LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- La 500...
In una tarda mattinata di autunno di fine anni '60, di ritorno da scuola, mi accorgevo della scomparsa della vecchia 500 verdina di papà. Era di quelle prima maniera con le portiere ad apertura anteriore come le vecchie 600. Al suo posto, parcheggiata a cavalcioni del marciapiede sul Corso e davanti la farmacia, una "Nuova 500" avana fiammante, con le portiere a cerniera anteriore e con un adesivo sul vetro posteriore con scritto "Automobili Scarano – Agnone". Entrato in casa e salutato il concessionario, che era personalmente venuto a Capracotta per incontrare papà, apprendevo di un nuovo arrivo nella nostra "scuderia" accanto al 1500 nero che usavamo per le lunghe trasferte. La 500... compagna di mille viaggi e mezzo universale per le visite mediche su tutta la condotta. Ottima sulla neve: durante una forte nevicata e chiamato per visita urgente, papà trovava la strada sotto la Torre bloccata dalla turbina in assetto operativo. Con piglio deciso svoltava ed imboccava la scalinata per scavalcare fino alla via Nova il blocco e portare velocemente soccorso. Iniziava la leggenda... Durante una violenta bufera venne segnalata la presenza di automobili bloccate sulla strada verso la stazione di San Pietro Avellana. Chissà perché ci trovammo, con mio cugino Nicola, a bordo della 500 che, insieme alla camionetta dei Carabinieri, portava soccorso verso le persone in difficoltà. Giunti sul posto papà, lasciato acceso il motore e garantitoci il riscaldamento a bordo tramite l'acceleratore a mano, iniziava i primi soccorsi. Tuttavia era necessario liberare le automobili e, assicuratisi dell'integrità dei malcapitati, era necessario avvisare gli spazzaneve per operare in tal senso. Bisognava tornare in paese. Sorpresa! Era rimasta 'mbruciata pure la camionetta mentre la 500 camminava una bellezza! A casa una telefonata allertava i mezzi e solo dopo 'Ndògne ru Miédeche si toglieva gli indumenti fradici e congelati. Le grandi nevicate sommergevano totalmente quella "coccinella avana" a cavalcioni sul marciapiede. Occorreva solo fare attenzione a non camminarci sopra per errore: il tettuccio nero apribile si poteva sfondare. La storia continuò anche nella condotta di Tivoli e, di notte, su chiamata di guardia medica in zone "difficili" non era raro veder passare la 500 scortata dalla gazzella dei Carabinieri. Rubata e ritrovata per ben due volte fu anche la mia prima palestra di scuola guida. Ormai usurata venne sostituita dalla 126, bianca anch'essa, compagna di mille avventure. Ma se penso al "Dottore", ovunque adesso si trovi, lo immagino ancora con la borsa medica marrone a bordo della 500 avana che, dopo aver fatto benzina da Emilio, suo fraterno amico (2.000 £ normale e 4.000 £ super) parte per un'altra visita... Francesco Di Nardo
- Diavolo d'una PNL!
Ho completato oggi il corso di Programmazione Neuro-Linguistica di 40 ore di cui avevo parlato qualche settimana fa. Purtroppo non ho trovato il tempo di parlarne in itinere come mi ero ripromesso, ma vedrò di farlo un pezzetto alla volta a posteriori. È successo infatti che, oltre ad aver riveduto i (grossi) pregiudizi che avevo sulla PNL, il corso in questione ha abbondantemente superato le mie aspettative. Apro una parentesi personale. Questo mese di luglio, ex equo con quello in cui nacque mia figlia 12 anni fa, si sta rivelando uno dei migliori della mia vita! Infatti ho vissuto una fantastica sincronicità tra l'incontro fulmineo e folgorante con una persona molto speciale (!); le 5 giornate di formazione in PNL (9, 15, 16, 22, 23 luglio); la vacanza dall'11 al 25 luglio di mia figlia a Capracotta (IS), che mi ha permesso una libertà di movimento utilissima per frequentare il corso di PNL e soprattutto per conoscere, giorno per giorno, la persona molto speciale di cui sopra; infine, ciliegina sulla torta, la cornice a tutto ciò delle note di Umbria Jazz 2010 dal 9 al 18 luglio. Belle coincidenze! Tornando alla PNL, il suo assunto di base è che portare il nostro focus sui meccanismi "genetici" della comunicazione umana (tramite un modello esplicativo semplice ed estremamente efficace) consente ai singoli di migliorare le loro capacità di capire, farsi capire, conseguire obiettivi. Ovviamente se tanti singoli traggono questi benefici, in prospettiva è l'intera società a migliorare. La PNL è saper comunicare, è ecologia della relazione. Siamo educati a credere che in qualsiasi relazione se uno ha ragione l'altro ha torto, se uno è in posizione up l'altro è in posizione down, se uno vince l'altro perde. La forza della PNL sta nel ribaltare questi assunti e dimostrare che è possibile costruire consapevolmente relazioni in cui non c'è bisogno di contendersi la ragione e in cui si può vincere tutti insieme senza che nessuno perda. Detto così sembra magico, ma comprendendo e applicando gli assunti della PNL si scopre che imparare a comunicare in modo sano è più facile di quanto si possa immaginare. È importante capire che la PNL non è un percorso psicoterapeutico. Dato un comportamento che vogliamo modificare o una qualsivoglia performance che vogliamo migliorare, la PNL non si sofferma sul perché dello stato attuale ma sul come possiamo modificarlo. Già Freud aveva ben compreso che al paziente non basta comprendere l'eziologia di una nevrosi per liberarsene (abreazione), mentre soffermarsi sul come invece che sul perché, lungi dall'essere un approccio superficiale, può diventare il migliore grimaldello con cui scardinare le nostre coazioni a ripetere. Naturalmente psicoterapia e PNL non devono essere viste in antitesi, possono benissimo coesistere e supportarsi a vicenda, soprattutto se dal campo del miglioramento delle nostre performance andiamo verso quello della cura delle psicopatologie. Tra i modelli psicologici che conosco, quello che più mi ricorda la PNL è l'Analisi Transazionale di Eric Berne: non perché siano modelli simili come enunciati, ma perché sono accomunati dall'essere semplici da capire quanto potenti da applicare e dal focus dato alle modalità della comunicazione interpersonale. Come l'analisi transazionale ha inquadrato le relazioni nelle 3 categorie bambino-genitore-adulto a seconda dell'atteggiamento in cui si pongono emittente e ricevente, così la PNL ha codificato le 3 categorie visivo-auditivo-cinestetico (V-A-K) a seconda dei filtri che emittente e ricevente usano sia per inviare che decodificare messaggi. Per oggi direi che può bastare, la prossima volta ci soffermeremo su uno dei postulati della psicologia del XX secolo, su cui si fonda anche la PNL: la mappa non è il territorio. Concludo sottolineando che la nostra formatrice, la Dr.ssa Melinda Bianchi di quel di Frosinone, dalla prima all'ultima ora di formazione, ha dimostrato una rara capacità di conduzione dell'aula, tanto anti-cattedratico-accademica quanto stimolante e concreta, frutto di preparazione, esperienza, professionalità, empatia e simpatia non comuni. Ho partecipato a diverse esperienze simili (gruppi di lavoro, gruppi terapeutici, gruppi formativi...) e non avevo mai visto accadere trasformazioni così veloci, sia dei singoli sia del gruppo inteso come entità maggiore della somma delle parti. In particolare mi ha impressionato come Melinda abbia saputo guidare e assecondare la crescita del gruppo, fino quasi a trasformarlo, senza stonature né eccessi, da gruppo in formazione a gruppo di auto-aiuto, a tratti persino terapeutico... vedendo in giro i pasticci che pure fior di terapeuti a volte sanno combinare, tanto di cappello! Daniele Passerini Fonte: https://22passi.blogspot.com/, 23 luglio 2010.
- Mó facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!
Da tempo immemorabile, quando noi capracottesi ci troviamo costretti in spazi piccoli, angusti, claustrofobici, oppure quando avvertiamo il sopraggiungere di una situazione di pericolo, spesso diciamo: «Mó facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!» (trad. "Ora facciamo la fine delle pecore di Giancola!"). Ho sempre pensato che quel Giancola fosse la contrazione dialettale del nome Giovanni Nicola - magari un nostro compaesano vissuto chissà quando - e che le sue pecore fossero morte di asfissia, come spesso accadeva a chi le custodiva senza le dovute accortezze igienico-sanitarie. Poi mi è capitato tra le mani un giornale pubblicato a Firenze tra il 1865 e il 1867, un quotidiano che nel 1902 verrà ereditato dall'area cristiano-democratica facente capo al canonico svizzero Rodolfo Arnoldo Burgisser. Sul numero 122 di quel giornale ho scovato una notizia per noi molto interessante, che potrebbe spiegare l'essenza di quel detto. Era infatti la notte del 7 luglio 1865 quando «una banda di briganti in numero di 11 capitanata da un certo Giancola di Roccaraso uccideva 700 pecore in tenimento di Capracotta». Lo sfortunato proprietario di pecore rispondeva al nome di Geremia Conti; quello del sanguinario brigante era invece Aureliano Giancola (di appena 22 anni), uno dei 93 componenti di quella che è passata alla storia come la «Banda di Atessa», come dichiarato dalla Sezione di accusa della Corte di Appello dell'Aquila in data 29 aprile 1869. D'ora in avanti, insomma, quando diremo che «facéme la fìne de 'l pècra de Giancòla!», dovremo pensare alle centinaia di ovini trucidati un secolo e mezzo fa da Aureliano Giancola, grassatore, assassino, vandalo, ladro, bandito, taglieggiatore. In una parola: brigante. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Aretini, Notizie politiche, in «La Bandiera del Popolo», I:122, Firenze, 13 luglio 1865; B. Costantini, Azione e reazione. Notizie storico-politiche degli Abruzzi, specialmente di quello Chietino, dal 1848 al 1870, Di Sciullo, Chieti 1902; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016.
- Ragazze in gioco... sótt'a re campétte
Scorrono in TV le immagini dei Mondiali di calcio femminile e d'improvviso nella mia mente si affollano i ricordi... Agosto 1987: noi adolescenti di allora, senza distrazioni digitali, trascorrevamo le giornate tra chiacchierate, passeggiate, soste in Villa, tornei di calcetto - rigorosamente maschili! - e le mitiche serate danzanti da Bangladesh (l'attuale Hotel Monte Campo). Fu proprio durante una partita di calcetto dei maschietti che io e le mie amiche avemmo la brillante idea di "metterci in gioco" - in tutti i sensi - ed organizzare un torneo di calcetto femminile. Con grande entusiasmo spargemmo subito la voce tra le ragazze delle varie comitive (all'epoca ce n'erano parecchie) e, in breve tempo, su un semplice cartoncino giallo scritto a mano, fu approntato il calendario delle partite. I nomi delle squadre partecipanti richiamavano le varie comitive di appartenenza (es. Pi Greco, Fuaffar' ecc.) o le caratteristiche "viziose" di alcune squadre maschili, come la Henninger e la nostra MS Peroni, oppure avevano nomi accattivanti, come Top Ten. Noi calciatrici dilettanti, infatti, spesso indossavamo le divise prese in prestito dai giocatori o dai ragazzi della nostra comitiva che militavano nel torneo maschile. La location ideale non poteva che essere il "Campetto", da sempre frequentatissimo da squadre di ragazzi di ogni età e da ragazze che assistevano alle partite sugli spalti, all'epoca erbosi, o al bordo del campo privo di rete... ma questa volta a ruoli invertiti! Il torneo si svolse in piena regola con tanto di allenatori in campo (la nostra era Michela Catalano) ma soprattutto sugli spalti, da dove giungevano suggerimenti anche non richiesti su svariate strategie che avrebbero potuto rivelarsi vincenti. Ovviamente l'unico elemento maschile ammesso in campo era l'arbitro, la cui inferiorità numerica rappresentava un'ulteriore garanzia di imparzialità! Prima di ogni incontro preparavamo accuratamente il campo da gioco, allora sterrato, tracciando con la polvere di gesso le linee regolamentari. Ogni partita era uno spettacolo: rimesse, fuorigioco, traverse, calci d'angolo, punizioni, rigori, parate con tanto di tuffi e qualche fallo (per fortuna senza conseguenze!), il tutto all'insegna della sana competizione, del fair play e del puro divertimento. Il pubblico, dopo un iniziale ironico scetticismo («Ma ch'éna fa ŝte fémmene?»), spinto da una grande curiosità, iniziò ad affollare sempre più numeroso gli spalti erbosi e il bordo campo, supportando, talvolta anche con veemenza, le varie squadre. Riuscimmo ad organizzare il torneo anche l'anno successivo ed ebbe egualmente un gran successo. Non ricordo esattamente quali furono le squadre vincitrici ma sono certa che per tutte fu una piacevole e spassosa esperienza di cui mi rimangono solo alcune fotografie. Purtroppo si tratta di un'esperienza che non ha avuto gran seguito ma - come si dice - non è mai troppo tardi! Adesso che il calcio femminile sta prendendo sempre più piede e l'estate capracottese 2023 è già iniziata... forza ragazze, mollate i cellulari e giocatevi questa partita: vedrete che non ve ne pentirete! Lorella D'Andrea
- L'avvocato Ninetta (XXXVI)
Scena ultima Totonno indi Giulio e detti. Totonno – È venuto il signor avvocato Erbetta. Francesco – Fatelo subito passare. E che sarà? Ninetta – Verrà a dirmi una buona notizia sulla mia causa. Giulio – (entrando) No, è cattiva! Ninetta – Come! possibile? Giulio – (a Ninetta) Sicuramente. La Corte d'Appello ha revocata la sentenza del Tribunale di 1a istanza, ed ha disposto che il tuo nome venga cancellato dall'albo dei procuratori. Francesco – Comme, hanno scassata 'a sentenza mia? (tra sé) Seh! e pare comme fosse 'a primma. Ninetta – Dunque io non so cchiù avvocato, tutte le mie fatiche sono andate perdute? Bettina – Uh! figliema nun è cchiù pagliettessa? Ninetta – Non fa niente, mi dedicherò invece alle cure della mia famiglia, dei miei figli. Francesco – D.ª Ninè, non v'affliggete, voi putite fà ricorso in Cassazione. Ninetta – E che ne caccio? Forse avrò lo stesso esito. Francesco – Ma tentate, alla fine che vi costa? Giacinto – E difatte che nce perdite? Voi fate conto che questa fosse la Cassazione; mò vi difendo io la causa (al pubblico): Sig. Presidente, sigg. Consiglieri, Voi già avete conosciuto l'avvocato Ninetta, comme ve pare? è bona? Ninetta – È bona soreta! Giacinto – Io dico è bona comme avvocato! Ninetta – Basta ch' 'e giudici non 'a pigliano a risate! Giacinto – E allora è fatto 'o colpo! L'avvocato Ninetta perciò è stato fatto, pe fà ridere. Cala la tela Fine della commedia. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXV)
Scena X Francesco, Bettina, Cesarino e detti. Francesco – Evviva veramente D.ª Ninetta. Io vi proclamo il primo avvocato del foro Napoletano. Bettina – Chella figlia mia, dicite 'a verità, è 'a primma pagliettessa? Ninetta – Chesta è 'a prima causa che ho discussa e l'aggio vinta. Giacinto – E chillo mamozio che fa sott' 'a porta? Pecché sta accussì scurnuso? Ninetta – Chillo llà? No, chillo ha da fà 'e cunte cu me. Gelsomina – Embè Ninè, tu m' 'e prummiso che se io faceva pace cu Giacinto, tu facive pace cu maritete, e mo manche 'a promessa? Ninetta – Sì, haje ragione, ogni promessa è debito. Viene avanti, inginocchiati e baciami la mano. Cesarino – Sì, te la bacio e mi proclamo il primo stupido della terra. Giacinto – Proprio. Cesarino – (Vì chi parla.) Ninetta – Io ti perdono per causa di Gelsomina. Il passato è morto... tu mi capisci!... Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXIV)
Scena IX Totonno e detti. Giacinto – (vestito con gli abiti di Francesco, viene innanzi senza vedere le altre) Nun aggio pututo chiudere uocchie nu poco, penzanno all'avvocato, e nu poco pecché sto chino 'e dulure! Ninetta – (s'avvicina) Baró io sto ccà, m'avita dicere niente? Giacinto – Uh! e da dó site asciute, io adesso a voi stavo penzanno. Ninetta – E pecché? Giacinto – Riflettevo al fatto di ieri sera. Ninetta – Quale fatto, chillo d' 'e turturelle? Giacinto – Già, quello! Io vi amo sempre! Ninetta – Vuje pigliasteve nu rancefellone. Chi mai v'ha detto niente. Che site pazzo? L'avite ditto a tutte quante, n'ato poco me faciveve compromettere con mio marito. Giacinto – E che ve ne preme 'e chillo mamozio? Ninetta – Comme che me ne preme, io sono una donna onesta e vi prego di non parlare più di queste cose. Anzi voglio farvi una sorpresa, vutateve e vedite chi sta dietro di voi. Giacinto – Che veco! muglierema! Se sò ammaturate l'ati cotogne! E pecché sta chiagnenno! l'avite vattuta? Ninetta – Piange la poverina perché è pentita di quello che ha fatto. Giacinto – Fa comm' 'o cuccudrillo, prima m'ha fatto chillo paliatone e mò chiagne. Ninetta – Voi pigliate l'occasione pe farle na parte. Non vi lasciate intenerire dalle lagrime, pigliatevi la rivincita. Giacinto – E comme m'aggia regulà? Ninetta – Incominciate a passeggiare, fate sentire che state quà e vedite essa che dice. Giacinto – Seh, me piace... D.ª Ninetta, sapite si ncuollo tene 'o rasulo, 'o staccariello. Ninetta – No, nun tene niente. Giacinto – Tenesse 'o staccariello? Ninetta – V'ho pregato, non tene niente. Giacinto – (incomincia a passeggiare e tossire) E chisto 'o cazone me va pe sotto 'e piede a me fa cadé. Mò m' 'o scorcio accussì fenesce 'a storia. Gelsomina – (togliendosi il fazzoletto) Oh! Giacinto mio, staje ccà? Giacinto – (dopo segni di Ninetta) Signora, fra di noi non c’è niente di comune, tutto è rotto. Gelsomina – Ma pecché, bello mio, staje in collera cu me? Giacinto – Uh! chella m'ha dato chelli palate! Signora, dopo il fatto di stanotte dovreste vergognarvi di comparirmi innanzi. Vergogna!... Vergogna! Ninetta – (piano a Giacinto) Bravo, non vi credevo capace di questo. Giacinto – Eh, io sò terribile! Gelsomina – Maretiello mio caro, che te si pigliate collera 'e chella pazzia che aggio fatto stanotte? Giacinto – (All'arma d' 'a pazzia, io stongo una mulignana.) E me lo chiamate scherzo? Mi avete cunzignate quelle bastonate, mi avete fatto rociolare dal letto comme na pallapilottola e m'avite fatto dormire mmiez' 'e grade comm'a na gatta marzajola. E me lo chiamate scherzo questo? Gelsomina – Agge pacienza, io te lo prometto che nun 'o faccio cchiù. Giacinto – E chesto nce mancarria, io n'ata vota jarria 'o camposanto. Gelsomina – E po' io l'aggio fatto p' 'o bene che te voglio, pecché io sò gelosa, e tu 'o saje che la gelosia è figlia d'ammore. Perdoname Giacinto mio e te lo giuro che te vulerraggio sempe bene. Ninetta – (piano a Giacinto) Baró non cedete. Giacinto – No, no, Baronessa, fra di noi tutto è finito, ed io me ne andrò solo al mio paese a stare fra le mie capre e i miei porci. I porci mi vorranno bene più di voi. Gelsomina – Te ne vaje sulo? Oh! chesto nun sarrà maje, io songo 'a muglierella toja e tu me purtarraje appriesso comm'a na cacciutella. Giacì puorteme cu ttico, io voglio venì cu ttico. Ninetta – (piano a Giacinto) Non cedete ancora, è troppo presto. Giacinto – (quasi per cedere) È inutile che mi fate delle moine perché io sarò tuosto comm'a na vreccia. Accussì n'ata vota ve mparate a rispettare vostro marito. (E ccà 'o cazone me sta scennenno.) Gelsomina – Tu partarraje sulo e io ne murarraggio d' 'o dulore. Sì, tu haje ragione, io sò stata ngrata cu te, ma me ne pento e nun ne parlammo cchiù. Da oggi nnanze io cagnarraggio vita, e io sarraggio na mugliera affezionata, e tu 'o maritiello mio bello bello!... Ninetta – (piano a Giacinto) Non cedete. Gelsomina – Viene ccà, damme n'abbraccio, nu vaso, facimmo pace. Teh! t' 'o voglio dà cu tutto 'o core. Ninetta – (piano a Giacinto) Baró fermo, non cedete. Giacinto – E che fermo e fermo. Aggia cedere pe forza. Mugliera mia, te dongo n'abbraccio e nu vaso pur'io e mi auguro che mò mazzate nun ne darraje cchiù. Gelsomina – Mai più. Ninetta – Bravo! io a stu punto ve vuleva purtà e ce sò riuscita. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXIII)
Scena VIII Totonno, Gelsomina e detti. Totonno – Trasite, aspettate ccà dinto ca mò vene 'o Presidente. (via) Gelsomina – Ah! nce stive tu ccà, perciò m'hanno fatto venì. Che m' 'e 'a dicere quacche cosa? Penza ca chella che nun te facette ajersera t' 'o pozzo fa stammatina. Che buó, lasseme sentere, pecché m' 'e fatto chiammà? Comme m'avisse fatto chiammà ncopp' 'a questura. E sì, mò nce mettevamo appaura d'essa. Ninetta – Primma 'e tutto nun alluccà pecché staje ncopp' 'a casa 'e nu galantuomo e nun staje int' 'o vascio. Assettate e parlammo chiano chiano, e po' vide che io nun songo chella brutta figliola c' 'a faccia 'e civetta che tu te cride. Gelsomina – Ma che m' 'e 'a dicere, lasseme sentere. (siede) Ninetta – Tu ajeresera pigliaste nu sbaglio, io a maritete nun l'aggio mai ditto niente. Gelsomina – Comme, chillo steve addunucchiato nnanz'a te. Ninetta – E chillo fuje 'o sbaglio, pecché isso steva prianno e metterme pe miezo tra te e isso pe farve fà pace e pe nun farlo cchiù maltrattà. (Dicimmo accussì!) Gelsomina – E 'o fatto d' 'e turturelle che steva dicenno? Ninetta – Isso me diceva che se ne vuleva j 'o paese sujo cu te pe sta comm'a doje tortorelle... 'E visto, mò si rimasta 'e stucco... nun t' 'o credive che chillo te vò tanto bene. Gelsomina – 'O saccio che me vò bene, ma ch'aggia fà, io me l'aggio spusato senza genio, pecché è nu viecchio, nun 'o pozzo parià. Ninetta – Ma io saccio 'o pecché nun 'o può parià, pecché tu vuó bene a Cesarino maritemo. Gelsomina – E tu comm' 'o saje, t'ha ditto isso chillo sbruvignato? Ninetta – Io ajeresera me sentette tutto 'o discorzo che faciste tu e isso. Gelsomina – E na vota che l' 'e ntiso nun t' 'o pozzo annià. Cu Cesarino nc'aggio fatto ammore n'anno e nc'aggio tenuto veramente 'a passione, e isso 'o nfame me lassaje pecché io era na femmenella. Ma chi nc' 'o diceva a isso 'e ngannà na povera figlia 'e mamma. Ninetta – Tu haje ragione, ciente canne 'e ragione. Ma tutte l'uommene sò nfame e traditore, e isso peggio 'e ll'ate. Ma io che nce pozzo fà ca t' 'a piglie cu me? Io che ne sapeva d' 'e fatte 'e mariteme quanno m' 'o spusaje? Gelsomina – Mò che me sò maritata isso m'è venuto appriesso, ma cu me nun ha cacciato e nun ne cacciarrà niente. Ninetta – Ma tu si na bona femmena e 'o Signore, si t'ha chiusa na porta, t'ha apierto nu portone. Chillo nun teneva niente e tu 'e truvato 'o Barone che è ricco, te vò bene, te fa fà 'a signora. Gelsomina – Sì, ma che n'aggia fà, chillo è viecchio... Ninetta – Sì, ma chillo t'ha donato tutt' 'a robba soja. E tu mò pe ringraziamento 'o maltratte, 'o vatte, 'o faje durmì mmiez' 'e grade... Tu saje che si chillo te facesse querela tu restarrisse n'ata vota mmiez' 'a strada?... Ma chillo nun t' 'a fa pecché te vò bene e te stima sempe comm' 'a mugliera soja. Gelsomina – Che saccio, tu cu sti belli parole me staje facenno capace. Ninetta – Gesummì, siente a me, tu si na bona figliola e tiene nu bello core. Nun penzà cchiù 'o passato. Tanno ire na figliola, mò si na femmena 'e munno e tiene a maritete che te vò bene, miette nu poco capa, e cu nu poco 'e maniera, chillo è na pasta 'e mele, ne faje chello che vuó tu. Gelsomina – Tu parle 'e sta manera pecché t'è spusato a Cesarino e si felice... Ninetta – No, io cu Cesarino doppo 'e fatte ch'aggio saputo, me nce voglio spartere, nun 'o voglio vedé cchiù... Gelsomina – E pecché? Pe causa mia, te vuó spartere... Chesto nun nc'ha da essere. Tu si na bona figliola e io te voglio stà a sentì e se io faccio pace co mariteme tu pure m' 'e prumettere... Ninetta – Ah! 'o vì che vuó fà pace cu mariteto... ma sta pace ha da durà sempe. Gelsomina – Basta ca isso me perdona chello ch'aggio fatto. Ninetta – Pe chesto me n'incarico io e spero di riuscire. Zitto, sento che s'arape chella porta, sarrà isso. Gelsomina – Comme, sta ccà? Ninetta – Se n'è fujo dall'amico sujo il Presidente. Gelsomina – Uh! nun me voglio fa vedé. Ninetta – No, anze è chisto 'o mumento. Assettate a chella seggia e miettete 'o fazzoletto nnanz'a l'uocchie, fà a vedé che chiagne, accussì nun te conosce a prima vista... 'O riesto lassa fà a me. Gelsomina – Mò 'o vedimmo che saje fà. (siede e si appoggia ponendosi il fazzoletto innanzi agli occhi) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXII)
Scena VII Totonno e detti. Totonno – Signó, fora ce sta 'a Baronessa ch'è venuta cu me in carrozzella. Francesco – Oh! chesta nce mancava pe completà l'opera. Cesarino – Chi è venuto, Gesummina? Ninetta – 'O sentite Presidè comme se recrea? Sissignore, è venuta la vostra stiratrice, potete andare con lei pecché a nuje nun ce ne preme niente. Cesarino – E voi potete andare col vostro caro Barone che a me nun me passa manco p' 'a capa. Ninetta – Almeno io ho scelto un Barone, ma tu hai scelto na lazzara comm'a tte. Bettina – E chi 'o puteva guardà nfaccia a isso, surtanto cu chella se puteva accuncià. Francesco – Mò accominciate n'ata vota, ma che m’avite pigliato pe nu pupazzo. Mò me facita avutà 'e canchere e bonanotte. Jatevenne tutte quante che io aggia parlà c' 'a Baronessa e aggia acconcià 'o fatto 'e Giacinto, si no nun me levo chillo guaio 'a tuorno. Bettina – E già, mò nce n'avimm' 'a j pecché ha da trasì 'a Baronessa d' 'e crape cotte. Ninetta – Presidè, mi viene un'idea. Lasciatemi sola con lei, le voglio dì doje parole. Voglio difendere la causa di quel povero infelice che s'è affidato a me. Cesarino – E già, vuol difendere la causa del suo amante. Ninetta – Tu capisci sti cose tu. Io debbo fare il mio dovere... Prima di essere tua moglie sono avvocato, quindi prima la professione. Bettina – Ninè, nun te n'incaricà, ca tu t'appicceche cu chella vajassa. Ninetta – Mammà lassa fà a me, sarò calma... Francesco – D.ª Ninè, io prevedo che farete n'altra scenata... nun è cosa mò, se ne parla n'ata vota... mò state troppo nfucata. Ninetta – Vi ho detto non dubitate, non mi lascerò trasportare, e po' voglio fà rimané smaccato anche mio marito il quale dovrà ricredersi sul mio conto. Và jatevenne e lassateme fà... Francesco – Bè, nuje ce ne jammo, ma a 'e primme strille vengo e ve vatto a tutt'e doje. (a Bettina e Cesarino) Trasite cu me 'a parte 'e dinto. Bettina – Presidè, ma io cu chisto aunito nun ce voglio stà. Cesarino – E 'a vedé chi vò sta vicino a te. Francesco – Nun fa niente, ve metto uno dint'a na camera e n'ato int'a n'ata. (Vuje vedite quanta pacienza aggia tené cu sta papera.) Bettina – E trase tu primma, nun me guardà nfaccia. Cesarino – Mò traso primm'io e levo l'occasione. (entra nel salotto) Francesco – D.ª Ninè, poche parole e nun strillate, pecché Giacinto sta nella mia stanza, nun le facite sentì niente, e po' nce sta a piccerella mia che dorme e nun voglio che m' 'a scetate. Ninetta – Non dubitate, ci penzo io. (Francesco via nel salotto) Totò, falla trasì e nzerra 'e porte, ma nun dì che stongo io ccà. Totonno – Mò ve servo. (via dal fondo) Ninetta – Mò a chesta l'aggia parlà 'a lengua soja se no nun me capisce. L'aggia fà na chiacchiariata 'a paglietta. Mò vedimmo si nce riesco. (siede) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- L'avvocato Ninetta (XXXI)
Scena VI Cesarino e detti. Cesarino – (dal salotto) E bravo! e bravo la mia degnissima moglie... Essa me fa 'a gelosa, ma fa 'a parta faticata, me ne caccia d' 'a casa, fa na domanda di separazione, mente po' me vuleva cumbinà chisto trainiello. Ninetta – Ah! 'o Presidente teneva a isso nascosto llà dinto, perciò ha fatto tutto stu chiasso. Francesco – Ma vuje nun ve ne site juto pe l'ata porta? Cesarino – No. Trattandosi che mia moglie steva ccà aggio voluto sentì chello che diceva, e aggio fatto bene. Perché adesso sono io che faccio la domanda di separazione. Bettina – Vattenne, domanda di separazione. E tu t' 'a meretava na femmena accussì bella e dotta? Ninetta – Dopo tutti i fatti succiese c' 'a stiratrice e che io ajersera sentette, mò te vuó truvà tu 'a coppa? Cesarino – Ma almeno 'a stiratrice era na nnammurata mia quanno era scapolo, ma tu te n' 'e truvato uno mò frisco frisco. E po' m'è cagnato pe nu viecchio, nu scemo. Non te ne miette scuorno? Ninetta – Presidè, vuje 'o state sentenno. Io sò femmena 'e chesto, ma ditelo voi. Francesco – Ma io che ne saccio. Ninetta – Vuje me cunuscite 'a piccerella e mi credete capace di un'azione simile? Cesarino – Io 'a stiratrice nun 'a vedeva 'a tanto tiempo e ieri sera, se ci ho parlato, è stato pe farla sta zitto pecché vuleva fà na chiassata. Ninetta – E te si scurdato d' 'a rasulata e d' 'e zirole che me voleva tirà. Bettina – Essa tirava 'e zirole a te? io l'avarria tirata 'a lengua 'a dint' 'o radecone. Francesco – Ma insomma 'a putarrisseve fenì. Ninetta – Pe me è impossibile. Và, vattenne c' 'a stiratrice, cu chella lazzara, pecché tu cu chella si abituata a trattà, na signora nun 'a puó tené vicino. Cesarino – Io songo nu signore di nascita e parle a me di lazzera. Bettina – Già, nu signore cu l'ogne spaccate. Cesarino – Vuje nun saccio da dó venite, e si aggia giudicà da mammeta toja, credo che in origine aveva essere o na guardaporta o na spicajola. Bettina – Io guardaporta? Io spicajola? Neh, Presidè, l'avite ntiso? M'ha nzurdata dint' 'a casa vosta e nun le dicite niente? Francesco – Ma io che nce pozzo fa? Ninetta – E già, non haje comme scuntà l'arraggia e t' 'a scunte cu sta povera vecchia che nun t'ha fatto niente. Bettina – Mamma mia era conosciuta, se chiammava Carmela Saccone e faceva a vammana... e 'o Presidente l'ha da sapé. Francesco – Sarraggio sgravato quacche vota. Cesarino – E io aggia avuto apparentà cu discendenti 'e vammana, io che sono figlio di un generale. Bettina – Già, 'o generale d' 'e pezziente 'e S. Gennaro 'e Povere. Cesarino – Io sò venuto a nobilizzarvi. Bettina – Vattè, tu si nu sfelenza, nun tenive che magnà e te si appuiato ncuollo a figliema. Cesarino – E già, m'ha portato chella dote. Ninetta – Ti ho portato la mia laurea e le mie fatiche e t'aggio fatto fà 'o signore. Bettina – Tu te si venuto a ghiettà ncopp' 'e spalle soje, disperatone che si. Cesarino – Io ve sò venuto a purtà onore nfaccia. Ninetta – Presidè chesto è troppo... e vuje nun ve movite? Tu 'e puosto onore nfaccia a me... a me che sò n'avvocato ed una letterata? Bettina – Tenesse tant'onnore nfaccia pe quanto figliema ne tene sott' 'e scarpe. Cesarino – Oh! Presidè, chesta me cimenta. Francesco – Oh! mò faccio 'o pazzo mò. Ma 'a casa mia l'avite pigliata p' 'o mercato, pe na taverna, pa na piazza. Ieri sera v'appiccecasteve na vota, mò n'ata vota e io mò sferro veramente, piglio na mazza e ve secuto p' 'e grade... mò me pare che 'a putarrisseve fernì. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Giovanni Potena e "La Madonna della Vita al Feudozzo"
Il complesso demaniale del Feudozzo, adiacente all'abitato di San Pietro Avellana, in provincia di Isernia, nel Molise, è «una dolcissima località in Comune di Castel di Sangro» in Abruzzo, al confine geografico col Molise. È una vallata ampia a 946 metri di altezza, che marca per circa un chilometro il confine di due regioni, confluendo poi a valle nel fiume Volturno. Fa da sfondo Montedimezzo, «una montagna interamente boscata, che si alza dalla pianura fino alla quota di 1.140 metri». Un importante insediamento zootecnico, denominato Feudozzo, caratterizza valorizza e descrive questo angolo stupendo del centro Italia. Giovanni Potena, amministratore del Feudozzo dal 1980 al 2008, ha ricostruito la storia di questa località con paziente ricerca certosina, con precisione documentaria e con la solerte e appassionata capacità del competente. Stimolato da don Claudio Recchiuti, cappellano militare dei Carabinieri per l'Abruzzo e il Molise, (mio alunno nell'Istituto teologico di Chieti e caro amico), ha scritto questa storia «per gli amici e per le persone a me care, ciò che ho visto, o fatto, o ascoltato». Conoscere il passato per capire il presente, per apprezzare libertà e opportunità dei nostri padri, per mettere nella giusta prospettiva e ampliare gli orizzonti, come fanno gli anziani dall'alto della loro lunga esperienza di vita. La conoscenza storica è una risorsa per esplorare meglio il passato, per avere giusta propensione verso il futuro, per migliorare la nostra vita, senza dimenticare quello che abbiamo conquistato. «Ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo», per possedere il presente e guardare con occhi sereni quello che accade oggi. I libri sono l'alimento della giovinezza e la gioia della vecchiaia, scriveva Cicerone, ma sono anche guida per i sentieri di una storia locale fascinosa e intrigante, che si conserva gelosamente nel cuore e nella mente. «Questa memoria, chiosa Giovanni Potena, espone gli accadimenti conosciuti per diretta esperienza o per narrazione ricevuta». Oggi viviamo in un'epoca dominata dall'amnesia impietosa del passato, dall'immersione spesso inconsapevole nel presente, dall'accelerazione parossistica verso il futuro. La nostra memoria culturale e sociale è affidata allo studio e alla interpretazione dei documenti del passato e non solo alla memoria artificiale dei computer e della Rete. L'arte di ricostruire il passato, con «una penna docile nel discernere e nel giudicare», comporta esperienza e saggezza, competenza e passione, capacità critica e comprensione. Il tempo non si riduce ad un momento e l'esperienza non si riduce ad un luogo: è il movimento, il cammino, l'itinerario, il luogo della esperienza propria e degli altri. Non è sterile rimpianto del passato, ma cauta ricomposizione del presente. La vita è piena di dettagli, che si rivelano «carichi di senso e importanti», a chi è sensibile al tempo e alla storia. Con ricchezza di particolari l'autore inquadra i momenti salienti della storia del Feudozzo. Dal 1861 lo Stato italiano aveva avuto in carico di sorveglianza e gestione le proprietà dei Borboni. Come settore specializzato, all'interno del Corpo Forestale dello Stato, aveva uffici di amministrazione sparsi sul territorio. L'ufficio competente per questa zona era a Campobasso. Dopo le tragiche vicende della seconda guerra mondiale, fu costruita una caserma forestale con alloggi ed uffici. Attualmente ospita un reparto di sorveglianza della Riserva naturale di Montedimezzo. Un piccolo museo naturalistico, con centro visitatori e strutture per la cura e il recupero della fauna selvatica ferita, costituiscono una "bella cartolina" per i visitatori. Nella splendida vallata a nord i Borboni avevano costituito una azienda idonea ad ospitare cavalli per l'alpeggio. Dalla metà del '700 crearono una razza governativa di Persano, «le cui migliori fattrici venivano portate al pascolo fresco e ricco di Feudozzo». Un lavoratore deceduto nel 2020, ricorda il dott. Potena, «gracile e malaticcio (diventato poi un omone)», venne ospitato nel Quartier Generale alleato, a Feudozzo per tutta la durata della permanenza dei militari. Dopo alcuni anni, l'azienda sperimentale "La Torre di Feudozzo" diventa una delle più belle aziende italiane per la selezione della razza bovina da latte Brown Suisse. «Una scelta fatta di buoni rapporti istituzionali e anche personali, ha prodotto molto in termini di miglioramento, di maggior benessere delle comunità locali, di diffusione di buone tecniche produttive, di diffusione di soggetti bovini ed equini, di sicura sanità e di provenienza certificata – scrive il dott. Potena. – Tutta l'azienda venne messa in ordine, anche lo storico caseificio arrivò rapidamente a livelli di qualità molto alti». Commenta una signora anziana, contadina e allevatrice di zona, proprietaria di due sole decine di bovine: «Dottó, da quando faccio il formaggio come te, ho visto una lira a casa mia». Le vicende del Feudozzo si sono sempre intrecciate con le comunità locali, in particolare con San Pietro Avellana. Nel 1989 accadde un evento forte, la cui potenza emotiva permane ancora. Un uomo pio e osservante frequentava l'Eremo di S. Amico, protettore del paese. Mancava una statua della Madonna e pensò di acquistarne una in lega metallica, alta 80 centimetri, e donarla alla Chiesa di S. Amico. I vecchi della congrega non furono d'accordo: «S. Amico si arrabbia, ché la gente poi va in chiesa e prega la Madonna e non più me». La statua fu lasciata in casa di una vecchia zia in paese, posizionandola su un comò in sala da pranzo. Nel 1991 una giovane donna chiese di piantare un tronco sul piazzale centrale di Feudozzo, per posizionarci la statua. Aveva avuto un sogno: la Madonna le avrebbe detto di voler «stare alla luce, al sole ed alla Settestrade». L'amministratore dell'azienda, dopo aver consultato i vescovi di Trivento e Sulmona, per evitare false interpretazioni sui sogni e divulgazioni incresciose, permise che la statua della Madonna venisse posta sul piazzale aziendale, eretta sul tronco e affidata alle preghiere dei lavoratori e dei passanti. «Si montò un pilastro in pietra, derivante dai ruderi di un'antica basilica di Castel di Sangro, si fissò sul pilastro la statua della Madonna. Un altare in pietra accanto al pilastro venne costruito usando solo materiale di recupera edilizio». I blocchi lapidei recuperati dal ponte demolito accanto al convento della Maddalena, scolpiti a mano in epoca romana, vengono impiegati per la costruzione della Cappella. Nel convento della Maddalena «è documentata la permanenza di Pietro Angelerio, unico papa del Molise, col nome di Celestino V». La Cappella, lunga 9 metri e larga 5, fu ampliata con gradinate in pietra sul lato sud, portandola a circa 90 posti. Alla porta di ingresso si antepose una piccola tettoia di accesso, con sovrastante timpano in vetri colorati ideati dall'artista locale Roberto Di Iullo. In una semplice struttura metallica venne installata una campana d i circa 30 cm. di diametro, fusa dalla millenaria Pontificia Fonderia Marinelli. «La vita della chiesetta scorre serena, armonica e molto sentita». Il 14 ottobre 2019 con una liturgia viva e partecipazione emotiva, celebrata da mons. Santo Marcianò, arcivescovo ordinario militare per l'Italia, da don Claudio Recchiuti, cappellano militare dei Carabinieri per l'Abruzzo e il Molise e da alcuni canonici, ha avuto luogo «il rito di dedicazione della Cappella a san Giovanni Gualperto, patrono dei Carabinieri Forestali». «Non nobis sed soli Deo honor et gloria» (non a noi ma solo a Dio ogni onore e gloria): con questo semplice auspicio di fede e di gioia si chiude il testo di Giovanni Potena. Chiesa eretta in onore della Madonna della Vita, «confermando, anzi riaffermando la comune fede nella Incarnazione del Signore Gesù, per il tramite della Vergine Maria». Una indicazione stradale, che precisa il luogo della Cappella suggerisce: «praetereunde cave, ne sileatur ave» (passeggero che prosegui oltre, non tacere di invocare ave Maria). Il saluto, la sobrietà delle parole, la fiducia che non cerca la gratificazione psicologica del «fare una bella preghiera», indicano l’abbandono alla Madonna della vita, «che intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm. 8,27). È luce ai nostri passi, guida nel cammino che, oltre ogni nostra resistenza, ha il potere di santificarci e vivere nella gioia. Maria, Madre della pietà, Regina della preghiera, Patrona della vita interiore, prega per noi. Il libro del dott. Giovanni Potena ha una dedica iniziale: «Al mio don Ninotto che ha un posto di rilievo nel mio cuore e nei miei ricordi. Giugno 2023». Avere un posto di rilievo nel cuore e nei ricordi sottolinea l'amicizia e la stima, la scoperta di un'affinità interiore, puramente gratuita, ma sufficientemente forte, per "far durare nel tempo" l'affetto e la relazione profonda. Non relazione fugace e passeggera, ma stabile e salda, che matura nel tempo e porta a sentire il bene dell'amico con intimità, che si condivide in sincerità e fiducia. La chiesetta eretta alla Madonna della Vita tesse insieme due temi, la mamma, e la vita. Combina a fin di bene tutte le realtà umane e divine. Nel manto della Madonna di Guadalupe Dio ha tessuto, con il filo delle impronte meticce della sua gente, il volto della sua manifestazione nella Madonna. Ogni filo trasfigurato assume le sfumature che risaltano il loro posto intessuto con altri fili. La misericordia fa la stessa cosa con noi: ci dipinge dall'esterno con una faccia buona, con i fili delle nostre miserie, e ci tesse in modo tale che l'anima si rinnova, ricuperando la sua vera immagine, quella del Figlio Gesù. La misericordia sa vedere la totalità e intuisce ciò che è più necessario. Congratulazioni e complimenti a Giovanni Potena che, in sintesi armonica e con linguaggio chiaro, ha ripercorso i tempi e i luoghi del Feudozzo, con particolare riferimento alla Madonna della Vita, nel cui manto Dio, come nel manto della Madonna di Guadalupe, ha tessuto il filo delle impronte del suo popolo e della sua gente molisana e abruzzese, nel suo volto di Madre della vita e della misericordia. Osman Antonio Di Lorenzo
- L'avvocato Ninetta (XXX)
Scena V Ninetta, Bettina e detti. Ninetta – (da dentro) È permesso? Cesarino – 'A voce 'e muglierema! Nun voglio fa vedé che sò venuto ccà. Francesco – Essa pure ccà... e 'a casa mia è addiventata n'agenzia 'e matrimonio. Cesarino – Presidè, fatemi entrare a qualche parte pecché nun me ce voglio ncuntrà. Francesco – Entrate dint' 'o salotto, llà ce sta un'altra uscita e ve ne potete andare. Poi ripassate più tardi e ve faccio sapé quello che è succiesso. Cesarino – Grazie Commendató, vi raccomando caldamente la mia causa. (via nel salotto) Francesco – E che vorrà chest'ata da me? Vuó vedé che è overo 'o fatto 'e Giacinto? Favorite D.ª Ninè. Ninetta – Fuori non v'è nessuno ed abbiamo trovato la porta aperta, ma però l'abbiamo chiusa. Francesco – Chillo ciuccio 'e Totonno p' 'a pressa d'ascì l'ha rimasta aperta a rischio 'e farme arrubbà. Basta, questa è stata na visita inaspettata. Ah! bravo, ce sta pure mammà. Accomodatevi. (seggono) Ninetta – Signor Presidente, dinanzi a voi non vedete la vostra amica, non vedete l'avvocato, vostro discepolo, non vedete più Ninetta Rocco. Francesco – Nzomma, nun veco a nisciuno. Ninetta – No, vedete invece la moglie offesa, tradita, che viene da voi a reclamare giustizia. E per togliere ogni sospetto ha condotta pure mammà. Mammà, cacciatela. Bettina – Mo 'a caccio. Francesco – Và trova ch'à da caccià. Bettina – Eccola quì (tira fuori della borsa una carta). Ninetta – Sig. Presidente, questa è una domanda per separarmi di corpo e di bene da mio marito, Cesare Spaghetti. Per ora questa, poi quando verrà la legge del divorzio, allora faremo un divorzio completo, perché non lo voglio vedere né sentire più. Francesco – Ma nun me facite ridere cu sti ghiacuvelle... domanda di separazione, divorzio. Ma pecché tutto questo? Ninetta – Perché egli m'ha tradito villanamente. Bettina – A fà nu tradimento a stu piezz' 'e figliola bella e alletterata. Addó se l'aspettava d'avé sta sorte nzuonno. Nu sfelenza che nun teneva che magnà, s'è venuto appuià ncopp' 'e spalle 'e chella e mò le fa chesto appriesso. Ninetta – Mammà statte zitto, nun sta bene a dire queste cose. Alla fine sempe marito mi è, per ora. Francesco – Per ora e per sempre. Ninetta – Per sempre l'avite 'a luvà 'a miezo, pecché ve l'ho detto, nun 'o voglio vedé cchiù. Bettina – Isso ha da crepà, ha da schiattà, ma dint' 'a casa nostra nun nc'ha da mettere cchiù 'o pede. E sì, avevamo fatto 'o spitale p' 'e cannarute... Francesco – Oh! sapete che c'è di nuovo? che incomincio a capire che queste sono scuse belle e buone per disfarvi di vostro marito perché vi è di peso. Ninetta – Presidente, misurate le parole perché mi offendete. Bettina – Ch'à ditto? nun l'aggio capito. Francesco – (E pe capì chella, ce vò nu secolo e miezo.) Questa voi la ritirate perché nun sta bene fà sentì in Tribunale il vostro nome, tanto più che mò si sta trattando la vostra causa. Ninetta – Signor Presidente, io non ritiro affatto e sostengo ciò che ho scritto. Bettina – Mia figlia quanno ha posta 'a penna ncopp' 'a carta nun ritira niente cchiù. Francesco – Allora vulite che io metto nterra tutte cose, ma io nun voglio mettere nterra... Ninetta – No, no, vi prego di mettere nterra. A me non c'è che dire. Bettina – Sulla gonnella di mia figlia nun ce stanno fose appennere. Francesco – No, ce starebbero 'e fose ma io nun pozzo parlà. Ninetta – No, mo avite parlà, pecché cu sti parole mazzecate voi peggio mi offendete. Bettina – Sentimmo, che l'avite dicere a figliema? Francesco – Ma io nun me faccio meraviglia d'essa, ma di voi che siete vecchia e le tenite mano. Bettina – Neh, Presidè, abbarate comme parlate!... Vuje v'avite lavà 'a vocca primma d'annummenà Bettina Saccone. Ninetta – Mammà statte zitta tu. Questo è un affare che riguarda me sola. E adesso voglio che il Commendatore mi dica il tutto. Francesco – Embè, quanno 'o vulite, vi dico che voi volete abbandonà vostro marito con un pretesto per fuggire con un amante. Ninetta – Ma chi vi ha potuto dire questa bugia? Bettina – Presidè, vuje state mbriaco, avite vippeto p' 'a matina. Francesco – Io sto mbriaco? Siete voi invece na vecchia senza rossore, che vi rendete complice degli amorazzi di vostra figlia. Ninetta – Presidè, alle corte, chi è stato l'autore di questa spiritosa invenzione? Francesco – Ah! m' 'a chiamate spiritosa? E l'autore non l'immaginate? Il vostro amante stesso. Ninetta – Ma chi è questi che voi dite? Francesco – Il vostro nuovo cliente, il Barone Chiappo. Ninetta – Uh! chillo scemo... ah, ah, quanto mi fate ridere. Francesco – Ah! voi ridete? Intanto quel povero uomo è ghiuto a mpazzì, e per causa vosta ha avuto nu paliatone d' 'a mugliera, e ha durmito stanotte mmiezo 'e grade. Mò sta dinto ripusanno nu poco pecché mi è venuto a cercà ajuto. Ninetta – Ma comme avite supposto che me ne vuleva fuì cu 'o Barone? Bettina – Figliema si se ne vuleva fuì cu quaccheduno ne sceglieva uno buono, nun se ne jeva cu isso. Francesco – Vì che bella difesa le sta facenno chesta. Ninetta – Mammà statte zitto, nu saje chello che dice. Francesco – Ma comme spiegate 'o fatto? chillo dice che voi l'avite fatto na dichiarazione amorosa. Ninetta – Io facevo na dichiarazione a isso? E chist'è pazzo. Bettina – E sì, 'o mobile è troppo bello. Francesco – Ma insomma, a me nun me persuadite. Fintanto che non veco chiaro dint' 'a sta facenna nun ve credo. Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- GP USA: le pagelline di Terruzzi
Voto 10 a Raikkonen. Ma guarda che regalo si è fatto, ci ha fatto da licenziato, da vecchio scorridore del Rio Grande. Beh, complimenti vecchia lenza. Hamilton rimbalzato nel modo più inatteso, più gradito. È il momento della festa. Per chi lo ha sempre amato e per chi non ci credeva più. Bravo Kimi. Voto 9 a Verstappen. Roba da dieci se si potessero dare due voti uguali. Da diciottesimo a secondo, con l'idea di vincere fino all'ultima curva, con un duello molto elegante con Ginetto. Vettel gli deve una birretta, come minimo. Voto 8 a Hamilton. Non una gara perfetta della Mercedes. Ma Lewis ci gasa sempre, si batte, fa numeri da antologia. E potrebbe portare Vettel in vacanza questo inverno, a Madesimo o a Capracotta, per spiegargli come usare testa e piede nella bagarre. Oh, Gesù. Voto 7 a Hulkenberg. Chi l'ha visto? In compenso una gara solida, dentro una stagione dignitosissima, dentro una carriera da sgobbone mai abbastanza elogiato, per non dire inquadrato. Non è mica male, Hulk, anche come compagno di giochi. Il fatto è che si nasconde da quando è nato. Voto 6 ad Alonso. Scaraventato fuori da Stroll al primo giro. Il fatto che non abbia imbracciato un'arma, vista la reperibilità texana, per farsi giustizia da solo e subito, lo pone in odore di santità. Voto 5 a Bottas. Loffio e svalvolato. Però, ragazzi, con quel morale che avrà, c'è qualche attenuante da considerare. Al termine del Mondiale potrebbe iscriversi a un club per masochisti ottenendo forti sconti. Povero Valtterino, stinto come dopo un lavaggio in candeggina. Voto 4 a Vettel. Che dire dopo svarione in qualifica ed ennesimo pasticcio in gara? Fa quasi tenerezza. La Ferrari torna a vincere e lui non c'è. Hamilton non vince il titolo e lui non c'entra. Voto 4 o 2 o 6, fate voi, tanto la sostanza non cambia purtroppo. Voto 3 alle tute Red Bull stile vaccaro sbirulo. Per cortesia, dare il nome dello stilista e di chi l'ha istruito, così, giusto per regolarci in futuro. Voto 2 a chi continua a dire che la Ferrari ha perso il Mondiale causa Ferrari. Basta, dai, non se ne può più. Voto 1 a Hamilton. Tutte le volte che fa la pole dice che quello lì è il pubblico più straordinario, caldo ed entusiasmante del pianeta. La prossima volta, invadere la pista e dargli una spettinata, così, a fondo perduto. Voto 0 ai texani. Sembrano tutti pard di Tex Willer e Kit Carson. No, dico, il tempo passa, gli indiani stanno nelle riserve, un po' di fantasia? Giorgio Terruzzi Fonte: https://www.redbull.com/, 22 ottobre 2018.
- La ridipintura della Chiesa Madre
Roma, febbraio 1986. Dopo giornate insolitamente miti, che facevano presentire l'arrivo di una primavera precoce, il tempo si è bruscamente cambiato e siamo rientrati nel cuore dell'inverno. Da due giorni, con rade alternanze di brevi soste, cade una pioggia battente, fredda. L'umidità penetra nelle ossa. Da Capracotta giungono notizie poco rassicuranti. Sono carichi di neve. Qui tanta acqua, lì tanta neve. Da ieri la tormenta infuria rabbiosamente. Evoco l'immagine, così consueta al mio ricordo, del paese avvolto nei turbini nevosi. Rivedo nella bruma grigia le case, le chiese, gli alberi, i muri imbiancati, emergenti come oggetti irreali dal bianco spolverio sollevato dalla bufera. Nelle vie deserte, cumuli di neve alti come poggi (montagne di neve chiamati iperbolicamente lassù), sui quali folate impetuose mulinano rapidi vortici. Salgo col pensiero alla Chiesa Madre. Un'aria gelida grava sulle navate. Nella penombra si scorge l'impalcatura eretta per i lavori di ridipintura. Non c'è anima viva, almeno cosi sembra. Con questo tempo chi si azzarda ad uscire di casa? Ma quando gli occhi si abituano alla fioca luce che piove dall'alto delle finestre, ecco che scorgi Natalino Comegna sull'impalcatura. Indossa il camice. Lavora alla ridipintura. È nella navata sinistra. Come fa a resistere alla morsa del gelo? Furiose raffiche di vento, ad intervalli regolari, flagellano le vetrate dei finestroni sotto le volte. Natalino lavora in solitudine e forse in beatitudine. Schiere di angeli, sotto il suo pennello, s'imbiancano e s'illuminano. Qualche settimana fa andai in paese e salii in chiesa a dare una sbirciata al lavoro di ridipintura. Quel giorno il tempo era buono. La chiesa era silenziosa. Natalino in cima all'impalcatura pitturava la volta del transetto sinistro, canticchiando. Le pennellate scorrevano sulla superficie della volta, frusciando lievi come carezze. Dicevo fra me: È solo a lavorare, quando finirà? Si tratta di pitturare migliaia di metri quadrati di superficie, con un'architettura poi cosi complessa: tutto un gioco alterno di sporgenze e rientranze. Natalino scese e parlammo del lavoro. Mi confidò una riflessione su cui spesso tornava, lavorando. Mi disse che a contatto diretto con le strutture architettoniche della chiesa, poteva quotidianamente toccare con mano la solidità di quelle strutture e poteva, per così dire, verificare con quanta perizia e accuratezza erano stati eseguiti i lavori dai nostri antichi predecessori. Mi colpì questa sua riflessione e quando lui tornò sul ponteggio, al lavoro, io girai lo sguardo all'intorno e, pervaso dal sentimento che mi era stato trasmesso, mi soffermai ad osservare tutto più attentamente e allora fui compenetrato, meglio certo che non lo fossi mai stato, dal misurato senso di equilibrio su cui si regge l'impianto architettonico del tempio. Guardai con occhio diverso; come se li vedessi per la prima volta i solidi pilastri delle navate con i bei capitelli compositi, le agili lesene che aggettano direttamente dagli altari laterali, le cimase sugli archi, le volte e le campate, i cornicioni e le mensole, i bei fregi a stucco e gli ornati, gli angeli e i putti degli altari laterali: tutte cose che io avevo "viste" tante volte, ma "guardate" veramente quasi mai. A questo ripenso oggi, mentre qui la pioggia cade fredda e uggiosa e lassù, nel mio paese, nevica fitto e turbina la tormenta. Rivedo ancora con l'occhio dell'immaginazione, Natalino tutto solo a lavorare nella Chiesa Madre, intirizzito dal freddo, ma pervaso da un senso di pace intima, che gli viene dalla sacralità del luogo e forse dal filo invisibile che lo lega alle memorie del passato, i cui segni egli riveste di tempera chiara e, insieme, di affetto. Capracotta, giugno 1986. Sono tornato oggi nella Chiesa Madre, curioso di vedere a che punto è il lavoro di ridipintura. Sono entrato dal portone principale, che era spalancato. Con un colpo d'occhio ho abbracciato tutta la navata maggiore, ormai ridipinta. Il lavoro è pressoché terminato. Mentre guardo la Chiesa rimessa a nuovo, mi chiedo come abbia potuto fare una mano sola a rivestire una superficie così estesa e complessa. Una ridipintura del tutto inconsueta, a colori chiari; fondo giallo-ocra; orlature e filettature giallo-arancione; cornicioni e ornamentazioni varie bianchi; pilastri e lesene avana chiaro. La prima impressione che si riceve, almeno dal mio punto di vista, è questa; lo spazio fra le navate si è prodigiosamente illuminato e ampliato. È scomparso sotto la nuova pittura a tinte chiare l'oro dei fregi e dei capitelli, dei medaglioni e degli altri ornati; è svanito il verde bruno dei pilastri e il grigio delle volte e delle pareti: e ciò può anche dispiacere. Ma l'esuberanza e la pesantezza delle linee barocche, sotto quel profluvio di colori chiari, quasi luminescenti, si stemperano, si diluiscono. Nel bagno di luce creato dalla chiarità della ridipintura, le curvature delle volute si ammorbidiscono, si distendono. Un nuovo rapporto di natura emozionale sembra che sorga con lo spettatore: più proporzionato e armonico, più raccolto, più gioioso. Sui grandi pilastri ridipinti rilucono, quasi come oggetti sbalzati, nel loro colore originario verde e oro, ma ravvivato, i medaglioni della Consacrazione. Da essi l'occhio, in una rapida fuga, corre al grande organo che campeggia, rivestito degli stessi splendidi colori, su in alto, in fondo all'abside. Il verde-oro degli uni e dell'altro si fonde mirabilmente con i nuovi colori creando uno scorcio armonioso, pieno di equilibrio che dispone l'animo a quel nuovo rapporto emozionale cui si è accennato. (1986) Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- La scomparsa di un prosciutto
Mi sembra di vederlo quell'occhio impaurito, guardar dovunque il misero soffitto alleggerito, con quel coltello in mano, cercando dappertutto: in alto, in mezzo, agli angoli... Non c'era più il prosciutto! Poi, quasi a domandare, ispezionava il piano che, par, gli disse: – Vattene con quel coltello in mano... Vedrai che, un'altra volta, quel chiodo in quella trave ti servirà benissimo, se avrai con te la chiave. – La donna, col coltello, rimase lì perplessa. E, quasi vergognandosi un poco di se stessa, per quel linguaggio strano, e quella sparizione!... Per grazia chiese un fulmine al tempo del... boccone... E risalì le scale, facendosi la croce... – Madonna mia, perdonami, – gridava ad alta voce. – Ascolta la preghiera mia, questa volta sola; fagli chiamare il medico, per allargar la... gola! – C'era una volta un povero maiale affezionato che, sottoposto all'opera di chi l'avea comprato, malgrado il gran salasso, e quindi, l'apparecchio, pensava, ostinatissimo, al suo padrone vecchio. Col qual, forse, pensarono studiar qualche riuscita, e quindi concertarono la grande... calamita! (1949) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Polvere di cantoria... in trasferta
Accetta il mio dolore. E quanto, o Dio il sonno Tuo fia dolce al pianto mio... Per alcuni anni ho passato dei giorni di vacanza invernale in un grazioso paese in Alto Adige abitato prevalentemente dalla comunità ladina, e sempre nello stesso albergo a gestione familiare. Sapevo che l'albergatore era anche musicista e direttore del coro polifonico della parrocchiale così come anch'egli sapeva del mio incarico di organista della cattedrale di Rieti. Forte della confidenza reciproca via via acquisita e sapendo che la chiesa madre era dotata di uno splendido organo meccanico a due manuali e pedaliera regolamentare gli domandai se era possibile "fare un giro" alla consolle. Abitualmente non faccio mai tali richieste per evitare di incappare in gelosie di organisti o parroci. Pensate che in una chiesa di Roma si corre il rischio di essere strapazzati dal parroco o dal sacrestano per il semplice fatto di aver guardato la consolle dello strumento ivi custodito. Questa volta feci un'eccezione ed il direttore fu ben lieto di accontentarmi ma ad una condizione: si era verificato un lutto nella comunità di lingua tedesca e purtroppo l'organista titolare era in ferie, pertanto avrei dovuto in cambio accompagnare il coro polifonico durante il servizio funebre. Quindi il giorno successivo rientrai velocemente dalle piste e con la tuta da sci salii in cantoria. Gli scarponcini da trekking non erano ideali per lavorare sulla pedaliera ma, come faccio anch'io in cattedrale, il titolare aveva le sue scarpe da organista nell'armadio degli spartiti e, di soppiatto, ne approfittai. Qualche minuto per "capire" lo strumento e mi accinsi ad accompagnare il coro che, nel frattempo, era arrivato. La messa, da leggere a prima vista, era nella mia tonalità "bestia": la bemolle maggiore! In esecuzione, quando mi vide sudare freddo, il direttore mi disse di star sereno: anche il loro organista andava in crisi in alcuni passaggi di quella partitura. Constatai con piacere che, nonostante il rito fosse cattolico, vi era l'abitudine, mutuata dai luterani, di cantare i corali con l'assemblea tra le letture e il Vangelo. Cercai quindi di sfruttare tutte le mie conoscenze per rispettare lo spirito esecutivo. Tra un brano e l'altro una cantante dall'aspetto austero ed autorevole mi pose una domanda in tedesco. Risposi che masticavo poco di quella lingua e di ripetermi la domanda in italiano. Al che la signora mi domandò se fossi l'organista della Pieve (La Pli) ma quando risposi che ero il titolare della cattedrale di Rieti assunse un'espressione di meraviglia esclamando: – Strano! Lei suona come un tedesco! Per me che ho centrato prevalentemente la mia preparazione sulla letteratura della Riforma e su bachiani e dintorni fu un brodo di giuggiole! Quasi un bacio accademico... E tra un sudore freddo e qualche inevitabile "stecca" il servizio si concluse. Lo stesso direttore mi raccontò poco dopo che il coro non aveva praticamente trovato alcuna differenza tra il sottoscritto ed il titolare, cosa che mi fece ulteriormente piacere, insieme al compiacimento della comunità. Tuttavia, a distanza di vent'anni posso finalmente confessare che, nella chiusura del postcommunio, con organo solo, e ancora sub tempore Natali, sotto le volte di quella incantevole chiesa barocca, la sequenza in tono minore della "Ninna nanna al Bambin Gesù" di Capracotta risuonò improvvisata a mo' di corale ornato bachiano. Grazie alla comunità di S. Vigilio di Marebbe (BZ) e al coro della parrocchiale. Grazie a tutto lo staff dell'Hotel Teresa. P. S.: In realtà è possibile suonare con gli scarponcini come il grande James Edward Goettsche - uno dei miei miti - come dimostrò, obtorto collo, in un suo concerto a S. Pietro Avellana. Ma lui era Goettsche! Francesco Di Nardo
- La filosofia del camminare
Il camminare è tipico dell'uomo meditante, a differenza del correre, che è tipico dell'animale, sia esso preda o predatore, a differenza del marciare, che è tipico dei guerrieri o bellatores (dal latino bellum, cioè guerra) e a differenza dell'arrampicarsi, che è tipico degli uomini e delle donne "in carriera". Il camminare di cui, dunque, sto parlando si può ritrovare in alcune grandi figure della nostra cultura filosofica, come Socrate che trascorreva gran parte del suo tempo bighellonando per le strade di Atene e come i peripatetici che seguivano Aristotele che passeggiava nel Peripato, il cortile della scuola da lui fondata ad Atene, il Liceo. Proverbiale è, altresì, la puntualità con la quale Immanuel Kant compiva la sua passeggiata a Königsberg, quella città che oggi, dopo le devastazioni del secondo conflitto mondiale, è territorio russo e del suo illustre passato conserva intatta soltanto la lapide posta sulla tomba di Kant, su cui sono incise le famose parole: «Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me» (I. Kant, "Critica della ragion pratica", Laterza, Roma-Bari 1974, p. 197). Il camminare ha però anche una valenza profondamente religiosa. Basti pensare al Salmo 31 («Io ti voglio istruire, voglio mostrarti la via da percorrere») e al libro dell'Esodo, in cui l'evento fondamentale è il mettersi in cammino verso la Terra Promessa, al quale corrisponde nella vita cristiana la peregrinatio perpetua. Infatti, Cristo «invitava i suoi discepoli a mettersi per strada: lasciare mogli e figli, abbandonare le proprie terre, il proprio commercio, la propria condizione, per camminare, accompagnare, diffondere la buona novella. Camminare è una conversione, una chiamata» (F. Gros, "Andare a piedi. Filosofia del camminare", Garzanti, Milano 2013, p. 111). Ma il vertice più vertiginoso del camminare lo sperimentò soprattutto il filosofo tedesco Martin Heidegger, il quale nel suo breve scritto intitolato "Der Feldweg" esalta il pensiero che «sempre di nuovo riprende, di tempo in tempo, il suo cammino lungo il viottolo che il sentiero di campagna segue attraverso i campi. In questo modo resta vicino al passo del pensatore come a quello del contadino che, di primo mattino, si avvia alla mietitura» (M. Heidegger, "Il sentiero di campagna", Il Melangolo, Genova 2002, p. 15). Lungo questo viottolo «si danno appuntamento l'esuberante risveglio della primavera e il quieto morire dell'autunno, si adocchiano l'un l'altro il giuoco della giovinezza e la saggezza della maturità. Tuttavia, in un accordo unico, la cui eco il sentiero porta qua e là silenziosamente, tutto è rasserenato. La saggia serenità è una porta verso l'Eterno» (Op. cit., p. 25). L'insegnamento heideggeriano ha altresì il merito di coniugare il camminare con l'errare, perché in un'altra sua opera, più voluminosa, intitolata "Holzwege", egli parla della stupefacente intimità dell'uno con l'altro verbo: «Holz è un'antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L'uno sembra sovente l'altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa "trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia" [auf einem Holzweg zu sein]» (M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1982, p. 1). Avrebbe potuto scrivere queste cose meravigliose Martin Heidegger se non avesse avuto la passione di fare lunghe passeggiate nel fitto della Foresta Nera e se non avesse trascorso gran parte del suo tempo in una baita di montagna? Dalle sue parole e dai suoi comportamenti deduciamo che non c'è cammino che in qualche modo non svii, così come non c'è sviamento che in qualche modo non ci riavvii su un cammino di verità e speranza. L'importante è essere sensibili alle pro-vocazioni cioè ai richiami visivi, sonori e olfattivi della natura, attenti al paesaggio artistico, flessibili nei confronti dei cambiamenti epocali, schivando gli estremi opposti dell'eccesso e del difetto, perché in medio stat virtus. Infatti, camminare in un eccesso di luce o in assenza totale di luce può essere esiziale, mentre nell'aurora e nel crepuscolo il cammino, come il meditare, è certamente più salutare. Insomma, camminare e pensare sono le due facce di una stessa medaglia alla cui conquista è d'uopo mirare se non si vuole diventare quel "sedere di pietra" che Nietzsche considerava come «il vero peccato contro lo Spirito Santo» (F. Nietzsche, "Ecce homo", Adelphi, Milano 2000, p. 37). A questo punto sorge spontanea la domanda: che cosa c'entra tutto questo con Capracotta? C'entra, perché a Capracotta si viene, soprattutto, per camminare e chi vi risiede tutto l'anno non può fare a meno di camminare, per diletto o per lavoro. La storia stessa di Capracotta, con i suoi alti e bassi, può essere, infine, interpretata come un cammino di fede, destinato a procedere, ce lo auguriamo tutti, di generazione in generazione. Aldo Simone
- L'avvocato Ninetta (XXIX)
Scena IV Totonno indi Cesarino e detto. Totonno – Signó, fora ce sta D. Cesarino Spaghetti che v'ha da dà na preghiera. Francesco – Uh! tu staje ancora ccà? Totonno – Mentre me ne steva jenno isso è venuto. Francesco – Fallo trasì e vattenne subito subito, nun perdere chiù tiempo, 'e capito? Totonno – Mò ve servo. (via) Francesco – E che vorrà D. Cesarino a quest'ora da me? Stammattina se sò dato 'a mano 'e marite. Cesarino – Illustrissimo signor Presidente, perdonate se vengo a disturbarvi a quest'ora, ma un affare molto grave m'ha portato da voi. Francesco – Voi siete il padrone di venire quando vi piace. Me fa meraviglia però st'affare grave che dite, sentimmo, 'e che se tratta? Cesarino – Commendató, voi siete stato il maestro, direi quasi il padre di mia moglie, e a voi posso confidare certi affari di famiglia. Io sono stato cacciato di casa da mia moglie e stanotte l'ho passata dint' 'a nu cafè 'e notte e ggiorno. Francesco – (Pure chisto!) Oh! e da me che vulite? Cesarino – Voi che siete così buono, mettetevi in mezzo a st'affare e fatemi riconciliare con mia moglie. Francesco – Chisto cerca pietà, chill'ato vò vendetta! Ma qual'è 'a ragione che ve n'ha cacciato? Cesarino – La gelosia caro Commendatore, la gelosia l'ha fatto vedere na cosa pe n'ata. Ha ditto che io faccio ammore cu n'ata femmena e perciò se vò dividere. Francesco – (Che fosse na scusa? Comincio a credere che Giacinto abbia ragione.) Oh! e nun v'ha ditto chi era st'ata femmena? Cesarino – Me l'ha detto, ma io non ve lo posso dire pecché si 'o sape 'o marito, quì ne viene il finimondo. Francesco – Ah! è maritata? Cesarino – Già. Commendatore, io ve lo dico in confidenza, ma voi mi dovete giurare che non lo dite a nessuno. Francesco – (E chisto è n'ato giuramento.) Lo giuro. Cesarino – Sappiate che è la moglie del Barone Chiappo! Francesco – (Vì che bell'ambo ch'ànno cumbinato.) Ci avrei scommesso. Cesarino – Vale a dì che ne sapiveve quacche cosa. Francesco – No, parola d'onore che nun ne sapeva niente, ma l'aggio immaginato da tutte chilli strille che facisteve ajersera. Cesarino – E allora quando siamo a questo, vi debbo dire che è vero che chella si è innammorata 'e me, ma a me nun me passa manco p' 'a capa, e perciò essa facette chella scenata ccà ncoppa. Francesco – (E và sbroglià 'a verità. Chillo dice che D.a Ninetta va mpazzia pe isso, chisto dice che 'a Baronessa s'è innammorata d’isso... e và te sbruoglie sta matassa.) E nun pozzo parlà!... Cesarino – Ma pecché parlate vuje sulo? Francesco – No, certe idee che me passano p' 'a capa pe vedé comme pozzo riparà stu fatto vuosto. Cesarino – E nun ce vò niente, cercate di vedere mia moglie e ditele che io sono innocente, che non è vero quello che essa crede, e così si persuaderà. Francesco – Abbasta che se fa capace. Cesarino – A voi vi sentirà certamente. Francesco – Tenterò e spero di riuscirci. (Si essa tene chillo capriccio ncapo che ne caccio?) Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Una giornata a Capracotta
Capracotta, in Molise, a 1.421 metri di altitudine, è conosciuta come una delle località fra le più nevose, non solo d'Italia, ma del mondo. Forse ricorderete che nel mese di marzo del 2015, in 24 ore, caddero più di 2 metri e mezzo di neve, facendole superare il record detenuto dal lontano 1921 da Silver Lake, in Colorado, con 193 cm. di neve accumulata in 24 ore. Nelle sue vicinanze c'è Prato Gentile, destinazione conosciuta dagli appassionati di sport invernali che amano lo sci alpino e lo sci di fondo, mentre d'estate è un luogo da visitare per i suoi prati e i boschi, da chi ama tranquille passeggiate o il trekking. Oggi speravamo di vedere un bell'accumulo di neve lungo le vie di Capracotta, ma ce n'era veramente poca. Invece a Prato Gentile ce n'era tanta e alcune persone andavano sugli sci o con gli slittini, mentre tante altre gustavano qualcosa di buono nelle baite affianco, accompagnandolo con un bicchier di vino o una birretta. Beh... devo dire che il profumo delle salsicce arrosto si propagava per tutta la montagna! Marcella Di Girolamo Fonte: https://www.facebook.com/, 19 dicembre 2021.
- Giovanni Pollice ed Olaf Scholz
Ho conosciuto Olaf Scholz quando egli era sindaco di Amburgo, non solo la città ma anche una delle sedici regioni tedesche, i Länder, dal 2011 al 2018. Essendo tesserato della SPD dal 1988 ed essendo stato presidente dell'Associazione della Confederazione dei Sindacati Tedeschi contro il razzismo "La Mano Gialla" (2008-2020), ho partecipato a tutti gli ultimi congressi nazionali della SPD. In quelle occasioni ho avuto modo di conoscerlo più da vicino. Egli, nato ad Osnabrück nel 1958 e cresciuto ad Amburgo - quindi della Germania del Nord -, è un uomo di poche parole, pragmatico e con un fiuto politico senza uguali. Al contrario dei sui predecessori, Scholz appare spesso più sobrio, più freddo e distante ma molto determinato. Famosa la sua frase: «Con me si ottiene quello che si ordina: guida, determinazione e perseveranza». Sono convinto che stupirà tutti quelli che lo sottovalutano. L'ultima volta che ci siamo incontrati è stato il 5 luglio scorso durante la campagna elettorale in una manifestazione del mio partito ad Hannover, alla quale ho partecipato con mio padre Donato, di 101 anni. Dopo il suo intervento non ha mancato di venirci a salutare insieme al Presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil. Come si può immaginare, sono molto soddisfatto della sua elezione che comunque avevo pronosticato in tempi non sospetti, quando in pochi ci credevano, e ripetuto più volte durante le mie vacanze in Italia in diverse occasioni. Questo mio ottimismo veniva visto da tanti più come un mio desiderio che come una reale possibilità. Ricordo bene le parole di un nostro noto compaesano che mi disse testualmente: «Lo dici per dire, ma questo non avverrà mai!». Sono convinto che il mite e competente Scholz possa essere il garante di una politica europea che riavvicini i ceti più deboli ai partiti che si battono per la giustizia sociale e contro i populisti e i razzisti. Tutta l'Europa ne ha bisogno. Giovanni Pollice
- Inno a san Sebastiano martire
Sebastiano, invitto santo della Chiesa universale, a te salga accetto il canto che inneggia tua virtù. Al Re unico e Signore giovinezza tua votasti, della fede difensore contro il barbaro furor. La virtù del tuo coraggio fu vigore al nuovo Credo e ai trepidi qual raggio fra le tenebre brillò. Quelle frecce che miriamo come gemme sul tuo corpo sono segni che troviamo sulla croce di Gesù. Il tramonto tuo fu aurora per la fede e la tua gloria, e il tuo sangue è seme ancora di evangelica bontà. Sebastiano amabil santo, Capracotta tu proteggi, sii sua gloria e guida e vanto, ora in terra e un giorno in Ciel. Geremia Carugno Fonte: G. Carugno, Preghiere e canti dell'anno, S. Giorgio, Agnone 1987.
- Capracotta di Antonella Giroldini
Stazione climatica e sciistica, Capracotta si stende a cavallo di una sella montuosa, delimitata dai monti Capraro e Campo che fa anche da spartiacque tra la valle si Sangro e l'alta valle del torrente Verrino, affluente del Trigno. L'abitato, tra i centri più alti dell'Appennino, è immerso in un paesaggio di rara bellezza, scarsamente antropizzato; l'isolamento geografico, indotto principalmente dalle severe condizioni climatiche (sul muro di una casa sono segnati i livelli raggiunti dalle nevicate più cospicue), ne ha preservato la matrice ambientale. Capracotta è oggi un attrezzato punto di riferimento per gli amanti dello sci di fondo e vanta uno storico Sci Club, fondato nel 1914. Antonella Giroldini Fonte: https://antonellagiroldini.me/, 23 aprile 2016.
- Modesto Della Porta, un poeta dialettale abruzzese
A distanza di oltre ottanta anni dalla morte, Modesto Della Porta è più che mai vivo nella memoria e nel cuore dei suoi paesani di Guardiagrele e di tutti gli abruzzesi. Di lui si tramandano numerosi aneddoti, i suoi versi sono ormai pronunciati come proverbi. Sono un patrimonio di memoria e di saggezza, riflettono sul senso della vita e sulla rassegnazione alle precarie condizioni della vita umana. Trovano nella ironia, nella satira e nel sottile umorismo quasi uno strumento del momentaneo riscatto. La critica ufficiale riconosce l'originalità e la validità della sua poesia. Abile e acclamato dicitore dei suoi versi, riscuote anche oggi la stima e la considerazione di tanti cultori del dialetto abruzzese. Il bisogno di esprimere la gioia incontenibile di questo "poeta sarto" nasce da profonda attenzione all'uomo del suo tempo. Descrive i pensieri, i sentimenti e le sensazioni con spontaneità e immediatezza, con linguaggio scarno ed essenziale, vivace, fluido e saporoso. Osservatore attento della vita e delle abitudini, usa la parola e il dialetto per farsi capire, con umorismo sottile e delicato, anche quando tratta dei temi religiosi. Nei suoi versi risuona la voce del popolo tra vicoli e piazze, suscitando emozioni e sensazioni che incantano. Rinsaldano il legame con la comunità di Guardiagrele per il valore di umanità e di poesia che essi contengono. Rimane indubbiamente il migliore interprete dell'anima della sua gente. «Non ride, né irride, ma sorride dolente, e forse anche compiaciuto, delle situazioni tragicomiche, cui spesso si vanno a cacciare quanti oscillano tra superstizione e credulità superficiale» dice F. P. Giancristofaro. Calore umano, umorismo gentile e genuino, incantano ed affascinano ancora i suoi lettori. Distaccato osservatore riesce a trascrivere ogni battuta della parlata guardiese con termini e parole semplici, efficaci e sapide. Partecipazione empatica, ironia sottile e talvolta graffiante, forte senso della misura accompagnano le sue descrizioni, i suoi temi preferiti e i suoi personaggi. Essenziale e stringato il suo linguaggio, tipico degli uomini pratici, vivace e immediato il dialogo, riescono a trasmettere partecipazione e sensazioni condivise. Due temi vorrei sottolineare del suo vasto e vario repertorio artistico: la fede e la pietà. Il poeta non intende trattare questi temi con superficialità e leggerezza. Rispetto e riverenza, attenzione e sacralità, sottile ironia e umorismo gentile, senza scadere nella profanazione, persistono simpaticamente nel trattare questi temi. Ha la coscienza tranquilla e serena, che traduce una sostanziale correttezza morale, fondata sulla tradizione cristiana. Arguzia e sapienza del popolo, insieme ai tormenti quotidiani, affiorano nei suoi versi. Nati in ambiente di paese, scritti da un uomo che ama intensamente la vita semplice dei suoi concittadini, i suoi valori, le sue passioni elementari, le sue manifestazioni primitive, i suoi versi traducono movenze e malizie popolari. Il lettore avverte l'atmosfera di festa della gente semplice, della fede vissuta in famiglia, si contenta della gioia fugace di una festa paesana. Trasmette la sua affettuosa compartecipazione, quasi la compiacenza e la tenerezza, con cui descrive l'umile realtà, che fu anche la sua. Nell'uso del dialetto guardiese sceglie dei vocaboli intraducibili in italiano, che posseggono ricchezza espressiva, colore e significato proprio del vernacolo di Guardiagrele. Non sono nati nella solitudine della sua stanza, ma nel connubio d'anima del poeta con il sentire del suo popolo schietto e semplice. La fede, autentica, senza tanta teologia accademica, ma con una teologia dentro che non sbaglia, perché c'é un'anima che pensa, c'è un cuore che pulsa, c'è lo Spirito dietro. Se la persona "si chiude a riccio", azzera ogni desiderio, frena ogni impulso. Porte aperte a chi si avvicina alla fede, perché è umanizzante, accogliente, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto, quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. La fede vede nella misura in cui cammina "sulle strade della vita", senza cammino non si vede e si parla a vanvera. Fede è anche riuscire a vedere quando non si vede niente, riuscire a vivere anche quando sembra di non farcela. Fa superare le tempeste della vita e la nebbia del dubbio, senza perdere mai la direzione. E fa acquisire una dimensione nuova delle cose, perché si abbandona a Dio liberamente. Fede, fiducia, fedeltà, confidenza, affidamento hanno la stessa radice ed indicano una direzione da dare all'esistenza. Dio è in fondo alla strada come un mondo che si apre, un abbraccio caldo, onda di luce e di pace, gioia di vivere. Dare del tu a Dio pregando, sentirlo vicino, dimenticare sé stesso, indica una presenza, un aiuto e una protezione. Nella poesia "Lu timore de Ddije" si riflettono in parte questi pensieri: «Ddie, nostro Signore, criò l'omo e je mittì lu core. [...] Il mondo è una camminate e quande tu à da fa quacche viagge / che dure allonghe e a nu paese nove / anche se è serene e 'nche lu ragge / lu sole abbrusce, purtete lu 'mbrelle: se chiove tu le èpre, e se nen chiove / che fa ca sci purtate chelu 'mbrelle?!». L'ombrello può simboleggiare Dio. Un'altra piccola riflessione è colta ne "Lu destine": «M'arevenne a 'mmente / de quande Mammarosse certe sere / parlave de destine: "È gnì lu vente / dicé – n'i vede e suffie, dà le stratte / t'accide e t'accarezza, è nu mistere! / Mo, pe ddù solde... E chi nense l'accatte?». L'umorismo sottile affiora anche in questi ultimi due versetti con l'accettazione del destino. Un'amara considerazione sulla vita è espressa in "Cicche 'mbriache". «Sta pelle! Cumpà 'Ntò, che è sta pelle? Povere fesse! Ti facè 'cchiù fine! E queste è 'gnì na rote de castelle: / nu spare, 'ddù sillùstre, na aggirate / e po'... na puzze di cart' abbrusciàte!». Realismo schietto, tinto di cupo pessimismo. In un'altra poesia, "Lu privilegge de lu disperate", le sue riflessioni esprimono pessimismo soffuso e reale, con queste crude parole: «Sopr'a stu munne / lu disperate queste te' di bbone: / che 'mmezze a tante guaie s'asciacque. / Lu pesce, quande chiove, nen se 'mbunne / pecché? Pecché ce stave 'mmezz'a l'acque». In un quadretto di 14 sonetti, "Lu 'mbise", il pessimismo sale di tono e la fede e si conclude con la rassegnazione: Sta pelle nostre jé de lu Signore tu l'adda suppurtà gna scì l’avute e le sa Isse quand'arrive l'ore. Ca mmé me la spiegate Don Micchele e nche cullu nen ce sta da pij'a rrise. Pauperes tutos vostrum regnum Cele tutte le puverille 'm Paradise. Dunche, j stenghe 'mmezz 'a ffam e ggele alloche aspette balle feste e rrise. Dun Pasquale, se queste jè Vangele nn'è fesse chi ni intre 'm Paradise. Nella stupenda rievocazione, "La Novena di Natale", viene espressa tutta la gioia e la tenerezza di vedere gli zampognari (scupinàre). I fanciulli, in particolare, la gente del paese che partecipa alla novena e zì Pasquale, vengono descritti con rispetto e quasi con venerazione: «Facce senza na magagna, / rusce de cuntentezza e de calore. / E zì Pasquale suffiave 'nghe la vocche / e 'nghe lu core, e chelu sone / mi paré nu cante. / La notte de Natale è notte Sante. / Fa na sunate sole sempre quelle / fa na sunate sole e sempre bbelle / Mannagge! Haje paure ca stasere / m'abbracce zi' Pasquale e... la scupine!». Poi un segno di festa e di gioia: «Ecchete arrive 'Ndree, lu cantenire / 'nche nu vucale 'mmane e ddu bicchire / Si fece nnanze misurà lu vine / e disse: "Avante! Vive zì Pasquale! / Trent'anne che ce sune ssa nuvene / e da trent'anne che ce vuleme bene!" / La gente si smuvì. Se ne j'une / e n'atre appresse, e gna s'alluntanave/ la neve bianche e frolle arimantave / le pedate. Nci stave cchiù nisciuine. / Ma j'aristive accante a core a core pe' dirie: "Zi Pasquà, steme a ll'Abruzze! / Lu campanone di vintiquattrore / sunà tre stucche come tre sijuzze». La pietà può avere quattro significati. Dono dello Spirito Santo, insieme alla sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio. Commiserazione, accoglienza, misericordia, comprensione, condivisione: indicano alcuni atteggiamenti umani. Vicinanza, rispetto, attenzione: virtù familiari che ricordano il «pius Eneas» di tradizione latina, che porta sulle spalle il padre Anchise e stringe tra le mani il figlio Astianatte. Pietà popolare e religiosità popolare, sono come forme che ammortizzano la distanza tra Vangelo e vita vissuta. I doni dello Spirito sono disposizioni permanenti che rendono l'uomo docile a seguire le ispirazioni divine e rendono efficaci i frutti dello Spirito: «amore, gioia, pace, benevolenza, mitezza, fedeltà, modestia, confidenza, castità». La pietà come atteggiamento umano, richiama gli atteggiamenti del buon samaritano, si fa vicino e prende cura. E disposizione abituale a fare il bene al prossimo. Sono maniere semplici, indizio di grande merito. Ricordo un esempio di comprensione umana: "Lu zingre": O zingre! Si tu fì 'sse marachelle t'a nomme cumbatì, ca ssu mestiere te l'anne fa da quatrarelle Pover'a te c'a da 'spettà la sere pì ì rubbenne quacche gallenelle! Chi jè che t'a 'nzegnate lu duvere? Pi scrive t'anne date lu curtelle! Pe scole scì tenute la galere! Ma quande ce ne stanne de latrune che porte guande gialle e jè 'struite, e quande arrubbe acchiappe le miliune, ammarce 'nghe carrozze e ffa la vite… Ma quille nna' paure: arresta fore anze le nomme fa cummendatore! La pietà non solo indica la paternità di Dio, come la paternità umana del pius Eneas, ma insegna anche a pregare per impulso interiore, implica contemplazione, dialogo con Dio, dandogli confidenzialmente il Tu. La pietà popolare manifesta una sete di Dio, che solo i semplici e i poveri possono conoscere e che «rende capaci di sacrifici e di generosità, quando si tratta di manifestare la fede» (Paolo VI). Nel cuore dei credenti c'è un vuoto che solo Dio può colmare. «Il senso religioso del popolo ha sempre trovato diverse espressioni nelle varie forme di pietà che accompagnano la via sacramentale della Chiesa [...] quali processioni, rosario [...] la luce della fede illumina e favorisce le forme autentiche della pietà popolare» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 353). Modesto Della Porta analizza, tra il serio religioso e il faceto ironico, e descrive la processione nella festa di S. Donato, nei dieci sonetti "La cocce de San Dunate". Stave già pronte la prugessïune, ma san Donate n'avè' 'scite ancore, picchè, dentr'a la chiese, li cafune avè' 'ncucciate pe' 'ncollà lu Sante e certe strille si sentè da fore... Ma, quande si truvà sott'a la porte sbattì lu musse 'n facci' a lu passande. Nu scrocche, nu remùre crichelùgne, e po' la cocce di sante Donate fece na 'ntrambïate che gni quande stav'a magnà nu lécen'appirùgne… e si spaccà gni nu merecanàte! – Ma, – fece lu Preposte, – san Donate è sempre san Donate benedette; però san Giuvacchine, scià lodate, manche è scarte! E quande ci si mette le fa da mastre... – Schiuvète san Donate. Quatrè, stetev'accòrte 'nche 'stu San Giuvacchine... Acchiapp'arrète, piane! N'avess'avè' la stessa sorte… Mettète 'ncolle… Pòpele, sfilète!–, strillà zì' Gisuvè, – Larg' a la porte… – Tra bbumme, bbande e sone de campane, cungréhe, 'ntorce, conche e virginelle, s'arimittì 'n camine a mane a mane. Nisciùne addummannà c'avè' successe, le prìiete archiappà' lu riturnelle e la prugessïune 'scì lu stesse. La devozione a san Donato, nel racconto del poeta, si esprime in termini semplici e paesani, con accenti che rasentano la superstizione, ma traducono una fede-fiducia tradizionale che si affida all’esempio dei santi. Malinconica indifferenza e sottile ironia traducono gli ultimi versi: «Nisciune addumannà c’avé successe / li prijte arricchiappà lu riturnelle e la pruggessione scì lu stesse». In fondo al cuore di ogni uomo si cela la silenziosa la nostalgia di Dio... la devozione ai santi la riaccendono. Un ultimo richiamo alla poesia di Modesto Della Porta è "Serenate a mamma", che l'autore pone all'inizio della raccolta "Ta-pù". Nei versi c'è tutta la grandezza e la tristezza, la fragilità e la felicità non solo dell'autore, ma di ogni essere umano. La consapevolezza della necessità di una infinita comprensione, di un cuore immenso e buono che solo la mamma o chi conosce nell'intimo (forse Dio?) può avere. L'autore presenta per sé il destino di chi mai avrebbe suonato uno strumento da solista, ma trova la speranza di cogliere momenti di serena ispirazione: «Ma zitte, ca se ccojie lu mumente / capace che l'accuchie na sunate». Sente il bisogno incontenibile di esprimere la gioia della serenata improvvisata alla mamma. «Quande lu vicinate s'arresbejie / sentenneme sunà, forse pu' dire / Vjiate 'a isse che gna sta cuntente». E con profonda serietà e confidenza, umiltà e rassegnazione esprime il suo dolore, come di chi stringe i denti e si "sfoga" con la mamma: «Ma tu che mi cunusce nen ti sbejie / li sì ca ogne suffianne jé nu suspire, / li sì ca ogni mutive jè nu lamente». Questo linguaggio scarno e filiale imprime vitalità e sincerità alla serenata. Attenua la sofferenza, non la smorza. La magia della parola dà un senso alla vita, rinsalda i legami materni, trasfigura il dolore, sottolinea l'intimità del rapporto figlio-madre. In una terzina, "Fiure de mundàgne", tratteggia queste effusioni: «La mamma vustre preghe ma nen chiagne / dentre a lu core chiuse te nu pegne / perciò se sta cujete e nen 'nze lagne». L'unica forza capace di conquistare il cuore è la tenerezza e il silenzio. Il rapporto e la relazione affettiva crea un'intimità stabile e fedele, si lascia trovare quando abbiamo bisogno, è via percorribile sempre, anche quando sembra di smarrire il cammino. Incanta e attrae, piega e vince, apre e scioglie, è la forza irresistibile della sua dolcezza. Modesto Della Porta ha colto questi momenti sereni e li ha tradotti in versi delicati, colpito dal cancro ai polmoni, muore a 53 anni a Guardiagrele. Osman Antonio Di Lorenzo
- L'avvocato Ninetta (XXVIII)
Scena III Totonno e detti. Totonno – Signó, avite chiammato? E comme, Vosta Eccellenza s'è scetato e nun ha sunato p'avé 'o cafè? Francesco – Po' se ne parla d' 'o cafè, pe mò puorte a Giacinto dint' 'a camera mia e 'o faje cuccà nu poco, po' quanno se sceta le daje tutto chello che vò isso. (Povero amico, ha bisogno di riposo e di cura.) Và, và cu Totonno, fà il tuo comodo tuo. Cerca di calmarti coi nervi... e con la capa. Giacinto – Grazie Ciccio mio, nelle disgrazie si conoscono gli amici. Francesco – Và... Và... Totò tu accompagnalo e po' tuorne ccà. (Giacinto e Totonno via, poi ritorna solo Totonno) E chist'è pazzo veramente. Chisto è n'affare che nun pò ghì accussì, io me tengo nu pazzo int' 'a casa? Mò sa che faccio, scrivo nu biglietto 'a mugliera e 'a faccio venì ccà, cercherò alla meglio di conciarli. (scrive su di una carta da visita e poi legge) Il Comm. Lanterna, desidera parlare urgentemente alla sig.ª Baronessa di Capracotta per un affare di suo marito. L'attende a casa... Và trova si 'o capisce, me pare che nun sape leggere, basta nc' 'o faccio dicere pure a voce da Totonno. Totonno – Eccome ccà, che vulite? Francesco – S'è cuccato Giacinto? Totonno – L'aggio accunciato 'o lietto, po' m'ha ditto vattenne e porteme nu vestito pe quanno me sceto. Ma signó, chillo è ghiuto a sfrenesià? Francesco – Ah! te ne si addunato? Totonno – Già, parlava isso sulo e diceva: Tutto a te ti offro le mie mazzate... e po' diceva, nuje volimmo sta aunito comm'a doje turturelle... nce cevammo tutt' 'e duje... Francesco – È pazzo! è pazzo! Siente buono a me. Tu avarriss' 'a fà nu zumpo ncopp' 'o Corso, e avarrisse purtà stu biglietto 'a mugliera 'e Giacinto, sulo accussì nc' 'o putimmo levà 'a tuorno. Totonno – 'A vulite fà venì ccà? Francesco – L'aje indovinato. Sì, portala subito ccà. Pigliate na carruzzella e falla pure aspettà, basta che m' 'a puorte subito ccà. Totonno – Nun ce penzate che io tanta chiacchiere le dico che 'a porto cu mmico ccà. Francesco – Bravo, mò vedimmo se si ommo. 'A piccerella, chella gioja mia, che sta facenno? Totonno – Dorme a suonno chino, chella manco pe 4 se sceta. Francesco – E nun 'a disturbà. Nun le facimno sentì tutte sti storie. Dunque Totò, và subito e nun perdere tiempo. Totonno – Facite cunto ca mò sto ccà. (via di fretta) Francesco – Chi me cecaje 'e mannà Giacinto da D.ª Ninetta pe passà sti quatte guaje. Io nun pozzo proprio credere a chello ch'à ditto. D.ª Ninetta è na giovine seria, onesta... comme le puteva venì stu capriccio. L'avesse fatto pe pazzia. E po' essa pazzea e io nce vaco p' 'e forze!... E mò le prode 'a capa! Francesco Gabriello Starace Fonte: F. G. Starace, L'avvocato Ninetta, Gennarelli, Napoli 1921.
- Il tritòno... la musica del diavolo!
Ascolta la pioggia di mandolino, ascolta la musica sul lago. Oh, ascolta il mio cuore spezzato... [B. Hornsby] Su ogni scala musicale può realizzarsi un accordo che viene ad essere composto da sei semitoni e quindi da tre toni: prendete un tasto del pianoforte e aggiungetene altri sei bianchi e neri in successione. Appunto il "tritòno"! La sua caratteristica - e i musicisti mi perdoneranno la semplificazione - consiste nel fatto che risulta essere molto difficile da intonare per i cantanti e particolarmente "instabile" all'orecchio. Necessita di una pronta "risoluzione" a salire o scendere perché può essere considerato una "quarta aumentata" (nella scala di do maggiore: do-fa diesis ), o una "quinta diminuita" (do-sol bemolle). Questa caratteristica risuonava alle orecchie dei nostri antichi molto sgradevole! Nel Medioevo ne veniva sconsigliato l'uso perché ritenuto evocativo del demonio e non solo per il suono ma anche perché la ripetizione per tre volte del tritòno, quindi tre volte le sei note, generava il numero della bestia: il 666, con tutte le implicazioni simboliche del caso. Si racconta anche di bolle vescovili o papali di divieto, orientate in tal senso. Venne e viene molto impiegato nella musica horror ma lo usava anche Liszt per le scene riservate al diavolo (Dante). Detto fra noi, ricorre moltissimo anche nelle composizioni dei Black Sabbath, anche se questi negano il simbolismo pur confermandone l'uso per l'effetto che ne deriva. Guardate un po': è la nota emessa dalle sirene delle forze dell'ordine e delle ambulanze con lo scopo di richiamare con forza l'attenzione. La capacità evocativa della musica è sempre stata ritenuta importantissima in qualsiasi epoca: va evidenziato che il nervo acustico, come l'olfattivo, è strettamente connesso con le parti più profonde e primordiali del nostro cervello e quindi un suono, al pari di un profumo, ci porta a ricordare eventi e sensazioni sopite da tempo. Posso aggiungere che l'udito è ancor più preciso della vista: la mescolanza di tutti i colori della luce genera il bianco ma, ascoltando per esempio un'orchestra, possiamo distinguere le varie note e riconoscere i singoli strumenti ed eventualmente l'orchestrale che prende la "stecca"! Gli antichi musicisti parlavano pertanto di «muovere ad affetto». Altra curiosità tra le tante sta nello "spartito del diavolo" di Lucedio, un brano "a canone" dipinto sulla parete di una finta cantoria in un'abbazia abbandonata in provincia di Vercelli. Si dice che suonare il brano in un senso possa richiamare le potenze oscure mentre eseguendolo al contrario si ottiene un effetto di protezione dal maligno o di scacciarlo quando evocato. Non conoscendo il giusto verso, ho evitato qualsiasi esecuzione... In realtà la definizione di diabolus in musica d'origine medievale, attribuita a Iacopone da Todi, e da cui poi si è costruito il tutto, serviva ad esaltare la durezza di questo suono e l'incertezza dell'ascoltatore che rimaneva in attesa della risoluzione. Di conseguenza per il compositore un'ammonizione a risolverlo o, meglio, ad evitarlo visto anche il diverso modo dell'epoca di accordare gli strumenti e di concepire la geometria armonica. Lo volete intonare? Pensate a Bernstein in "West Side story" e, cosa non facile, cantate "Marìììa" soffermandovi sulle "ì"... cercando di non eseguire la "a". Non so se vedrete le fiamme e sentirete la puzza di zolfo ma sicuramente dopo poco ed istintivamente eseguirete la risoluzione per non restare "appesi"! P.S.: Grazie alla prof.ssa Susanna Quagliariello che, con un suo articolo, mi ha fornito mezzi più idonei per una migliore spiegazione e comprensione dell'argomento. Francesco Di Nardo
























