accasciò addosso al maiale soffocandolo! Il veterinario don Peppe constatò la morte e prescrisse l'interramento di entrambi gli animali, facendo sprofondare nel più totale sconforto quella povera famiglia. E comunque, quando si aveva la fortuna di ammazzare il maiale, tutti erano in festa e l'intera famiglia partecipava all'evento: al più piccolo si faceva mantenere la coda, mentre i più forti lo tenevano saldamente stretto per le zampe prima del colpo fatale, che veniva inferto dal capofamiglia o dall'esperto compare chiamato per l'occasione. Dopo l'uccisione si puliva, si appendeva, si pesava e si apprezzava il lardo, mentre le donne, dopo aver sistemato il sangue, incominciavano a cuocere le cèca marétra, ovvero la carne intorno alla gola del maiale che comprende ghiandole del timo, tiroide ed emolinfoghiandole. Quest'ultime, soffriggendole a fuoco vivace, "sparano", e il marito, impaziente di attendere, ma soprattutto ingordo, nell'avvicinarsi incautamente alla padella, era spesso vittima di quegli schizzi: da qui cèca marétra (acceca mariti)! Pasquale Paglione Fonte: P. Paglione, Cèca marétra: la ricetta, in «Voria», II:5, Capracotta, dicembre 2008.

  • 1965: Amelia Rosselli a Capracotta

    Long poem "La libellula" on Nuovi Argomenti having enormous success - but I am accused by some who are wrong of neo-romanticism! Quite wrong - the poem is strong on re-reading it, though I'm quite far from that mentality (1958). I want to send you the copy (15 sbagli di stampa) together with another review instead publishing 3 long very recent poems written at Capracotta - just for the contrast, so you'll get a vague idea of what I'm trying (or was trying to do in 1965) to do. Questo è uno stralcio della lettera che Amelia Rosselli, di ritorno dal soggiorno capracottese, spedì il 28 luglio 1965 a suo fratello Giovanni. Ebbene sì. Una delle più grandi poetesse italiane - molto apprezzata anche a livello internazionale - trascorse a Capracotta una lunga vacanza nell'estate del 1965 e quel periodo si rivelò per lei molto fecondo, perché nel nostro paese la Rosselli scrisse ben 22 poesie, tutte inserite nella "Serie ospedaliera", una raccolta che, dopo "La libellula", rappresenta il secondo ciclo della sua inestimabile opera poetica. Quei componimenti vengono definiti dagli studiosi della Rosselli «le poesie abruzzesi [che] costituiscono la stagione più recente di "Serie ospedaliera", risolutiva per porre termine alla gestazione della raccolta; anche se poi non vede la luce fino al 1969». E il critico dell'opera rosselliana più accreditato è certamente Stefano Giovannuzzi, professore di Letteratura italiana all'Università degli Studi di Perugia, col quale tenterò di organizzare in futuro un evento a Capracotta incentrato proprio sulla Rosselli. Il nucleo delle poesie scritte a Capracotta rappresenta infatti il punto di partenza del quarto capitolo della "Serie ospedaliera". Giovannuzzi afferma che «dietro l'apparenza letteraria e idillica, le poesie abruzzesi mettono in scena i riti che accompagnano la morte di un personaggio maschile, dalla veglia funebre alla cerimonia della sepoltura [...]. Dietro l'anonimato il morto delle poesie abruzzesi disloca, attenuandolo, il lutto per la scomparsa di Scotellaro». A quanto pare il fulcro umano di quel grumo poetico è da rintracciare in Rocco Scotellaro (1923-1953), che la Rosselli conobbe nel 1950 e la cui prematura scomparsa provocò nella poetessa un trauma che «tende a fissarsi in figure allegoriche che hanno lo scopo di alleggerire la sofferenza oggettivandola al di fuori del perimetro della biografia». Le 22 poesie composte da Amelia Rosselli a Capracotta sono le seguenti, i cui titoli sono tratti dal primo verso delle stesse, dimostrando il flusso di coscienza da cui sono scaturite: "Amarti e non poter far altro che amarti"; "Ma tu non ritornavi: giacevi semidistrutto"; "E morire per te è vano"; "Son così sola, e ti amo tanto, il vento morde"; "Mi batte la testa, nella pensione"; "Un'esile vocina: basta aprire appena il battente"; "Tu non ricordi le mie dorate spiagge"; "Luce sulla tua testa cade incerta"; "A tratti la tua testa assume un aspetto"; "Parole nude sul tronco dell'albero"; "Le ingenue case, è meglio che Dio rimanga"; "Avvezza al sogno, al sonno, al sole"; "Primavera, primavera in abbondanza"; "Si staglia netto il campo"; "Di sera il cielo spazia"; "Tu con tutto il cuore ti spaventi"; "Esiste molta gente, e non è tutta"; "C'è vento ancora e tutti gli sforzi"; "Faccia nell'erba odori quel poco"; "Seguito dalle mosche, credendomi"; "Diana la cacciatrice soleva avvicinarsi"; "I bambini sono i padroni del paese". Nel secondo volume della mia Guida azzardai alcune ipotesi, dettate dalle emozioni istintive che le poesie della Rosselli mi avevano provocato. In quell'occasione scrissi infatti che Capracotta aveva probabilmente garantito alla Rosselli l'armonia e l'ispirazione tali per poetare; inoltre, nel presentare il quattordicesimo componimento "Si staglia netto il campo", scrissi che mi piaceva «immaginare la Rosselli nella camera d'una pensione capracottese, con vista sulle montagne, seduta allo scrittoio, mentre fuori nevica, e troviamo tre aree tematiche ricorrenti: il campo (un prato qualunque o il nostro monte?), il freddo (del ghiaccio o dell'anima?) e la pensione (un albergo o la metafora della miseria?). Al fertile acme dell'ispirazione, la poetessa potrebbe essersi lasciata blandire - almeno originariamente - dalla cruda silhouette di Monte Campo, e solo in un secondo momento, in fase di rifinitura, abbia optato per la minuscola iniziale del primo verso, così da evitare qualsiasi riferimento a luoghi reali». Nel leggere la biografia del prof. Giovannuzzi scopro che «incrociando le notizie e gli accenni di autocommento, il discorso parrebbe formulato in modo da stabilire una dipendenza, o una connessione, fra il paesaggio fisico in cui le poesie sono scritte [...] e un paesaggio culturale e letterario che rivaluta paradigmi quantomeno fuori gioco dall'osservatorio degli anni Sessanta». Ciò che avevo ipotizzato nel 2017 non era quindi così sacrilego: la Rosselli soggiornò a Capracotta e da allora Capracotta soggiorna nella sua poetica. Difatti, se si leggono i primi versi delle ventidue poesie poc'anzi elencate, si trovano molteplici richiami alla nostra cittadina: il vento che morde (la vòria), il mal di testa nella pensione, i tronchi degli alberi, le ingenue case (di un modesto paese), il Campo che si staglia e di nuovo il vento (il maiellése), l'erba odorosa, la presenza delle mosche, il mito precristiano di Diana e i bambini che scorrazzano e spadroneggiano pel paese... Dirò di più. Per quanto riguarda quel «vento che morde», ho controllato i dati meteorologici dell'estate del '65, da cui risulta che quella stagione vide in Italia «un comportamento davvero poco estivo dopo un giugno normale per le temperature con la massima annuale a 35,2°. [...] Sia luglio che agosto sono estremamente piovosi e perturbati», il che rende legittimo pensare che a Capracotta il vento abbia morsicato più del solito, colpendo l'immaginario di Amelia Rosselli. Ora bisognerà scoprire dove la poetessa abbia alloggiato fisicamente, nella speranza di scoprire qualche scritto autografo, che oggi avrebbe un valore immenso, al di là del mero dato economico. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: C. Bello Minciacchi, Amelia Rosselli, in «Antologia Vieusseux», XXIII:69, Firenze, settembre-dicembre 2017; A. Cortellessa, La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli con testi inediti e dispersi dell'autrice, Le Lettere, Firenze 2007; S. Giovannuzzi, La persistenza della lirica. La poesia italiana nel secondo Novecento da Pavese a Pasolini, Fiorentina, Firenze 2012; S. Giovannuzzi, Che cos'è la lettertura? Amelia Rosselli e le poesie abruzzesi di "Serie ospedaliera", in R. Girardi, L'angelo malato. Poesia a salute mentale nel Novecento italiano, Ed. di Pagina, Bari 2014; S. Giovannuzzi, Amelia Rosselli: biografia e poesia, Interlinea, Novara 2016; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; A. Rosselli, Lettere a Pasolini (1962-1969), a cura di S. Giovannuzzi, S. Marco dei Giustiniani, Genova 2008; A. Rosselli, Serie ospedaliera, Il Saggiatore, Milano 1969; A. Zungri, Ed è dolce il naufragare in questo sonno così spiritato: proposte di lettura per "Serie ospedaliera", in «Quaderni del '900», XVI:16, Serra, Pisa-Roma 2016.

  • Storia di una ninna nanna strana e nostrana

    Fu un'estate movimentata quella del 1974 a Capracotta. Ero arrivato, come tutti gli anni, verso metà luglio; avevo 21 anni e la gioia di passare circa due mesi nel paese natio; soprattutto sentivo il piacere di riallacciare tante amicizie con figlie e figli, come me, di capracottesi sparsi un po' in tutta Italia. Eravamo tutti legati allora dalla passione per la politica perché avevamo partecipato, ciascuno nella propria città di residenza, alle manifestazioni di protesta e alle contestazioni studentesche ed operaie che agitavano i luoghi pubblici dal 1968. Capracotta, in quella estate, ci offrì una straordinaria occasione di poter esercitare una attività di vero e proprio impegno politico e civile. Verso la fine di luglio si era appreso che la Giunta comunale aveva deciso di dimezzare l'orario di apertura al pubblico della farmacia comunale. Piuttosto che tutti i giorni, come era stato fino ad allora, essa doveva essere aperta a giorni alterni, nel corso della settimana. Si diceva "a scavalco", un giorno sì ed uno no, e l'operazione mirava ovviamente a risparmiare denaro. Il provvedimento parve molto ingiusto a tutti. Si trattava davvero di uno scavalco: "scavalcava" infatti, nel senso che ignorava senza scrupoli, le necessità e le esigenze degli abitanti che evidentemente utilizzavano la farmacia non già come esercizio commerciale, bensì come un "servizio" dove poter trovare l'occorrente in un momento di necessità e di emergenza. E siccome della salute della famiglia, dei bambini e degli anziani si occupavano, e si occupano, sempre le donne, furono proprio le più anziane tra loro a far sentire il disappunto e la rabbia. Non doveva essere facile, per le donne di una certa età e se abitano in un paese di montagna, correre in caso di bisogno, e con chissà quale mezzo, alla farmacia del vicino paese... magari con tanto di neve! La questione apparve a tutti quale era: una ingiustizia, un disagio annunciato, un vero e proprio sopruso. Alla protesta delle donne si unì presto quella degli altri; degli abitanti residenti e degli emigrati e soprattutto quella di noi giovani, che avevamo lo spirito della rivolta a fior di pelle. La faccenda venne affrontata inizialmente in una assemblea riunitasi presso l'ex asilo comunale. Gli animi erano infuocati tanto che sull'argomento si tornò a discutere ancora in molte sedi e circostanze, nei locali pubblici e nelle strade, per tutto il mese. Sembravano sparite le differenze tra giovani o vecchi, residenti o emigrati, tra contadini e coloro che erano di solito visti come... "intellettuali", lontani da casa e disinteressati alla vita di paese. Il culmine della protesta sfociò in una manifestazione di piazza, con tanto di corteo che si snodò lungo tutto il paese, che mai aveva avuto esperienze diverse da quelle delle.... processioni. Alla testa del corteo campeggiava uno striscione scritto a mano: FARMACIA SUBITO. La lotta non fu vana. Alla fine si ottenne la revoca del provvedimento restrittivo, con grande gioia e soddisfazione di noi tutti e soprattutto dei più anziani, con Irene e Lucia di Milione in prima fila: erano loro quelli che spessissimo avevano bisogno di medicinali. La vera vittoria fu quella di aver difeso, tutti insieme, l'unica farmacia rimasta in paese, e per di più comunale. Aver difeso cioè un bene comune, diverso dalle farmacie private, aperte talvolta come trampolino di lancio per carriere molto politiche e molto poco... terapeutiche... Di solito il popolo di Capracotta è un popolo discreto, laborioso, diffidente della politica e poco incline ad esporsi, soprattutto le donne! Quella occasione, invece, ruppe il ghiaccio; si formarono tante nuove amicizie e dai tanti incontri nacque il "Collettivo di paese". Si trattava di una sorta di comitato che discuteva i problemi di Capracotta e raccoglieva i desideri dei partecipanti: si era data ormai la stura alla voglia di partecipare e, se necessario, ribellarsi. Soprattutto si creò un rapporto vivo ed autentico tra coloro che a Capracotta vivevano tutto l'anno e coloro che erano accusati di essere feluósofe (filosofi), perché non addentro alla vita e alle dinamiche della montagna. A pensarci oggi, col senno di poi, forse sarebbe stato più importante lottare non tanto per il mantenimento della farmacia e dei suoi orari di apertura. Avremmo potuto cogliere piuttosto l'occasione per "inventarci" la nostra... farmacia, mettendo a profitto le sicure conoscenze antiche sull'uso e sulle proprietà delle tante erbe officinali di cui è ricca la montagna della nostra terra. E magari raccogliere il patrimonio di conoscenze per realizzare laboratori di trasformazione delle erbe e con un bel salto di qualità, dotare Capracotta di una salutare erboristeria. Nei due anni successivi accaddero tante cose e si lottò per le case popolari, per i trasporti; venne istituita una cooperativa di magliaie, poi chiusa. Ma non è di questo che in questa circostanza voglio dire. Voglio raccontare piuttosto che il gruppo del Collettivo (alla fine così lo chiamavamo) di cui facevo parte decise di organizzare per l'agosto dell'anno successivo una settimana chiamata "Zulluam 'nziembra", "giochiamo insieme" in italiano. Era sì rivolto ai giovani e ai bambini ma vi potevano partecipare tutti. Su un grande foglio di carta, con la tecnica dei ta-tze-bao cinesi, fu scritto a mano un programma che si sarebbe svolto presso la Villa, il giardino comunale del paese. Ci fu una attività dedicata al disegno e alla pittura, da realizzarsi con l'uso dei più diversi materiali; su grandi fogli di carta, recuperati in qualche modo, furono eseguiti disegni da oltre 50 bambini, distesi, insieme ai fogli, sul prato verde della Villa. Vennero fuori lavori fantastici, tanto che alcuni di essi furono spediti a Mosca, in occasione del Festival Internazionale della Gioventù (comunista). A dire il vero questa cosa mi dispiacque un po'; avrei voluto tenere a Capracotta quello che avevamo realizzato, perché l'Unione Sovietica sembrava un paese già corrotto dalla burocrazia e dalla formazione di nuove caste, che in nome del popolo detenevano il potere. Fortunatamente qualche "opera" è rimasta e la conservo gelosamente in un baule nel mio... sottoscala; aspetta una buona occasione, nuova, per essere esposta ed apprezzata, perché possa fornire spunti di riflessione. Un'altra attività fu quella di costruire oggetti con i petriésse (scarti di legno della lavorazione delle falegnamerie di Capracotta) e anche in questo caso vennero fuori bellissime cose. Si lavorava sempre in gruppo di tre, quattro persone e ciascuno cercava di far tesoro di quel che aveva imparato durante il tempo di occupazione delle scuole, allora investite dal vento della contestazione. Ed era un privilegio poter lavorare in gruppo, con collaborazione, lontani da forme di individualismo e di competizione. E poi ancora giochi di equilibrio e di movimento, un concerto in piazza, di musica popolar-folk e di contestazione che terminò in un girotondo favoloso e che abbracciò tutto il gruppo di case poste tra il corso principale, la Chiesa di S. Antonio, il Colle e la piazza principale. Certo ci sentivamo coinvolti socialmente e politicamente e la storia di poi ha sfortunatamente indirizzato le sue energie verso forme di lotta e di partecipazione piuttosto "dure" e alquanto violente. Le proposte alternative sembrarono andare tutte nella direzione del pensiero forte e dell'azione cosiddetta impegnata. Quasi che l'impegno e il lavoro non potessero che passare attraverso iniziative decisamente serie, di lavoro ufficialmente riconosciuto e amministrativamente avallato. Non c'era tempo per altro e ogni proposta alternativa fu considerata debole, ludica, periferica. Chi volle sperimentarsi, come noi, nel "gioco", venne emarginato come non importante, secondario, superficiale! E invece, ma allora non lo sapevamo, la strada per ogni cambiamento vero ed importante può passare attraverso l'apparente effimeratezza della condivisione amicale, attraverso il coinvolgimento di tutte le parti, soprattutto non istituzionali, percorrendo la via della pacifica collaborazione e la messa in comune, sempre, delle migliori qualità di ciascuno. È il lavoro dei tanti e diversi, lavoro silenzioso e leggero, che porta a valorizzare le storie locali e la ricchezza straordinaria dei patrimoni da mettere poi in comune. Il diffondersi e l'affermarsi di movimenti ecologici e pacifisti, tanti anni dopo, dimostrano la necessità di questa inusuale sensibilità. Non è lontano dal vero ritenere che questa forma di partecipazione, così come quella settimana di agosto la realizzò, ha agito sotterraneamente nelle coscienze dei partecipanti e può essere certamente considerata la primissima cellula di ciò che sarebbe diventata la proposta del "vivere con cura". Qui, prima ancora dei risultati misurabili quantitativamente, conta la qualità degli incontri e lo spirito di condivisione conviviale; qui vince solo l'estrema attenzione alle straordinarie "piccole cose". In quella famosa settimana di tanti anni fa e di tanti giochi... E infine organizzammo una particolare caccia al tesoro che ci impegnò per parecchi giorni. Si trattava di andare a scovare, sempre in piccoli gruppi, materiale legato agli usi, costumi e tradizioni della vita di Capracotta. L'entusiasmo fu alle stelle: riuscimmo a trovare così tanto, da aver bisogno di giorni per riordinare. Bisogna tener presente che allora Capracotta contava circa 2.500-3.000 residenti ma si era alla fine della vita rurale che aveva caratterizzato il paese. Quella caccia al tesoro fu un'occasione d'oro per vivere, con spirito di vacanza e di tempo libero, un importante momento di ricerca per conoscere e far riaffiorare una cultura in via ormai di estinzione, perché soppiantata dai nuovi miti dell'urbanesimo, dell'industrializzazione e del progresso individuale. Tra i dieci campi di ricerca, oltre al reperimento di oggetti del recente passato della tradizione popolare, della caccia al tesoro c'era il compito di raccogliere il maggior numero possibile di ninne-nanne e cantilene autoctone, quelle che le donne, e vogliamo sperare forse anche gli uomini, cantavano ai bimbi e alle bimbe, neonati, per favorire ed assecondare il sonno. Scoprimmo che molte si assomigliavano: come in quelle di ogni paese d'Italia compariva l'uomo nero ed altri archetipi dell'infanzia. Altre invece erano proprio particolari ed anzi una era così... personalizzata che ancora oggi, ricordandola, mi colpisce ancora molto. È interessante davvero la storia di questa ninna-nanna; ne venimmo a conoscenza perché invitavamo sempre i partecipanti a cercare, per ogni filastrocca, le origini e le recitatrici domestiche. Ed ecco dunque la storia di... una ninna-nanna capracottese D.O.C. Una donna aveva sposato un certo Domenico, nome che a Capracotta si usa accorciare con Ming. Costui era un uomo molto alto di statura tanto che gli venne affibbiato il soprannome de "il Lungo", lung in dialetto capracottese. Il marito in oggetto, dunque, veniva comunemente chiamato Ming Lung. La coppia ebbe un figlio di nome Sebastiano, nome che a Capracotta si accorcia con Ciàn. Così che quando si voleva identificare proprio quel bimbo e non altri tra eventuali cugini omonimi bastava dire: Ciàn Ming Lung! E tutti capivano che si trattava di Ciano, il figlio di Domenico detto "il Lungo"! Certo però che Ciàn Ming Lung è più vicino al nome di una dinastia imperiale cinese, abitante la città celeste che non di un infante di un piccolo paese di montagna. Ma tant'è. Ebbene la mamma di Ciàn aveva il problema di far addormentare il figlioletto o forse un suo fratellino piuttosto inquieto e non facile al sonno. Ogni genitore sa che cosa sia questo problema per il bimbo, per sé e le faccende domestiche, per gli altri familiari, per i vicini di casa... Tentava certo con tutto il repertorio tradizionale in uso tra le puerpere ma pareva che il bambino di dormire non ne volesse proprio sapere. Fino a quando, però, la buona donna non ebbe quella che potremmo definire una geniale intuizione: utilizzò il nome di suo marito come ninna-nanna o come direbbero in oriente i monaci tibetani, un mantra. Questa espressione vocale e musicale, evocativa e magica, è capace di ricreare un collegamento intimo e spirituale tra chi recita e l'universo circostante, in un circolo di accogliente amore. Come ogni mantra, dunque, questo funzionò ed il sospirato sonno giunse, pacifico e ristoratore. Basta provare, ed ecco allora la ninna-nanna-mantra. Ming Lung, Lung, Lung Lung, Lung, Lung, Lung, Lung, Lung, Lung... (All'infinito) Già allora questa cosa mi aveva colpito, ammiratore quale ero della lunga marcia e della rivoluzione culturale maoista. Anche questa, purtoppo, una rivoluzione degenerata. Devo essere stato affascinato, certo, anche dalla lingua cinese che si snoda davvero come tanti piccoli e monosillabici mondi sonori. Nome e soprannome del marito, nel nostro caso, trasformato in ninna-nanna: il nome Ming come starter, come un via libera al soprannome Lung, usato come suono base decisivo. La pratica di utilizzare il materiale offerto dal territorio era quasi l'unica esistente prima dell'urbanesimo. Ogni nucleo, meglio se allargato, doveva saper utilizzare quel materiale, seppur poco, per poter vivere con una certa dignità, servendosi del riciclo perché nulla andasse buttato via. Questa ninna-nanna è, a pensarci bene, il riciclo di un nome e soprannome che, per magia di una donna, diventa un efficace e semplice ninna-nanna. Un mantra, appunto. Alcune scuole di medicina orientale sostengono che ci siano suoni strumentali e vocali che attivando i centri nervosi atti a regolare funzioni neuronali, portino beneficio e si mostrino veri e propri rimedi di guarigione. La semiologia Julia Kristeva sostiene che non è tanto il contenuto o il vocabolo, anche se importanti, ad essere decisivo nella comunicazione tra individui; quel che è davvero fondamentale è la tonalità dei suoni e la diversità di ogni sfumatura, capace di creare legami di amore con il mondo. Chissà come la moglie del nostro Ming recitava la sua ninna-nanna al suo piccino, con quali vibrazioni sonore ed armonie vocali: allora non ci fu il tempo di cercare notizie su questa donna. Il desiderio e la segreta speranza di queste pagine, scritte "a quattro mani", con conviviale e semplice collaborazione, è anche quello di riaprire la caccia al tesoro interrotta tanti anni fa. Chissà se, scoperta l'identità della protagonista autrice della ninna-nanna, non le si possa intitolare un "concorso" di ninne-nanne da cercare o da inventare ancora. No. Non conosciamo questa donna; non sappiamo neppure quando sia vissuta; difficile saperlo se le donne, tranne qualche eccezione, vivevano come ombre dei mariti... e tuttavia a questa donna, chiunque essa sia, va il nostro grazie. Grazie, donna ancora ignota, per averci donato una ninna-nanna semplice e buona come vorremmo fossero tutti i sogni dei bimbi. Antonio D'Andrea e Anna Montaruli Fonte: A. D'Andrea e A. Montaruli, Che tutti dormano... Ming Lung. Storia di una ninna-nanna strana e nostrana, in AA.VV., I racconti di Capracotta, vol. II, Proforma, Isernia 2012.

  • Filomena

    Si incontrava Filomena al forno di Pasquale nel viavai delle donne che andavano a fare il pane, portavano le teglie a cuocere o con le pagnotte calde nelle ceste tornavano verso casa. Quel tratto di strada in prossimità del piccolo cimitero di montagna era sempre un po' profumato di cose buone e talvolta imbiancato della farina caduta; nell'attesa che si sfornasse, Filomena che abitava lì accanto in una casa grande nella quale viveva sola, partecipava al lavoro collettivo; saliva per una scala che non odorava di vacche come tante altre che avevano le stalle sotto, aveva invece la ringhiera di ferro che portava in una cucina ampia dove con grande cordialità ella offriva qualcosa di dolce come una fetta di pan di spagna o dei confetti ricci rimasti di qualche zìta (cerimonia nuziale). Ai bambini si rivolgeva premurosa ora serrando le labbra per farsi più attenta, ora aprendole ad un largo sorriso; il viso rotondo allora si illuminava nella cornice dei capelli neri che teneva stretti in un nodo. Il suo corpo pieno vestiva panni più cittadini delle altre donne e mostrava una passata bellezza, ma tradiva come un'ansia, una irrequietezza che a volte la faceva inciampare nelle parole mentre sembrava sempre indaffarata. La voce, nota a tutto il quartiere, risuonava tra le case ora chiamando l'una ora l'altra delle donne con le quali era in confidenza, con loro scambiava chiacchiere e faccende. Flora Di Rienzo Fonte: F. Di Rienzo, Piccolo florilegio, Capracotta 2011.

  • Il paese nel quale vivo

    Il paese nel quale vivo si chiama Capracotta e, per chi non lo sapesse, esso è situato in alto a 1.421 m. sul livello del mare. Siamo appollaiati su un cuneo, là dove il Molise entra in Abruzzo, tra le province di Chieti e dell'Aquila. La maggior parte degli italiani ignora che cosa sia o dove esattamente sia questo bellissimo angolo d'Italia, in cui dai picchi più alti e più aspri si scende poi dolcemente verso il mare Adriatico. Noi molisani siamo abituati a questi "lapsus" e, ormai, quasi tutti ce ne siamo spiegati il perché. Tornando al borgo (Capracotta), un tempo era ricco e fiorente per l'intensa contaminatio con la confinante e ricca Puglia, col traffico delle greggi, con la massiccia transumanza che vedeva impegnati quasi tutti gli esseri umani di sesso maschile per questo lungo viaggio che li avrebbe portati per molti mesi dell'anno lontani dalla famiglia giù nelle pianure del Tavoliere. Il paese è bello, ricostruito dopo la guerra, che qui è passata con tutta la sua crudezza e morte; è ricco di verde, di panorami maestosi, di fontane scroscianti, di montagne altissime, nei cui anfratti è possibile, ancora d'estate, trovare la neve (nelle nevère), di pascoli sconfinati, di abetaie, di sentieri tortuosi. Gli abitanti (700-800) sono persone forti che ben tollerano le intemperie, i rigori, le nebbie, i venti impetuosi, le tormente nevose che tutto cancellano dalla visuale. I gerani ai balconi, le strade pulite, le panchine lungo i margini delle strade, la villa comunale che è un tripudio di colori, il belvedere da cui l'occhio spazia verso l'Abruzzo della Maiella e di Roccaraso, o verso il dolce paesaggio del Molise, fino al capoluogo e oltre, con tante luci occhieggiati qua e là, è un luogo da visitare, da gustare, da ammirare. A 20 km. da qui c'è il mio bel paese, Agnone, il borgo dell'anima, da me amato con struggente nostalgia... Ne parlerò un'altra volta. Maria Delli Quadri Fonte: https://www.altosannio.it/, 20 maggio 2017.

  • Da Belsedere a Strangolagalli

    Quando si parla d'Italia non ci si limita ad esaltarne solo le bellezze artistiche, storiche e paesaggistiche, l'ottima enogastronomia o la moda. Ci sono tante chicche da scoprire nel Belpaese, ed un insolito itinerario potrebbe essere quello alla scoperta delle località dai nomi più bizzarri. Denominazioni curiose assegnate a volte per goliardia da parte degli abitanti dei luoghi, a volte per intitolazioni date a seguito di dominazioni straniere, o per strafalcioni linguistici. Ecco perché è particolarmente divertente seguire i consigli di Hundredrooms, il comparatore online di alloggi turistici, che segnala le più singolari città con nomi stravaganti in Italia. Ad incominciare da Altolà, frazione del comune di San Cesareo sul Panaro, in provincia di Modena, a Belsedere in provincia di Siena o Fiumelatte, sul Lago di Como. Questo piccolo paesino prende il nome dall'omonimo fiume che vanta il primato di essere il più corto d'Italia con i suoi 250 metri e le cui acque bianche richiamano il colore del latte. C'è una piccola frazione delle Langhe Piemontesi, vicino Cuneo, che si chiama Pocapaglia, dove le tenute vinicole regalano ottimi vini da servire sulle tavole insieme alla Bagna Caudà. Vicino a Perugia si trova Casa del Diavolo, denominazione originata dalla distruzione del paese dovuta alle truppe di Annibale anche se, secondo alcuni, il nome deriverebbe da una casa di perdizione per briganti durante i tempi antichi. In prossimità di Prato, invece, si trova Paperino, divenuto celebre negli anni Ottanta grazie al film di Alessandro Benvenuti "Ad ovest di Paperino", nonostante non vi fosse stata girata nessuna scena. Il nome non deriva dal celebre papero Disney, bensì da Paperium, un legionario romano fondatore di una delle 45 ville che circondano il territorio pratese. Il paese di Capracotta, in provincia di Isernia, deve il suo nome alla tradizione dei Longobardi che erano soliti sacrificare una capra cotta come rito di buon auspicio. Sempre di animali si tratta con Strangolagalli, in provincia di Frosinone: qui le leggende si sprecano, fra le più suggestive vi è quella secondo cui i nemici attaccassero la città al cantar dei galli, e la popolazione, per evitare l'irruzione, decise di uccidere i poveri animalisalvando così il paese. Una frazione di Custonaci, paese in provincia di Trapani, si chiama Purgatorio, vanta una costa paradisiaca e si contraddistingue per la famosa processione dei Misteri, che si svolge durante la Settimana Santa. Sempre in Sicilia si trova Donnadolce, una località situata nel comune di Comiso, in provincia di Ragusa: si tratta di un piccolo borgo con ricchezze e bellezze naturali che riguardano non solo le opere architettoniche, ma anche il sorriso delle donne del luogo. Flaminia Giurato Fonte: F. Giurato, Da Belsedere a Strangolagalli: l'Italia dei nomi più bizzarri, in «La Stampa», Torino, 26 giugno 2017.

  • I Mendozzi a Capracotta nel '700

    Non nutro particolare interesse per la patronimica né per la genealogia, foss'anche quella capracottese. Ciò nonostante ho voluto tentare una ricerca sul mio cognome, per osservare quanti e quali Mendozzi ci fossero a Capracotta in un dato momento storico, giacché oggi si contano almeno sei distinti rami di quel cognome: r'Amecùne, re Mennuózze, la Pezzùta, Papùmme, de Cènde e infine i Mendozzi a cui appartengo io, che non hanno nemmeno un soprannome, anche se il mio bisnonno era detto 'Ndògne Rucchètte. La fonte più attendibile per un'analisi del genere resta la numerazione dei fuochi e dei sottofuochi del 1732 contenuta nel "Libro delle memorie" del cancelliere Nicola Mosca. In quella corposa sezione ho infatti trovato soltanto due famiglie Mendozzi, entrambe residenti nella «Contrada di S. Maria delle Gratie» - oggi conosciuta come re Còlle - e facenti capo a Gioacchino (di Francesco) e Onofrio (di Giulio) Mendozzi. Nel 1732 Gioacchino aveva 62 anni ed era un pastore. Figlio di Francesco Mendozzi e di Caterina Colagrossi, si sposò con Liberata Venditto, che gli diede un figlio di nome Pietro ma che presto lo lasciò vedovo. Gioacchino si accasò nuovamente con Loreta Di Tanno, di otto anni più giovane, e con lei mise al mondo tre figli maschi: Andrea (23 anni), Egidio (20 anni) e Felice (9 anni). La prima moglie gli aveva portato in dote 66 ducati, la seconda soltanto 10, ma Gioacchino possedeva una casa dignitosa dove abitava con Loreta e coi tre figli più piccoli. Pietro, figlio della prima moglie Liberata, nel 1732 aveva infatti 32 anni e, ovviamente, era anch'egli pastore. Sposatosi nel 1724 con la coetanea Colomba Di Tanno, aveva generato due maschietti - Francesco (7 anni) e Riccardo (3 anni) - e una femminuccia, Liberata (1 anno). Colomba aveva portato in dote 50 ducati «consistentino in un letto, rame lavorato, e pannamenti». Insomma, a dar seguito al cognome di Gioacchino Mendozzi furono Andrea, Egidio, Felice, Francesco (che portava il nome del nonno) e Riccardo. Ma di tutti questi nomi è giunto fino a noi soltanto il penultimo, portato da Francesco Mendozzi (1905-1983). La seconda famiglia Mendozzi che abitava a Capracotta tre secoli fa era quella del giovane Onofrio, di anni 32, di professione "giumentaro", l'addetto alla custodia e al governo degli equini da allevamento. Figlio di Giulio Mendozzi (defunto) e di Angiola Angelaccio (66 anni), si era sposato nel 1731 con la diciannovenne Margarita Fantuozzo, senza dote, che non gli aveva ancora dato figli. Onofrio aveva inoltre una sorella, Virgilia (38 anni), vedova di Mattia Di Tella e madre di Caterina (10 anni) e Felice (9 anni). Nella sua casa Onofrio ospitava infatti sia la madre Angiola che la sorella Virgilia coi figli, tutti «alimentati dal suddetto Onofrio». Giulio, il padre di Onofrio, è registrato nel "Libro delle memorie" come uno di quelli che nel 1708 vendevano «vino à soma», unità di misura pari a due barili (il barile era da venti fiaschi e ogni fiasco da otto quartucci). A quanto pare, dunque, il cognome Mendozzi non sarebbe l'ipocoristico aferetico del nome Raimondo (Raimondozzo), come alcuni affermano. Anche se non è possibile sapere quanti figli abbia generato Onofrio dopo il 1732, quel che è certo è che, a dispetto della precedente ipotesi, non c'è nessun Raimondo Mendozzi, come suggerirebbe la primordiale tradizione di rinnovare il nome degli anziani, nata per onorare i genitori per eccellenza, quelli di Gesù Cristo. Non è dunque più probabile che i Mendozzi di Capracotta provengano dai Mendozzi e Mendozza di Napoli, che a loro volta provengono dai Mendoza di Spagna? Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: M. Bandello, Novelle, Busdrago, Lucca 1554; J. G. Fucilla, Our Italian Surnames, Chandler's, Evanston 1949; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; N. Mosca, Libro delle memorie, o dei ricordi, Capracotta 1742-1947; E. Rossoni, L'origine dei cognomi italiani. Storia ed etimologia, Melegnano 2014; R. Sgaramella, Dizionario dei cognomi e soprannomi di Cerignola, Cerignola 1998.

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