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  • Amore e gelosia (XXXI)

    XXXI C'era tanto amore fra i nostri due protagonisti. Eppure non bastò. Tornato a Napoli, don Salvatore si immerse nella sua vita tumultuosa, da artista. Si alzava di mattina presto, si vestiva e poi si ritrovava puntualmente al caffè Gambrinus per una veloce colazione e una nuova tazza di caffè oltre quella già presa a casa con mammà: la seconda era con gli amici e con gli ammiratori. L'atmosfera era quella di sempre: cordiale, quasi goliardica, tra l'ammirazione dei fans e l'invidia neppure troppo celata di qualche altro poetucolo che magari lo ricercava per stargli accanto e risplendere un po' della sua luce. La giornata passava alla svelta tra la biblioteca nazionale, il pranzo consumato quasi sempre in qualche trattoria e successivamente il teatro, dove il drammaturgo suggeriva, decideva e si barcamenava tra attori e attrici e sopratutto attricette in cerca di un ruolo e di un po' di notorietà. Era una bella vita, tutto sommato, e le giornate si concludevano immancabilmente a casa di qualche ricca famiglia della Napoli bene che ci teneva ad avere come ospite il poeta napoletano più celebrato di quei tempi. E poi vi erano le lunghe conversazioni col grande filosofo, la punta della cultura napoletana, Benedetto Croce! Era stato tra i primissimi a comprendere la grandezza di don Salvatore e molto aveva contribuito a farlo conoscere in tutto il Regno d'Italia. E non solo il filosofo: tra i suoi migliori amici c'erano Scarfoglio e sua moglie Matilde Serao, le vere anime pulsanti del fervore culturale che pervadeva la città in quegli anni. Non c'era una iniziativa che non partisse da loro due e stavano per varare un nuovo giornale, "Il Mattino", che sarebbe assurto alla dignità di giornale nazionale. Insomma, don Salvatore aveva mille frecce al suo arco da scoccare, e mille modi per dimenticare Elisa. E tentò di farlo: non le scrisse, né cercò di informarsi di lei, e nemmeno prese quel treno la mattina dopo, come aveva deciso, per andare a casa di Elisa e avere una spiegazione per capire. Aspettò e fece scorrere i giorni... Sull'altra sponda, nel paese di Nocera Inferiore, Elisa viveva anche lei la situazione che si era creata, cercando di far passare le ore velocemente, ricercando compagnia e svago e le occupazioni più varie. In questo la madre e le cugine l'aiutavano molto: c'erano sempre nuove compere da fare, qualche abito da provare e in cucina qualche piatto nuovo da preparare. Il mondo delle donne di provincia a quei tempi era davvero diverso da quello delle donne di oggi: un abisso separava i due sessi che pure si ricercavano continuamente, ma fondamentalmente i contatti avvenivano in maniera sporadica, quasi sempre pubblici e sotto gli occhi sospettosi e vigili di genitrici o balie sempre pronte ad intervenire. Le donne vivevano nel loro mondo di donne sognando gli uomini, e il matrimonio! Ecco, la meta agognata da tutte le fanciulle perbene e benestanti dell'epoca era il matrimonio, il velo bianco, e il raggiungimento di una nuova famiglia, col maschio dominante che lavorava e assicurava benessere e la donna sottomessa che esercitava il suo ruolo di angelo del focolare in casa, pronta di notte a concedere i suoi favori al marito, sempre sottomessa e docile, come mammà consigliava tra sussurri e bisbigli, nella complicità madre-figlia. Ma Elisa non voleva tutto questo: lei rifiutava la sottomissione e quel mondo al femminile di provincia. Aveva ceduto al volere della madre e si accorgeva ora di avere sbagliato: tutto le stava stretto ma... come rimediare? Francesco Caso

  • Una gallina per sposarsi a Capracotta

    In un documento del 9 settembre del 1737, è riportata la richiesta del delegato della Regal Giurisditione al preside e alla Regia Udienza di Lucera in riferimento al pagamento del diritto di matrimonio a Capracotta. Non c'è nel "Libro delle memorie" il documento che certamente l'Università di Capracotta inviò al delegato suddetto ma dal corpo della lettera si comprende chiaramente che fu segnalato che la curia vescovile aveva di sua iniziativa modificato il pagamento del diritto di matrimonio. «Per inveterato solito non abbia altro pagato per diritti di matrimonio, il contraente, se non essendo povero, all'Arciprete di detta Terra di Capracotta una gallina, ò il prezzo di quella, ed essendo benestante carlini 5 per la messa, la quale dal povero si contribuiva anche ciocché le sue forze lo permetteva»: vale a dire che per consuetudine il povero non pagava nulla, chi non era povero dava una gallina e quello che poteva secondo le sue finanze, mentre il benestante dava 5 carlini. «Ma ciò non ostante da alcuni anni a questa parte, contro la forma di inveterato solito e del dovere, habbia la Curia Vescovile di Trivento gravato gli suoi cittadini con esiggere per diritto di ciascun matrimonio carlini 27 cioè tredici e grana cinque la detta Curia ed il rimanente l'Arciprete di detta Terra». Non sappiamo quanto valesse all'epoca una gallina, probabilmente meno della metà dei 5 carlini che versava complessivamente il benestante; di conseguenza il malumore dei cittadini, in massima parte poveri, dovette indurre l'Università a segnalare la nuova tassa come un sopruso che probabilmente limitava anche i matrimoni. Facendo istanza per gli rimedij opportuni: Ho stimato bene di incaricare alle Signorie Vostre con questa d'informarsi estragiudizialmente dell'esposto, e ritrovando che veramente al solito sia stato, come mi si rappresenta, facciano le SS. VV. sentire in nome della Regal Giurisditione così alla curia Vescovile di Trivento come al detto Reverendo Arciprete, che si astenghino dall'esattione dell'espressato indebito diritto e non insinuino niente contro la forma del solito suddetto per non dar merito nel caso contrario ad imparazzi Giurisditionali. La lettera conclude invitando il preside e la Regia Udienza di Lucera a indagare e, in caso di rispondenza al vero della consistenza della consuetudine, di intimare sia alla curia che all'arciprete di esigere tal indebito balzello per non incorrere in imbarazzi giurisdizionali. Come andò a finire la questione? Il 25 aprile del 1739, il funzionario regio Oratio Rocca intimò, in nome del sovrano, alla curia di Trivento di astenersi da qualsiasi aumento della tassa matrimoniale. Il vescovo si giustificò asserendo che aveva applicato la tassa innocenziana, che però non era stata permessa nel Regno di Napoli. E così fu costretto a rinunciare ai 20 carlini per la curia vescovile e gli sposi continuarono a pagare 5 carlini e... una gallina! Nel consiglio pubblico del 28 febbraio 1745, infine, tutti i cittadini capracottesi presenti e gli amministratori locali, stanchi di anni per le continue liti con il vescovo di Trivento, decisero all'unanimità di accettare «il concordato fra questa Università e Monsignor Vescovo di Trivento à doversi togliere le liti su li punti de diritti de matrimoniali [...] et annullare tutte le Procure, et altri fatti per tali controversie». Per i diritti matrimoniali fu accettato che si pagassero 13 carlini e mezzo risparmiando la vita così a molte galline! Domenico Di Nucci Fonte: https://www.altosannio.it/, 22 ottobre 2019.

  • Pel trasloco del Pretore Martella

    Capracotta, 7 maggio. La sera del 25 aprile scorso, nelle sale di questo Circolo d'Unione splendidamente illuminate a gas acetilene, si dette il banchetto d'addio all'egregio avv. Martella Goffredo, pretore di questo Mandamento, traslocato con recente decreto all'importante pretura di Lanciano. Fu una spontanea e sincera dimostrazione di affetto che le autorità ed in gentiluomini tutti del paese vollero fare al carissimo giovane il quale, per lo spazio di quattro anni, tanto si fece ammirare per la sua bontà, l'integro carattere e la rara dottrina. Ottimo il menù e riuscitissimo il banchetto. Brindarono l'avv. Falconi M., l'avv. Conti Ottaviano, l'avv. Carugno, il cav. Castiglione, il prof. Pivelli, il dott. De Palatis ed Armani, Nestore Conti, per gli studenti universitarii e Sirio Alfredo pel comitato. Ringraziò commosso l'avv. Martella, dolentissimo di dover lasciare tanti cari amici. All'ottimo magistrato giungano gli augurii di lieto avvenire. Oreste Conti Fonte: O. Conti, Pel trasloco del Pretore Martella, in «La Provincia di Campobasso», IX:10, Campobasso, 19 maggio 1904.

  • Al tempo dei bagni nel Verrino

    Verso le sette del mattino, passeggiavo, fumando, lungo le sponde del fiume, quando da un poggiuolo, che si levava a cavaliere sulla limpida corrente, vidi un grosso e folto cespuglio ed ebbi vaghezza di andarmi a sedere fra quegli alti virgulti e quell'erba folta e molle che avriano certamente nascosto il mio poco sviluppato individuo, dandomi, così, agio di osservare, non veduto, i dintorni e scoprire le bellezze degli ameni vigneti che si stendevano a perdita d'occhio. Ed ecco, da un vicino casino vedo scendere due giovani e simpatiche donne che vengono a bagnarsi in una vasca del fiume, proprio sotto i miei occhi veggenti ed invisibili nel tempo stesso. Che fare? Andar via? Avrei fatto arrossire le inconsapevoli bagnanti. Restare? E che mi avrebbe detto la morale, la morale a cui credo che resti ancora qualche significato? Né l'una cosa, quindi, né l'altra, e resto lì, accoccolato e muto, chiudendo ermeticamente gli occhi. Entrate le donne nel fiume, dopo essersi alquanto divertite a scherzare coll'acqua e coi ciottoli, cominciano un benedetto discorso che piglia le mosse dal Santuario di Casalbordino e finisce nientemeno che all'amore dei rispettivi mariti. – Il mio – dice una mi ama ancora come il giorno in cui mi diede l'anello nuziale. – Il mio – risponde l'altra – mi ama anche di più, perché ogni di più va scoprendo in me pregi e bellezze che difficilmente si trovano in altre donne. La prima, punta un po' nell'amor proprio, prontamente ed arditamente risponde: – Questo è falso: se fosse vero, tuo marito ti avrebbe spontaneamente permesso il divertimento dei bagni, senza aspettare che glielo imponesse il medico, a tua viva premura. E la seconda, punta ancor più dalla smentita, fieramente esclama: – Mio marito non voleva mandarmi ai bagni, per non privarsi della mia presenza che tanto gli è cara: tuo marito, invece, ti ha consigliata, esortata, spinta quasi per forza ad uscir di casa, per godersi comodamente la compagnia della compiacente canzonettista napoletana che trovasi da più giorni nella nostra città e che... A queste inaspettate parole, la donna che si crede tradita, dà un grido e, balzando dal fiume, si mette a correre all'impazzata ed in camicia: io non posso frenare un involontario movimento ed un attacco di riso che mi esce dai denti stretti come un sibilo: l'altra, credendo ch'io fossi un serpe che strisciasse e scendesse dal cespuglio, guizza anch'essa dall'acqua e, anche in camicia, si mette a correre verso la campagna e verso il casino, mentre l'umile e mortificato sottoscritto, riaprendo gli occhi, si mette ad osservare le prospettive... dei ridenti vigneti che si stendevano a perdita d'occhio! Don Burloncino Fonte: D. Burloncino, Al tempo dei bagni nel Verrino, in «Il Cittadino Agnonese», I:19, Agnone, 18 ottobre 1900.

  • Il magistrato Giambattista Campanelli

    Capracotta, 22 marzo 1809 - 5 febbraio 1888 Giambattista Campanelli appartiene a una ricca famiglia che, tra la seconda metà del XVII secolo e la prima metà del XX secolo, ha notevolmente influito sulla vita politica, religiosa e culturale di Capracotta. Un casato che nei secoli ha prodotto uomini di toga e di cotta, dal giureconsulto Alessandro Campanelli, rispettato al punto che «tutta una provincia pendeva da' suoi consigli», a don Liborio Campanelli, che «si rese benemerito della patria per le sue doti civili e cristiane». Il nostro Giambattista era il nono figlio di Giuseppe, medico che aveva studiato a Napoli presso l'eminente Francesco Serao (1702-1783) ma che aveva deciso di sospendere l'esercizio della professione per curare il patrimonio di famiglia. Giuseppe aveva più volte ricoperto la carica di consigliere provinciale, dirimendo molte cause di confine tra i comuni, e aveva sposato una sua parente, Maria Giuseppa Falconi, donna «avvenente e di santi costumi» che diede gran prova di sé quando il marito e il figlio primogenito vennero addirittura rapiti dai briganti. La sola fonte da cui attingere informazioni dettagliate sulla vita di Giambattista Campanelli è rappresentata dal "Cenno biografico della famiglia Campanelli di Capracotta", una biografia familiare che egli stesso pubblicò nel 1877 a Santa Maria Capua Vetere presso lo stabilimento tipografico Guttemberg. Nato prematuro, Giambattista non godé mai di buona salute, tuttavia compì lunghi studi e fece una brillante carriera. Incominciò a Capracotta sotto la direzione di Michelangelo Conti e di suo zio don Vincenzo, arciprete della nostra collegiata, ma a 12 anni si trasferì prima ad Agnone, con scarso profitto, quindi a Campobasso, ove proseguì con frutto lo studio della filosofia, del diritto e della matematica sotto la direzione del prof. Nicola de Matteis, il quale, destituito nel 1820 dal Collegio Sannitico a causa dei suoi sentimenti liberali, aveva ottenuto il permesso di insegnare privatamente. Terminata l'esperienza campobassana, la meta naturale per proseguire qualsiasi tipo di studi era Napoli, così Giambattista si iscrisse ai corsi universitari di Giurisprudenza, per poi conseguire la laurea. Incominciò la pratica forense con l'avv. Martinangelo de Martino (1782-1850), dotto autore delle "Note critiche sul diritto civile francese di Toullier", col quale lavorò per un biennio. Nel 1837 Giambattista Campanelli contrasse il colera, il terribile morbo che, oltre a mietere migliaia di vittime in tutto il Regno di Napoli, uccise anche due suoi fratelli. L'intendente provinciale del Molise, il cav. Domenico Antonio Patroni, scrive che «pochi siti di montagna furo aggrediti, e se vi è stato in qualcheduno di essi una forte invasione, come nel solo comune di Capracotta, ciò è derivato per cause estranee a la sua posizione». Fu l'avvocato e politico campano Filippo Teti (1835-1902), amico intimo della famiglia Campanelli, a convincere Giambattista ad iscriversi all'Avvocatura di S. Maria Capua Vetere piuttosto che a quella di Napoli, raccomandandolo in tal senso. Dopo un breve periodo come giudice supplente a Capracotta (1845), Giambattista tornò a Santa Maria, dove ricoprì la carica di giudice conciliatore per ben dodici anni, prima di accettare la definitiva nomina a vicepretore di quel Mandamento. Nel 1852 Giambattista Campanelli aveva sposato Adelaide Duracci, che gli aveva dato due figli, Marianna e Giuseppe. La prima morì nel 1867 ad appena 13 anni. Il papà, affranto, scrisse: «Difficilmente potrei descrivere la sua bellezza, la sua bell'indole, e l'animo nobile che aveva. Sembrava un angelo sceso dal Cielo, ed Iddio volle richiamarla a sé. La sua morte mi ferì nel più vivo del cuore, né il duole è attenuato, col decorso degli anni». Francesco Mendozzi Fonte: F. Mendozzi, In costanza del suo legittimo matrimonio. Sociologia del popolo di Capracotta desunta dai registri dello stato civile napoleonico (1809-1815), Youcanprint, Lecce 2021.

  • Corografia molisana: Capracotta

    I Capracotta: Comune del Napoletano, provincia di Molise, circondario d'Isernia, mandamento di Capracotta. Ha una popolazione secondo l'ultimo censimento (1862) di 2.838 abitanti (933 maschi e 1.905 femmine). La sua guardia nazionale consta di una compagnia con 130 militi attivi e 50 di riserva: totale 180 militi. La mobilizzabile è di 90 militi. Gli elettori politici sono inscritti nelle liste elettorali del collegio di Agnone, nel 1863 erano 48. Ha ufficio postale proprio, e giudicatura di mandamento dipendente dal tribunale di circondario d'Isernia. Pel dazio consumo è comune di quinta classe. Il suo territorio produce in abbondanza cereali, vino ed olio, e possiede una sorgente d'acqua sulfurea, riconosciuta salutare dagli abitanti di questo e dei vicini comuni. Il capoluogo è un grosso villaggio che giace in monte in luogo di buon'aria, 34 chilometri a greco di Isernia. Vi si tiene fiera dai 7 ai 9 settembre. Questo luogo, che trovasi ricordato sino dal tempi dei Normanni, fu posseduto in feudo da Andrea di Eboli, dai Cantelmi e dai Piscicelli. II Capracotta terra in contado di Molise in diocesi di Trivento, è lontana da Campobasso miglia 30, da Lucera 60, e da Trivento 16. La sua situazione è sopra di un monte, ove l'aria respirarsi molto sana. Tiene non però il territorio atto alla semina, ed al pascolo degli animali. Alla distanza di un miglio dall'abitato verso settentrione vi sorge un'acqua sulfurea, della quale fanno uso gli abitanti, e quegli altresì di altri luoghi vicini, per varie loro indisposizioni. Nello stesso uo tenimento vi sono i feudi di Macchia, di Lespinote, di Spedaletto, e di Monteforte, e nelle sue vicinanze anche il feudo delle Vicende piave. Vi è caccia di lepri, capri, voli, e similmente di molte specie di volatili. La medesima esistea nei tempi normanni, ma niuno monumento vi è, che riguarda la sua fondazione. Tralle molte terre, di cui investì il Re Alfonso nel 1457 Andrea di Ebolo, vi è quella di Capracotta come meglio si ravviserà nell'articolo di Civitanova. Nel 1648 si possedea da Aurelia d'Ebolo. Nel 1669 si possedea da Francesco Cantelmo. Passò finalmente alla famiglia Piscicelli. La sua popolazione nel 1532 fu tassata per fuochi 118, nel 1543 per 134, nel 1561 per 164, nel 1595 per 248, nel 1648 per 254, e nel 1669 per 183. Nel 1800 ascendevano al numero di circa 1.170 i suoi naturali, addetti per la maggior parte all'agricoltura, ed alla pastorizia. Vi è qualche commercio con altre popolazioni, a cagione dello smercio di quelle derrate, che lor sopravanza, e per provvedersi di ciò che ad essi manca. Vi è un ospedale. III Capracotta è tra i Comuni dei quali non possiamo dare altre notizie, per l'apatia con che sono state accolte le nostre richieste dalle persone cui ci rivolgemmo, appunto per avere le notizie segnate nella scheda compilata per la nostra Corografia. Pasquale Albino Fonte: P. Albino, Corografia molisana, in «Gazzetta della Provincia di Molise», VI:63, Campobasso, 18 agosto 1872.

  • Amore e gelosia (XXX)

    XXX Don Salvatore se n'era tornato a Napoli tutto risentito e deciso a non fare in nessun modo un primo passo per rimettere su la sua relazione con Elisa. Aveva avvertito subito che dietro le parole della giovane vi era molto di più di un impegno con sua madre a Capracotta: qualcosa non andava per il suo verso, ma d'altronde il suo orgoglio di maschio gli impediva di mettersi lì a chiedere, a cercare di capire. Come aveva detto Elisa? non verrò a Napoli? Bene, voleva dire che non si sarebbero visti per tutta la prossima settimana: e se avesse trovato altre scuse per quella successiva, bene così! E se... non osava dirselo... no, doveva! E se avesse continuato su quella strada, allora addio, meglio chiudere e avanti un'altra! Una fitta al cuore lo colpì, un dolore sordo che quasi lo stordì: come avrebbe fatto a resistere per una settimana senza la sua Elisa? A non udirne la risata cristallina, la sua voce squillante così femminile, a non venerare il volto tanto bello e a non lasciare che gli camminasse avanti per ammirarne le belle forme? Era in treno diretto verso Napoli, altrimenti avrebbe subito fatto marcia indietro e sarebbe corso da lei, ma non poteva. Dovette mettersi a guardare fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva sotto i suoi occhi, mentre si interrogava mestamente su che cosa era successo tra lui e la sua ragazza, per giungere a quel punto... D'altra parte, neanche a Nocera Inferiore si viveva un bel momento: il tempo andava guastandosi e si era alzato un venticello freddo mentre l'aria si incupiva e sembrava volersi impregnare di pioggia. Ma Elisa non si rendeva conto di come il clima stesse mutando d'intorno a lei: se ne stava ritta sulla soglia della sua villa in campagna, con lo sguardo perso nell'aria cupa... Per la prima volta dopo anni aveva agito con slealtà nei confronti di Salvatore, il suo grande amore. Sì, perché lei lo aveva amato ancor prima di conoscerlo, lo aveva amato tramite la sua poesia scritta nei libri e le sue canzoni cantate dalla gente. Era entrata in quella mente così geniale e in quel cuore così appassionato e aveva deciso che solo lui era degno di lei. Ed ora, ecco che si serviva di parole false e bugie per sposarlo! Che cosa aveva fatto , come aveva potuto? Doveva rimediare subito, ora! "Mi vesto, vado alla stazione e corro a Napoli per farmi perdonare!" decise... poi ricordò che ormai non c'erano più treni prima dell'indomani. Restò sulla soglia mentre le prime grosse gocce di pioggia cominciavano a bagnare il prato e anche lei che non si riparava, le sembrava che quell'acqua fosse necessaria per pulirla di una bruttura che aveva commesso... Il treno giunse a Napoli e il poeta scese avviandosi verso l'uscita: pioveva a dirotto, sarebbe stato meglio aspettare che un po' scampasse prima di allertare un vetturino che lo conducesse a casa. Ma dissimilmente da come era solito fare, stavolta don Salvatore si inoltrò nella pioggia e si incamminò a piedi noncurante dell'acqua che gli scorreva addosso, dal cappello fino alle scarpe. Elisa lasciò la soglia e la casa sicura e si avviò nel giardino. L'acqua l'avvolse con l'impeto del vento che si era alzato e in un attimo si ritrovò fradicia: era quello che voleva, non poteva restarsene al sicuro in casa mentre il suo Salvatore chissà dove era, e chissà come stava soffrendo. Francesco Caso

  • Capracotta, aprile 1885: strada rotabile da Agnone a Castel di Sangro

    Capracotta, Aprile 1885. Il Consiglio Comunale di Capracotta, nella seduta ordinaria del 5 dello scorso mese, fu invitato a deliberare sull'importantissimo obbietto: «strada rotabile da Agnone a Castel di Sangro». Questa strada fu già approvata dalla Camera dei deputati, nella tornata del 10 Maggio 1881 col presuntivo della lunghezza in chilometri 26, e della spesa in lire 610 mila. Il Consiglio provinciale di Campobasso diede il parere che detta strada muovendo da Agnone attraversasse il territorio di Capracotta nelle contrade denominate: Passo della Regina, Peschete, Colle Carboni, Paduli, Monteforte, e quindi i territorii di Vastogirardi, e S. Pietravellana sino a Castel di Sangro. Ma il Comune di Pescopennataro reclamò, ed allora il Direttore del Genio Civile, e l'Ispettore provinciale proposero delle varianti che sollevarono parecchi incidenti, e s'ebbe per risultato che si dovettero inviare gli atti al Ministero dei Lavori Pubblici per le opportune risoluzioni. Forse a Maggio e Giugno prossimo verrà un Ispettore del Circolo a visitare le località, e ciò è nei voti di tutti. Il Consiglio Comunale di Capracotta; dopo lunga, pacata, e serie discussione; e ad unanimità di voti, deliberò quanto appresso: Di invitarsi l'ingegnere Signor Ottavio Sarlo a studiare la linea in discorso, e se per lontana ipotesi trovasse la strada Agnone-Capracotta-Castel di Sangro più lunga e svantaggiosa di quella Agnone-Pescopennataro-S. Angelo del Pesco, studiare l'altra linea Agnone-Capracotta-S. Angelo del Pesco. Pongasi ben mente che Capracotta sta già costruendo un'altra strada comunale obbligatoria che si dovrò prolungare sino ai territorii di Castel del Giudice, e S. Angelo del Pesco presso alla strada provinciale Sangrina, e già si sono costruiti circa quattro chilometri che il Comune sarebbe pronto a rilasciare a beneficio della intera linea provinciale. Questo sarebbe a giudizio spassionato la strada più economica e più breve che l'Aquilonia dovrebbe congiungere alla Sangrina; ma conviene far silenzio su quest'altro ordine di cose, ed alle persone dell'arte l'ardua sentenza. Far tenere copia legale della deliberazione al Signor Sindaco di Agnone con preghiera di farla appoggiare da quell'onorevole Consiglio perché esistendo tanta comunanza di interessi tra Capracotta ed Agnone vi sia anche, com'è da sperarsi, uniformità di voti. Quanto ho scritto sin qui è il sunto della deliberazione presa da questo Consiglio Comunale, ed ora a me il permesso di aggiungere qualche altra breve osservazione. Pescopennataro, con una fede ed una costanza degne invero di miglior causa, che non ha fatto per questa strada? Ha fatto stampare memorie; ha provato come è duro calle lo scendere e il salire per tutte le scale dei consiglieri, deputati, ed ingegneri di tutta la provincia, ha offerto a questa £ 52.000; ed in fine ha messo a viaggiare per tutte le contrade d'Italia una schiera di valorosi apostoli con la santa missione di predicare il verbo vero, ed usare qualunque efficacissimo mezzo per la completa conversione degli infedeli... Capracotta al contrario non ha fatto nulla di tutto questo; perché, oltre che sta dalla parte della buona causa, in qualunque tempo è stato sempre alieno di usare intrighi, e bassissime arti. Ora aspetta serenamente il suo fato. Il Consiglio Comunale, con patriottico pensiero e ad unanimità di voti, deliberò pure di sussidiare ogni militare nativo del paese destinato a far parte di qualunque spedizione coloniale. Il dì 14 Marzo, genetliaco di S. M. il Re d'Italia, venne festeggiato molto decorosamente. Come negli altri anni, alle ore dieci del mattino, fu cantato in Chiesa dal Capitolo un solenne Te Deum. Intervennero alla funzione il Municipio, Pretura, scuole, società operaie, Reali carabinieri, altre autorità e moltissimi cittadini del paese. Nella giornata furono elargite dalla Congrega di Carità, copiose elemosine, e così non potevasi festeggiare meglio l'Eroe del colera di Napoli. Ottaviano Conti Fonte: O. Conti, Corrispondenze della provincia, in «Aquilonia», II:7-8, Agnone, 16 aprile 1885.

  • Cronache da Capracotta

    L'illustre concittadino comm. Michele Giuliano per merito distinto è stato promosso consigliere di Cassazione. Al colto per quanto modesto Magistrato le congratulazioni e gli auguri vivissimi di tutti i capracottesi. È stata inaugurata la Sala - rimessa a nuovo - dello Sci-Club, con l'intervento di tutti i soci presenti nel paese, con una rappresentanza del gentil sesso. Fece gli onori di casa il presidente cav. Ottorino Conti, che offrì un vermouth inneggiando al Re ad al Duce. Attualmente questo Sci-Club conta ottantadue soci, di cui cinquantanove ordinari e ventitré sostenitori. Nell'Asilo Infantile fu festeggiata la Befana con l'intervento delle Autorità, famiglie dei bambini e cittadini. I piccoli eseguirono canti corali, recitarono poesie e dialoghi, e ciascuno ebbe in dono un grembiulino, dolci e cioccolattine. Una meritata lode spetta alla Superiora Di Primio ed alle Suore del Preziosissimo Sangue, che con ogni cura ed amore attendono all'educazione ed istruzione dei bambini. Per un corso di esercitazioni di dieci giorni, sono stati in Capracotta con i loro ufficiali i giovani fascisti sciatori della provincia di Chieti, salutati entusiasticamente, all'arrivo ed alla partenza, da questa ospitale e gentile popolazione. Il 26 gennaio scorso, approfittando della bella giornata, la Presidenza di questo Sci-Club fece svolgere le gare fra i soci, gare che pel pessimo tempo non potettero farsi il 13 dicembre, come dal calendario della F.I.S.I. Hanno fatto parte della Giuria, il presidente dello Sci-Club, cav. Ottorino Conti, presidente; il capomanipolo sig. Conti Pasquale, direttore di pista; il sig. Sammarone Arnaldo, segretario; il barone Ruggiero D'Alena, circonometrista. Ecco le classifiche: Seniores (gara di fondo, km. 12), iscritti 7, partenti 3, arrivati 3: Di Tanna Vincenzo; Angelaccio Edmondo; Conti Galliano. Juniores (idem), iscritti 8, partenti 4, arrivati 4: Di Rienzo Salvatore; Venditti Giacinto; Mosca Pasquale; Di Nucci Eliseo. Allievi (gara di discesa), iscritti 8, partenti 6, arrivati 6: Iacovone Nicola; Di Nardo Gino; Di Rienzo Marco Aurelio; Paglione Antonio; Angelaccio Pasquale; Sammarone Serafino. La scuola rurale della frazione Guastra è stata intitolata all'eroico caduto medaglia [...] Guglielmo Labanca Fonte: G. Labanca, Echi molisani, in «Eco del Sannio», XLII:1-2, Agnone, 14 febbraio 1935.

  • Risorge il Ginnasio di Capracotta

    L'idea di far risorgere a Capracotta un Ginnasio, che in altro tempo fece conseguire a molti giovani la licenza, se non potette trovar eco favorevole nell'appoggio materiale del Comune, a motivo che spende oltre £ 7.000 per l'istruzione elementare non doveva rimanere un vago desiderio in molti padri di famiglia, i quali, sapendo nei primi anni quanto è proficua nel proprio paese la scuola ai figliuoli sotto la loro immediata direzione educativa, si accordano agevolmente, e col concorso della benemerita Congregazione di Carità, gettarono nel Novembre p.m. le basi di questo Ginnasio, affidandone l'insegnamento al colto, volenteroso ed instancabile giovane Prof. Orlando Spagnuolo. Una commissione di competenti e disinteressate persone, scelta dai padri di famiglia, ha già fatto con rigorosa premura delle minute prove di esami semestrali,e d ha avuto parole di meritato encomio, tanto per l'opera diligente del Professore, che pel profitto deglis colari, i quali ottennero tutti una splendida puntazione. Non mancò - come incoraggiamento - una festa scolastica per la premiazione, con limitato invito (per questa prima volta) alle sole famiglie degli scolari, per evitare che costoro, non avvezzi ad esporsi in pubblico, avessero ad impappinarsi. Io che amo quanto me stesso il pubblico insegnamento, e che ho avuto anche la mia modesta parte nell'impianto di questo Ginnasio, mi rallegro di cuore col Sig. Spagnuolo e con gli scolari, e fo voto che la nuova istituzione, che desta oramai gli entusiasmi del paese, fornita man mano di altri Professori, abbia ad avere migliore sorte di quella che toccò al Ginnario 1872-76. Ma, spiegamoci, non deve in appresso venire meno un equo concorso del Comune! Ferdinando De Matteis Fonte: Interprete, Corrispondenza da Capracotta, in «Il Grillo», X:9, Isernia, 3 aprile 1895.

  • Capracotta, Natale da incorniciare

    Capracotta. Davvero un "bianco Natale" quello che in questi giorni stanno vivendo gli operatori del settore neve a Capracotta, dove da giorni si registra il "tutto esaurito". Impianti aperti dunque sulla "Vetta degli Appennini", la stagione sciistica si presenta nel migliore dei modi. Soddisfazione nell'Amministrazione comunale. Neve in abbondanza, temperature ottimali, impianti di sci alpino e di fondo aperti per la gioia di tanti appassionati delle discipline sportive legate alla neve. La stagione invernale, che a Capracotta significa poi presenza di numerosi turisti ed appassionati dello sci, alpino e di fondo, è partita alla grande. La neve caduta in abbondanza ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo ai tanti operatori economici capracottesi. E che la neve sia una presenza fondamentale per l'economia del paese lo si è capito lo scorso anno, quando la stagione invernale è stata veramente magra sotto il profilo delle precipitazioni nevose. Un inverno da dimenticare, quello dell'annata 2006/2007, che gli operatori economici ma anche l'Amministrazione locale vogliono buttarsi definitivamente alle spalle. «Siamo estremamente felici per il ritorno in grande stile della neve – afferma il sindaco di Capracotta Antonio Monaco – che, non possiamo dimenticare, per la nostra economia rappresenta una grande risorsa cui Capracotta non può fare certo a meno. La presenza di tanta neve restituisce serenità ai tanti operatori economici che traggono sostegno dalla coltre bianca che, copiosa, è tornata ad essere regina incontrastata di queste montagne». Altrettanto soddisfatto delle nevicate dei giorni scorsi il vicesindaco, Tiziano Rosignoli, con delega allo Sport. «Questa neve è fondamentale anche in vista degli importanti appuntamenti sportivi che attendono la nostra stazione sciistica». I tanti appassionati degli sport invernali che in queste ore stanno affollando Capracotta, hanno anche la possibilità di poter godere di momenti di svago al di fuori delle piste grazie al ricco cartellone di eventi, di spettacolo, musica e cultura in programma nel piccolo comune altomolisano fino al prossimo 6 gennaio, giorno dell'Epifania. Sara Bartolomeo Fonte: S. Bartolomeo, Capracotta, Natale da incorniciare, in «Nuovo Oggi Molise», Villa S. Lucia, 27 dicembre 2007.

  • Chiamarsi Agostino a Capracotta

    A Capracotta il fratello di mio nonno si chiamava Agostino. Agostino Santilli. Agostino a Capracotta era (ed è ancora) un nome abbastanza consueto. Sembra che stia dicendo una cosa piuttosto banale. Perciò mi sento in dovere di dare una giustificazione a queste considerazioni che, in fin dei conti, sarebbero di nessuna importanza se i nomi dei santi non venissero ricordati soprattutto nelle chiese. Se, poi, insieme al nome del santo appare anche una sua immagine e se accanto alla sua immagine appare anche un cosiddetto "attributo", allora la questione si complica. Perché ci viene il sospetto che il ministro di culto (vescovo o parroco che sia) non abbia scelto quel santo a caso, ma per una ragione precisa. Potrebbe essere semplicemente il nome del committente di una cappella o di un altare. Un cosiddetto "jus-patronato". Oppure potrebbe essere conseguenza di una scelta dottrinaria. Per esempio su una delle paraste della chiesa dell'Assunta di Capracotta vi è uno stucco con il rilievo dell'immagine di un vescovo che ha in mano un libro su cui è appoggiato un cuore fiammeggiante. È sant'Agostino "cardioforo", cioè portatore di un cuore. E fin qui non vi sarebbe niente di speciale. Un santo come tanti. Se non fosse che sant'Agostino non è un santo qualsiasi. Alla metà del Settecento nel Regno di Napoli, proprio mentre si facevano i grandi lavori di trasformazione della chiesa di Capracotta e si eseguivano le sue decorazioni a stucco cominciavano a serpeggiare idee gianseniste. Il teologo olandese Cornelius Jansen (italianizzato in Giansenio, 1585-1638) Il giansenismo si rifaceva alle idee di sant'Agostino per riformare la Chiesa in termini più semplici e meno autoritari. Non è un caso che Luca Nicola De Luca, nato a Ripalimosani nel 1734, vescovo di Trivento dal 1790, abbia avuto particolari simpatie per il giansenismo. Giovanissimo mostrò particolare propensione per la filosofia. Mandato a studiare nel seminario di Larino, a 24 anni già aveva pubblicato alcuni trattati che lo resero famoso a Napoli. A 43 anni fu fatto vescovo di Muro Lucano da dove, nel 1790, fu trasferito a Trivento. Un vescovo che fu in odore di massoneria come il suo allievo Gaetano Filangieri, il grande storico-giurista napoletano. Il vescovo De Luca fu uno dei grandi intellettuali cattolici del Regno di Napoli che ebbe particolari simpatie per il giansenismo, come Filangieri. Questo piccolo medaglione dedicato a sant'Agostino è un piccolo segnale della inquietudine che la Chiesa viveva in quel momento e che aveva come grande interprete contrario Alfonso Maria de' Liguori e il suo movimento redentorista. Franco Valente

  • I bevitori

    Ne ho visto di decalitri, di recipienti umani, di bevitori assidui di oggi e di domani, cioè, di tutti i giorni; la sera, la mattina ed a qualunque orario star sempre alla cantina, ma come questa squadra... Non basta la fontana! Non bevon col bicchiere, ma non la damigiana. E chi è poi tra questi il capo bevitore? Non so se è Giandomenico o quel che chiaman Tore. Edmondo è l'altro, questo avrà in corpo una botte... dice: se non è pieno non può dormir la notte. C'è anche Sozio e Monaco che bevono a casaccio, cioè, senza misura; ma prima vien Petraccio. Però, sempre inferiore è, questo buontempone, sia dello Scarpariello e, credo, di Cianone. Se fan la passatella e Poldo la comanda, vedranno la travasa di tutta la bevanda. Ma il più gran bevitore, il più palato fine, che sa dove s'inganna con l'acqua, alle cantine, e sa bene il segreto, il quale ad altri impara, si chiama Raffaele detto della 'Ammara. L'altro che non perdona, se sa d'acqua o d'aceto, è quel bottazzo enorme che chiamano Anacleto. Se fan scommessa e premiano chi ha gola più ghiotta, credo che, certamente, vince Giulio di Totta. Vince però se manca quel vaso colossale che, quando lo pesarono, passò molto il quintale! Per ben saper se tutto è pieno nella pancia non ammettendo scrupoli, usano la bilancia... Si abbracciano e si pesano tra commozioni e pianto, poi dan la stura ai brindisi e... ragliano col canto. Meglio, però, sarebbe, dopo l'ultima goccia, se tutti si pesassero la testa e la... saccoccia! (1948) Nicola D'Andrea Fonte: N. D'Andrea, Le poesie di Nicola D'Andrea , Il Richiamo, Milano 1971.

  • Morir dentro il cimitero di Capracotta

    Quando facevo visita a mia zia Lucia Di Luozzo, spesso prendeva a raccontarmi della guerra, della distruzione, dello sfollamento ma soprattutto di quel maledetto novembre '43 e di quando, incendiati e minati i due terzi di Capracotta, buona parte della popolazione che non aveva più un tetto fu costretta a trovarsi un giaciglio più che temporaneo. I primi scelsero la Chiesa Madre ma quando questa si riempì molti si diressero verso il cimitero comunale. Mia zia fece parte di questo secondo gruppo e raccontava come le persone fossero letteralmente ammassate sia sul prato centrale sia nelle varie cappelle funerarie, coi loculi vuoti che erano diventati letti di fortuna. In quei terribili giorni di prostrazione civile il cimitero divenne luogo di vita, di speranza, luogo di ripartenza per coloro che aspettavano trepidanti l'arrivo degli Angloamericani e la definitiva liberazione di Capracotta. Ma, come ogni insediamento umano che si rispetti, il cimitero divenne anche luogo di morte. È il caso della moglie dell'avv. Pasquale Mosca, Alessandra Franzoni (1896-1943), che spirò proprio nel cimitero di Capracotta durante i giorni del forzato soggiorno, forse perché il suo cuore non resse a tanta disgrazia. Mia nonna Rosa disse che «quando andai al cimitero portavano anche la moglie di Pasqualino Mosca che era gravemente ammalata: la cacciarono dalla casa perché c'era l'ordine di distruzione di tutte le case». Chi conobbe Sandra sostiene che in vita ella fu «donna di vasto e profondo sapere, diplomata negli studî classici, conoscitrice oltre che delle lingue antiche, dell'inglese, del francese e dello spagnolo, e delle relative letterature e storie; ed ebbe congiunte le doti di una rettitudine ammirevole nella vita domestica e di sentimenti elevati nella vita civile, che le fecero presagire, inascoltata Cassandra, sin dall'inizio del funesto regime dittatoriale, la sciagura in cui il fascismo ci avrebbe fatto piombare». Prima di quel periodo così funesto, infatti, quando Alessandra Franzoni visitava il cimitero di Capracotta, si dice che andasse declamando la "Elegia scritta in un cimitero campestre" del poeta inglese Thomas Gray, soprattutto i versi più profondi e annunciatori: Anco la via d'onor guida a la fossa. Forse in questo negletto angolo alberga spirto già pieno d'un ardor celeste. Anche dalla tomba grida la voce della Natura. Anche nelle nostre ceneri vivono le loro consuete fiamme. I Franzoni provenivano da Roma e proprio lì, nel 1921, si erano fidanzati Sandra e Pasquale, al tempo in cui quest'ultimo era avvocato presso il foro della Capitale. Oltre che valente giurista, il Mosca - figlio del cancelliere Vincenzo - era infatti uno studioso di storia, nonché un fattivo collaboratore della rivista "I Rostri", allora diretta dal grande Teocrito Masini. Sta di fatto che nonostante la tomba della famiglia Franzoni fosse al Verano di Roma, Alessandra «volle che il suo corpo giacesse dov'è sepolto il popolo capracottese, e là dove esalò tragicamente l'ultimo respiro». Sulla sua tomba, oggi non più presente, si leggeva la seguente epigrafe: È sepolta in questo sito da lei stessa prescelto Alessandra Mosca Franzoni di profonda coltura, di nobili sentimenti e di leggiadre fattezze amata e stimata da quanti ne apprezzarono le doti non comuni. Nacque a Buenos Aires il 2 gennaio 1896 e dopo ventidue anni di esemplare vita coniugale morì tragicamente il 10 novembre 1943 tra le braccia del marito in questo cimitero dove sofferente era da alcuni giorni rifugiata mentre il paese veniva distrutto da quella ferocia bellica originata da cause che lei aveva sempre con tenacia diprecate. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: G. Cerchia e G. Pardini, L'Italia spezzata. Guerra e linea Gustav in Molise , in «Meridione», VIII:1, Napoli 2008; C. De Biase, Antonio Salandra , Signorelli, Roma 1919; M. Di Ianni, 1943-1993: per non dimenticare , vol. I, Artemide, Isernia 1993; Matrimoni e fidanzamenti , in «La Donna», XVII:348, Roma-Torino, 20 aprile 1921; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. II, Youcanprint, Tricase 2017; P. Mosca, Albori di libertà nel verno della barbarie , in «I Rostri», VI:3, Roma, marzo 1935; T. Mosca, Parole pronunciate al Consiglio provinciale di Campobasso nella seduta del 26 novembre 1917 dal consigliere Tommaso Mosca in memoria del sen. Nicola Falconi , Colitti, Campobasso 1917.

  • Amore e gelosia (II)

    II Chi erano i due personaggi della nostra storia d'amore? Lui, un uomo di 45 anni: poeta, canzonettista, come si usava dire a quei tempi, già giornalista, mestiere che aveva abbandonato e ora bibliotecario emerito presso la Biblioteca nazionale di Napoli, con l'incarico specifico di direttore della sezione Lucchesi Palli. Ma c'era molto più di questo: era uno degli uomini più amati di Napoli, con assidue frequentazioni negli ambienti culturali e compositore di canzoni bellissime che tutta la città ammirava e cantava: era Salvatore di Giacomo! La grande festa di Piedigrotta si nutriva delle sue canzoni da oltre trent'anni e sembrava non ci fossero limiti al suo genio. A 45 anni aveva avuto già molti amori, ma il colpo di frusta che ti segna a vita niente... O almeno non ancora... Elisa Avigliano era una bella ragazza di un paese della provincia di Salerno, Nocera Inferiore. La sua era una famiglia borghese, benestante: il padre era un magistrato, consigliere di corte d'appello, la madre era di Capracotta, appartenente ad una famiglia benestante di quel paese. La giovinetta era cresciuta dunque in una famiglia agiata: studi umanistici e infine iscrizione al Magistero per conseguire un titolo di studio. Sullo sfondo, tanto romanticismo e tanti sogni d'amore che non avevano ancora individuato su chi convergere. A chiusura degli studi, la giovinetta dovette decidere l'argomento per la tesi: scelse di scrivere di Salvatore Di Giacomo, poeta ancora vivente che con le sue canzoni e le sue poesie faceva palpitare tutti i cuori della gioventù napoletana e italiana. Volle conoscerlo e così si recò alla biblioteca nazionale. Al primo incontro ne seguirono altri, per dare corso alla tesi; poi altri ancora che poco avevano ormai a che fare con lo studio: era nato un sentimento , in tutti e due i protagonisti. Ma non fu una storia facile... no, non lo fu per niente. Francesco Caso

  • Origini della famiglia Di Nucci

    Il mio paese di origine è Capracotta e sono legato sempre ai ricordi del mio paese, che torno spesso a visitare. Studio la genealogia e la storia della mia famiglia Di Nucci, detta di soprannome de re Scialpe , e le mie ricerche sono state fatte negli archivi ecclesiastici (parrocchiali e diocesani), istituiti nel 1545-1563 in seguito al Concilio di Trento, certificanti i battesimi, le cresime, i matrimoni, i defunti e lo stato delle anime; l'anagrafe dello stato civile, istituita nel 1861 con l'Unità d'Italia, certificante le nascite, i matrimoni, le morti e la composizione del nucleo familiare; gli archivi di Stato che trattengono documenti relativi a censimenti, catasti, atti notarili, atti giudiziari, liste di leva e ruoli matricolari; il catasto dei beni immobili. Scoprendo le origini dei Di Nucci mi misi alla ricerca in vari archivi e librerie antiche e scoprii la provenienza del cognome, che era Nuccii , come si legge in uno stralcio trovato nella "Historia Francorum" dell'anno 745, dove si legge: Multi ibidem de exercitu Chilperici et ipsis Pictavensibus sunt gladio trucidati. Taloardus et Nuccii duces Langobardorum per ostiola in Sidonense territorium cum exercitu sunt ingressi, ad monasterium sanctorum Agaunensium nimiam facientes stragem. Esempi di questa cognomizzazione si hanno a Pisa nel 1300 dove in un atto si legge: «frater Thomas de Paule, filius ser Nuccii». Negli anni 1000-1200 era presente a Napoli sotto il cognome Nuccii , poi verso il 1200 divenne Di Nucci, registrato nei seggi di Napoli, ed anche come famiglia nobile nel Concilio di Trento. Capracotta era legata storicamente a Napoli e i Di Nucci sono presenti a Capracotta dalla fine del 1600. Mario Di Nucci Fonte: http://dinuccimario.altervista.org/ .

  • Perché da un forlivese un canto per Capracotta?

    Dedico queste semplici parole di un folcloristico canto gergale allo Jancocampo , paese sannitico, impiantato pressappoco sull'attuale sito, dall'originario, valoroso e più potente ed orgoglioso competitore per la nascente e democratica unificazione nazionale, contro il predominio della "Lupa Giallorossa", su i popoli dell'antico stivale. Questo montuoso erbivoro sito capracottese a causa del voluto e forzato diboscamento, avvenuto per la necessaria coltura dei cereali, espande dal magnifico e calcareo poggiato, tutta la sua immensa e idilliaca maestria, sfiorando e carezzando amabilmente sulla bellissima e storica sommità dello spartiacque sangro-verrinico-trignino, che basandosi fortemente sulla parte più torreggiante della "matassa" appenninico-molisana, la bella Capracotta ne svetta solennemente, come una penna d'alpino, tutta la sua magica magnificenza! Anche se io, forlivese, su questa meravigliosa altura ci sono stato solo qualche volta, per me non ha importanza, perché questa terra è stata fissata nella mia memoria come se ci fossi nato, poiché fin dall'infanzia, nei borghi, sulla piazza, nelle strade, nei campi ed ovunque io ero con i capracottesi, numerosissimi in terra di Forli, prestavo attenzione ad originali e commoventi loro storie, allora transumante e profugo popolo, dopo la totale scomposizione avvenuta durante la ritirata tedesca sui bastioni trasversali appenninici del Sangro, del Volturno e del Garigliano. Che tormento la vita ed il mondo... io ascolto sempre ed ovunque, adesso come allora, quando da parte dei figli della Tabula Osca , c'era da esporre il patimento, io udivo e comprendevo con tantissima malinconia, ancora le notizie degli sfollati, dei profughi, che uniti ai tribolati di San Pietro Avellana, attraverso il guado di Montedimezzo e Falascuso, e camminando ai chiarori silenziosi della luna e delle stelle, evitando magistralmente il panico delle armi invasive, scesero lungo la mulattiera Pennataro-Castelcanonico ed in molti si riversarono su Forli, terra di nessuno, dove le palle infuocate, continuamente, sorvolando e fischiando sulle case, andavano ad esplodere in direzione di Castel di Sangro e della galleria di Sant'Ilario, mentre nella direzione opposta, si riversavano sul Macerone e dintorni. Ormai sorpassati i primi ed ancora insignificanti traguardi di difesa - La Barbara e la Viktor - le linee ritardatarie tedesche, che a causa del lungo e cattivo tempo che in quel lontano mese di novembre del 1943, senza fine... imperversava sulla nostra già tormentata zona, il Generale Kesselring non riuscì a completarle e così, con l'arrivo dell'esercito americano-anglo-coloniale-internazionale, nel territorio, il fronte si spostò, qualche chilometro più a nord-ovest del torrente Vandrella, come ribadiva sempre anche mia madre, allora appena ventenne, sulla "Death Valley", così, e con tanta paura, chiamavano la Bocca di Forli ed oltre, i consolidati soldati inglesi del Generale Montgomery, vale a dire: la "Valle della Morte". Ancora oggi ci tengo a richiamare alla mente, le memorie di mio padre Carlo, classe 1924, che ha sempre esposto con tanta benevolenza e nostalgia e continua con tanto affetto ancora ha rievocarla l'intrepida amicizia, avuta col suo commilitone di prigionia, il capracottese Carlo Giuliano, avvenuta appena dopo l'arrivo degli Americani al campo di concentramento di Fallingbostel, a nord dell'ex Germania Occidentale o Federale, ed evidenzia, tutta la sua felicità ed entusiasmo, che vibrò nei loro petti, fin dall'istante dell'avvenuta liberazione, dopo la lunga, sofferta ed interminabile subordinazione. Il forlivese Carlo Lilli ed il capracottese Carlo Giuliano, loro insieme come i due popoli d'origine, menzionano i ricordi appena passati della fame, del dolore, dello strazio e della tribolazione, ma forti della speranza ed energici nella passione che, ad occhi aperti ed influenzati dal cuore, volgevano a catinelle la ritrovata libertà, nei tristi e cupi dintorni della distrutta cittadella alemanna, mio padre accenna anche, che l'amico Carlo Giuliano poneva sulla testa, sempre una retina marrone che non toglieva quasi mai. Quando gli Alleati arrivando sul profilo del valico del Macerone, ed osservarono il vasto orizzonte, che da Monte Campo, passando per il re delle cime centro-meridionali, Monte Greco, ove solenne volge lo sguardo in discesa per Monte Meta, che cede lo scenario del cordone mainardico allo spento vulcano di Monte Cesima, che ne disperde leggermente la catena all'infuocato e profondo Tirreno, certamente l'imponente frontiera li mise paura e li fece tremare, tant'è vero che a Forli ci rimasero fino alla presa di Montecassino da parte del Generale polacco Wladyslaw Anders, che portava fretta per la sua Polonia e che conosceva benissimo tutto il medesimo fronte, da Ortona a Gaeta, avendo, ed anche per un lungo e freddo periodo, dirette le operazioni militari dal territorio capracottese e quello di San Pietro Avellana, ove nelle gelide ed intramontabili notti, il sonno lo stendeva al forzato riposo, in una delle cappelle cimiteriali, a destra dell'entrata, nel montuoso e nascosto camposanto del paese e che nella primavera 1944 a Roccasicura gettò le basi per la costituzione della 111ª Kompani Ochrony Mostòw, istruita dai polacchi come Commando e che successivamente liberò Pesaro ed Ancona; fra gli arruolati vi furono anche tre capracottesi: Caporicci Giulio, classe 1924; Di Tanna Luigi, classe 1913, Croce al merito di Guerra (A.O.I.); Di Luozzo Diodato, classe 1925. Quest'ultimo, con alcuni forlivesi si arruolò da Forli, ove già risiedeva da profugo, dopo lo sfollamento, si arruolarono anche altri giovani volontari dei paesi limitrofi, tra questi Carmine Pecorelli detto Mino, di Sessano del Molise, allora giovanissimo ed intraprendente e poi passato alla storia con la sua documentata rivista "OP" e successivamente alle misteriose cronache degli anni di piombo, Mino Pecorelli dopo essere stato promosso Lance Corporal , sarà insignito della Bronze Cross of Merit with Swords (Croce di Bronzo con Spade) dal Comandante in capo del II Corpo polacco, generale Władysław Anders in persona. Dopo Pesaro ed Ancona la Compagnia si scompose ed il piccolo reparto italiano, quasi tutti molisani, sempre secondo i documenti polacchi, sarebbe poi passato alle dipendenze della Brigata Maiella del Magg. Ettore Troilo, che nel frattempo della Liberazione fu anche nominato Prefetto di Milano. Fu in quest'altomolisano e sofferente scenario di guerra, che i tormentati e angosciati figli di Capracotta e di San Pietro Avellana, che furono accolti a braccia aperte, ed i forlivesi di allora, dico di allora, veramente, aprirono immensamente i loro cuori, tanto è vero, che in parecchi vi rimasero sposandosi, altri per sempre con le loro famiglie, in effetti, l'attuale sindaco, che tutti stimiamo e vogliamo bene, c'è nato e cresciuto a Forli, ma i suoi genitori furono Luciano Sozio e sua madre dal cognome Monaco, puri capracottesi, ubicati nella casa, che sorgeva sul luogo, ove nell'appena dopo guerra, venne, a titolo di silenzio, costruito l'attuale ufficio postale di Capracotta. La buonanima di Luciano ne soffrì molto, quando tornando al suo paese natio, ove la stressante nostalgia lo richiamava, non ritrovò le sue pietre, anche se macerie, ma che in ogni caso lui voleva riprendere e ricostruire. Teodorico Lilli Fonte: T. Lilli, Perché da un forlivese un canto per Capracotta? , in «Voria», IV:1, Capracotta, luglio 2010.

  • Quando nel bosco nasce il figlio dell'uomo

    È stato detto dalla radio che ottanta carbonai sono restati bloccati in un bosco nei pressi di Carovilli (Molise) a causa delle eccezionali nevicate, e che per essi, tormentati spesso da bufere di inaudita violenza, si son dovuti approntare soccorsi d'urgenza: un fatto sempice di cronaca anche se ricolmo di significato umano e sociale, anche se sta lì nudo e crudo, a dimostrazione di un dramma collettivo che quassù, nell'Alto Molise, si ripete spesso, da sempre, senza che esso sia mai stato di insegnamento ad alcuno. Perciò siamo andati a discutere dei carbonai, di questa gente veramente povera e veramente laboriosa che sa tanto essere felice nell'evidente disagio e nella costante rinunzia, con Cicciotto e Francesco " Passarella " che dei carbonai conoscono vita e miracoli. La conversazione con questi nostri buoni amici si rende subito interessante. Cicciotto ha l'abilità di porci immediatamente nell'ambiente dei carbonai. Una comunità come tante altre: uomini, donne, vecchi, bambini; e tante capanne nel bosco, e fra queste alcune galline, delle capre, qualche maialetto. In ogni capanna una famiglia di carbonai. A volte la comunità è data da 40, da 50 e anche da 60 famiglie. Questa capanna è del "Caporale". Il Caporale è il capo dei carbonai. Ma non è un capo dispotico. Ha le funzioni del pater familias dei carbonai. Ed è il Caporale perché di tutti è il più esperto. E l'esperienza, si sa, il più delle volte è madre generosa di saggezza. Naturalmente la moglie del Caporale dei carobnai è "la Caporale" dei carbonai. Abbiamo già scritto che questa è la capanna del Caporale: è graziosa, anche civettuola, pur se fatta solo di tronchi, di rami, di creta e di foglie. È lunga tre metri e mzzo, è alta tre ed è larga un metro e cinquanta. La facciata principale ha la porta proprio al centro ed è fatta di tronchetti uniti l'uno all'altro nella misura più o meno giusta e con ordine approssimativo. La porta è aperta e noi entriamo nella capanna del Caporale. Nel bel mezzo vi è la focagna che serve a scaldare e a cucinare. Verso le pareti laterali, distesi su vecchie tavole, a destra e a sinistra della focagna vi sono dei pagliericci, due di qua e tre di là. Questa a sinistra sono del Caporale e della Caporale, quelli di destra sono dei loro tre figlioli. Dietro la focagna c'è una specie di pollaio con alcune galline. Dietro al pollaio sta una rustica credenza: vi si notano dei piatti, una bottiglia, qualche tazza, alcuni bicchieri. In alto, sulla credenza, proprio al centro, sta un vecchio orologio a sveglia. Di qua e di là per la capanna, appesi al soffitto, alcuni filari di peperoncini secchi, e qualche scerta di cipolle. Nell'insieme c'è dell'ordine. Tutte le altre capanne son fatte così. Messe lì, nel fitto bosco, danno l'idea all'osservatore che passa di un pittoresco villaggio di antica tribù. Vorremmo trattare della vita in genere di questa povera gente, ma verremmo meno allo scopo di questo nostro articolo scritto per "La Vita dell'ONMI" che è quello di riferire come oggi (ed è un progresso rispetto a ieri) la moglie di un carbonaio dà alla luce un bambolotto che molto probabilmente sarà un carbonaio. È questo un momento senz'altro importante anche lì, in mezzo al bosco, tra i carbonai. Bisogna però precisare che questa importanza dura poco, poche ore, perché tutto finisce lì, nel parto. Ma sono poche ore di intensa emozione perché tutta la comunità le vive con grande passione. Corre Filomena a chiamare Concetta la Caporale: Maria Fraccalira si lamenta, si lamenta assai perché i dolori son forti. E la Caporale interrompe immediatamente la sua occupazione e va a passo agile verso la capanna di Maria Fraccalira, seguita da Filomena che sembra alquanto emozionata. Concetta dimostra dignità ed orgoglio: evidentemente è consapevole della grande responabilità che è solo sua. Passano le due donne davanti alla catozza attorno alla quale lavorano alcuni uomini vestiti di rattoppi e bradelli, neri come il loro carbone, che cercano di mascherare il loro turbamento derivante dai lamenti di Maria che giungono sin lì, alla catozza, con una nota caratteristica canzone: "Amore mio ti voglio arricchire / e come un cane voglio lavorare". C'è tanta amarezza in questi versi. Ancora un poco più là un nugolo di frugoletti cantano e giocano. Intanto la nostra Caporale arriva presso la capanna di Maria Fraccalira. Vi trovano quasi tutte le donne della comunità in atteggiamento ansioso. Concetta ordina alle giovani e a qualche ragazzo di allontanarsi e chiama in suo aiuto solo due donne maritate, Carmela Cella e Rosaria Di Filoteo. Dentro la capanna sta già in attesa la Coronaria. Lascia Filomena a guardia della capanna, proprio all'ingresso, perché nessun'altra persona possa entrare. Ed è qui che comincia l'opera esperta e pietosa della nostra benemerita Caporale. La prima cosa che fa, entro la capanna, è quella di dare a Maria Fraccalira, che pure ha tre figli, fiducia e sollievo con un largo e generoso sorriso e con una adatta buona parola. Poi si lava le mani aiutata da Rosaria che le versa dell'acqua con un vecchio maniero, mentre la Coronaria le appunta dietro, alla gonna, una pesante tovaglia. Quindi si avvicina frettolosa a Maria Fraccalira che si dimena e grida che sta per morire: le doglie infatti si intensificano e sono frequenti. La nostra Caporale scopre, guarda, tocca, sorride e ricopre. Manca poco, ma la Caporale ha lo stesso il tempo di raccontare una storiella allegra, una barzelletta che avrà raccontato diecine di volte, quella stessa barzelletta che aveva sentito raccontare da donna Clorinda, la vecchia levatrice del suo paese, quando lei, Concetta la Caporale, quell'anno ebbe la fortuna di partorire in paese nella casa della sua amica. Ridono. Più di tutte ride la stessa Concetta. Maria pure sorride. Filomena che sta di guardia all'ingresso della capanna, fa capolino e si fa ripetere da Carmela Cella la storiella allegra. La Caporale, seduta presso il giaciglio di Maria su un rozzo sgabello di faggio, tiene costantemente la mano sotto una sdrucita coperta militare sul ventre della partoriente per sollecitarne le doglie. Maria Fraccalira ha sete, molta sete. Ma Concetta le consente solo qualche sorso di acqua perché teme molto vomito. – Una volta – racconta – la creatura dentro stava bene. Poi la madre volle bere assai e tutta quest'acqua si mise sullo stomaco. Cominciò subito un vomito violento e la creatura cambiò posizione e prese un atteggiamento irregolare perché si era rivoltata dentro tutta quanta. Si fece in tempo a chiamare il medico perché il paese era a pochi passi dal bosco. Il Dottore – racconta sempre la nostra Caporale – rimise le cose a posto e tutto, grazie a Dio, andò bene. Ma dovette tirare la creatura per i piedi, uno alla volta, e poi venne fuori il corpicino, e poi le braccia, e fu fatica quando si giunse alla testa. Certo, se non ci fosse stato il medico, lei Concetta la Caporale, che ci poteva fare? La creatura sarebbe morta e forse anche la madre. E tutto questo per quell'acqua che la donna aveva bevuto e che aveva provocato quel brutto vomito. A tanto sentire Maria rifiuta un altro sorso d'acqua e dice che non ha più sete. Intanto le doglie si succedono con più frequenza e una intensità maggiore. Ed è qui che Concetta alza la logora coperta che ricopre Maria, guarda e si accorge che non c'è tempo da perdere. Ed è pure a questo punto che Rosaria Di Filoteo si accorge delle galline che stanno dietro la focagna e che potrebbero dare fastidio. E nello stesso istante che Concetta, eccitata, quasi sorpresa dal precipitare dell'evento, grida: – Méne, méne, jècche mó nasce! Rosaria Di Filoteo, rivolta alle galline, fa: – Sció, sció, sció – e accompagna il caratteristico verso con le mani. Le galline, spaurite, si mettono a stramazzare per la capanna. Rosaria le insegue aiutata dalla Coronaria. Maria si lamenta sempre di più. La nostra Caporale è alquanto risentita per questa inopportuna situazione che si è creata nella capanna e, accigliata, invita Carmela Cella a starle vicino. Una gallina, stramazzando, va a sbattere contro la rustica credenza che all'urto traballa. Cade la vecchia sveglia ma fortunatamente non si rompe. A tanto frastuono entra pure Filomena e con Filomena alcune altre donne. – Jatevénne, jatevénne, – grida la Caporale – jatevénne. Finalmente le galline, una dopo l'altra, velocemente, prendono la porta volando fuori. Rosaria e la Coronaria, sudate e mortificate, si avvicinano alla partoriente. Rosaria le si pone dietro e la sostiene per le spalle e la testa, Carmela la tiene per le mani, la Coronaria si pone al fianco della Caporale. Maria, gridando, si dimena sul pagliericcio con molta scompostezza. Ma è tenuta stretta validamente dalle sue due amiche. Concetta la rimprovera e le ordina di stare ferma se no «no' nasce». A questo punto quella sofferente improvvisamente s'arresta, trattiene il respiro, sgrana gli occhi, i muscoli del suo ventre si contraggono fortemente e la sua faccia assume il volto del dolore insostenibile. Quindi ha la forza di rompere le catene della sua tortura con un potente grido duro e rozzo. Poi si accascia subito serena e sfinita, fra le braccia di Rosaria. Intanto la Caporale, che tempestivamente si era accostata a Maria con molta premura, ha già amorevolmente accolto nel suo grembo capace quel tenero bambolotto. Ha già legato e adesso taglia. Il primo vagito di Rocco (così si chiamerà per onorare la memoria di uno zio di Maria morto in guerra) è confrontato con la voce robusta e irosa di Angelomaria, il carbonaio padre, quand'ha la nuvola. La nostra Caporale si allontana dal pagliericcio e si porta dall'altra parte della focagna per il bagno che è fatto in quattro e quattr'otto. Lo asciugano e quindi sistemano Rocco in un grosso panno caldo e poi lo avvolgono in una lunga, spessa, larga fascia variopinta. Ma non è finita l'opera pietosa della nostra Caporale: è il momento degli scongiuri col dito. Per questa cerimonia è chiamata anche Filomena. È sempre Carmela che tiene tra le braccia la creatura. La Coronaria ha già preparato un piatto contenente dell'acqua. Questo piatto è attraversato per due versi da due fili di cotone nero. È il piatto più importante, perciò poggia sul neonato. In un altro piatto che tiene in mano Filomena vi è dell'olio. Rosaria guarda compunta. Concetta la Caporale invita Filomena ad accostarsi di più col suo piatto d'olio. A questo piatto si avvicina con la bocca quasi a toccarlo e vi fa cadere fiumi di parole incomprensibili. Di tanto in tanto alza la testa e mai gli occhi di Concetta hanno tanto brillato. Quindi poggia il suo pollice nel piatto dell'olio. Si sposta poi sull'altro piatto col pollice alto e steso, mentre le altre dita della mano destra sono tenute chiuse a pugno. Il momento è emozionante perché alcune gocce di olio cadono nel piatto che contiene acqua e fili neri. Subentra un'attesa di pochi secondi, quindi Filomena, Carmela, la Coronaria e anche la nostra brava Caporale gridano di gioia: le gocce d'olio si sono aperte nel piatto dell'acqua e i fili neri si sono mossi: l'annunzio che ogni eventuale malocchio è stato scongiurato e che nella vita sarà fortunato. Concetta prende da Carmela la creatura e si avvicina a Maria che accoglie quel figlioletto tra le sue braccia e nel suo seno con un radioso sorriso. Ma la nostra Maria ha bisogno di un paio d'ore di riposo perché forse stasera stessa dovrà levarsi da quel pagliericcio per accudire alle solite faccende della sua famiglia e del bosco. Perciò Concetta si avvicina ancora a Maria, riprende Rocco e dicendo, sorridendo: «Dio lo benedica», lo sistema nella piccola culla posta vicino al pagliericcio di Maria e che Maria stessa aveva preparato qualche giorno prima con i rami raccolti nel bosco. Tutte se ne vanno e la Caporale per ultima. Maria intanto può godere di poche ore di riposo. Angelomaria, come vede uscire le donne dalla sua capanna, gioioso vi entra per felicitarsi con sua moglie. Ma ne esce subito dopo perché sa che fuori ormai è atteso da tutti quanti nei pressi della catozza per la bevuta. E corre ridendo e saltando, e facendo bella mostra di due grossi fiaschi. Alla catozza s'arresta. Gli fanno subito festosa corona tutti quanti, anche i ragazzi. E anche per i ragazzi c'è da bere. Pure Cicciotto e Francesco Passarella sono invitati a bere due grossi bicchieri di marsala, e ciò fanno volentieri alla salute del piccolo Rocco. Il marsala finisce subito, ma si continua col vino fino a notte. Durante Antonarelli Fonte: D. Antonarelli, Quando nel bosco nasce il figlio dell'uomo , in «La Vita dell'ONMI», Roma, marzo 1956.

  • La fine del brigantaggio

    Di quello che era stato fino al 1866-67 il grande brigantaggio ormai restavano soltanto residui, che di tanto in tanto facevano la loro comparsa. Il consigliere anziano del comune di Gamberale, ad esempio, nel giugno 1871, scrisse a Lanciano che nei dintorni del paese era riapparso Croce di Tola, che si muoveva con una banda di sette individui, tutti ben vestiti ed ottimamente armati di fucili a due colpi, con patroncine, stili e baionette. Crocitto , che, secondo il consigliere, batteva la campagna da 8-9 anni e conosceva "a palmi" quelle contrade, era stato visto più volte nel tenimento di Pizzoferrato e in particolare nel luogo denominato Mandra delle Vacche, dove «stava appiattato, fingendo di aspettare qualcuno». Poiché le pecore ormai erano quasi tutte rientrate nei rispettivi stazzi, sarebbe stato necessario raddoppiare la vigilanza sugli stessi. Inoltre si sarebbe dovuto «intimorire i pastori, ricorrendo, se fosse occorso, anche alle minacce» poiché i pastori erano soliti "parteggiare" per i briganti, perché vi trovavano il loro tornaconto. Inoltre, sempre secondo il consigliere, per meglio «circoscrivere i briganti», sarebbe stato necessario anche allontanare i carbonari dal posto denominato Val di Terra, perché essi erano «più briganti dei briganti stessi ed il loro capo per nome Gregorio Spagnuolo era più brigante di tutti». Costoro negli anni passati avevano nascosto i briganti nelle loro capanne, avevano fatto loro la spia all'avvicinarsi delle truppe ed erano riusciti a rendere infruttuosi tutti gli sforzi dei militari e delle autorità civili. Nello stesso torno di tempo, la presenza di Croce di Tola nel bosco Val di Terra fu denunciata ai carabinieri di Palena dal "capobuttero" delle pecore del cav. Costanzo Norante, di Campomarino, il quale affermò che il 14 giugno 1871 la banda si era avvicinata allo stazzo delle pecore. Un mese dopo, la presenza di Crocitto fu denunciata anche nel bosco di Montedimezzo, sempre in territorio di Palena. Un pastore di Capracotta infatti, smarrita una pecora nel bosco in questione, si era messo alla sua ricerca e si era imbattuto nella banda da lui capitanata, composta da dieci individui. Il pastore era stato chiamato dal capo brigante che gli aveva chiesto perché i carabinieri e i bersaglieri fossero appostati nei pressi dello stazzo di S. Domenico e se per caso non fosse stato il padrone di quelle pecore a chiamarli. Il pastore gli aveva risposto di no. Al che Crocitto dapprima aveva manifestato l'intenzione di bastonarlo, ma poi aveva avuto un ripensamento e tutta la banda si era diretta verso il Sangro. Vista l'inafferrabilità del brigante, oramai a capo di pochi uomini, ma sempre pericoloso, a Lanciano si pensò anche ad armare i pastori, ma il prefetto di Chieti, a cui la proposta fu avanzata, dichiarò di non essere in disaccordo in via di principio, ma prudentemente aggiunse che sarebbe stato necessario assicurarsi prima della loro moralità ed onestà ed inoltre accertare che gli stessi non fossero «pusillanimi, ma ben disposti ad adoprarsi per la distruzione dei briganti». Romano Canosa Fonte: R. Canosa, Storia del brigantaggio in Abruzzo dopo l'Unità , Menabò, Ortona 2001.

  • Alla scoperta di Capracotta, il borgo delle bufere e della pezzata

    In primavera e in estate amate fare passeggiate a contatto con la natura ammirando paesaggi bellissimi e respirando rigenerante aria fresca di montagna? D'inverno cercate piste da sci, borghi tipici e vallate innevate? Capracotta vi piacerà. Questo comune con i suoi 1.421 metri sul livello del mare è il comune più alto dell'Appennino e un'importante località sciistica. Ecco cosa vedere e cosa fare a Capracotta, il borgo molisano famoso per le sue bufere di neve. La cittadina di Capracotta si trova al confine con l'Abruzzo, in provincia di Isernia in una splendida zona dell'altissimo Molise: è assolutamente adorabile e caratteristica con le sue piccole botteghe e i bar-trattoria locali che fungono anche da circoli ricreativi dove c'è sempre qualcuno pronto a fare due chiacchiere e a bere un bicchierino. Questa zona durante la stagione invernale è famosa per le sue bufere di neve da record ed è un importante località sciistica grazie alla presenza di una pista da discesa (quella di Monte Capraro) e di piste da fondo (quelle di Prato Gentile), mentre a fine primavera e in estate è una perfetta stazione climatica che offre ben 130 km. di sentieri e splendide foreste di abeti e faggio. Vi chiederete da dove venga il bizzarro nome Capracotta: tutto parte da una leggenda secondo la quale un gruppo di zingari decise di sacrificare una capra per celebrare un rito di fondazione della loro nuova città, ma che la capra fuggì tra i monti, obbligandoli a rincorrerla per recuperarla. Nel luogo dove l'acchiapparono, la sacrificarono e poi la cucinarono per consumarne le carni in una grande festa venne poi fondata l'attuale città. Negli ultimi anni il comune si è davvero prodigato nel rendere perfetta la propria accoglienza turistica e sono moltissimi i visitatori che ogni anno (sia d'estate che d'inverno) decidono di passare qui le loro vacanze. Noi ci siamo stati alla fine dell'estate e dobbiamo ammettere che questo paese di montagna è super caratteristico e molto rilassante, vale la pena di arrivare fin qui anche quando la neve non c'è perché il borgo è molto piacevole, si mangia benissimo e ci sono moltissimi sentieri interessanti per passeggiare tra i boschi o lungo verdi vallate. Il centro del borgo di Capracotta è molto tradizionale, perfettamente curato dagli abitanti, con i suoi portoni colorati e alcuni i murales particolari. I balconi delle case antiche d'estate sono pieni di fiori e nel corso principale si svolgono molti eventi e attività che coinvolgono gli abitanti locali e i turisti. Purtroppo i bombardamenti che hanno colpito diverse parti dell'Alto Molise non hanno risparmiato Capracotta, che è stata largamente distrutta ma per fortuna sono rimasti intatti molti edifici storici importanti. Vi consigliamo di fermarvi ad ammirare la chiesa madre di Capracotta ovvero quella di Santa Maria in Cielo Assunta, costruita nella parte alta del paese nel 1673 sui resti di un edificio religioso arcaico, dove potrete ammirare molti dipinti antichi, uno splendido organo e alcuni preziosi bassorilievi. Merita una visita anche la chiesa della Madonna di Loreto dove si trova l'omonima Madonna della processione locale, un tempo protettrice dei pastori capracottesi che pregavano la Vergine di proteggere le loro famiglie durante il periodo della transumanza, durante il quale si dovevano allontanare. Agli estremi del borgo si trova il palazzo baronale Baccari, edificato nel 1546 che oggi è una residenza per anziani. Se siete interessati alla storia locale fermatevi al Museo della Civiltà Contadina e dei Vecchi Mestieri che si trova nel palazzo comunale dove scoprirete le tradizioni degli antichi mestieri degli abitanti di Capracotta e ammirerete reperti fotografici e alcuno oggetti antichi della vita contadina. Una piccola chicca è anche il Museo d'Arte Sartoriale SEBA, che raccoglie molte testimonianze sulla vita e le opere del grande sarto Sebastiano Di Rienzo. La strada principale di Capracotta è corso Sant'Antonio, che termina in una bella piazzetta, qui si trova il cuore del paese ovvero il Bar di Rienzo, lo storico Sci Club di Capracotta, un piccolo locale vivacissimo a conduzione familiare, molto accogliente e davvero bello al suo interno. Per un bel panorama camminate fino a Poggio dei Grilli un belvedere davvero ampio dove potrete vedere le belle montagne dell’Alto Molise e il Parco Nazionale della Maiella. Visitare il Giardino della Flora Appenninica è un obbligo quando si passa da queste parti, si trova a pochi chilometri dal centro ed è un orto botanico naturale che sorge a 1.550 metri sopra il livello del mare, cosa che lo rende uno tra i giardini botanici più alti d'Italia. Al suo interno è possibile ammirare numerosissime specie di fiori e piante locali. Il giardino è davvero ben organizzato e molto ben tenuto, con tanti percorsi accessibili a tutti e godibili sia per i bambini che per gli adulti. Sul sito ufficiale troverete tutte le informazioni per prenotare e organizzare la vostra visita. Per quanto riguarda le passeggiate e i trekking nella stagione calda consigliamo di recarvi nella zona di Prato Gentile una bella piana verde dalla quale partono diversi sentieri. Attenzione perché non tutti sono ben tenuti e segnalati, quindi prima di avventurarvi vi consigliamo di chiedere nei ristoranti attorno al grande prato quali sono percorribili al momento. Se avete tempo vi consigliamo anche di fare visita al grazioso Eremo di San Luca, un luogo mistico scavato nella roccia con una storia particolarissima, che si trova tra Capracotta e Pescopennataro. L'evento più atteso a Capracotta è la festa di San Sebastiano Martire, il patrono del paese, che si celebra a metà luglio con una gran processione in fronte alla quale si erge la statua del Santo. Ogni 3 anni l'8 settembre è invece la volta della processione della Madonna di Loreto. D'estate un momento di gran fermento è la storica sagra della Pezzata, mentre dal 2016 Capracotta ospita anche il festival delle Erbe dell’Alto Molise, un evento molto divertente per i visitatori di passaggio e i foodies. Capracotta d'inverno è famosa per le sue piste da sci, come località sciistica è piuttosto gettonata ed è dotata di due impianti: uno dedicato allo sci alpino, che si trova in zona Monte Capraro e che è risalibile con seggiovia e l’altro per lo sci di fondo a Prato Gentile, quest’ultimo è stato anche sede dei Campionati Italiani Assoluti di sci di fondo nel 1997. La pezzata è senza dubbio la ricetta più famosa di Capracotta e anche una delle più antiche dell'Alto Molise. Questa ricetta tipica veniva preparata dai pastori durante la transumanza quando erano tra i monti e trovavano una pecora o capra ferita. In questi casi la macellavano in velocità, la facevano a pezzi (da qui il termine pezzata) e ne facevano uno stufato saporito con l'aggiunta di patate e pomodori. Un altro piatto importante della la tradizione che vi farà impazzire è l’agnello alla menta, mentre il formaggio più tipico è il pecorino (noi siamo andati al caseificio Fratelli Pallotta e ci siamo innamorati del loro pecorino e delle caciotte al tartufo). Per assaggiare ricette tradizionali ma anche molte rielaborazioni moderne della cucina dell'Alto Molise fermatevi a mangiare al ristorante l'Elfo che fa una pezzata buonissima e degli splendidi piatti di pasta fresca al tartufo. Capracotta offre parecchie strutture ricettive, alcune si trovano vicino al centro del paese e altre nella zona delle piste da sci. I prezzi degli alloggi sono piuttosto cari soprattutto durante la stagione sciistica quindi vi consigliamo di prenotare con anticipo e magari online, dove potrete trovare molte offerte. Elisa Lelli e Michelangelo Pasini Fonte: https://www.2backpack.it/ .

  • La Terra Vecchia di Capracotta

    Terra Vecchia è il nome col quale spesso, nel Meridione d'Italia, a partire dal Medioevo, si indica l'insediamento umano più antico d'un dato centro abitato, interno o esterno ad esso, il che significa che può trattarsi tanto di un quartiere quanto di un'area archeologica periferica. A Capracotta non vi è dubbio che la Terra Vecchia sia il luogo del primitivo insediamento stabile di quei pastori - sanniti o romanizzati - che la fondarono. Il toponimo della Terra Vecchia si diffonde in questa fetta d'Italia a seguito della discesa dei Longobardi e dei Normanni, il che non significa che questi abbiano fondato le "terre vecchie" dei nostri paesi, ma dimostra piuttosto l'esatto contrario, cioè che essi trovarono quei centri già abitati (o già disabitati) e decisero di dar loro un nome comune. Nei casi di Fara S. Martino o Sepino, ad esempio, la Terra Vecchia rappresenta l'insediamento italico; nei casi più lontani di Cerignola o di Vibo Valentia quel toponimo definisce invece l'abitato romano, nato per la caccia o l'agricoltura. Si pensi che a Capracotta esistono due terræ veteræ : una è il borgo fortificato, l'altra si trova sul Colle della Parchesana, l'antica sella per la guardia tratturale tra il Verrino ed il Trigno, di cui restano pochissime vestigia. Evitando di addentrarci nelle diverse teorie sulla fondazione di Capracotta ed evitando pure qualsiasi disputa tra Sanniti e Romani, faccio un salto nel tempo e mi catapulto nel XV secolo, quando compaiono le prime cronache cittadine. La Terra Vecchia, che allora è Capracotta tutta, è uno dei quattro feudi presenti sul nostro territorio, assieme a quelli di Maccla Strinata, Mons Fortis e Vallisurda: tra l'altro non è nemmeno il più abitato, visto che su Monte S. Nicola vivono mediamente 40 persone in più. Nel 1507 appare il quinto feudo di Ospedaletto e nel 1568 il sesto, la Cannavina. Nel 1656 l'epidemia di peste spariglia le carte. La popolazione di ogni feudo viene decimata ma Capracotta sopravvive al flagello diventando il centro che attrae i pochi superstiti delle contrade vicine e da lì comincia il suo definitivo sviluppo demografico. Chi ha modo di vedere e conoscere Capracotta nel XVII secolo - ad esempio i teologi slovacchi Giovanni Simonide e Tobia Masnizio, arrestati dalle guardie capracottesi il 4 maggio 1675 - afferma che: Delle alte mura circondano il suo nucleo interno per difenderlo dagli attacchi dei briganti. Gli abitanti trascorrono l'inverno nelle Puglie col bestiame. Tornano a giugno e rimangono nella loro terra quasi quattro mesi. Niente giova loro quanto il formaggio, che da queste parti ha un sapore, un profumo e una consistenza molto buoni. Non è affatto simile al nostro. Non producono burro e, al suo posto, utilizzano l'olio d'oliva. Gli abitanti del posto hanno costumi rozzi. Ritengono che la devozione e la rispettabilità risiedano unicamente nel portamento e nei gesti. Per tutta l'estate vanno in giro armati per proteggersi dall'esercito, ma anche perché vivono nella paura costante delle scorrerie dei banditi. Del resto, se ne radunano duecento, cinquecento e a volte anche più: provengono dallo Stato della Chiesa e tornano indietro con un ricco bottino. [...] Questa città conta a malapena duecento case, un arciprete, dieci sacerdoti e dodici chierici. [...] La nostra prigione si trovava in questa città e, quel che è peggio, si trattava di una prigione per malfattori. Senza dubbio, era già da un po' di anni che non la mettevano a posto: lo si poteva dedurre dalla grande sporcizia. Sopra la prigione c'era la cappella o - come la chiamavano - l' officium della Beata Vergine Assunta. C'eran tante pulci quanta sporcizia, ricoprivano l'impiantito come formiche. Da questa descrizione si possono desumere alcuni dati importanti: innanzitutto è scritto che la Terra Vecchia era cinta da alte mura difensive (non è un caso la presenza di contrafforti sia a sud-ovest, in via S. Sebastiano, che a nord-est, sui Ritagli); in secondo luogo Simonide afferma che l'abitato di Capracotta consisteva in circa duecento case; infine che le prigioni, come oggi, erano poste al di sotto della chiesa, ed erano luride. Le condizioni igieniche della Terra Vecchia han lasciato a desiderare almeno fino al primo dopoguerra. Si pensi che l'ufficiale sanitario Luciano Conti, nelle sue relazioni del 1891 e del 1900, affermava che: Le case hanno un pian terreno e un piano sovrapposto, e spesso dalla parte di occidente, il cui livello è più alto, restano interrati ambidue i piani con conseguente mancanza di luce e infiltrazione di umidità. La densità della popolazione è pareggiabile a quella delle grandi città, dove l'agglomerazione spesso è eccessiva. In una sola stanza alle volte non dorme una sola coppia di sposi, ma anche tutta la famiglia, e qualche volta, divisi con leggeri tramezzi di legno, abitano altri individui estranei a quella famiglia. Oltre poi alla popolazione umana, vi è nelle case un'altra popolazione più numerosa: vi è l'arca di Noè delle bestie domestiche: maiali, cavalli, pecore, capre, vacche, galline ecc. La stalla sul pian terreno non sempre è un vano isolato, ma serve pure per l'entrata e per il passaggio degli inquilini. Qualche rara volta serve pure da dormitorio e da cucina. Tra la stalla e le camere [...] vi è sempre diretta e libera comunicazione [...] e perciò le esalazioni delle stalle si diffondono pienamente e profumatamente per tutta la casa. [...] Le camere sono piccole, basse, con finestre meschine, ingombre di mobili e di viveri. Le pareti e il cielo delle stanzette erano prima lodevolmente imbiancate a calce; ora con mal vezzo si tappezzano di carte colorate. I camini mal costruiti danno fumo in quasi tutte le case del paese [ma] per i soli abitanti ai Ritagli vi è il vantaggio che i rifiuti domestici possono essere sbalzati direttamente nei campi giù in fondo al precipizio, dove dall'aria e dalla luce sono rapidamente ossigenati, assorbiti dalle piante in crescenza, e resi così innocui alla popolazione. Se nella prima metà del Novecento la Terra Vecchia era ancora un formicaio umano, con la Seconda guerra mondiale la devastazione fu quasi totale. I nazisti minarono buona parte degli edifici e incendiarono i rimanenti, dei quali si riuscì a salvare qualcosa grazie alla solerzia dei pochi capracottesi rimasti in paese che tentarono di spegnere alla bell'e meglio quei criminali incendi. Le case saltate in aria, invece, vennero dapprima utilizzate dagli Alleati per farne postazioni da cannone verso l'Oltresangro, dunque abbandonate al loro destino di macerie. La conta dei danni bellici calcolò la perdita di ben 44 unità immobiliari alla Terra Vecchia, a cui si aggiunga una torre angioina che gli amministratori del 1952 inserirono tra gli edifici da abbattere. Oggi la Terra Vecchia è tornata a splendere ed è diventata il centro degli eventi culturali di Capracotta ma nessuno potrà conferirle di nuovo l'aura di borgo medievale, la natura urbanistica complessa ed organica, il sentimento di sorpresa nel veder apparire la bianca facciata della Chiesa Madre una volta usciti da vico San Sebastiano... Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: A. Baroncioni, F. Boschi e E. Ravaioli, La Rocca di Acquaviva Picena (AP). Approccio multidisciplinare per lo studio di un impianto fortificato delle Marche meridionali , in «Archeologia Medievale», XXXII, Firenze, dicembre 2005; L. Campanelli, Il territorio di Capracotta. Note, memorie, spigolature , Tip. Antoniana, Ferentino 1931; L. Conti, Le condizioni igieniche e sanitarie di Capracotta , Del Monaco, Isernia 1900; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; F. Mendozzi, L'inaudito e crudelissimo racconto della prigionia capracottese e della miracolosa liberazione , Youcanprint, Tricase 2018; E. Schubert, L'arte siculo-normanna. La cultura islamica nella Sicilia medievale , Museo Senza Frontiere, Palermo 2003; A. R. Staffa, Ortona fra tarda antichità ed altomedioevo. Un contributo alla ricostruzione della frontiera bizantina in Abruzzo , in «Archeologia Medievale», XXXI, Firenze, dicembre 2004.

  • La Società operaia di Capracotta e la festa della Madonna di Loreto

    La Società operaia di Mutuo soccorso di Capracotta, chiamata anche società dei vetturini - infatti sulla facciata della bandiera del sodalizio è impressa l'immagine di un cavallo - fu fondata il 5 settembre del 1881 e da allora ha un ruolo di primo piano durante i festeggiamenti in onore della Madonna di Loreto, che è anche la protettrice dei viandanti di lunghi percorsi, come scrive Luigi Campanelli ne "La Chiesa Collegiata di Capracotta". I protagonisti della sfilata oltre ai cavalli, asini e muli che riccamente bardati la sera del sette e nella mattinata del giorno nove settembre accompagnano la statua della Madonna di Loreto sono: il presidente della Società operaia di Mutuo soccorso, il portabandiera e i vetturini. Il presidente per l'occasione indossa la fascia di colore verde dove sono impresse due mani che si stringono a pugno con il significato sia di darsi la mano in segno di saluto e rispetto, sia nel senso di solidarietà e di mutuo soccorso. Tra i primi presidenti di cui abbiamo testimonianza fotografica va ricordato Achille Conti, come da foto risalente alla mattinata del 9 settembre 1928. Alla sua morte gli succede il figlio Vincenzino Conti che sarà presidente dagli inizi degli anni Trenta fino alla prima metà degli anni '60. Designato successore è Antonino Conti che per il suo carattere schivo e riservato non presiederà alla sfilata, ma sarà sostituito da Geremia Sozio, successivamente sarà presidente il signore Michelino Carugno fino ai primi anni Settanta. In seguito subentrerà Mario Comegna attuale presidente del sodalizio. Alla sfilata dei cavalli partecipavano e partecipano tuttora rappresentanti di tante famiglie che una volta svolgevano l'attività di vetturini e/o conducenti di muli. Questo antico mestiere oggi è scomparso, ma con orgoglio le diverse generazioni conservano questa antica tradizione e perciò permane la consuetudine di "vestire" i cavalli con coperte riccamente decorate dalle donne di Capracotta, panni sfarzosi e addobbi con fronzoli. Oggi, oltre alle famiglie che storicamente partecipavano alla sfilatam si sono aggiunti nuovi componenti o gruppi di amici che con passione trovano i cavalli e procedono alla loro bardatura, con una propria originalità nel "vestire" il rispettivo cavallo, asinello o mulo. Altro elemento fondamentale della sfilata dei cavalli è il portabandiera della Società di Mutuo soccorso. Tra i tanti che si sono alternati in questo ruolo, va ricordata la figura di Michele Monaco ( Squarcióne ) che la sera del sette settembre, all'imbrunire, con solenne gesto, tipico degli uomini del suo tempo, dopo aver fatto inginocchiare il proprio cavallo, impugnando con tutte e due le mani la bandiera del Sodalizio con al suo fianco il presidente e un terzo cavaliere, rende omaggio alla Madonna di Loreto imitando con la bandiera il segno della croce. Il rito viene ripetuto per tre volte, tutto il popolo resta in silenzio e commosso partecipa all'evento. Tra i portabandiera ricordiamo anche Italo Di Rienzo e Giacomo Carnevale, l'attuale. Subito dopo, singolarmente o a coppia, tutti i cavalli e relativi conducenti rendono omaggio alla Vergine con l'inchino, e inizia la solenne processione. Il corteo dei cavalli la sera del sette termina in piazza Ruggiero Conti (a Sant'Antonio), mentre il presidente, il portabandiera e un terzo cavaliere scortano la Madonna fino alla Chiesa Madre. La tradizione vuole che i cavalli del presidente e del portabandiera, generalmente di color bianco, non siano bardati, ma "nudi", probabilmente, perché gli stessi simboli della Società di Mutuo Soccorso costituiscono la bardatura. Il giorno otto settembre, durante la solenne processione il presidente con a fianco il portabandiera, a piedi, accompagnano la statua della Madonna per le vie del paese. Il giorno nove, in mattinata, si ripete la sfilata dei cavalli che tradizionalmente sono più numerosi della sera del sette e sono anche più riccamente "vestiti", questo perché ogni vetturino ambisce al primo premio per la migliore bardatura. Non erano rari i casi in cui la sfida per la migliore bardatura si facesse animosa e a tratti vivace. Per tale ragione veniva costituita una apposita commissione che sottoponeva ad attento esame i cavalli e le relative bardature allo scopo di assegnare il meritato premio. Il presidente della Società operaia, il portabandiera e un terzo cavaliere salutano la Madonna all'uscita della Chiesa Madre, si ricongiungono ai restanti cavalli che si sono radunati a Sant'Antonio e inizia la sfilata in senso inverso rispetto alla sera del sette. Arrivati alla Cappella, si ripete, in modo solenne e commovente, il rito del saluto alla Vergine Madre, iniziando sempre dal presidente, con il portabandiera della società, e successivamente sfilano tutti i cavalli con i relativi cavalieri. La festa si chiude con una grande commozione popolare dovuta non solo alla partecipata venerazione per la Madonna di Loreto, ma anche perché bisogna attendere tre lunghi anni per rivivere questi momenti intensi e attesi da tutti i capracottesi dislocati nel mondo. Sebastiano Conti Fonte: S. Conti, La Società Operaia di Mutuo Soccorso di Capracotta e la festa della Madonna di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • La Madonna di Loreto onorata da secoli a Capracotta

    È motivo di gioia tessere le lodi della Madonna onorata a Capracotta sotto il glorioso titolo di Madonna di Loreto. Anche se lontani dal paese natio dagli anni giovanili, avendo scelto la Congregazione salesiana fondata da Don Bosco, mi sono fatto un dolce obbligo di trovarmi a Capracotta nelle ricorrenze triennali dell'8 settembre. In quelle occasioni il paese diventa come un grande salotto per graditi incontri. Poiché, oltre me, anche altri, compresi i fratelli, hanno scelto di seguire Don Bosco - e, voglia il cielo, che altri giovani lo scelgano ancora - colgo l'occasione di unire al culto della Madonna, invocata come Madonna di Loreto, anche quello di Ausiliatrice dei cristiani. È il titolo propagandato da Don Bosco ed è il titolo di grande attualità. Infatti, ora che le forze del male sono così scatenate, da non trovare riscontro in altri periodi storici, invocare Maria, perché usi la potenza d'intercessione presso il Suo Divino Figlio, vuol dire confidare che il bene trionferà sul male. Invochiamo dunque la nostra Madonna di Loreto, non dimenticando che è Lei la potente Ausiliatrice dei cristiani. Cesare Carnevale Fonte: C. Carnevale, La Madonna di Loreto onorata da secoli a Capracotta , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

  • I banchi egualitari di Ruggiero

    Al liceo mi hanno insegnato la differenza tra uguaglianza e libertà, due concetti fondamentali da cui si diparte l'intera storia occidentale delle dottrine politiche. La prima vuole che gli uomini partano da uguali condizioni, la seconda che essi siano liberi di agire. Negli anni a seguire ho imparato che, nei limiti di uno Stato democratico, l'uguaglianza (delle opportunità) dà vita ad istanze di sinistra, la libertà (di iniziativa) a quelle di destra. Questa dicotomia mi si è palesata con forza all'interno della Chiesa di S. Vincenzo di Capracotta quando ho visto un decrepito banco riservato alla famiglia Santilli, un banco che proviene dal magazzino della Chiesa Madre. La targa che riporta "Riservato alla famiglia Ruggiero Santilli" mi ha lasciato perplesso perché a primo acchito fa pensare a un qualche privilegio di cui godeva il signor Ruggiero, il fondatore della famosa fornace di San Pietro Avellana, un illustre capracottese che ha fortemente influito sull'economia altomolisana tra gli anni '30 e i '50. In realtà sua nipote Maria Antonietta ha rivelato che quel banco non era affatto il frutto di un privilegio religioso ma di una donazione. Ruggiero Santilli, infatti, aveva provveduto a fabbricare presso la falegnameria collegata alla sua fornace tutti i banchi per poi donarli alla chiesa. Il suo bellissimo gesto non fu mosso soltanto dalla carità cristiana ma anche e soprattutto da istanze prettamente egualitarie. Egli aveva infatti assistito a un episodio increscioso durante una Santa Messa: coi suoi occhi Ruggiero aveva visto il sacrestano della Chiesa Madre che noleggiava le sedie, cosicché i ricchi potevano seguire la liturgia comodamente seduti, lasciando i poveri cristi in piedi. Questa era in realtà una prassi piuttosto comune in molte parti d'Italia ma a Ruggiero dovette sembrare insopportabile e certamente contraria alla Parola di Dio, che sempre rivendica l'uguaglianza di tutti gli uomini di fronte al Padreterno. Col suo nobile gesto Ruggiero trasformò una libertà personale (quella di noleggiare un seggio) in una pari opportunità (quella di poter assistere tutti seduti), sradicando peraltro una ignobile speculazione. La placca del posto riservato fu forse una sorta di riconoscimento della chiesa a chi aveva provveduto a fornire gratuitamente banchi a tutti. Negli anni a seguire Santilli donerà infatti alla Chiesa Madre anche il bel crocifisso ligneo che oggi svetta al di sopra dell'altare maggiore, acquistato presso una ditta artigiana del Nord Italia, del quale parlerò in altra occasione. Francesco Mendozzi Bibliografia di riferimento: F. Belfiore, "Sinistra" e "Destra", uguaglianza e libertà: dalla conflittualità alla collaborazione , Aracne, Roma 2021; E. Jannone, Ricostruisce da sé la fabbrica distrutta alla maniera di Jack London , in «Corriere del Molise», Campobasso, 9 novembre 1952; F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese , vol. I, Youcanprint, Tricase 2016; E. Tirone, Oltre la valle , Cappelli, Bologna 1968.

  • La Madonna di Loreto

    Le origini riguardanti il Santuario di Santa Maria di Loreto sono incerte e le poche notizie che abbiamo ci sono pervenute attraverso il racconto degli antenati. L'originaria Cappella di Santa Maria di Loreto, «piccola e rozza», fu sicuramente eretta dove sorge l'attuale Santuario. Detta chiesetta doveva esistere prima del 1600, se il Papa Gregorio XV, nella bolla emanata nell'aprile 1622, proclamava quella chiesa «venerabile» e «antiquissime constructa». L'iniziale costruzione del sacro edificio è da attribuirsi ai pastori capracottesi dell'antica transumanza, che, in quel luogo, erano soliti salutare le proprie famiglie e affidarle alla protezione della Madonna per il tempo della loro lontananza da casa. Un rito di ringraziamento, poi, si svolgeva nella stessa Cappella, ai piedi della Vergine, quando i pastori, agli inizi della bella stagione, lasciato il Tavoliere delle Puglie, ritornavano ai nativi monti. La primitiva, minuscola Cappella, nel tempo è stata ampliata nella struttura e perfezionata nell'attuale, elegante linea architettonica. L'altare centrale, sormontato da una seicentesca nicchia lignea - dorata e rabescata - accoglie la venerata statua della Madonna di Loreto (probabilmente di origine anteriore al 1600) elaborata da ignota mano artigianale da un tronco di pero. La notte del 15 settembre 1981, una mano sacrilega privò l'immagine del suo Bambino. Risparmiata dai tedeschi, nella seconda guerra mondiale, la Chiesa, invecchiata dal tempo e danneggiata per le infiltrazioni di acqua, fu consolidata e gli ultimi interventi risalgono al 1973 e 1975. Il 30 agosto 1975, Mons. Enzio D'Antonio, Vescovo di Trivento, la riaprì al culto. Il 30 agosto 1978, il Vescovo di Trivento, Mons. Antonio Valentini, considerata la sentita devozione, riservata alla sacra immagine, dai capracottesi, dai turisti e dagli emigranti, con decreto proprio elevò a Santuario Diocesano la Chiesa Santa Maria di Loreto «perché ricordi a noi e ai posteri che Maria SS.ma è per tutti vangelo vivo e Chiesa viva!». Elio Venditti Fonte: E. Venditti, La Madonna di Loreto , in «Voria», II:4, Capracotta, settembre 2008.

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