LETTERATURA CAPRACOTTESE
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
GARE DI SCI A CAPRACOTTA
Istituto Nazionae Luce (1929)
"Gare di sci a Capracotta"
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
IL RATTO DI BECKENBAUER
Flop TV (2009)
"La villa di lato"
di Maccio Capatonda (1978)
VIRGILIO JUAN
CASTIGLIONE
Le arie popolari musicate da artisti capracottesi
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
ALFONSO
FALCONI
NUNZIO
BACCARI
(1666-1738)
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- L'altare ligneo della Chiesa di Santa Maria di Loreto
Fu certamente per meglio esternare la loro devozione alla Protettrice dei viandanti, la Madonna di Loreto, che i pastori, proprio in quel luogo ove sostavano con gli armenti prima di partire «per condurli a svernare ai bassi piani al principio dell’autunno» e «al ritorno sul finire della primavera», vollero nel 1622 noviter ampliare l'«ecclesia antiquissime constructa» con lo stesso fervore religioso. Nel 1664, come si rileva da una tavoletta prima inchiodata sul lato destro dell'altare ed ora conservata altrove, i pochi scampati alla terribile pestilenza dell'estate 1656 e alla devastazione operata da una compagnia di 104 briganti nell'anno successivo eressero questo meraviglioso altare ligneo. L'opera, per il suo disegno architettonico, è una delle più importanti della regione perché adotta uno schema a quattro colonne. Frontalmente sono collocate due colonne tortili di palese gusto beniniano, con la parte inferiore cilindrica coperta da grottesche e girali. Di lato, appoggiate su mensole, due colonne corinzie intagliate nella parte bassa con fregi che si richiamano a quelli delle colonne centrali, con alto timpano che ricorda alla lontana una trabeazione dorica. Nel 1735, durante il rifacimento della chiesa realizzato dalla Confraternita, con il ricavato dalla vendita di mille pecore, duecento vacche ed alcuni terreni, si trasformò la parte inferiore con una ricca mensa in marmo, decorata nel paliotto con uno stupendo intarsio in marmi pregiati, di chiara eco napoletana. Nell'altare, destinato a contenere la sola statua venerata della Madonna di Loreto, opera lignea del 1633, si dette molta importanza anche alla decorazione dell'imbotte dell'arco, che è cassetto nato con rosoni. La nicchia, poi, si compone di elementi classici, come le volute orientaleggianti per il ridondare di complicati intagli che accrescono il valore di tale opera senza peraltro turbarne la scansione comparativa. Struttura dell'altare in legno intarsiato e dorato di m. 3,20 x 2,70, realizzato nel 1664. Conservazione: è stata rimaneggiata la parte superiore, il bambino del gruppo santuario è stato sostituito, perché rubato. Orazio Ciummo Fonte: O. Ciummo, Altari lignei nel Molise, Il Ponte Italo-Americano, New York 2008.
- Una patacca da Agnone, anzi da Capracotta... anzi da Pietrabbondante
Otto anni fa Enzo Delli Quadri apriva le danze attorno alla patacca di Agnone e Luciano Scarpitti faceva una bella sintesi sullo stato dell'arte in quel momento. Poi arrivava la perizia di Pietro Mastronardi e la vita per gli Inglesi si complicava. Crollava il mito di Francesco Saverio Cremonese che, sindaco di Agnone, trafficava con il suo compare di cresima, il barone Giandomenico Falconi di Capracotta, per fare un colpo internazionale a spese degli Inglesi. Infine Giuseppe Ciaramella scopriva il carteggio del Museo Archeologico di Napoli che dimostrava che nel 1932 il Ministero sapeva benissimo che l'originale stava ancora in Agnone e che era necessario che si procedesse all'acquisto dai legittimi proprietari che erano gli Amicarelli-D'Onofrio. Antonino Di Iorio, Paolo Nuvoli, Bruno Paglione hanno ripetutamente gridato allo scandalo della disinformazione archeologica di Pietrabbondante ma si continua a far finta di niente per non urtare la suscettibilità dei baroni che sulla patacca di Londra hanno costruito una credibilità internazionale. Sono passati otto anni. I misteri ormai sono tutti svelati. Paola Di Giannantonio ha chiarito finalmente anche gran parte dei significati che si nascondono dietro quest'elenco di cerimonie ed ora resta solo il desiderio che al prezioso reperto venga dato il rilievo che merita. Il Molise non può perdere altro tempo e la tavola di bronzo deve essere restituita alla comunità di Pietrabbondante che ne è la storica e legittima destinataria. Sarebbe bello se la Regione mettesse da parte le polemiche e avviasse le trattative per acquistarla dagli attuali proprietari D'Onofrio. Ogni giorno che passa il suo valore monetario aumenta. Nell'Ottocento la patacca fu venduta da Saverio Cremonese al trafficante Alessandro Castellani che la rifilò a British Museum per quattromila lire, che allora era una cifra! Gli Amicarelli-D'Onofrio continuano legittimamente a possedere l'originale che oggi vale centinaia di migliaia di euro... Più tempo passerà e maggiore sarà il suo valore! Franco Valente
- Noè Ciccorelli, il primo campione di sci
Caro zio Noè, per renderti partecipe della ricorrenza dello Sci Club di Capracotta, vorrei rivivere oggi con te alcuni dei momenti più belli, e gli episodi più significativi della tua attività sportiva sugli sci che, negli successivi al primo dopoguerra, hai onorato con le tue prestazioni e portato lustro ed onori allo Sci Club. L'intensa passione per lo sci era a te connaturata, ed hai voluto coltivarla anche dopo gli anni della tua giovinezza, come quando, sulle amate nevi di Capracotta, hai accompagnato i miei primi passi sulla neve, mentre da bambino ti osservavo danzare sugli sci con profonda ammirazione. I tuoi premurosi insegnamenti ricorrono ancora nei miei pensieri quando mi parlavi di telemark e kristiania, parole a me sconosciute che evocavano nella mia fantasia misteriosi paesi lontani. Anche sugli sci hai voluto trasportare il senso del bello e dello stile che ha contraddistinto la tua vita: sei stato infatti uno stilista molto attento ed esigente del tuo amato sport, allora agli albori, di cui fosti un audace pioniere nella pratica sia della discesa che del fondo. La scarsa documentazione sopravvissuta alla tragedia dell'ultima guerra, mi permette di rievocare un breve profilo della tua attività agonistica, ed alcuni episodi salienti che si ritrovano nei giornali del tempo che ho potuto rintracciare. Sei certamente stato il primo sciatore capracottese di valore che negli anni '20 seppe affermare il suo primato, sia in ambito locale che regionale, con successi e prestazioni sempre ad alto livello, proponendo il nome di Capracotta anche in competizioni nazionali alle quali partecipasti nelle più note località alpine. Memorabili sono rimaste le aspre contese ed i confronti serrati con le squadre degli Sci Club di Rivisondoli, Roccaraso, Rocca di Mezzo che mal sopportavano che le tue vittorie togliessero loro la scena, soprattutto negli anni in cui, alla presenza di importanti settori della borghesia e della stessa Casa Reale, prese l'avvio lo sviluppo turistico di Roccaraso e delle zone limitrofe. Il più significativo dei tuoi numerosi trofei è indubbiamente legato alla conquista dell'alloro regionale di campione d'Abruzzo individuale che, con una magnifica vittoria su un folto gruppo di concorrenti, tra cui il famoso ed imbattuto Bavona, ti aggiudicasti sulle nevi di Ovindoli il 13 e 14 febbraio del 1928, coronando un sogno che ti era sfuggito, per una sfortunata circostanza, l'anno prima. La stampa dette il dovuto risalto alla tua impresa. Ma il saluto più bello al neocampione fu portato dall'avv. Franco Ciampitti, presidente dell'Ente per il Turismo, giornalista sportivo, tuo grande ammiratore ed amico, nonché capracottese di adozione, che volle inviarti l'affettuoso telegramma, che, nella sua versione originale così recita: Tutte valli Italia cantino tua grande gloria plaudendo tenace meraviglioso purissimo campione. Franco. Antonio Angelaccio Fonte: T. Paolone (a cura di), 1914-2014: cento anni di sport. Cronache e storia dello Sci Club Capracotta, Volturnia, Isernia 2015.
- Leo Paglione: la realizzazione di un sogno (III)
Lo studio era situato al primo piano di una casa di via Marconi, sopra un forno per la panificazione. Uno stanzone illuminato da una finestra - di cui una pesante tenda regolava l'intensità della luce - e da un lucernario. Al centro della stanza torreggiava un mastodontico cavalletto con a fianco un tavolo pieno di tubi di colori, pennelli, spatole, righelli e tante piccole ciotole di porcellana bianca sul fondo delle quali sedimenti colorati donavano all'insieme una nota piacevole. Un tavolo più grande, accostato ad una parete e pieno di grossi fogli di carta, forse disegni, faceva anche da sostegno ad un busto di gesso di Bruto. Su una delle sedie impagliate, un manichino, quasi a grandezza d'uomo, giaceva a pancia in giù con braccia e gambe penzoloni. Pochi dipinti appesi alle pareti, moltissimi invece quelli poggiati a terra a più file ed accostati al muro. A tutto questo si aggiungeva il penetrante odore di acquaragia, colle e vernici esalante da ogni oggetto di quell'ambiente. Un giovane, pressappoco della sua età, rimasto educatamente a distanza, su invito di Trivisonno si avvicinò e, con una cordiale stretta di mano si presentò. Si chiamava Domenico Petrone, appassionato di disegno come disse e, come aggiunse poi il Maestro, molto bravo nell'intaglio del legno. Con lui Leo avrebbe stabilito una duratura amicizia. Si trattenne a lungo nello studio. Andò via solo dopo essersi assicurato di poter tornare il mattino successivo. Se ne andò via correndo, ansioso di raccontare al fratello le emozioni provate. Era contento: ora avrebbe potuto guardare al futuro con fiducia, uno spiraglio si era aperto, i suoi sogni si sarebbero potuti realizzare. Con questo animo nuovo, cominciò a frequentare lo studio di Trivisonno. Poteva entrare quando voleva, lo studio era sempre aperto. Avido di osservare, seguiva incantato il lavoro del Maestro e quando questi usciva, lui restava, a disegnare, per esercitare la mano e fermare sulla carta tutto ciò che trovava interessante e di suo gusto. Suo modello preferito era il manichino che disegnò in varie pose e da diverse angolazioni. Ma dopo un paio di mesi circa dal suo arrivo nello studio, Leo avvertì la sensazione che il Maestro volesse dirgli qualcosa e che non osava farlo. Non si era sbagliato: un pomeriggio, mentre passeggiavano in piazza Pepe, dinanzi al caffè Lupacchioli, ad un certo punto della conversazione, senza un motivo, Trivisonno si interruppe, si fermò e, assumendo un atteggiamento grave, guardandolo negli occhi, senza mezzi termini, come - lo avrebbe scoperto dopo - era nella sua natura, gli esternò la sua inquietudine ed il suo cruccio: non poteva tenerlo ancora con sé senza remunerazione se prima non si fosse reso conto delle sue attitudini alla pittura, perché, se non ne avesse trovate, suo algrado si sarebbe visto costretto ad allontanarlo. E questo per non doversi in seguito rimproverare di avergli fatto perdere tempo inutilmente. Lo avrebbe perciò sottoposto ad una prova. Al termine di questo discorso, fatto tutto d'un fiato, mentre Trivisonno si doleva di aver dovuto parlare con durezza al giovane, quello invece gliene era grato. Durante quei mesi, sempre per la sua invincibile timidezza, anche quando se ne era presentata l'occasione, non era riuscito a comunicare al Maestro la sua passione per il disegno e la pittura né gli aveva mai mostrato qualcuno dei tanti schizzi e disegni fatti e conservati, alcuni dei quali proprio nel suo studio durante le sue frequenti assenze. Ora però, con sicurezza, rispose che era pronto per la prova, anche subito. Senza indugiare, invitando il giovane a seguirlo, il pittore si incamminò con passo deciso verso lo studio e, una volta giuntovi, afferrato il busto di Bruto, lo porse a Leo dicendogli di disegnarlo a matita sul foglio di carta che gli andava porgendo. Gli dava mezz'ora di tempo. Detto questo se ne andò. Leo era tranquillo: quel busto lo aveva già disegnato più volte. C'era solo un problema, il tempo: mezz'ora era davvero poco per eseguire un lavoro impegnativo. E tuttavia, conferendo maggiore sveltezza alla già agile mano, dopo aver delimitato i contorni, con varia intensità del segno, che da sottilisimo, appena percettibile in alcuni punti, diventava intenso e profondo, infittendolo con allineamenti paralleli e con incroci, ottenne risultati così ricchi di chiaroscuro da conferire al disegno una terza dimensione. Senza avvedersene, Leo stava trasferendo a carta ogni sua pur sottile intenzione, ogni impeto, ogni trasalimento: da quella prova dipendeva il suo destino. Quei segni che stava tracciando con forza quasi rabbiosa, esprimevano le sue gioie, le sue ambizioni, i suoi passati dolori e le speranze, tutto il suo entusiasmo per la vita che gli era stata concessa. Aveva terminato quando, dal rumore dei passi, capì che il Maestro stava rientrando. Rimase seduto aspettando che si avvicinasse, e quando se lo sentì accanto si girò verso di lui per cogliere, dalle espressioni del volto, l'esito della prova. Trivisonno, solitamente pallido, era diventato rosso e con gli occhi spalancati, immobile, dopo aver guardato a lungo il disegno rimasto sul tavolo, schiarendosi la voce, disse: – Su, continua! E Leo ebbe la certezza che la sua ostinatezza e la sua fede avevano vinto: sarebbe diventato pittore. Michele Praitano Fonte: M. Venturoli e M. Praitano, G. Leo Paglione, Palladino, Campobasso 1999.
- Leo Paglione: la realizzazione di un sogno (II)
In questo stato d'animo corse a mostrare il giornale al maestro, il quale, vedendolo così eccitato, tentò di convincerlo di aver preso un abbaglio, che quello era un lavoro da poco. Ma Leo ormai aveva deciso: sarebbe arrivato a Trivisonno, a qualunque costo. Era la fine dell'autunno e, siccome di solito nei mesi invernali non c'era lavoro, disse al pittore che desiderava tornare a casa per qualche tempo, ma quegli, intuendo che se fosse partito non l'avrebbe più rivisto, gli negò il consenso. Senza scoraggiarsi Leo, al verde com'era per non avere mai ricevuto una paga, si fece prestare cinque lire da un arrotino amico di famiglia che risiedeva a Termoli, e il giorno dopo era a Campobasso, ospite del fratello bastaio che, sposato, viveva ormai nel capoluogo. Appena ambientato nel nuovo asilo, si recò nella Cattedrale per vedere dal vero l'affresco che tanto lo aveva affascinato: un'"Ultima cena". Imponente! La figura del Cristo irradiato di luce divina, al centro della scena; intorno una moltitudine di figure, tutto un mondo di discepoli, personaggi biblici; sulla sinistra, verso il basso, il re-sacerdote Melchisedec nell'atto di offrire il pane e il vino al Signore; sulla destra, Malachia rivolto sdegnoso ad un gruppo di sacerdoti, e, in alto, la figura dell'Eterno Padre in estatica beatitudine, lo inebriarono, lo mandarono in visibilio. Il giovane guardava il tutto rapito, e dai mutevoli atteggiamenti manifestava emozioni, stupore, interrogativi, quasi avesse stabilito con quei personaggi un muto appassionato colloquio. Staccato lo sguardo dall'affresco, dopo un tempo difficile da calcolare, guardando attorno, vide un altro affresco che entrando non aveva potuto notare posto com'era sulla porta d'ingresso. Rappresentava "La moltiplicazione dei pani e dei pesci": un tema grandioso. Genialmente concepito dal giovane artista, sebbene interrotto dal vuoto della porta, l'affresco non perdeva nulla della sua grandiosità: il Cristo in atto di dispensare il cibo, i discepoli e tutti gli altri personaggi raffigurati sembravano veri, vivi e palpitanti. Nel tempo venne a sapere che, volendo il pittore lasciare su questo dipinto un'impronta del suo tempo, aveva dato ai vari personaggi le proprie sembianze, quelle dei suoi familiari e di alcuni amici campobassani. Leo, tentando di immaginare l'ispirazione dell'artista, non era più spettatore ma attore. Era il mistero della luce dell'arte a suscitare in lui quelle sensazioni sospese tra realtà e sogno, tra verità e immaginazione. Fu un acuto dolore al collo a farlo tornare alla realtà. Uscì dalla chiesa stordito e con una certezza: avrebbe incontrato Trivisonno e lo avrebbe avuto come masetro. Intanto i giorni passavano ed egli, per non essere di peso al fratello che l'ospitava, lavorava con lui e però sempre pensando ed aspettando il momento opportuno per farsi conoscere dal Trivisonno. Un giorno, da voci circolanti nella città, venne a sapere che le autorità ecclesiastiche, soddisfatte dei lavori eseguiti dal Trivisonno nella Cattedrale, avevano deciso di affidare a lui il compito di completarne la veste pittorica, anche perché erano rimasti colpiti dal suo grande amore per l'arte ispirata a motivi religiosi. La parete da affrescare questa volta sarebbe stata quella della cappella del Rosario. Vennero montate le impalcature, sistemati i diffusori di luci ed il pittore, aiutato dal muratore che gli avrebbe preparato l'arriccio e l'intonaco, dette inizio al lavoro. Il giovane Paglione, che da giorni aspettava impaziente, entrato con i fedeli nella Cattedrale, giunto vicino all'impalcatura, furtivamente si infilò otto le tavole e, attraverso qualche spiraglio, cominciò a sbirciare l'artista intento al lavoro. Finché rimase immobile, la sua presenza non venne notata, ma spostandosi per vedere meglio, provocò un rumore che richiamò l'attenzione del pittore, il quale, avvedendosi della sua presenza, gli intimò ruvidamente di allontanarsi. Leo scappò via impaurito, deluso, sconfitto... ma non vinto! Tanto che il giorno dopo tornò ancora e così fece nei giorni successivi prendendosi tranquillamente sgridate e mugugni, finché il pittore, visto che il ragazzo guardava e osservava in assoluto silenzio, ne accettò la presenza. Era il primo passo, la prima conquista. E infatti, qualche giorno dopo, mentre attraversava la "Villetta Flora" si trovò quasi di fronte il Maestro fermo davanti al negozio di colori del padre, in atteggiamento di persona grave e pensosa. Qualcosa gli disse che quello era il momento buono per affrontarlo, sicché corse a chiamare il fratello per farsi accompagnare e presentare, finalmente, la sua richiesta al Maestro. Parlò il maggiore e, purtroppo, ottenne un rifiuto: il pittore non poteva permettersi di assumere un ragazzo nel suo studio perché non aveva da corrispondergli una mercede... Era la fine di un sogno. Leo si stava allontanando lentamente quasi in lacrime, quando si sentì chiamare: il buon Trivisonno aveva colto la profonda delusione del ragazzo, e, volendolo rincuorare e non trovando parole adeguate, lo invitò a visitare il suo studio. Michele Praitano Fonte: M. Venturoli e M. Praitano, G. Leo Paglione, Palladino, Campobasso 1999.
- Leo Paglione: la realizzazione di un sogno (I)
Chi oggi, partendo da Campobasso con un'auto di media cilindrata, volesse recarsi a Capracotta, la nostra ridente, frequentata stazione climatica estiva e invernale, potrebbe giungervi in meno di novanta minuti. La strada, ottimamente bitumata e con curve ben tracciate, grazie anche a viadotti e gallerie, non fa avvertire al viaggiatore il sensibile sbalzo d'altitudine che lo porta a 1.421 metri. Della vecchia "provinciale 70", restano solo le bellezze del mutevole paesaggio montagnoso ed il suggestivo attraversamento del bosco di Staffoli. Ma settant'anni fa non era così. Tortuosa, con ripide salite ed il fondo di solo pietrisco, quella via sottoponeva le rudimentali auto del tempo e i malcapitati viaggiatori a sforzi tali da scoraggiare i meno intrepidi, in particolar modo nella lunga stagione invernale quando le nevicate, allora così abbondanti da superare i due metri, paralizzavano la vita di quei luoghi. Per giorni e giorni, nel "paese dei carbonai", non si poteva uscire dalle case sepolte dalla neve, il cui interno era illuminato da lampade ad olio dato che l'energia elettrica mancava, a volte, anche per mesi. Il riscaldamento, poi, era affidato al camino, almeno fino a quando la bufera, facendo traboccare il fumo, non costringeva gli abitanti a rifugiarsi nelle stalle per evitare il soffocamento. In una di queste modeste dimore abitava Pasquale Paglione. Uomo mite per natura, vi aveva messo su famiglia, allevato due figli ma la mancanza di lavoro lo aveva costretto ad emigrare in America dove rimase nove anni. Era lì allo scoppio della Prima guerra mondiale e prestando fede alle voci, false peraltro, secondo le quali agli italiani che non si fossero iscritti nei quadri dell'esercito non sarebbe stato mai più consentito il rientro in patria, ingenuamente si affrettò ad arruolarsi e di conseguenza partecipò alle operazioni di guerra per tutti e quattro gli anni della durata del conflitto. Tornato finalmente a casa, si ritrovò con moglie, tre figli a carico ed un quarto in arrivo e senz'altra possibilità di lavoro che la pastorizia. L'accettò. Col solo rammarico di dover trascorrere la maggior parte dell'anno lontano dalla famiglia per via della transumanza, il trasferimento stagionale delle greggi. Per il resto, pur nella povertà, viveva tranquillo. I figli crescevano buoni e consapevoli: il primo imparava già il mestiere di bastaio - lavoro allora richiesto -, il secondo e il terzo frequentavano le elementari. Quest'ultimo, Giovanni Leo, aveva due passioni: lo sci e il disegno. In disegno a scuola era un vero portento, ma la maestra purtroppo non apprezzava quelle sue qualità. Fu un giovane talento, invece, un certo Ottorino Conti, chiamato a sostituire la maestra in permesso per malattia, a rilevarne le doti native e la spiccata inclinazione artistica. Conosciuta l'assoluta indigenza nella quale versava la famiglia, non potendo rinnegare la sua intuizione e rischiare di tradire una promessa dell'arte, si risolse a scrivere una lettera al direttore dell'Accademia del Disegno di Napoli spiegandogli il caso. Quel a lettera doveva essere davvero convincente e il dirigente dell'ateneo napoletano rispose subito offrendo al ragazzo l'ammissione gratuita all'Accademia. Restava però, purtroppo e irrisolvibile, il problema del sostentamento. Gli anni intanto passavano e Leo, finito che ebbe le scuole elementari, doveva decidersi ad imparare un mestiere. Fu così che, anche se di malavoglia, si unì al fratello maggiore che, come abbiamo già detto, lavorava in una bottega di bastaio. Ma quel lavoro non gli piaceva, lo rattristava, lo sentiva più faticoso di quanto realmente fosse. E intanto sognava. Sognava di poter disegnare e dipingere, di poter un giorno creare opere simili a quelle che guardava estasiato sulle poche e modeste riproduzioni d'arte che gli capitavano tra le mani, sulle quali restava in contemplazione per ore prima di tentare di riprodurle a matita su fogli di carta che poi conservava gelosamente. Aveva poco più di quindici anni quando, avendo saputo di un bravo pittore che viveva a Termoli - del quale non ricorda più il nome - fu subito preso dalla smania di andarlo a trovare. Fu tanto fermo in questa sua decisione che i fratelli più grandi non se la sentirono di rifiutargli il loro aiuto. Si recò così a Termoli, conobbe il pittore e ottenne di poter restare con lui. Ma al piacere iniziale di veder avviata la realizzazione del suo sogno, ben presto subentrò la delusione. Il pittore era mediocre. I suoi lavori erano ben lontani da quelli tante volte ammirati sulle illustrazioni e tanto intensamente da averli sempre impressi nella mente. Questi non avevano forza, non suscitavano emozioni. Che insegnamento avrebbe potuto averne? Ciò nonostante decise di rimanere: era meglio che niente e poi... qualcosa poteva sempre accadere. Ed infatti, dopo qualche tempo, qualcosa accadde. Un giorno gli capitò tra le mani la pagina di un giornale molisano che riportava la fotografia di un affresco eseguito da un giovane pittore campobassano, Amedeo Trivisonno, nella Cattedrale della sua città. Il ragazzo ebbe un sussulto. Quello era il tipo di pittura che gli appariva nei sogni: quella forza nelle figure, quelle espressioni nei volti, quei cieli, quell'insieme carico di tensioni. E poi un affresco in una chiesa lo vedeva già come una importante lezione sui valori dello spirito in nome dell'arte, un libro aperto a rappresentare la divulgazione di un'idea. Quello era un vero artista, perché la costruzione di un'opera come la sua poteva scaturire solo da immaginazione, osservazione e fervida preghiera, oltre che da maestria nel disegno e nella pittura. Michele Praitano Fonte: M. Venturoli e M. Praitano, G. Leo Paglione, Palladino, Campobasso 1999.
- Amore e gelosia (XLII)
XLII "Però... Non mi deve trovare che lo aspetto qua fuori al buffet... Ci faccio una brutta figura... ora mi allontano, anzi vado a fare il biglietto per Napoli e rientro in stazione. Lui sarà uscito dal bar e penserà che io sto appena giungendo... sì, meglio così"... Ed Elisa si avviò verso la biglietteria, vi giunse e fece un biglietto per Napoli, poi rientrò verso la partenza dei treni. Una piccola folla si era formata sulla banchina e la giovane dovette farsi largo quasi a spinta: il diretto era in arrivo e tutti si accalcavano per non perderlo. Non era più possibile vedere o farsi vedere: non era stata una buona idea quella di allontanarsi. A peggiorare le cose, ecco che un sibilo prolungato si diffuse nell'aria, seguito da uno sbuffo inconfondibile: il treno stava entrando in stazione e il vapore liberato nell'aria stava inondando tutta la banchina. Non c'era molto da poter fare: o tornare indietro o salire sul treno, doveva decidere, adesso e subito... Salvatore udì il sibilo e si riscosse: stava ascoltando il professor Califano che si era rivelato un vero affabulatore: gli stava parlando della canzone napoletana e in proposito aveva grandi idee... – Il treno! È giunto, devo prenderlo... Professore scusatemi, nun me dite niente, ma mò me ne devo andare, parlamme meglio n'ata vota... grazie per il caffè e la sfugliatella... – Iate, iate, maestro! È stato un onore per me, un grande onore! E quanne venite a Nocera a trovare la bella donna Elisa, se ci incontriamo posso... – Ma certo, professore, certo... ma ora devo... – e senza aggiungere altro il poeta uscì dal buffet e si ritrovò tra la calca in attesa come lui di salire sul treno. Il convoglio entrò finalmente in stazione rallentando tra stridii di freni e continui sbuffi di vapore che uscivano dalla locomotiva. La gente si tirò indietro per non essere investita dai getti caldi e le varie vetture di prima, seconda e di terza classe sfilarono sempre più lentamente fino a fermarsi definitivamente con un sussulto. Le porte si aprirono e i viaggiatori provenienti da Salerno e Cava diretti a Nocera presero a scendere: la ressa allora aumentò ancor più tramutandosi quasi in una vera e propria massa confusa. Ma era solo apparenza, l'ordine c'era e quando la folla si diradò rimasero solo i nuovi viaggiatori diretti verso Napoli o qualche stazione intermedia: ora bisognava salire. E don Salvatore così fece: dopo aver dato la precedenza alle donne, come era buona educazione fare a quei tempi, si inerpicò anche lui su per i gradini del vagone di seconda classe e infine si sedette. Pochi minuti e si udì un trillo sibilante: era il fischietto del capostazione che autorizzava il treno a partire... Lentamente, quasi con dispiacere e con fatica, il convoglio si rimise in moto, tutte le vetture seguirono la locomotiva che tirava, tirava ed emetteva vapore a tutta forza. Uscirono finalmente dalla stazione e anche il diretto, libero ormai dalla forza di inerzia che prima voleva trattenerlo, iniziò ora allegramente a prendere velocità. "Un'oretta al massimo e sono a Napoli", pensò don Salvatore, mentre si accomodava in una delle poltrone a tre posti della seconda classe. Si guardò intorno: il vagone era pieno, era stato fortunato a trovare posto, e nel corridoio c'era anche qualcuno in piedi. "Bene, mi farò una piccola dormitina e il tempo passerà più velocemente... Però, la sfogliata era davvero buona, e anche il caffè! 'A prossima vota faccio nu cartoccio pe mammà"... Francesco Caso
- Sebastiano Di Rienzo
Presiedere l'Accademia dei sartori, la più antica associazione al mondo dedicata all'abbigliamento, non è cosa da poco. La prestigiosa istituzione ha oltre quattro secoli di esistenza alle spalle, essendo nata nel 1575. L'attuale Accademia nazionale dei sartori, che dal 1947 riunisce circa 250 maestri del "su misura", trae infatti origine e tradizione dall'antica Università dei sartori voluta da Papa Gregorio VIII poco dopo la metà del cinquecento, mentre Torquato Tasso terminava i venti canti della "Gerusalemme liberata" e il Veronese iniziava gli affreschi di Palazzo Ducale a Venezia. Altro che grandi opere e ponte sullo Stretto. Ecco perché Sebastiano Di Rienzo, capracottese a Roma ma anche cittadino del mondo, da anni presidente del prestigioso convivio, è di diritto uno dei molisani che fanno massimo onore alla sua terra. Se la sartoria è un'arte, il Molise, attraverso un alto numero di sartori che hanno saputo trasmettere la propria creatività a questo mondo elitario, ha contribuito non poco alla sua crescita e alla sua affermazione. A livello mondiale. Perché la scuola italiana della sartoria su misura è conosciuta ed apprezzata in tutto il pianeta: per politici che hanno segnato la storia (è il caso di Gorbaciov ma anche di Tito), per attori che hanno vinto premi Oscar, per scienziati di fama (è l'esempio di Dulbecco) il concetto dell'abito cucito a mano è stato sempre legato ad una dimensione di prestigio e di esclusività. Molti molisani hanno lasciato la propria terra con ditale e aghi. Riuscendo poi ad affermarsi in tutto lo Stivale e nel mondo. Capracotta vanta una tradizione unica in tal senso: il caposcuola della sartoria italiana su misura, Ciro Giuliano, era originario proprio del centro altomolisano. Sebastiano Di Rienzo è uno dei suoi degni discendenti. Perché molti capracottesi, anche a Roma, svolgono l'attività di sarto. Con successo. Quando taglio e cucito fanno grande il "Made in Italy" Entrare nel suo laboratorio è un'emozione. Sebastiano Di Rienzo, originario di Capracotta, ci accoglie nel suo studio-atelier tra modelli e la pila di riviste e foto accumulate in quasi quarant'anni di attività di sarto-stilista. Oltre ad aprire il suo atelier (moda donna) e il suo studio di modellistica, ha creato rapporti con le signore più prestigiose del mondo, estendendo il suo lavoro all'insegnamento. Di Rienzo, infatti, è docente di modellistica all'Istituto europeo di design a Roma da venti anni. Segretario nazionale dell’Accademia dei Sartori e segretario generale dell’Accademia mondiale dei sartori, è riuscito - è il caso di dirlo - a "ritagliarsi" un ruolo di prestigio nel panorama della moda italiana e internazionale vantando anche una serie di pubblicazioni: "Tecnica della moda", "Professione moda" e "Moda nell'industria". Di Rienzo è anche collaboratore della rivista "Tutto Motori" sulla quale cura una rubrica di moda e costume. A lui sono state dedicate tre tesi di laurea, segno che professionalità e talento gli hanno permesso di essere annoverato tra i migliori sarti del nostro Paese. Intervista a Sebastiano Di Rienzo Domanda: – Di Rienzo, com'è nata la sua passione per la moda? Da dove ha mosso i primi passi? Riposta: – All'età di dieci anni e mezzo avevo già finito le scuole elementari. Fu la mia famiglia ad indirizzarmi verso la sartoria. Mia nonna disse: «Il ragazzo è delicato, gli facciamo fare il sarto». L'apprendistato l'ho fatto presso Giovanni Borrelli, conosciuto come il migliore. Una lunga gavetta culminata a ventidue anni con l'assunzione, in qualità di tagliatore modellista, dal noto stilista Valentino. Lessi un'inserzione su un giornale e così mi presentai nelle case di moda più prestigiose ma fu Valentino a volermi prima come capogruppo. Da lui sono stato tre anni e mezzo, poi ho creato una mia attività. Ma prima dell'esperienza romana c'è stata un'altra importante avventura, quella a Como, come apprendista nel 1957 nell'atelier di Angelo Casale di Bojano. È stato lì che mi sono avvicinato alla moda femminile perché la moglie di Casale confezionava vestiti per donne e io la aiutavo. Sempre perché avevo un particolare tocco, quella grazia che in genere i ragazzi non avevano. D: – La mantella capracottese, il "cappotto a ruota", il tabarro. Sono tutti termini coniati da lei ed assunti a livello nazionale, persino al "Maurizio Costanzo Show"... R: – Il tabarro capracottese (che ci mostra provandolo) sarà uno degli oggetti di una mostra che il museo d'arte moderna di Villa Giulia esporrà insieme ai libri. D: – Poi l'incontro con la cultura orientale, la Cina. Come definirebbe questo incontro? R: – Tutto è iniziato nel 2002, quando ero presidente dell'Accademia dei Sartori. Fui contattato dal Comune di Tianjin, il porto di Pechino, e da allora è iniziato un sodalizio che continua ancora oggi e che ha permesso all'Accademia dei Sartori di esportare il binomio creatività e qualità in un Paese che sta cercando di occidentalizzarsi ma che risulta essere molto lontano, per cultura e tradizione, dai livelli raggiunti dalla moda italiana. Oggi circa l'8% dei cinesi è ricchissimo, contrariamente a quello che si pensa. I cinesi puntano a crescere soprattutto nell'oreficeria e nella sartoria, ma per farlo hanno bisogno di ispirarsi a modelli che non hanno nel loro Paese. Sono molto corteggiato dall'associazione degli industria dell'abbigliamento di Tianjin, che è l'unico vero insediamento italiano in Cina, che vorrebbe aprire un negozio con il mio marchio. Dal 2002 ad oggi sono stato in Cina sette volte, tre nell'ultimo anno. Segno che questa partnership è destinata a cementarsi. Ho portato il Molise anche lì, visto che la mia regione è sempre nel mio cuore. Ho organizzato l'elezione di Miss Capracotta, un vero e proprio concorso di bellezza, cercando di veicolare il concetto di intreccio di culture e di tradizioni. Ogni volta che mi reco in Cina, resto senza parole di fronte alla loro cultura, al loro senso di ospitalità. Credo che per l'Italia e per l'Europa oggi la Cina rappresenti una risorsa importante. D: – Deve essere una bella soddisfazione per lei, aver esportato addirittura in Cina uno stile, la sua moda. Ma quanto è stata influenzata dalla cultura orientale? R: – Sono orgoglioso di essermi fatto portatore di un scambio di culture anche grazie all'importante contributo di Maria Luisa Fratamico, di origine molisana, che cura i miei rapporti con la Cina. Oltre ad aver studiato in Cina, Maria Luisa è una grande appassionata della cultura cinese e conoscitrice delle loro attività industriali. Tornando all'influenza della cultura sui miei abiti, inevitabilmente in qualche creazione si nota un influsso orientale, di forme. Gli abiti esprimono sempre una sensazione, parlano delle esperienze che si fanno, evocano immagini che restano impresse nella mente. Come è capitato, ad esempio quando, per realizzare un abito, l'ispirazione mi è venuta dal titolo di un giornale che paragonava gli ultimi giorni di papa Wojtyla ad un angelo muto. Beh, quelle parole mi hanno evocato un'immagine che io poi ho trasformato in creazione. Dalla Cina, alla Thailandia, passando per l'Arabia Saudita e il Kuwait, New York, Barcellona e Atene, Di Rienzo ha portato nel mondo passato, presente e futuro in un mix esplosivo che ne esalta l'eleganza, lo stile inconfondibile, inossidabile con il trascorrere del tempo. Un viaggio che lo ha condotto a vivere il periodo più esaltante del nostro Paese - gli anni Sessanta - quelli che Di Rienzo ricorda «non volgari, quando la gente era semplice» e che oggi rivivono nelle sue creazioni. Saranno oggetto di una sfilata di cui è ancora tutto top secret. E di cui non potremo non parlare nella prossima puntata di questa affascinante avventura tra il gusto del bello. Ida Santilli e Giampiero Castellotti Fonte: https://www.forchecaudine.com/, 11 settembre 2019.
- La Chiesa
Il rione della Chiesa non si riconosce quasi più da come era una volta, prima della ricostruzione. Era il nucleo originario del paese, chiamato la "Terra Vecchia", delimitato da una parte dalla torre e dall'altra dalla chiesa stessa. Un agglomerato di casupole, con i tetti ricoperti dalle lisce, strette l'una all'altra come per sostenersi, da buone sorelle, nella buona e nell'avversa sorte. Quelle soprastanti si elevavano a strapiombo sul dirupo roccioso, i "Ritagli", ed erano, come punte avanzate di uno schieramento, le più esposte ai rigori dell'inverno. Andavano dal campanile, presso il quale c'era il negozio di zi Lollo Carbone e la bottega dell'orologiaio, fino alla farmacia di don Filiberto. Esse facevano da riparo alle altre più in dentro ed anche al piccolo spiazzo in pendenza di fianco alla Chiesa. Correvano tra la prima e le altre file di case due anguste viuzze, via San Sebastiano e via Carfagna, dove la neve d'inverno rimaneva a lungo ghiacciata, anche fino ad aprile, se non veniva rimossa a colpi di piccone. Quando rugghiava la tormenta, pareva che le povere case rabbrividissero anch'esse come i loro occupanti. Fortuna che avessero a baluardo e protezione la torre e la chiesa! La torre la ritroveremo più avanti, almeno in effige. La chiesa è lì con la sua bella facciata barocca di pietra bianca del Monte, a cui il tempo ha donato una lieve patina color ambra chiara. In quegli anni lontani sopra alla Chiesa c'era tanta gente. La spina del piccolo borgo era la via Carfagna. Essa, partendo dalla torre, saliva in leggero pendio fino alla chiesa. Lì, nelle giornate di sole, sferruzzavano le vecchiette, sedute sulla soglia di casa; ai loro piedi c'era sempre un folto gruppo di marmocchi, indaffarati nei loro trastulli. Uscivano dal forno di Gaetano il fornaio le donne coi canestri pieni di grossi pani freschi, che spandevano all’intorno il loro fragrante profumo. Nelle occasioni, Gaetano sfornava pizze di pandispagna, taralli, ciambelle e allora i bambocci si appostavano lì davanti, sgranando gli occhi e dilatando le narici. Giù per la scalinata di San Vincenzo aveva il suo povero abituro Antonino di Rucchètte. Lui e la moglie la sera, appena l'imbrunire, spegnevano per risparmio il fuoco del camino e si rintanavano nel letto, al buio, non potendo permettersi il lusso della luce elettrica. La mattina presto se ne andavano al lavoro, in campagna. Pappascióne Pappascióne scendeva dalla sua stamberga sopra alla Chiesa, vicino a Tore il calzolaio, col volto atteggiato ad un eterno sorriso e i due grossi denti superiori sporgenti, armato di ramazza. Procedeva piano, masticando un tozzo di pane. Arrivato giù sulla strada, cominciava a ramazzare, muovendosi a piccoli passi e dimenandosi sui fianchi per via di quei suoi poveri piedi deformi. Spazzava con zelo, caricava la carretta, lasciava la ramazza per accorrere alla chiamata della guardia municipale. Laborioso, di animo semplice e buono, Pappascióne non si rifiutava mai, se qualcuno gli richiedeva qualche lavoro fuori servizio. La mercede? Un bicchiere: tutto lì. E sul volto sempre quel suo sorriso beato, un po' incantato, da uomo semplice e buono. Lucia di Milione Da via Carfagna scendiamo alla "Rufa di Milione". Qui troviamo Lucia con la mamma Marosa e la sorella Irene. La loro casa consisteva in un povero cucinino con le pareti annerite dal fumo e un paio di stanzette col soffitto e il pavimento a travature di legno con quattro tavole inchiodate sopra, sempre traballanti. Irene aveva adibito a sala - così diceva lei - una delle camere, quella del fratello Fiore e del nipotino Emilio, che avevano lasciato tragicamente la vita fra i peri e i carpini fasciati d'edera della Difesa. Nelle giornate d'inverno - così lunghe per lei - mentre Irene accudiva alle faccende di casa, Lucia, se non era in chiesa alle funzioni o in casa dei vicini, se ne stava accanto al fuoco, mezza imbarbogita. Ai lavori domestici era riluttante, perché essa non era fatta per la casa. Il suo ambiente, il suo humus, per così dire, era la campagna. Alle prime avvisaglie della primavera non la trattenevi più. Si preparava e correva a fare un sopralluogo. Esplorato il terreno, cominciava le sortite quotidiane in cerca delle primizie che la campagna, ormai risorta, le poteva offrire. Si metteva un pezzo di pane, quando c'era, nel fazzolettone e se ne andava. Pasqualino il fornaio spesso la vedeva passare di buon'ora e quando s'accorgeva che Lucia era a secco, le faceva segno di entrare. Come per una tacita intesa, essa prendeva il fazzolettone per una cocca e lo scrollava. Sorridendo Pasqualino provvedeva. E Lucia andava. Veniva prima il turno delle cicorie e delle casselle dal sapore forte e amarognolo, poi dei teneri boccarossi, dei tanni, dei cicorioni; più tardi c'erano le fragole, i lamponi, i funghi, specialmente i funghi. Conosceva tutte le fungaie degne di questo nome, e tutte le specialità. I preferiti erano i prataioli con il loro cappello bianco lucente e le lamelle marrone, che sapevano di sole, di aria, di prati verdi. Un giorno la incontravano sopra alla Piana del Monte, un altro giorno alle Matasse Nere, un altro alla Valrapina in cerca di fiori di camomilla e di malvone. A sera tornava stanca ma con un'aria di contentezza diffusa sul volto abbronzato, e andava nelle case ad offrire, per qualche soldo o per qualche cosa in natura, le sue raccolte del giorno. Quando l'amica natura, stanca di donare a Lucia di Milione le sue cose, si preparava al sonno invernale, l'infaticabile cercatrice le strappava, tra sbuffi di vento e scrosci di pioggia, rametti di agrifoglio e di vischio per il presepio dei bimbi. Una mattina Lucia, Irene e Marosa se ne andarono per ceppe su a Monte Campo. Nel fazzolettone non c'era niente perché la madia era vuota. Fecero il loro bel fascio, se lo misero sul capo e presero a scendere. Lucia si lamentava per i crampi allo stomaco. Giù a Santa Lucia, buttò il fascio e sconfinò nel primo terreno coltivato a patate, a portata di... piedi, e ne fece una grembiulata. Appena a casa, lessarono le patate e le mangiarono; uno stimolo per l'appetito di Lucia, che riprese a lamentarsi. – Roba rubata non ha mai saziato – esclamò allora Marosa e, preso lo scialle, corse dai proprietari del campo invaso. – Sono venuta a confessarmi – disse e raccontò tutto e finalmente si sentì l'anima leggera. Quelli, gran brava gente, si dettero pena e vollero che Marosa accettasse del pane e le dissero che se ripassavano vicino al loro terreno, potevano cogliersi, senza complimenti, le patate che volevano. Venne anche per Lucia di Milione la stagione del riposo. Stanca, piena di acciacchi, seduta accanto al grande camino, nero di dentro e di fuori, sognava le verdi radure dietro alla Selletta, i lamponi rosso-vino sopra alle Macerie, le fungaie delle Coste della Cerreta, ricche di prataioli. Paganini Paganini abitava sopra a San Vincenzo, nella piazzetta che allora portava il nome di Calzella Carfagna, il generale di origine capracottese, che, come ricorda don Luigi nel suo libro, partecipò nel 1529, come capitano generale dell'artiglieria imperiale di Carlo V, all'assedio di Firenze e di Volterra, ove perse la vita. La casa di Costantino Giuliano si distingueva un po' dalle altre della Chiesa per il discreto fastigio che le derivava dall’essere stata una casa di benestanti, forse di nobili. A pianterreno c'era un piccolo negozio di alimentari dove trovavi comare Gemma, affabile e premurosa. Al piano superiore, la sala aveva l'aspetto di un piccolo laboratorio. Attrezzi da lavoro e aggeggi vari un po' dappertutto. Paganini era in un certo senso il factotum del paese. Addetto al servizio idrico e al sevizio meteorologico, si intendeva di tutto: di elettricità, di orologeria, di rubinetteria, perfino di auto. Non si tirava mai indietro, sempre pronto ad intervenire per prestare la sua opera, spesso gratuita. Si faceva benvolere da tutti per il tratto onesto, cordiale, signorile. Nei pomeriggi invernali scendeva dagli amici e dai compari della via Nuova e si tratteneva conversando amabilmente fino a tarda sera, centellinando un bicchiere di vino, che egli posava, tra un sorso e l'altro, sulla mensola del camino. Le ore volavano con compa' Costantino, narratore facondo e avvincente. Anche per questo vive nel ricordo e nel cuore di tutti. I sacrestani Dietro all'arco di Mercallò abitava Cianuccio il sacrestano, che dominava incontrastato in tutto il settore della chiesa. Faceva anche il calzolaio in un localuccio rimediato in casa del suocero, il vecchio sacrestano. Svelto, attivo, lo vedevi correre qua e là, sempre indaffarato, dalla sacrestia al coro, all'altare, ai banchi. Faceva di corsa persino la questua. Accorreva, solerte, ad ogni chiamata. Redarguiva i ragazzi ciarlieri e zittiva pure, con garbo, ma con fermezza, le donne petulanti. Quando era cattivo tempo, Cianuccio correva dall'Arciprete per accompagnarlo in Chiesa. Lo vedevi mentre lo sorreggeva, premuroso, lungo la scalinata sconnessa, ricoperta di ghiaccio, che menava su al sagrato. Quando se ne andò, lasciò un gran vuoto. Prese il suo posto Giustino, che faceva il decoratore. Fra un'attività e l'altra, Giustino, quando possibile, correva a farsi una partita a tressette, gioco in cui era ritenuto, e a ragione, un maestro. Se capitava, si faceva anche un bicchiere in compagnia, e cantava allora vecchie canzoni paesane con voce calda e accorata. Cantava anche in chiesa alla messa cantata, su all'organo, e all'Ufficio, quando le mansioni di sacrista glielo consentivano. Sempre pieno di garbo con tutti, si moveva tra le navate, silenzioso, discreto, a passi felpati. Domenica delle Palme I ragazzi si recano alla prima messa per presenziare alla benedizione delle palme. Aspettano fuori, sul sagrato, la distribuzione, vociando. Il sacrestano esce dalla chiesa con un gran fascio di ramoscelli d'olivo sotto il braccio e, agile, salta sulla base del pilastro, a destra della scalinata, per fare le cose a modo. La frotta chiassosa fa ressa intorno a lui. Tutti tendono le mani: «A me, Cianù, a me!»... Comincia la distribuzione, ma, ad un certo punto, quando il trambusto raggiunge il colmo, Cianuccio, persa le pazienza, impugna rapidamente una manciata di rami e cala colpi su colpi su chi capita capita. La gragnuola fa effetto. Ad acque calmate, riprende la distribuzione e tutti, pienamente soddisfatti, entrano in chiesa con le palme in mano per partecipare al rito della benedizione. Dopo la chiesa, i ragazzi corrono dai parenti e dagli amici di famiglia ad offrire generosamente il segno della pace, nella speranza, s’intende, che qualcuno di essi metta mano, con altrettanta generosità, al portazecchini. La Settimana Santa Il pomeriggio di mercoledì santo cominciava la scurdla. Per l'occasione tutti i ragazzi tiravano fuori i vecchi arnesi del fracasso: tic-tac, ranocchie, frarelli; si spendevano dai piuoli le cuccirelle, le regine dello schiamazzo. Nei giorni precedenti si facevano i preparativi e si affilavano, per così dire, i ferri del mestiere, e per tutte le strade era un continuo ticchettio di tic-tac, gracidare di ranocchie, gracchiare di frarelli. I ragazzi che ne erano sprovvisti correvano a scapicollo sotto a zi Vincenzo, papà Ciénze per tutti i bambini, per chiedergli, a nome delle mamme, i più piccoli una tic-tac, i più grandi una ranocchia; il frarello non era pane per i loro denti. E papà Ciénze, sempre di manica larga con i bambini, a nessuno negava una tic-tac; per la ranocchia, la cosa era meno facile perché per farla ci voleva tempo, ma non rimandava indietro nessuno con il muso lungo. L'atteso pomeriggio tutti davanti al sagrato a fare le prove. Cianuccio doveva fare buon viso questa volta. L'eco del frastuono arrivava in piazza e sinanche sopra al Colle. Poi la funzione cominciava e, al momento giusto, quando l'Arciprete dava il segnale, battendo tre colpi di pertica sul tappeto, davanti all'altare, scoppiava fragorosa, assordante, irrefrenabile, la scurdla. Anche le bambine facevano la loro parte con mazzetti di chiavi che facevano tintinnare velocemente. Le donne si turavano le orecchie e Cianuccio cercava di frenare l'impeto dei più scalmanati, allungando pure qualche scappellotto: quando ci voleva, ci voleva! Il rito, che probabilmente derivava dalle antiche sacre rappresentazioni e che voleva rievocare quel momento della Passione, quando Cristo fu legato alla colonna, insultato e percosso, si ripeteva tutti i pomeriggi fino al sabato santo. Il giovedì santo, a mezzogiorno, si legavano le campane in segno di lutto e da quel momento fino alla Gloria giravano per il paese le cuccirelle per dare gli avvisi sacri, ed ogni bambino, sentendole strepire per le vie, sognava di essere prescelto da Cianuccio il sacrestano per entrare a far parte del manipolo dei cuccirellari. Il sabato, al momento della Gloria, quando si scopriva il lenzuolo sull'altare e compariva Cristo risorto, la scurdla si ripeteva per l'ultima volta con rinnovato fragore. Mentre lo strepitio smoriva, si levava, alto e solenne, tra gli allunghi di zi Vincenzo l'organista, il canto della Resurrezione, accompagnato dall'organo aperto a tutto registro. Le note dell'inno calavano di tono e scendevano dolci e suadenti nell'animo, che si sentiva pervaso da quell'inesprimibile senso di pace che il mistero pasquale emanava. L'Ufficio domenicale La domenica, alla prima messa, si cantava l'Ufficio della Madonna. Ricordiamo. È una domenica d'inverno, con la neve. Il sacrestano ben presto, con l'aiuto di un ragazzo della Chiesa, prepara i grandi bracieri e accende la carbonella, che mette poi a sfocare sul sagrato. Alle otto cominciano ad arrivare i cantori, confratelli della Congregazione, avvolti nei grandi cappotti a ruota col colletto di astrakan, e siedono attorno ai due bracieri, chi di qua chi di là, a seconda del posto occupato nei cori. In attesa dell'inizio dell'Ufficio, si scambiano qualche parola sul tempo. Qualcuno prende la paletta in mano e assesta la carbonella, coprendola torno torno con la cenere calda e cercando, anche per una inconscia esigenza estetica, di rendere il mucchietto di brace quanto più possibile simile a un cono. All'arrivo del priore, aprono i vecchi libri ingialliti dell'Offizio della B. V. Maria e il rito comincia. Il priore recita la Salutazione e i cantori cominciano a salmodiare, cantando a cori alterni i versetti dei salmi e dei cantici. Intanto arriva qualche ragazzo e subito gli mettono in mano un libro dell'Ufficio, indicandogli la pagina e il versetto e incoraggiandolo ad unirsi al coro. Sperano i vecchi confratelli, così facendo, che la tradizione della congrega e dell’Ufficio si perpetui. Speranze vane... Alle antifone, il priore suona il campanello e un cantore, a turno, si alza e canta da solo. Poi i due cori riprendono. Eccoci alle Lezioni. La prima è lo stesso priore a cantarla, con voce chiara e intonata; le altre sono cantate dall’assistente o da uno dei cantori, sempre a turno. Il coro, unito risponde: amen. Siamo all'inno "O gloriosa Virginum": i due cori, al suono del campanello, si alzano e cantano un quaternario per ciascuno, con voce particolarmente patetica, ispirata. Poi, le Laudi. Quanto partecipato sentimento nel cantare le lodi della natura vivente e inanimata al Creatore! Il Cantico di Zaccaria è il capodopera dei vecchi cantori, confratelli della Congrega. I due cori cantano in piedi, all'unisono. Ce la mettono tutta. Il tono, si fa alto e vibrante. L'espressione dei volti è ispirata. Hanno certamente penetrato, essi, umili contadini e artigiani, l'intimo senso dei concetti espressi in quei mirabili versetti. Avvertono l'eterno ansito dell'uomo, del cristiano, per la giustizia e la santità; recepiscono il messaggio della salvezza; si rafforza nei loro cuori la speranza della misericordia. Con quanta passione la voce di Cenzitto Pettinicchio sovrasta le altre, pure così elevate e vibranti, ai versetti: «Illuminare his qui in tenebris sedent: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis»... I canti si spengono. Nei cuori permane l'eco di quella invocazione che è anche una promessa: facci luce, Signore, e dirigi i nostri passi per le vie della pace. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Amore e gelosia (XLI)
XLI Un groppo alla gola si era formato ad Elisa: non c'era, era già partito! Era arrivata tardi, tutti i suoi sforzi vani, il rischio di capottare col carrozzino, il cavallo che stava per rompersi una zampa, niente! Ed ora? Che fare? Se ne stava lì sulla banchina del primo binario, ritta e ansante, tutta sudata e respirando a bocca aperta, incurante del fatto che i passeggeri del treno giunto sul secondo binario sbucavano dal sottopassaggio e la guardavano con un misto di stupore e di interrogativo: non erano anni quelli, in cui una giovane donna della buona borghesia potesse offrire uno spettacolo simile senza prestare il fianco ai «perché? Ma che succede? Che è accaduto?». Pian piano, Elisa si ricompose e si calmò: meglio uscire e andare a recuperare il birroccino per tornare a casa, lo aveva affidato ad un cocchiere che conosceva di vista, che stazionava quotidianamente fuori alla stazione e offriva i suoi servigi con la carrozza per portare a casa qualche passeggero. Mestamente imboccò il corridoio che portava all'uscita... Il caso! Il fato! Quanta parte gioca nella nostra vita? Tantissima, in ogni momento! Ci tiene in pugno e scherza e si diletta con i nostri destini di ignari mortali... Decidi di andare a fare una passeggiata, giù alle scale ti ricordi che hai dimenticato di prendere il telefonino. Allora ritorni su e perdi 5 minuti del tuo tempo, sufficienti, no anzi quelli giusti, perché quando tu ridiscendi, incontri nelle scale una persona che non vedevi da tanto tempo. Vi salutate cordialmente, vi trattenete ancora per qualche minuto, infine vai. Prendi l'autostrada. Dopo una decina di chilometri la fila: che è stato? Chiedi, chi sa, chi inventa, chi dice di sapere e non sa niente. Alla fine si sblocca e passi: ci sono volanti, autoambulanze, chiedi di nuovo: un grave incidente, due morti e feriti. Quando è accaduto? Non più di 20 minuti prima. Fai un rapido calcolo: sì, avresti potuto trovarti coinvolto anche tu se... Ecco, è quel se, se, se, che condiziona la nostra vita e decide... Sull'uscita della stazione compare la bella figura di Assuntina, la sua giovane cameriera. – Signurì, e che facite ccà? Elisa avrebbe voluto evitarla, ma non poteva, la ragazza le voleva un bene dell'anima. – No, niente, volevo vedere l'orario dei treni... Ma tu piuttosto che fai? – Uh, aggia ire a Scafati a fa' nu servizio, aggia piglia' 'o diretto. – Eh, ma lo hai perso ormai, è partito! – Nooo, m'ha ditte 'o capo stazione che porta 20 minuti di ritardo, mò faccio 'o biglietto e... Elisa non l'ascoltava più! E allora... e Salvatore? Dove stava? Rientrò di corsa nella stazione: niente, si guardava in giro e.... il buffet! Sì, doveva essere lì... Si accostò alla porta a vetri del bar e lo vide: stava mangiando una sfogliatella, e anche con grande piacere, e conversava col professore Califano. Entrare non poteva: era sconveniente oltremodo che una donna entrasse in un esercizio pubblico senza essere accompagnata da un uomo. Doveva solo aspettare... e l'avrebbe fatto, fino in fondo! Si diede un contegno e si mise a camminare sulla banchina, mentre intorno a lei la stazione ferveva degli arrivi e delle partenze... Era il 1910, i treni erano fondamentali nella vita della gente di quei tempi, e la stazione di Nocera era uno snodo cruciale. Francesco Caso
- Una serata sotto le stelle: tra miti e leggende
Quante volte abbiamo trascorso una serata estiva all'aria aperta? Quante volte ci siamo fermati, da soli o in compagnia, a contemplare quelle piccole lucine tremolanti che hanno fatto sognare e incuriosire donne e uomini di ogni epoca? Quante volte, volgendo lo sguardo verso l'alto, abbiamo passato ore e ore in attesa di vedere una "stella cadente" per poter esprimere un desidero? E quante volte abbiamo desiderato sapere qualcosa in più di questi abitanti luminosi che ci accompagnano nelle notti, giorno dopo giorno? Bene, in Molise si può! Perché oltre a tre grandi osservatori astronomici (Castelmauro, Capracotta e San Pietro Avellana) c'è chi, in estate, organizza eventi notturni alla scoperta non solo di nozioni tecniche e scientifiche ma anche di tutti quei miti e leggende che narrano di stelle, pianeti e costellazioni. È così che appassionati del settore, condividendo il sentimento degli amanti del cielo notturno, hanno ideato le "serate sotto le stelle" e le "serate (g)astronomiche"; occasioni che legano la conoscenza di un luogo, che sia un paese o un determinato sito, la degustazione di prodotti tipici e la scoperta delle costellazioni e delle tante storie a esse associate. Ed ecco che scopriamo che il Grande Carro e l'Orsa Maggiore non sono proprio la stessa cosa, dietro queste costellazioni ci sono leggende che vanno dagli antichi Greci (con una delle tante storie riguardanti Zeus) ai Romani, e impariamo anche che la Stella Polare, facente parte dell'Orsa Minore o del Piccolo Carro, la possiamo trovare partendo da un'altra costellazione. Raccontiamo, inoltre, di molte costellazioni che hanno storie e leggende intrecciate tra di loro, come quella riguardante Cassiopea, Cefeo, Andromeda, Perseo, Pegaso e la Balena. E poi, ancora, delle stelle cadenti (che non sono in realtà vere stelle) e dei pianeti, della nostra Luna fino a Giove e Saturno. E non si osserva Venere ma se ne parla soltanto perché, in realtà, è un "pianeta diurno", che si può ammirare solo all'alba e al tramonto; tant'è che nel Medioevo lo si indicava con due nomi differenti, immaginando che fossero due pianeti diversi: Lucifero quello dell'alba e Vespro quello del tramonto. Come detto, però, non ci sono solo le stelle; sì, perché in molte delle nostre serate, prima di alzare gli occhi al cielo ceniamo tutti insieme, approfittando di qualche agriturismo o ristorante della zona per degustare deliziosi prodotti tipici. A seguire, poi, andiamo alla scoperta di qualche sito particolare, spesso sconosciuto ai più, dove raccontiamo storie affascinanti, in modo da riservare una parte della serata alle curiosità legate alla cultura di un territorio, oltre che alla sua gastronomia. Questa parte è importante e doverosa, non solo perché ci teniamo enormemente a far conoscere e valorizzare il Molise ma anche perché tanti siti, soprattutto archeologici, hanno riferimenti stretti con la mitologia, tanto greca quanto romana. Non dimentichiamo infatti che noi molisani siamo stati prima Sanniti (con notevoli scambi con la Grecia), poi abbiamo vissuto la dominazione romana. Tutti i miti narrati durante le serate e tutte le divinità menzionate, dunque, sono strettamente legati alla religione e alle credenze dei nostri avi. Quello dell'astronomia è un "mondo" ricco di misteri, curiosità e incanto, un mondo che possiamo sentire più vicino grazie all'aiuto di specialisti del settore che ci aprono le porte dei luoghi dove si possono fare le osservazioni celesti più belle ed emozionanti. Uno dei luoghi più interessanti d'Italia da questo punto di vista è sicuramente Monte Mauro, nel piccolo comune di Castelmauro dove, nel 2007, è stato realizzato l'osservatorio astronomico Giovanni Boccardi. Lo potremmo definire un sito "prescelto", dato che ha livelli di inquinamento luminoso e di polveri sottili tra i più bassi della nostra penisola; ciò significa che è uno migliori dove poter scrutare l'infinito spazio che ci circonda. Per queste particolari e privilegiate caratteristiche, è stata prevista qui l'installazione del prototipo del telescopio più grande del mondo: il telescopio NGGT. Una tecnologia ultramoderna in grado di arricchire di valore il paesaggio circostante e capace di produrre energia che «può essere immessa in rete o ceduta» come afferma il suo inventore, il professore Dario Mancini. Un progetto che porta l'Italia a essere uno dei Paesi più all'avanguardia nella ricerca astronomica. Mentre attendiamo di poter ammirare il cielo stellato con il telescopio più potente del mondo, suggeriamo di prendere parte alle visite guidate e ai laboratori che si organizzano su prenotazione proprio presso l'osservatorio. Questi regalano a tutti l'attraente opportunità di osservare gli spettacoli celesti in tutta la loro bellezza: ammirare gli enormi crateri lunari, la suggestiva corsa di una cometa, le atmosfere dei pianeti, affascinanti nebulose e tanti altri spettacoli astrali. In questo modo si possono condividere le stesse intense emozioni del grande scienziato greco Tolomeo, che disse: «Se osservo le orbite circolari degli astri io non tocco più la terra con i piedi, e sono vicino a Zeus e mi nutro a piacere con ambrosia, la bevanda degli dei». Fonte: https://molise.guideslow.it/, 6 agosto 2021.
- Baùùù... Baùùù!
Carmine Fiadino, mio zio perché sposò Gina Di Nucci, sorella di mio padre, per molti anni guidò pullman di linea. Abitava con la sua famiglia in via Rione Grilli e logicamente parcheggiava il pullman ad una certa distanza dalla sua abitazione. Abitava nella casa popolare sita a sinistra della villa comunale; per molto tempo ogni mattina partiva da Capracotta alla ore 5 e puntualmente, quando arrivava all'altezza del vicolo prima dell'ex caserma dei Carabinieri, un grosso cane furiosamente abbaiava. Ze Càrmene non aveva paura dei cani e cercò in tutti i modi di avvicinarlo amichevolmente, anche buttandogli qualche osso o qualche pezzo di pane. Ma il cane restava sempre ostile; a volte si avvicinava troppo e così una mattina decise di fargli una sorpresa; si accovacciò prima dello spigolo, avvolto nel suo cappotto a ruota, e restò in attesa. Il cane, non vedendolo arrivare come al solito, non abbaiò, aspettando la sua apparizione; ad un certo momento si diresse verso il vicolo da dove abitualmente mio zio sbucava e, non appena oltrepassò lo spigolo, fu accolto da ze Càrmene che si alzò immediatamente, sbatté più volte le falde del cappotto a ruota e abbaiò più forte che poteva: – Baùùù... Baùùù! Il cane, spaventatissimo, fuggì precipitosamente e da quel giorno si mantenne a considerevole distanza, senza avere nemmeno il coraggio di abbaiare e se mio zio faceva finta di chinarsi si allontanava maggiormente. Domenico Di Nucci Fonte: D. Di Nucci, E mó vè maiie auanne! Pillole di saggezza popolare capracottese, PressUp, Settevene 2020.
- Il giornalista livornese e l'eroe di Taranto
Nel febbraio del 1978, ossia trent'anni fa, in un tragico incidente stradale, moriva Erasmo Iacovone mito e centravanti del Taranto di quegli anni. Era amato da tutta la città e soprattutto dai tifosi, sia per il suo carattere mite che per i suoi gol. Era infatti in testa (fino al giorno della sua scomparsa) alla classifica dei cannonieri nel campionato di Serie B edizione 1977-78. La figura leggendaria di Iacovone è stata ricordata l'altra sera, nei locali del Bar Cubana, da sempre ritrovo dei tifosi, con una mostra fotografica e una conferenza alla quale hanno preso parte, tra gli altri, giornalisti, calciatori e dirigenti del Taranto di ieri e di oggi. A guidare il filo dei ricordi è stato il giornalista, livornese di nascita e tarantino di adozione, Clemente Salvaggio, ex direttore del quotidiano cittadino Corriere del Giorno di Puglia e Lucania. «Iacovone – ha esordito Selvaggio, – ancora oggi è ricordato con affetto e amore dalla città perché oltre alle sue doti atletiche e di grande umanità, è stato un calciatore che ha saputo scuotere l'animo dei tifosi, facendogli sognare la serie A. Erasmo – ha proseguito, – era di una semplicitá disarmante e sul campo sapeva rendere facili anche le cose più difficili». Iacovone era molisano di Capracotta. Aveva esordito come tutti i grandi campioni partendo dalle squadre di categoria inferiore per giungere, in poco tempo, a compagini come Triestina, Carpi e Mantova. Vestì (due volte) anche la maglia della Nazionale di Serie C, insieme a Gori, Selvaggi e Ciappi suoi futuri compagni in rossoblù. Giunse a Taranto nell'ottobre 1976 e il Corriere del Giorno fu il primo giornale cittadino a scrivere di lui. In quello scampolo di campionato realizzo 4 goal in sei partite e 3 in coppa Italia. Nel campionato successivo, come detto in apertura, Iacovone era partito a spron battuto nel seminare il panico nelle difese avversarie. Di piede, ma soprattutto di testa, i suoi goal sono rimasti nella memoria di quanti lo hanno visto ed applaudito. Le sue quotazioni salirono vertiginosamente. Fiorentina e Roma chiesero di acquistarlo ma l'allora presidente del Taranto decise di rimandare la cessione alla fine del campionato, d'altronde la Serie A sembrava un traguardo a portata di mano ed i goal di "Iaco" potevano essere decisivi. E dei suoi goal racconta ancora Salvaggio. «La prima rete in rossoblu – ha ricordato, – la realizzò di testa. Saltò, in cielo, dove gli altri non potevano arrivare e da lì colpì la palla. Aveva un'elevazione straordinaria. Tuttavia – prosegue l'ex direttore del Corriere del Giorno, – il gol che non dimenticherò mai è quello che realizzò contro il Bari. Fu un gesto atletico fulmineo e vidi un pallone volare in porta». Poi i ricordi di Salvaggio tornano ad essere cronaca, sono quelli di un giornalista svegliato nel cuore di una tragica notte di febbraio che riceve la notizia dell'incidente che ha spezzato la vita di "Iaco" e fermato il cuore di un'intera città. Una Taranto scioccata, sbigottita e scippata (come da tante altre cose) del suo campione dello sport. Fu quella una città senza sole, che si fermò per due giorni interi e che quando si svolsero i funerali, un interminabile corteo, composto da tifosi, giornalisti, calciatori e presidenti di tante squadre (di tutte le categorie calcistiche), volti e nomi famosi giunti da tutta Italia, e da tanta gente comune, si strinse intorno ad Erasmo. La salma fu portata dalla Chiesa di San Roberto Bellarmino allo stadio. Il campo non aveva ancora il suo nome, si chiamava ancora Salinella (dal nome della contrada) ma lui, in quello stadio gremito già dal mattino, fece il suo ultimo giro. Lì il campione di Taranto ha lasciato il posto alla leggenda e per tutti i tarantini (poi anche ufficialmente) quello è diventato lo stadio Erasmo Iacovone. «Nel mio articolo – ha concluso tra le altre cose Clemente Selvaggio, – chiesi simbolicamente a Iacovone di accompagnarlo nel suo ultimo giro di campo». La manifestazione in ricordo di questo campione, a trent'anni da quei tragici eventi, è stata organizzata dall'associazione "Tifo è amicizia 1991" e ha contato, tra gli altri, sulla collaborazione di Franco Valdevies (che ha curato la mostra fotografica) e del giornalista e commentatore televisivo Gianni Fabrizio. Questo è, in sintesi, il ricordo di quel micidiale attaccante che in ogni click fotografico rimasto a sua memoria si fa trovare sempre disteso e sorridente, magari col pallone tra le mani o in una bella azione di gioco. Era un atleta vero Erasmo, uno che merita di essere ricordato in tutta Italia. Giuseppe Mele Fonte: https://www.amaranta.it/, 17 febbraio 2008.
- Povero Capracotta
Povero Capracotta, di acqua privo. Nemmeno l'acqua! povero assetato. In tutte le fontane c'è il mercato di conche che s'infilano all'arrivo... È vergognoso quel formicolaio, che, se non si provvede, è un vero guaio. O a periodi, o pronta cassa, s'imponga al popolo quest'altra tassa; sebbene è carico che Dio lo sa, ma questo lo ordina necessità. Fortuna vuol che l'acqua non occorre soltanto al popolin, che anzi è il meno; se così fosse basterebbe il freno col dir che del problema si discorre... Ma col discorrer, d'acqua non ne viene. Ne abbiam le teste ingombre, ed anzi piene. Siamo nel secolo del gran progresso, far troppo l'umile non è lo stesso... Ci vuol la madre di pulizia, se no ci seguita la malattia. Più volte si parlò di serbatoi, e poi di tubatura, del Verrino, così, passando il tempo, pian pianino, si aspetta ancora quel famoso... «poi», ma noi crediam che la cosa più certa è quella di restare a bocca aperta! Tutti speravano più attività. Ed ora, il Sindaco, che è il Podestà, dal cuore nobile che mostra in volto, l'intero popolo ci spera molto. Nell'imbarazzo c'è, quest'è assodato, come in tutte le cariche di onore... Ma questo inestimabile favore non è diretto a questo o quel privato; e se di dirlo chiaro mi è permesso, è pure un gran favor che fa a se stesso. Si cambi il tavolo dell'adunanza; e, se è possibile, anche la stanza!... Là, dove al solito si discuteva, e terminavano quando pioveva... Questo sì bel paese di cui parlo, ricco di erbaggi, boschi, ed aria pura, essendo situato a troppo altura, l'acqua non potrà mai bene innaffiarlo se per la soluzione del gran problema non gli si offre un polso che non trema! Al nuovo Sindaco, diamo un saluto reverentissimo di benvenuto. Bene augurandoci, a breve andare, studiar per l'opera, e cominciare! (1930) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Stranezze italiane
«Altolà (MO) dove pensi di andare?» disse il Giovinazzo (BA). Un tempo nei vicoli di Bari potevi sentirti dire queste parole dai veri bari! Uscendo dalle mura medievali, avresti potuto vedere un verde prato senza essere a Prato e trovare riparo sotto l'ombra di un Alberobello accanto ad una Acquaviva delle Fonti (BA). Ma se lo spavento fosse stato ancora troppo, avresti potuto prendere una Medicina (BO). Dopo uno spavento del genere, sarebbe perfetto un pranzetto a base di Capracotta (IS) o di Cavallino (LE) e con un Campodimele (LT) per finire in dolcezza. Jacopo Minervini Fonte: https://sites.google.com/a/scuolaimbriani.net/.
- Ricordo della transumanza
La transumanza delle greggi è ormai solo un ricordo: è terminata, subito dopo l'ultimo conflitto, con lo sviluppo della civiltà industriale e il declino della civiltà agropastorale. Ho avuto il raro privilegio di compierla insieme con i pastori in circostanze eccezionali. Di quel remoto viaggio attraverso il tratturo, fatto nella lontana primavera del 1944, mi sono rimaste poche schegge di ricordi e tanta nostalgia. C'era ancora la guerra. Sui nostri monti il fronte, dopo la stasi invernale, finalmente si era mosso e le forze alleate avevano oltrepassato la linea del Sangro, spingendosi a Nord. Tutti i paesi al di qua e al di là della linea, o, meglio, ciò che di essi restava dopo la distruzione, era stato evacuato dai contendenti. Le greggi così potevano lasciare il Tavoliere di Puglia e tornare in montagna. Ai primi di giugno io, che ero alle armi, ebbi una licenza e da Lecce, ove allora mi trovavo, mi misi in viaggio per far ritorno al mio paese, Capracotta. Giunsi con mezzi di fortuna a San Severo, ove m'imbattei in alcuni miei compaesani, sfollati a seguito delle operazioni belliche. Da essi appresi, con indicibile commozione, la terribile vicenda della distruzione del paese e l'angosciosa odissea della popolazione rimasta senza un tetto, costretta ad evacuare. Seppi da loro che la mattina seguente sarebbero partiti da Lucera i nostri pastori per la transumanza di ritorno. Mi dissero che avrei fatto bene ad unirmi a loro per tornare a casa, stante la estrema precarietà delle comunicazioni viarie e la mancanza assoluta di mezzi di trasporto. La mattina dopo raggiunsi Lucera e mi unii ai pastori per intraprendere con loro il lungo viaggio attraverso il tratturo. Le greggi appartenevano a due proprietari: erano state unite per affrontare meglio il difficile viaggio di ritorno in quella disastrosa primavera di guerra. La conduzione della transumanza era nelle mani dei massari, che avevano autorità su tutti e su tutto. I pastori, i butteri, i cacieri dipendevano ovviamente da loro, ma nessuno faceva pesare sugli altri la propria autorità. Il lavoro veniva svolto nel segno dell'affiatamento e della cooperazione più stretti ed efficienti: era questo l'aspetto che più colpiva della complessa attività della transumanza, a cui erano interessate due greggi, come detto, per circa seimila capi complessivi. Levammo le tende e iniziammo il viaggio lungo il tratturo, che correva ampio, aperto, a tratti sinuoso, come un grande fiume verde, in mezzo alla vasta ed assolata pianura pugliese. Era, se ricordo bene, l'11 giugno del '44. Le greggi con i pastori e i cani procedevano distaccate, per conto loro, seguendo antichi ritmi di riposo e di pastura. Noi altri, che facevamo parte, per così dire, della sussistenza, andavamo con i muli e le giumente, carichi di provviste e di tutta la grossa attrezzatura della pastorizia in fase di transumanza. Dopo il fresco gradevole delle prime ore mattutine, sopravvenne, quasi all'improvviso, la canicola, densa e afosa, del Tavoliere. Il tratturo si snodava fra campi di grano già mietuti, gialli di stoppie, e rade boscaglie. Eravamo finalmente in vista dei monti della Daunia. Il terreno cominciò a farsi ondulato e l'aria più chiara. Il capo massaro, che procedeva in testa alla carovana, cavalcando, solo fra tutti noi appiedati, la giumenta baia, ordinò di fare sosta per la colazione. Ci sistemammo all'ombra di una quercia. Furono tratte fuori le provviste. Un giovane massaro affettò il pane (c'era nei sacchi pane per tutto il percorso, cotto nei forni di Lucera, di lunga conservazione); il capo carovana affettò il formaggio, fresco, fragrante, con poco sale, formaggio che strideva lievemente sotto i denti per una punta di gommosità, tenue e gradevole, della pasta, e, come se celebrasse un rito, lo distribuì così affettato, insieme col pane, a tutta la comitiva, cominciando dai più anziani. Il capo massaro faceva venire in mente un antico personaggio biblico nell'esercizio delle sue funzioni domestiche. A giusti intervalli, e sempre quando il capo riteneva giunto il momento, girava in tondo fra i commensali, il barilotto del vino, vino di Lucera, con la cannella applicata all'apertura per chi volesse bere a garganella. Uno spettacolo vedere i butteri, che bevevano tutti così, mentre dal barilotto sollevato facevano scendere direttamente nella gola il forte liquido. Ci rimettemmo in viaggio. Il tratturo, con ampie volute, si inerpicava dolcemente su per le pendici delle alture. Ci lasciammo sulla destra, arroccata su un poggio, Castelnuovo della Daunia, e ci fermammo per l'addiaccio all'imbocco di uno spazioso avvallamento. Il sole declinava in uno sfarzo di luce calda, rosso-dorata, dietro una catena di monti lontani degradanti dolcemente. Lo spettacolo era radicalmente mutato: invece della piatta ed uniforme pianura pugliese, un paesaggio collinoso, dalle linee distese e pacate. Il tappeto erboso del tratturo aveva assunto toni più verdi e più freschi. Innumerevoli tracce di vecchi sentieri lo percorrevano in tutte le direzioni, fra cespugli e rovi. Coi suoi larghi margini, il tratturo lambiva la campagna punteggiata di vecchi casolari, dove faceva spicco il verde degli olivi fra il giallo bruno del frumento ormai maturo e pronto per la mietitura. Furono scaricate le vetture e cominciò il lavoro di apprestamento del bivacco. Tutti indaffarati, anche noi aggiunti (si erano uniti alla carovana alcuni compaesani che, come me, intendevano raggiungere il paese), per quel poco di manovalanza che potevamo dare. Infissi i pali nel terreno per delimitare gli stazzi, fu fatta subito la recinzione con robuste reti di canapa. Furono approntati i focolari per la cottura delle vivande e la lavorazione del latte. Fu data sistemazione a tutto il materiale. Prima del crepuscolo arrivarono i pastori con le greggi. Le pecore furono avviate agli stazzi. È l'ora della mungitura. Attraverso appositi varchi aperti negli ovili le pecore vengono spinte nei mungitoi. Qui pervenute, i pastori addetti alla mungitura, coi guardamacchia addosso e le strangunère allacciate alle gambe (indumenti di pelle di pecora: i primi per coprirsi il busto; i secondi, le gambe), seduti sugli sgabelli, calano sul collo delle pecore una forcella di legno, legata con uno spago ad un paletto, per tenerle ferme, e con gesti rapidi e misurati, le mungono, facendo sprizzare il latte nei secchi posti a terra. Dopo la mungitura, le pecore vengono risospinte negli stazzi, dalla parte opposta a quella dei mungitoi. Comincia il lavoro dei cacieri, i pastori esperti nella lavorazione del latte. Versano il latte nei grandi caldai, i caccavi, pronti all'uso sulle pietre dei focolari. Al tempo giusto mettono il caglio. Lentamente comincia la coagulazione. I cacieri scremano, quando è ora, la tenera ricotta e il cagliato, un delicato latticinio semiliquido, non ancora formaggio; poi, quando il latte è ben rappreso, estraggono a mano la pasta per il formaggio da consumare fresco e per quello da salare per la stagionatura, e la depongono nelle formelle di vimini. I cani, intorno, ansano bramosi in attesa del dolce siero. Quella prima sera di bivacco il pasto serale consistette in grosse fette di pane "cotto" nell'acqua salata, condita con olio e aromatizzata con prezzemolo ed altre erbe. Chi voleva, cospargeva le fette di formaggio pecorino grattugiato. Per companatico, formaggio e ricotta, freschi o salati, a scelta. La fiasca del vino indugiava più del necessario presso i commensali prima di compiere un giro completo. I pastori, i massari e i butteri, mentre si mangiava, parlavano gravi, come era loro abitudine, calcando le parole: raccontavano vecchie vicende di pastorizia, ma si capiva che lo facevano non tanto e non solo per l'antico gusto fabulatorio della gente contadina e pastora, quanto per distogliere il pensiero dal tema della guerra e delle sue funeste conseguenze, che su tutti pesava così duramente. Poi ognuno pensò a prepararsi un giaciglio per la notte. Ciascuno stese a terra, in un punto più soffice, un telo di canapa, e vi posò sopra una coperta militare o un vecchio cappotto; per guanciale, un basto rovesciato, coperto con una pezza di tela o un asciugamano. Dormire all'addiaccio, sotto la cappa incombente del cielo trapunto di stelle, nella vastità silenziosa della campagna addormentata, incuteva un inesprimibile senso di soggezione e di stupore: per i misteri profondi che la natura pareva racchiudere nel suo seno. Il mattino seguente, partite le greggi e ricaricato il materiale sui muli e le giumente, c'incamminammo diretti alla seconda tappa, sita a monte della valle del Fortore. La carovana andava silenziosa per il tratturo, che procedeva più aspro e irregolare, a saliscendi. Se ne scorgevano lunghi tratti profilarsi in lontananza, come grandi pennellate verdi in mezzo alla campagna coltivata, dai colori variegati. Nella lontananza sfumata scorgemmo, dietro serie di alture e di avvallamenti, la meta da raggiungere. Sbigottivi a considerare quanta strada dovevi ancora percorrere a piedi prima del bivacco! Sostammo, come al solito, per la colazione, col cerimoniale d'uso. Riprendemmo il cammino mentre il sole picchiava forte. Incrociammo le greggi giù al Fortore, un fiume a carattere torrentizio, che d'estate era pressoché all'asciutto, ma che allora portava parecchia acqua. I ponti erano saltati, motivo per cui lo si passava a guado, seguendo, per l'appoggio, una traccia di grossi sassi che andava da una sponda all'altra. I pastori, i massari e i butteri si sfiancarono ad aiutare le pecore, specie le più deboli, a passare il fiume; gli agnelli venivano portati a braccio sull'altra riva. Un belare continuo, lamentoso si effondeva nella valle. Una faticaccia per tutti. Parecchie pecore si azzopparono. Proseguimmo, staccandoci nuovamente dai pastori. Il tratturo risaliva dolcemente i rilievi della valle, che si accentuavano a grado a grado. Sul tardo pomeriggio, col sole ancora alto, ci fermammo per il bivacco a Santa Croce di Magliano. Avevamo appena finito di alzare gli stazzi, quando le greggi comparvero sulle alture. Scesero lentamente, tra l'abbaio dei cani che avevano fiutato l'aria del pasto e del riposo. Non passava giorno senza che si azzoppasse qualche pecora, giù per i valloni scoscesi e al passaggio dei fiumi. C'era dunque sempre carne disponibile. A cominciare da questa sera, il pasto serale sarà costituito dalla pezzata, la pietanza più caratteristica e più squisita dei pastori, a base di carne di pecora. La pecora viene depezzata, da ciò il nome di "pezzata", e messa a cuocere in un enorme pentolone. La carne si cuoce a fuoco lento, nel proprio brodo, perché il caldaio viene chiuso con un coperchio a tenuta, in modo che l'evaporazione venga, per così dire, riciclata e nulla dei sapori vada disperso. La cottura richiede tempi lunghi, una giusta salatura, aggiunta di speciali erbe aromatiche, note forse solo ai pastori ma la pietanza che ne vien fuori è di una squisitezza eccezionale, meritatamente famosa. Al momento del pranzo, o cena se così si vuole chiamare, appena l'imbrunire, facemmo cerchio intorno al focolare, sul quale troneggiava il caccavo della pezzata, seduti per terra o su un basto, ciascuno con una grossa scodella di legno, con le posate dentro, pure di legno, sulle ginocchia. Furono distribuite grosse fette di pane; il capomassaro prese il mestolo, lo affondò nel caldaio, rimestò per amalgamare bene tutto; e cominciò a distribuire mestolate di pezzata: due mestoli colmi in ogni scodella, il che voleva dire un buon mezzo chilo di grossi tocchi di carne con brodo per tutti; se volevi, intingevi il pane nel brodo. Un pasto sostanzioso, abbondante, saporito come pochi altri. Il barilotto ora, a compiere un giro completo, sì che metteva tempo. Sorse il terzo giorno della transumanza. Un altro splendido mattino: l'aria della valle, leggera e fresca riempiva i polmoni. Si doveva far tappa a Ripabottoni. C'incamminammo nella purezza delle ore mattutine. Nella campagna, dalle linee sempre più ondulate e distese, dai toni caldi e dorati, fervevano i lavori della mietitura. La guerra non sembrava che avesse inciso molto sulle tradizionali attività della gente contadina. Ad un tratto, superato un dosso, scorgemmo la statale per Termoli ingombra da un'autocolonna militare alleata. La strada tagliava il tratturo. Le greggi attendono che la strada si liberi per passare; altrettanto facciamo noi addetti ai servizi. La colonna, che sembra non debba mai finire, procede rombando. Ad un tratto due uomini della polizia militare, col casco bianco, scendono da una camionetta, si piantano in mezzo alla strada e arrestano momentaneamente la coda dell'autocolonna, di cui non si scorgeva la fine. Ma ci fanno segno di affrettarci. I pastori e i cani incitano le pecore. Proseguiamo. Ripa alle viste! Si scorge il borgo, con le case brune, tutte con i tetti rossi, dietro un poggio, di cui il tratturo lambisce le pendici. Ci accampiamo sul declivio. Si alzano gli stazzi, si preparano i focolari, si fanno tutti gli altri lavori inerenti al bivacco. I pastori mungono le pecore. I cacieri, come tutte le sere, lavorano il latte nei grandi caccavi e fanno la ricotta e il formaggio. I cani lappano con avidità il siero fresco. Accorrono dal paese donne e bambini per farsi dare dai pastori un po' di ricotta in cambio di qualche uovo o di un po' di tabacco. I bambini portano con sé la scodella per una zuppa di latte. I pastori accontentano tutti: non rimandano nessuno a bocca asciutta. Coi bambini, poi, sono di manica assai larga: riempiono le loro scodelle fino all'orlo, scherzando con tutti. O vecchi pastori e massari del mio paese! Vecchi butteri! Quanta simpatia ispiravate nelle genti di Puglia e del Molise, lungo le vie della transumanza, con la vostra schietta semplicità, con la vostra generosità! Vi siamo ancora oggi grati per aver così tanto onorato il vostro paese! Si deve anche a voi se la nostra gente è ovunque nota per le sue tradizioni di ospitalità e di umanità, e dunque di civiltà. Dopo la tappa di Ripabottoni, il tratturo deviò verso nord-est, ma ora c'è un vuoto nella mia memoria: non ricordo con esattezza dove facemmo sosta per l'addiaccio al termine della giornata, forse a Civitacampomarano, forse a Trivento, forse altrove. Se lo chiedessi a qualche vecchio pastore, ancora in vita, me lo saprebbe certamente dire perché le stazioni di riposo erano sempre quelle, da tempo immemorabile. Quel giorno attraversammo il Biferno su un ponte, non ricordo dove: non era fiume da passare a guado, quello. E tuttavia qualcuno ci si prova, ma l'acqua gli arriva alla cintola ed è costretto a desistere. La tappa seguente è Salcito, nella valle del Trigno. Mentre ci avviciniamo, vediamo profilarsi all'orizzonte, lontani, sfumati, i monti dell'Alto Molise, i nostri monti. Si distinguono Monte Campo e il Capraro. La visione risveglia in noi sentimenti nostalgici di affetto e di trepidazione anche, per l'incertezza in cui si vive: sentimenti che parevano sopiti nelle cure della transumanza. Attraversiamo il Trigno, guadandolo. Il tratturo comincia ad inerpicarsi su per i monti. Ecco il Verrino, l'affluente del Trigno, che scaturisce dalle propaggini di Monte Capraro. Ci accampiamo per l'ultima notte nella campagna sotto a Pietrabbondante. La sera era fresca. Il cielo, dopo tante giornate limpide e calde, cominciava ad offuscarsi. Da occidente il vento sospingeva grossi nuvoloni bigi, sospetti. Ci preparammo il giaciglio all'addiaccio e ci addormentammo. Nel sonno si sentiva, cupo, rotolante, il fragore del tuono. Improvvisamente ci si rovesciò addosso un violento scroscio di pioggia, che ci svegliò di soprassalto. Balzammo in piedi e corremmo verso un casolare, ai bordi del tratturo, e ci mettemmo al riparo. Cessò la pioggia e tornammo all'addiaccio, ma il sonno non venne più. Aggiornò: un cielo incerto, schiarite che si alternavano a bruschi riannuvolamenti. Ma è tempo di andare. Noi "clandestini" ci congediamo dai pastori, dai massari e dai butteri e li ringraziamo della loro generosa ospitalità. Non li dimenticheremo: non li ho dimenticati neppure dopo quarant'anni. Proseguono le greggi per il tratturo verso il ponte di San Mauro sul Trigno. In quel punto lo abbandoneranno e proseguiranno lungo la rotabile per la stazione finale della transumanza, i pascoli di Monte Capraro, a due passi dal nostro paese. Noi deviamo per Pietrabbondante, poi ci mettiamo sulla provinciale e proseguiamo. Superati i Tre Termini e Staffoli, prendiamo la strada che sale, fra i boschi, verso Capracotta. Che aria fresca! Che trasparenza! Si sente, acuto, l'odore delle erbe e dei fiori bagnati dall'acquata recente. Come è lontano il tavoliere con le sue caligini! Procediamo, ciascuno assorto nei propri pensieri: e sono pensieri di grande trepidazione. Ci attendono la visione del paese distrutto e tante notizie tutt'altro che liete. È durato una settimana il viaggio con i pastori per il tratturo "antico" della transumanza, dal Tavoliere di Puglia alle fresche pasture dei monti dell'Alto Molise, sulla valle del Sangro. Domenico D'Andrea Fonte: D. D'Andrea, Sul filo della memoria, a cura di V. Di Nardo, D'Andrea, Lainate 2016.
- Amore e gelosia (XL)
XL Chi tene 'a mamma è ricche e nun 'o sape; chi tene 'o bbene è felice e nun ll'apprezza. Pecché ll'ammore 'e mamma è 'na ricchezza, è comme 'o mare ca nun fernesce maje. Pure ll'omme cchiù triste e malamente è ancora bbuon si vo' bbene 'a mamma. 'A mamma tutte te dà Niente te cerca. E si te vede chiagnere senza sape' 'o pecché, t'abbraccia e te dice: «Figlio!» E chiagne 'nsieme a te. Sulla banchina del primo binario della stazione di Nocera Inferiore, don Salvatore passeggiava avanti e indietro, in attesa del treno diretto che portava un ritardo di circa 20 minuti. Il tempo era mutato: da bello e solatio si era fatto cupo e grigio, e insieme ad esso erano mutati anche i pensieri dell'uomo. All'esaltazione iniziale che l'aveva colto alla magnifica reazione di Elisa nella sagrestia, che gli aveva fatto capire fino in fondo che bella persona fosse, ricca di dignità e di carattere, era subentrata ora una uggiosa apatia: in fin dei conti si trattava di iniziare una schermaglia d'amore, cosa in se stessa affascinante, ma... La conclusione era ovvia, l'aveva già chiara davanti agli occhi: lui amava la sua Elisa, ma adorava anche sua madre, con tutto il trasporto di cui è capace un figlio napoletano. E purtroppo, come spesso accade in questa parte del mondo, le due cose apparivano inconciliabili! "Mia madre mi tiene stretto stretto a sé, non mi lascerà mai, finché vivrò non mi spartirà mai con un'altra donna!". Così pensava un po' lugubremente il poeta, mentre solcava avanti e indietro la banchina, senza rendersi conto che aveva un po' gli occhi di tutti addosso. Uno di quelli che guardavano con più insistenza, prese infine il coraggio a due mani, gli si accostò: – Don Salvatore Di Giacomo, vero? Perdonate, sono un vostro fervido ammiratore... Posso avere l'onore di offrirvi un caffè? Qui al buffet della stazione lo fanno davvero buono, 'a famiglia Trapanese songhe gente onesta e usano vero caffè! E nun ve diche poi la sfogliatella! Ci sono napoletani che scendono apposta dal treno, approfittano della sosta per mettere la spinta dietro al convoglio, per farsi il pacchetto per casa! Don Salvatore guardò l'uomo che gli era dinnanzi: non lo conosceva, questo era certo, e stava per rifiutare, ma l'altro se ne accorse e con un gentile gesto della mano sul suo braccio gli fece: – Non rifiutate, ve ne prego! Non ci conosciamo, ma le vostre canzoni vi rendono a me più caro di un vero amico... Sono il professore Califano, insegno qui a Nocera alle scuole avviamento... e adoro la canzone napoletana! Vi fu qualcosa nel tono delle parole dell'uomo che colpì il poeta: non accettare voleva dire deluderlo per davvero... e poi una bella tazza di caffè era proprio quel che vi voleva... – E allora vada per il caffè... e pruvamme pure sta sfugliatella! Me l'avete decantata meglio di come avrei saputo fare io! La gioia si diffuse sul volto dell'altro uomo: insieme si avviarono verso il buffet e vi entrarono, proprio nell'istante in cui la bella figura di Elisa si affacciava all'interno della stazione, affannata per la corsa fatta, e i suoi occhi che cercavano ansiosamente la figura conosciuta di don Salvatore... Francesco Caso
- Le Madonne di Capracotta
Mia cugina Nietta mi ha ricordato il racconto che zia Pina, morta in odore di santità, spesso ripeteva a noi nipoti. Zia Pina raccontava che subito dopo la distruzione di Capracotta, una vecchietta le disse: – Giuseppì, stanotte ho sognato la Madonna Addolorata e le ho detto: "Madonna mia come hai potuto far succedere tutto questo? Un paese distrutto, dolore e sofferenza e noi Ti abbiamo sempre venerato e pregato". Sai cosa mi ha risposto? "Non sono stata io, è stata la Madonna del Carmine!". Franco Valente
- Serenata a Capracotta
A Capracotte ijelate è lu Verrine. Ssi 'mbumbalizze so' fiure culurate, maggie de ijennare. – A 'ssa fenestre affacciate amore me. Tu calore sije, prime ch'esce lu sole pe' lu corpe e lu core. Marisa Gallo
- Canzone dello Spazzaneve
Chemmuó ŝtà feŝta, ŝte rumóre: è arrevieàte re Spazzanève. Madonna méa quànda feraŝtiére e ru signór Ambasciatóre. Vola canzóne mea, vola lundàne, miés'a stù ciéle sènza fìne. Vàcia chi à fàtte ŝtù rieàle, vàciale tu séra e matìna. Cóm'è biéglie re Spazzanève, tùtte lucènde e re motóre che re vòmere a tùtte l'óre scàscia e sfónna tèrra e nève. Vola canzóne mea, vola lundàne, miés'a stù ciéle sènza fìne. Vàcia chi à fàtte ŝtù rieàle, vàciale tu séra e matìna. Sciòcca, svuréja, jéle 'l mieàne, nù nen tenéme chiù paura che scié bendìtte a tùtte l'óre re paisieàne e r'amerchieàne. Vola canzóne mea, vola lundàne, miés'a stù ciéle sènza fìne. Vàcia chi à fàtte ŝtù rieàle, vàciale tu séra e matìna. (1950) Gennaro Di Nucci
- Preghiera di Mamma Stella
Accànd'a re liétte mié ce ŝta la Madonna e re Signor Iddìe, da cuóŝte e da cànde ce ŝta re Spìrite Sànde, miézz'e lòche ce ŝta l'àngele che jòca, miézz'a la via ce ŝta la Vergine Maria. Vergine Maria bella, ŝta veŝtùta da munachèlla, àngele de Ddìe, che sié re cumbàgne mìe, accumbàgname ŝtanòtte, no che faccia mala morte, accumbàgname ŝtamatina, no che faccia mala fìna. Vèrb'ingàre Noŝtre Signore, chi sa re vèrbe ingàre pecché ner dìce? Chi re sa e chi ner sa 'n pùnde de mòrte se r'éra mbarà. Chi re dice tre vòlde la sera nen ze mòre senza cannéle. Chi re dice tre vòlde la matìna nen ze mòre de mala fìna. Chi re dice tre vòlde la notte nen ze mòre de mala morte. (1860 ca.) Stella Di Tanna
- Il battesimo della libertà
Come spiegare alla gente quello che mi viene in mente sotto una doccia bollente! Quando scopri l'acqua, quando scopri la natura. Acqua, fredda come gli errori. Acqua che si trasforma in ghiaccio e diventa un brivido d'amore quando c'è un po' di cuore. (2013) Elisabetta Sozio
- A san Nicola di Bari
Mente e cuore sempre fan, con grande amore, in silenzio o con parola, la preghiera a san Nicola. Delle lor passioni, è quella la più bella. San Nicola. Dolce nome che consola chi ti adora, chi ti chiama. Chi continuamente ti ama. Chi ti elegge a protettore del suo cuore. Chi si affida alla tua paterna guida, sprezza ogni dolor terreno. Fammi degno del tuo seno, che diffonde lo splendore dell'amore. Qualche cosa d'un'immensità preziosa, ho nel cuore e nel pensiero. È un potente amor sincero, stabilito da una fede che non cede. Nome caro e gran luminoso faro. Tu perdoni, tu proteggi, l'alma mia, prego, correggi, se un indegno sarò stato nel passato. Avvilito m'inginocchio assai pentito. D'ogni fallo la cagione fu, per me, la tentazione, che mi segue e m'è d'intorno ogni giorno. Con l'aiuto tuo, sarò più risoluto a combattere con sano sentimento di cristiano le manovre corruttrici dei nemici, e soffrire, con pazienza a non finire, santamente rassegnato, quel che il Ciel mi ha destinato, nella vita passeggera, fino a sera. Con la vera viva fede più sincera: come i falli miei non nego, Santo Vescovo, ti prego, d'insegnarmi la via retta, benedetta, che conduce nel gran regno della Luce, bella, santa, vera e sola, che ristora, che consola. Che trasforma il pianto e noia in pace e gioia. Benedici dal tuo regno dei felici questa vita di sospiri; di chiassate e di raggiri. E proteggi chi non vede che la fede. Sarò forte, nel passar da vita a morte, pur che non mi lasci solo, specie quando spicco il volo, e l'ignudo spirto mio corre a Dio. O gran Santo, correrò sotto il tuo manto, quando innanzi alla gran legge non avrò chi mi protegge. Quando il fallo mio si spiega, per me prega. Benedetto sii da quando fosti eletto, o Santissimo avvocato. Spero in te, pel mio peccato, sia meno aspra, in tua presenza la sentenza. (1929) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea, Il Richiamo, Milano 1971.
- Sul fiume Verrino... e non solo
Sulle opposte rive del fiume stavano le donne un tempo, col loro lavoro fra le mani stanche: lenzuola e indumenti prima tessuti al telaio, adornati forse di merletti, e ora... sporchi di fatica. Scarsa l'acqua in casa... Ma il fiume benevolo e fresco offriva acqua e pietre naturali e dure. Le donne d'Abruzzo e Molise allor con braccia forti e antiche, fra canti e sudore, ridonavano candore a quelle tele, certo anche testimoni di scene d'amore e di tenerezza. Marisa Gallo
- Il pensiero di una mamma sola
Nevica e soffia la tramontana. Il mio pensiero va vicino e va lontano a quel pover'uomo che lavora sempre solo. Il mio pensiero fa sentire una stretta al cuore, si ferma a Franco e Lucio a Roma. Il mio pensiero va sempre in fretta, a Castel di Sangro, da Nicoletta. Il mio pensiero gira come un nuvolone aspettando Fernando con la corriera da Agnone. Il mio pensiero si ferma per la via per ascoltare la voce di Loreto e di Maria. O mamma sola che tormento! Ho sparso una famiglia come le foglie sparge il vento. Annina Di Rienzo (a cura di Flora Delli Quadri) Fonte: https://www.altosannio.it/, 26 ottobre 2017.
























