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  • Claudio Conti di Capracotta

    È nato Claudio Conti in Capracotta (Provincia di Molise) nell'anno 1835, da Raffaele Conti, e Vittoria Mariola, delle più illustri famiglie del Sannio. Dovette vivere i primi anni della giovinezza come li vive ognuno, se non che si mostrò molto amante dei suoni e della melodia. Se ne avvide il padre, e fanciullo ancora, ad undici anni l'incamminò alla volta di Napoli, dove giunse insieme a due soli fratelli, e quattro cugini. Padronissimo di scegliersi il cammino della vita, egli scelse quello della musica. Ammesso nelle scuole esterne del Real Collegio di S. Pietro a Majella, guadagnossi in men di un anno il posto gratuito fra gli alunni interni, fra i quali venne ammesso nel 1848. Primo ad insegnargli i principii dell'armonia sonata fu il Parisi, che sempre lo guidò in tali studii; ma il Mercadante gli aveva posto gli occhi sopra, perché ne aveva compresa l'indole, l'attitudine e l'ingegno svegliato, nel 1853 volle averlo fra i pochi cui egli stesso insegnava. Sette anni durò il Conti sotto l'insegnamento del Mercadante, finché poi non uscì di Collegio nel 1860, ed in quei sette anni compì velocemente il corso dei suoi studii, e quel che è più, severamente, per modo che oggi è dei pochi a scrivere con serietà, ad informare le novità non di leggerezze ed insipienza, ma a temperarle con dottrina, col gusto, col buon senso, e sovrattutto con quel sentimento d'italianità musicale che è stata una gran gloria nostra, e che ora ci stà sfuggendo. Credo che sarebbe a desiderarsi che il Conti si temperasse ancor di più nel volere idealizzare di troppo il sentimento; e così facendo dico che farebbe egualmente bene, e forse meglio. Dei sette anni in che apprese dal Mercadante, quattro ne spese nell'insegnamento, poiché gli fu commesso l'onorato ufficio di primo maestrino con l'incarico d'insegnare ai più giovani di lui le prime nozioni nel contropunto; la pratica di un tale esercizio lo ha posto per la buona strada ad insegnare anche quando uscì di Collegio, e la severità degli studii e del metodo razionale cosa rara nei musicisti, oggi han fatto di lui un maestro specialmente adatto all'insegnamento del contropunto, della composizione, e del canto altresì, nella quale ultima disciplina ha fatto studii speciali, per modo che noi non esitiamo a dire che il Conti è fra i pochissimi adatti a far cantare, ed a salvar dall'eccidio molte gole e polmoni umani. Scrisse il Conti per suo primo saggio di composizione una metà dell'atto terzo (consistente in un Coro ed una Preghiera) dell'operetta intitolata Il Traviato, composta, in compagnia di altri quattro suoi condiscepoli, e che rappresentata nel Teatrino del Collegio nel carnovale del 1854, fu largamente applaudito: e poiché tra i cinque maestrini egli era il più giovine, il pubblico tenendo conto dell'età sua minore, gli prodigò applausi maggiori di quelli fatti agli altri suoi compagni, i quali furono, come già si sa, il Viceconte, il Menzitiere, il Vespoli, ed il Carelli. Per una di quelle mattinate musicali poi che si davano in Collegio, scrisse nel 1857 un Coro di Corsari per voci di tenori e bassi, che piacque moltissimo. Questo pezzo assai caratteristico venne sempre applaudito da un pubblico intelligente, ed è notevole per la novità e robustezza della forma. Dopo un tal esordire seguitò a scrivere il Conti molta musica religiosa per servizio del Collegio negli anni 1857, e 1858, della quale daremo nota in fine di questa biografia. E non potendo fare disamina, senza troppo dilungarci diremo che la sua musica piaceva ed era generalmente richiesta. Nel 1859 per l'avvenimento al Trono di Francesco II ebbe l'incarico dal Direttore Mercadante di scrivere l’Inno di gala a più voci principali, cori ed orchestra. Nell'anno stesso ebbe a comporre una Messa, ed un Credo per invito della città di Gravina; e accettato l'invito, il Conti vi si recò, e fece eseguire la sua musica, in occasione della festa di San Michele, aggiungendovi di nuovo un Inno in onore del santo. Questa musica gli procacciò grandi elogî e grandi onori; e la medesima musica fu ripetuta poi nel Collegio di Musica di Napoli con pari successo. Quivi ritornato, vi scrisse un Pange lingua, coro alla palestrina, cantato da tutti gli alunni del Collegio stesso in occasione della festa detta della Scala Santa, che si celebrava con una processione per le vie di Napoli nel giorno del venerdì di Passione. L'anno 1859 fu l'ultimo in cui quella festa venne solennizzata in tal modo; né da quel tempo è stata mai più rinnovata. Scrisse poi molta musica per chiesa, molta vocale per camera pubblicata dall'editore Clausetti. Per la sua musica, La figlia del Marinaro che avrebbe dovuto eseguirsi al Teatro del Fondo ebbe dal Governo non i trecento ducati di compenso che gli sarebbero spettati se la musica fosse stata eseguita in uno dei Reali Teatri (e come per lo passato li avevano avuti i suoi predecessori), ma un modesto incoraggiamento di ducati ottanta, rimanendo a lui però siccome sua proprietà e la musica, e il libretto, già pagato al poeta d'Arienzo dall'impresario. Alla fine, dopo molto affannarsi e lottare e pagare anche del suo, e non poco, ottenne che quest'opera venisse rappresentata sul Teatro Bellini, ove non ostante la mediocre esecuzione, piacque moltissimo, e fu ripetuta per molte volte, e in quasi tutte il pubblico volle sentir ripetere la barcarola del secondo atto, e la romanza del quarto. Per cinque sere consecutive il maestro fu vivamente applaudito, ed ogni sera fu costretto a mostrarsi per molte e molte volte al proscenio. Non tralasciò mai di scrivere il Conti, sebbene dovesse attendere all'insegnamento, cui si è dedicato coscienziosamente. Così molta musica per chiesa compose dal 1864 in poi, e nel 1867 e 1868 pubblicò due bellissimi Album di musica per camera, l'uno pei tipi del Ricordi, e l'altro per quelli del Cottrau. Nel 1869 ebbe commissione dall'impresario del Teatro San Carlo di comporre l'Inno di gala per la nascita del Principe di Napoli, e l'Inno fu vivamente applaudito dal pubblico numerosissimo, e dai Reali Principi di Piemonte, i quali assisterono di persona allo spettacolo, dato in onore della loro famiglia. Scrisse ancora il Conti una Elegia a grande orchestra, immediatamente dopo la morte di Meyerbeer, in memoria del gran maestro tedesco, di cui non ha mai cessato di studiare i capolavori, cercando di trarre ammaestramenti dal buono, ed evitando l'esagerato e tutto quello che non risponde all'indole nostra melodica ed espansiva. La sua passione predominante è lo scrivere musica per camera, che è lodevole per la brevità, per ottima tessitura vocale, per fraseggiatura nobile e per eleganza di accompagnamento. L'ultima sua raccolta intitolata Memorie è dedicata al suo maestro Mercadante, e si può dire un piccolo giojello in tal genere di componimenti. Uno dei pezzi di quest'Album intitolato A se stesso musicato sulle parole del Leopardi, è notevole per la robustezza della forma, la quale incarna un concetto d'intolleranza, d'infortunio, e d'imprecazione contro l'ingiustizia delle umane vicende: l'anima dell'autore, quasi associata strettamente a quella del poeta, si rivela in quella originale composizione, che ha avuto l'onore di essere rammentata dall'illustre professore Antonio Tari, in una sua lezione di Estetica data nella Regia Università degli studii in Napoli. Claudio Conti ebbe sempre, fin da che era alunno del Collegio, la gentile idea di depositare l'autografo di quasi tutte le sue composizioni nell'Archivio musicale, di S. Pietro a Majella dove si conservano insieme ad altre non autografe che più specificatamente riporteremo in fine. Ciò facendo egli ha mirato a doppio scopo: prima cioè di mostrare il suo costante affetto, e la sua riconoscenza pel luogo che lo ha educato all'arte; ed in secondo, di trovare sempre gelosamente custodite in un posto donde non potranno mai andar disperse tutte le musiche che ha fino ad ora composte, e le moltissime altre che potrà comporre in tutta la sua artistica carriera che di tutto cuore gli auguriamo luminosa, e lunga. Nel gennaio del 1871 S. M. il Re d'Italia Vittorio Emmanuele II sulla proposta del ministro della Pubblica Istruzione gli conferì la croce di Cavaliere nell'ordine equestre della Corona d'Italia. Composizioni di Claudio Conti esistenti nell'Archivio del Real Collegio di Napoli: Coro e preghiera dell'opera Il Traviato eseguita nel Teatro del Collegio, 1855; Tantum ergo per due contralti in do terza minore, con orchestra, 1857; Coro di corsari per due tenori e basso in sol terza minore, 1857; Tantum ergo per basso in sol terza maggiore con orchestra, 1858; Altro per tenore in fa terza maggiore con orchestra, 1858; Altro idem in si bemolle terza maggiore per grande orchestra, 1861; Scena e romanza per contralto (dell'Isacco di Metastasio) in do terza minore con orchestra, 1858; Messa e Credo a cinque voci a grande orchestra in re terza minore, ridotta anche per due tenori e basso, 1859; Pange lingua in mi bemolle terza maggiore coro alla palestrina, 1859; Inno per tre contralti, due tenori, e basso, a grande orchestra, in si bemolle terza maggiore, poesia di Marco d'Arienzo, scritto in occasione del matrimonio di Francesco II con la Principessa Maria Sofia di Baviera, e riprodotto pel suo avvenimento al Trono delle due Sicilie, 1859; Inno a San Michele per voce di basso con coro in mi bemolle terza maggiore per grande orchestra, 1859; L'Amor di Patria, melodia per violoncella in sol terza maggiore con accompagnamento di pianoforte, 1861; Requiem per voce sola di baritono in do terza minore con organo, 1862; La Prece, ed il Fiore, romanza per soprano in la bemolle, terza minore con accompagnamento di pianoforte, 1862; Al sommo Iddio, pregiera per quattro voci in mi bemolle terza maggiore con accompagnamento di armonio e pianoforte, 1862; Duettino per soprano e baritono in sol bemolle terza maggiore con accompagnamento di pianoforte, 1862; Litania per due voci di contralto in fa terza maggiore con organo, 1864; Canzone religiosa in do terza minore per due voci di contralto, da eseguirsi a coro con accompagnamento di organo; Elogio funebre per grand'orchestra in forma di marcia, scritto per la morte di Meyerbeer nel 1864; Canzonetta pastorale per la nascita di Gesù Bambino per tenore o soprano in fa terza maggiore con organo, 1866; Pietà, se irato sei, quintetto a voci sole, due soprano, contralto, tenore, e basso, in la bemolle terza maggiore, 1866; A Venezia, serenata per voce sola e flauto, 1866; Dovunque il guardo giro, melodia in forma di preghiera per soprano in mi bemolle terza maggiore con accompagnamento di quintetto a corda ed armonio obbligato; Agnus Dei per contralto in fa terza maggiore per grand'orchestra, 1871; La Ghirlanda d'Italia, stornello per soprano o tenore con accompagnamento di pianoforte; La nocca de tre colore, canzone napolitana; Inno per la nascita di S. A. R. il Principe di Napoli, S. Carlo 1869; Altre opere di Claudio Conti: La figlia del Marinaro, opera seria in tre atti, Teatro Bellini 1866; Pater noster, canone a doppio coro alla palestrina, scritto per concorso dell'Istituto musicale di Firenze, e premiato con l'accessit; Albo vocale per camera composto di sei pezzi con accompagnamento di pianoforte, pubblicato dall'editore Cottran; Altro, idem di cinque pezzi con accompagnamento di pianoforte, edito da Ricordi; idem di sei pezzi, edito da Federico Gerardi; Melodia per soprano con accompagnamento di pianoforte su versi di Dante, edita da Lucca; Barcarola per voce di tenore con orchestra nell'opera Cristianella di diversi autori; Canzone idem per tenore con orchestra; Raccolta di musica vocale per camera, edita da Clausetti; Melodia per arpa, edita da Ricordi; Melodia originale per pianoforte idem; Sei piccoli pezzi originali per pianoforte, editi da Girard; Tre melodie originali per violoncello e pianoforte idem; Suoni di Morte, melodia per voce di soprano e violoncello con accompagnamento di pianoforte. Francesco Florimo Fonte: F. Florimo, Claudio Conti di Capracotta, in «Gazzetta della Provincia di Molise», VI:5, Campobasso, 24 gennaio 1872.

  • Le torri di guardia di Capracotta in epoca normanna

    Tra l'undicesimo e il dodicesimo secolo Capracotta era probabilmente costituita da piccoli centri abitati (casalini) distanti l'uno dall'altro, caratterizzati da una bassa demografia e dal fatto che i rispettivi territori erano soggetti alla volontà dei signori - carolingi prima, normanni poi - i quali, il più delle volte, li utilizzavano per ricompensare i propri generali o per ingraziarsi la Chiesa locale, il che rendeva questo ed altri territori del Meridione ostaggio del potere temporale di abati e/o conquistatori stranieri. Macchia Strinata, Monteforte, Ospedaletto, Spinete, S. Croce, S. Giovanni Capraro, S. Maria Caprara, Vallesorda e Capracotta stessa, dunque, a quel tempo non erano che macchioline di case su un territorio aspro, scosceso, malagevole. In cambio di una piccola riserva di legna, l'esistenza di quegli sparuti abitanti era finalizzata a custodire il patrimonio armentizio dei padroni, a rendere produttiva la terra dei feudatari e a difendere i possedimenti dai briganti. Quest'ultimo obiettivo era assicurato dalla presenza, sul territorio dell'odierna Capracotta, di almeno tre torri di guardia, di cui sono sopravvissuti soltanto i ruderi. La prima e più grande di queste torri si trovava sulla vetta di Monte S. Nicola, a 1.517 metri di altitudine, e trattasi di «una grande torre a pianta circolare realizzata sulle strutture di una precedente torre quadrata con lati di 7x7 metri». A mio avviso la grandezza di ognuna delle tre torri era proporzionale all'agglomerato feudale cui faceva capo. Nel caso di Monte S. Nicola, infatti, sappiamo che lì si trovava il centro più abitato e difatti, oltre all'edificio turrito, vi era una chiesa con pianta di 5x9 metri, decine di abitazioni civili ed un grande cimitero che ricalcava l'antico ustrinum romano. Dal punto di vista architettonico, invece, la caratteristica più sorprendente della torre di S. Nicola sta nei quattro conci angolari utilizzati dall'ingegnere del tempo per rendere cilindrica una preesistente torre a base quadrata, garantendo così una maggiore semplicità costruttiva, un minor costo e una più alta resistenza agli attacchi bellici. La seconda torre, in ordine di grandezza e d'importanza, era quella dell'Ospedaletto, posizionata a 1.329 metri s.l.m. sul vertice di una montagnola che offre una panoramica a 360° non solo sul feudo dell'Ospedaletto ma anche sul passo montano da cui ha origine il fiume Trigno, tanto che si possono tenere sott'occhio i territori di S. Pietro Avellana e Rionero Sannitico, nonché il tratturo che di lì passava. Ai piedi della torre dell'Ospedaletto - che ha una pianta quadrata di 5,5 metri e sorge su precedenti costruzioni di epoca sannitica - è presente una tale quantità di pietrame da far pensare che lì sorgesse anche l'hospitale Rahele, ossia l'alloggio di viandanti e pellegrini che ha dato nome all'intera area. Bruno Sardella sostiene infatti che quel «colle fu rioccupato nel corso del Medioevo: si riconoscono infatti resti murari a delimitare più ambienti ed edifici e accumuli di pietrame formatisi a seguito dei crolli delle strutture». Grazie a un sopralluogo effettuato in data 25 aprile 2023, ho scoperto, sul versante nord-occidentale al di sotto della base della torre, una fenditura verticale nella roccia nel cui cuore è stato artificialmente eretto un muretto che ne restringe la larghezza e che di fatto crea un passaggio che, dal fondo della grotta, immette in alto al centro dell'abitato, proprio nei pressi della torre di guardia. Non so dire se si tratta di un ingresso secondario alla torre o all'ospedale, né so dire l'epoca a cui risale: è certo però che si tratta di un muro a secco edificato dall'uomo in un luogo tutt'altro che agevole e che non ha nulla a che fare con l'agricoltura e l'allevamento. L'ultima torre di guarda costruita dai Normanni sul territorio capracottese è situata sul vertice del Colle della Parchesana, a 1.357 metri s.l.m., in linea retta est-ovest con quella dell'Ospedaletto, di cui è sorella minore visto che la sua pianta quadrata non supera i 5 metri. Dalla torre della Parchesana si gode un'ampia visuale sulla piana di Monteforte e sul territorio di Vastogirardi, quindi sulla sella naturale che presiede il tratturello Castel del Giudice-Sprondasino. Il centro abitato a cui questa torre faceva capo era il più piccolo tra quelli menzionati, tanto che Giosa Menna pensa che la sua popolazione fosse formata nient'altro che dalle famiglie dei militari preposti al servizio di guardia. I resti delle torri di guardia di Capracotta in epoca normanna, insomma, rappresentano il retaggio d'una struttura sociale basata sulla difesa, in cui al più piccolo insediamento umano e alla più risibile risorsa economica era assicurata la massima protezione dagli attacchi esterni. Il senso di visitare quei luoghi è quello di riscoprire la storia che sta dietro Capracotta, oggi stazione turistica, ieri avamposto militare. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature, Tip. Antoniana, Ferentino 1931; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; B. Sardella, Il centro fortificato sannitico di Monte San Nicola e l'abitato fortificato medievale di Maccla, in «Voria», VI:1, Capracotta, agosto 2013; B. Sardella, Archeologia di Agnone, Scienze e Lettere, Roma 2021.

  • Briciole... di storia sciistica

    Ora che il C.A.I. Napoli, attraverso il suo rifugetto di Monte Orso sul Matese e la sempre più appassionata partecipazione di propri soci allo sci nordico ed allo sci-alpinismo, è tornato prepotentemente sulla neve, non sarà forse inopportuno un ritorno... alle origini. 1° campionato campano di sci, Capracotta 20/01/1929, organizzato dalla S.U.C.A.I., sezione universitaria del C.A.I., raduno con oltre 70 partecipanti. 1° Morace Mario, 2° Rizzica Aristodemo, 3° Forte Gennaro, 4° Gallipoli Vittorio, 5° Palazzo Pasquale, 6° Palazzo Umberto, 7° Ruggiero Domenico. 2° campionato campano di sci, Capracotta 16/01/1930, gara di fondo di 18 km. organizzata dalla S.U.C.A.I., raduno con oltre 80 partecipanti, atleti partecipanti 36, arrivati 35 (di cui tre donne), premiati 15. 1° De Luca Enrico, 2° Scapagnini Gianni, 3° Morace Mario, 4° Randone Bruto, 5° Panzini Vittorio, 6° Fusco Arnaldo, 7° Palazzo Umberto, 8° Vieri Rombo, 9° Del Fico Salvatore, 10° Palazzo Pasquale, 11° Morrica Manlio, 12° Amitrano Antonio, 13° Rizzica Aristodemo, 14° Capece Luigi, 15° Siciliano Guido. Gli atleti appartenevano a tre Società: Sci C.A.I. Napoli, S.U.C.A.I. Napoli e Sci Club Napoli. Al S.U.C.A.I. vennero aggiudicate le Coppe Saffiotti e Sciarrino. Altre briciole nei prossimi bollettini per notizie di altre gare e di sci-alpinismo. Va però subito aggiunto che il C.A.I. vanta tra i suoi soci i primi giudici zonali e nazionali della Federazione Sci: Palazzo, Perez, Del Fico, Imperiali, De Vicariis, Morrica (alcuni dei quali ancora sulla breccia). Manlio Morrica Fonte: M. Morrica, Briciole... di storia sciistica, in «Notiziario Sezionale», 1, Club Alpino Italiano, Napoli, aprile 1987.

  • L'avvocato Ninetta (XVIII)

    Scena VII Totonno indi Alberto, poi Totonno, poi Nicola e Amalia. Totonno – Il maestro Mozzone. (via) Francesco – Oh! finalmente. Alberto – (tipo scilinguato) Scuserete se sono un poco in litaldo, ma non è stata mia la colpa. È stato un ragazzo che mi ha fatto lotolale per tella in mezzo alla stlada pelché pel scappale mi ha dato un ultone, tanto che sono stato costletto di litolnale a casa pel cambialmi pelché ela tutto inzacchelato, c'ela tanta pozzanchela pel tella che non si poteva camminale. Giacinto – Senza lengua e va scegliendo tutte parole difficile. Francesco – Quì tutti vi aspettavamo con impazienza. Alberto – Plima di tutto lasciatemi fale gli auguli alla mia allieva. Signolina tanti e tanti augulii felici, con plospelità ed allegrezza. Maria – Grazie, grazie. Maestro stammatina ho dato una altra passatina alla vostra romanza. Alberto – E la cantevate bene, ne sono sicuro. Francesco – E allora passiamo nel salone. Giulio – Un momento. Francesco – Che c'è cchiù robba? Giulio – Quì si congiura. Francesco – Pecché. Giulio – Perché vogliamo la promessa di poter ballare. Francesco – La sala è chella, 'o pianaforte sta llà, serviteve pure, basta che siete in numero. Giulio – Ah! verrà, verrà altra gente, non dubitate. Totonno – Il Consigliere Comm. Pellecchia e sua moglie. (via) Giulio – Ecco che incomincia ad affollarsi la sala. Nicola – (sarà afflitto dalla tosse) Oh! carissimo collega. Francesco – Non mi aspettavo quest'onore anche dalla tua signora. Maria, vieni a baciare D.a Amalia. (si baciano) Nicola – Che cara fan... fan... ciulla, vi faccio i miei auguri. Stu poco d'aria che ho preso per venire qua mi ha stizzita la tosse. Amalia – Nicolì, riguardate sa', nun t'esporre all'aria che staje sudato. Francesco – Mò 'o piazzo io a na parte senza corrente. Amalia – Presidè ve lo raccomando perché nce vò cautela fino a che nun se ristabilisce. Nicola – Questa... è na... cosa... passeggiera. Giacinto – Se vede dalla grancascia. Francesco – Me pare ch'è paricchio tiempo che tiene sta tosse. Nicola – Sì, sono dodici annetti. Giacinto – Me fa pure vezzeggiative. Nicola – Quant'altro tempo pò durà. Se n'ha da j na vota. Giacinto – E quanno uno è viecchio se ne va pur'isso appriesso. Bettina – 'E cane dicenno. Nuje vulimmo sta buono pe fa schiattà 'a gente. Francesco – Dunque signori, passiamo nella sala. Giulio – Sì, sì, andiamo Cavalié, appoggiate le signore. Francesco – Maestro, voi pure ci regalate qualche pezzo? Alberto – Vi falò sentile na cosa di Scubel, ho portato l'alta roba. Siculo "La Cavallelia Lusticana", "Tosca", "L'ola è fuggita" e "Io muojo dispelata". Giulio – Come hai detto? Alberto – Scubel! Giulio – Vuoi dire Scubert. Alberto – Io così ho detto... Scubel. (entra indisposto) Giulio – (appoggiando Maria) Signorina, siete un piccolo Angelo. Maria – Me l'ha detto pure papà. (via) Giacinto – (appoggiando Ninetta) Signor Avvocato, (offre il braccio) che ve ne pare 'e Gesummina? Ninetta – Nun 'a putiveve trovà cchiù lazzera e suberba. (via) Cesarino – (appoggiando Gelsomina) Gesummì, 'e visto muglierema? Gelsomina – Quant'è brutta, tene 'a faccia 'e na cevettola. (via) Matteo – (offre il braccio a Bettina) La signora mi onora? Bettina – Oh! grazie, l'onore è mio. Matteo – Mimì, Lallà, stateve sempre vicino a me. Le due – Sì papà! Bettina – Sò doje santarelle sti piccerelle voste. (via) Francesco – (offre il braccio ad Amalia) Signó volete favorì? Amalia – Presidè ve raccomando Nicolino, nun 'o fate piglià aria. Francesco – Nicolì viene cu me, te piazzo a na parte senza viento. Nicolino – Nun... te piglià... pena... io sto meglio assai. (tossisce forte) Francesco – Se vede che stai meglio. (via) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Le casine: residenze rurali della nobiltà delicetana

    I patrizi romani per il loro tempo libero, lo svago e la villeggiatura si costruirono le ville suburbane, o fuori città come a Minturno o a Capri; quelli veneziani avevano le loro splendide ville lungo la Riviera del Brenta; i nobili delicetani avevano la "casina". Essa era una residenza rurale situata lungo le più importanti vie di accesso al paese ed era costruita in luoghi ameni sia per godere dell'aria salubre e del panorama, ma anche per mostrare al "volgo" la potenza ecoomica, sociale culturale della propria famiglia. Vennero costruite tra la prima metà del 1800 e l'inizio del secolo scorso. Dopo un'attenta ricerca ne abbiamo censito solo sei unità, forse ve n'erano altre ma non ne abbiamo la certezza. Le famiglie più nobili e facoltose delicetane che hanno costruite le "casine" sono: i De Maio, i Maffei, i D'Ambrosio e i Chieffo. I De Maio erano di Capracotta (Isernia) e un Giuseppe arrivò a Deliceto in qualità di governatore e nel 1680 sposò Chiara Apotrino dalla quale ebbe in dote lo splendido palazzo di corso Margherita e la storica masseria nella contrada omonima. Essi edificarono due residenze rurali: una in contrada Chiancone a m. 450 s.l.m. poco sotto la Chiesa della Madonna delle Grazie nei pressi della vecchia strada per la Consolazione. Venne edificata nella prima metà dell'800 a due piani con feritoie angolari per la difesa passiva. Fu venduta a inizio '900 da Elisabetta De Maio a Luigi Palermo e demolita dopo il terremoto del 1980. La seconda si trova in contrada S. Antonio, sopra il torrente Fontana a 610 m. di quota, è a due piani con feritoie sopra gli ingressi, costruita a metà '800, fu venduta inizio '900 ad Alfonso Palermo sempre da Elisabetta De Maio. I Maffei provenivano da Solofra (AV) ed erano commercianti di pelli e di lana, arrivarono a Deliceto ad inizio '700 e Giuseppe nel 1703 sposò Ippolita Alfieri dalla quale ebbe in dote lo splendido palazzo a fianco del Municipio. Nella seconda metà del '800 (?) costruirono una loro residenza rurale in contrada Stimponescia-Barbarossa a 740 m. di altitudine a due piani da cui si gode un panorama immenso che partendo dal lago di Lesina arriva fino al Vulture e all'Irpinia. Attualmente è di proprietà della famiglia di Donato Di Taranto. I D'Ambrosio erano una famiglia numerosa proveniente da Serino (AV) di professione conciatori e commercianti di pelli ed arrivaro no a Deliceto verso la fine del 1600. Costruirono due casine: una sotto Monte Tre Titoli (Montuccio) a 950 m. di quota da dove si ammira un panorama mozzafiato, voluta dal canonico Vincenzo D'Ambrosio (1816-1908) venne edificata ad un solo piano nel 1884 e sul muro frontale il sacerdote fece incastonare la seguente iscrizione: "Mirando il lido adriatico, assorto dal canto degli uccelli, ebbro dei profumi del bosco, qui sedendo designò questa casa, Vincenzo D'Ambrosio pregno di affetto ai suoi A. D. 1884". La seconda è ubicata in contrada Borranico su un pianoro a m. 500 di altitudine e fu costruita nel 1865 dall'altro fratello, il canonico Mattia D'Ambrosio (1821-1888) da cui si ammira un ampio panorama che dal Gargano arriva fino ai monti dell'Ipinia. Tra tutte le casine questa è la meglio conservata, la più importante ed imponente ed ancora oggi è adibita a pernottamenti, convegni e sala lounge. Attualmente è di proprietà dell'avv. Mattia Iossa. Questa residenza rurale, oltre ad avere sulla facciata lo stemma della famiglia D'Ambrosio è impreziosita anche da una lapide scritta in latino il cui significato in italiano è il seguente: "Questi campi, alberi ed edifici comprò, coltivò ed eresse Mattia D'Ambrosio 1865". I Chieffo, anch'essi di famiglia numerosa arrivarono da Bagnoli Irpino (AV) nella prima metà del 1800 e di professione erano commercianti di stoffe e tessuti. Ad inizio '900 in contrada Mezzana dei Monaci (Redentoristi), a m. 395 di quota costruirono una casina in stile liberty a due piani con porticato da cui si gode un'aria salubre ed un importante panorama. Di quest'ultima famiglia nobile a Deliceto non vi è più nessun erede. Paolo Carmine Pacella Fonte: P. C. Pacella, Le Casine: residenze rurali della nobiltà delicetana, in «Elce», 139, Deliceto, marzo 2019.

  • In memoria di Leo

    Io gli volevo bene. Il cattolicesimo democratico, quello che ha nella Gaudium et spes la sua carta costituzionale, non gode di buona salute nel Molise. Già il vescovo Dini, con preziosa sincerità, dalle colonne di "Jesus" disse che «il clero molisano non ha assorbito il Concilio». Leo Leone era uno di quei rari laici molisani che il Concilio lo indossarono come un abito fatto su misura. Fortissimo e trasparente, addirittura contagioso, fu in lui il senso e il valore della comunità che si raduna, si organizza, si mobilita, macina dialogo, confronto, idee, si nutre di valori e di ideali. E contrasta il Palazzo. La comunità delle persone di buona volontà fu la sua vera casa. Perché per Leo la "persona" era la prima e principale istituzione, la più sacra, civilmente e religiosamente sacra, la più inviolabile. Lo ebbero maestro legioni di ragazzi e ragazze, a scuola e sui prati dello sport; ma lo ebbero maestro anche i colleghi e i collaboratori. Tutti imparammo da lui che la politica può essere una cosa di cui non vergognarsi, quando sia animata da una carica etica autentica e costante e quando sia nobilmente pedagogica. E così gli vedemmo "fare" politica. Leo insegnò filosofia e pedagogia ma senza i libri: la cattedra fu la sua vita, con la sua passione civile, con le accensioni di sdegno verso le ingiustizie e i soprusi, con la sua rara virtù di agganciare ai progetti i sogni, ai problemi le speranze, ai bisogni dei singoli il supremo "bene comune". Forse don Milani gli ha già fatto posto sulla sua nuvoletta. Eppure quest'uomo di fede soda e combattiva, difensore dei diritti, vicino agli ultimi, agli emarginati, agli scarti sociali - del cui "odore" portato addosso si vantava - aveva una dote in penombra, che neutralizzava in lui il rischio della deriva accigliata e seriosa, che affligge molti rivoluzionari da piazza e da salotto: aveva talvolta lampi di candore, uno sguardo stupito e fanciullo su uomini e cose, una innocente refrattarietà a invelenire il confronto con l'avversario. Leo era, in sintesi, un uomo anti sistema. Rifuggiva dalla logica degli apparati, preferiva la vitalità, pur rischiosa, dei movimenti alla mortifera burocrazia dei partiti; amava i volontari e fiutava lontano un miglio i carrieristi travestiti da samaritani. Uomo immerso fino al collo nelle turbolenze e nel frastuono del sociale veniva "rapito" dal silenzio dei suoi boschi, dal misterioso planare dei falchi nel cielo azzurro di Capracotta. E pregava. Evangelicamente, con rare concessioni alla ritualità opaca e meccanica, pregava chiudendosi assorto nel suo colloquio con Dio. Io gli ho voluto bene. Alberto Conti Fonte: http://www.lafonte.tv/, 13 aprile 2016.

  • Capracotta 10, Boston 1

    Di certo la conquista di tale primato è certamente costata gravi problemi e preoccupazioni agli abitanti di Capracotta, piccolo comune del Molise a nord-ovest di Campobasso. Di certo però si sono guadagnati una visibilità, momentanea, a livello globale. Guardate bene questa immagine della CNN. Sto parlando di CNN... mica di TeleCampobasso! Ma quale Boston o Nord-Est americano... The winner is... Capracotta!!! per il record assoluto di neve caduta nell'arco di 24 ore. Tanta quanta quella caduta a Boston in un anno. Per cui, Capracotta batte Boston 10 a 1! Comunque la si misuri, 101 pollici, 8 piedi, oltre due metri, il fatto è che i media globali ne hanno parlato e direi che il diavolo ci ha messo, decisamente, lo zampino. Certo, perché, oltre all'immenso disagio causato, ha fatto assurgere a livello mondiale questo paesino dal nome buffo che ancora più buffo diventa sentendolo pronunciare in inglese o con qualche slang yankee. Ve lo immaginate il commentatore della CNN che sbiascica: «keipreikòtaa» o qualcosa di simile? Vabbè... facciamoci due risate sperando che a Capracotta siano riusciti, nel frattempo, a venire a capo di questo bianco, incombente e sovrastante problema. Enrico Negroni Fonte: https://lascrivaniaobliqua.wordpress.com/, 10 marzo 2015.

  • La nascita di Capracotta longobarda

    Un giorno, mentre mettevo ordine tra i libri letti, mi sono imbattuto in una cartina del territorio di Capracotta che illustra le ricorrenze più importanti e l'andamento della popolazione nel corso degli anni. Tra queste mi ha colpito una data: "VIII secolo - nascita di Capracotta da parte dei Longobardi". E allora mi sono chiesto: – Chi sono i Longobardi? – Da dove venivano? – Che hanno fatto? – Perché sono scomparsi? Mi sono messo alla ricerca di libri che chiarissero qualcosa sui miei dubbi. Questo è quello che ho trovato. La nostra storia viene da molto lontano... I Longobardi facevano parte del regno dei Barbari, popoli che stavano al di là dei confini fortificati (limes) degli antichi Romani, costituiti dal Danubio e dal Reno. I Longobardi avevano capelli lunghi e biondi, occhi chiari, barba folta e lunga e si rapavano solo la nuca. Sopra gli stivali portavano pelli di capra e le loro capanne erano miseramente arredate, anche in terra avevano pelli di capra. Il loro nome deriva dal fatto che portavano la barda, una lunga ascia che era la loro arma di combattimento. Si dedicavano alla pastorizia (adoravano le capre) e al saccheggio e non avevano nessuna nozione di agricoltura. La vita sedentaria li affamava. Da tempo avevano messo gli occhi sulla penisola italiana. Erano divisi in tribù, anarchici e nomadi con al comando un duca che era un guerriero distintosi al fianco del re. Inizialmente erano ariani, poi convertitisi alla religione cristiana; la fede per loro era l'alibi dal saccheggio e dai genocidi. Alcuni storici raccontano che inizialmente si chiamavano Willini e la loro storia sarebbe cominciata qualche secolo avanti Cristo, partiti dalla Svezia meridionale e, da qui, migrati nel continente europeo. La loro origine è comunemente accettata dalla storiografia moderna. Nel corso dei secoli i Longobardi ebbero grandi sovrani come: Autari, Alboino, Agilulfo, Teodolinda, Rotari, Grimoaldo, Liutprando, Astolfo, Desiderio, Tatone. Quest'ultimo ha un nome particolare perché nel nostro territorio significa, in dialetto, "nonno". Tatone era figlio di Cleffi e nipote di Gedeoc. Secondo il costume barbarico Alboino fece bere la moglie Rasmunda dal teschio del padre Cunimondo, vecchio re dei Gepiti. Rasmunda bevve ma gli giurò atroce vendetta facendolo uccidere dal suo amante. Nel 568 si spostarano dalla Pannonia, l'attuale Ungheria. La Pannonia era stata loro donata da Giustiniano per contrapporli ai turbolenti e pericolosi Gepiti, poi sconfitti dai Longobardi. Questi ultimi si trovarono come vicini gli Avari e il vicinato cominciò a rendersi impossibile fin dai primi giorni. Questo spinse i Longobardi a cercare una nuova sede e perciò arrivarono in Italia, meta costante delle invasioni barbariche, attraverso il Passo del Predil sulle Alpi Giulie. L'Italia infatti non offriva grandi difficoltà a chi voleva conquistarla. Cividale del Friuli fu la prima città sede del Ducato, con Gisolfo a capo. Nel 571 attraversarono gli Appennini e istituirono il Ducato di Spoleto e Benevento (il primo duca di Benevento fu Zottone) che, insieme a quello del Friuli, godevano di una posizione di preminenza, cercando di essere autonomi. Nel corso dei loro pellegrinaggi il loro ceppo originario si sarebbe contaminato. Dopo, nel 574, 36 duchi, secondo Paolo Diacono, loro storico, si unirono tra di loro (di questi ducati non si sapeva con precisione quanti fossero) ed elessero re Autari (figlio di Clefi) che stabilì che ogni duca cedesse al nuovo re il 50% delle proprie terre. Autari prese il nome di Flavio. Ordinamento del regno longobardo A capo della nazione longobarda vi era un re. Il regno era diviso in ducati che in origine si crede fossero 36, retti da duchi che eleggevano il re, amministravano la giustizia e comandavano l'esercito. Avevano proprie corti e guerrieri (gasindi). Oltre ai duchi vi erano i gastaldi. Questi ultimi amministravano i beni della Corona. Erano veri e proprio ufficiali regi. Avevano potestà civile, giudiziaria e militare. La società dei Longobardi era divisa in uomini liberi e non. I primi erano costituiti dagli arimanni, grossi proprietari di terre, dai paupers, proletari, e infine i liberi homines, piccoli proprietari di terre. I non liberi erano gli aldii, personalmente liberi ma legati alla terra - che non potevano vendere - e che dovevano pagare ai padroni una parte dei prodotti per prestare certi servizi. Sotto di loro vi erano i massarii, i coltivatori di fondi. Sotto a questi i servi ministeriali che esercitavano vari mesteri e, in fondo a tutti, i servi rusticani, addetti a lavori campestri. Sopra agli uomini liberi e non liberi vi erano i nobili. La società longobarda era governata tramite consuetudini. Con l'editto di Rotari si misero per iscritto alcune consuetudini tramandate oralmente e ne vennero aggiunte altre istituite da altri re. L'estensione maggiore era data dal diritto penale. La vendetta di sangue, la faida, che si tramandava fino alla settima generazione, venne sostituita dalla composizione, cioè da un compenso pecuniario che il reo era tenuto a corrispondere al danneggiato o ai parenti. La pena di morte era limitata al regicidio, la diserzione, il tradimento e l'uccisione del marito. Per l'uccisione di una donna libera era prevista una multa di 1.200 solidi, metà dei quali andava al re. Ma anche i servi avevano un prezzo: 60 solidi per l'uccisione di un aldio, 50 per un servo ministeriale e 20 per un servo rustico. Poiché i servi non avevano personalità giuridica, la multa andava al beneficio del padrone e su esso ricadeva la responsabilità pecuniaria per reati commessi dai servi. L'editto era più severo con i ladri o i servi fuggitivi. Il ladro era tenuto a pagare il novigildo, cioè 9 volte il valore dell'oggetto rubato; la stessa pena era inflitta al ricettatore. Pene severe vi erano anche per i fuggitivi e per quelli che davano loro ospitalità. Erano contemplati reati contro la proprietà campestre e disposizioni che riguardano la vita di animali, la caccia e la pesca. Caposaldo del diritto civile longobardo era il mundio, o tutela. Il figlio divenuto atto a portare armi poteva uscire dalla tutela e costituire un'altra famiglia. Chi non poteva mai uscire della tutela era la donna, che passava dal padre, o dai fratelli, a quella del marito, ma occorreva che il marito ne pagasse il prezzo. Veniva stabilita la dote che il fidanzato assegnava alla sposa e il regalo che il padre faceva alla figlia per il matrimonio. Tra la promessa e il matrimonio non potevano passare più di 2 anni, trascorsi i quali il fidanzamento era sciolto e il fidanzato perdeva la dote, che aveva quindi valore di caparra. L'editto regolava anche le donazioni, che non potevano essere fatte né da donne né da servi ma solo da uomo libero in possesso di diritti civili. Avevano invece diritto alla successione i parenti non oltre il 7° grado, in mancanza di essi entrava come erede il re. Eredi del padre erano tanto i figli legittimi quanto i naturali. Questi ultimi ereditavano in misura inferiore rispetto ai legittimi. Le donne erano escluse dall'eredità e vi potevano partecipare solo in mancanza di figli maschi e in concorrenza coi parenti più stretti e coi figli naturali. La procedura giudiziaria confermava le antiche consuetudini longobarde. La legge longobarda ammetteva due tipi di prove: il giuramento e il duello. Il giuramento veniva fatto sui Vangeli o con armi consacrate mentre il duello ricorreva quando era in gioco l'onore personale. I servi potevano acquistare la personalità giuridica per mezzo delle manomissioni, migliorando la propria condizione, passando ad un grado più alto e acquistando la cittadinanza. La manomissione fatta dal re dava al servo l'assoluta libertà. Si è discusso a lungo se l'editto di Rotari, sebbene abbia un carattere essenzialmente germanico, risenta tuttavia dell'influenza del diritto romano applicato indistintamente a tutti i sudditi, longobardi e italiani. Dall'editto di Rotari si evince quali fossero le condizioni della donna e quelle della povera gente ridotta in schiavitù per un nonnulla, senza neanche la possibilità di fuggire. Secondo il mio pensiero è un documento che trasuda barbarie e superstizione. Con l'istituzione dei ducati furono spazzati via gli ultimi residui di aristocrazia senatoriale romana, i pochi che sopravvissero alle purghe furono fatti schiavi e i loro beni confiscati. Papa Paolo, per paura di restare solo, chiese aiuto a Pipino, che aveva due figli. Uno era Carlo Magno, che alla caduta di Pavia longobarda assunse il titolo di re dei Franchi e dei Longobardi. Organizzò il regno sul modello franco, creando delle contee con a capo i conti al posto dei duchi. Confermò alla Chiesa i territori che il padre Pipino aveva promesso e vi aggiunse, a titolo personale, i ducati di Venezia, Istria, Spoleto e Benevento (questi ultimi appartenevano ancora ai Longobardi o ai Bizantini). Circa le donazioni fatte al papa molti storici negano l'autenticità di questo racconto. Il papa diventò così padrone di ⅔ dell'Italia, ad eccezione del Piemonte, della Lombardia, della Calabria e di parte del Napoletano. Il potere temporale del pontefice avrebbe prodotto poi lo stato della Chiesa. Capracotta fu fondata dai Longobardi (scandinavi e germanici). Non mancarono alcuni elementi avari di ceppo turco, ungheresi della Pannonia e tutti i popoli incontrati durante il loro cammino. I resti delle tribù vinte, a seconda della resistenza che opponevano, subivano lo sterminio o venivano integrate al vincitore. Il processo di deurbanizzazione e ruralizzazione fu la caratteristica del Medioevo e del mondo feudale poiché le città diventarono insicure. Poi vennero i Normanni (1100-1195), i primi mercenari venuti in Italia, ma questa è un'altra storia... E così finì l'Italia longobarda. Lucio Carnevale

  • L'avvocato Ninetta (XVII)

    Scena VI Giulio e detti, poi Maria. Giulio – Io entro senza farmi annunziare, sicuro d'essere accolto dal Commendatore sempre con la sua squisita gentilezza. Francesco – Voi siete il padrone della mia casa. Giulio – Servo sempre. Riverisco tutti questi signori che quasi tutti conosco. Uh! ccà sta Gelsomina c' 'o marito! Francesco – Avvocà, ve ne siete venuto tutto infiorato? Giulio – Sono pochi fiori che vorrei offrire alla signorina Maria. Francesco – Sempre distinto ed elegante il nostro caro avvocato. Giacinto – D. Erbè, quì ci sono i servitori vostri, non vi dimenticate di salutarli. Francesco – Giacì, tu pecché all'avvocato 'o chiami D. Erbetta? Giulio – Scambia sempre il mio cognome con il nome. Giacinto – È un giovane che mi è simpatico assai e io gli voglio bene. Tu saje che io sò affezionato. Giulio – Ma questo però non toglie che m'avita chiammà c' 'o nomme mio. Giacinto – Sicuro, avite ragione, n'ata vota ce penzo. Scusate D. Erbè per questa volta. Francesco – È inutile, se l'ha posto ncapo, e mò 'o faje capace. Giacinto – M'è scappato pure mò e nun saccio comme. Ah! già, D. Giulio... scusate D. Erbè. Giulio – Eh va buono! Maria – Eccomi quà papà mio. Tutti – Oh! tanti auguri felici. Francesco – Comme sta bella. Guardatavella tutte quante. Ninetta – Cara Maria, accogli le nostre sincere felicitazioni, ed anche un bacio dalla tua cara amica. Francesco – Giacì, teh! guardatella, vide che t'aggio cacciato. Giacinto – Bella, veramente bella! La possiamo vedere subito badessa. Maria – No no... papà, nun me voglio fà monaca. Francesco – Nun te piglià collera figlia mia, chillo è pazziariello... Chisto ccà è quel Giacinto di cui ti ho sempre parlato. Maria – Ah! vuje site 'o Barone scemo? Giacinto – Neh! io sono scemo? Francesco – No, chella pazzea. E questa è sua moglie, il resto tu li conosci. Gelsomina – D. Cì, e l'avita 'a dicere pure che sò la Baronessa di Crappa... cotta. Francesco – Già, mi dimenticavo, baronessa di Capracotta. (augurii felicissimi) Gelsomina – È na bella figliola, non pare maje figlia a vuje. Francesco – E io ve ringrazio. Vuol dire che io sò brutto. Giacinto – Ne ricesse una bona. No, chella vò dì che 'a piccerella è nera e tu si bianco. Francesco – E se capisce, io me sò fatto viecchio, che bella notizia. Giulio – Signorina Maria, permettete che in mezzo a questo coro di felicitazioni, io mi presenti a voi, apportatore di questi pochi fiori che son ben meschini di fronte a tanti altri che vi sono stati offerti. Maria – Tutto ciò che viene da voi niente è meschino. Li accetto di cuore e vi ringrazio. Francesco – Bene, bene... come ha detto bene. Neh! che portento, che grazia. Matteo – Signorina, anch'io come collega e amico sincero di papà, vengo a presentarvi i miei augurii. Speriamo di vedervi presto in tribunale a difendere le cause come a D.a Ninetta quì presente. Maria – No papà, io nun ce voglio andà ncopp' 'o tribunale... io me metto paura llà sopra... Francesco – E vuje m' 'a facite fà a trezza d' 'e vierme a sta figlia mia. E comme ve vene 'ncapo? Matteo – Mimì, Lallà, fate gli augurii alla vostra amica. Giacinto – Mò incominciano n'ata vota 'e gioche. Michelina – Marietta, accettate un bacio, e speriamo che l'anno venturo possiamo mangiarci i vostri confetti. (Laura ripete lo stesso) Maria – Oh! grazie, grazie! Papà, quest'augurio mi piace. Matteo – Mimì, Lallà... che cosa sono questi augurii? Chi vi ha insegnato di parlare così ad una ragazza? Michelina – Papà, noi non sapevamo che cosa augurarle. E perciò abbiamo detto questo che le faceva piacere. Matteo – Una cosa immorale! A casa mi sentirete. Vi farò stare tutta la notte in ginocchio. Giacinto – Ma che stanno a scola! Michelina e Laura – (piangono) Ih, ih!... Francesco – Va bene collé, è cosa da niente. Stasera stiamo in festa, perché vogliamo disturbarci per una cosa da niente? Perdonatele per questa volta. Matteo – Mimì, Lallà... papà vi perdona, baciate la mano al Presidente. Michelina – Grazie papà... grazie Presidente. Matteo – (piano a Francesco) Comme ve pare quest'educazione che le ho dato? Francesco – (piano a Matteo) Finisce che ne facite doje mummie. Giulio – Ma intanto perché non s'incomincia a fare qualche cosa, chi si aspetta? Francesco – 'O maestro 'e musica D. Alberto Mozzone mi ha promesso che veniva e non è ancora venuto. Giulio – Ah! D. Alberto? E nun ce penzate, chillo arriva comme 'o treno 'e Roma, sempre con due ore di ritardo. Francesco – Anzi, Maria deve cantare 'na cosettina che l'ha scritto appositamente per lei. Ninetta – Ah, brava, aggiungerà un'altra virtù alle tante che tiene. Francesco – Vi ringrazio per mia figlia, siete voi gentile che credete così. Ninetta – Questa è la verità, Maria è una ragazza bella e virtuosa. Cesarino – (piano a Giulio) Ninetta se sta cumbinanno 'o Presidente per le cause presenti e future. Giulio – (piano a Cesarino) E questo è il vantaggio di un avvocato femmena, vide si 'o putimmo fà nuje. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • La merenda letteraria #2

    La prima "merenda letteraria", tenutasi il 2 aprile scorso presso la Società degli Artigiani e Pastori di Capracotta, è stata un successo: discreta la partecipazione di pubblico e tanti i libri proposti, presentati ottimamente dagli intervenuti. Si è parlato di donne, dalla regina Cleopatra a Lucia Mondella, fino alla Califfa di Bevilacqua, si è parlato pure di maschilismo, di nuovi formati familiari, di vita e di morte, di Sud, di Capracotta. È stato bello, un modo nuovo e pieno di spunti per affrontare la quotidianità di Capracotta. Il prossimo incontro è fissato per domani, domenica 23 aprile, sempre alle ore 17:30, presso i confortevoli locali della Società di mutuo soccorso di via S. Maria delle Grazie 6. Il nuovo argomento proposto è il seguente: La natura come modello di vita Siete tutti invitati a portare un libro che avete letto e che, a vostro avviso, descriva il mondo naturale, inteso come paesaggio od anche come frugalità di costumi o come spirito primitivo: anche stavolta si è scelto un tema molto vasto per permettere ai covenuti qualsiasi variazione e/o divagazione. Assieme al libro, sarebbe bello portare una poesia, anch'essa a sfondo bucolico, da leggere assieme. E, se potete, portate anche qualche dolcetto fatto in casa! Insomma staremo assieme un'oretta o poco più, leggendo, commentando e facendo merenda. P.S.: Sulla locandina compare un dipinto di Ugo Martino - che ha messo a mia disposizione il suo intero catalogo -, un'opera che ritrae l'idilliaco paesaggio agropastorale della Guardata di Capracotta. Francesco Mendozzi

  • Molise Nostrum: Capracotta

    Ah, Capracotta! Il paese col record mondiale di quantità di neve caduta in 24 ore (2 metri e mezzo). «Torna a vederla con la neve» mi dicono, ma a me è sembrata bella anche così. Dunque, siamo in un paese di 800 abitanti a 1.421 m.s.l.m. Il nome fa ridere, soprattutto se associato alla tradizione fondamentale, la Pezzata, sagra a base di carne di pecora. Ma l'origine del nome è ben più altisonante, anzi altiTonante: è un riferimento al capro sacrificato dai Longobardi, fondatori del villaggio, al marvelliano dio Thor. Figata. Meraviglie naturalistiche (l'enorme Prato Gentile, il curatissimo Giardino della Flora appenninica ecc.) a parte, due cose stupiscono di Capracotta: come un paese sia risorto dalle ceneri (interamente raso al suolo dai tedeschi in ritirata - e tra le vittime la torre dell'orologio, il monumento forse più antico, oggi un murales -, poi ricostruito con cura) e quella pavimentazione che porca miseria manco al Campidoglio a Roma! Cioè: volute e ghirigori, elementi geometrici e trionfi paramosaicali (parola inventata) di sampietrini variopinti a decorare ogni strada, angolo, pertugio, finanche il classico vicolo cieco di paese, quello che finisce dentro la casa di qualche vecchio solo che manco c'ha l'acqua corrente. È un paese che si dà un tono, perché può darselo. È località sciistica prediletta pei ricconi romani. Diciamo che i soldi non mancano in città. Beati loro. Segnalo sedie appese ai muri, cavalli giocattolo in carrozzina, angoli per il ristoro (anche mio e di Roberta Tanno) pensati egregiamente, con vecchie sedie, panche e bancali, la pulizia, la "doppia" chiesa settecentesca di Santa Maria in Cielo Assunta e del patrono San Sebastiano, la vista ovviamente mozzafiato e altre cose che non ricordo. È già pomeriggio inoltrato, si riparte. Lorenzo Di Maria Fonte: https://www.facebook.com/, 12 agosto 2020.

  • Gli impianti esistenti e le vertenze in corso in Molise

    Sono circa 70 i comprensori sciistici censiti lungo la catena appenninica che dispongono di 268 impianti di risalita al servizio di oltre 700 km di piste per lo sci da discesa. Numeri importanti che sembrano non bastare per alimentare l'offerta del circo bianco che, sebbene sia turisticamente meno ambita, ha la tendenza a crescere ben al di là di quanto sia necessario o economicamente utile: dall'Emilia Romagna al Lazio, per passare dall'Abruzzo fino in Calabria una rassegna dello stato dell'offerta esistente e le principali vertenze in corso lungo la dorsale appenninica. Molise Le località sciistiche molisane (Campitello Matese e Capracotta) dispongono di 8 impianti e 14 piste da discesa che si sviluppano per quasi 30 km e numerose piste per il fondo. Il comprensorio sciistico di Capracotta, sulle montagne dell'alto Molise in provincia di Isernia, è dotato di due impianti di risalita (una seggiovia e uno skilift) che raggiungono entrambi quota 1.650 metri di Monte Capraro dai due versanti e servono due piste per lo sci da discesa. Capracotta è un importante centro per lo sci da fondo e offre tracciati di diversa difficolta per oltre 15 km: un anello agonistico a monte e uno a valle, uno stadio e la scuola di sci di fondo. Un finanziamento di 500mila euro erogato lo scorso anno al comune dalla Regione Molise ha permesso di sistemare e rimettere in esercizio gli impianti di risalita di Monte Capraro che erano fermi da tre anni. Sul massiccio del Matese si trova il comprensorio di Campitello Matese è la più importante stazione sciistica della Regione e si trova nel Comune di San Massimo in provincia di Campobasso. Il demanio sciabile si sviluppa tra le quote 1.450 e 1.890 e dispone di 6 impianti di risalita (4 seggiovie, 1 skilift, 1 tapis roulant) e 14 piste da discesa che si sviluppano per 28 km, tre anelli per lo sci da fondo per complessivi 15 km. Nel Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) sottoscritto nel 2019 dal Governo Conte, la Regione ed i Comuni di San Massimo e Roccamandolfi, è previsto un finanziamento di 30 milioni di euro per il potenziamento del comprensorio di Campitello Matese con la costruzione di nuove infrastrutture e impianti da sci sul versante di Roccamandolfi, il potenziamento di quelli sul pianoro di Campitello e la realizzazione di un impianto di innevamento programmato tecnicamente avanzato e all'avanguardia. Nel progetto compare anche l'ipotesi di innalzare la quota degli impianti fino a sfiorare i 2.050 metri del Monte Miletto, per poter usufruire per un periodo più lungo della stagione della stazione sciistica e delle sue piste da sci. Intanto è in corso un contenzioso, tra la Regione e il Comune di San Massimo, sul bando di affitto per l'affidamento della gestione degli impianti che crea qualche dubbio sulla capacità di queste due istituzioni di portare a buon fine un progetto complesso come quello previsto nel CIS. Da una parte il Comune che detiene la disponibilità del demanio sciabile e dall'altra la Regione che sostiene decaduto questo diritto per morosità; il Comune ribatte che la disponibilità delle aree sciabili è stata revocata a causa di una morosità di 400mila euro che Funivie Molise ha con il Comune stesso. Ma Funivie Molise S.p.A. è una società della Regione Molise nata nel 2009 per sovrintendere alla gestione degli impianti di risalita e di tutte le attività di sviluppo e valorizzazione di Campitello Matese e di Capracotta. Il comprensorio di Campitello Matese è interessato dalla presenza di diverse aree della rete Natura 2000 come la Zona speciale di conservazione (ZSC) La Gallinola - Monte Miletto - Monti del Matese (IT7222287) che è anche Zona di protezione speciale (ZPS) La Gallinola - Monte Miletto - Monti del Matese (IT7222287), ed è stato inserito nel Parco nazionale del Matese istituito nel 2017 il cui perimetro è in fase di definizione e sui cui si accumulano ritardi, anche a causa di questi progetti impossibili e in contrasto con la tutela della natura e le direttive comunitarie. Antonio Nicoletti e Luca Gallerano Fonte: A. Nicoletti e L. Gallerano, Focus Appennini: l'insostenibilità degli impianti di risalita sugli Appennini nell'era del cambiamento climatico, in «Neve Diversa», Legambiente, marzo 2021.

  • Quella strega d'una beccaccia!

    Sabato parto alla volta di Capracotta per la prova, ma ahimè arrivato presso Campo di Giove ci sono gìà 10 cm. di neve, provo a salire e la neve sale, finché l'Anas mi blocca: «Non si può proseguire». Chiamo gli organizzatori e mi dicono che la prova è sospesa, giro l'auto e torno a casa. Sono le 7, alle 9 sono a casa: che fare? Vado a caccia! Tra una cosa e l'altra sono le 10, porto con me solo Derna perché Cleo l'ho prestata al mio compagno, visto che non contavo di uscire. Siccome c'è solo lei faccio tutto con calma, mi voglio godere la cacciata senza assilli e senza preoccupazioni. Allora passo a comprare un panino, dei sigari e controllo per bene che il genepy sia dentro la giacca. Allaccio il campano alla cagna e partiamo, si sta bene, sopra c'è la neve, io sono sui mille metri e il sole è proprio piacevole, ben presto non sento più il campano, vabbè che si sfoghi, mi alzo e il campano non si sente, mi affaccio nell'altro versante e campano niente, torno indietro e ancora niente, e allora mi preoccupo. Dov'è? Prendo la sua direzione (con passo svelto) e ogni tanto fischio, niente, ma perché non ho messo il beep? Ah, volevo fare le cose per bene, stupido! Arrivo in un prato abbastanza coperto e fischio, dlin dlin sulla mia sinistra, allora ci siamo! La vedo ferma di rovescio tra alcuni faggetti, mi piazzo e le dico di caricare, non c'è, non parte niente. Fesso che sono! Vado avanti, Derna sale e di nuovo silenzio. La vedo schiacciata a terra, ferma verso il basso, l'accosto, lei inizia a guidare poi si blocca sicura, le passo avanti e la becca frulla, vola a 10 cm. da terra in salita verso me, la faccio passare mi giro e... due botte diritte contro un pino mentre lei ci si tuffa dentro, fesso... Derna parte all'inseguimento, nel frattempo mi chiama un amico e mi chiede della prova, gli dico che è sospesa, lui mi chiede dove sono e come va (non ha trovato niente), gli dico una ma non l'ho presa, poi invece arriva Derna con la beccaccia in bocca, si siede, mi guarda e la posa ai miei piedi. E brava, volevo fare tutto con calma allora mi accendo un sigarello e mi faccio un sorso di genepy. La roccia è comoda e mi accarezzo Derna mentre guardo la becca che è molto grossa: a casa sarà una bella femmina di 320 gr. Sono già soddisfatto, andrei a casa ma si sta bene qui e ho voglia di andare a vedere un posto nuovo. Ripartiamo. Un altro grande prato, qui le ho sempre trovate, chissà? Derna esplora i bordi, poi durante un rientro silenzio improvviso, mi avvicino, mi piazzo, non vedo il cane e non so da che parte è ferma, ma il posto è molto chiuso, poi riesco a vederla: è ferma verso me, la becca è in mezzo. La incito a forzare, ma non si muove e non c'è un sasso nei paraggi. Le tiro il cappello davanti, ma si impiglia a dei rami. Siamo in stallo,, lei è ferma io sono fermo e la becca è nel mezzo. Se parte quando dice lei mi frega sicuro. Decido di entrare, lei mi parte ad un metro e subito è coperta, fesso! Due botte rabbiose la inseguono, inutili. La cercherò ancora, Derna la ferma ancora in alto, ma non mi aspetta e frulla prima del mio arrivo, poi dopo un'eternità la ferma ancora, adesso è di nuovo in mezzo, quando sono pronto ordino al cane di forzare, lei carica e la strega, anziché frullare verso me, si butta addosso al cane, le passa a un metro sulla testa che quasi si fa abboccare e io non riesco a sparare, non la troverò più. Domenica ci riprovo: io e Derna andiamo subito dove l'abbiamo incontrata ieri e appena arriviamo silenzio, Derna è ferma, adesso non mi freghi. La metto in mezzo, poi ordino la carica e Derna parte, ma lei non c'è, anzi c'è, ma parte 20 metri alla mia sinistra coperta da un pino al diavolo! Fesso! Partiamo alla carica, Derna fa volare tutto: rovi, ginepri, merli, tordi. Io le vado dietro (a fatica) ma niente. Poi sento un beeper in alto, poi bum... bum... bum... che sia la mia? Il beeper mi si avvicina, sempre più, poi arriva il padrone tutto trafelato, quando mi vede è preoccupato, ma lo saluto gentilmente e si calma. L'hai presa? No, mi è volata lunga e non l'ho presa, ma è venuta qui... Mi sembra strano, l'avrei vista, comunque se vuoi cercala, io mi sposto e mi avvio verso il basso... Sento il suo beeper che gira e gira, ma non succede niente, intanto Derna ha esplorato tutta la montagna da sopra a sotto e non so più dove andare! Allora decido di andare su a vedere se ce ne sono altre, incontro di nuovo lui, ci salutiamo, non voglio che pensi che gli passo davanti, dico: «Io vado su, in bocca al lupo», mi saluta con la mano, ma dopo cinque minuti sento che va via. Arrivo dove lui ha sparato, Derna rallenta, blocca, mi guarda e poi riparte, trovo i suoi bossoli e me li metto in tasca, attraverso il canale e non sento più il campano, la zona è molto coperta e io mi sono distratto, non so proprio dove andare. Poi con un gran colpo di fortuna la vedo, mi avvicino e la becca parte: bum bum e la vedo rovesciarsi. Derna però rimane ferma, ricarico subito, mi avvicino e iniziamo a guidare (sì, pure io sono in guidata), lei sopra e io sotto che cerco di capire la direzione ed essere pronto al frullo, poi con la coda dell'occhio vedo un'ombra rasoterra, mi giro ma è già sparita. Derna guida ancora ma altri 10 metri e tutto finisce, la strega mi ha fregato ancora, mi ricordo della prima, torno indietro e la cerco, non c'è, oddio, poi arriva Derna e guarda in alto, è incastrata ad un ramo, faccio una foto e la raccolgo. Ho trovato la beccaccia dell'anno: finalmente mi dannerò l'anima dietro questa strega. La prenderò? Vedremo. Francesco Petrella Fonte: https://www.ilbraccoitaliano.net/, 24 novembre 2008.

  • Shira in Molise

    Shira un giorno decise di andare ad Isernia; mentre si recava in città, si fermò ad ammirare il magnifico paesaggio ma, nel farlo, rimase attonita a guardare le montagne molisane e non volle più andare ad Isernia, decise di fare prima una scalata sull'Appennino Sannita, sui monti della Meta e sui monti del Matese, che superano i 2.000 metri di altitudine. Dalla cima dei monti vide che il paesaggio verso il mare era decisamente più arido e collinare con il suo aspetto molto brullo, mentre il suolo era argilloso, franoso e solcato da numerosi calanchi. Shira prima di giungere in Molise si era documentata sulle bellezze della regione e a quella vista si ricordò che i suoi corsi d'acqua hanno un regime torrentizio: ricchi d'acqua in primavera, i principali infatti sono quasi asciutti in estate e in autunno ed i più importanti sono il Trigno e il Biferno. Dai monti della Meta nasce invece il Volturno, che scorre in Molise e in un piccolo pezzo della Campania (sfocia poi nel Mar Tirreno). Aveva letto inoltre che il clima è continentale nelle valli interne, con frequenti piogge e nevicate invernali in montagna e scarse piogge in estate. Sulla costa, spesso battuta dai venti meridionali, gli inverni sono miti e le estati molto calde. Shira posò lo sguardo su quel paesaggio pressoché incontaminato e disseminato di piccoli paesi arroccati sui colli. La scarsa industrializzazione, la mancanza di grandi centri urbani e il ridotto sviluppo turistico ha portato infatti ad un limitato degrado ambientale. Oltre ad una sezione del Parco Nazionale d'Abruzzo, le poche aree protette comprendono alcune piccole riserve dove sopravvivono lembi di boschi che anticamente ricoprivano il territorio. E lei ora, incantata dalla bellezza di quella regione, decise di girarla tutta, ma, nella completa indecisione su dove andare, trovò un piccolo gregge e chiese informazioni. Le pecore non le seppero dar risposta, ma lei perseverante non si fermò e incontrò un cerbiatto a cui chiese: – Scusa! Non è che sai la strada per Campobasso? E lui rispose: – Sì, io e mio padre dobbiamo andarci a trovare dei parenti. E così tutti e tre si avviarono. Passarono per Capracotta, Pietrabbondante e Trivento e così via fino a Termoli. Lei non sapeva dove si trovava e, tutta spaventata, iniziò a piangere, ma poco dopo passò di lì un cavallo che gentilmente le chiese: – Perché una bella pecorella così carina come te è tutta sola? Lei rispose: – Due mascalzoni mi hanno fregato e mi hanno portato fino a Termoli, mentre io volevo arrivare fino a Campobasso! Il cavallo cercò di incoraggiarla dicendole: – Dai, non fare così! Il mondo è pieno di "gente" del genere: non te la prendere! Shira venne allora accompagnata dal cavallo, che era molto anziano e dunque molto saggio, fino a Campobasso; durante il viaggio però si fermarono a mangiare qualcosa insieme: lui le offrì della biada, lei molto lusingata accettò senza pensarci più di una volta e il cavallo, compiaciuto, la osservò mangiare con molto gusto. Poi le chiese se voleva per caso del fieno o del latte appena munto e lei, senza fare complimenti, accettò. Dopo l'abbondante abbuffata ripartirono: con il cavallo c'era anche un cane; il cavallo si chiamava Humber e il cane Zara. Il primo era un bellissimo mustang beige con la criniera e la coda nere corvino, il cane un bellissimo pastore tedesco. Essi accompagnarono la pecora fino a Campobasso, che è il capoluogo regionale situato a settecento metri di altitudine in posizione dominante la valle del Biferno. Lì dovettero salutarsi, ma il cane disse: – Ehi, perché non restiamo con te?... Sai, per la tua protezione. La pecora acconsentì e poi tutti e tre decisero di andare a fare un bagno nel mare Adriatico. Nessuno resistette alla tentazione, così tornarono nella zona di Termoli e si fermarono nella bella città di Campomarino, noto centro turistico e balneare, in cui si concedettero una meritata vacanza! Lucrezia Lanza Fonte: R. Fattalini (a cura di), Le avventure italiane di Shira, pecora errante, Scuola Media Statale "Ranzoni", Trobaso 2009.

  • L'avvocato Ninetta (XVI)

    Scena V Totonno indi Matteo, Michelina, Laura e detti. Totonno – Il cav. Miscelli e le sue figlie. (via) Francesco – Ah! bravo, sono arrivate finalmente. Sapete, mò (vengono) 'e Miscelle. (va incontro) Giacinto – E pecché fà venì sti mescelle, che hanna fà, 'e gioche? Cesarino – Voi ch'avete capito, che venene 'e gatte? Nossignore, quelle sono due signorine, mò 'e vedrete. Francesco – Ah! il mio caro collega. Benvenuto, benvenuto. Matteo – Caro Presidente, eccoci quì, a fare i nostri auguri a quella cara ragazza... e per mille mille anni. Francesco – Oh! grazie, grazie di tutto cuore. Matteo – Vi ho condotto Mimì e Lallà come vi avevo promesso. Mimì, Lallà, salutate il Presidente. Francesco – Ma che songo doje nota 'e musica. Michelina – Signor Presidente vi bacio la mano. Matteo – Presidè, voi l'avite cumpatì se sono nu poco inceppatelle, perché non vanno mai a nessuna parte, non fanno che chiesa e casa, casa e chiesa. Francesco – E quella è la vera educazione. Nu poco antica veramente ma i nostri padri ne sapevano più di noi. Matteo – Ma è proprio questa la mia idea. Papà accussì ha mparato a me, e io accussì i miei figli. Giacinto – E fate bene, la bonanima di mio padre, D. Oronzio, mi diceva sempe, figlio mio, tu 'e 'a venì tale e quale a me, e io comme a isso sò venuto. E qua sta Ciccio per testimone. Francesco – No, chesto t' 'o pozzo assicurà, tu si tale e quale a pateto. Matteo – E chi è questo signore? Francesco – È un mio amico. Ti presento il barone Chiappo e sua moglie, l'avvocato Ninetta Rocco, suo marito e sua madre. Matteo – Oh! Fortunatissimo di conoscerli. Vi presento le mie figlie Mimì e Lallà; salutate tutti questi signori uno per volta, fate il giro. (fanno una riverenza) Giacinto – Ma che le fa fà, 'e gioche a chelli doje? Matteo – (a Ninetta) Era proprio curioso di conoscere la signora. Voi siete quella che il Consiglio dell'Ordine ha ricusato mettere nell'albo dei procuratori? Ninetta – Per l'appunto. Matteo – E voi naturalmente avete intentata la lite. Ninetta – E si capisce questo. Francesco – Ma non vi potete lagnà perché la sentenza ve l'abbiamo fatta favorevole. Ninetta – Presidè, perdonate che ve lo dico, ma era giustizia. Matteo – Ma si capisce, llà sopra non si fa niente contro la giustizia. Ninetta – Ma intanto il Consiglio dell'Ordine ha prodotto appello. Francesco – Ma potete sta sicura che la corte d'appello confermerà la nostra sentenza. Ninetta – Lo spero almeno. Francesco – Oh! ne potete essere certissima. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • D'Andrea, una storia tutta italiana

    «La motivazione è la spina dorsale della nostra impresa». Sono le parole orgogliose di Ermanno D'Andrea, patron dell'omonima azienda, leader mondiale nella produzione di accessori di alta precisione per macchine utensili. Quella del signor Ermanno è la storia di una lungimiranza tutta italiana, di un acume che trova il suo cuore pulsante nello stabilimento di Lainate, una delle cittadine più produttive della zona ovest di Milano. La storia di un'azienda che fattura 22 milioni l'anno e che grazie a un margine di guadagno del 50% è stata in grado di schivare i colpi della crisi. Un totale di 135 dipendenti con il 75% di esportazioni che vedono in cima colossi mondiali come Russia e Cina. Sorride Ermanno quando mostra su un cartellone i pezzi storici che hanno reso famoso il marchio, come la prima serie di teste TS in grado di eseguire qualsiasi lavorazione di «tornitura a pezzo fermo», create dal padre Marino ormai più di sessant'anni fa in un'Italia in piena ricostruzione post-bellica. Da Capracotta a Milano, dal Molise alla Lombardia. «Al Nord c'è la concatenazione con le altre aziende, fondamentale per una realtà come la nostra». Lontanissima dallo stereotipo della fabbrica grigia e sporca, la D'Andrea accoglie i propri dipendenti in ampi spazi luminosi, curati nel minimo dettaglio e allietati da una vasta cornice floreale. «Cerchiamo di fare il possibile – ricorda il presidente – per garantire ai nostri operai la massima serenità nel lavoro». Operai che vengono adocchiati dalla D'Andrea sin da giovanissimi, messi a far scuola all'interno dell'azienda e che ricevono una mensilità in più quando le cose vanno nella giusta direzione. Una chiara filosofia del lavoro che boccia però il nostro sistema scolastico: «In Italia abbiamo tanti disoccupati, ma è tutta gente non preparata. Le scuole tecniche sono ancora rimaste all'età della pietra, negli anni non c'è stata evoluzione di contenuti». Implicito riferimento anche al suo Molise, la terra che non ha mai dimenticato, tanto da creare nel 2002 un altro stabilimento a Castel del Giudice, un piccolo centro in provincia di Isernia che ha garantito una trentina di posti di lavoro e soprattutto ha permesso, come ci tiene a sottolineare, «il ritorno all'ovile di molti emigrati». L'umiltà di un uomo che non si è fatto sopraffare dalla tendenza, ormai comunissima alla maggior parte delle imprese italiane, di delocalizzare all’estero. La creatività di un uomo sempre al passo coi tempi, pronto ad aggiornarsi e a rimodernare i propri impianti. La trasparenza di un uomo e della sua azienda nei confronti dei propri dipendenti e dei propri clienti, invitati direttamente in fabbrica per testare l'affidabilità dei prodotti. E la pazienza del miglior imprenditore, che confidando nelle proprie potenzialità è capace di lasciarsi alle spalle anni difficili: «Sono andato in rosso per dodici anni, ma ho sempre creduto nell'azienda fondata da mio padre. I finanzieri? La rovina del nostro mestiere, hanno come unico fine l'utile». Adriano Lo Monaco Fonte: https://damorirne.wordpress.com/, 24 marzo 2014.

  • Con le ali ai piedi

    Questa mattina abbiamo anticipato la sveglia per evitare il caldo del pomeriggio. Alle 6 eravamo già in cammino con la luna alta nel cielo alla nostra destra e i primi raggi del sole dietro la montagna a sinistra, mentre la valle era coperta da una bassa e fitta coltre di nebbia. Decidiamo di non prendere la variante su sentiero e dopo circa un chilometro e mezzo arriviamo a Rivisondoli, altra meta di turismo invernale ma, a causa della crisi, piena di case in vendita, come in tutte queste località. Qui troviamo il primo bar aperto e ci fermiamo a far colazione. Attraversiamo Rivisondoli passando di fronte alla Chiesa di San Nicola scendendo lungo le scale che portano alla base dell'abitato dove andiamo in cerca della ciclabile che arriva a Roccaraso. Ci viene in aiuto una simpatica signora che ogni mattina fa la sua passeggiata tra i due paesi e ci accompagna fino alla chiesetta di San Bernardino. Da qui, attraversato un parco giochi e fatta una piccola deviazione rispetto a quanto indicato sulla guida, prendiamo la strada per Pietransieri che raggiungiamo dopo quattro chilometri. Il paese è stato teatro di uno degli eccidi di guerra più efferati da parte dei nazisti dove persero la vita 128 persone per lo più anziani, donne e bambini ed è ricordato da un tempio. Da Pietrasantieri iniziamo a scendere lungo l'alberata provinciale e dopo aver attraversato le frazioni di Carceri Alte e Carceri Basse arriviamo prima di pranzo ad Ateleta. Con grande cordialità ci accoglie Kerstin del curatissimo B&B Colle Sisto dalle cui finestre si vede il Monte Secine con di fianco Capracotta e alle sue pendici Castel del Giudice, antichi borghi già in Molise. Prima della cena nel B&B facciamo il giro del paese salendo e scendendo lungo ripide stradine e scale che lo attraversano. Nella parte alta, in piazza Carolina, il monumento a Gioacchino Murat fondatore del paese fatto costruire dai tanti abitanti emigrati negli Stati Uniti. Di fronte ancora un monumento che ricorda le vittime della guerra alla quale queste popolazioni pagarono un tributo altissimo. Terminiamo il giro del paese con un aperitivo in un pub dove mentre sorseggiamo due birre arriva, ospite inatteso ma gradito, un bel cavallo bianco! Vania Michelotti e Francesco Ferraro Fonte: https://www.diquipassofrancesco.it/, 2016.

  • L'avvocato Ninetta (XIV)

    Scena III Francesco e detti, Totonno (passeggia). Francesco – Eccomi quà. Bravo. Sempre così, sempre in pace e contenti. Giacinto – (Ce pare.) Francesco – Giacì, mi hai fatto proprio una sorpresa e nu piacerone di condurre la signora, non mi aspettavo questo onore. Gelsomina – L'onore è sempre mio. Francesco – Accomodatevi. (seggono Giacinto e Gelsomina al divano, Francesco ad una sedia) Hai fatto nu tulettone. E perché t' 'e puosto sta sciassa, 'a casa mia nun è casa di sciassa, ccà se tratta di una riunione di amici. Giacinto – È la Baronessa che ci tiene a fare mettere 'a sciassa. Gelsomina – Verite, a me l'arichetta me piace nu pucurillo. Francesco – Ah! quando è così non parlo più. Giacinto – A proposito. Cì, ti debbo accusà 'o servitore tujo. Francesco – E pecché, t'ha fatto qualche cosa? Giacinto – S'è puosto a mbrusunià pecché io t'aggio chiammato Ciccio, dicenno che t'aveva chiammà Commendatore. Te pare mò fra de nuje nce stanno sti cerimonie. Francesco – Chillo è nu giovine affezionato, Totonno, e po' ci tiene alle forme perché ha servito tutte case distinte. Scusami caro Giacinto, hai torto. Gelsomina – (dando un pizzico a Giacinto) E 'a primma io te l'aveva ditto. Giacinto – Ah!... Francesco – Che c'è? Giacinto – Niente... niente... è un affare mio! Francesco – E la signora come va che si è decisa di venire stasera, Giacinto m'ha detto che non andavate a nessuna parte di sera. Gelsomina – Vedite... ogne tanto quacche serenata, se fa n'accezione. Giacinto – Acqua à. Francesco – (Parla bona assaje chesta.) Ed io vi ringrazio che questa eccezione l'abbiate fatta per me. Gelsomina – Vuje site nu signore nobile e civile, e perciò io sarebbe venuta da leio. Giacinto – Vì che te votta Marzo! Francesco – È vostra bontà di credere così. Giacinto – È meglio ca cagno discorso si no chesta sà quante ne votte. Dunque Cì, tu mò cu chi si rimasto. Sulo c' 'a piccerella? Francesco – E già. Da che aggio perduto quell'angelo di mia moglie... che donna! Che donna! E 'a figlia vene tale e quale 'a mamma, bella e bona! Tu non conosci Maria? Giacinto – No, nun l'aggio visto ancora. Francesco – E adesso vedrai quant'è bella. Sta ultimando la sua toeletta. Sai, è ragazza... e poi è figlia di Eva. Giacinto – Accussì se chiammava mugliereta? Francesco – Seh! se chiammava Adamo. Ho detto figlia di Eva per dire ch'è donna. Giacinto – E quanno po' tu jesce resta sola? Francesco – Io le ho preso la governante, embè, 'a restava sola. Giacinto – E 'a governante 'a governa ogni ghiurno? Francesco – Ma che l'ha pigliato pe canario? Si capisce che la governante sta sempe ccà giorno e notte. Giacinto – Io chesto vuleva dì... nce sta sempe... nun è che vene nu giorno sì e n'ato no. Francesco – Uh! Giacì, figlio mio, me faje certe domande curiose. Gelsomina – Vuje l'avite compiatì pecché chisto è pazzo c' 'a capa. Francesco – È stato sempe nu poco originale. Giacinto – Neh! a proposito, che te fanno fà ncopp' 'o tribunale? Francesco – 'O scupatore, 'o purtiere. Non sai che io sono Presidente di Sezione. Giacinto – Comme fosse nu vice sindaco. Francesco – E che nce trase. Mò me faje n'ato pasticcio. Giacinto – Ma se mi hai parlato di sezione, llà nce sta ’o Vice Sindaco. Francesco – Ma che nce trase 'o Municipio c' 'o tribunale. Gelsomina – Ah! 'o tribunale! Mò aggio capito io. Vuje fusseve chillo che s'assetta areto 'a banca? Francesco – (Chesta m'ha pigliato p'acquaiolo!) Precisamente, quello che se mette assettato in mezzo. Gelsomina – Ah, ah! nun me pozzo tenere 'a risa. Francesco – E pecché ve facite sta risata? Gelsomina – Pecché sto penzanno comm'avita paré curiuso cu chillo cuppulone ncapa e c' 'o vaverazzaro d' 'e criature. Francesco – Chesta l'ha pigliata pe na mascherata. Gelsomina – Ma pecchè v'avita vestere accussì curiuso? (ride) Francesco – Così, vuole la legge. Giacinto – Gelsomina, ma basta mò. Finisci di ridere, che l' 'e pigliato pe Pulecenella a Ciccio. Mò me nquarto mò! Gelsomina – Vattè, statte zitto... và scola!... Cu permesso d' 'o Presidente. Francesco – Questi sono affari di famiglia... fate pure. Gelsomina – Voglio rirere, haje che dicere? Giacinto – Ma se capisce... perché non sta bene di ridere per... Gelsomina – Vattè, mo t'azzecco nu buffettone... cu permesso d' 'o Presidente... Francesco – Io ve l'aggio dato, fate quello che volete. Giacinto – E comme te vene ncapo. Chella 'o fa overamente. Francesco – Io pozzo sapé sti cose. (Vì che bell'ambo asciutto hanno fatto tutt'e duje.) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Una lettera da Ulla

    Carissimo signor Travaso, sono felice di poterle finalmente scrivere. Sono la signora Teresa Dani o Ildegarda Cardella, faccia lei, ho la prima madre russa, il padre italiano, la seconda madre turca, uno zio svizzero originale e due radioline giapponesi. Vivo a Capracotta e faccio la governante di una governante, faccio cioè la governante a casa di una signora che fa la governante. Sono naturalmente costretta ad avere a mia volta una governante, Diega, che praticamente è governante di una governante di una governante. La governante da cui lavoro guadagna due milioni al mese, io ne guadagno due, Diega ne guadagna due. 2+2+2=6-2-2-2=0 cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia. Mah! Mio marito è giovane, molto giovane, almeno così mi sembra, perché non mi ha mai voluto dire quanti anni ha. Quando lo intervistano (quasi mai), anzi non lo hanno mai intervistato da quando è nato, dice di avere sedici anni (è un sedicente sedicenne). Fa il capostazione ma è disoccupato perché qui a Capracotta non c'è la stazione. Le scrivo per consigliarle di fare dei quiz, dei giochi a premi anche sul suo giornale, anche se a me personalmente non piacciono. In TV li seguo tutti e telefono a tutti. Il mese scorso ho pagato di telefono 86.477.000 lire, ma non sono poi molti se lei considera che ho vinto un videoregistratore, 70 chili di pasta (ho dovuto comprare un altro armadio), un frullatore, tre fustini di detersivo e un puzzle di Heidi. Le sto chiedendo di fare dei giochi sul suo giornale perché in fondo non sono poi così tante le trasmissioni di giochi, quiz, gare e concorsi a premi. Sono soltanto: "Cantando cantando", "Tutti in famiglia", "Bis", "Moglie e marito", "Doppio slalom", "Pronto è la RAI?", "Big!", "Il gioco è servito", "C'est la vie", "Colpo grosso", "Telemike", "Parole d'oro", "La ruota della fortuna", "Chi tiriamo in ballo?", più i giochi all'interno di: "Europa Europa", "La giostra", "Raffaella Carrà Show", "Buona fortuna", "Fantastico", "Ieri Goggi domani", "Domenica in"... Certo l'ideale sarebbe se si potesse inserire qualche quiz all'interno dei TG, del segnale orario, del servizio metereologico, delle estrazioni del lotto e del monoscopio. Spero proprio che il mio consiglio venga seguito e lasciandola ne approfitto per fare un annuncio: AAAAAAAAAA Affitto barca a motore a basso prezzo perché manca il motore e con qualche altro sconto visto che manca pure la barca. Distinti cordiali. Daniela Conti Fonte: D. Conti, Lettere da Ulla, in «Il Travaso delle Idee», II:3, Roma, aprile 1988.

  • I trulli molisani

    I trulli molisani sono costruzioni in pietra per il riparo occasionale di pastori e contadini. Sono caratterizzati da una architettura semplice e spontanea e l'impiego di materiale lapideo reperito in loco pone queste strutture in perfetta simbiosi con l'ambiente naturale di altura. I caratteri costruttivi ed architettonici di queste opere derivano da quelli pugliesi in ragione degli spostamenti delle greggi connessi alla transumanza, ma, a differenza di questi ultimi, il trullo molisano è essenziale nella forma e nella funzione; infatti è privo di elementi decorativi sulle facciate ed è costituito prevalentemente da un unico ambiente a pianta circolare variabile tra i 3 e i 4 metri di diametro. Questi manufatti venivano realizzati in pietra posata a secco: spianata la terra, con pietre appena sbozzate, si costruivano i paramenti perimetrali, uno interno e l'altro esterno, per un'altezza di un metro un metro e mezzo. L'intercapedine che si formava tra i due muri veniva riempita con pietrame irregolare a pezzatura ridotta, che rendeva queste strutture calde d'inverno e fresche d'estate. All'interno ci si accedeva tramite un varco di piccole dimensioni sorretto da un architrave monolitico. Le porte d'ingresso venivano costruite basse per offrire una migliore difesa dalle condizioni climatiche più avverse. Sono presenti, nella maggior parte dei trulli rilevati, alcune nicchie che venivano utilizzate dai pastori come piani di appoggio per masserizie e piccoli oggetti di uso quotidiano. Particolare valenza architettonica assume la copertura conica, realizzata disponendo lastre di pietra in aggetto a formare cerchi concentrici che diminuiscono gradualmente verso il culmine della copertura. Questa tecnica costruttiva non deriva né dal sistema a volta né dal concetto di catenaria dell'arco, in cui i vari conci di pietra venivano fatti lavorare a semplice compressione. Viceversa, nei trulli molisani, per ottenere la caratteristica copertura conica, ogni filare di pietra veniva spostato leggermente di qualche centimetro verso l'interno fino alla posa dell'ultimo concio. In questo modo le singole lastre venivano fatte lavorare a presso flessione, tecnica millenaria i cui principi sono stati utilizzati anche dal Brunelleschi per la realizzazione della cupola del duomo di Firenze. Sabino Lo Buono Fonte: S. Lo Buono (a cura di), I tratti della ruralità. Recupero conservativo dei manufatti rurali, Fotoceramica Molise 2000, Campobasso 2009.

  • Þūnraz

    Teonimo derivante dal sostantivo maschile protogermanico *þūnraz il cui significato è "tuono" (in antico alto tedesco è donar, in tedesco è Donner, in antico frisone è þuner; in medio olandese donre, in olandese è donder; in antico inglese è þunor, in inglese è thunder ed infine in danese è torden), identifica quella divinità del pantheon germanico che, stando agli scritti riguardanti la mitologia scandinava quali l'Edda Poetica di Snorri Surluson, nacque dall'unione di Óðinn (Wōđanaz) e Jörð; divenne poi uno dei governatori di Ásgarðr dacché primeggiava per forza e possanza fra gli Æsir tutti. Il martello Mjöllnir (frantumatore) è la sua arma e dall'utilizzo di questa sono soliti sprigionarsi tuoni e lampi. Snorri Sturluson nel Skáldskaparmál racconta di come Mjöllnir fu forgiato dal nano Sindri, il quale oltre alla capacità di frantumare ogni cosa gli si fosse parata dinanzi diede al martello la capacità di resuscitare i defunti. Con il Frantumatore al suo fianco, a bordo del suo carro trainato da capri - da qui deriva uno dei suoi epiteti, Öku-Þórr - Þor si rese protagonista di eroiche imprese quali la pesca del serpe Jörmungandr e la cattura dell'Ase Loki, padre di quest'ultimo. Þūnraz è attestato come Donar in antico alto tedesco, Thūnor in antico basso tedesco (sassone) a volte riportato come Thunær nelle abrenuntiationes (voti di rinuncia al culto di divinità estranee al credo cristiano volti a confermare la piena conversione a quest'ultimo), Þūnor in anglosassone, Þórr/Þor in norreno ed infine come Thor negli scritti latini quali le "Gesta Darorum" di Saxo Grammaticus. Il culto del suddetto era presente anche fra le genti longobarde; per confermare ciò è sufficiente ragionare sull'origine del toponimo Capracotta, comune del molisano fondato per l'appunto dai Longobardi in età altomedievale. Quest'ultimo richiama una delle ritualità in onore dell'Ase Þórr compiute dai Longobardi nell'atto di fondare una nuova città. La descrizione di quest'ultima ci è stata tramandata dai "Dialogi" di Gregorio I detto Magno e dal "Martyrologium Romanum" di Cesare Baronio Sorano; il rituale apotropaico prevedeva l'uccisione di una capra alla quale seguiva poi un banchetto rituale con le sue carni, chiaro riferimento all'episodio narrato da Snorri Sturluson che va sotto il nome di Gylfaginningin nel quale l'Ase sfama se stesso ed alcuni suoi compagni con i capri del suo carro e li resuscita il giorno seguente. Marco Alimandi Fonte: http://www.leviediwodanaz.com/, 30 agosto 2018.

  • Nunzio, vobis

    Sacra Rituum Congregatio, Palazzo del Laterano, lunedì 28 febbraio 1707 – Sia lodato Gesù Cristo, entrate. – Sempre sia lodato. Con la schiena leggermente ingobbita e il collo taurino, il solito portamento da plantigrado bastonato, Nunzio entrò a passi corti nell'ufficio del Prefetto, il card. Gaspare Carpegna. I due si conoscevano appena e i rapporti erano improntati al più austero protocollo canonico. Un cardinale e un prete, pur colleghi nel magistero della Chiesa, erano distanti anni luce in quanto a dignità ecclesiastica. Carpegna era un uomo forte, in tutti i sensi, prestante nell'aspetto e potente nelle relazioni. Oltre alla più alta carica nella Sacra Congregazione dei Riti egli era da oltre trent'anni cardinale vicario di Sua Santità. – Al diavolo le formalità. Noi dobbiamo stringerci in catena, Reverendo, per cui premetto che quest'oggi sarò cristallino con voi. – Al servizio, Vostra Eminenza Reverendissima, con la stessa franchezza. – Padre, la mia vita è stata magnifica ma, per leggi a noi ignote, la mia fede si è rivelata mediocre. Sinora mi sono concentrato sui successi materiali, quasi mai su quelli spirituali. Non guardatemi così, non aspiro a rivalutare il pietismo. Ah ah ah... se il mio predecessore sentisse solo proferirla quella parola, mi incendierebbe cogli occhi, senza ricorrere alla pece. – Vostra Eminenza, io sono un montanaro, un umile sacerdote abruzzese che tenta... – Smettetela con questi ammenicoli ossequiosi, diamoci del voi senza troppi fronzoli. Nonostante vi sopravanzi di quarant'anni, voi siete migliore di me. In questi mesi ho avuto modo di apprezzarvi e vi confido che non siete un semplice canonico, voi rappresentate la purezza bambinesca, quella purezza che è tanto cara a Nostro Signore. I vostri natali in quel piccolo castello di montagna vi hanno conservato puro, ingenuo, riguardoso. Tutto il contrario di questa lurida città. Voi siete il preferito per la delicata missione che ho in mente, un incarico che, se svolto con giustezza, potrebbe aprirmi uno spiraglio di paradiso. Voi, d'altronde, non ne avete bisogno; le luci del paradiso sono per voi accecanti già da molti anni. – Ma... Cardinale... non dite così! Il cielo non è un premio, bensì una speranza. Nessuno può dirsi certo di raggiungerlo, nonostante la sua vita terrena sembri ineccepibile. Gli occhi con cui Dio ci guarda sono infinitamente più grandi dei nostri. Noi siamo soltanto l'ombra di ciò che Lui ha creato e, come l'ombra, la nostra misura varia al mutar della posizione dell'astro solare. Anche quando l'ombra è all'apice delle proprie dimensioni, non avrà mai la profondità della Cosa cui appartiene, men che meno l'enormità di Colui che l'ha creata. Allo stesso modo noi tutti non siamo che un cangiante riflesso di questo mondo che Dio ha creato. E se il sole è a perpendicolo l'ombra addirittura scompare, così noi svaniamo quando l'Altissimo ci guarda. E diventiamo niente ai Suoi occhi. – Nunzio, la vostra personalissima apologetica mi commuove... il sole che crea l'ombra attraverso l'uomo... l'ombra che scompare sotto lo sguardo del sole... Iddio che tutto crea e tutto vede... – Sapete inoltre che sono un fedelissimo del cardinal Vincenzo Maria Orsini. Qualunque missione vogliate affidarmi è a lui che dovete rivolgervi. Nei corridoi vaticani si dice che prima o poi diventerà sommo pontefice... – Caro Nunzio, conosco abbastanza bene gli intrighi dei miei colleghi cardinali che serpeggiano ai piedi di Clemente XI e so per certo che il vostro protettore, se Nostro Signore non lo chiamerà a Sé anzitempo, non diventerà papa prima di un trentennio. Il prossimo Vicario di Cristo sarà certamente un De Comitibus, uno dei conti di Segni, la cui famiglia sta aspettando da generazioni di far salire al soglio qualcuno che riscatti le antiche vergogne del giovane Benedetto IX, lo scriteriato sodomita Teofilatto di Tuscolo. Ciononostante, vi assicuro che ho già parlato col cardinal Orsini e mi ha concesso di rubarvi a lui. Gli ho promesso un occhio di riguardo semmai dovessimo rinchiuderci presto in conclave... Mentre parlava, il Cardinale guardava dalla finestra il brulicante andirivieni di plebi e mercanzie, pensò che doveva essere una febbre ciò che agitava quella moltitudine affaccendata, quei traffici, quelle bestie mai abbastanza dome davanti ai carri, quei bimbetti che chiedevano l'elemosina a tutte le ore del giorno. – Ma chi dà loro tanta forza? – pensò il Cardinale ad alta voce. – Se voi, Eminenza, pensate che questo sacerdote possa riuscire nell'impresa che avete in mente, non posso che accettare l'incarico e dirmene onorato, consigliandovi però di riservare più di un dubbio sul mio valore. Non sono un uomo del secolo. Ho conosciuto soltanto monaci e seminari e manoscritti e sacramenti. Per me il mondo visibile sta tutto nelle cento leghe che separano l'Urbe dal Contado di Molise. – State tranquillo Nunzio, sebbene il mandato che vi conferirò potrebbe portarvi lontano da Roma e dalla vostra diocesi, resterete nell'ambiente a voi più congeniale, quello della santità. Avete capito bene... Vedete, io credo che un giorno sarete santo e chi, meglio d'un santo, può percepire la fragranza della santità altrui? Voi, monsignor Nunzio Baccari, dovrete recarvi da coloro che stanno in odor di santità e, senza rivelar nulla della vostra persona e della vostra missione, corrispondere direttamente con me su ogni dialogo che avrete, su ogni dubbio che nutrirete, su ogni scoperta che farete circa il presunto beato. Sapete bene che Santa Romana Chiesa è inerme contro la devozione popolare, ché quando questa esplode distrugge ogni canone e rischia di tramutarsi in divinazione, in superstizione, in eresia. – Cardinale, riponete troppa fiducia nella persona mia e non vedo come possa passare inosservato in tali indagini. Tuttavia sappiate che se è davvero questo il vostro desiderio, tenderò all'ottimo per onorare la vostra richiesta. – È questo il mio desiderio. – Così sia. Avete già previsto un mio imminente ingaggio? – Vedete che a voi le cose non serve nemmeno dirle? Voi leggete nel pensiero. Da alcuni anni c'è qui a Roma un minimo calabro, si dice sia un mistico di nome Nicola. In realtà è il vecchio portinaio della Chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, dove stanno quelli della sua regola, e il popolo del Rione Colonna lo acclama come santo. In questi giorni di gravi saccheggi e continue scorribande Roma non può permettersi di cadere in falsi miti e gratuite devozioni. Non è questo il modo giusto per riportare i pellegrini a Roma. Voi – e cominciò a battere il dito medio sulla cattedra – dovrete indagare sulla fama del frate Nicola e riferire a me in questo stesso ufficio, senza che il Segretario Apostolico si accorga di quanto stiamo facendo. – Immagino che dovrò soggiornare fuori del Palazzo del Laterano per poter compiere la missione. – Esatto, Nunzio. Claudio, il servo che vi aspetta qui fuori, è un giovane molto diligente, vi accompagnerà nelle stalle dove vi fornirà una palandrana scura un poco sgualcita. Spero non vi dispiacerà cambiarvi d'abito lì dove riposano i cavalli. D'altronde, proprio sotto il fiato di un bue e di un somaro è nato il Redentore. Per dormire alloggerete invece nella locanda di via del Moretto. – Più sono logori i miei indumenti, più è felice la mia anima. Più è povera la mia casa, più è ricca la mia fede. – Voi non siete un prete, siete un monaco! – In origine era quella la mia vocazione ma mio padre mi impedì di entrare in convento... – Se foste entrato in convento, non sareste qui ad aiutarmi. Che il Signore benedica vostro padre. – Vostra Eminenza Reverendissima, vi ringrazio della stima che mi riservate e mi confermo vostro servo. – Addio Nunzio. Nunzio uscì dall'ufficio del Prefetto fingendo una sicumera che non gli apparteneva. Il servo Claudio, che lo attendeva fuori mangiando una mela, salutò il reverendo padre e gli chiese di seguirlo. Nel lungo corridoio che dal Laterano porta alle prime scale, Nunzio fu internamente soverchiato dalle domande. Perché Carpegna gli aveva affidato un'ambasciata così singolare? Cosa voleva il Cardinale da quei poveri frati? Nello scendere la prima rampa di scale fu assalito da un ulteriore dubbio, quello di esser stato circuito. Nunzio temeva di esser diventato il delatore privato del Cardinale, magari per mandare al rogo quell'umile frate calabrese. Era comunque contento di aver accettato l'incarico perché in questo modo avrebbe conosciuto Nicola e, nel caso, avrebbe potuto finanche aiutarlo, difenderlo, salvarlo. Ma più di tutto egli doveva riverenza al Cardinale. Disubbidire significava tradire la Chiesa, la madre che amava di più al mondo. Questo è solo un piccolo frammento del romanzo che vorrei scrivere ma che, nei fatti, non ho ancora scritto. "Nunzio, vobis" prenderebbe il largo dalla biografia del capracottese Nunzio Baccari - vescovo per nomina e papa per profezia - per raccontare lo scontro tra il cattolicesimo ufficiale e la religiosità popolare del primo XVIII secolo, quando l'ortodossia controriformistica, ormai ridondante, si infranse al muro del secolarismo, in una Roma sempre più lontana dalle grandi metropoli europee. Francesco Mendozzi

  • L'avvocato Ninetta (XV)

    Scena IV Totonno indi Ninetta, Bettina, Cesarino e detti. Totonno – (annunziando) La signora Ninetta Rocco nei Spaghetti e tutta la sua famiglia. (via) Giacinto – 'A vì lloco essa! Gelsomina – Che songo asciute 'e spaghette? Francesco – No, mò esce l'arrusto. Gelsomina – Pecché ha ditto i spaghetti chillo? Francesco – Ha voluto intendere che la signora Ninetta Rocco è maritata Spaghetti. Lasciatemi andare incontro. (esegue) Oh! signor avvocato, qual piacere di vedervi stasera. Vi siete ricordata della mia cara Maria? Ninetta – Era nostro dovere di venire stasera. Francesco – Grazie, grazie! Siete troppo buona. Bettina – (vedendo Giacinto) Uh! ccà ce sta 'o Barone nuosto. Come state? Giacinto – Eh! non c'è male. (Comme le prode 'a capa a sta vecchia.) Cesarino – Che veco! Gesummina c' 'o marito!... aggio fatto toppa 'e faccia. (si ritira in disparte) Gelsomina – (È isso 'o nfame!...) Francesco – Ah! voi lo conoscete? Allora presento soltanto la Baronessa sua moglie. Ninetta – (dandole la mano) Fortunatissima di conoscerla. Francesco – La signora Ninetta, sua madre, e il sig. Cesare Spaghetti marito della sig.ª Ninetta... Addó sta? Che se n'è fatto? Ah! eccolo là, D. Cesare. Che d'è, ve ne site scappato? Cesarino – Stavo vedendo tutti questi belli fiori. Francesco – Sò tutte regale che ha avuto 'a piccerella mia! Gelsomina – (piano a Giacinto) Comm' 'a cunusce a sta vecchia! Giacinto – Conosco il padre quann'era piccerille, steveme nculleggio assieme! Gelsomina – Vattè, busciardo! (gli dà un pizzico) Francesco – Signori accomodatevi: lasciamo prima venire qualche altro e poi passeremo nel salone. Giacì scusa, fa assettà 'a signora al divano. Giacinto – Ma subito. E quanno 'o diceva! (siedono Ninetta e Gelsomina al divano. Francesco e Bettina in mezzo, Cesarino e Giacinto all'altro lato) Ninetta – Sono lieta di prendere posto accanto alla Baronessa. (Io a chesta 'a saccio e nun ricordo addò l'aggio vista.) La sig.ª Baronessa è tanto buona che si contenterà della mia compagnia. Gelsomina – È bona 'a vocca vosta. Bettina – E 'a santa addò sta, nun se vede ancora. Francesco – Poco pò tardà, se steva fernenno 'e vestì. Cesarino – (piano a Giacinto) Quella llà è 'a signora vosta? Giacinto – Sissignore, nc'avete che dì? Cesarino – No, mi fa piacere di conoscerla. Giacinto – E a me pure m'ha fatto piacere conoscere vostra moglie... l'avvocato. Cesarino – A proposito, come l'avete trovata? Giacinto – Bona assaje, in professione. Cesarino – Avete visto che tutto chello che ve diceva io era vero, e vuje 'a pigliasteve a pazzia. Giacinto – Vuje purtateve sempe accussì che fate bene gl'interessi della famiglia. Ninetta – E la sig.ª Baronessa è molto tempo che sta a Napoli? Gelsomina – Comme, io ccà sò nata e vuje me facite st'addimmanna. Ninetta – Eppure non si crederebbe, dalla pronunzia sembra forestiera. Gelsomina – Pare accussì pecché quanno voglio saccio parlà trisco. Giacinto – Siente che sta cumbinanno muglierema. Cesarino – Ninetta se sta spuzzulianno a Gesummina. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.

  • Weekend lungo

    Il weekend lungo cioè il ponte del 2 giugno. A dire la verità ho lavorato in tutti i giorni in cui si lavorava e così, ancora una volta più che sopra, sono rimasto sotto il ponte... Tuttavia il 30 maggio era sabato e lunedì 1 giugno era un prefestivo quindi due mezze giornate, e alle 13:30 a casa! Il meteo è stato ottimo, forse sta davvero per arrivare l'estate... anzi no ora che sto scrivendo questo racconto sono due giorni che non fa altro che piovere ad intermittenza... Comunque il tempo nel ponte del 2 giugno è stato eccellente e così insieme a Cinzia siamo andati a correre in due tra i più bei posti del Molise e secondo me anche d'Italia, peccato che però non li conosca nessuno... o forse meglio così... Giorno 31 maggio 2015: Campitello Matese (in provincia di Campobasso), dove abbiamo corso a circa 1.424 m.s.l.m. Giorno 2 giugno 2015: siamo andati a correre a Capracotta (in provincia di Isernia) dove in località Prato Gentile l'altitudine è di circa 1.580 m.s.l.m. Due posti di montagna straordinari. Massimiliano Guerriero Fonte: http://ilguerrierochecorre.blogspot.com/, 9 giugno 2015.

  • Antonio Sammarone, il vigile che amava foto e computer

    Pescara. È stato lui a creare il nucleo Infortunistica della polizia municipale di Pescara. Ed è stato sempre lui a promuovere i primi controlli in strada sui mezzi pesanti, ben sapendo cosa c'è dietro il mestiere del camionista, che era il lavoro del suo papà. Chi lo ha conosciuto non ha dubbi sul fatto che il maggiore Antonio Sammarone è stato un vigile urbano di quelli che non si dimentica. È morto ieri, pochi giorni prima del suo 65esimo compleanno, che avrebbe festeggiato il 6 luglio. Dopo un anno esatto di malattia, il suo calvario come lo definiva, lascia la moglie Marilena, con cui era sposato da quasi 40 anni, le figlie Teresa, di 37 anni, e Cristina, 32 anni, mamma di Naike e Luigi, i nipoti adorati. Pur essendo nato a Pescara il maggiore aveva origini molisane, considerato che i suoi genitori erano di Capracotta, un paese che lui adorava. Oltre al lavoro, che amava davvero, era appassionato di computer e di foto, e si divertiva a catalogarle. Per lui arrivano solo parole di stima dai colleghi che lascia al comando di polizia municipale di via del Circuito e che oggi pomeriggio lo accompagneranno nel suo ultimo viaggio. Una scorta composta da motociclisti e da un mezzo della polizia municipale seguirà il feretro da casa, in via Candeloro, fino alla chiesa di San Luigi, dove saranno celebrati i funerali e ci sarà un picchetto, sia fuori, che dentro la chiesa. Sammarone ha lasciato davvero il segno. I componenti storici del corpo ricordano che ha cominciato nel 1976 e all'inizio era un motociclista. Questa esperienza lo ha segnato, tant'è che prima di morire ha espresso il desiderio di posizionare sulla sua bara il casco, quello indossato in servizio. «Insieme a Gianni Aspite (anche lui in pensione) ha creato il Nucleo infortunistica, ricordano il maggiore Fabio Ballone e il tenente colonnello Mario Fioretti, ed è stato lui a impostare il Nucleo così com'è oggi, dal punto di vista della struttura, della disciplina, dei mezzi, mentre era tutto più confuso, meno organizzato». «Credeva nel proprio lavoro e lo difendeva a spada tratta, lui credeva nell'istituzione», ricorda Ballone, aggiungendo che Sammarone era «iper-attivo e iper-efficiente e se si rendeva conto che avevi delle grane si materializzava al tuo fianco». «Alle 7 lo trovavamo in ufficio», prosegue Ballone, «già alla macchina da scrivere (quando non c'erano i computer) e proprio per questo scherzavamo con lui dicendogli che era una specie di "mitragliere di coda". Quando c'era Sammarone di servizio avevi le spalle coperte, e anche di notte si è sempre prestato ad intervenire in caso di necessità. Era estremamente responsabile, un giovane-vecchio, e per questa sua peculiarità gli avevamo assegnato il soprannome di Nannò. Aveva sempre una parola da spendere per chiunque, un consiglio a chi lo chiedeva, e oltre ad avere un ottimo rapporto con i colleghi era una persona umile, un bravo padre di famiglia, un uomo corretto, educato». Per Fioretti è doloroso parlare di Sammarone, non solo collega ma anche amico, e i ricordi si affollano nella mente perché sono state tante le esperienze che hanno vissuto insieme. «Era molto attivo, sempre puntuale, non si è mai ammalato, era davvero un vigile serio, veramente bravo sia dal punto di vista professionale che umano», dice sempre Fioretti, «e questo aspetto si notava quando accoglieva i cittadini. Andava d'accordo con tutti, non solo con me, era molto preparato nell'Infortunistica, e quello che si vede oggi lo ha creato lui». Dopo 35 anni di attività il maggiore ha lasciato la polizia municipale e dal 2014 combatteva contro la malattia. Il 13 giugno, appena 11 giorni fa, ha scritto su Facebook uno dei suoi ultimi post: «Oggi si compie un anno che è iniziato il calvario che sto percorrendo, non so fino a quando, sperando di poter lasciare al più presto la croce che nostro Signore mi ha assegnato». Poi il ringraziamento alla famiglia e agli amici veri, che gli sono stati vicini nella sofferenza. Flavia Buccilli Fonte: https://www.ilcentro.it/, 24 giugno 2015.

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